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TD2137 Bonanni – Introduzione 1

Introduzione

L’orizzonte della modernità e il ‘700 tedesco


a. L’ortodossia luterana e la ragione illuminista
b. Neologia e fisicoteologia
c. L’orizzonte del deismo e la critica biblica: Reimarus e Lessing

1530 Confessio augustana / esposizione dei principi del luteranesimo: Filippo Melantone (1497-1560)

1600 ortodossia luterana / M. Chemnitz (1522-1586), A. Calov (1612-1686), D. Hollatz (1648 – 1714)

1700 l’ortodossia luterana come ortodossia ragionevole / [C. Wolff (1679-1754)], J. F. Budde (1667-1729)

neologia / A. Gottlieb Baumgarten (1714-1762), J. Semler (1725-1791)


la rivelazione conferma la ragione, che è la vera interprete della rivelazione stessa: si apre la prospettiva di
una critica biblica e di una elaborazione di una storia del dogma sviluppata da un punto di vista critico,
tendente ad eliminare tutto ciò che non si lascia ricondurre alla ragione.

fisicoteologia / J. C. Edelmann (1698–1767), L. Schmidt (1702-1749)


in prospettiva deista, si propone una “teologia naturale” basata non più sulla considerazione di una Sapienza
divina che riflettendosi nel creato ce lo manifesta custodito da un Creatore che riconduce a sé tutte le
creature come al loro fine naturale, ma sull’osservazione delle cause efficienti a cui obbedisce il grande
meccanismo del mondo, opera perfetta proprio perché capace di andare avanti da sola senza che il Creatore
debba più intervenire: è per l’autonomia della sua opera che Dio potrà essere lodato (teologia come
dossologia).

Gotthold Ephraim Lessing, Sulla prova dello spirito e della forza (1777)
Io dunque non nego affatto che in Cristo si siano compiute delle profezie, non nego affatto che Cristo abbia
fatto dei miracoli, ma io nego che questi miracoli, dal momento che la loro verità ha completamente cessato
di essere confermata da miracoli realizzatisi ancora nel presente, dal momento che non sono altro che
informazioni intorno a dei miracoli (siano queste informazioni così incontestabili come mai vogliono),
possano e debbano obbligarmi alla più piccola fede nelle altre dottrine di Cristo. Queste altre dottrine, io le
accetto per altre ragioni.
Noi tutti crediamo che un Alessandro sia vissuto e che in poco tempo abbia conquistato tutta l’Asia.
Ma chi vorrebbe osare in conseguenza di questa fede qualche cosa di grande e duratura importanza, la cui
perdita sarebbe insostituibile? Chi oserebbe in conseguenza di questa fede rinnegare in eterno ogni
conoscenza, che sarebbe in opposizione con questa fede? Io veramente no.
[…]
Se dunque io non ho nulla di storico da obbiettare a questo: che Cristo risuscita un morto, debbo io a
causa di questo ritenere che Dio ha un figlio consustanziale? In che relazione sta la mia impotenza di fare
una obiezione di rilievo contro quella testimonianza, con l’obbligo di credere qualcosa contro cui si oppone
la mia ragione?
[…]
Che quel Cristo, contro la risurrezione del quale io non ho nessuna obiezione storica importante, si
sia dichiarato a causa di questo figlio di Dio, che per questo i suoi discepoli l’abbiano creduto tale, questo io
lo credo molto volentieri. Infatti queste verità, come verità dello stesso ordine seguono naturalmente l’una
dall’altra.
Ma allora saltare con quella verità storica in un ordine di verità totalmente differente, ed esigere da
me che debba cambiare secondo questo tutti i miei concetti metafisici e morali; pretendere da me, perché non
posso opporre contro la risurrezione di Cristo nessuna testimonianza credibile, che cambi tutte le mie idee
fondamentali sull’essenza della divinità secondo quello: se questo non è una metabasis eis allos ghenos, un
cambiamento ad altro genere, allora non so cosa Aristotele abbia inteso con questo termine.
TD2137 Bonanni – Introduzione 2

Questo, questo è il vile, largo fossato, che io non riesco ad attraversare, anche se tante volte e
decisamente ho tentato il salto. Se qualcuno può aiutarmi a passare, lo faccia, io lo prego, io lo scongiuro.
Egli merita una ricompensa divina a causa mia.

Gotthold Ephraim Lessing, L’educazione del genere umano (1780)


Cristo, il primo maestro degno di fede.
58. Così, tra coloro che insegnavano l’immortalità dell’anima, fu Cristo il primo maestro degno di
fede e attento alla vita pratica.
59. Il primo maestro degno di fede: degno di fede per le profezie che parvero avverarsi in lui, degno
di fede per i miracoli compiuti, degno di fede per la sua risurrezione dopo la morte, con cui aveva suggellato
la sua dottrina. Lascio senza risposta la domanda sulla possibilità della risurrezione e dei suoi miracoli; e
neanche tento di risolvere la questione della reale natura della persona di Cristo. Tutto ciò poteva avere una
sua importanza allora, per convincere all’accettazione della sua dottrina; non è più così necessario adesso,
per riconoscerne la verità.
[…]
Possibilità di risolvere le verità di fede in verità di ragione.
70. Tu hai visto, a proposito della dottrina della unità di Dio, che, nell’infanzia dell’umanità, Dio
rivela direttamnte anche delle semplici verità di ragione, o fa in modo che per molto tempo vengano
presentate come verità direttamente rivelate, perché appaiano saldamente fondate e si diffondano più
rapidamente.
71. Accadde la stessa cosa per la dottrina dell’immortalità dell’anima nell’adolescenza del genere
umano. Nel Nuovo Testamento essa viene infatti predicata come rivelazione, non insegnata come una
conquista della ragione.
72. Ormai possiamo fare a meno dell’Antico Testamento per la dottrina dell’unità di Dio;
cominciamo, a poco a poco, a non aver più bisogno del nuovo per dimostrare l’immortalità dell’anima; come
è possibile escludere di trovare altre simili verità fra quelle che noi, perplessi, consideriamo ancora rivelate,
finchè la ragione non sia riuscite a chiarirle ponendole in relazione con le altre già evidenti?
[…]
“Mistero” e verità di ragione nella Chiesa primitiva.
76. Non si deve obiettare che non sono permesse simili sottili riflessioni sul mistero religioso. Il
termine “mistero”, alle origini del cristianesimo, indicava un significato del tutto diverso da quello odierno;
la risoluzione di verità rivelate in verità di ragione è inoltre assolutamente necessaria, se si desidera favorire
il progresso del genere umano. Le verità di ragione non erano certo considerate tali, allorché furono rivelate,
ma furono rivelate perché lo diventassero. Si può dire che assomiglino al risultato che l’insegnante di
aritmetica comunica in anticipo ai suoi scolari perché, nei loro calcoli, costoro vi si possano in qualche modo
adeguare. Se gli scolari però si contentassero del risultato preannunciato, come potrebbero imparare a
calcolare? Non resterebbe certamente corrisposta l’intenzione con cui l’insegnante indicò una traccia per il
loro lavoro.
[…]
Per una interpretazione razionale del mistero trinitario.
73. Può essere questo il caso della dottrina della Trinità. Perché ci dovremmo stupire se questa
dottrina, dopo aver ispirato innumerevoli errori, e dei più sorprendenti, dovesse aiutare la ragione umana a
riconoscere che nel pensiero, in cui solo il finito è unità, Dio non può essere uno? Allora si potrebbe
concepire una simile unità soltanto in maniera trascendentale, per non escludervi una certa pluralità.
Dio non può non avere una comprensione assolutamente adeguata di se stesso, nella quale si trovi
racchiusa la totalità della sua essenza. Ma come sarebbe possibile questo, se anche la sua realtà necessaria vi
fosse contenuta come semplice rappresentazione e possibilità? Mediante questa possibilità sarebbe
sufficientemente colta l’essenza delle sue altre proprietà, non quelle della sua realtà necessaria. Di
conseguenza, o in Dio la perfetta rappresentazione di sé è altrettanto necessariamente reale quanto lui stesso,
oppure non può esservi alcuna adeguata autocomprensione. Evidentemente la mia immagine nello specchio è
una mera rappresentazione vuota, essendo formata solo da ciò che i raggi di luce riflettono di me stesso. Ma
se questa immagine comprendesse tutta la mia realtà, non costituirebbe piuttosto un duplicato di me stesso?
Se credo di riconoscere in Dio un simile raddoppiamento, cado certamente in errore, se non altro
perché mi esprimo con un linguaggio inadeguato ai concetti. E’ evidente allora, che al fine di divulgare una
simile dottrina, ci si esprime in maniera chiara e corretta parlando di un Figlio che Dio genera dall’eternità.