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Presentazione

Disinnesca la tua psicotrappola: tu l’hai attivata, l’hai


costruita involontariamente, ma ora ne sei prigioniero. Come
hai fatto? Hai ripetuto comportamenti che all’inizio ti hanno
risolto dei problemi: erano soluzioni efficaci, dunque le hai
applicate sempre, senza preoccuparti dei risultati. In verità,
sono loro la tua psicotrappola: le tentate soluzioni
fallimentari.
Ti sei complicato la vita da solo, ti sei avvolto nelle catene
proprio come faceva Houdini, solo che tu lo hai fatto senza
rendertene conto, e ti ritrovi intrappolato. In queste pagine
puoi trovare le istruzioni per capire come si sono strutturati i
tuoi disagi, come fare per star meglio, per essere di nuovo
consapevole dei tuoi meccanismi. Se hai innescato la tua
psicotrappola, qui troverai sempre la tua psicosoluzione.

Giorgio Nardone, allievo di Paul Watzlawick, ha alle spalle


venticinque anni di attività terapeutica con 20.000 casi
trattati con successo. Ha fondato e dirige il Centro di terapia
Strategica di Arezzo che ha affiliati in tutto il mondo. Tra i
suoi libri ricordiamo: Paura panico fobie, Cavalcare la
propria tigre, Correggimi se sbaglio, Il dialogo strategico, Gli
errori delle donne, tutti pubblicati da Ponte alle Grazie.
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di Adriano Salani Editore s.u.r.l.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

© 2013 Adriano Salani Editore s.u.r.l. – Milano


ISBN 9788868330491

Prima edizione digitale 2013


Quest´opera è protetta dalla Legge sul diritto d´autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Per iniziare

Esistono tanti disagi psicologici quanti se ne possono


inventare. Tuttavia ognuna di queste sofferenze ha una sua
via d’uscita. Infatti, così come siamo bravi a costruire le
nostre «psicotrappole», altrettanto possiamo esserlo a
realizzare le nostre «psicosoluzioni». Oltre venticinque anni
di attività terapeutica e circa ventimila casi trattati con
successo mi hanno portato alla convinzione che gli esseri
umani, nella loro capacità di crearsi difficoltà o vere e
proprie patologie, vadano ben oltre la fantasia più fervida
ma, al tempo stesso, sono in grado di effettuare cambiamenti
tanto imprevisti quanto straordinari. In altri termini, la loro
disastrosa attitudine a complicarsi la vita corrisponde alla
meravigliosa capacità di trasformare i limiti in risorse e i
problemi in soluzioni. Certo, nella maggioranza dei casi la
magica trasformazione deve essere guidata da un esperto
ma, talvolta, si realizza anche spontaneamente (Nardone,
1998) o in virtù di «esperienze correttive», folgoranti
illuminazioni e cambiamenti di prospettiva, frutto di ciò che
la vita ci propone e delle nostre reazioni, che per caso o per
scelta introducono il cambiamento.
Le pagine che seguono vogliono essere una
rappresentazione delle forme più ricorrenti di
«psicotrappole» classificate secondo la loro espressione
nella nostra percezione delle cose, nel nostro modo di agire,
volontario o meno, nel tentativo di gestire al meglio la realtà,
e nel nostro modo di pensare e dare senso alle esperienze
che viviamo. Ovvero, parafrasando Freud, una sorta di
«psicopatologia della vita ordinaria» di ognuno di noi, che
abbiamo ricevuto il dono, o la condanna, di interpretare
quotidianamente la nostra «umana commedia», dibattendoci
tra i numerosi inferni, purgatori e paradisi che ci creiamo
senza sosta.
Psicotrappole: come costruiamo ciò che poi
subiamo

Prima di procedere all’esposizione dettagliata delle modalità


con cui ognuno di noi si scava sotto i piedi la trappola in cui
cade e dalla quale spesso non riesce a uscire, è importante
chiarire che nessuna di queste trappole è di per sé
patologica. Infatti è la loro esasperazione, in risposta a
determinate esperienze, e il loro ripresentarsi in modo
ridondante come «tentata soluzione» a tali circostanze, a
renderle patogene e responsabili dell’insorgere di una forma
specifica di patologia. Ad esempio, pretendere di avere il
controllo delle proprie reazioni è sicuramente uno scopo
positivo, ma quando viene portato all’eccesso, sino a
produrre l’effetto paradossale della perdita del controllo, si
trasforma in disturbo fobico-ossessivo. Allo stesso modo,
prestare attenzione al gradimento che gli altri hanno di noi è
un modo per sviluppare competenze relazionali, ma quando
questo atteggiamento diviene estremo e alimenta il dubbio di
essere rifiutati, si trasforma in paranoia.
Pertanto, ciò che trasforma il nostro atteggiamento verso
sé, gli altri e il mondo in una patologia psicologica consiste
nel suo irrigidimento in un copione d’azione inevitabile. Alla
base di questo meccanismo non c’è, come qualcuno vorrebbe
dimostrare per rassicurarsi, una pregressa «morbosità» o
incapacità di valutare gli effetti delle proprie azioni, bensì il
successo di queste. Tutti, infatti, tendiamo a replicare ciò
che ha funzionato per superare ostacoli e risolvere problemi.
La trappola insita nella nostra mente che tende a
schematizzare le esperienze viene a costruirsi quando
insistiamo ad applicare ciò che in passato ha avuto successo,
senza tenere conto che anche il medesimo problema in
circostanze diverse richiede una soluzione differente. A
questo si deve aggiungere la tendenza, meno naturale ma
profondamente umana, a pensare che una strategia non
funzioni perché non l’abbiamo perseguita abbastanza o con
la giusta convinzione. E così ci mettiamo nella condizione di
chi vuole sfondare un muro a testate, finendo solo per
romperci la testa.
Per questi motivi, in qualità di esseri che percepiscono,
pensano e agiscono, nella gestione della realtà siamo
costantemente in bilico tra sanità e insanità. Anche le nostre
virtù, infatti, se portate all’eccesso si trasformano in difetti,
così come (per fortuna!) certe fragilità, quando vengono
accettate, diventano punti di forza. Le modalità di percepire
e reagire a ciò che viviamo si trasformano in veleno in caso
di sovraddosaggio, come accade con una medicina;
viceversa, un veleno letale, se ben dosato, diventa una
medicina portentosa. La difficoltà funambolica sta nel
trovare l’equilibrio tra le inevitabili oscillazioni che il nostro
essere e agire sempre più evoluto ci impone.
Si pensi ad esempio come, secondo il senso comune, il
fatto di essere persone molto percettive e sensibili
rappresenti una grande dote; tuttavia, quando questa
caratteristica viene gestita male diventa fonte di ansia, fino a
sviluppare un disturbo psichico e comportamentale. Lo
stesso vale per l’intelligenza: nessuno canta le lodi degli
idioti o, come venivano chiamati nel Settecento, i «poveri di
spirito»; ma se l’intelligenza non è ben orientata e gestita,
diviene ossessione e dubbio patologico.
Le psicotrappole, quindi, sono effetto del sovraddosaggio o
della deviazione dal corretto orientamento dell’agire sano e
adattato. Chi sostiene, come vorrebbe la psichiatria
tradizionale, che ciò sia dovuto a un inadeguato «senso di
realtà», non tiene conto del fatto che nella stragrande
maggioranza dei casi questi processi non sono scelte che
derivano da un’attenta riflessione, bensì reazioni che
scattano naturalmente, frutto della ripetizione di un copione
acquisito sulla base della sua efficacia.
In altri termini, chiunque può costruirsi le psicotrappole di
cui diventare prigioniero, non solo chi è scarsamente dotato,
fragile o ignorante.
Nella mia esperienza di clinico, al contrario, i casi più
incredibili e difficili da trattare riguardavano persone
eccezionalmente dotate: proprio in virtù delle loro capacità
superiori questi soggetti estremizzano anche i problemi.
Si potrebbe affermare che la complicazione
psicopatologica è direttamente proporzionale all’intelligenza
e alle capacità del soggetto che ne soffre, poiché, proprio in
virtù di queste, è in grado di scavarsi una trappola ben più
profonda, o di costruirsi intorno una prigione o un labirinto
da cui sembra impossibile fuggire.

La natura non ci aiuta, la cultura non ci salva

Un’altra delle caratteristiche umane che ci rende inclini alla


costruzione delle psicotrappole è il funzionamento fisiologico
della mente, che nei suoi processi psicofisiologici risponde
all’esigenza di ogni sistema vivente di ridurre il dispendio di
energia. Per questo motivo tende a lavorare per
schematizzazioni e associazioni funzionali. Ciò vuol dire che
la nostra mente elabora i processi che ci hanno permesso di
risolvere alcuni problemi e tende a trasformarli in schemi
replicabili di fronte a situazioni simili. In termini più
concreti, si tende ad applicare la soluzione che ha funzionato
per un determinato problema a tutti i problemi simili. Questo
processo, definito generalizzazione, rappresenta una
trappola mentale micidiale, che spesso reiteriamo con
insistenza. Infatti una situazione può essere generalizzata,
come ci insegna la logica, solo per la stessa classe di
problemi per cui è stata formulata e applicata con successo,
ovvero quando ci troviamo di fronte a un isomorfismo vero e
proprio; al contrario, la somiglianza con altre situazioni ci
induce alla percezione ingannevole che si tratti di
circostanze uguali o, in ogni caso, che quanto ha funzionato
per un problema simile funzionerà almeno in parte. Come
abbiamo già accennato, una tentata soluzione1 disfunzionale
reiterata non solo non risolve il problema, ma introduce
ulteriori complicazioni. La capacità umana di complicarsi la
vita, quindi, è insita nel funzionamento sistemico della
mente: i naturali processi mentali non sempre conducono a
risultati positivi. Di qui un’altra riflessione importante:
pensare che tutto ciò che è spontaneo debba essere per
forza sano è un’illusione.
La spontaneità, infatti, non è che l’ultimo apprendimento
divenuto acquisizione. Come scriveva Blaise Pascal: « Non
c’è nulla di artificiale che non possa essere reso naturale e
nulla di naturale che non possa essere reso artificiale
attraverso l’esercizio».
La spontaneità è solo un’illusione: la relazione costante tra
il soggetto, se stesso e il mondo è tale da modellare
circolarmente i tre elementi della relazione. Tutto ciò che
viene definito «naturale», in effetti, è il risultato di processi
che di naturale hanno ben poco. Questo sul piano della
riflessione epistemologica e scientifica, mentre sul piano
prettamente pratico, tutto ciò ci deve far disilludere rispetto
al pregiudizio positivo sulla spontaneità, poiché questa
letteralmente non esiste se non negli stadi davvero primari
della nostra vita. Ciò che spesso definiamo reazioni
spontanee sono il frutto di tutta la nostra esperienza,
reazioni che noi non pianifichiamo poiché sono il risultato di
apprendimenti così radicati da provocare risposte a stimoli
prima di qualunque riflessione, essendo ormai meccanismi
automatizzati. Questo potrebbe sembrare un punto di vista
eccessivamente «freddo» rispetto alla tanto decantata
spontaneità, ma non si devono sottovalutare i danni prodotti
all’umanità da certe convinzioni ideologiche, fra cui quella di
Rousseau sul «buon selvaggio», secondo cui tutto ciò che è
naturale dovrebbe essere ritenuto buono in sé.
Le parole del filosofo José Ortega y Gasset sono molto
chiare su questo punto: «L’uomo non ha una natura ma una
storia. L’uomo non è altro che un dramma. La sua vita è
qualcosa da scegliere, costruire mentre procede. L’essere
umani consiste in quella scelta e in quella inventiva. Ogni
essere umano è il romanziere di se stesso, e sebbene possa
scegliere tra essere uno scrittore originale o uno che copia,
non può evitare di scegliere. È condannato a essere libero».
Le psicotrappole del pensare e dell’agire

Dopo aver introdotto in forma generale il concetto di


psicotrappola e alcune sue fondamentali espressioni, da
quelle strettamente di carattere neuropsicologico a quelle
basate su credenze e preconcetti, radicate nel pensare e
nell’agire sociale e individuale, passiamo ora in rassegna le
modalità specifiche con cui siamo così straordinariamente
abili a costruirci prigioni mentali e comportamentali.
Va subito chiarito che nella maggior parte dei casi ognuno
di noi mette in pratica più di una psicotrappola, ottenendo
così una sorta di miscela magica in negativo: la
combinazione di alcune psicotrappole reiterate nel tempo
conduce non solo a problemi, ma a vere e proprie forme di
psicopatologia.
Il lavoro di ricerca-intervento condotto da me e dai miei
collaboratori in oltre venticinque anni, con l’obiettivo,
realizzato nella maggioranza dei casi, di mettere a punto
protocolli di trattamento2 specifici per le forme più
importanti di disturbo psichico e comportamentale, fra cui
attacchi di panico, ossessioni, compulsioni, manie,
depressione, anoressia, bulimia, vomiting, disturbi sessuali e
così via, ha permesso di evidenziare come alla base di
ognuno di queste sofferenze vi sia una combinazione di
psicotrappole che, messe in pratica e reiterate nel tempo,
conducono alla costituzione del disturbo.
Ciò è dimostrato dal fatto che le psicosoluzioni (Nardone,
1998), ovvero le strategie terapeutiche in grado di condurre
i pazienti a superare rapidamente il disturbo, sono consistite
in tecniche e stratagemmi terapeutici mirati a interrompere
il circolo vizioso patologico sostenuto dalla messa in atto dei
copioni di psicotrappola.
In altri termini, come più volte specificato nei lavori
precedenti (Nardone, Watzlawick, 1990, 1997; Nardone,
1991; Nardone, Balbi, 2008), una soluzione spiega il
funzionamento del problema che risolve; inoltre, la
replicabilità della strategia terapeutica in tutti i soggetti che
presentano lo stesso tipo di patologia non solo ne verifica
l’efficacia, ma dimostra il funzionamento del disturbo. Per
fare un esempio concreto: tutti coloro che soffrono di una
paura patologica mettono in atto tre psicotrappole che,
combinate fra loro, trasformano la paura da
percezione/emozione adattiva e funzionale a reazione
disadattiva o disfunzionale. In pratica, chi cade nelle
trappole di questa classe di problemi clinici tende a evitare
le situazioni che teme, persino i pensieri; tende a chiedere
rassicurazione e protezione alle persone vicine; tenta
costantemente di controllare le proprie reazioni
psicofisiologiche, come il battito cardiaco, la frequenza
respiratoria, il senso di equilibrio. Purtroppo, se all’inizio le
tre tentate soluzioni riducono la sensazione di paura, in
seguito la alimentano: evitando una situazione che mi
spaventa, in un primo momento mi pare di aver scongiurato
il rischio ma, confermando a me stesso l’incapacità di gestire
la condizione, ne rafforzo e aumento la pericolosità; a sua
volta, l’effetto a catena sostiene il mio senso di incapacità.
Questo processo conduce inevitabilmente all’aumento
esponenziale della paura.
Nel secondo caso la richiesta di protezione e di aiuto dagli
altri, di nuovo, se dapprima ci fa sentire protetti dal pericolo,
in seguito conferma e rafforza la sensazione di incapacità di
fronteggiare da soli la situazione. Anche qui si innesca una
reazione a catena che porta a una svalutazione sempre più
marcata delle proprie risorse.
La terza psicotrappola è decisamente la più sorprendente e
paradossale: il tentativo di controllare mentalmente le nostre
attivazioni fisiologiche spontanee non fa che alterarle. Più
cerco di controllare il battito cardiaco, più questo aumenta;
più cerco di regolarizzare la respirazione, più ne altero il
ritmo; più cerco di controllare il senso di equilibrio, più mi
sento instabile.
Nel tentativo di mantenere il controllo lo perdiamo e
creiamo ciò che ci spaventa. La reiterazione di questo circolo
vizioso conduce a una profonda perdita di fiducia nella
propria capacità di gestire le reazioni psicofisiologiche. Ciò
ci fa sentire impotenti e vittime di qualcosa con cui non
possiamo combattere, se non uscendone immancabilmente
sconfitti.
Quando queste tre tentate soluzioni fallimentari vengono
messe in atto contemporaneamente, sono sufficienti pochi
mesi per costruire un disturbo da attacchi di panico.
All’inizio la patologia si orienterà alle situazioni che abbiamo
evitato, ma gradualmente si trasformerà in una sindrome
generalizzata sulle sensazioni interne: in altre parole, non ci
sarà più bisogno di uno stimolo esterno perché si giunga alla
cosiddetta «paura della paura».
Per ribadire come questi aspetti relativi alle psicotrappole
e alla loro degenerazione in psicopatologie non siano il frutto
di fantasie, né ipotesi non verificate empiricamente né
congetture basate sullo studio di casi isolati, è necessario
sottolineare come tutto ciò derivi da un’esperienza
ultraventennale non solo mia ma anche di centinaia di allievi
e collaboratori e dai risultati effettivi di terapie applicate a
centinaia di migliaia di casi in tutto il mondo.
Questa considerazione è doverosa per evitare che il lettore,
sulla base del carattere divulgativo del testo, possa essere
tratto in inganno e pensare che dietro tutto ciò non vi sia un
reale supporto scientifico. Per chi volesse approfondire
questo punto, la bibliografia a fine volume è un valido
strumento per i temi d’interesse specifico.
Le sette psicotrappole del pensare

Nelle pagine che seguono verranno esposte le modalità del


pensare frutto di nostre percezioni, convinzioni, credenze
che, quando sono applicate rigidamente, conducono alla
costituzione di psicotrappole prima e di possibili patologie
psichiche e del comportamento poi. Come vedremo, questo è
il caso di strutturazioni del nostro modo di pensare che, nella
maggior parte dei casi, difficilmente riusciamo a vedere, e
quindi ad analizzare e infine a modificare, poiché sono parte
integrante dell’identità personale sviluppata fin dall’infanzia,
attraverso l’adolescenza e l’età adulta in virtù delle
esperienze, della cultura in cui siamo cresciuti e delle
conoscenze acquisite. Pertanto, fare i conti con queste
trappole rappresenta un vero e proprio funambolismo
mentale: osservarci dal di fuori mentre siamo dentro di noi.
È un esercizio non certo facile, perché significa essere attori
protagonisti e al tempo stesso registi del film della nostra
vita. Come il lettore vedrà, a ogni psicotrappola del pensare
corrisponde una psicosoluzione. Nel capitolo successivo,
invece, tratteremo delle psicotrappole dell’agire, dove le
psicosoluzioni riguarderanno i modi per uscire dalla trappola
dopo esserci caduti.

1. L’inganno delle aspettative

La psicotrappola che si osserva più di frequente in ogni


epoca della storia umana è la tendenza ad attribuire ad altri
le nostre percezioni e convinzioni, aspettandosi da loro
esattamente le nostre azioni e reazioni. Ma se si tiene
semplicemente conto del fatto che ogni singolo organismo si
è evoluto attraverso esperienze differenti ed è dotato di
caratteristiche biopsicologiche del tutto originali e
irripetibili, questa attribuzione non ha alcun senso.
In realtà, se pensiamo che ogni essere umano costruisce il
proprio comportamento e il proprio pensiero attribuendo agli
eventi nessi causali e caratteristiche formali, determinate "in
gran parte da autoinganni,3 schematizzazioni riduttive e
rigide convinzioni, questa psicotrappola appare del tutto
ragionevole. Colui che si è fatto un’idea di ciò che è giusto e
non è giusto fare, che ha elaborato una serie di valori etico-
morali da rispettare che nella propria esperienza si sono
rivelati vantaggiosi per sé e per gli altri, trova molto difficile
immaginare modalità alternative per pensare e gestire la
vita. Così, di fronte al comportamento diverso degli altri,
magari di qualcuno in cui si ripone grande fiducia, queste
persone vanno profondamente in crisi. Tuttavia tale
delusione – o sofferenza – è solo la conseguenza più banale
di questa psicotrappola. La situazione diventa tragica
quando, prendendo decisioni importanti oppure in situazioni
di rischio o di notevole coinvolgimento affettivo ed emotivo,
ci aspettiamo che gli altri facciano esattamente quello che
faremmo noi al loro posto: in questo caso, ben prima della
delusione dovremo affrontare gli effetti indesiderati, talvolta
pesanti, di azioni basate su aspettative sbagliate. Purtroppo,
questa psicotrappola si estende pressoché a tutte le sfere
della nostra esistenza, è spesso fonte di sconfitte e amare
delusioni e può generare gravi forme di depressione o
reazioni di rabbia e aggressività fuori controllo.
Possiamo, infatti, essere vittime delle nostre aspettative
erronee non solo nei confronti degli altri o «di come va il
mondo», ma anche, come spesso accade, nei riguardi di noi
stessi. Basti pensare a quante volte ci diciamo che cosa
sarebbe giusto fare e a quante volte poi spontaneamente
facciamo altro, oppure a quando, sotto una certa pressione
emotiva, optiamo per qualcosa di meno oneroso e stressante
rispetto a ciò che sarebbe giusto fare. Da un punto di vista
cognitivo, questa psicotrappola si basa sulla scarsa capacità
di assumere diversi punti di vista nella valutazione della
realtà: ci abbarbichiamo rigidamente a convinzioni e
credenze rassicuranti, quando in realtà, come abbiamo già
visto, non si tratta solo di scelte consapevoli, ma il più delle
volte di posizioni assunte in base a percezioni e sensazioni
mediate non dalla ragione ma da emozioni del momento, o
dall’associazione, spesso inconsapevole, a esperienze
precedenti. Pertanto, non basta saper pensare bene per
evitare di scavarsi questa trappola mentale.
Come dice J.K. Rowling: «Siamo legati con vincoli invisibili
ai nostri timori. Siamo il burattino e il burattinaio vittime
delle nostre aspettative».

Psicosoluzione
In questo caso non esiste uno stratagemma terapeutico
generico che funga da antidoto al problema. Per uscire da
questa psicotrappola è necessario un atteggiamento mentale
che ne prevenga la costituzione, ovvero è necessario
osservare la realtà attraverso lo sguardo degli altri, e non
solo di chi è più vicino a noi e, soprattutto, è necessario
evitare di irrigidirci nella nostra prospettiva come se fosse
l’unica e la migliore. Si tratta, cioè, di cercare di porci dal
punto di vista degli altri soggetti: un esercizio che deve
diventare costante, perché alla nostra mente basta
pochissimo per ricondurci a schematizzazioni rigide e a
comodi autoinganni, essendo questo il suo naturale
funzionamento, e quindi applicare con costanza l’imperativo
etico di Heinz von Foerster: «Comportati sempre in modo da
aumentare le possibilità di scelta».

2. L’illusione della conoscenza definitiva


Mentre la prima psicotrappola riguarda le aspettative
individuali, la seconda ha a che fare con l’illusione tipica
dell’uomo moderno di ottenere il potere su ogni cosa
attraverso la conoscenza. In altri termini, questa
psicotrappola coincide con l’attribuzione al «sapere esatto»
del potere di illuminare gli esseri umani con una luce di
natura divina in grado di dominare ogni aspetto
dell’esistenza: la fiducia sfrenata nella possibilità di
raggiungere, prima o poi, la conoscenza definitiva della
realtà. Non c’è dubbio che questa passione per lo studio e la
ricerca abbia permesso all’uomo di raggiungere risultati
sensazionali e di fondare le discipline scientifiche. Tuttavia,
il bisogno di sentirci rassicurati su ciò che non possiamo
controllare nella nostra esistenza, come ad esempio il caso e
la morte, ci induce spesso a sopravvalutare il potere effettivo
della conoscenza: in realtà, non siamo neppure in grado di
gestire o controllare ciò che risulta evidente. Persino nei rari
casi in cui si giunge a una conoscenza inoppugnabile di un
certo fenomeno, non siamo necessariamente in grado di
acquisirne il controllo.
La medicina sa spiegare come si sviluppa un tumore, ma
non è ancora in grado di controllarne o impedirne la
crescita. La meteorologia spiega scientificamente come si
producono un fulmine o un uragano, ma non per questo
possiamo prevederne o azzerarne gli effetti. E potremmo
fare molti altri esempi. Eppure, l’uomo continua a confidare
nella «conoscenza definitiva». Persino quando la scienza
novecentesca ha dimostrato l’impossibilità di una
conoscenza «oggettiva»4 e l’inapplicabilità del principio
lineare di causa-effetto alla maggior parte dei fenomeni
complessi,5 quando ha evidenziato l’influsso inevitabile
dell’osservatore "sull’oggetto osservato6 e del pensatore su
ciò che pensa di pensare obiettivamente,7 non è ancora
svanita l’illusione, o forse dovremmo dire la credenza, che si
possa acquisire il potere sulle cose tramite la conoscenza.
È necessario sottolineare di nuovo l’importanza della
psicotrappola della conoscenza oggettiva e del suo presunto
potere sulle cose, poiché spesso riteniamo che l’unica via per
risolvere i problemi dell’esistenza sia dedicarsi
esclusivamente alla ricerca di spiegazioni scientifiche o
argomentazioni oggettive e ragionevoli di ogni evento. Ma
chi ha subito, ad esempio, un tradimento, per quante
spiegazioni possa darsi non avrà pace. Così chi ha perso
all’improvviso in un incidente una persona cara non trarrà
alcun beneficio dalle spiegazioni razionali dell’evento,
proprio come chi subisce una grave malattia non potrà
appellarsi a nessuna spiegazione. Gli esempi di questo tipo
sarebbero fin troppo numerosi. In generale, il tentativo di
spiegare in modo oggettivo l’inspiegabile o l’inaccettabile
diviene fonte di sofferenza.
Come scrive Emil Cioran: «Chi non ha sofferto a causa
della conoscenza non ha conosciuto nulla». L’esempio più
utile per spiegare come l’uomo moderno ritorca contro se
stesso l’illusione della conoscenza e dei suoi effetti
rassicuranti è rappresentato dal disturbo ipocondriaco: il
terrore di ammalarsi di malattie gravi e incurabili è
alimentato dal ricorso ossessivo a consulti diagnostici e
check-up strumentali, con l’effetto – spesso tragicomico – di
ammalarsi proprio a causa del timore e dello stress
psicofisiologico.
Lo stesso accade per i patofobici, che si sottopongono a
esami sempre più sofisticati, come la risonanza magnetica e
la TAC, con l’illusione di prevenire infarti o altre patologie,
cosa del tutto impossibile.
Va segnalato che in Italia oltre la metà degli esami
diagnostici vengono eseguiti a scopo di rassicurazione.
Questo, in realtà, come vedremo più avanti, produce l’effetto
contrario, alimentando la paura anziché combatterla.
Purtroppo la psicotrappola della «conoscenza esatta» ha
contagiato anche numerose discipline scientifiche,
riportandole al livello epistemologico8 di fine Ottocento,
quando si diffuse il positivismo,9 secondo cui la «conoscenza
scientifica» avrebbe eliminato ogni problema e sofferenza
umana. Può sembrare incredibile, ma negli ultimi decenni i
metodi statistici quantitativi, trattandosi di elaborazioni
matematiche, vengono utilizzati come verifica scientifica dei
risultati, dimenticando che la statistica è solo una tecnica
per l’elaborazione dei dati, e non un metodo di validazione.
Le cosiddette «riviste scientifiche» pretendono quindi che gli
articoli siano ricchi di analisi statistiche, sinonimo di rigore
scientifico, quando in realtà l’effetto è opposto: privilegiando
le analisi quantitative e gli studi di laboratorio ci si allontana
sempre di più dalla realtà e si riduce la propensione alla
scoperta.
Un altro esempio tragicomico chiarisce anche meglio come
questa psicotrappola si insinui nella scienza generando
effetti indesiderabili. Quando la crisi economica iniziava a
manifestare i suoi effetti più devastanti, la regina Elisabetta
d’Inghilterra in una sua visita alla London Business School
chiese come mai nessuno l’avesse prevista e gestita,
considerato il fatto che a posteriori le cause sono apparse
evidenti a tutti.
Una prima risposta arrivò solo otto mesi dopo dalla British
Academy, a firma di una trentina di professori delle più
prestigiose università britanniche, banchieri e altri
rappresentanti di istituzioni finanziarie. Questi riferirono «…
spesso (i banchieri, economisti e finanzieri) perdevano di
vista il quadro complessivo». Gli autori proseguono con una
sconfortante accusa: «Una generazione che ha ingannato se
stessa e chi li reputava ingegneri dell’economia avanzata».
Circa un mese dopo fu recapitata alla sovrana una nuova
lettera, questa volta firmata da una decina di altri illustri
docenti. Costoro erano d’accordo su molti punti evidenziati
dai loro colleghi, ma li accusavano di aver omesso la causa
principale: le carenze culturali degli economisti.
Il dito veniva puntato questa volta sulla preferenza per le
tecniche matematiche a scapito di altre discipline:
psicologia, filosofia, storia. Queste avrebbero permesso loro
di comprendere la realtà nel suo insieme e ottenere visioni
sistemiche utili all’azione di governo. Al contrario, come già
evidenziava un lavoro della commissione dell’American
Economic Association nel 1991, le università di tutto il
mondo – americane in testa – stavano producendo troppi
idiots savants, esperti di tecniche ma ingenui sui reali
problemi economici (Nardone, Milanese, Prato Previde,
2012, pp. 5-6).

Psicosoluzione
Per mantenere un sano scetticismo riguardo a ogni forma di
«verità indiscutibile», per non rinchiuderci in certezze
rassicuranti ma che ci intrappolano, anche quando queste
vengono dalla scienza, vale di nuovo ricordare l’«imperativo
etico» di Heinz von Foerster. Nietszche scriveva: «L’essere
umano di fronte all’ignoto non va per il sottile allo scopo di
rassicurarsi: spesso prende una cosa che sa essere falsa e la
rende vera in quanto utile a tale scopo». Questa dinamica è il
meccanismo dell’autoinganno rassicurante: avvicinare la
realtà ai nostri desideri vedendovi ciò che noi vi mettiamo.
Anche Blaise Pascal ammoniva: «Gli uomini vedono nella
materia un ordine che loro vi hanno messo». Pertanto
dobbiamo imparare a tenere a bada la naturale propensione
a rassicurarci tramite gli autoinganni consolatori.

3. Il mito del ragionamento perfetto

Se la «conoscenza o la verità definitiva» in grado di salvarci


rappresentano un’illusione umana ed estremamente diffusa,
vediamo ora una psicotrappola che è prerogativa solo dei
soggetti più intelligenti e intellettualmente più elevati. Si
tratta dell’idea secondo cui, attraverso un ragionamento che
rispetti i criteri della logica razionale, si possano affrontare
tutti i problemi e le difficoltà della vita. È ciò che Paul
Watzlawick definiva l’«ipersoluzione» del razionalismo:
riporre la propria fiducia, talvolta in modo cieco, nella
capacità di analizzare qualunque fenomeno umano,
rischiarati dal lume dell’intelletto, e giungere attraverso una
logica stringente alla spiegazione e al controllo. Questo
sublime autoinganno è il prodotto di millenni di filosofia e
logica che da Aristotele in poi hanno guidato con successo
l’uomo a sviluppare l’intelligenza e la capacità di gestire la
realtà. Ma quando tutto ciò diventa una forma rigida e
assoluta di analisi di ogni fenomeno, il processo da
funzionale diventa disfunzionale.
Hegel, spingendo il «lume dell’intelletto» sino a posizioni
metafisiche,10 sosteneva che «se la teoria non concorda con
i fatti, tanto peggio per i fatti». L’assoluta fiducia nella
capacità di «razionalizzare» diviene una sorta di religione
dell’intelletto che provoca effetti simili a quelli di una fede
dogmatica, come affermava drasticamente Georg
Lichtenberg: «La fede cieca nella ragione instupidisce più di
qualunque religione». Al di là del duello storico tra
«razionalisti» e «irrazionalisti», non dovremmo mai
dimenticare che nei ragionamenti logici e nei calcoli
matematici «tutto torna» perché noi abbiamo costruito tali
modelli di analisi proprio perché tutto torni.
Ad esempio, lo stupore che si prova di fronte alla
perfezione di complessi passaggi matematici dovrebbe
cedere il passo all’idea «scettica» che si tratti solo di
costruzioni strutturate appositamente per funzionare così.
Questo ha permesso all’uomo di sviluppare capacità
tecnologiche formidabili; tuttavia tutto ciò può essere
applicato con successo solo ai fenomeni lineari,
caratterizzati da nessi di causa-effetto non ricorsivi11 o
autopoietici.12
Nessuna spiegazione razionale o calcolo matematico, come
sostiene uno dei più grandi logici e filosofi del Novecento,
Ludwig Wittgenstein, può aiutarci quando amiamo qualcuno
che non ci ama, oppure quando in preda alla paura ci
comportiamo in modo irrazionale, come ad esempio ripetere
un «mantra» per propiziare il buon esito di un evento che
temiamo. Oppure, il fatto di poterci ragionevolmente fidare
dei dati secondo cui l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro
non ci aiuta certo a superare la paura del volo. Di nuovo, gli
esempi sono innumerevoli. Qui è importante evidenziare, con
le parole di Nietzsche, come si costituisca questa
psicotrappola: «Tutto ciò che è assoluto appartiene alla
patologia». E questo vale anche per l’intelligenza e la logica,
se portati all’estremo.

Psicosoluzione
Affinché sia efficace, ciò che l’uomo ha magistralmente
costruito va applicato solo dove funziona. In altri termini, se
dobbiamo prendere una decisione su una questione pratica,
come un itinerario di viaggio, un acquisto conveniente, la
stesura di un bilancio economico, l’uso di una logica
razionale ci sarà di grande aiuto. Se al contrario dobbiamo
decidere se perdonare o meno chi ci ha tradito, oppure
superare la fobia del volo o interrompere dei rituali
propiziatori compulsivi, dobbiamo ricorrere a strumenti
logici differenti che ci consentano di gestire gli autoinganni
disfunzionali, le emozioni irrazionali e i nostri
comportamenti contraddittori, se non paradossali.
Fortunatamente, con la sua intelligenza l’uomo è riuscito a
produrre anche strumenti che vanno oltre i limiti della
«razionalità classica», utili per affrontare fenomeni più
complessi cui tale logica non può essere applicata.13

4. Lo sento quindi è
Se la fiducia nella conoscenza e la fede nella ragione
poggiano sulla solida base della filosofia e della scienza,
quella del proprio «sentire» non può reclamare origini
altrettanto nobili, bensì affonda le sue origini nella
tradizione profetica. Nonostante lo scarso rigore di questa
matrice, da sempre la maggior parte di noi ritiene le
sensazioni una fonte indiscutibile di verità altrimenti
imperscrutabili. E proprio per questo il fatto di dire «me lo
sento» spesso travolge qualunque ragionevolezza e porta a
costruire convinzioni e a prendere le conseguenti decisioni
senza alcun rigore analitico né prove empiriche. In questo
caso, è la matrice intuitivo-profetica a guidare e a
contaminare i successivi processi mentali.
La psicotrappola del «me lo sento quindi è» rappresenta,
da un punto di vista «interazionale»,14 la tipica dinamica
della «profezia che si autorealizza»: attribuiamo a qualcuno
o a qualcosa certe proprietà percepite senza prove tangibili,
ma solo sulla base delle nostre sensazioni; quindi,
nell’interazione con il soggetto o con la realtà che ha
innescato tale intuizione, cerchiamo selettivamente le prove
che verificano ciò che abbiamo sentito. È come se
indossassimo delle lenti deformanti che alterano
letteralmente le percezioni facendoci vedere tutto ciò che
conferma le nostre sensazioni ed esclude ciò che le
disconferma. Per quanto tutto questo possa apparire illogico,
da secoli esperimenti scientifici e studi sistematici
dimostrano la tendenza dell’uomo a formulare profezie che si
autorealizzano. Anche la letteratura è ricca di esempi simili,
spesso tragici.
Forse, però, la prova più tangibile è rappresentata dalle
nostre attribuzioni nei confronti delle persone che amiamo,
sopravvalutate sotto l’influenza dei sentimenti. Per il
pensatore scettico l’amore è l’autoinganno più sublime, in
grado di mostrarci nella persona amata molto di ciò che
vorremmo vederci, ovvero trovandovi molto di ciò che vi
mettiamo noi. Infatti, quando l’amore finisce, spesso si dice:
«Non è più la persona che amavo». Non è né una menzogna,
né una giustificazione della rottura di un rapporto: in effetti,
le lenti che deformavano la percezione della persona amata
si sono infrante.
Tuttavia, con questo non si vuole negare del tutto la fiducia
che possiamo riporre nell’intuito, nelle percezioni
«epidermiche» o nella capacità di immaginare al di là della
realtà concreta: ciò significherebbe negare l’enorme
contributo fornito dall’intuizione alle scoperte scientifiche.
Allo stesso modo non possiamo certo sottovalutare il fatto
che il «sentire» ci fa andare oltre il «capire» e ci permette di
affrontare con successo condizioni e difficoltà dove la pura
ragione soccombe. L’importante è che l’intuizione sia
corroborata dai fatti concreti, che il «sentire» sia seguito dal
toccare con mano, che l’immaginazione conduca ad
applicazioni reali. Dobbiamo quindi imparare a far lavorare
insieme il «sentire», il «capire» e l’«agire» in modo che si
controllino e si verifichino a vicenda. In caso contrario, il
rischio dell’autoinganno disfunzionale e della profezia che si
realizza è sempre molto elevato.

Psicosoluzione
Come già anticipato, si tratta di usare ragione e intuizione
come contrappesi mentali, e la prova empirica come atto in
grado di validare l’uno e l’altro. È molto importante
ascoltare le nostre sensazioni, sia interne che esterne,
passandole poi al vaglio della prova concreta e della
riflessione.
L’equilibrio personale si nutre tanto del «sentire», quanto
del «capire» e dell’«agire» con successo. Dobbiamo coltivare
tutte le nostre prerogative e caratteristiche personali, anche
quelle «troppo umane»: solo attraverso l’esercizio costante
si può divenire funamboli nel padroneggiare e gestire le
emozioni contrastanti che derivano dalle continue
oscillazioni fra il percepire noi stessi e il mondo che ci
circonda.

5. Pensa positivo

Non è certo una psicotrappola moderna: tracce di tale


illusione si ritrovano fin dall’antichità, ma solo in tempi
recenti si è cercato di dare dignità scientifica a questa
convinzione. Psicologi, sociologi ed economisti «alla moda»
producono in continuazione studi e ricerche per dimostrare
come il pensiero positivo influenzi il benessere e la felicità
delle persone. Se alcuni risultati possono indicare una
correlazione tra felicità e benessere da una parte e
l’esercizio al pensare positivo dall’altra, molto più numerose
sono le dimostrazioni secondo cui il crollo delle illusioni
suscita delusioni cocenti che spesso portano a forme
depressive patologiche. Inoltre, tanto più elevata è
l’aspettativa, tanto più devastante è l’effetto della delusione
quando questa non si realizza. Tale effetto deprimente è noto
da sempre e la letteratura ne è ricca di esempi, da Omero a
Virgilio, da Shakespeare a Leopardi, da Dostoevskij a
Camus, da Tomasi di Lampedusa a Sciascia. Eppure – sulla
scia di influenze orientaleggianti, della beat generation fino
alla new age e alla psicologia positiva – l’esercito di coloro
che credono fermamente nell’ottimismo e nel pensiero
positivo continua a proliferare: una sorta di moderna
religione senza Dio, basata sulla presunta capacità dell’uomo
di influenzare positivamente il proprio destino mediante il
pensiero ottimistico.
Ma come è ben noto ai ricercatori, il meccanismo della
profezia che si autorealizza funziona molto più in negativo
che in positivo e gli effetti positivi sono possibili solo quando
il meccanismo dell’autoinganno è inconsapevole. Quando il
meccanismo è volontario si ottiene un effetto paradossale.
Ad esempio, se sono triste e mi sforzo di pensare in positivo,
finisco per deprimermi ancora di più; se ho paura e cerco di
pensare ottimisticamente mi spavento ulteriormente. Ma i
fautori del pensare positivo sottovalutano o negano le
evidenze empiriche degli effetti quasi sempre paradossali del
tentativo di influenzare la realtà. Inoltre non tengono conto
che fenomeni ben noti, come l’«effetto placebo» e l’effetto
aspettativa del paziente in medicina e psicoterapia vengono
ottenuti non con lo sforzo volontario di pensare positivo, ma
per effetti suggestivi involontari e non coscienti. Il potere
terapeutico di questi due effetti si basa sulle attribuzioni
inconsapevoli del paziente: nel primo caso, egli ritiene la
sostanza inerte un farmaco vero e proprio, nel secondo
pensa che la cura o il terapeuta abbiano poteri straordinari,
sulla base di credenze o sulla fama del taumaturgo.
Tutto questo non ha nulla a che fare con l’illusione
volontaria che tutto andrà bene perché penso positivo. Gli
autoinganni funzionano solo se esercitati
inconsapevolmente: quando diventano espliciti perdono il
loro potere. Il pensare positivo è un atto volontario e
consapevole e proprio per questo è poco efficace.

Psicosoluzione
L’indicazione è tenere a bada la tendenza a creare illusioni
volontarie, poiché solo quelle inconsapevoli possono essere
efficaci. È necessario ricordare che, nella migliore delle
ipotesi, un’aspettativa elevata rende bello il viaggio ma
deludente l’arrivo; nella peggiore, l’effetto sarà: illusione –
delusione – depressione. Inoltre, non dovremmo mai
applicare il pensare positivo di fronte a percezioni/emozioni
come paura, rabbia o dolore, che verrebbero esasperate
anziché ridotte.
Il pensare positivo funziona bene solo quando si hanno già
esiti di successo: in questo caso, amplifica la fiducia nelle
nostre capacità e nelle nostre risorse già espresse nei fatti.
Ciò significa incrementare gli sforzi sulla base di un’efficacia
comprovata, proprio all’opposto di un’aspettativa illusoria e
volontaria.

6. Coerenza a ogni costo

Nonostante la storia e la scienza dimostrino che solo gli


stupidi e, qualche volta, i folli non cambino mai idea, la
coerenza con le proprie idee e i propri valori rimane un
principio inossidabile. Nemmeno la ferocia della coerenza
ideologica più estrema, causa di conflitti, guerre e molte fra
le azioni più atroci perpetrate dall’uomo nei secoli, è servita
a scalfire la solida e spesso cieca importanza attribuita al
principio di coerenza. Vale la pena ricordare che, quando
Aristotele lo formulò come un criterio della sua logica, il
filosofo si riferiva alla coerenza interna di un modello di
analisi, e non certo alla protervia con cui alcuni difendono le
proprie posizioni anche di fronte all’evidenza del fallimento
in nome della virtù della coerenza.
Come affermava Benjamin Franklin: «È esperienza nota
che gli esseri umani non imparano dall’esperienza». Forse la
storia delle grandi religioni, che riporta le vicende dei
martiri in nome della coerenza con la propria fede, ha
esaltato il valore di questo atteggiamento come una
caratteristica di santità. Allo stesso modo, la storia delle
grandi rivoluzioni ci racconta delle eroiche ribellioni e delle
condanne subite per difendere le proprie idee. La lotta di
classe suscitata dal pensiero di Marx ha fatto poi del
principio di coerenza ideologica un vero vessillo del
cambiamento sociale.
Non intendiamo certo negare il valore della coerenza, anzi
intendiamo sottolinearne la portata e il significato
distinguendone l’applicazione funzionale da quella
disfunzionale e pericolosa, per sé e per gli altri. Da una parte
va ammirato il martirio di san Sebastiano, che fu trafitto,
fatto a pezzi, e venne poi gettato nella Cloaca Maxima, a
Roma, per non aver rinunciato, quale soldato romano, alla
fede in Cristo. Dall’altra non si può certo lodare la coerenza
di Hitler nel folle progetto di eliminazione del popolo
ebraico.
In altri termini, se la premessa è erronea, tramite un
ragionamento corretto perché coerente, posso giungere a
risultati disastrosi. Per un soggetto pericolosamente
paranoico, il fatto di doversi difendere dagli altri sino a
commettere crimini efferati è non solo ragionevole, ma
perfettamente coerente con le sue convinzioni, e quindi
giusto.
Di coerenza muoiono tante aziende ogni anno: per
rimanere fedeli alla mission produttiva che le ha portate al
successo, non si evolvono adattandosi agli sviluppi e ai
mutamenti dei mercati.
Quando la coerenza, da utile strumento della logica o
forma di difesa delle proprie idee e principi, si trasforma in
procedura dogmatica, ci rende rigidi e incapaci di adattarci
in modo flessibile ai cambiamenti della realtà. Si tratta di un
effetto, per così dire, «contro natura», poiché mina il cardine
fondamentale della sopravvivenza e dell’evoluzione dei
sistemi viventi, ovvero il principio di adattamento.
La coerenza a tutti i costi è, pertanto, un assunto che non
calza a molte delle realtà che viviamo, mentre è un principio
utile e sacrosanto in determinati contesti. Non è difficile
dimostrarlo: il lettore ha mai conosciuto una persona
assolutamente coerente nei pensieri e nelle azioni? Non
credo che qualcuno possa rispondere affermativamente,
d’altronde sarebbe impossibile: oscilliamo senza sosta
sospinti dai venti delle passioni come dalle folate dei
desideri, siamo risucchiati dai vortici dei nostri tormenti e
trascinati dalle correnti delle sofferenze, risollevati dai nostri
successi per poi essere sbattuti a terra dalle delusioni,
esaltati dall’amore o annichiliti dal rifiuto.
La coerenza assoluta è di un altro mondo, non di quello di
noi umani. Quando la pretendiamo dagli altri o dai noi stessi
entriamo nel dominio della patologia travestita da virtù.

Psicosoluzione
Per prevenire questa psicotrappola è necessario imparare ad
accettare le incoerenze altrui oltre alle nostre, ed evitare di
elevarsi a inquisitori degli altri e di noi stessi perché
colpevoli di non essere coerenti. Come abbiamo visto, questo
significa andare contro la stessa natura umana.
L’ambivalenza, una delle caratteristiche più denigrate dal
buon senso comune, è in realtà un tratto inevitabile del
nostro relazionarci con noi stessi, gli atti e il mondo.
Pretendere di sopprimerla è come cercare di tenere un gatto
dentro un sacco: questo gratterà, morderà, e una volta libero
sarà ingestibile, mentre possiamo educarlo e farcelo amico
se ne rispettiamo la caratteristica di essere talvolta
incoerente, e quindi fuori dal nostro controllo razionale.

7. Sopravvalutare e/o sottovalutare

Tra gli errori di valutazione, il più umano – e non solo,


perché lo si osserva anche tra gli animali più evoluti – ossia
quello di sopravvalutare le persone che amiamo, come i figli,
il partner o gli amici, è senza dubbio il più diffuso. Meno
considerato invece, forse perché meno utile, è il suo opposto,
che tuttavia è persino più frequente: sottovalutare chi non ci
piace e chi rifiutiamo. Quante volte diciamo, a proposito di
qualcuno che disprezziamo: «Ha avuto successo solo perché
lo hanno aiutato, lo hanno raccomandato o perché si è
prostituito, o appartiene a chissà quale associazione segreta
o setta»; mentre invece, a proposito di qualcuno che
apprezziamo: «Sì, è stato aiutato, ma se lo meritava, oppure
ci ha messo del suo, gli hanno dato solo una spintarella».
Utilizziamo per la stessa situazione due pesi e due misure a
seconda della relazione che abbiamo con il soggetto in gioco.
Questo è solo un piccolo esempio quotidiano della tendenza
a essere miopi o perfino ciechi nei confronti delle persone
che ci sono vicine. Nei confronti di chi è lontano o diverso da
noi, invece, riusciamo a essere crudeli o disumani.
I sociobiologi spiegano questo fenomeno come effetto di un
«gene egoista» che ci induce per natura a proteggere tutto
ciò che è familiare in senso genetico. In questo modo si
giustifica una delle attitudini umane peggiori, fonte
pericolosa di disastri e delitti. Quanti padri, sopravvalutando
i meriti dei figli, lasciano loro in mano un’azienda
faticosamente costruita negli anni, per vedersela poi
distruggere in poco tempo a causa dall’incapacità
manageriale e dall’arroganza. Quante famiglie d’origine,
schierandosi strenuamente a tutela del figlio e della figlia
«vittima» del «cattivo partner», inducono una coppia allo
scontro, spesso fino alla separazione. Quante volte i genitori
giustificano i figli anche quando sono colpevoli di orribili
delitti.
Si pensi a una forma assai più banale di autoinganno: il
tifoso trova sempre delle attenuanti – la sfortuna, o l’«arbitro
cornuto» – per la sconfitta della propria squadra e,
all’opposto, una spiegazione negativa per la vittoria della
squadra rivale.
Fin qui abbiamo considerato solo l’effetto di questa
psicotrappola nel caso del nostro giudizio sugli altri.
Tuttavia, applicata a noi stessi gli effetti sono persino più
gravi. Proviamo a fornire una spiegazione razionale del fatto
che donne bellissime, convinte dei propri difetti, si
sottopongano a ripetuti interventi di chirurgia estetica
riducendosi spesso a veri e propri mostri. Oppure pensiamo
a quanti, sopravvalutando le proprie doti di pilota, sciatore o
tuffatore, finiscono per provocare un incidente. O ancora a
coloro che, sopravvalutando i propri talenti, insistono nel
seguire una carriera in cui non avranno mai successo.
Oltre trent’anni fa lessi per la prima volta un articolo di
John Weakland, uno dei grandi maestri della psicoterapia
breve, in cui l’autore spiegava come la maggioranza dei
problemi che portavano a psicopatologie invalidanti fosse
riconducibile proprio alla tendenza a sopravvalutare o a
sottovalutare la realtà. Rimasi folgorato dall’apparente
semplicità della formulazione, ma poi imparai, per usare le
parole di Gregory Bateson, che «non c’è nulla di più pratico
di una buona teoria». Non c’è nulla di più semplice della
rilevazione dell’autoinganno, di cui siamo artefici prima e
vittime poi, della tendenza a sopravvalutare ciò che ci piace
e a sottovalutare ciò che non apprezziamo.
Da decenni la psicologia delle attribuzioni mostra quanto
siamo bravi a ingannarci in questo senso. Fin dall’Ottocento
gli antropologi culturali parlavano di «etnocentrismo»: i
membri di una certa cultura tendono ad avvalorare i propri
valori, usi e costumi e a squalificare quelli di culture
differenti. Da tempo anche i sociologi sottolineano la nostra
tendenza a conformarci ai meccanismi della società,
avvalorandoli; anche quando ci ribelliamo, costruiamo regole
a cui aderire sopravvalutandone l’importanza. Non è un caso
che nella storia si sia assistito a rivoluzioni che hanno
riprodotto la sopravvalutazione dei valori rivoluzionari e la
sottovalutazione di quelli del potere a cui si opponevano, per
poi perpetrare i medesimi crimini.
Sulla base di numerosi esperimenti, Leon Festinger, uno
dei più grandi psicologi del Novecento, ha formulato la
teoria della dissonanza emotivo-cognitiva, con cui spiega
come gli esseri umani, una volta assunta una decisione,
cerchino tutte le prove che la confermano ed evitino tutto ciò
che ne evidenzia la possibile fallacia. Ad esempio, se
decidessimo di comprare una Fiat 500, cercheremmo tutte le
informazioni in grado di confermare la validità della nostra
scelta, così come ignoreremmo tutte quelle che la
squalificano o che valutano positivamente altri modelli di
auto, di cui, invece, cercheremmo dati negativi. La teoria di
Festinger è una variante ancora più sottile della
psicotrappola del sopravvalutare e sottovalutare.
L’autoinganno di cui stiamo trattando nella maggioranza dei
casi ha effetti funesti. Ad esempio una persona aggressiva
sopravvaluta il minimo giudizio squalificante ricevuto e lo
trasforma in provocazione a cui reagire con violenza.
All’opposto, una persona bendisposta difficilmente coglie i
segnali di pericolo anche in persone palesemente inaffidabili.
Per utilizzare un’immagine di Ugo Bernasconi, «siamo
come auto che corrono nella notte gettandosi nello spazio
proiettato dai nostri fari». Come il pilota dell’auto rischia
molto se considera solo lo spazio delimitato dalla luce dei
suoi fari, noi tutti dobbiamo tenere presente che al di là di
ciò che vediamo e sentiamo direttamente c’è un mondo
intero che non può essere ignorato.

Psicosoluzione
Il primo esercizio consiste nel confrontarsi spesso con gli
altri riguardo ai nostri giudizi sulle persone a noi più care,
verificando che a loro volta non mentano solo per ottenere il
nostro appoggio o che non siamo vittime dei nostri stessi
autoinganni. Soprattutto dobbiamo osservare da più
prospettive possibili tutto ciò che ci riguarda da vicino e,
come già sottolineato, cercare di comprendere le ragioni di
chi è ostile o di chi non apprezziamo sino a ritenerle
ragionevoli. È l’antidoto più potente a questa psicotrappola.
Infine, la «sana disillusione» è senza dubbio l’atteggiamento
concretamente più utile per evitare questa psicotrappola.
Con le parole di Oscar Wilde, la «realtà va messa sulla
corda tesa sino a renderla funambolica»: solo coloro che
superano questa prova possono essere valutati
correttamente. La «migliore prova di una teoria è la sua
applicazione» sosteneva Georg Lichtenberg. Lo stesso vale
per le nostre valutazioni sulle persone e sulle cose: dapprima
mettiamole in condizione di dimostrare effettivamente il loro
valore; fino ad allora dovremo sospendere il giudizio al di là
del nostro amore e dei nostri desideri, poiché questi sono sì
la fonte dei piaceri più profondi, ma anche degli autoinganni
più dolorosi.
Le otto psicotrappole dell’agire

Abbiamo visto come le nostre percezioni, pensieri e credenze


possano provocare un autoinganno disfunzionale. Ora
illustreremo come le nostre azioni, consapevoli o meno, se
reiterate in modo ridondante, conducano inesorabilmente
alla costruzione di problemi, se non a vere e proprie
patologie. Qualsiasi nostro comportamento, se diventa un
copione ripetuto all’esasperazione, perde la propria
funzionalità. L’eccesso conduce alla patologia.

1. Insistere

La prima psicotrappola dell’agire è alla base della


disfunzionalità tipica di ogni copione comportamentale:
insistere in un’azione fino all’esagerazione, oppure insistere
nell’applicare una modalità d’azione anche quando non
funziona. Potrebbe sembrare stupido, se non addirittura
ridicolo, pensare a qualcuno che non riesce ad agire con
successo perché porta all’estremo il proprio comportamento,
oppure perché continua a mettere in atto comportamenti
inefficaci.
Si pensi, invece, quanto sia naturale riempire di attenzioni
e slanci passionali colui o colei che amiamo, senza renderci
conto di diventare soffocanti e appiccicosi, se non
insopportabili.
Pur con le miglior intenzioni, l’esasperazione porta al
risultato peggiore. Rimaniamo nell’ambito delle relazioni di
coppia: spesso chi si sente dire di non essere più amato si
sforza di dimostrare al partner il proprio amore e la propria
disperazione, rendendosi non solo ancora più sgradevole, ma
umiliandosi agli occhi del partner e perdendo così la sua
dignità di persona.
Se ci spostiamo in aree di vita affettivamente meno
coinvolgenti, come quello professionale, le cose non
appaiono certo migliori poiché anche in questo contesto
troviamo che spesso le persone falliscono nei propri intenti a
causa della loro insistenza nel portare avanti azioni
controproducenti nella convinzione di non aver perseverato
abbastanza. Anche qui, insistere con comportamenti
controproducenti, con l’idea che prima o poi daranno esiti
positivi, porta invece al fallimento.
Paul Watzlawick parla del «più dello stesso»: un copione
d’azione non funziona perché non è stato applicato
abbastanza, quindi è necessario insistere, anche se i fatti ci
dicono il contrario. Questo comportamento non è frutto di
scarsa intelligenza, come si potrebbe pensare, bensì della
stessa natura umana.
Il nostro organismo, inclusa la mente, come tutti i sistemi
viventi, tende a mantenere la propria omeostasi.15 In altri
termini, ogni sistema mantiene l’equilibrio raggiunto e tende
a resistere al cambiamento. Questa legge vale per gli
organismi più semplici, ad esempio per l’ameba, ma anche
per i sistemi viventi più complessi come l’uomo, che spesso
si complica la vita ripetendo i propri copioni d’azione.
Fortunatamente, come ci suggerisce Albert Einstein,
l’uomo, a differenza dell’ameba, può controllare almeno in
parte il proprio comportamento, imparando a modificare
l’agire disfunzionale e superando la naturale resistenza al
cambiamento.

Psicosoluzione
È molto difficile analizzarsi ed essere pienamente
consapevoli dei propri processi mentali: ciò significa
chiedere alla mente di controllare se stessa mentre è attiva.
Sarebbe come chiedere agli occhi di guardare se stessi
mentre guardano, cosa possibile solo davanti a uno specchio.
Ma purtroppo non sono ancora stati inventati specchi per la
mente. È molto più accessibile invece osservare le nostre
azioni e in particolare quelle che ripetiamo in modo
ridondante: altrettanto facile è valutare correttamente gli
esiti del nostro comportamento. Questo ci permette di
comprendere, senza ricorrere a laboriosi processi analitici,
quali sono le modalità di reazione e i copioni d’azione che
ognuno di noi tende a reiterare. Dopodiché è necessario
lavorare su noi stessi per imparare a correggere queste
rigidità comportamentali, talvolta limitandoci a bloccare ciò
che ci viene spontaneo mettere in atto, in altri casi
sostituendo i vecchi copioni con modalità alternative e
funzionali.
Pertanto, se voglio aiutare qualcuno a risolvere i suoi
problemi devo, prima di tutto, concentrare la mia attenzione
sulle sue «tentate soluzioni» reiterate e controproducenti,
che alimentano il problema. Una volta individuate le tentate
soluzioni disfunzionali, queste vanno annullate o sostituite
da altre soluzioni davvero efficaci.
Insomma: Errare humanum est, perseverare autem
diabolicum.

2. Rinunciare e arrendersi

Il perseverare nell’errore e insistere nell’applicare la


medesima modalità d’azione costituisce la base di ogni
psicotrappola, la sua forma opposta, almeno in apparenza,
ma si può insistere e perseverare anche nella direzione della
rinuncia e della resa di fronte alle prime difficoltà. Un
atteggiamento rinunciatario, che si basi sulla sfiducia nelle
proprie capacità o sulla pigrizia, conduce a effetti
estremamente negativi.
Credere poco in sé, rinunciando a mettersi alla prova per
dimostrare il contrario, non fa che confermare una presunta
incapacità, sino a renderla reale.
Il giovane che rinuncia a farsi avanti con una ragazza,
proprio per la sua scarsa intraprendenza, non solo conferma
a se stesso la propria incapacità, ma si rende anche ben poco
attraente agli occhi dell’amata. Nel momento in cui dovesse
rompere gli indugi, la probabilità di essere liquidato con la
celebre formula: «Sei così un caro amico» sarà elevatissima.
Nel caso in cui dovesse ricevere un vero e proprio rifiuto,
per aver indugiato troppo o per non aver corso il rischio di
esporsi, l’esito sarebbe la conferma e l’aggravamento della
propria incapacità.
La modalità di arrendersi di fronte alle difficoltà, oggi
dilagante fra i giovani, ha effetti non meno disastrosi. La
rinuncia a lottare per raggiungere gli scopi desiderati perché
non si riescono a sopportare fatiche e frustrazioni, avrà
come effetto un inesorabile aumento dell’arrendevolezza,
fino all’incapacità di fronteggiare qualunque situazione
critica. Le ultime generazioni di giovani-adulti iperprotetti
dalla famiglia e dalla società rappresentano un fenomeno
evidente in questo senso.
Tuttavia, la psicotrappola di rinunciare o arrendersi non
può essere ridotta a un semplice effetto dell’iperprotettività
dei genitori; la «coscienza dei limiti» fa parte della nostra
natura, ma può essere alimentata rischiando di trasformarsi
in un problema.
«Si è sconfitti solo quando ci si arrende» scrive Li Pin:
posso perdere, ma non devo lasciarmi sconfiggere da me
stesso. Se non ottengo ciò che voglio, devo trovare altri modi
per raggiungere lo scopo; in caso contrario, coltivo la mia
incapacità. La frustrazione che deriva da un fallimento,
tuttavia, non sarà devastante come un’impresa cui abbiamo
rinunciato.
E nemmeno la furbizia della celebre volpe di Fedro che
rinuncia all’uva con la scusa che non è abbastanza matura e
dunque non merita uno sforzo in più, può salvarci dagli
effetti devastanti delle nostre rinunce.
Come scrive in modo folgorante Honoré de Balzac: «Il
rinunciare è un suicidio quotidiano».

Psicosoluzione
Combattere la tendenza a un’eccessiva arrendevolezza e a
un atteggiamento rinunciatario non significa trasformarsi in
temerari avventurieri o spericolati amanti del rischio. Questo
è il rovescio della medaglia. L’indicazione è quella di
«fronteggiare» le situazioni anziché desistere davanti ai
primi ostacoli, «confrontarsi» con le difficoltà e non
rinunciare alle sfide con ciò che non otteniamo subito e
senza fatica.
Si tratta quindi di una disposizione a mettersi in gioco, con
il desiderio di migliorarsi ogni giorno in virtù delle prove
superate, unica vera fonte della propria autostima.
Scrive Karl Popper: «La vita è una serie di problemi da
risolvere». Questa caratteristica imprescindibile
dell’esistenza non è qualcosa da accettare con
rassegnazione, bensì ciò che la rende viva: è una sorgente
inesauribile di occasioni per scoprire nuove abilità e
ottenere maggiore fiducia in sé e nelle proprie capacità. È
un aspetto da affrontare con entusiasmo, e non da
considerare una condanna.
Sentirsi soddisfatti, senza rimorsi né rimpianti, dipende da
quanto tentiamo di migliorarci giorno dopo giorno.

3. La mania del controllo

L’uomo moderno, in virtù del suo grande successo evolutivo


e della capacità sempre più profonda di manipolare e gestire
la realtà, ha creato il mito del controllo su ogni cosa.
Anche se questa illusione crolla disastrosamente di fronte
alle tragedie della nostra vita, o viene di volta in volta
smentita dall’incapacità di gestirci, la tendenza spesso
maniacale a tenere tutto sotto controllo è forse la
caratteristica più rilevante nell’uomo.
Questo orientamento al controllo delle cose, degli altri e di
se stessi, è un comportamento che ha prodotto
indubbiamente molti successi ed è quindi giusto coltivarlo e
svilupparlo. Il problema emerge quando questa attitudine
positiva si generalizza trasformandosi da soluzione in
problema. Se di fronte a una reazione incontrollabile, come
ad esempio arrossire quando ci sentiamo a disagio,
cerchiamo di mantenere il controllo della reazione
sforzandoci di inibirla, l’effetto sarà di peggiorarla. Se
insistiamo, rischiamo di costruire una vera e propria fobia
dell’arrossire.
Si tratta di casi in cui il tentativo di controllo conduce alla
perdita di controllo. La stragrande maggioranza dei disturbi
fobico-ossessivi si regge proprio su questa dinamica
paradossale.
Un altro esempio è l’uomo che, nel timore di non mostrarsi
abbastanza «prestante» con una donna, si sforza e si
concentra mentalmente, con l’unico risultato di inibire le
proprie prestazioni sessuali.
Sul piano relazionale, poi, le cose non vanno certo meglio
per chi tenta di esercitare il controllo sull’altro membro della
coppia. Il partner «controllante», se all’inizio può farci
sentire contenti perché la sua gelosia è conferma del suo
amore, diventa poi asfissiante e opprimente, portandoci a
desiderare ciò che l’altro vorrebbe prevenire.
È noto agli specialisti come le patofobie, ovvero la paura
patologica di contrarre una grave malattia, siano l’effetto
controproducente di un eccesso di controlli diagnostici
preventivi; questi, se dapprima rassicurano, in seguito
alimentano l’ossessione per le malattie da prevenire.
Questa psicotrappola trasforma una sana prerogativa in un
effetto insano sulla base del suo esercizio esasperato o della
sua applicazione a realtà per noi incontrollabili e porta a
effetti controproducenti: è proprio il controllo eccessivo o
inadeguato che conduce alla perdita di controllo.

Psicosoluzione
Prima di esercitare il controllo su qualcosa, è necessario
valutare attentamente se sia possibile o se non sia
addirittura controproducente. Anche se questo fosse
costruttivo, badare bene a non farlo irrigidire come copione
di azione, facendo in modo di lasciare sempre una piccola
parte di non controllo. Ovvero, mantenere «il piccolo
disordine che mantiene l’ordine e lo fa evolvere», quello che
nella scienza si chiama entropia16 dei sistemi viventi.
Quando un sistema vivente si irrigidisce sui suoi schemi
soccombe poiché cessa di adattarsi evolvendosi. Pertanto,
permettere a noi stessi di essere in continua evoluzione
prevede il controllo della realtà che ne contempli anche un
gradiente libero da questa.
Se la tendenza a praticare il controllo esasperato ci sfugge
di nuovo, va applicata la tecnica controparadossale della
«peggiore fantasia», ovvero: esasperare volontariamente la
sensazione di cui temiamo la perdita di controllo in modo da
creare il paradosso del suo azzeramento perché resa
volontaria e non più irrefrenabilmente spontanea.
Se la perdita di controllo temuta è relativa a cose future
applicare la tecnica del «come peggiorare», ossia:
domandarsi come volontariamente potremmo fallire nei
nostri intenti, individuando i modi di pensare o di agire che
ci condurrebbero a disastri certi. Di nuovo, volontariamente
si creerà la reazione spontanea di tendere a evitare ciò che
abbiamo evidenziato come controproducente.

4. L’evitamento
Come già descritto all’inizio di questo capitolo, la strategia
di evitare ciò che temiamo è il fattore caratterizzante del
comportamento fobico. L’evitamento di ogni situazione
potenzialmente rischiosa garantisce a priori l’immunità
personale. Quando il poeta Fernando Pessoa scrive: «Porto
addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato», ci fa
capire, meglio di qualunque resoconto scientifico, quale sia
l’effetto della reiterazione di tale comportamento.
Se da una parte l’evitamento delle situazioni considerate a
rischio ci fa sentire sicuri, dall’altra conferma l’incapacità di
affrontare e superare quelle difficoltà. Ripetendosi nel
tempo, il copione di prevenzione conduce a un inasprimento
del senso d’incapacità e a un aumento del timore nei
confronti delle situazioni che si cerca di evitare.
Ciò che dapprima fa sentire rassicurati aumenta poi la
nostra paura sino a condurla a una vera e propria patologia
fobica. Siamo di nuovo di fronte a una psicotrappola subdola,
poiché quello che dapprima ci aiuta poi ci danneggia.
A questo riguardo valgono le parole di un noto fobico
dell’antichità, Ovidio, che affermava: «Ha ben vissuto chi si è
ben nascosto».

Psicosoluzione
Evitare di evitare tutto ciò che la vita ci propone; ciò non
significa sfidare rischi e pericoli, bensì essere disposti a
confrontarsi con la realtà per poi decidere se è il caso di
procedere o meno. Solo l’evitamento preventivo è pericoloso;
decidere di interrompere un’azione dopo averne verificato il
rischio è intelligenza, non paura. Inoltre, «evitando di
evitare» si corre il rischio positivo di scoprire di avere più
risorse del previsto. È il processo inverso all’evitamento, che
ci conduce ad aumentare la fiducia in noi stessi e nelle
nostre capacità.
5. Il rimandare

Simile all’evitamento e alla rinuncia è la tendenza a posporre


situazioni che si temono o che ci infastidiscono. Tuttavia, a
un’analisi attenta questo copione funziona in modo molto
diverso. Il rimandare, infatti, è una strategia più sottile: non
rinuncio, né evito ma dico a me stesso: «Lo farò più tardi, o
domani, nel futuro». Questo significa non abdicare alla
propria debolezza, bensì illudersi di essere in grado di fare
ciò che rimandiamo come se fosse una nostra scelta
volontaria o basata sui nostri desideri. Ma il trucco prima o
poi viene svelato e, di solito, quando non possiamo più fare a
meno di confrontarci con certe situazioni, ci rendiamo conto
drammaticamente di quanto fosse insano l’autoinganno in
cui siamo caduti.
Un koan giapponese recita: «La disposizione all’indugiare
annulla la volontà e rende l’uomo pavido». Infatti il
rimandare, come un virus, indebolisce il nostro spirito
d’iniziativa, rendendoci sempre più incapaci di agire in modo
volontario.
Dal punto di vista dell’esito, non c’è differenza se
rimandiamo per il fastidio di dover fare qualcosa che non ci
piace o per la paura di una situazione: in entrambi i casi la
nostra capacità decisionale e quella di fronteggiare la realtà
verranno danneggiate, sino al loro annullamento. Ciò
significa rendersi inermi e incapaci di qualunque iniziativa,
rintanati nel proprio mondo immaginario e protettivo.

Psicosoluzione
Iniziare a temere di rimandare: la paura terapeutica è il
correttivo più potente verso noi stessi. In questo caso, il
proporsi quotidianamente il film degli effetti devastanti che
il rimandare può avere sulla nostra vita è il modo migliore
per attivare le nostre reazioni avversive nei confronti di
questo copione. Di solito immaginare lo scenario futuro
raccapricciante smuove dall’immobilismo anche i soggetti
più indolenti. Dopo un po’ di esercizio disciplinato a evitare
di rimandare ciò che dobbiamo fare, ci verrà naturale e sarà
motivato dai grossi vantaggi ottenuti.
Infatti, dopo un po’ di esercizio disciplinato ci verrà
piuttosto naturale evitare di rimandare ciò che dobbiamo
fare in virtù sia della nuova abitudine che abbiamo costruito,
sia dei vantaggi inevitabili che l’instaurarsi di questa
abitudine ha prodotto. Il grande psicologo William James
suggerisce: «Se i giovani sapessero quanto le abitudini ci
asserviscono dolcemente porrebbero molta più attenzione al
loro costituirsi».

6. L’aiuto che danneggia

Offrire il nostro aiuto a una persona in difficoltà è


certamente un atto nobile e utile, ma prodigarsi per
allontanare ogni ostacolo, ad esempio, a un figlio o una figlia
significa impedirgli (o impedirle) di sviluppare la fiducia
nelle proprie risorse personali. Aiutare a studiare bene
insegnando come fare e verificando l’apprendimento è un
ottimo modo per migliorare le competenze scolastiche di un
ragazzo, ma sostituirsi allo studente eseguendo i compiti al
suo posto per proteggerlo da valutazioni scolastiche
umilianti lo renderà certamente incapace e svogliato.
Chiedere aiuto quando si è in difficoltà è un atto di umiltà;
equivale ad ammettere i propri limiti e ci permette, se
riceviamo l’aiuto corretto, di imparare a superarli;
pretendere invece che qualcun altro si sostituisca a noi,
conferma e rafforza la nostra incapacità. Essere salvati dal
protettore di turno tanto ci rassicura quanto alimenta il
nostro senso di insicurezza.
Gli esempi di aiuto che si trasformano in danno sono
moltissimi, e riguardano tutti i casi in cui si chiede un aiuto
in cui si delega all’altro di fare ciò che dovremmo fare in
prima persona, oppure quando si offre un aiuto sostituendosi
a chi dovrebbe agire. Pertanto questa psicotrappola può
essere osservata in qualunque relazione: nel rapporto
iperprotettivo genitori/figli, nell’eccessivo assistenzialismo
sociale, nella protezione offerta a chi è debole invece dello
stimolo a superare i propri limiti, al continuo delegare ad
altri ciò che si teme di affrontare. Inoltre, non va
sottovalutato il fatto che la relazione tra chi aiuta e chi viene
aiutato tende a divenire una complementarietà morbosa: il
protettore si sente confermato e importante per il protetto, il
quale a sua volta si sente amato e salvato. Tale forma di
complementarietà relazionale, come si osserva in molte
forme di psicopatologia, talvolta si struttura così rigidamente
da divenire una micidiale trappola per entrambi gli attori in
gioco.
Aiutare ed essere aiutati diviene dannoso ogni volta che
limita la possibilità del soggetto di sviluppare la propria
autonomia e indipendenza, prerogativa essenziale di un
individuo capace e responsabile. Si tratta di conquiste, non
doni ricevuti. Pertanto ognuno deve costruirsele attraverso
l’esperienza personale, affrontando le inevitabili difficoltà
che la vita ci propone, dall’infanzia all’età adulta, e
sviluppando la fiducia nelle proprie risorse e capacità.

Psicosoluzione
Tenere sempre a mente la massima: «Insegna a pescare
invece di regalare il pesce»: se vuoi aiutare efficacemente
qualcuno in difficoltà, insegnagli come riuscirci da solo.
Quando non riusciamo ad affrontare qualcosa o qualcuno,
chiediamo aiuto per imparare a farlo, anziché delegare ad
altri ciò che non sappiamo fare.
L’umiltà utile e sana ci conduce a dichiarare e riconoscere
i nostri limiti per imparare a superarli; non così
l’arrendevolezza, che ci porta a chiedere aiuto sotto forma di
protezione totale.

7. Difendersi preventivamente

Un ben noto adagio recita: «Fidarsi è bene, ma non fidarsi è


meglio». Qui il senso comune pare decisamente ragionevole,
visti i frequenti tradimenti e le delusioni che subiamo dagli
altri. Si tratta di esperienze pressoché inevitabili ma che,
come abbiamo spiegato a proposito della prima
psicotrappola del pensare, il più delle volte sono frutto solo
delle nostre aspettative erronee. Costruiamo sempre ciò che
subiamo, non dobbiamo dimenticarlo. In questo senso
dobbiamo tenere conto che diffidare fino a difenderci in via
precauzionale, se ci può mettere al riparo da solenni
delusioni, prima di tutto è un atto comunicativo molto
potente nei confronti dell’altro, nel quale suscitiamo
altrettanta diffidenza.
Ognuno di noi ricorda senza dubbio qualcuno che ci ha
trasmesso la sua diffidenza, spesso non con le parole ma con
un atteggiamento scostante e squalificante, con una mimica
facciale fredda e rigida, con uno sguardo sfuggente e gesti
ipercontrollati. Abbiamo provato antipatia e abbiamo
pensato di non poterci affatto fidare di quella persona.
Il modo di comunicare costruisce letteralmente la nostra
relazione con gli altri: se comunichiamo diffidenza, ne
suscitiamo altrettanta nei nostri confronti. Se ci difendiamo
preventivamente, anche l’altro farà lo stesso con noi. Così si
innescherà un’escalation di sfiducia e posizioni difensive,
impedendo una relazione sana e collaborativa. Come un
boomerang, la difesa preventiva ci si ritorce contro.
Il buon senso popolare, infatti, raramente equivale alla
saggezza. Questo non significa fidarsi ciecamente dell’altro
ed esporsi subito e senza alcuna precauzione; questo è il
rovescio della medaglia e il risultato di opposti estremi è più
o meno simile: diffidenza e ingenuità generano i medesimi
effetti.
La prima crea un gioco di sguardi che dalla diffidenza
giunge al rifiuto, o dalla difesa al conflitto; la seconda
porterà a subire comportamenti sleali e a raggiri. In
entrambi i casi, inutile dirlo, l’esito è funesto. La differenza,
tuttavia, sta nel fatto che la diffidenza viene ritenuta
ragionevole e vantaggiosa, mentre l’eccessiva fiducia sciocca
e deleteria. In effetti, la prima modalità non è meno
disastrosa della seconda, ma viene sopravvalutata, e per
questo messa in atto troppo spesso.
Come vedremo, questa psicotrappola è alla base di molte
patologie relazionali e manie persecutorie. Un altro adagio
popolare, ben più saggio del precedente, recita: «Chi semina
vento raccoglie tempesta».

Psicosoluzione
L’alternativa all’escalation simmetrica innescata dalla
diffidenza, ovvero difendersi preventivamente dalle sonore
batoste che solitamente ricevono gli ingenui, è rappresentata
da una strategia relazionale piuttosto semplice, in teoria, ma
un po’ meno nei fatti. Si tratta di disporsi in modo da offrire
all’altro un’apertura al contatto e una progressiva fiducia
sulla base delle sue risposte alla nostra disponibilità, offerta
a piccole dosi. Ciò significa mostrarsi gentili e disponibili al
contatto, indicando sia verbalmente che non verbalmente
apertura e accoglienza, ma mantenendosi vigili sulle risposte
che si ricevono.
Se queste non fossero sulla stessa linea, si dovrebbe
cambiare rapidamente registro. Inoltre, anche se
l’interlocutore si allineasse alla nostra apertura, non bisogna
mai smettere di vigilare sul comportamento dell’altro:
potrebbe trattarsi di tattiche comunicative e non di una
genuina disponibilità e di un sincero desiderio di contatto.
Bisogna evitare di voler chiarire le cose con chi si comporta
ripetutamente in maniera sleale nei nostri confronti: accadrà
di nuovo anche dopo il chiarimento più efficace.
Le affinità tra persone non sono una scelta deliberata, ma
l’effetto di sensazioni di rado mediate dalla ragione. Proprio
per questo è importante imparare a offrire per primi la
disponibilità all’apertura relazionale per poi, però, essere
capaci di retrocedere elegantemente di fronte a un
atteggiamento non altrettanto amichevole da parte dell’altro.
Possiamo concedere qualche possibilità, ma se le nostre
disponibilità incontrano troppe volte la diffidenza altrui,
conviene evitare un rapporto più ravvicinato e mantenersi su
uno stile formale. Anche dopo aver chiarito che non è il caso
di insistere cercando nell’altro ciò che non può darci, è
fondamentale mantenere un atteggiamento gentile, senza
cadere nel gioco simmetrico di dare all’altro ciò che l’altro
dà a noi: così si ricadrà sicuramente nella stessa
psicotrappola, ma solo più tardi.
Infine, essere gentili disarma non solo il diffidente ma
anche il maleducato, perché è il modo di uccidere il serpente
con il suo stesso veleno.

8. Socializzare tutto

Una delle cose più sopravvalutate dal senso comune è il


potere taumaturgico assoluto delle parole. Molti, anche
specialisti, sostengono che aprirsi e parlare delle proprie
difficoltà e problemi faccia comunque bene. I fautori della
«sincerità a ogni costo» vi attribuiscono pure un valore etico,
oltre che liturgico, ritenendo il parlare di sé una sorta di
spazio sacro all’interno della relazione con l’altro.
Quante volte però siamo stati infastiditi sino alla nausea da
chi parla sempre di sé? Non importa se qualcuno si loda o si
autoflagella: è comunque insopportabile. Quanto ci sono
sembrati intollerabili coloro che vogliono convincerci a tutti i
costi di qualcosa, quasi sempre per convincere se stessi,
imponendoci sempre le stesse argomentazioni? E come
sopportare chi si lamenta senza posa riversandoci addosso il
proprio tragico e deprimente copione vittimistico?
L’idea che il parlare a tutti i costi fosse controindicato era
già noto agli studiosi di retorica del passato. Nel Settecento
ebbe molto successo il libretto di un gesuita, L’arte di
tacere,17 un prezioso manualetto che suggerisce con svariati
esempi come il silenzio sia di gran lunga più efficace del
parlare.
Sembra, però, che oggi abbiamo dimenticato queste perle
di saggezza. Al contrario, la necessità di socializzare ogni
cosa ha condotto, ad esempio, alla morbosa maniacalità dei
reality show.
Inoltre vi sono condizioni in cui parlare e socializzare le
proprie emozioni diviene addirittura patogeno, come nel
caso delle paure e delle ossessioni patologiche: parlarne e
farsi ascoltare da qualcuno conferma la validità della proprie
percezioni e convinzioni patogene, alimentandole. In questi
casi, pertanto, socializzare non è solo sconveniente, ma
persino patogeno.
Si pensi a ciò che succede nella mente di qualcuno a cui il
partner racconta in dettaglio, pensando che dirsi tutto sia
fondamentale per la relazione, le proprie esperienze erotiche
del passato, fra cui magari qualche «peccatuccio»
trasgressivo. All’inizio pensiamo che il partner sia davvero
sincero e ne siamo contenti; poi, però, si innesca un
atteggiamento paranoico più grave – il confronto perdente
con gli «altri» o le «altre» di prima, il sospetto che il partner
commetta ancora certi «peccatucci». È facile immaginare
come potrebbe evolversi la dinamica di questa coppia.

Psicosoluzione
Imparare a distinguere ciò di cui è bene parlare e ciò di cui è
bene tacere. Innanzitutto va tenuto presente che si diventa
adulti autonomi e indipendenti anche solo quando ci si
assumono le proprie responsabilità verso gli altri e il mondo,
ma soprattutto verso se stessi e le proprie esperienze,
fantasie e desideri. Questo significa saper reggere il peso dei
nostri problemi senza scaricarlo su chi ci sta vicino: ci può
alleggerire, ma rischia di far affondare l’altro.
Sulla stessa scia, nel caso delle relazioni di coppia bisogna
evitare di sottoporre il partner a interrogatori riguardo al
suo passato e alle sue fantasie più recondite. Ne potremmo,
infatti, uscire devastati, oppure dare voce «all’inquisitore»
dentro di noi e condannarlo inesorabilmente.
Ci si dovrebbe inoltre dedicare a imparare a comunicare
efficacemente sia a livello intimo che pubblico: le capacità
pragmatiche e retoriche, anche se spesso accusate come
false e artificiose da parte dei moralisti di turno, sono di
grande aiuto non solo per superare conflitti e trovare accordi
ma, soprattutto, per prevenire gravi equivoci e dinamiche
relazionali distruttive.
Psicotrappole: le combinazioni patogene

Se ognuna delle psicotrappole sin qui descritte nel suo


essere reiterata come modalità ridondante nella gestione
della propria realtà conduce, come abbiamo illustrato, allo
scavarsi la fossa sotto i piedi per poi caderci e non sapere
come uscirne, quando un individuo mette insieme diverse
psicotrappole, la combinazione di queste diviene davvero
invalidante, al punto da trasformarsi in una vera e propria
forma di psicopatologia. Il tratto caratterizzante di quasi
tutto il mio lavoro di ricercatore e psicoterapeuta è stato
proprio studiare per via empirico-sperimentale come gli
esseri umani costruiscano letteralmente la maggior parte
delle patologie psichiche e comportamentali attraverso la
reiterazione di tentate soluzioni fallimentari nell’ambito delle
dinamiche personali, relazionali e sociali. Nel corso della
ricerca-intervento sono stati formulati veri e propri protocolli
di trattamento in tempi brevi per la maggior parte delle
forme di psicopatologia, utilizzando come bersaglio
terapeutico le psicotrappole reiterate dal soggetto. Tutto
questo ha permesso di avere a disposizione una mappatura
precisa e rigorosa dei copioni delle tentate soluzioni
patogene specifiche per ogni forma di disturbo psicologico.
Nelle pagine seguenti descriveremo in modo accessibile
anche al non specialista le combinazioni di psicotrappole che
nella loro reiterazione conducono a forme di disturbo
psichiatrico e psicologico. Riguardo al loro trattamento,
ossia alle strategie di psicosoluzione, per motivi di spazio e
complessità dell’esposizione, sarà offerta la succinta
esposizione rimandando puntualmente ai testi specialistici e
agli articoli sui protocolli di psicoterapia breve strategica
che sul campo si sono dimostrati più efficaci ed efficienti.

Psicotrappole del fobico

L’area della paura patologica è senza dubbio la più estesa


per la quantità di persone che ne soffrono, tanto che nel
2000 l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definita
come il disturbo più importante tra le patologie umane, in
quanto colpisce oltre il 20 per cento della popolazione. Le
tipologie di psicopatologia fobica sono numerose e
differenziate in ciò che le scatena: paura di perdere il
controllo e impazzire, di arrossire in pubblico, di soffrire di
claustrofobia, paura di morire per una malattia fulminante,
di volare, sino alle zoofobie. Tuttavia, per quanto riguarda la
modalità con cui, a partire dallo stimolo, si giunge alla
psicopatologia vera e propria, il meccanismo è il medesimo.
In altri termini, chiunque soffra di un disturbo fobico, che si
tratti di sindrome di attacchi di panico, agorafobia o altro,
mette in atto in modo ridondante tre tentate soluzioni
disfunzionali: l’evitamento, la richiesta di rassicurazione e
aiuto, il controllo che fa perdere il controllo. Abbiamo già
illustrato alle pagine 17 e 18 come la combinazione di queste
tre modalità controproducenti di reazione alla paura
conduca nel giro di pochi mesi a una patologia fobica. Il
fobico combina in maniera esplosiva tre psicotrappole che si
alimentano a vicenda, sino a rinchiudersi nella sua stessa
prigione.
È importante notare come le tre psicotrappole
appartengano alla classe dell’agire. Non è un caso. Il fobico,
infatti, non è un gran pensatore: la paura lo tiene
costantemente in allarme rispetto a ciò che può accadere,
impedendogli di proiettarsi nel futuro a lungo termine e
costringendolo a combattere con il presente e con
l’immediato. L’unica eccezione è la consapevolezza di
affrontare in anticipo qualcosa che il fobico teme: in questo
caso, all’ansia si aggiunge la paura anticipatoria per un
futuro inevitabile e spaventoso. Inoltre il fobico tende a non
pensare al proprio passato, che viene vissuto come qualcosa
a cui il paziente è già scampato. Nel fobico emerge la
memoria viscerale e sensoriale che mantiene costantemente
attive le sensazioni spaventose già vissute, attivandole
spesso anche senza lo stimolo: la mente costruisce ciò di cui
poi si spaventa.
La mente del fobico è sempre in ostaggio di una paura
primordiale. Ovviamente esistono gravità differenti: lieve,
quando il soggetto subisce la paura in determinate situazioni
o condizioni minacciose, ma non è invalidato nelle normali
attività; media, quando il soggetto è totalmente travolto
dalla paura di fronte a situazioni o condizioni spaventose, ma
al di fuori di queste vive in modo normale; severa, quando il
soggetto è totalmente invalidato e non riesce a gestire la
paura, che spesso si trasforma in panico. In quest’ultimo
caso le tre psicotrappole sono applicate all’estremo, mentre
nei primi due non sono ancora giunte alla generalizzazione.
Tentare di controllare le proprie reazioni, ma senza riuscirvi,
è il copione che conduce alla prigionia della paura.

Strategie di psicosoluzione
È evidente che una terapia realmente efficace ed efficiente
per questa condizione deve mirare a interrompere il circolo
vizioso controproducente che il soggetto mette in atto
attraverso i propri tentativi fallimentari di gestire la paura.
Si potrebbe quindi pensare che sia sufficiente spiegare al
soggetto dove sbaglia e chiedergli di correggere il proprio
comportamento; come abbiamo chiarito a più riprese,
tuttavia, ogni sistema vivente resiste al cambiamento del
proprio equilibrio anche quando quest’ultimo appare
chiaramente disfunzionale. Pertanto non è così facile fare in
modo che un fobico smetta di evitare, di chiedere
rassicurazione e aiuto e di tentare di controllare ciò che non
può controllare.
La tecnica fondamentale per condurre il soggetto a uscire
dalla prigione della paura psicologica è la tecnica della
peggiore fantasia: guidare la persona a imparare a guardare
in faccia la paura per trasformarla in coraggio, come
indicava già un’antica tavola sumerica: «La paura guardata
in faccia si trasforma in coraggio. La paura evitata diviene
timor panico».
In termini più pratici la persona deve imparare a calarsi
volontariamente in tutte le immagini mentali peggiori, cosa
che di solito i soggetti evitano per paura. Sperimentando
questo tipo di esercizio si crea l’effetto paradossale di
azzerare le sensazioni spaventose. Metaforicamente è come
se si evocasse un fantasma per poi toccarlo e farlo svanire
ogni volta. Attraverso questo metodo la persona impara a
padroneggiare le sue paure patologiche (Nardone, 1993;
Nardone, 2000; Nardone, 2003; Nardone, 2012). Mi limito a
segnalare che un intervento psicoterapeutico mirato, in oltre
il 90 per cento dei casi, può risolvere il disturbo nell’arco di
qualche mese, e senza ricorrere ai farmaci. Questi ultimi,
peraltro, nel caso di tutti i disturbi fobici e ossessivi,
costituiscono una variante della psicotrappola della richiesta
di aiuto: la «stampella chimica», se da una parte riduce il
sintomo ansioso, dall’altra conferma al fobico l’incapacità di
riuscirci da solo. Inoltre non è necessario sottoporsi a
terapie prolungate negli anni, focalizzate sul pensiero e sul
ragionamento del soggetto: i meccanismi che alimentano la
paura patologica riguardano comportamenti solo in parte
mediati dalla coscienza e dalla ragione.

Psicotrappole dell’ossessivo

Il soggetto ossessivo tenta costantemente di avere tutto


sotto controllo, spesso anche ciò che è al di fuori della
portata di chiunque: pianificare tutto cercando di anticipare
gli eventi futuri, in modo da controllarli e gestirli;
comportarsi nello stesso modo in ogni ambito della vita
professionale e personale; tenere sotto controllo anche il
partner e i figli. Purtroppo, come già illustrato, l’eccesso di
controllo conduce alla perdita di controllo; proprio gli sforzi
in questa direzione mandano sempre il soggetto in crisi
quando questi si scontra con qualcosa su cui non può
esercitare la propria volontà. Le varianti di questo disturbo
sono numerose: dalla persona irrigidita, non solo
mentalmente ma anche fisicamente, nel combattere tutto ciò
che può sfuggire al suo controllo, sino letteralmente allo
«schianto» per l’eccessivo stress psicofisico; dalla persona
tormentata da pensieri e immagini che non riesce a
scacciare a colui che tiene sotto controllo il partner fino a
soffocarlo con le sue «attenzioni». Per quanto differenti
possono essere le tipologie di ossessione, il meccanismo che
le innesca e le struttura come vero e proprio disturbo è il
medesimo. Fondamentalmente, il soggetto ossessivo esercita
la psicotrappola del controllo che lo conduce a perdere il
controllo; questo atto controproducente può essere però
applicato al pensare quanto all’agire. Ciò sta a significare
che, ad esempio, possiamo avere un disturbo ossessivo
basato su una psicotrappola del pensare, quella del
ragionamento perfettamente logico: in questo caso la
persona tenta disperatamente di ricondurre qualunque
evento, situazione o condizione sotto il controllo di un
ragionamento logico, razionale e impeccabile. Ma, come
suggeriva il filosofo John Locke, se parto da premesse
erronee attraverso una logica stringente arriverò a risultati
sbagliati. Oppure possiamo incontrare un soggetto che tenta
di spiegare nella maniera più rigorosa e oggettiva qualunque
cosa, anche ciò che non si presta a questo tipo di analisi,
come le emozioni o gli atteggiamenti ambivalenti del
partner, provocando veri e propri disastri personali e
interpersonali in virtù dell’applicazione reiterata della
psicotrappola della conoscenza che ci salva da tutto. Così
l’ossessivo tende all’assoluta coerenza pretendendo dagli
altri la totale adesione alle sue posizioni. Come già spiegato,
questa tendenza contronatura porta a risultati funesti.
L’ossessivo si riconosce molto facilmente perché è sempre
teso: il sorriso, molto raro, si trasforma spesso in una
smorfia sarcastica, è sempre attivo e vigile, risultando agli
altri, il più delle volte, freddo e distaccato. Se all’inizio può
apparire come un protettore rassicurante a cui affidarsi, una
relazione più ravvicinata ne mostrerà subito le fragilità: il
fatto che nella sua mente tutto debba «quadrare» secondo
certi presupposti rende l’ossessivo inadatto alla relazione
con l’altro, in quanto costantemente autoriferito.

Strategie di psicosoluzione
In questo caso il bersaglio terapeutico sarà prioritariamente
smontare il meccanismo del «controllo che fa perdere il
controllo» sia a livello di azioni che di pensieri. Quindi
l’intervento dello specialista non dovrà focalizzarsi solo
sull’interruzione o sulla correzione dei copioni
comportamentali, ma dovrà ristrutturare soprattutto il
modello di ragionamento dell’individuo. Di solito la cosa più
importante che deve sperimentare l’ossessivo per uscire
dalle proprie psicotrappole è il rischio di lasciare qualcosa o
qualcuno senza il suo controllo, per poi verificare che le cose
non solo non vanno male, ma vanno meglio. Quindi il
soggetto va guidato affinché impari a esercitare
volontariamente l’assenza di controllo sulle varie aree della
sua vita, così da rendere più flessibile la sua mente e
liberarla dalle catene del pensiero ossessivo. Questi soggetti
dovranno dialogare con il passato, il presente e il futuro,
basandosi sempre su ragionamenti e argomentazioni che li
conducano oltre la rigidità dei propri ragionamenti. L’ordine
per mantenersi ed evolversi richiede, come ci insegna la
fisica, una percentuale costante di disordine.
È molto importante con questi soggetti, considerata la loro
notevole resistenza al cambiamento, focalizzare l’intervento
terapeutico sul cambiamento graduale e non rapido; è quindi
necessario focalizzarsi su piccoli passi da mettere in atto,
senza chiedere salti che l’ossessivo non può concedersi, in
quanto troppo rischiosi e fuori dal suo controllo.
Anche a proposito delle ossessioni sono state elaborate
specifiche forme di trattamento strategico, che sono state
perfezionate e differenziate nel tempo per migliorarne
l’efficacia e l’efficienza; oltre il 60 per cento dei casi può
essere condotto a superare definitivamente il disturbo
nell’arco di 6-8 mesi. Circa il 25 per cento richiede invece
una terapia più prolungata: il «tarlo» ossessivo, essendo una
sorta di perversione dell’intelligenza, tende a riprodursi più
frequentemente di altre patologie mentali.

Psicotrappola del compulsivo

La persona affetta da compulsioni, sulla base di una fobia o


di una sensazione incontrollabile di piacere, è costretta a
mettere in atto comportamenti e pensieri ritualizzati: lavarsi
ripetutamente per pulirsi dallo sporco, igienizzarsi
continuamente per evitare malattie, ripetere formule
magiche propiziatorie e riti rassicuranti, collezionare e
trattenere maniacalmente oggetti, comprare
compulsivamente cose. Anche in questo caso, per quanto la
fobia possa essere motivata da stimoli differenti e per quanto
la ritualità ossessiva possa essere propiziatoria, preventiva o
riparatoria, le psicotrappole che conducono alla formazione
di questo disturbo sono le medesime: l’evitamento, la
richiesta di rassicurazioni e aiuto, la messa in atto in modo
ritualizzato di azioni e pensieri che hanno lo scopo di placare
la fobia, ma che al contrario ne alimentano
progressivamente la gravità.
Si tratta di una delle forme di disagio psichico e
comportamentale più gravi e invalidanti; chi ne è afflitto può
arrivare a vivere ventiquattr’ore su ventiquattro eseguendo
rituali, oppure rimanendo bloccato nella propria prigione
mentale senza poter fare o toccare nulla per il terrore.
Inoltre è decisamente alta anche la stima relativa ai soggetti
colpiti, che varia dal 5 all’8 per cento della popolazione; la
percentuale si riferisce solo ai casi più gravi e che si sono
sottoposti a trattamenti psichiatrici e psicoterapeutici; se a
questi si aggiunge il gran numero di coloro che soffrono del
disturbo in forma lieve o media, soggetti cioè che non sono
invalidati o che lo sono solo parzialmente o che più
semplicemente non hanno dichiarato a nessuno il loro
problema, la stima va almeno triplicata.
Questi soggetti sono notoriamente tra i pazienti più difficili
da curare, proprio per la bizzarria del disturbo e dei
ragionamenti connessi. La maggior parte di loro, infatti, sa
che la propria fobia è completamente irrealistica, ma al
tempo stesso si comporta come se fosse concreta. «Lo sento
quindi è» al di là di ogni ragionevolezza; l’effetto profetico
supera ogni evidenza empirica. Anche in questo caso, perciò,
gli approcci terapeutici di tipo razionalistico sono
fallimentari: la ragione si infrange sullo scoglio della tirannia
dell’assurdo che domina la mente del paziente.

Strategie di psicosoluzione
L’ambito clinico del DOC è stato, insieme al panico, il primo
settore a cui applicai le mie ricerche nella messa a punto di
strategie terapeutiche in grado di sovvertirne gli equilibri
patologici in tempi brevi; sono stati proprio gli stratagemmi
terapeutici rilevatesi efficaci ed efficienti a dimostrare che,
se il paziente riesce a bloccare i rituali, le ossessioni
compulsive collassano su se stesse.
Nell’arco di questi decenni sono state elaborate forme
specifiche di trattamento strategico per le differenti
tipologie di disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), ossia
preventivo, propiziatorio e riparatorio, che rappresentano
attualmente la best practice in campo terapeutico (Nardone,
Salvini, 2013; Nardone, Portelli, 2013). La ricerca-intervento
trasversale condotta nell’arco di vent’anni e applicata a
migliaia di casi mostra con chiarezza come, attraverso
queste tipologie terapeutiche, l’88 per cento dei casi possa
essere condotto a estinguere il disturbo ossessivo-
compulsivo nell’arco di pochi mesi (dai 3 ai 6); solo una
piccola parte di questa casistica richiede un intervento più
prolungato, quando è necessario smontare gradualmente le
numerose ritualizzazioni che si sono costituite. Mentre nella
maggioranza dei casi si annullano i rituali patologici
ricorrendo a controrituali terapeutici,18 in questa minoranza
di pazienti si deve procedere con un lento e graduale
processo di cambiamento, una sorta di gioco di scatole cinesi
da aprire una dopo l’altra.

Psicotrappola del paranoico

Questa tipologia di disturbo, spesso decisamente grave, va


distinta da quelle esposte fin qui: spesso vengono confuse
tra loro, e proprio la valutazione delle specifiche
psicotrappole permette una distinzione rigorosa. Il fobico
teme quello che può accadere; l’ossessivo cerca attivamente
di controllarlo; il compulsivo lo gestisce profeticamente con i
rituali; il paranoico è sicuro che avverrà qualcosa di negativo
che lo perseguiterà in modo inesorabile. Per questo motivo si
difende preventivamente dal presagio funesto, ma senza
alcun successo e avvertendone la sconfitta.
È proprio l’aspetto difensivo contro un nemico immaginario
che contraddistingue l’atteggiamento e il comportamento del
paranoico, il quale, come è facile capire, si crea
concretamente nemici ovunque. Le continue manifestazioni
di diffidenza o difesa aggressiva suscitano negli altri risposte
speculari, che dal semplice rifiuto possono arrivare al
conflitto aperto. Non esiste forse esempio letterario più bello
del Deserto dei tartari di Dino Buzzati: l’ufficiale Drogo,
isolato in un fortino al confine del deserto, è costantemente
impegnato a vigilare sull’attacco dei nemici, dato per certo,
imprigionato per sempre nella sua vigilanza.
Spesso questi pazienti, quando la patologia raggiunge una
certa gravità, tendono a isolarsi, proprio come Drogo, nel
loro «fortino», azzerando i rapporti sociali, aggiungendo alla
patologia la sofferenza di una desertica solitudine.

Strategie di psicosoluzione
L’intervento terapeutico deve mirare a smontare la funesta
convinzione che conduce alle risposte difensive. Raramente
però si può ottenere questo risultato tramite
razionalizzazioni e ragionamenti, perché i soggetti
producono effettivamente le prove del rifiuto e dei torti
ricevuti: come abbiamo visto, è proprio il paranoico a crearle
con il proprio atteggiamento difensivo. Pertanto, il primo
passo della terapia dovrà essere quello di creare esperienze
concrete che smentiscano questa evidenza.
Negli ultimi anni abbiamo messo a punto un intervento
specifico, definito «ricerca della conferma contradditoria»,19
che si è dimostrato in grado di rompere la rigidità percettiva
dei soggetti paranoici attraverso una sorta di ricerca
empirica guidata del rifiuto da parte degli altri che,
solitamente, grazie alla sua struttura, produce l’effetto
contrario. Solo dopo aver provocato questa rottura nella
rigida corazza del paranoico, si può procedere a smontarne,
anche attraverso i ragionamenti, la chiusura difensiva e il
rifiuto e la diffidenza, facendolo cessare di essere colui che
costruisce ciò che poi subisce.
Psicotrappole del patofobico/ipocondriaco

A una prima osservazione superficiale questa classe di


problematiche cliniche appare come una sorta di somma di
quelle sin qui descritte, focalizzata sul tema specifico della
propria salute. L’ipocondriaco è al tempo stesso terrorizzato
da una malattia, cerca di controllarla, mette in atto riti
rassicuranti richiedendo anche l’aiuto di specialisti e, in
questo, subisce la paranoia di essere condannato a una
grave malattia. A un’osservazione più attenta si può però
rilevare che la psicotrappola prevalente è quella del
«controllo che fa perdere il controllo», cui si aggiunge quella
della fiducia nella conoscenza che può salvarci, in questo
caso nella medicina, e la richiesta costante di aiuto
selezionato, ovvero solo da parte di specialisti. Il fallimento
di queste tentate soluzioni alimenta, talvolta fino al
parossismo, la sensazione e la convinzione di essere malati.
Molière, nel suo celeberrimo Malato immaginario, ci offre
uno splendido affresco degli atteggiamenti e dei
comportamenti del soggetto ipocondriaco.
Rispetto al Seicento di Molière, in epoca moderna la
patologia si è ulteriormente evoluta: proprio perché abbiamo
a disposizione molte più conoscenze e strumenti diagnostici
sempre più precisi, la credenza illusoria di controllare
qualunque malattia si è così amplificata che patofobia e
ipocondria sono tra i disturbi in maggiore crescita negli
ultimi decenni. Chi ha il terrore di essere ammalato o colpito
da una malattia fulminante (collasso, infarto, aneurisma)
ricorre di continuo a esami diagnostici anche quando non
sono necessari o del tutto inutili. Come il lettore ricorderà,
non esistono diagnosi precoci certe e nessuna prevenzione
efficace per l’infarto o altre condizioni gravi e letali; al
contrario, mediante la ricerca compulsiva di rassicurazione i
soggetti si illudono di prevenire qualunque problema, ma la
psicotrappola ne esaspera la portata.
Ciò che distingue il patofobico dall’ipocondriaco è che il
primo usualmente si fissa su una singola e specifica forma di
pericolo per la sua salute e la combatte in modo ossessivo.
Nella maggior parte dei casi il patofobico teme le sindromi
fulminanti, ma talvolta può fissarsi anche su patologie a
lenta progressione, come il tumore o le malattie
degenerative. L’ipocondriaco, invece, va nel panico per
qualunque minima alterazione del proprio organismo,
trasforma il minimo dolore in sintomo sicuro di una grave
patologia organica. Spesso gli ipocondriaci arrivano a essere
così stressati dalla lotta costante contro ogni minima
sensazione minacciosa da abbassare le difese immunitarie e
divenire letteralmente artefici di ciò che temono.

Strategie di psicosoluzione
Su entrambi i disturbi la strategia terapeutica che si è
dimostrata più efficace è di nuovo quella che si concentra
sulla neutralizzazione della messa in atto delle psicotrappole
specifiche. Per quanto riguarda il controllo costante della
propria salute, la tecnica consiste nel produrre un effetto
paradossale prescrivendo al soggetto di automonitorarsi
frequentemente20 durante la giornata annotando di volta in
volta sintomi e malattie. L’effetto paradosso è quello di
indurre, attraverso la ricerca volontaria dei sintomi,
l’annullamento delle sensazioni spaventose. Parallelamente
sarà necessario interrompere l’incessante richiesta di
rassicurazione attraverso diagnosi e consulti specialistici.
Non è facile, ma è possibile raggiungere lo scopo facendo
leva proprio sulla paura del paziente, dimostrandogli come la
prevenzione attiva può alimentare concretamente una
patologia.
Come i latini ci insegnano: «Ubi maior minor cessat», la
paura maggiore cancella quella minore.
Psicotrappole del depresso

La depressione, nel Novecento definita il «male oscuro», dal


titolo di un noto romanzo di Giuseppe Berto, è forse la più
discussa tra le patologie psichiche: il dibattito sulla natura
organica oppure acquisita della depressione è sempre
acceso. Eviteremo qui di addentrarci in questa sterile
discussione: qualunque studioso non fanatico sa bene che
l’interazione tra natura ed esperienza produce le prerogative
personali di un soggetto, ma se rispetto alla natura abbiamo
pochi strumenti correttivi – nonostante il marketing delle
case farmaceutiche proponga sempre nuove «pillole della
felicità» – possiamo invece affrontare l’esperienza ed evitare
di costruirci intorno la prigione in cui rischiamo di
rinchiuderci. Pertanto, anche nell’osservazione attenta delle
dinamiche che il soggetto depresso reitera nei confronti di se
stesso, degli altri e del mondo, possiamo individuare alcune
«regolarità» che ne rappresentano le psicotrappole.
L’atteggiamento fondamentale del depresso è la rinuncia nei
confronti della vita: poiché soffrirà comunque, il depresso
rinuncia al tentativo di migliorare la propria vita, ovvero si
arrende. La seconda caratteristica osservabile consiste nel
relegare se stessi nel ruolo della vittima che delega
continuamente ad altri il compito di farlo sentire bene.
Talvolta questo tipo di relazione si trasforma in un vero e
proprio ricatto morale nei confronti di familiari e partner:
più questi si prodigano per aiutare il depresso, più si sentono
sotto accusa per la loro incapacità o inadeguatezza. La terza
psicotrappola consiste nel lamentarsi apertamente con
chiunque della propria sofferenza o, al contrario, chiudersi
in un fragoroso silenzio. Come il lettore può bene intendere,
l’effetto della combinazione di queste tre psicotrappole
produce la pozione avvelenata che il depresso si somministra
quotidianamente.
Strategie di psicosoluzione
Come prevedibile, i tanti studi compiuti sulla depressione
hanno condotto ad altrettante prospettive sul trattamento.
La tipologia terapeutica su cui ci focalizziamo qui è quella
che mira a interrompere i circoli viziosi che alimentano il
disturbo. Si tratta di un intervento strategico che coinvolge
non solo il paziente, ma anche le persone intorno a lui; due
delle tre psicotrappole che il paziente applica sono
relazionali, e coinvolgono attivamente familiari e partner.
Usualmente si guidano i familiari a fornire al depresso uno
spazio prefissato dove concentrare le sue lamentazioni
(tecnica del pulpito)21 per poi, al di fuori di tale rituale
terapeutico, evitare qualunque discorso relativo ai suoi
disagi (tecnica della congiura del silenzio).22 Una volta
disinnescate le due psicotrappole relazionali, si guida il
soggetto a riattivarsi a piccole dosi. Se il paziente è
particolarmente resistente o nel corso della sua vita ha
collezionato numerose delusioni, lo si indurrà a raccontarle
sotto forma di racconto scritto (tecnica del romanzo dei
disastri realizzati),23 in modo tale che veicoli le proprie
emozioni in una narrazione dal grande potere terapeutico.
Vale la pena di ricordare le parole di san Francesco
d’Assisi: «Anche la più cupa delle tenebre può essere
rischiarata da un singolo raggio di luce».

Psicotrappole dell’insicuro cronico

L’insicurezza non può essere definita di per sé come una


forma di patologia. Ma quando si generalizza e diviene
incapacità di decidere e di agire può essere considerata tale.
In medicina il termine «cronico» indica una forma
radicalizzata di patologia che ci accompagna per tutta la
vita. Come abbiamo cercato di spiegare da un punto di vista
strategico, non esiste nulla che non si possa cambiare; per
questo rifiutiamo il termine «cronico», che suona come un
anatema e per chi poi ci crede diviene una condanna. Al di là
delle dispute terminologiche, è fuor di dubbio la sofferenza
di chi è costantemente incerto sulle proprie decisioni e
spesso è incapace di agire in vista di uno scopo. Il
meccanismo che conduce a una sfiducia così radicata nelle
proprie capacità è effetto della psicotrappola del
sopravvalutare e/o sottovalutare e del rimandare. L’insicuro
sopravvaluta sempre gli altri e la difficoltà di ciò che deve
affrontare, mentre sottovaluta le proprie risorse; per questo
tende a rimandare l’assunzione di responsabilità e a mettere
in atto iniziative adeguate alle circostanze. Il ripetersi della
tattica del posporre incrementa la disistima, che di
conseguenza amplifica la sensazione di impotenza nei
confronti degli altri e del mondo.
Esiste anche una variante dal carattere più ossessivo-
compulsiva di questa forma di disagio psichico e
comportamentale, ovvero il dubbio patologico. In questo
caso la dinamica che conduce a rimandare l’azione è
l’esigenza ossessiva di valutare in anticipo tutte le possibilità
e i possibili effetti, per poi passare all’azione solo quando,
attraverso una logica stringente, si è giunti a una decisione
corretta e definitiva. Qui la psicotrappola del pensiero è
l’illusione del ragionamento perfetto.
In entrambi i casi si osservano individui totalmente
bloccati nella loro vita, incapaci di assumersi qualunque tipo
di responsabilità e di portare avanti progetti di ogni genere.
Non di rado questi individui si legano a persone che
avvertono come protettive e a cui chiedono aiuto e
rassicurazione, generando una vera e propria forma di
dipendenza relazionale in virtù dell’applicazione di una terza
psicotrappola, quella dell’aiuto che danneggia.

Strategie di psicosoluzione
Se nella combinazione di psicotrappole prevale il versante
fobico, ovvero il sottovalutare e/o sopravvalutare associati al
rimandare e all’aiuto che danneggia, l’intervento terapeutico
dovrà focalizzarsi su tale copione patogeno e sarà quindi
molto simile a quello usato per i disturbi fobici. Pertanto si
guiderà il soggetto ad applicare prima la tecnica del come
peggiorare, poi quella della peggiore fantasia; nel frattempo,
si dovrà suscitare la paura della richiesta d’aiuto, bloccando
da una parte la dinamica relazionale che alimenta il disturbo
e rovesciando dall’altra parte le sensazioni fobiche su se
stesse in modo paradossale fino al loro annullamento: si
tratta cioè di «spegnere il fuoco aggiungendo legna».
Realizzata questa prima importante fase, si guiderà il
soggetto ad assumersi piccoli rischi e decisioni sempre più
impegnative, sino al raggiungimento della fiducia nelle
proprie risorse e alla costruzione della propria autostima.
Se nel disturbo prevale la componente ossessivo-
compulsiva, la prima fase del trattamento sarà decisamente
differente. Ci si focalizzerà sul cortocircuitare il meccanismo
del ragionamento illusoriamente perfetto guidando la
persona all’accettazione ed esecuzione del precetto kantiano
secondo cui «non esiste risposta corretta a domanda
scorretta», fino al completo disinnesco del circolo vizioso tra
dubbi improponibili e risposte che tentano di scioglierli,
sollevando ulteriori quesiti impossibili da sciogliere
(Nardone, De Santis, 2011).
Anche in questi casi la terapia non richiede più di qualche
mese e la percentuale di esiti positivi è decisamente alta,
oltre l’80 per cento.
Con le parole di Shakespeare: «Non c’è notte che non veda
il giorno».

Psicotrappole dell’impotente e dell’anorgasmica


La sfera delle problematiche sessuali, come ben sappiamo, è
molto sentita. Non a caso Freud costruisce tutta la teoria
psicanalitica su ciò che ha a che fare con la vita sessuale
dell’individuo.
Tra i disturbi più frequenti e sofferti in questo ambito vi
sono l’impotenza maschile e l’anorgasmia femminile: sono
entrambi blocchi che limitano la piena espressione di un
istinto così profondamente naturale.
Le due forme di disturbo possono apparire molto differenti,
ma in realtà il meccanismo che le sottende è decisamente
simile: sia l’impotente che l’anorgasmica tentano
volontariamente di produrre ciò che dovrebbe essere
spontaneo. L’uomo si sforza di ottenere e mantenere
l’erezione, la donna si impegna a sentire di più sino a
raggiungere l’orgasmo. La psicotrappola della mania del
controllo che conduce a effetti contrari è alla base di
entrambi i disturbi. Frequentemente, per evitare la
frustrazione, sia la donna che l’uomo riducono al «minimo
sindacale» i rapporti con il partner; talvolta nelle forme più
radicate l’evitamento diviene generalizzato, impedendo non
solo la soddisfazione erotica, ma anche la vita stessa di
coppia. Entrambi tentano di nuovo di tenere nascoste le
rispettive problematiche: la donna finge, l’uomo ricorre in
segreto a farmaci che stimolano l’erezione.
Da un punto di vista strategico le due patologie sessuali
hanno le stesse radici, pur con un’espressione del tutto
diversa. Ciò è dovuto alle differenze biopsicologiche tra il
corpo femminile e quello maschile. Va sottolineato che
l’incapacità di esprimere fino in fondo l’istinto sessuale ha
spesso effetti che non si limitano solo a questo ambito della
vita, ma influenzano anche gli altri: questo limite essenziale
contagia qualunque altra forma di fiducia nelle proprie
risorse personali.

Strategie di psicosoluzione
Se in entrambi i casi la psicotrappola di fondo è il controllo
che fa perdere il controllo, nella sua variante di impegno
volontario a produrre qualcosa che dovrebbe essere
spontaneo, la soluzione consisterà nel rovesciamento
paradossale dello sforzo. Pertanto si guideranno l’uomo e la
donna a impegnarsi prima ad azzerare l’ansia anticipatoria,
e durante, per cortocircuitare il paradosso del controllo,
sforzarsi nella direzione contraria, ovvero immaginare in
anticipo tutte le scene del fallimento, costringendosi a
sentire il meno possibile per la donna, e ad avere
un’erezione meno potente per l’uomo.
Tuttavia questa tecnica, che in una percentuale di circa il
50 per cento dei casi produce l’esito desiderato, non
dispiega il suo potenziale terapeutico se non si disinnesca la
tendenza all’evitamento. Questo tuttavia non deve
trasformarsi in un «compito a casa»: in tal caso saremmo di
fronte a una pianificazione volontaria di ciò che dovrebbe
risultare naturale. Per evitarlo, di solito è importante
guidare la coppia o il singolo che guiderà il partner a una
sorta di «ripasso», fase per fase, della scoperta
adolescenziale e della progressiva maturazione sessuale,
concentrando l’attenzione su tutti gli effetti erotizzanti e
sulla ricerca del piacere della complicità a partire dagli
sguardi, dai sorrisi o dalle semplici carezze.
Questo aspetto, che potrebbe apparire puramente
pedagogico, è in realtà un modo per innescare un processo
di distrazione dalla ricerca eccessivamente focalizzata solo
sulla fase conclusiva del rapporto alla fase iniziale, elemento
altrettanto importante per disinnescare la psicotrappola
dell’evitamento e del controllo controproducente. Se si
riesce – e talvolta non è per niente facile – a convincere i
pazienti a realizzare questo percorso nella sua completezza,
gli esiti di successo terapeutico vanno oltre il 90 per cento,
nell’arco di 3-6 mesi. A tale riguardo è importante ricordare
al lettore che la sessualità, essendo un fenomeno
completamente naturale, entra in crisi quando la ragione si
oppone alla natura; perciò la soluzione consiste
semplicemente nel riportare le cose alla loro espressione più
naturale.

Psicotrappole della bulimica

A proposito di questo disturbo alimentare è doveroso


innanzitutto un chiarimento. Etimologicamente il termine
significa «fame da bue», pertanto si riferisce all’area del
disturbo caratterizzata da un incontrollabile impulso verso il
cibo e da un mancato controllo rispetto alle dosi. Spesso con
questo termine si confonde la sindrome da vomiting24 che
nei manuali psichiatrici viene chiamata anche erroneamente
bulimia nervosa o anoressia nervosa. Chiarito questo
equivoco, possiamo osservare che chi soffre di questo
disturbo tende a mangiare in maniera spropositata e il più
delle volte in modo irregolare. La vita di queste persone di
solito si svolge tra un’abbuffata e l’altra, oppure alternando
tentativi di stare a dieta e ricadute colossali nell’abbuffata.
In questi casi i soggetti sono sempre a dieta, ma senza
riuscire a mantenerla. La situazione più frequente è quella in
cui i pazienti si sottopongono a una dieta, riescono a
mantenerla per qualche mese, perdendo anche molti chili,
per poi crollare inesorabilmente nelle abbuffate o in
un’alimentazione incontrollata, recuperando il peso perso e
aggiungendo qualche chilo.
Come nella condanna mitologica di Sisifo, il bulimico tenta
di risospingere il macigno su per la collina, per poi vederlo
rotolare di nuovo verso il basso. Spesso, dopo alcuni
tentativi, la persona cede arrendendosi totalmente al cibo; di
solito questa è la strada per divenire obesi «boteriani». Tra
chi resiste all’alternanza tra dieta e ricaduta nella bulimia
esiste una categoria molto diffusa nel mondo occidentale,
ossia persone che oscillano tra essere in sovrappeso e
tornare normopeso; non a caso vengono definiti «soggetti yo-
yo».
Il dato di ricerca più disarmante riguarda i risultati di una
ricerca longitudinale durata ben diciotto anni commissionata
dalla rivista «American Psychologist». I ricercatori hanno
confrontato, seguendo nel tempo una decina di migliaia di
soggetti, gli effetti dello stare a dieta o meno. Oltre l’80 per
cento dei soggetti a dieta risultava in netto sovrappeso,
viceversa oltre il 70 per cento dei soggetti non a dieta
rientrava nei parametri di normopeso. La conclusione
inevitabile è che stare a dieta fa ingrassare. La psicotrappola
del controllo ossessivo dell’alimentazione per perdere peso o
mantenerlo costante esprime qui tutta la sua portata
paradossale nella perdita totale del controllo. Mangiare è un
piacere indiscutibile, e la repressione di un piacere produce
l’aumento del desiderio. Quando la formula del controllo
rigido e ostinato si applica al cibo, il potenziale disfunzionale
tocca le vette più elevate. Una seconda psicotrappola è
sempre presente in questi soggetti, ossia la
sopravvalutazione estetica degli altri, in particolare delle
persone magre o perfino emaciate, così come una
sottovalutazione del proprio aspetto fisico. Questa
percezione esasperata in positivo di tutto ciò che è magro e
in negativo di tutto ciò che non lo è, spinge ancora di più al
controllo dell’alimentazione e aggrava gli effetti descritti.
È curioso notare come, per quanto questo fenomeno sia
conosciuto, le indicazioni mediche, psicologiche e sociali
siano nella maggioranza dei casi basate sull’acquisizione del
controllo, ovvero si insiste sulla soluzione che è divenuta il
problema.

Strategie di psicosoluzione
I disordini alimentari sono stati, insieme ai disturbi fobici,
ossessivi e compulsivi, l’ambito clinico più importante delle
ricerche svolte da me e dai miei collaboratori. Pertanto
anche per queste tipologie di disturbo sono stati messi a
punto protocolli terapeutici in grado di condurre a una
rapida soluzione del problema nella maggioranza dei casi. In
particolare negli ultimi anni è stato formulato il costrutto di
«dieta paradossale», un vero e proprio controparadosso
rispetto al «controllo che fa perdere il controllo».
L’indicazione davvero sorprendente per i pazienti è quella di
«mangiare solo e soltanto ciò che piace di più, ma solo e
soltanto nei tre pasti senza alcuna limitazione né di quantità
né di qualità». L’effetto pressoché immediato è che le
abbuffate o gli spiluccamenti fuori pasto svaniscono, e per
quanto i pasti possono essere abbondanti, il soggetto si
rende conto che non aumenta di peso; anzi, dopo poche
settimane comincia a calare, poiché il desiderio per i cibi
proibiti diminuisce. «L’unico modo per superare una
tentazione è cedervi» scrive Oscar Wilde. Noi aggiungiamo
«in chiave strategica», per azzerare il paradosso della dieta.
Parallelamente si guida la persona a costruire l’abitudine a
un’attività motoria quotidiana, anche in questo caso
selezionandola sulla base di ciò che piace di più e non su ciò
che sembra più efficace per dimagrire. Tutto questo dovrà
divenire un vero e proprio stile di vita, non così difficile da
realizzare perché basato sull’espressione del piacere e non
sulla sua repressione.
Attraverso tale percorso, che ovviamente richiede più di
qualche mese, soprattutto quando si tratta di perdere decine
di chili, la percentuale di esiti positivi è decisamente molto
alta (91 per cento), ma ciò che va sottolineato è che il
risultato si mantiene nel tempo e con grande soddisfazione.

Psicotrappole dell’anoressica

Nell’ambito dei disordini alimentari, all’opposto della bulimia


abbiamo il disturbo più impressionante per il senso comune,
a causa dei suoi effetti talvolta davvero nefasti: l’anoressia.
Questa patologia è tra quelle più alla ribalta, perché nella
maggioranza dei casi colpisce donne giovani e belle le quali,
proprio per mantenersi tali o diventare più belle, si
costringono a diete restrittive fino a diventare prigioniere
della trappola terribile che si sono costruite. Numerose dive
sono state vere e proprie «testimonial» di questo disturbo,
che per certi aspetti «eleva» le pazienti, mentre tutte le altre
patologie «abbassano». Tale sopravvalutazione patogena ne
fa una sorta di ambito traguardo per schiere di adolescenti,
che associano questa condizione al successo e alla
distinzione dalla massa.
In questo caso, all’opposto della bulimia, si osserva un
controllo così ben riuscito della propria alimentazione da
non riuscire più a farne a meno. In termini clinici
l’ossessione si tramuta in una compulsione ingestibile
all’astinenza, che può condurre «felicemente» alla perdita di
peso sino agli esiti più nefasti. Anche per le anoressiche vale
la regola della sopravvalutazione estetica altrui e della
propria sottovalutazione. In questo caso si possono osservare
percezioni così alterate da sembrare veri e propri deliri. Con
questi soggetti a nulla valgono le dimostrazioni dell’evidenza
contraria: è come se indossassero lenti deformanti che fanno
vedere solo e soltanto ciò che conferma la loro idea
patologica di essere grasse, e quindi di dover dimagrire a
tutti i costi. Di solito la patologia appare nel periodo
puberale o nella prima adolescenza e si sviluppa assumendo
una rigidità sempre più accentuata come modello di
percezione e reazione nei confronti della realtà. Fra i
fenomeni psicopatologici, l’anoressia è senza dubbio il
disturbo più contronatura, e forse la forma più ostinata di
patologia dal punto di vista della resistenza al cambiamento.
L’anoressia è come un’armatura che, una volta indossata, è
in grado di respingere qualunque attacco esterno, quali il
dolore fisico e le emozioni perturbanti, che poi si trasforma
in una prigione dalla quale il soggetto non riesce più a
uscire.

Strategie di psicosoluzione
Il primo dato relativo al trattamento di questo disturbo da
prendere in considerazione è fornito dall’Associazione
mondiale dei disordini alimentari (ANADA): circa il 15 per
cento dei soggetti muore, il 40 per cento si cronicizza, il 45
per cento migliora. Ovviamente è una valutazione opinabile,
ma che mostra con chiarezza la difficoltà del trattamento.
Nella mia esperienza, la situazione è decisamente più
ottimistica, anche se gli esiti sono assai meno confortanti
rispetto al trattamento delle altre forme di patologia. Per
quanto ci riguarda, la risoluzione totale del disturbo non
supera il 60 per cento dei casi; il 20 per cento circa sono i
casi che hanno mostrato un miglioramento, cioè il recupero
di una buona parte del peso corporeo, senza però aver
raggiunto il risultato ottimale e che mantengono uno stile di
vita anoressoide, pur in una situazione stabile. Il restante 20
per cento il più delle volte interrompe precocemente la
terapia, portandola al fallimento.
Esperienza comune di tutte le strategie terapeutiche
efficaci è il fatto che, se si riesce a intervenire all’insorgere
del disturbo, o quando ancora il soggetto è in fase
adolescenziale, attraverso una terapia che coinvolge
necessariamente tutta la famiglia, assumendo atteggiamenti
e comportamenti che inducono la giovane paziente a
riprendere a mangiare, recuperando lentamente un buono
stato di salute psicofisica, gli esiti positivi sono decisamente
molto più probabili. Questo spesso implica la risoluzione di
dinamiche familiari, oltre che individuali, complesse e
patogene.
Per quanto riguarda invece i soggetti adulti, l’intervento
cerca prioritariamente di fare in modo che la paziente si
conceda piccole trasgressioni volontarie allo stile alimentare
e di vita, inducendola a scoprire gradualmente come tali
esperienze non siano rischiose né pericolose per il suo
equilibrio, bensì piacevoli e in grado di offrire una capacità
maggiore, e non una perdita, del controllo. Il controllo più
elevato, infatti, coincide con la capacità di lasciarsi andare e
poi riprendersi, e non certo irrigidirsi in posizioni difensive.
In questi casi, poiché si tratta di convincere una persona a
fare ciò che non vorrebbe fare, sono ancora più importanti le
capacità comunicative e relazionali dello psicoterapeuta.
Tuttavia è bene sottolineare che anche la più resiliente e
resistente delle armature, se si lavora sulle sue giunture,
prima o poi può essere prima incrinata e poi spezzata.
Talvolta questo richiede tempi lunghi e molta costanza, altre
volte è possibile spezzare la rigidità più rapidamente. Ma il
costituirsi di un equilibrio nuovo e sano richiede tempi
lunghi, non solo in vista di un notevole recupero di peso, ma
proprio per il cambiamento mentale necessario.

Psicotrappole del vomiting

Se l’anoressia è un fenomeno raccapricciante, la patologia


che spesso si manifesta come effetto successivo è
sicuramente quella che fa più ribrezzo ovvero la compulsione
irrefrenabile a mangiare e vomitare. Oltre il 70 per cento
delle pazienti affette da anoressia passa al vomiting, così
come una buona percentuale di soggetti bulimici, poiché il
vomito rappresenta la soluzione «tecnologica» al mangiare
senza ingrassare.
Nell’antichità greca e romana questo era un costume
usuale durante le interminabili abbuffate tipiche delle feste
orgiastiche. In epoca moderna, da rito sociale si è
trasformata in una grave psicopatologia individuale. Il
meccanismo che la sottende, infatti, prende l’avvio con il
riempirsi e lo svuotarsi, ma poi si trasforma gradualmente in
una compulsione irrefrenabile basata sul piacere non solo di
mangiare, ma proprio di abbuffarsi per poi vomitare. Quando
all’inizio degli anni Novanta al CTS iniziammo a estendere
all’area dei disordini alimentari il nostro metodo di ricerca-
intervento applicato con successo nel decennio precedente
all’area dei disturbi fobici e ossessivi, emerse con chiarezza
che ciò che funzionava nel trattamento di anoressia e
bulimia risultava fallimentare in questo disturbo, che ne è
un’evoluzione. Questo ha richiesto lo studio e la messa a
punto di altre strategie terapeutiche specifiche che
calzassero alla sua struttura. In termini di psicotrappole,
quella del controllo cede il passo alla ricerca di un piacere
trasgressivo che gradualmente si trasforma in una
compulsione irrefrenabile, di cui è l’effetto. Tra le forme di
psicopatologia il vomiting è sicuramente quella che produce
maggiori danni a livello organico: gli effetti del mangiare e
vomitare ripetutamente – nei casi più gravi più volte al
giorno, senza assimilare nulla – sono davvero devastanti. Lo
scompenso più immediato è il collasso cardiocircolatorio per
la caduta dei livelli di potassio; altri danni all’organismo
spesso divengono incurabili (esofagite cronica, prolasso
intestinale, problemi alla vista per aumento della pressione
endoculare, scompensi endocrini, compromissione della
fertilità). Il fatto davvero sorprendente è che, nonostante
tutto questo vada contro ogni ragionevolezza, le pazienti non
smettono di praticare questo rito piacevole.
Una seconda psicotrappola si instaura con chi cerca di
aiutare i soggetti, diventandone inevitabilmente complice
dopo aver tentato senza successo di convincerli a
interrompere il comportamento patologico.

Strategie di psicosoluzione
Se il meccanismo che mantiene e alimenta un disturbo è il
piacere, questo dovrà essere anche il bersaglio
dell’intervento terapeutico. Sulla base del nostro lavoro di
ricerca-intervento sul vomiting è stata elaborata una
strategia che va proprio in questa direzione. Attraverso
un’opera di persuasione nient’affatto facile da realizzare, la
paziente viene guidata a mettere in atto una variazione nel
proprio rituale di mangiare e vomitare: posporre l’atto del
vomito un’ora dopo l’abbuffata, allo scopo di alterare la
percezione del piacere che prevede la consequenzialità delle
due fasi del rito. Una volta ottenuto questo primo piccolo-
grande cambiamento, si guiderà il soggetto a dilatare
sempre di più l’intervallo, sino a giungere in maniera
indiretta a ridurre progressivamente la quantità di cibo
ingerito per paura di ingrassare e finché la compulsione non
si estingue del tutto.
Potrebbe apparire una procedura semplice, ma se si tiene
conto che le pazienti affette da vomiting sono forse le più
resistenti al cambiamento, proprio perché la sensazione alla
base della patologia è il piacere, raggiungere lo scopo
richiede capacità comunicative e relazionali quasi
funamboliche. Detto questo, i risultati ottenuti nel
trattamento della patologia, non solo presso il CTS di Arezzo,
ma anche da tutti i miei collaboratori e allievi nel mondo,
quando è possibile mettere in pratica il protocollo
terapeutico, superano l’80 per cento dei casi positivi; il
cambiamento terapeutico avviene in tempi rapidi, dai 3 ai 6
mesi.
Va detto, però, che il più delle volte, dopo aver azzerato la
compulsione basata sul piacere di mangiare e vomitare, ci si
dovrà occupare della patologia sottostante, anoressia o
bulimia; pertanto, trattare quella che abbiamo definito
sindrome da vomiting prevede due terapie, e non una sola.
Inoltre, anche in questo caso, la costituzione di un equilibrio
sano che si sostituisca a quello patologico richiede tempi
prolungati.

Psicotrappola dell’exercising e del binge eating


Queste due tipologie di disturbo vengono trattate insieme
perché sono molto spesso associate: la tendenza all’esercizio
fisico eccessivo per compensare la quantità di calorie
ingerite e cercare, spesso con successo, di alternare periodi
di restrizione alimentare a giornate di totale abbandono alle
abbuffate.
Come si può ben intendere, queste persone tendono a
controllare la linea mediante un’attenzione maniacale al
movimento, considerato un modo per vigilare sulle calorie e
non certo come un piacere. Raramente questi pazienti
praticano sport, se non la corsa, proprio per il grande
dispendio energetico che essa comporta. Di solito sono
fanatici di palestre e programmi di fitness; lo scopo non è il
piacere per un’attività motoria o ludica, bensì solo e soltanto
bruciare calorie. Sul versante della dieta sanno mantenere
con grande precisione un regime alimentare ipocalorico,
rimandando a giornate prescelte il piacere delle abbuffate, in
qualche caso tanto colossali da sembrare incredibili. Talvolta
ricordano i grandi serpenti costrittori che, dopo aver ingerito
una preda intera, rimangono deformati e bloccati finché non
riescono a digerirla, restando a digiuno per settimane.
Nell’arco di pochi giorni queste persone possono aumentare
o diminuire di molti chili.
Questa assoluta coerenza tra il calcolo matematico delle
calorie e il comportamento fa sentire questi soggetti migliori
degli altri, poiché in grado di ottenere ciò che la
maggioranza non riesce a ottenere. Tuttavia quasi sempre
questo equilibrio non dura nel tempo e si evolve in bulimia o
anoressia.
Come scrive sant’Agostino: «È più facile l’astinenza che la
moderazione». Inoltre, per mantenere rigidamente
l’equilibrio tra restrizione e abbuffate i soggetti esercitano
un controllo ossessivo: così devono difendersi da qualunque
possibile tentazione, evitando i piaceri sociali per non
correre il rischio di perdere il controllo delle calorie nei
giorni di restrizione, mentre nei giorni di abbuffata si isolano
completamente per poterle realizzare al meglio. Questo
conduce a un vero e proprio isolamento sociale e a
un’estrema difficoltà nella gestione di un’eventuale relazione
di coppia. Anche quando praticano attività motorie insieme
ad altri, questi pazienti sono così concentrati sul proprio
corpo e sull’esercizio da intraprendere una sorta di dialogo
solipsistico. Appare evidente che questa continua attenzione
su se stessi prima o poi rischia di far saltare l’equilibrio.

Strategie di psicosoluzione
Un po’ come per il disturbo anoressico, in questa patologia è
importante introdurre nei periodi di controllo restrittivo e di
attività motoria forsennata piccole violazioni piacevoli al
rigido ordine e introdurre nella mente del paziente l’idea
secondo cui non è l’abbuffata a richiedere la restrizione, ma
al contrario è la limitazione alimentare che conduce all’orgia
alimentare. Questo tipo di ristrutturazione della percezione
del principio di causalità, reiterata in maniera persuasoria,
rovescia il meccanismo su se stesso: se vuoi smettere di
abbuffarti devi smettere di limitarti. Quindi si guida
concretamente il paziente a toccare con mano che, se nei
giorni di restrizione mangia di più, introducendo anche cibi
piacevoli, il desiderio e l’esigenza dell’abbuffata tendono a
ridursi sino a svanire. In questo modo, oltre ad azzerare
l’exercising e il binge eating, si previene il possibile
passaggio alla bulimia o all’anoressia, in virtù anche del fatto
che, liberando la persona dalla continua ossessione del
controllo delle calorie e della doverosa esecuzione del
programma motorio, si spalanca la porta a tutti i piaceri
relazionali negati in precedenza.
Per concludere

Un noto autore di impostazione freudiana conclude uno dei


suoi libri affermando: «L’unica cosa che impariamo dai
nostri errori è che continueremo a ripeterli» (Phillips, 2010).
Questo che suona come un terribile anatema per gli esseri
umani risulta vero se questi perseverano nel pensare e
mettere in atto ciò che non funziona perché artefici prima e
vittime poi delle proprie resistenze al cambiamento. Ma se
l’individuo accetta umilmente la sfida di sottoporsi a dolori e
fatiche per raggiungere uno scopo senza arrendersi di fronte
agli ostacoli e alle difficoltà inevitabili, ricorrendo in alcuni
casi a funambolici autoinganni terapeutici o a sofisticati
stratagemmi, altre volte semplicemente mantenendo con
perseveranza una rotta che va anche contro la propria
volontà, riuscirà a liberarsi da tale funesta profezia.
Come abbiamo cercato di spiegare, il fatto che problemi o
patologie possano essere molto dolorosi e persistenti non
richiede necessariamente che la loro soluzione o trattamento
siano altrettanto sofferti e prolungati. Molte delle
problematiche personali possono essere superate in prima
persona adottando nuove prospettive e piani d’azione che ci
permettano di azzerare l’effetto delle psicotrappole; altre
prevedono l’aiuto di un tecnico che ci guidi a superare limiti
e rigidità. Altre ancora, in quanto veri e propri effetti
psicopatologici del reiterarsi di psicotrappole, richiedono
l’intervento di uno specialista capace di guidarci a
ristrutturare le nostre percezioni e a modificare i nostri
pensieri e le nostre azioni, trasformandoli da insani in
modalità di gestione della realtà adeguate e adattive.
L’importante è tenere presente che i nostri limiti sono solo
quelli che noi stessi ci imponiamo e che, per evitare di
esserne prima artefici e poi vittime, il nostro sforzo deve
andare senza tregua nella direzione del miglioramento,
giorno dopo giorno. Come ci ricorda Lao Tse, è un giorno
sprecato quello in cui non abbiamo realizzato un passo in
avanti: se non lo realizziamo, inevitabilmente ne faremo uno
indietro. Non si può rimanere a lungo fermi in equilibrio su
una corda tesa, poiché l’equilibrio ha bisogno di movimento
e oscillazioni perpetue. Dice il funambolo Philippe Petit: «Il
sapore d’un secondo d’immobilità – se il filo ve lo concede –
è una felicità intima».
Note

1. Il costrutto di tentata soluzione è stato formulato dal gruppo di


ricercatori del MRI di Palo Alto (1974) e identifica tutto ciò che è
messo in atto dalla persona e/o dal sistema intorno alla persona per
gestire una difficoltà e che, reiterato nel tempo, mantiene e
alimenta la difficoltà conducendo alla strutturazione di un vero e
proprio problema.
2. Attualmente sono oltre trenta i progetti di ricerca di questo tipo
condotti a termine e documentati da testi e articoli pubblicati sui
differenti protocolli di trattamento.
3. Il termine autoinganno definisce un complesso insieme di
processi percettivi, emotivi e cognitivi che conducono la persona a
osservare e interpretare la realtà avvicinandola alle sue più abituali
credenze e ai propri modelli interpretativi. Le più frequenti
tipologie di autoinganno sono però quelle di tipo percettivo, ovvero
quando i nostri sensi ci danno informazioni ingannevoli frutto della
interazione tra le nostre esperienze precedenti e il sentire presente.
L’autoinganno non è positivo o negativo in sé, ma semplicemente
un processo inevitabile derivante dal funzionamento del nostro
organismo e della nostra mente. Sta all’individuo imparare a
gestire i propri autoinganni trasformandoli da disfunzionali in
funzionali (Elster, 1983; Watzlawick, 1981; Nardone, 1998;
Milanese, Mordazzi, 2007; Nardone, Balbi, 2008).
4. Da Galileo fino alla fine dell’Ottocento uno dei criteri affinché
una conoscenza potesse essere definita scientifica era la sua
oggettività, ovvero il suo carattere pubblico per cui persone
diverse, poste nelle stesse circostanze, compiono le stesse
osservazioni. Nel Novecento prima con Gödel e il suo «teorema
dell’indecidibilità», poi con gli sviluppi della fisica subatomica e la
teoria della relatività ristretta di Einstein, per cui anche lo spazio e
il tempo diventano dimensioni relative dipendenti dal sistema di
riferimento dell’osservatore, la scienza mette in discussione l’idea
che esista un mondo di fenomeni indipendenti da chi li valuta.
5. Nel Novecento la scienza supera l’idea della possibilità di
applicare ai fenomeni complessi, ovvero ai fenomeni che derivano
dall’intervento di più variabili interdipendenti, uno schema logico
causale e deterministico per cui «se A allora e sempre B» e la
spiegazione dei fenomeni diventa multicausale, circolare e
probabilistica per cui «A influenzerà B che influenzerà A che
influenzerà B con un certo livello di probabilità».
6. I principi di indecidibilità di Gödel (1931) e successivamente di
indeterminazione di Heisenberg (1958) stabiliscono l’impossibilità
di una conoscenza oggettiva in quanto l’osservatore, che è collocato
dentro un sistema, non può essere neutrale. Il punto di partenza di
una formulazione scientifica non è più il dato oggettivo, ma il
modello interpretativo dell’osservatore.
7. La circolarità autoreferenziale della mente che sottomette se
stessa a uno «studio scientifico» è così descritta da von Foerster
(1974): «Abbiamo bisogno di una teoria dell’osservazione. Poiché
solo gli organismi viventi si qualificano come osservatori, sembra
che questo compito spetti al biologo. Ma egli stesso è un essere
vivente, il che significa che nella sua teoria non deve rendere conto
soltanto di se stesso, ma anche del suo stare scrivendo questa
teoria».
8. L’epistemologia è la disciplina che studia i metodi attraverso i
quali le scienze costruiscono e validano la propria conoscenza.
9. Il positivismo è un movimento filosofico che affidava alle scienze
sperimentali un ruolo di elezione nel processo di acquisizione della
conoscenza, basando l’idea di conoscenza scientifica sul criterio
fondamentale dell’oggettività, ovvero la possibilità di distinguere il
soggetto che osserva dall’oggetto osservato.
10. La metafisica è una branca della filosofia che si occupa degli
elementi che vanno oltre l’esperienza sensibile nel tentativo di
cogliere le strutture fondamentali dell’essere. Tradizionalmente si
occupa di tematiche quali l’esistenza di Dio, l’immortalità
dell’anima, l’essenza dell’essere e la sua relazione con gli enti
materiali.
11. I fenomeni che hanno processi di causa effetto ricorsivi sono
quelli nei quali le relazioni sono di tipo circolare-retroattivo nei
quali gli effetti retroagiscono sulle cause costituendo così un
processo di costante reciproca influenza. Esempi di tali fenomeni
sono quelli che hanno attinenza con la salute e tutti i fenomeni
psicologici, relazionali e sociali.
12.I fenomeni autopoietici (Maturana Humberto, 1972)
caratterizzano i sistemi viventi consentendo loro di mantenere e
ridefinire continuamente se stessi sostenendosi e riproducendosi al
loro interno nonostante le variazioni dell’ambiente esterno.
13. Negli ultimi decenni grazie al lavoro di Newton Da-Costa e Jon
Elster nel campo della logica e di Paul Watzlawick e di Giorgio
Nardone nei settori applicativi del problem solving e della
psicoterapia, sono stati formalizzati modelli rigorosi capaci di
gestire i fenomeni che si reggono sulle ambivalenze logiche, come i
paradossi, le contraddizioni, le credenze e gli autoinganni.
14. La prospettiva internazionale proposta dagli studiosi della
scuola di Palo Alto rappresenta l’osservazione delle dinamiche che
producono il costituirsi di fenomeni complessi in virtù delle
interazioni tra gli elementi di un sistema o delle relazioni circolari
tra differenti sistemi.
15. Il termine omeostasi, ovvero la tendenza di un organismo a
mantenere il proprio equilibrio interno, è un costrutto scientifico
evidenziato da Claude Bernard e Walter Cannon e implica la
relativa costanza dell’ambiente interno, la quale viene mantenuta
attraverso la continua azione reciproca di forze dinamiche.
16. Il concetto di entropia venne introdotto agli inizi del XIX secolo,
nell’ambito della termodinamica, per descrivere una caratteristica
di tutti i sistemi allora conosciuti, nei quali si osservava che le
trasformazioni avvenivano spontaneamente in una direzione sola,
quella verso il maggior disordine. Tale concetto ha conosciuto poi
grande popolarità nell’Ottocento e nel Novecento, grazie alla vasta
quantità di fenomeni che aiuta a descrivere, fino a uscire
dall’ambito prettamente fisico ed essere adottato dalle scienze
psicologiche e sociali, nella teoria dei segnali, nell’informatica
teorica e nell’economia.
17. Joseph Dinouart, L’arte di tacere, 1771.
18. Il contro-rituale terapeutico consiste in un insieme di azioni,
pensieri, o immagini ritualizzati che il terapeuta prescrive al
paziente assumendo la stessa logica non ordinaria che sottostà ai
rituali compulsivi in modo da riorientarli e portarli al loro
annullamento (Nardone, Salvini, 2013).
19. La prescrizione della ricerca di conferma contraddittoria, in cui
la persona è invitata a uscire quotidianamente per un’ora a cercare
negli altri i segnali del loro rifiuto e trascriverli su un taccuino,
rappresenta nell’ambito della psicoterapia breve strategica la
tecnica di elezione per sbloccare la rigidità percettiva e i
comportamentale dei pazienti che si sentono costantemente
rifiutati dagli altri e che hanno la tendenza a evitare il contatto
umano per proteggersi. Tale indicazione, assecondando la credenza
del paziente di essere rifiutato, andrà però a modificarne
l’interazione con gli altri a livello di comportamento verbale e non
verbale e questo cambiamento, ripetuto nel tempo, produrrà una
nuova modalità di percezione e reazione nei confronti degli altri e
del mondo.
20. Tale indicazione nell’ambito della psicoterapia breve strategica
è definita «prescrizione del check-up ipocondriaco». Si tratta di una
tecnica di prescrizione del sintomo e ha l’obiettivo di modificare le
percezioni/reazioni ipocondriache del paziente (Nardone, Salvini,
2013).
21. La tecnica del pulpito di solito associata alla tecnica della
congiura del silenzio ha l’obiettivo di interrompere le usuali tentate
soluzioni disfunzionali (assunzione di un ruolo di vittima con
continui atteggiamenti lamentosi e recriminatori verso il contesto
relazionale più vicino) che conducono alla persistenza e
all’aggravamento del disturbo depressivo. Confinando le lamentele
del paziente in uno spazio e tempo prestabilito in cui gli
interlocutori presenti dovranno rimanere in «religioso» silenzio, si
interviene modificando la dinamica interazionale tra il paziente e i
familiari facendo in modo che essa non sia più unicamente
caratterizzata dalla patologia depressiva e, allo stesso tempo, gli
sfoghi lamentosi da involontari sono resi volontari, permettendo
così al paziente di acquisirne un graduale controllo. Tale tecnica
trova applicazione anche in tutti i disturbi fobici, ossessivo-fobici e
nelle psicosi in cui è necessario intervenire sui processi relazionali
di persistenza del disturbo (Nardone, Balbi, 2008; Nardone, 2012;
Muriana, Pettenò, Verbitz, 2006).
22. La tecnica della congiura del silenzio prevede l’indicazione di
interrompere di parlare del problema presentato dal paziente, fatta
eccezione per la mezz’ora di pulpito qualora prescritto. Trova
applicazione in tutti i quadri psicopatologici in cui il parlare del
problema costituisce una tentata soluzione individuale e relazionale
che contribuisce alla persistenza e all’irrigidimento del problema
(Nardone, 2012).
23. Con la tecnica del romanzo criminale o dei disastri realizzati si
chiede al paziente di ripercorre quotidianamente per iscritto tutti
gli eventi catastrofici di vita a partire dal presente e andando a
ritroso nel passato così da permettere un’elaborazione che ne
consente il distanziamento emotivo e lo sblocco di risorse per
introdurre cambiamenti nel presente (Nardone, Balbi, 2008;
Muriana, Pettenò, Verbitz, 2006).
24. Il termine vomiting è stato introdotto dal gruppo di ricerca del
Centro di Terapia Strategica di Arezzo negli anni Novanta per
indicare una forma di disturbo alimentare distinto da anoressia e
bulimia nervosa. Il vomito costituisce inizialmente una tentata
soluzione rispetto al bisogno di dimagrire o a quello di non
ingrassare, ma la sua reiterazione porta alla strutturazione di una
vera e propria sindrome che persiste per la piacevolezza intrinseca
al rituale di mangiare e vomitare. Per questo motivo il vomiting può
essere considerato una sorta di perversione o compulsione basata
sul piacere anziché un disturbo alimentare tout court (Nardone,
Salvini, 2013; Nardone, Selekman, 2011; Nardone, 2003; Nardone,
Verbitz, Milanese, 1999).
Bibliografia

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Indice

Per iniziare
Psicotrappole: come costruiamo ciò che poi subiamo
La natura non ci aiuta, la cultura non ci salva
Le psicotrappole del pensare e dell’agire
Le sette psicotrappole del pensare
Le otto psicotrappole dell’agire
Psicotrappole: le combinazioni patogene
Per concludere
Note
Bibliografia