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Council, non ottenuta dalla distruzione di foreste primarie.

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Indice

Prefazione Pag. XI
Introduzione » XX

PARTE PRIMA
Strumenti

1. L’abitante e il viaggiatore » 3
1.1 Viaggiatori (due quadri berlinesi) » 3
1.2 Abitanti (il contadino di Cézanne) » 7
1.3 La valorizzazione dei paesaggi culturali come tema » 10
1.4 Il turismo e una diversa idea di patrimonio » 15
1.5 Conclusioni » 19

2 Il paesaggio rappresentato » 21
2.1 Cartografia/Cartografie » 21
2.2 Cartografie su carta, cartografie in pixel » 22
2.3 La cartografia come strumento » 23
2.4 La cartografia storica » 24
2.4.1 Le cartografie catastali nello stato pre-unitario » 26
2.5 La cartografia contemporanea » 30
2.5.1 Le mappe catastali » 31
2.5.2 Le carte dell’Istituto Geografico Militare » 35
2.5.3 La carta tecnica regionale » 40
2.5.4 I Web Map Services e Google Earth » 45
2.5.5 La Direttiva INSPIRE » 50

3 Carte tematiche e struttura del territorio » 57


3.1 Disegnare carte: una pratica al crocevia » 57
3.2 Il riconoscimento della struttura storica del territorio: i processi
e i fenomeni » 60

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VI i paesaggi culturali e le memorie dei territori

3.3 La definizione dell’area territoriale-culturale Pag.


» 62
3.4 La definizione dell’ambito d’indagine: macro e microaree » 66
3.5 Per un’interpretazione del territorio: la periodizzazione
dei fenomeni storici » 68
3.6 Le fonti documentarie per l’analisi del territorio » 70
3.6.1 L’indagine archivistica » 71
3.6.2 Le cartografie dello stato come supporto per l’indagine » 71
3.7 Verso il riconoscimento della struttura storica del territorio » 73
3.8 La conoscenza della micro storia produttiva e proprietaria:
i catasti » 74
3.9 In conclusione: quali carte tematiche per la conoscenza
dei fenomeni storici? » 78

4 Iconografie del paesaggio: il territorio e l’immaginario » 79


4.1 Introduzione: l’educazione allo sguardo » 79
4.2 Imparare a guardare » 81
4.3 Iconografia e paesaggio » 85
4.4 La mutevolezza del paesaggio » 88
4.5 Composizione dei paesaggi » 92
4.6 Il paesaggio come arte » 93
4.7 Identità e paesaggio » 97
4.8 L’immagine turistica » 99

5 Censimenti e catalogazioni, tra discrezionalità ed esaustività » 103


5.1 Introduzione » 103
5.2 La normativa. Organi e strumenti per la catalogazione nazionale » 104
5.2.1 Le schede » 107
5.2.2 La scheda per i beni architettonici ed ambientali » 111
5.2.3 Altri due campi di ricerca » 123
5.3 Casi esemplari, testimonianze e modelli operativi » 124
5.3.1 Guarini. Sistema informativo dei beni culturali
della Regione Piemonte » 125
5.3.2 La scheda AIPAI per la catalogazione del patrimonio
industriale » 128
5.3.3 Il modello catalano » 131
5.4 Il censimento finalizzato alla propria esigenza ponendo
l’attenzione al contesto generale. L’open access come progetto
di riferimento » 134

6 Il carattere dei luoghi tra consapevolezza e rappresentazione:


ecomusei e mappe di comunità » 137
6.1 Tra mode e necessità: dalle collezioni private agli ecomusei
passando per i musei, i musei all’aperto e i musei del territorio » 138

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indice VII

6.2 Patrimonio, paesaggio e partecipazione: dall’eccezionalità


alla quotidianità Pag.
» 143
6.3 Gli ecomusei in Italia: leggi regionali e loro diffusione
tra formalità e informalità » 146
6.4 Dalle descrizioni teoriche alla loro applicazione pratica:
perché e come realizzare un ecomuseo » 149
6.4.1 Motivazioni generali e obiettivi locali » 149
6.4.2 Il territorio e le sue valenze. L’identificazione del patrimonio
locale tra consapevolezza e autorappresentazione: le mappe
di comunità » 152
6.4.3 Il racconto e la sua organizzazione spaziale » 154
6.4.4 Lo scheletro e i muscoli: la vitalità e la freschezza
delle attività ai fini della costruzione di partecipazione
e nuove opportunità » 156
6.4.5 Gestione e personale: tra fragilità e innovazione » 158
6.4.6 Finanzamenti » 159
6.5 Risultati raggiunti e prospettive future » 160

7 La valutazione delle politiche turistiche: un’applicazione


del visitor management al caso dei paesaggi piemontesi » 163
7.1 Introduzione » 163
7.2 Valutazione e sistemi complessi: gli interventi di trasformazione
del paesaggio » 165
7.2.1 Aspetti del valore del paesaggio » 165
7.2.2 Caratteristiche e fasi della valutazione » 165
7.3 Il visitor management: un modello di valutazione » 173
7.4 Applicazione: il visitor management per la Regione Piemonte » 177
7.4.1 I tre casi studio » 177
7.4.2 Metodologie e strumenti di analisi » 180
7.4.3 Coinvolgimento degli attori locali con Project
Cycle Management » 180
7.4.4 Monitoraggio dei flussi turistici con il GPS » 182
7.4.5 Analisi della domanda di un bene all’inizio del ciclo di vita » 183
7.4.6 Mystery Client » 184
7.4.7 Analisi cartellonistica turistica con LCMMS » 185
7.5. Conclusioni » 186
Bibliografia » 187

8 Valorizzazione del patrimonio culturale attraverso la definizione


di strategie interpretative per il turismo sostenibile » 189
8.1 Introduzione » 190
8.2 Turismo sostenibile e patrimonio culturale » 192
8.2.1 Il ruolo delle strategie interpretative per la valorizzazione
del patrimonio culturale » 195

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VIII i paesaggi culturali e le memorie dei territori

8.3.1 Il caso studio di Genova Pag.


» 200
8.3.2 Il caso studio di Amsterdam » 202
8.3.3 Il caso studio di Lipsia » 203
8.4 Riflessioni conclusive » 205
Bibliografia » 206

9 Gli strumenti ICT per la valorizzazione del paesaggio:


dal cyberspazio all’ipermediazione dei luoghi » 211
9.1 C’era una volta il cyberspazio » 211
9.2 L’esplosione dei luoghi nel web » 213
9.3 Locative media: strategie per connettere luoghi, persone,
comunità » 215
9.3.1 Mapping » 216
9.3.2 Annotare e aumentare: il paesaggio come interfaccia » 218
9.3.3 Tracing: tracciare posizioni, spostamenti e flussi » 221
9.4 Place based storytelling: le storie dei luoghi, le storie nei luoghi » 223
9.4.1 Le narrazioni locative » 224
9.4.2 Luoghi (comuni) » 226
9.5 La rimediazione del luogo » 230
9.5.1 La doppia logica della rimediazione » 230
9.5.2 La logica dell’immediatezza trasparente » 231
9.5.3 La logica dell’ipermediazione » 233
Bibliografia » 235

10 Itinerari, networking e liste di eccellenza » 237


10.1 Punto, linea e superficie: il monumento, il percorso
e il parco come strumenti di riconoscimento istituzionale
del patrimonio culturale » 237
10.2 Lo sviluppo locale e il turismo culturale » 238
10.3 L’UNESCO e la World Heritage List » 241
10.4 Gli itinerari Culturali del Consiglio d’Europa » 246
10.5 Conclusioni » 250
Bibliografia » 251

PARTE SECONDA
Architettura come strumento

1 Tipi architettonici e costruzione del paesaggio » 255


1.1 Strumento analitico/ strumento operativo » 255
1.2 Dalla città consolidata al territorio: uno strumento transcalare » 258
1.2.1 Tipo edilizio » 260
1.2.2 Tessuto urbano » 261

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indice IX

1.2.3 Tipo insediativo Pag.


» 262
1.3. Elementi tipizzanti » 264
1.3.1 Impianto viario (pattern) » 265
1.3.2 Densità » 266
1.3.3 Spazi aggregativi » 267
1.3.4 Landmarks » 267
1.3.5 L’identità come multi-layerness » 268
1.4 Tutela e valorizzazione: il tipo come processo » 269
Bibliografia » 273

2 Infrastrutture della mobilità e percezione del paesaggio » 275


2.1 Infrastruttura e paesaggio. Da corridoio a tracciato » 275
2.2 Criteri geometrici » 280
2.2.1 Adattamento/divergenza » 280
2.2.2 Il margine » 282
2.2.3 Il verde » 283
2.3 Criteri percettivi » 286
2.3.1 Movimento/velocità » 287
2.3.2 Successione/visibilità » 289
2.3.3 Tempo/ritmo » 290
2.4 Rapporto tra infrastruttura e città: nuove forme » 291
2.5 Verso una nuova percezione del paesaggio » 294

3 Tutela e valorizzazione del patrimonio architettonico diffuso


(buone pratiche) » 297
3.1 Le premesse metodologiche » 300
3.2 Le fasi della conoscenza per sezioni storiche » 300
3.3 La viabilità come strumento di lettura e interpretazione
del territorio per la strutturazione del costruito » 303
3.4 Le tracce materiali » 306
3.5 Le proposte operative per la tutela e la valorizzazione » 307
3.6 Buone pratiche » 311
3.6.1 Valorizzazione alla scala territoriale » 316
3.6.2 Valorizzazione del costruito » 319
3.6.3 Valorizzazione del sistema territorio+costruito » 321
3.7 In conclusione » 322
Bibliografia » 327

4 Design e comunicazione visiva » 329


4.1 People landscape. Paesaggi culturali, memoria, identità
e dinamiche dell’ascolto » 329
4.1.1 Dal landscape al People landscape » 329
4.1.2 Identità ovvero il progetto della corrispondenza » 331
4.1.3 Tra comunicazione e ascolto » 334

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X i paesaggi culturali e le memorie dei territori

4.2 Sistemi di identità visiva per i luoghi della cultura Pag.


» 335
4.2.1 Il design della comunicazione per i luoghi della cultura » 337
4.2.2 La corporate identity, l’immagine coordinata, il sistema
di identità visiva, metodologie progettuali per i luoghi
della cultura » 338
4.2.3 L’identità e il sistema di identità visiva per un luogo
della cultura » 340
4.2.4 Il progetto, il progettista, il committente » 341
4.2.5 La letteratura scientifica sul design della comunicazione
per i luoghi della cultura » 342
4.2.6 I sistemi di identità visivi molteplici, cinetici, interattivi,
condivisi » 343
4.2.7 I luoghi della cultura e i territori, identità visive,
reti e sistemi di accesso » 345
4.3 Orientare, informare, identificare. Segnaletiche per
la valorizzazione » 345
4.3.1 Il campo del progetto di segnaletica » 346
4.3.2 Il genius loci e il progetto riferito al contesto » 349
4.3.3 Due casi studio emblematici » 350

5 Da Auschwitz a Zollverein: attualizzando il parco a tema » 353


5.1 Le origini del parco a tema » 353
5.2 Il luogo come narrazione » 359
5.3 Eterotopia del parco a tema » 362
5.4 La contraddizione del patrimonio culturale » 366
5.5 Parchi a tema e identità » 370
5.6 Attualizzando il parco a tema » 373

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Design e comunicazione 4
visiva
Daniela Piscitelli, Cinzia Ferrara, Francesco E. Guida1

4.1 People landscape. Paesaggi culturali, memoria,


identità e dinamiche dell’ascolto

Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, la-
sciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. Sul-
le scale mi venne incontro una donna dall’aspetto di spagnola, di peruviana o di creola,
che ostentava non so quale pallida e appassita maestà. Per quando mi riesce di ricordare,
appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in una disposizione d’animo avventurosa e ro-
mantica, che mi rese felice. Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva
così bello come se lo vedessi per la prima volta2.

4.1.1 Dal landscape al People landscape

Parlare di identità e di paesaggi culturali significa indagare quell’ampio am-


bito multidisciplinare nel quale i due termini si incontrano, per cercare di ca-
pire le ragioni che oggi inducono a pensare ai territori quali sistemi dinami-
ci in grado di trasmettere la propria identità solo attraverso modalità evolutive
e adattive.
Esiste cioè un piano speculativo e culturale che mira a portare su un livel-
lo differente della comprensione e del valore termini quali memoria, identità,
tessuto urbano, quotidianità, segni e simboli, abitudini, riti, spazi, tempi.
I paesaggi contemporanei sono sempre più caratterizzati da una condizio-
ne di instabilità e di emergenza permanente, nei quali i concetti di spazio e di
tempo non si relazionano più soltanto alle poetiche dell’abitare bensì alla no-
zione di transito, nelle cui maglie vi è la compresenza di tradizioni, culture,

1  Il
paragrafo 1 è di Daniela Piscitelli, il paragrafo 2 è di Cinzia Ferrara, il paragrafo 3 è di
Francesco E. Guida.
2  Robert Walser, La passeggiata (1919). Si tratta di uno dei testi più noti di Robert Walser.

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330 i paesaggi culturali e le memorie dei territori

forme di vita meticciate e più non riconducibili a un unico modello. «Il pae-
saggio non è oggetto materiale – sostiene Caldarelli – è organismo vivente»3.
E «abitare è una facoltà umana. È cioè una abilità acquisita, costruita su una
predisposizione biologica (l’essere fisicamente presenti in un luogo) ma elabo-
rata culturalmente, quindi condivisa con una società» 4. In tal senso costruir-
si una immagine propria dell’identità di un luogo è prima di tutto metaboliz-
zarne le percezioni, elaborarne il vissuto esperienziale, ascoltarne le risonanze
ma alla luce di una mutata condizione umana che vive lo spazio quale luogo di
relazioni dinamiche, in uno stato di perenne autodefinizione.
In tempi di «modernità liquida»5, che trova la sua prima ragion d’essere
all’interno di uno stato di perenne reversibilità, è il principio del nomadismo
che prevale su quello della territorialità e dell’insediamento. Mafessoli nel suo
libro Del nomadismo: per una sociologia dell’erranza definisce il mondo che
noi tutti abitiamo oggi come un «territorio fluttuante» in cui «individui fragi-
li» si imbattono in una «realtà porosa». In questo territorio possono adattarsi
soltanto cose e persone che siano fluide, ambigue, in uno stato di perpetuo di-
venire, in un costante stato di autotrasgressione. Qualsiasi eventuale forma di
radicamento può avere esclusivamente carattere dinamico: deve essere riaffer-
mata e ricreata continuamente tramite un reiterato «atto di distanziamento»:
l’atto fondativo, costitutivo dell’essere in viaggio, in cammino. Un paesaggio
che lascia la sua struttura costruita per diventare paesaggio di persone: il lan-
dscape cede il passo al people landscape. «E se il progettare il paesaggio si-
gnifica valorizzare la complessità e favorire la compresenza armonica di for-
me differenti, il progetto deve saper relazionare le differenze accogliendo la
molteplicità»6. In questi contesti plurali e mobili la convivenza dei frammenti
e la capacità di creare connessioni, anche a volte solo precarie, consente al de-
sign di assumere i caratteri del pluralismo tecnologico7 in cui l’artefatto di co-
municazione può incorporare in sé livelli e tendenze tecnologiche differenti,
semmai anche contrastanti. È la logica dell’ibrido che prevale sul definito ed è
la logica delle strutture connettive e generative che prevalgono sui sistemi rigi-
di e di corporate.

3  Fulvio
Caldarelli, L’identità è un luogo comune, in «Progetto grafico», n. 20, Milano, Aiap
Edizioni, 2011, p. 94.
4  Franco La Cecla, Perdersi. L’uomo senza ambiente, Bari, Laterza, 1988, pag. 76.
5  Il concetto di «liquidità» è stato ampiamente teorizzato e illustrato dal sociologo polacco

Zygmunt Bauman. In particolare si veda Modernità liquida, Bari, Laterza, 2002.


6  Fulvio Caldarelli, cit., p. 94.
7  Luigi Cerruti, La fissazione dell’azoto, ovvero l’ambiguità della scienza, in www.minerva.

unito.it/storia/ChimicaClassica/Azoto/AZOTO3.htm

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4 design e comunicazione visiva 331

4.1.2 Identità ovvero il progetto della corrispondenza

Parlare di identità per i territori, quindi, in società enzimatiche, come sostie-


ne Branzi, o liquide, nella definizione di Bauman, significa staccarsi dall’idea
modernista del progetto che tutto controlla e ingloba. Le utopie del moder-
no tese a concepire in un sistema coordinato anche i progetti di branding per
le città e i territori, e incasellare in categorie fisse bisogni, desideri e masse di
persone, sfuggono oggi da quella dimensione in cui tutto è omologo per aprir-
si a dinamiche dell’ascolto polifoniche, in grado di far convivere le differen-
ze all’interno di progetti più vicini agli organismi biologici che alle scienze
dell’urbanistica o del design.
Marco Tortoioli Ricci, nei laboratori di progettazione che segue presso
l’ISIA di Urbino, applica una metodologia di progetto tesa a definire il concet-
to di identità come strettamente connesso al concetto di appartenenza o me-
glio di corrispondenza8.

Ci corrisponde un lavoro, la lettura, un credo religioso; ci sentiamo corrisposti da una


sorta di memoria collettiva se questa è però intesa come universo in evoluzione e aper-
to e non come materia chiusa e preconfezionata. Il tema dell’identità, della corrisponden-
za a un territorio, volendo anche riferirci all’esperienza dello «Shared Space» applicato
da Monderman nei suoi progetti di ridisegno del traffico urbano, ha profondamente a che
fare con il voler favorire l’esperienza dello spazio e la relazione quali strumenti di cono-
scenza e produzione di coscienza, attenzione, consapevolezza e memoria9.

Uno spazio, quindi, non percepibile né valutabile solo attraverso dati statistici a
carattere settoriale bensì uno spazio in cui «individuare le forme di interdipen-
denza tra le molteplici componenti che costituiscono il capitale territoriale»10 e
su di esse fondare la poetica del progetto. Un capitale territoriale inteso come
costituito da operatori locali, dalle istituzioni, dal mercato e dalle reti ester-
ne, dal contesto socio-economico e dal contesto culturale. Quest’ultimo inte-
so come sistema meticciato e aperto non costituito più cioè da una sola cultura
dominante bensì da un insieme di culture, abitudini, stili di vita, lingue e del
quale queste ne rappresentano anche il valore principale. Sappiamo infatti che
il grado di civiltà di un popolo è sempre dipeso dalla sua capacità di scambia-
re la propria esperienza e il proprio sapere con altri popoli lontani, innescando

8  Marco Tortoioli Ricci, «Il progetto dell’identità», in Particolare universale, catalogo relati-

vo alla mostra e al relato progetto di identità per il Parco San Bartolo, svoltasi nel 2009 al Centro
di Arti Visive Peschiera, p. 9.
9  Ibidem.
10  La competitività territoriale. Costruire una strategia di sviluppo territoriale alla luce

dell’esperienza Leader, Comunità europea, Direzione Generale dell’Agricoltura.

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332 i paesaggi culturali e le memorie dei territori

una spirale evolutiva sintesi di endogeno ed esogeno, autopoiesi e eteropoiesi.


Questa sintesi è stata il motore che, nel tempo, ha dato vita a rivoluzioni radi-
cali, un Plektòs che nello scambio materiale ha innescato un sistema dialetti-
co in continua evoluzione e del quale Braudel descrive il valore, riconoscendo
proprio negli scambi commerciali, ma anche nei conflitti bellici, il veicolo at-
traverso il quale si è ibridato il sapere e si sono diffuse culture che, altrimen-
ti sarebbero rimaste locali11. Oggi quindi non siamo più in presenza di unità
territoriali circoscrivibili e delineabili, bensì al cospetto di grandi periferie in-
quiete nelle quali la pluralità e il policentrismo rappresentano due valori im-
prescindibili di qualità. Qualsiasi eventuale forma di «radicamento» può avere
esclusivamente carattere dinamico: deve essere riaffermata e ricreata quotidia-
namente12.
In questo contesto, dove tutto acquista i caratteri della fluidità e dove an-
che il concetto di radicamento sposta il proprio baricentro su un’idea di radi-
camento perennemente provvisorio, Bauman sostiene inoltre che oggi occorre
imparare a confrontarsi non più con le folle o con le masse eterogenee di indi-
vidui bensì con gli sciami. Questi, sostiene il sociologo, sono coordinati senza
essere integrati. «Ciascuna “unità” che compone lo sciame è un’entità “volon-
taria”, che si mette in marcia e procede da sé»13 e questo mondo così compo-
sto sarebbe segnato anche da un diffuso sentimento di insicurezza globale nel
quale, però, tornerebbe con forza il bisogno di comunità. «Un paradosso che
Richard Sennet spiega così: “L’attaccamento al luogo in cui si vive nasce da
un bisogno di appartenenza non alla società in senso astratto, ma ad un po-
sto specifico; nel soddisfare tale bisogno, la gente sviluppa un senso di fedel-
tà e di coinvolgimento”»14. Il rischio in questa idea di appartenenza risiede
nella convivenza, in uno stesso luogo, di comunità differenti e chiuse, quelle
che sempre Bauman definisce «ghetti volontari», luoghi cioè nei quali è vieta-
to l’ingresso agli estranei mentre i loro residenti sono liberi di uscirne a pro-
prio piacimento. Al contempo «i ghetti volontari condividono con quelli rea-
li la terrificante capacità di far sì che il proprio isolamento si autoperpetui e si
autoalimenti. Come ha osservato Richard Sennet: “non è casuale che anche la
paura dell’elemento estraneo sia cresciuta al punto da far sì che queste comu-
nità etniche venissero completamente isolate”»15. Ne sono facile esempio le

11  Fernand Braudel, Civiltà e imperi del mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino, Piccola

Biblioteca Einaudi, 1992, vol. II.


12  Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2002, p. 247.
13  Zygmunt Bauman, Voglia di comunità, Bari, Laterza, 2003, p. 123.
14  Ivi, pag. 108.
15  Ivi, p. 114.

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4 design e comunicazione visiva 333

nostre città laddove interi quartieri sono considerati off limits paradossalmen-
te sia dai residenti esterni al quartiere ghetto, sia dagli abitanti il ghetto stesso.
È come se si stessero creando delle nuove geografie metropolitane costituite
da tante città nella città, separate non da muri di cinta bensì da insegne e se-
gnaletiche che, manifestandone la lingua, ne recintano e segnano il perimetro,
motivati dalla supposta ma sentita necessità di costruire un «ambiente sicuro».
Città mobili anch’esse, inclini a cambiare la propria forma seguendo flussi mi-
gratori legati probabilmente all’andamento dei mercati e delle economie, o ai
richiami religiosi.
In sistemi ambientali cosi ricchi di confini instabili e, quindi, di possibili
conflitti, il design della comunicazione giocherà un ruolo determinante se sa-
rà capace di costruire progetti in grado non solo di mostrare le differenze co-
me valore (ma nel senso concreto dello scambio, non nella retorica della multi-
culturalità), ma anche se avrà la capacità di affinare gli strumenti dell’ascolto e
tramite questi costruire progetti di appartenenza o meglio di corrispondenza.
«L’ascolto presuppone il riconoscimento preventivo di “un essere altro”, del-
la disponibilità a riconoscere una identità che si rende riconoscibile attraver-
so un “risuonare” in noi, in una sorta di corrispondenza di movimento»16 nel
quale si produce senso. Infatti «la caratteristica principe di ogni evento sonoro
è il fatto di essere, come spesso è stato detto, “intransitivo” o “tauteogorico”,
ossia di racchiudere tutto il proprio senso esattamente nell’attualità superficia-
le dell’ascolto, ovvero nella fenomenalità dell’apparenza sensibile»17. Qualsiasi
forma di approccio al progetto di una identità dei luoghi non può prescindere
dall’ascolto, che diventa operazione preventiva a qualsiasi azione progettuale.
La creazione di identità si riflette quindi nella creazione di senso laddove
«il mondo è ormai uscito dalla rappresentazione, dalla sua rappresentazione e
da un mondo di rappresentazioni. Ed è questa senza dubbio l’autentica defini-
zione contemporanea del mondo»18. La creazione di valore, nella contempora-
neità, può avvenire quindi soltanto attraverso un reale processo, speculativo e
ideativo, produttore di senso, nel quale la natura critica e proiettiva del design
effettua nel progetto di identità uno spostamento, all’interno delle logiche del
capitale, dalla «produzione del valore» alla «produzione di senso».
Una produzione di senso nella quale, quando si parla di sviluppo locale, il

16  Daniela Piscitelli e Patrizia Ranzo, I paesaggi produttivi come strategia per lo sviluppo dei

territori, in «Progetto grafico», periodico dell’Aiap, Associazione italiana progettazione per la co-
municazione visiva, Milano, Aiap Edizioni, vol. XVII, aprile 2010, pp. 160-165. Il saggio è in due
contributi separati. In particolare la citazione è tratta dai paragrafi a firma della prof. Ranzo.
17  Ivi, p. 160; e anche Jean-Luc Nancy, La creazione del mondo, Torino, Einaudi, 2003, p. 19.
18  Jean-Luc Nancy, cit., p. 23.

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334 i paesaggi culturali e le memorie dei territori

concetto di competitività, che in questa logica supera la ragione economica,


approda a criteri super-economici, produttori di valori reali e durevoli19, valo-
ri della «corrispondenza».

4.1.3 Tra comunicazione e ascolto

Se, quindi, nella modernità le sperimentazioni del design ci regalavano pro-


getti in grado di diventare leva per la costruzione di paesaggi produttivi, nel-
la contemporaneità la sua natura critica e sperimentale lo pone come attore
partecipe e recettore attivo dei segnali e delle mutazioni del mondo. Il design
della comunicazione da questo punto di vista mette a disposizione la propria
capacità icastica per immaginare nuove culture per la sostenibilità, e diven-
ta interlocutore primo per affrontare i limiti dello sviluppo, le sue discrasie, i
suoi effetti più distruttivi; e aprire a un progetto che, invece, possa introdurre
nuove dinamiche per lo sviluppo in cui il caso, l’instabilità e la multidentità di-
ventino strumenti per generare valore.
Progettare un paesaggio culturale assume quindi un doppio ruolo: quello
del progetto per il sociale, tramite il quale ricostruire racconti di senso, e quel-
lo del progetto per l’appartenenza, che fa dell’instabilità permanente l’occa-
sione per riposizionare su un piano più alto quegli stessi termini, e indicare a
sistemi apparentemente fragili un nuovo grado di empatia attraverso progetti
proiettati all’ascolto e che implicano una risonanza nel soggetto, una sorta di
corrispondenza che si tramuta in senso, in identità recepita.
Lavorando con questa logica il design della comunicazione ci restituisce al-
lora artefatti che possono presentarsi come sistemi adattivi: non più, quindi,
rigidi e freddi strumenti della comunicazione capaci solo di parlare one way,
ma caldi ricettori in grado di ascoltare e interpolare il pensiero del singolo
utente nei bacini culturali della collettività e, quindi, apprendere dall’esperien-
za, oppure presentare delle qualità friendly, agire come interfacce performa-
tive capaci di aprire a nuove modalità di comportamento ed etiche, in gra-
do di relazionarsi con il contesto attraverso un’interfaccia interattiva. Progetti
di information design e sistemi di segnali, ma ancora di più mappe cogniti-
ve e artefatti «sensibili» costruiti su processi aperti e in grado di adattarsi al-
le circostanze, capaci di sentire i luoghi, la loro evoluzione, i cambiamenti e le
risonanze. Oggetti ologrammatici e sistemi generativi quindi, che non conten-
gono in sé solo delle qualità prestazionali ma che, nati in una dimensione ibri-
da tra natura e artificio, ci restituiscono un progetto sfumato in grado di rap-

19  Patrizia Ranzo, cit., p. 162.

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4 design e comunicazione visiva 335

portarsi in maniera sempre diversa sia con il contesto sia con l’utente finale.
Un progetto informe, che si sviluppa e si diffonde nell’ambiente come una ne-
bulosa reattiva, pronta ad autoalimentarsi e reagire agli agenti che incontra. In
tale contesto, il caso, l’entropia, il pluralismo, le culture ibride così come gli
errori e l’instabilità permanente acquistano valore, perché attori partecipi di
processi euristici.

4.2 Sistemi di identità visiva per i luoghi della cultura

Si potrebbero ricostruire le storie delle cose anche solo ripercorrendo le tra-


sformazioni delle parole che le contraddistinguono, le quali, avvicendandosi,
custodiscono ben più di quello che lasciano trasparire dal semplice accosta-
mento di una serie di glifi, a cui corrispondono suoni, segni e significati.
Così i passaggi non semplici dalla generica definizione cose d’interesse ar-
tistico e storico, come viene riportato nella longeva legge 1° giugno 1939, n.
1089, conosciuta come legge Bottai dal nome del suo relatore20, che è conside-
rata fondamentale in materia di tutela (oggi confluita nel Testo Unico dei beni
culturali, D. lgs. 29 ottobre 1999, n. 490), alla definizione più precisa e circo-
stanziata di beni culturali, come riportato per la prima volta nella Convenzio-
ne dell’Aja del 1954 (per la protezione dei beni culturali materiali in caso di
conflitto armato) e poi nella Convenzione di Parigi del 2003 (per la salvaguar-
dia del patrimonio culturale immateriale), sono tappe che segnano una profon-
da trasformazione sia dei contenuti sia delle correlate forme linguistiche, che
sanciscono l’abbandono del più riduttivo e circostanziato termine cosa a favo-
re del più complesso termine bene, in cui è evidente la componente legata al
valore in termini di capitale culturale del bene stesso, così come la sua dupli-
ce natura che può essere materiale o immateriale, ma sempre in grado di do-
cumentare la storia e la civiltà di un paese.
Il cambio di definizione, da cosa a bene culturale, impiega quasi un secolo per

20  Legge 1089/1939, «Tutela delle cose d’interesse artistico e storico». La legge fondamentale

in materia di tutela risale dunque al 1939, ma è ancora valida nei suoi principi essenziali; essa, di-
sciplinando i beni del patrimonio culturale, viene oggi considerata, in virtù delle successive inte-
grazioni, una legge quadro del settore. La legge 1089/1939 fornisce la definizione di bene cultura-
le; afferma il principio del godimento pubblico dei beni culturali; sancisce l’indipendenza dei beni
culturali dai Piani Regolatori; dispone sulle autorizzazioni in caso di intervento di qualsiasi natu-
ra sul bene culturale; impone il principio della conservazione anche ai privati possessori di cose di
interesse culturale; regola le alienazioni, i prestiti, i trasferimenti, le importazioni e le esportazioni
dei beni culturali; disciplina i ritrovamenti e le scoperte; stabilisce le sanzioni in caso di contrav-
venzione di detti principi.

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