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Catalina Oana Curceanu

Dai buchi neri


all’adroterapia
Un viaggio nella Fisica Moderna

123
Al sognatore Aurel:
che continuiamo a scrutare i cieli,
mai stanchi di stupirci
Catalina Oana Curceanu

Dai buchi neri


all'adroterapia
Un viaggio nella Fisica Moderna

12 3
Catalina Oana Curceanu
Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN

Collana i blu – pagine di scienza ideata e curata da Marina Forlizzi

ISSN 2239-7477 e-ISSN 2239-7663

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Prefazione

Il mondo della fisica fondamentale è in effervescenza. Siamo nel bel


mezzo di una rivoluzione scientifica i cui contorni, forse, diverranno
più chiari fra qualche tempo.
Le misure sempre più precise sull’“infinitamente grande” rac-
colte dagli esperimenti sui satelliti e dagli apparati nascosti nelle più
remote caverne sotterranee, ci consegnano una visione dell’Uni-
verso molto diversa dall’immagine semplificata tuttora molto dif-
fusa: un Universo che è sottoposto a una accelerazione indefinita,
spinto com’è da una misteriosa forma di anti-gravità, famiglie di
galassie tenute insieme da enormi estensioni di materia oscura la
cui origine è tuttora completamente misteriosa, enormi buchi neri
che ingoiano materia e la riemettono sotto forma di getti violenti,
fenomeni catastrofici che avvengono su scale e con frequenze tali
da rendere difficile definire “cosmos” intere regioni dell’Universo
cosi diverse da quell’angolo quieto di una galassia tranquilla nel
quale abitiamo noi umani. Parafrasando una frase famosa di Isaac
Newton, si può ancora affermare che via via che aumenta la quan-
tità di gocce di conoscenza che produciamo, gli abissi nell’oceano di
ignoranza nei quali sentiamo di precipitare diventano sempre più
profondi. Ne la situazione è più confortante quando si analizzano i
progressi all’altro estremo della frontiera della conoscenza, nello
studio della materia “nell’infinitamente piccolo”, il campo degli ac-
celeratori di particelle. È vero che la scoperta del bosone di Higgs a
VI Dai buchi neri all'adroterapia

LHC ci ha fatto compiere un passo avanti di portata storica nella


comprensione della trama sottile che tiene insieme il nostro uni-
verso e che fornisce la massa alle particelle elementari. La scoperta
segna il trionfo del Modello Standard, questa teoria elegante e rela-
tivamente semplice, che sembra resistere a tutti i nostri tentativi di
demolizione. E tuttavia sappiamo già che, prima o poi, qualcuno di
noi o della generazione di fisici che continuerà il nostro lavoro nei
prossimi decenni, avrà successo. Prima o poi compariranno feno-
meni nuovi quali la comparsa di partner supersimmetrici delle
particelle conosciute, o nuovi stati della materia sotto forma di par-
ticelle estremamente massicce quali quelle previste da teorie basate
su extra-dimensioni o, meglio ancora, qualcosa di completamente
inaspettato e non previsto da nessuna delle teorie esistenti che met-
terà in crisi il Modello Standard e ci costringerà a riscrivere i libri di
fisica. Sappiamo che è necessario, perché il Modello Standard non
contiene la gravità, la più conosciuta delle interazioni fondamen-
tali e, insieme, la più misteriosa, cosi difficile da quantizzare, cosi
difficile da unificare con le altre forze.
È questa la bellezza del nostro lavoro: farsi attraversare da dubbi
e continuare a porsi domande anche nel momento in cui una caccia,
durata quasi cinquant’anni, si conclude con successo.
È questo l’approccio che Catalina Curceanu ha scelto per raccon-
tare i progressi della fisica moderna. Il lettore è portato per mano
nelle gallerie sotterranee che ospitano i rivelatori a caccia di neutrini
per poi volare nello spazio a visitare gli apparati sui satelliti e le sta-
zioni spaziali orbitanti intorno alla terra. Il racconto dell’oggi è in-
trecciato con la storia della fisica moderna, con le grandi rivoluzioni
della relatività e della meccanica quantistica; le storie dei principali
protagonisti aiutano il lettore a dotarsi delle attrezzature concettuali
necessarie per comprendere a che punto siamo oggi. Ovunque le que-
stioni aperte sovrastano le certezze appena acquisite e il lettore è por-
tato per mano, alla fine del libro, a condividere lo stesso stordimento
che capita anche a noi scienziati quando si immagina di essere giunti
oltre l’orizzonte degli eventi di un buco nero o quando ci si perde in
Prefazione VII

un multiverso popolato da 10 alla 500 Universi che si sviluppano in


uno spazio multi-dimensionale a 10 o più dimensioni.
Una larga parte del libro è dedicata alle applicazioni della scienza
moderna, che spesso vengono considerate “doni della tecnologia”
come se la tecnologia potesse svilupparsi senza le rivoluzioni concet-
tuali che solo la fisica fondamentale può produrre. Molto opportu-
namente la Curceanu passa in rassegna le più moderne tecniche di
diagnostica e di terapia medica sviluppate a partire dai progressi sulla
conoscenza dei meccanismi di interazione fra radiazione e materia e
insieme le tecnologie per la produzione di energia, le telecomunica-
zioni, l’informatica e il web; in breve tutta l’ossatura del mondo in-
dustrializzato della nostra epoca.
Il libro è scritto con il linguaggio semplice, e insieme rigoroso, ca-
ratteristico di chi conosce bene gli argomenti di cui si parla e riesce a
tradurli in un linguaggio comprensibile ai non specialisti e capace di
attrarre l’attenzione: dalla possibilità di prevedere terremoti, all’am-
nesia dei buchi neri. Dal libro traspare infine tutta la passione per il
proprio lavoro che Catalina Curceanu, fisica sperimentale dell’Isti-
tuto Nazionale di Fisica Nuclare, impegnata in prima persona in ri-
cerche di fisica fondamentale, non riesce a nascondere.
Gli esperimenti attualmente in operazione agli acceleratori, nei
laboratori sotterranei o sui satelliti sono solo all’inizio di una esplo-
razione che durerà per decenni. C’è bisogno di una nuova genera-
zione di giovani fisici desiderosa di raccogliere le sfide di questa nuova
fase e di contribuire al progresso della conoscenza con nuove idee e
con l’entusiasmo che solo le nuove generazioni sono capaci di svi-
luppare quando viene data loro fiducia e sono chiamate a importanti
responsabilità. L’augurio è che qualcuno dei ragazzi/e che leggeranno
questo libro possa scoprire dentro di sé quella passione per la cono-
scenza, quella curiosità inesauribile, quel gusto della sfida per le mis-
sioni impossibili che tuttora caratterizza la nostra professione e che
la rende un “mestiere” davvero speciale.
Guido Emilio Tonelli
Università di Pisa e INFN Sezione di Pisa
Indice

Prefazione VI

Introduzione 1

Parte I - Le conquiste della fisica moderna

Breve introduzione alla fisica moderna 9


I pilastri della fisica moderna 15
Dall’atomo al Modello Standard 25
L’antimateria 37
Radioattività 47
Acceleratori e rivelatori: le lenti di ingrandimento
di un fisico 55
Silenzio cosmico: laboratori sotterranei 67
L’Universo osservabile 71
Breve storia dell’Universo 75

Parte II - Le ricadute della fisica moderna:


il progresso della società

Breve introduzione alle applicazioni della fisica moderna 85


Noi: figli delle stelle 93
L’energia nucleare: dalla pila di Fermi ai reattori nucleari 103
X Indice

Imbrigliare l’energia delle stelle: la fusione nucleare 113


Energia solare 123
L’antimateria e gli acceleratori al lavoro sul corpo umano 133
Una tomografia a raggi X per svelare il mistero
della morte di Tutankhamon 145
Una “torcia” molto brillante: la luce di sincrotrone 149
L’orologio nucleare: quando la radioattività svela l’età 155
Il carbonio-14 smaschera i vini falsi 163
L’arte di analizzare l’arte: la battaglia di Anghiari,
Van Gogh e Goya 167
I segnali dall’interno del pianeta: i geoneutrini 175
Le fotografie digitali: l’occhio elettronico 183
La relatività alla portata di tutti: il GPS 191
Il mondo virtuale – www: la grande ragnatela 199
La capacità di vedere l’atomo: il microscopio elettronico 203
Prevedere i terremoti? 211

Parte III - Le ricerche attuali: la fisica


post-Modello Standard

Breve introduzione alla fisica post-Modello Standard 219


La macchina delle scoperte: LHC, Large Hadron Collider 225
Il bosone di Higgs: il tassello mancante del Modello
Standard 233
La zuppa primordiale: il plasma di quark e gluoni 239
L’insostenibile leggerezza dei neutrini 243
Vibrando con le stelle: le onde gravitazionali 249
Buchi neri: misteri, extradimensioni e scommesse 257
La faccia nascosta dell’Universo: materia oscura
ed energia oscura 271
Armonia celeste: la teoria delle stringhe – 10500 Universi 281
I miei esperimenti: atomi esotici e atomi impossibili 289
Siamo soli nell’Universo? Alla ricerca degli extraterrestri 299
Indice XI

Epilogo – Atomi con coscienza: bellezza e necessità


di fare ricerca fondamentale 313

Ringraziamenti 317
Introduzione

La scienza non è un’illusione. Ma sarebbe illusione credere di poter


trovare altrove quello che essa non può darci
Sigmund Freud, L’avvenire di un’illusione

Spesso i miei amici, sentendo che sono un fisico nucleare, fanno un


verso apparentemente ammirato “Oh, che cosa strana e difficile! Chi
l’avrebbe detto?” accompagnato da uno sguardo per metà affascinato
e per metà compassionevole, come per dire “Certo, si occupa di cose
molto interessanti, ma così lontane dalla vita vera!”. Alcune volte lo
sguardo ha anche un non so che di impaurito e forse accusatorio:
“Ah, è una di quelli che si propongono di distruggere il mondo”, ma-
gari col buco nero che “’sti pazzi vogliono fare all’acceleratore di Gi-
nevra!”. Altre volte, il loro sguardo brilla all’improvviso e pensano,
forse non avendo tutti i torti, che faccio cose davvero affascinanti,
che hanno a che vedere con situazioni come quelle viste in Star Trek
o nella più recente serie televisiva Lost. Alcuni di loro mi chiedono
spesso cosa è l’energia nucleare, oppure se esistono universi paral-
leli; in altre situazioni, influenzati da trasmissioni pseudo-scientifi-
che viste in TV, mi chiedono lumi sulla fine del mondo, sugli
extraterrestri, che certamente sono fra di noi, sulla vita dopo la
morte, su fantasmi e esseri soprannaturali, ah, anche sulla telepatia
che, dicono, ci dev’essere, considerando la meccanica quantistica e
le sue più che strane proprietà.
Scrivo questo libro sia per i miei cari amici, nonché per tutte le
persone curiose che si chiedono cosa fanno i fisici, col desiderio di
spiegare a tutti quanti questa solo apparente stranezza della profes-
2 Dai buchi neri all'adroterapia

sione e di arrivare a dimostrare che la fisica fa parte della vita, la fi-


sica è vita.
Per chi come me, poi, che per la fisica fondamentale, per la scienza
in generale, ha da sempre una vera passione e la fortuna di averne
fatto un lavoro, anche se mi è sempre stato difficile chiamarlo lavoro,
il vero fascino della fisica non sta nelle sue ricadute, che sono tantis-
sime, ma nell’incredibile forza trainante che essa esercita sulle nostre
menti, ma anche sui nostri cuori, portandoci a svelare nuovi misteri
del mondo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. E
ogni risposta che troviamo apre nuovi enigmi, nuove domande. La
grande forza della scienza, nonché il suo motore, è la curiosità. La cu-
riosità, il puro desiderio di conoscere e di sapere, che ha spinto noi,
gli umani, a guardare in alto, in profondità, ma anche dentro noi
stessi. E indagando abbiamo trovato veri tesori. La fisica ci spiega cosa
succede nell’atomo ma anche nell’Universo, un mondo che varia dal
miliardesimo di miliardesimo di metro a decine di miliardi di anni
luce! Abbiamo una spiegazione razionale, che, anche se non è quella
finale, risponde a domande del tipo: di cosa è fatto il mondo? Come
è nato l’Universo e come potrebbe evolversi? Se poi la fisica fonda-
mentale, come vedremo, ha anche ricadute nella vita di tutti i giorni,
questo è davvero il massimo!
Questo è un libro che parla della fisica moderna e delle sue sco-
perte, delle sue ricadute nella tecnologia, ma anche delle ricerche at-
tuali, delle strade che si presentano davanti a noi: a volte ampi viali
illuminati a giorno, altre volte sentieri appena accennati: dove porte-
ranno?
Se pur un libro che parla di fisica, non troverete formule o di-
scussioni approfondite sui vari argomenti, che si possono facilmente
rintracciare in libri specializzati. È un libro scritto come una serie di
racconti, parlando con i miei amici. Parlando di fisica parlo anche
di… me, di quella che è gran parte della mia vita, della scelta che ho
fatto e di cosa l’ha motivata e la sta tuttora motivando.
Nella prima parte del libro verrà illustrata la fisica moderna – cos’è
la fisica moderna? Quali sono i suoi pilastri? Sono più di 100 anni da
Introduzione 3

quando due rivoluzioni hanno sconvolto il mondo della fisica: la re-


latività e la meccanica quantistica, ma cosa sono? Verrà spiegata la
struttura dell’atomo e introdotto il cosiddetto Modello Standard della
fisica delle particelle. Si parlerà di quark, di gluoni, di neutrini e delle
quattro forze presenti nell’Universo; anche… dell’antimateria. Vi pre-
senterò brevemente il modo in cui siamo arrivati a queste conoscenze
– in particolare utilizzando acceleratori e rivelatori di particelle. C’è
poi l’infinitamente grande: a partire dalla nostra galassia e dal nostro
posto in essa, raggiungeremo l’intero Universo conoscibile. Vedremo
come siamo arrivati fin qui: come si è evoluto l’Universo a partire dal
Big Bang. Argomenti che hanno affascinato anche grandi scrittori
come Leopardi, Italo Calvino o Primo Levi.
Questa prima parte ha l’obiettivo di dare al lettore un’idea su dove
siamo arrivati oggi nella conoscenza del mondo esplorando i suoi
confini, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.
Una seconda parte del libro è invece dedicata alle ricadute della fi-
sica moderna nella nostra società. Ed è qui che il lettore scoprirà un
mondo dove la fisica si trova a ogni passo. Dove, per strano che possa
sembrare, si utilizza l’antimateria negli ospedali, nella tecnica chia-
mata Tomografia con Emissione di Positroni per la diagnosi di tu-
mori. Si usano poi acceleratori di particelle per generare fasci di
protoni o ioni di carbonio per debellare i tumori con la tecnica chia-
mata adroterapia.
I reperti archeologici vengono analizzati con metodi della fisica
moderna: bombardandoli con fasci di fotoni o particelle e analiz-
zando i risultati con rivelatori.
Un mondo dove ormai l’energia nucleare, e vedremo come, è en-
trata a far parte della vita quotidiana, anche se pochi sanno di cosa si
parla. Ma anche un mondo nel quale si vorrebbe imbrigliare l’ener-
gia delle stelle, tramite la fusione nucleare.
Tanto altro ancora. Quanti non usano ormai il GPS o le fotogra-
fie digitali? Ma quanti sanno come funzionano? Forse rimarrete stu-
piti di sapere che il GPS utilizza nel calcolo ormai così preciso delle
posizioni la teoria della relatività di Einstein, mentre le fotografie di-
4 Dai buchi neri all'adroterapia

gitali funzionano con dispositivi, CCD, nei quali la meccanica quan-


tistica gioca un ruolo fondamentale.
Anche i crimini più orribili vengono smascherati con l’aiuto della
fisica e il microscopio elettronico ne è uno degli strumenti; la parola
RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche dei carabinieri o della Poli-
zia di Stato) è di uso comune, soprattutto nei telegiornali e in altre
trasmissioni televisive.
Chi non utilizza internet? Il www è figlio di esperimenti di fisica,
essendo nato al CERN. E poi chi l’avrebbe detto che nei laboratori
sotterranei stiamo anche misurando i geoneutrini emessi nei processi
di decadimento dei nuclei radioattivi presenti nella crosta terrestre,
per capire com’è fatta dentro la nostra Terra? C’è anche la datazione
con il radiocarbonio, che, tra l’altro, può svelare falsi vini d’annata,
utilizzando le informazioni ricavate dai test di bombe nucleari fatti
negli anni ’40-’60.
Nell’ultima parte del libro vi parlerò invece di misteri e di ricer-
che future – ebbene si, la fisica moderna ha risposto a molte domande
ma ne ha sollevate altrettante, se non di più. Cos’è la cosiddetta “par-
ticella di Dio” (nome, tra l’altro, derivato da un’errata traduzione)? E
i buchi neri, cosa sono, cosa succede là dentro? Se, come sembra,
l’Universo è dominato da una forma di materia ed energia oscure,
cosa potrebbero essere queste? E oltre il Modello Standard, cosa c’è?
I neutrini, che sono senz’altro le particelle più elusive del Modello
Standard, nascondono la chiave del mistero della scomparsa dell’an-
timateria dell’Universo? La gravità, la più misteriosa delle forze, è de-
positaria di tanti segreti: forse la risposta sta nelle multidimensioni,
e allora si può immaginare di trovare nel futuro applicazioni impen-
sabili: come viaggiare da una parte all’altra dell’Universo su scorcia-
toie che sfruttano le extra-dimensioni. I fisici, sia teorici che
sperimentali, lavorano attualmente a trovare risposte a queste do-
mande e a tante altre ancora.
Accenneremo anche a cosa si fa attualmente al CERN di Ginevra,
all’acceleratore Large Hadron Collider (LHC), dove, oltre a dare la
caccia al bosone di Higgs, si spera in altre scoperte, come le particelle
Introduzione 5

supersimmetriche, la materia primordiale (plasma di quark e gluoni),


i micro-buchi neri. Daremo un rapido sguardo anche agli esperimenti
a cui partecipo direttamente, sia all’acceleratore DA
NE di Frascati,
in Italia, che nei Laboratori sotterranei del Gran Sasso. Ai Laboratori
del Gran Sasso si studiano ancora i neutrini: misteriosi più che mai,
ma si dà anche la caccia a particelle di materia oscura.
Tutte queste ricerche avranno, di sicuro, future ricadute nella so-
cietà, che oggi possono sembrare inconcepibili. Forse fra 100 anni i
viaggi interstellari saranno la norma e il teletrasporto quantistico, non-
ché i computer quantistici, diventeranno una realtà. E magari riusci-
remo a trovare un’altra sorgente di energia, o nuovi modi per estrarla.
Nel campo medico, con l’aiuto delle nuove tecnologie, la speranza è di
sconfiggere malattie terribili e di migliorare la qualità della vita.
Certo, per fare tutto ciò non bastano i fisici… ci vuole l’impegno
di tutti. La speranza è che la società del futuro, ma anche quella di
oggi, riesca a capire meglio l’importanza della ricerca fondamentale
e il suo ruolo insostituibile nella società. Ruolo che parte dall’essere,
la ricerca, un catalizzatore della curiosità e uno strumento per fare di
noi esseri pensanti e non creduloni manipolabili, facilmente preda di
chi è più furbo e spregiudicato. Non c’è altra disciplina dove la cu-
riosità e la creatività diano più frutti. Forse solo l’arte, in modo com-
plementare, fa altrettanto, non per nulla tanti fisici amano e praticano
la musica. Se poi la curiosità, esercitata nell’ambito della fisica, ha
anche ricadute immediate per il nostro benessere, fisico e intellet-
tuale, così come spero vi convincerete leggendo il libro, allora va pro-
tetta e incoraggiata, perché il nostro futuro passa necessariamente
attraverso la ricerca fondamentale.
Se alla fine di questo libro qualche giovane penserà di studiare fi-
sica, ingegneria o informatica e di aggiungersi alla squadra che in-
daga sui misteri del mondo, potrò soltanto dirgli che il viaggio è
difficile, pieno di sorprese, che è un viaggio che non finisce mai, ma
anche che il piacere di arrivare un po’ più lontano, laddove nessuno
è ancora arrivato, e di guardare il mondo con altri occhi, svelando
nuovi misteri, non ha prezzo.
Parte I
Le conquiste della fisica moderna
Ogni atomo del tuo corpo viene da una stella che è esplosa. E gli
atomi della tua mano sinistra vengono probabilmente da una
stella differente da quella corrispondente alla tua mano destra. È
la cosa più poetica che conosco della fisica: tu sei polvere di stelle.
Lawrence Maxwell Krauss, A Universe From Nothing
Breve introduzione
alla fisica moderna

Fisica moderna… ma moderna rispetto a che cosa? Perché i fisici


chiamano l’attuale fisica così? La spiegazione molto ovvia (che poi
non è proprio una spiegazione) è che la parola “moderno” la usiamo
per differenziarci dalle epoche precedenti e che la usiamo dapper-
tutto, tutto è moderno: dalla tecnologia alla musica, dall’arte al pen-
siero. Nel caso della fisica però esistono ragioni molto valide per
chiamare l’attuale fisica una fisica moderna.
La fisica attuale è moderna rispetto alla fisica classica. L’“ammo-
dernamento” è avvenuto ormai più di 100 anni fa, e ha come figura
emblematica, anche se ovviamente non è l’unico architetto dell’edi-
ficio della fisica moderna, Albert Einstein.
La fisica classica, quella che studiamo a scuola quando parliamo
delle leggi della cinematica, delle equazioni del moto rettilineo e uni-
forme, oppure quando parliamo della legge di Newton che descrive
la forza gravitazionale, era stata a sua volta moderna, molto moderna,
ai tempi di Galileo e di Newton.
Le radici dell’attuale fisica moderna sono ben ancorate nella fi-
sica classica, con l’impostazione che questa ha dato nel descrivere i
fenomeni della Natura, rendendo la fisica una scienza sperimentale,
in cui i fenomeni possono e devono essere descritti usando un lin-
guaggio, se vogliamo una grammatica, molto particolare: la mate-
matica. Disse Galileo (Il Saggiatore):
10 Dai buchi neri all'adroterapia

La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che conti-


nuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma
non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua e a
conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua mate-
matica, e i caratteri son triangoli, cerchi, e altre figure geometriche,
senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola;
senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.

Non basta però usare la matematica, dobbiamo anche interrogare la Na-


tura – ponendo le giuste domande – ciò vuol dire fare degli esperimenti.
Galileo fu il precursore dei fisici sperimentali; i suoi esperimenti
sul piano inclinato o col pendolo, il suo scrutare i cieli con il cannoc-
chiale, sono serviti a trovare le leggi del moto, quelle che tutt’oggi
usiamo quando le velocità non sono molto grandi, oppure a svelare
la struttura della Luna e dei pianeti a noi vicini. Oltre a trovare le leggi
del moto gli esperimenti di Galileo hanno fatto di più, molto di più:
hanno introdotto un metodo, il metodo scientifico, a cui tutti noi
oggi ricorriamo, almeno quando è possibile (vedremo che nella de-
scrizione dell’Universo questo metodo, avendo noi a disposizione un
unico Universo, va un po’ modificato). Il metodo scientifico vuol dire
che prima di formalizzare le leggi di Natura dobbiamo sperimentare,
capire le condizioni, cosa è rilevante e cosa no, e soltanto dopo arri-
vare a formulare le leggi che tengono conto di tutti gli aspetti e le va-
riabili. Tale metodo viene oggi utilizzato non soltanto in fisica, ma
anche in chimica, biologia, genetica, persino in sociologia, in econo-
mia oppure nel sistema bancario, anche se abbiamo visto tutti quanti
che in questi ultimi due casi non è così facile arrivare a descrivere
bene il sistema e le condizioni di lavoro.
Quanto è importante fare degli esperimenti? È fondamentale!
Non si può, per quanto uno possa essere geniale, arrivare a capire la
Natura stando a pensare chiusi in una stanza. Galileo lo spiega bene
nel suo capolavoro, non solo di scienza ma anche di letteratura, Dia-
logo sopra i due massimi sistemi del mondo, dove per bocca di Simpli-
cio afferma:
Breve introduzione alla fisica moderna 11

Aristotile fece il principal suo fondamento sul discorso a priori, mo-


strando la necessità dell’inalterabilità del cielo per i suoi principi na-
turali, manifesti e chiari; e la medesima stabilì dopo a posteriori, per
il senso e per le tradizioni de gli antichi.

a cui Salviati risponde:

Cotesto, che voi dite, è il metodo col quale egli ha scritta la sua dot-
trina, ma non credo già che e’ sia quello col quale egli la investigò, per-
ché io tengo per fermo ch’e’ procurasse prima, per via de’ sensi,
dell’esperienze e delle osservazioni, di assicurarsi quanto fusse possi-
bile della conclusione, e che dopo andasse ricercando i mezi da po-
terla dimostrare, perché così si fa per lo più nelle scienze dimostrative;
e questo avviene perché, quando la conclusione è vera, servendosi del
metodo resolutivo, agevolmente si incontra qualche proposizione già
dimostrata o si arriva a qualche principio per sé noto; ma se la con-
clusione sia falsa, si può procedere in infinito senza incontrar mai ve-
rità alcuna conosciuta, se già altri non incontrasse alcun impossibile
o assurdo manifesto.

Di tempo ne è passato da Galileo e da Newton, quest’ultimo che, sulle


spalle dei giganti che l’hanno preceduto, è riuscito a vedere così lon-
tano, arrivando, fra mille altre conquiste, a realizzare la prima “uni-
ficazione” delle forze: la forza che tiene la Luna sull’orbita intorno
alla Terra ha la stessa natura di quella che gli fece cadere la famosa
mela in testa (in realtà l’episodio sembra non sia avvenuto).
Verso la fine del 1800 l’edificio della fisica classica arrivò a essere
ben consolidato, i fenomeni naturali trovano una spiegazione scien-
tifica e vengono formulate leggi che ne descrivono il loro comporta-
mento. Le domande come: di cosa è fatto il mondo? E come si tiene
insieme?, avevano delle risposte. C’erano gli atomi, atomi nel vero
senso della parola: atomos, indivisibili, senza struttura. C’era la forza
gravitazionale e poi l’insieme delle forze elettrica e magnetica, la co-
siddetta interazione elettromagnetica. La luce era vista come un’onda
12 Dai buchi neri all'adroterapia

Galileo Galilei e il metodo scientifico (disegno di Massimiliano Bazzi)

elettromagnetica che, similmente alle onde meccaniche, si pensava


avesse bisogno di un mezzo in cui propagarsi: l’etere. Bastavano per
descrivere il mondo?
Proprio quando alcuni pensavano che la fisica fosse completa, che
con alcuni piccoli aggiustamenti si potesse arrivare a una compren-
sione profonda del mondo, ecco che arriva la crisi. Sì – crisi! Anzi,
una doppia crisi: quella delle alte velocità e quella dell’atomo e del
mondo subatomico.
Queste due crisi stanno all’origine di due rivoluzioni che hanno
cambiato profondamente non solo il nostro modo di vedere il
mondo, ma anche quello di vedere noi stessi in questo enorme Uni-
verso. Si tratta della teoria della relatività e della meccanica quanti-
stica. Queste due teorie, pilastri della fisica moderna, ci hanno
permesso di viaggiare in due direzioni opposte, ma complementari:
il mondo delle particelle e l’enormità dell’Universo.
Abbiamo svelato la struttura dell’atomo, una vera matrioska che
Breve introduzione alla fisica moderna 13

nasconde una ricchezza incredibile, a tutt’oggi sotto la lente degli


scienziati. Abbiamo scoperto che nell’Universo esistono quattro tipi
di interazioni, parola usata al posto delle “forze” nella fisica moderna
e siamo riusciti a descrivere tre di queste interazioni in un unico mo-
dello: il cosiddetto Modello Standard della Fisica delle Particelle Ele-
mentari. Siamo anche riusciti a trovare il pezzo mancante dal punto
di vista sperimentale di questo modello – il bosone di Higgs. Dall’al-
tro lato abbiamo visto stelle lontane, galassie a miliardi di anni luce di
distanza, buchi neri e pianeti al di fuori del nostro sistema solare. Ab-
biamo anche capito di cosa siamo fatti: siamo fatti di polvere di stelle.
La materia di cui il nostro corpo è composto è stata forgiata nelle stelle.
Con passione, curiosità, con ingegno e con coraggio abbiamo
anche avanzato un’ipotesi su come è nato l’Universo e siamo arrivati
qui: un evento singolare, il Big Bang, ha generato tutto quanto più di
13 miliardi di anni fa. Esistono anche delle prove sperimentali! Da al-
lora l’Universo si espande, sempre più velocemente.
Abbiamo formulato il Modello Standard e scoperto l’espansione
dell’Universo aiutati da strumenti molto precisi e molto potenti, fra cui
un posto d’onore spetta agli acceleratori e ai rivelatori di particelle, ai
telescopi e ai radiotelescopi, alcuni dei quali installati su satelliti.
Gli enormi successi della fisica moderna nello spiegare il mondo
sono evidenti – il potere predittivo è incredibile: ormai possiamo ef-
fettuare esperimenti di precisione, con tanti decimali dopo la virgola,
in cui il risultato sperimentale e quello teorico combaciano alla per-
fezione. In più, tutte le nostre scoperte hanno avuto delle ricadute
enormi nella società: dal computer su cui scrivo, alla terapia dei tu-
mori usando acceleratori di particelle, oppure alla capacità di seguire
e prevedere le traiettorie degli asteroidi.
Abbiamo dunque finito? Sappiamo tutto, spieghiamo tutto? No,
assoluttamente no! Sappiamo tanto, tantissimo, ma sicuramente ci
sono tante altre cose da capire, su cui ritorneremo nella terza parte
del libro.
In questa parte vi presenterò alcuni concetti della fisica moderna,
dalla relatività e la meccanica quantistica al Modello Standard, con
14 Dai buchi neri all'adroterapia

alcuni dettagli sull’antimateria e sulla radioattività, argomenti che af-


fascinano tantissimo: la prima in quanto ci fa pensare a mondi eso-
tici, a fenomeni strani e inspiegabili; la seconda soprattutto perché ci
fa paura, ci terrorizza. Vedremo anche cosa sono gli acceleratori di
particelle, a cosa servono e con quali occhi, i nostri rivelatori, vediamo
le particelle. C’è poi una classe di laboratori molto affascinanti: i la-
boratori sotterranei. A cosa servono? Per quale ragione un fisico spe-
rimentale va a “nascondersi” sotto una montagna, oppure in un
miniera abbandonata?
Vedremo anche quale è il nostro posto nell’Universo e come que-
st’ultimo si stia evolvendo: come una creatura che nasce, sta crescendo
e si avvia… non lo sappiamo ancora verso cosa, anche se abbiamo al-
cune idee.
La fisica moderna ha avuto un percorso tutt’altro che lineare –
talvolta a zigzag, altre volte con veri salti mortali, oppure passeggiate
tranquille; hanno contribuito e continuano a farlo tanti scienziati, in-
gegneri, tecnici ma anche tutti voi, quelli che con le loro curiosità, il
loro desiderio di capire e, perché no?, anche le loro tasse, sono parte
fondamentale del processo che ci porta a capire come funziona il
mondo, chi siamo e da dove veniamo.
Guardando indietro al percorso che ci ha portati alla conoscenza
di oggi, non sbagliamo se concludiamo, assieme a Shakespeare, che
oltre ad atomi, “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i
sogni” (La Tempesta).
I pilastri della fisica moderna

La nostra conoscenza, se paragonata alla realtà, è primitiva e in-


fantile. Eppure è il bene più grande di cui disponiamo.
Albert Einstein

La teoria della relatività e la meccanica quantistica hanno dato il via alla com-
prensione del mondo dal molto piccolo, un miliardesimo di miliardesimo di
metro, al molto grande, miliardi di anni luce. Queste due teorie costituiscono
i saldi pilastri che stanno alla base della nostra descrizione della Natura nei
suoi più intimi meccanismi.

La fisica moderna ha due pilastri su cui l’intero edificio si basa: la teo-


ria della relatività e la meccanica quantistica – due teorie che rappre-
sentano, si può ben dire, due rivoluzioni scientifiche. Entrambe nate
agli inizi del 1900 hanno cambiato radicalmente il modo di pensare, di
vedere e capire il mondo. Mentre la teoria della relatività è nata dal-
l’ingegno di un’unica persona, Albert Einstein, anche se hanno avuto
un ruolo importante tanti altri fisici, matematici e filosofi, la meccanica
quantistica è stata partorita da un numero davvero impressionante di
giovani (ai tempi) scienziati. Come vedremo, si può anche dire che, per
certi versi, il parto della meccanica quantistica, almeno per quel che ri-
guarda la sua interpretazione, non è ancora finito.

La teoria della relatività


Alla fine del 1800 si credeva beatamente che la fisica stesse per finire
16 Dai buchi neri all'adroterapia

– pochi dettagli ancora, soprattutto per quel che riguardava la stati-


stica, ed ecco che gli scienziati del futuro si sarebbero ritrovati con
tutto quanto ormai fatto. Invece non fu così. Tutt’altro! Il meglio era
ancora da venire.
Mendeleev aveva organizzato gli atomi nella sua celebre “tabella di
Mendeleev”; mancavano alcuni elementi, ma la speranza di trovarli
era concreta ed effettivamente nuovi elementi che si inquadravano
perfettamente nella famosa tabella venivano costantemente trovati.
L’elettricità e il magnetismo, dopo tanti sforzi e scoperte, erano fe-
nomeni capiti e descritti da un’unica teoria: l’elettromagnetismo.
C’era nelle equazioni di Maxwell un fattore, la velocità della luce “c”
che, stando alla teoria in atto, le equazioni della cinematica di Gali-
leo Galilei, avrebbe dovuto essere diversa in funzione del sistema di ri-
ferimento, con delle regole di trasformazione ben precise. Questo
fatto rappresentava una preoccupazione, in quanto se la velocità della
luce cambiava in funzione dell’osservatore, cambiavano anche le
equazioni di Maxwell, mentre si pensava che dovevano essere inva-
rianti. Inoltre, essendo la luce un’onda elettromagnetica che si pro-
paga, si pensava avesse bisogno, come le onde che si propagano nel
mare, di un mezzo in cui questo avvenisse. Mezzo chiamato etere. Ma
dov’era questo etere? Nessuno lo aveva visto, né misurato.
L’etere doveva essere un mezzo molto particolare: elastico, senza
massa e privo di resistenza al moto dei corpi. La Terra doveva muo-
versi attraverso l’etere e di conseguenza il vento dell’etere doveva tra-
scinare la luce facendo sì che la velocità di quest’ultima fosse diversa
in funzione della direzione di propagazione: più veloce se si fosse pro-
pagata nella direzione del vento dell’etere, più lenta nel caso contra-
rio. Come una barca in un fiume. Per verificare la presenza dell’etere
tramite l’effetto di trascinamento, nel 1887 due scienziati americani,
Michelson e Morley, decisero di misurare, con l’aiuto di un interfe-
rometro, la differenze di tempi di percorrenza della luce lungo due
bracci di ugual lunghezza dell’interferometro posizionati in direzioni
diverse. Una tale differenza sarebbe stata un segnale di una diversa
velocità della luce indotta dalla presenza dell’etere.
I pilastri della fisica moderna 17

Per quanto preciso il loro esperimento, il risultato era sempre lo


stesso: non c’era nessuna differenza nei tempi misurati per la propa-
gazione della luce lungo i due bracci dell’interferometro. Questo ri-
sultato rimase inspiegato per anni; ci fu un tentativo di spiegarlo da
parte di FitzGerald e di Lorentz, con l’accorciamento della lunghezza
fisica del braccio lungo la direzione del movimento della Terra nel-
l’etere che avrebbe bilanciato l’effetto sulla velocità; questa spiega-
zione però non convinceva.
In quest’atmosfera arriva il giovane Einstein, impiegato all’Ufficio
Brevetti di Berna, con i suoi rivoluzionari articoli del 1905. In uno di
questi articoli pubblicati in Annalen der Physik, “Zur Elektrodynamik
bewegter Körper” (Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento) Ein-
stein sta formulando due postulati che cambiano radicalmente il
modo di capire il mondo. Il primo postulato dice che tutte le leggi fi-
siche sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziali, sistemi in
moto relativo rettilineo e uniforme, mentre il secondo postulato,
quello veramente rivoluzionario, formalizza l’invarianza della velocità
della luce: la velocità della luce nel vuoto ha lo stesso valore in tutti i
sistemi di riferimento inerziali, indipendentemente dalla velocità del-
l’osservatore o dalla velocità della sorgente di luce.
La nuova teoria esclude la presenza dell’etere, sia come mezzo per
la propagazione della luce che come possibile sistema di riferimento
assoluto. Mentre le equazioni della relatività ristretta sono semplici
dal punto di vista matematico (una radice quadrata è tutto quanto
serve) le implicazioni sia a livello scientifico che filosofico sono pro-
fonde. La relatività ci toglie l’illusione che esista un sistema di osser-
vazione privilegiato: tale sistema non c’è! Lo spazio e il tempo assoluti,
visti come due entità diverse, così introdotte da Newton, non esistono.
La relatività realizza una vera rivoluzione! Tutti i riferimenti inerziali
sono simili, non ce n’è uno privilegiato rispetto agli altri.
Nozioni come lunghezza, durata, simultaneità vanno ripensate nel-
l’ambito della relatività. Se due eventi sono simultanei in un sistema
di riferimento, possono non essere visti così da un altro osservatore. Le
lunghezze e le durate non sono più delle entità assolute: passando da
18 Dai buchi neri all'adroterapia

un osservatore a un altro le lunghezze si contraggono, subendo un ac-


corciamento lungo la direzione del moto, mentre le durate si dilatano.
Da sottolineare il fatto che la contrazione delle lunghezze e la dilata-
zione delle durate non devono essere viste come se il metro variasse la
sua dimensione oppure come se l’orologio segnasse un tempo diverso.
I risultati delle misure sono differenti solo se effettuate da un altro os-
servatore in moto relativo: la lunghezza del proprio metro e la durata
del proprio minuto sono le stesse per tutti gli osservatori.
Nell’ambito della relatività di Einstein, le trasformazioni di Lo-
rentz, quelle che ci dicono come le variabili di tempo e spazio si tra-
sformano da un osservatore a un altro, trattano il tempo alla pari di
una qualunque delle tre coordinate spaziali; dato che un evento può
essere sempre individuato tramite la sua posizione nello spazio e
lungo l’asse temporale, il formalismo relativistico può essere descritto
in uno spazio con 4 dimensioni, nel quale tre delle coordinate coin-
cidono con le normali coordinate spaziali mentre la quarta è rappre-
sentata dal tempo. Da qui la nozione di spazio-tempo a quattro
dimensioni di cui si sente ogni tanto parlare.
Perché la teoria della relatività è stata scoperta così tardi? E siamo
sicuri che poi sia proprio vera?
Alla prima domanda possiamo rispondere dicendo che gli effetti
della teoria della relatività sono praticamente inesistenti, almeno a
una prima occhiata, nella nostra esperienza quotidiana. Alle velocità
alle quali noi siamo abituati, pensiamo ai 1000 km/ora di un aereo, gli
effetti relativistici (come accorciamento delle lunghezze) sono vera-
mente trascurabili. Diventano importanti soltanto quando si arriva a
velocità confrontabili con quella della luce. Una situazione del genere
accade per esempio nei satelliti che vengono usati per i GPS – dove
per avere una posizione accurata dobbiamo tener conto (e il GPS lo fa)
degli effetti relativistici. Inoltre, nel mondo microscopico delle parti-
celle elementari, velocità altissime, confrontabili con quella della luce,
sono comuni. Negli acceleratori di particelle i fisici devono tenere
conto di questi effetti per poter davvero accelerare i fasci e così ri-
spondiamo anche alla seconda delle domande.
I pilastri della fisica moderna 19

Effetti relativistici: la contrazione delle lunghezze. Il treno di sopra viaggia a 100 km/ora
mentre quello di sotto a circa 220.000 km/secondo (disegno di Giuliano Basso)

Abbiamo visto che la teoria della relatività ristretta ha come fon-


damento l’invarianza della velocità della luce. Non c’è particella,
stando al secondo postulato della teoria, che può andare più veloce-
mente della luce. Alcuni teorici hanno introdotto il cosiddetto ta-
chione, che sarebbe una particella con massa immaginaria che
potrebbe andare a velocità più alte di quella della luce… ma non a
velocità più basse. Fino a oggi però nessuno ha visto un tachione.
Nel settembre del 2011 ha generato senz’altro scalpore l’annuncio
fatto dalla collaborazione OPERA di un’anomalia che poteva dimo-
strare che un certo tipo di particelle, i neutrini muonici, avrebbero
superato, se pur di poco, la velocità della luce. Una tale scoperta sa-
rebbe stata davvero interessante. All’inizio del 2012 però è stato dato
l’annuncio, dalla collaborazione stessa, di alcuni errori sperimentali
responsabili di questo effetto, in realtà non riconducibile a una velo-
cità più alta di quella della luce. E il caso – almeno per il momento –
è stato chiuso: Einstein ha ragione anche a distanza di 100 anni!
Einstein stesso, negli anni a seguire il 1905, sviluppò la teoria della
relatività generale, pubblicata nel 1916, quella che considera i sistemi
non inerziali, cioè quelli in cui sono presenti delle accelerazioni. È
proprio il caso dei sistemi gravitazionali. L’equazione della relatività
generale di Einstein descrive la gravità come curvatura dello spazio-
20 Dai buchi neri all'adroterapia

tempo: lo spazio-tempo dice alla materia come muoversi e la mate-


ria dice allo spazio-tempo come curvarsi. Un grandissimo successo di
questa teoria è stato la spiegazione della precessione del perielio di
Mercurio che era incomprensibile nell’ambito della teoria precedente,
quella newtoniana.
Un’altra conferma della teoria arrivò nel 1919 quando, durante
un’eclisse di Sole, Artur Eddington misurò la deviazione dovuta alla
gravità di un fascio di luce proveniente da una stella lontana in vici-
nanza del Sole, arrivando a un valore per l’angolo che combaciava
perfettamente col valore dedotto dalla teoria della relatività generale.
La relatività ristretta, assieme alla meccanica quantistica, stanno
alla base del Modello Standard, mentra la relatività generale ci aiuta
a spiegare sia le dinamiche della nostra galassia che dell’Universo in-
tero. In più ci fornisce uno strumento incredibile per svelare, attra-
verso effetti relativistici come la lente gravitazionale, l’esistenza per
esempio dei pianeti extrasolari, cioè al di fuori del sistema Solare.

La meccanica quantistica
Passiamo al secondo pilastro della fisica moderna. La meccanica
quantistica, teoria che descrive il comportamento degli oggetti molto
piccoli: particelle, atomi, molecole e, visti i risultati sperimentali re-
centi, anche aggregati di atomi abbastanza grandi, contenenti centi-
naia o migliaia di particelle.
Anche la meccanica quantistica, come la relatività, nasce in seguito
a fatti sperimentali “inspiegabili” nell’ambito della teoria di fine ’800.
Uno dei primi di questi fatti nell’ambito della teoria classica era la
radiazione del corpo nero. Il corpo nero è un oggetto ideale che as-
sorbe tutta la radiazione elettromagnetica incidente re-irradiando
tutta la quantità di energia assorbita con uno spettro (intensità o den-
sità della radiazione emessa in funzione della lunghezza d’onda) dalla
caratteristica forma a “campana” dipendente unicamente dalla sua
temperatura. Applicando le equazioni di Maxwell alle radiazioni as-
sorbite ed emesse dalle pareti del corpo nero risulta che al diminuire
della lunghezza d’onda si ottengono valori dell’intensità di emissione
I pilastri della fisica moderna 21

che tendono all’infinito, problema noto come “la catastrofe ultravio-


letta”, in palese contraddizione con i dati sperimentali che, invece,
tendono a zero. Dopo vari tentativi di spiegarlo, lo spettro venne in-
terpretato nel 1900 da Max Planck correttamente, facendo l’ipotesi
rivoluzionaria che la radiazione elettromagnetica fosse assorbita ed
emessa dagli atomi solo in pacchetti discreti, in “quanti” di energia
proporzionale alla frequenza dell’onda elettromagnetica. Con questa
ipotesi Planck dimostrò che i calcoli teorici combaciavano con i dati
sperimentali alla perfezione. Malgrado questo notevole successo, che
rappresenta il primo elemento della nascente teoria dei quanti, lo
stesso Planck fu convinto, per diversi anni, che i quanti fossero sol-
tanto un espediente matematico per far tornare i conti e non un fe-
nomeno con una base reale.
Arriviamo così al 1905, quando Einstein, nello stesso anno della
pubblicazione della teoria della relatività, pubblicò un altro articolo
rimasto nella storia e che gli portò il Nobel per la fisica nel 1921, in
cui spiegava l’effetto fotoelettrico, cioè l’emissione di elettroni dalla
superficie di un metallo colpito da radiazione elettromagnetica. Al-
bert Einstein spiegò le caratteristiche dell’effetto fotoelettrico, in
particolare l’esistenza di una soglia nella lunghezza d’onda della ra-
diazione incidente perché l’effetto si verifichi, sostenendo che è la
stessa radiazione elettromagnetica a essere costituita da quanti di
luce, ossia da quantità finite di energia, denominati fotoni nel 1926.
Ci sono dunque fenomeni nei quali la luce si comporta come
un’onda (l’interferenza per esempio) e altri nei quali la luce è un
corpuscolo.
Alla radiazione del corpo nero e all’effetto fotoelettrico si sono ag-
giunti altri fenomeni che non erano spiegabili nell’ambito della teo-
ria classica. Fra questi gli spettri di emissione degli atomi. Questi
spettri avevano delle righe di emissione con delle energie caratteri-
stiche per ogni elemento atomico. La stessa esistenza degli atomi era
misteriosa. La teoria dell’atomo contenente un piccolo nucleo cen-
trale circondato da elettroni si stava ormai configurando, in seguito
agli esperimenti effettuati da Rutherford. Nella teoria classica l’elet-
22 Dai buchi neri all'adroterapia

trone non poteva “girare” intorno al nucleo senza perdere la sua ener-
gia e piombare dritto dritto sul nucleo. Dunque, l’Universo non po-
teva esistere. Come mai gli atomi esistevano ed erano stabili?
Nel 1913 il fisico danese Niels Bohr mise le basi della teoria quan-
tistica dell’atomo, con alcune intuizioni molto coraggiose e innova-
tive: la quantizzazione delle orbite degli atomi e la non-emissione di
energia da parte degli elettroni in orbita. L’energia veniva emessa sol-
tanto quando un elettrone passava da un’orbita a un’altra.
Dal 1913 in poi la meccanica quantistica subì una brusca accele-
razione. I postulati di Bohr vennero inseriti nell’ambito di una teo-
ria con solide basi formali. Molti giovani brillanti contribuirono alla
nascita della nuova teoria: oltre ai già menzionati Einstein e Bohr,
nomi come Dirac, Schrödinger (l’unico che aveva più di trent’anni al
momento della scoperta della famosa equazione che porta il suo
nome), Pauli, Born, Heisenberg, de Broglie sono rimasti nella storia
della fisica moderna. Quest’ultimo nel 1924 disse che non soltanto i
fotoni possono comportarsi sia come onda che come corpuscolo, ma
che possono farlo anche tutte le altre particelle. Pochi anni dopo, nel
1927, Davisson e Germer spararono elettroni contro un bersaglio di
nichel cristallino. Dalla misura della dipendenza del numero di elet-
troni riflessi dall’angolo di incidenza si arrivò alla conclusione che
tale dipendenza aveva lo stesso comportamento diffrattivo dei raggi
X, comportandosi dunque come un’onda.
Nel 1928 il taciturno Dirac “inventò” l’equazione che porta il suo
nome, equazione che descrive il comportamento relativistico degli
elettroni, inclusa la caratteristica denominata “spin” che questi hanno.
Oltre a descrivere correttamente gli elettroni, l’equazione di Dirac aprì
anche la porta all’antimateria, in quanto, prima che questa venisse tro-
vata sperimentalmente, prevedeva delle soluzioni di “energia negativa”,
che poi si sono rilevate a corrispondere agli anti-elettroni, chiamati
anche positroni. Heisenberg scovò il principio di indeterminazione,
che ci dice sostanzialmente, che non possiamo misurare con una pre-
cisione arbitraria variabili complementari, come per esempio posi-
zione e velocità, oppure energia e tempo.
I pilastri della fisica moderna 23

Abbiamo dunque una teoria, la meccanica quantistica, che de-


scrive un comportamento duale: onda e corpuscolo per elettroni, fo-
toni e tutte le altre particelle. Quello che la teoria può fare è calcolare
le probabilità dei vari processi con altissima precisione. Per esempio,
il decadimento di una particella instabile può essere calcolato, defi-
nendo le probabilità che questa decada in ogni stato finale (se più di
uno). Quello che invece non si può fare è calcolare in modo preciso
il decadimento di una singola particella. È stato discusso a lungo, ed
è tutt’oggi motivo di discussioni e anche di furiose litigate fra i fisici
quantistici, se quest’impossibilità è inerente alla Natura e, di conse-
guenza, anche alla fisica, oppure se ci manca qualcosa per descrivere
i vari fenomeni nella loro totalità, qualcosa come le “variabili nasco-
ste” di Einstein. Einstein diceva che “Dio non gioca a dadi”, ed è una
delle ragioni per le quali, anche se egli stesso è uno dei padri fonda-
tori della teoria, arrivò a essere poco convinto della sua stessa creatura.
Einstein morì convinto che mancava qualcosa.

Interferenza degli elettroni: da un cannone di elettroni vengono “sparati” elettroni che


passano attraverso una doppia fenditura, arrivando a uno schermo dove viene registrata
una tipica figura di interferenza, a conferma del comportamento ondulatorio degli elet-
troni (disegno di Giuliano Basso)
24 Dai buchi neri all'adroterapia

Attualmente l’impostazione matematica della meccanica quanti-


stica è ben salda – assieme alla relatività, la meccanica quantistica sta
alla base della descrizione della Natura e dei vari fenomeni, dai più
semplici ai più complicati.
L’interpretazione della meccanica quantistica invece è un’altra sto-
ria. Sono quasi 100 anni che i seguaci di Einstein, Bohr e de Broglie
si confrontano per capire il significato profondo della teoria. Dall’in-
terpretazione dei molti mondi di Hugh Everett III, al collasso della
funzione d’onda di Ghirardi-Rimini-Weber, dalla meccanica Boh-
miana dell’onda pilota a chi pensa che è così e basta, i fisici e i filosofi
esplorano l’affascinante territorio della meccanica quantistica. Dove,
oltre al famoso “gatto mezzo morto – mezzo vivo” di Schrödinger, si
trovano tante altre stranezze, come i calzini di Bertlmann, oppure
“l’amico di Wigner”.
La meccanica quantistica la troviamo a ogni passo non soltanto in
noi stessi, nella spiegazione del “funzionamento” degli atomi, ma
anche nelle nostre più o meno sofisticate tecnologie, a partire dai di-
spositivi al silicio. Per il futuro, “bizzarie” quantistiche quali la pro-
prietà di inseparabilità (entanglement) quantistica, oltre a darci dei
grattacapi nel tentativo di trovare una spiegazione della non-località
(l’apparente comunicazione istantanea fra le particelle), apre la strada
a tecnologie incredibili: teletrasporto, computer quantistici, critto-
grafia quantistica e quant’altro.
Dall’atomo al Modello Standard

Se in un cataclisma andasse distrutta tutta la conoscenza scienti-


fica, e soltanto una frase potesse essere trasmessa alle generazioni
successive, quale affermazione conterrebbe la massima quantità
di informazioni nel numero minimo di parole? Io credo che sa-
rebbe l’ipotesi atomica (o dato di fatto atomico, o comunque vo-
gliamo chiamarlo) secondo cui tutte le cose sono fatte di atomi,
piccole particelle che si agitano con un moto perpetuo, attraendosi
quando sono un po’ distanti una dall’altra, ma respingendosi
quando sono schiacciate una contro l’altra. In questa singola frase
c’è un’enorme quantità di informazione sul mondo che ci cir-
conda, se soltanto ci si riflette sopra con un po’ di immaginazione.
Richard Feynman, Sei pezzi facili

La Terra è formata da un numero enorme di atomi: circa 1050 atomi (un 1 se-
guito da 50 zeri!) per un centinaio di elementi. Questi atomi sono formati da
quark ed elettroni, tenuti insieme dalle forze nucleari ed elettromagnetiche.
Il Modello Standard delle particelle descrive la struttura degli atomi e tanti
altri processi osservati in Natura.

L’atomo
Il mondo è fatto di atomi; una tale affermazione oggi non sorprende
più nessuno. Il concetto di atomo risale a circa 2.500 anni fa, quando
Leucippo e il suo allievo Democrito hanno introdotto la nozione di
atomos, l’indivisibile, come la più piccola unità di cui è costituito tutto
quanto. L’atomo in questione aveva profonde implicazioni filosofi-
che, in quanto collegato a una interpretazione di natura discontinua
26 Dai buchi neri all'adroterapia

del mondo. Non si può dividere all’infinito, sostenevano gli atomisti.


Esiste un mattoncino, il più piccolo in assoluto, chiamato atomo, oltre
al quale non si può scendere nel dividere le cose. Ovviamente, una
verifica sperimentale dell’esistenza degli atomi ai tempi dei filosofi
greci era fuori questione.
Per arrivare a riparlare degli atomi ci sono voluti più di duemila
anni: soltanto verso la fine del 1700, soprattutto nell’ambito della chi-
mica e dei progressi fatti in questo campo, il concetto di atomo ini-
zia a diventare una realtà del mondo fisico.
Nel 1789 Lavoisier scopre la legge della conservazione della massa
e introduce il concetto di elemento chimico. Quest’elemento non po-
teva essere diviso in entità più piccole. Nel 1805 John Dalton, in se-
guito a esperimenti accurati che misuravano il modo in cui le varie
sostanze si combinavano fra di loro, scoprì la legge delle proporzioni
multiple, che diceva che le sostanze si combinano fra di loro in pro-
porzioni di numeri interi, sempre le stesse. Dalton propose come spie-
gazione di questa legge l’esistenza degli atomi: ogni sostanza è
costituita di un tipo diverso di atomi.
Non tutti erano però convinti del ragionamento di Dalton. Servi-
vano prove ulteriori. Fra queste una, arrivata quasi inaspettatamente,
fu il moto browniano, scoperto nel 1827: una stranissima “danza” dei
granelli di polline in sospensione sulla superficie di un liquido. Cosa
faceva muovere questi granelli? Quale forza motrice si nascondeva
dietro questo “ballo di San Vito”? La spiegazione arrivò anni dopo,
nel 1877, quando Desaulx propose una teoria basata proprio sull’esi-
stenza degli atomi: il moto termico delle molecole del liquido faceva
sì che i piccoli granelli in sospensione fossero trascinati in giro con
delle traiettorie zigzaganti. Per un calcolo più preciso dell’effetto, non-
ché una dimostrazione magistrale dell’esistenza degli atomi a partire
dal moto Browniano, si dovette aspettare l’annus mirabilis, il 1905,
quando Einstein, pubblicò un articolo che dava una descrizione ma-
tematica rigorosa del fenomeno.
Nel 1869 nasce la tabella periodica degli elementi, nella quale Di-
mitri Mendeleev organizza tutti gli elementi esistenti in piccole caselle
Dall’atomo al Modello Standard 27

in funzione delle loro caratteristiche fisico-chimiche, su varie righe e


colonne. Tante di queste caselle erano rimaste vuote ai tempi di Men-
deleev, in quanto gli elementi corrispondenti non erano ancora stati
scoperti. Sono state riempite in seguito, man mano che nuovi tipi di
atomi venivano scoperti. La scoperta, o per meglio dire la creazione,
di nuovi atomi prosegue anche nel presente, presso acceleratori de-
dicati che stanno generando atomi molto pesanti.
Siamo dunque verso la fine del 1800 – inizi del 1900 – quando
l’atomismo prende piede e l’idea dell’esistenza concreta degli atomi
viene accettata dalla maggior parte, anche se non da tutti, i membri
della comunità scientifica.
Si arriva così a una bella spiegazione della diversità delle varie
forme di materia nel mondo: tanti tipi di atomi diversi e le loro varie
combinazioni generano un mondo in cui si incontrano forme di ma-
teria molto diverse fra loro.
L’atomo di quel periodo era effettivamente quello introdotto da
Leucippo e Democrito tantissimi anni prima: un atomo indivisibile,
anzi, tanti vari tipi di atomi diversi. Se non che, nel 1897, J.J. Thomson,
sperimentando con i raggi catodici, scopre l’elettrone. Con una carica
elettrica negativa e una massa molto più piccola rispetto a quella del-
l’atomo, l’elettrone veniva “espulso” dagli stessi atomi. Dunque, in
qualche modo, gli elettroni dovevano esistere all’interno degli atomi.
Thomson stesso propose un modello atomico che vedeva gli elettroni
“nuotare” all’interno di una massa uniforme di carica positiva, come
l’uvetta all’interno del panettone. Il modello di Thomson ebbe però
vita breve.
Pochi anni dall’inizio del XX secolo, il brillante fisico neo-zelan-
dese Ernest Rutherford guidò una piccola squadra di ricercatori che
studiava la modalità con cui i raggi di nuclei di elio contenenti due
protoni e due neutroni (ovviamente la struttura di questi raggi venne
scoperta dopo il loro utilizzo da parte di Rutherford) sparati contro
una sottile lamina d’oro venivano sparpagliati intorno. La conclu-
sione fu abbastanza sconvolgente: una piccola percentuale dei raggi
tornava praticamente indietro, oppure veniva deflessa a grande an-
28 Dai buchi neri all'adroterapia

golo. Era, a detta di Rutherford stesso, come sparare una palla di can-
none contro un foglio di carta e vedere la palla tornare indietro. Altre
particelle invece passavano la lamina d’oro come se non incontrassero
nulla nel loro passaggio. Rutherford arrivò in questo modo a pro-
porre una struttura dell’atomo che vede al centro un piccolo nucleo,
molto denso, in cui si concentra quasi tutta la massa dell’atomo, cir-
condato dagli elettroni.
Nel 1913 Niels Bohr, per ovviare ai problemi dell’atomo nella mec-
canica classica, in particolare la stabilità e l’esistenza delle linee spet-
trali, propone il modello quantistico dell’atomo, in cui gli elettroni si
trovano su certe orbite e soltanto su quelle, avendo l’energia degli elet-
troni su queste orbite un valore che dipende dalla massa del nucleo.
L’atomo emette o assorbe energia sotto forma di fotoni soltanto
quando un elettrone cambia orbita: un fotone viene rilasciato se l’elet-
trone passa da un livello con energia più grande a uno con energia più
piccola oppure un fotone viene assorbito nel processo inverso.
La struttura intima del nucleo rimase per un bel po’ di anni un
mistero: all’inizio si pensò che il nucleo, avendo una certa carica po-
sitiva ma una massa circa due volte più grande del numero dei pro-
toni corrispondenti alla carica elettrica, fosse formato da protoni e
da elettroni, i primi in numero doppio rispetto ai secondi, ipotesi che
generò non piccoli problemi. Fra questi quello più ovvio: come fanno
protoni ed elettroni a stare insieme in un nucleo così piccolo? Quale
forza li tiene, in modo tale che i protoni con la stessa carica elettrica
non si respingano? La scoperta del neutrone da parte di James Chad-
wick, avvenuta nel 1932, dà una spiegazione naturale e chiude il caso:
nel nucleo ci sono protoni e neutroni.
La meccanica quantistica, formalizzata negli anni ’20, aiuta ulte-
riormente a capire e calcolare gli orbitali atomici. Si aggiunge la sco-
perta del Principio di Esclusione di Pauli, che ci dà le regole di
riempimento degli orbitali: non possono esistere all’interno del-
l’atomo due elettroni con gli stessi numeri quantici. Il Principio di
Esclusione di Pauli, conseguenza diretta dell’identità delle particelle
a cui si applica, ha anche profonde implicazioni filosofiche. Oggi al-
Dall’atomo al Modello Standard 29

Thomson, Rutherford e Bohr (disegno di Massimiliano Bazzi)

cuni esperimenti indagano più in profondità sulle conseguenze del


Principio di Pauli per porre dei limiti alla sua validità. Questi limiti
sono riconducibili a teorie molto moderne, come la teoria delle strin-
ghe, di cui parleremo nella terza parte del libro.
Abbiamo dunque la ricetta del mondo? Protoni, neutroni ed elet-
troni che, mescolati insieme secondo alcune regole, danno vita agli
atomi di cui è composta la materia. Per un po’ si pensò che si era ca-
pito tutto e mancavano pochi dettagli per avere un quadro completo
della struttura della materia.
Accade invece che negli anni ’40 iniziarono a essere scoperte tutta
una serie di nuove particelle negli esperimenti che misuravano i raggi
cosmici, cioè le particelle che vengono dall’Universo e che arrivano
sulla Terra in modo diretto o come prodotti secondari dell’intera-
zione con l’atmosfera delle particelle primarie (soprattutto protoni
di varie energie). A queste si erano aggiunte tante altre particelle ge-
nerate negli acceleratori di particelle che i fisici avevano iniziato a co-
struire a partire dagli anni 1925-1930.
30 Dai buchi neri all'adroterapia

Un intero “zoo” di particelle che nascevano e decadevano in fra-


zioni di secondo. Alcune vivevano di più, altre di meno. Quelle con
una vita più lunga, per dare un esempio, arrivavano a vivere miliar-
desimi di secondo, mentre quelle con vita breve vivevano miliardi di
volte di meno. Cosa vuol dire “la vita di una particella”? In pratica, esi-
stono tante particelle, la maggior parte instabili, che sono generate
nelle interazioni di altre particelle e poi decadono in particelle sta-
bili, talvolta in seguito a una catena di decadimenti.
Tutto questo fiorire di decine di nuove particelle, chiamate kaoni,
, , pioni, ecc., condusse all’idea che esse potessero essere costituite
da un numero più piccolo di altre particelle, analogamente agli atomi,
composti soltanto da 3 entità: protoni, neutroni ed elettroni. Nacque
così l’idea dei quark. La teoria dei quark venne proposta per la prima
volta nel 1964 dai fisici statunitensi Murray Gell-Mann e George
Zweig, che spiegavano le proprietà delle molte particelle consideran-
dole composte da quark, che diventavano perciò le nuove particelle
elementari. Negli anni a seguire furono trovate le prove sperimentali
dell’esistenza dei quark negli esperimenti di diffusione profondamente
anelastica effettuati all’acceleratore SLAC a Stanford negli Stati Uniti.
I protoni e i neutroni sono dunque composti da quark: due tipi di
quark diversi, chiamati up e down. Il protone contiene due quark up e
un quark down mentre il neutrone due quark down e un quark up.
Oltre ai protoni e ai neutroni esistono tante altre particelle composta da
quark: si chiamano adroni, dal greco adros, forte, in quanto subiscono
l’interazione forte. I quark interagiscono fra loro attraverso mediatori
di forza chiamati “gluoni”, che sarebbero l’equivalente per l’interazione
forte dei fotoni che mediano l’interazione elettromagnetica. L’intera-
zione forte ha delle caratteristiche molto particolari, studiate in vari
esperimenti in tutto il mondo: a distanze molto piccole i quark intera-
giscono poco, mentre la loro interazione, l’intensità della forza forte,
aumenta man mano che la distanza cresce. Questa proprietà si chiama
libertà asintotica e ha origine nel fatto che i gluoni, a differernza dei fo-
toni che non hanno carica elettrica, hanno la “carica di colore”, che è
l’equivalente della carica elettrica per l’interazione forte.
Dall’atomo al Modello Standard 31

L’affascinante struttura dell’atomo (disegno di Giuliano Basso)

Quando due quark vengono separati oltre a una certa distanza


l’energia accumulata “fra di loro” si trasforma in una coppia quark-
antiquark, che si legano ai quark iniziali. Per questa ragione non si
possono vedere i quark liberi. I quark sono sempre accompagnati da
altri quark o antiquark. Gli adroni si presentano o come coppie
quark-antiquark, i mesoni, oppure come tripletti di quark (o anti-
quark), i barioni. Esistono decine di adroni di ciascun tipo e nuovi
mesoni e barioni vengono scoperti regolarmente!
Abbiamo dunque un atomo che ha una struttura particolarmente
ricca: un nucleo formato da protoni e neutroni, a loro volta compo-
sti da quark, circondato da elettroni. Le interazioni presenti nel
mondo delle particelle, nel mondo atomico, sono: l’interazione elet-
tromagnetica, quella che tiene gli elettroni in orbita nell’atomo; l’in-
terazione nucleare forte, quella che tiene i quark nei protoni e nei
neutroni e l’interazione nucleare debole, che regola i decadimenti
delle particelle e i processi nucleari che avvengono nelle stelle e in cui
il neutrino ha un ruolo importante.

Il Modello Standard
Se mettiamo insieme tutte le particelle elementari che conosciamo e
32 Dai buchi neri all'adroterapia

La “ricetta” della materia stando al Modello Standard (disegno di Giuliano Basso)

Le particelle del Modello Standard (disegno di Giuliano Basso)


Dall’atomo al Modello Standard 33

le tre interazioni che giocano un ruolo nel mondo particellare arri-


viamo al Modello Standard delle particelle elementari.
18 tipologie di particelle, divise fra sei tipi di quark diversi e sei
leptoni, fra cui l’elettrone e tre tipi di neutrini diversi, assieme ai me-
diatori delle tre interazioni: il fotone, i bosoni intermediari pesanti
per l’interazione debole (W+, W– e Z0) e i gluoni, a cui si aggiunge il
bosone di Higgs, sono presenti in questo modello.
Con queste particelle possiamo spiegare non soltanto tutta la ma-
teria ordinaria, ma anche ipotizzare l’esistenza di forme di materia
ancora non scoperte, ma a cui si dà intensamente la caccia, come per
esempio le glueball, particelle composte soltanto da gluoni, oppure
aggregati di più di tre quark.

Il bosone di Higgs
Il nome del bosone di Higgs come particella di Dio fu introdotto per
ragioni pubblicitarie in un libro divulgativo scritto da Leon Leder-
man (The God particle). Il meccanismo di Higgs fu teorizzato dal fi-
sico britannico Peter Higgs e indipendentemente dai (ingiustamente)
meno noti François Englert, Robert Brout, G. S. Guralnik, C. R.
Hagen e T. W. B. Kibble; Higgs ha il merito di aver citato esplicita-
mente, in una nota finale dell’articolo, la possibile esistenza di un
nuovo bosone.
Il bosone e il meccanismo di Higgs sono stati successivamente in-
corporati nell’ambito del Modello Standard per la descrizione della
forza debole indipendentemente da Steven Weinberg e Abdus Salam
nel 1967.
Il bosone di Higgs gioca un ruolo fondamentale, in quanto por-
tatore di forza del campo di Higgs che, stando alla teoria, permea l’in-
tero Universo, conferendo massa alle particelle elementari. Dunque il
bosone di Higgs è la manifestazione esplicita che il meccanismo
messo a punto dagli scienziati per spiegare perché le particelle hanno
massa è valido.
Dove dobbiamo cercare il bosone di Higgs? Qual è la sua massa?
Il Modello Standard non prevede un certo valore. La caccia al bo-
34 Dai buchi neri all'adroterapia

sone di Higgs è iniziata tanti anni fa: gli esperimenti installati ad ac-
celeratori come il LEP del CERN di Ginevra oppure il Tevatron al
Fermilab l’hanno a lungo cercato, riuscendo a stabilire però soltanto
dove non c’è.
Con l’inizio delle attività all’acceleratore più potente mai co-
struito, LHC del CERN di Ginevra, di cui riparleremo, siamo riusciti
a mettere finalmene le mani, anzi i rivelatori, su una particella che ha
tutte le carte in regola per essere il ricercatissimo bosone. In un se-
minario al CERN, che rimarrà nella storia, il 13 dicembre 2011 veniva
illustrata una serie di dati degli esperimenti ATLAS e CMS, coordinati
dai fisici italiani Fabiola Gianotti e Guido Tonelli, che individuavano
tracce di una particella che poteva essere il bosone di Higgs, in un in-
tervallo di energia (massa) fra i 124 e 126 GeV con una probabilità
prossima al 99%. Un appunto sulle unità di energia e massa: i fisici
misurano le energie e le masse delle particelle in elettronvolt (eV, per
la massa si usano anche eV/c2, ma spesso c, velocità della luce, viene
messa uguale a 1 nelle unità con cui lavorano i fisici), che è un’unità
di energia molto più pertinente quando si parla di particelle, essendo
l’energia cinetica acquisita da un elettrone nell’attraversare una dif-
ferenza di potenziale di 1 V nel vuoto. In queste unità la massa del
protone è di circa 1 GeV.
La scoperta della particella candidata a essere il bosone di Higgs è
stata confermata il 4 luglio 2012 in un seminario al CERN, mentre il
6 marzo 2013, nell’ambito di una conferenza a La Thuile, veniva con-
fermato che si tratta effettivamente del bosone di Higgs.
Cosa vuol dire che i fisici hanno visto le tracce del bosone di
Higgs? In pratica il bosone vive troppo poco per rilasciare tracce nei
nostri rivelatori; quello che vediamo sono i prodotti di decadimento
dei bosoni di Higgs in vari possibili canali, seguendo una catena di de-
cadimenti, compatibili con le leggi di conservazione dell’energia e di
altre quantità. Il bosone di Higgs è stato ricostruito dal suo decadi-
mento in due fotoni oppure in leptoni.
La scoperta del bosone di Higgs, rappresenta un notevole successo
non soltanto per il Modello Standard, ma anche per concetti fonda-
Dall’atomo al Modello Standard 35

mentali che abbiamo sulle leggi della Natura e dell’Universo, conside-


rando che uno dei concetti chiave del meccanismo di Higgs è la sim-
metria di partenza che, proprio con l’aiuto di questo meccanismo,
viene “rotta” per far sì che la particelle che, in un mondo ideale con
simmetria perfetta non dovrebbero avere massa, arrivino ad acquisirla.
L’esistenza di un campo di Higgs ci dice qualcosa di molto pro-
fondo sulla Natura: le simmetrie sono importanti e altrettanto im-
portanti sono le rotture di queste simmetrie. Soltanto queste rendono
l’Universo un mondo vario in cui la diversità esiste e in cui nascono
strutture diverse fra le quali anche noi, gli umani.
Il Modello Standard è stato e continua a essere un’enorme con-
quista della fisica moderna: spiega un numero impressionante di pro-
cessi ed è in grado di anticipare i risultati degli studi effettuati in tanti
dei nostri esperimenti.

I limiti del Modello Standard


Malgrado il suo innegabile successo sappiamo anche che il Modello
Standard non può essere la teoria finale dell’Universo, per una serie
di ragioni, fra cui:
• la gravità non è presente nell’ambito del Modello Standard, in
quanto a tutt’oggi una versione quantistica della relatività generale
non è consolidata, anche se esistono alcune proposte molto inte-
ressanti (come la teoria delle stringhe);
• il Modello Standard non spiega la presenza della materia oscura:
questa forma di materia nell’Universo che ha effetti gravitazionali
ma non si vede e che potrebbe essere composta da particelle che
sono diverse da quelle presenti attualmente nel Modello Standard;
• la necessità di inserire “a mano” i parametri del Modello Standard
è considerata poco “elegante”, sarebbe bello riuscire ad avere una
teoria con un numero più piccolo di parametri ad hoc (idealmente
nessuno);
• ci sono inoltre vari problemi che riguardano i neutrini e le loro
strane proprietà, come l’oscillazione: la trasformazione da un tipo
di neutrino in un altro tipo.
36 Dai buchi neri all'adroterapia

Tutti questi problemi vengono attualmente affrontati in teorie “oltre


il Modello Standard”, di cui ci occuperemo nell’ultima parte del libro.
L’antimateria

È più importante che un’equazione mostri una bellezza teorica


piuttosto che una praticità diretta. Sembra che lavorare su
un’equazione per il raggiungimento di una bellezza e di un’ar-
monia porti a un sicuro progresso.
Paul Adrien Maurice Dirac

L’assenza dell’antimateria dall’Universo è un mistero che viene indagato nei


nostri laboratori. Lo studio delle antiparticelle ci aiuta a capire come funziona
il mondo e perché noi stessi esistiamo. L’antimateria viene utilizzata anche
in medicina, per smascherare i tumori.

Cos’è l’antimateria? Questo termine per certi versi ambiguo, per altri
molto appropriato, rappresenta uno degli argomenti che più affasci-
nano, ma sono meno conosciuti.
La nostra esperienza diretta con l’antimateria, oserei dire per fortuna,
si riduce soprattutto alla lettura di romanzi come Angeli e Demoni di
Dan Brown, dove una certa piccola quantità di antimateria, ma con un
potenziale distruttivo enorme una volta “liberata” dal suo contenitore,
per il semplice incontro con la materia, rappresentava un vero pericolo.
Nel romanzo di Dan Brown atomi di anti-idrogeno diventano l’arma
con cui il Vaticano veniva minacciato dagli “illuminati”. La storia gira in-
torno a due personaggi principali: Robert Lagdon, professore e studioso
di simbologia religiosa all’Università di Harvard, e Vittoria Vetra, bio-
logo marino e fisico che lavora al CERN di Ginevra, i quali cercheranno
di salvare il conclave che sta per eleggere un nuovo pontefice. Un ro-
manzo pieno di colpi di scena ambientato, dove se no?, a Roma.
38 Dai buchi neri all'adroterapia

I fisici invece l’antimateria la usano e la studiano nei loro laboratori.


La usano nei collisionatori particelle-antiparticelle, come quello di Fra-
scati, DA
NE, dove fasci di elettroni si scontrano con fasci di anti-elet-
troni (chiamati anche positroni) per generare nuove particelle. La
studiano per esempio al CERN, dove esperimenti come ALPHA o ASA-
CUSA realizzano gli atomi di anti-idrogeno di cui scriveva Dan Brown.
Altri esperimenti, come AMS, un rivelatore installato sulla Stazione
Spaziale Internazionale, che è stato chiamato anche “il LHC dello spa-
zio”, stanno cercando tracce di antimateria nell’Universo.
L’antimateria viene utilizzata anche in… medicina, dove nella To-
mografia con Emissione di Positroni gli anti-elettroni sono un tipo
molto particolare di sonde che vengono usate per smascherare i tu-
mori. Di questo ne riparleremo più approfonditamente nella seconda
parte del libro.

Cos’è l’antimateria?
La storia dell’antimateria nasce con un’equazione: la cosiddetta equa-
zione di Dirac. Paul Adrien Maurice Dirac, un uomo tranquillo e, a
detta di Bohr, che lo conosceva bene, la persona più strana (the stran-
gest man) del mondo, nei ruggenti anni ’20 era indaffarato a trovare
una versione relativistica dell’equazione che descriveva il comporta-
mento quantistico delle particelle.
L’equazione che Schrödinger aveva proposto nel 1926, un enorme
successo, in quanto era la prima equazione che descriveva il com-
portamento quantistico delle particelle, in grado di fare delle previ-
sioni, nonché di spiegare alcuni comportamenti fino ad allora
misteriosi, aveva un grosso problema: non teneva conto della teoria
della relatività. Dunque era un’equazione che funzionava a meravi-
glia, ma soltanto nel caso di particelle a bassa velocità. Si dà però il
caso che nel mondo delle particelle le velocità sono, nella maggior
parte delle situazioni, molto alte e gli effetti relativistici non possono
essere trascurati.
In questo contesto, in cui tanti giovani fisici brillanti davano la
caccia all’equazione quantistica relativistica, Dirac propone la sua ver-
L’antimateria 39

sione, appunto quella che è conosciuta sotto il nome di equazione di


Dirac. L’equazione ha un grande successo, in quanto descrive a me-
raviglia il comportamento dell’elettrone, incluso il suo spin, una pro-
prietà quantistica che potrebbe essere paragonata (anche se il
paragone è ovviamente limitante) a una rotazione intorno al proprio
asse. C’era però un problema o almeno così sembrava: l’equazione
ammetteva più soluzioni di quanto la descrizione dell’elettrone ne
avesse bisogno. Un numero doppio. Cos’erano queste altre soluzioni?
Dirac provò a “farle sparire”, ma dopo vari tentativi andati a vuoto,
dovette rassegnarsi ad accettarne l’esistenza. Alcuni sostenevano che,
proprio per l’esistenza di queste altre soluzioni, l’equazione doveva
essere sbagliata.
Dirac provò a dare una spiegazione razionale, fisica, delle solu-
zioni in più. Queste avevano l’energia negativa e Dirac sostenne che
esisteva nell’Universo un “mare” di particelle, il mare di Dirac, con
energia negativa. Essendo questo mare pieno, come conseguenza del

Paul Adrien Maurice Dirac (disegno di Massimiliano Bazzi)


40 Dai buchi neri all'adroterapia

principio di esclusione di Pauli, non potevano esistere altre particelle


con energia negativa ed ecco che comparivano le particelle con ener-
gia positiva, gli elettroni, così come li conosciamo. Se poi uno degli
stati di energia negativa dovesse risultare non occupato, un buco nel
mare, questo diceva Dirac, si sarebbe presentato come uno stato di
energia positiva, ma con una carica elettrica opposta, dunque nel caso
dell’elettrone, come una particella con la carica positiva. Dirac stesso
pensò che il protone, avendo una carica positiva, potesse essere que-
sta particella. Emerse però subito che non poteva essere così, in
quanto la particella in causa avrebbe dovuto avere la stessa massa del-
l’elettrone.
La situazione rimase in bilico, con Dirac che era sconfortato dal-
l’esistenza delle soluzioni aggiuntive, sino al 1932 quando Carl D. An-
derson scopri l’anti-elettrone, chiamato anche positrone.
Fu un enorme successo della teoria! Ed ecco allora la famosa frase
di Dirac, che era sempre guidato dalla ricerca della bellezza anche nelle
equazioni: “Sembra che lavorare su un’equazione per il raggiungimento
di una bellezza e di un’armonia porti a un sicuro progresso”.

Paul Adrien Maurice Dirac (destra) e Carl D. Anderson, lo scopritore dell’anti-elettrone;


I knew it! – Lo sapevo! (disegno di Massimiliano Bazzi)
L’antimateria 41

Altri anni sono passati fino alla scoperta dell’antiprotone, parti-


cella con la stessa massa del protone ma con carica elettrica negativa,
visto per la prima volta nel 1955, in un esperimento condotto da Emi-
lio Segrè e Owen Chamberlain all’Università della California a Ber-
keley. Da allora la scoperta delle antiparticelle è andata di pari passo
con la scoperta delle particelle, ma i misteri si infittiscono.

Il mistero della scomparsa dell’antimateria nell’Universo


Dall’equazione di Dirac al Modello Standard sono state fatte tante
altre scoperte, ma l’equazione di Dirac rimane a tutt’oggi uno stru-
mento chiave per descrivere il comportamente dell’elettrone e di altre
particelle con spin ½ (chiamate fermioni).
Il Modello Standard descrive il mondo delle particelle e delle an-
tiparticelle subatomiche e le tre interazioni chiave: elettromagnetica,
nucleare forte e nucleare debole, presenti a livello microscopico. Ab-
biamo anche una teoria, il Big Bang, che ci dice come siamo arrivati
qui: un evento singolare, accaduto circa 13 miliardi di anni fa, ha ge-
nerato tutto quel che vediamo adesso nell’Universo. C’è però un
grosso problema: si pensa che dopo il Big Bang il numero di particelle
generate fosse uguale a quello delle antiparticelle che si dovevano an-
nichilare con le prime, trasformandosi in energia pura, senza poter
dare origine all’Universo che conosciamo. Allora se l’annichilazione
non è avvenuta, dove sono finite le antiparticelle? Dove è finita l’an-
timateria? Come mai noi esistiamo?
Una possibile ipotesi è che l’antimateria si è separata dalla mate-
ria per qualche meccanismo e ha formato “isole di antimateria” nel-
l’Universo.
Tutto quanto ci circonda però è fatto di materia, di atomi nor-
mali, composti di particelle.
Non abbiamo segnali dallo spazio che potrebbero esistere “le isole
di antimateria”, dove tutto è fatto di anti-atomi, con un nucleo com-
posto da antiprotoni e antineutroni, con positroni nelle orbite.
Questo fatto lo sappiamo in quanto al confine fra le isole di ma-
teria e quelle di antimateria dovrebbero avvenire scontri fra le due, se-
42 Dai buchi neri all'adroterapia

guite dall’annichilazione, in seguito alla quale una grande quantità di


energia, quella di cui scrive per esempio Dan Brown, dovrebbe essere
liberata, con dei segnali che dovrebbero arrivare fino ai nostri stru-
menti. La mancanza di tali segnali ci dice che nell’Universo accessi-
bile ai nostri strumenti non esiste l’antimateria.
Per spiegare questo mistero si pensa che le leggi che valgono nel
mondo della materia potrebbero essere diverse da quelle del mondo
dell’antimateria. E questa asimmetria ha fatto “sparire” l’antimateria,
lasciando nell’Universo attuale soltanto materia.
Effettivamente una tale asimmetria è stata misurata già negli anni
’60, studiando le particelle chiamate mesoni K (kaoni). I kaoni e gli
anti-kaoni si comportano, se pur di poco, in modo diverso, manife-
stando la cosiddetta violazione della simmetria CP. La simmetria CP
è una simmetria che riguarda lo scambio tra particelle e corrispon-
denti antiparticelle, la cosiddetta “coniugazione di carica” (C), e l’in-
versione delle coordinate spaziali o “parità” (P). In pratica un sistema
o un fenomeno fisico esibisce simmetria CP quando, effettuando en-
trambi gli scambi, si ottiene un sistema o un fenomeno identico a
quello che si ha senza aver effettuato gli scambi.
Per molto tempo la simmetria CP è stata considerata una simme-
tria esatta della Natura, finché la sua violazione (indiretta) è stata mi-
surata nei processi che coinvolgono il kaone neutro in esperimenti
condotti nel 1964 presso il laboratorio statunitense di Brookhaven, da
James Cronin e Val Fitch. Inoltre, una seconda manifestazione della
violazione della simmetria CP per i kaoni (la violazione diretta) è stata
annunciata nel 2001 da esperimenti svolti presso il CERN di Ginevra
e il Fermilab di Chicago negli USA. Non soltanto i kaoni manifestano
questa violazione. Nel 2002 la violazione di CP è stata dimostrata dal-
l’esperimento BaBar presso l’acceleratore lineare di particelle di Stan-
ford, California, e dall’esperimento Belle, presso l’acceleratore del
Laboratorio KEK, Tsukuba, in Giappone, per particelle chiamate me-
soni B. Se la simmetria CP fosse valida, il tasso di decadimento del
mesone B e della sua anti-particella sarebbero identici in ogni stato fi-
nale; gli esperimenti a BaBar e Belle hanno dimostrato che non è così.
L’antimateria 43

Esiste dunque nelle leggi della Natura un’asimmetria tra materia


e antimateria. Quest’ asimmetria ha generato la prevalenza della
prima sulla seconda, ed è la ragione principale per cui l’Universo con-
siste di particelle e non di anti-particelle. Tuttavia, l’asimmetria ma-
teria-antimateria che risulta dalla violazione della simmetria CP che
abbiamo misurato, potrebbe non essere sufficiente a spiegare la totale
scomparsa dell’antimateria nell’Universo. I ricercatori sono alla ri-
cerca di altri settori dove si potrebbe manifestare una violazione im-
portante di CP. Uno di questi, nell’ambito del Modello Standard,
potrebbe essere il settore dei neutrini e svariati esperimenti studiano
il comportamento di queste particelle.

L’anti-idrogeno
Quanto anti-idrogeno realizziamo nei nostri laboratori? Corriamo
davvero il rischio descritto da Dan Brown?
Un atomo di anti-idrogeno consiste in un antiprotone intorno cui
orbita un positrone. La realizzazione e lo studio di un tale atomo è
molto difficile, in quanto bisogna tenerlo lontano dalla materia nor-
male, altrimenti in seguito all’incontro avverrebbe l’annichilazione
delle antiparticelle dell’anti-idrogeno con le particelle della materia.
Soltanto nel 1995 i primi 9 atomi di anti-idrogeno sono stati creati
presso l’anello di antiprotoni di bassa energia LEAR del CERN.
Le trappole per antiprotoni e positroni da utilizzare per farli in-
contrare e generare cosi un atomo di anti-idrogeno, da mantenere
poi in vita abbastanza a lungo per poterlo studiare, vengono perfe-
zionate negli ultimi anni nell’ambito delle collaborazioni ATHENA,
ATRAP e ALPHA al CERN.
Lo studio dell’anti-idrogeno è molto importante per capire se si
comporta esattamente come l’idrogeno. Tale studio ha profonde im-
plicazioni per capire la simmetria CPT, dove alla CP di cui abbiamo
parlato si aggiunge anche l’inversione temporale T.
Oggi si pensa che la CPT sia una simmetria esatta. Questo avrebbe
come conseguenza il fatto che gli spettri dell’idrogeno dovrebbero es-
sere uguali a quelli dell’anti-idrogeno. Per studiare questi ultimi spet-
44 Dai buchi neri all'adroterapia

Atomi di idrogeno (sopra) e di anti-idrogeno (sotto) a confronto (disegno di Giuliano


Basso)

tri però c’è bisogno di un enorme numero di atomi di antimateria.


Per intrappolarli e mantenerli in vita, lontani dalle pareti dei conte-
nitori, si sfruttano le caratteristiche magnetiche dell’anti-idrogeno: il
fatto che sia l’antiprotone che il positrone hanno spin fa sì che l’anti-
idrogeno abbia un momento magnetico che può essere utilizzato per
mantenere in vita per un po’ gli atomi di anti-idrogeno con l’aiuto di
campi magnetici con configurazioni particolari. Nel 2011 la collabo-
razione ALPHA ha realizzato il record di far sopravivere 309 atomi di
anti-idrogeno per ben 1.000 secondi.
Oggi si va nella direzione di migliorare la qualità dei fasci di anti-
protoni utilizzati e di ottimizzare le trappole che mantengono in vita
gli atomi generati.
Con la tecnologia di oggi, anche con l’ipotesi (lontana dal vero)
della conversione di tutti gli antiprotoni che riusciamo a generare al
CERN in atomi di anti-idrogeno saremmo in grado di arrivare a pro-
L’antimateria 45

durre un grammo di antimateria in alcuni miliardi di anni. Il che


rende l’antimateria la cosa più costosa mai realizzata per unità di
massa, infinitamente più cara dell’oro o dei più bei diamanti.
Inutile aggiungere che non corriamo il rischio descritto da Dan
Brown: la produzione di una quantità di antimateria necessaria a ge-
nerare una catastrofe è fuori dalla nostra portata.
Lo studio scientifico invece dell’antimateria è fondamentale per
capire gli inizi dell’Universo, nonché le leggi fondamentali della Na-
tura.
Radioattività

È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.


Albert Einstein

La radioattività è presente in Natura sia per cause naturali che in seguito al-
l’attività umana. Gli effetti delle radiazioni sull’organismo dipendono dalla
dose assorbita e dall’organo colpito. La radioattività viene utilizzata in medi-
cina per diagnosi e terapia dei tumori.

La radioattività – parola che fa paura! Simbolo di gravi pericoli e di


sciagure. L’ultima delle quali è il disastro di Fukushima Dai-ichi in
Giappone, una serie di incidenti occorsi presso la centrale nucleare
omonima a seguito del terremoto e dello tsunami dell’11 marzo 2011.
Viene a guastarsi il sistema che gestisce l’acqua per il raffreddamento
dei reattori. Le barre d’uranio non più raffreddate si riscaldano e il ri-
vestimento esterno in lega metallica libera, in seguito al contatto con
l’acqua residua, idrogeno che, dopo essersi accumulato in una certa
quantità, arrivato a contatto con l’ossigeno dell’atmosfera, esplode.
Per evitare una tragedia ancora più grande, la fusione del nocciolo,
viene utilizzata l’acqua dell’oceano per raffreddare il reattore e acido
borico per l’assorbimento dei neutroni. Inizia un monitoraggio in
tutto il mondo dei livelli di radioattività. Il pesce proveniente dal
Giappone viene bandito – è contaminato. Il 22 marzo vengono rive-
lati livelli di iodio-131 circa 120 volte più alti del limite consentito,
48 Dai buchi neri all'adroterapia

livelli di cesio-134 25 volte superiori e quelli di cesio-137 16 volte su-


periori e quantitativi non trascurabili di cobalto-58. Tutti questi ele-
menti sono radioattivi. Nei giorni a seguire i livelli di radioattività
nell’oceano hanno superato di oltre 4400 volte i limiti ammessi. Il li-
vello del disastro però non è confrontabile con quello di Chernobyl,
in quanto nel caso di Fukushima la quantità totale di radioattività
diffusa nell’atmosfera è stata pari all’incirca a un decimo di quella ri-
lasciata durante il disastro di Chernobyl. A partire dalla fine di giugno
del 2012 è stata ripresa la vendita di pesce pescato al largo delle regioni
intorno alla centrale, dal momento che i livelli di radioattività ri-
scontrati erano ritornati nei limiti del normale.
E per la popolazione? Nei giorni a seguire gli incidenti tutti gli
abitanti entro un raggio di 20 km sono stati evacuati; tra i 20 e i 30
km l’abbandono delle case non era obbligatorio, ma veniva pre-
scritto comunque di non uscire di casa. Per prevenire possibili effetti
negativi sulla popolazione dovuti agli isotopi di iodio radioattivo, le
autorità hanno predisposto la distribuzione di pillole allo ioduro di
potassio per saturare la tiroide e prevenire gli effetti dello iodio ra-
dioattivo.
Successivamente, dal mese di aprile 2012, in seguito alla verifica
della diminuzione dei livelli di radioattività al di sotto della soglia di
sicurezza in tre località (Kawauchi, Tamura e Minamisoma) situate
nelle aree evacuate, le autorità hanno dato il permesso alla popola-
zione locale di rientrare nelle città, nonché di esercitare qualunque
tipo di attività, incluso il bere l’acqua del rubinetto. Entro il 2016 il li-
vello di radioattività in tutte le zone evacuate scenderà al di sotto della
soglia di sicurezza permettendo così un analogo piano di rientro per
tutti gli abitanti che hanno dovuto lasciare le loro case.
Ma perché il cesio-137 e lo iodio-131 fanno paura? Cos’è la ra-
dioattività? E che effetti ha?

Cos’è la radioattività?
La radioattività è un processo in seguito al quale il nucleo di un atomo
instabile si trasforma, tramite l’emissione di alcune particelle, in un
Radioattività 49

nucleo più stabile. Il processo inizia dunque da un nucleo radioat-


tivo che può esistere all’interno della Terra dall’origine dei tempi, op-
pure che si forma all’interno delle centrali nucleari o in altri tipi di
processi. La durata del decadimento è caratterizzata dal cosiddetto
tempo di dimezzamento, che può essere molto breve oppure lun-
ghissimo. Il tempo di dimezzamento definisce la durata necessaria a
metà dei nuclei a decadere, essendo la radioattività un processo squi-
sitamente quantistico, dunque probabilistico. Il processo radioattivo
continua finché gli elementi via via prodotti, che possono essere a
loro volta radioattivi, non raggiungono una condizione di stabilità
attraverso la catena di decadimento.
La storia della radioattività nasce nel 1895 con la scoperta dei
raggi X da parte di Wilhelm Conrad Röntgen. Nell’anno succesivo
Antoine Henri Becquerel scopre la radioattività naturale dell’uranio.
Becquerel esponeva alla luce del sole sostanze fosforescenti dispo-
ste su un involucro di carta opaco steso su una lastra fotografica
usata per rivelare l’emissione non luminosa della sostanza. Arrivato
a studiare il solfato di uranio, che dimostrava una fosforescenza
molto viva, Becquerel osservò un fenomeno strano e inatteso: la la-
stra veniva impressionata anche al buio. Non c’era bisogno della
luce del sole per avere delle tracce nell’emulsione fotografica! Dopo
studi con materiali diversi, arrivò alla conclusione che le tracce non
dipendevano dalla caratteristica della fosforescenza, ma dal mate-
riale utilizzato: l’uranio.
Nel 1898 Maria Skłodowska (Marie Curie) e Pierre Curie sco-
prono la radioattività del polonio e del radio e da allora la scoperta di
nuclei radioattivi è praticamente esplosa.
Ma che tipo di radiazioni vengono emesse? I decadimenti nucleari
sono stati raggruppati in tre classi principali:
• decadimenti : in seguito ai quali il nucleo emette le particelle
chiamate , che altro non sono che nuclei di elio, che contengono
due protoni e due neutroni;
• decadimenti : in seguito ai quali vengono emessi elettroni o po-
sitroni (e antineutrini o neutrini);
50 Dai buchi neri all'adroterapia

• decadimenti : vengono emessi dal nucleo raggi gamma, cioè fo-


toni di alta energia.
Esistono poi dei processi radioattivi in cui vengono emessi neutroni
o protoni, oppure un nucleo può scindersi spontaneamente, fissione
spontanea, in due frammenti.
In funzione del tipo di radiazione e dell’energia c’è un potere di
penetrazione diverso: le radiazioni di solito vengono fermate con
uno spessore equivalente a quello di un foglio di carta, la radiazione
riesce a penetrare un po’ di più, alcuni millimetri, mentre la radia-
zione  può arrivare a distanze molto più grandi, riuscendo ad attra-
versare un blocco di cemento, per esempio.

Qual è l’origine della radioattività?


La radioattività può essere di natura artificiale, prodotta in seguito ad at-
tività umane, oppure naturale. In assenza di incidenti nucleari, il con-
tributo principale alla radiazione che subiamo deriva dalla radioattività
naturale, responsabile di circa l’80% della dose totale. Di questo 80%,
ben il 30% è dovuto al potassio (l’isotopo potassio-40, generato per ir-
raggiamento del potassio naturale dai raggi cosmici che riescono ad ar-
rivare al suolo); intorno al 15% al radon, gas emanato dal sottosuolo; un
altro 15% è dovuto ai materiali da costruzione e il 13% (al livello del
mare) alla radiazione cosmica. Relativamente a quest’ ultima fonte, più
si sale in quota, più il livello della radiazione aumenta, in quanto si as-
sottiglia lo strato di aria che ne assorbe la maggior parte, non facendola
arrivare al livello del suolo: a 5.500 metri di altitudine la dose annuale
assorbita sale a circa il doppio di quella al livello del mare. È questo uno
dei problemi che devono affrontare quegli astronauti che stanno per
mesi in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale. Lo sarà ancora di
più nei viaggi su Marte, che dovrebbero durare intorno ai 3 anni.
Le fonti artificiali di radioattività sono soprattutto riconducibili
all’impiego dei radioisotopi in medicina a scopo diagnostico oppure,
nel caso dei tumori, terapeutico.
Ogni qualvolta facciamo una radiografia assorbiamo una certa
quantità di radiazione.
Radioattività 51

Questa tecnica si basa sull’interazione tra un fascio di fotoni


(raggi X) provenienti da una sorgente con parti del nostro corpo; la
radiazione che non viene assorbita è misurata da un rivelatore di
raggi X. Gli atomi del corpo impediscono ai fotoni di raggiungere il
rivelatore, che riprodurrà un’immagine fedele del corpo “in nega-
tivo”, essendo impressi sulla pellicola i fotoni che non vengono as-
sorbiti. In questo modo si possono vedere le varie fratture oppure le
radici dei nostri denti.
L’effetto della radiazione sull’organismo è caratterizzato dalla
dose assorbita, che è una grandezza fisica definita come la quantità
di energia per unità di massa assorbita da un corpo a seguito di espo-
sizione a radiazioni. La dose che assorbiamo, e che caratterizza il li-
vello di pericolo della radiazione sul nostro organismo, è molto bassa
per una singola radiografia. Per questo potenziale pericolo ogni
esame radiologico deve essere, per legge, giustificato da un preciso
quesito diagnostico che certifica che non è possibile risolvere diver-
samente il caso.

Gli effetti biologici delle radiazioni


Le radiazioni distruggono i legami fra le molecole, danneggiando le
cellule e generando radicali liberi. In più possono alterare le mole-
cole del DNA e dell’RNA, causando danni genetici che possono pre-
sentarsi anche a distanza di generazioni. Al livello dell’individuo
possono indurre cambiamenti drammatici nell’organismo, gene-
rando tumori oppure cambiamenti metabolici.
Le cellule sono più vulnerabili alle radiazioni nel momento in cui
il DNA è in fase di duplicazione. La radiazione può portare al dan-
neggiamento delle strutture del nucleo. Inoltre, gli enzimi che assi-
curano l’integrità del materiale genetico non riescono a operare.
Risulta un rallentamento della velocità di riproduzione. Ovviamente,
le cellule che si riproducono rapidamente sono molto più esposte. Di
conseguenza gli organi più sensibili alle radiazioni sono il midollo
osseo emopoietico e il sistema linfatico.
Vediamo quali sono gli effetti delle radiazioni per alcuni organi.
52 Dai buchi neri all'adroterapia

Midollo osseo e sangue


Il midollo osseo è la parte del corpo più colpita. La prima conse-
guenza dell’irraggiamento è rappresentata da una diminuzione dei
globuli bianchi nel sangue. Segue la diminuzione delle piastrine, causa
di emorragie. Se poi il livello di radiazione è altissimo avviene la di-
minuzione dei globuli rossi (anemia).

Sistema linfatico
Nel sistema linfatico come effetto delle radiazioni avviene l’infezione
dei linfonodi, seguita da una possibile infezione della milza dovuta
alla morte dei linfociti presenti.

Organi genitali
Come conseguenza di una dose massiccia di radiazione si può arri-
vare alla sterilità oppure a mutazioni genetiche che possono essere
trasmesse alle future generazioni. Le donne sono più vulnerabilli degli
uomini.

Sistema digerente
Mentre l’esofago e lo stomaco resistono abbastanza bene a livelli
anche alti di radiazione, l’intestino tenue è molto sensibile. In seguito
all’esposizione, le cellule della mucosa intestinale iniziano a ripro-
dursi in modo discontinuo e a secernere più muco. Questo, insieme
alle cellule morte, può dare origine a occlusioni intestinali. Se la dose
è alta possono comparire anche ulcerazioni.

Tiroide e sistema endocrino


La tiroide, le ghiande surrenali, nonché altre ghiandole non sono di
per sé molto sensibili alla radiazione. La tiroide però concentra in sé
quasi tutto lo iodio presente nell’organismo. Nelle situazioni in cui è
presente l’isotopo radioattivo iodio-131 la tiroide può assorbire dosi
massicce di radioattività se si respira aria o si ingeriscono alimenti
contaminati, risultandone danneggiata. Il principale rischio è un’au-
mentata incidenza di cancro alla tiroide nel corso della vita.
Radioattività 53

Polmoni
Venendo a contatto diretto con l’aria il polmone è danneggiato dalle
particelle radioattive inalate con la respirazione, che si depositano
negli alveoli. La principale fonte di contaminazione polmonare è il
radon, un gas radioattivo inspirabile. Assieme alle sigarette, il radon
è una delle cause dei tumori polmonari.

Sistema nervoso
Il sistema nervoso centrale è poco sensibile alle radiazioni, mentre lo
sono di più la colonna vertebrale e i nervi periferici.
In presenza di dosi molto alte, nel caso del cervello si può arrivare
a una ischemia, dovuta ai danni subiti dai capillari cerebrali.

Pelle e capelli
La pelle, se non protetta, è molto vulnerabile a tutti i tipi di radia-
zione. A bassi livelli di radiazioni si sviluppa un eritema, se l’irrag-
giamento però aumenta si può arrivare a una neoplasia epiteliale. La
capacità di riparazione del tessuto cutaneo è però molto elevata.
Per quel che riguarda i capelli, la loro crescita in seguito all’irrag-
giamento si arresta e quelli presenti cadono, di più o di meno, in fun-
zione della dose assorbita. Quando la radiazione cessa, dopo alcune
settimane i capelli ricominciano a crescere.

L’uso delle radiazioni per la terapia dei tumori


Le radiazioni, fasci di fotoni oppure di elettroni nella radioterapia
classica, di protoni o ioni di carbonio nell’adroterapia, possono essere
utilizzate nella terapia dei tumori: la cosiddetta radioterapia. Le ra-
diazioni ionizzanti utilizzate sono in grado di danneggiare il DNA
delle cellule del tessuto tumorale bersagliato. Mentre le cellule sane di-
spongono di meccanismi in grado di riparare i danni che possono
avvenire sul loro DNA, i meccanismi delle cellule cancerogene sono
molto meno efficienti, per cui un danno da radiazione è più facil-
mente letale per questo tipo di cellule.
Per risparmiare i tessuti sani, tipo la pelle o organi che la radia-
54 Dai buchi neri all'adroterapia

zione deve superare per arrivare al tumore, i fasci utilizzati in radio-


terapia vengono sagomati e indirizzati sul bersaglio da diverse ango-
lazioni, intersecandosi nel centro della zona da trattare, dove perciò
vi sarà un quantitativo di dose assorbita superiore. In seguito alla ra-
dioterapia si possono manifestare effetti collaterali, che dipendono
dalla quantità di radiazione applicata, dal tempo totale di trattamento,
dagli intervalli nel trattamento, dal volume irradiato e dal tipo di tec-
nica utilizzata. Ciascun individuo presenta delle reazioni proprie; trat-
tamenti successivi sugli stessi siti trattati in precedenza possono
causare particolari problemi, in quanto ogni tessuto presenta una tol-
leranza massima alla radiazione. Dunque trattare in periodi diversi
tessuti oppure organi già trattati anni prima con alti livelli di radia-
zione può causare vari problemi anche a distanza di anni.
Una curiosità: non tutti gli animali soffrono nella stessa maniera
le radiazioni. Gli scarafaggi possono sopportare senza danni livelli di
radioattività molto al di sopra di quelli letali per l’uomo, e il batterio
Deinococcus radiodurans sopravvive a dosi di radiazioni 1000 volte
superiori a quella letale per l’uomo.
Acceleratori e rivelatori: le lenti
di ingrandimento di un fisico

Ci sono soltanto due possibili conclusioni: se il risultato conferma


le ipotesi, allora hai appena fatto una misura; se il risultato è con-
trario alle ipotesi, allora hai fatto una scoperta
Enrico Fermi

Gli acceleratori e i rivelatori di particelle sono gli strumenti di base di un fisico


sperimentale. Essi permettono di andare oltre, di valicare barriere e confini e
di arrivare dove nessuno è mai arrivato e raccontare cosa c’è nel cuore della
materia che abbiamo visto. Vere macchine per svelare misteri e per capire il
mondo e l’Universo. Le tecnologie utilizzate trovano una molteplicità di ap-
plicazioni anche per il progresso e il benessere dell’uomo.

Come vediamo le particelle? E come le generiamo? Quali strumenti


usa un fisico sperimentale?
Il biologo usa il microscopio per vedere i dettagli delle cellule.
Dettagli sempre più piccoli fino a un punto in cui tutto diventa sfo-
cato – non si può andare oltre; sotto una certa dimensione i dettagli
diventano invisibili. Il microscopio del fisico che vuole capire com’è
fatto il mondo nei suoi dettagli più fini è l’acceleratore di particelle.
Un acceleratore di particelle, come dice anche il nome, accelera vari
tipi di particelle: protoni, antiprotoni, elettroni, positroni, oppure
vari tipi di ioni utilizzando in maniera sapiente configurazioni di
campi elettrici e magnetici per portare queste particelle alle energie
necessarie nei vari esperimenti. Le particelle accelerate incontrano
un bersaglio fisso, per esempio un foglio metallico, un recipiente con-
56 Dai buchi neri all'adroterapia

tenente gas oppure liquido, oppure altre particelle o antiparticelle a


loro volta accelerate, in collisioni frontali a energie altissime. In se-
guito a questi scontri possono avvenire tanti processi: dalla fram-
mentazione in parti più piccole, laddove questo sia possibile, delle
strutture coinvolte (spesso accade ai nuclei), alla nascita, nel rispetto
della conservazione dell’energia totale, E=mc2, di nuove particelle
che prima non c’erano, ma vengono a “materializzarsi” negli urti che
avvengono negli acceleratori. Quest’ultima situazione descrive anche
il processo attraverso cui è stato generato il bosone di Higgs, ma
anche tante altre situazioni che ci hanno aiutato a riempire le caselle
del Modello Standard.
Le particelle generate negli acceleratori sono poi “viste” dai ricer-
catori con i “rivelatori di particelle”: strumenti che misurano varie
caratteristiche, come la velocità, la carica, le tracce, l’energia o i tempi
di percorrenza di varie traiettorie. Con queste informazioni, come
dei veri detective, ricostruiamo poi l’accaduto: quali particelle sono
nate in seguito agli urti, provando a capire se sono particelle che ben
conosciamo oppure qualcosa di nuovo. È quest’ultima situazione
quella più interessante, anche se le misure di precisione di processi
noti possono ancora nascondere grandi sorprese. I processi noti pos-
sono essere calcolati con grande o grandissima precisione, talvolta
con molti decimali dopo lo zero, utilizzando il Modello Standard. Se
in seguito a una misura di precisione il risultato sperimentale dovesse
essere diverso da quello dei conti teorici, due sono le possibili ragioni:
uno dei due risultati, teorico o sperimentale, è sbagliato. Può capi-
tare. In questa situazione sia i teorici che gli sperimentali rifanno i
conti e l’esperimento; magari più gruppi, laddove possibile, in ma-
niera indipendente. Se la discordanza persiste, si tratta di qualcosa di
molto profondo: vorrebbe dire che la Natura si comporta diversa-
mente da quanto possiamo descrivere con il Modello Standard. Una
situazione affascinante – alla pari di quella che avviene quando in se-
guito alle collisioni nascono particelle mai viste prima.
Ma come funzionano gli acceleratori, di quanti tipi sono? Cosa
c’è di nuovo nella comunità degli acceleratoristi (ricercatori che si
Acceleratori e rivelatori: le lenti di ingrandimento di un fisico 57

occupano degli sviluppi delle tecniche di accelerazione)? E i rivela-


tori, come misurano le particelle?

Acceleratori di particelle
Prima dell’invenzione degli acceleratori i fisici sperimentali utiliz-
zavano le particelle che arrivavano dal cosmo, i raggi cosmici, per
fare vari studi. L’utilizzo dei raggi cosmici ha contribuito a scoprire
tantissime cose, fra cui il positrone, oppure le particelle che con-
tengono il quark strano. I raggi cosmici vengono studiati anche
oggi, sia per capire la loro provenienza e i processi che li generano,
sia per il fatto che i raggi cosmici possono avere energie molto più
alte di quelle che possiamo raggiungere nei nostri acceleratori. Que-
sti casi sono però rarissimi. Già negli anni ’20 del secolo scorso si era
iniziato a pensare che sarebbe molto utile se potessimo controllare
da noi, in laboratorio, i fasci di particelle, utilizzando l’elettroma-
gnetismo.
Il metodo di base per accelerare le particelle consiste nell’utilizzo
di campi elettrici per accelerarli e campi magnetici per controllare la
loro traiettoria, in particolare quando si tratta di acceleratori circolari,
e per correggere le dispersioni spaziali e di impulso dei fasci che ven-
gono accelerati.

Breve storia degli acceleratori


I primissimi acceleratori, nati negli anni ’30, sfruttavano un campo
elettrico statico, una tecnica molto semplice, in cui venivano accele-
rati vari tipi di ioni (atomi a cui venivano strappati uno o più elet-
troni) con differenze di potenziale di 10-20 Milioni di Volt (MV). È,
più o meno, lo stesso potenziale che si crea fra una nuvola e la Terra
prima che parta il fulmine. Nasce così il primissimo acceleratore nel
1931: quello realizzato da Robert Van de Graaff, seguito a ruota nel
1932 da quello realizzato da Cockroft e Walton per studi di fisica nu-
cleare. L’energia raggiungibile in questi acceleratori era però limitata
a qualche decina di MV (un fattore centinaia di migliaia di volte
meno che all’acceleratore LHC di Ginevra!).
58 Dai buchi neri all'adroterapia

Come fare per arrivare a energie più alte? Difficilmente si possono


raggiungere campi elettrostatici più intensi. Nella tesi del brillante
Rolf Widerøe nel 1928, si fece la proposta di utilizzare campi elettrici
alternati in un acceleratore lineare (LINear ACcelerator, LINAC). In
questo tipo di macchine si disponeva in linea retta tutta una serie di
elettrodi cilindrici a cui veniva applicata una differenza di potenziale
pulsata, in modo tale che le particelle da accelerare passassero in fase
con il campo accelerante applicato agli elettrodi. Ovviamente in que-
sta situazione, visto che la corrente era alternata, dunque non sempre
accelerante, non si poteva più accelerare un fascio continuo di parti-
celle bensì dei pacchettini con caratteristiche ottimizzate alla confi-
gurazione del LINAC.
Oggi gli acceleratori lineari vengono spesso adoperati come pre-
acceleratori per acceleratori circolari. Il più grande LINAC al mondo
è stato quello dello Stanford Linear Accelerator Center SLAC, un col-
lisionatore di elettroni e positroni, con una lunghezza di 3 km, chiuso
il 30 Settembre 2011.
Sempre all’inizio degli anni ’30 nasce anche l’idea di realizzare ac-
celeratori circolari. Invece di accelerare le particelle in una struttura
lineare, in cui l’energia finale dipendeva da quanti elementi accele-
ranti si riusciva a mettere, dunque dalla lunghezza dell’acceleratore,
si pensò di far passare le particelle più e più volte dentro la stessa ca-
vità accelerante su una traiettoria, ovviamente, circolare. Nasce così
l’acceleratore che Lawrence costruì all’inizio degli anni ’30.
Dentro un ciclotrone la sorgente di particelle è situata al centro;
le particelle vengono accelerate da un campo elettrico, entrando poi
in un semicilindro in cui è presente soltanto un campo magnetico, il
quale curva la traiettoria delle particelle riportandole nel campo elet-
trico, dove vengono ulteriormente accelerate entrando infine in un
secondo semicilindro. L’operazione si ripete, la particella essendo ac-
celerata in modo ripetuto dal campo elettrico. Il raggio della traiet-
toria nei magneti aumenta man mano che cresce la velocità delle
particelle, finché il fascio esce dal ciclotrone per essere utilizzato in
vari esperimenti. L’energia massima è limitata dal raggio dei magneti
Acceleratori e rivelatori: le lenti di ingrandimento di un fisico 59

e dall’intensità del campo magnetico. Laddove la velocità delle parti-


celle è alta, una frazione rilevante di quella della luce, intervengono ef-
fetti relativistici di cui bisogna tener conto, adeguando la frequenza
del campo elettrico (diminuendola in modo sincrono) al passaggio
delle particelle. Le macchine che hanno questa modalità di funzio-
namento si chiamano sincro-ciclotroni.
All’inizio i ciclotroni venivano usati per l’accelerazione di fasci di
ioni e di protoni. Quando si passò agli elettroni, che hanno massa
circa 1.800 volte più piccola di quella del protone, questi arrivavano
in regime relativistico molto presto. Per gli elettroni Donald William
Kerst e Robert Serber hanno creato nel 1940 il cosiddetto betatrone,
un acceleratore dove le particelle vengono introdotte in un anello in
cui si applica un campo elettrico che viene intensificato gradual-
mente, accelerando gli elettroni.
Un esempio di acceleratore circolare è il ciclotrone per protoni
del Laboratorio PSI, Svizzera, dove i protoni vengono accelerati sino
all’energia di 590 MeV, che corrisponde a circa l’80% della velocità
della luce.
Per raggiungere energie ancora più alte si utilizzano i sincrotroni,
sviluppati a partire dagli anni ’50: acceleratori di particelle circolari,
in cui però il raggio è mantenuto costante, col vantaggio di mantenere
il campo magnetico soltanto nella regione del raggio, dunque non in
tutta una regione molto grande, come nel caso dei ciclotroni. Il
campo magnetico varia, per mantenere il raggio costante in funzione
della velocità delle particelle.

Gli acceleratori di oggi


Gli acceleratori attuali, come LHC, sono spesso complessi di accele-
ratori, con un acceleratore lineare all’inizio, seguito da uno o più sin-
crotroni, come pre-acceleratori, anelli di stoccaggio per la prepara-
zione dei fasci, che vengono iniettati alla fine nell’anello o anelli
principali dove sono realizzati gli esperimenti.
Per arrivare a capire sempre di più come è composta la materia,
cosa sono il tempo e lo spazio, cosa c’è oltre il Modello Standard i fisici
60 Dai buchi neri all'adroterapia

studiano interazioni fra le particelle a energie sempre più alte. Intera-


zioni fra elettroni e positroni, o fra fasci di protoni, o fra fasci di ioni.
Va sottolineato il fatto che per la prima volta al mondo la colli-
sione fra fasci di particelle e di antiparticelle è stata realizzata nei La-
boratori Nazionali di Frascati dell’INFN agli inizi degli anni ’60 con
una macchina costruita realizzando l’intuizione geniale di Bruno Tou-
schek, un personaggio polivalente: un fisico, un artista, un uomo con
una storia tragica, ma anche piena di vittorie alle spalle. Touschek pro-
pose di realizzare una macchina in cui fasci di elettroni si sarebbero
scontrati con fasci di positroni. I vantaggi rispetto alle collisioni di
fasci con bersagli fissi (tipo lamine sottili di metallo) erano notevoli.
Fra questi: energie più alte, visto che hanno energia sia gli elettroni
che i positroni e maggior pulizia degli eventi, potendosi realizzare gli
scontri di elettroni e positroni soltanto, mentre le collisioni con gli
atomi sono molto più complesse. I positroni, visto che in Natura non
esistono allo “stato brado”, vengono generati utilizzando un accelera-
tore lineare, in cui fasci di elettroni scontrandosi con fogli di metallo
generano anche positroni, che vengono “raccolti” da campi elettrici e
magnetici, e utilizzati. Come risultato degli scontri nell’anello princi-
pale fra elettroni e positroni avviene il processo di annichilazione, da
cui risultano vari tipi di particelle, in funzione dell’energia dei fasci
iniziali. La prima macchina al mondo che ha realizzato questa tecnica
di collisioni è stata ADA (Anello Di Accumuluazione), che ha dimo-
strato la fattibilità del metodo. E ha inaugurato quella che si puo ben
definire “la via italiana alle alte energie”, che oggi costituisce il mo-
dello per buona parte dei grandi acceleratori di particelle realizzati in
tutto il mondo, compresa la più grande macchina mai costruita dal-
l’uomo, LHC. ADA, in mostra presso i LNF-INFN, ha fatto fisica, ma
soprattutto ha fatto la storia della fisica. Ai LNF-INFN ADA e stata
subito seguita da ADONE, che ha funzionato sino agli inizi degli anni
’90 e poi, tuttora in funzione, dalla macchina DA
NE.
La stessa tecnica di scontri frontali fra fasci di protoni e protoni o
protoni e ioni di piombo è utilizzata a LHC. In questa situazione il
processo è più complesso, in quanto i protoni sono composti da
Acceleratori e rivelatori: le lenti di ingrandimento di un fisico 61

Bruno Touschek (elaborazione immagine di Massimiliano Bazzi)

quark tenuti insieme da gluoni. Quando dunque si scontrano due


protoni ad altissime energie avvengono scontri di quark, di quark e
gluoni oppure di gluoni e gluoni. Fra le particelle nate in seguito agli
scontri si potrebbero nascondere anche particelle mai viste prima ed
è proprio questa la speranza degli esploratori dell’ignoto che lavo-
rano alla “macchina delle meraviglie”, che è LHC.
A Frascati, invece, si punta sulla precisione: i processi studiati sono
noti molto bene dalla teoria; i dati sperimentali sono però uguali alle
aspettative per tutti i miliardi di eventi che possono essere misurati?
Un lavoro da certosino che però potrebbe essere ripagato con una
grande scoperta.

Utilizzi degli acceleratori


Da quando i fisici hanno imparato a costruire i primi acceleratori,
circa 80 anni fa, sino a oggi, sono stati trovati tantissimi utilizzi degli
acceleratori, non soltanto nel campo della ricerca fondamentale, ma
anche e soprattutto nell’ industria e in medicina. È stato stimato che
oggi nel mondo sono in funzione circa 26.000 acceleratori. Soltanto
62 Dai buchi neri all'adroterapia

l’1% di questi sono acceleratori di particelle con energie al di sopra di


1 GeV utilizzati per la ricerca.
Circa il 44% vengono adoperati per la radioterapia, il 41% per im-
piantazione di ioni, il 9% per scopi industriali e il restante 4% per ri-
cerche di bassa energia e in biomedicina.

Quale futuro per gli acceleratori?


Nel campo della ricerca per gli acceleratori gli obiettivi sono da una
parte arrivare a energie sempre più alte e, dall’altra, la riduzione dei
costi. Il sogno di tanti ricercatori sarebbe di avere un table-top LHC,
cioè un LHC da mettere sul tavolo.
Per quanto riguarda il futuro immediato, si pensa alla costruzione
di un Acceleratore Lineare, l’ILC, International Linear Collider, lungo
alcune decine di km, per lo studio pulito, utilizzando collisioni di elet-
troni e positroni (dunque non di fasci di protoni che hanno una strut-
tura complessa), dei dettagli della fisica che verrà scoperta a LHC
oppure di nuova fisica. Potrebbe essere costruito negli anni a venire
in Giappone, nell’ambito di un grande progetto internazionale.
Per quel che riguarda invece le nuove tecniche di accelerazione, at-
tualmente vengono studiate delle tecnologie che si basano sul plasma
e sui laser di altissima potenza. La cavità dove i fasci circolano è riem-
pita di un plasma (al posto del vuoto degli acceleratori oggi in fun-
zione) in cui, attraverso impulsi di elettroni o laser, si creano intensi
campi elettrici che accelerano le particelle molto efficacemente. Qual è
il vantaggio? Le tecniche attuali riescono ad accelerare fino a 0.1
GeV/m, mentre con l’utilizzo del plasma e dei laser si è arrivati, per ora
però su distanze dell’ordine del millimetro, a un gradiente di 200
GeV/m, dunque un fattore 2000 in più! Il problema più difficile da af-
frontare è come estendere dal millimetro al metro questa tecnologia,
con notevoli sfide tecnologiche. Se si riuscirà in quest’impresa, si potrà
arrivare a costruire in una stanza un acceleratore come l’LHC di Gine-
vra, che ha una lunghezza di 27 kilometri. Macchine ad altissima ener-
gia potrebbero essere costruite e utilizzate in più laboratori al mondo
e sicuramente troverebbero applicazioni in campo medico e industriale.
Acceleratori e rivelatori: le lenti di ingrandimento di un fisico 63

I rivelatori di particelle
I rivelatori di particelle sono gli occhi dei fisici sperimentali. Vengono
utilizzati per misurare le diverse caratteristiche delle particelle, in
modo tale che integrando le varie informazioni si riesce a ricostruire
quanto è accaduto.
Esiste un numero molto grande di tipologie di rivelatori: da quelli
a stato solido a quelli a gas; da quelli che utilizzano liquidi a quelli
che usano materiali plastici.
“A ognuno il suo” – un detto che vale molto nel mondo delle par-
ticelle. Ciascun tipo di particella, anche in funzione dell’energia, ha
una tipologia di rivelatore ideale. Per esempio, le particelle cariche
sono misurate con camere a fili, dove decine di migliaia di fili sottili,
posizionati talvolta in campi magnetici e con vari potenziali elettrici
tra i fili, misurano i segnali elettrici generati dalla ionizzazione degli
atomi del gas contenuto nella camera a fili, ionizzazione avvenuta in
seguito al passaggio di una particella carica che perde energia pro-
prio ionizzando gli atomi. Il passaggio della particella viene dunque
trasformato in segnali elettrici, la loro grandezza, abbinata alla geo-
metria dei fili, fornisce informazioni sulla traiettoria della particella.
Un po’ come camminare sulla neve in una foresta e trovare le tracce
di un orso. Dalla forma delle tracce e dal loro percorso riusciamo sia
a ricostruire quale animale le ha lasciate, sia dove è andato.
Per la misura del passaggio di una particella vengono utilizzati
anche rivelatori al silicio, caratterizzati da piccole celle (pixel) di di-
mensioni microscopiche, che definiscono il “punto” del passaggio
della particella. Più strati di rivelatori al silicio riescono a definire la
traiettoria di una particella.
Altri rivelatori, per esempio gli scintillatori, rilasciano delle “scin-
tille” quando passano le particelle, scintille poi trasformate in segnali
elettrici da vari dispositivi, come il foto-moltiplicatore.
Ci sono poi tutta una serie di processi particolari, come l’effetto
Cherenkov, nel quale una particella che viaggia con una velocità più
grande di quella della luce in un certo mezzo, tipo vetro o alcuni gas,
genera la cosiddetta radiazione Cherenkov, cioè fotoni che vengono
64 Dai buchi neri all'adroterapia

misurati e che ci danno informazioni molto valide sulla particella che


rilascia questo segnale.
Le particelle neutre vengono identificate attraverso processi di in-
terazione nucleare per i neutroni, oppure, nel caso dei fotoni, sfruttando
i processi che questi hanno con la materia in funzione dell’energia: ef-
fetto fotoelettrico, se l’energia è bassa, in seguito al quale viene rilasciato
un elettrone; effetto Compton, in seguito al quale un elettrone è strap-
pato da un atomo e il fotone rimane, ma con un’energia più bassa, ov-
vero, se l’energia del fotone incidente supera due volte la massa del-
l’elettrone, vengono a generarsi coppie elettrone-positrone.
Esistono rivelatori che misurano l’energia delle particelle: i calo-
rimetri. Rivelatori costruiti con materiali molto densi, che “obbli-
gano” le particelle a rilasciare l’intera (o parte della loro) energia, che
viene poi trasformata in segnale elettrico. Spesso viene utilizzato il
piombo come materiale di alta densità, abbinato a materiali, come le
fibre scintillanti, che trasportano i segnali verso l’uscita, avendo anche
un ruolo attivo nel processo.
Nei nostri esperimenti più moderni dove, in seguito alle collisioni
ad alta energia, nascono tantissime particelle diverse, vengono ado-
perati rivelatori in una struttura ottimizzata in modo tale da ottenere
la massima informazione. I rivelatori circondano, avvolgono il punto
dove avviene l’interazione, in modo tale da non lasciare, per quanto
più possibile, spazi liberi e di riuscire a misurare il maggior numero
di particelle. Soltanto così si può ricostruire la storia di un evento e ca-
pire quanto ha da dirci.
Ovviamente anche l’elettronica di lettura è fondamentale. Deve
essere molto veloce, visto che ogni secondo avvengono milioni e mi-
lioni di eventi, e affidabile. I rivelatori e anche l’elettronica devono
poi lavorare in un “ambiente ostile”, visto che il livello delle radiazioni
è spesso altissimo. È questa la ragione per cui i materiali vengono stu-
diati e scelti con particolare cura tenendo anche conto della resistenza
ai danni da radiazione.
Nel caso degli esperimenti a LHC, dato che in seguito agli scontri
fra fasci di protoni di altissima energia si creano nello stato finale de-
Acceleratori e rivelatori: le lenti di ingrandimento di un fisico 65

cine di migliaia di particelle, per poterle misurare il volume finale del


sandwich di rivelatori deve essere molto grande. ATLAS ha una lun-
ghezza di circa 46 metri per un altezza di 25 metri, il più grande ri-
velatore mai costruito.
A partire dall’interno, su vari “gusci” si trovano rivelatori che mi-
surano le proprietà delle particelle. Vengono misurate le traiettorie,
nonché le loro cariche nei tracciatori interni, i più vicini al punto di
collisione. Dopo i tracciatori sono situati i calorimetri, che misurano
l’energia delle particelle e, come ultimo “guscio”, i rivelatori di muoni,
i quali, essendo particelle molto penetranti, riescono ad attraversare
tutti gli altri strati e ad arrivare sino a questi rivelatori.
Sarebbe arduo descrivere tutti i tipi di rivelatori utilizzati nei vari
esperimenti. Inoltre i vari rivelatori vengono continuamente perfe-
zionati o modificati e lo stesso avviene con l’elettronica di lettura.
Alcune particelle, come il neutrino, non vengono viste nemmeno
dai nostri più efficienti rivelatori. Questo accade perche i neutrini in-
teragiscono soltanto tramite l’interazione debole con il resto del
mondo e, in questa situazione, debole è davvero una parola appro-
priata: i neutrini passano attraverso i rivelatori senza vederli. Dun-
que non soltanto le particelle misurate sono importanti, ma anche
quelle che sappiamo che ci sono, ma non le abbiamo viste in quanto
non hanno rilasciato segnali nei nostri rivelatori. Per arrivare però a
questa conclusione è fondamentale misurare bene tutte le particelle
che rilasciano segnale – altrimenti le nostre conclusioni circa quelle
mancanti potrebbero essere sbagliate.
I fisici e gli ingegneri che lavorano a sviluppare i rivelatori di par-
ticelle svolgono un lavoro creativo di estrema importanza. Da loro
dipendono le conclusioni cui arriviamo nei nostri esperimenti.
Silenzio cosmico:
laboratori sotterranei

Scoprire vuol dire vedere tutto quello che tutti vedono e pensare
quello che nessuno ha ancora pensato.
Albert von Szent-Györgyi

I laboratori sotterranei sfruttano la condizione particolare di “silenzio co-


smico” per lo studio di eventi molto rari, di processi o particelle mai visti
prima.

Cosa fanno gli scienziati in laboratori scavati nella montagna oppure


nelle miniere abbandonate e riutilizzate come laboratori di fisica? Per-
ché andare a fare esperimenti in posti così strani?
Ci sono nel mondo alcuni laboratori di fisica fondamentale in cui
vengono fatti esperimenti molto particolari. La ragione principale
per la quale si va dentro la montagna oppure sotto terra è che lì si
trova il cosiddetto “silenzio cosmico”. Sulla superficie terrestre e nei
normali laboratori siamo affogati da un numero incredibile di parti-
celle provenienti dal cosmo, i raggi cosmici. I raggi cosmici sono par-
ticelle provenienti dallo spazio, originate dal Sole, da altre stelle, da
novae e supernovae e da altri oggetti, nonché processi che accadono
nell’Universo. La loro energia è distribuita su tanti ordini di gran-
dezza e sono tutt’oggi un campo di ricerca molto fertile.
In media, una particella generata dai raggi cosmici arriva su ogni
centimetro quadrato di superficie della Terra ogni secondo. È tanto o
poco? Dipende: se vengono studiati i raggi cosmici stessi, potrebbe
68 Dai buchi neri all'adroterapia

essere considerato poco; se invece si va alla ricerca di eventi molto


rari prodotti da particelle che provengono sempre dal cosmo, ma che
interagiscono molto debolmente coi nostri rivelatori, allora è tanto,
in quanto gli eventi indotti dalle particelle conosciute possono ma-
scherare gli eventi che ci interessano.
In questa situazione il filtraggio delle particelle conosciute è di
grande aiuto. Come una spugna, la montagna o la terra assorbono gran
parte delle particelle note, lasciando filtrare solo quelle particelle che ci
interessano, perché queste, interagendo pochissimo con la materia, non
vedono, o la vedono pochissimo, la spugna-montagna. Invece i fondi
di raggi cosmici vengono ridotti di diversi ordini di grandezza.
Questa situazione è il “silenzio cosmico”.
In un laboratorio sotterraneo non abbiamo (con poche eccezioni)
acceleratori, l’unica sorgente di particelle è l’Universo stesso.

I Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS)


I laboratori sotterranei più grandi al mondo sono i Laboratori Nazio-
nali del Gran Sasso (LNGS) dell’INFN, situati dentro la pancia della
montagna Gran Sasso, nel traforo autostradale lungo circa 10 km della
autostrada A24 Teramo-L’Aquila, sotto 1400 metri di roccia che filtra
i raggi cosmici. La roccia che sovrasta le strutture dei laboratori riesce
a ridurre il flusso dei raggi cosmici di un fattore un milione; non solo,
il flusso di neutroni è migliaia di volte inferiore rispetto alla superfi-
cie, grazie alla minima percentuale di uranio e torio presente nella roc-
cia di tipo dolomitico di cui è costituito il Gran Sasso.
I LNGS contengono tre grandi ambienti: sala A, sala B e sala C, le
cui dimensioni tipiche sono di 100 m di lunghezza per 20 m di lar-
ghezza e 20 m di altezza. Oltre a queste tre grandi sale, nei tunnel di
collegamento (uno dei quali collega tutte e tre le sale ed è sufficien-
temente grande da permettere il passaggio di grossi autocarri), non-
ché in altre piccole altre zone sperimentali, trovano collocazione
esperimenti di dimensioni più piccole.
In questi laboratori si realizzano esperimenti unici di fisica e astro-
fisica delle particelle e astrofisica nucleare.
Silenzio cosmico: laboratori sotterranei 69

Lavorare nei laboratori sotterranei: non sempre facile


Lavorare dentro questi laboratori è un esperienza unica: la nozione
dello scorrere del tempo si perde, non avendo più riferimenti come la
luce del Sole, si arriva a una trasformazione del tempo che si dilata
oppure si accorcia in modi davvero bizzarri.
Un aneddoto: due miei colleghi che lavoravano a un esperimento
(l’esperimento VIP) in una delle baracche situate nel tunnel di colle-
gamento che unisce le sale principali, nessuno con un orologio a por-
tata di mano, hanno finito il loro lavoro poco prima della mezzanotte.
Loro però erano convinti che fossero le 18:00 o al massimo le 19:00.
Contenti del loro lavoro, si sono indirizzati a piedi verso l’uscita, dove
un pulmino porta fuori il personale, con una certa frequenza sino alle
19.30. Non piccolo fu lo stupore delle guardie a vedere stagliarsi in
lontananza due silhouette che si avvicinavano lentamente. Una volta
arrivati, i miei colleghi si sono un po’ stupiti di essere i soli ad aspet-
tare la navetta, finché, avvicinati dalle guardie, hanno capito l’errore:
era mezzanotte…nessuna navetta li avrebbe portati fuori a quell’ora.
In un’altra situazione, uno dei bravissimi ingegneri elettronici che
lavoravano alla messa a punto dell’esperimento VIP, aveva un aspetto
molto sofferente – sudava copiosamente e aveva una faccia alquanto
gialla. A un certo punto ci ha dichiarato che era claustrofobico e non
ce la faceva più a stare sotto la montagna, anche se gli spazi sono
grandi quanto quelli di una cattedrale. La consapevoleza di trovarsi
dentro il cuore della montagna, a 5 km dal contatto con il resto del
mondo, lo faceva stare male. Non capita spesso, ma ogni tanto qual-
cuno ha problemi di questa natura. Ancor di più nei laboratori sotto
terra: nelle miniere trasformate in laboratori,centinaia di metri sotto
la superficie terrestre.

Cosa si misura ai LNGS?


Gli esperimenti installati ai LNGS, da quelli più piccoli a quelli più
grandi, hanno come principali argomenti di ricerca lo studio dei neu-
trini prodotti nel Sole e in esplosioni di supernova, lo studio delle
oscillazioni del neutrino utilizzando il fascio di neutrini provenienti
70 Dai buchi neri all'adroterapia

dal CERN (programma CNGS), lo studio di reazioni nucleari di in-


teresse astrofisico, oppure la ricerca di processi mai visti prima, come
il doppio decadimento beta senza emissione di neutrini, il decadi-
mento del protone, la materia oscura e lo studio dei limiti di validità
del principio di Pauli.
Queste ricerche molto particolari – di cui parleremo di più nella
terza parte del libro – possono illuminarci la strada per capire cosa c’è
oltre il Modello Standard, qual è il ruolo del neutrino e di cosa è com-
posta la materia oscura.
L’Universo osservabile

Secondo gli astronomi moderni, lo spazio è finito. Un pensiero


confortante per chi, come me, non si ricorda mai dove ha lasciato
le cose.
Woody Allen, Effetti collaterali

L’Universo osservabile si estende sino a 16 miliardi anni luce da noi e con-


tiene miliardi e miliardi di galassie. Cosa c’è oltre l’orizzonte osservabile? Un
altro Universo o il nostro che continua? Domande su cui oggi si possono
soltanto fare delle congetture. Ci sono molte possibilità per cosa c’è oltre
l’orizzonte!

Quanto è grande l’Universo? Quanto lontano è… davvero lontano?


Siamo abituati a pensare in funzione delle distanze percorribili
sulla nostra Terra: lontano vuol dire un viaggio in Giappone, da cui
ci separano circa 10.000 km. Fare poi il giro del mondo era, fino a
non molto tempo fa, un’impresa epica: basta pensare al libro di Jules
Verne Il giro del mondo in 80 giorni. Oggi non è più così difficile –
basta cambiare alcuni aerei ed ecco fatto, il giro del mondo in un paio
di giorni.
Quand’ero piccola, mio padre mi raccontava che, se io fossi stata
all’Equatore con una pistola capace di sparare una pallottola che
avesse viaggiato alla velocità della luce in direzione contraria alla mia
testa, nel tempo in cui la pallottola avesse fatto il giro del mondo in-
torno all’Equatore non avrei avuto tempo a scostare la testa – mi sarei
sparata… Questo racconto mi fece tantissima impressione: era un
72 Dai buchi neri all'adroterapia

esempio pratico di quanto le distanze sono grandi o piccole in fun-


zione della velocità a cui uno è capace di viaggiare.
Finché rimaniamo sulla Terra, le distanze più grandi sono del-
l’ordine di decine di migliaia di kilometri. Certo, per una lumaca o
per un bradipo anche un kilometro è una distanza ragguardevole.
Se però alziamo gli occhi al cielo in una notte piena di stelle e ci
chiediamo quanto sono lontane, com’è fatto il nostro Universo,
quanto “lontano” vuol dire lontano, la situazione cambia radical-
mente.
Per le distanze astronomiche non bastano più i kilometri a misu-
rarle – i numeri diventerebbero troppo grandi. Usiamo in queste si-
tuazioni un’unità di distanza chiamata “anno luce”, che corrisponde
alla distanza percorsa dalla luce in un anno. Un anno luce corrisponde
a 9.460 miliardi di chilometri, oppure a circa 63.241 volte la distanza
fra la Terra e il Sole (nota anche come Unità Astronomica).
La distanza fino alla Luna in media è di circa 384.400 km, ovvero
poco più di un secondo luce. Il Sole invece si trova a 8 minuti luce.
Che vuol dire che se il Sole all’improvviso dovesse “spegnersi”, noi lo
sapremmo soltanto dopo 8 minuti, tempo in cui saremmo ignari del-
l’accaduto. Parlando del Sole, la stella da cui dipende la nostra vita,
questo ha un diametro di circa 1 miliardo di metri, circa 100 volte più
della Terra. Il pianeta più lontano del nostro sistema solare, Plutone
(anche se non tutti sono d’accordo nel conferire a Plutone lo stato di
pianeta), dista rispetto al Sole una distanza circa 7.000 volte più grande
del raggio del Sole. Per raggiungere Plutone la flebile luce che riesce ad
arrivare viaggia per più di 5 ore, tanto dista dal Sole.
Per arrivare alla stella più vicina, la Prossima Centauri, ci vogliono
più di 4 anni luce, una distanza, in kilometri, enorme.
Il nostro sistema solare fa parte di una galassia, la Via Lattea, più
grande di una galassia tipica, che ha un diametro intorno ai 30.000
anni luce. La Via Lattea è circa tre volte più grande, avendo un dia-
metro di circa 100.000 anni luce. Il Sistema Solare si trova a 30.000
anni luce dal centro della Galassia, dunque in periferia. Non dob-
biamo sentirci offesi per stare in periferia, anzi, siamo forse fortunati,
L’Universo osservabile 73

visto che al centro si trova un enorme buco nero con la massa qual-
che milione di volte quella del Sole.
Le galassie formano ammassi che contengono da decine a migliaia
di galassie e che hanno dimensioni di decine di milioni di anni luce.
A loro volta gli ammassi possono formare super-ammassi. Arriviamo
così ai limiti dell’Universo osservabile.
L’Universo osservabile è la regione di spazio racchiusa da una sfera
centrata sulla Terra che contiene tutto ciò che noi possiamo osser-
vare. Questo non vuol dire che noi abbiamo una posizione privile-
giata nell’Universo: ogni posizione nello spazio possiede il proprio
universo osservabile.
Se l’Universo non fosse stato in espansione a partire dal Big Bang,
il raggio dell’Universo osservabile misurerebbe esattamente la sua età,
cioè il suo orizzonte sarebbe a circa 13.8 miliardi di anni luce da noi.
In realtà, la distanza effettiva di questo orizzonte è più grande, in
quanto nel tempo trascorso per far sì che la luce possa arrivare fino
all’osservatore, questa distanza ha continuato ad aumentare per ef-
fetto dell’espansione. Tenendo conto di quest’effetto, lo spazio po-
trebbe essersi espanso per circa 47 miliardi di anni luce. Ne segue che
l’Universo ha un diametro di 93 miliardi di anni luce e potrebbe con-
tenere circa 7×1022 stelle, organizzate in circa 1011 galassie (cento mi-
liardi), agglomerate in gruppi e ammassi di galassie e super-ammassi.
Stando alle ultime osservazioni effettuate col Telescopio Spaziale
Hubble, il numero medio di galassie potrebbe essere ancora maggiore.
Per quel che riguarda la parte osservabile dell’Universo, per le zone
molto distanti dall’osservatore l’espansione avviene a velocità più
grande della luce, non permettendo alla luce degli oggetti che si tro-
vano oltre la cosiddetta “distanza di Hubble” di raggiungerci. La di-
stanza di Hubble, determinata a partire dalla costante di Hubble,
situata intorno ai 16 miliardi di anni luce dall’osservatore, delimita la
distanza oltre la quale non esiste la possibilità di osservare o scam-
biare alcun segnale, interazione o informazione, un vero orizzonte.
Tale distanza è oltre la realtà dell’osservatore essendo, nei fatti, “fuori”
dal suo Universo.
74 Dai buchi neri all'adroterapia

L’Universo osservabile è tutto ciò che è accessibile ai nostri stru-


menti, ma è molto probabile che oltre l’orizzonte ci sia ancora qual-
cosa, tranne che non abbiamo la possibilità di vedere cosa. Possiamo
fare congetture: potrebbero esserci strutture simili a quelle che co-
nosciamo, oppure diverse, potrebbero esistere dimensioni in più, op-
pure diverse leggi della fisica.
Oggi non sappiamo se l’Universo è finito o infinito. L’Universo po-
trebbe essere limitato, ma non finito (tipo la superficie di una sfera).
Oppure il nostro Universo potrebbe essere soltanto uno dei tanti Uni-
versi possibili, alcuni dei quali si realizzano da… qualche parte.
Attualmente il punto più lontano cui un apparato costruito dal-
l’uomo è mai arrivato è il confine del sistema Solare: Voyager 1, dopo
un viaggio durato 35 anni, sta varcando la soglia d’ingresso nello spa-
zio interstellare e si dirigerà verso la costellazione dell’Ofiuco alla ve-
locità di 54.000 km/h. Se tutto va bene, raggiungerà la stella più vicina
tra 40 mila anni, transitandole a un anno luce di distanza.
Breve storia dell’Universo

C’è una teoria che afferma che, se qualcuno scopre esattamente


qual è lo scopo dell’universo e perché è qui, esso scomparirà
istantaneamente e sarà sostituito da qualcosa di ancora più biz-
zarro e inesplicabile. C’è un’altra teoria che dimostra che ciò è
già avvenuto.
Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti

Come un organismo, l’Universo si evolve: a partire dal Big Bang, il singolare


evento iniziale che, più di 13 miliardi di anni fa, ha generato una materia
molto densa e calda, l’Universo si è espanso e raffreddato, facendo nascere
le strutture che incontriamo oggi.

L’Universo rappresenta tutto quello che esiste: stelle, pianeti, buchi


neri, materia, energia e… noi, con la nostra coscienza, con i nostri
problemi e le nostre gioie.
Un Universo fisico, in cui noi occupiamo un piccolo pianeta nella
periferia di una galassia che contiene centinaia di miliardi di altre
stelle e, ne vengono scoperti sempre di più, di altri pianeti.
Abbiamo scoperto con i nostri strumenti che l’Universo non è,
come si pensava 100 anni fa, statico, cioè più o meno uguale a se stesso,
immutabile, senza un inizio e, molto probabilmente, senza una fine,
bensì un Universo che si evolve, che molto probabilmente ha avuto
un inizio e la cui sorte è motivo di discussioni e ricerche dedicate.
L’Universo è nato circa 13.8 miliardi di anni fa, in seguito a un
evento singolare, il Big Bang. Si è evoluto, espandendosi, si è raffred-
dato, gli atomi si sono formati, poi le varie strutture, fra cui anche il
nostro sistema solare, e poi siamo arrivati noi.
76 Dai buchi neri all'adroterapia

L’Universo continua a evolversi, con un’espansione accelerata.


Dove ci porterà questa evoluzione? È finito o infinito l’Universo? È il
nostro soltanto uno dei tanti Universi in un Universo di Universi?
Sono domande davvero affascinanti, che gli scienziati provano ad “at-
taccare” con indagini sia nei laboratori terrestri che con misure effet-
tuate scrutando i cieli dai vari satelliti o con i telescopi e radiotelescopi.

La nascita dell’Universo
La scoperta nel 1929 a opera di Hubble dello spostamento verso il
rosso della luce delle galassie lontane dimostrò che l’Universo non è
stazionario, bensì in espansione. Le distanze fra le galassie aumen-
tano con il trascorrere del tempo. L’Universo non si sta espandendo
in uno spazio pre-esistente, lo spazio stesso si sta espandendo, tutte le
galassie allontanandosi una dall’altra, nessuna privilegiata.
Il paragone che viene spesso fatto in questa situazione è quello del
palloncino. Se immaginiamo l’Universo come la superficie di un pal-
loncino che viene gonfiato, la distanza fra due punti del palloncino
man mano che stiamo procedendo col gonfiamento aumenta, i due
punti si allontanano sempre di più. Questo accade fra qualsiasi cop-
pia di punti sulla superficie – non c’è un punto privilegiato. Ovvia-
mente il nostro Universo è tridimensionale, dunque quello che accade
in realtà è un fenomeno in tre dimensioni.
Einstein, che elaborò le equazioni della relatività generale, equa-
zioni che descrivono il comportamento della materia nell’Universo
sottoposta all’interazione gravitazionale, fu uno dei primi a preve-
dere che l’Universo poteva espandersi, prima della scoperta di Hub-
ble. Siccome però in quegli anni si pensava che l’Universo fosse
stazionario, Einstein introdusse un nuovo termine nelle equazioni, la
“costante cosmologica” che, una volta scoperta l’espansione, definì
come il più grande errore della sua vita. Errore che invece oggi po-
trebbe rivelarsi non tale, in quanto la costante cosmologica torna in
gioco per spiegare l’energia oscura.
Se l’Universo si espande, andando indietro nel tempo vuol dire
che nel passato era molto “piccolo” (nozione relativa, in quanto se
Breve storia dell’Universo 77

Se immaginiamo l’Universo come la superficie di un palloncino che viene gonfiato, la di-


stanza fra due punti del palloncino man mano che stiamo procedendo col gonfiamento
aumenta, i due punti si allontanano sempre di più (disegno di Massimiliano Bazzi)

l’Universo è infinito non ha senso) e denso. Nasce così la teoria del Big
Bang, nome inventato scherzosamente da Fred Hoyle per spiegare la
“grande esplosione” di una palla di altissima densità e temperatura,
che cominciò a espandersi e raffreddarsi formando le strutture che
vediamo oggi: dagli atomi alle galassie.
La velocità di espansione ci porta a ritroso a capire quanto tempo
è passato dal Big Bang. La misura precisa della costante di Hubble,
quella che definisce appunto la velocità dell’espansione, è difficile, in
quanto per estrarla serve conoscere le distanze fino alle galassie di cui
misuriamo lo spostamento verso il rosso. Nel tempo le misure si sono
raffinate sempre di più, fino ad arrivare a un valore di circa 20 km/s
per una galassia alla distanza di un milione di anni luce, misurata da
Wendy Freedman e i suoi colleghi degli Smithsonian Astronomical
Observatories, nonché da altri gruppi. A partire da questo valore, si ar-
riva a stabilire che il Big Bang è avvenuto circa 13.8 miliardi anni fa –
il nostro Universo quindi è nato circa 13.8 miliardi di anni fa.
Abbiamo qualche riscontro sperimentale del Big Bang? Oppure è
soltanto una teoria a cui si può credere a piacere?
Due osservazioni fondamentali hanno confermarmato la teoria
del Big Bang: la radiazione cosmica di fondo e l’abbondanza dell’elio
e del litio nell’Universo.
78 Dai buchi neri all'adroterapia

La storia della radiazione cosmica di fondo è una storia molto par-


ticolare, un esempio eccellente del termine inglese “serendipity” (una
scoperta fatta per caso) per una scoperta fatta nel 1964 dall’ameri-
cano Robert Wilson e da Arno Penzias, tedesco di nascita.
Nel 1964 il tecnico di talento Robert Wilson e lo scienziato Arno
Penzias lavoravano ai Laboratori Bell, svolgendo ricerche nell’ambito
dell’utilizzo delle radio-onde per comunicazioni a grande distanza.
Mentre stavano lavorando a un progetto di radioastronomia i due
si sono dovuti confrontare con quello che sembrava un fastidioso
problema: un rumore di fondo, che non riuscivano a far andare via.
L’antenna venne pulita e ripulita, il piccione che ogni tanto lasciava
le sue tracce sull’antenna, tracce che Penzias preferiva chiamare “ma-
teriale dielettrico bianco”, venne allontanato, ma il rumore non ces-
sava – rimaneva costante. Passarono così nove mesi, in cui i nostri
protagonisti hanno cercato ogni possibile sorgente di rumore. Wil-
son e Penzias erano all’oscuro della teoria del Big Bang; non lo erano

Robert Wilson (sinistra), Arno Penzias e… il piccione incriminato (disegno di Massimi-


liano Bazzi)
Breve storia dell’Universo 79

però Robert Dicke e Jim Peebles dell’Università di Princeton, i quali


erano arrivati alla conclusione, in base a considerazioni teoriche, che
doveva esistere nel cosmo una radiazione nel campo delle microonde,
residua dal Big Bang. Si stavano preparando a proporre un esperi-
mento dedicato quando furono informati del “fastidioso rumore” tro-
vato da Wilson e Penzias, e che loro spiegarono subito come il
ricercatissimo segnale rimasto dal Big Bang.
Come nasce la radiazione di fondo? All’inizio, subito dopo il Big
Bang, l’Universo era pieno di tutte le particelle possibili: quark, leptoni,
fotoni e magari anche altre che ancora non conosciamo. In seguito al-
l’espansione e al raffreddamento queste particelle iniziarono a fondere
e formare i protoni che, circa 380.000 anni dopo il Big Bang, si unirono
con gli elettroni per formare gli atomi di idrogeno. La luce che esisteva
nell’Universo e che prima veniva assorbita e ri-emessa nel processo di
ionizzazione degli atomi che si formavano e disfacevano subito in se-
guito all’espansione, non aveva più energia sufficiente a ionizzare l’idro-
geno e rimase “libera”, diventando la radiazione cosmica di fondo.
L’idrogeno rimase stabile e la radiazione non riuscì più a disfarlo.
Da quei tempi la luce si è ulteriormente “raffreddata”, arrivando
sino a noi sotto forma di una radiazione di microonde – con una tem-
peratura equivalente intorno ai 2.7 gradi Kelvin. Fa davvero molto
freddo là fuori!
La misura della radiazione cosmica di fondo ci dà informazioni
molto utili su com’era l’Universo quando era giovane, cioè soltanto
380.000 anni dal Big Bang. Le caratteristiche della radiazione sono state
misurate con altissima precisione nell’ambito dell’esperimento COBE
(COsmic Background Explorer) della NASA, lanciato nel 1989, che ha
effettuato quattro anni di misure. Ha scoperto delle piccole disomoge-
neità, corrispondenti a fluttuazioni in temperatura al di sotto di una
parte su 10.000, segnale delle disomogeneità iniziali, che sono diventate
oggi le strutture che osserviamo nell’Universo.
La seconda osservazione a conferma del Big Bang sono state le mi-
sure dell’abbondanza dell’elio e del litio nell’Universo. Mentre gli altri
elementi sono nati nelle stelle, l’elio e il litio hanno un’origine ricondu-
80 Dai buchi neri all'adroterapia

cibile al Big Bang. I teorici hanno messo insieme le conoscenze di fisica


delle particelle nucleare e della teoria del Big Bang e hanno verificato
che le previsioni teoriche sono in buonissimo accordo con le misure.

Dal Big Bang a oggi


Sui primi istanti dal Big Bang esistono soltanto speculazioni. Nei mo-
delli più accreditati, all’inizio l’Universo era omogeneo e isotropo,
con una densità energetica e una temperatura estremamente elevate
e si stava espandendo e raffreddando molto rapidamente. Dopo circa
10−37 secondi dall’istante iniziale, la presenza di un’energia del vuoto
positiva causò un’inflazione cosmica, durante la quale l’Universo au-
mentò le sue dimensioni in modo esponenziale, espandendosi con
una velocità molto più grande di quella della luce. Ricordiamo che
non è possibile superare la velocità della luce nello spazio, la velocità
di espansione dello spazio stesso, come nel caso dell’inflazione, però
non ha limiti. Quando il processo di inflazione si fermò, frazioni di
secondo dopo, l’Universo era formato da una miscela di quark e
gluoni, il cosiddetto plasma di quark e gluoni, oltre a tutte le altre
particelle elementari. Alle temperature molto elevate che erano pre-
senti, il moto casuale delle particelle avveniva a velocità relativistiche
e coppie particella-antiparticella di ogni tipo erano continuamente
create e distrutte nelle collisioni. È anche il momento in cui avven-
gono i processi che oggi stiamo studiando nei nostri laboratori e che
hanno portato a una leggera sovrabbondanza dei quark e dei leptoni
sugli antiquark e sugli antileptoni (dell’ordine di 1 parte su 30 mi-
lioni). Questo fenomeno spiegherebbe il predominio della materia
sull’antimateria nell’Universo attuale.
Dopo circa 10−11 secondi del Big Bang le energie delle particelle di-
minuiscono fino a valori raggiungibili negli esperimenti di fisica delle
particelle, ed entriamo nel settore in cui si possono fare delle verifiche
delle varie teorie. I quark si combinarono per formare barioni, come
protoni e neutroni, dopo 10−6 secondi. Lo stesso accadde per gli anti-
quark, che formarono antibarioni. La piccola differenza iniziale fra i
numeri di quark e antiquark portò a una sovrabbondanza dei barioni
Breve storia dell’Universo 81

sugli antibarioni. Seguì un’annichilazione fra barioni e antibarioni che


lasciò soltanto uno ogni 1010 dei protoni e neutroni originali; nessuna
delle loro antiparticelle sopravvisse. Accadde una cosa simile al tempo
di un secondo per gli elettroni e i positroni. Dopo questi due tipi di an-
nichilazioni, la densità di energia era dominata dai fotoni.
Qualche minuto dopo l’istante iniziale, quando la temperatura
era di un miliardo di kelvin e la densità confrontabile con quella del-
l’aria, una piccola parte dei neutroni si è combinata con i protoni,
formando i primi nuclei di deuterio e di elio. Questo processo si
chiama “nucleosintesi”. Dopo circa 380.000 anni, gli elettroni e i vari
nuclei si combinarono formando gli atomi, soprattutto idrogeno, e la
radiazione si disaccoppiò dalla materia, continuando a vagare libera
nello spazio, diventando la radiazione cosmica di fondo.
Da allora, in un periodo che ci porta fino al giorno d’oggi, le re-
gioni dell’Universo leggermente più dense rispetto alle altre attrassero
gravitazionalmente la materia circostante e crebbero, aumentando cosi
ulteriormente la loro densità. Nascono le nubi di gas, poi le stelle, le ga-
lassie e tutte le strutture osservabili oggi.

Il destino dell’Universo
Da quando sappiamo che l’Universo “è nato”, che si espande ed
evolve, è anche lecito chiedersi: cosa accadrà al nostro Universo? Qual
è il suo destino?
Vengono proposte, ed esistono, elaboratissime teorie:
• Nonostante osservazioni come lo spostamento verso il rosso e la
radiazione di fondo, che vengono spiegate attraverso schemi ela-
borati, l’Universo è stazionario, non si espande e non si evolve.
Non avrà una fine e non ha avuto un inizio.
• L’espansione continuerà, a un certo punto rallentando, ma senza
mai fermarsi. Le stelle non si formerebbero più e terminerebbero
la loro esistenza lasciando il posto a nane bianche, stelle di neu-
troni e buchi neri. Nel tempo tutti gli oggetti collasserebbero al-
l’interno di buchi neri sempre più grandi. La temperatura media
andrebbe asintoticamente verso lo zero assoluto, in quello che
82 Dai buchi neri all'adroterapia

viene definito il Big Freeze. Se i protoni potessero decadere, la ma-


teria barionica scomparirebbe, lasciando posto soltanto alla ra-
diazione elettromagnetica e ai buchi neri. A lungo andare i buchi
neri finirebbero con l’evaporare per la radiazione di Hawking.
L’entropia dell’Universo aumenterebbe sempre di più fino a rag-
giungere il punto in cui non sarebbe più possibile nessuno scam-
bio di qualsiasi forma di energia. Questo scenario è noto come
morte termica dell’Universo.
• L’Universo raggiungerà una dimensione massima e poi comin-
cerà a collassare. A quel punto diventerà più denso e più caldo, fi-
nendo per tornare in una condizione simile a quella con cui iniziò
nel momento del Big Bang. Questa ipotesi è nota come Big Crunch
e potrebbe portare a un Universo oscillante: fra un Big Bang e un
Big Crunch.
Oggi è difficile dire quali di questi scenari è più probabile. La scoperta
dell’energia oscura, uno dei misteri più grandi della fisica moderna,
complica ulteriormente la situazione.
Parte II
Le ricadute della fisica moderna:
il progresso della società
Dal progresso delle scienze dipende in modo diretto il progresso
complessivo del genere umano. Chi frena il primo frena anche il
secondo.
Johann Gottlieb Fichte, Sulla missione del dotto
Breve introduzione alle
applicazioni della fisica moderna

Non c’è modo migliore per introdurre l’argomento delle applicazioni


della fisica moderna nella società se non iniziare con un racconto.
Correva l’anno 1850. Il grande scienziato inglese Michael Faraday,
che ha dato un contributo essenziale nel campo dell’elettromagneti-
smo, dava una dimostrazione del suo apparato per generare l’elettri-
cità, la più recente meraviglia scientifica. Mentre Faraday svolgeva
l’esperimento, William Gladstone, all’epoca ministro delle Finanze
della Gran Bretagna, lo osservava freddamente. Al termine della di-
mostrazione Gladstone disse a Faraday: “È molto interessante signor
Faraday, ma qual è il valore pratico di ciò?”. Faraday rispose: “Un
giorno, signore, il governo potrebbe metterci su una tassa.” Non è
forse così? Chi non paga oggi l’elettricità? Che diamo per scontato;
pochi si chiedono come viene prodotta, trasportata e quali sono i
principi fisici che ne stanno alla base.
Quello che è successo per l’elettricità accade di continuo in tanti
altri settori e per tante altre meravigliose applicazioni della fisica mo-
derna nella società.
Il computer a cui scrivo è un esempio: il chip al silicio che ne as-
sicura il funzionamento altro non è che un’applicazione pratica dei
principi della meccanica quantistica. Le bande di energia nel silicio,
quella di valenza e quella di conduzione, determinate dalla quantiz-
zazione dell’energia, definiscono le caratteristiche di questo materiale
86 Dai buchi neri all'adroterapia

Wiliam Gladstone e Michael Faraday (disegno di Massimiliano Bazzi)

e lo rendono così versatile da trovare impieghi in tantissime applica-


zioni. Persino le lavatrici hanno un “cervello di sabbia”, visto che il si-
licio lo estraiamo dalla sabbia. L’utilizzo dei microchip al silicio è
enorme: dai computer all’IPod e IPad, dai telefonini ai videogiochi,
un campo di applicazioni in continua espansione.
Il silicio viene anche utilizzato per fare le fotografie digitali: il con-
cetto di disegni sulla sabbia con questa applicazione acquista davvero
un significato diverso. Rivelatori al silicio con una struttura conte-
nente tante piccole celle, chiamate pixel, registrano la luce e il suo co-
lore e riescono a ricostruire l’immagine con una risoluzione che
dipende dal numero di pixel a disposizione. Oggi con la fotografia di-
gitale ci stiamo avvicinando molto alla qualità di una fotografia arti-
stica fatta col vecchio rullino, che però continua ad avere il suo
innegabile fascino.
Siccome la meccanica quantistica è solo uno dei due pilastri della
fisica moderna, cosa possiamo dire del secondo pilastro, la relatività
di Einstein? Ebbene sì – il governo tassa anche questa. Quando
usiamo i sistemi di posizionamento, i GPS, per guidarci sulle nostre
strade implicitamente la relatività viene messa all’opera, visto che nei
programmi che vengono usati per calcolare la posizione e che fanno
riferimento ai vari satelliti devono essere usate le correzioni relativi-
stiche, se non vogliamo trovarci fuori strada. Dunque, ognuno di
quelli che posseggono un GPS è implicitamente uno sperimentatore
della relatività, sia nella versione “speciale” che “generale”, tenendo in
Breve introduzione alle applicazioni della fisica moderna 87

considerazione che i satelliti, nonché la macchina su cui viaggiamo,


si trovano immersi nel campo gravitazionale terrestre.
Le applicazioni che impattano forse di più sulla nostra vita e sa-
lute si trovano probabilmente negli ospedali, dove persino l’antima-
teria viene utilizzata. Decadimenti radioattivi in cui vengono emesse
delle antiparticelle, i positroni, sono utilizzati nella tecnica denomi-
nata tomografia con emissione di positroni (PET: Positron Emission
Tomography), che permette di smascherare i tumori anche quando
questi sono posizionati in posti molto delicati, come il cervello, e
quando hanno dimensioni ancora dell’ordine del millimetro.
I tumori però non solo occorre trovarli nella fase incipiente, bi-
sogna anche trattarli e, possibilmente, eliminarli. Abbiamo a dispo-
sizione per fare ciò un’arma molto potente: gli acceleratori di
particelle. Un fascio di particelle viene sparato sul tumore nella tec-
nica chiamata adroterapia. Fasci accelerati di protoni o ioni di car-
bonio riescono a penetrare nell’organismo senza danneggiarlo e
arrivare al tumore distruggendolo. Il controllo dell’energia del fascio,
attraverso un uso adeguato degli elementi magnetici ed elettrici del-
l’acceleratore, permette di raggiungere tumori localizzati in varie
parti del corpo.
Gli acceleratori permettono questo e molto altro. Con essi si pos-
sono preparare materiali radioattivi utilizzati nella radioterapia op-
pure in studi genetici, come marcatori. I fasci di luce di sincrotrone,
una luce con caratteristiche speciali che viene generata ogni qualvolta
particelle cariche, come i fasci di elettroni che girano in un accelera-
tore circolare, vengono curvate, sono utilizzati per studi di grande
importanza in biologia: sia su tessuti tumorali, per capirne i mecca-
nismi, sia per ricerche di tanti altri tipi.
Chi di noi non ha fatto una radiografia? Dal dentista oppure per
un incidente. Anche in questa situazione la fisica moderna è prota-
gonista: un fascio di raggi X penetra nel nostro organismo, in parte
venendo assorbito dalle ossa più dense, in parte trasmesso, e dal con-
trasto di questi comportamenti si riesce a creare una fotografia del
nostro interno. Per fare ciò serve conoscere molto bene quali sono i
88 Dai buchi neri all'adroterapia

meccanismi di interazione fra la radiazione e la materia, conoscenza


che proviene dagli studi di fisica sperimentale. La stessa tecnica viene
sfruttata nella tomografia computerizzata (TAC: Tomografia Assiale
Computerizzata), dove una sorgente di raggi X “spiraleggia” intorno
alla parte dell’organismo che va studiata, il risultato finale essendo
un’immagine tridimensionale del nostro interno. Senza usare il bi-
sturi! Tale tecnologia offre insperate prospettive alla medicina: aver la
possibilità di guardare dentro i pazienti è per un medico un’arma
molto potente. Oltre ai raggi X vengono naturalmente utilizzati anche
rivelatori per i raggi X, anche questi figli delle ricerche fondamentali
nei laboratori di fisica.
I fasci di raggi X, di protoni, neutroni o ioni di carbonio sono oggi
utilizzati anche per indagini nel campo del patrimonio artistico. Que-
sto tipo di tecnologia ci permette di capire quali elementi sono stati
utilizzati dai grandi artisti e in quali quantità. Abbiamo così le varie
“firme” a partire da Leonardo da Vinci, Michelangelo, Lorenzo Lotto
e tanti altri. Sappiamo con precisione quali elementi essi combina-
vano nelle loro ricette segrete per realizzare i colori impiegati nei ca-
polavori che ammiriamo nei musei di tutto il mondo. Questo sapere
ci aiuta anche a ricuperare e mantenere quest’enorme patrimonio:
sapere esattamente quali materiali venivano usati ci permette, nel caso
dei restauri di varie opere, di utilizzare la medesima composizione.
Vari segreti rimasti sepolti per centinaia di anni vengono alla luce: di-
pinti che nascondono altri dipinti, oppure un artista che ha cambiato
radicalmente idea mentre dipingeva.
L’analisi degli elementi presenti in vari materiali può essere appli-
cata con successo in tanti altri campi. Persino gli alimenti e i vini pos-
sono essere sottoposti a questo tipo di ricerche, che ci aiutano a capire
la loro provenienza e le loro particolarità. Anche l’archeologia ne trae
grande beneficio: uno dei misteri rimasti tali per migliaia di anni, come
è morto Tutankhamon, ha trovato una soluzione con l’applicazione
della tomografia computerizzata. Chi sa cosa avrebbe detto il faraone?
La struttura della nostra Terra nelle sue profondità rimane in gran
parte avvolta di mistero: cosa c’è negli abissi terrestri? Sappiamo per
Breve introduzione alle applicazioni della fisica moderna 89

certo che ci sono materiali radioattivi, per esempio l’uranio e il torio.


In quale quantità? Domanda che, oltre a essere interessante per i geo-
logi, può avere anche implicazioni pratiche – visto che oggi si parla di
centrali nucleari basate sul torio. Sapere quali quantità di questo ele-
mento possiamo avere a disposizione diventa anche una questione
strategica. Oltre alle indagini geologiche, che riescono però a vedere
cosa sta sotto per pochi kilometri, abbiamo a disposizione i… neu-
trini. Nei loro decadimenti radioattivi sia l’uranio che il torio pro-
ducono neutrini, con caratteristiche particolari. I rivelatori di neutrini
dunque, come quelli dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, BO-
REXINO in particolare, riescono a misurare, oltre ai neutrini che ven-
gono dalle stelle, quelli provenienti dal cuore del nostro stesso pianeta
e aiutarci a capire di più sulla sua struttura interna. Questi neutrini,
i geoneutrini, sono entrati recentemente nel campo degli studi resi
possibili dalla tecnologia volta a spiegare i misteri dell’oscillazione
dei neutrini.
Alri misteri, più umani che cosmici, possono trovare una solu-
zione nella fisica moderna. Le tecniche e le tecnologie impiegate nei
reparti scientifici della polizia per svelare i crimini sfruttano a piene
mani i principi primi della fisica: a partire dal microscopio con elet-
troni, in cui il comportamento quantistico duale onda-particella degli
elettroni ci permette di vedere dettagli che nessun microscopio ot-
tico sarebbe in grado di vedere, fino ai reagenti che visualizzano la
presenza del ferro, chiaro indicatore di possibili tracce di sangue.
Ci sono anche applicazioni discutibili o discusse: come le varia-
zioni nell’emissione del radon come eventuale marcatore dei terre-
moti in arrivo. Il radon esce effettivamente dalla Terra, tuttavia come
e quanto questo può essere utilizzato come avvertimento dei terre-
moti non è ancora stabilito.
La fisica moderna ci ha dato anche una micidiale arma, nonché
una sorgente di energia: l’energia nucleare. La trasformazione della
massa in energia in seguito ai processi nucleari di fissione ci permette
di avere una sorgente di energia centinaia di migliaia di volte più in-
tensa per unità di massa di quella che utilizza il petrolio, il carbone o
90 Dai buchi neri all'adroterapia

il gas. Le centrali nucleari riescono con una quantità minima di ura-


nio a fornire energia elettrica a intere città. Certo, ci sono grossi pro-
blemi ancora da risolvere. Può la soluzione essere una centrale
nucleare con torio? Oppure dobbiamo rivolgere lo sguardo al Sole e
provare a riprodurlo in laboratorio – provando la via complemen-
tare: unire due nuclei leggeri in uno più pesante con una quantità di
massa che si trasforma in energia: la fusione nucleare. Riprodurre
però le condizioni all’interno del Sole non è facile e oggi, dopo vari
successi in laboratorio, proviamo a costruire una versione più grande
di un reattore a fusione, che ci potrebbe mostrare la via verso future
tecnologie.
L’energia e le sorgenti di energia sono un problema molto serio
dell’attuale civiltà: quali nuove sorgenti di energia, possibilmente pu-
lita, permetteranno ai nostri nipoti di vivere bene? Le varie soluzioni:
dall’energia solare che, guarda caso, sfrutta l’effetto fotoelettrico, per
la spiegazione del quale Albert Einstein ricevette il premio Nobel, a
quella eolica o geotermale, sono di grande aiuto, ma forse non ba-
stano. La scienza, la fisica in particolare, può e deve fornire nuove so-
luzioni e rendere quelle attualmente in uso più efficienti.
La fisica nucleare ci permette anche di arrivare a capire qualcosa
di più del nostro passato. La datazione con il carbonio-14 sfrutta un
decadimento nucleare che funziona come un orologio che misura il
tempo trascorso da quando un certo organismo ha cessato di vivere.
Così abbiamo capito e svelato una serie infinita di misteri della sto-
ria: dagli albori della civiltà, ai faraoni e la loro epoca d’oro, dai ma-
noscritti del Mar Morto agli studi sulla Sindone.
L’elenco degli esempi delle applicazioni e delle ricadute della fisica
moderna sulla società potrebbe continuare a lungo. Le tasse che i go-
verni ricevono da queste meraviglie finanziano parzialmente la ri-
cerca attuale, che sicuramente avrà ricadute incredibili, difficilmente
immaginabili oggi, negli anni a venire.
Se noi oggi viviamo molto di più, in media, dei nostri antenati, è
anche e soprattutto grazie alla ricerca, alla scienza. Aver superato gli
80 anni di vita media è anche una conquista della fisica moderna.
Breve introduzione alle applicazioni della fisica moderna 91

Ma la ricerca ha anche un’altra ricaduta, forse la più importante


di tutte: forma le menti, aiuta e insegna a pensare. La scienza non ha
limiti, né nazionalità, non ha barriere e non teme l’ignoto. La scienza
parla sempre con il bambino che è in noi, che si meraviglia e prova a
scoprire.

La cosa più importante è non cessare di domandarsi. La curiosità ha


la sua propria ragione di esistere. Non si può che essere meravigliati
nel contemplare i misteri dell’eternità, della vita e le meravigliose
strutture della realtà. Basta provare ogni giorno a comprendere un
piccolo pezzo di questo mistero. Non perdere mai la santa curiosità.
A. Einstein
Noi: figli delle stelle

Tutta la materia di cui siamo fatti noi l’hanno costruita le stelle,


tutti gli elementi, dall’idrogeno all’uranio, sono stati fatti nelle
reazioni nucleari che avvengono nelle supernovae, cioè quelle
stelle molto più grosse del Sole che alla fine della loro vita esplo-
dono e sparpagliano nello spazio il risultato di tutte le reazioni
nucleari avvenute al loro interno. Per cui noi siamo veramente
figli delle stelle.
Margherita Hack, Intervista di Cortocircuito

Figli delle stelle siamo – nel senso più letterale del termine. I nuclei degli
atomi del nostro corpo sono stati forgiati nelle stelle, in processi nucleari
che a partire dall’idrogeno e dall’elio, nelle condizioni estreme di tempera-
tura e densità, all’interno delle stelle hanno generato tutti gli altri elementi
che esistono.

Noi – figli delle stelle, ma non in quanto il nostro destino è deter-


minato da fenomeni astrali, dalla disposizione delle stelle al mo-
mento della nostra nascita, come sostengono gli astrologi e chi si
occupa degli oroscopi. Niente affatto! Non crediate agli oroscopi –
l’influenza, l’unica che potrebbe risentirsi, dell’attrazione gravita-
zionale delle stelle nel momento della nostra nascita, è molto più
piccola di quella esercitata da chi, presente in sala parto, aiuta o as-
siste alla nascita. Siamo invece letteralmente figli delle stelle – in
quanto i nostri atomi sono stati forgiati, tanto tempo fa, proprio nei
momenti drammatici in cui le stelle morivano. Gli elementi di cui
siamo fatti, dal carbonio all’ossigeno contenuto nell’acqua, dai mi-
nerali al ferro del sangue, nonché l’aria che respiriamo e il cibo che
94 Dai buchi neri all'adroterapia

mangiamo, sono nati nei momenti catastrofici in cui una stella esau-
riva il suo combustibile.

La nucleosintesi primordiale
Aver capito qual è la nostra origine a livello della provenienza degli
atomi è una delle applicazioni più incredibili e affascinanti della fisica
moderna. Un ponte fra noi e l’Universo, fra noi e il Big Bang, in quanto
tutto ebbe inizio con quest’evento spettacolare e unico, che generò le
particelle elementari presenti nel Modello Standard, e probabilmene
anche altre, e in particolare i quark. I quark a loro volta si unirono a
formare i nucleoni, circa 3 minuti dopo il Big Bang, e così nacquero i
primi nuclei: quello dell’idrogeno (un protone) e anche, con due neu-
troni e due protoni, i nuclei di elio. Nei minuti seguenti il Big Bang
altri nuclei leggeri si formarono, in un processo chiamato nucleosin-
tesi primordiale, dal litio al berielio e forse anche il boro, ma soltanto
in minime quantità. Dopo 20 minuti, dato che la temperatura e la den-
sità diminuivano rapidamente, la sintesi degli elementi e la forma-
zione dei nuclei cessarano. Dei nuclei più pesanti non c’era traccia!
Ma in Natura troviamo tanti altri elementi – basta guardare la ta-
bella periodica degli elementi, ideata da Dimitrij Mendeleev nel 1869,
che contiene quasi 100 tipi diversi di atomi! Da dove vengono?

Le stelle: fornaci di nuovi elementi


A pochi minuti dal Big Bang si erano formati nuclei di idrogeno e di
elio, con piccole tracce di altri elementi leggeri. C’era un rapporto di
massa fra l’idrogeno e l’elio di circa 3 a 1 (che vuol dire che per cia-
scun nucleo di elio c’erano 12 protoni). Questi elementi non erano di-
stribuiti in maniera uniforme nell’Universo; piccole fluttuazioni di
densità hanno permesso alla gravità di prendere il sopravvento e di
condensare sempre di più gli elementi in nubi di gas. Se la densità
fosse stata davvero uniforme, noi oggi non saremmo qui, in quanto
tutti gli atomi sarebbero stati attratti in modo uniforme in tutte le
direzioni e tutto sarebbe rimasto uguale, ovviamente con una den-
sità che sarebbe diminuita con l’espansione.
Noi: figli delle stelle 95

Le strutture di gas hanno iniziato a raggrupparsi sempre di più


portando a densità sempre più alte, essendo gli atomi attratti verso il
centro dalla forza di gravità, con conseguente aumento della loro ve-
locità e, dunque, della temperatura. L’oggetto diventa sferico e ab-
biamo una protostella. All’interno la temperatura non è uniforme:
nel cuore della protostella fa più caldo, mentre la temperatura va di-
minuendo man mano che si va verso l’esterno. Andando verso l’in-
terno la temperatura continua ad alzarsi e, superata una soglia,
all’interno della stella gli elettroni e i nuclei si separano, venendosi a
formare uno stato della materia chiamato plasma. I nuclei da questo
momento in poi possono interagire fra di loro. Ed è qui che le stelle
iniziano a forgiare nuovi elementi.
Al crescere ulteriore della temperatura e della densità, si arriva a
una situazione in cui i nuclei hanno energia sufficiente per avvici-
narsi abbastanza da sentire la forza nucleare, unendosi fra di loro in
un nucleo più grande. A temperature più basse, i nuclei sentono sol-
tanto la repulsione dovuta alla loro stessa carica elettrica. Tale pro-
cesso si chiama fusione nucleare. In seguito all’unione dei nuclei
parte della loro massa si trasforma in energia, ed è la ragione per cui
vediamo la stella che brilla: parte di questa energia arriva a noi sotto
forma di luce. La temperatura critica oltre la quale avviene la fusione
dipende dal tipo di nucleo: più leggero è il nucleo, più questa tem-
peratura è bassa. Dunque all’inizio quattro nuclei di idrogeno si uni-

Quattro nuclei di idrogeno si uniscono fra di loro, formando un nucleo di elio, due posi-
troni e due neutrini, rilasciando tanta energia cinetica (disegno di Giuliano Basso)
96 Dai buchi neri all'adroterapia

scono fra di loro, formando un nucleo di elio, due positroni e due


neutrini, rilasciando tanta energia cinetica. Questa reazione, la fu-
sione dell’idrogeno, è il processo che alimenta la stella per la maggior
parte della sua vita. L’energia espulsa verso l’esterno della stella rie-
sce a bilanciare l’attrazione gravitazionale e la stella, finché dura que-
sto processo, rimane stabile nelle sue dimensioni.

La produzione di nuclei di carbonio


Il tempo passa e la quantità di idrogeno diminuisce mentre quella di
elio aumenta. L’elio inizia a interferire con i nuclei di idrogeno, ridu-
cendo il numero di collisioni (avvelenamento da elio). La pressione
termica diminuisce e la gravità la fa da padrona: la stella si contrae,
rimpicciolisce.
I nuclei di elio iniziano ad accumularsi al centro, attratti dalla gra-
vità e la temperatura e la densità al centro crescono. Esiste un cuore di
elio circondato da un guscio di idrogeno che continua a bruciare, cioè
a formare altro elio. Quando la temperatura supera i 100.000.000 K
inizia a bruciare l’elio: si uniscono nuclei di elio che danno vita a nu-

Il cuore di elio della stella circondato da un guscio di idrogeno (disegno di Giuliano Basso)
Noi: figli delle stelle 97

Una stella con un cuore di carbonio, circondato da un guscio di elio che si trasforma in
carbonio, a sua volta avvolto da uno strato di idrogeno che si trasforma in elio (disegno
di Giuliano Basso)

clei di carbonio. Tre nuclei di elio formano un nucleo di carbonio. Ac-


cade un processo interessante a questo punto: il rilascio di energia in
seguito ai processi nucleari che coinvolgono l’elio, assieme a quello dai
processi che vedono coinvolti i nuclei restanti di idrogeno, genera un
aumento nella pressione termica, con conseguente aumento della di-
mensione della stella: la pressione rinvigorita si oppone alla gravità e
il raggio della stella cresce. Alcune stelle, fra cui la nostra, in questo
momento diventano delle giganti rosse. Per quanto riguarda il Sole,
quando diventerà una gigante rossa il suo raggio arriverà vicino a
quello dove si trova il nostro pianeta, inghiottendo Mercurio e Venere.
Abbiamo una stella con un cuore di carbonio, circondato da un
guscio di elio che si trasforma in carbonio, a sua volta avvolto da uno
strato di idrogeno che si trasforma in elio. Per una stella di dimen-
sioni medie, come la nostra appunto, non si va più lontano di così –
il processo di fusione nucleare si ferma qui, con la produzione del
carbonio.
98 Dai buchi neri all'adroterapia

Elementi più pesanti


Se la stella ha una massa importante, al centro della stella, dove si è ac-
cumulato il carbonio, i nuclei iniziano a fondere formando i nuclei di
neon. Il neon formatosi viene attratto al centro formando un cuore
di neon, circondato da un guscio di carbonio che subisce la fusione
nucleare in neon, avvolto da uno strato di elio che fonde in carbonio,
in un involucro di idrogeno che forma l’elio.
Il processo può continuare con la fusione del neon e anche di ele-
menti più pesanti. Il tutto dipende dalla massa iniziale della stella:
più questa è grande, più il processo va avanti con la produzione di
elementi sempre più pesanti. Lo stesso processo però fa sì che la vita
di una stella diminuisca con l’aumento della massa. Se la massa è
grande, il combustibile si esaurisce prima, in quanto si formano più
strati in cui il materiale nucleare brucia velocemente.
Dopo il neon vengono a formarsi, con il medesimo meccanismo,
l’ossigeno, il silicio e il nichel. I nuclei di nichel così come si formano
sono radioattivi e decadono in ferro. Soltanto le stelle chiamate su-
pergiganti rosse arrivano a “forgiare” il ferro.

La formazione del ferro all’interno di una stella (disegno di Giuliano Basso)


Noi: figli delle stelle 99

Cosa succede poi? Si potrebbe pensare che si va avanti così fino al


piombo e anche più in là… Invece no…

Il limite del ferro e la supernova


Arrivati al ferro, la stella collassa. Il ferro è un elemento strano: ha un
energia di legame fra i suoi nucleoni tale da renderlo l’elemento più
stabile fra tutti quanti. Non si possono fondere due nuclei di ferro
con rilascio di energia come è stato fatto dall’idrogeno all’elio e così
via fino ad arrivare proprio al ferro.

Una stella in fase di supernova espelle un numero enorme di neutroni, che sono cattu-
rati dai nuclei espulsi dagli strati esterni, decadendo in protoni, elettroni e antineutrini.
Si formano in tal modo nuclei con un protone in più – un elemento più pesante! Ogni
neutrone catturato cresce di un’unità il numero atomico (numero di protoni) del nucleo
risultante. Questo processo può ripetersi molte volte, portando alla formazione di nu-
clei sempre più pesanti (disegno di Giuliano Basso)
100 Dai buchi neri all'adroterapia

Per fondere due nuclei di ferro dobbiamo fornire energia, e que-


sto fa sì che la pressione termica che bilancia la gravità diminuisca.
La stella collassa sotto l’effetto della gravità. È l’inizio di una dram-
matica fine.
I nuclei di elio nella regione centrale si rompono in protoni e neu-
troni e il materiale si addensa ancora, ma non lo può fare all’infinito.
Gli strati esterni della stella vengono inizialmente attratti verso l’in-
terno, subiscono una collisione violenta con il cuore della stella e sono
violentemente espulsi. In questo processo nascono gli elementi più
pesanti. La stella è nella fase di supernova!
In seguito all’esplosione, quando gli strati esterni della stella ven-
gono espulsi, le temperature arrivano a valori estremi – valori che non
sono raggiungibili nella fase “tranquilla” della stella. Questo processo
dà ai vari nuclei un’energia cinetica molto alta. Nel frattempo al cen-
tro della stella si liberano, dalla frantumazione dei nuclei di ferro, un
numero enorme di neutroni che vengono buttati fuori dalla stella. I
neutroni sono catturati dai nuclei espulsi dagli strati esterni, deca-
dendo in protoni, elettroni e antineutrini. Abbiamo dunque nuclei
che si formano con un protone in più – un elemento più pesante!
Ogni neutrone catturato cresce di un’unità il numero atomico (nu-
mero di protoni) del nucleo risultante. Questo processo può ripetersi
molte volte, portando alla formazione di nuclei sempre più pesanti. Il
processo dura pochissimo, rispetto alla vita della stella, basta però per
portare alla formazione dei nuclei più pesanti che esistono in Natura.

Noi: polvere di stelle


Quando una stella muore lascia un seguito di elementi più pesanti di
quelli di cui era fatta: dal carbonio al ferro, dal piombo all’uranio.
E se un giorno una nube che contiene questi elementi si addensa
formando un pianeta su cui poi nasce la vita, eccoci qui: noi, figli
delle stelle.
E come concludere meglio se non con le parole del poeta:
Noi: figli delle stelle 101

Nel principio
di Primo Levi

Fratelli umani a cui è lungo un anno,


Un secolo un venerando traguardo,
Affaticati per il vostro pane,
Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi:
Udite, e vi sia consolazione e scherno:
Venti miliardi d’anni prima d’ora,
Splendido, liberato nello spazio e nel tempo,
Era un globo di fiamma, solitario, eterno,
Nostro padre comune e nostro carnefice,
Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.
Ancora, di quest’una catastrofe rovescia
L’eco tenue risuona dagli ultimi confini.
Da quell’ultimo spasimo tutto è nato:
Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,
Ogni cosa che ognuno ha pensato,
Gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,
E mille e mille soli, e questa
Mano che scrive
L’energia nucleare: dalla pila
di Fermi ai reattori nucleari

Il principio cardine della scienza, quasi la sua definizione, è che la


verifica di tutta la conoscenza è l’esperimento. L’esperimento è il
solo giudice della “verità” scientifica.
Richard Feynman, Sei pezzi facili

Le centrali nucleari utilizzano la fissione nucleare, sfruttando la trasforma-


zione della massa in energia, attraverso la scissione di nuclei pesanti in nuclei
più leggeri. È una dimostrazione sul campo della celebre formula di Einstein,
E=mc2. Le centrali nucleari offrono enormi vantaggi, ma ci pongono anche
grossi problemi, che devono essere affrontati se vogliamo continuare a uti-
lizzare questo metodo per produrre energia.

L’energia nucleare! Difficilmente si trova parola che fa più paura della


parola “nucleare” alla maggior parte della gente. Ma anche difficil-
mente si trova parola il cui significato è meno noto. Almeno in Italia,
dove l’energia nucleare è stata messa al bando, le persone temono il
nucleare come fosse di per sé una brutta malattia, un veleno, una ma-
ledizione. Senza però sapere il perché, cosa è e cosa non è il nucleare.
Certo, eventi come le bombe atomiche (sarebbe più corretto chia-
marle bombe nucleari), gli incidenti alle centrali nucleari di Cerno-
byl e Fukushima, non hanno migliorato la situazione – tutt’altro.
Vogliamo però, pacatamente, vedere cos’è l’energia nucleare? Cosa
è un reattore nucleare? E di cosa effettivamente dobbiamo avere
paura. Quanti degli abitanti dei comuni “denuclearizzati” sanno a
cosa sono contrari? E quanti dei sindaci? Si può davvero pensare che
104 Dai buchi neri all'adroterapia

in un piccolo comune su una montagna impervia si potrebbe co-


struire una centrale nucleare, e che la scritta “comune denucleariz-
zato” possa fare la differenza? (oltre ad avere un senso, in questo caso).
Dopo tante domande arriviamo a chiarire il significato delle cose.

Cosa vuol dire energia nucleare?


L’energia nucleare si ottiene dai fenomeni in cui la produzione di
energia avviene in seguito a trasformazioni intime del cuore della ma-
teria: i nuclei atomici. Tali trasformazioni, dette “reazioni nucleari”,
producono profonde modifiche della struttura stessa della materia.
In breve, quello che succede è che i nuclei di vario tipo si trasfor-
mano in altri nuclei: più piccoli, se avviene la fissione, o più grandi,
se invece si tratta della fusione. In seguito a questo processo si rimane
con un “difetto di massa”: la massa dei nuclei risultanti è più piccola
della massa dei nuclei di partenza! Ma l’energia si deve conservare.
Dunque, che fine fa la massa mancante? Quello che manca in massa
lo ritroviamo in fotoni ed energia cinetica dei prodotti delle reazioni
di fissione o fusione. Quest’energia può essere trasformata in altre
forme di energia, in particolare in energia elettrica. È quanto succede
in un reattore nucleare.
Ora, per quale ragione utilizzare un processo così complicato e
non direttamente bruciare un po’ di petrolio o carbone? La risposta
è molto semplice e impressionante: per unità di massa, l’energia nu-
cleare fornisce una quantità di energia decine di migliaia di volte più
grande di quella dei combustibili organici. Bruciare petrolio vuol dire
usare l’energia imprigionata nei legami chimici, un’energia di natura
elettromagnetica. La fissione nucleare sprigiona energia di legame
nucleare, tante volte più grande di quella elettromagnetica. I processi
nucleari sono quelli che riescono a tenere legati i protoni e i neutroni
nel nucleo e parte di quest’energia viene sprigionata nei processi di
fissione nucleare.
Tutto così semplice? Allora basta prendere qualche kilo di uranio
e aspettare che questo ci fornisca l’energia equivalente a decine di ton-
nellate di petrolio o carbone? Con l’aggiunta di non inquinare l’at-
L’energia nucleare: dalla pila di Fermi ai reattori nucleari 105

mosfera. Purtroppo il processo è tutto altro che semplice e non privo


di pericoli e problematiche, molto diverse da quelle che vengono af-
frontate dalle centrali termiche, per esempio.
Sintetizzando, le reazioni che coinvolgono l’energia nucleare po-
tenzialmente utilizzabili per produrre energia elettrica sono le se-
guenti:
• la fissione nucleare (sia spontanea, che indotta), dove nuclei di
atomi pesanti (con alto numero atomico) come, per esempio,
l’uranio-235, si spezzano, producendo nuclei più leggeri, dimi-
nuendo la propria massa totale e liberando una grande quantità
di energia. La fissione indotta viene usata per produrre energia
nelle centrali nucleari. Anche le prime bombe atomiche, quelle
sganciate su Hiroshima e Nagasaki, si basavano proprio sul prin-
cipio della fissione;
• la fusione nucleare, dove i nuclei di atomi leggeri (con basso nu-
mero atomico), come l’idrogeno, il deuterio o il trizio, si fondono
dando origine a nuclei più pesanti. Viene rilasciata una notevole
quantità di energia, superiore a quella ottenuta dalla fissione, a
parità di numero di reazioni nucleari coinvolte. In Natura le rea-
zioni di fusione sono quelle che avvengono nel Sole e producono
l’energia che giunge sulla Terra, nonché l’energia proveniente dalle
stelle. Di questa forma di energia ci occuperemo nel capitolo se-
guente.
Attualmente la fissione nucleare è l’unica reazione di tipo nucleare
ad avere un’applicazione a scopo civile tramite le omonime centrali
nucleari a fissione, mentre l’energia prodotta dalla fusione nucleare è
in uno stato sperimentale, di ricerca.

Breve storia dell’energia nucleare


La storia dell’energia nucleare inizia con la scoperta della radioatti-
vità, alla fine del XIX secolo. Sono i primi passi per svelare la struttura
dell’atomo. In seguito si capì che l’atomo ha una struttura complessa,
con al centro un piccolo nucleo composto da neutroni e protoni te-
nuti insieme da forze nucleari, intorno a cui orbitano gli elettroni.
106 Dai buchi neri all'adroterapia

Enrico Fermi (elaborazione


di Massimiliano Bazzi)

Un’altra tappa importante verso l’energia nucleare è la famosissima


teoria della relatività di Einstein, formulata nel 1905. Fu proprio Ein-
stein che derivò l’equivalenza fra massa ed energia, in una formula
che ormai conosciamo tutti: E=mc2. Nei processi nucleari di cui par-
liamo è proprio questo meccanismo quello che viene sfruttato: la tra-
sformazione di una parte della massa in fotoni e energia cinetica, e poi
in energia termica e infine elettrica. È il processo inverso a quello che
succede nei nostri acceleratori: dove viene concentrata un’energia ci-
netica enorme su fasci noti di particelle per trasformare poi que-
st’energia, in seguito a collisioni tra le particelle, in altre particelle
attraverso la “materializzazione” dell’energia totale iniziale.
Tornando all’energia nucleare, il primo che dimostrò effettiva-
mente che fosse possibile sfruttarla, realizzando il primo reattore spe-
rimentale-dimostrativo funzionante fu Enrico Fermi negli USA il 2
dicembre del 1942, in un laboratorio ricavato da una palestra al-
l’università di Chicago. Fermi ha costruito la “pila” utilizzando come
elemento fissile l’isotopo dell’uranio-235 all’interno di blocchi di gra-
fite. L’uranio ha un nucleo molto pesante che, sotto il “bombarda-
L’energia nucleare: dalla pila di Fermi ai reattori nucleari 107

mento” di neutroni, si scinde in due nuclei più leggeri e altri neutroni,


liberando una grande quantità di energia. I neutroni risultanti colpi-
scono a loro volta altri nuclei di uranio, generando altre reazioni nu-
cleari. Avviene così un processo a catena che, se non controllato, può
portare a una vera esplosione. La grafite nella pila di Fermi, elemento
che assorbe i neutroni, fungeva da elemento moderatore, per tenere
sotto controllo la reazione e produrre energia in modo controllato
senza fondere tutta la struttura. Il successo fu annunciato da Arthur
Compton, direttore dei laboratori di Chicago, con la frase: “il navi-
gatore italiano è arrivato nel nuovo mondo”. Purtroppo poi venne
creata la bomba atomica, storia tristemente nota, e solo in seguito si
pensò alle vere centrali nucleari, per le quali oggi si parla della quarta
generazione.

L’uranio-235
L’uranio è un elemento abbastanza comune in Natura, dove si trova
sotto forma di vari isotopi (cioè atomi che hanno un nucleo con lo
stesso numero di protoni, 92 per l’uranio, ma un numero diverso di
neutroni). L’isotopo più comune dell’uranio è l’uranio-238, che ha
92 protoni e 146 neutroni nel nucleo. L’altro isotopo dell’uranio na-
turale, l’uranio-235, ha invece 143 neutroni ed è quello che viene uti-
lizzato nei processi di fissione nei reattori nucleari. Anche
l’uranio-238 realizza la fissione, ma solo quando è colpito da neu-
troni veloci, dotati di un’energia superiore a una certa soglia, mentre
per la fissione dell’ uranio-235 bastano i neutroni di bassa energia,
quali quelli che vengono liberati dalla fissione dello stesso uranio-
235, dando luogo, appunto, a una reazione a catena. Dunque dob-
biamo utilizzare l’uranio-235. C’è però un problema: nell’uranio
naturale solo un atomo su 140 è uranio-235, mentre il resto è ura-
nio-238. Se si fa finta di niente e viene comunque adoperato l’uranio
naturale, la maggior parte dei neutroni liberati dalla fissione del-
l’uranio-235 viene assorbita dai nuclei di uranio-238, senza produrre
nessuna fissione. Vengono così a mancare i neutroni che riescono a
mantenere vivo il processo di fissione. Si deve dunque arrivare ad
108 Dai buchi neri all'adroterapia

avere più uranio-235: processo chiamato “arricchimento”. Sono stati


sviluppati vari metodi per arrivare ad arricchire l’uranio naturale del-
l’isotopo uranio-235 fino a portare quest’ultimo a un valore supe-
riore a 3%, quanto basta per avere una reazione a catena. Per fare
questo, si parte dall’unica differenza fra i due nuclei: la massa del-
l’atomo dell’uranio-235 è inferiore dell’1,3% a quella dell’uranio-238.
L’uranio metallico viene fatto reagire con fluoro, ottenendo esa-
fluoruro di uranio (UF6), che è un composto solido bianco che su-
blima in fase gassosa al di sopra di 56,4 °C. L’UF6 in fase gassosa è
usato nei due principali processi di arricchimento: l’arricchimento
per diffusione gassosa (utilizzato soprattutto negli Stati Uniti) e
quello per centrifuga a gas (principalmente utilizzato in Europa).
Quando l’arricchimento ha raggiunto il valore desiderato, l’esafluo-
ruro di uranio è decomposto, ri-ottenendosi l’uranio metallico e il
fluoro gassoso. In seguito all’arricchimento vengono prodotte anche
grandi quantità di uranio impoverito: uranio a cui manca la corri-
spondente quantità dell’isotopo uranio-235. L’uranio viene chiamato
generalmento impoverito quando contiene quantità di uranio-235
comprese tra 0,2% e 0,3%. Diamo anche un esempio delle quantità
delle due tipologie di uranio prodotte: da 100 kg di uranio metallico
pronto per l’arricchimento si possono ottenere 12,5 kg di uranio ar-
ricchito al 3,6% e, dunque, 87,5 kg di uranio impoverito, con 0,3% di
uranio-235.

Reattori nucleari
Il primo reattore nucleare al mondo non è stato costruito dall’uomo.
A Oklo, in Gabon, si è acceso spontaneamente un reattore nucleare
naturale circa 1.7 miliardi di anni fa. Come si è arrivati a questa sco-
perta? In alcune miniere di Oklo furono trovati minerali di uranio
con una concentrazione anomala, troppo bassa, di uranio-235; in più
sono stati anche ritrovati nuclei che vengono prodotti in seguito alla
fissione dell’uranio-235. Tutto ciò è stato spiegato con la presenza na-
turale di concentrazioni di uranio-235 intorno al 3%, tali da realizzare
una massa critica che si è autoaccesa, generando un reattore nucleare
L’energia nucleare: dalla pila di Fermi ai reattori nucleari 109

a fissione. Oggi la concentrazione dell’uranio-235 in seguito alla fis-


sione è molto diminuita e il “reattore” è “spento”.
I primi reattori nucleari costruiti dall’uomo per uso civile vedono
la luce negli anni ’50. Il principio di funzionamento di un reattore
nucleare è abbastanza semplice: un nocciolo di uranio, dove viene
realizzata la fissione a catena indotta da neutroni lenti, si riscalda in
seguito alla trasformazione di massa in energia. Un fluido (liquido o
gas) raffredda il nocciolo, mentre il flusso dei neutroni viene con-
trollato da un moderatore. Il fluido, direttamente o indirettamente, si
riscalda e genera un vapore che, attraverso una turbina, produce
l’elettricità. Dunque il funzionamento del reattore è molto simile a
quello di una convenzionale centrale termoelettrica, la differenza sta
nel fatto che l’acqua viene riscaldata dall’energia liberata da processi
nucleari e non termici. Una centrale nucleare ha, dunque, tre com-
ponenti principali:
• il reattore nucleare stesso: un enorme cilindro di cemento armato
e/o acciaio nella cui parte centrale è collocato il nocciolo di ura-
nio con il moderatore e il circuito refrigerante;
• la sala macchine: un edificio dove sono alloggiate le turbine e l’al-
ternatore con i loro circuiti ausiliari per la produzione dell’elet-
tricità;
• altri edifici ausiliari: contengono le piscine schermate per la con-
servazione temporanea del combustibile esausto e radioattivo
della centrale, più gli altri circuiti ausiliari necessari al funziona-
mento o in caso di emergenze.
La prima centrale nucleare che ha prodotto energia elettrica ha ini-
ziato a funzionare nel 1954 a Obninsk, URSS, e produceva 5 MW elet-
trici. Il raffreddamento del nocciolo veniva fatto con acqua leggera e
la moderazione dei neutroni con blocchi di grafite, essendo dunque
un reattore del tipo acqua-grafite.
In Italia il primo reattore nucleare, Avogadro RS-1, fu costruito a
Saluggia nel 1959 da un gruppo di aziende private, con la Fiat come
capofila; era un reattore di ricerca, che non venne mai connesso alla
rete elettrica nazionale. Il suo funzionamento fu fermato nel 1971.
110 Dai buchi neri all'adroterapia

Oggi nel mondo esistono più di 400 reattori nucleari di varie tipo-
logie. Ogni tipologia di reattore possiede, in base alla sua progettazione
e realizzazione, le proprie caratteristiche in termini di combustibile,
moderatore, fluido termovettore, costi ed efficienza. Parliamo di reat-
tori nucleari di I, II, III e persino della IV generazione (quest’ultima
ancora in fase di definizione e studio). Il “combustibile” più diffuso è
l’uranio arricchito, ma non è l’unico materiale fissile utilizzabile, in
quanto si può utilizzare il plutonio nel combustibile MOX o il torio.

Cosa sono le scorie nucleari?


Il consumo graduale del combustibile nucleare nel nocciolo porta alla
formazione di materiale di scarto, non più utile alla fissione stessa, a
sua volta radioattivo. Sono le cosiddette scorie nucleari, che vengono
periodicamente rimosse dal reattore. Le scorie sono depositate in siti
sicuri (presso le centrali stesse o in depositi), oppure riprocessate.
In funzione del combustibile nucleare, e del tipo di reattore, la ra-
diotossicità delle scorie può essere molto diversa. Questo si traduce,
laddove le scorie vengano tenute in depositi, in tempi di isolamento
che oscillano dai 300 anni al milione di anni. Questo è il tempo ne-
cessario affinché le scorie arrivino con un valore della radioattività
vicino ai valori corrispondenti a quella dell’uranio naturale.

Riprocessamento delle scorie


Il combustibile estratto dai reattori nucleari contiene ancora una gran-
dissima quantità di elementi potenzialmente utilizzabili, come uranio,
plutonio o torio. Nello specifico, scorie degli attuali reattori conten-
gono una grandissima quantità di uranio-238, una piccola quantità
di uranio-235 e di plutonio e una minima quantità di altri nuclei pe-
santi (detti attinoidi). Il processo detto riprocessamento delle scorie
produce, da un lato, nuovi elementi fissili, dall’altro, però, a sua volta,
scorie radioattive inutilizzabili, che devono essere collocate in luoghi
sicuri. Essendo un’operazione molto costosa, che lascia comunque in
seguito altre scorie – sia pure in quantità molto più piccole – non è
detto che il riprocessamento venga attuato.
L’energia nucleare: dalla pila di Fermi ai reattori nucleari 111

Depositi per le scorie


Esistono due modalità per depositare le scorie: quelle con basso li-
vello di radioattività vengono depositate in un deposito superficiale in
aree protette, come all’interno delle centrali stesse. Per quelle con un
alto livello di radioattività si usa invece un deposito geologico, ovvero
stoccaggio in siti sotterranei profondi, stabili e schermati per evitare
la fuoriuscita di radioattività nell’ambiente esterno. Oggi l’argo-
mento dei depositi geologici è molto controverso, in quanto si vuol
essere certi che questi riescano a intrappolare le scorie e tenerle lì,
ferme, per decine di migliaia di anni, se non di più, tanto quanto
serve ad alcune delle scorie per scendere a livelli di radioattività con
valori accettabili. Vengono studiate soluzioni come il riutilizzo di al-
cune miniere di sale o i depositi da realizzare nei sottosuoli di argilla
o granito.

Il nucleare oggi
È indubbio che l’energia nucleare è un’enorme risorsa, con vantagi in-
negabili:
• Non produce i temibili gas serra. La produzione di energia nu-
cleare, non essendo basata sulla combustione di materiali fossili o
vegetali, non causa l’emissione in atmosfera dei gas responsabili
dell’effetto serra (tipo anidride carbonica).
• Produce energia elettrica in modo continuo. Una centrale nucleare
riesce a produrre una grande quantità di energia elettrica a ciclo
(quasi) continuo, a partire da una piccola quantità di uranio.
• La vita della centrale è di lunga durata. Una centrale nucleare può
funzionare ininterrottamente per 40-60 anni. Un periodo di
tempo così lungo consente anche di ammortizzare l’elevato costo
iniziale e di renderlo molto competitivo.
• Riduce la dipendenza dai siti petroliferi. L’energia nucleare riduce
la dipendenza dall’estero e dalla situazione politica nell’approv-
vigionamento energetico di gas, carbone o petrolio. Certo, bisogna
avere dell’uranio a portata di mano, oppure acquistarlo in quan-
tità sufficiente.
112 Dai buchi neri all'adroterapia

Oltre ai vantaggi ci sono anche una serie di svantaggi:


• Le scorie radioattive. Nel processo di fissione nucleare sono pro-
dotti rifiuti radioattivi che necessitano d’essere riprocessati e/o
stoccati in depositi di massima sicurezza per migliaia di anni.
• Elevati costi iniziali e finali. Una centrale nucleare richiede inve-
stimenti iniziali elevati per la costruzione dell’impianto e del com-
bustibile. Anche i costi finali necessari per il decommissioning, lo
smaltimento e la messa in sicurezza delle scorie al termine del ciclo
di vita dell’impianto, sono alti.
• Sicurezza. Le centrali nucleari richiedono un livello di sicurezza
superiore rispetto alle centrali termoelettriche, in quanto le con-
seguenze ambientali in caso di disastro o di incidente sono in-
comparabilmente più gravi.
• Proliferazione nucleare. Il ritrattamento del combustibile irrag-
giato negli impianti civili consente di produrre il plutonio, con il
quale si possono produrre le armi nucleari e la bomba atomica. È
la ragione per la quale il settore dell’energia nucleare è sottoposto
a rigidi controlli da parte della comunità internazionale.
I vari paesi hanno scelto strategie molto diverse riguardo al nucleare:
dal caso francese, in cui buona parte dell’energia elettrica è di origine
nucleare, a quello italiano, in cui l’energia nucleare non viene prodotta
nel paese, ma viene comunque in parte acquistata dall’estero, dalla
Francia per esempio, con notevoli ripercussioni sul costo dell’energia
elettrica pagata dagli italiani, fra i più alti dell’Europa.
Il futuro del nucleare vede intere comunità di scienziati e inge-
gneri alle prese con l’invenzione di nuove tecnologie che permettano
di avere reattori più sicuri e più efficienti.
Imbrigliare l’energia delle stelle:
la fusione nucleare

In mezzo a tutti sta il sole. Chi infatti, in tale bellissimo tempio,


metterebbe codesta lampada in un luogo diverso o migliore di
quello, donde possa tutto insieme illuminare? Perciò non a torto
alcuni lo chiamano lucerna del mondo, altri mente, altri reggi-
tore. Trismegisto lo chiama Dio visibile, Elettra, nella tragedia
di Sofocle, colui che tutto vede. Così, per certo, come assiso su
un trono regale, il sole governa la famiglia degli astri che gli fa
da corona.
Niccolò Copernico, De revolutionibus orbium coelestium

La fusione nucleare è il processo che alimenta la fornace del Sole e di tutte


le altre stelle. Oggi gli scienziati sanno riprodurla nei laboratori, e vanno verso
la realizzazione di centrali nucleari a fusione per la produzione di un’energia
pulita con un combustibile illimitato: acqua e crosta terrestre. La strada è an-
cora lunga e impervia, ma alla fine del viaggio verremo ripagati.

Imbrigliare l’energia delle stelle! Un sogno irrealizzabile? Una follia?


Persino un bambino sa che sul Sole fa caldissimo. Vogliono gli scien-
ziati realizzare un “forno” da cui esca energia? Sì e no! Certo, im-
pensabile realizzare un vero forno in cui, bruciando qualcosa,
produciamo calore come nel Sole. Si pensa, invece, anzi si sta realiz-
zando in laboratorio, di sfruttare quei meccanismi che alimentano il
Sole: processi nucleari, in cui la quantità di energia che si ottiene per
unità di massa di combustibile è enorme. Molto più alta di qualun-
que altro combustibile, più alta persino dell’energia prodotta nelle
centrali nucleari a base di fissione.
114 Dai buchi neri all'adroterapia

Inoltre, il combustibile sarebbe l’idrogeno, nei suoi vari isotopi,


estraibile dall’acqua. Dunque una sorgente di energia praticamente
illimitata! Con il grande vantaggio di non produrre scorie radio-
attive.
Abbiamo dunque risolto il problema dell’energia per i prossimi
mille anni? Non ancora. Realizzare la fusione in laboratorio è difficile:
riprodurre le condizioni esistenti all’interno del Sole non è per niente
facile. Gli scienziati però ci lavorano intensamente, con l’obiettivo di
arrivare nei prossimi 30-50 anni a realizzare le prime centrali nucleari
a fusione.

Riprodurre l’energia delle stelle


La fusione nucleare è il processo in cui due nuclei leggeri si uniscono
in un nucleo più grande, eventualmente accompagnato dall’emis-
sione di altre particelle, come neutroni o fotoni, con parziale trasfor-
mazione della massa in energia cinetica dei prodotti. La fusione
“alimenta” il Sole, dove nuclei di idrogeno, protoni, si uniscono per
formare l’elio, come abbiamo visto nel capitolo dedicato alle stelle e
ai processi che avvengono al loro interno. Dalla fusione nucleare si
ottiene un’enorme quantità di energia dovuta al difetto di massa.
Quando i due nuclei si fondono, la massa del nucleo risultante non è
pari alla somma delle masse dei due nuclei di partenza, ma più pic-
cola. La differenza tra la somma delle masse di partenza e la massa fi-
nale, difetto di massa, viene convertita in energia, seguendo la
formula di Einstein: l’energia prodotta è uguale al difetto di massa
per il quadrato della velocità della luce: E=mc2.
La fusione dei nuclei più leggeri di quello del ferro procede attra-
verso rilascio di energia, mentre per realizzare quella dei nuclei più
pesanti c’è bisogno di energia dall’esterno. Esattamente l’opposto di
quanto accade nella fissione nucleare.
La trasformazione di un elemento in un altro elemento, vecchio
sogno degli alchimisti, è invece realizzata dalla Natura stessa, nelle
stelle, ma anche dai ricercatori nei loro laboratori.
Partendo dagli esperimenti sulla trasmutazione nucleare di Er-
Imbrigliare l’energia delle stelle: la fusione nucleare 115

nest Rutherford, realizzati nei primi anni del 1900, la fusione in la-
boratorio di isotopi pesanti dell’idrogeno fu realizzata per la prima
volta da Mark Oliphant nel 1932, mentre il lavoro teorico che portò
a capire gli stadi del ciclo principale della fusione nucleare nelle stelle
fu realizzato da Hans Bethe. Subito dopo si capì che questo tipo di
energia poteva essere utilizzato per scopi militari, la temibile bomba
H. Le ricerche sulla fusione per scopi militari cominciarono dunque
all’inizio degli anni ’40 come parte del Progetto Manhattan. La fu-
sione nucleare su vasta scala in un’esplosione fu realizzata per la
prima volta il 1º novembre 1952, nel test sulla bomba a idrogeno de-
nominato Ivy Mike. All’inizio degli anni ’50 cominciarono le ricerche
sullo sviluppo della fusione termonucleare controllata per scopi civili.
Queste ricerche continuano tutt’oggi nei nostri laboratori con l’obiet-
tivo di realizzare un reattore a fusione.

I problemi da affrontare
Come mai non siamo ancora riusciti, pur avendo capito come pro-
cede la fusione, a realizzarla in un reattore nucleare a fusione?
Per far si che due nuclei si uniscano, questi devono ovviamente
avvicinarsi abbastanza per sentire l’attrazione nucleare. C’è però una
forza che si oppone: la repulsione elettrostatica. I due nuclei hanno la
stessa carica elettrica, positiva, e questa è una barriera che deve essere
superata se si vuol arrivare alla fusione.
Se i due nuclei vengono accelerati e portati a energie molto alte, ed
è quello che accade all’interno delle stelle, dove le temperature sono
di milioni di gradi, la barriera elettrostatica, chiamata barriera Cou-
lombiana, viene superata, i due nuclei si avvicinano abbastanza e l’at-
trazione nucleare che ha un raggio di azione molto piccolo, prevale
sulla repulsione, i due nuclei finendo per fondere nel processo che
chiamiamo fusione nucleare.
Dobbiamo dunque trovare le modalità per dare sufficiente ener-
gia ai due nuclei per farli arrivare vicini. Questo processo è stato rea-
lizzato con successo in laboratorio. Dal laboratorio a una centrale
nucleare invece la strada è lunga e complicata.
116 Dai buchi neri all'adroterapia

Le varie vie per la fusione in laboratorio

La fusione termonucleare
Se a un sistema di atomi leggeri viene fornita abbastanza energia ri-
scaldandolo, si viene a formare il plasma, cioè gli elettroni vengono
strappati dai nuclei, e i nuclei a energia molto alta possono avvici-
narsi e fondere: è la cosiddetta fusione termonucleare, quella che si
pensa possa essere utilizzata in futuro nelle centrali a fusione.

Fusione fascio-fascio o fascio-bersaglio


Se l’energia per superare la barriera Coulombiana viene fornita
dall’accelerazione di uno dei nuclei, con l’utilizzo di un accelera-
tore, abbiamo il processo di fusione fascio-bersaglio, mentre se
tutti e due i nuclei sono accelerati, allora si tratta della fusione fa-
scio-fascio.
Oggi questa tecnica è relativamente facile da realizzare: in piccoli
tubi in cui si è fatto il vuoto ci sono degli elettrodi a qualche decina
di migliaia di Volt, con cui vengono accelerati ioni di deuterio o tri-
zio (idrogeno con 2 neutroni nel nucleo), che vengono poi indiriz-
zati su vari bersagli, che contengono a loro volta deuterio o trizio.
La fusione avviene con la liberazione di neutroni, i quali vengono
usati per analisi di vario tipo, come per esempio le esplorazioni geo-
logiche per la ricerca delle riserve di petrolio. Dunque, in questo caso,
la fusione non è usata per la produzione di energia, ma come sor-
gente di neutroni.

La fusione catalizzata dai muoni


Questa fusione avviene alle temperature normali, del nostro am-
biente. Il segreto consiste nell’utilizzo dei muoni, particelle simili al-
l’elettrone, ma con una massa circa 200 volte più grande, che vivono
però pochissimo: circa 2 microsecondi. Se negli atomi leggeri gli elet-
troni vengono sostituiti dai muoni, si ottiene una forma di materia,
detta esotica, in cui i nuclei sono molto più vicini gli uni agli altri. In
questa situazione la probabilità che i nuclei possano fondersi senza ul-
Imbrigliare l’energia delle stelle: la fusione nucleare 117

teriori interventi esterni è quindi fortemente aumentata. I muoni agi-


scono come catalizzatori della reazione di fusione. In seguito alla rea-
zione, la maggior parte dei muoni è nuovamente utilizzabile per
nuove reazioni, finché rimangono in vita.
Il processo funziona, ma difficilmente potrà essere utilizzato per
realizzare una centrale a fusione, anche se non mancano proposte in
tal senso.

Altri tipi di fusione


In laboratorio è stata dimostrata la possibilità di superare la barriera
Coulombiana utilizzando anche altri tipi di tecniche: dalla fusione
con il suono, in cui onde acustiche creano delle bolle che si espan-
dono, collassando in seguito e dando luogo a condizioni di energia e
temperatura che portano alla fusione, a quella piroelettrica, dove
viene utilizzato un cristallo piroelettrico per produrre un campo così
intenso da accelerare i nuclei e portarli a fondere. C’è poi la proposta
dell’utilizzo dell’antimateria per inizializzare la fusione, oppure quella
di appellarsi a una tecnologia ibrida: fusione-fissione, una combina-
zione di processi di fissione che innescano la fusione.

La fusione fredda
La fusione fredda è un nome generico attribuito a presunte rea-
zioni di fusione nucleare che si produrrebbero a temperature molto
minori di quelle necessarie per ottenere la fusione termonucleare,
per la quale sono necessarie temperature dell’ordine del milione di
kelvin.
Dopo il clamore iniziale provocato nel 1989 dagli esperimenti di
Martin Fleischmann e Stanley Pons dell’Università di Salt Lake City
nello Utah, in cui i due scienziati dicevano di aver realizzato la fu-
sione fredda, sono seguiti vari studi teorici e tentativi di ripetere
l’esperimento, alcuni riportando risultati positivi, altri negando l’av-
venuta fusione. Oggi l’argomento della fusione fredda è oggetto di
controversie, anche se le ricerche nel campo proseguono in vari la-
boratori del mondo.
118 Dai buchi neri all'adroterapia

Le ricerche per arrivare a produrre energia con la fusione


nucleare
Varie tecnologie e metodi vengono studiati per arrivare in futuro a
produrre energia sfruttando la fusione. Alcune di queste tecnologie
sono in una fase abbastanza matura, altre invece stanno facendo i
primi passi.

Tecniche a confinamento inerziale


Un bombardamento di fotoni oppure un’esplosione possono com-
primere il combustibile nucleare e portarlo all’innesco delle reazioni
di fusione. Nel caso in cui si utilizzi un’esplosione, il tempo è, in più,
molto breve. Questo è proprio quello che accade nella bomba al-
l’idrogeno, in cui una potente esplosione provocata da una bomba a
fissione nucleare comprime il combustibile che realizza la fusione.
Ovviamente è impensabile l’utilizzo di bombe nucleari a fissione per
l’innesco delle centrali nucleari. In questo contesto, altre forme di con-
finamento inerziale sono state provate per i reattori a fusione, incluso
l’uso di laser focalizzati su una piccola quantità di combustibile.

Tecniche a confinamento magnetico


Come abbiamo visto, per realizzare la fusione si deve arrivare a un pla-
sma. Essendo il plasma costituito da particelle cariche, queste possono
essere confinate da un appropriato campo magnetico. Sono stati pro-
posti molti modi di generare un campo magnetico in grado di indurre
la fusione in un plasma. Uno dei problemi è il fatto che le particelle ca-
riche che compongono il plasma interagiscono con il campo, arrivando
a influenzare l’efficienza del confinamento e riscaldando il sistema.
Attualmente soprattutto due tipi di geometrie di campi vengono
studiati più intensamente: lo specchio magnetico e la configurazione
magnetica toroidale. Lo specchio magnetico è una configurazione
“aperta”, mentre quella toroidale (a forma di “ciambella”) è una con-
figurazione chiusa su se stessa intorno a un buco centrale. La ricerca
sugli specchi magnetici e su altre configurazioni aperte ha avuto un
periodo di massimo sviluppo negli anni ’60-’70, dopo di che è stata
Imbrigliare l’energia delle stelle: la fusione nucleare 119

abbandonata per le perdite di particelle che si verificavano agli


estremi della configurazione. Per quanto riguarda i sistemi toroidali,
il cosiddetto tokamak è risultato essere una soluzione molto valida.

Come funziona un tokamak?


La parola tokamak viene dal russo toroidal’naya kamera s magnitnymi
katushkami – camera toroidale con bobine magnetiche, studiata, per
la prima volta, all’istituto Kurchatov, di Mosca nel 1956.
Vediamo quali sono le tappe e i processi utilizzati per arrivare alla
fusione nucleare in un tokamak. All’inizio dentro la camera viene
creato un vuoto spinto o ultraspinto, mediante apposite pompe da
vuoto. Segue l’accensione della corrente di plasma nel contenitore to-
roidale in un processo in tre tempi:
• immissione della corrente nelle bobine del campo toroidale;
• inserimento di una piccolissima quantità di gas (generalmente
idrogeno o suoi isotopi) di cui si vuole realizzare la fusione;
• immissione della corrente nella bobina del circuito primario che
occupa il buco centrale del toro, creando un flusso nel nucleo del
tokamak. Abbiamo realizzato così il circuito primario di un tra-
sformatore, di cui il toro costituisce il circuito secondario.
Successivamente, la corrente nel circuito primario viene fatta calare
molto velocemente, creando così un campo elettromagnetico in cui
gli atomi sono ionizzati e dove si crea una scarica con elettroni sem-
pre più numerosi per effetto degli urti fra elettroni e atomi neutri. Il
gas è diventato plasma: la corrente elettrica, per effetto Joule, la ri-
scalda a temperature di qualche milione di gradi, ricreando le condi-
zioni all’interno del Sole. Si innescano le reazioni di fusione
termonucleare, per esempio fra nuclei di deuterio e trizio, con la spe-
ranza di ottenere l’ignizione del plasma, un fenomeno che si autoso-
sterrebbe, per poter estrarre energia dalla fusione nucleare.

I passi verso la centrale nucleare a fusione


Il primo passo verso la costruzione di una centrale a fusione è il pro-
getto ITER. ITER (all’origine: International Thermonuclear Experi-
120 Dai buchi neri all'adroterapia

mental Reactor, in seguito usato nel significato originale latino, cam-


mino) è un progetto internazionale che si propone di realizzare un
reattore a fusione nucleare sperimentale. L’obiettivo principale è di
arrivare a produrre più energia di quanta se ne consumi per l’inne-
sco e il sostentamento della reazione di fusione. ITER è un reattore di
tipo deuterio-trizio, in cui il confinamento del plasma è ottenuto in
un campo magnetico all’interno di un tokamak. La fusione del deu-
terio col trizio produce un neutrone e un nucleo di elio e tanta ener-
gia cinetica che può essere trasformata in energia elettrica seguendo
lo stesso metodo seguito per i reattori a fissione.
La costruzione di ITER è attualmente in corso a Cadarache, nel
Sud della Francia, da parte di un consorzio internazionale composto
da: Unione Europea, Russia, Cina, Giappone, Stati Uniti, India e
Corea del Sud.
ITER è un reattore sperimentale, che ha come obiettivo il rag-
giungimento di una reazione di fusione stabile (500 MW prodotti per
una durata di circa 60 minuti) e studi sulla fisica del plasma. L’ener-
gia in eccesso ottenuta dalla reazione nucleare da ITER è troppo bassa
per valer la pena di immetterla sulla rete elettrica. Nel corso della co-
struzione e del funzionamente di ITER saranno collaudate molte delle
soluzioni tecnologiche necessarie per il futuro prototipo di centrale
elettrica a fusione, denominato DEMO, la cui costruzione inizierà in-
torno al 2030. Le caratteristiche del plasma di DEMO saranno più
spinte di quelle del plasma di ITER e tali da mantenere la stabilità
della reazione di fusione per un tempo indeterminato.
La tecnologia è dunque complessa e necessita di tempi lunghi e
investimenti economici importanti. Anche se la tecnica è pulita, non
venendo rilasciate scorie radioattive, ci sono una serie di accorgimenti
da prendere. L’utilizzo del trizio, elemento radioattivo, richiede
grande attenzione nella manipolazione, mentre i neutroni prodotti
nelle reazioni di fusione possono indurre radioattività nei materiali
solidi che costituiscono i componenti interni del reattore e dunque
vanno tenuti sotto controllo. Quali sono però i vantaggi?
Imbrigliare l’energia delle stelle: la fusione nucleare 121

I vantaggi della fusione nucleare


Gli studi sulla fusione nucleare per produrre energia, nonché i grandi
investimenti per le tecnologie che potrebbero portarci a costruire le
centrali nucleari a fusione, partono dal presupposto che su un lungo
periodo ci sarà un tornaconto per quanto riguarda la produttività e i
costi. I principali vantaggi del “nucleare pulito”, così come talvolta
viene chiamata la fusione nucleare, sono:
• l’abbondanza di combustibile: la reazione di maggiore interesse è
quella tra deuterio e trizio e questi due isotopi dell’idrogeno esi-
stono in abbondanza in Natura. Il deuterio nell’acqua di mare,
mentre il trizio è generato da specifiche reazioni che coinvolgono
il litio, contenuto nelle rocce della crosta terrestre;
• l’assenza dell’emissione di inquinanti nell’aria e di gas a effetto
serra;
• l’assenza di scorie radioattive, a differenza delle reazioni di fis-
sione impiegate nelle centrali nucleari;
• i reattori a fusione non rischierebbero di generare incidenti cata-
strofici, in quanto non è possibile che la potenza prodotta cresca
a livelli incontrollati.
La drammatica riduzione delle fonti energetiche convenzionali, ab-
binate a rischi per i livelli di inquinamento elevati, spinge la comunità
scientifica mondiale a continuare la lunga, difficile strada dell’imbri-
gliare l’energia delle stelle e utilizzarla per la produzione di energia
praticamente illimitata e pulita.
Energia solare

La luce, questa è la verità, non è una particella e non è fatta di


onde. La luce è luce: a volte si manifesta come un’onda, a volte
come una particella. È come una divinità indiana, che si può in-
carnare in molti avatar diversi.
Sheldon Lee Glashow, Sheldon Glashow racconta Max Planck
e la fisica dei quanti

Il Sole rappresenta un’enorme sorgente di energia: inesauribile. L’utilizzo del-


l’effetto fotoelettrico, per la spiegazione del quale Einstein ricevette il premio
Nobel, un effetto quantistico, ci aiuta a trasformare i raggi del Sole in energia
elettrica. L’utilizzo degli specchi che concentrano i raggi del Sole su liquidi
che possono raggiungere altissime temperature completano l’opera, abbi-
nando al sistema una turbina che trasforma il calore in elettricità. Einstein e
Archimede: i padri dell’energia solare. Per il futuro, ricerche che vanno dalla
fotosintesi ai fasci laser trasmessi da pannelli posizionati in orbita potrebbero
ampliare l’area delle applicazioni.

Il Sole, sorgente di energia e di vita, divinizzato, adorato, temuto, poi


ridotto a essere una semplice stella e ritornato oggi a essere una divi-
nità: quella che potrebbe salvarci dal freddo e dal buio e dare ai no-
stri pronipoti la possibilità di progredire.
L’energia solare è quella che rende la vita possibile: a partire dalle
piante che la usano nella fotosintesi fino ad arrivare, lungo tutta la
catena alimentare, a noi, che ci nutriamo di… Sole, avendo un’ali-
mentazione che si basa, se pur in modo indiretto, sulle piante. Usiamo
poi per riscaldarci, per produrre l’elettricità, i combustibili fossili, una
volta piante che vivevano con l’aiuto della luce che proveniva dal Sole.
124 Dai buchi neri all'adroterapia

Dal Sole dipendono tante delle fonti di energia che usiamo, non
solo i combustibili fossili, ma anche l’energia eolica, delle biomasse,
oppure idroelettrica.
Oggi, oltre a riscaldarci direttamente, l’energia del Sole è utiliz-
zata sempre di più per produrre energia elettrica oppure calore at-
traverso vari tipi di impianti. Il termine “solare” è di uso comune e
tanti pensano che potrebbe rappresentare la panacea per tutti i nostri
mali: l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili, l’inesorabile
scomparsa del petrolio, i problemi delle scorie radioattive, oppure le
difficoltà tecniche per realizzare le centrali nucleari a fusione.
Vediamo ormai pannelli solari su tanti tetti delle nostre case e sen-
tiamo parlare del solare termico o a concentrazione.
Ma cosa è l’energia solare, quanta ne abbiamo a disposizione e
come possiamo utilizzarla?
Quali sono i problemi e quali le eventuali soluzioni?
Come vedremo, l’energia solare arriva sulla superficie terrestre in
enormi quantità – molto, ma molto di più di quanto ne abbiamo bi-
sogno. Utilizzarla però non è così facile. E quando il Sole non c’è?
Cosa succede durante la notte?
L’energia solare è un esempio meraviglioso di quanto la ricerca
fondamentale, anche a distanza di anni, arrivi ad avere ricadute nella
società, forse impensabili, ai tempi in cui la ricerca venne effettuata.
I pannelli fotovoltaici che vediamo sulle nostre case funzionano
sfruttando il cosiddetto “effetto fotoelettrico”, quello che portò il pre-
mio Nobel a Einstein e confermò il fatto che i fotoni si possono com-
portare come delle particelle, le “particelle di luce”, che penetrando
nei metalli danno un calcio agli elettroni nelle orbite atomiche, but-
tandoli fuori dal metallo. Soltanto se il calcio è forte abbastanza, gli
elettroni abbandonano il loro atomo. Che, tradotto in termini scien-
tifici, vuol dire che soltanto al di sopra di una certa energia, cioè una
certa frequenza, gli elettroni vengono liberati. Dunque la luce in que-
sta situazione si comporta come una pioggia di fotoni e soltanto i
fotoni con energia più grande di una certa soglia riescono a strappare
gli elettroni. Fu questa la spiegazione che Einstein diede all’effetto
Energia solare 125

fotoelettrico, già conosciuto, ma misterioso: se la luce fosse stata con-


siderata un’onda, accumulando energia prima o poi gli elettroni si
sarebbero liberati dai loro legami, indipendentemente dalla fre-
quenza; non si capiva l’esistenza di una soglia. Einstein ebbe il co-
raggio di affermare il carattere corpuscolare dei fotoni in questo tipo
di fenomeno, dando così ai “quanti”, proposti da Max Planck per
spiegare l’emissione di energia del corpo nero, una realtà che Plank
non ebbe il coraggio di affermare esplicitamente, in quanto consi-
derava i suoi “quanti” degli artifici matematici. Oggi si sa che i fotoni,
come tutte le altre particelle, hanno un carattere duale: onda e par-
ticella, o se vogliamo né onda né particella, ma come quelle divinità
indiane di cui parlava Sheldon Lee Glashow, che possono presentarsi
con vari avatar.
I fotoni dunque possono riscaldare, ma anche liberare elettroni
da vari materiali.
Queste due proprietà possono essere utilizzate per produrre ener-
gia termica ed elettrica dall’energia solare.

Breve storia del solare


Già nel 1860 iniziarono le prime ricerche sulle modalità in cui l’ener-
gia che arriva dal Sole poteva essere utilizzata, in quanto sin da allora
si temeva che il carbone, la principale fonte di energia, si sarebbe esau-
rito a breve.
La prima cella solare fu costruita ancor prima di avere una spie-
gazione dell’effetto fotoelettrico, sfruttando le osservazioni empiri-
che di Charles Frittes negli anni dopo il 1880. Nel 1931 l’ingegnere
tedesco Bruno Lange sviluppò una cella a base di selenio che aveva
un’efficienza dell’1%. La prima cella a base di silicio, quella che viene
utilizzata oggi nella maggior parte delle istallazioni, venne costruita
nel 1954 da Gerald Pearson, Calvin Fullee e Daryl Chapin e aveva
un’efficienza del 4-5%.
Sino agli anni ’70 ci fu il boom del petrolio, così la possibilità di
utilizzare in qualche modo l’energia del Sole venne accantonata – non
ce n’era bisogno: bastava utilizzare il petrolio, che costava poco.
126 Dai buchi neri all'adroterapia

L’embargo del petrolio negli anni ’70 fece in modo che si iniziò a
ripensare al solare come possibile alternativa all’utilizzo del petrolio.
Di conseguenza, fra il 1970 e il 1983, le installazioni fotovoltaiche
crebbero rapidamente, ma, in seguito al crollo del prezzo del petro-
lio negli anni ’80, questa crescita si fermò un’altra volta.
Oggi l’energia solare sta vivendo una nuova era: non soltanto per
l’aumento dei prezzi del petrolio e la consapevolezza che nelle pros-
sime decine di anni il petrolio non ci sarà più (che gli anni rimasti
siano poi 30, 50 o 80 non fa una grande differenza), ma anche per
problemi legati all’ambiente e ai cambiamenti climatici indotti dal-
l’emissione dei gas serra. Oltre all’utilizzo domestico, vengono co-
struite vere centrali solari con potenze installate di 100 o più MW.
Certo, il contributo totale al bilancio energetico è ancora basso: nel
migliore dei casi qualche percento, ma la situazione potrebbe cam-
biare nel prossimo futuro: sia per il fatto che le ricerche nel settore
del solare potrebbero abbattere i prezzi, ancora abbastanza alti, sia
per l’utilizzo di tecnologie ibride, che sfruttano il solare assieme ad
altre tecniche che compensano i problemi del solare, in particolare la
produzione di energia quando il Sole non c’è (la notte o nelle giornate
nuvolose).

Quanta energia arriva dal Sole?


Ma quanta è l’energia che ci arriva dal Sole?
Il Sole, attraverso i processi nucleari che lo mantengono in vita, li-
bera nello spazio una quantità enorme di energia. Quella che arriva
sino a noi è una piccolissima quantità ma, come vedremo, molto più
grande di tutta l’energia che usiamo.
Nell’atmosfera arriva una quantità di energia di 1367 W/m2, la co-
siddetta “costante solare”, che include (somma) tutte le frequenze
dello spettro solare. Al suolo invece arriva una quantità media fra 150
e 300 W/m2. In Italia c’è una quantità di energia solare circa il 30% più
alta che in Germania, per esempio.
Risulta dunque che la quantità di energia solare che arriva sul
suolo terrestre è di migliaia di volte più grande di tutta quanto l’ener-
Energia solare 127

gia che usa l’umanità. Abbiamo dunque risolto il problema? Basta


fare una centrale solare grande quanto un millesimo della superficie
terrestre per produrre l’energia necessaria a tutti quanti? Magari nel
Sahara.
In realtà, la situazione non è così semplice. La conversione del-
l’energia solare con alta efficienza in energia elettrica è ancora un pro-
blema; le efficienze dei pannelli solari sono intorno al 13-15%. Poi
occorre avere una rete per raccoglierla e distribuirla – cosa tutt’altro
che facile. Inoltre, la produzione di energia dal solare segue la pre-
senza della luce: se la luce del Sole manca, non viene più prodotta.
Tutti questi problemi vengono oggi affrontati in vari laboratori del
mondo: nuove tecnologie potrebbero portare a un incremento delle
efficienze e una riduzione dei costi.

Quali tecniche vengono usate?


L’energia solare viene utilizzata per produrre elettricità in modo di-
retto, oppure per la produzione di calore che, a sua volta, può essere,
in seguito, utilizzato per la produzione di energia elettrica. Vediamo
quali sono le tecniche più utilizzate.

Pannelli fotovoltaici
I pannelli fotovoltaici sfruttano l’effetto fotoelettrico per trasformare
la luce del Sole in una corrente elettrica. I pannelli possono essere in
silicio, oppure in altri materiali, come i cosiddetti film sottili.
L’efficienza è intorno al 13-15% per i pannelli in silicio e, attual-
mente, un po’ più bassa per i film sottili. Oggi vengono studiati ma-
teriali a multipla giunzione, una combinazione di strati di materiali
diversi, in cui si riesce ad arrivare a efficienze più alte. I pannnelli so-
lari sono molto robusti e necessitano di poca manutenzione, avendo
una durata operativa intorno ai 30 anni. I costi in partenza sono ab-
bastanza alti, ma vengono ammortizzati pienamente in alcuni anni
(ovviamente la durata dell’ammortizzamento dipende da tanti fat-
tori, come il costo dei pannelli stessi e della tecnologia utilizzata, il
costo dell’energia elettrica, eventuali agevolazioni statali, ecc.).
128 Dai buchi neri all'adroterapia

Nei laboratori vengono studiati tanti tipi di materiali e tecnologie


diversi per arrivare ad aumentare l’efficienza e a ridurre i costi di pro-
duzione. Fra i materiali studiati, oltre a combinazioni di vari strati
metallici, ci sono anche alcuni materiali di tipo organico.
L’energia è prodotta soltanto durante le ore di luce, essendone dif-
ficile l’accumulo, anche se in alcune situazioni si può implementare
un accumulatore, oppure utilizzare durante le ore di assenza di luce
altri tipi di energia.
Oltre all’uso presso le abitazioni, esistono dei veri impianti solari
che producono una quantità di energia elettrica rispettabile. Anche se
non confrontabile con l’energia prodotta da una centrale nucleare, le
centrali fotovoltaiche arrivano anche a 100-200 MW, sufficienti per
una piccola città. In Europa, la Germania ha il numero più alto di cen-
trali solari con potenza al di sopra di 50 MW, ben 6, mentre in Italia
ce ne sono 2: Rovigo Photovoltaic Power Plant e Montalto di Castro.
I pannelli solari sono utilizzati anche sui satelliti e sulla Stazione
Spaziale Internazionale, svolgendo un ruolo fondamentale nell’era
spaziale.

Solare termico
I pannelli solari termici sfruttano i raggi del Sole per scaldare un li-
quido situato al loro interno, che può essere usato direttamente
(acqua), oppure cedendo il calore, tramite uno scambiatore di calore,
all’acqua contenuta in un serbatoio di accumulo. Ci sono sia sistemi
a circolazione naturale che forzata. Nel secondo caso, il serbatoio di
accumulo può trovarsi più in basso dei pannelli, con notevoli van-
taggi per la collocazione.
Tale sistema ovviamente non può essere utilizzato per la produ-
zione di energia elettrica. È invece un valido aiuto, soprattutto nelle
giornate soleggiate, per avere acqua calda oppure altre comodità.

Il pannello solare a concentrazione (solare termodinamico)


Vi ricordate di Archimede? Narra la leggenda che con l’aiuto degli
specchi riuscì a incendiare le navi nemiche. I pannelli solari a concen-
Energia solare 129

trazione sono figli della stessa idea. Questa tecnologia permette di ge-
nerare energia elettrica sfruttando il calore accumulato da un fluido su
cui vengono concentrati i raggi solari attraverso l’utilizzo di specchi
con varie geometrie. Oltre alla produzione di energia elettrica, si può
anche avere come prodotto secondario, per esempio, acqua calda.
I pannelli solari a concentrazione basati sull’uso di specchi para-
bolici concentrano i raggi del Sole su un tubo ricevitore posizionato
lungo la linea focale. Nel tubo, costruito con materiali speciali che re-
sistono ad alte temperature, si trova una miscela di sali fusi, un li-
quido che può arrivare sino a 550 0C. Questo liquido, un fertilizzante
comune in agricoltura, una miscela di nitrati di sodio e di potassio,
viene accumulato in un serbatoio, da cui è estratto e utilizzato per
produrre vapore acqueo surriscaldato, che è poi accumulato, a una
temperatura intorno ai 300 0C, in un secondo serbatoio. Il vapore è
utilizzato per la produzione di elettricità attraverso una turbina. Il
fatto che la temperatura sia così alta permette l’accumulo del calore
e l’utilizzo anche nelle ore successive all’irraggiamento: durante la
notte, per esempio. Vari meccanismi muovono gli specchi in modo
tale da seguire il Sole e avere sempre la massima concentrazione dei
raggi sul tubo dove si trova il liquido da riscaldare.
Oltre alle geometrie paraboliche degli specchi che concentrano i
raggi del sole sul tubo ricevitore posizionato lungo la linea focale, ci
sono anche altri tipi di soluzioni; per esempio, specchi che focalizzano
i raggi su un serbatoio situato in una torre centrale, oppure un’area
riempita di tanti piccoli specchi che riproducono una geometria pa-
rabolica per lo specchio grande risultante dalla loro composizione.
Negli ultimi anni una decina di centrali solari a concentrazione sono
state costruite in Spagna, avendo ciascuna una potenza di 100 MW o
maggiore, mentre nel deserto Mojave negli Stati Uniti, è in costruzione
una centrale con 9 unità, che dovrebbe arrivare a circa 350 MW.

Impatto ambientale del solare


L’energia solare è un’energia pulita, la produzione dei pannelli solari
genera però un certo livello di inquinamento.
130 Dai buchi neri all'adroterapia

Gas serra
L’emissione di gas serra per la produzione dei pannelli fotovoltaici è
a oggi sui 25-30 g/kWh, e potrebbe diminuire in futuro al di sotto di
15 g/kWh. Per fare un confronto, i gas serra prodotti nelle centrali a
petrolio sono 30 volte maggiori, mentre per una centrale a carbone,
che utilizza filtri per la cattura dei gas serra, la quantità è intorno ai
200 g/kWh. Per il nucleare si arriva, sommando l’estrazione dell’ura-
nio, la costruzione e lo smantellamento, intorno a 40 g/kWh. Il vento
e l’energia geotermale a bassa temperatura danno 11 g/kWh e meno
di 1 g/kWh, rispettivamente.
Se nel processo di produzione dei pannelli solari venissero utiliz-
zate centrali fotovoltaiche, l’emissione di gas serra potrebbe ulterior-
mente ridursi.

Il cadmio
Il cadmio viene utilizzato nelle cellule fotovoltaiche di tipo CdTe al
posto del silicio. Nella sua forma metallica il cadmio è una sostanza
tossica, che ha la tendenza ad accumularsi nella catena alimentare.
Dobbiamo dunque rinunciare al cadmio? Il cadmio disperso durante
la produzione delle cellule che lo utilizzano è in quantità trascura-
bile, mentre il processo di produzione stesso genera una perdita di
cadmio intorno a 0.3-0.9 microgrammi/kWh, mediato per la durata
di vita della cellula. Il cadmio viene liberato nell’atmosfera quando si
brucia il legno, il gas oppure il carbone.
Risulta, per quanto possa sembrare strano, che le cellule fotoelet-
triche a cadmio ci aiuterebbero a diminuire la quantità di cadmio
emessa nell’atmosfera se utilizzate al posto del carbone o del legno.

Il futuro del solare


Anche se oggi la quantità di energia generata dal solare è qualche per-
cento del bilancio energetico totale, in futuro la situazione potrebbe
cambiare, sia per evitare i gas serra che per l’aumento dei prezzi e la
scarsità dei combustibili fossili.
Nel campo del fotovoltaico si va nella direzione di trovare nuove
Energia solare 131

tecnologie con efficienze più alte e costi inferiori mentre nel campo
del solare a concentrazione viene ottimizzata la geometria degli spec-
chi e il liquido utilizzato per l’immagazzinamento del calore.
Vengono inoltre esplorate e proposte nuove idee.
Fra queste:
• utilizzo di specchi abbinati ai pannelli fotovoltaici – in questo
modo si riesce ad aumentare l’efficienza dei pannelli, concen-
trando più luce su di loro;
• utilizzo di sistemi ibridi: pannelli fotovoltaici che durante il fun-
zionamento utilizzano l’energia in eccesso per far risalire l’ac-
qua in una idrocentrale utilizzata come un accumulatore di
energia;
• studi sulla fotosintesi artificiale; utilizzo delle nanotecnologie per
accumulare l’energia solare sotto forma di legami chimici, per
produrre idrogeno oppure metanolo;
• posizionamento di centrali fotovoltaiche in orbita, laddove la po-
tenza dell’energia solare è circa 7 volte più alta di quella che arriva
sulla superficie terrestre. Queste centrali dovrebbero trasmettere
la potenza assorbita a terra tramite l’utilizzo di raggi laser o mi-
croonde.
L’energia solare è entrata di diritto a far parte, sempre di più, della no-
stra vita. Un’energia inesauribile, non facile però da utilizzare.
Un’energia pulita, ma scostante, visto che dipende dalla quantità di
luce che arriva dal Sole. In futuro, assieme alle altre sorgenti e metodi
per avere energia, il solare farà certamente parte del cocktail di ener-
gie che utilizzeremo. In quale percentuale dipende anche da quanto
verrà investito nella ricerca: abbassare i costi, aumentare l’efficienza e,
perché no?, trovare nuovi metodi per sfruttare a nostro vantaggio que-
sta sorgente enorme di energia è soprattutto una questione di ricerca.
L’antimateria e gli acceleratori
al lavoro sul corpo umano

Il candore di uno sguardo nuovo (quello della scienza lo è sempre)


può talvolta illuminare di luce nuova antichi problemi.
Jacques Monod, Il caso e la necessità

La ricerca fondamentale ha avuto e continua ad avere ricadute molto im-


portanti nel campo medico. Le proprietà quantistiche, le radiazioni, l’anti-
materia, nonché strumenti quali acceleratori e rivelatori di particelle, sono
usciti dai laboratori dei fisici per entrare negli ospedali, dove “guardano” nei
meandri del nostro corpo, alla caccia di varie patologie che poi riescono
anche a curare.

Può l’antimateria, oppure un fascio di particelle proveniente da un


acceleratore, migliorarci la vita in modo diretto e immediato? È
pensabile “sparare” a qualcuno con un fascio di protoni, non in
un’eventuale guerra con armi sofisticate, ma, per esempio, per cu-
rare un tumore? E vedere dentro il nostro corpo senza aver fatto
nessun taglio? La fisica moderna ci ha fornito gli strumenti per farlo,
la curiosità ha dato i suoi meravigliosi frutti, che oggi vengono am-
piamente utilizzati per farci vivere più a lungo e con una buona qua-
lità della vita.
Fenomeni quali l’annichilazione materia-antimateria, l’intera-
zione degli adroni (categoria di cui fanno parte i protoni e i neutroni)
con la materia, nonché le proprietà magnetiche dei nuclei atomici,
sono soltanto alcune delle conquiste della fisica moderna entrate nei
134 Dai buchi neri all'adroterapia

nostri ospedali, usate dai medici per indagini particolari, oppure per
curare i mali che ci affliggono, in particolare i tumori.
Gli esempi dell’utilizzo dei concetti chiave della fisica moderna,
dai fotoni come sorgenti di raggi X, ai rivelatori di fotoni oppure di
particelle, si trovano nel campo medico a ogni passo: dalla radiogra-
fia dei denti richiesta dal dentista, alla moderna adroterapia e servi-
rebbero libri interi per presentarle. Diamo in quanto segue alcuni
esempi di come la fisica è entrata a far parte della nostra vita nel set-
tore chiave della cura della salute.

La radiografia
Nel campo della diagnosi medica veloce e a costi contenuti, la radio-
grafia è insostituibile. Ci permette di avere immagini dell’interno del
nostro organismo senza dover fare tagli. Chi non l’ha effettuata al-
meno una volta nella vita, dal dentista, oppure in ortopedia per dia-
gnosi di fratture delle ossa, lussazioni e persino artrosi, nonché per le
patologie a carico della colonna vertebrale?
La radiografia toracica è utilizzata per l’esame dei polmoni, alla ri-
cerca di tumori, oppure per i danni risultanti da una broncopolmonite
e l’accertamento di versamenti pleurici. Viene anche impiegata per in-
dagini sul cuore e sugli organi addominali, dove con l’aiuto di mezzi di
contrasto, per esempio soluzioni di solfato di bario, le immagini ven-
gono più chiare. Anche l’apparato urinario può essere studiato, attra-
verso la somministrazione per via endovenosa di un mezzo di contra-
sto a base di iodio, che “opacizza” i reni, gli ureteri, la vescica e l’uretra.
Il funzionamento della radiografia si basa sull’interazione tra
un fascio di fotoni di energia più alta di quella della luce visibile
(raggi X) provenienti da una sorgente e diretti a un rivelatore, e il
nostro corpo. Quando il fascio di raggi X penetra il corpo, esso
viene assorbito in maniera diversa a seconda delle diverse parti ana-
tomiche incontrate, in funzione della loro densità, uscendo atte-
nuato prima di raggiungere il sistema di misurazione. I rivelatori
riprodurranno la classica immagine fedele dell’interno dell’orga-
nismo “in negativo”.
L’antimateria e gli acceleratori al lavoro sul corpo umano 135

I raggi X utilizzati fanno parte della categoria delle radiazioni io-


nizzanti e non danno alcuna sensazione quando attraversano il corpo.
L’immagine viene registrata su una pellicola fotografica, anche se, con
l’avvento della radiografia digitale, la pellicola è sempre di più sosti-
tuita da sistemi più moderni, per esempio rivelatori CCD, in grado di
acquisire le immagini direttamente.
Siccome la radiografia è molto rapida, semplice, economica,
chiara e dettagliata nello studio di tante patologie, il suo utilizzo è
molto importante nelle situazioni di emergenza.

La tomografia computerizzata
Questa tecnica è l’evoluzione della radiografia, in quanto utilizza sem-
pre i raggi X, ma in un modo molto più sofisticato, che ci permette di
avere imagini tridimensionali dell’interno del nostro organismo.
Il fascio di raggi X attraversando l’organismo viene attenuato di
più quando attraversa parti del corpo con densità più alta. Questo è
il motivo per cui gli oggetti a densità maggiore appaiono chiari, tipo
le ossa, mentre quelli a densità minore appaiono più scuri. Il princi-
pio su cui si basa la ricostruzione tomografica è di acquisire tante pro-
iezioni radiografiche della stessa parte del corpo, ad angolazioni
diverse. Questo permette di ricostruire l’immagine in tre dimensioni.
Per ottenere la terza dimensione si utilizzano complessi algoritmi ma-
tematici, oppure metodi iterativi. Le immagini individuali delle varie
proiezioni che contribuiscono alla ricostruzione dell’immagine tri-
dimensionale vengono registrate come immagini digitali, cioè una
matrice di numeri che riproducono una scala di grigi a cui corri-
sponde una misura dell’attenuazione del fascio in quel punto.
Come viene effettuata in pratica una tomografia computerizzata?
La sorgente di raggi X ruota attorno al paziente; il rivelatore al lato op-
posto della sorgente raccoglie l’immagine. Il rivelatore, tipico della fi-
sica delle particelle, è normalmente costituito da ioduro di cesio,
fluoruro di calcio o altri materiali e permette di effettuare misure di
precisione di raggi X con altissima efficienza. Il lettino su cui è posi-
zionato il paziente scorre in modo molto preciso all’interno del si-
136 Dai buchi neri all'adroterapia

stema di scansione, presentando a ogni rotazione del tubo di raggi X


una sezione diversa del corpo. Le sequenze di immagini, assieme ad
altre informazioni come l’angolo di ripresa, sono elaborate da un
computer e le immagini vengono visualizzate su un monitor. L’in-
sieme delle sezioni ricostruite viene elaborato da un programma in
grado di produrre immagini tomografiche tridimensionali di qual-
siasi piano spaziale (frontale, sagittale, assiale).
Ci sono state varie generazioni di tomografi, che differivano fra
loro per i metodi e i materiali (rivelatori in particolare) utilizzati. I
tempi e i dettagli visibili sono migliorati tantissimo.
I tomografi moderni hanno una caratteristica fondamentale: ac-
quisiscono le immagini a spirale, un metodo che evita i problemi dei to-
mografi antecedenti, che effettuavano una rotazione continua sullo
stesso cerchio e dove accadeva che i cavi si attorcigliavano. Il metodo a
spirale funziona così: mentre il tavolo che porta il paziente si muove su
un piano di scorrimento, i piani di scansione descrivono un’elica attorno
al paziente, ottenendo una scansione “a spirale”. La rotazione viene ese-
guita in circa un secondo e la durata totale può essere intorno al minuto.
Il fattore tempo è molto importante, in quanto in un minuto si può fare
una tomografia in apnea, riducendo così i problemi dovuti al movi-
mento del paziente. Esistono anche tomografi più veloci, in cui si pos-
sono ottenere decine di immagini in un secondo. Tali tomografi possono
essere impiegati per lo studio del cuore per effettuare delle angiografie.
Nei sistemi più moderni sono installate due sorgenti di raggi X con ener-
gie diverse; come conseguenza della diversa attenuazione dei tessuti sulle
radiazioni si riesce ad avere una risoluzione di contrasto migliore.
La tecnica della tomografia computerizzata può essere applicata
anche ai bambini, con una dose di raggi X minore rispetto a quella di
un adulto.

L’antimateria e l’indagine per la diagnosi dei tumori: la to-


mografia a emissione di positroni
Per quanto possa sembrare letteratura fantascientifica, l’antimateria
viene oggi utilizzata con successo nella diagnosi dei tumori quando
L’antimateria e gli acceleratori al lavoro sul corpo umano 137

questi sono ancora di piccole dimensioni e, dunque, con un’alta pro-


babilità di guarigione. Quello che viene infatti utilizzato è il processo
di annichilazione dell’antiparticella dell’elettrone, che si chiama po-
sitrone, con un elettrone della materia dei tessuti del nostro corpo,
in una tecnica diventata ormai di uso comune in tanti ospedali: to-
mografia com emissione di positroni (PET – Positron Emission To-
mography). Il metodo arriva direttamente dai laboratori di fisica
nucleare e particellare, in quanto sfrutta concetti quali particella, an-
tiparticella, annichilazione, relatività e radioattività, nonché tecniche
quali gli acceleratori e i rivelatori di particelle.

Cos’è il positrone?
Il positrone è l’antiparticella dell’elettrone, che ha, diversamente dal-
l’elettrone, una carica elettrica positiva. È stato scoperto nel 1932 in
un bellissimo esperimento sulle particelle prodotte dai raggi cosmici
che entrano nell’atmosfera, effettuato da Carl D. Anderson, scoperta
per cui ha ricevuto il premio Nobel nel 1936. Da allora i positroni, la
prima antiparticella mai scoperta, sono stati utilizzati con successo
in tanti esperimenti di fisica fondamentale. All’incontro fra positroni
e elettroni avviene la cosiddetta annichilazione, processo in seguito al
quale l’energia delle due particelle si trasforma o in altre particelle
oppure in fotoni, attraverso la conservazione dell’energia spiegata
dalla celebre formula di Einstein: E=mc2.

L’utilizzo dei positroni in medicina: la tomografia a emissione di


positroni
L’annichilazione dei positroni con gli elettroni è uscita dai laboratori
di fisica per entrare a pieno titolo nel mondo della medicina e negli
ospedali, tramite la tecnica denominata tomografia con emissione di
positroni, utilizzata per esempio per localizzare i tumori, ma anche
per altri tipi di indagini, nonché per la verifica diretta dell’efficienza
di vari tipi di trattamento dei tumori.
In breve, il metodo consiste nell’iniezione endovenosa (può anche
essere assunta attraverso via orale oppure attraverso inalazione) nel
138 Dai buchi neri all'adroterapia

paziente di una sostanza attiva dal punto di vista metabolico, per


esempio glucosio, in cui è stato aggiunto un elemento chimico ra-
dioattivo, che decade in un nucleo stabile con emissione di positroni,
con una vita media di alcune decine di minuti. Il carbonio-11 decade
con un tempo di dimezzamento (il tempo dopo il quale metà dei nu-
clei sono decaduti) di circa 20 minuti in boro-11, emettendo un po-
sitrone e un neutrino.
Da dove provengono gli elementi radioattivi utilizzati? Sono pro-
dotti negli acceleratori (per esempio ciclotroni) che, data la vita media
molto piccola, dell’ordine di decina di minuti, del nucleo radioattivo,
devono essere situati molto vicino (se non dentro) agli ospedali. Al-
trimenti, dopo alcune ore, la radioattività diventerebbe così bassa che
non sarebbe di nessuna efficacia l’utilizzo dei nuclei radioattivi. Nei
ciclotroni fasci di protoni impattano su vari bersagli producendo gli
elementi radioattivi richiesti attraverso processi nucleari.
La sostanza radioattiva introdotta nel paziente arriva nei tessuti,
in modo proporzionale alla richiesta che questi ne fanno. I tessuti tu-
morali hanno come caratteristica un metabolismo accelerato, in que-
sti tessuti dunque arriva più sostanza rispetto alle regioni sane. La
sostanza radioattiva emette positroni che si annichilano sul posto con
gli elettroni degli atomi dei tessuti. Il numero di annichilazioni è pro-
porzionale alla concentrazione della sostanza radioattiva nei tessuti,
e, siccome la concentrazione di quest’ultima è maggiore nei tessuti
tumorali, il numero di annichilazioni è a sua volta più grande e ri-
vela la presenza del tumore.

Cosa succede dopo l’annichilazione dei positroni?


In seguito all’annichilazione sono emessi due fotoni di energia ben de-
finita (511 keV), che escono dal corpo del paziente in direzioni oppo-
ste e vengono misurati da rivelatori situati intorno al paziente. Dalla
rivelazione di questi fotoni si risale al punto in cui è avvenuta l’anni-
chilazione. Si ricostruisce una mappa dell’organismo, una vera foto-
grafia tridimensionale, dove i colori più brillanti, corrispondenti a
massimi della sostanza radioattiva, possono segnalare la presenza di un
L’antimateria e gli acceleratori al lavoro sul corpo umano 139

eventuale tumore. La precisione della ricostruzione è dell’ordine del


millimetro, dunque si possono rilevare anche tumori molto piccoli.
La tomografia a emissione di positroni è utilizzata non soltanto
per indagini sui tumori, ma anche per misure sul flusso sanguigno,
per verificare il modo in cui l’ossigeno viene utilizzato nell’organi-
smo, oppure per indagini genetiche. Ovviamente, il segreto sta nel
trovare e produrre l’elemento radioattivo che poi possa essere inte-
grato nella sostanza attiva nei processi indagati, ed è qui che la colla-
borazione fra fisici, biologi, medici e ingegneri diventa un fertile
campo di ricerca interdisciplinare.

Sparare con un acceleratore al paziente: l’adroterapia


Fasci di protoni oppure di ioni di carbonio, provenienti da accelera-
tori dedicati, sono utilizzati con grande successo per il trattamento
dei tumori localizzati. Il metodo, l’adroterapia, utilizza gli strumenti
e le conoscenze che provengono dalla fisica particellare e nucleare:
acceleratori di particelle e processi di interazione fra i protoni e i nu-
clei di carbonio con la materia.

Cos’è l’adroterapia?
Per il trattamento dei tumori d’abitudine vengono utilizzati metodi chi-
rurgici oppure cocktail chimici – la chemioterapia, ma anche vari tipi di
radiazione: la radioterapia impiegata per distruggere le cellule tumorali.
La radiazione utilizzata nella maggior parte dei casi consiste in fotoni di
alta energia, raggi gamma, che provengono per esempio da sorgenti ra-
dioattive, quali il cobalto-60, oppure da fasci di elettroni. Questa radia-
zione viene indirizzata sull’organismo in corrispondenza del tessuto
tumorale e, una volta dentro il corpo, viene assorbita durante il suo per-
corso da tutti i tessuti e gli organi, non soltanto laddove c’è un tumore,
generando i ben noti effetti secondari. Questo, tra l’altro, limita la quan-
tità di radiazione che si può utilizzare, in quanto un utilizzo massiccio
mette a rischio la vita stessa del paziente. Ci sono poi tumori localizzati
in posti molto critici, per esempio nella regione della testa, situazione in
cui l’utilizzo dei raggi gamma o di elettroni diventa critico.
140 Dai buchi neri all'adroterapia

L’idea di utilizzare i protoni per il trattamento dei tumori è stata


proposta nel 1946 da R.R. Wilson ed è stata applicata per la prima
volta nel 1954 nel laboratorio di ricerca di fisica nucleare del Lawrence
Berkeley National Laboratory, in California, Stati Uniti. In Europa il
metodo è stato utilizzato in Svezia, a Uppsala, per la prima volta nel
1957, utilizzando un acceleratore che era stato costruito per ricerche
di fisica fondamentale. Da allora, la tecnica si è molto perfezionata
ed estesa in tanti paesi del mondo, inclusa l’Italia.
Il nome della terapia deriva dal fatto che le particelle che vengono
utilizzate, protoni oppure ioni di carbonio, sono adroni – particelle
composte da quark e che subiscono interazioni forti.

I vantaggi dell’adroterapia
I protoni e gli ioni di carbonio utilizzati nell’adroterapia vengono ac-
celerati negli acceleratori e portati fino a una certa energia, energia che
dipende dalla tipologia e localizzazione del tumore, e indirizzati sul
paziente. Entrati nell’organismo, a differenza dei fasci di fotoni o di
elettroni, viaggiano sino ai tessuti tumorali danneggiando pochissimo
gli altri tessuti, rilasciando invece un’enorme quantità di energia,
quasi tutta la loro energia, nel tessuto tumorale, innescando processi
che portano alla distruzione del DNA delle cellule tumorali, impe-
dendo loro di moltiplicarsi. I tessuti sani subiscono pochi danni,
mentre quelli malati sono distrutti. Controllando l’energia dei fasci si
può controllare il posto dove questi rilasciano la loro carica distrut-
tiva nell’organismo. Per tumori superficiali l’energia è più piccola che
per un tumore profondo.
La terapia con ioni di carbonio ha il vantaggio di avere una mag-
giore densità di ionizzazione rispetto a quella dei protoni. In questo
modo i danni della struttura del DNA all’interno della cellula tumo-
rale si verificano più frequentemente e così diventa più difficile per la
cellula cancerosa riparare il danno. L’efficienza biologica della dose è
più grande rispetto a quella dei protoni di un fattore tra 1,5 e 3. L’uti-
lizzo degli ioni di carbonio ha però uno svantaggio: la dose, superato
il posto dove è localizzato il tumore, non diminuisce a zero, come nel
L’antimateria e gli acceleratori al lavoro sul corpo umano 141

caso dei protoni, in quanto le reazioni nucleari stesse tra gli ioni di
carbonio e gli atomi del tessuto portano alla produzione di ioni più
leggeri, che possono creare piccoli danni nelle vicinanze del tessuto
tumorale – alcuni progetti di ricerca stanno studiando proprio que-
sto aspetto.

L’applicazione dell’adroterapia
Per eseguire l’adroterapia sono necessari:
• un acceleratore di protoni e/o di ioni, che produce più fasci di par-
ticelle in modo tale da avere più sale di trattamento;
• un sistema di trasporto dei fasci nelle sale di trattamento;
• un sistema molto preciso di posizionamento del paziente;
• un sistema accuratissimo di controllo dell’energia dei fasci e della
dose assorbita dal paziente;
• un sistema tridimensionale di trattamento personalizzato sul pa-
ziente ottenuto integrando le immagini diagnostiche ottenute ap-
plicando tecniche quali la tomografia a emissione di positroni o la
tomografia computerizzata.
Il protocollo di trattamento dipende ovviamente dalla tipologia del
tumore. Vengono trattati i tumori localizzati, per esempio i melanomi
dell’uvea, occhio, i tumori della base del cranio e della colonna ver-
tebrale e anche alcuni tumori solidi pediatrici. Dopo l’iniziale cali-
brazione dell’energia, vengono effettuate un numero variabile, 12-16
d’abitudine, di sedute di trattamento.

L’adroterapia nel mondo


Alla fine del 2012 esistevano nel mondo circa 40 centri di adrotera-
pia e quasi 100.000 pazienti trattati con fasci adronici. Recentemente
è entrato in funzione anche il centro italiano CNAO, vicino a Pavia,
per l’adroterapia.
L’adroterapia è un metodo molto costoso: l’investimento iniziale
è intorno ai 100 milioni di Euro, e i costi per singolo paziente sono a
loro volta molto alti – arrivando a decine di migliaia di Euro, un fat-
tore almeno due volte più grande del costo della radioterapia. Oggi si
142 Dai buchi neri all'adroterapia

stanno provando nuovi metodi per costruire acceleratori meno co-


stosi e riuscire a trattare più pazienti con questo metodo molto effi-
cace per i tumori localizzati.

La Risonanza Magnetica Nucleare


La Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) è una tecnica di indagine
che si basa su misure del comportamento dei protoni o di altri nuclei,
riconducibili all’esistenza dello “spin” (una proprietà quantistica delle
particelle), quando sono sottoposti al campo magnetico. La RMN
fornisce immagini dettagliate del corpo umano, con il vantaggio che
i tessuti molli sono visibili, essendo possibile la discriminazione tra
varie tipologie di tessuti, non facilmente realizzabile con altre tecni-
che radiologiche. È un esame innocuo, che non utilizza raggi X o sor-
genti radioattive.

Come funziona la RMN


Prima di effettuare la risonanza magnetica il paziente deve togliere
tutti gli oggetti che contengono metallo e gli indumenti che possono
contenere fibre o parti metalliche, incluse le protesi dentarie, in
quanto tutti questi oggetti possono interferire con i risultati. Non
sono necessarie preparazioni o diete particolari.
Il paziente viene fatto sdraiare su un lettino e, in corrispondenza
del tipo di organo da studiare, vengono posizionate all’esterno del
corpo le cosiddette “bobine di superficie”, adattate alla regione anato-
mica interessata. Segue l’introduzione del paziente all’interno della
macchina di RMN, dove viene sottoposto a un campo magnetico di
elevata intensità. Il paziente deve restare immobile per tutta la durata
dell’esame. Il campo magnetico agisce sui nuclei che allineano il pro-
prio momento magnetico parallelamente alle linee di forza del ma-
gnete. Vengono in seguito applicati impulsi di radiofrequenza che
producono una variazione dell’orientamento dei nuclei che, al ces-
sare di ogni impulso, tornano a orientarsi secondo l’asse del campo
magnetico. Così facendo risuonano, cioè emettono, un debolissimo
segnale a una frequenza caratteristica, detto segnale di risonanza. Que-
L’antimateria e gli acceleratori al lavoro sul corpo umano 143

sto segnale viene captato da ricevitori radio, convertito in impulsi di-


gitali e, una volta elaborato al computer, permette di ottenere un’im-
magine la cui scala dei grigi corrisponde alle diverse intensità del
segnale di risonanza.
Nelle immagini tridimensionali i tessuti si presentano di un gri-
gio più chiaro se sono ricchi di acqua, a causa dell’abbondante pre-
senza di atomi di idrogeno e grigio scuro se ne sono poveri. Se le
immagini vengono acquisite in rapida sequenza si può realizzare un
film, per esempio sul funzionamento del cuore.

Dove è utile la RMN?


La RMN è una tecnica di indagine molto moderna e può essere usata
per la diagnosi di una grande varietà di condizioni patologiche che
coinvolgano gli organi e i tessuti del corpo.
Come esempi, la RMN è utile nella diagnosi delle malattie del cer-
vello e della colonna vertebrale, del fegato e dell’utero, dei grossi vasi
(aorta), nonché del sistema muscolo-scheletrico (articolazioni, ossa,
cartilagine). È inoltre particolarmente sensibile per svelare le lesioni
demielinizzanti nella sclerosi multipla.
La RMN permette di visualizzare con grande precisione le dira-
mazioni vascolari di maggior calibro. Mediante l’impiego di sostanze
con proprietà magnetiche particolari (paramagnetiche) è anche pos-
sibile mettere in luce le alterazioni del cervello e dei tessuti patologici
ipervascolarizzati, come quelli dei tumori. È proprio nell’esplorazione
del sistema nervoso (cervello e midollo) che questa tecnica fornisce il
maggior numero d’informazioni preziose.
La RMN è controindicata per i pazienti con il pace-maker o con
protesi metalliche, protesi dotate di circuiti elettronici e preparati me-
tallici posizionati in prossimità di organi vitali.
Abbiamo visto alcuni esempi delle ricadute della fisica moderna
in medicina. Se oggi viviamo in media più di 80 anni lo dobbiamo
anche a persone come Rutherford, Einstein, Dirac, Planck, Bohr,
Fermi e tantissimi altri scienziati che, spinti dalla curiosità, indagano
su come è fatto e come funziona il mondo.
Una tomografia a raggi X
per svelare il mistero della morte
di Tutankhamon
Gli anni sono come le piramidi: contengono sempre qualche
morto.
Alda Merini, Cinque aforismi

Con l’aiuto di tecniche che utilizzano raggi X e rivelatori di particelle si pos-


sono risolvere molti misteri del passato. La causa della morte del giovane fa-
raone Tutankhamon è stata così svelata a più di 3000 anni dalla sua morte.

Tutankhamon – il faraone bambino, il dodicesimo della XVIII di-


nastia egizia, durante il periodo della storia dell’antico Egitto chia-
mato Nuovo Regno, reso celebre per la scoperta della sua tomba
praticamente inviolata, la KV62 della Valle dei Re, avvenuta nel no-
vembre 1922 a opera della spedizione sovvenzionata da George Her-
bert, V conte di Carnarvon e diretta da Howard Carter.
Arrivato al trono all’età di 10 anni, regnò per circa 9 anni e ini-
ziò una controriforma in seguito alla quale portò la capitale a Tebe
e ridiede i privilegi ai sacerdoti. Quando morì, nel 1323 a.C., non
aveva ancora 20 anni. Il suo nome è diventato famoso non tanto in
quanto protagonista importante della storia egizia, ma per la sua
tomba: la più ricca e la meno saccheggiata. All’interno della tomba
si trovavano sarcofagi, troni, statue divine, umane e di animali, gio-
ielli, scettri e armi.
Ma perché è morto così giovane? Fu assassinato? Oppure era ma-
lato?
146 Dai buchi neri all'adroterapia

A più di 3000 anni dalla sua morte, con l’aiuto delle tecniche non-
invasive nate dai laboratori di fisica, in particolare con la tomografia
computerizzata, siamo un passo più vicini ad aver svelato il mistero
di quanto accadde al giovane faraone.

Le prime maldestre indagini sulla morte del giovane faraone


La morte in un’età così giovane ha fatto subito pensare a un assassi-
nio politico, a opera di qualche oppositore o da parte del suo tutore,
considerato anche il periodo molto turbolento della storia egiziana di
quegli anni.
Per indagare sulla morte del faraone l’analisi del corpo è risultata
molto problematica. Da una parte perché lo si voleva conservare per
quanto possibile integro, dall’altra in quanto la situazione era già
molto compromessa a causa dei metodi usati dallo scopritore, Carter,
che aveva utilizzato martello e scalpello per estrarlo dal sarcofago,
rompendogli le ossa. Come se questo non bastasse, per sciogliere lo
strato di catrame che riempiva il sarcofago e circondava il corpo, Car-
ter lo espose a un intenso calore generato da lampade che arrivavano
a più di 6000 C, con fatali conseguenze sulle ossa.
Appena avvenuta la scoperta, l’11 novembre 1922, presso l’uni-
versità del Cairo venne eseguita la prima autopsia. Dopo 5 giorni per
togliere le bende si era riuscito a raggiungere il collo. Il 16 novembre
il corpo era pronto per essere rimosso dal sarcofago.
Le prime costatazioni: la cute era diventata friabile, di color grigio-
bianco, la faccia era più scura e con la superficie ricoperta da crepe,
nonché sfigurata da residui del processo di imbalsamazione. La testa
era completamente rasata e i lobi delle orecchie bucati per l’usanza di
portare orecchini. Il naso si era appiattito a causa della pressione delle
bende che avvolgevano la testa. Le labbra, le narici e gli occhi erano
sigillati con tela resinosa. Il cranio era vuoto, a eccezione di una pic-
cola quantità di resina, filtrata dal naso. In base agli studi sul corpo
venne suggerito che Tutankhamon fosse stato un giovane abbastanza
esile, alto circa 1.65 m. La lunghezza delle epifisi delle ossa lunghe
suggerì inoltre che fosse morto tra i 17 e i 19 anni.
Una tomografia a raggi X per svelare il mistero della morte di Tutankhamon 147

Nuove indagini con i raggi X: Tutankhamon fu ucciso?


Dal ritrovamento passarono più di 40 anni prima di avere ulteriori
analisi sul corpo. Questa volta l’analisi fu di tipo non distruttivo: il
corpo non venne toccato, ma esposto a un fascio di raggi X. Una ra-
diografia ai raggi X eseguita nel 1968 evidenziò alcune macchie sulla
nuca e frammenti ossei all’interno del cranio. Si arrivò all’ipotesi di
una morte violenta. Il giovane faraone era stato ucciso!

Indagini con la tomografia con raggi X


Nel 2005 si decise di effettuare indagini più approfondite su Tutan-
khamon. La teoria dell’assassinio non convinceva del tutto. Il 5 gen-
naio a Il Cairo il professor Zahi Hawass, segretario generale del
Consiglio supremo per le antichità egizie, a capo di una commissione
costituita con lo scopo di risolvere una volta per tutte il mistero della
morte di Tutankhamon, ordinò una tomografia computerizzata com-
pleta del corpo. La mummia fu dunque prelevata dal suo sito nella
Valle dei Re e trasportata fuori, dove era stata portata l’apparecchia-
tura alloggiata all’interno di un rimorchio. La tomografia è servita
anche per effettuare ricostruzioni computerizzate del volto, del cra-
nio e del corpo del faraone.
La mummia è stata sottoposta all’analisi per 15 minuti, tempo in
cui sono state effettuate 1.700 immagini, analizzate in dettaglio. Il ri-
sultato, abbastanza sconvolgente, fu che il faraone non morì assassi-
nato. Il colpo al cranio visibile ai raggi X nel 1968 non pare essere
stato la causa di morte, in quanto sono state riscontrate tracce di ri-
calcificazione. I frammenti ossei dentro il cranio potevano essere ar-
rivati lì durante il processo di svuotamento della scatola cranica
eseguita dagli imbalsamatori. È stata invece evidenziata una ferita alla
coscia, sopra il ginocchio, di per sé non mortale, ma che, infettandosi,
avrebbe potuto provocare un’infezione dell’osso a livello del ginoc-
chio. Quest’infezione si sarebbe estesa a tutto l’organismo e lo avrebbe
portato alla morte per setticemia.
Agli studi di tomografia computerizzata si sono aggiunti anche
studi genetici, che hanno identificato la presenza di una grave forma
148 Dai buchi neri all'adroterapia

di malaria. La conclusione del “caso Tutankhamon” arriva il 17 feb-


braio 2010, quando Zahi Hawass, ha dichiarato che il faraone è morto
all’età di 19 anni per una serie di concause, in particolare una necrosi
ossea avascolare, ossia conseguente a un insufficiente afflusso san-
guigno al tessuto osseo, in concomitanza con l’infezione malarica. Se
oggi sappiamo tutto questo, lo dobbiamo anche ai fisici che indagano
i misteri dell’Universo.
Analisi di questi tipo possono essere effettuate su tanti reperti – in
particolare sulle centinaia di mummie egiziane. Questi reperti, unici
nel loro genere, potrebbero svelarci tanti misteri sullo stile di vita,
nonché sullo stato di salute e di malattia nell’antico Egitto.
Una “torcia” molto brillante:
la luce di sincrotrone

La mente umana è la luce dell’Universo. E le sue emozioni gli


danno significato.
Mario Vassalle, Foglie d’Autunno

La luce di sincrotrone è un fascio di fotoni con caratteristiche molto partico-


lari generato dal passaggio di particelle cariche a velocità relativistiche in un
campo magnetico. Le particolarità di tale fascio, abbinate alla possibilità di
controllarne l’energia, lo rendono uno strumento unico di indagine nei settori
più diversi: dalla medicina all’industria, dagli studi sull’ambiente a indagini sul
patrimonio artistico. Per il futuro, i FEL rappresentano una speranza per arri-
vare a capire i meccanismi intimi di una cellula e, più in generale, della vita.

Da quando abbiamo imparato a usare il fuoco, la luce è stata addo-


mesticata. Le nostre torce da allora hanno subito un’evoluzione espo-
nenziale. All’inizio le torce con fuoco vivo erano utilizzate nelle
caverne per svelare gli angoli bui ai nostri antenati oggi abbiamo lam-
padine sempre più sofisticate. Non possiamo immaginare la nostra
vita senza questi oggetti! Oggi esistono però torce ancora più sofisti-
cate, che ci aiutano a svelare non solo la forma e i colori dei vari og-
getti, ma anche i misteri sulla loro struttura interna, oppure sul modo
in cui funzionano. Si tratta della luce di sincrotrone.
La luce di sincrotrone, prodotta da acceleratori dedicati, oppure
come un bonus negli acceleratori circolari che vengono usati per altre
ricerche, è utilizzata per studi molto diversi fra di loro, oltre che per
150 Dai buchi neri all'adroterapia

la ricerca fondamentale: dalla biologia agli studi farmaceutici, dalla


medicina all’industria. Trova usi persino per la verifica dell’efficacia
delle creme solari.
Con queste torce illuminiamo la struttura intima della materia,
con ricadute molto interessanti e utili in tantissimi settori che im-
pattano sulla qualità della vita.

Come viene prodotta la luce di sincrotrone?


La luce di sincrotrone, nota anche come radiazione di sincrotrone, è
una radiazione elettromagnetica, simile alla luce visibile, emessa dalle
particelle dotate di carica elettrica quando, arrivate a velocità molto
alte, confrontabili con quella della luce, sono costrette a cambiare di-
rezione dalla presenza di un campo magnetico. Questa radiazione
non viene prodotta soltanto nei nostri laboratori, ma anche e so-
prattutto da oggetti astronomici, dato che nell’Universo i campi ma-
gnetici sono presenti in tanti posti e che le particelle cariche viaggiano
spesso con velocità enormi (per esempio nelle esplosioni delle su-
pernovae). Sulla Terra, invece, la produzione della luce di sincrotrone
è iniziata alla fine degli anni ’40, presso i sincrotroni di particelle.
L’energia della radiazione, cioè la lunghezza d’onda o, se vogliamo,
“il colore”, varia tantissimo: da energie più basse di quella della luce nel
visibile, l’infrarosso, all’energia migliaia di volte più alta: i raggi X. C’è
però una caratteristica che rende questa radiazione molto interessante
e utile: la sua “brillanza”, un indice della potenzialità della sorgente di
luce. In linguaggio tecnico, la brillanza rappresenta il numero di fotoni
al secondo, per area unitaria della sorgente, per angolo solido unitario,
per larghezza di banda relativa dello 0.1% (per esempio, per fotoni di
energia pari a 10 keV si considerano tutti i fotoni di energia tra 9095
e 1005 eV). La brillanza di una sorgente di luce di sincrotrone è tanti
ordini di grandezza più grande di quella di sorgenti di fotoni conven-
zionali. Il fascio è direzionale, polarizzato, si può, entro certi limiti, se-
lezionare l’energia e concentrarlo su superficie molto piccole.
La produzione della luce di sincrotrone era guardata come una
curiosità, anche come un fastidioso problema, visto che i fasci per-
Una “torcia” molto brillante: la luce di sincrotrone 151

dono energia per l’emissione della radiazione di sincrotrone, una per-


dita di energia che va sanata. Oggi invece è vista come una grande
opportunità. Al mondo esistono oggi pochi acceleratori per lo studio
delle particelle, considerato anche il loro elevato costo. Sono stati co-
struiti invece circa 50 sincrotroni dedicati unicamente alla produ-
zione di luce di sincrotrone a varie energie, per studi specifici su
materiali, per studi in biologia, sul patrimonio artistico, sull’ambiente
e tanto altro. I sincrotroni esistenti hanno un anello in cui la luce
viene generata dalle particelle cariche che circolano attraversando
campi magnetici e varie linee dove gli scienziati effettuano i loro espe-
rimenti. Esistono delle macchine dove sono presenti decine di linee.
Un caso particolare è quello della macchina DA
NE dei Labora-
tori Nazionali di Frascati dell’INFN: la macchina è utilizzata per espe-
rimenti scientifici, in particolare per lo studio di particelle che
contengono il quark “strano”, ma dal momento che gli elettroni cir-
colanti a velocità molto alte su orbite quasi-circolari emettono luce di
sincrotrone, i fasci di luce vengono estratti e portati in laboratori su
tre diverse linee: infrarosso, ultravioletto e raggi X.
L’utilizzo della luce di sincrotrone ha anche contribuito a ricerche
per le quali è stato assegnato il premio Nobel. Nel 1997 il Nobel per la
chimica è stato assegnato a Sir John Walker, per studi sul meccanismo
enzimatico di sintesi dell’ATP (adenosina trifosfato). È stato il primo
Nobel assegnato per studi che utilizzavano la luce di sincrotrone.

Applicazioni della luce di sincrotrone


La luce di sincrotrone è utilizzata in tantissime applicazioni. Qui ne
riportiamo alcune.

Scienze della vita


Studi di cristallografia macromolecolare sono molto utili sia nel
campo medico che in quello farmaceutico. Conoscere la struttura dei
vari materiali può offrire dei vantaggi enormi. L’utilizzo della luce di
sincrotrone per effettuare questo tipo di studi permette un incre-
mento della loro velocità, insieme alla capacità di svelare dettagli
152 Dai buchi neri all'adroterapia

strutturali che possono aprire la strada a chimici e biologi per realiz-


zare medicinali più efficaci nella cura di varie malattie. Esistono già
alcuni medicinali anche per la terapia tumorale che hanno utilizzato
studi effettuati con luce di sincrotrone.
L’utilizzo della componente infrarossa della radiazione sta dando
informazioni molto preziose per la terapia dei tumori, ottimizzate
alle caratteristiche del paziente.
L’utilizzo della luce di sincrotrone in biologia e, più in generale,
nelle scienze della vita, continua a espandersi a grande velocità, in
quanto nuove applicazioni vengono proposte, come conseguenza
anche del continuo miglioramento delle caratteristiche temporali ed
energetiche dei fasci.

Ingegneria
L’utilizzo della luce di sincrotrone permette di effettuare studi detta-
gliati della struttura dei vari materiali con conseguenze importanti
per il processo di produzione. La conoscenza acquisita permette lo
sviluppo di materiali di alta qualità e innovativi, che possono trovare
tante applicazioni diverse.
Con l’aiuto di questa tecnica vengono studiati i materiali utiliz-
zati per i contenitori delle scorie radioattive che avevano subito un
processo di corrosione. Questi materiali devono resistere a lungo,
per molte migliaia di anni. La fuoriuscita delle sostanze radioattive
rappresenta un rischio per l’ambiente e per l’uomo. Si è potuto stu-
diare con la luce di sincrotrone la modalità secondo la quale proce-
deva la corrosione: come i vari stress meccanici generavano
micro-fratture che si propagavano al resto della struttura e si è riu-
scito a correre ai ripari, utilizzando materiali che resistono a tutte le
sollecitazioni possibili.

L’ambiente
Nell’ultimo decennio l’utilizzo della luce di sincrotrone ha avuto un
grosso impatto sugli studi legati all’ambiente. L’alta brillanza dei fasci
permette di effettuare studi molto precisi sulle varie sostanze presenti,
Una “torcia” molto brillante: la luce di sincrotrone 153

anche in minima quantità, nell’ambiente, smascherando le sostanze


inquinanti. Si riesce anche a seguire l’intero processo inquinante e
rintracciarne l’origine, nonché la sua evoluzione.
Studi dedicati hanno permesso di ottimizzare le tecnologie per lo
stoccaggio dell’idrogeno, oppure di verificare come l’uranio viene di-
sperso nell’ambiente.
Uno studio molto particolare è stato fatto sui vermi, alla ricerca delle
tracce dei metalli pesanti che si accumulano nel loro organismo Si po-
trebbe pensare a una soluzione di decontaminazione dei terreni che
contengono una grande quantità di metalli pesanti, dannosi per la sa-
lute dell’uomo, utilizzando proprio i vermi – una soluzione ecologica.

La fisica e la scienza dei materiali


La diffrazione dei raggi X di luce di sincrotrone è un metodo eccel-
lente per studiare le caratteristiche, incluso lo spin, la struttura dei
vari orbitali atomici, oppure la geometria dei vari materiali. Le ricer-
che sono di per sé molto importanti nella fisica dello stato solido, ma
trovano anche valide applicazioni. Fra queste: studi di nuovi materiali
superconduttori ad alte temperature, studi di strati sottili e dei feno-
meni che avvengono alla loro interfaccia, importanti per la ricerca
nel settore dell’energia solare, il fotovoltaico basato su film sottili, e
anche per la progettazione di dispositivi elettronici.

Il patrimonio artistico
L’utilizzo di una tecnica non-distruttiva, quale la luce di sincrotrone,
nei settori dell’arte, dell’archeologia, della paleontologia, persino della
storia, sta diventando sempre più importante. Con l’aiuto della luce
di sincrotrone vari dettagli vengono scoperti e misteri rimasti sepolti
per migliaia di anni possono finalmente essere svelati. Questi studi
aiutano anche a trovare metodi per la cura e la conservazione del pa-
trimonio artistico, quelli più idonei alle varie opere.

Il futuro della luce di sincrotrone


Il numero di macchine che generano luce di sincrotrone è in conti-
154 Dai buchi neri all'adroterapia

nua crescita a seguito dell’aumento della richiesta. Servono fasci più


brillanti, soprattutto nel dominio dei raggi X. Nuove tecnologie, quali
laser a elettroni liberi (FEL – Free Electron Laser), sono capaci di ge-
nerare fasci pulsati con impulsi con una durata dell’ordine del fem-
tosecondo – un milionesimo di miliardesimo di secondo! In questo
modo si può avere una brillanza milioni di volte più alta in ciascuno
degli impulsi, rispetto a sincrotroni che usano tecnologie più datate.
In futuro i FEL verranno utilizzati per studi molto particolari; per
esempio studi sulle proteine e i meccanismi che accadono nelle cel-
lule, un vero studio sulla “fabbrica della vita”. Le altre macchine per
luce di sincrotrone continueranno a essere intensamente utilizzate,
per studi quali quelli elencati nella sezione precedente.
L’orologio nucleare:
quando la radioattività svela l’età

Il tempo è la nostra carne. Siamo fatti di tempo. Siamo il tempo.


È una curva inesorabile che condiziona ogni gesto della nostra
vita, compresa la morte.
Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere

La radioattività del carbonio-14 che si forma nell’atmosfera in seguito all’in-


terazione dei raggi cosmici con nuclei di azoto, è uno strumento ideale per
la datazione dei reperti organici. Gli scambi che portano carbonio-14 nel-
l’organismo cessano nel momento della morte, facendo partire il ticchettio
dell’orologio nucleare che, attraverso la misurazione della quantità di carbo-
nio-14 residua, fornisce il tempo trascorso dalla morte, per durate che vanno
sino a 60.000 anni.

Siamo fatti di atomi, stiamo scambiando atomi con l’ambiente che ci


circonda: siamo quello che mangiamo, che beviamo e che respiriamo.
In questo scambio continuo che tutti gli esseri viventi hanno con la
Natura anche alcuni elementi radioattivi arrivano a fare parte del no-
stro corpo. E diventiamo… fatti anche di tempo, oltre che materia. La
radioattività è come un orologio che scandisce inesorabilmente il pas-
sare del tempo. Non c’è modo di ingannarlo, non c’è bisturi che rie-
sca a toglierci gli anni.
La radioattività segue le leggi della meccanica quantistica. I nu-
clei decadono con tempi di dimezzamento specifici: a ogni specie di
nucleo, il suo. Le trasformazioni dei nuclei radioattivi avvengono in
quanto la loro configurazione è instabile: attraverso il decadimento
156 Dai buchi neri all'adroterapia

radioattivo i nuclei si trasformano verso configurazioni stabili emet-


tendo alcune particelle e liberandosi dell’energia in eccesso. Un po’
come quando trasportiamo dei pacchi molto pesanti: prima o poi li
lasciamo cadere dalle braccia e tiriamo un sospiro di sollievo!
Il fatto che i nuclei radioattivi abbiano un tempo di dimezza-
mento, definito come il tempo in cui metà dei nuclei sono decaduti,
caratteristico di ogni tipo di nucleo, rende questo processo utilissimo
per la misura del tempo. Possiamo utilizzare il processo di decadi-
mento come un orologio! Se sappiamo quanti nuclei radioattivi do-
vrebbero essere presenti in un certo istante, misurando il loro numero
dopo un certo intervallo di tempo, possiamo quantificare proprio
questo intervallo. Ovviamente, per fare ciò serve conoscere molto
bene il tempo di dimezzamento, che è la nostra “unità di tempo”.
Queste proprietà vengono studiate nei laboratori di fisica nu-
cleare, dove ogni specie di nucleo radioattivo viene studiata e cata-
logata. Una forma di “zoologia nucleare”. Nel catalogo dei nuclei
radioattivi ci sono specie molto strane: alcuni nuclei che hanno
tempi di vita di miliardi di anni, altri che decadono in frazioni di
secondo.
La radioattività, oltre a essere un problema e un pericolo, come
nel caso delle scorie radioattive, è anche un’opportunità.
Un’opportunità che gli scienziati, fisici, archeologi, biologi e sto-
rici hanno saputo cogliere. Attraverso l’utilizzo di alcuni decadimenti
radioattivi, il carbonio-14 in questo caso, si può viaggiare nel passato
e svelare misteri che forse sarebbero rimasti tali senza l’aiuto del-
l’orologio nucleare.
Il metodo della datazione che sfrutta il decadimento radioattivo
del nucleo di carbonio-14 è ormai utilizzato in tantissimi laboratori
nel mondo con enorme successo. Ci permette di fissare con grande
precisione quando sono accaduti eventi del nostro passato: quando è
morto un faraone, quando è stato costruito un oggetto di legno, a che
periodo corrispondono delle ossa che ritroviamo, quando è morto
l’uomo di Similaun? Persino la sacra Sindone è stata studiata alla ri-
cerca di tracce organiche che potrebbero svelarci i suoi misteri.
L’orologio nucleare: quando la radioattività svela l’età 157

Ma cos’è il carbonio-14? E perché proprio questo elemento è stato


scelto per la datazione, cosa ha di particolare? Quali sono i limiti e
cosa possiamo misurare?

Cos’è il carbonio-14?
Un nucleo di carbonio è caratterizzato dal fatto che contiene 6 pro-
toni. Per quel che riguarda invece i neutroni, le altre particelle che co-
stituscono il nucleo, il loro numero può variare, dando vita a una serie
di isotopi del carbonio. In Natura troviamo due tipi di isotopi stabili,
che non decadono: il carbonio-12 (con 6 neutroni nel nucleo) e il
carbonio-13 (con 7 neutroni nel nucleo). Esiste però anche un altro
isotopo: il carbonio-14 – che ha 8 neutroni nel nucleo.
Il carbonio-14 non è un nucleo stabile: si trasforma, decade in
un nucleo di azoto, rilasciando un elettrone e un antineutrino at-
traverso il decadimento , con un tempo di dimezzamento di 5.730
anni. Questo vuol dire che se a un certo momento abbiamo un dato
numero di nuclei, metà di questi decadono in 5.730 anni. Ma se i
nuclei decadono in questo periodo, tutto sommato breve rapportato
all’età della Terra, non dovremmo più averli sulla Terra! Invece non
è così. Nuovi nuclei di carbonio-14 si formano nell’atmosfera, es-
senzialmente a un’altitudine fra i 9 e i 15 kilometri, in seguito alle in-
terazioni dei raggi cosmici con gli atomi dell’aria. La reazione
nucleare che porta alla formazione del carbonio-14 è quella in cui un
neutrone impatta su un nucleo di azoto, formando un nucleo di car-
bonio-14 e un protone.
Siccome i raggi cosmici arrivano a colpire la Terra in continua-
zione, risulta che abbiamo una continua produzione del carbonio ra-
dioattivo.

Come utilizziamo il carbonio-14 per la datazione?


La tecnica che impiega il decadimento radioattivo del carbonio-14
per la datazione è stata sviluppata da Willard Libby e i suoi colleghi
nel 1948 all’Università di Chicago. Nella sua autobiografia Emilio
Segrè ha scritto che il metodo fu suggerito a Libby da Enrico Fermi
158 Dai buchi neri all'adroterapia

durante un seminario che Fermi tenne a Chicago proprio nel 1948.


Per la sua scoperta a Libby è stato assegnato il premio Nobel nel 1960
per la chimica. Aveva dimostrato come il suo metodo dava risultati
molto precisi nella stima dell’età di alcuni campioni di legno, inclusi
alcuni provenienti dall’antico Egitto, di cui si conosceva già l’età at-
traverso altri metodi.
Il metodo che ci permette di datare campioni organici – e dob-
biamo sottolineare la parola organici, in quanto questo metodo non è
applicabile ad altri materiali – si basa sull’idea che tutti gli organismi
viventi attraverso scambi con l’ambiente “ingeriscono” continuamente
una certa quantità di carbonio-14. Come? Appena formatosi, l’atomo
di carbonio-14 si lega a due atomi di ossigeno formando l’anidride
carbonica.
L’anidride carbonica è utilizzata dalle piante nella fotosintesi;
le piante entrano nella catena alimentare degli animali. Questi
nella respirazione eliminano anidride carbonica a loro volta. C’è
dunque un flusso continuo, in ingresso e in uscita, di anidride
carbonica nelle piante e negli animali. In questo scambio conti-
nuo, la frazione di carbonio-14 relativamente agli isotopi stabili
(carbonio-12 e carbonio-13) rimane praticamente costante…
finché l’organismo è in vita.
Quando invece cessano gli scambi con l’ambiente, quando l’or-
ganismo muore, non arriva più carbonio-14 dall’esterno. E l’orologio
inizia a scandire il tempo. I nuclei presenti nell’organismo decadono
con il tempo di dimezzamento di 5.730 anni. Se noi sappiamo quanti
nuclei erano presenti al momento della morte dell’organismo, con-
tando quanti sono rimasti riusciamo a misurare l’intervallo di tempo
trascorso dalla morte.
Come si fa a sapere quanti nuclei erano presenti al momento della
morte? Siccome il flusso dei raggi cosmici è relativamente costante,
una prima approssimazione è considerare la produzione del carbo-
nio-14 nell’atmosfera a sua volta costante e calibrare con i risultati
delle misure di oggi la quantità iniziale del carbonio-14 presente al
momento della morte.
L’orologio nucleare: quando la radioattività svela l’età 159

La procedura dunque è molto semplice (anche se la misura di per


sé non è così semplice): misurando la quantità di carbonio-14 pre-
sente nel reperto, sapendo inoltre quanto doveva essere presente al
momento della morte, si confrontano le due quantità e si ritrova
quanti periodi di dimezzamento sono trascorsi. Molteplichiamo per
5.730 anni ed ecco il risultato!
In realtà per ritrovare la quantità iniziale di carbonio-14 la pro-
cedura è più complessa: si fanno varie correzioni, esistono curve di ca-
librazione e le incertezze sono tenute in conto aggiungendo un errore
al valore riportato.

I limiti di tempo per la datazione


Il metodo della datazione col carbonio-14 può essere utilizzato con
grande successo per durate che vanno sino a 60.000 anni indietro nel
tempo. Oltre a quest’intervallo, trascorsi dieci tempi di dimezza-
mento, la quantità di carbonio-14 rimasta è così piccola che il me-
todo cessa di essere affidabile.
Tanti misteri rimasti senza soluzione sono stati risolti proprio gra-
zie alla datazione.
Da sottolineare il fatto che per oggetti non-organici: pietre, vasi,
armi ecc. il metodo non può funzionare: questi oggetti non vivono e
non muoiono, non c’è un orologio che inizia il suo ticchettio.

Il carbonio-14 e i test nucleari


Per tempi più recenti, dopo il 1955, l’applicazione del metodo del car-
bonio-14 si confronta con “l’inquinamento” generato dalle esplosioni
delle bombe nucleari durante i vari test effettuati. Nel periodo che va
dal 1955 al 1980 la quantità di carbonio-14 presente nell’aria è dra-
sticamente aumentata. Nell’emisfero nord è quasi raddoppiata.
Se mai qualcuno vorrà applicare la datazione a reperti più recenti
del 1955 dovrà tenere conto di quest’aspetto.
Come vedremo nel capitolo seguente, l’aggiunta del carbonio-14
può essere invece utilizzata per altri tipi di indagini, sui vini per esem-
pio, a svelarne l’età.
160 Dai buchi neri all'adroterapia

Un caso concreto: Ötzi – L’uomo venuto dal ghiaccio


Un caso molto famoso dell’applicazione della datazione con il car-
bonio-14 è il caso di “Ötzi – L’uomo venuto dal ghiaccio”, la mummia
di Similaun. Dopo varie controversie, con il carbonio-14 siamo riu-
sciti a capire quando è vissuto e, forse, riusciamo a immaginarlo me-
glio mentre affrontava coraggiosamente la montagna.

La scoperta
Correva l’anno 1991. Giovedì 19 settembre, in una splendida giornata,
due coniugi tedeschi, Erika e Helmut Simon di Norimberga decidono di
scalare la Punta di Finale (3.506 metri) nelle Alpi Retiche orientali. Ar-
rivati in vetta, i due si riposano per un po’ e poi intraprendono il viag-
gio di ritorno verso il Rifugio Similaun dove hanno lasciato i bagagli.
Arrivati vicino al ghiacciaio Hauslabjoch (a quota 3.210 metri), i
due si imbattono nel cadavere di un essere umano che emerge par-
zialmente dal ghiaccio. I due scattano una fotografia, memorizzano il
posto e ritornano al rifugio Similaun, da dove erano inizialmente par-
titi. Viene avvisata la polizia italiana, nonché la gendarmeria austriaca,
che recupera la salma. I due avevano fatto, senza sospettarlo, una delle
scoperte più grandi della storia – la mummia di Similaun, o Ötzi,
l’uomo venuto dal ghiaccio.

A chi apparteneva il cadavere? Carbonio-14 protagonista


Sulla montagna dove è stato ritrovato il cadavere erano scomparse
tantissime persone. Inizialmente si pensa che possa trattarsi di Carlo
Capsoni, di Verona, scomparso in quella zona nel 1941. La smentita
arriva però istantaneamente: Capsoni è già stato ritrovato nel 1952.
Scartata l’ipotesi Capsoni, si pensa a un altro escursionista. Ma que-
st’ipotesi, insieme a tante altre, viene accantonata: il ritrovamento di
un’ascia di rame di fattura molto antica fa pensare a qualcuno vis-
suto molto tempo fa. Ma quanto tempo fa? Reinhold Messner, che si
trovava in zona, impegnato in un giro dell’Alto Adige, vede la salma
prima del recupero e, basandosi sull’abbigliamento molto primitivo,
ipotizza un’età di circa tremila anni.
L’orologio nucleare: quando la radioattività svela l’età 161

La salma viene finalmente estratta dal ghiaccio e portata all’uni-


versità di Innsbruck dove, in seguito ad alcuni esami preliminari ese-
guiti all’università, risulta che l’uomo dei ghiacci potrebbe addiritura
avere anche quattromila anni! L’uomo dei ghiacci appartiene dunque
all’Età del Bronzo?
Per sapere l’età della mummia vengono eseguiti esami con il me-
todo del carbonio-14 in vari laboratori del mondo: l’uomo venuto
dal ghiaccio è vissuto fra il 3350 e il 3100 a.C.

Come è morto Ötzi?


Analisi di vario tipo su Ötzi forniscono tante informazioni molto in-
teressanti. Sappiamo, in particolare, in seguito a un esame con tec-
niche tomografiche, che aveva la punta di una freccia conficcata nella
spalla sinistra.
È morto subito Ötzi, in seguito alla ferita, oppure no? Non ci è
dato saperlo con certezza – anche se analisi recenti con scansioni mi-
croscopiche dello superficie dei tessuti e sulla composizione moleco-
lare delle tracce di sangue, sembrerebbero far pensare che è morto
molto rapidamente, forse dissanguato per le ferite riportate.
Ötzi è conservato nel museo Archeologico dell’Alto Adige di
Bolzano e non ha finito di raccontarci la sua storia.
Il carbonio-14 smaschera
i vini falsi

Il vino. È la poesia della terra.


Mario Soldati, La messa dei villeggianti

La misurazione della quantità di carbonio-14 presente nei prodotti di natura


organica relativamente recenti, inclusi vini e whisky, può fornire informazioni
importanti sul periodo di produzione. I test nucleari hanno aggiunto una
quantità di carbonio radioattivo in più nell’atmosfera, cosicché la quantità di
carbonio-14 presente in un prodotto organico ci può dire se è stato realizzato
prima o dopo l’era nucleare e fornirci tante altre informazioni utili. Ciò non to-
glie che i test nucleari di per sé siano stati e continuino a essere un enorme
male, sia per le conseguenze sulla Natura che per quelle sulla psiche umana
e per i pericoli che tutti noi corriamo nel caso di una guerra nucleare.

Il carbonio-14 è utilizzato con successo per la datazione di reperti or-


ganici fino a 60.000 anni di età.
Il metodo si basa sull’assunto che quest’elemento radioattivo si
forma nell’atmosfera terrestre in seguito alle interazioni dei raggi co-
smici con i nuclei di azoto dell’aria e che la quantità rimane più o
meno costante durante il periodo di validità del metodo, o comun-
que, si possono trovare delle curve di calibrazione che permettono
una datazione precisa.
Cosa accade invece quando il carbonio-14 non è più prodotto sol-
tanto dai raggi cosmici, quando è l’uomo stesso a immettere carbo-
164 Dai buchi neri all'adroterapia

nio-14 in atmosfera? È proprio quello che è accaduto durante i test


nucleari eseguiti a partire dagli anni ’50.
Vediamo con quali conseguenze e come quest’effetto, se pure ov-
viamente negativo, può essere utilizzato per smascherare i vini e i whi-
sky falsi.

L’impennata del carbonio-14 durante i test nucleari


L’era nucleare è iniziata con l’esplosione della prima bomba nucleare,
il Trinity test, nel New Messico, il 16 luglio 1945 ed è continuata su-
bito dopo con le esplosioni terribili sul Giappone delle due bombe
nucleari lanciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki.
L’URSS ha iniziato i test nucleari nel 1949, seguita dalla Gran Bre-
tania nel 1952 e dalla Francia nel 1960. La Cina e l’India hanno a loro
volta intrapreso la strada delle armi nucleari svolgendo dei test nel
1964 e nel 1974.
Sono stati effettuati negli anni “di fuoco” più di 2000 test nell’at-
mosfera, nell’acqua e nel sottosuolo. Oggi vari trattati proibiscono di
effettuare test sia nell’atmosfera che in siti sotterranei. Non tutti paesi
hanno aderito. I test nucleari continuano anche nel 2013, per esem-
pio da parte della Corea del Nord.
Per quanto riguarda il carbonio-14, i test effettuati soprattutto
nell’atmosfera hanno avuto come conseguenza l’aumento della quan-
tità di quest’elemento. La radioattività prodotta dalla follia dell’uomo
si è sommata a quella ambientale, quasi raddoppiandola.
Nel 1963 i test nucleari nell’atmosfera, in seguito alla firma del
trattato Limited Test Ban Treaty, sono cessati quasi del tutto. Dunque
non è stato aggiunto altro carbonio-14 dalle umane vicende, ma sol-
tanto dalla radiazione cosmica.
Risulta che gli organismi nati o comunque vissuti nel periodo a
partire dai primi test nucleari, hanno assorbito una quantità di car-
bonio-14 più grande del normale, dove per normale intendiamo il
carbonio-14 naturalmente prodotto.
Gli organismi che sono morti prima dei test nucleari non sono
ovviamente influenzati da quest’effetto e per la loro datazione si usa
Il carbonio-14 smaschera i vini falsi 165

il metodo descritto nel capitolo precedente. Per gli organismi in vita


durante i test nucleari invece vanno fatte delle correzioni, in quanto
va tenuto conto della quantità di carbonio-14 in più, altrimenti ne
risulterebbe un età inferiore. Ovviamente, difficilmente qualcuno
penserebbe di datare qualunque reperto che ha un età così piccola
con il carbonio-14! L’informazione però si sta rivelando utile in un
altro settore: quello dei vini pregiati, oppure dei whisky di qualità,
per dare soltanto alcuni esempi.

Il carbonio-14 e i vini
Il vino, si sa, è una grande passione per tanti di noi. Un vino di qua-
lità, bevuto ovviamente con moderazione, rallegra la vita e ha anche
effetti benefici sulla salute. Chi se lo può permettere sta anche colle-
zionando i vini – per passione o per professione.
I vini pregiati che sono stati prodotti decine di anni fa hanno un
valore molto alto – rappresentano per i collezionisti di vini quello che
un “Gronchi rosa” rappresenta per un collezionista di francobolli.
Come si fa a stabilire quanto un vino è invecchiato?
Il carbonio-14 può essere un aiuto prezioso. Se un vino è prodotto
prima del 1945 l’uva utilizzata conteneva una quantità di carbonio-14
al momento della raccolta compatibile con quella naturalmente pro-
dotta dai raggi cosmici. Se invece il vino è stato prodotto dopo i primi
test nucleari, la quantità di carbonio-14 nell’uva era ben più alta.
Misurando dunque la quantità di carbonio-14 nel vino, con tec-
niche di calibrazione, si può stabilire quando l’uva di cui è fatto è stata
raccolta. La precisione che si ha con questo metodo sull’anno di pro-
duzione del vino è molto alta. Certo, la tecnica è costosa e non viene
applicata per ogni tipo di vino, soltanto perché magari possiamo so-
spettare che il negoziante ci vende un vino del 2008 dicendoci che è
del 2002.

Il carbonio-14 e il whisky falso


Un metodo analogo, tenendo però in considerazione i processi speci-
fici di produzione, può essere utilizzato per smascherare i whisky falsi.
166 Dai buchi neri all'adroterapia

In questa situazione il rischio che si corre non è soltanto quello di


comprare un whisky di 10 anni venduto come se fosse uno che di
anni ne ha 70, ma ben più grave: che il whisky sia completamente
falso, cioè che sia prodotto con derivati del petrolio.
Il petrolio è a sua volta derivato da materia organica, scomparsa
però tantissimo tempo fa. La quantità residua di carbonio-14 rima-
sta nel petrolio è esigua (minime tracce), e l’assenza del carbonio-14
dal whisky è un chiaro segnale che non è un prodotto naturale.
Un whisky naturale per essere buono dev’essere un po’ radioattivo,
deve contenere una piccola quantità di carbonio-14. Dalla quantità di
quest’elemento radioattivo, analogamente ai vini si possono ottenere
informazioni molto valide relative all’età del whisky stesso.

Carbonio-14 in azione
Vediamo alcuni esempi. Nel 2004 un collezionista russo acquistò una
bottiglia di whisky Bowmore a un prezzo molto alto, convinto che
fosse stato prodotto intorno al 1850. Le analisi col carbonio-14 effet-
tuate presso l’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit hanno dimostrato
che la quantità di carbonio-14 presente nel whisky era molto alta e
doveva essere stato prodotto dopo il 1945, dunque nell’era nucleare.
Lo stesso laboratorio ha analizzato delle bottiglie del famoso Cha-
teau Lafitte trovate a Parigi, e di cui si diceva fossero appartenute a
Thomas Jefferson, essendo fra le bottiglie più care in vendita. L’ana-
lisi col carbonio-14 ha dimostrato che effettivamente il vino era com-
patibile col periodo di Jefferson, forse gli appartenevano davvero, ma
riguardo a questo la fisica può dire ben poco.
L’arte di analizzare l’arte:
la battaglia di Anghiari,
Van Gogh e Goya
Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste
qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi que-
sto smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano
anima, questa è l’arte.
Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo

Le analisi scientifiche dei capolavori dell’arte, i dipinti in particolare, possono


fornirci informazioni estremamente utili: sia per capire i dettagli dell’opera,
come la composizione dei pigmenti, che per svelare i falsi, oppure portare alla
luce dipinti nascosti da altri dipinti. Alla base del metodo sta la firma carat-
teristica che ogni atomo ha: lo spettro di raggi X che è specifico a ogni ele-
mento atomico.

Arte – parola magica che apre i cuori e le menti. Che fa sognare, di-
vertire ma anche piangere. Guardare un bel dipinto riempie il cuore e
ci fa entrare nelle extradimensioni dell’anima: l’anima dell’artista ma
anche la nostra. Un viaggio senza fine con velocità che non sono più
limitate dalla velocità della luce, né dallo spazio o dal tempo. I dipinti
di Leonardo, oggi come 500 anni fa, suscitano vivissime emozioni. Mai
spente, mai superate. Van Gogh, Vermeer e tanti altri ci parlano attra-
verso i loro quadri, linguaggio universale, come quello della scienza.
Ma come si fa a sapere, dopo tanti anni, se un quadro è autentico?
Se magari un dipinto trovato in soffitta è un capolavoro perduto, un
dipinto di un grande artista? Oppure il contrario, come possiamo ca-
pire se un dipinto presentato come un quadro di Leonardo è un falso?
Certo, esistono gli esperti d’arte. Poi ci sono vari tipi di analisi chi-
168 Dai buchi neri all'adroterapia

miche e dei materiali utilizzati, persino la datazione con il carbonio-


14 può essere utile. Ma, siccome per questo tipo di analisi serve un
piccolo pezzettino da analizzare, esse logorano e distruggono l’opera
d’arte. Non vogliamo invece distruggere nemmeno un microgrammo
di un dipinto di Leonardo! Ogni grammo vale molto più del suo peso
in oro, ha il peso dei sogni che sono senza prezzo.
Con l’aiuto della fisica moderna sono stati trovati metodi per fare
analisi dei capolavori dell’arte senza distruggere niente – nessun
atomo è distrutto dalle nuove tecnologie, chiamate anche proprio per
questo “non-distruttive”.
Con le tecnologie moderne riusciamo però a fare molto di più:
vedere l’invisibile! Svelare i vari strati di un dipinto e scovare eventuali
capolavori nascosti, un dipinto sotto un altro dipinto, oppure le mo-
difiche apportate dall’artista durante il processo creativo.
Segreti ben custoditi, come la composizione dei colori utilizzati
dai vari artisti, vengono alla luce e riusciamo a capire meglio come la-
voravano e quali erano i loro metodi.
Sapere esattamente la composizione dei materiali impiegati ha un
valore aggiunto: quando si deve curare un capolavoro lo si può fare
utilizzando la ricetta originale, in modo tale da non rovinarla con ag-
giunta di miscele estranee all’opera.
Ma come si fa tutto questo? Qual è l’arte di analizzare l’arte?

L’arte sotto la lente dei raggi X


Gli atomi sono “creature” molto prevedibili: ogni atomo di un ele-
mento è uguale all’altro atomo dello stesso elemento. Il nucleo con-
tiene un certo numero di protoni e neutroni (possono esistere atomi
con un numero diverso di neutroni all’interno del nucleo: isotopi
dello stesso elemento, ma questo non influenza quanto viene descritto
in seguito, in quanto i neutroni non hanno carica elettrica e negli
atomi l’interazione elettromagnetica è quella che “detta le regole”),
con elettroni che danzano intorno. Gli elettroni si trovano in orbite
ben definite, con regole di riempimento dettate dalla meccanica
quantistica e dal principio di esclusione di Pauli.
L’arte di analizzare l’arte: la battaglia di Anghiari, Van Gogh e Goya 169

Una volta riempite le orbite l’atomo rimane stabile così com’è, a


meno che non sia un atomo radioattivo e allora decade verso un
atomo stabile attraverso processi radioattivi. Per quanto riguarda
l’analisi dei dipinti con i raggi X, di cui parleremo in seguito, interes-
sano soprattutto gli atomi stabili, per capire quali elementi sono stati
utilizzati e altri dettagli altrettanto interessanti.
Se un atomo stabile viene “bombardato” con raggi X, oppure con
fasci di particelle di un acceleratore, può capitare che uno degli elet-
troni assorba un raggio X e passi dalla sua orbita iniziale, lo stato fon-
damentale, a un’altra con un’energia più alta, uno stato eccitato.
L’atomo però non è stabile in questo nuovo stato e ritorna nella si-
tuazione iniziale, emettendo raggi X – un raggio con l’energia uguale
alla differenza di energia fra lo stato eccitato e quello fondamentale,
oppure una serie di raggi X che hanno la somma delle energie uguale
alle differenze di energie fra gli stati.
I raggi X emessi dagli atomi sono un “marchio di fabbrica” – ogni
atomo emette dei raggi X caratteristici, non esistono due atomi che
hanno i raggi X di energia uguale. Il piombo ha la sua energia di raggi
X così come l’oro, il ferro e tutti gli altri elementi.
Dunque, se riusciamo a “eccitare” gli atomi di un certo materiale,
questi emetterano raggi X che, una volta analizzati, ci permetteranno
di stabilire non solo quali, ma anche in quale quantità i vari elementi
sono presenti all’interno del materiale.
Esistono metodi molto diversi, e persino apparati portatili, che pos-
sono essere utilizzati per questo tipo di analisi. Gli spettri di raggi X
vengono misurati e analizzati con metodi molto accurati. Lo spettro di
raggi X è un diagramma che ci mostra quanti eventi abbiamo di una
certa energia. Riusciamo così a capire dall’analisi di questi spettri dove
ci sono dei “picchi” di energia – picchi che corrispondono all’energia
dei vari raggi X emessi dagli elementi presenti nel materiale analizzato.
Per quel che riguarda i dipinti, una volta finita l’analisi abbiamo
la ricetta utilizzata dall’artista per preparare i suoi vari colori. Sic-
come i vari pittori si preparavano da soli i colori, abbiamo dunque la
possibilità di poter assegnare un dipinto a un certo pittore. Ovvia-
170 Dai buchi neri all'adroterapia

mente, in realtà, la situazione non è così semplice, in quanto alcuni


pittori avevano allievi che utilizzavano gli stessi colori del maestro.
Però, nel caso di pittori che non avevano una scuola, si può senza
ombra di dubbio assegnare un dipinto a un certo pittore e a nes-
sun’altro. Per fare questo dobbiamo avere un certo numero di opere
certificate come appartenenti a lui – un “calibro” da utilizzare per le
assegnazioni delle opere incerte. Se invece la ricetta non quadra per
niente con quanto utilizzato abitualmente dall’artista, è difficile pen-
sare che quell’opera possa essere la sua (a meno che non ci siano ra-
gioni per pensare che abbia cambiato ricetta lui stesso).
L’analisi degli elementi può essere fatta anche presso acceleratori
di particelle – in questo caso si possono usare fasci di raggi X molto
intensi oppure fasci di particelle. Al giorno d’oggi questo tipo di ana-
lisi sta diventando pratica abbastanza comune e molto importante,
sia per capire dettagli dell’opera che per la preservazione del patri-
monio culturale.
Col metodo dei raggi X si possono vedere i vari strati del dipinto:
non soltanto quello in superficie, che vediamo anche con i nostri
occhi, ma anche quelli più profondi, coperti da quello superficiale.
Vengono così alla luce immagini di capolavori sepolti – rimasti na-
scosti per centinaia di anni. Dipinti mai visti, per cui l’artista ha cam-
biato idea in seguito a chi sa quale vicenda o tormento. Spesso era la
povertà la causa: i materiali erano costosi e se l’artista non riusciva a
vendere il quadro accadeva che invece di tenerlo ri-utilizzava la tela.
Chi sa quanti dipinti sono scomparsi in questo modo! Forse oggi, con
le nuove tecnologie, parte di questi capolavori potrà essere riportata
alla luce e magari esposta in un museo dei quadri mai visti.
Il metodo, ovviamente, può essere applicato a tanti altri materiali:
bronzi, manufatti in legno, libri antichi e molto altro, con enormi ri-
cadute.

Il mistero della battaglia di Anghiari: la pittura murale di


Leonardo
La battaglia delle battaglie? È La battaglia di Anghiari, pittura murale
L’arte di analizzare l’arte: la battaglia di Anghiari, Van Gogh e Goya 171

di Leonardo da Vinci nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio a


Firenze, nascosta dall’affresco di Vasari La battaglia di Marciano.

La storia de La battaglia di Anghiari


Nell’aprile del 1503 Pier Soderini, gonfaloniere della Repubblica
fiorentina, affidò a Leonardo l’incarico di decorare una delle grandi
pareti del Salone dei Cinquecento situato nel Palazzo Vecchio con una
scena della Battaglia di Anghiari, uno scontro tra l’esercito fiorentino
e quello milanese, avvenuto il 29 giugno 1440. Al rivale Michelangelo
era stato commissionato un affresco su la parete vicina, la Battaglia di
Càscina.
Nessuno dei dipinti venne realizzato.
Nel caso di Leonardo, l’artista voleva utilizzare un nuovo metodo
per essiccare la superficie dipinta: la tecnica “dell’encausto”, che ri-
chiede una fonte di calore molto forte per fissare i colori sulla parete.
Leonardo aveva preparato dei bracieri carichi di legna che ardeva per
arrivare a un’altissima temperatura. Il metodo però non funzionò: per
le grandi dimensioni dell’opera, non si riusci a riscaldare la superfice
ad altissime temperature abbastanza in fretta, e i colori colarono sul-
l’intonaco. Frustrato dall’insuccesso, nel dicembre 1503 l’artista in-
terruppe il trasferimento del dipinto dal cartone alla parete.
Dopo circa sessant’anni la decorazione del Salone dei Cinquecento
venne rifatta da Giorgio Vasari. Cosa è successo con il dipinto di Leo-
nardo? È stato distrutto da Vasari o soltanto coperto?

I raggi X alla ricerca della battaglia di Anghiari


Uno studio multidisciplinare promosso dalla National Geographic So-
ciety e dal Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and
Archaeology (CISA3) dell’Università di California, San Diego (UCSD),
assieme al Comune di Firenze, e condotto da Maurizio Saracini nel
2011, lascia pensare che il dipinto di Vasari nasconda effettivamente
quello di Leonardo.
Come è stata fatta l’analisi? All’inizio, tra il muro originario e
quello nuovo, con l’uso di speciali sonde endoscopiche si è riusciti a
172 Dai buchi neri all'adroterapia

raggiungere un’ intercapedine dove sono stati trovati frammenti di


vari materiali.
L’analisi dei frammenti con l’aiuto dei raggi X (un microscopio a
scansione elettronica con spettroscopia a raggi X) ha rilevato l’esistenza
di un pigmento praticamente identico a quello per dipingere la Gio-
conda e San Giovanni Battista, in particolare un nero realizzato con
terra d’ombra (un pigmento inorganico detto anche Terra d’Umbria)
e manganese miscelati con ferro. Il rapporto tra i vari materiali è esat-
tamente quello usato nella Gioconda, dunque una firma leonardesca.
Non tutti gli studiosi sono però convinti dei risultati e molti ri-
tengono che si debba procedere ad analisi più approfondite.
La storia della battaglia di Anghiari non è ancora finita; il dipinto
del Vasari potrebbe nascondere molto segreti.

I dipinti nascosti di Van Gogh e di Goya

La donna sotto la distesa d’erba


Può ancora Van Gogh riservarci delle sorprese?
Negli anni scorsi nei laboratori di fisica tedeschi, sotto il dipinto
Patch of Gras, realizzato nel 1887, che riproduce un paesaggio raffi-
gurante una distesa d’erba, è stato scoperto il ritratto di una donna.
I ricercatori dei laboratori tedeschi hanno indirizzato un intenso
fascio di fotoni proveniente dall’acceleratore Doris III, dalle dimensioni
di mezzo millimetro per mezzo millimetro, sul dipinto di Van Gogh, ef-
fettuando una scannerizzazione. 90.000 piccole aree chiamate pixel, su
cui è stato effettuato l’irraggiamento del dipinto, sono state analizzate.
L’analisi finale degli spettri ha portato alla luce il ritratto di una
donna, che era rimasto nascosto per più di 100 anni.

Un generale sotto Don Ramon di Goya?


La tecnica di analisi con i raggi X applicata al capolavoro di Goya il ri-
tratto di Don Ramon Satuè, opera che risale al 1823, ha permesso ai
ricercatori olandesi dell’Università di Delfi di trovare un altro dipinto
che si celava sotto quello visibile.
L’arte di analizzare l’arte: la battaglia di Anghiari, Van Gogh e Goya 173

Potrebbe trattarsi di un generale francese, addirittura di Giuseppe


Bonaparte, fratello di Napoleone, che per un breve periodo fu Re di
Spagna.
L’analisi con raggi X è riuscita a svelare questo mistero in quanto
crea una mappa dei pigmenti dei colori per i vari strati, fino a otte-
nere una immagine completa, molto dettagliata.
Perché mai Goya ha ridipinto sopra il ritratto iniziale? Qui la fi-
sica può dire ben poco. Entrano in gioco gli storici. Il dipinto origi-
nario era stato realizzato fra il 1809 e il 1813. Francisco Goya si trovò,
molto probabilmente, a dover coprire il ritratto fatto al generale fran-
cese perché, dopo il 1820, i francesi si erano ritirati dalla Spagna.

I raggi X e l’arte
L’arte vista ai raggi X è di per sé un’arte. L’analisi si basa sul fatto che
ogni tipo di atomo ha una sua firma caratteristica: uno spettro di
raggi X, con delle energie ben definite. L’identificazione dei vari ele-
menti e della quantità in cui vengono utilizzati è possibile attraverso
le analisi degli spettri generati dall’irraggiamento dei dipinti con fasci
di raggi X oppure di particelle.
L’analisi scientifica dei dipinti ci svela tante cose su come è stato rea-
lizzato il dipinto: quali pigmenti e quali elementi l’artista utilizzava.
Inoltre, con le moderne tecniche di analisi, molti dipinti nascosti
sotto altri dipinti potranno essere finalmente svelati.
Altri dipinti considerati originali perderanno questo status, in
quanto l’analisi dimostrerà che sono incompatibili con il presunto
artista, sia per i materiali che per le tecniche utilizzate.
La scienza offre strumenti molto validi per l’analisi del patrimo-
nio artistico.
I segnali dall’interno del pianeta:
i geoneutrini

Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente


buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non
c’è nessuna indicazione che possa giungere un aiuto da qualche
altra parte per salvarci da noi stessi.
Carl Sagan, Pale Blue Dot

Le più leggere particelle del Modello Standard, i neutrini emessi nei deca-
dimenti radioattivi del torio e dell’uranio presenti all’interno della Terra (geo-
neutrini) forniscono informazioni molto utili per la geologia, l’astronomia,
la storia del Sistema Solare e del nostro pianeta, e per la strategia nucleare.
Il loro studio è effettuato con gli stessi esperimenti che svelano i misteri dei
neutrini che arrivano dal Sole oppure in seguito alle esplosioni delle Su-
pernovae.

Come una musica lontana, come il canto delle sirene, la musica dei
neutrini seduce gli scienziati e svela loro i segreti più reconditi del-
l’Universo. I neutrini: le particelle più misteriose del Modello Stan-
dard, quelle che sono state scoperte per la caparbietà di chi,
ostinandosi a non credere che la conservazione dell’energia potesse
essere violata, spronava i fisici sperimentali a cercare meglio. Le par-
ticelle più leggere di tutte quelle mai viste (a eccezione del fotone, che
però non ha massa), i neutrini oggi sono un alleato affidabile dei ri-
cercatori.
I neutrini interagiscono col resto del mondo, soprattutto attra-
verso l’interazione nucleare debole, essendo neutri dal punto di vista
elettrico. Ci sarebbe da aggiungere l’interazione gravitazionale, in
176 Dai buchi neri all'adroterapia

quanto i neutrini hanno, se pur molto piccola, una massa, ma essendo


questa interazione tantissimi ordini di grandezza meno intensa di
quella debole, può essere tranquillamente trascurata, almeno per i
tipi di ricerca che andremo a illustrare in questo capitolo.
I neutrini sono oggetto d’indagine dei ricercatori: grandi esperi-
menti, sotterranei, sottomarini e nei ghiacci del Polo Sud, misurano
le loro caratteristiche, nel tentativo di svelare i tanti misteri che ancora
li avvolgono.
L’interazione dei neutrini col resto della materia è così debole che
queste particelle riescono ad attraversare tranquillamente la Terra
senza aver mai interagito, e dunque lasciato tracce del loro passaggio.
Dal Sole stesso, in seguito ai processi nucleari che lo mantengono in
vita, arriva sul nostro pianeta un numero enorme di neutrini: ognuno
di noi è attraversato ogni secondo da tantissimi miliardi di neutrini!
Tranquilli – ci attraversano senza vederci e noi non sentiamo niente.
Per misurare i neutrini occorre costruire apparati molto grandi:
soltanto mettendo sul loro passaggio una grande quantità di materia
possiamo vederne alcuni. È proprio questo il metodo che viene uti-
lizzato dagli esperimenti che vanno alla caccia dei neutrini in tutto il
mondo: apparati con volumi molto grandi, in cui catturare i neutrini
e costringerli a “parlare” con noi, cioè a rilasciare un segnale che tra-
sformiamo in un segnale elettrico, visibile e interpretabile con i no-
stri strumenti.
La maggior parte degli esperimenti attualmente funzionanti mi-
sura i neutrini che arrivano a noi dallo spazio: dal Sole e da altri sor-
genti cosmiche, come le esplosioni delle Supernovae, che rilasciano
una quantità enorme di neutrini.
Altri esperimenti danno la caccia ai neutrini prodotti nei reattori
nucleari in seguito alle reazioni di fissione nucleare, oppure a quelli
rilasciati dagli acceleratori di particelle, come nel caso del fascio di
neutrini prodotto al CERN di Ginevra e che attraversa la Terra per
arrivare ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN, dove i neu-
trini sono rivelati negli esperimenti che li attendono per la misura di
caratteristiche particolari, come l’esperimento OPERA.
I segnali dall’interno del pianeta: i geoneutrini 177

I neutrini, per essere più precisi gli antineutrini (antiparticelle dei


neutrini), vengono prodotti anche all’interno della nostra Terra: sono
i cosiddetti “geoneutrini”, che si creano in seguito ai processi di deca-
dimenti nucleari di alcuni elementi radioattivi presenti all’interno del
nostro pianeta. I geoneutrini sono uno strumento molto potente per
aiutarci a capire quali elementi radioattivi sono presenti all’interno
della Terra e in quale quantità. Siccome riescono ad attraversare il
suolo, proprio perché la loro interazione è molto debole, ci portano
informazioni che non è possibile avere attraverso altri metodi e se-
gnali. Lo studio dei geoneutrini è anche di natura strategica: capire,
per esempio, quanto torio e quanto uranio, elementi che rilasciano i
geoneutrini nei loro decadimenti, esistono all’interno della Terra può
aiutarci a pianificare le strategie per l’energia nucleare di fissione per
il prossimo futuro. Se le riserve di torio sono importanti, investire
nello studio di eventuali reattori nucleari che utilizzano quest’ele-
mento, può avere senso. Al contrario, se di torio ce n’e ben poco, è
bene saperlo in anticipo, in modo tale da indirizzare diversamente le
strategie per future sorgenti di energia.

I geoneutrini
I neutrini sono nati come un’idea – molto prima di essere visti. Fu-
rono ipotizzati nel lontano 1930 da Wolfgang Pauli, che non voleva
arrendersi all’idea che l’energia non si conservasse – così sembrava –
nei processi di decadimento . In questi processi un nucleo instabile
si trasformava in un altro nucleo con l’emissione di un elettrone. La
somma delle due energie, quella del nuovo nucleo e quella dell’elet-
trone, non uguagliava l’energia del nucleo iniziale. Come mai? Cosa
non andava? Alcuni scienziati hanno lanciato l’ipotesi che l’energia in
questi processi non si conservasse. Idea sconvolgente!!! La conserva-
zione dell’energia è uno dei capisaldi non solo della fisica, ma della
scienza e della vita.
In quest’atmosfera molto confusa, Wolfgang Pauli, convinto che
l’energia non poteva essere persa nel nulla, ha lanciato l’ipotesi del-
l’emissione, nel processo di decadimento, di una particella neutra che
178 Dai buchi neri all'adroterapia

si portava appresso l’energia mancante. Particella che era difficile da


vedere, ma che doveva esistere.
Fu Enrico Fermi che battezzò la nuova particella: neutrino.
Il neutrino è stato scoperto soltanto nel 1956, dai fisici Clyde
Cowan e Fred Reines nel corso di un esperimento al reattore a fis-
sione di Savannah River, in reazioni indotte proprio da neutrini. Per-
ché nessuno li ha visti prima? Perché vedere un neutrino è davvero
molto difficile: per far interagire metà dei neutrini di un ipotetico fa-
scio neutrinico occorrerebbe avere un muro in piombo spesso un
anno luce.
L’idea di studiare i neutrini prodotti all’interno della Terra per
svelare la composizione del nostro pianeta era già stata formulata
negli anni ’60, ma soltanto nel 1984, in un articolo dettagliato, Krauss,
Glashow e Schramm presentarono dei conti sui flussi aspettati e di-
scussero la possibilità di misurare i geoneutrini.

Quali processi generano i geoneutrini?


All’interno della Terra avvengono decadimenti radioattivi che gene-
rano i geoneutrini, in particolare decadimenti del potassio, del-
l’uranio e del torio. Questi decadimenti, oltre a generare i geoneutrini,
portano al riscaldamento della Terra: l’energia cinetica delle parti-
celle prodotte in seguito al decadimento è trasformata in calore.
Quanto è il calore totale prodotto da questi elementi, è a tutt’oggi
motivo di dibattito: potrebbe essere fra 10 e 30 TW (1 TW è un mi-
lione di miliardi di Watt).
La radioattività all’interno della Terra, attraverso il calore generato,
ha come effetto dei moti convettivi della crosta terrestre. Ne risulta che
la conoscenza della composizione di elementi radioattivi all’interno
della Terra sia di fondamentale importanza anche per la geologia.
Un altro settore nel quale l’informazione sulle abbondanze di ele-
menti come uranio e torio è utilissima, è la dinamica della forma-
zione del sistema Solare e della Terra stessa. Quali elementi esistono
all’interno della Terra? Da dove vengono? Che ruolo possono aver
avuto i meteoriti?
I segnali dall’interno del pianeta: i geoneutrini 179

Come già accennato prima, la conoscenza delle quantità di uranio


e torio è strategica per il settore energetico.
Geologia, astronomia, la strategia per il futuro dell’energia, oltre
alla pura e semplice conoscenza scientifica, hanno motivato gli scien-
ziati a trovare metodi per misurare i geoneutrini. I geoneutrini pos-
sono essere visti dagli stessi esperimenti che misurano i neutrini
provenienti dal cosmo, oppure dagli acceleratori o reattori nucleari.
Talvolta guardare in basso può essere altrettanto interessante quanto
guardare in alto.

Alla caccia dei geoneutrini


Per misurare i geoneutrini servono apparati molto grandi.
I rivelatori di neutrini contengono centinaia di tonnellate di ma-
teriale, per dare la possibilità ai neutrini di “farsi vedere” da uno dei
tantissimi miliardi di protoni lì presenti. Quando l’energia del geo-
neutrino supera una certa soglia, 1.804 MeV, il protone riesce a inter-
cettare un geoneutrino (ricordiamo che si tratta di un antineutrino
elettronico) e si trasforma in un neutrone. In questo processo nasce
anche un positrone che si annichila subito con il primo elettrone che
incontra. Dal processo di annichilazione nascono due fotoni con ener-
gia ben determinata. Il neutrone dal canto suo si combina con uno dei
protoni del materiale per formare un nucleo di idrogeno pesante, un
deutone, processo in cui viene liberato un terzo fotone. La coincidenza
fra i fotoni che vengono misurati dai rivelatori è un segnale chiaro e
inequivocabile della misurazione del geoneutrino.
Attraverso questo metodo possono essere misurati i neutrini pro-
dotti dai decadimenti dell’uranio e del torio. Quelli invece che risul-
tano dai decadimenti del potassio non possono essere misurati, in
quanto hanno l’energia sotto la soglia di produzione del processo che
genera i tre fotoni utili.

Esperimenti che hanno visto i geoneutrini


Gli esperimenti che hanno misurato geoneneutrini sono KamLAND
e Borexino.
180 Dai buchi neri all'adroterapia

KamLAND (Kamioka Liquid Scintillator Antineutrino Detector) è


un rivelatore del peso di mille tonnellate, installato in Giappone, al
Kamioka Obsevatory. Una prima misura dei geoneutrini, presentata
nel 2005, mise un limite sulla potenza generata dai geoneutrini al-
l’interno della Terra: 60 TW.
Nel 2011 l’analisi dei nuovi risultati, con un rapporto fissato
del torio rispetto all’uranio pari a 3,9, dimostrò che la potenza ge-
nerata dai decadimenti è intorno ai 20 TW (con un errore di circa
8 TW).
Uno dei problemi di KamLAND è riuscire a fare una chiara di-
stinzione fra il contributo dei geoneutrini e quello degli antineutrini
provenienti dai numerosi reattori nucleari presenti in Giappone.
Borexino è un rivelatore di 300 tonnellate installato nei Labora-
tori sotterranei del Gran Sasso dell’INFN. Dall’esterno verso l’interno
dell’apparato troviamo un primo strato contenente un volume di
2.400 tonnellate di acqua, che serve da schermo per filtrare le parti-

L’esperimento Borexino durante l’installazione. Si vedono i fotomoltiplicatori (credit: Bo-


rexino collaboration)
I segnali dall’interno del pianeta: i geoneutrini 181

celle di alta energia provenienti dal cosmo. Dentro il volume dell’ac-


qua c’è una sfera di acciaio che contiene, nella parte interna, 2.200 fo-
tomoltiplicatori, cioè gli apparati che registrano la presenza di lampi
di luce provocati dai neutrini. I fotomoltiplicatori guardano verso
l’interno, dove troviamo una sfera di nylon speciale, riempita di
un’enorme quantità di liquido scintillante: 300 tonnellate. Quando i
neutrini interagiscono con i protoni del liquido scintillante, rila-
sciando i 3 fotoni caratteristici, questi a loro volta provocano un
lampo luminoso nel liquido. I lampi vengono visti dai fotomoltipli-
catori grazie alla trasparenza delle sfere interne. L’apparato consente
di misurare l’energia dei neutrini incidenti. Borexino ha il vantaggio
di trovarsi in un sito, i Laboratori sotterranei del Gran Sasso, molto
lontano da reattori nucleari, che emettono anch’essi antineutrini, che
possono quindi simulare comportamenti simili a quelli dei neutrini
emessi dalla Terra.
Nel 2010 Borexino ha riportato la misura di alcuni eventi generati
dai geoneutrini, escludendo l’ipotesi dell’esistenza di un “geo-reattore
nucleare” all’interno della Terra con una potenza superiore a 3 TW.

Il futuro delle misure di geoneutrini


Per il futuro, oltre agli esperimenti presentati, esistono tanti altri espe-
rimenti proposti oppure pianificati in vari paesi del mondo: dalla
Cina alle Hawai, dalla Francia alla Russia e agli Stati Uniti.
Alcuni di questi esperimenti si propongono di realizzare una vera
tomografia terrestre. Oppure, utilizzando rivelatori portatili, ci si pro-
pone di effettuare misure sotto le acque dell’oceano e realizzare delle
vere mappe dei geoneutrini, lontano dall’inquinamento indotto dai
reattori nucleari.
Nuove tecnologie dovrebbero permettere di ottenere informazioni
aggiuntive, come la direzione di provenienza dei neutrini, molto utili
per distinguere i geoneutrini che provengono dalla Terra dai neutrini
provenienti dallo spazio.
Si prosegue anche nella direzione dell’esplorazione di processi che
potrebbero permetterci di misurare anche i neutrini sotto la soglia
182 Dai buchi neri all'adroterapia

dei 1.804 MeV, in modo tale da poter avere informazioni più com-
plete per torio e uranio e vedere i neutrini prodotti dal decadimento
del potassio.
Le misurazioni dei geoneutrini permetteranno senz’altro di otte-
nere informazioni molto importanti sulla nostra Terra, sulla sua sto-
ria lontana e sui processi che la mantengono calda e hanno permesso
alla vita di evolversi.
Le fotografie digitali:
l’occhio elettronico

Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il mo-


mento.
Henri Cartier-Bresson

La fotografia digitale: sabbia, meccanica quantistica, tanto ingegno e ricerca


fondamentale. I rivelatori al silicio possono essere strutturati in modo tale da
registrare le immagini e riprodurle fedelmente: le fotografie digitali. Alla base
del loro funzionamento sta l’effetto fotoelettrico spiegato da Einstein nel
1905. L’arte e la scienza sono le due facce della stessa medaglia: la creatività.

La fotografia – l’arte che ci permette di conservare dolci memorie, di


documentare eventi e di fermare il tempo. Al giorno d’oggi la foto-
grafia è digitale – una camera a rivelatori al silicio, chiamati rivelatori
CCD (Charge-Coupled Device), riesce a fotografare migliaia di im-
magini; quelle che non ci piacciono possono facilmente scomparire
per sempre – basta un click. Le altre invece rimangono nella memo-
ria di un computer, oppure vengono conservate su un’unità di me-
moria. Poche vengono anche stampate su carta.
Una CCD può fotografare l’Universo e scovare gli asteroidi, ma
anche essere utilizzata negli esperimenti di fisica fondamentale per
“fotografare” una luce fatta di fotoni di alta energia: i raggi X.
Ma cosa è la fotografia digitale, cosa è un rivelatore CCD e come
è nato? Come lo usano gli scienziati?
184 Dai buchi neri all'adroterapia

L’inizio: fra viaggi nello spazio e i movimenti del ’68 nascono


tecnologie rivoluzionarie
Gli anni ’60 sono stati anni indimenticabili per conquiste in tutti i
settori della conoscenza, nonché per grandi movimenti sociali. L’en-
tusiasmo di quegli anni, l’energia e la voglia di fare erano inconteni-
bili. Ci hanno spinti fino ad arrivare sulla Luna. Il primo allunaggio
di un essere umano tenne tutti quanti con il fiato sospeso: il 20 luglio
1969 Neil Armstrong, comandante della missione Apollo 11, e Buzz
Aldrin toccarono il suolo lunare, mentre il loro compagno Michael
Collins controllava il modulo di comando “Columbia” orbitando in-
torno alla Luna.
Mentre si stava progettando il viaggio sulla Luna, nei vari labora-
tori del mondo si stavano muovendo i primi passi verso nuove tec-
nologie, quelle che avrebbero rivoluzionato il mondo: la trasmissione
della luce attraverso le fibre ottiche e l’invenzione dei sensori elettro-
nici (digitali) per le immagini, Charge-Coupled Device, CCD.
Nell’ormai lontano 1966, Charles K. Kao faceva dei conti sulla pos-
sibilità di trasmettere la luce su lunghe distanze attraverso le fibre ot-
tiche. Arrivò alla conclusione che utilizzando vetro purissimo per le
fibre, sarebbe stato possibile trasmettere segnali su distanze sopra i 100
km, rispetto ai soltanto 20 metri con le fibre disponibili agli inizi
degli anni ’60. L’entusiasmo del Prof. Kao ha rapidamente contagiato
altri scienziati, che hanno condiviso il suo ottimismo sulle poten-
zialità di tale tecnologia. Le fibre ultrapure sono stata fabbricate
quattro anni dopo, nel 1970. Oggi le fibre ottiche costituiscono pra-
ticamente un sistema circolatorio attraverso cui ci scambiamo ogni
forma d’informazione. La luce attraversa le fibre ottiche con una per-
dita infinitesimale di intensità e porta, per esempio, i nostri messaggi
attraverso internet nei posti più remoti. Testi, musica, messaggi
d’amore, registrazioni video (e qui entra in gioco l’altra tecnologia, le
CCD, di cui ci occuperemo in seguito) viaggiano da un posto all’altro
in frazioni di secondo. Mai siamo stati così vicini – anche quando
siamo lontani! Se potessimo concatenare tutte le fibre ottiche che av-
volgono la Terra arriveremmo a una lunghezza di più di un miliardo
Le fotografie digitali: l’occhio elettronico 185

di chilometri! Questo lungo filo pulsante di vita circonderebbe la Terra


per più di 25 mila volte, e sta continuando ad aumentare di circa 1.000
km ogni ora.
Parte del traffico sulle fibre ottiche è costituito da immagini digi-
tali. Cosa sono queste immagini e come sono realizzate?
Ritorniamo agli anni ’60. Nel 1969 Willard S. Boyle e George E.
Smith hanno per primi inventato una tecnologia per la registrazione
delle immagini utilizzando sensori elettronici (digitali), i cosiddetti
Charge-Coupled Device (CCD).
Il funzionamento dei sensori CCD si basa sull’utilizzo dell’ef-
fetto fotoelettrico, per la scoperta del quale Einstein ha ricevuto il
premio Nobel nel 1921. Attraverso questo effetto la luce è trasfor-
mata in un segnale elettrico. I fotoni arrivati nel silicio rilasciano la
loro energia strappando un elettrone imprigionato in un atomo,
elettrone che a sua volta, trovandosi in un campo elettrico, genera
un segnale elettrico. La sfida che Boyle e Smith hanno vinto era di
immaginare e realizzare sensori capaci di misurare questi segnali
elettrici su una superficie con un numero molto grande di micro-
sensori (pixel), che avrebbe permesso la costruzione dell’immagine
in tempi ragionevoli.
Le CCD rappresentano i nostri “occhi digitali” e la loro invenzione
ha rivoluzionato vari settori della scienza e della vita, a partire dalla
fotografia, continuando con la medicina e l’astronomia. Le CCD, in-
stallate sui satelliti, ci portano immagini di posti nell’Universo che
fino a oggi non ci sognavamo nemmeno di esplorare.
Le due tecnologie che ci hanno cambiato la vita in pochi anni sono
il risultato della ricerca fondamentale, e una dimostrazione in più di
quanto paga fare scienza, di come la ricerca sia nell’interesse di tutti;
investire nella ricerca vuol dire investire nel nostro futuro.
Per le loro scoperte, a più di 40 anni di distanza, il premio Nobel
per la Fisica del 2009 è stato assegnato dalla Royal Swedish Academy
of Sciences ai tre scienziati: Charles K. Kao, Standard Telecommuni-
cation Laboratories, Harlow, UK and Chinese University of Hong
Kong (per la metà) e Willard S. Boyle e George E. Smith, Bell Labora-
186 Dai buchi neri all'adroterapia

tories, Murray Hill, NJ, USA (per l’altra metà), per avere inventato e/o
perfezionato le due tecnologie che hanno rivoluzionato sia la scienza
moderna, che la nostra vita di tutti giorni: la trasmissione della luce at-
traverso le fibre ottiche e i sensori Charge-Coupled Device (CCD).
Pochi sono gli esempi di una tecnologia che ha trovato così tante
applicazioni, che vanno dalla fisica fondamentale alla vita di tutti i
giorni, non fosse altro per il fatto che tanti di noi possediamo già una
CCD – nella camera digitale oppure nel telefonino.

Come funziona una CCD?


Un rivelatore, detto anche sensore, CCD è un “panino” di materiali
che costituiscono un dispositivo semiconduttore di tipo MOS (me-
tallo-ossido-semiconduttore), che può essere utilizzato per immagaz-
zinare immagini in un format elettronico, offrendo, l’esempio più
noto, un’alternativa moderna alla pellicola fotografica. Il materiale di
cui era fatto all’inizio era… sabbia. Dalla sabbia viene estratto il sili-
cio che poi viene impiegato nella costruzione dei sensori.
La superficie della CCD è costituita da una matrice di celle (pixel)
sensibili alla luce (fotoni), organizzata in linee e colonne. La dimen-
sione del singolo pixel è di alcuni micron. Ogni pixel è costituito da
un rivelatore, una capacità MOS, che corrisponderebbe a un granello
nell’emulsione fotografica.
La luce è composta da fotoni. Quando un fotone arriva in un pixel
è convertito, per effetto fotoelettrico, in uno o più elettroni. Gli elet-
troni sono imprigionati nel pixel in cui vengono generati, essendo il
loro numero proporzionale all’energia del fotone incidente. Ne ri-
sulta una distribuzione delle cariche nei vari pixel che è una rappre-
sentazione elettronica della luce incidente, dunque dell’immagine.
La lettura del contenuto (di carica) dei vari pixel ci permette la ri-
costruzione dell’immagine. Una volta immagazzinata la carica nel ri-
velatore che, d’abitudine, contiene milioni di pixel, la lettura avviene
trasportando il segnale, con opportune variazioni dei potenziali degli
elettrodi che definiscono i pixel, in verticale, una colonna alla volta,
sino a un cosiddetto analog soft register, una linea orizzontale (per-
Le fotografie digitali: l’occhio elettronico 187

pendicolare alle colonne), dove il segnale viene ulteriormente tra-


sportato verso un’uscita, dove viene letto in modo seriale, un segnale
dietro l’altro. Il segnale viene in seguito amplificato e trasformato da
segnale analogico in digitale, cioè in una sequenza di numeri.
Alla fine del processo l’intero contenuto della CCD viene conver-
tito in una matrice di numeri che rappresentano l’intensità della luce
in ogni pixel e può essere utilizzata in qualunque momento per la ri-
costruzione dell’immagine che ha generato i segnali.

I rivelatori a CCD: non soltanto per le fotografie!


È abbastanza facile reperire ulteriori informazioni sul funzionamento
delle CCD nelle camere digitali e nei telefonini per la registrazione
delle immagini a colori. Un po’ meno conosciuto è il loro utilizzo
nella ricerca fondamentale. Potrebbe addirittura sembrare che chi ha
inventato le CCD l’abbia fatto con l’unico obiettivo di farci avere le fo-
tografie digitali.
L’utilizzo delle CCD è molto esteso negli esperimenti di fisica fon-
damentale: da studi di meccanica quantistica e fisica atomica e nu-
cleare a importantissime misure in astronomia e astrofisica, per fare
alcuni esempi. Ognuna di questa applicazioni richiede l’utilizzo di ri-
velatori CCD dedicati, spesso costruiti con tecnologie di avanguar-
dia, in quanto impongono richieste estreme, come la rivelazione di
fotoni di alta energia (raggi X) al posto di fotoni della luce visibile, op-
pure alta velocità di risposta e grandi superficie.
La ricerca nel settore della tecnologia CCD è tutt’oggi un campo
di indagine aperto e molto affascinante, motivato da richieste da parte
dei fisici sperimentali sempre più spinte e complesse.
Di seguito presentiamo due esempi di utilizzo di rivelatori CCD
in esperimenti a cui ho lavorato, senza la pretesa di esaurire il campo
del loro utilizzo.

Misure di raggi X in transizioni di atomi esotici utilizzando le CCD


I rivelatori CCD sono stati utilizzati con successo per misure di raggi X
generati nelle transizioni che avvengono in atomi esotici, in particolare
188 Dai buchi neri all'adroterapia

negli atomi kaonici, nell’ambito dell’esperimento DEAR sull’accelera-


tore DA
NE ai Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN. L’atomo kao-
nico è un atomo in cui l’elettrone è stato sostituito da un kaone con ca-
rica elettrica negativa, una particella generata nell’acceleratore DA
NE.
Il kaone interagisce con il nucleo non soltanto attraverso l’interazione
elettromagnetica, come fa l’elettrone negli atomi normali, ma anche at-
traverso l’interazione forte, essendo composto da quark. Lo studio delle
transizioni negli atomi esotici ci permette di ottenere informazioni
molto utili sull’interazione forte, che nasconde ancora tanti misteri.
I fotoni che vengono emessi nelle transizioni che avvengono nel-
l’atomo kaonico hanno un’energia intorno a 6 keV, dunque un mi-
gliaio di volte più alta di quella dei fotoni della luce visibile. Per riuscire
a rivelare tali fotoni, le CCD utilizzate hanno un strato sensibile con
uno spessore molto più grande di quello delle CCD utilizzate nelle ca-
mere digitali, e richiedono una tecnologia molto particolare. Tra l’al-
tro queste CCD devono lavorare a temperature molto basse, intorno
a -120 C, per effettuare al meglio le misure di energia dei raggi X. Le
misure di atomi quali idrogeno e azoto kaonico sono state effettuate
con successo in seguito all’utilizzo dei rivelatori a CCD.

Le CCD per rispondere alla domanda: è possibile la violazione


del Principio di Esclusione di Pauli?
Un altro esempio di utilizzo dei rivelatori CCD nella fisica fonda-
mentale è il loro impiego per misure di eventuale violazione di uno
dei principi fondamentali della fisica moderna, il Principio di Esclu-
sione di Pauli (PEP). Il Principio di Esclusione di Pauli ci dice che in
un atomo non possono esistere due elettroni nello stesso stato quan-
tico, cioè con gli stessi numeri quantici, e ha come conseguenza la
modalità di riempimento dei vari livelli di energia in un atomo, con
alcune “regole di comportamento”. La ricerca dell’eventuale viola-
zione del PEP per elettroni (una delle particelle considerate come fon-
damentali a oggi, cioè non composta da qualcos’altro) è effettuata
nell’ambito dell’esperimento VIP (Violation of the Pauli Exclusion
Principle) ai Laboratori sotterranei del Gran Sasso (LNGS-INFN).
Le fotografie digitali: l’occhio elettronico 189

Nell’esperimento VIP si misurano eventuali transizioni atomiche di


raggi X in rame proibite dal PEP. Si vuol vedere se capita qualche volta
che gli elettroni non rispettino le regole e che ci siano due di loro con
gli stessi numeri quantici. Sarebbe una rivoluzione!
L’apparato VIP utilizza rivelatori CCD per la misura dei raggi X
emessi sia da un’eventuale violazione del PEP (che comunque finora
non è stata misurata) che da altri eventi di fondo. A oggi è stato otte-
nuto un limite sulla possibile violazione e l’esperimento prosegue per
indagare più a fondo l’affascinante natura delle particelle e dei loro
comportamenti.

La camera digitale più grande al mondo


La camera digitale più grande al mondo servirà per fare fotografie di
un tipo molto speciali: le fotografie dell’Universo!
Il progetto per la costruzione di questa camera digitale con 3.2
miliardi di pixel in totale è gestito dallo SLAC National Accelerator
Laboratory, negli USA. La camera si chiama Large Synoptic Survey Te-
lescope, LSST, e permetterà di realizzare le fotografie più grandi e più
profonde del cielo notturno. I rivelatori CCD su cui si basa questa ca-
mera sono molto sensibili, le immagini avranno dunque un’altissima
risoluzione spaziale e questo permetterà di vedere anche oggetti che
emettono pochissima luce, nonché piccoli oggetti. Con circa 800 fo-
tografie ogni notte LSST riuscirà a fotografare l’intero cielo circa due
volte la settimana. In questo modo si potrà anche seguire l’eventuale
arrivo di un asteroide, in quanto questi oggetti appaiono all’improv-
viso e si muovono velocemente. Il loro passaggio nelle vicinanze della
Terra potrà essere osservato e seguito con alta precisione.
Con l’aiuto delle varie immagini si riuscirà a costruire una mappa
tridimensionale della parte visibile dell’Universo, e seguire la dina-
mica dei vari oggetti. Tale informazione sarà molto utile anche per
capire meglio misteri come la materia oscura e l’energia oscura.
La possibilità di esaminare come mai prima d’ora la struttura della
nostra galassia aprirà forse la strada a una serie di nuovi esperimenti
astronomici.
La relatività alla portata di tutti:
il GPS

E ricordatevi che il tempo vola. E noi no. Ma il peggio sarebbe se


noi volassimo e il tempo no. Il cielo sarebbe pieno di uomini con
gli orologi fermi.
Alessandro Bergonzoni, La cucina del frattempo

Gli effetti relativistici non sono così lontani dalla vita di tutti i giorni come
qualcuno potrebbe pensare. Le equazioni che calcolano la posizione di chi la
richiede ed è in possesso di un ricevitore attraverso l’utilizzo della rete dei sa-
telliti del GPS tiene conto sia della relatività speciale che di quella generale.
In più, gli orologi a bordo dei satelliti sono perfetti esempi di come la mec-
canica quantistica spiega i fenomeni atomici.

La relatività: una teoria astratta che nulla ha a che vedere con la realtà?
Niente di più sbagliato! Chiunque possieda un sistema di posiziona-
mento, un GPS, è involontariamente un “piccolo scienziato” che ap-
plica la teoria della relatività per ritrovare la posizione corretta e,
implicitamente, la verifica. Senza questa correzione nel suo parlottare
coi satelliti il nostro GPS ci porterebbe fuori strada – e non di poco.
Immaginatevi in un paese straniero, in un paesino sconosciuto in
cui nessuno parla la vostra lingua né voi la lingua del posto. Per di
più, immaginiamo che sia notte, una notte fredda, con tanta pioggia,
e che, in macchina, dobbiamo arrivare a un piccolo albergo in cui ab-
biamo prenotato per la notte. Come facciamo? Al giorno d’oggi è fa-
cile: interroghiamo il GPS, che a sua volta interroga i satelliti ed ecco
la risposta: con altissima precisione, con la sua voce più o meno sua-
192 Dai buchi neri all'adroterapia

dente, il GPS ci guida verso la meta. Siamo finalmente arrivati a un


letto caldo, ci mettiamo a dormire e non ci pensiamo più. Il GPS ha
fatto il suo dovere – e come poteva essere altrimenti?
Se invece avessimo fatto questo viaggio, se fosse stato possibile,
prima della scoperta della teoria della relatività, non saremmo mai
riusciti ad arrivare al nostro albergo – almeno non con l’aiuto del
GPS (certo, alla fine qualcosa avremmo fatto e magari con un po’ di
ingegno e di fortuna saremmo arrivati lo stesso), che ci avrebbe por-
tati fuori strada.
Cambiando completamente il discorso, visto che il sistema è stato
inventato nell’ambito militare, quale disastro in un’azione militare
può causare sbagliare di 100 metri la posizione? Potrebbe essere la di-
stanza fra il proprio esercito e le truppe nemiche. Cosa accadrebbe se
uno fosse convinto di aver individuato i “nemici” in un punto in cui
stanno i propri compagni? Lascio a voi la risposta.
La teoria della relatività fu formulata da Einstein all’inizio del
1900, sia nella formulazione della relatività speciale (valida per si-
stemi inerziali, cioè in moto relativo rettilineo e uniforme) che della
relatività generale, valida anche per sistemi non-inerziali – come nel
caso di quelli situati in campi gravitazionali.
La teoria della relatività è stata verificata e utilizzata, dalla sua for-
mulazione, in mille modi diversi. Per esempio, i fisici delle particelle
la utilizzano ogni giorno quando hanno a che fare con gli acceleratori,
dove gli effetti relativistici sono di fondamentale importanza, visto
che le particelle si muovono a velocità prossime a quella della luce.
Ma come c’entra il GPS? Come mai anche chi non sa di farlo ve-
rifica lo stesso la relatività: in India, negli Stati Uniti, in Italia e per-
sino nella foresta amazzonica?

Breve storia del GPS


Alla fine degli anni ’50 gli Stati Uniti stavano pianificando lo sviluppo
di un sistema capace di determinare la posizione precisa, in qualsiasi
condizione meteorologica, delle navi e dei sommergibili, con l’uti-
lizzo dei satelliti. Tale sistema si chiamava Transit. Interrogando i sa-
La relatività alla portata di tutti: il GPS 193

telliti, il sistema di posizionamento doveva essere capace di indivi-


duare con precisione la posizione. Il Transit, dopo una serie di test e
anche di successi, fu sostituito da un nuovo programma, il GPS (Glo-
bal Positioning System) nel 1973, che sfruttava il meglio dei diversi si-
stemi precedenti, inclusa una serie di studi classificati degli anni
sessanta, integrandoli con nuove idee e tecnologie. Il GPS nasce come
progetto del Dipartimento della Difesa statunitense e sfrutta un nu-
mero di satelliti in orbita (nel piano iniziale 24, oggi più di 30) che,
interrogati dai ricevitori terrestri, mandano segnali utilizzati per lo-
calizzare la posizione e fornire anche informazioni precise sull’ora. Il
sistema è diventato pienamente operativo nel 1994.
Nel 1991 gli USA rendono il servizio GPS disponibile al mondo per
usi civili. Per usi militari delle forza armate statunitensi c’è attualmente
un sistema più preciso, il cosiddetto PPS (Precision Positioning System).
L’utilizzo civile però aveva un grande problema nei primi anni: il
segnale vero veniva degradato attraverso un sistema che introduceva
intenzionalmente degli errori nei segnali satellitari. L’obiettivo era di
avere un’accuratezza nella determinazione della posizione non supe-
riore a 100-150 m, in quanto non si voleva rendere fattibile un pos-
sibile utilizzo del GPS contro gli interessi statunitensi. Tale metodo è
stato disabilitato a partire dal mese di maggio 2000. In seguito, anche
per usi civili è stato possibile l’utilizzo del GPS con una precisione di
qualche metro. Rimangono comunque delle differenze fra il sistema
abilitato a usi civili e quello per usi militari.

Come funziona il GPS?


Un GPS fornisce a un ricevitore situato sulla Terra, utilizzando una
rete dedicata di satelliti artificiali situati in orbita, informazioni sia
sulle coordinate geografiche, la cosiddetta localizzazione, che sul-
l’orario, in ogni condizione meteorologica. Per realizzare la localiz-
zazione si usano segnali radio trasmessi dai satelliti, segnali che
vengono ricevuti e analizzati dai ricevitori terrestri.
I satelliti sono posizionati in orbite attorno alla Terra a circa
20.000 km dal suolo e orbitano con una velocità intorno ai 14.000
194 Dai buchi neri all'adroterapia

km/ora. I segnali trasmessi dai satelliti contengono informazioni sul


tempo a cui sono stati mandati e sulla posizione del satellite al mo-
mento della trasmissione.
I ricevitori, con l’aiuto dei segnali ricevuti, determinano la di-
stanza dai satelliti usando la velocità della luce. Per avere una localiz-
zazione corretta serve interrogare quattro satelliti (ma spesso ne sono
a portata del ricevitore più di quattro). Con i vari segnali radio si rie-
sce a ricostruire una sfera per ogni coppia ricevitore-satellite, con il sa-
tellite al centro della sfera. Intersecando le sfere si trova il punto che
dà la posizione del ricevitore, dunque la localizzazione.
Perché non bastano tre satelliti? Mentre l’orologio a bordo dei sa-
telliti è molto preciso (si usano orologi atomici) quello a bordo dei ri-
cevitori GPS è molto meno preciso dovendo essere corretto frequente-
mente. Per la sincronizzazione dei tempi serve il segnale dal quarto
satellite, mentre gli altri tre sono utilizzati per la localizzazione. Se an-
che il ricevitore avesse un orologio atomico sincronizzato con quello dei
satelliti sarebbero sufficienti per la localizzazione tre satelliti.
L’utilizzo del GPS permette non soltanto di avere la posizione con
una precisione di pochi metri, ma anche l’ora esatta e la velocità.

Come fa il GPS a essere così preciso?


Siccome i satelliti si muovono rispetto ai ricevitori terrestri, per di
più nel campo gravitazionale terrestre, sono presenti effetti relativi-
stici: quelli dovuti sia alla relatività ristretta che a quella generale.
Per arrivare alla precisione dell’ordine di pochi metri dobbiamo
arrivare a un’incertezza nella determinazione dei tempi che necessi-
tano i segnali per arrivare dal satellite al ricevitore dell’ordine di 20-
30 nanosecondi (un nanosecondo rappresenta la miliardesima parte
del secondo).
Per effetto della relatività ristretta al movimento dei satelliti ri-
spetto ai ricevitori vanno applicate delle correzioni di circa 7 micro-
secondi al giorno: il tempo sui satelliti rallenta di questa entità.
Per quanto riguarda la presenza del campo gravitazionale, appli-
cando la relatività generale, oggetti situati in campi più intensi ral-
La relatività alla portata di tutti: il GPS 195

lentano rispetto a quelli situati in campi meno intensi, e risulta che gli
orologi terrestri vanno circa 45 microsecondi al giorno più lenti ri-
spetto a quelli posizionati sui satelliti: il tempo su in’orbita satellitare
scorre a un ritmo leggermente piu veloce.
Dunque l’effetto della relatività ristretta va al contrario di quello
della relatività generale, ma non si compensano. Ne risulta un effetto
globale dovuto alla relatività pari a un anticipo di 38 microsecondi al
giorno per il tempo che scorre sul satellite.
38 microsecondi è poco o tanto? Può sembrare davvero poco –
nella vita di tutti i giorni nessuno si accorgerebbe di tale durata. È in-
vece un’enormità per alcune particelle che hanno tempi di vita molto
più piccoli: nell’arco di un microsecondo hanno vissuto la loro vita
intere generazioni di tali particelle. Per il GPS invece tale durata è da
confrontare con la precisione richiesta sulla misura del tempo per
avere un errore sulla posizione non superiore a qualche metro. Que-
st’ultima è dell’ordine della decina di nanosecondi!
Ne risulta che i 38 microsecondi sono circa mille volte di più e il
GPS ne tiene conto.

Se non teniamo conto della relatività…


Se non teniamo conto delle correzioni imposte della teoria della re-
latività ogni giorno accumuliamo un errore nella determinazione
della posizione intorno ai 10 km, che si aggiunge agli errori dei giorni
precedenti. Così in pochi giorni ci troveremmo addirittura in un…
paese diverso, stando al GPS. Il sistema GPS diventerebbe completa-
mente inutile, come è facile immaginare.
La relatività non è una teoria astratta, lontana da tutti noi. È una
teoria integrata nella vita di tutti i giorni: ogni volta che usiamo un
GPS viene applicata. Nei sistemi di navigazione aerea o marittima è
indispensabile per non… navigare a vista.

Il GPS come verifica della relatività


Abbiamo visto quanto è importante tenere conto degli effetti relati-
vistici nel calcolo della posizione attraverso il GPS.
196 Dai buchi neri all'adroterapia

Possiamo rovesciare la domanda: quanto, una volta applicate tali


correzioni, il GPS ci può dire sulla relatività? Cosa impariamo sulla re-
latività dall’utilizzo delle sue equazioni nei sistemi di localizzazione?

Il GPS conferma la relatività?


Una prima domanda che ci possiamo fare è: utilizzando la relati-
vità, i risultati ottenuti in condizioni sotto controllo confermano la
teoria?
È stato verificato che, entro gli errori di misura, applicando la re-
latività il tempo misurato dagli orologi atomici è in perfetto accordo
con quello misurato a terra, sempre con orologi atomici, applicando
le correzioni relativistiche. Gli errori in questo caso sono al più del-
l’ordine dell’1%. L’errore proviene soprattutto dall’incertezza sulle
orbite su cui si muovono i satelliti.

Cosa può dire il GPS sulla velocità della luce?


La velocità è della luce costante, così come dice la relatività? Può il
GPS dirci qualcosa?
Siccome il sistema GPS funzione applicando la velocità della luce
per calcolare la distanza fra satellite e ricevitore, in quanto i segnali
radio, essendo onde elettromagnetiche, viaggiano alla velocità della
luce, si può arrivare a una verifica di questa velocità.
Questa verifica è stata fatta e si è arrivati alla conclusione che la
velocità della luce è la stessa per tutti i satelliti in tutte le direzioni,
durante tutto l’arco della giornata e in varie stagioni, entro circa
10 m/s.
Esistono metodi molto più precisi in fisica per determinare la co-
stanza della velocità della luce, ma anche la verifica con il sistema dei
satelliti GPS ha la sua importanza.

Sistemi alternativi al GPS


Attualmente sono in uso o in fase di sviluppo sistemi alternativi al
GPS americano, in quanto l’accesso al GPS non è garantito, per esem-
pio, in situazioni di crisi oppure ostili.
La relatività alla portata di tutti: il GPS 197

Mentre la Cina ha realizzato il sistema di posizionamento Beidou


accessibile a tutta l’Asia, e sta preparando il nuovo sistema di navi-
gazione COMPASS, in Russia il GLONASS (Globalnaya Navigatsion-
naya Sputnikovaya Sistema), impiegato per un periodo soltanto dai
militari, è stato reso disponibile anche ai civili nel 2007.
L’India sta lavorando al proprio sistema di navigazione, IRNSS
(Indian Regional Navigational Satellite System), che coprirà India e
Oceano Indiano.
L’Unione Europea ha in progetto il completamento di una pro-
pria rete di satelliti, il Sistema di posizionamento Galileo, che prevede
il lancio di 30 satelliti, di cui i primi quattro sono stati lanciati entro
il 2012.

Cosa sono gli orologi atomici?


Per la misura del tempo sui satelliti vengono installati orologi molto
precisi: gli orologi atomici. Tale precisione è necessaria se si vuole
arrivare alla precisione sulla distanza misurata dai GPS intorno a
pochi metri.
Ma cos’è un orologio atomico?
In breve, l’orologio atomico è un orologio in cui alla base della
misurazione del tempo sta la fisica atomica, in particolare la fre-
quenza di risonanza di un atomo. Spesso come elemento è utilizzato
il cesio, che sta anche alla base della definizione del secondo, definito
come il tempo necessario per 9.192.631.770 cicli della radiazione cor-
rispondente alla transizione tra due specifici livelli energetici del cesio.
Per essere ancora più chiari, il ticchettio di un orologio atomico,
quello che sostituisce il regolare tic-tac ogni secondo di un orologio
che abbiamo appeso al muro, per esempio, è un segnale elettroma-
gnetico, una radiazione, che avviene non una volta ogni secondo,
bensì, nel caso degli orologi al cesio, più di 9 miliardi di volte al se-
condo, con una regolarità estrema.
Il primo orologio al cesio fu costruito nel 1955 da Louis Essen al
National Physics Laboratory in Gran Bretagna.
Il mondo virtuale
www: la grande ragnatela

Se la Biblioteca di Alessandria era l’emblema della nostra ambi-


zione di onniscienza, il Web è l’emblema della nostra ambizione
di onnipresenza; la biblioteca che conteneva tutto è diventata la
biblioteca che contiene qualsiasi cosa.
Alberto Manguel, La biblioteca di notte

Il www, utilizzato oggi da miliardi di persone, è nato nei laboratori dei fisici:
il CERN di Ginevra – lo stesso dove a oggi viene studiato il bosone di Higgs
o l’antimateria.

Se mai qualcuno leggerà questo libro via Internet si ricordi che In-
ternet non esiste da sempre! Anzi, così com’è, a portata di tutti, è
un’invenzione recente. Nel bene e nel male, se vogliamo dirla tutta. Ci
permette di collegarci fra noi a grandi distanze e sentirci, per quanto
possibile, vicini. Di studiare, di imparare, di svolgere nuovi mestieri.
Il mondo di oggi ha una parte virtuale sempre più importante. Si pos-
sono prenotare alberghi, viaggi, fare acquisti, guardare la TV e sentire
la radio, condividere filmati e fotografie, persino innamorarsi.
Come mai parlare di Internet in un libro di fisica?
Certo, i vari elementi di un computer sono figli della meccanica
quantistica, perché i dispositivi al silicio sfruttano in pieno le cono-
scenze quantistiche. Ma non si tratta di questo!
La maggior parte degli indirizzi su Internet inizia con www –
world wide web. Ebbene, www è nato nei laboratori del CERN di Gi-
nevra. www – la grande ragnatela mondiale in poco più di venti anni
è riuscita ad avvolgerci.
200 Dai buchi neri all'adroterapia

I primi passi verso il www


A Tim Barnes Lee, ricercatore inglese che lavorava al CERN di Gine-
vra, incuriosito dal modo in cui alcuni colleghi italiani usavano tra-
smettere informazioni tramite linea telefonica da un piano all’altro
dell’istituto, visualizzando ulteriormente le informazioni sul video,
viene un’idea nel 1989.
L’idea era di elaborare un software per la condivisione di docu-
mentazione scientifica in formato elettronico, indipendentemente
dalla piattaforma informatica utilizzata. L’obiettivo era di migliorare
la comunicazione e la collaborazione tra i ricercatori. Il 13 marzo
1989 Tim Barnes Lee presentò il documento Information Manage-
ment: a Proposal, che fu valutato “vago ma interessante” e fu invitato
a presentare una proposta più concreta.
Tim Barnes Lee, assieme al suo collega Robert Cailliau, ritornò
con una nuova proposta il 12 novembre del 1990: World Wide Web:
Proposal for a HyperText Project, in cui era presentato il progetto con
obiettivi molto chiari ed erano formulate anche le richieste per la co-
struzione di una rete mondiale capillare. Si voleva procedere alla co-
struzione di un prototipo. I due proponenti avevano stimato a sei
mesi il periodo necessario e formulavano richieste molto chiare: una
squadra di quattro ingegneri e un programmatore, la strumentazione
necessaria e una serie di licenze.
Il 6 agosto 1991 Barnes Lee mise online su Internet il primo sito
web e una breve descrizione degli obiettivi del www.

www diventa pubblico


Dopo un utilizzo iniziale soltanto da parte della comunità scientifica,
il 30 aprile 1993 il CERN decide di rendere pubblica la tecnologia alla
base del web.
Segue un immediato ed enorme successo, in virtù della possibilità
offerta a tutti di diventare editori. Il sistema è molto efficiente, rela-
tivamente semplice da usare e affidabile. Da allora, la ragnatela è cre-
sciuta esponenzialmente e continua a farlo.
Inizia una nuova era.
Il mondo virtuale – www: la grande ragnatela 201

Un mondo parallelo
Oggi il numero di utilizzatori è impressionante: più di 2 miliardi, in
continua crescita.
Con più di un miliardo di utilizzatori l’Asia conduce la classifica, se-
guita dall’Europa con mezzo miliardo e dagli Stati Uniti con più di 270
milioni. Il numero di utilizzatori è quasi raddoppiato in cinque anni.
Un vero mondo parallelo con utilizzatori (pochi) più esperti e
altri (tanti) meno esperti, ma disposti a imparare.
Internet è ormai accessibile dai telefonini, dai computer portatili,
in treno e a casa, nelle piazze e nei parchi.
Il commercio via Internet sta diventando sempre più importante.
Anche l’utilizzo in altri campi, non ultimo in medicina, per fare dia-
gnosi a distanza, oppure per consultare specialisti che non sono sul
posto, si sta espandendo.

Quanta energia consumiamo con Internet?


Uno degli argomenti più caldi nei giorni nostri è quello dell’utilizzo
dell’energia. Siccome più di 2 miliardi di utilizzatori possono colle-
garsi a Internet, quanta energia serve per quest’operazione? Due ri-
cercatori, Justin Ma e Barath Raghavan, dell’università di Berkley e
del Computer Science Institute in California, hanno fatto uno studio
nel 2011 (The Energy and Emergy of the Internet, http://www1.icsi.ber-
keley.edu/~barath/papers/emergy-hotnets11.pdf) in cui sono arri-
vati alla conclusione che l’utilizzo energetico di Internet è compreso
tra i 170 e i 307 GW (GigaWatt vuol dire un miliardo di Watt), quanto
alcuni miliardi di lampadine. Tale numero potrebbe spaventare. Con-
siderando la produzione globale di energia, quella utilizzata per In-
ternet è meno del 2% dell’energia globale. Stando ai due ricercatori
questa percentuale dovrebbe addirittura incoraggiare l’uso della rete
a favore di altri mezzi. Un esempio? Basta pensare a un incontro di la-
voro fra persone di vari paesi che, per raggiungere il posto, devono
prendere l’aereo o altri mezzi: sentirsi in videoconferenza impiega un
centesimo dell’energia elettrica necessaria per vedersi di persona, al-
meno quando questo è possibile.
La capacità di vedere l’atomo:
il microscopio elettronico

La scienza è dopo tutto un’arte, una questione di consumata abi-


lità nel condurre la ricerca.
John Dewey, Esperienza e natura

Fasci di elettroni vengono usati come una luce più potente di quella visibile
per vedere dettagli sino alla dimensione dell’atomo con l’aiuto del micro-
scopio elettronico. Perfetta combinazione della meccanica quantistica con
l’elettromagnetismo e con le conoscenze della fisica delle particelle, questa
tecnologia è indispensabile in vari settori della scienza e della conoscenza.

Quanti di noi da piccoli hanno giocato con una lente d’ingrandi-


mento, magari facendo finta di essere Sherlok Holmes alla ricerca di
indizi? E forse anche con un piccolo microscopio capace di ingrandire
i dettagli ancora di più! Siamo stati a guardare affascinati un foglio,
una goccia di sangue, oppure un piccolo insetto facendo congetture
sull’essenza del mondo e della vita. Vedere i dettagli invisibili all’oc-
chio nudo è affascinante come guardare le stelle lontane. Un intero
Universo in ogni oggetto, in ogni piccolo frammento di materia.
Ci sono oggi microscopi ottici che arrivano a una risoluzione di
200 nanometri, con un fattore di ingrandimento intorno o anche me-
glio di 2.000. 200 nanometri – la quinta parte di un micron! Veramente
poco! Siamo bravi, non è vero? C’è però un intero mondo al di sotto
di questa scala: dai 200 nanometri alla dimensione di un atomo serve
un altro fattore 2.000, considerando che la dimensione di un atomo è
204 Dai buchi neri all'adroterapia

intorno a 0.1 nanometri (unità denominata Ångstrom). Certo, vedere


un atomo è un progetto molto ambizioso, eppure ci siamo riusciti!
Come abbiamo fatto? Non con un microscopio ottico – cioè non con
un microscopio che usa un fascio di luce per illuminare gli oggetti e ve-
dere dettagli così piccoli, in quanto la lunghezza d’onda associata alla
luce visibile è troppo grande per arrivare a distinguere dettagli così
minuti. È come quando vogliamo misurare un grammo, ma abbiamo
pesi che partono dal kilogrammo in su. Oppure quando servirebbe
avere una precisione dell’ordine del millimetro ma abbiamo a dispo-
sizione soltanto un regolo da un metro. Serve dunque un fascio ca-
pace di vedere dettagli molto più fini di quanto non riesca a vedere la
luce. Nel caso della luce, al di sotto di una certa dimensione i dettagli
si confondono e tutto diventa nebuloso.
Quale fascio possiamo adoperare al posto della luce per “vedere”
i dettagli più piccoli, quelli per i quali la luce è impotente? È stato in-
ventato proprio per questo un microscopio a elettroni. In questo mi-
croscopio al posto del fascio di luce abbiamo un fascio di elettroni, i
quali, ricordando che gli elettroni sono particelle, ma anche onde
(meccanica quantistica), hanno una lunghezza d’onda che può essere
controllata, variando la loro energia, e resa molto piccola. La lun-
ghezza d’onda associata al fascio di elettroni può essere 100.000 volte
più piccola di quella della luce. Ecco dunque che abbiamo il metro
giusto; ritornando al paragone di prima, è come se avessimo trovato
pesi da un grammo oppure un regolo da un millimetro.
In un microscopio elettronico un fascio di elettroni sparato da un
“cannone” di elettroni viene trasportato e focalizzato con l’aiuto di
campi elettrostatici ed elettromagnetici, che fungono da lenti, sul
campione da studiare. Possono essere studiati un numero enorme di
strutture, da metalli e cristalli a biopsie, cellule, e microorganismi.
Possono essere studiati persino gli atomi!

Breve storia del microscopio elettronico


Il primo prototipo di microscopio elettronico è stato costruito nel
1931 dal fisico tedesco Ernst Ruska e dall’ingegnere Max Knoll. Il mi-
La capacità di vedere l’atomo: il microscopio elettronico 205

croscopio che i due riuscirono a costruire aveva un potere di ingran-


dimento di 400 volte, ma più che il fattore stesso, quello che era davv-
vero importante era aver dimostrato che il metodo funzionava. Al
posto della luce si può vedere anche con un fascio di particelle!
Trascorsi altri due anni, nel 1933 Ruska era già riuscito a costruire
un microscopio elettronico capace di vedere dettagli che la luce non
vedeva.
Spesso, in ricerche di questo tipo che hanno una ricaduta impor-
tante, viene chiesto anche un brevetto. Per la scoperta del microscopio
elettronico il brevetto fu chiesto e ottenuto da Reinhold Rudenberg, di-
rettore scientifico della Siemens-Schuckertwerke nel maggio del 1931.
Nel 1932 è stato costruito da Ernst Lubcke della Siemens&Halske
il prototipo del primo microscopio che utilizzava i concetti contenuti
nel brevetto di Rudenberg.
Il primo microscopio per utilizzi pratici fu costruito nel Canada
nel 1938, all’Università di Toronto, da Eli Franklin e dai suoi studenti,
mentre il primo microscopio per uso commerciale è stato prodotto
dalla Siemens nel 1939, come si poteva immaginare.
Anche se oggi i microscopi di questo tipo sono capaci di un po-
tere di ingrandimento di circa 2 milioni di volte, essi sono costruiti
sullo stesso principio adottato da Ruska per il primissimo prototipo.
L’ingegneria e la capacità tecnica sono molto migliorate, ma alla base
stanno gli stessi principi di fisica fondamentale.

Tipologie di microscopi elettronici


Oggi esistono varie tipologie di microscopi elettronici. Tutti usano
fasci di elettroni, però in modi diversi.
Per dare un idea delle varie possibili modalità di uso presentiamo
due esempi: il microscopio a trasmissione e quello a scanning.

Microscopio elettronico a trasmissione


Il microscopio elettronico a trasmissione (TEM, Transmission Elec-
tron Microscope) utilizza un fascio di elettroni abbinato a una grande
differenza di potenziale, dunque un campo elettrico molto intenso. Il
206 Dai buchi neri all'adroterapia

fascio di elettroni è emesso da un filamento di tungsteno che costi-


tuisce il catodo. Il fascio accelerato da un campo elettrico molto in-
tenso, ottenuto attraverso l’applicazione di una differenza di
potenziale di circa 100.000 V sull’anodo, viene focalizzato con lenti
elettrostatiche ed elettromagnetiche sul campione da studiare. Una
volta arrivato sul campione, il fascio viene trasmesso attraverso il
campione, essendo in parte deviato dalla materia incontrata.
All’uscita dal campione studiato, il fascio di elettroni porta con sé
informazioni sulla struttura attraversata. L’informazione può essere
trasformata subito in un’immagine su uno schermo fluorescente, op-
pure registrata su un’emulsione fotografica. Può anche essere archi-
viata in una base dati tramite l’utilizzo di rivelatori CCD che attraverso
una guida di luce o fibra ottica, leggono il segnale di un materiale (fo-
sforo) che trasforma in luce l’immagine ottenuta dal fascio di elettroni.
Al giorno d’oggi microscopi di questo tipo, a cui sono state ap-
plicate varie ulteriori correzioni (come quelle per l’aberrazione sfe-
rica), hanno permesso di ottenere immagini con la risoluzione
incredibile di 0.5 Ångstron, che permette di vedere gli atomi e deter-
minare la loro posizione all’interno dei materiali. Ciò ha importanti
conseguenze nelle nanotecnologie di aggregati di pochi atomi in cui
il ruolo e la posizione di ciascun atomo è di vitale importanza.
Lo svantaggio di questa tipologia di microscopi sta nel fatto che i
campioni da studiare devono essere preparati con metodi molto par-
ticolari, in quanto il loro spessore non puo superare di molto i 100 na-
nometri.

Microscopio elettronico a scansione


A differenza del microscopio elettronico a trasmissione, in cui l’im-
magine completa è data dal fascio di elettroni trasmesso attraverso il
campione, il microscopio elettronico a scansione (SEM, Scanning
Electron Microscope) non porta mai con se l’intera informazione sul-
l’immagine da decifrare. L’immagine invece è prodotta pezzo per
pezzo, con una scansione del campione su tante piccole superficie,
una alla volta.
La capacità di vedere l’atomo: il microscopio elettronico 207

Quando il fascio di elettroni interagisce con il campione perde


energia attraverso una serie di meccanismi. L’energia persa si ritrova
sotto tante altre forme di energia diverse: emissione di elettroni se-
condari, calore, emissione di luce oppure di raggi X che, a loro volta,
forniscono informazioni sulle proprietà del campione: la “geografia”
della sua superficie e la composizione. Alla fine della scansione risulta
l’immagine dell’oggetto studiato.
La risoluzione spaziale di questa tecnica è peggiore, circa un fattore
10 rispetto a quella della tecnologia a trasmissione. C’è però un grande
vantaggio, laddove non servano dettagli al di sotto di una certa scala:
la SEM riesce ad analizzare anche oggetti con spessori molto più
grandi del TEM, con dimensioni dell’ordine del centimetro, riuscendo
anche a costruire immagini tridimensionali del campione analizzato.
In più esiste una versione, ESEM (Environmental Scanning Electron
Microscope), che funziona anche in condizioni di umidità, oppure in
un vuoto non troppo spinto e persino in gas. Questo offre un vantag-
gio enorme in biologia, dove lavorare in condizioni di vuoto spinto è
un problema, in quanto le varie preparazioni sono instabili.

La preparazione dei campioni


L’utilizzo dei microscopi elettronici necessita di preparazioni parti-
colari dei campioni da studiare. Diamo alcuni esempi, senza la mi-
nima pretesa di esaurire il vastissimo campo delle tecniche impiegate.

L’utilizzo della criogenia


L’utilizzo dell’azoto liquido (77 K), oppure dell’ancor più freddo elio
liquido (circa 4 K) trasforma istantaneamente l’acqua presente nel
campione in una forma di ghiaccio vitreo. Si può in questo modo
studiare un preparato biologico nella forma più vicina a quella natu-
rale, in quanto l’acqua rimane presente sotto la forma ghiacciata, esat-
tamente com’era prima della preparazione.

Sezionamento
Strati molto sottili, con spessori di 60-90 nanometri, vengono prele-
208 Dai buchi neri all'adroterapia

vati dal campione con l’aiuto di un coltello di diamante speciale, op-


pure con particolari coltelli di vetro. Tali strati sono utilizzati per la
microscopia TEM.

Disidratazione
Spesso l’acqua è sostituita da solventi organici, come l’etanolo, che in
seguito viene essiccato. A volte, in funzione dell’analisi che si intende
effettuare, si sostituice all’acqua una resina di riempimento.

Svantaggi della microscopia elettronica


Abbiamo visto quanto potente è la tecnica della microscopia elettro-
nica. Si riescono a vedere dettagli sino alla dimensione dell’atomo.
Ci sono però una serie di svantaggi dei quali è bene tener conto
quando si intende acquistare uno strumento del genere.
Il primo ovvio svantaggio è l’alto costo, non soltanto il prezzo del-
l’oggetto stesso, ma anche i costi per la manutenzione. Oggi però que-
sto costo non è molto diverso da quello di un microscopio ottico di
alte prestazioni.
I microscopi elettronici di altissima risoluzione devono essere in-
stallati in postazioni molto stabili, altrimenti il fascio di elettroni
“balla” e la risoluzione è rovinata. Spesso viene installato nel sotto-
suolo, con sistemi che annullano i campi magnetici ambientali, che
potrebbero interferire con il buon funzionamento e portare il fascio
di elettroni fuori dalla traiettoria ideale deformando l’immagine.
Nella maggior parte delle situazioni serve che i microscopi lavo-
rino in condizioni di vuoto – altrimenti le molecole d’aria potreb-
bero interferire con il fascio e alterare l’immagine.
La necessità di preparare con metodi particolari i campioni da
studiare potrebbe generare degli artefatti. L’utilizzo della criogenia da
questo punto di vista risulta essere molto utile, in quanto permette
che i campioni biologici rimangano molto simili a com’erano prima
della preparazione.
In conclusione, se è pur vero che ci sono una serie di svantaggi, il
numero dei vantaggi, cioè i dettagli visibili con il microscopio elet-
La capacità di vedere l’atomo: il microscopio elettronico 209

tronico, la capacità di arrivare a vedere gli atomi uno per uno, ren-
dono questo apparato insostituibile.

In conclusione
Il microscopio elettronico è utilizzato in un numero enorme di ap-
plicazioni e settori.
Nell’industria: il microscopio elettronico e utilizzato per studi
di vari materiali e la loro qualificazione, nonché per tecnologie par-
ticolari di deposizione. È inoltre molto utile per le nanotecnologie:
sia per la realizzazione di vari prototipi che per lo studio delle loro
proprietà.
In biologia e nelle scienze della vita più in generale è diventato uno
strumento indispensabile: lo studio delle proteine, la tomografia cel-
lulare, la possibilità di avere immagini tridimensionali di vari tessuti,
gli studi di farmacologia o di virologia, nonché le ricerche nel campo
della tossicologia sono esempi di applicazioni che ancora non rendono
l’idea dell’enorme utilità di questa tecnologia. Anche gli studi sui tu-
mori: le varie biopsie viste con l’aiuto del microscopio elettronico for-
niscono informazioni estremamente utili per capire meglio i
meccanismi perversi attraverso i quali il tumore prende il sopravvento
sul normale funzionamento delle cellule sane.
In elettronica: con i microscopi elettronici si studiano nuovi cir-
cuiti, oppure si ricercano eventuali difetti nei microcircuiti e si stu-
diano le cause di eventuali rotture.
Persino nella scienza forense si può utilizzare il microscopio elet-
tronico. Talvolta i criminali sono smascherati da piccoli, anzì picco-
lissimo dettagli che sfuggono all’occhio, ma non possono sfuggire al
microscopio elettronico. Ed eccoci tornati al punto di partenza: noi,
i moderni Sherlock Holmes, abbiamo ancora la nostra lente di in-
grandimento; una lente più potente, a cui non sfugge nulla, e per
quanto un criminale si lavi le mani, e pulisca tutto quanto, i dettagli
microscopici rimangono ad accusarlo.
Pochi sono oggi gli strumenti che trovano un utilizzo in così tanti
settori della società fornendo informazioni che possono migliorare
210 Dai buchi neri all'adroterapia

la qualità della nostra vita e aprire la strada per le tecnologie di do-


mani in settori come le nanotecnologie e la medicina.
Prevedere i terremoti?

A terremoto avvenuto, si scopre sempre qualche sismografo che


l’aveva previsto.
Renzo Sertoli Salis, Dizionario delle idee sbagliate

Prevedere l’arrivo dei terremoti rimane una delle grandi sfide per la scienza
moderna. Gli scienziati sono alla ricerca dei segnali premonitori. Vari possibili
segnali sono attualmente sotto indagine, inclusa l’emissione anomala di radon,
oppure perturbazioni nelle fasce di Van Allen. La migliore difesa rimane per ora
la prevenzione attraverso utilizzo di tecniche antisismiche di costruzione.

I terremoti provocano da sempre distruzione e terrore. Si stima che i


peggiori 40 terremoti degli ultimi 2.000 anni abbiano causato la
morte di circa 3.5 milioni di persone! I terremoti di piccola intensità
avvengono tutti i giorni, ma non li avvertiamo. La situazione dei ter-
remoti più potenti è tutt’altra: rimangono nella nostra memoria, nei
nostri incubi.
Chi, come me, ha vissuto più di un terremoto – il peggiore dei
quali, nel mio caso in Romania, il 4 marzo 1977, terremoto che ha
devastato la città di Bucarest, uccidendo più di mille persone – non
può dimenticare quanto siamo fragili davanti ai fenomeni naturali.
La Terra è viva, si evolve e a volte trema – questi tremolii li sen-
tiamo anche noi: sono i terremoti. Non c’è un modo per sapere in
anticipo quando avverranno? Non ci sono segnali che possiamo leg-
gere, prima dello scatenarsi della furia della Natura?
212 Dai buchi neri all'adroterapia

I terremoti più terribili


Recentemente abbiamo assistito a una serie di terremoti che hanno
causato devastazione e morte: da quello di Haiti nel 2010 a quello
dell’Oceano Indiano del 2004, o, più recentemente ancora, al terre-
moto di Sendai, in Giappone, del 2011. Oltre alla distruzione imme-
diata e diretta, i terremoti causano disgrazie anche per gli effetti
collaterali che provocano: un esempio per tutti, gli tsunami, che di-
struggono tutto con la furia scatenata delle acque.
Quali sono stati i terremoti più forti mai registrati? Nella clas-
sifica delle scosse più forti, nelle prime tre posizioni vi sono i ter-
remoti avvenuti a: Valdivia, Cile, con una magnitudo 9,5 il 22
maggio 1960; Sumatra, Indonesia, con magnitudo 9,3 il 26 dicem-
bre 2004, e Stretto di Prince William, Alaska, con magnitudo 9,2 il
28 marzo 1964.
I primi tre terremoti nell’orrenda classifica di numeri delle vit-
time invece sono: Port-au-Prince, Haiti (2010), con 316.000 morti;
Tangshan, Cina (1976), con 255.000 morti; Sumatra settentrionale,
Indonesia, (2004) con 227.898 morti. Impressionante! I 10 terremoti
più terribili hanno ucciso più di 1 milione e mezzo di persone. Oltre
all’enorme numero dei morti c’è un impressionante numero di per-
sone che hanno perso i loro cari, la casa e tutto quanto avevano – vit-
time anche loro!

Le scale dei terremoti: Mercalli e Richter


La scala Mercalli è una scala che misura l’intensità di un terremoto at-
traverso gli effetti che esso produce su persone e cose. Risulta che due
terremoti con uguale magnitudo Richter possono avere effetti diversi
ed essere classificati diversamente sulla scala Mercalli.
La scala Mercalli, non essendo definita in relazione a grandezze
fisiche che quantificano oggettivamente i terremoti, come l’ampiezza
della scossa, o la velocità di picco, ha il vantaggio di essere utilizzabile
anche in assenza di strumentazione specifica.
Sviluppata nel 1935, la magnitudo sulla scala Richter, a differenza
della scala Mercalli, quantifica l’energia sprigionata dal fenomeno si-
Prevedere i terremoti? 213

smico su base strumentale ed è stata definita in modo da non dipen-


dere dalle tecniche costruttive in uso nella regione colpita.
La Scala Richter misura la magnitudo del terremoto, cioè l’ener-
gia sprigionata dalla scossa, su una scala da 1 a 10, anche se non c’è
un vero limite superiore. È una scala logaritmica (non lineare!) e cor-
risponde all’energia liberata da una certa quantità di tritolo. La scala
è logaritmica di 3/2 con base 10. L’energia sprigionata da un terre-
moto di magnitudo 1 è, su questa scala: 10 elevato a (1× 3/2) = 31,6,
corrisponde cioè a 31,6 kg di tritolo. Facciamo l’esempio di un terre-
moto di magnitudo 5, caso nel quale l’energia sprigionata corri-
spondente sarà pari a 10 elevato a (5 × 3/2) = a circa 31.600.000 kg di
tritolo! Dunque non 5 volte di più di un terremoto di magnitudo 1,
bensi un milione di volte di più di un terremoto di magnitudo 1! Se
arriviamo alla magnitudo 9, questa equivale a 31.600.000.000.000 kg
di tritolo – 1 milione di volte più energia del 5° grado e 1 milione di
milioni di volte più del 1° grado.
Se dovessimo continuare su questa strada un terremoto di ma-
gnitudo 15 sulla scala Richter non lascerebbe più nessun essere
umano in vita.

Prevedere i terremoti?
Tanti metodi, più o meno scientifici, sono stati proposti negli anni
per “prevedere” i terremoti. Fra questi: il comportamento degli ani-
mali, che diventano “inquieti” prima dei terremoti; cambiamenti nel
campo elettrico (elettricità in aria); cambiamenti nella gravità; l’idea
che la Luna potrebbe influire generando più terremoti durante il ple-
nilunio e, al contrario, quando è in novilunio, e tanti altri. Altri me-
todi sono sotto studio: anomalie nell’emissione di radon e… satelliti.
Vediamo di che si tratta.

Il primo terremoto previsto


Il primo terremoto previsto è stato il terremoto di Haicheng, con
magnitudo 7.3 della scala Richter, avvenuto nella regione del Liaon-
ing in Cina, il 4 febbraio 1975.
214 Dai buchi neri all'adroterapia

La decisione di evacuare la zona fu presa dalle autorità cinesi


dopo l’osservazione da parte dei sismologi di alcuni segnali ritenuti
premonitori: spostamento degli equilibri della falda idrica, defor-
mazioni geodetiche, comportamenti anomali di gatti e altri animali
domestici nei giorni precedenti la scossa, e, soprattutto, la registra-
zione di una serie di piccole scosse premonitrici, impercettibili ai
sensi umani.
Questo terremoto è citato come il primo terremoto realmente pre-
visto. Le autorità hanno diramato provvedimenti preventivi di eva-
cuazione della città, che aveva circa un milione di abitanti. Si stima
che l’allarme abbia salvato la vita di circa 150.000 persone. Anche così
i morti furono oltre un migliaio.

Il radon nella previsione dei terremoti?


Il radon fu scoperto nel 1898 da Pierre e Marie Curie. È un gas nobile,
radioattivo, che si forma dal decadimento del radio, generato a sua
volta dal decadimento dell’uranio. Visto che l’uranio è presente nella
crosta terrestre, il radon che viene a formarsi all’interno della Terra
viene emesso. La quantità di radon emessa dipende dalla percentuale
di uranio presente e dalla maggiore o minore permeabilità del ter-
reno. Anche i materiali di costruzione possono avere una certa quan-
tità di uranio all’interno e dunque emanare radon.
Il radon è un gas molto pesante, pericoloso per la salute se inalato.
L’isotopo più stabile, il Radon-222 ha un tempo di dimezzamento di 3,8
giorni e viene usato anche in radioterapia. Accumulandosi all’interno
delle abitazioni il radon diventa una delle principali cause di tumore al
polmone. Si stima che ogni anno sia la causa di morte per oltre 20.000
persone nell’Unione Europea e oltre 3.000 in Italia. Polonio e bismuto
sono i prodotti molto tossici del decadimento radioattivo del radon.
Esistono vari tipi di rivelatori di radon che possono essere utiliz-
zati per il monitoraggio dell’ambiente – in particolare delle cantine
con terra nuda, e senza un adeguato sistema di areazione, in cui il
radon si può accumulare.
Ma qual è il collegamento del radon con i terremoti? Una parte del
Prevedere i terremoti? 215

radon generato in seguito alla catena di decadimento dell’uranio viene


ad accumularsi nelle caverne sotterranee. Quando le varie tensioni ac-
cumulate nella crosta terrestre iniziano a farsi sentire, potrebbe veri-
ficarsi che per lo “schiacciamento” degli ambienti dove è presente il
radon questo inizia a fuoriuscire in quantità maggiore: l’emanazione
aumenta. In questa situazione il monitoraggio della emissione di
radon con rivelatori dedicati potrebbe anticipare il terremoto.
A oggi però una dimostrazione chiara causa-effetto per il radon
come precursore dei terremoti non esiste. Sarebbe necessario fare
degli studi su lunga durata con un numero adeguato di rivelatori per
avere una statistica che permetta arrivare a delle conclusioni.
I rivelatori dovrebbero essere abbastanza robusti, per lungo pe-
riodo, in condizioni ambientali non facili. Georges Charpak, Nobel
per la Fisica nel 1992, ha proposto, assieme ad alcuni colleghi (poco
prima della sua morte avvenuta nel 2010), la costruzione di rivelatori
simili a quelli utilizzati nei laboratori di fisica moderna, relativamente
semplici, che consumano poca energia e sono capaci di operare in
condizioni ambientali difficili (compreso sott’acqua). La costruzione
di rivelatori simili e il loro utilizzo per quanto più possibile capillare
in una zona a rischio sismico potrebbero darci delle informazioni
molto importanti, rispondendo alla domanda se, almeno in alcune
situazioni, un’emissione anomala di radon può essere considerata un
precursore dei terremoti.

Con i satelliti a caccia di segnali per anticipare i terremoti?


Abbracciando la Terra a un’altezza di migliaia di chilometri, si tro-
vano le cosiddette “fasce di Van Allen”, composte da particelle libere
che, intrappolate nel campo magnetico terrestre, si muovono conti-
nuamente da un emisfero all’altro ruotando intorno alla Terra. Que-
ste fasce rappresentano un’antenna sensibilissima a qualunque
disturbo di tipo elettromagnetico, inclusi quelli provenienti dal nostro
pianeta. Che tipo di effetti può causare un disturbo del genere? Ne
risulta una variazione della densità locale delle particelle, che può es-
sere rivelata da apparati molto sofisticati, anche piccoli.
216 Dai buchi neri all'adroterapia

Da alcuni dati raccolti da varie missioni spaziali si potrebbe pen-


sare che alcune variazioni possono essere riconducibili anche ai ter-
remoti, anticipandoli di alcune ore.
Studi futuri forse ci permetteranno di capire se questo fenomeno
può essere utilizzato sia per anticipare i terremoti che per la rico-
struzione del punto di insorgenza.

Cosa si può fare? Prevenzione


Se oggi la possibilità di prevedere i terremoti è ancora lontana, l’unico
rimedio che ci rimane contro i danni umani e materiali prodotti dai
terremoti è rappresentato dalla prevenzione, in particolare dall’uso
di efficaci tecniche antisismiche di costruzione di edifici con tecnolo-
gie dell’ingegneria sismica. Con queste tecniche siamo in grado di
minimizzare i danni anche di terremoti estremamente potenti, come
ci dimostra il Giappone.
Parte III
Le ricerche attuali: la fisica
post-Modello Standard
Il fine ultimo della scienza è quello di fornire una singola teoria in
grado di descrivere l’intero universo.
Stephen Hawking, Dal big bang ai buchi neri
Breve introduzione alla fisica
post-Modello Standard

Ma come? Se abbiamo il Modello Standard, non vuol dire che è quello


che descrive il mondo? Può esistere qualcosa post-Modello Standard?
E perché mai dobbiamo cercare qualcosa oltre l’attuale modello?
Il fatto è che il Modello Standard, malgrado i suoi enormi suc-
cessi, ha una serie di problemi: ci sono cose o fenomeni che non può
spiegare. Che tipo di fenomeni, che tipo di cose? Si potrebbe pensare
che gli eventuali fenomeni non spiegati siano lontanissimi dalla no-
stra esperienza e allora tanto vale tenerci caro il Modello Standard:
dopottutto spiega benissimo l’atomo e tanti fenomeni nel mondo
delle particelle. Non è così! Che cosa c’è di più palese dell’Universo?
Della nostra galassia? Ebbene – il Modello Standard non spiega la
forza di gravità – non c’è nulla che parli di questa interazione nel Mo-
dello Standard: due quark o due elettroni, o qualunque altra particella
o aggregati di particelle non interagiscono affatto tramite la forza gra-
vitazionale. Non c’è niente che la rappresenti! E non perché i fisici
non abbiano voluto considerarla, ma in quanto a tutt’oggi non si è an-
cora trovata una versione quantistica della gravità. È grave? Senz’al-
tro lo è! Per aspirare a far parte del Modello Standard, la gravità
dev’essere descritta da una teoria quantistica, come tutte le altre in-
terazioni che sono presenti: l’interazione elettromagnetica, quella
forte fra i quark, oppure quella debole. Non è che non abbiamo pro-
vato: generazioni intere di scienziati hanno provato a quantizzare la
220 Dai buchi neri all'adroterapia

gravità. Oggi abbiamo una teoria, la teoria delle corde, chiamata


anche teoria delle stringhe, in cui è inserita anche la gravità.
La teoria delle stringhe non è un allargamento del Modello Stan-
dard: è molto di più – una teoria che unifica tutte le forze e spiega le
particelle come corde vibranti in uno spazio con un numero grande
di dimensioni (10 o 11). Vediamo, dunque, che c’è una teoria molto
diversa dal Modello Standard che, per certi versi, è molto più “terra
terra”. Una teoria senz’altro ambiziosa: la teoria del tutto? Difficile
dirlo, soprattutto se il tutto include anche noi, esseri pensanti!
Oltre alla gravità, ci sono anche altri problemi: uno di questi fa di
nuovo riferimento all’Universo. Studiando il moto delle stelle e delle
galassie, nonché utilizzando altri effetti previsti dalla relatività di Ein-
stein, dobbiamo affrontare un enigma sconvolgente: l’Universo non è
quello che sembra! Stelle, gas, pianeti, buchi neri e quant’altro possiamo
immaginare sembrerebbero essere solo una piccola parte di quanto
“riempie” l’Universo. Un misero 5%… E il resto? Materia oscura ed
energia oscura! Oscura in che senso? La materia oscura non emette luce
– dunque non la vediamo. Interagisce poco con noi – altrimenti
l’avremmo vista – pochissimo, meno dei neutrini, ed è tutto dire! At-
traverso quali interazioni, una quinta forza, una sesta? Tanti esperi-
menti oggi danno la caccia a questa forma bizzarra di materia che
potrebbe essere composta da particelle diverse da tutte quelle presenti
nel Modello Standard: le particelle supersimmetriche. Le cerchiamo
nei laboratori sotterranei, dove potrebbero arrivare copiosamente dal-
l’Universo, oppure al grande acceleratore di Ginevra, dove, come il bo-
sone di Higgs, potrebbero nascondersi fra i miliardi di altre particelle
prodotte in seguito alle collisioni dei protoni ad altissime energie.
L’energia oscura, invece, quella che sarebbe la causa dell’espan-
sione accelerata dell’Universo, non sappiamo cos’è! Non può essere
materia – in quanto questa non avrebbe mai un effetto accelerante
sull’espansione, ma, se mai, uno decelerante. Allora cos’è? Potrebbe
essere un’energia del vuoto o qualche altra strana forma di energia! E,
reggetevi oppure sedetevi, dovrebbe spiegare ben il 70% della quan-
tità totale di energia dell’Universo!!!
Breve introduzione alla fisica post-Modello Standard 221

Riassumiamo: il Modello Standard non include la gravità e non la-


scia spazio alla materia oscura, mentre l’energia oscura è uno dei più
grandi misteri della fisica moderna.
La gravità quantistica non è soltanto un “vezzo dei teorici”, in
quanto è la teoria che dovrebbe funzionare all’interno dei buchi neri;
senza la gravità quantistica la comprensione dei buchi neri ci è pre-
clusa. C’è un grande buco nero anche nella nostra capacità di imma-
ginare ed eventualmente capire cosa succede al loro interno.
Attualmente il buco è visto con una “singolarità” all’interno – che vuol
dire, in termini più semplici, con un imbuto infinito. Ma siccome l’in-
finito è ancora più difficile da immaginare, ci aspettiamo che la ver-
sione quantistica della gravità risolva questo mistero e faccia
scomparire l’infinito, sostituendolo con qualcos’altro. Cos’altro? L’im-
maginazione si scatena e può persino vedere un buco nero in un Uni-
verso che diventa un buco bianco, una fontana di materia ed energia
in un altro Universo forse addirittura generando un Big Bang. Esi-
stono versioni della teoria darwiniana anche per gli Universi! Potreb-
bero esistere tanti Universi, ognuno con la sua fisica imparentata con
quella degli altri, come il nostro DNA è imparentato con quello dei
nostri genitori e avi. Alcuni di questi Universi vivono pochissimo, altri
a lungo; in alcuni ci sono le condizioni per iniziare la vita, in altri no.
Anche all’interno del Modello Standard ci sono cose che vanno
ancora chiarite per bene. L’esistenza del bosone di Higgs, recente-
mente trovato al CERN di Ginevra, oltre a essere un enorme successo
per il Modello Standard, è anche l’espressione di un meccanismo
estremamente interessante che genera la massa di tutte le particelle.
Senza questo meccanismo le particelle non avrebbero massa e noi
non esisteremmo! Ma quanti bosoni di Higgs esistono? Se ne vediamo
più di uno la situazione diventa molto interessante. Nel Modello Stan-
dard non c’è posto per due! Anche la determinazione precisa della
massa del bosone di Higgs è un giallo: in funzione del suo valore
l’Universo potrebbe essere… instabile e arrivare a decadere; non ab-
biate paura – anche se così fosse non accadrebbe prima di tantissimi
miliardi di anni!
222 Dai buchi neri all'adroterapia

I neutrini, particelle del Modello Standard, potrebbero a loro volta


nascondere delle sorprese: sono in corso misure per la determina-
zione della loro massa e del meccanismo dell’oscillazione dei neu-
trini: i neutrini si trasformano da un tipo in un altro. Grandi
trasformisti! Lo studio, oltre a fornirci informazioni molto interes-
santi sul Modello Standard, potrebbe prendere “due piccioni con una
fava”: spiegare parte della materia oscura (se i neutrini hanno massa,
siccome nell’Universo c’e un bel numero di neutrini, potrebbero spie-
gare parte della materia oscura) e aggiungere pezzi mancanti alla mi-
steriosa scomparsa dell’antimateria.
La relatività generale è ormai una teoria ben consolidata; nessuno
(o forse pochi) dubita della sua correttezza. A tutt’oggi, però, mal-
grado siano passati quasi 100 anni da quando Einstein la formulò, al-
cune delle conseguenze previste non sono state misurate in maniera
diretta. Una di queste e la rivelazione delle onde gravitazionali. Ab-
biamo dedotto che esistono – dal modo in cui due stelle di neutroni
ruotano una intorno all’altra, per esempio – ma non le abbiamo mi-
surate. Queste increspature dello spazio-tempo che si propagano fino
a noi sono piccolissime, molto più piccole delle dimensioni di un
atomo, ma questo non ci scoraggia! Esistono esperimenti, antenne
gravitazionali e rivelatori interferometrici, che riescono a misurare
questi piccoli segnali. E allora? Avremo un’altra verifica della teoria di
Einstein – tutto qui? No, non è proprio così!
Le onde gravitazionali residue dal Big Bang potrebbero ancora
permeare l’Universo e se fossimo in grado di “ascoltarle” potreb-
bero raccontarci una storia interessante. In più, avere delle imma-
gini dell’Universo attraverso fotografie gravitazionali, piuttosto che
utilizzando la luce (radiazione elettromagnetica), ci fornirebbe un
quadro più completo su com’è fatto il nostro Universo e sulle strut-
ture esistenti.
Oggi in alcuni dei nostri laboratori gli “chef ” (colleghi ricercatori)
stanno preparando una zuppa molto particolare: la zuppa primor-
diale, la zuppa di quark e gluoni che esisteva pochi istanti dopo il Big
Bang e dalla quale si è poi arrivati alle strutture di oggi. Nelle intera-
Breve introduzione alla fisica post-Modello Standard 223

zioni fra fasci di ioni di piombo con altri ioni di piombo oppure con
protoni alle energie altissime del CERN di Ginevra, tale zuppa do-
vrebbe formarsi e noi la stiamo “mangiando calda”.
Vi descriverò brevemente anche “i miei” esperimenti: un esperi-
mento che misura la materia “strana”, cioè quella che contiene il quark
“strano”, della seconda famiglia del Modello Standard, e le modalità
con la quale questa interagisce con la materia normale, alla ricerca di
informazioni utili per processi che potrebbero avvenire nel cuore delle
stelle, ma anche a integrazione dei processi che generano la massa dei
nuclei (il bosone di Higgs è l’ingrediente, ma la ricetta è compli-
cata).Un altro esperimento, ai Laboratori sotterranei del Gran Sasso,
lancia una sfida al principio di esclusione di Pauli, indagando su pos-
sibili ricadute di teorie esotiche che permetterebbero tale “affronto”.
Cosa manca? Tante cose – tantissime. Difficile fare un elenco
anche parziale, figuriamoci completo, dei problemi aperti nella fisica
attuale.
Introdurrò un altro argomento ancora. Una domanda che non
appartiene soltanto alla fisica, ma a tutte le scienze e non soltanto alle
scienze: siamo soli nell’Universo? Domanda che, credo, ognuno di
noi si è posto almeno una volta nella vita. Che cosa possiamo dire
oggi rispetto a quest’argomento?
La scienza ha un fascino incredibile: la scienza è curiosità mani-
festa, è passione, logica e anche amore. Fare scienza, fare ricerca ha un
valore intrinseco, profondamene umano. L’arte e la scienza: due volti
della stessa faccia – la creatività. Ma fare scienza, investire nella ri-
cerca, è anche una necessità: se vogliamo progredire come società,
non possiamo fare altro che “ricercare”. Le soluzioni ai tanti, tantis-
simi problemi che dobbiamo affrontare, dall’energia all’inquina-
mento, dalla salute al benessere, passano attraverso la ricerca, perché
“Il candore di uno sguardo nuovo (quello della scienza lo è sempre)
può talvolta illuminare di luce nuova antichi problemi” (Jacques
Monod, Il caso e la necessità, 1970).
Il Modello Standard ci ha portati a tutte le ricadute che abbiamo
visto nella seconda parte del libro. Lascio a ognuno di voi immaginare
224 Dai buchi neri all'adroterapia

dove potrebbero portarci le future scoperte sulla materia oscura ed


energia oscura, sulle extradimensioni, sulle onde gravitazionali op-
pure su nuovi fenomeni che oggi nemmeno immaginiamo.
La macchina delle scoperte:
LHC, Large Hadron Collider

L’universo non è più strano di quanto supponiamo: è più strano


di quanto possiamo supporre.
John Burdon Sanderson Haldane, Mondi possibili e altri scritti

Large Hadron Collider, LHC, è la macchina delle scoperte. La prima scoperta


l’ha già fatta: il bosone di Higgs. L’acceleratore più complesso mai costruito
dall’uomo, capace di accelerare fasci di protoni e di ioni di piombo a velocità
prossime a quella della luce e poi farli scontrare ha un potenziale enorme
per l’esplorazione di nuovi territori della fisica moderna, incluso soprattutto
il post-Modello Standard. Un mondo sconosciuto che forse ci svelerà segreti
fino a oggi ben custoditi.

Come rispondere alle tante domande affascinanti che ancora abbiamo


sull’origine dell’Universo, sulle particelle, sul perché della loro massa e
tante altre ancora? Come fare per spostare le frontiere dell’ignoto e ca-
pire di più come è fatto il mondo: quali sono gli ingredienti e qual è la
ricetta? Possiamo studiare l’Universo, con i nostri telescopi, satelliti ed
esperimenti sotterranei, sperando di imbatterci in fenomeni interes-
santi che ci svelano i segreti della materia oscura oppure dei neutrini,
ma dobbiamo essere, oltre che molto bravi, anche fortunati. Oppure
possiamo aiutare la dea bendata generando noi stessi fenomeni inte-
ressanti in cui vengono svelati i misteri. Questa seconda via viene per-
corsa attualmente da vari esperimenti presso gli acceleratori di
particelle di tutto il mondo. Ognuno con le sue caratteristiche, il suo
226 Dai buchi neri all'adroterapia

“dominio di competenza”. Ci sono acceleratori, come DA


NE dei La-
boratori Nazionali di Frascati, che non “spingono” in energia, bensì
nella generazione di eventi particolari, molto rari, che vengono studiati
in vari esperimenti. L’altra via è quella di spingere in energia: arrivare
laddove “nessuno è mai arrivato” – almeno non nei laboratori costruiti
dall’uomo, in quanto i raggi cosmici hanno energie anche molto più
elevate di quanto siamo noi capaci di generare, ma gli eventi cui danno
origine avvengono molto raramente e non sappiamo nemmeno dove.
Alzare sempre di più l’energia nei nostri acceleratori ci ha aiutato
a svelare il Modello Standard, a riempirlo “casella per casella”. Per
completarlo e per andare oltre serviva un nuovo acceleratore: con
energia più alta di tutti quelli esistenti prima. Questo acceleratore è il
Large Hadron Collider, LHC del Laboratorio CERN di Ginevra.
Il CERN, l’organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare (Con-
seil Européenne pour la Recherche Nucléaire), è il più grande labora-
torio al mondo di fisica delle particelle. È situato tra Svizzera e
Francia, alla periferia ovest della città di Ginevra. La convenzione che
istituì il CERN è stata firmata il 29 settembre 1954 da 12 stati mem-
bri. Oggi il CERN conta 20 stati membri più alcuni stati con la qua-
lifica di osservatori, inclusi alcuni stati extraeuropei. Al CERN
lavorano migliaia di persone, fisici, ingegneri e tecnici di tutto il
mondo. Esistono vari acceleratori, alcuni che lavorano insieme, cioè
i fasci vengono fatti passare da un acceleratore all’altro per aumentare
l’energia, e tanti esperimenti diversi: studi dell’antimateria, di fisica
nucleare, astroparticellare e particellare, e molto altro.
L’acceleratore LHC è la macchina per lo studio dell’ignoto più po-
tente e con l’energia più alta mai realizzata. Accelera particelle costi-
tuite da quark, chiamate adroni, protoni e ioni di piombo, a velocità
altissima: 99,9999991% della velocità della luce, raggiunta nel 2012,
ma dal 2015 aumenterà ancora. LHC è installato all’interno di un
tunnel sotterraneo, 100 metri sotto terra, circolare, con una circon-
ferenza di circa 27 km, situato al confine fra la Svizzera e la Francia.
Il tunnel esisteva già, in quanto un’altra macchina che aveva la stessa
lunghezza di 27 km ha funzionato prima di LHC: il LEP, un collisore
La macchina delle scoperte: LHC, Large Hadron Collider 227

di elettroni e positroni che arrivava a un’energia intorno ai 200 GeV,


equivalente a più di 200 volte la massa del protone, decine di volte
più piccola dell’energia di LHC. LEP fu spento alla fine del 2000 per
fare spazio a LHC.

Com’è fatto LHC?


Alla costruzione di LHC hanno partecipato più di 10.000 persone da
circa 100 paesi, essendo la macchina più complessa mai costruita. A
LHC fasci di protoni si scontrano con altri fasci di protoni a energie
altissime: 8 TeV nel centro di massa, che corrispondono a più di 8.000
volte la massa del protone, oppure fasci di protoni con fasci di ioni di
piombo. Il numero di collisioni è altissimo, ed è stato necessario
creare una nuova struttura per gestire e condividere i dati fra le de-
cine di istituzioni partecipanti dai tanti paesi coinvolti.
La macchina in cui circolano i fasci di particelle che si scontrano
in quattro punti, dove sono situati gli esperimenti, è installata in un
tunnel che ha un diametro di 3.8 metri.
I “signori degli anelli” hanno installato circa 1.600 magneti su-
perconduttori, che sono i componenti principali di LHC, intorno ai
“tubi” in cui circolano i fasci. In questi “tubi” (beam pipe) è stata ti-
rata fuori l’aria e creato il vuoto. Il vuoto non è perfetto – ci sono an-
cora molecole di vario tipo presenti, ma va detto che il vuoto a LHC
è molto meglio del vuoto sulla Luna! Il vuoto è necessario in quanto
altrimenti i protoni dei fasci invece che scontrarsi fra di loro si scon-
trerebbero con le molecole d’aria, arrivando a scomparire o deterio-
rarsi molto velocemente. Sarebbe impossibile fare un acceleratore di
particelle senza un tubo da vuoto – a meno che uno non lo costrui-
sca nello spazio profondo. Così funzionano tutti gli acceleratori di
particelle, non soltanto LHC.
I magneti di LHC hanno l’obiettivo di mantenere i fasci in orbite
circolari, nonché di dare una forma al fascio: non lasciare i protoni a
sparpagliarsi troppo. È la ragione per cui ci sono vari tipi di magneti,
dipoli per le traiettorie circolari (1.232 dipoli) e quadrupoli per fo-
calizzare i fasci (392 quadrupoli).
228 Dai buchi neri all'adroterapia

I magneti di LHC sono di un tipo particolare: magneti supercon-


duttori. I magneti superconduttori hanno la caratteristica che fun-
zionano consumando una quantità di elettricità molto più piccola di
un magnete normale, fornendo un intenso campo magnetico. Alla
base di questo comportamento ci sono fenomeni quantistici. Per fun-
zionare in questo regime i magneti sono fatti di materiali speciali,
una lega di niobio e titanio e devono essere raffreddati a temperature
bassissime: 1.9 K (-261,25 0C). Il segreto dei superconduttori sta nel
fatto che al di sotto di una certa temperatura assumono resistenza
nulla al passaggio della corrente ed espellono (completamente o in
parte) i campi magnetici presenti al loro interno.
Per raffreddare i magneti a queste temperature bassissime si usa
l’elio liquido superfluido. L’impianto criogenico di LHC è il più grande
mai realizzato, contenendo intorno a 100 tonnellate di elio liquido.
Quando la macchina nel 2015 arriverà all’energia di 14 TeV, la ve-
locità dei fasci sarà soltanto 3 m/s inferiore a quella della luce. I pro-
toni faranno ogni secondo circa 11.000 volte il giro dell’anello.

Breve storia di LHC


I primi protoni hanno circolato lungo l’intero anello di LHC con suc-
cesso il 10 settembre 2008. Il 19 settembre 2008 però un serio inci-
dente ha danneggiato alcuni settori della macchina. Una connessione
difettosa tra due magneti superconduttori ha causato un arco elet-
trico che ha perforato la camera di contenimento dell’elio liquido. Il
risultato è stata la trasformazione rapida di alcune tonnellate di elio
liquido in elio gassoso in seguito al riscaldamento, dunque una pres-
sione altissima che ha provocato una forte esplosione. 600 metri del
tubo sono stati danneggiati, nonché decine di magneti.
L’acceleratore si è fermato per le riparazioni ed è ripartito nel no-
vembre del 2009. Dall’incidente del 2008 alla ripartenza, oltre a lavo-
rare sul settore danneggiato, è stato installato un sistema capace di
rivelare piccole cadute di tensione elettrica, nonché un sistema di se-
gnalazione di eventuale rottura del contenitore criogenico, oltre a
tanti lavori per evitare un incidente simile.
La macchina delle scoperte: LHC, Large Hadron Collider 229

Il 20 novembre 2009 i primi fasci circolarono nella macchina dopo


l’incidente; questa volta si partì con molta cautela: l’energia era molto
bassa, arrivando a poco più di 1 TeV per fascio. Soltanto il 30 Novem-
bre, data storica, LHC e diventato l’acceleratore di particelle con l’ener-
gia più alta mai costruita. Il record precedente apparteneva
all’acceleratore Tevatron negli Stati Uniti, con 0.98 TeV per fascio.
Dal novembre 2009 l’energia è stata aumentata arrivando a marzo
del 2010 a 3.5 TeV per fascio e successivamente a 4 TeV/fascio, per un
energia totale di 8 TeV.
Nel mese di febbraio del 2013 l’acceleratore LHC è stato spento
per lavori che permetterano, alla ripartenza prevista in circa 2 anni,
di arrivare a 7 TeV/fascio, per un’energia totale di 14 TeV, e conti-
nuare le ricerche.

Gli obiettivi di LHC


I ricercatori sperano che LHC risponderà a una serie di domande
molto importanti nella fisica fondamentale. Le domande sono ri-
conducibili sia al Modello Standard, a cui mancava sino a poco
tempo fa un tassello: il bosone di Higgs, sia a cosa c’è oltre il Mo-
dello Standard.
Alcune delle importanti domande a cui si spera di trovare risposte,
che ci mostrino la via per proseguire l’indagine sull’Universo sono:
• Esiste il bosone di Higgs? Se si, quali sono le sue proprietà?
• Se, come abbiamo visto, il bosone di Higgs esiste – quanti bosoni
di questo tipo ci sono? Nell’ambito del Modello Standard non può
esisterne più di uno; quindi vederne due vuol dire che il Modello
Standard è parte di un modello più generale che lo include.
• Si vedranno particelle mai viste prima? In particolare le cosiddette
particelle supersimmetriche, che sarebbero sorelle delle particelle
del Modello Standard, ma con una massa più grande? Se vediamo
particelle supersimmetriche, quali sono le loro caratteristiche, po-
trebbero comporre la materia oscura?
• Ci saranno segnali riconducibili all’esistenza delle extradimen-
sioni? Come, per esempio, micro-buchi neri?
230 Dai buchi neri all'adroterapia

• Le misure di asimmetria fra le particelle e le antiparticelle po-


tranno aiutarci a capire meglio perché nell’Universo l’antimateria
non esiste più?
• Com’era l’Universo pochi istanti dopo la nascita? Possiamo ri-
creare le condizioni di altissima temperatura e densità verificatesi
in quegli istanti, il cosiddetta plasma di quark e gluoni?
La sorpresa è però dietro l’angolo, e potrebbe anche essere che grazie
a LHC vedremo cose ancora non immaginate o non previste.

Gli esperimenti di LHC


Sette esperimenti sono stati installati a LHC. Due di questi, ATLAS (A
Toroidal LHC ApparatuS) e CMS (Compact Muon Solenoid), i più
grandi in assoluto, hanno obiettivi molto generali, fra cui la scoperta
del bosone di Higgs. Sono esperimenti capaci di misurare molto bene
le migliaia di particelle generate in seguito alle collisioni.
Altri due esperimenti, ALICE (A Large Ion Collider Experiment) e
LHCb hanno obiettivi più specifici: ricerche sul plasma di quark e
gluoni e lo studio di particelle che contengono il quark “b”, inclusa
l’asimmetria fra le rispettive particelle e antiparticelle.
TOTEM, MoEDAL e LHCb sono esperimenti più piccoli, che ef-
fettuano studi particolari sul modo in cui interagiscono le particelle,
con implicazioni anche in astrofisica e fisica fondamentale. MoEDAL,
per esempio, darà la caccia al fantomatico monopolo magnetico, ipo-
tetica particella prevista da alcuni modelli teorici, costituita da un
solo polo magnetico e caratterizzata dal possedere una carica ma-
gnetica netta.

LHC può generare la fine del mondo?


Nel 2008, prima della partenza di LHC, si scatenò (va detto con l’aiuto
dei media che amano questo tipo di situazioni) il panico: LHC po-
trebbe causare la distruzione della Terra, creando un buco nero che la
inghiottirebbe, dicevano alcuni.
Si arrivò in tribunale: nel mese di marzo del 2008 Walter Wagner
e Luis Sancho citarono in giudizio presso una corte delle Hawaii il
La macchina delle scoperte: LHC, Large Hadron Collider 231

CERN, il Fermilab americano e il Dipartimento dell’Energia (DOE)


degli Stati Uniti, che avevano partecipato alla costruzione di LHC.
Volevano impedire l’entrata in funzione di LHC, ma persero la causa.
Inoltre nel settembre 2008 un gruppo di ricercatori, guidati da Mar-
kus Goritschnig, si risolse alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per
fermare l’acceleratore, in quanto, sostenevano, poteva produrre un
pericoloso buco nero. La Corte Europea ha respinto la richiesta.
Anche in seguito a questi eventi, il 20 giugno 2008, LHC Safety
Assessment Group (LSAG), che si occupa della valutazione di rischio
per l’LHC, ha rilasciato un nuovo rapporto sulla sicurezza, nel quale
riafferma ed estende le precedenti conclusioni: “le collisioni provocate
da LHC non presentano alcun pericolo e non vi è motivo di preoc-
cupazione”. Questo rapporto è stato vagliato dalla CERN’s Scientific
Policy Committee, costituita da un gruppo di scienziati esterni, con-
sulenti del CERN.
Per chi non credesse nei conti dei fisici, ci sono anche prove con-
crete: a) i raggi cosmici, con energie molto più elevate dell’energia di
LHC, colpiscono le particelle dell’atmosfera terrestre e possono pro-
durre buchi neri, ma non siamo scomparsi per questo; b) in contra-
sto con chi sosteneva che i buchi neri generati dai raggi cosmici
nell’atmosfera potrebbero sfuggire, ma quelli creati sulla Terra sa-
rebbero più pericolosi, c’è un’ulteriore prova: nell’Universo esistono
corpi molto densi, come le stelle di neutroni, capaci di intrappolare i
mini buchi neri prodotti eventualmente dai raggi cosmici; l’elevata
vita media di una stella di neutroni, che viene continuamente bom-
bardata dai raggi cosmici, smentisce la pericolosità dei mini buchi
neri prodotti dai raggi cosmici, e dunque, per analogia, anche di quelli
prodotti da LHC.

LHC fra 10 anni


Attualmente i fisici stanno pensando a un ulteriore miglioramento
delle prestazioni di LHC; un Super LHC, da realizzare dopo il 2018.
L’obiettivo principale sarebbe di aumentare di un fattore 10 il nu-
mero di eventi per unità di tempo, aumentando la cosiddetta lumi-
232 Dai buchi neri all'adroterapia

nosità – un parametro da cui dipende il numero di processi rari che


potrebbero essere studiati. Si avrebbe così la possibilità di andare a
caccia di eventi molto rari, che potrebbero non essere visibili con
l’attuale LHC, oppure se visibili, la mancanza di statistica non per-
metterebbe un loro studio approfondito, lasciando alcune domande
in sospeso.
Il bosone di Higgs: il tassello
mancante del Modello Standard

Ogni azione fatta dalla natura non si po’ fare con più brieve modo
co’ medesimi mezzi. Date le cause, la natura partorisce li effetti
per i più brievi modi che far si possa.
Leonardo da Vinci, Codice Arundel

L’ultima particella, la particella mancante del Modello Standard, il bosone di


Higgs, è stata finalmente individuata dagli esperimenti ATLAS e CMS a LHC
del CERN di Ginevra. In futuro gli studi verranno indirizzati per caratterizzarlo
meglio e per capire se oltre al bosone trovato ne esistono altri. Trovare più di
un bosone di Higgs sarebbe la prova tangibile che oltre al Modello Standard
c’è un’altra teoria e dalle caratteristiche dei bosoni di Higgs “in più” si avreb-
bero indicazioni anche su come è la teoria che descrive l’Universo meglio di
quanto non lo faccia il Modello Standard.

Chi non ha sentito parlare della “particella di Dio”? (vedremo poi


che questo nome è sbagliato e anche perché). Il bosone di Higgs, la
particella mancante del Modello Standard, senza la quale però l’in-
tero edificio sarebbe stato a rischio – come la torre di Babele. Sono
passati quasi 50 anni da quando il meccanismo di Higgs è stato in-
ventato, meccanismo che genera la massa di tutte le particelle del
Modello Standard e del quale il bosone ne è la prova tangibile. Per
semplificare: senza bosone vuol dire senza massa. Finalmente, dopo
tanti anni di ricerche e aspettative, la “strana creatura” è stata vista
negli esperimenti di LHC: ATLAS e CMS. Per essere sinceri, quello
che gli esperimenti hanno visto non è proprio il bosone, bensì le par-
234 Dai buchi neri all'adroterapia

ticelle in cui alla fine il bosone è decaduto, visto che non vive abba-
stanza da poterlo misurare direttamente. L’ebbrezza è grande fra i
fisici, finalmente il Modello Standard è completato e si può andare
oltre partendo da basi solide.
La caccia finisce? No, è invece appena iniziata.

Il meccanismo di Higgs
In un mondo ideale le particelle del Modello Standard non dovrebbero
avere massa. Sarebbe forse un mondo ideale, ma senza di noi… Come
hanno fatto le particelle ad acquistare massa? Il meccanismo che spiega
per quale ragione la massa esiste è stato introdotto nel 1964 dal fisico
Peter Higgs e, indipendentemente, da François Englert, Robert Brout
(su un’idea di Philip Anderson), G. S. Guralnik, C. R. Hagen e T. W. B.
Kibble. Soltanto il lavoro di Higgs, in una nota finale, citava esplicita-
mente anche la possibile esistenza di un nuovo bosone.
Come funziona il meccanismo di Higgs? Tutto lo spazio-tempo
sarebbe permeato da un campo, il campo di Higgs, nel quale si muo-

Illustrazione del meccanismo di Higgs (disegno di Giuliano Basso)


Il bosone di Higgs: il tassello mancante del Modello Standard 235

Illustrazione del bosone di Higgs e del campo di Higgs (disegno di Giuliano Basso)

vono le particelle che acquisiscono massa tramite l’interazione con


questo campo. Più è grande l’interazione delle particelle con il campo,
più grande è la loro massa. L’unico che non interagisce col campo di
Higgs è il fotone, che ha massa nulla.
L’interazione col campo di Higgs può essere paragonata all’azione
di forze viscose che agiscono su particelle che si muovono in un li-
quido con una certa densità. Più è grande l’interazione con il liquido,
la viscosità, maggiore è la loro massa. Immerse nel campo di Higgs,
le particelle acquisterebbero la massa in relazione alla propria intera-
zione con il campo, che dipende dalla natura delle particelle.
Il campo di Higgs ha un valore costante, anche nel vuoto; si dice che
il campo è di tipo scalare. Siccome ogni campo ha una particella asso-
ciata a esso, il campo di Higgs prevede l’esistenza della particella, o bo-
sone di Higgs, a sua volta una particella scalare, cioè dotata di spin nullo.
Un altro paragone che è stato fatto per spiegare in modo semplice
l’azione del campo di Higgs è quello di immaginare una discesa non
molto ripida coperta di neve. Le particelle senza massa sarebbero
come sciatori che scivolano sulla neve senza attrito. Quelle con massa
piccola corrisponderebbero a degli sciatori che scivolano con molta
grazia, ma con un piccolo attrito. Invece le particelle pesanti, tipo i
quark “b” e “t”, sarebbero come delle persone che affondano nella
236 Dai buchi neri all'adroterapia

neve, senza sci ai piedi, e che fanno molta fatica a continuare a cam-
minare. E il bosone di Higgs? Sarebbe una palla di neve!
Ovviamente tutte le immagini che sono state inventate per spie-
gare al pubblico cosa sono il meccanismo e il bosone di Higgs sono
limitate – però danno in una certa misura l’idea di cosa accade nel
mondo delle particelle e come fanno ad avere una massa, in più di-
versa a seconda del tipo di particella.
La massa del bosone di Higgs non è prevista nell’ambito del Mo-
dello Standard, dunque alla sua caccia si è dovuti andare un po’ “alla
cieca”, anche se esistevano misure indirette che davano indicazioni
sul dove sarebbe stato più probabile avere successo.

Dal bosone di Higgs alla particella di Dio


Il bosone di Higgs è noto al grande pubblico anche con la denomi-
nazione di “Particella di Dio”, derivante dal titolo del libro di fisica
divulgativa di Leon Lederman, premio Nobel per la Fisica nel 1988,
The God Particle: If the Universe Is the Answer, What Is the Question?,
pubblicato nel 1993. Lederman voleva mettere come titolo: Goddamn
particle (particella maledetta), scelto in riferimento alla difficoltà della
sua scoperta sperimentale. L’Editore lo convinse a cambiare il titolo
in The God particle.
Ora, la traduzione giusta di The God particle sarebbe: “particella
Dio” e non “particella di Dio”. Visto come rappresentazione di un
meccanismo universale, che genera la massa di tutte le altre particelle,
“particella Dio” sarebbe un nome più appropriato – volendo a tutti i
costi trovare un altro nome.
Rimane il fatto che bosone di Higgs è il suo nome e ai fisici piace
davvero poco sentirlo chiamare con altri nomi, soprattutto da per-
sone che poi, come succede a tanti giornalisti, ma non soltanto a loro,
ne fanno uso e abuso e spesso un uso sbagliato.

Finalmente l’abbiamo scovato!


Il bosone di Higgs è stato cercato anche prima degli esperimenti a
LHC. Le ricerche dirette effettuate al LEP al CERN alla fine del se-
Il bosone di Higgs: il tassello mancante del Modello Standard 237

colo scorso non l’hanno visto ma hanno permesso comunque di


escludere valori per la massa inferiori a 114,5 GeV.
A partire dal 2001 la caccia al bosone di Higgs si è spostata negli
Stati Uniti, studiando le collisioni fra protoni e antiprotoni all’acce-
leratore Tevatron presso il Fermilab. Nemmeno qui il bosone è stato
identificato, ma i dati raccolti hanno permesso di escludere che il bo-
sone avesse una massa compresa tra 160 e 170 GeV.
Dal 2009 con il più potente LHC si è ripartiti sulle sue tracce e
due anni dopo, il 13 dicembre 2011, in un seminario presso il CERN,
venivano presentati dei dati provenienti dagli esperimenti ATLAS e
CMS, coordinati dai fisici italiani Fabiola Gianotti e Guido Tonelli,
che individuavano possibili tracce del bosone di Higgs in un inter-
vallo di energia fra i 124 e 126 GeV, senza però gridare alla scoperta,
in quanto servivano più dati.
Finalmente il 4 luglio 2012 veniva annunciata la scoperta di una
particella compatibile con il bosone di Higgs, con la massa fra 125 e
126 GeV, cioè circa quanto 130 protoni, da ATLAS e CMS.
La scoperta del bosone di Higgs è stata ufficialmente confermata
il 6 marzo 2013, nel corso della conferenza di Moriond a La Thuile,
in Valle d’Aosta. È stato confermato che la particella vista è davvero
un bosone – cioè una particella con spin zero, quanto doveva essere
per il bosone di Higgs.
Quello che gli esperimenti ATLAS e CMS hanno visto sono stati
i prodotti finali dei decadimenti dei bosoni di Higgs, per esempio
fotoni.
La ricerca è stata molto difficile, in quanto ovviamente in seguito
alle collisioni dei fasci di protoni ad altissime energie nascono tantis-
sime particelle nello stato finale. L’energia dei fasci è riconvertita in
massa. Fra queste particelle si nascondeva anche il bosone di Higgs – in-
dividuarlo però è stato molto difficile. Come cercare l’ago nel pagliaio!

E adesso?
È finita la grande caccia? Possiamo dire che il Modello Standard è a
posto ed essere tutti felici e contenti? Sì – il Modello Standard è a
238 Dai buchi neri all'adroterapia

posto – o almeno è quanto possiamo dire oggi, ma la ricerca è ap-


pena iniziata!
Prima di tutto dobbiamo caratterizzare meglio il bosone di Higgs.
Abbiamo visto alcune delle sue proprietà, ma non possiamo dire di
conoscerlo bene.
Ci sono, per esempio, indicazioni che potrebbe aver avuto un
ruolo nell’espansione dell’Universo! Esistono anche delle teorie che,
in funzione della massa del bosone di Higgs, vedono il nostro Uni-
verso come un Universo che potrebbe essere instabile: proprio cosi, se
la massa è più piccola di un valore proprio intorno ai 126 GeV l’Uni-
verso potrebbe in un lontano futuro finire in una “grande esplosione”,
essendo instabile. Serve dunque misurare con alta precisione la massa
e le altre proprietà, come tutti i canali in cui decade.
Per fare questo il Large Hadron Collider è stato spento all’inizio del
2013. Riprenderà fra circa 2 anni con più vigore, in quanto l’energia
raggiungibile sarà più alta: arriverà a 14 TeV al posto degli attuali 8 TeV.
Alla ripartenza si vedrà se oltre al bosone di Higgs individuato
verranno fuori altre particelle simili: cioè altri bosoni di Higgs, ma
con massa e decadimenti diversi.
Questa situazione potrebbe essere molto interessante, in quanto al
Modello Standard serve un unico bosone di Higgs. Trovarne due apri-
rebbe, anzi spalancherebbe la porta verso modelli e teorie che vanno
oltre il Modello Standard, come la teoria supersimmetrica e quella
delle stringhe.
E allora si che ci sarebbe da divertirsi: un nuovo mondo, comple-
tamente invisibile potrebbe essere svelato: quasi un mondo parallelo,
che è qui con noi, ma non lo vediamo. Mondo che avrebbe invece ef-
fetti notevoli sulla scala dell’Universo, in quanto potrebbe rappre-
sentare parte della materia oscura che dirige le danze a grandi scale,
dettando le regole secondo le quali, tramite la gravità, le galassie, le
stelle e tutto quanto si muove.
La zuppa primordiale: il plasma
di quark e gluoni

Al principio fu creato l’Universo. Questo fatto ha sconcertato non


poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva
mossa.
Douglas Adams, Ristorante al termine dell’universo

Lo studio del plasma di quark e gluoni, la zuppa primordiale, ci permette di


capire com’era l’Universo a circa 10 milionesimi di secondo dal Big Bang,
quando faceva molto caldo e la materia era molto densa. Nelle collisioni ad
altissima energia fra ioni pesanti si forma una palla di fuoco che contiene il
plasma al suo interno. Vari esperimenti studiano queste interazioni per evi-
denziare e caratterizzare questo stato molto esotico della materia.

13.7 miliardi di anni fa nasceva l’Universo: un evento singolare, il Big


Bang, generava materia ed energia a temperature altissime e densità
estreme. Da allora l’Universo è cresciuto e si è raffreddato. Si sono
formati gli atomi, le stelle, i pianeti e anche noi.
Ma com’era l’Universo primordiale? Che posto era? Faceva molto
caldo! Miliardi e miliardi di gradi! E si stava anche molto stretti; la
densità era altissima. Poi, man mano che l’Universo si espandeva e si
raffreddava, si stava molto meno stretti, le particelle si stavano allon-
tanando una dall’altra; alcune scomparivano per effetto dell’annichi-
lazione particelle-antiparticelle; altre forse sono del tutto scomparse,
decadendo in particelle più stabili; altre ancora sono rimaste impri-
gionate in strutture più grandi, mai più libere, come nel caso dei quark.
L’Universo era un posto molto diverso da come è diventato.
240 Dai buchi neri all'adroterapia

Come possiamo studiarne gli inizi? Certo, un modo è di guardare


coi nostri telescopi le stelle, le galassie e le strutture lontanissime:
guardare lontano equivale anche a un viaggio indietro nel tempo,
considerando che la luce ha una velocità limitata. Una galassia che
dista 5 miliardi di anni luce la vediamo com’era miliardi di anni fa.
Ma fin dove ci possiamo spingere con i telescopi? Per vedere la ra-
diazione che proviene dalle galassie, le galassie devono aver avuto
tempo di formarsi; dunque anche se possiamo andare indietro nel
tempo fino a 10 miliardi, o anche più, di anni fa, non arriveremo mai
vicino al Big Bang. I primi vagiti dell’Universo appena nato non sono
“udibili” coi telescopi; servono tecniche diverse. Ma com’era l’Uni-
verso appena nato? Cosa dobbiamo cercare?

La zuppa primordiale: il plasma di quark e gluoni


Pochi istanti dopo la nascita dell’Universo, qualche milionesimo di
secondo dal Big Bang, c’era una zuppa di particelle molto bollente e
densa. La temperatura era molto più alta di quella all’interno del Sole.
C’erano dei quark e gluoni liberi: “il plasma di quark e gluoni” (QGP:
quark gluon plasma). Nel plasma, analogamente agli atomi ionizzati,
in cui elettroni e nuclei si sono separati, i quark e i gluoni erano liberi,
non costretti nei nucleoni, come invece lo sono oggi.
Questi primi istanti dell’Universo sono gli unici nei quali i quark
avevano la loro libertà, dopo sono stati intrappolati nei nucleoni,
ognuno costituito da tre quark che non si possono separare uno dal-
l’altro viste le caratteristiche dell’interazione forte, in particolare il
cosiddetto confinamento.
Oggi l’Universo è freddo e composto da nucleoni con tanto spa-
zio vuoto. Una densità più alta si raggiunge soltanto all’interno delle
stelle di neutroni, ma mai un plasma di quark e gluoni simile a quello
che c’era a pochi istanti dal Big Bang.
Lo studio sperimentale del plasma di quark e gluoni è dunque
molto importante non soltanto per verificare l’esistenza di questo
stato della materia in condizioni estreme, ma anche per capire meglio
le origini dell’Universo e la sua evoluzione.
La zuppa primordiale: il plasma di quark e gluoni 241

Dopotutto, anche noi siamo nati assieme al Big Bang e siamo pas-
sati attraverso lo stato di plasma di quark e gluoni.

Come cucinare la zuppa di quark e gluoni


Come ricreare in laboratorio le condizioni a pochi microsecondi dal
Big Bang?
Un’idea è quella di far scontrare fasci di nuclei pesanti a energie al-
tissime. Gli ioni pesanti, come il piombo, per esempio, contengono
centinaia di nucleoni fatti di quark. Quando si scontrano, se l’ener-
gia è abbastanza alta, si può arrivare alla situazione in cui i nucleoni,
le sacche che contengono i quark, si rompono, liberando i quark e
formando il plasma cercato. Questo però accade soltanto se la tem-
peratura all’interno di questa palla di fuoco (fireball) è abbastanza
alta, più alta di una certa temperatura critica.
Una volta creata, la fireball si espande per cause riconducibili alla
sua stessa pressione; espandendosi si raffredda fino a quando, arrivati
a una temperatura inferiore alla temperatura critica, i quark si ricom-
binano in barioni e mesoni. Studiando accuratamente le particelle
emesse a seguito di collisioni fra ioni pesanti accelerati ad altissime
energie gli sperimentatori sperano di misurare le proprietà del QGP.

Gli esperimenti sulle tracce del plasma di quark e gluoni


Alcuni esperimenti all’acceleratore Super Proton Synchrotron (SPS) del
CERN hanno provato a generare il plasma di quark e gluoni negli anni
’80 e ’90. Soltanto nel 2000 è stata annunciata la misura di segnali ri-
conducibili a una prova indiretta del nuovo stato della materia.
Attualmente sono in corso esperimenti dedicati sia negli Stati
Uniti, al RHIC (Relativistic Heavy Ion Collider), dove vengono stu-
diati scontri fra ioni di oro, rame o uranio, che a LHC, dove invece per
la creazione del plasma si utilizzano fasci di ioni di piombo.

ALICE nel paese dei quark


Il rivelatore ALICE a LHC è dedicato alla misurazione del plasma di
quark e gluoni. La possibilità di fondere i quark nella zuppa primor-
242 Dai buchi neri all'adroterapia

diale di particelle è garantita dalla capacità di LHC di far collidere tra


loro fasci di ioni di piombo a energia altissima, ricreando così una
densità di materia grandissima e una temperature di milioni di mi-
lioni di gradi. Fa veramente molto caldo all’interno del plasma: cen-
tinaia di migliaia di volte più caldo che all’interno del Sole!
Nel 2012 l’esperimento ALICE è riuscito ad arrivare a un record
di temperatura: più di 100.000 volte quella dell’interno della nostra
stella, sulle tracce della materia fatta di quark e gluoni, da caratteriz-
zare e capire meglio nel prossimo futuro.

Come identificare il plasma?


Come spesso accade, le caratteristiche del plasma di quark e gluoni
sono più facili da calcolare che da misurare. A cosa guardano gli scien-
ziati? Cosa studiano?
Il plasma di quark e gluoni ha delle caratteristiche specifiche, se si
studiano, per esempio:
• gli spettri di alcune particelle emesse dal plasma, per esempio fo-
toni;
• la produzione di quark “strani”;
• la soppressione della produzione di alcune particelle, come la J/,
particelle che contengono il quark “c”.
Ci sono tanti altri segnali particolari che possono dirci che il plasma
si è formato e come si è evoluto. Un po’ come studiare una strana crea-
tura di cui vediamo varie tracce e indizi e vogliamo capire com’è fatta.

LHC e il Big Bang


Lo studio del plasma di quark e gluoni ci permetterà di capire com’era
l’Universo a qualche microsecondo di età, molto vicino al Big Bang. È
una delle ragioni per cui si dice qualche volta che LHC sta ricreando
il Big Bang. In realtà non è proprio il Big Bang che stiamo generando,
ma la situazione a una decina di milionesimi di secondo da que-
st’evento straordinario. Siamo dunque molto vicini all’origine del no-
stro Universo.
L’insostenibile leggerezza
dei neutrini

L’universo è come una cassaforte per cui esiste una combinazione;


ma la combinazione è chiusa dentro la cassaforte.
Peter de Vries, Let Me Count the Ways

I neutrini sono le più misteriose particelle del Modello Standard. Hanno


massa, ma non sappiamo quale; sono identici oppure no alle loro antiparti-
celle? Oscillano, cambiando il sapore. Tutte queste proprietà vengono stu-
diate da vari esperimenti, tanti dei quali sotterranei, sottomarini o nei ghiacci
polari. Il neutrino è braccato! Conoscere le sue proprietà è di fondamentale
importanza nella fisica particellare, in astrofisica, in fisica nucleare e in co-
smologia.

I neutrini sono le più misteriose particelle del Modello Standard. Esi-


stono tre tipi di neutrini, associati alle tre famiglie, di cui si sa che
hanno massa ma non quale sia: il neutrino elettronico, quello muo-
nico e il neutrino tauonico. Leggeri, leggerissimi, il neutrino elettro-
nico è molto più leggero dell’elettrone, che a sua volta è quasi 2.000
volte più leggero del protone. In più i neutrini “oscillano” – cambiano
da un tipo di neutrino a un altro tipo, un effetto quantistico che si
manifesta anche su grandissime distanze: quelle necessarie, per esem-
pio, ai neutrini per arrivare a noi dalle stelle più lontane.
I neutrini, non avendo carica elettrica, ci “parlano” soltanto at-
traverso l’interazione debole, il che vuol dire che interagiscono po-
chissimo con tutte le altre particelle e misurarli diventa un problema
244 Dai buchi neri all'adroterapia

di… peso. Dobbiamo avere rivelatori più grandi possibili, che con-
tengono un numero considerevole di particelle con cui il neutrino
potrebbe interagire in modo da misurarne alcuni.
Le antiparticelle dei neutrini, gli antineutrini, potrebbero essere le
stesse particelle dei neutrini. Pur non avendo carica elettrica, neutrino
e antineutrino potrebbero comunque distinguersi attraverso altre ca-
ratteristiche. Oggi vari esperimenti stanno provando a rispondere a
questa domanda: il neutrino è la stessa particella dell’antineutrino?
Lo studio dei neutrini è molto importante non soltanto per ca-
pire meglio il Modello Standard, ma anche perché, visto il numero
immenso di neutrini emessi in vari processi che avvengono nelle
stelle, essi potrebbero costituire parte della materia oscura: quale
parte? Dipende proprio dalla loro massa.
La maggior parte dei neutrini che colpiscono il nostro pianeta ar-
riva dal Sole: ogni centimetro quadrato che guarda il Sole viene at-
traversato da decine di miliardi di neutrini! Nell’arco di tutta la nostra
vita questi neutrini ci attraversano senza lasciar traccia – come se non
ci fossimo; in rarissimi casi, un neutrino interagisce con una particella
del nostro corpo.
Altri neutrini arrivano sino a noi dall’esplosione delle superno-
vae. È stato il caso dei neutrini provenienti dalla supernova 1987a, ri-
velati indipendentemente dagli esperimenti guidati da Raymond
Davis Jr. e Masatoshi Koshiba nel 1987, per cui hanno ricevuto il pre-
mio Nobel per la Fisica nel 2002.
Avendo raccontato la breve storia della scoperta dei neutrini al-
trove (vedi I segnali dall’interno del pianeta: i geoneutrini, p. 175), ve-
diamo in quel che segue a che punto è la ricerca attuale sui neutrini
e le loro affascinanti proprietà.

Quanti tipi di neutrini diversi?


Dopo la scoperta del neutrino elettronico, nel 1956, attraverso la mi-
sura delle particelle prodotte dall’interazione del neutrino con i pro-
toni, da cui risultava un neutrone e un positrone, nel 1962 Leon
Lederman (quel Leon Lederman che ha poi pubblicato il libro sulla
L’insostenibile leggerezza dei neutrini 245

particella di Dio), Melvin Schwartz e Jack Steinberger hanno dimo-


strato che esistono più tipi di neutrini. In particolare hanno misu-
rato il neutrino muonico, scoperta ripagata con l’assegnazione del
premio Nobel per la Fisica nel 1988. Il terzo neutrino, quello tauonico,
è stato scoperto soltanto nel 2000 dalla collaborazione DONUT al
Fermilab negli Stati Uniti. I neutrini tau sono associati alle particelle
tau – fratelli molto più pesanti dell’elettrone. Le tre tipologie di neu-
trini si chiamano anche sapori.
Esistono soltanto tre tipi diversi di neutrini? La lista è completa?
Oggi questo è un problema aperto: si parla dell’esistenza di un
possibile “neutrino sterile”, neutrino che non partecipa alle intera-
zioni deboli, ma potrebbe avere un ruolo nelle oscillazioni dei neu-
trini e ovviamente sentirebbe l’interazione gravitazionale.
Gli esperimenti sui neutrini attualmente in corso ci potrebbero for-
nire più informazioni sull’esistenza del fantomatico neutrino sterile.

L’oscillazione dei neutrini


Come abbiamo visto, esistono tre tipi di neutrini diversi che si con-
traddistinguono per il modo con cui interagiscono con le altre par-
ticelle. Un neutrino elettronico interagisce con un protone generando
un neutrone e un positrone – cosa che non succede se al posto del
neutrino elettronico c’è un neutrino muonico o tauonico.
La possibilità che il neutrino cambiasse tipologia, passando da un
tipo all’altro, fu formulata per la prima volta da Bruno Pontecorvo
nel 1957. Pontecorvo ha anche formalizzato dal punto di vista mate-
matico questo processo, che chiamiamo l’oscillazione dei neutrini, in
condizioni di propagazione dei neutrini nel vuoto. Nel 1985 Stani-
slav Mikheyev e Alexei Smirnov, prendendo spunto da una proposta
formulata nel 1978 da Lincoln Wolfenstein, hanno modificato il mec-
canismo proposto da Pontecorvo prendendo in considerazione la
propagazione all’interno della materia, lavoro molto importante, in
quanto, per esempio, i neutrini che arrivano dal Sole vengono rila-
sciati all’interno del Sole e devono, prima di uscire, attraversare una
consistente quantità di materia.
246 Dai buchi neri all'adroterapia

A partire dalla fine del XX secolo sono arrivati i primi risultati


sperimentali, da Super-Kamiokande, un esperimento in Giappone, e
dal Sudbury Neutrino Observatory, in Canada: i neutrini che parti-
vano dal Sole come neutrini elettronici si trasformavano strada fa-
cendo in neutrini di un altro tipo.
L’esperimento effettuato in Canada dimostrò che il flusso totale
misurato dei neutrini di qualsiasi sapore provenienti dal Sole con-
corda con quello calcolato teoricamente, mentre il flusso dei neutrini
elettronici è circa un terzo rispetto a quello di tutti i neutrini. Sic-
come il Sole produce solo neutrini elettronici significa che i 2/3 dei
neutrini elettronici hanno cambiato sapore dal momento della loro
creazione all’interno del Sole sino alla rilevazione. Nell’ambito del
Modello Standard l’oscillazione dei neutrini è spiegabile soltanto se i
neutrini hanno una massa diversa per ogni tipo di neutrino.
Le masse dei neutrini sono a oggi sconosciute. Esistono dei limiti
imposti da vari esperimenti e dalle ossservazioni astronomiche. Al-
cuni esperimenti, in particolare quelli effettuati in laboratori sotter-
ranei, stanno facendo misure di altissima precisione per arrivare ad
afferrare l’ineffabile neutrino e misurare le sue proprietà.
Uno di questi esperimenti è l’esperimento OPERA ai Laboratoi sot-
terranei del Gran Sasso dell’INFN. OPERA è una grande camera foto-
grafica che fotografa i processi generati dai neutrini. I neutrini proven-
gono dal CERN di Ginevra, da dove un fascio di neutrini muonici
viene sparato in direzione del Laboratorio del Gran Sasso. Su miliardi
di miliardi di neutrini arrivati a OPERA alcuni si trasformano e l’espe-
rimento misura, al posto dei neutrini muonici, neutrini tauonici. Nel
2010 è stato osservato un primo neutrino che ha oscillato da muonico
a tauonico e nel 2013 è stato annunciato il terzo caso di oscillazione.
Tanti altri esperimenti, sia ai Laboratori del Gran Sasso sia, in altri
laboratori sotterranei nel mondo, nonché in laboratori in superficie,
nelle acque marine, oppure nel ghiaccio del Polo Sud, misurano i neu-
trini: le loro oscillazioni e la loro identità, o diversità, con il proprio
antineutrino.
L’insostenibile leggerezza dei neutrini 247

Qual è la velocità dei neutrini?


Prima dell’osservazione delle oscillazioni dei neutrini, dunque prima
che si sapesse che i neutrini hanno una massa, si pensava che la loro
velocità fosse uguale a quella della luce.
Avendo però una massa, secondo la teoria della relatività i neutrini
non possono né raggiungere né superare la velocità della luce, po-
tendosi però avvicinare molto.
Nel mese di settembre del 2011 i ricercatori della collaborazione
OPERA (con pochi astenuti, che non hanno firmato l’articolo) affer-
marono di aver trovato un’anomalia nella misura della velocità dei
neutrini muonici nel viaggio che li portava dal CERN di Ginevra ai
laboratori sotterranei del Gran Sasso. La velocità dei neutrini sem-
brava essere, seppur di pochissimo, superiore a quella della luce. Tale
risultato scatenò, da una parte, una serie di possibili spiegazioni del-
l’anomalia da parte di alcuni teorici, attraverso, per esempio, l’esi-
stenza delle extradimensioni, e, dall’altra, scetticismo sulla veridicità
della misura. I controlli successivi effettuati dagli stessi ricercatori
della collaborazione OPERA hanno trovato, all’inizio del 2012, le ra-
gioni dell’anomalia nella presenza di alcuni problemi nell’apparato
sperimentale. Si trattava di due sorgenti di errori: un’errata calibra-
zione dell’orologio atomico utilizzato per calcolare il tempo di volo
dei neutrini dal CERN al Gran Sasso e una cattiva connessione di una
fibra ottica con il sistema GPS; questi problemi giustificano il valore
anomalo della velocità dei neutrini trovato da OPERA. In realtà si è
poi visto che la loro velocità non superava quella della luce. Tale si-
tuazione non è così strana per esperimenti così complicati come
OPERA, dove sono presenti migliaia di cavi e connessioni. Va dato
credito ai ricercatori della collaborazione che hanno svolto un lavoro
di verifica molto accurato; certo – rimane il dubbio che potevano
farlo prima di rendere pubblico il risultato sull’anomalia della velo-
cità. Ma questa è un altra storia.
A oggi, dunque, la velocità dei neutrini è quella che ci si aspetta per
particelle che hanno massa: limitata dalla velocità della luce.
248 Dai buchi neri all'adroterapia

Le motivazioni per studiare i neutrini


Le ragioni per studiare i neutrini sono tantissime. La prima ragione è
che vogliamo conoscere meglio queste particelle fondamentali presenti
nel Modello Standard. Adesso che persino il bosone di Higgs è stato tro-
vato, soltanto il neutrino è rimasto con una massa sconosciuta.
I neutrini sono un altro modo per conoscere l’Universo. Assieme
alla radiazione elettromagnetica portano informazioni da sorgenti
lontane: le supernovae, per esempio. Anzi, i neutrini arrivano molto
meglio della luce proprio in quanto interagiscono molto più debol-
mente con tutta la materia che incontrano per arrivare fino a noi di
quanto non accada per la radiazione elettromagnetica.
I neutrini ci portano informazioni dal cuore del nostro Sole.
Mentre i fotoni devono “sgomitare” tanto per uscire dall’interno del
Sole, i neutrini escono indisturbati. I fotoni generati nel cuore della
nostra stella impiegano decine di migliaia di anni (si, avete letto bene)
per uscire dalla prigione mentre i neutrini escono in pochi istanti.
Come mai i fotoni hanno bisogno di così tanto tempo? La luce non
viaggia con la velocità… della luce? Per spiegare questo, apparente-
mente strano, fenomeno usiamo un esempio: immaginiamo di do-
ver attraversare una stanza lunga circa 100 metri. Se la stanza è vuota
ci vorrà pochissimo (meno di 10 secondi, se la persona è Usain
Bolt). Se invece la stanza è piena di altre persone, magari per una fe-
sta, rimbalzeremo da una all’altra e impiegheremo molto di più per
uscire – persino Bolt avrebbe bisogno di tantissimo tempo, se la
stanza fosse stracolma. È un po’ quello che succede ai fotoni quando
escono dalla regione centrale del Sole.
Nei processi di esplosione delle supernovae vengono emessi un
numero enorme di neutrini, la loro misurazione fornisce informa-
zioni importantissime su come avviene il collasso di una stella nella
fase di supernova.
Siccome i neutrini compongono parte della materia oscura, co-
noscere la loro massa e le loro proprietà è di fondamentale impor-
tanza in astrofisica e in cosmologia. I neutrini potrebbero avere un
ruolo importante nell’evoluzione dell’Universo.
Vibrando con le stelle: le onde
gravitazionali

Tieni i piedi a terra, il cuore intensamente fisso alle stelle; e la


mente tra i due.
Mario Vassalle, Foglie d’Autunno

Da quasi 100 anni una delle previsioni della relatività generale di Einstein,
l’esistenza delle onde gravitazionali, non ha ancora ricevuto una conferma
sperimentale diretta. La misura di onde emesse da oggetti astrofisici, come
stelle binarie, esplosioni di supernovae oppure buchi neri, ma anche dal Big
Bang, è una sfida incredibile per i ricercatori, in quanto occorre osservare va-
riazioni di lunghezza molto più piccole delle dimensioni dell’atomo e per-
sino di quelle del protone. L’astronomia con onde gravitazionali ci darà
informazioni sulle sorgenti, portandoci a “vedere” oggetti invisibili con la sola
radiazione elettromagnetica. La misura di onde gravitazionali primordiali dal
Big Bang fornirebbe informazioni essenziali per capire l’origine dell’Universo
e la sua evoluzione.

Cosa succede quando una supernova esplode? Se non è troppo lon-


tana, vediamo un intenso fascio di luce emesso durante l’esplosione.
Certo, non dev’essere troppo vicina, altrimenti non vedremmo più
niente in quanto l’esplosione distruggerebbe anche noi. Riusciamo a
misurare anche qualche neutrino, visto che durante l’esplosione ne
vengono generati in grande quantità. Stando alla teoria della relatività
generale di Einstein, oltre alla luce e ai neutrini dovremmo venire
“colpiti” anche da onde gravitazionali, increspature della struttura
250 Dai buchi neri all'adroterapia

spazio-temporale che si propagano ogni volta che fenomeni violenti


come l’esplosione di una supernova si verificano.
Le onde gravitazionali le possiamo immaginare come le onde che
si propagano quando saltiamo su un tappetino elastico; vibrazioni,
in questo caso meccaniche, si diramano dal punto nel quale saltiamo
e vengono chiaramente percepite da chiunque stia sul tappetino
come vibrazioni di una certa frequenza, che dipende da quella dei
nostri salti.
Sino a oggi nessuno è riuscito a misurare direttamente le onde
gravitazionali; esistono però prove indirette molto convincenti. Vari
rivelatori per misurare gli effetti incredibilmente piccoli del passag-
gio delle onde gravitazionali sono attualmente in funzione, con la
prospettiva di arrivare in futuro a una vera e propria astronomia del-
l’Universo attraverso questi segnali.

Effetti delle onde gravitazionali


Nella teoria della relatività generale di Einstein la gravità è ricondu-
cibile a deformazioni spazio-temporali causate dalla presenza della
massa. La massa è la sorgente della gravità, come la carica elettrica è
la sorgente della forza elettrica. Quanto più grande è la massa di un
corpo tanto più grande è la curvatura che genera. Un po’ come noi
quando ci sediamo su un materasso molto elastico: più siamo in
carne, più il buco che facciamo nel materasso è evidente. Se il corpo
inizia a muoversi nello spazio-tempo, questa situazione si riflette
nella curvatura (come quando noi sul materasso iniziamo a saltel-
lare). Gli oggetti che hanno un movimento accelerato possono a que-
sto punto generare cambiamenti nella curvatura, che iniziano a
propagarsi con la velocità della luce, come un’onda. Sono le onde
gravitazionali.
Le onde gravitazionali vengono recepite più intensamente nelle
vicinanze della sorgente e attenuate man mano che la distanza cresce.
Le onde gravitazionali agiscono sulla struttura geometrica dello spa-
zio-tempo, modificando la distanza (spazio-temporale) di due punti
vicini, facendola oscillare attorno a dei valori di riferimento. Gli effetti
Vibrando con le stelle: le onde gravitazionali 251

però sono piccolissimi. Per esempio, le oscillazioni indotte dalle onde


gravitazionali in arrivo da un sistema binario di stelle di neutroni
sono di una parte su 100 miliardi di miliardi. Infinitesime!
Con i nostri esperimenti più sensibili saremmo in grado di misu-
rare variazioni dell’ordine di qualche parte su diecimila miliardi di
miliardi (1022), quindi di misurare le oscillazioni indotte dalle onde
gravitazionali.
Le onde gravitazionali potrebbero avere frequenze molto varia-
bili, da poche a miliardi di oscillazioni al secondo. I nostri apparati
sono ottimizzati per un certo dominio di queste frequenze – quelle
che riteniamo collegate a fenomeni indotti dall’esplosione di super-
novae oppure simili.

Le sorgenti di onde gravitazionali


Come abbiamo visto, le onde gravitazionali vengono generate dal mo-
vimento accelerato di grandi masse.
Risulta che le principali sorgenti di onde gravitazionali sono si-
stemi binari di stelle, esplosioni di supernovae, buchi neri in vibra-
zione, oppure galassie nella fase di formazione. Ognuno di questi
oggetti ha la sua firma specifica.
Per un sistema binario, formato da due stelle che orbitano intorno
al comune centro di massa, le onde gravitazionali dovrebbero essere
prodotte continuamente, in quanto il moto delle stelle è sempre ac-
celerato (traiettorie quasi-circolari). Quando il sistema binario
muore, le stelle che lo compongono spiraleggiano molto rapidamente
verso il centro, fino a che collidono, emettendo intense onde gravita-
zionali.
Nell’esplosione di una supernova, con la formazione di una stella
di neutroni, circa lo 0,1% della massa iniziale viene ritrovato in onde
gravitazionali. La misura di queste onde può fornirci la loro velocità,
la verifica che è uguale a quella della luce: se le onde gravitazionali e
quelle luminose sono rilevate simultaneamente, abbiamo una con-
ferma diretta che le onde gravitazionali si propagano alla stessa velo-
cità della luce.
252 Dai buchi neri all'adroterapia

Uno dei fattori importanti quando stiamo progettando un esperi-


mento è il numero di eventi che ci aspettiamo. Nel caso delle super-
novae il numero di esplosioni di supernova nella nostra galassia è in
media di una ogni 30 anni; nell’ammasso della Vergine, che conta circa
1.000 galassie, ci attendiamo un’esplosione alla settimana. Però il se-
gnale in arrivo dalle supernovae esplose in un’altra galassia è molto
più debole di quello di simili eventi nella nostra galassia – fattore del
quale dobbiamo tenere conto quando prepariamo gli esperimenti.
Anche il Big Bang potrebbe essere stato una sorgente di onde gra-
vitazionali, visto che è stato senz’altro un evento molto violento nel
quale onde gravitazionali sono state generate. Il rilevamento di un
fondo cosmico di onde gravitazionali svelerebbe nuovi aspetti del
Big Bang.
Che effetto hanno queste onde sui nostri apparati? Infinitesimo:
l’arrivo di un’onda gravitazionale produrrebbe spostamenti (vibra-
zioni) dei nostri rivelatori molto più piccole della dimensioni di un
atomo – addirittura più piccole delle dimensioni di un protone per
ogni metro di separazione fra i punti.

Prova indiretta dell’esistenza delle onde gravitazionali


Manca a tutt’oggi una prova diretta delle onde gravitazionali. La con-
ferma indiretta dell’emissione di tali onde è arrivata dall’osservazione
di un sistema binario di stelle composto da una coppia di stelle di
neutroni ruotanti l’una attorno all’altra, destinate a fondersi. La di-
namica del sistema era una dimostrazione che parte dell’energia ve-
niva emessa sotto forma di onde gravitazionali.
Per questa scoperta, effettuata nel 1974 con il radiotelescopio di
Arecibo nell’isola di Porto Rico da Russel Hulse e Joseph Taylor, i due
scopritori hanno ricevuto il premio Nobel per la Fisica nel 1993.

Esperimenti per la misura diretta delle onde gravitazionali


Per misurare le onde gravitazionali sono state a lungo utilizzate le an-
tenne gravitazionali. Le antenne gravitazionali sono delle sbarre di vari
materiali, per esempio alluminio, lunghe qualche metro, nelle quali il
Vibrando con le stelle: le onde gravitazionali 253

passaggio di un’onda gravitazionale provoca cambiamenti di distanza


fra i vari punti, tradotti come vibrazioni molto piccole a una certa fre-
quenza. Per riuscire a misurare tali effetti le antenne gravitazionali sono
raffreddate a temperature bassissime, poco sopra lo zero assoluto, in
quanto altrimenti il rumore termico (movimenti degli atomi dovuti
all’agitazione termica) sarebbe molto più grande dell’effetto indotto
dalle onde gravitazionali. Anche la lettura del segnale è un processo
complesso, che viene fatto con sistemi dalle grandi prestazioni, che
hanno trovato applicazione anche in altri settori – per esempio nella
lettura dei deboli segnali elettromagnetici provenineti dal cervello.
Le antenne gravitazionali, come NAUTILS ai Laboratori Nazio-
nali di Frascati dell’INFN, sono molto sensibili, ma non riescono a
misurare oggetti molto lontani. Nel caso delle esplosioni di superno-
vae, soltanto quelle della nostra galassia vengono eventualmente viste.
Le supernovae nella nostra galassia esplodono una ogni 30 anni circa.
I ricercatori hanno dunque cercato nuovi metodi per riuscire a es-
sere sensibili alle supernovae più lontane, che danno un segnale più
piccolo, ma sono molte di più. Sono così nati progetti in cui al posto
di oggetti materiali, le antenne vere e proprie, viene misurata la va-
riazione di distanza fra vari punti utilizzando fasci laser.
In due tubi ad altissimo vuoto, proprio per non distruggere la qua-
lità dei fasci laser posizionati a un angolo fra di loro, vengono fatti
passare fasci laser. Un sistema di specchi riflette varie volte i fasci per
aumentare la distanza percorsa dalla luce e rendere l’oggetto ancora
più sensibile. I due fasci arrivano alla fine a un interferometro, og-
getto capace di misurare anche la più piccola variazione di percorso.
L’arrivo di un’onda gravitazionale dovrebbe indurre variazioni di-
verse nei due bracci dell’interferometro e questo dovrebbe risultare
nella figura di interferenza. Tali interferomentri sono LIGO negli Stati
Uniti e VIRGO in Italia.

L’interferometro VIRGO
Virgo è un rivelatore di onde gravitazionali di tipo interferometrico
con due bracci lunghi 3 km, situato nel comune di Cascina (PI), in
254 Dai buchi neri all'adroterapia

Italia. Capace di misurare le onde gravitazionali provenienti da si-


stemi binari ed esplosioni di supernovae dall’ammasso della Vergine,
in un intervallo di frequenze fra 10 e 10.000 Hz. VIRGO è frutto di
una collaborazione italo-francese tra l’INFN e il CNRS nell’ambito
dell’EGO, European Gravitational Observatory.
VIRGO utilizza un laser ad alta precisione diviso in due fasci in-
viati nei due bracci dell’apparato. I fasci laser, fatti viaggiare avanti e
indietro per decine di volte grazie a un sistema di specchi (delle ca-
vità ottiche di Fabry-Perot) si ricombinano all’uscita dell’interfero-
metro, dove viene rivelata, tramite l’interferenza, la differenza di fase
accumulata e quindi le variazioni di percorso.
L’arrivo delle onde gravitazionali da centinaia di milioni di anni
luce dovrebbe distorcere i 3 chilometri di lunghezza dei bracci in modo
differente, visto che i bracci hanno direzioni diverse e gli effetti delle
onde dipendono da questo parametro. L’entità della deformazione do-
vrebbe essere dell’ordine del miliardesimo di miliardesimo di metro
(10–18 m).
Quando VIRGO sarà in funzione a pieno regime si spera che riu-
scirà a vedere alcuni eventi per anno, dando un contributo fonda-
mentale a capire le caratteristiche delle onde gravitazionali e delle
loro sorgenti.

Il futuro del settore: LISA nello spazio?


Per il futuro esistono progetti che prevedono l’installazione di sistemi
interferometrici nello spazio. Si tratta del progetto LISA della NASA
e dell’ESA.
LISA è costituito da 3 satelliti artificiali ai vertici di un triangolo
equilatero, separati tra loro da una distanza di 5 milioni di chilometri.
I satelliti si muoveranno in un’orbita solare alla distanza di 1 unità
astronomica dal Sole. La distanza reciproca verrà accuratamente mi-
surata con l’aiuto degli interferometri; i piccolissimi cambiamenti ri-
portati nelle figure di interferenza potranno essere attribuiti alle onde
gravitazionali.
LISA non sarà affetta da disturbi di origine terrestre (tipo micro-
Vibrando con le stelle: le onde gravitazionali 255

sismi) e a differenza di VIRGO e LIGO, potrà misurare onde gravita-


zionali di bassa frequenza, fra 0.1 millesimi di Hz e 1 Hz, integrando
l’informazione fornita dagli interferometri terrestri. LISA sarà capace
di rilevare le emissioni di centinaia o migliaia di stelle binarie vicine,
e quelle di buchi neri in galassie lontane.
Buchi neri: misteri,
extradimensioni e scommesse

Motivi potentissimi e quasi sempre segreti sono all’origine di mille


particolari che compongono la bellezza brulicante dell’universo.
Una singolarità può sembrarci gratuita, ma la sua forza espressiva
nasconde sempre delle radici.
Jean Cocteau, Il mio primo viaggio

Affascinanti e misteriosi, i buchi neri nascondono molti segreti. Nell’Uni-


verso abbiamo osservato buchi neri di varie dimensioni, e altri ancora, più
piccoli, potrebbero esistere senza essere stati ancora osservati. La teoria ci
dice che i buchi neri emettono la radiazione di Hawking, che porta all’eva-
porazione di quelli più piccoli. Quelli più grandi continuano invece a cre-
scere, essendo la radiazione emessa ampiamente sorpassata dalla materia
che cade dentro. Che cosa succede all’informazione all’interno dei buchi
neri è argomento di discussione e indagini. Capire i buchi neri vuol dire ca-
pire la gravità quantistica nell’ambito di una nuova teoria oltre l’attuale Mo-
dello Standard.

Pochi sono gli argomenti di fisica moderna che esercitano sull’im-


maginazione del fisico, ma anche del pubblico, un tale fascino come
i buchi neri, di cui tutti hanno sentito parlare, ma di cui pochi sanno
di cosa si parla. La realtà è che nemmeno i fisici ne conoscono i det-
tagli, in quanto i buchi neri rappresentano tuttora un mistero ricon-
ducibile, molto probabilmente, alla gravità quantistica.

I buchi neri: un viaggio a senso unico


Gli annunci su varie scoperte di buchi neri sono all’ordine del giorno:
258 Dai buchi neri all'adroterapia

leggiamo spesso di buchi neri enormi, oppure molto giovani, scoperti


nella profondità dello spazio.
Che cosa è però un buco nero? Come dice anche il nome, un buco
nero è un oggetto in cui la forza di gravità è così intensa che nem-
meno la luce (i fotoni) riesce a sfuggire, diventando l’oggetto nero.
L’idea che potrebbero esistere oggetti per i quali la velocità di fuga
(la velocità che un corpo deve avere per sfuggire all’attrazione gravi-
tazionale senza nuove accelerazioni) possa essere più grande della ve-
locità della luce non è così recente. I primi che l’hanno pensata sono
stati il geologo John Mitchell nel lontano 1783 e il famoso Pierre-
Simon Laplace, nel 1896. Tali strani oggetti sono stati però ignorati
dalla comunità scientifica, in quanto non era per niente chiaro se e
come la luce potesse sentire l’attrazione gravitazionale.

Un buco nero è una regione spazio-temporale che è stata deformata al punto tale
da diventare un imbuto dal quale nemmeno la luce può uscire (disegno di Massi-
miliano Bazzi)
Buchi neri: misteri, extradimensioni e scommesse 259

La teoria della relatività generale di Einstein ha messo le basi per


un nuovo modo di vedere lo spazio e il tempo, come un’unica entità
spazio-temporale, che subisce l’influenza della materia presente: la
materia dice allo spazio come curvarsi e lo spazio dice alla materia
come muoversi. In questo contesto un buco nero è una regione spa-
zio-temporale che è stata deformata al punto tale da diventare un im-
buto dal quale nemmeno la luce può uscire.
Nel 1967 John. A. Wheeler, scienziato al quale la fisica moderna
deve tantissimo, ha utilizzato il nome di “buco nero” per questi strani
oggetti, nome che da allora è diventato celebre, anche se non è stato
lui a inventarlo. La giornalista Anne Ewing l’aveva usato nel 1964, ap-
parentemente dopo averlo sentito in una riunione dell’American As-
sociation for the Advancement of Science.

L’orizzonte degli eventi


Per i buchi neri esiste un chiaro confine, chiamato orizzonte degli
eventi (che è stato anche il titolo di un film), fra la regione all’esterno
del buco nero e quella all’interno. Una volta superato l’orizzonte degli
eventi non si può più uscire dal buco nero, si diventa prigionieri del
mostro, in quanto per uscire sarebbe necessaria una velocità più
grande di quella della luce.
Questo orizzonte è dunque a senso unico: gli oggetti possono en-
trare dentro il buco nero, ma, una volta dentro, se ne perdono le tracce,
in quanto nessun segnale può uscire, tanto meno l’oggetto stesso.
Altri strani fenomeni accadono nell’avvicinarsi al buco nero: man
mano che ci si avvicina all’orizzonte degli eventi il tempo (rispetto
all’osservatore esterno, che guarda l’oggetto che cade dentro) sembra
rallentare, finché l’oggetto stesso sembra congelato per l’eternità al-
l’arrivo all’orizzonte.

Oltre l’orizzonte: un viaggio a senso unico


Se un astronauta temerario traversasse l’orizzonte degli eventi, potrebbe
anche non rendersi conto del momento in cui oltrepassa il punto di
non ritorno. Non esiste un indicatore “Attenti, state sorpassando l’oriz-
260 Dai buchi neri all'adroterapia

zonte degli eventi!”. Soltanto che, una volta dentro il buco nero, non
avrebbe più scampo e il nostro temerario o incosciente viaggiatore ri-
marrebbe prigioniero all’interno del buco nero, senza nemmeno la pos-
sibilità di comunicare con noi, e, alla fine, cadrebbe dentro alla
cosiddetta “singolarità” che sta all’interno, un punto dove la curvatura
dello spazio-tempo, come dimostrato da Stephen Hawking e Roger
Penrose, diventa infinita. Da sottolineare il fatto che, non avendo ancora
una teoria della gravità quantistica, questa potrebbe cambiare in qual-
che modo la situazione (almeno rispetto alla curvatura infinita).
Se il nostro astronauta, sarebbe più giusto chiamarlo buconauta,
sapesse qual è la massa del buco nero potrebbe persino (con un suo
orologio) calcolare quanto tempo dura il suo viaggio dall’orizzonte
alla singolarità. Per un buco nero con una massa simile a quella del
Sole il viaggio sarebbe particolarmente breve: circa un microsecondo
(un milionesimo di secondi)!

Quanti tipi di buchi neri?


I buchi neri sono, malgrado il loro mistero, o proprio per questo, og-
getti relativamente semplici, essendo caratterizzati da un numero pic-
colo di parametri: massa, carica elettrica e momento angolare (una
quantità che caratterizza la rotazione che il buco nero può avere).
I buchi neri sono classificati in funzione della loro massa. La loro
dimensione, rappresentata dal cosiddetto “raggio di Schwarzschild”,
che corrisponde al raggio dell’orizzonte degli eventi, dipende dalla
massa del buco nero tramite una relazione di proporzionalità: più è
massiccio il buco nero, più grande è il suo raggio.
Dal più piccolo al più grande, i buchi neri si classificano, in fun-
zione della loro massa, così:
• Buchi neri microscopici: hanno una massa molto più piccola di
quella di una stella. Per esempio, un buco nero con la massa
uguale a quella della Luna avrebbe un raggio di circa un decimo
di millimetro (quasi come il diametro di un capello!). Questi
buchi neri non possono nascere in seguito all’esplosione di una
stella morente. Potrebbero però esistere buchi neri di questo tipo
Buchi neri: misteri, extradimensioni e scommesse 261

nati pochi istanti dopo il Big Bang, quando la densità della mate-
ria era molto alta: parte di loro possono essere arrivati fino ai
giorni nostri. Esistono esperimenti – sui satelliti – che danno la
caccia ai prodotti dell’evaporazione di questi buchi neri (vedi se-
zione seguente). Tali micro buchi neri potrebbero formarsi anche
al grande acceleratore di particelle di Ginevra: il Large Hadron
Collider, oppure nell’interazione dei raggi cosmici di altissima
energia nell’atmosfera terrestre.
• Buchi neri con massa stellare: hanno una massa fra 3 e 15-20 volte
la massa del nostro Sole e il raggio di qualche kilometro. Si for-
mano in seguito all’esplosione di una stella (supernova) nella fase
finale della sua vita, oppure in seguito alla fusione di due stelle di
neutroni.
• Buchi neri con massa intermedia: sono i buchi neri con una massa
di centinaia o migliaia di volte la massa del Sole. Per esempio, un
buco nero con massa circa 6.000 volte quella del Sole avrebbe il
raggio uguale a quello della Terra. Non esiste un meccanismo di-
retto che può far nascere un tale buco nero; si pensa che nascano
esclusivamente dall’unione di buchi neri con masse più piccole.
Un tale processo di unione di buchi neri rappresenterebbe una
sorgente molto intensa di energia, in particolare sotto forma di
onde gravitazionali, che potrebbero essere rivelate in un futuro
non troppo lontano dai nostri rivelatori, dandoci così il modo di
studiare questi processi approfonditamente.
• Buchi neri super-massicci: hanno una massa che varia da centinaia
di migliaia fino a miliardi di volte quella del Sole. Un buco nero
con la massa di circa un milliardo di volte quella del Sole ha un
raggio pari a 10 Unità Astronomiche (l’Unità Astronomica è la di-
stanza media fra il Sole e la Terra: centocinquanta milioni di kilo-
metri). Tali buchi neri esistono al centro di tante galassie, inclusa
la nostra. Sono stati osservati in modo indiretto dalla radiazione
prodotta quando vari oggetti vi cadono dentro, oppure, come nel
caso del buco nero all’interno della nostra galassia, dallo studio
delle orbite delle stelle. Questi buchi neri potrebbero nascere dal-
262 Dai buchi neri all'adroterapia

l’unione di più buchi neri e/o da un buco nero più piccolo che
“mangia” vari oggetti che cadono dentro.
Un’osservazione interessante relativa alla densità media dei buchi
neri (massa diviso volume, dove il volume è quello racchiuso dentro
l’orizzonte degli eventi): il raggio è proporzionale alla massa, dunque
il volume dipende dalla terza potenza della massa. Risulta che la den-
sità dipende dall’inverso del quadrato della massa. Quanto più il buco
nero è grande, tanto più piccola è la sua densità. I buchi neri molto
piccoli hanno densità enormi, ma quelli super-massicci possono
anche avere una densità media uguale a quella dell’acqua.

Panico nel mondo: i buchi neri di Ginevra


Come abbiamo già detto la possibilità che micro buchi neri possano
essere generati all’acceleratore LHC di Ginevra ha generato panico in
una parte della popolazione nel 2008, quando LHC è stato acceso
per la prima volta. Vi ricordate le trasmissioni dove si parlava del pe-
ricolo che i buchi neri di Ginevra avebbero finito per inghiottire il
mondo? Peccato che nella maggior parte di queste trasmissioni
c’erano tutti quanti (giornalisti, politici, attori, gente intervistata per
la strada, opinionisti, ecc.) tranne i veri fisici.
Ebbene, la produzione di buchi neri a Ginevra è estremamente
improbabile, ma per i fisici, lontano dall’essere una situazione spa-
ventosa e da evitare, sarebbe un evento desiderato e quanto mai ec-
cezionale, in quanto darebbe una prova indiretta dell’esistenza delle
extra-dimensioni! Per un breve istante si potrebbe dire che abbiamo
aperto la porta a dimensioni oltre alle nostre tre cui siamo abituati.
I microbuchi neri eventualmente prodotti al CERN evaporereb-
bero instantaneamente tramite la radiazione di Hawking, che pre-
sentiamo in seguito.

Stephen Hawking: Harry Potter dei buchi neri

La radiazione di Hawking
La radiazione che porta il nome del suo scopritore, Hawking, un vero
Buchi neri: misteri, extradimensioni e scommesse 263

mago della fisica dei buchi neri, è la radiazione emessa dai buchi neri
per effetti quantistici. La storia di questa scoperta è molto interes-
sante ed è legata anche al nome di Jacob Bekenstein, colui che ha pro-
posto la formula per l’entropia dei buchi neri e, implicitamente,
l’esistenza di una temperatura associata al buco nero. Temperatura
però vuol dire emissione di radiazione, dunque un buco nero do-
vrebbe emettere radiazione. Com’è possibile, se abbiamo detto che
nemmeno la luce riesce a sfuggire all’abbraccio mortale?
Hawking ha dimostrato nel 1974 che, tenendo conto delle leggi della
fisica, in particolare della teoria quantistica dei campi, si arriva alla con-
clusione che i buchi neri emettono radiazione, come se fossero dei veri
corpi neri con una temperatura inversamente proporzionale alla massa
– cosa che ha, come vedremo, effetti molto interessanti.
C’è da ricordare anche i nomi di due fisici sovietici, Yakov Zel’-
dovich e Alexander Starobinsky che, nel 1973, quando Hawking visitò
l’Unione Sovietica, lo informarono della loro scoperta: l’emissione
spontanea di radiazione, dovuta a effetti quantistici, da parte di un
buco nero in rotazione. Hawking capì meglio di loro, a quanto pare,
l’origine di quest’emissione di radiazione e generalizzò l’effetto.
In breve, il processo di emissione di radiazione da parte di un
buco nero, che ha preso il nome di “radiazione di Hawking”, avviene
nella seguente maniera: nella vicinanza dell’orizzonte degli eventi,
all’interno del buco nero, tenendo conto della meccanica quantistica,
si formano continuamente coppie virtuali particella-antiparticella.
Normalmente queste coppie non possono essere rivelate (sono vir-
tuali, appunto, hanno un’esistenza quanto mai effimera), dando però
un contributo alla cosiddetta energia del vuoto. Il campo gravita-
zionale di un buco nero però cambia la situazione, trasformando
una di queste particelle da virtuale in reale, buttandola fuori dal buco
nero. Queste particelle espulse dal buco nero costituiscono la radia-
zione di Hawking. Ovviamente l’altra particella della coppia inizial-
mente virtuale avrebbe un’energia negativa (per conservazione
dell’energia) contribuendo in tal modo a diminuire la massa del
buco nero, dunque al processo di evaporazione. Se nel frattempo il
264 Dai buchi neri all'adroterapia

buco nero assorbe altro materiale (particelle, stelle, altri buchi neri,
ecc.), il processo di evaporazione è compensato e la massa del buco
nero continuerà a crescere.

In quanto tempo evapora dunque un buco nero?


La temperatura del buco nero varia in modo inversamente propor-
zionale alla sua massa: più un buco nero è massiccio, più la sua tem-
peratura è piccola. La radiazione dipende dalla temperatura, dunque
il tempo necessario a un buco nero per evaporare attraverso l’emis-
sione della radiazione di Hawking dipende dalla sua massa.
Vediamo alcuni esempi.
Buchi neri con massa alcune volte quella del Sole hanno un
tempo di evaporazione molto più grande dell’età dell’Universo! Un
buco nero con la massa uguale a quella del Sole evaporerebbe in
circa 1067 (1 seguito da 67 zeri) anni! Dobbiamo anche tenere conto
del fatto che i buchi neri non sono isolati, ma assorbono in conti-
nuazione materia ed energia. Una delle sorgenti che fa sì che la
massa del buco nero aumenti è il fondo di radiazione cosmica di
micro-onde, che oggi ha una temperatura di 2.7 K, più alta della
temperatura dei buchi neri macroscopici, dunque questi ultimi as-
sorbono continuamente questa radiazione. Questi buchi neri po-
trebbero evaporare soltanto se la temperatura dell’Universo, in
seguito all’espansione (se questa continua), diventasse più piccola di
quella dei buchi neri. Soltanto così la radiazione dei buchi neri po-
trebbe portare alla loro evaporazione, però in tempi davvero molto,
ma molto lunghi.
I buchi neri con massa piccola, circa 1011 kg (confronta la massa
del Sole: 2 × 1030 kg) potrebbero evaporare in circa 3 miliardi di anni.
Se questi buchi neri si sono formati dopo il Big Bang, i cosiddetti
buchi neri primordiali, oggi potremo vedere la radiazione da loro
emessa con esperimenti mediante il satellite Fermi per osservazione
di raggi gamma, lanciato nel 2008 e attualmente in presa dati.
I buchi neri con una massa di circa 20 tonnellate evaporano in
circa un secondo!
Buchi neri: misteri, extradimensioni e scommesse 265

I buchi neri che potrebbero formarsi a LHC non possono avere una
massa più grande dell’energia totale dei protoni che portano alla loro
formazione – dunque al più la loro massa sarà di circa 2.4 × 10-23 kg
(per un’energia totale di 14 TeV). Questi buchi neri evaporano in fra-
zioni infinitesimali di secondo. La nostra speranza è di riuscire a ve-
dere con i nostri rivelatori la radiazione stessa – e questa sì che sarebbe
la scoperta dell’epoca!

I buchi neri soffrono di amnesia?

I buchi neri e l’informazione


Che cosa accade con l’informazione all’interno dei buchi neri? Infor-
mazione come: numero barionico (quanti protoni o neutroni), nu-
mero leptonico (quanti elettroni, per esempio) e simili. Abbiamo
visto che i buchi neri sono caratterizzati soltanto da 3 parametri
(massa, carica elettrica e rotazione), indipendentamente dalla loro
storia, da come si sono formati e cresciuti. Vuol questo dire che i
buchi neri perdono l’informazione, hanno una forma di Alzheimer,
soffrono di amnesia?
Potremmo consolarci con l’idea che l’informazione è in qualche
modo contenuta all’interno del buco nero, ma noi non ne abbiamo
accesso; ma, anche così, sotto quale forma potrebbe essere conte-
nuta? Oggi non lo sappiamo, visto che la relatività generale non ce lo
dice, anzi, prevede l’esistenza di una singolarità all’interno del buco
nero, una forma di infinito! Ovviamente la situazione potrebbe cam-
biare quando avremo capito la teoria che unifica la relatività con la
meccanica quantistica. Oggi, però, questa teoria non è matura, anche
se esistono vari tentativi, più o meno timidi. Il tempo dirà se uno di
questi tentativi possa essere quello vero, oppure se dobbiamo guar-
dare altrove.
Non dobbiamo però dimenticare che i buchi neri emettono la ra-
diazione di Hawking. Sarebbe possibile pensare che l’informazione
data per persa all’interno del buco nero si possa ripresentare con que-
sta radiazione?
266 Dai buchi neri all'adroterapia

Il paradosso della perdita d’informazione


Esiste dunque la speranza che la radiazione di Hawking possa per-
metterci di ricostruire l’informazione contenuta negli oggetti in-
ghiottiti dal buco nero. Quello che oggi sappiamo di questa
radiazione però non ci permette di arrivare a una tale conclusione, in
quanto questa radiazione è sempre dello stesso tipo, indipendenta-
mente dalla storia del buco nero. Essa è semplicemente formata da
particelle virtuali buttate fuori dal buco nero e non ci sono validi mo-
tivi per ritenere che trasporti, in qualche modo, l’informazione con-
tenuta negli oggetti caduti.
Questo vero mistero ha ricevuto il nome di “paradosso della per-
dita d’informazione in un buco nero” e ha generato un’intensa at-
tività negli ultimi 30 anni nell’ambito della comunità dei fisici
teorici. Quelli che provengono dal campo della relatività generale,
come Hawking stesso e Kip Thorne, sono tentati di credere che l’in-
formazione venga persa per davvero, cioè che il buco nero soffra di
amnesia. I fisici che provengono invece dalla comunità dei parti-
cellai, oppure da quella che si occupa della teoria quantistica del
campo, come John Preskill, sono più propensi a pensare che l’in-
formazione non sia andata persa e che la comprensione della gravità
quantistica dimostrerà sotto quale forma questa è contenuta all’in-
terno del buco nero. Dal loro punto di vista, i buchi neri non sof-
frono di amnesia, al contrario: hanno una memoria che farebbe
invidia persino a un elefante!

Hawking fa una scommessa


Nel 1997 Hawking e Thorne hanno scommesso con Preskill sulla per-
dita dell’informazione all’interno del buco nero: i primi due sostene-
vano che l’informazione viene persa, mentre Preskill si è dichiarato
convinto che la relatività quantistica dimostrerà invece il contrario e
che l’informazione viene in qualche modo recuperata al momento
dell’evaporazione.
La scommessa è stata firmata il 6 febbraio e l’oggetto della scom-
messa era un’enciclopedia che il perdente avrebbe dato al vincitore.
Buchi neri: misteri, extradimensioni e scommesse 267

A 7 anni di distanza della scommessa, nel 2004, inaspettatamente


Hawking ha accettato di aver perso la scommessa e ha dato a un Pre-
skill abbastanza perplesso l’enciclopedia che questi aveva scelto –
Total Baseball: The Ultimate Baseball Enciclopedia, 8th edition (ebbene
sì, gli americani…). Thorne, invece, non ha accettato l’idea di aver
perso la scommessa, in quanto, dal suo punto di vista, la situazione è
ancora molto incerta. Cosa invece ha portato Hawking ad ammettere
di aver perso la scommessa?

Un cavaliere argentino a cavallo delle extra-dimensioni


e la scommessa di Hawking
Quello che ha convinto Hawking di aver perso la scommessa e che
l’informazione si conserva all’interno dei buchi neri ha a che vedere
con l’entropia e la struttura spazio-temporale. Non entreremo nei
dettagli, in quanto questi sono difficili e non aggiungono molto alla
discussione, presenteremo invece le idee fondamentali.

Hawking, Thorne e la loro scommessa (disegno di Massimiliano Bazzi)


268 Dai buchi neri all'adroterapia

L’entropia di un buco nero è un argomento molto affascinante e


complesso. L’entropia è collegata alla quantità di informazione (il nu-
mero di micro stati compatibili con un macro stato, cioè in quanti
modi posso cambiare i dettagli, per esempio invertire fra di loro le
particelle, senza notare un cambiamento nello stato finale) e nel caso
dei buchi neri è stato dimostrato che dipende dall’area dell’orizzonte
degli eventi, non dal volume, come, forse, ci saremmo aspettati. Tra
l’altro questa scoperta ha portato al cosiddetto principio olografico,
da parte dei Nobel Gerard t’Hooft e Leonard Susskind – tutta l’in-
formazione del buco nero è contenuta sulla sua superficie. Il volume
potrebbe essere un’illusione.
Nel 1997 il fisico argentino Juan Maldacena ha rivoluzionato il
modo di approcciarsi alla gravità quantistica utilizzando il principio
olografico. Maldacena ha trovato un’equivalenza fra la teoria super-
gravitazionale in cinque dimensioni per uno spazio particolare, con
un’energia del vuoto negativa (spazio che si chiama anti-de Sitter) e
una teoria quantistica del campo in quattro dimensioni spazio-tem-
porali che non contiene la gravità. Qualunque cosa capita in una delle
due teorie ha un equivalente nell’altra. Sono due teorie duali – hanno
sembianze diverse, ma lo stesso contenuto.
In questa situazione, se immaginiamo, ed è quello che Hawking ha
fatto, un buco nero nello spazio 5-dimensionale considerato da Mal-
dacena, i processi che avvengono in questo buco nero, inclusa l’emis-
sione di radiazione, hanno un chiaro equivalente nella teoria
quadri-dimensionale, che non contiene però la gravità. In quest’ul-
tima l’informazione si conserva, così come accade nelle teorie senza
la gravità. Dunque, attraverso l’equivalenza trovata da Maldacena ri-
sulta che l’informazione si conserverà anche per il buco nero 5-di-
mensionale, anche se non conosciamo i dettagli. Ed è la ragione che
ha convinto Hawking a pagare la scommessa con Preskill.
Come mai, se l’argomento è così chiaro e semplice, Thorne non è
stato altrettanto pronto a pagare la scommessa? Sarà stato più tirchio
di Hawking? Thorne non è convinto dell’argomento indiretto utiliz-
zato da Maldacena, in quanto non ci viene svelato nulla sul modo in cui
Buchi neri: misteri, extradimensioni e scommesse 269

l’informazione possa essere preservata nel buco nero e ricuperata con


la radiazione di Hawking. Thorne, come un medico scrupoloso con un
paziente più bizzarro, vuol essere sicuro che il buco nero non soffre di
amnesia e l’argomento di Maldacena non l’ha convinto pienamente.

Il mistero dei buchi neri


Abbiamo visto alcune delle ragioni che fanno sì che i buchi neri siano
considerati particolarmente affascinanti e misteriosi. Possono esistere
buchi neri microscopici, ma anche giganteschi, al centro delle Galas-
sie. I buchi neri potrebbero scomparire attraverso la radiazione di
Hawking, non fosse per il fatto che mangiano continuamente. C’è
anche un mistero sull’informazione nel buco nero: viene persa op-
pure no? Hawking ha fatto una scommessa, che, però, ha accettato di
aver perso, a differenza del suo collega Thorne, che ancora non ne è
convinto. La strada per capire i misteri dei buchi neri è ancora lunga
e piena di ostacoli, però il premio alla fine della corsa sarà, ne siamo
convinti, molto appagante: la teoria della relatività generale unificata
con la fisica quantistica. E qualunque sarà la risposta giusta siamo
convinti che porterà con se un nuovo modo di capire il mondo e, per-
ché no?, tante applicazioni interessanti.
La faccia nascosta dell’Universo:
materia oscura ed energia oscura

Forse il nostro universo si trova dentro al dente di qualche gigante.


Anton Cechov, Quaderni

Un Universo affascinante il nostro: dove la materia che conosciamo è sol-


tanto una piccola frazione di quanto esiste: intorno al 5%. L’Universo è com-
posto soprattutto di materia oscura e di energia oscura: la prima influisce
sulle dinamiche delle galassie, la seconda sull’espansione dell’intero Universo,
che sta accelerando. I ricercatori danno la caccia alla materia oscura e provano
a capire la natura dell’energia oscura. Svelare questi misteri ci dirà forse come
si evolverà l’Universo e qual è la fisica (oltre al Modello Standard) che lo de-
scrive meglio. Noi, una frazione infinitesimale della materia nell’Universo, che
riusciamo ad arrivare così lontano: ecco il fascino della scienza!

Se guardiamo in orizzontale oppure sotto di noi, persino dentro di


noi – troviamo un mondo fatto di atomi. Gli atomi sono oggetti
molto complessi ma la loro struttura, malgrado esistano ancora
aspetti da chiarire, è ben spiegata dai costituenti del Modello Stan-
dard: quark ed elettroni.
Alzando gli occhi al cielo, la situazione cambia: da una parte, per
quanto riguarda gli oggetti che vediamo, come le stelle di neutroni,
oppure i buchi neri (in questa situazione non è che vediamo davvero
i buchi neri – ma vediamo per esempio le tracce degli oggetti che gi-
rano intorno oppure che vengono “mangiati” dai buchi neri) esistono
272 Dai buchi neri all'adroterapia

tanti misteri da decifrare, dall’altra in quanto l’Universo ha una vera


faccia nascosta. Di che si tratta?
Su grande scala, quella delle stelle e delle galassie per intenderci, il
moto degli oggetti è dettato dalla gravità, che si sovrappone al-
l’espansione dell’intero Universo. Ebbene, guardando in dettaglio il
modo in cui si muovono questi colossi, salta fuori una faccia nasco-
sta dell’Universo: una materia che non sappiamo ancora di cosa è
fatta, ma vediamo le conseguenze della sua esistenza e, ancora più
bizzarro, una strana forma di energia che dà “le ali” all’Universo, por-
tandolo a espandersi sempre più velocemente.
Due misteriose entità, materia oscura ed energia oscura, che det-
tano la sorte del nostro Universo. Un’espansione accelerata, finché
l’Universo sarà un posto completamente diverso, con strutture così
rarefatte che non riusciranno più a vedersi l’una con l’altra? Oppure
un’accelerazione che cesserà lasciando spazio alla gravità, che inver-
tirà il senso dell’espansione in una contrazione fino a un Big Crunch
– l’opposto del Big Bang?
Per poter azzardare una risposta dobbiamo capire la ricetta del
nostro Universo: di cosa è composto? Oggi siamo lontani dall’averlo
capito, ma ci stiamo lavorando: sia dal punto di vista teorico, elabo-
rando nuove teorie e modelli in cui c’è spazio per le due entità
“oscure”, sia, e soprattutto, con esperimenti che danno la caccia alla
materia oscura e, più timidamente, all’energia oscura.

La ricetta dell’Universo
Molti di voi rimarranno sbalorditi quando leggeranno che noi cono-
sciamo soltanto una piccola parte dell’Universo. Quanto piccola? Sol-
tanto il 5%! È questa la quantità di materia che possiamo chiamare
per nome: stelle, buchi neri, gas interstellare, pianeti, e che, in un
modo o nell’altro, siamo riusciti a vedere con i nostri strumenti.
E il restante 95%? Un ben 70% è rappresentato dall’energia
oscura, mentre il 25% dalla materia oscura. Dunque le componenti
oscure, la faccia nascosta dell’Universo, dominano. Si chiamano
“oscure” in quanto non riusciamo a vederle direttamente; misu-
La faccia nascosta dell’Universo: materia oscura ed energia oscura 273

riamo soltanto i loro effetti sulla materia “ordinaria”, quel 5% che


conosciamo.
Oggi la ricerca sulle quantità oscure è una delle più importanti, sia
agli acceleratori di particelle che in esperimenti dedicati, sotterranei
oppure su satelliti. Capire di cosa sono composte le quantità oscure
ci aiuterà non soltanto a comprendere meglio la composizione del-
l’Universo, ma anche a instradarci verso quale sia la teoria post Mo-
dello Standard, quella che spiega anche la materia oscura. Per quel
che riguarda l’energia oscura, la situazione è molto più complicata e
vede coinvolta anche la meccanica quantistica attraverso il cosiddetto
“vuoto quantistico”.

La materia oscura: c’è ma non si vede


Quante volte nella vita ci è capitato di dire “C’è ma non si vede”? Per
fare un esempio banale: se in una casa sentiamo rumori in una stanza
sulla quale non abbiamo una vista diretta, possiamo immaginare che
ci sia qualcuno, anche se non lo vediamo. Chi sarà? Il gatto, un nostro
parente? Oppure… un ladro? Certo, in una casa con un po’ di corag-
gio possiamo anche aprire la porta e andare a vedere. La situazione
dell’Universo per certi versi è simile: al posto dei rumori vediamo altri
tipi di effetti – questa volta gravitazionali; e invece di aprire la porta
dobbiamo fare esperimenti che “obblighino” la materia oscura a sve-
larci la sua identità.
La materia oscura fu introdotta nel 1934 da Fritz Zwicky per spie-
gare la velocità di rotazione delle galassie nei grandi raggruppamenti
di galassie. Da chi dipende questa velocità? Analogamente alla velo-
cità del nostro pianeta intorno al Sole, che dipende dalla massa del
Sole e dalla distanza del Sole, anche la velocità di queste galassie di-
pende dalla loro distanza rispetto al centro di massa del raggruppa-
mento, nonché dalla massa che “vedono” – quella contenuta
all’interno della loro orbita. La velocità delle galassie era più grande
di quella giustificata dalla massa visibile.
Negli anni ’60-’70 l’astronoma Vera Rubin ha effettuato misure di
precisione sulla velocità delle stelle nella periferia delle galassie, so-
274 Dai buchi neri all'adroterapia

prattutto quelle a forma di spirale. Cosa si aspettava di vedere? Per le


stelle molto lontane dal centro, oltre la periferia, la velocità doveva
diminuire: la distanza cresceva ma la massa vista rimaneva più o
meno uguale. Invece no! Con grande sorpresa, Vera misurò una ve-
locità quasi costante. Come se ci fosse ancora della materia oltre a
quella visibile: un alone di materia oscura che avvolgeva le varie ga-
lassie e che aveva effetti gravitazionali, ma era invisibile altrimenti.
Oggi esistono molte prove dell’esistenza della materia oscura. Fra
queste, una molto interessante è ottenuta attraverso l’effetto della
lente gravitazionale, effetto previsto nella teoria della relatività gene-
rale di Einstein. La luce proveniente da oggetti lontani nel suo viaggo
verso di noi non viaggia su traiettorie rettilinee, bensì su percorsi de-
formati dalla quantità di materia presente. Il suo percorso è dettato
dalla materia che incontra. Lo studio di questo effetto ha permesso di
confermare l’esistenza della materia oscura.
C’è persino una regione nel raggruppamento di galassie Abel 520,
chiamata Train Wreck Cluster, che sembra composta soltanto da ma-
teria oscura, separata dalla materia “normale”.
Ovviamente anche nel sistema Solare ci dovrebbe essere una
quantità di materia oscura, ed è quella cui i nostri esperimenti danno
la caccia.

Cosa potrebbe essere la materia oscura?


Da quando sono stati visti gli effetti della materia oscura, i fisici e gli
astronomi hanno provato a capire da cosa potrebbe essere composta.
Certo, una spiegazione diversa poteva essere riconducibile al fatto
che su grandi scale, quelle delle distanza di decine e centinaia di mi-
gliaia di anni luce, la teoria della gravità come la conosciamo noi non
è più valida. Esiste tutta una serie di teorie che modificano la gravità
in modo tale da spiegare il movimento delle stelle senza l’aggiunta
della materia oscura, come la teoria MOND, MOdified Newtonian
Dynamics.
Oggi, però, la maggior parte della comunità degli scienziati ritiene
che l’esistenza della materia oscura sia reale: esiste davvero un tipo di
La faccia nascosta dell’Universo: materia oscura ed energia oscura 275

materia che non sappiamo ancora di cosa sia composta, una materia
che ha massa – al livello dell’Universo una massa circa 5 volte più
grande della materia che vediamo.
Da cosa potrebbe essere composta questa strana forma di materia?
I candidati più validi sono particelle che non fanno parte del Modello
Standard, ma sono presenti in altri modelli, come quello supersim-
metrico. Tanto per nominare un candidato: il neutralino, una parti-
cella stabile neutra, che interagisce pochissimo con la materia che
conosciamo. Se l’Universo fosse pieno di neutralini questi avrebbero
effetti gravitazionali notevoli, ma sarebbe molto difficile vederli,
anche se non impossibile. Abbiamo esperienza di altre particelle
molto difficili da vedere: i neutrini – ebbene i neutralini, se esistono,
sono ancor più difficili da misurare dei neutrini, ma come siamo riu-
sciti ad acchiappare i neutrini prima o poi riusciremo a svelare anche
le proprietà del neutralino, in primis la sua massa.

Trappole per la materia oscura


Tanti esperimenti, dedicati o no, sono sulle tracce di candidati per la
materia oscura: particelle che spiegherebbero almeno in parte questa
enorme quantità di materia sconosciuta nell’Universo.
Esistono esperimenti agli acceleratori di particelle, nello spazio e
sotterranei.
Fra gli esperimenti agli acceleratori quelli più accreditati a vedere
particelle mai viste sono quelli in presa dati presso il Large Hadron
Collider (LHC) del CERN. Esperimenti quali ATLAS o CMS hanno
la capacità di misurare particelle supersimmetriche, per esempio, lad-
dove queste particelle si formino nelle collisioni ad altissima energia
dei fasci di protoni. Quando, nel 2015, LHC rinvigorito dopo le mi-
gliorie che saranno apportate nei prossimi 2 anni (a partire dall’ini-
zio del 2013), ripartirà, se produrrà candidati per la materia oscura li
vedremo!
Altri esperimenti potrebbero vedere segnali indiretti dell’esistenza
della materia oscura: per esempio, se nell’annichilazione di particelle
di materia oscura con antiparticelle della stessa materia venissero
276 Dai buchi neri all'adroterapia

fuori particelle normali, queste potrebbero essere misurate dai nostri


apparati. Una situazione del genere accade per esempio sui satelliti –
dove rivelatori capaci di misurare varie particelle potrebbero vedere
delle anomalie nella loro produzione. È proprio questo il caso di PA-
MELA e AMS, esperimenti nello spazio che hanno misurato un ec-
cesso di positroni, che potrebbe essere il risultato di annichilazioni di
particelle di materia oscura con antiparticelle della stessa materia;
non si possono però escludere interpretazioni diverse.
Tutta una classe di esperimenti dedicati, molto sensibili, installati
nei laboratori sotterranei, come quelli dei Laboratori del Gran Sasso
dell’INFN, ma anche altri nel mondo, sono in presa dati oppure in
preparazione per misurare l’interazione delle particelle di materia
oscura nei loro apparati e vedere i segnali prodotti. Segnali che ci da-
rebbero molte indicazioni sulle caratteristiche di tali particelle.
Da sottolinerare il fatto che l’esperimento DAMA/LIBRA dei La-
boratori del Gran Sasso ha misurato dei segnali molto chiari che po-
trebbero essere spiegati come interazioni di materia oscura nei
rivelatori. Se si dimostrerà che i segnali sono veramente dovuti alla
materia oscura, questa sarà senz’altro una misura da Nobel! Oggi la
collaborazione sta rendendo l’apparato ancora più sensibile. Il futuro
ci dirà se i segnali di DAMA/LIBRA, che presentano delle variazioni
stagionali non spiegabili, secondo la collaborazione, se non per inte-
razioni di materia oscura con il rivelatore, sono davvero dovuti alle
particelle “oscure”, oppure a qualcos’altro.

Un fantasma nell’Universo: l’energia oscura


Se la materia oscura è ancora da capire, ma per certi versi la sua pos-
sibile esistenza non è tanto sorprendente, in quanto non dobbiamo il-
luderci di conoscere tutte le particelle che esistono nell’Universo,
l’energia oscura è un grande mistero, che per certi versi ci ha presi in
contropiede.
Come siamo arrivati alla conclusione che esiste una tale energia e
cosa potrebbe essere?
Per capirlo, dobbiamo partire dall’espansione dell’Universo.
La faccia nascosta dell’Universo: materia oscura ed energia oscura 277

L’espansione dell’Universo
La sorte e l’evoluzione dell’Universo hanno da sempre affascinato noi,
gli umani. Così nel lontano passato sono nate le leggende, i miti che
“spiegavano” la creazione del Cosmo e la sua evoluzione; gli Dei rap-
presentavano, se vogliamo, la “fisica” di quel periodo.
Da quando abbiamo capito l’esistenza delle leggi naturali, che
dettano i comportamenti dei vari sistemi, e da quando abbiamo stru-
menti che ci permettono di vedere lontano, molto lontano, siamo
riusciti a capire meglio il nostro posto nell’Universo. Vediamo ga-
lassie vicine e lontane, alcune anche che distano da noi miliardi di
anni luce!
Studiando alcune stelle e galassie negli anni ’20, Edwin Hubble,
con l’aiuto del telescopio del Mount Wilson Observatory, arrivò alla
conclusione che queste si stanno allontanando da noi. Questo non
vuol dire che noi abbiamo un posto privilegiato nell’Universo, però.
Immaginiamo dei puntini disegnati con un pennarello su un pallon-
cino che stiamo gonfiando: man mano che il palloncino si gonfia, i
puntini si allontanano, nessuno è privilegiato rispetto agli altri. Per
certi versi, è quello che accade nell’Universo: l’Universo si espande e
tutti gli oggetti si stanno allontanando gli uni dagli altri.
La velocità con cui un certo oggetto si sta allontanando da noi è
proporzionale alla sua distanza: più lontano è, più velocemente si al-
lontana. La costante di proporzionalità si chiama la “costante di Hub-
ble”. O almeno si pensava fosse una costante… ma…

Sorpresa: l’espansione accelera – Il fantasma dell’energia


oscura
Da quando Hubble fece i suoi esperimenti sono passati tantissimi anni;
nel frattempo, con le tecniche che abbiamo sviluppato, siamo capaci
di vedere oggetti più lontani e di effettuare misure di precisione.
Negli anni ’90 i gruppi High-z Supernova Search Team e Super-
nova Cosmology Project hanno studiato un tipo particolare di Super-
novae: le Supernovae di tipo I, stelle molto grandi nella fase finale
della loro esistenza, conclusa con una violenta esplosione. Essendo
278 Dai buchi neri all'adroterapia

conosciute molto bene, queste stelle sono utilizzate per vari tipi di
misure di precisione. Il loro studio ha permesso la misura precisa della
“costante di Hubble” e il risultato sconvolgente è stato che la costante
non è… costante! La velocità aumenta nel tempo – essendo l’espan-
sione accelerata. L’Universo si espande sempre più velocemente. Per
ritornare al paragone col palloncino, è come se chi lo sta gonfiando si
fosse messo d’impegno a soffiare con un ritmo più alto, e il palloncino
si gonfiasse in modo accelerato. Per questa scoperta i capigruppo delle
due collaborazioni, Adam Riess e Brian Schmidt per il High-z Super-
nova Search Team e Saul Perlmutter per il Supernova Cosmology Pro-
ject, hanno ricevuto il premio Nobel per la Fisica nel 2011.
Qual è la causa di un comportamento così inaspettato? Che cosa
rende l’espansione accelerata? Certamente non può essere una forma
di materia: la materia ha effetti gravitazionali che, al limite, rallente-
rebbero l’espansione, attirando le galassie le une verso le altre. Qui
invece abbiamo a che fare con una forma diversa di energia, un fan-
tasma che abbiamo chiamato “energia oscura”, proprio per differen-
ziarla dalla “materia oscura” di cui abbiamo parlato prima.
Dai calcoli fatti, non solo l’energia oscura è presente nell’Universo,
ma, fatto ancora più interessante, sembra rappresentare il 70% della
quantità totale di energia. Cos’è? Varia nel tempo? Che fine farà l’Uni-
verso? Accelererà sempre di più? La risposte dipendono dalla natura
dell’energia oscura e sino a oggi questo è uno dei misteri più grandi
della fisica moderna.

Cos’è l’energia oscura? Alcune ipotesi


La verità è che non sappiamo cosa sia l’energia oscura; abbiamo però
alcune ipotesi, anche se potrebbe rivelarsi molto diversa da quello che
noi pensiamo.

Energia oscura: una costante cosmologica?


L’energia oscura potrebbe essere una forma di energia costante,
un’energia dello spazio, una “costante cosmologica”, introdotta da
Einstein, battezzata da lui  nella teoria della relatività generale. La ra-
La faccia nascosta dell’Universo: materia oscura ed energia oscura 279

gione per la quale Einstein introdusse questa forma bizzara di ener-


gia ai suoi tempi (circa 100 anni fa) era molto diversa dal tentativo di
spiegare l’espansione accelerata dell’Universo: quello che Einstein vo-
leva era rendere l’Universo stazionario – cioè fermo, in quanto in que-
gli anni l’espansione dell’Universo non era conosciuta. Senza questo
termine, dalle equazioni di Einstein si evinceva che l’Universo è in…
espansione. Appena scoperta l’espansione da parte di Hubble, Ein-
stein definì l’introduzione del parametro  nelle sue equazioni il più
grande errore che avesse mai fatto. Errore che forse… è invece un suc-
cesso, in quanto questa costante è rientrata oggi nel nostro mondo
come spiegazione dell’energia oscura: la costante cosmologica, come
una sorgente dell’energia oscura.
Di che natura è? Potrebbe essere un’energia del vuoto, dovuta alle
fluttuazioni quantistiche. Ottimo! Abbiamo spiegato tutto? Niente
affatto! Ci ritroviamo con due misteri. Il primo è rappresentato dal-
l’energia del vuoto, che dai nostri calcoli di meccanica quantistica sa-
rebbe molti ordini di grandezza superiore all’energia oscura; che fine
ha fatto quest’energia? Dovrebbe essere lì! Invece c’è un’energia molto
più piccola, l’energia oscura. Dove è scomparsa l’energia dovuta alle
fluttuazioni quantistiche? Il secondo mistero: cos’è l’energia oscura?
Qualche residuo delle fluttuazioni quantistiche rimasto dopo che in
qualche modo la maggior parte è scomparsa oppure non è mai esi-
stita? Ci sono alcune teorie che vanno in questa direzione, nel tenta-
tivo di spiegare i due misteri contemporaneamente.

L’energia oscura:una quintessenza


L’energia oscura potrebbe essere generata dalla presenza di un campo,
la “quintessenza”. Dunque non dal vuoto! A differenza della versione
“costante cosmologica”, la quintessenza potrebbe variare nel tempo e
nello spazio. A oggi non abbiamo prove dell’esistenza di un tale
campo, anche se alcune teorie lo prevedono. Ma finché non vediamo
prove dell’esistenza di questo campo, difficile credere che sia reale.
Come potrebbe rivelarsi? Una delle modalità sarebbe la violazione
del principio di equivalenza di Einstein, oppure attraverso la varia-
280 Dai buchi neri all'adroterapia

zione di quelle che consideriamo “le costanti fondamentali” della fi-


sica in tempo e/o spazio.

Spiegazioni alternative
La costante cosmologica e la quintessenza non sono le uniche spie-
gazioni possibili. Alcuni teorici hanno proposto la modifica delle
equazioni di Einstein per la relatività generale. Oppure l’idea che la
parte dell’Universo che vediamo sarebbe una piccola bolla in un Uni-
verso più grande e l’espansione accelerata verrebbe spiegata da cosa
accade anche in quest’Universo al quale non abbiamo accesso.
Armonia celeste: la teoria
delle stringhe – 10500 Universi

Il nostro non è l’unico universo. Anzi, la teoria predice che un gran


numero di universi sia stato creato dal nulla. La loro creazione
non richiede l’intervento di un essere soprannaturale o di un dio,
in quanto questi molteplici universi derivano in modo naturale
dalla legge fisica: sono una predizione della scienza.
Stephen Hawking e Leonard Mlodinow, Il grande disegno

La teoria delle stringhe ha l’ambizione di descrivere l’Universo: tutte le sue


strutture e tutte le interazioni; una teoria del tutto. Le particelle non sono più
dei punti a dimensione zero ma piccolissime corde vibranti in spazi extradi-
mensionali. Esistono però tante diverse teorie delle stringhe, imparentate fra
di loro, che generano un numero enorme di possibili Universi. Universi con
fisica diversa. È il nostro uno dei tanti Universi possibili? Le stringhe non si
possono vedere; prove dirette della teoria delle stringhe non esistono; forse
in futuro potrebbero essere trovate indicazioni indirette, ma sarà difficile
usarle come dimostrazione inconfutabile a favore della teoria. Il futuro ci dirà
se l’ambizione della teoria delle stringhe era troppo grande oppure se, al con-
trario, l’intuito dei suoi paladini è stato “vibrante”.

Abbiamo visto come il Modello Standard della fisica delle particelle,


pur descrivendo benissimo tante delle cose che accadono nel mondo,
è impotente davanti a fatti molto importanti che accadono di conti-
nuo nell’Universo. Prima di tutto il Modello Standard non contiene
la gravità: fra due quark, malgrado questi abbiano una massa, non
esiste niente che tenga conto del fatto che, oltre all’interazione forte
dovuta allo scambio di gluoni, c’è anche, se pur molto più piccola,
282 Dai buchi neri all'adroterapia

l’interazione gravitazionale. Pazienza! Tanto gli effetti gravitazionali


si farebbero sentire come modifiche a quello che calcoliamo, assolu-
tamente trascurabili, che nessuno riuscirebbe a misurare. Questo è
quello che accade nei nostri laboratori, per esempio negli accelera-
tori di particelle, quando studiamo come queste interagiscono fra di
loro. Tutt’altra è invece la situazione su grandi scale nell’Universo,
dove l’interazione gravitazionale domina, fino a fenomeni quali i
buchi neri, nei quali la gravità è talmente intensa che disaccoppia l’in-
terno del buco nero dal resto del mondo. Un secondo aspetto insod-
disfacente è il fatto che il Modello Standard sembra non descrivere
gran parte dell’Universo: materia ed energia oscure. La materia oscura
potrebbe essere costituita da particelle che non fanno parte del Mo-
dello Standard. Esiste poi tutta una serie di “fatti sconvenienti” del
Modello Standard. Fra questi il fatto che dobbiamo inserire a “mano”
i suoi parametri, oppure la presenza di asimmetrie non “piacevoli”
fra i vari tipi di particelle: le particelle che rappresentano la materia
(i quark, gli elettroni, i neutrini) sono di un certo tipo: si chiamano
“fermioni”, mentre i “mediatori delle interazioni”, fotoni, gluoni, W+/-
e Z0, sono di un tipo molto diverso: si chiamano “bosoni”. I fermioni
obbediscono a certe regole di comportamento, cioè non possono esi-
stere in un sistema due uguali, con tutti i numeri quantici identici;
mentre per i bosoni vale il contrario: tanti di loro possono avere gli
stessi numeri quantici. Anche se non c’è nulla di sbagliato in tutto
ciò, ci piacerebbe avere un modello più simmetrico e, idealmente,
senza parametri liberi.
Ritorniamo alla gravità: il problema più grande del Modello Stan-
dard. Per descrivere questa interazione in un linguaggio simile a quello
delle altre interazioni del Modello Standard serve la sua versione quan-
tistica: la gravità quantistica. Altrimenti rimaniamo con una teoria clas-
sica, quella di Einstein della relatività generale, teoria priva di effetti
quantistici. Ma la gravità, malgrado le decine di anni di impegno da
parte dei teorici, non ne vuole sapere di diventare una teoria quanti-
stica. Einstein stesso si impegnò nell’ultima parte della sua vita a ca-
pire meglio la gravità, seguito da tanti altri ancora.
Armonia celeste: la teoria delle stringhe – 10500 Universi 283

Si potrebbe pensare, per chi si ricorda la formula della forza gra-


vitazionale, che dipende dall’inverso della distanza fra i due corpi tra
i quali calcoliamo l’attrazione, una formula che ricorda moltissimo
quella della forza elettrostatica fra due cariche elettriche, che sia facile
quantizzare la gravità. Visto che lo sappiamo fare per l’elettromagne-
tismo, la procedura sarà simile per la gravità. Eppure non è così! Que-
st’analogia fallisce e da, per la versione quantistica della gravità,
risultati assurdi e infiniti dei quali non sappiamo cosa fare. C’è una
sottile, ma estremamente importante, differenza fra la gravità e la
forza elettrostatica: mentre la seconda può essere attrattiva (per due
cariche opposte) oppure repulsiva (per cariche dello stesso segno) la
gravità è sempre attrattiva. Questo aspetto cambia il modo nel quale
la gravità può essere quantizzata e rende la procedura per analogia
con l’elettromagnetismo inapplicabile.
Che fare allora? Come arrivare alla versione quantistica della
gravità?
Oggi la teoria più ambiziosa è la “teoria delle stringhe”. Una teo-
ria candidata a essere la TOE (Theory of Everything) – la teoria del
tutto (anche se, confesso, rimango un po’ perplessa davanti a queste
pretese, pur capendo benissimo il senso). Teoria del tutto nel senso
che dovrebbe descrivere tutte le interazioni che esistono nell’Universo
e tutte la particelle, teoria dalla quale si potrebbe calcolare, almeno
in linea di principio, tutto quanto. Una forma di armonia celeste che
deriva da questa teoria.
Confesso anche che scrivere della teoria delle stringhe non è per
niente facile. Sia in quanto la teoria di per se è molto difficile, sia per
il fatto che alcuni fisici non la considerano nemmeno una teoria, in
quanto, come vedremo, è così lontana da una verifica sperimentale
diretta da lasciarci perplessi, pur non mancando quelle che potreb-
bero essere le prove indirette, per chi si accontenta.
Non ho l’intenzione di addentrarmi in una spiegazione dettagliata
della teoria delle stringhe – esula sia dallo scopo di questo libro che
dalle mie competenze. Poi esistono tanti (troppi?) libri che spaven-
tano i lettori con frasi come questa:
284 Dai buchi neri all'adroterapia

La teoria di stringa di Tipo IIB ha D1-brane, D3-brane, D5-brane, 5-


brane solitoniche e qualche altre brana più difficile da spiegare. Non
ha D0-brane né D2-brane o brane altrimenti numerate. È una teo-
riadi stringa, non la M-teoria, sicché ha M2-brane o M5-brane.
Steven S. Gubser, Il piccolo libro delle stringhe

Non vi spaventate se non avete capito molto; i teorici specializzati


nelle stringhe spesso danno per scontato che anche noi lo diventiamo
in 100 pagine di un libro divulgativo.
Vorrei invece darvi un’idea del perché la teoria delle stringhe è
una teoria così speciale, cosa ha di bello, quanto è bizzarra ma anche
ambiziosa, come si addentra facilmente in un numero grande di ex-
tradimensioni e in un numero ancora più grande di Universi. Tutti
questi Universi pottebbero esistere davvero – essendo il nostro uno
dei tanti – uno per noi speciale in quanto ci ha permesso di essere
qui. Tutto sommato, fra le teorie che vanno oltre il Modello Stan-
dard, la teoria delle stringhe potrebbe essere un valido candidato –
a meno che non troveremo di meglio (so che i teorici delle stringhe
non sono d’accordo, ma io da sperimentale rimango aperta alle al-
ternative).

Cos’è la teoria delle stringhe?


Nell’ambito del Modello Standard le particelle elementari vengono
viste come “punti”, con dimensione zero, senza struttura – è proprio
questa la definizione della particella elementare intesa nell’ambito di
questo modello.
La teoria delle stringhe bandisce questi strani oggetti con dimen-
sioni zero! Non esistono più. Vengono sostituiti da piccole cordicelle
che possono vibrare, generando quelle che noi vediamo come le par-
ticelle elementari, incluse quelle del Modello Standard. Fra i vari modi
in cui queste piccole corde possono vibrare c’è un modo che dà ori-
gine al gravitone, il mediatore dell’interazione gravitazionale. Ed ecco
fatto – la gravità è parte della teoria delle stringhe? Sì, ma… soltanto
se le stringhe vibrano in uno spazio multidimensionale: per esempio
Armonia celeste: la teoria delle stringhe – 10500 Universi 285

con 10 oppure 11 dimensioni. Certo, il nostro Universo ne ha sol-


tanto tre – quelle che vediamo. Non è che i teorici sono impazziti e ne
vedono di più! Ma nulla toglie che nell’Universo potrebbero esistere
“dimensioni nascoste”: come per esempio la terza dimensione di un
foglio di carta. Dimensioni arrotolate su se stesse, impacchettate così
in piccolo che per ora non siamo riusciti a vederle.
Come mai non vediamo queste cordicelle vibranti? Corriamo a
un microscopio e guardiamo bene – c’è al posto dell’elettrone una
corda che si agita? No, nessun microscopio per quanto potente la
potrà vedere. La dimensione della cordicella è di 10-33 cm!!! Cioè, in
centimetri, uno zero con una virgola seguita da 32 zeri e poi un uno.
Infinitamente più piccola dell’atomo oppure del protone. Non c’è
da stupirsi che nessuno abbia visto una cordicella vibrante! Né potrà
vederla – almeno non in un futuro immaginabile, in quanto il me-
glio che possiamo fare con i nostri acceleratori è miliardi di volte
peggio di quanto servirebbe per “pizzicare” la stringa. E nessuno può
oggi costruire un acceleratore che riesca a vedere dimensioni così
piccole: servirebbe un acceleratore molto più lungo della circonfe-
renza terrestre.
Oltre alle stringhe vibranti possono esistere anche oggetti diversi,
come membrane vibranti. Le stringhe a loro volta possono essere
aperte, cioè come una corda che saltiamo da bambini, oppure strin-
ghe chiuse, un vero anello vibrante.
Tutte queste stringhe e membrane vibranti nello spazio multidi-
mensionale danno origine a delle particelle: alcune le conosciamo,
sono gli elettroni, i quark, i fotoni e tutte le altre del Modello Stan-
dard, altre no. O non ancora: sono previste particelle simili a quelle
del Modello Standard, dei fratelli per ognuna delle particelle, che
hanno però caratteristiche opposte: i bosoni del Modello Standard
hanno fratelli fermioni e l’opposto dei fermioni. Sono le cosiddette
particelle supersimmetriche.
È la ragione per la quale si dice che l’eventuale scoperta delle par-
ticelle supersimmetriche a LHC sarebbe un’indicazione a favore della
teoria delle stringhe. Va però detto che la teoria della supersimmetria
286 Dai buchi neri all'adroterapia

è una teoria a sé, non necessariamente dedotta dalla teoria delle strin-
ghe. Certo, la teoria delle stringhe la spiega in modo più elegante; non
per questo però la supersimmetria è per forza derivante dalla teoria
delle stringhe. Questo è uno di quegli argomenti su cui i fisici arri-
vano persino a litigare. Per ora si litiga in maniera accademica – ma
laddove la prima particella supersimmetrica dovesse essere vista, al-
lora la situazione sarebbe molto diversa.
Ottimo. Abbiamo dunque una teoria, se pur molto complicata, se
pur con dimensioni extra, se pur non verificabile in modo diretto,
ma che descrive questo Universo? Allora abbiamo vinto! Però…

Sorpresa: un numero enorme di Universi!


Non esiste una versione unica della teoria delle stringhe; anzi ne esi-
stono tante versioni diverse – ognuna con il suo Universo. Non c’e, al-
meno oggi, una ragione per scegliere, fra tutti gli Universi ammessi
dalla teoria, il nostro di Universo.
Ne risulta che i 10500, cioè un 1 seguito da 500 zeri, Universi pos-
sibili potrebbero esistere da… qualche parte. Ognuno con la “sua fi-
sica”, con le sue leggi e le sue teorie. Universi che forse vivono
pochissimo, oppure nei quali non si formano stelle e pianeti. Universi
molto diversi dal nostro. Oppure Universi simili, con creature simili.
Meglio di qualunque racconto di fantasia!!!

Eureka! Il nostro Universo è uno dei tanti e questo spiega una


serie di cose
L’esistenza di tanti Universi, oltre a essere un problema, può essere
vista come una opportunità: le bizzarrie del nostro Universo, il per-
ché alcune delle sue quantità sembrano calibrate “dall’alto”, trova
una spiegazione alquanto naturale nell’ambito della teoria delle
stringhe: noi viviamo nell’Universo che ci ha permesso di esistere,
e questo è fatto con le quantità giuste al posto giusto, ma non per-
ché qualcuno ha “manipolato” il mondo, bensì perché fra una mi-
riade di Universi noi esistiamo in quello compatibile con la nostra
esistenza.
Armonia celeste: la teoria delle stringhe – 10500 Universi 287

La verifica della teoria delle stringhe


Come già detto, oggi è impensabile vedere in modo diretto le strin-
ghe – non ne abbiamo la capacità.
Cosa fare allora? Possiamo provare a vedere a partire dalla teoria
quali sarebbero i fatti specifici, le conseguenze derivanti che sono ve-
rificabili sperimentalmente.
Una delle possibilità ci viene offerta dalla cosmologia e dalle os-
servazioni astronomiche oppure dalle onde gravitazionali.
Alcune stringhe (per essere più precisi le “superstringhe” – per
differenziarle da quelle che all’inizio venivano chiamate stringhe e
poi, in una teoria più complessa, sono diventate superstringhe) o
membrane allungate dall’espansione dell’Universo e presenti nel-
l’Universo potrebbero emettere onde gravitazionali misurabili dai
nostri rivelatori – quelli di tipo interferometrico. Se così fosse, le
onde gravitazionali ci darebbero modo di studiare questa tipologia
particolare di stringhe.
Un’altra modalità per studiare possibili effetti delle stringhe vi-
branti è rappresentata da particelle con carica elettrica frazionaria,
con rapporti diversi da quelli fra le cariche dei quark del Modello
Standard (1/3 e 2/3).
A LHC del CERN, oltre all’eventuale dimostrazione dell’esistenza
delle particelle supersimmetriche, viste come una prova indiretta della
teoria delle stringhe, si potrebbero avere dei segnali riconducibili al-
l’esistenza delle extradimensioni. Una tale prova, seppure ben poco pro-
babile, è la formazione dei micro-buchi neri. Se si dovesse concludere
che esistono altre dimensioni arrotolate rispetto alle nostre tre, allora la
teoria delle stringhe avrebbe un valido appiglio, visto che l’esistenza di
queste dimensioni “in più” è uno dei cavalli di battaglia della teoria.

Critiche alla teoria delle stringhe


È fin troppo facile criticare la teoria delle stringhe. Una teoria che
non prevede niente di misurabile in modo diretto; uno dei critici di
questa teoria, Peter Woit, ha persino scritto un libro dal titolo Nean-
che sbagliata, per rendere l’idea.
288 Dai buchi neri all'adroterapia

Altri hanno elaborato delle teorie di unificazione della gravità con


la meccanica quantistica senza nessuna stringa vibrante. È il caso per
esempio di Alain Connes, che usa una geometria particolare, cosid-
detta non commutativa (nella quale due punti nello spazio non sono
intercambiabili senza lasciar tracce), operando una sintesi fra la rela-
tività generale e la meccanica quantistica, descrivendo lo spazio-
tempo e l’Universo.
Stando ai critici, non pochi, della teoria delle stringhe, la teoria
ha fallito l’obiettivo di essere la teoria del tutto, dissolvendosi in un
paesaggio di teorie e in un’infinita di Universi. Nessuna di queste teo-
rie è capace di prevedere nuovi fenomeni in modo tale da renderla
verificabile sperimentalmente.
Va però aggiunto che la complicatissima matematica sviluppata
nell’ambito della teoria delle stringhe trova applicazioni in settori fra
i più vari, come per esempio la fisica dello stato solido, oppure la de-
scrizione delle proprietà del plasma di quark e gluoni formato nelle
interazioni fra ioni pesanti.
Il futuro ci dirà se la teoria delle stringhe riuscirà a imporsi come
la teoria del (quasi) tutto1 – aggiungo il “quasi”, in quanto troppo
spesso nella storia della scienza illustri scienziati hanno pensato di
aver capito tutto – oppure come un bellissimo gioco, dal quale co-
munque abbiamo imparato tanto e che ci ha fornito strumenti ma-
tematici validissimi in tanti altri settori.

1
Da non confondersi con la teoria del quasi tutto (senza parentesi), spiegata nel libro omo-
nimo di Robert Oerter edito per i tipi di Codice Edizioni.
I miei esperimenti: atomi esotici
e atomi impossibili

Sarebbe una brutta cosa essere un atomo in un universo senza fi-


sici, e questi sono fatti di atomi. Un fisico è il modo che ha l’atomo
di sapere qualche cosa sugli atomi.
George Wald

In questo capitolo ho presentato gli esperimenti che mi vedono coinvolta


direttamente: i “miei” esperimenti. Nell’ambito di collaborazioni internazio-
nali quali SIDDHARTA e VIP stiamo studiando atomi esotici, nel primo caso, e
atomi considerati impossibili, nel secondo. Questo studio, oltre a essere im-
portante per le implicazioni profonde nella fisica particellare, nucleare e astro-
fisica, è anche appagante e divertente. Le persone con cui lavoro hanno
contribuito ad arricchirmi professionalmente e umanamente e sono molto
grata e tutti loro.

Vi ho presentato in questo libro le idee trainanti della fisica moderna,


descrivendovi i suoi successi e alcune delle sue ricadute, nonché parte
delle ricerche attuali sia nell’ambito teorico che in quello sperimen-
tale. In questo capitolo vi vorrei parlare dei “miei esperimenti”, che
hanno a che vedere con atomi esotici e atomi che dovrebbero essere
impossibili. Due esperimenti affascinanti, il primo, SIDDHARTA, ai
Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN e il secondo VIP, ai Labo-
ratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN.

Un gruppo affiatato e colorato


Un fisico sperimentale difficilmente lavora da solo; nella maggior
290 Dai buchi neri all'adroterapia

parte delle situazioni ci sono dei gruppi, collaborazioni, fra vari ri-
cercatori, ingegneri e tecnici che perseguono un obiettivo molto pre-
ciso: una misura, oppure una serie di misure, che ci aiutano a capire
meglio come funziona il mondo. I gruppi, detti anche collaborazioni,
sono per dimensione molto diversi fra di loro: da quelli di 2-3 persone
a collaborazioni di migliaia di persone, come nel caso della collabo-
razione ATLAS.
Nel mio caso, sia per l’esperimento a Frascati che per quello al
Gran Sasso, siamo una collaborazione di circa 35 persone, provenienti
da istituti di vari paesi del mondo: Italia, Austria, Romania, Giap-
pone, Germania, Canada e Croazia. Un ambiente molto stimolante,
anche dal punto di vista culturale. In cui, oltre al lavoro vero e pro-
prio, ci scambiamo idee, condividiamo hobby e passioni. Alcuni sono
specializzati nell’elettronica, altri nell’analisi dati oppure in simula-
zioni sul computer, altri ancora nella meccanica e criogenia, oppure
nell’acquisizione dati nei sistemi di controllo.
L’atmosfera in un gruppo così piccolo è anche molto amichevole,
ci conosciamo tutti. È un grande vantaggio rispetto a gruppi di cen-
tinaia di persone nei quali non arrivi mai a conoscere tutti quanti.
I nostri obiettivi sono di arrivare a effettuare misure uniche al
mondo: o per la precisione, o perché nessuno è mai riuscito prima in
quanto troppo difficile. Una grande soddisfazione!
Vediamo in concreto cosa sono questi atomi strani di cui ci stiamo
occupando?
Dopottutto, non conosciamo tutto sugli atomi?

Atomi esotici: dalle particelle alle stelle


Esperimento SIDDHARTA
Gli atomi “normali” hanno un nucleo centrale composto da protoni
e neutroni intorno al quale orbitano gli elettroni. Esistono anche
atomi “anormali”?
Si, si chiamano “atomi esotici”, proprio perché per studiarli li dob-
biamo generare con i nostri acceleratori, non esistono allo stato
“brado” in Natura.
I miei esperimenti: atomi esotici e atomi impossibili 291

Cosa è un atomo esotico? In un atomo esotico al posto del-


l’elettrone troviamo una particella diversa, sempre con la carica
negativa, che orbita intorno al nucleo. Particelle quali muoni, an-
tiprotoni, pioni e kaoni con carica negativa. Da sottolineare il fatto
che mentre i muoni sono particelle elementari che fanno parte del
Modello Standard, della famiglia dei leptoni (come l’elettrone), i
pioni, gli antoprotoni e i kaoni sono composti da quark e/o anti-
quak.
Lo studio di questi atomi ci permette di misurare una serie di pro-
prietà del nucleo o della stessa particella inserita dall’esterno, oppure
di misurare l’interazione fra di loro.
È un metodo molto importante, soprattutto quando si vuole stu-
diare l’interazione fra i quark a bassissima energia. In questo regime
di energia la teoria dell’interazione forte non è ancora ben consoli-
data, ha bisogno di essere guidata e verificata con l’aiuto dei dati spe-
rimentali.
Negli atomi esotici particelle fatte di quark interagiscono con un
nucleo a sua volta contenente quark (nei protoni e neutroni), in più
a energie molto basse. È, se vogliamo, un “cavallo di Troia” per aiutarci
a studiare l’interazione forte a energie quasi-zero (in soglia).
Nel nostro caso gli atomi che stiamo studiando sono atomi eso-
tici di tipo kaonico: atomi kaonici. In questi atomi un elettrone in or-
bita intorno al nucleo viene sostituito da una particella che si chiama
kaone con carica negativa. Il kaone è composto da un quark strano e
un antiquark up.
È proprio per il suo contenuto di stranezza (la presenza del quark
strano) che studiamo questi atomi kaonici.

Gli atomi kaonici: formazione e misure


Per avere un atomo kaonico ovviamente serve avere dei…kaoni. I
kaoni non esistono in natura in forma stabile: sono particelle che vi-
vono pochissimo, trasformandosi in particelle più stabili.
Per avere dei kaoni nel nostro caso usiamo la macchina migliore
al mondo per kaoni di bassa energia – che sono ideali per formare gli
292 Dai buchi neri all'adroterapia

atomi kaonici: l’acceleratore DA


NE dei Laboratori Nazionali di Fra-
scati dell’INFN. In questo acceleratore su due anelli che si incrociano
in un punto vengono fatti circolare fasci di elettroni e di positroni in
direzioni contrarie. Nel punto in cui si incrociano i due fasci si scon-
trano e, siccome la loro energia è ottimizzata per questo processo,
vengono a formarsi della particelle che si chiamano  e che hanno
una vita brevissima: decadono quasi istantaneamente in altre parti-
celle, fra le quali, nel 50% dei casi, in una coppia kaone con carica ne-
gativa – kaone con carica positiva. Ed ecco i kaoni!!! In questo modo
riusciamo a produrre alcune centinaia di kaoni al secondo, che pos-
sono essere utilizzati per il nostro esperimento. In questo modo i
kaoni escono dal tubo dove sono stati generati ed entrano in un ber-
saglio che contiene la sostanza nella quale vogliamo generare gli atomi
kaonici. Nel nostro caso è idrogeno, oppure deuterio o elio.
I kaoni arrivati nel bersaglio, rallentati in seguito all’interazione
con i materiali già percorsi (sta a noi l’ottimizzazione degli spessori
per avere un numero di atomi kaonici massimizzato), si fermano e
vengono catturati, dando origine ad atomi kaonici. Siccome la massa
dei kaoni e circa mille volte più grande di quella dell’elettrone, i livelli
energetici del nuovo atomo sono molto diversi da quelli dell’idro-
geno normale. Il kaone, quando dà un calcio all’elettrone e prende il
suo posto in orbita intorno al nucleo, si ritrova così in un orbita molto
eccitata. Cosa fa il kaone a questo punto? Inizia ad avvicinarsi al nu-
cleo, con una serie di processi di diseccitazione; i kaoni che non ven-
gono assorbiti riescono ad arrivare al livello fondamentale. In questo
processo di avvicinamento, vengono emesse, per conservazione del-
l’energia dallo stato eccitato a quello fondamentale che ha un energia
più piccola, dei fotoni nel dominio dei raggi X. Per fortuna i kaoni
vivono abbastanza a lungo da permettere di effettuare questo studio,
stando comunque non lontani dal punto in cui sono stati prodotti.
Una volta arrivati sul livello fondamentale, i kaoni vengono “man-
giati”, cioè assorbiti, dal nucleo, dando luogo a una serie di intera-
zioni nucleari.
Quello che noi misuriamo sono i raggi X emessi nelle transizioni
I miei esperimenti: atomi esotici e atomi impossibili 293

fra i livelli eccitati e quello fondamentale. Cosa ne facciamo di questi


raggi X? Perché li misuriamo? Il fatto è che il kaone, quando arriva sul
livello fondamentale, è così vicino al nucleo che inizia a risentire, oltre
che dell’interazione elettromagnetica, anche dell’interazione forte,
dovuta ai quark presenti nelle due strutture. L’interazione forte spo-
sta e allarga il livello rispetto al valore calcolato tenendo conto sol-
tanto dell’interazione elettromagnetica. Dalla misura dell’energia dei
raggi X riusciamo a estrarre l’entità dello spostamento e dell’allarga-
mento del livello fondamentale.
A loro volta, lo spostamento e l’allargamento sono quantità fon-
damentali per la teoria dell’interazione forte per sistemi che conten-
gono il quark strano, come il kaone. Le implicazioni sono molto
interesssanti e vanno dalla fisica delle particelle a quella nucleare e
anche all’astrofisica.
Nell’ambito dell’astrofisica si indaga ancora sulla possibile esi-
stenza di stelle nelle quali ci sia un cuore strano, che vuol dire una
parte centrale della stella in cui oltre ai quark leggeri up e down, or-
ganizzati in strutture come neutroni (le stelle di neutroni), possano
esistere strutture con un quark strano: kaoni o altri tipologie ancora
più esotiche. Per capirlo, una delle informazioni fondamentali viene
dallo studio di atomi kaonici come il nostro.

SIDDHARTA e i suoi risultati


L’esperimento SIDDHARTA è stato il seguito di un altro esperimento,
DEAR, che all’inizio del 2000 ha effettuato misure di idrogeno e azoto
kaonici su DA
NE, ottenendo risultati eccellenti, ma con limitazioni
dovute ai fondi, cioè raggi X emessi in processi diversi da quelli che
ci interessavano e che “sporcavano” l’informazione utile.
SIDDHARTA è riuscito con l’aiuto di rivelatori di raggi X molto
veloci, rivelatori al silicio del tipo camere a deriva, ad abbattere i fondi
e realizzare nel 2009 la migliore misura al mondo per l’idrogeno kao-
nico e per l’elio kaonico con l’isotopo elio-3. Inoltre, ha effettuato
una misura esplorativa del deuterio kaonico e oggi si prepara a rea-
lizzare una misura di precisione di quest’atomo esotico.
294 Dai buchi neri all'adroterapia

Catalina Oana Curceanu (autrice del libro) durante l’installazione dell’esperimento SID-
DHARTA (credit: Florin Sirghi)

I risultati dell’esperimento sono utilizzati da un’ampia comunità


di fisici teorici che stanno calibrando i loro modelli con le misure di
SIDDHARTA – un processo che è ancora in piena evoluzione.
SIDDHARTA è l’unico esperimento al mondo in grado di effet-
tuare queste misure in quanto combina un fascio con qualità uniche
con un apparato dalle alte prestazioni, e siamo ovviamente molto
contenti nel vedere i nostri risultati utilizzati per capire sia le particelle
che le stelle.

Atomi impossibili?
Atomi impossibili… ebbene sì! Stiamo verificando se esistano atomi
nei quali il Principio di Esclusione di Pauli (PEP) non viene rispettato.
Gli atomi normali hanno elettroni situati nelle rispettive orbite
nel rispetto del PEP: il che vuol dire che non possono esistere due
elettroni con numeri quantici uguali. Questo principio si basa sul teo-
rema spin-statistica, considerando che gli elettroni, avendo lo spin ½,
sono fermioni.
I miei esperimenti: atomi esotici e atomi impossibili 295

Questa regola ci porta a dire come vengono riempiti gli orbitali.


Vi ricordate i 2 elettroni sul primo livello, quello fondamentale (due,
in quanto hanno spin opposti)?
Il PEP è valido non soltanto per gli elettroni, ma anche per tutte
le altre particelle con spin semi-intero: come protoni e neutroni. Dun-
que vale negli atomi (nucleo e orbitali) e nelle stelle di neutroni.
Mettere in dubbio la validità del PEP sembra una cosa da pazzi…
eppure nell’ambito di teorie moderne, come in alcune versioni della
teoria delle stringhe, oppure nelle teorie che ammettono l’esistenza
delle extra dimensioni (stringhe o non stringhe), ma anche in altre
teorie, una piccola violazione non è esclusa. Certo, dev’essere per
forza piccola, altrimenti non esisterebbe più un Universo così come
lo conosciamo.
Lo studio della violazione del PEP per gli elettroni viene fatto da
noi nell’ambito dell’esperimento VIP ai Laboratori Nazionali del
Gran Sasso dell’INFN.

L’esperimento VIP
Nell’ambito dell’esperimento VIP stiamo provando a creare atomi
che abbiano 3 elettroni sul livello fondamentale, in palese violazione
del PEP.
Come facciamo questa cosa e come misuriamo l’eventuale for-
mazione dell’atomo “impossibile”?
In un foglio di rame molto sottile viene fatta circolare una cor-
rente di alta intensità (intorno ai 50 A). La corrente porta dentro il fo-
glio di rame (il rame è stato scelto in quanto ottimo conduttore di
elettricità) elettroni che prima non c’erano nel foglio; questi elettroni
hanno una certa probabilità di essere catturati e di arrivare, in seguito
a una serie di transizioni, dalle orbite di cattura al livello fondamen-
tale, raggiungendo i due elettroni già presenti, violando così il prin-
cipio di Pauli.
Nelle transizioni verso il primo livello vengono emessi raggi X (un
processo simile a quello descritto per gli atomi kaonici). Noi misu-
riamo proprio questi raggi X. La loro posizione, cioè la loro energia,
296 Dai buchi neri all'adroterapia

L’esperimento VIP ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso durante l’installazione (cre-
dit: Catalina Oana Curceanu)

nel caso della violazione del PEP, è spostata rispetto a quella del-
l’energia normale, quella nella quale la transizione avviene sul livello
fondamentale nel quale c’è un solo elettrone. È proprio lo sposta-
mento in energia un indicatore dell’avvenuta violazione.
Siccome gli eventi, laddove il PEP è violato, sono pochissimi, serve
effettuare l’esperimento in un ambiente molto “pulito”, dove la pre-
senza di raggi X dovuta ad altri eventi, per esempio raggi cosmici, sia
ridotta al minimo. È questa la ragione per la quale l’esperimento VIP
viene eseguito nei laboratori sotterranei del Gran Sasso, dove regna il
cosiddetto “silenzio cosmico”.

I risultati di VIP
Abbiamo costruito l’apparato VIP nel 2005, utilizzando per la misura
dei raggi X i rivelatori CCD descritti nella seconda sezione del libro.
VIP è stato installato al Gran Sasso nel 2006 e da allora per alcuni
anni è stato in presa dati.
I miei esperimenti: atomi esotici e atomi impossibili 297

Non abbiamo trovato la violazione del PEP, ma abbiamo stabilito


un limite superiore per la probabilità della violazione per gli elettroni
incredibilmente piccolo: intorno a 10-29 – un centesimo di miliarde-
simo di miliardesimo di miliardesimo…
Il metodo utilizzato da VIP è molto particolare: portare dentro il
rame elettroni tramite la corrente elettrica permette di lavorare in
condizioni più chiare rispetto al semplice guardare un pezzo di rame
o altro materiale e aspettare che spontaneamente il PEP venga violato.
Oggi stiamo preparando una nuova versione dell’apparato, che ci
permetterà in futuro di arrivare a guadagnare un fattore intorno a
100. E chissà cosa salterà fuori!
VIP è un esperimento importante: non soltanto nell’ambito della
fisica fondamentale, in quanto verifica uno dei capisaldi della teoria,
ma anche per potenziali studi di teorie più o meno esotiche che la-
sciano spazio alla violazione del PEP.
Il PEP stesso ha anche delle profonde implicazioni filosofiche: do-
pottutto il principio è riconducibile all’identità delle particelle – nel
nostro caso degli elettroni. Riflettere sull’identità, o meglio, sulla non-
distinguibilità è importante sia nella fisica che in filosofia.
Oltre a lavorare per la preparazione del nuovo apparato, stiamo
anche riflettendo a un arricchimento del caso scientifico: con un me-
todo simile a quello di VIP, misure di raggi X, si potrebbe indagare su
uno dei misteri della meccanica quantistica: il problema della misura.
Il perché da una sovrapposizioni di stati quello che alla fine vediamo
è uno solo. Una possibile soluzione è che esiste un meccanismo che
fa collassare la funzione d’onda e che potrebbe aprire la strada a una
teoria che va oltre l’attuale meccanica quantistica.
Con metodi simili a VIP potremmo indagare una delle conse-
guenze dei modelli di collasso: l’emissione spontanea dei raggi X da
parte degli elettroni. E di questo magari scriverò in un altro libro!
Siamo soli nell’Universo?
Alla ricerca degli extraterrestri

Talvolta penso che siamo soli. Talvolta penso che non lo siamo. In
entrambi i casi, il pensiero è vacillante.
Richard Buckminster Fuller

Nell’universo sono emersi molti fenomeni affascinanti: mostruosi buchi neri


dal peso di un miliardo di Soli che mangiano le stelle e vomitano getti di gas;
stelle di neutroni che ruotano su se stesse mille volte al secondo, la cui ma-
teria è compressa a un miliardo di tonnellate per centimetro cubo; particelle
subatomiche così inafferrabili che potrebbero penetrare anni luce di piombo
solido; onde gravitazionali il cui flebile passaggio non lascia alcuna impronta
percettibile. Eppure, per quanto stupefacente possa sembrare tutto ciò, il fe-
nomeno della vita è più straordinario di tutti gli altri messi insieme.
Paul Davies, Da dove viene la vita

Siamo soli nell’Universo? Miliardi e miliardi di galassie, ognuna con


miliardi di pianeti, è mai possibile che nessuna di queste ospiti qual-
cuno che, magari, si ponga le stesse domande, con il naso all’insù alla
ricerca di un segnale, di una traccia?
Ma ha senso indagare sulla possibilità dell’esistenza degli extra-
terrestri? Io penso di sì, come ha senso cercare le extradimensioni, le
stringhe oppure la gravità quantistica. Le domande, diceva un mio
amico, non sono mai stupide. Le risposte talvolta lo sono…
Da piccola, da quando ho iniziato a intuire quanto è grande il
“tutto”, anche se ero ancora lontana dai miliardi di anni di luce ri-
300 Dai buchi neri all'adroterapia

spetto a quanto vediamo adesso, mi sono posta la domanda: cosa


succede là, vicino alle stelle che riesco a vedere? Nelle notti d’estate,
in un bel posto in Transilvania, lontano dall’inquinamento prodotto
dalle luci della città vedevo migliaia di stelle. I grilli accompagnavano
lo spettacolo, rendendo ancora più magica l’atmosfera. Guardavo in
alto e immaginavo come poteva essere lassù. Talvolta vedevo delle
scie luminose – forse una navicella spaziale piena di creature arrivate
da un pianeta lontano? No, erano delle “stelle cadenti” (“Cadenti da
dove?” mi domandavo).
Ho letto tutto quello che un bambino curioso poteva leggere – a
partire da von Deniken e le sue teorie bizzare su extraterrestri che
sono arrivati tempo fa sulla Terra e, sosteneva lui, di cui esistono
tracce evidenti: dai disegni di Nazca, ai Maya. Von Daniken era… di-
ciamo, un visionario, l’ho capito non molto tempo dopo.
Ma la domanda resisteva e diventava sempre più affascinante. È ri-
masta ancor’oggi quella: siamo soli nell’Universo? Continuo a chie-
dermelo e a chiederlo. Non sono l’unica che lo fa: scienziati famosi
(Enrico Fermi, per fare soltanto un nome) se lo sono chiesto.
Dunque, siamo soli??? Sì. No. No, ma è come se lo fossimo…
Penso che non si possa concludere la parte del libro che parla dei mi-
steri futuri da risolvere nella fisica moderna senza parlare anche di
quest’argomento. Di… Loro. Una discussione scientifica è possibile,
è stata fatta ed esistono libri interi che trattano quest’argomento.
Mi limiterò in quel che segue a presentare una serie di idee a fa-
vore delle tre ipotesi che hanno più acceso la mia immaginazione,
nella speranza che anche voi sarete incuriositi e che proverete a do-
cumentarvi e magari ad arrivare a una vostra conclusione.

Dove sono tutti quanti? Un’impostazione scientifica


Esistono gli extraterrestri? Se la risposta è positiva, perché non si
fanno vedere? I tanti mondi di Star Treck, quello di Avatar oppure il
dolcissimo ET. Potrebbero avere queste sembianze?
La verità è che abbiamo tante domande ma pochissime risposte a
queste domande e anche fra gli scienziati “seri” pochi hanno il co-
Siamo soli nell’Universo? Alla ricerca degli extraterrestri 301

raggio di avventurarsi su questa strada, che spesso è più simile al bi-


nario 9 ¾ di Harry Potter che a un binario da cui parte un treno nor-
male.
Purtroppo, come spesso accade, la mancanza del rigore scienti-
fico lascia spazio alle speculazioni e ai visionari più o meno ben in-
tenzionati.
Ci sono però anche scienziati seri, che la domanda se la sono posta
e hanno anche formulato ipotesi scientifiche.

Il paradosso di Fermi
Correva l’anno 1950 e a New York si verificava un’inspiegabile scom-
parsa dei… cassonetti per l’immondizia pubblica. Nello stesso pe-
riodo si era “visto” un grande numero di “dischi volanti”. Nel numero
del 20 maggio del 1950 del The New Yorker in una vignetta di Alan
Dunn venivano raffigurati extraterrestri che rubavano i cassonetti:
sarebbero venuti sulla Terra con l’obiettivo di portarli via.

Il paradosso di Fermi: dove sono tutti quanti? (disegno di Massimiliano Bazzi)


302 Dai buchi neri all'adroterapia

Nell’estate dello stesso anno, Enrico Fermi, assieme a tre colleghi,


stava pranzando alla mensa dei Laboratori di Los Alamos, commen-
tando allegramente la vignetta del giornale, quando se ne uscì con la
domanda: “Dove sono tutti quanti?” I colleghi capirono subito a chi
Fermi si riferiva, agli extraterrestri, e che parlava, come al solito, se-
riamente.
Fermi fece una serie di conti veloci (era famoso per la sua capacità
di calcolare ad alta velocità anche, situazioni molto complesse) da cui
risultava che gli extraterrestri dovevano averci già visitati e forse più
di una volta. Dove sono allora? Erano sbagliati i conti? Oppure la ri-
sposta è più difficile? Siamo in grado di riconoscere l’intelligenza non-
umana, oppure… siamo veramente soli?
La domanda di Fermi è da allora tutta l’impostazione del pro-
blema: se esistono gli extraterrestri, e come mai non li abbiamo visti,
non ha ancora avuto risposta. È diventata il “paradosso di Fermi”.

Una formulazione in termini di probabilità: l’equazione di Drake


L’equazione di Drake, formulata dallo scienziato Frank Drake nel
1961, stima il numero di civiltà extraterrestri avanzate in grado di co-
municare nella nostra galassia.
Nell’equazione di Drake vengono moltiplicate una serie di pro-
babilità che hanno a che vedere con l’esistenza di un pianeta simile al
nostro che potrebbe ospitarli, con la comparsa e lo sviluppo di una ci-
viltà tecnologicamente avanzata, nonché con la durata di vita di una
tale civiltà (se vive di più è ovviamente più probabile che gli abitanti
del pianeta arrivino a comunicare la loro presenza). In quest’equa-
zione ci sono fattori come: il numero di stelle che nascono in un anno
nella nostra galassia, la percentuale di stelle che hanno dei pianeti, la
probabilità che questi siano pianeti che possono ospitare la vita, la
percentuale di pianeti su cui la vita si sviluppi davvero, la probabilità
che la vita diventi intelligente e che sviluppi una tecnologia capace di
emettere segnali e la durata di vita di una tale civiltà avanzata.
Ora, il problema è che noi queste probabilità non le conosciamo
– con l’eccezione delle prime due, per le quali abbiamo informazioni
Siamo soli nell’Universo? Alla ricerca degli extraterrestri 303

sempre più attendibili dalle osservazioni astronomiche, e forse arri-


veremo a capire meglio anche la terza: la probabilità che i pianeti
siano simili alla nostra Terra, dunque che potrebbero ospitare la vita.
Per gli altri fattori si può tirare a indovinare, basandoci su certi assunti
che sono abbastanza discutibili. Il numero che esce dall’equazione di
Drake può essere piccolo (10, persino 1), ma anche grande (10.000 o
anche di più).
Il mistero dunque non è risolto, anche se abbiamo una formula-
zione matematica, probabilistica, che man mano che arriviamo a co-
noscere meglio i termini, prende corpo.
La ricerca di una risposta alla domanda di Fermi ha prodotto un
numero impressionante di soluzioni e ipotesi, che possono essere di-
vise in tre grandi gruppi: gli extraterrestri sono già qui, fra di noi; gli
extraterrestri esistono, ma ancora non hanno comunicato con noi;
siamo soli nell’Universo.
Vediamo in quanto segue alcune delle soluzioni e argomentazioni
proposte per ognuna di queste tre categorie di ipotesi.

Gli extraterrestri sono già qui

I “dischi volanti” e i cerchi nei campi di grano


La soluzione più facile al problema è che gli extraterrestri siano già
qui, ci stiano visitando, alcune volte anche portandoci via per fare dei
test su di noi (incontri ravvicinati del IV tipo): si tratta dei “dischi vo-
lanti”, degli UFO (Unidentified Flying Objects). Di questa categoria fa
parte anche la presunta nave extraterrestre che in seguito a un guasto
si sarebbe schiantata a terra e fu portata dagli americani nella miste-
riosa Area 51. È anche circolato un filmato in cui si vedevano i corpi
dei presunti extraterrestri (che è stato provato essere un falso). Non
insisterò su questa soluzione – fin troppo è stato e continua a essere
scritto. Tanti di questi cosiddetti oggetti volanti sono fenomeni na-
turali, altri pure e semplici… invenzioni per essere al centro dell’at-
tenzione. Ormai tutti vogliono andare in TV o finire come minimo
sul giornale locale: dichiarare di aver visto uno strano oggetto vo-
304 Dai buchi neri all'adroterapia

lante, magari con una bella foto, è una bella occasione. Altri di que-
sti oggetti sono, come dice anche il nome inglese, non identificati, il
che non vuol necessariamente dire che siano guidati dagli extraterre-
stri. Anche tante persone in buona fede hanno visto e continueranno
a vedere oggetti volanti non-identificati.
Della stessa categoria fanno parte i cerchi nel grano: le bellissime
figure geometriche che compaiono durante la notte nei campi di
grano. Sono opera di veri artisti, come nel caso di Doug Bower e Dave
Chorley, che hanno persino ricevuto il premio IgNobel per la loro arte.

Gli extraterrestri sono fra di noi e si fanno chiamare… ungheresi


Per un breve periodo negli anni ’50 circolava l’ipotesi che gli extra-
terrestri fossero fra di noi: gli ungheresi! Perché proprio loro? In
quanto si diceva che sono un popolo particolarmente intelligente,
scienziati come Leo Szilard, Eugene Wigner, Edward Teller e John von
Neumann tutti ungheresi, menti eccelse che parlano una lingua strana
e hanno uno spirito errante. Bastava per definirli extraterrestri? Certo
che no! E se qualcuno ha ancora dei dubbi, basti sapere che il DNA
degli ungheresi è lo stesso (con piccole variazioni) di tutti noi.

Si nascondono sulla Luna


Se non si trovano sulla Terra, allora magari si nascondono sulla Luna
e ci stanno osservando. Magari sulla faccia invisibile della Luna, visto
che noi vediamo sempre la stessa faccia. Oggi anche quest’ipotesi non
regge: ormai conosciamo la Luna benissimo – è stata fotografata sia
sul lato visibile che sulla faccia nascosta in dettaglio: non c’è traccia
degli extraterrestri, anche se alcuni nostalgici vedono ancora le loro
tracce…

Ci stanno studiando dai punti di Lagrange


In un sistema a tre corpi come quello formato da Terra, Luna e Sole
ci sono 5 punti in cui le forze gravitazionali esercitate tra questi og-
getti si compensano. In questi punti un’eventuale nave extraterrestre
non deve spendere energia in quanto è in equilibrio e sarebbe dun-
Siamo soli nell’Universo? Alla ricerca degli extraterrestri 305

que in un’ottima posizione per studiarci. Abbiamo però investigato


bene queste posizioni – anche perché le usiamo per i nostri satelliti,
ma non abbiamo trovato nessun oggetto strano che possa essere una
nave aliena.

Gli extraterrestri siamo noi


Potremmo essere noi gli extraterrestri! Si tratta dell’ipotesi della pan-
spermia, casuale oppure intenzionale. Nella prima situazione, la pan-
spermia casuale, semi di vita sono arrivati dallo spazio sulla Terra,
per esempio a bordo di meteoriti, hanno trovato un ambiente molto
fertile, si sono sviluppati, evoluti e hanno generato una grande va-
rietà di forme di vita inclusi….noi. Quest’ipotesi spiegherebbe tra
l’altro come mai tutti gli essere viventi, dalla mosca all’elefante, dal
gatto all’essere umano, hanno un DNA molto simile. Certo l’ipotesi
della panspermia casuale non risolve il problema: siamo soli nel-
l’universo? Da dove venivano i semi di vita?
Un’ipotesi più elaborata è stata formulata nel 1973 da Crick e
Orgel, che sostenevano che i semi di vita potrebbbero essere stati
mandati apposta sulla Terra da una civiltà molto avanzata, forse mi-
nacciata da una catastrofe, oppure desiderosa di conquistare la galas-
sia. Rimane un’ipotesi affascinante, ma difficile da immaginare. Se
non altro, viste le distanze nella galassia, avrebbero dovuto fare dei
conti con una precisione estrema per riuscire a far decollare una nave,
farla viaggiare per distanze di tanti anni luce e poi atterrare sul nostro
pianeta.

Siamo in uno “zoo” o in un parco naturale


Nel 1973 John Ball ha presentato lo scenario dello “zoo” in cui so-
stiene che civiltà extraterrestri molto più avanzate della nostra avreb-
bero creato delle riserve naturali, oppure degli zoo, regioni protette
nell’Universo per chi, come noi, non è ancora in una fase abbastanza
evoluta e va lasciato in pace a proseguire sulla propria strada, almeno
finché non arriva a un certo livello della civiltà. Un po’ come facciamo
noi con gli animali racchiusi nelle riserve e nei parchi naturali.
306 Dai buchi neri all'adroterapia

In questa situazione gli extraterrestri si terrebbero a distanza di


sicurezza, da cui ci possono vedere e studiare ma noi no… senza in-
terferire con quello che stiamo facendo.
Se così fosse, non abbiamo nessuna possibilità di verificarlo. Se
volessero tenersi lontani, fuori dalla nostra portata, riuscirebbero be-
nissimo a farlo. Potrebbero arrivare a interagire con noi magari in un
lontano futuro, se riuscissimo a non autodistruggerci e arrivare a un
livello tecnologico, ma anche di civiltà, superiore.

Il planetario: l’illusione che ci circonda


Che bello guardare le stelle! Ma esistono davvero? Stephen Baxter ha
formulato una teoria molto affascinante; l’Universo pullula di civiltà
extraterrestri molto più avanzate della nostra, che non vogliono in-
terferire con la nostra e allora hanno creato intorno a noi una realtà
virtuale: un planetario, che ci dà l’illusione di essere soli nell’Universo.
Vi ricordate il film The Truman Show? Anche lì il protagonista vi-
veva in una realtà virtuale nell’ambito di un reality-show di cui non
era consapevole. Oppure Matrix – in cui la realtà era nascosta sotto
un programma che usava i cervelli dei protagonisti per illuderli di vi-
vere in un mondo diverso.
Alcune versioni di quest’ipotesi vedono le civiltà extraterrestri,
come in Matrix, che stanno manipolando già i nostri cervelli dandoci
l’illusione di essere soli.
In linea di massima, quest’ipotesi potrebbe essere verificata: con
tecnologie sempre più potenti potremmo magari scoprire delle in-
consistenze studiando dettagli nell’Universo che ci circonda, in
quanto se quello che vediamo è una simulazione, questa potrebbe
avere un “raggio” di validità, generato dalla memoria dei computer
(o qualunque cosa gli extraterrestri potrebbero aver usato) che
l’hanno generata, oltre il quale diventa “fumosa”.

Gli extraterrestri esistono ma non li abbiamo ancora indivi-


duati
Se l’ipotesi che gli extraterrestri esistono e, in qualche modo, sono già
Siamo soli nell’Universo? Alla ricerca degli extraterrestri 307

qui non vi convince, esploriamo insieme la seconda serie di ipotesi:


esistono, ma ancora non li abbiamo identificati.

Gli extraterrestri amano stare a casa


Certo, potrebbe essere che alcuni extraterrestri non vogliono proprio sa-
perne di cercare qualcun’altro, perche amano stare al “calduccio” a casa
loro. Forse perché temono di imbattersi in… barbari come noi. Non è
un’ipotesi tanto strampalata: anche sulla Terra c’è chi sostiene che fa-
remmo meglio a non cercarli, in quanto potrebbero essere estremamente
cattivi (Steve Hawking è uno di quelli che sostengono quest’ipotesi).
Però… difficile credere che tutti quanti la pensino così. Forse al-
cuni potrebbero esserlo, ma è impossibile che tutti gli extraterrestri
dell’Universo siano così pantofolai.

Gli extraterrestri abitano lontano, la strada è troppo lunga e


rende il viaggio impossibile
La più semplice e oserei dire ovvia soluzione del “paradosso di Fermi”
è che, tenendo conto delle enormi distanze fra le stelle nella nostra
galassia, per non parlare delle altre galassie, è molto difficile, se non
impossibile, un contatto diretto fra le eventuali civiltà dell’Universo.
Facciamo un esempio: la stella più vicina a noi, Proxima Centauri,
dista circa 4 anni luce. Con la nostra attuale tecnologia il viaggio du-
rerebbe migliaia di anni! E saremmo arrivati non più in la dell’“an-
golo della nostra strada”.
Sono state discusse e proposte varie soluzioni che potrebbero per-
mettere viaggi così lunghi: dalle navi spaziali che ospitano un’intera
città, con generazioni che si succedono e vivono la loro vita nello spa-
zio, alla sospensione dei processi vitali (l’ibernazione per esempio,
con tecniche di criogenia oppure di manipolazione del metabolismo)
fino all’arrivo in posti interessanti, dove i viaggiatori potrebbero es-
sere risvegliati.
Un’alternativa invece potrebbe essere basata sull’ipotesi che gli ex-
traterrestri sono tecnologicamente più bravi di noi e che hanno impa-
rato a viaggiare con velocità molto più alte oppure che riescano addi-
308 Dai buchi neri all'adroterapia

rittura a manipolare lo spazio-tempo, usando soluzioni particolari


della relatività generale di Einstein, per esempio. Anche noi abbiamo
analizzato queste soluzioni. Miguel Alcubierre ha proposto soluzioni in
cui lo spazio-tempo diventa un’onda che può essere cavalcata, in modo
simile al surfista che cavalca l’onda dell’oceano, viaggiando con velocità
estreme, sfruttando i “buchi di verme”, vere scorciatoie per viaggiare da
un punto all’altro nell’Universo con velocità che sembrano più alte di
quelle della luce. Per passare dall’equazione alla pratica, però, serve una
quantità di energia che non sappiamo come generare…
Se gli extraterrestri sanno usare una delle tecniche a cui abbiamo
accennato, oppure altre, di cui noi non siamo a conoscenza, non ci ri-
mane che… aspettarli, prima o poi arriveranno. In questa situazione
l’ufficio creato dall’ONU per riceverli, potrebbe avere da fare più di
quanto non si aspettino.

Ci spediscono segnali ma non siamo in grado di decifrarli


Gli extraterrestri potrebbero mandarci dei segnali che noi non siamo
in grado di capire.
Che tipo di segnali? Per esempio “banali” onde elettromagneti-
che, ma noi non ci siamo ancora sintonizzati sulla frequenza giusta.
Abbiamo ancora una conoscenza piuttosto limitata, anche se sono
stati fatti notevoli progressi sui segnali elettromagnetici che proven-
gono dal cosmo.
C’è stato un segnale che ha suscitato notevole interesse: il “Wow”,
nella notte del 15 agosto del 1977 – misurato al Big Ear Observatory del-
l’Università dell’Ohio. Il segnale radio è durato 37 secondi e sembrava
un segnale artificiale che veniva da qualche parte della galassia. Pur-
troppo tutti gli sforzi per ritrovarlo sono stati inutili. Dunque potrebbe
essere stato un segnale extraterrestre che noi abbiamo visto per caso op-
pure, più probabile, un segnale con origini terrestri (satellite, rumore…).
C’è attualmente un progetto, SETI, che ricerca eventuali segnali ex-
traterrestri registrati da varie antenne di tutto il mondo: al progetto
SETI chiunque di noi può partecipare facendo fare al suo computer
l’analisi di una piccola parte dei dati, registrandosi nel sito del progetto.
Siamo soli nell’Universo? Alla ricerca degli extraterrestri 309

Gli extraterrestri potrebbero non utilizzare segnali elettromagne-


tici, ma segnali completamente diversi: onde gravitazionali, neutrini,
tachioni (fantomatiche particelle che viaggiano con velocità più
grande di quella della luce, che nessuno ha mai visto), oppure qual-
cosa che noi ancora non abbiamo scoperto.

Gli extraterrestri esistono in un mondo parallelo


L’Universo potrebbe essere molto più bizzarro di quanto lo vediamo.
Come nell’ambito della teoria delle stringhe, anche nell’Universo po-
trebbero esistere mondi paralleli.
Universi paralleli sono stati concepiti nella meccanica quantistica
come soluzione al problema del collasso della funzione d’onda, il pro-
blema della misura: ogni qualvolta si effettua una misura l’Universo
si divide, e nascono un certo numero di mondi paralleli (tanti quante
soluzioni ci sono alla misurazione effettuata).
In uno di questi Universi paralleli gli extraterrestri esistono e ma-
gari sono già entrati in contatto con i nostri “doppi”. Ci sarà una Ca-
talina che parla in klingoniano con un extraterrestre?
Mondi paralleli sono presenti anche in altre teorie della fisica mo-
derna. I buchi neri, per esempio, potrebbero essere delle porte che
conducono verso altri Universi. Questi Universi potrebbero ospitare
altre civiltà più o meno simili alla nostra, ma non abbiamo nessuna
possibilità di interagire con loro. Siamo e sono tagliati fuori.

Gli extraterrestri sono “al di là dell’orizzonte”


Potrebbe esistere un numero illimitato di altre civiltà, ma senza la mi-
nima possibilità di entrare in contatto con noi: né adesso né mai.
Michael Hart ha proposto un esempio abbastanza semplice. Im-
maginiamo un Universo statico, infinito, con una distribuzione uni-
forme delle galassie, che sarebbe apparso dal nulla 14 miliardi anni fa
(il tempo trascorso dal Big Bang).
Nei 14 miliardi di anni trascorsi la luce ha potuto viaggiare per
una distanza di 14 miliardi di anni luce. Dunque sulla Terra sono ar-
rivati segnali da una distanza al massimo di 14 miliardi di anni luce.
310 Dai buchi neri all'adroterapia

Tutto quanto sta oltre questa distanza non ha avuto tempo di rag-
giungerci: le civiltà oltre ai 14 miliardi di anni luce sono “al di là del-
l’orizzonte”. Nel raggio dei 14 miliardi di anni luce potremmo anche
essere da soli, ma nell’Universo infinito potrebbe esistere un numero
enorme di extraterrestri che non riescono a comunicare con noi.
Certo, man mano che passa il tempo, in questo Universo stazionario
il raggio della parte visibile aumenta e magari un giorno qualche ci-
viltà passa dal di là al di qua dell’orizzonte.
In realtà la situazione è molto più complicata, in quanto l’Uni-
verso è in espansione, per di più accelerata! Rimane vero che siccome
l’Universo ha una data di nascita, il Big Bang, al di là dei dettagli lo
scenario di cui sopra vale anche per il nostro Universo in espansione.
Potremmo dunque essere soltanto una piccola parte di un Universo
molto più grande.

Siamo soli nell’Universo: gli extraterrestri non esistono


Dopo aver visto le soluzioni che vedevano gli extraterrestri fra di noi,
oppure lontani, incapaci o non desiderosi di comunicare con noi, ci
è rimasta un’unica altra ipotesi: gli extraterrestri non esistono. Siamo
soli nell’Universo!
La risposta in questo caso alla domanda di Fermi “Dove sono tutti
quanti?” è che gli altri non ci sono!
Come mai, perché? Vediamo alcune ipotesi.

Gli extraterrestri non hanno avuto tempo per evolvere


Se prendiamo il caso dell’unica civiltà che conosciamo – la nostra –
e consideriamo le condizioni necessarie per la nostra evoluzione, ve-
diamo che elementi come il carbonio e l’ossigeno (ma anche altri)
sono fondamentali.
Gli atomi di carbonio, come abbiamo visto nel capitolo dedicato
alla nascita degli atomi, si formano nelle stelle e gli astronomi hanno
calcolato che un massimo di formazione del carbonio potrebbe essere
avvenuto circa 7 miliardi di anni fa.
La situazione dell’ossigeno: sotto forma di gas all’inizio non esi-
Siamo soli nell’Universo? Alla ricerca degli extraterrestri 311

steva sul nostro pianeta. Nei primi 2,4 miliardi di anni circa dalla
formazione della Terra il livello dell’ossigeno nell’atmosfera è au-
mentato, in seguito alla scomposizione delle molecole dell’acqua
per effetto della radiazione solare, arrivando a meno dell’1% però
del valore attuale. In una seconda fase, durata poco più di 1,5 mi-
liardi di anni, la quantità di ossigeno o ozono nell’atmosfera è arri-
vata al valore attuale del 10%. La presenza dell’ozono nell’atmosfera
è molto importante in quanto ci protegge dalla radiazione ultra-
violetta del Sole, radiazione che è pericolosa, arrivando a distruggere
gli acidi nucleici e le proteine, ingredienti fondamentali per la com-
parsa della vita.
Il risultato netto è che, sommando i 7 miliardi di anni per avere il
carbonio a sufficienza, con altri 3-4 miliardi di anni, per avere ossi-
geno e ozono nell’atmosfera per proteggere le molecole necessarie per
la vita, arriviamo a circa 10-11 miliardi di anni. Dal Big Bang sono
passati 13.7 miliardi di anni, dunque la vita avrebbe avuto tempo per
evolversi soltanto negli ultimi 3-4 miliardi di anni. Tanto? Poco?
Se le cose stanno così, potrebbe essere che l’Universo pulluli di ci-
viltà come la nostra, ma che non hanno avuto ancora tempo (se mai
riusciranno a farlo) di sviluppare tecnologie più evolute della nostra
e magari anche loro si chiedono “Dove sono tutti quanti?”. In questa
ipotesi è soltanto una questione di tempo: l’evoluzione di queste ci-
viltà potrebbe portare alcune di loro a riuscire a intraprendere viaggi
interstellari oppure a mandare segnali verso di noi. Speriamo soltanto
che anche noi saremo qui per riceverli.

Pericoli nelle galassie


Le galassie possono essere posti pieni di pericoli, in cui accadono
molti fenomeni violenti, che potrebbero portare alla distruzione delle
forme di vita prima ancora che queste si siano evolute abbastanza per
lasciare tracce della loro esistenza.
Piccoli buchi neri potrebbero viaggiare indisturbati nella galassia,
arrivando a inghiottire i pianeti. Non si può a oggi escludere l’esi-
stenza di simili buchi neri.
312 Dai buchi neri all'adroterapia

Un pericolo diverso è costituito dalle stelle: se una stella esplode


vicino a un sistema solare che ospita pianeti su cui la vita si sta for-
mando, potrebbe distruggerlo completamente.
Verso l’interno della galassia, l’attività è molto più intensa che in
periferia (noi con il nostro sistema solare siamo fortunati a essere de-
filati dal centro): le stelle sono numerose e la radiazione che arrive-
rebbe da loro sarebbe molto alta, nonché i pericoli derivanti dalla loro
possibile “morte”, una volta arrivate ad aver consumato tutto il loro
combustibile.
Un altro pericolo, anche se c’è ancora tanto da capire sull’origine
di questo fenomeno, potrebbe essere rappresentato dalle “esplosioni
di raggi gamma” (Gamma Ray Burst), con l’emissione di una quan-
tità enorme di energia in un tempo molto breve, sotto forma di in-
tensi raggi gamma (fotoni ad altissima energia). La quantità di energia
può arrivare, per la durata dei pochi secondi dall’esplosione alla
quantità totale di energia emessa dal Sole durante tutta la sua esi-
stenza! Per ora non sono stati osservati tali fenomeni provenienti dalla
nostra galassia, ma soltanto da quelle lontane.
Se un tale fascio molto intenso fosse generato nelle vicinanze di un
pianeta, esso riuscirebbe a “sterilizzarlo”, cioè a distruggere ogni forma
di vita esistente. In teoria, gran parte della regione intorno all’esplo-
sione verrebbe “sterilizzata”, tutti i pianeti nel raggio di tanti anni luce.
Il processo dell’evoluzione della vita sarebbe arrestato e dovrebbe
ripartire da zero ogni volta che il pianeta fosse colpito da un fascio
così intenso. Le eventuali civiltà non avrebbero tempo per evolversi
abbastanza per comunicare con noi o farsi vedere.

Conclusione?
Difficile arrivare a una conclusione definitiva alla domanda cruciale:
siamo soli nell’Universo? È ragionevole pensare che, vista la vastità del-
l’Universo, non sia così strano che non ci siamo ancora imbattuti negli
“altri” e nemmeno loro in noi (a meno che non ci stiano studiando
senza intervenire). Difficile davvero immaginare che siamo soli!
Epilogo – Atomi con coscienza:
bellezza e necessità di fare ricerca
fondamentale
Lo scienziato non studia la natura perché sia utile farlo. La studia
perché ne ricava piacere; e ne ricava piacere perché è bella. Se la na-
tura non fosse bella, non varrebbe la pena conoscerla, e la vita non
sarebbe degna di essere vissuta.
Henri Poincaré, Scienza e metodo

Quanto è bello il mondo e quanto appagante capirlo! Dalle cose più


semplici, alle cose più complicate. Se oggi siamo arrivati così lontano
e abbiamo fatto tanta strada nel capirlo lo dobbiamo senz’altro ai gi-
ganti che ci hanno preceduto, ma anche alla nostra passione e capar-
bietà. A noi, gli scienziati, che non abbiamo mai rinunciato a credere
nella scienza, nella sua importanza e nella sua bellezza, anche nei mo-
menti più difficili. Lo dobbiamo anche a tutti voi, non fosse altro per-
ché la ricerca fondamentale, come quella di cui ho parlato in questo
libro, è finanziata con fondi pubblici, cioè attraverso le vostre tasse.
Così deve essere: non è immaginabile che l’eventuale scoperta della
modalità di manipolare lo spazio-tempo possa essere brevettata, come
non possono essere brevettati i buchi neri. Io la penso così!
Non c’è futuro senza ricerca. Non soltanto la ricerca tecnologica,
applicata, ma soprattutto la ricerca fondamentale. Scoprire come fun-
ziona il mondo, riuscire a rimanere i bambini che eravamo quando
smontavamo i giocattoli per vedere come funzionavano, quando la
curiosità era il nostro pane quotidiano e non c’era giorno senza fare
una scoperta. Gli scienziati sono un po’ così, sono rimasti bambini e
continuano a stupirsi delle meraviglie di questo mondo.
Questo stupore ci ha portati a comprendere come siamo fatti: mo-
lecole, atomi, quark ed elettroni, in una danza quantistica. Ci ha spinti
sino a miliardi di anni luce lontani e miliardi di anni di tempo nel
314 Dai buchi neri all'adroterapia

passato: abbiamo scoperto che l’Universo è nato! Si evolve e si


espande e nasconde misteri affascinanti: materia ed energia oscure,
forse dimensioni in più, buchi neri giganteschi e magari altri esseri
pensanti.
Siamo arrivati a ipotizzare che gli Universi siano una miriade:
ognuno con le sue leggi, ognuno con la sua fisica. Il nostro potrebbe
essere semplicemente quello che ci ha permesso, con le sue dolci leggi,
di esistere.
Domande quali: Si può viaggiare nel tempo? Che cosa accade al-
l’interno di un buco nero? Potrebbe un buco nero rappresentare la
porta d’ingresso verso un nuovo Universo, verso un buco bianco?
Cosa esattamente rappresenta il Big Bang? Sembrano prese da un
libro di fantascienza, ma vari ricercatori stanno studiando questi
strani quesiti in modo serio.
Spero anche di avervi convinti che la scienza ha delle ricadute
enormi nella società: non c’è settore nel quale non sia presente. Dalla
medicina alle nuove tecnologie di comunicazione, dalle indagini po-
liziesche a quelle archeologiche, dal settore energetico alla geologia.
L’elenco delle applicazioni è lunghissimo! Ho mostrato nella seconda
parte del libro alcune di queste meravigliose applicazioni che ci ren-
dono la vita più lunga, più facile e divertente. Credo che nessuna di
queste applicazioni sarebbe nata se l’obiettivo fosse stata l’applica-
zione stessa. Difficile per un medico “inventare l’antimateria” soltanto
perché vuole fare un’indagine per verificare l’eventuale presenza di
un tumore. Impossibile inventare l’acceleratore di particelle perché
si vuol capire se un quadro è stato veramente dipinto da Leonardo
da Vinci.
La scienza ci ha portati veramente lontano, ma la strada è ancora
lunga! In situazioni di crisi, come quella che viviamo adesso nel mondo,
la tentazione è di ridurre drasticamente i fondi per la scuola, per l’Uni-
versità e la ricerca. È un suicidio a sangue freddo, una morte assistita.
Eutanasia di una creatura sana e piena di energia e di voglia di vivere.
Una pazzia. Così facendo togliamo la capacità di ragionare per le future
generazioni, la capacità di produrre idee e anche ricchezza.
Epilogo – Atomi con coscienza: bellezza e necessità di fare ricerca fondamentale 315

Il mondo non è fatto soltanto di “cose”, ma anche d’idee e di sogni.


La ricerca è un focolaio d’idee e di sogni, con un enorme potenziale
per renderci la vita migliore. Oserei dire non soltanto renderla mi-
gliore, ma, se penso al futuro fra cinquant’anni, renderla addirittura
possibile. Le nuove tecnologie nasceranno soltanto dai nostri labo-
ratori di ricerca fondamentale: se non domani e nemmeno dopodo-
mani, fra cinquant’anni. La ricerca ha sempre avuto ricadute notevoli:
anche le teorie più esotiche ai loro tempi si sono dimostrate incuba-
trici di nuove tecnologie. Se vogliamo avere nuove sorgenti di ener-
gia, nuovi metodi per curarci, tecnologie come i computer quantistici,
oppure viaggiare nello spazio, ma anche la… pace nel mondo, la
scienza è il miglior modo per riuscirci. Sì, anche la pace: sia perché la
penuria di risorse rischierà di generare guerre terribili, sia per il fatto
che la ricerca è un catalizzatore della pace: ricercatori da paesi in con-
flitto fra di loro hanno da sempre collaborato, al di là dei conflitti, al
di là delle ideologie, della religione o del colore della pelle. Non sa-
rebbe male se ogni tanto i politici ci prendessero come esempio!
Ragionare con la propria testa ci rende meno vittime di ciarlatani
e manipolatori, di venditori di fumo o di miracoli. Ci rende più forti!
La fisica ci avvicina alle stelle. Nel passato ci ha aiutato a superare
i “secoli bui”, oggi ci dà una grande carica e ci spinge a sognare. E in
futuro? Spero che ci permetterà di continuare a popolare questo pic-
colo pianeta, nella periferia di questa galassia, nell’unico Universo che
conosciamo, anche se potrebbero esisterne tanti altri.
Passato, presente e futuro, la fisica è sempre moderna. Prenderò in
prestito le frasi finali con le quali Dante chiude le prime due parti
della Commedia per descrivere in modo sintetico la situazione per il
passato, con la frase dell’Inferno: “E quindi uscimmo a riveder le
stelle”; e per il presente con quella del Purgatorio: “Puro e disposto a
salire le stelle”. E il futuro?
Quale futuro per la scienza? Dipende da tutti noi! Da quanto ci
rendiamo conto che è importante, bella e necessaria. Il futuro di-
pende dalla capacità di guardare con gli occhi curiosi del bambino il
mondo e indagare i suoi misteri, come scriveva Richard Feynman,
316 Dai buchi neri all'adroterapia

uno dei fisici più importanti del secolo scorso, nella sua bellissima
poesia Il valore della scienza:

Fuori dalla culla


sulla terra asciutta
eccolo
in piedi:
atomi con la coscienza
materia con la curiosità.
In piedi davanti al mare
meravigliato della propria meraviglia: io
un universo di atomi
un atomo nell’universo
Ringraziamenti

Questo libro è nato in seguito alle discussioni che ho avuto con tante,
tantissime persone: parenti, cari amici, giovani ragazzi, conoscenti e
tanti dei miei colleghi. Le loro curiosità, assieme alle mie, mi hanno
portata a non cessare mai di “indagare sul mondo” e di trovare le me-
raviglie che talvolta sono sotto gli occhi di tutti, altre volte ben na-
scoste dietro le apparenze. Continuerò a farlo!
Ringrazio quelli che mi hanno aperto gli occhi sul metodo per
svelare le meraviglie del mondo: i miei insegnanti, a partire dalla
scuola elementare fino all’Università, scuole di ottimo livello, alcune
in Transilvania, Sfantu Gheorghe, altre a Bucarest, sempre in Roma-
nia. Il mio viaggio formativo è continuato presso l’istituto rumeno
IFIN-HH e, negli ultimi 20 anni, ai Laboratori Nazionali di Frascati
dell’INFN, diventati la mia casa, la mia carissima dimora: della mente,
dell’animo. All’INFN vanno i miei ringraziamenti per tutte le op-
portunità che mi ha e mi sta continuando a offrire; mi sono sempre
sentita appoggiata, incoraggiata, libera di fare ricerca e di avere ini-
ziative, in famiglia nonché all’interno dell’istituto.
Il primo che ha creduto in me nell’ambito dell’INFN è stato il Pro-
fessor Carlo Guaraldo – ci crede sempre! A lui i ringraziamenti più
vivi, dal profondo del cuore. Grazie Carlo per la tua capacità di inse-
gnarci la scienza e la vita! Grazie anche per le mille discussioni che ab-
biamo avuto e continuiamo ad avere sulla scienza, sulla letteratura,
sull’arte e grazie di avermi fatto conoscere Flaiano, Marai, Calvino e
tantissimi altri. Sei il mio esempio!
Grazie a Sergio Bertolucci – con il quale, per anni, abbiamo di-
318 Dai buchi neri all'adroterapia

scusso sui misteri della meccanica quantistica, sulla “teoria del tutto”
e sui grandi progetti per il futuro.
Ai mei giovani colleghi – quelli con cui sgomitiamo tutti i giorni
alle prese con i segreti dell’interazione forte e della meccanica quan-
tistica – dico: siete il meglio che mi poteva capitare! Voi, i miei colle-
ghi e amici dei LNF-INFN, ma anche voi, colleghi e amici del
Politecnico di Milano, Università e INFN Trieste, SMI-Vienna, Uni-
versità di Vienna, IFIN-HH Bucarest, Università di Tokyo, RIKEN –
Tokyo, TUM e LMU – Monaco di Baviera, Università Victoria, Van-
couver, Università di Zagabria. Ci divertiamo molto insieme – vero?
Grazie dunque a: Steve Adler, Angelo Bassi, Giuliano Basso (grazie
anche per i disegni del libro), Massimiliano Bazzi (grazie anche per i
disegni del libro), George Beer, Carolina Berucci, Nicola Bianchi, Luca
Bombelli, Damir Bosnar, Alexandru Mario Bragadireanu, Michael
Cargnelli, Alberto Clozza, Giovanni Corradi, Mauro D’Ariano, Emi-
lio Del Giudice, Francesco De Martini, Sergio Di Matteo, Pasquale Di
Nezza, Sandro Donadì, Detlef Duerr, Alessandro D’Uffizi, Jean-Pierre
Egger, Laura Fabbietti, Franco Fabbri, Alessandra Fantoni, Luca Fe-
rialdi, Alessandra Filippi, Carlo Fiorini, Marco Genovese, Paola Gia-
notti, Francesco Ghio, Gian Carlo Ghirardi, Shelly Goldstein, Ryu
Hayano, Beatrix Hiesmayr, Mihai Iliescu, Tomoichi Ishiwatari, Masa
Iwasaki, Paul Kienle (scomparso a febbraio 2013, ma sempre presente
nei miei pensieri), Armando Lanaro, Matthias Laubenstein, Paolo
Levi Sandri, Antonio Longoni, Vincenzo Lucherini, Flavio Lucibello,
Johann Marton, Giovanni Mazzitelli, Catia Milardi, Edoardo Milotti,
Valeria Muccifora, Shinji Okada, Gian Luca Orlandi, Stefano Piano,
Donatella Pierluigi, Dorel Pietreanu, Kristian Piscicchia, Marco Poli
Lener, Antonio Romero Vidal, Giuseppe Vitiello, Emanuele Sbardella,
Fabio Sciarrino, Alessandro Scordo, HeXi Shi, Diana Sirghi (ringra-
zio anche per l’aiuto nell’editing del libro), Florin Sirghi, Laura Spe-
randio, Hideyuki Tatsuno, Ivana Tucakovic, Bassano Vacchini, Oton
Vazquez Doce, Eberhard Widmann, Nino Zanghi, Mariano Zarcone
e Johann Zmeskal. Cosa farei senza di voi? Grazie a tutti i miei colle-
ghi dei LNF-INFN e dei LNGS-INFN, i due laboratori dove svolgo
Ringraziamenti 319

principalmente la mia attività sperimentale; troppi, per fare l’elenco.


Ringrazio ognuno di voi ! Da tutti quanti ho imparato qualcosa.
Una mente sana sta in un corpo sano: per la salute del mio corpo
ringrazio la palestra Tusculum Sport Center di Frascati, in particolare
Maddalena e Piera. Avanti così: fra passi di Zumba, jazzercise e spin-
ning. Grazie alla città di Frascati – che mi ha accolta, mi ha avvolta,
mi ha abbracciata e mi ha resa fiera di essere una “frascatana per
scelta”.
Alla biblioteca di Frascati, alla sua direttrice, Dr.ssa. Rosanna
Massi, e alle ragazze che ci lavorano con passione e competenza,
mando un ringraziamento non soltanto per l’ottimo lavoro che
fanno, ma anche per la possibilità che mi danno di fare conferenze
sulla scienza in biblioteca: quante discussioni con i partecipanti,
ormai cari amici, a queste conferenze: dall’energia nucleare agli ex-
traterrestri, dai neutrini ai... numeri primi e quant’altro.
La ventata di aria fresca che i ragazzi dei vari licei in cui svolgo at-
tività di formazione è insostituibile: ragazzi che mi rassicurano sul
futuro – malgrado la crisi, malgrado i problemi, voi, giovani ragazzi,
avete voglia di fare. Quanto è bello stare in mezzo a voi! E quante do-
mande intelligenti sapete fare! Per me siete uno stimolo continuo.
Ringrazio l’Ufficio Comunicazione ed Educazione Scientifica dei
LNF-INFN, in particolare Danilo Babusci, Rossana Centioni, Marina
Scudieri e Elisa Santinelli; con loro non solo lavoro, ma mi diverto
tanto! Grazie anche all’Ufficio Comunicazione dell’INFN, a Romeo
Bassoli e Catia Peduto per il ruolo che hanno avuto nel parto del libro.
Alla Dr.ssa Marina Forlizzi, mio Editor della Springer-Verlag Ita-
lia, e alla Dr.ssa Maria Cristina Acocella, che ha curato il libro insieme
alla Dr.ssa Barbara Amorese, dico grazie per la vostra fiducia, i vostri
consigli, la vostra pazienza e il vostro modo gentile di fare! Con voi
pubblicare un libro è un vero piacere! Sono arrivata a voi consigliata
da Paolo Giordano, si, il fisico che è diventato scrittore di grande suc-
cesso, e con l’aiuto di Giovanni Filocamo – che scrive bellissimi libri
di divulgazione scientifica – grazie Paolo, grazie Giovanni!!! Sono fe-
lice di essere vostra amica.
320 Dai buchi neri all'adroterapia

A Guido Tonelli – che ha scritto la prefazione del libro – esprimo


tutta la mia ammirazione per il suo lavoro, per il suo carattere e la
sua capacità di essere non soltanto un ottimo scienziato, ma anche
una persona che sa parlare di scienza con tutti quanti.
Ringraziamenti di cuore vanno ai miei amici del MENSA Italia,
soprattutto a quelli del Lazio; a Gabriella Buzzi e Mara D’Onofrio –
che bello parlare con voi dei “fatti della vita”, Mara! – quanto è sti-
molante provare a capire i segreti della neurobiologia e come la fisica
potrebbe aiutarci.
Grazie anche a Paolo Caroni e ai miei vicini di casa.
Ai miei genitori, Aurel ed Elena (mamma, tu forse mi sentirai dal-
l’alto), alle mie nonne (Ana e Maria – che forse mi ascoltano assieme
alla mamma), alle mie sorelle, Luminita Ana e Mona Laura, ai miei
cognati, Edmond (Edi) e Sorin, e ai miei nipoti, Adina, Eric e Ana-
stasia posso soltanto dire: senza di voi io non ci sarei – e ovviamente,
nemmeno il libro.
Eric – continua a sognare di andare su una navicella spaziale a
zonzo per l’Universo e a svelare i misteri dei buchi neri; tu, assieme a
tutti gli altri che hanno lo stesso tuo modo di sognare, ce la potete
fare!!!
i blu – pagine di scienza

Volumi pubblicati

R. Lucchetti Passione per Trilli. Alcune idee dalla matematica


M.R. Menzio Tigri e Teoremi. Scrivere teatro e scienza
C. Bartocci, R. Betti, A. Guerraggio, R. Lucchetti (a cura di) Vite matematiche.
Protagonisti del ’900 da Hilbert a Wiles
S. Sandrelli, D. Gouthier, R. Ghattas (a cura di) Tutti i numeri sono uguali a cinque
R. Buonanno Il cielo sopra Roma. I luoghi dell’astronomia
C.V. Vishveshwara Buchi neri nel mio bagno di schiuma ovvero L’enigma di Einstein
G.O. Longo Il senso e la narrazione
S. Arroyo Il bizzarro mondo dei quanti
D. Gouthier, F. Manzoli Il solito Albert e la piccola Dolly. La scienza dei bambini
e dei ragazzi
V. Marchis Storie di cose semplici
D. Munari novepernove. Sudoku: segreti e strategie di gioco
J. Tautz Il ronzio delle api
M. Abate (a cura di) Perché Nobel?
P. Gritzmann, R. Brandenberg Alla ricerca della via più breve
P. Magionami Gli anni della Luna. 1950-1972: l’epoca d’oro della corsa allo spazio
E. Cristiani Chiamalo x! Ovvero Cosa fanno i matematici?
P. Greco L’astro narrante. La Luna nella scienza e nella letteratura italiana
P. Fré Il fascino oscuro dell’inflazione. Alla scoperta della storia dell’Universo
R.W. Hartel, A.K. Hartel Sai cosa mangi? La scienza del cibo
L. Monaco Water trips. Itinerari acquatici ai tempi della crisi idrica
A. Adamo Pianeti tra le note. Appunti di un astronomo divulgatore
C. Tuniz, R. Gillespie, C. Jones I lettori di ossa
P.M. Biava Il cancro e la ricerca del senso perduto
G.O. Longo Il gesuita che disegnò la Cina. La vita e le opere di Martino Martini
R. Buonanno La fine dei cieli di cristallo. L’astronomia al bivio del ’600
R. Piazza La materia dei sogni. Sbirciatina su un mondo di cose soffici (lettore compreso)
N. Bonifati Et voilà i robot! Etica ed estetica nell’era delle macchine
A. Bonasera Quale energia per il futuro? Tutela ambientale e risorse
F. Foresta Martin, G. Calcara Per una storia della geofisica italiana.
La nascita dell’Istituto Nazionale di Geofisica (1936) e la figura di Antonino Lo Surdo
P. Magionami Quei temerari sulle macchine volanti. Piccola storia del volo
e dei suoi avventurosi interpreti
G.F. Giudice Odissea nello zeptospazio. Viaggio nella fisica dell’LHC
P. Greco L’universo a dondolo. La scienza nell’opera di Gianni Rodari
C. Ciliberto, R. Lucchetti (a cura di) Un mondo di idee. La matematica ovunque
A. Teti PsychoTech - Il punto di non ritorno. La tecnologia che controlla la mente
R. Guzzi La strana storia della luce e del colore
D. Schiffer Attraverso il microscopio. Neuroscienze e basi del ragionamento clinico
L. Castellani, G.A. Fornaro Teletrasporto. Dalla fantascienza alla realtà
F. Alinovi GAME START! Strumenti per comprendere i videogiochi
M. Ackmann MERCURY 13. La vera storia di tredici donne e del sogno di volare
nello spazio
R. Di Lorenzo Cassandra non era un’idiota. Il destino è prevedibile
A. De Angelis L’enigma dei raggi cosmici. Le più grandi energie dell’universo
W. Gatti Sanità e Web. Come Internet ha cambiato il modo di essere medico
e malato in Italia
J.J. Gómez Cadenas L’ambientalista nucleare. Alternative al cambiamento climatico
M. Capaccioli, S. Galano Arminio Nobile e la misura del cielo ovvero Le disavventure
di un astronomo napoletano
N. Bonifati, G.O. Longo Homo Immortalis. Una vita (quasi) infinita
F.V. De Blasio Aria, acqua, terra e fuoco - Volume 1. Terremoti, frane ed eruzioni
vulcaniche
L. Boi Pensare l’impossibile. Dialogo infinito tra arte e scienza
E. Laszlo, P.M. Biava (a cura di) Il senso ritrovato
F.V. De Blasio Aria, acqua, terra e fuoco - Volume 2. Uragani, alluvioni, tsunami
e asteroidi
J.-F. Dufour Made by China. Segreti di una conquista industriale
S.E. Hough Prevedere l’imprevedibile. La tumultuosa scienza della previsione
dei terremoti
R. Betti, A. Guerraggio, S. Termini (a cura di) Storie e protagonisti della matematica
italiana per raccontare 20 anni di “Lettera Matematica Pristem”
A. Lieury Una memoria d’elefante? Veri trucchi e false astuzie
C.O. Curceanu Dai buchi neri all’adroterapia. Un viaggio nella Fisica Moderna

Di prossima pubblicazione
P. Greco Galileo l’artista toscano
R. Manzocco Esseri Umani 2.0. Il Transumanismo: idee, storia e critica
della più nuova delle ideologie