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Autorità civili e militari, care compagne e cari compagni, cari amici,

cittadini e cittadine,

Oggi celebriamo la fine di un’oppressione di inaudita violenza che ebbe il


suo culmine dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, ma che inizia con
la dittatura fascista. Ricordiamo la grande mobilitazione ed un numero di
partigiani che prese parte alla lotta di liberazione cresciuto dalle poche
migliaia all’autunno del ’43 ai circa 300.000 del 25 aprile. E soprattutto
celebriamo con la fine della guerra il ritorno dell'Italia alla democrazia.

Alla lotta di Liberazione presero parte attiva moltissime donne e il loro


tributo di sangue si aggiunse a quello pagato dai resistenti. Le Partigiane
combattenti furono circa 35.000 oltre alle 70.000 che fecero parte dei
gruppi di difesa della donna. Di esse 4653 furono arrestate e torturate, 2750
furono deportate in Germania, 2812 furono fucilate o impiccate,1070
caddero in combattimento, 15 vennero decorate con la medaglia d’oro al
valor militare.

Ricordiamo, inoltre, il tributo di quei militari che rimasti sbandati e senza


ordini dopo l’8 settembre trovarono nel loro cuore motivazione e forza per
schierarsi con i valori della democrazia e del progresso. Tra quei militari
ricordiamo per tutti i 10260 ragazzi della Divisione Acqui che caddero a
Cefalonia e a Corfù.

La nostra identità nazionale ha radici profonde.


Nell’esperienza della partecipazione alla Resistenza si è riscoperto,
recuperato, rinnovato, un sentimento fondamentale oltre al profumo della
libertà: la patria. Un sentimento che ha le sue radici ancora più indietro,
nelle lotte ottocentesche del Risorgimento.

“Le parole patria e Italia – come scrisse una sensibilissima scrittrice, Natalia
Ginzburg - erano divenute gonfie di vuoto, ci apparvero d’un tratto senza
aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la
prima volta”.
Il 25 aprile infatti è non solo festa della liberazione, è festa della
riunificazione d’Italia. Dopo essere stata per 20 mesi tagliata in due, l’Italia
si riunifica nella libertà e nell’indipendenza.
Se ciò non fosse accaduto, la nostra nazione sarebbe scomparsa dalla storia.
E questa caratterizzazione più ricca della Resistenza si rispecchia nel
disegno e nei principi della Costituzione repubblicana.

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La Costituzione è antifascista e lo scrive in modo indelebile. Il fascismo è
stato la dittatura che ha conosciuto l’Italia. La Costituzione e la Repubblica
segnano una discontinuità netta, radicale con il fascismo.

Primo Levi scrisse a proposito della repressione antifascista:


“Il nazismo in Germania è stata la metastasi di un tumore che era in Italia.
Il lager era la realizzazione del fascismo. Non mi stanco mai di ripetere che
dove il fascismo attecchisce, alla fine c’è il lager”.

Il lager: incarnazione, metafora e sbocco inevitabile di un’ideologia che


aveva fatto della sopraffazione, della discriminazione, dell’oppressione e
della guerra la sua stessa ragion d’essere.

Non si può comprendere la Resistenza, il suo significato, la sua


fondamentale importanza nella storia d’Italia se non si parte dalla sua
radice più autentica e profonda: quello della rivolta morale.
Una rivolta contro un sistema che aveva lacerato, ogni oltre limite, il senso
stesso di umanità inciso nella coscienza di ogni persona.

Una rivolta custodita nell’animo di una minoranza, da pochi spiriti eletti,


uccisi perseguitati o isolati durante gli anni del trionfo fascista. Ma che
riuscì a propagarsi, dilagando tra la popolazione anche a chi si era illuso,
anche a chi era stato preda della propaganda fascista e a rendere
definitivamente chiaro quanto fallaci fossero le parole d’ordine di
grandezza, di potenza, di dominio, di superiorità razziale diffuse dal
regime.

Ai nostri giovani dobbiamo sempre ricordare la storia e ristabilire quella


verità che qualcuno ciclicamente tenta di mettere in discussione per
cercare di sradicare le nostre comuni radici.

Non è possibile mettere sullo stesso piano la scelta tra chi ha lottato e
versato il proprio sangue per costruire in Italia una democrazia
parlamentare e quella di chi, non solo non ha rinnegato gli obiettivi politici
e ideologici della dittatura fascista, ma ha ritenuto di poter condividere la
visione hitleriana e razzista dell’ordine nuovo nazista.

E’ una demarcazione netta ed una chiara ricostruzione storiografica che non


può essere confusa con la pietas dovuta a tutti i morti di tutte le guerre.

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Oggi nel giorno di festa, nel quale ricordiamo quanti hanno messo tutto il
loro entusiasmo, la loro giovinezza e hanno sacrificato il loro futuro per
costruire quello di noi tutti, dobbiamo chiederci: noi cosa stiamo facendo
per far vivere la Costituzione?

Oggi le più grandi democrazie occidentali sono in estrema difficoltà. La


formazione dei governi è sempre più diradata nel tempo e la partecipazione
si affievolisce.
Bisogna riconoscere che lo stato di salute della democrazia non solo non
attraversa uno dei suoi periodi migliori, ma segna una fase piuttosto critica,
di sfiducia e disagio in Italia e in Europa.

Stanca, malata, ibrida, deficitaria, alla parola democrazia va assai di moda


aggiungere un aggettivo che qualifica lo stato di peggioramento del
sistema.
Testimoniare oggi la resistenza, significa rinnovare continuamente le ragioni
della democrazia per evitarne il declino o addirittura l’eclissi.
Non dimentichiamo l’eredità dei nostri padri costituenti che non hanno
certo immaginato un sistema di veti incrociati e di sostanziale immobilismo.

La democrazia rappresentativa non deve mai cedere alle subordinazioni


dell’economia e dei mercati, ma per essere credibile la politica non può
dipendere dalla demagogia e dagli interessi particolari.
La politica è servizio, passione, senso di altruismo, arte del possibile,
mediazione, soddisfazione dei bisogni.
E’ questo l’insegnamento più alto che ci hanno lasciato i partigiani e la
classe politica del dopoguerra.

Nel concludere il mio intervento, vorrei raccontare con le parole di


Norberto Bobbio l’emozione di quella meravigliosa giornata:
«un’esplosione di gioia si diffuse rapidamente in tutte le piazze, in tutte le
vie, in tutte le case. Ci si guardava di nuovo negli occhi e si sorrideva. Non
avevamo più segreti da nascondere. E si poteva ricominciare a sperare.
Eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Eravamo di
nuovo completamente noi stessi. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Da
oppressi eravamo ridiventati uomini liberi. Quel giorno, amici, abbiamo
vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il
miracolo della libertà. Sono stati giorni felici; e nonostante i lutti, i pericoli
corsi, i morti attorno a noi e dietro di noi, furono tra i giorni più felici della
vita».