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LA SICILIA GRECA

Parte prima (Le fondazioni)

1. LE COLONIE IONICHE

Le informazioni sulle popolazioni che abitavano in Sicilia ci giungono da Tucidide, il cui racconto parte dalla
spedizione ateniese sull’isola. Oltre alle popolazioni del mito, quali Ciclopi e Lestrigoni, il racconto parla di
tre popolazioni indigene:

• Sicani che si posizionavano a Occidente, vicino all’attuale Agrigento;

• Elimi che si posizionavano ancora più a ovest;

• Siculi che, giunti dalla penisola, avevano occupato il centro e l’oriente dell’isola.

Il quadro si fece ancora più complesso con l’arrivo dei Fenici che occuparono le isolette e alcune aree della
costa. Con l’arrivo dei Greci si spostarono nella zona degli Elimi.

I colonizzatori: I primi colonizzatori greci interessati alla Sicilia furono gli Eubei, provenienti dalle città di
Calcide ed Eretria. Sulle coste dell’Italia e della Sicilia sorsero le colonie di Pitecussa (Ischia), Cuma, Reggio,
Zancle e Nasso, a loro volta metropoli di altre sub-colonie. Le sub-colonie di Nasso erano: Lentini e Catania,
mentre quelle di Zancle: Mile ed Imera. Le colonie euboiche, nate come basi commerciali, assunsero i
caratteri di colonie di popolamento.

Nasso: Come Cuma fu la più arcaica colonia greca in Italia, fondata tra il 750 e il 725, così Nasso fu la più
arcaica colonia greca in Sicilia, fondata probabilmente nel 734. A fornirci i dati sulla sua fondazione è
Tucidide, secondo cui il fondatore sarebbe stato un colono di Calcide di nome Teocle; la città nacque ai
piedi dell’odierna Taormina. Secondo Eforo, invece, Nasso nacque dall’azione colonizzatrice di un ateniese,
ma tale informazione è ritenuta falsa. Tucidide racconta che a Nasso i coloni al loro arrivo eressero un
altare che simboleggiava il primato della città l’altare di Apollo archeghètes, cioè guida dei coloni.

Lentini e Catania: Lentini, sub colonia di Nasso, fu fondata solo 5 anni dopo, nel 729, dallo stesso ecista
(fondatore di una colonia) di Nasso. La sua fondazione presentava elementi di commistione con tradizioni
megaresi. La fortuna di Lentini stava nella sua ubicazione: il sito era infatti irrigato dal fiume Simeto e le
conferiva il titolo di colonia agricola per eccellenza. Catania fu fondata più o meno nello stesso periodo di
Lentini dall’ecista Evarco e fu anch’essa colonia agricola e commerciale di grande prosperità economica. La
sua ricchezza suscitava brame di conquista da parte della potente Siracusa. (Nel 476, Ierone di Siracusa ne
caccerà gli abitanti ripopolandola con i Dori, sotto il nome di Aitna).

Zancle: A darci informazioni su Zancle è sempre Tucidide; questa fu fondata probabilmente nel 757, ad
opera degli ecisti Periere e Cratèmene. Tale fondazione avvenne in 2 tappe: per iniziativa della colonia
calcidese di Cuma e per iniziativa di Calcide. Dapprima il nome della città era Zancle, così chiamata dai Siculi
per la sua caratteristica forma a falce. Nel 491 Anassilao, tiranno di Reggio, espulse i Sami e colonizzò
Zancle chiamandola Messene, in ricordo della sua antica patria.

Mile e Imera: La città di Mile, fondata nel 716, fu sub-colonia di Zancle. Molto più ad occidente, nel 648,
sorgeva invece Imera, sub-colonia di Zancle e Mile; alla sua fondazione partecipò anche Siracusa.

2. LE COLONIE DORICHE

Più a meridione rispetto alle colonie ioniche, coloni corinzi, megaresi, rodii, cretesi, cnidi e spartani
fondarono le colonie doriche.
I colonizzatori corinzi:

Siracusa: fu fondata nella piccola isola di Ortigia da una colonia di Corinzi guidati da Archia, membro della
famiglia degli Eraclidi ed esponente della stirpe dei Bacchiadi. L'anno della fondazione non trova unanimi
consensi tra gli storici antichi; Tucidide riporta come data il 733, Filisto invece il 756. La sfasatura tra le due
date si potrebbe attribuire ad un duplice stanziamento di coloni, prima Eubei e poi Corinzi. Siracusa, nei
secoli, aumentò il proprio potere, affermandosi sia come colosso commerciale sia come potenza agricola.
(Discendenti dei proprietari terrieri corinzi erano i “Gamòroi”, esponenti di una solida aristocrazia;
discendenti dei Siculi erano invece i “Killìrioi”, braccianti ridotti alla schiavitù).

Acre, Casmene e Camarina: Siracusa, non potendosi estendere a settentrione per non entrare in conflitto
con Lentini, decise di espandersi a meridione fondando per necessità delle sue colonie. Gli obiettivi della
città erano:

• controllare i Siculi e

• contenere le mire espansionistiche di Gela.

Per questi motivi vennero fondate tre sub-colonie: Acre, Casmene e Camarina, che costituirono una
barriera siracusana. Mentre Acre e Casmene furono solo fortificazioni, Camarina si sviluppò come una vera
e propria città. Secondo Tucidide, le loro fondazioni ci riportano agli anni 663 e 643, quella di Camarina, più
recente, al 598.

I colonizzatori megaresi:

Megara Iblea: I Megaresi, compagni di Lami, originari di Megara Nisea, giunti in Sicilia, fondarono nel Golfo
di Augusta la colonia di Megara Iblea. L'ecista Lami s’insediò per un breve periodo a Lentini insieme ai
Calcidesi, ma poi una volta cacciato da quest’ultimi si rifugiò a Tapso, dove morì.

Selinunte: fu una sub-colonia di Megara Iblea, città di frontiera, situata sulla costa occidentale del Canale di
Sicilia. Tucidide ci dice che fu fondata pressappoco nel 627. Diodoro ci dice che fu distrutta 242 anni dopo la
sua fondazione, cioè nel 408.

I colonizzatori rodii, cretesi, cnidi e spartani: Le colonie fondate in Grecia, dopo l’VIII secolo, erano perlopiù
dislocate sulla costa orientale dell’isola; dall’inizio del VII secolo non vi era più posto per nuove colonie. I
neo-colonizzatori allora dovettero spostarsi sulla costa meridionale dell’isola. Colonizzatori provenienti da
Rodi e Creta fondarono Gela e Agrigento. Ancor più ad occidente altri colonizzatori provarono ad insediarsi
a Cnido e a Sparta, ma i loro tentativi risultarono un fallimento.

Gela: La più antica testimonianza sulla fondazione di Gela ci è fornita da Erodoto; essa fu fondata nel 688 da
Antifermo e da Entimo; il primo guidava coloni da Rodi, il secondo da Creta. I Cretesi ebbero comunque un
ruolo secondario nella vicenda, mentre Antifermo venne in seguito venerato dai cittadini in quanto
fondatore vero e proprio della colonia.

Agrigento: Fondata sotto l’antico nome di Akragas, si sviluppò ad Occidente di Gela; della sua fondazione
siamo, ancora una volta informati da Tucidide che ci dice di essere stata fondata nel 580. Agrigento venne
considerata una sub-colonia di Gela, anche se la tradizione storiografica non è concorde; alcuni (come per
esempio Timeo) pensano che da Rodi fosse giunta ad Agrigento la famiglia degli Emmenidi, altri (come per
esempio Polibio) attribuiscono alla colonia un’origine rodia. La città si rivelò mista etnicamente: la
compresenza di due ecisti, assegnò alla colonia una duplice componente insediativa:

• geloo-rodia

• e geloo-cretese.
Lipari: Gli Cnidi s’interessarono all’Occidente quando esso non fu più in grado di offrire ai Greci contrade
ricche e sicure; le loro spedizioni fallirono per l’ostilità degli indigeni, per fattori naturali o perché più
idonee ad essere covo di pirati anziché sede di coloni, come Lipari. La fondazione di Lipari ci viene narrata
da Diodoro, il quale ci informa dell’impresa di Pentatlo, capo di una spedizione avvenuta tra il 580 e il 576,
durante la 50ª Olimpiade, e della sua mancata fondazione di una colonia cnido-rodia in Sicilia. Egli
trovandosi coinvolto nello scontro tra i Greci di Selinunte e gli Elimi di Segesta, ed alleatosi con i primi,
venne ucciso in battaglia. Dopo la sconfitta, gli Cnidi superstiti decisero di abbandonare l'impresa e
ritornare in patria. Sulla via del ritorno, sollecitati dagli indigeni, s’insediarono nelle isole Eolie fissando in
Lipari la sede della loro colonia.

Eraclea: Sparta non fondò colonie, preferendo attenzionare la madrepatria. In Occidente le uniche
spedizioni furono a Taranto e, senza successo, in Africa e in Sicilia, condotte da Falanto e Dorieo. La prima
spedizione di Dorièo interessò la Libia, ma dopo 3 anni fu cacciato dai Cartaginesi e tornò in patria, presso
Delfi, dove non si recò per la prima spedizione, commettendo un errore in quanto carente di informazioni.
Gli venne consigliato di recarsi in Sicilia nel territorio conquistato da Eracle, nell’area di Drepanon (Trapani),
dove fondò la colonia di Eraclea; ma la sua impresa fallì nuovamente poiché venne sconfitto da Elimi di
Segesta e dai Fenici. Dei suoi compagni si salvò Eurileonte, generale spartano, che condusse i superstiti
spartani a Minoa, aiutò i Selinuntini a liberarsi del tiranno Pitagora e poi divenne egli stesso tiranno; la città
era colonia di Selinunte e probabilmente in questa occasione cambiò il proprio nome in Eraclea Minoa.
Accolto da Selinunte, Eurileonte venne poi ucciso dagli stessi abitanti della città come tiranno perché
vollero salvaguardarsi dalla minaccia cartaginese.

3 LEGISLATORI E TIRANNI

3.1 La legislazione scritta: I coloni, spesso di origine diversa e con differenti radici culturali non si sentirono
più legati alla prassi del tradizionale diritto orale, ma avvertirono l’esigenza di stabilire norme certe e sicure
accettate da tutti. Il più antico legislatore fu Zeleuco di Locri, secondo Eusebio datato alla metà del VII
secolo. Eforo definì Zeleuco il primo autore di un codice di leggi scritte. Insieme a lui, la tradizione ricorda
Caronda di Catania e Diocle di Siracusa. La grecità occidentale anticipò tale processo poiché si rese
necessaria, in queste terre, una normativa della convivenza di istituzioni politiche, usi e costumi. Le leggi
venivano redatte in versi, anche quando venivano formulate oralmente, così da essere più facilmente
memorizzabili. A decantare le leggi era il “nomodòs” (cantore delle leggi); con la scrittura tale figura si
trasformò nell’exèghetes dei nomoi, cioè divulgatore delle leggi.

3.2 I codici di Caronda e Diocle: Caronda fu allievo di Zeleuco di Locri. Delle leggi da lui formulate, molte ci
sono giunte frammentate o manipolate nel corso del tempo. Su Caronda e sulla sua attività legislativa, le
informazioni più interessanti ci vengono fornite da Aristotele: il filosofo scrive che Caronda fu poco
originale, ma ne lodò comunque la disposizione, simile a quella dei contemporanei: la sua legislazione
venne adottata da tutte le città calcidesi di Sicilia e Italia. Il codice si rivelò comunque meno crudele di
quello di Zeleuco, superando la legge del taglione e introducendo ammende pecuniarie e una legge sulle
donne rimaste titolari di patrimonio. Altro legislatore, oltre a Caronda, fu Diocle.

3.3 La tirannide arcaica: L’attività dei legislatori si svolse in un quadro aristocratico, nel quale ha avuto
importanza la ripartizione della società per classi censitarie. La tirannide aprì una stagione di profondi e
violenti fenomeni sociali. Lo storico Giustino afferma che nessuna terra generò tanti tiranni quanto la
Sicilia. Le tirannidi di Sicilia si differenziarono da quelle in madrepatria; lo dimostrava il fatto che la storia
della Sicilia fu ricca di tiranni, ma non di tirannicidi. Espressione della tirannide furono: Panezio da Lentini e
Cleandro di Gela (entrambi demagoghi), e poi Falaride da Agrigento (legislatore). Dal V secolo, la tirannide
di Sicilia assunse una specifica fisionomia, sorretta da un’ideologia imperialista, con la figura di Ippocrate di
Gela.
3.4 Falaride di Agrigento: ad informarci della tirannide di Falaride è Polieno; Falaride e la sua tirannide
coincisero con la fondazione stessa di Agrigento. È molto probabile che la tirannide sia nata in seguito a
profondi dissidi di natura “etnica” scoppiata tra i coloni; la compresenza di due ecisti, assegnò alla colonia
una duplice componente insediativa: geloo-rodia e geloo-cretese. La tirannide iniziale avrebbe avuto
dunque il compito di ristabilire la pace all’interno della città, sottraendola anche alle mire di Gela. La
tradizione storiografica vuole che Falaride, consolidato il proprio potere, estese ad Oriente il territorio
agrigentino fino ad Ecnomo presidiandolo con una serie di fortezze ai danni di Gela. Assicuratosi il confine
dell’Imera meridionale, Falaride entrò in conflitto con i Sicani per il controllo del fiume Halikos; l’azione
militare culminò con la conquista di Camico. Grazie alla tirannide, Agrigento divenne così non solo una città,
ma una poleis libera nei confronti di Gela. Il tiranno legò poi il suo nome ad una politica caratterizzata: in
campo interno dalla realizzazione di grandi opere pubbliche e in campo esterno da una politica
espansionistica. Falaride regnò per 16 anni, al termine dei quali cadde vittima di una congiura perendo
miseramente della stessa morte che, secondo la tradizione, riservava ai propri avversari: carbonizzato
insieme alla madre e ai philoi (consiglieri), all’interno del simulacro bronzeo di un toro.

3.5 Cleandro e Ippocrate di Gela: Con Cleandro, figlio di Pantare, la tirannide si affacciò a Gela, verso la fine
del VI secolo. Erodoto ci narra di una statis (lotta intestina) tra le fazioni cittadine; importante in questa
vicenda fu Teline, antenato di Gelone e Ierone, che, confidando nella protezione di Demetra e Kore,
avrebbe ricondotto in patria la fazione esule, rivendicando la carica del sacerdozio. Aristotele cataloga
Cleandro tra i tiranni che provenivano dalle fila dell’aristocrazia, ponendosi in antitesi ai propri interessi di
classe; la sua tirannide è siglata tra il 504 e il 489. Cleandro morì ucciso da una congiura, dopo 7 anni di
tirannide. Suo successore fu il fratello Ippocrate, che governò per altri 7 anni. Secondo le fonti di Erodoto, la
tirannide di Ippocrate tendeva all’imperialismo; durante il suo governo conquistò Callipoli, Nasso, Zancle e
Lentini, oltre ai centri indigeni. Anche Siracusa fu sconfitta da Ippocrate, ma fu salvata in extremis da
Corcira e Corinto. Tutta la Sicilia orientale fu dunque egemonizzata da Gela, che sfruttò indigeni siculi e
milizie mercenarie raccolte tra gli emarginati che vedevano nella milizia un’occasione di promozione
sociale. A Ippocrate si deve la prima monetazione di Gela, che non fu solo funzionale alla remunerazione
militare, ma creò dinamismo economico, contando anche sull’edilizia. Secondo Tucidide inoltre, Ippocrate
procedette ad una vera e propria rifondazione della città di Camarina, sottratta ai Siracusani. Tale impresa
ebbe una duplice valenza:

• da un lato la città diventava sede dei mercenari

• dall’altro concedeva ad Ippocrate il ruolo di ecista.

Le città conquistate da Ippocrate non vennero distrutte, ma al loro governo vennero insediati tiranni vicari
guidati dal trono di Gela. Di questi tiranni vicari abbiamo comunque pochissime informazioni; un solo caso
ci viene documentato ed è il più ambiguo, quello pertinente alla vicenda di Zancle. I Samii giunsero a Zancle
per invito dei cittadini, ma vennero intercettati da Anassilao di Reggio che li convinse ad occupare la città;
essi consentirono ad Anassilao di esercitare un controllo anche sulla sponda opposta dello Stretto. In
soccorso di Scite, signore di Zancle, accorse Ippocrate che impedì ad Anassilao di realizzare i suoi piani, ma
a sorpresa fece arrestare Scite, alleandosi così con i Sami per ottenere la metà dei beni cittadini e il
controllo dell’intera chora (territorio). Due furono le spedizioni militari contro gli indigeni che portarono
Ippocrate ad assediare le fortezze di Ergezio ed Ibla; mentre la prima fu espugnata e cadde sotto il suo
dominio, la seconda fu per lui fatale; nel corso dell’assedio, il tiranno trovò la morte, lasciando come eredi i
due giovani figli: Euclide e Cleandro jr.

I tiranni di Selinunte: Dei tiranni di Selinunte conosciamo 3 nomi, le cui tirannidi possono essere datate tra il
VI e il V secolo: Terone, Pitagora ed Eurileonte. Terone salì al potere, secondo Polieno, dopo aver convinto
gli schiavi a rivoltarsi contro i propri padroni. Pitagora, secondo Erodoto, fu rovesciato da Eurileonte (510
a.C.)
Parte seconda (Siracusa e Agrigento)

4 LA SIGNORIA DEI DINOMENIDI

4.1 Gelone tiranno di Gela: Gelone, figlio di Dinòmene, dichiaratosi difensore dei figli di Ippocrate (Cleandro
ed Euclide) sconfisse in battaglia i rivoltosi di Gela, rivelando subito il suo reale intento che era quello di
subentrare al defunto tiranno; s’insediò quindi facilmente al posto dei legittimi eredi, instaurando un
regime tirannico fra il 491 e il 485, anno in cui divenne anche signore di Siracusa. Una volta preso il potere,
impose a Camarina un proprio tiranno vicario, Glauco di Càristo, ma la città dei mercenari condannò a
morte quest’ultimo, dichiarando la propria indipendenza, che terminerà solo 5 anni dopo con la distruzione
della città e la deportazione degli abitanti a Siracusa, nuova capitale dell’impero di Gelone.
Successivamente il primato di Gela s’indebolì e la città egemone perse il controllo su Zancle, la quale venne
assediata e conquistata da Anassilao di Reggio che rifondò la città con il nome di Messenia; Gelone perse
così il controllo dello stretto, ma intrattenne comunque rapporti internazionali: accorse in aiuto della
Repubblica di Roma, bisognosa di grano, donatogli da Gelone. La concessione si rivelò importante perché
consolidò Gela potenza agricola, e allo stesso tempo mostrò come Gelone riuscì ad inserirsi da protagonista
nei movimenti politici del Tirreno. La tirannide geloa di Gelone coincise con un’intensa attività bellica; il
tiranno si trovò a combattere contro l’elemento punico: era la cosiddetta “guerra degli Emporia”, che si può
collocare tra il 490 e il 480; tale conflitto ebbe le sue premesse nella spedizione dello spartano Dorieo e fu a
sua volta premessa della battaglia di Imera del 480. Dorieo, dopo aver consultato l’oracolo di Delfi, si recò
in Sicilia per colonizzare il territorio di Eracle, nell’area di Drepanon (Trapani), dove fondò la colonia di
Eraclea. Ma i Punici, alleati con gli Elimi di Segesta, sconfissero ed uccisero Dorieo. Erodoto e Giustino sono
gli autori che ci consentono di conoscere gli avvenimenti riguardanti la guerra degli Emporia ; secondo
quanto detto da Erodoto Gelone rimproverava agli Spartani di non aver aiutato i Sicelioti nella lotta
contro i Barbari per vendicare la morte di Dorièo e per liberare gli emporia (approdi commerciali cioè Imera
e Selinunte) che erano stati conquistati dai Cartaginesi. Per quanto riguarda Giustino invece egli attesta
l’esistenza di una lunga guerra tra i tiranni di Sicilia e i Cartaginesi. Probabilmente i "tiranni" di cui parlava
Giustino erano Gelone e Terone.

4.2 Gelone tiranno di Siracusa: La tirannide di Gela fu trasferita a Siracusa; divenuto signore di Siracusa,
Gelone lasciò Gela al fratello Ierone. I motivi che spinsero Gelone a conquistare la città furono: la perdita di
Messina e il fatto che Siracusa fosse un notevole scalo commerciale. Secondo quanto ci riferisce Erodoto,
Gelone, giunto in città, s’inserì nelle lotte sociali tra Gamòroi, proprietari terrieri e discendenti dei coloni, e
Kyllìrioi, discendenti dei Siculi e braccianti ridotti alla schiavitù. I Gamòroi, cacciati dalla città, trovarono
rifugio a Casmene, ma tornarono in patria grazie all’intervento di Gelone. Questo fu il colpo di fortuna che
permise al tiranno di Gela di ottenere Siracusa. Condusse a Siracusa gli aristocratici ricchi di Megara,
concedendo loro la cittadinanza, mentre i poveri furono venduti fuori dalla Sicilia come schiavi; stessa sorte
toccò agli abitanti di Eubea di Sicilia. Le città di Eubea di Sicilia, Megara Iblea e Camarina vennero distrutte.
Diventato ecista, in politica interna, promosse una serie di riforme miranti a rendere più solida e più forte
Siracusa, mentre in politica estera collaborò con Terone, potentissimo signore di Agrigento, con il quale
strinse una solida alleanza.

4.3 L’offensiva cartaginese e la battaglia di Imera: Nel 448, ad Agrigento s’insediò Terone degli Emmenidi,
favorito probabilmente dallo stesso Gelone, allora tiranno di Gela, che ne sposò la figlia, suggellando un
patto di alleanza sia personale sia interpersonale, tra Dinomenidi ed Emmenidi. La politica espansionistica
di Terone trovò coronamento nella conquista di Imera; questa era governata da Terillo, tiranno di
orientamento filo-punico che intratteneva legami di xenìa con il cartaginese Amilcare ed era inoltre alleato
di Anassilao, che ne aveva sposato la figlia. Al blocco dorico Agrigento-Siracusa-Gela si contrapponeva così il
blocco calcidese Imera-Reggio-Messina. La conquista agrigentina di Imera, con espulsione di Terillo,
costrinse Anassilao a scendere in campo chiamando con sé anche Amilcare. Ciò portò nel 480 ad una
battaglia, che passò alla storia come battaglia di Imera (fonte Erodoto la battaglia di Imera sarebbe stata
combattuta nello stesso giorno di quella di Salamina) che vide contrapposte le truppe dei Sicelioti,
comandati da Gelone di Siracusa accorso in aiuto di Terone di Agrigento, contro quelle dei Cartaginesi,
comandate da Amilcare (anche Diodoro c’informa sulla guerra; secondo lui la battaglia di Imera sarebbe
stata combattuta nello stesso giorno di quella delle Termopili). Amilcare giunse in Sicilia con un esercito di
300.000 uomini e puntò direttamente su Imera, invadendola e costringendo Terone a barricarsi dentro le
mura, ma in suo aiuto sopraggiunse l’alleato Gelone con i suoi soldati, i quali riuscirono ad introdursi nel
campo punico, catturando e uccidendo Amilcare, secondo la testimonianza di Diodoro e Polieno, mentre
secondo Erodoto, Amilcare morì suicida. La battaglia di Imera terminò con una totale disfatta per le truppe
cartaginesi e con un'inattesa vittoria degli alleati siracusani e agrigentini. La battaglia di Imera segnò la
prima occasione di confronto fra le 2 componenti coloniali dell’isola nella lotta per l’egemonia della Sicilia
che vide emergere come unico vincitore il tiranno di Siracusa. Gelone avviò una serie di operazioni
pubbliche, come per esempio un teatro dorico e un santuario; inoltre guardò con rispetto anche al mondo
indigeno facendo costruire templi dedicati a Demetra e a Kore.

4.4 Ierone e i nuovi equilibri politici: Successore di Gelone fu il fratello Ierone, già tiranno di Gela; la sua non
fu una successione facile, poiché Gelone non aveva previsto che l’appoggio del popolo andasse all’altro
fratello, Polizelo, tra l’altro tutor di suo figlio. Ierone, temendo un colpo di stato, lo inviò in Italia a
capitanare una spedizione militare in soccorso degli esuli di Sibari, minacciati dai Crotoniati. Polizelo portò a
compimento l’impresa, ma in ogni caso, acuitasi l’ostilità con Ierone, preferì non tornare in patria,
riparandosi ad Agrigento presso Terone, divenuto suo suocero. Questi ne prese le difese e ciò stava per far
scatenare una guerra contro Ierone, fortunatamente rientrata perché i contendenti, incerti dell’esito finale,
preferirono affidare al poeta Simonide, l’incarico di stilare una pace di compromesso. Ma gli abitanti di
Imera, non sapendo in tempo della pace, desiderosi di liberarsi di Terone, si ribellarono ed offrirono la città
a Ierone; egli però svelò le trame eversive proprio a Terone e al figlio Trasideo, che riuscirono comunque a
sopprimere la rivolta. Grazie alla pace tra Terone e Ierone, Polizelo s’insediò a Gela. Risolta, dunque, la
contesa con Polizelo, Ierone una volta assicuratosi la tirannia di Siracusa, dovette tutelarsi da Anassilao, che
minacciava Locri. Intervenne quindi subito a favore di questa e per lui fu sufficiente inviare il cognato
Cromio per far desistere Anassilao dall'intento, il che è indicativo di quanto fosse potente Siracusa. In
questa occasione Siracusa e Locri strinsero una symmachia (alleanza): Ierone dava il proprio appoggio alla
città di Ipponio, sub-colonia di Locri, ai danni di Sibari e Crotone. Tra il 476 e il 475, Ierone trasferì tutta la
popolazione di Nasso e Catania a Lentini, poi rifondò Catania con il nome di Aitna insediandovi coloni
peloponnesiaci e siracusani. Il suo potere s’incentrò così su tre poli:

• Siracusa capitale;

• Lentini che controllava l’elemento calcidese;

• Aitna che ospitava le truppe.

Ierone, rifondando Catania/Aitna, divenne anch’egli ecista e garantì un territorio al figlio Dinòmene. In
ambito internazionale ricercò consenso e legittimazione del suo potere nella lotta contro il barbaro. Dopo i
Cartaginesi ad Imera si scontrò con gli Etruschi, vincendoli presso Cuma e fondò una colonia armata nei
pressi di Pitecussa, ma questa ebbe vita breve. Dopo la battaglia di Cuma, ad Agrigento Terone morì e prese
il potere il figlio Trasideo che capovolse e distrusse ciò che il padre aveva faticosamente creato. Egli
raccolse un grande esercito, composto sia da mercenari sia da cittadini di Agrigento e di Imera e dichiarò
guerra a Siracusa. Ierone seppur malato, riuscì a sconfiggere Trasideo che perse il proprio regno.
Successivamente Ierone allargò la propria signoria su tutta la Sicilia greca, ma per poco tempo, poiché morì
venendo seppellito presso Aitna.
5 LA SIGNORIA DEGLI EMMENIDI

5.1 Il dopo-Falaride: Poco si sa della storia di Agrigento dopo l’esperienza di Falaride. Pindaro assegna agli
Emmenidi, famiglia di Terone, un ruolo di primo piano nell’abbattimento della tirannide di Falaride; Eraclide
Lembo riferisce invece l’esistenza di due sconosciuti successori di Falaride Alcamene e Alcandro. Sarebbe
stata poi la componente geloo-rodia della città a commettere il colpo di stato che avrebbe portato al potere
gli Emmenidi.

5.2 La tirannide di Terone: Terone salì al potere nel 448, all’età di 16 anni; provenendo da una famiglia tra
le più ricche di Agrigento, si ritrovò subito a capo del ghenos degli Emmenidi. Terone voleva aumentare la
propria sfera d’influenza fino al Tirreno; ingaggiò così una guerra con la città di Imera, governata da Terillo,
tiranno di orientamento filo-punico che intratteneva legami di xenìa con il cartaginese Amilcare, oltre ad
essere alleato di Anassilao, che ne aveva sposato la figlia. Al blocco dorico Agrigento-Siracusa-Gela si
contrapponeva così il blocco calcidese Imera-Reggio-Messina. La conquista agrigentina di Imera, con
espulsione di Terillo, costrinse Anassilao a scendere in campo chiamando con sé anche Amilcare. Ciò portò
nel 480 ad una battaglia, che passò alla storia come battaglia di Imera. Amilcare giunse in Sicilia con un
esercito di 300.000 uomini e puntò direttamente su Imera, invadendola e costringendo Terone a barricarsi
dentro le mura, ma in suo aiuto sopraggiunse l’alleato Gelone con i suoi soldati, i quali riuscirono ad
introdursi nel campo punico, catturando e uccidendo Amilcare, secondo la testimonianza di Diodoro e
Polieno, mentre secondo Erodoto, Amilcare morì suicida. La battaglia di Imera terminò con una totale
disfatta per le truppe cartaginesi e con un'inattesa vittoria degli alleati siracusani e agrigentini.

5.3 Splendore, fasto e propaganda: Terone continuò il proprio regno in splendore sfruttando la
propaganda:

• nel 476, vinse alla quadriga, diventando “baluardo” di Agrigento;

• realizzò notevoli opere pubbliche;

• infine promosse la restituzione delle ossa di Minosse a Creta.

Terone morì nel 472 e a lui subentrò il figlio Trasideo, a cui il padre non riuscì però a trasmettere le proprie
qualità. Fu, infatti, malvisto e crudele.

5.4 Il contrasto con Siracusa: Morto Terone, prese il potere Trasideo che capovolse e distrusse ciò che il
padre aveva faticosamente creato, e soprattutto, avviò una politica ostile nei confronti di Siracusa. Egli
raccolse un grande esercito, composto sia da mercenari sia da cittadini di Agrigento e di Imera e dichiarò
guerra a Siracusa. Ma Ierone lo arrestò, vincendo la battaglia. Trasideo, sconfitto, si ritirò in Grecia: ma qui
venne giustiziato. Con la morte di Trasideo si concluse l’esperienza emmenide e ad Agrigento venne
istituito un governo democratico che durò fino alla conquista cartaginese del 406.

6 IL DOPO-TIRANNIDI

6.1 Siracusa e l’esperienza democratica: Siracusa contribuì ad abbattere la tirannide agrigentina, ma ciò le
fu fatale, poiché anche la stessa tirannide siracusana da lì a poco venne abbattuta. Tra il 467 e il 466 a
Ierone subentrò, il fratello Trasibulo che, per breve tempo, attuò una politica dispotica su Gela e Siracusa. Il
nuovo signore, per contrastare il crescente malcontento dei Siracusani in rivolta, oppose loro la truppa
mercenaria; questi risposero con una coalizione di forze schierate contro le città di Agrigento, Gela,
Selinunte e Imera. Grazie a tale alleanza, i Siracusani rovesciarono la dittatura e instaurarono una
democrazia moderata. Trasibulo fu costretto all'esilio a Locri dove morì. L’impero dinomenide scomparse;
ciò portò all’abbattimento dei regimi autocratici in tutta la Sicilia. Al termine di questo periodo si
affermarono un po' ovunque regimi autonomi connotati dal termine demokratìai, nati sulle ceneri dei
regimi tirannici. Nonostante la fine dell’impero dinomenide, la vecchia città dominante conservò comunque
un ruolo preminente, seppur con problemi interni. Il primo problema fu costituito dai circa 10.000 stranieri
e mercenari a cui Gelone aveva concesso la cittadinanza, ora esclusi dalla magistratura; la decisione ne
suscitò la rivolta ed essi si barricarono tra Ortigia ed Acradina, dove vennero però sconfitti. Avevano
sperato in un aiuto da parte di Aitna, ma questa era impegnata a difendersi da Ducezio, leader dei Siculi,
che rivendicava la proprietà della città. I Siculi, appoggiati da Siracusa, riuscirono a riprendersi la città,
ridandole il nome di Catania. Di Messina, che tornò per un breve tempo ad avere il nome di Zancle, si hanno
poche notizie; si può solo dedurre che la città fosse in guerra civile e che la fazione dominante si fosse
rivolta per aiuto ai mercenari di Ierone stabiliti ad Imera, i quali attaccarono a loro volta sia gli avversari che
gli alleati, conquistando la città. Infine, l’ultimo assestamento nel passaggio tra vecchio e nuovo fu la
rifondazione, da parte di Gela, della città di Camarina, con il ritorno dei coloni già insediati da Ippocrate.

6.2 Agrigento e l’esperienza oligarchica: Cacciato Trasideo, ad Agrigento s’instaurò un regime democratico
che costantemente rivelava il volto della precarietà. Personaggio chiave in questo periodo fu Empedocle; a
darci sue notizie è Diogene Laerzio. Egli partecipò alla vita politica della città, schierandosi dalla parte dei
democratici. Figlio di un esponente della fazione popolare, alla morte del padre avrebbe sventato un colpo
di stato di parte oligarchica e avrebbe sciolto il governo dei Mille per renderlo eleggibile triennalmente. Ma
dopo un soggiorno a Turi, non poté tornare in città poiché venne osteggiato dagli oppositori della
democrazia. Agrigento dunque appariva segnata dai continui mutamenti di rotta e sovvertimenti, sia
democratici sia oligarchici.

6.3 Siracusa e l’avventura di Ducezio: Ducezio, esponente di spicco della classe dirigente sicula, ma
ellenizzato, fu promotore della Siracusa democratica, meno aggressiva nei confronti delle popolazioni
greche ed indigene. Egli riuscì a suscitare un movimento “politico” etnicamente motivato e compatto, il
quale passò in fretta a rivendicazioni di carattere nazionalistico costituendo un pericolo per le città greche.
Ducezio si alleò con Siracusa, poiché entrambi avevano in comune il nemico rappresentato dai mercenari
ieroniani di Aitna; Ducezio, heghemon (comandante), fu sia ecista che stratego. Nel 459 espugnò
Morgantina e fondò Mènainon; con l’espugnazione di Morgantina per la prima volta i Siculi conquistarono
una roccaforte ellenica. Con Mènainon, invece, ebbero finalmente una propria città che assunse le
caratteristiche della polis. Il suo regno, noto come Syntèleia (confederazione) raggruppava tutte le città
sicule, ad eccezione di Ibla, unite contro l’invadente politica espansionistica dei Greci di Sicilia. La cosa non
fu gradita a Siracusa, che però fu dilaniata da lotte intestine tra la classe ricca e le classi più povere. In
questo contesto riemerse la tentazione tirannica; il timore generò l’introduzione della pratica del
petalismo, operazione di messa a bando di un cittadino, scrivendone il nome su foglie; con questa pratica si
denunciavano gli aspiranti alla tirannide. Ma la pratica, come ad Atene, ben presto degenerò e venne
perciò abrogata. In questo periodo la linea politica di Ducezio iniziò ad interessarsi al Tirreno; egli combatté
diverse battaglie contro gli Etruschi, saccheggiò l’Elba, la Corsica e le coste dell’Etruria. La confederazione
nel frattempo, sentiva la necessità di un proprio esercito e di un proprio centro religioso per aggregare la
comunità sicula ed esaltare l’unità nazionale. Nacque così Paliké, fondata presso l’antico sito religioso
dedicato agli dei Palici. In pianura, Ducezio rifondò Mènai e occupò Inessa ribattezzandola Aitna. Sempre
nello stesso anno sconfisse sia la delegazione di Agrigento, inviata per proteggere la fortezza di Motyon, sia
un’armata siracusana mossa in suo soccorso. La sconfitta provocò un acceso dibattito politico; a Siracusa il
capro espiatorio fu subito trovato nello stratega Bolcone, accusato di tradimento e giustiziato. Ovviamente
il contrasto si ebbe tra 2 diverse fazioni politiche:

• gli uni favorevoli a ricercare con Ducezio una soluzione negoziata;

• gli altri invece preoccupati solo di una politica d’intervento in area tirrenica.

Siracusa inviò una seconda armata che sconfisse l’esercito di Ducezio; quest’ultimo si recò a Siracusa da
supplice, ma venne esiliato a Corinto, dove gli venne garantita una rendita decorosa per vivere. Gli
Agrigentini però non furono d’accordo con questa decisione in quanto non consultati sulla pena da
infliggere al comune nemico. Con questo pretesto, dichiarano guerra alla città rivale, ma ne uscirono
sconfitti e dovettero rinunciare all’egemonia sulla Sicilia greca. Nel 488, Ducezio tornò in Sicilia e fondò la
città di Kale Aktè; si rivelò un perfetto ecista, ma morì poco dopo.

7 ATENE E LA SICILIA

7.1 Atene e la Sicilia, le relazioni diplomatiche: Con la caduta delle grandi tirannidi e con la mutazione di
condizioni politiche e sociali, l’incertezza del presente e la ricerca di nuove vie per il futuro furono tutti
elementi che consentirono ad Atene s’inserì più decisamente all’interno del pianeta siciliano. La città,
sempre alla ricerca di mercati granari da egemonizzare, lottava per il controllo delle rotte mercantili,
stringendo rapporti amicali o vere e proprie alleanze, e intratteneva buoni rapporti con tutte le potenze in
una politica di espansionismo che investì il cinquantennio che andava dalle guerre persiane alla guerra del
Peloponneso. Atene s’interessò così alle città in Occidente e strinse: 2 alleanze con le città calcidesi di
Reggio e Lentini e altre 2 alleanze con le città elime di Segesta e di Halikyai. In questo periodo venne
fondata anche la colonia di Turi, per la quale Atene, sotto il controllo di Pericle, strinse accordi per la
sicurezza: successivamente, gli accordi vennero ribaltati e Atene perse il controllo della città. Con gli accordi
di Segesta (418), Atene si avvicinò alle popolazioni non elleniche, a cui attribuì strumentali origini troiane.
La datazione suppone che Atene avesse già stabilito rapporti con i membri della cittadinanza, così da poter
avviare con tranquillità una spedizione nel 416, intervenendo nel conflitto tra Selinunte e Segesta; alla
stessa data si fanno risalire gli accordi stretti con Reggio e Halikyai.

7.2 La prima spedizione ateniese: Per quanto riguarda la prima spedizione, Giustino ci dice che i Catanesi,
oppressi dai Siracusani, chiesero aiuto agli Ateniesi; stretta una symmachia con la città, Atene inviò in Sicilia
lo stratega Lampone (già coinvolto nella fondazione di Turi). Difesa la città, Atene mirava ad espandere il
proprio dominio su tutta la Sicilia. Tucidide ci dice invece che a capo della spedizione si trovavano Lachete e
Careade, poiché Siracusa e Lentini erano entrate in guerra tra loro. Nel 427, si compiva, dunque, la prima
spedizione ateniese in Sicilia (dal 427 al 424) che si inserì nel corso della prima fase della guerra del
Peloponneso; gli Ateniesi si mossero da Reggio, lottando contro Siracusa e Locri. Nel 426 conquistarono e
saccheggiarono Messina e Mile, alleate di Siracusa; ma l’anno dopo Messina venne riconquistata da
Siracusa e Locri. Solo uno scontro diretto tra Atene e Siracusa avrebbe risolto la guerra, ma entrambe le
potenze lo evitarono. La stessa Siracusa intervenne direttamente nel conflitto solo in due occasioni: sia per
riconquistare Messina sia per bloccare dal mare Camarina, dove nel corso di uno scontro perse la vita
Careade; Lachete invece venne sconfitto dallo stratega Pitadoro. Con Pitadoro si espresse il chiaro intento
imperialistico di Atene; la politica ebbe però effetto contrario, poiché le città siceliote vollero conservare la
propria autonomia; tale presa di coscienza maturò nel 424 durante il congresso a Gela in cui si giunse ad un
accordo che poneva fine alla guerra. Ermocrate di Siracusa consigliò ai Sicelioti di risolvere da soli le
questioni siceliote, per conservare la propria autonomia. La proposta di Ermocrate ebbe successo; essendo
venuta meno l’alleanza con le città calcidesi, Atene andò via dall’isola.

7.3 La seconda spedizione ateniese: Il congresso di Gela aveva spiazzato l’offensiva di Atene, ma aveva
lasciato irrisolti i molti problemi che affliggevano la Sicilia. In particolare, non era stato discusso né
ridefinito il ruolo di Siracusa. L’accettazione, a Gela, delle tesi di Ermocrate, permise a Siracusa di
incrementare un progetto di espansionismo aggressivo, volto all’affermazione incontrastata di una propria
preminenza sulle città dell’isola, vista come soluzione del conflitto con Sparta, soprattutto dopo la
propaganda che ne porta avanti Alcibiade. Ad Atene giunsero ambasciatori dell’elima Segesta, che
richiesero aiuti contro Selinunte, appoggiata da Siracusa, a sua volta alleata con Sparta. Alcibiade sognava
di conquistare prima la Sicilia e poi Cartagine. L'assemblea democratica ateniese, chiamata a decidere se
combattere un'altra guerra in Sicilia, mentre quella del Peloponneso era temporaneamente cessata,
discusse e votò più volte a distanza di pochi giorni le proposte delle due principali fazioni politiche:

• l'una contraria alla spedizione, di cui faceva parte Nicia;


• l'altra favorevole all'intervento, capitanata da Alcibiade.

Alla fine l’assemblea diede l’ok ad Alcibiade per compiere la spedizione; nel 415 si ebbe così la seconda
spedizione ateniese in Sicilia (dal 415 al 413) che si legò alla seconda fase della guerra del Peloponneso. La
grande armata dunque, partì comandata da Alcibiade, Lamaco e Nicia, ma si vide rifiutare l’approdo da
Taranto, Reggio e Locri. Mentre Nicia voleva intervenire solo contro Selinunte, Alcibiade voleva coinvolgere
le città siceliote per poi attaccare Selinunte e Siracusa; Lamaco, invece, era propenso ad attaccare solo
Siracusa: alla fine però prevalse la strategia di Alcibiade. Ma, dopo aver convinto Catania a schierarsi con
Atene, Alcibiade venne coinvolto nello “scandalo delle Erme” (piccole colonne sormontate da una testa che
raffiguravano Ermes, collocate lungo le strade, ai confini delle proprietà e dinanzi alle porte per invocare la
protezione di Ermes; la notte prima della partenza della spedizione in Sicilia, furono mutilate molte erme
delle città. Del fatto fu accusato Alcibiade) e fu costretto a tornare in patria, vedendosi tolto il comando
della spedizione. Nel frattempo l’esercito ateniese riuscì a rifugiarsi presso Siracusa; qui Ermocrate aveva
perso fiducia presso il popolo, anche se aveva previsto il pericolo ateniese; con il nemico alle porte, chiese
aiuto a Corinto e a Sparta, la quale scese in campo comandata da Gilippo, invertendo così le sorti della
guerra a favore dei Siracusani. Contemporaneamente le fragili alleanze tra Atene e le poleis siceliote si
sfaldarono e i popoli indigeni si schierarono con Siracusa. Lamaco morì in una sortìta e Nicia inviò ad Atene
un messaggio disperato chiedendo o l’autorizzazione a tornare in patria o l’immediato invio di rinforzi.
Atene inviò rinforzi guidati da Demostene, ma questi arrivarono quando la situazione era ormai
compromessa; la flotta venne sconfitta e l’armata di terra ateniese sbaragliata dalle forze avversarie.
Mentre Nicia voleva attendere una vittoria e rimanere in Sicilia nella speranza che cambiassero le sorti della
guerra, Demostene voleva ritornare in patria; ma Gilippo attaccò gli Ateniesi, bloccando il porto. L’armata,
in fuga, venne inseguita fino al torrente Arnaro, dove venne massacrata. A causa di tale sconfitta ritenuta
devastante, Atene non si risollevò più, mentre a Siracusa, Diocle condannò a morte gli strateghi e schiavizzò
i prigionieri.

7.4 Il risveglio di Cartagine: La vittoria su Atene, però, non portò la pace a Siracusa. Il demos (popolo)
accelerò il passaggio dalla repubblica costituzionale alla repubblica “assembleare”, cioè dalla politèia
(regime politico) alla democrazia. Espulso Ermocrate, trionfò così la democrazia radicale di Diocle. Nel 410
Segesta si scontrò nuovamente con Selinunte; venuta a mancare la protezione di Atene, Selinunte chiese
aiuto a Cartagine che accettò d’intervenire e così un esercito cartaginese al comando di Annibale, nipote di
Amilcare, assediò Selinunte, trucidandone e schiavizzandone gli abitanti; successivamente il medesimo
esercito puntò su Imera, città di frontiera con il mondo punico, che sempre nel 410 venne rasa al suolo.
Dopo il bagno di sangue, l’armata mercenaria fu sciolta e Annibale ritornò in patria. Desideroso di tornare a
Siracusa, Ermocrate sbarcò in Sicilia e chiese di poter rientrare in città, ma ricevette un rifiuto. Si diresse
quindi nell’occidente dell’isola, s’impadronì di Selinunte e radunò una truppa; con essa avviò un assalto alle
basi commerciali di Cartagine e alle roccaforti indigene. Il successo fu grande e riscaldò gli animi a Siracusa,
dove i democratici erano alle corde e Diocle fu costretto all’esilio. Nonostante ciò, quando Ermocrate arrivò
dinnanzi alle porte della sua città, l’accesso gli fu negato per timore che potesse aspirare alla tirannide,
allora decise di attaccare direttamente la città, ma venne ucciso dalla folla, mentre Dionisio, giovane
ufficiale dell’esercito siracusano e futuro tiranno, si salvò fingendosi morto. Nel 406, i Cartaginesi tornarono
sull’isola per vendicarsi delle scorrerie di Ermocrate: misero dunque a ferro e fuoco l’intera Sicilia; Imilcòne,
subentrato ad Annibale, assediò Agrigento, distruggendola. Dopo la caduta di Agrigento seguì la forzata
evacuazione di Gela e di Camarina e anche Siracusa si ritrovò minacciata.

Parte terza (Siracusa e la Sicilia greca)

8 DIONISIO IL GRANDE

8.1 Il potenziamento della tirannide: Nel 406, con la caduta di Agrigento, i Sicelioti decisero di ritirarsi a
Siracusa; in città si era riunita un’assemblea nella quale Dionisio, giovane ufficiale dell’esercito siracusano di
Ermocrate, accusò pubblicamente i generali ritenendoli colpevoli della disfatta di Agrigento. Con l’appoggio
di Ipparino e Filisto, esponenti influenti dell’aristocrazia, si propose come capo del collegio degli strateghi:
organizzò così una marcia su Gela schierandosi con la fazione popolare; una volta estromessi gli strateghi,
egli rimase l’unico stratega con pieni poteri: stretegòs autokràtor; in tal modo il comando della guerra
contro Cartagine (prima guerra contro Cartagine) era interamente nelle sue mani. Instaurò così
nuovamente un regime tirannico a Siracusa. Dionisio si mosse su 2 piani distinti:

• da un lato, rispettoso delle leggi, rispettò le procedure costituzionali della città;

• dall’altro fu sovvertitore della democrazia e si circondò di una guardia del corpo personale che utilizzò per
domare l’opposizione interna.

Giunta la notizia della disfatta di Gela e Camarina, i cavalieri organizzarono una sommossa e approfittando
dell’assenza di Dionisio, assalirono la sua dimora uccidendone la moglie. Certi della vittoria poi, si
abbandonarono ai festeggiamenti, dai quali furono distolti dall’inaspettato ritorno del tiranno che li esiliò.
Per consolidare il proprio potere all’interno, tra il 405 e il 404, Dionisio strinse una prima pace con
Cartagine la quale stabilì per Siracusa la perdita di Selinunte Agrigento ed Imera; obbligò Camarina e Gela a
pagare un tributo e stabilì l’autorità punica su Elimi e Sicani. Le tribù sicule furono dichiarate indipendenti,
mentre libere erano Lentini e Messina. Dionisio allargò poi la sua signoria su tutta la Sicilia greca; egli fu
chiamato “dinastes” dagli amici e dai sostenitori del regime e tiranno dagli avversari. Egli governò i cittadini
avvalendosi dell’aiuto di una cerchia di amici e consiglieri, chiamati philoi. Per rafforzare ulteriormente il
proprio potere, frammentò il corpo civico con la continua immissione di nuovi cittadini per prevenire il
formarsi di opposizioni al regime. Dopo la pace siglata con Cartagine, Dionisio fortificò Ortigia,
trasformandola in reggia e caserma; successivamente conquistò Nasso e Catania e i loro abitanti furono
venduti come schiavi, mentre gli abitanti di Lentini furono costretti a trasferirsi a Siracusa. La pace firmata
con Cartagine però ebbe breve durata in quanto Dionisio aveva come obiettivo primario quello di cacciare
l’elemento punico dall’isola oltre ad espandersi in Magna Grecia. Cercò dunque un’intesa con Messina e
Reggio: mentre Messina si rivelò disposta all’alleanza, Reggio rifiutò. Dionisio successivamente chiese a
Reggio e a Locri una moglie: mentre la prima gli offrì la figlia del boia, in un dileggio fatale, Locri invece gli
offrì la nobile Doride, che sposò insieme alla siracusana Aristomache, figlia di Ipparino.

8.2 Il duello con Cartagine: Trascorsi 8 anni dalla prima pace con Cartagine, Dionisio decise di riconquistare
le città elleniche ed espellere le comunità puniche dall’isola. Egli quindi assoldò truppe mercenarie anche
nel Peloponneso e convocò l’ekklesia; qui esortò i Siracusani a dichiarare per la seconda volta guerra a
Cartagine mentre questa era afflitta dalla pestilenza (397 seconda guerra con Cartagine). Dionisio,
dunque ne approfittò e ordinò il saccheggio delle proprietà puniche a Siracusa; in un solo anno le poleis
siceliote caddero sotto il dominio di Siracusa e i Cartaginesi furono costretti a fuggire a Mozia, conquistata e
distrutta da Dionisio. Ma nel 396 si capovolsero le sorti della guerra; Imilcòne (generale cartaginese) giunse
a Palermo e conquistò Terme, Lipari e Messina mentre la flotta siracusana fu sconfitta nelle acque di
Catania; Imilcòne, non avendo più ostacoli, assediò così Siracusa. I nemici erano alle porte, saccheggiavano
indisturbati edifici, templi e sepolcri; Dionisio poté contare solo sull’appoggio di Sparta che inviò una flotta
di 30 navi al comando di Farace; ma ciò non fu sufficiente. Dionisio venne miracolosamente salvato, non
tanto dall’intervento spartano, quanto da una delle tante epidemie che spesso scoppiavano negli
accampamenti antichi, e in particolare cartaginesi. Il tiranno siracusano, approfittando di questo momento
di debolezza di Cartagine, attaccò dunque l’esercito nemico, sconfiggendolo, e costrinse Imilcòne a tornare
a Cartagine. Dionisio, dopo la seconda guerra cartaginese, riguadagnò le posizioni perdute: riconquistò
Catania, Lipari e Terme, ripopolò Messina, fondò la città di Tindari e sconfisse una nuova avanzata punica
guidata da Magone, ammiraglio di Imilcòne. Nel 392, Dionisio strinse una seconda pace con Cartagine con
la quale ottenne il riconoscimento della sua dominazione sulla Sicilia, tranne per i territori elimi, cartaginesi
e per qualche fortezza sicana. Il tiranno con questa pace inoltre allargò il suo dominio su Agrigento e
Tauromenio. In madrepatria appariva così come il signore indiscusso della Sicilia.
8.3 Oltre la Sicilia: il problema dell’Italia: Successivamente Dionisio puntò anche al controllo di Reggio e
Locri; continuò quindi il suo progetto di lotta contro il barbaro, sia punico sia italico. Al suo progetto si
oppose la lega delle città achee nata per difendersi dalla pressione sempre più minacciosa delle genti
indigene, ma ora, destinata a chiamarsi Lega Italiota, inglobava anche Elea, Turi e Reggio e si trasformò in
un valido strumento militare da opporre alle mire espansionistiche di Dionisio. Pur di ottenere Reggio, il
tiranno si alleò con i Lucani, i Celti e gli Illiri; ciò gli costò l’amicizia del fratello Leptine e del fedele Filisto.
Dopo l’accordo con i Lucani e gli alleati massacrarono gli abitanti di Turi. Leptine prese le distanze dal
fratello, allontanandosi con la flotta. L’anno successivo Dionisio approdò con un grande esercito alle porte
di Caulonia, assediandola, liberando i prigionieri. Le truppe della Lega furono sconfitte presso il fiume
Elleporo. A questa vittoria seguirono le conquiste d’Ipponio e di Scillezio, che vennero affidate a Locri.
Reggio si ritrovò così completamente isolata; Dionisio prima pretese dalla città un tributo, poi la conquistò,
distruggendola; costruita una reggia presso la città, poté ufficialmente essere definito “padrone
d’Occidente”.

8.4 Oltre l’Italia: il problema dell’Adriatico e del Tirreno: Oltre il confine, la politica di Dionisio si faceva
sempre più imperialista; egli mirava a consolidare il proprio ruolo egemonico. Verso il Tirreno e l’Adriatico
avviò una politica coloniale aggressiva: sull’Adriatico puntò a controllare il Canale d’Otranto, via obbligata di
ogni relazione fra l’oriente e l’occidente. Per raggiungere l’obiettivo, dovette allearsi con gli Illiri e i Celti.
Fondò così la colonia di Lissos e aiutò Alceta a riappropriarsi del trono dei Molossi. Nella stessa area fondò
le colonie di Issa e Pharos, rifondò le colonie di Adria ed Ancona e strinse inoltre un’alleanza con i Galli. Sul
Tirreno, invece Dionisio entrò in guerra con gli Etruschi. Inoltre volle espandersi in Corsica e all’Elba, ma
iniziò a nutrire ostilità per Roma, “polis tyrrenhis” filo-etrusca.

8.5 I caratteri della dynastèia: La dynasteia di Dionisio mirava dunque ad espandersi in tutta la Sicilia,
rendendola interamente greca e facendo emergere, tra le poleis, la più potente ovvero Siracusa (Eforo
comparò Dionisio a Filippo di Macedonia). Il tiranno sperimentò la validità dello stato territoriale, tentando
d’infondere identità nazionale alle varie città. Si distinsero così 3 diverse entità:

• il distretto etneo, in cui Dionisio sperimentava la de-politicizzazione, trasferendo a Siracusa la popolazione


delle città calcidesi;

• il comprensorio dello Stretto, presso cui Dionisio praticava una politica bifronte, conciliante con Messina
e aggressiva con Reggio;

• il territorio di Locri, beneficiato e ampliato a danno delle città limitrofe italiote.

L’esperienza politica di Dionisio e la sua vicinanza politica a Sparta, furono i motivi del primo viaggio
compiuto da Platone in Sicilia, curioso di studiare nuovi metodi costituzionali.

8.6 Il nuovo duello con Cartagine: Alla pace con Cartagine, durata circa un decennio, seguì nel 379 una
nuova terza guerra causata da episodi di turbolenze puniche sul confine occidentale (terza guerra
cartaginese): Dionisio conquistò Crotone mentre i Cartaginesi conquistarono nuovamente la città di
Ipponio, ponendo fine al dominio di Siracusa. Dionisio ottenne una prima vittoria sui Cartaginesi, ma una
sconfitta successiva, nella quale morì il fratello Leptine, l’obbligò, nel 374/373, alla terza pace con
Cartagine: le città di Terme, Selinunte ed Eraclea, passarono nuovamente nelle mani dei Cartaginesi.
Trattasi però di una pace di compromesso infatti nel 367, Dionisio scatenò una nuova guerra contro
Cartagine per ribaltare la situazione; caddero sotto il suo controllo Selinunte, Erice ed Entella e mentre
tentava di conquistare il Lilibeo venne stroncato da un improvviso malore. Diodoro Siculo è la fonte più
autorevole per le vicende siciliane del IV secolo. Nei propri libri egli dedicò ampio spazio alla figura di
Dionisio, mentre minor spazio venne dedicato ai suoi successori. Nonostante le sue doti nella selezione e
nella conoscenza, resta il fatto che egli prese spunto da materiali già rielaborati e scritti. Tra le fonti prese in
esame Eforo e Timeo furono le principali, anche se molto probabilmente anche Filisto occupò una parte
importante all’interno del materiale.

9 IL SECONDO DIONISIO

9.1 Filosofia, politica e potere: Successore di Dionisio il Grande fu il figlio Dionisio II, detto il Giovane e
cultore di studi filosofici. Il suo primo atto, in politica estera, fu quello di porre fine alla guerra contro
Cartagine, ereditata dal padre. La pace con Cartagine gli permise così di riprendere la politica di
espansionismo sull’Adriatico: decise di fondare colonie nei pressi del Canale di Otranto, guerreggiando con i
Lucani. Inoltre Dionisio II avvertì la necessità, in ambito ellenico, di sostenere Sparta contro Tebe e, in
ambito italico, di supportare le città latine contro Roma. Per quanto riguarda le scelte politiche fu
supportato da Dione, suo zio; il giovane dynastes su sollecitazione di Dione invitò nuovamente Platone a
Siracusa (la prima volta durante la dynasteia di Dionisio il Vecchio); il filosofo, infatti, voleva formare
Dionisio il Giovane come dinasta illuminato, ma giunto a Siracusa trovò un contesto degradato da lotte e
rivalità dinastiche. A corte, quando vi arrivò Platone si consumava così lo scontro tra Filisto e Dione: il primo
puntava ad una tirannide assoluta e il secondo ad un governo più aperto. Filisto pensava che Dionisio II
fosse circuito da Dione e Platone e temeva che l’influenza di Platone sul tiranno l’inducesse a cedere le
redini dello stato in mano a Dione. Nel frattempo quest’ultimo aveva forse preso accordi con i Cartaginesi,
ancora sul piede di guerra, e per questa ragione fu accusato e condannato a lasciare la Sicilia. Dione venne
ben accolto ad Atene dove strinse amicizia con Speusippo e Callippo. Successivamente annunciò
ufficialmente la sua volontà di tornare in patria con un esercito per liberare Siracusa dalla tirannide, ma
Dionisio II lo prevenne richiedendo con insistenza a Platone di tornare per la terza volta a Siracusa.
Speusippo, suo allievo, lo accompagnò per compiere azioni di spionaggio per conto di Dione. Dionisio II,
resosi conto dell’operato di Speusippo, bloccò i fondi inviati al rivale e, solamente quando si accorse che
ormai Dione godeva dell’appoggio dell’Accademia di Atene e che la situazione stava sfuggendo di mano allo
stesso Platone, scelse lo scontro diretto. In questo clima, le relazioni fra Dionisio II e Platone si
raffreddarono sempre più rischiando di degenerare allorché a Siracusa scoppiò una rivolta di mercenari a
cui venne decurtata la paga. Il filosofo rimase così coinvolto nell’episodio e fu costretto a trasferirsi presso
l’accampamento dei mercenari. Eraclide, capo della guardia del corpo del tiranno, sospettato di avere
fomentato la rivolta, la trasformò in guerra civile fuggendo presso Dione, che si trovava nel Peloponneso;
entrambi furono condannati all’esilio con confisca dei beni mentre Platone riuscì a mettersi in salvo,
raggiungendo faticosamente Atene. Nel 360 Dione denunciò le colpe di Dionisio II ai Greci giurandogli
vendetta, ma Platone si dissociò ancora una volta dall’uso della forza, riproponendosi come conciliatore.

9.2 Dione e la cacciata di Dionisio il Giovane: Dione, appoggiato dai filosofi dell’Accademia, raccolse una
truppa di 800 uomini e s’imbarcò verso la Sicilia. Puntò direttamente verso il mare aperto evitando così la
flotta di Filisto e approdò poi ad Eraclea Minoa; qui con l’appoggio dei Cartaginesi, degli Agrigentini, dei
Sicani, dei Siculi, dei Geloi e dei Camarinesi, riuscì ad entrare a Siracusa. Le due fonti sugli accadimenti sono
Plutarco e Diodoro; mentre in città Dione veniva acclamato e accolto come un liberatore, gli uomini del
tiranno si barricavano ad Ortigia dove, in breve tempo, furono raggiunti dal loro signore che richiamò in
patria anche la flotta comandata da Filisto, tallonata sul mare dalla squadra navale di Eraclide. Le 2 flotte,
giunte nelle acque di Siracusa, si scontrarono; Eraclide ebbe la meglio e Filisto trovò la morte in battaglia.
Fu l’inizio di un lungo assedio, dal quale il tiranno si tirò indietro fuggendo a Locri, lasciando il comando di
Siracusa al figlio Apollocrate. Eraclide, accusato per la fuga del tiranno, per riguadagnare punti agli occhi del
popolo, propose in Assemblea di togliere le terre a chi ne aveva troppe e distribuirle in forma equa anche a
chi non ne aveva. Ovviamente tale decreto ebbe l'ovazione della maggior parte del popolo, eccetto gli
aristocratici e i ricchi. Ma nemmeno Dione fu d'accordo e questo suo dissenso gli costò caro, poiché il
popolo, già sospettoso da tempo nei suoi confronti, trovò l'occasione giusta per liberarsi di lui, favorendo
solo Eraclide, il quale furbescamente aveva raggiunto il suo scopo. Gli strateghi decisero di delegittimare
Dione, il quale prima fuggì a Lentini ma poi fu richiamato a Siracusa a causa dell’arrivo dell’esercito di
Dionisio. Eraclide venne nominato da Dione nuovamente comandante della flotta, ma lo tradì schierandogli
contro Messina. Intervenne allora anche Sparta, ma Dione la respinse, smantellandone la flotta;
Apollocrate, di conseguenza fu costretto a fuggire. La guerra civile di Siracusa era finita; aveva vinto il
popolo che voleva la fine della tirannide. Eraclide, essendo geloso della popolarità di Dione, complottò
ancora una volta contro di lui, cercando d’insinuare nel popolo il dubbio che Dione in realtà ambisse al
posto di nuovo tiranno. Egli a questo punto, dopo averlo perdonato già diverse volte in passato, decise di
non giustificarlo più e lasciò che i suoi nemici lo condannassero a morte.

9.3 L’epilogo glorioso: Nel 354 Dione venne ucciso da Callippo che gli subentrò nella guida dello stato; dopo
un anno però Callippo fu travolto da una nuova congiura. Gli succedettero Ipparino e Niseo. Dionisio II,
dopo l’esilio a Locri e dopo aver spodestato Niseo, tornò al potere con la speranza di poter riunificare il
grande stato territoriale creato dal padre. Ma gli aristocratici della città, d’accordo con Iceta di Lentini,
rivolsero un appello a Corinto affinché un “salvatore” esterno potesse ridonare pace alla città: si trattava di
Timoleonte.

10 LA RESTAURAZIONE DI TIMOLEONTE

10.1 Timoleonte in Sicilia: I Corinzi, per contrastare Dionisio, decisero così d’inviare a Siracusa un esercito di
volontari e mercenari guidati da Timoleonte. La tradizione ricorda il suo atteggiamento anti-tirannico che lo
aveva portato ad uccidere il fratello Timofane, colpevole di aver tentato di instaurare la tirannide a Corinto;
di lui ce ne parlano Diodoro, Plutarco e Cornelio Nepote. Egli sarebbe giunto a Siracusa sia per rimuovere
Dionisio II sia per sconfiggere Cartagine. Invano, sullo stretto, tentò di sbarrargli la strada Iceta di Lentini,
che aveva come obiettivo quello d’impadronirsi di Siracusa, accordatosi con i Cartaginesi. Timoleonte riuscì
a sbarcare a Tauromenio e con l’appoggio della sola Adrano, riuscì a sconfiggere Iceta. Giunto
vittoriosamente a Siracusa, Dionisio II gli consegnò Ortigia, andando in esilio a Corinto. Con l’abdicazione di
Dionisio II, tramontava per sempre la tirannide dinomenide.

10.2 Contro il barbaro e contro i tiranni: In politica estera 2 erano i principali obiettivi di Timoleonte:

• la lotta contro i tiranni

• e la guerra contro i Cartaginesi.

Egli dunque dichiarò guerra ai Cartaginesi alleandosi proprio con 2 tiranni: Iceta e Mamerco di Catania;
chiamò quindi a raccolta, contro i Cartaginesi, non solo le città greche, ma anche i Siculi e i Sicani. L’esercito
cartaginese e quello di Timoleonte si scontrarono nel 341 presso Fiumefreddo (l’antico fiume Crimiso), con
risultante disfatta dei Cartaginesi; il bottino fu distribuito in parte a Siracusa e in parte a Corinto.
L’attenzione di Timoleonte per la madrepatria gli attirò le antipatie dei tiranni e dei signorotti locali (Iceta
da Lentini, Ippone da Messina), con i quali Timoleonte era stato costretto ad allearsi. Ne nacque così un
conflitto, tutti si allearono con i Cartaginesi, ma alla fine Timoleonte riuscì a sconfiggere Iceta, oltre ad
Ippone e Mamerco, e nel 339 firmò una pace con Cartagine. Una volta diventato padrone di Siracusa:

• rase al suolo Ortigia, facendo costruire tribunali e ridando il potere al popolo;

• emanò il primo bando coloniale per ripopolare la città (tra i nuovi cittadini vi era anche Agatocle, futuro
tiranno;

• applicò una politica di ricrescita economica;

• e dopo un mancato colpo di stato, conquistò le città di Apollonia ed Engio.

Nacque così una symmachia tra Siracusa e le comunità greche indigene di Sicilia che volevano liberare
l’isola dalla presenza punica.
10.3 La riforma costituzionale: Timoleonte divenne quindi il cuore e il cervello della rinascita dell’isola. Egli
riorganizzò lo stato emanando una riforma costituzionale, di carattere timocratico, che voleva essere una
mediazione tra i due regimi: l’oligarchico e il democratico, appoggiata da un’assemblea popolare e da 600
consiglieri. Timoleonte dopo aver ripopolato Siracusa morì nel 337; dopo di lui Agatocle instaurò la
tirannide.

11 LA MONARCHIA DI AGATOCLE

11.1 La scalata al potere: Con la morte di Timoleonte, finì quel periodo di pace, e soprattutto di prosperità,
che aveva permeato Siracusa e in particolar modo la Sicilia orientale. Sotto la guida di Timoleonte non vi
erano più stati tiranni in Sicilia; le poleis si reggevano in maniera democratica o comunque oligarchica,
riconoscendo a Siracusa un ruolo egemone, ma senza dipendere da questa. Con la morte di Timoleonte a
Siracusa s’instaurò così un regime oligarchico; a capo del partito vi erano i siracusani Sosistrato e Eraclide.
Successivamente non si fronteggiarono solo democratici e aristocratici, ma anche “politai” di recente e più
antica cittadinanza. In questo clima maturò il colpo di stato che riportò al potere un nuovo autocrate:
Agàtocle; egli partecipò ad una spedizione in aiuto di Crotone impegnata a combattere i Bretti. Dopo la
vittoria su quest’ultimi Agatocle accusò di tirannide Sosistrato ed Eraclide, ma senza il sostegno dei suoi
concittadini venne bandito da Siracusa. Successivamente la sconfitta politica di Sosistrato ed Eraclide
determinò il suo ritorno a Siracusa; era ormai scoppiata la guerra civile tra oligarchici e democratici.
Agatocle divenne il capo fazione del partito popolare e a Gela affrontò gli uomini di Sosistrato riuscendo a
salvare sé stesso e i suoi soldati da una situazione molto pericolosa. In seguito a tali vicende, Corinto inviò a
Siracusa lo stratego Acestoride, che organizzò un agguato ai danni di Agatocle. Egli però riuscì a salvarsi e
raccolse attorno a sé molti sostenitori fidati; iniziò quindi a far propaganda dicendo di voler pacificare le
parti in lotta, ottenendo sempre più consenso. Nel 319 venne eletto stratego e custode della pace e basò
tutto il suo potere sull’esercito, sui soldati della sua guardia personale e su tutti coloro che, animati da
eguale ostilità nei confronti dei potenti e del demos, ebbero in lui l’unico punto di riferimento. I suoi uomini
saccheggiarono la città; l’assemblea popolare, totalmente controllata dai suoi sostenitori, lo proclamò
stratego autocratico. Tra il 316 e il 315, divenne autocrate assoluto, riordinò le finanze pubbliche, ampliò gli
armamenti navali e bellici e adottò misure a favore del popolo. Egli inaugurò una politica di potenza volta
ad affermare il primato di Siracusa fra le potenze siciliane. Il suo governo però non fu riconosciuto dalle
poleis più forti, quali Agrigento, Gela e Messina, che a loro volta formarono una lega anti-siracusana. Nel
314 una guerra contro Agrigento e Gela si risolse con una vittoria di Agatocle; anche Messina si arrese al
suo volere. Frattanto, l’anno prima (313) Agatocle aveva siglato una temporanea pace con Cartagine; le
clausole del trattato sancirono l’autonomia delle città siceliote che gravitarono nell’orbita di Siracusa. Ma
Agatocle puntava all’unificazione totale della Sicilia greca sotto il dominio di Siracusa; tale obiettivo
comportava la cacciata dei Cartaginesi dall’isola. Nel 312/311 Amilcare, nipote di Annone, attraversò il
Canale di Sicilia alla guida di un esercito impedendo così al tiranno di impadronirsi di Agrigento. Agatocle
per 2 volte tentò di sconfiggere i Cartaginesi, ma i nuovi rinforzi a favore di Cartagine, decretarono la
sconfitta del tiranno e il trionfo di Amilcare. Agatocle si ritrovò in gravissima difficoltà ed essendosi attirato
l’inimicizia delle città siceliote, si riparò prima a Gela e poi a Siracusa ritrovandosi assediato per terra e per
mare.

11.2 La guerra in Africa: L’essere assediato dai Cartaginesi per terra e per mare portò Agatocle a spostare la
guerra direttamente in Africa. Dopo aver affidato la difesa di Siracusa al fratello Antandro, sbarcò a Capo
Bon, ma fece bruciare la flotta per evitare che i soldati potessero tradirlo tornando in patria. Nonostante la
vittoria sul nemico, Agatocle non riuscì ad espugnare Cartagine; sentendo la necessità di alleati allora fu
costretto a cercare un’alleanza con Ofella, governatore di Cirene; giunto all’accampamento di Agatocle, i 2
condottieri però non riuscirono ad intendersi e, in seguito ad uno scontro, Agatocle uccise Ofella.
Successivamente s’impadronì delle città portuali di Utica, Hippuakra e Aspis e nel momento in cui era
pronto a sferrare l’attacco decisivo, giunsero notizie di insurrezioni in Sicilia che lo costrinsero a ritornare.
Lasciato il figlio Arcàgato ad occuparsi della spedizione africana, sbarcò a Selinunte. Agrigento nel
frattempo si era sganciata dall’alleanza con Cartagine, conducendo una sua personale guerra contro la
città, ma il tiranno sconfisse Agrigento che si trovava sotto la guida di Xenodico. Nel frattempo in Africa la
guerra prendeva una brutta piega a causa dell’inesperienza di Arcagato e della ritrovata energia dei
Cartaginesi; Agatocle, dopo aver spezzato il blocco navale che assediava Siracusa tornò in Africa, ma ormai
la guerra era perduta. Lasciò quindi l’Africa, mentre i figli finirono per essere massacrati. Il ritorno in Sicilia
fu caratterizzato da una brutale repressione per evitare una ribellione; Agatocle attuò vendette,
specialmente nei confronti delle famiglie di quei soldati colpevoli della morte dei figli. Scese prima a patti
con Dinocrate, il quale rappresentava tutti coloro che dal tiranno erano stati massacrati o esiliati per
l'appartenenza politica, e poi lo sconfisse in battaglia; nel 306 siglò una pace con Cartagine assai
vantaggiosa per Siracusa in quanto venne ripristinato lo status quo ante. Nel 304 Agatocle diventò il
padrone di tutta la Sicilia greca e assunse il titolo di basileus.

11.3 Il regno di Sicilia: Siracusa divenne la capitale del nuovo regno e la pace portò sviluppo produttivo ed
economico. Agatocle promosse inoltre una riforma costituzionale di stampo monarchico, diminuendo il
ruolo dell’ekklesia. Accantonata la questione cartaginese, Agatocle mirò ad allargare la sfera d’influenza
siracusana; qui il problema era costituito dall’avanzata dei Bretti e dei Lucani ai danni delle città greche, ma
soprattutto da Roma. A portare Agatocle ad interessarsi dei problemi italici fu Taranto; dopo essersi alleata
con Roma, la città chiese aiuto a Siracusa per combattere contro i Lucani. Sconfitti questi e alleatosi con i
Bretti, Agatocle conquistò Corcira e Crotone. Divenuto confinante con Pirro, re d’Epiro, ne ottenne
l’alleanza, suggellata dal matrimonio con la figlia Lanassa. Nel 293, tornato in Italia e deciso a stroncare
definitivamente l’aggressività dei Bretti, approdò ad Ipponio, conquistandola. Nell'ultimo periodo agatocleo
spiccava la preoccupazione del basileus di contrarre nuove solide alleanze e di garantire una continuità
all'impero. Per conseguire l’ambizioso obiettivo, allestì una grande flotta e concluse una nuova alleanza con
Demetrio, re di Macedonia; Agatocle mandò dunque il suo giovane figlio, Agatocle II da Demetrio, affinché
quest’ultimo stringesse rapporti di philia e symmachia con il padre probabilmente per una nuova guerra
contro Cartagine. A seguito di questa alleanza, Lanassa divorziò da Pirro e sposò Demetrio. Agatocle però
non riuscì a compiere la guerra poiché colpito da una grave malattia, morì senza lasciare neppure un
successore. Egli aveva affidato il comando delle forze militari al nipote Arcagato, figlio del suo omonimo
figlio trucidato in Africa e aveva designato come suo erede il figlio, Agatocle il Giovane. Arcagato contestò la
successione e uccise lo zio; il vecchio Agatocle denunciò il nipote e dopo aver stabilito un regime
repubblicano, morì. Diodoro è la principale fonte a trattare di Agatocle descrivendolo come un soldato
perfetto; attraverso di lui parleranno Timeo e Duride. Da Timeo prende le parti riguardanti la giovinezza del
tiranno, anche se Timeo fu criticato da Diodoro per la sua mancanza di oggettività nella descrizione,
ritenuta troppo brutta ed aggressiva. Di Duride sono giunti a noi soltanto alcuni frammenti delle sue opere.

11.4 Il dopo-Agatocle: Dopo la morte di Agatocle, lo stato siracusano si sfaldò, aprendo una stagione di
instabilità politica; le maggiori poleis erano in mano ai signori locali. A Siracusa, i Cartaginesi rifiutarono di
concedere la cittadinanza ai mercenari di Agatocle, rimasti senza padrone. Concordato con essi che
avrebbero potuto vendere i propri beni e lasciare la Sicilia, ciò non avvenne poiché essi si allontanarono da
Siracusa e saccheggiarono Gela e Camarina, insediandosi poi a Messina, richiamata Mamertina. Nel
frattempo a Siracusa, dopo la scomparsa di Agatocle, fu eletto strategòs autokrátor Iceta che riuscì ad
arrestare l’avanzata e l’offensiva di Finzia, tiranno di Agrigento. Con la minaccia cartaginese alle porte,
anche Iceta, divenuto tiranno, fu sconfitto, a sua volta, presso Lentini dall’esercito punico. Venne scalzato
da Thoinon e Sosistrato, due aspiranti tiranni, che si contendevano il potere a Siracusa. Ne nacque una
guerra civile; i Cartaginesi, schierarono contro la città un esercito imponente. In questa situazione
drammatica Thoinon e Sosistrato si allearono e chiesero l’aiuto di Pirro, che allora guerreggiava in Italia
contro i Romani.
11.5 L’avventura di Pirro: Pirro, accolta la richiesta di aiuto, spostò la guerra in Sicilia, dove vantava la
parentela con Agatocle. Suo progetto era quello di costruirsi un monarcato che unificasse grecità italiota e
siceliota e che potesse resistere a Cartagine e a Roma, le quali invece formarono una lega anti-epirota:
Cartagine cedette la propria flotta a Roma, a patto che questa non si accordasse con Pirro. La città punica si
alleò anche con i Mamertini (figli di Marte), Roma con Reggio, mentre Pirro, violando il blocco punico,
sbarcò in Sicilia e conquistò rapidamente Siracusa. Il suo intento era quello di creare nuovamente una
monarchia assoluta. Una volta nominato re di Sicilia, iniziò l’offensiva contro Cartagine e conquistò Eraclea,
Selinunte, Agrigento, Halikyai, Segesta, Erice e Panormo. I Cartaginesi avanzarono proposte di pace
(tradendo l'accordo con i Romani), offrendo a Pirro la propria flotta per portarlo in Italia e qui attaccare
Roma, ma questi rifiutò e assediò, con poco successo, il Lilibeo. I Sicelioti si ribellarono ai progetti di Pirro,
così come Thoinon e Sosistrato a Siracusa: la situazione si fece insostenibile così Pirro decise di
abbandonare l’isola per tornare in Italia.

12 L’ULTIMA SIRACUSA

12.1 Ierone II, l’ascesa al potere e la prima guerra punica: Dopo la partenza di Pirro, a Siracusa s’instaurò un
regime aristocratico; l'armata siracusana si trovò in conflitto con le autorità cittadine e pertanto decise di
nominare 2 archontes: Artemidoro e Ierone. Quest’ultimo puntò subito alla pacificazione civica ed ottenne
la carica di “strateghòs autokrator”. Delle sue imprese ci informa Teocrito. Ierone II trasformò in
monarchico il potere della strategia assoluta e si ritrovò a dover affrontare i Mamertini, mercenari di
origine campana che avevano prestato servizio in Sicilia agli ordini di Agatocle, che volevano Siracusa:
Ierone II li costrinse a barricarsi dentro Messina. Nel 270, Ierone II firmò un trattato d’alleanza con Roma,
ormai padrona dell’Italia greca, garantendosi così la neutralità di Roma nella guerra contro i Mamertini di
Messina i quali furono sconfitti presso il fiume Longano. Cartagine rinfacciò a Roma di aver violato l’accordo
con Pirro e inviò un proprio contingente a Messina. Ierone II preferì ritirarsi a Siracusa, lasciando a
scontrarsi Roma e Cartagine; ritiratosi a Siracusa fu acclamato basileus. Poi creò una lega isolana tra le città
greche libere in Sicilia. Nel frattempo a Messina una parte della cittadinanza si rivolgeva per aiuto a
Cartagine, l’altra parte a Roma. Dunque nacquero 2 partiti:

• una minoranza filo-punica, costituita dalla popolazione greca;

• una maggioranza filo-romana, costituita dai Mamertini.

Nel 264 i Mamertini, stanchi della guarnigione cartaginese stanziata a Messina, inviarono ambasciatori a
Roma reclamando aiuto contro i Cartaginesi; accettata la richiesta d’aiuto, i Romani inviarono il console
Appio Claudio ad occupare Messina. L'attacco romano alle forze cartaginesi di Messina scatenò la Prima
Guerra Punica, che durò dal 264 al 241. La nuova ed imprevista situazione sembrava avesse riavvicinato
Siracusa a Cartagine, ma il pronto sbarco in Sicilia del console romano vanificò un’azione comune; di
conseguenza Annone, comandante punico, e Ierone II continuarono per proprio conto la guerra contro
l’invasore. Ma nel 263, viste le condizioni sfavorevoli, Ierone II stipulò una pace con Roma per preservare il
proprio territorio dalle devastazioni romane. Roma, a sua volta, si garantì così un approdo sicuro,
eliminando un nemico potenzialmente molto scomodo. Vincendo lo scontro contro Cartagine, obbligò i
vinti a ritirarsi in Africa e ad abbandonare ogni possedimento in Sicilia e su qualsiasi isola posta tra l’Africa e
la Sicilia, diventata, assieme alla Sardegna, provincie romane. Successivamente, Ierone II ottenne da Roma
un formale trattato d’alleanza che lo pose al riparo da possibili ritorsioni puniche; diventò così, a tutti gli
effetti, “philos kai symmachos” della nuova potenza mediterranea.

12.2 Ierone II, i caratteri della basiléia: Ierone II si mantenne alleato di Roma, ma non ne accettava le
imposizioni, intrattenendo così rapporti commerciali liberi: ciò gli assicurò credibilità e floridità economica,
grazie alla quale avviò innovazioni produttive:

• sperimentò tecnologie agricole;


• s’inserì nelle transazioni internazionali;

• rimpiazzò Cartagine, legandosi con relazioni di favore a Rodi e all’Egitto: supportò la prima con sussidi
economici in occasione del disastroso terremoto che la colpì, e aiutò la seconda durante una carestia.

• impose un’imposta su agricoltura e commercio.

Il re si serviva di queste immense giacenze per supportare la sua politica finanziaria, ma anche per
realizzare grandi opere pubbliche, come i templi di Zeus e Athena Parthenos, il palazzo reale di Ortigia e le
costruzioni difensive progettate da Archimede. Ierone II adottò il sistema indigeno della litra d’argento,
permettendo a Siracusa d’inserirsi nei mercati mediterranei; con l’introduzione della moneta tentò inoltre
di riallacciarsi alla tradizione delle grandi personalità che avevano regnato a Siracusa, come i Dinomenidi,
Filisto, Agatocle e Pirro. In politica estera, non rinunciò alle manifestazioni tipiche della monarchia
ellenistica; in politica interna, si presentò come un sovrano il cui potere veniva dal popolo, ma modellato
sulle forme dei monarcati ellenistici. Egli nominò come suo successore, il figlio Gelone, maggiormente
attento alle istanze del popolo.

12.3 Ieronimo e la seconda guerra punica: Ierone II, dopo la prima guerra punica, intervenne a favore di
Cartagine, che, durante gli anni 240-238, era minacciata dai suoi stessi mercenari. Dopo il 216, privato del
sostegno romano, Ierone II fu costretto ad intervenire in difesa di Siracusa, sempre più colpita dalle
scorrerie puniche. Fu in questo frangente che nella città emerse la frattura fra orientamenti filo-romani,
rappresentati dal vecchio re e dalla classe aristocratica, e quelli filo-punici, capeggiati da Gelone II e dal
demos. Ne nacque così una rivolta di popolo che fu prontamente sedata, ma che lasciò, fra le sue vittime, lo
stesso Gelone. Ormai solo il personale prestigio del sovrano teneva unita la città di fatto attraversata da
una latente guerra civile. Ma, nel 215 Ierone II morì, privando Roma di un formidabile alleato e allo stesso
tempo il partito filo-punico a Siracusa di un furbo antagonista. Nel frattempo la Sicilia cominciò a rivestire
un’importanza decisiva per gli sviluppi della guerra per la sua posizione di cerniera fra Cartagine e l’Italia,
dove operava l’armata di Annibale. E gli subentrò il giovanissimo nipote Ieronimo, il quale si era già
dimostrato insicuro quando il nonno era in vita, cosicché fu creato un consiglio di 15 tutori per supportarlo.
Ieronimo operò scelte politiche ostili alla classe aristocratica, suscitandone il feroce risentimento;
l’opposizione si organizzò per contrastarne l’operato. Tra i 15 consiglieri vi erano Adranodoro e Zoippo che
sostenevano l'alleanza con Cartagine; con la scusa che il giovane sovrano era ormai adatto a regnare,
Adranodoro convinse gli altri membri a sciogliere il consiglio e con l'inganno fece incriminare il tutore
Trasone, favorevole all'alleanza con i Romani. Per poter stringere l'alleanza con i Cartaginesi, Adranodoro e
Zoippo mandarono i propri ambasciatori da Annibale e ricevettero quelli africani (Ippocrate ed Epicide). Ne
seguì un trattato stipulato fra Siracusa e Cartagine la quale s’impegnò a sostenere Ieronimo nella lotta
contro i Romani e a riconoscergli, in caso di vittoria, un grande ampliamento territoriale. Il quadro che
emerse dagli autori latini non era per nulla favorevole a Ieronimo, responsabile del capovolgimento di
alleanze, ai danni di Roma, in un momento fra i più drammatici della sua storia. Il romano Livio ce ne offre
un ritratto decisamente negativo, mentre il greco Polibio ci mette in guardia dalle generalizzazioni e
soprattutto dalle demonizzazioni troppo facili. Dopo la scomparsa di Ieronimo, vittima di una congiura da
parte degli oligarchici, seguì per Siracusa un lungo periodo di confusione e incertezza, contrassegnato da
continui mutamenti di orientamento politico. Adranodoro, che s’inserì nel gioco politico con l’obiettivo di
costruirsi un potere personale, fu presto eliminato; dopo di lui furono trucidati tutti i membri della famiglia
reale. Nel frattempo Ippocrate ed Epìcide, eletti nel collegio degli strateghi, riuscirono con abilità ad istigare
la folla a rifiutare le trattative di pace con Roma. Prevalse così la decisione di opporsi ai Romani; gli
strateghi favorevoli alla pace finirono per essere trucidati con i loro sostenitori. Questa fu la dichiarazione di
guerra (la seconda guerra punica durò dal 218 al 202) a cui seguì, nel 213, l’assedio alla città da parte del
console romano Marco Claudio Marcello. La conquista di Siracusa si rivelò per lui estremamente
impegnativa e più lunga del previsto; sia per mare sia per terra le difese di Siracusa erano davvero
insuperabili. Tutti gli attacchi romani furono respinti grazie soprattutto alle straordinarie macchine da
guerra progettate da Archimede. Contemporaneamente, ad aggravare la situazione, Cartagine, allertata da
Annibale, inviava un esercito guidato da Imilcone che riuscì a conquistare Agrigento. La resa di Agrigento
riaccese la speranza dei Siracusani e alimentò l’odio antiromano nelle città che, durante la prima guerra
punica, avevano parteggiato per Cartagine, ma poi erano state costrette ad accettare la protezione del
vincitore. Nel frattempo a Siracusa, Marcello, non riuscendo in nessun modo ad espugnare con la forza la
città, ricorse all’inganno; prima fomentò una vile rivolta all’interno della città, che non ebbe successo, poi,
approfittando delle solenni festività in onore di Artemide e della grande folla accorsa che non consentiva
una stretta sorveglianza sugli spalti, inviò una schiera di Romani a scalare le mura e ad occupare facilmente
la città. Una grande flotta punica al comando di Bomilcare veleggiò così alla volta di Siracusa, ma questi
decise di non intervenire; Epicide invece abbandonò Siracusa e si ritirò ad Agrigento. La città di Siracusa fu
abbandonata al saccheggio e fra le molte vittime cadde anche il grande Archimede; siamo dunque nel 211 e
di lì a poco capitolò anche Agrigento, la Sicilia andò così tutta in mano romana.