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Linguistica Generale in sintesi

La linguistica è la scienza che studia la lingua e il linguaggio. Per linguaggio si intende la


capacità di un parlante di associare un’espressione ad un contenuto. Per lingue si intende
l’evoluzione storica di questa capacità. La linguistica è mesoscienza, perché composta da una
parte definita discreta, caratterizzata da uno studio di tipo scientifico che permette di creare
dei modelli di analisi formale, e un’altra parte continua perché tiene in considerazione gli
aspetti sociali e psicologici in cui quella data lingua si sviluppa.

La linguistica nasce come disciplina vera e propria solo nell’ottocento, ma affonda le sue
radici in periodi più antichi come il V SEC. A.C come il Ridveda in sanscrito dove sono incluse
delle preghiere rivolte alle divinità e vi è uno studio della lingua affinché i sacerdoti non
sbagliassero la pronuncia di queste parole. Lo studio prosegue nell’Antica Grecia con filosofic
come Aristotele e gli stoici, ma anche grazie ad Apollonio Discolo. Nel mondo latino abbiamo
Prisciano e Donato, nel mondo medievale vengono trascritti tutti gli studi dei latini grazie al
lavoro dei monaci. Nel rinascimento viene ancora più sviluppato. Solo nel 600 si comincia a
sviluppare una lingua base, o comunque a trovarla. Non una lingua originaria ma nuova
dovevi sono delle regole comuni a tutte le lingue conosciute. Durante l’empirismo con la
conquista inglese dell’India comincia a diffondersi un interesse per le lingue e nel 1786 sir
William Johns afferma che confrontando il sanscrito con l’inglese e le altre lingue occidentali
aveva notato delle particolarità che corrispondevano in tutti i casi, e ipotizzò l’esistenza di una
lingua madre chiamata Indoeuropeo, di cui non si hanno ancora oggi delle certezze o delle
prove fisiche, ma perché probabilmente si trattava di una lingua parlata da popolazioni
nomadi. Tuttavia è importantissima per lo studio delle lingue occidentali e per la
classificazione in famiglie delle varie lingue.

Nel 800 la linguistica si definisce come disciplina scientifica autonoma e si definisce la figura
del linguista, cioè studiosi delle lingue da un punto di vista formale. Grimm (prima rotazione
consonantica), Bopp, Schleicher (Stammbaumtheorie albero genealogico) e Schmidt
(Wellentheorie, teoria delle onde). L’albero genealogico definisce la struttura di una lingua
madre sulla cima e le lingue derivate che seguono, tuttavia questa teoria presenta delle pecche
in quanto non riuscendo a comprendere le gerarchie fra varie lingue, era difficile creare un
albero genealogico, perché potevano esistere casi in cui due lingue completamente diverse fra
loro avevano qualcosa in comune con la lingua madre. Smith invece propone l’evoluzione di
questa teoria, la Wellentheorie, e considerando la lingua madre come epicentro di un’onda
concentrica, allora le altre lingue che derivano si sviluppano a cerchio, e piu ci si allontana dal
centro, più le lingue saranno diverse dalla lingua originaria, e ciò fa comprendere meglio la
natura dei dialetti che pur essendo, a volte, diversi dalla lingua madre, sono simili fra loro, e
dunque più cerchi si possono incrociare fra di loro .
Tra ottocento e novecento si sviluppano altre correnti come quella dei neogrammatici i quali
vengono così chiamati perché vogliono ricreare l’inventario fonologico dell’indoeuropeo, e
sempre nel 900 si crea la corrente dello strutturalismo portata avanti dalla scuola danese e la
scuola francese e la scuola di Praga. In questo periodo nasce uno dei maggiori esponenti della
linguistica, cioè Ferdinand de Saussure, il cui corso di linguistica viene pubblicato postumo dai
suoi studenti. Il suo corso tiene in considerazione alcuni particolari che le altre scuole non
tengono in considerazione, il rapporto diacronia/sincronia e il concetto di lingua come
sistema, infatti secondo lui il rapporto fra diacronia( sviluppo della lingua nello corso del
tempo) e sincronia (sviluppo della lingua in un dato momento) è valido perché i due elementi
sono strettamente correlati, e senza conoscere uno non si può sperare di comprendere
adeguatamente l’altro. Invece la lingua viene considerata un sistema formato da quattro
componenti, Fonologia, Morfologia, Sintassi e Semantica, che sono legati fra di loro e si
influenzano a vicenda. Cosa che invece le altre scuole non tenevano in considerazione, come i
neogrammatici che pensavano alla fonologia o gli strutturalisti con la morfologia e sintassi.
Nella seconda metà del novecento si sviluppa la nuova corrente del generativismo di
Chomsky, che voleva ritrovare una grammatica universale, che avesse delle regole uguali per
tutte le lingue conosciute, ma il problema sta nel fatto che più un principio è particolare, più
ristretta sarò la cerchia di lingue che si attengono a questo, e dunque la grammatica è
universale in quanto grammatica, cioè non è importante che vi siano delle regole identiche in
più lingue del mondo, non è importante l’esecuzione ma la competenza. Ciò che è universale è
il fatto che tutti gli uomini abbiano l’istinto naturale di parlare una lingua e che si diano delle
regole linguistiche per parlare. Dunque la grammatica è universale in quanto prodotto umano
condiviso dagli umani. La lingua è un codice che lega fra di loro espressione e contenuto e
consta di due processi. Codifica cioè associazione di contenuto ed espressione, e decodifica,
cioè riportare il l’espressione al suo contenuto. Il contenuto può essere limitato, come quello
del codice strada senza ampio spazio di creazione, e illimitato come il codice verbale. I codici
possono essere analogici o digitali. Per analogico si intende una diretta corrispondenza fra
contenuto ed espressione, tipo il suono della parola cane nella mente del parlante si crea
l’immagine del cane. Per codice digitale si intende un codice in cui ad un contenuto è applicata
una espressione totalmente arbitraria, data dai parlanti di quella lingua, che non può essere
compresa da parlanti di altre lingue. Nonostante le lingue siano per lo più codici digitali, ci
sono anche altre parole iconizzate, tipo il suono miao che per tutte le lingue viene compresa
da tutte le lingue, oppure la formazione del plurale, oppure a livello semantico la sequenza,
compresa dai parlanti di tutto il mondo, perché categoria interna alla mente dell’uomo.
Esiste un rapporto fra contenuto ed espressione ma questo rapporto non è arbitrario solo
verticalmente, per cui i parlanti danno una espressione scelta da loro per un dato contenuto,
am secondo la teoria della doppia biplanarità esiste per ogni contenuto e per ogni espressione
una sua forma e una sua sostanza. Per esempio il contenuto arcobaleno corrisponde una
sostanza che è identica per tutti i parlanti del mondo, e invece una forma che varia da lingua a
lingua. Per esempio in una lingua i possono due parole che identificano un colore, e una parola
che identifica due colori. De Saussure la traduce in una doppia biplanarità, per cuna esiste non
solo u n’arbitrarietà verticale fra contenuto ed espressione ma un’arbitrarietà per più
contenuti ed espressioni. Tipo legna in italiano o in francese.
I codici verbali hanno quattro proprietà,la ricorsività, la coesione, la contestualità e variabilità.
 Per ricorsività si intende la capacità di una lingua di inserire una stessa regola nm,
msintattica, tipo inserire più relative.
 Per coesione si intende la capacità di una lingua di andare in standby, cioè bloccare
un’informazione per inserirne una nuova e per poi riprendere l’informazione
precedente senza perdere il significato generale della frase.
 La contestualità può essere interna, cioè ci si riferisce ad un elemento della frase
precedentemente citato, oppure esterna se ci si riferisce ad un elemento
extralinguistico che non ha una corrispondenza nel parlato.
 Infine la variabilità per cui le lingue possono essere diacroniche, diatopiche
(mutamento all’interno dello spazio) diastratica (pronuncia stessa parola all’interno
del contesto sociale), diafasica (a seconda del livello colloquiale o formale del contesto)
e diamesica (a seconda del mezzo utilizzato per trasmettere l’informazione. come la
lingua parlata, scritta, giornali radio ecc.)
Riprendendo de Saussure evidenziamo le dicotomie Saussuriane.
 Significato/significante,
 diacronia/sincronia (plurale di piedi, sing. foot, plur. feet, da un punto di vista
unicamente diacronico si può spiegare la trasformazione, dal plurare dell'inglese
antico footi, che per regressione diventare poi feet). L'uhmlaut, o assimilazione
regressiva o metafonia, in tedesco, è il processo per cui una lettera si assimila in
tutto e per tutto alle caratteristiche della lettera che la seuge. Esiste anche il
processo contrario per cui una lettera si assimila in tutto e per tutto alla lettera che
la precede, tipo siciliano quannu.
 Un'altra dicotomia sauussuriana è il langue/parole, dove langue è il livello astratto
in cui si trovano tutte le regole grammaticali conosciute dal parlante, ed è il sistema
di riferimento collettivo statico. La parole invece è la lingua sul piano concreto, cioè
la lingua pronunciata, ed essendo la parte più esposta alle modifiche della lingua, la
parole è capace di modificare la langue, per cui se si perde una parola o avvengono
delle modifiche nel corso dell'evoluzione della lingua, avvengono a livello concreto
nella parole e si trasferiscono anche nella langue.
 L'ultima dicotomia saussuriana è quella fra asse paradigmatico e asse sintagmatico,
dove l'asse paradigmatico (in absentia) è il piano astratto dove si trova il lessico,
cioè tutte le parole semplici memorizzate nella mente del parlante, invece l'asse
sintagmatico (in presentia) è il momento della pronuncia della parola nell'atto
concreto.

Classificazione delle Lingue (Linguistica Storica)


Esistono circa 7000 lingue nel mondo, e sono caratterizzate entro tre criteri. Il primo criterio
è quello genealogico, che tiene in considerazione l'aspetto diacronico, per cui le lingue
vengono classificate secondo i loro punti in genetica. Si introduce una lingua madre da cui
partono le altre lingue. Un altro modo è quello areale, per cui le lingue si dividono in lingue
occidentali e orientali, kentum e satem, le quali presentano delle differenze non solo
geografiche, per cui la divisione occidente/oriente si chiamerà isoglossia, ma ci sono anche
differenze a livello più tecnico, per cui nelle lingue kentum. Un altro modo di classificare le
lingue è quelo tipologico, che tiene in considerazione l'aspetto sincronico e le classifica per
somiglianza fra tipi, per cui se ci sono somiglianze tipologiche a livello fonologico, sintatti,
morfologico ecc.. I linguisti tenendo conto di questo gruppo hanno creato le varie famiglie
linguistiche. Indoeuropeo (Latino greco, lingue itali, germaniche, celtiche, albanese, tocario,
lingue anatoliche, lingue baltiche, lingue slave), Africane (berbere, ciane) e orientale
(ugaritico, fenicio, ebraico), Uraliche (ungarese, finlandese, lappone, samoiedo), Altaica
(mongolo, turco, tunnuso-manciuro), Amerindiane (America latina e dunque azteco, maya e
ketchua, di cui le prime due sono ormai estinte, mentre l'inca è ancora oggi parlato in Perù,
America Settentrionale eschimo auentino e altri) più le lingue isolate come etrusco ecc di cui
non si sa praticamente niente. Le lingue però possono classificarsi anche a seconda delle loro
caratteristiche tecniche, per cui abbiamo lingue agglutinanti, fusive, isolanti e polisintetiche.

 Per isolanti si intende il cinese o il vietnamita o il cinese moderno, non hanno una vera
morfologia e ogni morfema viene utilizzato in maniera autonoma e ogni morfema
corrisponde ad un'informazione, e utilizzano molto le particelle.
 Le lingue agglutinanti sono lingue in cui ad un morfema corrisponde sì
un'informazione ma questi morfemi sono incollati alle altre parole a cui si riferiscono,
per cui una parola come el, che vuo dire mano, per formare il plurale si aggiungerà la
desinenza ler, che però corrisponde unicamente al plurale, e per determinare il caso ci
sarà bisogno di un'altra desinenza.
 Le lingue fusive come italiano e latino in cui ad un unico morfema corrispondo più
informazioni, per esempio bellum, a um corrisponde l'informazione di neutro,
singolare nominativo, dunque sono quattro informazioni in un unico morfema, mentre
bell non vuol dire niente, dunque difficile segmentabilità.
 Infine le lingue polisintetiche come l'eschimese dove non si legano fra di loro morfemi
ma vere e proprie parole e dunque vi è la formazione di parole lunghissime dal
significato di un'intera frase.
Secondo lo schema di Whalie, queste quattro tipologie sono legate fra di loro perché una
lingua può passare da una tipologia ad un'altra, per esempio una lingua isolante può diventare
agglutinante tramite grammaticalizzazione, una agglutinante può diventare fusiva tamite
fusione morfologica, e una fusiva può diventare isolante tramite perdita morfologica, ma
secondo alcuni studi le lingue possono anche modificarsi da un tipo all'altro anche in altre
direzioni, per esempio un tipo fusivo può diventare agglutinante, come l'armeno che per
motivi storici e di genocidio, ha adottato le caratteristica del turco di essere una lingua
agglutinante. Esistono anche le correlazioni di Greenberg che dividono le lingue in più tipi, in
base alla posizione dei costituenti nella frase. I tipi più frequenti sono SVO, che ha la
caratteristica di avere le preposizioni (prep) e il nome precede in tutti i casi aggettivo,
genitivo e frase relativa. VSO è uguale a SVO. SOV invece ha posposizioni e il nome segue
sempre Genitivo, aggettivo e frase relativa, ed è la più diffusa. Non esiste una lingua che
appartiene ad una tipologia pura, ma le lingue sono a prevalenza. L'italiano per esempio può
avere dei momenti in cui cambia e diventa un'altra lingua, oppure in tedesco che appartiene al
tipo SVO nelle principali ma che diventa SOV nelle frasi subordinate.

Fonetica
Dalla parole greca fone derivano le due parole fonetica e fonologia. Per fonetica si intende lo
studio dei foni e del suono dal punto di vista fisico, mentre per fonologia si intende la scienza
che studia i fonemi, cioè i suoni dal punto di vista funzionale. La fonetica si divide in acustica,
uditiva e articolatoria. Per acustica si intende lo studio del suono dal punto di vista fisico, per
uditiva lo studio dell'apparato uditivo e di come i suoni vengono percepiti, nella fonetica
articolatoria ci si occupa del modo in cui i suoni vengono prodotto dall'apparato fonatorio.
l'apparato fonatorio è diviso in organi mobili e organi fissi, gli organi mobili sono le pliche
vocali, l'ugola, il palato molle, la lingua e le labbra. Gli organi fissi sono la faringe, il palato duro
e i denti. La fonazione avviene quando l'aria che viene espirata incontra un ostacolo, che può
essere laringeo, blocco a livello della laringe, o sovralaringeo. La laringe è formata da un
insieme di quattro cartilagini, tiroide, cricoide e due ritenoidi e un insieme di muscoli che
quando si contraggono le corde vocali che si trovano nella glottide si toccano fra di loro e
vibrano al passaggio dell'aria. Questa vibrazione da' vita la suono, questo processo è chiamato
meccanismo laringeo. Questi tipi di fonazione che si possono attivare sono di diverso tipo. Ci
sono suono sonori, attivati dal meccanismo laringeo, suoni sordi, attivati da un meccanismo
sovralaringeo, oppure di uno sovralaringeo in concomitanza con uno laringeo, oppure altri
suoni come sussurro, bisbiglio o mormorio con una frequenza più bassa perché le corde vocali
sia vvicinano fra di loro ma non si toccano, oppure altri suoni che si possono produrre senza
vibrazioni come il colpo di glottide. A questo punto si possono distinguere le consonanti dalle
vocali. Le vocali anche dette vocoidi sono suoni che si realizzano con l'attivazione del
meccanismo laringeo, dunque sono suoni tutti sonori, le consonanti dette contoidi sono foni
che possono essere sordi e sonori, sordi se si attiva soltanto il meccanismo sovralaringeo,
sonori se oltre a questo si attiva anche il meccanismo laringeo. Le vocali si possono classificar
a seconda di diverse caratteristiche, cioè la posizione dellal lingua sull'asse verticale, più la
lingua andrà verso l'alto più l'angolo che si forma fra mascella e mandibola sarà stretto e di
conseguenza la vocale sarà più alta, al contrario la vocale sarà più bassa. Dunque si possono
differenziare le vocali tese, cioè quelle che si realizzano con maggiore contrazione dei muscoli
facciali (cioè quelle alte), mentre le vocali rilassate sono realizzate con meno contrazione e
dunque sono quelle basse. Classificazione sull'asse orizzontale della lingua, se la lingua va in
avanti, verso l'esterno, tende anche ad andare invetiabilmente verso l'alto, e dunque le vocali
anteriori sono dette palatali, mentre tutte le vocali posteriori sono dette velari perché la
lingua si dirige verso il velo. Un'altra caratteristica è la forma delle labbra, se arrotondate o no,
Sono solitamente arrotondate nel caso delle vocali posteriori, dette labializzate, procheile,
mentre se la lingua va nella parte anteriore della cavità orale, le labbra tendono a distendersi
e le vocali anteriori saranno non labializzate, o apocheile. L'ultima classificazione riguarda il
velo pendulo, che solitamente è alzato, producendo vocali orali, ma se si abbassa il suono va
attraverso le coane producendo suoni nasali. Una particolarità sono le vocali miste, che si
trovano generalmente in francese e sono vocali anteriori ma labializzate, per esempio, e
dunque un caso particolare. Il trapezio vocali è una rappresentazione dei punti di
articolazione delle vocali più significativi in tutte le lingue del mondo. Il trapezio (IPA)
rappresenta quella che è la cavità orale, con la parte sinistra più anteriore e destra più
posteriore, e posiziona all'interno il punto in cui la lingua si avvicina al momento
dell'enunciazione di certe vocali e a seconda delle lingue di cui si sta trattando., Per esempio
in italiano avremo come vocale anteriore alta la I, mentre medioalta la E, mediobassa e, e
bassa in questo caso niente. Come zona centrale in italiano abbiamo la A, aperta, e nella zona
posteriore abbiamo la U, posteriore ma alta, medioalta la O, mediobassa la o, e così via.
Le consonanti invece si classificano secondo il punto di articolazione, il modo di articolazione
e la forma della lingua. I punti di articolazione sono i punti in cui la lingua si crea il
restringimento del canale fonatorio. Questi punti possono essere bilabiali ( per cui le labbra si
toccano), labiodentale (gli incisivi toccano il labbro inferiore), interdentale (la lingua va fra i
denti), dentale (la lingua si avvicina ai denti) alveolare (la punta della lingua va verso gli
alveoli), prepalatale (la punta della lingua va verso la zona superiore agli alveoli), palatale (il
dorso della lingua va verso il palato, velare (in cui il dorso della lingua va verso il velo
pendulo), uvulare (la radice della lingua va verso l'ugola), e laringale e faringale (la radice
della lingua va verso l'interno della gola. Il modo di articolazione identifica i diversi modi in
cui un suono può essere realizzato. Abbiamo occlusive, che si generano dall'aria che viene
bloccata e rilasciata in un unico movimento, fricativo in cui si ha una restrizione ma l'aria
passa attraverso una frizione, affricate che sono una sorta di combinazione fra occlusive e
fricative in cui il suono si blocca e poi ha una frizione nello stesso punto, le nasali in cui il
suono passa attraverso le coane, laterali in cui il suono viene bloccato nella zona centrale della
cavità orale e passa dai lati, vibrante (monovibrante o polibivrante a seconda del numero di
occlusioni) e poi approssimanti dette anche semivocali o semiconsonanti perché sono dei
suoni che somigliano alle vocali pur comportandosi da consonanti. L'altra caratteristica è la
forma della lingua, che può essere piatta, solcata quando le due parti laterali sono alzate e il
centro abbassatto, contratta il contrario, retroflessa quando tende ad andare indietro verso la
parte posteriore. Inoltre fra i suoni esistono dei foni non pneumonici, che vengono usati nelle
lingue della famiglia Nigercongolese, che utilizzano i contoidi avulsivi che vengono prodotti
con una differenza di pressione fra la cavità orale e l'atmosfera esterna, e sono detti anche
click e si distinguono in bilabiali tipo baci, laterali tipo il suono del cavallo, dentali come quello
per chiamare i gatti. La fonetica uditiva studia la percezione deis uoni da parte dell'apparato
uditivo, che è formato dall'orecchio, diviso in parte esterna, caratterizzata da padiglione e dal
condotto uditivo esterno e dal timpano, la parte media abbiamo martello incudine e staffa,
nella parte interna abbiamo il labirinto che è immerso in un liquido detto perilinfa e ha una
struttura ossea che contiene un altro liquido che è l'endolinfa. Le vibrazioni passano dal solido
del padiglione al liquido di questa linfa. Attraverso questa linfa le vibrazioni vengano portate
nella Coclea che è il vero organo interno dell'udito che ha come parte superficiale l'organo del
Corti, alla sua base ci sono invece le cellule ciliate che prendono queste vibrazioni e le
trasmettono alle cellule nervoso che le traducono in impulsi nervosi, mandati al cervello e
codificati.
La fonologia
E' lo studio dei fonemi, cioè i suoni dal punto di vista funzionale. La fonologia nasce come
disciplina nella prima metà del novecento all'interno della scuola di Praga e si definiscono i
fonemi, che sono entità astratte la cui forma concreta è il fono, quindi i fonemi sono l'unità
minima di una lingua non dotati di significato, cioè l'unità più piccola possibile distintiva (cioè
che crea distinzione di significato fra due parole ma che non ha un significato autonomo), I
fonemi possono differenziarsi a seconda dei tratti, detti tratti distintivi. Essi si basano su
opposizioni binarie (+-) e sulla marcatezza. Un elemento che avrà il suono + sarà marcato,
quello - non marcato. I suoni non marcati sono i più semplici da riprodurre. Inoltre i tratti
possono essere funzionali, dunque necessari per la comprensione di quel fonema, oppure
ridondanti, cioè inerenti e corretti ma non necessari per definire le caratteristiche principali
del fonema. Esistono fondamentalmente 15 tratti distintivi, studiati e forniti dalla Scuola di
Praga ma studiati contemporaneamente anche dalla scuola generativa, e dunque esistono una
sorta di due serie di tratti distintivi, gli uni con le caratteristiche della scuola di PRaga, e gli
altri con la scuola generativa. In alcuni casi sono concordi, in altri si differenziano. Nella
pratica abbiamo i tratti [+-] vocalico, tipico delle vocali ma anche delle consonanti laterali e
vibranti. Per Gen. è detto [+- sonorante, sillabico] ed è tipico anche delle nasali. Il tratto [+-
consonantico] è tipico delle occlusive fricative affricate vibranti e nasali, per gen. [+-
ostruente] e vale per le occlusive le affricate e le approssimanti. Il tratto [+-compatto] per
Praga che vale per le vocali basse e per le consonanti palatali, per Gen. [+- basso], il tratto [+-
diffuso] e in gen. [+- alto], concordano tratti [+- sonoro] [+- nasale] [+- continuo] [+- bloccato]
[+- stridulo] [+- teso]. Abbiamo il tratto [+- grave] tipico delle vocali posteriori, per gen. [+-
posteriore]. [+- acuto] per praga delle vocali anteriori e per gen. [+- anteriore]. [+-
diesizzato]e [+- bemollizzato], quest'ultimo ha il compito di abbassare la frequenza di alcune
componenti, per cui si hanno delle articolazioni labializzate, mentre nel diesizzato
l'articolazione si palatalizza perché l'intenzione è quella di alzare la frequenza di alcuni suoni.
E' possibile identificare l'arcifonema, che è l'insieme dei tratti comuni a due fonemi una volta
che l'unico l'elemento distintivo fra i due si neutralizza. In italiano esistono quattro
arcifonemi, la o, la e, la s e la n. Le vocali "o" e "e" sono in italiano di due tipi, medioalte e
mediobasse, quindi la differenza fra i due suoni di e è il tratto [+- teso], che in una è presente è
nell'altra no, per cui c'è una differenza di pronuncia fra venti (ora) e venti (i venti) che sarà
invece medio bassa. si possono dunque formare coppie minime, cioè coppie di parole
identiche in ogni caratteristica tranne per un singolo elemento, in questo caso l'elemento è il
tratto [+- teso]. Questa differenza si può fare solo nel caso in cui la sillaba dove si trova la e è
accentata, per esempio nel caso di "ventilare", la e non sarà arcifonema in quanto il tratto [+-
teso] è stato neutralizzato, perché non c'è differenza nelle pronunce. In tedesco lo stesso
fenomeno avviene con il tratto [+- grave] tra le due occlusive dentali sorda e sonora t e d, se
posizionate a fine di parola la differenza del tratto si neutralizza e la t va per dire in
arcifonema. Esistono dei processi molto frequenti in fonologia come la fonologizzazione, cioè
il processo che porta due allofoni condizionati a diventare due fonemi distinti e separati. Due
fonemi sono detti allofoni di un unico fonema quando vengono utilizzati in situazioni
complementari, cioè nei momenti in cui si utilizza uno, non si può utilizzare l'altro, se invece
non esistono l'utilizzo di uno al posto dell'altro scompare la complementarità e diventano due
fonemi distinti e separati. Ciò è avvenuto nella palatalizzazione delle velari in sanscrito, per
esempio esisteva k che aveva due allofoni appunto k, utilizzato con le vocali posteriori, mentre
ch veniva utilizzato con le vocali anteriori. Con la scomparsa di questa regola, ch viene
utilizzata con le vocali posteriori e medie, e dunque arriva a formare coppie minime con la
come karati e charati (che vogliono dire rispettivamente si muove e egli faccia), quindi k e ch
diventano due fonemi distinti e separati perché assente una condizione in cui si usa uno al
posto dell'altro. Questo vuol dire che l'inventario fonologico della lingua aumenta di un
fonema. Nella defonologizzazione l'inventario fonologico di una lingua subisce un'alterazione
quindi diminuisce di un fonema. Un esempio pratico è l'utilizzo della a lunga e a breve nel
latino, perché nel latino classico fra le due vi era una differenza netta che formava una coppia
minima, e se un parlante per esempio diceva malus capiva che era un melo, se lo diceva con la
a breve diceva "cattivo", quindi erano due fonemi distinti. Col passare del tempo i parlanti
perdono la capacità di distinguerle e diventa un unico fonema, e la a lunga viene usato in
sillabe aperte mentre la vocale breve viene utilizzata all'interno di sillabe chiuse. Per
rifonologizzazione si intende un processo che modifica gli elementi di un inventario
fonologico, per esempio nella legge della prima rotazione consonatica di Grimm ci si rese
conto che facendo una comparazione fra indoeuropeo e protogermanico esisteva una
corrispondenza fra alcune lettere in indoeuropeo e alcune in protogermanico, e formula
questa rotazione secondo la quale ad una consonante sorda indoeuropea corrisponde
un'aspirata protogermanica e così via. In pratica, alle sorde indoeuropee PTK corrispondono
le aspirate FthethaPhi, mentre alle aspirate indoeuropee Bh,dh,gh corrispondo sonore
protogermaniche Bdg, e a queste corrispondono sorde indoeuropee PTK.
I tratti prosodici o sovrasegmentali sono quei tratti specifici di un fono che non sono specifici
di un unico fono ma possono presentarsi in più occasioni, questi tratti sono la durata,
l'intensità, l'altezza e l'accento. Per durata si intende la capacità di un fono di mantenere la
propria articolazione nel tempo, e si riporta con due punto dopo la sillaba che ha la durata. In
alcune lingue questo è un tratto pertinente e che determina la formazione di coppie minime,
per esempio in inglese sheep e ship, in italiano però questo non lo è. L'intensità è una
conseguenza dell'aspirazione, più forte è la pressione dell'aria, più alta sarà l'articolazione del
suono. Anche l'altezza ne dipende, più è la pressione, più alto sarà il suono. Dipendono tutti e
tre dalla pressione. L'accento viene utilizzato nelle lingue per mettere in risalto una sillaba
rispetto ad un'altra. Gli accenti possono essere intensivi o musicali. L'accento intensivo viene
utilizzato nel 40% delle lingue del mondo, tra cui l'italiano, ed è prevalentemente intensivo,
perché aumenta particolarmente l'intensità rispetto agli altri tratti. L'accento intensivo può
essere primario, cioè sulla sillaba messa in risalto, o secondario che non può sostituire il
primario e viene messo in parole con più di tre sillabe. E quindi possiamo avere parole piane,
che hanno l'accento sulla penultima sillabe, o parossitone, parole che hanno l'accento
sull'ultima sillaba, tronche o ossitone, parole sdrucciole con accento sulla terzultima sillaba
dette proparossitone, e infine parole bisdrucciole con accento sulla quartultima sillaba. Esiste
anche l'accento musicale che pur essendo meno noto è il più diffuso nel mondo. L'accento mè
detto anche prevalentemente alto perché predilige l'aumento dell'altezza. Le lingue a toni
(Che lo utilizzano) sono lingue che applicano ad un unico morfema un tono diverso
modificando il suo significato, come il cinese mandarino che ha quattro toni, alto discendente
ascendente e discendente-ascendente. Per esempio la parola ma se se ne modifica il tono
cambierà il significato della parola stessa, da cavallo a madre a ingiurare. Sono tipiche delle
zone orientali e dell'Africa. L'accento può anche essere considerato libero, cioè con valore
culminativo che può essere potenzialmente usato su qualunque sillaba, per creare per
esempio coppia minima fra parole come àncora e ancora oppure fisso con valore demarcativo
come in francese dove va sempre sull'ultima sillaba. La sillaba è la minima unità di
aggregazione di foni, ed è composta dalla parte fondamentale che è il nucleo, che può essere
un insieme di vocali e oltre a questo può avere un attacco che è composta da una o più
consonanti, e da una coda che è come l'attacco ma non è fondamentale. Ogni sillaba è
composta da una prima parte in cui c'è un innalzamento di sonorità, un punto in cui c'è un
picco di sonorità e poi una decrescenza di questa sonorità nella coda. Il ciclo di sonorità quindi
si sviluppa su una scala decrescente che vede messe in ordine i suoni che sono più sonori e
che vanno diventando meno sonori. QUesta scala vede vocali basse-medie-alte-
approssimanti-laterali-vibranti-nasali-fricative-affricate-occlusive. Secondo questa scala una
sillaba può iniziare con una vocale alta e terminare con una vocale bassa, verso insomma il
picco di sonorità. Esistono diversi tipi di sillaba, in cui però deve sempre esserci
necessariamente un nucleo. Esistono sillaba fonetica e sillaba fonologica, che solitamente in
italiano coincidono, tranne in casi di sillabe che cominciano con la s, perché la sillaba
fonologica segue il principio che le sillabe possono essere formate da gruppi di parole che si
possono utilizzare a inizio di parola. Per esempio la parola rastrello può essere in fonologico
divisa in ras-trel-lo. Ma in fonetico si rispetta il ciclo di sonorità, e dunque la parola andrebbe
divisa in ra-stre-llo. In italiano c'è un sistema fonologico formato da 31 fonemi, 22 consonanti,
7 vocali e 2 approssimanti. Le vocali si possono dividere a seconda dei contesti in un sistema
tonico eptavocalico o in un sistema atono pentavocalico, secondo il cosìdetto triangolo
vocalico, che è simile al trapezio ma descrive i punti di articolazione delle vocali in italiano.
Può essere tonico o atono, e la differenza esiste perché in alcune occasioni quando le sillabe
non sono accentate, i suoni e e o perdono il tratto [+- teso] e perdono la loro differenza.
Dunque nel sistema tonico, dove la sillaba è accentata, è eptavocalico perché la differenza
sussiste, se la sillaba non è accentata allora la e e la o si identificano in un unico suono e il
sistema è quello atono pentavocalico. A livello pratico sempre in italiano il colpo di glottide
non esiste come fonema ma può essere utilizzato nella trascrizione fonetica nelle parole che
cominciano con un colpo secco, perché non è dato da un suono che viene prodotto ma dall'aria
che essendo espirata senza provocare un suono fa vibrare le corde vocali quindi si può
mettere in trascrizione fonetica nei termini come "ho fame", ma si può anche non mettere.
Sempre in italiano, vi è l'accento intensivo e la durata in italiano viene trascritta solo a livello
fonetico nella sillaba accentata aperta. I dittonghi sono una sequenza di suoni che vengono
pronunciati con una stessa emissione di fiato e che appartengono alla stessa sillaba, mentre si
dice iato due suoni che appartengono a due sillabe diverse. I dittonghi vengono prodotti con
una stessa emissione di fiato ma con un cambiamento della posizione degli organi all'interno
dell'apparato articolatorio in modo tale che il suono muti nella sua composizione. i dittonghi
possono essere discendenti, cioè i veri e propri dittonghi formati da due vocali dove il picco di
sonorità si ha nel primo membro, per cui il primo membro ha una maggiore apertura vocalica
del secondo, e sono ai, ei , èi, oi, òi, ui, au, èu, eu, e ascendenti che hanno il picco di sonorità nel
secondo membro ma non sono veri dittonghi in quanto formati da un'approssimante e una
vocale come wa, we, wi, wo, ja je jè, jo. Le parole sci, spia e via e i loro derivati sono sempre
iati.
A livello pratico si può fare una differenza fra trascrizione fonetica stretta e trascrizione
fonologica larga. Per la prima si intendono tutte le particolarità date dal parlato che si
possono scrivere foneticamente ma non fonologicamente. Dunque vi si possono raddoppiare
alcuni suoni che nel parlato risultano rafforzati quando nello scritto non lo sono, questi suoni
sono sh, gl, gn, dz, tz. Il grafema I quando si trova fra una palatale e una vocale anteriore è solo
un segno grafico che a livello fonetico non deve essere trascritto. Dal punto di vista della
trascrizione fonologica larga, il colpo di glottide può essere omesso, la fricativa prepalatale
sonora in italiano è un fonema anche se prestato dal francese e poi ci sono i fonemi a basso
rendimento funzionale che sono tutti quei fonemi che normalmente verrebbero utilizzati
come allofoni liberi, soprattutto fra meridione e settentrione in italia, ma in alcune lingue
creerebbero coppie minime e differenze di significato, come per esempio nelle fricative
dentali s s(sonora), che anche se utilizzate in due regioni geografiche diverse, fanno coppia
minima. Un'altra coppia minima è data dall'affricata dentale tz, dz, che vengono utilizzate
come varianti libere ma sono coppie minime, di fatta. L'arcifonema S è dato dalla differenza
fra s s (fricativa dentale) e quindi dato dalla neutralizzazione di [+- sonoro], e va in
arcifonema quando la S è all'inizio e alla fine di parola o quando è in posizione post-
consonantica, e l'arcifonema N nasale (visto che i fonemi nasali sono (nasale, bilabiale, dentale
e palatale), il fonema N va in arcifonema quando perde il tratto [+- grave], per cui in posizione
preconsonantica si assimila al punto di articolazione della vocale che segue, e perdendo i
propri tratti autonomi va in arcifonema.
La morfologia
La morfologia deriva dal greco morphe, forma, che viene studiata in maniera diversa dalla
teoria generativa rispetto alla teoria tradizionale. Infatti secondo la teoria tradizionale, infatti,
la morfologia ha il compito di riconoscere e d etichettare le parole secondo categorie lessicali,
invece secondo la generativa il compito della morfologia è più profondo e dinamico, infatti
studierebbe i processi che portano alla formazione delle parole. E' uno dei quattro
componenti linguisti e rientra nel componente lessicale, perché composta da un dizionario
mentale detto lessico e da un asse sintagmatico composto dalle regole morfologiche. La
morfologia consta di tre processi di formazione di parole nuove. I tre processi sono
derivazione, processo per cui tramite la l'aggiunta di affissi si formano parole nuove. gli affissi
possono essere prefissi se a sinistra, infissi se all'interno, suffissi se a destra, la composizione
da vita a parole nuove, dette composte, che però vengono utilizzate come costituenti di una
parola nuova, e infine la flessione che non forma parole nuove ma modifica quelle già esistenti
aggiungendo informazioni grammaticali inerenti a queste e ne fanno parte le categorie di caso,
persona, numero, diatesi, modo, tempo, aspetto, genere. Esiste un'unica dicotomia nella
morfologia, quella competenza/esecuzione per cui un parlante comprende che certe parole
non sono della propria lingua ma appartengo no ad altre, che alcune parole nella propria
lingua sono impossibili e inesistenti, altre inesistenti ma possibili e altre possibili ed esistenti.
Inoltre riconosce le categorie di ogni parola e sa formare parole nuove tramite derviazione
ecomposizione. Dunque il linguista deve mettere insieme un corpus linguistico formato da
prove e basi più vaste e più varie possibili e astrarre da queste delle regolarità i8n modo tale
da fornire quelle regole necessarie alla formazione di parola di una data lingua. In italiano
esiste il LIF (lessico di frequenza lingua italiana) che è un elenco dove si trovano tutte le
parole possibili della lingua italiana, ma non spiega come vengano formate queste parole.
Detto questo, la morfologia interagisce essendo uno dei quattro componenti lingustici molto
strettamente con gli altri componenti. La fonetica per esempio può innestare un processo
morfologico, per cui la posizione dell'accento all'interno della parola può formare coppie
minime (Chiese, chieze), per cui fonologicamente la differenza sta nell'accento,
morfologicamente la diversa posizione dell'accento porta ad una diversa classificazione delle
parole (Chiese è un nome, chieze è un verbo). Allo stesso modo la morfologia può innescare
un processo fonetico, per esempio nella formazione degli avverbi a partire da aggettivi, tipo
due aggettivi come facile e crudele, e l'accento sta in facile nella prima sillaba, nella seconda
nella seconda, e dunque hanno due schemi accentuali diversi, nella formazione dell'avverbio
si ha un mutamento fonologico, per cui l'accento si sposta nello stesso punto, dunque men
(facilmente, crudelmente, sono parole piane), e inoltre l'accento secondario in facilmente
resta nello stesso punto, in crudelmente l'accento secondario è su cru, in un caso resta,
nell'altro si sposta. In italiano non possono esistere due sillabe contigue entrambe accentate
secondo la regola dell'allineazione e dello scontro. La morfologia interagisce anche con la
sintassi, che condividono il concetto di parola. Per la morfologia è l'unità massima, per la
sintassi l'unità minima. Due frasi come il gatto rincorre il cane, e il cane rincorre il gatto, esse
sono due frasi morfologicamente identiche ma sintatticamente diverse. Morfologicamente
infatti sono sempre due nomi, ma sintatticamente il ruolo delle parole cambia, in un caso si ha
un soggetto, nell'altro un oggetto. Tra morfologia e semantica vi è un rapporto, infatti la
semantica può bloccare un processo morfologico, per esempio non si può formare il contrario
di bello aggiungendo un prefisso, in, perché in italiano esiste già il contrario di bello, cioè
brutto. Formare questa parola andrebbe contro il principio di economia. Ma anche la
morfologia può innescare un processo semantico, per cui una parola come utile, attraverso la
prefissazione si può formare la parola inutile, che è l'opposto di utile. Le categorie lessicali,
cioè nomi, aggettivi verbi ecc. sono identificate tramite il criterio distribuzionale. Cioè
sommando i contesti in cui ricorrono più spesso. Si possono dividere in classi variabli e classi
invariabili., che possono modificarsi a seconda delle varie lingue. In italiano fra classi variabili
abbiamo nome, verbo, aggettivo, articolo e pronome, invariabile abbiamo congiunzioni,
avverbi e le preposizioni. Per morfema si intende la minima unità di significato della
morfologia, e si tratta di una entità astratta la cui realizzazione concreta è il morfo. Una
parola come libro può essere divisa in morfema lessicale, cioè libro, che ' l'immagine reale del
parlante di un libro, mentre la o sarà il morfema grammaticale, cioè quella parte della parola
che indica a quale classe flessiva appartiene quella parola. In questo caso indica la classe di
nomi maschili che hanno il plurale in i. A volte i morfemi possono avere delle varianti
chiamate allomorfi, come avviene nella negazione in italiana, poiché non c'è solo la negazione
in in, ma anche il, ir ecc che si usano in maniera complementare. Se se ne può utilizzare uno,
allora quella condizione è tipica per quel morfema preciso. Ci sono casi in cui a un morfema
corrisponde una parole, cosa che avviene sempre nelle lingue isolanti, come per esempio
l'agglutinante cinese, oppure avviene alcune volte in lingue come l'italiano, dove ci sono
morfemi che coincidono con la parola, in questo caso si tratta di parole monomorfemiche,
come per esempio prestiti stranieri come bar, o ieri, domani, che non possono essere
segmentati. L'opposto di questi sono i morfemi legati che necessitano di un'altra parola alla
quale legarsi, come per esempio tutti gli affissi, tipo aio che deve legarsi a giornale per
formare giornalaio e avere senso. Il morfema è considerato anche l'unità d base per la teoria
tradizionale, perché è la minima parte della morfologia, ma la teoria generativa afferma invece
che il morfema è l'unità minima ma non l'unità di base, perché perché al concetto di morfema
sono legate troppe eccezioni che non gli permettono di essere utilizzato in maniera regolare.
fra questi problemi ci sono i morfemi cumulativi, che contengono più di un significato, come la
parola amo che può essere un verbo e un nome, o gli infissi che sono particolarmente difficili
da trovare all'interno delle parole e non è facile individuare la radice della parola, per esempio
nel lat. rumpo, la m è un infisso ma difficilmente si individua e restano ru e po che da sole non
hanno senso. Ci sono i morfemi superflui, come nel caso della formazione di un avverbio come
perfidamente, per cui non si può comprendere in maniera sincronica perché ci debba essere
una a. La spiegazione è in diacronia, perché gli avverbi di questo tipo derivano dall'ablativo
latino, perfida e mente, per cui la è la desinenza latina. strutture senza morfemi significativi,
per esempio la parola ricevere verrebbe divisa normalmente in ri- e cevere ma cevere non ha
senso. Poi ablhaut e umlhaut , apofonia e metafonia, per cui ad esempio in latino non si
capisce se la base da cui il parlante parte per formare tutte le altre parole sia quella dei tempi
presenti ag, oppure quella dei tempi passati eg, infatti si noteràa che il primo tempo ad essere
esaminato è il tempo passato. Abbiamo i morfemi circumfissi, come in francese ne e pas, che
devono essere utilizzate necessariamente insieme per avere significato e circondano la parola
a cui si riferiscono. I morfemi amalgamanti, come per esempio sempre in francese du, che è la
contrazione tra di e ill. Morfologia sottrattiva dove il singolare si forma ond e il plurale si
forma sottraendo una lettera al singolare, cioè on. Morfologia non concatenativa, spesso
accade nelle lingue come il turco che possono presentare un radicale consonantico, per cui le
parole non hanno una radice consonante + vocale, ma soltanto consonanti, tipo ktb, all'interno
della quale vengono utilizzate altre vocali per formare parole di senso diverso, tipo kitab, o
katab, e infine la metatesi morfologia che in italiano corrisponde ai lapsus, cioè gli errori di
distrazione, tipo cimena invece che cinema, ma in altre lingue come il dialetto salish di
Washington, questo può costituire coppie minime, come coot che vuol dire sparando o cookt
che significa sparando. Di conseguenza la teoria generativa non tiene in considerazione il
morfema come unità di base per problemi troppo evidenti e al contrario essa considera il
morfema di base la parola, alla quale sono comunque legati una serie di problemi per la sua
definizione. Si pensa sia ciò che si trova in mezzo a due spazi bianchi, ma per le lingue non
scritte non può essere, oppure il collegamento utilizzato in maniera autonoma all'interno di
una frase, ma non vale per la preposizione che da sola non ha senso, oppure si possono
distinguere per la posizione dell'accento, che può essere valido per lingue con accento
demarcativo come il francese ma non vale per le lingue con accento culminativo dove
l'accento potrebbe potenzialmente essere posizionato ovunque. Dunque la definizione di
parola non è univoca e non esiste una realmente corretta, ma si può comunque definire la
parola astratta, detta tema, cioè la parola a livello mentale del parlante, strutturata da radice
(formata dal morfema lessicale) e vocale tematica (formata dal morfema grammaticale).
Il tema di un verbo si ottiene sottraendo la marca grammaticale dell'infinito (re) al verbo
all'infinito. Per esempio lavorare (- re) = lavora. Questo, che è il tema, può essere diviso in
radice, che sarà lavor, e vocale tematica, a, che inserisce il verbo all'interno del gruppo della
prima coniugazione. Con dormire, sarebbe stato nella terza coniugazione. Una volta stabilito il
tema, esso può essere reso concreto tramite l'applicazione di suffissi o prefissi o della
coniugazione per renderla più concreta. Alla base lavora si può aggiungere suff. bile, o zione, e
così via. Tuttavia la parola lavora può anche essere fraintesa in quanto può essere il tema del
verbo lavorare ma anche la 2a persona dell'imperativo o la 3a persona presente. Per quanto
riguarda la morfologia nominale si può fare una differenza fra tema e parola concreta (flessa).
La parola astratta è formata da un morfema lessicale e grammaticale. la parola flessa si ottiene
dopo la cancellazione della vocale e il cosìdetto riaggiustamento. La parola libro per esempio
può essere contemporaneamente astratta e concreta. Dal punto di visto astratto perché il
morfema lessicale è libr e il morfema grammaticale è o. Non indica il libro al singolare, ma che
rientra nel gruppo di parole maschili comuni col plurale in i. Se la si vuole rendere concreta, è
necessario aggiungere al tema libro la vocale flessiva "o". In seguito alla cancellazione della
vocale del morfema grammaticale, si avrà la parola concreta libro. Se il parlante volesse dire
libri, il meccanismo mentale sarà questo: Libro + i. Cancellazione vocale "o"= Libri. Amare -
"re". Ama + "o", cancellazione vocale = Amo.
La morfologia fa parte del costituente lessicale, diviso in un dizionario mentale e un asse
concreto delle regole di formazione di parola. Sul piano astratto abbiamo nel dizionario
mentale del parlante le tre categorie di parola, semplici, cioè l'insieme di tutte quelle parole
non segmentabili ma che possono essere variabili o invariabili, per cui per esempio avverbi o
prestiti stranieri, invabiaribili perché indeclinabili ecc., ma fra quelle variabili abbiamo libro,
cane che possono modificarsi ma non possono segmentarsi ulteriormente, non sono più
parole messe insieme. Libro rimanda immediatamente all'immagine mentale del libro, poi
abbiamo le semiparole che necessitano di essere legate ad altre per avere significato, e
generalmente hanno origine greca o latina (antropologia, odontoiatra), e vengono formate
solos e composte insieme, e infine abbiamo le lessicalizzazioni, cioè tutte quelle parole che
inizialmente avevano un significato composizionale, dato dal significato singolare di ogni
parola messa insieme, ma che col passare del tempo si sono trasformate nel loro significato
attuale, ad esempio pomodoro, che se un parlante sente questa parola creerebbe
immediatamente l'immagine del pomodoro (ortaggio), ma prima questa parola si riferiva ad
un pomo dorato, e quindi significato composizionale. Ora non esiste più questa differenza,
come si può notare. Le regole di formazione (RFP) si legano alle parole semplici per formare
parole complesse, derivate o composte. Quelle composte sono parole che in italiano hanno la
testa sempre a sinistra (essendo l'italiano SVO), come cassaforte, composta da cassa e forte
ma dove la testa è sempre a sinistra, nel senso che la categoria lessicale della parola che si
viene a formare e data dalla parola a sinistra, poiché sarà un nome femminile (cassa). Nelle
lingue SOV come l'inglese antico è rimasto questo segnale di antichità n elle parole composte,
che hanno la testa a destra, come skyscraper o gentleman. In italiano avvengono raramenteo
proprio in parole come gentiluomo. Inoltre la testa può essere endocentrica, cioè se il
significaot si trova all'interno della parola (canepoliziotto), oppure esocentrica se il significato
è esterno alla composizione singola della parola (dormiveglia, concetto esterno alle due
parole). Delle RFP fanno parte i composti, di cui abbiamo parlato, e gli affissi. Gli affissi sono
regole perché costituiscono una categoria di entrata e una categoria di uscita. Per esempio
utile in entrata è un aggettivo, mentre in uscita col suffisso mente, diventerà un avverbio
(utilmente). La cosidetta entrata lessicale fornisce le informazioni necessarie da un punto di
vista grammaticale, morfologico e sintattico del funzionamento di una parola., cosìcchè la
mente del parlante possa comprendere quali regole può applicare a quella parola e quali no.
Dell EL fanno parte la categoria lessicale (stabilire se la parola è un nome, un aggettivo, un
avverbio ecc), i tratti inerenti, cioè le proprietà connesse ad una singola parola che possono
essere ([+- animale][+- comune][+- maschile][+- umano][+- astratto][+- numerabile]), per i
verbi abbiamo [+-regolare][+- progressivo][coniugazione], i tratti contestuali
(sottocategorizzazione stretta) che stabiliscono se quella data parola può avere o no un
determinante, se può essere accompagnata dunque da un articolo o no, Infine abbiamo le
restrizioni selettive che si riferiscono solo al verbo, e stabiliscono quali parole sono necessarie
al verbo per completare il suo significato, per esempio leggere dovrà avere necessariamente
un Agente, che dovrà avere i tratti [+ umano] perché leggere è un verbo transitivo e necessita
di un Agente e di un Paziente. L'Agente dovrà essere per forza animato e umano, mentre il
paziente, non dovrà avere il tratto [+ umano]. Quindi si può introdurre il concetto di criterio o
ruolo Theta sono i cosidetti ruoli tematici che vengono dati agli elementi legati al verbo nella
frase e che gli forniscono i loro ruoli all'interno del contesto. I ruoli sono Agente, Paziente,
Espediente, Beneficiario, Tema, Locativo e Strumentale. A seconda di quanti ruoli theta
necessita un verbo, i verbi si possono classificare in transitivi, intransitivi e bitransitivi.
Intransitivi sono detti monovalenti perché necessitano di un solo ruolo Theta, l'agente.
Transitivi perché necessitano di due ruoli theta, solitamente agente e paziente. I verbi
ditransitivi detti trivalenti perché necessitano di tre ruoli tematici, come portare, che
necessita un agente, un paziente e un beneficiario. Infine sempre per quanto riguarda gli
affissi è possibile fare un confronto fra la prefissazione e la suffissazione. In un caso affisso a
sinistra, altro a destra. Ma nella prefissazione la categoria lessicale non cambia, perché per
esempio utile, e si mette il prefisso inutile, utile è un aggettivo così come inutile. Invece nella
suffissazione la categoria lessicale cambia, per esempio se si mette un suffisso a utile, come
mente, diventando utilmente l'aggettivo diventa un avverbio. Inoltre ci sono delle restrizioni
sulle regole di formazione di parola, Restrizioni applicate alla base, quindi all'entrata, ma che
si ripercuotono sull'uscita. Ci sono dunque restrizioni sintattiche, semantiche, fonologiche e
morfologiche. Quelle sintattiche stanno nel fatto che le restrizioni potranno avere nella
derivazione l'entrata potrà essere un nome, un aggettivo o verbo, e l'uscita pure, ma nella
composizione l'entrata un nome, aggettivo o verbo ma l'uscita dovrà essere per forza un
aggettivo o un verbo. Un esempio è cassaforte, che nella loro composizione crea un nome,
oppure dormiveglia formato da verbo e nome, che uniti fanno un nome. Nella composizione
qualunque parola composta formata sarà sempre un nome. Nella derivazione invece potrà
l'essere l'uscita di vario tipo. Dal punto di vista semantico è possibile notare come gli affissi
selezionino la base, per esempio l'aggettivo acido può avere due significati in italiano, acido
sapore e acido carattere, ma se si vuole mettere il suffisso mente a questo aggettivo,
acidamente in maniera automatica si riferisce al comportamento, dunque al carattere,
sicuramente non ci si riferisce al sapore. Dunque il suffisso mente ha selezionato un
significato e si applicato a quello, dunque si applica ai significati più astratti. Dal punto di vista
fonologico vi è una restrizione che blocca alcuni processi morfologici (tipo bello/inbello), ma
anche la morfologia blocca si può bloccare da sola, per esempio se si vuole emettere il suffisso
ale a una parola, esso potrà inserirsi a parole non formate da un verbo più suffisso mento, ad
esempio deterioramento formato da deteriora+mento. Ale non si può applicare ad esso
perché non si può dire deterioramentale, questo perché è formato da un verbo + mento.
Invece sacramento può anche dirsi sacramentale, perché formato da nome + mento.

Grammatica e Categorie grammaticali

Grammatica significa "arte dello scrivere" grammatikè tekne dal greco, è un insieme chiuso di
opzioni obbligatorie che il parlante deve prendere dopo aver compiuto una libera scelta sul
piano lessicale, significa che il parlante deve compiere una libera scelta sul piano lessicale
scegliendo ciò che più preferisce, ma una volta fatta la scelta dovrà attenersi a delle regole che
da la grammatica, per esempio l'accordo fra verbo e soggetto (verb sing-->ogg. sing). La teoria
tradizionale fa coincidere la grammatica con la morfosintassi, mentre la teoria generativa la
vede come un collante fra i vari componenti linguistici. Qui ci sono vari processi come la
lessicalizzazione, cioè il processo secondo il quale un'informazione grammaticale non avendo
un morfema preciso si esprime attraverso una forma lessicale, per esempio nel genere in
inglese non essendo una classe variabile e dovrà essere espresso in maniera lessicale,
utilizzando un'altra parola, e per differenziare il maschio dalla femmina si usa she o he.
Oppure in italiano nell'espressione del duale, che in italiano non esistendo un caso per
differenziarlo dal resto, viene specificata da un'espressione come "entrambe", e la causatività
che indica la causa dell'azione, e in italiano abbiamo due espressioni per indicare morire e
uccidere, che indica colui che causa la morte. Per relazione di incoatività abbiamo per esempio
risplendo che è coativo e comincio a risplendere che è incoativo. Esiste però anche la
grammaticalizzazione, il processo invero, cioè un elemento che aveva originariamente una
forma specifica la perde nel tempo diventando un significante di relazioni grammaticali, come
per esempio in francese ne pas che inizialmente era data la negazione solo dal ne più
rafforzativo pas (lat. passus, poco), ma pas perde il significato autonomo e diventa parte
necessaria del ne, oppure in italiano la formazione del fut. semplice, infatti inizialmente in lat.
classico dire habeo dictum (possiedo ciò che è stato detto) era incorretto, ma questa
composizione da avere più altro verbo comincia ad essere utilizzata sempre più, fino a
diventare "dovere", infatti amare habeo nel lat. tardo era "devo amare", e quindi col passare
del tempo l'evoluzione del tempo avere in italiano si ha poi una contrazione per cui "amare
ho" diventa amerò, e così via. Dunque si nota come il verbo avere da un significato proprio
(possedere) lo perda fino a prima diventare un ausiliare e poi una desinenza di coniugazione
L'equipaggiamento basico sono quelle categorie universali di tutte le lingue, che variano
lessicalmente da lingua a lingua ma il fatto che esistano a tutte le lingue del mondo. Di queste
classi di parole universali abbiamo i deittici, i riflessivi , i quantificatori e le parole generali.
Dei deittici fanno parte i pronomi personali, e deittico vuol dire che cambia a seconda del
contesto, ad esempio "io" che si riferisce a Giulio se lui sta parlando, oppure a Pippo se lui sta
parlando, e vale universalmente per tutte le lingue. Un esempio di riflessivo è "io mi vesto"
perché mi si ripiega su "io", sull'agente. Alcune lingue hanno due classi per distinguere i
riflessivi da i non riflessivi (suus e eius(dilui)in lat.). I quantificatori servono per numerare
qualcosa, e sono divisi in numerali, che hanno come base dieci, perché l'uomo possedeva dieci
dita, che numerano da base dieci le cose in maniera oggettiva, e poi gli indefiniti che
numerano le cose da niente a tutto, e sono dunque più soggettivi. I numerali sono dunque un
gruppo oggettivo, mentre gli indefiniti si modificano a seconda del contesto, e dunque fra loro
non c'è una diretta corrispondenza. Di questi gruppi fanno parte anche i sostituenti, con frasi
come "Suo fratello non l'ho visto", dove fratello è l'attacco,e lo è il sostituente e le parole sono
coreferenti, il punto di attacco può essere a sinistra della frase e il sostituente sarà anaforico, o
a destra e il sos. sarà cataforico. Il punto di attacco può essere sintagmatico, quindi trovarsi
all'interno della frase, oppure extrasintagmatico, che si trova nel mondo reale (es. "non l'ho
visto", lo è vero nel piano della realtà). Inoltre i sostituenti possono essere anche legati
soprattutto nelle lingue amalgamanti come il turco dove hev vuol dire casa, im sarebbe "Io", e
dunque unendoli sarà "casa mia", oppure i sostituenti zero, o in lat. ellissi o in inglese
domanda coda, come nel caso di is very tall, isn't he? dove isn't he rafforza la frase precedente,
oppure "hai mangiato no?" che è anche esso rafforzativo. Le parole generali infine sono parole
che vengono utilizzate in mancanza di altri elementi, per esempio "coso, tizio, aggeggio", e
sono quelle parole che pur avendo un significato proprio ma vengono utilizzate in maniera
generale. Esiste una differenza fra categorie lessicali, cioè categorie di nome, verbo agg, e
categorie grammaticali, cioè le varie parti della flessione (modo tempo persona caso numero
genere diatesi). Le categorie grammaticali sono categorie omogenee, nel senso che masch e
femm appartengono all'unica categoria di genere, complementari cioè che si completano a
vicenda, se qualcosa è maschile di sicuro non è femminile. Queste categorie sono state trovate
grazie alla procedura a priori, che ha trovato le categorie universali andandoci per logica, che
devono essere per forza presenti in tutte le lingue del mondo sono persona, tempo e spazio, e
poi la procedura a posteriori, realizzata mettendo a confronto più lingue per identificare
categorie comuni a tutte, e fra queste abbiamo l'evidenzialità, che indica se il parlante ha
preso una posizione diretta o indiretta rispetto ad un'esperienza di cui parla, se era presente o
no, e viene espressa in italiano in maniera lessicalizzata, attraverso il futuro, il condizionale o
l'utilizzo di alcuni avverbi, ad esempio "Marta l'avrebbe detto" "Marta l'avrà detto" "Marta
sicuramente l'ha detto". In altre lingue questa categoria viene espressa in maniera
grammaticale com ad esempio in dialetto azteco che il suffisso Wa si usa per l'evidenzialità
diretta, e dunque il parlante ha preso parte all'esperienza, e Taina per l'esperienza diretta. Le
categorie possono essere scoperte quando sono evidenti sul piano dell'espressione, ad
esempio categoria di genere in italiano (gatto-gatta genere messo in evidenza dalla
desinenza), coperta per esempio in inglese (Cat), inoltre possono essere sistematiche
(declinazione si applica allo stesso modo a più categorie come nomi, aggettivi pronomi) e
isolate (vedi italiano, evidenziabile con l'utilizzo dei pronomi personali, come pronome io che
corrisponde al nominativo, o me che è pronome complemento oggetto e dunque accusativo,
ma non esistono altri casi in italiano in cui esplicita il caso).
La categoria di persona è una categoria universale propria del verbo e del nome e indica come
universali effettivi la prima pers. singolare e la seconda persona sing., perché abbiamo sempre
una prima persona sing. come emittente e come ricevente una seconda persona singolare.
Esistono dunque in tutto il mondo dei pronomi personali per indicarli, ma la terza persona
invece è più un contenitore dove rientrano tutte quelle entità che non sono necessarie all'atto
dell'enunciazione. Non esistono dunque dei pronomi creati e dedicati alla terza persona,
infatti la terza persona deriva da un pronome dimostrativo (illo, illa illud = lui). La categoria
di genere è una categoria tipica del nome è consta le opzioni maschile femminile e in alcuni
casi il neutro. In origine nell'indoeuropeo non c'era una differenza di genere ma una
differenza fra animato e inanimato, dunque esistono due radici per indicare un oggetto, come
un elemento naturale, questo perché ci si riferiva ad un elemento nella sua forma statica e
dinamica (acqua ha la forma dell'acqua statica e la sua forma dinamica), ma col passare del
tempo si sviluppano i due generi e il neutro. Ma gli studiosi greci si resero conto che il genere
naturale e il genere grammaticale corrispondono, infatti abbiamo ad esempio il caso di
sentinella che grammaticalmente è femminile che solitamente è un uomo, oppure soprano,
che è il contrario. Questa divisione ambigua peggiora con la perdita del genere neutro, dal
latino alle lingue romanze. Infatti ancora oggi non esiste il genere neutro in italiano, per cui
dopo la sua scomparsa tutte quelle parole rientranti nel neutro si sono divise in maniera
arbitraria, tant'è che ora ci ritroviamo con sedia al femminile o tavolo al maschile senza nulla
che ci faccia intuire che la sedia sia donna o il tavolo uomo. La categoria di numero è una
categoria del verbo e del nome e si basa sull'opposizione singolare/plurale, anche se in alcune
lingue abbiamo duale, triale e plaucale. Ci sono spesso contraddizioni fra numero
grammaticale e naturale, soprattutto per i nomi collettivi e di massa, per esempio folle che è
singolare ma si riferisce alla pluralità, oppure nomi di massa come latte. A volte il plurale dei
nomi neutri può avere valore collettivo, soprattutto nelle lingue antiche, definendo la
concordanza a senso. Per esempio panta rei in greco ha panta al plurare e rei al singolare,
definendo una "concordanza sbagliata" perché soggetto ha valore collettivo. La categoria di
caso indica quello che è il ruolo semantico e grammaticale svolto da quel nome all'interno
dell'enunciato. L'indoeuropeo aveva otto casi che però si sono persi nel corso del tempo, per
esempio nel passaggio latino-lingue romanze la popolazione cominciava a usare sempre di
meno le desinenze dei casi a scapito delle preposizioni, infatti i complementi ad una
preposizione corrispondeva sempre e soltanto una desinenza. Per esempio cum andava
sempre e soltanto con l'ablativo per il complemento di compagnia, e dunque le preposizioni
cominciarono ad avere sempre più importanza rispetto ai casi. Quindi per esempio dalle
iscrizioni pompeiane notiamo alcune discrepanze dati dall'utilizzo di preposizioni con parole
declinate al caso sbagliato. Questi errori si protraggono nel tempo dove per esempio nel
francese antico in cui le preposizioni vengono utilizzate solo col nominativo e accusativo.
Infine questa riduzione dei casi arriva al solo caso accusativo e tutte le preposizioni vengono
utilizzate solo con l'accusativo, e questo processo è detto sincretismo. Poi col passare del
tempo per sostituire i casi si introduce l'articolo. La categoria di tempo è una categoria del
verbo universale e deittica (cioè muta al mutare del contesto) ma che mantiene un punto
fisso, cioè il punto di enunciazione, per cui rispetto a quel punto un evento può essere
passato/presente/futuro. La prima opposizione era quella fra passato e non passato, perché il
primo tempo delle lingue fu il tempo passato, perché le lingue nascono per raccontare quello
che è stato, non per il presente o futuro. Dunque fra passato e presente, per la formazione del
presente alla desinenza del passato nell'indoeuropeo che era m-s-t si aggiunge un'altra
desinenza deittica che è la i, e dunque mi-si-ti si indica il presente. di conseguenza il futuro è
il tempo più recente, infatti in tutte le lingue il passato è un tempo meglio costruito mentre il
futuro è più instabile, per esempio in inglese il passato si forma con la d, mentre in inglese si
lessicalizza con will che però vuol dire "volere". La concezione di tempo è legata alla categoria
di aspetto. L'aspetto è un elemento che si riferisce al verbo ma al contrario del tempo non è
deittico, in quanto si riferisce alla situazione interna al verbo. Un verbo può descrivere un
evento che ha inizio, sviluppo e termine. All'inizio corrisponde l'aspetto incoativo, allo
sviluppo l'aspetto durativo e al termine l'aspetto resultativo, ma non tutti i verbi devono avere
questa serie, come i verbi perfettivi o imperfettivi. Esistono anche verbi puntuali caratterizzati
dalla presenza contemporanea dell'inizio e della fine, come per esempio "scoppiare". In molte
lingue l'aspetto viene espresso in maniera grammaticalizzata, ma in italiano in modo
lessicalizzato, ad esempio si può notare nella differenza fra passato remoto e imperfetto, per
cui la differenza può sembrare una differenza di tempo, ma in realtà entrambi si trovano nel
passato e indicano un'azione avvenuta nel passato, l'unica differenza è che il passato remoto
indica un aspetto puntuale, che quindi ha avuto un termine, mentre l'imperfetto indica un
aspetto durativo, che non si è ancora concluso, per cui visse è puntuale, viveva è durativo.
Possiamo evidenziare la quadripartizione di Wendler, cioè una categorizzazione dei verbi in
quattro tipi. States, activities, accomplishments e achievements secondo le opzioni [+-
telico][+-dinamico][+-durativo]. States avranno i tratti [-telico][-dinamico][+durativo], come
stare, che indica una durata, activities [-telico][+dinamico][+durativo], come nel caso di verbi
come correre o camminare che non devono per forza finire e anche dinamici,
Accomplishments [+telico][+dinamico][+durativo] che hanno una durata, sono dinamici e
tendono verso una fine, e infine Achievements [+telico][+dinamico][-durativo], come nel caso
di scoppiare, morire. Il tratto [+telico] indica un'azione che tende necessariamente verso la
fine, ed è uno dei tratti che i bambini imparano imparando i verbi, ed esistono dei test per
capire se un verbo è telico o no, rispettando gli in adverbials, per esempio Mary reached the
wall in two hours, e siccome reach si usa con in è un verbo telico, allo stesso modo c'è un test
per l'atelicità con i for adverbials, per esempio Mary walked for two hours che sarà un verbo
atelico. La categoria di modo è tipica del verbo è indica l'atteggiamento con cui il parlante si
pone nei confronti del contesto di cui sta parlando, per cui ad ogni modalità corrisponde ad un
modo, modalità asserzione=indicativo, comando=imperativo, augurio=congiutivo e
condizionale=speranza/possibilità. Possiamo notare come tempo, aspetto e modo siano legati
fra loro. Il tempo è legato al modo in quanto anche il tempo può esprimere una modalità in
quei casi in cui non esprime una sistemazione temporale, ad esempio "sarà stato luigi" il
tempo non sta ad identificare un futuro ma una possibilità, quindi una modalità. Allo stesso
modo è legato all'evidenzialità nei casi in cui modo condizionale e il tempo futuro svolgono
questa funzione. La categoria di diatesi, che deriva dal greco atteggiamento, indica appunto
l'atteggiamento del verbo, e può essere attiva e passiva e media. La diatesi attiva mette in
risalto il punto di vista dell'agente, e il verbo utilizzato è solitamente transitivo-bivalente. La
diatesi passiva mette in risalto il punto di vista del paziente, per cui avviene un processo
chiamato riduzione di valenza, per cui non è necessario descrivere l'agente della frase ma il
paziente. Per esempio "Luigi ama marte", nella frase passiva "Marta è amata" per la
comprensione della frase non è necessario dire da chi è amata marta, ma è interessante che
Marta sia amata, dunque assistiamo ad una riduzione di valenza e l'agente perde la propria
importanza all'interno della frase e viene eliminato" e il verbo diventa monovalente, cioè
necessita solo un ruolo tematico dunque Marta. La diatesi media sta a identificare una
particolare partecipazione dell'agente all'interno della frase, che viene espressa in maniera
grammaticalizzata in greco con mai/sai/tai, in italiano lessicalizzata come "mi mangio una
pizza". Nell'indoeuropeo esistevano solo le diatesi attiva e media, la prima per i verbi attivi e
dinamici, la seconda per i verbi stativi o comunque processi spontanei (crescere, diventare).
Le funzioni grammaticali obbligatorie sono tre, verbo, soggetto e complemento oggetto. Il
concetto di soggetto è difficile in quanto esistono tante definizioni ma nessuna comprende
tutte le caratteristichie. La definizione sostanzialistica dice che è soggetto colui che compie
l'azione, ma non vale per i casi in cui non c'è un'azione da compiere, secondo la definizione
formalistica è soggetto colui che trasferisce il proprio pacchetto morfemico al verbo, che è
corretto ma non avviene nei casi di concordanza a senso (panta rei), di conseguenza si è
pensato di dare tre definizioni diverse e distinguere tre tipi di soggetto. Soggetto logico (colui
che compie l'azione), Soggetto grammaticale (colui che trasferisce il pacchetto morfemico al
verbo) e Soggetto Psicologico (ciò di cui si parla). "Il professore interroga gli studenti", Il
professore è tutti e tre i soggetti. La fr . In tutte le lingue è possibile identificare il soggetto
perché si differenzia sempre dalle altre parole, o per il caso o per la posizione oppure per
alcuni morfi dedicati, per esempio in giapponese il soggetto è riconoscibile perché ha la marca
grammaticale "ga". Il predicato predica qualcosa a proposito del soggetto. L'oggetto invece è
equivocabile a livello di definizione come il soggetto, perché ce ne sono tante. La definizione
sostanzialistica dice che l'oggetto è la persona o cosa su cui si trasferisce l'azione del verbo ma
non è vero nei casi come "Luigi non ha tempo" in quanto il tempo non riceve nulla. Oppure
un'altra definizione dice che l'oggetto è colui che dipende direttamente dal verbo transitivo,
ma questa teoria ha casi come l'inglese "i give him a pen" dove "him" è complemento di
termine. Universale 41 è una specie di legge che dice che se in una lingua il verbo segue sia
l'oggetto che il soggetto, questa lingua avrà sicuramente un sistema di casi, per esempio il
latino, questo perché essendo il verbo un elemento chiave all'interno delle lingue, se viene
messo alla fine, è necessario che tutti i termini precedenti si specifichino da soli
Sintassi
La sintassi è il componente della linguistica che si occupa della creazione della struttura delle
frasi tramite la combinazione di gruppi di parole, dette sintagmi, che sono costituiti da due o
più parole e sono costituiti generalmente da una testa, che è la parte fondamentale del
sintagma e da il nome al sintagma stessa. "il professore" è un sintagma nominale la cui testa è
"professore", perché unica parte obbligatoria del sintagma, dunque scomponendo una frase si
trovano le dipendenze fra le varie parole fino a giungere ai costituenti immediati, cioè i
sintagmi. Non tutti i gruppi di parole sono detti sintagmi, infatti essi devono soddisfare alcune
caratteristiche, la mobilità cioè la capacità del sintagma di spostarsi in vari punti
dell'enunciato senza fare perdere il significato "gli studenti interroga il professore"/"il
professore gli studenti interroga"; Isolabilità, i sintagmi possono essere utilizzati in maniera
autonoma all'interno dell'enunciato avendo un significato proprio, per cui "Il professore"
ovunque venga messo, si riferirà sempre al professore. Ininferibilità, i sintagmi sono blocchi e
non possono essere divisi o non si possono mettere cose in mezzo ( non ha senso "il studiare
professore gli studenti"; Coordinabilità, ma si possono coordinare fra di loro solo sintagmi
dello stesso tipo "marta mangia il gelato e la pasta", perché il gelato e la pasta sono entrambi
sintagmi nominali che svolgono la funzione di paziente. Ma "quel ragazzo apre la porta" e
"quella chiave apre la porta" non possono essere cordinati perché anche se a livello
superficiale sono frasi identiche, a livello profondo non lo sono perché "Quel ragazzo" è
agente e "quella chiave" è strumento. La differenza fra i due livelli sta nella struttura, una
struttura si dice superficiale se si prendono in considerazione gli elementi della frase disposti
per come vengono pronunciati nell'atto pratico, invece struttura profonda se si tengono in
considerazione le dipendenze, le concatenazioni che ci sono a livello profondo nella frase,
meccanismo che avviene a livello mentale, Una frase non è data dalla frequenza di varie
parole, ma da una struttura profonda data dall'insieme delle regole della mente del parlante
che agiscono per formare la parola e che poi si esplicitano in una forma più superficiale, che
potrà essere interpretata in due modi diversi. Essendo la sintassi uno dei componenti
linguistici interagisce con gli altri tre componenti. La sintassi infatti è mediatore fra lessico e
semantica e fonologia. Prende le regole del lessico, le applica alla frase e le permette di essere
interpretata in forma logica, cioè l'interfaccia semantica, e forma fonetica secondo l'interfaccia
morfofonologica, per cui una frase può essere interpretata sia per il significato, sia per la
concordanza fra le parole all'interno della frase. La teoria generativa vede la sintassi come una
parte totalmente autonoma della linguistica, perché capace di creare le strutture per la
formazione della frase, mentre la fonologia e la semantica sono output, (sistemi di uscita),
perché sono le due parti in cui si può interpretare una frase mentre la morfologia è distribuita
nei vari livelli. La facoltà di linguaggio si divide in due fasi, una parte data dalla componente
biologica specifica degli esseri umani, che li porta ad apprendere un linguaggio, e l'altra la
capacità intenzionale del parlante di apprender qualcosa dell'esterno e farlo proprio per
creare nuove frasi mai sentite. Dunque abbiamo internal language (capacità di comprendere
la competenza cognitiva del parlante) e external language (capacità del parlante di associare
un'espressione ad un contenuto e di esplicitarlo).
I verbi molto spesso hanno bisogno di alcuni contenuti necessari per la loro comprensione, e
questi contenuti sono detti argomenti, quelli non obbligatori sono detti circostanziali, dunque
i verbi si dividono in zerovalenti, verbi che non necessitano di alcuno argomento (piove),
monovalente sono i verbi intransitivi, bivalenti transitivi e così via. Avendo una struttura di
frase schematizzata a mo di diagramma che indica dal sintagma nominale partono nomi,
sintagmi preposizionali ecc che però dipendono dal sintagma nominale, ma in frasi come "La
paura della morte dei soldati" non si può capire se la paura sia dei soldati o la paura generale
che i soldati muoiono. La teoria x barra distrugge questa ambiguità strutturale, e stabilire una
gerarchia fra i sintagmi, gerarchia che si forma con uno schema ricorrente, non importa quale
sintagma, per cui con x si intende sintagma x. Per cui a X corrisponde una struttura binaria
che vanno da un lato, dove c'è lo specificatore e dall'altro xbarra, e poi da xbarra abbiamo da
un lato la testa del sintagma e dall'altro lato un complemento. Specificatore e complemento
sono proiezioni massimali, cioè sono elementi del sintagma non obbligatori, possono anche
essere vuoti, l'unica parte obbligatoria è la testa. Nello specificatore vanno tutte quelle parole
che si riferiscono in maniera diretta e stretta alla testa del sintagma. Per esempio "quel libro"
SN->Spec e Nbarra-->N e Compl. "Quel" è riferito strettamente a libro, e si mette nello
specificatore perché specifica qualcosa a proposito del libro. Il complementatore in questo
caso è vuoto, ma nella posizione di complemento ci stanno altri sintagmi legati al primo. "Quel
libro è noioso" al posto di compl andrebbe SV-->Spec e Vbarra-->V e Compl. La teoria si può
applicare sia a proiezioni lessicali (SN,SV,SP),sia a proiezioni funzionali che sono una classe
chiusa puramente grammaticale che non si riferisce ad elementi esterni ma deve solo definire
meglio la frase; fanno parte dei componenti delle proiezioni funzionali la flessione e il
complementatore. Il sintagma flessivo si divide secondo la struttura classica di XBarra Spec e
Flessbarra-->Fless e Compl. In particolare all'interno di questo schema, nello specificatore del
sintagma flessivo vi è il soggetto della frase, che non nasce in questo punto ma nasce nello
specificatore del sintagma verbale, che si sposta per andare nello specificatore del sintagma
flessivo perché qui controlla i tratti della frase, cioè si sposta qui perché nella parte Fless si
specifica quelli che sono i tratti del verbo (modo, tempo,persona, diatesi) e il soggetto è lì
perché concorda sempre col verbo. Le proiezioni funzionali (come il complementatore) che ha
il compito di indicare la modalità della frase, per cui indicare se la frase è interrogativa o
dichiarativa grazie ai tratti [+-int] e[+-k]. Se la frase è [-int][-k] è dichiarativa, [+int][-k]
interrogativa con risposta sì/no, [+int][+k] interrogativa con risposta aperta, [-int][+k]
interrogativa indiretta. Il complementatore è identico agli altri come struttura cioè SComp--
>Spec e Compbarra-->Comp. Nello specificatore del sintagma complementatore ci sta il
soggetto di una frase interrogativa, quindi chi come cosa quando, questo termine sta nello
specificatore del SComp. Nel Comp vero e proprio ci stanno i tratti [+-int][+-k]. Il
determinante infine è ciò che racchiude in se gli articoli determinativi e indeterminativi che
stanno con il nome. Gli elementi che sono soggetti a movimento nel diagramma ad albero sono
il sintagma interrogativo perché di solito i termini chi come cc. stanno nello specificatore del
SComp, ma il suo punto di origine a livello profondo sta nella periferia destra del diagramma,
cioè nella parte più bassa a destra, in un sintagma nominale, e da lì si sposta per controllare i
tratti della frase, e rendere la frase interrogativa e dare l'idea del livello superficiale della
frase, perché il chi che cosa ecc.. vengono pronunciati all'inizio della frase. Altro elemento che
si sposta è il SN (soggetto) che nasce nello spec del SV e si sposta nello Spec del sintagma
flessivo e poi la testa X. Ogni elemento può essere spostato da una posizione in una posizione
dello stesso tipo. Se si sposta un sintagma nominale, lo si può spostare soltanto in una stessa
posizione. L'interfaccia Sintassi/pragmatica vede come protagonisti topic, cioè l'informazione
condivisa dall'emittente e dal ricevente, e può essere dislocato a sinistra, per esempio "il
regalo, luigi l'ha comprato ieri", o dislocazione a destra "l'ha comprato ieri Luigi, il regalo" o
come tema sospeso "Luigi, ne parlano bene" e Focus, cioè la parte di informazione non ancora
conosciuta dal ricevente, e che dunque deve maggior mente essere sottolineata dal parlante
per essere messo compresa dal ricevente. Il focus può trovarsi in anteposizione "Luigi, Marta
ha incontrato al cinema", oppure nelle frasi scisse "E' al cinema, che Marta ha incontrato
Luigi". Il sintagma nonimale è un insieme di oggetti e il determinante ne restringe la portata.
Esistono delle dipendenze all'interno della frase fra alcune parole,e gli elementi linguistici che
rimandano a questi entità sono tre, le espressione referenziali (SN), i pronomi (tutti tranne
riflessivi e reciproci) e le anafore (riflessivi e reciproci). La correferenza è il dominio di un
elemento nei confronti di un altro, questo viene esplicitato dal Principio A, che dice che
un'anafora deve necessariamente essere legata ad un'antecedente nella frase, "Marta ama se
stessa", ed essendo se stessa un'anafora si riferisce a Marta, ed è correferente di Marta. Il
principio B dice che un pronome deve essere libero all'interno del dominio locale di una frase
semplice, "Marta lo ha visto" lo non si riferisce a Marta, ma è libero. Il principio C dice che
un'espressione referenziale è sempre libera, "Marta vede quella poveretta", quella poveretta
non si riferisce a Marta. Dunque la correferenza è un legame che c'è nella frase fra un termine
e un altro, che è necessario. C-comando invece è il rapporto fra due nodi, il nodo alfa c-
comanda il nodo beta se e solo se i due nodi sono fratelli e il primo nodo che domina alfa
domina anche beta. Per esempio, nella struttura xbarra del sintagma verbale, il SV-->Spec e
Vbarra-->V e Compl. Spec e Vbarra sono dominati dall'unico nodo SV, per cui lo specificatore
c-comanda Vbarra.
La semantica
deriva dal greco semaino dal verbo "significo" ed è la scienza che studia l'insieme dei
significati nelle varie lingue, infatti la lingua nasce come strumento per trasmettere significati.
La semantica sebbene studiata fin dall'antica grecia diventa un vera disciplina nella fine
dell'ottocento. Questo ritardo nel definire la semantica una disciplina scientifica sta nel fatto
che molti linguisti non hanno voluto approcciarsi alla semantica per via dei suoi confini
troppo scomposti e indefiniti, per il fatto che è legata agli altri componenti linguistici ma si
sviluppa in maniera arbitraria da lingua a lingua, dunque è difficile adoperare un metodo
discreto scientifico. La semantica da un punto di vista fonologico si trova nella diversa
posizione dell'accento, perché una differenza di posizione di accento crea coppie minime,
(ancora e ancòra) e questo non influenza solo la fonologia, ma anche morfologia (due
categorie lessicali diverse), sintassi (potranno essere utilizzati in modo diverso all'interno
della frase) e semantica (due significati diversi). La semantica ha un grande ruolo sia nei
morfemi lessicali (perché appunto il morfema lessicale è l'immagine mentale dell'oggetto di
cui parla, per cui si rimanda immediatamente al suo significato), sia nei morfemi
grammaticali. Ha anche un grande ruolo nella sintassi, infatti uno stesso sintagma identico
può avere un ruolo diverso a seconda del contesto in cui viene utilizzato. La semantica è stata
studiata sin dall'antichità nel Peri Ermeneias, nel quale metteva a confronto tre entità (Cose,
in quanto oggetti extralinguistici, le immagini mentali delle cose e le espressioni legate alle
immagini mentali). La teoria referenzialista si basa su queste opinioni aristoteliche ed è
chiamata così perché è basata sul concetto che ogni espressione si debba legare
necessariamente al proprio referente extralinguistico, di conseguenza vi è un'arbitrarietà tra
contenuto ed espressione dovuta al piano fonologico, in quanto il contenuto a cui ci si riferisce
e comune a tutti, la differenza tra le lingue sta nell'espressione sta nel contenuto. Lo studio
della linguistica è continuato nel seicento con Locke che divide i significati in semplici, cioè
quei significati che al solo suono si manifesta nella mente del parlante l'immagine mentale
dell'oggetto, e complessi, cioè dati da una combinazione di percezioni e sono arbitrari, dati da
costruzione mentale, e si creano a seconda del contesto sociale, per cui se i un contesto sociale
si sviluppa una data parola, e col passare delle generazioni quel contesto sociale perde la
capacità di interpretare la parola, allora la parola e il suo significato decadono, per questo in
alcune lingue ci sono termini arcaici e altri moderni. La semantica è caratterizzata da molti
problemi per definirla, come l'incontrollabilità del numero di tratti semantici esistenti, perché
innumerabili, ne esistono di tutti i tipi, poi non si riesce a capire quali tratti siano universali e
quali no. L'incapacità di dare dei tratti semantici specifici alle parole astratte, perché molto pià
indefinibili rispetto a quelle concrete, ed è impossibile applicare un modello scientifico.
Nonostante questi problemi esistono delle regolarità, che si esprimono attraverso tre
dicotomie e tre principi di ordinamento semantico. Le tre dicotomie sono
intensione/estensione (intensione= insieme di tratti inerenti ad un'unica parola, mentre
estensione un campo di referenza linguistica più ampio), la parola gatto avrà per esempio
come estensione "animale", come intensione tratti come [+felino][+quadrupede],
Significato/senso (significato = la forma condivisa da tutti i parlanti di una lingua per riferirsi
ad un evento, senso = è il senso personale, soggettivo, che ogni persona da secondo la sua
esperienza personale ad un evento), "sono stato sulle montagne russe" avrà un significato
neutrale e un senso variabile, secondo l'esperienza; e infine denotazione/connotazione
(denotazione = significato primario, connotazione = significato secondario), per esempio nelle
due frasi "risulta al tatto viscido" la parola tatto avrà un significato primario, "dovresti avere
un po' di tatto" avrà risultato secondario, perché nel primo ha significato di senso, nel secondo
di sensibilità. I principi di ordinamento semantico sono principi che aiutano il parlante nella
memorizzazione del lessico, fra essi la gradazione, in base al quale interi gruppi di parole
possono essere messi in rapporto l'uno con l'altro, per cui nella mente del parlante esiste una
gradazione fra grasso, magro, malnutrito, in forma, in carne, obeso, è una sequenza che aiuta il
parlante a memorizzare, poi iponimia, cioè che il significato della parola A è compreso nella
parola B (cane è compreso in animale), l'iperonimo è il principio per cui la parola B contiene
in sè la parola di cane (Animale comprende cane), ci sono casi in cui ci sono più parole che
sono iponime dello stesso iperonimo, dunque sono coiponimi (cange gatto cavallo coiponimi
di iperonimo animale). Un altro principio di ordinamento è la sinonimia, infatti sono sinonime
due parole che condividono la stessa matrice semantica, anche se sono in realtà quasi
sinonime, visto che è impossibile trovare due parole che condividono completamente le stesse
caratteristiche semantiche, o si adnrebbe contro il principio di economia, si differenziano a
livello fonologico (fra, tra), a livello diatopico (padre, babbo, papà). Un altro principio è
l'antonimia, ovvero la relazione fra due parole in opposizione fra loro (bianco e nero).
Principio di complementarità ovvero che esistono coppie di parole che si escludono a vicenda
(tipo vivo/morto, fuori/dentro)e infine principio di simmetria, dove esiste una
corrispondenza fra due parole, per esempio se x è padre di y, e y è figlio di x, x e y sono
simmetrici. Questi principi servono ad aiutare il parlante a memorizzare le parole e i rapporti
fra loro. Esistono le collocazioni, alias sequenze di parole che stanno in combinazioni
privilegiate, "indire un concorso, tagliare il traguardo", non vengono presi letteralmente ma
messi insieme perché completano il concetto.