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Tradizioni manoscritte e critica del testo nel Medioevo germanico

Capitolo 1
La scrittura ha giocato un ruolo importantissimo nel momento dell'alfabetizzazione delle
culture, cioè del passaggio da una cultura orale ad una cultura fondata sulla parola
scritta e sulle capacità di leggere e scrivere.
Anzitutto occorre ricordare che presso i Germani fu in uso una tecnica di scrittura di
origine discussa chiamata runica dal nome dei segni utilizzati, le rune.
La scrittura runica condivide con le scritture tradizionali la tecnica di applicare un
simbolo a forma di lettera ad ogni suono, ma si differenza da esse per il diverso ordine
dei simboli e perchè ogni simbolo grafico identifica al tempo stesso un suono specifico e
uno specifico referente esterno. Ad esempio il simbolo runico per la fricativa
labiodentale è denominato feoh, cioè 'ricchezza'.
Dalle sue prime manifestazioni la scrittura runica presenta forme diversificate a seconda
che sia stata utilizzata in area continentale, settentrionale o insulare. Proprio in
quest'ultima area si nota la tendenza ad adattare la scrittura ai suoni della lingua e
soprattutto ad ampliare l'alfabeto runico con l'aggiunta di nuove rune alle 24 iniziali.
Invece in Scandinavia si verifica la tendenza opposta, cioè a semplificare la scrittura
runica con l'utilizzo di solo 16 simboli runici.
Questa scrittura fu adoperata per iscrizioni, di norma brevissime, su pietra o altri
materiali: armi, ornamenti, amuleti, ecc.
Sebbene le rune abbiano resistito per lungo tempo alla forza espansionistica
dell'alfabeto latino, è certo che esse non ebbero mai alcuna funzione nella trasmissione
della tradizione letteraria. La realtà è che questa scrittura non fu mai adatta ad essere
diffusa a causa delle sue difficoltà tecniche, che la resero legata ad un ceto sociale
ristretto e specializzato.
Le fonti storiche che attestano l'esistenza delle rune le collegano esclusivamente ad
attività magiche e oracolari, per la cui decifrazione occorreva l'intervento di un
mediatore.
Lo stesso termine 'runa', che in tutte le lingue germaniche conserva il concetto di
'segreto/mistero', potrebbe alludere non tanto alla natura magica, quanto piuttosto al
loro carattere di 'mezzo di comunicazione silenziosa' riservato, a differenza della parola,
ad un piccolo gruppo di letterati. Comunque, il suo impiego fondamentale doveva essere
quello di fare da supporto alla memoria in un mondo dove la comunicazione orale era
l'unico mezzo di apprendimento, quindi la memoria era l'unico mezzo di conservazione
delle tradizioni culturali.

Capitolo 2
I goti
Le gentes germaniche che per prime vennero coinvolte nel processo di introduzione e
diffusione dell'alfabetizzazione furono i Goti.
Quando si stabilirono sulle rive del Mar Nero entrarono in contatto con il mondo greco e
furono evangelizzati dal cristianesimo di lingua greca.
Spetta a Vulfila il merito di aver rivoluzionato il precedente sistema germanico-gotico di
comunicazione, creando per la sua traduzione della Bibbia dal greco in gotico una nuova
scrittura alfabetica. I motivi che lo indussero a tradurre la Bibbia da una lingua di
prestigio come il greco in un volgare germanico qual era appunto il gotico, furono gli
stessi che lo portarono a inventare un tipo di scrittura 'nazionale', quindi non solo per
diffondere una versione gotica del testo sacro, ma anche per ideare una scrittura gotica
capace di reggere il confronto con i codici greci.
È chiaro che per il diretto e predominante contatto con i Greci, Vulfila fu portato a
previlegiare le caratteristiche forme della maiuscola greca per eccellenza. Infatti,
accolse alcuni segni dell'alfabeto greco, ma rimodellandoli e riaddattandoli
foneticamente.
Adottò invece le lettere dell'onciale latina ogni volta che esse sembravano in grado di
risolvere le ambiguità scrittorie od esprimevano meglio i suoni della lingua gotica. Ad
esempio, al delta greco preferì la tipica D dell'onciale latina.
La produzione gotica di maggiore rilevanza che ci è pervenuta è costituita da testi
religiosi attribuiti al V e il VI secolo, provenienti dall'Italia settentrionale. Con la fine del
dominio gotico in Italia, questi manoscritti divennero materiale inutilizzato, che fu
riscritto tra il VII e l'VIII secolo in un monastero irlandese fondato a Pavia.
Dal punto di vista paleografico la scrittura gota è stata fnora poco studiata. Troviamo
infatti alcuni problemi irrisolti come, ad esempio, quale sia stata la linea evolutiva di
questa scrittura o quale è il rapporto tra le sue caratteristiche grafiche e le altre
scritture. Nel complesso, la scrittura gota si presenta sottoposta a forti condizionamenti
grafico-culturali, anche se vi appare prevalentemente l'influsso della maiuscola biblica.
Gli anglosassoni
La Britannia, divenuta tributaria di Roma, fu elevata per la sua importanza al rango di
diocesi. Fu poi divisa in quattro provincie, alle quali, alla fine del IV secolo, se ne
aggiunse una quinta.
L'importanza che gli imperatori attribuirono alla Britannia è attestata dalle grandi
fortificazioni che costruirono per difenderla.
L'isola godeva di fiorenti commerci al suo interno e all'esterno, e di un alto tenore di
vita. Ma quando, tra il IV e il V secolo, il potere centrale romano cominciò a vacillare
sotto la pressione dei Vandali, che avevano attraversato il Reno, e dei Visigoti, che si
affacciavano in Italia, la Britannia, non più protetta dall'autorità imperiale, passò sotto
il controllo dei Germani.
In ogni caso, finchè durò il potere politico e amministrativo di Roma, è certo che ci fu in
Britannia un'alfabetizzazione diffusa.
Quindi, con l'arrivo dei Germani, la Britannia romana si ritrovò in una condizione di
isolamento dal continente e stravolte da un conseguente declino economico e culturale.
In tutta l'area centro-orientale occupata dagli Anglosassoni, la rottura con la civiltà
latina e cristiana fu totale, mentre le zone occidentali dell'isola, che non si erano mai
piegate al potere di Roma, mantennero attiva ed intensa la sua tradizione culturale.
Questa sopravvivenza avvenne per merito della Chiesa.
L'Irlanda, mai toccata dalla conquista romana, una volta convertitasi al cristianesimo
divenne 'fortezza' della romanità in Occidente. I monaci irlandesi iniziarono, già nel VI
secolo e nel VII, il loro pellegrinaggio verso l'Inghilterra e il continente.
Nel 601 il papa Gregorio inviò nel Kent una seconda missione evangelizzatrice: cominciò
da qui la rinascita culturale dell'isola.
Primario fu il contributo apportata dalla Chiesa franca e dalla dinastia merovingica, che
sembra aver avuto una notevole influenza sul regno anglosassone del Kent. Ma
soprattutto il cristianesimo si ricollegava naturalmente alla lingua latina e a Roma. La
Chiesa esercitò dunque un ruolo di stimolo e di mediazione culturale che valse non solo
a recuperare la cultura scritta latina, ma a ridefinire il sapere anglosassone mediante
l'introduzione delle forme alfabetiche latine.
È evidente che la conversione degli Anglosassoni alla religione cristiana significò anche
la loro conversione all'uso della scrittura. La conversione alla scrittura alfabetica con
l'assunzione di simboli latini comportò anche l'incorporazione e l'adattamento di alcuni
segni runici che esprimevano suoni anglosassoni. Il fine era quello di rendere con segni
grafici i suoni non latini. Fino alla metà dell'VIII ssecolo infatti, i manoscritti pervenuti
attestano l'uso normale della lettera latina u per rappresentare il suono anglosassone
/w/, anche la fricativa interdentale sorda e sonora, che il latino non conosceva, fu resa
con il th.
Con la fine dell'VIII secolo l'alfabeto anglosassone acquista una dimensione più autonoma
nei confronti di quello latino. Dalla scrittura runica vennero accolti i segni che
esprimevano la fricativa interdentale sorda e sonora e la semivocale u bilabiale.
La conversione degli anglosassoni alla fine del VI secolo aveva portato un tipo di
comuicazione specificatamente connessa al cristianesimo, alla religione. Sicuramente i
numerosi manoscritti che furono portati nel 601 in Inghilterra erano scritti con la
scrittura latina onciale (scrittura sostanzialmente maiuscola) e semionciale (una
scrittura minuscola). L'influenza di queste due scritture fu notevole nella formazione e
nello sviluppo del sistema scrittorio anglosassone.
L'importanza che ebbe l'onciale è attestata dal largo uso che se ne faceva nei monasteri
per la produzione libraria, consistente nella copiatura. L'uso dell'onciale coinvolse anche
la scrittura carte che attestavano donazioni di terre o privilegi del re nei confronti della
Chiesa; in poche parole, veniva utilizzato per salvaguardare le rivendicazioni territoriali.
I pochi documenti originali che ci sono pervenuti sono redatti in latino e scritti in
onciale, come libri sacri e liturgici.
Più significativa per l'evoluzione delle scritture dette insulari (irlandese e anglosassone)
fu l'influenza della semionciale romana, che fu il modello scrittorio per eccellenza fino
al IX secolo. Questa scrittura venne analizzata e adattata alle esigenze scrittorie
insulari.
La scrittura insulare si sviluppò in due fasi.
La prima fase copre tutto il VII secolo e qui possiamo trovare la produzione di una
scrittura libraria formale che riproponesse la semionciale romana.
La maiuscola, o semionciale insulare, è una scrittura ibrida, che ha funzione e
carattere ddi maiuscola pur non essendo formata solo da lettere maiuscole. Essa è
inoltre caratterizzata dalla rotondità delle forme e dal tratteggio pesante. La
semionciale, o maiuscola, veniva usata principalmente nei più importanti codici liturgici.
La seconda fase copre l'VIII e il IX secolo e troviamo la riproduzione di una scrittura
minuscola corsiva.
La minuscola insulare fu adoperata per la scrittura di testi religiosi, letterari o
documentari di uso comune o per le scuole, come glossari o testamenti, e divenne in
breve tempo la scrittura più usata dalle popolazioni insulari.
In Inghilterra, la minuscola insulare si articolò, nella fase iniziale, in due tipi, localizzati
rispettivamente nel nord e nel sud dell'isola. Il tipo northumbrico mostra un tratteggio
pesante e compresso, mentre quello in uso nel sud, il dictus, è più leggero e corsivo.
Nella seconda fase la minuscola insulare assume quattro forme diverse. Il tipo cosiddetto
«ibrido» tende a riprodurre la semionciale; delle altre tre forme la più comune è quella
cursiva, caratterizzata dall'arco acuto delle lettere.

Il sistema scrittorio in Inghilterra fra la fine del IX e il XII secolo viene di solito definito
'anglosassone' per mettere in evidenza la fine del periodo di interazione con l'Irlanda e
l'inizio di uno nuovo, caratterizzato da una marcata identità nazionale.
Le scritture minuscole adoperate durante questo periodo assumono tre forme principali:
a) Minuscola ad «archi acuti»: sviluppatasi dalla minuscola corsiva insulare,
assumendo via via un aspetto sempre più 'ad archi acuti'. La documentazione più
importante è rappresentata da alcuni importanti codici provenienti da
Winchester.
b) Minuscola «quadrata»: la minuscola corsiva 'ad archi acuti' cominciò a
modificarsi, assumendo una forma più stilizzata dalle forme decisamente
quadrate, soprattutto nelle lettere a,d,e,q.
Impiegata maggiormente per gli scritti in volgare e, solo in alcuni ambienti, anche
per quelli in latino. Essa rappresenta la scrittura tipica del X secolo. Non resta
però compatta, infatti venne sottoposta a varie modifiche; già alla fine del secolo
aveva assunto attributi carolini, come la rotondità. Poi, nell'XI secolo, queste due
scritture – la minuscola quadrata e l'anglo-carolina – subirono adattamenti
reciproci. Comunque per gli scritti in volgare veniva maggiormente utilizzata la
minuscola quadrata, mentre la minuscola carolina veniva usata per gli scritti in
latino.
c) La minuscola carolina inglese: è una scrittura sviluppatasi sul modello della
carolina continentale creata sotto Carlo Magno, che prende il nome di carolina
inglese. La diffusione della carolina in Inghilterra avviene grazie a due poemi in
latino: un poema copiato in un evangelario continentale donato alla Chiesa di
Canterbury e dal poema di un monaco francese. La carolina comincia ad apparire
in Inghilterra nella seconda metà del X secolo. Nell'XI secolo questa scrittura subì
l'influenza della prestigiosa minuscola quadrata e modificò il suo stile; poi, in un
secondo momento, le diversità delle due scritture furono assimilate in un unico
stile nazionale. Comunque la carolina in Inghilterra venne applicata in campi ben
delimitati. Essa fu sostanzialmente adoperata per la copiatura dei testi in latino.
d) La minuscola «rotonda»: la minuscola quadrata si conformò alle forme rotonde,
diventando una scrittura elegante e priva di angolosità. La minuscola rotonda
scomparve verso la metà del XII secolo.

Alla metà del XII secolo compare un nuovo stile grafico, caratterizzato dalla forma delle
lettere non pù rotonde, ma ovale, e dal tratteggio notevolmente appesantito, chiamato
la minuscola protogotica.
L'introduzione e lo sviluppo della protogotica chiudono l'epoca delle scritture
anglosassoni.
Germani continentali
Nelle regioni continentali che avevano fatto parte del mondo romano, l'influenza
dell'Impero si esercitò in modo continuato e profondo; infatti, nonostante la rottura tra
le due culture, il latino continuò ad essere applicato in ogni ambito. Questa continuità
con la tradizione scritta latina fu sostenuta e sollecitata soprattutto dalla Chiesa; furono
dunque i centrti scrittorii che garantirono la trascrizione e la circolazione di importanti
testi latini e dell'intera produzione in volgare.
A partire dal VI secolo si diffusero nelle regioni romanizzate dell'Europa occidentale vari
tipi di scritture, che derivavano principalmente dalla minuscola corsiva, ma erano
soggette all'influenza della semionciale.
Queste scritture si diversificarono a seconda dell'area geografica e la situazione sociale e
religiosa. Si svilupparono così:
a) la minuscola visigotica in Spagna, che è quella che rappresenta meglio la fusione
tra la corsiva e la semionciale;
b) la minuscola merovingica nella Gallia romana e nei centri soggetti all'influenza
franca, usato nella cancelleria dei re merovingi e in varie forme librarie;
c) la minuscola dell'Italia settentrionale;
d) la minuscola beneventana nell'Italia meridionale.

Quando, tra il VII e l'VIII secolo, l'impulso missionario della Chiesa irlandese e
anglosassone si rivolse verso le popolazioni germaniche continentali ancora pagane, i
molti religiosi irlandesi e anglosassoni, nella diffusione del vangelo, portarono con sé,
oltre a molte raccolte di libri, anche la loro tipica scrittura insulare.
Ancor più significativa fu l'azione intensa svolta dai missionari anglosassoni tramite la
registrazione e la trascrizione dei testi in volgare esportati sul continente. Questa forte
influenza insulare, che portò perfino la minuscola carolina, è rintracciabile soprattutto
nell'adozione di alcuni simboli fonetici anglosassoni in alcuni documenti in volgare, per
esempio il segno runico che stava per /w/.
La minuscola carolina gradualmente si impose sulle altre, segnando così il ritorno ad un
modello normale di minuscola.
Questa situazione scrittoria è testimoniata dalla più antica documentazione
glossografica dei Germani continentali.
Quasi la metà delle glosse altotedesche dell'VIII secolo sono redatti in scrittura insulare o
mostrano influssi anglosassoni.
Un'ulteriore testimonianza è offerta dalla contemporanea presenza negli stessi
manoscritti di glosse anglosassoni e di glosse altotedesche, molte delle quali redatte in
scrittura anglosassone o comunque insularizzata.
L'attività glossatoria in altotedesco antico diede origine all'importante versione della
Regula di san Benedetto. Ma qui il testo latino e la sua glossa interlineare sono ormai
riscritti in minuscola carolina.
La tradizione scrittoria anglosassone persistette almeno fino alla metà del IX secolo.
Importante per la conoscenza dei rapporti e delle connessioni fra Inghilterra e area
germanica è il poema Heliand, pervenutoci incompleto. Il suo luogo di origine è ancora
ignoto, ma possiamo notare un'influenza anglosassone tramite alcune forme grafiche.
Il lento e progressivo abbandono delle forme scrittorie anglosassoni coincise con
l'espansione della minuscola carolina su buona parte della Germania. Tutti i documenti
letterari in altotedesco furono redatti nella nuova scrittura comune.
Attorno all'anno 1000 la carolina fu caratterizzata da una forma a 'ovale inclinata'.
Un particolare richiamo nell'ambito degli scriptoria continentali va fatto al centro
scrittorio di San Gallo in territorio alamannico, importante non solo per la quantità e
qualità della documentazione conservata, ma anche per le rielaborazione dei vari tipi di
scrittura: di qui le caratteristiche tipizzazioni della minuscola precarolina e carolina.
Dalla minuscola ancora arcaica si passò alla cosiddetta 'minuscola alamannica', assai più
elaborata, con lettere larghe e arrotondate e leggermente inclinate verso destra.
Poi si impose la minuscola carolina, un pò in espansione ovunque, che conobbe proprio a
San Gallo una fase di grande splendore soprattutto per la trascrizione di corpora. In
seguito si impone una variante della minuscola carolina con uno stile 'a ovale inclinato'.
Già dalla fine dell'XI secolo, i scriptoria che si trovavano nei territori alto- e
bassotedeschi furono influenzati dallo stile alamannico che prediligeva le forme ovali e
compresse; tali forme trovarono poi pieno sviluppo nella scrittura gotica. Però la
transizione al gotico passò attraverso fasi alterne e diverse da regione a regione.
La scrittura gotica utilizzata per i testi veniva chiamata textura.
Importanti furono la textura quadrata e la textura rotunda, adoperate principalmente
nella produzione di libri liturgici.
Germani settentrionali
Anche per quanto riguarda le popolazioni germaniche settentrionali, l'alfabetizzazione è
riconducibile alla conversione al cristianesimo.
• Danesi
I primi ad essere convertiti furono i Danesi, allora stanziati in un'area che
comprendeva anche alcune regioni dell'attuale Svezia meridionale. L'obiettivo che
si impose Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, fu la cristianizzazione della
Danimarca.
Il primo missionario inviato da Ludovico fu l'arcivescovo Ebo di Rheims, ma senza
successo. Il secondo missionario fu Ansgar, però i Danesi continuavano a restare
attaccati al loro paganesimo e ad Ansgar non restò che abbandonare il paese e
proseguire verso la Svezia. Qui Ansgar intendeva diffondere il cristianesimo
attraverso i libri, proprio come avevano precedentemente fatto anglosassoni e
irlandesi, infatti portò con sé un'intera biblioteca. Ma fu assalito dai pirati e fu
derubato di circa 40 libri.
Giunto in Svezia, Ansgar si posizionò a Birka, sul lago Mälar, e ne fece il centro
dell sua missione. Tuttavia, il suo progetto crollò a causa delle incursioni vichinge
nel IX secolo. Poco dopo, dalla sede arcivescovile di Amburgo-Brema partirono
numerosi monaci e preti che, nella seconda metà del X secolo, portarono a
termine la cristianizzazione della Danimarca.
Nell'XI secolo l'influenza bassotedesca è predominante, grazie anche alla continua
presenza sul territorio danese di vescovi e monaci provenienti dalle regioni
sassoni. In questo modo si assicurò una presenza tedesca che si manifestò non solo
nella liturgia, ma anche sotto alcuni aspetti culturali.
Con Canuto il Grande e Canuto il Santo, l'influenza tedesca si attenuò, sopraffatta
da quella anglosassone. L'influenza insulare portò ad importanti conseguenze
religiose, politiche e culturali. Dopo la morte di Canuto, la Danimarca vantava
una Chiesa ricca e autorevole, dotata di prestigiose chiese e numerosi monasteri,
risultando perfettamente integrata nell'Occidente cristiano. Di questa
integrazione abbiamo numerose testimonianze, non solo nell'uso del latino in
tutta la documentazione sacra prodotta tra l'XI e il XIII secolo, ma proprio nelle
forme scrittorie adottate.
Fino all'XI secolo la scrittura danese è runica ed epigrafica; solo con l'affermarsi
del cristianesimo ebbe inizio la fissazione dei documenti in tradizione scritta: tra
la fine dell'XI secolo e gli inizi del XIII la lingua comune fu il latino, ma l'alfabeto
latino fu modificato con l'aggiunta di nuovi simboli, sull'esempio anglosassone, per
meglio adattarlo alle caratteristiche fonetiche del volgare. Quanto alla scrittura,
inizialmente fu usata la minuscola carolina.
Anche la Danimarca, quindi, conobbe quella forma grafica di transizione che è
spesso chiamata protogotica. In questa scrittura di transizione sono pervenute le
prime trattazioni in latino di carattere religioso e le prime cronache. Di grande
rilievo sono Brevis historia regum e Gesta Danorum. In entrambi troviamo una
forte influenza francese, che penetrò in Danimarca per via indiretta attraverso il
contatto con l'Inghilterra.
Comunque, nella seconda metà del XIII secolo il protogotico, anche in Danimarca,
lascia spazio alla textura gotica.
• Svedesi
Come sappiamo, la prima missione a Birka di Ansgar ebbe scarsi risultati. Solo
attorno al 1000, con il primo re cristiano della Svezia, venne istituito un
vescovato con finalità missionarie. In seguito, tutti i re che si susseguirono
accettarono il cristianesimo. In poco tempo la penetrazione cristiana in Svezia
proseguì lenta e con numerose difficoltà ed opposizioni. Solo nel corso del XII
secolo il cristianesimo cominciò a solidificarsi e stabilizzarsi in quest'area.
La conversione del primo re segnò l'ingresso dell'alfabetizzazione in territorio
svedese. Infatti, in una moneta del tempo si incontra per la prima volta l'uso
dell'alfabeto latino; ma la tradizione scrittoria ha inizio solo nel XIII secolo,
quando con la diffusione degli ordini domenicano e francescano si sviluppò una
letteratura cristiana in latino.
La prima documentazione in volgare è rappresentata da un insieme di norme e
leggi scritte con le forme alfabetiche del latino modificate secondo l'uso
anglosassone mediante l'aggiunta di segni runici e redatta in scrittura gotica.
• Norvegesi
L'espansione in Europa dei Vichinghi norvegesi fra l'VIII e l'XI secolo aveva messo in
contatto col cristianesimo le popolazioni scandinave ancora pagane. Di fatto, la
conversione dei primi Norvegesi avvenne non in patria, ma nei territori colonizzati
dell'Occidente europeo. I nuovi convertiti influirono molto sulla gente della
propria patria. Nonostante ciò, il cristianesimo incontrò una violentissima
resistenza da parte della popolazione che era ancora legata alle proprie
tradizioni; riuscì ad imporsi soltanto quando i re, divenuti cristiani, per superare
le tensioni fra le due religioni, adottarono sistemi e mezzi repressivi e crudeli.
Anche qui, grazie alle connessioni con l'Inghilterra al momento della conversione,
si diffuse l'alfabeto latino. Tuttavia, la scrittura alfabetica appare diversificata a
seconda delle aree di provenienza, orientali o occidentali.
La scrittura nelle aree orientali è quella che si avvicina di più al modello
anglosassone. I più antichi manoscritti, attribuiti al XII secolo, riconducono alla
tradizione anglosassone: minuscola carolina per testi in latino e l'insulare per testi
in volgare, l'uso di lettere angolari, la ripresa disegni grafici anglosassoni.
Nella scrittura delle aree occidentali le caratteristiche forme scrittorie
anglosassoni risultano presenti in modo limitato e saltuario, sopraffatte dai tratti
della minuscola carolina tarda, l'unico tipo di scrittura diffuso in queste aree fino
all'arrivo della textura gotica. Le origini della differenza scrittoria tra le due aree
norvegesi sono ancora incerte.
La documentazione pervenuta è assai tarda, nessun documento pervenuto è
anteriore al 1150. Comunque, nella storia letteraria della Norvegia sono stati
importantissimi i contatti con l'Islanda. Con l'annessione politica dell'Islanda alla
Norvegia nel 1262, l'influenza norvegese si fece sempre più evidente, ma enorme
fu l'influsso ortografico. L'Islanda e l'area norvegese sud-occidentale
condividevano alcune caratteristiche scrittorie, come l'uso della minuscola
carolina per i testi sia latini che volgari, fino all'avvento della scrittura gotica.
Tuttavia, quasi nulla è rimasto che provenga dalla Norvegia, la maggior parte
della produzione è infatti a noi nota grazie ai manoscritti islandesi.
• Islandesi
L'Islanda fu compresa nell'azione missionaria della Chiesa sassone, alla fine del X
secolo. I primi missionari fallirono nel tentativo. L'iniziativa venne ripresa poco do
dal primo re cristiano della Norvegia. Anche in questo caso l'alfabetizzazione
dell'isola è successiva alla conversione, ma si sviluppò soprattutto quando, a metà
dell'XI secolo, vennero fondate scuole locali rette da un clero locale.
L'alfabetizzazione dell'Islanda è il risultato di due diversi influssi: uno
continentale e l'altro anglosassone. Nella prima fase, segnata dall'influenza
continentale, vediamo l'Islanda che assume in maniera passiva l'alfabeto latino e
le forme scrittorie esistenti in Europa in quel periodo, cioè la minuscola carolina.
Nella seconda fase troviamo il momento 'attivo', ossia quello della formazione di
un'ortografia nazionale secondo il modello anglosassone.
La documentazione che riguarda il processo di adattamento al volgare
dell'alfabeto latino è individuabile nei più antichi manoscritti islandesi, redatti
agli inizi del XII secolo.
La seguente sottomissione dell'Islanda alla Norvegia portò ad evidenti segni
dell'influenza nella tradizione scritta. Anche la scrittura islandese di quel periodo,
pur conservando la minuscola carolina, acquisì via via caratteristiche grafiche
simili a quelle della protogotica inglese, forse grazie all'influsso norvegese.
Negli anni seguenti l'Islanda assume la forma scrittoria gotica, ormai diffusa
ovunque sul continente.

Capitolo 6
Le tradizioni letterare germaniche sono ricostruibili solo grazie ai manoscritti che si
riesce ad ottenere.
Ogni codice ha un'enorme valore documentario, soprattutto per il fatto che i codici
giunti a noi sono solo una minima parte di tutti i testi prodotti negli scriptoria. Poichè
ogni codice ci fornisce delle prove, viene chiamato testimone.
Le differenze fra due testi due testi, come l'originale e la sua copia, sono il risultato di
innovazioni, modifiche, revisioni, che portano ad adattamenti del testo, sia dell'autore
sia del copista. Ma si è anche visto che il testo muta quando cambia da codice a codice,
cioè quando cambia il suo veicolo di trasmissione: si modificano le caratteristiche
iniziale del testo mediante innovazioni e sostituzioni, sia nella struttura nterna che
nell'aspetto esteriore.
Questa simbiosi tra testo e codice è di enorme rilevanza quando si studia un testo che è
probabile che sia trasformato o modificato una o più volte nel corso della sua
trasmissione, in quanto l'unico mezzo per poter ripercorrere per intero la storia di quel
dato testo è un'indagine che includa il codice e il testo, con le sue note marginali e
interlineari, gli scarabocchi, le decorazioni e così via; si deve studiare il complesso delle
sue modifiche dal primo mento in cui fu messo per iscritto, fino alla sua ultima versione.
È ovvio che per connoscere le modalità di trasmissione di un testo è necessario
identificarne l'intera tradizione, ossia tutto il complesso delle testimonianze di un'opera.

Tradizione

diretta indiretta

codex unicus codices plurimi

Si ha una tradizione diretta quando il testo è conservato in uno o più codici o da


eventuali edizioni a stampa. Tradizione diretta proprio perchè il testo è tramandato per
via diretta dai codici e la sua storia si può ricostruire esaminando e confrontando i vari
codici. Quando riusciamo ad ottenere solo un manoscritto di un'opera, il codice che la
trasmette è chiamato codex unicus: questo non significa che quel dato testo sia stato
trascritto una sola volta, ma che quello è l'unico superstite di tutti gli altri probabili
codici. Quando, invece, un'opera è tramandata da più manoscritti, la sua tradizione è
rappresentata da più testimoni, chiamati codices plurimi, che offrono elementi di quella
data opera.
Si ha una tradizione indiretta quando la nostra conoscenza del testo è subordinata ad
altri documenti. Si ha una tradizione indiretta nel caso di citazioni, traduzioni,
parafrasi, ecc.
La tradizione di un testo può essere identificata anche come «recensione aperta» o
«recensione chiusa». La recensione è definita aperta o chiusa in base ai risultati
dell'analisi interna, ossia dopo che siano state accertate le relazioni tra i testimoni.
Possiamo parlare di «recensione aperta» quando un testo è contaminato o alterato per
effetto degli interventi scribali o delle interferenza della trasmissione orale. Si può
invece parlare di «recensione chiusa» quando un testo è immune da contaminazioni
scribali.
Come si è detto, l'indagine sulla trasmissione del testo serve a conoscere le informazioni
che esso contiene.
Ogni volta che ci troviamo di fronte ad una tradizione plurima, il primo problema di
affrontare è quello di scegliere fra i vari testimoni quale è quello che rappresenta di più
l'originale. Il metodo più seguito per individuare il testimone che più corrisponde alla
volontà dell'autore è il metodo ricostruttivo di Lachmann, che in seguito fu corretto da
Giorgio Pasquali.
Il metodo lachmaniano si fonda sul presupposto che la ricostruzione delle varie fasi
dell'evoluzione del testo è ottenibile confrontando i testimoni ed individuando tutte le
variazioni o deformazioni che i testimoni esistenti hanno in comune, vale a dire non solo
gli errori testuali, ma anche le alterazioni prodotte dagli emanuensi. Quindi, dobbiamo
attuare due operazioni: una di confronto tra tutte le varianti testuali che si hanno a
disposizione (collatio codicum), e una di valutazione critica delle innovazioni comuni per
individuare gli errori, che servono a costituire la genealogia del testo.
Per definire i rapporti genealogici tra tutti i testimoni occorre procedere in primo luogo
alla trascrizione fedele di uno dei codici, in genere il più completo, trascrivendolo. Si
deve riprodurlo integralmente e nel modo esatto in cui è conservato, con tutte le
cancellature, lacune, correzioni, ecc. Si passa poi al confronto fra questo codice e gli
altri testimoni pervenuti. Sui fogli della trascrizione si registrano tutte le variazioni che
intercorrono fra i codici.
I procedimenti relativi a questa fase della recensio esigono un'estrema precisione e
accuratezza.
Una volta portate a termine le complesse operazioni di collatio, l'analisi che ne consegue
esamina: la distribuzione delle innovazioni, i luoghi in cui esse compaiono e il tipo, la
qualità e il valore di queste variazioni. Si potrà così ricostruire il capostipite o i
capostipiti di tutti i codici. A questo punto dell'analisi, va fatta una distinzione tra 'errori
comuni' e 'variazioni comuni'. Mentre gli errori implicano soggettività, ciò che costituisce
una variazione non è se essa sia giusta o sbagliata, ma il semplice fatto che due o più
testimoni hanno in comune alcune caratteristiche che un terzo non ha.
Se si sceglie di rappresentare graficamente i rapporti di parentela tra i manoscritti per
mezzo di un grafico, si andrà a stilare lo stemma codicum, che consente di ricostruire in
uno schema riassuntivo la trasmissione di un testo.
Quindi si deve accertare la distanza dei discendenti nei confronti del capostipite, sulla
base delle loro recproche affinità e diversità. Non tutte le variazioni comuni valgono a
contraddistinguere un gruppo di codici, né tutte possono essere utilizzate per stabilire
rapporti parentela. Le uniche che servono sono i cosiddetti 'errori direttivi' o 'errori
guida' che possono facilmente essere trasmessi per collazione.
Gli errori significativi si dividono in due tipi:
a) errori congiuntivi: sono quegli errori presenti in più testimoni e quindi indicano
una relazione tra di essi, in quanto è improbabile che più copisti introducano
nello stesso testo le medesime deformazioni;
b) errori separativi: sono quegli errori che servono a dimostrare l'indipendenza di un
testimone dall'altro, quindi nessuna relazione esistente tra i testimoni. Gli errori
separativi più comuni sono le lacune, ossia un'omissione testuale difficilmente
ricostruibile.

Ipotesi stemmatiche incontaminate


Consideriamo un testo conservato in due manoscritti, A e B. Ognuno dei due manoscritti
contiene variazioni comuni e non comuni, sulle quali occorre indagare.
Stabilendo i rapporti tra i due codici possiamo trovarci di fronte a tre situazioni:
1. A è più antico di B
2. B è più antico di A
3. l'età di A e B è incerta o è la medesima

I primi due casi sono identici. Se A è più antico di B, o viceversa, A non può essere
derivato da B, in quanto l'origine degli errori comuni risiede nel codice più antico.
Se invece ci troviamo nella situazione indicata nel punto 3, i rapporti tra i codici
possono portare a una tradizione con archetipo o ad una tradizione senza archetipo. Nel
primo caso, essi dipendono da un intermediario perduto, responsabile dell'errore
comune; nel secondo caso, qualora sussistano tra i due testimoni solo errori separativi o
non significativi, essi dipendono dall'originale senza intermediari comuni.
L'archetipo si colloca al posto più allto della tradizione manoscritta dopo l'originale. È il
codice che si interpone tra l'originale e i manoscritti ed è proprio da esso che derivano.
Un esempio di tradizione con archetipo è dato dal poema anglosassone Soul and body, di
cui ci sono pervenuti due manoscritti. Tuttavia, è possibile stabilire che non solo
nessuno dei due testimoni è l'esemplare dell'altro per via di alcuni errori separativi, ma
che deve anche esservi stato con certezza un esemplare comune, responsabile di alcuni
errori che i due codici condividono.
La tradizione di un testo esclude l'archetipo quando c'è assenza di errori comuni in tutti i
manoscritti. Questo può accadere quando i vari manoscritti conservano non le variazioni
di altri manoscritti, ma le modifiche volute o autorizzate dall'autore. Quindi, quando la
tradizione è costituta da più copie d'autore, l'archetipo non può essere ricostruito.
Un esempio di tradizione senza archetipo è quella del Sermo ad popolum. I codici che
tramandano questo sermone sono cinque: B, C, E, K, M.
C ed E conservano errori separativi contro B, di conseguenza B conserva errori separativi
contro C ed E. Sono ipotizzabili due capostipiti, X e Y, ai quali risalgono C ed E a X e B a
Y. K ha forti affinità con M, ma sembra dipendere indirettamente da C per la mediazione
di un codice interposto Z. Quindi lo stemma risulterà in questo modo:

X Y

C E B

K M

Ipotesi stemmatiche contaminate


In molti casi le relazioni fra i codici possono essere contaminate. Quando, ad esempio,
un amanuense durante la correzione del testo mescolava materiali diversi oppure
introduceva varianti presenti sui margini, si ha un testo contaminato.
È difficile identificare i processi di contaminazione quando si devono valutare le varianti
che in un codice vengono conservate a margine o nell'interlinea e in un altro
costituiscono il testo stesso. In questo caso le soluzioni sono due: o i due codici sono fra
loro in un rapporto di derivazione genetica; o i due codici sono indipendenti e le varianti
presenti in uno nell'interlinea e in un altro nel testo stesso derivano da contaminazione
con un antenato comune o con un altro testimone.
Le contaminazioni possono essere intrastemmatiche o extrastemmatiche.

I testi germanici che ci sono pervenuti sono, nella maggior parte dei casi, codex unicus.
Questa condizione impedisce all'editore di giungere alla costituzione di uno stemma,
quindi di conoscere la presunta forma dell'originale. Spesso questo tipo di tradizioni
inducono gli editori a considerare i codice unico come fosse l'originale, quindi viene
escluso da qualsiasi intervento correttivo.
Una volta conclusa la ricostruzione della tradizione manoscritta, il filologo ha il compito
di costituire un testo che si avvicini il più possibile all'originale. Per fare ciò, l'editore
deve passare attraverso due fasi ben distinte: la prima fase, che prende il nome di
examinatio, che determina con l'aiuto dello stemma ciò che è o può essere assunto come
originale; la seconda fase, chiamata emendatio, che mira ad ipotizzare ciò che invee
risulta alterato dai copisti o comunque estraneo al testo originario. Questa è l'ultima
fase di indagine della recensio.
Nella prima fase il testo viene ricostruito in maniera oggettiva, senza interpretazioni o
correzioni del filologo.

Capitolo 7
Le operazioni della 'emendatio' possono essere di tre tipi:
1. divinatio -> risanamento per congettura, che può consistere in integrazioni,
omissioni o sostituzioni;
2. selectio -> si intende la scelta che il filologo deve effetuare fra varianti di pari
valore o fra congetture equalmente soddisfacenti;
3. combinatio -> si intende l'operazione di combinazione di due varianti che si
possono ritenere errate.

Prima di Lachmann:
a) codex optimus -> la costituzione del testo veniva fatta sul codice più antico, in
quanto si riteneva contenesse meno errori e modifiche in confronto ai più recenti;
b) codices plurimi -> si fondava sul consenso della maggioranza dei testimoni;
c) textus receptus -> viene preso in considerazione il testo dell'edizione corrente o
in uso di un'opera.

Capitolo 8
Edizione diplomatica -> consiste nella riproduzione fedele del contenuto di un
manoscritto, adattandolo pero alla realtà, ad esempio con caratteri moderni.
Edizione critica -> consiste appunto nell'operazione di restauro di un testo attraverso
l'analisi dei suoi testimoni. Un'edizione critica è sempre accompagnata dall'apparato
critico. L'apparato critico ha una funzione importante, in quando serve a presentare ai
lettori i risultati raggiunti. Infatti, al suo interno troviamo una serie di note che spiegano
la ragione di eventuali correzioni, le possibili alternative e così via.