Sei sulla pagina 1di 175

F r a n t z Fa n o n

Decolonizzare
la follia
Scritti sulla psichiatria coloniale

Saggio introduttivo e cura di Roberto Beneduce


Frontiere / 4
collana diretta
da Sandro Mezzadra
Frantz Fanon

Decolonizzare la follia
Scritti sulla psichiatria coloniale

Saggio introduttivo e cura di Roberto Beneduce

ombre corte
Tutti i testi, se non indicato diversamente, sono tradotti da Lorenzo Navone
e rivisti da Roberto Beneduce

Prima edizione italiana: giugno 2011

© ombre corte
via Alessandro Poerio 9 - 37124 Verona
Tel./fax: 045 8301735; e-mail: info@ombrecorte.it
www.ombrecorte.it

Progetto grafico copertina e impaginazione: Frantz Fanon


Indice

7 La tormenta onirica. Fanon e le radici di un’etnopsichiatria cri­


tica, di Roberto Beneduce
1. Il corpo coloniale, un “corpo sospetto”. 2. Psichiatria e colonialismo,
o l’etnopsichiatria malintesa. 3. Un “labirinto infernale”: Fanon con
Foucault. 4. Le economie morali della menzogna e i nuovi dannati della
terra. Fanon nella postcolonia
71 Ringraziamenti

D e c o l o n iz z a r e la f o l l ia

73 Disturbo mentale e disturbo neurologico

92 La “sindrome nordafricana”

104 La terapia sociale in un servizio psichiatrico di uomini musul­


mani. Difficoltà metodologiche

123 Condotte di confessione in Nord-Africa

127 Profili dell’assistenza psichiatrica in Algeria

137 Considerazioni etnopsichiatriche

142 II TAT con donne musulmane. Sociologia della percezione e del-


l’immaginazione

147 L’atteggiamento del musulmano magrebino di fronte alla follia

152 Limiti e valore del day-hospital in psichiatria


La tormenta onirica
Fanon e le radici di un’etnopsichiatria critica
di Roberto Beneduce

In quanto uomo, m’impegno ad affrontare il rischio


dell’annientamento perché due o tre verità gettino sul
mondo la loro luce essenziale.
Frantz Fanon, Beau noire, masques blanc.

Il corpo coloniale, un “corpo sospetto"

1951-1961: poco più di dieci anni. Questo il periodo di tempo


nel quale Frantz Fanon prepara la sua tesi di laurea, i suoi inter­
venti ai convegni di psichiatria, gli articoli per “E sp rit”, “Con-
sciences m aghribines” o “E1 M oudjahid” (l’organo del Fronte di
Liberazione Nazionale), i suoi libri. Un tempo estremamente bre­
ve, che gli eventi ai quali Fanon corre incontro sembrano accelera­
re ancora di più, imponendo alla sua scrittura un ritmo particolare,
unico, perentorio. Quasi il riflesso di una consapevolezza oscura,
quella di una morte che arriverà a soli trentasei anni.
Le frasi devono dire l’essenziale in poche righe, e colpire, an­
che quando sono poco più che frammenti dentro cui le idee sem­
brano esservi impresse con uno scatto più che deposte con lenti
argomenti. Dei problem i non si può fare cenno. Devono essere
form ulati senza esitazioni, come esige un tem po d ’inganni e di
violenze, detti nella loro verità brutale, la stessa che la Storia ri­
vela ai vinti, agli offesi: “Perché scrivere quest’opera? Nessuno
me ne ha pregato, soprattutto coloro ai quali si rivolge. Allora?
Allora rispondo, con calma, che ci sono troppi imbecilli su questa
terra. E poiché lo dico, si tratta ora di provarlo”1. N on c’è tem po.
Le parole hanno il com pito di sferzare, il pensiero dei nemici
deve essere svelato nelle sue ipocrisie, le teorie sm ontate nelle
loro interne contraddizioni, la M aschera della Scienza strappata
al volto del Razzismo: “Per il colonizzato, l’obiettività è sempre

1 Frantz Fanon, Peau noire, masques blancs, Seuil, Paris 1952, p. 5 (trad. it. Pelle nera,
maschere bianche, Marco Tropea, Milano 1996). Le citazioni sono qui dall’edizione
francese, la traduzione è mia.
8 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

diretta contro di lu i”2. Sta qui, in una sola frase, il com pendio
di u n ’archeologia sovversiva che scava nelle contraddizioni della
scienza occidentale, a partire dalla sua vacca sacra: l’oggettività.
E d ’altronde il rapporto che Fanon stringe con le parole lo espri­
me bene questa lettera, scritta al fratello Joby:
Le parole hanno i denti e devono far male. Le parole dolci e morbide
devono sparire da questo inferno. L’uomo parla troppo. Occorre inse­
gnargli a riflettere. E per questo occorre fargli paura. Molta paura. Per
questo io ho parole-archi, parole-proiettili, parole-coltello, parole che
trasportano ioni. Delle parole che siano parole. E prima di pronunciare
una parola, voglio vedere una maschera di sofferenza, la maschera di un
uomo che cerca, di una persona delusa. Perché le parole devono essere
agili, cattive. Devono levarsi, dileguarsi, strizzare l’occhio, dissolversi3.

Con il linguaggio Fanon intrattiene un vero duello. Scrive, in


Peau noire, masques blancs, che parlare “è esistere per l’Altro”, sot­
tolineando quella dimensione dialogica costitutiva della parola che
ritroviamo in Bachtin4. Ma per Fanon questa dimensione dialogica
è, per il Nero, una dimensione preclusa, la parola nella situazione
coloniale è oppressa, violata. Fe Antille sono a questo riguardo un
caso esemplare. Il nero parla diversamente quando sta col Bianco
e quando sta col suo simile; il creolo, quando non espressam en­
te vietato (soprattutto nelle famiglie borghesi), è consentito solo
nelle relazioni familiari; quanto agli ufficiali indigeni che opera­
no fra i Ttrailleurs senegalesi, essi svolgono soprattutto il ruolo di
interpreti e trasm ettono ai sottoposti gli ordini del padrone, del
colonizzatore. La parola non circola liberamente: è sbarrata. Nelle
Antille, colui che ha viaggiato nella M etropoli ne ritorna “radi­
calmente trasform ato”, come per effetto di una “m utazione” che
si esprime già nel tono della voce, e ai suoni rauchi di sem pre si
sostituiscono ora nuovi fruscii: “In Francia si dice parlare come un
libro; in M artinica si dice parlare come un Bianco”5. E d è questa
condizione a fare del linguaggio, per il nero e per il colonizzato,
2 Frantz Fanon, I dannati della terra, trad. it. di C. Cignetti, Einaudi, Torino 1962, p. 39.
3 Joby Fanon, Frantz Fanon. De la Martinique à l’Algérie et à l'Afrique, L’Harmattan,
Paris 2004, p. 141.
4 “Realtà effettiva del linguaggio non è il sistema astratto delle forme linguistiche, né
l’enunciazione monologica isolata, ma l'evento sociale dell'interazione verbale, rea­
lizzato tramite una o più enunciazioni [.,.]. L’enunciato in quanto tale avviene tra
parlanti” (Michail M. Bachtin, Linguaggio e scrittura, trad. it. di L. Ponzio, Meltemi,
Roma, 2003, pp. 91-92; il corsivo è mio).
5 Fanon, Peau noire, cit. p. 16.
LA TORMENTA ONIRICA 9

una questione decisiva. Negli stessi anni Albert Memmi scrive che
il colonizzato vive una “catastrofe interna”, è vittima di una “m u­
tilazione sociale e storica”. Sospinto “fuori dalla Storia e dalla città
[...], il colonizzato sembra condannato a perdere progressivamen­
te la propria m em oria” (o a ripiegarsi su tradizioni ossificate, su
“valori rifugio”6). La sua amnesia diventa però un vero e proprio
“dramma linguistico” quando deve fare i conti con un bilinguismo
che non si è scelto ma gli è stato imposto7.
Per Fanon l’atto di parola è l’atto di soggettività per eccellen­
za, di asserzione di sé, di ancoraggio a un m ondo, a una Storia:
“Parlare è essere capace di utilizzare una certa sintassi, possedere
la morfologia di questa o quella lingua, ma è soprattutto assumere
una cultura, sopportare il peso di una civiltà”8, formula che fa eco
a M erleau-Ponty e che l’autore ripete qualche pagina più innanzi
con parole pressappoco identiche, quasi a riafferm arne l’im por­
tanza9. Come ha sottolineato Eileen Julien10, Fanon sembra cerca-

6 Sembra esserci qui un’analogia con quanto Fanon avrebbe scritto ne I dannati della
terra relativamente ai culti di possessione, che ai suoi occhi appaiono “in realtà sedute
di possessione-spossessamento”, i cui effetti psichici (“sfaldamenti della personalità”,
“sdoppiamenti”, “dissoluzioni”) contribuiscono nei fatti a rendere stabile il mondo
coloniale, lasciando immutati i rapporti di forza e limitandosi a nutrire un immagina­
rio di forze oscure, di poteri invisibili. Scrive Fanon: vi ci si reca “impazienti [...]. Al
ritorno è la calma che torna al villaggio, la pace, l’immobilità”. Solo nel corso della
lotta di liberazione si assisterà ad un “disamore per queste pratiche”, perché la lotta
anticoloniale è un radicale processo di metamorfosi: psichica, culturale, religiosa, so­
ciale, estetica (Fanon, I dannati della terra, cit., p. 22). Questo passaggio assai contro­
verso è ripreso da Sartre nella prefazione, là dove suggerisce che i riti di possessione
possono esprimere una forma di indocilità, anche se inconsapevole: “Danzano: ciò li
tiene occupati; scioglie loro i muscoli dolorosamente contratti; e poi la danza mima
in segreto, spesso a loro insaputa, il ‘no’ che non possono dire, gli omicidi che non
osano commettere” (Jean-Paul Sartre, Prefazione, in Fanon, I dannati della terra, cit.,
p. xvi; il corsivo è mio), Sul valore dei culti di possessione come forma di liberazione
“neH’immaginario”, cfr. Gérard Althabe, Oppression et libération dans l’imaginaire.
Les communautés villageoises de la còte orientale de Madagascar, La Découverte, Paris
2002. Sul significato politico dei culti di possessione, riconoscibile in quegli atti di mi­
metismo evocati da Sartre, rinvio a Roberto Beneduce, Trance e possessione in Africa.
Corpi, mimesi, storia, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
7 Albert Memmi, Portrait du colonisé précédé de Portrait du colonisateur, Buchet/Chas-
tel, Paris 1957, pp. 111-124.
8 Fanon, Peau noire, cit., p. 13.
9 Ivi, p. 30.
10 L’intervento “Frantz Fanon, Poet. Pleasure of thè Text, Power of thè Text”, è sta­
to tenuto da Julien nel corso del seminario, “Penser aujourd’hui à partir de Frantz
Fanon”, organizzato dal Centre de Sociologie des Pratiques et des Représentations
Politiques dell’Université Paris Diderot, Paris 7, con la collaborazione della Pondation
La Ferthée della Fondation Frantz Fanon (30 novembre-1 dicembre 2007).
10 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

re in questo passaggio un difficile equilibrio, espresso dal gioco di


questi quattro verbi espressi tutti all’infinito: utilizzare, possedere,
assumere, sopportare, gli ultimi due sospesi però fra una dimensio­
ne attiva, del fare, e una passiva, dell’adeguarsi, <Ae\Yaccettare". Le
anafore e le metafore, nel tracciare i sentieri di un’epica della libe­
razione, non si distolgono però mai dalla materia viva del conflitto
e del dolore: il corpo. E d è ancora al corpo che egli affida la sua
speranza testarda, come se nel corpo si nascondesse la sorgente
inesauribile di una lotta, di una dom anda ostinata sulla condizione
umana: “O corpo, fa di me sempre un uomo che interpella”1112.
I richiami nei suoi scritti all’“epidermizzazione deH’inferiori-
tà ”, alla “tensione” o ai “sogni m uscolari”, alla “paralisi m usco­
lare”, alla “vertigine del cu o re” o alla “collera sulle lab b ra ”, a
u n ’affettività “m antenuta a fior di pelle, come piaga viva”, voglio­
no ricordare una sofferenza che tanti preferirebbero ignorare, al
riparo di u n ’anestesia culturale. E, la sua, una fenomenologia p o ­
litica del corpo. Q uei corpi umiliati nel bestiario coloniale, piegati
dal lavoro e dalla miseria, privati della voce, sbeffeggiati quando
si parla loro in petit nègre, precipitati nell’orrore della tortura, ri­
prendono finalmente nelle sue pagine la vita e la voce che si voleva
loro sottrarre, anche se per farlo devono contorcersi, urlare, dan­
zare. Persino ridere:
A volte tale manicheismo arriva fino in fondo della sua logica e disu­
manizza il colonizzato. A rigor di termini, lo animalizza. E, difatti, il
linguaggio del colono, quando parla del colonizzato, è un linguaggio
zoologico. Si fa allusione ai movimenti serpeggianti dell’indocinese, agli
effluvi della città indigena, alle orde, al puzzo, al pullulare, al brulicare,
ai gesticolamenti. Il colono, quando vuole descrivere bene e ritrovare la
parola giusta, si riferisce costantemente al bestiario [...]. Quella demo­
grafia galoppante, quelle masse isteriche, quei visi da cui ogni umanità
si è dileguata, quei corpi obesi che non assomigliano più a niente, quella
coorte senza capo né coda, quei bambini che sembrano non appartenere
a nessuno, quella pigrizia sciorinata sotto il sole, quel ritmo vegetale,
tutto ciò fa parte del lessico coloniale13 [...]. Il colonizzato sa tutto que-

11 Riprendendo un suggerimento di Edwards, Julien ricorda inoltre che in Fanon, come


in Aimé Césaire, la tecnica della ripetizione di una o più parole all’inizio delle frasi
(anafora) operi come una strategia di auto-conoscenza, di esplorazione di sé.
12 Fanon, I dannati della terra, cit., p. 188.
13 L’espressione “lessico coloniale” è ripresa nel titolo del bel libro di Nancy Rose Hunt
(A Colonial Lexicon ofBirth Ritual, Medicalization, and Mobility in thè Congo, Duke
University Press, Durham & London 1999), che analizza il ruolo e gli effetti della
medicina coloniale in Congo. Anche se l’autrice non fa riferimento a Fanon, il suo
LA TORMENTA ONIRICA 11

sto e ride di cuore ogni volta che si scopre animale nelle parole dell’altro.
Poiché sa di non essere un animale. E appunto, al tempo stesso che
scopre la sua umanità, comincia ad affilare le armi per farla trionfare14.

Du Bois aveva già posto nel 1903, al centro della sua riflessio­
ne, secondo modi che saranno poi ripresi da Fanon, la singolare
esperienza di chi, in quanto Nero, vive in un m ondo scisso, perce­
pendosi come un problema. E i ricordi autobiografici sono, in Du
Bois come in Fanon, la leva di una sottile riflessione sulla “strana
esperienza di essere un problem a”15:

È una sensazione singolare, questa doppia coscienza (doublé consciou-


sness), questo guardare a se stessi sempre attraverso gli occhi degli altri,
misurando la propria anima con il metro di un mondo che ti guarda
con divertito disprezzo o con commiserazione. Uno sente sempre questa
duplicità (twoness), come Americano e come Negro. Due anime, due
pensieri, due tensioni non conciliate, due ideali che combattono dentro
un solo corpo scuro, la cui forza ostinata soltanto lo trattiene dall’andare
in pezzi16.

Fanon scruta allo stesso m odo le nevrosi e le ambivalenze ali­


m entate da un contesto di dom inio proprio a partire dal corpo
colonizzato: un corpo perennem ente incerto, nervoso, percorso
dai fremiti del desiderio e della rivolta, segnato da invisibili scon­
tri. Lo ritroveremo al centro della sua analisi quando parlerà dei
fantasmi di “sbiancam ento” e “lattificazione” dei neri. Il suo di­
scorso è decisamente m oderno e preannuncia già concetti come
quelli di “em bodim ent” 17 e “incorporazione della storia”, propo-

contributo indaga la costruzione di “corpi docili” a partire dalla medicalizzazione del


parto, ponendo al centro del suo lavoro un tema decisivo anche per queste note: l’uso
(e i limiti) della nozione foucaultiana di bio-politica in Africa. Si veda più innanzi.
14 Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 9-10; corsivo mio.
15 Du Bois ricorda quando, bambino, si vede rifiutare lo scambio dei biglietti da visita
da una bambina bianca: “Allora si abbatté su di me improvvisamente l’idea che io
ero differente dagli altri, o come [...] escluso dal loro mondo da un ampio velo”
(William Edward Burghardt Du Bois, The Soul o f Black Folk, Penguin Books, Lon­
don 1996, p. 4).
16 Ivi, p. 5. Su Du Bois, la sua “sociologia esitante” e la questione razziale, cfr. Anthony
Appiah, The {Incomplete Argument: Du Bois and thè Illusion o f Race, in “Criticai
Inquiry”, 12, 1, 1985, pp. 21-37, e il numero speciale di “Boundary”, 27, 3, 2000
17 Può essere utile ricordare come una frase relativa alla violenza nel contesto delle lotte
anticoloniali (“decidendo di essere la storia in atto", décidant d’ètre l’histoire en actes),
sia stata resa nella traduzione inglese de I dannati della terra proprio ricorrendo al
concetto di embodiment, e cioè come “decidendo di incorporare la storia nella pro­
pria persona” (deciding to emhody history in bis own person). La frase, alla pagina 8
12 DECOLONIZZARE LA FOT .MA

sti negli anni scorsi da autori come Bourdieu, Taussig, Scheper-


Hughes, Stoller o Csordas, ma anche analisi come quelle sulle me­
tamorfosi dei corpi dei colonizzati, sulle estetiche della Sape (acro­
nimo per Société des Ambianceurs des Personnes Elégantes) o sulle
danze nell’Africa coloniale e postcoloniale (si pensi in particolare
ai lavori di Argenti, Ranger, Tonda, Warnier).
Gli anni in cui scrive sono, nelle colonie, all’apogeo della crisi.
La repressione francese, dopo la sconfitta in Indocina, si fa in Al­
geria durissima, e le tenebre si faranno ancora più spesse intorno
ai m acabri assassini di Um Nyobé, Lum um ba, M oumié, ai loro
resti offesi18. Alla violenza, alla coercizione, alla minaccia, si ac­
compagnano l’occupazione dei luoghi e dei simboli, l’umiliazione
della cultura e della storia, ma, sottolinea ancora una volta Fanon,
l ’occupazione è in primo luogo dei corpi, dei loro ritm i vitali, del
respiro:

Non è la terra ad essere occupata. Non lo sono i porti e gli aeroporti.


Il colonialismo francese si è incistato nel cuore dell’individuo algerino
e ha cominciato un lavoro profondo di rastrellamento, di distruzione
dell’identità, di mutilazione razionalmente perseguita. Non esiste un’oc­
cupazione della terra con un’indipendenza delle persone. Sono l’intero
paese, la sua storia, la sua pulsazione quotidiana a essere contestati, sfi­
gurati, nella speranza di un definitivo annientamento. In queste condi­
zioni, la stessa respirazione dell’individuo è osservata e occupata. È una
respirazione di lotta19.

Fanon non si rivolgerà mai in termini paternalistici a questi uo­


mini incerti, a queste donne esitanti. La sua riflessione ha, fra i mol­
ti meriti, quello di scrutare da vicino dove si esercita il dominio co­
loniale, gli interstizi nei quali si celano e si riproducono i suoi mec­
canismi profondi. L’analisi del potere di addomesticamento, delle
strategie di seduzione e di morte, non dimentica tuttavia i luoghi in
cui il colonizzato si rivela indocile, resistendo al flusso incessante di
categorie diagnostiche, giudizi razziali o parole di disprezzo con le

dell’edizione italiana qui utilizzata (Einaudi, Torino 1962), è alla pagina 40 dell’edi­
zione inglese (Grave Press, New York 1965) e alla pagina 44 dell’edizione francese
(La Découverte, Paris 2002).
18 Su questi temi, cfr. Achille Mbembe, La naissance du maquis dans le Sud-Cameroun
(1920-1960), Karthala, Paris, 1997; Roberto Beneduce, Corpi e saperi indocili. Guari­
gione, stregoneria e potere in Camerun, Bollati Boringhieri, Torino 2010.
19 Frantz Fanon, Scritti politici. L ’anno v della rivoluzione algerina, trad. it. di Filippo del
Lucchese, DeriveApprodi, Roma 2007, p. 62
LA TORMENTA ONIRICA 13

quali si stigmatizzano le sue credenze, i suoi costumi, i suoi valori.


La questione del velo è a questo riguardo esemplare.
La donna algerina, che gli studi etnografici pretendono descri­
vere unicamente come assoggettata, muta, confinata nello spazio
domestico, era diventata l’oggetto di uno specifico attacco da parte
degli occupanti20. Toglierle il velo significava indebolire la società
algerina nel suo insieme, eroderne dall’interno i m eccanismi di
solidarietà, affermare i superiori valori della civiltà occidentale,
dell’eguaglianza fra i generi, della libertà della donna. M a Fanon
rivela nella sua microfisica dei gesti il “dinamismo storico del ve­
lo”, il suo uso strum entale per aggirare i controlli (“bisogna avere
una ‘faccia da Fatim a’ per rassicurare il soldato”), perm ettendo
alle donne di trasportare rivoltelle, bom be a m ano o docum enti,
così come - quando tolto - per distrarre e sedurre i m ilitari212. Il
corpo velato e svelato, i suoi sussulti e la sua tensione in un così
rapido m utam ento, non possono essere compresi se non dentro
l’orizzonte dell’assoggettamento coloniale e della sua contestazio­
ne. Solo l’analisi del contesto della lotta di liberazione perm ette,
in definitiva, di restituire tutta la complessità di questi processi e il
valore, ben più ampio di quello culturale, del velo:
All’inizio il velo è meccanismo di resistenza, ma il suo valore per il grup­
po sociale rimane altissimo. Ci si vela per tradizione, per separazione
rigida dei sessi, ma anche perché l’occupante vuole strappare il velo
all’Algeria. In un secondo tempo, il mutamento avviene in occasione
della rivoluzione e in circostanze precise. Nel corso dell’azione rivolu­
zionaria il velo viene abbandonato. Ciò che era usato per dare scacco
alle offensive psicologiche o politiche dell’occupante diventa mezzo,
strumento [...]. Nella società algerina sono le esigenze della lotta a susci­
tare nuovi atteggiamenti, nuovi comportamenti, nuovi modi di apparire12.

Squarciando le chiacchiere ideologiche, le pretese verità degli


studi di terreno, i discorsi delle “m ute di assistenti sociali e del­
le m adrine della beneficenza”, Fanon pensa i com portam enti e le

20 “Tra le ‘cose incomprensibili’ del mondo coloniale compariva spesso il caso della
donna algerina [...]. Descritta ora come schiava dell’uomo, ora come regina inconte­
stata del focolare, per i teorici lo statuto dell’algerina è oggetto di discussione. Altri,
altrettanto autorizzati, affermano che la donna algerina ‘sogna di liberarsi’, ma che un
patriarcato retrogrado e sanguinario si oppone a questo legittimo desiderio” (ibidem).
21 Queste complesse dinamiche psicologiche e sociali (“L’assenza del velo altera lo
schema corporeo dell’algerina”), queste contrazioni muscolari, sono superbamente
rappresentate nel film di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri.
22 Ivi, p. 61.
14 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

pratiche culturali nell’ancoraggio della contingenza, dentro artico­


lazioni storiche precise: non esistono soggettività, identità, discorsi
o pratiche che possano essere pensati o definiti indipendentemente
da tali concrete articolazioni, dai rapporti di forza che im prim o­
no loro configurazioni particolari. E una prospettiva che se da un
lato suona a tratti vicina a una sensibilità tutta foucaultiana, che
proprio alle forme storiche della soggettività guarda, dall’altro gli
perm ette di immaginare una nozione di “cultura” decisamente
coerente con il contem poraneo dibattito antropologico, vicina a
quella formulata, per esempio, da Jane e John Comaroff o all’uso
che tali autori fanno della nozione gramsciana di egemonia23. Egli
coglie cioè, con m olto anticipo, i dilemmi, le fratture e le am bi­
valenze che la situazione coloniale produce nell’esperienza delle
appartenenze culturali.
Fanon conosce in prim a persona la mortificazione, la violenza
razzista, l’esperienza di un corpo “occupato”. Studente di m edi­
cina a Lione viene ferm ato m entre passeggia con la sua fidanzata
francese, e bianca, per essere condotto in un posto di polizia dove
sarà trattenuto, m alm enato per ore e interrogato: lo si pretende
trafficante di bianche... L’esperienza lo ferisce, ne parlerà con To-
squelles24 quando lo incontrerà per chiedere di frequentare come
interno la clinica di Saint-Alban25, inducendolo ad analizzare i
fantasmi che si celano nei recessi più oscuri del razzismo, le pro-

23 Jane Comaroff e John Comaroff, Elhnography and thè Historical lmagination, West-
view Press, Boulder-San Francisco 1992, pp. 27-30.
24 Francois Tosquelles, Franti Fanon et la psychothérapie institutionnelle, in “Sud/
N ord”, 1, 22, 2007, p. 73. Esperienze del genere non furono rare: nel corso di una
lezione di anatomia uno studente lo provoca chiamandolo “Blanchette”, e la reazione
di Fanon sarà violenta (Joby Fanon, Franti Fanon, cit., p. 89).
25 Tosquelles, psichiatra catalano fuggito dalla Spagna franchista, fu uno dei protagoni­
sti del movimento di “psicoterapia istituzionale” (un movimento rivolto a combattere
l’irrigidimento e l’alienazione del mondo manicomiale attraverso la critica delle gerar­
chie, la formazione del personale infermieristico, l’istituzione di spazi di discussione
e di decisione che vedevano la partecipazione attiva dei malati, l’abbattimento delle
sbarre alle finestre ecc.). Tosquelles aveva incontrato Bonnafé in uno dei campi situati
nel sud della Francia, dove erano stati accolti i profughi della guerra civile spagno­
la. Nacque una feconda collaborazione (Bonnafé, giovane psichiatra influenzato dal
surrealismo e membro del partito comunista, era giunto a Saint’Alban nel 1942), che
permetterà loro di avviare nuove strategie terapeutiche, ispirate in parte anche dalla
psicoanalisi, in un ospedale che era stato relativamente risparmiato dal disastro della
seconda guerra mondiale (in altri istituti la mancanza di generi alimentari aveva cau­
sato la morte di migliaia di pazienti). A Saint’Alban, in un clima di solidarietà politica
e di sperimentazione teorica, saranno accolti fra l’altro non pochi clandestini e dissi­
denti perseguitati dal nazismo, fra cui George Canguilhem e Paul Eluard.
LA TORMENTA ONIRICA 15

iezioni persecutorie di chi disprezza e domina, la sessualizzazione


del corpo nero. Lo indurrà, inoltre, a non perdere mai di vista
che proprio intorno al corpo il colonialismo ha giocato buona
parte del suo potere: m isurandone zigomi e statura, ricoprendolo
o secondo i casi togliendogli il velo, incatenandolo ai ceppi o am ­
putandone le mani26, medicalizzandolo o addom esticandone i ge­
sti con la “teoria del coltello e della forchetta”2'... E nel corpo, un
corpo espropriato e spossessato, che il colonizzato ha conosciuto
il livello più bieco di violenza e di subordinazione, l’espressione
più oscura dell’intreccio fra coercizione e soggettivazione.
Il colonizzato è però anche un “corpo sospetto”, come scriverà
Bennani anni dopo indagando le vicende della migrazione. Il lavo­
ratore straniero, soprattutto se arabo, finisce per coagulare su di sé
pregiudizi e proiezioni, gli si attribuiscono presunti tratti compor­
tamentali o caratteristiche psichiche a partire da una rozza clinica
della differenza culturale che dimentica però, sistematicamente, il
ruolo del contesto in cui vive, l’aggressione morale che lo assedia,
la “situazione”, la “storia”, i rapporti di potere e la marginalità che
rendono giorno dopo giorno la sua esistenza confiscata. Bennani
riprende molti dei temi che erano stati già formulati da Fanon: la
crisi della relazione terapeutica, segnata solitamente da “procedu­
re di rigetto e clivaggi istituzionali” quando lascia nelle mani dello
psichiatra un paziente m agrebino la cui parola è spesso ridotta
al silenzio; la mancanza di qualsivoglia attenzione per la “traiet­
toria storica del soggetto” da parte del clinico; il razzismo p re­
sente “nell’istituzione medica come nel campo sociale”; infine, la
convinzione - condivisa tanto da Fanon quanto da Bennani - che
“nell’immigrato magrebino la sofferenza psichica o fisica esprime
una dom anda fondamentale, di riconoscim ento”28.
In un lavoro che a tratti assume u n ’intensità quasi poetica, La
sindrome nordafricana, Fanon aveva infatti irriso le pretese dia­
gnostiche di una clinica che, anche quando non com prende o
non riesce ad ascoltare l’altro e la sua sofferenza, non arretra né

26 Adam Hochschild, King Leopold’s Ghost: A Story ofGreed, Terror, and Heroism in
Colonial Africa, Pan Books, London 2002.
27 Hunt, A Colonial Lexicon, cit., pp. 118-133. La “dottrina del coltello e della for­
chetta” (knife-and-fork doctrine) era un’espressione in uso nelle missioni protestanti
agli inizi del Novecento per indicare come le strategie delle buone maniere a tavola
potessero rivelarsi utili nel trasformare i comportamenti alimentari dei “selvaggi” e
dei “cannibali” in Congo.
28 Jalil Bennani, Le corps suspect, Galilée, Paris 1980.
16 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

si m ette in discussione, riafferm ando testardam ente la violenza


elementare della diagnosi e del potere di classificare. Si tratta di
una vicenda esem plare e al tem po stesso ordinaria, quella dalla
quale Fanon prende spunto: un paziente che lam enta dolori al
ventre, ma per il quale gli esami non rivelano nulla, viene inviato
presso la struttura com petente perché sia valutata l’eventualità
di un intervento chirurgico, ma gli viene poi restituito con la dia­
gnosi di “sindrom e nordafricana”. Fannulloni, pigri, impulsivi,
infantili, quando soffrono questi imm igrati diventeranno anche
malati immaginari in cerca di un posto letto dal quale sem brano
non volersi alzare mai29.
Fanon ci offre in questo lavoro una minuziosa analisi del m an­
cato incontro fra il medico francese e l’immigrato algerino: intol­
lerabilm ente vago nel suo discorso, i sintomi riferiti dal paziente
si sottraggono ad ogni localizzazione generando nel m edico una
sorta di diffidenza. La comprensione della prescrizione farmaco-
logica è poi insoddisfacente, e dopo qualche giorno eccolo ancora
lì ripetere le sue richieste, chiedere aiuto, ostinato e seccante. Il
tem po, il ragionevole tempo perché l’effetto terapeutico dei far­
maci prescritti possa dispiegarsi, sembra ignoto alle sue lancette,
e il m alato si convulsa in una impellenza di cura che è, in prim o
luogo, una dom anda di relazione, di condivisione, destinata però
a rim anere inesorabilmente inascoltata:

Di fronte a questo dolore senza lesioni, a questa malattia distribuita in


tutto il corpo [...] l’atteggiamento più immediato [...] è la negazione
di qualsiasi morbosità. Nei casi estremi, il nordafricano è un simulato­
re, un bugiardo, un vigliacco, un fannullone, un perdigiorno, un ladro
[...]. Ogni arabo è un malato immaginario [...]. Il nordafricano si colloca
in questa sindrome asintomatica e si situa automaticamente su un pia­
no d ’indisciplina (nei confronti della disciplina medica), di incoerenza
(rispetto alla legge secondo cui ogni sintomo presuppone una lesione),
d ’insincerità (sostiene di soffrire, mentre sappiamo bene che manca la
ragione della sofferenza)”30.

29 Scrive Ben Jelloun, all'epoca non ancora narratore di successo ma psicologo, che
“l’ospedalizzazione, rivendicata con insistenza, è una domanda con la quale [l’im­
migrato] cerca la possibilità di essere riconosciuto: non soltanto in quanto malato
ma come straniero al quale si parla e di cui ci si occupa” (Tahar Ben Jelloun, La plus
haute des solitudes. Misère affective et sexuelle d’émigrés nord-africains, Seuil, Paris
1977, p. 70).
30 Frantz Fanon, La “sindrome nordafricana”, in questo volume, pp, 92-103. Questo ar­
ticolo è apparso per la prima volta nella prestigiosa rivista “Esprit”, nel 1952.
LA TORMENTA ONIRICA 17

La medicina non fa dunque che replicare una clinica cieca, ac­


contentandosi di tracciare il suo cammino diagnostico entro i con­
fini angusti di un organo: cieca alla solitudine, alla miseria, al senso
di vuoto che scandisce le loro vite anonime. L’Altro esprime una
dom anda di riconoscimento, ma anche una resistenza, che talvolta
si cela fra le pieghe di un sintomo testardo. Quale che sia la sua po­
sizione, egli finisce però con l’apparire solo bugiardo e insincero.
R iprendendo la tesi di dottorato in medicina di Léon Mugniery,
sostenuta nel 1951, Fanon ha buon gioco nel portare alla luce i
pregiudizi della società francese nei confronti del nordafricano:
Mugniery vi riproponeva il ritornello del “forte appetito sessuale,
caratteristica propria di questi meridionali dal sangue caldo”, ed
evocava i rischi derivanti dal concedere diritti ai m em bri di una
razza che manifesta ai suoi occhi “comportamenti sociali, familiari
e sanitari ancora primitivi”. Come si può giungere ad una diagnosi
obiettiva, ad una cura, se sono questi i pensieri espressi persino in
una tesi di medicina?
Fanon pensa al contrario alla necessità di una diagnosi libera
da pregiudizi, “situazionale”, nella quale trovino cioè finalmente
posto, tra i fattori eziologici, il disprezzo che accompagna i loro
passi, lo sguardo diffidente che li segue su un tram, il commento
feroce che indebolisce giorno dopo giorno il loro senso di identità.
Purtroppo la diagnosi di quei medici ignora questa “m orte quoti­
diana”, questo “corpo a corpo con la m orte”: “Vita di relazione?”,
si chiede ancora Fanon ironizzando sul gergo dell’anamnesi psi­
chiatrica, ma quali relazioni autentiche conoscono questi uomini
invisibili, questi corpi-da-cantiere, questi corpi “stranieri”31? In
quelle strade “non ci sono contatti. Ci sono solo u rti”. Fanon po­
ne qui con chiarezza l’urgenza di u n ’epistemologia politica della
medicina, delle sue categorie diagnostiche, dei suoi presupposti
impliciti, illuminando le contraddizioni di una clinica che non può
curare là dove il suo gesto trascura la storia dei malati, il contesto
reale delle loro vite, il senso di m orte nel quale sono immersi. Egli
intende sottolineare però in prim o luogo il malinteso essenziale,
31 Prendo a prestito il titolo dell’articolo di Jean-Luc Nancy, Strani corpi stranieri, trad.
it. in “aut aut”, 341, 2009, pp. 147-157. Fanon è qui vicino a posizioni che saranno
sviluppate ampiamente dall’antropologia medica critica degli anni Novanta (Farmer,
Taussig ecc.) e a quella nozione di “governo dei corpi” proposta da Fassin e Meni­
mi per riflettere sulle nuove espressioni della biopolitica; Didier Fassin e Dominque
Memmi (a cura di), Le gouvernement des corps, Éditions de l’EHESS, Paris 2004. Si
veda il prossimo paragrafo.
18 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

meglio: il paradosso di una relazione di cura che rimane anonima,


disumanizzata: “Se TU non vuoi l’uomo che ti sta di fronte, come
potrei io credere all’uomo che forse è in te?”32.
E un testo profetico: lo si può leggere come se fosse stato scrit­
to oggi, quando i lavoratori stranieri sono clandestini per le leggi
ma buoni per i lavori più duri o più pericolosi. Il proliferare di giu­
dizi sprezzanti o di considerazioni razziste, occultati talvolta sotto
un linguaggio diagnostico, svela la logica del rifiuto, che ancora
oggi continua nei confronti di questi uomini e di queste donne che
percepiamo con diffidenza, con ostilità, e i cui corpi inevitabilmen­
te rimangono sospetti ogni qualvolta ci ostiniamo a non articolare,
nella loro dom anda di cura, il registro storico, sociale o culturale
con quello clinico. Se questi pazienti e i loro disturbi impongono
sempre l ’ascolto rigoroso delle differenze (a condizione però di
evitare rappresentazioni caricaturali delle differenze culturali), le
loro vicende non fanno che riaffermare una verità comune, ripete
Bennani, una verità che l’immigrazione porta sempre alla luce con
una violenza sua propria: la domanda di un riconoscimento auten­
tico, di una cura che liberi dall’oppressione, dalla miseria, dalla
violenza. Qualche anno prima Tahar Ben Jelloun avrebbe espres­
so le stesse tesi, sostenendo che gli immigrati, piegati nella loro
identità ormai “orfana”, finiscono con lo sviluppare una profonda
incertezza nei riguardi delle cure che sono loro proposte, e la psi­
coterapia, con la sua pretesa all’universale, per il fatto di escludere
la differenza, costituisce una risorsa raramente efficace:
La psicoterapia, quale che sia la buona volontà di coloro che la pratica­
no, appare in questi casi non soltanto superata ma semplicemente inu­
tile, dal momento che il male ha la sua origine nella vita quotidiana, nei
rapporti quotidiani. Non dobbiamo cercare cause lontane, oscure, per
spiegare un disturbo. Il razzismo, nella sua idiozia e nella sua cattiveria
ben radicate, può provocare più di una crisi, può - quando non uccide
- annullare una esistenza che si stava costruendo33.

P er Fanon si trattava di scoprire che cosa si nascondeva


nell’ostinazione incom prensibile di un paziente o nella diffiden­
za del medico e nella sua ossessione di essere manipolato quando
dichiara, ad esempio, di sentirsi il “giochetto” di questi pazienti.
La sua analisi individua in modo impeccabile ciò che continuiamo

32 Fanon, La “sindrome nordafricana”, cit., p. 103.


33 Ben Jelloun, La plus haute des solitudes, cit., p. 105.
LA TORMENTA ONIRICA 19

a incontrare ancora oggi nella clinica della migrazione: da un lato


il dubbio che gli operatori esprimono nei confronti di rifugiati ed
immigrati, da cui si sentono spesso ingannati, manipolati, dall’altro
l’incertezza e la paura sperim entate da questi uom ini e da que­
ste donne di cui può esser detto tutto (terroristi, ladri, criminali,
“feccia”, ecc.), di cui può esser fatto tutto. Sono uomini e donne
che sperim entano “una m orte al di qua della m orte, una m orte
nella vita”, e che “cosa c’è di più patetico - continua Fanon - di
quest’uomo dal corpo robusto che, con una voce veramente rotta,
ci dice: “Dottore, sto per m orire”34.
Siamo ancora alle prese con i problemi denunciati in quel lon­
tano 1952? A tratti sembra di dover ammettere che la situazione
non è molto cambiata: stessa è la banalità dei giudizi espressi dalla
gente comune o dai mezzi d ’informazione, stessa l’ipocrisia di chi
si nasconde dietro i limiti delle leggi o invoca i rischi di una acco­
glienza che non può essere estesa a chicchessia senza conseguenze,
di chi ancora pensa a una società “dove non c’è assolutamente po­
sto per loro”, e nella quale i diritti discendono da un’idea di citta­
dinanza sempre più aleatoria. Il francese, scriveva Fanon, dimenti­
ca che essere nordafricano è una “disgrazia”. Oggi siamo obbligati
a scontrarci con le stesse ombre, e quelle pagine paiono anticipare
le riflessioni che Sayad avrebbe proposto in anni recenti sulla con­
dizione dei lavoratori immigrati, sulle loro “innocenti menzogne”
(l’espressione è di Bourdieu) o sulla loro “maledizione”35.
34 Fanon, La “sindrome nordafricana”, cit., p. 93.
35 “Che vita è, una vita da lavoratore immigrato? Per poter rispondere a questa domanda,
con cognizione di causa, bisogna, innanzitutto, averla vissuta intensamente e, come si
dice, ‘senza troppo rifletterci’; occorre poi che, grazie ad alcune particolari circostanze
atte a favorire iì distanziamento, come la morte dei genitori, l’emancipazione dei figli,
maschi e femmine, la malattia, l’incidente sul lavoro, il prepensionamento e il pensio­
namento, che forniscono altrettante occasioni di provare la vacuità di un’esistenza che
non ha senso se non grazie al lavoro, si sia realizzata poco a poco quella particolare
disposizione che permette di ‘tenersi a distanza dalla vita e dalle sue menzogne’, cioè
dalle sue vanità, formula quasi rituale della saggezza tradizionale, qui usata in senso
forte: ‘sospendere la (propria) vita per vedere cosa ne è stato’, dispiegarla di fronte a sé
come un oggetto di osservazione, al quale, appunto, applicare tutta la capacità di rifles­
sione acquisita nel corso di questa vita da coloro che hanno interesse a ‘conoscersi e a
conoscere la vita a dispetto dei suoi inganni (ghadra: la trappola, il tradimento)’. Abbas
[l’immigrato che Sayad intervista, n.d.c.], colui che parla in questi termini, è tra questi.
Ex operaio, oggi in pensione, di una grande industria della regione parigina, egli è, a
suo modo, un intellettuale. Più che le indicazioni, brevi e allusive, che dà sulle proprie
origini sociali (‘mio padre non era fatto per essere fellah’, ‘mio nonno era il letterato
della famiglia, ha sempre vissuto del Corano’), è tutto il suo discorso a fornirne la
prova, in particolare quella sorta di distanza nei confronti di se stesso, che egli chiama,
20 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Psichiatria e colonialismo, o l’etnopsichiatria malintesa

La questione della cultura [...] è una questione assoluta-


mente e incontestabilmente politica.
Stuart Hall, Suhjects in History:
Making Diasporic ldentities

La tesi di laurea di Fanon36, messe da parte talune asprezze, si


pone nel solco di quelle riflessioni originali che prendono in esa­
me, a partire da una situazione clinica concreta, un tema decisivo
del dibattito degli anni Cinquanta: il complesso rapporto fra neu­
rologia e psichiatria, fra organogenesi e psicogenesi. Una m alat­
tia, una sintomatologia, diventano per lui il teatro più ampio dove
riconoscere altre dom ande, sulle cui scene si affrontano modelli
diversi dell’uomo, etiche della sofferenza, ideologie del tempo. Il
modello che ispirerà tutti i suoi lavori sarà quello della sociogenesi
dei disturbi mentali.

mestamente, ‘il mio divorzio da me stesso’” (Abdelmalek Sayad, La maledizione. Con


un “lavoratore immigrato”, trad. it. in “aut aut”, 341, 2009, pp. 15-16; originariamente
apparso in Pierre Bourdeau [a cura di], La misere du monde, Seuil, Paris 1993). Ma il
modo in cui Fanon evoca il tema della morte, la sua presenza nella vita quotidiana de­
gli immigrati, si presta a un’ulteriore analogia, quella con le considerazioni sviluppate
da Yassine Chaib: “La paura della morte durante l’immigrazione è dell’ordine della
superstizione, perché non rappresenta affatto una conclusione - la conclusione del
progetto migratorio, per non dire la conclusione della saga dell’immigrato. Anche da
morto, l’immigrato subisce i tormenti della migrazione e la maledizione, per non dire
1 anatema, lanciata su di essa” (Yassine Chaib, La morte nell’immigrazione. La sepoltu­
ra, come riferimento migratorio, trad. it. in “aut aut”, 341,2009, p. 68; originariamente
in Id., L ’émigré et la mort: La mori musulmane en Frace, Edisud, Aix-en-Provence
2000, pp. 21-29).
36 La tesi di cui è stato tradotto qui un estratto, Altérations mentales, modifications ca-
ractérielles. Troubles psychiques et déficit intellectuel dans l’hérédo-dégénération spi-
nocérébelleuse à propos d’un cas de la maladie de Friedrich avec délire de possession,
fu discussa il 29 novembre 1951 a Lione (per uno strano scherzo del destino anche
Antoine Porot, il padre della scuola psichiatrica di Algeri, aveva condotto gli studi di
psichiatria a Lione). Ma non era questa la tesi originariamente prevista. Quella scritta
con il titolo Essai sur la désalienation du Noir era stata infatti rifiutata dalla Facoltà mi­
sta di Medicina e Farmacia di Lione perché in tutta evidenza troppo atipica, e Fanon
ne aveva dovuto riscrivere in tutta fretta un’altra. La prima sarebbe poi stata pubbli­
cata 1anno dopo con il titolo Peau notre, masques blancs, un’analisi “psicologica” della
condizione del nero, dell’antillano, uno “studio clinico” dei processi che lo avrebbero
liberato dall’alienazione (Fanon, Peau noire, cit., p. 39). Ma quella che Fanon immagi­
nava era una cura ben più complessa, duplice: rivolta a trattare cioè tanto l'alienazione
del Bianco quanto quella del Nero, entrambi prigionieri di questo “corpo a corpo con
la propria nerezza o con la propria bianchezza”, vero e proprio “dramma narcisistico”
che vede entrambi richiusi nella propria particolarità (ivi, p. 36)
LA TORMENTA ONIRICA 21

Su questa scena Fanon troverà un alleato in Lacan e nella sua


celebre tesi di dottorato sui rapporti fra paranoia e personalità.
L’interesse per la riflessione condotta da Lacan, che proseguirà an­
che in altri scritti, è comprensibile: il suo progetto di sottrarsi alle
seduzioni di una conoscenza affettiva del soggetto malato, la rinun­
cia ad una fenomenologia empatica (Ernesto de M artino avrebbe
irriso i “puri cristalli” di una certa fenomenologia) e la volontà di
giungere a una comprensione scientifica della follia, costituiscono
naturali punti di prossimità quando si ricordi che anche Fanon
pensa a un Soggetto diverso da quello imm aginato dall’um ane­
simo. Soprattutto, a interessare Fanon, è l’attenzione che Lacan
rivolge alla Storia, alla biografia del malato, all’am biente sociale
nel quale vive e dentro cui soltanto è possibile riconoscere il vero
profilo della sua personalità. Ne è espressione l’articolo che La­
can pubblica nel 1938 sul volume vili dell’Encyclopédie Frangaise,
dal titolo La vie mentale. N ell’articolo Lacan scriveva: “Ciò che
definisce il complesso è il fatto che riproduce una certa realtà
dell’ambiente, e in maniera doppia”. Fanon preferirà al modello di
costituzione quello di struttura, tuttavia il pensiero di Lacan non
poteva non interessarlo là dove affermava:

In altri termini, nel suo triplo aspetto di relazione di conoscenza, di for­


ma di organizzazione affettiva e di prova nello scontro con il reale, il
complesso si comprende per il suo riferimento all’oggetto. Ora, ogni
identificazione oggettiva esige di essere di essere comunicabile, vale a
dire poggia su di un criterio culturale [...]. Bisogna riconoscere in que­
sto processo il carattere specifico dell’ordine umano, vale a dire quella
sovversione di ogni fissità istintiva da cui sorgono le forme fondamenta­
li, gravide di variazioni infinite, della cultura37.

Lacan può in questo m odo pensare Yistinto in riferimento ai


complessi, senza timore di concepire il rapporto strutturale che c’è
fra il biologico (la specie), gli “enigmi dell’istinto” da un lato, l’am­
biente e i “complessi” dall’altro. Per Lacan, il complesso “nel suo
pieno esercizio è di pertinenza della cultura”38. Suona, questo pas­
saggio, quasi il riconoscimento del primato della cultura. Nell’ispi-
rarsi a queste prospettive (alcune considerazioni sulla famiglia e sul

37 Jacques Lacan, I complessi familiari nella formazione dell'individuo, trad. it. di M.


Daubresse, Einaudi, Torino 2001, pp. 9-10.
38 Ivi, pp. 10-11. Fanon critica tanto i modelli filogenetici quanto quelli ontogenetici:
“L’alienazione del Nero non è una questione individuale’’ (Fanon, Peau norie, cit. p. 8).
22 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

complesso d ’inferiorità sembrano fare eco proprio a queste pagi­


ne), e nel percorrere il pensiero psichiatrico di quegli anni, Fanon
ha ben chiaro, del resto, quello che era stato l’abbraccio mortale
fra colonialismo, razzismo e psichiatria
Per tutta la seconda metà dell’O ttocento i pazienti psichiatri­
ci d ’origine magrebina sono condotti negli ospedali metropolitani
della Francia (Marsiglia, Aix-en-Provence) dove cominciano ad ac­
cumularsi osservazioni sulla figura dell’alienato “arabo” e sul signi­
ficato clinico delle differenze razziali, poi “culturali” o “religiose”.
Meilhon, medico a Aix-en-Provence, poi a M ontauban, parla nel
1896 di una pericolosità impulsiva connessa a uno “stato d ’infe­
riorità cerebrale congenita inerente alla razza”, non mancando di
sottolineare quelle che ritiene differenze di origine etnica: i Cabili,
per esempio, sono descritti - nei confronti degli Arabi - come più
sobri, e ciò sulla base della minore incidenza delle intossicazioni
da alcol o da cannabis59; inoltre sembravano all’autore capaci di
resistere meglio alle minacce della degenerazione ereditaria3940. Tut­
tavia sono le implicazioni pratiche di questo studio a presentare
il maggiore interesse: pretendere che l’alienazione m entale “non
abbia patria” e che la follia degli arabi possa essere assimilata a
quella degli europei, si è rivelato un errore, sostiene M eilhon, e
ancora più grave è stato immaginare di poter curare negli ospe­
dali francesi questi malati. I costi elevati e l’alta mortalità dovuta
all’ospedalizzazione e al trasporto (“sballottato per mari e m onti”,
il paziente proveniente dalle colonie giunge infine al manicomio di
Aix-en-Provence in condizioni disastrose), sconsigliano questa so­
luzione, dannosa anche per un ulteriore motivo: quando finalmen­
te arriva nel manicomio, il malato è sottoposto alla più intollerabile
delle vessazioni: “Essere spogliato dei suoi abiti ed essere costretto
a indossare la divisa regolamentare europea”41.
L’autore non manca di sottolineare inoltre che, una volta giun­
to negli stabilimenti francesi, nulla di cui questo malato avrebbe
bisogno è disponibile: la dieta cambia bruscam ente, m ancano
moschee, e non c’è nemmeno la possibilità di essere compreso in
quello che dice dal momento che l’intervento di qualche “interpre­
te improvvisato” lascia le porte aperte a “traduzioni inverosimili e

39 A.-J. Meilhon, L ’aliénation mentale chez les Arabes: études de nosologie comparée, in
“Annales médico-psychologiques”, 3, 1896, p. 219.
40 Ivi, p. 350.
41 Ivi, pp. 358-359.
LA TORMENTA ONIRICA 23

contraddittorie” e il paziente si trova circondato da “figure e da un


linguaggio che non conosce [...]. A chi esprimere o confidare i suoi
pensieri?”4243. L’analisi di Meilhon è interessante anche perché me­
scola, in un amalgama inscindibile, considerazioni fondate su un
chiaro modello razziale della diagnosi e della cura e preoccupazio­
ni rivolte a immaginare un’assistenza psichiatrica più razionale ed
efficace, più umana. Ciò che egli ignora è la questione di fondo: il
contesto della violenza coloniale, mai preso in esame nella sua per­
versione, nella sua logica. In ventitré punti l’autore riassume le sue
conclusioni epidemiologiche e cliniche (la rarità della follia fra gli
arabi, la tendenza a comportam enti violenti dei pazienti musulma­
ni ecc.), l’ultima delle quali concerne l’auspicio di curare gli arabi,
e naturalmente gli europei espatriati, in Algeria, sul “loro suolo”45.
Negli anni seguenti si vanno accum ulando non solo ricerche
di alienistica ma tutta una serie di studi sociologici, psicologici o
giuridici che vogliono scrutare “l’anima arabo-berbera”, misurare
l’indice della criminalità o definire i caratteri della sessualità in que­
ste popolazioni. Queste ricerche sono rivolte a definire i nessi fra
comportamento e religione, in una parola: vogliono costruire l’Uo­
mo musulmano,4, ma spesso ciò che s’incontra in questi testi è poco
più che un insieme di pregiudizi generici ammantati di oggettività.
Boigey, autore di un lavoro sulla psicologia dell’Islam, scrive
ad esempio che il musulmano non è che una “silhouette mediocre
del profeta”, incapace di produrre qualsivoglia “lavoro straordina­

42 ìbidem.
43 Tanto nel “servizio aperto” inaugurato da Porot, quanto in altri istituti manicomiali
in Algeria o in Marocco, la popolazione dei pazienti era d ’altronde in buona parte
rappresentata da europei. Le nostre considerazioni prendono in esame soprattutto il
contesto del Maghreb, ma numerosi sono i lavori che in quegli anni trattano gli stessi
problemi e, quando le osservazioni sono condotte negli ospedali delle colonie, disturbi
del comportamento caratteristici di alcune “aree culturali”: come l’amok (P.C.J. Van
Brero, Sur l’amok, in “Annales médico-psychologiques”, 3, 1896, pp. 364-371; per un
approfondimento sulle categorie eziologiche locali e la loro interpretazione, rinvio a
Roberto Beneduce, Etnopsichiatria. Sofferenza mentale e alterità fra Storia, dominio e
cultura, Carocci, Roma 2007).
44 Cfr. Robert Berthelier, À la recberche de l’homme mmulman, in “Sud/N ord”, 22,
2007, pp. 127-146 e Fabien Gourion, Le sexe des indigènes. Adolphe Kocher et la
médecine légale en Algerie, in “Droit et cultures”, 60, 2010, pp. 59-71. Fra i lavori di
quel periodo, cfr. in particolare quello di Victor Trenga, L'dme arabo-berbere étude
sociologique sur la société musulmane nord-africaine, Homar, Algeri 1913 e di Sextius
Arène, De la criminalité des Arabes au point de vue de la pratique médico-judiciaire
en Tunisie, Imprimerie Ducros & Lombard, Valence 1913, eloquenti esempi di un
approccio che sarà poi dissolto dalla critica di Fanon.
24 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

rio” (come costruire una flotta, studiare a fondo una scienza: sic!)
perché bloccato da “istinti fermi nella loro espressione naturale”45.
Giudizi razziali come quello riportato percorrono le pagine di ri­
viste scientifiche, orientano lo sguardo del clinico, suggeriscono
leggi e decreti (primi fra tutti quelli che devono regolamentare il
ricovero e il trattam ento dei folli nelle colonie). E in questo clima
che ad Algeri giunge Antoine Porot, padre della cosiddetta “Scuo­
la di Algeri”, autore di numerosi lavori, fra i quali quello del 1918
è certo uno dei più noti. In questo lavoro Porot descrive i m usul­
mani come un

blocco informe di primitivi per la maggior parte profondamente igno­


ranti e creduloni, assai lontani dalla nostra mentalità e dalle nostre rea­
zioni, [individui] che non hanno mai conosciuto la più piccola delle no­
stre preoccupazioni morali, né la più elementare delle nostre preoccupa­
zioni sociali, economiche e politiche [...]. Fissare, anche a grandi tratti,
la psicologia dell’indigeno musulmano è difficile, tanto sono grandi la
mutevolezza e la contraddittorietà in questa mentalità sviluppatasi su un
piano così diverso dalla nostra [...]. La sua passività non è l’espressione
di una rassegnazione consapevole: è la manifestazione spontanea di un
temperamento spesso debole; egli vive nel presente e nel passato, ma è
abbastanza indifferente all’avvenire [...]. L’indigeno musulmano ha una
propensione considerevole alla vita passiva: in lui, come si è detto, la
personalità statica soffoca quella dinamica46.

Passività, inerzia, credulità, immoralità: tutto distingueva, agli


occhi di Porot, la società araba da quella francese. Gli stessi giu­
dizi saranno ripresi in un successivo lavoro, scritto insieme ad Ar-
rii47, dove “l’inferiorità mentale della massa indigena”, l’assenza di
curiosità o di spirito scientifico, la suggestionabilità, la mancanza
di spirito critico, la debolezza della vita affettiva e morale, costi­
tuiscono il ritornello quasi ossessivo dentro il quale ben si coglie

45 Maurice Boigey, Etudes psychologique de l’islam, in “Annales médico-psycholo-


giques”, tomo vili, 1908, pp. 5-14. Per un’analisi di questi temi, cfr. anche le osserva­
zioni di Ana Maria G. Raimundo Oda, Claudio Eduardo M. Banzato e Paulo Dalga-
larrondo, Some origins o f cross-cultural psychiatry, in “History of Psychiatry”, 16, 2,
2005, pp. 155-169. Per un’analisi di come la nozione di razza abbia operato e continui
ancora oggi a esercitare il suo potere nell’orchestrare “le nostre esperienze sociali,
economiche, culturali e storiche”, rinvio a Paul Gilroy, Against Race. Imagining Poli­
ticai Culture Beyond thè Color Line, Harvard University Press, Cambridge 2000.
46 Antoine Porot, Notes de psychiatrie musulmane, in “Annales médico-psychologiques”,
tomo ix, 1918, pp. 377-384.
47 Antoine Porot e Don Còme Arrii, L'impulsivité criminelle de l’indigène nord-africain.
Ses facteurs, in “Annales médico-psychologiques”, tomo il, 90, 1932, pp. 588-611.
LA TORMENTA ONIRICA 25

quanto osserva Vaughan4X: la psicologia dell’indigeno, la psicologia


dell’Altro, è nella psichiatria coloniale già psicopatologia. Intelli­
genza lacunosa, moralità assente o incerta, comportamento impul­
sivo o criminale, suggestionabilità: il musulmano è, in ogni caso,
pensato in difetto o in eccesso. In un testo scritto da Porot e Sutter
nel 1939, si legge:

L’Algerino non possiede la corteccia o, per essere più precisi, il controllo


- come nei vertebrati inferiori - è diencefalico. Le funzioni corticali, se
esistono, sono molto fragili, praticamente non integrate nella dinamica
dell’esistenza [...]. La reticenza del colonizzatore a conferire responsa­
bilità all’indigeno non è dunque segno di razzismo o di paternalismo ma
è, molto più semplicemente, una valutazione scientifica delle possibilità,
biologicamente limitate, del colonizzato4849.

In queste formulazioni la fusione dell’ideologia coloniale con


il sapere psichiatrico del tem po è ormai compiuta. Una volta che
le popolazioni nelle colonie sono state animalizzate, descritte in
termini patologici, una volta che se ne saranno sottolineati i profili
negativi (la menzogna, l’aggressività, una sessualità disordinata),
non resterà che fondare tali giudizi sulla biologia e sulle evidenze
di una differenza razziale che u n ’anatomia patologica assai fretto­
losa si impegnerà a fornire senza scrupoli. Ecco convergere allora
le osservazioni di Porot e Sutter con quelle di John Colin Dixon
Carothers, lo psichiatra nato nel 1903 in Sud Africa che, in Ken­
ya, giunge ad un’analoga conclusione. Siamo agli inizi degli anni
Cinquanta, e il libro di Carothers, pubblicato dall’Organizzazione
M ondiale della Sanità nel 1953 e riedito ancora nel 1970 (sic!),
avrà un im patto considerevole. D opo gli studi sul m usulm ano,
la psicologia dell’Islam o l’anima arabo-berbera, il disegno della
psichiatria coloniale aggiunge il suo contributo estendendo quelle
conclusioni alla “mente africana” nella sua totalità. Non acconten­
tandosi più di giudizi fondati su generiche differenze razziali, Ca-

48 Megan Vaughan, Curing their llls: Colonial Power and African Illness, Cambridge,
Polity Press, 1991. Cfr. su questi temi anche René Collignon, La psychiatrie coloniale
franqaise en Algerie et au Sénégal. Esquisse d’une historisation comparative, in “Revue
Tiers Monde”, 3,187, 2006, pp. 527-546.
49 Antoine Porot e Jean M. Sutter, Le primitivisme des indigenes nord-africains: ses inci-
dences en pathologie mentale, in “Sud médical et chirurgical”, 1939, pp. 226-241 (il
corsivo è moi). Sutter sarà psichiatra ad Algeri come titolare della cattedra di psichia­
tria sino al 1962 quando, dopo la liberazione del paese dalla colonizzazione francese,
sarà obbligato a tornare in Francia.
26 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

rothers intesse un argomento nel quale mescola riferimenti anato-


mo-patologici (gli studi di Vint sullo spessore dello strato corticale
del cervello degli africani), considerazioni di tipo linguistico ed in­
formazioni antropologiche sulla cultura delle popolazioni africane
(i kikuyu, in particolare). Nasce così la sua “etnopsichiatria”. D ’al­
tronde, osserva l ’autore, se la corteccia cerebrale deriva dagli strati
esterni dell’embrione, così come la cute, perché sorprendersi delle
differenze psicologiche fra europei e africani quando ci sem bra­
no ovvie le differenze rilevate nella loro epidermide? Come in un
m onotono salmo, ritornano anche in Carothers le frasi sull’im pul­
sività, sullo scarso grado di integrazione psichica e suU’immaturità
affettiva, sulla bassa capacità di sintesi degli africani50.
Razzializata e inferiorizzata, la cultura dei colonizzati, la loro
“psicologia della foresta”51, servirà perfettam ente a un duplice
scopo: offrire buone ragioni per esercitare il dom inio coloniale
nelle sue forme più brutali o, secondo i casi, più paternalistiche52,
interpretare in termini antropologici o psicologici i segni di insu­
bordinazione, le ribellioni, le rivolte anticoloniali, come nel caso
dello studio già citato, sem pre a firm a di C arothers, sul m ovi­
m ento dei M au Mau, o di quello di Octave M annoni sulla rivolta
in M adagascar53. I colonizzati sono collocati ineluttabilm ente, e
50 Questa scarsa capacità di sintesi sarebbe per Carothers anche all’origine dell’incapa­
cità degli africani di riconoscere le ragioni psicologiche della depressione, interpretata
unicamente in termini somatici: John Colin Dixon Carothers, The African Mind in
health and disease. A study in Ethno-psychiatry, Geneva, WHO 1953, p. 42. Cfr., per
una critica di Carothers, Jock McCulloch, Colonial Psychialry and thè “African Mind”,
Cambridge University Press, Cambridge 1995.
51 John Colin Dixon Carothers, The Psychology o f Mau Mau, Nairobi, Government
White Paper 1954, p. 4. Cfr. Anche Beneduce, Etnopsichiatria, cit., pp. 74-78.
52 Beato Gonzales, Villarino R. Ulloa, Capacidad mental del negro, Consejo Superior de
Investigaciones Cientifìcas, Madrid 1953.
53 Carothers, The Psycology, cit.; Octave Mannoni, Psychologie de la colonisation, ripub­
blicato poi con il titolo Le racisme revisité. Madagascar, 1947 (Denoél, Paris 1997).
Mannoni interpreta la rivolta malgascia, repressa nel sangue dai francesi con oltre
centomila morti, come l’effetto di un complesso di dipendenza nei confronti dei co­
loni e dell’angoscia suscitata dall’ansia di abbandono. Su Mannoni rinvio a Maurice
Bloch, New Foreword, in Octave Mannoni, Prospero and Calihan. The Psychology of
Colonization, The University of Michigan Press, Ann Arbor, 1998, pp. v-xx (si tratta
della traduzione inglese dell’opera di Mannoni), e a Roberto Beneduce, L ’ascolto delle
differenze, in Roberto Beneduce ed Elisabeth Roudinesco (a cura di), Etnopsicoanalì-
si. Temi e protagonisti di un dialogo incompiuto, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp.
28-36. Bloch, nel criticare il lavoro di Mannoni, non ne ignora però gli aspetti positivi,
“pionieristici”, che a suo avviso sono essenzialmente tre: ogni studio delle società afri­
cane deve fare riferimento alla situazione coloniale; ogni analisi psicologica - in tale
“situazione” - deve concernere tanto il colonizzato quanto il colonizzatore (questo
LA TORMENTA ONIRICA 27

come per una maledizione, in uno spazio di alterità dalla quale


la verità della violenza coloniale è stata espulsa. Sia quando sono
descritti nella loro vita ordinaria come inerti, passivi, o inaccessi­
bili perché immersi nei loro rituali e nelle loro pratiche feticisti­
che, sia quando si ribellano all’ordine coloniale ed entrano con
quest’ultimo in collisione, essi sono oggetto, ineluttabilm ente, di
una diagnosi, senza che le ragioni politiche siano mai riconosciute
nella loro interezza. E questo l ’orizzonte teorico che Fanon in­
contra negli anni della sua form azione. L’oggetto che prende di
mira in Peau noire, masques blancs è quello che Lewis G ordon ha
definito “colonialismo epistem ologico”, e lo immagino trasalire
proposito sarà ripreso tanto da Fanon quanto da Memmi); infine, Mannoni non di­
mentica il peso della sua stessa soggettività nel disegnare il ritratto del malgascio: è, la
sua, un’etnografia autenticamente riflessiva. Nonostante questi meriti, bisogna ricor­
dare tuttavia, continua Bloch, che Mannoni sarebbe diventato responsabile dei servizi
d’informazione nelle colonie e che, al di là delle significative lacune propriamente
antropologiche presenti nelle considerazioni “culturali”, il suo studio riduce alle sole
dimensioni psicologiche (il “complesso di dipendenza”, i motivi “situati unicamente
nell’inconscio collettivo”) le ragioni politiche della rivolta anticoloniale, per di più
confermando le interpretazioni ufficiali della rivolta stessa. Ad esempio, era stato af­
fermato che gli stregoni, d’accordo con i leader militari, avevano incoraggiato la lotta
promettendo di rendere invulnerabili ai proiettili i ribelli: se pure questo stratagemma
magico-religioso era stato effettivamente attuato (e del resto non è mai mancato, quale
che sia il contesto storico o culturale, il ricorso a tattiche analoghe, ricorda Bloch),
esso non costituì certo il solo presupposto della ribellione. Ma Bloch critica anche
l’interpretazione del presunto sentimento di mancanza di gratitudine dell’Africano:
un vero e proprio topos, quest’ultimo, spesso riportato in letteratura, sin dai tempi di
Lévi-Bruhl. E facile tuttavia dimostrare come la richiesta di doni, lungi dal suggerire
una mancanza di gratitudine per quelli già ricevuti, indicava nell’esempio riportato
da Mannoni la volontà di stabilire una relazione di reciprocità, fra soggetti eguali.
Non comprendendo il senso di questa pratica, Mannoni si lancia in una complessa
speculazione sul complesso di dipendenza dei Malgasci nei confronti dei Francesi, in
buona parte illegittima. Mannoni avrebbe criticato anni dopo queste posizioni rico­
noscendone gli errori in uno scritto dal titolo quanto mai eloquente, The decoloniza-
tion o/M yself apparso sulla rivista “Race” nel 1966 e ripubblicato poi nel suo libro
Clefs pour l’imaginaire ou l’Autre Scène, Seuil, Paris, 1969, pp. 290-300). In questo
testo Mannoni avrebbe osservato: “L’incontro fra il Bianco e il Nero, lungi dall’essere
l’incontro di due uomini senza differenza, era l’incontro della differenza allo stato
puro, la differenza senza significato naturale, il simbolo ad uno stesso tempo evidente
e assurdo di ciò che va male nelle relazioni umane e, per ciò che riguarda noi, di ciò
che va male nel mondo dei Bianchi [...]. Si potrebbe dire che l’esistenza del Nero ha
finito col giocare il ruolo di un rivelatore facendo apparire nel mondo bianco qualche
cosa che non si sarebbe mai mostrato senza di essa. E a questa rivelazione che noi
resistiamo, ed è questo che nega l’universalista [...]. Il Nero è collocato in modo tale
da vedere differentemente ciò che non va nella maniera in cui i Bianchi (i meno folli
e i più umani) hanno organizzato la coesistenza fra gli uomini - compresa quella fra
i Bianchi stessi - perché è lui che porta maggiormente il peso di ciò che, in questo
ambito, non va” (ivi, pp. 297-299).
28 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

di rabbia m entre legge Porot, Sutter o Carothers o ascolta questi


autorevoli psichiatri ai convegni di Nizza o di Tunisi (certo deve
pensare anche a loro quando scrive di quella “armata d ’imbecilli”
dai cui stereotipi vuole liberare il N ero)545. Senza avere presen­
te l’insieme di questi contributi, e il clima intellettuale nel quale
essi nacquero e che essi stessi contribuirono a riprodurre, non si
possono com prendere le sue Considerazioni etnop$icbiatrichew, e
forte è il rischio di distorcerne il senso estrapolandone i contenuti
al di là del dibattito di quegli anni.
Solo qualche anno prim a era apparso il M anuel alphabétique
de psychiatrie di Porot e dei suoi collaboratori56, dove gli autori,
alle voci Ethno-psychiatrie, Psychopathologie des Noirs e simili,
avevano ancora una volta utilizzato il consueto repertorio term i­
nologico e concettuale (“m entalità prim itiva”, “m ancanza di cu­
riosità intellettuale”“impulsività crim inale”, “bestialità non rara
fra nord-africani”), giungendo a interpretate persino l’abuso di
sostanze secondo presunte caratteristiche razziali57.
Se l’etnopsichiatria alla quale Fanon è costretto a guardare è
quella di C arothers o quella della Scuola di Algeri, se l’analisi
antropologica messa al servizio della com prensione psicologica
dell’Africano, delle sue lotte o del suo m ondo onirico è quella di
Carothers o di M annoni, se l ’etnopsichiatria di cui questi autori
tracciano il perim etro è quella che ha piegato la differenza cultu­
rale (una differenza spesso rappresentata in m odo caricaturale)
alle leggi della gerarchia razziale, ebbene Fanon non poteva che
condannare quella etnopsichiatria, e duram ente. La critica di Fa­
non era dunque rivolta alla psichiatria coloniale e al m alinteso
senso della differenza culturale che la nascente etnopsichiatria
intendeva m ettere m aldestram ente in rilievo. Riconosciamo così,
finalmente, il senso dell’ironia nei confronti di quei lavori (“Da
qualche anno si parla m olto di etnopsichiatria”), di quelle che
Fanon definisce “im portanti m onografie” e “acquisizioni solide”
all’origine delle teorie sulla “pigrizia frontale” degli africani. La

54 Fanon, Peau noire, cit., p. 27.


55 Questo brevissimo articolo, apparso in “Consciences maghribines” nel 1955, è qui
riprodotto alle pp. 155-141.
56 Antoine Porot (a cura di), Manuel alphabétique de psychiatrie clinique, thérapeutique
et médico-légale, Puf, Paris 1952.
57 L’oppio avrebbe favorito, per esempio, la naturale tendenza dei cinesi ad isolarsi e
alla contemplazione, l’hascish la tendenza degli orientali alla réverie, l’alcol il tempe­
ramento dinamico degli occidentali... (ivi, p. 425).
LA TORMENTA ONIRICA 29

sua è u n ’accusa contro il razzismo scientifico di una psichiatria e


di u n ’etnopsichiatria palesemente complici del progetto colonia­
le: non nei confronti del ruolo che le variabili culturali o il conte­
sto sociale e storico dovrebbero occupare nell’interpretazione del
disagio psichico o nella sua cura.
A ltre etnopsichiatrie sarebbero sorte di lì a poco: quella
di H enri Collom b, o di M argaret Field, ad esem pio, autrice -
quest’ultima - di un lavoro poco esplorato ma per più versi pio­
nieristico e controcorrente sulle complesse dinamiche della soffe­
renza psichica in una popolazione del Ghana, e più tardi quella di
Ernesto de M artino, che fa esplicito riferim ento all’etnopsichia-
tria nella pagine del libro pubblicato postumo, La fin e del mondo.
Il lavoro di Field m erita di essere ricordato. A ntropoioga e
psichiatra, avrebbe non solo preso distanza negli anni della deco­
lonizzazione dal paradigm a della deculturazione e della m oder­
nizzazione come fattori in sé responsabili dell’emergere di distur­
bi psichici, ma anche docum entato la presenza della depressione,
soprattutto fra le donne: un dato, questo, in grado di rovesciare
il luogo comune allora da tutti ammesso relativamente alla rarità
o all’assenza di questa condizione fra gli africani. Field avrebbe
anche dim ostrato come questi profili della sofferenza potesse­
ro essere opportunam ente colti solo una volta che fossero stati
compresi per intero l’idioma persecutorio e i riferimenti al m on­
do della stregoneria attraverso cui la depressione stessa veniva
sperim entata, e il profondo senso di insicurezza caratteristico di
un’epoca di confusione, di violenze, di incertezze58.
In quegli stessi anni nuovi modelli di etnopsichiatria avrebbero
profondam ente ripensato il rapporto fra cultura, malattia mentale
e modelli di cura, su basi però ben diverse dall’orizzonte di pra­
tiche e ricerche contro il quale si era scagliata la critica di Fanon
(penso, oltre agli autori citati, alle originali esperienze di Lambo in
Nigeria, agli scritti di Devereux o alla scuola di Dakar: che avrebbe
fatto dello studio rigoroso dei saperi terapeutici locali il suo profilo

58 Margaret Joyce Field, Search for security. An ethnopsychiatric study o f rural Ghana,
Faber and Faber, London 1960. Il termine “insecurity” avrebbe conquistato uno spa­
zio rilevante nella letteratura antropologica a partire dagli anni Novanta, soprattutto
in rapporto ai sospetti e alle accuse di stregoneria (penso qui ai contributi di Jane e
John Comaroff, di van Binsbergen, di Birgit Meyer o di Peter Geschiere), ciò che
sottolinea, da un’altra prospettiva, il valore delle intuizioni presenti nel lavoro etnop-
sichiatrico di Field. Bullard sostiene però, e a ragione, che Collomb si tenne a distanza
dalle vicende politiche del suo tempo (cit. in Beneduce, Etnopsichiatria, cit., p. 105).
30 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

più originale). Fanon non ebbe m odo di confrontarsi con queste


esperienze, e tuttavia nelle sue analisi, negli articoli (alcuni dei qua­
li qui tradotti), non v’è dubbio che il ruolo delle variabili sociali e
culturali sia sistematicamente considerato nella costruzione delle
strategie diagnostiche o terapeutiche ritenute più efficaci (“ci sia­
mo fatti umili di fronte alla cultura scrive in uno dei lavori
qui pubblicati, “ci siamo rivolti a lei, timorosi e attenti”), e messo
in rilievo accanto al ruolo, non meno rilevante, della Storia e della
sua violenza. Fanon era ben consapevole che uno dei problemi più
difficili era (e lo è tuttora) quello relativo ai modi di “rappresenta­
re la differenza”59. Dissodare i discorsi della psichiatria coloniale
o dell’antropologia dell’epoca perché venissero alla luce tutte le
trappole in cui era stata catturata la nozione di cultura è anche il
motivo che ispira alcune delle sue riflessioni più dense sul rap ­
porto fra razzismo e cultura:

Viene innanzitutto affermata l’esistenza di gruppi umani privi di cul­


tura, poi quella di culture gerarchizzate e infine la nozione di relatività
culturale [...]. L’impresa di deculturazione è soltanto il negativo di un
più gigantesco lavoro di asservimento economico e persino biologico.
La dottrina delle gerarchia culturale è quindi solo un modulo della ge-
rarchizzazione sistematica perseguita in modo implacabile. La teoria
moderna dell’assenza d’integrazione corticale dei popoli coloniali ne è il
versante anatomico-fisiologico [...]. Oggetto di razzismo non è più l’in­
dividuo, ma una data forma di esistenza [...]. Il razzismo, abbiamo visto,
non è che un elemento di un contesto più ampio: quello dell’oppres­
sione sistematica di un popolo [...]. L’asservimento della popolazione
autoctona, nel significato più rigoroso del termine, è l’esigenza prima.
Per far questo è necessario infrangere le sue coordinate mentali [...].
L’imposizione del regime coloniale non comporta di per sé la morte del­
la cultura autoctona. Anzi, da un esame storico emerge che l’obiettivo
voluto non è tanto la sparizione totale della cultura preesistente quanto
la sua agonia prolungata [...]. Questa cultura che una volta era viva e
passibile di sviluppi, si chiude, atrofizzata nello statuto coloniale [...]. La
mummificazione della cultura produce quella del pensiero individuale
[...]. Si assiste così alla creazione di organismi arcaici, inerti, che funzio­
nano sotto la sorveglianza dell’oppressore e ricalcano caricaturalmente
delle istituzioni un tempo feconde60.

59 Rodney H. Lucas e Robert J. Barrett, Interpreting Culture and Psychopathology: Primi-


tivist Themes in Cross-Cultural Debate, in “Culture, Medicine and Psychiatry”, 19, 3,
1995, pp. 287-326.
60 Frantz Fanon, Scritti politici, Per la rivoluzione africana, trad. it. di F. Del Lucchese,
DeriveApprodi, Roma 2006, p. 45 e sgg.
LA TORMENTA ONIRICA 31

L’autore penetra qui nei meandri della colonia, scorge nella cul­
tura “mummificata”, “atrofizzata”, oggetto di un falso rispetto, solo
il disegno di “oggettivare, di incapsulare, d ’imprigionare” l’Altro,
di soggiogarlo: un disegno espresso in modo esemplare, scrive Fa­
non, da frasi come “li conosco bene”. E una fenomenologia sottile
del dominio politico e dell’assoggettamento, che congiunge la di­
mensione più nota del razzismo, il suo peculiare dispositivo bio­
politico (l’apartheid sociale, sanitario, economico che lo rende visi­
bile e lo istituzionalizza) con una particolare politica della cultura
e una altrettanto specifica “memoro-politica”61. Nascono in queste
pieghe l’alienazione del colonizzato, le nevrosi dell’évolué, dell’op­
presso, che “si avventa, con l’energia e la tenacia del naufrago,
sulla cultura impostagli”62. Fanon ha ben chiaro che queste dina­
miche, più che di “contro-acculturazione”, parlano di una “con­
tro-assimilazione”63, e ciò anche nei loro riflessi più ambivalenti e
contraddittori, nei loro giochi mimetici più vertiginosi: sui quali le
pagine di Peau mire, masques blancs rimangono insuperate.
Ricondurre Fanon al dibattito contemporaneo sull’etnopsichia-
tria costituisce u n ’avventura epistemologica e storica non priva
di rischi, tanti i malintesi, i veleni e le banalità che sono circolati
intorno all’etnopsichiatria in anni recenti, soprattutto in Francia,
dove il lavoro di Tobie N athan - pur nella sua indiscussa origi­
nalità epistemologica - ha offerto più d ’un motivo di critica con
la sua rigida insistenza sull’appartenenza culturale dei pazienti
immigrati, sulla “ragione etnica” della cura, e il suggerimento del
principio, sotto ogni punto di vista (antropologico, storico, clinico)
contestabile, secondo cui solo all’interno del mondo culturale da
cui provengono, fra gli attori terapeutici che lo abitano, i pazienti
troverebbero una risposta efficace64.

61 L’espressione è di Ian Hacking, La riscoperta dell’anima (trad. it. di R. Rini, Feltrinelli,


Milano, 1996), il quale esplicitamente rinvia per questo concetto all’analogo foucaul-
tiano di bio-politica.
62 Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, cit., pp. 45-51. Sul desiderio del co­
lonizzato e la nevrosi de&’évolué, presi in esame da Fanon, osserva Bhabha: “Diventa
perciò impossibile per Vévolué ormai svalutato ma pur sempre insaziabile [...] accettare
l’invito all’identità che gli viene dal colonizzatore: ‘sei un dottore, uno scrittore, uno
studente, sei diverso, sei uno di noi’. Proprio in quest’uso ambivalente di ‘diverso’ - es­
ser diverso da quanti sono diversi fa sì che tu resti sempre uguale a te stesso - l’Incon­
scio esprime la forma dell’Alterità, la traccia esausta di ciò che è differito e dislocato”
(Homi Bhabha, I luoghi della cultura, trad. it. A. Perri, Meltemi, Roma 2001, p. 67).
63 Fanon, Scritti politici, L ’anno v della rivoluzione, cit., p. 44.
64 Occorre notare, d’altronde, che molte critiche provengono da autori che, di fatto,
32 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Q uesta deriva ha molte ragioni, che qui non è possibile analiz­


zare: ma si può affermare che tanto i modelli di un’etnopsichiatria
quale quella di N athan quanto i modelli politico-culturali dell’in­
tegrazione e dell’assimilazione si sono rivelati, nelle loro risposte ai
problemi sociali e psicologici dell’immigrato, altrettanto inadegua­
ti, soprattutto in un m ondo che si va definendo sempre più nella
prospettiva dei flussi diasporici e dei “frem iti” di appartenenze
molteplici65. Se Alice Cherki non ha esitazioni nell’affermare che
Fanon sarebbe oggi interessato ai sans papier ma distante da quella
che si conviene di definire etnopsichiatria (il riferim ento però è
inchiodato evidentemente al contesto francese, all’etnopsichiatria
di Nathan), credo sia d ’altronde facile dimostrare che l’attenzione
di Fanon nei confronti delle variabili sociali e culturali è costante
(eloquenti, a questo riguardo, i frequenti richiami alla “verità cul­
turale”, all’“esistenza o ttu rale”), sebbene egli abbia cura di anco­
rare tali variabili ad un preciso contesto storico: ciò che mi spinge
a sostenere che un 'etnopsichiatria critica, u n ’etnopsichiatria cioè
lontana dalla pretesa di ricondurre l’espressione e la produzione
della sofferenza quanto la costruzione di strategie terapeutiche alla
sola dim ensione culturale, sia già chiaram ente espressa nei suoi
scritti. Le sue opinioni sui test psicodiagnostici ne costituiscono
un esempio inconfutabile.
Introdotto negli Stati Uniti nel 1938 da un gruppo di ricerca­
tori coordinato da Christiana D rum m ond Councilm an M organ,
una psicoioga di orientam ento jungiano, autrice di molti dei d i­
segni utilizzati nel test, ed H enry FI. Murray, uno psicologo che
aveva p ro d o tto un profilo psicologico di H itler per il governo

essendo antropologo o psicoanalisti, non hanno che un’assai esigua esperienza clinica
con la popolazione immigrata, o non ne hanno alcuna, e pertanto non considera­
no - nelle loro critiche - gli aspetti tecnici proposti dal modello psicoterapeutico di
Nathan, limitandosi per lo più a considerarne Videologia soggiacente. È il caso, per
esempio, di Didier Fassin, Les politiques de l’ethnopsychiatrie. La psyché africaine, des
colonies africaines aux banlieuesparisiennes, in “L’Homme ”, 153,2000, pp. 231-250;
Didier Fassin, The Biopolitics o f Otherness: Undocumented Foreigners and Racial Dis-
crimination in French Public Debaie, in “Anthropology Today”, 17, 1, Feb., 2001, pp.
3-7. Un’antropologa italiana, Cristiana Giordano, applicando in un recente articolo
pedissequamente i precetti di questa critica e il ritornello di una presunta “cittadinan­
za culturale” che l’etnopsichiatria vorrebbe imporre, riproduce gli stessi limiti, ma
amplifica considerevolmente la confusione e, soprattutto, mostra di ignorare del tutto
quella letteratura che documenta da anni l’esistenza di una ben diversa prospettiva
(teorica e clinica) dell’etnopsichiatria, non solo italiana.
65 Achille Mbembe, Sortir de la grande nuit. Essai sur l’Afrique décolonisée, La Décou-
verte, Paris 2010, p. 133.
LA TORMENTA ONIRICA 33

degli Stati Uniti, il Thematic Apperception Test (TAT) sarebbe ap­


prodato presto in Africa, dove si sentiva da parte di molti ricerca­
tori occidentali l’esigenza di affiancare alle osservazioni cliniche
metodi più rigorosi di indagine psicologica. Per il governo ameri­
cano M urray avrebbe poi continuato a lavorare dopo la fine della
guerra in qualità di direttore dell’ufficio servizi strategici (precur­
sore della CIA). L’ufficio era interessato, tra l’altro, ad individua­
re personalità disponibili a svolgere attività a rischio elevato e in
clandestinità6667.
Ma il TAT, nella sua form a originale o nella versione adatta­
ta del TAT-Congo (proposta dallo psicologo André Om bredane),
non era il solo test utilizzato: anche il Q I sembrava prom ettere ri­
sposte oggettive, statisticamente attendibili, e avrebbe trovato, con
scarsa preoccupazione per i limiti metodologici derivanti dalla sua
applicazione in un diverso ambiente culturale, ampia utilizzazione
nel contesto africano. Di questo clima è testimonianza la ricerca
sulPintelligenza del negro africano, utilizzato nella Guinea allora
colonia spagnola da Vicente Beato Gonzales e Ramón Villarino Ul-
loa, nelle cui conclusioni si legge:
La capacità di attenzione e fissazione è più tardiva e inferiore nell’uomo
di colore che nel bianco. Anche la capacità di classificazione è inferiore
nel “moro”. La capacità sensoriale è uguale, e talvolta persino superiore
a quella del bianco, in particolare per ciò che concerne la vista e l’udito.
Il disegno infantile appare precocemente nel negro, ma non evolve. Nel­
le capacità del pensiero analogico, nella comprensione, nel senso critico,
nell’attitudine logica, nelle relazioni di eguaglianza e, in generale, ogni
volta che intervenga l’intelligenza, il negro mostra un’inferiorità rispetto
al biancobl.

Nelle pagine conclusive del loro studio gli autori aggiungono


suggerimenti che ben poco hanno a che vedere con la psicologia,
ma illuminano bene la natura del contributo che le scienze psicolo-
gico-psichiatriche offrono al progetto coloniale, la misura della loro
complicità. Dai risultati della loro ricerca Gonzales e Ulloa conclu­
dono infatti che un maggior rendimento si potrà trarre dai lavori di
tipo imitativo, non da quelli nei quali si richiede invece un’elabora­

66 Alice Bullard, 2005, The Criticai Impact ofFrantz Fanon and Henri Collomh: Race,
Gender, and Personality Testing ofNorth and West Africans, in “Journal of History of
Behavioural Sciences”, 41,3, pp. 225-48.
67 Vicente Beato Gonzales e Ramón Villarino Ulloa, Capacidad mental del negro, Conse-
jo Superior de Investigaciones Cientifìcas, Madrid 1953 (il corsivo è mio).
34 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

zione: “Da ciò consegue che non sia vantaggioso lo stesso sistema
adottato per i bianchi. Per ragioni analoghe, non c’è da sperare
che, nei lavori dei campi, si raggiungano risultati migliori quando
l’uomo di colore li realizza sotto sua propria esclusiva direzione”6869.
F rantz Fanon, p u r utilizzando nella sua pratica clinica test
psico-diagnostici, è consapevole dei limiti che ne caratterizza­
no l ’uso con pazienti provenienti da contesti culturali diversi da
quelli nei quali i test erano stati concepiti ed elaborati. Esemplare
rim ane a questo riguardo il com m ento relativo all’uso del TAT.
Nel Congresso di Bordeaux, in un lavoro presentato con Charles
G eronim i, Fanon m ostra come la condizione storica del dialogo
fra terapeuta e paziente, la relazione di potere che sta fra colui
che osserva (il medico bianco, lo psichiatra coloniale) e colui che
dovrebbe p ro d u rre “libere associazioni”, è tale da vanificare il
valore diagnostico del test:
In effetti, chiedendo loro di descrivere, di vivere una scena elaborata da
occidentali per occidentali, li si immerge in un mondo diverso, straniero,
eterogeneo, di cui non possono appropriarsi. Le loro prime reazioni sono
d ’altronde di stupore, di perplessità di fronte all’ignoto: “Mio Dio, che
cosa è questo?”. Le donne musulmane cercano nella tavola degli ele­
menti identificabili, ma le linee di forza che organizzano la percezione
mancano [...]. E chiaro quindi che a dispetto di uno sforzo intellettuale
così importante, così laborioso, si siano potute ottenere solo risposte
disorganizzate, che non oltrepassano lo stadio dell’elencazione, lo stadio
del “c’è”. Allo stesso modo, possono essere facilmente spiegati gli errori
percettivi e gli elementi passati inosservati. È l’assenza di correlazione tra
gli "stimoli percettivi”offerti all’investigazione dei nostri soggetti, alla loro
personalità, e l’attesa di un mondo culturale preciso, esigente, in un certo
senso contratto, che rende conto di questi errori1’9.

Le tesi di Fanon e Geronimi non rinviano a un relativismo cul­


turale banale, non scivolano in u n ’etnopsichiatria che “reifica” la
differenza culturale: esprimono al contrario una prospettiva epi­
stemologica rigorosa e consapevole del ruolo che l’appartenenza
religiosa esercita sulla percezione della realtà e l’immaginario so­
ciale. Se la presunta incapacità d’inventare delle donne musulmane
68 Ibidem (il corsivo è mio).
69 Frantz Fanon e Claude Geronimi, Il TAT con donne musulmane. Sociologia della per­
cezione e dell’immaginazione, qui riprodotto alle pp. 142-146. Cfr. a questo riguardo
Simona Taliani, La somministrazione di un test di personalità, in Simona Taliani, Fran­
cesco Vaccinano, Altri corpi. Antropologia ed etnopsicologia della migrazione, Unico-
pii, Milano 2006, pp. 86-93.
LA TORMENTA ONIRICA 35

sottoposte al test non può essere certo ricondotta a fattori costitu­


zionali o genetici (come voleva la teoria della mentalità primitiva),
non può essere però nemm eno spiegata dal semplice “appello a
interdizioni coraniche”. Fanon rifiuta tanto la spiegazione della psi­
chiatria quanto la spiegazione religiosa interiorizzata dalle pazienti
(“N on posso mentire, perché è peccato”): compie allora un balzo
in avanti, verso un 'interpretazione. Se l ’immaginario si nutre del
reale, e quello presentato alle donne con le tavole del TAT è un re­
ale “ostile”, “sconosciuto”, non sarà possibile alcuna esistenza im ­
maginaria. La “condizione di marginalità del m usulm ano” e l’aver
ignorato la sua “verità culturale” cancellano questa possibilità. Gli
autori non concepiscono queste appartenenze come vincoli rigidi,
e tuttavia sottolineano il loro peso nel limitare la validità di un test
pensato “da occidentali, per degli occidentali”, un test le cui tavo­
le presentano ai pazienti “un m ondo diverso, straniero, eteroge­
neo, di cui non possono appropriarsi". La conclusione è netta: “Le
risposte incoerenti, inadatte, incerte, disarticolate, le percezioni
dall’aspetto caricaturale, ci indicano che il nostro metodo è falso ”
(i corsivi sono miei). Una relazione autentica con quelle pazien­
ti, premessa minima per qualsivoglia procedura psicodiagnostica,
potrà essere stabilita solo attraverso una profonda modifica del
dispositivo diagnostico-terapeutico. Altre strategie, altri modelli
ricorrenti nella psichiatria di quegli anni dimostrano, in Algeria,
i limiti di tali pratiche quando le si voglia esportare come tali: è il
caso della terapia sociale e dell’ergoterapia che l’autore introduce,
dopo i successi ottenuti nel reparto femminile, dove erano accolte
donne europee, nel reparto che accoglie uom ini musulmani, qui
però ottenendo un ben diverso risultato. Occorre allora interroga­
re “le ragioni profonde” di quel “fallimento”:
Avevamo voluto creare delle istituzioni e avevamo dimenticato che ogni
iniziativa di questo genere deve essere preceduta da un ricerca tenace,
concreta e reale delle radici organiche della società autoctona. A causa
di quale errore di giudizio avevamo potuto immaginare una terapia sociale
di ispirazione occidentale in un servizio di alienati musulmani? Come era
possibile un’analisi strutturale se mettevamo tra parentesi il contesto geo­
grafico, storico, culturale e sociale? [...]. Era necessario tentare di cogliere
il fatto sociale nordafricano. Bisognava esigere questa “totalità” in cui
Mauss vedeva la garanzia di un autentico studio sociologico. Bisognava
effettuare un salto, realizzare una mutamento di valori. Diciamo pure,
era necessario passare dal biologico all’istituzionale, dall’esistenza natu­
rale all’esistenza culturale [...].Una terapia sociale poteva essere possibile
36 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

solo nella misura in cui si sarebbe tenuto conto della morfologia sociale
nel suo insieme e delle peculiari forme di socialità. Ma quali erano i valori
biologici, morali, estetici, cognitivi e religiosi della società musulmana?70

Gli autori invocano Mauss, sottolineando l’importanza dell W -


stenza culturale per giungere ad una reale com prensione della
malattia mentale. Non è possibile, in psichiatria, m ettere “tra pa­
rentesi il contesto geografico, storico, culturale e sociale”: se ci si
ostina a farlo, una terapia “di ispirazione occidentale” non può
allora che fallire. Il ruolo dell’antropologia non è qui però quel­
lo di riproporre u n ’immagine statica di queste culture: gli autori
riflettono infatti sulle trasformazioni sociali e familiari introdotte
dalla colonizzazione francese, sui m utamenti intervenuti nell’eco­
nomia, nella proprietà fondiaria o nelle nuove tecniche di coltiva­
zione, così come sui processi innescati dall’emigrazione berbera
verso la Francia. Questi passaggi indicano con chiarezza l’atten­
zione degli autori verso un complesso orizzonte di variabili che
suggeriscono nel loro insieme i lineamenti di una nuova, originale
forma di etnopsichiatria, dinamica e critica, attenta a considerare
“le forze, ancora poco analizzate, che stanno frantum ando gli am­
biti domestici, economici e politici. Questa società, che definiamo
immobile, in realtà è fermento nelle sue fondam enta”. Altrettanto
m oderna è, d ’altronde, l’intuizione dell’importanza della variabile
rappresentata dall’interprete nell’incontro con il malato, così co­
me la consapevolezza dei rischi che accompagnano la sua presenza
nella relazione terapeutica e della necessità di conoscere la lingua
del malato. Solo un “atteggiamento rivoluzionario” avrebbe con­
sentito una “reciprocità di sguardi”.
Gli scritti di Fanon e dei suoi collaboratori su questi aspetti
sono rivolti a considerare tutti i profili dell’assistenza psichiatrica:
dal livello di preparazione del personale infermieristico alle con­
dizioni della dimissione, dallo statuto della donna nella famiglia
m usulmana alle difficoltà generate dal m atrim onio poligamico71.

70 Frantz Fanon e Jacques Azoulay, La terapia sociale in un servizio psichiatrico di uomini


musulmani. Difficoltà metodologiche, qui riprodotto alle pp. 104-122. Le considera­
zioni espresse altrove sul ruolo della cultura in rapporto alla lotta anticoloniale e al
nazionalismo costituiscono altri spunti preziosi per misurare quanto la nozione di
cultura sia in Fanon flessibile, articolata lungo i crepacci e le fratture della vita sociale
e politica, incessantemente negoziata al suo interno e al suo esterno e piegata spesso a
fini particolari (cfr. Fanon, I dannati della terra, cit, pp. 178-181).
71 J. Dequeker, F. Fanon, R. Lacaton, M. Micucci, F. Ramee, Profili dell’assistenza psi­
chiatrica in Algeria, qui riprodotto alle pp. 127-136.
LA TORMENTA ONIRICA 37

Si tratta spesso di spunti rapsodici, efficaci tuttavia nel m ostrare


lo sforzo di interrogare i diversi ambiti della cura, compresi quel­
li istituzionali, o i vincoli economici e sociali, senza dim enticare
infine l’analisi delle rappresentazioni della follia nelle culture m u­
sulmane. Lo docum enta il breve articolo scritto con Sanchez, nel
quale, prendendo le distanze dalle semplificazioni della Scuola
di Algeri, gli autori riconoscono le specificità e il ruolo dei locali
sistemi di cura che, al di là di una maggiore o m inore efficacia,
rivelano la capacità di evitare, o quanto m eno ridurre, i rischi di
stigmatizzazione e di emarginazione dei malati:

Poggiando solidamente su basi culturali, il sistema possiede sul piano


umano un grande valore, che non si può limitare alla sola efficacia della
terapia magrebina. Questa forma naturale di assistenza è pregna di uno
spirito profondamente olistico che conserva intatta l’immagine dell’uo­
mo normale malgrado l’esistenza della malattia [...]. Non è la follia a
suscitare rispetto, pazienza, indulgenza, è l’uomo colpito dalla follia, dai
geni; è l’uomo in quanto tale12.

La riflessione di Fanon e dei suoi collaboratori annuncia già


chiaro un progetto, che si sarebbe poi affermato negli anni succes­
sivi con sempre maggior vigore: decolonizzare i saperi della cura,
le pratiche e i discorsi della psichiatria, significava in Africa an­
che guardare in modo nuovo a quelle medicine popolari e a quelle
interpretazioni in passato umiliate o ridicolizzate che mostravano
però, ad uno sguardo attento, di saper nutrire “la speranza di una
generazione” e reintegrare, con “pazienza” e “indulgenza”, l’indi­
viduo alla deriva del senso.

Un “labirinto infernale”: Fanon con Foucault

I gruppi distinti su base razziale non condivisero più lo


stesso presente.
Paul Gilroy, Against Race. Imagining Politicai
Culture Beyond thè Color Line

In Algeria, dove vive un milione e mezzo di francesi, il conflitto


assume un carattere sempre più cruento e i massacri, le torture, le72

72 Frantz Fanon, Francois Sanchez, L ’atteggiamento del musulmano magrebino di fronte


alla follia, qui riprodotto alle pp. 147-151.
38 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

violenze, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, si mol­


tiplicano. Fanon, medico e psichiatra, vede in pochi anni crescere
intorno a sé un’altra alienazione: non quella di uno psichismo alle
prese con la solitudine o i conflitti familiari, non quella alla qua­
le l’avevano addestrato gli studi di psichiatria, ma quella generata
da un sistema eretto sulla negazione quotidiana dell’Altro, sullo
smembramento dei suoi legami e dei suoi simboli, su una violenza
strutturale:

Ma che sono l’entusiasmo e l’impegno di un individuo se ogni giorno


la realtà è intessuta di menzogne, di viltà, di disprezzo dell’uomo? La
pazzia è uno dei mezzi che l’uomo ha a disposizione per perdere la sua
libertà. Posso dire che, trovandomi in questa congiuntura, ho potuto
misurare con sgomento quanto sia diffusa l’alienazione tra gli abitanti
di questo paese. Se la psichiatria è la tecnica medica che si propone di
consentire all’uomo di non essere più straniero nel suo ambiente, ho il
dovere di dichiarare che l’arabo, alienato cronico nel proprio paese, vive
in uno stato di totale spersonalizzazione73.

L’assoggettamento coloniale genera alienazione. I discorsi sui


diritti um ani, la civiltà e i valori, l’um anesimo di cui il coloniz­
zatore si era voluto portavoce, testim one, rappresentante, sono
m ostrati nel loro lato oscuro, nella loro ipocrisia (“lo streap tease
del nostro um anesim o”, scrive Sartre), come pochi avevano sa­
puto fare: “L’E uropa si è rifiutata ad ogni umiltà, ad ogni m ode­
stia”, e questa E uropa “che non smise mai di parlare dell’uomo
[...], in nom e dello Spirito, dello spirito europeo si capisce [...],
ha giustificato i suoi crimini e legittimato la schiavitù in cui teneva
i quattro quinti dell’um anità”74. I corpi ridotti a cose. Le donne
stuprate alla presenza del m arito. Le complicità di medici e psi­
chiatri nel corso delle torture. La vita quotidiana degli algerini
è imm ersa in u n ’atm osfera apocalittica che Fanon squarcia con
ostinazione per illum inare la situazione coloniale e l’esperienza
del colonizzato, per analizzare le trasform azioni psichiche p ro ­
dotte da questo stato m entale di guerra, per m isurare il senti­
m ento di arbitrio assoluto e di potere illimitato che è la colonia:
“l ’esperienza senza riserve della m orte, o ancora: dello spreco

73 Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione, cit., p. 63. Rinvio anche a Pietro Clemente
(Frantz Fanon tra esistenzialismo e rivoluzione, Laterza, Bari 1971) per un’analisi del
rapporto fra alienazione e colonia negli scritti di Fanon.
74 Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 240-241.
LA TORMENTA ONIRICA 39

della vita”75 che vi si consuma. Stanno qui, scrive M bem be ispi­


randosi ai lavori di Georges Bataille e alla sua nozione di dépen-
se, “le radici profonde della colonia”, la sua parte maledettalb.
Perché, scrive Fanon, quello che il colonizzato ha visto è che
“potevano im punem ente arrestarlo, picchiarlo, affam arlo”77:

Fanon aveva mostrato che la colonia doveva essere considerata come una
formazione di potere dotata di una vita sensoriale relativamente specifi­
ca. Per funzionare, questa formazione di potere doveva fondarsi su un
dispositivo fantasmatico senza il quale ogni ripetizione del gesto colonia­
le sarebbe stata votata all’insuccesso. Questo gesto arcaico - parte male-

75 Achille Mbembe, La colonie: son petit secret et sa part maudite, in “Politique afri-
caine”, 102,2006, pp. 101-127.
76 L’espressione, ripresa da Bataille, è efficace, tuttavia non mi sembra adatta ad espri­
mere per intero lo spirito della morte o la logica del genocidio coloniale a cui fanno
riferimento Fanon e Foucault. Per Bataille si tratta di pensare lo statuto di una vittima
“maledetta e sacra”, “surplus nella massa della ricchezza totale [...]. Essa è, dal mo­
mento in cui è stata scelta, la parte maledetta, promessa alla consumazione violenta.
Ma la maledizione la strappa all’ordine delle cose e rende riconoscibile la sua figura,
che s’irradia nel momento dell’intimità, l’angoscia e la profondità degli esseri viventi”
(Georges Bataille, La part maudite, précédé de La notion de dépense, Minuit, Paris,
2011, p. 81; il lavoro era apparso nella sua prima edizione nel 1949). Le ragioni per
le quali l’uso della nozione di logica sacrificale suggerito da Mbembe mal si adatta
alla colonia sono a mio parere non molto diverse da quelle per le quali Agamben
prende distanza dalla nozione di “olocausto” nel caso del genocidio ebraico (Giorgio
Agamben, Quel che resta di Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 26-29).
La “vittima” di Bataille, pensata in riferimento all’universo del sacrificio azteco, non
è identificabile con i colonizzati se non al prezzo di una dubbia analogia: i coloniz­
zati erano oggetto di violenze quotidiane, materiali e simboliche (il lavoro forzato, la
frusta, la cancellazione delle locali gerarchie, l’interpretazione della loro intelligenza
nei termini di quella di un bambino ecc.). Erano disumanizzati o animalizzati (il “vo­
cabolario animale”, ricordato da Fanon), non sacralizzati. L’intimità che si crea tra
sacrificatore e vittima nel caso degli Aztechi ha poco a spartire con l’intimità esistente
fra coloni e colonizzati: segnata dall’ubriaca incertezza dei confini, in un mondo dove
l’idea di consumazione si trova, non a caso, spesso dislocata nel registro onirico del
cannibalismo, del vampirismo. Il sacrificio, per Bataille, restituisce al mondo sacro ciò
che è stato reso cosa, ma che in origine è della stessa natura del Soggetto, e il sacrifi­
cante, attraverso il rito e la consumazione, ritrova con la vittima l’intimità a cui aveva
messo fine l’uso servile di quest’ultima. La notte di cui parla Fanon non è però la
notte di questa intimità: è piuttosto quella di una relazione fra coloni e colonizzati che
ha spesso reso cosa questi ultimi, una notte dominata dal fantasma di uomini dimez­
zati, incompiuti, non ancora, da mettere a morte, sfruttare, consumare o - secondo i
casi - civilizzare, educare, curare o salvare dalle loro rozze consuetudini. Questa è la
maledizione della colonia, la sua schizofrenia, il suo arbitrio. La vita degli africani, in
definitiva, non mi sembra aver avuto, almeno nel pensiero dei coloni, il carattere sacro
della vittima a cui si riferisce Bataille. Cfr. anche la nota 101 sugli sviluppi di questo
tema nell’attuale dibattito storico e antropologico.
77 Fanon, I dannati della terra, cit., p. 11.
40 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

detta della colonia - aveva la sua fonte nella ragione sacrificale. In altri
termini, le radici profonde della colonia sono da cercare nell’esperienza
senza riserve della morte, o ancora nello spreco della vita, esperienza
di cui si sa che ha costituito un tratto decisivo della storia dell’Europa,
delle sue operazioni sociali di produzione e di accumulazione, della for­
ma dello Stato, delle sue guerre, dunque delle sue produzioni religiose
e artistiche. Fanon aveva messo in luce inoltre che la vita della colonia
non era fatta solo di pulsioni e di tensioni, di disturbi psicosomatici e
mentali - una vita nervosa, sul chi vive - ma anche che il potentato della
colonia era sotteso da due logiche contraddittorie che, associate, avevano
per effetto semplicemente e direttamente quello di annullare l’emergere
di un soggetto autonomo nelle condizioni della colonia78.

Ciò che il colonizzato sperimenta ogni giorno è “u n ’atmosfera


di sottomissione e di inibizione”, dentro cui si contrappongono,
secondo una “logica di esclusione reciproca”, senza cioè “conci­
liazione possibile”, due m ondi, due città: “La città del colono è
una città ben pasciuta, pigra, il suo ventre è pieno di cose buone
in perm anenza [...]. La città del colonizzato [...] è un luogo m al­
famato, popolato di uomini malfamati. Vi si nasce in qualunque
posto, in qualunque m odo. Vi si m uore in qualunque posto, di
qualunque cosa”79. Q u e st’atm osfera “da fine del m o n d o ”, resa
irrespirabile dal clima di incertezza, dalla confusione delle case
addossate della casbah, nutre però in quelle m isere stanze desi­
deri infiniti: il colonizzato ha “sogni di possesso. Tutte le form e
di possesso: sedersi alla tavola del colono, dorm ire nel letto del
colono, possibilmente assieme a sua moglie. Il colonizzato è invi­
dioso, il colono non lo ignora quando [...] constata am aram ente
ma sem pre all’erta: ‘Vogliono prendere il nostro p o sto ’. E vero,
non c ’è colonizzato che non sogni almeno una volta al giorno di
impiantarsi al posto del colono”80.
Se il desiderio è com pletam ente dom inato dall’Altro, senza
pausa, se l’immaginario ne è come saturato, se è esclusa la p o s­
sibilità di un pensiero, di “un soggetto autonom o”, non c’è più
spazio per il simbolico: la relazione che si instaura in questo m on­
do m anicheo è destinata a esplodere.
Tre anni dopo il suo arrivo all’ospedale psichiatrico di Bli-

78 Achille Mbembe, De la scène coloniale chez Frantz Fanon, in “Rue Descartes”, 4, 58,
2007, p. 39.
79 Fanon, I dannati della terra, cit., p. 6.
80 Ivi, p. 7.
LA TORMENTA ONIRICA 41

da-Joinville, a quaranta chilom etri da Algeri, si dim ette. Fanon


sem bra suggerire in queste pagine che il potere di “far m orire
e lasciar vivere” e quello di “far vivere e respingere nella m or­
te ”, secondo le form ule con le quali Foucault nom ina il potere
illimitato dell’antico Sovrano e quello caratteristico invece dello
Stato m oderno, nella colonia non si sarebbero costituiti - come
nelle società europee - in opposizione, bensì ricongiunti, come in
una tem poralità ripiegata su se stessa. Sta qui, in questa moralità
doppia, fatta di m orte e di scuole, di umiliazioni e di ospedali, la
maledizione della colonia. Si comprende allora perché, accanto alle
lotte, si moltiplichino fra i colonizzati le “economie della n o tte ”
(Mbembe), il ricorso all’invisibile, i culti profetici, le “armi misti­
che”. Il fatto che Fanon operi come medico e psichiatra nel conte­
sto coloniale gli offre un punto di vista indubbiamente privilegiato
per osservare questa articolazione paradossale, ancora una volta
anticipando i temi di un dibattito che, in anni recenti, ha ripensato
la prospettiva foucaultiana nel contesto delle colonie. Diventa ne­
cessario qui riprendere brevemente questo problema e ricordare il
posto dell’assistenza medico-psichiatrica in quegli anni.
Negli anni precedenti alla Prim a G uerra M ondiale un inten­
so dibattito aveva accompagnato, dopo il congresso dei neurolo­
gi e degli alienisti di lingua Francese, tenutosi a Tunisi nel 1912,
le decisioni sulle politiche sanitarie nelle colonie e, in particolare,
la scelta di costruire in esse manicomi sul modello europeo per
“l’internam ento di pazienti pericolosi”. Dopo il servizio psichia­
trico aperto inaugurato a Tunisi da Porot, e dopo molte esitazioni
e ritardi dovuti allo scoppio della prima guerra mondiale e ai con­
trastanti interessi della comunità francese residente in Algeria, agli
inizi degli anni Venti erano finalmente cominciati i lavori di costru­
zione dell’ospedale di Blida-Joinville, quello dove sarebbe giunto
più tardi Fanon. Come per le lotte condotte dai medici che si ispi­
ravano nelle colonie al m etodo di Pasteur, anche nell’ambito della
salute m entale non m ancarono coloro che intesero prom uovere
un’analoga strategia: le psicotecniche e la “biocrazia” di Edouard
Toulouse, per il quale ogni disturbo comportamentale doveva es­
sere trattato dalla psichiatria, ricorda Keller81, ne sono in Francia
u n ’espressione esemplare.

81 Richard K. Keller, Colonial Madness. Psychiatry in French North Africa, The Univer­
sity of Chicago Press, Chicago-London 2007, pp. 54-55.
42 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

In Algeria, l’attenzione crescente nei confronti del problem a


posto dall’assistenza dei malati di m ente doveva articolare però
in term ini giuridici e assistenziali una contraddizione stru ttu ra­
le, particolarm ente acuta in quegli anni: quella fra politiche assi-
milazioniste, che intendevano estendere agli algerini i diritti e le
opportunità della civiltà occidentale (compresi i diritti e le oppor­
tunità della cura), e quelle invece che sottolineavano la necessità
di distinguere e separare, m antenendo in altri term ini le barriere
esistenti fra coloni e colonizzati e accentuando il significato del­
le differenze (quelle stesse, spesso, messe in rilievo dai m odelli
della psichiatria coloniale e dall’antropologia)82. Q uesto riferi­
m ento perm ette già di com prendere la peculiarità e il carattere
fortem ente contraddittorio delle bio-politiche coloniali. Prim a
di proseguirne l’analisi del contesto m agrebino è utile riprende­
re quanto afferma Foucault in Storia della sessualità, là dove egli
distingue l’antico potere del sovrano e le form e di potere dello
Stato moderno:

Il sovrano rende manifesto il suo potere sulla vita solo attraverso la


morte che è in grado di esigere. Il diritto che si formula come di “vita
e di morte” è nei fatti il diritto di far morire e di lasciar vivere [...]. E
forse bisogna ricollegare questa forma giuridica ad un tipo di società
in cui il potere si esercitava essenzialmente come istanza di prelievo,
meccanismo di sottrazione, diritto di appropriarsi di una parte delle
ricchezze, estorsione di prodotti, di beni, di servizi, di lavoro e di san­
gue, imposti ai sudditi. Il potere era innanzitutto diritto di prendere:
sulle cose, il tempo, i corpi ed infine la vita; fino a culminare nel pri­
vilegio d ’impadronirsene per sopprimerla. L’Occidente ha conosciuto
a partire dall’età classica una trasformazione molto profonda di questi
meccanismi del potere. Il “prelievo” tende a non esserne più la forma
principale, ma solo un elemento fra altri [...]. Il principio: poter ucci­
dere per poter vivere, che sorreggeva la tattica dei combattimenti, è
diventato principio di strategia fra gli Stati; ma l’esistenza in questione
non è più quella, giuridica, della sovranità, ma quella, biologica, della
popolazione. Se il genocidio è il sogno dei poteri moderni, non è per
una riattivazione del vecchio diritto di uccidere; è perché il potere si

82 Questi contrasti furono evidenti nelle posizioni di socialisti come Maurice Viollette,
da un lato, dei coloni che ostacolavano il progetto di concedere la cittadinanza fran­
cese agli algerini, dall’altro (cfr. Keller, Colonial Madness, cit., pp. 63-64). Young,
facendo riferimento alle colonie britanniche, invita tuttavia a considerare che “dal
punto di vista delle popolazioni indigene che hanno vissuto le loro vite come soggetti
coloniali, tali distinzioni sono sempre apparse alquanto accademiche” (Robert J.C.
Young, Postcolonialism. Art Hhtorical Introduction, Blackwell, Oxford 2001, p. 18).
LA TORMENTA ONIRICA 43

colloca e si esercita a livello della vita, della specie, della razza e dei
fenomeni massicci di popolazione [...]. Si potrebbe dire che al vecchio
diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vi­
vere o di respingere nella morte [...]. E ora sulla vita e lungo tutto il suo
svolgimento che il potere stabilisce la sua presa: la morte ne è il limite,
il momento che gli sfugge83.

Q uesto schema non sem brerebbe però, come tale, applicabile


nella sua interezza alla realtà coloniale, e per più motivi. Megan
Vaughan è stata fra i primi a sottolinearlo. Ironizzando su ciò che
definisce “l’industria accademica” della critica foucaultiana, sostie­
ne che il regime di potere/sapere esaminato da Fanon, e descritto
(nel suo duplice profilo repressivo e produttivo) come capace di ge­
nerare simultaneamente oggetti e soggetti di conoscenza, non abbia
potuto realizzarsi nelle colonie come in Europa. Secondo Vaughan,
nella maggior parte dei casi, e fatta eccezione per le fasi finali rivol­
te a creare sistemi di sorveglianza e di controllo analoghi a quelli
europei, gli stati coloniali si fondarono largamente sui soli aspetti
repressivi. Il complesso potere/sapere medico, la “macchina della
cura”, furono dunque meno im portanti nelle colonie di quanto lo
furono in Europa: “Il bisogno di oggettivare e marginalizzare l’Al­
tro in quanto folle o lebbroso era meno urgente in una situazione
nella quale ogni individuo era, in un certo senso, già ‘Altro’”84. Le
differenze fra gli africani, elaborate in termini culturali, furono del
resto costantemente subordinate alla differenza razziale85, e a do-
83 Michel Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, trad. it. di P. Pasquino
e G. Procacci, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 120-123. L’autore indica poi le due prin­
cipali espressioni del potere sulla vita: “Concretamente, questo potere sulla vita si è
sviluppato in due forme principali a partire dal XVII secolo; esse non sono antitetiche;
costituiscono piuttosto due poli di sviluppo legati da tutto un fascio intermedio di
relazioni. Uno dei poli, il primo sembra ad essersi formato, è stato centrato sul corpo
in quanto macchina: il suo dressage, il potenziamento delle sue attitudini, l’estor­
sione delle sue forze, la crescita parallela della sua utilità e della sua docilità, la sua
integrazione a sistemi di controllo efficaci ed economici, tutto ciò è stato assicurato
da meccanismi di potere che caratterizzano le discipline: anatomo-politica del corpo
umano. Il secondo, che si è formato un po’ più tardi, verso la metà del xvm secolo,
è centrato sul corpo-specie, sul corpo attraversato dalla meccanica del vivente e che
serve da supporto ai processi biologici: la proliferazione, la nascita e la mortalità, il
livello di salute, la durata di vita, la longevità con tutte le condizioni che possono farle
variare; la loro assunzione si opera attraverso tutta una serie d ’interventi e di controlli
regolatori: una bio-politica della popolazione” (ibidem).
84 Vaughan, Curing their llls, cit., p. 10.
85 “Il discorso medico coloniale era senza dubbio preoccupato dalla differenza. Nel
primo periodo della colonia [...] la differenza predominante era rappresentata come
quella della razza biologica [...]. Quando la nozione di razza biologica cominciò ad es-
44 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

m inare fu più la preoccupazione di patologizzare la psicologia


norm ale dell’Africano che definire l’individuo anorm ale. Nelle
colonie sarebbero inoltre prevalse, più che la costruzione di indi­
vidui (secondo il modello proprio dell’anatomo-politica), le p ro ­
cedure di separazione e classificazione (unitization), attraverso le
quali le persone erano contate, censite, m isurate per ragioni di­
verse, dall’esazione di imposte al lavoro forzato alla dislocazione
in altri territori (villagization):

Nel discorso medico coloniale e nella pratica delle colonie gli africani
erano concepiti, innanzitutto, come membri di gruppi (generalmente,
ma non sempre, in termini etnici), ed erano questi gruppi, piuttosto che
gli individui, a essere considerati come caratterizzati da corpi e psicolo­
gie differenti. In contrasto a quanto descritto da Foucault, nell’Africa
coloniale la classificazione dei gruppi era di gran lunga una costruzione
assai più importante di quanto lo fossero i processi di individuazione86.

Le considerazioni di Vaughan sono però im portanti soprattut­


to per cogliere alcune specificità del processo di costruzione della
follia in Africa, e dunque il particolare profilo della psichiatria co­
loniale:

Sebbene molte energie furono spese nel definire il problema della follia
nell’Africa coloniale, relativamente poco fu realizzato quanto alla prati­
ca della psichiatria o all’istituzionalizzazione dei folli. In parte questo fu
dovuto alla povertà delle amministrazioni, in parte alle ambiguità con­
cernenti la definizione stessa di “follia” nella situazione coloniale. Quelli
definiti folli erano quelli che, per certi versi, erano insufficientemente
“Altri”. Erano individui che avevano dimenticato chi erano e cessato
di conformarsi alla nozione di soggetto africano. Ancora una volta, ben
poco fu fatto per “riabilitarli”, tranne l’uso di strumenti terapeutici
culturalmente neutrali quali le medicine e l’elettroshock. Il processo di
soggettivazione attraverso la “cura con le parole” della psicoanalisi, che
Foucault vede come una componente dei regimi di potere del ventesimo
secolo, fu un fattore marginale della psichiatria coloniale, dal momento
che già parlare era in sé un problema tra dominante e dominati87.

sere criticata, i bianchi liberali (molti dei quali erano medici) cominciarono ad essere
a disagio con le teorie mediche che si fondavano sull’incorporazione della differenza,
ed elaborarono altre teorie per dar conto delle variazioni percepite, ad esempio, nella
manifestazione di una malattia fra differenti gruppi sociali. In queste teorie la medi­
cina dimostrò la sua abilità ad attingere dalle scienze sociali così come dalle scienze
naturali per accrescere la sua autorità” (ivi, pp. 12-13).
86 Ivi, p. 11.
87 Ivi, p. 125. Sulla questione dell’insufficiente alterità del folle nelle colonie, si può sug-
LA TORMENTA ONIRICA 45

Sebbene non mancassero disomogeneità, costante fu il ruolo


che il capitalismo attribuì nelle colonie alla presenza e all’inter­
vento dei medici: in particolare, quello di m ediare o attenuare le
proprie interne contraddizioni anche grazie alla possibilità di agire
direttam ente sulle popolazioni (campagne di vaccinazione, profi­
lassi delle malattie sessualmente trasmissibili, procedure di “villa-
gizzazione” per isolare le riserve um ane di Tripanosoma nel con­
trollo delle febbre gialla, ecc.). Il dispositivo medico rappresentò
inoltre, in alcune fasi, anche una risorsa utile a piegare resistenze e
indocilità: come in Camerun, dove la sinergia fra potere militare e
potere medico costituì un tratto caratteristico degli anni in cui più
attiva si fece la resistenza, soprattutto lungo la costa e nell’Ovest88.
Vaughan, insistendo sulla sola polarità bio-politica, sem bra
trascurare però due aspetti, il prim o dei quali lo suggerisce lo
stesso Foucault là dove egli ricorda che anatom o-politica e bio­
politica non devono essere concepite come unità antitetiche ma
come “due poli di sviluppo legati da tutto un fascio interm edio di
relazioni”, ciò che la colonia esem plarm ente rivela. Vaughan ha
certo ragione quando constata che il folle, nell’Africa coloniale,
sembra aprire una paradossale breccia nel m uro del non dialogo
fra europei e africani, anziché interrom pere, secondo quanto sug­
gerito dalla ricostruzione foucaultiana della follia in Europa e del
suo momento inaugurale, il G rande Internam ento, il discorso che
sino ad allora aveva definito la figura della follia nel vecchio con­
tinente. Ma perché stupirsi che le specifiche vicende della follia e
l’avventura del sapere psichiatrico seguano in Africa una direzione
diversa da quella originata dal G rande Internam ento se, nelle co­
lonie, non esistevano i presupposti (politico-istituzionali, ammini­
strativi, culturali, epistemologici) che avevano invece dato origine
alla formazione dei discorsi e delle pratiche concernenti la follia, la
sua reclusione e la sua classificazione in Europa?
Se si può ben concordare con quanto sostiene Vaughan in meri­
to al prevalere del profilo bio-politico su quello anatomo-politico89,

gerire un confronto con quanto Fanon, in Peau noire, masques blancs, nota a propo­
sito dell’Antillano, dell’Africano: sospetti soprattutto quando incrinano il muro della
differenza citando Montesquieu.
88 Sulle vicende della medicina coloniale in Camerun, cfr. Guillaume Lachenal, Bio-
médecine et décolonisation au Cameroun, 1944-1994. Technologies, figures et institu-
tions médicales à l'épreuve, tesi di dottorato, Université Paris 7, 2007, pp. 396-398 in
particolare; Beneduce, Corpi e saperi indocili, cit., cap. 2.
89 Cito, a conferma, il testo di una circolare: “Bisogna sviluppare le razze indigene in
46 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

è tuttavia necessario riconoscere che le istituzioni m ediche, pur


partecipando m arginalm ente in Africa alla costruzione degli in­
dividui, svolsero tuttavia un ruolo rilevante a questo riguardo,
sebbene affiancate da altre istituzioni: prim e fra tutte le chiese
missionarie. Il problem a della costruzione della soggettività co­
loniale, dell’anatom o-politica, non può, in altri term ini, essere
posto in m odo esaustivo se si lascia sullo sfondo la questione m is­
sionaria e il “miracolo della conversione”: processi, questi, dove
pratiche e discorsi religiosi, pedagogici e sanitari concorsero m as­
sicciamente a produrre nuovi soggetti, nuovi corpi, nuovi ordini
morali. La produzione e l’addom esticam ento del desiderio e dei
corpi, il disciplinamento della sessualità e dei ritmi del lavoro fu­
rono, nell’Africa coloniale, spesso caoticamente, ma non per que­
sto m eno efficacemente, affidati ad una m oltitudine di istituzioni
che ebbero come bersaglio ambiti eterogenei: quello della “ses­
sualità africana”, quello delle pratiche educative e terapeutiche
tradizionali (le attività dei guaritori, i culti religiosi ecc.), quella
della trasformazione delle famiglie (si pensi al modello delle sixa,
scuole religiose dove giovani donne venivano ospitate per appren­
dervi l’arte del cucito, le regole del ménage, i comportamenti della
buona m adre cristiana, ma allo stesso tem po lavoravano duram en­
te alla costruzione degli edifici della missione sotto la sorveglianza
degli istruttori e la minaccia della chicotte)90. Q uesto spazio è in­
nervato di contrasti e di ambiguità, dal m om ento che le pretese
di disciplinare, salvare o risanare le popolazioni colonizzate si
rivelarono spesso mere ambizioni, e grande fu spesso lo “scarto
tra le intenzioni disciplinari, razionalizzatrici o riform iste osten­
tate dai poteri coloniali e la loro pratica realizzazione”91. Proprio
questo scarto rende però più acute le contraddizioni, ed il fatto
che i saperi medico-psicologici svolsero un ruolo nella repressio­
ne m ilitare delle rivolte coloniali accentua contrasti e fratture,
m ostrando, ancora una volta, la coestensività fra poteri di m orte
e bio-politiche, fra queste ultim e e l ’anatom o-politica. Nasce in

qualità e in quantità. L’assistenza medica individuale deve cedere il posto alla medici­
na preventiva e sociale, la sola capace di circoscrivere le malattie endemiche e le epi­
demie e assicurare lo sviluppo delle popolazioni”, Circolare ministeriale del governo
coloniale francese del 1924, cit. in Jean-Pierre Dozon, Quand les pastoriens traquaient
la maladie du sommeil, in “Sciences Sociales et Santé”, 3,3/4, 1985, p. 35.
90 Beneduce, Corpi e saperi indocili, cit., cap. 3.
91 Guillaume Lachenal, he médecin qui voulut ètre roi. Médecine coloniale et utopie au
Cameroun, in “Annales HSS”, 1,2010, p. 121.
LA TORMENTA ONIRICA 47

questo magma di strategie am bivalenti quel regime di im poten­


za e quel clima di insicurezza diffusa, di paranoia, che - nella
colonia - si riproduce tanto fra i colonizzati quanto fra i coloni,
come osservano tanto Fanon quanto, più recentem ente, Mbem-
be, dal m om ento che i coloni non sapevano più se l’imitazione
rivelava accondiscendenza o in realtà opposizione, se l ’opposi­
zione fosse una m era inversione simbolica e se la rivolta, anche
nelle sue form e più violente, originasse da una “semplice logica
del desiderio”: “Dall’inizio e sino alla fine, il regime coloniale vis­
se nel sentim ento che qualche cosa delle società autoctone fosse
indecifrabile”9293.Q uesta incertezza epistemologica e morale, que­
sta confusione, questa diffidenza da un lato e dall’altro, costitui­
sce una cifra essenziale dell’esperienza coloniale e delle soggetti­
vità che vanno costruendovisi.
Keller riporta un esempio particolare di queste dinamiche e dei
processi al cui interno esse prendono forma: l’utilizzazione delle
conoscenze psicologiche, in Marocco, per “estirpare dall’avversa­
rio il desiderio di resistere” e così “influenzare opinioni, sentimen­
ti, atteggiamenti e comportam enti degli elementi avversi (autorità,
militari, popolazione) in m odo tale da im porre loro la nostra vo­
lontà”. La guerra psicologica, come sarebbe accaduto in Vietnam,
e come accade ancora oggi in Afghanistan o Iraq, aveva bisogno
di informazioni dettagliate sulla psicologia e la cultura degli av­
versari, e le fonti privilegiate per conoscere “in m odo oggettivo
la mentalità dei m usulm ani” saranno, come indica un docum ento
segreto e come c’era da aspettarsi, “i dottori Porot e S utter”. Un
docum ento suggerisce ad esempio che “Conoscere lo stato d ’ani­
mo dell’avversario e i contrasti sperimentati in seno alle organiz­
zazioni del nemico è conoscere le fratture che li dividono”9’. Ma

92 Mbembe, Sortir de la grande nuit, cit., p. 89. Questo tema è stato efficacemente ana­
lizzato da Bhabha: “[I]l discorso dell’imitazione è costruito attorno all 'ambivalenza',
per poter avere qualche effetto, il mimetismo deve continuamente creare il proprio
slittamento, il proprio eccesso, la propria differenza [...]: il mimetismo appare come
la rappresentazione di una differenza che è essa stessa un processo di ripudio. Il mi­
metismo è così segno di una doppia articolazione [...]. [L]’eccesso o lo slittamento
creato dall’ambivalenza dell’imitazione (quasi lo stesso, ma non proprio), non si limita
a ‘rompere’ il discorso [...]. Il successo dell’appropriazione coloniale dipende da una
proliferazione di oggetti fuori luogo che garantiscono il suo fallimento strategico, co­
sicché il mimetismo è al tempo stesso somiglianza e minaccia” (Bhabha, I luoghi della
cultura, cit., pp. 124-125). Che il mimetismo sia camuffamento tanto di difesa, quanto
di aggressione, è ciò che ne fa un dispositivo limite per eccellenza.
93 Keller, ColonialMadness, cit., p. 157.
48 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

sono le conoscenze antropologiche e psicologiche a svolgere il


ruolo più importante. Così, una volta messe l’una accanto all’altra
l’informazione scientifica e la tattica da adottare, ciò che si intra­
vede è un vero e proprio m anuale di strategie militari: l’estrema
sensibilità emotiva del musulm ano consiglia di adottare argom en­
ti di ordine emozionale anziché logico quando lo si deve convin­
cere; il fatto che egli sia un individuo passionale impone invece di
essere pazienti, provando a calmarlo, quale che sia la situazione;
la sua incapacità di tollerare l’ironia sconsiglia decisamene l’uso
di qualsivoglia sarcasmo, e il suo profondo attaccamento all’Islam
suggerisce infine di evitare ogni riferimento religioso9495.
Espressione certo peculiare del bio-potere, l’alleanza fra sape­
re psicologico-psichiatrico da un lato e azione militare dall’altro
ripropone però, su un altro versante, la questione del potere di
m orte, quel potere che nelle colonie non smette mai di operare.
Il potere di “far m orire e lasciar vivere”, la violenza arbitraria
che si applica sui corpi dei colonizzati spesso con vero e proprio
sadismo e nell’im punità pressoché totale (come nel Congo belga,
in Cam erun, in Algeria, in M ozambico ecc.) coesiste in definitiva
con il potere di “far vivere e lasciar m orire”, e quest’ultimo, come
del resto afferm a lo stesso Foucault, “non cancellerà il prim o,
ma lo penetrerà, lo attraverserà, lo modificherà”^ . P er Foucault
l’intreccio fra il potere di m orte dell’antico sovrano e le b io ­
politiche avrà del resto non a caso proprio nel razzismo, nella
nozione di razza e nel genocidio coloniale la sua cerniera fonda-
mentale: nella colonia queste form e di potere sono contem pora­
nee96, ed è lo stato nazista che realizza la piena coincidenza, la
“coestensività” fra il potere di m orte e il nuovo m eccanism o del
bio-potere97.
Questi passaggi rinviano ad un altro tema della critica foucaul-
tiana. Ann Stoler ha messo in rilievo il “clam oroso” silenzio degli
studiosi di Foucault sul ruolo che la nozione di razza occupa nelle
sue opera. P er Stoler non si tratta però di semplice omissione:
sarebbe il m odo stesso in cui Foucault ha trattato questo argo-
94 Ivi, p. 156.
95 Michel Foucault, Bisogna difendere la società, trad. it. a cura di M. Bertani e A. Fon­
tana, Feltrinelli, Milano 2009, p. 207 (il corsivo è mio)
96 Bencduce, Corpi e saperi indocili, cit., p. 101. Mbembe, De la scène coloniale, cit.
97 Foucault, Bisogna difendere la società, cit., p. 225. Sono numerose le analogie fra le
considerazioni di Foucault e quanto Fanon afferma sul razzismo nel lavoro già citato
(Razzismo e cultura, in Scritti politici. Per la rivoluzione, cit., pp. 45-57).
LA TORMENTA ONIRICA 49

m ento a determ inare la scarsa attenzione degli studiosi98. Suona


quasi come un rim provero a chi ha voluto indagare le form e del
potere e il ruolo che nella formazione dello Stato m oderno hanno
esercitato i saperi e i discorsi relativi al corpo, alla sessualità, alla
follia ma ha poi trascurato le preoccupazioni, non m eno decisive,
concernenti la razza e la sessualità, già operanti nelle colonie del
diciassettesimo secolo.
Difficile dare un giudizio definitivo. Q uando si percorra per
intero e pazientem ente il corpus teorico foucaultiano accettan­
do la sfida di una riflessione che non ha mai celato il suo carat­
tere aperto, incom piuto, si trova che la questione della razza è
tu tt’altro che assente, e le considerazioni su Stato m oderno, razza
e genocidio lo dimostrano senza om bra di dubbio99. Foucault ha
d ’altronde dichiarato in diverse occasioni che il suo interesse si è
concentrato soprattutto sulla questione del soggetto, rivolgendosi
a indagare i “differenti modi di soggettivazione dell’essere umano
nella nostra cultura”, le “form e storiche dell’esperienza”100.
Il contesto coloniale, benché ripetutam ente evocato e indicato
come lo spazio e il tem po nel quale m ettere alla prova i suoi con­
cetti (quello di corpo “docile” o di “dispositivo”, ad esem pio),
non rappresenta l’oggetto centrale e sistematicamente esplorato
della sua riflessione. R appresenta questo un m otivo sufficiente
per biasim arlo101?
Nella prospettiva teorica dischiusa dalla riflessione di F o u ­
98 In Foucault “Il razzismo è l’effetto [dei discorsi sulla sessualità e i loro effetti], non la
loro causa. In breve, il razzismo non è il tema centrale di Storia della sessualità. Il libro
analizza al contrario come la sessualità articola ed eventualmente incorpora una logica
razzista” (Stoler, Race and Desire, cit., p. 22). Sul “silenzio” di Foucault e l’uso della no­
zione di “discorso” nelle colonie, cfr. anche Young, Postcolonialism, cit. pp. 395-410.
99 È suggestivo che tanto Foucault (Bisogna difendere la società, cit., p. 222) quanto
Fanon (I dannati della terra, cit., p. 186) parlino di genocidio nelle colonie.
100 Foucault, cit. in Jean-Fran$ois Bayart, Foucault au Congo, in Marie-Christine Granjon
(a cura di), Penser avec Foucault, Karthala, Paris 2005, p. 197.
101 Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, trad. it. di A. Marchetti,
Einaudi, Torino 1976, p. 153. C’è ancora un’altra critica che viene rivolta a Foucault,
questa volta da Bernault, che gli rimprovera di aver occultato, con la sua insistenza
sulla bio-politica e la burocratizzazione igienista e sanitaria dei corpi, altre visioni con­
correnti che - in Africa, ad esempio - insistono invece sul carattere sacro del corpo
e della persona: Florence Bernault, Body, Power and Sacrifice in Equatorial Africa, in
“Journal of African History”, 47, 2006, pp. 207-239; Florence Bernault, Quelque cho-
se de pourri dans le post-empire. Le fétiche, le corps et la marchandise dans le Mémorial
de Brazza au Congo, in “Cahiers d ’Études africaines”, L (2-3-4), 198-199-200, 2010,
pp. 771-798. Si tratta di un tema di grande importanza che qui non è però possibile
sviluppare.
50 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

cault ci sono in definitiva, quale che sia il giudizio sulle sue ipote­
si, sentieri num erosi per esplorare nella situazione coloniale le ar­
ticolazioni e le differenti traiettorie che vi hanno assunto i proble­
mi della governamentalità, del controllo dei corpi, della violenza,
del potere102, della follia e del desiderio, dell’educazione o della
reclusione carceraria, delle “tecnologie del sé” e delle peculiari
forme di soggettività che la colonia andrà scrivendo.
Fanon deve misurarsi in Algeria con il doloroso intreccio, la
“coestensività”, di discorsi e forme di potere che, in Europa, sem­
brano - anche se mai del tutto - disgiungersi, deve guardare alle
conseguenze della violenza e agli effetti delle “necropolitiche”103
nel mezzo dei corridoi di un ospedale psichiatrico o quando in­
contra i m em bri del Fronte di Liberazione Nazionale torturati
dall’esercito francese e inviatigli per essere curati. E questo il “la­
birinto, infernale perché tragico”104 nel quale egli si muove e al
cui disegno, lo si è visto, concorrono anche la m edicina e la psi­
chiatria. 11 capitolo sulla medicina coloniale, contenuto ne Hanno
V della rivoluzione algerina, è fra i più lucidi contributi di Fanon,
in grado di analizzare le ipocrisie della scienza coloniale ma anche
le reazioni distorte degli stessi colonizzati: i quali non possono
più distinguere il medico, il m aestro o l ’ingegnere dal poliziotto
e dal paracadutista (ritroviamo qui quell’indecifrabilità, quell’in ­
certezza dei segni che M bem be riconosce come caratteristica
della dom inazione coloniale). Il colonizzato non può in queste
condizioni essere oggettivo, non riesce più a “separare il grano
dalla pula”, e allora “rifiuta in blocco tu tti”:

In una società omogenea, il comportamento del malato di fronte


all’istanza sanitaria è in genere di fiducia. Il malato si affida al medico
[...]. Ma è chiaro che, in certe circostanze, fanno la loro comparsa cam­
biamenti sensibili [...]. In territorio coloniale [...] i decessi di algerini
negli ospedali, evento normale in qualsiasi struttura sanitaria, sono in­
terpretati come gli effetti di una decisione assassina [...]. Il colonizzato
percepisce la vita [...] come lotta permanente contro una morte atmo­
sferica105.

102 Nell’Africa coloniale, il concetto di dispotismo generalizzato proposto da Mahmoud


Mamdani rappresenta al riguardo un territorio di studio particolarmente intrigante.
103 Achille Mbembe, Necropolitiche, trad. it. di R. Beneduce e C. Vargas, in “Antropolo­
gia. Annuario”, Violenza, 9-10,2008, pp. 49-81.
104 Fanon, Scritti politici. L ’anno v della rivoluzione, cit., p. 109.
105 Ivi, pp. 106-107.
LA TORMENTA ONIRICA 51

Il m edico capisce allora che il malato non parlerà, non colla-


borerà. Persino il corpo, che si vorrebbe obiettivo, diventa muto:
“i muscoli sono contratti” perché il colonizzato “deve affrontare
contem poraneam ente il tecnico e il colonizzatore”. Il dram m a
coloniale è quello “dell’impossibile incontro”, e la verità è viziata
dalla menzogna strutturale della “situazione coloniale”. Ma come
potrebbero esserci incontro e verità se i medici conducono esperi­
menti sugli algerini o i fucilieri senegalesi (i tirailleurs) per m isura­
re il loro grado di resistenza “etnica” all’elettroshock? Se inganna­
no i malati con finte radioterapie o radioscopie, o somministrano
acqua distillata spacciandola per antibiotici? Se alle farmacie viene
dato l’ordine di non rendere più disponibili antibiotici o siero an­
titetanico senza ricetta medica, condannando così di fatto i tanti
feriti dell’esercito di liberazione ad una morte atroce? Se si scrive,
in un certificato, “morte naturale”, ben sapendo invece che la vit­
tima è deceduta per effetto delle torture che gli sono state inflitte?
Il medico, scrive Fanon, si rivela nella colonia “come il più sangui­
nario e il più implacabile dei colonizzatori [...]. E chiaro che non si
ricorrerà mai più a questi m edici”106.
La m edicina è forse, nelle colonie, lo spettro dell’antico p o ­
tere di m orte, la sua incarnazione dissimulata, e ciò senza che i
suoi rappresentanti smettano di vaccinare, curare, prevenire. D i­
m enticando questo, non si capirebbe perché tra i M ofu del N ord
Cam erun, le garze bianche con le quali un sacerdote medicava le
piaghe dei suoi convertiti si trasform assero agli occhi di questi
ultimi, come in un incubo, negli ingredienti di una zuppa can-
nibalica di cui quello stesso sacerdote si sarebbe poi n u trito 107.
L’analisi di Fanon è preziosa però anche quando indaga il ricorso
alla medicina tradizionale nel contesto della colonia, suggerendo
che, come la cultura e le sue istituzioni, questo ricorso deve essere
situato in un preciso universo storico per poter essere interpreta­
to, dal m om ento che il valore sociale e simbolico di quei gesti e
quei saperi, la loro efficacia, la posta in gioco politica o identita­
ria, possono essere compresi solo alla luce dei nuovi rapporti di
forza e dei m utam enti drammatici che questi hanno determinato:

106 Ivi, pp. 116-117.


107 Jean-Fran$ois Bayart, Les Églises chrétiennes et la politique du ventre, in J.-F. Bayart
(a cura di), Religion et modernité politique en Afrique noire. Dieu pour tous et chacun
pour soi, Karthala, Paris 1993, pp. 158-159.
52 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Nella vita pratica, però, colonizzato e colonizzatore non cessano di sta­


bilire legami di dipendenza economica, tecnica o amministrativa. Ed è
chiaro che il colonialismo sconvolge tutti i dati della società autoctona.
Il gruppo dominatore arriva con i suoi valori e li impone con tale violen­
za da costringere sulla difensiva, o anche alla clandestinità, la vita stessa
del colonizzato. In queste condizioni il dominio coloniale giunge a snatu­
rare persino i rapporti che l’autoctono mantiene con la propria cultura.
In un gran numero di casi la pratica della tradizione è una pratica turbata
poiché l’indigeno non può rifiutare totalmente le scoperte moderne e
l’arsenale di lotta contro le malattie rappresentato dagli ospedali, dalle
ambulanze, dalle infermiere108.

Le frasi sulla “pratica turb ata” della tradizione, non diversa-


m ente da quelle sulla cultura “sclerotizzata e agonizzante”, sul
“saccheggio” dei modelli culturali o sul “corpo a corpo” dell’indi­
geno con la propria cultura109, sem brano anticipare Ashis Nandy
quando quest’ultimo, in riferim ento alle forze culturali operanti
sotto il dominio coloniale britannico in India e alla specifica for­
ma di “coscienza postcoloniale” che ne è nata, parla di tradizioni
che sono emerse da questi eventi “m eno innocenti”110. La cultura,
la tradizione, nel loro incessante dinamismo, conoscono una tor­
sione specifica nei contesti di dominio. Il rapporto dei dom inati
con esse è radicalmente alterato-, il senso che essi attribuivano un
tem po a rappresentazioni, divinità, simboli o rituali, deve confron­
tarsi con una prospettiva che non solo è estranea ma impone loro
un diverso ordine dell’esperienza. I processi di imitazione, di sa­
tira, di dissimulazione o di fuga descritti da Balandier e da Bayart
(,dérobade, escapisme, doublage, extraversion, ecc.), dicono che un
nuovo senso si è ormai imposto nell’esperienza del colonizzato.
Sono però le pagine sulla tortura ad essere quelle che meglio
m ostrano la definitiva deriva del progetto medico o psichiatrico
nel labirinto tragico della colonia. Se tutto, nella colonia, alimen­
ta l’umiliazione, la disumanizzazione, l’inganno, se le relazioni di
dipendenza nutrono ambivalenze di ogni genere, la violenza della
tortura e l’atmosfera di apocalisse che l’accompagna introducono
una rottura irreversibile. Nei suoi scritti precedenti Fanon aveva
riflettuto sulla natura dei pregiudizi razziali delle teorie psichiatri­

108 Ivi, p. 112 (il corsivo è mio).


109 Tutte queste espressioni sono tratte da Razzismo e cultura, in Fanon, Scritti politici.
Per la rivoluzione, cit.
110 Ashis Nandy, The Intimate Enemy. Loss and Recovery o f Self under Colonialism, Ox­
ford University Press, Delhi 1983, p. 16.
LA TORMENTA ONIRICA 53

che di Porot o Carothers e sulle complicità fra saperi medici e le


diverse form e dell’assoggettamento. O ra la complicità si fa però
ancora più cupa: nelle stanze della tortura, dove spesso sono pre­
senti anche i medici francesi, è il m ondo stesso che si rovescia nelle
sue più macabre espressioni. E allora Fanon, in un libro che tratta
della violenza, delle lotte anticoloniali, delle contraddizioni delle
borghesie nazionali, sente il bisogno di farsi nuovamente psichia­
tra, e quasi sembra voler giustificare questa fastidiosa interferenza:
“Si troveranno forse inopportuni e stranamente fuori posto in un
simile libro questi appunti di psichiatria. Non ci possiamo assolu­
tamente far nulla”111.
Fanon analizza in queste pagine, le ultime del suo ultim o li­
bro (la m orte per leucemia giungerà proprio nei giorni della sua
pubblicazione), la patologia “prodotta direttam ente dall’oppres­
sione” nel periodo calmo, quando ancora la colonizzazione non
è direttam ente contestata, e i disturbi mentali generati dalla vio­
lenza della guerra di liberazione, quando il conflitto è invece or­
mai esploso. Nella situazione coloniale esistono “serie difficoltà
per guarire correttam ente un colonizzato”, perché è l’oppressione
coloniale stessa che “produce una cospicua patologia m entale”. Le
violenze non costituiscono però eventi traumatici isolati, come la-
scerebbe supporre la formula spesso adottata per parlare di questa
patologia: quella di psicosi reattiva. Utilizzare tale diagnosi, sug­
gerisce Fanon, significa privilegiare “l’evento che ha scatenato la
m alattia”, e dimenticare che “l’evento determinante è soprattutto
l’atmosfera sanguinosa, spietata, il generalizzarsi di pratiche disu­
m ane”. Q uesta osservazione è particolarm ente pertinente per un
altro motivo, là dove si ricordi come il contem poraneo dibattito
antropologico sulla categoria diagnostica del Post Traumatic Stress
Disorder ha mostrato, fra l’altro, la sua inadeguatezza nel dar con­
to di quelle condizioni dove le conseguenze psichiche non sono
determinate da un evento traumatico isolato, “al di fuori del range
dell’esperienza umana ordinaria”, come salmodia il M anuale Dia-
gnostico-Statistico della psichiatria americana, ma da un succeder­
si ininterrotto di eventi traumatici, da “u n ’apocalisse quotidiana”.
I casi clinici raccolti dall’autore sono testim onianze prezio­
se, che rivelano ancora una volta l’acume clinico di Fanon. Essi
svelano la logica perversa dell’aguzzino, il progetto di dom ina­

111 Fanon, I dannati della terra, cit., p. 184.


54 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

re la volontà delle vittime e penetrare irreversibilmente nella sua


m em oria (“non dim enticare soprattutto - intim ano i soldati alla
donna violentata - di dire [a tuo m arito] quello che ti abbiam o
fatto ”). M ostrano le fratture psichiche che si producono in se­
no ai familiari delle vittime, la cui vita è per intero sconvolta da
quanto accaduto alla moglie, alla m adre. Le vicende riportate
escludono che al cospetto di queste sindrom i “inedite” possano
valere i modelli teorici consueti (il senso di colpa e l’ambivalenza
nei confronti del defunto, per esempio, descritti da Freud nel lut­
to patologico). Gli esempi ricordano, fra i sintomi più devastan­
ti, quello ben noto delle immagini intrusive relative alla vicenda
traumatica: immagini allucinatorie che ritornano inesorabilmente
rivelando come la memoria traum atica possegga ormai la vittima,
ed im pone il suo ritmo all’interno di una tem poralità fratturata,
difettosa. Forse, osserva Fanon, “solo il tem po potrà portare un
qualche miglioramento nella personalità sconnessa” del paziente,
una personalità il cui futuro è tuttavia seriamente ipotecato. L’au­
tore non trascura di considerare le differenze cliniche osservabili
nelle conseguenze delle esperienze traum atiche nella vittim a e
nel suo aguzzino: differenze che la prospettiva del Post Traumatic
Stress Disorder tende invece ad abolire e a medicalizzare nel suo
linguaggio neutrale. L’incontro casuale fra un agente di polizia e
un ricoverato tem po addietro torturato da quello stesso agente,
per esempio, determ ina in quest’ultimo un malore, una crisi an­
siosa, ma il prim o ha una reazione ben più drammatica: tenta il
suicidio... Il caso dell’ispettore europeo che, dopo aver torturato
per ore ritorna a casa riproducendo contro la moglie e i figli vio­
lenze e aggressività incongrue, è fra le scene più celebri: di fronte
a quest’uom o, che chiede solo di aiutarlo a risolvere la sua stan­
chezza, le sue difficoltà coniugali, Fanon ha chiaro che la terapia,
realizzata m entre la sua “attività” prosegue come sempre, ha p o ­
co senso, e ancor meno ha possibilità di successo: si è prossimi ad
un registro di “sadismo radicale e assoluto”, al cospetto del quale
ogni pretesa di cura deve arretrare, in silenzio.
In queste pagine ad essere cancellata è ogni residua separa­
zione fra sofferenza individuale e contesto sociale: è quel “crollo
della divisione fra psichiatria e politica”112 anticipato già in parte

112 Nigel C. Gibson, Fanon. The PostcolonialImagination, Polity Press, New York 2003,
P- 92.
LA TORMENTA ONIRICA 55

dalle pagine sui rapporti fra m edicina e colonialismo. L’attenzio­


ne a questo legame non è nuova: Peau noire, masques blancs aveva
am piam ente intrecciato l’inconscio e la Storia113, i sogni e la vita
quotidiana, il desiderio e i rapporti di dominio, l’alienazione e la
violenza coloniale, e già in quelle pagine l’autore non aveva m an­
cato di esplorare la complicità oggettiva dei saperi psicologici e
psichiatrici con il potere coloniale (ne costituisce un esempio la
lettura dell’opera di M annoni, Psychologie de la colonisation).
Le analisi di Fanon esplorano, nel capitolo Disturbi mentali
e guerra coloniale, un ventaglio di conseguenze am piam ente de­
scritte nei contesti di violenza. Al di là dell’orizzonte clinico della
sua classificazione, ciò che è im portante sottolineare è l’attenzio­
ne che l’autore rivolge a questo orizzonte tragico, all’effetto che
esso determ ina nei colonizzati: lo scivolamento invisibile e spieta­
to verso un pensiero paranoico, i cui esiti possono suonare para­
dossali a chi non è familiare con tali devastazioni (“Ero contento
di essere percosso, gli racconta un paziente, perché ciò provava
che consideravano anche me come loro nem ico”). A prodursi è
una guerra silenziosa di tutti contro tutti, dove ciascuno può as­
sumere le sinistre sembianze del delatore, del nemico. Q uando
la paura s’im pone come m odo di vita, la minaccia e la precarietà
m andano in frantumi l’antica solidarietà:

Esposto a tentativi di omicidio quotidiani: la fame, lo sfratto dalla came­


ra non pagata, il seno materno avvizzito, i bambini scheletrici, il cantiere
chiuso [...], l’indigeno arriva a vedere il suo simile come un nemico im­
placabile [...]. I veterinari potrebbero illustrare questi fenomeni evocan­
do il celebre “peck-order” constatato tra gli animali da cortile [...]. Ogni
colonia tende a diventare un immenso pollaio, un immenso campo di
concentramento in cui la sola legge è quella del coltello114.

113 Homi Bhabha sostiene però che in questo libro “assai raramente viene storicizzata
l’esperienza coloniale” (Bhabha, I luoghi della cultura, cit., p. 64): affermazione non
poco sorprendente per quanto diremo qui di seguito, e che giustamente Mellino de­
finisce “azzardata” in considerazione di quanto Fanon stesso scrive sulla necessità di
contestualizzare le sue analisi (Miguel Mellino, Prefazione, in Fanon, Scritti politici.
Per la rivoluzione, cit., p. 10)
114 Fanon, I dannati della terra, cit., p. 237. Nello stesso capitolo Fanon esamina nuova­
mente le tesi della scuola di Algeri sull’impulsività e il carattere criminale del norda­
fricano, non mancando di notare che “i medici algerini laureati alla facoltà di Algeri
dovettero udire e imparare che l’algerino è un delinquente nato” (ivi, p. 229). Ma la
sua analisi, non a caso ripresa da molti autori postcoloniali, prende in considerazione
anche la produzione del “soggetto nordafricano” realizzata dalla psichiatria di Porot
(criminale, impulsivo, sanguinario, suscettibile ecc.): non solo ne mette in relazione i
56 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

La descrizione di Fanon potrebbe valere per molti dei conflitti


che stanno lacerando la postcolonia, tanto è precisa la sua feno­
menologia dell’orrore, l’analisi dello stato psichico prodotto dalla
guerra, il dettaglio con cui esamina le trasformazioni generate dalla
violenza quotidiana, dal sopruso, dall’espropriazione del tempo,
del corpo. Potrebbe essere, il suo, il ritratto di quello che è diven­
tata oggi la vita quotidiana in Palestina.

Le economie morali della menzogna e i nuovi dannati della terra.


Fanon nella postcolonia.

La grande notte nella quale fummo immersi, dobbiamo


scuoterla e venirne fuori.
Frantz Fanon, I dannati della terra.

Molte delle pagine di Fanon hanno come tema centrale l’analisi


della soggettività, tanto del colono che del colonizzato, tanto del
bianco quanto del nero: il cui narcisismo e la cui alienazione egli
vuole svelare a curare. Il suo contributo alla comprensione della
loro relazione, delle reciproche ambivalenze, rimane forse quello
più attuale, del quale non a caso si è appropriato il dibattito post­
coloniale115, facendo di Fanon un profeta di m olte delle dom an­
de che scavano oggi nei territori della migrazione e della cittadi­
nanza, nelle inquietudini dello Stato-nazione e delle sue insonni
frontiere, o nei conflitti delle banlieue emersi come un incubo
del passato coloniale. Ma le sue considerazioni costituiscono an­
che uno fra i passaggi imprescindibili (e tali perché ne anticipano
molti sviluppi) delle contem poranee riflessioni sulle nuove forme
di egemonia, sui processi mimetici e la logica del desiderio. Prima
di evocare qualcuno di questi temi, rimane da ricordare uno dei

profili con il clima di violenza generalizzata della colonia, ma illumina anche il labi­
rintico spazio che queste costruzioni esercitano sugli stessi colonizzati. Sullo stato di
paura generalizzata, di impotenza, di incertezza realizzato dal terrore e dalla violenza
politica, cfr. Linda Green, Fear as Way o f Life. Mayan Widows in Rural Guatemala,
Columbia University Press, New York 1999 e Roberto Beneduce, Semantiche del ter­
rore, della morte e della speranza nell’Est del Congo (Ituri, Kivu), “Antropologia - An­
nuario”, 9-10,2008, pp. 179-214,
115 Bhabha, I luoghi della cultura, cit., pp. 61-96; Gibson, Fanon. The Postcolonial, cit.;
Nigel G. Gibson (a cura di), Rethinking Fanon. A Continuing Dialogue, Humanity
Books, New York 1999; Lewis R. Gordon, R. Denean Sharpley-Whiting e Renée T.
White (a cura di), Fanon: A Criticai Reader, Blackwell Pubi., Oxford, 1996.
LA TORMENTA ONIRICA 57

contributi più originali sul com portam ento del colonizzato, sulle
sue tattiche al cospetto di un potere che lo ignora, lo umilia, o gli
rifiuta quel riconoscimento di cui è alla ricerca.
Mi riferisco al lavoro scritto con Lacaton sulle condotte di
confessione in Nord-Africa116. Si tratta di una breve comunicazio­
ne presentata al Congresso di Psichiatria e Neurologia di lingua
francese, a Nizza, nel 1955, dove ritorna il tem a fondam entale
del riconoscim ento e, in particolare, la critica dello stereotipo
dell’arabo bugiardo, luogo com une corroborato dalle tesi di psi­
chiatri, sociologi, giuristi. Il caso dal quale muove la sua analisi è
l’enigma, per il perito che si trova di fronte al responsabile di un
crimine, di dare un senso al suo sorprendente com portam ento:
sorpreso in flagrante, dopo aver ammesso inizialmente il suo at­
to, l’im putato nega poi tutto, giungendo addirittura a chiedersi
il motivo della detenzione. Fanon e Lacaton interrogano i p re ­
supposti ontologici di questa negazione, di questo vero e proprio
cortocircuito della coscienza, ponendo la dom anda fondam enta­
le: se si sia cioè mai stabilito quel rapporto che fonda ogni auten­
tica relazione, che precede ogni ammissione di colpa, se, in altri
termini, sia mai stato negoziato un contratto sociale fra l’accusato
e il gruppo “che ormai io tiene in suo p o tere”. Ma nella colonia
a quale gruppo, a quale società egli si sente di appartenere? La
scuola psichiatrica di Algeri non aveva mai avuto dubbi nell’inter­
pretazione di questi comportamenti: il nordafricano è un bugiar­
do, ma, continuano Fanon e Lacaton,

affermare che la razza soffre di una propensione a mentire, a celare vo­


lontariamente la verità, o che essa è incapace di distinguere il vero dal
falso, o ancora che essa non integra i dati dell’esperienza in virtù di una
presunta debolezza filogenetica, significa sbarazzarsi del problema senza
risolverlo [...]. Per il criminale, riconoscere il proprio gesto di fronte
al giudice, significa disapprovarlo, significa legittimare l’irruzione del
pubblico nella sfera privata. Il nordafricano, negando, sconfessando se
stesso, non rifiuta forse tutto ciò?

Senza riconoscim ento reciproco, senza integrazione, è lo sta­


tuto stesso della verità e del contratto sociale che la presuppone a
vacillare. Le conclusioni di Fanon e Lacaton sono particolarmente

116 Frantz Fanon e R. Lacaton, Condotte di confessione in Nord-Africa, riprodotto in que­


sto volume alle pp. 123-126. Sulla “tendenza alla menzogna del nordafricano”, cfr.
Porot, Manuel de psychiatrie, cit., p. 217.
58 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

suggestive quando lasciano intendere che, nel rifiuto di confessare,


nel negare una verità oggettiva, c’è forse dell’altro: “Questo rifiuto
dell’im putato musulmano di autenticare, attraverso la confessione
del suo gesto, il contratto sociale che gli si propone, significa che
la sua sottomissione, spesso profonda, osservata nei confronti del
potere (all’occorrenza giudiziario), non può essere confusa affatto
con l’accettazione di tale potere”.
Negare l’evidenza del reato, rifiutare di amm ettere la propria
colpa, è dunque manifestare uri indocilità inattesa (la sottomissione
al potere non equivale affatto all’accettazione di quel potere), e dire
una menzogna è già - per i dominati, per i colonizzati - una forma
di resistenza, non molto diversamente da quanto lo siano gli atti di
resistenza e i “verbali segreti” descritti da James Scott117. Q uesta
riflessione è preziosa per interpretare il senso nascosto di m en­
zogne, dissimulazioni, mezze verità nei discorsi di quanti - un
tem po colonizzati, oggi “clandestini”, richiedenti asilo, rifugiati,
m inori stranieri - devono spesso negoziare, intorno ad una verità
che è politica e m orale prim a che giuridica, la possibilità stessa
della loro esistenza.
E legittim o parlare qui di una vera e propria economia mo­
rale della menzogna, per parafrasare il titolo del celebre studio
di Thom pson sui disordini e le sommosse della folla inglese di
fronte all’aum ento del prezzo del p a n e 118. In questi passaggi vi
sono, già espresse, le premesse per interrogare quali sono le scrit­
ture del Sé postcoloniale119, le forme di soggettività che vanno co­
struendosi negli spazi limite della negazione, negli interstizi della

117 James C. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza. I "verbali segreti" dietro la storia
ufficiale, trad. it. di R. Ambrosoli, Elèuthera, Milano 2006. Anche rimmaginario, nelle
società colonizzate, avrebbe un valore di resistenza. La letteratura su questo tema è
sconfinata; mi limito a ricordare Edouard Glissant, per il quale, se nelle società colo­
nizzate e in quelle che “non ne sono uscite ancora” non c’è “relazione fra il reale e il
simbolico”, non c’è possibilità di simbolizzare il reale, c’è invece possibilità dell’im­
maginario: “L’immaginario vi funziona, ed è anche una risorsa di resistenza” (Journée
de travail avec Édouard Glissant, Groupe de Cordoue, 2007; www.freud-lacan.com/
articles/article.php?url_article=jwiltord).
118 Edward Palmer Thompson, The Moral Economy o f thè English Crowd in The Eigh-
teenth Century, in “Past and Present”, 50, 1, 1971, pp. 76-136.
119 Ho preso qui a prestito il titolo di un intervento di Michel Foucault del 1983, Les écri-
tures de soi, in Michel Foucault, Dits et écrìts li. 1976-1988, Gallimard, Paris 2001, pp.
1234-1249. A questo lavoro s’inspira anche Achille Mbembe, À propos des écritures
africaines de Soi, in “Politique Africaine”, 77, 2000, pp. 16-43. L’articolo di Mbembe
riprende molti dei temi qui trattati, soprattutto in merito alla narrazione postcoloniale
del Soggetto africano.
LA TORMENTA ONIRICA 59

menzogna o nei crepacci di narrazioni inautentiche che, intorno


all’invenzione di nomi, biografie, eventi, esibiscono un Soggetto
sfuggente, inquieto, assertivo e invisibile ad uno stesso tem po. E
un Soggetto che alle incertezze dell’esilio, della diaspora, affianca
ora, nel racconto della propria vita, del proprio passato, una sin­
golare form a di agency, concepita nei riverberi della solitudine:
l’espressione di u n ’eterocronia e di u n ’eterotopia senza fine120.
Vi sono buone ragioni per riprendere, seppur brevem ente, la
questione già m enzionata del ruolo dei saperi medico-psichiatrci
in E uropa e nella colonia. In quest’ultima, secondo Vaughan, a
differenza di quanto osservato da Foucault in E uropa, essi si sa­
rebbero fatti prom otori soprattutto di bio-politiche, agendo in
altri term ini più sulle popolazioni che sugli individui (obiettivo
prim o, questi ultimi, delle anatom o-politiche). Vi sono tuttavia
elem enti per riconsiderare questa affermazione alla luce di una
constatazione già suggerita: in Africa non sono soltanto le istitu­
zioni sanitarie e governative quelle che am m inistrano il potere,
è una m oltitudine di soggetti che, spesso con pochi mezzi e in
m odo caotico, si fanno rappresentanti di interessi eterogenei e
talvolta persino in contrasto fra loro.
Bayart ha osservato che gli europei, nelle colonie, erano mossi
da una logica spesso contraddittoria, oscillante fra scelte di mero
interesse economico e atti di pura abnegazione, fra l’adesione a
concezioni universaliste del diritto e una rigida gerarchizzazione
razziale, fra la selezione di partner sessuali e i valori della castità.
Q uesto registro doppio, lo si già detto, è anche il tratto caratte­
ristico dei gesti che com piono le istituzioni sociali della colonia
(il m edico nell’ospedale, il soldato nell’esercito o nel cam po di
concentram ento, il sacerdote nelle missioni, l’impiegato nell’am­
m inistrazione o l’im prenditore nelle compagnie titolari di con­
cessioni):

120 I termini “eterotopia” ed “eterocronia” sono di Michel Foucault, qui ripresi in un


senso leggermente diverso da quello proposto da Foucault in Des espaces autres,
pubblicato per la prima volta sulla rivista “Architecture, Mouvement, Continuité”,
5, 1984, pp. 46-49, e ora in Foucault, Dits et écrits, cit., pp. 1571-1581. Non è possi­
bile in questa sede approfondire i temi dell’economia morale della menzogna e della
memoria dei rifugiati. Questi brevi cenni confermano comunque tutta la modernità
del pensiero di Fanon, là dove egli parla della clandestinità a cui sono costretti i colo­
nizzati di fronte all’imposizione di nuovi valori da parte dei coloni, e suggeriscono la
fecondità di un incrocio con Foucault. Questo tema è da me ripreso in un lavoro in
corso di stampa sullo statuto della verità nella postcolonia.
60 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Queste istituzioni sociali hanno messo in opera dei discorsi, delle pro­
cedure, dei regolamenti, delle prescrizioni, in breve delle “tecnologie
di potere” di cui il corpo è stato certo il bersaglio: a volte imprigionato,
denudato, incatenato, costretto al lavoro, picchiato, deportato, messo
a morte, a volte curato, educato, vestito, nutrito, pagato. Esse hanno
così custodito delle vere e proprie “culture del sé” che hanno permes­
so la costituzione di “soggetti morali” e fondato “l’appartenenza” dei
colonizzati alla colonia [...]. Troppo spesso la “disciplina” inerente
alle istituzioni sociali della colonizzazione è stata interpretata in modo
meccanico, come l’ingranaggio unico di una società totalitaria. Orbene
[...], molti colonizzati hanno sinceramente aderito a queste “condizioni
di vita” che erano loro proposte e imposte ad un medesimo tempo.
Non ammetterlo [...] significa ignorare innumerevoli testimonianze e
rinunciare a comprendere come l’occupazione europea abbia potu­
to svilupparsi con mezzi militari e amministrativi irrisori. Allo stesso
modo, significa ridurre la collaborazione di vasti settori delle élite au­
toctone a motivi interessati o a “un’alienazione” culturale, negando la
verità della loro fede cristiana o della loro coscienza professionale e
sociale, o ancora la verità del loro attaccamento alla “presenza” del
colonizzatore: una fedeltà che sarà all’origine di tante tragedie in Indo­
cina e in Algeria121.

Il registro doppio nel quale si dispiega il governo dei corpi co­


lonizzati riflette e amplifica “l’ambivalenza produttiva del discorso
coloniale” nei confronti di u n ’alterità “al tempo stesso oggetto di
desiderio e di derisione”122. Tali atti concorsero evidentem ente a
plasm are le popolazioni: ma anche gli individui, i loro desideri.
Essi contribuirono a produrre nuovi “soggetti m orali”. L’esempio
è stato già evocato: non am m ettere di aver commesso un delitto,
un reato, da parte del nordafricano, preannuncia un nuovo sog­
getto m orale, una nuova form a di asserzione, e il senso di que:
sti com portam enti si coglie per intero soltanto quando si guardi
agli spazi di am biguità che la colonia prom uove senza tregua:
fra resistenza e adesione, fra indocilità e mimetismo, fra ostilità
e fedeltà. La “pretesa pigrizia del nero, dell’algerino, del vietna­
m ita”, scriverà qualche anno dopo Fanon, non è soltanto u n ’in­
venzione: se lavorassero con ardore come si chiede loro di fare, se
rifiutassero di riposare, sarebbero “nient’altro che individualità
patologiche”. M a la lentezza dei loro gesti è, ancora una volta,

121 Jean-Frangois Bayart, Le gouvernement du monde. Une critique politique de la globali-


sation, Karthala, Paris 2004, p. 208-209.
122 Bhabha, I luoghi della cultura, cit., p. 98.
LA TORMENTA ONIRICA 61

una tattica di resistenza: “La pigrizia del colonizzato è il sabotag­


gio cosciente della macchina coloniale; è, sul piano biologico, un
sistema d ’autoprotezione”123. Sono qui, già evidenti, non poche
delle inquietudini del soggetto postcoloniale. M bem be sostiene
però che Fanon, se ha colto in m odo esemplare la logica di m orte
e la “parte m aledetta” della colonia, ha trascurato il suo “piccolo
desiderio”, im pedendosi così di pensare forse il nucleo più im ­
portante della questione post-coloniale:

C’è una “parte maledetta” della colonia che Fanon ha studiato con effi­
cacia [...]. Ma non ci può essere biografia della colonia che escluda ciò
che io definisco come il suo “piccolo desiderio”, ossia l’assoggettamento
dell’indigeno attraverso il suo desiderio. Sulla scena coloniale è questo as­
soggettamento attraverso il desiderio che, infine, trascina 0 colonizzato
“fuori di sé”, ingannato dalla vana chimera dell’immagine e del sortile­
gio. Lasciandosi condurre, il colonizzato penetra in un altro essere e vive
ormai il suo lavoro, il suo linguaggio e la sua vita allo stesso modo di un
processo di stregamento. È a causa di questa esperienza di stregamento e
di “estraniamento” che l’incontro coloniale fu all’origine di una fusione
di fantasmi. Essa mise in movimento dei desideri che coloni e coloniz­
zati dovettero talvolta nascondere a se stessi e che, proprio per questa
ragione, furono rimossi nell’inconscio. Di questo “piccolo segreto’’ Fanon
dice poco. È forse questo che spiega la sua incapacità di anticipare la
postcolonia124.

Bayart e M bem be hanno spesso evocato le dimensioni “oniri­


che”, “fantasmatiche e talvolta allucinatorie” della colonia, della
violenza e della morte che ne organizzano le relazioni, gli sguardi,
gli inganni, le reciproche seduzioni. Fanon utilizza lo stesso ter­
mine quando, in un passaggio de I dannati della terra, parla della
“torm enta onirica”125 dentro cui il colonizzato si perde nel cor­
so della lotta di liberazione. Ricordo questa eco perché mi sem ­
bra che la riflessione di Fanon, diversamente da quanto afferma
M bem be, riveli un pensiero che, proprio là dove congiunge le
dim ensioni della coercizione e della soggettivazione, della vio­
lenza e dell’egem onia126, anticipa già, efficacemente, molte delle

123 Fanon, I dannati della terra, cit., p. 226.


124 Mbembe, De la scène, cit. p. 54 (il corsivo è mio).
125 Fanon, I dannati della terra, cit. p. 21.
126 È Gramsci a ricordare che forza, consenso e corruzione non sono necessariamente al­
ternativi ma spesso in rapporto di continuità, soprattutto quando l’egemonia fa fatica
ad affermarsi (Antoni Gramsci, Quaderni dal carcere, Einaudi, Torino 2007, p. 1638).
62 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

dinam iche e dei conflitti discussi dal discorso postcoloniale. Ma


ancora u n ’altra osservazione può essere proposta sulle intuizioni
postcoloniali di Fanon. L’analisi che egli conduce sulle rappresen­
tazioni dell’Arabo o dell’Africano proposte dai trattati di psichia­
tria dell’epoca o dai lavori di sociologia, le pagine che egli dedica
alle immagini dei protagonisti dei romanzi o dei film dell’epoca
(il m arinaio nero in Crash D ive, del 1943, la serva di colore in
D uel in thè Sun, di King Vidor), non sono forse l’anticipazione
di quanto avrebbero scritto Said e M udim be proprio rovistando
nelle costruzioni e nei fantasmi dell’O ccidente127?
U na differenza tuttavia c ’è, ed è evidente. Said e M udim be
lavorano prevalentem ente su testi e narrazioni (C hautebriand,
Dickens, C onrad ecc.), e la loro acuta decostruzione degli ste­
reotipi occidentali dell’Altro, del colonizzato, è di ordine preva­
lentem ente testuale. Fanon, pu r facendo emergere queste stesse
invenzioni e questi stessi stereotipi (la semplicità del negro, l’im ­
pulsività dell’arabo ecc.), intende coglierne gli effetti sui corpi
e negli sguardi che incontra nella colonia, nelle ferite psichiche
che vuole curare. Le pagine in cui scom pone le figure letterarie
dell’amore fra una donna di colore e un ufficiale bianco (l’André
di Je suis Martinquaise, di M ayotte Capecia), fra una m ulatta e il
nero M actar (in N ini, di Abdoulaye Sadji), fra un nero - Jean Ve­
neuse - e una bianca (nel romanzo di René Maran, Un homm epa-
reil aux autres), sono esemplari per m isurare tutta l’intensità della
sua decostruzione. Ma dobbiamo notare u n ’altro aspetto: quelle
pagine sono state scritte da autori neri. Fanon non si accontenta
di decostruire le rappresentazioni dell’Occidente: vuole scollare,
ad una ad una, le conseguenze di queste rappresentazioni sui rap­
presentati. Nei protagonisti di quelle opere egli vuole m ettere in
luce l’ossessione della bianchezza, i fantasmi di “lattificazione”, il
desiderio di essere riconosciuti come Bianchi. Q uando rim prove­
ra a M annoni d ’ignorare le vicende storiche della colonia, Fanon
riprende questo stesso motivo da u n ’altra prospettiva: dopo l’ar­
rivo del Bianco il Malgascio non esiste più se non con l’Europeo,

127 Valentin Y. Mudimbe, L ’invenzione dell’Africa, trad. it. di G. Muzzopappa, Meltemi,


Roma 2007; Edward W. Said, Orientalismo. Vimmagine europea dell’Oriente, trad.
it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano 1999. Mentre in questo libro l’autore non cita mai
Fanon, numerosi sono i rinvìi a Fanon in Edward Said, Cultura e imperialismo. Let­
teratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente, trad. it. di S. Chiarini e A.
Tagliavini, Gamberetti, Roma 1998.
LA TORMENTA ONIRICA 63

è come se egli fosse stato scombussolato nei suoi meccanismi psi­


cologici più profondi dall’arrivo del Bianco: ora “L’alterità per il
Nero non è il N ero ma il Bianco”128.
Il problem a annunciato da D u Bois, “la questione della linea
del colore”129, è ancora lì: dinanzi ai suoi occhi, nella sua vita, nel­
le Antille come in Francia o in Africa. E questo problem a rivela
infiniti profili: come la fobia del negro, la “paura del biologico”,
perché il negro, scrive ancora Fanon, è “sesso, forte, sportivo, po­
tente, boxeur [...], selvaggio, animale, diavolo, peccato”. Il N ero
è un essere genitalizzato. Gli scritti di Michel Cournot gli offrono
allora l’occasione per concludere: il Bianco è “persuaso che il N e­
gro è una Bestia”, è “il pericolo biologico”, mentre invece l’Ebreo
rappresenta “il pericolo intellettuale”. Possono allora, il N ero e il
Bianco, comportarsi in modo sano l’uno di fronte all’altro? Come
liberarsi dal peso di questi fantasmi?
Questi passaggi costituiscono una premessa im portante anche
per le considerazioni che Fanon sviluppa sul rapporto fra il N ero e
la sua nevrosi: il mito che attribuisce al N ero una potenza sessuale
superiore è ignorato sino a quando egli non incontra lo sguardo di
un Bianco. Una volta che l’incontro sia avvenuto, il “dramma raz­
ziale” si sviluppa per intero, ma “all’aperto” (en plein air), perché
il complesso di superiorità o d ’inferiorità in lui non sono inconsci:
“Non c’è qui quell’amnesia affettiva che caratterizza la nevrosi-
tipo”130. Il N ero vive immerso in una realtà che ne distorce l’im ­
magine, lo condanna all’alienazione, lo istituisce come problema.
Per D u Bois uscire da questa realtà doppia significava passare
attraverso lo stadio di una doppia coscienza, preludio ad un au­
tentico riconoscim ento. Fanon ricorre a Fiegei quando prende
in esame questo tema (è un Hegel, il suo, ben diverso tuttavia da
quello ricordato da M bem be131). Il concetto hegeliano di “ricono­

128 Fanon, Peau noire, cit., p. 78.


129 Du Bois, The Soni of Black Folk, cit., p. 1.
130 I riferimenti ora riportati sono tratti da Fanon, Peau noire, cit., cap. 6. Cfr. Anche
Robert J.C. Young (Colonial Desire. Hyhridity in Theory, Culture and Race, Rouded-
ge, Abingdon-New York 1995, p. 171), dove l’autore ricorda l’analisi che di Fanon
propone L ’anti-Edipo di Deleuze e Guattari, in particolare per ciò che concerne il
colonialismo come “territorializzazione interiore e ideologica della psiche”, l’Edipo
come “la colonizzazione proseguita con altri mezzi” (Gilles Deleuze e Félix Guattari,
L ’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, trad. it. di A. Fontana, Einaudi, Torino 1975,
pp. 106-110 e 190-196).
131 Achille Mbembe, Postcolonialismo, trad. it. di A. Perro e M. Bilardello, Meltemi,
Roma 2005, pp. 205-208.
64 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

scim ento” non risponde però alla dom anda ossessivamente posta
dal Nero: quella di essere riconosciuto come Bianco, non come Nero.
E d è questo il problema di Mactar, il personaggio del romanzo di
Maran: “O rbene [...] Chi può farlo se non una Bianca? Am ando­
mi, lei mi prova che sono degno di un amore bianco. Mi si ama
come un Bianco”, scrive Fanon132. Come ripeterà in altri scritti,
in questa dialettica irrigidita, ossificata, senza vie d ’uscite, per la
protagonista di Je suis Martiniquaise come per Nini o Mactar, il
N ero e il Bianco diventano “i poli di un m ondo in perpetua lotta:
vera e propria concezione m anichea del m ondo [...]. Per il N e­
ro non esiste che un’uscita, e questa è sul m ondo bianco. Da qui
la preoccupazione costante d ’attirare l’attenzione del Bianco”133.
Q uesto orientamento nevrotico, che assedia entrambi, può essere
spezzato solo attraverso una “ristrutturazione del m ondo”134, ed è
la lotta la sola via per rompere la gabbia psichica del colonialismo
e realizzare un riconoscimento autentico.
Fanon scruta assai più da vicino di quanto facciano Said o Mu-
dim be i riflessi dolorosi e le increspature del desiderio nei colo­
nizzati: la distanza ravvicinata del suo sguardo lo distingue senza
dubbio da entrambi. Ciò detto, tanto Said quanto M udim be de­
vono molto a Fanon. E la ristrutturazione alla quale pensa Fanon,
ora lo sappiamo, trova nel linguaggio, in un linguaggio incarnato,
la sua m ateria prim a e il suo bisturi135. L’affermazione di Achille
Mbembe, secondo il quale Fanon non riesce ad “anticipare la post­
colonia”, può dunque essere corretta.
Innanzitutto, occorre am m ettere che alcuni dei problem i sui
quali Fanon concentra la propria attenzione sono oggi ancora ir­
risolti, o quanto meno parlano di un processo incom piuto (come

132 Fanon, Peau noire, cit. p. 51. Inutile aggiungere che l’autore, forse mai come altrove,
scava qui anche dentro di sé, dentro la sua condizione. Per un’analisi della posizione
di Fanon nei confronti della dialettica hegeliana, cfr. Lewis R. Gordon, An Introduc-
tion to Africana Philosophy, Cambridge University Press, Cambridge 2008.
133 Ivi, p. 36-41.
134 Ivi, p. 66.
135 “Carne e linguaggio sono, in altre parole, simbiotici [...]. La coscienza è sempre la
coscienza incarnata delle cose, così come della coscienza intersoggettiva o del mondo
sociale. Che il linguaggio investa il significato di chi lo incorpora significa allora che
la trasformazione del linguaggio realizza la trasformazione di coloro che lo usano”,
Lewis R. Gordon, Through thè Zone o f Nonbeing: A Reading o f Black Skin, White
Masks in Celehration ofPanon’s Eigktieth Birthday, in “The C.L.R. James Journal”,
11,1,2005, p. 4. A questo riguardo, Young osserva che l’Orientalismo di Said “impli­
ca una conoscenza disincarnata” (Young, Postcolonialism, cit., p. 400).
LA TORMENTA ONIRICA 65

altrimenti spiegarsi la violenza accademica del dibattito postcolo­


niale, le sue convulsioni?). L’analisi delle contraddizioni delle bor­
ghesie nazionali o delle “disavventure della coscienza nazionale”,
per fare un esempio, testimonia la forza delle sue intuizioni, che
potrebbero essere applicate oggi alle élite, ai governi e alle classi
dirigenti nelle ex-colonie. Il suo argom ento è che coloro che so­
no i più interessati al processo della decolonizzazione non sono
“necessariamente soddisfatti dal processo di post-colonizzazione.
M entre la dialettica nella colonia è fra colonizzatori e colonizzati,
ciò che segue non è postcolonialismo ma neocolonialismo [...]. La
nuova dialettica allora è fra la cosiddetta ‘borghesia postcolonia­
le’ e il popolo. La vera dialettica delle lotte anti-coloniali, per Fa-
non, è dunque un movimento dal colonialismo al neocolonialismo
al postcolonialism o”. Le sue analisi, sostiene G ordon nel lavoro
prima citato, prefigurano dunque ampiamente le convulsioni e le
contraddizioni del presente, l’attualità del suo pensiero vi si trova
confermata.
Scrive Cherki: “Al di là di questa funzione dell’mtellettuale che
analizza le contraddizioni del reale e fa immaginare un m ondo pos­
sibile, è poi così evidente che le analisi di Fanon, comprese quelle
sulla violenza, siano così obsolete? Sul piano politico le sue previ­
sioni e i suoi avvertimenti sono stati confermati, Algeria inclusa”06.
Q uanto al discorso sui fantasmi di lattificazione dei Neri e sul
razzismo, anche qui abbiamo u n ’altra intuizione, un’altra anticipa­
zione, difficilmente contestabile: sebbene sia trascorso oltre mez­
zo secolo, quei fantasmi continuano ad agitarsi lungo la linea del
colore, oltrepassare la quale, come invita a fare Gilroy, richiede
ancora un considerevole impegno. In quelle pagine sono indicati
alcuni fra i nodi più densi del dibattito postcoloniale, e vi si tro ­
vano già limpidamente enunciati i problemi relativi al controverso
statuto di concetti come “identità”, “cultura”, “cittadinanza” o
“nazione”136137.
Le figure che percorrono oggi l’ostile territorio della postcolo­
nia (rifugiati, clandestini, sans papier), i loro “corpi-frontiera”138,
136 Cherki, Frantz Fanon, cit., pp. 290-291.
137 Per un’analisi degli incerti confini della “postcolonia” e di alcune delle controver­
sie che animano l’attuale dibattito, cfr. Struart Hall, Identités et cultures. Politiques
des Cultural Studies, Éditions Amsterdam, Paris 2008, pp. 351-372. Cfr. anche Paul
Gilroy, Against Race, cit.
138 Nacira Guénis-Souilamas, Le corps frontière, traces et trajets postcoloniaux, in N. Ban-
cel, F. Bernault, P. Blanchard, A. Boubeker, A. Mbembe, F. Vergès (a cura di), Rup-
66 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

insomma: i nuovi dannati della terra, aggiungono interrogativi che


illuminano di luce cruda queste contraddizioni. No, Fanon non ne
aveva parlato, ma le riflessioni sul mancato incontro fra le istituzio­
ni della cura in Europa e gli immigrati nordafricani (nell’articolo
La sindrome nordafricana), le considerazioni sulle loro ansie di ri­
conoscimento o quelle sul presunto complesso di dipendenza dei
colonizzati scritte in risposta agli argomenti di Mannoni, le pagine
sul rapporto fra disturbi mentali e guerra, preludono già ai temi
che scuotono ancora oggi il dibattito politico o agli interrogativi
posti dalla clinica del trauma. La rilevanza del capitolo su disturbi
mentali e guerra coloniale per una psichiatria o una psicoterapia
che intendano situarsi nel contesto della Storia, è stata messa op­
portunam ente in rilievo da Alice Cherki nella postfazione alla nuo­
va edizione del suo Frantz Fanon. Fortraitw . Scrive Cherki:

Fanon invita qui, in modo quasi profetico, a prevedere nel dopo-guerra


le sequele a lungo termine, da una parte e dall’altra, fra i torturatori e i
torturati. Sarà questo, dice, “l’eredità umana della Francia e dell’Alge­
ria”. Dopo molti anni di silenzio, gli attori di questo dramma, il più delle
volte sotto le pressioni dei loro discendenti devastati da questi trauma­
tismi e dal segreto che li circonda, dicono, scrivono, filmano talvolta la
propria sofferenza, i loro disturbi somatici o psichici, l’alterazione pro­
fonda della loro personalità, spesso negli stessi termini delle descrizio­
ni cliniche proposte da Fanon negli anni Cinquanta. Ma ciò pesa poco
nel contesto sociale e politico attuale. Dappertutto la parola soggettiva
disturba. In certi luoghi s’impone l'homo festivus, e in altri la sottomis­
sione a una religiosità più o meno interiorizzata. Ciò che si raccomanda
al soggetto è, in ogni caso, di essere un oggetto, sottomesso e alienato.
Orbene, Fanon vuole liberare l’uomo, soggettivamente, culturalmente,
politicamente [...]. Le conseguenze psichiche delle violenze della sto­
ria coloniale e del silenzio che le circonda, trasmesse di generazione in
generazione, i traumatismi e i tentativi di sbarazzarsi dei riferimenti al
passato e delle genealogie, costituiscono una gran parte dei disordini
psichici delle generazioni attuali, quanto meno in Francia e in Algeria140.

tures postcolonìales. Les nouveaux visages de la sociétéfrancane, La Découverte, Paris


2010, pp. 217-229.
139 Quella di Alice Cherki (Frantz Fanon. Portrait, Seuil, Paris 2000) è forse una delle più
belle biografie di Fanon. Cherki, psichiatra e psicanalista, conobbe Fanon in Algeria
e collaborò con lui all’ospedale di Blida-Joinville.
140 Ringrazio Alice Cherki per avermi permesso di leggere il dattiloscritto della sua post­
fazione prima che venisse pubblicato. L’analisi di Fanon sulla malattia mentale e i
suoi rapporti con le “strutture sociali della società ex-coloniale” mostrerebbe invece,
secondo Clemente, non pochi limiti, sebbene l'autore gli riconosca di essere su po-
LA TORMENTA ONIRICA 67

Anche G ordon ricorda come le pagine sul rapporto fra terrori­


smo, alienazione e tortura in Per la rivoluzione Africana anticipino
i problem i contem poranei e “potrebbero essere oggi facilmente
riconosciuti nei conflitti del Medio Oriente e del Nord-Africa”141.
Oggi i richiedenti asilo, le vittime della tortura, coloro che trascor­
rono mesi o anni nelle prigioni di questo o quello stato solo perché
privi di docum enti, non diversamente da coloro che esprim ono
nella loro inquietudine le conseguenze di quel passato irredento,
sembrano continuare a dialogare con i dannati della terra di cin­
q u an tan n i fa: condividono un comune dramma, e la sofferenza,
nella postcolonia, parla spesso di una Storia che - dopo aver ne­
gato i loro diritti, la loro umanità - prova a cancellare la memoria
del loro dolore. Chi vuole comprendere la geografia postcoloniale,
le sue disuguaglianze, la sua miseria, le sue ipocrisie umanitarie, i
suoi fremiti, trova dunque in Fanon uno sguardo prezioso, e tale
perché intransigente. La sua lezione è indispensabile per corregge­
re le dimenticanze òePPhomo festivus evocate da Cherki, così come
l’amnesia che talvolta lo stesso dibattito postcoloniale sembra ave­
re nei confronti di un problema non meno drammatico: quello del
capitalismo contemporaneo e della sua violenza.
Fanon postcoloniale allora? Non credo sia questo il problema,
e ciò semplicemente perché Fanon non ha bisogno di questa eti­
chetta: anzi, chi intende arruolarlo ad ogni costo in questo discorso
rischia di tradire la sua incollocabilità, la sua ostinata resistenza a
essere classificato. La vivacità del suo discorso, la forza delle sue
analisi, nascono altrove. L’invito a non imitare l’Europa, a non ri­
produrre i suoi Stati e le sue istituzioni in modo “caricaturale” e
“osceno”, lanciato nelle ultime pagine de I dannati della terra, allu­
de già alla postcolonia come al tempo nel quale dover ripensare ap­
partenenze, confini, identità nazionali: è l’invito a ripensare “l’ordi­
ne nazionale delle cose”142. Fanon concepisce, non diversamente da
altri pensieri utopici, un uomo totale, un uomo nuovo, possibile se

sizioni più avanzate di quelle espresse all’epoca da Laing e dalPanti-psichiatria (Cle­


mente, Frantz Fanon, cit., pp. 114-119).
141 Lewis R. Gordon, Fanon dans la pensée politique africaine récente, relazione presenta­
ta al Convegno internazionale Penser aujourd’hui à partir deFrantz Fanon, organizzato
dal Centre de Sociologie des Pratiques et des Représentations Politiques dell’Uni-
versité Paris Diderot, Paris 7, con la collaborazione della Fondation La Ferthé e della
Fondation Frantz Fanon (30 novembre-1 dicembre 2007).
142 Liisa H. Malkki, Re/ugees and Exile: Front “Re/ugee Studies” to thè National Order o f
Things, in “Annual Review of Anthropology”, 24, 1995, pp. 495-523.
68 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

non perdiamo tempo in sterili litanie o in mimetismi stomachevoli [...].


Possiamo far tutto, oggi, a condizione di non imitare l’Europa, a con­
dizione di non essere ossessionati dal desiderio di raggiungere l’Europa
[...]. L’Europa ha fatto quel che doveva fare e tutto sommato lo ha fatto
bene; smettiamo di accusarla, ma diciamole fermamente che non deve
piti continuare a fare tanto rumore. Non abbiamo più da temerla, ces­
siamo dunque d’invidiarla14’.

Nei suoi scritti Fanon scruta per intero gli effetti psichici e poli­
tici più nascosti di quei valori e di quelle estetiche che costituirono
il veleno invisibile della colonia, un veleno che continua ad agire
ancora a distanza di decenni. E di questo veleno e di questo “pic­
colo segreto” che parla quando scrive delle relazioni tra Bianchi
e Neri (affettive, intellettuali, mimetiche, di potere), ed è dell’as­
soggettamento dei colonizzati attraverso i loro stessi desideri che
egli fa l’impietosa anatomia: a cominciare da Peau noire, masques
blancs. E quando indaga questi recessi, lo fa con una sapienza par­
ticolare, che gli deriva certo dalla capacità di saper articolare come
pochi verità psichiche e verità sociali, leggi dell’inconscio e follia
della Storia143144.

143 Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 240-242. Forse l’analogia apparirà eccessiva, ma
queste parole suonano molto vicine allo spirito del lavoro di Dipesh Chackrabar-
ty, Provincializing Europe. Postcolonial Thought and Historical Dif/erence, Princeton
University Press, Princeton 2000 (il titolo s’ispira, come ricorda lo stesso autore , a
un’affermazione di Gadamer).
144 Se I dannati della terra fu un libro osteggiato e controverso per la centralità assegnata
alla questione della violenza, Peau noire, masques blancs non conobbe un destino più
facile. Non è tuttavia un caso che nel dibattito postcoloniale sia quest’ultimo quello
più spesso evocato (i riferimenti a Hegel e Lacan, ai temi del desiderio e del ricono­
scimento, ne fanno una lettura postcoloniale per eccellenza), ma non tutte le sue parti
hanno ricevuto la stessa attenzione: quelle che dolgono di più sono spesso trascurate.
Fanon ricorda qui, forse più che altrove, che il desiderio degli oppressi, la loro sog­
gettività, la loro percezione, il loro immaginario, sono costituiti dalla storia della loro
condizione di dominati: “Quando si è compreso questo processo [dello stadio dello
specchio] descritto da Lacan, non v’è più alcun dubbio che il vero e proprio Altro
del Bianco è e resta il nero. E viceversa. Soltanto, per il Bianco, l’Altro è percepito sul
piano deH’immagine corporea, come il non-Io assoluto, cioè il non identificabile, il
non assimilabile. Per il Nero, abbiamo mostrato che le realtà storiche ed economiche
sono determinanti [...]. Ci si obietterà forse che se per il Bianco c ‘è elaborazione
dell’imago del simile, un fenomeno analogo dovrebbe prodursi anche nell’Antilla-
no, dal momento che la percezione visiva è il canovaccio di questa elaborazione. Ma
questo significherebbe dimenticare che nelle Antille la percezione si situa sempre sul
piano deH’immaginario. E in termini di Bianco che percepisce il suo simile. Si dirà per
esempio di un tale che è ‘molto nero’: non c’è nulla di straordinario nel sentire, in una
famiglia, la madre dire ‘X è il più nero dei miei figli’. Cioè il meno bianco [...]. Ripe­
tiamolo ancora una volta. È in riferimento all’essenza del Bianco che ogni Antillano è
LA TORMENTA ONIRICA 69

Lo ripeto: in Fanon Inconscio e Storia sono intrecciati senza


soluzione di continuità (“ogni problem a umano deve essere con­
siderato a partire dal tem po”), e la sua più feconda lezione, per
un’etnopsichiatria critica che guardi al concreto farsi e disfarsi del­
le differenze, rimane questa145. Se ne I dannati della terra egli invita
a liberarsi dall’obbligo di imitare l’Europa, suggerendo (tanto ai
colonizzati che vanno liberandosi quanto agli Europei che li hanno
oppressi) di “scoprire” altri sentieri per “m etter su un uomo nuo­
vo”, alla fine di Peau m ire aveva scritto, dieci anni prima:

Non ho il diritto, io uomo di colore, di augurare al Bianco la cristalliz­


zazione di una colpa verso il mio passato e la mia razza [...]. Non ho
né il diritto né il dovere di esigere una riparazione per i miei antenati
addomesticati. Non c’è una missione per i Neri, non c’è un fardello per
il Bianco [...]. No, non ho il diritto di venire e gridare il mio odio al
Bianco. Non ho il dovere di mormorare al Bianco la mia riconoscenza
[...]. Non voglio essere vittima dell’Astuzia di un mondo nero [...]. Non
sono prigioniero della Storia. Non devo cercarvi il senso del mio destino.
Devo ricordare a me stesso, ad ogni istante, che il vero e proprio salto
consiste nell’introdurre l’invenzione nell’esistenza146.

Le parole con le quali terminano le sue opere più celebri, schiu­


dono un orizzonte liberato dal peso opprim ente di una Storia che
immagini solo la vendetta, dall’idea di un passato che determina
meccanicamente il futuro. E un pensiero rivolto a curare la Storia,
a redim ere il passato. L’ampiezza e la densità dell’orizzonte che
il suo sguardo invita a percorrere è come un richiamo, un invito
alla militanza del pensiero perché non si distolga l’attenzione dalle

chiamato a essere percepito dal suo simile” (Fanon, Peau noire. cit., pp. 131-132). La
psicoanalisi opera, lungo tutta la riflessione di Fanon, come uno strumento prezioso:
ma è una psicoanalisi critica, riformata, prossima a quella suggerita da Van Zyl a pro­
posito del Sud-Africa postcoloniale, in grado cioè di combinarsi con specifici riferi­
menti ad aspetti “economici, politici o storici” (cit. in Roberto Beneduce, Archeologie
del trauma. Un’antropologia del sottosuolo, Laterza, Bari-Roma, 2010, p. 168).
145 Molti sono i riferimenti di Fanon al tempo, alla Storia, come chiavi di lettura, come
vie d’accesso alla comprensione dei conflitti psichici, come in questo passaggio rivolto
a criticare l’interpretazione offerta da Octave Mannoni del sogno di un Malgascio:
“Sapendo ciò che può essere per un Malgascio l’archetipo senegalese, le scoperte di
Freud non sono di alcuna utilità. Si tratta di situare questo sogno nel suo tempo, e
questo tempo è il tempo in cui ottantamila indigeni sono stati uccisi, cioè un abitante
su cinquanta; e nel suo luogo, e questo luogo è un’isola di quattro milioni di abitanti
dove nessuna autentica relazione può instaurarsi [...], dove la menzogna e la demago­
gia sono i soli padroni” (Fanon, Peau noire, cit, p. 84).
146 Fanon, Peau noire, cit. pp. 185-186.
70 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

contraddizioni del reale, dal dolore degli sconfitti, dai silenzi della
Storia. L’alienazione provocata dalla violenza coloniale e razziale, il
fallimento dell’incontro clinico prodotto dall’ignorare la domanda
dell’Altro o i traum i della Storia, suggeriscono una nuova idea di
cura, un’idea moderna, non utopica: a meno di non definire utopia
ciò che sappiamo efficace e giusto, a meno di con chiamare visio­
nario l’uomo che “sa resistere all’aria del tem po”147 e lotta, ogni
giorno, perché “due o tre verità gettino sul m ondo la loro luce
essenziale”.

147 La frase è di Camus: l’intellettuale è “un uomo che sa resistere all’aria del tempo”.
R in g raziam en ti

Questa raccolta di saggi, che ha l’intento di presentare al p u b ­


blico italiano scritti di Fanon in buona parte mai tradotti, spesso
considerati impropriamente “m inori”, non ha soltanto lo scopo di
far conoscere un segmento del suo pensiero im portante e piena­
mente coerente con gli altri e più noti lavori1. Questi brevi saggi
hanno infatti il merito di dissezionare alcuni fra i principali temi
del dibattito contemporaneo: non solo quello sulla post-colonia,
ma anche quello medico-antropologico ed etnopsichiatrico.
L’idea di raccoglierli e pubblicarli è nata molto tempo fa, quan­
do una parte dei saggi qui presentati mi venne donata da Agostino
Pirella, la cui biblioteca è sempre stata per me generosa di idee e
di testi, nel corso di uno di quei confronti con i propri maestri che
sono, a distanza di tempo, ripresi e sviluppati dagli allievi quasi in­
consciamente. Li aveva ricevuti in fotocopia, tempo addietro, dalla
prefettura di Algeri (nel 1975 la rivista “L’information Psychiatri-
que” avrebbe poi ripubblicato una parte di essi, fra cui l’estratto
della tesi di laurea di Fanon, Disturbo mentale e disturbo neurolo­
gico, riprodotto nel presente volume). Lo ringrazio per quel sug­
gerimento implicito a ripercorrere le piste, in Italia all’epoca del
tutto abbandonate, che congiungevano direttamente il pensiero di
Fanon ad alcune delle più significative esperienze di trasformazio­
ne e di critica dell’istituzione manicomiale, all’origine di quella che
sarebbe diventata, anni dopo, l’avventura goriziana di Basaglia e
la rivoluzionaria riforma psichiatrica del 1978. Sono infatti num e­

1 In italiano sono disponibili gli altri scritti di Fanon: Velie nera, maschere bianche (Tro­
pea, Milano 1996), I dannati della terra (Einaudi, Torino 1962), Scritti politici, voi.
1. Ver la rivoluzione africana, 2006; voi. 2. Vanno V della rivoluzione algerina, 2007
(DeriveApprodi, Roma).
72 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

rosi in Fanon i temi che, come è facile riconoscere, anticipano in


m odo originale e quasi profetico quel progetto: l’esperienza della
psicoterapia istituzionale di Tosquelles, di cui Fanon fu allievo a
Saint-Alban, in Francia, ripresa in Algeria ma anche illuminata nei
suoi limiti; la scelta di articolare in modo strutturale la com pren­
sione della follia con il contesto di vita, la cultura e la storia dei
pazienti; la costruzione di un dispositivo terapeutico che facesse
del ripristino delle relazioni del malato con la sua famiglia e il suo
m ondo sociale l’obiettivo fondamentale; ma, soprattutto, la lucida
interpretazione della follia manicomiale, di u n ’organizzazione cioè
che produceva incessantemente artefatti sintomatologici, generan­
do regressione e cronicità in luogo di curarle. Un impulso forte,
direi anzi decisivo alla loro pubblicazione, mi è giunto però anche
dall’incontro avuto a Fort-de-France, nel 2005, con Victor Permal,
in occasione del seminario promosso dal CEMEA sul pensiero di
Fanon. Ricordo di quell’incontro l’atmosfera unica, i profumi della
Martinica e l’espressione di “clinica m ilitante” con la quale venne
definita l’esperienza del Centro Fanon di Torino, che avevo loro
presentato.
Di alcuni testi sono invece entrato in possesso più recentem en­
te, grazie ai preziosi contatti suggeritimi da Béatrice Flibou (Pari­
gi), ed in particolare grazie all’ostinata ricerca di M artine Journe-
au, documentarista del “Centre de Recherches Internationales” di
Parigi. È a lei, al suo paziente lavoro, che devo il recupero di due
testi, Considerazioni etnopsichiatriche e L!atteggiamento del musul­
mano magrebino di fronte alla follia. Nel reperim ento del prim o
di questi contributi il m erito è anche di Pierre Chaulet, medico
residente ad Algeri e all’epoca, nel 1955, m embro del comitato di
redazione della rivista “Consciences M aghribines”, dove il lavoro
apparve. Chaulet ha accolto con grande sensibilità la richiesta fatta
da M artine Journeau a mio nome, e ha voluto generosamente in­
viargliene una copia. A Pierre Chaulet e a Martine Journeau espri­
mo tutta la mia gratitudine.
Ringrazio infine l’editore DeriveApprodi per aver acconsentito
alla ripubblicazione del testo La sindrome nordafricana, pubblicato
la prima volta nel 1952 sulla rivista “E sprit”, ripreso poi in Pour
la révolution africaine. Ecrits politiques (Maspéro, Paris 1964, e ri­
edito nel 2001 da La Découverte), e la cui traduzione italiana è in
Scritti Politici. Per la rivoluzione africana (Roma 2006, pp. 23-33).
Disturbo mentale e disturbo neurologico1

Abbiam o accolto questo estratto della tesi dottorale di Fanon


intitolata Altérations mentales, modifications caractérielles, trou-
bles psychiques et déficit intellectuel dans l’hérédo-dégénération
spino-cérébelleuse, discussa a Lione il 29 novembre 1951, perché
esso ci permette di osservare come l’autore ponga il problema delle
relazioni tra neurologia e psichiatria. Si tratta della terza parte del
suo lavoro. La prima è incentrata su uno studio bibliografico e una
revisione dei disturbi mentali osservati fin o ad allora nella sindro­
me di Friedreich, la seconda è dedicata a una dettagliata osservazio­
ne di una malata colpita da eredoatassia cerebellare locomotoria con
delirio di possessione con evoluzione verso una “struttura isterica”,
seguita da una ammirevole analisi diagnostica e psicopatologica.
Egli era così portato a discutere il ruolo dell’organogenesi e della
psicogenesi nella comparsa del disturbo mentale. Questo confron­
to, che eccede ampiamente il caso riportato, è interessante da mol­
ti p u n ti di vista. Ci mostra prima di tutto quali sono le letture di
F. Fanon in quell’epoca. Ci permette inoltre di comprendere come
egli non voglia isolare il biologico, e tanto meno il sociologico, dal­
la psicogenesi della malattia mentale. Esso illustra, infine, la sua
prospettiva, quella ottimista e insieme militante, di una psichiatria
fondata su una “medicina della persona”, orientata al sollievo della
sofferenza (il solo criterio preso in considerazione del “patologico”),
in una visione globale senza dubbio un po’ utopica, ma necessaria
per difendere la sua specificità nel campo della medicina. Questa
tesi, unicamente dattilografata, è rimasta inedita. J.P.

1 Pubblicato in “L’information psychiatrique”, 10, 1975.


74 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Ecco uno dei problem i sicuramente più spinosi che siano mai
stati posti ai neuropsichiatri negli ultimi vent’anni. Questo proble­
ma, sebbene considerato già nel secolo scorso, non aveva ancora
rivestito un carattere di ostacolo per le nostre teorie. Di questo deve
essere ritenuto responsabile l’emergere - oggi così incalzante - del­
la specializzazione, e dunque della separazione fra le discipline.
Quali sono i rispettivi limiti della Neurologia e della Psichia­
tria2? Esiste scientificamente un campo neurologico e uno psichia­
trico? Che cosa diventa, in questo caso, il neuropsichiatra?
Lungi dal proporre una soluzione [a tali interrogativi], rite­
niamo necessario un cammino fatto di studio e di osservazioni e
vorremmo riferire le posizioni teoriche oggi più rappresentative:
in Francia, quelle di H enri Ey e Jacques Lacan, all’estero, quella
di Kurt Goldstein. Aggiungiamo che Ey si situa nella linea jack-
soniana e Goldstein, che presenta diversi aspetti in comune con
M onakow e Mourgue, ha in Ajuriaguerra un alleato degno di lui.
Ci è parso necessario tentare una messa a punto di questo di­
battito. Innanzitutto perché non può che facilitare una [più netta]
presa di posizione teorica rispetto all’oggetto della neuropsichia­
tria. Inoltre, nel contesto specifico del presente lavoro, questo
studio ha rilievo perché non sappiamo con certezza a che cosa ri­
condurre i disturbi psichici riscontrati nella eredo-degenerazione
spino-cerebellare.

La posizione di Henri Ey

H enri Ey è senza dubbio il caposcuola più complesso. Le sue


num erose opere, le sue conferenze preparatorie per accedere
all’ordinam ento sanitario, i suoi consulti hanno fatto di lui una fi­
gura di rilievo. E evidente che forniremo qui una panoramica mol­
to schematica del suo pensiero. Ce ne scusiamo con l’autore. Tut­
tavia tenterem o di formulare delle idee chiare che siano adeguate
allo spirito del medico di Bonneval3.
Secondo Ey, il sistema nervoso si divide in due “piani”: 1. il

2 In quell’epoca, in Francia come altrove, neurologia e psichiatria non erano separate e


l’insegnamento della neuropsichiatria era spesso affidato a dei neurologi [N.d.C.].
3 Bonneval è la località (in Eure-et-Loir) nel cui ospedale psichiatrico Henry Ey fu
direttore dal 1933 al 1970. Ringrazio Fulvio Marone per avermi aiutato a reperire i
passaggi di Lacan disponibili in italiano [N.d.C.].
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 75

piano delle funzioni senso-motorie e psichiche elementari o stru­


mentali (apparato riflesso della coordinazione dei movimenti, della
regolazione del tono muscolare, della marcia...); 2. il piano delle
funzioni psichiche superiori o energetiche (ad esempio: ricordarsi,
giudicare, credere, amare).
Le funzioni strumentali sono specificamente e morfologicamen­
te iscritte nel cervello. Il loro studio ha per principale oggetto la
genesi morfologica e spaziale delle funzioni nervose della vita di
relazione, ordinata in base alla nozione di localizzazione cerebrale
degli apparati funzionali.
Le funzioni energetiche sono modi di attività più individuali e
plastici. Il loro studio ha come principale oggetto la genesi storica
e cronologica dei livelli psicologici della vita di relazione, ordinata
in base la nozione di tensione psicologica4.

Sul versante patologico ritroviamo i due piani seguenti:


1) Patologia del piano funzionale strum entale, rappresentata
da disgregazioni funzionali o locali. A questo livello si collo­
ca un elemento estremamente importante: la localizzazione del
disturbo. Vedremo che questo discorso non vale nelle disso­
luzioni globali. I caratteri delle disgregazioni funzionali sono i
seguenti: - si tratta di disgregazioni parziali: emiplegia, afasia;
- sono disgregazioni banali: in altre parole lasciano intatta la
struttura globale e superiore, perché, come dice Ey, “l’afasia
nelle sue forme più tipiche, la corea, un trem ore emilaterale o
una sindrome parkinsoniana disturbano ma non alterano di per
sé né a causa loro la coscienza, il giudizio o l’attività sociale del
soggetto”5.
2) Patologia del piano funzionale energetico. Q ui nessuna loca­
lizzazione è possibile, poiché il carattere di queste disgregazioni
è che esse sono innanzitutto globali. Tutta la personalità [del
malato] partecipa alla malattia. Da qui la seconda nozione ap­
plicabile di dissoluzione.

4 II concetto di “tensione psicologica’’ si deve a Pierre Janet, che con questa espressione
indica l’energia delle funzioni superiori per mezzo della quale possiamo percepire ed
elaborare in modo opportuno la realtà. La psicastenia (l’insieme delle condizioni che
vanno da un generico sentimento di incertezza, dubbio eccessivo, indifferenza sino ai
gravi disturbi ossessivi, della volontà o della memoria) sarebbe, secondo tale modello,
la conseguenza dell’abbassamento di questa tensione [N.d.C.].
5 Ecco una affermazione che autori come Monakow, Mourgue e soprattutto Goldstein
condannano totalmente.
76 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Ey propone di chiamare Neurologia la scienza del piano stru­


mentale e Psichiatria quella del piano energetico.
I diversi punti che Ey ha sviluppato durante le G iornate di
Bonneval nel 1942 delineano la parabola teorica del loro autore6.
Una quindicina di anni or sono, Ey e Rouart avevano gettato le ba­
si di una concezione organo-dinamista della Neuropsichiatria. Ri­
prendendo le idee teoriche di Hughlings Jackson, i due autori ave­
vano indicato i fattori delle diverse forme di follia così ben studiate
dal neurologo inglese. Essendo la follia l’oggetto principale della
psichiatria, secondo Jackson era necessario distinguere quattro fat­
tori originali: a) i diversi gradi di dissoluzione dei centri cerebrali
più elevati; b) le differenze fra le persone che hanno subito questa
dissoluzione; c) le differenti velocità con cui la dissoluzione si è
prodotta; d) l’influenza dei diversi stati corporei e delle particolari
circostanze esterne sulle persone che hanno subito la dissoluzione.
Jackson pone a lato di quelle appena elencate le dissoluzioni lo­
cali, oggetto invece della neurologia. Non vogliamo riprendere nei
dettagli la teoria del jacksonismo. Sappiamo che la curva di dissolu­
zione va dall’illusione e dagli stati emozionali anormali fino alla de­
menza, e dal sogno alla schizofrenia passando per la crisi epilettica.
Ey conserva nella sua dottrina gli elementi fondamentali di Jackson,
ovvero: Evoluzione - Gerarchia delle funzioni - Dissoluzione.
Questi tre punti rappresentano l’infrastruttura di un fenomeno
di capitale importanza: l’integrazione. La patologia che la disinte­
grazione introduce perm ette l’emergere di segni negativi (causati
dalla malattia propriam ente detta) e di segni positivi (personalità
residua).
Ey, in definitiva, pensa che la distinzione tra le dissoluzioni
globali e parziali corrisponda “alla sola distinzione possibile tra
l’oggetto della Neurologia e quello della Psichiatria”. Questa affer­
mazione è significativa del pensiero di Ey. Jackson aveva esaminato
la dialettica dell’uomo e del mondo. Ey, introducendo un dinam i­
smo strutturale, cerca di form ulare i lineamenti di una dialettica
dell’uomo e del Pensiero. Il neurologico è ciò che è localizzabile,
lo spaziale, lo strumentale, l’elementare. Ciò che è di pertinenza
della psichiatria è [invece] il non-localizzabile, lo storico, il globa­
le, il sintetico.

6 H. Ey, J. de Ajuriaguerra, H. Hécaen, Les rapports de la Neurologie et de la Psychiatrie,


Colloque de Bonneval, Hermann et C. Editeurs, Paris 1947.
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 77

Ma lo Psichiatrico non è la stessa cosa dello Psichico. Una m a­


lattia mentale non ammette causalità psichica. Vi è un dinamismo
organico alla base delle psicosi. E, dice l’autore nel suo catechismo
del neo-jacksonismo: “Una concezione dinamica dei disturbi m en­
tali interamente basata sulla nozione di dissoluzione delle funzioni
esige il ricongiungimento dei livelli strutturali con i disordini orga­
nici che condizionano necessariamente tanto le dissoluzioni nevro­
tiche leggere, quanto gli stati deliranti confusionali e demenziali.
Il ricongiungim ento di “stati”, “sindrom i”, “livelli strutturali” o
“psicosi” con i processi eziologici costituisce il fine ultimo di que­
sta scienza medica che è la psichiatria”.
Quindi, il neurologico è il parziale, lo psichiatrico è il globale.
Una volta determinati i limiti inferiori della psichiatria7, Ey tenta di
chiarirne i limiti superiori. E si pone qui l’enorme problem a della
causalità psichica. Una malattia mentale, una psicosi o una nevrosi,
è di origine psichica o ammette necessariamente un condiziona­
mento organico? Nel caso della coesistenza di disturbi neurologici
e di disturbi mentali, si tratta di reazioni individuali alla dissocia­
zione psichica, alla sua “inflazione”, o bisogna amm ettere molto
semplicemente un’estensione delle lesioni all’encefalo?
N on vi è causalità psichica dei disturbi mentali. Q uesta è la
prima affermazione dottrinale di Ey. Anticipando i suoi avversari,
che potrebbero sbattergli in faccia una manciata di psico-nevrosi
derivanti da cause psichiche, l’autore esamina il caso dell’emozio­
ne violenta in conseguenza della quale i capelli diventano bianchi.
“Q uesto sintomo - dice - deve essere ricondotto non all’emozio­
ne, che è l’aspetto psicogenetico occasionale, ma a un disturbo en­
docrino più profondo”8.
Scartata la teoria che considera l’emozione la base della patolo­
gia, l’autore considera in un secondo tem po le tre scuole psicoge-
netiste, i cui maestri sono Kretschmer, Freud, Babinski. La prima,
ben studiata nella tesi dottorale di Lacan9, concepisce il delirio co­

7 Come possiamo vedere, si trova qui un atteggiamento nettamente assiologico [ossia


un atteggiamento che propone una gerarchia delle funzioni secondo un preciso siste­
ma di valori, N.d.C.]. Ritroviamo la gerarchia jacksoniana.
8 Lucien Bonnafé, Henri Ey, Swen Follin, Jacques Lacan e Julien Rouart, Le problème
de la psychogenèse des névroses e des psychoses, Paris, Desclée de Brouwer et C.
Editeurs, 1950.
9 J. Lacan, La psychose parano'iaque dans ses rapports avec la personnalité [si tratta della
sua tesi di dottorato in medicina, pubblicata per la prima volta nel 1932, nella quale
Lacan aveva posto le premesse del suo intento di fondare una comprensione del mala-
78 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

me le reazioni di una coscienza “sensibilizzata” alle situazioni vitali


in cui è immersa.
La prospettiva freudiana concorda con la precedente supe­
randola. M entre Kretschmer, psichiatra, assegna u n ’im portanza
fondam entale alle predisposizioni determ inate dalla costituzio­
ne, Freud le scotomizza. M olto più tardi, in seguito alle critiche
talvolta malevole dei suoi avversari, il maestro viennese avrebbe
riconosciuto il ruolo dell’eredità e delle predisposizioni10. Nasce
allora il concetto di “terreno” [favorevole, ossia di predisposizio­
ne; N.d.C.].
Ey rim provera a Kretschm er di lim itare la causalità psichica
attraverso l’idea di costituzione. Ma c’è di più, egli trova nell’evo­
luzione verso la demenza delle dissociazioni schizofreniche un
argom ento a favore della sua critica. Se vi è demenza, significa
che in un dato momento vi è stata una lesione organica. Q uanto
a Babinski, Ey, facendone un dualista, nega qualsiasi valore alla
sua dottrina. Conosciamo l’importanza che riveste la suggestione
nel sistema di Babinski. Il piano dell’idea caratterizza la malattia
mentale, ovvero in definitiva il pitiatism o11. Tutto quanto non sia
[riconducibile a] quest’ultimo, è il risultato di un processo neuro­
logico localizzabile.
Viene così messo in dubbio il presupposto della dottrina freu­
diana: il traum a psichico sarebbe solo un m onumento obsoleto la
cui architettura non indica a quale uso i suoi costruttori lo avevano
destinato... La regressione infantile è presentata come un luogo
comune letterario. A detta di Ey, “ogni teoria genetista e dinamista
dell’attività psichica conduce alla nozione di psicogenesi normale
e ripudia quella di psicogenesi patologica”. Il che significa che l’at­
tività psicogenetica è un’attività normale, libera12.

to mentale su una base razionale, oggettiva, e concepire la personalità come il prodotto


della confluenza della traiettoria biografica, dell’ideale dell’Io e delle concrete relazioni
sociali al cui interno l’individuo vive confrontandosi con il giudizio dell’altro. Quest’ul­
timo aspetto sarà decisivo nell’analisi della condizione psichica della popolazione nera,
che Fanon esplorerà in Peau noire, masques blancs anche a partire dalla nozione di
“stadio dello specchio”, presentata da Lacan nel 1936. N.d.C.].
10 “La causalità psichica è solo una causalità di secondo grado, il profilo psichico acqui­
sisce un valore patogeno solo su particolari terreni” (Freud, citato da Ey).
11 Si veda la nota 2 nel capitolo Considerazioni etnopsichiatriche [N.d.C.].
12 Bisogna aver letto La Psychiatrie devant le Surréalisme di Ey per capire a quale punto
questo autore sappia porre il problema dei limiti della libertà e della follia. La stessa
caduta assume valore diverso a seconda che sia libera o irreversibile, che essa sia
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 79

E d ecco ventilato il dilemma psichiatrico13. Da un lato la tesi


psicogenetista, che fa della malattia mentale una creazione esclu­
sivamente psichica, dall’altro la teoria meccanicista, che situa la
malattia mentale in una regione localizzata del cervello. Il delirio
sarebbe [in questo caso] il prodotto di cellule nervose eccitate.
L’autore non dà ragione a nessuna di queste due prospettive, il
dualismo spiritualista e il monismo materialista, dal momento che
egli afferma: “Noi ripudiamo allo stesso tempo il dualismo che se­
para troppo e il monismo che non separa abbastanza”. L’intera
posizione di Ey potrebbe riassumersi in questa formula: “Tra il
fisico e il sociale, non c’è che la vita”. Ey rifiuta di scegliere tra
fisico e psichico, tra spirito e corpo, secondo lui “la vita psichica
è radicata nella vita organica, se ne nutre, l’utilizza, la integra, e di
conseguenza la supera”.
Parlando dello psichismo, l’autore, utilizzando d ’altro canto le
conclusioni di diverse scuole, scrive: “Il tutto strutturale, di cui si
occuperanno più tardi la psicologia e la psicopatologia, si edifica
poco alla volta”. Nello psichismo, dovremo distinguere ciò che è
dato e ciò che è preso, il passivo e l’attivo. Dovranno inoltre essere
ricordati il carattere e l’affettività, in stretto rapporto con le funzio­
ni “strum entali” (qualità sensoriali, mnesiche, verbali, proprie di
ciascun individuo). Ey definisce questa parte la traiettoria psichica.
Questa traiettoria ha bisogno di un campo da percorrere, e questo
sarà il campo psichico. Il campo psichico rinvia naturalm ente alla
vita psichica, che non è affatto caratterizzata dall’immutabilità. Es­
sa “oscilla dal disinteresse per il m ondo esterno e il presente a uno
straordinario adattam ento al presente e al reale, nella sua forma
più attenta ed efficace”. Possiamo notare quanto tale espressio­
ne sia debitrice nei confronti delle ricerche di Janet. D ’altronde
Ey riconosce l’influenza del teorico della “tensione psicologica”
sull’orientam ento del suo pensiero. La psicogenesi è il normale.
Q uesta posizione ammette un corollario: vi è una organogenesi
della malattia mentale e la psichiatria, nel rifiutare qualsiasi valore
al concetto di psicogenesi patologica, si riserva un dominio di studi
che non ha alcun rapporto con quello della libertà.
Ma allora, che differenza c’è tra la schizofrenia e la paralisi
generale? Una malattia, dice Ey, se è sempre organica nella sua

principio, [“inizio”] o conseguenza del peso psichico dell’organismo. Nel primo caso
abbiamo a che fare con il Poeta, nel secondo con il Folle.
13 L’espressione è di Ey.
80 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

eziologia, è sempre psichica nella sua patogenesi: “Si tratta di una


alterazione mentale di natura organica”14. Nel caso preciso che qui
ci interessa, qual è la posizione del maestro di Bonneval? I distur­
bi mentali riscontrati nell’eredo-degenerazione spino-cerebellare
non vanno intesi come reazioni della personalità alle produzioni
dell’inconscio. Le modifiche caratteriali e i disturbi della persona­
lità sono in rapporto con le alterazioni organiche della malattia in
causa, quale che sia il livello in cui la situiamo.

La posizione di Goldstein

Vi è una differenza tra la scuola della hormé e quella della Ge-


stalt, ovvero che l’atto riflesso, ritenuto da M onakow e M ourgue
reazione metamerica, diviene con Goldstein reazione totale dell’or­
ganismo perché, secondo questo autore, è inammissibile che una
parte sia capace di una reazione senza lasciarvi partecipare altre
parti. Non esistono da una parte delle funzioni primitive e dall’al­
tra delle funzioni superiori. Ogni gesto, ogni funzione presuppone
la collaborazione dell’intero individuo.
Il malato Sch..., affetto da una lesione occipitale, aveva le due
scissure calcarine distrutte. Goldstein e il suo collaboratore Gelb,
in seguito a minuziose osservazioni, m ostrarono che non si trattava
per nulla di afasia, ma di una incapacità a porsi in un determinato
atteggiamento. Ricondussero questo disturbo a un fallimento del
simbolismo categoriale.
Q uando si analizza il cuore del problema che divide i neurologi
contem poranei, ci si può accorgere che le localizzazioni cerebrali
sono ancora il solo punto di reale discordia. Ma al di là di questo
desiderio di localizzare o meno [tutte le funzioni], bisogna saper
riconoscere il problema più profondo dei rapporti dell’anima e del
corpo. A una m ente superficiale potrebbe sembrare che il volu­
me di pubblicazioni e dati prodotti in questi ultimi cinquant’anni

14 II terzo tomo degli Etudes psychiatriques di Ey si chiamerà “Les processus somatiques


générateurs”. Le psicosi presentano una originalità patologica in quanto costituisco­
no delle “anomalie evolutive della vita psichica sotto l’influenza di una somatosi”,
anomalie che implicano l’ingresso in gioco di forze psichiche che organizzano i “di­
sturbi mentali”, le malattie mentali, le “psicosi” e le “nevrosi”, secondo le leggi carat­
teristiche del livello di dissoluzione corrispondente all’azione del processo organico
patogeno. H. Ey, Etudes psychiatriques, Desclée de Brouwer, Paris 1948-1954, tomo
m, p. 44.
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 81

costituisca più un’ammissione di impotenza che un effettivo pro ­


gresso. Allo stesso modo, lo scetticismo nella terapia, di fronte al
grande num ero di farmaci “inoffensivi” per le malattie, s’im padro­
nisce sempre più dei medici e, per induzione, della popolazione.
Va detto che soltanto una ricerca appassionata e ostinata perm et­
terà di riconoscere, al di là dello scoraggiamento, un principio di
organizzazione della Follia, di sperare in ciò che Lacan chiama la
Logica della Follia.
Goldstein prende il lavoro di M onakow e M ourgue e tenta di
conferirvi un valore scientifico. Il successo della teoria della Ge-
stalt nel m ondo indica che non ha fallito. Ricordiamo brevemente
i diversi punti che gli autori hanno sviluppato nella “Introduction
biologique à l’étude de la Neurologie et de la Psychopathologie”.
Utilizzeremo anche i lavori collaterali di C.V. M onakow che defi­
niscono in termini filosofici questo modello. Monakow stima che,
laddove si adotti un ragionamento scientifico, non si possa ammet­
tere una localizzazione cerebrale. “Un fenomeno psichico non può
am m ettere una localizzazione spaziale”. Egli pone l’evoluzione
biologica e psicologica dell’uomo nella curva del tempo. L’anima
non ha sede, l’estensione non si oppone al pensiero e l’anima non
si oppone al corpo. Al contrario, ogni alterazione focale può de­
terminare dei disturbi in regioni molto distanti (diaschisi). Inoltre,
il corpo non è abbandonato a se stesso, ma è ripreso e valorizza­
to attraverso un principio originario: la hormé. Ci sarà perdonato
questo salto, ma non possiamo ignorare la prossimità fra Monakow
e Bergson. La hormé monakowiana può sotto certi aspetti essere
ricondotta alla nozione di “slancio vitale” bergsoniano.
Secondo Monakow, l’uom o è in [una condizione di] fusione
con la natura nella misura in cui la hormé predomina. Una cosa ci
lega alla teoria di Monakow: l’uom o è uomo nella misura in cui è
interamente rivolto all’avvenire. Avremo occasione, in un lavoro al
quale stiamo lavorando da molto tempo, di affrontare il problema
della storia secondo la prospettiva psicanalitica e ontologica15. Mo-

15 Si tratta di Peau mire, masques blattcs, che sarà pubblicato l’anno successivo (1952). Il
lettore è però colpito dal passaggio in cui Fanon scrive che vi sta “lavorando da molto
tempo”: nel 1951 Fanon ha solo ventisei anni e il lavoro in questione è di grande
impegno teorico, ciò che significa che già assai giovane egli si sta confrontando con
il tema della storia e del tempo nell’analisi della condizione umana (e nera, in parti­
colare), e che da tempo percorre gli scritti di psicoanalisti (Lacan) e filosofi (Hegel,
Bergson, Merleau-Ponty) per trovare una risposta [N.d.C].
82 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

stireremo allora che la storia non è che la valorizzazione sistematica


dei complessi collettivi.
La biologia di C.V. Monakow è genetica e cronogenica. Secondo
Monakow, il mondo degli istinti ha la priorità su quello dell’orienta­
mento: gli istinti sono al servizio della hormé. La patologia proviene
dall’inversione di questo rapporto. In caso di conflitto, entra in gio­
co la synéidésis [coscienza] che tenta di riportare la calma. Secondo
Monakow, non vi è una ma diverse anime. Ogni cellula è dotata di
una coscienza, di un differenziale di coscienza. Ogni fenomeno vi­
tale è considerato come dotato di un’anima: l’opposizione tra anima
e corpo è superata. L’anima e la vita sono identiche.
Con Goldstein, la questione compie un avanzamento gigante­
sco. [I concetti di] Evoluzione e Dissoluzione, Integrazione e D i­
sintegrazione di Jackson, synéidésis e compensazione di Monakow
vengono abbandonati. Secondo Goldstein, non esiste un sintomo
localizzabile in assoluto. Ogni manifestazione organica è affetta da
una speciale tonalità, frutto di meccanismi globali. Secondo lui,
l’organismo agisce come un tutto. Un afasico non è un uom o che
non parla più, o il cui linguaggio è alterato. E un uom o nuovo.
L’afasia è il processo dominante, ma è necessario tener conto del
processo che sta sullo sfondo dell’uomo afasico.
Q uesti argomenti sono stati sviluppati in Francia da Arjura-
guerra e Hécaen nello studio critico della prospettiva teorica di
Henry Ey.
H. Ey, nell’attribuire eccessiva importanza al sintomo, distorce
il problema. N on bisogna affatto celebrare il sintomo. Guillain e
Barré hanno dimostrato, per esempio, che un malato in posizione
dorsale può presentare un riflesso plantare in estensione. Lo stes­
so malato presenta questo riflesso in flessione, una volta posto in
decubito ventrale, le gambe piegate sulla coscia. Ciò significa che
il sintomo va liberato di ogni fissità. La vita, che trovavamo in Ey
allo stato indifferenziato, assume in Goldstein valore organizzato-
re. Cannon, nella Sagesse du Corps, aveva m ostrato le lotte talvolta
aspre condotte dall’organismo per conservare la salute. Goldstein
vi si avvicina in parte con il suo concetto di vigilanza, che d ’altro
canto eredita da Head. Secondo lui, l’energia nervosa è costante.
N on appena una funzione è colpita, le altre accorrono in suo aiuto.
Gli studi sulla correzione spontanea degli affetti da emianopsia
sono molto eloquenti. Per fare un esempio,
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 83

se si determinano, misurando il perimetro della visione, i settori retinici


che rimangono in grado di procurare sensazioni luminose nell’emianop-
tico, si constata che questi non dispone più che di due semiretine, e ci
si attenderebbe perciò che il suo campo visivo corrisponda alla metà,
sinistra o destra secondo i casi, di un campo visivo normale, con una
zona di visione chiara periferica. Ma non è affatto così; il soggetto ha
la sensazione di vederci male, non di disporre di solo metà del campo
visivo. Il fatto è che l’organismo si è adattato alla situazione creata dalla
malattia, riorganizzando il funzionamento dell’occhio. I globi oculari,
oscillando, riescono a presentare una parte intatta di retina alle ecci­
tazioni luminose, che vengano da destra o da sinistra; in altri termini,
il settore retinico inalterato, anziché rimanere interessato, come prima
della malattia, alla ricezione dei raggi luminosi che provengono da una
metà del campo, si è installato nell’orbita in posizione centrale. [...] Se
ci atteniamo alle posizioni classiche che riconducono le funzioni per­
cettive di ciascun punto della retina alla sua struttura anatomica, per
esempio alla proporzione di coni e di bastoncelli che vi si trovano, la
riorganizzazione funzionale che si verifica nei casi di emianopsia non
riesce più comprensibile. Lo diviene invece soltanto se le proprietà di
ciascun punto retinico sono assegnate a quest’ultimo non da dispositivi
locali prestabiliti, ma mediante un processo di distribuzione dotato di
elasticità, paragonabile alla distribuzione delle forze in una goccia d’olio
che si trova in sospensione nell’acqua16.
Ajuriaguerra e Hécaen contestano la realtà di funzioni elemen­
tari e di funzioni di sintesi. Ricordano che non bisogna confondere
lesione e funzione; “Se discutiamo sul piano delle lesioni, vi saran­
no solo differenze quantitative tra i disturbi detti elem entari e i
disturbi delle funzioni energetiche... Perché dovremmo attribuire
valori differenti a questi processi che si distinguono solo per una
maggiore estensione delle lesione?”. Non vi è opposizione tra fe­
nomeno elementare e apparato di sintesi: “E l’organismo, nella sua
organizzazione, a dar loro un valore più o meno im portante”. Per
Ey, il focale è il neurologico, il globale lo psichiatrico. Ajuriaguerra
e H écaen si accaniscono al contrario a m ostrare che il disturbo
neurologico è un disturbo globale. Ecco alcuni dei num erosi casi
riportati dagli autori:
Oss. I. Una ragazza di 28 anni sviluppa un’emiplegia a causa di un tu­
more cerebrale. Essa nega le sue mestruazioni, non riconosce le gocce
di sangue come sue, ignora da dove provengano le macchie nelle sue
lenzuola. Nessun altro disturbo mentale; inoltre sviluppa delle idee di

16 M. Merleau-Ponty, La struttira del comportamento (1942), trad. it. di Guido D. Neri,


Bompiani, Milano 1963, pp. 81-82.
84 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

negazione: il suo intero corpo è marcio, in seguito dichiara che il corpo


è completamente sparito.
Oss. IL Una donna di 33 anni sviluppa un’emiplegia a sinistra: anche
lei nega le mestruazioni, si comporta puerilmente e parla di sé solo in
terza persona.

Ciò per quanto riguarda la prima posizione di Ey.


Q uanto al problema della psicogenesi delle psiconevrosi, quale
sarà la posizione dei teorici della Gestalt? Lo stato mentale, so­
stengono questi ultimi, è in grado di rivelare da solo o creare delle
algie, delle parestesie. Senza sostenere che una nevralgia del trige­
mino possa essere puram ente psicogena, W exberg ammette che
uno stato psichico speciale possa con la sua presenza completare la
serie di condizioni necessarie al manifestarsi di questa algia facciale
e ciò, pensa l’autore, attraverso l’intermediazione del sistema neu­
rovegetativo. Ritroviamo qui le conclusioni del professor Dechau-
me, che ultimam ente scriveva: “È quantom eno paradossale che
non sia il sistema cerebrospinale, definito della vita di relazione, a
esserne il principale strum ento. E in effetti il sistema neuro-vege­
tativo, quello della vita animale e avente il ruolo - secondo i vecchi
autori - di far dialogare tra loro i visceri, ad assicurare l’unità della
persona um ana”17.
Il dolore, aggiungono Ajuriaguerra e Hécaen, è un fatto psichi­
co. E una totalità, e ha significato solo in funzione dell’individuo
che lo subisce. Come non pensare al bel libro del professor Leri-
che sul dolore e soprattutto ai suoi ultimi lavori: Chirurgie discipli­
ne de la Connaissance e Philosophie de la Chirurgie. D ’altronde, il
chirurgo del Dolore ha adottato questa nozione di totalità, perché
afferma: “Per noi il malato resta una m arionetta, del quale ogni
filo produce un particolare movimento, invece, negli atti della vita,
tutto è nel tu tto ”18.
Per gli esponenti della Gestalt, il neurologico e lo psichiatrico
procedono invece parallelamente. Disturbo neurologico e disturbo
psichiatrico sono intrecciati. Le ripercussioni del fatto neurologi­
co non sono limitate; non si tratta più di una semplice aureola,
ma proprio di uno sconvolgimento della personalità; ci si trova di
fronte a un individuo profondam ente modificato nel suo Io.

17 Tratte de Médecine, tomo xvi, p. 1075.


18 René Leriche, Chirurgie discipline de la Connaissance, La Diane Frammise, Paris 1949,
p. 337.
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 85

In definitiva, Ajuriaguerra e Hécaen hanno compiuto a nostro


avviso una grave estrapolazione. P artendo da ricerche fenom e­
nologiche, hanno voluto fare della clinica. Con Ey, pensiamo che
“Ciò che definisce la loro posizione mi pare essere meno la m ani­
festa preoccupazione di concepire il fenomeno neurologico come
un disturbo globale che la reale tendenza a ricondurre il disturbo
psichiatrico a quello neurologico”. Nella misura in cui Ajuriaguer­
ra e Hécaen basano la loro dottrina sullo schema corporeo e le sue
alterazioni, lasciano in disparte il versante propriam ente psicoge­
netico della questione. Prim a di term inare questa rapida panora­
mica, vorremmo introdurre un altro teorico, J. Lacan, il quale, in
un num ero limitato di articoli, ha fornito un saggio davvero vigo­
roso del problema della psicogenesi dei disturbi mentali.

La posizione di]. Lacan

Lungi dunque dall’essere il fatto contingente delle fra­


gilità dell’organismo umano, la follia è la virtualità per­
manente di una faglia aperta nella sua essenza. Lungi
dall’essere per la libertà “un insulto”, ne è la più fedele
compagna, ne segue il movimento come un’ombra. E
l’essere dell’uomo non solo non può essere compreso
senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non
portasse in sé la follia come limite della sua libertà... Un
organismo debole, un’immaginazione sregolata, conflitti
che superano le forze, non bastano a fare un folle.
J. Lacan, La causalità essentielle de la folle.

Pochi uomini sono controversi come Jacques Lacan. Potremmo,


parodiando un modo di dire, affermare: “Tra gli psichiatri vi sono
partigiani e detrattori di Lacan, ma gli avversari sono di gran lunga
più num erosi...”, cosa che non ha l’aria di infastidire in maniera
particolare questo logico della Lollia.
Q uesto accostamento, sebbene semanticamente inaccettabile,
esprime una certa realtà. Personalmente, se dovessimo definire la
posizione di Lacan, potrem mo dire che si tratta di una difesa acca­
nita dei diritti mobili della Lollia.
Nello sforzo di determinare il luogo del pensiero lacaniano, ci
è parso interessante innanzitutto raccogliere le idee guida della sua
tesi.
86 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Due elementi si rivelano importanti nell’analisi che compie La­


can della personalità; questi sono: a) le relazioni di comprensione,
che eredita da Jaspers, b) l’intenzionalità.
a) Le relazioni di comprensione, criteri dell’analisi psicologica e
psicopatologica, rappresentano la misura comune dei sentimenti e
degli atti umani suscettibili di essere intesi in riferimento a un’in­
terpretazione partecipazionista; b) L’intenzionalità, traducendosi
attraverso fenomeni intenzionali, rivela in ognuna delle sue mani­
festazioni lo sviluppo personale.
Quel che conta nella tesi di Lacan è la sussunzione delle carat­
teristiche che egli implica nella sua definizione: a) lo sviluppo bio­
grafico e le relazioni di comprensione che vi si leggono (Erlebnis);
b) una concezione di sé (Ideale dell’Io); c) una certa tensione delle
relazioni sociali (Io-altro).
Vedremo che Lacan è rimasto fedele a questo quadro generale.
Ci sembra che l’intero valore del lavoro di Lacan risieda nella de­
finizione che dà [del concetto] di desiderio. Egli ne fa un ciclo di
comportamento caratterizzato da alcune oscillazioni organiche ge­
nerali, dette affettive, un’agitazione motrice più o meno diretta, dei
fantasmi la cui intenzionalità oggettiva sarà più o meno adeguata a
seconda della circostanza.
Q uando una data esperienza vitale, attuata o subita, ha de­
term inato l’equilibrio affettivo, il riposo m otorio e lo svanire dei
fantasmi, per definizione diciamo che il desiderio è stato appaga­
to e che questa esperienza era lo scopo e l’oggetto del desiderio.
Nell’analisi dettagliata che egli compie del caso Aimée, risulta che
la psicosi sia concepita da Lacan come un ciclo del com portam en­
to. Di modo che non si tratta di compiere uno studio sintomatolo-
gico della psicosi come fanno Kraepelin e Bleuler, quanto piutto­
sto, a partire dalle relazioni di comprensione di Jaspers, cogliere il
meccanismo organizzatore del desiderio e del suo appagamento.
Crediam o di individuare, nel pensiero di Lacan, l’influenza
dell’opera di Paulhan Socialisation des tendances, che d ’altro canto
egli non cita. In effetti, l’esperienza vitale in cui si riconosce lo
scopo del desiderio è sociale nella sua origine, nel suo esercizio e
nel suo senso. Quindi, “il punto di vista che noi proponiam o nello
studio delle psicosi, è dunque riconoscere nei sintomi morbosi uno
o più cicli di comportamento che, per quanto anomali, presentano
una tendenza concreta definibile in relazioni di com prensione”.
Abbiamo appena accennato all’importanza considerevole attri­
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 87

buita da Lacan all’organizzazione sociale. In effetti, egli individua


nelle tre funzioni che riconosce alla personalità, sotto gli attributi
della comprensibilità dello sviluppo, delFidealismo e della conce­
zione di sé, la funzione stessa della tensione sociale e della perso­
nalità, dove i due attributi del fenomeno, nei fatti, si generano.
Alla base della sua dottrina, Lacan pone un postulato: il determ i­
nismo psicogenetico. Q uesto postulato rende possibile la scienza
della personalità, scienza che ha per oggetto le funzioni volontarie
in cui si integrano le relazioni um ane di ordine sociale. E ciò che
egli definisce fenomenologia della personalità.
Applicando il suo m etodo alla psicosi paranoide da autopunizio­
ne, Lacan ne rivela il valore di fenomeno della personalità attraver­
so lo sviluppo coerente del delirio con la storia del vissuto del sog­
getto, il suo carattere di manifestazione allo stesso tempo cosciente
(delirio) e incoscia (tendenze autopunitive dell’Ideale del Me), la
dipendenza dalle tensioni psichiche proprie alle relazioni sociali
(tensioni tradotte immediatamente tanto nei contenuti del delirio
quanto nella sua eziologia e nel suo esito in termini di reazione).

Parallelamente a questa interpretazione fenomenologica della


psicosi possiamo distinguere, con Lacan, tre sotto-caratteri, tutti
molto importanti: 1. un significato umanamente comprensibile; 2.
delle potenzialità dialettiche di sviluppo: essendo la guarigione la
catarsi, da intendersi per il soggetto come la liberazione da un con­
cetto di sé e del mondo la cui illusione origina da pulsioni affettive
misconosciute, questa liberazione si attua attraverso uno scontro
con la realtà. Da notare, infine, che la catarsi spontanea non è del
tutto cosciente; 3. la sua apertura alla partecipazione sociale.
La categoria sociale della realtà umana, cui personalmente at­
tribuiamo tanta importanza, ha attratto l’attenzione di Lacan. Egli
riprende le scoperte dell’etno-sociologia della proiezione, illustrata
da Mauss e Lévy-Briihl e descrive il fenomeno del mandato. Alcu­
ne immagini (divi del cinema, giornali, sport), ricorda Lacan, rap­
presentano le necessità di uno spazio spettacolare e di una com u­
nione morale, proprie della personalità umana; queste immagini
sono suscettibili di sopperire alle funzioni che i riti orgiastici o uni­
versalisti, religiosi o puram ente sociali hanno svolto fino ad allora.
D opo aver compiuto giustizia di una nozione di costituzione
assolutam ente mitica, Lacan affronta il punto di vista limitativo
del suo lavoro. Il delirio diventa l’equivalente intenzionale di una
88 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

pulsione aggressiva insufficientemente socializzata. Ma quel che è


interessante da scoprire è la tendenza concreta soggiacente al feno­
meno intenzionale che è il delirio. Richiamandosi a Jaspers, Lacan
distingue: a) il delirio che si manifesta come lo sviluppo di una per­
sonalità; b) il delirio che si presenta come un processo psichico che
irrompe aH’im prowiso sconvolgendo e ridefinendo la personalità.
Solo l’esame della continuità genetica e strutturale della personali­
tà mostrerà in quale caso di delirio si tratta di un processo psichico
e non di sviluppo, ovvero in quale caso vi si debba riconoscere la
manifestazione intenzionale di una pulsione che non è di origine
infantile, ma di recente acquisizione ed esogena, tale che certe af­
fezioni come l’encefalite letargica ne fanno concepire l ’esistenza
dimostrandoci il fenomeno primitivo.

Scartata la soluzione “parallelista” della personalità espressa da


Taine, Lacan propone una definizione del delirio: “E l’espressione
nelle form e del linguaggio forgiate per le relazioni comprensibili
di un gruppo, di tendenze concrete di cui il soggetto misconosce
l’insufficiente conformismo alle necessità del gruppo”. Vedremo
che questo fenomeno di misconoscimento è alla base dell’edificio
lacaniano. Nella tesi critica deH’organo-dinamismo, Lacan pone il
seguente problema: l ’originalità del nostro oggetto (la Follia) è do­
vuta alla pratica sociale o alla ragione scientifica?
Lacan cercherà una risposta su entram bi i piani. Ey, nella sua
analisi strutturale della follia, aveva incontrato il delirio. Ne aveva
fatto la conseguenza di un deficit o di una perdita del controllo (il
cosiddetto “escape of control” degli inglesi). Vi è una “intuizione
delirante” (Dublineau) a partire dalla quale nasce verosimilmente
la credenza delirante. Secondo Lacan, la credenza delirante è mi­
sconoscimento. E nostra opinione che vada situato a questo livello
il rovesciamento dell’atteggiamento scientifico di Lacan. L’autore,
nell’affrontare il valore umano della follia19, passa dalla causalità a
quello della motivazione.
Parlando della conoscenza e della credenza, egli considera la
follia in una prospettiva inter-soggettivista. “La follia - egli afferma
- è tutta vissuta nel registro del senso. E la sua portata metafisica
si rivela in quanto il fenom eno della follia non è separabile dal

19 Uno psichiatra di Lione, Balvet, ha ugualmente affrontato questo problema. Notiamo


d’altronde che le loro tesi sono lungi dall’essere concordi.
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 89

problema della significazione per l’essere in generale, cioè del lin­


guaggio per l’uom o”.
Ci sarebbe piaciuto consacrare lunghe pagine alla teoria laca-
niana del linguaggio, ma rischierem m o di allontanarci ulterior­
mente dai nostri propositi. E ppure, a questa riflessione bisogna
riconoscere [il merito di aver mostrato] che l’intero fenomeno del
delirio è in definitiva un fenomeno espresso, ovvero parlato. Così
il miglior m odo per analizzare un delirio o un processo psichico
anormale è, in definitiva, ancora quello di porsi di fronte alla spie­
gazione di questo delirio.
Un parallelo tra Ey e Lacan è difficilmente realizzabile, per
il fatto che quest’ultimo vuole costituire soprattutto una logica
del fatto delirante. La follia, secondo Lacan, non è che una stasi
dell’essere20. Il folle, di fronte al disordine del m ondo (che è disor­
dine della propria coscienza, transitivismo), vuole im porre la legge
del suo cuore. Allora non gli restano che due soluzioni. Egli rom ­
pe il cerchio per mezzo di una qualche violenza verso l’esterno,
oppure è lui stesso a colpirsi per effetto del contraccolpo sociale.
Q uesta è la form ula generale della follia. Essa si applica a “una
qualsiasi di quelle fasi, per cui più o m eno si compie in ciascun
destino lo sviluppo dialettico dell’essere umano, e nel senso che vi
si realizza sempre come una stasi dell’essere”. La legge del cuore
che il folle vuole imporre è il prezzo della libertà. Il folle non è più
l’uomo alienato, ma colui che ha accettato di far inventario di tutti
i baratri che la libertà propone.
Ey, facendo del delirio l’effetto contingente di una mancanza
di controllo, di un deficit, perde di vista il problema e, in maniera
correlativa, la sua soluzione. L’uom o passionale che uccide non è
un [individuo] deficitario perché giudicato è responsabile. Vi è un
significato dell’atto e la medicina legale lo rende esplicito nel suo
esercizio. Quindi, l’idea di deficit non è fenomenologicamente ac­
cettabile.
Per terminare, vorremmo ricordare a grandi linee la psicogenesi
come concepita da Lacan. Valendosi di un modello junghiano non
esplicitato, Lacan supera il concetto dell’immagine, facendo del
fenom eno proiettivo, m enzionato da Lévy-Bruhl come indice di
una mentalità primitiva, la pietra miliare del suo sistema. Vincola

20 Lévinas, su un piano ontologico, riconosce che la non autenticità si introduce nell’esi­


stenza in favore di una stasi dell’essere (Emmanuel Lévinas, Dall’esistenza all’esistente,
trad. it. di Federica Sossi, Marietti, Genova 1986)
90 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

così la coscienza miserabile alla concezione magica. Interiormente,


quindi, Lacan sembra essere il punto di convergenza tra Hegel e
Lévy-Briihl.
M entre in Jung l’immagine era la proiezione nell’oggetto di
uno stato conflittuale soggettivo, o secondo versante di un ideale,
l’immagine in Lacan diviene il simile nella sua generalità umana
per l ’adulto e nella sua ingenuità inebriata nei bambini. Con la
sua fase dello specchio, l’autore pone la base della storia della vita
psichica. Due istanze vi si incontrano: l’Io primordiale, ontologica­
mente instabile, e il complesso esistenziale impegnato in una lotta
all’interno della quale Freud aveva perfettamente distinto l’Istinto
di Morte. “Nel punto di partenza di questo sviluppo ecco dunque
legati l’Io primordiale, come essenzialmente alienato, e il sacrificio
primitivo, come essenzialmente suicidano”. Così Lacan afferma:
“Esiste una discordanza essenziale in seno alla realtà umana. E,
quand’anche le condizioni organiche dell’intossicazione potranno
giocare il proprio ruolo, sarà com unque necessario l’inafferrabile
consenso della libertà come si vede dal fatto che la Follia si m a­
nifesta solo nell’uomo e dopo ‘l’età della ragione’, e che in ciò si
verifica l’intuizione di Pascal secondo cui ‘un bam bino non è un
uomo .
Quale conclusione trarre da queste considerazioni? E d ’altro
canto, è necessario concludere? Non vale la pena di lasciare aperta
una discussione che riguarda i limiti stessi della libertà, ovvero del­
la responsabilità dell’uomo?
Nel term inare, vorrem o parlare della nuova tendenza delle
scienze dell’uomo: la medicina psicosomatica. Questa scienza, for­
te dell’ubiquità fondamentale che esiste in seno al sistema nervo­
so, convinta che il sistema simpatico rappresenti in effetti la vera
frontiera, in altre parole la linea di azione effettiva dell’organico e
del funzionale, propone di separare l’opposizione tra disturbi da
lesione e disturbi funzionali a vantaggio di una prospettiva unita­
ria dell’uomo malato. I difensori di questa teoria si basano su dati
anatomo-fisiologici e soprattutto fisio-patologici.

L'attacco funzionale è un disturbo transitorio, una modificazione ana­


tomica temporanea, rilevabile con tecniche isto-chimiche, reversibile,
suscettibile di restitutio ad integrum, ma capace anche, attraverso la sua
ripetizione e attraverso transizioni multiple, di condurre alla lesione. La
lesione organica è l’alterazione definitiva, in continua evoluzione, spesso
irreversibile, essa stessa riproducendosi in una sorta di circolo vizioso.
DISTURBO MENTALE E DISTURBO NEUROLOGICO 91

La perturbazione funzionale è suscettibile di condurre alla lesione; non


si tratta della malattia di un organo, ma di tutto l’organismo: è l’unità
morbosa nell’unità somatica.

Da questi elementi prim ari giungiamo alle seguenti constata­


zioni:

Le malattie viscerali più localizzate possono avere ripercussioni psichi­


che. Le malattie mentali possono avere ripercussioni e manifestazioni vi­
scerali somatiche. Infine, delle cause psichiche possono autonomamente
scatenare e far perdurare le malattie mentali più autentiche”21.

Si vede bene cosa implichino tali fatti. Gli autori precisano al


massimo la loro posizione. Dall’ulcera gastrica di origine psichica,
alle impotenze emotive passando per le schizofrenie diencefaliche,
è un continuo avanzare. Uno degli incontestabili interessi di que­
sto nuovo orientamento della medicina risiede nel fatto che essa si
rivolge in m odo netto al cuore del conflitto umano. Sviluppando
all’estremo le conclusioni di Jung, questa corrente è la prova della
possibilità di una medicina della persona.
Si potrebbe rimproverare a questa dottrina il suo carattere eso­
terico. Come per la psicanalisi, il colloquio “individuale” rischia
di assumere l’aspetto della confessione. Ma ogni consulto non ha
immancabilmente qualcosa della confessione? Non è in certa mi­
sura una chiamata, come diceva il professor P. Savy? E il conforto
che reca il medico in caso di dolore da ulcera prescrivendo dei sali
di bismuto, è davvero differente da quello che egli reca a coscienze
disordinate e disorientate quali solo la nostra civiltà è in grado di
produrre, rinforzando le basi della sintesi psichica? Soprattutto,
non si dovrebbe credere si tratti di una psicanalisi modificata. I
promotori di questo orientamento si oppongono risolutamente agli
psicanalisti. Al lavoro di dissezione analitica, essi contrappongono
quello estetico della sintesi. La psicanalisi è una visione pessimista
dell’uomo. Il medico della persona si pone invece come scelta de­
liberata di ottimismo di fronte alla realtà umana.

21 J. Dechaume, Traile de Médecine xvi, pp. 1070-1071.


La “sindrome nordafricana”1

Si dice spesso che l’uomo sia un essere che non cessa mai di
mettersi in questione e che, quando vi rinunci, rinneghi se stesso.
Ora, sembra che debba essere possibile descrivere una dimensio­
ne originaria in tutti i problem i umani. Più esattamente, che tu t­
ti i problem i che l’uomo pone su se stesso siano riconducibili a
quest’unica domanda: “Non ho contribuito, attraverso i miei atti o
le mie omissioni, a una svalorizzazione della realtà umana? ”
Domanda che potrebbe essere così riformulata: “H o reclamato,
ho preteso, in ogni circostanza, l’uomo che è in m e?”
Vorrei m ostrare in queste pagine che, nel caso particolare del
nordafricano emigrato in Francia, una teoria dell’inumanità rischia
di trovare proprio qui le leggi e i corollari di cui ha bisogno.
Tutti questi uomini affamati, che hanno freddo, tutti questi uo­
mini che hanno paura...
Tutti questi uomini che ci fanno paura, che frantumano il pre­
zioso smeraldo dei nostri sogni, che disturbano il fragile contorno
dei nostri sorrisi, tutti questi uomini che ci stanno di fronte, che
non ci fanno mai dom ande, ma ai quali noi ne poniam o di ben
strane.
Chi sono questi uomini?
Ve lo chiedo, me lo chiedo. Chi sono queste creature affamate
di umanità che si aggrappano alle frontiere impalpabili (ma che io
so, per esperienza, terribilm ente concrete) di un riconoscimento
integrale?

1 Pubblicato in “Esprit”, febbraio 1952. Traduzione italiana in Frantz Fanon, Scritti


politici. Voi. 1. Per la rivoluzione africana, DeriveApprodi, Roma 2006, pp. 23-33.
La traduzione, di Filippo Del Lucchese, è stata rivista dal curatore per la presente
pubblicazione.
LA “SINDROME NORDAFRICANA” 93

Chi sono, in verità, queste creature che si nascondono, che so­


no nascoste dalla verità sociale sotto la qualifica di caproni, negret-
ti, arabi, topi, “sì, padrone”2?

Tesi I: Che il comportamento del nordafricano provoca spesso nel


personale medico un atteggiamento di diffidenza verso la realtà della
sua malattia.
A eccezione dei casi di urgenza: occlusione intestinale, ferite,
incidenti, il nordafricano si presenta immerso nella vaghezza. H a
male al ventre, alla testa, alla schiena, ovunque. Soffre atrocem en­
te, il suo volto è eloquente, è una sofferenza che si fa sentire.
Che c’è, amico mio?
Signor dottore, sto per morire.
La voce è rotta e impercettibile.
Dove senti dolore?
D appertutto, signor dottore.
Non pretendete assolutamente alcuna precisione: non otterrete
niente. Ad esempio, nei dolori di tipo ulceroso, è importante cono­
scere gli orari delle algie. Ma il nordafricano sembra ostile e rifiuta
di adattarsi a queste categorie temporali. N on si tratta di incom ­
prensione, poiché spesso arriva accom pagnato da un interprete.
Sembra invece che gli costi tornare laddove non è più. Il passato è
per lui bruciante pungente. Spera solo di non dover più soffrire, di
non doversi più trovare di fonte a quel passato. Il dolore presente,
che gli fa contrarre i muscoli del viso, gli è sufficiente. N on riesce
a comprendere perché gli si voglia imporre, anche attraverso il ri­
cordo, quello che ormai non è più. N on capisce perché il dottore
gli faccia così tante domande.
Dove hai dolore?
Al ventre (e indica il torace e l’addome).
Quando?
Sempre.
Anche la notte?
Soprattutto la notte.
Fa più male di notte che di giorno, no?
No, fa male sempre.

2 In francese bicot (capra), bounionl (anche bougnoul o bongnoule, dalla lingua sene­
galese wolof: termine dispregiativo per definire i nordafricani e maghrebini), raton
(ratto), sidi, mon z’ami (dall’arabo “signore”, espressione dispregiativa per indicare i
nordafricani insediati in Francia) [N.d.T.].
94 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Ma più la notte del giorno?


No, sempre.
E dov’è che fa più male?
Q ui (e indica il torace e l’addome).
Intanto, fuori, altri malati aspettano e, cosa più grave, si ha
l’impressione che col tem po non cam bierebbe niente. Si va via,
quindi, con una diagnosi probabile e una terapia approssimativa.
“Segui il trattam ento per un mese. Se non migliora torna a farti
vedere”.
Due soluzioni, a questo punto:
1. Il paziente non è immediatamente soddisfatto e torna al con­
sulto tre o quattro giorni dopo. .Questo modo di fare ci fa irrita­
re, poiché sappiamo che c’è un tem po di latenza (ci scusiamo per
l’espressione) perché la medicina abbia degli effetti sulla lesione.
Gli viene spiegato: più esattamente, gli viene detto. Ma il no­
stro paziente non ci ha sentito. Egli è il suo dolore e si rifiuta di
comprendere qualsiasi lingua. Non è lontano allora da questa con­
clusione: “È perché sono arabo che non mi curano come gli altri”.
2. Il paziente non è immediatamente soddisfatto, ma non torna
nello stesso ambulatorio, né dallo stesso medico.
Va altrove. Parte dal principio che, prima di esser soddisfatto,
deve bussare a tutte le porte, e bussa. Bussa con insistenza. Con
dolcezza. Con ingenuità. Con rabbia.
Bussa. Gli viene aperto. Sempre gli viene aperto. Ed egli raccon­
ta il suo dolore. Un dolore che sempre più diviene il suo. O ra è vo­
lubile nel parlarne. Lo colloca nello spazio, lo mette sotto il naso del
medico. Lo prende, lo tocca con le sue dita, lo sviluppa, lo espone.
Cresce a vista d ’occhio. Lo raccoglie su tutta la superficie del suo
corpo e dopo un quarto d ’ora di spiegazione a gesti, l’interprete (di­
sorientante come si deve) traduce: “Dice di aver male al ventre”.
Tutte queste incursioni nello spazio, tutti questi spasmi del vol­
to, lo sgranare gli occhi, volevano soltanto esprimere un vago dolo­
re. Avvertiamo una certa frustrazione nel campo della spiegazione.
La commedia, o meglio il dramma, ricomincia: diagnosi e terapia
approssimative.
Non c’è alcuna ragione perché il cerchio si chiuda. Un giorno,
gli faranno una radiografia che m ostrerà u n ’ulcera o una gastrite.
O che non mostrerà, il più delle volte, proprio niente. Si dirà allo­
ra, della sua algia, che è “funzionale”.
Si tratta di una nozione im portante, che merita attenzione. Si
LA “SINDROME NORDAFRICANA” 95

dice vaga quella cosa che manca di consistenza, di realtà oggetti­


va. Il dolore del nordafricano, per cui non troviamo alcuna base
lesionale, è giudicato inconsistente e irreale. Ora, il nordafricano è
colui-che-non-ama-il-lavoro. Tutte le sue azioni saranno giudicate
a partire da questo a priori.
Un nordafricano entra in un servizio sanitario perché è affati­
cato, per astenia, per debolezza. Gli si prescrive un trattam ento a
base di ricostituenti. D opo una ventina di giorni viene dimesso.
Scopre allora di avere un’altra malattia.
E il cuore che fa i capricci.
E la testa che scoppia.
Di fronte alla paura di essere dimesso, ci si comincia a chiedere
se la debolezza per la quale era stato ricoverato non fosse dovuta
a qualche vertigine. Si arriva a chiedersi se non si sia diventati il
giochetto di questo paziente che non si è mai veramente capito. Il
sospetto fa la sua comparsa. D ’ora in avanti si dubiterà di qualsiasi
sintomo dichiarato.
La cosa è ben chiara d ’inverno; alcune strutture sono letteral­
mente sommerse di nordafricani nel periodo del freddo intenso. Si
sta così bene in un reparto di ospedale.
In un servizio un m edico rim proverava un europeo con la
sciatica che girava tutto il giorno fra i reparti. Gli spiegava che il
riposo, in questi casi, rappresenta già metà della terapia. Con il
nordafricano, aggiunse rivolgendosi a me, il problem a è diverso:
nessun bisogno di consigliare il riposo, perché già stanno al letto
tutto il giorno.
Di fronte a questo dolore senza lesioni, a questa m alattia di­
stribuita in tutto il corpo, a questa sofferenza continua, l’atteggia­
m ento più immediato e a cui si arriva più o meno rapidamente è la
negazione di qualsiasi patologia. Nei casi estremi, il nordafricano
è un simulatore, un bugiardo, un vigliacco, un fannullone, un per­
digiorno, un ladro3.

Tesi il. Che l’atteggiamento del personale medico è spesso aprio­


ristico. Il nordafricano non si presenta con un contenuto comune alla
propria razza, ma su un contenuto costruito dall’europeo. In altri
termini il nordafricano, sin dalla sua prima comparsa, entra sponta­
neamente in un quadro preesistente.

3 Cfr. La Sécurité sociale? Cesi nous qui payons!


96 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Da qualche anno si manifesta un orientamento medico che po­


tremmo definire in breve come neo-ippocratismo. Secondo questa
tendenza, di fronte al paziente, il medico non si cura tanto di for­
mulare una diagnosi d ’organo quanto piuttosto darne una funzio­
nale. Si tratta di una corrente, però, che non si è ancora affermata
nelle cattedre di patologia. C ’è un vizio di costruzione nel pensiero
del medico. Un vizio estremamente pericoloso.
Cogliamolo sul fatto.
Sono chiamato a un consulto d ’urgenza per un paziente. Sono
le due del mattino. La camera è sporca, il paziente è sporco. I suoi
genitori sono sporchi. Tutti piangono. Tutti gridano. Una strana
impressione che la morte non sia lontana. Il giovane medico allon­
tana ogni dubbio dalla mente. Si china “oggettivamente” su questo
ventre dall’aspetto così chirurgico.
Tocca, palpa, percuote, interroga, ma ottiene solo dei gemiti,
palpa ancora, percuote di nuovo e il ventre si contrae, si difende...
Egli “non vede niente”. Eppure, se fosse chirurgico? Se si lasciasse
sfuggire qualcosa? Il suo esame è negativo ma non osa andarsene.
D opo qualche esitazione, indirizzerà il paziente verso un centro
attrezzato per la diagnosi del ventre chirurgico. Tre giorni dopo
vede arrivare nel suo studio il “ventre chirurgico” tutto sorridente,
completamente guarito. Ciò che il paziente ignora, è l’esistenza di
un pensiero medico esigente e che questo pensiero, lui l’ha beffato.
Il pensiero m edico va dal sintom o alla lesione. Negli illustri
consessi, nei congressi internazionali di medicina, ci si è accorda­
ti sull’im portanza dei sistemi neurovegetativi, del diencefalo, di
ghiandole endocrine, di legami psicosomatici, di algie del sistema
nervoso simpatico, ma si continua a insegnare ai medici che ogni
sintomo esige la propria lesione. Il paziente è colui che, insieme
alla cefalea, ai ronzìi nelle orecchie, alle vertigini, presenterà an­
che un’ipertensione arteriosa. Quando però, insieme a questi stessi
sintomi, non si troverà né ipertensione, né tum ore intra-cranico
o com unque niente di positivo, il m edico vedrà allora vacillare il
pensiero medico; e poiché ogni pensiero è pensiero di qualcosa,
vedrà in difetto il paziente, [lo vedrà] indocile e indisciplinato, un
paziente che ignora le regole del gioco. Questa la norma, pure così
rigorosa, che si enuncia così: ogni sintomo suppone una lesione.
Che ne faccio di questo paziente? Dalla struttura dove l’avevo
inviato per un probabile intervento, ritorna con una diagnosi del
tipo “sindrome nordafricana”. Ed è così che il giovane medico di
LA “SINDROME NORDAFRICANA” 97

fresca nom ina entrerà in contatto con M olière attraverso il nor­


dafricano del suo servizio. Malato immaginario! Se M olière (di­
rò un’idiozia, ma queste pagine non fanno altro che esplicitare e
rendere flagrante una più vasta idiozia), se Molière avesse avuto il
privilegio di vivere nel xx secolo, senz’altro non avrebbe scritto II
malato immaginano, poiché nessuno dubita che Argan sia malato.
Attivamente malato: “Come, sciagurata, mi chiedi se sono malato?
Se sono malato io, o spudorata?”
Sindrome nordafricana. Oggigiorno, il nordafricano che si pre­
senta a una visita deve sopportare il peso morto di tutti i suoi com­
patrioti. Tutti coloro che avevano solo dei sintomi a proposito dei
quali si diceva: “Niente pane per i nostri denti” (Si intenda: nessu­
na lesione). Ma il paziente che ho di fronte, questo corpo che sono
costretto a supporre attraversato da una coscienza, questo corpo
che non è più di fatto un corpo, o almeno lo è due volte, in quan­
to stordito dallo spavento - questo corpo che mi chiede di essere
ascoltato senza esitare - provocherà in me una rivolta.
Dove hai dolore?
Lo stomaco (e indica il fegato).
Mi arrabbio. Gli dico che lo stomaco è a sinistra, che quello che
mi indica è il posto del fegato. Non si scompone affatto, percorre
col palmo della mano questo ventre misterioso:
Mi fa male tutto.
Io so che, dentro a questo “tu tto”, ci sono almeno tre organi. In
realtà ce ne sono cinque o sei. So che ciascun organo ha la sua pro­
pria patologia. La patologia inventata dall’arabo non ci interessa, è
una pseudo-patologia e l’arabo uno pseudo-malato.
Ogni arabo è un malato immaginario. Il giovane dottore o lo
studente, che non ha mai visto un arabo malato, sa (si veda la vec­
chia tradizione medica) che “si tratta di burloni”. Qualcosa po­
trebbe indurre alla riflessione. Di fonte a un arabo, lo studente o il
medico è incline a usare la seconda persona singolare. Si dirà che
è gentilezza... per m etterlo a suo agio... ci sono abituati... Chiedo
scusa, ma non riesco ad analizzare questo fenomeno senza abban­
donare l’oggettività che mi sono prefissato.
È più forte di me, mi diceva un medico, non posso trattarli allo
stesso modo degli altri malati.
Eh sì! È più forte di me. Se solo sapeste cos’è più forte di me
nella mia vita! Se sapeste cosa torm enta la mia m entre gli altri
spengono il cervello! Se sapeste... ma tanto non saprete.
98 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Il personale medico scopre l’esistenza di una sindrome norda­


fricana. Non sperimentalmente, ma secondo una tradizione orale.
Il nordafricano si colloca in questa sindrome asintomatica e si situa
automaticamente su un piano d ’indisciplina (cfr. disciplina m edi­
ca), di incoerenza (rispetto alla legge: ogni sintomo presuppone
una lesione), di insincerità (sostiene di soffrire, m entre sappiamo
bene che mancano le ragioni del soffrire). C ’è qui e là u n ’idea vo­
lubile, al limite della mia cattiva fede, e quando l’arabo si svelerà
con il suo linguaggio:
Signor Dottore, sto per morire,
quest’idea, dopo aver vagato un p o ’, si imporrà, mi sarà im po­
sta: questa gente è veramente poco seria.

Tesi in. Che le volontà migliori, le intenzioni più pure, devono


essere chiarite. - Della necessità di effettuare una diagnosi situazio­
nale.

Il dottor Stern, in un articolo sulla medicina psicosomatica, ri­


prendendo i lavori di H einrich Meng, scrive: “Non si deve trovare
soltanto quale sia l’organo colpito, la natura delle lesioni organi­
che, se esse esistano o meno e quale m icrobo abbia invaso l’orga­
nismo; non basta conoscere la ‘costituzione somatica’ del malato,
ma bisogna cercare di conoscere ciò che Meng chiama la sua ‘si­
tuazione’, cioè le relazioni con l’ambiente, le sue occupazioni e le
sue preoccupazioni, la sua sessualità, la sua tensione interna, il sen­
timento di sicurezza o di insicurezza, i pericoli che lo minacciano;
e aggiungiamo pure, la sua evoluzione, la storia della sua vita. È
necessaria cioè una diagnosi situazionale"*.
Seguiamo il magnifico progetto che il dr. Stern ci propone.

1. Relazioni con l’ambiente. Parlarne è davvero necessario. Non


trovate qualcosa di buffo nel parlare, in Francia, del rapporto del
nordafricano col suo ambiente? H a veramente dei rapporti? H a
un ambiente? N on è solo? N on sono soli? Non ci appaiono as­
surdi, cioè privi di fondam ento, sui tram o sui filobus? Da dove
vengono? Dove vanno? Di tanto in tanto li scorgiamo lavorare in
qualche edificio, ma non li vediamo, li si scorge, li si intravede.
Ambiente? Relazioni? Non ci sono contatti. Ci sono solo urti. La 4

4 F. Stern, Médecinepsycho-somatique, in “Psyché”, gennaio-febbraio 1949, p. 128.


LA “SINDROME NORDAFRICANA” 99

parola ‘contatto’ implica qualcosa di dolce e di educato (educato,


non civilizzato)5, no? C ’è contatto? Ci sono relazioni?
2. Occupazioni e preoccupazioni. Lavora, è occupato, si occupa,
lo si occupa. Le sue preoccupazioni? Credo che neanche la parola
esista nella sua lingua. Preoccuparsi di cosa? In Francia si dice: si
preoccupa di trovare un lavoro; in Africa del N ord: si occupa di
trovare un lavoro.
Scusi signora, secondo lei, quali sono le preoccupazioni del
nordafricano?
3. Sessualità. Capisco, è fatta di stupro. Per m ostrare fino a
che punto uno studio basato sulla rimozione possa pregiudicare
la com prensione autentica di un fenomeno, vorrei citare alcune
conclusioni di una tesi di dottorato in medicina, sostenuta a Lione
nel 1951 dal dottor Léon Mugniery
Nella regione di Saint-Etienne l’80 per cento ha sposato una
prostituta. La maggior parte degli altri vive prevalentemente rap­
porti occasionali di breve durata, talvolta in situazione familiare.
Ospitano spesso per alcuni giorni una o più prostitute da cui por­
tano poi i propri amici.
La prostituzione sembra ricoprire un ruolo importante nell’am ­
biente nordafricano67... “D ipende infatti dal forte appetito sessuale,
caratteristica propria di questi meridionali dal sangue caldo”.
E più avanti: “Si potranno forse avanzare delle obiezioni e m o­
strare con degli esempi che gli sforzi intrapresi per alloggiare de­
centemente i nordafricani siano tutti falliti.
Si tratta in maggioranza di uomini giovani (dai 25 ai 35 anni),
con grossi bisogni sessuali, che il legame di un matrimonio misto
può soddisfare solo temporaneamente e per i quali l’omosessualità
è un’inclinazione disastrosa...
Non ci sono molte soluzioni a questo problema: o si favorisce il
raggruppamento familiare in Francia, malgrado il rischio1 che com­
porta una certa invasione da parte della famiglia araba, e si fanno
arrivare ragazze e donne arabe, oppure si dovranno tollerare per
loro delle case chiuse...
Senza tener conto di questi fattori, si rischierebbe di esporsi
a dei tentativi sempre più frequenti di stupro, di cui i giornali ci

5 Fanon gioca sulle parole poli/policé [N. d. C J


6 Mio corsivo.
7 Mio corsivo.
100 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

danno quotidianamente notizia. La morale pubblica ha molto più


da temere da questi fatti che non dalle case di tolleranza”.
E per term inare, il dottor M ugniery denuncia l’errore del go­
verno francese, scrivendo in lettere maiuscole la fase seguente:
“ LA CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA FRANCESE, CHE CONFERISCE
L’UGUAGLIANZA DEI DIRITTI, SEMBRA ESSER STATA ECCESSIVAMENTE PRE­
COCE E FONDATA SU RAGIONI SENTIMENTALI E POLITICHE, PIUTTOSTO
CHE SULL’EVOLUZIONE SOCIALE E INTELLETTUALE DI UNA RAZZA LA CUI
CIVILIZZAZIONE, TALVOLTA RAFFINATA, MANIFESTA PERÒ DEI COMPORTA­
MENTI SOCIALI, FAMILIARI E SANITARI ANCORA PRIMITIVI” (p. 45).
E necessario aggiungere qualcosa? E necessario riprendere
una a una tali assurdità, o ricordare al d o tto r M ugniery che se
i nordafricani in Francia si contentano di prostitute è perché,
prim a di tutto, vi trovano delle prostitute e secondariam ente per­
ché non trovano delle donne arabe (che potrebbero invadere la
nazione)?
4. La sua tensione interna. Qualche realtà? Tanto vale parlare
della tensione interna di una pietra. Tensione interna! Che scioc­
chezza!
5. Il sentimento di sicurezza o di insicurezza. Il primo termine va
eliminato. Il nordafricano è costantem ente nell’insicurezza. Insi­
curezza plurima.
Mi chiedo talvolta se non sia bene ricordare al francese medio
che è una disgrazia essere nordafricano. Egli non è mai sicuro. E p­
pure ha dei diritti, direte voi, ma non li conosce. Ah! Ah! Deve
solo conoscerli. La conoscenza. Eh sì! Cadiamo in piedi. Diritti,
Doveri, Cittadinanza, Uguaglianza, quante belle cose! Il norda­
fricano sulla soglia della nazione francese - che è, ci dicono, la
sua - vive nel campo politico, sul piano civico, un imbroglio che
nessuno vuol guardare in faccia. Ma che rapporto ha tutto questo
col nordafricano in ambiente ospedaliero? A ppunto, ha proprio
qualcosa a che fare.
6. 1 pericoli che lo minacciano.
Minacciato nella sua affettività.
Minacciato nella sua attività sociale.
Minacciato nell’appartenenza alla città,
il nordafricano raccoglie in sé tutte le condizioni che rendono
un uomo malato.
Senza famiglia, senza amore, senza relazioni umane, senza co­
m unione con la collettività, il prim o incontro con se stesso sarà
LA “SINDROME NORDAFRICANA' 101

attraverso la nevrosi, la patologia, si sentirà svuotato, senza vita, in


un corpo a corpo con la morte, una m orte al di qua della m orte,
una m orte nella vita, e cosa c’è di più patetico di quest’uom o dal
corpo robusto che, con una voce veramente rotta, ci dice: “D otto­
re, sto per m orire”.
7. devoluzione e la storia della sua vita. Sarebbe meglio dire la
storia della sua morte. Una morte quotidiana.
Una m orte sul tram,
una m orte durante la visita,
una morte con le prostitute,
una m orte nel cantiere,
una morte al cinema,
una m orte molteplice nei giornali,
una m orte nel timore che tutte le persone oneste hanno di usci­
re dopo mezzanotte.
Una morte, sì una m o r te .
E tutto molto bello, si dirà, ma che soluzione proponete?
Li conoscete, sono vaghi, sono am orfi...
Bisogna star loro addosso.
Bisogna buttarli fuori dagli ospedali.
Se dessimo loro ascolto, prolungherem m o indefinitam ente la
convalescenza.
Non sanno spiegarsi.
E sono bugiardi,
e poi sono ladri (ladro come lo è un arabo)
e poi, e poi, e poi
l’arabo è un ladro
tutti gli arabi sono ladri. Una razza di sfaticati
sporca
disgustosa.
Non c’è niente da fare
niente da ricavarci
certo, è dura per loro essere così
essere proprio così
ma, insomma, ammettete che non è colpa nostra.
Appunto, la colpa è nostra.
Appunto, la colpa è la TUA colpa.
Ma come, degli uomini vanno e vengono lungo un corridoio
che hai costruito per loro, dove non hai pensato di m ettere una
panca dove possano riposare, dove hai messo mille spauracchi che
102 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

rabbiosam ente li schiaffeggiano, dove essi si feriscono il viso, il


petto, il cuore.
Dove non trovano posto,
dove non fai loro posto
dove non c’è assolutamente posto per loro
e osi dirmi che questo non ti interessa!
Che non è colpa tua!
Ma come, quest’uomo che riduci a una cosa chiamandolo siste­
m aticam ente M ohammed, che ricostruisci o piuttosto dissolvi, a
partire da un’idea, un’idea che sai essere disgustosa (lo sai bene, gli
togli qualcosa, qualcosa per cui non molto tem po fa eri pronto a
perdere tutto, perfino la vita), ebbene! Q uest’uomo, non ti sembra
di svuotarlo della propria sostanza?
Che se ne restino a casa loro !
Eh si! Ecco la tragedia: non hanno che rimanere a casa loro.
Solo che gli si è detto che erano francesi. L’hanno imparato a scuo­
la. Per strada, nelle caserme (dove avevano scarpe ai piedi). Sui
campi di battaglia. G li si ficca la Francia ovunque, nel corpo e
nell’“anim a”, là dove c’era posto per qualcosa di apparentem ente
grande.
Ora, si ripete loro in ogni modo che sono a casa “nostra”. Che
se non sono contenti, devono solo tornarsene nella kasbah. E qui,
di nuovo, c’è un problema.
Quali che siano le vicissitudini incontrate in Francia, sosten­
gono alcuni, il nordafricano sarà comunque più felice a casa pro­
pria...
Ci si è accorti in Inghilterra che dei bam bini magnificamente
nutriti, con delle balie ad accudirli, ma che vivevano fuori dall’am­
biente familiare, presentavano un tasso di malattie doppio rispetto
a quello dei loro coetanei meglio nutriti ma vicini ai propri genito­
ri. Senza andare così distanti, si pensi a tutti coloro che conducono
una vita senza futuro nel proprio paese e che rifiutano delle buone
situazioni all’estero. A cosa serve una buona situazione quando
non conduce a un ambiente familiare o quando non perm ette il
fiorire, lo sviluppo dell’“am biente”?
La scienza psicanalitica ritiene che l’emigrazione sia un fenome­
no patologico. E in questo ha perfettamente ragione.
Q ueste considerazioni ci perm ettono di concludere:
1. Il nordafricano non sarà mai più felice in Europa che a casa
sua in quanto gli si chiede di vivere senza la m ateria stessa del­
LA “SINDROME NORDAFRICANA” 103

la propria affettività. Tagliato dalle proprie origini e separato dai


propri fini, diviene una cosa gettata nel marasma, schiacciata dalla
legge dell’inerzia.
2. In questo proposito c’è una mala fede manifesta e abietta.
Se il tenore di vita (?) a disposizione del nordafricano in Francia è
superiore a quello a cui era abituato nel suo paese, significa [sem­
plicemente] che nel suo paese, in quest’“altra parte della Francia”,
c’è ancora così molto da fare.
Che ci sono palazzi da costruire, scuole da aprire, strade da
tracciare, catapecchie da demolire, città da far sorgere dalla terra,
uomini, donne e tanti, tanti bambini da riempire di sorrisi.
Vuol dire che c’è del lavoro da fare laggiù, del lavoro umano,
del lavoro cioè che sia il senso di una famiglia. Non quello di una
camera o di un dormitorio. Vuol dire che su tutto il territorio della
nazione francese (metropoli e Unione francese), ci sono delle lacri­
me da asciugare, dei com portam enti inumani da com battere, dei
“sì padrone” {mon z ’am i) da rendere inammissibili, degli uomini
da umanizzare, delle rue Moncey8 da restituire alla circolazione.
La sua soluzione, caro signore?
Non spingetemi al limite. Non obbligatemi, cari signori, a dirvi
ciò che da soli dovreste sapere. Se t u non reclami l’uom o che ti sta
di fronte, come puoi pensare che io creda che tu reclami l’uom o
che è in te?
Se TU non vuoi l’uomo che ti sta di fronte, come potrei credere
io all’uomo che forse è in te?
Se TU non esigi l’uomo, se TU non sacrifichi l’uom o che è in te
perché l’uom o che sta su questa terra non sia soltanto un corpo,
soltanto un Mohammed, quale espediente dovrò mai trovare io per
avere la certezza che anche tu sei degno del mio amore?

8 Strada di un quartiere povero di Lione, abitata prevalentemente da nordafricani.


La terapia sociale in un servizio psichiatrico
di uomini musulmani. Difficoltà metodologiche1

Abbiamo appena compiuto una feconda esperienza nel nostro


tentativo di organizzare, secondo una prospettiva socioterapeuti­
ca, un servizio di psichiatria maschile per musulmani. Proponia­
mo questa esperienza alla riflessione dei lettori. Esporrem o senza
mezzi termini le difficoltà in cui ci siamo im battuti e mostreremo
come solo un atteggiamento privo di obiettività abbia reso possi­
bili questi errori.
Ed è la presa di coscienza di quella doppia alienazione dovu­
ta alla dittatura della soggettività e a quel che Piaget chiama so-
ciocentrismo che ci ha permesso di orientare le nostre ricerche in
tu tt’altra direzione. Ci siamo fatti umili di fronte alla cultura che
si presentava al nostro sguardo. Ci siamo rivolti a lei, tim orosi e
attenti. E, cosa straordinaria, quelle poche annotazioni indistinte
che, all’inizio, avevano destato il nostro interesse, hanno formato a
poco a poco un insieme coerente.
L’esperienza di cui riferiamo è stata resa possibile perché solo
il nostro reparto contava allo stesso tem po europei e musulmani.
Q uel che conferisce valore a questa esperienza è il fatto che m u­
sulmani e europei non fossero mescolati: da una parte vi erano 165
donne europee e dall’altra 220 uomini musulmani.
Ricordiamo alcune peculiarità dell’Ospedale Psichiatrico di Bli-
da. Al nostro arrivo, ciascuno dei nostri quattro colleghi garantiva
il controllo medico di oltre 600 degenti. In tale maniera, ogni loro
tentativo di orientare il loro servizio secondo una prospettiva so­
cioterapeutica era risultato impossibile. L’arrivo di un quinto m e­
dico ha pertanto alleggerito i quattro colleghi [della cura] di 400

1 Pubblicato in “L’Information Psychiatrique”, 30, 9, 1954, pp. 349-361. In collabora­


zione con J. Azoulay (Ospedale psichiatrico di Blida-Joinville).
LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 105

malati, e in quel momento soltanto si è posta l’eventualità di una


reale terapia sociale.
Avevamo visto funzionare a Saint-Alban u n ’organizzazione che,
tanto nell’insieme quanto nei dettagli, ci pareva realizzare il m odel­
lo stesso di una terapia sociale ottimale nelle condizioni dell’attua­
le sistema di assistenza psichiatrica in Francia.
Abbiamo quindi assunto come base di partenza il nostro repar­
to, che in un certo senso è servito come luogo di sperimentazione.
Riunioni di reparto, che abbiamo voluto bi-settimanali2; riunioni
del personale; riunioni della rivista; feste bimestrali: nel servizio
dove erano ricoverate le donne europee, i risultati non si fecero
attendere a lungo.
Fin dal primo mese, le riunioni divennero parte integrante della
vita del servizio. Queste ebbero luogo in giorni e ad ore stabilite e
tenevamo a recarci sul luogo con la massima puntualità, per sotto-
lineare l’importanza che vi attribuivamo. Vi assistevano non solo
malati e medici, ma anche, soprattutto all’inizio, il personale infer­
mieristico, che aveva bisogno di com prendere bene il senso delle
nostre iniziative. Dopo un breve periodo di esitazione, riuscivamo,
in generale velocemente, a catturare l’attenzione e nell’insieme
si creava una certa atmosfera, gli interventi si succedevano senza
troppi “tem pi m orti”. Inizialmente ci limitavamo a comm entare i
minimi incidenti di percorso, ma a mano a mano che l’architettura
sociale si organizzava, si moltiplicavano le possibilità di incontro
su temi concreti.
Il Natale, con il suo carattere di festa tradizionale saldamente
ancorata, ci aveva offerto un’occasione per introdurre al centro del
padiglione una serie di cambiamenti. E infatti venne interam ente
svuotato un enorme dormitorio da 65 posti letto. Uomini e donne
ricoverate, infermieri e infermiere cominciarono ad affluire da nu­
merosi servizi. Il corpo medico e i servizi amministrativi accorsero
in massa per assistere a questa prim a esperienza. Canti religiosi,
cori, cantici, un presepe delicatamente allestito da mani trem anti
per l’emozione, un abete, tutto venne predisposto per assicurare il
massimo di solennità a questa festa.
E quando due giorni dopo, durante una riunione di padiglio­
ne, proponem m o ai malati di organizzare regolarmente una festa,

2 A Saint-Alban le riunioni di psicoterapia collettiva hanno luogo soprattutto durante


le riunioni del club o della rivista. Ma, non essendo ancora nella fase sperimentale,
siamo stati obbligati a concentrare tutto nel reparto.
106 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

non incontram m o praticam ente alcuna resistenza. Ovviamente


all’inizio fu molto difficile, ma tutti quei piccoli incidenti oggi sono
pressoché scomparsi: dopo un periodo di stanchezza sia da parte
dei malati sia da parte degli infermieri, dovuto al fatto che non si
potevano m andare avanti sempre gli stessi pazienti deliranti3 ma
ci si doveva impegnare per facilitare l’inserimento di una paziente
catatonica, oppure di una malata incontinente o fobica, non dob­
biamo oggi più occuparcene direttam ente. Si prepara la festa, si
diffondono gli inviti, la scena è allestita da alcuni malati con l’aiuto
di una o due infermiere, e noi vi assistiamo come semplici spetta­
tori. La festa assume allora il suo reale carattere terapeutico. Così
riferiamo, come aneddoto, della scena in cui la paziente paranoica
responsabile della parte cantata - Sombreros et mantillas - sorve­
glia con la coda dell’occhio la catatonica che tende a perdere il filo
e all’occorrenza la pizzica perché si rimetta in movimento.
Accanto alla commissione per le feste incaricata dell’organizza­
zione delle serate ricreative, esiste una commissione cinematogra­
fica e una per la discoteca. Il cinema non deve rimanere una suc­
cessione di immagini con accompagnamento sonoro: deve divenire
il dispiegarsi di una vita, di una storia. Così la commissione cine­
matografica, nello scegliere i film, nel commentarli in una speciale
rubrica all’interno della rivista, conferisce al fatto cinematografico
il suo senso più autentico. Alla stessa maniera, la commissione per
la discoteca organizza delle sedute musicali in cui è possibile ascol­
tare tanto dei dischi di Luis M ariano4 quanto la Sinfonia “incom­
piuta", quest’ultima peraltro con il commento di un malato.
“N otre journal”, settimanale, è diretto da due commissioni:
quella che seleziona i testi proposti e quella che si occupa della
stampa.
L’editoriale, redatto da uno dei mem bri del corpo medico, si
sofferma su questo o quel punto e stimola nel personale e tra i
degenti la necessità di pensare l’ospedale nel suo complesso. La
parte redatta dai malati inizialmente si rivelò piuttosto monotona:
“Ringrazio il D ottore che si occupa bene di m e”, oppure “vorrei
uscire p resto”. Oggi, come sottolineato da un recente editoriale,
nonostante vi si trovino ancora troppo spesso le stesse firme, il
giornale riflette tuttavia i progressi compiuti altrove: un invito al­

3 Cioè coloro che, anche in ragione della loro sintomatologia, aderivano più attivamen­
te al nuovo modello organizzativo proposto [N.d.C.].
4 Attore e tenore spagnolo di origine basca poi naturalizzato francese [N.d.C.].
LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 107

la prossima festa, a un’audizione musicale; resoconti o annunci di


escursioni e passeggiate, dei film della settimana e più in generale
di tutti gli eventi dotati di una valenza collettiva.
L’ergoterapia occupa un posto im portante nella vita del ser­
vizio, e noi cerchiamo di integrarla arm oniosam ente nell’insieme
delle attività: oltre alle pulizie di casa, esiste un laboratorio di la­
voro a maglia, animato da un’infermiera, in cui numerose pazienti
lavorano per confezionare lo stesso capo. Altre malate cuciono e
ricamano tovaglioli, tovaglie e tende. In tem pi più recenti siamo
riusciti a creare un laboratorio di cucito incaricato di confezio­
nare abiti, grazie ai tessuti acquistati con quote di denaro prove­
nienti dalle disponibilità dei singoli individui. Per delle m alate ri­
coverate in ospedale da cinque o dieci anni, possiamo immaginare
l’im portanza di tali avvenimenti: i tessuti a fiori o a righe, chiari
o scuri secondo il gusto personale, spezzano la m onotonia degli
abiti forniti dall’ospedale. E si pensi alla cerimonia della prova,
in cui la donna deve restare immobile, affidata alle m ani esperte
della sarta. L’istituzione si rivela allora forte abbastanza da m odi­
ficare l’atteggiamento della malata rispetto all’ambiente: essa non
potrà più vivere la propria follia senza occuparsi di quel che la
circonda.
Q ueste diverse attività che abbiam o brevem ente descritto co­
stituiscono così la tram a di una vita sociale sempre più ricca. Tutto
ciò è stato organizzato senza troppe difficoltà, perché ne avevamo
già u n ’esperienza efficace. Fin dai primi mesi abbiam o così p o ­
tuto percepire, nel nostro reparto femminile con donne europee,
un’adesione massiccia, rapida e feconda: l’atmosfera stessa del pa­
diglione era cambiata, tanto che potevamo rinunciare in maniera
spettacolare a tuto il materiale di contenzione senza dover tem e­
re grandi difficoltà. Non solo la vita ospedaliera era divenuta per
molti meno dolorosa, ma il ritmo delle uscite andava già aum en­
tando nettamente.

Questi successi rapidi e relativamente facili non fanno che me­


glio sottolineare il fallimento totale degli stessi metodi applicati nel
nostro servizio con gli uomini musulmani.
Riprendendo nello stesso ordine i medesimi sforzi, i diversi ten­
tativi, abbiamo potuto constatare il loro fallimento.
Sappiamo ora che la psicoterapia di gruppo si rivela più diffici­
108 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

le con dei musulmani e, dopo num erosi colloqui con il personale


infermieristico, ci siamo riuniti con i malati.
La riunione è stata preparata accuratamente. Nel grande refet­
torio, il tavolo è stato coperto da un panno e ricoperto di fiori. Il
medico responsabile era affiancato dall’assistente, dal sorvegliante
e da alcuni infermieri per accrescere il valore del cerimoniale. I
malati più agitati erano restati nel cortile. In prim o luogo è sta­
to più difficile stabilire il contatto perché non parlavamo la stessa
lingua. Abbiamo pensato di poter superare l’ostacolo scegliendo
tra gli infermieri musulmani un interprete intelligente, loquace, al
quale ci siamo impegnati a spiegare dettagliatamente quel che vo­
levamo realizzare.
Nel corso della riunione, della durata di u n ’ora, tentiam o di
interessare l ’insieme dei malati e trasform are questa m oltitudine
anonima e astratta in un gruppo coerente, animato da preoccupa­
zioni comuni.
Parliamo delle feste, dei film, del giornale. Di rado otteniamo
l’attenzione. Indifferenti alla nostra presenza, uno mantiene la sua
stereotipia m otoria, o prosegue nel suo dialogo allucinato; altri
due litigano a voce alta; infine, un altro si allontana per tornare
a distendersi in cortile. Solo pochi realizzano l’im portanza della
nostra presenza e accettano il dialogo. Unico paziente agganciato,
anche troppo, un uomo affetto da manie di persecuzione, che par­
la unfrancese fluente e che, lungi dal trascinare i suoi compagni in
una reazione di gruppo, cerca piuttosto in un modo o nell’altro di
allontanarsene.
Di fronte a tale disinteresse generale non sappiamo più quali
argomenti utilizzare. I silenzi si prolungano, accentuano l’im pres­
sione di malessere.
Dopo alcune settimane, le riunioni, che inizialmente avrebbero
dovuto durare un’ora, devono essere progressivamente accorciate.
Costituiscono ormai solo un cerimoniale svuotato di senso, assur­
do, e dopo qualche esitazione abbiamo deciso di interromperle.
Iniziam o allora a cercare altro: chiediam o agli inferm ieri di
scegliere ciascuno dieci malati e di riunirli per u n ’ora ogni sera,
di stimolarli con discussioni, giochi o canzoni. Diamo loro delle
precise direttive, perché nel nostro spirito si tratta di creare una
cooperazione, uno spirito di gruppo atto a rianimare il senso della
loro socialità.
A m argine dei resoconti delle sedute, redatti ogni sera dagli
LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 109

infermieri incaricati, uno dei primi giorni abbiamo annotato: “Ci


siamo riuniti e abbiamo giocato a nascondino, a carte e a domino.
Gradevole atmosfera, ma X o Y non s’interessano ai giochi”.
Poco più sotto: “Il gioco della palla prigioniera è stato praticato
dai malati i cui nomi seguono: ... assistito dall’inserviente K. Fin
dall’inizio il gioco è sem brato complesso, ma hanno im parato le
regole e tutto è andato per il meglio”.
Nei giorni che seguono lo spazio per i giochi collettivi si restrin­
ge sempre di più, e i resoconti diventano più pessimisti: “All’inizio
vi erano dieci degenti, ma dieci minuti dopo ne restavano soltanto
sei. M., N., B. e B. sono accaniti giocatori di carte. B. e L. sono
andati a dormire, con il pretesto di essere stanchi per il lavoro”.
O ppure: “I malati O., M., senza nom e e I. hanno rifiutato di
assistere alla nostra riunione; motivo: sono troppo stanchi. I malati
hanno scelto di fare una partita a domino, erano molto contenti di
giocare tranquillamente una partita senza discussioni”.
La sera si riduce all’ascolto di musica orientale alla radio. I ma­
lati restano indifferenti, gli infermieri interpretano queste riunioni
come una corvée. Dopo qualche tem po, e malgrado i nostri ripe­
tuti incoraggiamenti, esprimono con franchezza la loro assenza di
entusiasmo: “N on vi è modo di stimolare i malati, appena finito di
mangiare vogliono andare a coricarsi e siamo costretti a chiudere il
dormitorio a chiave per impedire l’accesso”.
Insieme a queste “chiacchierate serali” cerchiamo di organiz­
zare una festa del padiglione. Ci concediamo del tem po, perché
sappiamo che sarà difficile. La festa deve comprendere una parte
corale e una parte teatrale. Ma è difficile trovare due infermieri che
vogliano davvero prenderne in carico l’organizzazione. Al termine
di due settimane di ripetizioni, solo un anziano sifilitico m orm o­
ra scuotendo il capo, m entre gli altri rim angono in silenzio. Gli
infermieri stessi non compiono molti sforzi e, irritati per la loro
scarsa volontà, rimproveriamo loro di non fare tutto il possibile,
poiché quello che è stato possibile realizzare nei padiglioni euro­
peo dovrebbe esserlo anche nel padiglione dei musulmani. N on
sono affatto irritati quando sono sostituiti da altri infermieri, i qua­
li falliranno alla stessa maniera. Altri infermieri non riscuoteranno
maggior successo e un ultimo infermiere, dopo che è stata sondata
la sua disponibilità rispetto allo stesso impegno, chiede di poter
cambiare servizio, cosa che ci fa sospettare non si tratti di semplice
pigrizia.
110 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Falliti m iseram ente i nostri tentativi per indurre il malato ad


organizzare lui stesso delle serate teatrali o musicali, pensiamo di
risolvere il problem a “offrendogli” delle distrazioni. Numerosi as­
sistono alle serate ricreative delle donne europee e, allo stesso m o­
do, vanno regolarmente al cinema. Ma constatiamo che se il diret­
tore del padiglione dimentica di inviarli alle feste, nessuno pensa a
chiamarli. E al cinema, succede loro di abbandonare la Cappella5
durante il film per andare a fumare fuori.
Così, che si tratti di riunioni di padiglione, di serate ricreative
collettive o di gruppi ristretti, ci troviamo costretti sempre a rico­
noscere il nostro fallimento.
Q uanto al giornale, che in realtà avrebbe dovuto funzionare da
collante sociale, rimane estraneo ai malati: da sei mesi non appare
nessun articolo scritto da un malato musulmano. All’occorrenza,
si trattava dello stesso paranoico rincresciuto del fatto che i ruoli
maschili fossero interpretati da donne. E nei padiglioni, solo alcuni
infermieri leggono il giornale.
Se dal punto di vita ricreativo e culturale non riusciamo a svi­
luppare un’attività efficace, non otteniam o maggior successo sul
piano dell’ergoterapia.
Certo, esisteva già in ospedale, nella moschea, un laboratorio
per la produzione di stuoie, cesti e cappelli, che forniva occupa­
zione a un certo num ero di malati del nostro servizio. Altri malati
lavoravano all’interno del padiglione o nei servizi generali.
Ma non possiamo considerare queste occupazioni come aventi
un valore propriam ente terapeutico: i compiti venivano ripartiti
senza una precisa scelta; il malato li accettava soprattutto per di­
strarsi, per uscire dal cortile del padiglione e, spesso, quando aveva
lavorato sufficientemente da riuscire a procurarsi dolci o sigarette,
rifiutava di proseguire, prendendo a pretesto un mal di stomaco o
un dolore alla gamba6.
Per queste ragioni abbiamo pensato di creare un laboratorio di
ergoterapia all’interno stesso del nostro servizio. Con questa inten­
zione abbiamo distaccato, a tem po pieno e per più di un mese e
mezzo, un infermiere incaricato di apprendere la tecnica di lavora­
zione della rafia. Una volta tornato al padiglione, questi si è visto

5 Le proiezioni hanno luogo nella Cappella.


6 A proposito dei “malati lavoratori”, le stesse critiche possono essere rivolte alla mag­
gior parte degli Ospedali Psichiatrici: i malati partono presto e rientrano solo in tarda
mattinata o la sera, ed essi rimangono di fatto esclusi dall’attività terapeutica.
LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 111

affidare esclusivamente i malati in trattam ento con insulina, circa


una quindicina, che deve far lavorare una parte della m attinata e
l’intero pom eriggio. Ma ogni volta che passiamo dal laboratorio
constatiamo che la maggior parte di essi resta inattiva, compieta-
m ente indifferente alla realizzazione di un lavoro comune. Non
appena il sorvegliante volta le spalle, abbandonano il locale in cui
lavorano preferendo d ’altro canto aiutare i loro compagni che, con
pala e piccone, ne ristrutturano i dintorni.
M algrado i nostri ripetuti inviti, non sono stati realizzati più di
tre panieri di prodotti, così abbiam o rapidam ente concluso che
sarebbe stato inutile attendere ancora.
Così non solo non eravamo riusciti, dopo tre mesi e malgrado
molti sforzi, ad interessare i malati musulmani al principio di vita
collettiva che si andava organizzando nel settore europeo, ma l’at­
mosfera del servizio rimaneva pesante, irrespirabile.
Vi si trovava sempre una percentuale notevole di incontinenti, e
a fine giornata di rado vi era biancheria sufficiente per mantenerli
minimamente puliti.
D urante i pasti, il fracasso era assordante in un refettorio tro p ­
po piccolo per un num ero così elevato di malati. Essi provavano
piacere, così sembrava, a gettare il cibo sul tavolo o per terra, a
torcere i loro piatti di ferro o a spezzare i loro cucchiai7. Si può
com prendere perché, in queste condizioni, la cura della pulizia as­
sorba gran parte delle attività del personale.
Le frequenti liti tra malati, che gli infermieri erano chiamati a
sedare a rischio di ricevere essi stessi dei colpi, erano causa di un
costante clima di diffidenza. L’infermiere aveva paura del malato
e il barbiere esigeva che i malti fossero legati per essere rasati. Per
paura del malato, o per punirlo, lo si lasciava in una cella, talvolta
senza camicia, senza materasso e senza lenzuola nel caso fosse uno
“laceratore”8. G li eterni “periodici” si vedevano spesso legati e
contenuti anche prima di passare agli atti, come misura preventiva.

7 I malati spezzavano i cucchiai perché il manico serviva loro come “chiave universa­
le” per aprire le porte. Dopo un mese, il numero di cucchiai spezzati era impressio­
nante.
8 Era questa la definizione nel gergo manicomiale per indicare i pazienti che trascorre­
vano ore ed ore nell’ossessiva attività di lacerare federe, lenzuola, ecc. in frammenti
spesso minutissimi: tipico esempio di artefatto manicomiale il cui significato di resi­
stenza all’organizzazione istituzionale sarebbe stato rivelato dalla sua scomparsa una
volta abolita la logica oppressiva e carceraria che fondava il funzionamento stesso
dell’ospedale psichiatrico [N.d.C.].
112 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Come ben dimostrato da Paumelle9, stesso ritmo, stesso circolo


vizioso: agitazione, contenzione, agitazione, alimentavano sempre
uno spirito realmente concentrazionario.
E ogni nuovo tentativo da parte nostra per am m orbidire la
struttura punitiva del reparto era accolta dall’inerzia del personale,
talvolta addirittura con una chiara ostilità m ascherata da ironia:
“Q uesto malato si è agitato, ha picchiato un tale o ha rotto dei
vetri. Che ne facciamo, lo leghiamo o lo lasciamo fare?”. E noi ci
sentivamo im potenti di fronte agli argomenti di questo personale
“veterano”, consacrato per anni alla vita nell’istituzione psichiatri­
ca: “Lei è appena arrivato in Algeria, non li conosce, quando avrà
come noi quindici anni di ospedale, allora capirà!”.
Così dopo qualche mese il contrasto era diventato sorprenden­
te: dal lato europeo il giornale usciva ogni settimana, le serate te ­
atrali avevano luogo regolarmente e l’agitazione era scomparsa. Il
clima era divenuto terapeutico.
All’opposto, nel servizio con gli uomini musulmani, ci scontra­
vamo con le stesse difficoltà dell’inizio. Vi era sempre un numero
rilevante di malati in contenzione e malgrado diversi tentativi non
scorgevamo alcun miglioramento.
Poco alla volta diventava evidente che non poteva trattarsi di
coincidenze, pigrizia o mancanza di buona volontà: avevamo in­
trapreso la strada sbagliata e bisognava cercare le ragioni profonde
del nostro fallimento per uscire da questo vicolo cieco.

Nel frattempo, avevamo studiato in profondità il nostro servi­


zio, il carattere dei malati che l’occupavano e, per quanto riguarda­
va l’esterno, il loro ambiente di provenienza.
Avevamo ingenuamente pensato il nostro reparto come un tu t­
to, e avevamo creduto di poter adattare a una società musulmana
le strutture e i ruoli di una società occidentale con una precisa evo­
luzione tecnica. Avevamo voluto creare delle istituzioni e avevamo
dimenticato che ogni iniziativa di questo genere deve essere prece­
duta da un ricerca tenace, concreta e reale delle radici organiche
della società autoctona.
A causa di quale errore di giudizio avevamo potuto immagina­

9 J. Paumelle, Le mythe de l’agitation des malades mentaux, in H. Ey (a cura di), Le


cercle des études psychiatriques, L’arche éditeur, Paris 1953.
LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 113

re una terapia sociale di ispirazione occidentale in un servizio di


alienati musulmani? Come era possibile u n ’analisi strutturale se
mettevamo tra parentesi il contesto geografico, storico, culturale
e sociale?
Due spiegazioni potevano essere proposte a questo riguardo.
1. Innanzitutto il N ord Africa è francese e, a dire il vero, non
vediamo, se non lo cerchiamo, in che cosa debba m utare l’atteg­
giamento tra un servizio e un altro. Lo psichiatra, senza riflettere,
adotta la politica dell’assimilazione, secondo cui l’autoctono non
ha bisogno di essere compreso nella sua specificità culturale. Lo
sforzo deve essere fatto “dall’indigeno” e questi ha tutto l’interesse
a somigliare al tipo di uomo che gli proponiam o. L’assimilazione
qui non presuppone una reciprocità di sguardi. C ’è tutta una cul­
tura che deve sparire a vantaggio di u n ’altra.
Nel nostro servizio con i musulmani, fatta eccezione per la ne­
cessità di un interprete, il nostro com portam ento non prevedeva
alcuna differenza.
In effetti, era necessario un atteggiamento rivoluzionario per­
ché bisognava passare da una posizione in cui la supremazia della
cultura occidentale era evidente a un relativismo culturale. E, an­
cora una volta, siamo tornati a Piaget: le nozioni di adattam ento
e di assimilazione sono m olto im portanti e non abbiam o ancora
cessato di metterle a frutto10.
2. Infine, e soprattutto, occorre dire che i nostri predecessori,
nello svelare il fatto psichiatrico nordafricano, si erano limitati un
po’ troppo ai fenomeni motori, neurovegetativi, ecc. I lavori del­
la scuola di Algeri, sebbene abbiano mostrato alcune particolarità,
non hanno, a nostra conoscenza, proceduto all’analisi funzionale,
che d ’altronde si rivelava indispensabile. Era necessario un cambio
di prospettiva o, almeno, completare le prime osservazioni. Era ne­
cessario tentare di cogliere il fatto sociale nordafricano. Bisognava
esigere questa “totalità” in cui Mauss vedeva la garanzia di un auten­
tico studio sociologico. Bisognava effettuare un salto, realizzare un
mutamento di valori. Diciamo pure, era necessario passare dal bio­
logico all’istituzionale, dall’esistenza naturale all’esistenza culturale.
Il biologico, lo psicologico, il sociologico erano stati separati
solo per una aberrazione mentale. Essi sono, di fatto, intimamente

10 Lo ha ben mostrato Georges Gusdorf nel suo Traile de l’existence morale (Colin,
Paris 1949).
114 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

legati. È per non aver integrato nella nostra pratica quotidiana la


nozione di Gestalt e gli elementi dell’antropologia contemporanea
che abbiamo conosciuto fallimenti così eclatanti.
Nell’arco di sei mesi le donne musulmane hanno regolarmente
assistito alle feste date nei padiglioni europei. Per sei mesi, han­
no applaudito all’europea. E poi, un giorno, è venuta in ospedale
un’orchestra musulmana, ha suonato e cantato, e fu grande la no­
stra sorpresa nel sentire gli “applausi” tipici delle donne m usul­
mane: m odulazioni corte, acute e ripetute11. Le pazienti europee
reagivano quindi a quella particolare configurazione [adattandosi
senza difficoltà] alle esigenze caratteristiche del nuovo contesto.
Diventava evidente che bisognava cercare le configurazioni che
avrebbero facilitato di volta in volta reazioni già inscritte in per­
sonalità già sviluppate. Una terapia sociale poteva essere possibile
solo nella misura in cui si sarebbe tenuto conto della morfologia
sociale nel suo insieme e delle peculiari forme di socialità. Ma quali
erano i valori biologici, morali, estetici, cognitivi e religiosi della
società musulmana?
Come reagiva l’autoctono dal punto di vista affettivo ed emo­
zionale? Quali erano le forme di socialità che rendevano possibile
i diversi atteggiamenti di questo Musulmano?
Ci trovavamo di fronte ad istituzioni che ci stupivano. Di che
cosa erano il riflesso? Era necessario realizzare un’analisi funziona­
le che avrebbe dovuto facilitare questo compito.
In un altro lavoro uno degli autori di questo intervento ana­
lizzerà la complessità della società nordafricana, che oggi subisce
trasform azioni strutturali estrem am ente profonde. A ccontentia­
moci oggi di ricordare alcuni elementi caratteristici di questa so­
cietà.
La società m usulmana tradizionale è una società dallo spirito
teocratico. La religione musulmana è in effetti, oltre a una creden­
za filosofica, una regola di vita che governa in maniera rigorosa
l’individuo e il gruppo. In un paese musulmano la religione im pre­
gna la vita sociale e non lascia spazio ad alcuna laicità. Il diritto,
la morale, la scienza, la filosofia si mescolano ad essa. A margine
dell’imperativo propriam ente religioso, islamico, interviene con
forza la tradizione, eredità di antichi costumi berberi, ed è questo
che spiega la rigidità degli ruoli sociali.

11 Sono quei modi chiamati yous-yous.


LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 115

È inoltre una società gerontocratica. È il padre a dirigere la vita


famigliare, ed è a lui, o in sua assenza al fratello m aggiore o al­
lo zio, che bisogna rivolgersi per qualsiasi questione di una certa
rilevanza. D ’altro canto la famiglia è m olto ramificata e talvolta
un intero villaggio [douar] possiede lo stesso patronim ico! Essa
tende a identificarsi al clan, che è il reale gruppo naturale dell’Al­
geria musulmana. Le decisioni sono prese dalla Djema, una sorta
di Consiglio municipale alla testa del quale si trova un presidente,
di cui l’amministrazione [coloniale] ha d ’altronde riconosciuto in
tem pi recenti l’im portanza12. In effetti, non esisteva, almeno fino
ad alcuni anni or sono, una vera e propria comunità nazionale, ma
piuttosto una comunità organizzata su base clinica e familiare.
E ugualmente necessario insistere sulla complessità etnica della
regione, poiché i cabili formano una minoranza im portante rispet­
to al resto della popolazione araba. Se i due gruppi sono acco­
munati dalla religione musulmana, la separazione resta nettamente
marcata dalle differenze linguistiche, di tradizione e culturali.
I cabili, di origine berbera, abitano le regioni m ontagnose. I
loro villaggi, appollaiati in cima a una collina, costituiscono l’ele­
mento in cui l’organizzazione tribale resiste più solidamente.
Gli arabi abitano piuttosto la pianura e le città. Non sono solo
agricoltori, ma anche commercianti e piccoli artigiani.
Chiaramente non possiamo soffermarci sugli altri gruppi locali:
nomadi, arabi del Sud, mozabiti, chaoui, assai meno rilevanti in
relazione all’interesse di questo studio. Infatti, nel nostro servizio,
su 220 malati, troviamo: 148 arabi, 66 cabili e 6 chaoui marocchini
e m ozabiti13.
Dobbiamo spendere infine qualche osservazione sulle condizio­
ni abituali di vita dei malati musulmani, condizioni che spiegano
largamente il loro stato di ignoranza, la loro tradizionale arretra­
tezza. Prima della conquista francese, la terra era proprietà collet­
tiva e il concetto di ricchezza era legato a quello di terra utile, di
terra lavorabile, e dunque al possesso di un traino e di un aratro; i
detentori di questi beni erano i veri proprietari fondiari.
L’insediamento francese ha dato inizio alla trasformazione della
proprietà fondiaria e a una ridistribuzione dei beni. L’antica pro ­

12 Si tratta di un sistema fondato sul ricorso ad autorità locali, analogo a quello àeW’indi-
rect rule, caratteristico del sistema coloniale inglese [N.d.C.].
13 Chaoui e mozabiti sono gruppi berberi che vivono nella regione a est e, rispettivamen­
te, a sud di Algeri, di lingua lievemente differente [N.d.C.].
116 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

prietà collettiva è stata frazionata tra i diversi titolari, in seguito


diventati proprietari privati. I membri delle vecchie tribù conduce­
vano una vita povera ma che non conosceva proletari. Oggi esiste,
al di là di una minoranza di grossi proprietari terrieri, europei o
musulmani, una massa di piccoli proprietari, i fellah, che con diffi­
coltà riescono a vivere coltivando con tecniche arcaiche un piccolo
appezzamento di terra, che è ciò nonostante oggetto d ’invidia da
parte di coloro che non hanno potuto beneficiare della divisione.
Sono diventati dei miserabili il cui legame sociologico con la per­
sonalità tribale collettiva si affievolisce di giorno in giorno, che
cercano di affittare il proprio lavoro come khammes'4 o braccianti.
Esiste dunque un movimento di dissociazione di questa società un
tempo omogenea tra proprietari terrieri da una parte, pastori, mez­
zadri o braccianti dall’altra.
Oggi si sta inoltre formando, in seguito all’estensione delle m o­
derne tecniche di coltivazione nelle grandi proprietà, una massa di
lavoratori agricoli senza impiego, che la fame spinge verso le città,
ma che l’assenza d ’industrializzazione condanna al proletariato, e
persino al sottoproletariato, accentuando ancora di più il disequi­
librio sociale.
Bisogna sottolineare ancora che, soprattutto nella popolazione
di origine berbera, sono numerosi coloro che vanno in Francia per
un periodo ristretto di tempo a cercare quel lavoro che non trova­
no nel loro paese o un’integrazione del loro magro raccolto.
Questa evoluzione dei gruppi sedentari, che conduce all’esplo­
sione del gruppo, si congiunge con l’evoluzione dei nomadi. Si fa
fatica, oggi, a immaginare l’importanza dell’antico nomadismo in
Nordafrica: le tribù del sud arrivavano fino al litorale, si trattava di
una marea periodica che saliva dalle steppe e dai deserti e veniva a
riversarsi sin qui passando per gli altopiani. L’occupazione francese
ha d ’altronde naturalm ente innescato una costante regressione di
questo nomadismo. E questo processo conduce a due esiti: seden­
tarizzazione da un lato, vendita del proprio lavoro dall’altro. I lavo­
ratori stagionali rimangono però estranei al gruppo di sedentari cui
vengono in soccorso. L’antico nomadismo manteneva rigidamente
l’autorità tradizionale e la coesione del gruppo; le mobilità indivi­
duali che possiamo osservare oggi operano invece al di fuori di qual­
siasi regola tribale e contribuiscono grandemente all’accelerazione 14

14 Khammes: mezzadri che lavorano ricevendo in cambio un quinto dei profitti.


LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 117

di una pericolosa detribalizzazione: la decadenza del nomadismo è


ineluttabile, ma a questo è subentrata ora la proletarizzazione.
Questi elementi, che favoriscono la dissoluzione dei gruppi se­
dentari o nomadi, spiegano la formazione di enormi “bidonville”
alle porte delle grandi città, che non solo costituiscono una sfida al
senso estetico o semplicemente aH’urbanismo, ma anche un grave
rischio dal punto di vista sanitario e morale.
A titolo d ’esempio, abbiamo studiato la composizione sociale
del nostro reparto di uomini musulmani.
Su 220 malati, possiamo trovare: 35 fellah, ovvero proprietari
di un piccolo terreno coltivato da essi stessi; 76 lavoratori agricoli,
mezzadri o braccianti; 78 operai (panettieri, imbianchini, ecc...); 5
intellettuali; 26 disoccupati.
Q ueste cifre vanno interpretate. Si può pensare che esista un
num ero relativamente elevato di operai: 78 su 220. In realtà, più
esattamente, si tratta spesso di quegli elementi strappati alle cam­
pagne che riescono a trovare in città un lavoro m anuale in una
qualsiasi attività. In definitiva, su 78 “operai”, non possiamo con­
siderarne che una ventina in possesso almeno di un accenno di
specializzazione.
Per quanto riguarda i 5 “intellettuali”, facciamo notare che si
tratta d ’istitutori indigeni, in possesso appena di una licenza ele­
mentare.
Questi problemi hanno u n ’im portante risonanza: gli individui
che abbandonano individualmente la società tradizionale non sono
quantificabili, ma il loro num ero è in continuo aumento. Questi
elementi costituiscono le forze, ancora poco analizzate, che stanno
frantum ando gli ambiti domestici, economici e politici. Questa so­
cietà, che definiamo immobile, in realtà è fermento nelle sue fon­
damenta.
Q ueste poche nozioni, sebbene siano estrem am ente brevi e
bisognose ciascuna di dettagliati approfondimenti, spiegano suffi­
cientemente quella specificità della società musulmana algerina di
cui dobbiam o tenere conto nel nostro sforzo per creare le basi di
una terapia sociale rivolta ai musulmani.

Possiamo comprendere ora le ragioni del nostro fallimento.


Abbiamo detto che le riunioni di padiglione non si erano rive­
late fruttuose.
118 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Q uesto essenzialmente perché noi non parliamo arabo: abbia­


mo dovuto ricorrere a due interpreti (un cabilo e un arabo). Q ue­
sta necessità dell’interprete vizia inevitabilm ente il rapporto tra
malato e medico psicoterapeuta.
In un periodo normale, il malato ha già incontrato il personag­
gio dell’interprete nelle sue relazioni con l’amministrazione o con
la giustizia. In ospedale, la stessa necessità di un interprete pro ­
voca spontaneamente una diffidenza che rende difficile ogni “co­
m unicazione”. D ’altro canto, una volta stabilita una relazione di
fiducia con il malato, questi s’infiamma nel suo discorso, e quando
ci spiega con fervore che è guarito e che deve uscire in fretta, spes­
so dimentica la presenza di questo terzo e si rivolge direttam ente
a noi: sente che l ’altro non può dire con lo stesso “calore” tutto
quanto vuole esprimere. Notiamo chiaramente come uno studio di
questo dialogo a tre m ostrerebbe la perturbazione del fenomeno
dell’incontro.
L’interprete non infastidisce solo il malato. Il medico, e soprat­
tutto lo psichiatra, fa la sua diagnosi attraverso il linguaggio. Ma
nel nostro caso le componenti gestuali e verbali del linguaggio non
sono percepite in maniera sincronica. La mimica è espressiva, ma
è necessario attendere la fine del discorso per coglierne il senso. A
questo punto, l’interprete riassume in due parole quanto il malato
aveva raccontato nei dettagli per dieci minuti: “dice che gli hanno
rubato la terra, o che sua moglie lo ha tradito”. Spesso egli “inter­
preta” a modo suo il pensiero del malato secondo alcune formule
stereotipate, privandolo di tutta la sua ricchezza: “Dice di sentire
dei jinoun”15; e non sappiamo più se il delirio è reale o indotto.
L’uso di un interprete è utile forse quando si tratta di spiegare
una cosa semplice o impartire un ordine, ma non lo è più quando
bisogna intraprendere un dialogo, uno scambio dialettico fatto di
dom ande e risposte, il solo in grado di vincere le reticenze ed evi­
denziare il comportamento anormale, patologico.
Ma, come dice M erleau-Ponty, “parlare una lingua, significa
sostenere il peso di una cultura”. Non conoscendo l’arabo, non
conoscevamo gli elementi del patrimonio affettivo o culturale su­

15 Entità invisibili (la radice idjtinàm suggerisce proprio il concetto di “essere nascosto,
dissimulato”), maschili o femminili, più volte evocate anche nel Corano sebbene pre­
senti nelle culture popolari arabe già in epoca pre-islamica. Solitamente confusi con
altre entità (shayàtin, malai'ka), non sono indicati con il loro nome ma se ne parla in
forma allusiva per timore di evocarli [N.d.C.].
LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 119

scettibile di destare l’interesse. Con le donne europee, era facile


articolare un discorso a proposito di un disco di Tino Rossi o un
film di Fernandel. Con gli uomini musulmani, la riunione non ap­
prodava a nulla perché non sapevamo più di cosa parlare.
Alla stessa maniera, con un po’ di distacco, i nostri primi tenta­
tivi di organizzare delle feste ci paiono alquanto ingenui. Lo stesso
concetto di festa, al di fuori di qualsiasi avvenimento famigliare o
religioso, sembra piuttosto astratto per un musulmano. Inoltre, il
contenuto dei festeggiamenti collettivi ci pareva sostanzialmente
differire dalle festività occidentali. Era difficile costituire una corale
perché il musulmano prova ripugnanza verso il cantare in gruppo.
In casa, non si canta per rispetto del padre o del fratello maggiore.
E tra gli infermieri musulmani del nostro reparto, non abbiamo tro­
vato nessuno che accettasse di cantare o recitare. Allo stesso modo
non si può mettere in scena una rappresentazione teatrale innanzi­
tutto perché il teatro, come noi lo intendiamo, non esiste presso i
musulmani, in secondo luogo perché non si recita di fronte ad altri.
Certo, oggi esiste un teatro arabo, ma la sua nascita è recente e toc­
ca solo la popolazione delle grandi città. L’attore o il cantante è un
professionista che resta fuori dal gruppo. Nei villaggi, nei donar, è
un “narratore” itinerante a recarsi di luogo in luogo divulgando no­
tizie, storie del folklore, accompagnandosi con un liuto rudimentale
o un derboukau, evocando così i trovatori medievali.
A bbandonato il progetto della festa, le piccole riunioni sera­
li non ebbero più successo. Se riprendiam o i resoconti di quelle
sedute, notiamo che inizialmente si parlava del gioco del nascon­
dino o di palla prigioniera. In effetti, avevamo insistito fortemente
perché gli infermieri, da noi scelti casualmente tra europei e m u­
sulmani, trovassero attività suscettibili di stimolare uno spirito di
squadra: nel gioco della palla prigioniera o del nascondino, ciascu­
no deve agire tenendo conto delle reazioni del suo compagno. Non
li può ignorare.
Ma raramente il musulmano pratica tali giochi. E a scuola che
si praticano giochi come nascondino o guardie e ladri, in cui s’im­
para lo spirito di squadra. Ma a dieci o dodici anni il ragazzino
arabo è un pastore oppure aiuta il padre nei piccoli lavori. Se vo­
lessimo fare delle riunioni serali quotidiane, bisognerebbe piutto- 16

16 Piccolo tamburo di pelle animale teso su un cilindro di ceramica o di metallo avente


solitamente forma di vaso o calice [N.d.C.l.
120 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

sto ispirarsi alla realtà: dopo il lavoro, il musulmano si riunisce con


altri uomini al caffè moro. Resta seduto a tavola giocando a carte
o a domino, oppure si corica su una stuoia per discutere delle cose
di tutti i giorni o ascoltare musica per ore bevendo una tazza di
caffè o un bicchiere di tè. E d è esattam ente quanto l’esperienza
ci ha insegnato: dopo qualche settimana, gli infermieri incaricati
delle sedute serali avevano perso ogni iniziativa e i pochi malati
che acconsentivano ancora a non coricarsi non facevano altro che
ascoltare la radio.
Al di là di questi tentativi di risocializzazione attiva, le distra­
zioni organizzate dall’ospedale non costituiscono per il malato m u­
sulmano un bisogno quasi “vitale”, come è invece per l’europeo.
Così, riguardo al cinema, la maggior parte dei film che può vedere
non provocano alcun coinvolgimento emozionale. Ecco alcuni dei
film proiettati recentemente: Piccole donne, Le miniere di re Saio-
mone, Les noces de sable, La duchessa di Langeais, La rivolta, Rio
Grande, Thérèse, ecc. Evidentemente, i soli film più o meno seguiti
sono quelli di azione, senza grandi complicazioni psicologiche o
sentimentali. Ma piuttosto che a un certo “primitivismo”, possia­
mo indubbiam ente attribuire questo disinteresse all’impossibilità,
per un musulmano, di comprendere le reazioni dei personaggi oc­
cidentali, che gli sono completamente estranee. L’esempio del film
di J. Cocteau, Les noces de sable, in questo senso è particolarmente
eloquente. Il film narra le avventure di un principe arabo in cerca
della sua promessa sposa tra i nom adi del Sahara. Sebbene i co­
stumi e le scenografie siano di fatto quelli dell’Africa del Nord, la
trama psicologica resta occidentale. Non interessava i musulmani
perché non potevano pienamente partecipare dell’azione, né iden­
tificarsi con i personaggi. Che dire poi degli altri film. Al contrario,
nei “film d ’azione” lo schema è lineare, l’immagine parla da sola, il
linguaggio è inutile.
Stessa accoglienza per le feste realizzate [con ben diverso ri­
sultato] nei nostri padiglioni europei: se cantiamo una melodia di
moda, se suoniamo Les précieuses ridicules, Le médecin malgré lui,
Cyrano de Bergerac, una pièce di Courteline o di Colette, un’intera
parte della sala rimane completamente insensibile: tu tt’al più esce
appena dal suo stato di torpore quando un attore getta un bicchie­
re d ’acqua in faccia a un altro o lo prende a bastonate.
Con il giornale, il fallimento è stato ancora più netto: siccome il
giornale non fa che riflettere più o meno fedelmente la vita socia­
LA TERAPIA SOCIALE IN SERVIZIO PSICHIATRICO 121

le dell’ospedale, riscuote scarso interesse in coloro che ne restano


praticamente esclusi. E per questo che nemmeno i pochi malati in
grado di leggere e scrivere hanno mai inviato degli articoli.
E ppure, il fallimento è riconducibile soprattutto al fatto che
la maggior parte dei nostri malati musulmani sono analfabeti. Più
precisamente, nel nostro servizio, su 220 malati, 5 sono in grado di
leggere e scrivere in arabo, 2 in francese. Gli altri sono analfabeti.
E ancora, diciamo che dei 16 “alfabetizzati”, solo 6 hanno ottenu­
to una licenza scolastica.
Inizialmente abbiamo pensato alla possibilità di far scrivere gli
articoli da un infermiere, come facevamo con gli europei quando
un malato non voleva o non era in grado di scrivere. Ma adottare
questa procedura in maniera identica è praticamente inutile.
In realtà si può dire che nella condizione di analfabetismo at­
tualmente imperante in Algeria, la cultura è più orale che scritta:
l’insegnamento avviene attraverso la parola. In ogni gruppo esisto­
no, in generale, uno o più individui alfabetizzati incaricati di leggere
e scrivere per il resto del gruppo: è così che possiamo facilmente
riconoscere la scrittura dello stesso “Taleb” o scrivano17, nelle lettere
che riceviamo dai parenti dei malati che vivono nello stesso douar.
Abbiamo già visto l’importante ruolo del “narratore” itinerante che
si reca di villaggio in villaggio riportando notizie e storie del folklo­
re, sorta di poemi epici che trattano di avvenimenti dei secoli passa­
ti, assicurando in tal modo il legame culturale tra le diverse regioni.
Per concludere questa spiegazione riguardo ai nostri fallimenti
iniziali, dobbiam o parlare di ergoterapia. In un paese occidentale
fortemente industrializzato, possiamo agevolmente organizzare un
adattam ento partendo da possibilità già esistenti. Per il musulma­
no algerino, al contrario, che vive in un contesto per molti versi
ancora feudale, questo adattamento risulta molto più difficile.
L’uomo lavora la terra, non possiede una specializzazione. Tal­
volta pratica un artigianato piuttosto rudimentale fuori dai grandi
centri urbani, ma detesta lavorare la lana o la rafia perché è un
lavoro da donne: sono le donne a confezionare i cesti o le stuoie.
In un ospedale psichiatrico si può cercare di organizzare labo­

17 In Maghreb taleb (plurale: taliban ) indica lo scrivano pubblico, ma denota in genera­


le anche coloro che studiano la teologia islamica nelle scuole coraniche (madrasa) e,
per derivazione, ha assunto il significato di integralista dopo la guerra afgana contro
l’Unione sovietica. In altri paesi dell’Africa occidentale il termine conosce la forma
talibé [N.d.C.].
122 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

ratori di rafia, di tessitura o ceramica. Ma sarà meglio, ci sembra,


affidare questi lavori alle donne. Per i maschi, è necessario partire
dalle disposizioni più generali e più fortemente ancorate alla per­
sonalità del malato: abbiam o com piuto l’esperienza con dei p a­
zienti deliranti, o anche dei catatonici. Basta dare loro una pala
o un piccone perché si m ettano a sgobbare e a zappare senza il
bisogno di spingerli a lavorare. Questi contadini sono attaccati alla
terra, costituiscono un tu tt’uno con essa. E se riusciamo ad asse­
gnar loro un pezzo di terra particolare, a interessarli alla resa della
coltivazione, allora il lavoro sarà davvero un fattore di riequilibrio;
questa ergoterapia potrà inserirsi in una attività sociale specifica.

In definitiva, possiamo capire perché i nostri primi tentativi di


realizzare una terapia sociale con malati musulmani si siano con­
clusi con un fallimento. Crediam o tuttavia che questo fallimento
non sia stato inutile, nella misura in cui ne abbiamo compreso le
ragioni.
In seguito, abbiamo modificato la direzione dei nostri sforzi, e
abbiamo potuto osservare lo stabilirsi di certi risultati.
La creazione di un caffè moro nell’ospedale, la regolare cele­
brazione della feste musulmane tradizionali, periodiche riunioni
intorno a un “narratore” professionista sono già dei fatti concreti.
A ogni nuova manifestazione, il num ero di malati coinvolti in que­
ste attività aumenta.
Questa vita sociale non è che all’inizio, ma crediamo di aver già
eliminato gli errori metodologici [del passato].
Condotte di confessione in Nord-Africa1

Il medico incaricato di compiere una perizia psichiatrica, per


rispondere alla principale dom anda che gli viene posta, ovvero:
“L’accusato era incapace di intendere al m om ento d e lfa tto ? ”, si
trova obbligato a ritrovare, o almeno a ripercorrere con l’accusato,
le idee, i valori, gli atteggiamenti mentali a partire dai quali un tale
atto fu deciso e realizzato.
Nella pratica medico-legale, il vissuto dell’atto, le sue giusti­
ficazioni, il conflitto che questo stesso atto tentò di risolvere - in
altre parole, i fatti dal punto di vista dell’accusato - sono sempre
di importanza decisiva.
Il perito deve quindi cercare di scoprire la verità dell’atto, che
costituirà il fondamento della verità del suo autore.
Perché, per quest’ultimo, negare il proprio atto, rifiutarlo, può
essere vissuto come una fondam entale alienazione del suo essere.
Rivendicare il proprio atto, al contrario, assumerlo pienam ente
(come Hugo, l’eroe di Sartre, quando dice che non gli resta che il
suo atto) significa sfuggire all’assurdo e dare un senso la propria
vita2.

1 Congresso di Psichiatria e Neurologia di lingua francese, l i i i , Nizza 1955, pp. 657-


660. In collaborazione con R. Lacaton (Ospedale psichiatrico Blida-Joinville).
2 Si tratta della più celebre pièce teatrale di Sartre, Le mani sporche, scritta nel 1948 e
rappresentata nello stesso anno, nella quale il protagonista, Hugo, membro del partito
comunista di uno stato dell’Europa centrale, compie l’assassinio di uno dei protago­
nisti del partito, Hoederer, sospettato di voler realizzare un accordo con la destra
nazionalista. A lungo incerto su questa drammatica missione a causa della progressiva
scoperta dell’umanità della vittima, Hugo si adopera senza successo a fargli cambia­
re idea, alla fine deciderà di ucciderlo quando però lo sorprende con la sua donna.
Uscito di prigione, il partito dovrà valutare se egli è psicologicamente adeguato a
realizzare altre missioni o, al contrario, deve essere considerato irrecuperabile, e per­
tanto eliminato. Per Hugo, dimenticare quell’assassinio, ripartire da zero e tradurre
124 DECOLONOZZARE LA FOLLIA

Una volta che sia stata stabilita la coerenza interna dell’atto cri­
minale, la colpa determina nella coscienza [di chi lo ha realizzato]
u n ’auto-condanna il cui esito è, secondo le parole dell’estensore
del verbale, una vera e propria segregazione: la confessione diventa
allora per l’autore dell’atto il prezzo da pagare per il suo reinseri­
m ento nel gruppo.
Ma come non osservare che un tale epilogo favorevole non può
sopraggiungere senza un preliminare e reciproco riconoscimento
del gruppo da parte dell’individuo e dell’individuo da parte del
gruppo?
A questo riguardo può essere interessante riferire brevem ente
le osservazioni che ci sono state offerte dall’esperienza m edico­
legale in Algeria.
Le perizie effettuate presso i m usulmani algerini perm ettono
di cogliere immediatamente la peculiare complessità del problema
della confessione.
In effetti, se l’estensore del verbale può dire in generale che
l’accusato confessa prima della perizia, in Algeria il perito si trova
frequentem ente di fronte a un accusato che nega in maniera cate­
gorica e, in casi limite, non riesce a spiegarsi la sua detenzione.
Nel caso di delitti commessi da cabili e in stretto rapporto con
il diritto consuetudinario berbero, là dove l’immobilismo e il rigore
delle regole rituali sono ancora molto saldi (ad esempio: omicidi o
tentativi di omicidio scatenati da questioni di eredità, dalla vendita
o lo scambio di terreni o ancora dal tradimento di una sposa ecc.),
la proporzione dei dinieghi è talvolta molto elevata (fino a 16 su 20).
Eppure, in numerosi casi, il fascicolo è eloquente. Talvolta il di­
niego si manifesta subito, ma il più delle volte una confessione in­
tegrale è stata ottenuta dai primi inquirenti, così come il movente,
l’esecuzione dell’atto, la ricostruzione coerente dei fatti. D urante
la fase istruttoria l’atteggiamento non cambia molto, poi, a partire
da un certo momento (in linea di massima, dopo uno o due mesi
di detenzione), l’im putato ritratta le sue dichiarazioni, le nega in
blocco (nella maggior parte dei casi sostiene di essere stato costret-

il suo crimine come un mero crimine passionale equivale ad ammettere di non sapere
perché egli ha ucciso Hoederer (egli realizza che dopo tutto le profezie politiche di
quest’ultimo si stanno realizzando): il vantaggio di poter ricominciare attraverso que­
sto “scambio” gli appare però inaccettabile, vergognoso e così, rifiutando di dimenti­
care, rivendicando appieno l’assassinio di Hoederer, egli afferma la sua responsabilità
e la sua libertà, sebbene al prezzo drammatico di essere a sua volta ucciso [N.d.C.].
CONDOTTE DI CONFESSIONE IN NORD-AFRICA 125

to a confessare con la violenza). Una volta che questa ritrattazio­


ne totale diventa definitiva e irremovibile, l’im putato non cerca di
provare attivamente la sua innocenza. Egli si dichiara innocente.
E nelle mani della giustizia; se questa lo vorrà, che venga punito.
Accetta tutto in nome di Allah... (ritorneremo su questa sottomis­
sione, che non è affatto finta).
Possiamo ben immaginare quanto il perito si trovi a disagio in
simili condizioni. Non può in alcun modo rispondere alla dom an­
da fondamentale, ed è privo del valore diagnostico della confessio­
ne di cui ha parlato l’estensore del verbale, in non poco imbarazzo
egli stesso di fronte a tali ritrattazioni. Non vi è più appropriazione
dell’atto da parte dell’im putato; l’atto si rivela senza autore e la
comprensione criminologica si rivela impossibile.
Non rimane altro che il fascicolo.
Ora, le accuse che contiene, sono come abbiam o visto spesso
molto pesanti per l’imputato. Q uest’ultimo ha ricostruito il delitto,
ha rivelato il nascondiglio dell’arma, numerosi testimoni dichiara­
no di averlo visto colpire (succede d ’altronde che questi testimoni
ritrattino anch’essi le loro dichiarazioni).
Così, al m om ento dell’esame, il perito si trova di fronte a un
uomo lucido, coerente, che afferma la sua innocenza.
L’assunzione del gesto, e di conseguenza l’assenso soggettivo
alla sanzione, l’adesione alla condanna e la colpa stessa, sono tutti
elementi che vengono meno.
La verità del criminale non può essere ritrovata dal perito.
Forse riusciremo ad avvicinarci a questo sistema ontologico, il
cui senso ci sfugge, chiedendoci se l’autoctono musulmano abbia
mai contratto un impegno nei confronti del gruppo sociale che
ormai lo tiene in suo potere. Si sente forse legato da un contratto
sociale? Se ne sente escluso a causa sua? E allora, da quale gruppo,
quello europeo? O quello m usulmano? Che significato avranno
ormai per lui il suo delitto, la fase istruttoria e infine la sanzione?
Certo, è possibile porre una questione per evitare di rispondervi.
Si potrebbe [ad esempio] sostenere anche che il nordafricano
è un bugiardo. E una nozione frequentem ente ammessa. Qualsiasi
magistrato, ufficiale di polizia o datore di lavoro ne darebbe nu­
merosi e convincenti esempi (il nordafricano, d ’altronde, è anche
pigro, subdolo, ecc.).
Ma una tale semplificazione perm ette forse di ritrovare la verità
che non riusciamo a cogliere?
126 DECOLONOZZARE LA FOLLIA

Q uesta orchestrazione della m enzogna, che abbiam o breve­


m ente descritto, necessita di una comprensione più approfondita.
In ogni modo, anche il bugiardo è un essere per il quale si pone
costantemente il problema della verità.
Affermare che la razza [nordafricana] soffre di una propensio­
ne a mentire, a celare volontariamente la verità, o che essa è inca­
pace di distinguere il vero dal falso, o ancora che essa non integra i
dati dell’esperienza in virtù di una presunta debolezza filogenetica,
significa sbarazzarsi del problema senza risolverlo.
La strada della sua soluzione forse passa attraverso le nozioni
evocate all’inizio di questo intervento.
Ricordiamo, in effetti, che il reinserim ento del criminale per
mezzo della confessione del suo gesto dipende dal riconoscimento
del gruppo da parte dell’individuo.
Non può, insomma, esservi reintegrazione senza che vi sia stata
prima integrazione.
Ogni qualvolta istanze sociali o etico-sociali diverse coesistono
fra loro (secondo le parole dell’estensore del verbale), il gruppo
non è omogeneo e l’armonia è assente.
L’assenso soggettivo del criminale, che fonda e dà valore alla
sanzione, in queste condizioni non sarà accordato.
L’adesione fondam entale presuppone un insieme coerente di
atteggiamenti collettivi, un comune universo etico.
Per il criminale, riconoscere il proprio gesto di fronte al giudi­
ce, significa disapprovarlo, significa legittimare l’irruzione del p u b ­
blico nella sfera privata. Il nordafricano, negando, sconfessando se
stesso, non rifiuta forse tutto ciò? Senza dubbio, possiamo così ve­
dere il concretizzarsi della separazione totale tra due gruppi sociali
coesistenti, ahimè tragicamente, ma la cui integrazione dell’uno da
parte dell’altro non è nemmeno cominciata.
Q uesto rifiuto dell’im putato musulmano di autenticare, attra­
verso la confessione del suo gesto, il contratto sociale che gli si
propone significa che la sua sottomissione, spesso profonda, osser­
vata nei confronti del potere (all’occorrenza giudiziario), non può
essere confusa affatto con l’accettazione di tale potere.
Q ueste poche osservazioni m eriterebbero certo studi m olto
più approfonditi, tuttavia possono già m ostrare l’im patto che un
problem a ampio e serio come questo può esercitare sul compito
del medico perito in Algeria, ed è per tale ragione che abbiamo
pensato di presentarvele.
Profili dell’assistenza psichiatrica in Algeria1

La scelta de “L’Inform ation” di dedicare un num ero alle Strut­


ture dei Dipartimenti Francesi d ’Oltrem are ci è sembrata partico­
larmente felice, in un m omento in cui l’Algeria soffre la mancanza
di diverse migliaia di posti letto per ricoverare quei malati mentali
che necessitano di un trattam ento d ’urgenza e rispondere alle do­
mande di rim patrio dei musulmani ricoverati in Francia, proprio
quando il terrem oto nella città di Orléan2 la priva di altri duecento
posti letto indispensabili.

Il problema dell’assistenza psichiatrica nelle colonie era già sta­


to posto in tutta la sua complessità dal Rapporto di Reboul e Regis
al XXII Congresso dei medici alienisti e neurologi, nel 1912.1 m em ­
bri del Congresso avevano approvato una dichiarazione di intenti
nella quale erano anche precisate le condizioni di realizzazione di
u n ’assistenza di qualità.
C iononostante in Algeria dobbiam o attendere fino al 1932
perché, sotto l’impulso del generale medico Lasnet e del Profes­
sor Antoine Porot, ci si occupi attivamente della messa in pratica
dell’assistenza psichiatrica. U n’ordinanza del 14 marzo 1933 regola
il reclutam ento dei medici dei servizi di Psichiatria in Algeria, ri­

1 Pubblicato in “L’Information Psychiatrique”, 31, 1, 1955, pp. 11-18. In collabora­


zione con J. Dequeker, R. Lacaton, M. Micucci, F. Ramee (Ospedale psichiatrico di
Blida-Joinville).
2 II terremoto di Orléan ebbe luogo la notte del 9 settembre 1954, causando fra i 1.500
e i 2.000 morti, 14.000 feriti e oltre 30.000 senza tetto. Circa il 90 per cento della città
fu distrutto dal terremoto durato 12 secondi e di magnitudo 7 della scala Richter. La
città, a 170 km a sudovest di Algeri, fu fondata nel 1843 dai Francesi, e dopo il 1981
prese il nome di Chlef, in arabo Ech-Cheliff[bl.d.C.].
128 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

volgendosi ai medici della Francia metropolitana. Due disposizioni


del 10 agosto 1934 regolano il funzionamento dei servizi psichiatri­
ci algerini: i servizi di base di Algeri, Orano e Costantina e l’O spe­
dale Psichiatrico di Blida.
Per i servizi di base venne adottata la formula del servizio aper­
to e dell’osservazione, m entre l’Ospedale Psichiatrico di Blida do­
veva funzionare secondo le condizioni previste dalla legge del 30
giugno 1838.
Entriam o dunque nell’am bito delle realizzazioni e nel luglio
1935 il dispositivo previsto è in opera, con l’apertura del servizio
di Costantina.
Nel 1938, nella relazione al Congresso dei medici Alienisti e
Neurologi ad Algeri, Aubin redige come segue il bilancio delle ri­
sorse in Algeria.
Per i servizi di base: Algeri: 43 posti letto; Orano: 55 posti letto;
Costantina: 62 posti letto.
In questo momento, l’Ospedale di Blida dà ricovero a mille pa­
zienti (num ero che già supera la capacità prevista in condizioni
normali).
In quel periodo il Professor Porot, consigliere specialistico di
Psichiatria, non cessa di richiedere un aumento di posti letto, ne
valuta il bisogno in cinquemila unità e raccomanda la costruzione
di Ospedali Psichiatrici nei dipartimenti di Orano e Costantina.
Sfortunatamente le sue indicazioni non hanno seguito e la cre­
azione di distaccamenti di psichiatria ad Aumale e Orléansville co­
stituisce una soluzione poco soddisfacente dal punto di vista psi­
chiatrico senza fornire il fornire il numero di posti letto in grado di
soddisfare il bisogno.
Dal 1938 le costruzioni sono state pressoché nulle e la situazio­
ne nel 1954 si presenta come segue.
L’Algeria è un paese di dieci milioni di abitanti: otto milioni e
mezzo sono musulmani, 1 milione e mezzo europei. La psichiatria
in Algeria si basa sul seguente principio: per ogni dipartim ento c’è
un servizio di prim o livello e un servizio di secondo livello.
Nel dipartim ento di Algeri il servizio di prim o livello si tro ­
va presso l’O spedale di M ustapha, clinica universitaria, in cui si
trovano 81 posti letto. L’Ospedale Psichiatrico di Blida-Joinville,
2.200 posti letto e i distaccam enti di Aumale e Orléansville, con
300 e, rispettivamente, 200 posti letto, rappresentano il secondo
livello.
PROFILI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA IN ALGERIA 129

Il dipartim ento di O rano, il cui servizio di prim o livello si trova


presso l’Ospedale di O rano, dispone nel complesso di 545 posti
letto.
Per quanto riguarda il dipartim ento di Costantina il servizio
di prim o livello è nell’Ospedale di Costantina, con 76 posti letto.
I nuclei distaccati di Bougie, Philippeville, Guelma e Bordj-Bou-
Arreridj costituiscono il secondo livello, con 16 posti.
Q uesti servizi di psichiatria sono garantiti da un m edico psi­
chiatra per quanto riguarda il dipartim ento di Orano, un medico
psichiatra per quello di Costantina, cinque medici psichiatri per
l’Ospedale di M ustapha, dal m omento che la clinica universitaria
è presidiata dal Professor M anceaux e dai suoi assistenti. In altre
parole: per dieci milioni di abitanti ci sono otto psichiatri e 2.500
posti letto.
Inoltre, dal 1952, 536 malati di mente musulmani hanno rice­
vuto le loro cure negli ospedali della Francia metropolitana. Come
possiamo vedere, si trova un posto letto ogni circa quattromila abi­
tanti. Ma se teniamo conto - e bisogna tenerne conto - del fatto
che l’Ospedale di Blida-Joinville è in grado di assistere 1.200 m a­
lati e il progressivo intasamento dei suoi servizi lo sta privando a
poco a poco di ogni efficacia, arriviamo a m alapena a un posto
letto ogni settemila abitanti.
Possiamo facilmente immaginare la quantità di problem i che
una tale situazione pone ad uno psichiatra che voglia lavorare in
simili condizioni. Ci proponiam o in questo studio di m ostrare, a
partire dai tre profili dei ricoveri, delle ospedalizzazioni e delle di­
missioni, come una pratica psichiatrica di valore sia oggi estrema-
mente difficile.

I ricoveri

M entre in Francia m etropolitana i malati che si presentano in


ospedale, muniti di un certificato di ricovero e di una richiesta di
ammissione, vengono accolti immancabilmente, in Algeria è diver­
so, perché qui l’ammissione ha luogo solo nei limiti dei posti letto
vacanti (ovvero in funzione delle dimissioni o dei decessi). Al 23
settembre 1954 sono in lista d ’attesa, presso lo sportello di accet­
tazione di Blida, ben 850 pratiche, così ripartite: donne europee:
33; donne indigene: 141; uomini europei: 87; uomini indigeni: 583.
130 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Le pratiche provengono dai tre dipartim enti algerini e il loro


num ero è in continua crescita. Molte di esse sono state aperte da
diversi mesi, talvolta da oltre un anno (avviene addirittura che un
malato sia già guarito al m omento di essere ammesso in ospedale).
Questi prolungati ritardi sono causa di diverse tipologie d ’inci­
denti: a) reazioni aggressive da parte di soggetti ricoverati in ritar­
do; b) risposta aggressiva della famiglia nei confronti di un malato
di cui non si possono prevedere le reazioni; c) aggravamento del­
la condizione a causa del ritardo nelle cure; d) scandali di minore
entità: può succedere che malati condotti d ’urgenza in ospedale
siano rifiutati e stazionino a lungo davanti ai cancelli prima di ri­
tornare presso la propria famiglia.
Alcuni malati, dopo essersi abbandonati a reazioni violente, be­
neficiano di un non luogo a procedere ma sono tuttavia trattenuti
in carcere in attesa che si liberi un posto. Recentemente, il Prefetto
ha ingiunto al D irettore dell’O spedale di accogliere prioritaria­
m ente questi pazienti “medico-legali” entro un term ine massimo
di un mese. Va da sé che una tale misura non può essere applicata
che a scapito di quei soggetti che forse presentano i sintomi più
acuti e più caratteristici.
La modalità di ricovero per l’Ospedale nel suo insieme è pres­
soché uniforme: si tratta quasi sempre di ricoveri coatti, dal m o­
m ento che su 2101 malati presenti al 22 settembre 1954 si contano
solo 136 ricoveri volontari (di cui 15 a pagamento). La richiesta di
ricoveri volontari gratuiti è in effetti sottoposta a una complessa
indagine amministrativa sulla “situazione patrimoniale e famigliare
dei m alati” che non dura mai m eno di due o tre mesi. C ionono­
stante, possiamo notare come il num ero di ricoveri volontari gra­
tuiti tenda a crescere: una volta che il ricovero coatto è stabilito ma
l’ammissione non può essere posta in atto, le richieste finalizzate
a un ricovero volontario gratuito possono essere poste e spesso
condotte a buon fine prima deU’internamento.
Infine, una difficoltà di ordine prevalentemente amm inistrati­
vo si genera al momento del ricovero a causa dell’assenza di una
precisa identità per un certo num ero di malati (per lo più originari
del M arocco e dei erritori del Sud). Classificati semplicemente X
o S.n.p. (Senza nome patronim ico), sono in seguito riconosciuti
grazie a un num ero di matricola e a una fotografia.
PROFILI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA IN ALGERIA 131

La degenza

Siccome è impossibile am pliare i padiglioni, siamo stati co­


stretti a utilizzare ogni minimo spazio. E il sovraffollamento dei
servizi è divenuto tale che la capacità prevista dal regolam ento
è stata praticam ente raddoppiata ovunque: un padiglione previ­
sto per ospitare 32 tubercolotici ne accoglie 74. Un padiglione
previsto per ospitare 44 “agitati” ne conta 106. Un padiglione
previsto per 80 malati difficili ne conta 165, ecc. In tale m anie­
ra, l’ospedale previsto al m om ento della sua costruzione per 971
malati ne conta in questo m om ento oltre 2.000. Pressoché tutti i
refettori e alcune sale da bagno sono stati convertiti in dorm itori
e, per ultim o, osserviamo la comparsa, qua e là, di refettori non
più adeguati.
Q uale attività terapeutica possiam o sperare di realizzare in
un padiglione da 170 posti letto? Da 14 anni i medici chiedono
aH’Amministrazione di costruire dei laboratori, degli spazi ricre­
ativi. Anche la cappella, costruita venti anni fa, è utilizzata non
soltanto per il culto (un prete viene una volta al mese) ma è stata
trasform ata in laboratorio di ergoterapia, in aula per i corsi degli
infermieri, in sala cinematografica ecc.
Allo stesso modo anche nella Moschea è stato attrezzato un la­
boratorio per la lavorazione del vimine e di oggetti di sparteria. Il
Muftì viene due volte al mese per dirigere la preghiera.
Nei padiglioni, num erosi malati (quelli che non beneficiano
dell’ergoterapia) non hanno scelta: vengono scaricati nel cortile
dopo la colazione non essendovi uno spazio ricreativo. I degenti
hanno poche possibilità di sedersi, se non per terra, e in Algeria il
sole estivo è inclemente...
E stato necessario aumentare considerevolmente gli effettivi del
personale dei servizi economici: in cucina: 30 addetti; elettricisti: 8;
biancheria: 26 addetti; pittura: 19; muratori: 19; lavanderia: 20, ciò
che evidentem ente consente all’ospedale di assicurare la propria
m anutenzione senza aiuto esterno. Anche negli uffici si trova un
gran num ero di impiegati: 26.
Tra servizi economici e amministrativi si trovano oltre 280 im ­
piegati.
Contrariamente a questo sviluppo, le installazioni dei servizi ge­
nerali non hanno conosciuto una crescita parallela: i pannelli elet­
trici sovraccaricati vanno spesso in black-out, fatto tanto più spia­
132 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

cevole dal m omento che il riscaldamento dei padiglioni è elettrico.


L’insufficiente derivazione d ’acqua ne perm ette la distribuzione in
estate solo per tre ore al giorno, malgrado i gravi inconvenienti che
scaturiscono da questa situazione nei servizi, particolarm ente nel
caso degli incontinenti.
Malgrado ciò l’equipaggiamento medico è molto soddisfacente.
Tutte le richieste vengono soddisfatte abbastanza rapidamente e la
Commissione di Sorveglianza non ha praticam ente mai messo in
discussione una spesa di interesse medico. Il personale medico è
relativamente adeguato. Raggiungiamo quasi le cifre standard: uno
ogni 15 malati nei padiglioni calmi, uno ogni 10 in quelli d ’am­
missione o in quelli per gli agitati (il numero del personale medico
raggiunge attualmente le 820 unità).
Infine, da quest’anno, esiste una scuola per infermieri. 120
agenti sanitari seguono i corsi e a dicembre si terrà l’esame finale.
Dal momento che talvolta il reclutamento è avvenuto in condi­
zioni piuttosto eccezionali, accade spesso che, ahimè, troppi can­
didati siano analfabeti o sappiano a malapena scrivere il proprio
nome. Ma per fortuna la buona volontà non manca, come si suole
dire, e ogni volta che è stato richiesto uno sforzo supplem entare
al personale, questo ha risposto alla nostra necessità con estrema
spontaneità. Poco alla volta, anche i più svantaggiati dal punto di
vista intellettuale possono costituire un prezioso sostegno in un
servizio in cui è molto il lavoro richiesto.
Ma era tuttavia necessario cercare di regolamentare il recluta­
mento. Pertanto oggi è richiesta una licenza elementare o il supe­
ramento di un esame equivalente.
Queste misure sono state adottate rapidamente perché sul pia­
no locale l’équipe medico-amministrativa assume sempre maggiore
coscienza dell’importanza dei problemi collettivi. Così le condizio­
ni stesse di vita del degente migliorano progressivamente.
Grazie a questa collaborazione è stato possibile realizzare al­
cune cose. Abbiamo visto, infatti, nascere una rivista settimanale
la cui stam pa è stata sostenuta daH’amministrazione. N on essen­
dovi una sala per le feste, siamo costretti a passare le nostre serate
ricreative nei padiglioni e gli elettricisti e i falegnami sono messi
a disposizione dei malati per allestire il palco, l’illuminazione, il
suono ecc... Nello stesso modo, in occasione delle grandi festività
che scandiscono la religione musulmana, vengono servite ai malati
pietanze tradizionali.
PROFILI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA IN ALGERIA 133

O ltre a un contributo materiale, i servizi amministrativi e eco ­


nomici manifestano un grande interesse verso gli eventi sociali e
collettivi organizzati dai malati e sono il direttore e i medici ad aver
inaugurato il caffè moro.
Chiaramente sarà difficile proseguire se non si prende la deci­
sione di costruire la sala per le feste, reclamata da 15 anni dai d i­
versi medici che si sono succeduti qui. Le proiezioni cinem atogra­
fiche settimanali hanno luogo nella Cappella, le cui caratteristiche
e la cui acustica mal si prestano a tali iniziative.
Infine, sono state recentem ente organizzate gite settim anali in
corriera al mare.

Le dimissioni

Il problem a delle dimissioni è particolarm ente grave, soprat­


tutto per quel che riguarda i malati musulmani. Q uesto problema,
reso già difficile dall’esistenza di alcune componenti di ordine ge­
ografico, diventa di una complessità insormontabile in un contesto
in cui è assente qualsivoglia politica di igiene mentale e assistenza
psichiatrica. Di anno in anno, per una popolazione ospedaliera che
non cessa di aumentare con l’aggiunta di nuovi posti letto, il n u ­
mero di dimissioni diminuisce o rimane costante. Per riprendere
i termini del rapporto del 1951, l’ospedale si avvia lentamente ma
inesorabilmente verso una totale asfissia. Le cause di questo stato
di fatto sono molteplici:
1. I malati provenienti dai servizi di prim o livello sono selezio­
nati accuratamente, secondo una tabella di resistenza al trattamen­
to. Per quanto riguarda i servizi di base, l’Ospedale Psichiatrico di
Blida-Joinville (OPB) è un ricovero per incurabili.
2. I malati mentali musulmani arrivano all’OPB solo in seguito
a una lunga evoluzione verso lo stadio dello scandalo e del pericolo
pubblico.
3. I m usulmani m ostrano una certa riluttanza a far curare la
propria moglie in ospedale.
Se tutti questi fattori ricadono dolorosamente sulle possibilità
terapeutiche, altri contribuiscono a ostacolare il regolare processo
di dimissione quando questa è possibile.
1. Lo statuto della donna musulmana, che permette al marito di
risposarsi immediatamente, è all’origine di insormontabili difficoltà.
134 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Dopo essere state ripudiate, le donne guarite restano diversi mesi in


ospedale prima di poter fare ritorno nella casa di famiglia, che in as­
senza di qualsivoglia informazione dettagliata deve essere contattata
senza il possibile aiuto di un qualche servizio medico-sociale.
2. Le dimissioni in un am biente sconosciuto sono quasi tutte
destinate all’insuccesso. O ltre a essere pressoché impossibili in un
contesto musulmano, sono talmente temibili in un contesto euro­
peo che risulta più efficace non praticarle.
3. I contatti con famiglie distanti diverse centinaia di chilome­
tri sono complessi; sono m antenuti grazie aH’intermediazione di
amministratori o di funzionari ma in assenza di qualsiasi struttura
medica o paramedica.
4. Le sistemazioni in strutture per pazienti anziani, individui di
salute cagionevole o epilettici stabilizzati sono difficili da ottene­
re e spesso destinate al fallimento. In Algeria, la malattia mentale
mantiene allo stesso tempo anche il suo antico significato, tradizio­
nalmente sacro.
5. Presso i musulmani, la dimissione in prova è un’illusione di
fronte all’impossibilità di seguire, in assenza di un organismo per
l’igiene mentale, i progressi nel reinserim ento sociale e dirigere
quest’ultimo.
6. Q ueste difficoltà sono duplicate o triplicate nel caso di m a­
lati provenienti dai dipartimenti di O rano o Costantina. Non vi è
un percorso di ritorno, per un malato guarito, verso il servizio che
lo ha preso in carico e che sarebbe posizionato meglio, in termini
geografici, per risolvere tutti i problemi della dimissione.

Già nel 1940, il Professor Sutter, in un rapporto destinato al


Prefetto G aubert, chiedeva all’alta amministrazione: 1. dei dispen­
sari di profilassi mentale e post-cura; 2. un servizio sociale annesso
all’OPB; 3. l’attribuzione di un servizio di assistenza sociale; 4. una
società di patrocinio, per sostenere i malati in uscita o già usciti.
Si è dovuto attendere il 1954 per poter assistere a un inizio di
realizzazione.

Le succursali psichiatriche

Esistono due succursali psichiatriche, una a Aumale (a 120 Km


da Blida), l ’altra a Orléansville (a 180 km da Blida). L’imperativa
PROFILI DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA IN ALGERIA 135

necessità delle richieste [di ricovero] e il progressivo affollamento


dell’OPB con malati che hanno dato più o meno prova della loro
incurabilità, ha reso possibile, in assenza di edifici adatti alle tera­
pie attive, questa soluzione di fortuna e di comodo.
Attrezzate in maniera rudimentale in un ospedale generale che
finiscono con l’assorbire quasi interamente, tali succursali dipen­
dono direttam ente dal centro di Blida che ne ha la responsabilità
medica a oltre tre ore di distanza. I responsabili medici dell’OPB.
sono tenuti a visitarle una volta al mese, cosa che, in assenza di
qualsiasi medico e addirittura di qualsiasi interno stabile, li obbliga
ad assumersene la completa responsabilità.
In pratica, le succursali sono abbandonate alla competenza pro­
fessionale di anziani capi reparto dell’OPB. che le dirigono con
un personale assunto in loco e avente una formazione psichiatrica
molto approssimativa.
In seguito al sisma di Orléansville, i 200 malati di questa suc­
cursale sono stati dirottati verso l’OPB, dove in parte alloggiano
in tende. Per assicurare loro un vero riparo prima dell’inverno, il
Direttore sanitario presso il Governo Generale prevede di suddi­
viderli in diverse nuove succursali negli ospedali civili delle città
della regione (nell’attesa che siano costruiti gli ospedali psichiatrici
di O rano e Costantina). È lecito temere vi sia ancora molto da at­
tendere, in ragione soprattutto del fattore finanziario.
Infine, alcune disposizioni distinguono sul piano amministra­
tivo questo ospedale da un ospedale della Francia metropolitana.
Per esempio:
1. Il Direttore è scelto nell’ambito degli ospedali civili; non be­
neficia dello stesso statuto dei Direttori degli Ospedali Psichiatrici
Metropolitani e la sua assenza di specializzazione è un inconvenien­
te. Se dobbiamo congratularci solo con noi stessi per la competenza
e la comprensione dell’attuale Direttore, bisognerebbe temere, in
caso di sostituzione, un periodo di incertezza e di adattamento.
2. Al momento del congedo annuale del Direttore, o in caso di
sua assenza, il servizio amministrativo non è assegnato a un diri­
gente medico ma all’economo.
3. Un dirigente medico di servizio è membro della Commissio­
ne di sorveglianza, ecc.

L’esperienza ha dimostrato che queste anomalie non sono sem­


pre senza inconvenienti. Siamo decisi a lottare affinché questo
136 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

ospedale diventi un vero Ospedale Psichiatrico il più possibilmen­


te simile (per ciò che concerne i problem i appena elencati) a un
Ospedale Psichiatrico M etropolitano.

Conclusioni

Questo studio mostra che non possiamo dichiararci soddisfatti


delle condizioni locali di pratica psichiatrica che ci sono offerte - e
ancor meno dell’organizzazione attuale dell’Assistenza Psichiatrica
nei tre dipartim enti algerini.
Sul piano locale, confidiamo che l’Amministrazione vorrà ben
tenere in considerazione le nostre lamentele, regolarmente espres­
se da oltre dieci anni, e che essa terrà conto maggiormente dell’im­
portanza dell’Ospedale Psichiatrico nell’assetto ospedaliero gene­
rale. Ci auguriamo di vedere completato il nostro equipaggiamen­
to, di poter ridurre l’affollamento e restituire così all’istituto la sua
efficacia terapeutica.
Sul piano generale, è necessario accelerare la creazione dei di­
spensari d ’igiene mentale e dei centri di riabilitazione.
È soprattutto necessario che sia avviata la costruzione a O rano
e a Costantina di Ospedali Psichiatrici di capacità sufficiente e di
concezione razionale. Con chiara evidenza, la chiave del problema
è questa e i medici lo ripetono ormai da molto tempo.
Certo, non ignorano le difficoltà e le resistenze di ogni tipo,
specialmente di ordine locale, che l’Amministrazione deve spesso
fronteggiare, ma pare che la situazione sia ormai troppo grave per­
ché ci si possa accontentare di soluzioni remote e parziali.
Considerazioni etnopsichiatriche1

Da qualche anno si parla molto di etnopsichiatria. Sono state re­


datte importanti monografie e presentate relazioni.

1 Ho ricevuto questo testo da Martine Journeau, che l’ha a sua volta ricevuto da Pierre
Chaulet, medico e redattore - all’epoca - della rivista “Consciences maghribines”.
Chaulet, in un messaggio a Martine Journeau, datato 7 gennaio 2011, e relativo al la­
voro qui tradotto, scrive: “Vi segnalo che non è firmato, ma posso garantire l’origine
perché l’ho ricevuto dalle mani di Frantz Fanon in quanto membro del Comitato di
redazione della rivista”. Questa precisazione si rende necessaria perché il testo, pub­
blicato sulla rivista “Consciences maghribines” (3,1955), non riporta il nome dell’au­
tore, ed è introdotto da una nota redazionale dal titolo Aperfu sur le racisme, anch’es-
sa priva di riferimenti, scritta da Salah Louanchi e dallo stesso Pierrre Chaulet. La no­
ta contribuisce a situare meglio il significato del contributo di Fanon anticipandone
alcuni contenuti, e la riproduco pertanto qui di seguito:
“Questo razzismo, che le popolazioni del Maghreb conoscono bene per esserne la vit­
tima, i testimoni muti, o i partecipanti, s’insinua persino in quelle menti che sono ri­
tenute scientifiche. La semplice giustapposizione di testi o pubblicazioni mediche sul­
la psichiatria dei Nordafricani rappresenta una sintesi sconcertante del razzismo con
pretese scientifiche. Conviene notare a questo proposito alcuni fatti che fanno riflet­
tere sulle pratiche psichiatriche in Maghreb. 1. Non esiste una psichiatria autoctona. 2.
L’arma essenziale della psichiatria è la psicoterapia, cioè a dire il dialogo fra il malato
mentale e il medico. In Algeria [però] buona parte dei medici psichiatri ignora la lin­
gua. 3 .1 test psicologici utilizzati sono i test utilizzati nei paesi europei, e non pren­
dono minimamente in considerazione la cultura, la sociologia e le condizioni di vita
delle masse algerine”.
Per Fanon si tratta insomma di riconoscere nella psichiatria coloniale di quegli anni,
che si pretendeva scientificamente fondata sull’osservazione rigorosa e la classifica­
zione dei sintomi secondo il modello kraepeliniano e gli studi di anatomia patologi­
ca, il soggiacente progetto razzista. Si tratta di un razzismo scientifico, come anticipa
la nota di Louanchi e Chaulet, evidente in particolare là dove intendeva illustrare le
presunte caratteristiche psicopatologiche dell’Altro, del colonizzato, dell’Arabo o del
Nero. La critica dell’etnopsichiatria è dunque qui, senza alcun margine di dubbio, la
critica verso quella etnopsichiatria, verso una psichiatra immersa cioè nella notte oscu­
ra della colonia: è una psichiatria che mostra per intero la presunzione di parlare del­
la “duplice alterità” (psicopatologica e culturale) dei suoi pazienti, ignorando la vio-
138 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

L’Organizzazione M ondiale della Sanità ha da poco reso uffi­


ciali queste ricerche attraverso il rapporto di J.C. CAROTHERS. Le
acquisizioni attuali sembrano essere sufficientemente solide da au­
torizzare un tentativo di sistematizzazione.
È il Professor PO RO T, ad Algeri, che nel 19182 traccia il primo
tentativo di approccio psichiatrico del MUSULMANO. Nelle sue no-

lenza di un rapporto che non poteva essere, in alcun modo, terapeutico. Non si trat­
ta dunque di una critica rivolta all’etnopsichiatria come la s’intende oggi dopo i con­
tributi di George Devereux, Henry Collomb, Margaret Field, Ernesto de Martino,
Vincent Crapanzano, Tobie Nathan, Frangoise Sironi ed altri ancora, che questo ter­
mine hanno utilizzato nei loro scritti con ben diverso spirito: un’etnopsichiatria, la lo­
ro, che, come ho scritto altrove, vuole articolare il nesso fra malattia e cultura, fra di­
versi saperi e sistemi di cura (la scuola di Dakar), fra differenti teorie della persona,
del male o dell’efficacia terapeutica, senza per questo reificare la nozione di cultura e
senza trascurare l’orizzonte storico di questi stessi saperi o delle forme della sofferenza
(ciò che de Martino, in particolare, non mancherà di sottolineare). Il breve scritto di
Fanon è infatti una critica mirata: del pensiero dello psichiatra francese Antoine Po-
rot e della tristemente nota “Scuola di Algeri”, da lui fondata, o di quello di John Co­
lin Dixon Carothers, lo psichiatra che operava a Nairobi e aveva scritto, per conto
dell’OMS, un controverso “studio di etnopsichiatria” relativo alla “mente africana”
(The Africa» Mind in Health and Disease. A Study on Ethnopsychiatry, Ginevra, 1953),
uno studio sul quale si sarebbero formati non pochi psichiatri e psicologi africani
(sic!). Egli si limita a metterne in rilievo gli aspetti essenziali, in particolare il tentati­
vo di fondare una scienza psichiatrica dell’Africano sulla base di studi anatomopato-
logici o elettroencefalografici (quelli di Gallais), non risparmiando quell’ironia ta­
gliente (“incisivo”, “acquisizioni [...] sufficientemente solide”, “feconda idea”) che
caratterizza molti dei suoi scritti, lasciando al lettore il compito di cogliere i forti pre­
giudizi razziali di quelle teorie. Il testo di Fanon è però prezioso non solo all’interno
di un lavoro volto a ripercorrerne gli sviluppi teorici ma anche e soprattutto per evi­
tare arruolamenti sommari e strumentali del suo pensiero.
Esprimo ancora una volta la mia gratitudine a Martine Journeau, per la sua paziente
ricerca, e a Pierre Chaulet, che ne possedeva una rarissima copia e ne ha voluto far
dono, oltre che per averne consentito la traduzione. Secondo quanto ricorda Patrick
Eveno, che l’ha intervistato ad Algeri nel 1988 (e dalla cui introduzione all’intervista
riprendo queste informazioni), Chaulet, nato nel 1930 in Algeria e appartenente alla
terza generazione di immigrati francesi giunti alla fine dell’Ottocento, ha militato per
l’indipendenza dell’Algeria. Suo padre, Alexandre, aveva fondato uno dei primi sin­
dacati cristiani in Algeria. A partire dal 1948 Chaulet diventa sempre più sensibile al­
le misere condizioni della popolazione algerina attraverso gli scambi con i rappresen­
tanti delle organizzazioni giovanili, confluite poi nell’Association de la jeunesse algé-
rìenne pour l’action sociale (AJAAS), il cui nucleo dirigente avrebbe lanciato nel 1953
la rivista Consciences maghrihines. I primi contatti tra Fanon e il movimento di libera­
zione si realizzarono per mezzo dell’AJAAS, che gli chiese se era disponibile a pren­
dersi carico dei militanti affetti da disturbi mentali provocati dalle violenze della guer­
ra e dalle torture. Per la sua attività politiche Chaulet fu arrestato e imprigionato, ven­
ne poi espulso. Trasferitosi a Tunisi, continuò la sua azione politica all’interno del co­
mitato di redazione della rivista “E1 Moujahid”, sulle cui colonne anche Fanon scrisse
numerosi articoli [N.d.C.]. La traduzione è di Roberto Beneduce.
2 “Annales médico-psychologiques”, 1918.
CONSIDERAZIONI ETNOGRAFICHE 139

te di psichiatria musulmana egli ricordava, in un incisivo diagram­


ma, le principali caratteristiche dell’indigeno nordafricano:

- Assenza o quasi di emotività


- Credulo e suggestionabile all’estremo
- Testardaggine ostinata
- Infantilismo mentale, e spirito meno curioso di quello
del bambino occidentale
- Facilità di incidenti e di reazioni pititiasiche345.

Nel suo lavoro con Arrii, nel 19324, sull’impulsività criminale


dell’indigeno nordafricano, PO R O T non avrebbe introdotto m odi­
ficazioni significative nel suo punto di vista. Ricordava semplice-
mente che il cabilo è “intelligente, istruito, lavoratore, parsimonio­
so, e a partire da ciò sfugge alla debolezza mentale, tara fonda-
mentale dell’Algerino” (p. 590).
È soprattutto nel 1935, al Congresso dei Medici Alienisti e N eu­
rologi di lingua francese che si tenne a Bruxelles, che questa fe­
conda idea fu proposta. Discutendo il rapporto di BARUK sull’isteria
e prendendo in considerazione il caso particolare del nordafricano,
il Professor POROT ha potuto sostenere che l’indigeno, grande de­
bole mentale le cui attività superiori e corticali sono poco evolute,
è innanzitutto un essere primitivo la cui vita, essenzialmente vege­
tativa e istintiva, è principalmente regolata dal suo diencefalo. E il
minore choc psichico si esprime essenzialmente con attività dien­
cefaliche, assai più che per mezzo di reazioni psicomotorie e diffe­
renziate5.
N ell’aprile 1939, nella rivisita “Sud Médical et Chirurgical”6,
con il dottor SUTTER, il Professor PO R O T sarebbe ritornato sulla
questione. Studiando il problem a dell’epilessia7, questi autori con­
cludevano: “Il primitivismo non è una mancanza di m aturità, un
blocco significativo nello sviluppo dello psichismo individuale, è

3 Cioè a dire isteriche [il termine, proposto agli inizi del secolo dal neurologo Joseph
Babinski, si riferisce a quei disturbi “funzionali”, dunque non su base organica, quali
appunto l’isteria, evocabili secondo questo modello sulla base della suggestione e cu­
rabili attraverso la persuasione, dal greco peithein, “persuadere” (da Peitho, Dea del­
la persuasione) e iatikós, “guaribile”; N.d.C.].
4 “Annales médico-psychologiques”, 5, 1932, p. 588 e sgg.
5 P. 264.
6 Le primitivisme des indigènes Nord-Africains (ses incidences en pathologie mentale).
7 “Algérie Médicale”, mars 1938, p. 135 e sgg.
140 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

una condizione sociale giunta al termine della sua evoluzione, ed è


adattato in modo logico a una vita differente dalla nostra. Non è
soltanto una maniera d ’essere scaturita da un’educazione partico­
lare: esso ha dei presupposti assai più profondi e noi pensiamo an­
che che deve avere un suo substrato in una disposizione particola­
re dell’architettura, quanto meno della gerarchizzazione dinamica
dei centri nervosi”.
Così, per la Scuola di Algeri, il nordafricano ha una dominanza
sottocorticale, più precisam ente diencefalica. Le funzioni psico-
motorie, quando sono integrate a livello corticale, sono molto fra­
gili, labili e dipendono, di fatto, dal diencefalo.
E a questo punto che numerosi lavori diretti da Gallais forni­
ranno a queste ipotesi una radice scientifica.
Studiando i tracciati dell’elettroencefalogramma presso i Neri,
gli autori concludono per l’esistenza di u n ’imm aturità neuronaie
con tendenza a manifestazioni parossistiche, che prova, d ’altra par­
te, la predominanza dei nuclei della base.
Si trova così verificata l’ipotesi della Scuola di ALGERI: sul pia­
no psicofisiologico il Nero Africano somiglia molto al nordafrica­
no e c’è così una unità dell’Africano.
Nel 1954 il dottor J.C. CAROTHERS8 fu incaricato dall’Organiz­
zazione M ondiale della Sanità dello studio etnopsichiatrico del ne­
ro Africano. Il suo contributo, che d ’altronde si limita all’Africa In­
glese, è [nelle conclusioni] conforme a quelle degli autori francesi.
La lobotom ia, alla quale la neuro-chirurgia ci ha abituati, ha
permesso all’autore di comprendere meglio l’Africano perché, egli
afferma, “La somiglianza tra il malato Europeo leucotomizzato9 e
il primitivo Africano è assai spesso completa”, [o ancora] “L’Afri­
cano, con la sua totale mancanza di capacità di sintesi, non deve, di
conseguenza, che utilizzare assai poco i suoi lobi frontali e tutte le
particolarità della Psichiatria Africana possono essere ricondotte a
questa pigrizia frontale”10.

8 Psychologie normale et pathologique de l ’Africain. Etudes ethno-psychiatriques, Masson


& Cie Editeurs [si tratta dell’edizione francese, quella inglese era apparsa l’anno pri­
ma; N.d.C.].
9 La lobotomia e la leucotomia consistono nella recisione delle connessioni interemi-
sferiche, con l’effetto di azzerare le manifestazioni comportamentali meno controlla­
bili (agitazione, aggressività ecc.) così come la possibilità di esprimere esperienze al­
lucinatorie. La conseguenza di questo intervento che si voleva terapeutico è la dram­
matica riduzione del paziente ad uno stato pressoché vegetativo [N.d.C.].
10 Ivi, p. 176.
CONSIDERAZIONI ETNOPSICHLATRICHE 141

“Tali sono i dati dei casi che non concernono le categorie euro­
pee. Essi sono stati raccolti in differenti regioni dell’Africa - Est,
Ovest, Sud - e nell’insieme ogni autore non aveva che scarne co­
noscenze dei lavori realizzati dagli altri ricercatori [sullo stesso ar­
gomento] . L’essenziale similitudine di queste ricerche è dunque
davvero un fatto rilevante”11.

Il Ivi, p. 178.
Il TAT con donne musulmane
Sociologia della percezione e dell’immaginazione1

Il TAT (Thematic Apperception Test), un test proiettivo, con­


siste nel sottoporre a un soggetto una serie di situazioni, di p a ­
norami percettivi, all’interno dei quali emergono spontaneamente
delle linee di forza che perm ettono una ristrutturazione per l’Io di
questo campo.
Il polimorfismo dei contenuti formali, la progressiva comples­
sità delle situazioni, la ricca ed eterogenea costellazione delle pos­
sibili identificazioni consentono la comparsa, sul piano dell’identi­
ficazione, di significati ambigui.
I lavori sul TAT sono rari, in num ero non paragonabile all’ab­
bondanza bibliografica relativa al test di Rorschach. D urante il
Congresso Internazionale di Psichiatria del 1950, Guerra, in uno
studio esaustivo e dottrinale sui metodi di proiezione, ha fatto par­
ticolare riferimento al TAT. La prospettiva dell’analisi fattoriale di
G uerra rimane ancora opinabile, ma per la prima volta compaiono
dati fenomenologici, gestaltici, antropologici: così, per esempio,
viene menzionato l’incontro tra l’uomo e le circostanze [della sua
esistenza]. In ogni caso, u n ’affermazione di G uerra va tenuta a
mente: “Come prova di proiezione, il TAT presenta alcune caratte­
ristiche di partenza che riflettono un’epoca e una struttura sociale
determ inata”2.
Nel contesto di civiltà occidentali più o meno equivalenti sul
piano della tecnica, ma con caratteristiche culturali talvolta specifi-

1 Comunicazione al Congrès des médecins aliénistes et neurologues de France et des


pays de langue franjaise, 30 agosto-4 settembre 1956. In collaborazione con C. Gero-
nimi (Blida-Joinville)
2 A. Guerra, Le TAT comme modèle des méthodesprojectives, in “Psychiatrie clinique”,
p. 36 e sgg., Congrès International de Psychiatrie, Hermann et C., Paris 1950.
IL TAT CON DONNE MUSULMANE 143

che, è quindi necessario prendere in considerazione i ritmi di vita,


i costumi, la verità sociale.
In tem pi recenti, Om brédane, in un intervento tenuto presso la
Reale Società Belga di Etnografia, ha ripreso la questione. Legitti­
m ando la posizione dottrinale di Guerra, Om brédane elabora una
modalità di TAT specifica per i neri del Congo belga3.
In N ord Africa, abbiam o da parte nostra com piuto u n ’espe­
rienza piuttosto originale che vorremmo riferire.
Abbiamo sottoposto il TAT standard a un numero discretamen­
te elevato di donne musulmane ricoverate presso il reparto aperto
dell’Ospedale psichiatrico di Blida. Abbiamo registrato una dozzi­
na di osservazioni. Si tratta di persone affette da lievi ipocondrie a
sfumatura ansiosa, di pazienti caratteriali evolutive che vivono nel­
la propria famiglia senza gravi disturbi del comportamento, e di un
caso di una mania insorta in età giovanile, guarita senza postumi4.
Quale atteggiamento generale possiamo riscontrare in questo
caso? Come reagisce al TAT la donna musulmana? Come vive il
test? In quale modo lo comprende?
Nella donna europea, la percezione è totalm ente e im m edia­
tam ente soddisfatta. L’europea si integra im m ediatam ente sulla
scena. La m usulmana adotta invece a questo riguardo un atteg­
giamento radicalmente diverso. La vediamo così consacrarsi a uno
sforzo paziente, laborioso, tenace, di decifrazione, di analisi.
Esempi.
Scena 3 BM (osservazione 4).
“Non so se sia un ragazzo o una ragazza. Credo si tratti di una
ragazza. Non so dire che cosa stia facendo. Non so cosa dire. Non
capisco. Forse è malato. H a male alla testa. (“Sono stanca”, dice
con un sospiro).
Scena 11 (osservazione 7).
“Si direbbe il mare, ma il mare è blu o verde, e qui è nero. Non
è il mare, forse è un villaggio (gira e rigira la tavola), sembrerebbe
un aereo, una nave, ma non è niente di tutto ciò. Non capisco. Si
direbbe un serpente? Si direbbe una persona (le pietre). (La tavola
è nel senso corretto). Si direbbe che ci sono delle persone, ma non
si distinguono bene” (le pietre).

3 A. Ombrédane, Exploration de la mentalité des Noirs Congolais au moyen d’une


épreuveprojective. Le Congo TAT, 1954.
4 Dal punto di vista etnico, abbiamo tre donne kabile e nove arabe. L’età media è di 23
anni. Il contesto rurale è predominante. Nessuna malata sa leggere.
144 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Questa inabituale maniera di procedere trasforma il test in una


prova di performance intellettuale. Si ha l’impressione che i malati
si accaniscano a ritrovare nella tavola il maggior num ero di cose
conosciute. Paradossalmente, ciononostante le risposte fornite so­
no disorganizzate, povere, non articolate. Il più delle volte ottenia­
mo solo un arido elenco. Non si evidenzia alcuna linea fondam en­
tale. N on com pare alcuna struttura. La narrazione è inesistente.
Non vi è scena, né dramma. Ci sono consegnati in ordine sparso
elementi diversi raccolti a caso sulla scena. Non vi è traccia di quel
che Dana definisce “organizzazione percettiva”. A dispetto delle
nostre precise consegne, le donne musulmane non ci dicono quello
che succede, ma quello che c’è.
Allo stesso modo, segnaliamo delle identificazioni difettose: è
così che il violino della tavola 1 è descritto come “feretro”, “culla”;
le croci del cimitero (tavola 15) sono descritte come spazzoloni,
cucce per cani. Elementi che saltano agli occhi, come il sole della
tavola 17 G.F., o il fucile della tavola 8 B.M., non sono percepiti.
Per quanto attiene al livello di organizzazione del test, in cui
situazioni dal tono conflittuale e atteggiamenti ambigui dei perso­
naggi suscitano generalmente il coinvolgimento dell’Io, si otten­
gono risposte povere, semplici, non significative. L’analisi delle
modalità percettive mostra che il test non è capito ed è trasformato
in un test di decifrazione, di lettura. Questo atteggiamento intellet­
tuale, razionale, puntinista, in equilibrio instabile, se ci riferiamo ai
propositi di Murray5, è paradossalmente comprensibile. Esso deri­
va dalla situazione in cui noi poniamo i malati. In effetti, chieden­
do loro di descrivere, di vivere una scena elaborata da occidentali,
per degli occidentali, li si immerge in un m ondo diverso, straniero,
eterogeneo, di cui non possono appropriarsi. Le loro prim e rea­
zioni sono d ’altronde reazioni di stupore, di perplessità di fronte
all’ignoto: “Mio Dio, che cosa è questo?”. Le donne musulmane
cercano nella tavola degli elementi identificabili, ma le linee di for­
za che organizzano la percezione mancano: i malati “sezionano”
la scena senza mai viverla. E chiaro quindi che a dispetto di uno
sforzo intellettuale così importante, così laborioso, si siano potute
ottenere solo risposte disorganizzate, che non oltrepassano lo sta­
dio dell’elencazione, lo stadio del “c’è ”. Allo stesso modo, possono

5 Henry H. Murray (1893-1988) fu insieme a Christiana Drummond Morgan (1897-


1967) l’ideatore del TAT [N.d.C.].
IL TAT CON DONNE MUSULMANE 145

essere facilmente spiegati gli errori percettivi e gli elementi passati


inosservati. È l’assenza di correlazione tra gli “stimoli percettivi”
offerti all’investigazione dei nostri soggetti, alla loro personalità, e
l’attesa di un m ondo culturale preciso, esigente, in un certo senso
contratto, come in uno spasmo, che rende conto di questi errori.
Le risposte incoerenti, inadatte, incerte, disarticolate, le perce­
zioni dall’aspetto caricaturale, ci indicano che il nostro metodo è
falso. Le dinamiche operanti in seno alla società magrebina, il vis­
suto del m ondo europeo circostante, la condizione marginale del
m usulm ano che induce una scotomizzazione e una mancanza di
interesse, la verità culturale, avrebbero dovuto essere problematiz­
zati. Il disadattamento dei nostri malati è il corrispettivo dell’ina­
deguatezza del metodo.
L’esplorazione dell’im m aginazione delle nostre m alate si è
scontrata con analoghe difficoltà. Alla domanda: “Secondo voi,
cosa è successo? Cosa potrebbe succedere?” abbiamo ricevuto in
risposta solo rari racconti, senza valore psicanalitico. Le risposte
brevi, disorganizzate, sono di una costante banalità. N on vi è nulla
d ’inventivo. Se il TAT si propone di stimolare la creatività lettera­
ria, possiamo dire che nel caso delle nostre malate quest’obiettivo
non sia mai stato raggiunto. Altre malate si sono del resto rifiutate
di inventare. Esse opponevano un’ignoranza assoluta: “Non so co­
sa è successo prima... non dico quello che non so”.
Altre giustificavano il loro rifiuto in virtù di precise esigenze
coraniche: “Non posso m entire, perché è peccato. Solo Dio sa
quello che accadrà”. In questa prospettiva, appropriarsi dell’av­
venire significa sostituirsi a Dio, cosa inimmaginabile per un mu­
sulmano. In realtà, noi dobbiam o cercare quel che si cela dietro
questa assenza di immaginazione, questo rifiuto della fantasia. Dire
che la donna musulmana è incapace di inventare, riferendosi a una
specifica costituzione genetica, una costituzione che farebbe parte
del più generale quadro del primitivismo, ci pare essere una posi­
zione difficilmente difendibile. Alla stessa maniera, la spiegazione
proposta dalla donna musulmana, la sua necessità di fare appello
a interdizioni coraniche, è un atteggiamento al di là del quale è
necessario vedere quel che si cela.
In realtà, tale atteggiamento si spiega attraverso la logica stessa
dell’immaginario. La vita immaginaria non può essere isolata da
quella reale: sono il concreto, il m ondo oggettivo, a nutrire co­
stantemente, a permettere, legittimare e fondare l’immaginario. La
146 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

coscienza immaginaria è certo irreale, ma essa si abbevera al m on­


do concreto. L’immaginazione, l’immaginario, sono possibili solo
nella misura in cui il reale ci appartiene. La tavola qui costituisce
la matrice. Ora, nella nostra analisi delle modalità percettive del­
le malate esaminate, abbiamo segnalato che la scena non forniva
nessuno degli schemi, dei pattern culturali specifici. Non vi è om o­
geneità tra quel che viene presentato alla malata è ciò che lei cono­
sce: il m ondo che le viene presentato è già un m ondo sconosciuto,
straniero, eteroclito. Di fronte a oggetti inconsueti, a situazioni
non identificabili, respinta da panorami ostili perché eterogenei, la
musulmana non può elaborare un’esistenza immaginaria. Le rare
narrazioni ottenute non ci restituiscono un mondo.
Segnaliamo un elemento interessante di questo test. Di fron­
te alla tavola bianca, l’immaginazione, non più ostacolata da una
morsa culturale estranea, si è potuta sviluppare. Senza impuntarsi
su un m ondo che le esclude, le nostre malate costruiscono delle
narrazioni ricche e variegate.
Sebbene condannata da una sistematica sconfitta, ci è sembra­
to opportuno riferire questa esperienza. Attualmente stiamo ela­
borando, dopo u n ’inchiesta culturale, un test proiettivo rivolto ai
musulmani magrebini. I pochi tentativi intrapresi confermano la
nostra conclusione; l’apparente indeterminazione dei test proiettivi
va inscritta in un quadro spazio-temporale animato da dinamismi
culturali omogenei alle istanze psico-affettive interrogate.
L’atteggiamento del musulmano magrebino di fronte
alla follia1

Nello spazio dedicato dai m anuali alla storia della psichiatria


è costantem ente segnalata la creazione, nei paesi musulmani, di
istituti per alienati fin da prima del Medioevo, un’epoca in cui tali
istituzioni erano ancora estremamente rare.
L’atteggiamento del musulmano nei confronti della follia riveste
dunque per noi un’importanza non trascurabile.
In questo lavoro ci lim iterem o allo studio della posizione del
musulmano magrebino al cospetto della malattia mentale alla luce
della nostra esperienza in N ord Africa, più esattamente in Algeria.
E un classico ormai parlare del rispetto e della venerazione dei
popoli musulmani nei confronti dei malati mentali i quali, si dice,
sono in stretto rapporto con il misterioso m ondo dei geni2: l’oc­
culto provocherebbe rispetto, genererebbe venerazione. Per quan­
to riguarda il Magreb, questa affermazione non ci pare del tutto
esatta. Cerchiamo di interpretare i fatti illuminandoli dall’interno,
e non ritenendo superfluo lo sguardo che il magrebino stesso pro­
ietta sul m ondo. In che m odo egli si comporta di fronte a coloro
che egli considera, nel suo ambiente, come individui affetti da una
malattia mentale?

1 Articolo pubblicato in “Revue pratique et sociologie de la vie sociale et d’hygiène


mentale”, 1956, 1, pp. 24-27. In collaborazione con Francois Sanchez (Algeri).
2 Ho scelto in questo caso di utilizzare il termine “genio”, qui inteso nella accezio­
ne classica di spirito, demone o nume, per rimanere aderente all'originale francese
“génie” e al termine arabo “Jinn”, cui si fa presumibilmente riferimento, che indica
quelle creature sovrannaturali che interferiscono (negativamente, ma talvolta positi­
vamente) con la vita terrena degli uomini, già presenti nella tradizione pre-islamica e
assorbiti poi dall'Islam. Mentre i termini “genio” e “génie” sono polisemici, l’inglese
“genie” traduce esclusivamente la figura araba dei “Jinn”, senza sovrapporsi al termi­
ne “genius” [N.d.T.].
148 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Vorremmo, prim a di rispondere a questa domanda, tentare di


definire l’atteggiamento dell’occidentale, in un contesto popolare,
in una tale circostanza.
L’occidentale, in generale, crede che la follia alieni l’uom o, e
che non si potrebbe com prendere il com portam ento del malato
senza tener conto della malattia. Tuttavia questa convinzione non
comporta sempre, nella pratica, un atteggiamento coerente, e spes­
so tutto avviene come se l’occidentale si dimenticasse della malat­
tia: all’uomo occidentale l’alienato sembra mostrare un certo com­
piacimento nei confronti della sua condizione patologica e tendere
più o meno ad approfittarne per abusare di chi gli sta intorno. Il
malato è abbastanza responsabile delle sue parole e dei suoi atti, la
sua volontà vi è vincolata. Se egli è aggressivo, non bisogna credere
che tale aggressività appartenga interamente al dominio del patolo­
gico, essa è in parte ambigua, vi si mescola un’intenzione cosciente
di nuocere, e i colpi [che sferra] contengono ed esprimono delle
risposte che non mirano solo a dominare, ma nello stesso tempo a
punire [gli altri].
Un tale malato giace sempre immobile, paralizzato in un an­
golo, e si rianima solo per consumare i pasti o raggiungere il suo
letto. Si è tentati di pensare che egli abbia scelto di vivere da paras­
sita della società, deciso a lasciarsi morire di fame qualora fosse ab­
bandonato. La collettività arriva a pensare la sua dipendenza come
una costrizione morale esercitata su di essa dal malato. Non è raro,
nell’ospedale psichiatrico, notare interpretazioni simili da parte
del personale medico. Un certo infermiere si riterrà [per esempio]
preso di mira dall’arroganza irrispettosa di un megalomane e ser­
berà nei suoi confronti rancore, che all’occorrenza potrà manife­
starsi nella negazione di uno spuntino, o di una passeggiata3*5. Così,
la m adre che si vede ricevuta malamente dal figlio cui ella rende
visita in ospedale, si allontana con il cuore infranto. Certo, sa bene
che il figlio è malato, ma non gli riconosce il “diritto” a una tale
condotta, a non tener conto della sua età avanzata, del suo affetto,
della sua sollecitudine.
3 Serbiamo il ricordo di un epilettico i cui sbalzi d ’umore, accompagnati da osserva­
zioni sgradevoli nei confronti del personale del suo padiglione, avevano “spinto” gli
infermieri a lamentarsene presso il dirigente medico, fino a chiedere “un giro di vite”
nei confronti del malato che abusava della gentilezza di tutti. Pensiamo anche a certi
articoli di giornale che parlano di “follia sanguinaria”, di folli assassini che sono delle
vere “belve immonde” e che giungono spesso a trarre profitto dalla “credulità” degli
incaricati delle perizie psichiatriche.
L’ATTEGGIAMENTO DEL MUSULMANO MAGREBINO 149

Se vi è una certezza ben stabilita, questa è quella che il magre­


bino possiede rispetto alla follia e al suo determinismo. Il malato
mentale è in questo caso assolutamente alienato, non è responsabi­
le dei suoi disturbi; solo i geni ne sono interam ente responsabili. Il
malato è una vittima innocente del o dei geni che lo possiedono4.
N on è colpa sua se egli è volgare e minaccioso, o se persiste nella
sua totale apatia. La madre, insultata o picchiata dal figlio malato,
mai penserà di accusarlo di m ancanza di rispetto o di intenzioni
omicide, e sa che suo figlio in tutta libertà non saprebbe volerle
male. Non è mai il caso di attribuirgli atti che non dipendono dalla
sua volontà, che è totalm ente sottomessa all’influenza dei geni. La
collettività non adotta mai un atteggiamento diffidente o aggres­
sivo nei confronti del malato, e in linea di principio quest’ultimo
non è escluso dal gruppo. Tuttavia è possibile che le persone del­
la sua cerchia facciano ricorso a strum enti di contenzione. N on è
d ’altronde prudente in certi casi avere un controllo tem poraneo
dei geni che sembrano voler minacciare la sicurezza del malato o
del gruppo? Essi solamente sono responsabili di questi eccessi. Il
gruppo è concorde nel non attribuire al paziente alcuna intenzione
di nuocere. Sono in gioco solo la cattiveria e l’ambivalenza di geni
morbiferi. La condotta del malato è “interpretata” in funzione del­
le credenze condivise. La fiducia nei suoi confronti rimane intatta.
Nei confronti di una persona disturbata sono mantenute la sti­
ma e la considerazione sociale. La “malattia-genio” è una malattia
accidentale; più o meno duratura, essa rimane comunque contin­
gente, incidendo solo sull’apparenza, non sull’Io sottostante. Vi
è sempre anche la speranza di una guarigione. Questa rimane la
maggior preoccupazione dell’ambiente che circonda il malato. Se­
condo l’opinione di tutti, è necessario il pellegrinaggio ai santuari5.
Q ueste visite terapeutiche saranno, in caso di necessità, ripetu­
te. Se non sopraggiunge la guarigione, questo fatto deve indurre
a continuare una terapia che si presenta come la più efficace, a
condizione di non abbandonarla prematuramente. Il fatto che si

4 II riferimento è qui all’esperienza caratteristica della possessione da parte degli spiriti,


che vede responsabili jinn diversi, come nel caso di Aicha Qandicha, nel culto Ham-
dacha, diffuso soprattutto in Marocco [N.d.C.].
5 Gli autori fanno riferimento alla pratica, diffusa ancora oggi e oggetto di non poche
controversie, di recarsi alle “tombe dei santi” (si veda più innanzi il testo) dove i mala­
ti, curati da parte di uno fquih, trascorrono periodi variabili di tempo sottoponendosi
a diversi rituali di cura, come ad esempio lo 'sra, le cui caratteristiche sono assimilabili
alla struttura dei rituali esoreistici [N.d.C.].
1.50 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

manifesti un miglioramento prova quanto sia utile completare un


trattam ento che ha già allontanato uno o più geni. Se sopraggiunge
la guarigione, il soggetto può, da questo momento, riprendere il
suo posto nella società senza dover tem ere alcuna diffidenza né
alcuna ambivalenza da parte del gruppo. Sarà per lui possibile par­
lare della propria passata malattia senza alcuna ombra di reticenza.
D ’altra parte, quale utilità avrebbe nascondere uno stato che non
vi ha coinvolto direttamente? Si interroghi un magrebino sui suoi
familiari, [e si vedrà che] senza alcun imbarazzo egli parlerà dei ca­
si di follia di cui può essere a conoscenza: i geni non si trasm etto­
no per via ereditaria. Ricordiamo dei casi in cui viene menzionato
nel contratto di matrimonio il dovere, per lo sposo, di condurre la
moglie periodicam ente da un certo m arabutto; conviene [infatti]
adempiere scrupolosamente a una promessa fatta al santo che ha
permesso la guarigione della giovane sposa.
In definitiva assistiamo nel M agreb a u n ’armoniosa articolazio­
ne di credenze che perm ette la creazione e la messa in funzione di
una “assistenza psichiatrica”. Certo, quest’assistenza è rudimentale
e non può pretendere di controllare il problema della follia, se non
in maniera frammentaria attraverso la semplice messa in opera del­
la buona volontà individuale o famigliare, che un tale caso parti­
colare tocca da vicino. Sul piano sociale, non si può parlare di una
“resa” soddisfacente del sistema dal punto di vista quantitativo.
Poggiando solidamente su basi culturali, il sistema possiede però
sul piano umano un grande valore, che non si può limitare alla sola
efficacia della terapia magrebina. Q uesta forma naturale di assi­
stenza è pregna di uno spirito profondamente olistico che conserva
intatta l’immagine dell’uomo norm ale m algrado l’esistenza della
malattia. Che la malattia rappresenti una punizione o una grazia
divina, tutto questo sfugge al gruppo, i disegni divini sono imper­
scrutabili6: il suo atteggiamento è guidato dalla preoccupazione per
il rispetto dell’uomo. Colui che è considerato un malato mentale
è protetto, nutrito, m antenuto dai suoi nella misura del possibile.
Non è la follia a suscitare rispetto, pazienza o indulgenza, è l’uomo
colpito dalla follia, dai geni: è l’uomo in quanto tale. Le premurose
attenzioni rivolte a un malato affetto da tubercolosi sottintendono
[forse] un particolare sentimento rispetto alla tubercolosi in sé?

6 Mektoub [in arabo indica il destino dell’uomo, fissato da Dio e sconosciuto all’uomo:
“(ciò che) è scritto” [N.d.C.].
L’ATTEGGIAMENTO DEL MUSULMANO MAGREBINO 151

Rispetto del folle perché egli, m algrado tutto, rimane un uomo,


assistenza al folle perché egli è sotto il giogo di potenze nemiche.
Non si tratta mai di rispettare il folle [in quanto tale], ancor meno
di venerarlo.
Tuttavia non è il caso di passare sotto silenzio alcuni fatti. Seb­
bene non sia troppo frequente, capita di trovare in talune regioni,
in certi douar [villaggi], dei malati mentali che sono realmente og­
getto di rispetto e venerazione da parte della collettività, o quanto­
meno da parte di alcune persone. Il malato non è considerato un
folle, mahboul, o un posseduto dai geni, majnoun. Lo si considera
un santo, si crede nella sua baraka, nel suo potere benefico. Si pen­
sa che il suo spirito sia attirato a sé da Dio, majdzoub, il pensiero
um ano non abita più il suo cervello. Che si tratti di un ritardo
mentale o di una psicosi, le fantasie del malato, le sue bizzarrie, i
suoi disturbi sono in generale tollerabili e compatibili con l’opi­
nione del suo ambiente7. Siamo a conoscenza di casi di malati che
sono stati internati in manicomio malgrado la volontà delle loro
famiglie, che li consideravano come dei santi, liberi da qualsiasi
m alanno. Qualche famiglia, rim asta senza risorse, è addirittura
venuta a chiedere le dimissioni del “suo” malato, che ha sempre
considerato un m arabutto, al fine di trarre qualche profitto dalla
pietà dei fedeli.
In definitiva, tale è l’atteggiamento del magrebino nei riguardi
della follia. Questo im portante aspetto meritava qualche conside­
razione. Ci è parso interessante approfondire come il nordafricano
viva il problema della follia.

Se l’Europa ha ricevuto dai paesi musulmani i primi rudimenti di


assistenza agli alienati, essa ha offerto loro in cambio una razionale
comprensione dei fenom eni mentali781

1 Cfr. E. Dermenghem, Vie des Saints musulmani, Baconnier, Algeri, 1940-1944, p. 283
e sgg.; Edmond Doutte, Les marabouts, Leroux, Paris 1900, p. 77.
8 Questa frase è posta in un riquadro, aggiunta forse dalla redazione della rivista come
a offrire un commento, e un “confine”, alle osservazioni degli autori [N. d. C.].
Limiti e valore del day-hospital in psichiatria1
Centro neuropsichiatrico diurno di Tunisi12

P r im a pa r t e
Introduzione generale

Dopo la seconda guerra mondiale, si sono posti con urgenza ai


medici di diversi paesi i problemi dell’Assistenza Psichiatrica. Sap­
piamo che, prima del 1939, era stata data priorità, da un lato, alla
prevenzione e alla diagnosi precoce dei disturbi mentali, dall’altro,
alla semplificazione delle formalità amministrative che ruotavano
intorno al ricovero dei malati mentali.
Per fare solo un esempio, la legge del 1938 adottata in Francia
mirava proprio a liberare gli ospedali psichiatrici dal loro carattere
carcerario. Durante la guerra, la recrudescenza dei disturbi m enta­
li e, soprattutto, la loro improvvisa comparsa, dovevano condurre
i medici anglosassoni a intensificare la pratica della “open-door”
negli ospedali psichiatrici. Questa formula delle porte aperte, inau­
gurata da Duncan Mac Millan a Nottingham e in seguito ripresa
in num erosi paesi, consente ai malati di essere curati liberam en­
te all’interno dell’ospedale, perm ettendo così il maggior num ero
possibile di contatti tra il m alato e l’am biente sociale: visite dei
familiari, permessi, congedi, dimissioni anticipate, uscite di prova.
Certo, i primi malati a poter usufruire del sistema della “open-
door” furono dei nevrotici, dei pre-psicotici, ma lo studio dei mala­
ti definiti “cronici” aveva mostrato che gran parte dei sintomi erano
1 Pubblicato in “Tunisie Médicale”, 37, 10, 1959 , pp. 689-732. Una traduzione italiana
a cura e con una introduzione di Paolo F. Peloso (“Tunisi 1959: un esperimento di
ospedalizzazione diurna in psichiatria”) è apparsa in “Studi culturali”, 2, 2005, pp.
291-311.
2 Intendiamo ringraziare il prof. S. Ammar per averci consentito la riproduzione di
questo articolo.
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 153

di ordine nevrotico e che, paradossalmente, il manicomio aggravava


la malattia favorendo l’evoluzione psicotica. Un passo ancora, e fu
così inaugurato il principio del “day-hospital”, il ricovero giornalie­
ro, le cui esperienze più convincenti furono condotte in Inghilterra,
Danimarca e Canada.
Quali sono i principi del day-hospital?
1. Innanzitutto, il m alato non rompe i legami con il proprio
ambiente familiare, e talvolta nemmeno con quello professionale.
2. La sintom atologia psichiatrica presentata dal m alato non
scompare a causa del ricovero, perché gli elementi del conflitto, la
configurazione conflittuale, rimangono presenti e vivaci nel conte­
sto familiare, in quello sociale, in quello professionale.
N on si assiste alla magica scomparsa della tensione, osservazio­
ne tipica nel caso dell’internam ento, e si ha la possibilità di studia­
re costantemente le reazioni del malato nel contesto naturale della
sua esistenza.
Negli ospedali psichiatrici di vecchia concezione il m alato
era sottratto al suo am biente conflittuale e molto spesso si aveva
l’impressione di una improvvisa scomparsa dei sintomi nevrotici
non appena le porte dell’istituto si chiudevano alle sue spalle. In
questo senso si poteva affermare che l’ospedalizzazione provoca­
va un allentamento della tensione. Ma gli atteggiamenti nevrotici
rimanevano presenti e si assisteva alla loro abreazione alla prima
visita della moglie, del m arito, oppure alla minima rievocazione
delle difficoltà del passato. L’ospedale psichiatrico stendeva un ve­
lo di protezione intorno al malato, ma si trattava in questo caso di
una falsa protezione, poiché si favoriva la letargia del malato: una
sorta di sonno vigile in cui il malato conduceva una vita vegetativa.
E l’attenzione del medico era attirata solo dai disturbi del com­
portam ento del malato, insorti molto spesso proprio a causa delle
condizioni di vita nell’istituto.
Il ten tativ o com piuto dai medici per creare all’in tern o
dell’ospedale una neo-società (si tratta dell’esperienza della terapia
sociale) mirava infatti a imporre al malato situazioni simili al m on­
do esterno, al cui interno il malato potesse rivivere atteggiamenti
nevrotici simili a quelli che si erano verificati in precedenza.
Possiamo quindi notare come il day-hospital risponda a due
bisogni: 1) alla diagnosi e al trattamento precoce dei disturbi del
comportamento; 2) al mantenimento del massimo dei contatti del
malato con il m ondo esterno, di modo che nessun atteggiamento
154 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

nevrotico, nessuna situazione conflittuale scompaia come per m a­


gia. Non si tratta quindi di separare il malato dalla vita sociale, ma
di realizzare una terapia nel contesto della vita sociale.
Nella prospettiva dell’Assistenza Psichiatrica, si tratta di un
tentativo di liberarsi dall’atmosfera di sicurezza apparente che di­
spensa l’esistenza dell’ospedale psichiatrico.
Le esperienze di day-hospital che sono state realizzate sono ad
oggi rare. Esistono al massimo venti day-hospital al mondo, e sem­
pre si è trattato di paesi tecnologicamente avanzati; mai una tale
esperienza è stata tentata in un paese sottosviluppato. Risultava
importante, dal punto di vista metodologico, domandarsi per pri­
ma cosa se un day-hospital fosse possibile in un paese debolmente
industrializzato. In caso positivo, poteva porsi allora un problema
teorico: il day-hospital può trattare tutte le affezioni psichiatriche?
Bisogna apprezzare dunque nel suo giusto valore la decisione
assunta dal governo tunisino di creare un Centro di Neuropsichia­
tria Diurno, il solo nel continente africano a tentare una tale espe­
rienza.
Sono i risultati di questa esperienza che analizzeremo ed è la
validità di questo principio, anche nei paesi sottosviluppati, che
qui viene difesa; è nostra convinzione che d ’ora in avanti sia im­
portante dal punto di vista medico e vantaggioso da quello sociale
sviluppare dei Centri Neuropsichiatrici Diurni anche in paesi sot­
tosviluppato.
Vedremo come in diciotto mesi di attività il Centro N europsi­
chiatrico Diurno di Tunisi abbia accolto e curato oltre mille malati
e come meno dello 0,88 per cento di essi abbia dovuto essere ospe­
dalizzati.

Il Centro Neuropsichiatrico Diurno di Tunisi

Esisteva, all’interno dell’O spedale generale Charles-Nicolle,


un Servizio di Neuropsichiatria creato da oltre quarant’anni. Q ue­
sto servizio era praticam ente gestito attraverso la legge del 1838.
L’unica differenza era che la relativa priorità data ai malati cosid­
detti volontari poteva farlo rientrare sotto la formula del Servizio
aperto. Le misure di sorveglianza non erano però in alcun modo
inferiori a quelle di un banale Ospedale psichiatrico del peggior
tipo: camicie di forza, celle, grate, porte chiuse e soprattutto un
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 155

compiacente atteggiamento punitivo da parte dell’istituzione. Alla


richiesta da parte dei Servizi Ministeriali di fornire un quadro ge­
nerale dell’Assistenza psichiatrica in Tunisia, gli psichiatri tunisini,
di comune accordo, avevano risposto che pareva loro im portante
non moltiplicare ulteriormente gli istituti psichiatrici sul modello
del grande Ospedale, perché presto o tardi si sarebbero trasforma­
ti in manicomi. Insistevano invece sulla necessità di affiacare agli
Ospedali generali già esistenti dei Servizi di neuropsichiatria dalla
capienza limitata, ma la cui efficacia terapeutica avrebbe potuto
essere studiata razionalm ente e migliorata. Siccome si poneva il
problema di una riorganizzazione generale dell’Ospedale Charles-
Nicolle, essi proposero alle autorità di tentare im m ediatam ente
l’esperienza e trasformare il Servizio di Neuropsichiatria di questo
Ospedale in un day-hospital.
Le modifiche architettoniche furono minime. Ci si preoccupò
sostanzialmente di fissare delle impugnature alle porte, di elimina­
re le grate, di relegare altrove gli strum enti di contenzione come
m anette e camicie di forza e una squadra di malati fu incaricata
della demolizione delle celle. L’edificio fu ridipinto e la capienza
ospedaliera fu fissata in ottanta posti letto: quaranta per gli uo­
mini, quaranta per le donne. Nella parte relativa alle donne, un
piccolo box di sei letti fu riservato ai bambini.
A porsi in maniera urgente fu il problema del personale. Q uel­
lo più anziano aveva assunto alcune abitudini in cui dominava la
repressione. I malati, come in gran parte dei manicomi dell’epoca,
erano considerati fonte di problemi e di seccature nel Servizio: co­
me avviene solitamente, si poteva assistere a una inversione della
formula originale. I malati, lungi dall’essere il fine ultimo del Ser­
vizio, si erano trasformati in nemici della tranquillità del personale.
Q ueste considerazioni non sono isolate, poiché la critica mag­
giore che si solleva da una ventina d ’anni nei confronti della con­
cezione manicomiale è esattamente quella delle relazioni sadoma­
sochiste che si instaurano progressivam ente tra il gruppo degli
infermieri e quello dei malati.
Il personale si trova sottoposto all’autorità di un sorvegliante.
Vi sono cinque donne e sei uomini. Molto rapidamente furono isti­
tuiti dei corsi che avevano come obiettivo, da un lato, di dissolvere
le vecchie abitudini e, dall’altro, di promuovere dei comportam en­
ti coerenti con la nuova concezione del Servizio. Assai rapidam en­
te emerse che alcuni infermieri non erano in grado di adeguarsi
156 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

in tem pi brevi. In accordo con i medici, questi operatori sanitari


chiesero di essere trasferiti e furono sostituiti da operatori giovani
che avevano una formazione generale più solida e, soprattutto, non
erano mai stati in contatto con malati mentali.
I nuovi infermieri adottarono un atteggiam ento norm ale nei
confronti dei malati.

La giornata al Centro

I malati arrivano a partire dalle sette del m attino, soli o ac­


compagnati dai loro parenti. Al loro arrivo, gli infermieri sono già
presenti, pronti per accoglierli. Ogni operatore è responsabile di
sei-otto malati. Non capita mai che i malati cambino infermiere. Il
ruolo dell’operatore è innanzitutto quello di ripetere quotidiana­
m ente alcuni gesti tecnici (misurazione della tem peratura corpo­
rea, del polso, della pressione arteriosa), ma soprattutto intratte­
nersi con ciascuno dei suoi malati e informarsi sulle sue attività, sui
suoi pensieri da quando è uscito dal Centro, il giorno precedente,
fino al suo rientro. Si raccom anda all’operatore di informarsi in
particolare sul sonno del malato, sui suoi rapporti con il congiunto
nel caso sia sposato, sui suoi incubi, i suoi sogni. Ogni m attino,
all’arrivo del medico, deve essere stilato un rapporto. E richiesto
agli infermieri di adottare un atteggiamento benevolo, soprattutto
quando il materiale onirico fornito è particolarmente angosciante.
In questo caso, il medico deve essere avvisato fin dal suo arrivo al
Servizio.
In linea generale sono dedicati tre giorni al Servizio con gli U o­
mini e tre al Servizio con le D onne3. Ma, molto spesso, quando al
m edico viene segnalato un m alato ansioso, o i cui problem i nel
contesto famigliare hanno assunto il giorno prima una gravità in­
consueta, si pratica un intervento immediato.
Nel Servizio sono praticate due categorie di psicoterapia: a) psi­
coterapie d ’ispirazione psicoanalitica, le più frequenti; e b) psico-
terapie di sostegno, di spiegazione, che si ispirano prevalentemente
alla teoria pavloviana del secondo sistema di segnalazione.

3 La scarsità di personale medico limita considerevolmente l’attività terapeutica del Ser­


vizio. Da oltre un anno, per ottanta malati, non vi è né un interno né un assistente. Il
solo Caposervizio deve dunque sobbarcarsi la terapia di tutti i pazienti.
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 157

Nel secondo caso, la maggior parte del tempo, l’operatore asse­


gnato al malato assiste alla seduta.
Come regola generale, l’operatore deve evitare di porre dom an­
de alla famiglia in presenza del malato e, proprio per evitare una
gaffe dei parenti, è anzi richiesto di non interrogarli affatto a pro­
posito del comportam ento del malato.
Talvolta il malato è inibito a tal punto che non è possibile o t­
tenere informazioni sulla sua attività fuori dal Centro. In questo
caso, ci rivolgiamo ai parenti.
Il pranzo è servito al Centro negli stessi orari degli altri Servizi
ospedalieri, tra le 11.30 e le 12.30. Il pomeriggio è dedicato alle
attività collettive:
- la drammatizzazione: i malati sono chiamati a raccolta dai lo­
ro rispettivi infermieri che raccontano loro una storia, annotando
le loro proiezioni o identificazioni; oppure è un malato particolare
che, sollecitato, deve raccontare le sue difficoltà, e vengono allora
annotate in questo caso le reazioni dei malati a tali difficoltà (tor­
nerem o nel paragrafo dedicato alla psicoterapia sull’interesse di
questo metodo);
- costruzione di oggetti per gli uomini, lavoro a maglia, cucito,
stiratura, cucina per le donne;
- infine, sedute di iniziazione ai corsi in cui sono insegnate alle
donne malate la cura dei neonati, l’utilizzo della macchina da cuci­
re e del ferro da stiro.
Alle 17 è servita la cena, alle 17.30 i malati iniziano ad abban­
donare il Servizio. Alle 18 il Servizio è chiuso. Il Centro è chiuso
anche la domenica.

Il ricovero diurno

Capita spesso che lo stato di un malato necessiti di cure, ma


che la sua condizione materiale non gli permetta di abbandonare il
proprio lavoro o interrompere la propria attività.
E il caso, per esempio, delle donne di servizio, degli studenti o
dei rappresentanti di commercio. In tali casi, è concesso al malato,
una volta term inato il trattamento, di abbandonare il Servizio; la
terapia istituzionale, che causa tanti problemi nei manicomi, trova
dunque qui una soluzione, e una delle migliori, perché il malato
non perde il contatto con il suo ambiente naturale e i meccanismi
158 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

professionali non rischiano di deteriorarsi. Non ci sembra utopico,


in una seconda fase, sollevare un problema a nostro parere impor­
tante: non sarebbe possibile, come già avviene in altri paesi, orga­
nizzare a partire dalle 18 un Servizio notturno in cui altri malati, in
situazioni sociali specifiche (funzionari, insegnanti, artigiani), pos­
sano ricevere le cure senza pertanto interrom pere le loro attività
professionali?

Attività terapeutiche

A) Insulinoterapia (171 in 17 mesi)


Incidenti minori (Ramadan).
N on si registra un abbandono della personalità al clima ospe­
daliero, ma una costante attenzione nel sostenersi reciprocamente.
I malati letargici, sonnolenti, intorpiditi, rallentati, frequenti nel
corso delle terapie a base di insulina quando ricoverati in manico­
mio, non si ritrovano in un day-hospital.

B) Terapie del sonno e di distensione


In ogni Servizio si trovano cinque camere singole destinate alla
terapia del sonno. Al m om ento dell’arrivo si serve al malato un
pasto abbondante, di oltre 1.200 calorie. Una volta term inato il
pasto, si effettua la somministrazione dei medicinali. In principio,
il malato dorm e fino alle 16.30. La terapia del sonno, dunque,
si estende dalle 8.30 alle 16.30 con un’interruzione di un quarto
d ’ora alle 12.30.
Dalle 16.30 alle 17.30 il malato è preso per mano e svegliato. Vie­
ne poi somministrata una dose variabile di neurolettici per la notte.
Una o due volte a settimana, appena dopo il pasto del mattino
e prima che il malato si addormenti, ha luogo una seduta psicote­
rapeutica con il medico. Le terapie durano da due a tre settimane.
Nei casi meno gravi si attua una terapia di rilassamento, di so­
lito con l’aiuto di neurolettici. Anche in questo caso si osserva lo
stesso principio e la durata della terapia è pressoché uguale a quel­
la della terapia del sonno.

C) Neurologia
Dal momento che l’Ospedale Charles-Nicolle non possiede un
Servizio di Neurologia, tutti i malati affetti da sindromi del sistema
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 159

nervoso sono curati presso il Centro Neuropsichiatrico Diurno:


sclerosi a placche, paralisi generale, tumori, ecc. Abbiamo prati­
cato, e riteniamo in questo caso di aver com piuto u n ’esperienza
estremamente interessante, oltre 70 encefalografie gassose4. Tutti i
malati hanno abbandonato il Servizio il pomeriggio e sono rientra­
ti il giorno seguente. Q uesto m etodo d ’indagine è stato utilizzato
tanto con gli uomini quanto con le donne e i bambini.
Se abbiamo praticato delle encefalografie gassose, è chiaro che
abbiamo potuto praticare ugualmente un numero considerevole di
punture lombari senza incidenti.
Sono in tale maniera stati diagnosticati al Centro diversi casi di
tumori cerebrali (13).

D) Elettroshock
Dei 1.000 malati ricoverati al Centro in 17 mesi, 72 sono stati
curati con l’elettroshockterapia. In linea di massima, utilizziamo
un elettroshock semplice, unicamente per sbloccare il malato o per
interrom pere un circolo di ansia che risulta troppo doloroso. La
media globale delle sedute non è stata mai superiore a tre.
Rari incidenti devono essere segnalati, tra questi una lussazione
alla spalla.

E) Psicoterapia
Il principio che orienta i nostri interventi psicoterapeutici con­
siste nell’aggredire il meno possibile i livelli di coscienza. Da qui
la rarità delle narcoanalisi o degli shock anfetaminici. Noi non cre­
diamo al valore terapeutico delle perdite di coscienza. Il Servizio è
orientato verso la presa di coscienza, la verbalizzazione, la spiega­
zione, il rafforzamento dellTo.
Le sedute di drammatizzazione: si racconta in questi casi una
storia, in cui un malato espone le sue difficoltà e ogni malato del
gruppo considerato è invitato a fornire la sua opinione. M ol­
to spesso vi è una critica, che talvolta può assumere l’aspetto di
un’accusa furibonda, nel caso di una identificazione riflessa.
Possiamo qui rievocare il termine sociodramma, con la sola
differenza che noi tendiam o a evitare le situazioni fittizie. E così
che viene data priorità alle biografie dei malati esposte dagli in-

4 Si tratta della pneumoencefalografia: tecnica radiologica con la quale si visualizzano


le strutture cerebrali dopo aver iniettato attraverso una puntura lombare un certo
contenuto di aria sterile, e aver sottratto un’equivalente volume di liquor [N.d.C.l.
160 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

teressati. Q uesta esposizione, durante la quale il malato mostra,


commenta e governa le sue risposte ai conflitti, scatena prese di
posizione, critiche, così come riserve da parte degli altri. In m a­
niera complementare, il malato tenta di giustificarsi attraverso i
suoi comportamenti, cosa che reintroduce la priorità della ragione
rispetto agli atteggiamenti fantasmatici e immaginari.
Allo stesso m odo, nel C entro N europsichiatrico D iurno u ti­
lizziamo il m etodo psicoanalitico. Le sue applicazioni non sono
originali: isteria da angoscia, depressione nevrotica, disturbi della
sessualità (impotenza, vaginismo, omosessualità) ecc.
Dal momento che i malati non pagano il medico, la nevrosi da
transfert è particolarm ente atipica. Inoltre, spesso interveniamo
per attivare il dinamismo del controtransfert.
La cadenza è sempre la stessa: sedute quotidiane, fatta eccezio­
ne per la domenica. La durata della seduta è di quaranta minuti.
Il Centro Neuropsichiatrico D iurno di Tunisi, creato 16 mesi
or sono, è l’unica istituzione di questo genere nel continente afri­
cano. Con una capacità ospedaliera di 80 posti letto, ha dato rico­
vero a oltre 1.000 malati. M eno dell’1 per cento dei malati è stato
indirizzato verso l’Ospedale Psichiatrico di La Manouba. Sebbene
la maggior parte dei malati sia costituita da prepsicotici, abbiamo
potuto osservare un num ero relativamente elevato di autentiche
psicosi.
Nessun incidente medico o medico-legale è stato segnalato.

S e c o n d a pa r t e
Considerazioni teoriche
(in collaborazione con Charles Geronimi)

Il Centro Neuropsichiatrico Diurno di Tunisi

Nella storia della psichiatria, la dottrina dell’assistenza ai malati


mentali, la concezione della malattia nella sua causalità e nel suo
dinamismo, sono evolute parallelamente all’affinamento delle no­
stre conoscenze sulla malattia mentale.
Inizialmente, l’assistenza è stata concepita come protezione:
della società contro il malato, attraverso l’internam ento; dell’alie­
nato da sé stesso attraverso il manicomio, che offriva al malato un
contesto rassicurante, chiuso su se stesso e in cui poteva svolgersi
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 161

una vita senza crisi, senza drammi: u n ’esistenza sempre più calma,
ma anche sempre meno socializzata.
In seguito, si è voluta u n ’assistenza terapeutica e preventiva:
modernizzazione della legislazione, introduzione di metodi biolo­
gici, creazione di servizi aperti, moltiplicazione dei dispensari.
Rimane dunque il fatto che una modalità di assistenza e di tera­
pia della malattia mentale, quale quella nata da qualche anno, ci è
parsa incoraggiante abbastanza da ripetere l’esperienza in Tunisia.
Si tratta della formula del day-hospital, secondo il modello inaugu­
rato dalla scuola anglosassone.
Il C entro N europsichiatrico D iurno di Tunisi è stato creato
all’interno dell’Ospedale Policlinico Charles-Nicolle. I malati vi si
recano a partire dalle 7 del mattino, lì ricevono le cure per rientra­
re poi a casa alle 18.
Due caratteristiche distinguono così il Centro Neuropsichiatri­
co Diurno dagli altri istituti psichiatrici. Da una parte la sua annes­
sione a un ospedale generale, dall’altra la sua formula di ricovero
giornaliero.
Dal punto di vista teorico, e tenuto conto dell’orientam ento
decisamente organicistico e fisico-chimico degli studi sul sistema
nervoso, pensiamo che sia fondam entale che i Servizi di Psichia­
tria siano annessi all’Ospedale Generale. Lo psichiatra non è più
isolato, non è più il medico alienista e relativamente alienato della
preistoria psichiatrica. Il medico psichiatra beneficia, nell’esercizio
della sua specializzazione, dell’infrastruttura materiale dell’O spe­
dale generale: Servizi di radiologia, laboratori di biochimica, di
anatomo-patologia...
Allo stesso modo lo psichiatra mantiene frequenti contatti con
i suoi colleghi internisti o chirurghi. Lo psichiatra, dal m omento
che non si rinchiude più nell’ospedale con i “suoi pazzi”, cessa di
rivestire agli occhi dei suoi colleghi questo carattere fantasmati-
co, misterioso e, nell’insieme, leggermente inquietante. Anche agli
occhi dei suoi malati, e questo punto ci pareva importante, egli ri­
mane un medico come gli altri. Il ricovero nel Servizio di N europ­
sichiatria dell’Ospedale generale perde gran parte del suo aspetto
drammatico. La reintroduzione della Psichiatria in medicina cor­
regge fortemente i pregiudizi generalmente radicati nell’opinione
pubblica e trasforma il folle in malato.
Tuttavia, l’aspetto chiave del day-hospital consiste nella mas­
sima libertà concessa al malato, che rompe in maniera netta con
162 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

la relativa, e talvolta assoluta, coercizione realizzata dall’interna­


mento. E vero che questa libertà (la possibilità di abbandonare
l’ospedale) è ancora offerta al malato nella formula del Servizio
aperto. Ma dobbiam o convenire che si tratta il più delle volte di
una libertà formale. Tutti i medici del Servizio aperto hanno avuto
la tentazione (e vi sono caduti) di opporsi all’uscita di un malato
manifestamente non guarito il quale, mal sopportando il ricovero,
reclamava la sua libertà.
E manifesto, e la nostra esperienza lo conferma ogni giorno,
che il ricovero giornaliero per un malato mentale, con la possibilità
la sera di ritrovare i parenti, gli amici, il proprio m ondo di relazio­
ni, è più facilmente accettato dell’ospedalizzazione completa.
Si vede che tutte queste condotte ricoprono il problem a così
cruciale della coscienza della malattia in Psichiatria.
L’internam ento significa più o meno esplicitamente per il m a­
lato che egli deve cedere le armi e si deve consegnare a noi, che la
lotta diviene impari e che per lui sono necessarie, letteralm ente,
tutela e protezione. Il day-hospital, al contrario, si presenta come
un aiuto temporaneo, come un rafforzamento transitorio della per­
sonalità, una prolungata visita dal terapeuta.
I rapporti m alato-terapeuta si normalizzano. N on vi è più, e
non può più esservi, questo ricatto che il corpo medico e gli infer­
mieri, coscientemente o meno, fanno pesare sul malato.
II malato non vive più la sua eventuale dimissione come il pro­
dotto delle benevolenza del medico. La dialettica elementare tra il
padrone e lo schiavo, tra il prigioniero e il carceriere, che l’interna­
m ento o la minaccia dell’internam ento creano, è definitivamente
mandata in frantumi. L’incontro tra medico e malato, nel contesto
del day-hospital, rimane perm anentem ente l’incontro tra due li­
bertà. Q uesto è necessario in ogni terapia, e a maggior ragione in
psichiatria.
La m alattia mentale, in una prospettiva fenomenologica che
lascerebbe sulle sfondo le maggiori alterazioni della coscienza, si
presenta come una vera e propria patologia della libertà. La malat­
tia situa il malato in un m ondo in cui la sua libertà, la sua volontà, i
suoi desideri sono costantemente infranti da ossessioni, inibizioni,
contrordini, angosce. Il ricovero classico limita considerevolmente
il campo di azione del malato, gli impedisce ogni compensazione,
ogni spostamento, lo costringe nel chiuso dell’Ospedale e lo con­
danna a esercitare la sua libertà nel m ondo irreale dei fantasmi.
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 163

Non è quindi sorprendente che il malato si senta libero solo nella


sua opposizione al medico che lo rinchiude. Tutti gli psichiatri san­
no che i malati più difficili da curare, ovvero da trattenere in O spe­
dale, sono i malati nella fase iniziale della loro malattia, coloro che
pensano di uscirne con le sole loro forze, che non vi hanno ancora
rinunciato. Obiettivamente, i malati che mal sopportano il ricovero
sono proprio coloro il cui psichismo è meno disorganizzato, i ne­
vrotici, quelli lievemente paranoici, i deliranti in forme non gravi.
Dall’altra parte, la formula del day-hospital è in generale rifiutata
dai malati con un Io inattivo e completam ente invaso dal delirio,
che esigono con insistenza una presa in carico totale.
Sempre sul piano dell’esperienza vissuta dal malato, il ricovero
diurno presenta alcuni tratti originali. In un Servizio psichiatrico
classico l’azione terapeutica non si estende mai dopo le diciotto.
Una volta distribuite le medicine, una volta term inate le sedute
di psicoterapia collettiva del pomeriggio, il malato è abbandonato
a se stesso. Q uesto sentim ento di abbandono è particolarmente
avvertito la sera, dopo la visita di controllo dell’assistente o degli
interni e al momento in cui gli infermieri e le infermiere già in bor­
ghese passano rapidamente le consegne al personale notturno. La
vita esterna si insinua nell’Ospedale attraverso i progetti del perso­
nale: uscite al cinema, serate con gli amici, appuntamenti al caffè.
La vita esterna assume un’accresciuta densità agli occhi del mala­
to, che rimane confinato nel silenzio e nella noia degli stanzoni. E
questa un’esperienza già dolorosa per un malato immobilizzato da
una frattura, una febbre tifoidea, un’aritmia. Per il malato mentale,
che si sente letteralmente immobilizzato solo dalla forza coercitiva
dell’istituto, vi è più volte al giorno occasione di contestazione e
atteggiamento di ribellione nei confronti del ricovero.
Ed è per diminuire questa enorm e tensione e per garantire al
malato il m antenim ento di un certo livello di socialità che venne
tentata l’esperienza della terapia sociale.
La creazione di una neo-società presso l’Ospedale psichiatrico,
la trasformazione dell’Ospedale in società con una molteplicità di
legami, di doveri e la possibilità per i malati di assumere dei ruoli
e occupare funzioni costituisce, senza dubbio, una svolta decisiva
nella nostra comprensione della follia. Abbiamo utilizzato questo
metodo in special modo a Blidah Nel contesto della nuova società

5 Cfr. J. Azoulay, La sociallhérapie en milieu nord-africain, Algeri, 1954.


164 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

così realizzata, si assiste alla mutazione della vecchia sintomatolo­


gia allo stato puro: desocializzata, dominata sempre più dalla sfera
m otoria (stereotipie, crisi subentranti di agitazione, catatonia...),
come si osservava nei manicomi. Il malato ha al contrario la neces­
sità di verbalizzare, di spiegare, di prendere posizione. Si conserva,
nella terapia sociale, l’investimento in un m ondo oggettuale che ha
acquisito una nuova densità. La terapia sociale strappa il malato ai
suoi fantasmi e l’obbliga ad affrontare la realtà secondo un nuovo
registro.
Certo, questo faccia a faccia rimane patologico, poiché si svi­
luppa il più delle volte sul piano dell’immaginario o del sim bo­
lico. Ma il medico può studiare, a vantaggio della dinamica della
cura, i meccanismi di proiezione, le identificazioni, le inibizioni
istintuali... Il medico può assistere e seguire l’Io nei suoi sforzi per
m antenere la sua unità e la sua coerenza, già fortemente regredite.
Bisogna tuttavia convenire sul fatto che con la terapia istituzio­
nale6*il creiamo istituzioni immobili, contesti chiusi e rigidi, schemi
che presto diventano stereotipati. Nella neo-società non vi è spazio
per l’inventiva; non vi è dinamismo creativo, innovazione. Non vi
è una vera e propria scossa, una crisi. L’istituzione rimane quel
“cemento cadaverico” di cui parla Mauss.

6 Gli autori si riferiscono qui al metodo della “psicoterapia istituzionale”, presentata


nel 1942 al Congresso di Montpellier e la cui figura principale è certo rappresentata
da Francois Tosquelles, di cui Fanon fu allievo. Tosquelles, nato nel 1912 a Rues
(Catalogna), lettore attento di Marx, partecipò giovanissimo ad alcune esperienze
pilota di “psichiatria civile-civilizzata” nella Spagna repubblicana. In contatto con
alcuni psicoanalisti ebrei rifugiatisi in Spagna, scoprì le opportunità e le prospettive
della psicoanalisi ma anche i suoi limiti all’interno delle istituzioni psichiatriche, del­
le cui pratiche coercitive fu acerrimo critico. Impegnato nella guerra civile, continuò
a svolgere attività di medico e psichiatra nell’esercito repubblicano, in particolare ad
Almovar de Campo. Costretto a rifugiarsi in Francia nel 1939 a causa degli sviluppi
della guerra civile spagnola, egli continuò a pensare e a praticare una psichiatria
militante, rivolta tanto ai soldati quanto alla popolazione civile, il cui ruolo imma­
ginava centrale nella lotta antifascista. A Saint-Alban, diventato medico e psichiatra
dell’università francese, assunse nel 1953 il ruolo di direttore e potè realizzare il suo
modello di psicoterapia istituzionale, favorito anche dalla circostanza eccezionale
che vide confluire in quel luogo altri intellettuali e militanti (collaborarono con lui
Chaurand, Bonnafé, Balvet, Despinoy, Millon, Fanon, Oury, ecc.). Il modello della
psicoterapia istituzionale, al di là delle lacerazioni che finirono con l’opporre presto
il fronte più legato alla psicoanalisi e quello militante, costituì un intervento inno­
vativo che ispirò largamente il lavoro di Fanon, sebbene egli ne prese poi distanza
a vantaggio di un modello decisamente comunitario di psichiatria: un modello che
ritrovava solo nella società concreta, pur con le sue contraddizioni, il senso della
cura e della riabilitazione [N.d.C.].
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 165

Certo, la terapia clinica non è affatto inutile. In un grande com­


plesso psichiatrico come quello di Blida (che ospita circa 1.900
malati) o come l’ospedale di Razi (a Tunisi), che ospita circa 1.300
malati, la terapia sociale lotta efficacemente contro la progressiva
disgregazione della personalità. La terapia sociale in un contesto
manicomiale è indispensabile, perché ha il vantaggio di salvaguar­
dare la socializzazione dei malati. Essa contribuisce in maniera at­
tiva a evitare la cronicizzazione, la putrefazione nosocomiale e la
decadenza del malato. Ma essa guarisce raramente. Riattiva i pro­
cessi deliranti e allucinatoti, provocando nuove drammatizzazioni
e perm ettendo al medico di com prendere meglio ciò che può es­
sere “successo fuori”. Il carattere inerte di questa pseudo-società,
la sua netta limitazione spaziale, il ristretto numero di articolazioni
e, perché nasconderlo, l’esperienza vissuta come internam ento-
imprigionamento, limitano infatti considerevolmente il valore te­
rapeutico e disalienante della terapia sociale.
Inoltre, oggi pensiamo che il vero e proprio ambiente social­
terapeutico sia e rimanga la società stessa nella sua concretezza.

Il malato e la sua malattia nel day-hospital

Sotto l’aspetto dei rapporti professionali, il malato ricoverato


presso il Centro Diurno è assimilabile a un lavoratore in congedo.
In pratica, il malato rientra a casa propria in corrispondenza con
gli orari abituali di chiusura della bottega o del cantiere. Può an­
che capitargli di incrociare in autobus o nel treno suburbano i suoi
compagni di lavoro che rientrano a casa. Questi incontri, con ogni
evidenza, sono fruttuosi, poiché il richiamo dell’ambiente lavorati­
vo, una volta che il malato è stato preso per mano dall’istituzione
psichiatrica, si rivela sempre più forte rispetto alla valenza negativa
che aveva prima nel periodo pre-ospedaliero. La vita del cantie­
re, la vicinanza con i compagni di lavoro, vissute come un pericolo
prima dell’intervento dello psichiatra, perdono progressivamente il
loro carattere traumatizzante e l’ambiente di lavoro diviene non più
l’arena in cui la libertà è incessantemente sbeffeggiata, ma il luogo
di esercizio e crescita della libertà: si capisce come con Ey la scuola
francese abbia potuto definire la Follia una Patologia della Libertà.
Il m alato che lascia il C entro D iurno riprende, alle porte
dell’Ospedale, i suoi automatismi. E così che continua a presen­
166 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

tarsi agli appuntam enti periodici al caffè, alla moschea o al gruppo


politico, il malato, dopo le 18, è preso dal complesso gioco delle
coordinate sociali e personali che definiscono il suo inserimento
nel mondo. È così che egli prende posto negli incontri bisettim a­
nali di gioco di carte o interpreta il suo ruolo nel gruppo politico.
La m adre di famiglia rimane, allo stesso modo, in costante rap­
porto con i luoghi della sua azione. D urante il viaggio di ritorno
incontra di volta in volta il droghiere, il macellaio, il venditore di
quotidiani. Continua a occupare il suo posto. La casa non si pre­
senta come definitivamente sconvolta ma solo provvisoriamente
scossa.
La domenica si mantengono le riunioni di famiglia e proseguo­
no le uscite in campagna presso i nonni. Il cinema, il teatro, le
manifestazioni sportive continuano tutte a informare la personalità
suscitandovi reazioni affettive, scelte, relazioni dinamiche.
Si vede che non vi è alcuna separazione. Il terapeuta non si tro­
va mai di fronte a un escluso, un isolato. Al contrario, lo psichiatra
si trova confrontato a una personalità le cui relazioni con il m ondo
rimangono vivaci e attive. Il malato seguita a essere immerso nella
società, nella famiglia, nell’ambiente di lavoro. Non vi è un soltan­
to un malato i cui legami sono stati recisi. Si sa che in molte istitu­
zioni psichiatriche il malato è legalmente privato delle visite per
quindici giorni, confinato in un padiglione, e deve solo descrivere
i suoi sintomi allo psichiatra.
Nel day-hospital lo psichiatra trova di fronte a sé una malattia
vissuta da un malato, una personalità in crisi all’interno di un am­
biente sempre attuale. Il suo è uno studio concreto, dinamico, in
vivo della malattia. Allora l’ambivalenza non è solo un disturbo
dell’affettività in abstracto, isolata come sintomo in un delirio o
nel corso di una seduta. Si tratta di un’ambivalenza manifesta, per­
cettibile, che lacera quotidianam ente l’unità sintetica dell’uomo e
dell’ambiente.
La sintomatologia si offre dialetticamente ed è dialetticamen­
te che lo psichiatra pensa e agisce. La semiologia descrittiva, di
capitale im portanza nel periodo manicomiale, passa in secondo
piano a vantaggio di un approccio esistenziale e non più nosologi-
co. Vediamo il malato vivere la sua malattia, sviluppare formazioni
reattive, inibizioni, identificazioni nel suo ambiente naturale ed è
a partire da tali condotte dell’Io che possiamo comprendere dina­
micamente la struttura in causa, la fragilità dell’Io, gli attacchi cui
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 167

deve far fronte; in breve, è a partire da questa esistenza patologica


che decidiamo il luogo e il tipo del nostro intervento. Ma quanto
decidiamo include dialetticamente tutti gli elementi della situazio­
ne. Non vi è un approccio puntinista rispetto ai diversi sintomi, ma
un attacco globale di una forma di esistenza, di una struttura, di
una personalità impegnata in conflitti sempre presenti.
Nell’Ospedale psichiatrico possiamo autorizzare il malato a te­
nere i suoi vestiti personali, la sua cravatta, la sua cintura; possiamo,
in certi casi, lasciargli il suo rasoio, del denaro, il suo anello nuziale.
Nel day-hospital il problema s’inverte. L’istituzione, infatti, non
limita assolutamente la libertà del malato, il suo emergere. A ttra­
verso il semplice confronto tra malato e istituzione non sono rimes­
si in discussione i suoi modi d ’essere. Tuttavia vi è una progressiva
ridefinizione delle forme àe\Yesistenza, dei contenuti esistenziali. Il
malato ricoverato al Centro Neuropsichiatrico Diurno si rade ogni
mattina nella sua cucina o nel suo bagno con il proprio rasoio, sce­
glie la sua cravatta, rasenta un precipizio, attraversa delle strade,
costeggia il lago... La donna ricoverata al Centro Neuropsichiatri­
co Diurno ogni mattina, nel suo gourbf, si lava in mezzo ai parenti,
si pettina i capelli, si trucca... Il fatto, per il malato, di occuparsi
di sé attraverso l’abbigliamento, il taglio dei capelli e soprattutto il
segreto di u n ’intera parte della giornata passata al di fuori dell’am­
biente ospedaliero rinforza e, in ogni caso, mantiene la personalità
dal lato opposto rispetto ad un’integrazione dissolutrice all’interno
di un Ospedale psichiatrico, che apre la strada ai fantasmi della
frammentazione corporea o dello sgretolamento d elllo .
Melanie Klein e Sàndor Ferenczi, tra gli altri, ci hanno indica­
to abbastanza chiaramente l’importanza di questa cultura del pro­
prio corpo come meccanismo di evitamento dell’angoscia. L’inter­
nam ento infrange il narcisismo del malato, lo crocifigge nei suoi
tentativi edonistici e lo colloca in modo traumatico nella via della
regressione, del pericolo e dell’angoscia.
Con questa diversa prospettiva il ricovero ci perm ette di ana­
lizzare l’atteggiamento specifico del gruppo familiare nei confronti
del malato e della malattia mentale.
Con gli ospedali psichiatrici vi era una forte tendenza da parte
della famiglia a liberarsi78, a escludere il malato. Certo, l’allontana­

7 Tenda [N.d.C.].
8 Questo dimostra, sul piano fenomenologico, che se il malato rifugge la Società,
168 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

m ento familiare è rivolto innanzitutto alla patologia, alla malattia;


ma il malato non vive questa conclusione come u n ’autentica con­
danna della sua essenza, della sua verità? Rigettando la patologia,
smarcandosi dalla malattia, la famiglia dichiara di non riconosce­
re questa escrescenza. La famiglia decide di disconoscere uno dei
suoi mem bri e lo reelude. L’unità famigliare è così spezzata. Ora,
il problema che sostiene la malattia, non è proprio quello del fon­
dam ento dell’essere in quanto soggetto? In definitiva, il “chi so­
n o ”? Non è questa la continua dom anda che il malato mentale ci
ripropone su molteplici piani e secondo diversi registri? E se la
famiglia, nella sua definitiva risposta, vuole dire al malato che essa
non lo identifica più, non lo riconosce più, che essa partecipa di
una essenza fondamentalmente diversa dalla sua, quali possibili di­
sintegrazioni [si generano] e quanti innumerevoli ponti sono allora
offerti ai fantasmi e alle regressioni!
Il ricovero giornaliero perm ette alla famiglia di prolungare la
battaglia per l’unità. Offre alla famiglia i mezzi per evitare l’am ­
putazione. Perm ette al malato di restare nel suo nucleo familia­
re, occuparvi il suo posto ed essere ancora portatore di significati,
polo di attività, elemento dinamico interno all’unità familiare. Il
ricovero giornaliero perm ette al terapeuta di sperimentare concre­
tamente la famiglia in quanto valore normativo. E il terapeuta, ogni
giorno, si appoggia concretam ente sulla famiglia, luogo di ogni
possibile mediazione.
Si capisce che si sono evitati i “vertiginosi fenomeni dell’usci­
ta ”, le ricadute spettacolari, le difficoltà di riadattam ento poiché
nemm eno il malato ha rotto con il suo ambiente, e la terapia si è
sviluppata esattamente tenendo conto della realtà multi-relazionale
dell’individuo malato.

Presenza del conflitto

La formula del day-hospital presuppone ed esplicita una teoria


generale della dinamica della malattia mentale. Se il sintomo psi­
chiatrico testimonia dell’affondamento dell’Io da parte delle forze
istintuali, insolitamente violente, se la malattia è la manifestazione

quest’ultima, a partire da un certo livello di evoluzione [della malattia], non tenta più
di trattenerlo.
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 169

di una esistenza conflittuale senza speranza, forte è la tendenza a


sottrarre il malato alle condizioni che hanno fatto emergere e m an­
tenuto attivo il conflitto. Il carattere patogeno del conflitto viene
così privilegiato. Si assiste, con rinternam ento, a u n ’autentica rei­
ficazione del conflitto, dunque del malato. Erigendo tra il malato e
le condizioni esterne il muro del manicomio, si nega, come per ma­
gia, uno dei dati più importanti nella genesi di una personalità, che
postula che il conflitto è il malato. N on si può tuttavia rimuovere a
lungo il fatto che la situazione conflittuale è l’esito della dialettica
ininterrotta fra il soggetto e il mondo. Si tende a insistere sistema­
ticamente sull’evento e si minimizza la storia. Evidentemente, non
si tratta della biografia, dell’anamnesi, ma della storia del soggetto,
dal m om ento che essa contiene, sul piano delle integrazioni suc­
cessive, sia il conflitto sia gli elementi per il suo superamento.
Un cervello malato non può diventare sano negando la real­
tà. L’internam ento diminuisce la violenza del conflitto, la nocività
della realtà. Ma è al cuore del dialogo sincopato tra la personalità
complessiva e il suo ambiente che deve operare la guarigione, la
sistematica messa in discussione delle strutture patologiche stabi­
lite. L’azione sul reale, e il malato è uno degli elementi del reale,
è unificante. Q uesta non può però svilupparsi efficacemente [se
condotta] in ordine sparso. Il malato ricoverato in una istituzione
psichiatrica assiste alla scomparsa dei sintomi, al loro attenuarsi,
ma questi sintomi rimangono estranei, incomprensibili, scandalosi.
Non sono pertinenti né tematizzati. Rimaniamo indefinitamente sul
piano magico.
Ma, si dirà, non si tratta in questo caso di una descrizione della
terapia psichiatrica privata? Il day-hospital, in Neuropsichiatria,
è semplicemente una modalità delle terapie esterne? La nostra ri­
sposta è ferm am ente negativa. In realtà, il malato ricoverato in
day-hospital mantiene un contatto limitato con le condizioni del
conflitto. Il terapeuta controlla l’azione del conflitto, interpone
tra i messaggi sociali patogeni o i sostrati fantasmatici il tampone
del day-hospital. ha durata di azione del conflitto è diminuita e
l’Io si rafforza in vista di scontri imminenti e quotidiani. Quasi
tutti i malati ricoverati sono già stati curati, sia privatam ente sia
in diversi dispensari di Neuropsichiatria. Con il day-hospital, il
nucleo della nevrosi può essere aggredito sul piano fondamentale
e la personalità, allo stesso tempo, effettua le sue ristrutturazioni,
il suo processo di aggiornamento.
170 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Il centro di Tunisi

La nostra esperienza tunisina ha conferm ato questi elementi


teorici e ci ha permesso di precisare gli ampi confini entro cui il
day-hospital può avere una reale efficacia.
Il centro di Tunisi ha quasi due anni. In questo periodo vi sono
stati ricoverati oltre 1.200 malati. Il servizio è diviso in due sezioni:
40 uomini e 40 donne. Sono ammesse tutte le categorie nosologi-
che, dalla balbuzie all’erotomania delirante, passando per le schi­
zofrenie e i tentativi di suicidio.
L’assenza di un Servizio di Neurologia all’Ospedale Charles-
Nicolle ci ha costretti ad ammettere, secondo lo stesso principio, i
malati di neurologia: affetti da sclerosi a placche in fase iniziale, epi­
lettici con crisi improvvise e violente la cui eziologia richiedeva un
approfondimento, parkinsoniani gravi o poco controllati si sono così
succeduti al Centro Neuropsichiatrico Diurno. Ogni volta che c’era
il sospetto di un processo tumorale in atto, veniva praticata un’en­
cefalografia gassosa. Circa 70 pazienti, o per un probabile tumore, o
indirizzati verso una pneumoterapia da shock9, sono stati insufflati.
In tale maniera sono stati diagnosticati venti tumori, mentre un caso
di ansia da pantofobia e un delirio secondario in una demenza so­
no regrediti spettacolarmente. Non va segnalato alcun incidente e i
malati che il mattino avevano ricevuto da 100 a 150 cc di aria [per la
pneumoterapia; N.d.C.] sono tranquillamente usciti alle 17.
Le schizofrenie ammesse, per lo più di tipo paranoide, sono
state curate secondo la classica cura di Sakel10. N on si tratta di
shock umido, ma di veri e propri comi che in certi casi raggiungo­
no il quinto grado della scuola sudamericana. La cura ha inizio alle
7.30 e il malato è svegliato alle 12, secondo la tecnica abituale. Il
pomeriggio rimane sotto sorveglianza medica, partecipa alle attivi­
tà collettive e alle sedute di psicoterapia.
La sera rientra a casa. La famiglia riceve tutte le consegne ne­
cessarie in caso di ripresa del coma e per essere di massimo aiuto
gli viene lasciato un numero di telefono in caso di emergenza11.

9 Trattamento dell’enfisema attraverso l’insufflazione di aria [N.d.C.].


10 Si tratta della tecnica di Manfred Joshua Sakel, caratterizzata dall’induzione di un
coma insulinico (una somministrazione quotidiana, ripetuta da 90 a 120 volte), re­
sponsabile di uno stato convulsivo, sulla base dell’ipotesi che esistesse un antagoni­
smo fra epilessia e schizofrenia [N.d.C.].
11 Viene spiegata alla famiglia la ragione della scelta terapeutica, il meccanismo di azione
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 171

Sebbene oltre cento malati siano stati trattati con una terapia
a base di insulina, un solo schizofrenico, resistente all’insulina, ha
presentato due ritorni del coma durante la notte, tuttavia senza
complicazioni.
Al Centro Neuropsichiatrico D iurno sono di solito applicate
le diverse terapie psichiatriche. Insistiamo in special m odo sulle
psicoterapie di gruppo o individuali. E così che abbiamo costituito
dei gruppi da 6 a 8 malati che si riuniscono il pomeriggio. Ogni
m alato espone a turno le proprie difficoltà e ogni m em bro del
gruppo è invitato a esprimere la sua opinione sulle misure adottate
dal malato rispetto a queste difficoltà. Così per ogni paziente, e
sempre a partire da situazioni concrete e vissute, vengono analizza­
ti i diversi meccanismi di proiezione, d ’identificazione ecc...
Al di là delle psicoterapie di gruppo, sono praticate quotidiana­
mente psicoterapie individuali, dalla più banale psicoterapia detta
di supporto sino alla cura psicoanalitica, passando per le psicotera­
pie d ’ispirazione psicoanalitica. Nella cura psicoanalitica rassicuria­
mo il paziente, favoriamo la ricostruzione del fantasma e, in regola
generale, adottiamo un atteggiamento attivo nel senso di Ferenczi.
Se il day-hospital è uno strum ento terapeutico considerevole,
ci sono tuttavia dei casi in cui questa formula si rivela inefficace o
inapplicabile. Sono i casi in cui la componente organica è massic­
cia, dominante, nei quali si pongono gravi problemi terapeutici. Si
tratta soprattutto di gravi psicosi acute, di stati maniacali o confu­
sionali, che necessitano di una vera e propria terapia d ’urgenza e di
una sorveglianza medica costante12. D ’altronde, grazie ai progressi
della chemioterapia, il tempo di ospedalizzazione complessivo può
essere considerevolmente abbreviato e molto presto il malato può
essere preso in carico dal day-hospital.
E questo il caso delle bouffées acute, che segnano l’esordio
di psicosi gravi, come per esempio la schizofrenia; il delirium
trem ens, con la sua perturbazione biologica, sfugge anch’esso al
day-hospital, così come le demenze su base organica. Infine, non
possono ricorrere al day-hospital i malati il cui delirio implica rea­
zioni aggressive pericolose, così come ovviamente i malati oggetto
di misure restrittive giudiziarie.

del trattamento, il ruolo che a questo è attribuito. Questa spiegazione ci pareva svol­
gere un ruolo importante nella dinamica della guarigione.
12 Numerose psicosi confusionali, conseguenza di infezioni post partum o da colibacillo,
sono state tuttavia curate nel Centro neuropsichiatrico diurno.
172 DECOLONIZZARE LA FOLLIA

Così tutto un settore della psichiatria sfugge al day-hospital, un


settore non trascurabile che fornisce di solito un im portante con­
tingente alla popolazione psichiatrica ospedaliera.
Se mettiamo da parte il problema delle demenze che malgrado
tutti gli sforzi non ricevono ancora attualm ente u n ’assistenza di
tipo ospedaliero, si può affermare che tutti gli altri casi esclusi a
priori dal day-hospital possono essere curati presso quest’ultimo
una volta che sono scomparsi i sintomi acuti. D ’altronde, c’è un
problema che pone la formula stessa del day-hospital: è quello dei
pazienti che abitano troppo lontano dal centro e non possono per­
correre tutti i giorni il tratto di andata e ritorno dal day-hospital.
A questo riguardo, bisogna segnalare anche il problema della po­
vertà, che impedisce di realizzare gli spostamenti quotidiani che
questo tipo di cura comporta.
Se si vogliono dunque m oltiplicare all’interno degli O speda­
li Generali dei Servizi di Psichiatria o di Neuropsichiatria - ed è
questo l’obiettivo al quale deve tendere ogni progetto di lotta con­
tro la malattia mentale —occorre trovare una soluzione che riduca
gli inconvenienti del day-hospital conservandone al tem po stesso
la logica. Num erosi accorgimenti sono possibili sulla base delle
esperienze già realizzate. Ad esempio, si possono trasform are gli
O spedali psichiatrici dipartim entali in Servizi di psichiatria, che
accoglierebbero per un tem po limitato i casi psichiatrici acuti. Si
può anche immaginare una formula mista, dove una certa percen­
tuale di letti del Servizio di psichiatria rimane riservata all’ospeda-
lizzazione diurna e l’altra all’ospedalizzazione a tem po pieno. In
questo caso, e per evitare la trasformazione del day-hospital in un
banale servizio aperto, converrebbe prevedere una apposita legi­
slazione che limiti per esempio l’ospedalizzazione a tem po pieno ai
pazienti geograficamente lontani e circoscriva la durata dell’ospe-
dalizzazione dei malati acuti. Si tratta solo di qualche esempio, ma
se ne possono agevolmente immaginare altri. Ciò che in tutti i casi
occorre evitare è la creazione di questi mostri che sono gli O speda­
li psichiatrici classici.

Conclusioni

La nostra esperienza tunisina, che dura ormai da oltre venti


mesi, ha permesso di verificare la validità dei dati teorici relativi al
LIMITI E VALORE DEL DEY-HOSPITAL IN PSICHIATRIA 173

day-hospital in Psichiatria. Tanto sul piano terapeutico quanto su


quello preventivo il Centro Neuropsichiatrico Diurno deU’ospeda-
le Charles-Nicolle ha dimostrato la sua efficacia: il numero elevato
di malati trattati (oltre 1200) e la durata media dei soggiorni, limi­
tata a 25 giorni, sono abbastanza eloquenti e non necessitano di
ulteriori commenti.
D ’altra parte, la nostra esperienza dimostra che questa tecnica,
nata in paesi a elevato sviluppo economico, ha potuto essere tra­
piantata in un paese definibile sottosviluppato senza perdere nulla
del suo valore. Il day-hospital è di gran lunga la forma di assistenza
psichiatrica più adeguata alla malattia mentale, quella che meglio
si adatta alle m oderne scoperte sull’eziologia dei disturbi mentali.
La moltiplicazione di piccoli Servizi di Psichiatria dipendenti dagli
Ospedali generali e nei quali la parte più importante è da riservare
al day-hospital, ci sembra la base di ogni piano di equipaggiamen­
to psichiatrico di un paese. Pochi Ospedali psichiatrici autonomi
possono essere creati, ma a condizione che essi siano riservati a
una categoria di malati mentali che non possono assolutam ente
essere curate nel Servizio di Psichiatria, tipo Servizio aperto o day-
hospital. In ogni m odo, questi O spedali devono essere pochi e
dalla capienza limitata; sembra attualmente assurdo creare istituti
psichiatrici da oltre duecento posti letto.
Infine, deve essere promossa una legislazione m olto rigorosa,
che garantisca al massimo la libertà del malato ed escluda ogni
aspetto carcerario e coercitivo all’ospedalizzazione.
Finito di stampare nel mese di giugno 2011
per conto di ombre corte
Presso Tipografia Zaccaria (Napoli)
Sistema organizzativo Af s.r.l. - Città di Castello (Perugia)
Decolonizzare la follia
Scritti sulla psichiatria coloniale

Nell’opera di Frantz Fanon, racchiusa in un periodo di pochi anni (1951-


1961), prendono voce temi decisivi che non smettono d ’interrogare il di­
battito sulla condizione postcoloniale: le contraddizioni delle borghesie na­
zionali negli anni dell’indipendenza, lo spettro del razzismo e la sua oscu­
ra riproduzione nello Stato moderno, la costruzione della soggettività afri­
cana. Con l’ostinazione di chi aveva scritto “Ci sono troppi imbecilli su que­
sta terra, e poiché lo dico, si tratta di provarlo”, nei lavori qui raccolti, per
buona parte mai tradotti in italiano, Fanon ripercorre con altrettanta siste­
maticità le teorie psichiatriche e psicanalitiche dell’epoca. La sua è un’ar­
cheologia sovversiva che, di quelle teorie, rivela limiti e paradossi: un’etno­
logia critica dell’Occidente. Con toni a tratti profetici, i suoi scritti dise­
gnano una fenomenologia politica del corpo coloniale nella quale affiorano
molti dei problemi con i quali si misurano oggi l’etnopsichiatria e l’antro­
pologia medica critica: la violenza quotidiana e invisibile che secerne la sof­
ferenza dei dominati, il difficile incontro fra il clinico occidentale e il corpo
inquieto dell’immigrato, Xeconomia morale delle sue menzogne. La psichia­
tria, chiamata da Fanon a riconoscere che è “impossibile guarire” in un con­
testo di oppressione e di arbitrio, è invitata in queste pagine a interrogare
conflitti e omissioni, e a confrontarsi con l’enigma politico della differenza,
della malattia e della cura.

F rantz F a n on (1925-1961), psichiatra e scrittore martinicano noto per il suo impe­


gno anticoloniale. Tra i suoi lavori universalmente noti: Felle nera, maschere bianche
(Marco Tropea, 1996), I dannati della terra (Einaudi, 2000), Scritti politici (DeriveAp-
prodi, 2006).

R oberto Beneduce , antropologo e psichiatra, insegna presso l’Università di Torino. Fla


fondato e dirige il Centro Frantz Fanon. Fra i suoi recenti lavori, Archeologie del trau­
ma (Laterza, 2010) e Corpi e saperi indocili (Bollati Boringhieri, 2010).