Sei sulla pagina 1di 29

STORIA E ISTITUZIONI

DELLA CHIESA ORTODOSSA


Gli Ortodossi di Enrico Morini
1 L’ORIENTE DELL’OCCIDENTE

Le provocazioni di un cristianesimo diverso

Se ci si imbatte nel cristianesimo orientale si può entrare in un mondo


quasi diverso da quello a cui si è abituati, e per diversi aspetti esso
rappresenta una sorta di provocazione. Già a partire dal segno della
croce, che nella nostra consuetudine va da sinistra a destra, si traccia da
destra verso sinistra, ma non solo.Diversi aspetti sono simbolo di
un’esperienza religiosa fondata sul senso del sacro come ad esempio la
prostrazioni davanti alle icone oppure alle reliquie dei santi oppure l’uso
di oggetti che rendono suggestivo l’ambiente come le candele oppure
l’ampio uso dell’incenso (cosa che sta venendo sempre di meno nella
chiesa occidentale), le connotazioni rappresentative del clero come
lunghi capelli e barba bianca, i paramenti che stabiliscono un aspetto di
sacralità non da poco.
Molte differenze esistono tra le due professioni : partendo da un esempio
classico e semplice come il vestito che nell’ortodossia accomuna tutto il
clero (abito lungo e nero) e che nel cristianesimo invece vede la divisione
tra le diverse classi ecclesiastiche, oppure il diverso punto di vista
sull’iconografia, dove per l’ortodossia l’icona è facente parte di
venerazione e di un ruolo all’interno della liturgia.
Nonostante tutto però l’ideale di vita del fedele ortodosso risulta essere
alienante, distaccato dai problemi concreti dell’esistenza : per egli infatti
è primario il lottare il male all’interno del cuore dell’uomo anziché la lotta
contro il male all’interno della società ( così facendo si evita di finire nel
volontarismo morale). Legato a questo ideale si trova la dialettica tra il
credere e l’agire : se nel mondo occidentale si tende a svalutare il dogma
religioso per trovare il consenso etico tra le diverse culture, invece
l’ortodossia sottolinea il valore importante della professione della retta
fede, in ordine alla salvezza (prevalenza dell’essere sul fare).

Tra suggestione dell’esotico e pregiudizio dei luoghi comuni

Ma l’orientale chi è sostanzialmente? La concezione medievale


dell’orientale (prendendo l’esempio dei fiorentini in base al concilio
d’unione delle chiese del 1439) si basava appunto su l’orientale
ortodosso, nonostante Marco Polo avesse raggiunto la Cina ampliando
così il concetto dell’Oriente, poiché era quello che rappresentava
l’affinità. Con le successive scoperte del 1500, il senso orientale degli
ortodossi venne sempre più a ridimensionarsi (in ambito
culturale/geografico), e successivamente legando il cristianesimo come
un fenomeno di carattere culturale/religioso occidentale, l’ortodossia non
è altro che l’oriente nell’occidente.
Il non vedere di buon occhio la dottrina ortodossa, spinge il cristianesimo
a concepire la chiesa orientale come qualcosa di grande o sconosciuto o
peggio ancora di grande e misconosciuto ( conoscere male è peggio di
non conoscere affatto). Di primo impatto l’ortodossia viene percepita
come la Chiesa dello splendore liturgico nella quale il fondamento
principale è l’estetismo che si sviluppa attraverso i paramenti
caratterizzati da tessuti multicolori e preziosi, l’incenso da un sapore
intenso di fiori e dai canti dolci e solenni, ma andando oltre l’ortodossia
diviene una cosa assai semplice, fedele al patrimonio dogmatico come
presupposto alla salvezza.
Con un’analisi più approfondita ci si imbatte in quella che è la Chiesa
dagli incerti confini tra autorità civile ed istituzione religiosa
indiziata per essere propensa ad aderire a richiese o proposte a livello
costituzionale non solo nella prassi ma anche nella teoria, cedendo così a
compromessi con il potere. Sul piano della cultura religiosa del nostro
paese si può incappare in un tipo di misconosceva, associando
l’ortodossia alla Chiesa dell’immobilismo e del conservatorismo
religioso dando così una spiegazione sullo speculazione teologica
rimasta ancora ai problemi dei primi secoli cristiani risultando essere
troppo ripetitiva come i modelli delle icone riprodotte sempre nella stessa
maniera. Un altra misconoscenza presente nel credo italiano si applica
nel giudicare l’ortodossia come la Chiesa della spiritualità incarnata,
che si pone lontana dalle esigenze più vitali dell’uomo (sopratutto
attualmente) e si rifugia in un misticismo fuorviante al discapito del
considerare i problemi assai concreti.

Un cristianesimo complementare, ma non di completamento

Quando un turista si ritrova a visitare un luogo di culto come può essere


una chiesa od una moschea si trova, magari esente da interesse
religioso, ad avere un contatto ravvicinato con l’universo religioso del
posto in cui è.
Sebbene viaggiando per Inghilterra oppure Europa Centrale, ci si imbatte
in chiese protestanti, non si nota questa lontana differenza dal
cattolicesimo, cosa che invece risulta impossibile se si entra nelle chiese
ortodosse della Romania o della Russia citando due esempi meramente a
caso. A primo impatto, come nel primo esempio citato l’architettura del
tempio è medesima, mentre nella chiesa greca è tutto caratteristico,
l’altare viene nascosto da l’iconostasi. Ma nonostante ciò le funzioni
svolte tra mondo ortodosso e mondo cattolico sono le medesime, cosa
che invece tra cattolicesimo e protestantesimo non avviene, causa le
diversi diatribe teologiche. C’è da dire però che sul piano culturale
oriente ed occidente sono diversi ma per singoli aspetti lo sono diventati.
Sin dall’età dei Padri (Padri latini e Padri greci) le molteplici discordanti
hanno portato ad una sorta di divisione sul piano del messaggio cristiano,
definendo così due aree importanti nel bacino del Mediterraneo (romano
africano e siropalestinese ed egiziano), si può attribuire la fisionomia
cattolica ad Agostino d’Ippona ed ai papi Damaso e Leone, come invece
la fisionomia ortodossa viene associata a San Gregorio Teologo. Basti
considerare in forma simmetrica le anafore : la più antica usanza risale ai
tempi di Gregorio Magno (canone romano), mentre per gli ortodossi
prendendo in esempio quella della Quaresima è stata riconosciuta dopo
diversi studi dalla grande area della Cappadocia (Asia Minore).
Ma non è solo questa la grande differenza, anche sul piano culturale le
due confessioni sono assai differenti : cattolici e protestanti condividono
le stesse opzioni culturali ma hanno divergenze su concetti dogmatici,
mentre l’ortodossia e cattolicesimo, sebbene presentino profonde
diversità culturali, possono comunque vantare di vivere una piena
comunione di fede e di vita sacramentale.
Se nel medioevo la chiesa latina e la chiesa greca formalizzavano
attraverso polemiche di ambito dottrinale o canonico/disciplinare il
conflitto, erano comunque meno distanti di quanto non lo siano ora, le
due realtà non erano così differenti da impedire l’unità, ma la diversità si
è tramutata in alterità quando è venuta a mancare la consapevolezza
che oriente ed occidente fossero le due componenti essenziali della
civilizzazione cristiana dal punto di vista della cultura di religione.

2 La rottura dell’unita della Chiesa dei Padri

Lo scisma tra Roma e Costantinopoli : leggenda e realtà.

Il termine ortodossia veniva associato alla Chiesa Romana, e che quella


realtà presente allora era classificata come una frangia di orientali
scismatici oppure dissidenti, sebbene più tardi l’ortodossia sia diventato
il credere rettamente rispetto alla positività dell’agire.
L’autodefinirsi ortodossi, nel momento in cui la chiesa esprime la propria
identità comporta una prefazione, per la quale anticamente ortodossa e
cattolica professavano la Chiesa indivisa dei primi secoli, ma che poi nel
presente questi de termini vanno ad indicare per il primo l’universalità
del mondo cattolico romano e per la seconda un’enfasi ortodossa più
sulla via dogmatica che canonico disciplinare. Quando però si può parlare
di Chiesa ortodossa e di cristiani ortodossi? Diverse sono le opinioni
sull’argomento : per il cattolico la Chiesa ortodossa nasce con lo scisma (
dapprima concepita come chiesa orientale), mentre per l’ortodosso la
nascita della sua Chiesa risale al periodo di età apostolica o
subapostolica, o comunque dal momento in cui la tradizione cristiana ha
elaborato la propria identità rispetto al patrimonio comune.
Cronologicamente parlando è divulgato il mito dell’anno 1054 (da
sottolineare che non viene mai citato da fonti greche), viene citato in
maniera approfondita dalle fonti latine per il quale il legato papale
Umberto di Moyenmoutier entra nella Grande Chiesa di Santa Sofia per
deporre sull’altare la bolla di scomunica, in nome di Leone IX già
deceduto, una settimana più tardi sarà Michele Cerulario a sua volta a
scomunicare la chiesa cattolica. E’ importante evidenziare come le
scomuniche di entrambe le Chiese non hanno coinvolto tutta la gerarchia
ecclesiastica (per i latini gli scomunicati erano il patriarca di
Costantinopoli, arcivescovo di Bulgaria Leone e il sacellario Costantino,
mentre per i greci gli scomunicati erano Umberto e gli altri due legati ed
infine gli alleati come i normanni). Sicuramente fu un momento di alta
tensione, ma mai quanto quello accaduto circa due secoli prima quando
entrambi i rappresentati delle due Chiese si scomunicano a vicenda (nel
867 patriarca Fozio e Nicola I si erano deposti), ma essa fu vista non
come una divisione totale tra le Chiese ma solamente con un rottura di
rapporti tra entrambi i vescovi, la separazione passava solo all’interno
delle due Chiese. Se molti nemici del Patriarca avevano trovato
un’alleanza con il Papa romano, Fozio si rivolse allora alla Chiesa di
Ravenna che già in passato era stata in conflitto con quella di Roma. Già
anni addietro le due Chiese avevano passato momenti di scontri (da 482
con lo scisma acacio fino al 843 con la conclusione della crisi
iconoclastia), non sono altro che momenti in cui il papato e gli ortodossi
si alleano per combattere l’eterodossia degli imperatori e da patriarcati
loro alleati.
L’impossibilità di attribuire una data precisa all’aprirsi dello scisma è data
dal fatto che i motivi di dissenso non operarono mai in un momento
preciso, ma solamente in alternanza. Al tempo dello scisma tra Fozio e
Nicola I il contesto era di mero ambito teologico (Filioque), mentre in
quello del 1054 la divergenza si basa sulla questione dell’eucarestia per
cui la Chiesa Latina riteneva che il pane dovesse essere azzimo
contrariamente a quello che riteneva la Chiesa Ortodossa, ossia che il
pane dovesse essere lievitato : ma lo strappo dell’XI secolo non venne
più ricucito a differenza del precedente (da sottolineare che i legati
romani avevano proibito ai latini di assistere alle celebrazioni ortodosse).
Ma nonostante un tentativo da parte della sede di Costantinopoli di
riallacciare i rapporti tra le due Chiese, esso fallì quando salirono ai
vertici le due nuove figure delle rispettive parti occidentali ed orientali
che avviarono un programma di rinnovo totalmente differenti [Michele
Cerulario che sosteneva la superiorità del patriarca sull’imperatore e
dall’altra parte i promotori della Riforma gregoriana (centralismo papale,
simonia)]
Nello scisma del 1054 viene però fatto presente che il nome del Papa non
era più ricordato durante le liturgie ortodosse di Costantinopoli indi per
cui ci si chiede quando esso finì di essere menzionato nel dittici
(tavolette a due valve aperte sull’altare). Con tutta probabilità il periodo
è quello dello Scisma dei due Sergi (Papa Sergio IV 1009-1012 e patriarca
Sergio II 1001-1019). Il papa romano avrebbe aggiunto nell’articolo del
simbolo di fede relativo alla processione dello Spirito Santo dal Padre la
formula << e dal Figlio>> mentre il patriarca avrebbe smesso di
menzionarlo poiché considerava il papa e l’azione eretica. La
cancellazione del nome del papa dai dittici non comportava la scissione
dalla Chiesa Latina, ma semplicemente esprimeva la denuncia del fatto
che sul trono di Pietro si era insediato un eterodosso. Lo scisma perdurò
fino al 7 Dicembre 1965 quando a Roma ed a Costantinopoli, finito il
secondo concilio Vaticano, entrambe le Chiese cancellarono le
scomuniche che fino ad allora erano ancora vigenti. Si deve comunque
dire che la data dello scisma non è virtuale solo per noi viventi il
presente, ma lo fu anche per Alessio I imperatore che nel 1089 fece
cercare negli archivi patriarcali il documento che di fatto sanciva
l’effettiva rottura canonica tra le due Chiese, ma non fu mai trovato
quindi sostanzialmente le due Chiese si ritrovarono di fatti divise, senza
sapere da quando, pur sapendo perché lo erano : la teologia trinitaria
(differenza di processione dello spirito santo) , ecclesiologia
(contrasti sul primato della Chiesa di Roma) e l’escatologia (dottrina sul
destino delle creature : gli ortodossi non avevano mai considerato
l’esistenza del Purgatorio) indi per cui si erano venute sempre di più
divaricando.
La visibilità canonica dello Scisma si è delineata attorno al XIII secolo a
causa della Romania latina (dilagare degli occidentali nell’oriente causa
crociate e creazione di Stati Latini). L’impossibilità di lasciar governare la
stessa diocesi (dei territori conquistati) due vescovi si venne così a
determinare lo scisma anche su piano giudirico-disciplinare. Dopo la
crociata di Costantinopoli nel 1204, il vecchio patriarca greco venne
esiliato e posto un patriarca latino affianco dell’imperatore latino, il
legittimo morì in Tracia lasciando così eredi a Nicea accanto
all’imperatore greco. La crociata del 1204 non va svalutata, anche
perché vi furono atti da parte dei crociati di totale mancanza di rispetto
verso gli ortodossi, a cui vennero trafugate reliquie ed icone. Tutt’oggi gli
ortodossi rimproverano gli aggressori non di un atto imperialistico, ma di
un duplice crimine religioso : aver uguagliato in violenza e crudeltà
(sebbene fossero cristiani) quanto fatto dai barbari pagani ed in secondo
luogo di non aver considerato i nemici ortodossi come cristiani.

Dinamiche e possibili cause della separazione


Per l’ortodosso la l’icona ha lo stesso valore simbolico della croce nella
funzione del culto : è impossibile celebrare la messa senza almeno due
icone, raffiguranti Cristo e la Madre di Dio : esse sono indispensabili
durante la preghiera personale. D’altro parere invece è la Chiesa
occidentale, che vede quadri e statue di Cristo come un aspetto
secondario. La venerazione per le immagini sacre ha ricevuto (da VIII
secolo) una giustificazione teologica tanto da diventare espressione
visibile della rettitudine di fede. Ma questa elaborazione teorica è stata
causa di una contestazione di cui le immagini sacre furono oggetto dai
primi decenni del VIII secolo a Costantinopoli. Avvenne il periodo
dell’Iconomachia (lotta alle icone) voluta dagli imperatori dottrina
ufficiale della Chiesa.
In modo parallelo invece nel mondo occidentale il culto eucaristico, cioè
esposizione ed adorazione dell’Ostia consacrata (estraneo all’ortodossia)
perché nel medioevo venne messa in discussione più di una volta la
presenza di Cristo nelle specie eucaristiche. Così come è impossibile
stabilire per lo scisma una cronologia inequivocabile, non si può
nemmeno stabilire un numero limitato di fattori scatenanti. La causa è sì
unica ma di carattere generale, essa va riconosciuta nel fenomeno
storico, comune in un determinato momento ad entrambe le Chiese di
assolutizzazione della propria tradizione e della conseguente assunzione
di essa a parametro indiscusso della retta fede : se la tradizione è
avvertita come misura di ortodossia e di ortoprassi tutto ciò che è
differente da essa si trova al di fuori della verità del credere e dell’agire.
La diversità diventa un fattore antagonistico che porta all’alterità : lo
scisma per tanto è un lento processo di reciproca incomunicabilità.
Le due Chiese vennero a trovarsi in uno stato di scisma quando
confusero il concetto di unità della Chiesa, alla quale il pluralismo
culturale conferisce bellezza con quello di uniformità, nella quale
tradizioni particolari anziché integrarsi si sovrappongono.
Si possono considerare i diversi punti di dissenso, emersi di volta in volta
nel contenzioso tra occidente ed oriente per verificare l’impossibilità di
attribuire a uno solo di essi. La controversia degli azzimi rappresenta un
fenomeno esemplare e si tratta di uno scontro tra due diversi codici di
lettura della stessa realtà sacramentale. L’assenza del lievito esprimeva
per l’occidentale l’assenza del male (il fermento, il lievito) nella materia
sacrificale, mentre per l’oriente il lievito esprimeva la presenza di Cristo
di un’anima umana creata e facendo fermentare la pasta segnava il
discrimine tra i molteplici sacrifici antichi, sterili ed imperfetti e il
sacrificio nuovo, unico in quanto vivificato. Un altro aspetto della
controversia del 1054, da parte latina venne ripresa la relazione
sull’origine dello Spirito Santo (nata durante lo scisma con Fozio)
all’interno della vita trinitaria : le constatazione di Padri latini e dei Padri
greci divergono da questo punto sin dal IV secolo, ma entrambe le Chiese
ritennero che la differenza avrebbe dovuto compromettere la reciproca
comunione. Per il cattolicesimo il principio di unità all’interno della Triade
divina, ciò che dà unità d’essenza alle tre sussistenze individuali (Padre,
Figlio e Spirito Santo, le persone secondo terminologia latina) è la natura
comune ; per l’ortodossia è invece la persona ipostasi del Padre che
adempie alle funzioni di fonte, scaturigine della divinità per altre due
ipostasi.
Ne deriva che, per la teoria ortodossa postulare a processione dello
Spirito Santo assieme dal Padre e dal Figlio (come fa la teologia
cattolica), implica la negazione della monarchia (unità di principio) del
Padre all’interno della Triade, introducendo anche la seconda causa, ossia
un’ulteriore origine divina ossia l’ipostasi del Figlio (sebbene i padri
precisano che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio come da un
“unico principio”).
Già Fozio nel momento in cui nega valore dogmatico alla dottrina
trinitaria dei padri latini, la ritiene semplicemente imprecisa o mal
formulata sotto l’impulso di urgenti necessità pastorali, nel momento in
cui persiste l’arianesimo nelle aree periferiche dell’occidente latino. Il
mutare del quadro geopolitico, che pronuncia un distacco sempre più
pronunciato del papato dall’impero romano d’oriente ha il suo
corrispettivo sul piano culturale nell’allineamento della Chiesa romana
alla sensibilità ecclesiologia e teologica franco-germanica con la riforma
gregoriana e successivamente con il Dictatus Papae si misura quanto si
siano venute a divaricare le diversità ecclesiologiche.
La polemica ortodossa contro il Papismo per la sua pretesa di un dominio
mondiale non farebbe sospettare che l’autentica ecclesiologia ortodossa
ammette invece un primato con una precedenza al vescovo dell’antica
Roma. Se per la Chiesa ortodossa sul piano teologico-sacramentale
nessun vescovo è riconosciuto superiore all’altro, invece su quello
canonico-disciplinare essa non ha mai dubitato che il primo posto
spetterebbe a quello del vescovo di Roma (inteso come capo di tutti i
papi oppure vertice del sacerdozio). Come concezione si è lontani sia dal
Pastor Aeternus del primo concilio Vaticano (1870) , in cui il pontefice
romano fu proclamato infallibile in se stesso e non in virtù del consenso
della Chiesa, ma anche dal modo in cui papi come Damaso, Leone,
Gelasio e Gregorio (vissuti tra IV secolo e VI secolo) predicavano e
scrivevano prerogative della loro sede.
Il massimalismo si intende la dottrina che lo considera di diritto divino,
quindi intrinseco alla struttura stessa della chiesa, opposto il
minimalismo cioè che lo attribuisce alla normativa che la Chiesa stessa
ha provveduto.
Gli altri due punti che rientrano nel dissenso del patrimonio dogmatico si
riassumono in tal maniera : il primo riguarda l’escatologia (la sorte delle
anime dopo la morte) sopratutto per quello che riguarda lo stato vigile
delle anime dopo la separazione dal corpo in attesa del Giudizio Finale,
esistono due diverse concezioni. Nella Chiesa latina vi è la dottrina del
Purgatorio, la condizione nella quale i salvati espiano il debito di pena per
i peccati già loro perdonati, mentre nella Chiesa greca esiste la dottrina
dei transiti doganali, per la quale le anime dopo la morte vengono
esaminate sui vari vizi dai demoni e salvate dagli angeli.
Sebbene la dottrina attribuita alla vita dopo la morte sia diversa,
entrambe le Chiese sono accomunate da una sorta di insistenza con la
quale si raccomanda la preghiera per i defunti, ma nella fede ortodossa
vi è la particolarità per la quale la preghiera può fungere, prima del
giudizio finale, come salvezza per liberare le anime già condannate
all’inferno.
Il secondo punto invece è di grande stupore poiché a differenza della
Chiesa cattolica, l’ortodossia non prevede il dogma dell’Immacolata
Concezione di Maria, ossia l’immunità concessa alla Madre di Dio da ogni
contagio del peccato originale, ma assolutamente non ridimensiona la
figura della Theokos nella salvezza, ma è un riflesso di una valutazione
diversa delle conseguenze del peccato di Adamo. Indi per cui : nella sfera
cattolica “in Adamo hanno tutti peccato” per cui la colpa originale con
tutte le conseguenze si trasmette per via naturale e si cancella con il
battesimo, mentre per l’oriente interpreta “ a causa di Adamo tutti hanno
peccato”, ossia che tutti hanno ereditato le conseguenze della colpa e fra
tutte l’inclinazione al peccato. Perciò la Madre di Dio nasce senza peccato
originale perché così tutti nascono, ella dalle conseguenze si libera grazie
ad un’austera disciplina interiore.

3 Una Chiesa di Chiese

Chiesa ortodossa o Chiese ortodosse?


Visitando la basilica del Sacro Sepolcro a Gerusalemme ci si può
imbattere nelle diverse comunità cristiane presenti all’interno del
tempio : ci sono i cattolico-romani, i greco-ortodossi e altri orientali che
rientrano comunque sempre nell’insieme degli ortodossi. Essi sono i
fedeli siri ortodossi, copti ortodossi e armeni ortodossi e si
autodefiniscono tali non solo per la diversità del linguaggio turistico-
religioso , ma anche perché rivendicano la propria prerogativa ortodossa.
Queste Chiese (usanti una terminologia teologica uscita dal concilio di
Calcedonia nel 451), si sono separate dalla Chiesa orientale e da quella
occidentale rifiutando il concilio e vengono classificate come
acacalcedoniane oppure antico-orientali. Difficilmente discutibile la loro
natura monofisita, la comunione delle Chiese antico-orientali è l’unica ad
aver conservato una caratteristica del cristianesimo antico, cioè
l’esperienza dell’unità dogmatica e della comunione sacramentale nel
contesto delle diversità di culture, della letteratura e dell’architettura
religiosa, ma è comunque inopportuno considerarle Chiese nazionali :
sono più che altro il frutto di altre sintesi culturali diverse tra di loro.
Nella Chiesa copta (cioè la Chiesa egizia) la rivelazione cristiana si è
acculturata secondo le forme dell’Egitto tardo-antico(incontrandosi con le
caratteristiche della Chiesa etiope ed eritrea) ; nella Chiesa siro-
giacobita la sintesi culturale è associata al periodo della Siria
ellenizzata; l’ultima è la Chiesa armena-gregoriana (da San Gregorio
Illuminatore) alla quale va il merito di aver plasmato l’identità nazionale
del popolo caucasico. A fronte del cattolicesimo e dell’ortodossia che
sono diventate espressioni esteriori dell’unità dogmatica, la pluralità di
culture nella comunione delle Chiese tardo-antiche sono testimoni di
arcaicità.
L’aver unificato l’ortodossia tramite il modello costantinopolitano ha fatto
in modo che sotto il rito di Costantinopoli ci siano la Slavia ortodossa (dai
Balcani alla Russia) ed anche i tre patriarcati orientali d’Alessandria
d’Egitto, di Antiochia e di Gerusalemme (assumendo la forma tra il XII e il
XIII secolo). Alla base di questa omologazione si trova la convinzione per
cui l’espressione rituale riflette i contenuti dottrinali, per cui all’unità
dogmatica deve corrispondere l’unità liturgica.
L’uniformità rappresenta una dei punti cardini dell’ortodossia che ha
omologato (a partire dalle forme esteriori del culto e della disciplina
ecclesiastica) la devozione personale del fedele indipendentemente dal
posto in cui esso via e indipendentemente dalla sua mentalità religiosa,
ma rimane comunque riconoscibile l’individualità culturale delle diverse
componenti nazionali.
E’ facilmente percepibile la differenza tra le diverse Chiese ortodosse,
non solo per la lingua usata durante i culti, ma anche per i diversi
paramenti, la tipologia delle architetture e dello stile delle icone ed infine
nell’esempio più classico con il gesto della croce. L’unità nella diversità
mette l’ortodossia in continuità con l’universalismo dell’impero romano
d’oriente (il quale al suo interno conteneva diverse etnie a cui aveva dato
un’unità culturale preservando la religione e la lingua di ognuna di esse).
L’aspetto ecclesiologico, l’ortodossia viene considerata come una
comunione di Chiese particolari, indipendenti a livello gerarchico ma con
una realtà teologica unita, come d’altronde l’ipostasi non compromette
l’unità delle Chiese.
Tra dimensione locale e universale della Chiesa si sono formate piccole o
grandi aggregazioni di Chiese chiamate Chiese particolari realtà
intermedie tra locale e universale, alle quali è stato riconosciuta
dall’ortodossia unità sul piano giuridico-universale (tutti i vescovi di una
singola etnia possono raggruppassi in un organismo unitario e compatto
sotto la guida di un primate eletto da loro senza che egli possa
danneggiare la comunione dogmatica e liturgia con il resto della Chiesa
universale. L’autocefalia designa piena autonomia di governo conseguita
a lungo andare dai gruppi delle Chiese contigue ed etnicamente
omogenee. Uno dei primi esempi è quello della Chiesa di Grecia nata
dopo la liberazione del paese dal dominio turco diventando così esenti
dal primate, allora il patriarca di Costantinopoli ancora facente parte
tutt’oggi della Turchia, un altro tipo di autocefalia, di livello prettamente
geografico viene attribuita a Cipro, svincolatasi dal patriarcato di
Antiochia anche per le diverse difficoltà e lentezza di comunicazione, un
ultimo esempio invece è quello di base etnica-culturale dell’ortodossia
slava.Bisogna però essere previdenti nel pensare che la nazionalità sia un
requisito sufficiente per rivendicare l’autocefalia, soprattutto dopo che
essa ha potuto costituirsi in entità statuale indipendente : tale
prospettiva è condannata come fuorviante quando nel 1872 il patriarcato
di Costantinopoli ravvisò in essa l’eresia del filetismo (che l’indipendenza
ecclesiastica sia esigita da quella nazionale), sebbene due anni prima i
bulgari dipendenti in ambito sia civile che religioso da Costantinopoli
avevano ricevuto dal sultano turco il riconoscimento di nazione
autonoma all’interno dell’impero ed ottenendo il diritto di avere un capo
religioso proprio. In seguito Costantinopoli avrei riconosciuto l’autocefalia
delle Chiese di Romania, Albania, Serbia e Bulgaria.
Si può parlare di Chiesa ortodossa (dimensione teologico-misterica)
quando vige una realtà ecclesiastica unitaria ed omogenea, mentre nel
discorso di pluralità di Chiese indipendenti si definisce come Chiese
ortodosse (sulla configurazione storica). Dagli anni sessanta del XX
secolo iniziative di coordinamento tra le Chiese ortodosse hanno portato
a riconoscere l’ortodossia come primato d’onore al patriarcato di
Costantinopoli, impegnato a garantire l’unità visibile di tutti gli ortodossi.
Venne coniato un neologismo indicato con il nome di panortodosso,
significante la testimonianza unitaria di tutta l’ortodossia dopo la
proliferazione della autocefalie; vennero così indette conferenze
panortodosse svoltesi a Rodi 1961,1963,1964) dopo quella del monte
Athos del 1930, per unire tutta l’ortodossia di fronte al problema della
pace e sopratutto di fronte al dialogo ecumenico del secondo concilio
vaticano ed infine le conferenze di Chambesy in Svizzera. Con l’iniziativa
di Bartolomeo I, attuale patriarca ecumenico, sono iniziati gli incontri
periodici di tutti i patriarcati e i primati delle Chiese autocefale.

I patriarcati e le autocefalie

Il 7 Gennaio 2000 gli ortodossi hanno celebrato a Betlemme l’inizio


dell’anno santo con una solenne liturgia celebrata da patriarchi e
arcivescovi, oltre che ai primati delle Chiese autocefale (manifestando
così la propria universalità e unità). L’ordine dei concelebranti intorno
all’altare non era casuale, anzi vi era una predisposizione per rilevanza
ed importanza : al centro vi era il patriarca di Costantinopoli (il vertice
dell’ortodossia) ed ai suoi lati sia a sinistra che a destra i patriarcati
antichi in ordine di importanza e quelli moderni in ordine di antica
istituzione e per finire arcivescovi e primati in ordine cronologico di
riconoscimento di autocefalia delle proprie Chiese manifestando
l’organigramma del suo episcopato che è il riflesso di una gerarchia
precisa senza omettere comunque la parità dei vescovi.
Come si è già detto precedentemente al vertice della gerarchia ortodossa
vi è il patriarca; quando il cristianesimo si diffuse in modo sufficiente
all’interno dell’impero romano in ogni città vi era presente la figura del
vescovo, e qualora egli ricoprisse il ruolo nella capitale di provincia (la
metropoli) assumeva certe prerogative sui vescovi della propria
circoscrizione. Il vescovo presiedeva il sinodo provinciale eleggendo e
deponendo i vescovi della sua provincia. Ad egli non era concessa
l’autorità della sua diocesi (eparchia) ma anche sull’intera provincia
diventano il metropolita e con la riforma diocleziana le provincie
diventavano parte di circoscrizioni più grandi chiamate diocesi ed i suoi
vescovi iniziarono ad avere gli stessi privilegi che avevano già i
metropoliti sui singoli vescovi, vennero così a crearsi nuovo organismi
sinodali a cui capo c’era il super-metropolita ,chiamato successivamente
arcivescovo (accadde in Siria con Antiochia, Asia Minore con Efeso e
Cappadocia con Cesarea), ma per alcuni come quelli di Roma,
Alessandria d’Egitto (chiamati papa) e Antiochia i privilegi vennero
revocati al concilio di Nicea (325) e un secolo più tardi nel 451 con il
concilio di Calcedonia alle prime tre vennero aggiunte anche le sedi di
Costantinopoli e Gerusalemme. Si venne però a creare una sorta di
tensione causa la rivendicazione del primato (mai messo in discussione)
di Roma sulle altre sedi; Costantinopoli ottenne il secondo posto poiché
era considerata la seconda Roma, la capitale dell’impero romano
orientale.
Essendo di fatto la Roma d’oriente, Costantinopoli pretendeva di fruire
anche delle prerogative ecclesiastiche romane. Essendo stata aggiunta in
ritardo alle super-metropoli (omologando così l’organigramma
ecclesiastico della struttura dell’impero) , Bisanzio dovette ricevere a
spese di altri sede l’ambito territoriale della propria giurisdizione,
aggiungendo alla provincia di Tracia nella quale si trovava anche Asia
Minore e Cappadocia (bloccando sul nascere l’evoluzione di Efeso e
Cesarea verso lo statuto patriarcale) e più tardi le vennero attribuite
anche la zona dei Balcani orientale e meridionale (tolte alla giurisdizione
romana) e Cilicia (tolta ad Antiochia). I posti successivi furono quelli
attribuiti alle grandi metropoli dell’ellenismo, ossia Alessandria d’Egitto e
Antiochia, che ottennero la giurisdizione sull’Egitto e la Pentapoli
(Cirenaica in Libia) e sull’oriente (Siria e Libano), mentre all’ultimo posto
venne posta Gerusalemme.
La sede di Roma ha sempre sottolineato come la sua origine sia dovuta
alla predicazione di Pietro e Paolo, quella di Alessandria ed Antiochia
attribuiscono la loro origine invece sia a Pietro (successivamente
trasferitosi a Roma) e a San Marco discepolo del primo e autore del
secondo vangelo. Gerusalemme divenne la sede del trono di Giacomo, il
fratello di Cristo (poichè secondo tradizione orientale, Giuseppe prima di
divenire padre di Gesù ebbe un altro matrimonio e quindi un altro figlio)
ed infine Costantinopoli elaborò un racconto tra fine del VII secolo e inizio
del VIII secolo un racconto per cui san Andrea passò da Bisanzio
consacrando vescovo Stachis già citato da San Paolo nella Lettera ai
Romani. Questo fatto divenne atto di rivalità tra le due Roma, poiché
Andrea non è solamente il fratello di Pietro, ma secondo il vangelo di
Giovanni è stato il primo ad essere chiamato da Cristo, che
successivamente condusse il fratello a Gesù per cui nella liturgia
ortodossa Pietro è il protocorifeo (primo dei due capicoro degli apostoli,
l’altro è Paolo), Andrea non è altro che il protoclito (il primo chiamato).
Le cinque sedi non vennero subito definite come patriarcati, ma
semplicemente erano organismo di governo collegiale della Chiesa
universale chiamato successivamente Pentarchia e venne meno quando
Antiochia, Alessandria d’Egitto e Gerusalemme caddero nel VII secolo
sotto il dominio islamico, ma successivamente cessò di esistere con lo
scisma tra Roma e Costantinopoli (che fino ad allora era divenuta una
diarchia). Il patriarca esistevano già ed era un titolo non di origine
religioso, ma bensì un titolo attribuito alla suprema autorità ebraica
(viventi all’interno dell’impero) da parte della legislazione romana.
Quando nel 429 la carica venne cancellata, se ne sfregiarono i vescovi e
non solo delle prime cinque Chiese, ma questi ultimi vennero nominati
dalla legislazione imperiale come patriarchi dell’ecumene (di tutto il
mondo abitato) ; questo titolo rimase solamente poi a Costantinopoli.
L’istituzione patriarcale iniziò a prendere piede in oriente e ogni volta che
il primate di una Chiesa autocefala assumeva il titolo di patriarca, il
sovrano aspirava a creare un impero cristiano-ortodosso, per cui le le
dignità patriarcali venutesi a creare dopo la Pentarchia hanno sempre
una valenza politica. La più precoce Chiesa ad ottenere una dignità a
livello patriarcale fu quella bulgara nominata come Chiesa madre di tutta
la Slavia ortodossa. Già nel 927 lo zar Pietro e l’imperatore Romano I
Lecapeno ratificava la creazione del patriarcato di Bulgaria voluta già dal
precedente zar Simeone almeno quattro anni prima. Essa sopravvisse
fino al 965 quando il vincitore di Pietro, Giovanni I Zimisce, depose la
corona dell’impero bulgaro sull’altare di Santa Sofia, ma ritornò ad
esistere con l’impero di Samuele la sede patriarcale venne trasferita da
Silistria (città sul Danubio) a Ochrida nella Repubblica di Macedonia.
Sebbene il patriarcato venne soppresso nel 1018, riapparve durante il
secondo regno degli Asenidi nel 1187, ma con la caduta di Tarnovo nel
1393 per mano dei turchi otterrà solamente l’autocefalia nel 1870 grazie
anche al sultano prima ancora di ottenere l’indipendenza nazionale
(1878), cosa che venne riconosciuta dal patriarcato di Costantinopoli
solamente nel 1945 e si autoproclamerà patriarcato con la moderna
ideologia degli stati nazionali nel 1953 ; tra i patriarcati si trova all’ottavo
posto tra le Chiese ortodosse in quanto è stato l’ultimo nell’ambito delle
autocefalie balcaniche a ricevere il titolo di patriarcato ecumenico.
Una vicenda simile l’ha vissuta il patriarcato serbo, che ottenne
l’autocefalia già nel 1219, ma che riuscì a fare proclamare il suo primate
patriarca (in concomitanza con Stefano Dusan che riuscì ad unificare
attorno la Serbia tutta la penisola balcanica) ma nel 1353 questo atto
costò sia al sovrano che al neopatriarca ed a tutta la gerarchia serba la
scomunica da parte di Costantinopoli, il prezzo per ristabilire la pace fu la
rinuncia del titolo di patriarca da parte dell’arcivescovo serbo nel 1375.
Meno effimero fu il secondo patriarcato serbo (1557-1766) dovuto alle
manovre di un rinnegato serbo divenuto gran vizir; la definitiva
ricostruzione avvenne nel 1920 (ed egli si pone al sesto posto) e si pone
in connessione con l’indipendenza dello stato dal dominio turco
(indipendente dal 1831 la Chiesa serba riottenne la sua autocefalia nel
1879).
Senza alcune conflittualità con il patriarcato ecumenico fu l’istituzione
del patriarcato di Mosca e di tutte le Russie, da parte del patriarca di
Costantinopoli Geremia II che si trovava a Mosca nel Gennaio del 1589.
Da questo momento si può parlare di Mosca terza Roma, ossia della
Russia che diviene ultima e definitiva sede dell’impero universale
cristiano ortodosso trasferito dalla Vecchia Roma alla Nuova Roma da
parte di Costantino e poi esule da Costantinopoli dopo il 1453. Sul piano
ecclesiastico l’autoproclamazione dell’autocefalia russa avvenuta nel
1448 aveva già preparato questo evento. Nonostante il patriarca russo
sperava che la Chiesa russa venisse messa al terzo posso, rispettando i
primati di Costantinopoli e Alessandria, ne rimase deluso quando venne
collocata al quinto posto; anche questo patriarcato ha dovuto subire un
momento di sospensione dal 1721 fino al 1917 quando lo Zar Pietro I il
grande impose un modello di governo collegiale secondo lo stile di
Chiesa di Stato elaborato dai protestanti.
Privo di esperienza medievale invece è patriarcato romeno (terzo
dell’ortodossia balcanica), stabilito al settimo posto ed è stato
proclamato nel 1925 a riconoscimento dell’identità specifica delle
popolazioni di Moldavia e Valacchia.
L’ultimo dei patriarcati ortodossi è quello di Georgia (collocato al nono
posto) che ha ottenuto la sua autocefalia nel 1990 da parte di
Costantinopoli e rappresenta la componente ortodossa in antitesi con
l’altra presenza nel Caucaso, ossia quella armena.
Dopo i patriarcati, in ordine di precedenza vi sono le Chiese autocefale :
essa diviene autocefala quando ottiene la prerogativa dell’autogoverno
nei confronti del patriarcato del quale prima faceva parte. Il primate di
questa Chiesa ha il titolo di arcivescovo, grado superiore a quello del
metropolita (cosa che nella Chiesa russa avviene il contrario) nella
tradizione ecclesiastica greca. Delle restanti autocefalie quelle
balcaniche devono la propria istituzione al momento nel quale si afferma
ideologia nazionale senza che la prerogativa di una fondazione apostolica
giochi ormai alcun ruolo, ed appare evidente con l’autoproclamazione
della Chiesa di Grecia nel 1832 e riconosciuta da Costantinopoli nel 1850;
in modo analogo fu la Chiesa di Albania autoproclamata autocefala nel
1922 e riconosciuta tale nel 1937 (distaccandosi dalla sfera ellenica che
influenzava la parte sud del paese e sostituendo la lingua greca, allora
utilizzata per i riti, con quella albanese). Del tutto diverse sono le genesi
delle autocefalie slave del centroeuropa come quella della Polonia (1924)
e delle Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca (la più recente stabilita
nel 1998) nei paese in cui gli ortodossi sono minoranze religiose, altre
invece sono quelle autocefalie non canoniche della Chiesa di Macedonia
(staccata dal patriarcato di Serbia) e delle due Chiese ucraine erettesi a
patriarcato uno dei quali riconosciuti dal governo che rifiutano il legame
con Mosca.
Un tipo di Chiesa autocefala è quella d’America proclamata dal
patriarcato di Mosca; con tale atto (contestato da Costantinopoli) si è
proposta di unificare le diverse etnie di cui è costruita l’ortodossia
nordamerica.
Prima si è accennato la presenza di Chiese ortodosse autonome o
semiautonome accanto a quello autocefale; l’autonomia si differenza
dall’autocefalia perché atti di governo di queste Chiese richiedono
sempre la ratifica dell’autorità patriarcale che ha concesso loro questa
indipendenza, e principalmente esse fanno capo al patriarcato di
Costantinopoli come la Chiesa di Creta e quella di Estonia. La Chiesa
ucraina canonica ha ricevuto di recente uno statuto autonomo.

4 I grandi antagonismi

Chiunque abbia avuto relazioni anche solo sporadiche con un ortodosso


pienamente radicato nella sua tradizione culturale potrebbe aver notato
che l’ortodossia soffra di un complesso di accerchiamento. Essa si è
dovuta confrontare dal VII secolo in avanti con degli antagonisti costanti i
quali dopo un’estenuate pressione sono riusciti a sottomettere in modo
temporaneo in piano politico (latini ed islam) che hanno sempre
rappresentato un’alterità religioso-culturale (gli ebrei)

I latini

La consapevolezza di avere due nemici tradizionali e di essere nel pieno


di una situazione di debolezza a livello politico-militare, era
indispensabile appoggiarsi ad un nemico per battere l’altro, ponendo così
il dilemma all’ortodossia se legarsi all’occidente latino per sottrarsi alla
pressione islamica oppure viceversa. Quest’alternativa finì per dividere
sia la società che la Chiesa ortodossa, contrappose essa con l’imperatore
ogni volta che egli premeva per un compromesso dottrinale con il papa in
cambio di un aiuto militare da parte delle potenze occidentali. Divise
anche al suo interno la Chiesa di Costantinopoli tra gli esponenti del clero
convinti della compatibilità delle teologie greche e latine (latinofroni) e
quelli che rifiutavano qualsiasi parvenza di compromesso; quest’ultima
era la componente maggiore e comprendente la parte del ceto monacale
che rese di breve durata non solo l’unione di Lione del 1274, ma anche
quella di Firenze nel 1439.
La politica estere dell’impero romano d’oriente nei sue due ultimi secoli
di vita sacrificherà la sua soppravvivenza di una società integralmente
cristiana per salvare l’ortodossia affermando che fosse “Meglio il
turbante dei turchi che la mitra dei cardinali”.
Ci sono due persone della Chiesa che hanno impersonificato le due
diverse prospettive : il primo è il patriarca di Costantinopoli Giovanni XI
Bekkos, membro dell’alto clero di Santa Sofia perseguitato poiché si
opponeva alla politica di unione dell’imperatore Michele VIII Paleologo,
ma successivamente convintosi che la dottrina di processione dello
Spirito Santo dei latini non era sbagliata e per questa sua “conversone”
venne deposto dal sovrano dalla sede patriarcale (1275-1282).
Il secondo (tra i molteplici difensori dell’ortodossia) che comunque
rimane il maggior esponente è San Gregorio Palamas, esponente degli
orientamenti di teologia del monachesimo di attonita e acceso polemista
antilatino, e si mostrò disponibile al dialogo teologico con l’Islam quando
l’arcivescovo di Tessalonica venne catturato e tenuto prigioniero.
Ma non fu solamente la parte dell’impero romano d’oriente a trovarsi in
una situazione di drammatica alternativa, anche la Russia medievale che
si trovata stretta tra l’espansione territoriale ed anche religioso-culturale
dei cavalieri teutonici da Ovest e l’Orda d’Oro del dominio Tartaro da Est.
Il gran principe Aleksander Nevskij vincitore degli svedesi sul fiume Neva
e dei cavalieri teutonici nella battaglia sul lago Pejpus rimase a differenza
di altri principi russi in buoni rapporti con l’impero mongolo dal quale i
russi dipendevano; inoltre quest’ultimo fu campione contro una lotta
verso i latini per via di un’ostilità indotta da diversi eventi traumatici.La
svolta fu senza discussione determinata dalla crescente intolleranza per
qualsiasi diversità insita nelle rispettive tradizioni come la controversia
degli azzimi e al proliferare di trattati polemici anti-latini diffusi anche
nella Russia ortodossa, nella quale esercitarono una grande influenza.
Il passaggio della prima grande crociata che portò alla fine del XI i più
agguerriti rappresentanti delle potenze occidentali lo sfruttamento di un
ideale religioso ai fini dell’espansione territoriale-politico e la seguente
penetrazione delle attività mercantili marinare italiane che strozzavano i
ceti mercantili autoctoni generarono un senso anti-latino, ma fu
sopratutto la crociata con conseguente saccheggio di Costantinopoli del
1204 a segnare profondamente la sensibilità religiosa ortodossa.
Alimentò inoltre l’ostilità il fenomeno dell’uniatismo nato quando una
volta persa la speranza di rucucire lo scima orientale, Roma decide di
sperimentare la via delle unioni parziale accogliendo dentro di se Chiesa
ortodosse dell’Europa Centro-Orientale alle quali è consentito di
conservare i propri riti e le loro tradizioni; i primi uniati furono i vescovi
dell’Ucraina orientale nel 1596, più tardi ci furono i rumeni subcarpaci nel
1646 e poi i rumeni 1698. Con l’instaurarsi del dominio russo in Ucraina
nel 1795 i rapporti con Roma vennero a meno, ma nel frattempo anche i
vescovi dell’Ucraina occidentali erano passati all’unione con Roma. I
greco-cattolici si ritrovarono così sotto la protezione della monarchia
asburgica; questa comparsa, di orientali dal culto cattolico suscitò
sconcerto tra le file degli ortodossi perché si trattava di un fenomeno
inconcepibile per i loro presupposti eccolesiologici. Di fatti unitarismo si
basa sul principio della dissociazione Chiesa-rito mentre per l’ortodossia
la pratica rituale è legata all’osservanza dogmatica, per cui è
inconcepibile appartenere a una confessione religiosa seguendo il rito di
un’altra; essi non sono che un ibrido cristiano, caduti nella strategia
romana di sottrarre fedeli alla Chiesa ortodossa.
Con l’inizio del regime comunista (come in Ucraina e Romania) le Chiese
Greco-cattoliche vennero assorbite dall’ortodossia russa e romena, viste
come più manovrabili dai regimi totalitari rispetto alle comunità
cattoliche legate al Vaticano. Alla caduta del comunismo, le comunità
greco-cattoliche rimaste clandestine uscirono alla luce divenendo
legittime sia in Ucraina come in Romania e di conseguenza è sorto il
problema del recupero dei luoghi di culto che erano state attribuite dallo
Stato alle Chiese ortodosse. Si assistette quindi a occupazioni alcune
volte perseguite con violenza e con contraltari posti all’esterno delle
chiese da parte delle comunità che ne erano rimaste escluse.
La questione degli uniati ha ostacolato le relazioni cattolico-ortodosse,
bloccando il dialogo teologico iniziato nel 1980. L’ammissione da parte
cattolica che il metodo delle unioni parziali è superato (poichè estraneo
alla tradizione comune delle due Chiese) ha offeso i greco-cattolici come
tra l’altro la proclamazione del diritto per essi di continuare ad esistere,
andando a scontrarsi con l’intransigenza ortodossa.

L’Islam
Al di sopra delle cupole dorate (caratteristiche di Mosca) , la croce
ortodossa a otto punte, si erge su una mezzaluna. Non si tratta di una
commistione sincretistica sacra cristiana e musulmana, ma (secondo
un’interpretazione accreditata) del trionfo della croce di Cristo sulla
mezzaluna islamica e storicamente parlando si può attribuire questa
simbologia alla liberazione della Russia dal dominio tartaro nel 1554. La
conflittualità di carattere endemico iniziò quando le tribù arabe
arrivarono presso i confini dell’impero ricostruito da Eraclito. Cipro,
Bosnia, Kosovo, Macedonia e Cecenia sono le frontiere attuali di questo
attuale drammatico e millenario conflitto. Quando l’esercito arabo
comparve sui limiti del deserto per entrare poi nelle metropoli cristiane
dell’oriente cristiano (Damasco,Antiochia,Gerusalemme e Alessandria
d’Egitto) la prima impressione fu quella che si trattava di una cultura
antitetica e successivamente percepita come l’insieme di tutte le eresie
cristiane.
Per questa sua valenza religiosa la guerra tra cristiani ortodossi e
musulmani ebbe sempre qualche caratteristica di guerra santa; nella
mentalità ortodossa, alla sua nascita vi era il categorico rifiuto di
conciliare assieme attività di guerra e sfera del sacro. Nel corso del X
secolo si può notare una profonda ritualizzazione della vita militare in
senso liturgico-sacramentale; la giornata della truppa è scandita dalla
pregiera quasi come i ritmi monastici, la battaglia è preceduta da un
digiuno di tre giorni concluso dalla comunione collettiva e il
combattimento è caratterizzato dall’urlo di guerra che evoca la vittoria
della croce (ricordando la Battaglia di Ponte Milvio a Roma). Le guerre
seguono una procedura rituale; normalmente la dichiarazione di guerra
consisteva in una lettera inviata dal califfo all’imperatore romano a
convertirsi alla fede islamica denunciando le stoltezze della fede
cristiana. L’imperatore rifiutava con sdegno accompagnando il rifiuto con
il tentativo di dimostrare la superiorità della cristianità tramite degli
stereotipi.
L’eroe di una divulgatissima epopea epica Digenis Akritas, ambientato
tra IX e X secolo nell’aerea geografica a contatto tra il mondo arabo e
l’impero romano d’oriente, è un akritas ossia un soldato di frontiera, figlio
di un emiro arabo convertito e della figlia di un generale greco (e quindi
di doppia stirpe) ed è un cristiano fervente. Tutto ciò sta a significare il
trionfo del cristianesimo sull’islamismo e la divulgazione nella versione
slava ha conferito una valenza panortodossa.
Del resto la dimensione plurietnica nel segno di un’uniformità religiosa
era una caratteristica comune per entrambe le due superpotenze : la
progressiva conquista dell’impero romano d’oriente da parte dell’esercito
arabo fu accompagnata dalla massiccia conversione all’Islam e anche
laddove (nell’impero ottomano) l’identità religiosa sarà preservata, il
sistema dei millet (unità religiosa alle quali era garantita l’autonomia)
diventerà fattore d’impermeabilità sociale. Il millet cristiano-ortodosso
aveva il proprio referente nel patriarca di Costantinopoli garante verso il
sultano del pagamento da parte di cristiani ortodossi della tassa di
capitolazione. Insieme a un grande potere il patriarca ecumenico sotto i
turchi era segnato da una pesantissima responsabilità, come l’esempio
della vicenda di Gregorio V patriarca suppliziato dai turchi nel 1821
poiché istituzionalmente responsabile dell’insurrezione greca che lui
stesso aveva condannato.
Questa frequente necessità di bisogno di soldi da parte del patriarca si
era riflesso negativamente nella vita interna della Chiesa ortodossa
balcanica che comportava uno sfruttamento economico del basso clero e
carenza di strutture adeguate per la formazione culturale e religiosa,
come anche la limitazione a costruire nuove Chiese (negata se il
quartiere non era abitato tutto da cristiani oppure in sua prossimità
sorgeva un santuario islamico) e quelle costruite ex novo non dovevano
avere elementi architettonici che le caratterizzassero : viene a crearsi
una nuova tipologia costruttiva post bizantina, definita come turcocrazia
(che prevedeva la scomparsa della cupola e degli elementi decorativi
all’esterno del tempio oltre che alla croce).
Inoltre numerosi bambini cristiani furono obbligatoriamente arruolati
come reggimento militare denominato dei giannizzeri, con pena capitale
per chi si convertisse dall’Islam a un’altra fede e fu lo stesso effetto di
riempire il santorale ortodosso di una schiera innumerevole di martiri
raggruppati in una nuova categoria, ossia i neomartiri (usato per indicare
i martiri sotto l’Islam) composti da cristiani giustiziati per non aver
abbracciato la fede islamica e per uno zelo eccessivo nel difendere la
fede cristiana. Il sottogruppo più numeroso invece era rappresentato da
chi passati per convenienza o per paura all’Islam si pentivano e si
proclamavano di nuovo cristiani, ma erano destinati alla pena capitale;
essi vissero il loro martirio sotto forma di una lunga preparazione in un
esercizio spirituale presso monasteri. Assieme alla categoria dei neonati
vengono assimilati anche gli etnomartiri (martiri della nazione) ed erano
uomini di Chiesa coinvolti (direttamente o non) nella lotta di liberazione
del popolo cristiano e hanno testimoniato il legame tra nazione ellenica e
confessione cristiano-ortodossa.
La rinascita del nazionalismo serbo dal 1989 ha contribuito a far
conoscere la figura eroica del principe Lazar definito lo Zar martire visto
come il prototipo di neomartire; ucciso nel 1389 sul campo di battaglia di
Kosovo Pole, l’eroismo nazionale si identifica come il martirio di Cristo. La
raffigurazione del persecutore nelle scene di martirio post bizantine sulle
icone e sugli affreschi delle chiese con connotati islamici, ci indica come
quest’esperienza storica abbia segnato l’antagonismo nell’immaginario
dei religiosi ortodossi.

Gli ebrei

Nella settimana santa la poesia liturgica della Chiesa ortodossa


raggiunge il livello più alto nella ripetuta presenza e nelle stupende
composizioni dedicate ai misteri della Passione di Cristo, espressioni
pesanti nei confronti dell’Israele storico. Gli autori emettono un giudizio
non storico, ma bensì una valutazione teologica tant’è che negli
anavathmi del mattino di Domenica viene ripreso il versetto salimmo
(128,5) di condanna a chi odia il Sion per cui l’Israele odiato e insultato è
quello che nel momento in cui rifiuta Cristo <<Ha colmato la misura dei
suoi padri>>, mentre è esaltato l’Israele fedele che viene rappresentato
con i fanciulli che lo acclamano, ma alla fine dei conti l’ortodossia ha
sempre avuto una propensione particolare nel vedere gli ebrei come gli
antagonisti storici in diversi punti, come ad esempio sul piano teologico :
se il cristianesimo è in continuità con il giudaismo e lo trascende,
l’ortodossia enfatizza il trascendimento e pone in risalto l’indurimento di
Israele evidenziato dal trionfo costantiniano della fede cristiana. Dal
punto di vista culturale le due esperienze religiose si distanziano sempre
di più con un progressivo ripiegamento da parte del giudaismo dalla
lingua greca e dalle categorie di pensiero ellenistiche, vennero meno in
vincolo di un testo sacro in comune anche linguisticamente.
La proclamazione di Teodosio I (381) della fede cristiana ortodossa come
la sola consentita nell’impero fede dei giudei la minoranza religiosa non
cristiana; successivamente alcune disposizioni del concilio Trullano II
l’integrazione tra le due culture venne a meno per via di un’interdizione a
livello normativo. Sebbene vi furono questi contrasti nel corso del VII
secolo (uno dei più tragici per la storia del cristianesimo ortodosso causa
invasione avara-slava e poi bulgara nella zona occidentale e poi in quella
orientale dai persiani e successivamente dagli arabi) ha visto costituirsi
una relazione triangolare tra cristiani, ebrei e persiani (successivamente
arabi) ; i primi erano quasi sempre costretti a fronteggiare ostilità
congiunta degli altri due. Successe che quando i sassanidi entrarono a
Tolemaide gli ebrei ne approfittarono per bruciare le chiese e imporre ai
cristiani di convertirsi al giudaismo, un secondo esempio lo troviamo
durante la conquista persiana di Gerusalemme nella quale gli ebrei
espulsi rientrano assieme ai vincitori giungendo oltre a confiscare i bene,
anche a porre la scelta agli abitanti di convertirsi al giudaismo oppure in
caso di rifiuto di essere giustiziati, e si venne a creare l’idea che chi abbia
istigato i pagani oppure i musulmani ad infliggere pene ai cristiani
fossero gli ebrei, successivamente acqua anche la credenza di un
complotto planetario giudaico massonico a danno degli ortodossi.

5 Geopolitica dell’Ortodossia

La Slavia ortodossa

La pluralità di lingue liturgiche è un fenomeno di recente data; gli


ecclesiastici erano preoccupati dal fatto che il latino non era più
compreso dai fedeli. Nella liturgia l’unica lingua ammessa dalla Chiesa
era appunto il latino, mentre nella’ortodossia il pluralismo di lingue
liturgiche (nella forma del bilinguismo slavo-greco) è un risultato precoce
dell’attività missionaria di Costantinopoli e sono diversi gli esiti nelle aree
di afferenza di giurisdizione romana e costantinopolitana, della missione
di Cirillo e Metodio agli slavi. Essi sono i i rappresentanti più autentici
della missione cristiana durante il periodo della pentarchia patriarcale
nella quale la Chiesa imperiale è la responsabile della retta fede e
dell’ordine canonico sull’ecumene cristiana. Su ordine dell’imperatore
romano orientale Costantino (divenuto Cirillo in età monastica) e Metodio
operano per creare un terzo mondo linguistico culturale, quello slavo.
Spostandosi tra la Pannonia e la Moravia (Rep. Ceca, Rep. Slovacca e
Ungheria), hanno tradotto i testi, in slavo nell’alfabeto glacolico, che
possedevano tradizione latina; ma ben presto le due frange del
cristianesimo occidentale, episcopato franco-germanico e la Chiesa di
Roma) si scontrarono e fu così che la componente slava venne esclusa
dal cattolicesimo.
Andò diversamente con l’ortodossia, dove il patrimonio era già stato
elaborato nella Moravia latina venne prontamente accolto; venne portato
dalla schiera dei discendenti di Metodio che si era dispersa alla morte di
egli dopo la reazione franco-germanica. Sebbene la matrice iniziale di
quest’attività missionaria era imperiale, non furono soggetti all’impero gli
slavi, ma la classe turcofona, stanziata nei pressi del Danubio che era
sulla strada della slavizzazione, che vide in essi lo strumento culturale
adatto per sottrarre la neonata Chiesa bulgara all’assimilazione da parte
di greci e latini. Nella Bulgaria del IX e X secolo vi era una sintesi tra i due
substrati, quello culturale pagano e quello fedele slavo; la cristianità
locale non ha più l’impronta missionaria franca, ma bensì di
Costantinopoli ed i regni bulgari di Boris e Simeone vennero a trovarsi
all’interno del mondo imperiale orientale. L’alfabeto glacolico venne ben
presto sostituiti con i caratteri cirillici (creando un alfabeto nuovo) che
riproducevano le lettere maiuscole (onciali) greche.
L’estinzione del glacolico la cristianità slava finirà per essere attraversata
dalla frontiera che divide ancora tutt’oggi l’Europa in oriente ed
occidente in ambito cristiano.
Nell’impero Bulgaro i centri culturali di Ochrida e di Preslav (Bulgaria
orientale) il sogno di Cirillo e Metodio si compie, e nel corso del X secolo
vengono raccogliendosi tutti gli elementi che andranno poi a costituire il
patrimonio religioso e culturale della Slavia ortodossa (la Bulgaria fu il
campo di prova da cui uscì un modello culturale di ortodossia alternativo
a quello greco). Nelle scuole di Ochrida e Preslav vi susseguirà nel XIV
secolo anche Tarnovo durante la seconda influenza slavo-orientale; ogni
fenomeno religioso che proveniva da Costantinopoli era tradotto e da qui
partiva per arrivare in Russia e Serbia. E’ quanto avvenne con la riforma
liturgica di Filetto Kokkinos, patriarca di Costantinopoli, il formulario che
si usa attualmente nella Chiesa ortodossa, tradotto in slavo grazie al
patriarca di Tarnovo Evtimij e successivamente introdotto anche in Russia
dal metropolita di Mosca Kiprian di origine bulgara.
L’evangelizzazione degli slavi del sudest e nordest europeo ha
rappresentato una svolta per l’assetto geografico e culturale
dell’ortodossia. La diffusa campagna di islamizzazione dell’Asia cristiana
ha comportato l’ortodossia a passare da una realtà di tipo mediterraneo
intercontinentale a un fenomeno prettamente europeo, comportando così
l’egemonia numerica della componente slava che rappresenta il 75%
dell’intera comunione ortodossa e sebbene l’ortodossia abbia un
carattere ellenistico (e parla greco) su piano storico e teologico, ma se si
guardano i numeri l’ortodossia parla slava (o meglio ancora russo).
L’ortodossia slava frutto dell’attivismo missionario greco dei secoli IX e X
è figlia del patriarcato ecumenico, mentre Bulgaria e Serbia furono
precoci nel conseguire le giurisdizioni autonome dal patriarcato di
Costantinopoli; la Russia è un caso emblematico per quanto riguarda i
legami con l’ortodossia slava con la propria madre, e anche la Chiesa
bulgara può rivendicare il titolo di Chiesa madre per la Slavia ortodossa.
Il titolo di Terza Roma è un’ideologia formalizzata nella Russia del XVI
secolo e presuppone il trasferimento in Russia dell’istituzione imperiale
romana, nonché dell’ortodossia cristiana dopo la caduta delle prime due
nell’eresia e nella schiavitù. Il mondo slavo ortodosso vede la propria
identità culturale nascere e svilupparsi in connessione con il processo di
cristianizzazione; essi hanno vissuto questo processo con una
consapevolezza acuta; il confronto con l’alfabeto greco porta
all’affermazione di quello slavo, ideato da un popolo ancora pagano,
mentre quello slavo era stato inventato da un cristiano (santo).
La slavia ortodossa all’interno dell’ortodossia è lontana da essere un
fenomeno omogeneo: bisogna distinguere in ogni Chiesa slava
ortodossa, ciò che è comune a tutta l’ortodossia e ciò invece che
caratterizza quella slava ortodossa. In tal modo l’ortodossia bulgara si
differenzia per la sua atmosfera araicizzante.
A sua volta l’ortodossia serba esprime una singolare mescolanza di
elementi romanico-pugliesi e bizantini e nel contempo i puri stilemi
bizantini della decorazione pittorica di queste chiese ricordano come
questa cristianità sia la più greca fra quelle slavo ortodosse. Anche la
Serbia aveva creato inizialmente per se e in seguito diffuso uno
strumento d’inculturazione religiosa e civile; si tratta della revisione o
rifacimento del Nomocanone di Fozio (raccolta di leggi canoniche e civili
in materia ecclesiastica) compiuto dall’arcivescovo Sava nel 1219 al
ritorno da Nicea da dove aveva ottenuto l’autocefalia e fu denominata
Nocchiero di san Sava. La storia dell’ortodossia serba si colloca tra s.
Sava e figlio e fratello dei capostipiti della famiglia regnante; si può
comprendere quanto fu oltraggioso nei confronti dei serbi e del loro
sentimento religioso, l’atto turco di bruciare nel 1594 a Belgrado le
reliquie del santo. La seconda figura della storia è quella del principe
Lazar che fu decapitato dai turchi dopo la battaglia di Kosovo Pole nel
1389, e la mitologia nazionale ha assegnato questo omicidio il valore
emblematico di un destino nazionale e riscattabile solamente in una
prospettiva escatologica e metastorica.
Le particolarità del cristianesimo russo si identificano nell’enfatizzare gli
aspetti proprio della tradizione greca; il carattere storico delle tre più
significative del monachesimo russo sono : Fedosij Peceskiij (periodo
keviano XI secolo), Sergio di Radonez (XIV secolo periodo moscovita) e
Serafim di Sarov (XVIII- XIX secolo, periodo sinodale) connotato della
tenerezza dell’amore e della compassione di tutti gli esseri e si presenta
come lo sviluppo della spiritualità promulgata da s Isacco di Ninive
monaco vescovo della Chiesa assira vissuto tra VII e VIII secolo. Nel
cristianesimo russo si è sviluppata la figura del santo folle per Cristo,
un’asceta che compie azioni bizzarre e talvota sconvenienti per
nascondere sotto la maschera una follia simulata per l’eccellenza della
propria virtù: questa figura gode durante il XVI secolo di un’ampia libertà
di parola nei confronti dei potenti. Uno dei più famosi è San Basilio detto
il Beato sepolto a San Velo, nella piazza rossa di Mosca. Altro punto
caratteristico è il modello di santità relegato alle donne, cui il caso più
famoso è quello si s Ksenija di Pietroburgo che nel XVIII secolo percorreva
le strade della capitale con la divisa del defunto marito, allora ufficiale
dell’esercito.
Però in ambito di santità il cristianesimo russo ha creato una categoria
particolare (partendo da suggestioni greche) : si tratta ad esempio di
principi uccisi non per fede, ma per motivi politici o dinastici. La fede
cristiana viene testimoniata da essi nell’accettare una morte ingiusta che
diviene simile a quella di Cristo e vengono definiti stratostoterpcy :
possiamo citare Boris e Gleb, figli del principe cristiano Vladimir il Santo e
fatti assassinare dal fratello di egli, lo zarevic Dimitrij figlio di Ivan il
Terribile fatto uccidere a otto anni per motivazioni dinastiche per arrivare
allo zar Nicola II e alla sua famiglia fucilata dai bolscevichi , canonizzata
nel 2000.
Ancora più caratteristico è l’ambito caratteristico distinto dalle cupole ad
elmo e delle sculture in pietra al di fuori delle chiese di Vladimir-Suzdal
(XII-XIII secolo) per arrivare alle cupole a cipolla del XIV-XVII secolo fino a
adottare lo stile neoclassico o barocco dell’europa occidentale da Pietro il
Grande in poi. Nel tema delle icone, essa è distinguibile dagli altri stili per
gli stilemi particolari (per gli affreschi) e l’iconografia rimane creativa con
il moltiplicarsi delle tipologia iconiche mariane ossia l’elaborazione di
tematiche teologiche espresse attraverso la mediazione di testi liturgici
ed infine l’iconostasi si sviluppa sino a raggiungere il soffitto della chiesa.

<<Popoli, nazioni e lingue” nell’ortodossia.

Alcune etnie ortodosse hanno assunto grazie al medesimo principio che


aveva consentito il bilinguismo, la lingua nazionale come lingua liturgica.
Il caso più noto è quello della Chiesa romena, con una comunità
ortodossa seconda in consistenza a quella russa. I principati di Moldavia
e Valacchia erano rimasti al di fuori del dominio turco; i loro sovrani
(voivoda) si ritenevano in quanto principi ortodossi luogotenenti del trono
imperiale vacante e furono dal XVI secolo al XVII secolo i benefattori e
protettori del patriarcato ecumenico. A coronamento dell’idea di
nazionalità, all’idioma nazionale fu riconosciuta anche la dignità di lingua
liturgica con il risultato che una buona parte dell’ortodossia prega
nell’idioma neolatino. Questa prerogativa fa della cristianità ortodossa
romena l’ideale luogo d’incontro tra cattolicesimo romano con il quale gli
ortodossi romeni condividono il ramo linguistico-culturale e l’ortodossia
greco-slava.
Un’altra componente ortodossa della frontiera dell’identità linguistico-
culturale è quella della Georgia, punta avanzata dell’ortodossia a ridosso
delle repubbliche islamiche e dell’Armenia gregoriana (acalcedoniana)
caucasica. Due elementi consentono di leggere le vicende della
cristianizzazione dell’Iberia (nome antico della Georgia) in parallelo a
quello dell’Armenia : uno è la precocissima conversione a fine del V
secolo e l’altra è a creazione di un alfabeto proprio in connessione con
l’accoglienza della fede cristiana, un precoce uso dell’idioma locale nella
liturgia e la nascita di una letteratura autoctona cristiana.
La Georgia però sembra non aver ricevuto una gerarchia da
Costantinopoli, ma da Antiochia : per cui l’autocefalia ottenuta in modo
precoce è il risultato della difficoltà di mantenere la dipendenza dalla
Chiesa madre dopo l’invasione della Siria da parte degli islamici; la
lontananza dalla Chiesa di Costantinopoli rese la Georgia più soggetta ad
un’influenza della Chiesa russa.
L’ortodossia araba costituita dai tre patriarcati mediorientali entrati
dentro alla casa dell’Islam sostituirono con le tradizioni di Costantinopoli
tra il XII e XIII le loro tradizioni autoctone, ma dal XVI secolo iniziarono a
assumere l’arabo come lingua di liturgia. Tale processo di arabizzazione
culturale è da rilegare al mondo antiocheno , mentre per quanto riguarda
Gerusalemme l’arabizzazione ha caratterizzato solamente le parrocchie
in quanto arabofoni sono i fedeli mentre gli ecclesiastici sono tutti di
etnia greca come greca è anche la lingua liturgiaca.
L’ultimo patriarcato mediorientale, ossia quello alessandrino, è il più
ellenico dei tre patriarcati. Andando sul recente possiamo trovare
l’introduzione della lingua albanese all’interno della liturgia della Chiesa
di Albania (nel XX secolo) che prima era sotto l’influenza della turcocrazia
parte integrante del patriarcato di Costantinopoli.
Come al tempo di Cirillo e Metodio si vengono a scontrare due
presupposizioni : da una parte quella che teorizza l’opportunità di
introdurre la lingua parlata nell’ortodossia e rappresenta una costante
che parte dal vescovo missionario russo del XIV secolo Stefan di Perm
fino al metropolita Innokentij Veniaminov per gli auliteni dell’Alaska. Si
fanno sentire istanze riguardanti la sostituione, presso gli ortodossi della
diaspora, di queste lingue liturgiche con quelle dei paesi ospitanti e tale
misura concorrerebbe anche rendere più unita la presenza ortodossa in
occidente che in casi come la base etnico-linguistica, si sovrappongo
nello stesso territorio.
Di contro l’intangibilità delle lingue liturgiche consacrate dall’uso di una
dinamica che ha visto il palesavo sostituito al latino (lingua liturgica non
più ortodossa) per formare con greco e ebraico un nuovo trilinguismo
ortodosso.

6 Alla scoperta dell’identità ortodossa

L’economia ecclesiastica : l’arte di governare le anime


Il termine di economia assume a qui un’accezione del tutto diversa da
quella più corrente; è un discordo su Dio in relazione al mondo che ha
come oggetto la sua progressiva rivelazione nel tempo e nella storia
dell’uomo.
L’economia ecclesiastica è la possibilità di concedere deroghe da una
prescrizione normativa senza la validità della prescrizione stessa, con il
fine di agevolare il conseguimento della salvezza eterna, laddove la
legge, applicata in tutto il suo rigore, potrebbe ostacolarlo. La Chiesa
agendo in tal mondo non fa che emulare la l’infinita misericordia divina
che vuole che tutti gli uomini siano salvati.
La normativa matrimoniale della Chiesa ortodossa è più rigorosa di quella
cattolica nell’affermare il principio dell’unità e dell’indissolubilità del
matrimonio cristiano al punto di ritenere un nuovo matrimonio contratto
dopo la morte del coniuge come una concessione economica; tuttavia
sembra che nell’antico il matrimonio di un vedovo non prevedesse in
oriente il rito di incoronazione degli sposi (comune nel matrimonio
ortodosso) e che comunque agli sposi fosse imposto un periodo di
penitenza. Qualora nella morte del matrimonio stesso, di fronte alla
prospettiva di imporre ai separati una vita di incontinenza alternativa a
uno stato di peccato, la Chiesa per non mettere a repentaglio la loro
salvezza eterna (applicando la legge dell’indissolubilità), sancisce il
divorzio come la morte del matrimonio e concede ai divorziati
(procedendo per economia) di contrarre un nuovo matrimonio; così
facendo lo statuto del divorziato viene posto sullo stesso livello di quello
del vedovo, facendo così riferimento alla fragilità della condizione
umana, può risposarsi.
Però bisogna impedire all’uomo di sfruttare questa occasione per
sfruttare la concupiscenza, concedendo così al massimo un solo
matrimonio in più. La normativa risale a San Basilio, ma oggi la Chiesa
ortodossa ha consentito anche le terze nozze imponendo un periodo di
penitenza per gli sposi. Un vescovo però può negare le seconde nozze
qualora si riconosce che per salvare un’anima è meglio attenersi alla
legge.
L’economia può definirsi una metodologia di governo delle anime che
opera in sintonia con la misericordia divina, divenendo così il significativo
interesse della Chiesa per l’uomo. Quest’economia (implicita
nell’insegnamento dei padri greci esprimendola con i termini di
condiscenda e filantropia), la deroga può riguardare costumi, norme di
comportamento ma non la fede. E’ un ipotesi prospettata perché
l’accettazione dell’unione con Roma a condizioni che mortificano
l’ortodossia poteva essere l’unica via per scongiurare l’invasione
islamica.
La normativa relativa all’ingresso degli eterodossi nell’ortodossia è senza
dubbio univoca : si parte da un’accoglienza tramite semplice professione
pubblica della fede ortodossa, a un rito che prevede l’unzione con il
crisma sino al battesimo :la differenza dipende dal ricorso all’economia
Il criterio economico è la chiave di lettura per comprendere come
comportamenti all’apparenza incoerenti non nascondono sostanziali
diversità di vedute, ma bensì un uso oculato di questa facoltà di scegliere
momento per momento ciò che si ritiene più conveniente al bene della
Chiesa e dei fedeli ; si verifica nei rapporti in sacris con le altre
confessioni cristiane (chiesa cattolica in particolare). Questa diversità di
comportamento non implica il peggioramento delle relazioni tra cattolici
e ortodossi : esse sono espressione di una giusta diversità sul valutare
l’opportunità da applicare la normativa di ordine canonico, che proibisce
qualsiasi altra preghiera in comune con gli ortodossi, oppure di derogare
da essa la virtù dell’economia i responsabili di queste quattro Chiese
ortodosse hanno scelto l’atteggiamento più adeguato al bene della
Chiesa e la necessita di evitare il disorientare i fedeli.

Il monachesimo : angeli terreni e uomini celesti


Un lungo velo nero che avvolge il copricapo di forma cilindrica degli
ecclesiastici ortodossi non connota lo stato clericale, ma bensì la
condizione monastica. Anticamente il velo veniva steso direttamente sul
capo e viene indossato dal vescovo perché egli viene scelto tra i monaci
e se sempre egli appartiene al clero secolare prima dell’ordinazione deve
rivestire l’abito monastico. Lo stesso colore nero simboleggia anche il
monachesimo femminile, figure interamente nere che lasciano solo
vedere una zona triangolare delimitata da un fazzoletto che copre fronte
e guance.
L’osmosi verificatasi nell’occidente tra chierici e monaci sono i
presupposti teorici del monachesimo ortodosso che lo fanno apparire
diverso da quello cattolico : il principio della coessenzialità del
monachesimo della vita della Chiesa e dell’assoluta unitarietà della vita
monastica (privo di un pluralità di regole). In virtù del primo principio il
monachesimo presuppone una continuità non solo con l’età apostolica,
ma anche con i modelli veterotestamentari di ascesi, mentre il
controverso problema dell’origine del monachesimo viene risolto con
argomentazioni teologiche in base al criterio dell’analogia del genere di
vita, cosicché il monachesimo viene considerato come la componente
scelta dalla Chiesa, porzione eletta separandosi dalla massa più
compromessa nel mondo. Ai monaci vengono riconosciuti dai fedeli
compiti specifici come la guida spirituale dei fedeli e la difesa
intransigente dell’ortodossia dottrinale. Non si concepiva l’esistenza della
Chiesa senza il monachesimo poiché il monaco è colui che riconduce
tutto all’Uno e tutto ciò che lo riguarda presuppone l’unità e l’essenza del
monaco è comune a tutte : rinuncia al mondo (alternativo all’amore
assoluto per Dio) e la scelta di una vita perenne di condizione di
penitenza per se stesso e per il mondo, nella consapevolezza che il
valore primario della salvezza eterna esige da lui un’opzione così
radicale.
Il termine monaco deriva dal greco monos= solo, anche se oggi vige
anche l’essere cenobita; egli è pienamente monaco in quanto il consorzio
a cui egli appartiene a essere isolato. Se poi si tratta di un eremita in un
minuscolo gruppo cui alla guida vi è un anziano spesso in un villaggio
monastico (skiti) oppure se abita da solo in un luogo raggiungibile solo
grazie a rapidissimi sentieri ma comunque sempre facente parte di
questa società e mai solo.
Come l’ortodossia non conosce più regole così non esistono ordini
monastici dal momento che ogni monastero ha la sua regola particolare
ma tutte seguono la sapienza dei Padri. L’abito monastico viene
chiamato anche angelico, poichè secondo la tradizione esso fu indossato
dall’angelo in visione a Pacomio e inoltre rappresenta il distacco dal
mondo e anticipa in terra la condizione del secolo futuro; il monaco non
rappresenta così la condizione finale dell’uomo, ma anche la forma che
assumerà nell’Eden.
L’iniziazione monastica è qualificata come un nuovo battesimo in quanto
consente (in via penitenziale) il recupero della santità battesimale, ed è il
senso dell’imposizione al monaco di un nuovo nome mantenendo
solitamente il primo per esprimere la continuità dell’iniziazione
monastica con quella battesimale; quest’ultima comporta l’irreversibilità
della scelta dello stato di vita monacale ed è la convinzione della
vestizione monastica rimette i peccati : è forse questa la motivazione
che ha reso una prassi nella regalità ortodossa l’assunzione dello stato
monacale sul letto di morte.
La lotta contro la propria natura corrotta dal peccato, senza la coscienza
di esso non esisterebbe il monachesimo; come c’è una teologia così c’è
pure una geografia sacra del monachesimo ortodosso : l’area sacra si
riconduce al monte Athos, definita arca santa dell’ortodossia come i più
importanti monasteri ortodossi vengono presentati fortezze
dell’ortodossia. Il punto di partenza è il Monte Sinai, luogo dove vi era il
rovereto che ardeva senza consumarsi, collocato entro le mura alzate da
Giustiniano, l’ortodossia ha ricevuto l’iniziazione alla più alta forma di
preghiera consistente nell’invocare incessantemente il nome di Cristo.
Nell’isola di Patmos il monaco Cristodulo costruì nel XI secolo un
monastero dedicato a Giovanni (colui che scrisse l’apocalisse) e si erige
come una fortezza. I monasteri di Athos costituiscono un’intera isola
abitata da soli monaci con la compresenza di tutte le forme monastiche
tradizionali, con l’appoggio delle componenti antico-linguistiche
(russi,serbi e bulgari), l’area monastica dei Meteora in Tessaglia fiorente
nei secoli XIV e XVI è di fondazione athonica.
Passando nel mondo slavo troviamo monasteri serbi del Kosovo, quello
bulgaro di San Giovanni e la Laura delle Grotte di Kiev, fondato nel XI
secolo e conserva una bara di legno con il corpo incorrotto del monaco
che viveva lì. In Russia invece sono presenti la Laura della Trinità e san
Sergij di Radonez del XIV secolo.
La tipologia costruttiva di questi monasteri è carica di valenze
simboliche: è sempre circondato da mura alte per separare lo spazio
sacro del monastero dal resto del mondo, la chiesa principale è al centro
separata da ogni edificio perché la casa di Dio non può appoggiarsi a
case di uomini mentre il refettorio si colloca in uno spazio sacro poiché il
pasto è il proseguimento del banchetto rituale dell’eucarestia.
La sinfonia delle istituzioni : l’ombra di Bisanzio
Era un autentico scandalo per il principe ortodosso vedere il supremo
titolare della regalità cristiana a essere ridotto come sovrano di
Costantinopoli e tributario dei turchi; perciò il principe moscovita Vasilij
Vasil’evic nel 1393 scrisse al patriarca di Costantinopoli per manifestargli
la propria intenzione di far togliere nel suo regno il nome dell’imperatore
dalla commemorazione liturgica. Egli rispose con una lettera dal
seguente messaggio :” Non si da Chiesa senza impero” e poiché è verità
di fede che le potenze infernali non prevarranno mai contro la Chiesa
anche l’impero è destinato a durare fino alla fine della seconda venuta di
Cristo.
L’ortodossia è culturalmente figlia di Bisanzio e ha assistito alla morte
della madre : questa sorta di metafora rappresenta la perfetta
coincidenza nello spazio e nel tempo tra Chiesa e Impero. Tale concetto è
persino entrato nella liturgia ortodossa in un testo imperniato sulla
lettura provvidenziale della contemporaneità con Gusto dell’impero
romano e della nascita di Cristo
L’unità politica dell’ecumene diventa un’esigenza imprescindibile
dell’unicità di Dio: ammettere l’esistenza di più sovrani significherebbe
ritornare all’idolatria. Quando ci si accorse che la caduta dell’impero non
aveva comportato la fine del mondo, incominciò a farsi strada la
convinzione che l’impero era finito solo storicamente ma non
teologicamente; la dignità imperiale era venuta a meno causa i peccati
del popolo ed è stata surrogata dalla Chiesa stessa. Facilitò questa
soluzione il ruolo istituzionale il patriarca ecumenico che si vide conferito
dai conquistatori il titolo di capo dei millet cristiano ortodossi dell’impero
ottomano, e per queste prerogative civili il primate costantinopolitano
assunse insigne della simbologia imperiale, e si tratta di una mitra che
riproduce la corona imperiale degli ultimi Paleologi, con l’aquila bicipite a
simbolo delle sue duplici competenze, religiose e civili che era già
stemma della famiglia reale e che tutt’oggi è il simbolo del patriarcato
ecumenico di tutta l’ortodossia.
Esiste un luogo in cui si materializza il concetto di eternità dell’impero
d’oriente ed è il tempio di Santa Sofia la rappresentazione visiva del
patriarcato ecumenico, dell’ellenismo ortodosso e di tutta l’ortodossia, ed
è stato replicato in tutte le aree periferiche alla capitale. Santa Sofia è la
personificazione dell’impero perduto : come non muore la speranza di
ricostruire un giorno a Costantinopoli l’impero cristiano ortodosso così
anche la perdita della Grande Chiesa viene creduta temporanea.
Nell’ortodossia slava in particolare modo in quella russo moscovita il
procedimento per ovviare l’aporia teologica della vacanza dell’imperò fu
quello dello spostamento della dignità imperiale ad un’altra identità
ortodossa. I teorici politico-religiosi dell’emergere dell’autocrazia
moscovita operano per autenticare il trasferimento dell’impero da
Costantinopoli alla Russia (divenendo così Mosca terza Roma). “Due
Rome sono cadute, la terza sta e la quarta non ci sarà” frase celebre del
monaco Filofej del monastero di Pskov.
La sacralità di questa monarchia universale è un’elaborazione dottrinale
in cui sono confluite componenti egiziane e iraniche mediate dalla
regalità ellenistica e da quella tardo-romana, l’imperatore assume
l’immagine di Dio vivente Padre monarca spirituale e del vicario terreno
del Figlio di Dio. L’imperatore a un tempo uomo e più che uomo porta
anche un’altra dualità relativa alle due sfere, quella religiosa e civile nelle
quali si articola l’indivisibile potere di matrice divina, unità e indivisibilità
della nozione di potere nella società cristiana. Stato e Chiesa non sono
divise istituzioni, ma due ordini giuridici nei quali si esprime l’impero
universale; i due aspetti, regale e sacerdotale devono rimanere distinti
senza sovrapporsi nei rispettivi ambiti ed in questa maniera il problema
del rapporto Stato-Chiesa non si pone.
Si comprende l’incoscienza delle categorie di cesaropapismo (impero non
surroga chiesa) e teocrazia (chiesa non assorbe l’impero). Alla regalità
siano riconosciute in modo istituzionale specifiche competenze in
maniera ecclesiastica che l’imperatore esercita con interventi legislativi e
misure di carattere amministrativo a cui spetta convocare un concilio
generale e presiederlo, nonché dare vigore di legge ai deliberati
dogmatici e disciplinari.
Misure amministrative di sua stretta competenza sono la creazione di
nuove circoscrizioni e l’elevazioni del loro grado gerarchico,
promuovendole a metropoliti e o arcivescovati. Egli è anche
epistetomonarca curatore della Chiesa qualifica che esclude ogni ufficio
pastorale e dignità sacerdotale.
In qualche caso gli imperatori hanno rivendicato una regalità che
comportava prerogative sacerdotali; si è verificato quando i sovrani
hanno tentato di introdurre nella Chiesa dottrine eterodosse.
La dimensione sacrale del sovrano e le sue competenze religiose
vengono affermate in prospettiva ortodossa in un contesto che ne
sottolinea l’indiscutibile laicità. Le istituzioni tramontano ma l’impronta
da essere lasciata scolorisce con estrema lentezza ; la teologia politica
ha lasciato tracce profonde nella mentalità dei credenti ortodossi

L’apoteosi del sacro


Prodotti naturali diventano quasi sempre generi alimentari facenti parte
di elementi costruttivi di un rito liturgico e si trasformano in fattori di
trasmissione del sacro ai fedeli. Potrebbe stupire questo coinvolgimento
di realtà di materiali nella dinamica spirituale del rapporto con Dio da
parte di un’esperienza religiosa come quella ortodossa convinta del
primato dello spirituale sul materiale.
L’ortodossia non indulge all’uso improprio della materia caratteristico di
una religiosità istintiva e naturale; nell’ortodossia il rapporto con la
materia è oggetto di un’approfondita considerazione a livello teologico :
l’incarnazione del Figlio di Dio premessa divinizzazione dell’uomo
consiste nel paradosso dell’assunzione della materia creata da parte di
Dio. L’affermazione quasi provocatoria di san Giovanni Damanesco :<<
Non cesserò di portare venerazione alla materia attraverso la quale è
stata operata la mia salvezza>>. In virtù di quest’uso liturgico della
materia creata la sua stessa natura è trasfigurata per cui pane, vino e
olio trovano loro autentica ragione di essere e non nel nutrire e rallegrare
il cuore dell’uomo bensì nel fungere da tramite alla grazia santificante nel
battesimo, nella crismazione e nell’eucarestia.
Come il monaco è l’uomo nuovo che succede al vecchio consiste in lui il
mondo nuovo che ha incominciato a esistere ancora frammisto al vecchio
e non conosce più il profano ma vive pienamente nella realtà del sacro;
all’estremità di Dio rispetto all’uomo, conseguenza drammatica del
peccato è succeduta <<l’intronizzazione dell’argilla sul trono di Dio>>
come scrisse san Giovanni Climatico, conseguenza dell’incarnazione
Per questo tutto ciò che circonda l’uomo è diventato il veicolo della
santità di Dio e le cose non sono più solamente i vettori di
contaminazione e di morte ma assumono duplice valenza dipendente
dall’uso che ne fa la volontà dell’uomo. L’esasperazione del senso del
sacro è caratteristica della religiosità ortodossa, non solo espressione di
una fede ingenua, ma l’esito di una procedimento teologico raffinato.
Il senso del sacro del credente ortodosso emerge con maggiore evidenza
al culto delle immagini e delle reliquie; icone e reliquie adempiono ambe
alla funzione di realizzare una presenza in assenza. L’icona considerata
oltre che nel valore storico artistico e parametri estetici ma bensì anche
nei fondamenti teologici che rappresentano una delle più formidabili
materializzazioni del sacro. L’immagine sacra ha una funzione
strumentale per l’insegnamento dei fedeli; il divieto di <<non ti farai
immagine di me>> è capovolta da Gregorio Palmas nella prescrizione di
<<ti farai dunque immagine>>. L’icona rappresenta la sintesi
dell’ortodossia cristologica cui su di essa è rappresentata l’ipostasi divina
del Figlio.
Indi per cui l’iconomachia non è solo un’eresia cristologica, ma anche un
intellettualismo spiritualistico che compromette l’essenza stessa del
cristianesimo; la festa della restituzione delle immagini da culto nel 843
nella Domenica prima di Quaresima, viene citata come la Domenica
dell’ortodossia ossia la vittoria della retta fede su qualsiasi deviazione
dottrinale.
Dall’equilibrio cristologia espresso dall’icona discendente il superamento
del dualismo spirito-materia implicito nelle radici culturali elleniche
dell’ortodossia e il fatto che sull’icona sia riprodotta la persona
dell’essere raffigurato e non la sua natura conferisce all’immagine la
valenza straordinaria di rendere quest’ultimo presente.
L’icona è la rappresentazione di un uomo già trasfigurato nel processo di
divinizzazione; la continuità con la vita terrena testimoniata dall’estrema
attenzione alla fisionomia si compone con il trascendimento del mondo
presente ed è tutt’altro che una pittura naif che ha come presupposto un
realismo estremo del secolo futuro. Le condizioni surreali dettate da una
prospettiva capovolta sono finalizzate ad affermare la dimensione
metaforica e metafisica di quel mondo in cui l’icona diventa lo specchio
fedele.
Le reliquie, se il santo non è più nella sua spoglia i suoi resti mortali ne
perpetuano la sua presenza: essa, di forma corporea, diviene oggetto di
desiderio. Nella fase bizantina dell’ortodossia una grande importanza
veniva attribuita all’incorruzione del corpo come un segno anticipato
della resurrezione; la sospensione della legge naturale della dissoluzione
dei corpi è ordinata a confermare la sua perfetta assimilazione a Cristo.
Fino a oggi l’incorruzione è avvertita nella sensibilità del popolo come il
requisìto fondamentale per riconoscere la santità ufficiale :
nell’ortodossia greca si sono venuti privilegiando altri rilevatori di santità
come il colore delle ossa (che devono essere gialle come la cera anziché
essere brune) oppure myrovlisia cioè l’essudazione da esse di un liquido
oleoso e profumato o per passare all’evodia che rappresenta il fenomeno
di emanazione sempre dalle ossa di un intenso profumo gradevole.
La pratica della frammentazione delle reliquie estende sempre di più la
presenza del santo in maniera fisica; le forme di venerazione sono
identiche alla prostrazione nel bacio e nei gesti provenienti dal rituale
imperiale dell’omaggio al sovrano come figura sacra. I reliquiari ortodossi
hanno una forma particolare : una parte della reliquia deve essere
scoperta affinché i fedeli possano avere con essa con contatto diretto
fisico; l’atto di venerazione del fedele ha una sua oggettività che
prescinde dalla partecipazione emotiva, al punto da non richiedere una
presenza troppo lunga.
Diversa da un contatto diretto con il corpo è quello di accendere una
candela, spesso accesa dai fedeli per i loro parenti ; le chiese sono
debolmente illuminate dalla luce naturale, poiché le finestre presenti
sono molto piccole, e la loro atmosfera tipica si riflette nelle fiamme di un
numero altissimo di candele e delle lampade ad olio che si riflettono sui
metalli preziosi delle icone. Le candele sono impiantate sul fondo di
sabbia dei candelieri di forma rotonda (in Grecia) mentre in Russia sono
infilate nei beccucci che aprono su supporti dorati; il colore caratteristico
è quello giallo-bruno in contrapposizione con la paraffina bianca dei
cattolici.
Le lampade ad olio (di oliva mischiato con vino e sale) vengono poste
davanti alle icone e alle reliquie presenti nella chiesa, e talvolta i fedeli
intingono il dito nell’olio che brucia nelle lampade ungendosi la fronte o
altre parti del corpo oppure in altri casi un batuffolo di cotone viene
immerso in questo olio e portato a casa; le suggestioni della luce
rientrano nel quadro dell’esperienza liturgica nella quale è coinvolto tutto
l’essere dell’uomo.
Il fatto è che per l’ortodossia l’enunciato cristiano che è tutto l’uomo (e il
suo corpo) è oggetto di salvezza, è affermazione sperimentale sin da
quaggiù nella naturalità dei sensi spiritualmente trasfigurati.