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Irruzioni

Coordinamento
Massimo Arcangeli
Cristina Guarnieri
© MIT Center for
International
Studies
http://cis.mit.edu

Progetto grafico:
Francesca Pignataro
Cover layout: Bruno
Apostoli

Il presente testo è
basato sulla
conferenza Racing to
the Precipice:
Global Climate,
Political Climate
tenuta da Noam
Chomsky all’interno
del ciclo Starr Forum
il 23 marzo 2017
presso il MIT Center
for International
Studies.
Traduzione
dall’inglese di
Arianna Bartolozzi
Revisione di
Lucrezia Pigini

I edizione:
novembre 2018
© 2018 Lit Edizioni
Srl
eISBN:
9788832825923
Tutti i diritti
riservati

Castelvecchi è un
marchio di Lit
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Roma
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www.castelvecchieditore.com

ristampa anno

2018
8 7 6 5 4 2019
321 2020
2021
Noam
Chomsky
Verso il
precipizio

Traduzione di
Arianna
Bartolozzi
Già da tempo
mi interesso a un
dibattito che
ebbe luogo circa
venticinque anni
fa tra due grandi
scienziati: Carl
Sagan ed Ernst
Mayr.
Discutevano
della probabilità
di trovare vita
extraterrestre
intelligente:
Sagan, che
studiava la
questione da
astrofisico,
calcolò il numero
di pianeti più o
meno simili alla
Terra
concludendo che
le possibilità
sono piuttosto
alte; Mayr,
analizzandola da
biologo, disse:
«Abbiamo solo
un caso, cioè la
Terra, che ha
avuto circa
cinquanta
miliardi di
specie, e
potremmo
chiederci quali
siano i criteri per
il successo
biologico sulla
Terra con
cinquanta
miliardi di specie
da esaminare»;
sottolineò inoltre
che c’è una
straordinaria
regolarità tra di
esse.
Le specie di
successo sono
quelle che
mutano
velocemente,
come i batteri, o
quelle che hanno
un nascondiglio
fisso, come gli
scarabei, e
restano lì
qualunque cosa
accada. Appena
si alza il livello di
quella che noi
chiamiamo
intelligenza, il
successo
biologico
diminuisce. Per
questo non ci
sono molti
mammiferi né
molte scimmie, e
l’unico motivo
per cui esistono
tante mucche è
che le alleviamo.
In generale, il
successo
biologico
diminuisce
quando
l’intelligenza
aumenta.
Meglio essere
intelligenti o
stupidi?

Gli umani
sembrano
un’eccezione, ma
questo è solo un
picco statistico,
un breve
momento
dell’evoluzione
che dura un paio
di migliaia di
anni. Quindi, la
conclusione di
Mayr è che «la
storia della vita
sulla Terra
smentisce
l’affermazione
per cui è meglio
essere intelligenti
che stupidi». In
effetti, ha
ragione. Mayr
evidenzia inoltre
che la durata
media della vita
di una specie è di
circa centomila
anni. Noi esseri
umani abbiamo
raddoppiato la
cifra: siamo
intorno ai
duecentomila,
quindi un po’
oltre il punto di
estinzione
previsto.
Dunque, è
meglio essere
intelligenti o
stupidi? La
questione è stata
recentemente
esaminata da uno
scrittore indiano,
Amitav Ghosh,
nel libro La
grande cecità. Il
cambiamento
climatico e
l’impensabile.
Difatti, il nostro
fallimento
nell’affrontare la
sfida più grande
della storia
umana, con la
possibile
eccezione delle
armi nucleari, è
senza dubbio un
vero
sconvolgimento e
una triste prova
della plausibilità
della tesi di
Mayr.
Queste sono
due sfide
esistenziali che
oscurano tutto il
resto, mettono in
secondo piano
ogni altra
discussione, e la
loro gravità e
imminenza è
illustrata
graficamente dal
famoso Orologio
dell’apocalisse
del «Bulletin of
the Atomic
Scientists»,
un’iniziativa nata
nel 1947, proprio
all’alba dell’era
nucleare. La
mezzanotte
significa la fine
del mondo; nel
2015, e di nuovo
nel 2016, la
lancetta venne
spostata in
avanti, a tre
minuti dalla
mezzanotte. Non
siamo mai stati
così vicini alla
mezzanotte dai
primi anni
Ottanta, all’inizio
della presidenza
di Reagan,
quando circolava
una diffusa paura
della guerra. Le
ragioni erano
allora la
crescente
minaccia di una
guerra nucleare e
il fallimento del
tentativo di
fermare il
cambiamento
climatico. Nel
2016 si diceva:
«La probabilità
di una catastrofe
globale è molto
alta e dovremmo
intraprendere
molto presto
delle misure
necessarie per
ridurre il rischio
di un disastro. Il
pericolo
diventerà ancora
più grande e il
bisogno di azione
più urgente», e le
lancette
dell’orologio
furono spostate a
due minuti e
mezzo dalla
mezzanotte.
L’orologio
ticchetta, il
pericolo globale
incombe. Questo
è il punto più
vicino a una
catastrofe totale
dal 1953, quando
gli Stati Uniti e la
Russia fecero
esplodere le
bombe
all’idrogeno.
C’è una
differenza
importante fra
queste due
minacce
esistenziali: se
per miracolo
riuscissimo a
scampare un
disastro nucleare
– e chiunque
esamini le
testimonianze
realizzerà che è
un miracolo se
siamo arrivati
così lontano –,
almeno
sapremmo dal
principio come
mettere fine al
flagello.
Combattere il
problema del
riscaldamento
globale è diverso:
è inesorabile,
tanto che
potremmo
raggiungere un
punto di non
ritorno in cui il
danno che
abbiamo fatto è
incontrollabile,
irreversibile, e
questo punto
potrebbe non
essere lontano.
La specie
umana ha
intrapreso un
esperimento per
rispondere alla
domanda di
Ernst Mayr «è
meglio essere
intelligenti o
stupidi?». Mi
piacerebbe
esaminare
l’esperimento
scegliendo
alcune date.

Il
riscaldamento
globale e la corsa
al petrolio

Potrebbe
essere un
qualsiasi giorno,
ma iniziamo da
oggi. Se avete
letto il giornale,
avrete visto un
articolo su come
stiamo
affrontando due
crisi esistenziali,
una delle quali è
proprio la
minaccia
nucleare.
Christopher
Ford, direttore
dello United
Nations Security
Council per le
armi di
distruzione di
massa e contrario
alla loro
proliferazione
sotto
l’amministrazione
Trump, ci
suggerisce di
riconsiderare
l’obiettivo
irrealistico di un
mondo senza
armi nucleari
sostenuto da
pacifisti
estremisti come
Henry Kissinger,
George Shultz,
Sam Nunn e
William Perry. Il
motivo per
abbandonare
l’obiettivo di tali
utopisti è la
crescente
aggressività della
Russia.
Il 23 marzo
2017 il National
Snow and Ice
Data Center ha
riferito che
l’Artico ha i più
bassi livelli di
ghiaccio marino
alla fine
dell’inverno. Ciò
significa più
acqua, quindi più
assorbimento
dell’energia
solare e più
riscaldamento. È
un circolo
vizioso. La
temperatura
media di
novembre era di
molto superiore
alla norma e in
alcuni punti tra
febbraio e marzo
toccò picchi mai
raggiunti prima.
Sono le belle
notizie di oggi.
In un articolo
del «Washington
Post» di
quell’anno si
leggeva:
Le
temperature
dell’acqua
sulla superficie
del Golfo del
Messico e
vicino al Sud
della Florida
sono
incandescenti:
c’è stato un
inverno
storicamente
caldo da
Houston a
Miami. Per la
prima volta,
nel Golfo la
temperatura
media della
superficie del
mare non è
mai scesa sotto
i ventidue
gradi
centigradi
durante
l’inverno.
Galveston, in
Texas, ha
pareggiato o
infranto un
record
impressionante
di trentatré
gradi dal
primo
novembre,
mentre la
vicina
Houston ha
avuto l’inverno
più caldo di
sempre.
Entrambe le
città hanno
avuto pochi
giorni con
temperature
sotto la norma
dal tardo
autunno in
poi.

Non posso
evitare di citare
uno dei
commenti di un
lettore:
I repubblicani
hanno tutto
sotto
controllo. Il
piano è avere
Jeff Sessions e
il padre di Ted
Cruz in
spiaggia con la
Bibbia in
mano. Appena
il cielo diventa
scuro e l’acqua
sale, alzeranno
la Bibbia con
la mano
sinistra e
ordineranno al
mare di
calmarsi; se
questo piano
fallisce, il
piano B è
scappare a
gambe levate e
incolpare
Obama. Ciò
cattura lo
spirito di
questi tempi in
modo molto
accurato.

È stato
pubblicato poi
un altro articolo
sulla pagina di
Economia di
«Bloomberg
Businessweek»
intitolato Il boom
del petrolio è
tornato:

Il numero di
trivellazioni
delle
piattaforme
petrolifere e di
gas negli Stati
Uniti è quasi
raddoppiato,
da quando ha
toccato il
livello più
basso in oltre
settantacinque
anni. Mentre
una ventina di
nazioni si sta
coordinando
per ridurre la
produzione di
petrolio e
frenare
l’estrazione
eccessiva di
oro, i
produttori
statunitensi si
stanno
muovendo
nella direzione
opposta. Negli
ultimi quattro
mesi la
produzione è
aumentata di
mezzo milione
di barili al
giorno, e se il
tasso di
espansione
sale, il boom
dello shale
infrangerà
nuovi record
di produzione:
entro l’estate
gli Stati Uniti
produrranno
nove milioni di
barili al
giorno.

Siamo in testa.
Ciò illustra un
fatto molto
importante della
Storia attuale. Il
mondo al di fuori
degli Stati Uniti
sta facendo dei
passi, pur
esitanti, per
affrontare la
sfida esistenziale
della
sopravvivenza;
nel frattempo gli
Stati Uniti, da
soli, stanno
correndo verso la
distruzione con
entusiasmo e
dedizione, il che
è sorprendente.
Certamente
l’industria del
petrolio riceve
parecchi sostegni
e si muove il più
velocemente
possibile per
distruggere le
possibilità di
sopravvivenza.
Il Fondo
Monetario
Internazionale
riporta che
l’industria dei
combustibili
fossili estrae un
sussidio annuale
di settecento
miliardi di
dollari. Nel 2016
ha speso
centodiciassette
milioni in
contributi
elettorali mentre
metteva in
campo
settecentoventi
lobbisti a
Washington per
assicurarsi che il
Congresso
comprendesse il
messaggio, e
apparentemente
lo fa. Un articolo
del «Washington
Post» riporta che
al Congresso
molti
repubblicani
riconoscono la
grave minaccia
del cambiamento
climatico, ma
non ne parlano a
causa delle
pressioni sui
finanziamenti da
parte
dell’industria dei
combustibili
fossili, cosa
particolarmente
vera dato che i
cittadini aprono
le porte a
un’inondazione
di finanziamenti
politici aziendali:
ciò significa che
o ci si limita alla
linea aziendale o
se ne è fuori.
Questi gli articoli
di allora, ma ogni
giorno si trovano
cose simili.
Ritorniamo
all’esperimento
che gli esseri
umani hanno
intrapreso.
Selezionerò
alcune date;
iniziamo con l’8
novembre 2016,
un giorno
importante nella
storia per vari
motivi. Sono
successe molte
cose: una
importante, la
seconda
estremamente
importante e la
terza
stupefacente. La
prima riguarda le
elezioni negli
Stati Uniti, delle
quali si è parlato
parecchio;
quindi passiamo
alla seconda, che
si è svolta in
Marocco, dove
circa duecento
Paesi si sono
riuniti per la
COP22, la
conferenza
internazionale
indetta dalle
Nazioni Unite
per cercare di
affrontare il
problema del
riscaldamento
globale.
L’obiettivo era
quello di mettere
mano alle
trattative di
Parigi
concordate
durante la
COP21 del
dicembre 2015.
La conferenza
aveva lo scopo di
stabilire un patto
documentabile,
ma non poteva
farlo perché il
Congresso
repubblicano
non avrebbe
accettato
impegni
vincolanti,
quindi il mondo
ha dovuto
accontentarsi di
qualcosa di
meno: gli accordi
informali. La
COP22 doveva
portarli avanti; la
conferenza è
iniziata, come ho
già detto, l’8
novembre, e
l’Associazione
Meteorologica
Mondiale ha
consegnato un
rapporto che
conferma il 2016
come l’anno più
caldo registrato:
ben 1,1 gradi
centigradi in più
rispetto al
periodo
preindustriale, e
si avvicinavano al
limite fissato a
Parigi. Poi le
discussioni
finirono. Dagli
Stati Uniti
arrivarono i
risultati delle
elezioni, la
conferenza si
fermò. Non c’era
più niente da
discutere.
L’unica
questione era se
fosse possibile
salvare qualcosa
dallo sfacelo.
Con il Paese più
importante, più
ricco e più
potente della
storia del
mondo, che
dichiarava di
avere tutti e tre i
rami del governo
impegnati a
correre verso la
distruzione, cosa
si poteva fare?
Il terzo evento
è assolutamente
stupefacente:
mentre il leader
del mondo libero
conduce tutti al
disastro, il
mondo prova a
farsi salvare dalla
Cina. Qual è la
reazione?
Silenzio. Non
una parola a
riguardo. Provate
a prendere i
giornali del 9
novembre 2016 e
ad ascoltare le
notizie della BBC
di quei giorni:
non vedrete
nulla. Uno degli
eventi più
strabilianti nella
Storia: il Paese
più potente del
mondo, con
vantaggi
ineguagliabili,
corre verso il
disastro
mondiale, e
intanto il mondo
spera che la Cina
possa in qualche
modo salvarci.
C’è mai stato
qualcosa del
genere nella
Storia? Questo è
il fatto
impressionante.

Verso la
distruzione

Passiamo al
primo marzo
2017. È stato
pubblicato uno
studio che
mostrava che
decine di migliaia
di permafrost nel
Canada nord-
occidentale si
stanno
sciogliendo –
senza
considerare il
rapido calo di
permafrost in
Alaska, Siberia e
Scandinavia – e
la conseguenza
potrebbe essere
un significativo
rilascio di gas
serra, anidride
carbonica e
metano,
fenomeno
accelerato dal
calore artico
senza precedenti
e che peggiora
radicalmente
ogni anno. Negli
Stati Uniti, il
primo marzo
l’amministrazione
ha deciso di
aiutare questo
processo e
annullare la
cosiddetta
“regola del
metano”, la
quale limita il
rilascio di
metano dai siti di
trivellazione di
petrolio e
minerali su terre
federali: è un
modo per
accelerare il
boom del
petrolio e
accrescere il
flusso di metano
nell’atmosfera. Il
metano è molto
più pericoloso
dell’anidride
carbonica, anche
se ha vita breve.
In quello stesso
giorno ci furono
anche
dichiarazioni di
tagli radicali
nello staff e nei
programmi
dell’Agenzia per
la Protezione
dell’Ambiente,
oltre a un
decreto che vieta
la ricerca.
Il 16 marzo di
quell’anno è
stato pubblicato
un nuovo studio
riguardo i danni
alla Grande
barriera
corallina, una
delle strutture
viventi più
grandi del
mondo: è in atto
uno
sbiancamento dei
coralli diffuso e
più dannoso
rispetto agli
ultimi anni, a
partire dal 1998,
con effetti ad
ampio raggio. In
quello stesso
giorno negli Stati
Uniti è stato
pubblicato il
bilancio
pubblico di
Trump:
l’Agenzia per la
Protezione
dell’Ambiente è
stata
virtualmente
smantellata ed è
ora gestita dal
senatore Inhofe e
dai suoi
collaboratori.
Inhofe, in
Senato, ha per
anni negato il
cambiamento
climatico: è un
fondamentalista,
pensa che se Dio
sta scaldando la
Terra, così deve
essere, e sarebbe
sacrilego
interferire con la
Sua volontà.
Questa è la
visione del Paese
più avanzato,
potente e
sofisticato del
mondo.
Per l’azione e
la ricerca sul
clima, la EPA
(Agenzia per la
Protezione
dell’Ambiente) è
in realtà un
piccolo attore;
un ente ben più
importante è il
Dipartimento
dell’Energia, che
adesso è nelle
mani di qualcuno
che aveva deciso
di disfarsene un
paio di anni fa,
prima di
apprendere che
esso controlla le
armi nucleari,
ragion per cui
sarebbe stato
meglio tenerlo,
ma non
interamente.
L’Office of
Science, in base
al bilancio del
Dipartimento
dell’Energia,
dovrà perdere
novecento
milioni di dollari,
quasi il 20% del
bilancio stesso,
che è di trecento
milioni. Il
programma di
energia ARPA è
stato eliminato
completamente,
in aggiunta a
profondi tagli ai
programmi di
ricerca dell’EPA
e della NOAA
(Amministrazione
Nazionale
Oceanica ed
Atmosferica) e
anche a un taglio
del 5% sul
bilancio della
NASA per le
ricerche
scientifiche sulla
Terra. Il bilancio
pubblico è di
una ferocia
inusuale persino
per la parte
dell’establishment
repubblicano di
Paul Ryan che
sta
effettivamente
mandando avanti
la baracca dietro
alla facciata di
Trump e Spicer
su Twitter,
realizzata
unicamente per
andare in prima
pagina tutti i
giorni. La
finanziaria di
Trump è un
attacco crudele
alla classe
operaia e ai
poveri, e un
omaggio ancor
più generoso ai
ricchi e al settore
imprenditoriale,
oltre che un
processo che
penso si possa
descrivere solo
come
“talebanizzazione
dell’America” in
accordo con le
sessioni di
Bannon: l’ideale
di Voz di una
società basata
sulla tradizione
ebraico-cristiana,
sulla supremazia
bianca, sulla
distruzione delle
arti umanistiche,
sulle scuole
pubbliche e sulla
ricerca medica.
Questo è
l’obiettivo a cui
miriamo in casa,
mentre corriamo
verso la
distruzione a
livello
internazionale.
Praticamente
tutti gli
argomenti delle
riviste
scientifiche
forniscono
presagi
spiacevoli.
Un articolo di
James Hansen e
altri diciotto
scienziati sulla
chimica e fisica
atmosferica
mette a paragone
il clima di oggi
con il clima di
120.000 anni fa,
che aveva
approssimativamente
le stesse
temperature
attuali o
leggermente più
calde. 120.000
anni fa ciò
provocò un
innalzamento del
livello del mare
dai sei ai nove
metri e la
disintegrazione
di gran parte del
ghiaccio polare.
L’articolo
predice nel
futuro prossimo
tempeste letali
più forti che mai
ai giorni nostri,
la disintegrazione
di grandi sezioni
del mantello
glaciale polare e
lo scioglimento
di enormi
ghiacciai. Sta
succedendo
rapidamente in
particolare
nell’Antartide,
che è la zona più
a rischio. Si
predice un
innalzamento del
livello del mare
tale da
sommergere le
città costiere
prima della fine
del secolo.
Hansen afferma:
«Corriamo il
pericolo di
passare ai giovani
una situazione
che è fuori dal
loro controllo,
con innalzamenti
repentini del
mare e altre gravi
conseguenze».

Il Partito
Repubblicano e la
sopravvivenza
dell’uomo

Ci sono studi
che indicano che
il cambiamento
climatico sta
avvenendo più
velocemente che
mai negli ultimi
cento milioni di
anni. L’anno
scorso l’anidride
carbonica
atmosferica ha
superato il livello
simbolico di
quattrocento
particelle per
milione. È
considerato un
punto di
pericolo; è la
prima volta in
quattro milioni
di anni, ed è
probabilmente
irreversibile.
Questo è solo
uno dei tanti
esempi.
Documentazioni
come questa
sono presenti
nelle riviste
scientifiche più
importanti, e
appaiono a volte
anche sui media.
Nel frattempo
la macchina di
distruzione
repubblicana sta
sistematicamente
smantellando le
istituzioni che
offrono speranza
di sopravvivenza,
e non è solo
Trump, è tutta la
dirigenza del
Partito
Repubblicano a
livello nazionale,
e anche a livello
locale. Nella
Carolina del
Nord, ad
esempio, un paio
di anni fa la
Coastal
Resources
Commission ha
intrapreso uno
studio scientifico
che stimava che
il livello del mare
si sarebbe alzato
di quasi un
metro per la fine
del secolo. La
reazione della
legislazione
statale
repubblicana fu
di approvare una
legge che
impediva allo
Stato e alle
agenzie locali di
sviluppare
regolamentazioni
o documenti di
pianificazione
per prevenire
l’innalzamento
del livello del
mare. Ci fu un
ottimo
commento a
riguardo di
Stephen Colbert:
«È una soluzione
brillante: se la
tua scienza ti dà
un risultato che
non ti piace,
approvi una
legge dicendo
che il risultato è
illegale, e il
problema è
risolto». Il
commento coglie
abbastanza bene
la mentalità della
dirigenza del
Partito
Repubblicano.
Alcuni anni fa
Bobby Jindal, il
governatore
repubblicano che
riuscì a far
affondare la
Louisiana ancor
più
profondamente
nell’abisso,
avvisò i
repubblicani che
stavano
diventando quel
che egli chiamava
“il partito
stupido”. Gli
stimati analisti
politici
conservatori
Thomas Mann e
Norman
Ornstein della
destra
dell’American
Enterprise
Institute
descrissero il
partito come
«un’insorgenza
radicale che ha
abbandonato la
democrazia
parlamentare».
Una
rappresentazione
forse più
semplice è
l’accusa
assolutamente
scioccante per
cui il partito
rappresenta
l’organizzazione
più pericolosa
della storia
umana, dedicata
a mettere fine
alle prospettive
per la
sopravvivenza
dell’uomo. Ciò è
senza dubbio
inaudito.
Ho già
menzionato la
COP21 di Parigi
del 2015 e la
COP22 di
Marrakech del
2016: sono due
esempi
importanti. La
campagna
prioritaria del
2016 fu piuttosto
notevole sotto
molti aspetti:
innanzitutto
quelli che non
vennero discussi,
ovvero
l’atteggiamento
dei candidati sul
cambiamento
climatico. Ogni
singolo
candidato negò
ciò che stava
accadendo, a
eccezione di
moderati
sensibili come
Jeb Bush, il quale
disse: «È una
cosa incerta, ma
non dobbiamo
fare niente
perché
produciamo più
gas naturale
grazie alla
trivellazione»; o
John Kasich, che
almeno convenne
che il
riscaldamento
globale è in atto,
ma da
governatore
dell’Ohio disse:
«Bruceremo
carbone
nell’Ohio e non
ci scuseremo per
questo». I media
ignorarono la
cosa. Non fu
pubblicato quasi
niente a
riguardo.
Dopotutto è solo
la problematica
più importante
nella storia
umana. Non si
può certo dare la
colpa ai media
per questo,
perché stanno
seguendo un
concetto di
oggettività che
viene insegnato
nelle scuole di
giornalismo:
essere oggettivi
significa
riportare
accuratamente
cosa succede tra
Washington e i
lobbisti, così si
ha un rapporto
veramente
accurato di ciò
che dicono. Se si
parla di
qualcos’altro è
pregiudizio o
opinione, ma
non è una
documentazione
genuina. Dato
che quello che
sta accadendo tra
il governo e i
lobbisti, inclusi i
democratici, è
errore, ignoranza
o, nel caso dei
repubblicani,
negazione
categorica che
ciò che sta
accadendo sia
effettivamente
vero, non si
riporta perché
non è oggettivo.
La crisi dei
profughi e l’inizio
dell’Antropocene

L’innalzamento
del livello del
mare causerà
l’inondazione
delle città e delle
pianure costiere,
come ad esempio
in Bangladesh,
dove ci saranno
presto decine di
milioni di
persone in fuga.
Questo renderà
la problematica
dei rifugiati un
tea party. Il capo
degli scienziati
ambientali in
Bangladesh dice
che questi
migranti
dovrebbero
avere il diritto di
trasferirsi nei
Paesi dai quali
vengono tutti
questi gas serra.
Milioni di loro
dovrebbero
potersi trasferire
negli Stati Uniti,
e ciò contrasta
con l’umore
attuale del Paese
più ricco, più
sicuro e anche
più inorridito
all’idea. Coloro
che pensano che
l’Europa sia
meglio possono
consultare un
sondaggio che
mostra che la
maggior parte
degli europei
reclama un
divieto totale
dell’immigrazione
dai Paesi a
maggioranza
musulmana.
Quindi l’idea è:
prima li
distruggiamo,
poi li puniamo
per il fatto che
cercano di
scappare dalle
rovine che
abbiamo creato.
Abbiamo un
nome per questo
fenomeno: la
crisi dei rifugiati.
Migliaia di
persone,
disperate,
affogano nel mar
Mediterraneo
fuggendo
dall’Africa, con
cui l’Europa ha
una certa storia.
Lo stesso è vero
per gli Stati Uniti
con l’America
centrale e il
Medio Oriente.
Infatti, la
cosiddetta crisi
dei profughi è
una crisi morale
e culturale seria
nell’Occidente.
Queste due crisi
esistenziali sono
legate. I ghiacciai
himalayani si
stanno
sciogliendo e in
tempi brevi
potrebbe essere
un problema per
l’approvvigionamento
d’acqua nell’Asia
meridionale, che
si trova già a
livelli
pericolosamente
bassi. Perciò
adesso trecento
milioni di
persone in India
non hanno
sufficienti risorse
di acqua
potabile. Questo
potrebbe
innescare molto
facilmente una
guerra tra India e
Pakistan, due
Paesi dotati di
armi nucleari
sempre sull’orlo
del conflitto: una
guerra nucleare li
distruggerebbe
entrambi e, cosa
ancor peggiore,
potrebbe portare
all’inverno
nucleare, ovvero
la carestia
globale, che
metterebbe fine
alla vita umana
organizzata e al
lavoro sulla
Terra. Tutto ciò
non è molto
distante da noi.
Questo ci
porta a una data
finale da
analizzare, tra le
più importanti
della storia
umana, cioè la
fine della
Seconda Guerra
Mondiale: un
momento di
gioia, ma anche
di orrore per
l’alba dell’era
nucleare.
Ricordo molto
bene ciò che
provai il 6 agosto
1945: terrore per
gli avvenimenti e
per le loro
costanti
implicazioni, il
loro significato, e
sconcerto perché
a così poche
persone
sembrava
importare
dell’enormità di
ciò che era
appena successo
o del fatto che
eravamo entrati
in quella che
poteva essere
l’era finale
dell’esistenza
umana, l’era
nucleare, il
momento in cui
l’intelligenza
dell’uomo era
riuscita a creare i
mezzi per
distruggerci tutti
istantaneamente.
Nel 1947,
poco dopo,
nacque
l’Orologio
dell’apocalisse e
la lancetta venne
messa a sette
minuti dalla
mezzanotte. Ora
siamo a due
minuti e mezzo.
Non solo
eravamo entrati
nell’era nucleare,
ma anche nel
cosiddetto
Antropocene,
una nuova epoca
geologica in cui
l’attività umana
modifica
drasticamente
l’ambiente. Ci
sono stati
dibattiti riguardo
alla data
inadeguata per
l’inizio
dell’Antropocene,
ma la società
geologica
mondiale ha
preso la sua
decisione: il
1950. Ciò è
parzialmente
dovuto agli
elementi
radioattivi che
furono dispersi
nel pianeta dai
test per la bomba
nucleare e ad
altre
conseguenze
dell’azione
umana,
compreso
l’aumento
drastico di
emissioni di gas
serra. Dunque
l’era nucleare e
l’Antropocene
coincidono, e
sono epoche del
secondo
dopoguerra.

Così vicini alla


mezzanotte

Adesso siamo
in quella che
viene chiamata la
“sesta
estinzione”.
Dovrebbe essere
simile alla quinta
estinzione, che
avvenne
sessantasei
milioni di anni
fa, quando un
enorme asteroide
colpì la Terra e
distrusse il 75%
delle specie, mise
fine all’era dei
dinosauri e aprì
la strada alla
sopravvivenza di
piccoli
mammiferi, che
si sono evoluti e
sono diventati la
specie umana
circa 200.000
anni fa. A lungo
gli uomini hanno
limitato
l’impatto, ma nel
dopoguerra
siamo riusciti a
diventare
l’asteroide che
presto
distruggerà le
specie, forse
anche noi stessi.
Ci sono studi
sull’estinzione
della specie che
hanno dei
risultati
interessanti,
infatti mostrano
che questa
estinzione è
diversa da quelle
precedenti per
un aspetto
curioso: in quelle
precedenti le
specie, specie
neutrali,
scomparvero del
tutto, mentre in
questa sono gli
animali a
scomparire in
maniera
sproporzionata.
In realtà
l’estinzione
attraversa la
storia dei
protoumani, i
nostri primi
antenati, un
milione di anni
fa; dal momento
in cui espansero
il loro territorio, i
grandi
mammiferi
diminuirono, e
delle molte
specie
strettamente
connesse a noi
solo una è
sopravvissuta,
sollevando delle
questioni che
meritano una
riflessione,
inclusa la
domanda
persistente di
Mayr: «È meglio
essere intelligenti
o stupidi?».
Abbiamo
alcuni anni per
rispondere a
questa domanda,
ma non molti.
Quindi come
rispondiamo? Un
passo fu
l’abrogazione da
parte di George
W. Bush del
trattato anti-
missili balistici
(ABM),
rispettato sotto
Obama, seguita
da installazioni
ABM proprio
vicino al confine
russo,
presumibilmente
per difesa contro
missili iraniani
inesistenti. Il
passo successivo
è stato offrire
all’Ucraina, il
territorio
geograficamente
strategico della
Russia, di entrare
a far parte della
NATO. Questo
era George Bush,
ma gli sforzi sono
stati perseguiti
anche da Obama
e dalla Clinton. Il
trattato sulla
messa al bando
almeno dei test
nucleari sarebbe
un notevole
passo avanti, ma
non può entrare
in vigore finché
non viene
ratificato dai
pochi voti
contrari, tre dei
quali sono molto
importanti, cioè
quelli dei Paesi
con armi nucleari
che hanno
rifiutato di
ratificarlo: Cina,
Israele e Stati
Uniti. Le potenze
nucleari che
hanno una
preponderanza
schiacciante di
armi nucleari –
Stati Uniti e
Russia – si
stanno
espandendo,
stanno
modernizzando il
loro arsenale in
modi piuttosto
pericolosi. Se ci
fosse un conflitto
tra la Russia e gli
Stati Uniti
sarebbe letale
per tutti. I punti
di infiammabilità
diventano
sempre più seri,
e sono proprio
sul confine.
È un fatto che
merita
attenzione, ed è
un risultato
dell’espansione
della NATO
subito dopo il
collasso
dell’Unione
Sovietica. Ciò
avvenne in
violazione delle
promesse verbali
fatte a Michail
Gorbačëv,
ovvero che la
NATO non si
sarebbe espansa
“un centimetro a
Est”, dove Est
significava
Germania
dell’Est, e
nessuno pensava
oltre. La NATO
non si sarebbe
espansa un
centimetro a Est
se Gorbačëv
avesse
concordato
l’unificazione
della Germania e
la Germania
unificata fosse
entrata nella
NATO,
un’alleanza
militare ostile.
Era una
concezione
piuttosto
notevole alla luce
della storia del
mezzo secolo
precedente,
quando la
Germania da sola
aveva
praticamente
annientato la
Russia due volte.
Questo era
l’accordo, ma
soltanto verbale.
La NATO si
espanse in una
volta sola fino
alla Germania
dell’Est e oltre, e
sotto Clinton
proprio al
confine russo.
Joshua
Schiffer Anson, il
giovane storico
dell’Università
del Texas, in un
articolo
pubblicato nella
rivista del MIT
sulla sicurezza
internazionale,
suggerisce con
fermezza che il
Presidente Bush
e il segretario di
Stato James
Baker, che
furono all’epoca i
negoziatori,
stavano
coscientemente
ingannando
Gorbačëv
fingendo di
stringere un
accordo che
avevano tutta
l’intenzione di
violare e sono
stati molto
attenti a non
mettere nulla per
iscritto. Quindi,
quando
Gorbačëv
lamentò che gli
avevano
proposto solo un
accordo tra
gentiluomini, la
conseguenza
implicita fu: «Se
sei abbastanza
stupido da
accettare e
credere in un
accordo tra
gentiluomini con
noi è un tuo
problema, non
nostro».
Gorbačëv
propose una
visione di quello
che lui chiamava
“una casa
comune
europea”, un
sistema di
sicurezza da
Bruxelles a
Vladivostok
senza alleanze
militari. Un
sogno
evanescente.
George Kennan
e altri statisti
avvisarono subito
che l’espansione
della NATO era
uno sbaglio
strategico di
proporzioni
storiche.
Il rischio di
una guerra
nucleare letale,
quindi, non è da
sottovalutare ed
è una delle due
ragioni per cui la
lancetta
dell’Orologio
dell’apocalisse si
sta spostando
così vicino alla
mezzanotte.

I popoli
indigeni e le
energie
rinnovabili

Richard Sacra,
storico di
giustizia europea,
scrive: «La prima
preoccupazione
della NATO
adesso è di
gestire i rischi
creati dalla
propria
esistenza».
Questa
osservazione
sottolinea le
conclusioni di
Mayr, e
rispecchia il
modo in cui
stiamo gestendo
una delle due
crisi, sostituendo
agli sforzi del
mondo per
affrontare la crisi
una corsa verso il
precipizio,
sempre più
rapida a causa
degli aumenti
drastici dell’uso
di combustibile
fossile, tra cui il
carbone;
negando i sussidi
promessi ai Paesi
più poveri per lo
sviluppo di
energia
rinnovabile e
smantellando il
sistema
regolamentare di
modo che i
profitti possano
espandersi
insieme alle
minacce per la
sopravvivenza. Il
fatto
sorprendente è
che questa corsa
verso il
precipizio si
registra a
malapena nel
sistema
mediatico,
mentre dovrebbe
occupare
regolarmente i
titoli di prima
pagina ed essere
il problema più
importante nel
mondo
accademico e
intellettuale. Non
meno
sorprendente è
che, mentre il
Paese più ricco e
potente della
Storia, con
vantaggi
incomparabili,
sta sostenendo
un enorme
sforzo per
intensificare il
probabile
disastro, in tutto
il mondo
vengono
effettuati
tentativi per
evitare la
catastrofe da
quelle che
chiamiamo le
società primitive:
le Prime Nazioni
in Canada, tribù
e società
aborigene
altrove.
L’Ecuador,
che ha una
grande
popolazione
indigena, ha
cercato aiuto dai
Paesi europei
ricchi affinché gli
permettessero di
mantenere le
proprie riserve di
petrolio sotto
terra, dove
dovrebbero
essere, anche a
costo di un
notevole profitto.
La richiesta è
stata rifiutata.
L’Ecuador ha
pertanto
revisionato la
propria
Costituzione nel
2008 per
includere i
cosiddetti diritti
della natura, che
avevano valore
intrinseco in
Bolivia, con
maggioranza
indigena.
Generalmente
sono i Paesi con
popolazioni
indigene grandi e
influenti a
combattere
maggiormente
per preservare il
pianeta, mentre i
Paesi che hanno
condotto
all’estinzione o
all’emarginazione
estrema le
popolazioni
indigene stanno
andando verso la
distruzione;
questo è forse un
punto su cui
riflettere.
Fuori dal
centro di
devastazione e
distruzione del
mondo qualcosa
sta cambiando.
Non abbastanza,
ma è
un’indicazione di
ciò che si
potrebbe fare. La
Danimarca sta
cercando di
raggiungere il
100% di
elettricità
rinnovabile entro
il 2040 e in tutti i
settori entro il
2050; la
Germania, la più
valida economia
capitalista che ha
triplicato
l’energia
rinnovabile per
l’elettricità
nell’ultimo
decennio, mira
ad aumentarla di
almeno la metà
entro il 2025 e
più dell’80%
entro il 2050.
Inoltre, vuole
ridurre in quel
lasso di tempo le
emissioni di gas
serra dell’80 o
90% rispetto ai
livelli del 1990.
La Cina, Paese
fortemente
responsabile
dell’inquinamento,
è all’avanguardia
nella produzione
di tecnologie
solari avanzate e
afferma di aver
iniziato a
eliminare
gradualmente le
centrali a
carbone. Negli
Stati Uniti, le
Hawaii hanno
approvato una
legge
richiedendo che
tutta l’elettricità
dello Stato
provenga da
risorse
rinnovabili non
più tardi del
2045, e proprio
qui numerosi
democratici del
Massachusetts
hanno compilato
un disegno di
legge – SD. 1932
– che richiede
che lo Stato usi il
100% di energia
rinnovabile entro
il 2035 e reclama
l’eliminazione di
tutti i
combustibili
fossili entro il
2050, quindi il
100% di energia
rinnovabile. San
Diego è la prima
grande città ad
avere un piano
d’azione per il
100% di energia
rinnovabile e a
voler dimezzare
le emissioni di
gas serra entro il
2035, e questo è
per inciso un
tentativo
bipartitico. Il
prefetto
repubblicano ha
appoggiato il
piano di azione
sul clima che era
stato approvato
all’unanimità dal
consiglio
cittadino
controllato dai
democratici a
dicembre.
Uno dei
programmi di
Hillary Clinton
era di sostituire
tutti gli
elettrodomestici
con energia
rinnovabile in
quattro anni. È
fattibile,
creerebbe molti
posti di lavoro
insieme alla
weatherization e
altre forme di
conservazione.
Le
regolamentazioni
federali hanno
avuto negli ultimi
anni degli effetti
positivi,
sfortunatamente
controbilanciati
dal supporto a
una maggiore
produzione di
combustibile
fossile. C’è poi
un’ultima
valutazione
dall’amministrazione
Obama
pubblicata sulla
rivista «Science»
un paio di mesi
fa: essa registra
che nel 2015 il
consumo di
energia totale era
più basso del
2,5% rispetto al
2008, mentre
l’economia era
aumentata del
10%. Questa
riduzione non è
abbastanza, ma
ci ricorda che la
crescita non
rappresenta da
sola una
minaccia per
l’ambiente.
Dipende dal tipo
di crescita. Ad
esempio lo
sviluppo di un
mezzo di
trasporto di
massa, o lo
sviluppo
dell’energia
rinnovabile, o la
crescita
nell’educazione
possono senza
dubbio
migliorare la vita
delle persone. La
valutazione del
resoconto di
Obama mostra
che 2,2 milioni
circa di
americani sono
impiegati nella
manifattura, nel
design e
nell’installazione
di prodotti e
servizi
energicamente
efficienti, mentre
la metà di essi
nella produzione
di combustibili
fossili e nel loro
uso per la
generazione di
elettricità.
L’attuale nube di
petrolio, inoltre,
non crea molti
posti di lavoro,
perché è quasi
completamente
automatizzata. Ci
sono quindi
buone ragioni
per pensare che
si possa fare
qualcosa di utile.
Harvey
Michaels, il
direttore della
ricerca sulla
gestione
dell’energia alla
MIT Sloan
School, ha
mostrato
persuasivamente
come misure
ambiziose ma
fattibili oltre
quelle
contemplate ora
internazionalmente
– a eccezione
degli Stati Uniti
repubblicani –
potrebbero
aiutare a
mantenere le
temperature
globali sotto i
due gradi
centigradi
(misura
considerata il
punto di
pericolo). Ernest
Moniz al MIT ha
prodotto
prospetti
riguardanti i
costi in declino
per le tecnologie
a energia pulita.
Questo lo porta a
concludere che
«il cambiamento
climatico
potrebbe aver
ispirato la
rivoluzione, ma i
prezzi lo
rendono
inevitabile, forse
anche in tempi
brevi con
abbastanza
impegno».

L’industria e il
fanatismo
religioso

Sostituire
combustibili
fossili con
energia
rinnovabile è il
problema
principale, ma
non l’unico. Il
programma
economico delle
Nazioni Unite,
che riassume
studi scientifici
recenti, stima che
la produzione di
carne industriale
contribuisce dal
10 al 25% alle
emissioni totali
di gas serra. Non
tanto per
l’anidride
carbonica, ma
per il metano e
protossido di
azoto, entrambi
gas serra. La
variazione e le
stime cambiano
se si prendono in
considerazione la
deforestazione e
altri cambiamenti
associati
all’allevamento; e
l’allevamento
comprende circa
l’80% delle
emissioni
agricole. È in
prevalenza
produzione di
carne industriale,
piuttosto
pericolosa, dato
che è realizzata al
fine di
massimizzare il
profitto
attraverso
animali trattati
come elementi di
produzione
efficienti, con
orribili effetti su
di loro e un
aumento
significativo nelle
emissioni di gas
serra. In realtà
l’agricoltura
animale
precapitalistica
non aveva questi
problemi.
Ecco il
resoconto delle
Nazioni Unite:

Nelle
condizioni
naturali che
sono state
mantenute per
migliaia di
anni e ancora
esistono nel
mondo c’è un
sistema chiuso
circolare in cui
alcuni animali
si nutrono da
soli in certi tipi
di territorio,
che sarebbero
altrimenti di
poca utilità
agli umani.
Convertono
l’energia
conservata
nelle piante in
cibo, mentre
allo stesso
tempo
fertilizzano il
terreno con i
propri
escrementi.
Sebbene non
sia una forma
di produzione
intensiva,
questa
coesistenza e
uso delle
risorse
marginali era,
e lo è ancora
in alcune
regioni, una
simbiosi
efficace tra
vita vegetale,
vita animale e
bisogni umani.
Ma la
produzione
industriale
capitalista
mirata alla
massimizzazione
del profitto ha
cambiato tutto
questo.

Con il governo
federale
diventato una
macchina di
distruzione, Stati
e città possono
fare qualcosa. Lo
stesso vale per
ognuno di noi.
Ci sono problemi
fondamentali
nell’educazione e
nell’organizzazione
che devono
essere affrontati,
e di nuovo alcuni
appartengono
soltanto agli Stati
Uniti. Uno di
questi è il potere
straordinario
delle dottrine
religiose
fondamentaliste.
Circa il 40%
della
popolazione
statunitense
ignora la
minaccia del
riscaldamento
globale per
motivi religiosi:
considera certo o
altamente
probabile che in
pochi decenni il
secondo Messia
metterà fine al
problema.
Ci sono sfide
importanti da
affrontare. Senza
dubbio si
intravedono
anche barlumi di
speranza. Ho
menzionato
alcune delle
misure che
governi locali e
governi nazionali
del mondo
stanno
prendendo per
affrontare la
crisi. Non sono
abbastanza, ma
rappresentano
comunque
segnali non
trascurabili di ciò
che è possibile
fare. Esistono
molte
opportunità, ma
bisogna
afferrarle. E tutto
ciò ci riporta alla
domanda di
Ernst Mayr: «È
meglio essere
intelligenti o
stupidi?». È una
domanda da
considerare e alla
quale, che vi
piaccia o no,
dobbiamo
rispondere in
poco tempo.

DOMANDA:
Salve. Grazie
mille professore.
Con tutte queste
crisi esistenziali,
se si dovesse
mettere nel corpo
di un ragazzo di
vent’anni che sta
crescendo oggi,
come
orienterebbe le
sue decisioni di
vita?

Se avessi
vent’anni? Più o
meno come le
orientai quando
avevo diciassette
anni il 6 agosto
del 1945. Ero un
consigliere junior
in un campo
estivo; la notizia
fu riportata
durante la
mattinata e
venne diffusa a
tutti: la bomba
atomica aveva
annientato
Hiroshima. Tutti
continuarono a
fare quello che
dovevano fare,
giocando a
baseball o altro.
Non sapevo
come reagire.
Andai via, mi
rifugiai nel
bosco, mi sedetti
lì per un paio
d’ore pensando
al significato di
quelle vicende.
Poi decisi: “Devo
dedicare la mia
vita a questo”.
Penso che ora
siamo in una
situazione
peggiore. C’è
tanto che si può
fare, le
opportunità sono
molto più ampie
di quanto fossero
nel passato, e il
punto è decidere
se afferrarle o no.
DOMANDA:
Cosa pensa
dobbiamo fare
per correggere il
sistema, per
aprirci alle
possibilità di cui
parla?

Penso ci siano
buoni motivi per
cambiare la
natura del
sistema politico
piuttosto
radicalmente,
ovvero un
sistema di
organizzazione
della produzione
finalizzato alla
massimizzazione
del profitto ma
non all’uso.
Un sistema di
organizzazioni
istituzionali nel
quale le
istituzioni
funzionanti sono
totalitarie,
operano come un
business, è di per
sé distruttivo. In
pratica affitti te
stesso, cosa che
per natura è
umanamente e
socialmente
distruttiva.
Diversi
cambiamenti
possono essere
messi in atto:
nell’attuale
società si può
provare a
costruire parti di
ciò che potrebbe
essere una futura
società più
umana e
democratica, ma
non si può
cambiare il
sistema politico
radicalmente.
Cosa si può
fare? Tante cose.
Ne ho appena
menzionate
alcune, ad
esempio il
disegno di legge
in sospeso nello
Stato del
Massachusetts.
Se passasse,
avrebbe un
grande impatto:
potrebbe avviare
lo Stato verso la
direzione, nel
futuro prossimo,
dell’energia
rinnovabile al
100%. San
Diego sta già
procedendo, e
non è proprio il
bastione del
liberalismo. Se si
può fare lì si può
fare anche
altrove, ma non
succederà a
meno che non
venga fatta molta
pressione. Penso
ci siano tre
legislatori che lo
faranno passare e
praticamente
non se ne sa
niente. Quindi
una cosa tra le
infinite che la
gente può fare è
provare a
lavorare per far
passare delle
misure come
queste, non solo
nello Stato. Si
possono fare
tante altre
semplici cose,
come sostituire
lampadine con i
LED, fatto che
avrebbe un
impatto molto
significativo sulla
produzione di
energia. C’è
bisogno di
organizzazione e
attivismo perché
tutto questo
venga fatto su
una scala
significativa, ma
rientra tra le cose
che si possono
fare.
Irruzioni

Zygmunt
Bauman, Scrivere
il futuro

Piergiorgio
Odifreddi, Che
cos’è la verità

Edoardo
Boncinelli, Gli
enigmi del tempo
Derrick de
Kerckhove, La
rete ci renderà
stupidi?

Marc Augé,
Prendere tempo.
Un’utopia
dell’educazione.
Conversazione
con Filippo La
Porta

Micaela
Ramazzotti e
Paolo Virzì,
Drammi, sorrisi,
bellezza.
Conversazione
con Italo Moscati
Joseph
Stiglitz,
Un’economia per
l’uomo

Matteo
Garrone, Le
fiabe sono vere.
Conversazione
con Italo Moscati
Carlo
Freccero, L’idolo
del capitalismo

Donald
Sassoon, Quo
vadis Europa?

Bill Viola,
Nero video. La
mortalità
dell’immagine

Luciano
Canfora,
Mediterraneo,
una storia di
conflitti. Della
difficile
unificazione
politica del mare
nostrum in età
classica (e oggi?)

Eugenio
Coccia, Stelle,
galassie e altri
misteri cosmici

Angela
Volpini, L’uomo
creatore. Storia,
libertà e
comunicazione
intersoggettiva

Luigi Zoja,
Utopie della vita
quotidiana.
Conversazione
con Lucilio
Santoni

Patrizia
Caraveo, Uomini
e donne: stessi
diritti?

Filippo La
Porta, Mauro
Scarfone, Una
“scienza” con il
cuore.
Conversazione
sull’economia

Fernando
Ferroni, La
scienza tra verità
e balle
Giuseppe De
Rita, Il popolo
della sabbia, a
cura di Giacomo
Bottos, Raffaele
Danna e Lorenzo
Mesini

Zygmunt
Bauman, Meglio
essere felici

Ernesto Galli
della Loggia,
L’Italia ha un
futuro?
Conversazione
con Massimo
Arcangeli
Ágnes Heller,
La memoria
autobiografica

Piero Boitani,
Dante e le stelle

Alessandro
Vanoli,
Migrazioni
mediterranee. Un
mare in cui si è
riflesso il mondo

Giulio
Giorello, La
libertà e i suoi
vincoli

Ágnes Heller,
Solo se sono
libera

Armando
Massarenti,
Paolo Morelli,
Achille Varzi,
Meravigliarsi
come i bambini.
Conversazione
sulla filosofia con
Filippo La Porta

Francesca
Izzo, Maternità e
libertà

Silvano
Tagliagambe, Lo
sguardo e l’ombra
Alfredo
Somoza, Sinistra
desaparecida Sud
America: la crisi
delle forze
progressiste. Con
un’intervista
esclusiva a José
“Pepe” Mujica
Gianvito
Martino, Il
cervello, tra
cellule ed
emozioni

Marco
Grimaldi, Dante,
nostro
contemporaneo.
Perché leggere
ancora la
Commedia

Rosaria Conte,
La trappola dei
diritti

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Lula da Silva,
Perché mi
vogliono
condannare

Adrian Piper,
Meta-arte

George Ritzer,
La
McDonaldizzazione
della produzione

Fernando
Savater, Un’etica
per il futuro.
Conversazione
con Filippo La
Porta

Thomas
Harrison, L’arte
dell’incompiuto

Pietro Ingrao,
Il valore della
contemplazione

Pascal
Chabot, Il robot
filosofo
Ágnes Heller,
La dignità
dell’opera d’arte

Giovanni
Fabrizio
Bignami, Andrea
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L’economia dello
spazio. Le sfide
per l’Europa

Pierre
Rosanvallon,
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populismo

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Giorgio
Vallortigara, Da
Euclide ai
neuroni. La
geometria nel
cervello

Ágnes Heller,
Dubitare fa bene?
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Hoffmann,
Chimica e poesia

Paolo Benanti,
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troppo
postumano.
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e human
enhancement

Luca Umena,
Newton, Cézanne
e la mela proibita

Jürgen
Habermas, Una
Costituzione per
l’Europa?
Genevieve
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dono materno.
Una rivoluzione
pacifica

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Il lungo cammino
delle donne
Roberto
Battiston, La
meccanica
quantistica
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Stephen
Hawking, Perché
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Joseph E.
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Boff, Boaventura
de Sousa Santos,
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Derrick De
Kerchkove, Il
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Duccio
Demetrio, La
scrittura è
silenzio interiore

Zygmunt
Bauman, Gli si
diceva…
Varsavia, 1968
Thomas
Piketty, Le
promesse tradite

Marc Augé,
Migrazioni.
Dialogo con
Anna Mateu e
Domingo Pujante
González
Serge
Latouche,
Decrescita o
barbarie