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Marco Lanterna

Contributo alla critica di Sossio

Wenn ich aber die reiche Fülle seiner Äußerungen bedenke … und nun das Wenige betrachte, das mir davon
schriftlich aufzufassen gelungen ist, so komme ich mir vor wie ein Kind, das den erquicklichen
Frühlingsregen in offenen Händen aufzufangen bemüht ist, dem aber das meiste durch die Finger läuft.

Johann Peter Eckermann, Gespräche mit Goethe

On est forcé de respecter les dons de la Nature, que l'étude ni la fortune ne peuvent donner.

Vauvenargues, Réflexions et maximes

Si dice, a ragione, che l’Italia abbia i migliori doppiatori al


mondo; attori che nell’ombra son capaci d’aggiungere con la
sola voce qualcosa d’unico alla recitazione dei grandi divi:
Lawrence Olivier monologa meglio in italiano grazie alla
voce pastosa di Gino Cervi e Cary Grant senza Gualtiero De
Angelis non avrebbe lo stesso aplomb. Li si ascolti
nell’originale, nelle loro voci lievemente spigolose e chiuse,
per averne la prova provata.
Si può dire altresì d’alcuni traduttori. Quanti, dopo aver
amato uno scrittore straniero, leggendolo poi finalmente
nell’originale, lo trovano duro diverso estraneo, in parte
subito disaffezionandosi; scoprono che in realtà s’erano
invaghiti d’un altro, nascosto a metà, e cioè del traduttore:
un po’ come accade nel Cyrano alla bella Roxana.
Nietzsche per esempio, l’aforista inesauribile che i giovani
leggono avidamente e gli adulti meditano e tutti citano a
gara quasi mai nell’originale (ché persino per Leopardi
“tedesco” era sinonimo di “oscurità”) in Italia ha la voce di
Sossio Giametta, le sue parole, tanto che come disse Franco
Volpi, “chi in Italia legge Nietzsche, legge Giametta”. Ma chi
è Sossio Giametta? Chi dà fattezze italiane a Nietzsche, ma
pure a Schopenhauer, Goethe e altri nordici paladini della
filosofia? Di là dalle importanti traduzioni, a 88 anni questo
schivo signore è uno dei massimi filosofi contemporanei, di
sicuro il maggiore tra gl’italiani (decifratore d’annosi enigmi
quali il male, il fondamento della morale, il libero arbitrio).
Eppure pochi lo conoscono, ancor meno ne scrivono.
Perché? Perché l’Italia scopre la valentia dei suoi figli
sempre tardi? Perché preferisce i crisantemi al lauro? Sarà
mica per colpa della sua bella testolina turrita? Una
spiegazione ce l'offre Gadda ne I grandi uomini, quelli però
ignorati dal presente: “perché avendoli tuttodì sott'occhio,
per non dire sotto mano, ci siamo abituati a loro: come ci si
abitua a una suocera di eccezionale virulenza, ma di viso
normale: o come il guardiano dello Zoo si abitua al serpente
che ha in custodia”.
Oggi si ricordano ancora Julius Frauenstädt, Thomas
Medwin o Antonio Ranieri quasi unicamente per un loro
vantaggio posizionale: erano prossimi a un granduomo e
abbastanza sensibili d’animo per scriverne (dove altri invece
per ottusità o malanimo hanno ignominiosamente finto di
non vedere). Con la loro testimonianza hanno trattenuto
qualcosa d'importante: polvere d'oro altrimenti involata via
dal tempo. In piccolo, il loro, è anche il mio caso, quello
d’esser vicino a ciò che per altri sarà lontano; per questo mi
permetto di dire amichevolmente Sossio dove altri dovranno
dire più filologicamente Giametta; di toccare ciò che loro
potranno solo indicare.
Ogni ritratto, anche il più accurato, è sempre eseguito con
una tecnica divisionista: l’immagine complessiva nasce sì dai
molti giudizi, simili a tanti punti di colore, ma anche dagli
impercettibili intervalli di bianco, dove rimane tutto ciò che
viene taciuto e spesso più conta: l’uomo vive lì, in quei
silenzi.
Cominciando dunque dall’aspetto che nei filosofi conta (chi
ha lungamente pensato ce l’ha scritto in faccia, dice
Schopenhauer, al punto che la fisionomia ne sunteggia la
filosofia), Sossio è alto, aitante, addirittura con
un’imponenza scenica, veste con eleganza, gesticola poco,
strilla meno, il viso appare sempre un poco afflitto, finché
non s’illumina d’un sorriso dolcissimo, inaspettato, di
candore quasi bambinesco, sorriso che dalla bocca sale sino
agli occhi che ridono pur loro, occhi d’un colore unico,
simile al grigio di certe rocce montane trampolino d’aquile.
Il carattere - a volte impulsivo perciò senza coperti rancori -
è signorile, ancora settecentescamente galante, senza però
ombra alcuna di cinismo, perché l’indole è buona, modesta,
al limite della morbidezza; doti che unite al suo culto per
l'amicizia virile, al do sine des, l’affratellano solo al divino
Vauvenargues.
Non avendo scelto la carriera universitaria, Sossio non ha
dovuto conoscere quell’alternanza di bassezza pieghevole e
insolenza impettita che caratterizza la vita spirituale della
quasi totalità dei professori, costretti in principio a strisciare
per ottenere la cattedra e in seguito - giunti non si sa come
né a che prezzo all’agognato mobilio - a rivomitare ex
cathedra su studenti assistenti circonvicini tutto quello che
hanno dovuto ingollare in anni e anni d’umiliazioni: un
misto di spocchia giallastra e inguardabile lerciume morale.
Che codesta gente - sia detto en passant – debba, nel tempio
dorico della filosofia, andar in cerca della verità fa sorridere.
Più facile per loro acchiappar farfalle con un retino o darsi
all’ippica! Non a caso oggi gli unici filosofi credibili, con un
certo rilievo di stile e pensiero, sono dei Privatdenker,
pensatori appartati, lontani sino a infischiarsene dagli atenei
a foraggiamento statale o privato. Così anche il nostro Sossio
che, come Croce prima di lui, non volle mai sapere né di
laurearsi in filosofia né tantomeno d’insegnarla.
Croce fu il primo amore filosofico di Sossio, un Croce però
inquieto, insospettabile ed eterodosso; furono i libri di
Croce, fitti di cose tedesche, a invogliarlo a studiare quella
lingua tanto ostica per noi italiani, soprattutto per legger
Goethe nell’originale. Da Goethe, suo aio linguistico, nonché
filosofo misconosciuto, Sossio pervenne a Spinoza che di
Goethe era appunto il filosofo “del cuore”. E da quel lontano
dì giovanile lo è pure di Sossio che di Spinoza è un
personalissimo continuatore. Nella vita trita, intanto, dopo
la laurea in giurisprudenza s’impiega in banca e, simile a
certi personaggi sveviani (i quali “continuano a sognare in
luogo ove non c’è posto a sogni: la partita doppia”), sogna di
continuo la filosofia. La sera, dopo il lavoro in ufficio, si
traduce per conto proprio e suo uso l’Ethica ordine
geometrico demonstrata. Cosa che, per il tramite d’un
amico comune, giunge, incuriosendone la fantasia,
all’orecchio di Giorgio Colli, all’epoca direttore della collana
Enciclopedia d’autori classici di Boringhieri e di lì a poco
dell’edizione critica delle opere nicciane. I due s'incontrano
e tra il signorile e introverso piemontese Colli e il signorile
ed estroverso campano Giametta nasce un’intesa, una
simpatia, un’amicizia. Sossio lascia un redditizio lavoro alla
Banca Commerciale Italiana di piazza della Scala per andar
dietro alla povera e nuda filosofia. Per l’enciclopedia colliana
traduce Spinoza, ma anche Giulio Cesare; poi s’ingolfa con
altri nella titanica traduzione di Nietzsche per la nascente
editrice Adelphi. Colli stesso, con molto fair play,
riconoscerà in seguito che Sossio era il più artista dei
traduttori nicciani del gruppo (tra gli altri v'erano Mazzino
Montinari e Ferruccio Masini), colui che meglio riusciva a
volgere il tedesco in sonante musica italiana, realizzando
quel miracolo traduttivo che in gergo si chiama “bella
fedele” (i mariti che hanno una bella moglie coglieranno
subito l'ossimorica sfumatura). Basta leggere lo Zarathustra
nella versione adelphiana di Montinari e poi nella dicitura
giamettiana in Rizzoli, tenendo d’occhio il testo originale,
per apprezzare la differenza qualitativa: l'una corretta ma
spenta, l'altra sempre corretta ma in più liricamente accesa
come esige quell'opera.
Questi anni di fervore editoriale finiscono presto, l’Italia non
è proprio un Parnaso; anzi le case editrici e gl’infelici che ci
lavorano vi stanno il più delle volte come cani in chiesa.
Sossio che aveva lasciato un posto sicuro, è costretto stavolta
a misurarsi con la cattiva prosa della vita. Si trae d’impaccio
in modo egregio: vince un concorso per il servizio linguistico
dell'Unione Europea. E' costretto però a far le valigie, a
salutar l’Italia coi suoi tepori e i suoi sfizi culinari, per andar
a Bruxelles, tra nebbie e andouillettes, in mezzo a quei bravi
belgi di cui Baudelaire ha eternato le aménités. Lassù
comunque non si scoraggia, anzi continua a scrivere e a
tradurre, a fondere cioè i suoi bellissimi caratteri italici.
Quest’insospettabile funzionario, di giorno lavora negli uffici
comunitari, mentre venuta sera, tolta la veste quotidiana e
rivestito condecentemente di panni reali, si pasce di quel
cibo che solo è suo. In tal senso la bibliografia giamettiana
dà un’idea congrua del frutto delle veglie fiamminghe: saggi
teoretici e letterari, traduzioni, elzeviri, dialoghi filosofici,
romanzi, racconti, curatele, commenti.
Sossio è l'unico che di recente abbia elevato il commento,
perlopiù una scolasticheria senz'arte, a genere autonomo,
pari in questo solo a Unamuno e Ortega con le loro
madreperlacee concrezioni al Quijote. Davvero i suoi
commenti - il più vistoso dei quali è allo Zarathustra -
realizzano ciò che Ortega raccomandava: “La obra se
completa completando su lectura”. Se il testo è una corda o
una serie di corde, il commento è l'arte di costruirvi attorno
uno strumento: qualcuno fabbrica un violino, altri un
ukulele, i più s’accontentano di pizzicar le corde.
Anche la passione narrativa di Sossio, sempre dai forti
connotati morali, merita particolare menzione e attenzione;
lui stesso ci tiene (come si tiene a un figlio geniale ma
sfortunato). Similmente ai romanzi goethiani, le sue storie
non sono trastulli di studioso o una vestizione romanzesca
d'idee, ma semmai una via dolce - parlata - alle aspre
conclusioni della filosofia, un accesso diverso al suo
pensiero.
In un volume senile Giovanni Macchia parla di “scrittori al
tramonto”, intendendo non tanto un ottenebramento,
quanto una loro luce particolarissima, più intensa perché
finale; qualcosa di simile può applicarsi a Sossio. Lui stesso
dice che questa è la sua età più felice, quella dove crea
senz’ubbie, dove tutto gli riesce facile e bene. Forse perché il
genio – che per Sossio è adattamento all’ambiente - nella
vecchiaia giunge alla massima adeguazione. A 88 anni
suonati nella sua officina ancora “sudano i fochi a preparar
metalli”; infatti ha da poco pubblicato la traduzione
dell’Unico di Stirner (per smalto già ora l’edizione di
riferimento), mentre son pronti un monumentale
Commento a Umano, troppo umano aforisma per aforisma
e una stroncatura di Heidegger vaniloquente interprete
nicciano.
Nonostante Sossio riconosca gli aforismi di Nietzsche anche
dal solo numero (come i musicologi le opere di Mozart
secondo la catalogazione Köchel), scrivendo non ne assume
né contraffà mai lo stile. Fatto singolare, se si considera
quanti emuli ed emuletti nicciani ha conosciuto l’Italia: uno
a ogni angolo di strada; una pletora di poetastri
pisciaforismi con l’apocalissi sul bavero. Gente che è entrata
pure nelle università a insegnare non si sa bene che cosa. A
differenza dei professori nostrani che riescono a farsi un
nome, solo salendo sulle spalle di qualche professorone
straniero in voga, aprendo qui una specie di succursale
povera di quella filosofia; Sossio si muove - da maestro - nel
solco della filosofia italiana classica; il suo essenzialismo
rivà al cuore della nostra filosofia rinascimentale: quel
vitalismo o ilozoismo che rintraccia il divino nella natura,
scoprendolo equidistante impersonale disseminato per ogni
dove. Persino l’amore per i suoi autori d’oltralpe sembra
affondare nel loro lato italiano, egli li indovina in quanto
discendente filosofico di Bruno o Vanini.
Ecco come Sossio descrive la propria filosofia, con la brevità
di chi l'ha meditata a lungo: “Da sempre l’umanità è in sé
scissa. Oscilla tra l'affermazione e la negazione, l'esaltazione
e la deprecazione della vita, tra la fede e la miscredenza, tra
l'essere e il nulla, tra il cosmo e il caos, tra il bene e il male.
Ciò dipende dal fatto che sul piano assoluto esiste una sola
cosa, l'essenza […] l'essenza è divina, le condizioni di
esistenza sono fin troppo spesso diaboliche. Non fanno parte
della realtà essenziale: esistono solo per le creature, come
caos contro cui devono lottare per affermarsi, mantenersi e
accrescersi. Questo caos è però solo la faccia rivolta verso di
noi dell'infinita ed eterna potenza di Dio, è solo la nostra
percezione […] Ciò non toglie l’appartenenza di tutte le
creature all’essere divino, partecipi della sua essenziale
caratteristica, l'esistenza, e della sua assoluta e beatificante
positività. Il senso – etico e religioso – della vita sta per noi
nel lottare per l'essenza a cui apparteniamo e nell'aderirvi
tenacemente contro le avverse e allogene condizioni di
esistenza […] Dunque l’essenzialismo è una visione di
pienezza: del macroantropo e del microcosmo, di tutto il
positivo e di tutto il negativo e del loro intreccio
indissolubile in noi e per noi”.
Mentre in una lettera, a me indirizzata, ritaglia per sé tale
ruolo nella storia del pensiero: “Il mio contributo filosofico
in generale, e in particolare con il Codicillo
dell’essenzialismo, consiste nell’estesa bonifica laica e loica,
cioè per la sana ragione umana, all’insegna del motto: Nihil
nisi ex natura, di territori infestati dal sovrumano e
dall’extraumano, come religione, mito, fantasia, esoterismo,
misticismo ecc. e dei loro cattivi derivati: fantasticherie,
superstizioni, fissazioni, fanatismi. Questa bonifica
comprende anche la critica della falsa ragione dei filosofi,
per esempio di Leibniz, Schelling, Kant, Heidegger [...] per
quanto riguarda la cosiddetta fondamentale domanda della
filosofia: perché l'essere e non il nulla? E tocca il vertice
nell’interpretazione di Gesù Cristo, diversa, per natura, da
tutte le altre interpretazioni laiche di Gesù Cristo (di Renan,
Strauss, Morin ecc.), tendenti a spiegarlo non come un dio
ma come un uomo d’eccezione. Essa mostra infatti in che
modo si può laicamente, cioè per via naturale, arrivare
anche alla sublimità ritenuta finora appannaggio esclusivo
della pura spiritualità e della religione avulse dalla natura.
Questo, se è un titolo di merito, è il mio titolo di merito
come filosofo: aver conquistato per la chiara umanità
domini allogeni: una replica della novacula Occami”.
Come accertano a meraviglia queste due citazioni, Sossio
scrive di filosofia con scioltezza lirica, quasi narrando; con
una semplicità - invero solo apparente - che alla fine però
sottrae molto al suo apprezzamento critico (i critici mediocri
debbono vedere nella pagina una tavola anatomica,
riconoscervi nervi e muscoli, la retorica sotto la poesia,
sennò spregiano). Chi ci capisce invece vi vede altro: “Il tuo
italiano è di una limpidezza e linearità classiche. Non ci sono
frasi involute, elicoidali, labirintiche e perifrastiche, ma frasi
ferme e chiare e come partecipi della natura razionale dei
tuoi ragionamenti”, così lo stilista Raffaele La Capria giudica
lo stile di Sossio, aggiungendo che tale incontro di scrittura e
filosofia lo rende simile a un “centauro”. Un Chirone savio e
benigno - aggiungo io - che lascia cadere nei propri
ragionamenti raccontati una quantità di sorprendenti
ammissioni (per esempio d’esser andato in profondità nella
vita, perché incapace d’incedervi); confessioni e vicissitudini
che rimandano - per energia vitalità freschezza buonumore
– a un tipo umano antico, in salute; non hanno cioè
l’untuosità moderna d’un Rousseau, il quale con le sue
espettorazioni pare attaccarsi e fin inzaccherare le maniche
del lettore. Sossio è uno di quei rari scrittori sobri (ma dotati
d’un’arte sopraffina) che al solo introdurre nella propria
pagina un’immagine, una figura, le fa ottenere il massimo
risultato stilistico, il colmo della saturazione, simile a una
goccia di rosso carminio sopra un piattino di porcellana
bianca - per dirla con Goethe. In breve, assieme a Guido
Ceronetti (che però appare più arzigogolato nel suo ductus),
egli scrive oggi la nostra miglior prosa filosofica: civilissima
e di gran concinnità. Se a ciò aggiungiamo un pensiero al
netto d'ogni posa libresca, l’eccezionalità si sdoppia in forma
e sostanza: “in fondo io mi ritengo un ignorante e tra gli altri
ci sono eruditi e argomentatori di prim’ordine. Ecco, la
prima cosa è appunto questa. Io sono ignorante rispetto a un
grande erudito […] ho fatto prevalere sull’insegnamento dei
libri quello della natura, e in quest'ultimo non mi sento
ignorante. Se merito il primato, lo merito per la solidità e la
sostanziosità della mia filosofia, non per le tante e
importanti doti che distinguono gli altri”.
Da quanto detto e ascoltato non si capisce perché l’Italia,
paese dove peraltro tutti son dottori (cosa che fa sorridere
gli stranieri per i quali doctor è solo il medico munito di
stetoscopio), non lo regga in palmo di mano. Oscuri
professorucoli di filosofia - di fatto foruncoli filosofico-
ministeriali strizzati da editori ancor più purulenti -
ardiscono ignorarlo oppure guardarlo con occhio di sfida,
dal basso in alto, come sogliole infilzate; lui che ha tradotto
tutto Nietzsche e quasi tutto Schopenhauer e Goethe e
Spinoza. Già per lo sforzo sovrumano d’averli reinventati in
lingua italiana, meriterebbe una laurea honoris causa, se tali
svolazzanti e ceralaccati diplomi avessero ancora un senso,
quand’invece sono ambiti ormai solo dai parrucchieri che li
appendono accanto alla loro licenza d'esercizio. Ben
conclude quindi l’amico Carlo Muccio, altro filosofo
napoletano all’antica, rigorosamente eracliteo nel deporre i
propri parti nel chiuso tempio d’Artemide: “La genia dei
credenti e dei creduli è tanto inesauribile da dare, dopo
tante prove, a destra e manca, ad avventurieri e pirati d'ogni
sorte, il canzo, la speranza e la convinzione di poter incantar
qualcuno de' tanti gonzi. Ma, fortuna adiuvante, qualche vox
in deserto si leva, percote l'aria e qualche faccia di bronzo
che, però, essendo di quella metallica lega, non accusa il
colpo, incapace di quell'alto sentimento che chiamasi
vergogna”.