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Pubblicato il 13 Maggio 2018 di redazione

‘68 / La noia, il culmine e l’ansietà

Franco Berardi Bifo

La noia è un sentimento complesso e semplicissimo causato dalla


sproporzione tra un desiderio indefinibile e la realtà dell’esistenza. Un
sentimento che troviamo dovunque nella cultura letteraria e filosofica
degli anni del dopoguerra: i suoi sintomi vanno dalla nausea di Sartre
al deserto dell’incomunicabilità di Antonioni all’abulia cinica di
Moravia. Dopo gli anni della guerra dopo la tragedia e la paura,
un’onda di noia si insinuò nella mente collettiva del dopo guerra: dolce,
triste noia talvolta angosciosa ma talvolta piacevole. In quel contesto
avvenne l’esplosione: il mio non è un tentativo di spiegare il terremoto
culturale il cui epicentro temporale fu l’anno ’68, ma solo di
comprendere l’ambiente psico-culturale nel quale i ragazzi si
preparavano a incontrarsi nelle strade e a fare qualcosa che non era
mai accaduto prima.

Noia è il doloroso (ma non troppo doloroso) contrasto tra l’intensità


del desiderio e la scarsità delle stimolazioni nervose che provengono
dall’ambiente circostante. La noia era la situazione psicologica
prevalente nell’adolescenza nelle epoche passate: desiderio sessuale
che non si può ancora soddisfare, piacere solitario, tempo perduto a
immaginare.

Poiché siamo nati subito dopo la fine della guerra mondiale, abbiamo
avuto l’opportunità di avere accesso alla scuola pubblica, di comprare i
libri economici che ci davano la possibilità di immaginarci viaggiatori,
intellettuali, combattenti esploratori e pirati. Abbiamo avuto la
possibilità di andare al cinema proprio quando Hollywood stava
diffondendo dovunque la possibilità di sentirci cittadini del mondo.

Ma i nostri genitori ci proteggevano dai pericoli che loro avevano


appena dovuto affrontare negli anni della guerra. Volevano che fossimo
sicuri, e imparammo a disprezzare la sicurezza, e la parola sicurezza
divenne per noi una delle più brutte del vocabolario.

Non avevamo viaggiato molto negli anni ’60, prima di scoprire


l’autostop e la possibili di prendere un treno senza pagare il biglietto.
L’intensità della nostra immaginazione non era compatibile con la
lentezza del ritmo della vita familiare ispirata dalla pubblicità
rassicurante e sorridente degli anni ’50. E il conformismo era parte
della noia: il modo di vestirsi, il taglio dei capelli e la vita quotidiana
tutto questo volevamo cambiare per avere la sensazione di sfuggire
all’ordine della normalità.

Lo scarto tra la nostra immaginazione e le nostre aspettative nutrì quei


lunghi giorni d’estate di deliziosa tormentosa noia, quando
fantasticavamo di viaggiare in posti esotici e di combattere contro le
malefatte degli imperialisti nel mondo.

Avventurismo è un’espressione che nella storia del comunismo è stata


usata per condannare quegli attivisti estremisti che osavano fare cose
che potevano mettere in pericolo la causa comune: una definizione
bifronte, che molti giovani estremisti come me attribuirono a se stessi
con un certo grado di ironia: volevamo vivere quelle avventure che
sembravano impossibili in quella noiosa società del benessere dei
nostri anni pre-adolescenti.

Poi accadde qualcosa che fece esplodere la bolla della noia.

Il culmine

Le mie aspettative politiche si sono formate nella persuasione del


progresso come tendenza generale della storia umana. Questa era la
visione prevalente del futuro nella parte centrale del secolo che del
futuro ha fatto il suo mito centrale. Nella nostra percezione il fascismo
e la guerra erano stati una oscura digressione, una parentesi di
arretratezza e violenza reazionaria. O almeno nella mia percezione era
così: mio padre, che aveva combattuto i nazisti nelle montagne
dell’Italia centrale, mi aveva detto un milione di volte che la mia
generazione era fortunata perché non avremmo mai più conosciuto
l'esperienza del fascismo e della guerra. La convinzione della
irreversibilità del progresso era il terreno comune di comprensione fra
i comunisti come mio padre e per i democratici che governavano il
paese negli anni in cui io sono cresciuto. Quella convinzione era
sbagliata, come sappiamo nel nuovo secolo, ora che l’evoluzione ha
preso la forma della regressione.

Progresso vuol dire, prima di tutto, che la nuova generazione è


destinata a vivere meglio della generazione precedente, e le risorse
disponibili a testa sono destinate a crescere, e che i criteri di giustizia
sono destinati ad essere sempre più soddisfatti da una generazione
all’altra. Da questo punto di vista è facile riconoscere oggi che il
progresso è finito: per la prima volta nella storia moderna la nuova
generazione è destinata a ricevere meno di quel che ha ricevuto la
generazione precedente, almeno nel mondo industriale. E su scala
globale la qualità della vita sta peggiorando per la larga maggioranza
del genere umano, compresi coloro che sono stati attratti dalla
promessa di maggior consumo e ora debbono affrontare la durezza del
super-sfruttamento dell’inquinamento e del collasso mentale collettivo.

Vecchie piaghe puzzolenti come il nazionalismo il fanatismo religioso e


il razzismo, che nella mia gioventù pensavamo fossero state seppellite
per sempre stanno riemergendo e stanno prevalendo quasi dovunque.
La felicità sembra quasi impossibile per la generazione precaria, e la
gioia della sessualità è in gran parte sostituita dalla stimolazione
digitale compulsiva.

Il rovesciamento delle aspettative può essere datato più o meno intorno


alla fine degli anni ’70, quando i due processi che definiscono la
transizione post-moderna (privatizzazione generalizzata neoliberista e
virtualizzazione connettiva della vita sociale) si sono messe in moto
simultaneamente in maniera interdipendente.

Per questo affermo che il 1968 è il picco dell’evoluzione umana, il


culmine della storia progressiva: il momento in cui innovazione
tecnologica e coscienza sociale raggiungono il punto alto della loro
convergenza. Da quel momento la potenza tecnica si è ampliata in
modo costante, la tecnologia è divenuta sempre più pervasiva, mentre
la coscienza sociale ha cominciato a recedere in termini relativi. Il
risultato è che la tecnica ha rafforzato la sua presa sulla vita sociale
mentre la società ha perduto controllo sulla genica e quindi è divenuta
sempre meno capace di governare se stessa.

Nella congiuntura che chiamiamo Sessantotto ci aspettavamo che la


coscienza sociale fosse destinata a presiedere il cambiamento tecnico
così da dirigerlo verso l’interesse comune, ma in realtà accaduto il
contrario. Quando è apparso un nuovo orizzonte tecnologico, in seguito
alla diffusione di elettronica e informatica, i partiti di sinistra e i
sindacati hanno visto il mutamento tecnico come un pericolo piuttosto
che come un’opportunità da padroneggiare e da sottomettere
all’interesse sociale. Per conseguenza la liberazione dal lavoro è stata
etichettata come disoccupazione, e la sinistra si impegnata a fermare
l’inarrestabile treno della trasformazione tecnica.

Il rapporto tra informazione e coscienza è qui il centro della mia


riflessione, quindi debbo chiarire il significato di questi concetti in
questo contesto: definisco informazione la conoscenza oggettivata
insegni e trasferita dai media, e definisco la coscienza come
l’elaborazione soggettiva e la singolarizzazione dei contenuti della
conoscenza.

Dopo gli anni ’68, e in particolare in seguito all’accelerazione digitale


dell’infosfera, che avviene in contemporanea con la svolta neoliberale,
la sfera della conoscenza oggettivata si è enormemente ampliata,
mentre il tempo disponibile per l’elaborazione cosciente si è
inversamente ristretto.

Questa doppia dinamica ha provocato la rimodellazione della coscienza


sociale: la riduzione relativa del tempo disponibile ha provocato per
ragioni sistemiche un crollo dell’elaborazione cosciente
dell’informazione e una riduzione delle possibilità di singolarizzazione
della conoscenza. Il ritmo dell’innovazione tecnica si è intensificato e la
coscienza sociale si è simmetricamente ridotta.

Mentre l’intelligenza artificiale si espande nella sfera tecnica,


l’ignoranza umana è cresciuta in termini relativi, e il comportamento
demente si diffonde dovunque, come si vede bene nel sostegno
massiccio al razzismo, al nazionalismo, e al fanatismo religioso. Uso
qui l’espressione demenza nel senso letterale: separazione del cervello
automatico dal corpo vivente, e quindi effetto di demenza del corpo
sociale separato del cervello.

Emergenza dell’intelletto generale sulla scena della storia


Il Sessantotto segna il momento in cui l’intelletto generale entra sulla
scena del mondo e l’inizio di un processo di lunga durata che sta ancora
svolgendosi: un processo di formazione della rete tecno-sociale
dell’intelletto generale.

Hans Jurgen Krahl, un pensatore e attivista del movimento


studentesco tedesco nel suo testo “Thesen zum allgemeinen Verhältnis
von wissenschaftlicher Intelligenz und proletarischem
Klassenbewusstsein” (tradotto nel libro Costituzione e lotta di classe,
Jaca book, 1974) sosteneva che una nuova composizione del lavoro
stava emergendo grazie all’inserimento della scienza e della tecnologia
nel processo di produzione, e grazie alla coscienza emergente
dell’intelligenza tecno-scientifica intesa come forza sociale.

In effetti il decennio che prepara il ’68 è il punto culminante nella


storia della scolarizzazione di massa: l’accesso universale al sistema
pubblico di educazione è l’effetto delle lotte progressiste del
movimento operaio, e finisce per creare una condizione nuova nella
storia umana.
La facoltà del pensiero critico, che fu privilegio esclusivo di una parte
della borghesia nei secoli passati si trasforma in un bene comune della
maggioranza della società. Al tempo stesso in quegli anni l’evoluzione
della tecnologia prepara le condizioni per la formazione dell’intelletto
generale, che Marx aveva concettualizzato nei Grundrisse: il concetto
di rete come struttura per la connessione simultanea di cervelli
distanti, prende forma nella scia del movimento del ’68.

Le diverse correnti di cultura alternativa che vengono in superficie con


la rivolta studentesca, hanno approcci differenti ma convergono nel
prendere in considerazione quel che Marx ha chiamato “general
intellect”. L’onda psichedelica californiana e l’approccio olistico alla
mente globale, la tradizione tedesca della teoria critica, l’approccio
neo-marxista italiano di Potere operaio, in modi differentissimi
segnalano la coscienza di un’entità tecnica e antropologica che sta
rimodellando il territorio stesso dell’immaginazione sociale. Inoltre
coloro che hanno concepito la rete come complesso tecnico e culturale
vengono dalla generazione che ha vissuto il brainstorm globale del
1968. Nei Grundrisse, a in particolare nel frammento sulle macchine,
Marx afferma che le macchine, come prodotto della conoscenza, stanno
riducendo il tempo di lavoro necessario a un punto tale da rendere
possibile l’emancipazione della società dalla schiavitù del lavoro
salariato.
In effetti l’alleanza tra studenti e lavoratori industriali degli anni ’68 si
può considerare come qualcosa di più profondo che una questione di
solidarietà politica o morale.

Gli studenti erano portatori della forza di conoscenza, mentre gli operai
esprimevano un rifiuto del lavoro consapevole o meno. L’alleanza
politica tra questi due soggetti implicava la prospettiva di un processo
organizzato di riduzione del tempo di lavoro. In Italia lo slogan
“lavorare tutti lavorare meno” manifesta la coscienza di questa
possibilità e rappresenta il culmine di quegli anni di mobilitazione
sociale.

Ma questa alleanza non durò a lungo, perché la leadership politica del


movimento operaio (i partiti comunisti e i sindacati) si rivelarono
incapaci di trasformare la tecnologia in una opportunità emancipativa.
Al contrario videro la tecnologia come un pericolo per la composizione
esistente del lavoro e si impegnarono in una strategia perdente per la
difesa dei posti di lavoro.

Il movimento emergente dell’università si rivelò incapace di


trasformare la cultura prevalente della sinistra, e l’eredità del
comunismo sovietico strangolò la novità che gli studenti stavano
esprimendo, assorbendo la rivolta sociale emergente dentro la rigida
simmetria della Guerra Fredda.

Ansietà

Negli anni ’68 ci si aspettava un processo ininterrotto di emancipazione


sociale dalla miseria e dallo sfruttamento. Questa convinzione era
completamente sbagliata, come sappiamo cinquanta anni dopo.
Sfruttamento e miseria non sono diminuiti, si sono trasformati e si
sono estesi in molte maniere. Oggi le aspettative dominanti sono molto
diverse, quasi apposte: depressione di massa, diseguaglianza crescente,
precarietà e guerra civile globale frammentaria.

Perché? Cosa si è rotto nelle aspettative di cinquanta anni fa, cosa ha


provocato questa specie di rovesciamento dell’immaginazione?

Il capitalismo finanziario ha paralizzato la capacità di agire


collettivamente, e dil collasso della solidarietà sociale ha preparato la
strada a una dinamica molto simile a quella che condisse al fascismo
del secolo scorso. Il fascismo è tornato, intrecciato con l’aggressività
ininterrotta della competizione economica globale, che in molti casi
diviene guerra aperta.
La sola possibilità di superare gli effetti devastanti del capitalismo
finanziario e di dissolvere il senso di impotenza che sovrasta la vita
sociale del nuovo secolo sarebbe un movimento mondiale come fu il
'68, perché solo un movimento potrebbe scatenare l’energia
intellettuale necessaria per la riattivazione della mente sociale
autonoma. Solo una mobilitazione di massa di lungo periodo potrebbe
dissipare la nebbia della depressione. Quindi la domanda da porsi è
proprio questa: è possibile un nuovo ’68?

Per quanto io non dimentichi il suggerimento di Keynes, che


l’inevitabile generalmente non si verifica perché generalmente prevale
l’imprevedibile, debbo ammettere che, per quel che posso comprendere
e prevedere, un movimento sociale adeguato alla situazione è fuori
dalle possibilità immaginabili.

Perché? Potrei rispondere a questa domanda sull’impossibilità di un


movimento in molte maniere: potrei riferirmi all’effetto della
precarizzazione della sfera lavorativa, potrei riferirmi al senso di
impotenza che prova la gente di fronte all’inesorabilità matematica del
capitalismo finanziario. Tuttavia dirò invece che la ragione principale
della de-solidarizzazione attuale è la mutata relazione tra corpi
coscienti, o piuttosto: la scomparsa della relazione tra corpi
nell’intensificazione online della comunicazione.

La digitalizzazione della comunicazione ha prodotto l’effetto


paradossale di estendere la comunicazione e di aumentare al contempo
l’isolamento, e la sfera affettiva è disturbata dalla divaricazione tra
linguaggio e corpo.

Nella storia dell’evoluzione umana il linguaggio è sempre stato fondato


sulla relazione corporea tra esseri sensibili e coscienti. L’accesso al
simbolico è sempre stato garantito dalla relazione corporea con la
madre. La voce (come dice Agamben in Il linguaggio e la morte) è il
punto di congiunzione del significato con la carne, e in questo senso è il
punto di singolarizzazione del significato.

Il rapporto tra significante (parole, immagini) e significato (ciò che i


segni significano) non si fonda su nessun legame di isomorfia o di
simiglianza. Il solo fondamento della nostra convinzione che i segni
abbiano un significato sta nella relazione con la voce della madre. Non
parlo qui della madre biologica, naturalmente, non parlo neppure di un
corpo femminile. Può essere lo zio, un vicino di casa, il padre: una
persona umana, comunque, fisica e singolare. La voce è il certificatore
del rapporto tra parole e cose: il corpo è il terreno su cui si forma il
significato.
Loveless è il titolo di un film di Zvyagintsev, già autore di Leviathan:
due film che descrivono il deserto ghiacciato dell’anima
contemporanea.

Loveless è sulla scomparsa del futuro. Il futuro è Aljosha, il bambino di


otto anni che scompare proprio all’inizio del film. Scompare perché
Genia, la madre, è incapace di amare quel figlio non voluto, in un
mondo che la assilla con la sua tristezza, la sua competizione, la sua
luce triste.

Il ragazzino scompare la madre lo cerca disperatamente, ma non lo


trova più.

E durante tutto il film la connessione tra schermi ci perseguita e


cattura l’attenzione di tutti: la gente guarda il suo piccolo schermo dello
smart phone in treno nella strada e in camera da letto, trascinata
continuamente da flussi ininterrotti di neuro-stimolazione.

La noia è stata cancellata, e l’ansietà ha preso il suo posto in modo tale


che non possiamo più desiderare l’avventura, dato che l’avventura
simulata ha saturato l’attenzione e l’immaginazione.

Coda

Come ho detto fin dall’inizio non intendo valutare la distanza dal ’68 in
termini politici, perché penso che la trasformazione che è avvenuta
dopo la fine degli anni ’68 si può comprendere solo dal punto di vista
dell’evoluzione antropologica e della mutazione cognitiva. Un processo
di regressione evolutiva è in corso. Mi chiedo se la mente umana possa
consciamente e intenzionalmente (voglio dire politicamente) fare i
conti con l’evoluzione della mente stessa. Non lo so.

aprile 2018