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Georg Schmidt

LA GUERRA DEI TRENT’ANNI

IL MULINO
ISBN 978-88-15-12451-7
Edizione originale: Der Dreissigjährige Krieg, VI ed. München, Beck, 2003.
Copyright © 1995 by Verlag C.H. Beck oHG, München.
Copyright © 2008 by Società editrice il Mulino, Bologna.
Traduzione di Biagio Forino.
Presentazione

Dal 1618 al 1648 gli Stati dell’Europa centrale furono lacerati da una
serie pressoché ininterrotta di violenti conflitti politici e religiosi che
vanno sotto il nome di «guerra dei Trent’anni».
Innescata dall'antagonismo che contrapponeva i principi protestanti
all’autorità imperiale cattolica, la guerra assunse dimensioni
paneuropee anche a causa dell’intervento di altre potenze (Svezia,
Francia, Spagna). Questo libro ricostruisce le cause, lo svolgimento, le
conseguenze della grande crisi seicentesca, dalla Defenestrazione di
Praga alla Pace di Westfalia. Trent’anni di devastazioni, morti, barbarie
che condizioneranno profondamente gli equilibri generali del
continente.

Georg Schmidt è professore di Storia moderna nell’Università di


Jena. È autore di «Geschichte des Alten Reiches» (1999).
INDICE
Introduzione
I. La Germania nell’età confessionale
1. «Piccola glaciazione», crisi economica e conflitti sociali
2. Confessionalizzazione e nazione tedesca
3. Il sistema politico imperiale alla vigilia della guerra
II. Dal conflitto dei ceti in Boemia allo sgomento in tutta la
Germania (1618-1629)
1. Il potere in Boemia
2. Dalla Boemia al Meclemburgo
3. L’editto di restituzione
III. Asburgo, Svezia e Francia (1630-1643)
1. Gustavo Adolfo e l’intervento svedese
2. La Germania sotto l’egemonia svedese
3. La pace di Praga e il dominio imperiale
4. Ricomincia la guerra
IV. Dalla guerra verso la pace (1643-1648)
1. Fronti confusi
2. I negoziati di pace
3. La pace di Vestfalia
5
V. Dopo la guerra p.
1. I soldati
2. La vita quotidiana, la miseria e le conseguenze
Conclusioni
1. Dall’impero tedesco meridionale all’imperostato tedesco
2. La nazione in guerra
3. La ricezione della pace
Letture consigliate
Indice dei nomi (non riprodotto)
INTRODUZIONE

I trent’anni che intercorsero fra il 1618 e il 1648 tennero l’intero


continente europeo e in particolare la Germania con il fiato sospeso e
portarono morte, devastazione e barbarie nell’Europa centrale
sconvolgendo la situazione politica.
Ma i cambiamenti prodotti, che pure erano apparsi così radicali, si
dimostrarono poco stabili: nel 1648 la pace di Vestfalia restaurò la
situazione politico-costituzionale quale si era consolidata nella seconda
metà del Cinquecento. Prudenti misure correttive fecero in modo che il
sistema basato sul binomio Kaiser und Reich continuasse a funzionare
anche nella Germania «allargata». Solo con la guerra e poi attraverso la
pace si compì e divenne irreversibile l’integrazione dello spazio tedesco
settentrionale nell’impero di matrice tedesco-meridionale. Soltanto
allora l’intero spazio compreso tra le Alpi e le coste del mare del Nord e
del Baltico formò un sistema politico comune. Non uno stato in senso
tradizionale, ma un’associazione di territori, signorie e comuni che nel
complesso potè assolvere abbastanza bene le funzioni assolutamente
indispensabili per un’entità statuale unitaria: difesa esterna, tutela del
diritto e della pace. La parità introdotta nel 1648 in materia
confessionale e il nuovo orientamento del diritto canonico statale in
direzione della tolleranza e della libertà di coscienza individuale
disinnescarono gran parte del potenziale conflittuale che aveva causato
e continuato ad alimentare la guerra.
Proprio in questo consiste una delle prospettive del volume, nel
collegare cause, sviluppi ed effetti nell’orizzonte della statualità
tedesca. Compito dello storico è stabilire, nella totalità del passato,
concatenamenti di azioni per poter conoscere ed esperire tratti e
processi specifici.
La guerra dei Trent’anni è stata di volta in volta definita come
«conflitto fra due blocchi di potenze», «guerra di formazione dello
stato», «lotta per il potere cetuale o assolutistico», «guerra di
religione». Tali modelli di classificazione rimandano a problemi che in
Germania e quasi ovunque in Europa spingono verso una soluzione
aperta.
Sono modelli che non si escludono a vicenda, ma che si integrano
l’un l’altro e aiutano a collocare gli avvenimenti nei processi di
sviluppo di lungo periodo.
Ma quanto durò la guerra dei Trent’anni? Sembra una domanda
banale, ma la risposta non è immediatamente evidente. Gli avvenimenti
e gli sviluppi succedutisi fra la defenestrazione di Praga nel 1618 e la
pace di Vestfalia nel 1648 non costituiscono una unità inderogabile.
Quell’arco temporale si frantuma in almeno 13 guerre e 10 trattati di
pace. Le potenze o i gruppi di potenze rivali mutano in quegli anni, così
come mutano i loro scopi. Quelle successioni disparate e confuse di
avvenimenti sono assurte a «guerra dei Trent’anni» soltanto grazie alle
associazioni mentali operate dagli osservatori contemporanei e dagli
storici che le hanno analizzate.
Accanto all’età della riforma, questa guerra è fra le epoche della
storia europea moderna che sono state trattate più di frequente, in
epoche lontane e in anni recenti.
Basti qui citare i magnifici lavori di Friedrich Schiller, Moriz Ritter o
C.V. Wedgwood, come pure le tante sintesi recenti, quali quelle di
Steinberg, Polisensky, Langer, Parker (con i suoi coautori), Barudio,
Schormann, Burckhardt o Asch. Delle moltissime pubblicazioni
prodotte in occasione dell’anniversario del 1998 si ricorderanno
soltanto il catalogo della mostra in tre volumi e il volume miscellaneo
curato da Duchhardt sulla pace di Vestfalia. A ciò si aggiungono
numerose edizioni di fonti, una quantità sterminata di monografie e
miscellanee nonché le molte opere generali sulla storia tedesca ed
europea.
Nel Seicento non si combattè solo in Germania: anche altrove la
ristrutturazione dell’antica società europea e del suo sistema di stati
ebbe un corso tutt’altro che pacifico. I processi di formazione statale
dell’età moderna innescarono numerosi conflitti di adattamento. In
relazione a questo periodo gli storici anglosassoni hanno parlato di
«crisi generale del Seicento», una formula con cui essi hanno inteso
rievocare la guerra civile inglese, le grandi insurrezioni popolari in
Francia, il colpo di stato nei Paesi Bassi, le rivolte in Catalogna,
Andalusia, Portogallo e a Napoli, come pure la profonda cesura della
guerra «tedesca». Già i contemporanei stabilirono un parallelismo tra
quegli avvenimenti, interrogandosi sulle cause profonde della loro
concomitanza. E trovarono risposte nella minaccia di forze diaboliche
secolari, nella collera e nella punizione di Dio, nell’annuncio del
Giudizio Universale incombente. Gli studi sulla mentalità fioriti negli
ultimi anni sono riusciti a dimostrare tutto il peso che paure come
queste hanno esercitato nel determinare il modo di pensare e le azioni
degli uomini.
Al centro del dibattito sulla «crisi» troviamo tuttavia modelli
interpretativi di tipo economico e politico. Nella crisi gli storici marxisti
vedono fenomeni concomitanti della transizione dal feudalesimo al
capitalismo. I loro colleghi non marxisti, pur se non contestano in alcun
modo i retroscena economici della crisi, ne riconducono la
responsabilità all’andamento discontinuo dei prezzi o alla «piccola
glaciazione», un periodo che registrò temperature sensibilmente
inferiori a partire dal 1570 circa e durante il quale ci furono raccolti più
scarsi e latenti crisi di fame.
Già nel 1959 lo storico inglese Trevor Roper ha ricondotto tutti i
conflitti allo scontro sulla futura forma dello stato: si sarebbe cioè
trattato di una lotta fra un gruppo raccolto intorno alla corte e al potere
centrale, e un raggruppamento federativo organizzato per ceti. Laddove
l’uno auspicava uno stato forte governato centralmente, l’altro
intendeva lasciare quanti più diritti possibile ai poteri locali.
Ricerche recenti hanno comunque dimostrato che le rivolte si
moltiplicarono già negli anni 1560-1570 e 15901600 e che la crisi
economica colpì le diverse parti d’Europa in tempi del tutto diversi. Nel
1976 Brenner ha sintetizzato queste differenze in altro senso,
sostenendo che i conflitti di classe tra signori terrieri e contadini hanno
caratterizzato dappertutto la crisi, ma l’esito di quest’ultima dipese
dalla rispettiva forza dei due gruppi, sicché in Europa orientale essa
sfociò nella rifeudalizzazione, in Francia nella formazione di strutture
di piccoli e medi contadini, in Inghilterra, infine, in un’agricoltura
commerciale centrata sulle grandi aziende.
Tutti questi modelli di spiegazione, però, fanno riferimento solo
marginalmente alla Germania, dove invece la grande guerra del
Seicento ha sempre fornito una griglia valida per interpretare l’intero
secolo. Inoltre, tutti i tentativi di interpretazione unitaria e sistematica
trovano presto il proprio limite nelle grandi differenze regionali. Anche
in Germania i sintomi di crisi sono inconfondibili: intorno al 1600 -
afferma Heinz Schilling - si era ormai dileguato l’ottimismo che aveva
caratterizzato nell’insieme il secolo precedente. Le forze che avevano
strutturato e regolato il cambiamento presero ora a opprimere gli
uomini e a fargli paura: pressione concorrenziale e crolli di case
commerciali un tempo famose, crisi alimentari persino nel ceto medio,
pauperismo, vagabondaggio, miseria, fame e malattie nelle classi
inferiori e nel crescente esercito di mendicanti e vagabondi. Ma nella
nuova Europa delle potenze agirono in maniera inquietante e
paralizzante soprattutto [...] l’ostilità fanatica, la febbrile
inconciliabilità, l’inesorabile scontro delle confessioni e dei blocchi
controllati confessionalmente. (1)

È stato perciò proposto di sostituire la categoria «guerra dei


Trent’anni» - a quanto si dice troppo riferita alla Germania - con
denominazioni più aperte quali «epoca delle crisi e delle guerre
europee» oppure «crisi generale del Seicento». Ma cosa se ne
guadagnerebbe? Nelle pagine che seguono ci si atterrà alla categoria
tradizionale di «guerra dei Trent’anni», una categoria puramente
formale ma proprio per questo tanto più incisiva. Questi i motivi della
scelta: - si tratta di una categoria cronologica; - essa vale ancora oggi a
trasmettere l’orrore e il raccapriccio dei contemporanei; - collega
sostanzialmente gli avvenimenti politici e militari che ebbero luogo in
Germania fra il 1618 e il 1648; - in quegli anni le lotte per la forma
politica e confessionale dell’impero divamparono senza tregua; - infine,
essa ha scavato una profonda cesura nella coscienza del popolo tedesco.

Se centrale resta la prospettiva tedesca, non si possono comunque


ignorare le concomitanti condizioni socioculturali e la dimensione
europea dei fatti storici. Anche gli ultimi tentativi di promuovere una
radicale «europeizzazione» della guerra dei Trent’anni e della pace di
Vestfalia sono apparsi però problematici, perché in Inghilterra, in Italia
o in molti altri paesi europei questi avvenimenti non sono presenti alla
coscienza storica. Non esiste, almeno non ancora, una memoria europea
comune che integri i singoli passati storico-nazionali, né è possibile
costruirne una ad hoc. Anche la lotta per l’indipendenza dei Paesi Bassi,
la guerra degli Ottant’anni (1565-1648), ha assunto tale carattere di
cesura, e così è stato per la guerra franco-spagnola terminata nel 1659 o
per le guerre polacco-svedesi di questo periodo. Piuttosto che dichiarare
il carattere «europeo» di avvenimenti che si riferiscono in prima istanza
alla Germania, si tratta dunque innanzi tutto di collocare le dimensioni
nazionali in nuovi e più ampi contesti. Solo accertando storicamente
questa vicenda difforme e tutt’altro che unitaria è possibile ancorarla
saldamente nella futura memoria storica d’Europa.

NOTE ALL’INTRODUZIONE
1 H. Schilling, Ascesa e crisi. La Germania dal 1517 al 1648,
Bologna, Il Mulino, 1997, p. 435.
CAPITOLO PRIMO

LA GERMANIA NELL’ETÀ CONFESSIONALE

Se si concepisce il periodo che fece seguito alla pace religiosa di


Augusta, l’età confessionale in Germania, soltanto come antefatto della
grande guerra, si definisce l’oggetto in modo a mio avviso discutibile.
Negli stessi anni in cui gli stati apparentemente progrediti dell’Europa
occidentale erano invischiati in lunghe e difficili guerre civili e
religiose, l’impero aveva neutralizzato la lotta delle confessioni a
livello politico. Occorre perciò affrancare la storia tedesca
dall’ineluttabilità dello scoppio della guerra nel 1618 e apprezzare
invece con maggior forza la relativa modernità dell’ordinamento
imperiale rivolto all’accordo di pace.
Durante i processi di formazione statale dell’età moderna il potere
aveva da risolvere problemi di regolamentazione, di integrazione e di
identità nuovi e complessi, dovendo nel contempo reagire all’incipiente
scarsità di risorse (incremento demografico, crisi economica), ai
processi di differenziazione statuali e cetuali, nonché all’inasprimento
delle tensioni sul fronte religioso (confessionalizzazione). Non è affatto
vero che in Germania questi conflitti di adattamento siano stati superati
peggio che negli stati (nazionali) dell’Europa occidentale. In Germania
il relativo successo della gestione della crisi conobbe i propri limiti
allorché i ceti protestanti si videro costretti nell’angolo e parte di essi
ripose ogni speranza in una «grande liberazione».

1. «Piccola glaciazione», crisi economica e conflitti sociali Intorno al


1570 si verificò in Europa un radicale mutamento climatico, la
cosiddetta «piccola glaciazione», che condusse a una riduzione dei
raccolti, carestie e infine a una generale crisi economica. La massima
preoccupazione di molta gente era adesso procurarsi cibo sufficiente
anche per l’indomani, tanto più che l’incremento di popolazione
continuò fino al 1620 circa. L’agricoltura doveva sfamare un numero
sempre maggiore di persone (per la Germania degli anni intorno al
1620 si calcolano fra i 15 e i 20 milioni di abitanti), benché i raccolti
potessero aumentare soltanto per via estensiva, attraverso lo
sfruttamento di aree marginali (montagne, paludi e simili): come a dire,
proprio là dove non valeva più la pena di coltivare in caso di clima
sfavorevole.
L’alto prezzo dei cereali costringeva gli artigiani di città a spendere
una quota via via crescente dei propri introiti in generi alimentari. Ma
dell’aumento del prezzo alla produzione non ne approfittavano
nemmeno i piccoli e medi contadini: essi vivevano al limite del minimo
vitale e ogni annata cattiva metteva a repentaglio la base stessa della
loro sussistenza. La maggioranza della popolazione necessitava di tutte
le risorse per procurarsi il cibo e dunque quasi nulla restava per
comprare i prodotti artigianali. Ne derivarono perdite di reddito e
disoccupazione fra gli artigiani (ciabattini, sarti, muratori ecc.), ma
anche fra i lavoratori a giornata, i servi e le domestiche. In Germania la
crisi fu resa ancor più grave dallo spostamento delle vie commerciali
dal Mediterraneo all’Atlantico.
Se la gran parte della società tendeva a impoverirsi, a volte persino a
patire la fame, i signori terrieri, i grossi coltivatori, i mercanti, ma
anche i mugnai, i fornai e i macellai facevano ottimi affari. Andò
ulteriormente allargandosi la forbice fra «ricchi» e «poveri». Wilhelm
Abel ha dimostrato che dalla tavola della gente comune la carne e il
burro quasi sparirono, perfino il pane, le pappe di cereali e gli ortaggi
dovevano spesso lasciare il posto a prodotti di minor valore, fino alle
erbe bollite. Per gli stessi contadini affamati era una doppia amarezza
dover vedere che i cereali che loro stessi producevano e che versavano
poi all’autorità come tributo venivano commerciati con altissimi
profitti. I poveri disgraziati di città e di campagna conobbero un
drammatico peggioramento della qualità della vita: intorno al 1600 la
fame o, almeno, la paura di doverla soffrire facevano parte della loro
esperienza quotidiana.
Poco cambiò durante la guerra. Soltanto i superstiti e le due
generazioni successive tornarono ad avere condizioni di vita più
favorevoli. Nel 1966 lo storico francese Le Roy Ladurie, partendo dalla
teoria (malthusiana) secondo la quale la Terra può nutrire solo una
determinata quantità di persone, ne ha dedotto per la vecchia Europa
che le carestie erano inevitabili quando non intervenivano epidemie,
guerre o catastrofi naturali a regolare la situazione.
A suo giudizio, fu proprio perché nel Seicento la popolazione europea
era giunta al suo limite di sussistenza che ebbero luogo tanti disordini e
tante guerre. La guerra dei Trent’anni, dunque, avrebbe avuto per la
Germania la stessa funzione che avevano avuto la guerra civile in
Inghilterra o, in Francia, le guerre di religione e le grandi insurrezioni
popolari: la funzione, cioè, di adattare la dimensione demografica alla
disponibilità alimentare.
Questa tesi, che risulta cinica e certo anche discutibile, spiegherebbe
pur tuttavia perché in Germania mancano le violente insurrezioni di
massa, nonostante fame, invidia e odio avessero preso il posto
dell’ottimismo verso il futuro creando di continuo nuove tensioni. Tali
fermenti trovarono sfogo spontaneo e violento soltanto nelle rivolte
della cosiddetta «era dell’altalena» (Kipper- und Wipperzeit),
caratterizzata dall’incapacità delle autorità pubbliche di tenere stabile il
valore della moneta.
In alcune località la popolazione reagì così all’inflazione galoppante
provocata dalle massicce manipolazioni monetarie. Se inizialmente
l’inflazione aveva stimolato l’economia contribuendo a finanziare in
diversi casi i prestiti di guerra, la situazione mutò radicalmente nel
1621-1622: produttori e commercianti presero a rifiutare le monete
«cattive» e senza valore vincolando i prezzi all’equivalente in generi
alimentari. Di questi ultimi ce n’erano a sufficienza, ma la maggior
parte delle persone non erano in grado di far fronte agli alti prezzi. Ciò
andava contro la loro idea di «economia morale», (1) di un’economia,
cioè, in cui ciascuna merce e ciascuna prestazione erano legate a un
prezzo equo e in cui a nessuno poteva venir negato il diritto alla vita, e
dunque al pane, per eccessiva sete di profitti.

Anche le autorità che governavano con premura e paternalismo si


sentivano obbligate a questo patto sociale dell’economia morale. Nei
tempi di crisi esse cercavano di garantire l’approvvigionamento
emanando divieti di esportazione ed esercitando un controllo sui prezzi
e sul mercato. Tale politica di assistenza funzionava nei piccoli domini
sovrani dell’impero soprattutto perché non c’erano metropoli come
Parigi o Londra che avessero priorità di approvvigionamento. Lì,
infatti, ai disordini faceva subito seguito il rischio di un rovesciamento
politico.
Nel 1621-1622 nella stessa Germania le folle inferocite chiesero
conto dell’emergenza non soltanto ai commercianti, ai maestri di zecca
e ai cambiavalute, bensì anche alle autorità «inerti». Alla fine di
febbraio, a Magdeburgo vennero distrutte le abitazioni di 16 truffatori
dediti alla manipolazione monetaria. Si dice che nei tumulti siano morte
almeno 200 persone. Si ha notizia di disordini analoghi, anche se assai
meno cruenti, a Spandau, Halle, Halberstadt, Eisleben, Bayreuth,
Augusta, Biberach, Spira e Lich.
Gli insorti reclamavano il diritto di farsi giustizia da sé e volevano
ripristinare l’«ordine equo» punendo i «colpevoli». Nel 1623-1624,
dunque nel bel mezzo della guerra, i governi dei corpi territoriali
dell’impero riuscirono, con un atto di forza politico-amministrativo
senza pari, a sanare la situazione monetaria, segno che il sistema
imperiale era in grado di funzionare anche nei tempi di crisi.
Ripristinare un ordine equo e difendere la comunità cristiana da un
pericolo mortale era anche nell’interesse di quei vicini e di quei
concittadini che con tumulti e minacce insurrezionali scatenarono molte
volte la caccia alle streghe, un fenomeno che nei territori di lingua
tedesca assunse dimensioni particolarmente serie. Con l’imputazione di
«stregoneria» si intendeva togliere di mezzo i presunti e le presunte
responsabili di incidenti altrimenti inspiegabili, ed evitare così che si
ripetessero. In questo modo si credeva di rendere misericordioso quel
Dio che era evidentemente in collera.
L’ossessione delle streghe, che culminò nei primi trent’anni del
Seicento, era anche una reazione alla crisi economica e al cambiamento
sociale che essa aveva innescato.
Ma soprattutto era una conseguenza delle tante paure e psicosi di
un’epoca che esponeva l’individuo a un controllo sempre più forte e
che, con regolamenti regionali, ecclesiastici e di polizia improntati a
una rigorosa disciplina, restringeva sistematicamente tutti gli spazi di
libertà e le possibilità di sfogo sino ad allora vigenti. Né potevano
mostrare alcuna via di uscita dalle difficoltà le chiese che, divenute più
rigide durante la lotta confessionale, ammonivano i fedeli con la visione
della fine del mondo e con la minaccia dell’ineluttabile punizione
divina. Per affrancarsi dalla propria opprimente impotenza, gli uomini
stabilirono un nesso fra colpa e sventura, finendo col vedere dovunque
l’opera del diavolo e delle streghe che erano con lui in combutta.
A differenza della protesta per la sussistenza (che in Germania restò
comunque marginale) e delle tumultuose circostanze che
accompagnarono diversi episodi di caccia alle streghe, procedettero
invece in modo perlopiù pacifico i conflitti sociali sempre più numerosi
tra contadini e signori. Confrontati con gli eccessi di violenza che si
ebbero in Inghilterra o in Francia (enclosures, croquants), i
comportamenti di conflitto e i meccanismi di composizione appaiono in
Germania sorprendentemente razionali e, anzi, decisamente moderni.
Come reazione alle brutte esperienze della guerra dei contadini, in
Germania si prese a sancire come un crimine l’uso arbitrario della forza
da parte di soggetti diversi dallo stato, ma nel contempo vennero
notevolmente ampliate le possibilità per contadini e cittadini di
intentare azioni legali. La corte imperiale di giustizia
(Reichskammergericht) con sede a Spira e il consiglio aulico
dell’impero (Reichshofrat) con sede a Praga (più tardi a Vienna)
divennero le massime istanze arbitrali.
La garanzia di poter adire le vie legali presso un tribunale imperiale
in larga misura indipendente dall’autorità personale valeva soprattutto
per i sudditi dei corpi imperiali più piccoli, e tuttavia i processi hanno
fornito nel complesso un contributo essenziale allo sviluppo, in
Germania, di una cultura giuridica relativamente moderna. La
sensazione di essere equiparati all’autorità personale come partito
giuridico e l’esperienza che il monopolio statale della forza poteva
rivolgersi anche contro i signori fondiari e i titolari della giurisdizione
valsero a rendere popolare la via legale, relegando sullo sfondo le
forme tradizionali del processo deliberativo fondato sulla forza. Dacché
in Germania l’uomo comune ebbe a disposizione una via istituzionale
per la risoluzione di conflitti, fu l’agire meditato e razionale a
determinare l’orizzonte della sua esperienza conflittuale, non l’azione
spontanea o persino violenta. Intorno al 1600 la guerra legale giunse
nelle piccole regioni dell’impero, presso il Reno, il Meno, il Danubio e
la Saale, dove divenne una forma quasi quotidiana di resistenza
contadina. La trasposizione dei conflitti sociali sul piano giuridico,
però, affinò anche la coscienza politica dei contadini, facendoli
diventare una forza potenziale dell’ordinamento imperiale: per ogni
decisione i signori dovevano mettere in conto le possibili reazioni dei
sudditi. I procedimenti intentati dai sudditi ebbero inoltre un effetto
positivo sulla coesione dell’impero della nazione tedesca: quando a
querelare erano, ad esempio, i contadini della Svevia o della Frisia
orientale, essi potevano rendersi sempre conto che, oltre alla loro
autorità locale, esisteva un tutto sovraordinato, c’erano l’imperatore e i
tribunali imperiali, che aiutavano i contadini a far valere i propri diritti
contro il fermo volere di molti principi minuscoli. Che l’impero della
nazione tedesca, attraverso tutte le tempeste della guerra, fosse
percepito dai sudditi come una unità, deriva certamente anche dal fatto
che di quel sistema imperiale essi avevano esperienze
complessivamente favorevoli.

2. Confessionalizzazione e nazione tedesca Con la pace religiosa di


Augusta nel 1555 per la prima volta veniva disciplinata la convivenza
illimitata di due varianti della fede cristiana. Si trattava di una pace
stipulata dai ceti imperiali e per i ceti imperiali. Essi non solo si
vedevano garantiti i beni ecclesiastici secolarizzati prima del 1552
(trattato di Passau), ma potevano anche determinare la confessione dei
propri sudditi sulla base del principio cuius regio, eius religio. In caso
di conversione, i prìncipi ecclesiastici cattolici dovevano comunque
rinunciare ai propri benefici. A giudizio dei ceti protestanti, questo
reservatum ecclesiasticum cozzava con il principio paritetico e
divenne fonte di innumerevoli conflitti (guerra di Colonia, controversia
capitolare di Strasburgo). Dopo il 1555 l’imperatore non aveva più
alcuna competenza in materia di politica ecclesiastica all’interno
dell’impero. Ai sudditi restava la possibilità di emigrare quando non
intendevano aderire all’opzione di fede del loro sovrano. Tale
concessione andò a costituire il primo diritto fondamentale fissato per
iscritto che tutti i tedeschi potevano rivendicare (2) e divenne il punto
di partenza delle interpretazioni giuridiche che ancora prima della
guerra dei Trent’anni reclamarono libertà di coscienza e tolleranza.
Politici come il comandante in capo dell’armata imperiale Lazarus von
Schwendi o il tesoriere imperiale (Pfennigmeister) Zacharias
Geizkofler chiesero anche tolleranza per le confessioni diverse, perché
da ciò essi si ripromettevano maggiore unità e disponibilità della
nazione tedesca alla difesa contro i turchi.
La pace religiosa valse a indicare la strada e si dimostrò promettente
per l’avvenire, proprio perché si trattava di un compromesso politico
che stralciava la questione della verità teologica. Mentre nell’impero
vigeva una rigorosa parità, nei territori l’unità confessionale divenne
norma tassativa. Ciò andò certamente a favorire la formazione
confessionale, quel processo di consapevole delimitazione e
riformulazione dei principi teologico-dogmatici che ebbe luogo, per il
cattolicesimo, al concilio di Trento negli anni 1562-1563, per il
calvinismo con il catechismo di Heidelberg del 1563 e, per il
luteranesimo, con la Formula concordiae (1577) e il Liber concordiae
(1580).
L’unità confessionale rappresentò una delle più importanti condizioni
costitutive dello stato territoriale moderno.
Divenne un fattore di integrazione con una funzione delimitativa
verso l’esterno e identitaria all’interno. La rivalità confessionale,
inoltre, diede importanti impulsi allo sviluppo dello stato e della cultura
comune. Da un lato ispezioni, disposizioni ecclesiastiche e
matrimoniali, dall’altro disposizioni territoriali e di polizia
provvedevano insieme a disciplinare i sudditi - l’inizio del moderno
«processo di civiltà» secondo Norbert Elias, il «disciplinamento
sociale» moderno secondo Gerhard Oestrich. Negli studi recenti questi
processi di intensificazione vengono designati sinteticamente come
«confessionalizzazione».

Il reservatum ecclesiasticum, fungendo da garanzia di stabilità per la


chiesa cattolica dell’impero, concesse all’antica fede la pausa di cui
essa aveva urgente bisogno per rigenerare sé stessa. Oltre che nel
concilio tridentino, il rinnovamento cattolico e la Controriforma
trovarono il proprio simbolo nei gesuiti. Fu soprattutto il successo
ottenuto dai Wittelsbach di Baviera nella «guerra di Colonia» a dare
motivazione e avvio alla controffensiva. Sotto il duca Massimiliano I
(1573-1651) la Baviera divenne il centro della Germania cattolica.
Fra i ceti imperiali luterani il principe elettore di Sassonia godeva
come in passato di una certa preminenza, e tuttavia anche i principi
elettori del Brandeburgo, i duchi del Württemberg e del Brunswick
erano importanti pilastri dell’impero «luterano», di cui facevano parte
ancora molti altri principi imperiali e quasi tutte le città e i cavalieri
imperiali di fede evangelica.
Nella seconda metà del Cinquecento in Germania arrivò anche il
calvinismo, la variante evangelica predominante in Europa occidentale.
La sua posizione di diritto imperiale rimase controversa, ma gli stessi
luterani non vollero accordare ai cattolici e all’imperatore la facoltà di
decidere chi appartenesse alla Confessio Augustana - e dunque potesse
godere delle garanzie previste dalla pace religiosa - e chi invece non vi
appartenesse. Centro del calvinismo tedesco fu Heidelberg. Intorno al
1600 si giunse in alcune zone alla «seconda riforma», concetto discusso
nella ricerca con cui si designa il passaggio di un corpo dell’impero al
calvinismo, una confessione chiaramente più dinamica e orientata alle
rendite di posizione e non alla pura difesa dello status quo
confessionale. Alla nuova confessione aderirono soprattutto i ceti che
avevano difficoltà nella formazione della propria entità territoriale,
come per esempio i conti imperiali (Nassau, Wittgenstein, Hanau,
Solms, Lippe, Bentheim ecc.).
Così come la confessionalizzazione, anche la seconda riforma portò
nel complesso nuove tensioni e conflitti, ma anche nuovi sentimenti di
appartenenza ed efficaci legami all’interno dell’impero. Questi ebbero
importanza per l’integrazione della Germania settentrionale: solo dal
tardo Cinquecento il sistema politico del Sacro romano impero della
nazione tedesca si estese oltre le Montagne Medie (Mittelgebirge), per
andare a includere prima le regioni tedesche nord-orientali, poi anche
quelle settentrionali.
La confessionalizzazione - intesa come formazione dei sistemi
sovrani dei ceti imperiali e delle scissioni confessionali all’interno del
vincolo imperiale - non significò soltanto divisione e «irrigidimento»,
bensì anche integrazione e rafforzamento. Non si arrivò, tuttavia, a
superare le contrapposizioni politico-confessionali, che anzi si
inasprirono allorché i cattolici cominciarono a riconquistare le posizioni
perdute, con ciò toccando massicciamente diritti effettivi o presunti dei
ceti imperiali protestanti.
Grazie all’interazione dell’impero con una quantità di interessi
diversissimi e alla formazione di molte coalizioni ad hoc, questi
conflitti piccoli e grandi fra ceti imperiali più o meno potenti,
protestanti e cattolici poterono tuttavia trovare un punto di equilibrio,
tanto che non si sovrapposero in un unico livello di scontro. All’interno
di questo sistema fondato su una distribuzione dei poteri così finemente
strutturata e sul controllo reciproco, l’imperatore occupava una
posizione chiave come centro di integrazione e accordo. Quando gli
Asburgo vennero sempre più prendendo posizione per la parte cattolica,
l’assetto imperiale conobbe una grave crisi e focolai di conflitti uno
dopo l’altro, fuori da ogni controllo.
La pubblicistica protestante prese allora, da un lato, a polemizzare
contro l’immaginaria triade nemica formata dal papa, dai gesuiti e dagli
spagnoli, ma dall’altro tentò anche una strategia di integrazione
nazionale. L’intento era spiegare ai cattolici che essi, con il loro
atteggiamento, consegnavano la nazione tedesca nelle mani degli
spagnoli.
L’amore per la patria tedesca divenne prioritario rispetto alla
solidarietà confessionale, e la nazione venne assunta, almeno
progettualmente, come «valore ultimo». (3)
In tale situazione anche i circoli degli intellettuali e dei poeti
tardoumanistici profusero un grande impegno nella cura della lingua e
della cultura tedesca. Di concerto con alcuni prìncipi e politici
interessati, e facendo ricorso a costellazioni di valori transconfessionali
quali la libertà, l’onestà e la fedeltà tedesche, o il rifiuto delle mode e
delle parole straniere, essi cercarono di promuovere il «tedesco» come
una qualità vincolante, che prometteva unità e coesione.
A eliminare la diffidenza e a proporre una prospettiva identitaria
all’impero e alla nazione tedesca valsero soprattutto le accademie della
lingua. La più antica fra queste - la Fruchtbringende Gesellschaft,
fondata a Weimar nel 1617, in occasione dell’anniversario della riforma
- fu dominata dai duchi ernestini, luterani, e dai principi riformati
dell’Anhalt (o dai loro fidati consiglieri). Essa mirava alla costituzione
di una cultura nazionale. Se tale obiettivo non venne raggiunto, se la
letteratura nazionale tedesca rimase di matrice protestante, se la lingua
e la cultura funzionarono solo in parte come elementi catalizzatori
nazionali e se la via del diritto non indusse la politicizzazione
dell’uomo comune, ciò dipese dal carico confessionale e dalle
riprovazioni politiche.

3. Il sistema politico imperiale alla vigilia della guerra Il nuovo


ordinamento imperiale indotto dagli ordinamenti promulgati ad Augusta
nel 1555 e relativi ai territori, alla pace religiosa e alla corte di giustizia
non aveva «esautorato» l’imperatore, ma aveva trasferito ai ceti
imperiali la responsabilità del vincolo imperiale. L’impero della
nazione tedesca non era un’unità statale centralizzata, ma ancora più
fuorviante è l’immagine suggerita dalle carte storiche, stando alle quali
sarebbero esistite diverse centinaia di stati indipendenti. I ceti imperiali,
infatti, regolavano gli affari interni in maniera per lo più autonoma, ma
non pensavano affatto a rompere i legami con l’interno sotto la spinta
dei propri benintesi interessi particolari.
Essi stessi, anzi, facevano in modo che ciò potesse in ogni momento
generare il massimo di «statualità nazionale» possibile.
Imperatore e impero, infatti, non avevano mai rinunciato alle proprie
pretese universalistiche, ma sin dalla fine del Medioevo avevano
limitato la propria azione alla Germania, anzi, per essere più precisi,
alla Germania meridionale. I territori di lingua straniera in Italia
settentrionale o in Borgogna non avevano più potuto integrare
«impera tore e impero». Quando l’impero, spinto dalla necessità di
difendersi dagli hussiti e dai turchi, varò le prime misure «statali»
(imposte imperiali, sicurezza pubblica!), perse definitivamente la
Confederazione e le province dei Paesi Bassi, anche se entrambe le
repubbliche uscirono ufficialmente dal vincolo imperiale soltanto nel
1648.
Le perdite alla periferia indussero a concentrarsi sulle regioni
centrali, vale a dire, grosso modo, sullo spazio «tedesco»: a quel punto
chi voleva protezione da parte dell’«imperatore e dell’impero» era
tenuto a fornire delle prestazioni per ottenerla. L’impero della nazione
tedesca una unione di interessi costituita di ceti e città autonomi,
soggetti alla sovranità feudale e nazionale dell’imperatore surrogò
quelle funzioni statali che il singolo ceto imperiale non poteva più
adempiere. Questo impero più limitato e statalizzato può definirsi, con
un concetto attinto alle fonti settecentesche, «impero-stato» (Reich-
Staat). (4) Nell’antico Reich la statualità non era esclusiva, ma ripartita
su diversi livelli. Tratti e funzioni statuali possedevano i principati
come pure i distretti imperiali, alcune leghe e corporazioni. Essi si
integravano l’un l’altro in una comune unità di azione: l’impero-stato
complementare. Schematizzando in modo idealtipico, si può dire che
l’impero aveva competenza sulla difesa esterna e sulla sfera del diritto,
i distretti imperiali sul sistema esecutivo e sulle infrastrutture, gli stati
territoriali sull’amministrazione e sulla disciplina dei sudditi.
Dopo il 1555 si era formato un gruppo interconfessionale di potenti
principi imperiali (l’elettore di Sassonia, quello di Magonza,
Württemberg, Baviera ecc.), che, insieme ai due imperatori asburgici
Ferdinando I (nato nel 1503, 1556-1564) e Massimiliano II (nato nel
1527, 15641576), avrebbe voluto raggiungere la pace quasi a ogni
costo. Tale costellazione si ruppe negli anni Settanta, allorché emerse
una nuova generazione di principi che rifiutava di rassegnarsi alla
divisione confessionale e cercava di nuovo il confronto. Oltre tutto, con
Rodolfo II (nato nel 1552, 1576-1612) salì sul trono imperiale un rigido
esponente dell’antica fede cattolica, che si isolò nel castello praghese di
Hradcany e perse il controllo della politica imperiale e dinastica degli
Asburgo. Al volgere del secolo la disponibi lità al compromesso
sembrava essersi esaurita. La coesione imperiale finì in una crisi
pericolosa.
I ceti cattolici avevano respinto le richieste di esenzione e
cominciarono a rivendicare a loro volta il reservatum ecclesiasticum:
tutti i territori secolarizzati nel 1552 dovevano diventare nuovamente
cattolici. Ne vennero colpite soprattutto le istituzioni ecclesiastiche
della Germania settentrionale, i cui vescovi, una volta scelta la via della
riforma, avevano coerentemente proseguito il cammino intrapreso.
Il conflitto divampò con l’amministratore di Magdeburgo,
Gioacchino III Federico di Brandeburgo (1546-1608), al quale nel 1582
ad Augusta non fu consentito di esercitare il proprio diritto di voto
presso la corte imperiale di giustizia. Quando poi nel 1588, secondo il
turno, egli entrò a far parte della commissione d’ispezione di quello
stesso tribunale, l’imperatore Rodolfo II proibì che la commissione si
riunisse. Gli atti dell’ispezione rimasero inevasi, si riuscì a malapena ad
avere ancora giudizi legittimi: un tribunale imperiale risultava così più
o meno bloccato.
La possibile scappatoia - trasferire il compito d’ispezione e controllo
alla dieta della deputazione (Deputationstag), una sorta di giunta della
dieta imperiale (Reichstag)
- fu oggetto di contestazioni. A causa della soverchiante maggioranza
cattolica, nel 1601 i rappresentanti del Palatinato elettorale, del
Brandeburgo elettorale e del Brunswick abbandonarono la deputazione,
mettendola così nell’impossibilità di deliberare. Le divisioni su base
confessionale si sovrapposero a tutti gli altri conflitti. Il segno
premonitore venne dal «caso Donauwörth»: stando alla pace religiosa,
non era consentito cambiar nulla nelle città imperiali che nel 1555
avevano visto convivere le due confessioni una accanto all’altra. E
tuttavia questa norma collideva con lo ius reformandi dei ceti.
A Donauwörth la maggioranza protestante voleva trasformare la
propria supremazia in un potere assoluto. Il monastero della Santa
Croce rivendicava invece il suo antico diritto di organizzare una
processione nella città. Nel 1605 la processione fu proibita dal
consiglio, e l’anno successivo fu impedita addirittura con la forza,
nonostante il consiglio aulico avesse confermato i diritti del monastero.
L’imperatore mise pertanto Donauwörth al bando dall’im pero e
affidò l’esecuzione al duca cattolico Massimiliano di Baviera. Era un
precedente pericoloso. La città faceva infatti parte del distretto di
Svevia e dunque quell’incarico sarebbe dovuto toccare al duca del
Württemberg, che era protestante. Nel 1608 le truppe bavaresi
occuparono Donauwörth e la ricattolizzarono con la forza.
L’occupazione innescò la miccia. Soprattutto i ceti protestanti minori
si sentirono piantati in asso dall’imperatore e videro incombere la
minaccia della Controriforma. Alla dieta imperiale di Ratisbona del
1608 i contrasti divamparono senza freni. A ciò si aggiungeva che con
l’armistizio stipulato due anni prima con i turchi era venuta a mancare
la spinta unitaria contro i nemici della cristianità e, con questo, uno dei
principali elementi di coesione del vincolo imperiale. È vero che già
prima di allora i ceti protestanti avevano concesso il proprio consenso
ai tributi imperiali previa la composizione delle richieste in materia
religiosa, ma non si erano mai impuntati sul proprio pacchetto di
proposte davanti alla minacciosa avanzata turca o alla ferma resistenza
dell’imperatore e della maggioranza cattolica. La solidarietà politica
aveva sempre avuto la meglio su quella confessionale.
Nel 1608, però, tutti i ceti evangelici erano concordi nel chiedere
come prima cosa la conferma della pace religiosa. Gli inviati imperiali,
che erano evidentemente preparati alla richiesta, ritorsero tuttavia le
accuse: occorreva rimediare a tutte le infrazioni commesse contro la
pace religiosa. Il riferimento era ai beni ecclesiastici secolarizzati dopo
il 1552. Il partito protestante - con in testa la delegazione del Palatinato
elettorale e del Brandeburgo elettorale - abbandonò la dieta. La
Sassonia rimase. I ceti cattolici non osarono imporre la propria
maggioranza e la dieta fu sciolta: il più importante organo di
compensazione dell’ordinamento imperiale era paralizzato.
Con la fondazione dell’unione protestante guidata dal Palatinato
elettorale (1608) e della lega cattolica guidata dal duca Massimiliano di
Baviera (1609), si crearono nell’impero due alleanze confessionali
contrapposte. In un primo tempo agirono entrambe sul piano difensivo.
I trattati dell’unione con l’Inghilterra (1612) e con i Paesi Bassi (1613),
come pure gli accordi con Francia, Savoia e Sve zia, valsero a
garantirsi i sostegni. Non ne nacque un movimento potente e unitario
dell’Europa protestante: quello di «internazionale calvinista» è
soprattutto un concetto polemico dei suoi avversari. Né la lega né
l’unione riuscirono a mettere d’accordo, nemmeno
approssimativamente, tutti i ceti vicini per appartenenza confessionale.
Sul versante dei protestanti erano soprattutto la Sassonia elettorale e
l’Assia-Darmstadt a puntare ancora a un compromesso con
l’imperatore. Il principe elettore Giovanni Sigismondo di Brandeburgo
(1572-1619) volse le spalle all’unione per la delusione, perché non
riteneva abbastanza rappresentati i propri interessi nella lotta di
successione per il ducato di Julich-Kleve. Alla dieta dell’unione del
1617 divenne già chiaro che mancava la capacità, sia sul piano politico
che su quello militare, di affrontare le burrasche incombenti.
Della lega, la controalleanza cattolica, facevano parte, oltre che la
Baviera, i tre principi elettori ecclesiastici (Magonza, Colonia, Treviri)
e tutti i vescovi principi della Germania meridionale. Essa era tagliata
su misura di Massimiliano di Baviera, non era impegnata nelle
controversie teologiche e, nel complesso, agiva con più compattezza
rispetto all’unione. A ciò contribuiva soprattutto la maggiore solidità
della sua dotazione finanziaria: lo stesso papa sosteneva il progetto con
regolari sovvenzioni. Soltanto gli Asburgo si comportarono da
perturbatori della pace, tentando di silurare il pacifico duca di Baviera.
Fu per questo che nel 1616 Massimiliano mise a disposizione il
comando supremo, che però poi riconquistò nuovamente prima della
grave crisi del 1618-1619. La Germania cattolica non potè più far a
meno di lui.
L’unione e la lega erano in contraddizione con l’ordinamento
dell’impero, erano conseguenza del suo declino.
Ciascuna delle due parti riteneva i nemici «capaci di tutto» e
provvedeva pertanto ad armarsi. E tuttavia i due capi non miravano al
confronto. Fu ancora possibile comporre pacificamente la successione
dello Julich-Kleve (trattato di Dortmund, 10 giugno 1609). L’Europa
intera, a quel punto, attendeva una grande guerra data l’importanza dei
ducati nelle immediate vicinanze dei contesi Paesi Bassi, ma il conflitto
venne evitato, non grazie all’abile gestione della crisi, bensì grazie a un
caso: l’assassinio del re fran cese Enrico IV (14 maggio 1610). Con la
divisione prevista dal trattato di Xanten, nel 1614, si riuscì anzitutto a
comporre la lotta di successione: Wolfgang Guglielmo (1578-1653), il
conte palatino convertitosi alla fede cattolica, ottenne Jülich e Berg, e il
principe elettore Giovanni Sigismondo di Brandeburgo, che era passato
invece al calvinismo, ottenne Kleve, Mark, Ravensberg e Ravenstein.
La regolazione di questo conflitto così importante per la successiva
distribuzione dei pesi all’interno dell’impero non condusse a un
avvicinamento politico dei due schieramenti confessionali. Alla prima
dieta imperiale convocata dall’imperatore Mattia (nato nel 1557, 1612-
1619) vennero nuovamente al pettine tutti gli antichi nodi: crisi della
giustizia, decisioni a maggioranza nelle questioni fiscali e religiose,
rivendicazioni religiose dei protestanti. Stavolta i ceti cattolici
approfittarono della loro maggioranza, sicché ai delegati protestanti non
rimase che la protesta. L’imperatore aggiornò la dieta all’anno
successivo, in realtà l’assemblea tornò a riunirsi soltanto nel 1640.
Tutti i fori istituzionali della politica imperiale risultarono così
bloccati proprio nel momento in cui in tutta Europa i disordini venivano
aumentando sensibilmente. Il potenziale di conflitto sociale, politico e
confessionale cui si era posto sino ad allora un freno premeva in cerca
di uno sbocco e tutti i fili conducevano in Germania: quasi tutti i
conflitti europei possedevano una dimensione «tedesca» e le parti
tedesche in lotta cercavano il sostegno internazionale. L’impero-stato si
trovò nella situazione di una mosca che, catturata in una ragnatela,
finisce con l’impigliarsi sempre di più via via che tenta di districarsi.
Il complicato sistema di statualità complementare, che era stato
tenuto insieme dalla perenne ricerca di un compromesso accettabile per
tutti gli interessati, poteva funzionare soltanto ove fosse stato presente
almeno un minimo di consenso. Il rinvio della dieta imperiale mostra
che l’imperatore Mattia seppe interpretare i segni del tempo: in
particolare il «partito d’azione», formato dai ceti imperiali riformati e
capeggiato dal principe elettore Federico V del Palatinato (1596-1632)
e dal principe Cristiano di Anhalt, si sentiva sempre più emarginato e
posto sotto grave minaccia dagli intenti controriformistici dei gesuiti.

I suoi timori trovarono nuova linfa nella severa condotta tenuta


dall’imperatore nelle Terre ereditarie, vale a dire nei territori non boemi
e non ungheresi soggetti alla sovranità diretta degli Asburgo. Nel 1564
l’imperatore Ferdinando I aveva diviso la sfera di potere degli Asburgo
fra i tre figli. Mentre l’imperatore Massimiliano II, simpatizzante lui
stesso della fede protestante, non oppose alcuna resistenza alla riforma
promossa dai ceti, le sedi di governo dei suoi fratelli, Innsbruck e Graz,
divennero centri della Controriforma. Tuttavia persino Rodolfo II,
imperatore decisamente cattolico, dovette assistere quasi inerme
all’avanzata della fede protestante nelle Terre ereditarie, pressato
com’era dalla minaccia turca. Alla fine fu il fratello di Rodolfo,
l’arciduca Mattia, a prendere l’iniziativa.
Dopo che ebbe costretto alla ritirata i turchi che si erano spinti fino al
Raab (1594), esautorò anche il fratello Rodolfo. La discordia fra i due
fratelli Asburgo andò però ad accrescere la libertà d’azione delle
rappresentanze cetuali territoriali protestanti: nel 1609 Rodolfo aveva
emanato la «lettera di maestà» (Majestätsbrief) per la Boemia, con la
quale si garantiva la libertà di fede a tutti i ceti, equiparandoli, da
questo punto di vista, ai ceti imperiali. In preda allo sconforto,
l’imperatore tentò di tutto per rimettere piede nell’impero e nelle Terre
ereditarie, ma nel 1611
Mattia gli sottrasse anche la Boemia. Fino alla morte nel 1612,
l’imperatore Rodolfo rimase confinato nel Hradcany, come una sorta di
prigioniero di stato del fratello.
Sotto Mattia nelle Terre ereditarie presero dovunque il via le attività
controriformistiche, che attirarono l’attenzione di tutti i ceti protestanti
e condussero direttamente alla guerra per la Boemia.

NOTE AL CAPITOLO PRIMO


1 E.P. Thompson, Leconomia morale delle classi popolari inglesi nel
secolo XVIII, in Società patrizia e cultura plebea. Otto saggi di
antropologia storica sull’Inghilterra del Settecento, Torino, Einaudi,
1981, pp. 57-136.
2 M. Heckei, Deutschland im konfessionellen Zeitalter, Göttingen,
Vandehoeck & Ruprecht, 1983.
3 D. Langewiesche, «Nation», «Nationalismus», «Nationalstaat» in
der europäischen Geschichte seit dem Mittelalter, in D. Langewiesche e
G. Schmidt (a cura di), Föderative Nation, München, Oldenbourg, pp.
9-30.
4 Si veda G. Schmidt, Geschichte des Alten Reiches. Staat und
Nation in der Frühen Neuzeit (1495-1806), München, Beck, 1999, dove
il Reich-Staat viene definito come un «impero che è certamente uno
stato, ma in cui il processo di formazione statuale non ha mai potuto
trovare compimento».
CAPITOLO SECONDO

DAL CONFLITTO DEI CETI IN BOEMIA


ALLO SGOMENTO IN TUTTA LA GERMANIA
(1618-1629)

Nel corso della confessionalizzazione i signori territoriali tedeschi


non soltanto imposero una confessione unitaria, ma concentrarono
anche i propri poteri. I ceti feudali furono sottomessi al potere sovrano
o si ritirarono dal vincolo territoriale. Se intorno al 1600 le
rappresentanze cetuali locali avevano in generale superato il momento
più alto della loro influenza, i ceti di Boemia, dell’Austria Inferiore e
Superiore rimasero un importante fattore di potenza, che disturbava
sensibilmente la confessionalizzazione cattolica e la «concentrazione»
statale dei sovrani asburgici. (1) In questo conflitto di «statalizzazione»
i ceti protestanti reagirono con irritazione crescente, tentarono di
associarsi in una confederazione delle Terre ereditarie e di stringere
accordi con i ceti imperiali calvinisti. Per gli Asburgo la loro condotta
rasentava l’alto tradimento. Ma solo dopo l’armistizio con i turchi
(1606) e dopo la fine della discordia «fratricida» gli imperatori Mattia e
Ferdinando II (nato nel 1578, 1619-1637) poterono ridurre
all’obbedienza i ceti e ricattolizzare i propri signori territoriali.
Sembra che il rapido e completo crollo di un’opposizione cetuale
apparentemente potentissima abbia rafforzato a livello subliminale in
Ferdinando II e nei suoi consiglieri formati alle idee gesuitiche e
controriformistiche la convinzione che fosse possibile ridurre anche i
ceti imperiali alla sovranità dell’imperatore e ricondurre alla fede
cattolica tutte le regioni divenute protestanti dopo il 1552.
Pur se tutto ciò non fu mai l’obiettivo ufficiale della politica
imperiale, i ceti riformati minori temettero che a loro sarebbe toccato
un destino simile a quello dei ribelli boemi. Questa paura condizionava
la loro azione e si ripercuoteva sulla politica imperiale. L’editto di
restituzione del
1629 andò a confermare i timori peggiori. La paura degli uni e le
speranze più o meno vane degli altri contribuirono a formare proprio
quella miscela che fa scoppiare le guerre, ma crea anche nuovi obiettivi
bellici.
1. Il potere in Boemia In Boemia la paura dei ceti di perdere la
propria influenza e di dover rinunciare alla fede protestante sfociò nella
primavera del 1618 in un’azione spettacolare: la defenestrazione di
Praga. Non era possibile prevedere che ne sarebbe scaturito un conflitto
trentennale in Europa centrale. Non è tuttavia un caso che la guerra per
la futura configurazione dell’impero abbia preso l’avvio proprio in
Boemia. Gli imperatori Mattia e Ferdinando, eletto re di Boemia nel
1617, avevano fatto del paese un laboratorio in cui sperimentare la
confessionalizzazione asburgica: soltanto tre dei dieci membri che
sedevano nel nuovo collegio governativo erano protestanti. Due chiese
protestanti, la cui costruzione trasgrediva magari la lettera, ma non lo
spirito della lettera di maestà, vennero demolite di punto in bianco.
Recatasi a Vienna nel marzo del 1618 per protestare contro l’accaduto,
una delegazione dei ceti boemi venne rimandata bruscamente indietro.
Un confronto, insomma, che può dirsi abile solo ammettendo che
Ferdinando II intendesse provocare gli avvenimenti del 23 marzo 1618.
Spinti così sulla difensiva, i ceti puntarono su una azione liberatoria.
Operando una rottura con il potere asburgico, intendevano riconquistare
il diritto alla trattativa. Guidati dal conte Enrico Mattia di Thurn
(15671640), si recarono nel castello di Hradcany e gettarono dalla
finestra i due legati imperiali, Vilém Slavata e Jaroslav Martinic, e il
segretario Fabricius, i quali però caddero morbidamente sui detriti del
fossato del castello e riuscirono a fuggire.
Con la defenestrazione si era voluto stabilire un collegamento
consapevole con l’azione compiuta nel municipio di Neustadt dagli
hussiti, nel 1419. Pur trattandosi di un avvenimento boemo, la
defenestrazione condusse la Ger mania in una lunga guerra. Gli
Asburgo non potevano rinunciare alla Boemia senza mettere in pericolo
l’impero, e i ceti boemi confidavano nell’appoggio dei ceti imperiali
«protestanti». Questi ultimi, però, non si esposero, perché le differenze
di confessione e la penuria di risorse paralizzavano l’unione. A tutto
questo si aggiunse la ribellione dei ceti boemi contro i signori locali. La
situazione ricordava la lotta di liberazione dei Paesi Bassi, quando i
principi luterani, temendo pretese analoghe da parte delle
rappresentanze cetuali territoriali, avevano negato ogni forma di
sostegno a Guglielmo d’Orange.
La sollevazione boema era ancora nell’aria, pur se la dieta regionale
insediò un governo cetuale di 30 direttori e nel giugno 1618 potè essere
conquistata Krumau, una città della Boemia meridionale che si era
ribellata. Johannes Burckhardt ha definito l’insurrezione un
esperimento fallito di fondazione statale. C’erano aspirazioni
autonomiste e tendenze a collegarsi con la tradizione hussita di una
nazione «boema», che però non erano giunte né potevano giungere a
completa maturazione. I ribelli volevano spodestare Ferdinando e gli
Asburgo grazie all’aiuto di una confederazione di tutti i ceti delle Terre
ereditarie.
La corona reale di Boemia venne offerta, uno dopo l’altro, a tutti i
concorrenti degli Asburgo: al duca di Savoia, al principe Gàbor Bethlen
di Transilvania (1580-1629), a Giovanni Giorgio I di Sassonia (1585-
1656) e a Federico V del Palatinato. Quest’ultimo la accettò senza
esitazioni, dando una valutazione del tutto errata della propria base di
potere e della propria influenza su quell’unione che era già sul punto di
sfasciarsi. Il 19 agosto 1619 i ceti boemi dichiararono perciò deposto
dal trono Ferdinando e fecero re Federico del Palatinato, rallegrandosi
di una scelta che sembrava ideale: a Praga regnava adesso un sovrano
che era genero di Giacomo I d’Inghilterra (1566-1625), nipote dello
statolder olandese Maurizio d’Orange (1567-1625) e stretto parente di
Gustavo II Adolfo di Svezia (15941632): la Boemia parve essersi
conquistata l’aiuto delle potenze protestanti europee. E invece il loro
impegno non ci fu o rimase solo tiepido.
Con l’elezione del re era svanita l’ultima opportunità di
compromesso. Per di più essa giungeva nel momento in cui gli
Asburgo avevano ormai superato la fase di maggiore difficoltà, nel
giugno del 1619. Allora l’esercito cetuale boemo si trovava alle porte di
una Vienna sguarnita. Né nelle Terre ereditarie né nel regno Ferdinando
era stato ufficialmente riconosciuto come successore del defunto
imperatore Mattia. E tuttavia nemmeno lui venne abbandonato dalla
proverbiale buona sorte degli Asburgo: l’esercito boemo dovette
ritirarsi, perché la sua presenza era richiesta con urgenza in patria.
L’assalto alla centrale asburgica era fallito e Ferdinando uscì presto
dalla difensiva: alla fine dell’agosto 1619, a Francoforte, venne eletto
all’unanimità imperatore del Sacro romano impero. Dopo l’atto
d’incoronazione, egli riuscì - grazie al fattivo aiuto del conte Oriate - a
concludere un accordo a Monaco che in realtà andò già a segnare il
destino dei ribelli boemi. I punti nodali dell’accordo ponevano le basi
per l’impiego dell’esercito della lega in Boemia e per l’occupazione, da
parte delle truppe spagnole, dei territori palatini sulla riva sinistra del
Reno. Oltre che il rimborso di tutte le spese belliche, al duca
Massimiliano vennero anche garantiti i territori palatini conquistati e la
dignità elettorale palatina.
La lega mobilitò 25 mila uomini per l’attacco a Praga, la Spagna 20
mila per la conquista del Palatinato renano.
L’imperatore riuscì inoltre a ottenere la neutralità del Brandeburgo
elettorale e a schierare dalla propria parte la Sassonia elettorale in
cambio della costituzione in pegno della Lusazia. Dopo che l’unione
ebbe respinto un intervento in Boemia, tutte le ulteriori richieste di
aiuto tentate dal re Federico risultarono infruttuose. I Paesi Bassi non
volevano impegnarsi subito prima dell’armistizio di dodici anni con la
Spagna, ma promettevano aiuti finanziari. Re Giacomo d’Inghilterra
mirava ad avere un ruolo arbitrale e stava ad aspettare.
Tutto giocava a vantaggio della coalizione cattolicoasburgica. Lo
stesso armistizio di Ulm negoziato dalla Francia il 3 luglio 1620 favorì
Massimiliano di Baviera.
La reciproca garanzia di pace gli consentì di impegnare truppe
nell’Austria Superiore e in Boemia, mentre i soldati dell’unione
restarono bloccati sul Reno a causa dell’avanzata spagnola. Il marchese
Ambrogio Spinola (1567-1630)
potè tuttavia insediarsi senza problemi nel Palatinato della riva
sinistra e nella Wetterau. La Sassonia elettorale si impadronì della
Lusazia e le armate della lega conquistarono la regione sul fiume Enns,
per poi continuare a marciare in direzione di Praga.
L’8 novembre 1620, alla Montagna Bianca presso Praga, si
fronteggiarono l’esercito cetuale boemo (21 mila uomini) e le armate
alleate dell’imperatore e della lega (28 mila uomini). Nel giro di due
ore Johann Tserclaes, conte di Tilly (1559-1632), comandante in capo
della lega cattolica, conseguì una vittoria trionfale. Il potere monarchico
di Federico collassò all’istante. Il sovrano nemmeno tentò di difendere
Praga, che pure era ben difesa. Federico, detto da lì in poi «re
d’inverno», scappò attraverso la Slesia e la Germania settentrionale per
trovare asilo nei Paesi Bassi.
Il popolo boemo non si era mai identificato con il suo re calvinista,
che con tanta evidenza mancava di osservare i fondamenti del credo
hussita e che aveva quanto meno tollerato l’iconoclastia nella cattedrale
praghese di San Vito. Molti contadini fuggirono nelle ultime città
rimaste fedeli agli Asburgo o si ribellarono a loro volta. Tra il 1618 e il
1620 la Boemia assistè a una doppia insurrezione: quella dei ceti contro
il potere monarchico degli Asburgo e quella dei contadini contro i ceti.
Mentre le truppe della lega occupavano a poco a poco l’intera
Boemia, le unità imperiali entravano in Moravia e la Sassonia si
assicurava la Slesia e la Lusazia, sui ribelli venne pronunciata una
spietata sentenza. Ventisette di loro vennero giustiziati a Praga per lesa
maestà. La Boemia e la Moravia conobbero inoltre una massiccia
redistribuzione dei possedimenti e un sistematico processo di
ricattolizzazione. Oltre ai pochi ceti boemi rimasti fedeli all’impero,
anche la nobiltà cattolica delle Terre ereditarie potè acquisire moltissimi
possedimenti per pochi soldi e assemblare così complessi territoriali
enormi. Fu così che il nuovo governatore, il principe Carlo I del
Liechtenstein (15691627), pose le basi dell’immensa ricchezza della
sua casata, ma anche Albrecht von Wallenstein (1583-1634), con
cinquanta nuovi possedimenti, acquisì la base territoriale del futuro
ducato di Friedland.

In Boemia Ferdinando regnò secondo il diritto del vincitore. I vecchi


accordi e i vecchi privilegi vennero cancellati: i poteri che il re
restituiva ai ceti venivano riconsegnati per sua grazia, non in virtù di
antichi diritti, e non andavano a diminuire la sua autorità. La legge
costituzionale suH’ordinamento del paese (Obnovené zrizeni zemské
«Ordinamento riformato della regione boema») del 1627 fissò per
iscritto un potere protoassolutistico: la corona di Venceslao divenne
ereditaria, il re o il suo governatore ne furono l’unico centro di potere.
Di nuovo Ferdinando II aveva superato in Boemia e Moravia la
formazione di stato territoriale dei più potenti principi imperiali.
A questo punto la guerra si spostò nel nord della Germania. Adesso si
era inasprita, perché era necessario scacciare Federico non soltanto
dalla Boemia, bensì anche dai suoi territori palatini, se si voleva
ricompensare Massimiliano di Baviera con l’Alto Palatinato e con la
dignità elettorale palatina. Oltre a ciò, a ogni vittoria nascevano, presso
la corte imperiale, nuove speranze di poter mutare davvero la struttura
confessionale e costituzionale dell’impero. E il timore che ciò
accadesse andava di nuovo ad accrescere la resistenza dei ceti
protestanti.

2. Dalla Boemia al Meclemburgo Il re d’inverno non pensava a una


capitolazione incondizionata, e l’imperatore e il duca di Baviera non
intendevano lasciarsi sfuggire l’occasione favorevole. Per continuare la
guerra era tuttavia decisivo l’intervento degli spagnoli. Alla fine del
Cinquecento i loro soldati che combattevano nei Paesi Bassi erano
intervenuti spesso a favore della fede cattolica nel settore occidentale
dell’impero. Quella che i membri dell’unione combattevano contro
questi avversari tanto potenti era una battaglia persa e dunque dovevano
siglare un armistizio.
Nella primavera del 1621 il grosso delle armate spagnole lasciò lo
scenario di guerra del Palatinato perché nei Paesi Bassi stavano
tornando a divampare i combattimenti. Altre forze incalzavano. Alla
causa di Federico si erano votati tre uomini d’arme che operavano in
modo più o meno indipendente. Nell’inverno 1620-1621 il conte
Pietro Ernesto di Mansfeld (1580-1626) riorganizzò i resti dell’esercito
boemo allo sbando arrivando a disporre di circa 10 mila soldati. Dopo
alcune piccole scaramucce con le truppe della lega nell’Alto Palatinato,
Mansfeld venne a un accomodamento con il duca Massimiliano.
Contrariamente a quanto concordato, egli mosse però direttamente
verso il Palatinato elettorale, dove costrinse le truppe spagnole rimaste
a rompere l’assedio alla fortezza di Frankenthal e a ripiegare verso
Oppenheim. L’esercito della lega andò dietro a Mansfeld. Nell’inverno
1621-1622
Tilly controllava il Palatinato renano a nord del Neckar, gli spagnoli i
territori settentrionali del Palatinato della riva sinistra e Mansfeld
un’ampia striscia a sud con le città di Bruchsal e Hagenau. Il margravio
Giorgio Federico di Baden-Durlach (1573-1638) aveva anche lui
raccolto 11 mila uomini, ufficialmente per difendere i suoi territori. In
realtà, egli temeva che l’eventuale trionfo delle forze cattoliche
imperiali potesse avere delle ripercussioni sul processo pendente presso
il consiglio aulico imperiale a Vienna e riguardante la successione del
suo marchesato.
Tilly intendeva conquistare Heidelberg nella primavera del 1622, ma
fu respinto verso l’alto Neckar da Mansfeld.
Il margravio Giorgio Federico mosse contro le truppe della lega, fu
sconfitto a Wimpfen il 6 maggio 1622, ma riuscì a riorganizzare
tranquillamente le proprie forze intorno a Durlach.
Accanto a Giorgio Federico e a Mansfeld, c’era un terzo condottiero
all’opera sul teatro di guerra del Palatinato: Cristiano di Brunswick-
Wolfenbüttel (1599-1626), administrator protestante del vescovado di
Halberstadt.
Quando le truppe della lega gli sbarrarono il passo nell’Assia
meridionale, egli fece ritorno in Vestfalia e occupò l’istituzione
ecclesiastica di Paderborn. Nello stesso tempo, potè mettere le mani sul
grande tesoro del duomo cittadino. Nel giugno di quell’anno Cristiano -
soprannominato «l’audace Halberstädter» - raggiunse il Meno con un
esercito di 11 mila uomini. Fu sconfitto a Höchst, ma riuscì a salvare i
due terzi delle truppe e il bottino di guerra, e si unì a Mansfeld presso
Bensheim. Insieme entrarono in
Alsazia e andarono poi a sostenere le truppe olandesi nella
liberazione di Bergen-op-Zoom.
Il Palatinato elettorale passò a Massimiliano di Baviera: il 19
settembre Tilly prese Heidelberg, il 2 novembre fu la volta di
Mannheim. Il centro del calvinismo tedesco era così in mano cattolica e
i gesuiti assunsero il comando a Heidelberg. Massimiliano donò al papa
la celebre Biblioteca Palatina, con i suoi circa 3.500 manoscritti
medievali.
La vittoria delle forze cattolico-imperiali parve completa, su ampie
parti della Germania meridionale incombeva la Controriforma.
Il 25 febbraio 1623, nel corso della dieta della deputazione di
Ratisbona, l’imperatore, ignorando il consiglio di quasi tutti i principi e
della stessa delegazione spagnola, conferì la dignità elettorale palatina
al duca Massimiliano di Baviera. Nessuno osò opporsi apertamente
all’imperatore e al duca, benché tutti sapessero che questo modo di
procedere, incompatibile con l’ordinamento imperiale, era destinato ad
allungare la guerra e a provocare l’Inghilterra.
La dieta della deputazione si concluse anzitempo, perché i principi
elettori di Sassonia e Brandeburgo non intendevano riconoscere il
nuovo collega né deliberare con lui.
Inoltre i principi protestanti rifiutarono di concedere ulteriori
finanziamenti per la guerra condotta dall’imperatore, dal momento che
si sentivano essi stessi fortemente minacciati dall’esercito della lega.
Il principe elettore Giovanni Giorgio di Sassonia (15851656) aveva
costantemente ignorato i desideri dei ceti imperiali luterani, i quali,
dopo la fine dell’unione, aspiravano a formare una nuova alleanza per
la difesa della religione protestante e della libertà tedesca. Nell’autunno
del 1622 il duca Guglielmo IV di Sassonia Weimar (1598-1662) fondò
una federazione patriottica, il Teutscher Friedbund, che fallì
miseramente, ma che resta comunque importante per il suo programma,
che mirava a una pace intesa a ripristinare la libertà tedesca e garantire
a tutti i sudditi la libertà di coscienza.
Nella primavera del 1623 le armate della lega lasciarono la zona di
combattimento tedesca meridionale e il 6 agosto dello stesso anno, a
Stadtlohn, eliminarono dal gioco Cristiano di Brunswick-Wolfenbiittel.
L’esercito di que st’ultimo venne completamente annientato. Lui stesso
fuggì, con pochi soldati, oltre il vicino confine. Poiché nel 1624 anche
Mansfeld dovette sciogliere le proprie armate, la lega si ritrovò a non
avere avversario. Le sue truppe, tuttavia, non vennero congedate, e si
diressero nella Vestfalia protestante per il campo invernale. Obiettivo
della lega poteva essere soltanto quello di imporre nel nord protestante
la pace religiosa nella sua interpretazione cattolica.
Ciò avrebbe comportato la ricattolizzazione della maggior parte delle
istituzioni ecclesiastiche della Germania settentrionale. L’amarezza
nella Germania protestante e in Europa cresceva, inducendo un radicale
cambiamento di clima anche in Francia e Inghilterra: su pressione del
parlamento, re Giacomo I negoziò con la Francia l’equipaggiamento di
una forza militare comune, che, guidata da Mansfeld, avrebbe dovuto
riconquistare il Palatinato. In considerazione dei conflitti interni con gli
ugonotti, Luigi XIII (1601-1643) aveva salutato con favore la sconfitta
dei calvinisti boemi, ma ora dovette realizzare che la presenza degli
Asburgo a Vienna, Madrid e Bruxelles spostava i rapporti di potere a
sfavore della Francia.
Il trasferimento della guerra verso nord ebbe tuttavia in primo luogo
conseguenze durature per la Germania: l’impero, che sino ad allora
aveva avuto una base meridionale, prese definitivamente possesso dello
spazio tedesco settentrionale. La Germania meridionale e quella
settentrionale soffrivano entrambe per la pressione dell’esercito
cattolico e per la voglia di cambiamento dell’imperatore.
Frattanto il re d’inverno, pur deposto, fece sondare presso tutte le
corti protestanti d’Europa la disponibilità a mettere in piedi un nuovo
esercito. Gustavo II Adolfo di Svezia si mostrò interessato, ma nel 1625
preferì attaccare la Polonia. Il re Cristiano IV di Danimarca (1577-
1648) si sentì minacciato dall’esercito della lega e dalla politica
controriformistica dell’imperatore. Egli voleva inoltre approfittare
dell’occasione per realizzare le sue intenzioni egemoniche nei Paesi
Bassi. Suo figlio Federico avrebbe ottenuto i vescovadi di Verden,
Brema e Osnabrück, e lo stesso Cristiano avrebbe potuto ancora
presentarsi come salvatore della fede protestante. Grazie ai pedaggi
imposti alle navi che attraversavano lo stretto di Oresund, le
sue risorse finanziarie erano certamente sufficienti a intraprendere una
grande guerra. In quanto duca di Holstein, egli faceva comunque parte
del circolo imperiale della Bassa Sassonia e così, nell’aprile del 1625, si
fece scegliere come capo militare del circolo (Kreisoberst) e ottenne un
esercito di 10 mila soldati di fanteria e di 3 mila uomini a cavallo.
Cristiano IV non rispettò la decisione di impiegare queste truppe
soltanto per difendere la Bassa Sassonia contro le aggressioni
dell’impero o della lega, e nel giugno del 1625 mosse verso sud, diretto
a Hameln. I duchi del Meclemburgo e il langravio Guglielmo di Assia-
Kassel (1602-1637) lo sostennero, ma pagarono questa scelta con la
perdita delle proprie terre. Partendo dal Reno, nel frattempo, i capi
mercenari Pietro Ernesto di Mansfeld e Cristiano di Brunswick-
Wolfenbüttel, che grazie ai sussidi francesi, inglesi e olandesi avevano
arruolato nuovi reggimenti, avanzarono verso la Vestfalia.
La guerra asburgico-tedesca teneva in scacco le potenze europee,
anche se né la Svezia - impegnata in guerra in Prussia e in Polonia - né
la Francia aderirono al trattato dell’Aja, che sancì un’alleanza tra gli
Stati generali, l’Inghilterra, la Danimarca e Federico V del Palatinato.
Poiché inoltre Inghilterra e Paesi Bassi intendevano muovere all’attacco
contro gli spagnoli, per il fronte tedesco potettero mettere a
disposizione solo somme modeste.
Alla fine di luglio del 1625 l’esercito della lega attraversò il fiume
Weser. La situazione di Cristiano IV si fece pericolosa, perché i principi
protestanti di Sassonia e Brandeburgo avevano un atteggiamento
attendista, mentre Brema e Amburgo addirittura lo combattevano,
perché i suoi dazi e i suoi embarghi riducevano i profitti dei loro
mercanti. Inoltre, tutto a un tratto, sul teatro di guerra comparve un
esercito imperiale sotto il comando di Albrecht von Wallenstein.
Fra i generali del suo tempo, Wallenstein era di gran lunga quello di
maggior successo. Aveva studiato nella Altdorf luterana, nel l607 si era
convertito ed era entrato al servizio dell’impero. Era diventato ricco
grazie a due matrimoni estremamente vantaggiosi, che ne avevano
anche facilitato la carriera nell’esercito imperiale. Wallenstein arruolava
reggimenti che manteneva poi con mezzi propri, ma mettendo tutto in
conto all’imperatore: in cambio di ciò, ottenne più di cinquanta
possedimenti nella Boemia nord-orientale, che poi nel 1623 - al
momento della sua elevazione alla condizione di principe - l’imperatore
gli concesse a titolo di feudo ereditario. Due anni più tardi Wallenstein
si offrì di formare a proprie spese e guidare lui stesso in battaglia un
esercito al servizio dell’imperatore, che era ormai privo di mezzi.
Vienna esitò ad accettare la proposta. Alcuni consiglieri di corte
ritenevano che la formazione di un grande esercito avrebbe avuto
l’effetto di una provocazione e temevano il carico di debiti. A
Ferdinando II sembrava preferibile imporre i propri interessi con
un’offensiva da lanciare da qualche parte nella Germania del nord
piuttosto che doversi difendere nei propri territori. Alla metà di giugno
del 1625 vennero firmati gli accordi di Nikolsburg (oggi Mikulov).
Wallenstein doveva mettere insieme un’armata di 24 mila uomini e il
complesso dei suoi possedimenti venne raggruppato a formare il ducato
di Friedland.
I moventi di Wallenstein restano oscuri. È probabile che non abbia
mai avuto l’intenzione di mantenere a lungo lui direttamente
quell’esercito. Già con gli investimenti iniziali si era assunto un rischio
enorme. E questo nonostante fosse a conoscenza dei progetti di
coalizione nutriti nel nord dai protestanti: se il re d’inverno fosse
tornato, tutti i passaggi di proprietà sarebbero divenuti carta straccia.
È possibile che a spingere Wallenstein sia stata anche la sua
ambizione sfrenata. La sua autostima trovò conferma nell’oroscopo
fatto personalmente da Giovanni Keplero (1571-1630), che per lui
ricostruì la medesima costellazione astrale che era toccata alla regina
Elisabetta d’Inghilterra (1533-1603). Fra l’altro, Keplero aveva
calcolato in anticipo anche la fine di Wallenstein, con una precisione
approssimata quasi all’ora della sua morte.
Accanto alla tenacia con cui Wallenstein faceva progetti e compiva
azioni, ci imbattiamo qui in una dimensione che ci appare oggi
irrazionale, un lato diverso, che non va trascurato, nella vita di questo
generale. È del tutto evidente che egli traeva parte della propria forza da
queste fonti, e tuttavia sapeva pianificare l’opera della sua vita in modo
che i vantaggi rimanessero a lungo a suo favore.
L’idea fondamentale consisteva nello stretto collegamento che egli
stabilì fra l’esercito che aveva creato e il suo ducato di Friedland.
Quest’ultimo divenne la base dell’approvvigionamento militare, non
soltanto per i viveri, bensì anche per armi e munizioni, scarpe e
uniformi. Wallenstein non intendeva soltanto aiutare l’imperatore,
voleva anche trarne doppio guadagno: aumentando il benessere dei
propri sudditi grazie alle commesse militari, egli aveva una
partecipazione di imposte e tributi, mentre tutti i costi venivano messi
in conto all’imperatore.
Per coprire il proprio enorme fabbisogno finanziario, il cattolico
Wallenstein collaborava con il finanziere calvinista Hans de Witte
(1583-1630), il quale rendeva produttivi i denari sui mercati europei.
Per rimanere meritevole di credito, Wallenstein faceva in modo che
l’esercito venisse approvvigionato nell’area in cui era di volta in volta
operativo. Impediva il saccheggio indisciplinato e teneva - almeno
inizialmente - in severa considerazione la disciplina. A fronte di ciò,
pretendeva alte contribuzioni. I suoi soldati percepivano regolarmente
una paga alquanto più alta di quella ordinaria. Ancora maggiori erano i
guadagni degli ufficiali. Per questo motivo erano tutti legati a
Wallenstein. In teoria gli stessi contadini ricevevano un indennizzo per
le consegne di viveri. Il sistema cozzò contro i suoi limiti allorché la
popolazione - completamente impoverita dalla lunga guerra - non fu più
in grado di pagare le imposte.
Con Wallenstein l’imprenditoria bellica e l’istituto delle milizie
mercenarie conobbero il loro momento più alto, il futuro apparteneva
agli eserciti stabili. Wallenstein valse però a mostrare cosa fosse
possibile fare con un’organizzazione perfetta. Nel giro di due mesi fece
nascere dal nulla un esercito di 18 mila fanti e 6 mila cavalieri, che
ancora nel corso dello stesso anno crebbe fino a 62 mila uomini.
Nel 1626 quest’armata arrivò quasi a raddoppiarsi con oltre 100 mila
soldati, e nel 1630, poco prima dello scioglimento, contava
probabilmente 150 mila uomini. I comandanti mercenari che avevano
vincolato a sé milizie di queste dimensioni potevano trasformarsi in un
serio pericolo persino per un committente imperiale.
Nell’autunno del 1625 quest’esercito operò innanzi tutto sul corso
medio dell’Elba, per stabilire i quartieri in vernali presso Magdeburgo
e Halberstadt. Venne così sbarrata al re di Danimarca la strada verso la
Boemia e la Slesia. Ma per l’imperatore non si trattava più soltanto di
difendere le Terre ereditarie: bisognava restaurare la fede cattolica nelle
istituzioni ecclesiastiche della Germania del nord. Un segnale non
casuale in questo senso venne dall’elezione al vescovado di Osnabrück
di Francesco Guglielmo di Wartenberg (1593-1651), rampollo dei
Wittelsbach bavaresi e deciso fautore della Controriforma.
Nella primavera del 1626, però, l’avanzata di formazioni protestanti
nel vescovado di Osnabrück strappò l’elezione del principe danese
Federico come coadiutore.
Cristiano di Halberstadt mosse verso l’Assia, e Pietro Ernesto di
Mansfeld voleva aprirsi la strada verso sud-est, ma nel mese di aprile
venne battuto duramente da Wallenstein presso Desau. Con le
formazioni rimaste, marciò poi attraverso la Slesia e la Boemia verso
Neuhäusl in Ungheria, dove andò a unirsi con le truppe di Gabor
Bethlen.
Nel frattempo Tilly occupò il langraviato di Assia-Kassel e alla fine
dell’agosto del 1626, rafforzato dall’arrivo di parte dell’esercito di
Wallenstein, sconfisse il re danese a Lutter, in Bassa Sassonia. Cristiano
IV fu ricacciato verso lo Jutland: la maggior parte dei ceti della Bassa
Sassonia lo abbandonò puntando su un compromesso con l’imperatore.
Il nord dell’impero era aperto agli eserciti cattolici imperiali. Tuttavia i
loro capi rivaleggiavano non soltanto per l’onore in guerra, bensì anche
per ottenere le migliori postazioni e i migliori quartieri d’inverno.
In soccorso delle forze protestanti venne nuovamente la fortuna,
stavolta nelle vesti dell’insurrezione dei contadini dell’Austria
Superiore, che dovette essere repressa da una unità dell’esercito guidata
dal conte Gottfried Heinrich von Pappenheim (1594-1632), nonché di
Gabor Bethlen, che operava in Ungheria con le milizie superstiti
dell’esercito di Mansfeld. Wallenstein dovette affrettarsi a trasferire le
proprie truppe verso sud. Il 30 settembre i due eserciti si trovarono uno
di fronte all’altro, ma il duca di Friedland lasciò che Bethlen si ritirasse
e si recò a Tyrnau, dove pose i quartieri d’inverno. Non voleva esporre
le proprie armate, fondamento della sua potenza, ad alcun pericolo. Le
sue esitazioni, incomprensibili a molti, e la co stante crescita del suo
esercito indussero i primi sospetti nella corte a Vienna: Wallenstein
badava troppo alla propria potenza personale. Accadeva spesso che il
principe elettore Massimiliano e Tilly gli si rivoltassero contro
apertamente, e alla fine del 1627 a Vienna giunse la prima nota di
protesta della lega cattolica.
Anche senza combattere, Wallenstein raggiunse i suoi obiettivi:
Bethlen dovette siglare la pace con l’imperatore, e all’inizio del 1627 i
resti delle truppe di Mansfeld vennero annientati in Slesia e Moravia.
Wallenstein mosse allora attraverso il Brandeburgo alla volta del
Meclemburgo, mentre Tilly sottometteva i territori a occidente
dell’Elba.
Tutti e due avanzarono poi verso l’Holstein e lo Jutland: l’esercito
danese venne sgominato, le sue forze superstiti si ritirarono sulle isole,
dove non era possibile attaccarle senza disporre di una flotta.
In Germania operavano adesso due grandi eserciti collegati rimasti
senza nemico. Alla dieta dei principi elettori di Miihlhausen del 1627
l’imperatore ritenne perciò giunto il tempo di rivelare i suoi nuovi
obiettivi: il riassetto confessionale della Germania e la restituzione di
tutti i beni ecclesiastici secolarizzati dopo il 1552. Incontrò fortissimo
scetticismo. Lo stesso Massimiliano inscenò il contrattacco. I principi
elettori chiedevano una drastica riduzione dell’esercito imperiale e la
fine della politica contributiva autoritaria di Wallenstein. Non erano più
disposti a farsi vessare da un parvenu. Contro i piani dell’imperatore, la
libertà tedesca, l’indipendenza e l’autonomia dei ceti tornarono a essere
elementi di coesione fra principi cattolici e principi protestanti.
Ferdinando II ignorò ogni avvertimento. Dopo aver bandito i duchi
del Meclemburgo per aver stretto alleanza con il re danese, il 1°
febbraio 1628 trasferì i loro possedimenti e il titolo a Wallenstein. Ad
aprile nominò quest’ultimo «generale del mare Oceano e Baltico»: un
titolo che, tradendo piani marittimi, provocò non soltanto danesi e
svedesi, ma anche olandesi e inglesi. Wallenstein cominciò con la
costruzione di una flotta, ma destò per la prima volta l’irritazione del
sovrano, perché, invece di mostrare interesse per una politica marittima
di rapina a favore della Spagna, stringeva contatti nei Paesi Bassi per
portare una pace duratura nel mar Baltico. Nel 1628-1629 si dispose
con impegno a modernizzare il Meclemburgo, che desiderava
trasformare in un principato modello, come il ducato di Friedland.
Dopo che quasi tutta la Germania fu posta sotto il controllo degli
eserciti cattolici e Ferdinando potè disporre di una base di potere più
ampia rispetto a tutti gli imperatori dell’età moderna che lo avevano
preceduto, il suo generalissimo puntò a consolidare i risultati raggiunti.
Egli sperava nell’aiuto delle città anseatiche, ma dovette presto
ricredersi amaramente. Stralsund rifiutò di accogliere una guarnigione
imperiale e Wallenstein, malgrado gli attacchi prolungati, non riuscì a
conquistare quella città anseatica ben fortificata e importante sul piano
strategico. Il «mito Wallenstein» cominciava a sgretolarsi.
Le conseguenze politiche andarono ad aggravare la situazione:
Gustavo Adolfo di Svezia aveva siglato un patto di aiuto con la città
anseatica e intendeva schierare a sua difesa un piccolo corpo svedese.
Ferdinando II accelerò questa «piccola guerra» con il re svedese
allorché nella primavera del 1629 inviò un contingente in soccorso del
re di Polonia. Grazie alla mediazione del cardinale Richelieu (1585-
1642), il 25 settembre 1629 Svezia e Polonia concordarono un
armistizio ad Altmark. Gustavo Adolfo ebbe così via libera per
attaccare l’impero.
Richelieu, che dal 1624 fu primo ministro di Luigi XIII (1601-1643),
è considerato uno dei primi decisi fautori della ragion di stato. Grazie
alla conquista della roccaforte ugonotta di La Rochelle, nel 1628
sistemò i disordini interni di natura confessionale, per poi avvicinarsi
con mirabile tenacia e gran talento diplomatico ai suoi due obiettivi di
politica estera: rompere l’accerchiamento asburgico e stabilire un
ordine europeo di pace sotto il predominio francese. Furono però i suoi
successori a poter raccogliere i frutti della politica d’intervento da lui
introdotta.
Mentre nella seconda metà del decennio 1620-1630
Richelieu si limitò a portare la guerra in Valtellina e in Italia
settentrionale, all’inizio di settembre del 1628 Wallenstein sconfisse
ancora una volta Cristiano IV, per poi offrirgli la pace, probabilmente
con piena consapevolezza del pericolo svedese. Il 7 giugno 1629 venne
firmata la pa ce di Lubecca, una soluzione fortemente indulgente verso
i danesi. Cristiano IV doveva soltanto ritirarsi dalla Germania e
rinunciare a ogni diritto sui vescovadi tedeschi.
Wallenstein e l’imperatore poterono imporre le loro idee non sempre
coincidenti anche nel nord tedesco. Aver respinto il re danese, che
mirava all’egemonia sulle regioni tedesche settentrionali, significava
che l’ancora fragile coesione fra Germania settentrionale e Germania
meridionale non sarebbe stata più messa in discussione. Su questa
«unità», che in un primo tempo era a stento percepita, incombeva
tuttavia la minaccia della volontà di cambiamento di un imperatore
dotato di un potere sino ad allora sconosciuto.
In realtà, nel momento decisivo Ferdinando II dissipò le proprie
forze: invece di concentrarsi sulla progettata riorganizzazione della
Germania, inviò truppe in Italia per solidarietà verso il cugino
spagnolo. Il nord tedesco fu posposto agli interessi del casato in Italia,
dove, dopo l’estinzione del ramo principale di casa Gonzaga (1627),
erano in gioco la successione nei due feudi imperiali del Monferrato e
di Mantova e l’appoggio della Spagna nella lotta contro la Francia. Nel
maggio del 1629 i reggimenti provenienti dalla Germania settentrionale
occuparono i passi dei Grigioni. Alla fine dell’anno strinsero d’assedio
Mantova.
È vero che il cardinale Richelieu dovette sacrificare la città, ma le
truppe francesi impegnarono l’esercito spagnolo e quello imperiale in
Italia settentrionale con conseguenze fatali per la Germania.

3. L’editto di restituzione L’editto di restituzione, annunciato nel


1629 in virtù della pienezza di poteri dell’imperatore, era inteso ad
accelerare quel processo di riconduzione dei beni ecclesiastici
secolarizzati dopo il 1552 che era stato da tempo avviato.
Nella Germania nord-occidentale, ma anche in quella meridionale,
l’editto andava a toccare l’integrità territoriale e confessionale di quasi
tutti i corpi protestanti dell’impero.
Cosa spinse Ferdinando II a mettere arbitrariamente in atto un
programma confessionale all’insegna del mas simalismo, mettendosi
così contro non solo tutti i ceti protestanti, bensì anche parte di quelli
cattolici? Fu forse quella fede cattolica che in lui - come crede Evans -
era assurta a passione struggente? O si trattò piuttosto dell’attrattiva che
su di lui esercitava il rafforzamento del potere imperiale? Quel
rafforzamento, piuttosto che ai potenti e consapevoli dinasti che
invocavano la libertà tedesca, lo si poteva del resto imporre meglio ai
principi ecclesiastici e signori fondiari protestanti, dal momento che
l’integrità dei loro territori era interrotta dalla presenza di moltissimi
monasteri cattolici.
Ferdinando discendeva dal ramo collaterale degli Asburgo che
regnava su Graz. L’educazione cattolica, ricevuta in particolare presso
l’università gesuita di Ingolstadt, e la vittoriosa lotta di suo padre contro
la nobiltà protestante della Stiria ne influenzarono le idee vita natural
durante.
Quando nel 1619 la mancanza di discendenti dei due predecessori
aveva portato sul trono imperiale questo arciduca, allora
quarantunenne, uomo oltremodo devoto, e anzi bigotto, egli tentò di
trasferire le esperienze fatte a Graz alle Terre ereditarie e - pur se con
delle modifiche - alla Germania intera. Con la sua «austerità
confessionale di princìpi»2, Ferdinando impedì più di una volta una
soluzione politica dei conflitti. Dal punto di vista controriformatore la
sua azione fu tuttavia logica e coerente: i più influenti consiglieri del
suo predecessore Mattia, soprattutto il cardinale Khlesl (1553-1630),
vennero esautorati perché, pur con tutta la loro fedeltà alla fede
cattolica, a livello politico pensavano piuttosto a un accomodamento
che non a un confronto permanente. Al loro posto, furono i suoi
consiglieri di Graz ad assumere il comando a Vienna e, con loro, i
gesuiti. Ferdinando la pensava come loro e condivideva le loro stesse
prospettive.
La Boemia assurse a fortunato teatro sperimentale. Mentre i vecchi
ceti protestanti perdevano il loro status o, come i predicatori protestanti,
dovevano lasciare il paese, una nuova élite di comando fu indotta a
votarsi a Ferdinando e alla casa d’Asburgo. È certo che nelle Terre
ereditarie austriache, dove i vecchi ceti protestanti conservavano intatta
la loro potenza, l’imperatore dovette di necessità agire con maggiore
cautela, ma non perse mai di vista i suoi obiettivi: lo sradicamento
della fede protestante e l’obbedienza dei ceti.
La cattolicità controriformistica aveva priorità assoluta: venne messo
consapevolmente in conto che la cacciata dei cittadini protestanti
avrebbe lasciato un sensibile vuoto nei mestieri e nel commercio.
Ferdinando non adeguò mai le esperienze fatte in Stiria alle esigenze di
una grande potenza. Fu non in ultimo per questo che l’Ungheria
divenne il tallone d’Achille del dominio asburgico: lì Gábor Bethlen e
Georg Ràkóczi (1593-1648) poterono essere sempre certi del sostegno
della nobiltà locale.
Ancora più complicata era la situazione tedesca. L’imperatore
intendeva restaurare la fede cattolica e il patrimonio ecclesiastico
attenendosi alla lettera della pace di Augusta. Nel processo di
ricattolizzazione del Palatinato, però, si vide quanto potesse essere
lunga, difficile e imponderabile la via legale. Ferdinando cercò perciò
una sistemazione sommaria: una nuova «norma» che interpretasse
definitivamente e in senso cattolico la pace religiosa.
Nell’ottobre del 1628 i principi elettori di Magonza e Baviera
ricevettero la bozza dell’«editto di restituzione». Il preambolo
sottolineava che s’intendeva soltanto far valere le leggi imperiali
esistenti. Ma anche i principi ecclesiastici erano destinati a ricevere lo
ius reformandi. Se avessero ottenuto anche loro il diritto di stabilire
l’appartenenza religiosa dei propri sudditi, la ricattolizzazione dei
vescovadi ora protestanti ne sarebbe stata significativamente accelerata.
Prima della sua pubblicazione il 6 marzo 1629, l’editto di restituzione
fu nuovamente reso più severo in direzione del diritto esclusivo
d’interpretazione imperiale: Ferdinando II dichiarò che la pace religiosa
valeva soltanto per i seguaci della Confessio Augustana invariata, cioè
per i luterani. L’editto faceva di tutti i calvinisti degli eretici, per i quali
esso minacciava il bando dall’impero e la perdita di tutti i possedimenti.
Sino a quel momento i principi luterani avevano protestato con
veemenza contro l’eventualità che fosse la dieta imperiale a decidere
sulla questione, adesso lo fece l’imperatore con un tratto di penna.
Il ritorno dei beni ecclesiastici alla situazione del 1552 comportava
per i protestanti la perdita di molte posizioni: negli arcivescovadi di
Brema e Magdeburgo così come in altri sette vescovadi in Germania
settentrionale andava introdotta la fede cattolica, e nell’intero paese
erano circa cinquecento i conventi e monasteri che andavano restituiti
alla chiesa cattolica. La restituzione avrebbe dovuto ottenere un
riconoscimento sommario da parte della corte imperiale di giustizia, ma
essendo «del tutto notoria l’occupazione delle istituzioni
ecclesiastiche», era sufficiente anche la decisione generica dei
commissari imperiali.
Anche se i controriformatori estremisti non si erano imposti con il
loro programma di ricattolizzazione integrale dell’impero, l’editto di
restituzione colpì al cuore la Germania riformata. Incombeva ormai
dovunque la minaccia di epurazioni come in Boemia? I commissari
imperiali decretavano una restituzione dopo l’altra: nel Württemberg 14
grandi conventi vennero assegnati a ordini cattolici. La ripartizione
delle spoglie provocò aspre controversie: mentre i vecchi ordini -
benedettini, cistercensi ecc. - ne chiedevano la restituzione, molti
istituti andarono ai gesuiti, che erano più attivi per la causa della
Controriforma.
Anche in Bassa Sassonia i commissari imperiali avevano effettuato
grosse restituzioni, e i soldati della lega provvidero alla loro esecuzione
immediata a Osnabrück, Brema, Verden e Hildesheim. Leopoldo
Guglielmo (16141662), il figlio quindicenne dell’imperatore, ricevette,
oltre alla mitra episcopale di Passau e Strasburgo, anche quella di
Magdeburgo e di Halberstadt, come pure il diritto di successione a
Brema. Francesco Guglielmo von Wartenberg aggiunse a Osnabrück
anche Minden e Verden.
I principi elettori luterani di Sassonia e Brandeburgo che non erano
stati colpiti dall’editto di restituzione addussero argomenti di diritto
costituzionale a motivare la loro protesta, trovando risonanza anche
presso molti ceti cattolici, i quali, pur auspicando fortemente le
restituzioni, erano in egual misura preoccupati degli aspetti formali.
L’editto - soprattutto in considerazione dell’immutata grandezza
dell’esercito di Wallenstein - venne visto come un attacco alla libertà
dei ceti imperiali e come primo passo sulla via dell’assolutismo
cattolico.
Invocata per la prima volta come principio costituzionale dai principi
protestanti all’epoca della lotta contro la monarchia universale di
Carlo V (1500-1558) e contro la «brutale servitù spagnola», la libertà
dei ceti imperiali era assurta nel frattempo, in quanto «libertà tedesca»,
a parte integrante della coscienza imperiale diffusa. L’idea
dell’inalienabilità dei diritti e delle prerogative dei prìncipi tedeschi si
era imposta con evidenza nel principio cuius regio, eius religio,
fondamento della pace religiosa e della territorializzazione. Era tuttavia
cruciale che i ceti imperiali avessero tradotto il diritto consultivo di cui
godevano in età medievale nell’obbligo di consenso da parte della dieta
imperiale di età moderna. La «libertà tedesca» significava
compartecipazione in quasi tutti i settori della politica imperiale e
massima autonomia possibile nei propri territori.
A entrambi i princìpi contravveniva Ferdinando II con l’editto di
restituzione. Egli metteva in pericolo l’identità dell’impero-stato
complementare come sistema politico che, a differenza di altri stati
europei, non era organizzato in modo centralistico. L’imperatore
aspirava forse a svolgere il ruolo di «signore della Germania», come si
insinuava in un volantino del 1629? Alcuni indizi portavano a pensarlo,
se proprio in quell’anno egli si fece ritrarre in posa da monarca: a
cavallo, nelle vesti di vincitore di eretici e turchi.
Gli anni fra il 1629 e il 1631 avrebbero potuto portare alla
riorganizzazione dell’impero e alla pace: l’imperatore e i ceti avevano
per l’ultima volta l’occasione di raggiungere un accordo su un piano di
pace senza influenze dall’esterno, ma se la giocarono in modo
avventato: Ferdinando II insistè imperterrito con l’editto di restituzione,
costringendo così i ceti protestanti alla resistenza.
Al tempo stesso si rafforzarono le critiche contro le eccessive
dimensioni dell’esercito di Wallenstein. Alla dieta della lega tenutasi a
Mergentheim alla fine del 1629, il principe elettore di Magonza,
l’arcivescovo Anselmo Casimiro Wambolt von Umstatt (1583-1647),
figlio di un convertito e deciso propugnatore di un cattolicesimo
controriformato, chiese la destituzione di Wallenstein. In quanto
arcicancelliere elettore dell’impero, egli convocò la dieta dei principi
elettori a Ratisbona, dal momento che l’imperatore non intendeva
riunire la dieta dell’impero. Quel che a Wambolt von Umstatt
interessava erano i diritti dei ceti imperiali e il tentativo di trovare un
accordo fra principi elettori protestanti e cattolici.
All’adunanza presero parte l’imperatore, i quattro principi elettori
cattolici, il nunzio papale, ambasciatori di Francia, Spagna, Venezia,
Toscana, Inghilterra, nonché, oltre a numerosi altri osservatori e
delegazioni, i rappresentanti di Giovanni Giorgio di Sassonia e Giorgio
Guglielmo di Brandeburgo. Il fatto che questi ultimi non si fossero
presentati personalmente era inteso a sottolineare la loro persistente
irritazione per l’editto di restituzione. Tutti e due consideravano la
situazione estremamente allarmante e, al di là di ogni riflessione di
natura confessionale, si erano accordati su un’istruzione comune.
A Ratisbona l’atmosfera non lasciava presagire nulla di buono.
Ferdinando II sembrava al culmine della sua potenza come postulante
privo di mezzi. La guerra in Italia settentrionale ne aveva esaurito le
finanze ed egli aveva bisogno dei principi, che dovevano eleggere a re
di Roma il figlio Ferdinando (nato nel 1608 e poi imperatore dal 1637
al 1657). Ma i principi elettori mantennero il controllo della situazione:
l’elezione al trono restò in sospeso ed essi chiesero anche la
destituzione di Wallenstein. L’imperatore si piegò a tali richieste il 13
agosto. Mentre il duca di Friedland - per lo stupore di molti - si ritirava
senza fare problemi verso i suoi possedimenti in Boemia, il suo
finanziere de Witte si suicidò. Tre quarti dell’esercito imperiale furono
congedati, il resto venne integrato nell’esercito della lega.
Se l’imperatore Ferdinando II aveva mai nutrito l’illusione di poter
riorganizzare l’impero sul modello boemo, dovette ora riconoscere il
proprio fallimento, ancor prima dell’avanzata svedese. I principi elettori
gli presentarono il conto per l’autocrazia della sua politica imperiale.
L’esercito imperiale venne sciolto, perché si riteneva che costituisse una
minaccia incombente sulle libertà cetuali e fungesse da base di tutti i
progetti di riorganizzazione dell’impero, sia che si volesse andare verso
una vera monarchia, sia che l’obiettivo fosse addirittura una «dittatura
militare» di Wallenstein.

NOTE AL CAPITOLO SECONDO


1 P. Moraw, Von offener Verfassung zu gestalteter Verdichtung. Das
Reich im späten Mittelalter 1250 bis 1490, Berlin, Propyläen Verl.,
1985.
2 M. Heckei, Deutschland im konfessionellen Zeitalter, Göttingen,
Vandehoeck & Ruprecht, 1983.
CAPITOLO TERZO

ASBURGO, SVEZIA E FRANCIA


(1630-1643)

Se nei primi dieci anni di guerra erano stati l’imperatore Ferdinando


II e il principe elettore Massimiliano di Baviera a determinare lo
svolgimento del conflitto riducendo sotto il proprio controllo quasi tutta
la Germania, dalle Alpi alle coste del mare del Nord e del Baltico, nel
1630-1631 la situazione mutò radicalmente. Sulla nazione tedesca
incombeva nuovamente la minaccia di una scissione in due sfere
d’influenza: una meridionale, cattolica e gravitante nell’orbita
imperiale, l’altra settentrionale, protestante e gravitante nell’orbita
svedese. I ceti dell’impero di religione protestante accettarono tuttavia
con qualche esitazione gli accordi offerti dal re Gustavo II Adolfo. In
lui essi vedevano un aggressore politico piuttosto che un liberatore
della fede e cercavano un accomodamento con l’imperatore. Il ritiro
dell’editto di restituzione sarebbe stato la chiave per la pace e per
l’unità politica, ma tale opportunità andò sprecata nel 1630-1631 e di
nuovo nel 1635.
Ferdinando II voleva qualcosa di più della ricattolizzazione dei
territori che in passato erano stati religiosi: l’interpretazione cattolica
della pace religiosa serviva anche a consolidare la sua posizione
nell’impero. I ceti protestanti credevano invece che il presupposto di
una pace duratura fosse il ritorno alle condizioni politiche e
confessionali di fine Cinquecento. Le loro idee coincidevano nel
complesso con i piani di pace di svedesi e francesi. Negli ultimi
vent’anni di guerra si pose una chiara alternativa: ripristinare la libertà
tedesca e l’ordinamento imperiale a connotazione cetuale, o
consolidarne gli elementi monarchici.

1. Gustavo Adolfo e l’intervento svedese Il 6 luglio 1630 il re di


Svezia Gustavo II Adolfo sbarcò sull’isola di Usedom con 10 mila
soldati di fanteria e 3 mila cavalieri. Il culto ottocentesco di Gustavo
Adolfo, divenuto fenomeno di massa soprattutto nella Germania
guglielmina, ne ha enfatizzato la figura storica sino a renderla
irriconoscibile: come guerriero del nord, il «Leone di Mezzanotte» si
intonava bene nel quadro espansionistico dello stato nazionale tedesco a
preponderante matrice prussiana e protestante. Nonostante nel 1982
Günter Barudio abbia nuovamente raffigurato il re svedese come un
combattente disinteressato che lottava per gli oppressi del suo tempo e
per una monarchia costituzionale e liberale, le fonti raccontano
piuttosto di un uomo bellicoso, che si impegnò in una guerra di
conquista imponendo, con freddi calcoli, gli interessi svedesi in
Germania. Anche se il suo obiettivo era in primo luogo sgomberare le
coste del Baltico dai nemici della Svezia, con la sua marcia trionfale
sviluppò anche piani di più ampio respiro: un’alleanza con i ceti
imperiali protestanti, l’egemonia sulla Germania del nord e, magari,
persino la corona imperiale.
Gustavo Adolfo diede inizio, quasi senza alleati, a una classica guerra
preventiva contro i piani marittimi che l’imperatore nutriva sullo spazio
baltico. Il regno nordico - un paese agricolo con un milione scarso di
abitanti - assurse per qualche tempo a superpotenza europea. Grazie a
un sistema di milizie, in cui cioè nei paesi venivano reclutati sulla base
di un preciso criterio i sudditi che avevano ricevuto addestramento
militare, Gustavo Adolfo poteva disporre di armate vincenti,
disciplinate ed esperte di guerra.
Non essendo in grado di mantenere un esercito di tali dimensioni, la
Svezia era costretta a esportare la guerra.
Per giustificare l’intervento militare, la propaganda svedese aveva
abilmente addotto motivazioni quali la mancata adesione della Svezia
alla pace di Lubecca, l’aiuto armato fornito dall’imperatore alla
Polonia, la liberazione del protestantesimo tedesco o la restaurazione
della libertà tedesca, motivazioni che però svolsero un ruolo solo
marginale. Quasi tutti i ceti imperiali e persino alcuni politici svedesi
esprimevano grande scetticismo sul fatto che il re svedese si fosse
mosso per salvare il protestantesimo in Germania.
Dopo l’editto di restituzione Giovanni Giorgio, principe elettore
luterano di Sassonia, aveva modificato la propria politica filoimperiale
cercando di solidarizzare con Giorgio Guglielmo, principe elettore
calvinista di Brandeburgo. Tutti e due volevano opporsi, in condizioni
di neutralità armata, all’imperatore e al re di Svezia, per restaurare
l’ordinamento imperiale nella sua forma tradizionale.
L’assemblea dei ceti imperiali protestanti tenutasi a Lipsia nell’aprile
del 1631 vide così schierarsi un terzo partito fra la Svezia e
l’imperatore. Divisi in tre gruppi di armate, 50 mila soldati dovevano
difendere gli interessi protestanti in Sassonia, sulla Weser e nella
Germania meridionale. Tuttavia, da sola e affidata alla propria
iniziativa, la Germania protestante non era in grado di imprimere una
svolta al conflitto. Un ultimo tentativo di accordo naufragò con
l’assemblea di conciliazione di Francoforte. Allorché venne radunata
nel 1631, gli svedesi si stavano apprestando a determinare il corso degli
avvenimenti in Germania: a causa loro i delegati cattolici dovettero
fuggire da Francoforte.
Sul piano militare l’intervento svedese aveva proceduto senza
intoppi. Nella Pomerania orientale era stata creata una testa di ponte, e
poi l’intera Pomerania era stata inclusa nel loro sistema di
contribuzione. Presto le dimensioni dell’esercito si triplicarono. Quando
questa esigua base territoriale non fu più sufficiente a mantenere un
numero di soldati così alto, Gustavo Adolfo avanzò verso il
Meclemburgo e il Brandeburgo. Il principe elettore Giorgio Guglielmo
dovette consegnare il proprio potenziale militare e concedere le
piazzeforti di Küstrin e Spandau.
Nel 1631 il trattato di Barwald procurò agli svedesi sussidi francesi
per 400 mila talleri imperiali l’anno. Mantenendo la neutralità della
lega e della Baviera, si volevano difendere tutti gli alleati, garantire la
sicurezza sul mare del Nord e sul Baltico ed estorcere la restituzione dei
ceti imperiali oppressi.
Il cammino trionfale di Gustavo Adolfo cominciò nell’estate del
1631, quando Tilly, non riconoscendo i segni del tempo, lasciò
saccheggiare la «ricca» Magdeburgo perché gli approvvigionamenti
dell’esercito erano impediti dal boicottaggio delle forniture ad opera di
Wallenstein.
Un incendio dovuto a cause mai chiarite distrusse la città, almeno 20
mila persone persero la vita. Magdeburgo divenne il faro della
Germania protestante e aprì la strada verso l’impero a Gustavo Adolfo.
La propaganda protestante svedese addossò alle soldatesche di Tilly la
responsabilità dell’incendio, anche per distogliere l’attenzione dal
proprio insuccesso, giacché non si era riusciti a fornire all’alleata
Magdeburgo l’aiuto promesso.
Ma Tilly commise allora un secondo, decisivo errore: attaccò la
Sassonia, spingendo il principe elettore Giovanni Giorgio tra le braccia
degli svedesi. Il 17 settembre si giunse allo scontro presso Breitenfeld.
L’esercito di Tilly, composto di circa 31 mila soldati, si trovava nella
formazione consueta: imponenti forze di fanteria al centro, la cavalleria
sulle ali. Sul fronte opposto, le armate svedesi e sassoni unificate
contavano circa 41 mila uomini, con una disposizione irregolare della
fanteria, che era stata rafforzata da cavalieri e moschettieri, e con una
seconda linea di riserva. Tali innovazioni tattiche, che pure erano state
sviluppate sul campo di battaglia olandese ed erano note anche
nell’impero, furono ciò nonostante la rovina del baldanzoso Tilly. È
vero che i suoi soldati penetrarono a fondo sul fronte sassone, ma
vennero accerchiati dagli svedesi disposti a ventaglio. L’esercito della
lega perse tutta l’artiglieria, la cassa di guerra, metà della cavalleria e
due terzi delle forze di fanteria. Il predominio cattolico nell’impero
ebbe fine con una singola battaglia.
Mentre l’esercito sassone mosse verso la Boemia e conquistò Praga,
venendo però ostacolato dalle truppe imperiali nella marcia su Vienna,
gli svedesi si volsero verso la Turingia e occuparono Erfurt. Ai
consiglieri e ai deputati civici della città Gustavo Adolfo dichiarò di
essere andato lì per restituire una solida base all’intera comunità
protestante e alla libertà tedesca. Il re era in cerca di buoni quartieri
invernali, che presumeva di trovare nei principati sul Meno e sul Reno.
Sempre nel 1631 furono occupate Würzburg e Magonza. Nel giro di un
anno il «Leone di Mezzanotte» aveva ridotto mezza Germania sotto il
suo controllo. Prese così il via una trasfigurazione del re di Svezia che è
«singolare nella storia del protestantesimo moderno». (1) Nel 1632 la
pubblicistica ne fece il salvatore della fede protestante, della pace
religiosa di Augusta e della libertà tedesca.

2. La Germania sotto l’egemonia svedese Alla fine del 1631 gli


svedesi controllavano la Germania settentrionale e centrale a oriente
della Weser ed erano sul Reno e sul Meno. I ceti imperiali protestanti
avevano dovuto accettare i trattati di alleanza proposti da Gustavo
Adolfo, che avevano per molti versi carattere di sottomissione, e
avevano dovuto assumersi notevoli impegni di assistenza. L’esercito
svedese, cresciuto fino a contare circa 80 mila uomini, superò
abbastanza bene l’inverno.
Mentre una parte delle armate della lega operava nelle regioni nord-
occidentali dell’impero sotto il comando del conte Pappenheim, Tilly
svernò nella «neutrale» Baviera.
La sua prima campagna del 1632, volta a cacciare da Bamberga le
truppe d’occupazione svedesi, fu un’iniziativa davvero maldestra, che
valse a revocare la neutralità della lega e, soprattutto, della Baviera.
Gustavo Adolfo mosse verso sud e grazie al successo nella battaglia di
Rain conquistò l’attraversamento del fiume Lech. Tilly fu ferito a
morte, l’esercito svedese si diede a saccheggiare dirigendosi verso la
Baviera.
Il 17 maggio 1632 Gustavo Adolfo entrò a Monaco in compagnia di
Federico V del Palatinato, il re d’inverno.
Come un tempo Massimiliano aveva fatto con la biblioteca di
Heidelberg, così adesso gli svedesi dispersero le collezioni d’arte della
capitale bavarese. Erano rimasti senza nemici, tanto più che anche gli
spagnoli dovettero sgomberare le proprie posizioni sul medio Reno
perché c’era urgente bisogno della loro presenza nei Paesi Bassi. A
questo punto lo stesso principe elettore Massimiliano reclamò la
formazione immediata di un nuovo esercito imperiale. Chi altro, se non
Wallenstein, sarebbe stato in grado di provvedere a farlo? Ferdinando II
lo nominò comandante supremo con pieni poteri. L’esercito di
Wallenstein rappresentava l’ultima speranza per l’imperatore e per i
cattolici. Egli agì pertanto con grande circospezione trincerandosi
presso
Norimberga, dove fu stretto d’assedio da Gustavo Adolfo con 45 mila
uomini. Malattie e diserzioni decimarono le file svedesi, cosicché
l’esercito di Gustavo Adolfo dovette ripiegare verso sud. Wallenstein
aveva impegnato il grosso delle armate nemiche senza correre rischi,
mentre i suoi generali scacciavano i sassoni dalla Boemia e dalla Slesia.
Il generalissimo entrò allora lui stesso in Sassonia, dove il 1°
novembre conquistò Lipsia. Avvicinandosi la stagione fredda,
Wallenstein congedò i suoi soldati per i quartieri d’inverno, ma era
troppo presto: Gustavo Adolfo mosse nuovamente all’attacco. Il 17
novembre si giunse, presso Lützen, alla più dura battaglia combattuta
sino ad allora in quella guerra. Durò l’intera giornata. Dopo pesanti
perdite da una parte e dall’altra - circa 6 mila caduti ciascuno
Wallenstein si ritirò dando la Slesia per persa. La responsabilità della
sconfitta fu da lui attribuita al tradimento e alla codardia: dodici
ufficiali e cinque soldati vennero giustiziati, e venne messa una taglia
sulla testa di quaranta fuggiaschi.
Nel corso della battaglia Gustavo Adolfo perse la vita.
Data la minorità di sua figlia Cristina (1626-1684), il potere passò a
un consiglio di reggenza guidato dal cancelliere Axel Oxenstierna
(1583-1654). Quest’ultimo aveva studiato a Rostock, Wittenberg e
Jena, e dunque conosceva la situazione tedesca. In un dettagliato
memoriale della primavera del 1633 chiese fra l’altro una presenza
svedese stabile in Pomerania e in Prussia, come pure un’alleanza dei
principi protestanti sotto il comando svedese. Nel cuore della Germania
sarebbero rimasti alcuni avamposti svedesi. Riservando per sé il
principato elettorale di Magonza, il cancelliere svedese si poneva
inoltre come successore del cancelliere elettore tedesco: una scelta
simbolica e, insieme, programmatica.
Oxenstierna inserì il «suo» principato nell’ordinamento imperiale
esistente nel modo migliore: vennero corteggiati soprattutto i cavalieri
imperiali protestanti del medio Reno e della Franconia, i cui fratelli e
cugini cattolici si erano spartiti sino ad allora i benefici delle istituzioni
ecclesiastiche elettorali. Essi non soltanto costituivano il potere
«svedese» a Magonza, ma rilevarono anche gran parte delle proprietà
dei ceti cattolici in fuga. Grazie a una ri soluta politica di «donazioni»,
Oxenstierna si formò una clientela devotissima.
Presupposto di qualunque piano volto a dare in futuro alla Svezia un
ruolo in Germania restava l’esercito. Il problema più grosso era
finanziarlo, tanto più che nel 1833 si era ridotto il flusso degli aiuti
francesi. L’egemonia svedese anche nella Germania sud-occidentale
disturbava il progetto a lungo termine di Richelieu, il quale a titolo
precauzionale prese sotto la protezione francese alcune città e alcuni
principi della parte occidentale del Reich. Suo maggior alleato divenne
Philipp Christoph von Sötern (15671652), arcivescovo di Treviri e
vescovo di Spira, il quale nel 1632 aveva proclamato lo scioglimento
della lega e si era dichiarato neutrale. Ai francesi lasciò le roccaforti di
Ehrenbreitstein e Philippsburg.
Oxenstierna continuò la politica inaugurata da Gustavo Adolfo: i ceti
protestanti dovevano finanziare la guerra svedese. Il 23 aprile 1633 fu
fondata la lega di Heilbronn, così chiamata dal luogo dell’incontro.
Essa andava a raccogliere, sotto il comando di Oxenstierna, i ceti
protestanti di Franconia, Svevia, Reno superiore e Reno elettorale.
Obiettivi dell’accordo: assicurare la libertà tedesca, garantire le leggi
fondamentali dell’impero e la pace generale sotto il protettorato
svedese.
Con la lega di Heilbronn Oxenstierna tentava di insediare l’egemonia
svedese sull’ordinamento imperiale. Ma che cosa sarebbe accaduto nel
tempo? L’alleanza avrebbe provocato la dissoluzione dell’impero o ne
avrebbe preso il posto? E una domanda del tutto ipotetica. La realtà
della guerra raggiunse la lega di Heilbronn più in fretta di quanto non ci
si attendesse. A causa dei forti arretrati nelle paghe dovute, nell’aprile
1633 i soldati del duca Bernardo di Sassonia-Weimar (1604-1639) si
ammutinarono: poiché la lega non era in grado di stanziare denaro per
questo scopo, Oxenstierna gli consentì di provvedere da soli, con ciò
innescando nuovamente un meccanismo fatale. I saccheggi, condotti
spesso fuori di ogni regola, compromisero definitivamente la capacità
fiscale della popolazione. I ceti della lega non erano in condizione di
finanziare il gigantesco esercito. In virtù del diritto di conquista e in
qualità di successore dell’imperatore, Gustavo Adolfo si era riser vato
la sovranità sul patrimonio ecclesiastico nell’impero, e questa
circostanza tornò ora utile al suo cancelliere per accontentare i capi
militari. Come feudo della corona svedese, il maresciallo di campo
Horn ottenne i possedimenti dell’Ordine teutonico intorno a
Mergentheim, e Bernardo di Weimar un ducato francone composto dai
vescovadi di Würzburg e Bamberga.
La lega di Heilbronn perse qualunque attrattiva: l’imperatore non la
riconobbe come controparte nelle trattative, perché era controllata da
una potenza straniera. I potenti ceti della Germania settentrionale e
centrale non vi presero parte. Il principe elettore Giorgio Guglielmo di
Brandeburgo temeva per la Pomerania, che gli spettava per patto di
successione e che gli svedesi rivendicavano come testa di ponte.
All’inizio del 1633 egli progettò perciò un cambiamento di fronte con il
principe elettore di Sassonia e gli stessi consiglieri imperiali redassero
un approfondito parere in cui raccomandavano la pace, ma Ferdinando
II si mostrò nuovamente poco flessibile. Le condizioni preliminari che
poneva (l’editto di restituzione) costrinsero le due principali potenze
protestanti a schierarsi al fianco della Svezia.
Nel 1633 mancò poco che si tornasse alle azioni militari. Wallenstein,
che non dava alcun segno di voler riconquistare il Palatinato o la
Baviera, venne preso di mira dalla corte di Vienna. Egli non intendeva
mettere a repentaglio l’unico esercito cattolico imperiale, ma non era
facile trasmettere tale strategia, pur giusta in sé, alla Germania cattolica
posta sotto assedio. In effetti anche nel 1633 le mosse di Wallenstein
furono coronate dal successo: in Slesia i contingenti svedesi guidati dal
conte Thurn furono costretti a capitolare.
Wallenstein voleva la pace e, interpretando in pieno lo spirito della
politica imperiale, mirava ad allontanare la Sassonia elettorale dalla
Svezia. Con l’offerta di abrogare l’editto di restituzione, però, andò al
di là dei margini di manovra che gli erano dati, tanto più che
incoraggiava anche la fusione dei due eserciti per imporre la pace
interna e scacciare francesi e svedesi dall’impero.
Possibile che dal Wallenstein esponente della piccola nobiltà,
cattolico e fautore dell’imperatore in Boemia fosse nato un patriota
tedesco? A questa tesi, che potrebbe dare nuovo slancio alla ricerca sul
personaggio, sfugge tuttavia che allo stesso tempo egli tentava di
trattare con svedesi e francesi - e questo non era coperto da alcuna
delega imperiale. In questa situazione la diplomazia segreta era
destinata al fallimento. Oxenstierna pretese una delega imperiale
minacciando, in caso contrario, la ribellione aperta.
Non si verificò nessuna delle due opzioni. Il doppio piano di pace di
Wallenstein - con la Svezia contro l’imperatore, con la Sassonia e
l’imperatore contro la Svezia - sfociò nel disastro. Nel momento
decisivo egli esitò non accettando l’offerta svedese, la corona di
Venceslao, né scegliendo il distacco dall’imperatore con la necessaria
conseguenza di assicurarsi il potere in Germania grazie all’appoggio del
proprio esercito.
Wallenstein non fu una sorta di Cromwell tedesco.
Ogni nuova diceria colta casualmente nella società di corte a Vienna
contribuiva comunque a rendere credibile la slealtà che certamente si
celava in lui. Il suo comportamento stravagante e spesso vanaglorioso,
in bilico fra un’immensa magnanimità e una ferocia inimmaginabile, lo
rese impopolare fra i suoi stessi soldati e ufficiali. Quando nel gennaio
del 1634 Wallenstein pretese che un suo colonnello giurasse fedeltà
sulla sua stessa persona, a Vienna il sospetto di tradimento si
consolidò in certezza.
Gli obiettivi che Wallenstein si prefiggeva restano tuttavia ancora
oggi misteriosi. Aveva sempre criticato Ferdinando II quando questi, in
nome della solidarietà dinastica, appoggiava gli spagnoli in Italia o nei
Paesi Bassi.
Non ne veniva risparmiato nemmeno il problema di coscienza
dell’imperatore, l’editto di restituzione, perché sbarrava ogni strada al
compromesso per i protestanti.
Ferdinando II aveva però bisogno del geniale uomo d’armi e per
lungo tempo lo lasciò fare, ma non poteva tollerare che facesse politica
di propria iniziativa o addirittura contro la corte imperiale. L’iniziativa
di pace condotta in proprio da Wallenstein aveva «profondamente ferito
l’autorità dell’imperatore e la sua sicurezza di sé»2.
L’ordine di cattura che Ferdinando emanò contro il suo generale per
manifesta ribellione valeva un’implicita condanna a morte. Metterla in
atto fu più facile di quanto non ci si attendesse. Wallenstein, gli
ufficiali rimastigli fedeli e la sua guardia personale vennero messi a
morte a Eger, il 25 febbraio 1634. Il suo esercito rimase tranquillo.
Il comando supremo passò all’arciduca Ferdinando, figlio
dell’imperatore. Questi venne sollevato da tutte le colpe nei confronti
del suo generale e poté alienarne proficuamente i beni confiscati. Per le
anime dei ribelli Ferdinando II fece recitare 3 mila messe. Nella
cancelleria di Wallenstein, tuttavia, non vennero trovati documenti
compromettenti. Non fu possibile provare il presunto alto tradimento.
La responsabilità del subdolo assassinio fu perciò attribuita, non solo
dai protestanti, ai generali dell’imperatore e, soprattutto, agli
ecclesiastici.
Anche nel 1634 le operazioni di guerra cominciarono lentamente e
con prudenza: le truppe della Sassonia elettorale mossero nuovamente
su Praga, gli svedesi presero Landshut. L’esercito imperiale terrorizzò
Ratisbona e Donauwörth, e strinse d’assedio la città protestante di
Nòrdlingen. Quando gli svedesi presero ad avanzare, gli imperiali si
erano già riuniti ai soldati spagnoli provenienti dall’Italia sotto il
comando di Ferdinando di Toledo, il Cardinale Infante (1609-1641). La
battaglia si concluse il 6 settembre 1634 con la disfatta catastrofica
degli svedesi. La perdita di 12 mila uomini, la cattura di 4 mila
prigionieri e la fuga di Bernardo di Weimar in Alsazia fecero crollare di
colpo l’egemonia svedese in Germania meridionale. La lega di
Heilbronn si sciolse.
Mentre le truppe spagnole in ritirata verso i Paesi Bassi devastavano i
territori che attraversavano, le forze imperiali nel Württemberg, in
Franconia e intorno a Fulda si ritirarono nei quartieri d’inverno.
Ferdinando II sembrò averle nuovamente tutte dalla sua, tanto più che
gli svedesi, sconfitti, dovevano fare i conti con una nuova guerra in
Polonia, dove nel 1635 scadeva l’armistizio lì in vigore.
Mentre nel novembre 1634 una delegazione della lega di Heilbronn
incoraggiava il re francese a intervenire in Germania, Guglielmo V,
langravio di Assia-Kassel (16021637), fece un passo ulteriore:

La casa d’Austria spera di soggiogare l’intera Germania, estirpando


la libertà e la religione riformata. In queste circostanze estreme,
dobbiamo volgerci alla Francia. (3)

3. La pace di Praga e il dominio imperiale Il 24 novembre 1634 il


principe elettore Giovanni Giorgio di Sassonia, grazie alla mediazione
del langravio Giorgio II di Assia-Darmstadt (1605-1661), stipulò un
accordo preliminare di pace con l’imperatore: i preliminari di Pirna. La
Sassonia elettorale conservava i suoi diritti sulla Lusazia e sul territorio
di Magdeburgo. Gli eserciti di Sassonia, Baviera e quello imperiale
dovevano unirsi e venire impegnati contro le truppe straniere
nell’impero. La dignità elettorale del Palatinato passò definitivamente
ai Wittelsbach di Baviera. La data di decorrenza per la restituzione dei
territori della chiesa e per la professione delle fedi fu fissata al 12
novembre: un compromesso che garantiva ai cattolici di mantenere le
loro conquiste nel sud e nel sud-ovest, ma che lasciava intatti i beni
ecclesiastici secolarizzati nella Germania settentrionale e centrale. Lo
stesso editto di restituzione venne sospeso per un periodo di
quarant’anni.
I preliminari di Pirna, tuttavia, non erano identici alla pace firmata a
Praga il 30 maggio 1635. Per volontà dell’imperatore, i principi e i
conti protestanti (Palatinato, Assia-Kassel, Nassau ecc.) rimasero
esclusi dall’amnistia, non diversamente da quelli del Württemberg e del
BadenDurlach. Per i cavalieri e le città imperiali non aveva vigore il
nuovo annus decretorius e gli amministratori protestanti dei vescovadi
persero il loro status di ceto imperiale.
Accanto al comando supremo imperiale sull’esercito unificato - «e di
tutte le armate viene fatto un solo grande esercito, che si chiamerà:
esercito della maestà imperiale romana e del Sacro romano impero» - a
beneficio del potere imperiale andò in particolare il divieto, per i ceti
imperiali, di stringere alleanze.
La pace di Praga era intesa a vincolare tutti i ceti imperiali subito
dopo la ratifica da parte della maggioranza.
Ferdinando II si muoveva così in un campo inesplorato del diritto
costituzionale per non dover convocare la dieta imperiale. Chi, infatti,
avrebbe potuto opporsi? È vero che gli svedesi continuavano a
controllare la Pomerania e parti della regione di Meclemburgo, ma - a
differenza che nel 1629 - stavolta i ceti protestanti erano coinvolti
nell’accordo. La Germania poteva sperare nella pace.
Ferdinando II aveva compreso che, assumendo posizioni
massimaliste, non avrebbe potuto pacificare l’impero in modo duraturo,
né mantenerlo sotto il proprio controllo.
Con il 1635 giunse un’opportunità di azione comune, ma
l’imperatore, vittorioso sul piano militare, pose delle condizioni che
sfidavano la resistenza, tanto più che si mancò di coinvolgere le
potenze straniere negli accordi. Ciò nonostante quasi tutti i ceti
imperiali ratificarono la pace, stimando giustamente che il nuovo
esercito che era stato formato si sarebbe rivolto, piuttosto che contro la
Svezia, contro i prìncipi ostili. Un’ondata di patriottismo tedesco
pervase le dichiarazioni di accettazione e i volantini, in cui si citavano
di continuo la «proba fiducia tedesca» e «l’indole e il sangue tedesco».
«Lo slogan della pace nazionale lanciato dall’imperatore e dai principi
elettori» (4) trovò favore assoluto. Questo clima generale e le lettere
d’ingiunzione dell’imperatore ebbero inoltre l’effetto di far crescere la
pressione sugli ufficiali tedeschi che militavano nell’esercito svedese.
Nel 1636 alcuni di loro abbandonarono realmente il servizio. Era la
lealtà nazionale a spingerli?
L’avvenimento più gravido di conseguenze per l’ulteriore corso della
guerra fu la cacciata di Guglielmo V, langravio protestante di Assia-
Kassel. Il suo principato passò al langravio di Darmstadt, fedele
all’imperatore. Ne nacque tuttavia un nuovo conflitto che condizionò
gli ultimi dieci anni di guerra e devastò la regione dell’Assia.
Il langravio Guglielmo dovette, è vero, ripiegare in Frisia orientale,
ma riuscì a salvare il proprio esercito. Da allora in avanti rappresentò
un fattore di costante scompiglio, soprattutto quando dal 1637, dopo la
sua morte, fu la sua vedova, Amalia Elisabetta (1602-1651), nipote di
Guglielmo d’Orange, a dettare legge sui lanzichenecchi.
Nel frattempo il cardinale Richelieu, dalla Francia, lavorava per
formare una nuova coalizione contro gli Asburgo.
L’esercito svedese era rimasto in Germania, perché non era stato
offerto alcun indennizzo per la loro ritirata. È probabile che nella
difficile situazione del 1635 Oxenstierna fosse pronto a stipulare una
pace rinunciataria in cambio del risarcimento di una parte dei costi di
guerra. Anche questa opportunità trascorse però inutilizzata:
Ferdinando II cedette i vescovadi di Verden e Brema al re Cristiano IV
di Danimarca.
Nel maggio del 1635 il re francese Luigi XIII dichiarò guerra a
Filippo IV re di Spagna (1605-1666). Nello stesso anno si alleò con gli
stati generali per conquistare i Paesi Bassi spagnoli, e con la Savoia,
Mantova e Parma per occupare la Milano spagnola. Si fece inoltre
intermediario per ottenere un nuovo armistizio fra la Polonia e la
Svezia.
Degna conclusione di questa politica diretta contro l’accerchiamento
asburgico fu l’incorporazione dell’esercito del duca Bernardo di
Sassonia-Weimar. Il fallimento della pace di Praga era stato più rapido
di quanto non avessero osato sperare i suoi critici. La Svezia e la
Francia erano i punti di cristallizzazione di un’opposizione antimperiale
basata sui ceti, la quale era pronta a infiammarsi sia sulla questione
confessionale sia su quel sistema monarchico che sembrava adesso
probabile.
Heiner Haan ha confutato con forza la tesi dell’«assolutismo
imperiale», (5) perché negli atti di Vienna non se ne trova alcun cenno.
Che questi progetti non siano evidenti dagli atti, non significa tuttavia
che non siano esistiti. Quello del «dominio assoluto» era un concetto di
lotta e di propaganda usato dalla parte avversaria. Forse già solo per
questo motivo, e per il fatto che essa costituiva un’inutile provocazione
nei confronti dei ceti imperiali preoccupati per la «libertà tedesca»,
quell’idea non ebbe seguito presso la corte imperiale. Nel 1635, inoltre,
ancora nessuno pensava a un assolutismo quale sarebbe stato poi
realizzato in Francia o in Prussia. Il concetto serviva soltanto come
cifra del minaccioso aumento di potere di un imperatore che ignorava
sempre più l’obbligo di consenso da parte dei ceti imperiali. Nel 1635
le circostanze erano favorevoli a un riordinamento di questo equilibrio
di potere, ma Ferdinando II volle troppo in una volta: sottovalutò i suoi
interlocutori dei ceti, che non erano suoi sudditi come in Boemia, né
erano disposti a divenire tali.

Naturalmente è possibile vedere negli sforzi dell’imperatore anche il


tentativo fallito di creare uno stato nazionale tedesco. La storiografia
legata alla matrice prussiana della costruzione dello stato nazionale ha
sempre respinto con forza questa prospettiva «austriaca». Il concetto di
«assolutismo imperiale» vale certamente a enfatizzare le possibilità che
nel 1635 sussistevano di una trasformazione dell’impero della nazione
tedesca in senso monarchico. E tuttavia è fuor di dubbio che
Ferdinando intendesse stabilire un impero-stato con al vertice un
imperatore capace d’agire.
Nel 1635 l’idea di uno stato nazionale tedesco era invece fuori
discussione. Sarebbe stato concepibile ampliare le prerogative imperiali
e stabilire una pace durevole se si fosse potuto trovare un accordo sulla
libertà religiosa e sull’amnistia per tutti i ceti imperiali e si fosse
consentita agli svedesi una ritirata non disonorevole. Su questa base
avrebbero potuto trovare consenso sia la formazione di un «esercito
dell’imperatore e dell’impero», sia il divieto di stringere alleanze. Ciò
non avrebbe scardinato la struttura costituzionale tradizionale
dell’impero, consentendo tuttavia all’imperatore - rafforzato
dall’esercito permanente e dagli obblighi di lealtà dei ceti imperiali - di
fondare un sistema di governo con una maggiore centralizzazione.
La pace di Praga fallì nel nord dell’impero, vale a dire in un’area a
cui Vienna continuava a riservare troppo poca attenzione. Sembra che
Ferdinando II in fondo non fosse toccato da quel che accadeva sulle
coste del Baltico finché le controversie lì in atto non si fossero
propagate alle Terre ereditarie o all’impero tedesco meridionale. A
Vienna si prevedeva una guerra tra Svezia e Polonia, come pure un
attacco di Giorgio Guglielmo di Brandeburgo contro la Pomerania, che
gli era stata assegnata nella pace di Praga.
Il Brandeburgo sarebbe diventato una zona cuscinetto tra la Svezia e
le terre meridionali dell’impero soggette al dominio di Vienna.
La corte imperiale indugiò troppo a lungo nel seguire vecchi
stereotipi, consentendo così a Oxenstierna di compattare nuovamente
l’opposizione dei ceti imperiali. Per una vera pace occorreva una
concezione accettabile per la Germania intera: era necessario
vincolare la Germania settentrionale evangelica, distante
dall’imperatore ma non dall’impero, così come le potenze interventiste.
Fu solo Ferdinando III ad accettare, dopo qualche iniziale titubanza,
questa realtà di una Germania «più grande».

4. Ricomincia la guerra Pur se qualche passo nella direzione giusta fu


fatto, con la «vittoriosa» pace di Praga Ferdinando II aveva tuttavia
ricominciato a muoversi da dove l’editto di restituzione aveva
miseramente fallito. Soprattutto, adesso Richelieu aumentò la
pressione. Anche se già in autunno Bernardo di Weimar controllava le
operazioni militari nelle regioni tedesche sud-occidentali, l’entrata in
guerra da parte dei francesi si risolse quasi in un disastro. L’azione che
le truppe francesi conducevano parallelamente nei Paesi Bassi spagnoli,
in Valtellina e nell’Italia settentrionale non produsse i rapidi successi
che si attendevano. Nel 1636 il contrattacco spagnolo fu bloccato a soli
150 chilometri a nord-est da Parigi, e si riuscì ad arginarlo soltanto
grazie al fatto che non ci fu la seconda offensiva fissata a sudovest,
cosicché alla Francia fu risparmiata l’apertura di un secondo fronte sul
proprio territorio. È vero che nel 1635 la Valtellina fu occupata da
truppe francesi, ma due anni più tardi scoppiò un’insurrezione che
compromise anche quel risultato. Nell’autunno del 1635 Bernardo di
Weimar dovette infine ritirarsi in Lorena. La sua seconda campagna
militare si concluse nel 1636 con una fuga disordinata.
L’esercito imperiale, guidato da Matthias Gallas (15841647), era sul
punto di conquistare Digione. Solo la piena della Saône e la vittoria
svedese presso Wittstock (a nordovest di Berlino) impedirono la
completa catastrofe.
Nel 1638 Breisach cadde nelle mani di Bernardo di Weimar, ma essa
passò sotto il controllo francese solo dopo la morte di quest’ultimo, nel
1639. Fu solo dopo il 1640 che i francesi celebrarono vittorie decisive,
perlopiù contro gli spagnoli resi più deboli dalle sollevazioni in
Catalogna. L’invasione francese valse tuttavia a bloccare i reggimenti
imperiali presso il Reno, così che gli svedesi e i ceti imperiali
protestanti ebbero un attimo di pausa per riorganizzare le proprie
truppe. Il trattato di assistenza e sussidi stipulato fra Svezia e Francia -
accordo che però Oxenstierna non fece ratificare perché sperava in una
pace separata - divenne la base della nuova ascesa della potenza
svedese nell’impero. I principali obiettivi di guerra erano adesso che
l’imperatore e i ceti imperiali garantissero ai soldati svedesi le paghe
arretrate e che l’impero tornasse alla «libertà tedesca». Solo nel quadro
del vecchio ordinamento imperiale la Svezia poteva dominare su ampie
parti della Germania settentrionale senza annettersele e senza dover
temere con ciò istanze di revisione.
Anche in questo caso si vede chiaramente quanto fosse importante
per l’ordinamento europeo l’elasticità del sistema politico del Sacro
romano impero della nazione tedesca. Non avendo mire
espansionistiche, l’impero non avanzava rivendicazioni territoriali
presso i vicini e si adattava a qualunque modifica del sistema delle
potenze. Fungeva da enorme cuscinetto tra gli stati e le potenze: tutti
cercavano e trovavano alleati al suo interno. L’impero e l’ordinamento
di pace dell’Europa moderna si condizionavano l’un l’altro.
Lasciando da parte valori così equivoci quali «onore nazionale» o
«volontà d’affermazione della politica di potenza», si fa fatica a trovare
svantaggi nell’ordinamento politico tedesco rispetto a quelli vigenti
negli altri stati dell’Europa occidentale. Con i limiti e le legalità della
statualità complementare la popolazione non viveva peggio di quanto si
vivesse allora in Francia o in Inghilterra: le imposte erano più basse,
c’erano meno sommosse e persino la difesa dall’esterno funzionava in
modo accettabile.
Nel 1636 la guerra in Germania ricominciò praticamente dall’inizio,
una guerra combattuta da Francia e Svezia per salvare la «libertà
tedesca». Gli svedesi fecero tutto il possibile per ampliare la loro base,
ridotta ormai al Meclemburgo e alla Pomerania. Solo con il movimento
era possibile alimentare la guerra con la guerra. A questo si aggiunse il
fatto che con la Francia entrava in scena un secondo protettore della
vecchia clientela svedese. Ciò andava a scompigliare i fronti
confessionali, tanto più che Richelieu cercava di staccare il principe
elettore Massimiliano dalla coalizione con gli Asburgo.

In autunno la Svezia sconfisse a Wittstock le armate sassoni e


imperiali riunite. Il Brandeburgo elettorale tornò sotto il controllo
svedese, il principe elettore dovette rifugiarsi a Königsberg. Ma nel
1637 l’offensiva svedese si fermò alle porte di Lipsia: il generale Johan
Banér (15961641) si ritirò nuovamente verso la Pomerania.
Il conflitto segnò il passo. Le operazioni militari divennero rare, la
Germania era davvero allo stremo. La rappresentanza inglese recatasi
nel 1636 alla dieta elettorale di Ratisbona raccontò di devastazioni
inimmaginabili. L’intero territorio tra Magonza e Francoforte era
spopolato. I delegati giunsero in un villaggio che, a quanto si diceva,
aveva subito diciotto saccheggi nell’arco di due anni, e si accamparono
in una distesa di macerie perché non c’era anima viva a perdita
d’occhio. (6) Esperienze individuali come queste trovano conferma nei
numerosi elenchi di danni. L’esercito imperiale che nel 1635 attraversò
la regione del langravio di Assia-Darmstadt loro alleato provocò la
perdita di 30 mila cavalli, 100 mila mucche e 600 mila pecore. (7)
Perseguitato dalle truppe imperiali tra il 1634 e il 1638, il Württemberg
perse in quel periodo più di due terzi della sua popolazione. (8) La
devastazione di ampie regioni della Germania cominciò solo dopo il
1635, quando il conflitto smarrì qualunque carattere di «normalità».
Nel marzo del 1638 venne ripristinato un qualche ordine almeno sui
fronti di guerra. Il trattato di Amburgo vincolava Svezia e Francia non
soltanto a combattere contro l’imperatore, bensì anche a non concludere
paci separate per altri tre anni. La Francia doveva avanzare verso le
Terre ereditarie attraverso la Germania meridionale, le forze svedesi
dovevano tagliare attraverso il Brandeburgo e la Sassonia. Giunsero in
Germania altri 14 mila soldati svedesi. Prese l’avvio una potente
offensiva. Nell’aprile del 1639 le armate sassoni e imperiali vennero
nuovamente sconfitte a Chemnitz. Nel 1640 truppe francesi e svedesi
operarono per la prima volta insieme spingendosi fino a Ratisbona. Non
gli riuscì di sciogliere la dieta imperiale che era lì riunita, ma lasciarono
intendere che la conquista di Vienna era tornata nel novero delle
opzioni possibili.
Al volgere dell’anno 1640-1641 non rimaneva gran che della pace di
Praga, né delle iniziative di pace del papa Urbano VIII (1568-1644)
né, infine, di quelle della conferenza di Amburgo del 1638. Anche
Richelieu si era impegnato a non concludere nessuna pace prima della
restituzione del Palatinato. La morte dell’imperatore nel 1637 aveva
suscitato speranze di pace, perché il figlio Ferdinando III, suo
successore, premeva per un accordo. Il nuovo imperatore, incoronato re
d’Ungheria nel 1625 e re di Boemia nel 1627, dopo la morte di
Wallenstein era anche comandante supremo dell’esercito imperiale, e al
momento della sua ascesa al potere aveva fama di sovrano esperto e
calcolatore. Pur se personalmente era non meno devoto del padre,
rispetto a quest’ultimo non era legato ai gesuiti da un rapporto di
altrettanta dipendenza. Ciò gli lasciava margini di manovra più ampi,
anche in relazione a una soluzione politica dei conflitti confessionali. E
tuttavia anche Ferdinando III difese in ultima analisi gli interessi della
vecchia chiesa, senza riuscire a salvare la pace di Praga. A differenza
del padre, si sforzò di ottenere consenso dai ceti imperiali. Convocando
la dieta imperiale di Ratisbona, Ferdinando III aprì nuove strade al
lungo cammino verso la pace.
L’imperatore voleva superare lo stallo militare per via politica, ma
con l’assemblea imperiale restituì anche all’opposizione dei ceti il suo
luogo pubblico di articolazione: nelle assemblee dei ceti imperiali
riuniti adesso quasi in seduta permanente la «libertà tedesca» venne
soppiantando il «sistema monarchico». Di lì a poco non fu più possibile
parlare di «dominio assoluto».
La coalizione formata da Svezia, Francia, ceti imperiali e calvinisti
rifiutava qualunque regolamentazione che non contemplasse la
restituzione del Palatinato, dell’Assia-Kassel, di Brunswick-Luneburg e
di tutti gli altri ceti riformati, come pure risarcimenti di guerra per
Svezia e Francia.
Poiché quella coalizione condizionava l’andamento della guerra in
Germania, nel 1641 l’imperatore e i ceti avevano ancor meno
possibilità che non nel 1635 di decidere della definitiva pace imperiale.
Il recesso imperiale (Reichsabschied) indicava però la direzione giusta:
nonostante le proteste papali, dovevano restare in possesso dei principi
protestanti tutti i beni ecclesiastici che fossero stati nel loro potere di
disposizione alla data del 1° gennaio 1627.

Alla dieta imperiale Ferdinando III dovette abbandonare qualunque


idea di sistema monarchico. Alla fine del 1640 la morte di Giorgio
Guglielmo di Brandeburgo aveva messo nuovamente in movimento la
politica di alleanza. Il successore Federico Guglielmo (1620-1688),
detto il Grande Elettore, cercò un accordo con la Svezia, perché questa
controllava comunque il cuore dei territori del Brandeburgo, ma anche i
principati di Kleve e Mark. Quando nel giugno del 1641 la guerra tra
Svezia e Brandeburgo elettorale finì, il già smagliato sistema della pace
di Praga perse nel nord-est qualcosa di più che un semplice pilastro.
L’avanzata su Vienna della coalizione antimperiale fu bloccata nel
maggio 1641 dalla morte del generale svedese Banér, che scatenò un
pericoloso ammutinamento. I soldati avevano confidato in lui credendo
che fosse in grado di riscuotere l’enorme ammontare delle loro paghe
arretrate. Il nuovo comandante supremo, Lennart Torstensson (1603-
1651), dovette prima guadagnarsi la loro fiducia. Tuttavia
l’ammutinamento valse non soltanto a dare una tregua all’imperatore,
ma anche a far sì che la Svezia prorogasse il trattato stipulato con la
Francia. Il bisogno dei sussidi francesi era più urgente che mai.
Come contropartita, gli svedesi si dichiararono pronti a combattere al
fianco della Francia fino a ottenere una pace generale in Germania. Sul
piano politico essi intendevano bloccare ogni soluzione che non
restituisse l’impero alla situazione costituzionale ante 1618. A tali
direttive Torstensson fece seguire dei fatti. Nel 1642 le sue truppe
sconfissero l’esercito sassone e avanzarono fino in Slesia e in Moravia.
A giugno prese Olmütz, e di nuovo Vienna fu posta sotto minaccia
immediata. Ma Torstensson mosse verso la Sassonia, per stringere
d’assedio Lipsia. Allorché l’esercito imperiale guidato dall’arciduca
Leopoldo Guglielmo gli tagliò la strada, a Breitenfeld, nel 1642, egli
riportò una vittoria forse ancora più brillante di quella ottenuta dal re
Gustavo Adolfo undici anni prima. Lipsia fu costretta a capitolare e
rimase in mano svedese fino al 1650.
L’esercito imperiale aveva perduto molta della sua forza d’urto
passata, non solo perché si sentiva la dolorosa mancanza delle
straordinarie capacità strategiche e logistiche di un Wallenstein, ma
anche perché sul teatro di guerra tedesco c’erano sempre meno soldati
finanziati da Madrid. Il re spagnolo Filippo IV aveva sostenuto i cugini
di Vienna con 500 mila talleri all’anno, aveva mantenuto guarnigioni
nel Palatinato e nella Wetterau, e aveva fatto in modo che il grosso
dell’esercito francese rimanesse impegnato nell’Italia settentrionale e
nelle regioni di confine di Spagna e Paesi Bassi. Adesso, però, gli stati
generali tennero la Spagna sotto forte pressione non soltanto negli
oceani, bensì anche in America meridionale, distrussero due formazioni
navali e riuscirono a conquistare la fortezza-chiave di Breda, nel
Brabante. Per di più, nel 1640 scoppiarono rivolte in Catalogna e in
Portogallo.
Alle difficoltà patite dagli spagnoli nel continuare a far guerra sulla
stessa vasta scala del passato, corrispondevano in Francia problemi
analoghi. Intorno al 1640 il paese fu scosso da gravi disordini (la
fronda): il carico fiscale era troppo elevato. Anche nelle file dell’alta
nobiltà e a corte crebbe l’opposizione alla politica d’intervento di
Richelieu.
Il cardinale morì alla fine del 1642, il re Luigi XIII nel 1643. Anna
d’Asburgo (1601-1666), sorella di Filippo IV e cognata di Ferdinando
III, divenne reggente di Francia.
Contrariamente alle aspettative ottimistiche che si nutrivano a Vienna
e a Madrid, nelle questioni di politica estera Anna prese a seguire i
consigli del suo primo ministro, Giulio Mazarino (1602-1661), che
intendeva seminare discordia fra i due rami degli Asburgo.
In Inghilterra dal 1642 infuriava una guerra civile che bloccò per anni
la politica inglese. Quella guerra lontana, con il suo enorme carico
fiscale e con un sistema di coscrizione che privava l’intera regione della
sua popolazione maschile, era assai impopolare anche in Svezia. Il
fratello del cancelliere imperiale svedese osservò: «abbiamo strappato
le nostre nuove terre agli altri, ma nel far questo abbiamo portato la
rovina nei nostri vecchi territori». (9)
Persino il principe elettore di Baviera, sino ad allora così fortunato,
vide ridursi il proprio spazio di manovra nella lotta fra le potenze
europee. Nel 1640 aveva cercato un’intesa con la Francia, ma era
incappato nel disinteresse di Richelieu perché le sue richieste erano
esagerate (fra le altre cose, i francesi avrebbero dovuto rinunciare
all’alleanza con la Svezia protestante). Il duca di Baviera si vedeva
fatalmente legato agli Asburgo: a guidare l’opposizione cattolica contro
l’imperatore fu a quel punto la Francia. Cessò così il doppio ruolo di
Massimiliano, che sino ad allora era stato il maggior alleato
confessionale dell’imperatore e, insieme, il suo principale oppositore
tra i ceti imperiali.

NOTE AL CAPITOLO TERZO


1 Th. Kaufmann, Kirchengeschichtliche Studien zur lutherischen
Konfessionskultur, Tübingen, Mohr Siebeck, 1998, p. 60.
2 V. Press, Kriege und Krisen. Deutschland 1600-1715, München,
Beck, 1991, p. 227.
3 G. Parker, La guerra dei Trent’anni, Milano, Vita e Pensiero, 1994,
p. 238.
4 A. Wandruszka, Reichspatriotismus und Reichspolitik zur Zeit des
Prager Friedens von 1635, Graz-Köln, Böhlau, 1955.
5 Ibidem.
6 Parker, La guerra dei Trent’anni, cit., pp. 267-268.
7 Ibidem, p. 269.
8 W. von Hippel, Bevölkerung und Wirtschaft im Zeitalter des
Dreißigjährigen Krieges. Das Beispiel Württembergs, in «Zeitschrift für
historische Forschung», 5 (1978), pp. 413-448.
9 Parker, La guerra dei Trent’anni, cit., p. 281.

Cartina: La Germania durante la guerra dei Trent’anni (1618-1648).

Fonte-, G. Duby, Atlante storico, Torino, SEI, 1992, p. 102.


CAPITOLO QUARTO

DALLA GUERRA VERSO LA PACE


(1643-1648)

L’ultima fase della guerra si risolse in un confronto militare per


ottenere vantaggi di posizione e in una battaglia diplomatica per un
nuovo ordinamento di pace.
Ferdinando III intendeva affermare i suoi diritti sovrani, disporre di
quante più prerogative possibile nel futuro sistema politico dell’impero
e, insieme ai ceti cattolici e al papa, salvare quel che dell’editto di
restituzione c’era ancora da salvare. Le potenze interventiste e i ceti
protestanti miravano invece a tornare alla situazione di diritto
costituzionale di prima della guerra, vale a dire a un impero sottoposto
al condizionamento dei ceti.
Il sistema politico imperiale poteva funzionare solo nella misura in
cui tutte le parti in causa fossero disposte a dare il proprio consenso.
Quanto più a lungo fosse durato il conflitto, tanto più forte si sarebbe
fatta la spinta a tornare al «vecchio» sistema. La politica imperiale
d’espansione aveva mostrato che non era possibile stabilire una pace
durevole in Germania senza l’ampio favore dei ceti.
I negoziati di pace, che soprattutto a Osnabrück altro non erano se
non una sorta di prima conferenza costituzionale tedesca, erano solo in
apparenza poco trasparenti. L’alternativa che si poneva era chiara:
ricattolizzazione e dominio assoluto oppure status quo ante bellum e
libertà tedesca.
Sotto un imperatore della casa d’Asburgo, che disponeva di un
esercito imperiale e di relazioni internazionali, che promuoveva la
ricattolizzazione e aveva messo fuori gioco i ceti con il divieto di
stringere alleanze, la Germania avrebbe avuto un profilo indubbiamente
diverso. Se il sistema monarchico possedeva un inconfondibile
potenziale di sviluppo per uno stato unitario tedesco, il modello
costituzionale «imperatore e impero» (Kaiser und Reich), con le
eventuali modifiche apportate dalla pace di Vestfalia, andava a favore
di strutture federative e dell’unità della nazione tedesca.
1. Fronti confusi La seconda campagna trionfale delle forze svedesi
dopo il 1640 e i tardi successi francesi sull'esercito bavarese vanno
messi in stretta relazione con il rapido declino della potenza spagnola.
Le insurrezioni in Catalogna e Portogallo e le incursioni dei Paesi Bassi
contro le posizioni sudamericane impegnavano molte forze. Nella
primavera del 1643 gli spagnoli dovettero incassare una spaventosa
sconfitta a Rocroi, per opera dei francesi, e nei Paesi Bassi meridionali
persero, una dopo l’altra, le roccaforti di Arras, Gravelingen e
Diinkirchen.
Nell’autunno dello stesso anno, però, anche la Svezia si ritrovò messa
sotto forte pressione. L’imperatore condusse trattative segrete con il re
danese, e ciò rese probabile la formazione di un’ampia coalizione
antisvedese. In questo modo Ferdinando III intendeva forzare gli
svedesi a lasciare la Boemia. Ma il suo disegno non riuscì. È vero che
Torstensson fu costretto a sferrare un attacco preventivo contro la
Danimarca (attacco, del resto, coronato da successo), ma ciò valse a
malapena ad alleggerire le Terre ereditarie, dal momento che all’inizio
del 1644 Giorgio Ràkóczi, principe di Transilvania, invase l’Ungheria.
L’imperatore dovette allora richiamare il suo esercito che operava nella
Germania settentrionale. La marcia verso sud si risolse tuttavia in un
disastro. Nelle arti di manovra, infatti, Torstensson si dimostrò assai
superiore in confronto al suo omologo imperiale Gallas, tanto che le
truppe di quest’ultimo furono annientate quasi completamente.
Nella primavera del 1645 gli svedesi erano di nuovo in Boemia,
mentre le truppe francesi bloccavano l’esercito imperiale. Nel
novembre del 1643 il generale bavarese Franz von Mercy (1590-1645)
aveva pesantemente battuto i francesi a Tuttlingen, e tuttavia - pur
riportando ulteriori vittorie - non riuscì a spingerli verso la Germania
meridionale. Il 3 agosto 1645, ad Alerheim, dovette patire una sconfitta
tanto pesante quanto sorprendente.

Nel frattempo, il 5 marzo l’esercito svedese aveva riportato una


nuova pesante vittoria sulle forze imperiali presso Jankau, a sud-est di
Praga. Torstensson costituì una testa di ponte a Krems e isolò Vienna
dall’impero. Quando tutto faceva pensare a un trionfo svedese, la
situazione tornò a mutare: i turchi entrarono in guerra contro Venezia
per il possesso di Creta e cessarono di fornire aiuti al principe di
Transilvania. Rakóczi fu costretto a trattare la pace. Con la pace di
Vienna del 1645 Ferdinando III garantì i diritti cetuali e le libertà
religiose agli ungheresi. Questo trattato di pace assurse a legge
fondamentale per gli ungheresi. Non poteva fungere anche da modello
per l’impero?
L’imperatore vide così disimpegnate le sue truppe in Ungheria: A
questo punto Torstensson non poteva più pensare a stringere Vienna
d’assedio. Nemmeno gli svedesi erano in grado di dettare le condizioni
di pace. Nonostante i chiari vantaggi di posizione dell’avversario
dell’imperatore, il lungo conflitto era come in un impasse. La pace,
tuttavia, tardava ancora ad arrivare.
I negoziati procedevano decisamente a rilento e con fatica. Poiché il
recesso imperiale di Ratisbona aveva lasciato aperte molte questioni e,
soprattutto, non si era raggiunta alcuna intesa sulla riorganizzazione
della giustizia nell’impero, alla dieta dei delegati riunitasi a Francoforte
nel 1643 i rappresentanti dei ceti imperiali discussero le «questioni
tedesche». A Münster e Osnabrück, intanto, ambasciatori imperiali,
svedesi e francesi, i mediatori danesi e altri diplomatici stranieri
cercavano di negoziare la pace generale. Nel trattato preliminare di
Amburgo, del 1641, Svezia e Francia avevano raggiunto un accordo
con l’imperatore sulla scelta di queste due sedi di negoziato, le avevano
dichiarate zone smilitarizzate concedendo il salvacondotto a tutte le
delegazioni. Francesi, svedesi e rispettivi alleati avrebbero condotto
trattative separate con l’imperatore, per ridurre al minimo le
complicazioni confessionali e d’altro tipo. Alla fine, nelle due città
erano rappresentate tutte le potenze europee, con l’eccezione della
Turchia, della Russia e dell’Inghilterra paralizzata dalla guerra civile.
La conferenza di pace più grande, più complicata e più lunga che la
storia avesse fino ad allora conosciuto era cominciata.

In principio i ceti rimasero esclusi, perché Ferdinando III continuò a


rivendicare per sé la rappresentanza esclusiva per l’impero e a ribadire
la sua opinione che la pace di Vienna aveva ancora vigore e si poteva
tutt’al più modificarla. Tale pretesa, tuttavia, non trovava rispondenza
nella situazione della guerra né nella storia dell’impero, e valeva solo a
rafforzare i prìncipi protestanti nella loro convinzione che Ferdinando
III volesse toglierli dal gioco per orientare la costruzione costituzionale
dell’impero in direzione del sistema monarchico. L’ambasciatore
svedese Johan Adler Salvius (1590-1632) ebbe a dichiarare:
Questa è la strada giusta per arrivare al dominio assoluto e alla
servitù dei ceti. Le corone impediranno tale pro posse. La loro sicurezza
consiste nella libertà dei ceti tedeschi. (1)

La questione dell’ammissione di tutti i ceti imperiali alla conferenza


di pace condizionò anche le ulteriori discussioni alla dieta dei delegati.
Nel corso di questo conflitto, si distinse per la prima volta come
potenziale leader della Germania protestante il principe Federico
Guglielmo, elettore di Brandeburgo. Accanto a lui, Amalia Elisabetta,
langravia di Assia-Kassel, infiammava il confronto dall’esterno.
Quest’ultima prese ferma posizione contro le nuove prerogative
imperiali e persuase francesi e svedesi a invitare a Münster e Osnabrück
tutti i ceti. Alla fine del 1644 apparvero nelle due città le prime
delegazioni cetuali.
L’imperatore aveva perduto un’altra schermaglia e il 29 agosto 1645 -
dopo Jankau e Alerheim - fu costretto ad accordare a tutti i ceti
dell’impero lo ius belli ac pacis, ossia il diritto di far guerra e di
stipulare paci. Ancora lo stesso anno fu concessa l’amnistia a tutti i ceti
esclusi dalla pace di Praga. La dieta dei delegati di Francoforte si
sciolse.

2. I negoziati di pace Il momento conclusivo e culminante del


ripensamento dell’imperatore è segnato dall’istruzione segreta destinata
al suo capodelegazione, il conte Maximilian Trautmannsdorff (1584-
1650), che giunse a Münster nell’anno 1645.

Questi aveva il compito di stipulare la pace quasi a ogni costo e


doveva impegnarsi perché «i ceti dell’impero in quanto membri si
uniscano a me [l’imperatore] in quanto capo e loro padre, affinché la
sconcertata harmonia imperii risuoni nuovamente assieme». Contro le
corone straniere, Trautmannsdorff puntò, da diplomatico esperto, sugli
interessi comuni e sulla cooperazione tra imperatore e ceti.
Divenne la figura dominante della conferenza, perché seppe mettere
una contro l’altra la Francia e la Svezia, e fare appello, al momento
giusto, al sentimento di comune appartenenza dei ceti tedeschi.
La partecipazione di questi ultimi alla conferenza aveva prodotto
confusione: 148 delegati, fra questi 37 ambasciatori stranieri,
rappresentavano un imperatore, parecchi re, molti principi, conti,
repubbliche e città. Ciò condusse a lunghe e complicate liti su titoli,
appellativi e precedenze.
Sulla base di un diritto internazionale che allora era ancora immaturo,
nacque così, in modo piuttosto occasionale, un sistema di regole
diplomatiche che consentì il contatto continuo tra i diversi stati e
potenze integrando, allo stesso tempo, nuovi stati sovrani come la
repubblica dei Paesi Bassi o il Portogallo.
L’ordinamento secolarizzato degli stati europei creato a Münster e
Osnabrück si basava sulla parità di rango e sulla sovranità. Esso mise
definitivamente in ombra l’idea universalistica dell’impero. È vero che
nelle relazioni diplomatiche l’imperatore mantenne una preminenza
d’onore, ma il Sacro romano impero si trasformò in una sorta di titolo
per la nazione tedesca, che, come in passato, costituiva un’unità
riconoscibile e definibile come impero-stato complementare.
Con l’ammissione dei ceti imperiali fu anche deciso che al termine
della conferenza costituzionale tedesca avrebbe potuto esserci soltanto
un impero-stato di carattere cetuale. Sulla configurazione del futuro
equilibrio di potenza in Germania ci fu una battaglia accanita. Si
trattava di conformare i punti controversi nel sistema costituzionale e
giuridico di modo che: - l’imperatore non potesse ottenere il dominio
assoluto;
- la problematica religiosa venisse definitivamente disinnescata; -
l’autonomia dei ceti non distruggesse l’unità imperiale; - i piccoli ceti
venissero garantiti dai piani di annessione dei ceti potenti.
A guidare le delegazioni cetuali erano perlopiù esperti giuristi. L’ira
di Trautmannsdorff, secondo il quale i principi tedeschi avevano inviato
«un mucchio di precettori e maestrini che non portavano altro che
scompiglio», (2)
è forse comprensibile, ma risulta senz’altro esagerata in quella
situazione. La disputa sui concetti e sulle formulazioni, pur apparendo
spesso lunga, complicata e pedante, era tuttavia necessaria per trovare
un compromesso accettabile per tutti. Soltanto così il sistema politico
dell’impero poteva funzionare, e soltanto così era possibile armonizzare
almeno su singoli punti le sue venerabili tradizioni con le esigenze del
processo di formazione statale moderno, senza intaccare il sistema
giuridico imperiale consolidatosi nei secoli.
Dall’inizio del Seicento una nuova disciplina scientifica era venuta
affermandosi nelle università: il diritto pubblico tedesco. Quel che
interessava ai pubblicisti imperiali era di avere la riprova non soltanto
della matrice tedesca dell’impero, bensì anche della razionalità della
sua architettura costituzionale. Al di là di tutte le critiche particolari,
non si deve dimenticare che dal 1648 in avanti sono stati proprio il
sistema costituzionale giuridificato e i suoi interpreti a contribuire a
preservare la coesione della Germania o spesso a creare l’unità per la
prima volta. Non per questo l’impero si trasformò in uno stato
nazionale, ma adesso le tendenze di diritto pubblico già riconoscibili
nel Cinquecento si consolidarono e svolsero un’azione di formazione
identitaria. La corte imperiale di giustizia e il consiglio aulico
dell’impero godevano di una forza d’attrazione intatta.
Essi garantivano la composizione dei conflitti «secondo giustizia» e
offrivano tutela ai deboli contro i potenti.
Alla sola corte imperiale hanno chiesto giustizia complessivamente
80 mila fra istituzioni e persone, senza timore dei costi enormi né della
lunga durata dei processi e fidando in questa istanza sovraterritoriale, la
cui effica cia si estendeva in tutto il territorio dell’impero. Anche
quando nel Sei-Settecento restò un po’ indietro rispetto al consiglio
aulico, la corte imperiale rimase pur sempre un punto di riferimento
importante dell’idea unitaria. La nobiltà della Germania settentrionale e
nord-orientale, che in passato non aveva mostrato grande interesse per
l’impero, prese adesso sempre più di frequente a intentare processi a
Wetzlar per la tutela dei propri diritti. La procedura giudiziaria non solo
valse a far cadere nell’oblio l’istituto della faida, ma si dimostrò anche
un fattore di integrazione per i territori che erano entrati a far parte del
sistema politico della nazione tedesca solo nel Seicento. La matrice
cetuale della corte imperiale di giustizia promuoveva un’identità
imperiale che non gravitava esclusivamente intorno alla figura
dell’imperatore. Da questo punto di vista c’era una sensata integrazione
tra il consiglio aulico, che era legato all’imperatore, e la corte di
giustizia, più vicina invece alle regioni protestanti. L’uno e l’altra hanno
contribuito a stabilire nella Germania dell’età moderna una cultura
giuridica che lasciava ai sudditi almeno la speranza di vedere corretti
l’arbitrio e l’ingiustizia dell’autorità. La fiducia nella via legale
corrispondeva alle concrete esperienze di conflitto nel vecchio impero e
ha avuto un effetto stabilizzante, contribuendo a forgiare l’identità
tedesca.
Le trattative di pace vere e proprie a Münster e Osnabrück
cominciarono con l’arrivo di Trautmannsdorff. Furono lunghe e
complicate: la Francia non voleva che in Germania né, soprattutto, nei
Paesi Bassi si stabilisse la pace prima di aver sconfitto la Spagna.
Anche quest’ultima voleva continuare la guerra contro i francesi, pur se
nel contempo cominciò a tastare il terreno della pace presso gli stati
generali. Tutte le potenze speravano che le sorti della guerra gli
procurassero una posizione di negoziato più favorevole. Si facevano
sondaggi, manovre, trattative, si prendeva tempo, ci si spiava e si
facevano banchetti. La smania di rappresentanza induceva stati e ceti a
superarsi l’un l’altro: i costi della conferenza vengono stimati
complessivamente in circa 3,2 milioni di talleri imperiali.
Occorreva affrontare prima di tutto i problemi tedeschi. Accanto ai
ceti imperiali protestanti, anche le corone straniere volevano stabilire
un ordine che rendesse impos sibile una trasformazione dell’impero in
senso monarchico.
La galassia di stati tedeschi legati fra loro solo dal debole vincolo
delle strutture giuridiche e di sicurezza dell’impero corrispondeva più
da vicino ai loro interessi rispetto a uno stato tedesco centralizzato,
quale che fosse la sua configurazione. Oltre a ciò, anche l’ordine di
pace europeo aveva bisogno al suo centro di un sistema da cui non
derivassero pericoli per i vicini.
Nonostante alla conferenza fossero accreditati meno delegati cattolici
che protestanti, in principio furono i cattolici a dominare, senza che vi
fosse uno schieramento cattolico-imperiale unitario. Con la copertura
francese, i rappresentanti dell’elettore di Treviri si opposero a quasi
tutte le rivendicazioni degli Asburgo. Per di più, il principe elettore
Massimiliano di Baviera e il duca cattolico di Neuburg, il parente più
prossimo del re d’inverno, concorrevano entrambi per il possesso
dell’Alto Palatinato.
Nella primavera del 1646 i ceti protestanti si erano invece accordati
per lasciare in secondo piano altre controversie finché fossero rimaste
sul tavolo le questioni legate alla religione. La cosa è tanto più
sorprendente dacché, in parallelo a tutto ciò, infuriava la «guerra
d’Assia» tra Giorgio II di Assia-Darmstadt, che era luterano, e Amalia
Elisabetta, calvinista. La battagliera langravia riuscì a ottenere non
soltanto una parte dell’Alta Slesia, ma anche un risarcimento per la
liquidazione delle sue truppe.
Dopo la grande vittoria a Jankau nel 1645, l’esercito svedese aveva
continuato ad avanzare fino alle vicinanze di Vienna, ma dovette poi
ripiegare oltre il fiume Weser.
Nella primavera del 1646 Karl Gustav Wrangel (16131676),
successore di Torstensson che era malato di gotta, respinse verso la
Boemia l’esercito imperiale che era avanzato in direzione dell’Assia
settentrionale. Subito dopo i suoi soldati, insieme alle truppe francesi,
devastarono la Baviera fino all’Isar. Nella primavera del 1647 il
principe elettore Massimiliano dovette firmare l’armistizio di Ulm, che
lo divise dall’imperatore e lo costrinse alla neutralità.
Nel settembre dello stesso anno, tuttavia, tornò ad allearsi con
Ferdinando III. Il 17 maggio 1648, a Zusmarshausen, nei pressi di
Augusta, si combattè l’ultima battaglia decisiva della guerra: l’esercito
franco-svedese piegò le forze militari bavaro-imperiali. Nel frattempo
una seconda formazione svedese guidata da Königsmarck invase
nuovamente la Boemia e giunse a cingere d’assedio Mala Strana, presso
Praga, ma da allora alla conclusione della pace, il 24 ottobre, non riuscì
più a conquistare la città.

Per i soldati, però, la guerra non terminò con la pace di Vestfalia,


anche se venne immediatamente sospesa ogni ostilità. Trascorsero altri
due anni prima che ci si accordasse sulle indennità destinate alle armate
svedesi, imperiali, bavaresi e assiane, e prima che i soldati potessero
quindi realmente smobilitare, due anni che videro frequenti, minuziose
trattative presso la dieta esecutiva di Norimberga. Nell’autunno del
1650 le truppe svedesi furono congedate come previsto, quelle francesi
furono ritirate dalla Germania, il grosso di quelle tedesche, infine,
venne arruolato dalla Spagna.

3. La pace di Vestfalia Per i protestanti le condizioni di pace erano


estremamente favorevoli: il credo calvinista ottenne di fatto lo status di
terza «confessione dell’impero». I ceti che lo professavano furono
restaurati. Il giorno di decorrenza per lo stato patrimoniale delle
confessioni fu fissato al 1° gennaio 1624 (annus decretorius), una data
successiva alla vittoria dell’imperatore nella guerra boemo-palatina, ma
comunque precedente all’invasione delle forze cattolico-imperiali nella
Germania settentrionale. Lo ius reformandi dei ceti imperiali rimase, è
vero, intatto, ma non comportava più le conseguenze prodotte in
passato: a un principe nuovo o controverso non sarebbe stato più
consentito di imporre la propria confessione ai sudditi. Per il Palatinato
elettorale l’anno di riferimento fu fissato al 1618, perché altrimenti il
principe elettore Carlo Ludovico (1617-1680), il figlio secondogenito di
Federico V che era entrato in possesso dell’eredità paterna, sarebbe
dovuto succedere in una terra cattolica.
Le disposizioni in materia di religione indicavano la via verso la
libertà religiosa e la tolleranza. I cambiamenti «arbitrari» di confessione
di un’intera regione appartenevano al passato. Non solo nelle città,
bensì anche negli stati ter ritoriali vivevano pacificamente gli uni
accanto agli altri seguaci di confessioni diverse. I loro diritti erano
accuratamente differenziati. Per la confessione regionale valeva
l'exercitium publicum religionis con chiese, campane e così via. Se alla
data del 1624 era già documentata un’altra confessione (secondaria),
questa poteva venir praticata in una casa di preghiera con predicatori
privati. La devotio domestica garantiva invece soltanto il diritto di
vivere in conformità alla propria fede e di non dover partecipare alle
funzioni religiose di un’altra confessione. Coloro che facevano questa
scelta andavano tollerati con indulgenza, ma potevano essere esiliati.
Agli emigranti tuttavia non si potevano negare i documenti attestanti la
loro nascita, la libertà di origine, il mestiere appreso e la buona
condotta di vita.
Erano vietati atti di garanzia insoliti o forti detrazioni sul patrimonio,
come pure interventi su di esso da parte dell’autorità. Gli esiliati
avevano libertà di scegliere se alienare la proprietà o se farla gestire da
un amministratore.
Per vigilare sui propri beni, condurre le cause o riscuotere crediti, essi
potevano tornare liberamente e senza salvacondotti. (3) Tali garanzie -
dalla tolleranza confessionale sino alla libertà patrimoniale o alla
limitata libertà di movimento - mostrano che nel 1648 l’antico valore
della «libertà tedesca» trovò una base normativa non soltanto in forma
di garanzia dei diritti cetuali, ma anche in senso sovracetuale. Da questa
regolamentazione rimasero espressamente escluse le Terre ereditarie,
dove dominava lo ius reformandi nella sua forma tradizionale e, con
esso, la Controriforma.
Sul piano del diritto costituzionale, dopo il 1648 prese a vigere
nell’impero la totale parità confessionale. In caso di processi tra ceti di
confessione diversa i collegi giudicanti dovevano essere formati in
ossequio alla parità. Per evitare che la maggioranza cattolica mettesse
in minoranza la parte protestante, per tutte le questioni a sfondo
religioso valeva la itio in partes. I ceti si dividevano in corpus
catholicorum e corpus evangelicorum, e subito cercavano di trovare un
accordo. I partiti religiosi vennero così integrati nelle strutture
costituzionali della dieta imperiale basate sul consenso e sulla
perequazione.
Nonostante queste concessioni, Ferdinando III non riuscì ad alienare i
protestanti dalla potenza svedese, né i bavaresi da quella francese. In
conseguenza di ciò la corte imperiale di Vienna si volse
inaspettatamente alla Francia, per formare un fronte cattolico unitario e
mettere così fuori gioco gli svedesi. Di fronte alla difficile situazione
politica interna Mazarino sfruttò l’insperata occasione favorevole: la
corona francese ottenne i territori asburgici sulla riva sinistra del Reno
in Alsazia (e in particolare nella sua parte più meridionale, la Sundgau),
come pure le roccaforti di Breisach e Philippsburg. Il possesso di Metz,
Toul e Verdun fu confermato. Molte delle formulazioni contenute in
questo accordo preliminare erano tuttavia passibili di interpretazione: in
seguito i giuristi francesi avanzarono sempre nuove rivendicazioni e per
il resto l’esercito fece in modo che la determinazione dei confini fosse
una questione di potenza più che di diritto.
La Francia ebbe così il controllo della linea dei rifornimenti spagnoli
nei Paesi Bassi. Il re Filippo IV di Spagna protestò contro la grave
inosservanza della solidarietà dinastica fra gli Asburgo. Ciò non valse
però a far cambiare idea all’imperatore e il sovrano spagnolo fu
costretto a concludere la pace con la repubblica olandese. L’accordo fu
sancito a Münster nel gennaio del 1648. La guerra franco-spagnola si
protrasse tuttavia fino alla pace dei Pirenei del 1659; l’imperatore e
l’impero dovettero mantenersi neutrali.
In confronto alla Francia, la corona svedese ottenne acquisizioni di
territori dell’impero molto più ampie: la foce dell’Oder, la Pomerania
occidentale e Wismar, nonché i vescovadi di Brema e Verden. I territori
ottenuti dalla Francia, per desiderio anche dell’imperatore, vennero
sciolti dal vincolo imperiale, cosicché il re francese divenne signore
assoluto su terre che erano state in passato imperiali. I possedimenti
svedesi rimasero invece nel vincolo, e la corona svedese ottenne seggio
e voto nella dieta dell’impero. Oxenstierna chiese inoltre 20 milioni di
talleri imperiali come risarcimento di guerra, ma alla fine si accontentò
di un quarto di quella somma.
A questo punto la Svezia era la maggiore potenza nella parte
settentrionale dell’impero. Onde evitare che conquistasse un ruolo
dominante simile a quello che aveva avuto l’imperatore fra il 1626 e il
1630, soprattutto il cardinale
Mazarino si impegnò affinché il principe elettore Federico Guglielmo
di Brandeburgo, che aveva dovuto rinunziare alla Pomerania
occidentale, ottenesse come generoso risarcimento la Pomerania
orientale, le istituzioni ecclesiastiche di Halberstadt, Kammin e
Minden, come pure Magdeburgo, e divenisse con ciò un potenziale
concorrente per l’egemonia nella Germania del nord.
Per il resto i cambiamenti territoriali nell’impero furono di portata
sorprendentemente limitata: la dignità elettorale del Palatinato e l’Alto
Palatinato finirono a buon diritto ai Wittelsbach di Baviera. Un ottavo
elettorato venne creato ex novo per i Wittelsbach palatini, che erano
stati restaurati nel Basso Palatinato. Anche l’arciduca Eberardo III di
Württemberg (1614-1674) e il margravio Federico V di Baden (1594-
1659) si videro restituire i rispettivi diritti e possedimenti. Il
Meclemburgo ottenne le istituzioni ecclesiastiche di Schwerin e
Ratzeburg. Alla periferia dell’impero le circostanze giuridiche vennero
adeguate alla realtà.
Basilea e la Confederazione acquisirono la «piena libertà e
l’esenzione dall’impero», e l’imperatore riconobbe la «sovranità» della
repubblica dei Paesi Bassi. In Lorena e Alsazia a prendere l’iniziativa
fu il re di Francia.
In obbligo con le idee di Richelieu, originariamente il congresso
intendeva creare una pace universale per l’Europa: Gli accordi del 24
ottobre 1648 non rappresentano una costituzione per l’Europa né una
costituzione della comunità europea di diritto internazionale. Essi
hanno il carattere di una lex fundamentalis soltanto nelle disposizioni di
diritto imperiale, e soltanto per l’impero. (4)
Fungendo come una sorta di cuscinetto fra gli stati in formazione, il
vecchio impero svolgeva tuttora un ruolo importante per la pace in
Europa.
Lo stesso impero, che non era mai diventato una potenza
espansionistica, era predestinato a dover raggiungere l’accordo, perché
riusciva ad agire unitariamente solo nella difesa. L’ordinamento
costituzionale fissato nel 1648 lasciava ai ceti imperiali ogni spazio di
libertà possibile. Facendo tesoro delle esperienze del 1629 e del 1635, i
diritti imperiali vennero limitati in modo che in avvenire non si
potesse più parlare di sistema monarchico. I ceti imperiali ottennero la
sovranità territoriale (lo ius territoriale)-. a norma dell’articolo VIII § 1
del trattato di pace di Osnabrück, «nell’esercizio della sovranità
territoriale, sia nelle questioni religiose che in quelle secolari» i loro
diritti non potevano «essere mai realmente limitati da alcuno per alcun
motivo». Città e cavalieri imperiali ottennero esplicite garanzie di
indipendenza e sovranità, dal momento che evidentemente questo non
era sottinteso.
Riallacciandosi all’articolo VIII § 2, che garantiva ai ceti il diritto di
stringere alleanze, si è sempre desunto che questi fossero divenuti «stati
sovrani», «soggetti di diritto internazionale» e «partner di coalizione»
delle potenze europee. In realtà, quello che gli venne accordato fu
soltanto il diritto di stringere alleanze fra loro, e con le potenze straniere
soltanto per la propria difesa e sicurezza (pro sua cuiusque
conservatione et securitate). Erano espressamente vietate tutte le
alleanze che contravvenissero al giuramento di fedeltà prestato
«all’imperatore e all’impero», come pure alle paci territoriali o alla
pace di Vestfalia. In questo modo l’impero-stato e la coesione della
nazione tedesca non vennero in alcun modo messi in discussione, lo
stesso imperatore non aveva obiezioni.
In ultima analisi l’ordinamento imperiale scaturito dalla pace di
Vestfalia abrogò soltanto il divieto di unione tardomedievale, che
l’imperatore aveva ripreso nella pace di Praga. Il diritto di stringere
alleanze serviva a conservare e consolidare lo status quo territoriale e a
ritornare alla situazione ante 1618. In questo stesso senso venne messo
per iscritto anche il diritto di voto di tutti i ceti imperiali su leggi e
imposte, come pure sulle decisioni in materia di guerra e pace. Non
divenne mai realtà, invece, la parità di voto (il votum decisivum) tra la
curia cittadina e le due curie di maggior rango (principi e principi
elettori), uno strumento che in caso di contrapposizione tra le curie
superiori avrebbe assegnato alle città imperiali un potere determinante.
Nulla era più lontano dalle intenzioni dei ceti imperiali che mirare
alla dissoluzione del vincolo imperiale.
Essi pensavano e agivano secondo le categorie e i
contesti dell’ordinamento imperiale, che ottenne ora una «garanzia di
esistenza». Aver stabilito per iscritto lo status quo significava
certamente ottimizzare la sovranità territoriale: con questa «Magna
Charta dei principi tedeschi», (5) l’assolutismo degli stati territoriali è
stato accelerato, ma non ha avuto inizio.
Il trattato di pace, tuttavia, pose bruscamente fine a molte tendenze di
sviluppo e integrò nel sistema giuridico conservatore dell’impero gli
stessi sovrani locali che regnavano in modo assoluto. Questa
«giuridificazione» valse a garantire non soltanto i ceti imperiali minori,
ma per molti versi anche le rappresentanze cetuali locali e gli ordini
provinciali. Dopo la pace di Vestfalia le condizioni dispiegatesi - vale a
dire protezione, ma anche controllo a opera «dell’imperatore e
dell’impero» - continuarono a sussistere soprattutto per i sistemi di
potere minori. In queste regioni, per lo più prive di rappresentanze
cetuali e di ordini provinciali, i tribunali imperiali vigilarono sulla
legittimità e sulla tollerabilità sociale delle norme emanate da conti,
cavalieri, prelati e autorità cittadine. Qui la giustizia imperiale surrogò
il controllo che nei territori maggiori esercitavano le rappresentanze
cetuali locali e le «burocrazie».
Tutto questo si era stabilizzato già prima della guerra dei Trent’anni,
e tutto fu lasciato intatto dalla pace di Vestfalia. Essa non rese in alcun
modo superfluo l’impero, ma ne garantì la sopravvivenza in forma
collaudata. Il trattato non rappresentò affatto una partenza «verso nuove
sponde» e fu tutt’altro che una «sciagura per il popolo tedesco». (6)

NOTE AL CAPITOLO QUARTO


1 F. Dickmann, Der Westfälische Frieden, VII ed. Münster,
Aschendorff, 1998, p. 115.
2 Ibidem, p. 195.
3 Instrumentum Paris Osnabrugense, art. V, §§ 35-37.
4 H. Steiger, Der Westfälische Frieden. Grundgesetz für Europa?, in
H. Duchhardt (a cura di), Der Westfälische Friede. Diplomatie,
politische Zäsur, kulturelles Umfeld, Rezeptionsgeschichte, München,
Oldenbourg, 1998, p. 55.
5 V. Press, Kriege und Krisen. Deutschland 1600-1715, München,
Beck, 1991.
6 Dickmann, Der Westfälische Frieden, cit., p. 494.
CAPITOLO QUINTO

DOPO LA GUERRA

Conclusa la pace, venne il tempo dei bilanci, che erano avvilenti:


c’era mancanza di uomini, bestiame, case e cibo.
Vaste zone erano spopolate, macerie e cenere dovunque.
Per la gente dell’epoca il 1648 segnò una cesura profonda, che
avrebbe fatto sentire a lungo i suoi effetti. Anche se i racconti coevi
sulle atrocità inimmaginabili, sulle sofferenze della popolazione, su
orrore, povertà e miseria estrema tendono spesso a esagerare, rimane
comunque l’impressione di un terrore individuale e diffuso. Per il
popolo tedesco la guerra dei Trent’anni è un trauma dei cui effetti si
risente fino al Novecento.
E tuttavia occorre chiedersi anche delle trasformazioni, del
cambiamento strutturale e delle innovazioni che la guerra produsse,
altrimenti il bilancio sarebbe incompleto.
Un grande problema sociale del dopoguerra fu quello dei soldati che,
una volta smobilitati, non riuscivano a riadattarsi nella vita civile, si
muovevano per l’Europa intera in cerca della guerra per approdare
infine agli eserciti permanenti. La strategia e la tecnica bellica erano
cambiate, erano diventate più complesse. Dal soldato di ventura si era
passati al militare di professione inquadrato in un esercito permanente.
Con la guerra la relativa sovrappopolazione registrata negli anni
intorno al 1600 si era ridotta fino a diventare scarsità di persone. Per
una o due generazioni ci furono terreni agricoli in abbondanza. A
dispetto dei milioni di morti, il conflitto non produsse però soltanto
devastazione culturale. La gente ritrovò la strada della «quotidianità»
con sorprendente rapidità, e il sistema sociale non ne venne
trasformato: un mondo che, al livello di storia delle strutture, era molto
statico.

1. I soldati Alla fine della guerra l’imperatore con i suoi alleati


manteneva sotto le armi in Germania circa 70 mila soldati, i suoi nemici
- Svezia, Francia e Assia-Kassel - circa 140 mila: una massa
inimmaginabile di forze da combattimento e di problemi di
rifornimento in un paese depauperato. La stragrande maggioranza di
questi soldati erano mercenari liberi: uomini che si facevano arruolare
in cambio di un acconto e del soldo. Definirli «volontari» è cosa
discutibile, giacché la maggior parte di loro non aveva scelta: non c’era
altra occupazione con cui procurarsi cibo a sufficienza. La stessa
sovrappopolazione o la stessa guerra spingevano gli uomini ad
arruolarsi. A ciò si aggiungevano poi il desiderio d’avventura e le vaghe
speranze di bottino.
I soldati di professione provvedevano da sé al proprio mantenimento
grazie alle competenze apprese («inculcate») - magari con lo spadone
(il Langspiess) o il doppio moschetto - nell’esercitare il mestiere della
guerra.
Gli eserciti mercenari erano assai costosi, ma le antiche «milizie
territoriali» peccavano per indisciplina e spesso per inettitudine sul
piano militare. Per questo motivo nel corso del Cinquecento si era
tentato di combinare le due forme. Fra i sudditi se ne selezionavano
alcuni cui si impartiva l’addestramento militare per poi spiegargli che
difendere la patria, le donne e i bambini, tutti i propri beni era nel loro
personalissimo ed esclusivo interesse.
In sostanza questo sistema di difesa territoriale consisteva
nell’indurre i miliziani a identificarsi con lo stato, la casa regnante o la
patria, di modo che essi fossero pronti a difendere, ma non a rivolgere
le armi contro i loro signori.
Le truppe di difesa territoriale svolgevano incombenze militari
minori: curavano, per esempio, la disciplina nelle marce di spostamento
o la difesa di determinate postazioni e passaggi. La guerra permanente
andò a chiedergli troppo: i contadini presero a domandarsi, non a torto,
se il loro impiego lontano da casa significasse ancora difendere i propri
interessi e per quale motivo a loro non toccasse ricevere il soldo come i
soldati regolari.
Fino alla battaglia di Breitenfeld nel 1631 l’esercito svedese
consisteva per circa la metà di reclute svedesi e fin landesi. Il sistema
di coscrizione obbligava ciascun comune a fornire un certo numero di
soldati. Le conseguenze sul piano demografico furono catastrofiche.
Abbiamo le cifre precise per un comune della Svezia settentrionale:
Bygdeà, che tra il 1621 e il 1639 fornì 230 giovani perché
combattessero in Polonia e in Germania, e ne vide morire 215, mentre
altri cinque tornarono a casa menomati. (1) La chiamata alle armi
suonò, dunque, come un addio alla patria e una condanna a morte.
Nemmeno l’esercito svedese riuscì a rinunciare ai miliziani «a buon
mercato», pur se anche al suo interno il rapporto si spostò in favore dei
mercenari.
Soltanto fra le file svedesi era possibile sentire, almeno negli attacchi,
una sorta di identificazione nazionale. Gli altri eserciti erano formati da
mercenari delle origini più diverse, nonostante fosse risaputo che
l’omogeneità nazionale valeva certamente ad accrescere la forza
combattiva.
Fra i 1.644 soldati di un reggimento bavarese si contavano 534
tedeschi e 217 italiani, cui andavano ad aggiungersi 54 polacchi, 51
sloveni, 26 greci, 24 borgognoni, 24 lorenesi, 18 dàlmati, 15 francesi,
14 boemi, 11 spagnoli, 5 ungheresi, 2 croati e 2 scozzesi, un siciliano,
un irlandese e persino 14 turchi. (2)
I soldati parlavano molte lingue. La qualità degli ufficiali si vedeva
perciò anche nell’abilità linguistica. Non meno vario della loro
provenienza era anche l’abbigliamento dei mercenari: pur se spesso
logori e sporchi, i loro indumenti spiccavano comunque rispetto a quelli
indossati quotidianamente da contadini e artigiani. La
standardizzazione degli abiti era pressoché impossibile, l’uso di
uniformi comuni rappresentava una totale eccezione, anche se si diffuse
verso la fine della guerra. Fra le figure del passato, Federico il Grande
non fu il solo a saper apprezzare gli effetti positivi che l’uso
dell’uniforme aveva sul piano della disciplina. Prima che si arrivasse a
questo, ci si serviva di semplici segni di riconoscimento come piume e
frasche per distinguere i propri commilitoni dai nemici.
Un soldato non pagava imposte né dazi. L’artigianato o il lavoro
contadino erano ai suoi occhi attività indegne della sua condizione. A
differenza che a tutti gli altri sudditi, al soldato era consentito praticare
la caccia e portare armi. Ma la sua era una vita assai rischiosa: parecchi
reg gimenti avevano tassi di perdite superiori al 10 per cento al mese,
causate - più che dalle operazioni militari - dalla peste, dal tifo e da
altre malattie. Chi veniva ferito o si ammalava poteva far conto solo su
sé stesso. Di medici militari quasi non ce n’erano, né esistevano
lazzaretti, pensioni o case per invalidi.
Al semplice lanzichenecco l’ascesa sociale riusciva solo di rado:
rappresentano una grossa eccezione Jan van Werth (1591-1652 circa) o
Peter Melander von Holzappel (1589-1648), che addirittura entrò a far
parte del collegio dei conti imperiali. Il soldato «normale» diventava
comunque Kottmeister («capobanda», grado da sottufficiale) o
Wachtmeister («brigadiere, maresciallo»). I gradi superiori restavano
per lo più spartiti fra la nobiltà e la borghesia urbana agiata. Gli ufficiali
dovevano possedere un patrimonio o essere comunque solvibili, per
poter provvedere all’equipaggiamento delle proprie compagnie e
reggimenti.
E dovevano essere nati, avere le proprie origini e il proprio feudo in
Germania, (3) perché così avrebbero curato con maggior rigore la
disciplina per non sollevare l’uomo comune contro di sé. Quest’ultimo
era divenuto infatti un «fattore di guerra»: (4) se lo si aveva contro,
bisognava tenerne conto nella pianificazione delle campagne militari.
Anche per questo i comandanti militari vennero integrati nei territori
dei loro principi committenti grazie a concessioni feudali e proprietà
immobiliari. Dovevano sentire il peso della corresponsabilità non
soltanto verso i propri soldati, ma anche verso il paese e la popolazione.
Per un esercito di 40 mila uomini erano necessarie quantità enormi di
armi, cibo e attrezzature, fino alla bandiera della compagnia, il simbolo
più importante di ciascuna unità. Inoltre occorreva provvedere al vitto
dei soldati: ogni giorno circa un chilo di pane a testa, mezzo chilo di
carne e tre litri di birra. Partendo da questi valori teorici, rispetto ai
quali si restava - com’è ovvio - notevolmente più bassi - si può
calcolare che per 40 mila uomini ogni giorno bisognava sfornare 40
quintali di pane, macellare 200 quintali di carne, spillare 120 mila litri
di birra. Per far questo, occorrevano ogni giorno almeno 100 manzi e
2.400 botticelle di vino da 50 litri. Ma poi dovevano mangiare anche i
cavalli, e allo stesso modo i manzi che dovevano fornire la carne il
giorno dopo. Che insieme a un esercito da campo muovessero 25 mila
capi di bestiame, era un fatto consueto e inevitabile.
Le armi dovevano essere sempre a disposizione. Per i picchieri,
picche lunghe quattro metri e più, per le quali occorrevano inoltre elmi
e armature. I moschettieri avevano bisogno di moschetti a miccia, con
forcelle da appoggio, fiaschette per la polvere, proiettili, polvere da
sparo e micce. Nel corso della guerra la proporzione fra picchieri e
moschettieri cambiò a favore di questi ultimi. Già dalla gente del tempo
i fanti armati di picca erano considerati dei poveri diavoli, che
dovevano proteggere con il proprio corpo i moschettieri, soprattutto
durante le laboriose operazioni di caricamento. Poiché la portata
ottimale era di circa 50 metri, i moschettieri avevano un gran bisogno di
tale protezione.
Era difficile superare i problemi logistici. Per ragioni legate al
trasporto, gli eserciti erano costretti a muoversi nelle vicinanze dei
fiumi, tanto più che avevano al seguito enormi quantità di salmerie con
tutto il peso che ciò comportava. In queste file si trovavano tutti i
responsabili dei rifornimenti, ma anche donne, bambini, concubine,
serve, servi e lacchè, nonché molti déracinées e molti invalidi, che
sfruttavano questa opportunità di sopravvivenza. Tutti loro dovevano
provvedere da soli al proprio sostentamento. Le salmerie
rappresentavano una vera e propria calamità. La relativa immobilità e il
valore materiale di un esercito funzionante costringevano a una tattica
piuttosto dilatoria.
Nelle poche grandi battaglie prevalse in principio la disposizione
spagnola: grandi quadrilateri di picchieri e moschettieri, nel mezzo e
sulle ali la cavalleria. Le cose cambiarono con l’arrivo degli svedesi.
Gustavo Adolfo aveva perfezionato le riforme militari di Maurizio di
Nassau-Orange. Egli prese a schierare sul campo di battaglia unità più
piccole, disposte su una profondità massima di dieci file di uomini, ma
spesso anche soltanto di sei, mentre la sua fanteria faceva affidamento,
più che sulle picche, sulla potenza di fuoco dei moschettieri. Il campo
di battaglia divenne così più ampio, molti più soldati dovevano dare
contemporaneamente prova di sé negli scontri corpo a corpo. A causa
della minore profondità delle formazioni, sussisteva però il rischio di
uno sfondamento nemico con la conseguente fuga della propria gente. A
questa evenienza ponevano fine gli ufficiali posizionati dietro le proprie
linee con le armi cariche.
La maggiore mobilità che caratterizzava la nuova tattica esigeva
mercenari che combattessero con disciplina.
Per padroneggiare la tecnica della salva sotto gli attacchi nemici,
erano necessarie 143 mosse secondo il libro di guerra scritto da Johann
Jacobi von Wallhausen (15801627). Ai picchieri ne bastavano 21. Gli
svedesi perfezionarono la tecnica della salva trasformandola nella
doppia salva: due file - una in piedi, l’altra in ginocchio - facevano
fuoco contemporaneamente. L’aumento della mobilità e quello della
potenza di fuoco misero così l’esercito svedese in condizione di
superiorità per molto tempo nell’arco del conflitto. Nel 1631-1632
l’esercito principale di Gustavo Adolfo percorse 1.600 chilometri.
Verso la fine della guerra le tappe di marcia divennero ancora più
lunghe. Il diario di un mercenario pubblicato da Jan Peters attesta che
fra il 1625 e il 1649 il suo autore coprì circa 25 mila chilometri, per lo
più a piedi.
Alleggerimento del peso dei pezzi d’artiglieria, maggiore flessibilità
delle tattiche di combattimento, potenziamento della cavalleria, in
particolare della cavalleria leggera, e nella fanteria un sensibile
spostamento del baricentro a favore dei moschettieri: tutto questo
illustra il perfezionamento della tattica in direzione della maggiore
potenza di fuoco e della maggiore mobilità. Dopo il grande conflitto,
l’accresciuta complessità della tecnica di guerra e il problema della
smobilitazione dei soldati ben s’intonavano con la richiesta di eserciti
«permanenti» sempre disponibili.

2. La vita quotidiana, la miseria e le conseguenze Tutti i dati relativi


agli effetti della guerra in Germania sono stime approssimative
provenienti da fonti regionali di difficile comparazione. Le cifre che
seguono possono solo chiarire le relazioni e gli ordini di grandezza.
Intorno al 1600 in Germania poteva esserci una popolazione
compresa tra i 15 e i 17 milioni di abitanti (consi derando i confini del
1871), altre stime parlano di circa 21 milioni. Le perdite sono valutate
fra il 20 e il 45 per cento della situazione anteguerra: intorno al 1650 in
Germania rimanevano appena dai 10 ai 13 milioni di persone.
Seguendo Günther Franz, possiamo distinguere quattro zone: aree di
devastazione, con oltre il 50 per cento di perdite; aree di distruzione,
con perdite fra il 30 e il 50 per cento; aree di transito, con perdite fra il
10 e il 30 per cento; infine le aree marginali meno interessate, nella
Germania settentrionale e sulle Alpi, con perdite inferiori al 10 per
cento.
Le regioni colpite più duramente si estendono dalla Pomerania e dal
Meclemburgo a nord-est, attraverso la Turingia e parti dell’Assia al
centro, e fino ai piccoli spazi delle terre sud-occidentali. Alla data del
1640 nel Meclemburgo rimaneva ancora abitata una fattoria su tre, al
1651 soltanto una su otto; nella Pomerania orientale mancavano due
terzi della popolazione contadina. Per il ducato del Württemberg, von
Hippel parla di un decremento medio di popolazione tra il 1634 e il
1655 del 57 per cento, dove però le cifre dei singoli comparti oscillano
fra il 31 e il 77 per cento. Persino questi numeri, però, non valgono a
rispecchiare la dimensione complessiva della catastrofe, perché essa si
abbatté improvvisa sulla regione nel 1634-1635 con la vittoria delle
armate asburgiche a Nördlingen, causandone la devastazione quasi
totale.
Le perdite furono più grandi nei luoghi in cui si trovavano gli eserciti,
dunque presso i grandi fiumi, le strade di transito e nei punti rilevanti a
livello strategico. Inoltre furono in genere più alte nelle campagne che
nelle città, le cui mura offrivano riparo dalle soldatesche, non però dalle
epidemie e dalle carestie. Il bilancio della popolazione urbana risulta
compensato in positivo dalla popolazione rurale, che nei tempi di
turbolenza fuggiva nelle città perché erano considerate sicure: a Ulm,
nel 1634, si contavano 8 mila rifugiati.
In Brandeburgo, Magdeburgo, Assia, Franconia, Baviera, Svevia e
Alsazia si lamentarono il 30-50 per cento di perdite demografiche. La
Sassonia perse una percentuale di abitanti compresa appena fra il 10 e il
20, ma nel triangolo di città formato da Lipsia, Dresda e Chemnitz
scom parvero, fra morti e profughi, i due terzi della popolazione. Nel
1647 in Lusazia una fattoria su tre risultava disabitata, un abitante su
quattro era morto. Il patrimonio di bestiame era diminuito a un terzo di
quello di prima della guerra. Mancavano carne, latte, concimi e forza di
trazione animale per la lavorazione dei campi. Con un tasso del 10-30
per cento di perdite demografiche la Boemia, la Moravia e la Slesia se
la cavarono ancora a buon mercato. Le Terre ereditarie austriache e
ampie parti della Germania nord-occidentale rimasero addirittura
risparmiate da quei drammatici avvenimenti.
Il bilancio demografico del conflitto è tuttavia inequivocabile: il tasso
di perdita è più prossimo al 40 che al 10 per cento. E però, per quanto
orribile possa essere stata per i congiunti, la morte in massa in sé non
vale a illustrare le esperienze davvero traumatiche che la guerra ha in
tutta evidenza lasciato fra il popolo tedesco. Le epidemie di peste
tardomedievali furono più o meno altrettanto disastrose, e anche
durante la guerra gli uomini per la maggior parte non caddero nelle
operazioni militari, ma morirono di stenti e di fame, falciati da malattie
ed epidemie.
Come ha dimostrato Ingomar Bog, nemmeno queste differenze
regionali riescono a spiegare perché mai nelle regioni ugualmente
funestate dagli eventi bellici gli individui si comportassero
diversamente che in quelle immediatamente vicine. «Nelle une
distruzione, fame, morte, apatia dei superstiti, nelle altre - com’è ovvio
- perdite anche gravi, ma allo stesso tempo andamento ininterrotto
dell’economia in nuove forme di guerra». Evidentemente le tempestive
misure delle autorità ebbero un ruolo assai più importante di quanto non
si sia supposto sinora. Esse dovevano provvedere a che il sistema di
«fuga» funzionasse, che cioè all’avvicinarsi dei soldati venisse lanciato
per tempo l’allarme affinché i contadini avessero modo di portare al
sicuro sé stessi e i propri beni mobili. Adatte a questo erano le città e le
sedi ufficiali stabili. Se poi il potere riusciva a negoziare abilmente con
gli ufficiali e otteneva salvacondotti, da lì si poteva continuare a far
eseguire i lavori agricoli più urgenti. In questo modo il sistema
economico contadino rimase intatto. Nelle sue ricerche su Heilbronn,
Bog stima che lì in questo modo il 50 per cento dei contadini sia
sopravvissuto alla guerra: un tasso di perdita che resta certo pur sempre
alto, ma che diviene relativo in riferimento alla Franconia, una regione
colpita dalla guerra in modo particolarmente pesante. Il lungo conflitto
ebbe tuttavia effetti devastanti anche là dove non spuntavano soldati.
L’aumento della pressione fiscale e gli impedimenti che ne derivavano
ai mestieri, al commercio e all’agricoltura impoverivano la gente, la
mettevano alla fame fino allo stremo. I corpi emaciati non erano più in
grado di resistere alla carestia: primi a morire, vecchi, ammalati
bambini.
Potrà suonare cinico, ma le perdite di guerra aumentavano le
opportunità sociali dei superstiti. Uomini e donne che in tempi
«normali» non sarebbero riusciti a sposarsi, fondavano adesso famiglie
e trovavano di che vivere in una delle tante fattorie abbandonate. A
fronte della grande angoscia diffusasi intorno al 1600, un nuovo
impulso ottimistico si impadronì ora della gente. Era poi davvero così
profonda la cesura? E l’economia tedesca era davvero completamente
distrutta, tanto da riprendersi solo nell’Ottocento? Negli anni Sessanta
Steinberg ha tentato di relativizzare il punto di vista diffuso:
Al posto della favola della devastazione totale e della miseria di
massa bisogna perciò giungere a una conclusione meno sensazionale, e
cioè che tra il 1600 e il 1650 ebbe luogo in Germania un mutamento
della stratificazione sociale della popolazione e della proprietà che
tornò a vantaggio di alcune regioni, di alcuni centri e di alcuni individui
danneggiandone altri [...] Nel 1648 la Germania non era migliore né
peggiore che nel 1609: era soltanto diversa rispetto a cinquant’anni
prima. (5)

Questo bilancio complessivo, che astrae dalla miseria e dalle


sofferenze di milioni di individui, è incompleto, perché nella maggior
parte delle regioni tedesche il tempo di guerra non rappresentò soltanto
un periodo di ristagno passeggero. Il conflitto distrusse fin troppe
risorse e sviluppi economici collaudati, ed ebbe perciò effetti
sorprendentemente durevoli, come ha dimostrato von Hippel sulla
scorta dell’esempio del Wùrttemberg. Il ducato dipendeva dal raccolto
di cereali e dalla vendemmia: pur in presenza di un incremento in
termini assoluti, considerando la crescita demografica di prima della
guerra, occorrerebbe presupporre una diminuzione del reddito pro
capite. I resoconti tributari sulle ristrutturazioni del 1655 indicano che il
57 per cento degli edifici era rimasto conservato ed era disponibile per
una popolazione ridottasi a meno della metà. Campi da coltivare ed
edifici da abitazione ce n’erano a sufficienza. Sebbene sussistessero
tutte le premesse per una ripresa economica, dopo la guerra non ci fu un
boom, ma una risalita piuttosto faticosa.
Molte risorse erano definitivamente perdute, fabbricati e opere d’arte
erano distrutti, la Biblioteca Palatina era a Roma, molti capolavori
provenienti da Monaco o da Praga erano in Svezia. E soprattutto era
calata la produzione industriale: il decremento demografico comportava
un calo della domanda. I prezzi agricoli stagnavano, la ricostruzione
dell’agricoltura ritardava, e ciò aveva ripercussioni su tutti i settori del
commercio e dell’industria.
Le antiche relazioni economiche sovraregionali erano andate in
frantumi. Se la guerra fu il «periodo di incubazione» dell’assolutismo,
(6) la nuova fase avviatasi dopo il 1648 ne segnò il successo. Adesso
erano i governi regionali a dover operare interventi regolativi nel
sistema sociale ed economico. Il mercantilismo - poche importazioni,
molte esportazioni, grandi accumuli di denaro e oro nel tesoro di stato
volti al mantenimento di un esercito quanto più potente possibile -
assurse a semplice teoria economica dell’assolutismo europeo.
Il denaro necessario per le attività politico-economiche tutti gli stati
se lo procuravano per mezzo di prestiti forzosi e di programmi di
liquidazione dei debiti. Il recesso imperiale del 1654 stabilì che poteva
essere cancellato il 75 per cento degli interessi debitori. A soffrirne
furono i creditori, soprattutto cittadini e istituzioni ecclesiastiche, molte
delle quali furono trascinate alla rovina. L’argomento dello «stato di
necessità» provocò una costante crescita del potere dei signori regionali
e dei loro governi. Le necessità dello stato richiedevano imposte sempre
più alte, e i ceti che vi si opponevano erano tacciati di rappresentare
interessi particolari e venivano richiamati alla ragion di stato. I
signori regionali perpetuavano così i «diritti di necessità» che gli
erano dovuti in guerra.
Una lista relativa alla città di Schwäbisch Hall stimava che nel corso
del conflitto i suoi cittadini avevano perso un totale di oltre 3 milioni e
500 mila fiorini devoluti ai soldati. Ma prima della guerra il valore di
tutti i beni mobili e immobili dei cittadini era stato valutato dell’ordine
di circa un milione di fiorini, e nel 1652 ammontava pur sempre a circa
750 mila fiorini. Già questo indica che una grossa parte delle presunte
perdite doveva essere riconfluita nell’economia cittadina. (7) Persino
gli averi procurati per mezzo di rapine e saccheggi, se da un lato
costituiscono una perdita patrimoniale per le vittime, dall’altro
rappresentano comunque un guadagno per i razziatori.
Durante la guerra si sviluppò per esempio un fiorente commercio di
vacche e buoi: i soldati rubavano il bestiame, un’attività illegale ma
«quotidiana», che poteva costringere i contadini colpiti ad abbandonare
le proprie fattorie. Se i derubati non ricompravano essi stessi il proprio
bestiame pagando una sorta di indennità, i soldati lo conducevano un
paio di villaggi più avanti, dove lo vendevano a prezzi assai ribassati.
Se ai nuovi proprietari il bestiame non veniva nuovamente sottratto di lì
a poco, essi vendevano gli animali che non gli occorrevano per la
propria fattoria a un’armata o nella città più vicina. Considerando che
anche i soldati spendevano gran parte dei loro «guadagni» in loco, ne
consegue che in ultima analisi non si trattava che di una redistribuzione
patrimoniale - ma i contadini colpiti ne risultavano comunque depredati
delle proprie basi di sostentamento. La situazione si faceva meno chiara
quando i trasferimenti si basavano su tributi regolari. Wallenstein e de
Witte, per esempio, seppero maneggiare le cose con grande razionalità:
nel bel mezzo della guerra il ducato di Friedland divenne una florida
oasi di benessere.
Anche le due città anseatiche di Brema e Amburgo approfittarono del
conflitto in modo inequivocabile.
In Germania, tuttavia, né durante né dopo la guerra ci fu una
modernizzazione economica di vaste proporzioni. Laddove l’economia
bellica svedese innescò un mutamento strutturale soprattutto nelle
attività minerarie e siderurgiche, e laddove l’«età d’oro» dei Paesi Bassi
si spiega almeno in parte con gli immensi profitti di guerra, in
Germania gli impulsi economici derivanti dal conflitto - per esempio,
nell’estrazione e nella lavorazione dei metalli - vennero sempre rimessi
in discussione dagli effetti della guerra stessa.
È da considerare una mera congettura la tesi secondo cui il
commercio e le attività tedesche, che nel Cinquecento avevano
raggiunto un alto grado di sviluppo, avrebbero potuto adeguarsi meglio
alle condizioni diffuse altrove in Europa e nel mondo nel Sei-Settecento
avrebbero potuto cioè mantenere la propria posizione di leadership - se
la guerra e la ristrettezza spaziale dello stato non lo avessero
radicalmente impedito. Nelle condizioni di un’economia che non era
organizzata secondo le logiche del capitalismo industriale, le categorie
di modernizzazione costruite su questo modello non sono altro che
elementi ideologici decontestualizzati, i quali possono soltanto
puntellare un modello di sviluppo che si vuole il più lineare possibile.
L’economia tedesca, con la sua organizzazione a corto raggio,
assistenziale e patriarcale, non va interpretata come autarchia da stato
territoriale.
Ci furono persino segnali di una unificazione dell’intero spazio
economico tedesco. Il fatto invece che proprio nei tempi di crisi
riprendesse sempre piede l’egoismo degli stati territoriali corrispondeva
innanzi tutto anche alle richieste del popolo, che dal canto suo
rivendicava il patto sociale di «economia morale». Del resto, erano
proprio i conflitti tra gli interessi economici di portata regionale e locale
e quelli di portata nazionale ad assurgere costantemente a banco di
prova per il sistema sociale degli stati dell’Europa occidentale.
Sebbene la Germania - a differenza dell’Inghilterra, della Spagna o
dei Paesi Bassi - non fosse presente su tutti i mari del mondo, e sebbene
- a differenza della Francia non assurgesse a potenza egemonica del
continente, i contadini e gli artigiani tedeschi non si sentirono affatto
sottoposti a una maggiore pressione da parte dei propri sovrani rispetto
a quanto avvertirono le popolazioni dei grandi stati dell’Europa
occidentale. Insurrezioni violente sul modello della Fronda, della guerra
del pane o dei food riots, in Germania furono estremamente rare.

Tutto ciò, però, nulla dice su come i singoli abbiano elaborato per sé
stessi l’«esperienza guerra». La massima parte di quanti erano in vita
nel 1648 era segnata dalla guerra. Anche quando non erano giorno e
notte in fuga dai soldati, essi conoscevano la «pace» come condizione
universale solo per averne sentito raccontare. Per di più, essi dovevano
anche elaborare esperienze e destini personali: la perdita dei beni e
della patria, le torture e le violenze carnali, la morte di molti membri
della propria famiglia e dei parenti stretti. I modi di comportamento
tramandati, fondati su esperienze vecchie di secoli, erano divenuti privi
di senso: a essere spesso in gioco era la pura e semplice sopravvivenza.
Le fughe e i nascondigli, lo sradicamento e l’avventura caratterizzavano
la vita quotidiana, un condizionamento che era certamente temporaneo,
ma che a livello individuale durava spesso una vita intera. Nessuno ha
ancora scritto una storia della mentalità della guerra dei Trent’anni. Né
sono di aiuto le storie degli orrori e delle atrocità riprese dalla
cronachistica del tempo e poi generalizzate. Può darsi che ci siano state
davvero pratiche di cannibalismo, ma di sicuro c’era anche fame, e
probabilmente anche morti per inedia. A determinare un cambiamento
decisivo nel comportamento degli esseri umani basta già l’esperienza
della lunga carenza di cibo, della fame, dell’estorsione di tributi, delle
rapine e degli omicidi. Gli abitanti di città e di campagna facevano cose
che non avevano mai fatto in precedenza. Capitava che piccoli gruppi
di soldati venissero attirati in imboscate per poi essere uccisi senza
pietà, o che bande di contadini si comportassero né più né meno come
le orde randagie di soldati.
Durante questa guerra divenne tangibile tutta l’impotenza
dell’esistenza umana, ed essa condusse a processi diversivi come le
cacce alle streghe, che durante il conflitto raggiunsero un triste primato.
Ma pensiamo al contadino: quanto doveva sembrargli drammatica la
sua situazione quando abbandonava la propria casa e il proprio podere,
e per diversi anni si nascondeva nei boschi o cercava rifugio in città
lontane? La guerra indusse masse di persone a uscire dall’abituale
routine di vita. Non c’è il rischio di sopravvalutare l’effetto che essa
produsse sulla psiche del singolo. E ciò nonostante, a quanto pare,
durante la guerra dei Trent’anni non si giunse a «un decadimento
dell’ordine sociale» (8) come era accaduto ai tempi della peste nel
Trecento.
Dopo il conflitto la gente tornò in tempi sorprendentemente rapidi
alla normalità, a un comportamento disciplinato. Se si guarda al sistema
sociale, la guerra dei Trent’anni appare come un incidente senza grandi
strascichi: da quella situazione d’eccezione gli individui vennero
restituiti alla loro quotidianità, fatta di duro lavoro e rinunce, ma anche
della speranza in un futuro migliore.

NOTE AL CAPITOLO QUINTO


1 G. Parker, La guerra dei Trent’anni, Milano, Vita e Pensiero, 1994,
p. 311.
2 F. Redlich, The German Military Enterpriser and His Work Force.
A Study in European Economic and Social History, 2 voll.
Wiesbaden, Steiner, 1964-1965, vol. I, p. 456.
3 M. Kaiser, Die Bevölkerung als militärischer Faktor, in B.R.
Kroener e R. Prove (a cura di), Krieg und Frieden. Militär und
Gesellschaft in der Frühen Neuzeit, Paderborn ecc., Schöningh, 1996,
p. 287.
4 Ibidem, p. 303.
5 I. Bog, Die bäuerliche Wirtschaft im Zeitalter des Dreißigjährigen
Krieges. Die Bewegungsvorgänge in der Kriegswirtschaft nach den
Quellen des Klosterverwalteramtes Heilbronn, Coburg, Veste Verlag,
1952, p. 7.
6 H. Schilling, Ascesa e crisi. La Germania dal 1517 al 1648,
Bologna, Il Mulino, 1997.
7 Ch.R. Friedrichs, La guerra e la società tedesca, in Parker, La
guerra dei Trent’anni, cit., p. 339.
8 B. Roeck, Der Dreißigjährige Krieg und die Menschen im Reich,
Kroener e Prove (a cura di), Krieg und Frieden, cit., p. 278.
CONCLUSIONI

Quando, in relazione all’accaduto, parlavano di guerra dei Trent’anni,


ma anche di teutscher krieg («guerra tedesca»), di bellum germanicum,
o di War of Germany, i contemporanei facevano con ciò riferimento
non soltanto al teatro di guerra, bensì anche alle cause e alle
conseguenze del conflitto. Durante la guerra si combattè per risolvere le
questioni confessionali, costituzionali e di potere che agitavano la
Germania, e tutti i tedeschi vissero con la paura della morte e della
distruzione. Gli avvenimenti che separano il 1618 dal 1648, la
defenestrazione di Praga dalla pace di Vestfalia, possono spiegarsi
logicamente come conseguenze della situazione conflittuale presente in
terra tedesca. La Spagna, la Danimarca, la Svezia e la Francia
intervennero direttamente nel conflitto, altri stati indirettamente. Ma si
trattò per questo di una guerra europea, combattuta per un complesso di
obiettivi e un modello di ordinamento che possiamo dire «europei»?
Certo: la guerra di liberazione olandese o le guerre egemoniche tra
Spagna e Francia, Svezia e Danimarca, erano intimamente connesse
con gli eventi tedeschi, ma risalivano ad altre cause e approdarono a
soluzioni autonome. Se davvero in Germania si fosse trattato di una
lotta fra le tre «potenze universali» - la casa d’Asburgo, la Svezia e la
Francia per la supremazia in Europa, (1) allora questa guerra non
avrebbe avuto termine proprio nel 1648. Ci fu pace soltanto in
Germania, non in Europa, e la questione di una possibile supremazia
rimase irrisolta: basti qui richiamare alle guerre di Luigi XIV di Francia
(1643-1715) o di Carlo XII di Svezia (1682-1718).

1. Dall’impero tedesco meridionale all’impero-stato tedesco Dalla


seconda metà del Cinquecento l’impero aveva vissuto una spinta alla
compressione proveniente da fonti assai diverse. Attraverso la
responsabilità nei confronti dei correligionari e attraverso la comune
lotta politica per la rispettiva fede, le reti di rapporti confessionali
all’interno dell’impero rafforzarono il senso di coesione sovraregionale.
Con i compiti amministrativi i circoli imperiali allo stesso tempo
continuarono in una nuova forma la tradizione delle leghe egemoniche
gravitanti intorno a un potente principe e presero posizione a favore di
un’unione strutturata a livello più regionale. I circoli «funzionanti»
lasciarono che l’impero divenisse più compatto, perché in questo modo
i tanti ceti minori erano costretti almeno a orientarsi sulle direttive dei
ceti maggiori. Nella loro qualità di prìncipi intitolati della giurisdizione
regionale, i sovrani territoriali più potenti organizzavano e
controllavano la politica dei singoli circoli imperiali, e in quanto ceti
armati disponevano di soldati sempre operativi - una minaccia costante
per i vicini meno potenti. Si può così comprendere che le linee-guida
della politica imperiale venivano determinate non dalla massa dei ceti
imperiali, ma soltanto da alcuni, pochi signori regionali, di concerto con
l’imperatore e con i principi elettori.
Soltanto il sistema giuridico e di sicurezza dell’impero, così come il
potere esecutivo e di polizia dei circoli hanno consentito l’esistenza
relativamente autonoma del sistema cetuale imperiale: i ceti vennero
sollevati dalle funzioni «statali» che essi stessi non erano in grado di
adempiere.
Prima e dopo il 1648 la statualità dei corpi dell’impero fu un potere
in larga misura autonomo e indipendente, sotto la tutela della - e
accanto alla - statualità dell’unione imperiale, il sistema politico
comune della Germania.
Come sistema politico fornito di interessi e di capacità d’agire
comuni, fu solo dopo le vittoriose spedizioni imperiali degli anni 1620-
1630 che la nazione tedesca si estese dalle Alpi alle coste del mar
Baltico e del mare del Nord, venendo così a coincidere, almeno
approssimativamente, con quel concetto di «Germania» che era rimasto
sino ad allora di natura soprattutto etnico-geografica. È da allora che
prendono ad apparire sempre più spesso, pur se occasionalmente,
diciture come «impero tedesco» o «Germania» per intendere il binomio
d’azione «imperatore e impero» (Kaiser und Reich).
Nella rielaborazione giuridica condotta dal diritto pubblico imperiale
l’impero-stato rifondato con la pace di Vestfalia divenne il sistema
politico quasi perfetto, capace di garantire a tutti i gruppi coinvolti
diritti, spazi liberi e possibilità di partecipazione, senza con ciò smarrire
la propria capacità di azione. Questo «stato astratto» (Gedankenstaat)
(2) funzionava tuttavia soltanto se tutti i membri rispettavano le
norme e tenevano un comportamento filoimperiale.
Nell’ordinamento imperiale i giuspubblicisti del tempo tentarono di
riconoscere le teorie correnti. Le discussioni riguardavano la divisione
dei poteri fra imperatore e ceti, e la derivazione dei diritti cetuali di
partecipazione. Da questo punto di vista anche in Germania ebbe un
ruolo importante l’idea che la legittimazione dei ceti derivasse dal
popolo. Laddove nell’Europa occidentale l’idea della sovranità
popolare condusse nel tempo a cambiamenti costituzionali, in Germania
essa agì invece in senso piuttosto conservatore: qui i diritti del popolo,
dei ceti e dell’imperatore vennero integrati nell’ordinamento imperiale,
senza che da ciò si fossero prodotte possibilità di collaborazione dei
rappresentati. Intanto Hermann Comring provvide a demolire la teoria
della continuità tra impero romano e impero tedesco. Egli sciolse
l’impero dal suo ancoraggio universalistico e ne sancì l’indipendenza
dal papa. Con questo l’impero-stato complementare assunse un profilo
anche sul piano teorico: con forte riferimento alla Germania, sottoposto
alla sovranità dell’imperatore e con diritti autonomi di signoria per i
principi.
Il vecchio gradiente nord-sud venne almeno in parte superato. La
lotta contro i turchi e contro le devastanti campagne militari del re
francese, che suscitarono una sorta di furore patriottico collettivo, vide
la partecipazione più o meno di tutti i ceti.
E tuttavia la Germania rimase divisa: nel meridione del paese, un
sistema imperiale più limitato, comprendente anche il basso Reno,
l’Assia, la Turingia e la Sassonia; a settentrione, i territori chiaramente
più distanti dall’impero, che dopo il 1648 conservarono un
riconoscibile atteggiamento di rifiuto. In un primo tempo il nord restò
sotto l’egemonia svedese, poi sotto quella della Prussia-Brandeburgo.
La divisione del paese caratterizza la nazione tedesca fino all’Ottocento
inoltrato.

2. La nazione in guerra Ma che cosa tenne insieme le singole parti?


Come si concretizzò il sistema politico della nazione tedesca? Esisteva
una coscienza dell’«essere tedeschi» e quale ruolo ebbero in questo le
esperienze della guerra e le disposizioni della pace?
Heinz Schilling ha insistito sull’alleanza che nell’Europa moderna
legò il processo di formazione dello stato e dell’identità nazionale a una
singola confessione, a ciò contrapponendo la fase della
confessionalizzazione e della guerra dei Trent’anni in Germania che
avrebbe contribuito al consolidamento della statualità territoriale. E
tuttavia non si può in alcun modo dire che la molteplicità di confessioni
sia andata solo a danneggiare la coesione della nazione tedesca. A
proposito, per esempio, del cattolicesimo barocco e del nazionalismo
protestante in campo letterario e linguistico, lo stesso Schilling
richiama l’attenzione sulla coesistenza di «identità confessionali e
culturali “nazionali”». Queste non stavano una accanto all’altra senza
che vi fossero legami, ma si sovrapponevano l’una con l’altra,
compenetrandosi e alimentandosi a vicenda. Per quanto paradossale
possa sembrare: pur se il conflitto confessionale in Germania produsse
molti disordini e conflitti palesi o nascosti nella struttura costituzionale,
la confessionalizzazione valse a creare nuova stabilità nei vincoli
sovraterritoriali, validi in linea di principio nella Germania intera.
Un ulteriore elemento promosse la consapevolezza di una comune
appartenenza alla nazione tedesca, che andava al di là di ogni confine
confessionale: a partire dalla fine del Cinquecento la classe dirigente
cattolica e quella protestante condividevano lo stesso percorso
formativo improntato allo spirito umanistico. Le idee delle comunità
linguistiche, la pubblicistica politica e la poesia barocca hanno
accentuato e divulgato il concetto di nazione tedesca durante la guerra.
Volantini illustrati, locandine, poesie consolatorie e appelli alla pace
valsero a far conoscere determinate idee e valori. Destinatari erano tutti
i tedeschi che pativano durante il conflitto, i quali venivano esortati a
sostenere un determinato partito per difendere con più fermezza sé
stessi in quanto tedeschi, protestanti, fautori della libertà tedesca o
dell’imperatore, oppure dovevano fare penitenza perché la guerra era la
punizione che Dio gli aveva riservato per la loro vita immorale e poco
cristiana.
Ai tedeschi era stata ascritta collettivamente la colpa della loro
miseria per aver «rinnegato sul piano politico, etico e linguistico la loro
origine tedesca» (Brecht). I poeti e gli scritti popolari inveivano
all’unisono contro l’avvento di mode forestiere, soprattutto francesi, e
proponevano a modello l’eroismo dei padri, usi e costumi antichi, e
l’antica libertà tedesca.
Gli attacchi a quei tedeschi che non si sentivano obbligati al proprio
modo di vestire, alla lingua o ai sistemi di valori si collegavano a morte
e distruzione, paura e terrore.
La patria tedesca, quella patria che pure poteva definirsi sulla base di
valori quali la virtù, la lealtà, l’onestà, la giustizia e la libertà, non
trovava definizione spaziale più precisa. La guerra aveva distrutto la
libertà e il diritto, e finché questi si fossero ristabiliti con la pace, non ci
sarebbe stata nessuna patria. Gli appelli all’unità erano perciò sempre
rivolti anche alla rifondazione della libertà tedesca.
Durante la guerra quella del «tedesco libero» era divenuta una figura
topica, che poteva essere messa in campo contro i nemici stranieri o
anche - in riferimento alla mobilitazione confessionale - contro quelli
interni.
E tuttavia nella memoria culturale quella dei Trent’anni non è rimasta
impressa come una guerra «tedesca». Da un lato, gli eroi di guerra non
hanno indotto alla mitopoiesi e all’identificazione nazionale. Dopo che
Schiller offrì un ritratto di Wallenstein che non era quello di un eroe e
Goethe aveva rinunciato a scrivere una biografia di Bernardo di
Weimar, nell’Ottocento fu scoperto Gustavo Adolfo, nonostante questi
fosse un modello adatto soltanto ai protestanti, non all’intera nazione
tedesca. Dall’altro lato, nel momento in cui, prima in Prussia e poi in
Germania, lo stato autoritario nazionale rigettò l’idea di nazione non
espansionistica del vecchio impero, non ci fu più posto per le guerre
tedesche del passato, che non rappresentavano delle eroiche lotte di
resistenza, né erano riuscite a imporre stabilmente il proprio sistema
valoriale al nemico interno.

3. La ricezione della pace I contemporanei accolsero la pace con


giubilo. Così come in passato era stato per il desiderio di pace, anche la
pace stessa venne interpretata in senso nazionale: «Via la guerra
tedesca, ecco la pace tedesca!». Prima del 1800 la pace di Vestfalia fu
considerata il fondamento indiscusso della statualità tedesca. Nelle
trattative sulle capitolazioni elettorali o nelle curie della dieta imperiale
di Ratisbona, quella pace fece da principio informatore d’ogni cosa.
Friedrich Schiller riteneva che, «fra le opere della saggezza e della
passione umana», la pace fosse «quella più interessante e di maggior
carattere». (3) E tale la percepirono molti contemporanei: a questi la
struttura costituzionale tedesca sembrava, nel complesso, un
ordinamento armonico e adeguato, nonostante i suoi difetti evidenti.
Nel caos apparente rappresentato dalla coordinazione, subordinazione e
sovrapposizione dei poteri statali e parastatali, essi vedevano un sistema
di controlli reciproci, un’efficace tutela dall’arbitrio e una garanzia per
la pace, per la giustizia e per la libertà conforme alla legge.
Anche fuori della Germania i trattati di Münster e Osnabrück vennero
considerati sin dentro l’Ottocento il capolavoro della regolazione
internazionale dei conflitti, la base del sistema statale europeo: un
primo successo sulla strada verso la pace perpetua. Jean-Jacques
Rousseau, che nel Sacro romano impero della nazione tedesca vedeva
la più importante garanzia dell’equilibrio europeo, ebbe a dichiarare nel
1761 che «forse la pace di Vestfalia sarà in perpetuo la base del sistema
politico fra noi».
Nell’Ottocento gli apologeti dello stato nazionale autoritario
attribuirono alla pace di Vestfalia la responsabilità di quella che a loro
appariva la sconfortante situazione della Germania: ai loro occhi, nel
1648, su iniziativa della Francia, il sistema delle potenze europee era
stato costruito sull’impotenza tedesca.
La storiografia tedesca ha continuato a rinnovare tale verdetto ed è
stata a lungo concorde in questa valutazione negativa: con la pace di
Vestfalia l’impero, divenuto presto ingovernabile, non fu soltanto
privato di ogni inizio di sviluppo in senso nazionalstatale, ma fu anche,
e soprattutto, smantellato come sistema capace di azione politica.
Nel processo di formazione statale tedesco, il progresso e la dinamica
trovarono spazio da allora in poi soltanto nei grandi stati territoriali
dispensati dalle fastidiose pastoie dell’Unione imperiale - primo fra
tutti, la Prussia-Brandeburgo. La presunta perdita di funzioni del vertice
dell’impero e degli Asburgo fu un primo passo, gravido di
conseguenze, sulla strada che avrebbe portato alla formazione dello
stato «piccolo-tedesco».
Pur se tale valutazione appare oggi superata, non si è ancora riusciti a
rimuoverla dalla coscienza pubblica. Conformemente alla completa
rivalutazione del vecchio impero come sistema politico di statualità
complementare, che provvedeva alla difesa esterna nonché alla tutela
del diritto e della pace, occorrerebbe richiamare l’attenzione sul fatto
che il congresso costituente di Osnabrück diede all’impero-stato un
ordinamento flessibile e durevole. L’ordinamento imperiale uscito dalla
pace di Vestfalia ha comunque plasmato la statualità tedesca molto più
a lungo di quanto non abbiano fatto tutti gli ordinamenti costituzionali
successivi.

NOTE ALLE CONCLUSIONI


1 J. Burkhardt, Der Dreißigjährige Krieg, II ed. Frankfurt a.M.,
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2 Così G.W.F. Hegel, La Costituzione della Germania (1801-1803),
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p. 55.
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10. Ulteriori indicazioni di lettura La maggior parte della bibliografia


disponibile anche in italiano, sia generale sul XVII secolo che
particolare sulla guerra dei Trent’anni, è già fornita dall’autore nelle
pagine precedenti.
Qui si può solo offrire qualche spunto di lettura su una peculiare
storiografia italiana, che ha suscitato un certo dibattito fra gli storici
negli anni Ottanta e Novanta del Novecento e di cui è stato protagonista
l’istituto storico italo-germanico di Trento.
I temi implicati in questo dibattito sono stati, e in parte sono ancora,
quelli delle conseguenze della pace di Vestfalia sulla formazione degli
stati europei, sulla confessionalizzazione e sul disciplinamento sociale.
E.-W. Böckenförde, La pace di Westfalia e il diritto di alleanza dei
ceti dell’impero, in E. Roteili e P. Schiera (a cura di), Lo
Stato moderno, Bologna, Il Mulino, 1974-1976, voi. Ili, pp.
333-362.
— La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, a
cura di M. Nicoletti, Brescia, Morcelliana, 2006.
G. Chittolini, A. Molho e P. Schiera (a cura di), Origini dello Stato.
Processi di formazione statale in Italia fra Medioevo ed Età moderna,
Bologna, Il Mulino, 1997.
Nuovo ordine e antico regime dopo la pace di Westfalia. XLI
settimana di studio, 14-18 settembre 1998. Coordinatori: P. Prodi, P.
Schiera e H. Schilling. Atti pubblicati in «Annali dell’istituto storico
italo-germanico in Trento», XXVII
(2001), pp. 185-418 (in particolare i saggi di H. Schilling, A.
Monti e A. Musi).
G. Oestreich, Problemi di struttura dell’assolutismo europeo, in
Roteili e Schiera (a cura di), Lo Stato moderno, cit., voi. I, pp. 173-191.
— Polizia e prudentia civilis nella società barocca della città e dello
Stato, in Id., Filosofia e costituzione dello Stato moderno, a cura di P.
Schiera, Napoli, Bibliopolis, 1989, pp. 213-232.
P. Prodi (a cura di), Disciplina dell’anima, disciplina del corpo,
disciplina della società tra Medioevo ed Età moderna, Bologna, Il
Mulino 1994.
A. Prosperi, Riforma cattolica, crisi religiosa, disciplinamento, in
«Annali dell’istituto storico italo-germanico in Trento», XIX
(1993), pp. 401-415.
W. Reinhard, Confessionalizzazione forzata? Prolegomeni ad una
teoria dell’età confessionale, in «Annali dell’istituto storico italo-
germanico in Trento», Vili (1982), pp. 13-38.
P. Schiera, Disciplina, disciplinamento, in «Annali dell’istituto
storico italo-germanico in Trento», XVIII (1992), pp. 315334.
— La Pace di Westfalia fra due «tempi storici»: alle origini del
costituzionalismo moderno, in «Scienza e Politica», 22 (2000), pp. 33-
45.
W. Schulze, Il concetto di «disciplinamento sociale» nella prima età
moderna in Gerhard Oestreich, in «Annali dell’istituto storico italo-
germanico in Trento», XVIII (1992), pp. 371411.
Per un’ampia raccolta di documenti in italiano, si veda A.
Turchini, La guerra dei Trent’anni, Milano, I.S.U. Università
cattolica, 1998.