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CAPIRE

LE PENSIONI

PICCOLE E GRANDI RISPOSTE QUOTIDIANE


A PORTATA DI MANO
CAPIRE LE PENSIONI

© 2019 Altroconsumo Edizioni S.r.l.


Via Valassina 22 – 20159 Milano
A cura di Salvatore Martorelli

ISBN 978-88-99780-36-4

Coordinamento editoriale: Sonia Basili


Redazione: Chiara Olivero
Copertina e impaginazione: Simona Monfrinotti

Tutti i diritti di traduzione, riproduzione,


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le ultime news e sapere quando sarà disponibile una nuova edizione di questa guida.
Sommario

Introduzione.................................................................................................... 9

PARTE PRIMA – La contribuzione

Capitolo 1 – I contributi obbligatori


Cosa sono i contributi...................................................................................... 13

I contributi dei lavoratori dipendenti............................................................. 15

I contributi di artigiani e commercianti......................................................... 21

Lavoratori autonomi agricoli.......................................................................... 27

La Gestione Separata INPS.............................................................................. 30

Capitolo 2 – Contributi figurativi, volontari e da riscatto


I contributi figurativi....................................................................................... 33

I contributi volontari........................................................................................ 38

I contributi da riscatto..................................................................................... 43

5
Capire le pensioni

Capitolo 3 – La ricongiunzione, la totalizzazione


e il cumulo
Cos’è la ricongiunzione.................................................................................... 53

La ricongiunzione nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti..................... 54

La ricongiunzione in altri Fondi...................................................................... 55

La ricongiunzione per i liberi professionisti................................................... 58

INPS ed ENPALS................................................................................................ 59

La totalizzazione.............................................................................................. 60

Il “cumulo”....................................................................................................... 62

PARTE SECONDA – I trattamenti pensionistici

Capitolo 4 – La pensione di vecchiaia


Il sistema retributivo e misto........................................................................... 68

Il sistema contributivo..................................................................................... 76

La pensione di vecchiaia in totalizzazione..................................................... 79

La pensione di vecchiaia con il “cumulo”....................................................... 81

L’Anticipo Pensionistico (APE)......................................................................... 83

Capitolo 5 – I trattamenti anticipati


La pensione anticipata.................................................................................... 88

Sistema contributivo puro............................................................................... 90

In pensione con “Quota 100”......................................................................... 92

La pensione di anzianità in regime di totalizzazione................................... 97

La pensione anticipata in regime di cumulo.................................................. 99

Pensione anticipata a 63 anni con contributi versati


alla Gesione Separata...................................................................................... 100

I prepensionamenti a carico delle aziende.................................................... 101

6
Sommario

Capitolo 6 – I trattamenti di invalidità


L’assegno di invalidità...................................................................................... 103

La pensione di inabilità................................................................................... 107

La pensione privilegiata di inabilità............................................................... 109

La vecchia pensione di invalidità.................................................................... 111

La pensione di inabilità in totalizzazione...................................................... 112

La pensione di inabilità in regime di cumulo................................................ 113

Capitolo 7 – La pensione di reversibilità


Che cos’è la reversibilità.................................................................................. 115

A chi spetta...................................................................................................... 116

A quanto ammonta......................................................................................... 121

Capitolo 8 – Lavorare all’estero


La normativa internazionale di sicurezza sociale.......................................... 128

Lavorare all’estero per un’azienda italiana.................................................... 132

Capitolo 9 – Il trattamento minimo


e le maggiorazioni sociali
Il “trattamento minimo”................................................................................. 135

La maggiorazione sociale................................................................................ 139

L’aumento delle pensioni basse (la “quattordicesima”)................................ 141

Il rimborso una tantum agli “incapienti”....................................................... 143

Capitolo 10 – Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS


Fare i conti........................................................................................................ 147

Il calcolo retributivo......................................................................................... 150

7
Capire le pensioni

Il calcolo contributivo...................................................................................... 154

La pensione nel sistema misto........................................................................ 160

Il calcolo della pensione per i lavoratori autonomi....................................... 165

Capitolo 11 – Lavorare in pensione


Cumulare pensione e lavoro........................................................................... 167

Quando il cumulo è solo parziale................................................................... 168

Cumulo vietato................................................................................................. 170

Il supplemento di pensione............................................................................. 170

Capitolo 12 – Le pensioni assistenziali


L’assegno sociale.............................................................................................. 175

La pensione sociale.......................................................................................... 179

Prestazioni per gli invalidi civili....................................................................... 180

Come si controlla il reddito............................................................................. 188

Indice analitico................................................................................................. 189

8
Introduzione

La legislazione in materia di previdenza è in continua evoluzione. Accanto a


vertiginosi e continui aggiornamenti della normativa, rimane, inoltre, la com-
plessità di un sistema che per raccordare le vecchie e le nuove leggi presenta
deroghe ed eccezioni, che rendono difficile comprendere se, come e quando
si maturerà il frutto di anni di contributi versati.
La Riforma Monti-Fornero ha innalzato, dal primo gennaio 2012, i requisiti
anagrafici richiesti per la pensione di vecchiaia, ha apportato novità al mecca-
nismo di calcolo delle pensioni, ha cancellato le vecchie pensioni di anzianità
sostituendole con una nuova prestazione, la pensione anticipata e, infine, ha
introdotto meccanismi di penalizzazione o incentivi collegati all’età in cui si
decide di andare in pensione. Per rendere meno traumatico il passaggio dal
vecchio al nuovo sistema nei confronti di taluni lavoratori assicurati, la legge
ha però stabilito che le norme in vigore fino al 2011 continuino, per un limitato
numero di casi, a essere ancora valide.
Questa guida tiene conto delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio per il
2019 che, come vedremo, ha “addolcito” le regole per il pensionamento anti-
cipato, prevedendo la possibilità di ottenere la prestazione se si possono far
valere, congiuntamente, 62 anni di età e 38 di versamenti; una proroga della
cosiddetta “Opzione donna”; un blocco degli incrementi dei requisiti contributivi
per la pensione anticipata legati all’aumento dell’aspettativa di vita.
Nella prima parte parleremo dei vari tipi di contributi, nella seconda ci occu-
peremo dei trattamenti pensionistici.

9
Pagina bianca
PARTE PRIMA
La contribuzione
Pagina bianca
1
I contributi obbligatori

I contributi
obbligatori

Il sistema previdenziale è il complesso di norme che disciplina il diritto


a un trattamento pensionistico, determinato in base ai contributi versati
durante l’attività lavorativa. Il sistema assistenziale regola, invece, l’attività
dello Stato volta a erogare un trattamento o un’integrazione per tutelare una
situazione di bisogno. La differenza tra i due sistemi, quindi, è nel sistema di
finanziamento: il primo è garantito dai contributi previdenziali di ciascuno,
il secondo si alimenta con la cosiddetta “fiscalità generale” ovvero con le
tasse versate da tutti.

Cosa sono i contributi


Per parlare di previdenza, e specificamente di pensioni, si deve perciò in-
nanzitutto parlare di contribuzione, perché esiste uno stretto legame tra la
prestazione previdenziale e il versamento dei contributi.
I contributi previdenziali sono quelle quote della retribuzione (nel caso di
rapporti di lavoro subordinato) o del reddito di lavoro (nel caso del lavoro
autonomo, di rapporti di collaborazione o di lavoro associato) destinate al
finanziamento delle prestazioni previdenziali previste dalla legge.
Essi sono, di norma, obbligatori perché il loro versamento è previsto dalla

13
Capire le pensioni

legge e la volontà delle parti (datore di lavoro e prestatore di lavoro) non può
derogare a quest’obbligo, che sorge generalmente all’avvio di una qualunque
attività lavorativa e al verificarsi di ulteriori condizioni previste dalla legge. Una
parte dei guadagni, quindi, viene versata quale contributo ai fini della pensione.
Fino a qualche tempo fa secondo la variegata galassia della previdenza la
contribuzione e le relative prestazioni pensionistiche non erano gestite tutte
da un unico ente, ma da istituti previdenziali diversi a seconda della tipologia
di attività lavorativa svolta.
La tendenza è, invece, cambiata in questi ultimi anni e molti Istituti previdenziali
(INPDAI, INPDAP, ENPALS, IPOST, Fondo Ferrovie), pur mantenendo invariate
le proprie regole per il pensionamento, sono stati assorbiti dall’Istituto Nazionale
della Previdenza Sociale (INPS). Quest’ultimo, secondo i dati diffusi dello stesso
istituto, ha 37 milioni di utenti; gestisce i conti assicurativi di 22 milioni e mezzo
di lavoratori, paga mensilmente 18 milioni di pensioni ed eroga prestazioni a
sostegno del reddito (disoccupazione, malattia, mobilità, maternità ecc.) a poco
meno di 5 milioni di persone. Sono, infatti, iscritti presso l’INPS:

• i lavoratori dipendenti del settore privato iscritti al cosiddetto Fondo Pensioni


Lavoratori Dipendenti;
• gli artigiani, i commercianti e i coltivatori diretti iscritti alle gestioni speciali
lavoratori autonomi;
• i lavoratori “parasubordinati” (co.co.pro, co.co.co. e lavoratori occasionali)
e i professionisti titolari di partita IVA privi di una cassa professionale e,
perciò, iscritti alla cosiddetta Gestione Separata;
• i lavoratori iscritti ai fondi speciali di previdenza sostitutivi del regime generale
(fondo telefonici, fondo elettrici e fondo addetti alle imposte di consumo);
• i dirigenti di azienda industriale iscritti fino al 2002 al disciolto istituto na-
zionale di previdenza dei dirigenti industriali (INPDAI);
• i lavoratori iscritti ai fondi speciali di previdenza integrativi del regime
generale INPS (fondo Previdenza Marinara, fondo degli addetti ai pubblici
servizi del gas, fondo degli addetti ai pubblici servizi di trasporto, fondo
dipendenti degli istituti di credito).

Sono, inoltre, assicurati presso l’INPS, in apposite Gestioni:

• i dipendenti dello Stato, della Sanità e degli Enti Locali, iscritti alla Gestione
ex INPDAP dell’INPS;
• i lavoratori dello spettacolo iscritti alla Gestione ex ENPALS dell’INPS;
• i dipendenti di Poste Italiane S.p.A. iscritti alla Gestione ex IPOST dell’INPS.

Questa guida tratterà solo gli aspetti contributivi e pensionistici dei soggetti
assicurati al regime generale INPS, che rappresentano la stragrande maggio-
ranza dei lavoratori.

14
I contributi obbligatori

I contributi dei lavoratori dipendenti


Il sistema di previdenza dei lavoratori dipendenti iscritti nel regime generale
dell’INPS è finanziato attraverso un prelievo contributivo rapportato, per la
quasi totalità delle categorie, alla retribuzione effettiva corrisposta ai lavoratori
e, per alcune specifiche categorie (per esempio, i lavoratori domestici) su
retribuzioni convenzionali. Il contributo è, per definizione, obbligatorio in
quanto dovuto per legge indipendentemente da eventuali accordi tra le parti.
L’INPS riscuote dai datori di lavoro i contributi dovuti per i seguenti tipi
di assicurazioni:

• IVS (trattamenti di Invalidità, Vecchiaia e Superstiti);


• DS (trattamenti di Disoccupazione);
• CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria);
• malattia e maternità.

Su cosa si paga
I contributi previdenziali dovuti all’INPS si calcolano di solito in percentuale
sulla retribuzione lorda. La misura percentuale di questi contributi non è uguale
per tutti, perché è condizionata dalla natura dell’attività esercitata dall’azien-
da, dalla posizione dei lavoratori in azienda e dalla retribuzione imponibile.
L’aliquota media a carico del datore di lavoro (al lordo di ulteriori sgravi e
agevolazioni) è pari, per i lavoratori dipendenti e per la sola assicurazione
Invalidità, Vecchiaia e Superstiti (la cosiddetta IVS), al 33% della retribuzione
lorda, di cui il 23,81% a carico dell’azienda e il 9,19% a carico del dipendente.
Se gli importi di retribuzione sono superiori al cosiddetto “tetto pensionabile”,
che per il 2019 è di 47.143 euro, l’aliquota cresce di un 1% in più sulla parte
eccedente. Così, per esempio, per un lavoratore che ha una retribuzione lorda
imponibile di 60.000 euro, il prelievo contributivo è del 33% fino al tetto di
47.143 euro e del 34% sui restanti 12.857 euro.

Che cos’è la retribuzione?


Ai fini del calcolo dei contributi si considera retribuzione tutto ciò che il lavo-
ratore percepisce dal datore di lavoro in denaro o in natura, in dipendenza del
rapporto di lavoro, al lordo di qualsiasi ritenuta. Per questo motivo compongono
la retribuzione imponibile: lo stipendio, le gratifiche, il compenso per il lavoro
straordinario e i cosiddetti fringe benefit superiori a un determinato importo.
Dal 1998 vi è una totale coincidenza tra la base imponibile valida ai fini
dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (l’IRPEF) e quella da utilizzare ai

15
Capire le pensioni

fini previdenziali. Vi sono, però, alcune voci che restano escluse dalla retribu-
zione imponibile. Tra le più importanti vi sono il trattamento di fine rapporto
(il cosiddetto TFR), gli incentivi all’esodo, i trattamenti di famiglia, le forme
pensionistiche complementari. Anche i rimborsi e le diarie per le trasferte,
entro determinati limiti, non fanno parte della retribuzione imponibile.

Chi è obbligato a pagare i contributi


Anche se l’onere contributivo è ripartito tra il datore di lavoro e il lavoratore,
l’obbligo di versare i contributi previdenziali e di assolvere agli altri adempi-
menti previsti dalla legge è a carico del datore di lavoro.
Egli versa agli enti previdenziali anche la quota a carico del lavoratore, dopo
aver trattenuto la somma corrispondente dallo stipendio. In ogni caso il datore
di lavoro rimane l’unico responsabile, nei confronti degli enti previdenziali,
dell’obbligo del versamento che va effettuato entro il giorno 16 del mese suc-
cessivo a quello in cui è scaduto l’ultimo periodo di paga. Per i datori di lavoro
domestico il pagamento della contribuzione ha invece scadenza trimestrale.
Anche per i cosiddetti “parasubordinati”, cioè coloro che hanno collabora-
zioni coordinate e continuative, svolgono lavori a progetto o collaborazioni
occasionali (in questa ipotesi solo se il reddito supera un certo importo),
l’obbligo contributivo grava per una quota sui committenti (i quali restano
comunque responsabili dell’intero versamento) e, per la parte restante, sugli
stessi lavoratori.

Il minimale di retribuzione imponibile


La retribuzione lorda sulla quale sono calcolati i contributi previdenziali non
può essere inferiore a un determinato importo stabilito dai contratti collettivi
o direttamente dalla legge. L’importo è fissato per ciascuna giornata di lavoro
e prende il nome di “minimale di retribuzione giornaliera”. Se la retribuzione
del lavoratore è superiore al minimale giornaliero, essa viene utilizzata per
calcolare i contributi, se invece è inferiore, i contributi si calcolano sul minimale.
I limiti minimi aumentano ogni anno con la stessa percentuale fissata per
l’aumento delle pensioni. Per il 2019 il minimale consiste di 48,74 euro gior-
nalieri. Per i lavoratori con rapporto di lavoro a tempo parziale, il minimale
non è giornaliero ma orario e si ottiene rapportando il minimale giornaliero
alle giornate di lavoro settimanale a orario normale e dividendo l’importo
così ottenuto con il numero delle ore settimanali previste contrattualmente
per il tempo pieno. Se il lavoratore è retribuito a mese e lavora con settimana
corta, le giornate da considerare sono sempre sei, mentre se è retribuito a
ore, il sabato non lavorativo deve essere escluso (vedi tabella 1 a pagina 17).

16
I contributi obbligatori

Il limite di retribuzione per l’accreditamento


dei contributi
Il minimale di retribuzione imponibile non va confuso con il limite di retri-
buzione utile per l’accreditamento dei contributi.
I contributi pensionistici sono, infatti, accreditati per ogni settimana di lavoro
ma per avere diritto all’accredito della settimana il lavoratore deve percepi-
re, per ciascuna settimana, una retribuzione lorda pari almeno al 40% del
trattamento minimo di pensione in vigore al primo gennaio di ogni anno.
Se la retribuzione annua è inferiore al 40% del trattamento minimo, allora
le settimane accreditate sono proporzionalmente ridotte. In pratica, se il la-
voratore ha lavorato tutto l’anno, si divide la retribuzione imponibile annua
per il limite minimo settimanale e il quoziente, arrotondato per eccesso,
rappresenta il numero delle settimane di contributi cui si ha diritto.

Tabella 1: Il minimale di retribuzione Tabella 2: Il massimale di retribuzione

Anno Minimale (in euro) Anno Massimale (in euro)

2003 8.364,20 2003 80.391

2004 8.573,24 2004 82.401

2005 8.744,84 2005 84.049

2006 8.893,56 2006 85.478

2007 9.071,92 2007 87.188

2008 9.225,84 2008 88.670

2009 9.521,20 2009 91.507

2010 9.588,28 2010 92.147

2011 9.722,44 2011 93.622

2012 10.004,80 2012 96.146

2013 10.304,84 2013 99.034

2014 10.418,20 2014 100.123

2015 10.439,52 2015 100.324

2016 10.439,52 2016 100.324

2017 10.439,52 2017 100.324

2018 10.544,44 2018 101.427

2019 10.670,40 2019 102.543

17
Capire le pensioni

Il massimale imponibile
I contributi sono dovuti sull’intera retribuzione che il lavoratore percepisce; per
i lavoratori che hanno iniziato a lavorare solo a partire dal primo gennaio 1996,
l’assicurazione pensionistica è dovuta, però, solo fino a un massimale annuo,
mentre le assicurazioni non pensionistiche (malattia, disoccupazione ecc.) sono
dovute sull’intera retribuzione.
Questo massimale annuo, che per il 2019 è pari a 102.543 euro, si applica ai
lavoratori che hanno iniziato a lavorare prima del primo gennaio 1996 e a quelli
che optano per il calcolo della pensione con il sistema contributivo. La tabella 2
a pagina 17 indica gli importi del massimale imponibile degli ultimi anni.

La prescrizione dei contributi


La prescrizione è un mezzo con cui l’ordinamento giuridico cancella alcuni
diritti quando il titolare non li esercita entro il termine previsto dalla legge.
Per quanto attiene ai contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro per i
dipendenti, essi si prescrivono nel termine di 5 anni dalla data in cui doveva-
no essere pagati. Ciò vuol dire che, trascorso questo tempo, se l’azienda per
cui lavorate non ha versato i vostri contributi né l’INPS può più chiederle di
pagarli né l’azienda stessa, se lo volesse, può più versarli.
Il termine dei 5 anni si estende però fino a 10 se il lavoratore ha presentato
all’INPS, entro 5 anni dall’avvenuta omissione, una denuncia per omissio-
ne contributiva nei confronti della ditta. Per i lavoratori autonomi (artigiani,
commercianti, coltivatori diretti) e per quelli “parasubordinati” il termine di
prescrizione rimane invece in ogni caso di 5 anni.

Le sanzioni per il datore di lavoro


Come abbiamo detto all’inizio, la nascita del rapporto di lavoro dipendente fa
sorgere l’obbligo per il datore di lavoro di versare i contributi previdenziali.
Può però accadere, e purtroppo non di rado, che quest’ultimo non denunci
all’INPS il rapporto di lavoro oppure, nonostante lo abbia regolarmente de-
nunciato, ometta il versamento di tutta o parte della contribuzione. Esistono
per questo specifiche sanzioni, ovvero forme di penalizzazione per i datori
di lavoro che evadono.
Queste sanzioni, che sono diverse in relazione alla gravità dell’inadempienza
e che si suddividono in sanzioni civili, penali e amministrative, si articolano
in due differenti regimi: il regime ordinario, che si applica nella maggior par-
te dei casi, e quello speciale, che si applica solo in alcuni eccezionali casi e
consente la riduzione dell’importo delle sanzioni dovute.

18
I contributi obbligatori

In pratica la severità della sanzione dipende dal comportamento del datore


di lavoro e dalle altre circostanze che possono giustificare un ritardo nel ver-
samento dei contributi.

Omissione o evasione?
In base al comportamento tenuto dal datore di lavoro possono concretizzarsi
i casi dell’omissione contributiva o dell’evasione contributiva.
L’omissione contributiva consiste nel mancato o ritardato pagamento dei
contributi rilevabili da denunce e registrazioni obbligatorie. In questo ca-
so, la sanzione civile che si applica è pari al tasso ufficiale di riferimento
(il cosiddetto TUR) maggiorato del 5,5% annuo.
Le sanzioni non possono, però, superare il limite massimo del 40% dei con-
tributi dovuti; una volta raggiunto questo tetto, sul solo debito contributivo,
con esclusione delle sanzioni che sono già state calcolate, si devono appli-
care gli interessi di mora.
L’evasione contributiva è invece un comportamento sanzionato più seve-
ramente, perché è caratterizzato dalla specifica intenzione di non versare
i contributi. Si tratta di una inadempienza che normalmente è accertata
d’ufficio e che di solito è connessa a registrazioni o denunce obbligatorie
omesse o non conformi al vero.
Tra i casi di evasione più frequenti si possono citare:

• la mancata iscrizione all’INPS;


• la mancata iscrizione sui libri aziendali di uno o più dipendenti;
• l’infedele registrazione della retribuzione;
• l’omessa, tardiva o infedele presentazione delle denunce obbligatorie;
• la presenza di rilevanti oggettive incertezze nell’obbligo contributivo.

Il principio di automaticità
Ma cosa accade se il datore di lavoro non ha pagato né potrà successivamente
pagare i contributi previdenziali, nonostante il lavoratore abbia denunciato
questa circostanza nei termini della prescrizione prevista dalla legge? A questo
interrogativo c’è una precisa risposta: la contribuzione dovuta all’Assicurazione
Generale Obbligatoria è valida a tutti gli effetti anche quando essa non sia
stata effettivamente versata all’INPS; ciò significa che il requisito contributivo
necessario per il diritto alla pensione deve intendersi perfezionato non sulla
base di quanto effettivamente versato, ma in relazione ai contributi che risul-
tino comunque dovuti e non prescritti (a condizione, ovviamente, che l’INPS
ne sia a conoscenza).

19
Capire le pensioni

È il cosiddetto principio dell’automaticità, in base al quale il lavoratore ha


diritto alle prestazioni anche quando il suo datore di lavoro abbia omesso i
relativi contributi; esso trae origine direttamente dal Codice Civile e, nel corso
del tempo, è stato ampliato e specificato da un lungo iter legislativo. La tutela
offerta da questo principio opera in favore dei lavoratori dipendenti iscritti nel
regime generale, a salvaguardia del danno causato da parte di terzi.
Non è applicabile di conseguenza ai lavoratori autonomi, che sono responsabili
in prima persona dei versamenti contributivi a proprio favore. Sono inoltre
esclusi dal campo di applicazione della norma i lavoratori agricoli subordinati,
poiché la prova del rapporto di lavoro e l’accredito dei relativi contributi sono
già garantiti dall’iscrizione negli elenchi nominativi di categoria. Non possono
avvalersi di questo principio neanche i lavoratori iscritti alla Gestione Separata.
La copertura contributiva, nei limiti tutelati dalla legge, è dunque un diritto
assoluto del lavoratore dipendente, indipendentemente dall’effettivo versa-
mento dei contributi, mentre compete all’INPS, a partire dal momento in cui
ne ha avuto conoscenza, l’onere di agire contro il datore di lavoro ai fini di
recuperare la contribuzione non versata.
Per questo al momento dell’erogazione della pensione i periodi non coperti
rientrano comunque nei conteggi per stabilire l’ammontare della pensione,
purché il lavoratore abbia denunciato e dimostrato un caso di omissione
contributiva a proprio danno entro un termine di 5 anni. Affinché venga ap-
plicato il principio di automaticità, il rapporto di lavoro e il relativo obbligo
contributivo devono essere dimostrati con documenti e prove certe. In primo
luogo, è utile la dichiarazione del datore di lavoro, il cui rilascio è obbligatorio
ogni qual volta venga richiesto dal lavoratore o dall’Istituto.
Nel caso in cui il datore di lavoro risulti irreperibile o non voglia fornire colla-
borazione, il lavoratore può esibire altri documenti che dimostrino il rapporto
di lavoro: il libretto di lavoro, le lettere di assunzione e di cessazione del
rapporto, le buste paga, gli estratti dei libri paga e matricola, le testimonianze
scritte di altri lavoratori ecc.
Ma la ricerca di prove non è un onere a esclusivo carico del lavoratore:
in presenza di una dichiarazione del lavoratore che ha un fondamento di
verità, le sedi dell’INPS sono obbligate ad assumere tutte le iniziative utili per
accertare il rapporto di lavoro, incluso l’intervento dei propri ispettori.

I contributi dei lavoratori autonomi


A partire dalla metà degli anni Cinquanta il sistema previdenziale italiano, che
fino ad allora aveva riguardato quasi esclusivamente il lavoro dipendente, ha
allargato i suoi confini, estendendo la tutela anche alle forme di lavoro autono-
mo. Nel periodo 1957-1966 vengono costituite presso l’INPS tre distinte Casse,
per i coltivatori diretti, mezzadri e coloni, per gli artigiani e per i commercianti.

20
I contributi obbligatori

A partire dal 1996 la tutela pensionistica è stata poi obbligatoriamente estesa


ai cosiddetti lavoratori parasubordinati (collaboratori coordinati e continuativi,
professionisti e venditori porta a porta) che fino a quella data non avevano
alcuna copertura previdenziale.
Dal 2004 sono assoggetti a un regime previdenziale obbligatorio anche i la-
voratori occasionali, se il reddito ricavato dalla loro attività supera determinati
limiti. In conclusione, la tutela pensionistica è garantita dall’INPS per queste
categorie di lavoratori autonomi:

• gli artigiani;
• i commercianti;
• i coltivatori diretti;
• i lavoratori parasubordinati;
• i lavoratori associati in partecipazione;
• i liberi professionisti senza cassa;
• i lavoratori occasionali;
• i pescatori autonomi.

I contributi di artigiani e commercianti


La Gestione Artigiani è stata istituita nel 1959 e vi sono iscritti i titolari di
imprese artigiane e i loro familiari coadiuvanti, cioè i parenti fino al terzo
grado e gli affini entro il secondo (compresi, quindi, i figli di fratelli e sorelle).
I commercianti sono invece iscritti alla Gestione speciale degli Esercenti
Attività commerciali, istituita nel 1965.

Gli artigiani
Per i familiari dei titolari di imprese artigiane non è richiesta la partecipazio-
ne manuale al lavoro, ma la loro attività deve essere comunque svolta con
carattere di abitualità e prevalenza: devono essere perciò assicurati anche
se, per esempio, si dedicano solamente all’amministrazione dell’azienda o
ai rapporti con la clientela.
Per essere qualificata artigiana, l’attività deve essere svolta prevalentemente
con il lavoro del titolare e quello dei familiari coadiuvanti, e il titolare deve
assumere gli oneri e i rischi dell’attività stessa.
Inoltre, l’attività deve essere anche manuale e non limitarsi alla sola orga-
nizzazione del lavoro o all’amministrazione dell’impresa. Quando l’attività
artigiana è svolta in forma di impresa deve essere diretta:

21
Capire le pensioni

• alla produzione di beni;


• alla prestazione di servizi (escluse le attività agricole e le attività di presta-
zione di servizi commerciali);
• all’intermediazione nella circolazione dei beni.

La decisione sull’iscrizione alla Gestione Artigiani non compete all’INPS ma


spetta alle Commissioni provinciali per l’artigianato, che decidono se consentire
l’iscrizione dell’impresa all’Albo delle Imprese Artigiane.

I commercianti
Sono iscritti alla Gestione speciale degli Esercenti Attività commerciali:

• i titolari di aziende che esercitano attività commerciali e turistiche;


• coloro che lavorano come ausiliari del commercio (agenti e rappresentanti
di commercio, agenti aerei, marittimi, raccomandatari, propagandisti, pro-
cacciatori di affari ecc.);
• i familiari coadiutori che lavorano prevalentemente e abitualmente nell’azienda
commerciale (per familiari s’intende parenti e affini entro il terzo grado).

L’art. 1, comma 203, della L. 662/1996, sancisce l’obbligo di iscrizione alla


gestione per i soggetti che risultano in possesso dei seguenti requisiti:

• titolarità o gestione in proprio di imprese che, a prescindere dal numero


dei dipendenti, siano organizzate e dirette prevalentemente con il lavoro
proprio e dei componenti la famiglia;
• piena responsabilità dell’impresa e assunzione di tutti gli oneri e i rischi
relativi alla sua gestione;
• partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e
prevalenza;
• possesso di licenze, autorizzazioni e iscrizione in albi, registri e ruoli. Nel
caso in cui l’attività commerciale sia svolta in forma di società, i soci e i loro
familiari coadiutori sono iscrivibili all’assicurazione.

I soci di SRL
Fra i requisiti richiesti per l’iscrizione alla Gestione Commercianti ai lavoratori
autonomi che esercitano l’attività in forma societaria sono compresi la piena
responsabilità e l’assunzione di tutti gli oneri e i rischi relativi alla gestione
della società. Questi requisiti impediscono alle società di capitali di iscrivere
i soci alla Gestione, salvo per le società a responsabilità limitata.

22
I contributi obbligatori

La L. 662/1996 ha, infatti, ridefinito i requisiti dei soggetti iscrivibili nella Gestione
Commercianti e introdotto l’iscrivibilità della figura del socio di società a re-
sponsabilità limitata, in presenza degli altri requisiti, fra cui la partecipazione
personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e di prevalenza.
Questa norma sancisce, pertanto, l’obbligo assicurativo per il socio che par-
tecipa al lavoro aziendale (attività esecutiva, organizzativa e di direzione) e
stabilisce la sua assicurabilità nella gestione a prescindere dal numero dei
dipendenti occupati nell’impresa, sempre che questa sia organizzata e diretta
prevalentemente con il lavoro dei soci e dei loro familiari.
Attenzione, inoltre, a un’altra particolarità: se il socio riveste la funzione di
amministratore della SRL non viene meno l’obbligo di iscrizione, oltre che
alla Gestione Separata, anche alla Gestione Commercianti, sempre che la sua
prestazione lavorativa abbia, come detto, i requisiti di abitualità e di prevalenza.

Quanto pagano artigiani e commercianti


La contribuzione da versare ai fini previdenziali all’INPS è costituita da una
quota a persona, da versare per il titolare e per ciascuno degli eventuali familiari
coadiuvanti, calcolata in percentuale sulla totalità dei redditi d’impresa dichiarati
ai fini IRPEF nell’anno di riferimento dei contributi.
In ogni caso il contributo è dovuto entro dei limiti minimi (“reddito minimale”)
e massimi (“reddito massimale”), stabiliti per legge e variabili di anno in anno.
Il reddito minimale è l’importo stabilito dalla legge come riferimento minimo per
il pagamento dei contributi. Se il reddito effettivamente prodotto è inferiore a
questo importo (o non si è prodotto reddito), i contributi obbligatori da versare
devono essere comunque calcolati sul minimale (vedi tabella 3 a pagina 24).
Il reddito massimale, al contrario, è un limite massimo di reddito oltre il quale
non è più dovuto il pagamento dei contributi ed è diverso a seconda se si è
iniziato a versare contributi prima o dopo il 1996. Per chi poteva far valere entro
il 1995 almeno un contributo previdenziale, il reddito massimale è riportato
nella tabella 4 a pagina 24). Per coloro, invece, che al primo gennaio 1996
erano privi di qualsiasi anzianità contributiva il massimale è analogo a quello
che abbiamo indicato alla voce “massimale imponibile” nel paragrafo dedica-
to alla contribuzione dei lavoratori dipendenti (vedi tabella 2 a pagina 17).
I pagamenti avvengono in 7 rate: 4 rate trimestrali per i contributi calcolati
sul minimale (chiamati impropriamente “contributi fissi”), più 3 rate aggiun-
tive per i contributi calcolati sulla quota di reddito eccedente il minimale.
Le prime 2 rate aggiuntive sono un acconto del contributo dovuto, calcolato
in via provvisoria sul reddito dell’anno precedente.
L’ultima rata aggiuntiva si paga l’anno successivo (alle stesse scadenze pre-
viste per la dichiarazione dei redditi su modello Unico), quando si conosce
l’effettiva entità dei redditi conseguiti nell’anno di riferimento dei contributi.

23
Capire le pensioni

Tabella 3: Il reddito minimale Tabella 4: Il reddito massimale


in vigore per artigiani per artigiani e commercianti
e commercianti che hanno iniziato i versamenti
prima del 1996
Anno Minimale (in euro) Anno Minimale (in euro)
2007 13.598 2007 66.805

2008 13.819 2008 67.942

2009 14.240 2009 70.115

2010 14.334 2010 70.607

2011 14.552 2011 71.737

2012 14.930 2012 73.673

2013 15.357 2013 75.883

2014 15.516 2014 76.718

2015 15.548 2015 76.872

2016 15.548 2016 76.872

2017 15.548 2017 76.872

2018 15.710 2018 77.717

Il pagamento è costituito da un conguaglio tra gli importi versati in acconto


e quelli dovuti sulla base del reddito effettivamente prodotto nell’anno di
competenza. Se il reddito versato in acconto è superiore a quello dovuto,
il conguaglio favorevole all’assicurato può essere rimborsato, a domanda,
oppure utilizzato in compensazione degli importi da versare successivamente
(in relazione a qualsiasi tributo da versare mediante il modello F24).
Prima che venisse introdotto il modello di pagamento F24, le rate venivano
versate tramite bollettini di conto corrente postale predisposti dall’INPS.
Le aliquote contributive INPS per artigiani e commercianti sono, per il 2018,
pari al 24% del reddito di impresa dichiarato al fisco.
Per la quota di reddito eccedente i 46.630 euro annui c’è un contributo
aggiuntivo dell’1% fino al massimale di 77.717 euro.
C’è però uno sconto per i lavoratori autonomi che, nonostante siano già
pensionati, continuino la loro attività da artigiano o commerciante, e per i
familiari coadiuvanti di età inferiore a 21 anni. Per chi ha più di 65 anni, ed
è già pensionato INPS, l’aliquota è ridotta, a domanda, del 50%, mentre per
i coadiuvanti di artigiani e commercianti che non hanno ancora compiuto
i 21 anni l’aliquota contributiva è ridotta di 3 punti percentuali. Per i soli

24
I contributi obbligatori

iscritti alla Gestione degli Esercenti Attività commerciali, all’aliquota sopra


indicata va aggiunto lo 0,09% in più. Questa aliquota aggiuntiva finanzia,
secondo quanto previsto dal D. Lgs. 207/1996, l’apposito Fondo per l’in-
dennizzo per la cessazione definitiva dell’attività che consente una specie
di “prepensionamento” ai commercianti che cessano l’attività e restituiscono
la loro licenza di esercizio.

Contribuzione per le prestazioni di maternità


Il contributo dovuto dagli artigiani e dai commercianti per le prestazioni
di maternità è stabilito, per il 2018, nella misura di 0,62 euro mensili, per
ciascun iscritto alla gestione di appartenenza.

Imprese con collaboratori


Nel caso in cui il titolare si avvalga anche dell’attività di familiari collaboratori,
i contributi eccedenti il minimale vanno determinati nella seguente maniera:

• per le imprese familiari legalmente costituite: sia i contributi per il titolare,


sia quelli per i collaboratori devono essere calcolati tenendo conto della
quota di reddito denunciata da ciascuno ai fini fiscali;
• per le aziende non costituite in imprese familiari: il titolare può attribuire
a ciascun collaboratore una quota del reddito denunciato ai fini fiscali;
in ogni caso, il totale dei redditi attribuiti ai collaboratori non può supe-
rare il 49% del reddito globale dell’impresa. I contributi per il titolare e
per i collaboratori vanno calcolati tenendo conto della quota di reddito
attribuita a ciascuno.

Termini e modalità di versamento


Il pagamento del contributo minimo obbligatorio deve essere effettuato
in 4 rate, alle seguenti scadenze: 16 maggio, 16 agosto, 16 novembre e 16
febbraio dell’anno successivo.
I versamenti del saldo e del primo acconto dei contributi pensionistici sul
reddito eccedente il minimale, di cui abbiamo parlato al paragrafo “Quanto
pagano artigiani e commercianti” a pagina 23, da fare entro le scadenze
dell’IRPEF, possono essere versati differendoli di 30 giorni o rateizzandoli
in un massimo di 6 rate (ma è prevista una maggiorazione), rispetto al
termine ordinario previsto. I contributi devono essere versati tramite il
Modello F24 (vedi tabelle 5 e 6 a pagina 26).

25
Capire le pensioni

Tabella 5: Gli importi da versare per il 2018

Artigiani Commercianti
Reddito Titolari Familiari Titolari Familiari
di impresa e familiari con età fino e familiari con età fino
con età oltre a 21 anni con età oltre a 21 anni
21 anni 21 anni
Da 0 a 15.710 € 3.777,84 € 3.306,54 € 3.791,98 € 3.313,24 €
(3.770,40 € (3.299,10 € (3.784,54 € (3.320,68 €
IVS + 7,44 IVS + 7,44 IVS + 7,44 IVS+ 7,44
maternità) maternità) maternità) maternità)
Per la parte oltre 15.710 24% 21% 24,09% 21,09%
e fino a 46.630,00 €
Per la parte oltre 46.630 25% 22% 25,09% 22,09%
e fino a 77.717 €
Per la parte oltre 46.630 25% 22% 25,09% 22,09%
e fino a 100.324,00 €
solo per coloro che erano
privi di contribuzione
al 31/12/1995 o che
abbiano optato per
il sistema contributivo

Tabella 6: Gli importi da versare a partire dal 2018

Artigiani e Commercianti
Titolari di qualunque età Coadiuvanti di età
e coadiuvanti di età inferiore ai 21 anni
Anno superiore ai 21 anni
Prima fascia Seconda fascia Prima fascia Seconda fascia
di reddito di reddito di reddito di reddito

2014 22,20% 23,20% 19,20% 20,20%

2015 22,65% 23,65% 19,65% 20,65%

2016 23,10% 24,10% 20,10% 21,10%

2017 23,55% 24,55% 20,55% 21,55%

2018 24,00% 25,00% 21,00% 22,00%

N.B. Fino al 31 dicembre 2018, l’aliquota per i commercianti deve essere aumentata dello 0,09% a titolo
di aliquota aggiuntiva ai fini dell’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale

26
I contributi obbligatori

Lavoratori autonomi agricoli


Rientrano in questa particolare categoria di lavoratori autonomi i coltivatori
diretti, i mezzadri, i coloni e gli imprenditori agricoli professionali. Vediamo
nel dettaglio come deve comportarsi in merito al versamento dei contributi
chi appartiene a queste categorie.

I coltivatori diretti
Sono i proprietari, affittuari, usufruttuari e coloro che per almeno 20 anni ab-
biano in godimento un fondo con l’obbligo di migliorarlo dietro il pagamento
di un canone. Vi sono poi i pastori e gli assegnatari di fondi nonché i loro
familiari che, direttamente e abitualmente, si dedicano alla coltivazione dei
fondi, all’allevamento del bestiame e allo svolgimento delle attività connesse.
La loro attività deve avere le seguenti caratteristiche:

• deve essere necessariamente svolta in modo prevalente ed esclusivo


(per attività prevalente si intende quella che impegna il coltivatore
diretto per il maggior tempo dell’anno e che costituisce la maggiore
fonte di reddito);
• può essere svolta con parenti o affini entro il quarto grado;
• il fabbisogno aziendale non deve essere inferiore a 104 giornate lavorative
all’anno ed è necessario che un terzo di questo fabbisogno sia garantito
dal nucleo familiare.

I mezzadri e coloni
I mezzadri sono coloro che, in proprio o come capi della famiglia colonica, si
associano al proprietario del fondo apportando all’impresa agricola il lavoro
personale della famiglia.
Quest’ultima, che è tenuta ad apportare il proprio lavoro alla mezzadria e a
partecipare alla divisione dei prodotti secondo le disposizioni legislative e
contrattuali, deve stabilmente risiedere nel fondo.
I coloni si differenziano dal mezzadro per l’apporto parziale del lavoro nella
coltivazione del fondo e non devono stabilmente risiedere nel podere della
casa colonica. La posizione assicurativo-previdenziale di questi lavoratori è
particolare: infatti, se il fondo e gli animali richiedono un fabbisogno lavorativo
inferiore a 120 giornate annue, essi sono equiparati ai lavoratori subordinati e
si dicono piccoli coloni. Se invece il fondo richiede un fabbisogno superiore a
120 giornate annue, essi sono equiparati ai lavoratori autonomi e perciò sono
soggetti alla relativa disciplina.

27
Capire le pensioni

Gli imprenditori agricoli a titolo principale


Sono coloro che svolgono autonomamente, con capacità professionale, atti-
vità di conduzione dell’azienda agricola. L’attività consiste nell’organizzare e
coordinare la produzione con l’utilizzo di idonei mezzi operativi. È dunque
un’attività a specifico carattere direzionale che non richiede necessariamente
l’esecuzione manuale dei lavori agricoli. La norma istitutiva della categoria pre-
vede che l’imprenditore agricolo a titolo principale dedichi all’attività agricola
non meno di 2/3 della propria attività complessiva, ricavandone non meno di
2/3 del proprio reddito globale.
Nelle zone montane e svantaggiate il tempo di lavoro e la quota di reddito si
riducono della metà.
Ai fini pensionistici sono iscritti alla gestione unicamente i titolari delle azien-
de e non i familiari degli stessi, che eventualmente collaborano alla gestione
dell’azienda.

L’iscrizione
I contributi previdenziali di queste categorie di lavoratori autonomi sono, co-
me per tutti gli altri lavoratori, obbligatori e per avere diritto alle prestazioni
previdenziali occorre iscriversi negli elenchi nominativi di categoria presso
gli uffici dell’INPS.
Entro 90 giorni dall’inizio dell’attività, i lavoratori possono presentare la do-
manda presso la sede INPS del luogo in cui sono localizzati i fondi, serven-
dosi di specifici moduli, diversi a seconda se si è un coltivatore diretto, un
mezzadro oppure un imprenditore agricolo a titolo principale. Entro 90 giorni
dal ricevimento della domanda, l’INPS decide in merito all’iscrizione, che si
intende accolta in assenza di notifica di un provvedimento di rifiuto. Contro
la decisione, gli interessati possono ricorrere alla Commissione centrale per
l’accertamento e la riscossione dei contributi agricoli unificati (INPS).

Tabella 7: Le fasce di reddito agrario

Fascia Reddito in euro Giornate all’anno

Prima fascia Da 0 a 232,40 156

Seconda fascia Da 232,41 euro a 1.032,91 208

Terza fascia Da 1032,92 a 2.324,05 260

Quarta fascia Superiore a 2.324,06 312

28
I contributi obbligatori

I contributi
L’importo dei contributi da versare si calcola sulla base del reddito agrario a
cui corrisponde una delle 4 fasce di reddito convenzionale stabilite dalla legge.
Le quattro fasce, legate al reddito agrario e alle giornate lavorative necessa-
rie per la conduzione del fondo, sono illustrate nella tabella 7 a pagina 28.

Quanto si paga
Per calcolare la base imponibile per ogni fascia di reddito è sufficiente moltipli-
care le giornate per il reddito convenzionale giornaliero stabilito annualmente
con Decreto Ministeriale. Al reddito così determinato vengono applicate, per
il 2018, le aliquote del 24% per la generalità delle imprese e del 24% anche,
contrariamente al passato, per le imprese che si trovano nei territori montani
o nelle zone svantaggiate.

A queste percentuali si aggiungono, le somme dovute come contributo addi-


zionale, come contributo per la maternità e, infine, come contributo dovuto
per l’Assicurazione infortuni sul lavoro e malattie professionali (INAIL).
Per il 2018 questi valori sono pari a:

• 0,66 euro a giornata (nel limite massimo di 156 giornate annue) come con-
tributo addizionale;
• 7,49 euro annui come contributo dovuto per l’indennità di maternità;
• 768,50 euro annui (ridotti a 532,18 euro per le aziende situate in territori
montani e nelle zone agricole svantaggiate), come contributo dovuto per
l’Assicurazione infortuni sul lavoro e malattie professionali (INAIL).

Per i coloni e i mezzadri i contributi sono per metà a carico del conceden-
te (proprietario del fondo) e per metà a carico del mezzadro o del colono.
Il concedente è responsabile del pagamento dei contributi anche per la parte
del mezzadro o del colono, salvo il diritto di rivalsa.
I lavoratori con più di 65 anni di età, già pensionati nella gestione dei lavoratori
autonomi, possono chiedere che il contributo previdenziale venga ridotto del
50%. Sono esclusi da questa agevolazione i titolari di pensione di reversibilità.

Quando e come si paga


I versamenti contributivi devono essere effettuati in 4 rate alle seguenti sca-
denze: 16 luglio, 16 settembre, 16 novembre, 16 gennaio dell’anno succes-
sivo. Nel settore agricolo la contribuzione è unificata in quanto i contributi

29
Capire le pensioni

previdenziali e assistenziali sono riscossi attraverso un’unica procedura e


il pagamento deve essere effettuato con il modello F24 che viene spedito
dall’INPS agli interessati ed è pagabile presso gli sportelli bancari o postali.

La Gestione Separata INPS


La Gestione Separata INPS è stata istituita con la L. 335/1995, che ha previsto
una forma di previdenza obbligatoria per quei soggetti per i quali non esisteva,
in precedenza, alcuna assicurazione previdenziale.

Chi è obbligato all’iscrizione


L’elenco di coloro che sono tenuti a versare all’INPS i contributi pensionistici
alla Gestione Separata è assai lungo e sono ancora tanti coloro che pensano
di essere esclusi da questo obbligo contributivo.
A loro beneficio, ecco, allora una lista di tutti coloro che hanno l’obbligo di
iscrizione alla Gestione Separata INPS:

• le persone che esercitano per professione abituale attività di lavoro autonomo


(art. 2222 c.c.) e che non sono iscritti a un’autonoma Cassa di previdenza;
• gli incaricati alla vendita a domicilio con reddito professionale annuo su-
periore a 5.000 euro;
• gli spedizionieri doganali;
• i titolari di borse di studio per la frequenza a corsi di dottorato di ricerca;
• i percettori di assegni per attività di tutorato o didattico-integrative, prope-
deutiche e di recupero;
• i soggetti che, nell’ambito dell’associazione in partecipazione, conferiscono
esclusivamente prestazioni lavorative i cui compensi sono qualificati come
redditi di lavoro autonomo a esclusione del caso in cui l’associato sia già
iscritto a un albo professionale;
• i lavoratori che svolgono collaborazioni coordinate a progetto;
• i pensionati di vecchiaia che svolgono collaborazioni coordinate e continuative;
• i professionisti iscritti in Albi di categoria esistenti alla data del 24 ottobre
2003, che intrattengano rapporti di collaborazione coordinata e continua-
tiva, sempre che i relativi redditi non siano già assoggettati alla specifica
previdenza di categoria;
• i soggetti che intrattengano rapporti di collaborazioni coordinate e conti-
nuative a favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate
alle federazioni sportive nazionali;

30
I contributi obbligatori

• i componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e i


partecipanti a collegi e commissioni;
• i lavoratori autonomi occasionali (art. 2222 c.c.) che non hanno l’obbligo di
iscrizione ad autonoma Cassa di previdenza e che producano un reddito
annuo superiore a 5.000 euro.

Come ci si iscrive
La domanda di iscrizione alla Gestione Separata può essere effettuata tramite
il numero telefonico del Call Center dell’INPS 803.164 oppure, per via tele-
matica, dal sito www.inps.it utilizzando i servizi online.

Contributi dovuti
Le aliquote contributive dovute dagli iscritti alla Gestione Separata variano a
seconda che i soggetti siano dotati o privi di altra forma di tutela previden-
ziale. Nel caso di collaborazioni coordinate e continuative e di collaborazioni
coordinate a progetto i contributi alla Gestione Separata INPS sono per 2/3
a carico del committente e per 1/3 a carico del collaboratore. In questa ipo-
tesi, il versamento del contributo è fatto, come per i lavoratori dipendenti,
dal committente anche per la quota posta a carico del lavoratore. Nel caso di
lavoratori autonomi titolari di partita IVA e non iscritti a un’autonoma Cassa di
previdenza i contributi sono interamente a loro carico. Tuttavia, essi hanno la
facoltà (e dunque non l’obbligo) di addebitare al committente, in via definitiva,
una percentuale pari al 4% dei corrispettivi lordi.
Non è previsto un minimo contributivo come accade, invece, nel caso di
iscrizione all’INPS degli artigiani o dei commercianti; è però previsto un mas-
simale, oltre il quale non sono più dovuti contributi. Per il 2019 esso ammonta
a 102.543 euro annui. Nel caso di contratti di associazione in partecipazione
con apporto di solo lavoro, deve essere effettuato un versamento pari a quello
previsto per i commercianti, che risulta per il 55% a carico dell’associante e
per il 45% a carico dell’associato.

Le aliquote contributive relative al 2019 sono le seguenti:

• 25,72% per i titolari di partita IVA non iscritti ad altra forma di previdenza
obbligatoria oltre alla Gestione Separata INPS;
• 33,72% per i soggetti non titolari di partita IVA e non iscritti ad altra forma
di previdenza obbligatoria oltre alla Gestione Separata INPS;
• 24% per i collaboratori e i professionisti iscritti ad altra forma di previdenza,
i titolari di pensione diretta, i titolari di pensione di reversibilità.

31
Capire le pensioni

Termini di versamento
I lavoratori autonomi titolari di partita IVA effettuano i versamenti del contributo
dovuto con il meccanismo degli acconti e dei saldi negli stessi termini previsti
per i versamenti IRPEF. Più precisamente, il professionista dovrà versare:

• entro il termine per il versamento del saldo IRPEF, il saldo del contributo
relativo all’anno precedente;
• entro il termine per il versamento del primo acconto IRPEF, il primo acconto
del contributo relativo all’anno in corso pari al 40% del contributo calcolato
per l’anno precedente;
• entro il termine per il versamento del secondo saldo IRPEF, il secondo
acconto del contributo relativo all’anno in corso pari al 40% del contributo
calcolato per l’anno precedente.

Nel caso di collaborazioni coordinate e continuative e collaborazioni a progetto


i contributi devono essere versati dal committente entro il giorno 16 del mese
successivo a quello di pagamento del compenso.

32
2
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

Contributi figurativi,
volontari e da riscatto

Anche se l’obbligatorietà è la caratteristica tipica della contribuzione previ-


denziale, esistono tuttavia tipologie di contributi che non sono obbligatori.
È il caso dei contributi figurativi, dei contributi volontari e dei riscatti.

I contributi figurativi
Nel corso della vita lavorativa è assai frequente il caso di periodi in cui non
vi è stata un’attività di lavoro e, di conseguenza, non vi c’è stata, né per il la-
voratore dipendente né per quello autonomo, la possibilità di versare all’Ente
di previdenza i contributi obbligatori. Talvolta, però, l’assenza dell’attività di
lavoro non è dovuta alla volontà dell’assicurato ma è provocata da eventi a
lui non imputabili. Per alcuni di questi eventi la legge prevede l’accredito in
favore dell’interessato dei cosiddetti contributi figurativi.
Per esempio dà diritto all’accredito figurativo il periodo di interruzione dell’at-
tività dovuto all’obbligo di prestare il servizio di leva oppure i periodi di asten-
sione obbligatoria dal lavoro previsti dalla legge per le donne in gravidanza.
La valenza di questi contributi “fittizi” per il diritto alla prestazione
(valgono, invece, sempre per la misura della pensione) cambia a seconda
del tipo di prestazione. Così, per esempio, mentre per raggiungere il diritto

33
Capire le pensioni

alla “vecchia” pensione di anzianità con 35 anni di contribuzione i periodi di


malattia e i periodi di disoccupazione non erano utili, gli stessi sono invece
utili per ottenere la pensione di vecchiaia, la pensione anticipata ordinaria
e la pensione “Quota 100” o, fino al 2011, la pensione di anzianità con il
solo requisito contributivo dei 40 anni di versamenti (indipendentemente
dall’età) a condizione di avere almeno 35 anni di contribuzione effettiva.

Per quali eventi


Come abbiamo appena detto, l’accredito della contribuzione figurativa è pre-
visto per eventi ben individuati dalla normativa e riguardano:

• il servizio militare;
• la malattia e l’infortunio;
• la disoccupazione;
• la mobilità;
• la tubercolosi;
• la gravidanza e il puerperio;
• la cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria;
• i congedi per assistere inabili;
• l’aspettativa per cariche pubbliche o sindacali;
• la donazione gratuita di sangue;
• le calamità naturali;
• la persecuzione politica o razziale.

Ecco, allora, per ciascuno di questi eventi, condizioni e modalità per il rico-
noscimento dell’accredito figurativo.

Il servizio militare
I periodi di servizio militare valgono per la pensione: il riconoscimento è
gratuito e la domanda per l’accredito può essere presentata in qualsiasi mo-
mento. Il periodo della leva (anche quello svolto come obiettore di coscienza)
è riconosciuto per intero, quale che sia stata la durata, sempreché si possa
far valere almeno un contributo settimanale, anche successivo, al servizio
militare. Per l’accredito va inoltrata una specifica domanda per via telematica
indicando il periodo di leva. Attenzione, però, a distinguere il servizio prestato
nelle Forze armate per effetto della leva militare obbligatoria da quello, invece,
cosiddetto “di carriera”, perché, in quest’ultima ipotesi, è prevista l’iscrizione
a un’altra forma previdenziale. C’è, poi, da precisare che non tutto il periodo
del servizio militare dà diritto all’accredito figurativo.

34
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

Non valgono infatti:

• i periodi di detenzione non seguiti da sentenza di assoluzione, amnistia o


indulto;
• i periodi di assenza non autorizzata o diserzione (anche se seguita da amnistia);
• i periodi di licenza straordinaria concessa per motivi privati (a domanda
dell’interessato, o d’ufficio in attesa del trattamento di quiescenza);
• i periodi prestati nella Repubblica Sociale Italiana dopo l’8 settembre 1943.

Il servizio civile
I periodi di servizio civile sono stati caratterizzati nel tempo da diverse re-
gole ai fini del riconoscimento previdenziale. È stato previsto l’accredito dei
contributi figurativi fino al 31 dicembre 2005, in quanto equiparati al servizio
militare, per i periodi di servizio non armato e di servizio sostitutivo civile
prestato a seguito di riconoscimento dell’obiezione di coscienza, per i quali
viene apposta specifica annotazione sul foglio matricolare.
Dal primo gennaio 2006 i volontari del servizio civile sono soggetti all’obbligo
contributivo verso la Gestione Separata INPS con oneri a carico del Fondo
nazionale del servizio civile. Dal primo gennaio 2009 i periodi di servizio
civile sono riconosciuti solo tramite riscatto oneroso dell’interessato.

Malattia e infortunio
La contribuzione figurativa spetta per i periodi di malattia e inabilità temporanea
al lavoro derivante da infortunio di durata non inferiore a 7 giorni.
Le assenze per malattia senza retribuzione, prima riconosciute per 52 settimane

Tabella 1: I limiti all’accredito della contribuzione di malattia

Periodo Accredito

Fino al 31.12.1996 12 mesi (52 settimane)

Dall’1.1.1997 al 31.12.1999 14 mesi (61 settimane) di cui non più di 52 prima dell’1.1.1997

Dall’1.1.2000 al 31.12.2002 16 mesi (70 settimane) di cui non più di 61 prima dell’1.1.2000

Dall’1.1.2003 al 31.12.2005 18 mesi (78 settimane) di cui non più di 70 prima dell’1.1.2003

Dall’1.1.2006 al 31.12.2008 20 mesi (87 settimane) di cui non più di 78 prima dell’1.1.2006

Dall’1.1.2009 al 31.12.2011 22 mesi (96 settimane) di cui non più di 87 prima dell’1.1.2009

35
Capire le pensioni

nell’intera vita lavorativa, sono aumentate nel corso del tempo di 2 mesi ogni 3
anni sino a raggiungere il tetto di 24 mesi nel triennio 2009-2011; per esempio
nel triennio 2003-2005 potevano essere riconosciute 78 settimane, quindi 18
mesi (vedi tabella 1 a pagina 35).

Disoccupazione
Quando il lavoratore è stato licenziato e ha ottenuto l’indennità di disoc-
cupazione, c’è il diritto a vedersi riconosciuti figurativamente i contributi
per la pensione. Dal primo maggio 2015 questa prestazione è denominata
NASPI. Per il periodo di percezione della questa indennità è riconosciuta al
lavoratore la contribuzione figurativa rapportata alla retribuzione imponibile
ai fini previdenziali che ha percepito negli ultimi 4 anni, entro un limite
di retribuzione pari a 1,4 volte l’importo massimo mensile della NASPI.
Poiché questo limite è pari a una retribuzione pensionabile di circa 24.000 a
euro, per evitare che, nei confronti di chi ha una retribuzione pensionabile
superiore a quest’importo, la contribuzione accreditata per la NASPI possa
danneggiare la parte di pensione eventualmente maturata nel sistema retri-
butivo, la legge prevede che in queste ipotesi l’accredito della contribuzione
figurativa per la NASPI venga, ai soli fini del calcolo della pensione ma non
per maturare il diritto alla pensione, “neutralizzato”. Per l’accredito di tali
contributi figurativi non serve presentare domanda, ma è necessario almeno
un contributo obbligatorio versato prima del periodo di disoccupazione.

Gravidanza e puerperio
Ai fini dell’accredito figurativo sono validi i periodi di:

• astensione obbligatoria dal lavoro per un periodo di 5 mesi, 2 prima della


data presunta del parto e 3 dopo il parto;
• astensione facoltativa (congedo parentale) per entrambi i genitori entro
i primi 12 anni di vita del bambino per un periodo massimo di 10 mesi;
• assenza dal lavoro per malattia del bambino fra i 3 e gli 8 anni di vita. Se
il bambino ha meno di 3 anni non ci sono limiti di durata dell’assenza;
se il bambino ha un’età compresa tra i 3 e gli 8 anni, l’assenza non può
superare i 5 giorni l’anno per ciascun genitore.

Maternità al di fuori del rapporto di lavoro


Un’ulteriore possibilità per vedersi accreditare dei contributi figurativi riguarda
le maternità avvenute fuori dal rapporto di lavoro. L’art. 25 del D. Lgs. 151/2001
(il Testo Unico sulla maternità) ha infatti stabilito in favore delle sole lavoratrici
dipendenti che i periodi corrispondenti al congedo obbligatorio di maternità

36
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

di 5 mesi verificatisi al di fuori del rapporto di lavoro sono considerati utili ai


fini pensionistici, come contribuzione figurativa. È necessario, tuttavia, pos-
sedere, al momento della domanda, il requisito di 5 anni di contribuzione di
260 settimane, che devono essere fatti valere esclusivamente nella gestione
dei lavoratori dipendenti. Resta, quindi, esclusa la possibilità dell’accredito
quando i 5 anni di contribuzione sono raggiunti con contributi versati nella
Gestione dei lavoratori autonomi. L’INPS su questo argomento ha poi precisato
che l’accredito è riconosciuto anche per le nascite avvenute all’estero.

Aspettativa per cariche pubbliche o sindacali


Sono riconosciuti i contributi figurativi per i periodi di aspettativa non re-
tribuita successivi all’11 giugno 1970 per funzioni pubbliche elettive o per
cariche direttive sindacali provinciali o nazionali. Per avere diritto all’ac-
creditamento dei contributi è necessario che non esista l’obbligo del ver-
samento dei contributi per il periodo di aspettativa. La legge prevede che
dal 1996 l’accredito figurativo per le aspettative non retribuite scatti dopo
6 mesi dall’assunzione. Dal primo gennaio 2000, i lavoratori dipendenti che
assumono una carica elettiva per la quale è assicurato un vitalizio (è il caso
dei deputati, dei senatori e dei consiglieri regionali) e che vogliono mantenere
l’originaria posizione assicurativa, devono versare al proprio ente di previdenza
l’equivalente dei contributi pensionistici per la quota a carico del lavoratore.

Cassa integrazione guadagni


Per la pensione sono utili, figurativamente, i periodi di sospensione dal lavo-
ro o lavoro a orario ridotto successivi al 6 settembre 1972, per i quali è stata
concessa la Cassa integrazione.

Calamità naturali
Sono riconosciuti i contributi figurativi per i periodi durante i quali i lavora-
tori hanno riscosso le indennità speciali previste per i disoccupati residenti
nei Comuni colpiti da calamità naturali. È necessario almeno un contributo
obbligatorio precedente.

Mobilità
Sono riconosciuti i contributi figurativi per i periodi, in cui è stata riscossa
l’indennità di mobilità. Essi sono accreditati automaticamente, a condizione che
l’assicurato abbia almeno un contributo obbligatorio settimanale accreditato
all’INPS. I contributi accreditati sono utili ai fini del diritto e dell’importo per
la pensione di vecchiaia e per la pensione anticipata.

37
Capire le pensioni

Donazione gratuita di sangue


La contribuzione figurativa va riconosciuta per le assenze dal lavoro in seguito
a donazioni di sangue. Per ottenere l’accredito figurativo sono valide le giornate
di riposo in cui l’assicurato ha donato il sangue a condizione che il datore di
lavoro abbia ottenuto il relativo rimborso da parte dell’INPS.

I contributi volontari
Licenziamenti, crisi di settore, ristrutturazioni, sono argomenti di stretta attualità
per i lavoratori e per le aziende. Questi fenomeni comportano, si sa, riduzioni
di personale per licenziamenti, mobilità o dimissioni incentivate.
Per chi è vicino alla pensione (ma anche per chi, più giovane, è interessato
a guardare con anticipo al suo futuro previdenziale) oltre alle conseguenze
di natura economica ve ne sono alcune assai importanti anche sul piano pre-
videnziale perché, in assenza di un lavoro, il traguardo della pensione può
allontanarsi nel tempo o essere addirittura compromesso.
Su questo argomento c’è, da sempre, una ciambella di salvataggio che consente
al lavoratore dipendente (ma anche all’autonomo) di proseguire a proprie spese
i versamenti per la pensione, tramite la cosiddetta “prosecuzione volontaria”.
Si tratta di una forma di polizza assicurativa che consente a chi per varie cause
interrompe il versamento dei contributi, di non perdere quelli già versati e di
raggiungere il diritto alla pensione. Per questi motivi è sempre consigliabile,
ove ne ricorrano i requisiti, chiedere l’autorizzazione ai versamenti volontari;
anche perché la richiesta di autorizzazione non implica alcun obbligo a ver-
sare contribuzione e spesso, nel passato, la sola autorizzazione ai versamenti
volontari, nel caso di riforme del sistema previdenziale, ha fatto mantenere
alcuni diritti acquisiti.

Cosa sono i versamenti volontari


Sono i versamenti che richiede di effettuare chi ha cessato l’attività lavorativa,
allo scopo di aumentare il numero dei contributi per raggiungere il diritto
alla pensione o aumentarne la consistenza.
Quando, infatti, si smette l’attività da lavoratore dipendente (oppure da ar-
tigiano, commerciante o coltivatore diretto), senza aver raggiunto i requisiti
per la pensione, il rischio è quello di buttare al vento gli anni di versamenti
INPS. Per evitare che tutto vada perduto e maturare perlomeno la pensione di
vecchiaia, si può proseguire in proprio la contribuzione, addossandosi anche
la quota che sarebbe toccata al datore di lavoro. Possono essere interessati a

38
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

questa forma d’assicurazione volontaria per esempio coloro che hanno lasciato
il lavoro senza aver maturato i 20 anni di versamento previsti dalla riforma
Amato del 1992 (ridotti a 15 anni per chi aveva già raggiunto questa quota
o era già stato autorizzato a questa forma di risparmio previdenziale prima
del 31 dicembre 1992). Ugualmente interessato è chi, licenziato o dimesso,
può accedere, dopo qualche anno di versamenti volontari, alla pensione
anticipata prima della data in cui conseguirebbe la pensione di vecchiaia.
La prosecuzione volontaria è equiparata a tutti gli effetti a quella versata
durante il rapporto di lavoro, quindi vale per raggiungere il requisito con-
tributivo per la pensione anticipata, per la pensione di vecchiaia, per la
pensione di inabilità e per l’assegno d’invalidità.
Non va poi dimenticato che nulla vieta al lavoratore di utilizzare i versamenti
volontari anche solo per incrementare l’importo della pensione di cui si è già
maturato il diritto. In questa ipotesi, però, la convenienza va valutata caso
per caso, mettendo a confronto i costi immediati che si dovrebbero soste-
nere per proseguire volontariamente i contributi con i benefici economici,
differiti nel tempo, che si ricavano da una pensione di importo più elevato.
I lavoratori che hanno stipulato un contratto di lavoro a tempo parziale
possono poi essere autorizzati alla prosecuzione volontaria in applicazione
delle norme introdotte dall’art. 8 del D. Lgs. 564/1996, che ha previsto la
possibilità di coprire, in caso di part-time verticale o ciclico (giorni, settimane
o mesi alterni), i periodi nei i quali non si svolge alcuna attività lavorativa
e dall’art. 3 del D. Lgs. 278/1998, che ha esteso la facoltà anche per i casi
di part-time orizzontale (tutti i giorni a orario ridotto). L’autorizzazione alla
prosecuzione volontaria, in alternativa alla facoltà di riscatto, può però es-
sere riconosciuta solo per i periodi di contratto di lavoro a tempo parziale
successivi al 31 dicembre 1996.
L’istituto della prosecuzione volontaria era fino a qualche tempo fa tipico
dell’INPS e dell’ex INPDAI; con il passare degli anni, però, la possibilità
di raggiungere il diritto alla pensione tramite versamenti effettuati a pro-
prie spese è stata estesa anche agli ex dipendenti statali e degli enti locali
(ex INPDAP) e ai soggetti iscritti come parasubordinati alla Gestione Separata
dell’INPS.

I requisiti
Per essere autorizzati è necessario poter far valere, nei 5 anni precedenti la
richiesta d’autorizzazione, almeno 3 anni di contributi effettivi (non valgono
quelli figurativi). Possono essere utilizzati non solo i contributi obbligatori
da lavoro dipendente o autonomo, ma anche i contributi da riscatto. Se
non si è in possesso di tale requisito si può essere comunque autorizzati
a condizione, però, che si possano far valere nell’intera vita assicurativa

39
Capire le pensioni

almeno 5 anni di versamento pari a 260 settimane. Per alcune categorie di


lavoratori i requisiti sono più leggeri. È previsto, infatti, il requisito ridotto di
un anno di contribuzione nel quinquennio precedente la domanda in caso
di attività da lavoro dipendente in forma stagionale, a carattere temporaneo
o discontinuo, oppure con contratti di lavoro a tempo parziale.
Lo stesso principio è applicato per il rilascio dell’autorizzazione nella Gestione
Separata (quella dei lavoratori parasubordinati).
Se nei 5 anni antecedenti la domanda vi sono stati periodi di malattia o
periodi nei quali non era comunque possibile prestare attività lavorativa,
devono essere esclusi nell’accertamento del quinquennio i cosiddetti “periodi
neutri”, che sono principalmente costituiti da periodi di servizio militare ed
equiparati, di malattia debitamente certificati (anche se non indennizzati),
di astensione obbligatoria e facoltativa per gravidanza e puerperio, di lavoro
subordinato e autonomo svolto all’estero da cittadini italiani, che avrebbero
comportato in Italia l’obbligo assicurativo.
L’autorizzazione può essere concessa solo se non si svolge un’attività di la-
voro dipendente o autonomo che comporti l’iscrizione ai fini previdenziali
all’INPS o a un’altra Cassa previdenziale.
La regola vale anche per chi, per effetto di attività professionali o per lo
svolgimento di collaborazioni coordinate e continuative, è iscritto alla co-
siddetta Gestione Separata introdotta dalla L. 335/1995.
L’unica eccezione riguarda le autorizzazioni al versamento volontario con
decorrenza anteriore al primo aprile 1996, data in cui è divenuto obbligatorio
il pagamento dei contributi previdenziali per i cosiddetti lavoratori parasu-
bordinati. In questi casi, infatti, è possibile cumulare i versamenti volontari
e l’iscrizione alla Gestione Separata.
Se si presenta la domanda di pensione di vecchiaia, anticipata e d’invalidità
e si è cessata l’attività lavorativa, l’autorizzazione ai versamenti volontari
deve essere concessa d’ufficio se la domanda di pensione è respinta perché
manca il requisito contributivo. Una volta rilasciata l’autorizzazione, i versa-
menti possono essere interrotti e ripresi in qualunque momento, senza dover
ripresentare la domanda. Basterà chiedere all’INPS di emettere nuovamente
i modelli MAV di versamento.

Il costo
Per chi è stato autorizzato prima del mese di luglio 1997, l’importo del
contributo settimanale da versare (interamente deducibile ai fini fiscali)
era ottenuto applicando alla retribuzione media degli ultimi 3 anni (in
pratica, le ultime 156 settimane di lavoro) l’aliquota contributiva ai fini
pensionistici, quota del datore di lavoro compresa, applicata ai lavoratori
dipendenti in servizio.

40
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

Per chi, invece, ha inoltrato all’INPS la richiesta di autorizzazione dopo il


luglio 1997, la somma da versare corrisponde al 33% della retribuzione lorda
percepita nelle ultime 52 settimane di lavoro. Se la retribuzione media setti-
manale supera la prima fascia di retribuzione pensionabile (che per il 2018
è di 46.630 euro), si versa un 1% in più, da calcolare sulla quota eccedente.
La normativa in vigore prima del 1997 prevedeva che l’ultima classe di con-
tribuzione non potesse andare oltre il tetto pensionistico; ciò comportava una
notevole penalizzazione per quei lavoratori in possesso di una retribuzione
imponibile che superava di molto la soglia di tale tetto. Le regole introdotte
dal D. Lgs. 184/1997 sfondano questo limite, dando anche ai già autorizzati
la possibilità di avvalersene, in maniera tale che l’importo del contributo da
versare sia strettamente collegato alla retribuzione percepita.
Esiste un contributo settimanale minimo da pagare. Per il 2018 (il valore
per il 2019 non è ancora disponibile) gli ex lavoratori dipendenti pagano
un contributo settimanale minimo di 66,98 euro.
L’importo dei contributi volontari per artigiani e commercianti è determinato
dall’INPS in base alla media del reddito di impresa dichiarato ai fini IRPEF
negli ultimi 36 mesi di contribuzione (3 anni). Per coltivatori diretti, mezzadri
e coloni i contributi sono settimanali e l’importo da versare è determinato
dall’INPS in base alla media settimanale dei redditi degli ultimi 3 anni (ossia
delle ultime 156 settimane) di lavoro. L’importo del contributo volontario per
i lavoratori iscritti alla Gestione Separata si ottiene applicando l’aliquota di
finanziamento della gestione (pari al 25% per i professionisti e al 33% per i
collaboratori e figure assimilate) all’importo medio dei compensi percepiti
nell’anno di contribuzione precedente alla data della domanda.

Da quando si paga
L’autorizzazione alla prosecuzione volontaria viene concessa dal primo sabato
successivo alla data di presentazione della domanda, per la generalità dei
lavoratori dipendenti; nel caso di lavoratori autonomi, invece, l’autorizzazio-
ne scatta dal primo giorno del mese in cui è stata presentata la domanda.
Se la domanda viene presentata prima della cessazione dell’attività lavorativa,
dipendente o autonoma, la decorrenza è fissata rispettivamente dal primo
sabato successivo alla cessazione del rapporto di lavoro subordinato ovvero
dal primo giorno del mese successivo alla cancellazione dagli elenchi per
gli artigiani e i commercianti.
Non è, in alcun caso, possibile versare i contributi volontari per periodi
antecedenti la domanda di autorizzazione. L’unica eccezione riguarda la
possibilità di effettuare i versamenti volontari per i periodi che si collocano
temporalmente nel semestre antecedente la data di presentazione della do-
manda, solo se non sono già coperti da altra contribuzione.

41
Capire le pensioni

Come si paga
I contributi volontari possono essere versati esclusivamente con una delle
modalità che citiamo qui di seguito:

• con bollettino MAV, senza commissioni aggiuntive se pagato presso una


qualunque banca;
• online, nella sezione servizi per il cittadino sul sito www.inps.it, utilizzando
la carta di credito per perfezionare il pagamento. Per accedere al servizio,
sia per la stampa del MAV sia per il pagamento online, è richiesta l’auten-
ticazione mediante codice fiscale e codice prosecutore in caso di singola
autorizzazione, oppure codice fiscale e PIN in caso di più autorizzazioni;
• telefonando al numero verde gratuito 803.164, e pagando con carta di credito;
• attraverso il rapporto interbancario diretto (RID), con addebito su conto
corrente.

Il pagamento dei contributi volontari avviene con cadenza trimestrale e va effet-


tuato entro il 30 giugno per il trimestre gennaio-marzo; entro il 30 settembre per
il trimestre aprile-giugno; entro il 31 dicembre per il trimestre luglio-settembre
e, infine, entro il 31 marzo per il trimestre ottobre-dicembre. Nel caso in cui
la scadenza cada in una giornata festiva (attenzione, il sabato è considera-
to lavorativo) il termine è prorogato al primo giorno lavorativo successivo.
Anche i contributi volontari dovuti per il periodo che va dalla data di auto-
rizzazione fino al primo bollettino prestampato devono essere pagati entro
la scadenza indicata. Tale scadenza è il trimestre solare successivo a quello
in cui viene rilasciata l’autorizzazione. Il relativo importo è trascritto su un
apposito bollettino MAV.
È poi possibile personalizzare il versamento quando, per esempio, non è
necessario versare un intero trimestre per raggiungere il diritto alla presta-
zione, ma bastano solo alcune settimane. È, per esempio, il caso di chi ha
1.030 settimane di versamenti e deve raggiungere le 1.040 richieste per la
pensione di vecchiaia; in questo caso il normale bollettino trimestrale valido
per 13 settimane va “rimodulato” per 10. A questo scopo occorre chiedere
all’INPS entro i termini di pagamento l’emissione di un bollettino ad hoc,
utilizzando l’apposita procedura telematica a cui si accede con il proprio PIN.
Se si paga in ritardo, anche di un solo giorno, i contributi sono annullati.
L’importo dei versamenti volontari pagato in ritardo rispetto alla scadenza
è rimborsato d’ufficio. L’interessato può però richiedere che l’importo non
venga rimborsato ma che venga attribuito al trimestre solare precedente alla
data di pagamento. Poiché la classe di versamento assegnata è vincolante,
se si versa di meno il numero dei contributi settimanali del trimestre viene
automaticamente ridotto in proporzione; se invece si versa di più l’importo
pagato in eccedenza viene rimborsato dall’INPS su richiesta dell’interessato.

42
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

I contributi da riscatto
Con questa denominazione si indicano i contributi che è possibile versare
(con onere finanziario a spese dell’assicurato o, in alcuni casi, a carico del
datore di lavoro) per periodi durante i quali non si è non coperti da assi-
curazione. Questi contributi hanno piena efficacia ai fini del diritto e della
consistenza delle prestazioni, a condizione che vengano versati nei modi e
nei tempi indicati dall’INPS.
I periodi attualmente riscattabili per ottenere l’accredito li elenchiamo qui
di seguito:

• il corso legale di studi universitari, lauree brevi e titoli equiparati;


• l’attività lavorativa svolta all’estero, nei paesi che non hanno stipulato con
l’Italia convenzioni in materia di sicurezza sociale;
• i periodi di assenza facoltativa dal lavoro per gravidanza e puerperio al
di fuori del rapporto di lavoro;
• i congedi per gravi motivi familiari;
• i congedi per formazione e studio;
• il lavoro prestato come parasubordinato prima del 1996;
• i periodi di attività lavorativa subordinata per i quali non sono stati versati
i regolari contributi e su cui è intervenuta prescrizione;
• i periodi che intercorrono fra lavori che hanno la caratteristica di essere
discontinui, stagionali e temporanei;
• i periodi intercorrenti fra attività lavorative prestate con contratto part-time
di tipo verticale, orizzontale ciclico.

Da ultimo è opportuno ricordare che con il D. L. 4/2019 è stata introdotta


una ulteriore forma di riscatto, riservata, però, solo a chi non ha neppure
un contributo prima del 1996 e che per questo motivo è nel sistema con-
tributivo.
Si tratta della possibilità di riscattare, fino a un massimo di 5 anni, in tutto
o in parte i periodi, tra la data di prima iscrizione e quello dell’ultimo
contributo comunque accreditato e per i quali non sussista obbligo con-
tributivo e che non siano già coperti da contribuzione, comunque versata
e accreditata, presso forme di previdenza obbligatoria.
Prima di esaminare condizioni, modalità e costi dei riscatti più ricorrenti, è
opportuno ricordare che i contributi da riscatto si collocano temporalmen-
te nel periodo in cui esiste la cosiddetta scopertura assicurativa, ovvero
quando la posizione del lavoratore presenta un vuoto contributivo.
Così, per esempio, se si intende riscattare un periodo per il corso di laurea
svolto dal 1980 al 1984, i contributi da riscatto si collocheranno in quell’ar-
co di tempo anche se la domanda e il relativo pagamento sono avvenuti,
poniamo, nel 2014.

43
Capire le pensioni

Quanto costano
Per capire il costo di un riscatto, che è interamente deducibile ai fini fiscali,
occorre innanzi tutto fare una breve premessa e ricordare quali sono i sistemi
di calcolo previsti oggi dalla nostra legislazione.
Dal 1996, il sistema di calcolo delle pensioni, secondo quanto previsto dalla
L. 335/1995, è stato modificato da retributivo a contributivo.
Il primo determina l’importo della pensione in ragione degli anni di versa-
mento e delle retribuzioni percepite negli ultimi anni di lavoro; il secondo,
invece, stabilisce che il calcolo della prestazione pensionistica sia fatto in base
ai contributi versati durante tutta la vita assicurativa.
Il sistema contributivo si applica a chi non aveva ancora alcun contributo ver-
sato in suo favore prima del 1996, mentre per chi aveva già versato contributi
prima di quella data il calcolo della pensione, secondo le nuove disposizioni
introdotte dalla L. 214/2011, è misto, ovvero in parte retributivo e in parte
contributivo. Per chi al 31 dicembre 1995 poteva far valere almeno 18 anni di
versamenti, la quota retributiva sarà riferita al numero dei contributi accreditati
fino al 31 dicembre 2011, mentre quella contributiva riguarderà i versamenti
accreditati dal primo gennaio 2012 e fino al momento del pensionamento.
Per coloro, invece, che non potevano far valere prima del primo gennaio 1996,
almeno 18 anni di versamenti, la quota di pensione retributiva riguarderà i
versamenti fatti dall’inizio e fino al 31 dicembre del 1995 mentre la quota
contributiva atterrà alla contribuzione versata dal primo gennaio 1996 in poi.
L’onere da pagare cambia a seconda del sistema di calcolo da applicare alla
futura pensione.

Riscatti in quota di pensione retributiva


Per determinare quanto occorre versare per coprire con i contributi il riscatto,
quando quest’ultimo si colloca temporalmente nella quota di pensione retri-
butiva, l’INPS effettua un calcolo simulato di quello che sarebbe, una volta
riscattato il periodo di studi, l’importo di pensione a cui avrebbe diritto l’in-
teressato e lo confronta con quello determinato senza il riscatto. Per questo,
l’importo della somma da versare per il periodo di laurea non è uguale per
tutti, varia in base all’età, al periodo da riscattare, al sesso e allo stipendio
percepito negli ultimi anni. La base matematica per la determinazione del costo
di un riscatto è costituita da particolari tabelle che, aggiornate periodicamente
(l’ultimo adeguamento è avvenuto nel 2007), tengono conto dei predetti fattori
in base a rilevazioni demografiche, previdenziali e dalla cosiddetta “riserva
matematica”. Con questo termine tecnico si intende la quantità di denaro
necessaria per coprire il maggior impegno finanziario che l’INPS assume su
di sé. L’Ente, infatti, dovrà corrispondere una pensione di maggior impor-
to derivante dall’aumento dell’anzianità assicurativa determinata dal riscatto.

44
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

Il calcolo viene effettuato con riferimento a speciali coefficienti di capitalizza-


zione, rilevabili dalle tabelle di cui abbiamo appena detto, che tengono conto:

• dell’età del richiedente (più è elevata, più si paga);


• del sesso (per le donne, che hanno una vita media più lunga, il costo dei
riscatti è un po’ più elevato);
• del numero delle settimane accreditate al momento della domanda di riscatto;
• della retribuzione (maggiore è la retribuzione, maggiore sarà il costo del riscat-
to ma anche l’importo della pensione che verrà successivamente liquidata);
• della durata del periodo da riscattare;
• della possibilità di conseguire, con il riscatto, l’immediato diritto alla pensione.

Riscatti in quota di pensione contributiva


Le regole per stabilire il costo di quei riscatti che si collocano temporalmente
nel sistema contributivo sono totalmente diverse. Non si fa più riferimento
alla riserva matematica e ai coefficienti di cui abbiamo parlato, e il costo del
riscatto è calcolato con il sistema percentuale. In questi casi si dovrà prendere
a riferimento la retribuzione percepita nei 12 mesi meno remoti rispetto alla
data della domanda e a questa retribuzione si applicano le aliquote contributive
di finanziamento vigenti (oggi è il 33%). Il contributo così determinato, che
corrisponde a 12 mesi, dovrà essere poi rapportato al periodo che si intende
riscattare. Com’è ovvio, l’onere per questi riscatti è certamente più contenuto
visto che anche il rendimento ai fini pensionistici sarà più basso.
Una normativa particolare per determinare il costo del riscatto per chi è nel
sistema contributivo e non ha neppure un contributo prima del 1996 è contenuta
nel D. L. 4/2019. Tale norma consente di riscattare, ai soli fini di aumentare
l’anzianità contributiva ma non per incrementare l’importo della pensione, il
periodo di laurea calcolando l’onere non sulla retribuzione degli ultimi 12
mesi di lavoro bensì sul minimale contributivo utilizzato per i contributi dei
commercianti. In pratica il costo di questo riscatto è di circa 5.200 euro per
ogni anno da riscattare.

ESEMPIO PRATICO
Prendiamo il caso di un lavoratore, assunto nel 2007, che intende riscattare 4
anni di laurea e che abbia percepito complessivamente, negli ultimi 12 mesi,
una retribuzione di 35.000 euro al lordo degli oneri fiscali e previdenziali. In
questa ipotesi il costo del riscatto sarà di 46.200 euro, ovvero pari al 33% (è
l’aliquota contributiva vigente) di 35.000 euro, moltiplicato per 4 (gli anni da
riscattare).

45
Capire le pensioni

Riscatto a cavallo dei due sistemi


Qualora il periodo da riscattare si collochi a cavallo del 31 dicembre 1995, il
costo del riscatto sarà determinato con un calcolo misto: con il criterio della
riserva matematica, di cui abbiamo parlato a proposito del sistema retributivo,
per gli anni da riscattare che si collocano prima del 1996 e con il sistema a
percentuale per i periodi di corso universitario successivi al 1995.

Come si paga
La somma richiesta per la copertura del periodo da riscattare può essere versata
ratealmente. Se però si è compiuta l’età pensionabile per vecchiaia oppure, con
i contributi riscattati, si raggiunge il diritto alla pensione anticipata, l’onere di
riscatto deve essere corrisposto in un’unica soluzione entro il termine fissato
dall’INPS nel provvedimento di accoglimento. Questo termine è perentorio
e il suo mancato rispetto comporta la decadenza della domanda, che può
comunque essere riproposta. In particolare, il pagamento effettuato oltre il
termine, che fa comunque decadere l’interessato dal beneficio del riscatto,
viene considerato come presentazione di una nuova domanda, qualora il
richiedente ne abbia ancora interesse, con la conseguente rideterminazione
dell’onere da pagare. Va però ricordato che, per le rate successive alla prima,
il pagamento effettuato oltre la scadenza, ma con un ritardo non superiore a
30 giorni, viene consentito per non più di 2 volte.
Tutti i pagamenti effettuati per importi parziali o per un minore numero di
rate entro i termini assegnati verranno convalidati determinando, in propor-
zione, l’accredito del corrispondente periodo assicurativo. Così, per esempio,
se per riscattare 4 anni di laurea (pari a 208 settimane), l’INPS ha determinato
il costo complessivo in 10.000 euro e il pagamento cessa quando l’assicurato
ne ha versati solo 2.500, allora saranno accreditate sulla posizione assicurativa
solo 52 settimane. Il pagamento dell’onere di riscatto può essere effettuato:

• con bollettino MAV, che può essere stampato direttamente attraverso il sito
www.inps.it o chiesto chiamando l’INPS al numero verde 803.164;
• online sul sito www.inps.it, con carta di credito;
• telefonando al numero verde 803.164 e pagando con la carta di credito;
• rivolgendosi ai negozi del circuito “Reti Amiche” (tabaccherie, ricevitorie ecc.)
che espongono il logo “Servizi INPS”, utilizzando il numero della pratica e
il proprio codice fiscale;
• attraverso l’addebito diretto sul proprio conto bancario o quello di un fami-
liare. È sufficiente recarsi nell’agenzia bancaria o nell’ufficio postale presso
cui si ha il conto e compilare un modello SDD. Il modello dovrà contenere
l’opzione a importo fisso predefinito, che implica la rinuncia al diritto di
rimborso dell’addebito entro le otto settimane.

46
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

La rinuncia
Presentare all’INPS una domanda di riscatto non significa affatto impegnarsi
con l’Ente di previdenza a pagare l’onere del riscatto.
L’interessato può rinunciare alla domanda di riscatto quando, dopo averla
presentata, ritenga di non dar più corso alla richiesta. In questo caso se
l’INPS non ha ancora inviato la lettera di accoglimento è opportuno che
l’interessato comunichi agli uffici la sua intenzione di rinunciare. Basterà
una comunicazione scritta da consegnare agli sportelli o da inviare via email
oppure una telefonata al Call Center dell’INPS. Se invece l’interessato ha già
ricevuto la lettera di accoglimento basta non pagare la somma in essa indicata
per manifestare la volontà di rinuncia. Se successivamente si cambia idea, la
domanda può essere ripresentata. Ma è chiaro che in questo caso la somma
da pagare sarà sicuramente maggiore di quella calcolata in precedenza. Ciò
in quanto alla data della nuova domanda saranno cambiati gli elementi (età,
retribuzione ecc.) presi a base per il calcolo del riscatto.

Il riscatto del periodo di laurea


La possibilità, per i lavoratori dipendenti e autonomi, di riscattare ai fini pen-
sionistici il periodo di studi universitari necessario al conseguimento della
laurea è tornata di recente alla ribalta. A far divenire nuovamente di attualità
questo tipo di riscatto, dopo un lungo letargo determinato dalle più rigide
norme in materia di pensioni di anzianità introdotte dalla L. 335/1995 e dalla
L. 243/2004 (la cosiddetta Riforma Maroni) sono state le disposizioni contenute
nella legge sulle pensioni del Governo Prodi (L. 247/2007). Queste disposi-
zioni da un lato consentono, per le domande di riscatto inoltrate a partire dal
primo gennaio 2008, di pagare in 10 anni e senza interessi l’onere richiesto
e dall’altro permettono ai giovani in cerca di un’occupazione di riscattare gli
anni di laurea anche se non si è ancora cominciato a versare contributi in
alcun ente previdenziale. Possono essere oggetto di riscatto:

• i diplomi universitari (corsi di durata non inferiore a 2 anni e non supe-


riore a 3);
• i diplomi di laurea (corsi di durata non inferiore a 4 e non superiore a 6 anni);
• i diplomi di specializzazione che si conseguono successivamente alla laurea
e al termine di un corso di durata non inferiore a 2 anni;
• i dottorati di ricerca i cui corsi sono regolati da specifiche disposizioni
di legge;
• i titoli accademici introdotti dalla riforma dell’Università del 1999: laurea, al
termine di un corso di durata triennale, e laurea specialistica, al termine di
un corso di durata biennale cui si accede con la laurea.

47
Capire le pensioni

Dal 1997, poi, è possibile il riscatto di più corsi universitari di studi. In prece-
denza, chi aveva conseguito due lauree poteva effettuare a sua scelta il riscatto
di uno solo dei corsi legali. Non è, invece, consentito dalla legge riscattare:

• i periodi di iscrizione fuori corso;


• i periodi già coperti da contribuzione obbligatoria o figurativa o da riscatto
non solo presso il fondo cui è diretta la domanda stessa ma anche negli
altri regimi previdenziali;
• i diplomi di laurea conseguiti in università estere e non riconosciute in Italia.

Per far sì che la domanda di riscatto possa essere accolta ci sono, però, anche
alcune condizioni da rispettare: l’assenza di copertura contributiva in relazione
al periodo da riscattare e il non aver chiesto il riscatto presso altro ordinamento
pensionistico. La domanda, che può essere inoltrata in qualsiasi momento perché
non è soggetta a termini di decadenza, può riguardare anche un periodo inferiore
a quello del corso legale di laurea ma è comunque limitata ai soli periodi privi
di copertura assicurativa, poiché, come già detto, il contributo di riscatto non è
compatibile con altro tipo di contribuzione. La domanda di riscatto può essere
inoltrata all’INPS solo per via telematica, accedendo al portale internet dell’ente
di previdenza, tramite il proprio codice personale (il cosiddetto PIN). Ci si può
avvalere anche dell’assistenza gratuita degli Enti di Patronato. Per chi può far
valere contribuzione mista (per esempio, contributi da lavoratore dipendente
e contributi da artigiano commerciante o coltivatore diretto), è prevista, poi, la
possibilità di indicare nella domanda in quale delle gestioni pensionistiche nelle
quali si è stati iscritti si vuole riscattare la laurea. Questa scelta comporta, talvolta,
specialmente se il periodo si colloca nel sistema retributivo, un considerevole
risparmio sull’onere del riscatto.

Riscatto per attività lavorativa senza contributi


In tempi di giro di vite sulle pensioni c’è davvero da rammaricarsi se un datore
di lavoro di tanti anni fa ha dimenticato di metterci in regola con l’INPS. Spesso
le conseguenze di queste omissioni appaiono drammatiche: non solo si dovrà
lavorare ancora parecchio per raggiungere la pensione anticipata, ma, per di
più, si vedrà ridotto l’importo della rendita alla quale si pensava di aver diritto.
Si tratta, purtroppo, di casi ancora frequenti per i quali non ci sono ancora
molte soluzioni: se i versamenti si riferiscono a contributi che dovevano essere
versati oltre 5 anni fa e, quindi, prescritti, né l’INPS può iniziare più l’azione di
recupero verso l’azienda né lo stesso datore di lavoro potrebbe, se lo volesse,
sanare ora per allora questa scopertura. A fronte di situazioni come questa c’è
però una soluzione: è quella prevista dall’art. 13 della L. 1338/1962 che consente,
per i periodi di attività lavorativa subordinata per i quali il datore di lavoro non

48
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

abbia versato la contribuzione prevista e che non possono essere regolarizzati


per l’intervenuta prescrizione, di riscattare (in termine tecnico si chiama “co-
stituzione di rendita vitalizia”) il periodo omesso. La domanda di riscatto può
essere esercitata dal lavoratore oppure dallo stesso datore di lavoro dell’epoca.
Condizione necessaria è, però, che il rapporto di lavoro sia dimostrato con do-
cumentazione di data certa e che per l’attività prestata fosse previsto l’obbligo
assicurativo all’INPS; non è richiesto, invece, alcun requisito contributivo mini-
mo. Non ci sono termini per presentare la domanda e la presentazione non è
vincolante per il richiedente, che la può eventualmente riproporre varie volte
senza essere obbligato al pagamento del relativo onere.
Sono considerati documenti idonei a far accogliere la domanda di riscatto le
dichiarazioni, attestazioni o i documenti redatti all’epoca della prestazione la-
vorativa o in momento immediatamente successivo (lettere di assunzione, di
licenziamento, buste paga, estratti di libro paga e matricola, libretto di lavoro,
benservito) da cui sia possibile ricavare la data iniziale e finale del rapporto di
lavoro, la qualifica rivestita e le retribuzioni percepite.
Non sono ammesse prove testimoniali, atti di notorietà o altre dichiarazioni simili.
Nel 1989, però, la Corte Costituzionale, con sentenza 568, pur riaffermando la
necessità della prova scritta sull’esistenza del rapporto di lavoro, ha riconosciuto
la possibilità di far ricorso alle testimonianze per provare la durata del rapporto
stesso e l’importo della retribuzione corrisposta.
Sull’argomento non va poi dimenticata l’opportunità offerta dall’art. 2116 del
Codice Civile. Secondo questa norma, poiché l’imprenditore è responsabile del
danno pensionistico che deriva al lavoratore a seguito del mancato o dell’irre-
golare versamento dei contributi, è possibile citare in giudizio il datore di lavoro
per ottenere il risarcimento del danno. Si tratta di una strada lunga e tortuosa
sia perché, come si sa, ci sono tempi lunghi prima di arrivare a una sentenza
giudiziaria definitiva, sia perché, secondo un orientamento ormai consolidato
della magistratura, l’azione legale può essere avviata solo a partire dal momento
in cui il danno per il lavoratore si sia manifestato concretamente. Ciò significa
che il lavoratore può citare l’azienda in giudizio per il risarcimento del danno,
pari alla mancata o ridotta pensione, solo a partire dal momento in cui l’INPS
gli respinge la domanda di pensione o gli liquida un importo inferiore. Ulteriori
ostacoli all’azione giudiziaria dipendono sia dal fatto che spesso il datore di
lavoro inadempiente è stato dichiarato fallito o è irreperibile, sia dalla impossi-
bilità di determinare la congruità del risarcimento.

Riscatto di lavoro all’estero


Per il riscatto di periodi di lavoro dipendente prestato all’estero in paesi con
cui non vi sono accordi di sicurezza sociale si rimanda a quanto sarà detto
nel capitolo 8 dedicato alle pensioni internazionali.

49
Capire le pensioni

Aspettativa per motivi familiari


A partire dal primo gennaio 2007 i lavoratori dipendenti pubblici e privati
che non siano pensionati e che hanno usufruito dell’aspettativa per gra-
vi motivi familiari in relazione a situazioni personali, della propria famiglia
nonché per parenti o affini entro il terzo grado, anche se non conviven-
ti, hanno la possibilità di riscattare i suddetti periodi che si collocano nel
corso di un rapporto di lavoro subordinato prima del 31 dicembre 1996.
Il riscatto può essere chiesto per un periodo frazionato o continuativo non
superiore a 2 anni, a condizione che lo stesso non sia già coperto da altra
contribuzione (obbligatoria, volontaria, figurativa o da riscatto).
Deve essere comprovata la ricorrenza dei gravi motivi, producendo documen-
tazione redatta all’epoca.

Riscatto di periodi privi di attività lavorativa


Il D. Lgs. 564/1996 ha introdotto la facoltà di riscattare alcuni periodi non
altrimenti coperti, durante i quali non sia stata prestata attività lavorativa,
ovvero quando si sia verificata una interruzione o sospensione del rappor-
to di lavoro. I periodi interessati devono, però, collocarsi successivamente
al 31 dicembre 1996. Per l’esercizio del riscatto non sono previsti requisiti
contributivi minimi, né limiti di tempo per presentare la relativa domanda
(vedi tabella 2 riassuntiva a pagina 51).

• Interruzione o sospensione del rapporto di lavoro Possono essere


riscattati tutti i periodi di interruzione o di sospensione del rapporto di
lavoro privi di retribuzione imponibile previdenziale previsti da apposite e
specifiche disposizioni di legge o da norme contrattuali, purché le relative
assenze risultino da attestazione scritta del datore di lavoro.
Fra questi figurano le aspettative per motivi privati o per malattia, le assenze
per sciopero, le interruzioni del rapporto di lavoro con diritto alla conser-
vazione del posto e altre eventuali interruzioni. L’alternativa al riscatto è
l’autorizzazione ai versamenti volontari, che può essere concessa in presenza
del requisito contributivo previsto. La facoltà di riscatto è perciò preclusa se
i periodi sono coperti da versamenti volontari.

• Formazione, studio e inserimento nel mercato del lavoro È possi-


bile riscattare i periodi finalizzati all’acquisizione di titoli o competenze
professionali richiesti per l’assunzione o le progressioni di carriera e per
i quali, laddove previsto, sia stato conseguito un attestato. L’esatta indi-
viduazione dei periodi riscattabili è affidata a un decreto del Ministero
del Lavoro.

50
Contributi figurativi, volontari e da riscatto

Tabella 2: Il riscatto

Riscatto Periodo riscattabile Requisiti richiesti

Contributi caduti in prescrizione Ciò che viene documentato Nessuno

Lavoro all’estero in paesi Ciò che viene documentato Cittadinanza italiana


non convenzionati con l’Italia
Corso di laurea, lauree brevi, Durata del corso legale 1 contributo settimanale
specializzazione dottorato di ricerca (fino al 31/12/2007)
Ex astensione facoltativa, congedo Massimo 5 anni 5 anni di effettiva attività
parentale – per eventi di maternità lavorativa
fuori dal rapporto di lavoro
Sospensioni o interruzione Massimo 3 anni. Solo per
del rapporto di lavoro periodi dopo il 31/12/1996
Intervalli fra lavori discontinui, Ciò che viene documentato. Nessuno ma si deve
stagionali o temporanei Solo per periodi dopo documentare l’iscrizione
il 31/12/1996 nelle liste dei disoccupati
Intervalli fra lavori svolti Ciò che viene documentato. Nessuno, devono
in part-time verticale, ciclico, Solo per periodi dopo documentare stato di
orizzontale il 31/12/1996 occupazione a part-time
Lavoro parasubordinato Ciò che viene documentato. Iscrizione alla Gestione
Solo per periodi prima Separata
di aprile 1996 fino
a un massimo di 5 anni

Congedo per la formazione Massimo 2 anni –

Congedo non retribuito Massimo 2 anni –


per eventi e cause particolari

• Lavori discontinui, stagionali e temporanei Per coloro che prestano


attività subordinata in forma stagionale, saltuaria o comunque discontinua
è prevista la facoltà di riscattare i periodi intercorrenti fra un rapporto di
lavoro a termine e l’altro, sempre che i periodi chiesti a riscatto non debbano
essere coperti da contribuzione obbligatoria o figurativa. La domanda deve
essere corredata da una certificazione del competente Ufficio del lavoro, che
attesti l’iscrizione nelle liste di collocamento e da cui si rilevi che lo stato di
disoccupazione si è protratto per tutto il periodo richiesto.

• In caso di part-time verticale, orizzontale o ciclico I periodi carat-


terizzati da assenza di prestazione lavorativa conseguente ai rapporti di
lavoro regolati da contratto part-time, possono essere riscattati, su domanda
dell’interessato, con il versamento di una riserva matematica il cui onere
deve essere determinato ai sensi dell’art. 13 della L. 1338/1962.

51
Pagina bianca
3
La ricongiunzione, la totalizzazione e il cumulo

La ricongiunzione,
la totalizzazione e il cumulo

In tempi di lavoro mobile cambiare attività è assai frequente. In molti casi chi
cambia lavoro è attratto da prospettive di retribuzione o di reddito più alte; in
altri, invece, il passaggio non è frutto di una scelta volontaria bensì di circostan-
ze estranee al nostro volere. Per chi è in questa situazione i dubbi sono tanti:
uno stipendio migliore compenserà le maggiori responsabilità? Le prospettive
di carriera ricompenseranno il dispiacere di lasciare i vecchi colleghi? A questi
se ne aggiunge un altro assai importante: quali saranno le complicazioni se,
nel passaggio dalla vecchia alla nuova attività, cambieremo anche il sistema
previdenziale a cui eravamo iscritti fino a ora? Fino al 1979 e salvo qualche
eccezione riservata ai dipendenti pubblici, le frontiere tra i circa 40 Enti e Fondi
di previdenza del nostro paese erano invalicabili e comportavano danni pre-
videnziali irrimediabili per tanti lavoratori. Da allora in poi questa barriera tra
i diversi enti pensionistici può essere aggirata, utilizzando la ricongiunzione.

Cos’è la ricongiunzione
Nel lessico previdenziale il termine ricongiunzione indica l’unificazione delle
posizioni assicurative esistenti presso diverse gestioni previdenziali al fine di
ottenere, utilizzando più spezzoni contributivi, una sola pensione.

53
Capire le pensioni

In tal modo, il lavoratore trasferisce i contributi versati nelle varie gestioni


pensionistiche presso un unico Fondo, creando così una sola posizione as-
sicurativa: la gestione accentrante provvederà poi a liquidare la pensione,
calcolata sulla base di tutta la contribuzione versata in tale posizione. Infatti
la contribuzione ricongiunta è valida sia ai fini del raggiungimento del diritto
a pensione, sia ai fini della misura della pensione stessa.
La disciplina della ricongiunzione è prevista da due specifici provvedimenti:
la L. 29/1979 che regola il trasferimento di contributi tra INPS, Gestione ex
INPDAP, Gestione ex ENPALS, INPGI, Gestioni speciali INPS per i lavoratori
autonomi, fondi aziendali sostitutivi dell’Assicurazione Generale Obbligatoria,
e la L. 45/1990 che disciplina il trasferimento di contributi tra Casse dei liberi
professionisti e le gestioni di previdenza obbligatorie. Queste norme operano
soltanto nel sistema retributivo o misto.
Il D. Lgs. 184/1997 ha infine previsto che ai lavoratori iscritti a due o più
forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti,
che non abbiano maturato in alcuna di queste forme il diritto a pensione, e
che scelgano la liquidazione della pensione con il sistema contributivo, è data
la facoltà di utilizzare, cumulandoli, tutti i periodi assicurativi ovunque siano
versati, purché non coincidenti, per ottenere un’unica prestazione pensionistica.
Si può immediatamente intuire la portata innovativa del decreto che con-
sente di giungere alla liquidazione della pensione di vecchiaia, pur non
avendo maturato in nessuna delle forme di assicurazione obbligatoria il di-
ritto autonomo a tale prestazione. Tutto ciò a condizione che con il cumulo
dei periodi si raggiungano comunque i requisiti contributivi minimi chiesti
per la pensione da ogni singola gestione interessata. Il decreto, comunque,
non toglie la possibilità agli interessati di esercitare la ricongiunzione come
previsto dalla L. 29/1979.

La ricongiunzione nel Fondo Pensioni


Lavoratori Dipendenti
L’art. 1 della L. 29/1979 dà la possibilità di ricongiungere presso il Fondo pen-
sioni lavoratori dipendenti, gestito dall’INPS, tutti i contributi esistenti nelle
altre gestioni sostitutive, esclusive o esonerative dell’Assicurazione Generale
obbligatoria (le cosiddette gestioni “alternative” quali l’INPDAP, i Fondi spe-
ciali Ferrovie, Volo, Elettrici, Telefonici, l’INPGI ecc.) o nelle Gestioni speciali
dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti e coltivatori diretti). Non è
possibile, però, ricongiungere i contributi versati nella Gestione Separata dei
lavoratori parasubordinati di cui abbiamo parlato nel capitolo 1.

54
La ricongiunzione, la totalizzazione e il cumulo

Fino al 30 giugno 2010 chi chiedeva di ricongiungere nel Fondo Pensioni Lavoratori
Dipendenti i periodi contributivi maturati in ordinamenti pensionistici alternativi
non pagava alcun onere perché tale forma di ricongiunzione era gratuita.
Dal primo luglio 2010 invece, per effetto di quanto previsto dalla L. 122/2010,
anche questo tipo di ricongiunzione è diventata onerosa per il richiedente.
La ricongiunzione dei contributi provenienti dalle Gestioni speciali dei lavora-
tori autonomi è, invece, da sempre con pagamento di un onere da parte del
lavoratore assicurato. In questo caso, la facoltà di ricongiunzione può essere
esercitata solo se si possano far valere, successivamente alla cessazione dell’at-
tività come lavoratore autonomo, almeno 5 anni di contribuzione in qualità
di lavoratore dipendente, in una o più gestioni pensionistiche obbligatorie.

La ricongiunzione in altri Fondi


L’art. 2 della L. 29/1979 disciplina il caso inverso, ovvero quello in cui i contributi
versati nel regime generale INPS transitano, per ricongiunzione, in un Fondo
alternativo. Il lavoratore che può far valere periodi di iscrizione ai fondi elencati
in seguito può chiedere in qualsiasi momento la ricongiunzione, presso la ge-
stione in cui risulti iscritto all’atto della domanda oppure nella gestione, diversa
da quella attuale, nella quale possa far valere almeno 8 anni di contribuzione
versata in costanza di effettiva attività lavorativa, di tutti i periodi di contribuzione
dei quali sia titolare. I Fondi che fanno maturare questo diritto sono:

• l’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti


dei lavoratori dipendenti;
• le forme obbligatorie di previdenza sostitutive, esclusive o esonerative
dell’assicurazione generale obbligatoria predetta;
• le Gestioni speciali per i lavoratori autonomi gestite dall’INPS.

Questo tipo di ricongiunzione è onerosa. Nel caso in cui riguardi la contribu-


zione riferita a periodi di lavoro autonomo svolti come artigiano, commerciante
o coltivatore diretto, valgono gli stessi requisiti richiesti per l’applicazione
dell’art. 1, di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente.

Le condizioni
Poiché le finalità della legge sono quelle di consentire, in presenza di spezzoni
di contributi versati in Fondi diversi, il raggiungimento di un’unica pensione,
la possibilità di ricorrervi è consentita solo se la contribuzione dei periodi og-

55
Capire le pensioni

getto di ricongiunzione non ha dato luogo alla liquidazione di una pensione.


È anche importante sapere che con la ricongiunzione si chiede il trasferimento
dell’intera posizione assicurativa da una gestione previdenziale all’altra: non è
possibile quindi trasferire solo una parte dei contributi (per esempio, solo quelli
che servono a raggiungere il diritto a pensione). Per chi invece, già pensionato,
può far valere un’ulteriore contribuzione, non utilizzata per liquidare il trattamento
pensionistico di cui è titolare, è consentita la facoltà di ricongiungerla in altra
gestione assicurativa nella quale risulti essere soggetto “in condizione attiva”.

Quali contributi
La ricongiunzione deve riguardare tutti i periodi di contribuzione:

• obbligatoria (indipendentemente dall’ammontare dei contributi e dalla natura


del rapporto di lavoro che ha dato luogo all’assicurazione);
• volontaria (tale contribuzione, se concomitante ad altra tipologia di coper-
tura assicurativa, andrà invece in detrazione dell’ammontare dell’onere di
ricongiunzione);
• figurativa (accreditata secondo le modalità previste dalla normativa vigente);
• da riscatto, valutabile nella gestione dalla quale si richiede il trasferimento.

Vanno esclusi dalla ricongiunzione i periodi di cosiddetta maggiorazione contri-


butiva, cioè quelle anzianità convenzionali (per i non vedenti, per esposizione
all’amianto, per chi è riconosciuto invalido in misura pari al 74% ecc.) che sono
attribuibili solo al momento di liquidare la pensione. Non possono, invece,
secondo quanto previsto dalla L. 29/1979, formare oggetto di ricongiunzione:

• i periodi di lavoro prestato all’estero con iscrizione alle forme di previdenza


dei paesi legati all’Italia da convenzioni in materia di sicurezza sociale;
• le contribuzioni versate all’ENASARCO (un fondo pensionistico aggiuntivo
dell’assicurazione obbligatoria);
• i contributi versati al Fondo Clero;
• le contribuzioni nella Gestione Separata dei lavoratori parasubordinati e dei
liberi professionisti privi di una cassa di categoria;
• le contribuzioni nel Fondo Casalinghe.

Come si chiede
Per chiedere la ricongiunzione, il lavoratore deve presentare la domanda
all’Ente di previdenza presso il quale intende trasferire la posizione assicura-
tiva, indicando quali sono le gestioni dove sono stati versati i vari spezzoni

56
La ricongiunzione, la totalizzazione e il cumulo

assicurativi: sarà l’Ente ad attivarsi, chiedendo alle diverse gestioni il trasferi-


mento delle posizioni assicurative.
La ricongiunzione può, però, essere esercitata una sola volta. In deroga a
quest’unica facoltà, la legge prevede che una seconda domanda di ricongiun-
zione possa essere presentata solo dopo che siano trascorsi 10 anni dalla prima
domanda. In tale caso è possibile ricongiungere i periodi contributivi presso
una gestione diversa da quella richiesta la prima volta. Se non sono trascorsi
i 10 anni è, però, possibile presentare una seconda domanda contestualmente
alla domanda di pensione, purché diretta alla stessa gestione nella quale è
stata operata la precedente.

Quanto costa e come si paga


La ricongiunzione comporta il pagamento di un onere calcolato in base alla
quantità dei contributi da ricongiungere, all’età e alla retribuzione del lavoratore
alla data della domanda. Dall’importo così calcolato viene detratto il valore dei
contributi trasferiti, e la metà della somma che resta rappresenta l’onere della
ricongiunzione. Quindi, maggiore è la quantità di contributi da ricongiungere,
e più sono elevati l’età e il reddito del lavoratore, maggiore sarà il costo della
ricongiunzione, a meno che l’importo da portare in detrazione sia molto alto.
Per calcolare il costo della ricongiunzione bisogna tenere in considerazione
alcuni elementi variabili quali:

• la data di presentazione della domanda;


• l’età del richiedente alla data della domanda;
• l’anzianità contributiva totale (comprensiva anche dei periodi ricongiunti)
alla data della domanda;
• il sesso del richiedente.

Sulla base di questi elementi è calcolato un coefficiente, chiamato “coefficiente


di riserva matematica”, analogo a quello utilizzato per i riscatti, contenuto in
tabelle emanate con appositi Decreti Ministeriali, l’ultimo dei quali risale al 2007.
In pratica il costo della ricongiunzione è dato dalla differenza tra due quote
di pensione (la prima calcolata con i soli contributi esistenti nella gestione
accentrante, la seconda comprensiva dei contributi ricongiunti in tale gestione),
moltiplicato per il coefficiente di riserva matematica e quindi abbattuto del 50%.
Nel provvedimento dell’ente previdenziale che accoglie la domanda di ricon-
giunzione sono indicate le modalità di pagamento. Questo può avvenire in
unica soluzione, oppure ratealmente. È possibile pagare la ricongiunzione
rateizzando l’importo dovuto sulle rate di pensione, purché venga in ogni
caso garantito il trattamento minimo, in vigore alla data della domanda, sulla
rata di pensione.

57
Capire le pensioni

È utile ricordare che, dal primo gennaio 2001, l’onere della ricongiunzione è
interamente deducibile ai fini fiscali. Per le modalità di pagamento, diverse
dalla trattenuta sulla pensione, valgono le stesse indicazioni fornite per il
pagamento dei riscatti.

La ricongiunzione per i liberi


professionisti
La L. 45/1990 ha introdotto la possibilità di ricongiungere le posizioni assi-
curative esistenti nell’INPS, o in forme di previdenza sostitutive, con quelle
costituite presso le varie casse di previdenza dei liberi professionisti.

Dalle Casse Professionali verso altri Fondi


L’art. 1, primo comma, della L. 45/1990 attribuisce al lavoratore dipendente
pubblico o privato, o al lavoratore autonomo, che sia stato iscritto a forme
obbligatorie di previdenza per i liberi professionisti, la facoltà di ricongiungere
tutti i periodi di contribuzione versati presso le varie Casse di previdenza per i
liberi professionisti, nella gestione in cui risulta iscritto, in qualità di lavoratore
dipendente o autonomo, all’atto della domanda.

Dagli altri Fondi verso le Casse Professionali


L’art. 1, secondo comma, consente invece al libero professionista che sia
stato iscritto a forme obbligatorie di previdenza per i lavoratori dipendenti
o per i lavoratori autonomi, la facoltà di ricongiungere tutti i periodi di
contribuzione versati presso dette forme nella gestione in cui risulta iscritto
in qualità di libero professionista. Vanno ricongiunti anche i periodi di con-
tribuzione versati presso tutte le altre gestioni previdenziali cui il lavoratore
sia stato iscritto.

La ricongiunzione dopo l’età pensionabile


In alternativa alle opportunità che abbiamo appena illustrato, la legge pre-
vede la ricongiunzione in gestione diversa da quella di iscrizione qualora
il lavoratore abbia compiuto l’età pensionabile nella gestione in cui chie-

58
La ricongiunzione, la totalizzazione e il cumulo

de la ricongiunzione e possa far valere almeno 10 anni di contribuzione


continuativa presso tale gestione in regime obbligatorio in relazione ad
attività effettivamente esercitate. L’art. 1, al comma 5, attribuisce a coloro
che siano stati iscritti presso un fondo di previdenza per liberi professio-
nisti successivamente alla data di decorrenza di una pensione di anzianità
conseguita presso altro Fondo di previdenza, la possibilità di chiedere a
quest’ultimo la ricongiunzione, per ottenere un supplemento di pensione,
dell’ulteriore periodo di contribuzione maturato presso il Fondo di previ-
denza per liberi professionisti.

Anche i superstiti possono chiedere


La legge prevede che la facoltà di ricongiunzione possa essere esercitata an-
che dai superstiti, purché la domanda sia presentata entro il termine tassativo
di 2 anni dal decesso dell’interessato, nella gestione presso cui il lavoratore
deceduto risultava iscritto, e purché la contribuzione oggetto di ricongiunzio-
ne sia determinante per il raggiungimento del diritto alla liquidazione della
pensione ai superstiti.

INPS ed ENPALS
I lavoratori dello spettacolo sono iscritti a una forma obbligatoria sostitutiva
dell’INPS, gestita dall’ex ENPALS (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza
Lavoratori dello Spettacolo).
I lavoratori che possono far valere periodi versati presso il Fondo pensioni
lavoratori dipendenti gestito dall’INPS e presso l’ENPALS, possono ottenere
un’unica pensione, con il cumulo di tutti i contributi, attraverso il trasferimento
gratuito mediante una convenzione stipulata tra i due enti.
Sono oggetto di tale trasferimento le contribuzioni obbligatorie, volontarie, da
riscatto e figurativa, quest’ultima solo se interessata da effettivo versamento di
contribuzione nell’INPS (per esempio cassa integrazione guadagni).
Se esistono contribuzioni figurative quali malattia, gravidanza e puerperio,
servizio militare, i relativi periodi sono in ogni caso trasmessi all’ente richie-
dente. Non si tratta però di un trasferimento, in quanto non c’è stato effettivo
versamento di contributi, ma piuttosto di una segnalazione.
La convenzione prevede inoltre che le domande di pensione, presentate all’uno
o all’altro ente, siano inizialmente istruite dall’ENPALS il quale valuta, in base
alla prevalenza della contribuzione, chi debba procedere alla liquidazione
della pensione.

59
Capire le pensioni

La totalizzazione
Chi non vuole o non è in grado di affrontare gli oneri, spesso esorbitanti,
della ricongiunzione, ha un’altra possibilità per mettere insieme spezzoni
contributivi esistenti presso più gestioni previdenziali. Può, infatti, ricorrere
alla cosiddetta “totalizzazione” dei periodi assicurativi che è una possibilità
abbastanza recente offerta dal sistema previdenziale.
La totalizzazione, prevista dal D. Lgs. 42/2006 consiste nella possibilità di
sommare, ai fini del raggiungimento dei requisiti per il diritto a pensione, i
periodi contributivi, esistenti presso due o più enti di previdenza, in modo da
poter conseguire quote di pensione, proporzionali ai contributi stessi, a carico
delle Gestioni presso cui si trovano i contributi, senza quindi dover effettuare
la loro ricongiunzione, spesso onerosa e di difficile accesso.
In pratica con la totalizzazione non c’è un trasferimento di contributi da un
Ente all’altro, come avviene con la ricongiunzione, ma la sommatoria virtuale
dei tronconi contributivi non coincidenti per il conseguimento del requisito
minimo occorrente per il diritto a pensione.

Chi può totalizzare


La totalizzazione può essere utilizzata da tutti i lavoratori dipendenti, auto-
nomi e liberi professionisti ed è completamente gratuita a differenza della
ricongiunzione che spesso è onerosa.
Possono, quindi, esercitare la facoltà di cumulare i diversi “spezzoni” di contributi:

• i lavoratori dipendenti;
• i lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni e
mezzadri);
• i lavoratori parasubordinati iscritti alla Gestione Separata istituita dalla
L. 335/1995;
• gli iscritti al Fondo per il Clero;
• i liberi professionisti (avvocati, ingegneri, medici, commercialisti ecc.) iscritti
a una delle Casse privatizzate e private;
• gli iscritti alle forme assicurative sostitutive ed esclusive dell’assicurazione
generale obbligatoria (ex INPDAP, ex ENPALS, ex IPOST ecc.).

A cosa serve
Ricorrendo alla totalizzazione è possibile ottenere la pensione di vecchiaia a
65 anni e 7 mesi, senza differenza tra uomini e donne, la pensione di anzia-
nità con 40 anni e 7 mesi di contributi (ambedue i requisiti si innalzeranno

60
La ricongiunzione, la totalizzazione e il cumulo

nel tempo con il crescere dell’aspettativa di vita), la pensione di inabilità e la


pensione indiretta ai superstiti.
Fino al 31 dicembre del 2011, per totalizzare, ai fini della pensione di vecchiaia
o di anzianità, i diversi spezzoni di contributi era necessario che ciascuno di
essi fosse pari o superiore a 3 anni (fino al 2007 il periodo minimo di con-
tribuzione era di 6 anni). Dal primo gennaio del 2012 non è più richiesto,
per totalizzare, alcun requisito minimo di contribuzione e, quindi, ci si può
avvalere di questa opportunità anche in presenza di un solo contributo nelle
diverse gestioni.
C’è, infine, da ricordare che la totalizzazione è possibile anche alle ipotesi
in cui si raggiungano i requisiti minimi per il diritto alla pensione in uno dei
fondi presso cui sono accreditati i contributi, sempreché, come già precisato,
l’interessato non sia già titolare di autonomo trattamento pensionistico.
La totalizzazione riguarda tutti e per intero i periodi assicurativi.
Non è, quindi, possibile effettuare la totalizzazione parziale sia per quanto
riguarda le gestioni sia per quanto riguarda i periodi contributivi di una
singola gestione.

Com’è calcolata la pensione totalizzata


Come dice il vecchio adagio, anche in materia di totalizzazione, vale il prin-
cipio che “non è tutto oro ciò che luccica!”.
Le ombre sulla opportunità di mettere insieme “spezzoni” di versamento
fatti in Istituti previdenziali diversi riguardano il sistema di calcolo della
pensione “totalizzata”.
La totalizzazione prevista dal D. Lgs. 43/2006 segue questo criterio: gli Istituti
o le Casse di previdenza interessate stabiliscono, ciascuna per la propria parte,
la quota di pensione maturata in rapporto ai rispettivi contributi versati. Ma
le regole di calcolo sono diverse a seconda se si tratti di contributi versati
presso enti previdenziali pubblici (INPS, INPDAP, ENPALS ecc.) o casse dei
liberi professionisti.
La misura del trattamento a carico degli enti previdenziali pubblici è determi-
nata, in ogni caso anche se si tratta di versamenti fatti prima del 1996, con il
calcolo contributivo, meno favorevole di quello retributivo.
Occhio, quindi, a fare un po’ di conti prima di valutare se sia conveniente o
meno, in alcuni casi, ricorrere alla ricongiunzione.
C’è, però, da tener conto di una opportunità: se il lavoratore che ricorre
alla totalizzazione può far valere nella forma previdenziale pubblica (INPS,
INPDAP ecc.) requisiti di contributi e di età validi per ottenere la pensione
autonoma in quell’Ente, allora si farà ricorso al criterio di calcolo retributi-
vo o misto, a seconda se abbia o meno, 18 anni di versamento entro il 31
dicembre 1995.

61
Capire le pensioni

Il “cumulo”
Una ulteriore possibilità di utilizzare la contribuzione “frammentata” perché
versata in più Enti è stata introdotta con il cosiddetto “cumulo contributivo”
previsto dalla L. 228/2012 e ampliato con le disposizioni contenute nella
L. 232/2016.
Il “cumulo contributivo“ – è bene precisarlo subito – non riguarda solo chi
ha contributi versati all’INPS e all’INPDAP , ma interessa tutti coloro che sono
titolari di due o più posizioni assicurative (iscritti al Fondo Pensioni Lavoratori
dipendenti, alle Gestioni Autonome degli Artigiani, Commercianti e Coltivatori
diretti, alla Gestione Separata per i liberi professionisti e per i cosiddetti “pa-
rasubordinati”, ai Fondi sostitutivi ed esclusivi dell’Assicurazione Generale
Obbligatoria INPS, alle Casse di Previdenza dei liberi professionisti).
Con il termine “cumulo contributivo” si intende la possibilità di sommare i di-
versi spezzoni di contribuzione, senza che, come avviene per la totalizzazione,
il calcolo della pensione divenga necessariamente contributivo.
Mediante il “cumulo” ciascuno dei fondi determina il trattamento pro quota
in rapporto ai rispettivi periodi di iscrizione maturati, secondo le regole di
calcolo previste da ciascun ordinamento e sulla base delle rispettive retribu-
zioni di riferimento.
La possibilità di cumulare – che fino al 2016 era molto limitata perché, oltre a
non riguardare la contribuzione versata presso le Casse dei liberi professioni-
sti, non poteva essere richiesta né per raggiungere la pensione anticipata né
utilizzata dai lavoratori che avevano maturato un diritto a pensione autonoma
in una singola gestione pensionistica ora è ammessa, ricorrendo anche ai con-
tributi versati nelle casse dei liberi professionisti, per ottenere la pensione di
vecchiaia, la pensione anticipata e i trattamenti di inabilità e i superstiti. Non
può essere utilizzato, invece, per ottenere l’assegno ordinario di invalidità.
Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, essa si consegue, utilizzando
tutti i periodi assicurativi accreditati presso le gestioni previdenziali private,
quando sussistono i requisiti anagrafici e contributivi minimi previsti dalla
L. 214/2011 (è la Riforma Fornero) ovvero 66 anni e 7 mesi unitamente a

ESEMPIO PRATICO
Prendiamo il caso di un medico, donna, che ha presso l’INPS 20 anni di contri-
buti e 7 anni di contributi presso l’ENPAM (la cassa di previdenza professionale
dei medici) e che al momento della domanda ha compiuto i 66 anni e 7 mesi di
età. In questo caso, anche ricorrendo alla totalizzazione, la quota di pensione
INPS sarà calcolata con il criterio retributivo.

62
La ricongiunzione, la totalizzazione e il cumulo

20 anni di contribuzione. Se, però, i requisiti per la prestazione di vecchiaia


nella Cassa Professionale sono superiori a quelli vigenti nell’INPS, quest’ulti-
mo erogherà subito la propria quota mentre per quella maturata nella cassa
professionale occorrerà attendere i requisiti anagrafici e contributivi per la
prestazione di vecchiaia previsti dall’ordinamento della cassa in questione.
La pensione sarà comunque unica sebbene composta da distinte quote di
pensione a seconda del numero degli enti previdenziali interessati.
Come abbiamo detto, le nuove regole in tema di “cumulo” consentono a chi
ha periodi di iscrizione anche presso gli Enti di previdenza privati di ottenere,
sommando tali versamenti con quelli accreditati nella previdenza pubblica
obbligatoria, la pensione anticipata. Per ottenere questa prestazione sarà ne-
cessario poter far valere fino al 31 dicembre del 2018 i 42 anni e 10 mesi, per
gli uomini e i 41 anni e 10 mesi per le donne. Secondo le disposizioni intro-
dotte dal D. L. 4/2019 questo requisito rimarrà bloccato dal 2019 e fino al 31
dicembre del 2026 senza più gli incrementi dovuti al crescere dell’aspettativa
di vita. Per ottenere la pensione anticipata in regime di cumulo sono richiesti
anche gli ulteriori requisiti eventualmente previsti dai singoli ordinamenti del-
le forme assicurative interessate al cumulo, quali per esempio la cessazione
dell’attività di lavoro dipendente e/o la cancellazione dagli albi professionali.

63
Pagina bianca
La pensione di vecchiaia

PARTE SECONDA
I trattamenti
pensionistici

65
Pagina bianca
4
La pensione di vecchiaia

La pensione
di vecchiaia

La pensione di vecchiaia, che è il trattamento pensionistico più classico e


ricorrente, è una prestazione economica erogata, a domanda, ai lavoratori
dipendenti e autonomi, in presenza di 2 distinti requisiti:

• il raggiungimento dell’età prevista per il diritto alla prestazione (l’età


pensionabile);
• l’accredito di un determinato numero di anni di contributi versati (la cosid-
detta anzianità contributiva).

Questi requisiti variano a seconda della tipologia di attività lavorativa svolta


(da dipendente, da parasubordinato o da autonomo) o dell’anno in cui si sia
iniziata l’attività lavorativa. Per coloro che hanno incominciato a lavorare prima
del primo gennaio del 1996, le regole da applicare sono quelle del sistema
retributivo o misto, previsto dalla L. 335/1995. Per chi, invece, può far valere
solo contributi (non importa se da effettiva attività lavorativa o da riscatto oppure
da contribuzione figurativa) versati dopo il 1995, i requisiti previsti sono quelli
del sistema contributivo. L’evoluzione della normativa in materia di pensioni di
vecchiaia ha fatto sì che oggi vi siano diverse tipologie di pensione di vecchiaia:

• la pensione di vecchiaia nel sistema retributivo o misto;


• la pensione di vecchiaia nel sistema contributivo, che si distingue a sua volta
in: contributiva “pura” e contributiva a seguito di opzione;

67
Capire le pensioni

• la pensione di vecchiaia nella Gestione Separata;


• la pensione di vecchiaia in regime di totalizzazione;
• la pensione di vecchiaia in regime di “cumulo” dei contributi accreditati
in più fondi previdenziali pubblici o nelle Casse di Previdenza dei liberi
professionisti.

A tali prestazioni la L. 232/2016 ne ha aggiunto altre due che, sotto il nome di


“anticipo pensionistico”, meglio conosciute con l’acronimo “APE”, consentono
a chi ha maturato i 63 anni di età di ritirarsi in anticipo per raggiungere la
pensione. Si tratta di un progetto sperimentale, valido dal primo maggio 2017
e sino al 31 dicembre 2019, che si realizza attraverso due strumenti: l’APE
volontario e l’APE sociale.
Il primo è attuato con prestiti, erogati da parte di Istituti di credito tramite
l’INPS, che dovranno essere restituiti, una volta ottenuta la pensione, in venti
anni; il secondo, invece, è un sussidio, che non va restituito, erogato dallo
Stato e rivolto ai soggetti in particolari situazioni di difficolta.

Il sistema retributivo e misto


Vediamo ora in maggiore dettaglio cosa prevede la legge per coloro che
hanno diritto a percepire, poiché possono far valere almeno un contributo
accreditato prima del 1996, la pensione di vecchiaia nel sistema retributivo (il
più economicamente vantaggioso) e misto, che prevede cioè sia una quota
retributiva sia una quota contributiva.

Il requisito contributivo
Il requisito contributivo (si definisce, così, il numero di anni di contribuzione
necessari per avere diritto alle prestazioni pensionistiche) per la pensione di
vecchiaia nel sistema retributivo e misto è fissato, senza alcuna eccezione, in
20 anni di contributi, pari a 1040 settimane di versamento.
Concorrono a perfezionare il requisito, che è uguale per i lavoratori dipendenti
e per quelli autonomi (artigiani, commercianti e coltivatori diretti), tutti i tipi di
contribuzione ovvero i contributi obbligatori, figurativi, da riscatto e volontari.
Non va però dimenticato che ci sono ancora casi in cui è consentito ottenere
la pensione di vecchiaia con solo 15 anni di contributi.
Queste eccezioni – che non sono state “cancellate” dalla L. 214/2011, come
conferma la circolare INPS 16/2013 – sono disciplinate dal D. Lgs. 503/1992
(la cosiddetta Riforma Amato) che, nell’introdurre dal 1993 nuove e più rigide

68
La pensione di vecchiaia

ESEMPIO PRATICO
Per comprendere meglio cosa accada all’età pensionabile a seguito dell’appli-
cazione dell’adeguamento periodico, facciamo l’esempio di un lavoratore nato
il primo gennaio del 1953: il nostro amico con le regole della Riforma Fornero
otterrà la pensione di vecchiaia a 67 anni, ovvero da febbraio del 2020; se, inve-
ce, non ci fosse l’adeguamento all’aspettativa di vita, di cui abbiamo appena
parlato, sarebbe andato in pensione a febbraio del 2018.

regole in materia di accesso alla pensione, mantiene il vecchio requisito dei


15 anni di contributi, in vigore fino al 1992, nei confronti di:

• lavoratori che al 31 dicembre 1992 avevano raggiunto i 15 anni di contributi;


• lavoratori che erano stati autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31
dicembre del 1992;
• lavoratori dipendenti con almeno 25 anni di anzianità, occupati per un mini-
mo di 10 anni per periodi di durata inferiore a 52 settimane nell’anno solare;
• lavoratori che al 31 dicembre 1992 avevano maturato un’anzianità contri-
butiva tale che, pur se incrementata dei periodi intercorrenti tra il primo
gennaio 1993 e la fine del mese di compimento dell’età pensionabile, non
avrebbero raggiunto il requisito contributivo richiesto in quel momento (in
pratica il numero dei contributi richiesti per tali lavoratori è pari alla somma
delle settimane di contribuzione maturate fino al 31 dicembre 1992 e delle
settimane di calendario comprese tra il primo gennaio 1993 e la fine del
mese di compimento dell’età pensionabile).

Il requisito dell’età
L’età richiesta per la pensione di vecchiaia, che fino al 2011 era fissata in 65
anni per gli uomini e 60 per le donne, senza distinzione tra lavoratori autonomi
e dipendenti, si è innalzata dal 2012 a (vedi tabelle 1 e 2 alle pagine 70-71):

• 66 anni per gli uomini, senza distinzione tra dipendenti e autonomi;


• 62 anni per le donne lavoratrici dipendenti;
• 63 anni e mezzo per le lavoratrici autonome.

A partire dal 2013 l’età pensionabile non è, però, più fissa ma cresce, perio-
dicamente, così come cresce l’aspettativa di vita degli italiani. L’incremento
è stato, fino al 2018, triennale mentre dal 2019 è biennale.

69
Capire le pensioni

Tabella 1: Pensione di vecchiaia per i lavoratori dipendenti*

Uomo Donna Uomo Donna


Anno Anno
anni mesi anni mesi anni mesi anni mesi
2013 66 3 62 3 2032 68 0 68 0

2014 66 3 63 9 2033 68 2 68 2

2015 66 3 63 9 2034 68 2 68 2

2016 66 7 65 7 2035 68 4 68 4

2017 66 7 65 7 2036 68 4 68 4

2018 66 7 66 7 2037 68 5 68 5

2019 67 0 67 0 2038 68 5 68 5

2020 67 0 67 0 2039 68 7 68 7

2021 67 3 67 3 2040 68 7 68 7

2022 67 3 67 3 2041 68 9 68 9

2023 67 4 67 4 2042 68 9 68 9

2024 67 4 67 4 2043 68 11 68 11

2025 67 6 67 6 2044 68 11 68 11

2026 67 6 67 6 2045 69 1 69 1

2027 67 8 67 8 2046 69 1 69 1

2028 67 8 67 8 2047 69 3 69 3

2029 67 10 67 10 2048 69 3 69 3

2030 67 10 67 10 2049 69 5 69 5

2031 68 0 68 0 2050 69 5 69 5

*Scenario demografica ISTAT Centrale base 2016, come in Rapporto n. 18 della Ragioneria Generale dello Stato

Questo incremento è, per il triennio 2013-2015, di 3 mesi, di 4 mesi per il


triennio 2016-2018, di 5 mesi per il biennio 2019-2020 mentre per i periodi
successivi si stima che l’innalzamento, che sarà accertato dall’ISTAT, viaggerà al
ritmo di 2 o 3 mesi ogni volta. L’innalzamento dell’età pensionabile è parzial-
mente compensato dalla scomparsa del meccanismo delle cosiddette “finestre”,
ossia quel sistema che, fino al 2011, costringeva, una volta raggiunti i requisiti
per la pensione di vecchiaia, ad attendere 12 o 18 mesi, rispettivamente per i
lavoratori dipendenti e per quelli autonomi, per ottenere la prestazione.

70
La pensione di vecchiaia

Tabella 2: Pensione di vecchiaia per i lavoratori autonomi*

Uomo Donna Uomo Donna


Anno Anno
anni mesi anni mesi anni mesi anni mesi
2013 66 3 63 9 2032 68 0 68 0

2014 66 3 64 9 2033 68 2 68 2

2015 66 3 64 9 2034 68 2 68 2

2016 66 7 66 1 2035 68 4 68 4

2017 66 7 66 1 2036 68 4 68 4

2018 66 7 66 7 2037 68 5 68 5

2019 67 0 67 0 2038 68 5 68 5

2020 67 0 67 0 2039 68 7 68 7

2021 67 3 67 3 2040 68 7 68 7

2022 67 3 67 3 2041 68 9 68 9

2023 67 4 67 4 2042 68 9 68 9

2024 67 4 67 4 2043 68 11 68 11

2025 67 6 67 6 2044 68 11 68 11

2026 67 6 67 6 2045 69 1 69 1

2027 67 8 67 8 2046 69 1 69 1

2028 67 8 67 8 2047 69 3 69 3

2029 67 10 67 10 2048 69 3 69 3

2030 67 10 67 10 2049 69 5 69 5

2031 68 0 68 0 2050 69 5 69 5

*Scenario demografica ISTAT Centrale base 2016, come in Rapporto n. 18 della Ragioneria Generale dello Stato

La Legge di Bilancio per il 2018 ha, però, esentato alcune categorie di lavo-
ratori dal meccanismo di adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il
biennio 2019-2020.
Esse, infatti, possono accedere alla pensione di vecchiaia e a quella anti-
cipata con gli stessi requisiti anagrafici e contributivi previsti fino al 2018.
Per chi svolge mansioni gravose l’esenzione è riconosciuta a condizione che tali
attività siano state espletate per almeno sette anni negli ultimi dieci anni di vita
lavorativa e che ci siano almeno 30 anni di contributi (vedi tabella 3 a pagina 72).

71
Capire le pensioni

Tabella 3: Mansioni gravose


Operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici

Conduttori di gru o di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni

Conciatori di pelli e di pellicce

Conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante

Conduttori di mezzi pesanti e camion

Personale delle professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche ospedaliere con lavoro


organizzato in turni

Addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza

Insegnanti della scuola dell’infanzia ed educatori degli asili nido

Facchini, addetti allo spostamento merci e assimilati

Personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia

Operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti

Siderurgici di prima e seconda fusione e lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature
non già ricompresi nel perimetro dei lavori usuranti

Operai dell’agricoltura, della zootecnia e pesca

Marittimi imbarcati a bordo e personale viaggiante dei trasporti marini e acque interne

Pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare dipendenti o soci di cooperative

Tabella 4: Mansioni usuranti e notturne


Lavori in galleria cava o miniera

Lavori in cassoni ad aria compressa

Lavori svolti dai palombari

Lavori ad alte temperature

Lavorazione del vetro cavo

Lavori svolti in spazi ristretti

Lavori di asportazione dell’amianto

Addetti alla cd. linea di catena

Conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo di capienza complessiva


non inferiore a 9 posti

Lavoro notturno con almeno 64 notti lavorate l’anno

72
La pensione di vecchiaia

Per chi, invece, svolge l’attività usurante o notturna il beneficio è riconosciuto,


fermo restando un requisito contributivo minimo di 30 anni, se detta attività
è stata espletata, in alternativa, per almeno sette anni negli ultimi dieci anni
di vita lavorativa oppure per almeno metà della vita lavorativa (vedi tabella 4
a pagina 72).

Lavoratori invalidi all’80%


Secondo quanto previsto dalla Riforma Amato del 1992 (e confermato dalla
L. 214/2011), coloro che sono stati ritenuti invalidi dall’INPS in questa misura
possono ottenere nel 2019, la pensione di vecchiaia al compimento dei 61
anni e 56 anni, rispettivamente per uomini e donne. Al “vecchio” requisito
anagrafico dei 60 e 55 anni va aggiunto, infatti, l’incremento per la cosiddetta
“aspettativa di vita” e l’attesa per l’apertura della cosiddetta “finestra di uscita”
che, in questi casi, è tuttora operante.

Lavoratori non vedenti


Per i lavoratori non vedenti dalla nascita o da data anteriore all’inizio dell’assi-
curazione, o che possono far valere almeno 10 anni di lavoro dopo l’insorgenza
dello stato di cecità, valgono i seguenti requisiti anagrafici:

• lavoratori dipendenti: 55 anni se uomini, 50 anni se donne;


• lavoratori autonomi: 60 anni se uomini, 55 anni se donne.

Per tutti gli altri lavoratori non vedenti che non si trovino nelle condizioni
che abbiamo prima ricordato, restano fermi i requisiti di età richiesti in via
generale fino al 31 dicembre 1992, ovvero:

• 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne, per quanto riguarda i lavo-
ratori dipendenti;
• 65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne, per i lavoratori autonomi.

In entrambe le ipotesi ai requisiti anagrafici che abbiano indicato vanno ap-


plicati gli incrementi dovuti al crescere dell’aspettativa di vita, che, sommando
gli incrementi via via succedutisi nel tempo, sono a pari nel 2019 a 12 mesi.
Per essere ritenuto “non vedente” il lavoratore deve essere colpito da cecità
assoluta o deve avere un residuo visivo non superiore a un decimo in en-
trambi gli occhi, con eventuali correzioni. Il loro stato deve risultare da uno
dei seguenti documenti:

73
Capire le pensioni

• verbale di accertamento sanitario rilasciato dalle Commissioni mediche com-


petenti per l’accertamento dell’invalidità civile (ciechi civili);
• modello 69 rilasciato dal Ministero del Tesoro – Direzione Generale per le
pensioni di guerra (ciechi di guerra);
• modello 69 ter rilasciato dalle pubbliche amministrazioni che hanno prov-
veduto al riconoscimento della cecità (ciechi invalidi per servizio);
• attestazione rilasciata dall’INAIL (ciechi invalidi del lavoro).

L’età pensionabile per le donne


L’innalzamento dell’età pensionabile previsto dalla L. 214/2011 è stato, per le
donne, ancora più brusco. Al meccanismo di adeguamento dell’età pensionabile
all’aspettativa di vita si è aggiunta, infatti, anche la decisione del legislatore di
innalzare gradualmente, a partire dal primo gennaio del 2012, da 60 a 65 anni
il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia.
Per raggiungere la soglia dei 65 anni di età si è proceduto, però, con un per-
corso a tappe. Si è iniziato dal primo gennaio del 2012 quando il requisito
per la pensione di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti è salito dai 60 anni,
richiesti fino al 2011, a 62 anni. Dal 2014 il requisito anagrafico si è innalzato
a 63 anni e mezzo, dal 2016 a 65 anni e, infine, dal 2018 a 66 anni.
Per le lavoratrici autonome (artigiane, commercianti, coltivatrici dirette e la-
voratrici parasubordinate) il ritmo è stato diverso: si è partiti dai 63 anni e 6
mesi previsti per il 2012; dal 2014 poi, occorrono 64 anni e 6 mesi, mentre dal
2016 e dal 2018 il requisito è salito, rispettivamente, a 65 anni e 6 mesi e a 66
anni. Dal 2019 è salito a 67 anni e non vi è più alcuna differenza tra uomini
e donne e tra lavoratrici dipendenti, autonome o pubbliche.
Sommando i due incrementi, sia quelli per la parificazione dell’età pensio-
nabile tra uomo e donna sia quelli per l’adeguamento alle speranze di vita,
l’età richiesta alle donne per andare in pensione di vecchiaia si è accresciuta
in modo esponenziale.

Da quando decorre la pensione


Per tutti i trattamenti di vecchiaia con decorrenza successiva al primo gennaio
1993, ulteriore condizione per l’accesso alla pensione, in aggiunta ai requisiti
anagrafico e contributivo, è la cessazione del rapporto di lavoro subordinato.
Non è, invece, richiesta la cancellazione dagli elenchi anagrafici dei coltivatori
diretti, artigiani e commercianti né la cessazione dell’attività di lavoro autonomo.
Dal primo gennaio del 2012 in poi, la pensione decorre dal mese successivo
al compimento dell’età pensionabile, o dal primo giorno del mese successi-
vo alla data di perfezionamento dei requisiti assicurativi e contributivi, se al
compimento dell’età questi non si erano ancora verificati. Attenzione, però,

74
La pensione di vecchiaia

a un importante distinguo: la decorrenza della pensione è subordinata alla


cessazione del rapporto di lavoro subordinato per tutti i lavoratori dipendenti,
ivi compresi i lavoratori domestici e agricoli.

Le regole in vigore fino al 2011


La normativa in vigore fino al 31 dicembre 2011 stabiliva, invece, che il tratta-
mento pensionistico per vecchiaia non scattava al raggiungimento dei requi-
siti di cui abbiamo parlato ma, una volta raggiunti questi requisiti, occorreva
rispettare un rigoroso calendario (le cosiddette “finestre”).
Le regole di questo calendario, introdotte per la pensione di vecchiaia dal
primo gennaio 2008 sono state nel tempo diverse.
Da ultimo, secondo le disposizioni contenute nella L. 122/2010, la decorrenza
della prestazione era fissata esattamente un anno (un anno e mezzo per i
lavoratori autonomi) dopo aver tagliato il traguardo dei requisiti.

Per chi valgono le vecchie regole


La legge di riforma nel fissare le nuove regole richieste dal 2012 per la pen-
sione di vecchiaia ha anche stabilito che nei confronti di alcuni soggetti sono
ancora applicabili le norme in vigore fino al 31 dicembre 2011. Potranno
avvalersi di questa possibilità:

• coloro che hanno raggiunto i requisiti nel 2011;


• i lavoratori in mobilità ordinaria e lunga;
• i lavoratori titolari di assegno di accompagnamento alla pensione;
• i lavoratori “salvaguardati”.

Le donne nate nel ‘52


Una disciplina del tutto particolare è stata adottata per le lavoratrici dipendenti
del settore privato, nate nel 1952, che hanno almeno 20 anni di contribuzione
maturati entro il 31 dicembre 2012.
Se non vi fosse stato un apposito correttivo alla L. 214/2011, queste persone
sarebbero state fortemente penalizzate dalle nuove regole in materia di età
pensionabile: arrivate a un passo dal traguardo della pensione di vecchiaia
avrebbero visto rinviare la data del proprio pensionamento anche fino a 6 anni.
L’esempio tipico è quello di una donna, con vent’anni di contributi versati, nata
a novembre del 1952. Con le vecchie regole avrebbe raggiunto i requisiti a
novembre del 2012 e avrebbe poi dovuto attendere i 12 mesi della cosiddetta
“finestra mobile”. Senza il correttivo avrebbe invece tagliato il traguardo della
pensione solo a novembre del 2019 ovvero a 66 anni e 11 mesi, con 5 anni
e 11 mesi di ritardo.

75
Capire le pensioni

Il correttivo di cui abbiamo parlato prevede che queste lavoratrici possano


andare in pensione al compimento dei 64 anni di età, applicando così uno
“sconto” di circa 2 anni rispetto alle regole generali.
È però opportuno precisare che al requisito anagrafico dei 64 anni si applica
l’adeguamento agli incrementi della speranza di vita, di cui abbiamo già par-
lato, e che prevede per il 2013, il 2014 e il 2015 un’età di 64 anni e 3 mesi,
per il 2016/2018 un’età di 64 anni e 7 mesi.
Inizialmente questa deroga era riservata solo a chi era al lavoro, come dipen-
dente alla data del 28 dicembre del 2011. Successivamente, però, la deroga è
stata ampliata e ha riguardato anche le lavoratrici dipendenti del settore pri-
vato che al 28 dicembre 2011 fossero prive di occupazione, avessero avviato
attività di lavoro autonomo oppure fossero divenute, nel frattempo, dipendenti
pubbliche, a condizione, però, avessero maturato i 20 anni di versamento con
i soli contributi versati come dipendente del settore privato.

Il sistema contributivo
Per tutti coloro che hanno iniziato la propria attività lavorativa dopo il 31
dicembre 1995, per gli iscritti alla cosiddetta Gestione Separata e per quanti
esercitano il diritto di opzione per il sistema contributivo, la L. 335/1995
(meglio nota come “Riforma Dini”) ha previsto un’unica pensione, deno-
minata “pensione di vecchiaia”.
I requisiti per questa prestazione hanno subito in questi ultimi anni varia-
zioni e modifiche. Per consentire al lettore di comprendere se a una certa
data avesse o meno conseguito il diritto alla pensione di vecchiaia nel si-
stema contributivo è bene riassumere quali siano stati nel corso del tempo
questi requisiti.

I requisiti fino al 31 dicembre 2007


Fino al 31 dicembre del 2007, per accedere alla pensione di vecchiaia contri-
butiva, erano necessarie le seguenti condizioni:

• la cessazione del rapporto di lavoro dipendente;


• il compimento dei 57 anni di età;
• almeno 5 anni di contribuzione effettiva;
• una misura della pensione maturata che sia maggiore o pari a 1,2 volte
l’importo dell’assegno sociale (dal 65° anno di età si prescindeva da tale
parametro).

76
La pensione di vecchiaia

Prima dei 57 anni di età, la pensione poteva essere conseguita soltanto con 40
anni di contribuzione, per il raggiungimento dei quali erano esclusi i contributi
da riscatto per periodi di studio e i versamenti volontari, ed erano rivalutati
con il coefficiente 1,5 gli anni di lavoro che sono stati effettuati prima del
compimento dei 18 anni di età. Era, ed è tuttora, prevista inoltre una riduzione
del requisito per il diritto alla pensione di vecchiaia nel sistema contributivo
per le lavoratrici madri. Secondo quanto previsto dalla L. 335/1995, questa
categoria può usufruire di un’anticipazione dell’età pensionabile di 4 mesi per
ogni figlio, nel limite massimo di 12 mesi; in alternativa a questa opportunità
è possibile ottenere l’applicazione di un coefficiente di trasformazione relativo
all’età anagrafica posseduta alla data di decorrenza della pensione, maggiorata
di un anno, in caso di uno o due figli, di 2 anni in caso di tre o più figli.

I requisiti dal 2008 al 2011


Nel periodo dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre del 2011, per accedere alla
pensione nel sistema contributivo, era richiesto il rispetto di queste condizioni:

• la cessazione del rapporto di lavoro dipendente;


• il compimento dei 60 o 65 anni di età, rispettivamente per donne e uomini;
• almeno 5 anni di contribuzione effettiva;
• una misura della pensione maturata almeno pari a 1,2 volte l’importo dell’as-
segno sociale (dal 65° anno di età si prescindeva da tale parametro).

Prima del compimento dell’età pensionabile, la pensione di vecchiaia poteva


essere conseguita soltanto con 40 anni di contribuzione, per il raggiungimento
dei quali erano compresi i contributi da riscatto per periodi di studio, esclusi
i versamenti volontari e rivalutati con il coefficiente 1,5 gli anni di lavoro ef-
fettuati prima del compimento dei 18 anni di età.
In alternativa al requisito dei 40 anni di contribuzione era possibile acce-
dere alla pensione con il meccanismo delle cosiddette “quote”, dato dalla
somma degli anni di contribuzione e dell’età anagrafica, di cui parleremo
nel capitolo 5, dedicato alla pensione anticipata.

I requisiti dal 2012


La L. 214/2011 ha modificato sia i requisiti anagrafici sia, in parte, i requisiti
contributivi per la pensione di vecchiaia nel sistema contributivo.
Dal primo gennaio 2012 chi ha la contribuzione interamente versata nel sistema
contributivo, perché ha cominciato a lavorare dopo il primo gennaio 1996,
può andare in pensione di vecchiaia con una duplice modalità. È possibile,

77
Capire le pensioni

infatti, ottenere la prestazione al compimento dell’età pensionabile prevista


per i lavoratori dipendenti o autonomi (vedi tabelle 1 e 2 di questo capitolo
alle pagine 70-71), se può far valere 20 anni di contributi e se l’importo della
pensione maturata è almeno pari a 1,5 volte l’ammontare dell’assegno sociale
stabilito per quell’anno. In assenza del requisito dei 20 anni di contributi, è
possibile invece ottenere la pensione di vecchiaia contributiva al compimento
dei 70 anni di età se si possono far valere almeno 5 anni di contributi.
C’è, in proposito, da precisare che anche il requisito dei 70 anni di età è in-
crementato periodicamente in funzione dell’innalzamento dell’aspettativa di
vita (dal 2019 è già salito a 71 anni).
Dal primo gennaio 2012 è scomparso anche per le pensioni di vecchiaia liqui-
date con il sistema contributivo il meccanismo delle finestre di cui abbiamo
fatto prima cenno, mentre rimane invariata la disposizione che impedisce
l’erogazione della pensione se non è cessato il rapporto di lavoro dipendente.

Optare per il sistema contributivo


La rigida suddivisione fatta dalla L. 335/1995 circa il criterio per individuare
quale regime pensionistico applicare per la liquidazione della pensione di
vecchiaia ai lavoratori assicurati (retributivo, misto, contributivo) è in parte
attenuato da un’apposita norma della stessa L. 335 che consente ai destinatari
del sistema retributivo, in presenza di alcuni requisiti, di optare per le regole
del sistema contributivo.
Gli assicurati con meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, pote-
vano fino al 31 dicembre del 2011 optare per la liquidazione della pensione
con il sistema contributivo, a condizione che si potessero far valere alcune
condizioni. Un’anzianità contributiva pari o superiore a 15 anni (a tal fine
sono utili tutti i periodi di contribuzione obbligatoria, figurativa, volontaria e
da riscatto), almeno 5 anni di contributi successivi al 31 dicembre 1995, sia
effettivi sia figurativi, un importo della pensione maturata pari o superiore 1,2
volte l’importo dell’assegno sociale.
Fino al 31 dicembre del 2007, una volta rispettate le condizioni di cui sopra,
era possibile per il lavoratore, uomo o donna, ottenere la pensione di vecchiaia
al compimento dei 57 anni di età. Effettuando questa scelta la rendita sarebbe
stata calcolata, però, con il metodo contributivo, ovvero in base all’entità delle
contribuzioni versate e non più in base alle retribuzioni percepite negli ultimi
anni di lavoro antecedenti la data del pensionamento.
Dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre del 2011 le condizioni per poter op-
tare sono rimaste le stesse, mentre l’età pensionabile per vecchiaia è salita a
65 e 60 anni, rispettivamente per uomini e donne. I motivi che fino al 2011
potevano indurre un lavoratore a optare per il metodo contributivo (in genere
più sfavorevole) in luogo di quello retributivo erano determinati:

78
La pensione di vecchiaia

• da un requisito contributivo più basso (15 anni di contributi invece di 20);


• da un requisito anagrafico fino al 2007 minore (57 anni di età) di quello
previsto per il metodo retributivo;
• dalla possibilità di ottenere una pensione più elevata quando, in anni an-
tecedenti il decennio da prendere a base per determinare la retribuzione
pensionabile, si erano percepiti stipendi più elevati.

I requisiti per l’opzione dal 2012


Dal primo gennaio del 2012 la possibilità di optare per il metodo con-
tributivo continua a esistere; è però cambiato il requisito contributivo
minimo per ottenere la pensione di vecchiaia che da 15 è passato a 20
anni, mentre il requisito anagrafico crescerà nel tempo così come crescerà
l’aspettativa di vita.

La pensione di vecchiaia
in totalizzazione
Come abbiamo già detto al capitolo 3, coloro che hanno versato contributi
previdenziali in più Enti possono chiedere la pensione di vecchiaia in regime
di totalizzazione quando sono in possesso dei seguenti requisiti:

• il compimento dei 65 anni di età, senza distinzione tra uomini e donne;


• almeno 20 anni di contributi versati (non contano i periodi di contribuzione
coincidenti presso diverse gestioni);
• gli altri requisiti e condizioni previsti da ciascuna delle gestioni interessate
(per esempio la cessazione dell’attività lavorativa dipendente o convenzio-
nata, la cancellazione dall’Albo o Ordine professionale ecc.).

Per quanto riguarda il requisito anagrafico è importante precisare che a par-


tire dal 2013 questo cresce periodicamente di pari passo con l’aspettativa di
vita degli italiani. Dal primo gennaio del 2013 è, infatti, passato a 65 anni e 3
mesi, dal primo gennaio 2016 è salito a 65 anni e 7 mesi e dal 2019 a 66 anni.
L’incremento è stato triennale fino al 2018 e dal 2019 è biennale. Per il triennio
2013-2015 l’aumento dell’età è stato di 3 mesi, per il triennio successivo di
4 mesi, per il biennio 2019-2020 di 5 mesi mentre per i bienni successivi si
ritiene che l’innalzamento sarà di 2 o 3 mesi ogni volta (a tal proposito vedi
la tabella 5 a pagina 80).

79
Capire le pensioni

Tabella 5: Requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia in totalizzazione

Anno Età richiesta


2012 65 anni

2013 65 anni e 3 mesi

2014 65 anni e 3 mesi

2015 65 anni e 3 mesi

2016 65 anni e 7 mesi

2017 65 anni e 7 mesi

2018 65 anni e 7 mesi

2019 66 anni

2020 66 anni

2021 66 anni e 3 mesi

2022 66 anni e 3 mesi

Da quando decorre
Per coloro che chiedono la pensione in regime di totalizzazione, secondo le
disposizioni di cui al D. Lgs. 42/2006, l’accesso alla pensione di vecchiaia,
per il quale era richiesto il requisito contributivo dei 20 anni di contributi e
un’età anagrafica, senza distinzione di sesso, di 65 anni, la decorrenza della
pensione era svincolata dal regime delle “finestre di accesso” e il trattamento si
conseguiva fino al 31 dicembre del 2010 dal primo giorno del mese successivo
a quello di presentazione della domanda.
Ora, invece, i trattamenti di vecchiaia in totalizzazione, con requisiti maturati
a partire dal primo gennaio 2011 in poi, decorrono dal 18° mese successivo
al raggiungimento dei requisiti.

Presentare la domanda
La domanda di pensione in regime di totalizzazione va presentata dal lavoratore
(o dai superstiti) all’Ente presso il quale risultano versati gli ultimi contributi.
L’Ente che ha ricevuto la domanda provvede poi ad accertare se c’è il diritto
a totalizzare. Per quanto riguarda l’Ente che pagherà la pensione “totalizzata”,
a corrispondere le rate sarà l’INPS che ha stipulato con gli altri Enti o Casse
apposite convenzioni.

80
La pensione di vecchiaia

La pensione di vecchiaia con il “cumulo”


La L. 228/2012, aggiornata con le disposizioni contenute nella Legge di
Bilancio per il 2017 (232/2016), ha previsto una ulteriore possibilità di met-
tere insieme la contribuzione “frammentata” ovvero quella versata in più
gestioni assicurative.
L’istituto del “cumulo contributivo” (è questo il termine tecnico utilizzato per
contraddistinguere questa opportunità) consente ai lavoratori iscritti presso
due o più forme di assicurazione obbligatoria per invalidità, vecchiaia e super-
stiti dei lavoratori dipendenti e degli autonomi, a quelli iscritti alla Gestione
Separata oppure alle forme sostitutive ed esclusive della medesima nonché,
dal 2017, alle Casse di Previdenza dei liberi professionisti di cumulare tutti i
periodi non coincidenti ai fini del conseguimento del trattamento pensionisti-
co. Le disposizioni consentono ai lavoratori il perfezionamento del diritto al
trattamento pensionistico di vecchiaia ovvero dei trattamenti di inabilità e ai
superstiti di assicurato deceduto prima di aver acquisito il diritto a pensione.

Chi sono i lavoratori interessati


Possono chiedere il cumulo tutti i lavoratori dipendenti pubblici o privati,
lavoratori autonomi che possono far valere contributi versati presso:

• l’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) dei lavoratori dipendenti e


gestioni dei lavoratori autonomi;
• le forme esclusive dell’AGO (Gestione ex INPDAP ecc.);
• le forme sostitutive dell’AGO (Gestione ex ENPALS, fondo telefonici, fondo
elettrici ecc.);
• la Gestione Separata INPS (istituita in base all’art. 2 comma 26 della
L. 335/1995);
• le Casse di Previdenza per liberi professionisti (Cassa Forense, ENPAM,
INARCASSA ecc.).

Non possono, invece, essere oggetto di cumulo le contribuzioni versate presso


il Fondo Clero.

Quali trattamenti pensionistici


Come abbiamo accennato, il “cumulo contributivo” previsto dalle L. 228/2012 e
232/2016 consente di ottenere la pensione di vecchiaia, la pensione anticipata,
la pensione di inabilità e la pensione ai superstiti. Per conseguire la pensione,
il cumulo dei periodi assicurativi non coincidenti può, però, essere richiesto a

81
Capire le pensioni

condizione che i lavoratori non siano già titolari di trattamento pensionistico


diretto presso una delle predette gestioni (compreso l’assegno di invalidità).
Non è più prevista, però, dal 2017 l’esclusione dalla possibilità di cumulare per
coloro che hanno maturato il diritto autonomo al trattamento pensionistico in
una delle forme assicurative oggetto del regime di cumulo di cui stiamo parlando.
Per quanto attiene ai requisiti, la pensione di vecchiaia si ottiene in presenza
dei requisiti anagrafici e contributivi, previsti dalla L. 214/2011 (la Riforma
Fornero), più elevati tra quelli previsti dai rispettivi ordinamenti che discipli-
nano le diverse gestioni presso cui sono stati versati i contributi.
Così, per esempio, una lavoratrice pubblica che può far valere 10 anni di con-
tributi versati presso l’INPS e 10 anni accreditati in precedenza presso l’INPS
poteva ottenere, nel 2017, la pensione di vecchiaia in regime di cumulo solo
al compimento dei 66 anni e 7 mesi ovvero del requisito anagrafico richiesto,
in quell’anno, alle dipendenti pubbliche che era, infatti, più elevato rispetto
al requisito anagrafico richiesto per le iscritte all’INPS.
Le cose cambiano se, per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia, concorrono
i contributi versati in una Cassa di Previdenza dei Liberi professionisti. In questo
caso se i requisiti per la prestazione di vecchiaia nella Cassa Professionale sono
superiori a quelli vigenti nell’INPS (o negli altri fondi pubblici), quest’ultimo
erogherà subito la propria quota mentre per quella maturata nella cassa profes-
sionale occorrerà attendere i requisiti anagrafici e contributivi per la prestazione
di vecchiaia previsti dall’ordinamento della cassa in questione.
La pensione sarà comunque unica sebbene composta da distinte quote di
pensione a seconda del numero degli enti previdenziali interessati.
Come per la totalizzazione e la ricongiunzione, il cumulo deve riguardare
per intero tutti i periodi assicurativi, accreditati presso le gestioni interessate.
La decorrenza della pensione di vecchiaia segue le regole previste dalla
L. 214/2011 ovvero dal mese successivo a quello del raggiungimento dei requi-
siti anagrafici e contributivi, senza quindi “finestre” di attesa di alcun genere.

Come si calcola la pensione con il cumulo


Per il cumulo dei contributi le gestioni previdenziali interessate determinano,
ciascuna per la quota riferita ai contributi di propria competenza, il trattamento
cosiddetto “pro quota” in rapporto ai rispettivi periodi di iscrizione maturati,
secondo le regole di calcolo previste da ciascun ordinamento e sulla base
delle rispettive retribuzioni e/o reddito di riferimento.
Il cumulo, in parole più semplici, non determina alcun mutamento nel sistema
di calcolo dell’assegno pensionistico che resta ancorato alle regole proprie
di ciascuna gestione.
Per stabilire, poi, se l’assicurato ha diritto, nel calcolo della pensione, a una
quota retributiva fino al 31 dicembre 2011 (e poi contributiva) oppure a una

82
La pensione di vecchiaia

ESEMPIO PRATICO
Il Signor Rossi, nato nel gennaio 1956, ha iniziato a lavorare nel 1977 come
dipendente privato, quindi, iscritto all’INPS fino al 1989. Dal 1990 è divenuto
dipendente pubblico con iscrizione all’INPDAP per 16 anni. Dal 2006 è divenuto
avvocato e ha versato i contributi alla Cassa Forense fino al 2016. Per quanto
attiene al momento in cui gli verrà riconosciuta la pensione di vecchiaia, le date
sono due: la prima riguarderà i versamenti, complessivamente più di 20, fatti
presso l’INPS e presso la Gestione ex INPDAP e sarà fissata al primo luglio del
2023; la seconda, invece, è fissata al compimento dei 70 anni di età e riguar-
derà i versamenti fatti alla Cassa Forense. Ai fini del calcolo della pensione e
del conteggio dell’anzianità maturata prima del 1996 si devono sommare i due
periodi (13 di INPS e 6 di INPDAP ) arrivando al totale di 19 anni accreditati al
31 dicembre 1995. Essendo in possesso di almeno 18 anni di contributi al 31
dicembre 1995, la quota di pensione per questo assicurato maturata presso i
fondi di previdenza pubblici sarà retributiva fino al 31 dicembre 2011 e quindi
ciascuna delle due gestioni calcolerà la propria quota di pensione con il sistema
retributivo non avendo anzianità contributiva successiva al 2012. Rispetto alla
totalizzazione il vantaggio è evidente: con il cumulo contributivo la pensione è
sostanzialmente calcolata tutta con il sistema retributivo mentre quella totalizza-
ta sarebbe solo contributiva e quindi, in genere, più bassa come importo finale.

quota retributiva fino al 31 dicembre 1995 (e poi contributiva) occorre tener


conto dell’anzianità contributiva complessivamente maturata, solo nelle forme
di previdenza obbligatoria pubblica, al 31 dicembre 1995.
La natura privatistica delle Casse dei liberi professionisti fa sì che i contributi
versati presso dette casse fino al 31 dicembre del 1995 non possono essere
utilizzati per maturare i 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 e ottenere,
così, il diritto al sistema di calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011 nelle
gestioni INPS.

L’Anticipo Pensionistico (APE)


La Legge di Bilancio per il 2017 ha introdotto, in via sperimentale, nel nostro
ordinamento una nuova prestazione, l’Anticipo Pensionistico ovvero il cosid-
detto APE, un assegno che viene erogato fino al momento in cui si raggiunge
l’età per la pensione vera e propria.

83
Capire le pensioni

Come abbiamo già accennato in questo capitolo, l’Anticipo Pensionistico si


realizza attraverso due strumenti: l’APE volontario e l’APE sociale. Il primo
si realizza tramite prestiti, erogati tramite l’INPS da parte di Istituti di credito,
che dovranno essere restituiti una volta ottenuta la pensione in venti anni; il
secondo, invece, ha natura assistenziale perché è un sussidio, da non restituire,
erogato dallo Stato e rivolto ai soggetti in particolari situazioni di difficoltà.

L’APE volontario
L’Ape volontario è lo strumento che consente di ricevere un assegno mensile,
alternativo o complementare allo stipendio, prima della pensione facendo ri-
corso a un prestito erogato dal sistema bancario. Sono interessati, a condizione
che abbiano compiuto i 63 anni di età, abbiano 20 anni di contributi e non
siano distanti più di 3 anni e 7 mesi dalla pensione di vecchiaia, i lavoratori
dipendenti del settore privato, gli autonomi, gli iscritti alla Gestione Separata
e i lavoratori del pubblico impiego.
Per l’accesso all’APE volontario, la pensione maturata al momento della richie-
sta dovrà risultare non inferiore a 1,4 volte il trattamento minimo INPS (cioè
circa 716,81 euro al mese) al netto della rata di ammortamento corrispondente
all’APE richiesta; inoltre l’interessato non deve essere titolare di una pensione
diretta o dell’assegno ordinario di invalidità. Si tratta di un prestito bancario,
garantito da un’assicurazione privata contro il rischio premorienza, che, una
volta raggiunti i requisiti per la pensione di vecchiaia, si dovrà restituire, tramite
trattenute sulla pensione operate direttamente dall’INPS, in 20 anni.
In caso di morte prematura i superstiti però non subiranno alcuna penalità
sulla pensione indiretta dato che sarà l’assicurazione a pagare l’intermediario
delle somme residue del prestito contratto.

L’APE sociale
Le categorie che possono beneficiare, fino al 2019 dell’APE sociale sono:

• i disoccupati che hanno finito integralmente di percepire, da almeno tre


mesi, la prestazione per la disoccupazione o la mobilità loro spettante;
• i lavoratori che al momento della richiesta e da almeno sei mesi assistono
il coniuge, l’unito civilmente o un parente di primo o secondo grado con-
vivente e portatore di handicap;
• gli invalidi civili con un grado di invalidità pari o superiore al 74%;
• i dipendenti che svolgono o abbiano svolto da almeno sei anni in via
continuativa una delle attività lavorative considerate gravose o usuranti dal
decreto attuativo.

84
La pensione di vecchiaia

Per ottenere l’APE sociale, il cui importo è calcolato in base ai contributi


versati al momento della richiesta, ma con la soglia massima di 1.500 euro
lordi al mese e senza tredicesima mensilità, occorre essere in possesso dei
seguenti requisiti:

• almeno 63 anni di età;


• almeno 30 anni di anzianità contributiva; per i lavoratori che svolgono attività
usuranti l’anzianità contributiva minima richiesta è di 36 anni;
• non essere titolari di alcuna pensione diretta.

Le domande per ottenere questa prestazione possono essere accolte nei limiti
delle disponibilità delle risorse disponibili stanziate dallo Stato; se i fondi non
dovessero bastare, le domande in eccesso slittano all’anno successivo.

Il “prepensionamento” per i commercianti


In tempi di crisi del commercio, coloro che hanno deciso di chiudere l’eserci-
zio commerciale e hanno compiuto 62 anni di età (ridotti a 57 per le donne)
può chiedere di ottenere una forma di “prepensionamento” a carico dell’INPS.
La possibilità è consentita a chi esercita il commercio al minuto in sede fissa
(compresi bar, trattorie e ristoranti) e agli ambulanti, iscritti all’INPS nella
gestione commercianti e consiste nella concessione, fino al raggiungimento
dell’età per la pensione di vecchiaia, di un indennizzo mensile pari all’importo
del “minimo” di pensione, a condizione, però, che abbiano già compiuti i 62
anni per gli uomini e i 57 per le donne e che abbiano restituito in Comune
la licenza di commercio.
Per il diritto a quest’indennizzo era, però, necessario rispettare alcune condi-
zioni. I requisiti richiesti sono:

• aver compiuto più di 62 anni di età, se uomini, ovvero più di 57 anni di


età, se donne;
• essere iscritti, al momento della cessazione dell’attività, da almeno 5 anni,
in qualità di titolari o coadiutori, presso l’INPS nella Gestione dei contributi
e delle prestazioni previdenziali degli esercenti attività commerciali;
• aver cessato in modo definitivo l’attività commerciale;
• aver riconsegnato in Comune la licenza di esercizio;
• essersicancellati dal registro degli esercenti il commercio e dal registro delle
imprese tenuto dalle Camere di Commercio.

85
Pagina bianca
5
I trattamenti anticipati

I trattamenti
anticipati

Da tempo la possibilità di ottenere il trattamento pensionistico in anticipo


rispetto all’età pensionabile è nell’occhio del ciclone. Questa possibilità, pre-
vista, salvo qualche eccezione, solo nel sistema pensionistico italiano è da
molti considerata una delle cause del nostro deficit pubblico. Secondo molti
economisti, gli importi erogati per le pensioni anticipate sono del tutto spro-
porzionati rispetto all’ammontare dei contributi versati da ciascun pensionato
di anzianità: nessun paese europeo prevede formule di computo così generose.
Questa particolare forma di pensionamento, nata a metà degli anni Cinquanta
per i soli dipendenti pubblici ed estesa ai lavoratori del settore privato, sia
dipendenti sia autonomi, sul finire degli anni Sessanta, è stata oggetto di nu-
merosi interventi legislativi che, in più riprese, hanno limitato o ritardato la
possibilità di ottenere questa prestazione. Il più radicale è quello previsto dalla
L. 214/2011, che ha cancellato dal 2012 le pensioni di anzianità, introducendo
una nuova prestazione, la pensione anticipata. Questa, pur ricalcando i principi
della vecchia pensione di anzianità, ha inasprito i requisiti contributivi per
ottenerla, prevedendo il loro automatico incremento in relazione al crescere
della vita media degli italiani. A partire dal 2019 è in vigore la cosiddetta
“Quota 100”, la possibilità di ottenere la pensione anticipata facendo valere,
congiuntamente, il requisito anagrafico dei 62 anni di età e il requisito con-
tributivo dei 38 anni di contributi versati.
Le regole della “vecchia” pensione di anzianità rimangono in vigore solo per
alcune limitate categorie.

87
Capire le pensioni

La pensione anticipata
A partire dal primo gennaio del 2012 la pensione di anzianità non esiste più
ed è stata sostituita dalla pensione anticipata. Fino al 31 dicembre del 2018
non era più prevista, quindi, sia la possibilità di andare in pensione con il
sistema delle quote, ottenute con la somma di età anagrafica e anni di con-
tributi, né quella di ottenere la rendita, a prescindere dall’età anagrafica, con
40 anni di versamenti. Dal primo gennaio del 2019, anche se in forma limitata
a un periodo di sperimentazione di 3 anni, è ritornata, dopo l’approvazione
della Legge di Bilancio per il 2019, la possibilità di accedere alla pensione
anticipata se, sommando età anagrafica e anni di contributi si è raggiunta la
cosiddetta “Quota 100”. Ne parleremo più diffusamente nel paragrafo dedicato
a pagina 92.

Sistema retributivo o misto


Per ottenere la pensione anticipata (si chiama così proprio perché si conse-
gue in anticipo rispetto al compimento dell’età pensionabile per vecchiaia),
è necessario, oltre alla cessazione dell’attività lavorativa da dipendente, poter
far valere i seguenti anni di contributi:

• nel 2012, 42 anni e 1 mese per gli uomini e 41 anni e 1 mese per le donne;
• nel 2013, 42 anni e 2 mesi per gli uomini e 41 anni e 2 mesi per le donne;
• nel 2014, 42 anni e 3 mesi per gli uomini e 41 anni e 3 mesi per le donne.

A partire dal 2013 il requisito contributivo è adeguato all’incremento della


speranza di vita, che è identico, sia per la periodicità degli aumenti sia per
la sua entità, a quello previsto per l’età per la pensione di vecchiaia. Così
dal 2016 e fino al 2018 per la pensione anticipata è necessario poter far
valere 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.
Nel 2019, invece, doveva scattare salvo che per alcune categorie di lavoratori
individuati dalla Legge di Bilancio per il 2018 (205/2017) e di cui abbiamo già
parlato nel capitolo 4, un incremento del requisito contributivo che avrebbe
portato il requisito per la pensione anticipata a 43 anni e 2 mesi per i maschi
e 42 anni e 2 mesi per le femmine.
Il D. L. 4/2019 collegato alla Legge di Bilancio 2019 ha, però, cambiato le carte
in tavola disponendo che il requisito per la pensione anticipata sia “congelato”
dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre del 2026 in 42 anni e 10 mesi per gli
uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Lo stesso provvedimento, nel bloc-
care l’incremento del requisito contributivo per la pensione anticipata dovuto
al crescere dell’aspettativa di vita, però, ha stabilito che dal 2019 una volta
raggiunto il requisito contributivo di cui abbiamo appena parlato, il pensiona-

88
I trattamenti anticipati

Tabella 1: Requisiti per l’accesso al pensionamento anticipato

Uomo Donna
Anno
settimane anni mesi settimane anni mesi
2013 2206 42 5 2154 41 5

2014 2210 42 6 2158 41 6

2015 2210 42 6 2158 41 6

2016 2227 42 10 2175 41 10

2017 2227 42 10 2175 41 10

2018 2227 42 10 2175 41 10

2019 2227 42 10 2175 41 10

2020 2227 42 10 2175 41 10

2021 2227 42 10 2175 41 10

2022 2227 42 10 2175 41 10

2023 2227 42 10 2175 41 10

2024 2227 42 10 2175 41 10

mento sarà possibile solo dopo 3 mesi. Si tratta, in pratica, dell’introduzione


di una “finestra” trimestrale.
Nella tabella 1 qui in alto sono riportati, anno per anno e fino al 2024, gli
anni di versamento necessari a uomini e donne per la pensione anticipata.

I requisiti contributivi per i precoci


In tema di requisiti contributivi per la pensione anticipata c’è da ricordare che
dal primo maggio 2017 la L. 232/2016 ha previsto una riduzione del requisito
contributivo a 41 anni per i cosiddetti “lavoratori precoci” ovvero per coloro che
possono far valere almeno 52 contributi settimanali da lavoro effettivo prima del
19° anno di età e che si trovino in situazioni meritevoli di una particolare tutela:

• i disoccupati a seguito di licenziamento con esaurimento degli ammortiz-


zatori sociali da almeno 3 mesi;
• gli invalidi civili con una invalidità non inferiore al 74%;
• lavoratori dipendenti ed autonomi che assistono al momento della richiesta
e da almeno sei mesi il coniuge o un parente di primo grado convivente

89
Capire le pensioni

con handicap grave secondo le norme dell’art. 3, comma 3, della L. 104 del
5 febbraio 1992). Dal primo gennaio 2018, è incluso anche chi assiste un
parente o un affine di secondo grado convivente se i genitori o il coniuge
della persona con handicap grave hanno compiuto i settanta anni di età
oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti;
• gli addetti a lavori usuranti o a lavori gravosi.

Il requisito contributivo agevolato di 41 anni di contributi non subisce gli


adeguamenti alla speranza di vita.

Sistema contributivo puro


I lavoratori inquadrati nel sistema contributivo “puro”, ovvero coloro che hanno
iniziato i versamenti dopo il 1995, possono ottenere la pensione anticipata,
oltre che con i requisiti che abbiamo appena indicato, anche usufruendo di
uno sconto. Beneficeranno, infatti, di questa pensione al compimento dei 63
anni se possono far valere almeno 20 anni di versamento e se la quota di
pensione maturata è superiore a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale (il
valore è, per il 2019, di 1.282,37 euro mensili, cifra che si ottiene moltiplicando
i 457,99 euro dell’assegno sociale per 2,8).
Ai fini del computo dei 20 anni di contribuzione sono utili solo i contributi
effettivamente versati (obbligatori, volontari, da riscatto) mentre non contano
i contributi figurativi. C’è in proposito da ricordare che anche il requisito dei
63 anni è adeguato dal 2013 in relazione all’incremento dell’aspettativa di vita
di cui abbiamo parlato all’inizio del capitolo. Nella tabella 2 di pagina 91
è riportata, fino al 2050, l’età richiesta per usufruire di questa opportunità.

I contributi utili
Per totalizzare gli anni di versamento necessari a maturare il diritto alla pensione
anticipata vale tutta la contribuzione accreditata: quella obbligatoria, versata
per lo svolgimento di un’attività lavorativa, quella figurativa (solo per chi ha
cominciato i versamenti prima del 1996), quella volontaria e quella derivante
da periodi oggetto di riscatto.
Contrariamente a ciò che avveniva per il diritto alla vecchia pensione di an-
zianità con il meccanismo delle cosiddette quote, valgono anche i contributi
figurativi per disoccupazione e per malattia, a condizione però che il requisito
dei 35 anni di contributi, previsto dalla precedente normativa, sia stato rag-
giunto senza i contributivi figurativi per malattia o disoccupazione.

90
I trattamenti anticipati

Tabella 2: Età della pensione anticipata per gli assunti dal 1996

Anno Età
2012 63 anni
2013 - 2014 - 2015 63 anni e 3 mesi
2016 - 2017 - 2018 63 anni e 7 mesi
2019 - 2020 64 anni
2021 - 2022 64 anni e 3 mesi
2023 - 2024 64 anni e 5 mesi
2025 - 2026 64 anni e 9 mesi
2027 - 2028 65 anni
2029 - 2030 65 anni e 2 mesi
2031 - 2032 65 anni e 5 mesi
2033 - 2034 65 anni e 8 mesi
2035 - 2036 65 anni e 10 mesi
2037 - 2038 66 anni
2039 - 2040 66 anni e 2 mesi
2041 - 2042 66 anni e 4 mesi
2043 - 2044 66 anni e 6 mesi
2045 - 2046 66 anni e 8 mesi
2047 - 2048 66 anni e 10 mesi
2049 - 2050 67 anni

Incentivi e penalizzazioni
L’obiettivo della riforma introdotta dalla L. 214/2011 è di far rimanere al lavoro
gli italiani più a lungo rispetto al passato. Per questo fu anche introdotto, per
la prima volta, un meccanismo di penalizzazioni e incentivi rispetto alla data
in cui si decide di andare in pensione.
Per chi andava dal 2012 in pensione anticipata prima di compiere i 62 anni di
età era prevista una penalizzazione, da calcolare sulla quota retributiva della
pensione, dell’1% per i primi 2 anni di anticipo e del 2% per gli eventuali
anni in eccedenza. La Legge di Bilancio per il 2016 ha, però, cancellato defi-
nitivamente questa penalizzazione, disponendo, peraltro, che il “taglio” fosse
annullato, senza però alcuna restituzione delle somme trattenute, anche per
coloro che sono andati in pensione dal 2012 al 2015.

91
Capire le pensioni

Per il lavoratore che, invece, rimane al lavoro oltre il compimento dell’età


pensionabile e fino a 70 anni, c’è un incentivo che potrebbe indurlo a rima-
nere più a lungo. Infatti, a partire dal 2013, sono cambiati i coefficienti di
trasformazione (quelli che determinano l’importo della pensione contributiva)
che fino al 2012 si fermavano a 65 anni e che, invece, vanno calcolati ora fino
all’età di 70 anni.

In pensione con “Quota 100”


In aggiunta alle opportunità di pensionamento anticipata di cui abbiamo appena
parlato, a partire dal 2019 se ne aggiunta un’altra. Si tratta della possibilità di
ottenere, come abbiamo anticipato all’inizio di questo capitolo, la pensione
anticipata se si possono far valere, congiuntamente, il requisito anagrafico dei
62 anni di età e il requisito contributivo dei 38 anni di contributi versati. Questa
opportunità (comunemente detta “Quota 100” perché la somma di 62 anni di
età e 38 di contributi, è pari appunto a 100) durerà, in via sperimentale, per
il triennio 2019/2021.
Per maturare il requisito contributivo dei 38 anni è possibile ricorrere al “cu-
mulo” dei contributi versati nelle diverse gestioni pensionistiche pubbliche,
con esclusione, però, dei versamenti fatti alle casse professionali dei liberi
professionisti.
Per contenere i costi che derivano da questa parziale modifica della Riforma
Fornero sono stati, però, introdotti alcuni “paletti”.
In primo luogo, per chi intende avvalersi della quota 100, la pensione anticipata
non decorrerà subito, il primo giorno del mese successivo alla maturazione
del requisito, ma occorrerà attendere un lasso di tempo.
Si tratta, in pratica, di un ritorno al meccanismo delle cosiddette “finestre”
ovvero quel particolare calendario di accesso alla pensione in vigore prima
della Riforma Fornero e che, per chi si avvale di questa opportunità prevede
un’attesa di 3 mesi per i lavoratori del settore privato e di 6 mesi per i dipen-
denti pubblici.
In questo modo che ha maturato i requisiti per la Quota 100 entro dicembre
2018, potrà andare in pensione anticipata dal primo aprile 2019; chi li matura
a gennaio 2019 andrà in pensione a maggio 2019 e così via.
Per i dipendenti pubblici il meccanismo delle “finestre” è diverso e richiede
un’attesa più lunga.
Una ulteriore limitazione riguarda la possibilità di cumulare reddito da lavo-
ro e reddito da pensione. Chi va in pensione con le modalità che abbiamo
appena descritto non può “cumulare” – come invece accade per tutti gli altri
pensionati – lavoro e pensione fino al compimento dell’età per la pensione

92
I trattamenti anticipati

di vecchiaia. L’unica eccezione riguarda i lavori occasionali a condizione di


non superare i 5.000 euro annui di compenso.
C’è, poi, da precisare che il requisito anagrafico dei 62 anni non sarà adeguato
al crescere della cosiddetta “aspettativa di vita”.

Le donne che optano per il calcolo contributivo


Per lavoratrici dipendenti nate entro il 31 dicembre 1960, e delle lavoratrici
autonome nate entro il 31 dicembre 1959 e che hanno raggiunto entro il 31
dicembre del 2018 almeno 35 anni di contributi è possibile andare ancora in
pensione di anzianità, optando per il metodo di calcolo contributivo.
A queste lavoratrici, benché la pensione venga liquidata nel sistema contri-
butivo, si applica il meccanismo delle “finestre” che era previsto fino al 2011
per i lavoratori dipendenti e autonomi.
Attenzione, però, a fare quest’ultima scelta perché il metodo contributivo,
riferito alla contribuzione accumulata nell’arco dell’intera vita lavorativa, è
quasi sempre meno vantaggioso del metodo retributivo, e può comportare
una riduzione dell’importo della pensione maturata intorno al 20-30%.
È comunque possibile chiedere all’Ente di previdenza, secondo quanto previsto
dall’art. 69 della L. 388/2000, il rilascio di due schemi di calcolo della pensione,
rispettivamente con il sistema contributivo e con il sistema retributivo.
C’è, infine, da precisare che una volta raggiunti i requisiti anagrafici e con-
tributivi che abbiamo indicato, occorre attendere anche 12 o 18 mesi, rispet-
tivamente per le lavoratrici dipendenti e per quelle autonome, previsti per
l’apertura della cosiddetta “finestra”, che – come abbiamo detto – per questo
tipo di prestazione è ancora in vigore.

Lo “sconto” per chi era al traguardo


Una disciplina particolare è stata adottata per i lavoratori dipendenti del
settore privato che erano alle dipendenze di terzi al 28 dicembre del 2011
e avrebbero maturato i requisiti per la pensione di anzianità nel 2012 con
quota 96, visto che in quell’anno avrebbero raggiunto i 35 anni di contributi
e 61 di età o 36 anni di contributi e 60 di età.
È un correttivo analogo a quello previsto per le lavoratrici dipendenti nate nel
1952 e di cui abbiamo parlato nel capitolo 4 dedicato alla pensione di vec-
chiaia. Il rimedio serve a evitare che, proprio sulla linea del traguardo, questi
lavoratori si vedessero rinviare la data del pensionamento anche di 6 anni.
L’esempio tipico è quello di un lavoratore dipendente che ha compiuto
61 anni di età a giugno del 2012 e che alla stessa data ha maturato le “fati-
diche” 1.820 settimane di contribuzione.

93
Capire le pensioni

Con le vecchie regole si sarebbe potuta ottenere la pensione di anzianità, con


la complicità della “finestra mobile” di un anno, a luglio del 2013. Applicando
senza aggiustamenti le regole per il diritto alla pensione anticipata, il traguar-
do più vicino sarebbe stato quello della pensione di vecchiaia che avrebbe
maturato a 66 anni e 7 mesi, ovvero a febbraio del 2018.
Con una deroga particolare, che non riguarda né i dipendenti pubblici né i
lavoratori autonomi, chi è nelle condizioni che abbiamo prima elencato può
ottenere la pensione dal mese dopo il compimento dei 64 anni di età. Si trat-
ta, in pratica, di uno “sconto” di 2 anni rispetto alla data del pensionamento
prevista dalle nuove regole.
All’inizio l’INPS aveva ritenuto che questa deroga potesse essere applicata solo
a chi al 28 dicembre 2011 risultasse impiegato in attività di lavoro dipendente
nel settore privato.
Una successiva circolare ha, invece, incluso nei possibili beneficiari della nor-
ma anche i lavoratori dipendenti privati che al 28 dicembre 2011 risultassero
privi di occupazione oppure avessero avviato attività di lavoro autonomo o,
ancora, fossero dipendenti pubblici. In questa ipotesi è, però, necessario che
i requisiti contributivi sopra menzionati (cioè i 35 o 36 anni di contributi,
20 anni le donne) siano stati raggiunti utilizzando la sola contribuzione ma-
turata come lavoratore dipendente del settore privato.
Al requisito anagrafico dei 64 anni va applicato l’adeguamento automatico
all’aspettativa di vita. Quindi nel 2013, 2014 e 2015 l’età è salita a 64 anni e
3 mesi, e nel 2016 ha raggiunto i 64 anni e 7 mesi.

La pensione di anzianità per i “lavori usuranti”


Le regole per il diritto alla pensione anticipata introdotte dalla L. 214/2011
non riguardano i lavoratori addetti ai cosiddetti lavori usuranti, ovvero dei
lavoratori dipendenti che rientrano in una delle seguenti categorie:

• Addetti in mansioni particolarmente usuranti Chi svolge lavori in galleria


o nelle cave, asportazione di amianto, lavori ad alte temperature ecc.

• Lavoratori turnisti Coloro che svolgono la loro attività nel periodo notturno
per almeno 6 ore per un numero minimo di giorni lavorativi non inferiore
a 64 all’anno e coloro che prestano la loro attività per almeno 3 ore nell’in-
tervallo tra la mezzanotte e le 5 del mattino per periodi di lavoro di durata
pari all’intero anno lavorativo.

• Lavoratori addetti alla cosiddetta “linea catena” Coloro che svolgono la


propria attività all’interno di un processo produttivo in serie, contraddistinto
da un ritmo collegato a lavorazioni o a misurazione di tempi di produzione.

94
I trattamenti anticipati

• Lavoratori che conducono veicoli Se i veicoli sono di capienza comples-


siva non inferiore a 9 posti, adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo.

Questi lavoratori possono ancora utilizzare la vecchia pensione di anzianità,


compreso il meccanismo delle cosiddette “quote” di cui parleremo più avanti,
ma dovranno rimanere al lavoro più anni rispetto a quanto previsto dal D. Lgs.
67/2011, che concedeva loro uno sconto di 3 anni rispetto alla generalità degli
altri lavoratori.
Quindi, per tutti coloro che possono chiedere il beneficio in misura intera
per i lavori usuranti (addetti alle attività particolarmente usuranti previste dal
D. M. del 19 maggio 1999, addetti alla linea catena, conducenti di veicoli pesanti
adibiti a servizio di trasporto pubblico di persone, lavoratori che svolgono atti-
vità di notte per tutto l’anno e lavoratori turnisti che svolgono attività notturna
per almeno 78 giorni l’anno), dal 2012 si applica quota 96, data dalla somma
di 60 anni di età e 36 di contributi o di 61 anni e 35 di contributi, mentre per
i lavoratori notturni che hanno tra 72 e 77 notti si applica quota 97, con un
minimo di età anagrafica di 61 anni, e per quelli che hanno tra 64 e 71 notti
si applica quota 98, con un minimo di età anagrafica di 62 anni.

Tabella 3: Requisiti di età e di anzianità contributiva per dipendenti


che svolgono lavori usuranti
Requisiti Contribuzione solo Contribuzione mista
dal 2016 al 2026 da dipendente dipendente/autonomo

Quota 97,6 98,6

Età minima 61 anni e 7 mesi 62 anni e 7 mesi


Contribuzione minima 35 anni 35 anni
Lavoratori impegnati in mansioni particolarmente usuranti; lavoratori addetti alla cosiddetta
“linea catena”; conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo; lavoratori
a turni notturni (di almeno 6 ore) pari o superiori a 78 l’anno; lavoratori notturni per l’intero anno
(almeno 3 ore tutte le notti).

Quota 98,6 99,6

Età minima 62 anni e 7 mesi 63 anni e 7 mesi


Contribuzione minima 35 anni 35 anni
Lavoratori a turni notturni (di almeno 6 ore) compresi tra 72 e 77 l’anno.

Quota 99,6 100,6

Età minima 63 anni e 7 mesi 64 anni e 7 mesi


Contribuzione minima 35 anni 35 anni
Lavoratori a turni notturni (di almeno 6 ore) compresi tra 64 e 71 l’anno.

95
Capire le pensioni

Dal 2016 il requisito per chi ha diritto al beneficio in misura intera è salito a
quota 97, incrementata anche dell’aumento relativo all’età legato alla speran-
za di vita, quindi quota 97 + 7 mesi (vedi tabella 3 a pagina 95) Per coloro
che hanno tra 72 e 77 notti il requisito arriva a quota 98 + 7 mesi, mentre
per coloro che hanno tra 64 e 71 notti il requisito arriva a quota 99 + 7 mesi.
La L. 232/2016 ha, però, ammorbidito le regole di accesso alla pensione per
queste categorie di lavoratori. Non si applica più la disciplina delle cosiddette
finestre mobili che chiedeva, sino al 31 dicembre 2016, un’attesa di 12 mesi
(18 mesi gli autonomi) dalla data di perfezionamento dei requisiti anagrafici
e contributivi per conseguire il primo rateo e gli adeguamenti alla speranza
di vita sono stati “congelati” fino al 31 dicembre del 2026.
Fino al 2016, poi, la norma prevedeva che per accedere ai benefici per
lavoratori usuranti dal 2018 fosse necessario aver svolto l’attività usurante
per almeno metà della propria vita lavorativa, mentre fino al 2017 era suffi-
ciente aver prestato attività lavorativa usurante per almeno 7 anni nell’ultimo
decennio compreso l’anno del pensionamento. Dal primo gennaio 2017
i due criteri sono alternativi tra di loro e non è più necessario che l’atti-
vità usurante sia quella svolta nell’anno del pensionamento. Pertanto, si
può accedere ai benefici se l’attività usurante è stata svolta o per almeno
7 anni nel decennio precedente la domanda oppure per almeno metà della
propria vita lavorativa.

Gli “esodati”
A seguito delle nuove e più rigide norme per l’accesso alla pensione introdotte
dalla Riforma Fornero, è nata una nuova categoria di soggetti, di cui tanto si è
parlato in questi anni e di cui, forse, si parlerà ancora. Si tratta dei cosiddetti
“esodati” o “salvaguardati”. Sono coloro che, prossimi al pensionamento con
le regole in vigore fino al 2011, si sono visti spostare in avanti, per effetto
delle norme contenute nella Riforma Fornero, il traguardo della pensione,
spesso con l’aggravante di essere nel frattempo rimasti senza un lavoro stabile.
Per risolvere questi casi sono stati previsti dal legislatore ben 8 interventi di
salvaguardia per consentire agli interessati di andare ancora in pensione di
vecchiaia o di anzianità con le “vecchie” regole. Il primo intervento di tutela
è contenuto nella stessa Riforma Fornero mentre l’ultimo in ordine di tempo
è quello previsto dalla Legge di Bilancio per il 2017.
Queste salvaguardie hanno interessato – con requisiti via via diversificati –
i lavoratori in mobilità, gli autorizzati al versamento volontario dei contributi,
i lavoratori in mobilità lunga, i soggetti titolari di prestazione straordinaria a
carico dei fondi di solidarietà, i lavoratori che, per effetto di un accordo indi-
viduale o collettivo, avevano risolto il loro rapporto di lavoro e i lavoratori in
congedo straordinario per l’assistenza ai figli disabili.

96
I trattamenti anticipati

La pensione di anzianità in regime


di totalizzazione
Come abbiamo già detto nel capitolo dedicato alla pensione di vecchiaia
(vedi capitolo 4), con il termine “totalizzazione” si intende la possibilità
di utilizzare, senza alcun onere economico, la contribuzione versata in
più Enti, Fondi o Casse di previdenza al fine di conseguire un unico trat-
tamento pensionistico. Ricorrendo alla totalizzazione è possibile ottenere,
oltre alla pensione di vecchiaia, di inabilità e di reversibilità, anche la
pensione di anzianità.

I requisiti
Per maturare il diritto alla pensione di anzianità in regime di totalizzazione è
indispensabile poter far valere, senza alcun requisito anagrafico, un’anzianità
contributiva complessiva di almeno 40 anni di contributi (2.080 contributi
settimanali) escludendo però dal computo i contributi figurativi per disoccu-
pazione e malattia.
Così come per la pensione di vecchiaia, anche in questo caso per raggiun-
gere il requisito contributivo si sommano solo i periodi di contribuzione non
coincidenti versati nelle diverse gestioni.
Ulteriore condizione richiesta per accedere alla pensione di anzianità in to-
talizzazione è quello di poter anche far valere requisiti diversi da quello
dell’anzianità contributiva eventualmente previsti dai rispettivi ordinamenti
degli istituti previdenziali presso cui sono stati versati i contributi da totalizzare
(per esempio la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, la cancellazione
dall’albo professionale ecc.).
Dal 2011 anche la pensione di anzianità in totalizzazione è soggetta al rispetto
della finestra mobile: in pratica la prestazione scatta dal 19° mese successivo
a quello nel quale sono stati raggiunti i 40 anni di versamenti. L’attesa per
l’apertura della “finestra” è, poi, salita di 1 mese nel 2012, di 2 mesi nel 2013 e
di 3 mesi dal 2014 in poi. Fino al 2010, invece, la prestazione non era soggetta
al regime delle finestre e la decorrenza era fissata dal primo giorno del mese
successivo alla maturazione del requisito.
È opportuno, infine, ricordare che dal primo gennaio 2012 la L. 214/2011
ha eliminato il vincolo che impediva l’utilizzo dei contributi per ottenere
la pensione in regime di totalizzazione quando questi erano inferiori a un
triennio. Ora è possibile totalizzare i contributi senza alcun limite minimo,
anche se si trattasse di un solo contributo settimanale. C’è, poi, da precisare
che dal 2013 il requisito dei 40 anni di versamento è adeguato al crescere
dell’aspettativa di vita.

97
Capire le pensioni

Calcolo della pensione in totalizzazione


La scelta di ricorrere a questo meccanismo può comportare una sensibile
riduzione delle quote di pensione maturate presso i diversi Enti.
Per determinare l’importo della pensione, le gestioni previdenziali interessate,
ciascuna per la parte di propria competenza, determinano il trattamento pen-
sionistico con il meccanismo del pro-quota in rapporto ai rispettivi periodi di
iscrizione maturati (compresi quelli che coincidono temporalmente).
Per quanto riguarda la quota a carico degli Enti previdenziali pubblici (INPS,
Gestione INPDAP, Gestione ENPALS, ex IPOST ecc.), il D. Lgs. 42/2006 ha
stabilito che il trattamento pensionistico a loro carico va determinato con il
sistema di calcolo contributivo in regime di opzione.
C’è però sull’argomento un’importante precisazione. Se, infatti, il lavora-
tore ha raggiunto in una di queste Gestioni i requisiti minimi richiesti per
il diritto ad autonoma pensione, il trattamento pensionistico va calcolato
con il sistema vigente nell’ordinamento di quella Gestione (sistema di
calcolo retributivo o misto, in base all’anzianità contributiva posseduta al
31 dicembre 1995).
L’obiettivo è quello di salvaguardare, all’assicurato che ha maturato il
diritto a pensione in una delle Gestioni interessate alla totalizzazione, il
sistema di calcolo che gli sarebbe stato applicato qualora avesse chiesto
la pensione in quella Gestione. L’INPS ha chiarito che per “diritto ad au-
tonoma pensione” va considerata, ove richiesta, anche la finestra di uscita
prevista nella singola gestione interessata. Per quanto riguarda, invece, la
quota a carico degli Enti previdenziali privatizzati (casse di previdenza di
avvocati, commercialisti, geometri, ingegneri e architetti, ragionieri e periti
commerciali, enti di previdenza di consulenti del lavoro, medici, farmacisti,
veterinari ecc.) essa viene determinata con il sistema di calcolo contributivo
sulla base dei seguenti parametri:

• vengono considerati i contributi soggettivi versati dall’iscritto (entro il tetto


eventualmente previsto nei rispettivi ordinamenti), compresi quelli versati a
titolo di riscatto ed esclusi quelli versati a titolo integrativo e di solidarietà;
• il tasso annuo di capitalizzazione dei contributi è pari al 90% della media
quinquennale del tasso di rendimento netto del patrimonio investito con
riferimento ai 5 anni precedenti l’anno da rivalutare, con garanzia del tasso
minimo annuo pari all’1,5%;
• il tasso non può comunque superare il tasso annuo di capitalizzazione dato
dalla variazione media del PIL nominale dell’ultimo quinquennio. Per le
annualità precedenti la privatizzazione dell’Ente il tasso di capitalizzazione
è pari alla variazione media quinquennale del PIL;
• l’importo della pensione annua viene determinato moltiplicando il montante
individuale dei contributi per il coefficiente di trasformazione relativo all’età;

98
I trattamenti anticipati

• la quota di pensione annua viene maggiorata in proporzione all’anzianità


contributiva maturata presso l’ente applicando la seguente formula:

P0 * 1 + P1 * A–1–a
A–a A–a

- Ptot Quota di pensione da totalizzazione per gli Enti previdenziali privatizzati;


- P0 Trattamento previdenziale da totalizzazione calcolato con il metodo
vigente nell’Ente previdenziale;
- P1 Trattamento previdenziale da totalizzazione calcolato con il metodo di
cui alle lettere a), b), c) dell’art. 4 comma 3 del D. Lgs. 42/2006;
- A Anzianità di iscrizione richiesta da ciascun Ente per il diritto a pensione
di vecchiaia, comunque pari a 15 anni qualora non prevista;
- a Anzianità contributiva maturata presso l’Ente.

La pensione anticipata in regime


di cumulo
Dopo l’entrata in vigore della L. 232/2016 è possibile ottenere la pensione
anticipata, con gli stessi requisiti previsti dalla Riforma Fornero (nel 2018,
quindi, con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi
per le donne; questo requisito rimarrà invariato anche per il periodo dal 2019
al 2026) anche attraverso il cumulo dei periodi assicurativi.
Con il termine “cumulo” si intende quel particolare meccanismo che si affianca
alla ricongiunzione e alla totalizzazione e che è finalizzato alla valorizzazione
della contribuzione mista, ovvero quella contribuzione accreditata in più casse
della previdenza obbligatoria come conseguenza di carriere lavorative discon-
tinue e non omogenee. A differenza della ricongiunzione, il cumulo non opera
alcun trasferimento della contribuzione da una gestione previdenziale all’altra
e, contrariamente a ciò che avviene a normalmente con la totalizzazione, il
cumulo non provoca il passaggio al sistema contributivo.
Possono avvalersi del cumulo contributivo – che deve riguardare tutti e per
intero i periodi contributivi non coincidenti accreditati presso le diverse gestioni
assicurative – i lavoratori, non titolari di pensione, iscritti a due o più forme
obbligatorie di previdenza pubblica (lavoratori dipendenti, commercianti, ar-
tigiani, coltivatori diretti, iscritti alla Gestione Separata dell’INPS, iscritti all’ex
INPDAP, ex ENPALS, al Fondo Volo, al Fondo Elettrici, Fondo Telefonici ecc.)
nonché anche dagli iscritti alle casse professionali di previdenza (per esempio
la Cassa Forense o l’INARCASSA).

99
Capire le pensioni

Possono esercitare la facoltà di cumulo anche coloro che hanno maturato i


requisiti anagrafici e contributivi per il diritto autonomo al trattamento pen-
sionistico presso una delle gestioni pensionistiche interessate al “cumulo”.
Per ottenere la pensione anticipata in regime di cumulo sono richiesti anche
gli ulteriori requisiti eventualmente previsti dai singoli ordinamenti delle forme
assicurative interessate al cumulo, quali per esempio la cessazione dell’attività
di lavoro dipendente e/o la cancellazione dagli albi professionali.
Facciamo un esempio e prendiamo il caso di un lavoratore che è stato per
20 anni dipendente pubblico con i versamenti assicurativi fatti all’INPDAP, per
altri 15 anni è stato lavoratore dipendente del settore privato assicurato all’INPS
e per gli ultimi 8 anni ha versato, per un’attività di consulenza, i contributi
alla Gestione Separata INPS.
In questa ipotesi, il nostro amico può sommare tali periodi (20 + 15 + 8 = 43)
e andare in pensione anticipata, visto che ha raggiunto il requisito contributivo
per questa prestazione.
Per quanto riguarda l’importo della pensione, essa sarà composto di tanti
“spezzoni” quanti sono i fondi di previdenza interessati al “cumulo” e ciascuno
di essi sarà determinato con le regole di calcolo proprie del fondo.

Pensione anticipata a 63 anni con


contributi versati alla Gestione Separata
Circa la possibilità di accedere alla pensione anticipata non va dimenticata una
ulteriore e più importante possibilità di pensionamento per chi ha versamenti
fatti alla Gestione Separata, anche coincidenti con quelli versati come dipen-
dente o lavoratore autonomo (artigiano, commerciante, coltivatore diretto).
Si tratta della facoltà di computo, riconosciuta dall’art. 3 del D. M. 282/1996,
e dalla Circolare INPS 184/2015, che può essere esercitata da chi può far
valere, in aggiunta a versamenti fatti nella Gestione Separata, anche periodi
contributivi versati come dipendente oppure lavoratore autonomo (artigiano,
commerciante, coltivatore diretto). In tale ipotesi possono essere accentrati
nella Gestione Separata tutti i contributi accreditati in favore dell’interessato.
A differenza della totalizzazione, il computo può essere solo da quei lavoratori
in possesso dei requisiti per l’esercizio dell’opzione al calcolo contributivo,
vale a dire:

• non più di 18 anni di versamenti al 31 dicembre del 1995;


• almeno 15 anni complessivi di versamenti;
• almeno 5 anni di contributi versati dopo il 1995;

100
I trattamenti anticipati

• uno o più contributi mensili accreditati nella Gestione Separata, anche ac-
cavallati con altra tipologia di versamenti.

Attraverso il computo nella Gestione Separata, è possibile conseguire il diritto


alla pensione secondo la normativa prevista dalla L. 214/2011 per i soggetti
iscritti dal primo gennaio 1996 alla Gestione Separata.
In pratica il lavoratore può accedere alla pensione di vecchiaia a 63 anni
di età (più gli incrementi dovuti al crescere della cosiddetta “aspettativa di
vita”) unitamente a 20 anni di contributi a condizione che l’importo pen-
sionistico sia superiore a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale (pari per il
2018 a 1.268,40 euro). In questa ipotesi la prestazione è calcolata è calcolata
integralmente con le regole del calcolo contributivo.

I prepensionamenti a carico
delle aziende
Dal 2013 sono tornati, con molte novità e senza oneri per lo Stato, i cosiddetti
“prepensionamenti” ovvero quegli ammortizzatori sociali che prevedono la
conclusione anticipata dell’attività lavorativa e la concessione del trattamento
pensionistico prima del raggiungimento dei requisiti anagrafici e contributivi
previsti dalla legge per l’accesso alla pensione.
La riforma del mercato del lavoro (L. 92/2012 del 28 giugno) ha previsto, infatti,
all’art. 4, che i datori di lavoro che impieghino in media più di 15 dipendenti
e le organizzazioni sindacali dei lavoratori maggiormente rappresentative pos-
sano stipulare, nei casi di eccedenza di personale, accordi a livello aziendale
per incentivare l’esodo dei lavoratori più prossimi al trattamento di pensione.
Questi accordi devono prevedere che il datore di lavoro si impegni a corri-
spondere all’INPS la somma di denaro necessaria:

• per il pagamento ai lavoratori interessati all’accordo di una prestazione di


importo pari alla pensione che spetterebbe al momento della risoluzione
del rapporto di lavoro in base alle regole vigenti;
• per l’accredito della contribuzione fino al raggiungimento dei requisiti mi-
nimi per il pensionamento.

Per avvalersi di questa opportunità è, però, necessario che i lavoratori interessati


raggiungano i requisiti anagrafici e contributivi minimi per il pensionamento, di
vecchiaia o anticipato, nei 7 anni successivi alla data di cessazione del rapporto
di lavoro (l’originario termine di 4 anni è stato modificato dalla L. 215/2017).

101
Capire le pensioni

Rispetto ai prepensionamenti previsti dalle norme in vigore in passato, la novità,


come abbiamo detto, consiste nel fatto che la prestazione e la contribuzione
sono a totale carico del datore di lavoro, con l’esclusione, quindi, di qualsiasi
onere economico a carico della finanza pubblica.
Circa il calcolo della prestazione, il valore di quest’ultima è pari all’importo del
trattamento pensionistico che spetterebbe al lavoratore al momento di accesso
alla prestazione medesima, in base alle regole vigenti, esclusa la contribuzione
correlata che il datore di lavoro si impegna a versare per il periodo di esodo.
Eventuali benefici pensionistici utili per il diritto e la misura, previsti da spe-
cifiche disposizioni legislative (per esempio: maggiorazione del periodo di
servizio effettivamente svolto da soggetti portatori di invalidità superiore al
74%, benefici amianto ecc.) devono essere valutati ai fini del diritto e della
determinazione dell’importo pensionistico.

Calcola la tua pensione


Con la manovra finanziaria e il successivo Decreto sulle pensioni si è mano alla
Legge Fornero per abbassare l’età in cui si potrà andare in pensione dal 2019.
Per riuscire in questo intento è stata istituita una “Quota 100”, cioè la somma di
età anagrafica e contributi versati deve dare 100 (con almeno 62 anni di età e un
minimo di 38 anni di contributi). Questa quota 100 è però una pensione anticipa-
ta, cioè una possibilità per andare in pensione prima di aver raggiunto i requisiti
per la pensione di vecchiaia, che dal 2019 si raggiunge a 67 anni. Puoi vedere
con il nostro calcolatore al link www.altroconsumo.it/soldi/lavoro-pensione
alla voce “Calcolatore”, sezione “Calcola la tua pensione” quando e con quanto
andresti in pensione sia con quella anticipata, sia con quella di vecchiaia.

102
6
I trattamenti di invalidità

I trattamenti
di invalidità

Durante il corso della vita non è purtroppo infrequente il caso in cui sopraggiun-
gano infermità che riducono la capacità di lavoro. Per questo motivo la prima
forma di assicurazione, di carattere facoltativo, per questi eventi risale addirittura
al 1898. L’assicurazione divenne poi obbligatoria nel 1919 e con un successivo
provvedimento del 1935, si diede la prima definizione di invalidità pensionabile
rimasta sostanzialmente in vigore fino al 1984: “si considera invalido l’assicurato
la cui capacità di guadagno, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia
ridotta in modo permanente a meno di un terzo del suo guadagno normale”.
Nel 1984, con la L. 222, tutta la materia dell’invalidità pensionabile è stata rivi-
sta, accantonando il concetto di capacità di guadagno e introducendo quello
di capacità di lavoro. Dal maggio del 1984, dunque, in base alla percentuale di
riduzione della capacità lavorativa e ai contributi maturati, la legge prevede che
l’interessato può aver diritto all’assegno di invalidità o alla pensione di inabilità.

L’assegno di invalidità
L’assegno di invalidità è una prestazione erogata dall’INPS che spetta ai lavora-
tori dipendenti e autonomi con un’infermità fisica o mentale tale da provocare
una riduzione permanente della capacità lavorativa.

103
Capire le pensioni

Lo scopo dell’assegno è quello di integrare o sostituire la retribuzione, fino


a quando sussiste lo stato invalidante; ha per questo motivo un carattere
temporaneo in quanto, al compimento dell’età pensionabile e in presenza
degli altri requisiti richiesti, viene trasformato in pensione di vecchiaia.
Per ottenere l’assegno di invalidità è necessario che il lavoratore sia in possesso,
contemporaneamente, di due requisiti: uno sanitario e l’altro contributivo.
L’assegno è una prestazione a tempo, concessa per la durata di 3 anni ma
l’interessato può, comunque, chiedere il rinnovo per ulteriori periodi triennali.
Per ottenere la conferma va presentata una domanda nel semestre precedente
la data di scadenza del triennio; in questa ipotesi la conferma ha effetto dal
primo giorno del mese successivo senza soluzione di continuità.
Se la domanda viene presentata entro i 120 giorni successivi alla scadenza
del triennio, la conferma ha effetto dal primo giorno del mese successivo a
quello di presentazione della domanda. Se si lascia scadere il termine dei
120 giorni, la domanda di conferma, presentata dopo tale scadenza viene
ritenuta come una nuova domanda di assegno.
Dopo tre riconoscimenti consecutivi (compreso quello iniziale) l’assegno di
invalidità perde le sue caratteristiche di “prestazione a tempo” e diviene un
trattamento definitivo.

Il requisito sanitario
La riduzione della capacità di lavoro viene accertata dai medici dell’INPS,
tenendo conto di fattori soggettivi, come età, sesso, esperienza professionale,
che servono a determinare le attitudini del lavoratore e del lavoro svolto
precedentemente.
In merito al requisito sanitario non vi è più, contrariamente alla vecchia
pensione di invalidità, alcun riferimento alla capacita di guadagno, ma alla
capacità di lavoro, eliminando così ogni incidenza di fattori non biologici
nella definizione di invalidità pensionabile.
La valutazione medico-legale deve tener conto della possibilità, da parte
del lavoratore, di svolgere attività compatibili, in concreto realizzabili, in
occupazioni anche diverse da quelle precedentemente espletate, ma confa-
centi alle attitudini e alle capacità professionali della persona. Se si accerta
che l’assicurato non è in condizione di svolgere le precedenti mansioni,
la valutazione medica ai fini della determinazione del grado di invalidità
deve verificare se esiste per lui la possibilità di svolgere attività comunque
consone alle sue attitudini, in relazione a una serie di fattori, quali l’età,
il sesso, l’esperienza e le attitudini professionali. Il giudizio, in sostanza, è
assolutamente individualizzato: esso è definibile come idoneità a utilizzare
con profitto le energie lavorative indipendentemente da fattori economici,
sociali, ambientali.

104
I trattamenti di invalidità

Infine le “occupazioni confacenti alle proprie attitudini” possono definirsi


come quelle occupazioni che l’assicurato ha esercitato in via non occasionale
ma continuativa nell’arco della sua vita lavorativa.
Per quanto concerne, invece, il cosiddetto “rischio precostituito” ovvero la
possibilità di riconoscere l’assegno anche quando la riduzione della capa-
cità di lavoro a meno di un terzo è avvenuta prima dell’inizio dell’attività
lavorativa, il diritto all’assegno sussiste anche in questa ipotesi, purché vi
sia stato un successivo aggravamento o siano sopraggiunte nuove infermità.
Un caso di rischio precostituito che non pregiudica il diritto all’assegno
di invalidità è per esempio quello della persona che, dopo aver contratto
nell’infanzia una poliomielite, nel corso del tempo ha visto le proprie con-
dizioni fisiche aggravarsi per effetto di fenomeni di artrosi lombo sacrali
conseguenze della malattia che lo ha colpito in età giovanile.
Se l’aggravamento è sopravvenuto o l’infermità insorta dopo la presentazione
della domanda di assegno, la decorrenza della prestazione va fissata al primo
giorno del mese successivo a quello in cui si è aggravato il quadro di salute.

Il requisito contributivo
Il lavoratore alla data di presentazione della domanda deve avere, come
minimo, 5 anni di assicurazione e contribuzione (260 contributi settimanali),
di cui almeno 3 (156 contributi settimanali) versati nei 5 anni precedenti
la domanda. Così, per esempio, se un lavoratore presenta la domanda di
assegno di invalidità il primo dicembre 2018, i 3 anni di contributi devono
riferirsi al periodo che va dal 30 novembre 2018 al 30 novembre 2016.
C’è poi da ricordare che l’assegno di invalidità viene trasformato d’ufficio
dall’INPS in pensione di vecchiaia al compimento dell’età pensionabile, se
l’interessato può far valere gli anni di contributi richiesti.
Non è invece possibile trasformare l’assegno di invalidità in pensione anti-
cipata (la vecchia pensione di anzianità). Se si hanno i requisiti per questa
prestazione, occorrerà attendere la scadenza triennale dell’assegno e, inve-
ce di inoltrare la richiesta di conferma per la prestazione per un ulteriore
triennio, presentare la domanda di pensione anticipata.

Quanto spetta
Il criterio di calcolo dell’assegno di invalidità è del tutto simile a quello
applicato alla pensione di vecchiaia o anticipata. Al lavoratore riconosciuto
invalido viene erogata una pensione di importo pari a quello a cui avrebbe
diritto se, invece dell’assegno di invalidità, gli fosse liquidata la pensione
di vecchiaia.

105
Capire le pensioni

Validità dei contributi figurativi


Il periodo di godimento dell’assegno non è coperto da contribuzione figura-
tiva; tuttavia la legge riconosce per alcuni fini specifici una certa validità del
periodo di godimento dell’assegno.
In primo luogo, il periodo di godimento dell’assegno è utile per il riconosci-
mento della trasformazione dell’assegno di invalidità in pensione di vecchiaia,
al compimento dell’età pensionabile.
Il periodo di godimento è considerato valido anche ai fini del raggiungimento
del requisito contributivo utile per l’erogazione di un nuovo assegno di invali-
dità, se il precedente assegno è stato revocato o non confermato, oppure per
il diritto alla pensione di inabilità in presenza del relativo requisito sanitario.
Infine l’arco temporale di godimento dell’assegno è considerato utile per il
perfezionamento del requisito dei 3 anni nell’ultimo quinquennio per il rico-
noscimento della pensione di reversibilità.
Se si è titolari di un assegno d’invalidità INPS è possibile versare i con-
tributi volontari, perché si tratta di una prestazione a termine, soggetta a
revisione triennale e soprattutto perché i periodi di godimento dell’asse-
gno non sono coperti da contribuzione figurativa utile per i trattamenti
anticipati di pensione.

Contributi successivi
I contributi versati o accreditati successivamente alla data di decorrenza dell’as-
segno non sono persi ma danno diritto alla liquidazione di supplementi se-
condo le regole generali. Se, dunque, dopo la concessione dell’assegno si è
continuato a versare i contributi, la domanda di supplemento va inoltrata non
prima di 5 anni dalla data di decorrenza dell’assegno o dalla data di decorrenza
di un precedente supplemento.

Assegno di invalidità e attività lavorativa


Per coloro che sono riconosciuti titolari di un assegno di invalidità e che
lavorano la legge prevede un doppio taglio della pensione se dopo il pensio-
namento continuano a lavorare. A partire dal settembre del 1995, se il titolare
di un assegno ordinario di invalidità svolge attività lavorativa dipendente,
autonoma o di impresa, l’importo dell’assegno viene ridotto:

• in misura pari al 25% se il reddito da lavoro supera 4 volte l’importo del


trattamento minimo annuo calcolato in misura pari a 13 volte l’importo
mensile in vigore al primo gennaio di ciascun anno;

106
I trattamenti di invalidità

• in misura pari al 50% se il reddito ricavato dall’attività lavorativa supe-


ra di ben 5 volte l’importo del trattamento minimo annuo calcolato in
misura pari a 13 volte l’importo mensile in vigore al primo gennaio di
ciascun anno.

Per gli assegni di invalidità liquidati prima del primo settembre 1995 non c’è
stata alcuna riduzione ma solo una “cristallizzazione” della rata in pagamento.
Se l’assegno ridotto resta comunque superiore al minimo INPS (513,01 euro nel
2019) può subire un secondo taglio. Tutto dipende dal numero dei contributi
sulla base dei quali è stato calcolato:

• con almeno 40 anni di contributi non c’è alcuna trattenuta aggiuntiva, perché
in questo caso l’assegno è interamente cumulabile con il reddito da lavoro
dipendente o autonomo;
• con meno di 40 anni di contributi scatta la seconda trattenuta che va-
ria a seconda che il reddito provenga da lavoro dipendente o autonomo.
Nel primo caso è pari al 50% della quota eccedente il minimo INPS. Nel
secondo caso invece è pari al 30% e comunque non può essere superiore
al 30% del reddito prodotto.

La pensione di inabilità
A differenza dell’assegno ordinario di invalidità, per ottenere il quale la ri-
duzione della capacità di lavoro è parziale, la pensione di inabilità, prevista
dalla stessa L. 222/1984, è la prestazione erogata quando c’è una riduzione
assoluta della capacità lavorativa. Infatti è considerato inabile chi, a causa di
un’infermità o di un difetto fisico o mentale, si trovi nell’assoluta e permanente
impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa. L’incapacità lavorativa è
accertata dai medici dell’INPS.
Anche per avere diritto alla pensione di inabilità, come per l’assegno ordinario
di invalidità, è necessario che l’assicurato sia in possesso del requisito sanitario
e di quello contributivo.

Il requisito sanitario
Il requisito sanitario dell’inabilità è la presenza di un’infermità o un difetto
fisico o mentale che provochi l’assoluta e permanente impossibilità di svol-
gere qualsiasi attività lavorativa. Si tratta, dunque, di un’incapacità piena e
incondizionata a svolgere un qualsiasi lavoro.

107
Capire le pensioni

Il requisito contributivo
I requisiti di assicurazione e di contribuzione per aver diritto alla pensione di
inabilità sono gli stessi previsti per l’assegno ordinario di invalidità, e cioè al
momento della presentazione della domanda l’interessato deve avere alme-
no 5 anni di assicurazione e contribuzione in tutta la vita assicurativa, di cui
3 anni nel quinquennio precedente la domanda.
Una volta accertata l’esistenza del requisito contributivo e di quello sanitario,
una ulteriore condizione per poter corrispondere la pensione è che il lavoratore
abbia cessato qualsiasi attività lavorativa, non solo da lavoratore dipendente
ma anche da lavoratore autonomo. Per vedersi riconoscere la pensione di
inabilità occorre, quindi, anche la cancellazione dagli elenchi dei lavoratori
autonomi e dagli albi professionali.
La pensione di inabilità decorre, se sussistono i requisiti previsti, dal primo
giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Nel
caso in cui la persona si dimetta dall’attività da dipendente o si cancelli dagli
elenchi o dagli albi, dopo la presentazione della domanda, la pensione sarà
corrisposta a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello delle
dimissioni o della cancellazione, purché a tale data sia cessata ogni attività
lavorativa dipendente o autonoma.

Quanto spetta
Il sistema di calcolo della pensione di inabilità è diverso da quello adottato per
l’assegno di invalidità. Questa prestazione viene, infatti, calcolata aggiungendo
ai periodi contributivi versati l’anzianità mancante al raggiungimento dell’età
pensionabile. In pratica, il calcolo della pensione di inabilità viene effettuato
aumentando l’anzianità contributiva effettivamente posseduta di un numero
di settimane pari a quelle comprese tra la decorrenza della pensione di ina-
bilità e la data di compimento dell’età pensionabile dei lavoratori dipendenti
in vigore prima della Riforma Amato del 1992 (60 e 55 anni, rispettivamente
per uomini e donne). In ogni caso non può essere riconosciuta un’anzianità
contributiva nel complesso superiore a 40 anni. Per le pensioni di inabilità, i
cui titolari avevano al 31 dicembre 1995 un’anzianità contributiva superiore
a 18 anni, la maggiorazione convenzionale era determinata con il sistema
retributivo, tenendo conto dell’età pensionabile di 60 anni (uomini) e 55 anni
(donne) per le pensioni dei lavoratori dipendenti e di 65 anni (uomini) e 60
anni (donne), per le pensioni dei lavoratori autonomi. Se, invece, la pensione
di inabilità deve essere liquidata, integralmente o in pro-rata, con la formula
contributiva la maggiorazione si calcola aggiungendo al montante individuale
posseduto dal soggetto all’atto del riconoscimento del diritto alla pensione
di inabilità una ulteriore quota di contribuzione riferita al periodo mancante

108
I trattamenti di invalidità

al raggiungimento dei 60 anni di età (sia per gli uomini che per le donne).
Vale anche in questa ipotesi, il limite dei 40 anni di anzianità complessiva.
Il montante della maggiorazione è calcolato sulle basi annue pensionabili
possedute negli ultimi cinque anni appositamente rivalutate. Il coefficiente
di trasformazione è quello riferito ai soggetti che hanno 57 anni di età. Per
effetto dell’abolizione dal 2012 del sistema di calcolo retributivo, per tutte le
pensioni di inabilità concesse successivamente a questa la maggiorazione di
cui stiamo parlando è determinata con il criterio che abbiamo appena esposto.

Cumulo con la rendita INAIL


Le pensioni di inabilità e reversibilità e gli assegni di invalidità liquidati dal
primo settembre 1995 in poi, a seguito di infortunio sul lavoro o malattia
professionale, non sono cumulabili con la rendita vitalizia INAIL riconosciuta
per lo stesso evento invalidante. Le pensioni con decorrenza anteriore al pri-
mo settembre 1995 continuano, invece, a essere pagate integralmente. Non
hanno, però, diritto agli scatti di scala mobile sulla pensione fino a quando la
differenza tra il trattamento INPS e la rendita INAIL non è riassorbita.

L’assegno per l’assistenza personale


A chi è titolare di una pensione di inabilità è concessa, a domanda, anche una
prestazione aggiuntiva, che è l’assegno mensile per l’assistenza personale e
continuativa. Ne hanno, però, diritto solo coloro che non possono camminare
senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di
compiere gli atti quotidiani della vita, hanno necessità di assistenza continua.
Quest’assegno, il cui importo è di poco superiore a 500 euro mensili, non è
reversibile e quindi non spetta ai superstiti che diventano titolari della pen-
sione di reversibilità. L’assegno non spetta per i periodi di ricovero in istituti
di cura o assistenza a carico della Pubblica Amministrazione. Il pagamento
dell’assegno è sospeso durante il ricovero, per riprendere alla fine.

La pensione privilegiata di inabilità


La normativa in materia di trattamenti di invalidità prevede, poi, che se il la-
voratore non ha i requisiti contributivi per la pensione di inabilità ma lo stato
di inabilità è stato provocato dalla tipologia di attività svolta, può comunque
aver diritto a una prestazione a carico dell’INPS, che è denominata “pensio-

109
Capire le pensioni

ne privilegiata”. Si tratta di casi assai rari, più che altro di eventi già coperti
dall’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro gestita dall’INAIL.
La pensione privilegiata può essere diretta, se corrisposta all’interessato, o
indiretta, se corrisposta agli eredi.

La pensione privilegiata diretta


Il lavoratore ha diritto al trattamento privilegiato quando l’inabilità è stata
causata dal tipo di lavoro svolto o, meglio, quando essa è riconducibile al
servizio prestato nel corso di un rapporto di lavoro soggetto all’obbligo di
assicurazione per l’invalidità, vecchiaia e superstiti.
Non è prevista alcuna maggiorazione né di anzianità né di importo così come
per la pensione di inabilità, ma il diritto si consegue anche se l’interessato non
può far valere i requisiti minimi richiesti per la pensione di inabilità.
La pensione privilegiata non spetta se per lo stesso motivo invalidante viene
riconosciuta dall’INAIL una rendita da infortunio. Non se ne ha diritto nem-
meno quando la domanda di pensione privilegiata venga presentata all’INPS
dopo il compimento dell’età pensionabile.

La pensione privilegiata indiretta


I superstiti hanno diritto alla pensione privilegiata di inabilità a condizione
che la morte dell’assicurato risulti riconducibile al tipo di lavoro svolto. La
pensione non spetta se dalla morte dell’assicurato derivi ai superstiti il diritto
a rendita INAIL o a prestazioni a carattere continuativo di natura assistenziale
o previdenziale a carico dello Stato o di altri Enti pubblici.
Alla pensione privilegiata indiretta per inabilità si applicano le disposizioni
che disciplinano la pensione ai superstiti dei lavoratori dipendenti. Per il rico-
noscimento del diritto devono essere stati versati 3 anni di contributi.

Il diritto di surroga dell’INPS


La legge riconosce all’INPS il diritto di surroga nei confronti di terzi respon-
sabili dell’evento invalidante e le loro compagnie assicurative, per l’importo
dell’ammontare delle prestazioni previdenziali liquidate a favore dell’assicurato
danneggiato.
Se l’assicurato ha ricevuto un doppio risarcimento, da chi gli ha causato il
danno o dalla compagnia assicurativa e dall’Istituto attraverso le prestazioni
previdenziali, egli dovrà risarcire i danni all’INPS, con le somme ricevute dalla
compagnia assicurativa.

110
I trattamenti di invalidità

La L. 335/1995 ribadisce che un assicurato non può essere indennizzato da


due parti per lo stesso danno, estendendo così alle assicurazioni sociali quanto
valido nel privato. L’art. 1910 del Codice Civile, disciplinando l’assicurazione
contro i danni, afferma “[...] se per il medesimo rischio sono contratte separa-
tamente più assicurazioni [...] l’assicurato può chiedere a ciascun assicuratore
l’indennità dovuta secondo il rispettivo contratto, purché le somme comples-
sivamente riscosse non superino l’ammontare del danno [...] ”.

Il ricorso
Nei casi in cui la domanda viene respinta per mancanza dei requisiti, l’interes-
sato può presentare ricorso in carta semplice al Comitato provinciale dell’INPS,
entro 90 giorni dalla data di notifica della decisione.
Il ricorso deve essere presentato in via telematica, direttamente dall’in-
teressato o tramite uno degli Enti di Patronato riconosciuti dalla legge,
alla sede INPS che ha respinto la domanda, utilizzando esclusivamente il
canale telematico.

La vecchia pensione di invalidità


È la prestazione che veniva liquidata ai lavoratori iscritti all’assicurazione ge-
nerale obbligatoria dell’INPS a cui era stata riconosciuta la riduzione almeno
di 1/3 della capacità di guadagno. Questa prestazione, che è stata soppressa
dalla L. 222/1984 che ha istituito la pensione di inabilità e l’assegno di in-
validità, continua a essere erogata a tutti coloro a cui è stata liquidata prima
dell’entrata in vigore della L. 222/1984.
La pensione è calcolata sulla base dei contributi versati e accreditati ed è
integrabile al minimo secondo le norme comuni.
Per chi è divenuto titolare di una pensione di invalidità prima della riforma
di questo trattamento, avvenuto con la L. 222/1984, la possibilità di cumulare
lavoro e pensione è condizionata dall’importo del reddito che deriva dall’attività
di lavoro (autonomo, dipendente o professionale). La L. 638/1983 stabilisce,
infatti, che la vecchia pensione di invalidità “non è attribuita, e se attribuita ne
rimane sospesa la corresponsione, nel caso in cui l’assicurato sia percettore
di reddito da lavoro dipendente o autonomo o professionale per un importo
annuo lordo superiore a 3 volte l’ammontare del trattamento minimo in vigore
all’inizio dell’anno”.
In questo caso sono da considerare i redditi da lavoro quelli da dipendente,
autonomo o professionale, o di impresa conseguiti in Italia anche presso

111
Capire le pensioni

organismi internazionali, o all’estero. I redditi devono essere considerati al


lordo delle ritenute fiscali e al netto dei contributi previdenziali e assistenziali
e dei trattamenti di famiglia. Non devono, invece, essere valutati i trattamenti
di fine rapporto e le relative anticipazioni, né le competenze arretrate soggette
a tassazione separata. Se, invece, il reddito ricavato dall’attività lavorativa è
inferiore al limite appena indicato, lo svolgimento di un lavoro autonomo o
dipendente comporta una trattenuta sulla pensione pari, rispettivamente, al 30
e al 50% della differenza tra l’importo lordo della prestazione e il trattamento
minimo. Per il lavoro autonomo la trattenuta non può superare il 30% del
reddito ricavato dall’attività lavorativa.

La pensione di inabilità
in totalizzazione
Tra i trattamenti pensionistici conseguibili ricorrendo alla totalizzazione, di
cui abbiamo già parlato nel capitolo 4 dedicato alla pensione di vecchiaia,
c’è anche la pensione di inabilità. Il diritto alla pensione di “inabilità assoluta
e permanente” viene conseguito in base ai requisiti di assicurazione e di con-
tribuzione richiesti nella forma pensionistica nella quale il lavoratore è iscritto
al momento in cui si verifica lo stato invalidante.
I requisiti per ottenere questa prestazione sono:

• essere riconosciuto inabile in maniera permanente e totale per infortunio


o malattia;
• possedere i requisiti assicurativi e contributivi previsti dall’Ente presso il
quale la persona è iscritta al momento dell’infortunio o della malattia;
• possedere gli ulteriori requisiti richiesti dagli Enti interessati;
• non essere pensionato.

Per il conseguimento della pensione di inabilità va considerata la contribuzione


versata in qualunque gestione.
La facoltà di totalizzare è esclusa per il conseguimento dell’assegno ordinario
d’invalidità, mentre si potrà ricorrere alla totalizzazione anche in presenza
di inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro se l’evento in-
validante si verifica in costanza di iscrizione a una delle Gestioni interessate
alla totalizzazione. Il trattamento pensionistico di inabilità viene determinato
attribuendo la maggiorazione convenzionale con le regole dell’ordinamento
in cui si verifica l’evento invalidante. L’accertamento del requisito sanitario
spetta alla Gestione di ultima iscrizione.

112
I trattamenti di invalidità

La pensione di inabilità in regime


di cumulo
Ulteriore possibilità di ottenere un trattamento di inabilità (la facoltà è esclusa
per il conseguimento dell’assegno ordinario di invalidità) è quella offerta dalle
L. 228/2012 e 232/2016, in tema di “cumulo” dei contributi, di cui abbiamo
parlato in occasione della pensione di vecchiaia.
Così come per la pensione di vecchiaia, il requisito contributivo richiesto per
il riconoscimento della pensione di inabilità si raggiunge, nel caso in cui si
ricorra al “cumulo” di cui stiamo parlando, sommando le contribuzioni non
coincidenti versate nelle diverse gestioni pensionistiche si è stati iscritti.
Il diritto alla pensione di inabilità in regime di cumulo si consegue in base
ai requisiti di assicurazione e di contribuzione, nonché agli ulteriori requisiti
di cui all’art. 2 della L. 222/1984, richiesti nella forma pensionistica nella
quale il lavoratore è iscritto al momento del verificarsi dello stato inabilitante.
Anche la sussistenza del requisito sanitario sarà accertata dalla gestione di
ultima iscrizione.

113
Pagina bianca
7
La pensione di reversibilità

La pensione
di reversibilità

Tra gli eventi tutelati dal nostro sistema previdenziale vi sono le conseguenze
economiche che ricadono sulla famiglia quando muore un lavoratore assicurato
oppure un pensionato. È prevista, in genere, l’attribuzione di una pensione ai
familiari superstiti in presenza di determinate condizioni.
La decorrenza della prestazione scatta dal mese successivo alla data di morte
del lavoratore, anche se la domanda da parte del superstite è stata inoltrata
in ritardo.

Che cos’è la reversibilità


A seconda della situazione previdenziale nella quale si trovava il lavoratore
al momento del decesso, si possono verificare due situazioni.

• Pensione di reversibilità diretta Spetta se il deceduto percepiva già la


pensione di vecchiaia o di anzianità, la pensione di invalidità o la pensione
di inabilità.
Invece l’assegno ordinario di invalidità, essendo una prestazione tempo-
ranea, non è reversibile ai familiari e, pertanto, quando muore il titolare
di un assegno di invalidità, il diritto alla pensione per i familiari superstiti

115
Capire le pensioni

scatta solo a condizione che siano perfezionati gli stessi requisiti contributivi
richiesti per la pensione indiretta, di cui parliamo nel prossimo paragrafo,
includendo nel computo dell’anzianità contributiva anche il periodo di
godimento dell’assegno.

• Pensione di reversibilità indiretta Si ottiene se il lavoratore deceduto, pur


non ancora pensionato, aveva il diritto alla prestazione per effetto dei con-
tributi versati. In questa ipotesi, dunque, perché possa essere riconosciuta
una rendita ai familiari superstiti, è necessario che in favore del lavoratore
deceduto risultino perfezionati i seguenti requisiti contributivi:
- almeno 15 anni di contribuzione versati in tutta la vita assicurativa (non
si applica alla pensione ai superstiti la disposizione prevista dal D. Lgs.
503/1992, la cosiddetta Riforma Amato, che ha elevato il requisito contri-
butivo dai 15 a 20 anni di versamenti);
- oppure 5 anni di contribuzione di cui almeno 3 versati nel quinquennio
precedente la data della morte.

A chi spetta
Una volta esaminati i requisiti richiesti per ottenere la pensione di reversibili-
tà, vediamo, ora nel dettaglio a quali parenti dell’assicurato o del pensionato
spetta la pensione destinata ai superstiti, a quali condizioni e con che moda-
lità è necessario presentarne richiesta all’INPS (vedi tabella 1 a pagina 120).

Al coniuge
Il diritto alla pensione, per la moglie o il marito superstite, è automatico. In
caso di separazione, la pensione spetta anche al coniuge separato. Se però la
separazione è “addebitabile” al superstite, si ha diritto alla pensione solo nel
caso in cui si risulti titolare di assegno di mantenimento stabilito dal Tribunale.
La pensione spetta anche al coniuge divorziato. Si possono presentare situazioni
diverse se vi sia o meno un coniuge superstite. Nel caso in cui il defunto non
si fosse risposato, il “superstite” divorziato ha diritto alla pensione in presenza
delle seguenti condizioni:

• deve essere titolare di assegno di divorzio;


• non deve essersi risposato;
• l’inizio dell’assicurazione del deceduto deve essere antecedente la data della
sentenza di divorzio;

116
La pensione di reversibilità

• il deceduto deve aver maturato i requisiti per la pensione o essere già titolare
di pensione alla data della morte.

La situazione è più complicata per l’ex coniuge se il defunto si era risposato.


In tal caso la pensione spetta automaticamente al coniuge superstite e non
all’ex coniuge.
Quest’ultimo, sempre che abbia la titolarità di un assegno di divorzio, potrà
rivolgere al Tribunale per avere una quota della pensione che sarà quantificata
in proporzione alla durata del matrimonio.
Poiché la L. 72/2016 (la cosiddetta legge sulle “unioni civili” tra persone
dello stesso sesso) ha esteso la disciplina del matrimonio alle unioni civili
anche la platea dei soggetti che hanno diritto alla pensione di reversibilità
si è ampliata.
A decorrere dal 5 giugno 2016, pertanto, ai fini del riconoscimento del di-
ritto alla pensione ai superstiti (la regola vale anche per le altre prestazioni
previdenziali come l’integrazione al trattamento minimo, la maggiorazione
sociale, i trattamenti di famiglia ecc.) il componente dell’unione civile – da non
confondere con le convivenze di fatto disciplinate anch’esse dalla L. 72/2016 –
è equiparato al coniuge e, dunque, ha diritto ai trattamenti di reversibilità.

Ai figli
La pensione ai superstiti compete anche ai figli (legittimi, legittimati, adotti-
vi, affiliati, naturali, legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati, nati
da precedente matrimonio dell’altro coniuge) che alla data della morte del
genitore, siano:

• minori di 18 anni;
• studenti di scuola media superiore di età compresa tra i 18 e i 21 anni, che
siano a carico del genitore e che non svolgano alcuna attività lavorativa;
• studenti universitari per tutta la durata del corso legale di laurea e comunque
non oltre i 26 anni, che siano a carico del genitore e che non svolgano alcuna
attività lavorativa (la pensione spetta anche ai figli studenti universitari che
hanno ultimato o interrotto il corso di studi e ottenuto l’iscrizione ad altro
corso di laurea sempre nei limiti del 26° anno di età);
• inabili di qualunque età, a carico del genitore.

L’inizio dell’attività lavorativa da parte di un figlio studente comporta la so-


spensione della sua quota di pensione di reversibilità.
Nel caso di figli studenti titolari di pensione ai superstiti che percepiscono
piccoli redditi, una sentenza della Corte Costituzionale (la 42 del 1999) ha,
però, precisato che la percezione di un piccolo reddito da parte del figlio

117
Capire le pensioni

studente per attività lavorativa di qualsiasi genere, pur venendo a migliorare


la situazione economica dell’orfano, non gli fa perdere la sua prevalente qua-
lifica di studente e, pertanto, non provoca la perdita del diritto alla quota di
pensione ai superstiti. Per l’INPS la soglia entro la quale si mantiene il diritto
alla prestazione è pari al trattamento minimo annuo di pensione maggiorato
del 30%, per il 2018 la soglia è di 8.575,24 euro.

Ai genitori
Quando mancano o non hanno diritto il coniuge e i figli, la pensione ai su-
perstiti può essere riconosciuta ai genitori del lavoratore deceduto, purché:

• abbiano almeno 65 anni di età;


• non siano titolari di pensione diretta o indiretta;
• risultino a carico del figlio alla data del decesso.

A fratelli e sorelle
La pensione può spettare ai fratelli celibi e alle sorelle nubili, quando mancano
o non hanno diritto alla prestazione il coniuge, i figli e i genitori, a condizione
che alla data del decesso del lavoratore risultino:

• inabili al lavoro, anche se di età inferiore ai 18 anni;


• non titolari di pensione diretta o indiretta;
• a carico del lavoratore deceduto.

La cessazione dello stato di inabilità o il sopravvenuto matrimonio determinano


il venir meno del diritto alla pensione dal primo giorno del mese successivo
a quello del verificarsi dell’evento.

Ai nipoti a carico
Anche al nipote che è a carico del nonno spetta la pensione di reversibilità.
Questo diritto è riconosciuto dalla sentenza 180/1999 della Corte Costituzionale.
Partendo dalla convinzione che i trattamenti di reversibilità sono finalizzati
a far proseguire nel tempo in favore dei familiari bisognosi la protezione
economica che discende dalla titolarità di una pensione, la Corte ha esteso il
diritto alla reversibilità anche ai nipoti che, seppur non formalmente “affidati”
dal giudice, vivono notoriamente con i nonni e la cui unica fonte di sosten-
tamento è appunto la pensione di questi ultimi.

118
La pensione di reversibilità

Per considerare a carico il minore devono sussistere due condizioni:

• uno stato di bisogno del superstite determinato dalla sua condizione di non
autosufficienza economica;
• il mantenimento del superstite da parte del lavoratore deceduto, che può
essere provato dall’effettivo comportamento di quest’ultimo nei confronti
del minore.

È infine importante evidenziare che il diritto alla reversibilità sorge sempre


in modo autonomo (i giuristi adoperano il termine “iure proprio”) e non per
successione legittima o testamentaria (“iure successorio”). Ciò vuol dire che,
anche nel caso di eventuale rinuncia all’eredità da parte dei superstiti, il diritto
alla pensione di reversibilità scatta in ogni caso.

Cosa significa “a carico”


Come abbiamo detto, per taluni familiari il diritto alla prestazione scatta se
sono “a carico” del deceduto. È da sottolineare che, per le pensioni ai super-
stiti, il concetto di “a carico” è diverso da quello secondo il quale, per essere
fiscalmente a carico, i familiari non devono disporre di un reddito proprio
superiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili.
Il concetto di “carico” per la pensione ai superstiti è più articolato. La norma-
tiva vigente prevede, infatti, che “ai fini del diritto alla pensione ai superstiti,
i figli di età superiore ai 18 anni e inabili al lavoro [...] si considerano a carico
dell’assicurato o del pensionato se questi, prima del decesso, provvedeva al
loro sostentamento in maniera continuativa”.
Il termine “sostentamento” implica sia la non autosufficienza economica
dell’interessato, sia il mantenimento da parte del lavoratore o pensionato
deceduto.
La “non autosufficienza economica” si verifica con modalità diverse. Sono
considerati non autosufficienti economicamente:

• i figli maggiorenni (con le precisazioni esposte sopra) con un reddito che


non supera l’importo del trattamento minimo maggiorato del 30% (cioè
666,91 euro mensili per il 2019);
• i figli maggiorenni inabili che hanno un reddito non superiore a quello
fissato annualmente per il diritto alla pensione di invalido civile totale
(16.814,34 euro per il 2019);
• i figli maggiorenni inabili, titolari dell’indennità di accompagnamento, che
hanno un reddito non superiore a quello fissato annualmente per la con-
cessione della pensione di invalido civile totale aumentato dell’importo
dell’indennità di accompagnamento (23.546,36 euro per il 2019).

119
Capire le pensioni

Tabella 1: Cosa spetta ai superstiti


Soggetto deceduto Quale requisito Cosa spetta ai superstiti
contributivo
Pensionato Nessuno se il defunto era già Pensione di reversibilità
titolare di una prestazione
pensionistica (vecchiaia,
anzianità o inabilità)

Lavoratore assicurato 15 anni di versamenti, pari Pensione indiretta


dipendente o autonomo a 780 contributi settimanali
oppure, in alternativa, 5 anni
di versamenti complessivi,
pari a 260 contributi
settimanali di cui almeno
156 nel quinquennio prima
del decesso
In assenza di tali requisiti, Pensione supplementare
se il lavoratore deceduto era indiretta al familiare già
titolare di pensione a carico titolare di pensione indiretta
di altro fondo di previdenza o di reversibilità
In assenza di tali requisiti, Indennità di morte
se il lavoratore deceduto (una tantum)
non era titolare di pensione
a carico di altro fondo di
previdenza
Lavoratore dipendente In assenza dei requisiti Pensione privilegiata indiretta
contributivi ma in presenza se la morte è in rapporto
di sola iscrizione a un fondo causale diretto con finalità di
previdenziale servizio e se i superstiti non
hanno ottenuto la rendita
INAIL o altre prestazioni a
carico dello Stato o da altri
Enti Pubblici)

Il concetto di “mantenimento abituale” è, invece, desunto dai comportamenti


tenuti dal lavoratore o dal pensionato deceduto nei confronti del familiare su-
perstite. Nel caso di figlio inabile, le verifiche sono diverse a seconda che questi
sia convivente o non convivente.
Nel primo caso è sufficiente lo stato di autosufficienza economica, dando per
scontato che il sostentamento fosse assicurato dal lavoratore o pensionato
deceduto. Se il figlio non era in convivenza, è necessario dimostrare anche
il mantenimento abituale per cui viene effettuato un esame comparativo dei
redditi del pensionato e del superstite per appurare se il primo concorreva
effettivamente, in maniera rilevante e continuativa, al mantenimento del figlio
non convivente.

120
La pensione di reversibilità

L’inabilità e il lavoro
Per il riconoscimento del diritto alla pensione ai superstiti si considerano inabili,
secondo quanto esplicitamente indicato dall’art. 8 della L. 222/1984, che ha
riformato i trattamenti di invalidità a carico dell’INPS, “le persone che si trovino
nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”.
Fino all’approvazione della L. 31/2008, la concessione della pensione ai superstiti
era preclusa nel caso in cui l’inabile svolgesse una qualsiasi attività lavorati-
va, anche part-time, al momento della scomparsa del genitore. L’art. 46 della
L. 31/2008 ha introdotto un’eccezione in tal senso: l’attività lavorativa svolta
con finalità terapeutica dai figli riconosciuti inabili, con orario non superiore
alle 25 ore settimanali, presso le cooperative sociali, o presso datori di lavoro
che assumono persone disabili con convenzioni di integrazione lavorativa, non
preclude l’erogazione della pensione di reversibilità.
L’INPS ha precisato quali verifiche sono necessarie per riconoscere il diritto
alla prestazione in queste ipotesi.
La prima riguarda l’azienda datrice di lavoro, che:

• deve rientrare nella categoria dei laboratori protetti o delle cooperative


sociali di cui alla L. 381/1991;
• oppure, deve aver assunto l’inabile per effetto di una convenzione di inte-
grazione lavorativa di cui all’art. 11 della L. 68/1999;
• oppure, deve aver assunto l’inabile con contratto di formazione di lavoro,
di apprendistato, o con le agevolazioni previste per le assunzioni di disoc-
cupati di lunga durata.

C’è, poi, da precisare che l’orario del lavoratore non deve superare le 25 ore
settimanali.
Il secondo accertamento riguarda la natura terapeutica dell’attività lavorativa.
Essa deve avere sia una funzione terapeutica sia di inclusione sociale accertata
dall’INPS attraverso i propri sanitari.

A quanto ammonta
Le quote dovute ai familiari vengono calcolate sulla pensione che sarebbe
spettata al lavoratore al momento del decesso, comprensiva, se risulta troppo
bassa, dell’eventuale integrazione al trattamento minimo, salvo il caso in cui
il lavoratore non avesse alcun contributo antecedente il 1996 e, per questo
motivo, fosse inserito nel sistema contributivo. La pensione spetta in percen-
tuale diversa a seconda del grado di parentela degli aventi diritto:

121
Capire le pensioni

• il coniuge, 60% della pensione;


• il coniuge con 1 figlio, 80% della pensione;
• il coniuge con 2 o più figli, 100% della pensione;

In mancanza del coniuge:

• 1 figlio, 70% della pensione;


• 2 figli, 80% della pensione;
• 3 figli o più, 100% della pensione;
• 1 genitore, 15% della pensione;
• 2 genitori, 30% della pensione.

Nell’ipotesi in cui più soggetti abbiano diritto alla pensione, la somma delle
diverse aliquote non può superare, comunque, il 100% della pensione cui
aveva diritto l’assicurato o il pensionato al momento del decesso.

Matrimonio in tarda età


Per quanto riguarda i matrimoni avvenuti in tarda età, la Corte Costituzionale
con la sentenza 174/2016 ha cancellato dal nostro ordinamento la norma che
limitava l’ammontare della pensione di reversibilità quando il coniuge scompar-
so aveva contratto matrimonio a una età superiore ai settant’anni e il coniuge
superstite era più giovane di almeno vent’anni. Ricordiamo che la norma era
stata introdotta nel 2011 per scoraggiare i cosiddetti matrimoni di comodo, cioè
contratti al solo fine di far acquisire al più giovane il diritto alla pensione di
reversibilità o alla pensione indiretta. Questa norma prevedeva che l’aliquota
percentuale della pensione a favore si riducesse in misura pari al 10% in ragione
di ogni anno di matrimonio mancante rispetto al numero di 10, nei casi in cui:

• l’età del deceduto superiore a 70 anni;


• la differenza di età tra i coniugi superiore a 20 anni.

Morte presunta
In casi di assenza prolungata, a cui si affianchi la totale mancanza di notizie
o di reperibilità per almeno 10 anni del lavoratore, può essere chiesta al
Tribunale una sentenza dichiarativa di morte presunta.
Tale sentenza costituisce titolo per il riconoscimento della prestazione ai su-
perstiti che, una volta in possesso della sentenza, potranno chiedere all’INPS
la liquidazione della pensione, con decorrenza dal primo giorno del mese
successivo a quello a cui risale l’ultima notizia dell’assente.

122
La pensione di reversibilità

Riduzione in presenza di redditi


Da più di vent’anni il giro di vite sulle pensioni ha colpito, senza farsi troppi
scrupoli, anche quelle di reversibilità. Secondo i criteri validi fino all’entrata
in vigore della L. 335/1995 (la cosiddetta “Riforma Dini”), il coniuge superstite
di un lavoratore o di un pensionato aveva diritto al 60% dell’importo della
pensione che era pagata al consorte (o che era stata maturata, nel caso in cui
il deceduto non fosse ancora pensionato) al momento della morte, senza tener
conto, salvo che si trattasse di una pensione da integrare al trattamento minimo,
della situazione reddituale del superstite e della famiglia. La percentuale del
60% è poi incrementata di un 20% per ogni figlio minore o studente o inabile
fino a raggiungere il limite massimo del 100% della pensione del defunto.
Dal 1995 in poi, invece, l’aliquota del 60% è valida a condizione di non superare
determinati limiti di reddito. Secondo le regole introdotte dalla L. 335/1995
questa percentuale spetta infatti alla vedova solo se il reddito dichiarato al
Fisco è inferiore a 3 volte il trattamento minimo dell’INPS.
Nel caso in cui, invece, il reddito annuo è compreso fra 3 e 4 volte l’importo
del minimo, la percentuale di pensione che spetta al vedovo non è più del
60% ma si abbassa al 45%.
Se poi il reddito del superstite è compreso tra 4 e 5 volte il minimo dell’INPS,
allora la quota di pensione pagata è pari al 36% della pensione del coniuge.
Quando, infine, il reddito supera di 5 volte il trattamento minimo dell’INPS,
la pensione di reversibilità è determinata applicando la percentuale del 30%
alla pensione del defunto.
Gli abbattimenti però non sono applicati nel caso in cui ci siano figli minori
o studenti o inabili. Inoltre per i vecchi pensionati il “cumulo” per le pensioni
ai superstiti è scattato solo per quelle con decorrenza dal primo settembre
del 1995; per quelle liquidate prima non c’è stata invece alcuna riduzione, ma
solo una “cristallizzazione” della rata in pagamento.
Ecco le fasce di reddito da tener presenti per determinare l’importo della
pensione ai superstiti valide per il 2019:

• pensione completa se il titolare ha un reddito inferiore o pari a 20.007,39 euro;


• pensione pari al 75% se il reddito è compreso tra 20.007,39 e 26.676,52 euro;
• pensione pari al 60% in presenza di reddito superiore a 26.676,52 euro ma
inferiore a 33.345,65 euro;
• pensione pari al 50% se il titolare ha un reddito superiore a 33.345,65 euro.

La clausola di salvaguardia
La normativa prevede una clausola di tutela per coloro che hanno redditi di
poco superiori al limite di fascia. In questa ipotesi, il trattamento comples-
sivo derivante dal reddito più la pensione ridotta non può essere inferiore a

123
Capire le pensioni

Tabella 2: Clausola di salvaguardia. Limiti di reddito per il 2019

Tipo di reddito Importo

Importo pensione reversibilità annua 26.000 € (2.000 € x 13 mensilità)

Redditi diversi dalla pensione di reversibilità 20.000 €

Pensione di reversibilità con riduzione del 1.500 €


25% (fascia di reddito da tra 20.007,39 €
e 26.676,52 €)

Reddito + Pensione di reversibilità ridotta 20.000 € + 19.500 € = 39.500 €

Fascia reddito precedente + Pensione 20.007,39 € + 26.000 € = 46.007,39 €


di reversibilità intera
Pensione di reversibilità annua cumulabile 26.007,39 € (ovvero 46.007,39 € - 20.000 €)
con il reddito

quello che sarebbe spettato allo stesso soggetto in possesso di redditi pari al
limite previsto nella fascia precedente. Per calcolare l’importo della pensione
“cumulabile” bisogna, allora, innanzi tutto individuare la fascia di reddito in
cui ci si colloca, trovando così l’importo in percentuale teoricamente spettante,
che andrà sommato ai redditi personali. Una volta fatta questa operazione,
è necessario poi confrontare il risultato ottenuto con quello che si ottiene
addizionando il limite massimo della fascia precedente con l’importo della
pensione in percentuale della fascia stessa. Dall’importo più alto delle due
somme va detratto il reddito personale: il risultato ottenuto sarà l’importo della
pensione spettante. Nella tabella 2 in alto è riportato un esempio.

I redditi da valutare
Ai fini del cumulo, vengono considerati “redditi” tutti quelli assoggettati all’
IRPEF (compresi quelli esteri), al netto dei trattamenti di famiglia e dei con-
tributi previdenziali e assistenziali. Sono esclusi:

• il TFR comunque denominati e loro anticipazioni;


• il reddito della casa di abitazione;
• le competenze arretrate sottoposte a tassazione separata;
• l’importo di tutte le pensioni ai superstiti (anche se a carico di Stato estero).

Quindi, in caso di titolarità da parte di una stessa persona di più pensioni ai


superstiti, le stesse sono escluse dal computo dei redditi da valutare.

124
La pensione di reversibilità

La doppia annualità
Il nuovo matrimonio contratto dal coniuge superstite, titolare di pensione di
reversibilità, fa perdere il diritto alla pensione stessa.
In tal caso, al coniuge viene corrisposta una doppia annualità della quota di
pensione, comprensiva della 13a mensilità. Se la pensione spettante è integrata
al trattamento minimo, l’importo dell’assegno viene pagato dall’INPS tenendo
conto di questa integrazione.
Nel caso che la pensione risulti erogata, oltre che al coniuge, anche ai figli,
essa deve essere nuovamente liquidata in favore di questi ultimi applicando
le aliquote previste in relazione alla diversa composizione del nucleo familia-
re. Se, infine, c’è coesistenza di quote di pensione per coniuge superstite ed
ex-coniuge divorziato, quest’ultimo, in caso di matrimonio del primo, perde
il diritto alla sua quota.

L’assegno al nucleo familiare


Come per tutte le altre prestazioni pensionistiche, anche sulla pensione ai
superstiti spetta, se vi sono tutti i presupposti previsti dalla legge, l’assegno
al nucleo familiare.
Per determinare il numero dei componenti il nucleo familiare, elemento deter-
minante per stabilire se e in che misura si ha diritto all’assegno, si considerano
il coniuge superstite, contitolare della pensione, i figli ed equiparati minorenni,
titolari o contitolari della pensione, i figli ed equiparati maggiorenni inabili,
anche se non sono contitolari della prestazione.
Non tutti sanno che il nucleo familiare può essere composto anche da una
sola persona, se questa è titolare di prestazione ai superstiti, ma è, al tempo
stesso, un soggetto minorenne o maggiorenne inabile. Si tratta, in pratica,
del caso in cui l’unico titolare della prestazione è un orfano o una vedova,
minorenne o maggiorenne inabile.

Una tantum ai superstiti


Se non sussiste il diritto alla pensione di reversibilità, perché mancano alcuni
dei requisiti richiesti, allora al coniuge superstite o, in mancanza, ai figli mi-
nori, studenti o inabili, spetta un’indennità una tantum che è determinata in
proporzione all’entità dei contributi versati a favore del lavoratore scomparso.
Requisiti e importo spettante sono, però, diversi a seconda se si tratta di su-
perstiti di un assicurato il cui trattamento pensionistico sarebbe stato liquidato
con il sistema retributivo oppure contributivo. Nel primo caso la prestazione
(è chiamata anche indennità per morte) spetta al coniuge o ai figli minori, stu-

125
Capire le pensioni

denti o inabili, a condizione che l’assicurato abbia maturato, nel quinquennio


precedente il decesso, almeno 52 contributi settimanali.
La domanda va inoltrata entro 1 anno dal decesso e l’importo dell’indennità,
che nel corso di questi ultimi anni non ha mai subito rivalutazioni, è pari a
45 volte l’importo dei contributi versati, nel limite minimo di 22,21 euro e
massimo di 66,93 euro.
Per i superstiti di un assicurato che rientrava nel sistema di calcolo contribu-
tivo, il diritto all’una tantum spetta, invece, in presenza dei seguenti requisiti:

• inesistenza dei requisiti contributivi per la pensione di reversibilità (15 anni


di contributi o, in assenza, 5 anni complessivi di cui almeno 3 nei 5 prece-
denti la morte dell’assicurato);
• assenza del diritto a rendite per infortunio sul lavoro o malattie professionali
derivanti dalla morte dell’assicurato;
• il possesso da parte del superstite di redditi, per il 2019, inferiori a 5.953,87
euro (elevati a 11.907,74 euro, se coniugato – vedi tabella 3 sottostante).

L’indennità è pari all’ammontare annuo dell’assegno sociale (pari per il 2019


a 457,99 euro), moltiplicato per gli anni di contribuzione del defunto. Per i
periodi inferiori all’anno, l’indennità si calcola in proporzione alle settimane
coperte dai contributi.

Tabella 3: Una tantum ai superstiti. Limiti di reddito in euro


Persona non coniugata Persona coniugata
Anno
Reddito annuo in euro Reddito annuo in euro
2011 5.435,56 10.871,12

2012 5.582,33 11.164,66

2013 5.749,90 11.499,80

2014 5.818,93 11.637,86

2015 5.824,91 11.649,82

2016 5.824,91 11.649,82

2017 5.824,91 11.649,82

2018 5.889,00 11.778,00

2019 5.953,87 11.907,74

126
8
Lavorare all’estero

Lavorare
all’estero

In un’Europa che ha abbattuto le frontiere e in un mondo che ha ridotto le


distanze tra i popoli, l’emigrazione italiana è appannaggio di nuove categorie:
giovani che, terminati gli studi, spesso desiderano fare le prime esperienze
di lavoro all’estero oppure dirigenti e tecnici che, alle dipendenze di mul-
tinazionali, si spostano oltre frontiera per lavorare in succursali estere della
propria azienda.
Alle difficoltà di ambientamento a cui va incontro chi lavora all’estero se
ne aggiungono altre che potrebbero sorgere al momento della pensione.
Ipotizziamo il caso di chi, pur avendo lavorato complessivamente un numero
di anni più che sufficiente per il diritto alla pensione, ha una posizione previ-
denziale composta da più “spezzoni” di contributi, nessuno dei quali, da solo,
sufficiente a maturare il requisito contributivo per una pensione autonoma.
Così, per esempio, un lavoratore che abbia lavorato 16 anni in Italia e 4 in
Francia, pur potendo far valere un totale di 20 anni di contributi, non avrebbe
diritto alla pensione né in Francia né in Italia.
Per ovviare a questo grave inconveniente e dare una garanzia previdenziale
anche a chi ha lavorato (o lavorerà) all’estero, il nostro paese ha intessuto nel
corso degli anni una serie di rapporti e convenzioni internazionali, soprattutto
con gli Stati verso i quali i flussi migratori sono stati più intensi. Tra questi,
ovviamente, figurano non solo tutti i paesi dell’Unione Europea, ma numerosi
altri (Brasile, Argentina, Australia, Canada ecc.).
Le leggi previdenziali non trascurano, comunque, neppure coloro che hanno

127
Capire le pensioni

prestato lavoro in paesi non convenzionati. Ecco tutti i paesi convenzionati


elencati qui di seguito:

• Argentina;
• Australia;
• Brasile;
• Canada e Québec;
• Israele;
• Isole del Canale e Isola di Man;
• Principato di Monaco;
• Repubblica di Capo Verde;
• Repubblica di San Marino;
• Santa Sede;
• Tunisia;
• Turchia;
• USA (Stati Uniti d’America);
• Uruguay;
• Venezuela;
• Bosnia ed Erzegovina;
• Repubblica del Kosovo;
• Repubblica di Macedonia;
• Repubblica di Montenegro;
• Repubblica di Serbia e Vojvodina.

La normativa internazionale
di sicurezza sociale
La normativa internazionale di sicurezza sociale, peraltro assai complessa,
introduce negli ordinamenti degli Stati contraenti, le disposizioni di coordi-
namento necessarie a garantire la tutela assicurativa dei lavoratori migranti
sulla base di 3 principi fondamentali:

• la parità di trattamento: ciascuno Stato riconosce ai cittadini dell’altro Stato,


operanti sul proprio territorio nazionale, gli stessi diritti riservati ai propri
cittadini;
• la totalizzazione dei periodi assicurativi compiuti negli Stati contraenti, ai
fini del conseguimento dei requisiti minimi per la pensione;
• l’esportabilità delle prestazioni pensionistiche a carico di uno Stato stipulante
nel caso in cui il pensionato risieda nel territorio dell’altro Stato.

128
Lavorare all’estero

Che cosa deve fare un lavoratore che ha periodi di lavoro anche all’estero e
che vuole ottenere la pensione? Come farsi riconoscere i contributi versati nei
paesi membri dell’Ue o in quelli con i quali l’Italia ha stipulato convenzioni o
accordi internazionali in materia di sicurezza sociale? Dopo quanti anni si può
chiedere la pensione? E se nel paese estero non c’è un sistema pensionistico?
Cerchiamo di dare una risposta a tutte queste domande.

Il riconoscimento dei contributi


I lavoratori dipendenti iscritti all’INPS, all’INPGI e alle gestioni pensionisti-
che degli enti previdenziali disciolti e confluiti nell’INPS (INPDAI, ENPALS,
INPDAP e IPOST) beneficiano di un riconoscimento gratuito del lavoro svolto
nei paesi convenzionati.
Attenzione, però, a un’importante peculiarità di questo riconoscimento: il pe-
riodo di lavoro all’estero viene valutato esclusivamente ai fini del diritto alla
pensione, e non per determinarne l’importo.
Ciò significa che, per esempio, se un lavoratore è stato assicurato in Germania
per 9 anni di lavoro svolti come dipendente e ha in più 34 anni di contributi in
Italia matura regolarmente la pensione anticipata, avendo cumulato 43 anni di
contributi, tutto compreso. La pensione “in pagamento” sarà però determinata
soltanto con i 34 anni versati in Italia, mentre la Germania riconoscerà la quota
corrispondente ai 9 anni secondo le norme interne del paese. Il riconoscimento
gratuito della contribuzione versata nei paesi convenzionati fa perno su due
concetti essenziali: quello della totalizzazione e quello del calcolo pro-rata.
Vediamo in cosa consistono.

La totalizzazione estera
La totalizzazione, ovvero la somma virtuale dei contributi versati nei diversi
regimi previdenziali italiani ed esteri, è disciplinata da norme assai complesse
e per di più diverse tra convenzione e convenzione. Per questo motivo occor-
re innanzitutto differenziare la posizione di chi è emigrato in uno dei paesi
dell’Unione Europea da quella di chi ha lavorato in paesi extracomunitari
legati all’Italia da convenzioni bilaterali.
Nel primo caso, infatti, è possibile effettuare la totalizzazione dei periodi di
contribuzione versata in tutti i paesi dell’Unione alla sola condizione di essere,
al momento della domanda di pensione, cittadino di uno degli Stati membri.
Nel secondo caso, invece, si possono cumulare solo i periodi italiani con
quelli dei paesi UE oppure solo i periodi italiani con quelli del paese legato
all’Italia da convenzione bilaterale. È possibile, però, cumulare i contributi
italiani con quelli versati in altri paesi UE e con quelli extracomunitari a con-

129
Capire le pensioni

dizione che i paesi esteri dove sono stati versati i contributi siano legati tra
di loro da convenzione.
Di fatto può accadere che, in presenza di una posizione previdenziale com-
plessivamente sufficiente a maturare il diritto alla pensione, ma frazionata in
diversi Stati, il lavoratore non maturi il diritto a nessuna pensione perché i
periodi non sono tra di loro totalizzabili.
A ogni regola c’è, però, la dovuta eccezione: vi sono, infatti, alcune convenzioni
bilaterali che consentono la totalizzazione dei contributi con quelli versati in
altri paesi che risultino legati da accordi internazionali in materia di sicurezza
sociale sia all’Italia sia allo Stato contraente.
Questa possibilità è ammessa dalle convenzioni bilaterali con Argentina,
Croazia, Svezia, Svizzera, Uruguay, Repubblica di Capoverde e Spagna che
prevedono, se necessario, il cumulo dei periodi assicurativi anche con altri
paesi (vedi tabella 1 sottostante).

Tabella1: Totalizzazione multipla

Paese convenzionato Paesi con i quali è ammessa la totalizzazione

Argentina1 Spagna, Brasile, Portogallo, Uruguay

Croazia Austria, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Canada e Québec,


Danimarca, Francia, Germania, Lussemburgo, Macedonia,
Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Slovenia, Svezia,
Svizzera, ex Jugoslavia

Capo Verde Francia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Svezia

Spagna2 Argentina, Brasile, Canada e Québec, Stati Uniti d’America,


Uruguay (e tutti i paesi Ue)
Svezia2 Canada e Québec, ex Jugoslavia, Repubblica d’Irlanda,
Stati Uniti d’America, Svizzera (e tutti i paesi Ue)
Svizzera2 Austria, Belgio, Canada e Québec, Danimarca (escluse
le pensioni di invalidità), Francia, Germania, Gran Bretagna,
Grecia, Liechtenstein, Lussemburgo, ex Jugoslavia,
Paesi Bassi, Portogallo, S. Marino, Spagna, Stati Uniti
d’America, Svezia

Tunisia Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi

Uruguay Spagna, Brasile, Argentina


1
La convenzione italo-argentina, diversamente da tutte le altre convenzioni, prevede che la totalizzazione
possa essere estesa anche a quei paesi terzi che sono legati da convenzioni soltanto all’Italia o soltanto
all’Argentina.
2
Le disposizioni delle convenzioni italo-spagnola, italo-svizzera e italo-svedese sulla totalizzazione
multipla dei periodi assicurativi sono rimaste in vigore anche dopo l’ingresso della Spagna e della Svezia
nella Ue e dopo l’accordo bilaterale Svizzera-Ue.

130
Lavorare all’estero

Il calcolo della pensione in “pro-rata”


Una volta accertato il diritto a pensione, ricorrendo alla totalizzazione dei
periodi di contribuzione versata nei diversi Stati nei quali si è prestata attività
lavorativa, è necessario determinare l’importo della prestazione.
La prima operazione è quella di calcolare l’importo della rendita che sarebbe
spettata al lavoratore se avesse sempre svolto attività in Italia, considerando
i periodi di contribuzione all’estero come se fossero italiani: si avrà così l’im-
porto di una pensione virtuale o teorica.
Compiuta questa operazione, si determina il coefficiente di riduzione da ap-
plicare alla pensione virtuale, che è dato dalla proporzione dei soli periodi
italiani e la somma dei periodi italiani ed esteri. Si moltiplica, infine, la pensione
virtuale per il coefficiente di riduzione e si ottiene la pensione in pro-rata.

Se non c’è la convenzione


Le norme previdenziali che tutelano il lavoratore italiano che presta all’estero la
propria attività hanno previsto anche la possibilità, per chi sia interessato, di ottenere
il riconoscimento, tramite riscatto oneroso, della contribuzione relativa a periodi di
lavoro all’estero in paesi non convenzionati. Poiché si tratta di un riscatto, il costo
dell’operazione ricade sull’assicurato. In genere si tratta di cifre piuttosto consi-
stenti, a volte così elevate da sconsigliare di proseguire nell’operazione di riscatto.
È comunque sempre opportuno presentare la domanda all’INPS e attendere
la quantificazione dei costi e valutare in seguito se accettare o meno il ri-
scatto. La domanda, che può riguardare anche una parte e non tutti gli anni
di lavoro svolti all’estero, va inoltrata alla sede dell’INPS della propria zona
di residenza, indicando di essere cittadino italiano. Per vedersi accogliere la
domanda è necessario provare, tramite documenti originali, l’esistenza e la
durata del rapporto di lavoro (è ammessa anche la dichiarazione del datore
di lavoro, fatta adesso per allora, purché convalidata dall’autorità consolare
italiana), l’importo della retribuzione percepita dove possibile. Non ci si può
avvalere di prove testimoniali o di dichiarazioni di responsabilità.

ESEMPIO PRATICO
Prendiamo il caso di un lavoratore che abbia 19 anni di contributi versati in Italia
e 16 in Francia. Dapprima si calcola la pensione italiana sulla base di 35 anni
di contributi; la pensione “teorica” così ottenuta viene ridotta al 54% circa del
suo importo, in quanto deve essere rapportata ai soli 19 anni di contributi italia-
ni e i 19 anni sono, appunto, il 54% circa dei complessivi 35 anni “totalizzati”.

131
Capire le pensioni

Lavorare all’estero per un’azienda


italiana
Talvolta l’attività oltre frontiera è svolta nell’ambito di un rapporto continuati-
vo con la stessa azienda con la quale si lavorava in Italia e che, per esigenze
produttive, invia il dipendente a lavorare all’estero.
A questi lavoratori, per il periodo durante il quale prestano attività all’estero,
va applicata una particolare normativa finalizzata a garantire loro, sia un mini-
mo di trattamento economico-normativo, sia un’adeguata tutela pensionistica.
Esistono, in particolare, due distinte discipline applicabili ai lavoratori italiani
inviati a lavorare all’estero: una per quelli che operano in paesi comunitari e
una per quelli che operano in paesi extracomunitari.

In paesi extra-Ue senza convenzione


Per i lavoratori che operano in paesi extracomunitari con i quali l’Italia non
ha stipulato accordi di sicurezza sociale, la L. 317/1987 impone all’azienda di
assicurare l’interessato secondo le regole della legislazione italiana, come se
si prestasse lavoro entro i confini italiani.
Una particolarità è data dalle retribuzioni sulle quali calcolare i contributi da
versare, che sono fissate convenzionalmente e aggiornate annualmente.

In paesi Ue o convenzionati
Se il lavoratore è inviato a lavorare in un’azienda presente nel territorio dell’Unio-
ne Europea, oppure in un paese convenzionato, la situazione è più complessa.
Normalmente il principio generale che si applica in questi casi è quello di
territorialità, secondo il quale il lavoratore deve essere assicurato nel paese in
cui svolge la propria attività lavorativa.
È consentito, però, mantenere il regime previdenziale del paese di provenienza
in caso di attività lavorativa all’estero per un periodo limitato, dando luogo
all’istituto del “distacco”.
Secondo una Direttiva dell’Unione Europea del maggio 1996 per parlare di
distacco occorre rispettare alcune condizioni.
La prima è quella che il distacco può essere riconosciuto solo se sussiste un
legame organico tra impresa distaccante e lavoratore distaccato. La presenza
di questo legame è riconoscibile dal mantenimento del rapporto di subordi-
nazione con l’impresa distaccante durante tutto il periodo di distacco, oltreché
da altri elementi accessori.
Pertanto non si può parlare di distacco quando l’impresa metta il lavoratore

132
Lavorare all’estero

a disposizione di un’altra azienda operante nello stato membro dove svolge


la propria occupazione.
Il distacco ha una durata variabile tra 6 mesi e 3 anni, che possono essere
prorogati dall’Autorità competente del luogo di lavoro. La durata del distacco
e le eventuali proroghe sono stabilite dagli accordi bilaterali.

133
Pagina bianca
9
Il trattamento minimo e le maggiorazioni sociali

Il trattamento minimo
e le maggiorazioni sociali

Il sistema previdenziale italiano prevede che, qualora l’importo della pen-


sione risulti esiguo, al pensionato vengano corrisposte somme aggiuntive, a
carico dello Stato, che siano in grado di alleviare la sua situazione di bisogno.
È il caso, per esempio, dell’integrazione al trattamento minimo delle pensio-
ni, della quattordicesima mensilità o delle cosiddette maggiorazioni sociali.
Si tratta di prestazioni aggiuntive a metà strada tra la previdenza e l’assistenza,
il cui diritto è condizionato quasi sempre dal reddito del pensionato e del suo
eventuale coniuge.

Il “trattamento minimo”
Il trattamento minimo è un’integrazione che lo Stato, tramite l’INPS, corri-
sponde al pensionato quando la pensione retributiva (la regola non vale per
la contributiva), calcolata in base agli anni di versamento e agli stipendi per-
cepiti, è al di sotto dell’importo che si considera il minimo vitale. In tal caso
l’importo della rendita è aumentato fino a raggiungere una cifra massima,
stabilita annualmente dalla legge.
Fino al settembre 1983 il diritto a percepire il “minimo” non era condizionato
dal reddito e, pertanto, nel caso in cui la pensione effettivamente spettante

135
Capire le pensioni

fosse di importo inferiore al minimo, l’INPS erogava l’integrazione senza te-


nere conto né dei redditi posseduti dal pensionato né di quelli dell’eventuale
coniuge. Dall’ottobre del 1983, invece, il “minimo” può essere concesso per
intero solo quando il reddito personale del richiedente è inferiore a 2 volte
l’importo annuo del trattamento minimo, calcolato in misura pari a 13 volte
l’importo mensile in vigore al primo gennaio di ciascun anno.
Per le pensioni con decorrenza dal 1994, la L. 503/1992 ha condizionato il diritto
al “minimo”, oltre che al reddito personale del richiedente, anche a quello del
coniuge. Per chi è sposato, dunque, si deve tenere conto, cumulandoli, anche
dei redditi del marito (o della moglie) e il “minimo” si può ottenere solo se il
reddito personale e quello complessivo non superano i limiti fissati anno per
anno. Prendiamo in esame i vari casi.

Per chi non è sposato


• Non c’è nessuna integrazione Se il reddito personale del richiedente
è superiore al limite previsto, che per il 2019 ammonta a 6.669,13 euro
annui.

• L’integrazione spetta per intero Se il reddito è inferiore alla differenza


tra il limite fissato dalla legge e l’importo annuo del trattamento minimo;
in questi casi la pensione viene elevata al trattamento minimo e l’inte-
grazione è diversa a seconda della cifra di partenza. Così, per esempio, a
un pensionato che possiede un reddito di 2.000 euro annui e ha diritto,
in relazione ai contributi versati e agli stipendi percepiti, a una pensione
a “calcolo” di 100 euro mensili, l’INPS integra la sua pensione effettiva
di altri 413,01 euro per portarla, appunto, a quel “minimo vitale” che nel
2018 è stimato pari a 513,01 euro al mese, ovvero 6.669,13 euro l’anno.

• L’integrazione è parziale Se il reddito personale dell’interessato è com-


preso tra i due limiti (per il 2019 tra 6.669,13 euro e 13.338,26 euro annui);
in questi casi l’integrazione è calcolata in modo che, sommando i redditi
e la pensione effettivamente maturata, non si superi il limite fissato.

Per chi è sposato


Fino al 31 dicembre 1993 per le pensioni con decorrenza fino al 31 dicembre
1993, il reddito del coniuge non concorre a determinare il diritto a trattamento
minimo. È rilevante solo il reddito posseduto dal pensionato che può aver
diritto all’integrazione in misura intera, in misura parziale oppure non avere
diritto ad alcuna integrazione.

136
Il trattamento minimo e le maggiorazioni sociali

A partire dal 1994 il diritto al “minimo” è condizionato oltre che dal reddi-
to personale del richiedente anche dal reddito del coniuge. Il “minimo” si
può ottenere solo se il reddito complessivo di marito e moglie non supera
4 volte l’importo annuo del trattamento minimo, calcolato in misura pari a
13 volte l’importo mensile in vigore all’inizio dell’anno. In pratica si deve
superare un doppio sbarramento: prima si vanno a vedere i redditi personali
e, solo se questi non vanno oltre il limite indicato, si va a verificare quello
della coppia. Per il 2019 il reddito personale da non superare è fissato in
6.669,13 euro annui mentre quello cumulato con il coniuge è stabilito in
26.676,52 euro.

Quali redditi non si calcolano


Per verificare il diritto all’integrazione si tiene conto di tutti i redditi assogget-
tabili all’IRPEF posseduti a esclusione:

• dei trattamenti di fine rapporto e delle relative anticipazioni;


• del reddito della casa di abitazione;
• delle competenze arretrate sottoposte a tassazione separata;
• dell’importo della pensione da integrare al minimo.

La “cristallizzazione”
Ma cosa accade se, una volta ottenuto il trattamento minimo, si supera suc-
cessivamente la soglia di reddito prevista? In questo caso al pensionato è ga-
rantita la conservazione del trattamento minimo nell’importo che gli spettava
alla data di cessazione del diritto all’integrazione (in termine tecnico è detta
“cristallizzazione”), fino a quando quest’importo non viene superato per effetto
di successivi incrementi, compresi gli aumenti di perequazione automatica
sulla pensione “base” o “a calcolo”.
Poiché il reddito considerato per l’integrazione è quello relativo a tutto
l’anno, la pensione viene cristallizzata, di regola, a partire dal primo gen-
naio dell’anno interessato, nell’importo in pagamento nel mese precedente
(dicembre).

Il “minimo” in presenza di più pensioni


L’integrazione al trattamento minimo può essere riconosciuta una sola volta e,
pertanto, nel caso in cui il pensionato risulti titolare di due o più trattamenti
pensionistici il cui importo, determinato dal calcolo, è inferiore al trattamento

137
Capire le pensioni

minimo, l’INPS attribuisce, in presenza dei requisiti di reddito richiesti dalla


legge, l’integrazione di una sola delle pensioni. Per chi è divenuto titolare di
due pensioni dopo il 14 giugno 2000 l’integrazione al trattamento minimo,
sempre in presenza dei requisiti previsti, è attribuita in base a precisi criteri.
Nel caso di concorso di due o più pensioni a carico di gestioni diverse (per
esempio, una pensione di vecchiaia maturata come lavoratore dipendente e
una pensione di reversibilità da artigiano o commerciante), l’integrazione al
minimo è attribuita sulla pensione con il trattamento minimo di importo più
elevato o, a parità di importo al momento in cui si è divenuti titolari dei due
trattamenti, sulla pensione con decorrenza più remota.
Nel caso di pensioni dirette e ai superstiti a carico della stessa gestione
(per esempio, una vecchiaia e una reversibilità, entrambe maturate come
lavoratore dipendente) l’integrazione al minimo è attribuita sulla pensione
diretta. Qualora una delle pensioni risulti costituita per effetto di un numero
di settimane di contribuzione obbligatoria, effettiva e figurativa, con esclusione
della contribuzione volontaria e di quella relativa a periodi successivi alla data
di decorrenza della pensione, non inferiore a 781 settimane, l’integrazione al
trattamento minimo spetta su quest’ultima pensione.

Il “minimo” per gli assegni di invalidità


Per gli assegni di invalidità erogati in base alla L. 222/1984 l’integrazione al
trattamento minimo è regolata da un’apposita disciplina.
Se l’importo della prestazione, calcolato sui contributi versati, è inferiore al
minimo, l’assegno viene integrato da parte dell’INPS fino a una cifra che è
pari all’importo dell’assegno sociale (457,99 euro mensili per il 2019) ma che,
comunque, non deve superare l’importo del trattamento minimo, che nel 2019
è pari a 513,01 euro. Il diritto all’integrazione è, però, condizionato dal reddito
personale o da quello cumulato con il reddito del coniuge.
Per aver diritto all’integrazione devono verificarsi alcune condizioni:

• il titolare dell’assegno, se non è coniugato o se è separato legalmente, non


deve avere un reddito annuo assoggettabile all’IRPEF superiore a 2 volte
l’importo annuo dell’assegno sociale (per il 2019 parliamo di 11.907,74 euro);
• il titolare dell’assegno, se è sposato o se non è separato legalmente, non
deve avere un reddito, cumulato con quello del coniuge, che sia superio-
re a 3 volte l’importo annuo dell’assegno sociale (per il 2019 si tratta di
17.861,61 euro).

Si tiene conto di tutti i redditi assoggettabili all’IRPEF, con l’esclusione di quello


ricavato dalla casa di abitazione. È inoltre escluso dal computo dei redditi
l’importo a calcolo dell’assegno da integrare.

138
Il trattamento minimo e le maggiorazioni sociali

Niente integrazione con il contributivo


Per le pensioni calcolate esclusivamente con il sistema contributivo, ovvero
quelle riconosciute a chi ha iniziato a versare i contributi dopo il 1995 oppure
a chi ha optato per il calcolo contributivo, non può essere concessa l’integra-
zione al minimo.

La maggiorazione sociale
È una prestazione mensile, di carattere assistenziale aggiuntiva della pensione,
che spetta, a domanda, a condizione che i pensionati abbiano compiuto 60
anni di età e non posseggano redditi di qualsiasi natura, personali e cumulati
con quelli del coniuge, superiori a determinati limiti. Nei redditi da considerare
è compreso l’importo della pensione da maggiorare.

Maggiorazione con aumento


A decorrere dal primo gennaio 2002 la Legge Finanziaria ha stabilito un in-
cremento della maggiorazione sociale che garantisca un importo di pensione
in più fino a 136,44 euro al mese per tredici mensilità.
L’importo della pensione minima con la maggiorazione in misura intera è pari
per il 2018 a 649,45 euro. Essa spetta:

• ai pensionati INPS (dipendenti e autonomi);


• ai titolari di pensione della Gestione Speciale per i lavoratori delle miniere,
cave e torbiere;
• ai titolari di pensione dei fondi esclusivi e sostitutivi dell’assicurazione ge-
nerale obbligatoria (la cosiddetta A.G.O.);
• ai titolari di pensione sociale;
• ai titolari di assegno sociale;
• ai titolari di prestazioni assistenziali (invalidi civili, sordomuti e ciechi civili).

I requisiti anagrafici
Per poter ottenere l’incremento della maggiorazione sociale, i titolari di pen-
sione devono avere almeno 70 anni di età, che possono calare fino a 65 anni
in ragione di un anno di età ogni 5 anni di contribuzione. Si può ottenere la
riduzione di un anno anche se si è in possesso di un periodo di contribuzione

139
Capire le pensioni

Tabella 1: Riduzioni dell’età in funzione della contribuzione posseduta


Settimane Anni di riduzione Età dalla quale spetta
di contribuzione l’aumento
Fino a 129 0 70

Da 130 fino a 389 1 69

Da 390 fino a 649 2 68

Da 650 fino a 909 3 67

Da 910 fino a 1.169 4 66

Da 1.170 in poi 5 65

non inferiore a due anni e mezzo. In particolare, per i titolari di pensione di


inabilità, gli invalidi civili totali, i sordomuti e i ciechi civili assoluti l’età per
poter ottenere l’incremento della maggiorazione sociale si riduce a 60 anni.

I requisiti reddituali
La maggiorazione può essere concessa ai beneficiari di pensione e ai titolari
di prestazioni assistenziali che possiedano, per il 2019, redditi propri inferiori
a 8.442,85 euro, se non coniugati, oppure, se coniugati, possiedano redditi
personali inferiori a 8.442,85 euro e redditi totali che, sommati a quelli del co-
niuge, siano inferiori a 14.396,72 euro. Per determinare il reddito personale o
familiare del pensionato si fa riferimento non solo ai redditi soggetti all’IRPEF
ma anche a quelli esenti e a quelli con ritenuta alla fonte. Non si tiene conto
del reddito della casa di abitazione, della pensione di guerra, dell’indennizzo
in favore di persone danneggiate da complicanze di tipo irreversibile a causa di
vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati, delle
indennità di accompagnamento, dell’importo aggiuntivo di 154,94 euro previsto
dalla Finanziaria 2001, dei trattamenti di famiglia e dei sussidi assistenziali, pagati
da Enti pubblici, purché non abbiano carattere continuativo.

Le altre maggiorazioni
I pensionati che non hanno ancora compiuto 70 anni e non hanno diritto ad
alcuna riduzione dell’età, possono avere diritto, se i redditi lo consentono, agli
importi di maggiorazione sociale previsti dalla precedente normativa, secondo
quanto indicato nella tabella 2 a pagina 141.

140
Il trattamento minimo e le maggiorazioni sociali

Tabella 2: Importo della maggiorazione per pensionati di età 60-69 anni


Maggiorazione Limite di reddito Limite di reddito cumulato
personale (in euro) con il coniuge (in euro)
Pensionati di età tra i 60 e i 65 anni (25,83 € x 13 mensilità)

Intera Fino a 6.669,13 € Fino a 12.623 €

Oltre 6.669,13 € Oltre 12.623 €


Ridotta
e fino a 7.004,92 € e fino a 12.958,79 €

Pensionati di età tra i 65 e i 70 anni (82,64 € x 13 mensilità)

Da 6.669,13 € Da 12.623 €
Intera
e fino a 7.743,45 € e fino a 13.697,32 €

L’aumento delle pensioni basse


(la “quattordicesima”)
La L. 127/2007 ha previsto, per i pensionati in possesso di particolari requisiti
di reddito e di età, il pagamento della cosiddetta “quattordicesima”. L’importo
è differenziato in ragione del numero dei contributi utilizzati per ottenere la
pensione e a seconda se si tratti di una pensione a carico del Fondo Pensioni
Lavoratori Dipendenti o a carico delle Gestioni dei Lavoratori Autonomi.

Gli interessati
Sono interessati all’aumento i pensionati ex lavoratori dipendenti o ex autono-
mi di età superiore ai 64 anni, il cui reddito personale non superi una volta e
mezzo o due volte il trattamento minimo in vigore. Per l’anno 2019, in conside-
razione del fatto che il trattamento minimo mensile è fissato a 513,01 euro, la
soglia di reddito da non superare è, nel primo caso, pari a 10.003,70 euro lordi
(513,01 euro x 13 x 1,5) pari a un reddito mensile lordo di 769,62 euro (x 13 mesi).
In questa ipotesi gli importi spettanti a titolo di quattordicesima sono quelli indicati
nella tabella 3 a pagina 142. Per l’anno 2019 la soglia di reddito da non superare
è, invece, pari, nel secondo caso, a 13.338,26 euro lordi (513,01 euro x 13 x 2)
uguale a un reddito mensile di 1.026,02 euro lordo (x 13 mensilità). In questo
caso gli importi sono quelli indicati nella tabella 4 a pagina 142. Per evitare che
gli aumenti siano distribuiti a pioggia, appiattendo le differenze tra chi ha pagato
più contributi e chi ne ha versati di meno, il provvedimento ha differenziato l’im-
porto del beneficio in base agli anni di contributi versati per ottenere la pensione.

141
Capire le pensioni

Tabella 3: Somma aggiuntiva anno 2018 per redditi fino a 9.894,69 euro
Lavoratori dipendenti Lavoratori autonomi Somma aggiuntiva
(anni di contribuzione) (anni di contribuzione)
Fino a 15 Fino a 18 437 €

Oltre i 15 e fino a 25 Oltre i 18 e fino a 28 546 €

Oltre i 25 Oltre i 28 655 €

Tabella 4: Somma aggiuntiva anno 2018 per redditi fino a 13.192,92 euro
Lavoratori dipendenti Lavoratori autonomi Somma aggiuntiva
(anni di contribuzione) (anni di contribuzione)
Fino a 15 Fino a 18 336 €

Oltre i 15 e fino a 25 Oltre i 18 e fino a 28 420 €

Oltre i 25 Oltre i 28 504 €

I requisiti per ottenere l’aumento


Per ottenere gli aumenti occorre essere in possesso di 2 requisiti: quello ana-
grafico dei 64 anni e quello reddituale.
Mentre per verificare il requisito anagrafico basterà guardare solo il calendario,
più complesso è il meccanismo per accertare il requisito del reddito che –
come abbiamo detto – non deve superare nel 2019 l’importo annuo lordo di
10.003,70 euro e di 13.338,26 euro, rispettivamente pari a una volta e mezzo e
a due volte il trattamento minimo previsto per l’anno 2019. Contrariamente a

ESEMPIO PRATICO
Per comprendere il meccanismo ipotizziamo il caso di un pensionato con 30
anni di contributi e con un reddito personale di 13.350 euro. In questa ipotesi
il reddito del pensionato è superiore al limite dei 13.338,26 euro ma è infe-
riore ai 13.842,26 euro ovvero alla somma del reddito richiesto per ottenere
l’aumento più l’importo del beneficio che, nel caso di un pensionato con più
di 30 anni di contributi, è di 504 euro. L’incremento che sarà pagato dall’INPS
sarà di 492,26 euro che, sommati a 13.350,00 euro del suo reddito personale,
gli consentiranno di non superare la soglia di 13.842,26 euro.

142
Il trattamento minimo e le maggiorazioni sociali

quanto avvenuto in passato con le erogazioni delle cosiddette “maggiorazioni”,


si tiene conto solo del reddito personale del pensionato e non anche di quello
cumulato con l’eventuale coniuge.
Per verificare se si ha o meno diritto agli aumenti occorre tener conto di tutti
i redditi personali valutati al lordo, con la sola esclusione della casa di abita-
zione, degli assegni al nucleo familiare, delle indennità di accompagnamento
e dei redditi derivanti dal pagamento dei trattamenti di fine rapporto di lavoro
e di quelli soggetti a tassazione separata.
Può avvenire, poi, che il reddito personale superi le soglie di reddito che ab-
biamo indicato ma risulti comunque inferiore al reddito incrementato dell’im-
porto degli aumenti; in questi casi l’aumento sarà erogato in misura tale da
non superare quest’ultima soglia.

Il rimborso una tantum agli “incapienti”


Con la rata di pensione in pagamento a dicembre chi ha redditi assai bas-
si riscuote dall’INPS, a titolo di rimborso fiscale, un bonus di 154,99 euro.
Interessati a questo bonus sono i cosiddetti “incapienti”.
Con questo neologismo si indicano coloro che sono titolari di una rendita
pensionistica il cui importo complessivo annuo è inferiore o pari al trattamento
minimo dell’INPS e che, pur avendo diritto alle detrazioni fiscali, non possono
goderne perché l’importo di queste detrazioni è superiore alle imposte che
dovrebbero pagare. A disporre questo rimborso è stata la Legge Finanziaria
per il 2001. Questo provvedimento, diminuendo il prelievo fiscale, attraverso
una riduzione delle aliquote e un innalzamento delle detrazioni, ha previsto
anche un rimborso fiscale “una tantum” in favore di chi non può beneficiare
degli sgravi perché è titolare di una pensione di importo assai basso.

I requisiti
Per poter ottenere il bonus il pensionato “single” non deve godere di redditi
assoggettabili all’IRPEF d’importo superiore a una volta e mezza il tratta-
mento minimo. Se il titolare della pensione è coniugato, allora occorre tener
conto anche dei redditi del coniuge. In questo caso il reddito della coppia
non deve superare tre volte il trattamento minimo. I redditi da considerare
sono quelli assoggettabili a IRPEF e coincidono con quelli da prendere in
considerazione per l’integrazione al trattamento minimo. L’assegno non costi-
tuisce reddito, né ai fini fiscali né ai fini della corresponsione di prestazioni
previdenziali e assistenziali.

143
Capire le pensioni

Come si controlla il reddito


Il sistema di controllo dei redditi, effettuato attraverso il modello RED (RED/
est, per i residenti all’estero) si basa:

• sulla classificazione di tipologie di reddito influente sul diritto o sulla con-


sistenza di una o più prestazioni legate al reddito;
• sulle cosiddette rilevanze, che costituiscono i motivi per i quali una presta-
zione è soggetta a determinate condizioni di reddito.

Negli ultimi anni si sono succedute modifiche normative circa l’arco temporale
da prendere in considerazione per stabilire se il pensionato abbia o meno
diritto a queste prestazioni assistenziali. Ciò ha provocato negli interessati
difficoltà oggettive a comprendere se si abbia o meno diritto ai benefici. Ecco,
allora, periodo per periodo, come sono cambiate le cose.

Fino al 31 marzo 2009

Fino a questa data il reddito da considerare era quello dell’anno in corso.


Fanno eccezione le prestazioni erogate ai minorati civili per le quali viene
utilizzato il reddito dell’anno precedente. I limiti reddituali sono stabiliti con
riferimento all’anno di spettanza della prestazione. L’arco temporale di validità
del reddito coincide con l’anno solare.

Novità introdotte dalla L. 14/2009

Le novità cominciano con l’entrata in vigore della L. 14/2009 che, con l’art. 35,
modifica la vecchia disciplina in merito al periodo da prendere come rife-
rimento per la valutazione dei redditi e stabilisce che l’anno di reddito da
prendere in considerazione può essere differente, a seconda che si tratti di una
prima concessione o di una prestazione già corrisposta negli anni precedenti.
Lo stesso art. 35 prevede poi che, a decorrere dall’entrata in vigore della legge
(ovvero dal primo aprile 2009), ai fini della liquidazione o della ricostituzione
delle prestazioni previdenziali e assistenziali collegate al reddito, il reddito da
dichiarare è quello conseguito dal pensionato e dal coniuge nell’anno solare
precedente il primo luglio di ogni anno, e ha valore per il pagamento della
prestazione fino al 30 giugno dell’anno successivo. Lo stesso art. 35 al comma
9 prevede inoltre che, la prima volta che viene liquidata una prestazione, il
reddito da dichiarare sia quello dell’anno di decorrenza della prestazione,
dichiarato in via presuntiva. Questo meccanismo si applica anche alle presta-
zioni degli invalidi civili (vedi tabella 5 a pagina 145).

144
Il trattamento minimo e le maggiorazioni sociali

Tabella 5: Anno di riferimento dei redditi per tutte le prestazioni collegate


al reddito
Reddito da utilizzare
Periodo di vigenza Limite di reddito
Reddito Altri redditi
da casellario
Prima concessione

Fino al 30 giugno 2009 Anno in corso Anno in corso Anno in corso

Dal primo luglio 2009 Anno in corso Anno in corso Dal primo luglio
al 31 maggio 2010 al 31 dicembre 2009:
anno 2009
Dal primo gennaio al 31
maggio 2010: anno 2010

Dal primo giugno 2010 Anno in corso Anno in corso Anno in corso

Verifica successiva alla prima concessione

Fino al 30 giugno 2009 Anno in corso Anno in corso Anno in corso

Dal primo luglio 2009 Anno precedente Anno precedente Dal primo luglio
al 31 maggio 2010 (2008) (2008) al 31 dicembre 2009:
anno 2009
Dal primo gennaio al 31
maggio 2010: anno 2010

Dal primo giugno 2010 Anno in corso Anno precedente Anno in corso

Art. 15, L. 102/2009

La L. 102/2009, ritornando sulla disciplina di cui stiamo parlando, ha integrato


e, in parte, modificato le regole previste dalla L. 14/2009. Prevede infatti che
a decorrere dal primo gennaio 2010 l’Amministrazione finanziaria e ogni altra
Amministrazione pubblica in possesso di dati utili a determinare l’importo
delle prestazioni previdenziali e assistenziali collegate al reddito dei beneficiari
sono tenute a fornire agli Istituti Previdenziali le informazioni presenti nelle
banche dati a loro disposizione, relative ai titolari di prestazioni pensionistiche
o assistenziali, residenti in Italia.
Inoltre, in modifica di quanto previsto dalla L. 14/2009, a decorrere dal primo
giugno 2010:

• si considerano i redditi per la corresponsione delle prestazioni dal primo


gennaio al 31 dicembre;

145
Capire le pensioni

• per le prestazioni per le quali c’è l’obbligo di comunicazione al Casellario


centrale dei pensionati sono rilevanti i redditi conseguiti nello stesso anno;
• si introduce l’obbligo di comunicazione dei dati reddituali da parte dei
pensionati nei confronti degli Enti previdenziali che erogano la prestazio-
ne, limitatamente ai redditi per i quali non c’è l’obbligo di comunicazione
all’Amministrazione finanziaria. La mancata comunicazione dei redditi nei
tempi e nei modi stabiliti comporta la sospensione e, successivamente, la
revoca della prestazione.

146
10
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Regole e sistema di calcolo


delle pensioni INPS

I vertiginosi cambiamenti nella normativa sulle pensioni di questi ultimi anni


hanno fatto diventare di stretta attualità il criterio con cui l’INPS calcola le
pensioni dei propri assicurati.
È infatti assai importante, in tempi di licenziamenti e di pericoli per l’occu-
pazione, conoscere l’importo della pensione a cui si avrebbe diritto se si
sono raggiunti tutti i requisiti necessari per ottenere dall’INPS la pensione di
vecchiaia, di anzianità o anticipata. Spesso, poi, conoscere quest’importo è
indispensabile se si vuole valutare la convenienza a lasciare subito il lavoro
o proseguire ancora per qualche anno l’attività.
In questo capitolo cercheremo di esaminare i vari sistemi di calcolo, retributivo,
contributivo e misto, che andranno applicati in base alla propria posizione
assicurativa.

Fare i conti
L’operazione non è certamente agevole, ma con l’aiuto delle tabelle e degli
esempi che seguono è possibile determinare quale sarà la rendita per gli anni
della nostra vecchiaia. Occorre solo armarsi di carta, penna e calcolatrice e
di un pizzico di attenzione.

147
Capire le pensioni

I sistemi di calcolo
Prima di avventurarci in calcoli e coefficienti necessari a determinare l’importo
di quella che sarà la nostra fonte di sostentamento negli anni della vecchiaia è
necessario ricordare che la L. 335/1995 aveva previsto tre diversi tipi di sistemi
di calcolo delle pensioni INPS a seconda della consistenza della posizione
assicurativa (o, più semplicemente, il numero delle settimane di contribuzione)
esistente al 31 dicembre 1995 e cioè:

• il sistema di calcolo retributivo, valido per i lavoratori in possesso di almeno


18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995;
• il sistema di calcolo contributivo, da applicare ai i lavoratori neoassunti
dal primo gennaio 1996 e, quindi, privi di contributi riferiti al periodo pre-
cedente al primo gennaio 1996;
• il sistema di calcolo misto, valido per quei lavoratori con un’anzianità contri-
butiva inferiore a 18 anni al 31 dicembre 1995; per contributi ante 1996 si aveva
la liquidazione della quota della pensione con il sistema retributivo, mentre per
i contributi successivi al 31 dicembre 1995 il calcolo era di tipo contributivo.

Dal primo gennaio 2012, l’art. 24 della L. 214/2011 ha successivamente stabilito


che tutti i trattamenti pensionistici siano calcolati con il metodo contributivo,
ovvero quello che per determinare l’importo della pensione prende a base i
contributi versati nell’intera vita lavorativa e non gli stipendi degli ultimi anni
di lavoro, così come avviene, invece, nel sistema retributivo.
Il metodo retributivo si applica, quindi, ora anche nei confronti di coloro che
avevano più di 18 anni di contributi alla fine del 1995.
Attenzione, però, a un’importantissima postilla: il sistema contributivo viene
applicato “pro quota” ovvero, in parole più semplici, riguarda, solo la quota
di pensione che si è maturata dal primo gennaio del 2012.
Per effetto di questa modifica, il metodo di calcolo dal 2012 diviene per le
pensioni liquidate con decorrenza dal 2012:

• interamente contributivo per i lavoratori neoassunti dal primo gennaio 1996,


quindi privi di contributi riferiti al periodo precedente il primo gennaio 1996;
• misto sia per quei lavoratori che al 31 dicembre 1995 possono fare valere
un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni sia per quelli che, sempre alla
fine del 1995, avevano un’anzianità superiore o pari ai 18 anni. Mentre, per
i primi, però, la liquidazione della quota della pensione avviene con il si-
stema retributivo per l’anzianità contributiva accreditata fino al 31 dicembre
1995, e contributivo per gli anni successivi; per i secondi, invece, la quota
da calcolare con il metodo retributivo sarà quella riferita alla contribuzione
versata fino al 31 dicembre 2011, mentre sarà contributiva per i periodi di
contribuzione successivi al 31 dicembre 2011.

148
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Tabella 1: Come si calcola la pensione

Situazione del lavoratore Metodo di calcolo


Per chi ha iniziato a lavorare dopo Contributivo per l’anzianità maturata in tutta la vita
il 31 dicembre 1995 lavorativa

Per chi ha iniziato a lavorare Almeno 18 anni di anzianità Retributivo fino al


prima del 31 dicembre 1995 contributiva al 31/12/1995 31/12/2011 e poi
ci sono 2 sistemi misti: Contributivo per l’anzianità
maturata dal 2012

Meno di 18 anni Retributivo fino al


di anzianità contributiva 31/12/1995 e poi
al 31/12/1995 Contributivo per tutti i
restanti anni di lavoro

Per la verifica dei 18 anni di versamento, pari a 936 settimane, valgono tutti i
contributi versati e accreditati che si collocano tra l’inizio dell’assicurazione e
il 31 dicembre 1995.
È valutata, quindi, tutta la contribuzione obbligatoria, volontaria, figurativa,
da riscatto e da ricongiunzione.
Sono utili anche i contributi versati nelle gestioni speciali dei lavoratori au-
tonomi (artigiani, commercianti e coltivatori diretti) collocati temporalmente
entro il 31 dicembre 1995 e non sovrapposti anche se non saranno utilizzati
in sede di prima liquidazione della pensione.
Allo stesso modo vale anche la contribuzione versata all’estero in paesi dell’U-
nione Europea o legati all’Italia da regolamenti di sicurezza sociale.

Il doppio calcolo
Per chi era nel “vecchio” sistema retributivo occorre ricordare che L. 190/2014
ha stabilito che l’importo complessivo del trattamento pensionistico nel siste-
ma misto non può essere superiore a quello che sarebbe stato liquidato con
l’applicazione delle regole di calcolo vigenti prima della data di entrata in
vigore della Riforma Fornero.
La norma interessa i lavoratori iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria
gestita dall’INPS e a tutte le forme sostitutive ed esclusive della stessa (INPDAP,
IPOST, ENPALS ecc.):

• che al 31 dicembre 1995 possono far valere un’anzianità contributiva pari


o superiore a 18 anni;

149
Capire le pensioni

• che hanno (o avranno) una quota di pensione maturata con il sistema


contributivo perché possono far valere contributi versati dal primo gennaio
2012 in poi.

Nei confronti di chi è in questa situazione per determinare l’importo di pen-


sione spettante occorre fare un doppio calcolo e mettere in pagamento l’im-
porto più basso.

• Il primo calcolo sarà fatto applicando i criteri previsti dalla Riforma Fornero
ovvero determinando l’importo della pensione con il sistema retributivo per i
versamenti maturati al 31 dicembre del 2011 e con il sistema contributivo per
quelli maturati dal primo gennaio 2012 e fino al momento della pensione.

• Il secondo, invece, sarà fatto applicando il calcolo interamente retributivo


per tutte le anzianità contributive maturate dall’assicurato, sia antecedenti il
31 dicembre 2011 sia successivi, anche oltre il limite dei 40 anni complessivi
di contribuzione.

Questo correttivo di calcolo – che riguarda quasi esclusivamente coloro che


hanno retribuzioni medio-alte – va applicato alle pensioni liquidate dal primo
gennaio 2012 in poi.

Il calcolo retributivo
Per determinare l’importo della quota mensile di pensione “retributiva” è ne-
cessario conoscere i due elementi necessari per il calcolo:

• il numero delle settimane di assicurazione accreditate presso l’INPS (la


cosiddetta “anzianità contributiva”);
• la retribuzione lorda percepita negli ultimi anni di lavoro, che è indispen-
sabile per stabilire la “retribuzione pensionabile”.

Anzianità contributiva
Il primo elemento da considerare è l’“anzianità contributiva” ovvero il numero
dei contributi settimanali accreditati presso l’INPS.
Concorrono, come abbiamo detto in precedenza, a ottenere il totale dell’an-
zianità contributiva: i contributi versati dalle aziende, quelli versati come
contributi volontari, quelli “figurativi” (per periodi di malattia, di maternità,

150
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

di disoccupazione o mobilità o cassa integrazione, servizio militare ecc.) e


quelli riconosciuti per riscatti pagati dal lavoratore (per la laurea, per il lavoro
prestato all’estero in paesi non legati da convenzione con l’INPS, per omissioni
contributive ecc.).
C’è, però, un limite di cui tenere conto: per il calcolo della quota di pensione
retributiva il numero massimo delle settimane di contribuzione che va utilizzato
non può superare le 2080, corrispondenti a 40 anni di lavoro.
Per calcolare la pensione non è, però, sufficiente conoscere il totale dei con-
tributi accreditati; occorre, infatti, anche sapere:

• quanti di essi erano versati fino al 31 dicembre 1992;


• quanti quelli accreditati dal primo gennaio 1993 al 31 dicembre del 1995;
• quanti, infine dal primo gennaio 1996 e fino al 31 dicembre 2011.

La retribuzione pensionabile
L’ulteriore elemento per calcolare la pensione retributiva è la “retribuzione pen-
sionabile”, ovvero la media degli stipendi percepiti degli ultimi anni di lavoro.
Per adeguare al valore attuale gli stipendi degli anni passati, le retribuzioni
di ciascun anno sono rideterminate con appositi coefficienti di rivalutazione
forniti annualmente dall’ISTAT; una volta rivalutati gli stipendi, essi si som-
mano per ottenere la retribuzione complessiva degli anni da utilizzare per il
calcolo della pensione.
Per le pensioni del 2018 ci sono due distinte “retribuzioni pensionabili”, riva-
lutate sulla base di due diversi coefficienti.
Le pensioni retributive sono, infatti, composte di due quote:

• la prima (la cosiddetta “quota A”), calcolata sulla base delle anzianità tota-
lizzate alla data del 31 dicembre 1992 e con in principi vigenti prima della
riforma del 1992;
• la seconda (la “quota B”), invece, è determinata con nuovi criteri per gli anni
di contribuzione maturati dopo il primo gennaio 1993 e fino al momento
del pensionamento ma non oltre, comunque, il 31 dicembre 2011.

Per il calcolo della quota A di retribuzione pensionabile si considerano gli


stipendi degli ultimi 5 anni di lavoro antecedenti il pensionamento. Per il
calcolo della quota B occorre, invece, fare una distinzione fra i lavoratori
che avevano maturato almeno 15 anni di contributi al 1992 e quelli, invece,
che non avevano raggiunto tale requisito.
Per i primi, infatti, la retribuzione da prendere a base per il calcolo è pari
alla media delle ultime 260 settimane di lavoro più il 50% delle settimane che
intercorrono tra il primo gennaio 1993 e il 31 dicembre 1995 più, ancora, il

151
Capire le pensioni

66,66% delle settimane di contribuzione accreditate dal primo gennaio 1996


e fino alla decorrenza della pensione fino a un massimo di 520 settimane,
pari a 10 anni di contributi (in pratica, in questo caso, per chi va in pensione
il primo gennaio 2018 e ha lavorato nell’ultimo periodo ininterrottamente la
quota B è determinata sugli ultimi 10 anni di stipendio).
Per i secondi, invece, la retribuzione da prendere a base per il calcolo è pari
alla media delle ultime 260 settimane di lavoro più tutte quelle settimane che
intercorrono tra il primo gennaio 1993 e la di decorrenza della prestazione.
Attenzione a un errore frequente in cui cadono in molti: anche se dal 2012 è in
vigore per tutti il metodo di calcolo contributivo, per individuare, sia per la quota
A sia per la quota B, occorre sempre fare riferimento alle retribuzioni percepite an-
tecedentemente alla decorrenza della pensione e non a quelle antecedenti il 2012.
Le retribuzioni “più vecchie” vengono rivalutate; in pratica non si rivalutano
le retribuzioni relative all’anno di decorrenza della pensione (anche se pari a
“zero”) e quelle dell’anno immediatamente precedente mentre tutte le altre sì.

Tabella 2: Coefficienti ISTAT per la rivalutazione delle retribuzioni


(per pensioni aventi decorrenza nel 2018)
Anno Quota A Quota B
2018 1,0000 1,0000
2017 1,0000 1,0000
2016 1,0110 1,0211
2015 1,0110 1,0312
2014 1,0110 1,0413
2013 1,0130 1,0534
2012 1,0241 1,0756
2011 1,0555 1,1186
2010 1,0838 1,1597
2009 1,1010 1,1887
2008 1,1091 1,2086
2007 1,1445 1,2591
2006 1,1647 1,2924
2005 1,1879 1,3301
2004 1,2081 1,3648
2003 1,2314 1,4043
2002 1,2617 1,4514
2001 1,2931 1,4997
2000 1,3274 1,5531

152
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Per quanto riguarda i coefficienti di rivalutazione delle retribuzioni da ap-


plicare alle pensioni con decorrenza dal primo gennaio 2018 (i coefficienti
per il 2019 non sono ancora disponibili), è possibile consultare la tabella 2
a pagina 152.
Nella prima colonna sono indicati i coefficienti di rivalutazione delle re-
tribuzioni da utilizzare per il calcolo della quota di pensione riferita alla
contribuzione versata a tutto il 31 dicembre 1992 (quota A).
Nella seconda colonna sono riportati i coefficienti da utilizzare per il calcolo
della quota di pensione maturata sulla base della contribuzione successiva al
primo gennaio 1993 (quota B). Si ricorda che dalla rivalutazione sono escluse
le retribuzioni dell’anno di decorrenza della pensione e di quello precedente.

L’importo mensile della quota di pensione


retributiva
Una volta ricavate, nel modo che abbiamo indicato, l’anzianità contributiva
e la retribuzione pensionabile, stabilire l’importo mensile delle due quote di
pensione è relativamente semplice.

La quota A
La prima quota, la cosiddetta quota A, si ricava da questa formula: A (anzianità
contributiva) x B (retribuzione media settimanale) x 0,0015384, dove A è
l’anzianità contributiva, indicata in settimane, maturata fino a tutto il 1992, B è
la retribuzione media settimanale calcolata sulle ultime 260 settimane, mentre
0,0015384 è il coefficiente fisso da applicare fino a una retribuzione media
settimanale inferiore a 906,60 euro (pari a uno stipendio annuo di 47.143,00
euro). Il sistema di calcolo subisce, infatti, qualche modifica quando lo sti-
pendio supera il cosiddetto “tetto” che, per il 2019, è appunto pari a 47.143,00
euro. In questi casi il coefficiente fisso è:

• 0,0011538 per la parte di retribuzione settimanale compresa tra 906,60 e


1.205,77 euro;
• 0,000961538 per quella, invece, compresa tra 1.205,77 e 1.504,95 euro;
• 0,00076923 sulla parte di retribuzione eccedente 1.504,95 euro.

La quota B
La seconda quota, invece, si ricava da questa operazione: A1 (anzianità con-
tributiva) x B1 (retribuzione media settimanale) x 0,0015384, dove A1 è
l’anzianità contributiva, sempre in settimane, maturata dal primo gennaio 1993
e fino alla data del pensionamento non superiore, però, a quella maturata

153
Capire le pensioni

al 31 dicembre 2011, B1 è la retribuzione media settimanale pensionabile


calcolata sulle ultime 260 settimane più il 50% delle settimane comprese tra
il primo gennaio 1993 e il 31 dicembre 1995 più il 66,66% di quelle che in-
tercorrono tra il primo gennaio 1996 e la data del pensionamento; 0,0015384
è, invece, lo stesso coefficiente fisso applicato per la prima quota fino a una
retribuzione media settimanale pensionabile non superiore a 896,73 euro.
Anche in questo caso, qualora la retribuzione media settimanale sia superiore
a 906,60 euro, i moltiplicatori cambiano, divenendo decrescenti via via che
aumenta la retribuzione pensionabile. In questi casi il coefficiente fisso è:

• 0,0012376 per la parte di retribuzione settimanale compresa tra 906,60 e


1.205,77 euro;
• 0,00103846 per quella compresa tra 1.205,77 e 1.504,95 euro;
• 0,000846153 sulla parte di retribuzione compresa tra 1.504,95 e 1.722,53 euro;
• 0,000692307 sulla parte eventualmente eccedente 1.722,53 euro.

La quota di pensione retributiva lorda pagata dall’INPS per 13 mesi è pari alla
somma delle due quote (A + B).

Il calcolo contributivo
È il sistema che per stabilire l’importo della pensione non tiene conto degli
ultimi anni di retribuzione ma dell’ammontare dei versamenti dell’intera vita
assicurativa. Sono interessate al calcolo contributivo le pensioni:

• di tutti gli assicurati prima del 1996 con una anzianità contributiva inferiore
ai 18 anni al 31 dicembre 1995, per la quota della pensione calcolata con il
sistema a partire dal primo gennaio 1996 fino al momento del pensionamento;
• di tutti gli assicurati prima del 1996 con una anzianità contributiva pari o
superiore ai 18 anni al 31 dicembre 1995, per la quota della pensione cal-
colata con il sistema contributivo dal primo gennaio 2012 al momento del
pensionamento;
• dei lavoratori che hanno iniziato a lavorare e versare la contribuzione ob-
bligatoria dal primo gennaio del 1996;
• di coloro che hanno versamenti alla Gestione Separata;
• di quelli che optano per sistema di calcolo contributivo;
• dei lavoratori che si avvalgono della totalizzazione secondo le norme con-
tenute nel D. Lgs. 42/2006;
• delle donne che accedono al pensionamento di anzianità con i requisiti
previsti dalla L. 243/2004 (la cosiddetta “Opzione donna”).

154
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Cosa occorre conoscere


Nel sistema contributivo l’importo annuo della pensione viene determinato
moltiplicando il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione
relativo all’età posseduta all’atto del pensionamento: a una maggiore età cor-
risponde un più elevato e favorevole coefficiente di trasformazione.

Il montante
Il montante individuale è la somma di tutti i contributi versati dal lavoratore,
opportunamente capitalizzati con tassi “virtuali” stabiliti annualmente dall’Istat.
Il montante si ottiene applicando alla retribuzione o al reddito imponibile
l’aliquota di computo, diversa a seconda si tratti di lavoro dipendente, au-
tonomo o iscritto alla Gestione Separata. Al 31 dicembre di ciascun anno si
provvede, poi, alla rivalutazione delle quote accantonate mediante il tasso di
capitalizzazione. Il sistema è simile a quello usato per il calcolo del TFR anche
se sono diverse le percentuali di accantonamento e gli indici di rivalutazione.

Montante individuale per i lavoratori dipendenti


Per determinare il montante individuale dei contributi si individua, per prima
cosa, la base imponibile annua riferita ai periodi di contribuzione fatti valere
in ciascun anno.
Poi si calcola l’ammontare dei contributi di ciascun anno, moltiplicando la
base imponibile annua per l’aliquota del 33%, per i periodi di contribuzione
nel caso di un lavoratore dipendente. Infine si determina il montante indivi-
duale dei contributi sommando l’ammontare dei contributi di ciascun anno.
La rivalutazione del montante contributivo è operata al 31 dicembre di ciascun
anno, con esclusione della contribuzione relativa all’anno di decorrenza della
pensione e di quello precedente. Essa, pertanto, ha effetto per le pensioni
aventi a partire dal primo gennaio dell’anno immediatamente successivo.
Per ricavare il montante individuale abbiamo bisogno quindi di conoscere:

• retribuzione (o il reddito, per i lavoratori autonomi) imponibile annuo;


• aliquota di computo;
• tasso di capitalizzazione.

La retribuzione imponibile e l’aliquota di computo


La retribuzione imponibile è costituita dalla retribuzione o reddito annuo,
corrispondente ai periodi di contribuzione obbligatoria, volontaria, da ricon-
giunzione, da riscatto e figurativa. C’è, però, da ricordare che nel sistema

155
Capire le pensioni

contributivo “puro” ovvero quello da applicare a chi ha iniziato a versare i


contributi dopo il 31 dicembre 1995 esiste un massimale di contribuzione cioè
un limite oltre il quale non si pagano i contributi previdenziali. La retribuzio-
ne eccedente questo limite non viene presa in riferimento per il calcolo del
montante in quanto esente da contribuzione obbligatoria. Per l’anno 2019 il
massimale è fissato a 102.543 euro.
L’aliquota di computo, invece, è la quota della retribuzione pensionabile che
è considerata accantonata e che determina l’ammontare della pensione. Per i
lavoratori dipendenti è del 33%. Così, per esempio, se in un certo anno un lavo-
ratore dipendente avrà avuto una retribuzione pensionabile di 30.000 euro, per
effetto dell’aliquota di computo avrà accantonato 9.900 euro (30.000 euro x 33%).

Il tasso di capitalizzazione
Il tasso di capitalizzazione è il valore medio quinquennale del PIL (prodotto
interno lordo). Si tratta di un coefficiente che ha la funzione di attualizzare
il montante contributivo all’andamento della ricchezza nazionale. Non si
applica al primo anno e all’anno di decorrenza e a quello immediatamente
precedente.

I coefficienti di trasformazione
L’ulteriore elemento necessario a determinare l’importo della pensione con-
tributiva è il cosiddetto “coefficiente di trasformazione”. Esso è stabilito in
relazione all’età (in anni e mesi) dell’assicurato e all’aspettativa di vita alla
data di decorrenza della pensione, a partire dall’età di 57 anni e fino ai 65
anni di età. La L. 214/2011 ha previsto la possibilità di rinviare il momento del
pensionamento fino a 70 anni, garantendo a chi farà questa scelta, un importo
di pensione più elevato. I coefficienti che si fermavano a 65 anni, dal primo
gennaio 2013 sono stati, dunque, rivisti, portati a 70 anni e saranno aggiornati
con periodicità prima triennale e, poi, biennale. Nella tabella 4 a pagina 158
sono indicati i coefficienti di trasformazione per la liquidazione dei trattamenti
pensionistici validi dal primo gennaio 2016 al 31 dicembre 2018.

La quota di pensione contributiva


Una volta ottenuto il montante individuale e determinato, in base all’età,
il coefficiente di trasformazione, calcolare l’importo mensile della pensione
contributiva è un’operazione elementare. Basterà moltiplicare il montante per
il coefficiente e dividere il tutto per 13.

156
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Tabella 3: Tassi di capitalizzazione


Anno Montante al Coefficiente Tasso
di capitalizzazione di capitalizzazione
1996 31.12.1994 0,065726 1,065726

1997 31.12.1995 0,062054 1,062054

1998 31.12.1996 0,055871 1,055871

1999 31.12.1997 0,053597 1,053597

2000 31.12.1998 0,056503 1,056503

2001 31.12.1999 0,051781 1,051781

2002 31.12.2000 0,047781 1,047781

2003 31.12.2001 0,043698 1,043698

2004 31.12.2002 0,041614 1,041614

2005 31.12.2003 0,039272 1,039272

2006 31.12.2004 0,040506 1,040506

2007 31.12.2005 0,035386 1,035386

2008 31.12.2006 0,033937 1,033937

2009 31.12.2007 0,034625 1,034625

2010 31.12.2008 0,033201 1,033201

2011 31.12.2009 0,017935 1,017935

2012 31.12.2010 0,016165 1,016165

2013 31.12.2011 0,011344 1,011344

2014 31.12.2012 0,001643 1,001643

2015 31.12.2013 0 1

2016 31.12.2014 0,005058 1,005058

2017 31.12.2015 0,004684 1,004684

2018 31.12.2016 0,005205 1,005205

2019 31.12.2017 - -

157
Capire le pensioni

Tabella 4: I coefficienti di trasformazione per gli anni dal 2016 al 2018

Mesi
Anni
0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11

57 4,246 4,255 4,264 4,273 4,282 4,291 4,300 4,309 4,318 4,327 4,336 4,345

58 4,354 4,363 4,373 4,382 4,392 4,401 4,411 4,420 4,430 4,439 4,449 4,458

59 4,468 4,478 4,488 4,498 4,508 4,518 4,528 4,538 4,548 4,558 4,568 4,578

60 4,589 4,599 4,611 4,621 4,632 4,643 4,654 4,665 4,675 4,686 4,697 4,708

61 4,719 4,730 4,742 4,753 4,765 4,776 4,787 4,799 4,810 4,822 4,833 4,844

62 4,856 4,868 4,880 4,892 4,904 4,916 4,929 4,941 4,953 4,965 4,977 4,989

63 5,002 5,015 5,028 5,041 5,054 5,067 5,08 5,093 5,106 5,119 5,132 5,145

64 5,159 5,173 5,187 5,201 5,215 5,228 5,242 5,256 5,27 5,284 5,298 5,312

65 5,326 5,341 5,356 5,371 5,386 5,401 5,416 5,431 5,446 5,461 5,476 5,491

66 5,506 5,522 5,538 5,554 5,57 5,586 5,603 5,619 5,635 5,651 5,667 5,683

67 5,700 5,717 5,735 5,752 5,77 5,787 5,805 5,822 5,840 5,857 5,875 5,892

68 5,910 5,927 5,945 5,962 5,98 5,997 6,015 6,032 6,050 6,067 6,085 6,102

69 6,135 6,155 6,175 6,196 6,216 6,236 6,256 6,277 6,297 6,317 6,337 6,358

70 6,378

Ecco la formula: Pensione mensile = MC (montante individuale) x C (coef-


ficiente di trasformazione): 13.

Così, un lavoratore dipendente, nato a giugno del 1951, che abbia iniziato a
lavorare nel 2000 con una retribuzione iniziale di 20.000 euro, incrementata
ogni 2 anni di 1.000, se è andato in pensione a giugno 2018, all’età di 66 an-
ni e 11 mesi, nel 2017 può far valere un montante individuale di 194.199,33
euro e la sua pensione mensile sarà pari a 849,06 euro ovvero il prodotto del
montante individuale 194.199,33 euro per il 5,6837% diviso 13 (vedi l’esempio
nella tabella 5 a pagina 159).

158
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Tabella 5: Esempio di calcolo del montante con il tasso di capitalizzazione


Anno Sett. Retribuzione Aliquota Contributo Tasso di Contributo Sett.
acquisite acquisita computo (in euro) capitaliz- rivalutato utili
(in euro) zazione (in euro)

2018 52 30.000,00 33 9.900,00 1 4.188,45 22

2017 52 29.000,00 33 9.570,00 1 9.570,00 52

2016 52 29.000,00 33 9.570,00 1,005205 9.619,81 52

2015 52 28.000,00 33 9.240,00 1,009913 9.331,60 52

2014 52 28.000,00 33 9.240,00 1,015022 9.378,80 52

2013 52 27.000,00 33 8.910,00 1,015022 9.043,85 52

2012 52 27.000,00 33 8.910,00 1,016689 9.058,70 52

2011 52 26.000,00 33 8.580,00 1,028223 8.822,15 52

2010 52 26.000,00 33 8.580,00 1,044844 8.964,76 52

2009 52 25.000,00 33 8.250,00 1,063583 8.774,56 52

2008 52 25.000,00 33 8.250,00 1,098895 9.065,88 52

2007 52 24.000,00 33 7.920,00 1,136944 9.004,60 52

2006 52 24.000,00 33 7.920,00 1,175529 9.310,19 52

2005 52 23.000,00 33 7.590,00 1,217126 9.237,99 52

2004 52 23.000,00 33 7.590,00 1,266427 9.612,18 52

2003 52 22.000,00 33 7.260,00 1,316162 9.555,34 52

2002 52 22.000,00 33 7.260,00 1,370933 9.952,97 52

2001 52 21.000,00 33 6.930,00 1,43084 9.915,72 52

2000 52 21.000,00 33 6.930,00 1,499207 10.389,50 52

1999 52 20.000,00 33 6.600,00 1,576837 10.407,12 52

1998 52 20.000,00 33 6,600,00 1,665933 10.995,16 52

Totale 194.199,33

159
Capire le pensioni

La pensione nel sistema misto


Come abbiamo detto all’inizio, la L. 214/2011 ha disposto che tutti i tratta-
menti pensionistici liquidati con decorrenza successiva al 31 dicembre del
2011 vengano determinati con il sistema contributivo. Si sono, però, voluti
salvaguardare:

• coloro che, pur non avendo raggiunto la soglia dei 18 anni di contributi al 31
dicembre 1995, potevano comunque far valere contributi versati prima del 1996;
• quanti avevano superato, sempre al 1995, il traguardo dei 18 anni di contri-
buti e che, secondo le regole precedenti avrebbero visto la loro pensione
liquidata con il metodo interamente retributivo.

In ambedue i casi, il metodo di calcolo da applicare è misto ovvero:

• retributivo per i contributi versati fino al 31 dicembre 1995 o fino al 31 dicem-


bre 2011, se si avevano almeno 18 anni di versamenti al 31 dicembre 1995;
• contributivo per quelli successivi al 31 dicembre 1995 o al 31 dicembre 2011,
a seconda se si fosse superata o meno la soglia dei 18 anni di contributi
alla fine del 1995.

In pratica, per questi lavoratori le quote di pensione sono tre e la loro entità è
diversa a seconda del numero dei contributi settimanali accreditati a tutto il 1995.

Per i lavoratori con almeno 18 anni di contributi al 1995 c’è:

• una quota A, retributiva, per i contributi versati fino al 31 dicembre 1992;


• una quota B, retributiva, per i contributi versati dal primo gennaio 1993 al
31 dicembre 2011;
• una quota C, contributiva, per la contribuzione versata dal primo gennaio
2012 in poi.

Per i lavoratori con meno di 18 anni di contributi al 1995 c’è:

• una quota A per i contributi versati dall’inizio dell’assicurazione e fino al


31 dicembre 1992;
• una quota B per i contributi versati dal primo gennaio 1993 fino al 31
dicembre 1995;
• una quota C per la contribuzione versata dal primo gennaio 1996 in poi.

Per determinare, quindi, l’importo della pensione mista occorrerà rifarsi alle
indicazioni che abbiamo riportato prima e che spiegano come si fa il calcolo
della quota pensione e come si calcola la pensione nel sistema contributivo.

160
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Un esempio di calcolo
Ecco un esempio di calcolo per un lavoratore dipendente, nato il primo gen-
naio del 1957, che ha smesso l’attività lavorativa il 30 giugno 2018 e che è
andato in pensione dal primo luglio 2018, potendo far valere 2227 settimane
complessive di anzianità assicurativa, di cui 901 al 31 dicembre 1992, 156 dal
primo gennaio 1993 al 31 dicembre 1995 e 832 dal primo gennaio 1996 al 31
dicembre 2011 e 338 settimane dal primo gennaio 2013 al 30 giugno 2018;
la retribuzione percepita è stata di:

• 34.000 euro per il 2008 e il 2009;


• 36.000 euro per il triennio 2010/2012;
• 38.000 euro per il 2013, 2014 e 2015;
• 40.000 per il biennio 2016/2017;
• 20.000 euro per il primo semestre 2018.

In questa ipotesi l’importo della pensione mensile al primo luglio 2018 è di


2.526,77 euro, di cui 1.047,74 euro per la quota A, 1.173,12 euro per la quota
B e 305,91 euro per la quota contributiva.
Le tre diverse quote sono determinate con i criteri descritti nelle tabelle 6, 7
e 8 alle pagina 162 e 163.

Il calcolo della pensione in caso di opzione


In presenza di alcune condizioni anche chi risulta assicurato al 31 dicembre
del 1995, può di optare per il sistema di calcolo contributivo a condizione:

• che non possa far valere più di 18 anni di contributi alla fine del 1995;
• che possa far valere almeno 15 (20 dal 2012) anni di versamenti;
• che possa far valere almeno 5 anni di contributi successivamente al 1995.

È, inoltre, opportuno ricordare che possono optare per il metodo di calcolo


contributivo le donne, dipendenti o autonome, che intendono avvalersi del
regime sperimentale previsto dalla L. 243/2004 e che abbiano maturato, entro
il 31 dicembre 2015, 57 anni e 3 mesi di età (elevati a 58 anni e 3 mesi per le
autonome) e 35 anni di contributi, esclusi i figurativi per malattia o disoccu-
pazione. Si utilizza, altresì, il calcolo della pensione secondo i criteri dell’op-
zione per il contributivo nei casi di liquidazione della pensione di vecchiaia
o anticipata in regime di totalizzazione, allorquando non sia stato ancora ma-
turato il diritto alla prestazione senza il ricorso a contribuzione di altro fondo.
Nel caso in cui, si eserciti l’opzione, il metodo di calcolo contributivo è miti-
gato da alcuni correttivi.

161
Capire le pensioni

Tabella 6: La quota A
Anno Num. ctr Retribuzione Coefficiente Retribuzione Sett.
acquisiti acquisita rivalutata Utili

2018 26 20.000,00 € 1 20.000,00 € 26

2017 52 40.000,00 € 1 40.000,00 € 52

2016 52 40.000,00 € 1,011 40.440,00 € 52

2015 52 38.000,00 € 1,011 38.418,00 € 52

2014 52 38.000,00 € 1,011 38.418,00 € 52

2013 52 38.000,00 € 1,013 19.246,99 € 26

Totale quota A = 1.047,74 € ovvero: 755,86 € (1° fascia di retribuzione pensionabile) per 0,00153846
(coefficiente fisso) per 901 contributi maturati al 31.12.1992.

Tabella 7: La quota B
Anno Num. ctr Retribuzione Coefficiente Retribuzione Sett.
acquisiti acquisita rivalutata Utili

2018 26 20.000,00 € 1 20.000,00 € 26

2017 52 40.000,00 € 1 40.000,00 € 52

2016 52 40.000,00 € 1,021 40.844,00 € 52

2015 52 38.000,00 € 1,031 39.185,60 € 52

2014 52 38.000,00 € 1,041 39.569,40 € 52

2013 52 38.000,00 € 1,053 40.029,20 € 52

2012 52 36.000,00 € 1,076 38.721,60 € 52

2011 52 36.000,00 € 1,119 40.269,60 € 52

2010 52 36.000,00 € 1,160 41.749,20 € 52

2009 52 34.000,00 € 1,189 40.415,80 € 52

2008 52 34.000,00 € 1,209 20.546,19 € 26

Totale quota B = 1.173,12 € ovvero 771,79 € (1° fascia di retribuzione pensionabile) per 0,00153846
(coefficiente fisso) per 988 contributi maturati dal 1.1.1993 al 31.12.1993.

162
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Tabella 8: Calcolo quote contributive dal primo gennaio 2012


Anno Retribuzione Aliquota Accontonamento Tasso di Montante
capitalizzazione

2018 20.000,00 € 33 6.600,00 € 1 6.600,00 €

2017 40.000,00 € 33 13.200,00 € 1 13.200,00 €

2016 40.000,00 € 33 13.200,00 € 1,005 13.268,71 €

2015 38.000,00 € 33 12.540,00 € 1,010 12.664,3 €

2014 38.000,00 € 33 12.540,00 € 1,015 12.728,38 €

2013 38.000,00 € 33 12.540,00 € 1,015 12.728,38 €

Totale montante 83.268,05 €

Quota contributiva: 83.268,05 € (montante complessivo) per 4,766% (coefficiente di trasformazione) /13 = 305 €.

Per chi è incerto se mantenere il vecchio regime oppure optare per il secondo,
ecco come si calcola la pensione in caso di opzione.
Prima di tutto è necessario ricordare che la pensione contributiva è data dal
prodotto di due elementi, il montante individuale (ovvero la somma rivalu-
tata di tutti i contributi versati) e il coefficiente di trasformazione che varia in
relazione all’età.

Il montante per i contributi versati dal 1996


Per determinare il montante dei contributi versati dal primo gennaio 1996
alla data del pensionamento, si accantona, per ogni anno, il 33% della retri-
buzione lorda corrisposta. Questi importi sono rivalutati, a tasso composto,
in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza na-
zionale (il PIL) ovvero dall’incremento del prodotto interno lordo nominale
che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno.
Le regole per questa rivalutazione prevedono che il montante individuale
dei contributi maturato al 31 dicembre di ciascun anno si rivaluti per il
coefficiente previsto per l’anno successivo.
Al montante, così determinato, deve essere aggiunta la contribuzione re-
lativa all’anno 2015 e quella versata nel 2016, anteriore alla decorrenza
della pensione.

163
Capire le pensioni

Il montante per i contributi versati fino al 1995


La costruzione del montante è più articolata. In primo luogo si risale al-
le retribuzioni annue lorde percepite nel decennio (o nel periodo minore)
precedente il 1996. A ciascuna delle retribuzioni così individuate – che non
possono eccedere, in ciascun anno, l’importo del massimale imponibile di
contribuzione previsto dall’art. 2, comma 18, della L. 335/1995 – si applica,
poi, la percentuale pagata in quell’anno dalla ditta a titolo di contributi per la
pensione (per il 1995 l’aliquota contributiva era, per esempio, pari al 27,12%).
Le contribuzioni di ogni anno, appositamente rivalutate in base alla media
quinquennale del PIL, vanno sommate tra di loro e divise per 10 al fine di
ottenere la contribuzione media annua che va, poi, moltiplicata per gli anni
di contributi versati prima del 1995 per ottenere il montante che deve essere
utilizzato per il calcolo contributivo.

La pensione calcolata con l’opzione


Dal capitale così accumulato, che è la somma dei due “montanti” (quello post
1995 e quello ante 1996), si ottiene una pensione annua che è pari a un’ali-
quota media che oscilla tra un minimo del 4,304% se si chiede la pensione a
57 anni e un massimo del 6,54% se si chiede la pensione a 70 anni.

ESEMPIO PRATICO

Per capire il meccanismo, prendiamo il caso di una donna nata il primo dicembre
1958 che al 31 dicembre 1995 può far valere 18 anni di contributi e che ha rag-
giunto i 36 anni di contributi alla fine di dicembre del 2013 e che da allora non
lavora più. Dal 1986 al 1995 ha avuto uno stipendio lordo annuo che partendo
da 22.000 euro lordi è incrementato via via al ritmo di 1.000 ogni 3 anni. In
questa ipotesi, la contribuzione media annua versata all’INPS in base alle aliquo-
te contributive vigenti nei vari anni, moltiplicata per i 18 anni di versamento e
rivalutata per l’indice del PIL dà un montante di circa 179.285,60 euro.
Se, poi, la stessa lavoratrice ha lavorato dal 1996 al dicembre 2013 con una
retribuzione che partendo da 25.000 euro lordi cresce dal 1998 al ritmo di 1.000
ogni 3 anni annua e su cui è stata pagata un’aliquota contributiva del 33%
dovrà aggiungere ancora un’ulteriore montante di altri 211.723,04 euro per un
complessivo di 391.008,64 euro. In questa ipotesi, se è andata in pensione con il
“contributivo” ad agosto 2017, l’importo annuo della pensione è stato pari pari
al 4,4205% di 391.008,6 euro ovvero a una rata mensile di 1.329,58 euro lordi.

164
Regole e sistema di calcolo delle pensioni INPS

Per tener conto delle frazioni di anno rispetto all’età dell’assicurato al momento
del pensionamento, il coefficiente di trasformazione viene adeguato con un
incremento pari al prodotto tra un dodicesimo della differenza tra il coefficiente
di trasformazione dell’età immediatamente superiore e il coefficiente dell’età
inferiore a quella dell’assicurato e il numero dei mesi. Questi coefficienti sono
analoghi a quelli utilizzati per il calcolo della pensione contributiva.

Il calcolo della pensione


per i lavoratori autonomi
Il meccanismo di calcolo che abbiamo indicato per i lavoratori dipendenti
vale, nelle sue linee generali, anche per i lavoratori autonomi (artigiani, com-
mercianti e coltivatori diretti) iscritti alle gestioni speciali gestite dall’INPS.
Ci sono, però, alcune significative differenze che riguardano l’aliquota di
computo, la retribuzione pensionabile e il periodo in cui essa va rilevata.
Poiché per i lavoratori autonomi non c’è, come è ovvio, una retribuzione, per
individuare la base di calcolo si deve ricorrere al reddito di impresa sul quale
l’interessato paga i contributi INPS ovvero il cosiddetto reddito pensionabile.
Diverso è anche l’arco temporale entro il quale individuare il reddito pensionabile.
Per la quota A occorrerà individuare la media degli ultimi 10 anni (calcolati
dalla decorrenza della pensione a ritroso). Per la quota B, invece, il reddito
medio pensionabile sarà individuato sulla base degli ultimi 15 anni. È impor-
tante ricordare che per i lavoratori autonomi esiste un minimale e un massi-
male su cui versare la contribuzione. Il lavoratore autonomo in presenza di un
reddito molto basso deve, comunque, versare la contribuzione su un reddito
minimale che ogni anno viene rivalutato. Se, invece, ha un reddito di impresa
molto alto versa i contributi fino a un massimale che viene adeguato ogni
anno. Tutto il reddito che si colloca oltre il limite massimo non è soggetto a
contributi obbligatori per la pensione. Quindi, in questo caso, il calcolo della
pensione prenderà a riferimento il reddito su cui sono stati effettivamente
versati i contributi obbligatori.
In caso di cumulo di contribuzione versata al Fondo Pensioni Lavoratori
Dipendenti e alle Gestioni speciali dei lavoratori autonomi la pensione è
unica, ma è composta di tante quote quante sono le gestioni. Ogni quota
viene calcolata sulla base dei contributi versati nella singola gestione con le
regole ivi previste.

165
Pagina bianca
11
Lavorare in pensione

Lavorare in pensione

Sono migliaia i pensionati che, dopo anni di attività lavorativa, hanno ancora
voglia di darsi da fare e di continuare a lavorare. Chi ha in programma di
rioccuparsi oppure dedicarsi a un’attività di consulenza o mettere su una
piccola azienda è però travagliato da dubbi: “Cosa succede alla mia pensione
se riprendo il lavoro?”, “Se verserò dei contributi all’INPS, a cosa serviranno?”.

Cumulare pensione e lavoro


Ecco, allora, quando è possibile cumulare la pensione con il reddito da lavoro,
in base al tipo di pensione percepita, agli anni di contribuzione e all’ammon-
tare del reddito percepito grazie al nuovo lavoro.

Pensione di vecchiaia
Chi è titolare di pensione di vecchiaia non corre il rischio, in caso di svolgimento
di un’attività lavorativa alle dipendenze di un’azienda o di un lavoro autonomo,
di vedersi sospesa o ridotta la pensione. Dal 2001 la sua rendita previdenziale
è totalmente cumulabile, con i redditi da lavoro dipendente o autonomo.

167
Capire le pensioni

Pensione o assegno di invalidità


con più di 40 anni di contributi
In presenza di un’anzianità contributiva pari o superiore a 40 anni, i titolari di
una pensione di invalidità, riconosciuta prima del 31 maggio 1994, e i titolari
di assegno di invalidità possono cumulare per intero il reddito della pensione
con quello ricavato da un’attività di lavoro autonomo o dipendente.

Pensione di anzianità e pensione anticipata


A partire dal primo gennaio 2009 i titolari di pensionamenti anticipati (la “vecchia”
pensione di anzianità e la pensione anticipata della Riforma Fornero) possono
cumulare per intero la pensione con i redditi da lavoro autonomo o dipendente.
Fino al 31 dicembre 2008, invece, le pensioni di anzianità erano cumulabili se:

• la pensione era stata liquidata con almeno 40 anni di contributi;


• si erano versati almeno 37 anni di contributi e si aveva un’età di 58 anni al
momento del pensionamento;
• il titolare di pensione aveva compiuto l’età richiesta per il pensionamento
di vecchiaia (60 anni per le donne, 65 per gli uomini);
• il pensionato era titolare di una pensione di anzianità, maturata con re-
quisiti inferiori a quelli sopraindicati, con decorrenza antecedente il primo
gennaio 2003 e aveva provveduto a pagare la “tassa di ingresso” prevista
dalla L. 289/2003;
• si era titolari di una pensione di anzianità, con decorrenza sino al 31
dicembre 1994;
• si era titolari di pensione di anzianità, con decorrenza compresa tra il primo
gennaio 1995 e il 30 settembre 1996, liquidata con 35 anni di contributi
entro la data del 31 dicembre 1994;
• si era titolari di pensione di anzianità, con decorrenza compresa tra il primo
ottobre 1996 e il 31 dicembre 1997, liquidata con 35 anni di contributi e 52
anni di età, oppure 36 anni di contributi indipendentemente dall’età, entro
la data del 31 dicembre 1994.

Quando il cumulo è solo parziale


Vi sono dei casi in cui, in presenza di redditi da lavoro dipendente o auto-
nomo, solo parte della pensione può essere cumulata. Vediamo quali sono e
quanto spetta nei diversi casi possibili.

168
Lavorare in pensione

Pensionati di invalidità prima del giugno 1984


Per chi è divenuto titolare di una pensione di invalidità prima che entrasse in
vigore la riforma di questo trattamento, contenuta nella L. 222/1984, la possibilità
di cumulare lavoro e pensione è condizionata dal reddito che deriva dall’attività
di lavoro svolta, che sia essa autonoma, dipendente o professionale.
La L. 638/1983 stabilisce, infatti, che la vecchia pensione di invalidità non è
attribuita, e se attribuita ne rimane sospesa la corresponsione, nel caso in cui
l’assicurato percepisca un reddito da lavoro dipendente o autonomo o professio-
nale per un importo annuo lordo superiore a 3 volte l’ammontare del trattamento
minimo in vigore all’inizio dell’anno. Se, invece, il reddito ricavato dall’attività
lavorativa è inferiore a questo limite, lo svolgimento di un lavoro autonomo o
dipendente comporta una trattenuta sulla pensione pari, rispettivamente, al 30%
e al 50% della differenza tra l’importo lordo della prestazione e il trattamento
minimo. Nell’ipotesi di lavoro autonomo la trattenuta non può, in ogni caso,
superare il 30% del reddito ricavato dall’attività lavorativa.

Assegni di invalidità
A partire dal settembre del 1995, se il titolare di un assegno ordinario di inva-
lidità svolge attività lavorativa dipendente, autonoma o di impresa, l’importo
dell’assegno viene ridotto come segue:

• del 25% se il reddito ricavato da questa attività supera 4 volte l’importo


del trattamento minimo annuo calcolato in misura pari a 13 volte l’importo
mensile in vigore al primo gennaio di ciascun anno;
• del 50% se il reddito ricavato da questa attività supera 5 volte l’importo
del trattamento minimo annuo calcolato in misura pari a 13 volte l’importo
mensile in vigore al primo gennaio di ciascun anno.

Oltre a questa decurtazione se l’assegno è comunque superiore al trattamento


minimo il rateo di assegno eccedente il trattamento minimo può subire un
secondo taglio qualora l’anzianità contributiva sulla base della quale è stato
calcolato l’assegno è inferiore a 40 anni di contributi. La riduzione varia a
seconda se il reddito provenga da lavoro dipendente o autonomo. Nel primo
caso è pari al 50% della quota eccedente il trattamento minimo fermo restando
che la decurtazione non può superare il reddito stesso; nel caso di redditi da
lavoro autonomo la riduzione è pari al 30% della quota eccedente il trattamento
minimo e comunque non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.
Quando scatta la seconda riduzione la trattenuta viene effettuata, se si tratta
di lavoro dipendente, sulla retribuzione, a cura del datore di lavoro che poi la
riversa all’INPS, se il pensionato è in possesso di redditi da lavoro autonomo.

169
Capire le pensioni

Tabella 1: Limiti di reddito

Anno Reddito Riduzione della pensione


Fino a 26.098,28 € nessuna
Oltre 26.098,28 €
2017 25%
e fino a 32.622,85 €
Oltre 32.622,85 € 50%
Fino a 26.385,36 € nessuna
Oltre 26.385,36 €
2018 25%
e fino a 32.981,70 €
Oltre 32.981,70 € 50%
Fino a 26.676,52 € nessuna
Oltre 26.676,52 €
2019 25%
e fino a 33.345,65 €
Oltre 33.345,65 € 50%

Cumulo vietato
Infine, vi sono anche dei casi in cui non è possibile cumulare nemmeno in parte
la pensione percepita con un eventuale reddito da lavoro dipendente o autono-
mo. Questo limite riguarda coloro che percepiscono una pensione di inabilità.
Per chi è titolare di una pensione di inabilità lo svolgimento di un’attività
lavorativa dipendente o autonoma non è ipotizzabile. Poiché questa pensio-
ne è erogata solo a chi si trova nell’assoluta impossibilità di prestare attività
lavorativa, la percezione della stessa non è compatibile con la prestazione di
lavoro subordinato o con attività di lavoro autonomo o professionale.
La concessione della pensione comporta quindi l’obbligo della cancellazione
da elenchi, albi o ordini relativi a mestieri, arti o professioni.

Il supplemento di pensione
Sono ancora tanti coloro che, specialmente tra i lavoratori autonomi, continuano
dopo la pensione a lavorare come dipendente o autonomo e a versare per
questo motivo i contributi all’INPS. In questa ipotesi la contribuzione che si
è aggiunta a quella già utilizzata per la pensione non va persa ed è utile per
liquidare un supplemento rispetto alla pensione già in pagamento.

170
Lavorare in pensione

Tabella 2: Cumulo tra redditi da lavoro e pensione


Prestazione Tipo Anni Tipo
pensionistica di reddito di contributi di riduzione
Vecchiaia, anzianità, Lavoro dipendente Non rilevante Nessuna
anticipata (sistema o autonomo
retributivo, misto o
contributivo)
Assegno ordinario di Lavoro dipendente Non rilevante Pensione ridotta del 25 o del
invalidità 50% a seconda se il reddito
(L. 222/1984). da lavoro è superiore a 4 o 5
volte il “minimo”

Inferiore a 40 anni Se l’assegno risulta superiore


al trattamento minimo viene
ridotto del 50% della quota
eccedente il “minimo” a) c)
Lavoratori dipendenti Lavoro autonomo Non rilevante Pensione ridotta del 25 o del
del settore privato e 50% a seconda se il reddito
lavoratori autonomi da lavoro è superiore a 4 o 5
volte il trattamento minimo
Inferiore a 40 anni Se l’assegno è superiore al
“minimo” viene ridotto del
30% della quota eccedente il
“minimo” stesso b) c)
Pensione di inabilità Lavoro dipendente Non rilevante La prestazione è incumulabile
o autonomo con qualsiasi reddito da lavoro
Pensione ai superstiti Lavoro dipendente Non rilevante Il 25, 40 o il 50% dell’assegno
o autonomo a seconda se il reddito da
lavoro è superiore a 3, 4 o 5
volte il “minimo” d)
a) La trattenuta non può comunque superare il valore del reddito annuo; b) la trattenuta non può comunque
superare il 30% del reddito annuo; c) Nessuna trattenuta qualora il reddito annuo è inferiore al trattamento
minimo); d) La riduzione non si applica nel caso in cui ci siano figli minori di età, studenti o inabili.

Questa integrazione viene determinata con lo stesso criterio utilizzato per il


calcolo della pensione. Per le pensioni calcolate con il sistema retributivo il
conteggio si fa in base agli stipendi percepiti e al numero di settimane di ver-
samento maturate successivamente alla decorrenza della pensione. Per chi è
andato in pensione con il calcolo contributivo o misto, si considera l’importo
complessivo dei contributi versati.
L’importo maturato per effetto di un supplemento si somma alla pensione e
ne costituisce parte integrante. Per le pensioni integrate al trattamento minimo
spesso l’incremento porta un vero beneficio solo se con i nuovi contributi si
supera l’importo dello stesso trattamento minimo.

171
Capire le pensioni

Tabella 3: I termini per inoltrare le domande di supplemento


Tipo di pensione Condizione Termini per la domanda
di supplemento
Pensioni liquidate nel In presenza di contributi da 5 anni dalla pensione
Fondo Pensioni Lavoratori lavoro dipendente o dal precedente
Dipendenti supplemento
In presenza di contributi da All’età pensionabile e 5 anni
lavoro autonomo (artigiano, dalla pensione o dal
commerciante o coltivatore precedente supplemento
diretto)
Pensioni liquidate nelle In presenza di contributi da 5 anni dalla pensione
Gestioni Autonome degli lavoro dipendente o dal precedente
Artigiani, Commercianti e supplemento
Coltivatori diretti In presenza di contributi da 5 anni dalla pensione
lavoro autonomo (artigiano, o dal precedente
commerciante o coltivatore supplemento
diretto)

NB: La domanda di supplemento può essere inoltrata per una sola volta, dopo che siano trascorsi soltanto
2 anni dalla decorrenza della pensione o dalla decorrenza del precedente supplemento, a condizione che
sia stata compiuta l’età pensionabile.

Supplemento o ricostituzione?
Attenzione a non confondere il supplemento di pensione con la ricostituzio-
ne. Le pensioni possono, infatti, essere ricostituite (vale a dire, “ricalcolate”)
per motivi contributivi o reddituali. I contributi non accreditati (sia effettivi
sia figurativi), relativi a periodi precedenti alla decorrenza di pensione (e
quindi non calcolati al momento della liquidazione), determinano una quota
pensionistica che può essere aggiunta, in epoca successiva, alla pensione
già percepita, tramite la “ricostituzione contributiva”. Vengono, pertanto, ac-
certati i requisiti e ricalcolata la pensione come se si trattasse di una nuova
liquidazione.
In questa ipotesi, il ricalcolo della pensione ha effetto dalla decorrenza ori-
ginaria del trattamento interessato, nei limiti della prescrizione decennale.
Si ha “ricostituzione” anche in caso di annullamento di contribuzione rela-
tiva a periodi precedenti il pensionamento. Se in occasione della domanda
di ricostituzione vengono esclusi periodi di contribuzione già valutati in
prima liquidazione, può verificarsi anche lo spostamento della decorrenza
originaria della pensione o addirittura la perdita del diritto alla prestazione.
La ricostituzione della pensione avviene a domanda o d’ufficio, a seconda
dei casi, e la domanda può essere presentata in qualsiasi momento.

172
Lavorare in pensione

Quando si può chiedere il supplemento


Il supplemento può essere richiesto solo dopo 5 anni dalla decorrenza
della pensione o dal precedente supplemento oppure, in alternativa, dopo
2 anni dalla decorrenza della pensione o dal precedente supplemento pur-
ché l’interessato abbia superato l’età pensionabile pari, dal 2018, a 66 anni
e 7 mesi, senza distinzione di sesso e valida sia per i dipendenti chi per
gli autonomi. Quest’ultima facoltà è però concessa per una sola volta.
Se, una volta ottenuta la pensione come lavoratore dipendente, si continua
a lavorare come autonomo, il supplemento si può chiedere solo dopo aver
compiuto l’età pensionabile per vecchiaia.

La pensione supplementare
La pensione supplementare è una prestazione economica erogata a doman-
da e al compimento dell’età pensionabile ai titolari di pensione a carico di
un fondo diverso dall’INPS per i contributi versati all’INPS o alla cosiddetta
Gestione Separata.
La L. 1338/1962 riconosce a coloro che non hanno raggiunto un numero
di contributi INPS necessari per il diritto a una pensione autonoma, e che
sono titolari di altra pensione diretta erogata da un altro ente (ex INPDAP
o altro Fondo obbligatorio), la possibilità di chiedere il riconoscimento di
una pensione. Insomma, questi pezzetti di contributi possono conferire il
diritto a una vera pensione: non sarà una gran cifra, ma è in ogni modo
un peccato non approfittarne. L’unica condizione richiesta per ottenere la
“micropensione” di cui stiamo parlando è quella di essere già titolare di un
altro trattamento pensionistico a carico di un fondo diverso dall’INPS.
È possibile, poi, per i pensionati INPS chiedere la pensione supplementa-
re per i contributi versati come parasubordinato nella Gestione Separata,
qualora quest’ultima contribuzione non sia sufficiente a maturare il diritto
a una pensione autonoma.

Chi può richiederla


Queste pensioni possono riguardare situazioni diverse. Eccole descritte qui
di seguito.

• Pensioni supplementari di vecchiaia È l’ipotesi più frequente. Gli as-


sicurati dell’INPS che non hanno acquisito il diritto alla normale pensione
di vecchiaia, se sono titolari di un trattamento pensionistico diretto a cari-
co di un altro Fondo previdenziale, al compimento dell’età pensionabile
possono chiedere la pensione supplementare di vecchiaia.

173
Capire le pensioni

• Pensione supplementare ai superstiti La pensione supplementare può


essere riconosciuta anche ai superstiti dell’assicurato deceduto, se quest’ulti-
mo era titolare di pensione presso altro Fondo e poteva far valere nell’INPS
altri contributi non ricongiunti.

A quanto ammonta
La misura della pensione supplementare è legata al numero e al valore dei
contributi. Attenzione, però, le pensioni supplementari non sono integrabili
al cosiddetto “trattamento minimo”.

Da quando decorre
La pensione supplementare scatta non solo dal raggiungimento dei requisiti
anagrafici ma anche dal momento della presentazione della domanda, tenen-
do conto, fino al 31 dicembre 2011, delle finestre di accesso introdotte dalla
L. 247/2007 che si applicavano anche in caso di liquidazione della pensione
di vecchiaia supplementare e che, dal primo gennaio 2012 non esistono più.
Occhio, comunque, a non lasciar passare troppo tempo per inoltrare la richie-
sta, se non si vuole perdere qualche rata.

Le esclusioni
Sono esclusi dal diritto alla pensione supplementare per contributi versati
nell’assicurazione generale obbligatoria:

• i titolari di pensione a carico di Casse e Fondi per liberi professionisti;


• i titolari di pensione a carico dell’ENPALS (le norme sui rapporti tra l’INPS
e l’ENPALS prevedono l’erogazione di un solo trattamento pensionistico per
tutta la contribuzione versata presso i due Enti);
• i titolari di pensione estera di un paese non convenzionato con l’Italia;
• i titolari di pensione estera di un paese convenzionato (in quanto godono
del diritto alla totalizzazione dei periodi di lavoro svolti all’estero o in Italia
e alla conseguente liquidazione della pensione pro-rata);
• i titolari di pensione a carico della Gestione Separata.

I lavoratori iscritti alla Gestione Separata ma pensionati dell’Assicurazione


Generale Obbligatoria possono, invece, richiedere la pensione supplementare
di vecchiaia a carico di detta Gestione quando non raggiungano i requisiti per
il diritto a una pensione autonoma.

174
12
Le pensioni assistenziali

Le pensioni assistenziali

La Costituzione italiana all’art. 38 garantisce al cittadino inabile al lavoro, o


sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, il diritto al mantenimento e all’assi-
stenza sociale. Il sistema dell’assistenza sociale integra quello della previdenza
sociale, che ha come presupposto il versamento di contributi in relazione a una
prestazione di lavoro, dipendente o autonomo. Il sistema di sicurezza sociale
(Social Security), comprendente l’assistenza sociale e la previdenza sociale,
si esplica in forme di intervento pubblico dirette al benessere dei cittadini
(il cosiddetto Welfare State). Alcune prestazioni di assistenza sociale riguardano
lo stato di bisogno o di indigenza dei cittadini e sono erogate dall’INPS, come
l’assegno sociale o la pensione sociale; altre, invece, hanno come presupposto
l’esistenza di una situazione di handicap e, seppur erogate dallo stesso INPS,
sono interamente a carico del bilancio dello Stato.

L’assegno sociale
È una prestazione di natura assistenziale riservata ai cittadini italiani ed equipa-
rati che hanno 65 anni e 3 mesi di età, risiedono stabilmente in Italia e hanno
redditi inferiori ai limiti previsti dalla legge. Per ottenerlo, dunque, non serve
alcun requisito sanitario, contributivo e assicurativo.

175
Capire le pensioni

Dal primo gennaio 1996 l’assegno sociale ha sostituito la pensione sociale.


Quest’ultima prestazione continua comunque a essere erogata a coloro che
avevano fatto domanda entro il 31 dicembre 1995.

I requisiti per ottenerlo


Un cittadino italiano, o equiparato, può fare domanda di assegno sociale
quando:

• non percepisce alcun reddito o ne percepisce uno inferiore all’importo


corrente dell’assegno sociale, che per il 2019 è di 5.953,87 euro annui;
• ha raggiunto i 67 anni di età;
• risiede abitualmente in Italia;
• ha la residenza stabile o ha soggiornato in Italia da almeno 10 anni.

In merito al requisito dell’età c’è da ricordare che, anche per l’assegno sociale,
vale il principio dell’adeguamento all’aspettativa di vita, di cui abbiamo già parlato
a proposito della pensione di vecchiaia e di quella anticipata. La L. 214/2011
ha inoltre previsto che, in aggiunta a questo adeguamento, dal 2018 l’età
richiesta per l’assegno sociale è salita di un anno e dal 2019 di altri 5 mesi.
Per il diritto all’assegno sociale sono equiparati ai cittadini italiani gli abitanti
di San Marino, i rifugiati politici, i cittadini di uno Stato dell’Unione Europea
residenti in Italia e i cittadini extracomunitari in possesso di carta di soggiorno.
Dal 2009 ai requisiti che abbiamo indicato se n’è aggiunto, sia per i cittadini
italiani sia per gli equiparati, un altro: quello di aver soggiornato legalmente
e in via continuativa in Italia per almeno 10 anni. La norma è stata intro-
dotta dalla L. 133/2008 per evitare abusi da parte di cittadini extracomu-
nitari che, per effetto del ricongiungimento con familiari residenti in Italia
in possesso della carta di soggiorno, acquisivano lo status di “equiparati
ai cittadini italiani”.

Limiti di reddito
Come abbiamo detto, condizione essenziale perché avvenga il riconoscimento
dell’assegno sociale è il possesso di redditi inferiori al limite previsto annual-
mente dalla legge. Vi ha diritto:

• chi non possegga redditi propri, oppure possegga redditi di importo infe-
riore a quello dell’assegno sociale (pari per il 2019 a 5.953,87 euro l’anno);
• chi ha un reddito, cumulato con quello del coniuge, inferiore al doppio
dell’assegno sociale (per il 2019 si tratta di 11.907,74 euro).

176
Le pensioni assistenziali

I redditi da considerare sono, all’atto della prima liquidazione della prestazione,


quelli relativi all’anno di decorrenza dell’assegno. Per verificare la permanenza
del diritto negli anni successivi, vanno invece considerati i redditi percepiti
nell’anno immediatamente precedente.

I redditi da considerare
Vanno valutati per il diritto all’assegno sociale:

• i redditi soggetti all’IRPEF al netto di tasse e contributi (stipendi, pensioni,


redditi di terreni e fabbricati, redditi da impresa e da lavoro autonomo,
assegno di mantenimento pagato al coniuge separato o divorziato ecc.);
• i redditi esenti da imposta (prestazioni assistenziali in denaro pagate con
continuità dallo Stato o da altri enti pubblici o da Stati esteri, sussidi cor-
risposti dallo Stato o da altri enti pubblici a titolo assistenziale, prestazioni
di natura risarcitoria pagate dallo Stato italiano o da Stati esteri);
• pensioni e assegni ai ciechi civili, invalidi civili e sordomuti;
• le pensioni di guerra;
• le rendite vitalizie pagate dall’INAIL;
• le pensioni privilegiate ordinarie “tabellari” per infermità contratte durante
il servizio militare di leva;
• i redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta (vincite derivanti
dalla sorte, da giochi di abilità, da concorsi a premi, da pronostici e da
scommesse, corrisposte dallo Stato, da persone giuridiche pubbliche
e private);
• i redditi soggetti a imposta sostitutiva (interessi postali e bancari, interessi
dei BOT, CCT e di ogni altro titolo di Stato, interessi di obbligazioni e titoli
similari, emessi da banche e società per azioni, interessi di obbligazioni e titoli
emessi da Enti pubblici economici trasformati per legge in società per azioni);
• gli assegni alimentari corrisposti a norma del Codice Civile;
• l’assegno sociale di cui è titolare il coniuge del richiedente.

È utile ricordare che per l’assegno sociale i redditi di qualsiasi natura vanno
considerati al netto dell’imposizione fiscale e contributiva.
Tra i redditi del coniuge devono essere valutati anche i redditi esenti e quelli
soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o a imposta sostitutiva.

I redditi da non considerare


Non vanno, invece, considerati per il diritto all’assegno sociale i redditi
riguardanti le seguenti situazioni:

177
Capire le pensioni

• i trattamenti di fine rapporto e loro eventuali anticipazioni;


• le competenze arretrate soggette a tassazione separata;
• il proprio assegno sociale;
• la casa di proprietà in cui si abita;
• la pensione liquidata, secondo il sistema contributivo, per un importo pari
a 1/3 della pensione stessa e comunque non oltre 1/3 dell’assegno sociale;
• i trattamenti di famiglia;
• le indennità di accompagnamento di ogni tipo, gli assegni per l’assistenza
personale continuativa erogati dall’INAIL nei casi di invalidità permanente
assoluta, gli assegni per l’assistenza personale e continuativa pagati dall’INPS
ai pensionati per inabilità;
• l’indennità di comunicazione per i sordomuti;
• l’assegno vitalizio pagato agli ex combattenti della guerra 1915-1918 e
precedenti.

Per chi non è coniugato


L’assegno spetta alle persone non sposate (o separate legalmente oppure divor-
ziate), nullatenenti, nella misura di 457,99 euro (per il 2019), per tredici mensilità.
Se il richiedente non coniugato possiede redditi di importo pari o superiore
al limite annuo, l’assegno non spetta; se, invece, possiede redditi di importo
inferiore al limite annuo, l’assegno spetta in misura ridotta, pari alla differenza
fra il limite di reddito e l’importo del reddito posseduto. Questa differenza
viene divisa per 13 e l’importo risultante viene erogato per i mesi di spettanza
dell’assegno nell’anno. L’importo della tredicesima mensilità è, invece, deter-
minato frazionando l’importo mensile così calcolato in relazione al numero
dei mesi di godimento dell’assegno nell’anno.

L’assegno per chi è coniugato


L’assegno spetta alle persone sposate i cui redditi annui, cumulati con quelli
del coniuge, siano inferiori, per il 2019, a 11.907,74 euro.
Se il totale dei redditi posseduti dal richiedente e dal coniuge è pari o supe-
riore al limite annuo, l’assegno sociale non spetta.
Se, invece, il totale dei redditi posseduti dal richiedente e dal coniuge è in-
feriore o uguale al limite previsto per il soggetto non coniugato, l’assegno
spetta nella misura intera.
A differenza di quanto avviene per la pensione sociale, l’assegno sociale, in
misura intera o parziale, spetta anche nel caso in cui il richiedente abbia un
reddito personale di importo superiore al limite individuale, purché il reddito
complessivo cumulato con quello del coniuge sia inferiore al relativo limite

178
Le pensioni assistenziali

di legge, e anche se sia titolare di altra pensione. Se il totale dei redditi pos-
seduti dal richiedente e dal coniuge è compreso tra il limite annuo previsto
per la persona non sposata e il limite annuo previsto per la persona sposata,
l’assegno spetta in misura ridotta, pari alla differenza fra il limite di reddito e
l’importo del reddito annuo posseduto dall’interessato e dal coniuge.
Ma cosa accade se uno dei due coniugi abbandona la famiglia? Per l’INPS
l’abbandono della famiglia da parte di uno dei coniugi determina l’esclusio-
ne del reddito relativo dal computo del reddito familiare. Se c’è, infatti, una
comprovata situazione di abbandono, la condizione del coniuge abbando-
nato va equiparata a quella del soggetto legalmente separato. Per provare lo
stato di abbandono occorre un documento dell’autorità giudiziaria o di altra
pubblica autorità.

L’assegno sociale per i ricoverati a carico


dello Stato
L’assegno sociale può essere ridotto nei casi in cui il titolare sia ricoverato in
istituti o comunità con rette a carico dello Stato.
La riduzione è pari al:

• 50% se il titolare è ricoverato in istituti o comunità con retta a totale carico


degli enti pubblici;
• 25% quando la retta è a carico dell’interessato o dei suoi familiari, per un
importo inferiore alla metà dell’assegno sociale.

L’assegno non subisce riduzioni quando la retta a carico del titolare o dei
familiari comporta una spesa superiore al 50% dell’assegno sociale.
Per stabilire la misura dell’assegno, il pensionato deve presentare all’INPS
documentazione, rilasciata dall’istituto o dalla comunità presso la quale è
ricoverato, che attesti l’esistenza e l’entità del contributo a carico dell’ente
pubblico e della quota eventualmente a carico suo o dei familiari.

La pensione sociale
Come abbiamo detto in precedenza, dal primo gennaio 1996 la pensione so-
ciale è stata sostituita dall’assegno sociale; la prestazione continua comunque
a essere erogata a coloro che, avendone i requisiti, ne hanno fatto domanda
entro il 31 dicembre 1995. Per il 2019 l’importo mensile della pensione sociale
è pari a 377,44 euro.

179
Capire le pensioni

Per chi non è coniugato


Se il reddito personale lordo del titolare di pensione sociale supera 4.906,72
euro annui, la pensione sociale non spetta, mentre se non supera questo
limite, l’importo viene ridotto ed è pari alla differenza tra l’importo annuale
corrente della pensione e l’ammontare del reddito personale del titolare.

Per chi è coniugato


Se chi percepisce la pensione sociale è coniugato e il reddito complessivo dei
coniugi non supera 11.999,18 euro annui, la pensione viene erogata in misura
intera. Se il reddito complessivo dei coniugi supera 16.905,90 euro l’anno, la
pensione sociale non spetta, mentre se l’ammontare del reddito complessi-
vo dei coniugi è compreso tra 11.999,18 euro e 16.905,90 euro, l’importo è
ridotto ed è pari alla differenza tra 16.905,90 euro e l’ammontare del reddito
complessivo dei coniugi.

Prestazioni per gli invalidi civili


Gli interventi in favore degli invalidi civili consistono in provvidenze econo-
miche, erogate in forma di pensioni, assegni o indennità, e in provvidenze
non economiche, quali assunzioni presso Enti pubblici o privati, assistenza
sanitaria, agevolazioni per l’istruzione scolastica, addestramento e qualificazione
professionale, eliminazione delle barriere architettoniche. I beneficiari sono
gli invalidi civili, i ciechi civili e i sordomuti che si trovino nelle condizioni
previste da particolari norme di legge.
Si considerano, secondo la definizione data dall’art. 2 della L. 118/1971, mutilati
e invalidi civili i cittadini affetti da minorazioni congenite o acquisite, fisiche
e/o psichiche e sensoriali, che abbiano subito una riduzione permanente della
capacità lavorativa non inferiore a un terzo (dal 1988 la soglia di un terzo è
stata innalzata al 74%) o, se minori di età, che abbiano difficoltà persistenti a
svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età.
Le prestazioni cui hanno diritto dipendono dal grado di invalidità e dalle
condizioni di bisogno economico stabilite per le singole categorie.
I ciechi civili e i sordomuti, pur rientrando nella categoria degli invalidi civili,
sono distinti dagli altri invalidi sia per la particolarità delle loro minorazioni,
sia per le particolari provvidenze per loro previste.
Hanno diritto a queste prestazioni, in aggiunta agli italiani residenti sul terri-
torio nazionale, i cittadini degli Stati membri dell’Unione Europea residenti in

180
Le pensioni assistenziali

Italia, che abbiano svolto un lavoro dipendente o autonomo in uno degli Stati
dell’Unione. Ne hanno diritto anche gli stranieri titolari di carta di soggiorno
nonché i minori iscritti sulla loro carta.

Benefici economici
I contributi economici previsti per gli invalidi civili sono:

• la pensione di inabilità, per gli invalidi totali di età compresa tra i 18 e i 65 anni;
• l’assegno mensile, per gli invalidi parziali di età compresa tra i 18 e i 65 anni;
• l’indennità di accompagnamento, per gli invalidi totali non autosufficienti
di qualunque età;
• l’indennità mensile di frequenza, per gli invalidi civili minori di 18 anni non
autosufficienti o audiolesi che devono far ricorso a trattamenti riabilitativi
o terapeutici;
• l’assegno o la pensione sociale, per gli invalidi totali o parziali ultrasessan-
tacinquenni, in sostituzione della pensione o dell’assegno di invalidità civile
in godimento prima dei 65 anni.

Pensione di inabilità
La pensione di inabilità è concessa ai mutilati e invalidi civili di età compresa
tra i 18 e i 65 anni, a cui l’apposita Commissione sanitaria abbia riconosciuto
un’inabilità lavorativa totale (100%) e permanente (invalidi totali) e che si tro-
vino inoltre in stato di bisogno economico, siano cittadini italiani o equiparati
e abbiano la residenza in Italia. Per stabilire lo stato di bisogno economico la
legge ha fissato dei limiti di reddito personali che variano di anno in anno. Il
limite annuo per il 2019 è di 16.664,36 euro. La pensione viene corrisposta in
13 mensilità e per il 2019 l’importo mensile è di 285,66 euro. Essa spetta in
misura intera anche se la persona con invalidità è ricoverata in istituto pubblico
che provvede al suo sostentamento ed è compatibile con gli altri trattamenti
pensionistici diretti erogati a titolo di invalidità e con l’eventuale attività lavo-
rativa. Al compimento di 65 anni l’importo della pensione di inabilità viene
adeguato a quello dell’assegno sociale.

Assegno mensile
Spetta ai mutilati e agli invalidi civili di età compresa tra i 18 e i 65 anni,
cittadini italiani o equiparati con residenza in Italia, nei cui confronti, in
sede di visita medica presso la competente commissione sanitaria, sia stata

181
Capire le pensioni

riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa in misura non inferiore


al 74% (invalidi parziali), senza lavoro e che si trovino in stato di bisogno
economico. La persona con invalidità parziale, a differenza dell’invalido
totale, per ottenere l’assegno mensile deve dimostrare di essere “incolloca-
to” al lavoro, cioè di non essere disoccupato per aver rifiutato un posto di
lavoro al quale sia stato chiamato in base alle disposizioni sul collocamento
obbligatorio. Il requisito di “incollocato” al lavoro è comprovato col certi-
ficato di iscrizione nelle liste di collocamento, documento che può essere
rilasciato solo dopo il riconoscimento dell’invalidità civile. L’assegno può
essere revocato se il beneficiario della prestazione rifiuta un posto di lavoro
in mansioni compatibili con le sue condizioni fisiche.
Una volta ottenuto l’assegno, l’invalido parziale deve presentare entro il 31 marzo
di ogni anno una dichiarazione di responsabilità che attesti l’iscrizione nelle liste
speciali. Per la valutazione dello stato di bisogno economico la legge ha stabilito
dei limiti di reddito personali che variano di anno in anno. Per il 2019 il limite è
fissato in 4.906,72 euro. Per lo stesso anno l’assegno mensile è di 285,66 euro.
Al pari delle pensioni di inabilità, gli importi degli assegni mensili sono uniformati
a quelli degli assegni sociali al compimento dei 65 anni.
Attualmente l’assegno mensile è incompatibile con qualsiasi pensione diretta
di invalidità a carico dell’assicurazione generale obbligatoria, delle gestioni
pensionistiche per i lavoratori autonomi e di ogni altra gestione pensionistica
per i lavoratori dipendenti a carattere obbligatorio. È però possibile optare per
il trattamento economico più favorevole e tale facoltà deve essere esercitata non
appena l’interessato riceve la notifica del verbale dalla competente commissione
sanitaria che ha riconosciuto l’invalidità parziale. Inoltre, dal primo gennaio
1992 l’assegno mensile è incompatibile con tutte le prestazioni pensionistiche
ottenute a seguito di invalidità contratte per causa di guerra, di lavoro o di
servizio (quindi anche con le pensioni dirette di guerra e con le rendite INAIL).

Indennità di accompagnamento
È stata istituita a favore dei mutilati e invalidi civili totalmente inabili per affe-
zioni fisiche o psichiche e che non possono camminare senza l’aiuto perma-
nente di un accompagnatore o che abbiano bisogno di un’assistenza continua.
Questa indennità è compatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa ed
è concessa anche agli invalidi nei cui confronti l’accertamento delle condizioni
sia avvenuto a seguito di istanza presentata dopo il compimento dei 65 anni.
Per coloro che hanno superato i 65 anni, non più valutabili sul piano dell’at-
tività lavorativa, il diritto all’indennità è subordinato alla condizione che essi
abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni dell’età. Per
ottenere l’assegno di accompagnamento non è richiesto lo stato di bisogno
economico per cui non è previsto alcun limite reddituale.

182
Le pensioni assistenziali

Sono esclusi dal diritto all’indennità di accompagnamento gli invalidi ricove-


rati gratuitamente, per fini riabilitativi, in istituto con retta a totale carico dello
Stato. L’indennità compete, però, nei casi in cui il contributo della Pubblica
Amministrazione copra soltanto una parte della retta di ricovero, mentre la
differenza viene corrisposta da privati. Sono esclusi dal beneficio anche coloro
che percepiscono un’analoga indennità per invalidità contratta per causa di
guerra, di lavoro o di servizio, salvo il diritto di opzione per il trattamento più
favorevole. Una volta ottenuta l’indennità, gli interessati devono presentare
annualmente, entro il 31 marzo, una dichiarazione di responsabilità attestante
l’eventuale ricovero in casa di cura. In caso affermativo è necessario precisare
se il ricovero è a carico dello Stato o a carico dell’invalido.
L’indennità di accompagnamento non è corrisposta in caso di ricovero in reparti
di lungodegenza o riabilitativi. Continua invece a essere corrisposta durante i
periodi di ricovero per terapie contingenti o durante i periodi di allontanamento
dalla struttura di ricovero di durata non superiore al mese. La misura dell’indennità
di accompagnamento, corrisposta per 12 mensilità, per il 2019 è di 517,84 euro.

Indennità mensile di frequenza


L’indennità mensile di frequenza spetta agli invalidi civili minori di anni 18
cui siano state riconosciute dalla competente commissione sanitaria “difficoltà
persistenti a svolgere i compiti e le funzioni della propria età”, nonché ai mi-
nori che presentino una perdita uditiva superiore ai 60 decibel nell’orecchio
migliore, nelle frequenze di 500, 1.000, 2.000 hertz, e che, per la loro invali-
dità, devono far ricorso continuo o anche periodico a trattamenti riabilitativi
o terapeutici. La concessione dell’indennità è subordinata anche alle seguenti
altre condizioni:

• frequenza continua o anche periodica di centri ambulatoriali diurni, anche


di tipo semi-residenziale, pubblici o privati, purché operanti in regime con-
venzionale, specializzati nel trattamento terapeutico e nella riabilitazione e
nel recupero di persone portatrici di handicap;

oppure:

• frequenza di scuole, pubbliche o private legalmente riconosciute, di ogni


ordine e grado, a partire dagli asili nido;

oppure:

• frequenza di centri di formazione o addestramento professionale pubblici o


privati, purché convenzionati, finalizzati al reinserimento sociale dei soggetti;

183
Capire le pensioni

• stato di bisogno economico, identico a quello valido per l’assegno mensile


agli invalidi civili parziali (4.853,29 euro annui per il 2019).

La concessione dell’indennità di frequenza decorre dal primo giorno del


mese successivo a quello di inizio del trattamento terapeutico o riabilitativo,
ovvero del corso scolastico o di quello di formazione o di addestramento
professionale, sempre che l’interessato abbia già ottenuto il riconoscimento
dei requisiti sanitari.
La corresponsione del beneficio è limitata all’effettiva durata del trattamento
o del corso e ha termine il mese successivo a quello di cessazione della
frequenza. L’indennità non spetta nei periodi in cui il minore è ricoverato,
purché il ricovero abbia carattere continuativo e permanente ed è incom-
patibile con:

• l’indennità di accompagnamento;
• la speciale indennità prevista per i ciechi parziali;
• l’indennità di comunicazione prevista per i non udenti dalla nascita.

Ovviamente è ammessa la facoltà di scegliere il trattamento che è più


favorevole.

Trattamenti a favore dei ciechi civili


Tra le varie categorie di invalidi, i non vedenti civili sono stati tra i primi
ad avere un intervento legislativo di tutela. Sono considerati ciechi civili i
soggetti che, a seguito di visita medica presso la competente commissione
sanitaria, siano riconosciuti affetti da cecità totale o abbiano un residuo visivo
non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi per causa congenita o contratta,
non dipendente dalla guerra, da infortunio sul lavoro o dal servizio. I ciechi
civili si distinguono in:

• ciechi assoluti, coloro che hanno un residuo visivo pari a zero in entrambi
gli occhi con eventuale correzione;
• ciechi parziali, coloro che hanno un residuo visivo non superiore a 1/20
in entrambi gli occhi con eventuale correzione (ciechi ventesimisti);
• ciechi decimisti, coloro che hanno un residuo visivo compreso tra 1/10
e 1/20 in entrambi gli occhi. Questa categoria è stata abolita con la L. 66/1962,
che ha mantenuto la corresponsione della relativa indennità soltanto a coloro
che già la percepivano.

Per i ciechi assoluti sono previste pensione e indennità di accompagnamento,


per i non vedenti parziali, pensione e indennità speciale.

184
Le pensioni assistenziali

Pensione per i ciechi assoluti


La pensione è concessa ai ciechi civili assoluti che:

• abbiano compiuto il diciottesimo anno di età;


• versino in condizioni di bisogno economico;
• siano cittadini italiani o equiparati;
• abbiano la residenza in Italia.

Al contrario degli invalidi civili, hanno diritto all’erogazione della pensione i


ciechi civili che presentino domanda anche dopo il compimento del 65° anno
di età, al compimento del quale come per gli invalidi civili e i sordomuti, si
ha l’adeguamento della pensione all’importo dell’assegno sociale.
Lo stato di bisogno economico è stabilito in relazione all’imponibile IRPEF
riferito ai soli redditi propri. Il limite varia annualmente e per l’anno 2019 è
di 16.814,34 euro. La misura della pensione varia a seconda che l’invalido sia
ricoverato o meno in un istituto assistenziale.
La prestazione è incompatibile con la pensione sociale o l’assegno sociale.

Indennità di accompagnamento
per i ciechi assoluti
L’indennità è concessa indipendentemente dalle condizioni economiche e
dall’età dell’interessato. Unici requisiti sono la cittadinanza italiana, o di un
paese dell’UE o di paese extracomunitario con permesso di soggiorno, e la
residenza in Italia. Per il 2019 l’importo dell’indennità di accompagnamento
è di 921,13 euro e viene concessa per 12 mensilità. L’indennità è compatibile
con lo svolgimento di un lavoro e cumulabile con quelle previste per l’inva-
lidità civile a condizione che le relative prestazioni assistenziali siano state
riconosciute per invalidità diverse. Al contrario degli invalidi civili, per i ciechi
civili è irrilevante che l’interessato sia ricoverato gratuitamente. L’indennità di
accompagnamento non è compatibile con analoghe prestazioni concesse per
invalidità contratte per cause di guerra, di lavoro o di servizio. È comunque
sempre possibile optare per il trattamento più favorevole. I minori ciechi civili
assoluti hanno, invece, diritto solo all’indennità di accompagnamento.

Pensione ai ciechi parziali (ventesimisti)


La pensione è concessa ai cittadini italiani o equiparati con residenza in Italia
che hanno un residuo visivo non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi con
eventuale correzione, che si trovano in stato di bisogno economico.

185
Capire le pensioni

La pensione spetta anche ai minori di 18 anni e dopo il 65° anno di età, al


compimento del quale si adegua la pensione all’importo dell’assegno sociale.
Lo stato di bisogno economico è stabilito in relazione all’imponibile IRPEF
riferito ai soli redditi propri. Il limite varia annualmente e per il 2019 è pari a
16.814,34 euro. La pensione, il cui importo per il 2019 è di 285,66 euro, viene
corrisposta in 13 mensilità.
Al contrario degli invalidi civili, hanno diritto all’erogazione della pensione i
ciechi civili che presentano domanda anche dopo il compimento del 65° anno
di età. I minori ciechi civili parziali hanno diritto alla pensione e non all’in-
dennità di frequenza. La concessione di pensione di invalidità civile in qualità
di non vedente a chi sia già titolare di assegno o pensione sociale comporta
la revoca di quest’ultima prestazione e il recupero di quanto corrisposto sugli
arretrati spettanti per la pensione di invalidità civile.
Nei casi in cui la prestazione concessa ai ciechi civili sia di importo inferiore
alla pensione sociale o all’assegno sociale, queste ultime prestazioni sono
dovute per quota differenziale.

Indennità speciale ai ciechi parziali


Ai ciechi parziali (cosiddetti “ventesimisti”) spetta, indipendentemente dal-
lo stato di bisogno economico, dall’età e dall’eventuale ricovero in istituto,
un’indennità speciale.
L’indennità per il 2019 è di 210,61 euro mensili ed è concessa per 12 mensilità.
La prestazione è cumulabile con la pensione e per ottenerla non è necessaria
una espressa richiesta da parte dell’interessato.
La legge dispone, inoltre, che l’indennità speciale sia ridotta di 93 euro mensili
nel periodo nel quale i beneficiari usufruiscono del servizio di accompagna-
mento. Al contrario degli invalidi civili, per i ciechi civili è irrilevante che
l’interessato sia ricoverato gratuitamente.

Provvidenze a favore dei sordomuti


Per le persone affette da sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva
(fino a 12 anni) che abbia impedito il normale apprendimento del linguaggio
parlato sono previste due diverse prestazioni: la pensione e l’indennità di
comunicazione.

Pensione
La pensione è concessa ai sordomuti, riconosciuti tali dalla competente com-
missione sanitaria, che abbiano le seguenti caratteristiche:

186
Le pensioni assistenziali

• età compresa tra 18 e 65 anni;


• stato di bisogno economico;
• cittadinanza italiana o equiparata;
• residenza in Italia.

Lo stato di bisogno economico è stabilito in relazione all’imponibile IRPEF


riferito ai soli redditi propri. La pensione viene corrisposta in 13 mensilità e
il suo importo per il 2019 è di 285,66 euro, mentre il limite di reddito per lo
stesso anno è di 16.814,34 euro. Al compimento del 65° anno di età l’importo
della pensione viene adeguato a quello dell’assegno sociale.

Indennità di comunicazione
A favore dei sordomuti è stata istituita, dal gennaio del 1988, un’indennità di
comunicazione. La L. 508/1988 stabilisce precisi limiti di invalidità uditiva per
la concessione che variano se il richiedente ha meno o più di 12 anni. Per
il 2019 l’importo è stato stabilito in 256,89 euro ed è corrisposto per dodici
mensilità. Per i minori l’indennità di comunicazione è incompatibile con l’in-
dennità di frequenza, ma è ammessa la facoltà per il beneficiario di scegliere
il trattamento più favorevole.

Indennità per i talassemici


A partire dal 2002 ai lavoratori affetti da talassemia è corrisposta una speciale
indennità di natura assistenziale di importo pari al trattamento minimo INPS.
Questa indennità è prevista per coloro che hanno raggiunto un’anzianità
contributiva pari o superiore a 10 anni e hanno compiuto almeno 35 anni di
età. La prestazione può essere riconosciuta ai lavoratori dipendenti, autonomi,
liberi professionisti che, secondo l’accertamento fatto dalle ASL, siano stati
colpiti da talassemia major o drepanocitosi, indipendentemente dalla condi-
zione lavorativa o di reddito. Per raggiungere il traguardo contributivo minimo
necessario si tiene conto di tutti i contributi accreditati a favore dell’interes-
sato: quelli da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e parasubordinato, i
contributi figurativi e volontari. A pagare l’indennità agli interessati è l’INPS
anche quando i versamenti previdenziali siano stati fatti a un’altra Gestione
pensionistica (INPDAP, INPDAI, ENPALS, Casse Professionali ecc.).
Così come per gli altri benefici assistenziali, la prestazione è esente dall’IR-
PEF. Il pagamento avviene con le stesse modalità previste per corrispondere
ai pensionati la rata di pensione. L’assegno è pagato allo sportello bancario
o postale, è in modo unificato se l’interessato è titolare di un’altra pensio-
ne dell’INPS ed è possibile delegare qualcun altro per la sua riscossione.
Per vedersi riconosciuta l’indennità va presentata alla sede INPS della propria

187
Capire le pensioni

Tabella 1: Importi e limiti di reddito per le prestazioni agli invalidi civili


2019
Tipo di pensione
Importo Limiti di reddito
Pensione inabilità (invalido civile totale) 285,66 € 16.814,34 €
Assegno mensile (invalido civile “parziale”) 285,66 € 4.906,72€
Indennità accompagnamento 517,84 € Nessuno
Pensione ciechi civili assoluti non ricoverati 308,93 € 16.814,34 €
Pensione ciechi civili assoluti ricoverati 285,66 € 16.814,34 €
Indennità accompagnamento (ciechi assoluti) 921,13 € Nessuno
Pensione ciechi ventesimisti 285,66 € 16.814,34 €
Indennità speciale ai ciechi parziali 210,61 € Nessuno
Assegno vitalizio ai ciechi decimisti 210,61 € 8.083,89 €
Pensione ai sordomuti 285,66 € 16.814,34 €
Indennità di comunicazione 256,89 € Nessuno
Indennità di frequenza 285,66 € 4.906,72€
Affetti da drepanocitosi o talassemia major 513,01 € Nessuno

zona di residenza un’apposita domanda, sulla quale si dovranno indicare


anche le coordinate dell’ufficio postale o bancario presso il quale si vuole
venga accreditato l’assegno. Alla domanda va allegata la documentazione che
certifica che il richiedente è affetto da talassemia major (morbo di Cooley)
o drepanocitosi (anemia falciforme), rilasciata dalle strutture sanitarie pubbli-
che (ASL). Se per raggiungere i 10 anni di versamento si ricorre ai contributi
versati presso altri Enti pensionistici e non all’INPS è necessario allegare alla
domanda un’attestazione rilasciata da questi Enti che dimostri l’anzianità con-
tributiva posseduta.

Come si controlla il reddito


Come abbiamo visto, anche per le prestazioni agli invalidi civili, il reddito è
un elemento determinante per verificare se, una volta accertato il requisito
sanitario, si ha diritto alla prestazione economica.
Per i criteri con cui individuare questo reddito si rimanda al paragrafo “Come
si controlla il reddito” nel capitolo 9 a pagina 144.

188
Indice analitico

A Casellario centrale dei pensionati, 146


Albo delle Imprese Artigiane, 22 Cassa integrazione, 15, 34, 37, 59, 151
Aliquote contributive, 24, 31, 45, 164 Ciechi
Anticipo pensionistico, 68, 83, 84 assoluti, 184, 185, 188
Anzianità assicurativa, 44, 161 civili, 74, 139, 140, 177, 180, 184-186, 188
Anzianità contributiva, 23, 45, 57, 67, 69, parziali, 184-186, 188
78, 83, 85, 95, 97-99, 108, 116, 148-150, Co.co.co., 14
153, 154, 168, 169, 187, 188 Coefficiente
APE, vedi anche Anticipo Pensionistico di riduzione, 131
sociale, 68, 84, 85 di riserva matematica, 57
volontario, 40, 41, 68, 84, 96 di trasformazione, 77, 98, 109, 155,
Artigiani, 14, 18, 20-26, 31, 41, 54, 60, 62, 156, 158, 163, 165
68, 74, 99, 149, 165, 172 Collaborazione, 13, 20, 30
Aspettativa, 34, 37, 50 Coltivatori diretti, 14, 18, 20, 21, 27, 41,
di vita, 61, 63, 69, 71, 73, 74, 78, 79, 88, 54, 60, 62, 68, 74, 99, 149, 165, 172
90, 93, 94, 97, 101, 156, 176 Commercianti, 14, 18, 20-26, 31, 41, 45,
Assegno 54, 60, 62, 68, 74, 85, 99, 149, 165, 172
di accompagnamento alla pensione, 75 Congedo
di invalidità, 82, 103-106, 108, 111, 115, obbligatorio di maternità, 36
168, 181 parentale, 36, 51
sociale, 76-78, 90, 101, 126, 138, 139, straordinario, 96
175-179, 181, 185-187 Contratti collettivi, 16, 18
Assistenza sociale, 175 Contributi
da riscatto, 39, 43, 77
C figurativi, 33, 35-37, 90, 97, 106, 187
Calcolo in pro-rata, 108, 128, 131, 174 previdenziali, 13, 15, 16, 18, 28, 40, 79,
Casalinghe, 56 112, 124, 156

189
Lavorare in proprio oggi

soggettivi, 98, 104 di comunicazione, 178, 184, 186-188


volontari, 33, 38, 41, 42, 106, 150 mensile di frequenza, 181, 183, 184,
Contributo minimo obbligatorio, 25 186-188
Controllo dei redditi, 144 per i talassemici, 187
Copertura contributiva, 20, 48 per morte, 125
Cristallizzazione, 107, 123, 137 Innalzamento dell’età pensionabile, 70, 74
Cumulare la pensione, 167 INPDAI, 14, 39, 128, 187
Cumulo, 53, 54, 59, 62, 63, 68, 81-83, 92, INPDAP, 14, 39, 54, 60-62, 81, 83, 98-100,
99, 100, 109, 113, 123, 124, 130, 165, 128, 149, 173, 187
168, 170, 171 Invalidi civili, 84, 89, 139, 140, 144, 177,
180-186, 188
D Invalidità, 15, 39, 40, 54, 55, 62, 74, 81,
Datore di lavoro, 14-16, 18-20, 38, 40, 43, 82, 84, 89, 102-113, 115, 121, 130,
48-50, 101, 102, 132, 169 138, 168, 169, 171, 178, 180-183,
Detrazioni, 143 185-187
Disoccupazione, 14, 15, 18, 34, 36, 51, pensionabile, 108, 109
84, 90, 97, 151, 161 IRPEF, 15, 23, 25, 32, 41, 124, 137, 138,
Domanda di pensione, 40, 49, 57, 80, 140, 143, 177, 185-187
105, 110, 129
Donne, 33, 45, 60, 63, 69, 73-75, 77-79, 85, L
88, 89, 93, 94, 99, 108, 109, 154, 161, 168 Lavoratori autonomi, 14, 18, 20-22, 24,
27-29, 31, 32, 37, 41, 54, 55, 58, 60, 69,
E 71, 73, 75, 81, 94, 108, 141, 142, 149,
ENPALS, 14, 54, 59, 60, 61, 81, 98, 99, 155, 165, 170, 171, 182
128, 149, 174, 187 Lavori usuranti, 72, 90, 94, 95
Esodati, 96 Lavoro all’estero, 49, 51, 127, 128, 131
Età pensionabile, 48, 58, 67, 69, 70, 74, Liberi professionisti, 21, 54, 56, 58-62, 68,
75, 77, 78, 87, 88, 92, 104-106, 108, 81-83, 92, 174, 187
110, 172, 173 Libretto di lavoro, 20, 49
Evasione contributiva, 19 Licenziamenti, 38, 147
Limiti di reddito, 123, 124, 126, 170, 176,
F-G 181, 182, 188
Finestre per la pensione, 70, 75, 78, 80,
82, 92, 93, 96, 97, 174 M
Fondo Pensioni, 14, 54-56, 59, 62, 141, Maggiorazioni sociali, 135-145
165, 172 Malattia, 14, 15, 18, 34-36, 40, 50, 59, 90,
Gestione Separata, 14, 20, 23, 30, 31, 35, 97, 105, 109, 112, 150, 161
39-41, 51, 54, 56, 60, 62, 69, 76, 81, 84, Massimale imponibile, 18, 23, 164
99-101, 154, 155, 173, 174 Maternità, 14, 15, 25, 26, 29, 36, 51, 150
Gravidanza, 33, 34, 36, 40, 43, 59 MAV, 40, 42, 46
Mobilità, 14, 34, 37, 38, 75, 84, 96, 151
I Modello
Imprenditori agricoli, 27, 28 F24, 24, 25, 30
Imprese familiari, 25 RED, 144
Inabilità, 35, 39, 61, 62, 81, 97, 103, 106-113, Unico, 23
115, 118, 120, 121, 140, 170, 171, 178, Montante, 98, 108, 109, 155-159,
181, 182, 188 163, 164
INAIL, 29, 74, 109, 110, 120, 177, 178, 182
Incentivi, 16, 91 N-O
Indennità Non vedenti, 56, 73, 184
di accompagnamento, 119, 140, 143, Omissione contributiva, 18-20
178, 181-185 Opzione donna, 154

190
Indice analitico

P Riforma Dini, 76, 123


Riforma Fornero, 62, 69, 82, 92, 96, 99,
Parasubordinati, 14, 16, 18, 21, 39, 40, 54,
149, 150, 168
56, 60, 62
Riforma Maroni, 47
Part-time, 39, 43, 51, 121
Riscatto della laurea, 43-48
Pensione
ai superstiti, 59, 81, 110, 116-119, 121, S
123, 125, 171
anticipata, 34, 37, 39, 46, 48, 62, 63, 77, Salvaguardati, 75, 96
81, 87-92, 94, 99, 100, 102, 105, 128, 168 Servizio
assistenziale, 176-188 civile, 35
di anzianità, 34, 59, 60, 87-90, 93-95, militare, 34, 35, 40, 59, 151, 177
97, 105, 168 Sistema
di inabilità, 39, 61, 81, 103, 106-113, contributivo, 18, 26, 43-45, 54, 67, 76-78,
115, 140, 170, 171, 181 90, 93, 99, 121, 139, 148, 150, 154, 155,
di invalidità, 104, 111, 115, 168, 169, 186 160, 178
di reversibilità, 29, 31, 106, 109, misto, 149, 160
115-126, 138 retributivo, 36, 46, 48, 54, 67, 68, 78,
di vecchiaia, 34, 37-40, 42, 54, 60-62, 83, 88, 93, 108, 125, 148-150, 171
67-71, 73-85, 88, 93, 94, 96, 97, 99, 101, Sordomuti, 139, 140, 177, 178, 180, 185-188
102, 104-106, 112, 113, 115, 138, 147, SRL, 22, 23
161, 167, 173, 174, 176 Superstiti, 15, 54, 55, 59, 61, 62, 80, 81,
privilegiata di inabilità, 109, 110 84, 109, 110, 115-126, 138, 171, 174
retributiva, 44, 135, 151, 153, 154 Supplemento di pensione, 59, 170, 172
sociale, 139, 175, 176, 178-181, 185, 186
supplementare, 120, 173, 174 T
Prepensionamento, 25, 85 Tassa di ingresso, 168
Prescrizione, 18, 19, 43, 49, 51, 172 Tasso di capitalizzazione, 98, 155-157,
Prestazioni assistenziali, 139, 140, 144, 159, 163
177, 185 Tetto pensionabile, 15
Previdenza sociale, 14, 175 TFR, 16, 124, 155
Principio di automaticità, 19, 20 Totalizzazione, 53, 60-62, 68, 79, 80, 82,
Prosecuzione volontaria, 38, 39, 41, 69 83, 97-100, 112, 128-131, 154, 161, 174
Trattamenti anticipati, 87, 106
Q-R Trattamenti di invalidità, 15, 103-113, 121
Quattordicesima, 135, 141 Trattamento minimo, 17, 57, 84, 106, 107,
Quota 100, 34, 87, 88, 92, 102 111, 112, 117-119, 121, 123, 125, 135-139,
Reddito minimale, 23, 24, 165 141-143, 169, 171, 174, 187
Requisito Turnisti, 94, 95
anagrafico, 73, 74, 76, 79, 82, 87, 92-94,
97, 142 V
contributivo, 19, 34, 39, 40, 50, 68, 69, Versamenti
73, 79, 80, 87-90, 92, 97, 100, 105, 106, contributivi, 20, 29
108, 113, 116, 120, 127 volontari, 38-42, 50, 77
sanitario, 104, 106, 107, 112, 113, 175 Vuoto contributivo, 43
Retribuzione
imponibile, 15-17, 36, 41, 50, 155
pensionabile, 36, 41, 79, 150, 151, 153,
154, 156, 162, 165
Ricongiunzione, 53-61, 82, 99, 149, 155
Ricostituzione, 144, 172
RID, 42
Riforma Amato, 39, 68, 73, 108, 116

191
CAPIRE LE PENSIONI

Il sistema pensionistico italiano è molto complesso e le


continue modifiche normative non fanno che confondere le
idee. Così capire quando e con quale retribuzione si andrà in
pensione risulta piuttosto difficile.
Con la nuova edizione di questa guida, aggiornata alle ultime
novità introdotte dalla Legge di Bilancio per il 2019 che ha
“addolcito” le regole per il pensionamento anticipato, vi
offriamo il bandolo della matassa per potervi districare nel
dedalo delle nuove regole della previdenza.

AL SUO INTERNO
D L
 e più recenti disposizioni di legge
spiegate con semplicità
D Tabelle utili per comprendere
la propria posizione
D E
 sempi pratici in cui riconoscersi

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