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Medioevo romanzo e orientale

Sulle orme di Shahrazàd: le «Mille e una


notte» fra Oriente e Occidente

VI Colloquio
Internazionale Ragusa,
12-14 ottobre 2006

ATTI
a cura di Mirella Cassarino

Postfazione di Antonio

Pioletti

Rubbettino
2009
INDICE

Mirella Cassarino, Introduction Renata Gambino -


Stefania Arcara, Shahrazàd narratologa postmoderna: «The Djinn Grazia Pulvirenti, I
in the Nightingale’s Eye» di Antonia S. Byatt mille volti di
Claude Bremond, Index des passions, actions et motivations Shahrazàd. La
dans ricezione delle
«Les Mille et une nuits». Présentation du Chapitre I: «Notti» nella cultura
«Jouissances et souffrances» tedesca
Caterina Carpinato, I vicoli di Alibabà: fortuna delle «Mille e
una notte» in Grecia
Aboubakr Chraïbi, Iram, Labta, les pyramides et l’oiseau rukh
ou le paradis sur terre
Carolina Cupane, Itinerari magici: il viaggio del cavallo
volante
Silvia Emmi, Aspetti della «Zobeida» nella traduzione veneziana del
1798
Anita Fabiani, Carmen Martín Gaite: mille e uno frammenti
dell’“in- finito raccontare”
Dominique Jullien, Mardrus illustrateur des «Nuits»
Gaetano Lalomia, Boccaccio e Shahrazàd: due narratori, tante
storie
Mariangiola Li Vigni, «Satana predica» di Nagìb Mahfùz, ovvero la
«Città di rame» rivisitata
Marco Longo, Les «Mille Nuits» secrètes d’André Gide
Andrea Manganaro, L’«apologo del cadí» e il prigioniero: sulle
tracce di un appunto di Antonio Gramsci
Ulrich Marzolph, Le conte de l’homme pieux et de son épouse
chaste dans les «Mille et une nuits» et les sources de
«Crescentia» dans les traditions narratives orientales
Laura Minervini, Le «Mille e una notte» e le letterature
romanze medievali. Un bilancio alla luce dell’edizione
Mahdi
Mohammed Moktary, L’interruzione in «Se una notte
d’inverno un viaggiatore» di I. Calvino e nelle «Mille e una
notte». Lezioni di ricezione e di vita
Marina Paino, Le menzogne delle «Notti» nella lettura di
Giorgio Manganelli
Angelo Michele Piemontese, Il nucleo persiano delle «Mille
Novelle»
p. VII 1 155

171
11

29 183

43 193
61

81 205

91 221
103 233
127
253
141
Attilio Scuderi, Una notte più di mille: Sheherazade in viaggio 311
nel Novecento
Évanghélia Stead, La Mille et Deuxième Nuit. Réflexions sur un 321
cor- pus en construction et sur un titre

APPENDICE
341
Abdelfattah Kilito, La Seconde Folie de Shahriar

POSTFAZIONE
Antonio Pioletti, Del narrare storie su storie: i Colloqui «Medioevo 359
ro- manzo e orientale» e le orme di Shahrazàd

INDICI 373
Indice degli Autori e delle Opere 381
Indice della Bibliografia
Stefania Arcara
Shahrazàd narratologa postmoderna: «The
Djinn in the Nightingale’s Eye» di Antonia
S. Byatt

Salman Rushdie, nel suo Haroun and the Sea of Stories, rievoca
l’immagine di migliaia di storie in forma liquida che confluiscono in
un immenso oceano e che possiedono «l’abilità di cambiare, di
diventare nuove versioni di se stesse, di unirsi ad altre storie e
diventare così ancora nuove storie»1. Anche Italo Cal- vino, com’è
noto, evidenzia questo stesso irrefrenabile dinamismo delle storie che
non cessano di mescolarsi e rinnovarsi quando, nell’introduzione alle
Fiabe italiane, parla della «natura tentacolare, aracnoidea» 2 dell’oggetto
del suo stu- dio. Allo stesso modo, «la vita irreprimibile delle storie
antiche» e la loro persi- stenza in forme nuove sono argomento del
saggio di Antonia S. Byatt intitolato Old Tales, New Forms nel quale la
scrittrice inglese tratta delle «continue meta- morfosi»3 delle storie
antiche ed esplora il fascino che queste hanno esercitato ed
esercitano su scrittori moderni e contemporanei.
Come è stato notato da più parti4, la predilezione che molti
autori di fine millennio hanno mostrato per le Mille e una notte è da
ricondursi ad alcune affi-

1 «[I]n fluid form, they retained the ability to change, to become new versions of

themselves, to join up with other stories and so become yet other stories». S.
Rushdie, Haroun and the Sea of Stories, Granta, London 1990, p. 72 (trad. it. Haroun
e il Mar delle storie, Mondadori, Milano 1991). Il titolo del racconto di Rushdie è
ispirato a quello dell’antico testo indiano Katha Sarit Sagara, mentre i nomi dei due
protagonisti, Rashid e suo figlio Haroun, rimandano chiaramente al califfo Haroun al
Rashid delle Mille e una notte.
2 I. Calvino, Introduzione a Fiabe italiane, Einaudi, Torino 1956, p. XIX.
3 A.S. Byatt, Old Tales, New Forms, in On Histories and Stories: Selected Essays,

Chatto & Windus, London 2000, pp. 123-50: 124 (la traduzione è mia).
4 F.J. Ghazoul afferma al riguardo: «Il n’est sans doute pas surprenant que Les

Mille et Une Nuits soient devenues une source de fiction spéculative postmoderne.
Elles sont, après tout, le mythe des mythes, une histoire sur la narration, un récit
sur la fonction du récit». Cfr. F.J. Gha- zoul, Shahrazad postmoderne, in Les Mille et Une
Nuits en partage, sous la direction d’Aboubakr Chraïbi, Actes Sud, Paris 2004, pp. 162-
67: 167. Analogamente, M. Paino ha rilevato le suggestio- ni esercitate dal testo
orientale su alcuni scrittori italiani novecenteschi e in particolare, a proposi- to di Italo
Calvino, pone l’attenzione su «l’ardua architettura senza autore di quei racconti»
e la
«continua frammentazione che è [...] veicolo di dilazione e di una sempre
rinnovata chance affa- bulatoria garante di sopravvivenza». M. Paino, L’ombra di
Sheherazade. Suggestioni dalle Mille e una notte nel Novecento italiano, Avagliano, Cava de’
Tirreni 2004, p. 78.
2 Stefania Arcara

nità elettive tra il testo antico e l’estetica postmoderna: l’assenza di


una figura autoriale, la complessità strutturale e la centralità
dell’affabulazione, la combi- nazione di stili, generi e motivi diversi,
fanno sì che la raccolta orientale rappre- senti un modello di
riferimento per gli scrittori postmoderni, che hanno eletto il pastiche e
l’eclettismo, la metanarrazione e l’autoriflessività a principi creativi.
Non sorprende, dunque, di trovare tra le proliferazioni
contemporanee del- le Mille e una notte alcuni romanzi, in ambito
anglofono, definibili “postmoder- ni”, tra i quali, come già ha
rilevato Ferial Ghazoul5, Chimera dell’americano John Barth, il già
citato Haroun and the Sea of Stories di Rushdie e The Arabian Nightmare di
Robert Irwin, autore, quest’ultimo, anche dello studio critico The
Arabian Nights: A Companion. Meno conosciuta, forse, è un’opera
relativamen- te breve, The Djinn in the Nightingale’s Eye (Il genio
nell’occhio d’usignolo) di Antonia S. Byatt, più nota per il suo
romanzo Possession uscito nel 1990. Que- sto racconto, pubblicato a
Londra nel 1994 all’interno dell’omonima raccolta di fiabe6,
rappresenta, a mio avviso, uno dei migliori esempi della
“germinazione” postmoderna delle Mille e una notte, la dimostrazione
di come, ancora una vol- ta, le storie della raccolta orientale, come
fiumi inesauribili, alimentino il grande oceano dell’intertestualità.
Per comprendere la raffinatezza e l’originalità dell’operazione
letteraria di Byatt in The Djinn in the Nightingale’s Eye, è necessaria una
premessa critico- metodologica. Negli ultimi decenni del Novecento,
negli ambiti interconnessi del postmodernismo e del femminismo, il
genere favolistico, e le Mille e una notte in particolare, hanno
rappresentato fertili spunti di ispirazione per la scrittura di fiction e
un notevole potenziale speculativo per la critica letteraria e la filosofia
della narrazione. L’esplicita “affiliazione” di Byatt al postmoderni- smo
viene dichiarata in un’intervista del ’95 nella quale, a proposito delle
favo- le da lei scritte, l’autrice parla della propria consapevolezza
nel giocare con la
«creazione e ricreazione postmoderna di forme antiche» 7; le sue
fairy tales sono «postmoderne, nella misura in cui riflettono sulla natura
della narrazio- ne, e della propria narrazione in particolare»8 e
non è un caso che, come fa notare ancora l’autrice, le eroine dei
suoi racconti siano quasi sempre delle narratrici.
Come si diceva, ai postulati postmoderni nella riscrittura di
favole si sono combinati spesso il recupero e la valorizzazione del
genere favolistico da parte del pensiero femminista e della scrittura
femminile contemporanea che in alcu- ni casi, come in quello della
magistrale raccolta di favole del 1979 The Bloody

5Ghazoul, Shahrazad postmoderne, cit.


6 A.S. Byatt, The Djinn in the Nightingale’s Eye: Five Fairy Stories, Chatto &
Windus, Lon- don 1994; Il genio nell’occhio dell’usignolo, trad. di A. Nadotti e F.
Galuzzi, Einaudi, Torino 1995.
7 A.S. Byatt, Fairy Stories: The Djinn in the Nightingale’s Eye, maggio 1995, in

www. asbyatt.com (la traduzione è mia).


8 Ibidem (la traduzione è mia).
Shahrazàd narratologa postmoderna: «The Djinn in the Nightingale’s Eye» 3

Chamber di Angela Carter9, hanno prodotto rivoluzionarie riscritture,


smenten- do con tagliente ironia il pregiudizio misogino della
tradizione e soprattutto esplorando per la prima volta la questione
del desiderio femminile, che sarà altrettanto centrale nelle fiabe di
Byatt. In altri casi, invece, le riscritture favoli- stiche si sono limitate a
invertire i ruoli di genere in funzione di un riscatto della figura
femminile secondo meccanismi ideologicamente prevedibili. A
proposito di certe riscritture “forzate” delle favole, Byatt esprime la
propria perplessità quando, nella stessa intervista del ’95, osserva che
«le femministe moderne han- no [...] riscritto i racconti per
presentare delle eroine forti, sostenendo a volte che tutte le donne
nelle favole originali fossero docili vittime, il che semplice- mente
non è vero»10. Ciò che sembra maggiormente interessare Byatt delle
sto- rie antiche è invece il rapporto tra il femminile e la narrazione. E in
questo sen- so l’autrice è in sintonia con le riflessioni del pensiero
femminista, per esempio quelle della filosofa Adriana Cavarero, che
hanno privilegiato come oggetto di studio le Mille e una notte perché
esse offrono, con la sua eroina divenuta narra- trice per
antonomasia, un modello straordinariamente forte di sapienza femmi-
nile che si esprime nell’arte del narrare: «Sheherazade funziona [...] da
signifi- cativo legame fra un Oriente e un Occidente che concordano
sulla matrice fem- minile del racconto. Le donne raccontano storie e
c’è sempre una donna all’ori- gine del potere incantatore di ogni
storia»11.
È chiaro a questo punto che con The Djinn Antonia Byatt è ben
lontana dal proporre una mera riscrittura di testi antichi: il suo
racconto è, invece, un origina- lissimo testo, a metà tra favola e
saggio, che dialoga con le storie antiche in modo al tempo stesso
ludico e raffinato, ironico e filologicamente impeccabile. L’autrice
utilizza abilmente certi meccanismi metanarrativi tipici del
postmodernismo, evi- tandone tuttavia gli abusi, mentre rifugge dalle
convenzionali operazioni del poli- tically correct femminista incentrate sul
ribaltamento dei ruoli di genere. Al con- trario, i suoi riferimenti alle
teorie e alla pratica dei women’s studies sono spesso sarcastici o
(auto)ironici. E tuttavia il racconto di Byatt può essere definito una
metafavola postmoderna femminista ispirata alle Mille e una
notte.
The Djinn in the Nightingale’s Eye è un piccolo capolavoro di
intertestualità tipico della scrittura fantastico-romanzesco-saggistica
di Byatt – scrittura che,

9 A. Carter, The Bloody Chamber and Other Stories, Gollancz, London 1979 (La

camera di sangue, trad. di B. Lanati, Feltrinelli, Milano 1984).


10 Byatt, Fairy Stories, cit. (la traduzione è mia). Anche altrove Byatt critica

esplicitamente certe operazioni femministe: «Sono meno convinta da un gran


numero di spavalde riscritture femministe di favole che operano cambiamenti
arbitrari nella trama e nelle forme per comunicare messaggi di potere femminile
(spesso scritte sulla scia entusiastica dell’errata convinzione che le favole in generale
mostrino donne deboli)» (Byatt, Old Tales, New Forms, cit., p. 143; la traduzio- ne è
mia).
11 A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione,

Feltrinelli, Milano 1997, p. 158. La studiosa dedica un paragrafo del suo libro alla
narratrice orientale, intito- lato significativamente «Sheherazade intrappolata
nel testo» (pp. 153-65).
4 Stefania Arcara

non a caso, è stata definita «ficticism», per quella fusione di fiction


e criticism che essa realizza12. Favole e storie antiche sono disseminate
in questo racconto e combinate, con tipica giocosità postmoderna, a
riflessioni metanarrative. L’eru- dita Byatt, forte della sua formazione
accademica, assembla miriadi di riferi- menti a testi, autori e miti
diversi, da Gilgamesh al culto di Artemide, da Proust a Pasolini, da
Wilde a Balzac, dalla poesia turca al Corano e al Vecchio Testa-
mento ma, soprattutto, riprende storie e personaggi dalle Mille e
una notte, del- le quali è una profonda conoscitrice.
Da tempo, infatti, la romanziera inglese è impegnata nello
studio dello story-telling tra Oriente e Occidente e tra passato e
presente, come testimonia- no i saggi critici da lei pubblicati, tra i
quali il già citato Old Tales, New Forms, e uno dedicato alle Mille e una
notte, intitolato entusiasticamente The Greatest Story Ever Told (La più
grande storia mai narrata), senza contare la sua introdu- zione ad
un’antologia delle Notti, nella traduzione di Burton, pubblicata negli
Stati Uniti nel 200113.
The Djinn in the Nightingale’s Eye mostra sin dal titolo l’abilità
creativa di Byatt che in esso congiunge elegantemente Oriente e
Occidente, con l’esotismo del termine «djinn», da una parte, che
gioca con le aspettative orientaliste del pubblico europeo e con il
richiamo subliminale ad un motivo letterario occi- dentale,
dall’altra, attraverso l’immagine dell’usignolo, simbolo della poesia
d’amore e del potere eternizzante dell’arte cantato, tra gli altri, da
Keats in Ode to a Nightingale (Ode ad un usignolo)14.
Oriente e Occidente, passato e presente, narrazione e narratologia
si intrec- ciano in questo racconto che ha per protagonista una
studiosa inglese di mezza età, da poco divorziata, la Dottoressa Gillian
Perholt (evidente il riferimento al Perrault delle favole francesi) che si
reca in Turchia per intervenire ad una con- ferenza dal titolo «Storie
di vita di donne». Questo il racconto-cornice, che si apre con la
tradizionale formula favolistica «c’era una volta». La protagonista, la
narratologa Gillian, discende matrilinearmente da Shahrazàd,
narratrice per antonomasia, attraverso quella che Cavarero chiama «la
matrice femminile del racconto»15, ma possiede in più una notevole
dose di autoironia e una chiara consapevolezza delle grandi novità
nel destino delle donne contemporanee.
Come si legge nelle prime pagine del racconto:
[Gillian] si occupava di storie, per mestiere, ma non era un’astuta regina
timorosa del sudario che l’alba avrebbe portato, né una naquibolmalek
incaricata di far var-

12 La definizione è di Marilyn Butler, citata in K. Coyne Kelly, A.S. Byatt, Twayne,

New York 1996, p. 115.


13 A.S. Byatt, Introduction, in The Arabian Nights: Tales from a Thousand and One Nights

(translation by Richard F. Burton), Modern Library - Random House, New York 2001.
14 Cfr. M. Murai, Telling Your Own Stories: Women, Desire and Narrative in Fairy Tales,

unpublished thesis, University College, London 2001, p. 259.


15 Cavarero, Tu che mi guardi, cit., p. 158.
Shahrazàd narratologa postmoderna: «The Djinn in the Nightingale’s Eye» 5

care a uno scià le porte del sonno [...]. Non era una meddah, narratrice di racconti
meravigliosi alla corte ottomana o nei caffè del mercato. Era
semplicemente una narratologa, un essere di second’ordine, che
passava le sue giornate china in grandi biblioteche [...]. Due o tre volte
l’anno volava in strane città, in Cina, Messico e Giappone, in
Transilvania, a Bogotà e nei mari del Sud, dove i narratologi si radu-
navano come storni, parlamenti di saggi pennuti, per raccontare storie a
proposito delle storie16.

Il racconto-cornice riguarda dunque il mondo dell’accademia e


dei con- gressi internazionali di letteratura e a partire da questa
ambientazione contem- poranea la narrazione procede con una
serie di storie incastonate che, a loro volta, contengono altre storie.
Byatt ironizza sull’autoreferenzialità dei discorsi accademici, si diverte
a considerare le conferenze universitarie come una ver- sione
moderna delle tradizionali narrazioni a cornice, un «raccontare
storie a proposito delle storie», e fonda su questa ironica analogia la
costruzione del suo racconto secondo la struttura tipica dei
capolavori antichi come le Mille e una notte.
L’eroina di The Djinn in the Nightingale’s Eye, la narratologa
Gillian, è infatti una novella Shahrazàd la quale, durante le
conferenze a cui partecipa, non solo racconta storie, ma le illustra,
le analizza, le chiosa e ne fornisce bril- lanti interpretazioni critiche.
Durante il suo intervento alla conferenza in Tur- chia, per esempio,
Gillian ripercorre, narrandole nuovamente, due storie classi- che della
tradizione occidentale, riflettendo sul destino che accomuna figure
femminili vittime del potere maschile quali «La paziente Griselda» dei
Canter- bury Tales di Chaucer e la shakespeariana Hermione di The
Winter’s Tale. Nella sua relazione, l’eroina di Byatt mette in evidenza le
«energie soffocate»17 («stop- ped energies») di queste donne
intrappolate nelle storie antiche, prigioniere di rigidi ruoli di genere e
del loro triste destino femminile. Alla conferenza si parla naturalmente
anche della stessa Shahrazàd e si raccontano e si commentano la
storia dei due re nel racconto-cornice delle Notti e la storia di
Qamar az-Zamàn e della principessa Budúr.
Ma non si esauriscono qui le storie incastonate nel racconto-
cornice di The Djinn che, dopo alcune pagine, rivela la sua natura
fiabesca quando la narrazio- ne, fino a quel punto verosimilmente
realistica, diventa all’improvviso fantasti- ca: nella sua camera
d’albergo ad Istambul, Gillian fa la conoscenza di un genio
imprigionato in una bottiglia che, come nella migliore tradizione, si
mette al suo servizio e le offre di esaudire tre desideri. Si tratta di
un ginn buono, come egli stesso dice, un «credente, non un
seguace di Iblis»18 che a un certo punto della sua lunga vita fu
rinchiuso in una fiasca da Salomone in persona con il suo sigil-

16 Byatt, Il genio, cit., pp. 7-8 (Byatt, The Djinn, cit., pp. 95-96).
17 Ivi, p. 23 (Byatt, The Djinn, cit., p. 121).
18 Ivi, p. 78 (Byatt, The Djinn, cit., p. 212).
6 Stefania Arcara

lo, proprio come viene narrato nella «Storia dei ginn e dei diavoli
imprigionati nei boccali» nelle Mille e una notte.
Il racconto procede attraverso una serie di storie interpolate,
quando il genio racconta a Gillian la storia della propria vita che, a
sua volta, “contiene” le storie delle donne che egli ha servito nel
corso dei secoli tra harem e palazzi reali: in tempi remoti la Regina
di Saba, quindi una giovane schiava alla corte di Solimano il Magnifico
e, nell’Ottocento, Zaffira moglie di un mercante di Smir- ne. Anche
Gillian, a sua volta, racconta al genio la storia della propria vita e il
testo diventa così un proliferare di storie di donne, antiche e moderne,
ambien- tate tra Oriente e Occidente negli ultimi tremila anni.
A partire dall’entrata in scena del genio della bottiglia, riconoscibile
abitan- te del mondo delle Notti, e dal suo primo incontro con la
narratologa inglese nella camera d’albergo – uno dei momenti più
riusciti del racconto – Byatt ope- ra un delicato incantesimo testuale,
riuscendo a intrecciare magicamente favola e realismo, fantastico e
verosimile, il passato mitico delle storie orientali e la
contemporaneità familiare ai lettori. Con tocchi di sottile umorismo
descrive le difficoltà del ginn ad adattarsi agli usi e costumi della
nuova era in cui egli si trova; per esempio, incuriosito dal televisore
acceso nella camera d’albergo, il ginn commenta:
L’atmosfera qui è piena di presenze che non capisco – [...] emanazioni
elettriche di esseri viventi, e non solo di esseri viventi, ma anche di frutta
e fiori e luoghi lontani [...]. È accaduto qualcosa di terribile al mio
spazio [...]. Sono maghi questi uomini, o tu sei una strega, visto che
li hai messi in una scatola?
– No, è scienza. È la televisione. È fatta con onde luminose e sonore e raggi
catodici
– non so come sia fatta, sono solo una studiosa di letteratura [...].
Oggigiorno, cre- do che la maggior parte della gente guardi queste
scatole, in tutto il mondo. [...]
Il ginn si accigliò19.

Byatt si diverte così a immaginare l’incontro tra la dimensione


antica e sovrannaturale del mondo dei ginn e la realtà tecnologica del
villaggio globale. Allo stesso modo, il destino delle donne nelle
storie antiche, e di Shahrazàd in particolare, è contrapposto a quello
delle donne contemporanee, com’è eviden- te nella presentazione che
la protagonista fa di se stessa durante il primo incon- tro con il ginn:
Mi chiamo Gillian Perholt [...]. Sono una donna indipendente, una
studiosa, mi occupo di storie e di narratologia. – (Pensava che il ginn
dovesse imparare quell’u- tile parola; gli occhi di lui scintillarono)20.

E ancora, Gillian riassume la storia della propria vita in poche frasi,


in cui la parola chiave è «libertà»:

19 Ivi, p. 69 (Byatt, The Djinn, cit., pp. 196-97).


20 Ivi, p. 74 (Byatt, The Djinn, cit., p. 205).
Shahrazàd narratologa postmoderna: «The Djinn in the Nightingale’s Eye» 7

Insegno. All’università. Ero sposata e adesso sono libera. Viaggio in aeroplano da


un capo all’altro del mondo e parlo di storie e narrazione21.

L’eroina di The Djinn è dunque l’epitome di ciò che di meglio


hanno rag- giunto le donne contemporanee, ma quello di Byatt
non è un facile ottimismo: pur all’interno di una favola in cui
prevalgono toni leggeri, l’autrice non evita di denunciare la
permanenza, nei nostri tempi, di tragici meccanismi di oppressio- ne,
siano essi culturali, come nel caso delle tre ragazze musulmane
velate che siedono tra il pubblico della conferenza, siano essi
economici e geopolitici, come nel caso della donna etiope, disperata
e impotente di fronte alla carestia, che Gillian vede in televisione. E
tuttavia, il destino delle donne, almeno di quelle che si occupano
di storie, è decisamente migliorato:
Erano tempi di privilegi per le donne, tempi in cui le narratologhe
possedevano talenti assai venerati, in cui erano pitonesse, badesse e
sibille nell’universo della nar- ratologia, rivelavano misteri e montavano la
guardia ai confini della correttezza22.

E ancora:
[Gillian] sapeva di essere fortunata. Le sue antenate, a cui pensava
sempre più spesso, probabilmente non raggiungevano la sua età.
Morivano di parto, di influen- za, o tubercolosi, o febbre puerperale, o
semplice spossatezza, morivano, andando ancora più indietro nel
tempo, a causa dei denti cariati e inservibili, delle rotule fratturate,
della fame, dei leoni, delle tigri [...]. Alcune narratologhe parlavano con
compiaciuta reverenza di vecchie rugose e sagge, ma lei non era una
vecchia rugo- sa, era un essere senza precedenti, una donna con i denti
incapsulati in porcellana, la vista corretta col laser, denaro proprio, propria
vita e sfera di potere, che volava, e dormiva tra magnifiche lenzuola
qua e là per il mondo [...]23.

La narratrice/narratologa postmoderna non deve più salvare la


propria vita né operare, come Shahrazàd, all’interno dello
«straordinario scenario di misogi- nia»24 che caratterizza le Notti.
L’eroina-narratrice del capolavoro orientale è ammirata e presa a
modello per la sapienza, tutta femminile, che incarna – quel- la
dell’arte del narrare che salva dalla morte –, ma la sua posizione
totalmente subalterna rispetto al marito-sovrano non è certo
considerata invidiabile. Byatt commenta la figura di Shahrazàd per
bocca di un altro personaggio del raccon- to-cornice, lo studioso turco
Orhan Rifat, che presenta alla conferenza una rela- zione intitolata
«Poteri e impotenza: ginn e donne nelle Mille e una notte»:
[Shahrazàd è] una donna di risorse e sagacia illimitate, [...] che tuttavia
usa l’astu- zia e la manipolazione da una posizione di totale impotenza,
con la spada del desti- no praticamente in camera da letto, appesa
come la spada di Damocle a un filo
21 Ivi, p. 90 (Byatt, The Djinn, cit., p. 231).
22 Ivi, p. 12 (Byatt, The Djinn, cit., p. 103).
23 Ivi, p. 13 (Byatt, The Djinn, cit., pp. 104-5).
24 Cavarero, Tu che mi guardi, cit., p. 157.
8 Stefania Arcara

metaforico, il filo della sua narrazione, con il sudario che le viene preparato ogni
giorno per la mattina successiva. Poiché re Shâhrîyâr, come il conte
Gualtieri, si assume il compito di essere marito e destino [...]25.

Emerge dunque nel racconto un tema dominante, quello della


riflessione metanarrativa che riguarda il destino femminile previsto
nel, e dal, testo. Ciò che interessa Byatt nelle storie antiche, come
le Mille e una notte, è esplorare la questione teorica che concerne
«carattere e destino e sesso [...], dove destino non è il carattere,
come sosteneva Novalis, ma qualcos’altro»26. E questo qual-
cos’altro, come si vedrà, è il genere/gender. Il ragionamento
dell’autrice, attra- verso l’alter ego fittizio dei narratologi Gillian e
Orhan, e le storie che questi raccontano, riguarda il destino delle
donne e il desiderio delle donne. Ecco per- ché c’è una frase che
ricorre insistentemente nel testo e che funge da legame tra il
racconto-cornice e le storie interne, proprio alla maniera delle
formule che collegano i racconti nelle Notti 27: si tratta della
domanda «What do women most desire?» («che cosa le donne
desiderano di più?»).
L’enigmatico interrogativo compare per la prima volta nel testo
quando il ginn racconta la storia della potente Regina di Saba la
quale, corteggiata da Salomone, gli impone di sostenere tre prove,
l’ultima e la più difficile delle qua- li è rispondere alla domanda
«What do women most desire?». Il ginn racconta che Salomone
risponde correttamente e supera la prova, ma la risposta non vie- ne
rivelata al lettore, rimanendo così un mistero. Unico indizio per chi
legge è l’osservazione di Gillian che «forse le donne non
desiderano tutte la stessa cosa».
Il fatto che la domanda su che cosa le donne desiderino di più
sia anche l’interrogativo centrale, da cui dipende la vita del
protagonista, nella storia rac- contata dalla Donna di Bath nei
Canterbury Tales di Chaucer costituisce un ulteriore ammiccamento al
lettore appassionato di storie, un colto rimando intertestuale
nascosto nel testo (la cui decifrazione tuttavia non è essenziale alla
comprensione della storia). Esso rappresenta anche, come emergerà
nel finale del racconto, un precedente letterario emblematico di una
tradizione misogina che Byatt, con la sua soluzione fiabesca-
femminista-postmoderna, giocosamen- te detronizza senza
clamore.
Tuttavia, in The Djinn, l’interrogativo sul desiderio femminile
(concetto centrale, com’è noto, nella filosofia femminista) non è
soltanto un fertile spunto per riflessioni teoriche e metanarrative, ma
al tempo stesso funziona anche – e qui sta la forza del ficticism di
Byatt – da elemento determinante per lo svolgi- mento della trama
del racconto, poiché esso riguarda personalmente l’eroina e la sua
possibilità di scegliere tre desideri da esaudire.
25 Byatt, Il genio, cit., p. 25 (Byatt, The Djinn, cit., p. 125).
26 Ivi, p. 26 (Byatt, The Djinn, cit., p. 126).
27 Cfr. D. Pinault, Story-Telling Techniques in the Arabian Nights, Brill, Leiden 1992.
Shahrazàd narratologa postmoderna: «The Djinn in the Nightingale’s Eye» 9

Ai temi del desiderio e del destino si intreccia anche quello,


inevitabilmen- te connesso, della morte. Il fatto che, a differenza della
protagonista umana, il ginn sia immortale, fa sì che la sua figura
chiave assuma grande importanza simbolica. Il personaggio del
ginn, a volte comico, altre affascinante, che a metà della favola
assume persino connotazioni erotiche quando diventa aman- te di
Gillian, è soprattutto un’emanazione delle storie antiche; come
commenta altrove la stessa Byatt, «il ginn è immortale, come lo
sono le storie»28. Esso è dunque simbolo del potere dell’arte, della
forza delle storie che sopravvivono per secoli e per millenni ai singoli
mortali, la cui vita è, invece, limitata nel tem- po. La figura del ginn
rimanda all’idea che, come scrive ancora Byatt, «i rac- conti e le
narrazioni, a differenza dei romanzi, sono intimamente legati alla
morte»29.
Verso la conclusione della storia, Gillian Perholt si prepara per una
nuova conferenza, questa volta all’Università di Toronto, alla quale
presenta una rela- zione dal titolo “Soddisfazione dei desideri e destino
narrativo”. La narratologa parlerà davanti ad un pubblico di grande
prestigio, e ancora una volta Byatt strizza l’occhio al lettore colto e
ironizza sull’ambiente accademico quando scri- ve: «c’erano i
narratologi francesi, Todorov e Genette, e anche numerosi orien-
talisti, in guardia verso sentimenti e mistificazioni occidentali»30.
Il tema della relazione di Gillian e lo svolgimento del racconto-
cornice por- tano entrambi in direzione del finale. La studiosa si
interroga sull’ineluttabilità del fato nelle storie in cui si esaudiscono i
desideri, come molte storie nelle Mil- le e una notte e come la stessa
storia di cui ella è protagonista. Alla conferenza, l’eroina-
narratologa racconta così la sua ultima storia, una versione nuova, che
ha appreso dal ginn, del racconto delle Notti intitolato “Il pescatore
Khalifa e le scimmie”. Come il pescatore di questa storia alla fine
rende la libertà alla scim- mia magica che esaudiva i desideri, così
Gillian finirà per spezzare il rigido schema favolistico e donare il
proprio desiderio al ginn. Sostituisce la genero- sità all’egoismo, e
libera il genio dalla bottiglia di vetro che lo imprigionava e che
scompare liquefacendosi. Sono così entrambi liberi, la narratologa e il
ginn suo amante. Amore e libertà, condivisione dei desideri, ecco,
forse, ciò che le donne desiderano più di ogni cosa. Una risposta
radicalmente diversa da quella del racconto di Chaucer e di tutta la
tradizione misogina medievale (e moder- na), che come soluzione
al quesito «qual cosa le femmine massimamente desi-

28 Byatt, Old Tales, New Forms, cit., p. 132 (la traduzione è mia).
29 Esso rappresenta sia «la morte come forza che rinvigorisce, sia la passione di
leggere sto- rie» (Byatt, Old Tales, New Forms, cit., p. 132). In termini freudiani il ginn
con la sua eternità può essere letto come una manifestazione dell’inconscio; cfr.
S. Sellers, The Double-Voice of Lau- ghter: Metamorphosing Monsters and Rescripting Female
Desire in A.S. Byatt’s “The Djinn in the Nightingale’s Eye” and Fay Weldon’s “The Life and Loves
of a She Devil”, in Myth and Fairy Tale in Contemporary Women’s Fiction, Palgrave, New
York 2001, pp. 35-50: 48.
30 Byatt, Il genio, cit., p. 106 (Byatt, The Djinn, cit., p. 257).
10 Stefania Arcara

derano»31 indicano la brama di tutte le donne di avere il dominio


sul proprio marito32.
The Djinn si conclude con la libertà degli amanti e l’autonomia
della prota- gonista – un lieto fine anomalo, lontano dalla stasi di
quella che Byatt chiama
«la pseudo-eternità del vissero felici e contenti»33. Al contrario, è
un finale aperto, pieno di «infinite possibilità e impossibilità»34: il
ginn e la studiosa si separano, anche se sappiamo che si
incontreranno ancora in futuro. La felicità dell’eroina è la felicità del
momento presente, quella di una donna libera che si trova nel mezzo
di una storia, quando tutto può ancora accadere.
A differenza delle donne prigioniere delle loro storie e del loro
destino, e a differenza di Shahrazàd, che narrava da una posizione
subalterna, il destino dell’eroina di Byatt è senza precedenti: la
sapienza femminile nell’arte del nar- rare non è più sotto la minaccia
di morte del marito-sovrano. Il desiderio fem- minile si è sostituito
al destino come forza trainante delle storie, o almeno di questa
storia, una metafavola postmoderna ispirata alle Mille e una notte.

31 G. Chaucer, Il racconto della donna di Bath, in I racconti di Canterbury, a cura di A.

Brilli, trad. di C. Chiarini e C. Foligno, Rizzoli, Milano 1978, p. 179.


32 Così recita il testo di Chaucer: «[...] generalmente le donne bramano d’aver

signoria così sul loro marito come sul suo amore e d’aver dominio sopra di
lui». Ivi, p. 182.
33 Byatt, Il genio, cit., p. 112 (Byatt, The Djinn, cit., p. 266).
34 Ivi, p. 116 (Byatt, The Djinn, cit., p. 272).