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Nella pancia, sulla schiena,
tra le mani

Editori Laterza
© 2011, Gius. laterza & Figli

prima edizione 2011

www.laterza.it

Questo libro è stampato su carta amica delle foreste,


certificata dal Forest Stewardship council

proprietà letteraria riservata


Gius. laterza & Figli Spa, Roma-bari

Finito di stampare nel luglio 2011


SEDit - bari (italy)
per conto della Gius. laterza & Figli Spa
iSbN 978-88-420-9083-0
Released by fagiolo
Indice

Stare dentro, stare fuori 3


A pancia scoperta 17
Girarsi o morire 33
Don’t touch 55
In attesa di un altro posto 71
In extremis 89
Ringraziamenti 97
Nella pancia, sulla schiena, tra le mani
Stare dentro, stare fuori

È come una gabbia: si vede


che gli uccelli all’esterno
cercano disperatamente di entrare,
e che altrettanto disperatamente
quelli all’interno cercano di uscire.
Michel de Montaigne
Tutti i giorni almeno dieci minuti.
Lo disse il medico a mio padre, per aggiustargli la schie-
na. Faceva dorsali, addominali alti-bassi-obliqui, stretching
ed esercizi di allungamento. Glieli aveva spiegati un suo
amico insegnante di yoga, anche se a mio padre la mente
e lo spirito non interessavano granché; per quelli leggeva
i libri. Voleva solo sostenere i muscoli, tenere in forma il
corpo, allenarsi.
Si metteva nello studio ancora in pigiama, portandosi
dietro un asciugamano da bidet; lo sentivo respirare con
fatica man mano che gli esercizi diventavano più difficili.
Si stendeva sul tappeto tunisino e usava il vetro del balco-
ne come uno specchio. Mia madre ed io eravamo abituate
a questo rituale mattutino; gli preparavamo un succo di
arancia e il caffè; poi uscivamo insieme.
Una volta, tutto sudato, con gli occhi soddisfatti ci dis-
se: “È come se avessi qualcuno nella schiena che dopo gli
esercizi riuscisse a uscire. È che mi sento libero, dopo”.
Ero alla sbarra e il coreografo mi ordinò di fare un
attitude in seconda posizione. Alzai la gamba, inarcai la

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schiena, spinsi in fuori lo sterno, lo allungai verso l’alto.
Mi pareva un buon esercizio, fatto con la tecnica richiesta.
Ma lui mi disse che sembravo un granchio, contratta e
chiusa, che non davo spazio ai muscoli.
“Ma quale spazio?”, feci. “Il mio spazio è questo, vuoi
che mi apra?”.
Mi venne vicino e afferrò la caviglia. Con l’altra mano
immobilizzò il busto, l’appoggiò sul torace, tra il seno;
spinse indietro e nello stesso tempo alzò la gamba; lenta-
mente, senza forza. Nelle sue mani sentivo l’intenzione di
insistere, di forzarmi, di andare oltre.
La caviglia per terra oscillò. Avvertii una scossa nell’in-
guine. Un pizzicore nell’anca. Una massa rovente che si
addensava nella schiena, come se cercasse un buco da
cui uscire. Pensai di vomitare, di farmela addosso o di
svenire.
Eppure, guardandomi allo specchio, vidi che m’inarca-
vo a poco a poco sempre di più, come se le mani di quella
specie di aguzzino stessero forgiando del vetro liquido,
malleabile. “Guarda”, disse. “Guarda quanto spazio c’è
ancora”.
Io lo spazio non lo vedevo, eppure lo sentivo. Mi pare-
va che crescesse dentro la pelle, che si gonfiasse sotto ai
tessuti – una vela riempita dall’aria –, che fluisse nei pori
per poter scorrere libero all’esterno. Non capivo se quella
sensazione di riempimento avvenisse dentro o fuori di me,
e questa biforcazione mi annientò: dove vado? Dove lo
devo cercare, lo spazio?
Lo chiesi a mio padre una mattina, durante gli ad-
dominali, mentre lui allenava i laterali ed io i dorsali.

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Gli domandai come mai, secondo lui, non potevo pie-
garmi di più, perché non riuscivo a ricreare quella for-
ma cilindrica che il mio coreografo pretendeva. Perché
non sapevo invadere lo spazio che avevo intorno per
ammaestrarlo, piegarlo alle mie esigenze, mettermelo
addosso.
“È perché sei pigra”, mi disse lui.
Mi arrabbiai, non era vero. “Non è vero”, dissi. “Ogni
passo che faccio lo faccio bene, mi concentro. Mi alle-
no”.
“Brava, l’allenamento è una cosa buona. Mica gli uo-
mini si sono messi in piedi da un giorno all’altro! Prima si
sono allenati, pure se non lo sapevano...”.
Secondo il mio coreografo avrei dovuto piegare, incli-
nare, modellare i muscoli per fare in modo che il mio cor-
po desse forma all’aria. Come se la pelle – i nervi, le dita,
le ossa, i nei – fosse una punta di matita, che disegnasse
il limite sottile del mio esistere. Soltanto in questo modo
avrei potuto trasferirmi fuori di me e colonizzare il mon-
do, trovare la mia casa, sedimentarmi, crescere, morire.
“Dovresti chiedere al tuo coreografo come fare”, mi
consigliò.
“Me l’ha spiegato”, risposi. “Mi ha mostrato l’attitude
un mucchio di volte”.
Lui si piegò un’ultima volta, contraendo il fianco come
una spugna. Poi sbuffò via la fatica, perché in qualche
modo la ribellione al dolore rimane una faccenda eterna,
anche quando si invecchia. “Dovresti chiedergli come si
fa ad addomesticare lo spazio”, precisò.
Al momento non capii. Lui mi disse di guardare più do-

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cumentari, quelli sugli animali che mi annoiavano tanto.
E, di nuovo, continuai a non capire.

Ed è vero, è come diceva mio padre. C’è qualcosa nel


corpo che pretende di uscire, che vuole trovare una via
di fuga e sbarazzarsi della pelle, del carapace che ci im-
prigiona.
Stesa per terra, quando il coreografo insoddisfatto mi
stendeva la gamba da un lato e un braccio dall’altro, di-
ventava una verità incontestabile: non ci accontentiamo
dello spazio che abbiamo.
Il fatto è che uno quando si affeziona ad un posto ci si
insedia in pianta stabile e spostarsi anche solo di poco ri-
chiede uno sforzo troppo doloroso. Il nostro corpo è una
stanza comodissima dove dormire, respirare, mangiare e
fare l’amore in santa pace. Abbiamo tutti i comfort a dispo-
sizione, ne conosciamo i tempi, gli umori, gli spazi più puli-
ti, gli angoli più sporchi, il modo in cui entrarci e muoversi,
dove appoggiare gli oggetti, dove è meglio non dare nem-
meno un’occhiata. È nostra questa stanza. È sicura. E i luo-
ghi sicuri non ci mettono niente a trasformarsi in trappole.
C’era un momento preciso della sera in cui il sole si al-
lineava col palazzo di fronte alla mia camera. Mi fermavo
a guardare il viola che sbucava dal cielo come una mora
esplosa. Ma durava solo pochi secondi, perché il sole si sbri-
gava a finire nel mare e scomparire dall’altro lato della terra.
Sapevo che l’indomani mattina l’avrei rivisto tale e quale,
solo che sarebbe spuntato dal lato della cucina. Questo mec-
canico andamento del mondo mi tranquillizzava. Mi dava
la sensazione che è tutto stabilito, che è tutto certo; che la

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logica, scritta in fondo a un elaborato programma biologico,
in qualche modo mi avrebbe salvata, da cosa non lo so.
Mi raggomitolavo nel letto mentre dalla tv scivolavano
certe voci straniere. Di fronte vedevo il balcone, accanto
c’era il mio armadio con i miei vestiti, la parete intasata
di fotografie, per terra i cuscini che io stessa cucivo con
la stoffa delle camicette vecchie, i peluche, la chitarra ap-
poggiata al muro, la fila di libri e di videocassette sulle
mensole. Ero al sicuro nel mio isolamento perché alla por-
ta avevo appeso un cartello di divieto d’accesso disegnato
con l’Uni Posca. Ficcavo la testa sotto le lenzuola e attra-
verso il cotone mi arrivava la voce della televisione. Era la
voce dei miei pomeriggi e mi faceva compagnia.
Poi, quasi sempre, arrivava un’altra voce che mi co-
stringeva ad uscire. Ad andare a cena, a raggiungere i miei
amici, a risolvere un problema alla lavagna, a raccontare
barzellette, bere birra. Non sarei uscita da quella camera
per nessun motivo eppure quella voce mi portava un sof-
fio d’aria, un sollievo. Starmene al sicuro lì dentro era una
pace, oltre che una galera.

In uno dei miei pomeriggi pigri, guardai alla tv il docu-


mentario sui paguri. Mi sembrava più noioso di quel mio
pomeriggio, ma la voce di Claudio Capone era così sedu-
cente che la seguii per tutto il filmato. E fu allora – guar-
dando le immagini ingrandite di una bellissima conchiglia
attorcigliata – che pensai di essere come il paguro. Con
l’unica differenza che il paguro, non subendo il suppli-
zio della ragione, riesce benissimo ad evitare il conflitto a
fuoco delle sue decisioni, le possibili biforcazioni delle sue

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scelte. Nel momento in cui cresce troppo e il suo corpo
si trasforma, la conchiglia che lo accoglie diventa stretta,
non adatta alla sopravvivenza. Al che, semplicemente, la
abbandona senza troppi traumi, senza tante esitazioni:
lascia la sua vecchia conchiglia per trovarne una più spa-
ziosa e trasferirsi. Lui pensa di stare più comodo, invece
s’è salvato la vita. L’unica faccenda importante che lui co-
nosca. Non c’entrano niente le decisioni.
Mi è capitato un mucchio di volte al mare, e non solo
quando ero piccola, di andare ad infastidire le lumache
appiccicate agli scogli sul bagnasciuga. Con un’alga o con
un bastoncino mi divertivo a tampinarne le antenne o la
parte molle attaccata allo scoglio. Quelle, ogni volta, fila-
vano dentro, in un immediato, vistoso slancio di vigliac-
cheria. Mi affascinava il modo in cui, avvertito il pericolo,
si rintanavano nel guscio, in quella parte di corpo che noi
pensiamo staccata da loro ma che invece è tutt’uno con
quella esistenza, come lo sono i miei capelli con me.
Stare dentro e stare fuori deve essere un grosso stress
per le lumache marine, per i paguri o per chiunque altro.
Non sai mai se fai bene o se fai male a rintanarti oppure
uscire allo scoperto, rischiando che qualcuno ti tampini la
faccia con un’alga.

E quindi presi l’abitudine di fare qualche addominale


insieme con mio padre, la mattina, prima di uscire. Dopo,
prendevamo insieme il treno, in un silenzio assonnato e
complice. Compravamo un cornetto al bar Cinzia e masti-
cavamo con lentezza come fanno i lama, tanto per perdere
tempo e ritardare il nostro ingresso nel mondo: io a scuo-

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la, lui all’università. Ci volevano venti minuti abbondanti
per sopportare l’idea di metterci a parlare con qualcuno,
di scambiare notizie, informazioni, pareri, sciocchezze.
Ce ne saremmo stati volentieri a fare altro; lui con le sue
foto, per esempio, io con i miei esercizi alla sbarra.
Ci sono alcune persone che ci riescono benissimo, in-
vece: appena sveglie sprigionano una totale vivacità che
le mette immediatamente in armonia col mondo. Ti sa-
lutano, ti stringono la mano, ti abbracciano, cominciano
a raccontarti i sogni. La caratteristica di queste persone
è che ancora non sono del tutto sveglie e già devono rac-
contarti il sogno appena fatto, con fughe rocambolesche
e significati freudiani annessi. Le persone non danno mai
tanta importanza ai dettagli come quando raccontano i
propri sogni. Purtroppo, se il narratore di sogni non sei
tu, l’unica cosa che desideri, in quel momento, è un letto
e il silenzio.
Io e mio padre i sogni non ce li raccontavamo mai, tran-
ne quelli veri.
Ma qualche volta toccava pure starli a sentire. Dipen-
deva da chi mi trovavo di fronte: se si trattava di un mio
compagno potevo tranquillamente dirgli di non seccar-
mi; se era un amico a cui tenevo avevo qualche difficoltà
a fargli capire che non me ne importava niente del suo
subconscio, piuttosto la sua parte conscia era sicuramente
più interessante. Il problema era con i professori, con il
ragazzo di terza E che mi piaceva, con il rappresentante
di istituto, con la mia migliore amica, con il bidello, con
la segretaria, con tutta quella gente con cui si instaurano
fragili, intensi rapporti di vicinato, si intrecciano involon-

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tari scambi di sostanza umana – lacrime, sudore, gioie,
abbracci, intese. Con loro c’era tutto un rituale da sop-
portare. C’era l’aspettativa, la speranza, la paura di ap-
parire sgarbata, il supplizio della decenza. Mica potevo
girare i tacchi e andarmene. Non esisteva un modo per
scampare ai loro sogni, non c’era modo di sfuggire a certe
regole impresse nella testa e nei pensieri, nonostante ne
infrangessi già parecchie. Se ognuno di noi violasse con-
tinuamente una di queste regole, il mondo si scollerebbe
lentamente, come un puzzle che scivola via dalla parete.
C’era qualcosa di più intimo e segreto che mi costringeva
ad ascoltare, sorridere, annuire, a fare in modo che quel
legame, seppure breve e di scarsa intensità, filasse liscio
secondo la procedura.
Un disordinato plotone di persone con le quali si condi-
vide uno spazio, con le quali dare forma ad un luogo – im-
percettibile, vaporoso – se ci si addestra alla convivenza. Le
incontri, le conosci, le assorbi e, anche, le lasci. Esattamente
come facevamo mio padre ed io la mattina: allenarsi alla
condivisione, gestire lo sforzo, sopportare i sacrifici, creare
qualcosa che prima non esisteva e dopo sì. Un addominale
scolpito, una stretta di mano. È come preparare i muscoli
all’accoglienza o al distacco: adduzione, abduzione.
Perché, nello spazio del nostro corpo, non c’è posto per
tutto, né dentro né fuori.
Così mi resi conto che le persone erano come un’aula
di scuola, una discoteca di notte, come la mia camera.
Luoghi da cui si vorrebbe scappare ma ai quali non si
vuole rinunciare.
Ci stavo stretta in questi posti invisibili, era come tener-

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si addosso un vestito scucito, un pannolino per neonati al
posto degli slip. Una conchiglia sbagliata. Eppure ero lì e
per stare lì dovevo indossarla.

La cosa affascinante è che il paguro non ha un carapace


proprio, come la tartaruga. Ma per avere un luogo in cui
abitare deve aspettare lo sfratto di un altro animale, solita-
mente un mollusco, approfittando così di una conchiglia
lasciata vuota: è grazie ad un’assenza che è garantita la
sua esistenza.
Eppure non basta. Così come non bastava il cartello di
divieto d’accesso fuori la porta della mia stanza.
Il paguro sa che la sua nuova conchiglia non è suffi-
ciente. Che, nonostante abbia affittato casa, è comunque
esposto a pericoli di ogni natura. Allora diventa gentile e
accogliente, dando vita ad un legame impercettibile e ne-
cessario: subaffitta il suo nuovo alloggio alle attinie, ane-
moni marini con tentacoli urticanti, che gli permettono
così una maggiore protezione e sicurezza all’interno del
proprio guscio. Un impianto di allarme a tutti gli effetti.
A discapito della propria libertà, a discapito del proprio
spazio. È grazie a quel rapporto che prende forma il luogo
di inconsapevole convenienza, dove può esistere tranquil-
lo e in grazia di Dio.
Senza saperlo il paguro e il mollusco creano una figu-
ra geometrica bella e buona, con l’unica differenza che è
invisibile. Un mantello di aria salmastra che li avvolge e
avvolgendoli disegna il loro contatto molle, bagnato. Sta
in questa invisibilità la possibilità di vita del paguro.
La conchiglia che protegge e intrappola noi umani,

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Georg Simmel la immaginò sferica: un luogo dorato, spa-
zioso, enorme, costituito da milioni e milioni di piccole
reti, sulle quali camminiamo in bilico a braccetto, dove
l’azione di uno prescinde e influenza quella di un altro.
È grazie a questa reciprocità (chi sfratta, chi abbandona)
che il paguro e il mollusco creano.
L’attività creativa è sopravvalutata, alla fine. È una for-
ma di adattamento per vivere come tutte le altre, per in-
ventarsi quanti più modi possibili per farlo, semplici o
complessi che siano. Solo che, a differenza delle altre, è
più divertente e poetica.
La pancia del paguro è un’opera d’arte, per esempio.
Si è inventato un addome molle e asimmetrico che gli
permette di volta in volta, di conchiglia in conchiglia, di
accomodarsi nel nuovo spazio, grazie alle appendici ad-
dominali modificabili che gli consentono di far aderire
saldamente il corpo al guscio.
Il paguro lo fa. Noi lo facciamo. Noi siamo paguri.

Incollo la pancia alla parete. La sento dura, liscia, inva-


licabile. Oltre quel muro un altro muro: le ossa, i muscoli,
i tendini. Io. Mi piego all’indietro, il mio coreografo mi
mantiene la testa come fa mia madre quando vomito, so-
lo al contrario. Non so quanto dolore devo provare per
riuscire a disegnare un arco, non so quanto dolore sia ne-
cessario per farlo attraversare da un’altra persona, strin-
gerle la mano, cingerle i fianchi, e poi lasciarla, scioglierla
dall’abbraccio, liberarle i fianchi, far scivolare la sua mano
dalla mia, lasciarla andare.
Molto dolore, una scossa lungo la colonna vertebrale,

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una puntura di ago nei lombi, dietro agli occhi. Quando
il corpo fatica c’è qualcosa di non corporeo che finisce
in bocca, come la saliva che si asciuga, un sapore troppo
aspro per poterlo ingoiare.
Lo sopporto. Mi piego. Il mio coreografo mi dice non
fa male, continua, sforzati; un suono inconsapevole mi
esce dalla gola, come una nota scappata da una chitarra
distratta.
Sì, fa malissimo. Eppure mi vedo, a testa in giù, attra-
verso lo specchio, un’Alice cresciuta, che grazie allo sfor-
zo è diventata consapevole. Ho creato un limite, il mio
corpo ha dato vita ad un luogo che prima non c’era – una
curva, una specie di O di pelle – la creazione dal nulla
come un parto o una morte. Il mio busto che disegna un
ponte, con pilastri di mani e gambe di cemento. Schie-
na solida per sostenermi, dita duttili per aggrapparmi, la
pancia elastica dei paguri: sta tutto lì il disegno. Lo vedo
tratteggiarsi – salvifico – allo specchio, lo vedo nel sorriso
del mio coreografo, lo sento nel respiro lento che circola
più tranquillo nel letto delle mie vene. È in quello spazio
nuovo che devo trovare il modo per raccogliere foglie e
persone, decidere chi resta e chi va via.
A pancia scoperta

“Chi sei?”, domandò il piccolo


principe.
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”,
le propose il piccolo principe.
“Non posso giocare con te.
Non sono addomesticata”.
“Che cosa vuol dire
addomesticare?”.
“È una cosa da molto dimenticata.
Vuol dire ‘creare dei legami’”.
Antoine de Saint-Exupéry
Una mattina invece di mettersi a fare gli addominali si
stende per terra a pancia in giù. “Che fai?”, chiedo a mio
padre.
Mi ero appena svegliata e il sonno ancora mi intorpidi-
va la pelle del viso, le palpebre. Non avrei voluto mettere
il mio corpo al lavoro, ma in qualche modo – la sveglia,
il movimento obliquo di poggiare i piedi giù dal letto, il
piegarsi sulla tazza e premere il diaframma per far sgu-
sciare via la notte in forma liquida – tutto quello già era
un allenamento.
“Faccio la tartaruga”, mi dice lui.
La prima cosa che penso è un animale duro che cion-
dola in una vasca chiusa.
Invece ho di fronte un essere umano accovacciato per
terra con le gambe divaricate, il busto proteso in avanti,
il petto per terra tutto schiacciato. Mi chiedo come abbia
fatto mio padre ad allungare così tanto i tendini, ad aver
trovato con tanto agio lo spazio del suo estendersi. Mes-
so così, con la pancia incollata al pavimento, la schiena
piatta, mi fa pensare ad una tavola: potrei mangiarci, sal-

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tare, eseguire una danza, e quella rimarrebbe solida senza
spezzarsi.
Non contento di quella forma contorta, mio padre porta
le braccia tese sotto le cosce. Vedo spuntare le dita dietro
al sedere, dritte, rilassate, e la testa lì avanti sottomessa allo
sforzo, che si adagia come la coda di un cane stanco. Non
è un uomo né un animale, ma un arazzo di Jean Lurçat:
una creatura rossa fatta di stracci e ossa molli. Mio padre
è un gallo scomposto, una tartaruga che si ricompone.
“Fa male?”, gli chiedo.
“Sì, alle gambe e alle braccia. Ma è l’addome che lavora
anche se sta fermo, come sempre”.

C’è qualcosa di affascinante nella pancia. Parla, sussul-


ta, si muove, chiama, chiede attenzioni. Se ci si poggia
l’orecchio si riescono ad ascoltare palpiti e gorgoglii. Che
si tratti di un bambino o della fame, quella parla.
C’è qualcosa di doloroso nella pancia. Il riciclo del san-
gue, la discarica dei nostri rifiuti e nello stesso tempo la
sede di semi e di coltivazioni.
La pancia è un’imposizione. Rievoca qualcosa di antico
che non si può ricordare, che pure conserva qualche cica-
trice sottesa – la sensazione di un viaggio, il turbamento
dell’espulsione – costringendoci ad un legame non scelto,
irrinunciabile.
Forse per questo amiamo così tanto poggiarci sopra
una mano, quando si dorme. Per chiudere la serratura,
per far finta di ritornare dentro.

Da bambina infilavo di tutto nell’ombelico. Noccioline,

20
nippoli, pezzetti di carta, anellini di plastica, piccoli frutti
rotondi – uva, ciliegie, lamponi. A volte anche noccioli.
Senza volerlo né saperlo, familiarizzavo con l’idea di
accogliere qualcosa di diverso da me, già mi preparavo a
quella di espellerla: lanciare fuori i noccioli o farli scivo-
lare via con un battito di addome. Era un gioco che mi
avvicinava all’obbligo del contatto. L’ombelico calamitava
di tutto, dalla sporcizia allo zucchero delle ciliegie, dal
sale alla sabbia del mare. A volte il mio amico Stefano ci
infilava un dito dentro e mi diceva: puzzi di pipì.
Non ho mai visto un bambino che non faccia sfoggio
della propria pancia come se fosse un oggetto estraneo da
sé: specie sulle spiagge se ne vanno in giro con la schiena
arcuata, l’addome in fuori a portarla in giro come un tro-
feo. Sorpresi e contenti di quella cosa rotonda – loro ama-
no le cose rotonde, e lisce, e umide – con quel lucchetto al
centro pieno di misteri, assecondando il naturale bisogno
di offrire agli altri il proprio addome, come per dire: ‘ec-
comi, accorgiti di me’. La necessità della cura – questo
sollievo di camminare nudi e a pancia scoperta – spesso ri-
mane sepolto nella sabbia della spiaggia man mano che si
cresce, sostituendo alla nudità la sicurezza calda di calze,
cappotti, magliette. Cambia col tempo e a seconda delle
persone: ci sono quelle che si fanno toccare la pancia e
quelle che non se la fanno toccare.
I primi tendono a metterla in evidenza, a scoprirla so-
pra i jeans, ad accarezzarsi continuamente con un costan-
te massaggio benefico, a tatuarsi, a farti toccare eventuali
protuberanze, brufoli, piercing annessi, a farti ascoltare
rumorini strani.

21
Altri, invece, la tengono segreta e segregata. Come se
fosse un luogo troppo fragile da esporre, quasi che dentro
ci fossero organi di porcellana, cineserie antiche, cristalli,
che possano frantumarsi a contatto con la pelle degli altri.
La coprono, la nascondono. Basta che gli dai un colpetto
che saltano, sfiorati da una scossa nervosa.
Dipende da cosa hanno intrappolato dentro, se custo-
discono nella pancia problemi, dolori, ansie, dubbi. E il
corpo non ci pensa due volte a farli reagire costringendoli
a cacciare via tutto, uno smottamento interno che preten-
de di uscire allo scoperto.
La mia professoressa di biologia, al liceo, era convinta
che noi, come esseri umani, non avessimo subìto nessuna
sostanziale trasformazione nel processo evolutivo che ci
differenzia dagli animali. Nasciamo, cresciamo, agiamo e
moriamo come loro, con l’unica differenza che a noi si è
messa di mezzo la coscienza, che fornisce a molti l’illuso-
ria speranza di essere migliori.
La mia compagna di banco, Giovanna, aveva continui
mal di stomaco, una gastrite precoce che la costringeva
ogni volta a mangiare piccolissime porzioni di cibo. Alla
fine di ogni pasto emetteva una specie di muggito pro-
lungato, che partiva dal posto più profondo dell’addome,
come se avesse dentro di sé un’altra persona, intrappolata
lì sotto, che voleva uscire. Spesso avevo l’impressione che
fosse come quei giocattolini con bucolici pascoli stampati
sopra, che quando li volti fanno il verso della mucca. Ec-
co, la mia compagna aveva una mucca nella pancia e non
lo sapeva.
Diceva che muggire a quel modo le dava sollievo, l’al-

22
leggeriva dal peso che aveva nello stomaco. Le serviva per
dare un po’ di aria all’altra ragazza imprigionata lì sotto.
Un giorno la nostra antidarwiniana professoressa rima-
se in classe durante la ricreazione, mentre la mia com-
pagna aveva appena finito di mangiare un pacchetto di
crackers Doria, che preferiva agl’integrali. Ovviamente,
terminato il pacchetto, cominciò a muggire; così, seduta
tranquilla, mentre terminava di copiare insieme con me la
traduzione di greco dal quaderno di un’altra compagna.
La professoressa ci guardò con un’espressione tra l’incre-
dulo e lo sconforto. Le chiese: “Ma che fai?”.
Giovanna, con una specie di pudore, fu costretta a rac-
contarle tutto: del mal di stomaco costante, del cibo spez-
zettato, della gastrite, del muggito.
Al che la nostra cara professoressa, dopo aver riflettuto
qualche secondo – sicuramente troppo poco –, le disse:
“È perché sei frustrata”, fu la diagnosi.
Io scoppiai in una risata che mi costò un quattro du-
rante l’interrogazione di due settimane dopo; mentre Gio-
vanna si mise a piangere.
“Cercati un fidanzato e bevi succo di mirtillo”, fu la
terapia.
Giovanna il fidanzato già ce l’aveva; poi ha cominciato
a bere succo di mirtillo, senza alcun risultato. Continuò
a muggire per molto tempo, anche dopo aver cambiato
diversi fidanzati, dopo prolungate cure al mirtillo, dopo il
diploma, dopo la laurea, dopo il matrimonio. Ha smesso
solo dopo il primo parto. E mi fece pensare che fu quella
nascita – quello sfratto – a liberare l’altra ragazza che se
n’era stata tutti quegli anni imprigionata lì sotto.

23
Intrappoliamo nel nostro corpo cose solide, cose liqui-
de, cose invisibili, e anche persone; e sempre, in qualche
modo, il corpo ci indica cosa farne di tutta questa roba.
Come raccoglierla e come buttarla.
Ed è logico, perché nella pancia entra tutto quanto
il mondo. Certo, è la bocca il primo cancello, la via di
accesso; ma si tratta solo di una stazione di passaggio,
un pit stop, un luogo piacevole di villeggiatura: assaggia,
conosce, intrattiene brevi legami, magari anche profon-
di, ma poi l’abbandono è scontato; si sa che dalla bocca
ci si congeda come dopo un breve, intenso flirt estivo.
È la pancia la stazione principale – sia di partenza, che
di arrivo – dove si riversano i treni, dove si scaricano
le valigie, dove si rincontrano o si salutano le persone,
dove si raccolgono la sporcizia e i souvenir. Non è un
caso che Pinocchio abbia rincontrato Geppetto proprio
nella pancia del Pesce-cane, in quel luogo bagnato e buio
e sicuro, che suggeriva ad entrambi il nuovo cammino
da intraprendere. Se non fossero stati rinchiusi lì dentro
non si sarebbero salvati. Pinocchio è stato creativo: a
differenza del Tonno che, nella sua filosofia del vivere,
ha preferito ideare piuttosto che fare: “C’è più dignità
a morir sott’acqua che a morir sott’olio”, proclamava,
aspettando così di essere digerito. Pinocchio a finire di-
gerito non ci pensava proprio: ha attraversato lo stoma-
co, ha scalato la gola, ha guadato la lingua, ha scavalcato
i tre filari di denti. La bocca del Pesce-cane, asmatico e
mezzo infartuato, era semichiusa. Da lì si intravedeva
il cielo schiacciato dalle stelle, il mare oleoso, la luna.
Bisognava uscire, a tutti i costi.

24
A volte mi pare che per sopravvivere bisogna trovarsi
in trappola.

Dovevamo andare a Roma per uno stage con un bravo


ballerino di danze mediorientali che veniva dal Marocco,
specializzato in balli folcloristici delle zone del Maghreb.
Non capivamo a cosa ci servisse questo seminario: ave-
vamo lo spettacolo a breve e dovevamo ancora montare
le ultime coreografie, esercitarci alla sbarra, provare le
prese, perfezionare alcuni passaggi, terminare di cucire
i costumi.
Partimmo.
Per arrivare passammo con l’autobus affianco all’Altare
della Patria, in mezzo al marrone e al bianco, in mezzo alla
luce di sabbia di Roma. Sulle nostre teste svolazzavano un
mucchio di elicotteri che sorvolavano la città come grossi
uccelli di ferro. Tutti insieme davano forma a un tuono
che si spargeva tra il cielo e la terra, circondandola. Ovun-
que c’era la polizia, ovunque si vedevano transenne che
bloccavano le strade. Il nostro autobus fu costretto a fare
un tragitto molto più lungo per portarci a destinazione.
Ci accolsero una bellissima donna – la pelle color li-
quirizia, certi ghirigori di fiori che le crescevano intorno
alle dita – e un uomo non troppo alto che indossava una
tunica blu. Aveva un sorriso bello. Ci offrirono del tè alla
menta e pasticcini al cocco. Ci portarono nello spoglia­
toio, i maschi in una stanza, le femmine in un’altra; alle pa-
reti c’erano stampe color pastello di Mata Hari, fotografie
delle ballerine Samia Gamal e Martha Graham, distese di
deserti rossi disegnati a tempera.

25
Ci strizzammo nei nostri body e nelle scarpette. Alcune
di noi avevano già infilato le code di cavallo nelle retine
per gli chignon, quando la donna di liquirizia scivolò den-
tro per portarci dei foulard. “Metteteveli intorno alla vita
e rimanete in reggiseno. Togliete le scarpette e anche quei
body, che vi coprono le pance”.
Ci venne da ridere ma obbedimmo. I piccoli reggiseno
sopra le nostre pance piatte e muscolose erano ridicoli,
ma le fasce erano bellissime: tutte di raso colorato dalle
tinte dei frutti – mora, albicocca, uva verde, prugne rossi-
gne. Soltanto una di noi, Elisa, ebbe un po’ di difficoltà a
spogliarsi del body. Noi lo sapevamo che si vergognava a
far vedere la pancia nuda per via della cicatrice doppia e
lucida che le attraversava l’addome come un binario. Ma
non facemmo parola. Lei si spogliò e si avvolse attorno al
busto un maglioncino di lana, fingendo di avere la colite.
I ragazzi, in sala, erano infastiditi e ridicoli: i loro glutei
saltellavano al di sotto delle fasce con dei tremolii indecisi;
cominciarono a spingersi e a parlare come delle femmine,
sculettando ad ogni passo. Si diedero una calmata solo
quando videro l’uomo indossare la fascia sopra la sua tunica
blu, stringerla fino a percepire il guizzo dei muscoli, cam-
minare verso la sala con la schiena dritta e il petto in fuori.
In sala non c’erano né la sbarra né la pece, lo specchio
era minuscolo. Si respirava odore di muffa e di incenso,
e mi accorsi che eravamo in una specie di conca che ci
accoglieva come un palmo semichiuso. Su una delle pareti
c’era una bandiera rossa con una stella verde intrecciata
al centro. In un angolo era allestito un piccolo tavolino di
maioliche colorate, su cui erano disposti diversi bicchieri

26
di vetro, una teiera di ottone, un piatto di terracotta con
un’articolata piramide di pasticcini. Della città non en-
trava nulla, lì dentro. Nemmeno il tuono degli elicotteri.
Nemmeno il colore di sabbia. Eravamo nella grotta, che
poteva essere in qualsiasi centro del mondo.
Ci raccogliemmo tutti in un angolo, raggruppati come
un branco di gazzelle impaurite; ci guardavamo intorno
sospettosi e affascinati. La nostra insegnante era in fondo,
anche lei con la fascia intorno al sedere, la pancia sco-
perta, che aspettava l’inizio della lezione; non sembrava
affatto intenzionata a rassicurarci o a fornirci spiegazioni
su quel luogo misterioso. Anzi, se la rideva.
Quando l’uomo in blu si rivolse a noi con un piccolo
inchino, capimmo che dovevamo slegarci dalla nostra ri-
dicola postazione di difesa. Ci disponemmo a scacchiera
come eravamo abituati; io mi posizionai avanti, mentre
Elisa si confinò dietro, mezza nascosta da tutti.
L’uomo aspettò il silenzio e quando il silenzio crebbe
disse soltanto: “Seguite il ritmo”.
E da qualche parte – dalle pareti, dal parquet, da uno
stereo invisibile, dalle nostre pance, forse – suonarono dei
tonfi scanditi, delle pulsazioni.
Restammo immobili, senza sapere che fare e come se-
guire il ritmo. Una di noi, una tra le più coraggiose, co-
minciò a muoversi alzandosi sulle punte. L’uomo le disse
di scendere giù, di rimanere coi piedi per terra. Di sentire
la solidità del pavimento, farla entrare nelle caviglie e farla
salire fin nell’ombelico.
Battete i piedi, ci disse. “Batteteli insieme ai tamburi”.
Obbedimmo. E dai nostri colpi uscì fuori un suono

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fiacco, l’immagine distratta dei nostri corpi disomogenei,
scoordinati.
Insistemmo fino a quando i colpi non si fecero più vici-
ni e identici, fino a quando i piedi dell’uno non suonavano
coi piedi dell’altro, fino a quando nella sala si creò un
unico, forte rimbombo. Man mano che sbattevo le piante
sul parquet, avvertivo i tonfi dei miei compagni entrare
nella pelle con un fremito, una specie di scossa legnosa; la
sentivo salire fin nella pancia e creare lì un riverbero. Era
piacevole. Pensai ai Tuareg e alla tela dura e pelosa dei
loro tamburi. Pensai alla criniera dei leoni, alla carne degli
asini, alla callosità fresca degli zoccoli dei cavalli; pensai a
Pinocchio, alla sua pelle di ciuccio che il mercante voleva
trasformare in tamburo.
Cominciammo a sorridere, un po’ sorpresi e un po’ fe-
lici, come invasati da una seducente, antica euforia.
Si aggiunse al gruppo anche la donna di liquirizia, pure
lei con la fascia e un caftano leggero che le stringeva l’ad-
dome. Cominciò a muoversi seguendo i tonfi, e ogni suo
movimento – rotondo, flessuoso – le disegnava addosso
delle curve che si susseguivano come piccole, lente onde.
Fu lei ad avvicinarsi ad Elisa e chiederle perché avesse
il maglione intorno alla vita. Elisa era tutta sudata e rossa
in viso. La donna non riuscì a credere un solo secondo alla
storia della colite e senza pensarci troppo le sfilò via il ma-
glione. Nemmeno fossimo tutti dei piccoli girasoli che si
voltano verso il sole, noi guardammo la nostra insegnante.
Che, sorniona, sorrideva e lasciava fare.
Quando la donna di liquirizia toccò con le sue dita la
pancia di Elisa, Elisa gemette, come fa un cane quando

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gli si pesta una zampa. Fece un passo indietro. Si portò le
mani sulla pancia per nasconderla o proteggerla, non so.
Ma la signora di liquirizia gliele scostò. E poi fece una
cosa strana. Appoggiò la sua pancia sulla pancia di Elisa,
come se una sola non bastasse, come se una si trasformasse
nello specchio dell’altra. Cominciarono a muoversi insie-
me, piano piano. E non importava più quale pancia fosse
sfregiata, perché l’una permetteva all’altra di nascondersi
e nello stesso tempo di scoprirsi. Dondolavano. S’incur-
vavano. Si sostenevano. Lentamente la donna si allontanò
da Elisa fino a farla ballare liberamente da sola, con la sua
pancia nuda.
Intanto la darbuka continuava a tambureggiare con in-
sistenza, seguendo un ritmo che si impennava man mano
che procedeva. Ballammo così per un bel po’, sfrenandoci
come i pazzi e saltando da tutti i lati, lanciando grida e ver-
si che solitamente in sala o sul palco dovevamo contenere
con sorrisi e posture contratte.
Non eravamo più ballerini ma animali. Scorpioni e ser-
penti. Piccoli roditori affamati. Goffi gnu.
Poi capii il vero significato per cui ci avevano portato lì.
Ci spiegarono come muoverci in tribù. Ci sistemarono
secondo una composizione precisa, a forma di uovo, in
cui potevamo vederci l’un l’altro senza spostare la testa.
Ci insegnarono diversi passi – la luna, il serpente, il cam-
mello – che dovevamo eseguire tutti insieme, muovendoci
lentamente o più velocemente a seconda di come suonava
la musica. Ognuno di noi doveva guidare l’altro secon-
do un linguaggio preciso, incitando gli altri a fare quel-
lo o quell’altro passo: nessuno era il primo, nessuno era

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l’ultimo, ma tutti dovevamo comporre un unico disegno
che stava a noi tracciare. Imparammo a comunicare con
segnali specifici (gridolini, cambi di sguardi, leggere incli-
nazioni della testa, spostamenti di braccia) che lentamente
ci assorbirono in una comunicazione rarefatta di gesti e
intese mute. Era difficile e affascinante. Io servivo all’altro
come il mio compagno serviva a me. E se solo uno di noi
avesse sbagliato il segnale, se uno solo avesse confuso il
passo del serpente con quello del cammello, niente avreb-
be avuto più senso. Il bouquet ben confezionato, stretto
in fogli di carta crespa e argentata, si sarebbe scomposto.
Qualcosa – qualcosa di importante che al momento non
capivo – sarebbe andato perduto. Ero costretta a gestire il
mio spazio con gli altri in maniera precisa: fare attenzione
a chi mi ballava vicino significava mantenere l’armonia
della figura dei corpi, significava ballare, semplicemente.
Codificare un segnale, trasmetterlo, comporre la mia pre-
senza nella presenza degli altri. In nessun caso si contem-
plava la possibilità della mia assenza: il balletto esisteva
perché esistevo io con loro.
Ci stavo stretta in quella composizione, mi sentivo ob-
bligata a compiere gesti precisi e rispettare la posizione
per dare vita a qualcosa che non eravamo noi ma che
sbocciava grazie a noi. Nello spazio, nell’aria. Dovevo
sacrificare un po’ di me per quell’essenza invisibile, ma
era questo sacrificio che garantiva la mia reale presenza
in quella grotta.

Sul vocabolario cercai la parola cammello, per curio-


sità: grosso mammifero domestico ruminante dei camelidi,

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che ha due gobbe, formate da masse di grasso; vive nell’A-
frica e in Arabia ed è utilissimo nei trasporti.
La cercai perché era stato il passo che più mi aveva
colpito: una sorta di marcia cadenzata mentre si spinge
la pancia in dentro e in fuori, per trasformarla in gobba.
Così, il rituale mattutino degli esercizi si modificò.
Mentre mio padre faceva i soliti cinquanta addominali, io
cominciai a marciare per tutto lo studio facendo il cam-
mello, cercando ad ogni traversata di spingere la pancia
sempre più in fuori, come facevo da piccola su una qual-
siasi spiaggia.
“Che vuol dire domestico?”, gli chiesi una di quelle
volte.
Lui mi guardò con un’espressione stupita. “Intendo”,
spiegai, “perché il cammello è addomesticato?”.
“Perché è a rischio di estinzione. E, per fare in modo
che esista, l’uomo lo ha addomesticato”.
“E perché?”.
“Perché gli serve. Ha trovato un modo per vivere con
lui perché gli serve”.
Mi intristì questa spiegazione, ma non mi aveva stupito.
In qualche modo me l’ero aspettata.
Mi avvicinai a lui e mi piegai sulle ginocchia. Allun-
gai una mano e gliel’appoggiai sulla canottiera, sudata e
sottile. Riuscivo a percepire la forma ingobbita e morbi-
da del suo ombelico. Aspettai la sua reazione. Lui restò
immobile, stupito e seccato, ma immobile. Non saltel-
lò, non si irrigidì come la mia amica Elisa. Era disposto
all’accoglienza e alla condivisione. Ma, anche questo, già
lo sapevo.

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“Sei scema?”, mi fece.
“Sì”.
Non mi badò e si stese sulla schiena.
Tornammo così all’addomesticamento: lui con gli ad-
dominali, io con le traversate. Pancia in dentro pancia in
fuori.
Girarsi o morire

Le nostre braccia hanno


origine dalla schiena
perché un tempo erano ali.
Martha Graham
Stanca, una donna sui sessant’anni si accovaccia per terra,
socchiude gli occhi, appoggia la schiena alla parete. Non
è una parete qualsiasi, ma quella che Gaudí ideò per uno
dei suoi animali a forma di casa, in una stanza, per le sue
esigenze creative.
La donna sfila gli auricolari, abbandona la guida infor-
me che le parla all’orecchio, finta come le campane che
suonano dal registratore e non dal campanile. È proprio
stanca. Ha le guance vermiglie, coltivate da fitte pianta-
gioni di capillari. Dallo zaino, con lentezza, prende un
piccolo libro lasciandolo, però, immobile sulle cosce.
Stringo in mano una bottiglietta di succo di arancia
e mi viene voglia di offrirgliela, di alleviare la sua fatica
anziana. Mentre mi guardo intorno penso cosa mi im-
porta, perché mai dovrei interrompere la mia gita turisti-
ca per osservare e soccorrere la debolezza di una donna
che nemmeno conosco. Che, anzi, con quei capelli grigi
e lunghi, raccolti in una treccia hippy sulla sua schiena
secca, mi contraria anche. Che, addirittura, adesso sta
sfilando i sandali, sta liberando i piedi per appoggiarli

35
nudi sul pavimento del museo. Una donna con la treccia
grigia a piedi nudi in un museo. Mi infastidisce; eppure
la sua stanchezza ha pizzicato un mio nervo, la sua posa
arresa – quella sottomissione serena che a un certo punto
si concede volentieri a ciò che non possiamo più combat-
tere – mi ha afferrato la pancia e obbligato a fermarmi.
Come se quella strizzata di addome, quella specie di dolo-
re lieve che non è mio, ma che in qualche modo si è fatto
adottare, fosse uscito da me, e da me sia traslocato fuori:
verso la donna con la treccia.
Mi avvicino. Noto che ha le mani senza anelli, ma due
anelli nuziali sono appesi ad una catenina che le ciondola
sullo sterno ossuto, verso la v del suo seno fiacco. Mi
accovaccio: “Si sente bene?”, le chiedo in inglese. E lei
senza nemmeno guardarmi mi concede un sorriso, come
se lo sapesse che prima o poi qualcuno avrebbe soccorso
la sua resa. Poi si volta, uno sguardo azzurro che non
pretende nulla se non il sonno. “Devo riposare un atti-
mo”, mi dice, e poi annuisce, come se quel gesto volesse
sfiorarmi, non proprio come una mano, ma con più di-
screzione, con più distacco. “È sola?”, le chiedo. “Vado
a chiamarle qualcuno?”.
Lei sorride ancora, ma stavolta dentro al mento. Acca-
rezza la copertina del libro – anche io lancio un’occhiata
e leggo The Dead – lo apre. Come se fosse quell’apertura,
quella luce improvvisa sulla pagina la sua risposta.

A Gaudí interessavano la luce e l’aria. Voleva scoprire


come una casa potesse essere illuminata senza l’ausilio
di particolari lampadine ma soltanto con la fantasiosa

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geometria delle sue interiora: la rotondità di una vetra-
ta, la trasparenza di una veranda, la colorazione delle
mattonelle – azzurrine in basso, blu oceano in alto. Per
creare un effetto longitudinale con la luce che entrava
nel cortile.
La stessa maniacale attenzione era data al sistema di
ventilazione, ai marchingegni che permettevano alle stan-
ze di respirare come se avessero dei polmoni veri e propri.
In casa Batlló – la casa dels Badalls – nei luoghi dedicati
al pranzo o al riposo pomeridiano, Gaudí aveva installa-
to grosse vetrate che più che finestre sembrano sbadigli.
Queste enormi bocche senza spigoli o angoli, ma con ro-
tondità circonflesse, dipinte in modo tale da far passare
la luce secondo una traiettoria precisa. Verso il centro,
verso gli spazi più bui. Le finestre sono tutte circondate da
strutture di legno che permettono di oscurare l’ambiente
se si vuole dormire, di illuminarlo se si desidera la luce.
I pannelli sono ricoperti di lische. Sottili, mobili, lon-
gilinee linguette di legno che si spostano, si alzano, slitta-
no, si abbassano. Sono branchie. Indipendenti l’una dalle
altre, si muovono e si modificano a seconda del tipo di
ventilazione di cui in casa si aveva bisogno.
L’ultimo piano, che Gaudí aveva adibito ad asciuga­
toio, è una schiena, con le vertebre in calcestruzzo arcua-
te, bianchissime, rotonde, che accolgono le persone come
piccole porzioni di crill. Questa trovata architettonica si
basa sull’utilizzo dell’arco catenario, che consente un’o-
mogenea distribuzione dei carichi evitando così l’uso di
colonne, contrafforti e muri. L’aria, in questo modo, può
trasferirsi in maniera graduale e sistematica su tutto il pia-

37
no, seccando l’umidità e permettendo ai panni di asciu-
garsi come fossero stesi al sole e non puzzare.
Gaudí era un mancato zoologo oltre che un geniale ar-
chitetto. Le sue case respirano come i pesci.
Le branchie, che siano di legno, di calcestruzzo o dei
veri organi di tessuto, funzionano tutte allo stesso mo-
do: succhiano l’acqua, ne rubano l’ossigeno, lo portano
in giro per il corpo. Passeggiare in casa Batlló significa
diventare un neurone che passa nella schiena di una ba-
lena, attraversare la sua colonna vertebrale che si allunga
in altre stanze, in altri organi. Niente spigoli, niente linee
rette. Solo ossa curve, cavità sanguigne, vene e valvole; co-
me persiane, le sue vertebre ci restituiscono la luce, l’aria.
Non è che bisognasse inventarsi chissà che, ci hanno
già pensato i pesci a creare le branchie e tutto il resto per
sopravvivere.
La genialità sta nel trasformare la casa in una balena.

Ne vidi una al largo di Hermanus, in Sudafrica, di fron-


te ad una distesa di scogliere, con l’Oceano Indiano che
le nuotava attorno. Vidi la sua schiena lunga e solida e
lucida incurvarsi come una collina calva. La intravidi sol-
tanto, in realtà, perché non mi concesse di farsi ammirare
in tutta la sua grandezza. Mi regalò solo un pezzettino del
suo corpo, come fa chiunque altro con gli altri: un po’ di
bocca, un po’ di spalla, una porzione di cervello, un’al-
tra di cuore. Il resto lo risparmiamo, per che cosa non si
sa. Per arrivare integri alla morte, per conservarci interi
prima di disintegrarci. Tanto varrebbe iniziare a scollare
parti di sé un po’ alla volta e disseminarle per strada co-

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me fanno Hansel e Gretel col pane, per ritrovare la via di
casa. Qualcuno sicuramente si chinerebbe per raccogliere
una mollica di me, magari conservandola come amuleto
o inghiottendola.
Come casa Batlló distribuiamo luce e aria secondo il
pensiero di Gaudí: in piccole, prudenti dosi. Come la mia
balena africana, investiamo sugli altri soltanto alcune zone
di noi – è meno faticoso, meno rischioso. Se facessimo a
un altro un dono di dimensioni più impegnative, signifi-
cherebbe utilizzare un bel po’ di carta da regalo, metri e
metri di nastro, ore e ore impiegate a chiudere per bene gli
angoli del pacchetto, confezionare tutto nel migliore dei
modi. Viene da pensare che non ne valga la pena. Meglio
un pacchetto piccolo, di bell’aspetto, ma dal valore me-
dio; male che vada, se il regalo non piace, lo si ricicla per
il compleanno di qualcun altro.

La maggior parte delle ragazze a cui faccio lezione ha


dei tatuaggi. Piccoli, grandi, minuscoli, dilaganti. Viste
tutte insieme allo specchio, appoggiate con una mano alla
sbarra, sembrano un’installazione di arte contemporanea.
Un’alternarsi di figure finte su corpi veri che si piegano
e si inarcano. Ne hanno di tutte le gradazioni di nero e
di grigio, e anche più variopinti – fatine con ali azzurre,
farfalle scarlatte, attorcigliati arbusti di edera e margherite
dalle tinte pastello.
Quasi tutte, però, li hanno collocati in un unico posto.
Sulla schiena.
E poiché la schiena è un’autostrada che collega la testa
ai piedi, con diversi autogrill lungo il tragitto, ognuna ha

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trovato un angolino preferito dove piazzarlo. Tribali sulle
spalle, piccole lettere alfabetiche alla base del collo, note
musicali intrappolate tra le scapole, gechi che scalano il
fianco con un guizzo verso la pancia. Ma il posto più visi-
tato di tutti, come se fosse la costiera amalfitana del nostro
corpo, è sul sedere. In quella bellissima, sinuosa, riparata
conca che si trova tra le due fossette.
Mi sono chiesta come mai su dieci ragazze otto sono
tatuate e sette hanno scelto la schiena come tela. Han-
no argomentato motivi diversi, dai più strampalati ai più
credibili: “Perché la farfalla è il mio animale totemico”;
“perché le fate ci vivono intorno e bisogna farsele ami-
che”; “perché il mio ragazzo ha lo stesso tribale”; “perché
racconta un momento particolare della mia vita”; “perché
mi ricorda una persona che amo e questo amore me lo
devo tenere addosso”; “perché questa fenice sono io”.
Ognuna di loro mi ha risposto che lo ha sulla schiena
perché è più bello, più affascinante. Ma quasi tutte hanno
ammesso che, sotto sotto, si tratta di una questione mera-
mente pratica. Perché i tatuaggi sulla schiena sono come
la nebbia a Milano in Totò, Peppino e la malafemmena.
C’è ma non si vede.
Che è lo stesso motivo per cui anche i miei tatuaggi so-
no incisi lì dietro, in un luogo in cui far esistere le cose pur
nascondendole. E non agli occhi degli altri, ma ai propri.
Fa paura pensare di cucire sulla propria pelle un vestito
che si indosserà per tutta la vita, averlo sotto agli occhi per
sempre, senza la possibilità di poterlo sfilare e spogliarsi.
Come se si camminasse dentro a una gabbia mobile, un
guscio incollato alla schiena.

40
E allora perché quei tatuaggi?
La risposta la conosce Mezzacapa quando dice a Totò
che gli chiede: “Se i milanesi a Milano quando c’è la neb-
bia non vedono, come si fa a vedere che c’è la nebbia a
Milano?”.
Mezzacapa sa che la nebbia non è una cosa che si vede,
che si può toccare, e, indicandosi la schiena, ci dice che si
tratta di una presenza penetrante, come l’inchiostro che
lentamente cola nei tre strati di pelle.
La schiena è un bagagliaio dove si appoggia tutto e tutto
diventa pesante. Come gli asini portiamo pacchi e valigie.
Le nostre schiene sono dei vagoni merci, trasportano in-
formazioni, comandi, esigenze, roba. E ogni carico viene
tatuato con una precisione tale che il resto del corpo ne
subisce le risonanze, ne ricorda ogni singolo spostamento;
un sassolino che lascia i cerchi nell’acqua, anche quando
è già andato a fondo.
Non c’è verso di sfilare via una percezione che ormai è
entrata. Non c’è modo di potersi spogliare della propria
pelle, si può solo trovare un posto più comodo dove ta-
tuarsi, un disegno più colorato che possa dare una qual-
siasi forma di sollievo a questo peso.
È nella schiena che tutto passa. E se nell’intricato bosco
di nervi e bulbi sorgono ostacoli – traumi, lavori in corso,
smottamenti che bloccano il passaggio – il resto del corpo
non sa cosa fare, impazzisce, si ferma. E un corpo immo-
bile muore.

Vado a trovare un’amica greca, che è volontaria nel Par-


co Marino di Zante. Le dico che vorrei vedere le foche,

41
perché ho bisogno di studiarle per un lavoro da scrivere.
Efi mi dice che se ne avvistano parecchie nella baia di
Laganas anche se nel periodo della riproduzione preferi-
scono le grotte della costa occidentale dell’isola.
È estate. Ci rechiamo su una delle spiagge protette
dal Parco, che si estendono dal promontorio di Capo
Marathia fino a Gerakas. Sono tutte zone sabbiose, con
piccole dune e lunghi entroterra di pinete. Efi ha in testa
un cappellino con lo stemma del Parco e ne regala uno
anche a me. Abbiamo appuntamento con un suo amico
che ci scorterà con un piccolo scafo a largo di Laganas.
Intanto attraversiamo la spiaggia dove un bel po’ di tu-
risti se ne sta beato sulla sabbia a prendere il sole; qual-
cun altro è in acqua. Ci sono diverse coppiette, un paio
di famiglie con figli indiavolati, qualche donna solitaria
con grossi cappelli di paglia, gruppetti di amici. Sono
tutti stesi su colorati teli da mare, qualcuno ha anche un
ombrellone con cui ripararsi dal sole. Niente di strano.
Eppure qualcosa di anomalo c’è, anche se non riesco a
capire subito di cosa si tratti. Mi fermo e mi guardo in-
torno. La sabbia che avvolge i piedi bollente e vellutata;
il sole che brucia la pelle dietro al collo, sotto la coda
di cavallo. Noto un altro paio di volontari che hanno lo
stesso cappellino mio e di Efi. Un bambino sta corren-
do, pancia in fuori, con una paletta in mano; inciampa,
cade, si rialza e ricomincia a correre. Ma la sua corsa,
ormai, non mi interessa più. È caduto accanto ad una
piccola recinzione, una specie di gabbietta, lì in mezzo
alla spiaggia, che mi pare molto più interessante. Sposto
lo sguardo e noto che di queste recinzioni azzardate ce

42
ne sono diverse, che sbucano come sassi un po’ qua e un
po’ là. Alcune si trovano nella zona alta della spiaggia,
nei pressi della pineta, altre degradano in direzione del
mare. Gli asciugamani, le coppiette, gli ombrelloni e i ca-
stelli di sabbia, zigzagano tra le gabbiette in un perfetto
film surrealista. Così bizzarro e armonioso.
Chiedo ad Efi se quelle sono le recinzioni che proteg-
gono le tartarughe. Lei mi risponde di sì e mi spiega che
sull’isola ci sono un mucchio di spiagge dove le tartarughe
vengono a deporre e incubare le uova. Mi dice che le tar-
tarughe si sono abituate ai turisti e che hanno imparato
a trovare i momenti più favorevoli per deporre, poiché
possono facilmente venire aggredite da predatori, o esse-
re disturbate da bambini, persone, luci, rumori. Il Parco,
con quelle recinzioni, tenta di intervenire per salvaguar-
dare la specie.
Prima di deporre, con le zampe anteriori, quelle scavano
profonde buche in cui affidano le loro duecento uova; poi,
come una torta con la panna, ricoprono tutto di sabbia,
per garantire loro la temperatura necessaria all’incubazio-
ne e per proteggerle dai predatori. Terminato il lavoro di
genitore, ritornano in mare. Vanno via, abbandonando la
prole, affidandola alla sabbia e al coraggio.
Le uova si schiuderanno dopo quarantacinque, ses-
santacinque giorni, e lo faranno tutte nello stesso preciso
istante. Come un piccolo big bang sincronizzato, la crea­
zione di centinaia di vite. Nessuno ha ancora scoperto
come ciò sia possibile; eppure tra quelle uova nasce un
attimo di collaborazione e sincronismo di assoluta perfe-
zione, come se lì sotto, nella conca segreta di quella pancia

43
asciutta, avvenissero incantesimi e sortilegi che solo i pic-
coli di tartaruga conoscono e poi dimenticano.
Ci avviciniamo ad una delle recinzioni che in realtà è
semplicemente un’indicazione per i turisti: un pezzetto di
sabbia delimitato da quattro canne di bambù e un filo di
spago tra una canna e l’altra. Alcune gabbie non hanno
nemmeno il filo di spago; ma le canne di bambù sono
esplicative: non vi avvicinate, uova sotterrate.
Efi mi spiega che siamo nel momento della schiusa e
che i volontari sono lì apposta per monitorare sui turisti
più che sulle recinzioni.
Affondo lo sguardo nello spazio chiuso di quelle quat-
tro pareti di aria, bambù e spago; cerco di immaginare le
centinaia di uova raccolte in quell’utero di sabbia come
palline di ping pong. Chiedo ad Efi se i turisti non si siano
mai spinti oltre, se qualcuno, ogni tanto, tenta di violare la
recinzione per curiosità.
Mi vengono in mente le piccole tartarughe che se ne
stanno in quelle vaschette di plastica minuscole e puzzo-
lenti, con tanto di palma artificiale che sorge al centro,
sopra le lavatrici a casa di qualcuno.
E mi chiedo quale delle due sia una gabbia: se la va-
schetta che le imprigiona o la recinzione che le protegge.
Poco più distante un gruppetto di persone in costume
da bagno, munite di macchine fotografiche e cellulare, fil-
mano uno dei volontari col cappellino.
Ci avviciniamo. Il volontario, oltre ad avere la stessa
divisa di Efi, ha un paio di guanti di lattice. Dice alla gente
di fare silenzio, di non muoversi. In quella zona è tutto
più lento, tutto è più pesante. L’aria, e i suoni, e le onde

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del mare sono intrappolate in una bolla che avviluppa la
spiaggia. Il volontario ha tracciato una specie di strada
nella sabbia, simile a quella che si fa per le biglie o per le
bocce. Solo che invece di una boccia si intravede, dietro
ad una minuscola cunetta, una tartaruga piccola quanto
un alluce, che sgambetta trafelata lungo la sua persona-
lissima strada. Ha il carapace marrone scuro. Bombato,
duro, piccolissimo. E penso che è fortunata ad avere quel
guscio così robusto e solido, che le protegge il resto del
corpo. Che il prezzo da pagare per star chiusa lì dentro, è
quello per salvarsi la vita.
Le piccole zampe, simili a pinne, sono delle eliche che
disegnano la sabbia di increspature sottili, come se ci pas-
sasse un soffio. Ogni tanto perde l’orientamento, e invece
di proseguire in direzione del mare tenta un’altra via, ver-
so un asciugamano o la pineta: sarà per colpa della fatica
della nascita, per la sorpresa del sole. Capita che uno dei
turisti, specie una donna, sopraffatta dalla compassione,
si lasci sfuggire un gemito, e allunghi una mano come per
indicare la via al neonato, o rimetterlo sulla giusta strada.
Ma il volontario dice: no. Molte volte sono i bambini a
rimproverare le madri; che si facciano gli affari loro.
E hanno ragione. Perché la tartaruga lo sa dove sta il
mare e, al termine delle sue giravolte, è verso di esso che
prosegue. Verso l’odore di alghe, quello nascosto della
madre.
Quando la tartaruga è ormai sul bagnasciuga, in quel
canalone di sabbia che il volontario man mano scava per
lei, succede che inciampa in un sasso, esattamente co-
me è inciampato il bambino poco prima. Si capovolge e

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rimane immobile. Dal pubblico sguscia un sospiro spa-
ventatissimo.
La tartaruga è a zampe all’aria, che si dimenano, che si
agitano. È stesa sulla schiena, la sua pancia la schiaccia:
non riesce a voltarsi. Sopra di lei quel cielo sconosciuto
che deve sembrarle un mare messo al contrario.
Nessuno si muove, nessuno fiata. Solo le onde borbot-
tano, che l’aspettano.
Noto sul ventre una specie di macchia incrostata che ha
la forma degli addominali ben scolpiti. Efi mi dice che si
tratta del piastrone. Penso ai miei addominali lisci, a quelli
di mio padre vecchi. Penso che ogni essere vivente ha la
pancia nella schiena, una continuazione che ci rinchiude
e ci salva. Una gabbia né toracica né corporea: ma un pro-
digio invisibile che realizza i nostri respiri.
Tra la pancia della tartaruga e il suo dorso c’è uno spa-
zio di sangue e tendini che ora la tiene incollata lì, in-
trappolata nel suo errore. Ha soltanto due possibilità.
Voltarsi (compiere lo sforzo addominale di rimettersi a
quattro zampe, imporre la sua nuova vita agli altri, rivol-
gere ancora la sua schiena al cielo) oppure restare così:
compressa per terra dal suo addome-carapaceo, distesa
sulla schiena nemica. Raggiungere il mare o soffocare nel
sole; continuare ad esistere, smettere. Entrambe le possi-
bilità dipendono dalla forza che in quei pochi minuti di
vita (e secoli di selezione naturale) la tartaruga ha raccolto
nel minuscolo spazio tra schiena e pancia, in quel cassetto
in cui si accumula la vita.
Penso che, vista così, sbalordita e ribaltata, non abbia
la stoffa per la sopravvivenza se a fermarla è bastato solo

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un sassolino; mi chiedo cosa combinerà, se mai riuscirà a
girarsi, una volta arrivata in acqua, tra le onde violente e i
pesci e i pescatori e le barche.
Poi, però, penso anche che ha avuto troppo poco tempo
per addestrarsi alla vita, capirne i tranelli ed evitarli, e ciò
che le sta capitando adesso, invece, è una fortuna. Quello
in cui è inciampata è un esercizio. Un momento preciso per
capire come fare ad aggirare l’ostacolo, ad andare oltre. Un
attimo fondamentale di allenamento, di esercitazione.
In fondo, è già nata e nascendo si è guadagnata un van-
taggio di spazio che la separa dalla morte; la sua morte
personale che è l’Achille di Zenone; la insegue, la bracca,
la capovolge, ma la tartaruga sarà sempre più avanti, con
uno spropositato sforzo fisico manterrà la sua posizione
di privilegio lasciando Achille indietro, almeno fino ad un
certo punto: fino a quando la stanchezza e la vecchiaia non
le avranno consumato schiena e pancia. Eppure, se vuole
arrivare in acqua, è da lì che deve ricominciare. Da quello
scrigno chiuso.
I turisti piagnucolano, i bambini si ribellano. Girala,
girala. Dicono.
Il volontario si guarda intorno, rosso in viso, arrabbiato
e annoiato, non sa che fare. Guarda anche Efi che, però,
non esprime nessuna opinione né a voce né in altro modo;
pare che non abbia nessuna intenzione, in quel momento,
di intromettersi in una faccenda che riguarda solo la tar-
taruga e la sua pancia. Ma poiché nessuno, a parte Dio o
chi per lui, vuole sopportare la seccatura che può portare
il pensiero di aver ucciso una tartaruga, il ragazzo allunga
una mano. La avvicina al guscio, allunga un dito; con una

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lieve, debole spinta la ribalta. Un dito enorme venuto dal
cielo. Una piccola mano venuta da fuori ad intrometter-
si nello spazio privato, riservato alla tartaruga e alla sua
morte.
Eccola là: schiena al cielo pancia a terra. La posizione
giusta per ripartire e ristabilire i vantaggi. Il mare è lì avan-
ti che l’aspetta, distratto.
Il ragazzo sfila via il cappellino, il pubblico tira un so-
spiro di sollievo, i cellulari fotografano, la tartaruga corre
verso il mare.
Si tuffa. Viene travolta. Di lei si vede un puntino nero
risucchiato e poi nulla più.
Efi mi dice che adesso nuoterà per più di ventiquattro
ore ininterrotte per allontanarsi dalla costa e raggiungere
la piattaforma continentale.
Non ce la farà, penso.
Oppure sì. Dipende da quanta forza questo esercizio
imprevisto le ha fatto guadagnare o perdere. Quanto co-
raggio le ha insegnato.
Guardo il mare come se cercassi la forma lucida di una
schiena, il puntino marrone di un piccolo carapace per
capire quanto vantaggio ha già accumulato. Ma c’è solo
l’acqua e i bagnanti che, schiena in acqua pancia al cielo,
fanno il morto a galla.

Se la schiena non funziona la pancia soffre, dice un pro-


verbio genovese.
Non era un caso che dopo gli addominali, mio padre,
avesse sempre mal di schiena.
“È perché la incurvi”, gli dicevo io. “Per fare bene gli

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addominali devi raccogliere le ginocchia al petto e poi in-
collare la schiena al pavimento, vertebra dopo vertebra.
Così mentre ti eserciti non la affatichi troppo”.
Lui ci provava e a volte ci riusciva altre no. Ma non era
convinto di questo mio consiglio aerobico. Secondo lui,
tutti, prima o poi, soffrono di dolori alla schiena e non
c’entrano niente gli esercizi di ginnastica, che possono
aiutare ma non risolvere. “È perché ci siamo alzati trop-
po presto e non eravamo pronti”, sosteneva. “Dovevamo
camminare a quattro zampe ancora per un centinaio di
anni”.
Nonostante sentisse il bisogno di allenarsi e tirare fuori
i dolori, considerava la faccenda un argomento inutile:
non c’è modo di non affaticare la schiena, la fatica è il suo
destino. Sostenere e proteggere. Parete di calcestruzzo
delle nostre stanze chiuse.

È in una stanza chiusa che Gabriel, ne I morti di Joyce,


scopre che sua moglie Gretta ha tutta una vita a lui sco-
nosciuta, o, miserabile e squallido come si sente in quella
sera natalizia, che lui non ha voluto conoscere. Una vita
intima in cui lui non esiste.
L’intimità di una persona amata è qualcosa che a un
certo punto ci appartiene a prescindere; non si può evi-
tare di mangiarle un poco alla volta parte dei suoi tessuti,
del suo cervello. È un continuo sequestro reciproco – io
rubo a te tu rubi a me – così si evita che qualcuno rimanga
svuotato del tutto. È per questo che proviamo a regalare
solo piccoli pezzetti di noi, per rimanere integri. Anche se
c’è sempre chi ruba di più e chi ruba di meno. In qualsia­

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si caso l’altro diventa nostro. E quello che è nostro a un
certo punto si trasforma in qualcosa di così familiare da
riuscire a dimenticarcene.
L’intimità di un’altra persona diventa un segreto che a
volte ci piace e altre no. Le laviamo le mutande, le prepa-
riamo la pasta, scopriamo i buchi nelle sue calze, la sor-
prendiamo a bocca aperta mentre dorme, la ascoltiamo
piangere, e poi ridere, e poi parlare del suo lavoro tutte le
sere a cena, e poi scopriamo qualcosa di nuovo che pro-
prio non ci aspettavamo, all’improvviso una sorpresa che
destabilizza. A rubare sempre ci si stanca.
Gabriel deve aver pensato che Gretta fosse molto stan-
ca, in quella stanza chiusa che circondava il loro amore
come un filo spinato. Un fascio di luce dalla finestra, le
pareti di calcestruzzo. C’erano loro a proteggerli; quelle
pareti solide e forti come una schiena, che sostenevano e
circondavano il loro matrimonio da anni.
Ma cosa erano diventate quelle mura, dopo tutto quel
tempo?
In che cosa si erano trasformate?
Erano stati comodi in quella stanza. Avevano vissuto,
amato, cantato, riso, ci avevano fatto l’amore, avevano
dormito. La vita era filata liscia lì dentro, fino a quel mo-
mento.
All’improvviso lì con loro si intromette dell’altro, un’in-
timità straniera; un fantasma a tutti gli effetti, perché solo i
fantasmi possono passare attraverso i muri, entrare e usci-
re liberamente dalle gabbie.
Il fantasma di Gretta si chiamava Michael Furey ed era
il suo vecchio, antico, primo amore.

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Eccolo là, Michael, tra loro due, tra una sedia e un fa-
scio di luce. C’era ma non si vedeva.
Gabriel sapeva che l’amore invecchia, che solitamente
si accomoda su una sedia a dondolo in salotto aspettando
la sera; che in quella stanza era maturato trasformandosi
in qualcos’altro. Amore sì, con qualche toppa, con qual-
che cucitura a rinforzare i tessuti. Mentre l’amore di Gret-
ta per Michael no: quello non era invecchiato. Era una
stoffa integra, mai usata, senza una piega. Era un amore
colato dentro di lei congelandosi come una stalattite in
una grotta. Era rimasto immobile. Perché quell’amore
non aveva rispettato le regole, non era stato imprigionato
dalle pareti, non era stato addomesticato.
Ne esisteva solo un alone, un fantasma ammalato che
girovagava per la stanza.
Per la vergogna, per il senso di frustrazione che lo col-
se, Gabriel fece una cosa soltanto. Si voltò. Le diede la
schiena. Le diede la schiena per proteggersi dalla sua per-
sonalissima vergogna.
“He turned his back”, dice Joyce.
Back. La sua schiena. Dietro, oppure tornare, oppu-
re sostenere, o anche confermare. Joyce ci ha abituato a
guardare la schiena di Gabriel in quel modo – nel modo
che Gabriel ha di piegarsi ad una scoperta dolorosa – ci
ha indicato come leggere il suo gesto. Ce lo ha indicato
con le parole, con le regole che incastrano le parole, che
impalcano immagini, le mostrano ad altri occhi, agli occhi
del pubblico, di chi compone il mondo. È grazie all’impo-
sizione artistica di queste regole che la schiena di Gabriel
esiste, che esiste il suo dramma. È grazie all’abitudine che

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ha addestrato l’amore di Gabriel e di Gretta che Gabriel e
Gretta adesso esistono. Mentre Michael e Gretta no. Loro
non possono esistere.
Gabriel le dà la schiena, e in quella schiena germoglia
la sua debolezza, si realizza la sua solitudine. Eppure sono
lì, lui e lei e qualcosa che soltanto insieme possono creare.
E creandolo lo portano con sé come un carapace. Senza
quelle pareti di calcestruzzo la forma dorata del loro le-
game si sarebbe dispersa, sarebbe scivolata via come una
valanga, un bacino d’acqua senza diga. Sarebbe rimasto
soltanto un buco secco, pieno di detriti e di marciume. Il
vuoto.
In quella stanza, invece, c’è il dolore, c’è la compassio-
ne, c’è la memoria, c’è la vergogna, c’è la morte. C’è tutto
quello di cui si ha bisogno. Il vuoto non serve a nessuno.
Immagino Gabriel e Gretta quando si sono sposati,
quando davanti all’altare hanno dato vita ad una promes-
sa che per esistere deve trovare una forma, un luogo che
la contenga. Un cerchio dorato che intrappola un dito,
simile a una serratura: che si chiude e si apre contempo-
raneamente. In entrambi i casi è un atto di appropriazione
che pretende di proteggerci. Un’assicurazione sulla nostra
sanità emotiva. Un’ipoteca sulla nostra possibilità di esi-
stenza nel lungo termine.
Forse è per questo che ai matrimoni si piange sempre.
Per la felicità di amare qualcuno e, nello stesso tempo, per
la tristezza di aver perso qualcosa.
Gabriel si voltò e diede a Gretta la schiena. Le mostrò il
suo dolore, scoprì il suo guscio, le raccontò i suo difetti, le
sue imperfezioni. Entrambi sanno che è da lì che devono

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ripartire; riadattarsi al nuovo spazio, convivere con una
nuova intimità. Ricostruire altri bastioni su cui abitare,
rimettersi in marcia.
Solo dopo quel gesto – solo dopo aver smembrato la
parete che lo sorreggeva – lui le si avvicina e, con dolcezza,
le prende la mano.

“Potrebbe chiamare mio marito”, mi dice la donna con


la treccia. “Dovrebbe trovarlo al bar o nella veranda, non
so. Ma mi farebbe piacere che lo chiamasse. Mi farebbe
bene”.
Mi guarda con quei suoi occhi azzurri che adesso hanno
perso un po’ di azzurro, ma hanno più luce. Come se il
riposo le avesse portato di nuovo l’aria, una nuova ventata
di zucchero.
“Certo”, dico. “Come lo riconosco?”.
Mi dice che ha un pantalone color kaki e un bastone
di ciliegio. È bello, il bastone, aggiunge, glielo ha regalato
lei quando hanno festeggiato un loro anniversario. “Non
ricordo il numero esatto degli anni”, fa. “Devono essere
trentacinque, o quaranta. Non ricordo”.
Penso a quanto deve essere duro il tempo se si imprime
così in profondità nel corpo, tanto da farsi dimenticare,
così tanto da illudere che passi in fretta, che passi e basta.
E invece è tutto quanto lì, pesante, e solido, e salvifico, in
quella schiena appoggiata alla parete, che chiede solo un
attimo di sosta a Gaudí.
Le dico che farò in fretta, a riportarle il marito. E lei fa
una risata, mi fissa, il suo grazie non è più un sorriso, ma
adesso mi afferra proprio una mano, la stringe.

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Don’t touch

Un incontro civile fra gente


educata
che si alza in piedi e che si saluta
un incontro un po’ anonimo
reso più umano
da una cordiale stretta di mano.
Giorgio Gaber
L’unico schiaffo che ebbi dai miei genitori non fu per me.
Eppure, in qualche modo, lo era.
Dopo cena mio padre ed io uscivamo col nostro cane
Tara a fare un giro. Era il giro lungo, come lo chiamavo
io, perché gli altri, quando toccava a me portarla giù, du-
ravano sì e no cinque minuti. Il tempo di una pipì e una
cacca.
Ma Tara aveva bisogno di correre come io avevo bi-
sogno dei baci, così raggiungevamo il frutteto dietro ca-
sa, una grossa piantagione. Una signora lo coltivava ad
albicocchi, mandarini e peschi, e in primavera sembrava
di stare in un quadro di Monet. Mio padre regalava alla
signora un po’ di vino, quando ne aveva l’occasione, e
così lei permetteva a Tara di correre sul campo anche se
andava a pisciarle sui frutti. Ma era una questione che non
la interessava: “È tutta vita”, diceva.
Tara afferrava i mandarini nella bocca e li sbucciava,
come se il suo muso fosse una mano. Si alzava sulle zampe
posteriori, faceva un salto, ne acciuffava uno dai rami più
bassi e poi lo portava verso un muretto in fondo, dove

57
poteva mangiare in santa pace. Ci faceva sempre un po’
paura quel posto lontano dal sentiero, perché nel muretto
c’era un buco che dava sul campo di un contadino, che
quando vedeva un cane o un gatto nella proprietà gli spa-
rava dietro.
Era lì, accanto al muretto, che Tara si riscopriva sel-
vaggia; con le zampe e i denti apriva il frutto, lo spogliava
della buccia, afferrava i lembi di polpa con delicatezza,
lasciando sul terreno soltanto il guscio vuoto.
Era ancora cucciola, ancora più piccola di me, anche
se di me aveva una considerazione pessima, segregata
com’ero nella parte più bassa della gerarchia canina: die-
tro mia madre (che le dava da mangiare); dietro mio padre
(il capo branco); dietro il postino (che era quello a cui
ringhiare). Io stavo in fondo a tutto. La sorella scema con
cui giocare se e quando ne aveva voglia.
La notte si metteva a dormire ai piedi del letto, dal lato
di mio padre, e la mattina, appena sveglia, gli andava a
leccare i piedi. Però faceva ancora di testa sua. Quando si
metteva a correre mio padre poteva chiamarla all’infinito,
lei non lo pensava affatto. Correva che era un cavallo, nera
e snella. Se faceva la cacca in salotto si andava a nasconde-
re sotto al letto (il mio, perché era il posto meno pericolo-
so del mondo) e non c’era verso di prenderla e sgridarla:
si metteva a ringhiare e ad arricciare il muso ricordandosi
solo allora che, in fondo in fondo, apparteneva alla fami-
glia dei lupi. Quando voleva stare da sola fuori al balcone,
con il sole della sera che le cadeva addosso, non voleva
essere disturbata.
Mio padre la amava molto. Mi faceva impressione il

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modo in cui la rispettava. E questa fu la prima cosa che
lui mi insegnò. Come se avesse anche lei una vita intera da
comprendere al pari di tutti gli essere viventi. Mio padre
lo faceva con tutti gli animali, vivi, morti, belli o brutti.
Era il suo lavoro. Così aveva imparato a farlo anche con
le persone.
Una di quelle sere gli mentii per la prima volta.
Tara si era avvicinata a noi con la carogna di un altro
mandarino e lo offriva a mio padre come un regalo, un pe-
gno. Gli dissi: “Vado alla festa di Valentina domani. Posso
dormire da lei? Così non mi dovete venire a prendere”. Lo
guardai, sorridendo con una grossa fatica e strappando i
semini neri dalle belle di notte. Lui si decise a prendere
dai denti di Tara la buccia imbrattata di saliva, la lanciò
lontano. Tara scattò. Lui mi guardò: “Valentina quella del-
la tua classe?”.
“Sì”.
Non era vero. L’intenzione era di passare la notte da
sola con Fabio.
Mi sorrise e mi stuzzicò con un gomito. “E c’è pure
Fabio?”.
Mi morsi un labbro e abbassai la testa. Ma me ne pen-
tii subito perché mio padre sapeva leggere i gesti degli
animali e anche i miei, e quell’abbassamento – quella
specie di resa, quell’ammissione di debolezza – gli aveva
parlato.
Si fermò. Mi mise una mano sulla spalla. “C’è o no?”.
“E papà...” dissi, pestando il terreno con un piede e
scrollandomi la sua mano di dosso, per allontanare il pe-
so della sua presenza. Mi sentivo una traditrice; ma mol-

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to fiera della mia decisione. Da qualche parte, dentro di
me, sapevo che era una cosa totalmente inutile, che avrei
potuto dire tranquillamente tutta la verità, che non c’era
nessuna festa e che volevo stare con Fabio. Fiduciosa che
i miei, come sempre, avrebbero compreso e mi avrebbero
lasciata libera, con tutto il peso che quella libertà com-
portava in termini di fiducia, rispetto, responsabilità. La
bugia invece mi svincolava da tutto questo in una volta
sola, mi dava la sensazione di gestire le mie scelte in piena
autonomia. Dissi, strafottente: “Ma che vuoi sapere...”.
Poi sentimmo un urlo provenire dalla terra del vicino,
un movimento furioso di frasche. “Ma Tara?”. Senza nem-
meno avere il tempo di tirare un respiro, ci mettemmo a
correre verso gli alberi, scorticandoci le braccia e il viso.
Raggiungemmo il muretto. Guardammo a destra e a sini-
stra e poi di nuovo a destra e a sinistra. Tara non era da
nessuna parte, di lei rimanevano tracce di mandarini spol-
pati un po’ ovunque sul terreno. Mi venne mal di pancia
all’istante, come se avessi ingoiato del lisoform. A mio pa-
dre si arrossarono le guance. Cominciò a chiamarla: Tara,
Tara! Due, tre, quattro volte. Non avevo mai perduto nes-
suno prima di allora e al pensiero che fosse proprio Tara
mi venne una fitta al torace. La immaginai distesa su un
letto di trifogli, con un buco rosso all’altezza della tempia.
Sbucò velocissima dal foro del muretto, per continua-
re la sua corsa intorno al frutteto come una mosca. Mio
padre la inseguì, io inseguii mio padre. Riuscimmo ad
acciuffarla solo dopo qualche minuto, sudati, arrabbiati,
con l’affanno.
Quando mio padre la prese le infilò il collare e poi la

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fece accucciare. Non so perché ma Tara mi guardò come
non mi aveva mai guardata: con terrore, con speranza. Mi
chiedeva aiuto, ma io ero nelle mani di mio padre come
lei.
Lui non disse una parola.
Solo, alzò una mano, grossa, che tremava. La schiaffeg-
giò. Uno schiaffo che le fece voltare il muso dall’altro lato.
Che la spostò di peso, la sovrastò come un acquazzone.
Tara si acquattò, si infilò con la testa sotto le gambe di lui.
Non mi pareva possibile, ma il suo sguardo prese un’e-
spressione di disperato sconforto.
Mentre tornavamo a casa, a un certo punto, lei si fermò.
Con la zampa si grattò il muso e mio padre le scoprì i den-
ti: le sanguinava la gengiva dal lato dello schiaffo: il labbro
superiore era spaccato e usciva un bel rivoletto rosso.
Mi coprii la bocca con una mano e ingoiai i singhiozzi.
Volevo stare dalla parte di mio padre, ma era difficile.
Anche lui, quando aveva scoperto il sangue, aveva avu-
to un tremore, gli occhi gli si erano annebbiati. Gli dissi:
“Ma perché?”.
“Per proteggerla”, fece lui, ricomponendosi. “Deve ca-
pire una volta per tutte. Sennò continua a fare di testa sua
e si mette nei guai”.
Mi venne voglia di accarezzarla.
“No, non la toccare. Deve capire. Deve imparare a stare
con noi”.
Provai un senso di abbandono nel petto. Mi prese il
terrore che in questo modo Tara non si sarebbe più fidata
di noi, pensai che sarebbe stato meglio lasciarla libera. Ma
lui mi disse che la sua libertà era nel branco, in nessun

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altro posto. Il suo branco eravamo noi e per stare con noi
era necessario che imparasse le regole.

‘Non toccare’ è la prima cosa che vedo quando entro


nei negozi stranieri.
‘Don’t touch’.
Il cartellino di ammonimento, di solito color champa-
gne con una scritta elegante da femmina, c’è anche nei
negozi italiani, ovviamente; soprattutto in quelli del Nord,
dove tra atmosfere tirolesi, porcellane svizzere o gioielli di
vetro di Murano, il foglietto sbuca autoritario.
Però mentre in Italia non ci faccio caso, all’estero sì.
Perché un po’ mi dispiace questa presa di distanza
quando varco un territorio straniero, una contraddizione
tutta umana di ostilità e cortesia. Mi offrono un’accoglien-
za dai toni gentili e prostrati – profumo di lavanda, musi-
chetta in sottofondo, saluti cordiali e continui sorrisi – in
cambio di svariati cartellini ‘don’t touch’ che spuntano
ovunque, tra servizi da tè, collane e orecchini, brocche,
ceramica danese, azulejo di tutte le forme, tajine turche
di importazione. Come a dire che la mia presenza è cer-
tamente gradita ma fino a un certo punto: ti accolgo se tu
non disturbi troppo.
Certo, che non tocco, mi viene da dire. Che ti credi?
Che sono una scostumata? Che rompo tutto? Che ti mac-
chio la mercanzia? Che sono una goffa acquirente che
deve sentire, tastare, assaggiare, farsi convincere dai pol-
pastrelli prima di acquistare un semplice oggetto? Che mi
devo far persuadere dai sensi invece che dalla testa?
E mentre i miei pensieri da cittadina europea civile e

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moderna mi passano per la mente – una mente ligia al
dovere, attenta alle regole di convivenza e di cortesia geo­
politica – eccola là la mano che si stacca dal busto, che
si alza, che si allontana da me. Una me sorpresa che la
guarda stralunata e, soprattutto, profondamente delusa.
Guardo la mia mano con l’impotenza e la repulsione di
come guarderei una figlia che prende a calci un gatto.
La tentazione di toccare supera la decenza delle buone
maniere, del senso di dovere, della cortesia geopolitica. E
allora ecco che parte il tour dei sensi tattili – i miei polpa-
strelli sono già tra i cartellini ‘don’t touch’ a toccare il ru-
vido delle stoffe, la delicatezza delle porcellane danesi, la
freschezza speziata di un kimono azzurro. La mano viag-
gia, dondola tra i boccali, naviga sul fiume dei pizzi; cerca,
trova; ispeziona e sceglie. Vede, odora, gusta, ascolta.
Qualcosa di molto più nascosto dei miei pensieri, qual-
cosa di molto più radicato della mia ragione, ha deciso al
posto mio.
Con lo sguardo colpevole lancio un’occhiata al nego-
ziante dietro al bancone, che mi fissa con occhi stretti,
l’espressione rassegnata di chi non è sorpreso. Eppure mi
frustra con lo sguardo: è un pastore tedesco, fa la guardia.
Vigila, con la sua presenza ferma, quel piccolo spazio tra
me e gli scaffali che altro non è che un luogo chiuso, sor-
vegliato. Una recinzione mi separa dalle lampade solo che
non la vedo. Sono un’evasa, ho superato i confini.
Il negoziante si scosta lentamente dal bancone, fa il ge-
sto di venirmi incontro. Io riporto la mia mano nel lato
giusto della frontiera.
Ho tradito la fiducia del pastore tedesco e in qualche

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modo sarò punita, anche se solo con una piccola raman-
zina. Io chiederò scusa, comprerò il boccale Hofbrau,
pagherò. Infilerò il pacchetto nello zaino, farò i compli-
menti al negozio – bellissimo. Poi, sorridendoci, il pastore
tedesco ed io ci stringeremo la mano, come se non fosse
successo niente, oppure tutto.

In casa le mie mani tagliano le cipolle e sbucciano aran-


ce; mescolano, afferrano pugni di sale. Strappano molliche
dalla pancia del pane, aprono mobili, puliscono specchi.
Si tagliano, sanguinano. Si macchiano di mercurio cro-
mo che disegna una cartina rossa tra le pieghe del palmo.
Nella mia mano il mondo. La Scozia in basso, lo Sri Lanka
in alto.
Accarezzano le orecchie del cane, gli infilano la pillola
in gola, gli grattano la pancia. La mia mano lo schiaffeggia,
lo punisce, lo offende e non gli parla più. Il mio cane cerca
la mia mano per una leccata, la pace umida sul mio mondo
finto che è il suo mondo intero.
È una gabbia intorno alla vita di un grillo, lo acchiappa,
lo serra. Il solletico sulla pelle, la paura che non immagino.
La mano aperta, il palmo in su, il grillo che salta lontano
da me. La mia mano che imprigiona e che libera. Il falco
che salta via dalla mia mano trampolino.
La mano sulla mia testa, di mia nonna e di mia madre.
La protezione della cura, lo schiaffo ammonitore. La ma-
no che impedisce, l’indice che dice di no. Quella che si
schiude, che svela il dono nel pugno chiuso.
La mia mano si infila nei capelli di chi amo, sotto la
maglia e le ascelle. Decide se scendere o salire, se dare o

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no. La mia mano è vittima e oppressore: punisce e ama.
Danza un ballo privato, mi inizia a un altro corpo perché
la mia mano sa guardare, sa scoprire.
È brava a consolare, se non ha un fazzoletto non te-
me di bagnarsi: si mischia alle lacrime di chi vuole essere
asciutto – la mia mano salata che non ha paura del dolore.
Si sacrifica, si dona.
Regala una moneta a chi mendica sugli scalini della me-
tro, un angolo di pizza al gatto sul muretto. Apre porte,
spinge passeggini, manda a quel paese chi mi infastidisce.
Urta un’altra mano, per strada, di una ragazza bionda che
sta ridendo; la sua mano si ritira, la mia chiede scusa, la
sua sorride, si salutano – forse.
Raccoglie la sporcizia lungo il corrimano della scala
mobile – gomme masticate, polvere, lerciume – la regala
al bigliettaio, il bigliettaio si macchia del mio sporco, ha
qualcosa di me e non lo sappiamo. Le nostre mani, sì.
Una mano mi spinge, mi graffia il collo; un’altra mi
blocca il braccio, mi afferra: ‘Sei tu?’. Un bacio sulla guan-
cia, è un vecchio amico.
Mani da stringere che dimenticherò, altre che mi por-
terò a letto. Un colloquio di lavoro. La mia mano fa pau-
ra: è grassa e sudata; è piccola e anoressica; le unghie
lisce o scheggiate; senza un mignolo. La fede intorno al
dito, una mano sola. Un tatuaggio sul polso, lo smalto
viola. Le mie mani vengono assunte, le mie mani vengo-
no licenziate.
Mi lavano i capelli, mani sconosciute mi toccano, inva-
dono il mio cranio, mi fanno sospirare. Accarezzami, per
favore; la tintura color melanzana sulle unghie del par-

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rucchiere, le sue mani tagliano una parte di me. Come si
permette? Gliel’ho chiesto io, e lo pago pure. Per favore,
abbia cura dei miei capelli.
Un’affettatrice tra le mani, mezzo pezzo di pane, due
salsicce. Il salumiere che mi sazia, il macellaio che mi nu-
tre. La mano del dentista tra i miei denti, la mano del
dottore tra le mie gambe. Per favore, guaritemi.
Nella mia mano una pistola, nell’altra un seno pieno
di latte. Mani di maghi che nascondono le carte dietro le
orecchie, le risate tra le dita di un pagliaccio, la mia gioia
nelle sue mani. La mia rovina nelle mani di illusionisti che
le carte le nascondono nelle banche e nei cassetti.
Le mani sul volante del tassì, sul timone dell’aereo, alla
guida dell’autobus, di un gommone affollato: per favore,
riportatemi a casa.
Le mani di Euclide alla lavagna; quelle che cancellano
un errore con una linea rossa, quelle che imparano e lo
correggono.
La mano dal cielo che non vedo, l’abbraccio invisibile
della città. Mi sposta, mi spinge. Mille e mille dita che
giocano con i palazzi, li abbattono, li costruiscono, li inca-
strano; grosse comunità Lego inscatolate per Natale sotto
l’albero di noi tutti. La mano del Signore che piace ai pre-
ti, la mano dell’economia che piace a Smith.
Intorno a noi l’aria è a forma di mano, con unghie di
carbonio e pelle di ossigeno. Si stringe e si apre. Ci trattie-
ne, ci imprigiona. Ci lascia respirare – e ci salva.
La mano dello Stato un po’ distratta e un po’ bugiarda;
un po’ madre e un po’ padre: genitori efficienti, genitori
assassini. Ci indirizza, ci comanda, ci gestisce, ci giudica.

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Una pentola di obblighi e diritti che è un grosso palmo
scorticato dal freddo e dalle allergie. Cambiare mano ai
primi segni di cedimento. È la mano che ci incolla, che ci
tiene vicini, che ci sostiene.
Non fatemi cadere, per favore.
Sono un ostaggio nelle mani di un altro, sono il suo
salvatore.

Una volta superato il confine del nostro corpo, ne in-


contriamo altri mille: mille altri corpi e confini da valicare
come in un continuo viaggio all’estero. La stretta di mano
è una dogana: il luogo dove avviene il contatto e il possi-
bile sconfinamento. Sancisce un approccio ma ne è solo il
prologo, si può già offrire una verità e si è ancora in tempo
per mentire. Si è in madrepatria ma col piede che sta lì
lì per poggiarsi in terra straniera. Ancora un attimo per
una controllatina ai documenti, alla targa, magari anche
ai bagagli. Non si sa mai, nello zaino potrebbe nascon-
dersi una molotov, una minaccia mascherata, un’offesa
in agguato. Una volta effettuati tutti gli accertamenti, se
ogni controllo ci tranquillizza e l’ospite non ci sembra
troppo pericoloso, allora possiamo alzare la sbarra e via
con gli abbracci e le pacche sulla schiena. Willkommen
in Deutschland. Benvenuto nel mio spazio. E in questo
spazio succede quello che avviene dentro ai negozi dove
c’è il cartellino ‘don’t touch’.
L’attesa. Lo spazio grigio del sospetto, della fiducia.
Darsi o no. Resistere o no.
Si accoglie ma con attenzione. Si apre la porta, ma è me-
glio se la si lascia un po’ socchiusa. Per stare con un piede

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un po’ dentro e un po’ fuori, come se stessimo in una
cella di detenzione da sempre e ora, con la porta aperta,
tentenniamo a scappare. La paura è il migliore istinto che
conserviamo, e il peggiore. È la paura la chiave, sempre
troppo stretta o troppo grossa rispetto a qualsiasi fessura;
bisognerebbe bendarsi gli occhi, infilarla nella serratura,
e poi girare. Tutto qui.

Dopo la sera dello schiaffo Tara non scappò mai più. A


mio padre non capitò l’occasione di sgridarla, nemmeno
una pacca sul sedere. Nulla. Bastava un suo sguardo per
ammonirla. Lui cominciò a lasciarla correre doveva vole-
va, sicuro che sarebbe tornata.
Eravamo pronti per uscire, lui aveva fatto ottanta dor-
sali, io i miei cammelli. Era contento: sentiva che la schie-
na lo sorreggeva meglio, dopo tutto quell’allenamento. Mi
chiese: “E allora? Non mi hai più detto com’è andata la
festa di Valentina ieri”.
Anche se lui non mi aveva chiesto nulla di specifico,
sentivo di dovergli dare delle spiegazioni sul mio agire.
“Sei stata bene?”, mi chiese ancora.
Io annuii. Sapevo che se avessi emesso un solo suono lui
ne avrebbe colto la stonatura e svelato la menzogna.
“Sicura?”.
Gli occhi gli erano diventati piccoli, come quando c’è
uno starnuto in agguato per colpa dell’allergia. O di un
pianto. Con quegli occhi mi guardò e mi disse qualcosa.
Non so cosa ma me la disse e io capii.
Capii che molte cose non si dicono. Che quelle che si
dicono spesso non servono. E le cose che si devono fare

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vanno fatte, altrimenti si muore. Come respirare, mangia-
re, dormire.
“Sì, sicura”, risposi.
“Sei stata attenta?”, fece.
Cominciai a lacrimare e non perché mi avesse fat-
to quella domanda, ma perché in quella domanda c’era
un’intenzione. La volontà – disponibile, fragile – di arren-
dersi alla mia crescita. Di consegnarmi al mondo diretta-
mente dalle sue mani, con la poca forza che riceveva dai
suoi allenamenti.
La porta era sempre stata socchiusa. Stava a me, ora,
prendere e andare.
In attesa di un altro posto

Ma le isole possono esistere


solo se in esse abbiamo amato.
Derek Walcott
Lo studio non esisteva.
Si trattava di uno spazio che mio padre si era inventato
per lavorare, per avere una stanza tutta per sé dove piega-
re la testa, rifugiarsi nella schiena, pensare. Dove allenarsi.
In realtà si trattava del salotto, un’ampia stanza col mar-
mo per terra, le pareti color latte, le tende di lino. Lì c’era-
no due divani dove i miei chiacchieravano con gli amici e
dove io mi stendevo a dormire, dopo pranzo. Un tavolino
di ottone tra i due divani, un mobile di acero dove ci ave-
vamo infilato stereo e collezioni di vinile.
L’acquario era nel bel mezzo della stanza: rettangolare
e con i vetri bersagliati da lunghe strisce di alghe. A destra
di quell’acquario era rinchiuso il piccolo spazio che mio
padre chiamava studio, nonostante non fosse delimitato
da una porta, nonostante fosse semplicemente la conti-
nuazione del salotto. Una grossa libreria di noce occupava
l’intera parete opposta, una scrivania di vetro sotterrata
da carte e libri imperava al centro, una poltrona dalla pelle
sdrucita lungo i braccioli nicchiava alle spalle dell’acqua-
rio, scaffali zeppi di altri libri o fascicoli troneggiavano

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da tutte le parti. L’effetto era che a sinistra dell’acquario
c’era l’ordine, la pulizia, il lusso, lo svago, e a destra il caos,
l’improvvisazione, il logorio, la fatica.
L’acquario, al centro, era la parete che delimitava lo
studio. Senza saperlo, avevamo dato ai pesci il compito
di dividere i due spazi, sentinelle di quel sottile confine
che separava il caos dall’ordine, lo studio dal salotto, mio
padre dal resto della casa. Nuotavano, boccheggiando, e
nuotando separavano i compiti, definivano i limiti.
Era mio padre che provvedeva all’acquario, come se
fosse una dogana a cui prestare attenzione ogni giorno, in
attesa dei nuovi arrivati da accogliere. Si preoccupava di
pulire i vetri, di sturare i filtri, di aggiustare la pompa, di
riempirlo con la ghiaia, di comprare le piante per adornar-
lo – il muschio di Giava o l’erba di cristallo. S’inventò e
costruì un impianto elettrico assai complesso che sistemò
in un mobile accanto alla libreria, dove erano ordinati i fili
per le luci che illuminavano l’acquario e la spina che atti-
vava la pompa. Tutto era collocato nel lato dello studio,
nello spazio privato in cui mio padre gestiva i suoi affari e
passava il suo tempo. Spesso si affaccendava con un tubo
di plastica che dal rubinetto della cucina passava attra-
verso il corridoio, poi per il salotto, fino ad arrivare nella
bocca dell’acquario, che ogni tanto bisognava svuotare e
riempire di acqua pulita. Io andavo avanti e indietro con
una bacinella piena di pesci confusi che si ritrovavano,
almeno una volta al mese, a traslocare per ritrovarsi una
vasca lavata e decente in cui abitare. Era compito di mio
padre comprare il mangime o assicurarsi che ogni tanto ci
fosse qualche pesciolina incinta, per conservare un giusto

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assetto nella biologia casalinga di quell’acquario. La prima
volta che portò a casa una gestante si trattava di un neon:
era piccola e brutta – come tutti i pesci femmina – con una
lunga striscia rossa sul fianco. Aveva una pancia gonfia,
color cenere, e sapevo che quella cenere era il plotone di
piccoli pesci che attendevano il loro turno per nascere.
Non passò molto tempo, e man mano che trascorrevano
i giorni quella pancia diventava sottile, trasparente come
la trama di un petalo. Da quella cenere urgente spuntava-
no ghirigori sanguigni che le disegnavano il ventre. Con-
trollavo la sua pancia tutte le sere, curiosa di vedere cosa
sarebbe successo al suo piccolo, gelatinoso corpo, cosa
sarebbe diventata quella massa pastosa.
Partorì una mattina, mentre mi stavo sciacquando i
denti.
Sputò fuori la cenere così come io sputai fuori il muc-
chietto bianco di dentifricio. La stessa mollezza, la stessa
fretta. Solo che in quel suo grumo acquoso c’erano decine
di piccole pinne che nuotavano, decine di puntini neri
simili a decine di segni di matita su un foglio. Quando
tornai la sera, di quella decina di puntini riuscii a scovarne
soltanto cinque, che se ne andavano in giro tra il muschio
di Giava e l’erba cristallina, furiosi, impacciati, spaven-
tati. Mentre la madre – con quella sua striscia rossa ben
disegnata sulla pancia piatta – lentamente perlustrava la
superficie dell’acqua in cerca di cibo; non era più una ma-
dre ma un pesce qualsiasi che aveva perso la memoria.
Il giorno seguente, dei cinque puntini ne vidi soltan-
to due, poi nessuno più. Nessuno era stato in grado di
sopravvivere, nessuno aveva avuto la forza di resistere.

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La madre sì, era sempre lì, né aveva il problema di ca-
pire come sopravvivere al dolore, perché, tanto, non lo
provava.
Chiesi a mio padre se si potesse fare qualcosa. Se pote-
vamo aiutare le gestanti a proteggere i figli da quella cosa
enorme che li uccideva, che era soltanto la vita.
“So che esistono delle vaschette dove infilare le pescio-
line per farle partorire”, suggerii.
“No”, mi disse lui. “Niente vaschette”, decise, soste-
nendo che i pesci dovevano cominciare a cavarsela da soli
immediatamente, non appena avessero sentito l’enorme
massa d’acqua accoglierli e disperderli, lontano dalla tana
materna.
“Se li facciamo nascere nelle vaschette non gli facciamo
capire niente, per cui è meglio che comincino da subito a
darsi da fare”.
Riuscimmo a popolare l’acquario lentamente, con pe-
scioline che partorivano in libertà, e forti, abili, coraggiosi
pesci figli che si erano guadagnati il loro posto per vivere
nell’acquario.
Quando qualcuno moriva, veniva buttato via, sempli-
cemente.
E mio era il compito di ripulire l’acquario dai cadaveri.
Il neon ex madre fu uno dei primi pesci che dovetti
raccogliere, e un po’ mi fece piacere vederla galleggiare
nel piccolo stagno del water, prima di scaricarla via. Era
stata una pessima madre.
Non era una cosa che mi dispiaceva fare, né che mi
infastidiva. Mi dava solo modo di pensare molto. Quan-
do prendevo il retino verde, quando lo infilavo nell’ac-

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qua, quando lo adagiavo sotto il dorso rigido di un pesce
capovolto con le pupille sbarrate, quando lo tiravo fuori
dall’acqua con il suo odore di carne salata, quando rag-
giungevo il bagno, quando gettavo il pesce nel gabinetto,
pensavo che la stessa cosa sarebbe successa a me. Qual-
cuno, un giorno, mi avrebbe prelevata, rigida e dall’odore
di muffa, per gettarmi via, in qualche posto che non aveva
nessun nome, che non esisteva perché non c’era nessu-
na parete a disegnarlo, nessun vetro a contenerlo, nessun
orizzonte a limitarlo. E io sarei finita in mezzo a quel nulla
– non una vaschetta a contenermi, non la terra a sostener-
mi, non un cielo a schiacciarmi – diventando, soltanto,
nulla a mia volta.

Quando avevo un problema mio padre mi portava nello


studio, come se fossi un qualsiasi altro collega. Mi diceva:
Vieni di là. Come se il di là fosse un posto preciso. Ma lo
sapevo a cosa si riferiva; così prendevo due tazze di latte,
una per me e una per lui, perché tutti e due non riusci-
vamo a dormire se prima non addomesticavamo il sonno
con un po’ di latte bollente.
Mi accomodavo sempre sulla poltrona, raccogliendo
le ginocchia al petto, come se volessi abbracciarmele. Mi
accucciavo lì sopra come una cagna in attesa di sguardi
attenti, di ordini.
Al mio fianco i pesci dormivano nella loro tana brodosa,
le luci spente, il silenzio foderato dei vetri. Non avevano
niente a cui pensare quei pesci, c’era chi dava loro da man-
giare, chi gli puliva la casa, chi gli forniva pescioline con
cui accoppiarsi. Un posto protetto dove nascere, crescere,

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morire, una bellissima casa comoda. A volte li invidiavo.
Molte altre volte, invece, li disprezzavo. E disprezzavo noi
che avevamo costruito un luogo così chiuso e stretto e fin-
to, una specie di gabbia dove far finta di nascere, crescere
e morire. Mentre fuori scorrevano il cielo, il mare.
Come con qualsiasi altro collega lui mi chiedeva: Allo-
ra?, per discutere del mio problema come lui discuteva
delle scadenze, dei progetti, dei fondi che non arrivavano.
Io gli parlavo dei soldi che non avevo, dell’università che
mi annoiava, del futuro che non vedevo, dei maschi, che
mi incuriosivano a volte, che mi indispettivano spesso, che
mi piacevano sempre. E lui mi accoglieva come si accoglie
uno sbadiglio, con la piacevole scoperta del respiro – na-
turale, vitale – e il corpo che si adatta a lui, che lo ricono-
sce, che si arrende.
Spesso finivo lì dentro senza nessun motivo preciso, ma
soltanto per non far niente, che era la mia attività preferita.
Mi tranquillizzava quello studio dove c’era la sua vita,
così risolta, così chiara e già definita. I libri, i progetti. E
lui seduto a pensare, come il pensatore di Rodin, la stessa
solida imponenza, l’assetto di marmo. Con l’unica diffe-
renza che la statua era immobile, lui pensava veramente.
Allora ci mettevamo a pensare tutti e due lì dentro, in
quello spazio che non esisteva, dove pensare ed esiste-
re sembrava più facile perché non c’era nessun limite,
nient’altro che l’aria a girovagare, un alito tiepido. I pesci
a galleggiare, anche loro senza pensieri, a nuotare senza
meta. Spesso finivamo per non dire nulla, solo a sentire
le bollicine che pompavano nell’acquario, lo scorrere im-
mobile delle vite dei pesci. Era bellissimo e triste e ogni

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volta mi addormentavo con il sollievo di aver risolto un
grave dilemma.

Come se in qualche modo dovessi ripagare mio padre


dell’asilo emotivo che mi forniva tutte le sere nel suo stu-
dio, un giorno gli regalai due Labeo bicolor. Il negoziante
mi consigliò di prenderne soltanto uno, ma mi piaceva
l’idea di affittare l’acquario a una coppia. Li chiamai Mi-
stero e Principessa.
Mio padre aspettava sempre un po’ prima di liberare i
nuovi arrivati, li lasciava nella busta d’acqua del negozio
per una mezz’ora, immersa nell’acquario, per dare loro il
tempo di ambientarsi, di adattarsi alla nuova temperatu-
ra, per preparare gli altri pesci alla riduzione dello spazio
della convivenza. Una piccola casa di plastica immersa in
un’altra casa di acqua, simile a tutti i posti in cui viviamo,
pance dentro altre pance, un labirinto di uteri.
Quando mio padre infilò nell’acquario la busta di pla-
stica che li conteneva, gli altri pesci gli furono subito at-
torno, quasi incuriositi dai nuovi inquilini. Fino a quel
momento nell’acquario c’erano stati solo docili Botia ti-
grati, piccoli Neon, pigri Black molly. Mio padre mi disse
che i Labeo bicolor, invece, sono aggressivi sia con gli altri
pesci che con quelli della loro specie: li braccano, li terro-
rizzano, gestiscono gli spazi. “Brava, mi hai regalato due
criminali”, mi disse. “Però sono bellissimi”, mi scusai io.
E lui: “Vediamo che cosa succede”. E li lasciò dov’erano.
Mistero era lungo circa dieci centimetri, flessuoso, lon-
gilineo, tanto nero da emanare lievi luccicanze argentate.
La pinna caudale scarlatta, la dorsale rigida e arcuata si-

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mile a quella di uno squalo. Principessa era albina. Di un
rosa così delicato che spiccavano le striature vermiglie dei
capillari, le pinne cremisi e terse, come se il colore si stesse
per sciogliere; mi ricordava la pellicola di un uovo. Gli
occhi, in mezzo a quella trasparenza tanto tenue, erano
rossi come quelli di una diavolessa infuriata.
Tutti e due bellissimi, cattivi, fieri; sarebbero diventati
i padroni dell’acquario e avrebbero disseminato terrore
ovunque.
Mio padre lasciò che liberassi io Mistero e Principessa,
così sciolsi il nodo che legava il cellofan, inclinai legger-
mente la busta, feci scivolare fuori le due vite. Principessa
non si mosse subito: restò immobile a scodinzolare sul
fondo della busta, per resistere alla forza dell’acqua che
la attirava fuori, come se la busta la stesse partorendo per
la seconda volta. Mentre Mistero si avviò, lento e sicuro,
verso gli altri pesci. All’improvviso Principessa fu assalita
da una specie di scossa e scattò in avanti, come se il solo
pensiero di rimanere da sola l’avesse atterrita. Si avvici-
nò a Mistero e gli nuotò affianco per tutto il tragitto di
perlustrazione. Lui avanti, lei sempre un po’ più indietro;
seguiva la via che lui decideva, si infilava nella scia che lui
disegnava con la sua pinna. Non mi sembrava che volesse
staccarsi da lui un solo secondo, come se il pensiero di
sottrarsi alla sua protezione, alla presenza della sua ras-
sicurante pinna, fosse insopportabile. Eppure, per tutto
il tempo che rimasero nell’acquario, non li vidi mai vera-
mente insieme: come se lo stare troppo vicini comportasse
un pericolo eccessivo, quasi che il vincolo di appartenere
alla stessa specie fosse comunque troppo rischioso. Era-

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no nello stesso tempo vicini e lontani, nello stesso posto
eppure divisi da una parete liquida.

Qualche tempo dopo feci un sogno. I ruoli si erano


invertiti: Mistero seguiva Principessa, cercandola tra le
piante, infilandosi negli anfratti delle rocce, nei rifugi oc-
culti che l’acquario nascondeva. Lei nuotava spedita, se-
guita dall’ombra di lui, come se sapesse che non l’avrebbe
mai seminata, che mai avrebbe potuto staccare da sé la
sua stessa ombra. Capii, invece, che Mistero non la sta-
va seguendo ma braccando, e quando la scovò dietro ad
una roccia la imboccò in un istante, come se fosse stata
un pesce qualunque, un pezzettino di cibo albino. Vidi
Principessa nuotare nella pancia di Mistero, imprigionata
e quieta, ancora viva. Nello stesso tempo una voce – di
bolle, che parlava sott’acqua – mi disse che sarei morta
quella domenica successiva.
Mi svegliai di soprassalto e senza pensarci due volte
raggiunsi lo studio, dove mi acquattai sulla poltrona sotto
un plaid, tremando un po’.
Mio padre mi raggiunse poco dopo. Sembravo sveglia,
ma non lo ero. Mi trovavo su quel parapetto altissimo, di
argilla friabile, che c’è tra il sonno e la veglia. Lui mi toccò
una spalla ed io mi ritrovai nel suo studio accogliente, lon-
tana dal parapetto. Mi disse che aveva sentito i miei passi,
che aveva visto la luce prima accendersi e poi spegnersi.
“Perché ti sei svegliata?”.
“Ho fatto un brutto sogno”.
Lui si sedette sulla poltrona, si trasformò nel pensatore
di Rodin, chiuse un fascicolo, accese la pipa. Non aveva

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mai avuto l’aria di chi fumi la pipa, però quella sera gli
stava bene, con la vestaglia blu di ciniglia, le pantofole di
lana, gli occhi rossi, assonnati; il fumo addolcì la stanza di
un sapore speziato.
“Che sogno?”.
“Dicono che morirò questa domenica”.
“Chi? Chi lo dice?”.
Io scrollai le spalle, nascosi il mento infreddolito sotto
al plaid. “Boh. Mistero, forse. Non lo so”.
Lui sorrise, si appoggiò allo schienale.
Non aveva mai avuto paura di nulla, mai mi era sem-
brato che provasse un qualsiasi senso di disagio. Lo avevo
visto gettarsi con gli sci dalla cima innevata di una pista
a duemila metri di altezza; guadare fiumi in cerca di un
uccello da fotografare; mettersi in bocca cibi luridi di un
paesino sperduto del Sudan; accarezzare un serpente;
abbracciare un koala che gli aveva lasciato sulla schiena
due strisce sanguinolente; gettare una fetta di carne a un
coccodrillo in Nuova Zelanda; mangiare spiedini di scor-
pioni; mettersi a dormire in un sacco a pelo nei pressi
di un minareto per ascoltare il muezzin pregare di primo
mattino; cadere da cavallo, slogarsi la spalla, rimontare il
mese dopo; accompagnare mia madre all’ospedale mezza
morta dopo un incidente; sopportare i suoi mutismi con
pazienza; mettersi accanto a un suo allievo e fargli passare
l’ansia dell’esame; mangiare il wasabi con un dito.
Tutto quello che a mio padre non spaventava diventava
per me il motivo per non aver paura di esistere, di provare
un’audace, allegra fiducia nella vita.

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“È soltanto un sogno”, mi disse. Però qualcosa della
sua voce non mi convinse. Era secca, lontana.
Dissi: “E se succedesse? Se succedesse davvero?”.
“Ma che cosa?”.
Non risposi, non riuscivo a dirlo. Lui scosse la testa e
appoggiò la pipa sulla scrivania, con lentezza, con atten-
zione, come se quel gesto gli stesse costando troppa fatica.
Mi guardò. Negli occhi arrossati adesso non c’era più il
sonno, ma una sconfinata distesa di pianto che non riu-
sciva a uscire. Traballavano, erano perduti, erano annichi-
liti. Spostò lo sguardo intorno a sé, come se proprio non
riuscisse più a guardarmi, e cercò un gancio, un quadro
su cui appoggiare gli occhi, una parete su cui appendere
i pensieri che gli stavano affollando la testa. Ma di fronte
a lui non c’era niente se non lo spazio aperto dello studio
che si trasformava in salotto, che non era nulla e quel nulla
gli sbatteva in faccia un’assenza asfissiante. Così fissò l’ac-
quario e lì mi parve che trovò una specie di pace che però
non riuscì a sollevarlo; era una quiete rassegnata, doloro-
sa, che rendeva impotenti eppure sereni. Mi voltai. Vidi
l’acqua buia, molte ombre con pinne di ombra, immobili
come sassi, spettri addormentati che galleggiavano avvolti
nell’acqua protettrice.

Non raccontai il sogno a nessun altro, e non perché ci


credessi davvero, ma perché dirlo ad alta voce poteva ren-
dere le cose reali, le parole avrebbero potuto realizzare la
minacciosa profezia che Mistero – o chi per lui – mi aveva
svelato nel sogno.
Era ancora sabato e aspettavo la domenica come si

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aspetta un appuntamento importante. Non tanto per la
paura di scoprirmi mortale come tutti quanti, piuttosto
per la curiosità di sapere che cosa riservi quell’appunta-
mento.
Uscii. Quel giorno mi portavo addosso un affanno in-
gombrante, come se avessi camminato in salita per tutto il
giorno. Così, la sera, andai ad accoccolarmi sulla poltrona
dello studio, per rilassarmi. Notai che nell’acquario c’e-
rano alcuni pesci che galleggiavano a pancia in su, come
se stessero prendendo il sole. Invece erano morti. Due
Black molly e un Botia. Avrei dovuto recuperarli col retino
ma non lo feci: li lasciai lì dov’erano, tanto mi avrebbero
aspettato. Per non guardare l’acquario fissai diverse volte
il mobile di fronte, e molte volte mi trovai a esaminare le
fotografie di mio padre sistemate lì sopra: quella di qual-
che mese prima, quando aveva ritirato un riconoscimento
per un suo lavoro; una con i suoi alunni; quella del suo
matrimonio, magrissimo e giovane; quella con i compagni
del liceo, con un buffo cappello di lana in testa; la sua
prima comunione, con un ridicolo saio bianco; con mia
nonna che lo teneva per mano mentre leccava un gela-
to. Mancavano quella della sua nascita e quella della sua
morte, e pensai che come lo studio la sua vita non aveva
pareti, soltanto un inizio e una fine che però non si pote-
vano fotografare. Eppure, erano presenze ingombranti,
che pesavano.
Presi dal mobile la fotografia in cui eravamo ritratti lui
ed io, su una strada piena di neve che attraversa la Gran
Bretagna. Mio padre aveva partecipato a un congresso a
Edimburgo e mi aveva portato con sé. Eravamo bloccati

84
con la nostra auto presa a noleggio, in quella improvvisa
bufera bianca che ci aveva sorpreso in pieno aprile. L’aria
era gelida, il cielo, la strada, le colline sospese nel bianco
come profughi sperduti. Ci facemmo scattare quella foto
da un camionista che era sceso dal camion a fumare, con
una maglietta a mezze maniche. Mio padre ed io siamo
ai lati di un grosso cartello rettangolare con una scritta
– Scotland – attraversata da una striscia rossa, quasi che
una linea possa cancellare veramente uno Stato. E più sot-
to: ‘Welcome to England’. La nostra macchina affianco.
Immobili mentre sorridiamo, proprio lì – al confine. Nel
punto esatto dove una cosa sta per finire, ma non ancora,
e un’altra per iniziare, ma non ancora.

Domenica. Mi sveglio con un sapore in gola fitto, schiu-


moso. Mi chiedo subito se si tratti di qualche colpo apo-
plettico che mi sta prendendo così, mentre sono ancora a
letto, spettinata, sfatta, coi calzini e il pigiama di pile; non
mi va di farmi trovare morta e in disordine. Vorrei almeno
avere il reggiseno.
Così mi alzo e lo indosso, senza nemmeno lavarmi.
Guardo fuori, per controllare che il cielo ci sia, che ci sia
il mare e tutto quanto. Mi pare che ci sia tutto al posto
giusto. L’acqua nel mare, l’azzurro nel cielo, i tetti sulle
case.
Faccio colazione, esco, compro il giornale, mi metto
a studiare, chiacchiero con mia madre e con un paio di
mie amiche al telefono, bevo il caffè, mi faccio lo shampo,
guardo un film, vado a pranzo con amici, torno a casa e
sono ancora viva.

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Raggiungo lo studio dove mio padre è già intento a
svolgere gli allenamenti giornalieri. Quando mi vede en-
trare mi sorride, mi dice di sedermi. Non mi pare abbia
qualcosa di particolare da dirmi, è come se volesse tener-
mi lì e basta, a portata di occhi, sentire la mia presenza.
“Come va?”, mi chiede. “Mi pare che sei ancora viva”.
“Sì”, dico e scoppio a ridere. Mi accendo una sigaretta e
solo in quel momento mi ricordo che mio padre non lo sa
ancora, che fumo. Lui fissa prima il grumo di cenere incan-
descente nei pressi della bocca, poi guarda me. Scuote la
testa e non dice nulla, ritorna a fare su e giù con le gambe.
Dopo un po’ si alza, recupera l’asciugamano, si tampona il
collo. “Mi hanno invitato a un convegno a Oslo. Non ci sei
ancora mai stata a Oslo. Che ne dici di venire?”.
Io ci penso un po’ su. Per un attimo considero l’ipotesi
di mentire, di dirgli che mi farebbe piacere e che si può
fare. Poi, invece, scelgo la verità: “Io e Giorgio stavamo
pensando di andarci quest’estate”, e per sdrammatizzare
aggiungo: “Sempre se sono ancora viva”.
Lui ride, ma nello sguardo – nel gesto fiacco di abbas-
sare la testa – appare debole un sussulto, come l’ultimo,
lieve gemito di un animale ferito. Mi indica l’acquario:
“Perché non li togli, quei pesci morti?”.
“Sì, lo avevo dimenticato. Ma come mai così tanti?”.
“Mistero. Penso sia stato lui”.
Mi avvicino all’acquario e afferro il retino con cui re-
cuperare i cadaveri. Mentre sto per pescare il Botia, mi
accorgo di un cordoncino trasparente che fluttua immo-
bile, come un rametto scolorito rimasto per troppo tempo
in acqua. È Principessa, con i suoi occhi rossi spalancati,

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fermi, le pinne flaccide. Il suo corpo albino è ribaltato
verso l’alto, così quieto e assorto.
Mi volto, lui mi chiede: “Hai preso tu la foto della Sco-
zia?”. Guardo il comò dove ci sono tutte le sue foto, una
lunga distesa di legno disseminata da immagini e cornici;
lì in mezzo sbuca sfacciato il vuoto, il contorno pulito del-
la foto che manca, un’assenza lampante. “Sì, l’ho messa in
camera mia”.
Lui annuisce. Fa per uscire, quando mi passa accanto mi
abbraccia. Molto forte, mi stringe come se mi vedesse per
l’ultima volta. Sento l’alito nei capelli, la sua presenza alta,
certa, scontata. La sento tutta e la sento vacillare. Come se
non fosse proprio sicuro di tenermi lì con lui, ma che po-
tessi, all’improvviso, svanire in un turbinio di luci azzurre
simile a un fantasma. Tossicchia. Poi va via.
Quando sono sola, afferro il retino e li pesco tutti: il
Botia, i Black molly e Principessa. Un po’ più giù passeggia
tranquillo Mistero, con la sua pinna accesa. Tiro su col
naso, nemmeno mi ero accorta di essermi messa a pian-
gere. Allungo la mano e faccio scorrere il braccio fino al
gomito. Poi tiro tutti fuori dall’acqua, fuori dall’aria. Mi
dirigo verso il bagno. Piccoli e fermi i pesci galleggiano
sul retino, dei sassi ancora lucidi. Soltanto Mistero si di-
mena, si agita, si sbatte, preso da rigide convulsioni che lo
scuotono. E io non lo so se è per la paura che lo soffoca,
o per l’aria che non trova, o per il terrore di non capire
dove si trovi, dove sia la sua acqua che lo ha ospitato e
lo ha imprigionato, o è soltanto l’ansia che lo tiene per
qualche secondo ancora in vita, in attesa di un altro posto
che lo accolga.

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In extremis

Di là c’è il mondo; e di qua?


Italo Calvino
Non mi piace essere intrappolata nell’aereo. Non mi piace
che l’aereo sia intrappolato in un luogo invisibile, fatto
di vapori, gas, particelle solide e liquide. Mi infastidisce
l’idea – un fastidio che spesso si trasforma in paura – di
non poter uscire. Che lassù non ci siano vie d’uscita né
di fuga. Non si può scappare da un posto che non esiste.
Per questo, quando sono in aereo, spesso sequestro una
hostess per costringerla a raccontarmi l’andazzo del viaggio,
o qualcosa che abbia a che fare con il velivolo. Quanti anni
ha, da dove viene, come è fatto. È così, durante una chiac-
chiera con una sequestrata, che ho scoperto che gli aerei
posseggono un dispositivo che serve a migliorare l’efficienza
di un’ala, inventato per diminuire la resistenza causata dai
vortici di estremità dell’aria. Si chiama aletta d’estremità. Un
po’ come le nostre, di estremità – pancia, schiena, mani, te-
sta – che sono provviste di falangi, tendini, ossa, muscoli che
permettono e aumentano la loro efficacia contro resistenze
esterne, per assorbire quello che c’è fuori.
E, a proposito di ali, chiesi alla mia sequestrata se fosse
vero che gli uccelli a volte si ficcano nei motori.

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Lei mi spiegò tutto come se fosse molto partecipe, in-
vece la mia paura le faceva solo pena. “Solo nel 2008, in
Italia, ci sono stati novecentododici impatti denunciati tra
stormi di uccelli o singoli individui”, mi disse.
Gli uccelli hanno imparato a vivere in città, si sono
adattati ai nostri ritmi, distinguono le nostre periferie
dai centri, convivono con motori e antenne paraboliche,
approfittano dei nostri rifiuti. I confini tra un mondo
e l’altro – quello in alto e quello in basso – sono così
deboli e ambigui che gli aeroporti o le stazioni si sono
trasformati in luoghi adatti alla sopravvivenza degli uc-
celli. Rappresentano situazioni paesaggistiche funziona-
li alle loro necessità, dove cavità, protezioni, cumuli di
immondizia permettono loro di trovare nicchie trofiche
da sfruttare. Ai lati delle piste spesso si estendono bo-
schi o prati in cui abitano lucertole e piccoli roditori, un
paradiso gastronomico per rapaci come i gheppi, o per
le poiane.
Poiché gli animali si sono sistemati comodamente
negli aeroporti, a un certo punto l’Ente Nazionale per
l’Aviazione Civile ha deciso che gli aeroporti devono ri-
adattarsi agli uccelli, obbligando le strutture a mitigare
i fenomeni di impatto. Una serie di esperti tra zoologi,
ornitologi e falconieri, vengono mandati presso gli aero-
porti, soprattutto i più piccoli, con cadenze fisse ad adde-
strare sia il personale di terra che l’equipaggio, compresi
i piloti. Così, oltre che capace di pilotare un aereo, un
comandante è anche in grado di distinguere un gheppio
da un gabbiano, mentre chi è sulla pista è stato fornito
di strumenti per poter individuare un pericolo e agire di

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conseguenza. In più vengono utilizzate strutture – pal-
loncini, sagome, armi – per scoraggiare in qualsiasi modo
un uccello ad infilarsi nel motore di un aereo, in fase di
decollo o di atterraggio.
Ogni cinque anni, poi, l’Ente indaga e valuta l’efficien-
za delle misure prese, e, nel caso, le modifica.
Così gli aeroporti sono diventati un luogo che ha adde-
strato gli uccelli ad abituarsi al nuovo ambiente, tra aerei e
piste; e, a loro volta, gli uccelli hanno costretto gli uomini
ad addestrarsi e ad adattarsi alla loro presenza.
Una vera e propria parabola zen, quella che ci raccon-
tano gli uccelli. Dove vive uno può vivere anche un altro,
a patto che l’uno accolga l’esistenza dell’altro, ne capisca
le forme, le abitudini, i gesti e si ri-adatti di conseguenza.
Nel caso contrario si ricorre alla lotta. Diventa solo una
questione di forza, di prevaricazione. Dove c’è l’uno non
può stare l’altro.
È così: o si finisce stritolati in un motore, o si precipita
tutti insieme al suolo.

È nel cielo che cercano di leggere la mappa. Un’intri-


cata rete di sentieri e segnali che indichi loro il percor-
so. La via da seguire, la direzione da prendere. C’è un
pericolo a destra e si spostano a sinistra, c’è un ostacolo
in alto e si spostano in basso. Un capo li guida, l’ariete
che solca il nulla per far spazio a chi viene dopo: regala
loro le esperienze apprese, gli insegna il modo migliore
per andare avanti, quali siano le strategie e le vie sicure.
Qualcun altro, sentinelle altruiste, controlla che tutto fili
liscio, che non ci siano trappole e pericoli in agguato.

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Si proteggono a vicenda, ognuno spinge l’altro ad agire
secondo un bene comune che è il bene – egoista, bellis-
simo – del singolo. Se uno fallisce, il gruppo rischia di
morire. Si muovono in massa, si spostano insieme – un
unico corpo compatto. Tutti a destra, tutti a sinistra, in
basso, in alto, tutti in diagonale. Una danza armonica
di gesti perfetti. Qualcuno, a volte, si stacca dal gruppo
per spirito contraddittorio, o semplicemente per un’in-
dole solitaria; ma, se riesce a sopravvivere, finisce per
ritrovarsi in un altro gruppo a cui aggregarsi per salvarsi
la pelle. Qualcun altro non riesce a danzare – non ha
allenato abbastanza i muscoli, non si è adattato all’anda-
mento della musica. Rimane fuori o troppo indietro. Se è
fortunato qualcuno si prenderà cura di lui, tenendolo in
disparte e al riparo, riducendolo alle seconde file, ad una
specie di schiavitù che serve agli altri, prima di tutto, ma
anche a se stesso date le sue scarse attitudini. Se è meno
fortunato si troverà libero, a ballare un assolo furioso e
felice, ma nudo. Sprovvisto della protezione del gruppo,
a disposizione del primo predatore che si trovi nei pa-
raggi. Senza pelle.
Capita che tra centinaia e centinaia di individui che si
agitano nella folla, nel vortice e nella furia dei movimenti,
qualcuno muoia: per la spinta troppo forte ma involonta-
ria di un compagno, per un’anomalia del proprio corpo,
per la troppa fatica di stare dietro a tutti. Quando uno
precipita senza vita, ce n’è subito un altro a prendere il
suo posto. Qualcuno si accorgerà dell’assenza, qualcun
altro, lì avanti, non lo saprà nemmeno. Giusto il tempo
di assorbire l’assenza e poi di nuovo a danzare, non c’è il

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tempo e la possibilità di stare troppo fermi. Sarebbe un
rischio che non vale la pena correre.
Più il gruppo è numeroso più i confini della forma che
li contiene sono ampi, distanti. Lo spazio a loro disposi-
zione diminuisce man mano che aumentano, eppure più
stanno stretti più sono protetti. Lo spazio sacrificato per
la propria libertà è la salvezza che cercano, per poter vi-
vere, semplicemente, niente di più. Quello che c’è oltre
le estremità del gruppo è un luogo ignoto, che bisogna
affrontare insieme.
La gabbia che li contiene è una creazione dei loro ge-
sti. Involontaria e bellissima, che disegna una poesia nel
cielo.

“E la testa?”, chiedevo a mio padre, finiti gli allena-


menti nello studio.
“La testa bisogna allenarla fuori di qui”.
Devo inclinare la testa per osservare il cielo. Spostare
la mia estremità più alta, piegarla all’indietro e guardare
in su.
Quando vedo uno stormo, nelle stazioni o negli aero-
porti di una qualsiasi città, sono costretta a guardarlo. Mi
incanta, mi paralizza. Stare lì a fissare quella macchia oleo­
sa che si sposta in aria, mi fa lievitare. Come se qualcosa
uscisse dagli occhi, o dalla bocca; o comunque il corpo,
anche se così immobile in contemplazione, riuscisse a li-
berare una forza invisibile, che si propaga per la schiena
e sulla pancia. Un brivido, una consapevolezza emotiva.
Quando vedo quegli uccelli così compatti e incatenati, mi
prende una specie di tristezza che non so spiegarmi. È la

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delusione di trovarmi fuori da quel gioco armonioso, è il
desiderio infantile di volermi unire alle loro danze libere.
Oppure è l’amarezza di scoprirmi già lì, nel loro disegno
necessario e oppressivo, solo più in basso.
Ringraziamenti

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per i suggerimenti, gli spunti, l’attenzione e le opportu-
nità ringrazio assai: antonio pascale, lorenzo pavolini,
christian Raimo, andrea bajani, marco peano, agnese
incisa.

E poi: antonio, Giuliana, armando, lella per i vostri


occhi e le parole.

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