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Luca Micheletta
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A LA RESA DEI CONTI
PI Il Kosovo, l’Italia e
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la dissoluzione della Jugoslavia
(1939-1941)

Edizioni Nuova Cultura


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Copyright © 2008 Edizioni Nuova Cultura - Roma


ISBN: 978-88-6134-200-2
Volume stampato con il contributo del Dipartimento
di Studi Politici - «Sapienza» - Roma

È vietata la riproduzione non autorizzata,


anche parziale, realizzata con qualsiasi
mezzo, compresa la fotocopia, anche
ad uso interno o didattico.

Impaginazione e indice dei nomi


a cura di Angela Corgnale
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A Serena, Giulio, Alessandra

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TO Con gesti misurati, trassero fuori i loro

'A U strumenti e in tono straziante si misero a


L cantare. Uno di loro disse: Una nuvola

P ER scura avviluppa la terra, la nostra gran


dama è morta…. Serbi, all’armi, l’albanese
A ci toglie il Kosovo… E l’altro, di seguito:
PI Quale nube oscura si abbatte su di noi, la

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gran dama è morta… Albanesi, all’armi,
lo slavo ci ruba il Kosovo.
Furono ascoltati, e tutti, pur non capendo
nulla delle loro parole, li seguivano con
attenzione, lo sguardo assorto, pieno di
malinconia e d’incomprensione.
Tre canti funebri per il Kosovo, Ismail Kadaré
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T O Indice
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L I

E R IRREDENTISMO KOSOVARO

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1. Il problema del Kosovo all’indomani dell’occupazione italiana
IA dell’Albania ............................................................................................... 13

O P 2. Il tentativo di re Zog di organizzare la resistenza anti-italiana


C in Kosovo ...................................................................................................
3. Primi contatti con gli irredentisti kosovari ...........................................
23
31
4. Il programma di Tahir Shtylla ................................................................ 36
5. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e le esitazioni italiane .... 41

II
APPELLO PER LA LIBERAZIONE

1. Il sostegno agli albanesi del Kosovo nel quadro della politica


balcanica dell’Italia ................................................................................... 53
2. L’organizzazione della rete irredentistica albanese ............................. 65
3. In attesa dell’Italia: la relazione Venturini ............................................ 74
4. L’appello di Ferhad Draga a Vittorio Emanuele III e Mussolini
per la liberazione del Kosovo .................................................................. 80
5. Dal fiasco greco alla campagna di Jugoslavia ....................................... 87

III
IL PROBLEMA JUGOSLAVO

1. Jugoslavia 1941: un destino ineluttabile? .............................................. 91


2. Bulgari, macedoni e albanesi alla vigilia dell’attacco
alla Jugoslavia ............................................................................................ 98
3. Albanesi e italiani alla guerra di Jugoslavia ....................................... 105
10 Indice

IV
VITTORIA MUTILATA

1. La nascita della Grande Albania e la divisione del Kosovo .............. 115


E
2. Le rivendicazioni degli albanesi del Kosovo: il memorandum
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di Ferhad Draga ...................................................................................... 131

UT
3. I negoziati tra Roma e Tirana sulla Grande Albania .......................... 138

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4. L’occupazione del Kosovo e della Macedonia .................................... 149
5. I tentativi italo-albanesi di riunificare il Kosovo ................................ 154

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6. La situazione nel Kosovo “liberato” .................................................... 161

P
PIA V

CO MACEDONIA CONTESA

1. Bulgari e albanesi di fronte alla spartizione della Macedonia .......... 171


2. Roma e Sofia nella tormenta ................................................................. 187
3. Autonomismo macedone versus bulgarismo ..................................... 200
4. Il tentativo di accordo italo-bulgaro .................................................... 205

Epilogo ..................................................................................................... 219

Fonti e bibliografia.................................................................................. 231

Indice dei nomi ....................................................................................... 243

Cartine .....................................................................................................248
Abbreviazioni

AP: Affari Politici R E


ASMAE: Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri Italiano

B.: busta
T O
U
Carte Gab.: Carte Gabinetto
'A
cit.: citato
L
ER
D./DD.: documento/documenti
DDI/Documenti Diplomatici Italiani
P
DGFP: Documents on German Foreign Policy
A
PIed.: edizione

CO
f.: fascicolo
Gab-AP: Gabinetto Affari Politici
Gab. Alb: Gabinetto Albania
n.: numero
p./pp.: pagina/pagine
prot.: protocollo
s.: serie
s. d.: senza data
sf.: sottofascicolo
s.n.: senza numero
ss.: seguenti
SSAA: Sottosegretariato Affari Albanesi
t.: telegramma
telespr.: telespresso
t.p.c.: telegramma per corriere
UC: Ufficio Coordinamento
Uff.: ufficio
v.: vedi
vol./voll.: volume/volumi
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Irredentismo kosovaro
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PI1. Il problema del Kosovo all’indomani

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dell’occupazione italiana dell’Albania
Il Kosovo ha da sempre avuto un’importanza particolare per la
storia della nazione albanese; è in questa terra che, nel 1878, du-
rante il grande sconvolgimento balcanico iniziato tre anni prima ai
danni dell’Impero ottomano, nacque la lega di Prizren, avvio del
risorgimento nazionale del popolo albanese, che doveva culmi-
nare, il 28 novembre 1912, con la dichiarazione d’indipendenza di
Valona. Nel programma della lega figurava la difesa dei quattro
vilajet turchi di Scutari, Kosovo, Monastir e Janina, come terre ap-
partenenti alla nazione albanese, ma la nascita dello stato albane-
se, avvenuta per effetto della conferenza di Londra del 1913, lasciò
incompiuta l’unificazione nazionale. Le guerre balcaniche e le paci
che ne seguirono, infatti, decretarono la spartizione della storica
regione del Kosovo tra Montenegro e Serbia1. Vantando secolari

1
Su questi avvenimenti, v. ARBEN PUTO, L’indépendance albanaise et la
diplomatie des grandes puissances 1912-1914, Tirana, Editions “8 Nëntori”, 1982;
E.C. HELMREICH, The Diplomacy of the Balkan Wars 1912-1913, Cambridge,
Harvard University Press, 1938. Più in generale sulle vicende internazionali
relative alla nascita dell’Albania, STAVRO SKENDI, Albanian National Awakening
1878-1912, Princeton, Princeton University Press, 1967; J. SWIRE, Albania. The
Rise of a Kingdom, London, Williams & Norgate, 1929; LUIGI ALBERTINI, Le
origini della guerra del 1914, vol. I: Le relazioni europee dal Congresso di Berlino
14 La resa dei conti

legami religiosi e culturali sulla regione kosovara, i nazionalisti


oltranzisti serbi speravano, attraverso la sua conquista, di poter
acquisire un agognato sbocco al mare che desse solidità e vitalità
E
alla Grande Serbia immaginata a Belgrado. L’appoggio dato alla
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nascita dello stato albanese dall’Italia e dall’Austria-Ungheria, en-
trambe desiderose di bloccare la marcia verso l’Adriatico della
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Serbia2, ridussero le pretese serbe, ma non poterono impedire la
L
separazione del Kosovo dall’Albania né la sua spartizione.

P ER
Con la nascita dell’Albania si pose da subito, dunque, il proble-
ma di un’incompiuta unificazione nazionale, che vedeva proprio

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nella separazione degli albanesi del Kosovo dal resto dell’Albania

CO la prova più evidente delle ingiustizie imposte dai diktat delle


grandi potenze al popolo albanese. Ahmed Zogu, che a partire dal
1925 avviò la stabilizzazione del paese, dopo i sofferti primi anni
di vita3, si dovette sempre confrontare con questo problema dando
risposte diverse a secondo dei momenti e delle sue personali ne-
cessità politiche. Non c’è dubbio, comunque, che il politico alba-

all’attentato di Sarajevo, Milano, Bocca, 1942; FERDINANDO SALLEO, Albania: un


regno per sei mesi, Palermo, Sellerio, 2000; ANTONELLO BIAGINI, Storia dell’Al-
bania dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1998. Un rimando va anche
fatto ai noti, ma in parte superati, studi di STEFANAQ POLLO e ARBEN PUTO,
Histoire de l’Albanie des origines à nos jours, Roane, Horvath, 1974 e di STAVRO
SKENDI, Albania, New York, Frederick A. Praeger, 1956.
2
Sulla competizione e sulle convergenze della politica italiana e austriaca
in relazione al problema albanese, v. ALESSANDRO DUCE, L’Albania nei rapporti
italo-austriaci (1897-1913), Milano, Giuffrè, 1983; GIAMPAOLO FERRAIOLI,
Politica e Diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo. Vita di Antonino di San Giuliano
(1852-1914), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007.
3
Trattano delle problematiche internazionali dei primi anni di vita dello
stato albanese i seguenti studi: PIETRO PASTORELLI, L’Albania nella politica estera
italiana 1914-1920, Napoli, Jovene, 1970; LUCA RICCARDI, Il proclama di Argiro-
castro: Italia e Intesa in Albania nel 1917, in “Clio”, 1992/3; LUCA MICHELETTA,
Italia e Gran Bretagna nel primo dopoguerra 1919-1922, Roma, Jouvence, 1999, 2
voll.; FRANCESCO CACCAMO, L’Italia e la “Nuova Europa”. Il confronto sull’Euro-
pa orientale alla conferenza della pace di Parigi (1919-1920), Milano, Luni, 2000.
Irredentismo kosovaro 15

nese avesse netta consapevolezza dell’esistenza di una questione


nazionale e che la conquista del Kosovo, ormai jugoslavo, rientras-
se tra le sue aspirazioni. Nel 1925, nell’alleanza siglata con l’Italia
E
in funzione antijugoslava era inclusa, infatti, la così detta clausola
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irredentista relativa proprio alla possibilità, in caso di guerra
vittoriosa, di annettere il Kosovo4; proprio a significare la sua ade-
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sione al programma di unificazione nazionale, nel 1928, poi, con la
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trasformazione del regime in una monarchia, Zog aveva scelto

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come titolo quello di “re degli albanesi” e non d’Albania, solle-
vando non poche perplessità a livello internazionale; e gli accordi
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PIsegreti presi con l’Italia in quello stesso anno facevano espressa

CO
menzione ad un appoggio italiano perché all’Albania fossero
restituiti i suoi figli abitanti “al di là del confine orientale”5.

4
Sui rapporti italo-albanesi negli anni Venti del Novecento, v. PIETRO
PASTORELLI, Italia e Albania 1924-1927. Origini diplomatiche del Trattato di Tirana
del 22 novembre 1927, Firenze, Biblioteca della Rivista di Studi Politici Interna-
zionali, 1967. Molti contributi interessanti in G. DAMMACCO (a cura di), L’omi-
cidio politico di Luigi Gurakuqi, Cacucci, Bari, 1988.
5
Sul negoziato italo-albanese, v. lo studio sulla politica estera del fascismo
tra il 1922 e il 1935 di FRANCESCO LEFEBVRE D’OVIDIO, L’intesa italo-francese del
1935 nella politica di Mussolini, Roma, 1984, pp. 159-160. Il testo dello scambio
di lettere segrete è in Sola a Mussolini, 21 agosto 1928, in DDI, s. VII, vol. VI,
D. 570. V. anche, sulla politica estera fascista in relazione ai Balcani, ENNIO DI
NOLFO, Mussolini e la politica estera italiana (1919-1933), Cedam, Padova, 1960;
ENZO COLLOTTI, Fascismo e politica di potenza. Politica estera 1922-1939, Milano,
La Nuova Italia, 2000. Sulle relazioni economiche tra Italia e Albania, v. ALES-
SANDRO ROSELLI, Italia e Albania: relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Il
Mulino, Bologna 1986, e gli studi di MATTEO PIZZIGALLO, L’AGIP degli anni
ruggenti (1926-1932), Milano, Giuffrè, 1984 e La “politica estera” dell’AGIP (1933-
1940). Diplomazia economica e petrolio, Milano, Giuffrè, 1992. Sul contrasto italo-
jugoslavo circa l’Albania, v. MASSIMO BUCARELLI, Mussolini e la Jugoslavia
(1922-1939), Bari, Edizioni B.A. Graphis, 2006. Sulla politica interna del re
degli albanesi, v. J. SWIRE, King Zog’s Albania, London, Robert Hale and Co,
1937; MICHAEL SCHMIDT-NEKE, Entstehung und Ausbau der Koenigsdiktatur in
Albanien (1912-1939). Regierungsbildungen, Herrschaftsweise und Machteliten in
einem jungen Balkanstaat, Muenchen, Oldenbourg, 1987; ROBERTO MOROZZO
16 La resa dei conti

Dopo l’occupazione dell’Albania, del 7 aprile 19396, l’Italia ere-


ditò lo stesso problema che aveva attanagliato anche Zog: come
rispondere all’insoluta questione della nascita di uno stato nazio-
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nale per tutti gli albanesi e che atteggiamento prendere verso la
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montante marea nazionalista interna ed esterna in relazione al
problema delle terre sotto la Jugoslavia?
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La situazione del Kosovo7, al di là della storia tormentata che lo
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DELLA ROCCA,RNazione e Religione in Albania, Nardò, Besa, 2000; B ERND JÜRGEN
P
FISCHER, King Zog and the Struggle for Stability in Albania, Boulder (CO), East

PIA
European Monographs, 1984.
6
Sull’occupazione dell’Albania, v. MOROZZO DELLA ROCCA, Nazione e re-

CO ligione in Albania, cit., pp. 141-147; ANTONELLA ERCOLANI, L’Italia in Albania:


la conquista italiana nei documenti albanesi (1939), Roma, Libera Università San
Pio V, 1999.
7
Sulla questione del Kosovo, la letteratura si è accresciuta a dismisura
durante e dopo la crisi balcanica di fine XX secolo. Sui precedenti storici del
Kosovo, si rimanda agli ormai classici studi di MARCO DOGO, Kosovo. Albanesi
e Serbi le radici di un conflitto, Marco, Lungro di Cosenza, 1992, che ha utiliz-
zato ampiamente il materiale reperito negli archivi italiani e, per una ricostru-
zione più generale, a quelli di NOEL MALCOM, Storia del Kosovo. Dalle origini ai
nostri giorni, Milano, Bompiani, 1999, pp. 301-326, ROBERTO MOROZZO DELLA
ROCCA, Kosovo. La guerra in Europa. Origini e realtà di un conflitto etnico, Milano,
Guerini e associati, 1999, e MIRANDA VICKERS, Between Serb and Albanian. A
History of Kosovo, New York, Columbia University Press, 1998; interessante,
ma con diverso taglio, è PAULIN KOLA, The Search for Greater Albania, London,
Hurst & Company, 2003. V. anche FRANCESCO CACCAMO, Kosovo, 1919: un pro-
getto italiano di autonomia, in “Limes”, 1989/4. Ottime informazioni sui pre-
cedenti etnici e storici della regione fornisce il saggio introduttivo di KONRAD
CLEWING, Mythen und Fakten zur Ethnostruktur in Kosovo – Ein Geschichtlicher
Ueberblick, in KONRAD CLEWING - JENS REUTER (a cura di) Der Kosovo Konflikt.
Ursachen, Akteure, Verlauf, Muenchen, Bayerische Landeszentrale fuer Politische
Bildungsarbeit, 2000, pp. 17-54. V. anche THOMAS BENEDIKTER, Il Dramma del
Kosovo. Dall’origine del conflitto fra serbi e albanesi agli scontri di oggi, Roma,
Datanews, 1999, pp. 17-44. Si segnalano, infine, per la prospettiva attuale di
questa tematica i seguenti volumi della rivista “Limes”: Macedonia/Albania le
terre mobili, 2001/2; I Balcani non sono lontani, 2005/3; Kosovo lo stato delle mafie,
2006/3; Kosovo non solo Balcani, 2008/3.
Irredentismo kosovaro 17

contrassegnava dal 1913, quando come detto la regione era pas-


sata sotto controllo serbo, si presentava nel 1939 particolarmente
grave per due principali motivi, solo apparentemente slegati tra
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loro, ma concorrenti con lo stesso obiettivo della cacciata degli al-
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banesi: da una parte l’accordo tra Jugoslavia e Turchia per un
trasferimento massiccio di popolazione musulmana dalla prima
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alla seconda; dall’altra l’inasprimento delle misure di esecuzione
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della riforma agraria applicata con durezza e “governata da meto-

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di di vera e propria persecuzione politica”8.
L’accordo turco-jugoslavo rispondeva sia alla volontà di Bel-
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PIgrado di sbarazzarsi dell’elemento albanese, sia al desiderio di

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Ankara di colonizzare l’interno dell’Anatolia con popolazione
contadina di religione musulmana. Ufficialmente, dunque, si trat-
tava di trasferire turchi, non albanesi, ma giocando sulla confu-
sione tra etnia e religione di fatto il trasferimento aveva come og-
getto la comunità albanese. Con l’equivoco della religione, quindi,
e in pieno accordo col governo turco, le autorità di Belgrado erano
riuscite a trasferire in Anatolia decine di migliaia di albanesi mu-
sulmani, secondo calcoli albanesi circa 80.000 individui, nel corso
dei quindici anni di vigore dell’accordo.
L’accordo, che secondo fonti albanesi era stato rinnovato e am-
pliato nell’ottobre 1938, prevedeva l’emigrazione in Turchia da
250.000 a 300.000 “turchi” abitanti in Jugoslavia. Ma risultava chia-
ro che, in realtà, nello stato jugoslavo la consistenza della comu-
nità turca era assai inferiore: di turchi propriamente detti se ne
potevano contare circa 25.000, tra l’altro decisamente contrari ad
essere deportati entro gli angusti confini della rinata Turchia e per
di più nelle steppe anatoliche9. Concentrati nei grossi centri urbani

8
Indelli a Ciano, 7 giugno 1939, n. 2372/791, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kos-
sovese.
9
Promemoria per l’Eccellenza il Sottosegretario di Stato per gli Affari Albanesi,
in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kossovo. Sul documento si
legge l’annotazione che il promemoria era stato consegnato da Shtylla il 28
18 La resa dei conti

e dediti ai commerci, i turchi della Jugoslavia formavano un ceto


medio discretamente benestante e del tutto inadatto alla coloniz-
zazione agricola prevista da Ankara.
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Contro questa situazione si erano più volte sollevate le proteste
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del governo di Tirana e dei rappresentanti della minoranza alba-
nese in Jugoslavia, ma tutto era stato inutile. Il trasferimento della
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popolazione del Kosovo aveva subito comunque un rallentamento
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alla metà degli anni trenta, ma non tanto per motivazioni politiche

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quanto per ragioni economiche, dovute ai riflessi della grande cri-
si economica del 1929. I contraccolpi della crisi americana, giunti

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con qualche ritardo in Europa rispetto al crollo di Wall Street, fe-

CO cero sentire i loro effetti anche sull’economia della Jugoslavia, che


al contempo veniva privata anche delle riparazioni tedesche di cui
era beneficiaria, riparazioni cui i vincitori della Germania misero
fine con la conferenza dell’Aia del 1932. Il governo di Belgrado
ebbe perciò difficoltà nell’esecuzione dell’accordo, dato che in ba-
se ad esso avrebbe dovuto pagare al governo turco da 15 a 25.000
dinari per ogni famiglia che si fosse trasferita in Turchia10.
Il secondo principale strumento utilizzato da Belgrado per mu-
tare la realtà demografica del Kosovo e diminuire la consistenza
del gruppo albanese era la riforma agraria. Al di là dei criteri,
spesso parziali, con cui essa ridistribuiva la terra, che sovente pri-
vilegiavano gli slavi, la riforma puntava a spezzare il latifondo,
colpendo in primis le estese ricchezze terriere degli albanesi mu-
sulmani. Frazionando e limitando la grande proprietà terriera, le

maggio 1940. Sull’accordo turco-jugoslavo, v. MARCO DOGO, Storie balcaniche.


Popoli e stati nella transizione alla modernità, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana,
1999, pp. 121-132.
10
Promemoria di Tahir Shtylla per l’Eccellenza il Sottosegretario di Stato per gli
Affari Albanesi, cit. Vale la pena notare che in un successivo memorandum
compilato da Shtylla per le autorità italiane nell’agosto 1940, la comunità turca
veniva stimata in 40.000 individui, mentre rimaneva fermo il dato di 80.000
albanesi obbligati al trasferimento in Turchia perché definiti “turchi”.
Irredentismo kosovaro 19

autorità serbe distruggevano il çiflik, sorta di feudo ereditario,


posseduto da tempi antichi da signori albanesi di religione musul-
mana. Entro le sue estesissime terre, potevano insistere uno, due,
E
tre o addirittura cinque villaggi abitati per lo più da contadini al-
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banesi o talvolta bulgaro-macedoni che si occupavano della sua
coltivazione. Si distruggeva, quindi, con la riforma agraria l’unità
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economica e amministrativa che stava a fondamento della società
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albanese, ottenendo anche per questa via l’emigrazione delle

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famiglie albanesi viventi nel çiflik.
A più di venti anni dall’annessione del Kosovo, non sembrava
A
PIesservi, dunque, per le autorità serbe altro rimedio per stabilire

CO
definitivamente il proprio controllo sulla regione che la cacciata
degli albanesi, vuoi con la riforma agraria, vuoi con l’emigrazione
forzata in Turchia. Lo dimostrava una relazione di P. Kumović,
ispettore del ministero degli Interni jugoslavo, stilata nel dicembre
1938, che sosteneva come unica vera soluzione del problema na-
zionale serbo proprio il “trasferimento” degli albanesi del Kosovo
e il suo ripopolamento con l’elemento serbo. Con rammarico si
constatava che il tentativo di colonizzazione, protrattosi ininterrot-
tamente dal 1913, non aveva dato i risultati sperati né in Voivodina
né nella Serbia meridionale a causa di ritardi e indecisione. Da
ultimo, spiegava la relazione, proprio nel momento in cui gli
albanesi e i turchi si stavano decidendo all’emigrazione in massa,
erano sopraggiunte le elezioni che avevano “intralciato e rovinato
tutto il lavoro delle nostre autorità agrarie”. D’altro canto, la nuo-
va convenzione turco-jugoslava per il trasferimento di albanesi e
turchi, già parafata, non era stata ratificata dai rispettivi parlamen-
ti, mentre erano falliti i tentativi fatti dall’Albania per bloccarla
convincendo il governo turco a ripudiarla. Le pressioni diploma-
tiche di Tirana presso il governo di Ankara e il sostegno ottenuto a
livello internazionale con l’interessamento della Germania, che
aveva compiuto un passo sul governo turco per impedire la
convenzione, non avevano infatti potuto scalfire i solidi legami
20 La resa dei conti

politici tra Turchia e Jugoslavia e le relazioni di personale amicizia


esistenti tra il primo ministro jugoslavo Stojadinović da una parte
e Kemal Ataturk e il suo successore alla guida del governo turco,
Ismet Inonu dall’altra11.
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Kumović, dunque, lanciava un accorato appello a velocizzare
la ratifica della convenzione con la Turchia e ad organizzare a
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Skopje, entro il gennaio 1939, un ispettorato ad hoc per il trasferi-
L
mento di turchi e albanesi dandogli “piena e illimitata libertà” per

P ER
l’esecuzione della convenzione stessa, “perché non dobbiamo di-
menticare che nella Serbia meridionale ci sono oggi 732.000

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albanesi e turchi, - 280.000 - 300.000 bulgari e appena 220.000 serbi,

CO risulta quindi che noi siamo in quella regione minoranza assoluta,


in nessun caso questo si avrebbe [sic] dovuto permettere ed evi-
tare che dopo 20 anni si possa tutt’ora riparlare della questione”.
La convenzione stabiliva l’invio in Turchia di 40.000 famiglie di
almeno cinque membri, ma il funzionario serbo proponeva che
essa fosse modificata in modo da prevedere anche uno scambio di
popolazione, allo stesso modo di quanto avevano fatto turchi e
greci dopo la pace di Losanna del 1923. Con questa previsione si
sarebbe potuto completare il trasferimento in Anatolia dei rima-
nenti albanesi e turchi della Serbia meridionale e la loro sostitu-
zione con i circa 100.000 serbi residenti in Turchia. Primi ad essere
trasferiti dovevano essere gli albanesi abitanti lungo la frontiera
con la Jugoslavia, per una profondità di 80 km. Inoltre, secondo
Kumović, facendo attenzione a scegliere le famiglie più numerose,
con 10 e più membri, la cifra totale degli individui da trasferirsi
avrebbe potuto elevarsi da 200.000 a più di 300.000.
Altra proposta di Kumović era quella di stipulare una conven-
zione anche con Tirana per lo scambio dei circa 100.000 slavi pre-

11
Shtylla ricordava che era stato appositamente compiuto un viaggio di
Mehmed Konica ad Ankara, e che sia l’incaricato d’affari albanese nella ca-
pitale turca, sia i ministri di Germania a Tirana e Ankara avevano tentato di
intervenire per impedire l’attuazione dell’accordo.
Irredentismo kosovaro 21

senti in Albania con altrettanti kosovari. Dalla efficacia e dalla ra-


pidità del trasferimento degli albanesi dipendeva anche l’efficacia
e la rapidità della colonizzazione da parte dei serbi. Il trasferimen-
E
to, infatti, avrebbe affrettato l’esecuzione della riforma agraria,
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permettendo alle autorità preposte di trovare subito terra e case
disponibili per i coloni serbi e montenegrini, ai quali la terra do-
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veva essere assegnata con procedure abbreviate e semplificate: le
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autorità agrarie e l’ispettorato dovevano “mettere il colono in

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possesso della casa e della terra a lui destinati e con questo resa
conclusa la sua installazione”. Va da sé che il trasferimento non
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PIprevedeva nessun tipo di consenso od opzione da parte dei tra-

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sferiti, anzi Kumović non nascondeva che né albanesi né turchi
avessero alcuna volontà di lasciare le loro terre12.
Ma l’appello accorato a risolvere la questione nazionale serba
lanciato da Kumović non giunse in un momento favorevole. Alla
metà del 1939, infatti, un’ulteriore spinta a non esasperare le
condizioni della popolazione albanese venne anche dal particolare
clima elettorale. Sia l’ex presidente del Consiglio, Stojadinović, sia
il governo in carica, guidato da Dragisa Cvetković, desideravano
mantenere un accordo con i capi della minoranza albanese, accor-
do che all’epoca delle precedenti elezioni aveva fruttato l’apporto
al partito governativo di 180.000 voti e l’elezione alla Skupština, il
parlamento di Belgrado, di alcuni deputati albanesi kosovari.
Tra gli esponenti della minoranza albanese spiccava per ruolo
e lignaggio Ferhad Bey Draga, persona influentissima nel Kosovo,

12
Problema e metodi. Il trasferimento degli albanesi e dei turchi della Serbia
meridionale in Turchia, relazione di P. Kumović, m.p., ispettore del Ministero
degli Interni, Belgrado, 23 dicembre 1938, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kosso-
vese. Su questi aspetti della questione kosovara, v. JENS REUTER, Serbien und
Kosovo – Das Ende Eines Mythos, in Der Kosovo Konflikt, cit., pp. 139-148.
Il testo della convenzione turco-jugoslava è in ELSIE ROBERT, Kosovo
in the Heart of the Powder Keg, Boulder (CO), East European Monograph, 1997,
pp. 425-434.
22 La resa dei conti

che era uno dei personaggi chiave delle vicende politiche koso-
vare da più di un ventennio. Personalità dalle mille sfaccettature,
come molti altri notabili kosovari, poteva apparire di volta in volta
E
come despota e signore delle sue terre ma anche come patriota
R
T O
albanese; come protettore degli slavi ma anche come loro aguz-
zino; come filo-jugoslavo ma anche come irriducibile oppositore
'A U
di Belgrado13. Da tutti, però, era considerato il vero “capo” degli
L
albanesi della regione tanto da divenire l’uomo più importante an-

P ER
che per la politica dispiegata dagli italiani a partire dal 1939.
Ferhad Bey Draga era, tra l’altro, presidente della Comunità

PIA
musulmana di Skopje, vero centro della vita politica e sociale dei

CO kosovari, che pure si articolava in altre associazioni locali a


carattere culturale o studentesco.
La Comunità, che raccoglieva tutti i musulmani del Kosovo,
poteva contare su circa 2.800 Hoxha o Imam sparsi per tutto il ter-
ritorio, amministrava 2.000 moschee, possedeva una organizza-
zione, la Gajret, simile alla Croce rossa, gestiva una scuola secon-
daria e il grande seminario a Skopje. Dal punto di vista religioso,
la Comunità di Skopje dipendeva dal Reis-ul-Ulema di Sarajevo,
che era il capo religioso di tutti i musulmani di Jugoslavia, dato
che estendeva la sua autorità anche sulla comunità islamica che
radunava i fedeli slavi di Bosnia e la minoranza turca. Guida della
Comunità musulmana jugoslava nel 1939 era Fehim Spaho, fra-
tello di Mehmed, ministro delle Comunicazioni jugoslavo e capo
politico dei musulmani di Bosnia, uno dei ministri che in asso-
ciazione ai croati aveva determinato nel febbraio di quell’anno la
crisi del governo Stojadinović14.

13
Su Ferhad Bey Draga, v. DOGO, Kosovo, cit., ad indicem e MALCOM, Sto-
ria del Kosovo, cit., ad indicem. V. anche, ROBERT ELSIE, Historical Dictionary of
Kosova, Lanham (MA), The Scarecrow Press Inc., 2004, p. 53.
14
Sulla crisi interna jugoslava e la caduta di Stojadinovic, v. J.B. HOPTNER,
Yugoslavia in Crisis 1934-1941, New York and London, Columbia University
Press, 1962, pp. 128-129.
Irredentismo kosovaro 23

L’Italia, dunque, con l’occupazione dell’Albania, il 7 aprile


1939, ereditava da Zog anche la vecchia politica “irredentista”, da
sempre il pilastro su cui si era fondata la diplomazia di Zog, che
E
nel quindicennio in cui aveva mantenuto il potere a Tirana aveva
R
T O
agito, ufficialmente e non, per la tutela e la conservazione delle
comunità albanesi fuori del Regno. Verso le personalità politiche
'A U
più in vista del Kosovo, l’ex re aveva diretto una serie di finanzia-
L
menti occulti per lo più amministrati dalla legazione albanese a

P ER
Belgrado. E anche ora, dall’esilio, Zog contava di mantenere il con-
trollo dei capi kosovari per la particolare politica che stava perse-
A
PIguendo in funzione di un suo possibile ritorno sul trono d’Albania.

CO
2. Il tentativo di re Zog di organizzare la resistenza
anti-italiana in Kosovo
L’ex sovrano albanese non aveva certo abbandonato le speranze di
un futuro ritorno in patria dopo la cacciata degli italiani15. Si era
rifugiato inizialmente in Turchia e da Istanbul sperava di com-
porre le fila della resistenza anti-italiana, godendo da parte del
governo turco di un sostegno sicuro e non strumentale, come si
sarebbero potuti invece rivelare quelli greco e serbo. I legami sto-
rici tra albanesi e turchi, la solidarietà musulmana, i contatti e le
amicizie che la classe dirigente albanese manteneva col mondo
politico dell’ex Impero ottomano, di cui era stata parte importante
fino all’indipendenza dell’Albania, l’allineamento internazionale
della Turchia alla Gran Bretagna e alla Francia contro la minaccia
italiana nel Mediterraneo, fecero di Istanbul uno dei centri più
importanti della lotta anti-italiana degli albanesi. Nella ex capitale
ottomana, inoltre, risultava agli italiani che fossero presenti espo-
nenti di primo piano dell’opposizione all’Italia, come l’ex capo

15
Alcune pagine all’attività di re Zog dopo il 1939 ed in particolare ai suoi
rapporti con il governo britannico le dedica FISCHER, King Zog, cit., pp. 290-298.
24 La resa dei conti

della gendarmeria di Zog, Murat Kalosci, con un seguito di una


trentina di persone, suo fratello Miftar e il figlio di questi
Ramadan, e che tra gli esuli vi fosse anche Abaz Kupi16, colui che,
E
a Durazzo, aveva guidato l’unica reale resistenza allo sbarco
R
italiano17.
T O
Secondo altre informazioni, con il forte sostegno finanziario di
'A U
Londra e Parigi, nell’estate del 1939 si era costituito a Istanbul un
L
comitato albanese sotto la presidenza di Koço Kota, ultimo primo

P ER
ministro di Zog, che sarebbe rimasto nella capitale turca dopo la
partenza del re, con lo scopo di organizzare la resistenza, di creare

PIA
cellule di propaganda e attuare azioni terroristiche contro l’Italia

CO in Albania e nei Balcani. Le cellule avrebbero avuto come compito


quello di preparare atti di terrorismo, indurre alla diserzione i mi-
litari e agire nell’ambiente dei capi e del clero e in quello intellet-
tuale18. Agli inizi del 1940, però, sembrò che a Istanbul si fossero
costituiti due gruppi distinti di resistenti: uno capeggiato da Kota, e
comprendente l’ex primo ministro Hiqmet Delvina, Hasaf Xhaxhuli
e il fratello Servet; l’altro con a capo Musa Juka, ultimo ministro
degli Interni di Zog, al quale avevano aderito Abdurrahman Dibra,
Abdurrahman Krosi, Shefki Shatku e Tefik Shatku19. Istanbul,

16
Sulla figura di Abaz Kupi, v. FISCHER, Albania at War, cit., pp. 103-104
e ROBERT ELSIE, Historical Dictionary of Albania, Lanham (MA), The Scarecrow
Press Inc., 2004, pp. 244-245.
17
De Peppo a Ciano, 17 giugno 1939, t. 2975/67, in ASMAE, SSAA, B. 19, f.
Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania.
18
De Peppo a Ciano, 27 giugno 1939, t. cifra 3128/70; Straneo a Ankara, Bel-
grado e Atene, giugno 1939, telespr. 219953/C; SSAA a Jacomoni, 6 luglio 1939,
telespr. 221296/730; De Peppo a Ciano, 6 luglio 1939, telespr. 1207/663, in
ASMAE, SSAA, B. 19 f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania;
Ministero dell’Interno a Ministero degli Esteri, 2 ottobre 1939, 443/81961, in
ASMAE, SSAA, B. 19 f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania.
Il rapporto trasmetteva informazioni confidenziali dell’inizio di settembre.
19
Ministero dell’Interno a Ministero degli Esteri, 22 febbraio 1940, prot. 443/
55343, in ASMAE, SSAA, B. 19 f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con
Irredentismo kosovaro 25

comunque, rimase centro di azione anti-italiana nei Balcani e in


Albania, e uno dei luoghi di recapito dei fondi che sarebbero per-
venuti alla resistenza albanese sia da parte di Zog che da parte
della Francia20.
R E
T O
Durante la sua permanenza nella vecchia capitale ottomana,
Zog cercò di mantenere contatti con i suoi seguaci in Albania e di
'A U
attrarre alla sua causa gli albanesi irredenti del Kosovo, utilizzan-
L
do come strumento di convinzione anche quello della solidarietà

P ER
musulmana. Aveva loro assicurato che in Egitto si era formato un
comitato, “con diramazioni nei paesi musulmani, comprese le
A
PIIndie”, per raccogliere fondi in suo supporto e che soldi aveva

CO
ricevuto anche da Francia e Gran Bretagna21. Gli avvenimenti
dell’aprile 1939 avevano, giocoforza, gettato l’ex re albanese nelle
braccia degli anglo-francesi, da cui sperava di riguadagnare il
trono alla fine di una guerra europea che si annunciava sempre
più prossima. Ma la ricerca dell’amicizia anglo-francese compor-
tava l’allineamento e la solidarietà col governo di Belgrado, alleato
della Francia e amico della Gran Bretagna, e di conseguenza
l’attenuazione delle spinte centrifughe in Jugoslavia, dove pure si
erano rifugiati molti suoi seguaci o esuli politici contrari all’unione
con l’Italia. Zog sperava di tenere legati a sé gli esponenti della co-
munità kosovara al fine di affievolire le spinte irredentiste e an-
tijugoslave che, al contrario, la diplomazia italiana tentava, nello
stesso torno di tempo, di cavalcare. La lotta agli italiani, dunque,

l’Albania.
20
De Peppo a Ciano, 26 ottobre 1939, telespr. 3381/880, in ASMAE, SSAA, B.
19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. V. anche, su ciò,
quanto scriveva il console generale a Istanbul Badoglio: Badoglio a Ciano, 28
dicembre 1939, telespr. 4199/1040, in ASMAE, SSAA, B. 80, f. Collettività
albanesi all’estero.
21
Indelli a Ciano, 10 giugno 1939, telespr. 2430/810, in ASMAE, SSAA, B. 19,
f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania. Il documento ha il
visto di Mussolini.
26 La resa dei conti

ridiventava la questione prioritaria alla quale per l’ex re si doveva


sacrificare, benché temporaneamente, il pur sempre fondamentale
obiettivo di rivendicare le terre irredente e raggiungere l’unità
E
nazionale a scapito della compagine jugoslava.
R
T O
A Istanbul, Zog incontrò varie personalità kosovare, tra cui,
nell’agosto 1939, lo stesso Ferhad Bey Draga, per consigliare loro
'A U
insistentemente di mantenere buoni rapporti con Belgrado, come
L
avevano richiesto Francia e Gran Bretagna, che lo stavano aiutan-

P ER
do finanziariamente per liberare l’Albania dall’Italia. L’ex sovrano
sostenne di avere ricevuto ampie assicurazioni da autorevoli amici

PIA
britannici e francesi che dopo l’imminente guerra, nella nuova si-

CO stemazione di pace, sarebbero state risolte le questioni delle mino-


ranze e che, in qualsiasi caso e da qualsiasi parte la Jugoslavia si
fosse schierata, il Kosovo sarebbe stato unito all’Albania22. Tra gli
amici più zelanti, Zog aveva menzionato il senatore ed ex ministro
francese, Justin Godard, e l’ex presidente del Consiglio francese,
Edouard Herriot. Quest’ultimo era personale amico dell’ex re
degli albanesi, e Zog ricambiava questa amicizia – rilevava con
malizia l’ex diplomatico albanese, Tahir Shtylla, riportando queste
informazioni –, inviandogli doni magnifici “alla maniera dei prin-
cipi orientali”: tappeti persiani, armi antiche e preziose statue
molte delle quali rinvenute a Butrinto dalla missione archeologica
italiana. A Istanbul, Godard aveva personalmente parlato con
Ferhad Bey Draga, confermandogli l’impegno di Francia e Gran
Bretagna a risolvere la questione del Kosovo in futuro, purché gli
albanesi ora si concentrassero nella lotta anti-italiana e mantenes-
sero buoni rapporti con Belgrado23.
Della forte azione dispiegata dalla Gran Bretagna e dalla Fran-
cia, e in particolare da quest’ultima, nei riguardi del problema del

22
Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione
informativa a firma di Shtylla, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
23
Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione
informativa a firma di Shtylla, cit.
Irredentismo kosovaro 27

Kosovo abbiamo notizia anche da un promemoria inviato alle


autorità italiane a fine giugno da Ionuz Blakçovi, un irredento
albanese, nativo di Peç, in Jugoslavia, che aveva studiato in Italia
E
ed era all’epoca insegnante d’italiano nella scuola tecnica di Tira-
R
T O
na. Perseguitato da Zog, Blakçovi ora denunciava l’attività anti-
italiana messa in atto dall’ex re in Francia e in Jugoslavia, confer-
'A U
mando che a Parigi si era formato un comitato albanese zoghista
L
sotto la protezione del senatore Justin Godard, il quale si era

P ER
recato di persona ad Istanbul per incontrare Zog e organizzare la
resistenza. Al fine di contrapporsi a quest’azione francese e con
A
PIl’obiettivo ultimo di smembrare la Jugoslavia e creare una Grande

CO
Albania, Blakçovi invitava le autorità italiane a entrare in contatto
con i capi kosovari, in particolare con Ferhad Draga, campione di
fedeltà agli ideali della nazione albanese, attraverso Rexhep
Mitrovica, altro noto leader irredentista del Kosovo, parente di
Ferhad Draga ed ex membro dell’assemblea che nel 1912, a
Valona, aveva proclamato l’indipendenza dell’Albania24.
Forte dei sostegni politici e finanziari internazionali acquisiti,
Zog puntava a metter su una capillare organizzazione di resisten-
za anti-italiana e aveva cominciato col dare a Ferhad Bey Draga un
piccolo contributo come anticipo, promettendo larghi appoggi
finanziari anche agli altri capi kosovari e insistendo sull’oppor-
tunità di tenere buoni rapporti con la Jugoslavia in funzione anti-
italiana. Per essere più convincente, l’ex sovrano aveva affermato

24
Jacomoni a Ciano, 11 luglio 1939, telespr. 3476/1017, con allegato Prome-
moria del 24 giugno 1939, a firma di Ionuz Blakçovi. Risultava che Zog aveva
inviato a Skopje anche Hysen Selmani col compito di portare finanziamenti ai
suoi sostenitori e a Murat Kaloshi. Blakçovi confermava che l’ex sovrano
aveva promesso anche a Ferhad Draga e ad altre personalità del Kosovo im-
portanti somme di denaro, mentre si diceva certo che personaggi del calibro
di Ali Klisura a Parigi e Naim Storava a Tetovo avevano rifiutato i soldi di
Zog perché ritenevano, come altri esuli rientrati in Albania, utile al loro paese
la politica italiana.
28 La resa dei conti

addirittura di non avere ambizioni personali, ma di essere dispo-


sto a rinunciare al trono una volta che il Kosovo si fosse unito alla
patria albanese25. Insomma, era di tutta evidenza che Zog stava
E
tentando di replicare la politica che aveva seguito con successo ne-
R
T O
gli anni Venti, quella di giocare sulla rivalità tra Roma e Belgrado,
ma a parti rovesciate. Nel 1924 aveva guardato alla Jugoslavia per
'A U
sbarazzarsi del suo avversario interno, Fan Noli, ma poi si era
L
avvicinato all’Italia per sbarazzarsi della Jugoslavia26. Questa volta

P ER
avrebbe ancora guardato alla Jugoslavia, ma solo il tempo neces-
sario per sbarazzarsi dell’Italia.

PIA Anche la rete di resistenza che Zog intendeva creare ruotava

CO intorno a Ferhad Bey Draga, che ne avrebbe avuto la direzione


politica, mentre la sua organizzazione sarebbe stata affidata a
Mehmed Bey Konica, ex diplomatico, cui l’ex re aveva dato molti
soldi, parte per sé e parte da recapitare ai molti esuli albanesi in
Jugoslavia, già in precedenza contattati e sovvenzionati da due
suoi emissari, la sorella Adile e il colonnello Hysen Selmani.
Konica, dunque, aveva preso contatti con le autorità di Belgrado,
dalle quali sembrava che avesse pure ricevuto denaro per agire in
senso anti-italiano. Secondo le informazioni assunte da Shtylla, il
governo jugoslavo non solo avrebbe tollerato la presenza degli
esuli anti-italiani, ma li avrebbe sostenuti in ogni forma di pro-
paganda contro l’Italia, come anche nella preparazione di qualche
attentato. Era questa la linea imposta al governo di Belgrado dallo
Stato maggiore serbo, che da sempre aveva visto di buon occhio
la collaborazione con gli esuli albanesi27. Attivo agente di Zog

25
Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione
informativa a firma di Shtylla, cit.
26
Sulla politica estera di re Zog negli anni venti, oltre a FISCHER, King Zog,
cit., GIOVANNI ZAMBONI, Mussolinis Expansionspolitik auf dem Balkan, Hamburg,
Helmut Buske Verlag, 1970, e PASTORELLI, Italia e Albania, 1924-1927, cit.
27
Shtylla aggiungeva che lo Stato Maggiore serbo aveva aiutato all’inizio il
famigerato Bazi i Canit che si trovava con Konica e altri esuli alle terme di
Irredentismo kosovaro 29

sarebbe stato, inoltre, l’ex deputato jugoslavo Budislav Gregor


Angelinović28.
L’azione di propaganda contro l’Italia messa a punto dall’ex
E
sovrano marciava in questo torno di tempo parallelamente a quel-
R
T O
la serba. Alla metà d’agosto, un rapporto della legazione di Sofia
trasmetteva una nota informativa circa l’intensificarsi della pro-
'A U
paganda anti-italiana nel Kosovo ad opera dei serbi. Si diceva che
L
la situazione interna in Albania era pessima, che i patrioti veni-

P ER
vano arrestati e deportati, che la popolazione era maltrattata; che
le autorità italiane sostenevano l’elemento cattolico contro quello
A
PImusulmano; che Mussolini aveva assicurato a Belgrado il suo

CO
disinteresse per l’accordo tra Jugoslavia e Turchia che avrebbe
permesso la deportazione di 270.000 kosovari, censiti dai serbi
come turchi29. Il ministro d’Italia a Belgrado, Indelli, riferiva a fine
settembre simili notizie, spiegando che la propaganda aveva il fine
di convincere i kosovari a lasciare la Jugoslavia e a trasferirsi in
Turchia, benché egli non fosse sicuro che dietro queste notizie vi
fosse solo il governo jugoslavo30.
D’altra parte, che gli oppositori al nuovo ordine di cose rice-
vessero ospitalità e appoggio da parte dei paesi confinanti con
l’Albania era cosa che era stata accertata anche dai servizi militari
italiani. Già in luglio il comando dei carabinieri aveva fatto pre-
sente l’esistenza di una pericolosa attività in senso anti-italiano e
aveva richiesto “un’energica azione diplomatica” presso i governi

Vernjizi.
28
Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegata Relazione
informativa a firma di Shtylla, cit.; Guidotti a Mae, 9 luglio 1939, t.p.c. 13778/039;
Guidotti a Mae, 9 luglio 1939, telespr. 2866/981 (il documento reca il visto di
Mussolini), in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Vedi una schematica bio-
grafia di Angelinović, ivi.
29
Legazione a Sofia a ministero degli Esteri, 12 agosto 1939, telespr. 4055/1710,
con allegata informativa da fonte fiduciaria albanese.
30
Indelli a Ciano, 30 settembre 1939, telespr. 4481/1180, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Sussidi ad albanesi del Kosovo.
30 La resa dei conti

jugoslavo e greco affinché vigilassero sugli esuli albanesi lì rifugiati


e richiamassero i loro consolati in Albania ad astenersi dall’attività
politica. Si consigliava addirittura di minacciare Belgrado con l’i-
E
potesi di una liberazione degli esuli croati ancora al confino in
R
Italia31.
T O
I passi fatti dalla diplomazia italiana al riguardo, come era da
'A U
immaginarsi, non dettero alcun risultato. Il direttore degli affari
L
politici del ministero degli Esteri di Belgrado, Petrović, reagì viva-

P ER
cemente contro queste illazioni, negando recisamente non solo che
il suo governo fornisse sostegno e protezione ai profughi albanesi,

PIA
ma anche che fosse a conoscenza e tollerasse una loro attività anti-

CO italiana32. Ciano richiamò l’attenzione del ministro jugoslavo a


Roma, Christić, sulla “troppa libertà” lasciata agli emissari di Zog
in Jugoslavia, ottenendo ampie assicurazioni circa la vigilanza che
sarebbe stata compiuta sugli esuli albanesi33. Smentite forti venne-
ro anche da Atene, dove il rappresentante italiano, Grazzi, confer-
mò che il governo greco aveva vietato lo svolgimento di qualsiasi
attività politica ai pochi rifugiati albanesi lì residenti, che anzi
aveva confinato34.

31
SSAA alle legazioni di Belgrado e Atene, 27 luglio 1939, telespr. 224106/C
con cui trasmette contenuto di Jacomoni a Ciano, luglio 1939, telespr. 3381/ 995,
(in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Alba-
nia) che a sua volta trasmetteva un rapporto dei carabinieri. Il documento ha il
visto di Mussolini.
32
Guidotti a Ciano, 1 agosto 1939, telespr. 3049/102, in ASMAE, SSAA, B. 19,
f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania.
33
V. CIANO, Diario, alla data del 4 e 6 agosto 1939.
34
Grazzi a Ciano, 5 luglio 1939, telespr. 5111/780; Grazzi a Ciano, 18 agosto
1939, telespr. 6405/996, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana di pae-
si confinanti con l’Albania. I documenti recano il visto di Mussolini.
Irredentismo kosovaro 31

3. Primi contatti con gli irredentisti kosovari


Da parte dei kosovari erano giunti segni di attenzione verso il

R E
governo di Roma fin dal momento dell’occupazione. Alla metà di
aprile del 1939, si era presentato all’ambasciata italiana a Parigi, in
T O
compagnia di Spiro Zilo, Sherif Voça, ex membro della Skupština,

'A U
originario di Kosovska Mitrovica. Deputato con un certo seguito
L
in Kosovo, Sherif Voça aveva militato nel gruppo di Stojadinović,

P ER
ma aveva perso il seggio nelle elezioni del dicembre 1938. Sherif
Voça aveva consegnato un appello firmato da alcune decine di
A
PI
notabili kosovari che chiedevano all’Italia un pronto intervento in
favore della liberazione della popolazione albanese dal giogo
CO serbo. L’ex deputato, affermando che la popolazione era già ar-
mata e non aspettava altro che un suo cenno per iniziare una solle-
vazione, aveva chiesto di andare a Roma e parlare dei suoi pro-
getti insurrezionali con le autorità governative.
L’ambasciatore italiano a Parigi, Guariglia, si era mantenuto
estremamente cauto, ma ne aveva subito dato notizia a Palazzo
Chigi, dove la questione destò un certo interesse e finì dritta sul
tavolo di Mussolini35. Sherif Voça potè dunque proseguire per
Roma, dove prese contatti con un funzionario del gabinetto di
Ciano, chiedendo di essere ricevuto dal ministro o da Mussolini e
di poter poi tornare in Albania. Non conoscendo Voça, data la
delicatezza della materia, le autorità italiane agirono con molta
circospezione e si premurarono di sottoporlo a stretta sorveglian-
za da parte della polizia e di iniziare una serie di indagini per
comprendere l’affidabilità dell’uomo e il valore della sua propo-
sta. Su Voça, però, non si ebbero le necessarie referenze. Alla
polizia risultava che egli fosse un avventuriero e stesse tentando

Guariglia a Ciano, 12 aprile 1939, telespr. n. 2455/1035. Il documento ha il


35

visto di Mussolini. V anche Caprinica a Marieni, lettera del 18 aprile 1939, prot.
n. 2552. Entrambi documenti in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Attività anti-italiana
di paesi confinanti con l’Albania.
32 La resa dei conti

un duplice gioco, chiedere all’Italia finanziamenti per i suoi piani,


ma in realtà sondare per conto jugoslavo o britannico o francese i
veri piani italiani oltre i confini dell’Albania36. L’ambasciata ita-
E
liana a Belgrado pure si pronunciò negativamente sul suo conto e
R
T O
contro un eventuale suo rientro in Albania. Su informazioni forni-
tegli da Sofo Çomora, ex segretario della legazione albanese a Bel-
'A U
grado, Guidotti, primo segretario della legazione italiana a Belgra-
L
do, lo giudicava sia moralmente che politicamente una “persona

P ER
poco raccomandabile”37.
Un giudizio pesantemente negativo su di lui dette anche

PIA
Shtylla. Sherif Voça non aveva mai collaborato col gruppo dirigen-

CO te kosovaro, che lo riteneva un agente del governo di Belgrado.


Inoltre, egli era entrato in relazione con la legazione d’Albania in
Jugoslavia solo dagli inizi del 1939, dopo aver perso il seggio e
l’immunità parlamentare, e solo per chiedere un aiuto dato che
contro di lui pendeva un giudizio per appropriazione di denaro
pubblico, quando era stato sindaco del suo paese, una somma di
700.000 dinari. All’epoca – ricordava Shtylla – era stato aiutato e
fatto rientrare in Albania, ma a Tirana aveva brigato con la lega-
zione di Jugoslavia vendendo informazioni su presunti finanzia-
menti dell’allora regime di Zog e degli alleati italiani per far scat-
tare una insurrezione in Kosovo. Risultava che lo stesso aveva
fatto a Londra e Parigi dopo l’occupazione italiana dell’Albania38.
Francesco Jacomoni, luogotenente del re a Tirana, si oppose fer-
mamente ad un rientro di Sherif Voça in Albania, che fu costretto

36
Ministero dell’Interno a ministero degli Esteri, 30 maggio 1939, Rapporto riser-
vatissimo su Sherif Voça, prot. N. 443/68740, con allegate relazioni dei suoi
pedinamenti durante il mese di maggio 1939, in ASMAE, SSAA, B. 19, f. Atti-
vità anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania.
37
Guidotti a Ciano, 25 luglio 1939, telespr. 3004/64 in ASMAE, SSAA, B. 19,
f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania.
38
Promemoria di Shtylla per il Comm. Straneo, s. d., in ASMAE, SSAA, B. 19,
f. Attività anti-italiana di paesi confinanti con l’Albania.
Irredentismo kosovaro 33

a riparare in Grecia39.
Gestire l’eredità irredentista di Zog, insomma, era affare piut-
tosto complesso, ma Indelli riteneva “nostro evidente interesse di
E
mantener[la] in vita e, se del caso, di sviluppar[la] e diriger[la] con
R
T O
somma cautela”. Secondo informazioni che gli aveva fornito pro-
prio l’ex ministro d’Albania a Belgrado, Tahir Shtylla, re Zog
'A U
aveva messo a disposizione della legazione albanese un fondo se-
L
greto col quale sovvenzionare varie associazioni, più una trentina

P ER
di singoli studenti. La sovvenzione ammontava a circa 4.500 fran-
chi albanesi al mese, di cui 1.200 franchi mensili destinati esclusi-
A
PIvamente a Ferhad Bey Draga e famiglia. Poiché i sussidi erano

CO
stati erogati fino al marzo precedente e vi era un arretrato di tre
mesi, cioè 13.500 franchi albanesi, Indelli si pronunciava sicura-
mente per la liquidazione dell’arretrato, per la continuazione del
sussidio e per prendere in esame “più che l’opportunità, la neces-
sità” di aumentarne l’importo data la nuova situazione. Propone-
va però di mantenere i rapporti con la minoranza albanese attra-
verso l’assegnazione alla legazione di due funzionari albanesi40.
Lo stimolo che pervenne da Belgrado non cadde nel vuoto.
Solerte come sempre nel sostenere le rivendicazioni nazionali
albanesi, Jacomoni, informato da Shtylla a Tirana della richiesta, si
fece parte diligente e premette su Ciano, che la approvò agli inizi
di luglio. La luogotenenza, quindi, attraverso Çomora, inviò gli
arretrati richiesti con due assegni in sterline per il controvalore di
13.620 franchi albanesi, quanto bastava a coprire le tre ultime
mensilità (aprile, maggio e giugno) di fondi destinati ad associa-
zioni e personalità del Kosovo41.

39
Jacomoni a Ciano, 5 agosto 1939, telespr. n. 4661/1475, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
40
Indelli a ministero degli Esteri, 7 giugno 1939 n. 2372/791; Indelli a ministero
degli Esteri, 10 giugno 1939, telespr. 2429/809, in ASMAE, SSAA, B. 79, f.
Kossovese. Il telespresso del 10 giugno reca il visto di Mussolini.
41
Jacomoni a Ciano, 26 giugno 1939, t.p.c. 11762/0360 P.R.; Ciano a Indelli, 2
34 La resa dei conti

Parallelamente all’azione di Shtylla, ma certo sotto lo stimolo


di quest’ultimo e di concerto con la luogotenenza, a Roma si stu-
diarono altre iniziative relative alle minoranze albanesi fuori dai
E
confini del Regno. Il sottosegretariato per gli affari albanesi, creato
R
T O
dopo l’occupazione in seno al ministero degli Esteri per dirigere la
prima fase delle attività italiane in Albania, preparò, agli inizi di
'A U
agosto, un appunto e un promemoria segreti da presentare al mi-
L
nistro, Galeazzo Ciano. L’appunto proponeva, a scopo di propa-

P ER
ganda per l’Italia e di incoraggiamento dell’irredentismo koso-
varo, che Palazzo Chigi promuovesse l’intitolazione di alcune vie

PIA
di una città d’Italia ai nomi di Luigj Gurakuqi, Bajram Curri e

CO Hasan Prishtina, tre grandi patrioti albanesi “amici dichiarati


dell’Italia e del Fascismo”, tutti e tre, si sosteneva, assassinati da
Zog42. Bajram Curri e Hasan Prishtina, entrambi di origine kosova-
ra, avevano inoltre progettato insieme a D’Annunzio, nel periodo
della reggenza del Carnaro, un’azione militare per la liberazione
del Kosovo, azione che era stata bloccata da Zog, allora ministro
degli Interni, che aveva impedito lo sbarco di armi e munizioni
inviati a San Giovanni di Medua con due navi fiumane43.
Il promemoria tracciava un programma di massima per risve-
gliare l’irredentismo in Kosovo e in Ciamuria, proponendo per la
sua esecuzione la creazione di un ufficio “Albanesi all’estero”
all’interno del ministero della Pubblica Istruzione albanese, gui-
dato dal giovane letterato Ernest Koliqi. Il programma avrebbe
richiesto un milione di franchi albanesi all’anno, di cui la metà in
valuta per le spese da affrontare all’estero, somma che sarebbe sta-

luglio 1939, t.p.c. 13754 P.R., in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.


42
V. DOGO, Kosovo, cit., pp. 133-134.
43
Su questo episodio, v. MASSIMO BUCARELLI, “Delenda Jugoslavia”. D’An-
nunzio, Sforza, e gli intrighi balcanici” del ‘19-’20, in Nuova Storia Contemporanea,
2002/6; FRANCESCO CACCAMO, L’Italia e la Nuova Europa, cit., pp. 290-305;
FEDERICO NIGLIA, Intrighi balcanici, fascismo e “diplomazia parallela”, in Nuova
Storia Contemporanea, 2005/1.
Irredentismo kosovaro 35

ta gestita sotto la responsabilità finanziaria di Koliqi, in costante


consultazione con il luogotenente generale. Il promemoria prefi-
gurava un’azione in tre tempi e con tre modalità diverse di svilup-
E
po, passando gradualmente dalla propaganda politica e dal risve-
R
T O
glio culturale per giungere all’azione armata. In un primo tempo
si sarebbero organizzati centri di propaganda presso le comunità
'A U
albanesi emigrate in Romania (stimata in circa 50.000 individui),
L
in Turchia (circa 80.000 individui), in Bulgaria (circa 15.000 indivi-

P ER
dui), in Egitto (circa 30.000 individui), negli Stati Uniti (circa
300.000 individui), e attraverso questi centri si sarebbe operato in
A
PIKosovo e Ciamuria. Si sarebbe pubblicato a Bucarest e Costanza

CO
un giornale albanese filo-italiano.
In un secondo momento, si sarebbe agito direttamente nelle
due regioni irredente, con la pubblicazione di un “buon libro di
religione maomettana scritto nei dialetti kosovaro e çamerista”,
con quella dei canti epici della Kosova “celebranti le lotte contro lo
slavo”, con l’edizione di altri opuscoli e libri albanesi “di amena
lettura”, col finanziamento di borse di studio a giovani di quelle
regioni desiderosi di studiare in Italia. A Tirana si sarebbe potuto
dare vita a un giornale settimanale a carattere politico-letterario,
“redatto dalle migliori penne d’Albania”, che seguisse la vita delle
comunità albanesi all’estero e che ispirasse l’irredentismo e il filo-
fascismo oltre confine. Come terza fase, al culmine di questa opera
di penetrazione culturale, vi sarebbe stata la “preparazione di una
sollevazione armata”, con l’invio, attraverso agenti fidati, di fondi
e armi ai capi kosovari per la costituzione di una milizia fascista
pronta all’uso, che tutto sommato ricalcasse la struttura dei
caratteristici e tradizionali komitadji del Kosovo44.

44
Appunto per S.E. Ciano e Promemoria per S.E. Ciano, 5 agosto 1939, in
ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
36 La resa dei conti

4. Il programma di Tahyr Shtylla


Tahir Shtylla si propose da subito come l’ideale tramite tra il go-

R E
verno di Roma e gli irredentisti kosovari. Conosceva quel mondo
alla perfezione e conosceva molto bene anche l’Italia. Scriveva e
T O
parlava benissimo l’italiano ed era stato, prima di divenire mini-

'A U
stro d’Albania a Belgrado, incaricato d’affari alla legazione a Ro-
L
ma e console generale a Bari. Come gli altri nazionalisti albanesi,

P ER
riteneva che solo con l’aiuto italiano si sarebbe potuta completare
l’unità nazionale di tutti gli albanesi e certo non disdegnava nem-

PIA
meno l’opportunità di mantenere e migliorare la sua posizione per-
sonale nel nuovo ordine di cose creato dall’occupazione italiana.
CO Al momento della venuta a Roma della delegazione albanese
per offrire la corona d’Albania al re d’Italia, nell’aprile 1939, Jaco-
moni aveva pensato di affidargli la carica di ministro dei Lavori
Pubblici, e Shtylla era appositamente venuto da Belgrado nel
maggio seguente per perorare la sua nomina a ministro45. Ma su di
lui una serie di informazioni confidenziali lasciavano molti dubbi:
si era informati che egli aveva sostenuto insistentemente presso il
governo jugoslavo fino all’ultimo momento un intervento militare
contro l’Italia e a favore di Zog46; che a Roma aveva contatti con
studenti albanesi contrari all’occupazione italiana47; che si era e-
spresso con don Lazer Shantoja, frate francescano e anch’egli esule
albanese vicino agli italiani, in toni poco lusinghieri sull’attività
italiana in favore dell’Albania. Ancora nell’ottobre 1939, la polizia
italiana, incaricata di assumere informazioni su Shtylla, confer-
mava che da fonte albanese si apprendeva che egli parlava male

45
Appunto del 17 aprile 1939, in ASMAE, SSAA, B. 9, f. Shtylla Tahir.
46
Ministero degli Esteri a SSAA, 27 aprile 1939, telespr. 212670; Ministero
dell’Interno a SSAA, 18 agosto 1939, prot. 443/76549, in ASMAE, SSAA, B. 9, f.
Shtylla Tahir.
47
Ministero dell’Interno a SSAA, 14 maggio 1939, prot. 443/65885, in ASMAE,
SSAA, B. 9, f. Shtylla Tahir.
Irredentismo kosovaro 37

dell’avvenire dell’Albania sotto l’Italia, accusando gli italiani di


non aver fatto nulla pel suo paese e sostenendo che la popolazione
albanese non vedeva con entusiasmo la dominazione italiana48.
E
Tutti questi sospetti pesarono sull’iniziale inquadramento di
R
T O
Shtylla nella nuova amministrazione italo-albanese. Benché anno-
verasse molti amici ed estimatori tra gli italiani più vicini alle
'A U
vicende albanesi, come ad esempio Pariani, allora sottosegretario
L
alla Guerra, che pure tentò di intercedere per lui, o come Jaco-

P ER
moni, che infine gli affidò la carica di consulente politico della
luogotenenza, con un non disprezzabile stipendio di 1.000 franchi
A
PIalbanesi al mese, l’ex diplomatico non riuscì a divenire membro

CO
del governo Verlaci; ma nemmeno a rientrare, come pure avrebbe
desiderato, nel ministero degli Affari Esteri italo-albanese col gra-
do di ministro plenipotenziario, come ad esempio era stato fatto
per Xhemil Dino, ex ambasciatore di Zog a Londra e Sofia, nonché
genero di Verlaci. Shtylla, tuttavia, svolse il suo compito con gran-
de solerzia e convinzione, fungendo da stimolo continuo della
politica italiana di sostegno all’irredentismo kosovaro e per con-
verso di attrazione verso l’Italia dei capi della comunità albanese
in Jugoslavia. Nell’estate del 1939, Shtylla fece la spola tra Roma,
Tirana e Belgrado, dove tornò per riprendere i contatti con i capi
kosovari e fare opera di propaganda a favore dell’Italia49.
Secondo quanto da lui venne poi riferito a Roma, nella capitale
jugoslava aveva avuto una serie di colloqui con vari esponenti
politici e notabili, nel corso dei quali, oltre a illustrare come la si-
tuazione albanese fosse già notevolmente migliorata rispetto al re-
gime di Zog, aveva spiegato come l’Albania stessa si sarebbe inqua-

48
Ministero dell’Interno a SSAA, 7 ottobre 1939, 443/82606, in ASMAE, SSAA,
B. 9, f. Shtylla Tahir.
49
Appunto per Ciano del SSAA, Uff. I, 14 agosto 1939, con allegato Prome-
moria per S.E. il Luogotenente Generale. Programma dell’attività da svolgere nelle
minoranze albanesi in Jugoslavia, a firma di Shtylla, in ASMAE, SSAA, B. 79, f.
Kossovese.
38 La resa dei conti

drata nell’ambito dell’idea imperiale fascista. I notabili kosovari


avevano risposto – riferiva Shtylla – per bocca del deputato Ilias
Prishtina, “giovane ricco, intelligente e pieno di entusiasmo per l’I-
E
talia Fascista”. Prishtina aveva espresso il suo entusiasmo per l’idea
R
TO
fascista, dicendosi convinto che solo con l’aiuto italiano si poteva
coronare il sogno dell’unione con l’Albania. E aveva annunciato la
'A U
rottura dei rapporti fin allora tenuti con Zog e l’allineamento ai
L
disegni di Roma, aggiungendo: “noi albanesi di Jugoslavia, peggio

P ER
di come siamo, non potevamo essere in nessun’altra situazione,
quindi ogni cambiamento non può essere che a nostro favore”50.

PIA Nella capitale jugoslava Shtylla era riuscito anche a incontrare

CO Ferhad Bey Draga, che era appena rientrato da Istanbul, dove ave-
va incontrato Zog. Assieme agli altri capi albanesi già convertiti
alla causa della collaborazione con l’Italia aveva fatto pressioni
affinché anche l’influente notabile si liberasse dai legami che anco-
ra teneva in vita con Zog e abbracciasse l’idea imperiale fascista,
impegnandosi a iniziare subito la lotta per l’annessione all’Alba-
nia. Le iniziali resistenze di Ferhad Bey Draga, secondo Shtylla,
erano state infine superate e anche lui aveva accettato la somma
offertagli dall’Italia. L’ex diplomatico albanese poteva così saluta-
re con gioia questo successo: “Questa adesione è di un’importanza
capitale perché senza Ferhat Draga non avremmo potuto fare
nulla, tanto grande è la sua influenza presso le minoranze albanesi
in Jugoslavia, mentre se lui si fosse buttato in altro campo avrem-
mo avuto grande danno per i nostri interessi e ci avrebbe messo
nell’impossibilità di svolgere il nostro programma nei riguardi di
tali minoranze”51.
Ottenuta l’adesione di Draga, Shtylla aveva concordato un
programma di collaborazione e un’organizzazione per realizzarlo.
Si sarebbe costituito, sotto la guida dello stesso Draga, un comitato

50
Ivi.
51
Ivi.
Irredentismo kosovaro 39

politico di dodici membri, composto da sei deputati kosovari alla


Skupština, un senatore e altri quattro notabili52, tutte personalità
che l’ex diplomatico albanese garantiva, dopo sette anni di lavoro
E
comune, essere affidabilissime. Il comitato aveva lo scopo di so-
R
T O
stenere la propaganda per l’unione all’Albania nel quadro dell’im-
pero fascista, di armare la popolazione al momento opportuno, di
'A U
fungerne da guida, nonché di fondare un giornale quotidiano a
L
Skopje, come organo della Comunità musulmana. Due membri

P ER
del comitato sarebbero stati incaricati di tenere i contatti con i
bulgaro-macedoni e con gli irredentisti montenegrini. Altri due
A
PImembri avrebbero curato gli aspetti logistici, ovvero la fornitura

CO
di armi alla popolazione attraverso il confine albanese quando
fosse giunto il momento.
Shtylla, tuttavia, notava come al centro dell’azione irredentista
doveva rimanere la Comunità musulmana di Skopje, presieduta
da Ferhad Bey Draga, che nel suo Consiglio superiore aveva parec-
chi membri ora facenti parte del comitato politico filo-italiano ap-
pena costituitosi. La Comunità musulmana di Skopje, cui, secondo
la stima di Shtylla, che certo non eccedeva per difetto, facevano ca-
po 950.000 persone, compresi 30-40 mila turchi, aveva una rendita
di 6 milioni di dinari l’anno ed era finanziata annualmente con
cifre variabili, ma mai superiori a 3 milioni. L’ex diplomatico alba-
nese proponeva a Roma anche il finanziamento della Comunità,
sia per le sue ordinarie attività, sia allo scopo di creare pensionati
gestiti dal Gajret nelle sei sottoprefetture del Kosovo dove esiste-
vano dei licei, pensionati nei quali ospitare giovani studenti biso-

52
Membri del comitato avrebbero dovuto essere Xhevat bey Begolli e
Asim Hoxha e, probabilmente, anche Gani Bey Kryeziu. Quest’ultimo, secon-
do Shtylla, non era più in buoni termini con le autorità jugoslave e si era
mostrato molto interessato alle sue proposte. Gani avrebbe desiderato lottare
per il Kosovo e per l’Italia anche perché era divenuto nemico personale di
Zog, che accusava di avergli ucciso il fratello. Shtylla escludeva dal comitato
Zenel Strazimiri perché non affidabile.
40 La resa dei conti

gnosi da inviare poi in Italia a completare gli studi universitari.


Altro gruppo verso cui indirizzare le sovvenzioni era la società
segreta “Besa”, che egli stesso aveva fondato a Belgrado, composta
E
da 14 studenti universitari. La “Besa” manteneva rapporti stretti
R
T O
con altre società segrete bulgaro-macedoni e montenegrine e si
segnalava, data anche la sua formazione, per l’entusiasmo irreden-
'A U
tista e filo-italiano. Infine, vi era da pensare ad altre piccole società
L
sportive o culturali come quella di Rahovec, di Tetovo, ecc., non-

P ER
ché a singoli individui, anche jugoslavi, che già in passato erano
stati finanziati e che era necessario continuare a farlo.

PIA Preposto a mantenere i contatti con organizzazioni e singoli

CO sarebbe stato un funzionario albanese presso la legazione italiana


a Belgrado, agli ordini dello stesso Shtylla. Quest’ultimo, infatti, si
candidava a dirigere la politica delle nazionalità albanesi in Jugo-
slavia e in Grecia alle dirette dipendenze del ministro degli Esteri
italiano e del luogotenente in Albania. Nella sua futura funzione,
l’ex diplomatico albanese si riservava il compito di coordinare gli
aiuti e di guidare il movimento attraverso incontri periodici con
membri del comitato politico e con Ferhad Bey Draga a Venezia,
Zara o Vienna.
Concretamente, il programma di Shtylla prevedeva di assegna-
re a Ferhad Bey Draga 2.000 franchi albanesi (ne aveva avuti asse-
gnati fino ad allora 800), 1.500 a Gani Bey Kryeziu, 1.000 a ciascu-
no degli altri membri del comitato politico; di dare un mensile alla
Comunità musulmana di Skopje, per fondare un giornale, edifi-
care pensionati e sostentare gli imam; di mantenere altre piccole
sovvenzioni che figuravano in una lista allegata che elencava in
dettaglio i finanziamenti attribuiti dal regime di Zog e continuati
dall’Italia fino al giugno 1939. La somma, all’epoca, ammontava a
4.540 franchi albanesi al mese53.

53
Promemoria per S.E. il Luogotenente Generale. Programma dell’attività da
svolgere nelle minoranze albanesi in Jugoslavia, a firma di Shtylla, cit. Shtylla
rimase a Roma all’albergo Eden fino al 16 agosto poi partì per Korça.
Irredentismo kosovaro 41

5. Lo scoppio della seconda guerra mondiale


e le esitazioni italiane

E
Il piano italiano di sostegno delle minoranze albanesi in Jugo-
R
T O
slavia e in Grecia si stava appena abbozzando quando scoppiò la
seconda guerra mondiale. L’attacco alla Polonia e l’inizio della

'A U
guerra europea, il 1° settembre, rappresentarono per l’Europa e
L
per la politica estera italiana uno spartiacque, i cui contraccolpi si

P ER
sentirono anche sulla politica jugoslava e albanese di Palazzo
Chigi. Il 9 settembre Ciano comunicò seccamente alla luogotenen-
A
PI
za a Tirana di “sospendere fino a nuovo ordine le manifestazioni e

CO
attività irredentistiche albanesi, sia nei riguardi del Kosovo che
della Ciamuria”54.
In questa decisione fu certo preminente il desiderio di non
turbare per il momento i rapporti con la Jugoslavia. Il problema
della Jugoslavia era estremamente delicato poiché implicava una
soluzione nell’ambito dei rapporti tra le due potenze dell’Asse e
investiva dunque la complessità della politica estera italiana del
momento55. I contatti tra diplomazia italiana ed esponenti kosova-
ri, d’altronde, non erano passati inosservati alla polizia jugoslava
fin dal viaggio agli inizi di luglio a Belgrado e Zagabria di Shtylla,
personaggio già ben conosciuto e inviso agli jugoslavi. Il vicemi-
nistro degli esteri, Smiljanić, ne aveva fatto cenno a Guidotti, che
all’epoca aveva consigliato l’immediata partenza di Shtylla per
Tirana appena ultimata la sua missione56.

54
Ciano a Jacomoni, 9 settembre 1939, telespr. 231152/1737, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese.
55
V. in proposito, GIANLUCA ANDRÉ, La guerra in Europa, 1° settembre 1939
- 22 giugno 1941, Milano, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 1964,
pp. 286-301. Sui rapporti italo-jugoslavi si veda il fondamentale studio di
ALFREDO BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941. Diplomazia della Neutralità, Milano,
Giuffrè, 1978, pp. 213 e ss.
56
Guidotti a Ciano, 6 luglio 1939, t.p.c. 3277/035; Ciano a Guidotti, s.d., s.n., in
ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
42 La resa dei conti

Aleksandar Cincar-Marković, neo ministro degli Esteri jugosla-


vo, era tornato sull’argomento alcune settimane dopo, assicurando
Guidotti che Belgrado non avrebbe tollerato sul proprio territorio
E
l’attività di esuli albanesi contrari all’Italia, ma aggiungendo al
R
T O
contempo che “sapeva di poter contare su un’eguale correttezza e
lealtà da parte nostra, nei riguardi soprattutto della minoranza
'A U
albanese del Kosovo”57. Fu anche allo scopo di non esporre la lega-
L
zione italiana a Belgrado che la trattazione del problema della

P ER
minoranza albanese in Jugoslavia e il mantenimento di rapporti
con essa furono avocati, per decisione di Ciano, direttamente a

PIA
Roma e alla luogotenenza a Tirana58. Ma accanto alla prudenza nei

CO riguardi di Belgrado, giocò un ruolo non indifferente nella decisio-


ne di bloccare temporaneamente l’attività di sostegno dell’irre-
dentismo kosovaro anche la mancanza di fiducia nei confronti di
alcuni personaggi chiave del programma proposto da Shtylla. In
particolare si avevano sospetti proprio sulla sincerità dell’uomo
chiave per eccellenza, Ferhad Bey Draga. Uomo che risultava con-
tinuare a frequentare le legazioni di Francia e Inghilterra a Belgra-
do e che, dopo l’occupazione dell’Albania e dopo il viaggio com-
piuto a Istanbul per incontrare Zog, aveva dato l’impressione di
voler “fare un doppio gioco, o quanto meno servirsi della sua
posizione per ricevere sussidi da più parti”59.
La decisione di Palazzo Chigi di bloccare l’azione in favore
dell’irredentismo albanese dette il via a un lungo braccio di ferro,

57
Guidotti a Ciano, 9 agosto 1939, t.p.c. 3616/049, in ASMAE, SSAA, B. 79, f.
Kossovese.
58
Appunto segreto, 14 agosto 1939; Indelli a Ciano, 23 agosto 1939, telespr.
3150/196 bis, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Benini a Indelli, 1 settembre
1939, t.p.c. 19045 p.r., ivi. Vedi anche I Documenti Diplomatici Italiani, s. VIII,
vol. XIII, Roma, Ministero degli Affari Esteri, 1953, D. 528.
59
Guidotti a Ciano, 23 novembre 1939, telespr. 5446/1481, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese. Palazzo Chigi trasmetteva la notizia a Jacomoni, in pratica
facendo proprio quanto detto da Guidotti. Benini a Jacomoni, 7 dicembre 1939.,
telespr. 242598/3037, ivi.
Irredentismo kosovaro 43

che doveva durare fino alla maturazione dell’intervento in guerra


dell’Italia, tra i vari uffici dell’amministrazione. La luogotenenza,
spinta dai circoli irredentistici albanesi e talvolta fiancheggiata dal
E
sottosegretariato, sosteneva la pronta ripresa del programma; la
R
T O
legazione a Belgrado premeva per mantenere ferma invece la deci-
sione. Quando, agli inizi di settembre, Shtylla partì dall’Albania
'A U
alla volta di Roma, dove alloggiava in via Flavia 72, Jacomoni
L
scrisse una lettera personale ad Anfuso, con la quale il luogo-

P ER
tenente raccomandava inutilmente che l’ex diplomatico albanese
fosse ricevuto da Ciano, che si occupava personalmente della
A
PIquestione del Kosovo60. Shtylla tornò a insistere il 21 settembre per

CO
avere un appuntamento col ministro. A suo giudizio era asso-
lutamente necessario, dopo lo scioglimento, il 26 agosto, della
Skupština e del Senato in Jugoslavia e in vista delle future elezioni,
sostenere i capi del Kosovo, pena la perdita dei seggi che avevano
in precedenza. Proponeva quindi l’invio di aiuti finanziari e diret-
tive politiche, usando come tramite Çomora, distaccato alla lega-
zione italiana a Belgrado. Anche questa volta, tuttavia, la richiesta
di Shtylla non fu accolta e si preferì attendere61.
Così alla metà d’ottobre, l’infaticabile Shtylla lanciò ancora una
volta una accorata esortazione a Palazzo Chigi. Comunicò che gli
ex deputati kosovari insieme al gruppo di Ferhad Bey Draga gli
lanciavano “appelli disperati” affinché non fossero abbandonati,
sicuri di perdere tutti i seggi conquistati alle precedenti elezioni se
non avessero ricevuto aiuto. Shtylla sottoponeva una lista dei fi-
nanziamenti che ricevevano queste personalità da Zog, e faceva
presente ancora una volta l’impellente necessità di riprendere il

60
Jacomoni a Anfuso, 7 settembre 1939, Jacomoni a Ciano, 6 settembre 1939,
telespr. 6622/2208, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. Jacomoni inviava
anche due promemoria rimessigli da Shtylla, identici a quelli presentati
dall’ex diplomatico albanese al sottosegretariato a metà agosto.
61
Appunto del SSAA, 21 settembre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kosso-
vese. Il documento reca l’annotazione: “attendere”.
44 La resa dei conti

finanziamento con 85.000 lire mensili62, proponendo nuovamente


di incaricare della distribuzione l’ex segretario della legazione
d’Albania a Belgrado, Çomora. Ma sull’appunto che riepilogava le
E
richieste di Shtylla, si può ancora leggere un grosso “No”, scritto a
R
T O
mano con un lapis. Solo a fine ottobre, anche per le pressioni rice-
vute da Tirana, Ciano accettò di incontrare l’ex diplomatico alba-
'A U
nese. Lo ricevette a Palazzo Chigi il 27 ottobre alle 13,15. Ma il
L
proposito di evitare un’azione in grande stile nei confronti dell’ir-

P ER
redentismo albanese, come quella che si era profilata, venne man-
tenuto. Shtylla riferì a Straneo, funzionario del sottosegretariato

PIA
per gli affari albanesi, che il ministro degli Esteri italiano concor-

CO dava sul fatto che bisognasse far qualcosa per gli ex deputati e
senatori del Kosovo, ma che “tutto il resto invece deve restare fer-
mo fino a nuovo ordine”63.

62
La somma doveva essere così ripartita: 800 franchi albanesi a Ferhad Bey
Draga e 140 a suo figlio Salahedin; 100 al giornale Naš Dom, pubblicato a
Skopje, a carattere religioso ma che si interessava alle minoranze; 60 franchi
ad Aqif Gjilani, ottimo informatore; 80 franchi ciascuno ai due studenti nazio-
nalisti che facevano propaganda Nezir Sejfo e Hajri Zejno; 60 franchi a cia-
scuno dei tredici studenti membri della società Besa di Belgrado; 500 franchi
alla società stessa per le sue necessità; 70 franchi per aiutare studenti poveri;
150 franchi a religiosi musulmani; 350 franchi a personalità jugoslave che
simpatizzavano con il movimento kosovaro; 250 franchi a Xhevat Bey Begolli,
capo influente della minoranza, appartenente alla storica famiglia dei Begolli
di Ipek, fratello di Qerim Bey che risiedeva a Tirana e designato a capo di un
comitato che eventualmente si fosse formato a Tirana; 100 franchi a Asim
Hoxha, influente esponente del clero di Giakova ed ex deputato, bisognoso di
soldi per la rielezione; 100 franchi a testa alle società culturali nazionali di
Tetovo e di Rahovec; 30 franchi a testa a sedici studenti poveri di scuola
secondaria di Skopje; 200 franchi per spese di corriere più altri 200 franchi per
mantenere l’automobile del ministro.
63
Appunto segreto del 21 ottobre 1939, con allegata lista dei nominativi che si
sovvenzionavano in Jugoslavia e Appunto sull’aumento della sovvenzione “K”, in
ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese. In altra lista lo stesso Shtylla proponeva
degli aumenti che avrebbero fatto lievitare la cifra da 13.500 franchi albanesi al
Irredentismo kosovaro 45

Non contento, l’ex diplomatico albanese scrisse ancora un ap-


punto per confermare la sua opinione sull’assoluta necessità di
finanziare i politici kosovari del gruppo di Ferhad Bey Draga per
E
le imminenti elezioni, ovvero i noti sette deputati più due ex sena-
R
T O
tori, Slatko Muhamed, ricco possidente e sindaco di Debar (Dibra),
“buon patriota e amico dell’Italia”, e il dottor Xhafer Tetova, nati-
'A U
vo della provincia di Korça ma che da 30 anni risiedeva in Jugosla-
L
via per ragioni professionali. Sarebbe stato importante, inoltre,

P ER
ottenere la nomina a senatore di Ferhad Bey Draga, nomina già
promessagli da Stojadinović, ma non concretizzatasi a causa della
A
PIcaduta dello statista jugoslavo. Insomma, convinto che si potesse-

CO
ro con successo aumentare i seggi alla Skupština ad almeno 12 con
una buona propaganda, Shtylla chiedeva per il gruppo di Ferhad
Bey Draga 50.000 o 60.000 franchi albanesi da consegnarsi in unica
soluzione invitando uno o due membri del gruppo in Albania o in
Italia e in ogni caso controllando che fossero spesi per gli obiettivi
prefissati64.
Ma aspetti locali e considerazioni generali concorrevano a spin-
gere il governo italiano a tenere una linea molto prudente. Prime
fra tutte, ovviamente, pesavano le considerazioni sui rapporti con
la Jugoslavia. Come accennato, agli incoraggiamenti a sostenere
l’irredentismo kosovaro provenienti da Tirana si contrappo-
nevano i consigli alla prudenza che venivano dalla legazione di
Belgrado. A fine novembre, Indelli era venuto di persona a Roma

trimestre a 24.000 con un aumento di 5.000 franchi dovuto all’intensificazione


e all’allargamento delle attività.
64
Appunto di Shtylla s.d., ma di fine (28 ottobre) ottobre 1939, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese. Il 10 novembre Shtylla fece presente a Jacomoni e a
Straneo che in agosto aveva consegnato solo 9.660 su 13.620 franchi e che il
resto lo aveva lasciato a Sofo Çomora (3.960 franchi), il quale non aveva po-
tuto a sua volta consegnarli perché da Roma era partito l’ordine di sospendere
i finanziamenti. Appunto di Shtylla, Roma 10 novembre 1939, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kossovo.
46 La resa dei conti

per discutere della questione con il sottosegretariato e per fare


presente che era “sconsigliabile dal punto di vista del manteni-
mento delle buone relazioni con la Jugoslavia di far pervenire sov-
E
venzioni ai deputati di origine albanese alla Camera jugoslava”.
R
T O
Aveva sconsigliato anche di servirsi di Çomora, ritenendo che,
eventualmente, fosse lo stesso Shtylla a recarsi a Belgrado per dare
'A U
i finanziamenti; aveva poi ribadito che era “di non grande utilità
L
aiutare materialmente tali elementi per il mantenimento dei loro

P ER
seggi alla Skupština”. Sull’appunto preparato dal sottosegretariato
per Ciano si legge un visibile “Va bene”, segno inequivocabile del

PIA
consenso del ministro alle idee di Indelli65.

CO Ma il braccio di ferro tra luogotenenza e legazione continuò. A


fine anno, Jacomoni tornò alla carica con una lettera al sottose-
gretario per gli affari albanesi, l’industriale toscano intimo della
famiglia Ciano, Zenone Benini, per sensibilizzarlo sul problema
dei sussidi ai kosovari, che ancora attendevano, e che secondo lui
bisognava risolvere positivamente per mantenere almeno il presti-
gio italiano tra di essi. Proponeva, ove Benini e Ciano convenis-
sero nel dare qualche aiuto ai kosovari, di farlo recapitare da Jake
Koçi, che conosceva l’ambiente bene e aveva dei buoni contatti. Il
sottosegretariato però non mosse foglia e anzi rigettò il compito di
parlarne a Ciano sullo stesso Jacomoni che alla vigilia di Natale si
sarebbe recato a Roma66. Gli esiti dell’incontro tra Ciano e Jaco-
moni, tuttavia, registrarono una parziale sconfitta per coloro che
premevano per un’immediata e vigorosa azione di supporto agli

65
Appunto segreto del 30 novembre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi
ad albanesi nel Kosovo. Il documento reca il timbro “Visto da S.E. il Ministro”
e la scritta “Va bene”.
66
Jacomoni a Benini 18 dicembre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad
albanesi nel Kosovo. Sul documento si leggono due annotazioni: la prima di
Benini, “A Jacomoni che ne parli lui con S.E. il Ministro”; la seconda del segre-
tario di Benini, Soardi: “Mostrato a S.E. Jacomoni che mi ha assicurato che si
sarebbe ricordato di parlarne a S.E. Ciano. Soardi. 21 dicembre 1939”.
Irredentismo kosovaro 47

esponenti kosovari.
Il programma di vasti finanziamenti sostenuto dalla luogote-
nenza e da Shtylla continuò ad essere accantonato, mentre si
E
ripiegò su un programma ridotto e diverso come genere. Non si
R
T O
trattava più di sostenere notabili o esponenti politici, ma si optò
per sussidiare la pubblicazione di un giornale nazionalista a
'A U
Skopje. L’idea era stata lanciata dai capi della minoranza albanese
L
nell’agosto precedente e trasmessa alla legazione attraverso il

P ER
cavalier Rosa, reggente il consolato di Bitolj. A Roma l’idea piac-
que e si chiese a Rosa di assumere maggiori informazioni, che il
A
PIconsole trasmise, agli inizi di dicembre, nella forma di una detta-

CO
gliata relazione compilata dagli stessi proponenti albanesi.
La relazione sosteneva l’utilità di pubblicare due volte al mese
e su quattro pagine un giornale in lingua turca e serba, ispirato
all’Islam, che raccogliesse gli intellettuali e che facesse opera di
propaganda per l’idea albanese, ma che soprattutto alimentasse
l’agitazione contro il trasferimento degli albanesi e contro il seque-
stro dei beni degli albanesi del Kosovo. Direttore e caporedattore
del giornale sarebbe stato l’influente Sulejman Aski Efendi, pro-
fessore di teologia della Scuola superiore di religione islamica, già
occupatosi di giornalismo quando a Skopje si pubblicavano gior-
nali turchi. Per la lingua turca si prevedeva la collaborazione di
Shabani Efendi Jashar, altro patriota ora segretario del Vakif di
Kumanovo. L’importo richiesto per l’avvio della pubblicazione
era di 7.500 dinari per i primi sei mesi, ovvero circa 20.000 lire
italiane in totale, da inviare segretamente a Sulejman67. Anche su
ciò, naturalmente, Jacomoni dette un parere molto positivo, tro-
vando astuto lo stratagemma di pubblicare un giornale in lingua
turca o serba per ingannare le autorità jugoslave, e proponendo la

67
Indelli a Ciano, 9 dicembre 1939, telespr. 5700/1591, con allegata relazione
da parte albanese circa costi e scopi della pubblicazione, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
48 La resa dei conti

luogotenenza per l’incarico di recapitare i fondi necessari68.


Su questo progetto, dicevamo, si riscontrò un consenso gene-
rale. A Roma, infatti, anche il sottosegretariato si pronunziò favo-
E
revolmente e, preoccupato di far agire con tutte le cautele possibili
R
T O
il personale diplomatico italiano, concordò con la proposta di
Jacomoni che fosse Tirana a incaricarsi di far giungere i fondi ri-
'A U
chiesti69. Ciano, da parte sua, quando, ormai alla metà di febbraio
L
1940, la questione fu portata sul suo tavolo, decise di dare il via

P ER
all’operazione70. A partire dagli inizi del 1940, dunque, comincia-
rono a maturare le condizioni per un maggiore impegno italiano a

PIA
favore degli albanesi irredenti. Ebbe certo peso nella decisione di

CO tornare a interessarsi della minoranza albanese in Jugoslavia la si-


tuazione internazionale, che vedeva la Germania e l’Unione Sovie-
tica impegnate con successo nella spartizione dell’Europa orien-
tale prevista dal protocollo segreto del Patto Molotov-Ribbentrop,
che di fatto avvicinava sempre più il teatro di guerra alla regione
balcanica.
Ma contribuì anche la situazione locale determinatasi in Koso-
vo, dove, a parte l’intenzione di contrastare la propaganda anti-
italiana serba e zoghista, si assisteva, come dimostrazione di orien-
tamenti anti-serbi, alla crescita del prestigio italiano e a diffuse
simpatie per l’Italia. Le autorità serbe, del resto, continuavano ad
usare la politica del pugno di ferro verso gli albanesi, provocando-
ne anche eclatanti proteste. Il 12 dicembre 1939, un gruppo di 140
capi di famiglia albanesi musulmani del Kosovo erano giunti a
Skopje guidati dagli ex deputati Ilias Prishtina e Mustafà Durgu
per reclamare dalle autorità jugoslave un intervento sugli organi

68
Jacomoni a ministero degli Esteri, 5 gennaio 1940, telespr. 398/87, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese.
69
SSAA a Belgrado e Tirana, 7 gennaio 1940, telespr. 08084/71, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese.
70
Appunto per il Ministro, 14 febbraio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kos-
sovese. Il documento reca l’annotazione “SI”.
Irredentismo kosovaro 49

esecutivi della riforma agraria che avevano loro intimato di con-


segnare le terre a coloni montenegrini e che alle loro proteste ave-
vano consigliato di emigrare in Turchia. A Skopje, la delegazione
E
era stata ricevuta dal Bano del Vardar, il quale aveva promesso il
R
T O
suo interessamento e la sospensione temporanea delle espulsioni.
Ma gli albanesi avevano ugualmente inviato una delegazione a
'A U
Belgrado per sollecitare direttamente il governo. Proprio grazie al-
L
l’interessamento del presidente del Consiglio Cvetković, agli alba-

P ER
nesi era stata data soddisfazione: le espulsioni erano state sospese
sine die e alcuni agenti erano stati puniti per abuso di potere71.
A
PI Questi eventi, tuttavia, non dimostravano, a parere della diplo-

CO
mazia italiana, la scelta del governo jugoslavo di una linea politica
radicalmente diversa nei confronti della comunità albanese. Come
prima, la linea della durezza sarebbe prevalsa tanto più che gli
albanesi del Kosovo guardavano con simpatia a ciò che stava acca-
dendo in Albania. Ma proprio le simpatie riscosse dall’Italia spin-
gevano le autorità serbe quantomeno ad alleggerire la pressione
sulla comunità albanese.
Il console italiano a Skopje, Roberto Venturini, che sarebbe di-
venuto uno degli uomini chiave della politica irredentista albane-
se di Palazzo Chigi, si spingeva a spiegare la mancanza di rea-
zione da parte della polizia e la condiscendenza del Bano del
Vardar di fronte all’eclatante e massiccia protesta di dicembre con
il timore serbo che gli albanesi si riversassero in massa a chiedere
protezione presso gli uffici del consolato italiano, come risultava
per certo che qualcuno di loro aveva proposto72. A fine aprile lo
stesso Venturini confermava che la diminuzione delle vessazioni
contro gli albanesi cui si stava assistendo, come ad esempio la non

71
Venturini (da Skopje) a Indelli, 13 dicembre 1939, telespr. 1378/217, in
ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
72
Indelli a Ciano, 20 dicembre 1939, telespr. 5875/1652, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese. Venturini a Belgrado, 12 gennaio 1940, telespr. 40/11; Indelli a
Ciano, 27 gennaio 1940, telespr. 340/115, ivi.
50 La resa dei conti

applicazione della riforma agraria, era dovuta al tentativo di accat-


tivarsi le simpatie dell’elemento albanese, che tuttavia persisteva
nel suo atteggiamento anti-serbo e filo-italiano73.
E
Con fondamento, insomma, benché con evidente esagerazione,
R
T O
una nota informativa che Jacomoni nello stesso periodo si curò di
mandare a Roma, nel tentativo di rafforzare la sua posizione nel
'A U
braccio di ferro che lo contrapponeva alla legazione a Belgrado
L
sulla questione dell’appoggio all’irredentismo kosovaro, afferma-

P ER
va che le minoranze albanesi in Jugoslavia erano “entusiasmate
per l’unione dell’Albania all’Italia e hanno vive speranze che an-

PIA
che le loro regioni verranno unite all’Albania Fascista nel quadro

CO dell’Impero romano”74. Oltre alla propizia atmosfera generale,


un’ulteriore spinta a incoraggiare Palazzo Chigi a valutare positi-
vamente la ripresa degli aiuti agli albanesi del Kosovo venne da
un sicuro passo di Ferhad Bey Draga in direzione della collabora-
zione con il governo di Roma.
L’esponente albanese si era deciso a farlo dopo aver sperimen-
tato inutilmente una serie di iniziative politiche, tutte rimaste però
allo stato progettuale. In vista delle future possibili elezioni aveva
tentato di organizzare i kosovari in una propria formazione politi-
ca, autonoma dal partito radicale governativo e, allo scopo, aveva
preso contatti con il Partito croato dei contadini immaginando di
creare un simile partito dei contadini albanesi. Questi contatti, tut-
tavia, erano stati interrotti per le interferenze delle autorità serbe,
in particolare dello Stato Maggiore, che aveva usato la minaccia
per far desistere singoli notabili albanesi dall’unirsi al disegno.
Erano pure falliti i negoziati tenuti da Ferhad Bey Draga con il mi-
nistro jugoslavo delle Miniere e Foreste, Dzafer Kulenović, espo-
nente di spicco della comunità slavo-musulmana bosniaca, per la

Venturini a legazione a Belgrado, 23 aprile 1940, telespr. 490/102, in ASMAE,


73

SSAA, B. 79, f. Kossovese.


74
Jacomoni a ministero deli Esteri, 6 aprile 1940, telespr. 10880/3195, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese.
Irredentismo kosovaro 51

creazione di un’organizzazione musulmana raggruppante anche


gli albanesi. Ferhad, infine, aveva trovato opposizione all’idea di
un partito politico dei kosovari anche presso gli stessi albanesi
E
favorevoli al partito radicale governativo75.
R
T O
Difficoltà politiche ed esigenze personali, dunque, spingevano
Ferhad Draga verso la collaborazione con l’Italia. A metà aprile,
'A U
Venturini comunicava che il notabile kosovaro intendeva stabilirsi
L
a Belgrado, sia per vivere vicino all’amante, sia per essere più in

P ER
contatto con i circoli politici della capitale al fine di procacciarsi
sovvenzioni promettendo l’appoggio dei kosovari ai candidati del
A
PIgoverno in caso di elezioni. Il console italiano giustificava il rinno-

CO
vato bisogno di denaro da parte dell’esponente kosovaro con le
spese che doveva sostenere per l’amante, con il diminuito reddito
della sua segheria a Kosovska Mitrovica, ormai carica di ipoteche,
e con il cessato finanziamento da parte di Zog, dopo un ultimo
versamento di 400 napoleoni d’oro nel giugno 1939.
Ferhad Draga, dunque, aveva fatto dei passi presso il consolato
italiano. Venturini scriveva che egli, pur non pronunciandosi
apertamente, era favorevole all’Italia: “non solo non ci sarebbe
ostile per principio, ma sarebbe disposto, purché pagato e bene, a
riallacciare relazioni analoghe a quelle già avute con il governo
albanese”76. La decisione sul sostegno all’irredentismo kosovaro,
però, tardò ancora un po’, essendo il riflesso degli orientamenti di
fondo della politica dell’Italia verso la Jugoslavia e, più in gene-
rale, della sua complessiva politica balcanica. Questi orientamenti
maturarono solo nel mese seguente, in maggio, di fronte alle inar-
restabili avanzate delle armate germaniche in Francia.

75
Indelli a ministero degli Esteri, 29 febbraio 1940, telespr. 757/233, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese.
76
Venturini a Belgrado, 16 aprile 1940, telespr. 465/93, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese. A margine, il documento reca l’annotazione: “Ferhad sem-
brerebbe incline a servirci dietro compensi e si troverebbe in difficoltà finan-
ziarie. Ha fatto proposte in tal senso a Belgrado (legazione)”.
R E
TO
'A U
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PIA
CO
R E
T O II
Appello per la liberazione
'A U
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P ER
A
PI1. Il sostegno agli albanesi del Kosovo nel quadro

CO
della politica balcanica dell’Italia
L’idea di tenere desto l’irredentismo albanese in Kosovo a fini
anti-jugoslavi si saldò con quella di una più generale revisione
della carta politica dell’Albania, risollevando a tutto tondo il pro-
blema dell’incompletezza della sua unità nazionale. Accanto a
quella del Kosovo, infatti, benché con un profilo senz’altro minore,
un’altra importante questione nazionale si era aperta al momento
della nascita dello stato albanese. All’epoca, infatti, una piccola
parte della nazione albanese era stata incorporata anche nei con-
fini della Grecia, in una zona che gli albanesi storicamente chiama-
no Ciamuria. Si trattava di un numero esiguo di persone se para-
gonato a quello della popolazione albanese che era rimasta dentro
i confini del Montenegro o ancor più dentro quelli della Serbia, ma
la questione rimase molto viva e molto sentita dalla classe diri-
gente schipetara per tutto il periodo tra le due guerre mondiali1.

1
Sul problema della Ciamuria e sulla disputa confinaria tra Albania e Gre-
cia a livello internazionale, v. la fondamentale raccolta di documenti
Dokumente për Çamërinë 1912-1939, (përgatitur nga K. Naska), Tiranë, Dituria,
1999; nonché DIMITRIS MICHALOPOULOS, The Moslems of Chamuria and the
Exchange of population between Greece and Turkey, in “Balkan Studies”, 1986/2;
B.P. PAPADAKIS, Histoire diplomatique de la question Nord-Epirote, 1912-1957,
54 La resa dei conti

Fin dal 1939, analogamente a quanto aveva fatto per il Kosovo,


Palazzo Chigi aveva puntato a sostenere l’irredentismo ciamu-
riota, nella consapevolezza che questa importante carta si sarebbe
E
potuta giocare, in futuro, contro la Grecia. L’opzione di una guer-
R
T O
ra alla Grecia, in alternativa a una contro la Jugoslavia, era rima-
sta, dunque, sempre viva in Mussolini. Essa maturò, lentamente,
'A U
man mano che il panorama politico internazionale europeo mu-
L
tava, spingendolo a considerare e, infine, a prendere la decisione

P ER
di intervenire nei Balcani. Fu in questo quadro che si accantonò,
per il momento, l’ipotesi di un attacco alla Jugoslavia e si optò per

PIA
una guerra contro la Grecia, da farsi, appunto, riscoprendo pro-

CO prio la questione della Ciamuria.


Il 22 maggio 1940, infatti, come sappiamo da numerose testi-
monianze memorialistiche, compreso il diario di Ciano, il ministro
degli Esteri stesso era volato a Tirana per una visita ufficiale e la
sera del 23 aveva riunito il generale Geloso, comandante delle
truppe in Albania, il generale Ranza, comandante dell’Aeronau-
tica, e Jacomoni, per comunicare loro l’intenzione di Mussolini di
entrare in guerra entro due, tre settimane, precisando che occorre-

Athènes, 1957; PASTORELLI, L’Albania nella politica estera italiana 1914-1920, cit.;
LUCA MICHELETTA, La lotta per il “limes” greco-albanese e l’eccidio Tellini, in OR-
NELLA FERRAJOLO (a cura di), Il caso Tellini. Dall’eccidio di Janina all’occupazione
di Corfù, Milano, Giuffrè, 2005; NICHOLAS PETSALIS-DIOMIDIS, Greece at the
Paris Peace Conference 1919, Thessaloniki, Institute for Balkan Studies, 1978;
MIRANDA VICKERS, The Cham Issue - Albanian National & Property Claims in
Greece, “Conflict Studies Research Center”, April 2002; LUIGI VILLARI, La prote-
zione delle minoranze, Pubblicazioni dell’Associazione Romana per la Società
delle Nazioni, Roma, 1925; M. VOKSHI, Tutta l’Albania di tutti gli albanesi,
Roma, “La Vita Italiana”, 1931; TOM J. WINNIFRITH, Badlands-Borderlands. A
History of Southern Albania/Northern Epirus, London, Duckworth, 2002. V. an-
che “Estratto dal libro di Dhimiter Berati, Lo scopo e l’organizzazione della Lega
delle Nazioni, Tirana, 1931 (trad. dall’albanese): La minorità albanese in Grecia e la
Lega delle Nazioni. Secondo Berati, il totale degli albanesi in Grecia era di
90.000, di cui 50.000 viventi nella regione ciamuriota in senso stretto.
Appello per la liberazione 55

va prendere in considerazione non più un attacco alla Jugoslavia2


come si era ipotizzato fin allora, ma alla Grecia partendo dall’Al-
bania3. Dei presenti pare che il solo Geloso sollevasse qualche
E
difficoltà in ordine alla preparazione militare, affermando che la
R
T O
migliore direttrice di marcia per un attacco fosse quella di
Salonicco, ma che per eseguirla sarebbero state necessarie 10 o 11
'A U
divisioni, una quantità di forze ben superiore a quelle stanziate in
L
Albania. Furono forse le difficoltà poste da Geloso che spinsero

P ER
Ciano a sbarazzarsi del generale e a imporre al comando delle
truppe in Albania Sebastiano Visconti Prasca, uomo di sua fiducia,
A
PIdisposto a seguire con meno imbarazzi le direttive provenienti da

CO
Roma4.
Proprio in conseguenza delle indicazioni date da Ciano a fine
maggio, Jacomoni riprese l’idea di un’azione verso le minoranze
albanesi irredente, compresa quella della Ciamuria, in un quadro
però del tutto diverso, consono alla nuova situazione data dalla
certezza dell’intervento in guerra dell’Italia e di un’estensione del
conflitto ai Balcani. E volò a Roma agli inizi di giugno proprio per
discuterne personalmente con Ciano e avere direttamente dal
ministro, ovvero dal «duce», informazioni sul futuro e direttive
per l’azione da spiegare. Il luogotenente incontrò Ciano e Benini

2
V. BRECCIA, Jugoslavia, 1939-1941, cit., pp. 285 ss; GIUSEPPE CONTI, La
guerra del fascismo, in L. GOGLIA, R. MORO, L. NUTI, Guerra e Pace nell’I-
talia del Novecento. Politica estera, cultura politica e correnti dell’opinione
pubblica, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 123 ss.
3
Sulla riunione del 23 maggio, oltre alle memorie dei protagonisti
(v. JACOMONI, La politica dell’Italia in Albania, Cappelli, Bologna, 1956, pp. 225-
226; CIANO, Diario, cit.), si rimanda alle ricostruzioni più recenti, basate an-
ch’esse però sul racconto dei presenti: MACGREGOR KNOX, La guerra di Musso-
lini, cit., pp. 165-167; MARIO MONTANARI, L’esercito italiano nella campagna di
Grecia, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, 1991, 2a ed., p. 24.
4
Su ciò, v. MONTANARI, L’esercito italiano nella campagna di Grecia, cit.,
pp. 26 ss. Alla esauriente opera di Montanari si rimanda, inoltre, per tutti gli
aspetti militari della organizzazione dell’attacco alla Grecia.
56 La resa dei conti

ripetutamente agli inizi di giugno per parlare della situazione


generale e discutere delle iniziative da prendere. Abbiamo notizia
certa di due riunioni, il 2 e il 5 giugno, in cui venne discussa una
E
serie di argomenti contenuti in vari appunti e rapporti preparati
R
T O
dallo stesso Jacomoni, dal sottosegretariato e dai due esponenti
nazionalisti albanesi filo-italiani che si occupavano della politica
'A U
irredentista, Nebil Dino, per la Ciamuria, e Shtylla per il Kosovo.
L
L’appunto e il rapporto che scandirono il ritmo della riunione

P ER
del 2 giugno ruotavano intorno all’ipotesi di una guerra offensiva
nei Balcani contro la Grecia e contro la Jugoslavia: il rapporto di

PIA
Nebil Dino era dedicato, infatti, alla situazione generale interna-

CO zionale della Grecia; lo scritto del luogotenente, invece, conside-


rava l’appoggio che l’Italia avrebbe potuto trovare nelle minoran-
ze nazionali che aspiravano a un nuovo assetto politico-territoriale
nella penisola balcanica, prime fra tutte, per importanza numerica,
quelle albanesi. Uno schizzo a mano, in cui era evidenziata la di-
screpanza tra i confini politici e quelli etnici dell’Albania, accom-
pagnava l’appunto, mostrando un primo rozzo abbozzo della
grande Albania, estesa a nord e nord-est verso il Montenegro e la
Serbia e a sud verso la Grecia. Ma quanti erano secondo la luogo-
tenenza gli “irredenti”? “Tali popolazioni – si leggeva nell’appun-
to – ascendono secondo un calcolo minimo, a circa 840 mila anime,
delle quali 700 mila in territorio jugoslavo e 140 mila in territorio
greco”. La cifra relativa agli albanesi in Grecia era quantomeno
esagerata e questo fu subito notato a Roma. Una macroscopica sot-
tolineatura dell’affermazione e un grosso punto esclamativo trac-
ciati a lapis sull’appunto testimoniano lo stupore dei funzionari di
Palazzo Chigi.
E lo stesso stupore colse i funzionari del ministero nel leggere
una seconda affermazione della luogotenenza, laddove, accen-
nando alle altre “minoranze” “in lotta con i governi di Belgrado e
Atene” per ottenere l’autonomia politica o amministrativa, quali
ad esempio i 500.000 macedoni o i 100.000 aromeni (cutzovalacchi)
Appello per la liberazione 57

del Pindo, sosteneva l’esistenza di “200 mila montenegrini (in


territorio jugoslavo) di razza interamente diversa da quella serba e
legata, per vincoli di sangue, piuttosto agli albanesi” che aspira-
E
vano a ricostituire il loro regno, in unione personale alla corona
R
T O
italiana, come nel caso dell’Albania. Anche la frase sui “vincoli di
sangue” tra montenegrini e albanesi come sulla loro estraneità ai
'A U
serbi era evidenziata con una ben marcata sottolineatura e a mar-
L
gine con un grosso punto esclamativo. Ma a parte le imprecisioni

P ER
sulla consistenza e sulle caratteristiche etniche e culturali delle
popolazioni balcaniche, Jacomoni, al contrario di quanto sostenne
A
PIdurante il processo di epurazione e nel suo noto libro sulla politica

CO
dell’Italia in Albania, prendeva proprio in considerazione una
guerra offensiva nei Balcani, affermando che a tale scopo si poteva
puntare ad avere “un efficace appoggio” dalle minoranze alba-
nesi. Il programma tracciato dal luogotenente prevedeva l’instau-
razione di una collaborazione con tutte le minoranze albanesi,
collaborazione che, coordinata e diretta da Tirana, avrebbe dovuto
realizzarsi contemporaneamente verso tutti i settori ma in forme
diverse a secondo degli ambienti in cui si sarebbe operato e degli
scopi da raggiungere.
Jacomoni articolava questa collaborazione in una serie di fasi,
riprendendo concetti e modalità che già il sottosegretariato aveva
avuto modo di illustrare a Ciano nell’agosto precedente. Si sareb-
be iniziato con l’invio di fidati agenti per prendere contatti o
rafforzare quelli già esistenti con i capi locali onde stabilire le linee
di azione futura; in un secondo momento, a un segnale convenuto,
i capi delle minoranze avrebbero spinto la popolazione a inscenare
agitazioni e dimostrazioni a carattere irredentista; raggiunto un
certo livello di intensità delle agitazioni, gli irredentisti avrebbero
fatto seguire atti di terrorismo, sabotaggi ecc., quali il taglio delle
linee telegrafiche o la distruzione di ponti e ferrovie, per recare
danno all’azione difensiva dell’esercito e delle autorità locali, e
avrebbero proceduto alla formazione di bande locali con il con-
58 La resa dei conti

corso di elementi provenienti dall’Albania. Ultimo stadio sarebbe


stato l’intervento armato italiano, fiancheggiato o preceduto da
bande armate albanesi “abilissime in azioni di guerriglia”.
E
Il luogotenente avvertiva, tuttavia, che gli albanesi non si sa-
R
T O
rebbero lanciati in operazioni di guerriglia se non si fossero sentiti
“sostenuti da imponenti forze regolari”, affermando che le mino-
'A U
ranze “oggi soggette a stretta vigilanza e a violente repressioni, da
L
parte di jugoslavi e di greci – specialmente dei primi – non si

P ER
espongono a gravi rischi se non si fanno convinte che la nostra
azione, una volta iniziata, sarà condotta a termine rapidamente e

PIA
sicuramente”. Queste considerazioni lo portavano a concludere

CO che il programma “almeno nella parte di forza” doveva essere rea-


lizzato solo dopo che l’atteggiamento italiano verso la Jugoslavia e
la Grecia fosse stato definito, al fine di non creare false illusioni
che avrebbero comportato “una forte depressione morale e proba-
bilmente un distacco in quelle popolazioni che sono oggi disposte
a seguirci con decisione e con fede”.
Esaminate le premesse politiche, Jacomoni si occupava dell’or-
ganizzazione pratica, formulando una serie di richieste in denaro,
armi e tecnici, raccomandando un coordinamento della sua attivi-
tà con quella che il Servizio informazioni militare stava già realiz-
zando, e soprattutto facendo presente che l’offensiva contro la
Grecia e la Jugoslavia avrebbe richiesto forze maggiori di quelle
presenti in Albania al momento. Un’ultima parola veniva spesa,
poi, per invitare la legazione italiana a mantenere contatti con i
circa 100 studenti albanesi a Belgrado, appartenenti alle più in-
fluenti famiglie del Kosovo, in vista dell’azione prospettata, e a cu-
rare in particolare i rapporti con Ferhad Bey Draga5.

5
“Per attuazione del programma sopra indicato – scriveva Jacomoni –oc-
correrebbero: ....Milioni (in valuta jugoslava, greca, albanese, inglese, francese
italiana). - un istruttore nel maneggio di esplosivi. - 6.000 fucili, con adeguato
munizionamento, e 2.000 bombe a mano per le bande. - Come già rappresen-
tato dai comandi delle forze armate in Albania una nostra azione offensiva in
Appello per la liberazione 59

La riunione tra Ciano e Jacomoni del 2 giugno ebbe come risul-


tato l’assenso del ministro al programma di “collaborazione” con
le minoranze albanesi anche se egli rimandò ogni decisione circa
E
la sua messa in opera. L’appunto redatto da Jacomoni reca infatti
R
T O
la seguente scritta di Michele Scammacca, capo dell’ufficio I del
sottosegretariato: “L’Ecc. Jacomoni ha presentato personalmente
'A U
all’Ecc. Ciano il presente appunto. Ha avuto istruzioni di tenere
L
contatti cautissimi con le minoranze albanesi d’oltre confine e di

P ER
tenersi pronto a organizzare delle bande in Albania prop. detta
non appena ne abbia istruzioni. 2 giugno 1940”6.
A
PI
CO
Come si è anticipato, il 5 giugno si ebbe a Palazzo Chigi una se-
conda riunione con Ciano, dedicata questa volta esclusivamente
alla questione del Kosovo, che al momento era stata posta in
secondo piano, data la decisone di agire in un primo tempo contro
la Grecia. Il fascicolo con il quale Jacomoni e Benini si presenta-
rono a discutere con Ciano conteneva un promemoria compilato
da Shtylla e consegnato il 28 maggio al sottosegretariato per dargli
modo di studiarlo e di sostenere la sua richiesta di presentarlo
personalmente al ministro7, nonché un appunto che essi avevano
preparato per l’incontro. È semplice, quindi, seguire attraverso
questi due documenti il contenuto delle conversazioni.
Il promemoria di Shtylla ricordava, innanzitutto, il programma
d’aiuti che egli aveva proposto l’anno precedente, concordando
sulla decisione di Palazzo Chigi di sospenderlo. Ma ricordava
pure che il governo italiano aveva sospeso quel minimo sostegno
che gli albanesi di Jugoslavia ricevevano da Zog, demoralizzando
le organizzazioni albanesi, in particolare quelle studentesche che

Jugoslavia e in Grecia richiederebbe forze maggiori di quelle attualmente


disponibili in posto”.
6
Appunto di Jacomoni, Tirana, 1 giugno 1940, in ASMAE, SSAA, B. 81. L’ap-
punto fu probabilmente compilato con Shtylla.
7
Appunto per Ciano del 5 giugno 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
60 La resa dei conti

vedevano in ciò un disinteressamento dell’Italia alla loro sorte.


Ciano – ricordava ancora Shtylla – gli aveva detto che in vista del-
le future elezioni si sarebbe ripreso almeno il contributo finan-
E
ziario nella misura concessa prima da Zog e che, a questo propo-
R
T O
sito, egli si era recato a Tirana per studiare con Jacomoni cosa fare
per ripristinarlo. Si era deciso, a seguito di una serie di riunioni
'A U
nel febbraio 1940, che lo stesso Shtylla, con il console generale
L
Meloni e col consigliere di legazione Karazi, incontrassero qualche

P ER
rappresentante delle minoranze albanesi, possibilmente Ferhad
Bey Draga, a Trieste. Da allora – continuava Shtylla – la situazione

PIA
delle minoranze si era aggravata e capi influenti potevano essersi

CO orientati in favore della Jugoslavia. Occorreva, dunque, fare qual-


cosa, “un gesto immediato per venire in aiuto alle organizzazioni
esistenti”, ovvero stabilire l’incontro con i capi delle minoranze al
più presto e agire da subito per sostenere le minoranze per le
prossime elezioni.
Una parte del memorandum di Shtylla verteva poi sull’accordo
turco-jugoslavo, di cui riepilogava la storia, affermando che da
parecchi mesi il governo jugoslavo aveva intensificato l’azione e
sembrava che vi fosse un nuovo accordo con Ankara soprattutto
per quanto riguardava le indennità da corrispondere alle famiglie
emigranti, che erano state uno dei motivi per i quali i trasferimenti
erano stati ritardati. Anche il governo di Belgrado aveva intensifi-
cato le pressioni sulla comunità albanese, utilizzando i komitadji8.
Con l’appunto preparato dal sottosegretariato, Benini e Jaco-
moni fecero da controcanto al promemoria di Shtylla. Il documen-
to caldeggiava la ripresa dell’azione di sostegno alla minoranza
albanese, informando sugli ultimi sviluppi della situazione politica
delle minoranze albanesi in Kosovo, sulla minore pressione eser-

Promemoria per l’Eccellenza il sottosegretario di Stato per gli Affari Albanesi, in


8

ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi del Kosovo. Sul documento si


legge l’annotazione che il promemoria era stato consegnato da Shtylla il
28 maggio.
Appello per la liberazione 61

citata dal governo di Belgrado e sulla propaganda anti-italiana,


che diffondeva notizie false sulle cattive condizioni dell’Albania
sotto la corona dei Savoia. Rilievo veniva poi dato alle ultime
E
notizie circa l’attività di Ferhad Draga, notando come le difficoltà
R
T O
finanziarie in cui versava potevano trascinarlo verso Belgrado e
indurlo ad appoggiare candidati governativi alle prossime
'A U
elezioni. Ferhad Draga, invece, aveva fatto sapere, attraverso
L
persona di assoluta fiducia, di essere disposto a trattare con l’Italia

P ER
e a collaborare a patto di un sussidio finanziario.
L’appunto, inoltre, affermava che il promemoria di Shtylla era
A
PIcorretto e veritiero. Si discostava, però, da esso perché valutava al

CO
contrario opportuno, per non destare i sospetti jugoslavi, evitare
incontri con il maggiorente kosovaro a Trieste e soprattutto
scartava l’ipotesi che lo potesse incontrare Shtylla. Benini e Jaco-
moni proponevano invece di contattare Ferhad Draga attraverso
fiduciari e proporgli un finanziamento ordinario per i capi koso-
vari e un sussidio personale; di erogare un sussidio straordinario
per favorire l’elezione dei candidati più opportuni; di tornare ad
aiutare gli studenti albanesi a Belgrado; di agire mediante
fiduciari, diretti dalla legazione a Belgrado e dalla luogotenenza;
di valersi della collaborazione di Shytlla a Tirana; di “predisporre
cautamente da Tirana i quadri e le condizioni per un’eventuale
azione di bande allo scopo di farle agire quando le circostanze si
maturassero”. Il tutto ovviamente doveva essere coordinato da
Palazzo Chigi. Sull’appunto si può leggere la minuta del solito
diligente Scammacca: “Il presente appunto è stato presentato
all’Ecc. il ministro Ciano dal sottosegretario Benini e dal Luogo-
tenente Jacomoni il 5 giugno 1940. XVIII. L’Eccellenza Ciano ha
approvato le proposte”; e si può anche leggere un laconico “SI”
siglato con un inconfondibile “ZB”, Zenone Benini9. A suggello di

9
Appunto segreto per Ciano, 5 giugno 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kos-
sovese.
62 La resa dei conti

tutta questa attività, il 6 giugno Ciano si decise nuovamente a


incontrare Shtylla.

E
Appare di tutta evidenza che i colloqui che si svolsero a Palazzo
R
T O
Chigi nella prima settimana di giugno tra Ciano, Jacomoni e
Benini, avevano il fine di mettere a punto le modalità per dare il
'A U
via alla guerra parallela nella regione balcanica. Essi confermano,
L
dunque, per quanto riguarda la situazione politica generale, che a

P ER
Roma si discuteva della concreta possibilità di estendere il con-
flitto ai Balcani, con un attacco alla Grecia e/o alla Jugoslavia, già

PIA
prima dell’attacco alla Francia e subito dopo il 27-28 maggio, la

CO data “probabile”, secondo De Felice10, in cui Mussolini decise l’en-


trata dell’Italia nella seconda guerra mondiale. In altre parole, si
potrebbe affermare che la guerra nei Balcani fu un obiettivo che si
pose contemporaneamente e non successivamente alla guerra con-
tro la Francia e la Gran Bretagna11. La decisione della guerra paral-
lela, come si è già avuto modo di mostrare per il caso dell’attacco
alla Grecia12, nasceva in funzione di salvaguardia degli interessi

10
V. RENZO DE FELICE, Mussolini l’alleato. L’Italia in guerra 1940-1943. Dalla
guerra “breve” alla guerra lunga, Torino, Einaudi, 1990, p. 89. V. anche le consi-
derazioni di ENNIO DI NOLFO, Mussolini e la decisione italiana di entrare nella
seconda guerra mondiale, in L’Italia e la politica di potenza in Europa (1938-1940),
a cura di ENNIO DI NOLFO, ROMAN H. RAINERO, BRUNELLO VIGEZZI, Milano,
Marzorati, 1985, pp. 19-38.
11
V. le considerazioni di ENZO COLLOTTI, La politica dell’Italia nel settore da-
nubiano-balcanico dal patto di Monaco all’armistizio italiano, in E. COLLOTTI -
T. SALA - G. VACCARINO (a cura di), L’Italia nell’Europa danubiana durante la
seconda guerra mondiale, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di
Liberazione, Milano, 1967, pp. 20-25. Inoltre, v. ENZO COLLOTTI, L’Italia dall’in-
tervento alla guerra parallela, in L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella
resistenza, a cura di F. FERRATINI TOSI, G. GRASSI, M. LEGNANI, Milano, Angeli,
1988; LEOPOLDO NUTI, I problemi storiografici connessi con l’intervento italiano
nella seconda guerra mondiale, in “Storia delle Relazioni Internazionali”, 1985,
vol. 1, n. 2.
12
V. LUCA MICHELETTA, La questione della Ciamuria e l’attacco italiano alla
Appello per la liberazione 63

italiani nei confronti del sempre più forte e temuto alleato germa-
nico. Al di là delle apparenze e della retorica del momento, ci pare
che per Ciano, e certo anche per Mussolini, fosse proprio questa la
E
“vera” guerra da combattere, quella contro l’assoluto dominio che
R
T O
la Germania, trionfante ormai in Francia e garantita dall’accordo
con l’Unione Sovietica del 23 agosto 1939, aveva ottenuto sull’Eu-
'A U
ropa. In quel torno di tempo, le percezioni italiane rispetto alla
L
Grecia avevano tutte un unico comun denominatore: la crescente

P ER
influenza della Germania in Grecia a scapito non solo di quella
anglo-francese, ma anche di quella italiana. Spingeva a questa con-
A
PIclusione l’esame di tutta una serie di fattori trasversali all’econo-

CO
mia e alla politica. La Grecia si stava orientando verso Berlino, ora
che aveva perso la Gran Bretagna come protettrice, perché l’imma-
gine della Germania nel paese era enorme, perché quasi tutto il
commercio greco era dipendente da quello tedesco, perché il ditta-
tore greco, Metaxas, era un generale di cultura esclusivamente
tedesca, ex primo aiutante di Re Costantino, simbolo del germano-
filismo; perché, infine, le preoccupazioni di Atene nei confronti
delle mire dell’Italia la spingevano, per la sua stessa salvezza, nel-
le braccia della Germania.
In questo quadro, per la politica italiana l’appoggio all’irreden-
tismo albanese diveniva uno degli strumenti principali per creare
l’”ordine nuovo”, revisionando, proprio a partire dall’Albania,
sulla base del principio di nazionalità, con la minaccia e con l’uso
della forza, l’assetto politico-territoriale dei Balcani in modo con-
forme alle esigenze dell’Italia. Non fu certo un caso che i colloqui
di inizio giugno avessero tutti come fulcro proprio l’Albania e le
sue minoranze oltre confine, contemplate in un generale program-
ma di completamento dell’unità nazionale di tutti gli albanesi. La
Grande Albania diveniva perciò il possibile architrave di una
futura egemonia italiana nei Balcani e con ciò anche l’antemurale

Grecia del 28 ottobre 1940, in “Clio”, 2004/3.


64 La resa dei conti

per bloccare la pressione della Germania verso il Mediterraneo.


Si iniziava così, a giugno, una lunga preparazione diplomatica
della guerra alla Grecia, che puntava a risollevare e risolvere, con
E
la minaccia militare, la questione ciamuriota come primo passo
R
T O
verso l’assoggettamento di fatto della Grecia e la sua inclusione
nella costituenda “sfera d’influenza” italiana. Approntata la crisi
'A U
finale per la fine di agosto, si montò all’epoca il caso Daut Hoxha,
L
un ciamuriota assassinato in circostanze oscure, ma fatto assur-

P ER
gere a ultimo martire della antica catena di persecuzioni e spolia-
zioni compiute dal governo greco contro i ciamurioti, di cui si

PIA
mettevano in evidenza di contro l’attaccamento alla patria e la

CO resistenza all’ellenizzazione. L’impresa, tuttavia, si dovette ferma-


re sul limite della guerra a causa del fermo diniego tedesco a
turbare la pace nei Balcani13, quello che comprensibilmente Ciano
definì “un alto là completo, su tutta la linea”14.
Vale la pena di ricordare che l’Unione Sovietica, con la quale
l’Italia già dalla metà di giugno stava tentando un riavvicinamen-
to, sempre ostacolato dai tedeschi, aveva fatto comprendere di
essere favorevole alle rivendicazioni italiane sulla Grecia, come a
quelle ungheresi sulla Transilvania15. Ma a parte il consenso russo,
essenziale sarebbe stato l’appoggio politico diplomatico dell’al-
leato tedesco che, però, proprio all’ultimo momento venne meno.
Ribbentrop infatti aveva parlato il 16 agosto con l’ambasciatore

13
V. GIANLUCA ANDRÈ, La politica estera del governo fascista durante la
seconda guerra mondiale, in RENZO DE FELICE (a cura di), L’Italia tra tedeschi e
alleati. La politica estera fascista e la seconda guerra mondiale, Bologna, Il Mulino
1973, pp. 122-123. Vedi anche, per i rapporti italo-tedeschi, MARTIN L. VAN
CREVELD, Hitler’s Strategy 1940-1941. The Balkan Clue, Cambridge, Cambridge
University Press, 1973, pp. 11-13.
14
V. CIANO, Diario alla data del 17 agosto.
15
V. MARIO TOSCANO, Una mancata intesa italo-sovietica nel 1940 e 1941,
Firenze, Sansoni, 1953, p. 42. Sulle relazioni italo-russe nel cruciale periodo
1939-41, v. GIORGIO PETRACCHI, Da San Pietroburgo a Mosca. La diplomazia ita-
liana in Russia 1861/1941, Roma, Bonacci, 1993, pp. 339-373.
Appello per la liberazione 65

Alfieri e mentre da un lato aveva frenato ogni ipotesi di un accor-


do italo-russo, dall’altro si era ancora dichiarato fermamente con-
trario a un turbamento dello status quo nei Balcani in relazione alla
E
Jugoslavia ma anche alla Grecia, ribadendo che prima bisognava
R
T O
sconfiggere la Gran Bretagna16.
La scelta di estendere il conflitto ai Balcani cominciando dalla
'A U
Grecia e il freno posto dall’alleato germanico all’iniziativa italiana
L
comportarono una nuova fase nei rapporti tra Roma e Belgrado.

P ER
Benché l’idea di Mussolini di sbarazzarsi, prima o poi, della Jugo-
slavia rimanesse intatta, per il momento si evitò di portare alla
A
PIcrisi finale i rapporti con Belgrado17.

CO
2. L’organizzazione della rete irredentistica albanese
Come effetto dei colloqui di inizio giugno, tuttavia, si ebbe la deci-
sione di riprendere l’azione di sostegno ai kosovari registrata
nell’appunto presentato e approvato da Ciano il 5 giugno. Il sot-
tosegretariato iniziò subito l’organizzazione per l’esecuzione delle
direttive ivi contenute. Scammacca ricordava a Jacomoni che per
dare fiducia alle regioni irredente dell’Albania bisognava “im-

16
Alfieri a Ciano, 17 agosto 1940, in DDI, s. IX, vol. V, D. 431. Secondo
CREVELD, Hitler’s Strategy 1940-1941. The Balkan Clue, cit., pp. 13-21, il veto te-
desco era inteso solo per la Iugoslavia e non per un eventuale attacco alla Gre-
cia. Secondo Creveld, Alfieri non comprese il pensiero di Ribbentrop. Tutta-
via, anche a Metaxas risultava che l’Italia fosse stata trattenuta dal compiere
l’estremo passo contro la Grecia proprio dall’intervento della Germania,
v. Michael Palairet a Halifax, 22 agosto 1940, in British Documents on Foreign
Affairs, Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe,
July 1940 - December 1940, D. 40. V., inoltre, quanto ha scritto GERHARD
L. WEINBERG, Il mondo in armi. Storia globale della Seconda Guerra Mondiale, Tori-
no, Utet, 2007, pp. 225-226.
17
Sui rapporti italo-jugoslavi in questo periodo, v. ancora BRECCIA, Jugo-
slavia 1939-1941, cit., pp. 301-331.
66 La resa dei conti

piantare la nostra azione su un concetto continuativo, talché nelle


regioni suddette si abbia d’ora innanzi la sensazione di un’assi-
stenza durevole e sicura, consona perciò ai nuovi tempi, e non più
E
soggetta a repentini mutamenti o ad interruzioni. In tal modo ter-
R
T O
remo sempre la minestra in caldo, e potremo provocarne la ebolli-
zione in qualunque momento ci piacesse farlo”. Il funzionario
'A U
consigliava la massima prudenza e tanto per iniziare proponeva lo
L
studio di un libretto popolare in albanese da pubblicarsi “con tan-

P ER
to di imprimatur serbo a Skopje, o magari nella stessa Belgrado”,
prima uscita di una serie di pubblicazioni di storia, religione e

PIA
poesia a carattere nazionale albanese. Quanto alla parte più

CO “tangibile” del programma, quella dei finanziamenti, Scammacca


spiegava che se ne sarebbe occupato con la legazione a Belgrado,
ma chiedeva di sapere quali cifre potessero servire a Jacomoni per
la parte del programma da svolgersi a Tirana18.
Contemporaneamente, il sottosegretariato informò anche il
nuovo ministro d’Italia a Belgrado, Mameli, dell’intenzione di
riprendere una cauta ma continua assistenza ai kosovari, chieden-
do di mandare urgentemente a Roma Guidotti per definire concre-
tamente l’azione. Quanto a Ferhad Bey Draga, Roma lasciava giu-
dicare il da farsi a Mameli: “In quanto nota persona, – gli scriveva
Benini – se credete conveniente dargli subito un incoraggiamento,
potrete corrispondergli una gratificazione indicandone l’ammon-
tare”19. Un incoraggiamento che Mameli ritenne di dare immedia-
tamente, attingendo dal suo conto 20.000 dinari, pari a circa 8.000
lire italiane, e facendoli consegnare a Ferhad Bey Draga. Denaro
che più tardi Palazzo Chigi rimborsò al diplomatico italiano, pre-
levandolo dal fondo riservato “Albania A” 20. Il fondo custodiva i

Scammacca a Jacomoni, 21 giugno 1940, lettera segreta 71/16726/2025, in


18

ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.


19
Benini a Mameli, 21 giugno 1940, t. n. 17440/157, in ASMAE, SSAA, B. 79, f.
Ferad Bey Draga.
20
Mameli a Benini, 23 giugno 1940, t. 22519/218, in ASMAE, SSAA, B. 79, f.
Appello per la liberazione 67

soldi per le spese politiche e riservate dell’Albania, sotto diretto


controllo di Ciano e di Anfuso, capo di gabinetto del ministro, ed
era pure utilizzato per dare compensi agli altri collaboratori alba-
E
nesi, tra cui lo stesso Shtylla, che ricevette a fine giugno 10.000 lire
R
T O
a titolo di gratificazione straordinaria, prima di essere definitiva-
mente inquadrato nel personale della Luogotenenza, come con-
'A U
sulente politico per 1.000 franchi albanesi al mese21.
L
Fu ancora una volta proprio l’ex diplomatico albanese, dopo

P ER
una serie di colloqui avuti al sottosegretariato, che si incaricò di
preparare, insieme a un promemoria per Scammacca, l’ennesimo
A
PIelenco di personalità e associazioni da finanziare. Shtylla espri-

CO
meva il parere di sospendere ancora per un po’ la vasta azione
politica che egli stesso aveva immaginato nell’estate del 1939, ma
caldeggiava nuovamente la ripresa dei contatti con i capi delle
minoranze albanesi e un aiuto finanziario alle persone che aveva-
no più immediato bisogno. Occorreva, inoltre, a suo giudizio, pre-
parare il terreno per le elezioni che ci sarebbero state probabil-
mente l’autunno successivo in base alla legge emanata in seguito
all’accordo croato-serbo stipulato l’anno precedente.
Poste queste premesse di carattere generale, l’ex diplomatico
albanese entrava nel vivo della questione ricordando, ancora una
volta, che Zog spendeva per il sostegno alle minoranze 4.540
franchi albanesi mensili; somma che egli proponeva di aumentare
fino a 5.000, rivedendo però la lista dei beneficiari e le quote da
attribuirsi, sia inserendo qualche beneficiario in più, sia ritoccando
le somme in favore di particolari personaggi, quali ad esempio gli
ex deputati kosovari, in gravi condizioni economiche dopo lo scio-

Ferad Bey Draga. Benini a Mameli, 30 luglio 1940, telespr. 17363/e con allegato
Appunto del 26 luglio a firma di Benini. Anfuso a Mameli, 8 luglio 1940; Appunto
per il sottosegretariato, 8 luglio 1940, n. 04356, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferad
Bey Draga.
21
Appunto di Scamacca per Ciano, 16725/1645 con allegato Appunto per Beni-
ni, 21 giugno 1940, con il “Si” di Benini, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
68 La resa dei conti

glimento della Camera jugoslava e il venir loro meno dell’inden-


nità parlamentare. Allegava quindi al promemoria una lista di
sussidi indicando persone e società con il relativo compenso22.
E
Queste considerazioni come l’elenco di beneficiari vennero
R
T O
attentamente esaminati nel corso di tre giorni di colloqui tenuti a
fine giugno a Palazzo Chigi tra Shtylla, Scammacca, Benini e Gui-
'A U
dotti. Il 26 giugno, al termine di questo primo esame, Scammacca
L
inviò a Mameli per conoscerne il parere un nuovo elenco di perso-

P ER
naggi e società da sovvenzionare e un secondo elenco compren-
dente soltanto studenti, frequentanti l’università di Belgrado o

PIA
quelle di Sarajevo o di Zagabria o studenti del ginnasio a Skopje.

CO In particolare, il sottosegretariato chiedeva l’opinione della lega-


zione a Belgrado circa una serie di problemi: quali persone
effettivamente sovvenzionare, e quali aumenti effettuare, rispetto
alle idee di Shtylla, e, più in generale, quale azione politica svol-
gere in caso di elezioni in Jugoslavia. E ancora l’opinione di
Mameli era richiesta circa l’utilizzo degli uffici consolari del
Kosovo allo scopo di erogare i fondi straordinari per le cucine
economiche, per i medicinali, le scuole, ecc.; e circa l’aiuto da dare
alla Comunità musulmana, in particolare al Vakif, che per l’ar-
ticolata ramificazione poteva divenire un veicolo propagandistico
molto efficace, insomma di giudicare se era opportuno finanziare
la Comunità musulmana23.
Ma, oltre alla richiesta di consultazioni circa gli aiuti, il sotto-

22
Promemoria per il barone Scammacca, con allegato elenco dei beneficiari, com-
pilati da Shtylla e consegnati a Scammacca il 22 giugno 1940, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Shtylla partì per Tirana in
aereo da Brindisi giovedì 27 giugno 1940.
23
Scammacca a Mameli, 26 giugno 1940, lettera n. 71/16997/1751, con allegati
elenchi, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Vale la
pena di osservare che Scammacca ripeteva a Mameli pari passo il brano della
lettera inviata a Jacomoni il 21 giugno sulla minestra da tenere in caldo e sulla
cautela da serbare.
Appello per la liberazione 69

segretariato ne fece un’altra, e questa volta a Belgrado e Tirana,


che aveva un chiaro significato di politica generale a due giorni
dalla firma a Villa Incisa dell’armistizio con la Francia. Non si
E
trattava più di decidere e valutare circa finanziamenti più o meno
R
T O
occulti a personaggi e correnti irredentiste albanesi, quanto di
approntare uno studio complessivo sulle minoranze albanesi “in
'A U
vista delle possibili, estreme conseguenze della situazione attua-
L
le”. A Belgrado veniva affidato il compito di concentrarsi, ovvia-

P ER
mente, su quella kosovara, a Tirana, invece, di preparare uno stu-
dio “corredato di dati statistici e da grafici dimostrativi” sulle
A
PIminoranze in Grecia e Jugoslavia. Sia Mameli che Jacomoni erano

CO
informati che si sarebbe incaricato dell’opera anche Shtylla, in mo-
do da poter fare poi una comparazione delle risultanze dei tre
studi e avere quindi un’idea della situazione da tre punti di vista
anche geograficamente diversi. Al luogotenente si suggeriva, tra
l’altro, di rivolgersi, se lo avesse ritenuto opportuno, a sua volta
ad altre persone per studi particolari come ad esempio l’avvocato
Jake Koçi per la comunità kosovara, o forse l’ex ministro Alizoti o
il signor Constantin Hariton per la comunità in territorio greco24.
Infine, sempre in quei giorni di fine giugno, Scammacca inte-
ressava Jacomoni affinché si adoperasse per stampare qualche
pubblicazione di carattere nazionale albanese su aspetti folclori-
stici, religiosi o epico-narrativi, secondo quanto in precedenza
concordato. Occorreva a suo giudizio, “un libricino di poche pagi-
ne per risvegliare nel fondo dello stomaco a quella gente le antiche
voci della razza”, e certo anche qualche libro religioso in albanese
per musulmani, cattolici e ortodossi. Della pubblicazione, a Tira-
na, si poteva parlare con il ministro dell’Istruzione, Koliqi, che po-
sedeva un prezioso materiale di epica popolare albanese, mentre a
Roma il sottosegretariato aveva già interessato della cosa don

24
Scammacca a Mameli, 26 giugno 1940, lettera n. 71-17104/1781; Scammacca
a Jacomoni, 26 giugno 1940, lettera segreta 71/17103/2186, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
70 La resa dei conti

Lazer Shantoja che si era ripromesso di studiarla25. La risposta da


parte di Belgrado si fece attendere parecchio. D’altra parte non
c’era urgenza, visto che la priorità era stata data al problema greco
E
e non a quello jugoslavo. Mameli e Guidotti ebbero tutto il tempo
R
T O
di consultarsi a loro volta con Venturini e di attendere da lui sug-
gerimenti pratici sulla procedura e sulla gradualità da dare all’o-
'A U
perazione. Lo stesso valeva per lo studio circa la minoranza koso-
L
vara, anch’esso affidato alle indagini e alla macchina da scrivere di

P ER
Venturini26.
Diverso invece il ritmo e soprattutto l’azione svolta a Tirana.

PIA
Qui si dovevano preparare i precedenti del problema della Cia-

CO muria, primo contenzioso politico-territoriale che si era deciso di


abbordare, e soprattutto svolgere un’azione a carattere irredentista
in tempi molto più ridotti. Circa le sovvenzioni e la loro distribu-
zione alla minoranza albanese in Jugoslavia, l’opinione di Jacomo-
ni concordava in tutto con quella di Shtylla. Per quanto riguar-
dava i costi dell’operazione da svolgere facendo capo a Tirana,
Jacomoni spiegava di non poter indicare alcuna cifra, dato che
anche la stessa non era stata ancora precisata. Per quanto riguar-
dava lo studio sulle minoranze diceva che aveva persone affidabili
e che comunque avrebbe escluso lo Hariton27.
A metà luglio Scammacca volò a Tirana proprio per discutere
con Jacomoni e Visconti Prasca delle rivendicazioni territoriali
albanesi verso la Jugoslavia e la Grecia. Naturalmente larga parte

25
Scammacca a Jacomoni, 27 giugno 1940, lettera n. 71/17906/2145, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese.
26
Guidotti a Scammacca, lettera dell’8 luglio 1940. A nome di Venturini, Gui-
dotti chiedeva di avvertire Tirana di evitare l’invio di materiale di propa-
ganda albanese verso Tirana per posta ordinaria. Il 20 luglio, Scammacca
poteva comunicare che Benini aveva interessato Jacomoni circa l’invio di
materiale propagandistico. Scammacca a Guidotti, 20 luglio 1940, 71/17990/2108,
Benini a Jacomoni, 23 luglio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
27
Jacomoni a Scammacca, 1 luglio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
Appello per la liberazione 71

del tempo venne speso a concordare le linee di massima dell’azio-


ne in Ciamuria, riscuotendo un pieno accordo del luogotenente
circa l’azione da svolgere verso la minoranza albanese in Grecia28.
E
Quanto all’azione irredentista in Ciamuria, Scammacca sosteneva
R
T O
a fine luglio di non poter ancora stabilire le cifre necessarie al luo-
gotenente, non conoscendo esattamente i suoi progetti, ma che si
'A U
trattava di un’azione di “ordinaria amministrazione” per la quale
L
Jacomoni si poteva regolare sulle cifre proposte da Shtylla per la

P ER
minoranza kosovara29. Insomma la richiesta di fondi, secondo
Jacomoni, dipendeva a sua volta dall’ampiezza dell’azione che a
A
PIRoma si desiderava fare, ma che egli si poteva regolare sulla som-

CO
ma disponibile30.
La risposta della legazione a Belgrado circa l’azione da svolge-
re verso gli albanesi di Jugoslavia giunse, invece, come vedremo,
più tardi, agli inizi di settembre. Come si è ricordato, per tutto il
mese di agosto si sviluppò una forte crisi tra Roma e Atene a pro-
posito nel noto caso dell’uccisione del ciamuriota Daut Hoxha e
solo alla fine del mese Palazzo Chigi rinunciò temporaneamente
all’idea, che pure aveva coltivato, di sferrare l’attacco alla Grecia.
D’altro canto, la situazione locale in Kosovo, durante la primavera
e l’estate 1940, non aveva registrato, vista nell’ottica albanese,
alcun segno di miglioramento. Atto particolarmente risentito dagli
albanesi di Jugoslavia era stato il commissariamento della Comu-
nità musulmana di Skopje. Il 17 maggio 1940, infatti, con decreto
del ministero della Giustizia, che esercitava il controllo statale
sulla Comunità religiosa musulmana del Regno, il governo di Bel-

28
Appunto di Scammacca per Benini del 15 luglio, in ASMAE, SSAA, B. 79, f.
Kossovese. Vedi anche ivi, Appunto per l’Eccellenza. Ministero della Guerra. SIM.
Ufficio Albania, Tirana 9 luglio 1940.
29
Scammacca a Jacomoni, 20 luglio 1940, lettera 71/17989/2508, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovese..
30
Jacomoni a Scammacca, 26 luglio 1940, lettera 2418R, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese..
72 La resa dei conti

grado dispose la nomina di commissari per controllare l’attività


della Comunità nel territorio dello Ulema Mejlis di Skopje, che
comprendeva la Banovina del Vardar, della Morava, del Danubio,
E
la giurisdizione di polizia di Belgrado ed alcuni capitanati distret-
R
T O
tuali della Banovina della Zeta. I quattro membri dello Ulema
Mejlis sarebbero rimasti in carica, ma per la gestione amministra-
'A U
tiva dei beni della Comunità dovevano essere coadiuvati dai com-
L
missari governativi, mentre venivano temporaneamente esauto-

P ER
rati da questo compito gli altri organi della Comunità, quali la
Dieta, che era l’organo legislativo elettivo, e il Comitato, a sua vol-

PIA
ta formato da membri della Dieta, cui spettava l’amministrazione

CO dei beni.
Il provvedimento veniva giustificato con il sospetto di irre-
golarità amministrative, ma i membri della Dieta sospesa, in gran
parte albanesi, sostenevano che si volesse con esso colpire proprio
il cuore politico, oltre che religioso, della comunità albanese. Si
riteneva che Belgrado avesse voluto togliere di mano a Ferhad Bey
Draga e ai suoi fedeli, che detenevano la maggioranza dei voti
nella Dieta, lo strumento più utile per mantenere un ascendente
sui musulmani albanesi della Serbia, anche perché circolavano
voci sul fatto che la Comunità musulmana sarebbe stata da tempo
agli ordini di Tirana. Notizie apprese da Venturini indicavano che
Ferhad Bey Draga aveva avuto il suggerimento di dimettersi dalla
Dieta dal ministro della Giustizia, Lazar Marković, che pure gli
aveva ricordato la propaganda fatta contro di lui dal foglio locale
Naš Dom.
Risultava inoltre che il notabile albanese si stava adoperando
per far revocare il provvedimento e che aveva suggerito agli
organi della Comunità che erano stati sospesi di astenersi dal dare
le consegne ai commissari se non dietro ordine del Reis-ul-Ulema
o se obbligati dalla forza pubblica. Venturini commentava che il
provvedimento aveva destato molta sfavorevole impressione negli
ambienti musulmani, benché si ammettesse la possibilità di illeciti
Appello per la liberazione 73

guadagni da parte di Ferhad Bey Draga per circa 30 milioni di


dinari. Con facile previsione, inoltre, Venturini immaginava che il
governo di Belgrado da parte sua non avrebbe revocato il provve-
E
dimento, che i commissari a loro volta avrebbero condotto le in-
R
T O
dagini sull’amministrazione in modo tale da giustificare sia la loro
nomina sia la decadenza della Dieta, e che, inoltre, le elezioni per
'A U
la nuova Dieta non si sarebbero svolte in quanto non avrebbero
L
potuto determinare l’affermazione di una solida maggioranza filo-

P ER
governativa, dato che Belgrado non poteva più esercitare sugli
albanesi ulteriori pressioni senza alimentare ancor di più le tanto
A
PItemute simpatie verso l’Italia31.

CO
Insomma, mentre secondo gli osservatori italiani sempre più
chiaro appariva il desiderio dei kosovari di scrollarsi di dosso il
giogo serbo, Belgrado invece continuava ad usare, con alterne for-
tune, ogni utile mezzo per facilitare il trasferimento degli albanesi
e per convincere i capi della minoranza e gli esuli a lottare contro
l’occupante italiano e a mettere da parte le istanze irredentiste. A
fine luglio, il console italiano a Bitolj informava che sarebbero
partiti con destinazione Turchia alcuni contadini capifamiglia con
le loro numerose famiglie al seguito32. Risultava anche agli italiani
che il Bano del Vardar era riuscito ad attrarre un gruppo di capi
albanesi, che avevano fatto professione di amicizia per la Jugo-
slavia e di volontà di lotta contro l’Italia che occupava l’Albania33.
Si ebbe pure notizia che addirittura il noto esule politico Qazim
Kokoshi, atteggiandosi a capo dei kosovari, fosse andato al mini-
stero degli Esteri jugoslavo e avesse rinunciato a ogni rivendica-

31
Scammacca a Jacomoni, 28 giugno 1940, telespr. 71/17933/2165, con allegato
stralcio di telespr. di Venturini da Skopje in data 25 maggio 1940, in ASMAE,
SSAA, B. 31, f. “Associazione islamica della Serbia meridionale”.
32
Mameli a Ciano, 28 luglio 1940, telespr. 3163/1230, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
33
Mameli a Ciano, 12 agosto 1940, telespr. 3444/1319, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
74 La resa dei conti

zione irredentista34. Ma tutto ciò non scalfiva la convinzione italiana


che questi gesti rimanessero isolati e fossero tutto sommato azioni
di capi albanesi “ammaestrati” dalle autorità serbe, e che non rap-
E
presentassero effettivamente la maggioranza dell’opinione pub-
R
T O
blica dei kosovari. Questi rimanevano, infatti, favorevoli alla pene-
trazione italiana nei Balcani e guardavano all’Italia come strumen-
'A U
to per la loro liberazione dai serbi35. Prova ne era l’informazione
L
che in Kosovo il governo jugoslavo aveva richiamato alle armi il

P ER
10% dei riservisti serbi e il 90% di quelli di nazionalità albanese,
privando, tra l’altro, di braccia per i lavori campestri la comunità

PIA
albanese. I richiamati albanesi venivano utilizzati per costruire

CO fortificazioni lungo il confine con la Bulgaria, l’Ungheria e in alcu-


ne regioni della Bosnia, volendo con ciò probabilmente mirare, “in
questi momenti delicati, all’allontanamento dal posto dell’infido
elemento albanese”36. Insomma, al di là di successi propagandisti-
ci parziali che avevano ottenuti, gli jugoslavi temevano una pros-
sima annessione del Kosovo all’Albania. Guadagnava terreno,
proprio tra questi timori, la propaganda comunista, già segnalata
come intensa presso i montenegrini di Giakoviza37.

3. In attesa dell’Italia: la relazione Venturini


La possibilità di un conflitto armato tra l’Italia e la Grecia, che si
era affacciata alla fine di agosto, aveva destato forti preoccupazio-
ni in Jugoslavia. Non ci si poteva nascondere che quella guerra

34
Mameli a Ciano, 29 agosto 1940, telespr. 3678/1402, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
35
Jacomoni a Ciano, 16 agosto 1940, t.p.c. 4073/0251, in ASMAE, SSAA, B. 79,
f. Kossovese.
36
Mameli a Ciano, 31 agosto 1940, telespr. 3676/1400, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
37
Mameli a Ciano, 20 agosto 1940, telespr. 3560/1358, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese.
Appello per la liberazione 75

sarebbe stata combattuta per la Ciamuria e che avrebbe perciò co-


stituito l’inizio di una serie di “rese dei conti” con la Jugoslavia da
parte dell’Albania per il Kosovo, dell’Ungheria per la Bačka e
E
della Bulgaria per la Macedonia. L’ex segretario della legazione
R
T O
d’Albania a Belgrado, Çomora, che era stato in visita a Skopje a
fine agosto, aveva scritto che l’idea di una guerra contro la Grecia
'A U
aveva esaltato i kosovari. D’altro canto le personalità da lui contat-
L
tate durante la sua permanenza a Skopje avevano avuto parole

P ER
d’esaltazione e di fiducia per l’Italia. Muhamed Slatko, ex sena-
tore, podestà di Debar, e tra i più influenti uomini del Dibrano,
A
PIall’epoca anche proprietario di un albergo e di un cinematografo a

CO
Skopje, gli aveva assicurato che i kosovari “sono felicissimi di
vedere che il destino dell’Albania è indissolubilmente legato a
quello dell’Italia vittoriosa e ciò determinerà sicuramente la loro
unione con la Madrepatria”38.
Anche l’ex senatore Xhafer, notabile e medico di Tetovo, si era
espresso nello stesso senso: i kosovari speravano nella liberazione
e attendevano l’unione all’Albania e all’Italia. Gli jugoslavi erano
consapevoli di questi sentimenti e cercavano di allentare la pres-
sione più brutale sugli albanesi, ma ormai era troppo tardi. Insie-
me agli albanesi anche le altre nazionalità, come i bulgaro-mace-
doni, attendevano la liberazione. Molti di essi, anche a causa delle
persecuzioni del regime, avevano abbracciato il comunismo39. In
Jugoslavia, una politica filo-governativa da parte delle minoranze
non era più possibile. Secondo Çomora, il capo del partito croato e
vicepresidente del Consiglio, Maček, aveva perso a causa di essa il

38
Relazione di Sofo Çomora su suoi contatti durante un viaggio a Skopje alla fine
di agosto 1940, trasmessa dal SSAA all’ufficio AEM il 17 ottobre 1940, in
ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
39
Il diplomatico albanese riferiva anche che sia Xhafer che Slatko gli
avevano chiesto notizie di Shtylla, cui erano legati da particolari vincoli di
amicizia per aver collaborato con lui nella politica verso la minoranze alba-
nese quando Shtylla dirigeva la legazione a Belgrado.
76 La resa dei conti

50% dei suoi elettori. Sottoposta a tali e tante spinte centrifughe, la


Jugoslavia vedeva come unica possibilità di salvare la situazione
l’allineamento alla politica dell’Asse40.
E
Un’identica valutazione, circa gli umori filo-italiani della po-
R
T O
polazione kosovara, la fornì, nello stesso torno di tempo – inizi di
settembre – Venturini da Skopje. Le osservazioni del console era-
'A U
no contenute nella lunga relazione sul Kosovo che gli era stata
L
commissionata da Roma e che Mameli inviò a Scammacca pre-

P ER
sentandola come “un’esposizione e al tempo stesso una critica al
punto di vista jugoslavo” e come una sintesi equilibrata e non una

PIA
tesi propagandistica “della quale – scrisse ironicamente – non ti

CO mancheranno certo altri esempi da Tirana”. La relazione di Ventu-


rini rimane forse uno degli ultimi esempi di studio e presentazio-
ne di un problema politico internazionale che si riscontra nella sto-
ria della diplomazia italiana. Redatta con stile antico, la relazione
forniva cifre, dati e ogni sorta di osservazioni utili sulla società
albanese del Kosovo nelle sue molte sfaccettature, religiosa, econo-
mica, politica.
Anche il console si cimentava all’inizio con il problema di sta-
bilire il numero e la localizzazione degli albanesi del Kosovo.
Comparando una serie di studi monografici con il censimento
jugoslavo del 1931, la sua stima giungeva alla cifra di 730.000 alba-
nesi viventi in Jugoslavia, divisi per credo religioso in circa
700.000 musulmani sunniti con molti bektasci, 25.000 cattolici e
7.000 ortodossi. La popolazione albanese era distribuita lungo
la frontiera jugoslavo-albanese, la maggior parte di essa (circa
405.000 individui, ai quali se ne potevano aggiungere altri 120.000
viventi nelle regioni di Presevo e Kumanovo, a nord di Skopje, e
di Tetovo, per un totale di 525.000) concentrata nel cuore del
Kosovese, ovvero nel Kosovo Polje, la famosa piana dei Merli,

40
Relazione di Sofo Çomora su suoi contatti durante un viaggio a Skopje alla fine
di agosto 1940, cit.
Appello per la liberazione 77

luogo della storica battaglia contro gli ottomani del 1389, corri-
spondente in gran parte a quella che i serbi chiamavano la Stara
Srbija, ovvero la Vecchia Serbia.
E
Gli albanesi formavano una massa nazionale compatta, pur se
R
T O
esistevano zone in cui gli slavi erano la nazionalità predominante.
Dal punto di vista geografico, il Kosovo non rappresentava un’u-
'A U
nità ben definita, dato che i suoi confini, eccetto che a nord, erano
L
indeterminati, ovvero non esistevano barriere naturali, limiti geo-

P ER
grafici che lo delimitassero e lo individuassero. Sempre conside-
rando la geografia del territorio, inoltre, la regione kosovara non
A
PIformava un’unità geografica né con la Jugoslavia né con l’Albania.

CO
Il legame con quest’ultima era dato esclusivamente dal criterio
etnico.
Stabilite consistenza e localizzazione della comunità albanese
in Jugoslavia, Venturini passava a tratteggiare la società kosovara.
Si leggeva che gli albanesi della Banovina del Vardar, corri-
spondente all’incirca alla Macedonia, erano Toschi e che tra di loro
molti erano di religione ortodossa, mentre quelli abitanti nel
Kosovo propriamente detto erano nella stragrande maggioranza
musulmani e legati all’Albania del nord; parlavano, infatti, ghego,
ed erano organizzati, con qualche attenuazione, nei tipici clan, i fiš,
che avevano particolari caratteristiche per i gruppi cattolici, ri-
scontrabili anche nei correligionari cattolici malissori dell’Albania.
Gli albanesi del Kosovo rimanevano legati ai valori della “belli-
cosa fierezza, l’intransigente concetto dell’onore famigliare e della
solidarietà fra parenti, la severa moralità, la pronta diffidenza di
fronte allo straniero e in genere di fronte all’estraneo”.
Poco urbanizzati, gli albanesi erano in maggioranza agricoltori
e vivevano nelle kulle, sorta di case fortificate, “pronte a respingere
un attacco o a servir di base per una spedizione armata: e non
mancherebbero se necessario le armi che sono ancora nascoste in
grandi quantità ad onta delle perquisizioni e delle minacce”. Il
loro tenore di vita era modestissimo, le comunità erano poco aper-
78 La resa dei conti

te agli altri gruppi etnici, le donne musulmane poi non avevano


nessun contatto con altri gruppi.
Dal punto di vista religioso, gli albanesi del Kosovo erano
E
musulmani sunniti, con una certa presenza di bektasci. Ma vi era
R
T O
anche un gruppo di cattolici, concentrati nelle zone di Giakoviza e
Prizren e dipendenti dalla sede vescovile di Skopje, che lamen-
'A U
tavano la sostituzione dei preti albanesi con preti croati o sloveni e
L
ostacoli all’uso della lingua albanese per le prediche e il catechi-

P ER
smo. I musulmani avevano come suprema autorità spirituale il
Reis ul Ulema di Sarajevo, ma dipendevano territorialmente dal-

PIA
l’Ulema Mejlis di Skopje. Gli uffici religiosi erano detti in lingua

CO araba e nelle scuole religiose gli insegnamenti erano impartiti in


lingua araba. I kosovari erano di buoni sentimenti religiosi senza
essere intransigenti o fanatici, seguivano i loro sacerdoti e face-
vano donazioni alle fondazioni religiose (Vakif).
Venturini dipingeva un quadro drammatico dell’arretratezza
delle condizioni di vita dei kosovari, ciò che rendeva “difficile par-
lare nel Kossovese di civiltà europea”; l’organizzazione della vita
sociale era a livello primitivo e lo stesso governo di Belgrado non
aveva fatto nulla per l’avanzamento della regione: “amministra-
zione corrotta e incapace, è ancor poco differente da quella di un
esercito di occupazione in territorio nemico, ed i capitani
distrettuali, provveduto all’ordine pubblico secondo gli interessi
serbi, hanno fatto tutto”. Il livello culturale era molto basso: l’80%
era analfabeta e il restante non andava, per lo più, oltre un’istru-
zione elementare. Non esistevano del resto istituzioni scolastiche
“albanesi”; anche nelle scuole religiose private si insegnava a scri-
vere non in albanese ma in arabo e l’albanese non veniva “inse-
gnato ma serve ad insegnare”. L’economia era a carattere agricolo
e pastorale, l’estrazione di cromo e di zinco aveva una certa im-
portanza nelle miniere di Trepça, ma non esisteva alcuna indu-
stria.
Ma forse la cosa più grave che Venturini sottolineava, in questo
Appello per la liberazione 79

desolante panorama, era la mancanza di una vera classe dirigente,


capace di guidare la popolazione sulla via della modernizzazione.
Gli studenti erano pochi e vivevano lontani, oppure, dovendo
E
accettare borse governative, non potevano coltivare sentimenti na-
R
T O
zionali. Come classe dirigente rimanevano i vecchi Bey, che aveva-
no un’ottima posizione economica e una larghissima influenza,
'A U
ma che “di tale seguito e di tale influenza, pur restando in prin-
L
cipio fedeli alla causa albanese, fanno uso a vantaggio della causa

P ER
stessa solo a condizioni che troppo spesso debbono tradursi in
denaro corrente”. Proprio la mancanza di una classe dirigente na-
A
PIzionale aveva portato all’impossibilità di coagulare il sentimento

CO
nazionale contro i serbi e contro l’opera di sopraffazione e snazio-
nalizzazione messa da loro in atto. Anche i deputati e senatori
albanesi alla Skupština non avevano fatto o potuto fare mai nulla.
In breve, la minoranza albanese non godeva di nessun diritto, an-
che perché i diritti sul rispetto delle minoranze nazionali firmati a
Parigi nel 1919 erano stati sempre inapplicati.
Ma quali indicazioni politiche forniva a Roma Venturini dopo
aver tracciato questo disperato quadro della società kosovara,
schiacciata dai serbi e senza possibilità di reagire per mancanza di
una classe dirigente adatta? La più importante era contenuta nelle
parole con cui concludeva la sua relazione: “È basandomi su ele-
menti di giudizio raccolti in un anno di attenta, fredda osser-
vazione, che affermo che la grandissima maggioranza degli alba-
nesi del Kossovese, ed in genere di Jugoslavia, vede nel Duce il
suo protettore ed attende la liberazione dalle forze armate dell’I-
talia”41.

41
Mameli a Scammacca, lettera del 6 settembre 1940, n. 3728/1419, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Kossovo. Rivendicazioni albanesi.
80 La resa dei conti

4. L’appello di Ferhad Draga a Vittorio Emanuele III


e Mussolini per la liberazione del Kosovo

E
La situazione generale in Kosovo, dunque, sembrava ottimale per
R
T O
la ripresa dei finanziamenti alla minoranza albanese. Il 2 settem-
bre, Mameli inviò, finalmente, la relazione richiestagli con le opi-

'A U
nioni della legazione circa le modalità e la distribuzione degli aiuti
L
a favore degli albanesi del Kosovo. Comunicò anche, contempo-

P ER
raneamente, di aver consegnato attraverso un fiduciario 40.000
dinari, circa 16.000 lire italiane, a Ferhad Bey Draga, come quote di

PIA
finanziamento per luglio e agosto 1940, chiedendo che la somma

CO gli fosse rimborsata sul suo conto corrente presso la Banca d’I-
talia42.
Circa le modalità, il diplomatico, dopo consultazioni con l’e-
sperto Venturini, era giunto alla conclusione che non si potesse
fornire “un’assistenza diretta al popolo nelle forme e con i mezzi
con i quali viene praticata attualmente in Albania”. I beneficiari
sarebbero stati perseguitati o scoraggiati dalle autorità di polizia
jugoslave e quindi era “necessario, anche se in se stesso non è l’i-
deale, ricorrere al sistema dei capi che del resto è quello tradizio-
nalmente seguito nei paesi musulmani. È tuttavia beninteso che la
maggior parte delle sovvenzioni dovranno essere a sua volta
distribuite ai più poveri; né ci mancheranno i mezzi di accertarci
che ciò effettivamente avvenga”. Sovvenzioni che Mameli riteneva
potessero divenire un “mezzo costante di sprone e di controllo di
tutta l’organizzazione gerarchica del Kossovese”43.

42
Mameli a Ciano, 2 settembre 1940, telespr. 3651/1391, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo; anche la somma da restituire a Mameli
fu prelevata dal fondo riservato Albania “A”, dopo aver ottenuto il consenso
del gabinetto di Ciano. V. Appunto per il gabinetto di Ciano, 17 settembre 1940,
71/19944/2960, con allegato Appunto del Sottosegretariato in data 12 settembre
1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferad Bey Draga..
43
Mameli a Scammacca, lettera del 2 settembre 1940, in ASMAE, SSAA, B. 79,
Appello per la liberazione 81

Mameli ricordava che il piano dei finanziamenti sviluppato da


Shtylla prevedeva un numero limitato di persone, che il suo am-
montare si aggirava intorno ai 4.000 franchi al mese e che questi
E
finanziamenti erano stati sospesi nel giugno 1939. Tuttavia, l’occu-
R
T O
pazione italiana dell’Albania aveva “lavorato in profondità tra le
masse albanesi della Jugoslavia ridestando speranze e aspirazioni
'A U
di unità nazionale che il regime debole e corrotto di Zog aveva per
L
lungo tempo mortificato. L’Italia è considerata come potente pro-

P ER
tettore di tutti gli albanesi dentro e fuori dei confini, un protettore
i cui mezzi sono infinitamente superiori a quelli della piccola
A
PIAlbania di un tempo”. E questo comportava che i finanziamenti

CO
del passato non erano più adeguati, ma era necessario, per non
provocare una delusione, renderli consoni alle speranze che infon-
deva l’Italia.
Il piano delle sovvenzioni era stato dunque stravolto e Mameli
allegava due liste, la A e la B, che cumulativamente avrebbero
comportato un esborso di 231.200 dinari al mese (pari a 101.728
lire) di cui 174.500 (76.780 lire) a personalità politiche del Kosovo,
38.700 a studenti (pari a 17.028 lire), 18.000 (7.920 lire) a Venturini
per finanziare attraverso il clero la minoranza albanese cattolica,
che certo non bisognava trascurare. Inoltre, Venturini chiedeva
che fosse a lui assegnato un primo fondo di 15.000 dinari da distri-
buire a persone veramente bisognose che avrebbero chiesto aiuto
al consolato italiano a Skopje. Mameli tornava sul concetto del-
l’impossibilità, a causa dei controlli di polizia, di sostentare la mi-
noranza albanese in modo diretto, ad esempio finanziando orga-
nizzazioni dopolavoristiche o cucine popolari, e sulla necessità di
appoggiarsi alla struttura politico-sociale “attualmente esistente”.
Ovvero la gerarchia della Comunità che faceva capo a Ferhad Bey
Draga, capo riconosciuto e rispettato degli albanesi del Kosovo,
cui poi sarebbe spettato far giungere le somme agli altri finanziati.

f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.


82 La resa dei conti

Il diplomatico italiano proponeva quindi di creare un comitato


di distribuzione composto da Ferhad Bey Draga, in funzione di
presidente, e da sei personalità politiche e religiose, ovvero cinque
E
ex deputati, Aqif Bluta, Iliaz Agushi, Hasan Shykrija, Kadri Sali,
R
T O
Ismail Gorani, e il rappresentante dei musulmani del Kosovo pres-
so il Reis-ul-Ulema, Abdullah Hezer44. Infine, confidando in una
'A U
sicura accettazione delle sue proposte, Mameli chiedeva l’auto-
L
rizzazione a emettere una tratta per un primo trimestre di 693.000

P ER
dinari più altri 15.000 da destinare a Venturini, per un totale di
708.000 dinari45.

PIA Le proposte di Mameli trovarono buona accoglienza presso il

CO sottosegretariato. La lista delle sovvenzioni fu un’ultima volta


rivista con l’aiuto di Shtylla, furono aggiunti come beneficiari
Xehvat Begolli e il senatore Muhamed Slatko46 e fu infine chiesto
l’assenso di Ciano a varare la sovvenzione “K”. “Questo ufficio – si
legge nell’appunto presentato a Ciano da Benini agli inizi di set-
tembre – ravviserebbe l’opportunità di dar corso all’assistenza del-
le minoranze albanesi … per far cessare l’impressione che l’Italia
le abbandoni al proprio destino. Soprattutto sembra necessario ini-

44
Alla fine del 1939, Mameli aveva inviato a Roma le seguenti notizie circa
personalità del Kosovo: Kadri Sali era stato deputato alla Skupština, il che
dimostrava che il suo nome era gradito alle autorità serbe, e collaboratore del
senatore Ugrin Joksimović. Anche la sua candidatura al Vakif di Skopje era
stata sostenuta dagli jugoslavi. Kadri manteneva ottime relazioni col Bano e le
altre autorità jugoslave. Mustafà Durgu, ex deputato di Prizren, serbofilo, era
stato varie volte in seno al Vakif e sembrava si fosse espresso negativamente
nei confronti della causa albanese. Qemal Osman Kumbaragija era turco e cer-
cava di salvaguardare le sue ingenti proprietà dalla riforma agraria col fare
politica filo-jugoslava e antialbanese. Mameli a Ciano, 9 dicembre 1939, telespr.
5699/1590, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
45
Mameli a Ciano, 2 settembre 1940, telespr. 3702/1412, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
46
Sulla lista compilata da Mameli vi è infatti scritto a lapis “aggiungere” i
summenzionati.
Appello per la liberazione 83

ziare senza indugio la nostra azione in questo senso, in vista di


possibili mutamenti nella situazione politica di quella regione”.
Sorprendentemente però il piano così diligentemente studiato e
E
meditato non riscosse il consenso di Ciano, tanto che Benini dovet-
R
T O
te scrivere di proprio pugno un grosso “No” sull’appunto presen-
tato al ministro47. Il più deluso ne fu Mameli, informato all’inizio
'A U
di ottobre che le sue proposte di sovvenzionamenti non erano
L
state accolte perché comportavano una spesa eccessiva e si giudi-

P ER
cavano le circostanze del momento come non adatte a intrapren-
dere un’azione concreta. Ogni decisione sull’argomento era quindi
A
PIrinviata48.

CO
Senonché, del tutto inaspettatamente, la decisione presa da
Ciano venne di lì a poco mutata per effetto di una netta presa di
posizione di Ferhad Bey Draga in favore dell’Italia. Con lettera
datata 8 ottobre 1940, Ferhad Bey Draga si era indirizzato al Re
Imperatore per chiedere aiuto per la liberazione del Kosovo e per
la sua unione all’Albania sotto lo scettro dei Savoia e con la pro-
tezione dell’Italia fascista. Ferhad Draga lamentava le sofferenze
del suo popolo sotto il giogo serbo e affermava che esso attendeva
“la salvezza e la liberazione soltanto dalla splendida stella di Casa
Savoia”, così proseguendo: “Questo popolo di un milione che Vi
considera come proprio Re, aspetta l’ora di entrare sotto la prote-
zione di Vostra Maestà e di essere guidato dal Genio del Duce
Mussolini. Maestà, in nome del popolo albanese del Kossovo, che
desidera e aspetta ansiosamente di unirsi ai propri fratelli e al fie-
ro popolo italiano Vi rivolgo umile preghiera di accoglierci come

47
Appunto per Ciano, s.d. L’appunto, databile alla metà-fine di settembre, è
in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Sullo stesso appun-
to, accanto al timbro “Visto da S.E. il Ministro” e al “No” di Benini, si può leg-
gere una nota di Scammacca che riferisce che Ciano approvò successivamente
il programma ma in misura più ridotta.
48
Tommasi a Mameli, 4 ottobre 1940, lettera 71/20384/3144, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
84 La resa dei conti

membri fedeli della Grande Famiglia italo-albanese. Con la spe-


ranza che questa mia preghiera e desiderio verranno realizzati in
tempo breve, preghiamo tutti Iddio per la salute e vita lunga del
E
nostro Re e della gloriosa Casa Savoia”49.
R
T O
L’appello di Ferhad Bey Draga ebbe una forte risonanza a
Roma, dove fu portato a conoscenza non solo di Mussolini, ma an-
'A U
che, ovviamente, di Vittorio Emanuele III. Laconicamente, ma
L
certo sinceramente, Ciano scrisse a Mameli: “Vi prego di far sape-

P ER
re a Ferat Bey Draga che il suo gesto è stato molto apprezzato”50.
Ma l’appello fornì la più forte arma di persuasione che si potesse

PIA
aspettare nei confronti del governo di Roma anche a Mameli, cui il

CO rifiuto del piano di sovvenzioni da parte di Ciano era apparso del


tutto contraddittorio con la politica messa in atto fino ad allora. E
difese a spada tratta il piano formulato dalla legazione sostenendo
che era stato attentamente soppesato ed era frutto di uno studio
circostanziato, svolto sulla base di istruzioni che annunciavano
l’intenzione del ministero di riprendere l’assistenza su una base
continuativa e lo autorizzavano anche a dare una gratificazione a
Ferhad Bey Draga. Il diplomatico italiano faceva presente che
durante la fase di studio del piano si era dovuto sondare, attraver-
so fiduciari, l’orientamento di Ferhad Bey Draga e che, tra l’altro,
non era stato possibile evitare che gli interessati da sovvenzionare
venissero a conoscenza del proposito italiano. In tali condizioni,
lasciar cadere del tutto i finanziamenti avrebbe avuto conseguenze
dannose sul prestigio dell’Italia, dando un’impressione di discon-
tinuità della politica italiana verso la minoranza albanese.
Mameli, dunque, lanciava un forte appello a rivedere la deci-

49
Mameli a Ciano, 11 ottobre 1940, lettera n. 4396/1704 con allegata la lettera,
con relativa traduzione, a firma di Ferhad Bey Draga, datata 8 ottobre 1940, in
ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Il documento fu “vi-
sto” dal «duce» e, ovviamente, da Ciano.
50
Ciano a Mameli. 26 ottobre 1940, lettera n. 1/6122, in ASMAE, SSAA, B. 79,
f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
Appello per la liberazione 85

sione e a non accantonare del tutto il progetto o almeno il suo


spirito. E soprattutto, a suo parere, non bisognava perdere l’ami-
cizia di Ferhad Bey Draga che proprio in quei giorni aveva rivolto
E
la lettera a Vittorio Emanuele III, lettera che Mameli definiva
R
T O
senza mezzi termini “indubbiamente un atto di coraggio, che com-
promette in modo decisivo e in nostro favore il capo della mi-
'A U
noranza”. Per mantenere “almeno lo spirito” dei finanziamenti,
L
egli accettava di ridurli, ma proponeva di concentrarli su poche

P ER
voci. Occorreva attribuire a Ferhad Bey Draga, anziché 36.000
dinari mensili, almeno 70.000, in modo che egli potesse a sua volta
A
PIfinanziare chi avesse voluto. Bisognava poi mantenere il finanzia-

CO
mento degli studenti, “l’elemento più dinamico della minoranza”,
con la spesa prevista di 38.700 dinari al mese. Indispensabile, infi-
ne, gli appariva assegnare 15.000 dinari mensili al consolato di
Skopje per le opere di assistenza a carattere locale. Così ridotto il
piano avrebbe comportato l’esborso di una cifra complessiva di
123.700 dinari, ovvero di circa 50.000 lire italiane mensili, la metà
esatta rispetto a quella prevista nel piano originale, pari a 246.200
dinari. Insomma, a giudizio del ministro d’Italia a Belgrado, con
tale cifra si sarebbero ridotti al minimo i danni e si sarebbe man-
tenuta per ogni evenienza una situazione favorevole all’Italia51.
Questa volta l’appello della legazione a Belgrado, così forte-
mente corroborato dalla lettera di Ferhad Bey Draga, non cadde
nel vuoto e finalmente Ciano, alla cui decisione non doveva certo
essere estraneo Mussolini, pronunziò il suo “Si”52. A Roma, dun-
que, si iniziò nuovamente l’esame delle proposte di Mameli, il
quale venne informato poco dopo da Scammacca e Benini che il
ministero aveva non solo aderito al suo secondo piano di aiuti ai

51
Mameli a Benini, 14 ottobre 1940, lettera n. 4438/1719, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
52
Sulla lettera di Mameli figura il timbro “Visto dall’Eccellenza Ciano”, e
un “Si”. Scammacca ne dette notizia a Mameli il 18 ottobre 1940, con t. 3276/
322, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
86 La resa dei conti

kosovari, quello cioè da lui dimezzato negli importi, ma lo aveva


ulteriormente migliorato aggiungendo alla somma di 123.700 di-
nari proposta dalla legazione quella di 18.000 dinari che compari-
E
va nel primo piano da assegnarsi al consolato a Skopje per l’assi-
R
T O
stenza a favore dei cattolici. Altri 25.000 dinari al mese, inoltre,
sarebbero stati messi a disposizione di Mameli per gli usi che
'A U
avrebbe ritenuto più opportuni. In definitiva a Ferhad Bey Draga
L
sarebbero andati 70.000 dinari mensili (30.800 lire), agli studenti

P ER
albanesi 38.700 (17.028 lire), agli albanesi cattolici del kosovese
18.000 (7.920 lire), al consolato di Skopje 15.000 (6.600 lire), a

PIA
Mameli 25.000 (10.000 lire), per un importo totale di 166.700 di-

CO nari, cioè 72.348 lire italiane al mese. Questa somma sarebbe stata
versata trimestralmente sul conto corrente di Mameli presso la
Banca d’Italia53.
Per dare l’idea dell’importanza attribuita all’irredentismo koso-
varo, basti pensare che nel dicembre 1940, attraverso l’ispettore di
polizia Ercole Conti, Palazzo Chigi finanziava il gruppo croato di
Ante Pavelić con 75.000 lire al mese, aumentate dal gennaio 1941,
ormai in prossimità della guerra alla Jugoslavia, a lire 90.000 al
mese. Dalla stessa data Pavelić percepì una sovvenzione personale

53
Benini a Mameli, telespr. 71/21435/3615. Vedi anche, Appunto per Benini,
24 ottobre 1940 e Scammacca a Mameli, lettera del 25 ottobre 1940 in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo. Benini informava Mameli che
Shtylla suggeriva, inoltre, di corrispondere a Iliaz Agushi, poiché benestante,
un’indennità saltuaria; di non dare un assegno fisso al presidente della
“Besa”, per non scatenare una lotta per la presidenza, ma di accantonare le
somme per future iniziative della società stessa; di sovvenzionare una serie di
personalità quali Xhevat Mahmud Begolli, Shefket Begolli, Asim Pluzha,
Ibrahim Lutfija, Kadri Sali, Slatko Mohamed Efendi, Hafus Sherif Jashari, che
comparivano in un elenco, nonché una quarantina di studenti del Velike
Medrese, la scuola di teologia di Skopje, che preparava a diventare Hoxha per
dar loro modo di accedere all’università, studenti che, in passato, erano sov-
venzionati da Zog. Era bene non dimenticare, infine, lo studente di giurispru-
denza Asslan Boletini, protetto di Ferhad Draga.
Appello per la liberazione 87

di 25.000 lire54. Ma se lunga era stata la gestazione del piano per


gli aiuti ai kosovari, veloce fu l’esecuzione. Palazzo Chigi accre-
ditò sul conto corrente di Mameli 217.000 lire, come al solito pre-
E
levate dal Fondo riservato Albania “A”, programmando l’accre-
R
T O
dito dei successivi versamenti a gennaio, aprile e luglio 1941. Era il
28 ottobre 1940. Le armate italiane stavano entrando in Grecia55.
'A U
L
ER
5. Dal fiasco greco alla campagna di Jugoslavia
P
I A
La confusione nella preparazione dell’attacco alla Grecia, gli errori
P commessi, gli inganni e le reciproche illusioni di tutti coloro i qua-
CO li gestirono l’intera faccenda, a cominciare da Mussolini e Ciano,
sono ben noti. Il 12 ottobre, infatti, dopo l’ingresso tedesco in
Romania, e dopo che il maresciallo Graziani ebbe chiesto un tem-
poraneo rinvio della seconda offensiva contro l’Egitto – come sug-
gerisce Minniti56 – prese corpo l’azione contro la Grecia, sempre
rinviata, ma mai abbandonata. E questa volta, come noto, Roma si
guardò bene dal parlarne in anticipo con Berlino per evitare un
ennesimo veto. La risposta, d’altra parte, non sarebbe stata diver-
sa. Era con l’intenzione di convincere Mussolini a procrastinare
l’attacco alla Grecia almeno fino alla primavera che Hitler si recò a
incontrare il «duce» a Firenze la mattina del 28 ottobre. Ma lì il
Führer poté solo apprendere che, al contrario, le ostilità erano già
iniziate57.
Iniziava, così, con l’avvio della campagna di Grecia, l’inizio
della crisi, come ha scritto De Felice, se non addirittura “il princi-

54
Si veda DDI, s. IX, vol. VI, DD. 260 e 392.
55
Appunto per il gabinetto dell’Eccellenza il Ministro, a firma di Scammacca,
26 ottobre 1940, n. 71/21431/3591. Appunto Anfuso per Benini, 06204, 31 ottobre
1940, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
56
V. FORTUNATO MINNITI, Fino alla guerra. Strategie e conflitto nella politica
di potenza di Mussolini 1923-1940, Napoli, ESI, 2000, p. 221.
57
Hitler a Mussolini, lettera del 20 novembre 1940, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 140.
88 La resa dei conti

pio della fine”, come l’allora ministro italiano ad Atene, Emanuele


Grazzi, intitolò il suo libro di ricordi sulle relazioni italo-greche58.
La condotta delle operazioni militari in Grecia, impostata con mol-
E
ta leggerezza, comportò, come noto, a pochi giorni dall’attacco, lo
R
T O
scontro con l’accanita resistenza greca e di lì a poco al rovescio
militare59. Agli inizi di novembre, infatti, i greci erano già passati
'A U
al contrattacco suscitando a Palazzo Venezia sconcerto, rabbia, de-
L
siderio di rivincita e la volontà di punire quelli che erano ritenuti i

P ER
responsabili dell’insuccesso militare.
Il fallimento dell’attacco alla Grecia si riverberò con effetti

PIA
drammatici sul prestigio internazionale dell’Italia e su quello del

CO regime in particolare, per il declino del consenso interno e per le


accuse che da più parti si levarono contro l’inettitudine dei militari
e contro l’irresponsabilità di Ciano e degli uomini a lui vicini,
indiziati di aver portato alla catastrofe il paese60. Mussolini dovet-
te fronteggiare una drammatica situazione, che direttamente lo
chiamava a rispondere dell’insuccesso militare, in un clima poli-
tico che divenne presto rovente per le accuse reciproche che si
scambiavano, e continuarono a scambiarsi, politici e militari.
Sul piano dei rapporti italo-tedeschi, la crisi militare italiana
pose Mussolini in evidente imbarazzo61, ben visibile dal tentativo

58
V. sulla guerra alla Grecia l’ormai classico, MARIO CERVI, Storia della
guerra di Grecia ottobre 1940-aprile 1941, Milano, BUR, 2001.
59
V. sugli aspetti militari del conflitto, MATTHEW WILLINGHAM, Perilous
Commitment. The Battle for Greece and Crete 1940-1941, Spellmount, Staplehurst,
2005, pp. 14-38; LUCIO CEVA, Italia e Grecia 1940-1941. Una guerra a parte, in
L’Italia in Guerra. 1940-43, Brescia, Annali della Fondazione Luigi Micheletti
n. 5, 1990-91, pp. 191-199.
60
V. DE FELICE, Mussolini, cit., pp. 315, ss.
61
Sulla polemica tra italiani e tedeschi riguardo all’impresa di Grecia e in
generale alla situazione balcanica successiva ad essa, v. GERHARD SCHREIBER,
“Due popoli una vittoria”? Gli italiani nei Balcani nel giudizio dell’alleato germanico,
in L’Italia in guerra 1940-43, Annali della Fondazione Luigi Micheletti n. 5,
Brescia, 1990-91, pp. 95-118.
Appello per la liberazione 89

che fece, ma che certo non ingannò né i leader politici del Reich né
lo stato maggiore tedesco, di allontanare la responsabilità per gli
esiti della guerra dal governo e dai vertici militari italiani, riget-
E
tandola sulla mancanza di combattività dei militari albanesi, sulle
R
T O
improvvise condizioni meteorologiche e sulla mancata coopera-
zione bulgara, che aveva permesso alla Grecia di trasferire otto
'A U
divisioni su fronte albanese62. Tre fattori, questi, che certo avevano
L
giocato qualche ruolo, ma che erano lungi dall’essere quello deci-
sivo.
P ER
Il «duce», d’altro canto, sia per ragioni di prestigio, sia per ti-
A
PImore di un’ingombrante presenza tedesca, resistette dall’accettare

CO
un aiuto diretto delle truppe tedesche sul fronte albanese, pure
proposto da Berlino. Roma, come al solito, preferì richiedere alla
Germania consistenti aiuti in materie prime e materiali bellici, un
sostegno che per la mentalità del «duce» appariva meno frustrante
e forse anche meno “pericoloso”63. Ciò che sembrava assolutamen-
te indispensabile agli occhi dell’alleato germanico, soprattutto
dopo il ripiegamento dell’esercito italiano e l’invasione dell’Alba-
nia da parte della Grecia, era di mantenere le posizioni ed evitare
che i greci si stabilissero sulla costa albanese64. Anche nelle more
della preparazione del passaggio delle truppe tedesche dalla Ro-
mania alla Bulgaria, da dove, poi, avrebbero portato l’attacco alla
Grecia, per il comando tedesco l’imperativo d’ordine militare de-
gli italiani doveva essere quello di resistere sul fronte di ripiega-
mento e di non perdere Valona. La perdita di Valona avrebbe si-
gnificato consegnare ai greci, e quindi ai britannici, una posta-
zione eccezionale per il controllo strategico dell’Adriatico, che
sarebbe divenuta una sicura minaccia per l’Italia meridionale e,
anche se non lo si diceva esplicitamente, per la stessa Germania.
L’attacco tedesco alla Grecia, a partire dalla Bulgaria, infatti, non

62
Mussolini a Hitler, lettera del 22 novembre 1940, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 146.
63
V. DDI, serie IX, vol. VI, DD. 258, 309, 323.
64
Appunto di Ansaldo per Ciano, 11 dicembre 1940, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 281.
90 La resa dei conti

sarebbe potuto avvenire prima della prima quindicina di marzo.


Nel frattempo, un alleggerimento della pressione si sarebbe avuto
con l’afflusso delle truppe tedesche in Bulgaria, che avrebbe spin-
E
to il comando greco a distogliere una parte delle sue forze dal
R
T O
fronte albanese per concentrarle alla frontiera bulgara65.
Dal punto di vista degli equilibri politici fra i due alleati, le
'A U
sconfitte militari avevano pesantemente compromesso la posi-
L
zione dell’Italia. La guerra parallela era definitivamente fallita, al-

P ER
meno nel senso che si era ridotta al minimo la libertà di manovra
dell’Italia e bloccata la possibilità di ogni sua ulteriore iniziativa

PIA
autonoma. Ma ciò non significò, e in questo si può ben concordare

CO con De Felice66, che la fine della guerra parallela segnasse la rinun-


cia di Mussolini a sfruttare gli spazi di manovra ancora rimasti
all’Italia o quelli che riteneva si sarebbero forse ancora aperti nel
corso della guerra e a pensare, dunque, alla politica italiana in ter-
mini d’opposizione all’egemonia tedesca in Europa, al conteni-
mento della pressione della Germania sui Balcani, alla difesa dello
“spazio vitale” italiano, almeno per quello che ora si poteva co-
stituire. In questo quadro, quindi, il sostegno all’irredentismo
kosovaro e alla creazione della Grande Albania diveniva un obiet-
tivo ancora più vitale per gli interessi italiani.

65
Cosmelli a Ciano, 6 gennaio 1940, in DDI, serie IX, v. VI, D. 415, che con-
tiene un rapporto di Marras sul suo colloquio con il generale Jodl.
66
V. DE FELICE, Mussolini l’alleato, cit., pp. 359-362.
R E
O III
IlTproblema jugoslavo
'A U
L
P ER
A
PI1. Jugoslavia 1941: un destino ineluttabile?

CO Le vicende che condussero all’attacco italo-tedesco alla Jugoslavia


sono ormai tutte note e la letteratura storiografica ha assunto, con
il tempo, dimensioni incommensurabili. Abbiamo menzionato in
precedenza, come, già a partire dal momento della maturazione
della decisione di entrare in guerra contro la Francia e la Gran
Bretagna, lo stato jugoslavo rientrasse, insieme alla Grecia, nelle
mire sovversive del «duce» e abbiamo tentato di dare una spie-
gazione logica e coerente sul perché la scelta cadde, in quel torno
di tempo, proprio sulla Grecia, evitando di ricorrere alla ancora
spesso preferita spiegazione “macchiettistica” o “clownistica” del-
la politica estera italiana, ovvero di decisioni prese da un Musso-
lini in preda a isterici scoppi di invidia per le vittorie di Hitler.
Nell’estate del 1940, l’idea di una guerra alla Jugoslavia fu tem-
poraneamente accantonata perché avrebbe sollevato una serie di
problemi politici, della cui soluzione non si aveva chiara nozione,
a cominciare dall’atteggiamento sempre ostile dell’alleato-concor-
rente tedesco e dalla gestione futura delle multiformi spoglie della
compagine statale jugoslava. Iniziò così, per Mussolini, a partire
dal quel momento, un periodo di “oscillazioni” e cambiamenti di
umore, tra la volontà di dare una spallata alla Jugoslavia e di farla
implodere, con la solita carta dell’appoggio alle spinte centrifughe
delle nazionalità in lotta con Belgrado, come i croati, i montene-
92 La resa dei conti

grini, gli albanesi del Kosovo o i bulgari della Macedonia, e l’idea


di riprendere una collaborazione con i serbi, consolidando, al con-
trario, lo status quo al fine di bloccare la spinta tedesca verso il Me-
diterraneo1.
R E
T O
L’insuccesso militare della campagna di Grecia, la necessità di
resistere sul fronte albanese e di rovesciare la drammatica situa-
'A U
zione militare obbligarono l’Italia a mettere da parte ogni velleità
L
bellica contro Belgrado e al contrario a rispolverare la politica

P ER
dell’accordo, seguendo, ancora una volta, le raccomandazioni che
pervennero da Berlino. Secondo la Wilhelmstrasse non vi poteva

PIA
essere alcun aiuto militare da parte tedesca contro la Grecia se non

CO si fosse prima assicurata la collaborazione della Jugoslavia2. Ed è


anche molto probabile che a indirizzare su questa strada i vertici
italiani fosse anche il desiderio di evitare complicazioni da parte
della Jugoslavia in Albania. Come pure s’è detto in precedenza,
era ormai noto a Roma che governo e stato maggiore jugoslavi,
con l’aiuto della Gran Bretagna, stavano mettendo in atto una
serie di iniziative per destabilizzare il nuovo regime di Tirana con
il concorso di esuli albanesi anti-italiani, remunerati e organizzati
dai servizi jugoslavi. Al maggio 1940 pare che le bande albanesi

1
Si rimanda per tutto ciò a MASSIMO BUCARELLI, Disgregazione iugoslava e
questione serba nella politica italiana, in FRANCESCO CACCAMO - LUCIANO MON-
ZALI, L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), Roma, Le Lettere, 2008,
pp. 18-27; nonché BUCARELLI, Mussolini e la Jugoslavia (1922-1939), cit. Sui
progetti imperialisti del fascismo, v. A.A. KALLIS, Fascist Ideology. Territory and
Expansionism in Italy and Germany, 1922-1945, Londra e New York, 2000, pp. 47
ss.; e il più recente studio di DAVIDE RODOGNO, Il nuovo ordine mediterraneo. Le
politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Torino, 2003,
pp. 69 ss. V. anche, BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941, cit., pp. 304-307, nonché
S. LOI, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), Roma, 1978,
pp. 32 ss.
2
V. ANDRÈ, La guerra in Europa, cit., pp. 664 ss.; DE FELICE, Mussolini
l’alleato, cit., pp. 290 ss.; STEFANO BIANCHINI - FRANCESCO PRIVITERA, 6 aprile
1941, Milano, Marzorati, 1993, pp. 44-46.
Il problema jugoslavo 93

irregolari al servizio di Belgrado ammontassero complessivamen-


te a circa 8.000 uomini3.
Queste notizie, suffragate da una massa di informazioni ritenu-
E
te sicure dal servizio di intelligence italiano, portavano alla conclu-
R
T O
sione che il governo di Belgrado potesse essere indotto, anche su
influenza britannica, ad approfittare dell’imprevista sfavorevole
'A U
piega presa dal conflitto con la Grecia per commettere qualche ge-
L
sto di forza. Agli inizi di novembre, il servizio d’intelligence un-

P ER
gherese segnalò a quello italiano addirittura che, sotto l’influenza
della forte agitazione anti-italiana, si parlava negli ambienti mili-
A
PItari serbi della possibilità di “irruzione” in Albania4. Era sicuro,

CO
tuttavia, che le autorità militari jugoslave, approfittando delle no-
tizie catastrofiche date da radio Londra sulle operazioni al fronte
greco, avevano tentato di organizzare bande armate tipo četnici tra
elementi albanesi del Kosovo, benché non fossero riuscite a realiz-
zare il loro piano per l’intervento di Ferhad Bey Draga5.
A partire dal novembre 1940, dunque, trovando interlocutori
interessati a Belgrado, cui premeva evitare uno scontro armato
con la macchina bellica tedesca e al contempo guadagnare qualche
posizione territoriale strategica significativa che permettesse di
sopravvivere in un futuro dominato dalle due potenze dell’Asse,
come il porto di Salonicco, sbocco al mare alternativo alle ormai
irrecuperabili coste albanesi settentrionali6, si snodarono due pa-

3
Jacomoni a ministero degli Esteri, 10 maggio 1940, telespr. 35938/4391, in
ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento truppe jugoslave. Leader degli esuli alba-
nesi a Belgrado risultava essere Qazim Kokoshi, stipendiato dal governo serbo
con 6.000 dinari al mese, mentre ai suoi fedeli andava una cifra compresa tra
600 e 1200 dinari al mese.
4
Talamo a ministero degli Esteri, 9 novembre 1940, telespr. 5318/239, in
ASMAE, SSAA, B. 81.
5
Mameli a Ciano, 30 dicembre 1940, telespr. 5777/2273, in ASMAE, SSAA, B.
60, f. Fuoriusciti albanesi in Jugoslavia. Incidenti di frontiera. Il documento fu
letto e sottolineato da Mussolini.
6
V. BUCARELLI, Disgregazione iugoslava e questione serba nella politica italiana,
94 La resa dei conti

ralleli ed indipendenti negoziati italo-jugoslavo e tedesco-jugosla-


vo, miranti a far divenire la Jugoslavia uno dei satelliti dell’Asse
attraverso l’adesione al patto Tripartito, stipulato da Germania,
E
Giappone e Italia, nel settembre precedente. Per invogliare tale
R
T O
adesione, il governo tedesco non ebbe difficoltà a dare tutte le ras-
sicurazioni richieste da Belgrado – che poi Hitler avrebbe rispet-
'A U
tato gli impegni presi, però, è tutt’altra questione –, sia circa lo
L
sbocco al mare a Salonicco, sia riguardo la stipulazione di un patto

P ER
di non aggressione, e a blandire il governo jugoslavo, ergendosi
addirittura a protettore della Jugoslavia contro le mire italiane7.

PIA Il negoziato intrecciato da Palazzo Chigi all’inizio del febbraio

CO 1941, invece, pur contenendo le stesse promesse per Belgrado –


sbocco sul mar Egeo a Salonicco e clausola di benevola neutralità -
si proponeva la conclusione di un’alleanza sulla base del patto
italo-jugoslavo del marzo 1937, con contemporanea risoluzione di
tutto il contenzioso tra i due paesi: “smilitarizzazione permanen-
te” della costa jugoslava e radicale scambio di popolazioni tra
l’Italia, la Jugoslavia e l’Albania, che avrebbe portato al trasfe-
rimento della minoranza albanese del Kosovo e di quelle slovene e
croate della Venezia Giulia8. L’idea di sostenere il disegno della
Grande Albania con l’annessione del Kosovo, dunque, sarebbe
stata sacrificata sull’altare dell’amicizia con la Serbia, a sua volta
strumentale per evitare il male peggiore, la discesa dei tedeschi
nei Balcani. Riuscire a stringere così fortemente i rapporti con Bel-

cit., p. 21.
7
Sui rapporti jugoslavo-tedeschi e il negoziato per l’adesione al tripartito,
v. FRANK C. LITTLEFIELD, Germany and Yugoslavia, 1933-1941, The German
Conquest of Yugoslavia, Boulder (CO), East European Monographs, 1988,
pp. 87-109.
8
Ciano a Mussolini, Bari, 8 febbraio 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 553. V.
BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941, cit., pp. 369 ss., e pp. 443-444. Appunto di Musso-
lini, 4 febbraio 1941; Ciano a Cosmelli, 5 febbraio 1941, in DDI, s. IX, vol. VI,
DD. 535 e 538; Memorandum di Weizsäcker, 5 febbraio 1941, in DGFP, s. D, vol.
XII, D. 15.
Il problema jugoslavo 95

grado avrebbe significato, secondo Mussolini, provocare il “col-


lasso morale e militare” della Grecia e, di conseguenza, rendere
inutile l’intervento tedesco in aiuto dell’Italia9. Insomma, non ci
E
sarebbe stata, per il momento, una Grande Albania, ma una Grecia
R
T O
sottomessa e una Jugoslavia così amica da poter impostare un rap-
porto privilegiato per riequilibrare il peso dei tedeschi nei Balcani
'A U
e tenerli lontani dal Mediterraneo10.
L
Tuttavia, l’idea tipicamente mussoliniana di utilizzare la diplo-

P ER
mazia per lenire od ovviare alla debolezza militare non ebbe nes-
suna realizzazione concreta. Accortosi della piega che stava pren-
A
PIdendo il negoziato italo-jugoslavo, come asse all’interno dell’Asse,

CO
e del significato che poteva acquisire nell’ambito dei rapporti con
l’alleato italiano, Hitler impose a Mussolini una battuta d’arresto,
con la scusa di attendere, prima di entrare nel vivo delle questioni,
i risultati del parallelo negoziato tra Berlino e Belgrado11.
Condotto sul filo della minaccia e con tutte le blandizie pos-
sibili, questo negoziato condusse, come arcinoto, all’adesione della
Jugoslavia al Tripartito il 25 marzo 1941. Vale la pena di notare
che l’Italia e la Germania, al momento della firma jugoslava, dette-
ro, con uno scambio di note, precise assicurazioni a Belgrado circa
lo sbocco al mare a Salonicco, il non coinvolgimento del paese in
guerra, escludendo la possibilità di passaggio delle truppe italo-
tedesche in territorio jugoslavo e, soprattutto, il rispetto della sua
integrità territoriale12. In tal modo, mentre la Jugoslavia diveniva

9
Appunto di Mussolini, 4 febbraio 1941, e Ciano a Cosmelli, 5 febbraio 1941, cit.;
BIANCHINI - PRIVITERA, 6 aprile 1941, cit., pp. 47-48.
10
V. H. JAMES BURGWYN, L’impero sull’Adriatico. Mussolini e la conquista
della Jugoslavia 1941-1943, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2006, p. 51.
11
Weizsäcker a Ribbentrop, 25 febbraio 1941; Rintelen a Weizsäcker, 27 febbraio
1941; Colloquio tra Hitler e Ciano alla presenza di Ribbentrop, Salisburgo, 2 marzo
1941, in DGFP, s. D, vol. XII, DD. 85, 97 e 117; Cosmelli a Ciano, 28 febbraio 1941;
Anfuso a Mussolini, 2 marzo 1941; Anfuso a Mameli, 3 marzo 1941, in DDI, s. IX,
vol. VI, DD. 655, 671 e 672.
12
Ribbentrop a Heeren, 7 marzo 1941; Heeren a Ribbentrop, Belgrado, 7 marzo
96 La resa dei conti

un satellite tedesco, essendo ormai tramontato il tentativo di un


patto speciale con Roma, si chiudeva la porta a ogni futura mira
revisionistica italiana a favore dell’Albania. Il successo tedesco
E
non poteva essere più grande, così come, per converso, l’insoddi-
R
sfazione italiana.
T O
Senonché, è ben noto, a Belgrado la politica di alleanza con le
'A U
potenze dell’Asse fu ribaltata, a soli due giorni dalla firma, da un
L
colpo di stato che comportò la destituzione del reggente Paolo e

P ER
del governo Cvetković, la proclamazione della maggiore età del
diciassettenne Pietro II, erede del re Alessandro, affinché potesse

PIA
assumere la corona, e la nomina di un nuovo esecutivo guidato

CO dal generale Dušan Simović. La reazione di Hitler e di Mussolini


fu la guerra: il 6 aprile truppe italiane e tedesche attaccarono il
paese, con la collaborazione degli altri due membri del Tripartito
interessati alle sue spoglie, l’Ungheria e la Bulgaria. Quest’ultima
era entrata nell’alleanza con l’Asse il 1° marzo dopo un rapido ne-
goziato con la sola Germania, durante il quale Berlino le aveva
promesso il recupero dei territori macedoni persi durante le guer-
re balcaniche e lo sbocco all’Egeo perso durante la prima guerra
mondiale13.
La collocazione della Jugoslavia nella sfera d’influenza dell’As-
se aveva provocato pesantissime reazioni in vasti settori della
politica e delle forze armate di Belgrado, che non condividevano
né l’abbandono della neutralità, né il tradimento dell’amicizia bri-
tannica e greca, né soprattutto avevano alcuna fiducia nelle pro-
messe di Hitler e Mussolini. Quale speranza avrebbe avuto di so-
pravvivere la compagine statale jugoslava in un mondo dominato
dalle potenze dell’Asse e dal risveglio potente dei nazionalismi in

1941; Schweimer a Mackensen, 8 marzo 1941, in DGFP, s. D, vol. XII, DD. 130, 131
e 138; Anfuso a Ciano, 8 marzo 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 696. V. anche
ANDRÈ, La guerra in Europa, cit., pp. 713-714; BRECCIA, Jugoslavia 1939-1941,
cit., pp. 565-569.
13
Magistrati a Ciano, 28 febbraio 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, DD. 648 e 649.
Il problema jugoslavo 97

Europa che la marcia militare italo-tedesca aveva loro impresso


ormai da due anni? Italia e Germania avrebbero rispettato l’inte-
grità territoriale della Jugoslavia o avrebbero, prima o poi, pre-
E
stato orecchio alle nazionalità che mal sopportavano il centralismo
R
T O
serbo, come i croati, i montenegrini, gli indipendentisti macedoni,
i bulgaro-macedoni, gli albanesi, gli ungheresi14? E, poi, l’esperien-
'A U
za aveva insegnato a fidarsi delle promesse di Hitler? Agli inizi di
L
gennaio, sia Mameli che Bonfatti avevano tratto da colloqui con

P ER
l’addetto militare e il rappresentante tedeschi a Belgrado la stessa
impressione: che l’atteggiamento tedesco verso la Jugoslavia si era
A
PIevoluto e che dall’iniziale convinzione di lasciarla così come era

CO
almeno fino alla fine del conflitto si era giunti alla conclusione che
anche la Jugoslavia, invece, doveva seguire la precisa volontà del-
l’Asse15. Insomma, c’era poco da dubitare sul destino futuro della
Jugoslavia. I timori largamente diffusi tra la popolazione e le sfere
dirigenti serbe di fare la fine della Romania se avessero riposto
fiducia nell’Asse erano del tutto giustificati, almeno nella misura
in cui, per converso, lo erano le alte aspettative di revisione territo-
riale che coltivavano croati, albanesi e macedoni16.

14
V. J.B. HOPTNER, Yugoslavia in Crisis, cit., pp. 250 ss.; BRECCIA, Jugoslavia
1939-1941, cit., pp. 550 ss.; G.F. VRBANIĆ, The Failure to Save the First Yugoslavia,
cit., pp. 115 ss.; J. PIRJEVEC, Il giorno di San Vito, cit., pp. 142-143.
15
Ministero degli Esteri a SSAA, 9 gennaio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 81; il
documento trasmetteva un telespresso di Mameli da Belgrado del 1 gennaio.
16
Era questo il senso di quanto Mameli riferì sull’atteggiamento dell’opi-
nione pubblica jugoslava e serba in particolare all’indomani del secondo
arbitrato di Vienna, con cui la Romania fu obbligata a cedere parte della
Transilvania all’Ungheria. V. Ministero degli Esteri a SSAA, 10 settembre 1940,
telespr. 23696, in ASMAE, SSAA, B. 32 f. Arbitrato di Vienna.
98 La resa dei conti

2. Bulgari, macedoni e albanesi alla vigilia


dell’attacco alla Jugoslavia

E
Da quando l’Italia aveva occupato l’Albania e di fatto era divenuta
R
T O
una potenza balcanica e, ancor più, dopo la sua entrata in guerra,
Roma era divenuta la meta di ogni sorta di appello alla “libe-

'A U
razione” dal giogo serbo. E non furono solo gli albanesi di Tirana
L
o quelli del Kosovo, come abbiamo visto finora, o i nazionalisti

P ER
croati da lungo tempo legati al regime fascista, ad auspicare
un’azione diplomatica o militare italiana o tedesca con il fine di

PIA
smembrare la Jugoslavia. Incessantemente, a partire dal 1939,

CO Palazzo Chigi era stato raggiunto da notizie in questo senso o


relative al riaccendersi delle tensioni interne tra le varie nazio-
nalità. La situazione interna jugoslava appariva, a giudicare dalle
fonti italiane, gravissima e già di per sé sull’orlo del tracollo. Da
ogni parte giungevano conferme dirette o indirette dello stato di
sfacelo in cui versava.
Il comando superiore delle Forze armate d’Albania, già nell’ot-
tobre 1939, informava i vertici italiani del caos, dei disordini, del-
l’indisciplina e delle diserzioni che inficiavano l’apparato militare
jugoslavo: insieme agli albanesi, ad attendere la “liberazione” vi
erano anche i montenegrini, molti soldati dei quali sembravano
intenzionati a non combattere e ad abbandonare le postazioni se le
truppe italiane avessero varcato il confine a partire dall’Albania17.
Il console a Ragusa (Dubrovnik), Nuccio, nel corso del 1940, non
aveva mai mancato di esprimersi a tinte foschissime non solo circa
il forte disagio e il profondo malessere che agitava la popolazione
nella sua circoscrizione, a causa delle scarse provvigioni governa-
tive, della disorganizzazione sociale, del costo della vita e delle
sfacciate speculazioni che alcuni potevano impunemente com-
piere, a tutto a beneficio di una rapida divulgazione del “verbo

17
Comando superiore delle Forze armate d’Albania. Ufficio I. Notizie d’oltre fron-
tiera del 9 ottobre 1939, in ASMAE, SSAA, B. 67.
Il problema jugoslavo 99

comunista”, ma anche sulla situazione nel vicino Montenegro,


dove la miseria per strada era visibile, moltissimi mancavano del
minimo necessario e le simpatie dei montenegrini cominciavano a
E
dirigersi verso la Germania18. Ancor prima dell’entrata in guerra
R
T O
dell’Italia, notizie confidenziali – che, va ricordato, erano tutte
lette e meditate da Mussolini – insistevano sulle difficoltà che in-
'A U
contravano le autorità di Belgrado nel riarmo del paese e presen-
L
tavano ugualmente la situazione interna jugoslava come “critica”:

P ER
gli albanesi resistevano alla leva ed erano pronti a sollevarsi per
ricongiungersi alla madre patria; i montenegrini puntavano a libe-
A
PIrarsi dall’oppressione serba e molti uomini si erano dati alla mac-

CO
chia per non prestare il servizio militare nell’esercito jugoslavo19.
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la disfatta della Francia e il
crollo, che si presumeva ormai prossimo, della resistenza britan-
nica, queste voci si infittirono fino a raffigurare la Jugoslavia come
un ribollente calderone sull’orlo di un’esplosione. Il generale Ago-
stinucci, comandante dei Carabinieri in Albania, comunicò al Ser-
vizio Informazioni Militare, poco prima dell’avanzata italiana in
Grecia, che gli veniva segnalato “da fonte sicura” un vivissimo
malcontento tra la popolazione e l’esercito jugoslavi, per i continui

18
Scammacca a Jacomoni, 14 maggio 1940, telespr. 71/14575/1143, in ASMAE,
SSAA, B. 31, f. Situazione politica interna jugoslava. Nuccio aveva inviato a
partire dal 1939 rapporti catastrofici sulla situazione interna jugoslava. Già
nell’estate del 1939, prima dello scoppio del conflitto mondiale, scrisse che
l’opinione pubblica era in attesa di una conflagrazione bellica ed era distratta
dai gravi problemi interni e dalla lotte nazionali. Riferiva, poi, che si diceva
che le autorità serbe avrebbero potuto fomentare una sommossa in Albania,
appoggiando i fuoriusciti albanesi. La cosa importante da notare, come si è
detto, è che i rapporti di Nuccio finivano spesso sul tavolo di Mussolini, che li
vistava e sottolineava. Nuccio a Mameli, 16 agosto 1939, telespr. circolare 2247/
336, ivi. Il documento reca il Visto dal «duce» e le sue tipiche sottolineature.
19
Jacomoni a ministero degli Esteri, 15 maggio 1940, telespr. 36634/4599, in
ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento jugoslavo. Il documento reca a margine la
“M” di Mussolini.
100 La resa dei conti

richiami di soldati e il costo della vita. Ammutinamenti tra i mili-


tari e frequenti ribellioni tra la popolazione spingevano le autorità
di Belgrado a distribuire aiuti ai più facinorosi per calmarne la
E
protesta. Nella zona di Ohrid, dove tra i 40.000 albanesi e i 15.000
R
T O
bulgari l’elemento serbo era in netta minoranza, il governo aveva
fatto affluire un migliaio di militi serbi a scopo intimidatorio. “Al-
'A U
l’infuori del limitato numero di serbi, – concludeva Agostinucci –
L
la quasi totalità della popolazione attende la nostra occupazione

P ER
ed esprime anche pubblicamente tali suoi sentimenti”20.
Il governo jugoslavo, inoltre, come misura ulteriore di sicurez-

PIA
za interna, a fine gennaio 1941 richiamò alle armi i macedoni e gli

CO albanesi sospetti di attività irredentista allo scopo di allontanarli


dalle terre d’origine e tenerli sotto controllo. Le zone interessate
da questo inatteso e odiato provvedimento erano il circondario di
Vales per i macedoni (circa 200), tutto il kosovese per gli albanesi;
a Peć furono richiamati anche i montenegrini. Dopo il momento di
sbandamento che albanesi e macedoni avevano attraversato, i pri-
mi a causa dell’andamento delle operazioni militari italiane contro
la Grecia e i secondi per il mancato intervento della Bulgaria, il ri-
chiamo alle armi produsse una nuova vivace scossa nell’opinione
pubblica. Macedoni e albanesi concordavano che la misura presa
da Belgrado era il segnale chiaro che la Jugoslavia sentisse avvici-
narsi, con la primavera, “l’ora della resa dei conti”21.
L’irredentismo bulgaro verso la Macedonia si risvegliò al pari
di quello albanese per il Kosovo e i due movimenti tentarono an-
che qualche collegamento. Si trattava della volontà di distruggere
la Jugoslavia dei due maggiori gruppi etnici che abitavano la
Macedonia jugoslava: insieme o anche presi singolarmente ciascu-
no dei due gruppi era in netta maggioranza sui serbi. Secondo il

Agostinucci al SIM, Ufficio Albania, Tirana, 23 ottobre 1940, prot. 4/330, in


20

ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento jugoslavo.


21
Venturini a Mameli, 30 gennaio 1941, telespr. 101/46, in ASMAE, SSAA,
B. 31, f. Movimento jugoslavo.
Il problema jugoslavo 101

censimento jugoslavo del 1931, nella Macedonia vivevano 642.000


macedoni (il 35,5% della popolazione), 455.000 albanesi (il 25%), e
solo 321.000 serbi (il 17,7%). Altri gruppi rappresentati erano i
E
macedoni di religione musulmana (212.000 individui, l’11,7%) e i
R
T O
turchi (128.000 persone, il 7%). Minori gruppi ammontavano in
totale a 50.000 individui. Quanto alla ripartizione religiosa, il
'A U
censimento contava 744.000 ortodossi, 706.000 musulmani, 18.000
L
cattolici, 6.000 ebrei, 900 protestanti e solo 700 greco-ortodossi22.

P ER
Anche per gli irredentisti macedoni, dunque, l’Italia potenza
“balcanica” dette l’avvio a una nuova campagna di iniziative per
A
PIscrollarsi di dosso il centralismo serbo. Come noto, periodici

CO
contatti tra il governo di Mussolini e gli irredentisti macedoni ve
ne erano sempre stati23, ma è evidente che la nuova posizione del-
l’Italia, le aspettative che essa suscitava e il ruolo primario che si
immaginava avrebbe assunto nei Balcani facilitarono la loro
ripresa. Nel gennaio 1940, due noti attivisti macedoni, il dottor
Filippo Athanassov e l’avvocato Dimiter Chalev, contattarono
l’addetto speciale per gli affari albanesi della legazione di Sofia,
Atlas Koçi, per offrire la loro collaborazione alla politica balcanica
dell’Italia. Proposero, nell’immediato, la fondazione di un perio-
dico in quattro lingue dal titolo Revue des Balkans, da pubblicarsi in
Svizzera o a Budapest, che avrebbe dovuto trattare dei problemi

22
Campbell to Halifax, 6 novembre 1940, con allegato rapporto del vice-
console a Skopje, Thomas, sulla situazione generale in Macedonia, in British
Documents on Foreign Affairs, Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and
South-Eastern Europe, July 1940-December 1941, D. 47, pp. 464-469.
23
Sui rapporti tra Italia e irredentismo macedone negli anni venti, v. GIAM-
PIERO CAROCCI, La politica estera dell’Italia fascista (1925-1928), Bari, Laterza,
1969, pp. 85-93; H. JAMES BURGWYN, Il revisionismo fascista. La sfida di Mussolini
alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio 1925-1933, Milano, Feltrinelli, 1973,
pp. 84-94; BUCARELLI, Mussolini e la Jugoslavia, cit. pp. 147-153; STEFAN TROEBST,
Mussolini, Makedonien und Die Mächte 1922-1930. Die “Innere Makedonische Re-
volutionäre Organization” in der Südosteuropapolitik des faschistischen Italien, Böhlau
Verlag, Köln-Wien, 1987, pp. 323-370.
102 La resa dei conti

balcanici in accordo con le direttive di Roma24, ma la richiesta non


fu accolta da Ciano25. Nell’agosto 1940, l’Istituto Scientifico Mace-
done di Sofia inviò al ministro degli Esteri italiano un opuscolo,
E
appena stampato da una tipografia di Sofia, dal titolo Breve esposto
R
T O
sulla questione macedone, per sostenere le ragioni storiche di diritto
ed etniche della rivendicazione della Macedonia e della sua unio-
'A U
ne alla Bulgaria e per lanciare attraverso Ciano un forte appello al
L
«duce» affinché sostenesse questa aspirazione nel quadro del nuo-

P ER
vo ordine europeo26. L’attacco italiano alla Grecia aveva poi ri-
scontrato molte simpatie a Sofia, proprio perché prometteva un

PIA
regolamento di conti con l’ellenismo che opprimeva i fratelli bul-

CO garo-macedoni. A metà novembre, l’ex primo ministro Alexander


Zankov aveva preso la parola in parlamento per rendere onore al
popolo italiano, affermando che i cuori bulgari si stringevano alla
vista dei fratelli di Castoria e Florina oppressi sotto il giogo greco,
e augurandosi che i problemi bulgari fossero risolti dall’Italia con
“giustizia romana”27.
Ma, al di là di questi appelli e della loro positiva o negativa
ricezione, rimaneva il fatto che l’effervescenza antiserba dei bulga-

24
Appunto del 13 febbraio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, Rapporti italo-
bulgari. Athanassov era nato a Kosturi, nella Macedonia greca, e faceva parte
del “movimento macedone federalista”; benché non comunista, nel 1924
aveva cercato di dare al movimento, per fini tattici, una svolta filo-moscovita.
Chalev, invece, era nativo di Skopje, della quale era stato anche sindaco.
25
Appunto per Ciano, 15 febbraio 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, Rapporti
italo-bulgari. L’appunto era una sintesi di quello del 13 febbraio. Sull’appunto
a mano vi è scritto “lasciar cadere. S. E. Ciano. 16-II”.
26
Il fascicolo era firmato da Nikola Stoyanov, presidente dell’Istituto ed ex
direttore generale del debito pubblico e ex segretario del Ministero delle fi-
nanze, nativo di Doiran, dai due vicepresidenti, Alexander Stanischev, nativo
di Kukusc, rettore dell’università San Kliment di Sofia, e D. Silianovsky, pro-
fessore dell’università di Sofia, originario di Krusciovo, e dagli altri 9 membri,
tutti intellettuali nativi della Macedonia.
27
Ministero degli Esteri a Berlino, 23 novembre 1940, t.p.c. 46217, in ASMAE,
SSAA, B. 31, Rapporti italo-bulgari.
Il problema jugoslavo 103

ro-macedoni si manifestava con segnali sempre più importanti e


sempre più incontrollabili da parte del governo centrale. L’ac-
cordo di Craiova, con cui la Romania fu obbligata a cedere la
E
Dobrugia meridionale alla Bulgaria, fu accolto con entusiasmo in
R
T O
Macedonia, come un successo della “madre Bulgaria”, che apriva
finalmente la strada alla soluzione del problema nazionale bulgaro
'A U
attraverso altre revisioni territoriali, con la Jugoslavia, con la
L
Grecia e con la Turchia. Domenica 6 settembre - riportò il console

P ER
Venturini - vigilia della firma del trattato di Craiova, mancavano
solo le bandiere bulgare a Skopje per dare l’aspetto di una città
A
PIcelebrante un grande avvenimento nazionale. Gli albanesi, a loro

CO
volta, si rallegravano pensando che tra breve sarebbe arrivata
anche la loro ora. I serbi, sempre più esasperati, lanciavano ana-
temi contro la Germania e l’Italia, esultavano alla Gran Bretagna e
criticavano la Russia, facendo propositi – “sinceri credo”, osservò
Venturini - di resistere a qualsiasi cessione28.
E che quest’effervescenza nazionale si potesse tramutare in
qualcosa di ben più concreto risultò anche al comando dei carabi-
nieri di Tirana che, nello stesso periodo, poteva asserire, sulla base
di riservate informazioni, che un’eventuale offensiva italiana ver-
so Prespa e Ohrid avrebbe trovato resistenza solo nelle comunità
serbe. L’elemento macedone si mostrava, invece, favorevole all’I-
talia, benché fosse evidente che i bulgari-macedoni, pur appro-
vando la politica di amicizia verso l’Italia mantenuta da Sofia, nel
caso di una revisione territoriale aspiravano a riunirsi alla madre-
patria29. Anche tra le truppe si manifestava malcontento. I mace-
doni richiamati alle armi davano forti segni di insofferenza e di
indisciplina nell’esercito iugoslavo30.

28
Venturini a Mameli, 9 settembre 1940, telespr. 1026/272, in ASMAE, SSAA,
B. 32.
29
Jacomoni a Ciano, 19 settembre 1940, telespr. 48975/6631, in ASMAE, SSAA,
B. 32. Il documento ha il visto di Ciano.
30
Rapporto di Venturini del 14 agosto 1940, allegato a MAE a Ministero della
104 La resa dei conti

In novembre, Venturini segnalava il congedamento di 1.000


richiamati macedoni a Skoplje e nuove diserzioni di macedoni dal-
l’esercito greco, sintomi di una ormai generale ostilità dei mace-
E
doni verso serbi e greci31. Poco prima dell’attacco italiano alla Gre-
R
T O
cia, si era appreso, tramite Atlas Koçi, che comitagi bulgari, inviati
dal gruppo macedone capeggiato dal generale Kosta Nikolov, da
'A U
Alexander Stanischev e Kiril Drangov, erano penetrati nella Mace-
L
donia greca per prendere accordi con i loro partigiani, in modo da

P ER
sollevare la popolazione macedone e chiedere poi l’unione alla
Bulgaria nel caso di un’azione italiana contro la Grecia; e che an-

PIA
che il Comitato Centrale Macedone, capeggiato da Ivan Mihailov,

CO aveva inviato uomini a Skopje per portare istruzioni ai propri


partigiani di agire per l’indipendenza della Macedonia32.
Del resto, che la Bulgaria avesse aspirazioni sulla Macedonia
era un fatto noto e nemmeno sottaciuto dalle autorità di Sofia33. In
ottobre, durante una cerimonia svoltasi all’università di Sofia, alla
presenza del re, in occasione del cinquantenario dell’Ateneo, dopo
il discorso del rettore aveva preso la parola il preside della facoltà
di medicina ed ex rettore, prof. Stanischev, tra i maggiori capi del
movimento macedone e presidente dell’associazione bulgaro-te-
desca, per rendere omaggio all’opera dell’Italia per il ritorno della
Dobrugia alla Bulgaria e augurarsi “che un giorno Italia (leggi

Guerra, 27 agosto 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Movimento truppe jugoslave.


31
Mameli a Ciano, 3 e 4 dicembre 1940, t.p.c. 48480/0300 e t.p.c. 38481/0301;
Scammacca a Jacomoni, 6 dicembre 1940, telespr. 71/22880/C, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Movimento macedone.
32
Magistrati a Ministero degli Esteri, 5 ottobre 1940, telespr. 4650/1733, con il
quale trasmetteva un appunto di Atlas Koçi.
33
Durante la preparazione dell’attacco alla Grecia, il console generale di
Bulgaria a Tirana, Ivan G. Slivenski, aveva fatto visita a Visconti Prasca e gli
aveva esplicitamente parlato del grande interesse bulgaro per Ohrid. Sorice a
ministero degli Esteri, 7 agosto 1940, 134909/41.3.68, con allegato Visconti Prasca a
Ministero della Guerra, 1 agosto 1940, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Aspirazioni
bulgare sulla zona dei laghi albanesi.
Il problema jugoslavo 105

Albania) e Bulgaria abbiano frontiere comuni”34.


D’altra parte, agli italiani risultava pure il coinvolgimento del
governo bulgaro in queste agitazioni irredentiste. L’irredentismo
E
macedone, in larga parte, era guidato da Sofia. In gennaio, si
R
T O
seppe con sicurezza che Pero Shamdanov, ex ufficiale bulgaro e
successore di Alexander Protogerov, leader dell’Organizzazione
'A U
Rivoluzionaria della Macedonia Interna, della corrente cosiddetta
L
protogherovista, favorevole all’annessione alla Bulgaria, era stato

P ER
convocato al ministero della Guerra e incaricato di creare bande
irregolari di macedoni atte a entrare in azione in territorio greco a
A
PIpartire da marzo, data in cui era prevista la calata dei tedeschi in

CO
Grecia35.

3. Albanesi e italiani alla guerra di Jugoslavia


Anche gli albanesi del Kosovo, come abbiamo visto, erano ormai
ingaggiati per la futura guerra contro la Jugoslavia. I finanzia-
menti che erano stati decisi da Roma a fine ottobre, dopo il deciso
appello alla liberazione compiuto da Ferhad Draga, cominciarono
a raggiungere i destinatari. A fine novembre, Mameli fece versare
a Ferhad Draga da un suo fiduciario 20.000 dinari (circa 8 mila
lire), a titolo di sovvenzione per il mese di settembre 1940, soldi
che, come al solito, Anfuso prelevò dal fondo riservato Albania
“A” e depositò sul conto corrente del diplomatico italiano presso
la Banca d’Italia36. Il resto degli stanziamenti giunse ai destinatari
con un po’ di ritardo, a partire dal 1° dicembre, stante le difficoltà

34
Buti a SSAA, 24 ottobre 1940, t.p.c. 33405, in ASMAE, SSAA, B. 31, Rap-
porti italo-bulgari.
35
Ministero degli Esteri a ministero della Guerra, 12 gennaio 1941, telespr.
34R/00375, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Movimento macedone.
36
Mameli a Ciano, 30 novembre 1940, telespr. 5159/2017, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Ferat Bey Draga; Appunto segreto di Anfuso del gennaio 1941, n. 00374, in
ASMAE, SSAA, B. 79, f. Kossovese.
106 La resa dei conti

organizzative nel recapitare segretamente i fondi e le lunghe as-


senze da Belgrado proprio di Ferhad Draga, il maggiore e più
importante beneficiario. L’ammontare, benché come si ricorderà
E
fosse stato decurtato rispetto alle iniziali richieste di Mameli e
R
T O
Shtylla, fu tuttavia sufficiente a raggiungere lo scopo principale,
“quello di dare alla minoranza albanese una fiduciosa sensazione
'A U
dell’interessamento dell’Italia fascista”. Mameli utilizzò per il
L
recapito dei fondi un suo fiduciario, Baldani, che avrebbe, di volta

P ER
in volta, personalmente contattato Draga, concordandone anche la
ripartizione tra le altre personalità kosovare, politiche e religiose, e

PIA
i gruppi studenteschi. Per soddisfare i molteplici “impegni di

CO assistenza” che incombevano su Ferhad Draga, inoltre, Mameli


contava di versargli anche i 25 mila dinari messi a sua disposi-
zione e i 15 mila messi a disposizione del consolato di Skopje. Dei
18 mila dinari di sussidi per i cattolici albanesi se ne occupò, in-
vece, direttamente Venturini, smistandoli attraverso i parroci37. Il
3 gennaio 1941, Anfuso accreditò sul conto corrente di Mameli la
seconda tranche di 217.000 lire relative ai finanziamenti per il tri-
mestre gennaio-marzo 194138. La sovvenzione “K”, dunque, aveva
cominciato a funzionare regolarmente in attesa degli sviluppi in-
ternazionali.
Consapevoli dello stato di agitazione degli albanesi e alla ricer-
ca di una politica delle nazionalità che potesse, seppure momenta-
neamente, contribuire alla stabilizzazione del paese, le autorità di
Belgrado continuarono a prendere una serie di iniziative volte a
mostrare la moderazione del governo verso l’etnia albanese, a
seminare discordia tra gli albanesi stessi e a supportare le attività
degli esuli albanesi e dei servizi britannici contro l’occupazione

Mameli a Scammacca, 26 novembre 1940, lettera 5109/1997; Mameli a Ciano,


37

26 novembre 1940, telespr. 5110/1998, entrambi in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sus-


sidi ad albanesi nel Kosovo.
38
Appunto Anfuso per Benini, 11 gennaio 1941, n. 00145, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Sussidi ad albanesi nel Kosovo.
Il problema jugoslavo 107

italiana dell’Albania. Risultava ai servizi italiani che agenti britan-


nici continuavano ad essere molto attivi in Kosovo, nel tentativo
di arruolare esuli albanesi nell’opera di propaganda anti-italiana.
E
In dicembre, furono stampati a Skopje migliaia di manifestini in
R
T O
cui si invitavano gli albanesi alla rivolta contro l’oppressore ita-
liano39. Mameli ne mostrò uno nel corso di un colloquio col mini-
'A U
stro aggiunto degli Esteri jugoslavo come prova della malafede di
L
Belgrado, ottenendo assicurazioni del contrario e la promessa che

P ER
gli esuli albanesi concentrati a Skopje, di cui i servizi britannici si
erano valsi, sarebbero stati trasferiti in altra zona40.
A
PI Quanto al rilancio di una nuova e più attenta politica delle na-

CO
zionalità, grande risalto ebbe sulla stampa jugoslava di novembre
la convocazione da parte del primo ministro Cvektović di una
delegazione di ex deputati albanesi alla Skupština, tra cui Sherif
Voça, con i quali si erano toccati i principali punti di attrito tra il
governo e la minoranza schipetara. Nel colloquio, si discussero,
tra l’altro, due questioni particolarmente delicate: il provvedimen-
to di commissariamento della Comunità islamica di Skopje che,
come si ricorderà, era stato preso nel maggio del 1940, provocando
il risentimento e le proteste da parte di Ferhad Draga, e le ingiuste
procedure attuative della riforma agraria. La stampa riportò che,
sul primo punto, i delegati si dichiararono d’accordo al manteni-
mento del commissariamento, mentre sul secondo si appellarono
al primo ministro affinché si tenessero in giusta considerazione le
legittime aspettative dei proprietari albanesi. E la propaganda
serba ebbe facile occasione per rimarcare come, a chiusura dell’in-
contro, la delegazione albanese esprimesse platealmente il proprio
compiacimento per le misure prese dal governo a favore della
Comunità musulmana e per le assicurazioni ricevute dal primo

39
Mameli a Ciano, 10 dicembre 1940, telespr. 5467/2129, in ASMAE, SSAA, B.
79, f. Kossovese.
40
Buti a SSAA, 31 gennaio 1941, telespr. 12/02296, in ASMAE, SSAA, B. 79,
f. Kossovese.
108 La resa dei conti

ministro41.
Pronto a controbattere quella che riteneva semplicemente una
subdola mossa propagandistica fu proprio Ferhad Draga, che il 18
E
novembre indirizzò una lettera di vibrata protesta al vicepresiden-
R
T O
te del consiglio, il croato Vladko Maček. Draga non solo rimarcava
le sofferenze e le vessazioni che la sua gente continuava a patire
'A U
ad opera di Belgrado, ma svelava anche i retroscena della visita
L
della delegazione albanese dal presidente del consiglio jugoslavo,

P ER
fornendone una sua propria versione. Spiegava, infatti, che la de-
legazione musulmana recatasi da Cvetković era stata prezzolata

PIA
ed ingannata dal governo centrale e che, tra l’altro, i più ignoranti

CO dei membri erano convinti di essere andati a Belgrado proprio per


perorare la causa dell’autonomia della Comunità musulmana di
Skopje. E ribadiva che quando, il 17 maggio 1940, il ministro della
Giustizia aveva sospeso lo statuto della Comunità religiosa musul-
mana di Skopje e l’aveva commissariata, la popolazione musulma-
na aveva interpretato tale atto come “un colpo incomprensibile
contro i diritti elementari dei musulmani delle regioni meridio-
nali”.
La soppressione dell’autonomia della Comunità era stata per-
cepita, infatti, come un attacco al massimo bene morale degli al-
banesi del Kosovo, attacco che si aggiungeva alla “brigantesca
rapina” compiuta a loro danno sotto le sembianze della riforma
agraria. L’esponente politico albanese ricordava, inoltre, di aver
presentato un documentato ricorso al Consiglio di stato contro la
soppressione dell’autonomia e il commissariamento, affermando
di non dubitare che il giudizio del tribunale avrebbe riconosciuto
le sue ragioni. E concludeva la sua missiva al cattolico Maček,
citando Agostino, e con il chiedersi retoricamente come si potesse
pretendere che gli albanesi difendessero il loro stato dal pericolo

41
Si veda l’articolo Una delegazione musulmana dal presidente del consiglio sig.
Draghisa Cvetkovic, nella rivista Politika, Belgrado, 13 novembre 1940.
Il problema jugoslavo 109

esterno se il loro stesso stato non ne difendeva gli interessi mate-


riali e spirituali42.
Al di là della testimonianza di Ferhad Draga, che gli interessi
E
della comunità albanese fossero pesantemente a rischio se ne
R
T O
continuava ad avere notizia, nonostante gli sforzi governativi di
ricercare una nuova politica delle nazionalità e di propagandarla
'A U
al meglio. Ancora nel febbraio 1941, informazioni confidenziali
L
sostenevano che si era ripetuta per la terza volta una sistematica

P ER
estradizione di cittadini di etnia albanese alla volta della Turchia.
Un certo numero di essi, tra cui lo stesso capo della colonia alba-
A
PInese di Skopje, aveva dovuto abbandonare tutti i propri averi e

CO
rifugiarsi in Albania. I passi fatti dal consolato italiano per impe-
dirla erano stati inutili, con la conseguenza di produrre una gran-
de delusione degli albanesi circa la protezione loro offerta dall’Ita-
lia. Si rischiava, in tal modo, di vanificare tutta l’azione dispiegata
dall’Italia e dallo stesso Venturini in Kosovo43.
Esasperazione per le condizioni della comunità albanese che
non miglioravano, sentore che la “resa dei conti” con la Jugoslavia
era prossima e, non esclusa, la volontà di rafforzare la propria
posizione personale contro eventuali rivali interni, spinsero agli
inizi di marzo Ferhad Draga a chiedere al fiduciario italiano se
fosse possibile ricevere armi e munizioni dall’Italia per i suoi fede-
li, “per essere pronto a partecipare ad ogni evenienza che si pre-
sentasse favorevole per realizzare il disegno di unirsi agli albanesi
dell’oltre confine”44. Lungaggini burocratiche fecero sì che la
richiesta pervenisse al capo del Servizio Informazioni Militare,

42
Mameli a Ciano, 3 dicembre 1940, telespr. 5305/2057, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Kossovese, con allegata lettera di Ferhad Draga a Vlatko Macek, 18 no-
vembre 1940.
43
Vidau a Venturini, 5 aprile 1941, telespr. 34/R/3772, in ASMAE, SSAA,
B. 78, f. Minoranze.
44
Bonfatti (addetto militare a Belgrado) al Gabinetto del ministero della Guerra,
8 marzo 1941, n. 682 in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
110 La resa dei conti

Cesare Amé, solo il 21 marzo e da questi a Benini solo il 3 aprile


nell’imminenza dell’attacco alla Jugoslavia45. Benini rispose che
l’offerta andava considerata in relazione agli sviluppi in corso, ma
E
che, in caso di complicazioni belliche, si era consenzienti a ogni
R
T O
azione militare per danneggiare il nemico. Su Ferhad Draga, co-
munque, dette le assicurazioni desiderate: era il capo riconosciuto
'A U
della minoranza albanese del Kosovo “e ha mantenuto e mantiene
L
nei riguardi dell’Italia contegno nettamente favorevole”46.

P ER
Ferhad Draga e seguaci non ebbero, tuttavia, il tempo di essere
armati dall’Italia (il che evidentemente non significava che non

PIA
possedessero armi e che non le usassero nel corso delle ostilità)

CO prima dello scoppio della guerra contro la Jugoslavia. I servizi


britannici da parte loro tentarono di agitare le acque in Albania
proprio allo scoppio del conflitto. Con la complicità di Belgrado, i
servizi d’oltremanica organizzarono, sotto il comando del tenente
colonnello Dayrell Oakley-Hill, ex istruttore della gendarmeria di
Zog, una banda albanese di circa 300 uomini, che dal Kosovo
penetrò in Albania nel maldestro tentativo di sollevare gli albanesi
contro la presenza italiana. Era una idea che, evidentemente, si
basava sulla errata convinzione che si potesse facilmente accende-
re la miccia di una vasta resistenza. In realtà, l’impresa organiz-
zata dall’intelligence britannica si risolse in un completo fiasco. La
banda fu sgominata. Oakley-Hill fu catturato dai tedeschi, mentre
dei suoi collaboratori albanesi, i fratelli Kryeziu furono presi dagli

45
Cesare Amè (capo del servizio SIM) a ministero degli Esteri, 21 marzo 1941,
n. C/9229, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
46
Benini a Ministero della Guerra, 4 aprile 1941, telespr. 71/03597, in ASMAE,
SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga. A causa dello scoppio delle ostilità con la
Jugoslavia, il Ministero bloccò l’invio dei finanziamenti per gli albanesi del
Kosovo relativi al secondo trimestre del 1941, non apparendo sicuro il trasfe-
rimento di fondi a Belgrado. Appunto Scammacca per il Gabinetto del Ministro,
8 aprile 1941, n. 71/03756/1657, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Sussidi ad albanesi
nel Kosovo.
Il problema jugoslavo 111

italiani, che li inviarono in campi di concentramento in Italia,


Mustafa Gjinishi dovette trovare rifugio nel sud, presso i comu-
nisti di Korça, mentre Abaz Kupi, che riuscì a fuggire, procedette
E
alla riorganizzazione di una forza di resistenza armata perma-
R
nente in Albania47.
T O
Con l’attacco alla Jugoslavia, anche gli italiani si valsero, e con
'A U
più successo, del contributo militare di forze albanesi48. Entrarono
L
in azione le bande di cui, a fine novembre, il comando superiore

P ER
delle Forze Armate d’Albania aveva predisposto la costituzione
nelle regioni del Mahti, della Mirdizia, di Piscopeja e di Cerevode,
A
PIcon il compito di badare alla sicurezza della popolazione nelle

CO
zone in cui non operavano le truppe regolari e di praticare la
controguerriglia. A partire dal 6 aprile, come ispettore generale
delle bande armate fu nominato il ministro Bottai, che insieme ad
altri gerarchi fascisti era stato spronato da Mussolini a partecipare
direttamente alle operazioni militari come gesto simbolico nei
confronti dell’opinione pubblica italiana49.
Bottai assunse il grado di tenente colonnello e lavorò al com-
pletamento della loro organizzazione a stretto contatto con Koliqi
e con il tenente colonnello dei carabinieri, Andrea De Leo, militare
che aveva svolto delicati incarichi in Albania e che riscuoteva un
alto grado di consenso e di simpatia tra la popolazione albanese.
Di tutti i suoi collaboratori Bottai dette giudizi superlativi. Del
podestà di Scutari, Kakarriqi, elogiò la totale abnegazione alla
causa, di Koliqi scrisse che “La sua parola valse a superare diffe-
renze di condizioni sociali e di religione”. “Al fervore dei cattolici,

47
V. OWEN PEARSON, Albania in Occupation and War. From Fascism to Com-
munism 1940-1945, New York, The Centre for Albanian Studies, I.B. Tauris,
2005, pp. 137-141; FISCHER, Albania at War, cit., pp. 110-111.
48
Sui problemi relativi al contributo militare albanese alla guerra, v. PIERO
CROCIANI, Gli albanesi nelle forze armate italiane (1939-1943), Roma, Stato
Maggiore dell’Esercito, 2001.
49
V. CIANO, Diario, alla data dell’8 e del 17 gennaio 1941.
112 La resa dei conti

– scrisse ancora il ministro – ravvivato dalla partecipe opera del-


l’Arcivescovo, s’accompagnò ben presto quello dei musulmani,
guidati dal Gran Mufti e dal ministro di Stato Sulço Bushati”.
E
L’impiego in battaglia dei militi albanesi iniziò il 9 aprile e si
R
T O
concluse una decina di giorni più tardi con la cessazione delle osti-
lità contro la Jugoslavia. Di questa esperienza “albanese”, Bottai
'A U
ha lasciato due vivide ed interessanti relazioni che inviò a Ciano al
L
termine delle operazioni, con l’obiettivo di sottoporre alle autorità

P ER
militari e politiche italiane alcune considerazioni d’ordine gene-
rale, che vale la pena di registrare. Bottai raccontava che il 9 aprile

PIA
la situazione a Scutari appariva molto fosca poiché si temeva

CO l’arrivo di bande irregolari o di reparti dell’esercito jugoslavi e si


pensava addirittura a un’evacuazione della città. Gli abitanti della
regione si erano rivolti più volte alle autorità locali per avere le
armi, ma non le avevano ottenute, “il che aveva determinato pro-
fonda mortificazione in tutti quei elementi a noi fedeli, che nella
lotta imminente vedevano finalmente il motivo di una diretta
partecipazione spirituale e morale alla guerra condotta dall’Italia”.
Insomma, scrisse il ministro del suo operato, si trattò di dare la
sensazione che l’associazione italo-albanese “si ravvivava in una
guerra comune per idealità e scopi”.
Bottai chiamò a raccolta i vari capi delle vallate e delle regioni.
All’appello si rispose inizialmente con esitazione perché il provve-
dimento si giudicava tardivo e ci si lamentava di questo. Man
mano, tuttavia, i cuori si persuasero e cominciarono ad affluire i
volontari cattolici e musulmani, si organizzarono le prime bande
con l’aiuto dell’Eccellenza Pafundi, fino a raggiungere un numero
complessivo di circa 3.500 uomini armati50.

Al comando delle bande c’erano: nello scutarino Kol Bibe Mirakaj, vice
50

segretario del partito, con 400 armati, parte dei quali sotto la guida di Pashuk
Biba; nella regione dei Dukagini il seniore Ndoc Gjeloshi con 100 armati; Kol
Ndoci, bayraktar di Shala, e Lulash Gjeloshi bayraktar di Shoshi, guidavano
350 uomini; nella zona di Postriba Sulço Bey Bushati, Ministro di Stato, aveva
Il problema jugoslavo 113

Quasi come forma di reazione a quanto si era detto e scritto in


Italia circa le scarse attitudini militari degli albanesi, nei momenti
di crisi più acuti durante la campagna di Grecia, – ed era una rea-
E
zione, si badi, diretta contro spezzoni importanti del partito fa-
R
T O
scista e la sua stessa direzione – il ministro si dilungava nell’esal-
tazione del comportamento bellico, dell’eroismo e del coraggio
'A U
manifestati in battaglia dai combattenti delle bande. La costituzio-
L
ne delle bande, scrisse Bottai, “tardiva, improvvisata ed affretta-

P ER
ta”, era stata comunque una dottrina “significativa”, “saggiamente
ispirata a uno sfruttamento dei valori e delle attitudini del com-
A
PIbattente albanese, strettamente legato alle ragioni e alle tradizioni

CO
della sua terra, intesa e sentita come stanza della sua famiglia e dei
suoi beni materiali e morali”.
Si entrava così nel punto centrale e, dal nostro punto di vista,
più importante delle relazioni di Bottai: “Forse, mi sia consentito
di uscire per un attimo solo dall’oggetto di questa relazione, il
segreto d’una durevole collaborazione italo-albanese risiede tutto
nella nostra capacità d’intendere e d’interpretare codeste forze ge-
nuine e semplici, avviandole senza snaturarle a un senso più vivo
e attuale della funzione del nuovo Stato albanese nel quadro del-
l’Impero di Roma”. Bottai denunciava l’ostilità d’ordine psicolo-
gico che da parte italiana aveva accompagnato l’organizzazione
delle bande, ostilità dovuta alla totale incomprensione dello spi-
rito con cui esse erano state costituite, ovvero far diventare “la

raccolto bande di fedeli con circa 130 armati; Prek Gjet Marku guidava
50 uomini; nell’Hoti operava Gjon Luli con 25 uomini; Nik Gjeloshi comanda-
va 30 armati nella zona di Castrati; una trentina ne aveva anche Vat Marashi a
Shkreli; a Boga Tot Gjeri con 20 uomini; a Vermoshi Preng Gali con 30; Marka
Gjoni comandava 1000 armati nella Mirdizia; il ten. col. Borshi con 15 militi
lungo la Bojana. Nel kosovano c’erano Halit Osmani e Lufti Spahija con 100
armati ciascuno; pattugliava il Dibrano Selim Gijtani Kaloshi con 500 armati;
Halil Alija ne guidava 480 a Debar; Beqir Valteri con 100 nel Mahti, a Bureli;
nel durazzese il senatore Kruja con 150 nella zona di Kruja.
114 La resa dei conti

nostra guerra” “una guerra comune”, “gettando i germi di una


solidarietà, che potrà dare domani, nell’opera di ricostruzione
politica, i migliori frutti, se abilmente interpretata da accorti
E
dirigenti e amministratori”. E dopo aver esaltato nuovamente
R
T O
l’entusiasmo che aveva via via contrassegnato da parte albanese
l’organizzazione delle bande, concludeva: “questo volontarismo
'A U
di Bande poggia su tradizioni storiche troppo salde e nobili,
L
perché la politica imperiale del fascismo, romanamente asso-

P ER
ciatrice di classi e di popoli, possa senza danno ignorarlo”. Dalle
bande si deve partire se si vuole dare al popolo albanese una fun-

PIA
zione nel complesso delle forze armate dell’impero. “Noi abbiamo

CO il dovere di comprendere per essere compresi, e renderci conto,


che l’incomprensione immotivata può essere fonte dei più gravi
equivoci e disappunti”51. Non c’è dubbio che anche Bottai andava
annoverato tra quelli che dell’Albania, e certo dell’Impero, aveva-
no ben altra concezione che quella di una semplice occupazione
militare o di un’annessione politica.

51
Jacomoni a Ciano, 27 aprile 1941, telespr. 5790/1885, con allegate Relazioni
di Bottai al comandante superiore delle Forze Armate d’Albania e al Luogotenente del
Re, da Tirana, 14 aprile 1941 e da Scutari 16 aprile 1941; Le relazioni furono
pubblicate in Storia Illustrata f. del novembre 1980. Vedi anche, per il periodo
considerato, GIUSEPPE BOTTAI, Diario 1935-1944, Milano, Rizzoli, 1989, a cura
di GIORDANO BRUNO GUERRI.
R E
O IV
TVittoria mutilata
'A U
L
P ER
A
PI1. La nascita della Grande Albania e la divisione

CO
del Kosovo
La guerra alla Jugoslavia e la velocità delle operazioni militari
posero con urgenza proprio il problema della difesa degli interessi
italiani e albanesi sull’altra sponda dell’Adriatico1. Già con l’attac-
co tedesco alla Grecia e la sua rapida disfatta Roma aveva ribadito
i suoi desiderata riguardo ai territori greci. Alla fine di marzo era
stato proprio Mussolini a ipotizzare che la Grecia fosse occupata e
divisa in due zone d’influenza, richiedendo che all’Italia fossero
attribuite le isole ioniche, Corfù, Zante, Cefalonia, ecc., per ragioni
strategiche, e che all’Albania fosse ceduta tutta la Ciamuria fino a
Prevesa per motivazioni etniche2. A pochi giorni dall’inizio delle
ostilità contro Belgrado, a Palazzo Chigi si cominciarono ad
approntare, in via preliminare, una serie di più specifici studi circa
la sistemazione confinaria futura della penisola balcanica sia da
parte del sottosegretariato per gli affari albanesi, che degli altri
organi del ministero degli Esteri. Si era consapevoli, tuttavia, che
molto sarebbe dipeso dall’andamento delle operazioni militari e

1
Sulle operazioni militari italiane contro la Jugoslavia, v. LOI, Le operazioni
delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), cit., pp. 60 ss.
2
Alfieri a Mussolini, 22 marzo 1941; Mussolini a Alfieri, 23 marzo 1941, in
DDI, s. IX, vol. VI, DD. 761 e 766.
116 La resa dei conti

dalla reale estensione dell’occupazione da parte delle truppe


italiane rispetto a quelle tedesche. Un primo sommario appunto
dell’11 aprile, infatti, sosteneva l’opportunità di assicurare al
E
controllo italiano, pur nel quadro della collaborazione con l’alleato
R
T O
tedesco, sia la “zona costiera adriatica da Fiume alla frontiera alba-
nese inclusa tutta la Dalmazia”, sia il “territorio del Montenegro,
'A U
del kossovese e di una zona a Est dell’attuale confine dell’Albania
L
fino al fiume Vardar”3.

P ER
Anche per quanto riguardava i territori abitati da albanesi, in
un altro appunto preparato dal sottosegretariato e interamente de-

PIA
dicato all’Albania, si insisteva su un programma massimo di occu-

CO pazioni militari al fine di poter poi addivenire a una trattativa ter-


ritoriale da posizioni di forza. Si precisava, quindi, l’opportunità
di occupare non solo tutte le regioni del kosovese abitate da albane-
si e che presumibilmente sarebbero state assegnate all’Albania (con
Gjakova, Prizren, Ipek, Pristina, Mitrovica); ma anche la regione a
oriente del confine albanese fino al Vardar e compresa la cittadina
di Ohrid sul lago omonimo. Di quest’ultima si riconoscevano i le-
gami storici e religiosi con la Bulgaria, ma si ricordavano anche le
rivendicazioni albanesi. Ohrid era patrimonio antico delle genti il-
liriche e importante centro civile e commerciale sulla via Egnazia.
Soprattutto si faceva presente che il possesso completo dei laghi
(compresa la parte appartenente alla Grecia) era di vitale impor-
tanza per l’economia albanese, dato che, come si era già osservato,
il più grande fiume albanese, il Drin Nero, sboccava proprio nel
lago di Ohrid. Si auspicava, quindi, che Ohrid fosse attribuita al-
l’Albania e che si trovassero altre compensazioni per la Bulgaria4.
Il sottosegretariato riesaminò, inoltre, un’idea, già in preceden-
za ipotizzata dai militari italiani, di creare una frontiera comune
tra Albania e Romania, un’idea però realizzabile solo si fossero

AEM, Appunto, Roma, 11 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commis-


3

sione albanese per la delimitazione dei confini.


4
Appunto del SSAA, 13 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 31.
Vittoria mutilata 117

soddisfatte le aspirazioni massime della Bulgaria, dell’Albania e


della Romania. In tal caso, infatti, tra Albania e Romania si sareb-
be creato un corridoio serbo di un’ampiezza variante da 50 a 100
E
km, che sarebbe stato facilmente divisibile assegnando una parte
R
T O
alla Bulgaria e creando un contatto territoriale tra il nuovo stato
albanese e quello romeno. La popolazione serba poteva essere tra-
'A U
sferita e il corridoio poteva essere ripopolato con macedo-romeni.
L
Questa soluzione, a giudizio del sottosegretariato, presentava l’in-

P ER
dubbio vantaggio di separare la Serbia dalla Bulgaria, interpo-
nendo nella massa della popolazione slava un corridoio albano-
A
PIromeno, di paesi ed etnie, dunque, sicuramente fedeli all’Italia5.

CO
Con il far ciò, si sarebbe andati incontro anche ad una pres-
sante richiesta che era venuta più volte da Bucarest, dove il ge-
nerale Antonescu e il suo ministro degli esteri, Mihail Antonescu,
insistevano affinché l’Italia si interessasse alla sorte dei macedo-
romeni, considerati dalla propaganda romena dell’epoca i “rap-
presentanti della superstite romanità dei Balcani fuori della Roma-
nia”. Il governo di Bucarest, inoltre, di fronte all’ingrandimento
dell’Ungheria e a quello previsto della Bulgaria, avrebbe visto con
estremo favore l’annessione all’Albania di maggiori territori a est,
che avrebbe offerto un appoggio territoriale e uno sbocco verso
l’Adriatico al piccolo stato romeno6.
Tuttavia, l’idea di un’Albania con i confini al Danubio, pur se
attraente dal punto di vista imperiale, risultava improponibile do-
po il fallimento della guerra di Grecia e in quella delicata fase dei

5
Appunto senza data, ma precedente a Vienna, in ASMAE, AP, Jugoslavia,
B. 106, f. “Rivendicazioni degli stati successori della Jugoslavia”.
6
Ghigi a Ministero degli Esteri, 20 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 945.
Antonescu fu a Roma alla metà di novembre 1940. Non si dispone dei verbali
dei suoi colloqui con i vertici italiani, ma v. CIANO, Diario, alla data in questio-
ne, nonché DDI, s. IX, vol. VI, D. 72 nota 2; sui rapporti italo-romeni più in
generale, GIULIANO CAROLI, Rapporti militari fra Italia e Romania dal 1918 al
1945, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 2000.
118 La resa dei conti

rapporti italo-tedeschi. Man mano che passavano i giorni, il sotto-


segretariato elaborò con sempre maggiore precisione le rivendi-
cazioni albanesi verso la Jugoslavia, concentrandosi, quindi, sulla
E
creazione di una Grande Albania a partire dal dato etnico. Erano i
R
T O
confini di questa Albania che ci si disponeva a proporre e difende-
re con gli alleati tedesco e bulgaro. Il 14 aprile, Scammacca riprese
'A U
espressamente proprio le questioni abbozzate nell’appunto dell’11
L
aprile per fornire le precisazioni del caso. L’appunto schematiz-
ER
zava così le aspirazioni albanesi:
P
PIA «a) il kossovese, ossia quel territorio compreso “grosso mo-

CO do” fra l’alto corso dell’Ibar, la catena del Kopaonik (q. 2017),
Kursumilija, i monti della Crnagora, lo sbocco sud della
stretta di Kaçanik, lo Zar Planina e la frontiera Nord Est
albanese. Questo quadrilatero contiene la massa più impor-
tante e compatta degli albanesi in territorio jugoslavo (circa
500.000). Molti altri nuclei albanesi sono stabiliti però anche
nei territori limitrofi e ad est della Jurna Morava, frammisti
alla massa serbo-bulgara»;
«b) Una zona della Macedonia che, partendo dalla re-
gione del Kossovo sopra descritta, discende in una fascia
adiacente alla frontiera dell’attuale Albania fino alla regio-
ne dei Laghi di Ocrida e Presba. In questa zona vivono due-
centomila albanesi frammisti in proporzioni variabili con
popolazioni bulgaro-macedoni»;
«c) Una fascia del Montenegro, popolata più o meno
densamente di albanesi, che corre parallelamente al confine
attuale da Spizza-Virpazar a Novi Pazar, includendo nel-
l’Albania tutto il Lago di Scutari, e lasciando al Montenegro
Podgoriza e Andrijevica. Proseguendo a Nord Est (verso
Novi Pazar) la massa albanese è preponderante a sud del-
l’Alto Ibar ricongiungendosi con la zona del Kossovo anzi
descritta. Si può calcolare a circa 200.000 anime la popola-
zione albanese di questa zona».

Naturalmente, Scammacca non negava che vi fossero sia in Koso-


Vittoria mutilata 119

vo che in Macedonia nuclei serbi, ma sposava interamente il punto


di vista albanese, affermando che di essi non si doveva tenere con-
to essendo il frutto di recente immigrazione e della politica di sna-
E
zionalizzazione compiuta da Belgrado negli ultimi venticinque
R
T O
anni. Il problema etnico del Kosovo e della Macedonia, dunque,
riguardava solo albanesi e bulgaro-macedoni. Ma, anche con que-
'A U
sta semplificazione, la questione rimaneva spinosa: “fatta eccezio-
L
ne per il nucleo centrale del Kossovo, che è interamente albanese,

P ER
– scriveva il diplomatico italiano – una delimitazione etnica e terri-
toriale precisa fra albanesi e bulgaro-macedoni è assai difficile, per
A
PInon dire impossibile, specie nella zona periferica del kossovese

CO
(soprattutto intorno a Skopje) e, ancora maggiormente, nella Ma-
cedonia meridionale e nella zona dei Laghi (Ocrida)”.
Scammacca non forniva risposte concrete ai problemi posti,
spiegando che la soluzione più equa si poteva raggiungere con
transazioni e compromessi e con sacrifici reciproci, con adozioni
di speciali regimi e con scambi di popolazione, ove possibile. Tut-
tavia, nel procedere alla delimitazione del confine era opportuno
considerare alcuni fattori politici, quali la necessità di non scon-
tentare l’elemento bulgaro-macedone per assicurarsi l’amicizia e la
collaborazione della Bulgaria nei Balcani; l’opportunità di non
includere dentro i nuovi confini dell’Albania forti nuclei bulgari-
macedoni che avrebbero acceso dinamiche irredentistiche (Skopje,
a suo parere, doveva andare senz’altro ai bulgari-macedoni); la
convenienza di dare un’equa soddisfazione all’Albania che aveva
affidato la tutela dei suoi interessi all’Italia; e, infine, le ragioni di
ordine militare ed economico, l’esistenza di miniere e di bacini
lacustri o di vie di comunicazione, le ragioni storiche che per
talune zone consigliavano l’annessione all’Albania anche se l’ele-
mento etnico non era predominante rispetto a quello bulgaro-
macedone, come nel caso dei laghi macedoni7.

7
Appunto di Scammacca del 14 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Com-
120 La resa dei conti

Il 16 aprile, il governo jugoslavo chiese l’armistizio, che, come


noto, venne firmato per l’Italia la sera del 17 aprile a Belgrado dal-
l’addetto militare italiano, il colonnello Bonfatti. Proprio dopo il
E
crollo jugoslavo, Scammacca predispose un definitivo appunto
R
T O
sulle aspirazioni albanesi, appunto che rappresenta lo sforzo mag-
giore compiuto dal sottosegretariato di immaginare “un confine
'A U
soddisfacente della più Grande Albania” e che, insieme a due inte-
L
ressanti allegati, finì direttamente nelle mani di Luca Pietromar-

P ER
chi. Quest’ultimo, capo del Gabinetto Armistizio-Pace e uomo di
fiducia di Ciano, si stava freneticamente interessando, proprio in

PIA
quei giorni, di formulare un piano di riassetto generale dello spa-

CO zio jugoslavo confacente agli interessi italiani8.


Il punto di partenza di Scammacca era sempre la consapevo-
lezza dell’estrema difficoltà di tracciare un confine netto in regioni
in cui le popolazioni erano frammiste; di conseguenza, al di là del
Kosovo propriamente detto, le aspirazioni albanesi cozzavano, e
avrebbero cozzato, a est e a sud con quelle dei bulgaro-macedoni e
dei greci, e a nord con quelle slave serbo-montenegrine. Tuttavia,
secondo il funzionario italiano, circa il futuro confine con la Grecia
si poteva addirittura pensare a un’annessione di tutto il golfo di
Arta, che con opportuni lavori sarebbe potuto divenire il grande
scalo marittimo dell’Albania meridionale, con tutti i vantaggi con-
seguenti sia di ordine economico che militare. Per quanto riguar-
dava la frontiera con la Bulgaria, Scammacca riconosceva che la

missione albanese per la delimitazione dei confini. Una nota a margine del-
l’appunto dice: “Il presente appunto approvato dall’Ecc. Benini, è stato rimesso
al Gabinetto, alla Direz. Gen. AEM e al Ministro Pietromarchi. Scammacca”.
All’appunto era allegato un altro appunto circa le regioni della Jugoslavia
rivendicate dall’Albania con l’enumerazione di tutti i principali distretti e con
le percentuali relative alle popolazioni.
8
V. PIETROMARCHI, Diario, alle date del 16 e 18 aprile, cit. in RODOGNO, Il
Nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa
(1940-1943), cit., pp. 107-108.
Vittoria mutilata 121

linea da lui proposta in precedenza includeva nell’Albania zone


rivendicate dai bulgaro-macedoni o nelle quali tale elemento etni-
co era predominante, come la zona di Debar (ad eccezione della
E
città), la sponda destra del lago di Ohrid, con la città omonima, e
R
T O
qualche fascia di territorio a cavallo del fiume Treska. Ma, a suo
parere, bisognava tenere presente che, probabilmente, altrettante
'A U
zone abitate da albanesi sarebbero rimaste al di fuori della linea di
L
confine descritta, come ad esempio la campagna intorno a Skopje

P ER
e la vasta zona tra Skopje e Kumanovo nelle quali invece l’ele-
mento albanese era a sua volta maggioritario.
A
PI Gli allegati predisposti dal diplomatico italiano prendevano in

CO
esame altre due ipotesi di rimaneggiamento della carta politica
balcanica. La prima era quella di una transitoria sistemazione del-
la Macedonia come regione autonoma o indipendente, che egli,
tuttavia, giudicava decisamente contraria agli interessi dell’Al-
bania e dell’Italia. Una Macedonia a sé stante non avrebbe sopito
le speranze di una parte della popolazione di un’annessione alla
Bulgaria, mentre avrebbe ancor più fomentato l’irredentismo ver-
so le zone abitate da bulgaro-macedoni da assegnarsi all’Albania.
Altro fattore da considerare era che i bulgaro-macedoni sarebbero
potuti divenire clientela politica della Germania o della Russia,
che aveva spesso sostenuto l’idea di una Macedonia autonoma. La
migliore soluzione, insomma, appariva quella della spartizione tra
Albania e Bulgaria. Offrire a Sofia l’annessione di una parte co-
spicua della Macedonia avrebbe facilitato, tra l’altro, la soluzione
della delimitazione confinaria con il nuovo stato albanese.
La seconda ipotesi esaminata da Scammacca era quella di am-
pliare le richieste in favore dell’Albania fino a richiedere uno
sbocco sul Mare Egeo, nel caso in cui alla Bulgaria fosse stata attri-
buita oltre la Tracia anche parte della Macedonia greca con Salo-
nicco. Soddisfatte così in massima parte le aspirazioni bulgaro-
macedoni, si poteva pensare a un’annessione all’Albania di una
striscia di territorio della Macedonia greca fino al golfo di Salonic-
122 La resa dei conti

co, beninteso con l’esclusione della città e del porto. Con la costru-
zione di una ferrovia e di una strada che collegassero l’Adriatico
all’Egeo, questa sistemazione avrebbe arrecato enormi vantaggi,
E
aprendo una via commerciale diretta dall’Albania e dunque
R
T O
dall’Italia verso il Levante. L’unico grave inconveniente che tale
soluzione presentava era quello di inglobare dentro i confini della
'A U
nuova Albania consistenti popolazioni greche e bulgaro-macedo-
L
ni, con tutto ciò che ne sarebbe conseguito in termini di irreden-

P ER
tismo e problemi di minoranze per il nuovo Stato; Scammacca,
quindi, consigliava di prenderla in considerazione solo se si fosse

PIA
ritenuto possibile attuare consistenti scambi di popolazione9.

CO L’attività del sottosegretariato illustra bene la preparazione con


cui la diplomazia italiana si dispose a fronteggiare la dissoluzione
della Jugoslavia e la nascita della Grande Albania, benché questi
progetti, tutti teorici, non tenessero conto del quadro generale pe-
santemente influenzato dalla realtà della situazione militare e de-
terminato da altri fattori non ancora precisamente ponderabili,
quali l’atteggiamento della stessa Bulgaria e, soprattutto, la volon-
tà della Germania.
Alla fine, fu proprio Mussolini, in una sintetica, ma alquanto
generica maniera, a mettere per iscritto in un appunto per Ciano,
datato 17 aprile, il programma italiano: «1. Slovenia. Incorpora-
zione all’Italia con particolare regime autonomo. 2. Fiume. Rettifica
dei confini terrestri e insulari. 3. Dalmazia. Annessione di tutto il
territorio da Segna a Cattaro e dal litorale alle dinariche, e ciò
anche nell’eventualità di una “unione personale” fra l’Italia e la

9
Appunto di Scammacca del 17 aprile 1941 circa la sistemazione confinaria
dell’Albania nei confronti della Grecia e della Jugoslavia e circa talune questioni rela-
tive al futuro assetto di quei territori, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione
albanese per la delimitazione dei confini. Allegato 1: Macedonia. Allegato 2:
Ipotesi di uno sbocco dell’Albania sul Mare Egeo. L’appunto reca la scritta: “Il
presente appunto, approvato dall’Ecc. Benini, è stato rimesso al Ministro
Pietromarchi (Uff. Armistizio e Pace). Scammacca”.
Vittoria mutilata 123

Croazia.... 4. Montenegro aggregato all’Albania con regime autono-


mo; 5. Kossovo. Le regioni della Jugoslavia popolate da albanesi
(da 700000 a 1.000.000) saranno annesse al Regno di Albania;
E
6. Sbocchi al mare. Per la Croazia, Fiume-Susak. Per la Serbia Ragu-
R
T O
sa10». La Grande Albania, nelle idee del «duce», avrebbe dunque
compreso il Montenegro e sarebbe stata ingrandita con i territori
'A U
kosovari. La genericità delle idee di Mussolini al riguardo rende
L
manifesto che gli interessi maggiori e più urgenti che si nutrivano

P ER
a Roma al momento erano la sistemazione dell’alto Adriatico e il
controllo della costa jugoslava senza soffermarsi sull’estensione e
A
PIsulla profondità delle acquisizioni territoriali albanesi nella

CO
penisola balcanica. Il fiasco della campagna di Grecia e la rapida e
vittoriosa calata tedesca verso il Mediterraneo fornivano preoccu-
pazioni tali da imporre diverse priorità e da far accantonare, ma
solo temporaneamente, le visioni imperiali che si erano concepite
solo qualche mese prima basandosi sull’ingrandimento dell’Alba-
nia.
Tuttavia, proprio nella sistemazione dell’alto Adriatico, le spe-
ranze degli italiani dovevano ben presto dissolversi. Proprio il
17 aprile, infatti, l’ambasciatore tedesco a Roma, Mackensen, reca-
pitò la proposta di Hitler di aprire una discussione sulla spartizio-
ne del territorio jugoslavo e di concordare un incontro tra Ciano e
Ribbentrop a Vienna per la fine della settimana allo scopo di cono-
scere le aspettative italiane. Ma, al contempo, Hitler comunicava
che la Germania aveva portato avanti il proprio confine fino ad
annettere la Slovenia settentrionale e chiedeva di considerare or-
mai questi territori come facenti parte del Terzo Reich11. Rispetto

10
Mussolini a Ciano, 17 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 923; in una co-
pia dell’appunto, reperita in ASMAE, AP, B. 106, il punto relativo al Montene-
gro è sottolineato e reca al margine la scritta “No”.
11
Sugli obiettivi e l’organizzazione dell’occupazione tedesca della Jugosla-
via, v. l’esaustiva opera a cura di BERNARD R. KRONER, ROLF-DIETER MULLER,
HANS UMBREIT, Germany and the Second World War, vol. V, Organization and
124 La resa dei conti

al problema della Slovenia, dunque, contrariamente a quanto im-


maginato da Mussolini nell’appunto dello stesso 17 aprile, la solu-
zione era stata già trovata e i tedeschi non avevano fatto altro che
E
mettere gli italiani di fronte al fatto compiuto. Il caso della Slo-
R
T O
venia era il primo chiaro segnale di come la Germania poteva
atteggiarsi, benché per ora non si fosse toccata quella che per gli
'A U
italiani era effettivamente la questione più scottante del nuovo
L
assetto, ovvero il problema del nuovo stato croato. Quasi come un

P ER
contentino si aggiungeva che la Germania avrebbe lasciato mano
libera al «duce» per i territori a sud della Croazia, senza specifi-

PIA
care che cosa si intendesse con questa espressione12. Si chiarì poco

CO dopo che il governo tedesco vedeva favorevolmente l’annessione


dell’altra parte della Slovenia all’Italia e che accettava una soluzio-
ne per la Dalmazia “in senso italiano”; che per la questione mace-
done, invece, propendeva per una soluzione “in senso bulgaro”,
accettando però l’ipotesi di un’annessione del Montenegro all’Al-
bania13.
La visita di Ciano a Vienna, come noto, fu decisa per la fine
della settimana. Il 19 aprile, tuttavia, prima di incontrare Ciano,
Hitler e Ribbentrop dettero udienza a re Boris, permettendogli di
esporre tutti i desiderata bulgari sulla Macedonia in modo da avere
un quadro più preciso possibile durante i negoziati con gli italiani.
Per il sovrano bulgaro erano irrinunciabili regioni che, invece, la
diplomazia italiana riteneva senza dubbio da assegnarsi all’Alba-
nia. Si trattava per Sofia di ottenere tutta la Macedonia ex jugo-
slava, e re Boris chiese a Hitler di permettere l’estensione dell’oc-
cupazione bulgara, già autorizzata e iniziata alla metà di aprile, a

Mobilization of the German Sphere of Power, Part I, Wartime Administration,


Economy and Manpower Resources 1939-1941, Oxford, Clarendon Press, 2000-
2003, pp. 92-98.
12
Mackensen a Ciano, comunicazione verbale del 17 aprile 1941, in DDI, s. IX,
vol. VI, D. 924.
13
Anfuso a Ciano, appunto del 18 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 931.
Vittoria mutilata 125

tutta la Macedonia occidentale, ivi comprese le regioni di Struga,


Gostivar, Tetovo e Ohrid. Boris rivendicò alla Bulgaria anche terri-
tori della Serbia meridionale, una zona a sud di Niš, e chiese la
E
possibilità di occupare anche Salonicco, sbocco mediterraneo
R
dell’intera Macedonia14.
T O
Ciano giunse a Vienna il 20 aprile con un programma di riven-
'A U
dicazioni circa l’Albania basato sugli studi compiuti dalla diplo-
L
mazia italiana, ma con una variante importante. Si accantonò,

P ER
infatti, l’idea di un’incorporazione del Montenegro all’Albania,
benché con uno statuto autonomo, e si puntò invece sulla sua
A
PIcostituzione a stato indipendente. Decisivo in questo mutamento

CO
fu il rifiuto di Vittorio Emanuele III di assumere la corona monte-
negrina, come sarebbe di fatto avvenuto nel caso di un’inclusione
del Montenegro nell’Albania15.
Apertisi con un colloquio tra Ciano e Hitler sulla situazione ge-
nerale, i negoziati di Vienna sullo smembramento della Jugoslavia
proseguirono tra i due ministri degli Esteri16. Già dal primo incon-

14
Non si dispone di un verbale dei colloqui tra Hitler e Boris, ma il loro
contenuto è chiaro da altri documenti tedeschi: Memorandum Wezsaecker,
17 aprile 1941; telegramma Clodius - Richthofen, 24 aprile 1941, in DGFP, serie D,
vol. XII, DD. 362 e 393. V. anche V. MARSHALL LEE MILLER, Bulgaria during the
Second World War, Stanford (CA), Stanford University Press, 1975, p. 55.
15
Ancora il 18 aprile, in un appunto sullo smembramento della Jugoslavia
che, come ci dice una nota a margine, fu uno degli atti di preparazione del
convegno di Vienna e che in generale ricalcava quanto stabilito da Mussolini il
giorno prima, il Montenegro compariva come autonomo e aggregato all’Alba-
nia. Si prevedeva, comunque, l’annessione di Dulcigno all’Albania e la ces-
sione di Termos al Montenegro: Appunto del 18 aprile 1941, in ASMAE, AP,
Jugoslavia, B. 107, f. Rivendicazioni degli stati successori della Jugoslavia. Si
veda sulle vicende confinarie montenegrine e sull’atteggiamento della casa
reale italiana, ANDREA UNGARI, Casa Savoia e la diplomazia fascista nei Balcani e
FRANCESCO CACCAMO, L’occupazione del Montenegro: dai progetti indipendenti-
stici alla collaborazione con i četnici, in CACCAMO - MONZALI (a cura di), L’occu-
pazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), cit., pp. 133-219; 309-354.
16
Sulle trattative di Vienna e la spartizione della Jugoslavia in generale, si
126 La resa dei conti

tro con Ribbentrop molte cose divennero più chiare. Ciano prese
consapevolezza, carte alla mano, che la nuova e ormai definitiva
frontiera della Germania in territorio sloveno era molto più a sud
E
di quello che si era immaginato, giungendo a tre chilometri da
R
T O
Lubiana17; che lo stato croato pensato a Berlino includeva tutta la
Bosnia-Erzegovina nella sua antica frontiera, comprendendo lun-
'A U
ghi tratti di costa dalmatica; che Ribbentrop era contrario all’unio-
L
ne personale italo-croata, ritenendo che la Croazia dovesse orbi-

P ER
tare nel sistema politico-economico del Terzo Reich. Ma che,
tuttavia, di fronte alle proteste di Ciano circa la Dalmazia, ricono-

PIA
sceva il diritto dell’Italia di accordarsi con la Croazia sui confini e

CO l’opportunità che si creasse una continuità territoriale tra l’Italia


stessa e le regioni montenegrina e albanese.
Per il Montenegro, Ribbentrop dichiarò il suo consenso a ren-
derlo uno stato indipendente legato all’Italia. Altro problema che
toccava direttamente gli interessi dell’Albania era quello mace-
done. Ribbentrop ricordò a Ciano che, durante la recente visita di
re Boris a Berlino, il governo tedesco si era impegnato a cedere alla
Bulgaria l’intera Macedonia. Il ministro italiano si dichiarò in mas-
sima d’accordo, ma pose una riserva sulla futura specifica delimi-
tazione del confine, al fine di poter includere in Albania le zone
popolate da albanesi, come Debar, Gostivar, Tetovo, ecc., e ottene-
re una frontiera forte e logica sotto l’aspetto militare. Nonostante i

veda JOZO TOMASEVICH, War and Revolution in Yugoslavia, 1941-1945. Occupa-


tion and Collaboration, Stanford University Press, Stanford (CA), 2001, pp. 61 ss.;
T. FERENC, La politica italiana nei Balcani, in L’Italia nella Seconda Guerra Mon-
diale e nella Resistenza, a cura di ENZO COLLOTTI, Milano, Franco Angeli, 1988,
pp. 76-79; V. anche BURGWYN, L’impero sull’Adriatico, cit., pp. 59-76, che, tutta-
via, trascura completamente il problema jugoslavo-albanese; PASTORELLI,
L’estensione del conflitto, cit., pp. 172-177.
17
Sulla questione slovena, si veda MARCO CUZZI, L’occupazione italiana
della Slovenia 1940-1943, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, 1998. V. anche di
CUZZI, La Slovenia italiana, in CACCAMO - MONZALI (a cura di), L’occupazione
italiana della Iugoslavia (1941-1943), cit.
Vittoria mutilata 127

confini previsti da Ribbentrop per l’Albania non soddisfacessero


le richieste albanesi e italiane, Ciano riteneva non difficile ottenere
dei miglioramenti. D’altra parte, per i tedeschi non vi era alcuna
E
obiezione a che la frontiera tra Grecia e Albania fosse spostata
R
T O
verso sud fino alla linea Florina-Pindo-Arta-Prevesa18.
Proprio per meglio chiarire il punto di vista italiano circa la fron-
'A U
tiera tra Albania e Bulgaria e giustificare al meglio le rivendica-
L
zioni italiane, alla fine del colloquio Ciano consegnò a Ribbentrop

P ER
un appunto in cui si affermava che, a prescindere dalla questione
etnica, che vedeva un’assoluta maggioranza albanese nelle regioni
A
PIdi Tetovo, Gostivar e Kičevo, sarebbe stato necessario tracciare il

CO
confine albanese-bulgaro sulla catena montuosa passante ad
oriente di tali località e dei sottostanti laghi di Ohrid e Presba dai
quali nasceva il Drin, il maggior fiume albanese. Molte altre
importanti ragioni militavano in favore di questa soluzione: avere
una frontiera naturale breve, robusta e unitaria; disporre di una
comunicazione diretta e facile tra la zona di Pristina e quella dei
Laghi che serviva di arroccamento a tutta la frontiera; dare una
conveniente profondità al territorio albanese. In tal modo, inoltre,
si sarebbe facilitato anche lo sbocco economico verso l’interno
della Macedonia bulgara e verso i territori dell’antica Serbia.
Tuttavia, l’appunto aggiungeva, in considerazione del favore
con cui il Führer aveva accolto le preghiere di re Boris “si può
ammettere che la linea di frontiera sopradetta sia intaccata per un
breve tratto da una piccola “enclave” bulgara intorno alla zona di
Ohrid. La retrocessione, invece, di tutto il confine su una linea più
arretrata lederebbe troppo fortemente gli interessi albanesi, sia dal
punto di vista etnico, sia dal punto di vista economico, sia dal
punto di vista militare”19.

18
Ciano a Mussolini, 21 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 956. Memo-
randum di Schmidt sul colloquio tra Ciano e Ribbentrop del 21 aprile 1941, in DGFP,
vol. XII, D. 378.
19
Appunto sulla linea di frontiera albanese-bulgara, in DDI, s. IX, vol. VI. La
128 La resa dei conti

Il secondo colloquio si tenne dopo che Ribbentrop ebbe parlato


con Hitler e portò qualche novità e soprattutto qualche vantaggio
in più per gli italiani rispetto alla rigida posizione assunta da
E
Ribbentrop. Per la Slovenia, il ministro tedesco ribadì che le fron-
R
T O
tiere del Reich erano fissate in modo definitivo, ma che l’Italia
avrebbe potuto procedere come desiderava all’annessione della
'A U
parte restante della Slovenia. La novità più rilevante era sulla
L
Croazia, sulla quale Hitler confermava il suo disinteresse, senza

P ER
entrare nella questione della sua unione personale con l’Italia, ma
lasciando che tale questione fosse risolta tra Roma e Zagabria.

PIA Hitler riconosceva l’interesse italiano anche sulla Dalmazia,

CO benché Ribbentrop tornasse sulla questione, insinuando che la


Dalmazia era popolata da una stragrande maggioranza di croati e
costringendo Ciano a ribattere che l’Italia non la rivendicava su
basi etniche ma sul principio dello spazio vitale e per ragioni sto-
riche, culturali e politiche. Circa i confini tra Croazia e Italia, dun-
que, Ribbentrop sostenne che fosse meglio che Pavelić li concor-
dasse direttamente con Roma20. Quanto al Montenegro, il ministro
del Reich concordava con la creazione di uno stato indipendente,
ritenendola tuttavia questione interamente italiana. Circa le fron-
tiere albanesi, nonostante gli impegni già assunti da Hitler con re
Boris, il governo tedesco sarebbe venuto incontro alle richieste ita-
liane per ciò che concerneva il Kosovo e la Macedonia. Tuttavia,
Hitler desiderava mantenere il saliente di Ljuboten in favore della
Bulgaria e quello di Mitrovica in favore della Serbia, poiché in tali

nota in calce al testo pubblicato nei DDI, con evidente confusione, dice che
esso fu rimesso da Ribbentrop a Ciano. Esso fu rimesso, invece, da Ciano a
Ribbentrop il 21 aprile, come si legge in una postilla a margine del documento
originale in ASMAE, UC, B. 26, f. 3.
20
Sulle controversie politiche e confinarie tra Italia e Germania sulla
Croazia e tra Italia e Croazia, v. LUCIANO MONZALI, La difficile alleanza con la
Croazia ustascia, in CACCAMO - MONZALI (a cura di), L’occupazione italiana della
Iugoslavia (1941-1943), cit., pp. 61-131.
Vittoria mutilata 129

territori erano comprese miniere di grande interesse per la Germa-


nia, e faceva appello personale al «duce» affinché gli interessi
tedeschi fossero riconosciuti. Infine, Hitler concordava appieno
E
sulla linea di confine proposta tra Albania e Grecia e sul possesso
R
T O
italiano delle isole joniche, benché sul resto del territorio greco
ogni decisione fosse da rinviarsi alla sconfitta della Gran Bre-
tagna21.
'A U
L
La sistemazione confinaria della Grande Albania raggiunta a

P ER
Vienna soddisfaceva solo in parte le aspirazioni italiane e albanesi.
A settentrione, infatti, non erano state attribuite all’Albania le
A
PIregioni di Kukavica e quella di Mitrovica, con l’importante bacino

CO
minerario di Trepča, voluto dai tedeschi, ma sul quale gli italiani
avevano pure messo gli occhi per via delle sue potenzialità econo-
miche. Basti pensare che dalle miniere di Trepča, a cominciare
dalla metà del 1941, partì alla volta delle fabbriche tedesche un
treno al giorno con 500 tonnellate di piombo e zinco concentrati.
Fino alla fine della guerra si stima che le miniere di Trepča forni-
rono il 40% del fabbisogno di piombo della Germania22.
Fuori dello stato albanese rimanevano, inoltre, le regioni di
Metohja, Podujevo e Medvedja a nord; Kaçanik, il bacino mineario
di Belovište, tutta la vallata di Skopje e tutta la valle del Fiume
Treska a sud est; a sud, la città di Ohrid con la zona circostante. Al
contrario, si osservava in una sorta di bilancio compiuto a Palazzo
Chigi dopo Vienna, le rivendicazioni bulgare erano state soddi-
sfatte quasi integralmente. Rispetto alle rivendicazioni di Sofia, in-
fatti, restavano esterne al territorio bulgaro, oltre alla parte di
Macedonia attribuita all’Albania, la maggior parte del distretto di
Pirot e della Morava, ad eccezione della fascia di frontiera inclu-

Colloquio tra Ciano e Ribbentrop, 22 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 967.
21

Memorandum Schmidt dei colloqui tra Ciano e Ribbentrop del 22 aprile 1941, in
DGFP, vol. XII, D. 385.
22
V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., p. 338.
130 La resa dei conti

dente la città di Zaribrod23.


Secondo una stima compiuta dal gabinetto di Ciano, in colla-
borazione con l’Istituto centrale di statistica e sulla base anche del
E
censimento effettuato il 31 luglio 1941 nella provincia di Lubiana e
R
T O
nel Carnaro, la spartizione della Jugoslavia aveva dato luogo alla
seguente riconfigurazione della carta geopolitica del Balcani: all’I-
'A U
talia erano stati annessi 12.036 kmq con 810.990 abitanti in totale
L
(4.545 kmq nella provincia di Lubiana con 336.279 residenti, se-

P ER
condo il censimento del 31 luglio, e 1882 kmq nel Carnaro con
81.711 abitanti, sempre secondo il censimento del 31 luglio; più

PIA
6.109 kmq in Dalmazia con 393.000 abitanti.); all’Albania erano

CO stati attribuiti 14.924 kmq con 754.000 abitanti; alla Germania, la


Slovenia settentrionale, con 9.734 kmq e 727.000 abitanti; all’Un-
gheria erano andati 12.073 kmq (Backa, Baranja orientale, Murakoz)
con 1.208.000 abitanti24; la Bulgaria, con i territori macedoni, aveva
esteso la sua sovranità su 27.534 kmq e 1.299.000 abitanti. Il Mon-
tenegro era divenuto ora uno stato di 15.219 kmq con 411.000 abi-
tanti; la Serbia aveva 48.925 kmq con 3.823.000 cittadini; il Banato,
non attribuito, era di 9.127 kmq e 596.500 abitanti; la nuova Croa-
zia indipendente, infine, aveva preso la parte del leone, divenendo
uno stato di 97.967 kmq e 6.193.000 abitanti25.

23
Appunto sulle rivendicazioni territoriali dei vari stati successori della Jugosla-
via, 30 aprile 1941, AEM (Direzione Generale Affari Europa Mediterraneo) - Uff. II,
in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 106.
24
Su ciò v. ENIKŐ A. SAJTI, Hungarians in Voivodina 1918-1947, New York,
East European Monographs, Atlantic Research and Publications, Columbia
University Press, 2003, pp. 191, ss.
25
Fonte Ripartizione dei territori già jugoslavi. Appunto di Pietromarchi del 10
novembre 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78. L’appunto spiegava che la stima era
stata fatta dall’Ufficio Gabinetto Affari Politici. Pietromarchi annotava nel suo
Diario che tra Italia e Germania si sarebbe aperta “un’era di pericolosi intri-
ghi” per la Croazia e che in generale l’Italia usciva dalla spartizione della Ju-
goslavia e dalla nuova situazione geopolitica dei Balcani in posizione netta-
mente più debole della Germania: v. RODOGNO, Il Nuovo ordine mediterraneo,
Vittoria mutilata 131

2. Le rivendicazioni degli albanesi del Kosovo:


il memorandum di Ferhad Draga

E
Della spartizione concordata a Vienna gli albanesi non ebbero in-
R
T O
formazioni ufficiali se non in giugno. Il governo di Roma fu molto
prudente nel fare esplicite e precise promesse. Fin dall’inizio della

'A U
guerra con la Jugoslavia, Ciano orientò la propaganda attraverso
L
la stampa e la radio a rimanere sulle generali circa le future deli-

P ER
mitazioni dei confini in Kosovo e in Ciamuria e sull’assetto poli-
tico finale di queste regioni26. Ma, già da fine aprile, molte voci si
A
PI
propagarono circa i negoziati in Austria, suscitando, a secondo dei

CO
casi, preoccupazione, perplessità o giubilo. Ciano e Mussolini fu-
rono letteralmente inondati da una serie di messaggi che richie-
devano sostegno e “giustizia” nei confronti dei vecchi oppressori
serbi, messaggi che venivano oltre che dagli albanesi anche dai
bulgari-macedoni, dagli aromeni, dai montenegrini.
I nazionalisti albanesi si mobilitarono da subito con una serie
di iniziative e di appelli al governo di Roma affinché sostenesse le
pretese storiche della Grande Albania. Il 17 aprile, Ahmed Dino,
figlio del deputato albanese nonché nipote del ministro degli
Esteri ottomano che nel 1880 aveva resistito con le armi alla
decisione del trattato di Berlino di assegnare una parte dei territori
etnicamente albanesi alla Grecia, si rivolse a Mussolini affinché
l’Italia riparasse i torti subiti dai ciamurioti27. Il 19 aprile con un
messaggio al «duce», Ismet Kryeziu ed altri esuli albanesi del
Kosovo, della Macedonia, del Montenegro e della Ciamuria che si
erano rifugiati in Albania per sfuggire alle persecuzioni salutarono

cit., p. 109.
26
Ciano a Jacomoni, 13 aprile 1941, t. 12399pr/392, in ASMAE, SSAA, B. 78,
f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini.
27
Ahmed Dino a Mussolini, 17 aprile 1941, t. 3246R., in ASMAE, AP, Jugosla-
via, B. 106, f. Rivendicazioni degli stati successori della Jugoslavia, Appello
per la liberazione della Ciamuria.
132 La resa dei conti

la vittoria dell’Asse e l’avvento del nuovo ordine, che avrebbe


cancellato le iniquità della pace di Londra e di Parigi, realizzando
le legittime aspirazioni nazionali “da Antivari al Golfo di Prevesa,
E
dalla vecchia frontiera serba all’Adriatico”28. Pochi giorni più
R
T O
tardi, il 28 aprile, di fronte a insistenti notizie circa una possibile
spartizione del Kosovo, il Comitato Kosovaro albanese si rivolse
'A U
con quattro distinte lettere a Jacomoni, Verlaci, Mborja, Koliqi per
L
sostenere l’annessione di tutto il Kosovo albanese e informare

P ER
Tirana delle iniziative propagandistiche che aveva preso a questo
fine, specificando: “Sotto voce di Kossova sono comprese le se-

PIA
guenti regioni che appartengono all’Albania politicamente ed etni-

CO camente: Peje, Gjiakove, Prizren, Ferzoviç, Kakanik, Ngilan,


Prishtine, (Pazariiki), Lebanië, Presheve, Kumanove, Shleup,
Tehove, Gostivare, Diber, Struge, Oher, Risna e Monastir”29.
Jacomoni riferì di folle festanti a Tirana e di discorsi inneggian-
ti alla realizzazione della Grande Albania e al ritorno delle terre
irredente alla madrepatria. Preoccupazioni immediate destò, tutta-
via, nel governo albanese sia il destino della Macedonia, sia la de-
cisione presa a Roma di rendere il Montenegro indipendente, che
avrebbe riaperto con esso l’antica questione dei confini. A questo
riguardo, il luogotenente precisava così le richieste minime sulle
quali tutti gli albanesi erano concordi: “1) Antivari e Dulcigno e
territorio fino al lago di Scutari; 2) Fascia territorio a nord Lago
Scutari lungo attuale confine albanese, abitata da tribù albanesi; 3)
Conca di Plava e Gusinje a nord alpi albanesi; 4) Jpek e Jakova
nell’alto bacino del Drin”30.
Anche Ferhad Draga non rimase estraneo a quest’opera di pres-

28
Messaggio al Duce, 19 aprile 1941, t. 3370, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Mi-
noranze.
29
Le lettere sono in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. Il Komiteti
Kosovarë Shqipnis era formato da Hinzi Meraki, Mark Temali, Adem Selimi,
Idriz Ajeti. Oltre alla traduzione, nel fascicolo vi è anche l’autografo.
30
Jacomoni a Ciano, 20 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, DD. 948 e 949.
Vittoria mutilata 133

sione sul governo italiano. A fine aprile rimise a Mameli un lungo


e appassionato memorandum sulla situazione e le aspirazioni dei
kosovari con allegata una carta dell’Albania e delle zone da annet-
E
tere con relative percentuali di popolazione. Come gli altri alba-
R
T O
nesi, Ferhad Draga non era ancora a conoscenza delle decisioni di
Vienna, ma manifestò a Mameli il timore, innescato da notizie
'A U
giuntegli da fonte tedesca, che le aspirazioni albanesi fossero state
L
gravemente sacrificate. Il capo kosovaro informò il diplomatico

P ER
italiano che la situazione nel Kosovo settentrionale e in particolare
nella zona di Mitrovica era grave come pure lo era quella degli al-
A
PIbanesi della Macedonia. Il palese favore dei tedeschi per i bulgaro-

CO
macedoni lasciava gli albanesi di quelle zone esposti a rappresa-
glie e persecuzioni da parte della popolazione bulgaro-macedone
e delle stesse autorità bulgare. Ferhad chiese anche il permesso di
poter tornare a Mitrovica, suo paese natale, al fine di svolgere
un’urgente azione a favore della causa albanese. Dato che, come si
ricorderà, a Vienna si era concordato di lasciare Mitrovica alla Ser-
bia, Mameli lo sconsigliò, suggerendo che prima ne parlasse con le
autorità italiane alle quali avrebbe potuto riferire sulla situazione e
riceverne istruzioni31.
Il memorandum di Ferhad Draga, al di là delle ormai rituali
felicitazioni per la grande vittoria dell’Asse, i ringraziamenti per la
liberazione ottenuta e gli omaggi al «duce» e al Führer, entrava
subito nel vivo della questione macedone, con accenti di grave
preoccupazione: “la notizia dell’arrivo dell’esercito bulgaro a Skoplje
e Bitolj ci ha amareggiati ed abbiamo sentito un colpo al nostro
nazionalismo, sebbene crediamo che la questione di Skoplje e di
Bitolj non sia ancora risolta definitivamente con l’arrivo dell’eser-

Mameli a Ciano, 30 aprile 1941, telespr. 26/17 con allegato memorandum


31

di Ferhad Draga in data 26 aprile, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
V. anche Mameli a Ciano, 30 aprile 1941, t. 17 da Timisoara trasmesso dal con-
sole De Michelis il 1° maggio con t. 12534/38, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat
Bey Draga.
134 La resa dei conti

cito bulgaro e non dubitiamo minimamente che il Grande Duce


non tuteli i nostri [interessi] che si basano sul passato e sulla realtà
presente, affinché sia salvaguardata l’unione di tutta la collettività
E
degli albanesi, sotto lo scettro della gloriosa dinastia dei Savoia”.
R
T O
Il memorandum confutava, in particolare, l’affermazione che
Skopje e Bitolj appartenessero alla nazione bulgara. Circa Skopje, so-
'A U
steneva che gli albanesi per secoli erano stati quasi i soli abitanti della
L
cittadina e del suo circondario che si estendeva fino a Kumanovo,

P ER
Presevo, Biljaca e Bujanovce. Il triangolo Skopje-Kumanovo-Presevo,
sosteneva Ferhad Draga, aveva nel 1918 il 95% di abitanti albanesi

PIA
e, solo successivamente, con il ritorno delle autorità serbe, terrore

CO e persecuzione avevano causato la fuga della popolazione e la sua


sostituzione con serbi e bulgari. Era vero, dunque, che ora i circa
trentamila serbi e bulgari della città di Skopje erano in maggioran-
za, ma gli albanesi lo erano in tutto il triangolo Skopje-Kumanovo-
Presevo.
“Con Bitolj e Prilep la cosa è ancora più dolorosa”, scriveva
Ferhad Draga, denunciando le “infernali atrocità” avvenute ad
opera dei četnici appoggiati dalle autorità serbe e accusando in
particolare il noto capo cetnico Vasilije Trbić32, responsabile della
morte di migliaia di albanesi e della distruzione di interi villaggi.
“Sulle ossa degli albanesi e le rovine dei villaggi ha costruito per
sé dei palazzi ed è divenuto grande possidente”, commentava
Ferhad Draga, ricordando che Trbić era stato addirittura eletto al
parlamento di Belgrado. Era proprio a causa di Trbić e di altri
come lui che la gente albanese era stata costretta a fuggire da Bitolj
e Prilep perdendo la maggioranza numerica. Sarebbe stato iniquo,
quindi, a suo avviso, stabilire i confini territoriali in base a un sem-

Su questi episodi, v. IVO BANAC, The National Question in Yugoslavia.


32

Origins, History, Politics, Ithaca, Cornewell University Press, 1984, pp. 297-304.
Vasilije Trbić di Dalj (Slavonia) era un monaco serbo fuggito nel 1902 dal
Monte Athos essendo stato accusato di aver ucciso alcuni monaci greci. Trbić
fu effettivamente eletto deputato all’assemblea nazionale nel 1924.
Vittoria mutilata 135

plice calcolo delle popolazioni albanese e bulgara così come si


presentavano al momento. Draga aggiungeva che, al contrario
degli albanesi, la minoranza bulgara in Jugoslavia non era stata
E
sottoposta ad alcuna vessazione da parte dei serbi, un segno per
R
T O
lui che “lo scopo principale era quello di distruggere la nazione
che non era slava, il che è parzialmente riuscito nel settore di Bitolj
e Prilep”.
'A U
L
Altro punto dolente su cui si soffermava Ferhad Draga riguar-

P ER
dava la città di Ohrid. A dimostrazione della sua appartenenza
alla nazione albanese citava lo studio “serbi e albanesi” del dott.
A
PISuflaj, ucciso dalla polizia serba a Zagabria, che nel 1925 aveva

CO
provato sulla base di incontestabili documenti storici che Ohrid
era albanese prima dell’arrivo dei turchi, come lo era ancora oggi
per la sua popolazione in maggioranza albanese. Altri punti di
appoggio storico per dimostrare che la regione Skopje-Kumanovo-
Presevo era albanese, Ferhad li reperiva nell’Enciclopedia edita a
Costantinopoli in turco da Sami Frasheri molti anni prima, con
allegata carta etnica.
A lungo, poi, indugiava sui suoi ricordi degli orrori dell’occu-
pazione bulgara durante la prima guerra mondiale da Skopje fino
a Kosovska Mitrovica, dei massacri perpetrati a danno degli alba-
nesi, delle fughe di popolazione da Kumanovo, Krescevo, Gnilane,
Ferizović, Prizren e Pristina, interi paesi che la sua gente aveva ab-
bandonato per rifugiarsi nel territorio sotto occupazione austriaca.
“Sotto l’impressione di questi ancora freschi e troppo gravi ricordi
– scriveva – si può supporre con quale terrore e paura gli albanesi
considerino l’occupazione bulgara”. Il notabile albanese chiudeva
il suo memorandum asserendo che tutto ciò che aveva scritto
poteva essere dimostrato con documenti storici e lanciando un
appello affinché fossero soddisfatte le aspirazioni territoriali da lui
indicate: “prego nel modo più sincero e più serio che sia data
grande importanza e presa in considerazione questa mia domanda
quale espressione della volontà di un milione di albanesi”. Per il
136 La resa dei conti

momento, inoltre, finché non si fosse creata la “nuova Europa” e le


frontiere non fossero state definitivamente tracciate, Draga chiede-
va “che i nostri interessi come pure la nostra protezione personale
E
nelle località dove si trovano i bulgari, oppure dove essi hanno il
R
T
sotto la vostra protezione”33.
O
potere amministrativo senza il controllo italo-tedesco, siano messi

'A U
La proposta fatta da Mameli di un abboccamento diretto tra i
L
responsabili italiani e Ferhad Draga fu subito accolta a Roma. Sia

P ER
il sottosegretariato che il gabinetto di Ciano giudicarono impro-
crastinabile un coinvolgimento del capo albanese nell’assetto rag-

PIA
giunto a Vienna e proposero un suo viaggio a Tirana o a Roma34.

CO Era del resto evidente la disparità tra le richieste formulate nel


memorandum di Ferhad e la sistemazione decisa con i tedeschi, a
cominciare proprio da Mitrovica, cittadina natale di Draga35. Cia-
no decise perciò di incontrare personalmente il notabile albanese a
Roma al fine di “prepararlo opportunamente ad una migliore
comprensione della situazione attuale nei riguardi degli ingran-
dimenti territoriali dell’Albania”36.

33
Memorandum per la R. Legazione d’Italia in Belgrado a firma di Ferad Bey
Draga e con data Belgrado 26 aprile 1941, trasmesso con telespr. 71/04805/1046 di
Scammacca a Jacomoni, 13 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey
Draga.
34
Appunto autografo di Scammacca del 31 aprile 1941, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Ferat Bey Draga. Vi si leggeva ancora: “Pregare Mameli di mandare
l’uomo più importante d’Albania a Roma o Tirana. Meglio Tirana dove gli
darebbero istruzioni per ulteriore andata a casa sua”. V. anche Anfuso a Ma-
meli, 3 maggio 1941, t. 14766/11 e Anfuso a Jacomoni, 3 maggio 1941, t. 14769/488,
in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
35
Una nota a margine scritta da Scammacca sull’incartamento relativo al
memorandum di Ferhad Draga constatava subito che “Mitrovizza è esclusa
dal territorio alb. e assegnata alla Serbia”.
36
Appunto per Ciano del SSAA, 13 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79,
f. Ferat Bey Draga. Sull’appunto, che sosteneva l’utilità di un incontro tra
Ciano e Ferhad Draga, vi è il timbro “Visto dal ministro” e a mano la scritta
“Si”. Vedi anche Appunto di Scammacca per il Gab-AP, 16 maggio 1941, 71/04976/
Vittoria mutilata 137

Ferhad Draga partì da Belgrado insieme al figlio Ali il 23 mag-


gio e giunse a Roma il giorno seguente, dove soggiornò per più di
un mese all’Hotel Excelsior, secondo i desideri del sottosegreta-
E
riato, convinto dell’opportunità di sensibilizzare direttamente nella
R
T O
capitale dell’impero l’esponente kosovaro sulla nuova situazione
territoriale37. Messo subito al corrente della sistemazione raggiun-
'A U
ta, Ferhad Draga si dichiarò in generale soddisfatto e mostrò senti-
L
menti di riconoscenza per il governo fascista, pur esprimendo pro-

P ER
fonda amarezza per la permanenza di Mitrovica entro i confini
della Serbia38. Durante la permanenza a Roma, il capo kosovaro fu
A
PIoggetto delle più cortesi attenzioni ed ebbe vari contatti con il

CO
sottosegretariato, intesi a fargli comprendere l’importanza delle
soluzioni raggiunte, i limiti invalicabili che esse avevano trovato e
la necessità che la popolazione del Kosovo si rassegnasse alla
nuova situazione ed evitasse il ricorso alla violenza nelle regioni
ancora rivendicate. Ferhad Draga fu ricevuto da Ciano e poco
prima di ripartire espresse il «suo vivissimo desiderio di ottenere
l’alto onore di essere ricevuto in udienza dal «duce»39. Desiderio
che fu certo esaudito, vista l’insistenza del sottosegretariato. Era
importante accordare l’udienza dal «duce» non solo per la rile-
vanza della personalità di Draga, ma anche per rafforzare il suo
prestigio in vista della missione di pacificazione degli animi che
avrebbe dovuto compiere40.
Alla partenza da Roma, l’8 luglio, Draga ricevette una “gratifi-

2205, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.


37
Appunto per il Gab-AP, 20 maggio 1941, 71/05108/2239, in ASMAE, SSAA,
B. 79, f. Ferat Bey Draga.
38
Mameli a Ciano, 23 maggio 1941, t. 15884/33 P.R.; Scammacca a Jacomoni, 25
maggio 1941, t. 18090PR/591, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
39
Appunto del SSAA, 23 giugno 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey
Draga.
40
Appunto del SSAA per il Gabinetto, rimesso da Scammacca il 27 giugno 1941,
in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
138 La resa dei conti

cazione straordinaria” di 10.000 lire come forma di risarcimento


per i suoi beni rimasti in Serbia e posti sotto sequestro. Anche que-
sta somma, come le spese d’albergo di Ferhad Draga e figlio, fu
E
pagata attingendo al fondo riservato Albania, gestito direttamente
R
T O
dal gabinetto di Ciano41. Ferhad e Ali Draga rimasero figure
essenziali della politica italiana nel Kosovo. Forse non è solo un
'A U
aneddoto ricordare che, nel dicembre 1941, Ciano ordinò che,
L
proprio per la rilevante personalità di Ferhad, invece della vecchia

P ER
berlina Fiat 1100 che gli si era concessa per metterlo in condizione
di svolgere i suoi incarichi, si acquistasse per lui una vettura

PIA
nuova42.

CO
3. I negoziati tra Roma e Tirana sulla Grande Albania
Il soggiorno del capo kosovaro a Roma si ebbe contemporanea-
mente alla missione svolta nella capitale italiana da una delega-
zione della Commissione albanese per la delimitazione dei confini.
Questo organo, costituitosi a Tirana sotto la presidenza di Tefik
Mborja, segretario del partito fascista albanese, raggruppava, oltre
al presidente del Consiglio Superiore Fascista Corporativo,
Terence Toçi43, e molti membri del governo e ministri di Stato, an-
che vari senatori, consiglieri superiori, gerarchi, alte personalità
albanesi, e numerosi rappresentanti dei territori liberati. La Com-
missione inviò a Roma una delegazione con il compito di presen-
tare il punto di vista albanese e di appurare quanto si era deciso
circa i confini della futura Albania.

41
Appunto per Benini, 27 giugno 1941; Appunto per il Gabinetto di Ciano, 2 lu-
glio 1941 71/07060/91, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey Draga.
42
Ciano a Jacomoni, 5 dicembre 1941, in ASMAE, SSAA, B. 79, f. Ferat Bey
Draga.
43
Sull’importante figura e sull’opera dell’italo-albanese Terence Toçi,
v. RITA TOCCI, Terenzio Tocci mio padre (Ricordi e Pensieri), Corigliano Calabro,
Arti Grafiche Ioniche, 1977.
Vittoria mutilata 139

La delegazione, guidata dal senatore Mustafà Kruja e della


quale erano membri due ministri del governo Verlaci, Xhemil
Dino e Feizi Alizoti, e due diplomatici, i ministri plenipotenziari
E
Berati e Shtylla, ebbe una serie di riunioni con Benini e Scammacca
R
T O
durante le quali si discussero in dettaglio le rivendicazioni terri-
toriali per il Kosovo e per la Macedonia44. Anche la delegazione
'A U
inviata da Tirana, come aveva già fatto Ferhad Draga, propose un
L
programma massimo di annessioni e in così stridente contraddi-

P ER
zione con quanto era stato stabilito a Vienna che ci si pose l’inter-
rogativo se non fosse ormai opportuno informarla delle decisioni
A
PIsulle nuove frontiere45. Ciano rispose positivamente e Pietromar-

CO
chi e Scammacca provvidero, nel corso di una riunione a Palazzo
Chigi, il 22 maggio, a mettere al corrente la delegazione albanese
della nuova sistemazione confinaria. I delegati albanesi conven-
nero pienamente sull’importanza dei risultati che si erano rag-
giunti e che i due funzionari italiani, carte alla mano, si sforzarono
di magnificare, ma domandarono che in sede di delimitazione dei
confini si apportassero delle modifiche “per ragioni puramente
sentimentali”.
La prima richiesta riguardava il piccolo territorio montene-
grino di Plava, che aveva scarso valore economico, ma era d’im-
portanza storica e morale enorme per l’Albania, in quanto luogo
delle lotte nazionali dell’epopea cantata dal sommo poeta albane-
se, il francescano padre Gjergj Fishta. Inoltre, pur non pretenden-
do di rimettere in discussione l’intero confine a nord del Kosovo

44
Scammacca a Jacomoni, 24 maggio 1941, lettera n. 71/05275/1248, in ASMAE,
SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini.
45
Appunto del SSAA, Ufficio I, Roma, 19 maggio 1941 in ASMAE, SSAA,
B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. Sull’appunto è
scritto: “Sua Ecc. Benini ha sottoposto l’appunto all’Ecc. il Ministro, il quale
autorizza a mettere al corrente gli albanesi. 19 maggio 1941. Scammacca”. Su
una copia dell’Appunto è anche scritto: “L’Ecc. Ciano ha autorizzato. Si è
provveduto informare i membri della Deleg. Alb. Nel senso voluto. Sc.”
140 La resa dei conti

annesso, come pure evidentemente si sarebbe voluto, si desidera-


va almeno Vucitern, rimasta alla Serbia e posta a sud di Mitrovica,
al di fuori del bacino minerario di Trepča che interessava i tede-
E
schi, nonché Kaçanik con la stretta omonima, senza pregiudizio
R
T O
della restante delimitazione stabilita per il massiccio del Ljuboten
e il bacino minerario di Belovište. La sistemazione ottenuta per la
'A U
regione dei laghi col pieno diritto sulle acque, pur con la dolorosa
L
perdita di Ohrid, ma con l’acquisizione del monastero di San

P ER
Naum, soddisfaceva pienamente gli albanesi46. A conclusione di
questo primo giro di consultazioni, il governo albanese venne in-

PIA
formato ufficialmente del nuovo tracciato confinario, mentre la

CO delegazione fu ricevuta in udienza da Ciano, da Vittorio Ema-


nuele III e da Mussolini47.
Per tutto il mese di giugno, la delegazione lavorò intensamente
a contatto con i funzionari del ministero degli Esteri e del sottose-
gretariato allo scopo di chiarire al meglio le rivendicazioni terri-
toriali albanesi e di esaminare i sistemi di tutela delle minoranze
albanesi che sarebbero rimaste fuori dai confini del nuovo stato. Si
era subito concordato, infatti, sull’opportunità di stipulare accordi
bilaterali di protezione delle minoranze con i paesi confinanti,
scartando ogni altra soluzione, quali l’opzione di nazionalità, sia
con l’obbligo di cambiamento di dimora sia senza quest’obbligo
(prevista dall’accordo italo-jugoslavo per la Dalmazia) o lo scam-
bio di popolazioni48.

46
Appunto per l’Eccellenza il Ministro del SSAA, Ufficio I, Roma, 22 maggio
1941 (l’appunto reca la scritta “Visto dall’Ecc. il Ministro”), in ASMAE, SSAA,
B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini.
47
Appunto per l’Eccellenza il Ministro del SSAA, Ufficio I, Roma, 25 maggio
1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione
dei confini.
48
Appunto per Ciano, senza data, sulla riunione del 7 giugno 1941, tra Scammac-
ca, Di Fossombrone, consigliere giuridico del Ministero, e la delegazione albanese, in
ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.
Vittoria mutilata 141

L’idea di uno spostamento della popolazione albanese, stimata


in circa 200.000 anime, di cui 80.000 in territorio ex jugoslavo ora
serbo e 120.000 in territorio bulgaro, era emersa durante il primo
E
giro di consultazioni, come misura per dar modo a tutti gli alba-
R
T O
nesi di entrare a far parte della nuova Albania e soprattutto per
consolidare l’assetto etnico, in modo da porre su basi definitive la
'A U
sistemazione di pace. Ma, seppure quest’idea avesse avuto dei
L
sostenitori da parte italiana, che si rifacevano in qualche modo al

P ER
modello degli accordi sulla minoranza tedesca dell’Alto Adige,
trovò compattamente contrari tutti i delegati albanesi. In realtà, al
A
PIdi là delle belle parole e delle pure sincere espressioni di compiaci-

CO
mento per l’allargamento territoriale dell’Albania, per gli albanesi
non c’era nulla che si doveva rendere definitivo nella sistemazione
confinaria e tanto meno come base della futura pace.
A dimostrarlo valgano le considerazioni che sia Kruja, sia
Berati e Alizoti misero per iscritto proprio sul problema del desti-
no degli albanesi rimasti fuori dal Regno, tutte tese a confutare
ogni altra soluzione, che certo era stata loro proposta, che non fos-
se quella degli accordi di protezione delle minoranze. Kruja bocciò
drasticamente l’idea di uno scambio di popolazioni con una serie
di convincenti argomentazioni. Innanzitutto, il numero degli
albanesi rimanenti in territorio serbo e bulgaro era il doppio dei
serbi e bulgari che sarebbero rimasti in quello albanese. Il nuovo
stato albanese, dunque, non era preparato, e non lo sarebbe stato
in un breve lasso di tempo, a ricevere improvvisamente queste
quarantamila famiglie, ovvero 200.000 nuovi abitanti. Altra ragio-
ne era la differenza climatica tra le regioni d’origine degli emi-
grandi e le zone agricole nelle quali sarebbero stati destinati, rite-
nute meno salubri. Il trasferimento di queste popolazioni veniva
poi bollato come “inumano” perché effettuato contro la volontà
degli stessi albanesi, tenacemente attaccati alla loro terra natia;
infine, dal punto di vista politico, un’evacuazione degli albanesi
avrebbe pregiudicato definitivamente la sorte futura di quei
142 La resa dei conti

territori.
Il sistema delle opzioni, altro rimedio esaminato da Kruja, pur
in apparenza più equo, poneva gli optanti di fronte all’atroce
E
dilemma di scegliere tra il richiamo “del sangue”, il richiamo della
R
T O
nazione, e le proprie radici, la terra che custodiva le spoglie dei
loro cari. Vi era poi un problema politico non indifferente nell’a-
'A U
dottarlo, cioè il rischio di dover accettare un trasferimento unilate-
L
rale, dato che con tutta probabilità le minoranze albanesi avreb-

P ER
bero optato per trasferirsi nel nuovo stato albanese, mentre bul-
gari e serbi in Albania, che il senatore stimava intorno ai centomila

PIA
individui, non avrebbero optato per il trasferimento entro i propri

CO stati nazionali. Non c’era altra soluzione, quindi, che quella degli
accordi bilaterali per assicurare alle minoranze di entrambe le
parti la tutela dei diritti di minoranza. Con convinzione Kruja
affermava: “È vero che questi diritti, garantiti nel passato dalla de-
funta S.d.N. sono stati impunemente calpestati. Ma questa viola-
zione si è potuta consumare dai più forti contro i più deboli che
non erano protetti che dall’impotente Società delle Nazioni. Gli
accordi bilaterali hanno invece funzionato abbastanza bene, per-
ché le parti contraenti avevano nelle proprie mani la stessa arma
di rappresaglie. Ciò è anche il caso nostro oggi. Se i governi bul-
garo e serbo mancassero ai propri obblighi verso le minoranze
albanesi, altrettanto farebbe il governo albanese verso quelle bul-
gare e serbe”49.
Anche Berati e Alizoti vennero alle conclusioni di Kruja, più o
meno con le stesse motivazioni, ma furono più espliciti sulle fina-
lità che ci si proponeva. Insistettero, infatti, sull’idea che uno
scambio di popolazioni avrebbe pregiudicato, inutilmente, il futu-
ro delle terre evacuate, mentre si potevano tranquillamente atten-
dere tempi migliori, confidando sul fatto che l’elemento albanese

Il problema delle minoranze albanesi. Appunti del senatore Kruja (gli appunti
49

furono rimessi dal diplomatico albanese Karazi il 9 giugno 1941), in ASMAE,


SSAA, B. 77, f. 1.
Vittoria mutilata 143

non sarebbe stato facilmente assimilato a causa della differenza


religiosa e linguistica. Un trasferimento forzato e repentino della
popolazione, che essi stimavano, però, in 250.000 persone, sarebbe
E
stato considerato “una grave sevizia” e avrebbe creato gravi pro-
R
T O
blemi all’interno dell’Albania. Il sistema delle opzioni, infine, se-
condo i due esponenti albanesi, era praticabile solo per minoranze
'A U
piccole, mentre in alcune zone gli albanesi erano la grande massa
L
della popolazione e dunque la Bulgaria non sarebbe stata d’ac-

P ER
cordo. Vi era, tra l’altro, il rischio che gli slavi abitanti in Albania,
ritenuti circa 100-150.000, optassero sì per la Bulgaria, ma rima-
A
PInessero concentrati lì dove erano, ovvero nella zona confinaria a

CO
stretto contatto con lo stato nazionale, dando vita a nuovi feno-
meni di irredentismo.
I due delegati albanesi ipotizzavano anche la possibilità di
un’opzione con l’obbligo di cambiamento di domicilio entro un
certo periodo di tempo, ma solo per respingerla come foriera di
gravi inconvenienti: si sarebbe data in mano a bulgari e serbi
un’ “arma temibile” per costringere gli albanesi a emigrare, adot-
tando misure vessatorie per spingerli a optare per l’Albania. Inol-
tre, come aveva già sostenuto Kruja, Berati e Alizoti erano del
parere che la popolazione slava presente nei nuovi confini albane-
si, più sensibile alle ingiunzioni delle autorità religiose e civili
bulgare, avrebbe optato in misura trascurabile, dando luogo a un
trasferimento unilaterale. Non rimaneva, dunque, anche per loro
che il sistema della protezione delle minoranze nazionali basato su
accordi bilaterali che, come aveva dimostrato quello tra Romania e
Jugoslavia, avrebbero assicurato efficacemente una reciprocità di
trattamento delle rispettive minoranze.
L’Albania, d’altro canto, era pronta a garantire alla minoranza
slava scuole in madrelingua, libertà di religione e forme d’autono-
mia politica, chiedendo per le minoranze albanesi un identico
trattamento. Gli accordi bilaterali, dunque, garantiti dal Nuovo
Ordine imposto dall’Italia e dalla Germania, erano l’unica strada
144 La resa dei conti

percorribile al momento: “È possibile – concludevano – che tutte


queste speranze siano vane, ma non sarebbe opportuno scartare
questi metodi ponderati di protezione minoritaria senza averli
E
sperimentati. Rimane sempre tempo per addivenire a una intesa
R
T O
di scambio delle popolazioni”50.
Pare fin troppo evidente che l’insistenza dei delegati albanesi
'A U
sugli accordi di protezione delle minoranze non scaturiva solo da
L
considerazioni umanitarie o di civiltà giuridica. Le minoranze

P ER
albanesi dovevano rimanere dove erano e non dovevano essere
assorbite affinché potessero attendere, in un futuro imprecisato,

PIA
l’arrivo dell’Albania. La sistemazione confinaria della Grande Al-

CO bania, dunque, doveva rimanere provvisoria, semplicemente per-


ché quella che si era creata non era la vera Grande Albania, ma
solo un’Albania più grande. Il documento che a chiusura della
tornata di colloqui romani la delegazione albanese rimise al sot-
tosegretariato fu, in un certo senso, scioccante per gli italiani. Era
una relazione riassuntiva delle rivendicazioni albanesi che si
erano di volta in volta esposte con quattro annessi esplicativi.
Il primo annesso era relativo alle rivendicazioni verso il Mon-
tenegro, ovvero le regioni di Antivari, Tuzi, quella di Hoti e
Gruda, nonché quelle di Plava e Gusinje. Il secondo annesso si
occupava delle rivendicazioni nel settore nord e nord orientale
ovvero dei distretti di Peshteri, Rozhaja, Peja, Novi-Bazar,
Mitrovitza, Vuciterni, Pristina, Podujevo, Ghilani, Perizovik e
Kačanik. Il terzo annesso rivendicava le zone della regione dei
laghi e i distretti di Krisheva, Prilep e Monastir. Il quarto annesso,
infine, chiedeva per l’Albania i distretti di Florina, Kosturi e
Grebenè, e le regioni del Pindo e dell’Epiro, contestando la con-
vinzione che stava prendendo corpo a Roma di dover lasciare que-

Promemoria sulla salvaguardia delle minoranze albanesi che rimangono al di là


50

dei nuovi confini, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1 su cui si legge la minuta di Scam-
macca: Promemoria “del Ministro Berati, sul quale è d’accordo anche l’Ecc.
Alizoti. Rimesso il 10. VI.1940/XIX”.
Vittoria mutilata 145

ste regioni alla Grecia. La seconda parte del documento, infatti,


trattava delle rivendicazioni di ordine economico, concentrandosi
sostanzialmente sul vecchio contenzioso con la Grecia circa le terre
E
appartenute agli albanesi della Ciamuria51.
R
T O
Ma che significato poteva avere rimettere alla fine di un mese
di negoziati sui confini un documento come questo? Significava
'A U
semplicemente ribadire che la vera Grande Albania era uno stato
L
composto da tutti i territori che formavano i quattro vilajet ex

P ER
turchi di Scutari, Kosovo, Monastir e Janina. Era l’Albania della
Lega di Prizren del 1878 ed era ancora quella per tutti i patrioti
A
PIalbanesi anche nel 1941. La lotta per l’unità nazionale del popolo

CO
albanese aveva solo conseguito un traguardo ragguardevole, ma
era lungi dall’essersi conclusa. Per gli albanesi d’Albania, dunque,
come per quelli del Kosovo, la vittoria conseguita contro la Jugo-
slavia era sentita come una vittoria mutilata.
A fine giugno la delegazione ritornò a Tirana dove la Commis-
sione, sotto la presidenza di Mborja, si riunì in seduta plenaria per
ascoltare la lunga relazione letta da Kruja sull’attività svolta a
Roma e sui risultati conseguiti. La seduta fu abbastanza movimen-
tata per l’evidente insoddisfazione dimostrata da molti membri
con richieste di chiarimento ed espressioni di preoccupazione per
la sorte dei territori non ancora assegnati, che costrinsero Kruja e
Mborja a far opera di rasserenamento degli animi52. In quest’opera
di distensione, trovarono un valido appoggio in Terence Toçi, che
pronunciò un vigoroso e solenne discorso di fronte al Consiglio
superiore corporativo, che magnificava il grande traguardo rag-
giunto e si incentrava sulla missione di avanguardia dell’impero
che veniva ora affidata all’Albania nei Balcani. Un contributo alla
moderazione fu poi apportato dalle misure che a Roma si erano

51
Appunto di Scammacca per il GAB-AP, 22 giugno 1941, 71/06605/1799, in
ASMAE, SSAA, B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini.
52
Jacomoni a Ciano, 30 giugno 1941, t. 6447/561, in ASMAE, SSAA, B. 78,
f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini.
146 La resa dei conti

prese o si era in corso di prendere per dare maggiore autonomia


agli organi locali e consentire una più diretta partecipazione degli
albanesi alla vita delle terre liberate53.
E
Particolarmente spinosa, nell’immediato, si presentò la que-
R
T O
stione della delimitazione dei confini con il Montenegro. Jacomoni
aveva già comunicato le richieste minime del governo di Tirana al
'A U
momento in cui si era appreso della sua costituzione a stato indi-
L
pendente. Già all’epoca, Mussolini e Ciano, nonostante il parere

P ER
contrario di Mazzolini, alto commissario per il Montenegro, si
erano orientati nel senso di dare soddisfazione alle richieste degli

PIA
albanesi inoltrate da Jacomoni54.

CO A fine giugno, a corroborare le rivendicazioni del governo


albanese giunse a Tirana un minaccioso appello dei capi albanesi
di Hoti, Gruda, Trepshi, Tuzi e Koçi, affinché i loro territori venis-
sero annessi all’Albania, dichiarandosi pronti a tutto pur di non
avere a che fare con gli odiati montenegrini e minacciando di far
prendere alla situazione una “piega irreparabile” se non fossero
stati ascoltati55. Definire i confini albanesi col Montenegro era di-
venuta una priorità per evitare incidenti56. La cosa fu subito sfrut-
tata dal governo di Tirana e il 5 luglio giunsero a Roma Koliqi e

53
Jacomoni a Ciano, 2 luglio 1941, t. 6584/0180, in ASMAE, SSAA, B. 78,
f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini.
54
Sulle vicende montenegrine, v. GIANNI SCIPIONE ROSSI, Mussolini e il
diplomatico. La vita e i diari di Serafino Mazzolini, un monarchico a Salò, Soveria
Mannelli, Rubettino, 2005, pp. 97-111. In particolare sulla questione dei confini
con l’Albania v. qui stesso il Diario di Mazzolini alla data del 21 maggio 1941.
55
Meloni a Ministero degli Esteri, telespr. 9777, senza data, ma di fine giu-
gno, in ASMAE, SSAA, B. 78 f. “Montenegro”. Col dispaccio si trasmetteva un
appello, datato 27 maggio da Scutari, e firmato dal presidente del municipio
di Tuzi Sherif Hyseni, dal presidente di quello di Gruda Dok Martini, e con le
firme di Bajram Muji da Tuzi, Nikoll Miri e Gjek Çuni da Gruda e Hasan Begu
da Vranje. Vi si legge sopra un appunto: “La questione è ormai decisa in senso
favorevole all’Albania limitatamente a Hoti e Gruda. Sc.”
56
V. CIANO, Diario, alla data del 30 giugno 1941.
Vittoria mutilata 147

Kruja con la richiesta di essere ricevuti da Ciano urgentemente al


fine di discutere con il ministro l’attribuzione all’Albania della
conca di Plava e Gussinje57. Nonostante le perorazioni di Mazzo-
E
lini e le sue espresse preoccupazioni circa il pericolo di gravi rea-
R
T O
zioni montenegrine in caso di nuove mutilazioni territoriali58,
Mussolini, cui fu rimessa la questione, decise di risolvere in senso
'A U
favorevole agli albanesi la controversia sulla frontiera. Il desiderio
L
di soddisfare al massimo il nazionalismo albanese ebbe il soprav-

P ER
vento, ma forse non fu estranea alla decisione del «duce» anche la
volontà di dare un colpo al prestigio della monarchia che ripetuta-
A
PImente si era espressa in favore del mantenimento del Montenegro

CO
nei confini del 191459. L’Albania, dunque, si ingrandiva a scapito
del Montenegro con le regioni di Peć e Giakoviza, di Plava e
Gusinje, di Tuzi, Hoti e Grudi e di Dulcigno (Ulcinj). Ciano scrisse
a Jacomoni di far rilevare come l’Italia realizzasse un “sogno seco-
lare” degli albanesi, mentre con Mazzolini si premurò di insistere
sul fatto che le frontiere avevano un “valore puramente morale ed
amministrativo trovandosi ambedue i popoli nell’orbita di Ro-
ma”60.
Era evidente che la decisione italiana doveva essere recepita in
modo assai diverso in Montenegro e in Albania. Mazzolini comu-
nicò da subito le profonde impressioni suscitate presso i montene-
grini e l’aggravarsi della situazione da ogni punto di vista e l’im-

57
Appunto urgente del SSAA, Ufficio I, Roma, 5 luglio 1941, in ASMAE, SSAA,
B. 78, f. Commissione albanese per la delimitazione dei confini. Vi si legge
sopra:”L’Ecc. il Ministro riceverà Koliqi e Kruja. Sc.”.
58
Mazzolini a Ciano, 8 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 362. V. anche il
Diario di Mazzolini alle date del 7, 11, 12 luglio 1941, in ROSSI, Mussolini e il
diplomatico, cit.
59
V. a questo proposito anche CIANO, Diario, alle date del 10 e 21 maggio
1941, nonché il Diario di Mazzolini alle date dell’11, 22 e 26 maggio 1941, in
ROSSI, Mussolini e il diplomatico, cit.
60
Ciano a Jacomoni, 8 luglio 1941 e Ciano a Mazzolini, 9 luglio 1941, in DDI, s.
IX, vol. VII, DD. 363 e 367.
148 La resa dei conti

possibilità di mettervi riparo con i limitati mezzi a sua disposizio-


ne61. Il 13 luglio, infatti, all’indomani della proclamazione dell’As-
semblea costituente montenegrina scoppiò la rivolta popolare che
E
avrebbe dato la stura al movimento di resistenza contro gli occu-
R
T O
panti62. L’adesione alla resistenza nazionalista, come poi a quella
comunista, vista in questa ottica, fu inizialmente adesione allo sla-
'A U
vismo contro gli albanesi, al cristianesimo ortodosso della antica
L
Terza Roma contro l’Islam albanese: alla Russia si guardò, nuova-

P ER
mente, come nel secolo passato come all’ancora di salvezza e
all’antica protettrice antiottomana-antimusulmana e antitedesca.

PIA Al contrario di Mazzolini, Jacomoni poteva comunicare la

CO “gioiosa impressione” destata dalla decisione di Mussolini e gli


immediati riflessi che essa avrebbe avuto nel “cementare unione
italo-albanese e disarmare, di fronte alla evidenza e grandezza dei
risultati, superstiti avversioni e prevenzioni”. Nel paese cardine
della comunità imperiale, insomma, la posizione dell’Italia ne
usciva rafforzata sia per aver patrocinato l’unificazione nazionale,
sia come elemento indispensabile per la sua difesa e conservazio-
ne future63. Il luogotenente poteva, dunque, registrare, pur nella
perdurante sensibilità per le questioni territoriali, un deciso mi-
glioramento dello spirito pubblico in relazione all’unione con
l’Italia e ai vantaggi che essa aveva e avrebbe in futuro arrecato.
Questo miglioramento, tra l’altro, già in atto per la fine della
guerra, per i segni della ripresa economica e per la regolarità degli
approvvigionamenti, era stato ancor più favorito dai provvedi-
menti presi o annunciati per dare maggiore autonomia agli organi
locali e consentire una più diretta partecipazione albanese allo
studio dei problemi delle terre liberate64.

Mazzolini a Pietromarchi, 10 luglio 1941 e Mazzolini a Pietromarchi, 11 luglio


61

1941, in DDI, s. IX, vol. VII, DD. 369 e 375.


62
V. TOMASEVICH, War and Revolution, cit., pp. 138-142.
63
Jacomoni a Ciano, 14 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 384.
64
Jacomoni a Ciano, 2 luglio 1941, t. 6584/0180, in ASMAE, SSAA, B. 78, f.
Vittoria mutilata 149

4. L’occupazione del Kosovo e della Macedonia


Lo scoppio delle ostilità contro la Jugoslavia era stato considerato

R E
dalla comunità albanese del Kosovo come l’agognato segnale della
prossima unione con l’Albania. Consapevoli dell’orientamento de-
T O
gli albanesi e prive di ogni fiducia rispetto alla loro lealtà, le

'A U
autorità di Belgrado avevano evitato il richiamo alle armi dei ven-
L
ticinquemila albanesi del Kosovo che pure avevano già prestato

P ER
servizio militare sotto il Regno jugoslavo65. L’occupazione da parte
delle armate tedesche e italiane fu alquanto veloce. L’8 aprile i
A
PI
tedeschi entrarono a Skopje, il 10 erano alle porte di Prizren, che
venne però occupata dagli italiani il 14. Gli albanesi del Kosovo
CO avevano atteso la liberazione e avevano salutato con gioia l’arrivo
dell’esercito italiano, chiaro indice della sicura realizzazione delle
loro speranze. Molte comunità albanesi, tuttavia, trovandosi al di
fuori della linea di occupazione italiana, cominciarono a nutrire
preoccupazioni circa la loro unione con il resto dell’Albania. Gravi
lagnanze generò poi la decisione tedesca di permettere l’avanzata
dell’esercito bulgaro nelle zone della Macedonia precedentemente
occupate dalla Germania, ma che Berlino aveva promesso di
assegnare alla Bulgaria66.
L’intervento bulgaro, iniziato il 21 aprile, era stato da tempo
dettagliatamente pianificato e riguardò un’estesa regione che nel
suo complesso, e in particolare per la zona settentrionale, venne
definita prendendo come base l’accordo che era intercorso tra
Berlino e Sofia nel 1915, all’epoca dell’entrata della Bulgaria nella
prima guerra mondiale a fianco degli Imperi centrali. La regione

Commissione albanese per la delimitazione dei confini.


65
V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., p. 327.
66
Sui negoziati bulgaro-tedeschi circa la Macedonia, si veda il classico, ma
filo-greco,volume di EVANGELOS KOFOS, Nationalism and Communism In Ma-
cedonia. Civil Conflict, Politics of Mutation, National Identity, New York-New
Rochelle, Aristide D. Caratzas Publisher, 1993 (prima ed. 1964), pp. 98-100.
150 La resa dei conti

comprendeva, al nord, i territori sottratti dalla Serbia alla Bulgaria


durante le guerre balcaniche e il primo conflitto mondiale e il ter-
ritorio che si estendeva da Zaribrod verso la Morava meridionale,
E
compresa Pirot. A occidente, invece, cadeva nella zona d’occupa-
R
T O
zione bulgara la parte di Macedonia compresa tra la vecchia fron-
tiera bulgaro-jugoslava e il fiume Vardar fino a Skopje compresa.
'A U
A sud la regione assegnata alla Bulgaria si estendeva verso la Tra-
L
cia egea comprendendo le vallate della Struma e della Maritza67.

P ER
Benché la stampa di Sofia mettesse subito in risalto il fatto che la
questione macedone si era risolta grazie alla politica filo-asse e che

PIA
con una semplice carta geografica si potessero apprezzare i van-

CO taggi territoriali acquisiti dalla Bulgaria, i circoli nazionalisti bul-


gari lamentarono subito che l’occupazione non si estendeva su
tutto ciò che essi consideravano irrinunciabile e nutrirono sospetti
circa le pretese italiane, ovvero albanesi, su parti della Macedo-
nia68.
Anche l’occupazione bulgara fu assai rapida, ponendo im-
mediatamente sul tappeto la questione delle frontiere tra Albania
e Bulgaria e dei rapporti tra la popolazione albanese e l’ammi-
nistrazione militare bulgara69. Gli albanesi lamentarono subito
violenze e soprusi da parte dell’esercito bulgaro, aprendo un
aspro contenzioso tra Tirana e Sofia che coinvolse direttamente i
rapporti tra Italia e Bulgaria, sommandosi alla già delicata que-
stione dei confini, e che non sarebbe di fatto mai cessato fino alla

67
Magistrati a Ciano, 21 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VI, D. 962; Magistrati a
Ciano, 23 aprile 1941, t.p.c. 1689/0195, in ASMAE, AP, Jugoslavia, B. 107, f. Si-
tuazione in Macedonia.
68
Scammacca a Jacomoni, 8 maggio 1941, telespr. 04571/913, in ASMAE,
SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari.
69
Sull’occupazione della Macedonia da parte dell’esercito bulgaro, v. KOFOS,
Nationalism and Communism, cit., pp. 108-110, che però, parlando degli eccessi
bulgari in Macedonia, dimentica completamente l’esistenza dell’elemento
etnico albanese.
Vittoria mutilata 151

caduta del regime fascista. “Da tutte le zone popolate in maggio-


ranza da albanesi e da noi non occupate, e specialmente dal Kos-
sovese, – scrisse il console Venturini agli inizi di maggio – mi
E
giungono invocazioni all’Italia affinché invii i suoi soldati”. Tali
R
T O
invocazioni, a suo giudizio, manifestavano l’attaccamento di que-
sti albanesi all’Italia e la necessità di difenderli, perché era ormai
'A U
dimostrato che la più grave colpa che avevano secondo i bulgari
L
era proprio questo manifesto legame con Roma. La situazione tra

P ER
bulgari e albanesi era divenuta in breve incandescente e non erano
mancati gli incidenti, favoriti anche dal fatto che gli albanesi
A
PIavevano fatto incetta di armi abbandonate dall’esercito serbo

CO
durante la ritirata. I bulgari si stavano dando da fare, quindi, per
imporre la loro amministrazione e provvedere al disarmo degli
albanesi, ma con metodi di una tale brutalità che più volte, ma
inutilmente, lo stesso Venturini era stato costretto a intervenire
presso le autorità militari competenti.
Una situazione, tra l’altro, che rischiava di peggiorare, man
mano che l’esercito tedesco si fosse ritirato per lasciare posto a
quello bulgaro, lasciandolo privo di ogni freno. “Insultare e per-
cuotere un Albanese perché porta il fez, pretendere che una donna
albanese musulmana si scopra il viso, irridere chi afferma di esse-
re italiano perché l’Albania è Italia, – riferiva il console italiano –
parlare della prossima invasione dell’Albania, e poi, soprattutto,
derubare gli Albanesi di quanto hanno, dall’oro all’onore delle
donne addosso alle quali diecine e diecine di soldati cercano con
gesti sconci armi inesistenti, ecco la pratica quotidiana dei militari
bulgari di occupazione”. Ma, a suo giudizio, non si trattava soltan-
to di atti ripetuti di violenza perpetrati da un esercito d’occupa-
zione. Erano vere e proprie “spedizioni punitive”, “sicuro indizio
di un sistema e di un programma”. Gli eccessi, infatti, erano così
sproporzionati e l’odio mostrato dai bulgari così acceso che tutto
portava a “ritenere che il loro atteggiamento risponda ad un pre-
ciso piano inteso ad eliminare con tutti i mezzi il problema alba-
152 La resa dei conti

nese dalle terre jugoslave che saranno bulgare e comunque ad im-


pedire che gli Albanesi siano di base a pretese italiane sulle terre
stesse”70.
E
Su richiesta di Verlaci, a partire dalla metà di giugno, Ciano
R
T O
coinvolse direttamente la legazione a Sofia, guidata dal cognato,
Massimo Magistrati, a interessare quel governo sia degli effetti
'A U
perniciosi della propaganda bulgara in Macedonia, sia del com-
L
portamento dell’esercito bulgaro nei confronti degli albanesi, ai

fascista71.P ER
quali bisognava assicurare la “benevola protezione” del governo

PIA Il governo di Tirana, dunque, fu assai attivo nell’attirare l’at-

CO tenzione di Roma sulla gravità della situazione degli albanesi del


Kosovo e in particolare di quelli rimasti al di fuori della linea di
occupazione italiana. Agli inizi di giugno, Verlaci inviò a Ciano
una serie di preoccupanti relazioni a lui pervenute da varie parti
del Kosovo, chiedendo l’adozione di tempestive misure per porre
i territori occupati sotto amministrazione albanese e inviare ordini
precisi ai comandi delle varie armi affinché si disponessero a col-
laborare con essa72. Le relazioni denunciavano gli “orrori” bulgari
e la subdola propaganda di Sofia, ma si soffermavano anche sulle
condizioni intollerabili esistenti nella zona occupata dalla Germa-
nia. Tra tutte, destava impressione l’intenzione tedesca di lasciare
parte del Kosovo alla Serbia, pur con la garanzia dell’autonomia.
Con l’aiuto di albanesi che da sempre avevano collaborato con i

70
Venturini a Legazione Belgrado, 4 maggio 1941, telesp. 403/169R, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
71
Ciano a Verlaci, lettera del 18 giugno 1941, n. 71/06301/2682, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 9.
72
Verlaci a Ciano, 4 giugno 1941, n. 625/17/18/19, in ASMAE, SSAA, B. 77,
f. 2. Con la lettera Verlaci rimetteva le seguenti relazioni sulla situazione dei
territori al di fuori dell’Albania: relazione sulla situazione a Struga e nel suo di-
stretto, in data 28 maggio 1941 e a firma del prefetto di Scutari, Riza Drini; relazione
sulla situazione politica del Kosovo a firma Banush Hoxhë-Sadillari, Tirana, 29 mag-
gio 1941; relazione del sindaco di Prizren, Tahir Kolgjini, Prizren, 25 maggio 1941.
Vittoria mutilata 153

serbi, Belgrado, infatti, stava invitando i kosovari delle 9 sottopre-


fetture di Senica, Novi Pazar, Mitrovica, Vuciterni, Podujevo, Pri-
stina, Ghilan, Ferisovic, Kačanik ad accettare l’idea di un governa-
E
torato autonomo all’interno della Serbia che, insieme a questa,
R
T O
sarebbe stato posto sotto protettorato tedesco. I funzionari di que-
sto governatorato sarebbero stati serbi e albanesi, il governatore
'A U
albanese, la lingua serba o albanese a secondo della nazionalità dei
L
funzionari. La propaganda serba era attivissima allo scopo di con-

P ER
vincere gli albanesi a rassegnarsi circa il destino di quelle terre, ma
la maggior parte della comunità albanese resisteva nella speranza
A
PIdi un’unione con l’Albania73.

CO
Effettivamente, già il 21 aprile 1941 il generale di divisione
Eberhardt, comandante delle truppe tedesche in Kosovo, aveva
organizzato un incontro con i notabili albanesi disposti a colla-
borare, guidati da Xhafer Deva, del quale si diceva fosse serbofilo
e ingaggiato in precedenza dal servizio di spionaggio tedesco. Du-
rante la riunione, Eberhardt promise l’istituzione di un’ammini-
strazione locale albanese e ampie concessioni riguardo all’insegna-
mento in lingua albanese. Si concordò, inoltre, la creazione di una
gendarmeria albanese, con un migliaio di uomini all’incirca, che
dovevano poi essere aumentati con il reclutamento di altri mille
volontari74. Più cautela i tedeschi mostrarono, invece, di fronte alle
istanze di espulsione dell’elemento montenegrino e serbo: Eberhardt
fu d’accordo a interessarsi in futuro della questione purché la cosa
fosse fatta “in modo ragionevole e pacifico”75.

73
Relazione sulla situazione politica del Kosovo a firma Banush Hoxhë-Sadillari,
Tirana 29 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
74
Su ciò v. VICKERS, Between Serb and Albanian, cit., p. 121; TOMASEVICH,
War and Revolution, cit., p. 149.
75
V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., pp. 330-331.
154 La resa dei conti

5. I tentativi italo-albanesi di riunificare il Kosovo


Pochi, tuttavia, nella zona d’occupazione tedesca, erano disposti,

R E
al pari di Xhafer Deva, a rassegnarsi all’idea di rimanere dentro i
confini della Serbia. In giugno, il sindaco di Mitrovica, Mustafa
T O
Shabani, anche in rappresentanza della popolazione albanese di

'A U
Podujevo e Vuciterni, e il sindaco di Novi Pazar, Aqif Bluta, invia-
L
rono alle autorità militari tedesche una petizione in questo senso e

P ER
per richiedere l’instaurazione di un’amministrazione come quella
che si era avuta nel 1915-18 durante l’occupazione austro-unga-

PIA
rica. Le autorità tedesche di Mitrovica ribadirono, però, l’inten-
zione di restaurare un’amministrazione serba e l’obbligo degli
CO albanesi di collaborare con essa. I due esponenti kosovari, per rea-
zione, respinsero ogni collaborazione con i serbi, invocando l’oc-
cupazione italiana e il ricongiungimento alla patria albanese. Vista
l’ostinazione degli albanesi, il comando tedesco di Mitrovica sensi-
bilizzò i superiori gerarchici a Belgrado, che a loro volta invita-
rono i due notabili kosovari a recarsi nella capitale per discutere
del loro atteggiamento con il comandante militare della Serbia.
Il 16 e 17 giugno Mustafa Shabani e Aqif Bluta furono ricevuti
al comando militare tedesco della Serbia, dove tuttavia fu loro
confermato quanto sapevano: i quattro distretti albanesi sarebbero
rimasti per tutta la guerra dentro i confini della Serbia e sotto
l’amministrazione di Belgrado. Gli albanesi erano invitati a colla-
borare con le autorità civili serbe, con la promessa che dopo il
conflitto si sarebbe presa una decisione definitiva. La risposta dei
rappresentanti albanesi fu nuovamente negativa e i due ribadi-
rono il desiderio della popolazione che rappresentavano di unirsi
alla madrepatria quanto prima. Se ciò non fosse stato possibile,
bisognava comunque evitare un’amministrazione serba nei di-
stretti, lasciando l’occupazione tedesca fino alla pace. Forme di
autonomia locale, pure riproposte, non sembravano sufficienti ai
due rappresentanti kosovari, che giunsero a chiedere l’occupa-
Vittoria mutilata 155

zione dei distretti da parte degli italiani, rifiutando di firmare ogni


impegno alla collaborazione. Alle conversazioni fu chiamato a
partecipare anche Xhafer Deva, nel chiaro intento da parte dei
E
tedeschi di trovare una conciliazione tra gli stessi albanesi delle
R
regioni occupate.
T O
Di questi passi presso le autorità tedesche gli italiani furono
'A U
dettagliatamente informati, anche perché i due notabili albanesi
L
invocarono direttamente l’interessamento da parte dell’Italia alla

P ER
loro causa, pregando per una pronta occupazione italiana e per
l’annessione all’Albania sotto la corona dei Savoia76. La situazione
A
PInel Kosovo occupato dalla Germania era, dunque, lungi dall’es-

CO
sere pacificata o semplicemente normalizzata. D’altra parte, il
governo serbo guidato prima da Ačimović e poi, dall’agosto 1941,
da Nedić, si sarebbe sempre accanitamente opposto a ogni ricono-
scimento del carattere albanese della zona. Pressioni provenienti
da Tirana e il desiderio di accattivarsi l’ala più nazionalista dello
schieramento politico albanese spinsero l’Italia a sostenere ripetu-
tamente la causa degli albanesi rimasti dentro i confini del gover-
natorato militare della Serbia.
Il governo albanese interessò continuamente Palazzo Chigi alle
sorti della regione kosovara non annessa, nella mai sopita speran-
za di poter estendere in futuro i confini dell’Albania. Personaggi
quali Ibrahim Lutfiu, Aqif Bluta, Mustafa Shabani e, soprattutto,
Ali Draga, figlio di Ferhad, che era tornato a Mitrovica, tennero
costantemente informate le autorità di Tirana dei negoziati che la
comunità albanese affrontò con i tedeschi e con i serbi al fine di

76
Theodoli a Berlino, SSAA, Tirana, Comando supremo, 16 luglio 1941, telespr.
02834; Guidotti a ministero degli Esteri, 21 giugno 1941, telespr. 255/127 da
Belgrado, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. Come si vede, è molto discu-
tibile quanto scrive Fischer che, fuorviato dai documenti tedeschi che ha
utilizzato, afferma categoricamente che gli albanesi consideravano l’ammini-
strazione tedesca a Mitrovica come “a model occupation regime”: v. FISCHER,
Albania at War, cit., pp. 85-86.
156 La resa dei conti

giungere a una partecipazione degli albanesi all’amministrazione


civile. Si iniziò con la costituzione, nel luglio 1941, di un distretto
giudiziario a sé stante nel quale potessero essere integrati gli alba-
E
nesi77, per giungere, infine, il 6 agosto, all’emanazione da parte
R
T O
delle autorità di Belgrado di un decreto per il riordinamento e per
l’amministrazione della regione del Kosovo sotto occupazione te-
'A U
desca78. Come era stato già previsto, i quattro distretti kosovari fu-
L
rono posti sotto la sovranità serba, concedendo però agli albanesi

P ER
lo status di minoranza etnica. Il nuovo regime amministrativo pre-
vedeva un vice-bano albanese e assicurava agli albanesi la parteci-

PIA
pazione alle varie istituzioni preposte all’amministrazione civile,

CO prefetture, tribunali, organi finanziari, municipi, ecc., in propor-


zione al numero degli albanesi abitanti nei vari centri. Alla comu-
nità albanese veniva concesso, inoltre, il diritto di aprire scuole
elementari con maestri albanesi e la creazione di una scuola media
a Mitrovica.
Ma il riconoscimento di questi diritti non fu in generale accolto
con entusiasmo dagli albanesi. Innanzitutto stabilizzava l’assetto
politico-amministrativo, cancellando di fatto ogni speranza di
un’unificazione futura con il resto dell’Albania o almeno di una
scorporazione delle quattro province dallo stato serbo e la crea-
zione di un’amministrazione interamente albanese. In secondo
luogo, si sospettava trattarsi solo di concessioni sulla carta, cui
non sarebbe stata data attuazione pratica, impedendo una tutela
adeguata della compagine etnico-culturale albanese. Il Comitato
Kosovaro, dunque, si mobilitò immediatamente presso il governo

77
Comandante militare della Serbia, Verbale delle conversazioni per l’ammissione
degli albanesi nella Amministrazione della giustizia serba. Belgrado 12 luglio 1941.
Ai negoziati parteciparono per gli albanesi Ali Draga, Aqif Bluta, Xhafer Deva
e Mustafa Shabani.
78
Il decreto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (Novo Vreme) del-
l’8 agosto 1941 ed era firmato da tutti i commissari serbi. È in ASMAE, SSAA,
B. 78, f. Minoranze.
Vittoria mutilata 157

di Tirana, lamentandosi della situazione e manifestando, nuova-


mente, quale suo obiettivo finale, l’annessione futura all’Albania79.
Nell’impossibilità di aprire un dialogo fruttuoso con i comandi
E
militari tedeschi circa l’applicazione del decreto, il Comitato
R
T O
Kosovaro, d’accordo con il governo di Tirana, decise di inviare
una propria delegazione a Berlino, nella speranza che il governo
'A U
tedesco fosse più sensibile alle sue istanze. A Tirana fu anche chie-
L
sto un contributo di venticinquemila franchi albanesi per poter far

P ER
fronte alle spese di viaggio. Jacomoni dette subito il suo assenso, a
patto che la delegazione kosovara durante il suo soggiorno in
A
PIGermania facesse capo all’ambasciata italiana a Berlino e che fosse

CO
accompagnata da un funzionario albanese del ruolo speciale del
ministero degli Esteri italiano, quale ad esempio Shtylla.
Anche Corrias, capo dell’ufficio Albania del gabinetto del mini-
stro80, al quale erano stati affidati gli affari albanesi dopo l’aboli-
zione del sottosegretariato, voluta nel vano intento di rendere più
autonoma la Grande Albania, si pronunciò favorevolmente. A suo
giudizio, inoltre, la delegazione kosovara poteva approfittare del
viaggio a Berlino per chiedere l’autorizzazione alla creazione di
sedi del partito fascista albanese nei distretti sotto amministra-
zione serba, sembrando questo lo strumento più utile per tenere
desto l’attaccamento alla madrepatria albanese nelle comunità non
annesse fin tanto che esse fossero rimaste nei confini della Serbia81.
Ciano, tuttavia, fece opposizione alla proposta per due ragioni

79
Memorandum del Comitato Kosovaro a Verlaci, in ASMAE, SSAA, B. 78,
f. Minoranze. Il memorandum era firmato da Bedri Pejani, Rexhep Mitrovica,
Xhelal Mitrovica.
80
Sulla figura di Corrias, v. FRANCESCO CORRIAS, Un diplomatico italiano del
novecento. L’ambasciatore Angelino Corrias 1903-1977, Soveria Mannelli, Rubbet-
tino, 2003.
81
GAB-ALB. Appunto per l’Eccellenza il Ministro, 17 settembre 1941, in ASMAE,
SSAA, B. 78, f. Minoranze. Sull’appunto Ciano annotò: “Corrias. Parlarne al
mio ritorno a Roma”.
158 La resa dei conti

fondamentali. In primo luogo, pur con le condizioni poste da


Jacomoni, non si voleva lasciare spazio a iniziative autonome dei
kosovari e del governo di Tirana in campo internazionale, che
E
avrebbero messo in discussione le prerogative di Palazzo Chigi. In
R
T O
secondo luogo, appariva chiara l’inopportunità di una tale missio-
ne nei riguardi dell’alleato tedesco, poiché avrebbe mostrato una
'A U
troppo diretta ingerenza del governo italiano in questioni che di
L
fatto riguardavano solo la Germania. Era pericoloso, anche per gli

P ER
interessi stessi dell’Italia e dell’Albania, rimettere in discussione
l’assetto stabilito a Vienna. Il ministro italiano, dunque, respinse

PIA
l’idea di una missione a Berlino, ma concordò con una soluzione

CO alternativa propostagli da Jacomoni: Shtylla avrebbe preso contatti


con le comunità del Kosovo serbo e avrebbe suggerito che, even-
tualmente, la delegazione fosse inviata a Roma per presentare i
loro desiderata a Palazzo Chigi. “A tale viaggio a Roma – si anno-
tava – non dovrebbe essere data molta risonanza, onde evitare di
urtare possibili suscettibilità tedesche”. Sarebbe stato poi compito
di Ciano decidere se, quando e come affrontare la questione con
l’alleato germanico82.
Fondamentale, tra i desideri espressi dagli albanesi, era il mu-
tamento di alcuni articoli del decreto del 6 agosto al fine di ren-
derlo effettivamente applicabile. Ali Draga presentò inutilmente ai
comandi tedeschi una serie di petizioni che richiedevano come
prioritaria misura l’autorizzazione a servirsi di personale prove-
niente dal Regno d’Albania. Senza di esso, infatti, si rendeva prati-
camente irrealizzabile la possibilità di introdurre l’insegnamento
in albanese. Il decreto, infatti, prevedeva la scelta di maestri tra gli
albanesi che possedevano la cittadinanza serba, ma di albanesi
idonei all’incarico non se ne trovavano, stante lo stato di arretra-
tezza in cui la comunità albanese del Kosovo era stata mantenuta

Appunto del 24 settembre 1941, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze. A


82

margine, l’appunto con le proposte reca la scritta “SI”, segno del consenso di
Ciano.
Vittoria mutilata 159

per decenni. Ali Draga propose che i maestri fossero reclutati in


Albania e si recassero in Serbia con un contratto particolare83. Ma,
di fatto, ancora alla fine del 1941, malgrado nuovi sforzi negoziali
E
da parte della comunità albanese con l’amministrazione tedesca,
R
T
zione con esiti positivi84.
O
non risultava che queste richieste fossero state prese in considera-

'A U
La costante ingerenza nelle vicende del Kosovo serbo, per
L
quanto a Roma ci si sforzasse di mantenerla su un tono minore,

P ER
non fu certo gradita alle autorità tedesche. Lamentarono continue
infrazioni del confine da parte degli albanesi del Regno allo scopo
A
PIdi fare opera di propaganda per l’annessione85, e risposero con

CO
una serie di iniziative di contro-propaganda che a loro volta urta-
rono gli italiani. Il Kosovo divenne in breve uno dei tanti terreni di
frizione tra Roma e Berlino, generati dalla sistemazione della peni-
sola balcanica e, più in generale, dalla conduzione della guerra. La
propaganda, del resto, come in tutti i Balcani, prendeva le forme
più impensabili. In novembre, molte voci, alle quali pareva non
fossero estranei agenti tedeschi e dietro cui si sospettava addirit-
tura che vi fosse lo zampino del console generale tedesco a Tirana,
Peter H. Pfeiffer, giunsero a Roma per dare come possibile la con-
cessione di una vera e propria autonomia al Kosovo serbo come
primo passo per la ricostituzione di un’Albania etnica sotto in-
fluenza della Germania. Si parlò di una futura offerta della corona
della regione al figlio dell’ex monarca albanese, principe Wied, ora
ufficiale tedesco86.

83
Traduzione di una petizione di Ali Draga al capo della sezione per l’istruzione
del Comando miliare della Serbia, KVR, Belgrado, 12 agosto 1941, in ASMAE,
SSAA, B. 78, f. Minoranze.
84
Ministero degli Esteri a Tirana, 19 novembre 1941, telespr. 71/13953/386, in
ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze.
85
Mameli a Ciano, 4 dicembre 1941, t. 11440R/435, in ASMAE, SSAA, B. 77, f.
9, Movimento macedone.
86
Comando generale a Ministero degli Affari Esteri, Promemoria del 4 novembre
160 La resa dei conti

Le autorità tedesche erano anche sospettate di aver dato vita a


un piccolo governo albanese a Mitrovica con esuli anti-italiani
fuggiti dall’Albania. Le voci furono così persistenti che Palazzo
E
Chigi richiamò l’attenzione di Mackensen su di esse mettendolo in
R
T O
guardia sul rischio di intorbidare le relazioni tra i due paesi. Ciano
espresse inoltre la speranza che il Führer cedesse Mitrovica all’Al-
'A U
bania, un gesto che avrebbe avuto una eco profonda sia in Albania
L
che in Italia87. Il diplomatico tedesco prese nota delle osservazioni,

P ER
ma il ministro italiano confidò al suo diario tutti i suoi dubbi circa
il fatto che Berlino avrebbe seriamente preso delle misure88.

PIA In realtà, la Wilhelmstrasse si adoperò fattivamente per accertare

CO i fatti. Non vi era, a suo dire, alcuna macchinazione anti-italiana,


benché esuli albanesi contrari all’Italia fossero stati utilizzati nel-
l’amministrazione civile della zona. Berlino, tuttavia, impartì chia-
ri ordini alle autorità locali di evitare in ogni modo che Mitrovica
divenisse una fonte di conflitto tra italiani e tedeschi89. Il ministero
degli Esteri tedesco era però contrario, come Pietromarchi aveva
suggerito in una sua visita a Berlino all’inizio di novembre, sia a
che Mitrovica fosse occupata da truppe italiane, visto che era lì
presente un quartier generale tedesco, sia a che gli italiani invias-
sero un console a Mitrovica; per la protezione degli interessi alba-
nesi in Serbia bastava l’addetto agli affari albanesi già presente, e
con il rango di ministro, alla legazione italiana a Belgrado90.
Il ministro degli Esteri italiano ebbe occasione di parlare diret-
tamente con Ribbentrop delle questioni di diretto interesse italiano

1941, n. 79/B.10-MS, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. G. Relli (console a Bitolj) a


Magistrati, 29 novembre 1941, telespr. 719/114, ivi.
87
Mackensen a Ribbentrop, 7 novembre 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 456.
88
V. CIANO, Diario, alla data del 7 novembre 1941. Sull’attività anti-italiana
effettivamente svolta dai tedeschi, v. FISCHER, Albania at war, cit., p. 86, che
riporta notizie tratte dai documenti tedeschi.
89
Woermann a Benzler, 24 novembre 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 495.
90
Ribbentrop a Mackensen, 24 novembre 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 497.
Vittoria mutilata 161

nei Balcani alla fine di novembre 1941 durante la sua visita in Ger-
mania. Ciano sensibilizzò il suo omologo tedesco anche ai generali
problemi che si presentavano in Kosovo e insistette, secondo i
E
desideri albanesi, per la cessione della zona di Mitrovica all’Italia.
R
T O
Ribbentrop, tuttavia, pur impegnandosi a interessarsi delle pro-
blematiche della regione, evitò ogni discussione e declinò ogni ad-
'A U
debito, affermando di non conoscere i particolari delle questioni e
L
attribuendo ogni responsabilità a funzionari e comandanti militari

P ER
sul posto91. Mackensen fu nuovamente istruito a ricordare agli ita-
liani che quanto concordato a Vienna aveva un carattere definiti-
A
PIvo, se Palazzo Chigi avesse risollevato la domanda di una cessione

CO
di Mitrovica92. Il problema dell’unificazione del Kosovo, d’altra
parte, era solo una delle tante questioni che agitavano i rapporti
tra Roma e Berlino e certamente non la più idonea a turbarli in
profondità93.

6. La situazione nel Kosovo “liberato”


Nella situazione caotica generatasi con la dissoluzione della Jugo-
slavia, anche l’atteggiamento dell’esercito italiano nelle regioni da
esso amministrate non fu esente da critiche da parte degli alba-
nesi. Una relazione del podestà di Prizren, pure inviata a Verlaci e
da questo trasmessa a Roma, denunciava senza mezzi termini la
possibilità che l’entusiasmo per l’annessione all’Albania e per l’u-
nione con l’Italia si potesse presto mutare in disagio e scarsa col-
laborazione con le autorità italiane, con conseguente crescita delle
simpatie per la Germania e inevitabili scontri tra albanesi e slavi.

91
Ciano a Mussolini, 24-27 novembre 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 786.
V. anche TOMASEVICH, War and Revolution, cit., p. 150.
92
V. FISCHER, Albania at War, cit., p. 87.
93
Jacomoni a Ciano, 9 dicembre 1941, t. 11609R/1102-1103, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 9, Movimento macedone.
162 La resa dei conti

Le critiche vertevano su una gestione dell’amministrazione mili-


tare italiana ancora troppo basata sulla collaborazione con l’ele-
mento slavo, troppo legalista e troppo poco “politica”. Serbi, croati
E
e montenegrini, ad esempio, erano gli interpreti che gli italiani
R
T O
avevano assunto nei loro uffici, asserendo ingiustamente – si rife-
riva – che mancavano albanesi capaci e con i requisiti necessari,
'A U
fatto che si riverberava sulla parzialità delle traduzioni a danno
L
dell’elemento albanese. Le autorità italiane avevano, inoltre, rein-

P ER
tegrato i funzionari serbi fuggiti durante le operazioni militari, so-
stenendo che finché non si fosse proceduto all’annessione doveva

PIA
rimanere in piedi la vecchia amministrazione.

CO Questa interpretazione legalista pareva ancora più grave nei


confronti del problema delle terre, di cui gli albanesi si erano im-
padroniti, quando le ostilità avevano spinto alla fuga i proprietari
slavi. A seguito dell’occupazione italiana gli slavi avevano fatto
ritorno e i carabinieri, “senza alcuna opportunità politica”, ave-
vano costretto gli albanesi a riconsegnare le terre. Non si era tenu-
to conto, insomma, che con la riforma agraria attuata all’epoca
della Jugoslavia le terre erano state sottratte agli albanesi e distri-
buite a immigrati slavi. Il podestà di Prizren riconosceva “che
questo atto si basa sulla legislazione che regola i possedimenti, ma
d’altra parte è da considerare il fatto che non bisogna sacrificare
un popolo amico come quello albanese a favore di un altro che è
stato e certamente lo sarà ostile alla prima occasione”. La sua ri-
chiesta era quella di rispettare il fatto compiuto creato dalla guerra
e aspettare il ritorno alla normalità per rivedere ogni singola cau-
sa. “Altrimenti occorrerebbero molti battaglioni per mantenere la
calma, cosa che per ora sarebbe tutto a svantaggio degli interessi
dell’Asse”. Altra richiesta era quella di vietare agli slavi la vendita
di immobili e proprietà prima di aver compiuto delle indagini
sulla provenienza dei loro beni94.

94
Relazione del podestà di Prizren, Tahir Kolgjini, Prizren, 25 maggio 1941,
Vittoria mutilata 163

Il podestà di Prizren, poi, accusava i carabinieri di parzialità


verso gli albanesi e di ruberie, cosa che provocò a Roma una certa
stizza e la decisione chiedere alle autorità militari di aprire un’in-
E
chiesta circa i fatti lamentati anche al fine di rilevare se le irrego-
R
T O
larità fossero state commesse da carabinieri italiani o albanesi95.
L’inchiesta, conclusa in agosto, venne condotta dal comandante
'A U
della Divisione Puglia, che presidiava l’intero territorio del
L
Kosovo, il generale D’Aponte, il quale si sentì in grado di respin-

P ER
gere ogni addebito. Il podestà di Prizren, interrogato per fornire
dati più precisi su fatti e luoghi non era stato in grado di rispon-
A
PIdere. Le sue accuse si dovevano, dunque, considerare prive di fon-

CO
damento.
Quanto all’atteggiamento delle autorità militari verso gli alba-
nesi, il Comando supremo precisava che solo nei primi giorni di
occupazione del Kosovo si erano utilizzati interpreti serbi, croati o
montenegrini, ma che questi erano stati sostituiti appena possibile
da albanesi; che nessun funzionario jugoslavo, già destituito dai
tedeschi, era stato rimesso in carica, eccetto i magistrati secondo
quanto stabilito direttamente dal governo italiano; che i carabi-
nieri avevano agito secondo le leggi e non avevano mai tenuto un
comportamento di favore verso gli slavi; che non vi erano stati
mai reclami da parte della popolazione circa comportamenti scor-
retti avvenuti durante le perquisizioni in case albanesi allo scopo
di sequestrarvi armi. Si informava, infine, che non si era verificata
nessuna vendita di immobili da parte di famiglie serbe che si
erano allontanate dal Kosovo96.
Le preoccupazioni di Tirana, le tensioni tra autorità militari ita-

allegata a Verlaci a Ciano, 4 giugno 1941, n. 625/17/18/19, in ASMAE, SSAA,


B. 77, f. 2.
95
Ciano a Comando Supremo, Roma, 24 giugno 1941, telespr. 06634/c, in
ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
96
Anfuso a Jacomoni, 22 agosto 1941, telespr. 09154/2281, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 2,
164 La resa dei conti

liane e popolazione albanese del Kosovo, le drammatiche condi-


zioni degli albanesi sotto occupazione bulgara, per non parlare poi
del destino triste di serbi e montenegrini, danno un’idea chiara di
E
quanto fosse complicata la realtà da affrontare e quanto spinosa la
R
T O
gestione dei territori occupati. L’attacco alla Jugoslavia aveva
scoperchiato nuovamente l’antico e irrisolto problema nazionale
'A U
balcanico e dato la stura a una serie di atavici conflitti interetnici
L
di cui, in realtà, né gli italiani, né i tedeschi avevano esattamente

P ER
misurato la portata e le conseguenze. L’un contro l’altro armati
stavano montenegrini, serbi, albanesi, bulgaro-macedoni e mace-

PIA
doni autonomisti, aromeni, greci, četnici serbi, komitadji bulgari,

CO capi tribali collaborazionisti o non a secondo della convenienza,


come in un vero e proprio caleidoscopio difficilmente razionaliz-
zabile. Dopo l’attacco all’Unione Sovietica di fine giugno, poi, con
l’affermarsi della lotta partigiana comunista, ai contrasti nazionali
si cominciò a sommare l’effetto dirompente della guerra civile.
Nel Kosovo, dunque, le ostilità contro Belgrado avevano av-
viato la riscossa degli albanesi e la cacciata violenta degli slavi che
in gran parte era stata già compiuta alla fine dei combattimenti sul
territorio jugoslavo. Nondimeno, il ritorno alla normalità nelle
zone occupate dall’Italia si presentava assai arduo soprattutto per
i mezzi di cui si poteva disporre. A due mesi dal crollo jugoslavo,
il generale Alessandro Pirzio Biroli, comandante in capo delle
truppe italiane, fu obbligato a rivolgere un appello accorato a
Roma affinché si attribuisse “alla situazione attuale il dovuto ca-
rattere di gravità”. Era l’inizio di una delle tante frizioni tra auto-
rità militari e governo, che dovevano scandire via via il ritmo della
presenza italiana nei Balcani. Pirzio Biroli accusava il progressivo
aggravarsi dell’antagonismo tra montenegrini e albanesi e albane-
si e bulgaro-macedoni, a causa della mancanza di provvedimenti
per riportare la normalità nelle regioni del Kosovo e del Dibrano.
L’opera dei vari comandi militari di presidio aveva posto freno
ai contrasti etnici, ma non poteva risolvere in modo definitivo i
Vittoria mutilata 165

problemi che agitavano quelle popolazioni e che erano tenuti desti


dalla propaganda bulgara. Occorreva, dunque, che l’autorità civile
assumesse il controllo della situazione e affrontasse con funzionari
E
retti e abili tutte le varie questioni “indubbiamente ardue”. “Non
R
T O
si può fare assegnamento su un’opera di persuasione – scriveva il
generale – che, oltre a richiedere troppo tempo, non farebbe presa
'A U
su menti primitive, occupate solo da considerazioni di carattere
L
economico. A nulla varrebbe l’invio di gerarchie albanesi, le quali,

P ER
anzi, non farebbero che aggravare la situazione nel caso si schie-
rassero, come è probabile, dalla parte degli albanesi. Solo con azio-
A
PIne energica e giusta, rimovendo abusi e soprusi, neutralizzando

CO
propagande ostili, provvedendo alle necessità economiche (vetto-
vagliamento, indennizzi, ecc.) si riuscirà a dare a quelle popolazio-
ni la fiducia nel governo e, con essa, la tranquillità”97. Una ricetta
abbastanza astratta, quella proposta dal generale italiano, se non
nella richiesta di non inviare funzionari albanesi, ma anche questa
richiesta, tuttavia, prevedibilmente irrealizzabile: come si poteva
impedire il trasferimento all’amministrazione albanese delle terre
occupate se l’Italia a partire dall’attacco alla Grecia aveva combat-
tuto sotto l’incessante propaganda della realizzazione della Gran-
de Albania?
L’appello del Comando supremo, con quei tratti accusatori per
l’inerzia che sembrava dimostrare Palazzo Chigi, provocò una sec-
ca risposta di Ciano, in cui si osservava che la gravità della situa-
zione era nota, come prevedibili erano i contrasti etnici, e che il
ministero degli Esteri si stava prodigando come poteva per porvi
rimedio. Si erano prese misure per l’approvvigionamento delle
popolazioni, istruzioni continue erano date a tutte le autorità in
Albania e si era già inviato in missione come alto commissario ci-

Comando supremo (generale G. Magli) a ministero degli Esteri, SSAA, 20 giu-


97

gno 1941, t.n. 20317, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. “Minoranze”. Il dispaccio tra-
smetteva il rapporto di Alessandro Pirzio Biroli al Comando supremo,
n. 08973 del 16 giugno 1941 sulla situazione nel dibrano e nel kosovese.
166 La resa dei conti

vile il ministro Umiltà. Contrariamente all’invito di Pirzio Biroli,


Ciano lo informava che Umiltà sarebbe stato presto sostituito da
un’autorevole personalità albanese, “di provata fedeltà e di sicura
E
abilità”, dalla cui opera si speravano notevoli risultati. Questa per-
R
T O
sonalità dava anche affidamento di imparzialità ed equità rispetto
a tutti i gruppi etnici interessati. Tuttavia, a giudizio di Palazzo
'A U
Chigi, la normalità non poteva essere riportata in breve tempo e
L
stava dunque alle autorità militari continuare e intensificare le

P ER
misure di ordine pubblico con l’oculatezza e prontezza di cui ave-
vano già dato prova i presidi militari locali98.

PIA Effettivamente, tra le prime misure che si erano prese a Roma

CO per fronteggiare la nuova situazione, vi era stato l’invio a fine


maggio della missione Umiltà, con il compito di ispezionare le
zone da annettere e di studiarne gli ordinamenti giuridici e l’eco-
nomia al fine di permettere nel prossimo futuro una fusione senza
traumi al resto dell’Albania. Umiltà partì il 29 maggio per il
Kosovo e, poco dopo, riscontrando l’impossibilità di passare facil-
mente dalla regione kosovara alla zona di Debar, a causa della
nuova configurazione del confine, chiese l’ausilio di un altro di-
plomatico che fungesse da suo delegato, nella persona del console
Mario Zanotti Bianco99.
La missione di Umiltà, della quale il console ha lasciato un
vivido ricordo, espunto dalle sue relazioni a Tirana e Roma, nelle
memorie pubblicate subito dopo la fine della seconda guerra mon-
diale, ebbe come prima tappa Prizren. Quello che lì il diplomatico
italiano poté subito constatare fu l’impossibilità di una convivenza
tra serbi e montenegrini da una parte e albanesi dall’altra. Questi
ultimi, rimembrando come una tiritera l’oppressione subita, non
avevano altra idea che quella di cacciare i funzionari slavi rimasti

Ciano a Comando supremo, 27 giugno 1941, 71/06854, in ASMAE, SSAA,


98

B. 78, f. Minoranze.
99
Parini a ministero degli Esteri, 2 giugno 1941, t. 17179/406, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 2.
Vittoria mutilata 167

nei loro uffici, mentre gli slavi non avevano alcun desiderio di
collaborare in posizioni subalterne agli albanesi e speravano nella
non facile possibilità di emigrare in Serbia o Montenegro. Al di
E
fuori della cittadina, erano maggiormente visibili i segni delle pas-
R
T O
sate rappresaglie, le campagne erano devastate, le case bruciate,
gli slavi, ormai profughi, andavano a rifugiarsi ai margini delle
'A U
città dove potevano più facilmente godere della protezione delle
L
truppe italiane. Soffiava sul fuoco dei rancori il clero ortodosso e

P ER
musulmano100.
A Gjakova e Peć, al di là di singoli episodi di efferatezza, Umil-
A
PItà trovò una situazione identica e forse anche peggiore. A Pristina,

CO
che le truppe italiane avevano occupato in giugno, dopo l’evacua-
zione tedesca e a patto che i tedeschi mantenessero il loro perso-
nale nella gestione della ferrovia, la realtà era poi drammatica:
“non una sola casa aveva il tetto o gli infissi, che erano stati bru-
ciati, e non una sola stalla conteneva alcun capo di bestiame. Uo-
mini e donne erravano per la pianura, senza tetto, e trovavano
rifugio nelle anfrattuosità del terreno, in capanne improvvisate, e
sotto gli alberi dei non rari boschetti. A Cossovopolje, a Liplian e
negli altri villaggi, tutto era rovina e squallore”101.
Umiltà, oltre a occuparsi delle necessità più urgenti delle popo-
lazioni, impostò un programma di graduale transizione all’ammi-
nistrazione civile basato sulla permanenza provvisoria delle leggi
jugoslave in materia di imposte, sanità ed economia. Anche per
l’amministrazione della giustizia, leggi e magistratura rimanevano
quelle jugoslave, ma con l’assistenza di giudici albanesi inviati da
Tirana. Un forte impulso ci si proponeva di dare all’insegnamento
della lingua albanese, attraverso l’invio dall’Albania di maestri
preparati che affiancassero l’opera degli insegnanti slavi. Solo la
gestione delle infrastrutture, per ovvi motivi, rimaneva di spettan-

100
V. CARLO UMILTÀ, Jugoslavia e Albania. Memorie di un diplomatico, Mila-
no, Garzanti, 1947, pp. 110-111.
101
V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 115.
168 La resa dei conti

za delle autorità militari italiane. Nonostante il passaggio all’am-


ministrazione civile, infatti, le truppe delle divisioni Puglia e
Firenze continuarono a presidiare le regioni che sarebbero state
E
annesse all’Albania, con comandi a Kukes e Debar.
R
T O
Agli inizi di luglio, Umiltà venne sostituito da Feizi Alizoti e
posto a capo dell’ufficio della sezione affari civili presso il co-
'A U
mando superiore delle truppe in Albania. L’avvicendamento non
L
fu dovuto a critiche per l’operato o per le proposte del diplomati-

P ER
co italiano, ma si ispirava a ragioni politiche sulle quali Mussolini
stesso aveva concordato: dal momento che la questione dei confini

PIA
era stata grosso modo definita, si trattava di dare agli albanesi,

CO anche per queste zone, l’immediata sensazione di entrarne in pos-


sesso e di poterne disporre secondo i loro intenti, analogamente a
quanto si era fatto per la Ciamuria con la nomina ad alto commis-
sario di Xhemil Dino102. A fine giugno era stato emanato il decreto
per il trasferimento di tutti i poteri civili dalle truppe d’occupa-
zione italiane al governo albanese nei territori del “Kossovese,
Dibrano e Struga” e l’8 luglio Feizi Alizoti poté essere nominato
da Tirana alto commissario civile per questi territori, con sede a
Prizren103. L’Albania, dunque, annetteva formalmente i territori
occupati. Il Kosovo “liberato” venne diviso in tre distretti ammini-
strativi, Pristina, Peć e Prizren, dove fu creata una sezione del par-
tito fascista e un battaglione di camicie nere. Con decreti dell’otto-
bre 1941 e del febbraio 1942 tutti gli abitanti di questi territori, sla-
vi e albanesi, ottennero la cittadinanza albanese104.
La gestione di Alizoti si conformò agli stessi criteri di equilibrio
impostati da Umiltà. Originario di Argirocastro, Alizoti era auten-

102
Scammacca a Meloni, Tirana, 21 giugno 1941, t. 23542PR/682; Meloni a
Scammacca, 22 giugno 1941, t. 20555PR/523, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2
103
V. Gazzetta Ufficiale del 14 luglio 1941.
104
V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., pp. 329 e 332-333. Sulla situazione nei
territori annessi all’Albania, v. anche RODOGNO, Il nuovo ordine mediterraneo,
cit., pp. 352-356.
Vittoria mutilata 169

ticamente nazionalista, ma scevro da ogni estremismo, come di-


mostrava il suo rimarchevole passato di funzionario ottomano.
Importante misura che egli adottò per la ripresa economica delle
E
terre annesse fu l’unificazione monetaria, con il fine di ovviare alla
R
T O
confusione e alle speculazioni generate dalla circolazione di
numerose valute, dinari, marchi, lire italiane e franchi albanesi.
'A U
L’operazione, diretta dal ministero delle finanze a Roma, fu affi-
L
data alla Banca d’Albania che riuscì ad aprire numerose sedi in

P ER
meno di un mese e a portare a termine il compito già ad agosto105.
Furono, inoltre, istituite molte scuole elementari nei vari distretti
A
PIkosovari106, potendo contare, a differenza del Kosovo serbo, su

CO
personale qualificato e competente proveniente dal resto dell’Al-
bania. Fallimentare fu, invece, il tentativo di Alizoti di cambiare
sistema di riscossione delle imposte per uniformarlo a quello
albanese. In breve nessuno pagò più le tasse, gli slavi come forma
di protesta per la nuova situazione, e gli albanesi con il pretesto
che, a causa della guerra, non avevano sufficienti redditi107.
Ma, al di là del successo o dell’insuccesso delle singole misure,
ciò che inficiò in generale l’azione di Feizi Alizoti fu il boicottaggio
sistematico cui fu sottoposta da parte dello stesso governo di
Tirana. Le richieste e le proposte di Alizoti trovarono nei fatti poca
accoglienza da parte del governo centrale, che in breve ambì a sba-
razzarsi dell’alto commissario per passare a una gestione diretta
dei territori liberati. Gelosie burocratiche e lotte intestine nella
classe dirigente albanese impedirono finanche che l’alto commis-
sariato disponesse di un adeguato numero di funzionari efficienti
e preparati per giungere a una normalizzazione delle terre annes-
se che non fosse solo di facciata. La conseguenza fu che le rivalità
etniche, invece di cessare, si ravvivarono dando vita, in ottobre e
novembre 1941, a veri e propri scontri armati tra slavi e albanesi.

105
V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 127.
106
V. TOMASEVICH, War and Revolution, cit., p. 151.
107
V. UMILTÀ Jugoslavia e Albania, cit., p. 134.
170 La resa dei conti

Il comportamento dell’esercito italiano, d’altra parte, sembrava


non agevolare la situazione, accusato com’era dagli albanesi di
prendere troppo spesso le parti degli slavi108. Il console Venturini
E
segnalò, proprio come reazione alla presunta benevolenza con cui
R
T O
i militari italiani trattavano i montenegrini, la creazione nel Koso-
vo di bande armate albanesi ostili agli italiani109. Dell’atteggiamen-
'A U
to dell’esercito italiano Umiltà ha dato una spiegazione “roman-
L
tica”, motivandolo con l’attrazione esercitata dalle donne slave sui

P ER
militari italiani e con la liberalità con cui si concedevano110. Ma al
di là della indubbia potenza del fascino femminile, non c’è troppo

PIA
da stupirsi se per mentalità, religione, condizioni sociali e livello

CO culturale fosse più facile per gli italiani avere contatti con gli slavi
che non con gli albanesi del Kosovo, società ancora chiusa e tenuta
per decenni in stato di arretratezza e ignoranza dallo stato jugo-
slavo.

V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 135.


108

Venturini a Luogotenenza Tirana, 15 ottobre 1941, telespr. 924/202, in


109

ASMAE, SSAA, B. 78.


110
V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., pp. 134-137.
R E
O V
TMacedonia contesa
'A U
L
P ER
A
PI
1. Bulgari e albanesi di fronte alla spartizione

CO
della Macedonia
L’occupazione bulgara, iniziata a fine aprile, si estese rapidamen-
te, secondo gli accordi intervenuti con l’alto comando germanico,
fino a una linea che partendo da un punto stabilito tra Skopje e
Tetovo andava verso sud fino alla frontiera ellenica, comprenden-
do le cittadine di Bitolj e Prilep. I limiti della zona di occupazione
bulgara furono annunciati il 17 aprile 1941 e il 14 maggio si pro-
clamò l’annessione formale dei territori occupati, che furono poi
allargati per includervi Ohrid, dopo un accordo con l’Italia, il
15 maggio1. Contemporaneamente, il 14 maggio, il bollettino di
guerra italiano annunziò pubblicamente l’occupazione italiana di
Tetovo, Struga e delle altre zone al confine occidentale albanese,
dimostrando nei fatti quale fosse la linea di demarcazione tra
Albania e Bulgaria raggiunta a Vienna2. Da parte sua la Germania,
con un accordo del 24 aprile, stipulato dal suo commissario per gli
affari economici, Clodius, si era assicurata diritti minerari e diritti
di transito sulle ferrovie e sulle zone occupate dalla Bulgaria3.

1
V. MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit., p. 129.
2
Magistrati a Ciano, 14 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
3
Il protocollo economico fu firmato da Ribbentrop e Popov il 24 aprile;
v. il testo in DGFP, serie D, vol. XII, D. 393.
172 La resa dei conti

Re Boris fu tra i primi a visitare le terre irredente e dopo di lui


fu la volta del presidente del Consiglio, Bogdan Filov, che si recò a
Skopje e Vels, insieme al ministro degli Interni, Gavrilov, e a
E
quello delle Comunicazioni, Goranov, al fine di organizzare i cen-
R
T O
tri essenziali dell’amministrazione civile. Parallelamente, a partire
dal 3 maggio, data in cui assunse ufficialmente il controllo delle
'A U
chiese ortodosse nei territori occupati di Jugoslavia e Grecia, il
L
Santo Sinodo bulgaro stabilì quattro nuove eparchie, procedendo

P ER
immediatamente alla nomina di nuovi prelati per le principali sedi
vescovili dei territori occupati.

PIA Autorità civili e religiose bulgare marciarono all’unisono per

CO l’instaurazione della sovranità bulgara sulle regioni acquisite. Ma


l’occupazione bulgara provocò un po’ dovunque violenze e resi-
stenze. I bulgari interpretarono questa fase della guerra come una
guerra di liberazione e dettero quasi per scontato che tutta la Ma-
cedonia, dalla frontiera bulgara al lago di Ohrid compreso, e dallo
Sciar alla frontiera greca, dovesse essere annessa alla Bulgaria. Nel
clima di esaltazione nazionalistica, poca attenzione fu posta sul
fatto che entro questo territorio, in particolare nelle zone limitrofe
al Kosovo o in centri come Skopje e Bitolj, vi erano consistenti
gruppi albanesi, per non parlare poi della popolazione greca.
Drammatica, infatti, apparve subito la situazione in Tracia,
dove la popolazione era in maggioranza greca e con non pochi
nuclei turchi4. Vent’anni di dominazione greca avevano teso all’e-
stirpazione dell’elemento bulgaro e alla sua sostituzione con po-
polazione greca affluita dall’Asia minore in base all’accordo greco-
turco sullo scambio di popolazioni, firmato a Losanna nel 1923.
Per converso, il compito maggiore che ora si era assegnato il go-
verno di Sofia era quello di riportare l’elemento originario bulga-
ro-macedone nei luoghi da dove era stato cacciato dai greci. Data

Su ciò v. ELISABETH BARKER, Macedonia. Its Place in Balkan Power Politics,


4

London, 1950, pp. 31 ss.; MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit.,
pp. 126-128.
Macedonia contesa 173

questa premessa, l’occupazione bulgara in Tracia non poteva che


dare luogo a continui incidenti, violenze e soprusi di cui furono
vittime greci e turchi. Dure proteste furono indirizzate a Berlino
E
da parte del neutrale governo di Ankara a causa dei maltratta-
R
T O
menti perpetrati dall’esercito bulgaro contro la popolazione turca.
Il governo tedesco, cui giunsero anche accorate invocazioni di
'A U
aiuto dalle autorità greche di Salonicco e dallo stesso governo di
L
Atene5, fu costretto a intervenire decisamente a Sofia. L’intervento

P ER
di Berlino provocò la punizione di qualche militare bulgaro e
l’invio di istruzioni tese ad evitare il ripetersi di simili incidenti.
A
PIMa ciò non arrestò il programma di forzata colonizzazione della

CO
Tracia. A fine 1941, il governo bulgaro emanò un decreto in base al
quale tutte le proprietà immobiliari, rurali o urbane, e quelle mo-
biliari che appartenevano o a bulgari emigrati come risultato della
prima guerra mondiale o a greci che erano fuggiti durante le ulti-
me operazioni militari dovevano essere messe a disposizioni di
cittadini bulgari che si volevano stabilire in Tracia e una serie di
privilegi erano garantiti ai contadini che avrebbero voluto trasfe-
rirsi lì6.
Complicata si presentò da subito anche la situazione nella zona
di Ohrid e Struga. Per effetto della politica di snazionalizzazione
compiuta da Belgrado, gli albanesi rimanevano in stragrande
maggioranza solo nelle campagne di Struga, mentre i bulgaro-ma-
cedoni prevalevano sia nelle due cittadine sia nella campagna di

5
Zamboni a Ciano, 29 maggio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 179. Il presi-
dente del consiglio greco, Tsolakoglu, chiese l’intervento del governo di
Berlino contro le atrocità commesse dai bulgari contro la popolazione greca.
Ma l’Auswärtiges Amt rispose che non intendeva farsi interprete delle proteste
greche verso governi esteri, pur autorizzando il suo rappresentante ad Atene,
Altenburg, a segnalare a titolo personale i fatti al suo collega bulgaro.
6
Simopoulos a Eden, 3 dicembre 1941, in British Documents on Foreign Affairs,
Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July
1940-December 1940, D. 36, p. 443.
174 La resa dei conti

Ohrid. L’occupazione italiana era stata accolta con grande favore


da entrambi i gruppi etnici. Il 12 aprile, T. Balabanov e G. Kisselov,
rispettivamente presidente e segretario generale dell’Associazione
E
amici dell’Italia, inviarono direttamente a Mussolini un messaggio
R
T O
di auguri e felicitazioni, esaltando il «duce» e l’esercito italiano
che restituivano la libertà alla città bulgara di Ohrid7. Ringrazia-
'A U
menti ed esultanza per Mussolini vennero anche dagli originari di
L
Ohrid residenti a Sofia8. La popolazione albanese di Struga espres-

P ER
se da parte sua sentimenti di riconoscenza al «duce» e a Vittorio
Emanuele III, inneggiando alla liberazione ottenuta dall’Italia9.

PIA Facile comprendere, con questi presupposti, come la lotta sulla

CO destinazione finale di questi territori si scatenasse ben presto. La


regione dei laghi era un’antica aspirazione nazionale albanese,
mentre i bulgaro-macedoni ritenevano, ovviamente, che l’intera
regione avrebbe dovuto seguire le sorti della Macedonia, sia che
questa, secondo il desiderio di molti fosse stata eretta a stato indi-
pendente, sia che fosse stata annessa alla Bulgaria. Ohrid in par-
ticolare aveva un significato importantissimo religioso e culturale
per i bulgari: era stata sede dell’antico vescovato ed era la patria e
il luogo dove ora riposavano le reliquie di San Clemente, cui era
intitolata l’unica università di Sofia. Ohrid era – scrisse Magistrati –
la città santa, “La Mecca”, della religiosità bulgara.
Dal punto di vista degli interessi albanesi la situazione a Ohrid
apparve presto compromessa. Fin dall’inizio dell’arrivo delle
truppe italiane, i bulgaro-macedoni della cittadina avevano sosti-
tuito il podestà albanese, assente al momento dell’occupazione,

7
Telegramma del 12 aprile 1941 per Mussolini a firma di Ivan T. Balabanov e
Giorgio P. Kisselov, e Appunto del SSAA, 13 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 31.
8
Scammacca a Jacomoni, 2 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti
italo-bulgari. Il messaggio di ringraziamento al «duce» reca la data del 24
aprile ed è a firma di Demetrio Tetschkov.
9
Parini a Ministero degli Esteri, 31 maggio 1941, t. 5260/111, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 2.
Macedonia contesa 175

con un podestà bulgaro-macedone e tale iniziativa era stata legitti-


mata dalle stesse autorità militari italiane. Il comandante del re-
parto occupante aveva stabilito rapporti ufficiali con la nuova am-
E
ministrazione, recandosi come primo atto a visitarla e mostrando
R
T O
di favorire l’elemento bulgaro rispetto a quello albanese. La lotta
interetnica si manifestò, poi, platealmente con l’esposizione di
'A U
bandiere bulgare da parte della popolazione bulgaro-macedone, la
L
quale, con il sostegno delle autorità di Sofia, era riuscita a bruciare

P ER
sul tempo anche le iniziative di Tirana. Jacomoni, infatti, aveva
disposto l’invio di molte bandiere italiane e di un certo numero di
A
PIfunzionari albanesi, con il fine di abituare lentamente almeno una

CO
parte dei bulgaro-macedoni alla prospettiva di una convivenza
con gli albanesi nella comunità imperiale di Roma. Era un’idea che
cominciava a guadagnare terreno e che, secondo il luogotenente,
avrebbe potuto sanare i contrasti e addirittura superarli. Nel ten-
tativo di rimediare a questa situazione, d’accordo con i militari, no-
minò un commissario straordinario italiano al comune di Ohrid,
mentre le autorità militari decisero di trasferire da Struga a Ohrid
la sede del comando del raggruppamento camicie nere del gen.
Biscaccianti, che occupava la zona dei laghi.
Il quadro generale della Macedonia occidentale si presentò,
tuttavia, ben presto molto complicato10. La propaganda bulgara
dilagò con una serie di iniziative tese al risveglio dell’irredentismo
bulgaro-macedone e all’unione con la Bulgaria. Con il pretesto di
rendere omaggio a Biscaccianti, il 19 aprile giunsero a Struga due
ufficiali bulgari, il colonnello Tremikov e il tenente Bankov, prove-
nienti da Bitolj. Durante la loro visita un gruppo di circa duecento
bulgaro-macedoni si radunò davanti alla sede del comando italia-
no sventolando, come atto di omaggio, bandiere italiane, tedesche

10
Offre il punto di vista macedone degli avvenimenti in Macedonia in
questo frangente, il saggio di TATJANA CRISMAN MALEV, Aspetti di una occupa-
zione: gli italiani nella Macedonia occidentale, in L’Italia in Guerra. 1940-43, Annali
della Fondazione Luigi Micheletti, cit., pp. 171-184.
176 La resa dei conti

e bulgare, ma i manifestanti furono invitati a disperdersi per evi-


tare controdimostrazioni da parte degli albanesi. I due ufficiali
bulgari, poi, attraversarono la cittadina tra gli applausi della po-
E
polazione e ripartirono poco dopo per Ohrid. Qui si replicò la
R
T O
scena. Una folla festante li accolse e li seguì fino al palazzo comu-
nale, dove uno dei due ufficiali, il colonnello Tremikov, arringò la
'A U
folla dal balcone, promettendo l’arrivo delle truppe bulgare e l’an-
L
nessione alla Bulgaria. I carabinieri lasciarono fare, ma poi furono

P ER
costretti, per timore di violenze, a impedire una controdimostra-
zione che gli albanesi avevano organizzato a Struga. Il 20 aprile,

PIA
altri due ufficiali bulgari arrivarono in macchina a Ohrid, con un

CO codazzo di civili e, senza presentarsi ai comandi italiani, distribui-


rono volantini di propaganda. Il 23 aprile, manifesti di propa-
ganda, in cui si inneggiava alla Germania liberatrice, a Hitler, alla
Bulgaria e a re Boris, furono diffusi nei principali centri irredenti,
quali Kičevo, Gostivar e Tetovo. Il 24, membri del Comitato d’a-
zione centrale bulgaro per la Macedonia provenienti da Skopje fu-
rono fermati dai servizi d’ordine italiani e furono loro sequestrate
un migliaio di copie del giornale bulgaro Macedonia, campione
d’irredentismo11.
La radio ufficiale di Sofia fu molto attiva con quotidiani pro-
grammi per pubblicizzare le sue rivendicazioni su Struga, Ohrid,
Debar, e su altre località della Macedonia e del Kosovo, che erano
abitate pure da albanesi. Da parte sua, anche la popolazione bul-

11
Sorice a Ministero degli Esteri, 17 maggio 1941, 131674/77.2.11, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 2, con allegato manifesto di propaganda bulgara. Altri episodi
erano stati segnalati dalla luogotenenza a Tirana. Jacomoni, infatti, informò
Roma che il 7 maggio pomeriggio erano giunti a Debar, provenienti da
Skopje, un deputato e un giornalista bulgari decisi a andare a Ohrid per fini di
propaganda. I carabinieri, anche in questo caso, non avevano dato il permes-
so. Come era accaduto altre volte, Palazzo Chigi incaricò Magistrati di interes-
sare Sofia al fine di evitare occasioni di incidenti. Anfuso a Magistrati, 21 maggio
1941, t. 17149PR/174, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
Macedonia contesa 177

garo-macedone si mobilitò o fu invitata a mobilitarsi nell’opera di


sensibilizzazione in favore del programma nazionale bulgaro. Con
un memoriale del 14 maggio, i rappresentanti bulgaro-macedoni
E
di Ohrid, Struga, Debar, Kičevo, Gostivar, Galičnik, Tetovo, tutti
R
T O
centri che – ad eccezione di Ohrid – in base agli accordi di Vienna
sarebbero dovuti andare all’Albania, si appellarono, per tramite di
'A U
Magistrati, al governo di Roma in favore dell’annessione alla Bul-
L
garia, con argomentazione storiche, culturali ed etniche. Si ricor-

P ER
dava che durante la prima guerra mondiale Tetovo, Debar e Ohrid
erano state annesse alla Bulgaria in virtù dell’alleanza tedesco-bul-
A
PIgara del 1915 e si avanzava, a giustificazione delle rivendicazioni,

CO
anche l’argomentazione geopolitica, sull’assurdità di staccare
queste cittadine e la regione di Tetovo dal resto della Macedonia.
Per risolvere il problema degli albanesi lì residenti, si proponeva
uno scambio di popolazione con i 70.000 macedoni che sarebbero
entrati nei nuovi confini dell’Albania12. Al diplomatico italiano
chiesero anche maggiore protezione contro eventuali violenze da
parte di gruppi albanesi, richiesta che Magistrati girò a Roma con
l’invito a fare qualcosa13.
Questi episodi avevano acuito e continuavano ad acuire gli
attriti già esistenti tra le nazionalità, incoraggiando i bulgaro-ma-
cedoni ad assumere una posizione sempre più filo-bulgara e, per
contro, turbando la popolazione albanese fuori e dentro i confini
dell’Albania. A Tirana, scrisse Jacomoni dopo pochi giorni di
occupazione bulgara, l’opinione pubblica era “sensibilissima alle
vicende di quella regione cui rivendicazione all’Albania è delle

12
Appunto per il SSAA, 6 giugno 1941, n. 02001, in ASMAE, SSAA, B. 77,
f. 2. Con l’appunto si restituiva al gabinetto il memoriale Esposizione dei Bulgari
delle regioni di Ocrida, Struga, Debar, Chicevo, Gostivar, Galitchnik e Tetovo, Sofia,
14 maggio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Il memoriale recava le firme
autografe dei rappresentanti bulgari delle cittadine.
13
Magistrati a Ciano, 17 maggio 1941, t. 4630/469 R.; Magistrati a Ciano, 19
maggio 1941, telespr. 1903/596, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
178 La resa dei conti

meno contestabili anche per ragioni geografiche”. Il governo alba-


nese si interessava appassionatamente alla sorte di Struga e Ohrid
e confidava nell’appoggio italiano14. E se in queste due regioni la
E
situazione appariva particolarmente delicata, non era poi troppo
R
T O
diversa da altre zone in cui la popolazione era mista. Il governo di
Sofia sembrava mirare alla creazione di fatti compiuti, insediando
'A U
magistrature municipali e inviando truppe di occupazione nelle
L
località della Macedonia ex greca ed ex jugoslava che gli erano

P ER
state promesse; oppure, spedendo civili e militari come agenti di
propaganda nei centri dove non poteva operare un’occupazione

PIA
militare, ma che rientravano nelle sue ambizioni nazionali, come

CO ad esempio Debar e Struga, riconosciute come appartenenti all’Al-


bania nelle conversazioni di Vienna tra Ciano e Ribbentrop.
A Roma, dunque, dove ci si preoccupò subito di nuove compli-
cazioni politiche internazionali e scontri interetnici a livello locale,
si ritenne opportuno controbattere all’azione bulgara, inviando a
propria volta autorità civili nei comuni assegnati all’Albania e al
Montenegro a Vienna e, dove necessario, completando le occupa-
zioni militari15. Magistrati, a Sofia, avvertì subito la pericolosità di
questi attriti per le relazioni italo-bulgare e l’urgenza di attivarsi
per moderarli. Il problema dei confini albanesi-bulgari e della lotta
interetnica nella Macedonia occidentale si era ormai posto e si
sarebbe riverberato inevitabilmente sui rapporti tra Roma e Sofia.
Già a fine aprile, il diplomatico italiano colse l’occasione per
parlarne con il ministro degli Esteri bulgaro, Popov, e indurlo a
tenere in considerazione anche le eventuali pretese dell’Albania.
Popov sembrò al diplomatico italiano del tutto comprensivo e di-
sposto a discutere anche delle rivendicazioni albanesi. A seguito
del colloquio, Magistrati poté registrare atti distensivi del governo

Jacomoni a Ciano, 23 aprile 1941, t. 3602/R/0043, in ASMAE, SSAA, B. 78, f.


14

Minoranze.
15
Appunto del SSAA, Uff. I, 29 aprile 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
L’appunto, inviato a Pietromarchi, fu poi “sospeso”.
Macedonia contesa 179

di Sofia, quali la liberazione di prigionieri dell’ex esercito jugosla-


vo di origine albanese e la pubblicazione di articoli sulla stampa
circa la necessità di mantenere buoni rapporti con l’Italia e di
E
prendere in considerazione le aspirazioni nazionali albanesi, ma
R
T O
solo sul Kosovo e sull’Epiro. Il programma bulgaro di annessione
di tutta la Macedonia occidentale, Ohrid e Struga comprese, infat-
'A U
ti, rimase fermo. Il quotidiano Zora, diretto dal macedone Krapcev,
L
pubblicò un protocollo siglato nel novembre 1920 dai nazionalisti

P ER
macedoni e quelli albanesi in cui si concordava la cessione alla
Bulgaria delle cittadine di Ohrid, Struga, e Ressen, mentre si sta-
A
PIbiliva un plebiscito per decidere della sorte di Debar16.

CO
Su Ohrid, tuttavia, data la sua importanza per la cultura e la
religione bulgara, Magistrati suggeriva, se si era orientati a ce-
derla, di farlo subito e prendersi il merito di fronte ai bulgari di un
sacrificio in nome dell’amicizia tra Roma e Sofia, evitando di
sottostare a una sconveniente mediazione tedesca17. La Germania,
infatti, appariva del tutto favorevole a dare le più ampie soddisfa-
zioni all’alleata e fedele Bulgaria. Berlino riteneva impossibile
negare Ohrid alla Bulgaria, per non minare l’incerto e infiammato
quadro politico interno bulgaro e indebolire ancor di più la figura
di re Boris18. Il 4 maggio, Hitler in persona aveva definito legittima
l’annessione alla Bulgaria della Macedonia, quale debito storico e
morale dei tedeschi nei confronti dei fedeli fratelli d’arme della
grande guerra.
Effettivamente, come Magistrati aveva auspicato, pur non es-
sendo ancora state rese pubbliche congiuntamente da Italia e Ger-
mania le decisioni prese a Vienna, Palazzo Chigi si conformò velo-
cemente ad esse circa la cessione di Ohrid. La presenza italiana
nella cittadina fu dunque breve, ma lasciò una traccia significativa.

16
Magistrati a Ciano 24 aprile 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 4.
17
Ministero degli Esteri ad ambasciata a Berlino, 5 maggio 1941, telespr. 09761,
in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari.
18
Richthofen a Ribbentrop, 16 aprile 1941, in DGFP, s. D, vol. XII, D. 357.
180 La resa dei conti

In pochi giorni gli italiani avevano organizzato una nuova


amministrazione, nominato un segretario federale del fascio,
aperto un’agenzia bancaria e diversi uffici pubblici, alimentando,
E
tra l’altro, le aspettative degli albanesi di una definitiva unione
R
della cittadina all’Albania.
T O
L’8 maggio si tenne lo scambio di consegne tra il comando
'A U
italiano e quello germanico a Ohrid e pochi giorni più tardi il co-
L
mando tedesco cedette le consegne a quello bulgaro. Per l’occasio-

P ER
ne, la cittadina fu imbandierata a festa con vessilli italiani e tede-
schi e tappezzata di ritratti di Vittorio Emanuele III e del «duce».

PIA
Una dimostrazione di riconoscenza, secondo il console italiano a

CO Bitolj, per il “ricordo indimenticabile” lasciato dalle truppe ita-


liane. Unanime da parte di bulgaro-macedoni e albanesi era stato
il riconoscimento della correttezza e della generosità dei soldati
italiani, soprattutto in comparazione con le altre truppe di occupa-
zione, tedesche prima, bulgare poi. Un musulmano turco, scrisse il
console, definì gli italiani “non soldati ma fratelli”. Ma la partenza
delle truppe italiane, avvenuta quando ormai si riteneva che il
destino di Ohrid fosse già deciso in favore dell’Albania, sorprese e
preoccupò la comunità albanese. Gli albanesi temevano l’elemento
bulgaro-macedone e soprattutto il futuro comportamento delle
autorità militari, religiose e civili bulgare, sentendosi, inoltre, ora
più esposte di prima per aver scopertamente manifestato le loro
simpatie per l’annessione all’Albania e per l’Italia19.
L’evacuazione di Ohrid seminò allarme tra la popolazione
albanese di Struga per il timore che anche qui si potesse assistere a
una sostituzione delle truppe italiane con quelle bulgare. Qualche
piccolo incidente era sorto e se ne temevano di più gravi, stante
l’attiva propaganda per l’unione con la Bulgaria esplicata segre-
tamente da ufficiali bulgari in seno al gruppo bulgaro-macedone.

19
Console a Bitolj a Legazione Belgrado, 12 maggio 1941, telespr. 231/87, in
ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 2.
Macedonia contesa 181

La fiducia nell’Albania e nell’Italia, tuttavia, non era stata scossa e


la comparsa di Riza Drini, prefetto di Scutari, che il governo di
Tirana aveva inviato in ispezione, era stata salutata con vibranti
E
acclamazioni al re, al «duce» e all’Albania e con lacrime di gioia
R
T O
per la libertà riconquistata dopo tre decenni di servaggio. Perples-
sità destava nella popolazione il fatto che il comando italiano
'A U
aveva lasciato funzionare l’amministrazione serba. Riza Drini ne
L
chiese l’immediata sostituzione con funzionari albanesi e, come

P ER
misure provvisorie, l’invio di un funzionario di partito e di un se-
gretario politico con due o tre “camerati” che conoscessero l’italia-
A
PIno, di una decina di insegnanti, e di 2.000-3.000 abbecedari e altri

CO
libri di lettura.
Fin troppo prevedibile era l’indicazione che dava il funzionario
albanese per normalizzare definitivamente la situazione: pronta
annessione di Struga all’Albania e rifiuto di ogni idea, pure ven-
tilata dai bulgari, di tenere un plebiscito solo per il suo circon-
dario. Come non si era fatto alcun plebiscito a Skopje e dintorni,
che le truppe bulgare avevano semplicemente occupato, così non
era il caso di farlo per Struga. La pianura di Struga, d’altra parte,
era il secolare granaio che approvvigionava le montagne di Mokra,
Cermenika e una parte delle montagne di Debar ed era il loro
principale mercato fin dal 1912. La sua appartenenza all’Albania,
dunque, non era discutibile20.
Come le zone di Ohrid, Debar e Struga, anche la regione di
Tetovo rientrava tra le zone rivendicate dall’irredentismo bulgaro.
A Tetovo, centro a circa 45 km da Skopje assegnato a Vienna al-
l’Albania, i reparti italiani fecero la loro prima apparizione il 9

20
Relazione sulla situazione a Struga e distretto, Struga, 28 maggio 1941, a firma
del prefetto di Scutari Riza Drini, in SSAA, B. 77, f. 2. La relazione, insieme ad
altre relative alla situazione nei territori occupati dall’Italia, fu, come già detto,
rimessa da Verlaci a Ciano con lettera del 4 giugno 1941, n. 625/ 17/18/19. Tutti
i documenti sono in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2. Le relazioni furono date in
lettura a Mussolini.
182 La resa dei conti

maggio, accolti con manifestazioni di entusiasmo da parte di mi-


gliaia di albanesi. Ma anche qui, ben presto, si diffuse la notizia di
scontri, violenze e assassinii, questa volta però perpetrati da alba-
E
nesi contro i numerosi nuclei di bulgaro-macedoni, e di una pros-
R
T O
sima marcia di bande armate albanesi su Skopje. Il governo bulga-
ro si affrettò a chiedere l’intervento di Magistrati a Roma affinché
'A U
alle truppe italiane giungessero istruzioni per la protezione della
L
popolazione bulgaro-macedone: risultava a Sofia che durante le

P ER
cerimonie per l’insediamento dei comandi italiani a Tetovo, un
gruppo di bulgaro-macedoni era stato attaccato da albanesi armati

PIA
che avevano fatto 2 morti e 3 feriti21. La notizia, tuttavia, che non

CO fu riportata dalla stampa bulgara, fu nettamente smentita dal


comando italiano in Albania. Incidenti durante i festeggiamenti
per l’entrata delle truppe italiane non ve ne erano stati e qualche
diverbio che era scoppiato in seguito si era risolto con qualche
pugno. La situazione a Tetovo era delicata ma l’ordine pubblico
non era mai stato turbato22. Anche secondo la ricostruzione del
console Venturini, gli incidenti di Tetovo erano stati di portata mi-
nore, mentre la notizia era frutto di una manovra propagandistica
della polizia bulgara intesa a rinfocolare l’odio tra albanesi e
bulgari.
La situazione a Skopje, invece, occupata dai bulgari, si presen-
tava esattamente all’opposto. Le violenze contro gli albanesi erano
state subito denunciate sia da Ferhad Draga, sia da Venturini. Agli
inizi di maggio, le procrastinate brutalità dell’esercito occupante
provocarono ripetuti interventi del console italiano presso le auto-
rità militari bulgare. Ma alle assicurazioni verbali circa la perfetta
disciplina dei suoi militari, il generale Mikhov, che comandava la
piazza, non fece seguire fatti concreti. Anche un passo presso il co-

Benini a Ministero della Guerra, 16 maggio 1941, t.p.c. 16694PR, in ASMAE,


21

SSAA, B. 77, f. 2.
22
Sorice a Ministero degli Esteri, 1 giugno 1941, n. 135708/77.2.15, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 2. Comando superiore forze armate Albania.
Macedonia contesa 183

mando tedesco non aveva dato risultati. Il generale von Lindemann


aveva fatto capire al diplomatico italiano che era difficile conte-
nere i bulgari. La prossima partenza delle ultime truppe tedesche,
E
dunque, rischiava di peggiorare la situazione non avendo i milita-
R
T O
ri bulgari più alcun freno. Venturini, dunque, si appellava a Roma
affinché nelle trattative ulteriori su queste regioni si tenesse conto
'A U
del trattamento fatto dai bulgari agli albanesi e “che il governo di
L
Sofia venga indotto a por fine alla persecuzione degli albanesi

P ER
colpevoli soprattutto di aver avuto e di avere fede nell’Italia fa-
scista”23. Di passi a Sofia il governo di Roma ne fece parecchi, ma
A
PIla situazione non migliorò.

CO
Nel corso di maggio, la tensione tra i due gruppi nazionali si
inasprì. Il fatto che migliaia di albanesi avesse intonato il grido
“Skupi! Skupi!” (Skopje) aveva fornito alle autorità bulgare il
pretesto per inasprire il loro atteggiamento verso la popolazione
albanese nella loro zona di occupazione e in particolare a Skopje,
dove si erano registrati violenze in massa e soprusi d’ogni genere.
Gli albanesi erano accusati di essere infidi e di portare i loro co-
pricapo tradizionali bianchi, le qeleshe, in segno di sfida e di resi-
stenza. Il quartiere musulmano di Skopje era stato militarizzato,
con pattuglie armate sempre in movimento e posti di blocco con
mitragliatrici. Chi portava la qeleshe, o anche semplicemente il fez
rosso, veniva portato in edifici statali o municipali e percosso con
brutalità, minacciato, insultato o trattenuto in arresto.
Contemporaneamente, si erano registrati casi di vessatorie per-
quisizioni notturne, furti e violenze contro le donne. Gli albanesi
avevano accolto l’invito di Venturini a mantenere la calma e si
erano limitati a inviare una delegazione presso il generale von

Venturini alla Legazione a Belgrado, 4 maggio 1941, telespr. 403/169R., in


23

ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. Allegato al rapporto, Venturini inviava un


elenco circostanziato dei casi di violenze su albanesi nei villaggi di Teponica e
Korbulic (Gnjilane), in quelli di Aracinovo Lahce, Stracinci e di Rasce (Skopje),
e in quello di Tanusevac (Kačanik).
184 La resa dei conti

Lindemann per chiedere protezione. Aveva certo colpito l’atten-


zione dei militari bulgari il fatto che tutti i membri della delegazio-
ne che sfilava in corteo portassero il caratteristico copricapo bian-
E
co, ma certo non si era trattato, come le truppe bulgare avevano
R
T O
poi sostenuto, di un tentativo di rivolta in massa. Il console italia-
no, da parte sua, si era mosso per impedire queste violenze recan-
'A U
dosi personalmente dal generale von Lindemann per chiedergli
L
che prima di lasciare Skopje segnalasse al comandante bulgaro

P ER
l’indegno comportamento delle sue truppe e il danno che ne veni-
va al prestigio dell’Asse. A seguito del passo, Lindemann era in-

PIA
tervenuto, ma la risposta del comandante Mikhov era stata sem-

CO pre la solita: il soldato bulgaro era perfetto e gli albanesi erano


ribelli infidi. Maggiore comprensione Venturini aveva trovato
nell’amministrazione civile bulgara, senza tuttavia che la situa-
zione potesse migliorare. Al console non rimase che appellarsi a
Roma per interessare direttamente dei fatti il governo di Sofia e
ricevere istruzioni su come atteggiarsi di fronte ad essi24.
Altre violenze furono segnalate in varie zone sotto occupazione
bulgara dalla luogotenenza a Tirana e dagli altri consolati in Ma-
cedonia: da Bitolj a Presheva, dove la popolazione era stata sotto-
posta a sevizie, derubata e alcune donne erano state violentate.
Insomma, il quadro generale dei rapporti interetnici tra albanesi e
bulgaro-macedoni, a nemmeno un mese dalla dissoluzione della
Jugoslavia, si presentò così inaspettatamente drammatico, confuso
e incerto, che era assai difficile tenerlo sotto controllo: nemmeno le

24
Scammacca a Magistrati, 15 giugno 1841, telespr. 71/06095, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 1, sf. 9. con allegato Venturini a Legazione a Belgrado, 18 maggio
1941, telespr. 436/187. Secondo quanto si apprese a Roma, durante le
manifestazioni di Skopje erano stati arrestati in totale 350 albanesi accusati di
portare il copricapo bianco come segno di sfida nazionalistica. Su questi
episodi v. anche British Documents on Foreign Affairs, Part III, Series F, Europe,
Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July 1940-December 1941, D. 61,
allegato, pp. 489-490.
Macedonia contesa 185

autorità militari tedesche, scrisse Magistrati, avevano del tutto


chiaro cosa stesse accadendo nella Macedonia occidentale25. In
questa situazione caotica e di diffusa violenza, più volte il governo
E
italiano, raccogliendo gli inviti dei propri rappresentanti locali o
R
T O
quelli provenienti da Tirana, o quelli del governo bulgaro, si attivò
per impedire violenze tra i diversi gruppi nazionali e per fornire
'A U
adeguata protezione alle popolazioni. Alla metà di maggio, Palaz-
L
zo Chigi inviò particolari raccomandazioni al ministero della

P ER
Guerra e alla luogotenenza di disporre ogni misura per evitare
violenze da parte albanese contro la popolazione bulgaro-mace-
A
PIdone26.

CO
Nello stesso torno di tempo, Ciano incaricò Magistrati di com-
piere un passo speciale per la protezione degli albanesi di Ohrid,
passata al controllo bulgaro dopo l’evacuazione italiana. Roma
fece valere il fatto di non aver mai discusso l’appartenenza alla
Bulgaria di Ohrid, dando piena e pronta soddisfazione alle riven-
dicazioni di Sofia, ma al contempo richiese precise assicurazioni
sia per quanto riguardava il trattamento della popolazione albane-
se presente nella regione di Ohrid stessa, sia per conservare la
piena e totale disponibilità delle acque del lago omonimo. Il lago
formava con il bacino del Drin un unico complesso per il quale a
Roma si stavano eseguendo importanti studi di sistemazione i-
droelettrica. Dato l’interesse albanese sul lago, Ciano propose di
negoziare rapidamente uno scambio di note con il quale si sarebbe
dovuto riconoscere all’Italia il diritto di disporre pienamente delle
acque del lago stesso e, al contempo, costituire una commissione
mista per la determinazione dei confini27. Era il primo tentativo da

25
Magistrati a Ciano, 12 maggio 1941, t. 4327/447, in ASMAE, AP, Jugo-
slavia, B. 107, f. Situazione in Macedonia.
26
SSAA al Ministero della Guerra e alla luogotenenza a Belgrado, 21 maggio
1941, in SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari.
27
Ciano a Magistrati, 21 maggio 1941, t. 140R./175, in ASMAE, SSAA, B. 77,
f. 1.
186 La resa dei conti

parte italiana di risolvere prontamente e con un accordo il pro-


blema dei confini, ma anche l’inizio di un negoziato lungo e diffi-
coltoso, che avrebbe impegnato le diplomazie italiana e bulgara
per mesi.
R E
T O
A fine maggio, le notizie delle incessanti violenze sugli albane-
si e l’eco che avevano a Tirana, dove affluivano i profughi della
'A U
Macedonia, spinsero Ciano a fare un secondo e più deciso passo
L
presso il governo bulgaro sulla necessità di assicurare protezione

P ER
alle comunità albanesi e inviare subito istruzioni in questo senso
alle autorità bulgare in loco, civili e militari28. Magistrati girò la

PIA
richiesta di Palazzo Chigi a Popov, che prese nota, dando ogni

CO assicurazione al riguardo, benché giustificasse la situazione con gli


antichi odi e il comportamento difficile di quelle popolazioni.
Popov, inoltre, si mostrò favorevole all’idea di una commissione
militare mista per l’attribuzione all’Albania delle acque del lago di
Ohrid e per la definizione delle frontiere. Gettò anche acqua sul
fuoco delle manifestazioni irredentiste dei gruppi macedoni inte-
gralisti, affermando che il governo sofiota non desiderava certo
complicare i rapporti con l’Italia per questioni di così relativo
conto.
A parere di Magistrati, dunque, l’atteggiamento di Popov
confermava che la Bulgaria era inesorabilmente spinta verso l’Ita-
lia da una serie di ragioni, quali le difficoltà che incontrava nella
“bulgarizzazione” della Tracia e della Macedonia, l’incertezza e la
diffidenza sulla sempre più ingombrante influenza della Germa-
nia, che aveva sostituito il suo rappresentante a Sofia con un mem-
bro del partito nazista, e la grave preoccupazione per la crisi
dell’Europa orientale che annunciava una nuova iniziativa hitle-
riana contro la Russia29. Era assoluto convincimento di Magistrati

28
Ciano a Magistrati, 31 maggio 1941, t. 19002PR/195, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 1, sf. 1.
29
Magistrati a Ciano, 5 giugno 1941, telespr. 2169, in ASMAE, SSAA, B. 77, f.
1, sf. 1.
Macedonia contesa 187

che Italia e Bulgaria avrebbero dovuto avere, nella nuova situa-


zione balcanica, un destino di strettissima collaborazione.

R E
2. Roma e Sofia nella tormenta
T O
U
A partire dall’aprile 1941, a causa dei dissidi sulla spartizione
'A
L
della Macedonia, i rapporti tra Roma e Sofia attraversarono un

ER
periodo di forte tensione. Il governo bulgaro, in apparenza, non
P
biasimò mai quella stretta cooperazione con l’alleato italiano che a
A
PI
Roma si auspicava, ma in Bulgaria non si poteva celare il fatto che
l’Italia rappresentasse e sostenesse la Grande Albania e le sue
CO aspirazioni su territori rivendicati dall’irredentismo bulgaro. Ine-
vitabili sembrarono, dunque, almeno nella fase iniziale, gli attriti
con Sofia per via della sistemazione confinaria e le antiche frizioni
tra i diversi gruppi etnici in Macedonia. Gli albanesi ricorrevano e
sarebbero ricorsi alla protezione di Roma, mentre i bulgaro-mace-
doni a quella di Sofia. Circolava ancora una grossa quantità di
armi dell’ex esercito jugoslavo e la facilità con cui, per tradizione,
quelle popolazioni mettevano mano alle armi non rendeva facile il
ritorno alla normalità.
Consapevole della difficoltà della situazione, il governo bulga-
ro cercò di inviare, un po’ dovunque, amministratori civili esperti
e capaci di gestire rapporti interetnici, oltre che sufficientemente
autorevoli per impedire violenze da parte delle truppe di occupa-
zione. A Bitolj, per esempio, era stato inviato Pavlov, ex deputato
al parlamento ottomano, nonché ex ministro di Bulgaria ad
Ankara fino al 1936. Tuttavia, l’indisciplina delle truppe, che i
diplomatici italiani non esitavano a definire elementi di riserva e
di scarto, visto che le truppe migliori erano state destinate a sorve-
gliare il confine con la Turchia, aggravava e avrebbe aggravato in
futuro le difficoltà30.

30
Magistrati a Ciano, 8 maggio 1941, rapporto dal titolo Italia, Albania e Bul-
188 La resa dei conti

Insomma, si stava assistendo a un periodo molto drammatico


nei rapporti tra Grande Albania e Grande Bulgaria e l’Italia si tro-
vò nel mezzo di una tempesta con il solo auspicio che passasse
E
presto. Per questo motivo, fin dall’inizio dell’occupazione bulgara,
R
T O
Magistrati rappresentò a Palazzo Chigi l’urgenza di definire rapi-
damente e con certezza le questioni di frontiera. Solo quando la
'A U
disputa territoriale si fosse normalizzata, si sarebbe permesso alla
L
Grande Albania di svolgere quella funzione di ponte tra l’Italia e

P ER
la Grande Bulgaria a tutto vantaggio dell’influenza economica e
politica italiana nei Balcani. La contesa territoriale tra Roma, Tira-

PIA
na e Sofia era prevedibile e scontata, ma non si doveva permettere

CO che essa pregiudicasse il futuro e i frutti della nuova situazione


balcanica per l’Italia. La Germania, infatti, secondo il diplomatico
italiano, nonostante la sua enorme influenza economica, culturale
e militare non sarebbe mai stata come l’Italia era divenuta, con
l’occupazione dell’Albania e del Montenegro, una potenza “inte-
gralmente balcanica”. Era questo, in definitiva, il “fatto nuovo”
dei Balcani, dopo il crollo della Jugoslavia e della Grecia e la
diminutio della Romania. Ne conseguiva che il governo bulgaro
non poteva che avvicinarsi all’Italia attraverso l’Albania. Rotti i
ponti con Mosca a causa dell’adesione al Tripartito, la Bulgaria,
per non divenire uno stato protetto della Germania ed avere anco-
ra un politica estera, non avrebbe avuto altra scelta che cercare
una sponda nell’Italia31.
In previsione di ciò, Magistrati invitava Palazzo Chigi a darsi
prontamente da fare per ripristinare e moltiplicare i punti di con-
tatto tra Roma e Sofia, che si erano quasi interrotti completamente
a causa della guerra. I traffici ferroviari e i servizi postali attra-
verso l’antica Jugoslavia si erano rarefatti, Sofia era rimasta per 40
giorni senza posta e giornali dall’Italia, i cine-giornali Luce non

garia, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.


31
Magistrati a Ciano, 8 maggio 1941, rapporto dal titolo Italia, Albania e Bul-
garia, cit.
Macedonia contesa 189

arrivavano più e la linea aerea era stata sospesa. L’attuale situazio-


ne, quindi, vedeva la Germania in posizione dominante in Bul-
garia: comunicazioni ed economia si erano come non mai espansi
E
a causa del passaggio militare tedesco attraverso il suo territorio.
R
T O
Ma questo – a parere di Magistrati – era uno stato “anormale”
e il futuro non poteva che prendere la direzione che egli aveva
'A U
immaginato32. Segnali di attenzione verso l’Italia, che confer-
L
mavano le idee dell’ambasciatore italiano, erano già venuti da

P ER
parte bulgara. A fine aprile, parlando del suo viaggio in Macedo-
nia con Magistrati, Filov aveva accennato alla ripresa del progetto
A
PIdi ferrovia diretta tra Sofia e Skopje, primo importante tratto del

CO
collegamento ferroviario tra Albania e Bulgaria; collegamento che
con il rifacimento dell’arteria stradale avrebbe dovuto costituire
quella parallela “Antidanubio” che poteva far gravitare in Adria-
tico una parte delle correnti economiche, che altrimenti sarebbero
state obbligatoriamente indirizzate verso Salonicco, qualunque
fosse stata la sua sorte futura. Era un segno, per Magistrati, che i
bulgari comprendevano l’importanza economica di un collega-
mento tra Bulgaria ed Europa occidentale tramite l’Albania, a
tutto vantaggio del miglioramento dei rapporti tra Roma e Sofia33.
L’analisi di Magistrati sul futuro delle relazioni tra Roma e
Sofia e sul ruolo di ponte che la Grande Albania avrebbe dovuto
svolgere non faceva una pecca, almeno in teoria, e si inseriva pie-
namente e coerentemente nel disegno da lungo tempo coltivato a
Roma di fare dell’Albania il piedistallo territoriale dell’influenza
italiana nei Balcani, la base dell’impero. Tuttavia, il presente delle

32
Magistrati a Ciano, 8 maggio 1941, rapporto dal titolo Italia, Albania e
Bulgaria, cit.
33
SSAA a Luogotenenza, 7 maggio 1941, telespr. 71/04552/910, con il quale si
trasmetteva il t. da Sofia n. 0205 del 1 maggio. SSAA alle Ambasciate Berlino,
Mosca, Ankara, ecc., 19 maggio 1941, telespr. 12/10870, con il quale trasmetteva
quanto riferito da Magistrati il 5 maggio. Entrambi documenti in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
190 La resa dei conti

relazioni italo-bulgare e bulgaro-albanesi era ben lungi dal far spe-


rare una rapida normalizzazione. Intesa come una guerra di libe-
razione nazionale, la progressiva occupazione della Macedonia34
E
provocò in Bulgaria un clima di esaltazione nazionale che rese tut-
R
T O
ti difficilmente disponibili al compromesso. Grandi festeggiamenti
si organizzarono per la liberazione delle terre irredente cosicché la
'A U
popolazione bulgara d’ogni condizione sociale fu sensibilizzata a
L
questi avvenimenti. Il 21 maggio, si svolse una cerimonia ufficiale

P ER
per il passaggio a Sofia del “Fuoco sacro”, custodito nell’antica
capitale bulgara di Preslav, che, come per la fiaccola olimpionica

PIA
del 1936, venne condotto con un sistema a staffetta fino ai limiti

CO della nuova Bulgaria, ossia Ohrid, Danubio, Mar Egeo e Mar


Nero. Re Boris con tutto il governo bulgaro e le principali autorità
presenziarono all’arrivo del Fuoco nella capitale. Il 24 maggio,
grandi celebrazioni si tennero in onore di Cirillo e Metodio, i santi
creatori della cultura bulgara, con tanto di corteo popolare e di
scolaresche e con rappresentanze delle terre liberate35.
Come previsto, l’euforia nazionalista si abbatté anche sulle
relazioni tra Albania e Italia da una parte e Bulgaria dall’altra. Una
campagna di propaganda incessante, soprattutto da parte delle
organizzazioni macedoni più estremiste, venne diretta contro l’Ita-
lia, accusata di condurre, a differenza della Germania, una guerra
“imperialista” ai danni delle aspirazioni bulgare. Si distinse in
questo senso il giornale Zora e il suo direttore Krapcev, che, tra
l’altro, si diceva avesse venduto parte della prima pagina e parte

34
Benini a Luogotenenza, 15 maggio 1941, in SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1. Magistrati
informava che il comando superiore tedesco aveva autorizzato l’occupazione
da parte bulgara di una striscia di territori serbi nella regione della Morava
sulla direttrice verso Niš, che il governo bulgaro avrebbe annunciato in
parlamento l’acquisto territoriale e che un vescovo bulgaro sarebbe subito
stato inviato a Ohrid.
35
Ministero degli Esteri ad ambasciata a Berlino, 28 maggio 1941, t.p.c. 1847281,
in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
Macedonia contesa 191

della terza del giornale agli americani. In occasione dei festeggia-


menti per i santi Cirillo e Metodio, l’Associazione delle Fratellanze
Macedoni inviò a Magistrati un telegramma, a firma del suo pre-
E
sidente, il generale Kosta Nikolov, per sollecitarlo a promuovere
R
T O
presso Palazzo Chigi l’annessione alla Bulgaria delle terre ingiu-
stamente occupate dall’Italia, quali Gostivar, Tetovo, Kičevo.
'A U
Manifestini vennero diffusi nei quali si accusava l’Italia di negare
L
le aspirazioni bulgare e si potevano leggere esclamazioni come

P ER
“Abbasso la guerra imperialistica italiana! Viva la Germania e la
Russia!”36.
A
PI I circoli responsabili, comunque, condannarono queste mani-

CO
festazioni e, in generale, almeno in apparenza, erano più disposti a
valutare serenamente i problemi e a trarre anche soddisfazione dai
risultati che si erano raggiunti. Né da parte della corte, né da parte
di membri del governo o da altre alte cariche pubbliche venne mai
pubblicamente messa in discussione la demarcazione territoriale
raggiunta a Vienna. L’unica eccezione era stato il pubblico appello
a riconoscere le ambizioni bulgare rivolto al popolo italiano dal
presidente del parlamento sofiota, la Sobranje, Logofetov, che però
gli era costato le dimissioni e la sua sostituzione con Hristo
Kalkov, politico più moderato e ritenuto notoriamente filo-italia-
no. Kalfov era subito sceso in campo per gettare acqua sul fuoco e
aveva ispirato il suo discorso del 27 maggio a toni di riconoscenza
verso l’Italia e le sue truppe.
Lo stesso Alexander Stanischev, influente capo delle Organiz-
zazioni macedoni e presidente dell’Associazione bulgaro-tedesca
di Sofia, ammise che la Bulgaria aveva ottenuto più di quanto si
aspettasse e che era giusto che l’Italia tutelasse gli interessi alba-
nesi. Il ministro degli Esteri, Popov, aveva minimizzato la propa-
ganda anti-italiana come originata da persone di scarso rilievo

36
Magistrati a Ciano, 28 maggio 1941, telespr. 2051/635, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 1, sf. 1.
192 La resa dei conti

politico e di poca presa sulla popolazione37. Secondo Magistrati,


dunque, benché l’opinione pubblica bulgara fosse ormai convinta
che l’Italia fosse stata e rimanesse un ostacolo per le sue aspirazio-
E
ni nazionali, la situazione non andava drammatizzata, soprattutto
R
T O
perché le condizioni internazionali spingevano sempre più Sofia
verso Roma. La frizione tedesco-russa, infatti, creava grave imba-
'A U
razzo in Bulgaria e, man mano che si accentuava, privava Sofia
L
dell’appoggio sovietico, lasciandola sola di fronte alla Germania:

P ER
se la Bulgaria non voleva divenire un Reichsprotektorat – ribadiva il
diplomatico italiano – non poteva che appoggiarsi anche all’Italia.

PIA
Lo strappo che si era verificato per il contenzioso territoriale si

CO sarebbe ricucito, quindi, con il tempo e le ostilità propagandistiche


verso l’Italia si sarebbero attenuate.
Magistrati rimarcava nuovamente l’importanza di dare maggio-
re attenzione alla Bulgaria per bilanciare l’influenza che, sotto ogni
aspetto, stava assumendo la Germania. Era necessario mettere
mano al ripristino delle vie di comunicazioni tra Roma e Sofia
attraverso l’Albania, ristabilire un collegamento aereo Roma-Tirana-
Sofia-Bucarest, inviare una delegazione commerciale italiana al fine
di rivedere gli accordi economici tra i due paesi e accogliere degna-
mente a Roma la delegazione bulgara che doveva provve-dere
all’applicazione dell’accordo culturale. “Ma soprattutto – scriveva il
diplomatico – quello che stimo necessario fare presente all’Eccel-
lenza Vostra è l’opportunità che un giorno, in una epoca da desti-
narsi con calma, possa avvenire una visita ufficiale dei dirigenti
bulgari a Roma. La Bulgaria, firmataria del patto Tripartito e quindi
alleata dell’Italia, è la sola Nazione, a quanto mi sembra, con la pic-
cola e poco significativa Slovacchia, che sia rimasta fino ad ora lon-
tana da Roma. Lo stesso re Boris e la regina Giovanna, che prima
della guerra compivano frequenti visite private e famigliari nel

37
Magistrati a Ciano, 28 maggio 1941, telespr. 2051/635, in ASMAE, SSAA, B.
77, f. 1, sf. 1.
Macedonia contesa 193

nostro Paese, hanno da due anni sospeso quella loro abitudine. E in


questo anno i ministri bulgari, come del resto lo stesso sovrano, non
hanno fatto che ascendere la montagna di Berchtesgaden e sostare
E
nella città di Volfango Amedeo Mozart. Tutto ciò va ad un certo
R
T O
momento rotto, perché qui, per forza di cose, quell’uomo della stra-
da, al quale ho sopra accennato, non creda veramente che ormai le
'A U
sorti del suo paese dipendano unicamente, e in regime di mono-
L
polio, dal Terzo Reich”38.

P ER
Il governo italiano accolse gli inviti di Magistrati e moltiplicò
gli sforzi per accelerare la conclusione di un trattato italo-bulgaro.
A
PIRe Boris fu in visita da Vittorio Emanuele III alla metà di giugno, i

CO
governanti bulgari si recarono a Roma a fine luglio, ma il tutto
non portò, come diremo, ai risultati sperati. Il momento scelto per
il negoziato italo-bulgaro fu tutt’altro che propizio e l’esaltazione
nazionalista che si respirava in Bulgaria dava quantomeno ragione
alle ritrosie del governo di Sofia. In giugno, la propaganda “irre-
dentistica” verso le zone passate sotto il controllo italiano si risve-
gliò con vari articoli sul quotidiano Utro, con la fondazione di un
nuova testata a Skopje dal titolo La Bulgaria integrale (Zelokupna) e
con l’accesa rivendicazione della regione di Tetovo compiuta dal
giornale Macedonia di Sofia39.
Il 16 giugno, a Ohrid, durante il corteo in onore della festa del
principe ereditario Simeone, erano sfilate cinque donne in abito
nero da lutto e con catene alle mani, e sul petto cartelli indicanti i
nomi di Tetovo, Gostivar, Kičevo, Struga e Debar40. Ancor più

38
Magistrati a Ciano, 2 giugno 1941, telespr. 2109, in ASMAE, SSAA, B. 77, f.
1, sf 1. Sulla pesante influenza raggiunta dalla Germania in Bulgaria, v. Rendel
a Halifax, 21 settembre e 2 e 11 ottobre 1940, in British Documents on Foreign Affairs,
Part III, Series F, Europe, Volume 21, Italy and South-Eastern Europe, July
1940-December 1940, DD. 9, 13 e 12.
39
Venturini a Legazione Sofia, 29 giugno 1941, telespr. 571, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 2
40
Magistrati a Ciano, 28 giugno 1941, telespr. 2593/784 in ASMAE, SSAA,
194 La resa dei conti

preoccupante apparve il fatto che l’ufficiale Accademie delle


Scienze di Sofia stesse preparando un memoriale a carattere sto-
rico-geografico relativo alle origini bulgare delle cittadine di
E
Tetovo, Gostivar, Kičevo e Struga. Magistrati fece un passo diretto
R
T O
sul ministro degli Esteri bulgaro, il quale, pur professando igno-
ranza circa l’iniziativa, assicurò che il memoriale non sarebbe stato
'A U
pubblicato. Il ministro bulgaro, tuttavia, chiese maggiore protezio-
L
ne per la popolazione bulgara delle zone sotto occupazione italia-

P ER
na, lamentando la perdurante apertura di scuole serbe e il fatto,
già denunziato dagli albanesi, che a Struga vi fosse ancora un pre-

PIA
fetto serbo e un’amministrazione di lingua serba. Il 19 giugno,

CO Ciano incaricò il comando supremo e la luogotenenza di verificare


i dati e di provvedere, se del caso, alla sostituzione del personale
serbo con maestri e funzionari albanesi nelle scuole e nell’ammini-
strazione41.
Benché utile per non peggiorare i rapporti tra Roma e Sofia,
pur sempre due alleati, questa attività diplomatica, in definitiva,
lasciava il tempo che trovava. La propaganda bulgara sembrava
inarrestabile. Il comando dei carabinieri di Tetovo denunciò la
scoperta attività filo-bulgara del nuovo pope di rito bulgaro
Veniaminov, giunto dopo l’occupazione tedesca e divenuto di
fatto capo del clero locale. Il religioso, infatti, aveva ordinato ai
fedeli di pregare ogni giorno per re Boris e stava tentando con
ogni mezzo di far tornare al rito bulgaro, esistente sotto la domi-
nazione ottomana fin dalla nascita dell’esarcato nel 1870, tutti i
bulgaro-macedoni che avevano aderito al rito serbo poiché al
tempo della Jugoslavia tutti i pope erano di rito serbo. Il pope di
rito serbo, Raganović, data la situazione, non vedeva altra scelta
che partire42.

B. 77, f. 2.
41
Ciano a Comando supremo e Luogotenenza, 19 giugno 1941, 71/06355/C, in
ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 6.
42
Luogotenenza a Ministero degli Esteri, 11 giugno 1941, telespr. 8657/3659, in
Macedonia contesa 195

E la cosa non era priva di implicazioni anche per Roma. Il sot-


tosegretariato per gli affari albanesi si allarmò per il comporta-
mento del pope bulgaro. Era evidente che bisognava prendere
E
immediati provvedimenti d’accordo con la chiesa autocefala orto-
R
T O
dossa albanese per fare cessare questa attività e rimuovere gli
ecclesiastici sospetti. Ed era naturale che l’autorità della chiesa
'A U
autocefala albanese si estendesse ora anche sui territori ex jugo-
L
slavi passati all’Albania e che, dunque, non fosse tollerata alcuna

P ER
ingerenza della chiesa bulgara43.
Da Pristina, addirittura, il generale D’Aponte segnalò infiltra-
A
PIzioni di militari a scopo di propaganda, con volantini tendenti a

CO
mettere in luce le origini comuni bulgare, la convenienza econo-
mica che Pristina fosse legata a Skopje, la debolezza dell’esercito
italiano in rapporto a quello bulgaro, l’occupazione italiana del
Kosovo avvenuta solo grazie all’aiuto bulgaro. La propaganda mi-
rava a far presa sui sentimenti delle classi più basse della popola-
zione, le quali lamentavano il comportamento dei militari italiani,
sia per la consegna delle armi cui erano state sottoposte, sia perché
era stato loro impedito il tentativo, compiuto anche dagli albanesi,
di imporsi sugli ex dominatori serbi e procedere all’immediata
occupazione dei terreni da questi posseduti e coltivati44.
Lo stesso Pirzio Biroli, comandante superiore delle forze ar-
mate in Albania, denunciava al comando supremo la propaganda
anti-italiana e albanese compiuta dall’esercito, dalla radio e dalla
stessa chiesa ortodossa bulgari45. Divenne ben presto chiaro ai
comandi militari italiani, che al di là delle smentite del governo

ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.


43
SSAA a Luogotenenza, 24 giugno 1941, t.p.c. 26098PR, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 1.
44
Comando divisione Puglie (generale A. D’Aponte) a comando del XIV corpo
d’armata, 26 giugno 1941, 2696, in ASMAE, SSAA, B. 77.
45
Alessandro Pirzio Biroli al Comando supremo, 2 luglio 1941, n. 7396/0p. in
ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.
196 La resa dei conti

bulgaro, l’azione metodica e continua della propaganda nelle zone


di occupazione italiana, a cominciare da Struga, riscontrava, se
non il placet, certo forti connivenze nel governo di Sofia46.
E
D’altro canto, gli abusi sulla popolazione albanese commessi
R
T O
dalle truppe bulgare non smisero di turbare i rapporti tra Tirana,
Roma e Sofia. Ferhad Draga era stato tra i primi ad attirare l’atten-
'A U
zione di Roma su quanto stava accadendo nella Macedonia sotto
L
occupazione bulgara; Verlaci, si ricorderà, aveva trasmesso agli

P ER
inizi di giugno a Ciano una serie di relazioni compilate da fun-
zionari albanesi con una chiara denuncia delle sofferenze causate

PIA
alla popolazione albanese dai militari bulgari47; una perorazione

CO forte era venuta dalla delegazione albanese per i confini, quando


si trovava a Roma, per la protezione degli albanesi della zona di
Skopje, con una riaffermazione del carattere albanese della regio-
ne: a Skopje c’erano 28.000 albanesi, 11.000 bulgaro-macedoni e
30.000 serbi che odiavano i bulgari, che a loro volta reagivano con
soprusi e violenze48. A queste sollecitazioni Ciano non aveva man-
cato di rispondere, inviando a metà giugno, come aveva fatto in
precedenza, specifiche istruzioni ai consoli a Skopje e Bitolj di
prendere tutte le iniziative necessarie per la salvaguardia della
popolazione albanese, e sensibilizzando il governo di Sofia a
prendere i provvedimenti necessari per moderare il contegno dei
suoi soldati49.
Nonostante ogni buona volontà, però, gli incidenti continuaro-

Luogotenenza a Ministero degli Esteri, 4 giugno 1941, telespr., in ASMAE,


46

SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.


47
Verlaci a Ciano, 4 giugno 1941, n. 625/17/18/19, in SSAA, B. 77, f. 2. Il docu-
mento fu dato in lettura a Mussolini.
48
Promemoria della Missione per le rivendicazioni albanesi presso il Ministero
degli Esteri a Ciano, 10 giugno 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2.
49
Scammacca a Magistrati, 15 giugno 1941, telespr. 71/06095, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 1, sf. 9, con telespr. 436/187di Venturini alla Legazione a Belgrado,
18 maggio 1941. Ciano a Verlaci, lettera del 18 giugno 1941, n. 71/06301/2682, con
cui rispondeva alla lettera 625 del 4 giugno, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 9.
Macedonia contesa 197

no a scandire la vita della Macedonia “liberata”, rendendo impos-


sibile il ritorno alla normalità di quelle zone e dei rapporti inter-
nazionali tra i nuovi contendenti dell’area. Tra albanesi e bulgari
E
non pareva esserci nemmeno una possibilità di conciliazione e di
R
T O
convivenza50. A metà giugno, il comando dei carabinieri segnalò
che nel settore del Dibrano, in alcuni centri a circa 40 km da Ne-
'A U
prosteno, gli albanesi, di fronte ad una perquisizione da parte dei
L
soldati bulgari, si erano ribellati dando luogo a un pesante conflitto

P ER
a fuoco con morti e feriti, sedato in ultimo dal brutale intervento
delle truppe tedesche che avevano raso al suolo quattro villaggi51.
A
PIAgli inizi di luglio vi fu una nuova segnalazione di soprusi, questa

CO
volta su albanesi nella zona ad est del lago di Prespa, che avevano
subito minacce, intimidazioni per la consegna delle armi e obbligo
di far uso della lingua bulgara52.
E nel torno di tempo in cui si tentò il negoziato italo-bulgaro
sui confini non era mancato nemmeno un grave incidente tra le
truppe italiane e quelle bulgare. Si verificò la notte tra il 10 e l’11
luglio a causa della richiesta da parte del comando italiano a
Tetovo a quello bulgaro di Skopje di evacuare la zona della mi-
niera di cromo a Jezerina, nei pressi del monte Ljuboten, e far
posto all’occupazione italiana. L’addetto militare italiano a Sofia
fu immediatamente informato che il presidio militare bulgaro
avrebbe opposto resistenza armata ad un’eventuale avanzata ita-
liana.
Magistrati fu subito convocato al ministero degli Esteri, dove il

50
Si veda ancora sulla difficile situazione etnica in Macedonia occidentale
e soprattutto sui timori bulgari per il passaggio delle zone sotto occupazione
italiana all’amministrazione albanese, le testimonianze coeve di FRANCESCO
CATALUCCIO, Tempo di attesa al Sateska, Giuntina, Firenze, 1943, pp. 195-199.
51
Luogotenenza a ministero degli Esteri, 17 giugno 1941, telespr. 9072/3767, in
ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 9.
52
Luogotenenza (Meloni) a ministero degli Esteri, 1 luglio 1941, telespr.
10218/4087, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1.
198 La resa dei conti

segretario generale gli spiegò che il governo bulgaro non poteva


accettare un’intimazione da parte di un comando militare e, dun-
que, non poteva cedere all’improvvisa richiesta. La questione si
E
poteva, invece, discutere a livello dei due governi in futuro. Il
R
T O
diplomatico italiano sdrammatizzò l’affare e pregò di impartire
istruzioni al presidio bulgaro di non far uso delle armi. Il rischio
'A U
di un conflitto diretto tra militari italiani e bulgari fu alto, ma
L
l’incidente si chiuse senza dare luogo alle temute conseguenze e

P ER
venne risolto velocemente con un accordo tra gli stessi comandi
militari italiano e bulgaro53. Non c’era, ovviamente, né da parte di

PIA
Roma, né da parte di Sofia il desiderio di alzare la tensione fino ad

CO un livello incontrollabile. L’incidente di Ljuboten, infatti, era stato


subito portato a conoscenza di Mussolini. Proprio dietro suo con-
siglio, Ciano dette direttive di far cadere la cosa, relegandola a una
disputa tra militari e lasciandola dal punto di vista politico impre-
giudicata54.
L’urto, però, rimaneva, a parere di Magistrati, forte indizio di
un dissenso esistente tra militari e governo bulgaro circa la futura
sistemazione confinaria. I militari bulgari avevano enfatizzato l’in-
cidente e influito negativamente sui politici per dimostrare l’esi-
stenza di una minaccia italiana, essendo convinti che il possesso
da parte dell’Albania della regione di Tetovo aveva una punta
offensiva contro la Bulgaria. Le preoccupazioni degli strateghi di
Sofia circa la nuova insicura configurazione del confine si appun-
tavano sul fatto che il territorio della Grande Albania si incuneava

53
Magistrati a Ciano, 11 luglio 1941, t. 6861R. /645-646, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 2.
54
Appunto di Scammacca per Pietromarchi, 11 luglio 1941, in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 2. Scammacca si preoccupò anche di chiedere a Meloni di accertarsi
che non si trattasse della miniera di Jezerina, oggetto di richieste da parte
dell’AMMI, perché, se così fosse stato, la cosa non avrebbe riguardato i bulga-
ri, ma i tedeschi, presso quali erano stati già fatti passi. Appunto per l’Eccellenza
il Ministro, 11 luglio 1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 2
Macedonia contesa 199

nel massiccio dello Sciar. All’addetto militare italiano era stato


fatto esplicitamente notare che il possesso di Tetovo, che domina-
va la conca di Skopje e la valle del Vardar, sembrava rappre-
E
sentare “un concetto offensivo antibulgaro”55.
R
T O
Data la ritrosia dei militari a nuove rettifiche nella regione a
nord di Skopje, l’episodio, dunque, rischiava di compromettere il
'A U
contemporaneo negoziato per l’accordo italo-bulgaro sui confini,
L
dal quale gli italiani, come si dirà, speravano di ottenere una

P ER
rettifica della linea di Vienna nei pressi di Kačanik. Contribuivano
a fortificare la posizione dei militari, sia le discrepanze tra la linea
A
PIdi demarcazione stabilita sulle carte utilizzate a Vienna e quella

CO
marcata nelle carte che i tedeschi avevano poi dato ai bulgari, sia
la convinzione che in caso di controversie la Germania avrebbe
dato loro ragione56. Effettivamente, il governo bulgaro informò
subito Berlino dell’incidente, presentando le rivendicazioni terri-
toriali italiane e chiedendo ed ottenendo sostegno nel rifiutarle57.
Per il governo tedesco non vi era alcun dubbio, né ci poteva essere
alcun malinteso con gli italiani sul fatto che la miniera di cromo di
Jezerina rientrasse nel territorio bulgaro e fosse sfruttata dalla Ger-
mania in base agli accordi economici bulgaro-tedeschi58.
La linea di confine tracciata a Vienna sembrava essere messa in
discussione da tutte le parti. Non piaceva agli albanesi e nemmeno
ai bulgari e vi erano timori che anche i tedeschi, per loro specifiche
ragioni, potessero chiederne una rettifica a favore della Bulgaria.
Con molta preoccupazione, Ciano aveva ricevuto comunicazione
dal comando supremo che le autorità militari tedesche, che dirige-

55
Magistrati a Ciano, 2 giugno 1941, telespr. 2109, in ASMAE, SSAA, B. 77, f.
1, sf 1.
56
Magistrati a Ciano, 11 luglio 1941, t. 6892R./652 in ASMAE, SSAA, B. 77,
f. 2.
57
Memorandum Woermann, 11 luglio 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 94 e
nota 1.
58
Clodius a Ribbentrop, 14 luglio 1941, in DGFP, s. D, vol. XIII, D. 106.
200 La resa dei conti

vano le miniere di cromo vicino Skopje, avevano inviato a Tetovo


tre ufficiali del genio e un ingegnere per accertarsi della capacità
ed efficienza della centrale elettrica che forniva l’energia alle mi-
E
niere. I tecnici avevano disposto l’invio di un vagone con mate-
R
T O
riale indispensabile al funzionamento degli impianti. Ciano mise
subito in guardia le autorità militari italiane sul fatto che questi
'A U
sopralluoghi non diventassero alla fine pretesti per influenzare in
L
sede di definitiva delimitazione dei confini l’assetto territoriale
ER
stabilito a Vienna59.
P
I A
COP3. Autonomismo macedone versus bulgarismo
A rendere più difficile la posizione del governo bulgaro nei con-
fronti della costituzione della Grande Albania e dell’Italia che ne
sembrava l’artefice, non furono meno importanti del nazionalismo
interno quello bulgaro-macedone e il desiderio di Sofia di accatti-
varsene le simpatie spalleggiando al massimo le sue rivendica-
zioni verso l’Albania. Era questo il risultato anche della difficoltà
che incontrò Sofia nella “bulgarizzazione” della Macedonia e nel-
l’accantonamento di ogni desiderio autonomista-indipendentista
da parte della popolazione bulgaro-macedone.
Come gli albanesi, così i bulgaro-macedoni si erano sentiti op-
pressi dal centralismo serbo ed avevano resistito alla dominazione
di Belgrado. Tutti i bulgaro-macedoni, dunque, avevano auspicato
la liberazione dall’oppressione serba, ma si erano divisi tra coloro
che desideravano un’annessione alla Bulgaria e coloro che, invece,
dopo l’occupazione italiana dell’Albania, speravano, allo stesso
modo, di poter creare una entità politica autonoma sotto la prote-
zione dell’Italia. Il console italiano a Bitolj, Castellani, riteneva che
questa corrente fosse stata inizialmente molto più numerosa, ben-

59
Ciano a Comando Supremo, 13 giugno 1941, telespr. 71/06012/C, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 2.
Macedonia contesa 201

ché in seguito la situazione si fosse rovesciata. L’immagine dell’I-


talia era ormai assai appannata dalla sistemazione confinaria della
Grande Albania. La riconoscenza e le simpatie dei bulgaro-mace-
E
doni andavano ora al Reich tedesco che li aveva liberati dall’op-
R
T O
pressione serba e aveva permesso il ricongiungimento con i bulga-
ro-macedoni sottoposti alla Grecia60.
'A U
La popolazione macedone aveva accolto con entusiasmo le
L
truppe tedesche prima e quelle bulgare poi, mentre i comitati ma-

P ER
cedoni-bulgari avevano subito preso possesso di tutti municipi e
delle direzioni di polizia escludendo gli altri elementi etnici. Era
A
PIuna dimostrazione palese che essi intendevano riservarsi, e in mo-

CO
do esclusivo, la gestione della cosa pubblica in Macedonia, trascu-
rando gli altri gruppi nazionali, anche il più numeroso di essi,
quello albanese. A differenza di prima, si temeva ora che l’Italia
potesse contrastare il programma territoriale massimo bulgaro-
macedone, schierandosi a difesa delle pretese albanesi. E se prima
del crollo jugoslavo i macedoni avevano guardato con favore a un
protettorato italiano, in cui sarebbero venuti a trovarsi in condizio-
ni di parità con altri gruppi etnici, ora invece guardavano all’Italia
come al paese che imponeva una spartizione della Macedonia o
ostacolava il ricongiungimento di tutti i territori macedoni alla
Bulgaria, privando il gruppo bulgaro-macedone della posizione
egemonica in cui inaspettatamente si era trovato con l’occupa-
zione bulgara61.
Tuttavia, anche la soluzione “totalitaria” bulgara, decisa dopo
il crollo jugoslavo, non aveva soddisfatto tutti i bulgaro-macedoni
ed era facile prevedere che si sarebbe sviluppato un attrito tra
autonomismo bulgaro-macedone e centralismo sofiota. Con il con-
solidarsi dell’occupazione militare e dell’amministrazione bulgare
cominciarono, infatti, i primi sussulti dell’autonomismo macedo-

60
Castellani (console a Bitolj) a Legazione a Belgrado, 5 maggio 1941, telespr.
217/83, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1, sf. 1.
61
Castellani a Legazione a Belgrado, 5 maggio 1941, cit.
202 La resa dei conti

ne. La centralizzazione imposta dal governo di Sofia provocò un


vivo malcontento che gli autonomisti bulgaro-macedoni denun-
ciarono, talvolta aspramente, con manifesti scritti nel dialetto lo-
E
cale, nei quali accusavano i bulgari di essere colonizzatori e op-
R
pressori62.
T O
Il pugno di ferro utilizzato dai militari, la corruzione e l’impre-
'A U
parazione di gran parte della burocrazia inviata da Sofia, il gra-
L
vissimo disagio economico, la persistente paralisi di molte attività

P ER
produttive, le tasse esose, rendevano difficile l’integrazione dei
bulgaro-macedoni nella nuova Grande Bulgaria63. L’atteggiamento

PIA
dei militari bulgari, che nei confronti degli albanesi si manifestava

CO con soprusi, violenze contro le donne e furti, non di rado ebbe co-
me vittime proprio i fratelli bulgaro-macedoni, destando profonda
riprovazione, indignazione e rancore. Era facile poi, e ancor più
indisponente, per la popolazione paragonare quest’atteggiamento
a quello corretto e ordinato delle truppe tedesche che ancora rima-
nevano a Skopje per conservare direttamente il controllo della
ferrovia Skopje-Salonicco.
Al malcontento per gli eccessi dei soldati si aggiunse quello per
l’auspicata ampia autonomia negata da Sofia, per l’esclusione dei
capi politici locali dalle più prestigiose e remunerative cariche
pubbliche, assunte da funzionari provenienti dalla Bulgaria o da
emigrati bulgaro-macedoni tornati dopo molti anni nelle regioni
d’origine, per il timore scatenato dai bulgari di vendicarsi di colo-
ro che si erano “venduti” ai serbi, per l’imposizione di cambiare il
leva alla pari con il dinaro, mentre il cambio ufficiale era stato sta-
bilito in 100 leva per 160 dinari. I bulgari sembravano non avve-

62
Su ciò, v. PLAMEN S. TZVETKOV, A History of the Balkans. A Regional
Overview from a Bulgarian Perspective, cit. pp. 234-235.
63
V. MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit., p. 122-123; v. anche,
sul senso di forte distinzione sentito dai bulgaro-macedoni nei confronti di
Sofia, oltre che delle altre nazionalità vicine, quanto riferiva di prima mano
CATALUCCIO, Tempo di attesa al Sateska, cit.
Macedonia contesa 203

dersi della maggioranza degli errori che commettevano e si mo-


stravano vieppiù intransigenti. Chi si rendeva conto, almeno in
apparenza, della realtà, come il generale d’armata Mikhov, non
E
riusciva ad ottenere dai suoi dipendenti atteggiamenti corretti64.
R
T O
L’annessione della Macedonia fu tutt’altro che un semplice mo-
mento di festa nazionale per l’irredentismo bulgaro.
'A U
A serbi, montenegrini, greci e romeni si aggiunsero ora gli
L
autonomisti macedoni nella comune aspirazione a rovesciare il

P ER
“nuovo ordine” imposto dall’Asse nei Balcani. L’attacco della Ger-
mania all’Unione Sovietica accese le speranze degli autonomisti
A
PIche proprio da lì potesse venire un nuovo radicale cambiamento e

CO
fece da lievito alle già esistenti forti simpatie per l’ideologia comu-
nista. Autonomismo macedone e comunismo si saldarono nella
lotta contro il nuovo ordine balcanico, benché i due fenomeni non
avessero la stessa origine o risultassero sempre collegati. Una par-
te del movimento autonomista bulgaro-macedone, probabilmente
minoritaria e destinata ad assottigliarsi sempre di più, attribuì ini-
zialmente proprio alla presenza bulgara la diffusione di ideologie
come il comunismo e l’anarchismo65. Alle spinte autonomiste il
governo di Sofia reagì con l’intensificazione della propaganda
politica a favore dell’annessionismo, con il sostegno alla Chiesa
ortodossa bulgara e, infine, con la riorganizzazione dei vecchi
komitadji ilindeici sotto la guida dei vecchi capi dell’Organizza-
zione Rivoluzionaria Macedone66.
Sia il console Castellani da Bitolj che Venturini da Skopje

64
Venturini a Legazione a Belgrado, 4 maggio 1941, telespr. 402/168, in ASMAE,
AP, Jugoslavia, B. 107, f. Situazione in Macedonia.
65
Castellani alla Legazione a Sofia, 23 giugno 1941, telespr. 299/95, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 1,
66
Castellani alla Legazione a Sofia, 18 agosto 1941, n. 448/48, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 1. Ministero degli Esteri a Berlino, 20 ottobre 1941, telespr. 12/
23090/C, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1 nel quale si riferiva quanto riportato dal
console a Bitolj in data 24 settembre 1941.
204 La resa dei conti

segnalarono la costituzione di bande armate macedoni con a capo


i vecchi voivoda devoti a Sofia, bande che erano impiegate per
fiancheggiare l’esercito e la polizia bulgari contro tentativi di dissi-
E
denza armata da parte di autonomisti macedoni o irredentisti
R
T O
albanesi67. La lotta senza quartiere ingaggiata da Sofia contro l’au-
tonomismo bulgaro-macedone, tuttavia, non dette i frutti sperati.
'A U
Difficilmente li poteva dare, del resto, viste le molteplici asperità
L
incontrate dal tentativo di normalizzare la situazione a livello lo-

P ER
cale e la guerra europea che si estendeva a macchia d’olio fino a
divenire guerra globale, prima coinvolgendo il colosso russo, poi

PIA
quelli giapponese e americano. Con l’aggravarsi della crisi politica

CO ed economica dovuta al protrarsi e all’allargarsi della guerra, l’a-


spirazione autonomistica quindi rimase vivissima e le simpatie
per il verbo comunista guadagnarono sempre più proseliti.
Ma la lotta tra autonomismo bulgaro-macedone e “bulgari-
smo” si rifletté anche sui rapporti con l’Italia e l’Albania. Era gioco
forza, infatti, per la propaganda e l’azione anti-autonomista tin-
gersi dei colori più accesi del nazionalismo bulgaro e sposare com-
pletamente i desideri bulgaro-macedoni di non rompere l’unità
della Macedonia. Di conseguenza, si mantenne costantemente
acceso l’irredentismo nei confronti delle terre rivendicate dai bul-
garo-macedoni, ma ormai parte della Grande Albania. Non che vi

Castellani a Sofia, 9 settembre 1941, telespr. 496/59. Venturini a Sofia, Skopje


67

20 settembre 1941, telespr. 830/163. Venturini era in grado di fornire a Roma un


elenco delle bande con la località di azione e il numero di armati per ognuna.
Anche alla fine di ottobre gli italiani vennero informati dell’organizzazione di
contro-bande macedoni guidate da ufficiali del Comando Militare di Sofia e
destinate a operazioni punitive, per il momento contro i serbi della Mace-
donia. Magistrati a Ciano, 25 ottobre 1941, telespr. 4927/1393. Venturini e Relli,
tuttavia, smentirono che le bande avessero questi compiti, ma confermarono
che bande di macedoni filo-bulgari avevano avuto fucili per aiutare l’esercito
bulgaro nei compiti di polizia. Venturini a ministero degli Esteri, 6 novembre
1941, telespr. 1034/248 e Relli a ministero degli Esteri, novembre 1941, telespr.
707/109; tutti i documenti citati nella nota sono in ASMAE, SSAA, B. 78.
Macedonia contesa 205

fosse un problema di irredentismo da parte dei bulgaro-macedoni


entrati nei confini albanesi: questi, secondo gli osservatori italiani,
non potevano che constatare in favore dell’Italia la ormai troppo
E
nota e stridente differenza nell’amministrazione tra l’occupazione
R
italiana e quella bulgara.
T O
Diversa invece era la situazione all’interno della Grande Bulga-
'A U
ria, dove i toni della propaganda nazionalista e anti-autonomista
L
facevano propri ed esasperavano gli slogan di quella bulgaro-

P ER
macedone, dirigendosi contro l’Italia accusata di aver commesso
un’ingiustizia e di aver strappato a favore della Grande Albania
A
PIterre bulgaro-macedoni68. La propaganda bulgara aveva, insom-

CO
ma, molte ragioni per mostrare un’Italia nemica, ma il riverbero
sui rapporti tra Sofia e Roma non poteva che essere negativo.

4. Il tentativo di accordo italo-bulgaro


Fu proprio nel momento di massima tormenta che Roma e Sofia
avviarono, come abbiamo visto, i primi passi per un negoziato che
sistemasse definitivamente e di comune accordo le questioni con-
finarie. Il tempo forse non era adatto per iniziative di tal genere,
ma a Roma si contava, convenendo con le considerazioni di Magi-
strati, che quanto prima si fosse stabilizzato definitivamente il
confine, tanto prima si sarebbe normalizzata anche la situazione,
sia a livello locale che internazionale. Da qui le proposte che Ciano
aveva indirizzato a Sofia a fine maggio e che avevano trovato,
almeno a parole, la disponibilità del governo bulgaro. Ma Palazzo
Chigi sottostimò pesantemente il peso delle correnti nazionaliste e
della stessa opinione pubblica dentro e fuori della Macedonia sul
governo bulgaro.

68
Ministero degli Esteri a Comando supremo, 17 novembre 1941, telespr.
25396/C, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. Il Ministero riferiva ancora quanto
riportato dal console in Bitolj il 21 ottobre.
206 La resa dei conti

Non essendo toccata direttamente dalla contesa territoriale


bulgaro-albanese, la diplomazia italiana pensò che potesse fun-
zionare un calcolo molto razionale di vantaggi e svantaggi, senza
E
riflettere che il mondo degli esasperati nazionalismi balcanici,
R
T O
alimentati dalla stessa politica attuata fino ad allora dall’Italia, non
seguiva più i dettami della razionalità. Il ragionamento di un
'A U
Magistrati o dei funzionari di Palazzo Chigi era abbastanza sem-
L
plice e portava a un’unica conclusione. La Jugoslavia era stata

P ER
demolita, la Macedonia era stata spartita equamente tra Bulgaria e
Albania, e Tirana e Sofia avevano avute immense soddisfazioni

PIA
territoriali: sarebbe stato dunque abbastanza facile fissare il con-

CO fine con un accordo tra due alleati, Roma e Sofia, sulla base della
linea di demarcazione stabilita con Ribbentrop a Vienna, con
qualche necessario ritocco. Cosa lo avrebbe impedito?
Alle prime aperture italiane di fine maggio, il governo bulgaro
rispose confermando il desiderio di negoziare un accordo sui
confini e di procedere anche ad alcune rettifiche territoriali intorno
ai laghi di Ohrid e Prespa69. Convinto dell’utilità di chiudere pre-
sto la controversia sui confini, Palazzo Chigi sperò di concludere il
negoziato in poche battute e di firmare l’accordo durante la visita
a Roma di Popov e Filov, che era stata prevista per fine giugno. In
fin dei conti, quello cui puntavano gli italiani non pareva un obiet-
tivo irraggiungibile: si trattava di dare in linea di massima appli-
cazione alla demarcazione stabilita a Vienna, apportandovi quelle
modifiche suggerite dall’idea di rendere il confine più razionale
possibile e, ovviamente, di migliorarlo per rispondere alle necessi-
tà dell’Albania.
Palazzo Chigi incaricò Magistrati di arare il terreno, mostrando
la liberalità e la comprensione che l’Italia aveva sempre avuto per
la Bulgaria e proponendo di addivenire ad uno scambio di note su
tutti i punti di interesse italiano: una rettifica della linea di demar-

69
Magistrati a Ciano, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 234.
Macedonia contesa 207

cazione stabilita a Vienna nella zona di Kačanik, che era essenziale


per assicurare le comunicazioni dirette tra il Kosovese e la regione
di Tetovo, che erano con l’assetto attuale impossibili; varie piccole
E
modifiche confinarie nella zona di Ohrid, con la cessione in parti-
R
T O
colare della cittadina di Resan, completamente albanese; diritti
esclusivi sulle acque del lago di Ohrid; il diritto di transito sulle
'A U
ferrovie e sulle strade dell’ “enclave” di Ohrid; e, infine, accordo
L
sul regime di protezione per le popolazioni albanesi che sarebbero

P ER
rimaste in territorio bulgaro70. Accordi bilaterali per la protezione
delle minoranze, come si ricorderà, erano stati scelti come miglior
A
PImezzo di tutela della popolazione albanese entro i confini bulgari

CO
nelle discussioni che si erano avute a Roma con la delegazione per
la delimitazione dei confini inviata da Tirana71.
Le proposte italiane, però, a Sofia caddero nel vuoto. E non
poteva essere diversamente. Da parte bulgara non c’era nessuna
intenzione di sistemare il confine secondo le intenzioni italiane,
seguendo la linea di Vienna e venendo addirittura incontro a
nuove richieste per favorire l’Albania. Quanto stabilito a Vienna
era, di fatto, del tutto insoddisfacente per l’irredentismo bulgaro,
le cui pretese territoriali se ne discostavano di molto, appuntan-
dosi, come si è visto, su Debar, Struga, Kičevo, Gostivar, Tetovo,
sul monastero di San Naum, ecc. La loro soddisfazione integrale
avrebbe comportato un profondo arretramento verso occidente

70
SSAA, Uff. I, Appunto del 12 giugno 1941, in AP, Jugoslavia, B. 106, f. 3,
Rivendicazioni degli Stati successori della Jugoslavia.
71
Ancora prima della visita dei governanti bulgari a Roma, a fine luglio, si
ricordava a Ciano che, ove nel corso dei colloqui si fosse toccata la questione
delle minoranze, la decisione presa concordemente da italiani e albanesi,
durante il soggiorno della delegazione albanese sui confini, era quella di scar-
tare scambi di popolazione o opzioni per stipulare accordi bilaterali di
protezione delle minoranze. V. Appunto per l’Eccellenza il Ministro, 18 luglio
1941, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1. L’appunto reca a margine la seguente mi-
nuta di Scammacca: “Visto dall’Ecc. il Ministro. Nello scambio di lettere con i
bulgari è stato inserito il concetto degli accordi bilaterali”.
208 La resa dei conti

della linea di Vienna. In breve, i confini della Grande Bulgaria e


quelli della Grande Albania, così come li volevano i nazionalisti di
entrambi i paesi, erano in Macedonia in larga parte sovrapponibili
E
e rendevano dunque inconciliabili i due disegni politici. Per far
R
T O
posto alla vera Grande Bulgaria si sarebbe dovuta far sparire la
vera Grande Albania e viceversa.
'A U
Il negoziato territoriale non fu dunque abbordato direttamente
L
dal governo di Sofia, ma lo fece, in modo indiretto, re Boris,

P ER
recatosi in visita in Italia il 10 e 11 giugno, con il fine proprio di
presentare le rivendicazioni bulgare, non al governo italiano, ma

PIA
al sovrano d’Albania, il suocero Vittorio Emanuele III72. Dopo aver

CO reso visita a Mussolini a Palazzo Venezia il 10, il giorno seguente


re Boris si incontrò con il sovrano italiano a San Rossore e a lui
consegnò tre carte geografiche con i confini linguistici della Bul-
garia a sostegno delle pretese bulgare e contro quelle dei poco
amati musulmani albanesi. Vittorio Emanuele ne dette comunica-
zione a Mussolini, cogliendo l’occasione per spezzare ancora una
volta una lancia in favore del Montenegro. Metteva in guardia
sull’intenzione di assegnare all’Albania Cattaro, Budua, Njegoš e
il monte Lovčen, spiegando che questi luoghi erano sacri per i
montenegrini73.
Per il resto, da Sofia venne solo silenzio. L’attacco della Germa-
nia all’Unione Sovietica, il 22 giugno, fornì un inaspettato ottimo
pretesto ai leader bulgari per rinviare un’imbarazzante visita a
Roma a una data non precisata74. D’altra parte, l’invasione tedesca
della Russia complicò effettivamente il quadro politico interno
bulgaro, lasciando nell’imbarazzo, nello sconcerto e nell’incertez-
za sulla posizione da prendere opinione pubblica e forze politiche.
Immensa gratitudine si nutriva per la Germania che aveva aiutato

Magistrati a Ciano, 10 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 234.


72

Vittorio Emanuele III a Mussolini, 11 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII,
73

D. 244.
74
Daneo a Ciano, 18 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 272.
Macedonia contesa 209

la Bulgaria a realizzare gran parte del suo programma nazionale,


ma la Russia era stata e rimaneva sempre “la grande madre degli
slavi”75.
E
Il 28 giugno, Magistrati comunicò che Popov desiderava rin-
R
T O
viare anche il progettato scambio di note sull’utilizzazione delle
acque del lago di Ohrid e sulla questione della servitù di passag-
'A U
gio nella zona, a dopo la sua prevista visita a Roma insieme a
L
Filov76. A Palazzo Chigi si cominciò a prendere consapevolezza

P ER
della tattica dilatoria bulgara. Il giorno seguente, in maniera ulti-
mativa, Ciano comunicò al governo di Sofia che, se desiderava
A
PIfissare le frontiere tra Albania e Bulgaria, sarebbe stato bene che il

CO
ministro degli Esteri bulgaro fosse venuto a Roma entro la setti-
mana, minacciando, in caso contrario, di provvedervi con un atto
unilaterale da parte dell’Italia, sulla base di quanto stabilito a
Vienna con Ribbentrop77. Secondo il Diario di Ciano, il 30 giugno a
Palazzo Venezia si tenne una riunione tra lui, Mussolini e Pietro-
marchi nella quale si decise che se i bulgari “ciurla[va]no nel ma-
nico” le frontiere sarebbero state decise con atto unilaterale78.
Per nulla impressionato dalla minaccia, il governo bulgaro la-
sciò cadere la cosa. Popov, al contrario, richiese un nuovo rinvio
della visita di almeno una settimana, facendo presente che a Roma
si sarebbe recato anche il primo ministro, al momento impegnato
dalla politica interna, e che la conferenza avrebbe avuto come og-
getto altre importanti questioni e non solo il trattato di confine79. Il
negoziato segnò dunque una battuta d’arresto.
Magistrati fu a Roma a fine giugno per studiare insieme ai di-

75
Sulle ripercussioni della guerra russo-tedesca sulla posizione interna-
zionale della Bulgaria, v. PASTORELLI, L’estensione del conflitto, cit., pp. 329-330.
76
Magistrati a Ciano, 28 giugno 1941, telespr. 2593/784 in ASMAE, SSAA,
B. 77, f. 2.
77
Ciano a Magistrati, 29 giugno 1941 in DDI, s. IX, vol. VII, D. 327.
78
V. CIANO, Diario, alla data del 30 giugno.
79
Magistrati a Ciano, 30 giugno 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 329.
210 La resa dei conti

plomatici di Palazzo Chigi una soluzione di compromesso. Non si


trattava, ovviamente, di ridiscutere la linea di Vienna come spe-
ravano i bulgari, ma di trovare, a partire da essa, qualche com-
E
penso accettabile per il governo di Sofia in cambio delle rettifiche
R
T O
desiderate da quello italiano. Un appunto del sottosegretariato per
gli affari albanesi di fine giugno considerava, infatti, particolar-
'A U
mente importante ottenere in via negoziale da Sofia due modifiche
L
territoriali. La prima riguardava, come si è detto, il distretto di

P ER
Kačanik assegnato a Vienna alla Bulgaria. Considerazioni politi-
che, quali le vessazioni che l’esercito bulgaro compiva quotidiana-

PIA
mente sulla popolazione albanese, ed etniche, ovvero il fatto che la

CO popolazione era quasi totalmente albanese, militavano in favore


della sua assegnazione all’Albania. Il censimento jugoslavo del
1931 dava 10.490 albanesi su 10.733 abitanti, mentre negli altri co-
muni posti a sud-est dello Šar Planina, pure occupati dai bulgari,
gli albanesi oscillavano tra il 50% e il 75%.
Decisiva era poi l’argomentazione geografica, per il fatto che il
cuneo di Kačanik rendeva impossibile qualsiasi comunicazione
diretta tra la zona di Tetovo e le altre regioni del Kosovo. La
ricchezza di minerali del sottosuolo, infine, era un’altra ragione
per la sua inclusione nella Grande Albania. Il confine avrebbe
dunque dovuto correre a sud della carreggiabile Tetovo-Kačanik e
a est della ferrovia Kačanik-Ferizovic, in modo che la regione di
Kačanik con tutte le vie di comunicazione fosse inclusa in terri-
torio albanese. Altra importante questione territoriale da discutere
con Sofia era quella di Resan e della pianura adiacente, a sud est
di Ohrid, abitate in massima parte da albanesi e che avevano
sempre fatto parte del sistema economico albanese. Sarebbe stato
opportuno chiedere una rettifica per Resan, sia per ottenerla sia
per avere materia di scambio in funzione della richiesta di
Kačanik80.

80
Appunto per il GAB-AP relativo alla sistemazione territoriale e confinaria fra
Macedonia contesa 211

In via di compromesso con la Bulgaria, la proposta che Magi-


strati e i tecnici di Palazzo Chigi predisposero agli inizi di luglio
prevedeva una variante all’accordo sui confini tra Albania e Bul-
E
garia, ovvero la rettifica nella zona di Kaçanik a favore della prima
R
T O
contro la cessione alla seconda del cosiddetto “naso” nella regione
di Vranje81. Ma anche questa proposta di compromesso non otten-
'A U
ne il risultato di facilitare la trattativa e avviare presto alla conclu-
L
sione un accordo sui confini. La visita dei governanti bulgari a

P ER
Roma era prevista per la metà di luglio e certo avrebbe avuto una
grossa importanza per la Bulgaria. Era la prima visita all’estero
A
PIche il governo bulgaro faceva dopo le vaste realizzazioni territo-

CO
riali e la effettuava proprio nel paese confinante, l’Italia.
Particolarmente significativo per gli antichi legami della Bulga-
ria con la Russia e le nuove relazioni con l’Asse e specialmente con
l’Italia era che si sarebbe svolta all’inizio della crociata antibolsce-
vica e antirussa in Europa82. Mostrava – secondo Magistrati – che i
tradizionali legami slavi tra Sofia e Mosca si allentavano e che,
orbitando la Bulgaria intorno all’Asse, un’attenzione speciale era
data all’Italia. Ma queste premesse positive circa la visita dei go-
vernanti bulgari a Roma si inquadravano in un contesto di politica
internazionale generale e nulla avevano a che fare con un accordo
con l’Italia circa la sistemazione confinaria tra Albania e Bulgaria.
Al termine di vari colloqui avuti da quando era rientrato a
Sofia, sia con il presidente del Consiglio, sia con il segretario
generale del ministero degli Esteri, a metà luglio l’ambasciatore
italiano comunicò a Roma che il governo di Sofia per motivi di

l’Albania e la Bulgaria, 27 giugno 1941, n. 71/06806/1852, in ASMAE, SSAA,


B. 98, f. Questione di Kačanik e delle comunicazioni Tetovo-Kossovo-Skopje.
81
Ciano a Magistrati, 2 luglio 1941, t. 182/255, in ASMAE, SSAA, B. 98, f.
Questione di Kačanik. Il testo dell’accordo proposto per la delimitazione dei
confini tra Albania e Bulgaria fu inviato a Magistrati il 2 luglio: Pietromarchi a
Magistrati, 2 luglio 1941, t. 25246/252, ivi.
82
Magistrati a Ciano, 9 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 365.
212 La resa dei conti

politica interna non si sentiva in grado di stipulare un trattato, che


comprendesse o no la rettifica di Kačanik. Un trattato pubblico
avrebbe scatenato nuovamente l’irredentismo bulgaro-macedone,
E
che sembrava al momento essersi acquietato, mettendo in grave
R
T O
imbarazzo il governo. “Ho l’impressione – annotò Ciano – che i
bulgari abbiano poca voglia di parlare con noi e preferiscono che
'A U
le frontiere risultino da un atto unilaterale, che possono sempre
L
contestare, piuttosto che da un patto regolarmente firmato”83.

P ER
Quello di Sofia non era comunque un no definitivo. A parere
del governo bulgaro in futuro, quando sarebbe stata definitiva-

PIA
mente regolata la questione dell’acquisizione della Macedonia

CO greca e di Salonicco, sarebbe stato più facile far digerire ai nazio-


nalisti interni la regolamentazione del confine con l’Albania. Nel
frattempo, per dare un contenuto formale alla visita del governo
bulgaro a Roma, Sofia proponeva un accordo per la creazione
della commissione mista di delimitazione del confine indicata nel-
la bozza d’accordo proposta dall’Italia. Non era che un modesto
ripiego rispetto alle aspettative italiane, ma non privo di utilità.
Ad oggi mancava, infatti, qualsiasi tipo di intesa tra Roma e Sofia
sui confini, visto che la Bulgaria aveva proceduto all’occupazione
della Macedonia dopo accordi con la sola Germania. Con la crea-
zione della commissione, la Bulgaria avrebbe assunto, anche nei
riguardi dell’Italia, un impegno circa la validità e la sostanziale
intangibilità dei confini tracciati a Vienna84.
Ormai convinto della volontà bulgara di non firmare un accor-
do sui confini, il governo italiano si decise a fissare le frontiere
bulgaro-albanesi con un decreto unilaterale, che provocò grande
agitazione a Sofia, con minacce di dimissioni del governo e clima
fortemente anti-italiano nell’opinione pubblica.
La visita di Filov e Popov a Roma, che dopo un ennesimo rin-

V. CIANO, Diario, alla data del 10 luglio 1941.


83

Magistrati a Ciano, 14 luglio 1941 t. 6991/658, in ASMAE, SSAA, B. 98, f.


84

Questione di Kačanik.
Macedonia contesa 213

vio si tenne infine il lunedì 21 luglio 1941, si compiva effettiva-


mente sotto i “cattivi auspici” immaginati da Ciano85. Dei colloqui
con i governanti bulgari non sono stati redatti verbali, benché le
E
annotazioni di Ciano ci restituiscano perfettamente l’atmosfera in
R
T O
cui si svolsero: “Arrivo dei bulgari: due classici ministri democra-
tici parlamentari, ma [che] la tempesta infuriante sull’Europa ob-
'A U
bliga ad avere a che fare con dittature, uniformi e parate. Sono
L
venuti a mendicare qualche correzione di frontiera, specialmente

P ER
nella zona dei Laghi di Ocrida e Presba indispensabili per raffor-
zare la loro personale situazione all’interno. Ho tenuto duro più
A
PIper forma che per convinzione: qualche piccola concessione potrà

CO
anche venire fatta in sede di commissione mista”86. Dal canto loro,
anche i bulgari confidarono ai tedeschi che i risultati del vertice
romano non andarono oltre un superficiale miglioramento del-
l’atmosfera tra i due paesi e generiche promesse di venire a un
compromesso sui confini87.
Nonostante il fascino che le istituzioni create dal fascismo eser-
citavano sulla classe dirigente bulgara, rispetto a quelle, invece,
poco apprezzate della Germania e ritenute poco adatte alla società
bulgara, sul piano dei rapporti diplomatici non si segnarono pro-
gressi. Il modello italiano, con scorno dei tedeschi, attraeva di più i
bulgari88, ma non bastò a superare i contrasti territoriali.
La visita dei governanti bulgari, che seguiva di un mese quella
di re Boris, non portò dunque quel nuovo slancio nelle relazioni

85
V. CIANO, Diario, alla data del 19 luglio 1941.
86
V. CIANO, Diario, alla data del 21 luglio 1941. Magistrati propose, anche,
allo scopo di migliorare le relazioni tra Albania e Bulgaria, che a Roma si
organizzasse un incontro diretto dei ministri bulgari con qualche esponente
albanese correligionario, Magistrati a Ciano, 9 luglio 1941, in DDI, s. IX, vol. VII,
D. 365.
87
Memorandum Woermann, 31 luglio 1941, in DGFP, serie D, vol. XIII,
D. 170.
88
Sull’apprezzamento del modello fascista da parte della classe dirigente
bulgara, v. MILLER, Bulgaria during the Second World War, cit., p. 82.
214 La resa dei conti

italo-bulgare che Magistrati aveva previsto. Fu certo un segnale di


attenzione da parte del governo bulgaro verso l’Italia e un’espres-
sione di comune buona volontà da parte di entrambi i governi. Ma
E
tutto rimase qui. Nel settembre 1941 si creò la commissione di
R
T O
delimitazione dei nuovi confini dell’Albania e nell’ottobre venne
anche dato nuovo impulso alla collaborazione tra i due paesi con
'A U
la stipula di un accordo economico italo-bulgaro, firmato da dal-
L
l’Oglio, direttore generale del ministero per gli Scambi e le Valute,

P ER
e dal governatore della Banca nazionale bulgara, Gounev. Con-
temporaneamente Magistrati e Popov firmarono a Sofia un accor-

PIA
do tariffario sul commercio di filati e di tessuti89. Ma tutto ciò non

CO cambiò di molto il quadro generale delle relazioni dei due paesi,


dipendente come era da un miglioramento nei rapporti tra Tirana
e Sofia che fu lungi dall’essere raggiunto. Da parte bulgara si con-
tinuarono a lamentare malversazioni compiute sulla popolazione
bulgaro-macedone dagli albanesi ancor più da quando, nell’agosto
del 1941, l’amministrazione dei territori era passata sotto il con-
trollo di Tirana. Parimenti, le vessazioni sugli albanesi nella Gran-
de Bulgaria non cessarono e l’auspicata normalizzazione non si
verificò.
Il comportamento delle truppe bulgare continuò a distinguersi
per la brutalità nei confronti della popolazione e, come abbiamo
visto, non solo di quella albanese. Arresti immotivati, perquisizio-
ni, percosse, divieti agli hoxha di predicare, ruberie, e altri fatti
scandirono i giorni dell’occupazione bulgara nella Macedonia. A
periodi di maggiore calma seguivano recrudescenze della violen-
za, che impegnarono le locali rappresentanze italiane, come nel
caso di Bitolj, in molteplici interventi presso i comandi militari o le

Magistrati a Ciano, 10 ottobre 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 636. Sulla
89

gara tra Italia e Germania per l’influenza sulla Bulgaria, v. ENZO COLLOTTI, Il
ruolo della Bulgaria nel conflitto tra Italia e Germania per il Nuovo Ordine Europeo,
in “Il Movimento di liberazione in Italia”, luglio-settembre 1972, f. n. 108.
Macedonia contesa 215

autorità civili bulgare a difesa della popolazione albanese90. A fine


novembre, il comando militare italiano in Albania segnalò la
ripresa degli incidenti di frontiera dovuti all’atteggiamento dei
E
militari bulgari, che si distinguevano, scrisse Jacomoni, per i “gra-
R
confinaria” 91. T O
vi abusi di autorità a danno di poveri e innocui albanesi della zona

'A U
Consolatorie erano, dunque, ma solo per un futuro sempre più
L
lontano, le convincenti considerazioni di Magistrati circa i rapporti

P ER
tra Roma e Sofia. Agli inizi di novembre, nel fare un giro panora-
mico della situazione degli ultimi sei mesi, il diplomatico italiano
A
PItornò a far osservare che, dopo gli sconvolgimenti bellici nei Bal-

CO
cani, la Bulgaria ne era divenuto il più grande paese, bagnato da
due mari e dal più grande fiume d’Europa e per la prima volta
anche confinante con l’Italia. Non poteva quindi essere estranea
all’interesse italiano, sia perché era l’unico paese “indipendente”
con il quale confinava il sistema italo-albanese, sia perché con l’ac-
quisto della Tracia greca era divenuta un paese mediterraneo, che
si affacciava sulla regione che anche i tedeschi riconoscevano
come di esclusiva pertinenza italiana. D’altra parte, la mancanza
di rapporti stretti fino ad allora permetteva di iniziare un cam-
mino di collaborazione senza ostilità preconcette o antichi rancori,
come ci potevano essere tra i popoli balcanici.
La frontiera comune, dunque, non sarebbe stata un diaframma
ma una base di partenza per una politica comune. Il contrario
sarebbe stato un assurdo: la Grande Albania doveva essere la testa
di ponte dell’influenza italiana nei Balcani non un ostacolo ad
essa. La Germania, secondo il diplomatico italiano, aveva com-
preso il nuovo ruolo della Bulgaria e aveva manifestato particolare
interesse per essa. I tedeschi – scrisse – “sono riusciti a permeare

90
G. Relli a Ministero degli Esteri e alla Legazione a Sofia, 25 settembre 1941,
telespr. 552/188, in ASMAE, SSAA, B. 77, f. 1
91
Jacomoni a Ciano, 20 novembre 1941, telespr. 22867/7902, in ASMAE,
SSAA, B. 77, f. 2.
216 La resa dei conti

del loro succo tutti i principali rami dell’attività del Paese”. Dopo
una breve infatuazione per la Serbia e per la Grecia, Berlino era
tornata prepotentemente vicina a Sofia. La rivolta serba, minac-
E
ciando le essenziali vie di comunicazione destinate ad unire le basi
R
T O
germaniche agli utilissimi porti bulgari sul mar Nero alla vigilia
dell’azione verso il Caucaso contro l’Unione Sovietica, aveva
'A U
gettato di nuovo la Germania nelle braccia della Bulgaria92.
L
Insomma, sul finire dell’anno la situazione balcanica era ancora

P ER
più complicata di quanto non lo fosse al momento della disso-
luzione jugoslava. Conflitti interetnici, resistenza nazionale, lotta

PIA
comunista, guerra civile, non lasciavano più sperare in una veloce

CO pacificazione e normalizzazione del quadro politico-militare. I


rapporti tra Grande Albania e Grande Bulgaria non fecero passi
avanti sulla via della conciliazione e, di conseguenza, quelli italo-
bulgari rimasero in posizione di stallo. Rimaneva forse la speranza
di un avvenire migliore, ma in un futuro non più ora prevedibile.
L’attacco tedesco all’Unione Sovietica e il concorso italiano alla
guerra avevano posto in grave imbarazzo governo e opinione
pubblica bulgari. La Grande Bulgaria era nata sotto la stella della
Germania hitleriana, ma in tempi di amicizia e alleanza russo-te-
desche. Ora la situazione si era rovesciata. E il gradimento dell’As-
se in Bulgaria cominciò a segnare pesantemente i suoi colpi. No-
nostante gli urgenti provvedimenti per la difesa dello stato e l’ina-
sprimento delle pene contro chi avesse compiuto attentati all’or-
dine pubblico decisi dal parlamento bulgaro, anche per mostrare
l’allineamento della Bulgaria alla Germania, cominciarono a verifi-
carsi sabotaggi e attentati a danno delle truppe tedesche93. L’Italia,
inoltre, a differenza della Germania, aveva spalleggiato l’odiata

Ministero degli Esteri all’ambasciata a Berlino, 24 novembre 1941, telespr.


92

12/2601/C, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari. Col telespresso si


riferiva quanto riportato dalla Legazione a Sofia il 10 novembre.
93
Ministero degli Esteri a Berlino, Istanbul, ecc, 6 settembre 1941, telespr.
20361/C, in ASMAE, SSAA, B. 31, f. Rapporti italo-bulgari.
Macedonia contesa 217

Grande Albania ed era stata l’altrettanto odiato bersaglio della


propaganda irredentista bulgara e macedone.
Non tutti, certo, in Bulgaria, continuarono a lamentare la pre-
E
senza dell’Italia come vicina e molti riuscivano a guardare anche
R
T O
al futuro con occhi diversi. A fine novembre 1941, il console italia-
no a Bitolj, Relli, ebbe modo di incontrare il metropolita Filarete,
'A U
vescovo di Loveč, e curatore provvisorio della diocesi cui apparte-
L
neva il consolato. Filarete aveva riunito a Bitolj il clero ortodosso,

P ER
dal 5 all’8 novembre, per ascoltarne i bisogni e impartire istruzio-
ni, non mancando nemmeno di affermare, nella sua allocuzione,
A
PIche il clero macedone dovesse rimanere custode del “bulgarismo”.

CO
In una significativa conversazione in russo con Relli, Filarete
aveva espresso la felicità dei bulgari e della chiesa bulgara di con-
finare con l’Italia: essa auspicava ardentemente che l’Italia annet-
tesse l’Albania, vi istituisse una propria amministrazione, e com-
pisse la sua alta missione di civiltà convertendo al cristianesimo
tutti gli albanesi. La Bulgaria, d’altra parte, non aveva più aspira-
zioni su quelle terre di confine, i bulgari rimasti in Albania erano
appena 75.000. Filarete chiese che venissero allontanati dall’Alba-
nia i preti ortodossi di origine greca a cominciare dal vescovo di
Tirana e che le autorità italiane si interessassero del santuario di
San Naum. Il monastero, assegnato all’Albania, era una delle ri-
vendicazioni più care alla religiosità bulgara. Tuttavia, pur essen-
do un monastero ortodosso, San Naum estendeva la sua influenza
religiosa anche sulle popolazioni albanesi non cristiane. Durante
la sagra di San Naum del luglio 1941 ben 5.000 pellegrini albanesi,
per la maggior parte musulmani, avevano onorato e festeggiato il
santo94.
Filarete domandò pure che gli italiani nominassero un curatore
o un amministratore del monastero, che era attualmente gestito da

Relazione dell’ispettore albanese Bubani sulla Sagra di San Naum, trasmessa


94

con Appunto dell’11 luglio 1941, n. 3104/1, a firma di Lorusso Attoma, in ASMAE,
SSAA, B. 153/26, f. Stampa e propaganda.
218 La resa dei conti

un igumen russo e da due monaci serbi che compivano malversa-


zioni con le sue proprietà. La chiesa bulgara, affermò, non aveva
più aspirazioni sul monastero, ma se ne interessava per motivi
E
affettivi. Insomma, secondo l’autorevole prelato, tutto portava a
R
T O
ritrovare e ad allacciare ottimi rapporti con l’Italia. Ma forse vale
la pena di registrare che durante il colloquio con il console italiano
'A U
– a ormai cinque mesi dall’inizio della crociata antibolscevica
L
italo-tedesca – il metropolita parlò a lungo della drammatica situa-

P ER
zione della Russia, esprimendo la speranza che “la risurrezione di
quel popolo avvenga al più presto e che la chiesa ortodossa ne

PIA
partecipi attivamente”95.

CO

95
Magistrati a Ciano, 25 novembre 1941, telespr. 5477/1561, trasmetteva
quanto gli aveva riferito con rapporto il console a Bitolj, G. Relli.
R E
Epilogo
T O
'A U
L
P ER
Si può ben affermare che alla fine del 1941, a ormai nove mesi
A
PI
dalla dissoluzione della Jugoslavia, non vi era nessun segno di
normalizzazione né di stabilizzazione dello spazio balcanico. La
CO Grande Albania era ancora una creatura informe, che cercava di
sopravvivere tra spinte interne al cambiamento e violenti attriti
con i suoi vicini. Proprio l’incapacità di mettere ordine nelle nuove
province fu tra le cause, alla fine del 1941, della liquidazione del
governo Verlaci, che aveva guidato la nazione schipetara dal 1939.
A Verlaci, che tuttavia fu compensato con la nomina a ministro di
Stato, si imputò scarsa energia nell’adozione di misure adeguate
per i nuovi territori, nonché debolezza nel contrastare efficace-
mente la propaganda che veniva da oltre frontiera, specialmente
dalla zona di Mitrovica. In realtà, l’idea di un cambio al vertice si
era fatta strada a Roma fin dalla metà dell’anno, al fine di raffor-
zare il consenso al governo, includendovi personalità di spicco
della cultura e della politica e dando più autonomia all’Albania
una volta che si fossero sistemati i problemi confinari1.
A questo stesso fine, nel novembre 1941, come si è accennato,
era stato abolito il sottosegretariato per gli affari albanesi, l’organo
che più di ogni altro aveva simboleggiato il controllo di Roma sul
paese delle aquile. Jacomoni propose alla guida del nuovo gover-
no Mustafa Kruja, uomo che coniugava all’accanita fede naziona-
lista la fedeltà all’Italia, dalla quale aveva ricevuto costanti incen-

1
V. CIANO, Diario, alla data del 13 giugno 1941.
220 La resa dei conti

tivi finanziari nei lunghi anni d’esilio, come oppositore di Zog.


Mussolini acconsentì alla nomina, nonostante le perplessità di Cia-
no ad affidare il governo agli “estremisti del nazionalismo schipe-
E
taro”2. Era giunto il momento, a parere di Jacomoni, di offrire la
R
T O
gestione del governo a uomini nuovi, rappresentanti delle forze
vive del paese e di nuovi orientamenti politici.
'A U
Il governo che si formò fu dunque espressione dei circoli più
L
nazionalisti e in esso figuravano molte figure di spicco del nord

P ER
albanese. A Kruja, oltre alla presidenza, andò anche il ministero
degli Interni, al quale fu aggiunto un sottosegretario di stato, nella

PIA
persona di Mark Gjonmarkaj, figlio del senatore Marka Gjoni,

CO principe cattolico della Mirdizia, uno dei capi politici e militari più
potenti del nord. Shuk Gurakuqi, ex deputato di Scutari, ebbe il
ministero delle Finanze, mentre al ministero dell’Economia fu
posto Fuad Bey Dibra, personalità molto in vista nelle terre
redente; Iliaz Agushi, notabile del Kosovo ed ex prefetto di Pri-
stina, dove si era distinto per efficienza e imparzialità dopo l’occu-
pazione italiana, fu incaricato dei Lavori Pubblici. A Tahir Shtylla
andò il ministero delle Terre Liberate con funzioni ispettive e di
coordinamento.

La nuova compagine ministeriale si presentava composta in mag-


gioranza da giovani e persone di ottima cultura, ma il cui orienta-
mento accesamente nazionalista avrebbe reso il governo “meno
docile” del precedente alle istanze di Roma, benché tutti i suoi
membri fossero fautori convinti dell’unione italo-albanese e, in un
certo qual modo, vicini per mentalità alle concezioni fasciste3. In
effetti, sul piano dei rapporti con l’Italia, l’Albania sembrò potersi
incamminare verso una più marcata autonomia, simbolo della
quale fu il mutamento della bandiera albanese chiesto da Kruja e

2
V. CIANO, Diario, alla data dell’11 novembre 1941.
3
Ciano a Jacomoni, 31 ottobre 1941, in DDI, s. IX, vol. VII, D. 734.
Epilogo 221

ottenuto da Mussolini. Fu ripristinata la vecchia bandiera nazio-


nale, pur se essa recava ancora sull’asta il fascio littorio e la banda
azzurra dei Savoia. Il partito fascista albanese si sarebbe dovuto
E
sciogliere e al suo posto creare la Guardia della Grande Albania,
R
T O
mentre con l’organizzazione di una gendarmeria albanese si sa-
rebbero dovute assorbire le mansioni di mantenimento dell’ordine
'A U
pubblico prima gestite dai carabinieri. L’unione economica dove-
L
va pure essere ritoccata con provvedimenti in favore dell’Albania4.

P ER
Ma l’orientamento accesamente nazionalista che pervadeva il
governo di Tirana finì per ripercuotersi pesantemente anche sui
A
PIrapporti con i paesi vicini. Il programma di Kruja era quello di

CO
completare l’unificazione nazionale della Grande Albania e di
sfruttare ogni possibile occasione per estendere i confini. Palazzo
Chigi venne come mai incalzato con le problematiche relative agli
albanesi ancora irredenti. Alla metà di febbraio 1942, durante una
sua visita a Roma, Kruja abbordò la questione di nuove rettifiche
ai confini montenegrini, quelle del resto ritenute di più facile
attuazione dopo che il Montenegro era divenuto un governatorato
militare sotto controllo italiano5. Alla richiesta non fu dato seguito,
ma il problema si aggravò a partire dalla metà del 1942, quando
nel governo albanese il ministero delle Terre Liberate passò a
Eqrem Bey Vlora, latifondista di Valona, ex diplomatico turco e
poi deputato al parlamento di Tirana, che impostò una politica
ispirata da eccessi nazionalistici e lotta antislava.
Vlora iniziò una potente campagna propagandistica in favore
dell’annessione di una striscia di territori nelle regioni di Berane,
Bijelopolie e Sjenica, rimaste al Montenegro, ma nelle quali si
stimava risiedessero circa 80.000 albanesi. Il contrasto con gli slavi
montenegrini finì per esasperarsi ponendo il governo di Roma in
grossa difficoltà. Come in precedenza, gli italiani resistettero a

4
V. FISCHER, Albania at War, cit., pp. 115-117.
5
V. CIANO, Diario, alla data del 16 febbraio 1942.
222 La resa dei conti

queste pressioni, dato che era del tutto inopportuno politicamente


e militarmente pericoloso, visti i precedenti e la rivolta non ancora
domata, dare nuova esca al nazionalismo montenegrino decur-
E
tando vieppiù il Montenegro di territori. Si finì quindi per trovare
R
T O
una soluzione salomonica: l’amministrazione di queste zone rima-
neva al governatorato militare del Montenegro, ma la loro ammi-
'A U
nistrazione civile fu affidata a un commissariato civile per le re-
L
gioni a popolazione mista, commissariato del quale Umiltà prese

P ER
la direzione nel luglio 19426.
Anche questa soluzione, però, non si provò esente da gravi

PIA
problemi. Alla fine del 1942, ricordò Umiltà, a causa della propa-

CO ganda annessionista di Vlora e dell’invio di armi agli albanesi ven-


nero uccisi una decina di slavi, con il seguente scatenamento di
feroci rappresaglie dei četnici, che fino allora avevano rispettato i
patti di non turbare la tranquillità della zona mista, la morte di un
migliaio di albanesi nella zona tra Berane e Sjenica e la distruzione
di interi villaggi. Ne seguì una grave tensione tra il governo di
Tirana e il governatorato militare del Montenegro e un’inchiesta
dalla quale risultarono omissioni anche da parte delle autorità
militari italiane della divisione Venezia, verso le quali vennero
presi provvedimenti disciplinari come l’allontanamento7. Il com-
missariato per le zone a popolazione mista aveva ormai i giorni
contati. Chiuse i battenti nell’aprile del 1943, lasciando le proprie
mansioni sotto diretto controllo dei militari di Tirana e Cettigne.
Anche rispetto agli albanesi rimasti in Serbia, l’azione del go-
verno Kruja fu incessante, benché cominciasse ad apparire sempre
più chiaro a Tirana come a Roma, che non ci si poteva comunque
aspettare il consenso tedesco a un’ulteriore estensione dei confini
dell’Albania per includervi il Kosovo serbo. Tanto meno le autori-
tà germaniche furono mai disposte a permettervi un’occupazione

6
V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., p. 146-148.
7
V. UMILTÀ, Jugoslavia e Albania, cit., pp. 156-161.
Epilogo 223

italiana, che pure era tra le speranze coltivate a Tirana. Se ne co-


minciò a prendere consapevolezza agli inizi del 1942, al momento
del lancio di una vasta campagna militare in Bosnia, con la parte-
E
cipazione di due divisioni tedesche e una italiana. Al fine di poter
R
T O
liberare le truppe necessarie alle operazioni di repressione, il co-
mando germanico pattuì con i comandi bulgari l’estensione del-
'A U
l’occupazione da parte delle truppe bulgare a circa un quarto del
L
territorio della Serbia. Si trattava, come assicurò a Mameli il rap-

P ER
presentante del ministero degli Esteri tedesco in Serbia, Felix
Benzler, di una misura temporanea che non avrebbe inficiato la
A
PIgiurisdizione tedesca sulla Serbia, né l’amministrazione civile del-

CO
le autorità periferiche serbe.
Ma a conferma di quanto aveva altre volte rilevato8, il diplo-
matico italiano osservò che il comando germanico si era ben guar-
dato, per giungere allo scopo di rendere disponibili delle truppe,
di lasciare il Kosovo serbo all’occupazione militare italiana, come
pure sarebbe stato naturale. L’occupazione bulgara, inoltre, a suo
giudizio, non solo avrebbe dato un pesante colpo alla tenuta del
governo collaborazionista serbo guidato dal generale Nedić, ma
avrebbe messo vieppiù in difficoltà gli italiani, poiché aveva già
spinto schiere di serbi armati a sottrarsi all’esercito bulgaro e a en-
trare nel Kosovo albanese, in Montenegro e in Bosnia, aumentan-
do così il numero dei partigiani nei territori sotto controllo del-
l’Italia9.
Proprio l’impossibilità riscontrata di ottenere in qualche forma
il controllo albanese-italiano sul Kosovo serbo spinse Palazzo
Chigi, sempre su pressione del governo di Tirana, a mobilitarsi
nuovamente, nella primavera del 1942, presso il governo tedesco
in favore degli albanesi rimasti in Serbia. Questa volta si batté sul
tasto della lotta al comunismo, mettendo in risalto come questo

8
Mameli a Ciano, 12 dicembre 1941, in DDI, s. IX, vol. VIII, D. 11
9
Mameli a Ciano, 2 gennaio 1942, in DDI, s. IX, vol. VIII, D. 94.
224 La resa dei conti

trovasse proprio nella cultura e nelle aspirazioni nazionali degli


albanesi kosovari un baluardo ideale. Era opportuno, dunque, non
deludere le loro richieste per evitare che anche il Kosovo, come
E
altre zone, venisse esposto al rischio di un’espansione del credo
R
T O
comunista con ciò che ne sarebbe conseguito in termini di turba-
mento all’ordine pubblico e azioni di sabotaggio e interruzione
'A U
delle vie di comunicazione. Si insisteva, perciò, sulla concreta rea-
L
lizzazione dei provvedimenti presi a difesa della compagine alba-

P ER
nese e quindi sulla necessità di permettere una collaborazione di
personale proveniente dall’Albania, come solo rimedio per la loro

PIA
applicazione.

CO Le autorità tedesche erano invitate a richiamare, attraverso il


rappresentante del Reich a Belgrado, gli amministratori serbi a
dare pratica applicazione ai diritti riconosciuti agli albanesi, “in
maniera analoga a quella con cui hanno avuto il riconoscimento i
diritti della comunità germanica”, e a sorvegliare che tali misure
includessero l’autorizzazione ad utilizzare personale dell’Albania,
con l’intesa che tale personale, durante l’attività in Serbia, si sareb-
be svestito della qualità di funzionari del Regno e avrebbe sospeso
ogni attività politica10. Ma anche questo intervento, come i pre-
cedenti, fu inutile, tanto che ancora un anno dopo Ali Draga confi-
dava a Mameli di avere ricevuto nuove promesse da parte tedesca
di discutere con Belgrado i provvedimenti circa maestri e fun-
zionari dell’Albania da destinare al Kosovo serbo11.
Man mano che il conflitto si acuiva sul piano generale, le spe-
ranze di unificare il Kosovo serbo al resto dell’Albania tramon-
tarono e la condizione degli albanesi peggiorò. Nell’estate 1942, su
istanza del governo Nedić, la forza di polizia albanese creata dai
tedeschi al momento dell’occupazione venne assorbita all’interno
della Guardia statale serba, provocando forte disappunto tra gli

Appunto del 28 aprile 1942, in ASMAE, SSAA, B. 78, f. Minoranze.


10

Mameli a Ministero degli Esteri, 4 maggio 1943, telespr. 2117/572, in ASMAE,


11

Carte Gab., Armistizio-Pace, B. 27, f. Scuole.


Epilogo 225

albanesi12. Nondimeno, i vertici italiani si mossero ancora in favo-


re della popolazione albanese agli inizi del 1943, quando, a partire
dal 5 gennaio, si assistette a una nuova estensione dell’occupa-
E
zione bulgara in Serbia. E questa volta fu direttamente interessata
R
T O
la regione kosovara fino a Mitrovica, cosa che scatenò le dure pro-
teste degli albanesi presso il comando germanico e le loro ormai
'A U
inutili espressioni di preferenza per un’occupazione italiana.
L
Mameli intrattenne immediatamente l’incaricato d’affari ger-

P ER
manico, Feine, sul fatto che in occasione della prima occupazione
bulgara le autorità germaniche avevano dichiarato che sarebbe
A
PIstato escluso il Kosovo non annesso. Feine rispose che vi era stato

CO
un nuovo accordo con i bulgari, perché le truppe germaniche era-
no necessarie altrove, ma che l’occupazione bulgara del Kosovo
serbo sarebbe stata temporanea, e che i comandi superiori germa-
nici sarebbero rimasti al loro posto per assicurare l’ordine e il
controllo sull’amministrazione13. Il sindaco di Mitrovica prospettò
alle autorità tedesche una situazione irreparabile, ma ebbe la stes-
sa risposta circa la provvisorietà dell’occupazione, da concludersi
in quattro, cinque settimane14.
Magistrati fu subito invitato da Palazzo Chigi a fare un passo
sul primo ministro bulgaro in favore della protezione delle
popolazioni albanesi. Ne parlò anche con il ministro della Guerra,
il generale Mihov, che a sua volta sensibilizzò il generale Nikolov,
comandante l’armata bulgara in Serbia. Tutti si sentirono in grado
di dare assicurazioni circa il retto comportamento delle truppe,
benché, dati i precedenti, c’era poco da fidarsi sul fatto che alle

12
V. MALCOM, Storia del Kosovo, cit., p. 331.
13
Berio a Luogotenenza, 10 gennaio 1943, t.p.c., 843/PR, in ASMAE, Carte
Gab., Armistizio-Pace, B. 27 f. Situazione politica in Serbia.
14
Meloni a ministero degli Esteri, Gab-Alb, 9 gennaio 1943, t.p.c. 1085PR/23, e
Giorgio Spalazzi (incaricato d’affari a Belgrado) a Ciano, 9 gennaio 1943, t. 155R/19,
in ASMAE, Carte Gab., Armistizio-Pace, B. 27, f. Situazione politica in Serbia.
226 La resa dei conti

buone intenzioni sarebbero seguiti fatti concreti15. Tuttavia, alme-


no nel periodo iniziale, l’occupazione bulgara non diede luogo ad
incidenti, anche perché i comandi germanici avevano preso rigo-
E
rose misure per evitare attriti tra popolazione e truppe. Il coman-
R
T O
do dei reparti bulgari in Serbia, d’altra parte, aveva già reso omag-
gio a Ferhad Draga, al fine di tenere meglio sotto controllo la
situazione16.
'A U
L
P ER
Con l’inizio del 1943, fu del tutto evidente a Roma come a Tirana
che la guerra era perduta per l’Asse. La situazione militare, del re-

PIA
sto, aveva cominciato a divenire precaria alla fine del 1941, quan-

CO do era nato il partito comunista albanese e di lì a poco, sotto la sua


guida, il movimento di liberazione nazionale17, e si era dato il via,
con il sostegno degli Alleati, ad una vera e propria resistenza
armata organizzata. Alla metà del 1942, la possibilità dell’esercito
italiano di tenere sotto controllo l’intero territorio albanese si era
già affievolita drasticamente. Lo sbarco anglo-americano in Nord
Africa, nel novembre dello stesso anno, dette il colpo di grazia,
rendendo manifesto sia a Roma che in Albania che l’Italia ormai si
avviava alla sconfitta e che anche dal punto di vista dei rapporti di
forza nella penisola balcanica l’esercito italiano si sarebbe trovato
sempre più in condizioni di debolezza. La resistenza comunista ne
fu incoraggiata e la rivolta dilagò nel sud albanese con vere e

15
Magistrati a Ciano, 12 gennaio 1943, in DDI, s. IX, vol. IX, D. 481; Ma-
gistrati a ministero degli Esteri, 14 e 18 gennaio 1943, t. 268R/24 e t.p.c. 438R/018,
in Carte Gab., Armistizio-Pace Busta 27, f. Situazione politica in Serbia.
16
Giorgio Spalazzi (incaricato d’affari a Belgrado) a Ciano, 16 gennaio 1943,
telespr. 124/37, in ASMAE, Carte Gab., Armistizio-Pace, B. 26.
17
Sugli sviluppi politici della resistenza, oltre a POLLO e PUTO, The History
of Albania from its origins to the present day, London-Boston, Routledge, 1981,
v. anche FISCHER, Albania at War, cit., 121 ss.; KOLA, The Mith of Greater Albania,
cit., pp. 25-31. STAVRO SKENDI (a cura di), Albania, London, Atlantic Press,
1957, pp. 76-80; VICKERS, The Albanians, cit., pp. 145-159.
Epilogo 227

proprie insurrezioni nelle province di Valona e Korça18.


Dal canto loro, anche i nazionalisti, pur non esasperando il loro
atteggiamento nei confronti della presenza italiana, si cominciaro-
E
no a preparare al probabile tramonto del Nuovo Ordine e a sal-
R
T O
vare il salvabile di quanto in termini territoriali l’Albania aveva
ottenuto. Proprio nel novembre 1942 nacque il Balli Kombëtar, il
'A U
Fronte nazionale, sotto la guida di Mit’hat Frasheri, ex diploma-
L
tico, cugino del più noto Mehdi Frasheri, figlio di Abdyl Frasheri,

P ER
l’intellettuale della lega di Prizren. Composto di liberali e mode-
rati dal punto di vista ideologico, il Balli Kombëtar si pose come
A
PIchiaro programma il mantenimento della Grande Albania, tanto

CO
che molti membri del governo Kruja e, dopo le sue dimissioni nel
gennaio 1943, dei seguenti deboli governi albanesi, guidati da
Eqrem Libohova e Maliq Bushati, guardarono con simpatia al
Fronte, di cui tutto sommato potevano sposare appieno il pro-
gramma di mantenimento dell’indipendenza e dell’unità nazio-
nale nei confini del 1941. Il Fronte Nazionale attirò in particolare
gli albanesi kosovari, dato che le sue direttive politiche davano
maggiore affidamento circa le posizioni nazionali. Il partito comu-
nista albanese, al contrario, ebbe scarsissima diffusione in Kosovo,
sia per i suoi stretti legami con quello jugoslavo, sia per la base
slava del movimento comunista in generale.
Nella sua lotta di liberazione contro gli italiani, infatti, il partito
comunista albanese, proprio perché filiazione di quello jugoslavo,
non riuscì mai a risolvere chiaramente il dilemma relativo al de-
stino del Kosovo, né quello della reale indipendenza dell’Albania,
che vedeva piuttosto inquadrata in una federazione balcanica con
gli altri popoli slavi19. Ne conseguì che, nonostante le frequenti
incomprensioni o l’atteggiamento dell’esercito italiano ritenuto
troppo filo-slavo, i legami dei kosovari con l’Italia “liberatrice”, fu-

18
V. FISCHER, Albania at War, cit., pp. 136-137.
19
V. MALCOM, Storia del Kosovo, 337-342; VICKERS, Between Serb and Albanian,
cit., pp. 123-133.
228 La resa dei conti

rono più lenti ad affievolirsi rispetto alle altre regioni dell’Albania.


Stante la situazione, la fede nell’Italia andava sempre di più a
collimare con la fede nell’unità della nazione albanese. Nel giugno
E
1943, il generale Alberto Pariani, che nel febbraio aveva sostituito
R
T O
Jacomoni come luogotenente, nell’ormai disperato e inutile tenta-
tivo di mantenere sotto controllo la situazione, così riferì a Mus-
'A U
solini circa l’atteggiamento degli albanesi del Kosovo: “Ho com-
L
piuto un viaggio di tre giorni nel Kossovo tra l’entusiasmo delle

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popolazioni… Gente bella, forte, moralmente sana, virilmente
disciplinata, profondamente patriota. È legata veramente a noi

PIA
(escluso naturalmente l’elemento montenegrino e slavo). Soldati

CO richiamati da solo un mese hanno sfilato in modo impeccabile,


fiero, marziale. Volontari a piedi e a cavallo hanno mostrato fiera
volontà di lotta. È una regione sulla quale si può realmente con-
tare in tutti i sensi, perché vi è ancora viva fede”20.
D’altra parte, fu proprio sulle modalità di affrontare la questio-
ne nazionale albanese che fallì il tentativo di accordo tra i comu-
nisti e il Balli Kombëtar, conclusosi nell’agosto 1943 con il rifiuto
da parte del Fronte di aderire al Movimento di liberazione nazio-
nale sotto la leadership comunista21. Tra Balli Kombëtar e partito
comunista albanese si determinò così un insolubile conflitto che
doveva durare fino alla fine della guerra e che spinse Mehdi
Frasheri a cercare ancora, dopo il crollo del regime fascista, pro-
prio nell’agosto 1943, di instaurare una nuova effimera collabo-
razione con Roma sulla base della piena indipendenza di una
Grande Albania alleata dell’Italia22.

Pariani a Mussolini, giugno 1943, in DDI, s. IX, vol. X, D. 464.


20

V. in proposito la testimonianza di JULIAN AMERY, Sons of the Eagle: a


21

Study in Guerrilla Warfare, Macmillan, London, 1948, p. 58. V. anche KOLA, The
Mith of Greater Albania, cit., pp. 41-44.
22
Pariani a Guariglia, 13 agosto 1943, in DDI, s. IX, vol. X , D. 660. Su questi
aspetti, v. FEDERICO EICHBERG, Il fascio littorio e l’aquila di Skanderbeg. Italia e
Albania 1939-1945, Roma, Editrice Apes, 1997, pp. 115-119.
Epilogo 229

Ma l’Italia sconfitta non era più in grado di condizionare la


politica internazionale a favore del mantenimento dei risultati del
1941, come non lo poteva più essere la Germania, alla quale dopo
E
il crollo italiano gli albanesi kosovari affidarono il loro destino23.
R
T O
La forza della resistenza di Tito in Jugoslavia, coadiuvata dagli
anglo-americani, la propaganda internazionalista comunista e le
'A U
armate sovietiche nel resto dei Balcani si sarebbero presto imposte
L
distruggendo, dopo un’aspra lotta interna alla stessa Albania,

P ER
qualsiasi velleità di mantenimento dei confini del 1941. La que-
stione del Kosovo veniva così riportata ai termini in cui si trovava
A
PInel 1939. Sarebbe passato più di mezzo secolo prima che essa si

CO
ponesse, analogamente a quanto accaduto durante la seconda
guerra mondiale, drammaticamente all’attenzione internazionale
con il secondo smembramento della Jugoslavia, la sconfitta serba e
l’avvio della seconda “liberazione” del Kosovo.

Sugli eventi albanesi dopo l’armistizio dell’Italia, v. le memorie di


23

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Agostinucci, Crispino, 99, 100.
Benini, Zenone, 46, 46n, 55, 59, 60,
61, 62, 66, 68, 70n, 82, 83, 83n, 85,

C O Agushi, Iliaz, 82, 86n, 220.


Ajeti, Idriz, 132n.
86n, 110, 120n, 122n, 139, 139n.
Benzler, Felix, 223.
Alessandro di Jugoslavia, 96. Berati, Dhimiter, 54n, 139, 141, 142,
Alfieri, Dino, 65, 65n, 115. 143, 144n.
Alija, Halil, 113n. Biba, Pashuk, 112n.
Alizoti, Feizi, 69, 139, 141, 142, 143, Biscaccianti, Alessandro, 175.
144n, 168, 169. Blakçovi, Ionuz, 27, 27n.
Altenburg, Günther, 173n. Bluta, Aqif, 82, 154, 155, 156n.
Amé, Cesare, 110. Boletini, Asslan, 86n.
Angelinović, Budislav Gregor, 29, Bonfatti, Luigi, 97, 120.
29n. Boris di Bulgaria, 124, 125, 125n,
Anfuso, Filippo, 43, 67 105, 106. 126, 127, 128, 172, 176, 179, 190,
Antonescu, Jon, 117, 117n. 192, 193, 194, 208, 213.
Antonescu, Mihail, 117. Borshi, Shyqyri, 113n.
Ataturk, Kemal, 20. Bottai, Giuseppe, 111, 112, 113, 114.
Athanassov, Filippo, 101, 102n. Bushati, Malik, 227.
Balabanov, T., 174. Bushati, Sulço, 112, 112n.
Baldani, 106. Castellani, Augusto, 200, 203.
Bankov, tenente, 175. Ciano, Galeazzo, 30, 31, 33, 34, 41,
Bazi i Canit, 28n. 42, 43, 44, 46, 46n, 48, 54, 55, 57,
Begolli, Qerim, 44n. 59, 60, 61, 62, 63, 64, 65, 67, 80n,
Begolli, Xhevat, 39n, 44n, 82, 86n. 82, 83, 83n, 84, 84n, 85, 87, 88, 102,
Begolli, Qerim, 44n. 102n, 103n, 112, 120, 122, 123, 124,
Begolli, Shefket, 86n. 125, 126, 127, 128, 128n, 130, 131,
244 La reta dei conti

136, 136n, 137, 138, 139, 139n, 140, Drangov, Kiril, 104.
146, 147, 152, 157, 157n, 158, 158n, Drini, Riza, 181.
160, 161, 165, 166, 178, 181n, 185, Durgu, Mustafa, 48, 82n.

R
207n, 209, 211n, 212, 213, 220.
E
186, 194, 196, 198, 199, 200, 205, Eberhardt, generale, 153.
Feine, Gerhard, 225.

T O
Cincar-Marković, Aleksandar, 42. Filarete, vescovo di Loveč, 217.

'A
Christić, Bocko, 30.
U
Chalev, Dimiter, 101, 102n. Filov, Bogdan, 172, 189, 206, 209,
212.
L
Clodius, Carl, 171. Fishta, Gjergj, 139.

75. P ER
Çomora, Sofo, 32, 33, 43, 44, 45n, 46, Frasheri, Abdyl, 227.
Frasheri, Mehdi, 227, 228.

PIA
Conti, Ercole, 86.
Corrias, Angelino, 157, 157n.
Frasheri, Mit’hat, 227.
Frasheri, Sami, 135.

CO Çuni, Gjek, 146n. Gali, Preng, 113n.


Curri, Bajram, 34. Gavrilov, 172.
Cvetković, Dragisa, 21, 49, 96, 108. Geloso, Carlo, 54, 55.
Dall’Oglio, G., 214. Giovanna di Bulgaria, 192.
D’Annunzio, Gabriele, 34. Gjeloshi, Lulash, 112n.
D’Aponte, Alberto, 163, 195. Gjeloshi, Ndoc, 112n.
De Felice, Renzo, 62, 87, 90. Gjeloshi, Nik, 113n.
De Leo, Andrea, 111. Gjeri, Tot, 113n.
Delvina, Hiqmet, 24. Gjilani, Aqif, 44n.
Deva, Xhafer, 153, 154, 155, 156n. Gjinishi, Mustafa, 111.
Dibra, Abdurrahman, 24. Gjonmarkaj, Mark, 220.
Dibra, Fuad, 220. Godard, Justin, 26, 27.
Dino, Ahmed, 131. Gorani, Ismail, 82
Dino, Xhemil, 37, 139, 168. Goranov, 172.
Dino, Nebil, 56. Gounev, Kiril, 214.
Draga, Ali, 155, 156n, 158, 159, 224. Graziani, Rodolfo, 87.
Draga, Ferhad, 21, 22, 26, 27, 27n, Grazzi, Emanuele, 30, 88.
28, 33, 38, 39, 40, 42, 43, 44n, 45, Guariglia, Raffaele, 31.
50, 51, 58, 60, 61, 61n, 66, 72, 73, Guidotti, Gastone, 32, 41, 42, 42n,
80, 81, 82, 83, 84, 85, 84n, 86, 86n, 66, 68, 70, 70n.
93, 105, 106, 107, 108, 109, 110, Gurakuqi, Luigj, 34.
131, 132, 133, 134, 135, 136, 136n, Gurakuqi, Shuk, 230.
137, 138, 139, 182, 196, 226. Hariton, Constantin, 69, 70.
Draga, Salahedin, 44n. Herriot, Edouard, 26.
Indice dei nomi 245

Hezer, Abdullah, 82. Krapcev, 179, 190.


Hitler, Adolf, 87, 91, 94, 95, 96, 97, Krosi, Abdurrahman, 24.
123, 124, 125, 125n, 128, 129, 176, Kryeziu, Gani, 39n, 40, 110.
179.
Hyseni, Sherif, 146n. R E Kryeziu, Ismet, 110, 131.
Kruja, Mustafa, 113n, 139, 141, 142,
Hoxha, Daut, 64, 71.
T O 143, 145, 147, 147n, 219, 220, 221,

'A U
Hoxha, Asim, 39n, 44n.
Hoxhë-Sadillari, Banush, 152n, 153n.
222, 227.
Kulenović, Dzafer, 50.
L
Indelli, Mario, 29, 33, 45, 46. Kumbaragija, Qemal, 82n.

P ER
Inonu, Ismet, 20.
Jacomoni di San Savino, Francesco,
Kumović, P., 19, 20, 21.
Kupi, Abaz, 24, 111.
A
PI
36, 42n, 43, 43n, 46, , 46n, 47, 48, Libohova, Eqrem, 227.
50, 55, 57, 58, 58n, 59, 60, 61, 62, Lindemann von, generale, 183, 184.

CO 65, 66, 69, 70, 70n, 71, 132, 146,


147, 148, 157, 176n, 177, 217, 228.
Logofetov, Nikola, 191.
Luli, Gjon, 113n.
Jashari, Hafus, 86n. Lutfija, Ibrahim, 86n.
Jodl, Alfred, 90n. Lutfiu, Ibrahim, 155.
Joksimović, Ugrin, 82n. Maček, Vladko, 75, 108.
Juka, Musa, 24. Mackensen, Hans Georg, 123, 160,
Kadri, Sali, 82, 82n, 86n. 161.
Kakarriqi, 111. Magistrati, Massimo, 152, 174, 176n,
Kalfov, Hristo, 191. 177, 178, 179, 182, 185, 186, 188,
Kaloshi, Miftar, 24. 189, 189n, 190n, 191, 191n, 192,
Kaloshi, Murat, 27n. 193, 194, 197, 198, 205, 206, 209,
Kaloshi, Ramadan, 24. 211, 211n, 213n, 214, 215, 225.
Kaloshi, Selim Gijtani, 113n. Mameli, Francesco, 66, 68, 68n, 69,
Karazi, 60, 142n. 70, 76, 80, 80n, 81, 82, 82n, 83, 84,
Klisura, Ali, 27n. 85, 85n, 86, 86n, 87, 97, 97n, 105,
Kisselov, G., 174. 106, 107, 133, 136, 136n, 223, 224,
Koçi, Atlas, 101, 104, 104n. 225.
Koçi, Jake, 46, 69. Marashi, Vat, 113n.
Koço, Kota, 24. MarkaGjoni, Gjon, 113n, 220.
Kokoshi, Qazim, 73, 93n. Marković, Lazar, 42, 72.
Kolgjini, Tahir, 152n, 162n. Marku, Prek Gjet, 113n.
Koliqi, Ernest, 111, 132, 146, 147n. Marras, Efisio, 90n.
Konica, Mehmed, 20n, 28, 28n. Martini, Dok, 146n.
Kosta, Nikolov, 104, 191. Mazzolini, Serafino, 146, 147, 148.
246 La reta dei conti

Mborja, Tefik, 132, 138, 145. Pirzio Biroli, Alessandro, 164, 165n,
Meloni, Salvatore, 60, 198n. 166, 195.
Meraki, Hinzi, 132n. Pluzha, Asim, 86n.
Metaxas, Ioannis, 63, 65n.
Mihailov, Ivan, 104. R E Popov, Ivan, 171n, 178, 186, 191,
206, 209, 212, 214.
Mihov, Nikola, 225.
T O Prishtina, Hasan, 34.

'A U
Mikhov, generale, 182, 184, 203.
Minniti, Fortunato, 87.
Prishtina, Ilias, 38, 48.
Protogerov, Alexander, 105.
L
Mirakaj, Kol Bibe, 112n. Raganović, 194.

P ER
Miri, Nikoll, 146n.
Mitrovica, Xhelal, 157n.
Ranza, Ferruccio, 54.
Relli, Guido, 204n, 217, 218n.

PIA
Mitrovica, Rexhep, 27, 157n.
Molotov, Vjaceslav, 40.
Ribbentrop, Joachim von, 48, 64,
65n, 123, 124, 126, 127, 128, 128n,

CO Mozart, Wolfgang Amadeus, 193. 160, 161, 171n, 178, 206, 209.
Muji, Bajram, 146n. Rosa, cavalier, 47.
Mussolini, Benito, 25n, 29, 29n, 30n, Scammacca, Michele, 59, 61, 65, 66,
31, 31n, 54, 62, 63, 65, 80, 83, 84, 67n, 67, 68, 68n, 69, 70, 70n, 71, 76,
85, 87, 88, 90, 91, 95, 96, 99, 99n, 83n, 85, 85n, 118, 119, 120, 121,
101, 111, 115, 122, 123, 124, 131, 122, 139, 139n, 144n, 198n, 207n.
140, 146, 147, 148, 168, 174, 181n, Sejfo, Nezir, 44n.
196n, 198, 208, 209, 220, 221, 228. Selimi, Adem, 132n.
Ndoci, Kol, 112n. Selmani, Hysen, 27n, 28.
Nikolov, Assen, 225. Shabani, Mustafa, 154, 155, 156n.
Nedić, Milan, 155, 223, 224. Shabani, Jashar, 47.
Nuccio, Alfredo, 98, 99n. Shamdanov, Pero, 105.
Oakley-Hill, Dayrell, 110. Shantoja, Lazer, 36, 70.
Osmani, Halit, 113n. Shatku, Tefik, 24.
Paolo reggente di Jugoslavia, 96 Shatku, Shefki, 24.
Pariani, Alberto, 37, 228. Shykrija, Hasan, 82.
Pavelić, Ante, 86, 128. Shtylla, Tahir, 18n, 20n, 26, 28, 32,
Pavlov, 187. 33, 34, 36, 37, 38, 39, 39n, 40, 40n,
Pejani, Bedri, 157n. 41, 42, 43, 43n, 44, 44n, 45, 45n, 46,
Pfeiffer, Peter H., 159. 47, 56, 59, 59n, 60, 60n, 61, 62, 67,
Petrović, 30. 68, 68n, 69, 70, 71, 75n, 81, 82, 86n,
Pietro II di Jugoslavia, 96. 106, 139, 157, 158, 220.
Pietromarchi, Luca, 120, 120n, 122n, Silianovsky, D., 102n.
130n, 139, 160, 178n, 209. Simović, Dusan, 96.
Indice dei nomi 247

Slatko, Muhamed, 45, 75, 75n, 82, Umiltà, Carlo, 166, 167, 168, 170, 222.
86n. Valteri, Beqir, 113n.
Slivenski, Ivan, 104n. Veniaminov, 194.
Smiljanić, Miloje, 41.
Soardi, Carlo Andrea, 46n, 66. R E Venturini, Roberto, 49, 51, 70, 70n,
72, 73, 74, 76, 77, 78, 79, 80, 81, 82,
Spahija, Lutfi, 113n.
T O 103, 104, 106, 109, 151, 170, 182,
Spaho, Fehim, 22.
Spaho, Mehmed, 22.'A U 183, 183n, 184, 203, 204n.
Verlaci, Shevket, 37, 132, 139, 152,
L
Spiro, Zilo, 31. 152n, 161, 181n, 196, 219.

P
191.
ER
Stanischev, Alexander, 102n, 104, Visconti Prasca, Sebastiano, 55, 70,
104n.
A
PI
Stojadinović, Milan, 20, 21, 22, 31, 45. Vittorio Emanuele III di Savoia, 80,
Stoyanov, Nikola, 102n. 84, 85, 125, 140, 174, 180, 193, 208.

CO Storava, Naim, 27n.


Straneo, Carlo Alberto, 44.
Vlora, Eqrem, 221, 222.
Voça, Sherif, 31, 32, 107.
Strazimiri, Zenel, 39n. Xhaxhuli, Hasaf, 24.
Suflaj, 135. Xhaxhuli, Servet 24.
Sulejman, Aski Efendi, 47. Wied zu, Karl Viktor, 159.
Temali, Mark, 132n. Zankov, Alexander, 102.
Tetova, Xhafer, 45, 75n. Zanotti Bianco, Mario, 166.
Tetschkov, Demetrio, 174n. Zejno, Hajri, 44n.
Toçi, Terence, 138, 145. Zogu Ahmed - Zog, 14, 15, 16, 23,
Trbić, Vasilije, 134, 134n. 24, 25, 26, 27, 27n, 28, 30, 32, 33,
Tremikov, colonnello, 175, 176. 34, 36, 37, 38, 40, 42, 43, 51, 59, 60,
Tsolakoglu, Georgios, 173n. 67, 81, 86, 86n, 110, 220.
R E
T O
'A U
L
P ER
PIA
CO

Figura 1. Cartina tratta da DGFP, vol. 12, appendice V.


R E
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A
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Figura 2. Kosovo oggi. Cartina tratta dal website del Dipartimento


di Stato degli Stati Uniti d’America.
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Finito di stampare nel mese di luglio 2008


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