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Campi del sapere/ Feltrinelli La sfida ole complessita a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti Testi di Atlan, Bocchi, Ceruti Fabbri Wianacontl von Foerster Gallino, von Glasersfeld, Goodwin evel Coe Haken, amen ees Le Moigne, Lovelock eed Munari, te) ram, Prigogine, Stengers Dera ale rena Campi del sapere/ Filosofia La sfida della complessita ey coon ssita é una sfida ambivalente, con due facce, scrivono Pe inizio di questo volume Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti. Da una parte é l’irruzione dell’incertezza irriducibile nelle nostre conoscenze, é lo sgretolarsi dei miti della certezza, della completezza, dell’esaustivita e dell’onniscienza che per secoli — eter comete — hanno indicato e Ee il cammino e ea rao me CHEMO CcVe mr Crer em EMG Wow: Bryan) non é soltanto l’indicazione di un ordine che viene meno; é anche e soprattutto l’esigenza e l’ineludibilita di un approfondimento dell’avventura della conoscenza, di una trasformazione delle domande e COCR TS ce eae de SUR BUS KL yok RRR LCT Lota estetico, di un dialogo fra le nostre menti e cid che esse hanno prodotto Sone forma di idee e di sistemi di idee. In questo senso il delinearsi di un “universo incerto” non é tanto il sintomo di una scienza in crisi, ma anche e soprattutto l’indicazione di un approfondimento del nostro dialogo con l’universo, l’indicazione della forza dei nuovi modelli Eee emer CRreSaucR aot Bi Mee Meme COMO nicks Breyten certezze e di incertezze per affrontare cid che é incerto. La sfida della complessita si pone all’intreccio di tutta una serie di problemi teenici, tecnologici, scientifici, epistemologici, filosofici, antropologici. Chiamati a raccolta da ogni parte del mondo, i protagonisti della “scienza nuova” del nostro tempo presentano e confrontano i loro itinerari. Ciascuno degli itinerari di questo libro ci eRe RTE Tum M Lame Biue late KeCccm et Raa Or Ee senE dibattiti filosofici ed epistemologici, dove piu creative e pill feconde sono le costruzioni di nuovi concetti, di nuove teorie, di nuovi strumenti om eT RPM Clare PCR mo MEME Me occMBMr CTE MMOL Ke el creMet Pecceeunriiete career een ee Ten ance whine os all’estero un “classico” del pensiero interdisciplinare. La sfida della complessita Testi di Henri Atlan, Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti Donata Fabbri Montesano, Heinz von Foerster Luciano Gallino, Ernst von Glasersfeld, Brian Goodwin Stephen J. Gould, Hermann Haken, Douglas Hofstadter Ervin Laszlo, Jean-Louis Le Moigne, James Lovelock Edgar Morin, Alberto Munari, Gianfranco Pasquino Karl Pribram, Ilya Prigogine, Isabelle Stengers Francisco Varela, Milan Zeleny a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti < Feltrinelli Traduzioni dall’inglese e dal francese di GIANLUCA BOCCHI I saggi di Isabelle Stengers e di Jean-Louis Le Moigne sono stati tradotti dal francese da Maria Maddalena Rocci. © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione in “Campi del sapere” novembre 1985 Quarta edizione maggio 1988 TSRN 88.07-10051.7 Presentazione di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti Questo libro richiederebbe forse non una ma molte presentazioni, visto che molteplici sono stati i modi, i problemi, le preoccupazioni, gli scopi che ci hanno portato a costruirlo, e visto che molti sono i modi in cui, ora che é pronto, si presenta da sé. Molti e differenti sono gli stili che concorrono, talvolta anche contrastandosi, a definire la sua identita, identita peraltro in divenire, divisa, pit disposta — speriamo ~ a perdersi e a ridefinirsi nei problemi, nei dubbi, e nei bisogni di i lettore, che a difendersi (e a difenderci) come risposta, come filosofia sistemata. Del resto é proprio il tema che annoda sottilmente i molteplici fili conduttori e le diverse vie di accesso a questo libro che non puod essere definito in modo sistematico e univoco. Non si pud accostare alla complessita — ci ricorda Edgar Morin all'inizio del suo testo — attraverso una definizione preliminare. Dobbiamo seguire percorsi differenti. Non c’é una complessita ma delle complessita: non c’é una via d’accesso privilegiata alla complessita, ma piuttosto molteplici vie della complessita: E in questo senso che isabelle Stengers sostiene che non pud esserci un paradigma di complessita: la nozione di complessita non ha uno statuto epistemologico assimilabile a quello delle nozioni scientifiche in senso proprio, non appartiene a una teoria oauna disciplina particolare, ma appartiene piuttosto a un discorso “a proposito della scienza”. La scoperta della complessita dunque, in questo senso, non corrisponde alla risposta a un problema quanto piuttosto sembra corrispondere al “risveglio a un problema”, a una “presa di coscienza che ha una valenza non soltanto intellettuale, ma anche etica” ed estetica. La nozione di complessita rimanda anche all’esigenza di un deuteroapprendimento e alla possibilita in partico- lare di prendere sul serio il fatto che non solo possono cambiare le domande e le risposte, ma che possono cambiare anche i tipi di domande e di risposte attraverso i quali si definisce l’indagine scienti- fica, La complessita é davvero una sfida. E una sfida ambivalente, con due facce, come Giano. Da una parte é l'irruzione dell’incertezza 7 irriducibile nelle nostre conoscenze, é¢ lo sgretolarsi dei miti della certezza, della completezza, dell’esaustivita, dell’onniscienza che per secoli — quali comete — hanno indicato e regolato il cammino e gli scopi della scienza moderna. Ma d’altra parte non é soltanto Yindicazione di un ordine che viene meno; é anche e soprattutto Vesigenza e l'ineludibilita di un “approfondimento dell’avventura della conoscenza”, di una “trasformazione dei giudizi di valore che operano nella selezione delle questioni legittime e dei problemi che & interessante porre, perfino di una nuova concezione del sapere”, di un cambiamento estetico, di un “dialogo fra le nostre menti e cid che esse hanno prodotto sotto forma di idee e di sistemi di idee”. In questo senso il delinearsi di un “universo incerto” non é tanto il sintomo di una scienza in crisi, ma anche e soprattutto l'indicazione di un approfondimento del nostro dialogo con l’universo, l’indicazione della forza dei nuovi modelli elaborati dalle nostre scienze nel tentativo di tenere conto del massimo di certezze e di incertezze per affrontare cid che é incerto. La scoperta della complessita, o meglio la storia della complessita, rimanda all’intera storia della nostra tradizione scientifica ed episte- mologica. Rimanda — come ci ha suggerito Isabelle Stengers — al problema di come si sia determinata l'identificazione della conoscenza con il “tipo di formazione disciplinare inventato per le cosiddette scienze ‘dure’ nel corso del diciannovesimo secolo”. E rimanda proprio a quegli sviluppi successivi delle scienze fisiche, biologiche e sistemi- che che hanno posto in questione la legittimita di tale identificazione. Ma a partire da questi sviluppi, la storia della complessita si radica in modo piu preciso nei problemi che — dagli anni Quaranta — hanno definito progressivamente gli universi di discorso delle scienze cogniti- ve, delle scienze evolutive, della scienza della physis, del pensiero sistemico, dell’epistemologia sperimentale. Questi problemi furono formulati nell’immediato dopoguerra grazie a pensatori e a scienziati di differenti estrazioni disciplinari che ebbero a incontrarsi anche in seguito agli eventi tragici che sconvolsero il mondo. Da questi incontri nacque e si sviluppd anzitutto il pensiero cibernetico, la prima impresa scientifica esplicitamente transdisciplinare che — come ha testimonia- to Norbert Wiener — mise a confronto e fece interagire neurofisiologi e matematici, studiosi di balistica, economisti, antropologi... Fu quel- — ha osservato Francisco Varela — “un momento particolarmente entusiasmante per le persone che lo vissero, paragonabile forse soltan- to all’eccitazione che si produsse nel processo di consolidamento della meccanica quantistica, nei primi anni del secolo. Ed ebbe, a lungo andare, un impatto analogo sulla scienza e sulla societa”. Da quella problematica vasta e indifferenziata che si delined allora si specificaro- no successivamente quei temi, quelle indagini, quegli indirizzi, quelle pit generali svolte filosofiche e antropologiche che troviamo discussi in questo volume. Questi problemi e queste svolte si sono sviluppate attraverso la storia di grandi scienziati, di grandi pensatori quali Norbert Wiener e John von Neumann, W. Ross Ashby e Warren McCulloch, Gregory Bateson e Jean Piaget, Herbert Simon, Conrad Waddington, Humberto Maturana, e hanno trovato un terreno partico- larmente fertile in alcuni pionieristici centri transdisciplinari — fra i 8 quali non si possono non citare almeno il Biological Computer Labora- tory diretto da Heinz von Foerster e il Centre International d’Episté- mologie Génétique diretto da Jean Piaget. Le pagine di questo libro ci dicono quanta strada sia stata fatta sia nel senso dell’approfondimento tecnico dei problemi originari, sia nel senso della nascita di nuovi problemi e di nuovi stili di pensiero grazie all’incontro e allo scontro di itinerari differenti. Cosi il pensiero sistemico incontra oggi alcuni nodi cruciali dei pit recenti sviluppi delle scienze evolutive; queste a loro volta convergono con gli sviluppi delle scienze fisiche che delinea- no la possibilita di una nuova scienza della physis, scienza unitaria del non vivente e del vivente, e con la critica delle nozioni classiche di legge, previsione e determinismo; nelle scienze umane si delinea la possibilita di un approccio alla natura umana non mutilante, in grado di concepirla come completamente biologica e completamente culturale a un tempo, studiabile solo attraverso la messa in relazione di molteplici dimensioni isolate in campi disciplinari differenti; lo studio dei sistemi umani si trasforma attraverso lo sviluppo di un pensiero ecologico. La storia della complessita, come ogni storia, si sviluppa in modo diseguale, in molti luoghi, in tempi e con ritmi e direzioni differenti, indipendenti o addirittura contrastanti. Questo volume si definisce attraverso l’intreccio di molti itinerari, presentati nelle loro specificita e nelle loro differenze, con la consapevolezza che proprio l’approfondi- mento di queste specificita e di queste differenze é l’unica via per una loro comunicazione reciproca, per una loro integrazione, per una loro ibridazione, per una loro distinzione, per la costruzione di un discorso sulla complessita in grado di produrre sempre nuovi punti di vista, sempre nuovi universi del discorso, sempre nuovi scarti, sempre nuove controversie... Si delinea cosi una consapevolezza sem- pre maggiore della non esaustivita di ogni punto di vista, e del carattere irriducibilmente plurale dei punti di vista che di volta in volta concorrono e si contrappongono nella costruzione di ogni univer- so di discorso. Scienziati che hanno dato un contributo decisivo alla determina- zione tecnica dei problemi della complessita attraverso la costruzione di modelli in particolari campi disciplinari hanno prolungato — in maniera spesso indisgiungibile - il loro lavoro tecnico in una riflessio- ne epistemologica e filosofica sui fondamenti categoriali della loro, scienza. E questa riflessione ha influenzato la scelta del punto di vista\ dal quale costruire i modelli e a partire dal quale definire i criteri e gli scopi della spiegazione. Nello stesso tempo importanti lavori di ricognizione epistemologica, filosofica e storica — pit attenti alle modalita reali della vita delle idee, al farsi e al disfarsi delle filosofie e dei programmi di ricerca, al modo in cui le idee nascono, si diffondono, circolano, intraprendono vere e proprie metamorfosi — hanno contri- buito a costruire nuovi scenari all’interno dei quali si sono rese possibili comunicazioni imprevedibili fra scienziati lontani fra loro, nonché fra scienziati e filosofi. La sfida della complessita si pone all'intreccio di tutta una serie di problemi tecnici, tecnologici, scientifici, epistemologici, filosofici, antropologici. Pone in primo piano la natura irriducibilmente multidi- 9 mensionale di ogni conoscenza. E la molteplicita di queste dimensioni prende corpo in maniera diversa per ogni differente itinerario indivi- luale. Nel primo testo Mauro Ceruti discute il senso delle transizioni che nella nostra tradizione culturale portano alla sfida della complessita. Esse sembrano riferirsi — in un modo o nell’altro — al venir meno della plausibilita euristica di un ideale di conoscenza che per secoli ha guidato le definizioni della natura, dei metodi, dei compiti, degli scopi dell’impresa scientifica: si tratta dell’ideale dell’onniscienza, di volta in volta attribuita a qualche dio o a qualche demone, sulla cui base sono stati interpretati i limiti e le possibilita della conoscenza umana. Tutta una serie di indagini scientifiche e filosofiche convergono in una radicale riformulazione del punto di vista da cui si pone il discorso scientifico e da cui, pid in generale, si guarda alla conoscenza. Cid che emerge é una ridefinizione dell’approccio al problema della finitezza, e in particolare al problema dalle limitazioni della conoscenza. La determinazione della finitezza non quale limitazione contingente delle possibilita in rapporto all’esaustivita e alla completezza dei possibili accessibili a partire dal punto di vista sub specie aeternitatis, ma quale condizione, matrice, opportunita di nuovi possibili costituisce il nucleo centrale di una transizione da un'epistemologia (e da una metafisica) della rappresentazione a un’epistemologia (¢ a una metafisi- ca) della costruzione. Questa transizione sembra consentire la possibi- lita di una ridefinizione delle coordinate entro cui impostare in positi- vo il dibattito sulla natura della razionalita umana. Edgar Morin richiama subito la nostra attenzione sulle pit profon- de valenze antropologiche ed epocali della sfida della complessita. La complessita @ una nozione ambivalente. Si presenta immediatamente in negativo, come ostacolo, come la reintroduzione dell’incertezza in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta. Ma, incalza Morin, l’aspetto positivo é altrettanto importante e consiste nel decollo verso un pensiero multidimensionale che comprenda come le varie categorie disciplinari specializzate siano tanti aspetti di una medesima realta, aspetti che nello stesso tempo bisogna distinguere e rendere comunicanti. Il pensiero multidimensio- nale pud aiutarci a comprendere uno dei grandi mali della nostra epoca, l’operare impazzito di una funzione di razionalizzazione tenden- te a bonificare e a eliminare tutto cid che non @ immediatamente inquadrabile entro le categorie assunte di volta in volta come privile- giate. Dinanzi alla perenne tentazione di rinchiudere il reale in una struttura prestabilita (teoria o ideologia che sia) Edgar Morin incita alla costituzione di un metodo della complessita che “ci richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra cid che é disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalita, di pensare con la singolarita, con la localita, con la temporalita, di non dimenticare mai le totalita integratrici”. E questo un lavoro che egli sta conducendo da molti anni, nella sua monumentale opera La Méthode. Isabelle Stengers valorizza tutta la carica polemica della nozione di complessita, e trova in questo testo “l'occasione per rimettere in causa in maniera precisa una coppia molto antica che ossessiona i 10 giudizi e le estrapolazioni che hanno per oggetto il reale: la coppia semplice/complicato”. Attraverso lo svilu di un testo eccezional- mente denso Isabelle Stengers discute della distinzione fra complicato e complesso ed enuclea in tutta la loro portata le implicazioni metafisi- che ed epistemologiche di una serie di transizioni: dal punto di vista della complicazione al punto di vista della complessita, dal punto di vista infinito al punto a vista finito, dal punto di vista dell’evidenza oggettiva al punto di vista della pertinenza... Nella costruzione dei modelli e delle teorie scientifiche il Passaggio dal punto di vista infinito (della complicazione) al punto di vista finito (della complessi- ta) consente di formalizzare un modo di descrizione in grado di dare un senso a proprieta dei sistemi che non ne avrebbero dal punto di vista della complicazione (0 dell’infinito). In questo senso Isabelle Stengers legge una delle grandi avventure della scienza contempora- nea, la costruzione di una scienza del tempo. L’opera di Ilya Prigogine é intesa come la formalizzazione di “un modo di descrizione che fa della proprieta dell’irreversibilita non gia una proprieta soggettiva, attribuibile a dei sistemi complicati, ma una proprieta oggettiva int seca attribuibile a dei sistemi che, per questo motivo”, sono defi: “come sistemi dinamicamente complessi” . Jean-Louis Le Moigne, dopo una rassegna dei principali modelli proposti dalle scienze dell’ingegneria per studiare il problema della complessita, ci regala un’esplorazione di rara sottigliezza epistemolo- gica di quelle che egli definisce il Paradosso della progettazione del non progettabile, e che costituisce senz’altro una via d’accesso privilegiata a un’intelligenza sia della complessita sia dell’attivita di progettazione. Questa esplorazione ci dice che la complessita non é nella natura delle cose (in sé né semplici né complesse) ma che é piuttosto una proprieta del sistema costituito dall’osservatore che progetta il modello e dal modello cosi costruito. Su questa base Le Moigne propone un postulato di ambiguita deliberata della modellizzazione, cioé della corrispondenza attiva tra il fenomeno modellizzato e il modello stabilito dal sistema osservatore. Ma piu in generale egli sottolinea come ogni intelligibilita possibile della complessita implichi una ridefinizione della nostra concezione tradizionale della razionalita, una transizione da una ra- zionalita “positiva” (“sostantiva”) ad una razionalita “procedurale”. programmi di ricerca di Jean Piaget, di Herbert Simon e di Edgar Morin sono a questo’scopo punti di riferimento inevitabili. Ernst von Glasersfeld ci presenta le implicazioni epistemologiche di un costruttivismo radicale, e ci indica le vie che spingono alla transizione da un'epistemologia rappresentativa a un’epistemologia costruttiva. “Alla consueta esigenza secondo cui la conoscenza dovreb- be rappresentare una realta indipendente e assoluta alla quale non abbiamo accesso” il suo modello “sostituisce la relazione di ‘adatto’ nel senso evoluzionista secondo cui alle nostre strutture cognitive é imposta la necessita di sopravvivere nello spazio che riesconoa trovare fra i vincoli dell’esperienza.” Ernst von Glasersfeld identifica una delle radici fondamentali di questa transizione nell’epistemologia genetica di Jean Piaget, e costituisce un’ottima introduzione a un tema che ci accompagna in tutto il corso del libro: in che modo gli intrecci fra psicologia genetica, scienze evolutive, cibernetica e neuroscienze iW consentano di delineare ‘i un’idea di “epistemologia naturale”. Le riflessioni epistemologiche di Ernst von Glasersfeld interagiscono cosi in maniera particolarmente suggestiva con i problemi di formalizza- zione che si incontrano nei testi di Heinz von Foerster e di Francisco arela. Il testo di Heinz von Foerster 2 un documento importante. E un appassionato bilancio della storia e delle prospettive della cibernetica in forma autobiografica, raccontato cioé in prima persona attraverso le vicende dell’autore, una delle personalita pit “seminali” della nostra epoca. E una testimonianza della ricchezza e della varieta degli apporti — sia scientifici che umani — che furono alle origini della cibernetica, sviluppi che condussero tale scienza a trasformarsi da cibernetica dei sistem osservati a cibernetica (anche e soprattutto) dei sistemi osservanti. Heinz von Foerster ci presenta i risultati epistemolo- gici fondamentali di tale transizione. Sottolinea che un’epistemologia dell’osservatore @ un requisito indispensabile per un’epistemologia dei sistemi viventi e che — di fatto — un’epistemologia dei sistemi viventi si é potuta sviluppare soltanto in tempi assai recenti, dopo quella reintegrazione dell'osservatore nelle sue proprie descrizioni che si é realizzata in molti sviluppi delle scienze contemporanee. Ma soprattutto ci fornisce un’immagine dell’universo che ci immette nel cuore delle principali transizioni in atto nelle scienze contemporanee. L'idea che l’universo sia una macchina non banale, \'idea che tutte le parti di questo universo siano macchine non banali e che interagiscano fra di loro non banalmente, l’imperativo di non cercare mai di banaliz- zare i sistemi mostrano la profondita di quel cambiamento di atteggia- mento che ci ha portato assai lontano dai concetti classici di legge e di previsione. E costituiscono I'introduzione migliore a un’epistemologia costruttivista che ci fa dire: “Le leggi di natura sono una nostra invenzione. Anche il testo di Francisco Varela é un contributo molto significati- vo sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista storico. La controversia fra quei due giganti che furono John von Neumann e Norbert Wiener diventa l’affascinante sfondo che consente a Varela di proiettare in primo piano le controversie attuali nello studio dei sistemi. Da una parte, come per von Neumann, sta I’interesse per i sistemi eteronomi, determinati dall’esterno, studiati attraverso relazio- ni di input e di output e secondo una logica di corrispondenza e di Tappresentazione dell’ambiente. Dall’altra parte, come per Wiener, sta l’interesse per i sistemi autonomi, determinati dall’interno, caratte- rizzati da una proprieta di chiusura operazionale e da una logica di coerenza. Francisco Varela é l’erede naturale di Norbert Wiener, e ha dato contributi di grande importanza nello sviluppo — marginale sino a tempi assai recenti — del punto di vista dell’autonomia nello studio dei sistemi: nello stesso tempo insiste pero sull’esigenza di una comple- mentarita fra molteplici punti di vista nell’approccio ai sistemi. Attra- verso un’esplorazione del mutamento di prospettive che si @ prodotto in questi ultimi anni nello studio del sistema nervoso (e che conduce proprio alla considerazione del sistema nervoso quale sistema autono- mo, la cui evoluzione avviene attraverso il coadattamento reciproco delle varie strutture cerebrali e non invece attraverso le determinazio- 12 ni prodotte dagli input ambientali), Varela pone un interrogativo filosofico di grande importanza. E possibile un approccio ai problemi epistemologici in grado di navigare fra Scilla e Cariddi, fra il rappre- sentazionismo e il solipsismo? Sulla base delle sue ricerche Francisco Varela propende per una risposta positiva. La ricerca di Henri Atlan & complementare a quella di Varela. Atlan studia infatti il sistema vivente ponendosi dal punto di vista dell’ osservatore esterno, dal punto di vista dell’'ambiente: per lui il proble- ma principale é quello della capacita di complessificazione e di cambia- mento di tali sistemi. La logica entro cui ha sviluppato il proprio programma di ricerca é una logica input/output, e il risultato é uno sviluppo estremamente originale della teoria dell’informazione di Shannon e Weaver. Henri Atlan distingue fra complicazione dei siste- mi artificiali e complessita dei sistemi naturali. La complicazione (di un artefatto) presuppone una conoscenza totale del fenomeno da descrivere; la complessita naturale comporta invece un elemento di ignoranza da parte dell’osservatore. Da questa distinzione deriva un sottile contributo dll’elucidazione della “natura della complessita”, riconosciuta come un modo di conoscenza dei sistemi naturali e non come una loro proprieta strutturale, e definita sempre tenendo conto di almeno due livelli di osservazione, sul terreno di un’irriducibile vicarianza e complementarita fra il punto di vista esterno e il punto di vista interno al sistema. Se |’osservatore esterno al sistema pud formulare i problemi della complessificazione e della trasformazione — non significanti dal punto di vista interno — fa questo proprio sulla base dell’ignoranza del dettaglio di cid che avviene all'interno del sistema dal punto di vista del sistema stesso. Il problema principale consiste allora nell’articolazione di questi due punti di vista, di queste due logiche: il celebre principio di “complessita mediante il ramore” & un tentativo di formalizzazione di questa via di approccio. All’interno di queste coordinate teoriche e attraverso una ricognizione storica delle tappe di sviluppo (e delle influenze reciproche) della biologia molecolare e delle scienze del computer Henri Atlan delinea gli scenari per un nuovo approccio ai sistemi viventi—e ai problemi dell'intenzio- nalita e della finalita — reso possibile dallo sviluppo di nuovi tipi di programmi di computer non deterministici. Ilya Prigogine é il protagonista per antonomasia, nel nostro tempo, delle rivoluzioni e delle avventure filosofiche della fisica. Egli ci accompagna in una rapida ma intensa escursione attraverso le sorprese che ci sono state riservate in questi ultimi decenni dagli sviluppi della fisica del non equilibrio. La sorpresa pit generale — ci dice Prigogine — é stata senz’altro la scoperta del carattere costruttivo del non equilibrio: “Jontano dall'equilibrio si creano stati coerenti e strutture complesse che non potrebbero esistere in un mondo reversibile.” Il contributo di Ilya Prigogine allo studio del problema del tempo ha sconvolto l’asset- to e le immagini acquisite dalla fisica classica e ha tolto le ragioni di ogni separazione radicale fra scienza e tempo. Oggi, ci dice Prigogine, Virreversibilita non pud pit essere rifiutata come apparenza, non ¢ pit un’illusione e non pud quindi essere pid ricondotta alla nostra ignoranza. Al tempo illusione (secondo un’espressione di Einstein) della meccanica e al tempo della degradazione della termodinamica classica, WW si aggiunge oggi la possibilita di concepire un tempo della creazione il cui simbolo sono le instabilita dei sistemi che possono passare da una struttura all’altra proprio per il fatto che sono instabili. La nuova concezione di Prigogine della termodinamica colloca una freccia del tempo nella materia, e porta alla possibilita di concepire una storia naturale del tempo, che comincia con i fenomeni dissipativi elementari della fisica e che attraverso le reazioni chimiche e poi la vita prosegue con l’evoluzione biologica (nel corso della quale si sviluppa un”evolu- zione qualitativa che fa cambiare la complessita del tempo, per cui il tempo diventa sempre di pit: autonomo”). La scoperta di questa storia é@ alla base di una nuova scienza della physis, scienza unificata del vivente e del non vivente: la fisica raggiunge problemi classicamente ritenuti esclusivi della biologia, e viceversa la vita non si trova pid al margine della fisica. E questo, per Prigogine, il punto di partenza per una nuova alleanza fra le due culture e pit in generale fra natura e cultura. Hermann Haken discute le motivazioni, i concetti, gli scopi e le applicazioni della sinergetica. La sinergetica una nuova scienza nata con lo scopo di studiare i sistemi complessi, definiti come quei sistemi il cui comportamento non pud essere compreso in maniera semplice apartire dal comportamento dei loro element, il cui comportamento globale presenta delle proprieta che derivano dalla cooperazione degli elementi ma che possono essere completamente estranee agli elementi stessi. La sinergetica cerca di individuare dei principi generali che regolano il comportamento dei sistemi complessi al di la delle radicali differenze dei loro elementi. Pit in particolare la sinergetica cerca di individuare i principi generali che regolano i processi di autorganizza- zione degli elementi microscopici di un sistema a partire dai quali si genera lo stato macroscopico del sistema stesso, senza alcuno specifico intervento dall’esterno. II luogo privilegiato delle indagini della siner- getica é dunque costituito dalle relazioni che intercorrono fra i livelli individuati come costitutivi di un sistema. Haken delinea cosi un programma di ricerca che tende a interpretare fenomeni di differente natura (le emissioni del laser, i fenomeni della vita e anche alcuni fenomeni sociali) nei termini di una trasformazione d’ordine fra il livello microscopico e il livello macroscopico, nei termini cioé di una regolazione di processi microscopici da parte di una coerenza macroscopica. La Terra é un sistema vivente? L’ecologo James Lovelock risponde affermativamente a questa domanda. Egli ha avanzato |"‘ipotesi Gaia”, l'ipotesi di una Terra il cui clima e la cui composizione chimica sono stabilizzati in una forma favorevole alla vita grazie all’incessante interazione fra i viventi e il loro ambiente. La scienza che si sviluppa attorno all'ipotesi Gaia é stata chiamata da Lovelock geofisiologia, in analogia al modo in cui Walter Cannon introdusse il termine di omeostasi nella fisiologia per descrivere quella particolare sapienza del corpo che mantiene costante il suo interno quando é esposto ai cambiamenti ambientali. Secondo l’ipotesi di Lovelock la regolazione geofisiologica @ una conseguenza della selezione naturale darwiniana. Dato lo stretto accoppiamento evolutivo delle specie e dell’ambiente, non soltanto le specie che lasciano il maggior numero di discendenti 14 tendono a ereditare l’ambiente, ma tende anche a essere mantenuto Vambiente che favorisce il maggior numero di discendenti. Attorno all'ipotesi Gaia si delinea l’idea di una deriva naturale della storia della Terra durante la quale le specie e l'ambiente rimarranno in uno stato stabile di omeostasi finché non incontrino perturbazioni superiori alle capacita di regolazione dei sistemi esistenti. Le grandi perturbazioni sposteranno il sistema, attraverso una serie di oscillazioni, in un nuovo stato stazionario, definito da differenti proprieta dell’ambiente e da differenti insiemi di specie. Ci pare significativo evidenziare la conver- genza teorica del modello di Lovelock sia con il modello dell’evoluzio- ne per equilibri puntuati sviluppatosi nello studio della storia delle specie viventi, sia con l'interpretazione dell’evoluzione come fenome- no 7 deriva strutturale dovuta a Humberto Maturana e a Francisco Varela. Dobbiamo a Stephen J. Gould* l'idea di pluralismo evolutivo che riassume il significato epistemologico dei recenti sviluppi della teoria dell'evoluzione biologica. In ogni scienza é sempre presente la tentazio- ne di assumere come fondamentale un tipo di spiegazione, un fattore, un _meccanismo e di ritenere che tutti i fenomeni possano essere definiti ricorrendo a questo tipo di spiegazione, a questo fattore, a questo meccanismo. Anche le successive fasi di sviluppo della tradizio- ne darwiniana sono caratterizzate dalla ricorrenza di questo atteggia- mento, che ha disciplinato la formulazione delle domande: “Qual é il ritmo del cambiamento evolutivo?”; “Qual é il fattore dei processi evolutivi?”; “Qual @ la direzione di sviluppo dell’evoluzione degli organismi?”. Stephen Gould mostra come questo non sia I'unico svi luppo possibile della tradizione darwiniana, e come questo non sia l'unico approccio giustificato dalle recenti indagini sui fenomeni evo- lutivi. Egli attua una sorta di decostruzione della tradizione darwiniana: il darwinismo non appare come un insieme di enunciati disposti in forma deduttiva, bensi come una serie di affermazioni periferiche legate pitt o meno strettamente con un postulato centrale (la creativita della selezione naturale). Due di queste affermazioni periferiche — il gradualismo e il programma adattazionista — hanno avuto un grande successo, tanto da venir identificate con il nucleo stesso del darwini- smo. Gould ci mostra in che modo le ricerche dell’evoluzionismo contemporaneo mettono in discussione questa identificazione, e attra- verso la critica alle assunzioni del gradualismo e dell’adattazionismo sottopone a critica anche l’idea che esista un’unita fondamentale dell’evoluzione su cui opererebbe la selezione naturale (unita identifi- cata tradizionalmente negli organismi individuali). In sua vece propo- ne una teoria gerarchica e stratificata dell'evoluzione che riconosce molteplici unita dell’evoluzione collocate a pit livelli di una gerarchia strutturale, e che riconosce la selezione all’opera in tutti i vari livelli, contemporaneamente e in maniere differenti. Nello studio dei sistemi viventi l’idea di complessita viene spesso * Il testo di S.J. Gould 2 I'unico, fra tutti i testi del presente volume, ad aver gid conosciuto un'edizione. E pubblicato, in lingua inglese, in “Science”, 216, 1982, pp. 380- 387. Abbiamo deciso di pubblicarlo comunque, anche su consiglio dello stesso autore, data la sua estrema rilevanza per le problematiche discusse in questo libro. 15 utilizzata in negativo, come espressione della nostra ignoranza circa il modo in cui si produce un ordine dalla “complessa” (in questo senso negativo, appunto) rete di interazioni fra l'enorme numero di elementi che compongono il sistema. In questi ultimi decenni le scienze biologiche hanno proposto una teoria del controllo della complessita elaborata all’interno del linguaggio della programmazione. La morfo- genesi sarebbe diretta e controllata da un programma genetico. Brian in - erede di Conrad Waddington e originale continuatore del suo programma di biologia teorica — contesta sia questo modo di intendere la complessita, sia l’idea che “la complessita sia diretta e controllata dall’informazione” (contenuta nel programma genetico). Nello studio del vivente e della sua embriogenesi, Goodwin ripropone in tutta la sua attualita il problema della creazione della forma. Egli critica l’uso della metafora del programma per descrivere il passaggio causale dalle proteine all'embriogenesi quale pretesa di identificare la logica dell’embriogenesi in una parte specifica dell’organizzazione del vivente. Il programma di ricerca di Brian Goodwin, denominato dinamica dello sviluppo, contrappone a questa pretesa la “tesi secondo la quale cid che dehnisce le caratteristiche singolari della forma e della trasformazione degli organismi é l’ordine dinamico caratteristico dell’intero processo”. Il problema diventa cosi quello di definire i principi di organizzazione, il contesto organizzato entro cui i meccani- .Smi genetici di controllo dello sviluppo hanno luogo in quanto parti della dinamica dello sviluppo. Karl Pribram discute l’impatto che i risultati delle scienze del cervello e del comportamento hanno sui problemi della complessita. Egli considera il problema della complessita come strettamente con- nesso al problema della causalita, e indaga sulla possibilita di una descrizione in forma causale della complessita di un sistema, tramite la determinazione delle relazioni che intercorrono fra i suoi elementi. A suo parere la lezione pit significativa che ci proviene dagli studi sulle funzioni cerebrali viene perd dal fatto che esse hanno mostrato come la causalita non sia necessariamente presente in ogni ordinamen- to possibile degli eventi e che, soprattutto, quando la causalita non é presente l’ordinamento non é automaticamente caotico. Cosi l’indagi ne di Pribram é volta sia a individuare le strutture e le organizzazio1 che sono descrivibili in termini di causalita, sia a determinare principi e modelli nei cui termini descrivere quelle strutture e quelle organizza- zioni che non sono descrivibili in termini di causalita. In questo senso, nello studio del trattamento dell’immagine e del funzionamento della memoria, Karl Pribram ha proposto di utilizzare l’idea di ologramma. Gli ologrammi avviluppano e distribuiscono l'in-formazione per tutta Vestensione della struttura codificatrice, e ogni parte della struttura codificatrice pud servire per costruire l'intera immagine, dal momento che in ogni singola parte é contenuta tutta l'in-formazione nel suo complesso. Attraverso le indagini di Pribram (e in sintonia con i pit significativi risultati delle scienze contemporanee del cervello e della mente) si delinea una nuova immagine del cervello, caratterizzata dalla cooperazione e dalla contrapposizione di sistemi differenti, con funzioni differenti e “logiche” differenti non immediatamente integra- bili. 16 Luciano Gallino ci mostra come la costruzione di un modello scientifico incontri inevitabilmente molteplici problemi di complessi- ta, relativi alla selezione dei tratti dei fenomeni in questione da considerare come pertinenti, alla selezione di modelli locali attraverso cui interpretare questi fenomeni, ecc. Pit precisamente, egli distingue fra complessita esterna (la complessita del processo stesso di modelliz- zazione) e complessita interna (la complessita del modello cosi costrui- to). Questi due tipi di complessita sono naturalmente connessi: né uno né l’altro possono d’altronde superare una certa soglia, pena Vinutilita del modello. Gallino illustra le procedure che possono venir adottate per il controllo di questi due tipi di complessita attraverso la descrizione del processo di costruzione del modello EGO, un modello finalizzato a una migliore delucidazione del comportamento sociale umano. Il procedimento di modellizzazione assimila la costruzione del modello a un percorso in uno spazio di ricerca, caratterizzato da uno stato iniziale e da uno stato finale (lo stato scopo) collegati in linea di principio da un numero infinito di percorsi. Per selezionare il percorso adottato per approssimarsi allo stato scopo, il costruttore esplora via via una serie di alternative (binarie 0 n-arie), ed é la selezione di particolari alternative a restringere lo spazio di ricerca e a concretizzare via via il modello. Luciano Gallino ci parla delle strategie adottate per la selezione delle alternative nel modello EGO, e del modo in cui queste strategie hanno dato origine a scelte concrete. Cosi facendo propone un itinerario attraverso le scienze sociali contemporanee al fine della costruzione di un modello integrato del comportamento sociale. E nello stesso tempo, analizzando l’attivi- ta esplorativa e costruttiva di un particolare sistema osservante (che é l’autore stesso), approfondisce un tema centrale dell’intero volume: V'idea che la complessita non é nella natura ma nel codice, non nel semplice sistema osservato ma nella congiunzione di sistema osservato e sistema osservante, in cui hanno posto le scelte, gli scopi, i fini dell’osservatore. Il testo di Douglas Hofstadter @ anzitutto la presentazione di un programma di ricerca dell’ intelligenza artificiale, il Jumbo. Al di la dei suoi aspetti specifici e dei suoi obiettivi a breve termine, alla base di questo progetto sta una tesi relativa alla mente che afferma che la cognizione é equivalente alla “percezione profonda’”, e che |’intelligenza emerge dalle interazioni di molte migliaia di processi paralleli che hanno luogo nell’ordine dei millisecondi e che non sono accessibili all’introspezione. L’intelligenza del Jumbo non é programmata diret- tamente. Non esiste una “guida” complessiva di massimo livello che prenda accurate decisioni sui passi successivi del programma. L’intel- ligenza @ piuttosto un “epifenomeno”, una conseguenza statistica ma- croscopica delle modalita con cui interagiscono molte piccole cose, cose che, osserva Hofstadter, sono state progettate. E cid che Daniel Dennett chiama una qualita “innocentemente emergente”. Questa concezione dell’intelligenza e della mente si oppone alla concezione, piu tradizionale nell’ambito degli studi sull'intelligenza artificiale, che si interessa all’attivita cognitiva per cosi dire macroscopica e accessibile all’introspezione, e che rimanda a termini quali progetta- zione, problem solving ecc. Questa concezione tradizionale é chiamata 17 da Douglas Hofstadter il “sogno booleano”, il sogno cioé che esistano delle leggi del pensiero descrivibili al livello del pensiero stesso, accessi- bili all’introspezione senza dover ricorrere alla descrizione dei suoi presupposti biologici. Certamente l’algebra di Boole é la base dello studio dei processi di ragionamento rigorosi. E tuttavia, osserva Hof- stadter, “si pud scoprire come il ragionamento rigoroso sia un ramoscel- lo atipico e secondario dell’albero del pensiero normale”. Il venir meno del sogno booleano non ha nulla dunque di catastrofico o di antiscientifico. E piuttosto la condizione di uno slittamento della meta dell’intelligenza artificiale, “dal tentativo di catturare le ‘leggi del pensiero’ con un elegante formalismo matematico al tentativo di comprendere le leggi che regolano gli eventi subcognitivi, i quali producono collettivamente la cognizione e la dinamica del pensiero”. Donata Fabbri Montesano e Alberto Munari delineano il percorso che li ha portati a elaborare il progetto di una Psicologia culturale. La Psicologia culturale ha come oggetto fondamentale di indagine il “rapporto che l'individuo elabora nei confronti del sapere e pitt gene- ralmente della cultura”, nella convinzione che questo rapporto é la variabile determinante “ogniqualvolta si tratta di trasmettere, rielaborare o comunque modificare l'utilizzazione di un insieme di conoscenze”. Gli autori identificano quale obiettivo centrale di studio le interrelazioni fra i sistemni di concettualizzazioni e i sistemi di valorie presentano la loro nozione di epistemologia operativa quale “strumento metodologico al quale la psicologia culturale fa ricorso per analizzare il rapporto con il sapere, e anche per intervenirvi allo scopo di provocare dei cambiamenti”. In questo contesto la metafora diventa uno stru- mento di conoscenza privilegiato e “l'esplorazione sistematica delle condizioni di conservazione di un'espressione metaforica viene sugge- rita quale via di accesso privilegiata ai principi legittimanti sui quali un individuo costruisce di volta in volta il suo particolare rapporto con un sapere”. Con il termine di “modernizzazione” si riassume una serie di processi che stanno cambiando radicalmente le societa contempora- nee, il ruolo svolto in esse dalla politica, il nostro stesso modo di rapportarci con la politica. Fra questi processi emergono in primo piano: un passaggio da situazioni di accentramento strutturale a situazioni di differenziazione strutturale; un’accresciuta autonomia dei sottosistemi di ogni sistema politico e sociale; un processo di secolarizzazione culturale; una richiesta di deregulation, di attenua- mento della regolamentazione in taluni settori controllati in passato dalle autorita... Gianfranco Pasquino ci mostra in che modo tutti questi processi costituiscono delle vere e proprie sfide alla scienza della politica, e in che modo la scienza della politica ha saputo raccogliere queste sfide, ripensando i propri fondamenti e attuando una rivoluzione di carattere epistemologico. Attraverso una rassegna degli approcci piu stimolanti del pensiero politico contemporaneo, Pasquino identifica il nucleo di questa rivoluzione nell’adozione di un paradigma sistemico, e soprattutto nell’adozione di un’idea di sistema che non é mai esclusivamente un sistema osservato, “ma é un sistema osservante, vale a dire un complesso di concetti, di regole, di elementi con i quali osservare la concreta realta non delle istituzioni, che 18 Possono esserci o no, ma delle relazioni”. Cid pud consentire alla nza della politica un rifiuto degli approcci riduzionistici e delle spiegazioni ad hoc, e l'adozione di una prospettiva multifattoriale e robabilistica. E cid consente anche 1’ ‘apertura di un nuovo dialogo fra la scienza della politica e le altre scienze, basato sul riconoscimento dell’irriducibilita delle sfere di azione e di comportamento e nello stesso tempo sulla riflessione su di esse come sfere irreparabilmente interagenti. L'ordine mondiale contemporaneo é caratterizzato dall’accresciuta interdipendenza delle societa, delle comunita, degli stati. In questa rete di interazioni di dimensioni planetarie la gran parte delle societa— ¢ soprattutto la gran parte dei paesi in via di sviluppo — sono societa specialiste, basate esclusivamente su di un solo tipo di tecnologia, ° addirittura su di un solo tipo di risorsa agricola o mineraria. Sono societa estremamente fra: if e la loro fragilita & sintomo anche di una fragilita congenita dell’intero ordine mondiale. Per Ervin Laszlo ¢ impossibile affrontare un tale problema nell’ambito delle attuali divisioni disciplinari. Lo studio dell’ordine mondiale richiede l’elabo- tazione di una scienza del cambiamento in grado di superare le tradizio- nali barriere disciplinari fra scienze della natura e scienze della societa. Laszlo discute taluni principi possibili di questa scienza del cambia- mento, e considera la propria attivita come l’attivita di uno “scienziato weneralista” che ha il compito di selezionare i risultati ottenuti nei vari settori delle scienze contemporanee (dalla cosmologia alla termo- dinamica, dalla biologia alla sociologia) al fine di scoprire strutture ¢ isomorfismi e di attivare una circolazione di concetti che possa esercitare feconde retroazioni sulle singole scienze. In questo processo di circolazione concettuale Laszlo identifica talune idee che possono risultare di estrema rilevanza per la comprensione della storia umana v delle societa contemporanee: il modello dell’evoluzione per cambia- menti “puntuati”, l’idea di metastabilita, il ruolo costruttivo del caso nell’evoluzione sotto forma di fluttuazione imprevedibile, una contrap- posizione fra sistemi stabili (che sono ben adattati alla propria “nic- chia”, ma vengono inevitabilmente distrutti nei momenti di crisi da perturbazioni di una certa “forza”) e sistemi resilienti (che hanno la capacita di reagire ad un insieme piu ampio di perturbazioni, di ussorbire i cambiamenti e di fissarsi in nuovi stati stabili)... Le societa specialiste appaiono come societa semplicemente stabili e non resi- lienti, e stabile ma non resiliente @ lo stesso ordine mondiale. E possibile aumentare la flessibilita delle societa e dell’ordine mondiale? Per Ervin Laszlo questa é la pit grande sfida aperta alla nuova scienza del cambiamento in via di costituzione. La simbiosi fra l'uomo e la macchina caratterizza significativamen- le le societa industriali sviluppate e, osserva Milan Zeleny, “questa simbiosi, come avviene nel mondo biologico, non é per le parti in xioco una semplice questione di scelta: l'uomo e le macchine sono destinati a coesistere e nessuno puod ‘scegliere’ di evitare o di ignorare questa associazione”. II problema per l’uomo é di riconoscere questa simbiosi e di trasformarla a proprio giovamento. A questo scopo Milan Zeleny delinea e discute i principi costitutivi di una nuova scienza della complessita, la simbionica, che studia i sistemi umani come 19 sistemi complessi, inseparabili, simbiotici composti di uomini e di macchine. All’interno del progetto della simbionica si pone come centrale il problema della gestione della tecnologia, in particolare della tecnologia superiore. Lo sviluppo di una tecnologia superiore “ci consente (e spesso ci impone) di fare le cose in maniera differente e di fare cose differenti”. Per questo la tecnologia superiore deve essere gestita pid di ogni altro tipo di tecnologia: “richiede delle capacita di creativita, di conoscenza, di direzione, di flessibilita e di competenza che in passato non erano necessarie”. Ma cid che pid di ogni altra cosa caratterizza in maniera crescente la nostra epoca é l’'emergenza contemporanea e parallela di tante tecnologie superiori in uno stesso momento. Questa é una vera e propria rivoluzione nella tecnologia superiore, che impone la necessita di una rivoluzione non soltanto nei metodi di gestione, ma anche nei modi di pensare il progetto, la storia, il futuro. La seconda meta del nostro secolo é caratterizzata dalla crisi dei presupposti epistemologici delle filosofie classiche della storia e dal fallimento di quelle idee di progetto, e di quei progetti, che hanno preso corpo all’interno di quelle filosofie. E venuta meno l'idea che la conoscenza delle leggi che regolano l’universo ~ fisico, biologico, sociale — possa garantire il controllo della storia e del futuro. Gianluca Bocchi affronta questi problemi nell’ultimo testo. Gli sviluppi delle scienze contemporanee mettono in discussione queste idee, e conver- gono nel mostrare che per una comprensione della storia — e per una costruzione del futuro — non basta l’individuazione delle leggi ma é necessario anche spingersi nell’ambito degli eventi singolari e irripeti- bili. In termini generali, si delinea il passaggio da un punto di vista del controllo e della previsione ad un punto di vista del gioco. I processi evolutivi e storici dipendono da un’interazione irriducibile fra meccanismi generali che operano come vincoli, la varieta, l'individua- lita, la contingenza degli eventi, e le strategie e le scelte dei giocatori che si muovono fra i vincoli e gli eventi per costruire nuovi scenari e nuove possibilita. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare il futuro. Un nuovo modo di pensare il futuro che riconosca il reale e il possibile non come dati immutabili, ma come costruzioni mai definiti- ve e dipendenti anche dalle nostre scelte, che tratti l'incertezza non come il peggiore nemico ma come il migliore alleato, che consideri la proliferazione di idee, di approcci e di azioni (la proliferazione di una serie di eventi non direttamente adattativi) non un’inutile dispersione di energie ma l’unica strada percorribile per costruire nuove possibili- ta. La costruzione del futuro é una sfida ineludibile. Ed ¢ indissociabile dalla sfida della complessita. Ciascuno degli itinerari di questo libro ci consente di camminare’ nei luoghi di frontiera dove pit cruciali sono i dibattiti filosofici ed epistemologici, dove pit creative e pit: feconde sono le costruzioni di nuovi concetti, di nuove teorie, di nuovi strumenti per pensare la natura, la storia, la conoscenza, l’umanita. Ma il modo in cui ciascun autore ci accompagna attraverso il proprio itinerario é anche un contributo interessante per la delineazione di una storia della comples- sita. E la testimonianza diretta, la ricostruzione del modo in cui si sono aperte particolari vie di accesso al problema della complessita 20 sono singolarmente significative della complessita della storia che porta all’emergenza di questo problema, della complessita della storia della nostra tradizione e — pit in generale — della complessita della storia delle idee. Firenze, 22 luglio 1985 21 Ringraziamenti La storia di questo libro é fatta di molte difficolta ma anche, soprattutto, di molti incontri fortunati e imprevisti. Ed @ stato in particolare uno di questi incontri — l'incontro con Sergio Scalpelli, segretario della Casa della Cultura di Milano — a far si che l’idea di questo libro potesse trovare le occasioni per realizzarsi. Immediata fu, fra di noi, la simpatia intellettuale e umana, e nacque uno stretto rapporto di collaborazione. Insieme progettammo una serie di iniziati- ve, sotto la sigla “La sfida della complessita”. La sede organizzativa fu la Casa della Cultura, grazie anche al benevolo appoggio del suo presidente Cesare Musatti. Si tenne un convegno internazionale, il 25 © 26 ottobre 1984, e poi, incoraggiati dal numero e dall’interesse dei partecipanti, una serie di seminari. Furono, queste, occasioni indimenticabili di dibattito con molti dei protagonisti e degli autori di questo libro, occasioni decisive per un approfondimento dei temi qui discussi. Senza l’infaticabile e puntuale lavoro di segreteria di Anna Ventura queste iniziative non sarebbero state possibili, mentre sarebbero state certamente meno vivaci e piacevoli, in particolare nei momenti di convivialita, senza la presenza di Oscar Meana. Importanti sono stati i suggerimenti e le critiche di coloro che hanno seguito quel convegno e quei seminari. Non potendoli ricordare personalmente valga, per tutti, un ringraziamento comune. La preparazione di questo volume é continuata poi attraverso nuovi incontri e discussioni, e una fitta rete di scambi epistolari. E stato cosi davvero importante avere un’amica come Magda Rocci che ha risolto molti problemi difficili. Molte sono state le difficolta pratiche, i rallentamenti e poi le accelera- zioni tramite i quali questo libro é cresciuto. Proprio per questo non sarebbe stata certo possibile la sua stampa in tempi cosi rapidi senza la competenza della redazione e dei tecnici della Feltrinelli e senza la disponibilita di Maria Luisa Rotondi. Per noi sono state importanti la simpatia che Inge Feltrinelli ha sempre mostrato per il nostro lavoro, e la fiducia di Franco Occhetto in un progetto all’inizio cosi improbabile. G.B.e MC. 23 La hybris dell’onniscienza e la sfida della complessita «i Mauro Ceruti Per raggiungere il punto che non conosci, devi prendere la strada che non conosci. ‘SAN GIOVANNI DELLA CROCE. Liio perde il senso che ha avuto finora, di un sovrano che compie atti di governo. Rosert Musi Quando si separa la mente dalla struttura in cui @ immanente - come un rapporto umano, la societa umana o |’ecosistema ~ si commette, io credo, un errore fondamentale, di cui a lungo andare sicuramente si soffrira. Grecory BATESON I termini con cui diamo corpo alle idee non sono semplicemente denotativi. Si caricano di significati emotivi e le teorie sono spesso sorret- te e attraversate da un pathos metafisico che consente collegamenti continui con la storia pid sfuggente dei modi di sentire. PaoLo Rossi L'unica conoscenza che valga é quella che si alimenta di incertezza, e il solo pensiero che vive é quello che si mantiene alla temperatura della propria distruzione. Epcar Morin 1. La storia del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo, gia dalla fine del XIX secolo, é la storia della progressiva scoperta dell’intrinseco carattere di paradossalita della nozione di “onniscien- za”. La nozione di onniscienza é stata per secoli una nozione estrema- mente influente e operativa nell’elaborazione di molteplici strategie cognitive ed euristiche, e pit in generale nelle rappresentazioni della scienza e della conoscenza umane, dei loro limiti e delle loro possibili- ta. Le varie fasi di sviluppo della tradizione scientifica moderna sono state accompagnate da altrettante riformulazioni delle immagini della conoscenza umana, definita e valutata in rapporto all'ideale regolativo di una conoscenza perfetta attribuibile a qualche dio o a qualche demone. L’operare di questo ideale regolativo é riscontrabile dietro molteplici metodi, euristiche, matrici categoriali della tradizione scientifica moderna, e ne ha disciplinato i pit importanti sviluppi e le svolte pit significative. D’altra parte questo ideale si é cosi 25 profondamente radicato nel senso comune (anche degli scienziati) da presentarsi e agire come un modo naturale e necessario della ragione (e della ragione scientifica). Esso si é pid volte definito e ridefinito operativamente attraverso una serie di strategie che proponiamo di riassumere sotto il termine generale di strategie della bonifica e che possiamo compendiare attraverso alcune assunzioni: ogni aumento della conoscenza provoca un corrispondente ritirarsi dell’ignoranza; una volta che determinati settori e campi problematici sono acquisiti al “metodo scientifico” si emancipano definitivamente da universi del discorso e da metodi considerati extrascientifici; il cammino della conoscenza ha una direzione ben definita in cui i ritorni e le deviazioni sono comunque subordinati alla direzione fondamentale; il compito della ricerca scientifica e dell’attivita filosofica é quello di separare i problemi “reali” dagli pseudoproblemi, di risolvere gli uni e di dissol- vere gli altri... Al di la delle specifiche filosofie (spesso contrastanti) in cui hanno Ppreso corpo, queste assunzioni sono l’espressione dell’onnipresenza in tutta la tradizione scientifica e filosofica moderna del problema del Metodo. Alla radice della formulazione di questo problema sta la convinzione che sia dotata di senso, e anzi in ogni caso preliminare e basilare, la ricerca di un luogo fondamentale di osservazione della conoscenza attraverso il quale giudicare le sue realizzazioni concrete e disciplinare i suoi sviluppi. Con cid il Metodo costituirebbe una sorta di strumento di purificazione dell’attivita intellettuale, che con- sentirebbe di introdurre una cesura fra un “prima” e un-“dopo” negli sviluppi della conoscenza. Questa idea é strettamente associata alla possibilita di rinvenire il punto archimedico a partire dal quale, in quanto inizio assoluto, costruire il saldo e compatto edificio delle conoscenze. L'ideale gnoseologico da perseguire diventa allora quello di una trasparenza e di una visibilita immediate attraverso le quali. conseguire un obiettivo di perfetta adequatio rei et intellectus.' Alle origini della tradizione moderna, questa impostazione del problema del Metodo viene a porsi in tutta la sua forza e in tutta la sua radicalita nell’opera di René Descartes. La filosofia cartesiana esplicita in una maniera paradigmatica tutta una serie di assunzioni che attraversano I’intera storia del pensiero moderno occidentale. Di tal genere sono: la separazione fra corpo e mente e la necessita della ricerca di un ponte fra queste due realta concepite come separate; Videale di una purificazione dell’attivita intellettuale e di una traspa- renza gnoseologica; l’identificazione di un punto archimedico come criterio di demarcazione definitivamente garante per la costruzione ois scienza; una concezione astorica della ragione e un’opposizione o meno esplicita fra natura e storia... Cid che sta al fondo e disciplina la determinazione di queste asserzioni filosofiche é un'ipote- si sulla natura della conoscenza umana. Anzitutto viene asserita la finitezza della conoscenza umana, e questa finitezza viene definita in rapporto all’infinitezza della conoscenza divina: quest’ultima diventa Videale normativo rispetto al quale si definisce la direzione del pro- gresso della scienza umana. Alle radici della scienza moderna trovia- mo cosi I'idea della crescita del sapere come avvicinamento asintotico a un punto di vista infinito e a una conoscenza completa, e questa 26 idea risultera uno degli schemi epistemologici pid profondamente radicati non soltanto nelle filosofie, ma anche nel senso comune. D’altra parte, perd, se la conoscenza umana é Limitata, non per questo é imperfetta. L’intelletto umano é al contrario partecipe della perfezione della conoscenza divina, ed é il cattivo uso che ne facciamo a introdurre le imperfezioni, allorché ci facciamo trasportare dalle nostre inclina- zioni e passioni contingenti. Sorge allora uno dei grandi miti della conoscenza moderna: la separazione nella natura umana di cid che é primario da cid che é secondario, della ragione dalle modalita della sua costituzione. Cid che é individuale, singolare, storico in senso ampio viene considerato come ininfluente, e anzi da neutralizzare il piu possibile per garantire un corretto funzionamento e dispiegamento del nostro intelletto. Cid é all’origine dell’ossessiva e ricorrente ricerca, nella storia del pensiero dell’eta moderna, del Metodo, di una serie di criteri di demarcazione fra natura e storia, fra razionale ed irrazionale, fra sapiens e demens, fra normale e patologico, fra problemi “veri” e “pseudo”-problemi, fra scienza e metafisica... Nell’illuminismo come nel meccanicismo ottocentesco, nel neopositivismo logico come nello strutturalismo, nella teoria delle descrizioni di Russell come nella filosofia finitista della logica nei primi anni del nostro secolo - pur nelle radicali distanze storiche e teoriche che separano queste conce- zioni — troviamo come costante una ricerca del punto archimedico, su cui fondare |’edificio del sapere, che radica la sua ispirazione nella filosofia del metodo cartesiana. Da un lato la tradizione scientifica (e culturale) di tutta l’eta moderna si delinea attraverso successive decentrazioni del punto di vista del soggetto conoscente, che esplora scale spaziali e temporali non direttamente traducibili nel nucleo della sua esperienza origina- ria. Ma d’altro lato il senso di queste decentrazioni ¢ continuamente disciplinato e orientato dall’ideale regolativo del punto di vista assolu- to. La ricerca delle “leggi” diventa progressivamente, soprattutto nel corso dell’Ottocento, il modo attraverso il quale l'ideale regolativo dell’onniscienza diventa, appunto, normativo nell’edificazione della conoscenza umana. La nozione di legge si definisce come luogo fonda- mentale di descrizione e di spiegazione dei fenomeni. La scoperta di una legge da accesso al punto archimedico, condizione necessaria e sufficiente per il controllo e la conoscenza esaustiva dei fenomeni consente di dissolvere il particolare nel generale, di prevedere i decorsi (passati e futuri) degli eventi, di concepire il tempo come dispiegamen- to di una necessita atemporale. Questi schemi epistemologici presero corpo soprattutto nell’interpretazione dei grandi successi conseguiti dalla meccanica razionale nel corso del Settecento e agli inizi dell’Ot- tocento, e in quell’atteggiamento che tendeva a concepire questa scienza come paradigmatica dei compiti della spiegazione scientifica in generale. E anche i grandi eventi scientifici costituiti dall’emergen- za di scienze dell’evoluzione e della storia (sia naturale che sociale) furono disciplinati proprio da un ideale di scientificita imperniato attorno a questa nozione di legge. I] problema diventd cosi quello di individuare leggi della storia caratterizzate dalla stessa necessita, invarianza e atemporalita delle leggi dell’universo fisico. L'idea di filosofia della storia esprime il modo in cui le origini e gli sviluppi 27 delle scienze evolutive furono tradotti e definiti nei termini della ricerca di un luogo fondamentale di osservazione da cui spiegare e prevedere il decorso evolutivo. E in questo senso che fu immediata- mente tradotta l’opera di Darwin, ed é in questo senso che alla fine dell’Ottocento si sviluppd tutta una serie di filosofie della storia che tendevano a interpretare l’opera di Darwin nei termini della scoperta della direzione e del fattore fondamentali dell’evoluzione biologica, e non soltanto biologica La pluralita dei temi presenti nell’opera darwiniana (nella quale si trova il riferimento a un’ampia varieta di ritmi, di tempi, di direzioni, di meccanismi dell’evoluzione) lasciava cosi il posto alla continua ricerca di un luogo fondamentale di osservazione dei fenomeni evolutivi, identificato di volta in volta in concetti quali “selezione”, “adattamento”, “ricapitolazione”, ecc.? Nel corso del nostro secolo l’evoluzionismo biologico ha subito varie ristrutturazioni in seguito allo sviluppo di nuove aree di ricerca (genetica, genetica delle popolazioni, biologia molecolare, ecc.).* Bi tentativi di integrare in modelli unitari, in una “sintesi’ le molteplici dimensioni dell’indagine biologica sono stati ricorrentemente inter- pot nel senso della ricerca e della determinazione di quale fosse il ivello, la dimensione fondamentale nella spiegazione dei fenomeni evolutivi. Le ambizioni e le ambivalenze di una scienza evolutiva imperniata intorno alla nozione di legge della fisica classica appaiono nella maniera pit evidente nell’impostazione che Jacques Monod ha dato al problema dei rapporti tra teoria dell’evoluzione biologica e biologia molecolare. Il problema dell’integrazione fra la dimensione evolutiva e la dimensione molecolare delle scienze del vivente viene interpretato nel senso della ricerca del modo in cui l’invarianza delle leggi biochimiche del vivente possono essere in grado di definire esaustivamente il meccanismo fondamentale del cambiamento. E dato che per Monod le invarianti fondamentali dell’universo del vivente sono state scoperte, allora il problema del cambiamento in tale univer; so e di tale universo pud essere considerato sostanzialmente risolto.* Alla scienza del cambiamento si aprirebbe cosi un lavoro in certo senso di routine, fortemente incanalato dalla convinzione di aver scoperto il nucleo della spiegazione. La convinzione di Monod secondo cui “oggi si pud affermare che i meccanismi elementari dell’evoluzione non sono solo compresi nelle loro linee generali, ma anche identificati con precisione”, e che quindi “per quanto riguarda le linee essenziali il problema, é stato risolto e l’evoluzione non é pit alle frontiere della conoscenza”® costituisce Villustrazione pia chiara del modo in cui quella che é stata definita come “scienza classica” si é sforzata di affrontare il problema della temporalita e della storia attraverso un quadro concettuale fondamentalmente necessitante e atemporale. 2. La scienza contemporanea si @ prodotta nei solchi dell’eredita cartesiana decostruendo ed eliminando progressivamente |’euristica del luogo fondamentale di osservazione, euristica che si é definita storicamente in vari modi: il demone di Laplace, gli ignorabimus di Du Bois-Reymond, l'idea positivista di una classificazione statica ed esaustiva delle scienze, la ricerca neopositivista di presunti metalin- guaggi neutri, le varie pratiche riduzioniste che si sono intrecciate 28 ntrettamente a queste strategie... Non viene asserita soltanto l’inattin- uibilita di fatto di questo luogo fondamentale, inattingibilita da sem, pre riconosciuta ma da sempre valutata e descritta dal “punto di vista” della conoscenza di un dio o di un demone “onnisciente” collocato in tule luogo. Cid che viene messo in discussione, pit radicalmente, é idea stessa che la scienza si costituisca secondo un processo asintotico di avvicinamento a un luogo fondamentale di spiegazione e di osserva- sione. Per la conoscenza degli uomini, la conoscenza degli déi o dei demoni non ha alcun valore euristico. Gli sviluppi delle scienze nel nostro secolo hanno reso visibili molti presupposti dell’eredita cartesiana, e hanno messo in discussione ‘inevitabilita e la necessita di una loro identificazione con i compiti c i criteri della conoscenza e della scienza. Cosi l’idea di previsione, lu scienza come scienza del generale, la concezione del tempo quale luogo di dispiegamento della necessita atemporale delle leggi non nono piv criteri definitori della scientificita. Si delinea un itinerario che attraverso le incrinature della presunta necessita dei confini “cartesiani” della scienza produce quella che possiamo definire come sfida della complessita. Questo itinerario Propone — e quasi impone — una sorta di “apprendimento ad apprendere”, una sorta di deuteroap- prendimento. Parlare di sfida della complessita significa prendere sul xerio il fatto che non solo possono cambiare le domande, ma possono cambiare anche i tipi di domande attraverso i quali si definisce l‘indagine scientifica. Gli sviluppi della scienza contemporanea hanno proposto una mappa pit variegata delle sue domande, dei suoi proble- mi, dei suoi concetti, dei suoi oggetti, delle sue dimensioni... Ma, pid alle radici, hanno imposto un ripensamento sulle domande, sui problemi, sui concetti, sugli oggetti, sulle dimensioni della scienza e della conoscenza. La prima fase di questo itinerario consiste in una reinterpretazione del ruolo di cid che in precedenza era considerato come un semplice residuo — da ricondursi al luogo fondamentale di osservazione attraver- so opportune strategie di bonifica, di veto, di estrapolazione... — e che invece si propone come irriducibile, come momento rivelatore dell’esigenza di un allargamento delle categorie, dei criteri, dei compi- ti della scienza e come momento di innesco per nuovi tipi di indagini sulla natura della conoscenza. L’esclusiva attenzione della scienza per cid che é generale e ripetibile lascia il passo a una presa in considerazione anche di cid che é singolare, irripetibile, contingente, tutti aspetti considerati residuali dalla grammatica categoriale del luogo fondamentale di osservazione. Emergono cosi le limitazioni della previsione, non soltanto quelle dovute a una nostra ignoranza contingente ma anche e soprattutto quelle inerenti ai meccanismi stessi di costruzione delle conoscenze. Si delinea una concezione del tempo come luogo di creazione e di costruzione in senso proprio. \idea di progresso diventa problematica e dinanzi ai vari tentativi di trovare un criterio univoco del progresso si impone il riconoscimen- to di una molteplicita irriducibile di direzioni, di ritmi, di tempi, di meccanismi dei decorsi evolutivi e storici. Ma queste linee di tendenza non conducono a rovesciare i rapporti di subordinazione all’interno delle coppie concettuali classiche, per 29 cui la scienza si ridefinirebbe da scienza del generale a scienza del particolare, da scienza dell’ordine a scienza del disordine, da scienza del necessario a scienza del contingente... Questa lettura costituirebbe in realta un fraintendimento dell'itinerario qui enucleato. Quello che si produce é un mutamento della natura dei rapporti all’interno delle coppie concettuali, per cui ai rapporti class’. di subordinazione si sostituiscono rapporti a un tempo di complementarita, diconcorrenza, di antagonismo. La scienza contemporanea é una scienza a un tempo del generale e del particolare, dell’ordine e del disordine, del necessario e del contingente, del ripetibile e dell’irripetibile.” La scienza definita come “classica” mirava a costituire una grande dicotomia attorno alla coppia necessario/non necessario e a conside- rarla come tendenzialmente isomorfa alla dicotomia costituita dalla coppia esistente/non esistente. Il possibile (e non necessario) appariva cosi collocato in una zona crepuscolare, di indeterminazione, la cui stessa esistenza forse dipendeva da limitazioni interne alle nostre modalita del conoscere eliminabili una volta che ci si collocasse (o che si immaginasse di potersi collocare) in un punto di vista “pit adatto”. E l’esplosione di questa zona del possibile a caratterizzare molteplici sviluppi della scienza contemporanea. Oggi é la coppia possibile/non possibile a riformulare i problemi classici della necessita, e questa dicotomia non si identifica per nulla con la coppia esistente/ non esistente. Lo studio delle potenzialita evolutive di un sistema non si accompagna con una capacita di previsione del suo futuro tendenzialmente certa ed esaustiva, e i limiti incontrati dalle nostre capacita di previsione sono rivelatori di meccanismi profondi della natura e della storia. La transizione che si é prodotta rispetto a una nozione chiave come é quella di legge scientifica esprime nella manie- ra pid chiara il significato di questi slittamenti epistemologici. Possia- mo parlare di una transizione da una nozione di legge prescrittiva e necessitante a un’idea di legge intesa come espressione di un vincolo., Le leggi non ci dicono nulla quanto all’effettivo decorso spazio- temporale dei fenomeni. Esprimono piuttosto gli insiemi delle po: lita entro i quali, di volta in volta, hanno luogo i processi effetti’ decorso degli eventi non é mai dato in anticipo. Le leggi sono simili alle regole di un gioco che stabiliscono un universo di discorso, una gamma di possibilita in cui si ritagliano gli effettivi decorsi spazio- temporali, dovuti in parte al caso e in parte alle abilita o alle deficienze dei giocatori (cioé alle caratteristiche specifiche dei sistemi in intera- zione, ad esempio l’organismo e |’: ambiente). L'idea di vincolo sottolinea come ogni cosa non pud produrre una qualsiasi altra cosa, come in un dato momento a un dato mondo possibile non sono accessibili tutti gli altri mondi possibili. Nel caso dell’evoluzione degli organismi viventi, ad esempio, questa idea indica la preesistenza di condizioni di ordine fisico che impongono determi- nate limitazioni alle forme e alle dimensioni dei vari organismi. E si riferisce contemporaneamente a tutta una serie di decisioni irreversi- bili che si sono sedimentate a poco a poco nel corso dell’evoluzione, determinando ad esempio la struttura dei grandi piani di organizza- zione sottostanti alle varie specie animali.’ Ma, come sottolineano Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, “il concetto di un vincolo [...] non 30 limita semplicemente i possibili ma @ anche opportunita; non si impone semplicemente dall’esterno a una realta esistente prima di tutto, ma partecipa alla costruzione di una struttura integrata e determina all’occasione uno spettro di conseguenze intelligibili e nuove” (Prigogine, Stengers, 1981, p. 1076). Si delinea cosi una storia naturale delle possibilita, in cui nuovi domini di possibilita si producono in dipendenza dalle grandi svolte dei processi evolutivi, da veri e propri effetti soglia, punti di biforcazio- ne, amplificazioni di fluttuazioni. E all'interno di questa storia natura- le si producono processi di fissazione delle possibilita, che diventano vincoli in grado di eliminare talune alternative possibili e produrne di nuove. Il reciproco rapporto di produzione e di integrazione fra possibilita e vincoli ci aiuta a comprendere il carattere radicalmente nnovatore della nozione di legge quale vincolo. I vincoli e le invarianti evolutive non sono leggi e invarianti atemporali che presiedono ai processi evolutivi quali sorta di laicizzazione di una fondamentale saggezza della natura, ma risultano prodotti dal processo stesso dell’e- voluzione.? Le scienze evolutive contemporanee mostrano l'esistenza di una storia naturale delle possibilita e dei vincoli, di una storia di coproduzione reciproca fra necessita e vincoli, di una stratificazione e gerarchia di possibilita, di una stratificazione e gerarchia di vin- coli. Ma questa reinterpretazione della nozione di legge, dei concetti di necessita e di ordine, fa parte di un processo pit generale di cintegrazione dell’osservatore nelle proprie descrizioni, che caratte- rizza i pid importanti esiti tecnici della scienza contemporanea. Si é in presenza di uno slittamento dello status epistemologico dei concetti chiave della scienza che conduce all’elaborazione di “nozioni del second’ordine”. Si tratta cioé del riconoscimento, teorico e operativo, del carattere dipendente dall'osservatore di tutte queste nozioni.'! Secondo le parole di Heinz von Foerster, “quelle proprieta che si credeva facessero parte delle cose si rivelano proprieta dell’osservato- re. Si prendano come esempio i parenti semantici del disordine: il rumore, l'imprevedibilita, il caso. Oppure quelli dell’ordine: la legge, la prevedibilita, la necessita. Gli ultimi termini delle due triadi, il caso e la necessita, sono stati associati fino a tempi anche recenti con la maniera di operare della natura. Ma da un punto di vista costruttivista la necessita deriva dalla capacita di fare deduzioni infallibili, mentre il caso deriva dall’incapacita di fare induzioni infallibili. E cioé: la necessita e il caso riflettono talune delle nostre conaclta e incapacita, e non quelle della natura” (von Foerster, 1984, p. 186). La reintegrazione dell’osservatore nelle proprie descrizioni segna alle radici gli sviluppi pid importanti delle scienze fisiche'? e biologi- che"? del nostro secolo. Le scienze umane hanno da parte loro incontra- to questo problema sin dal momento stesso della loro costituzione, a causa della circolarita originaria del loro soggetto e del loro oggetto: le opere dei due pilastri della psicologia contemporanea, Piaget e Freud, si sono prodotte proprio attorno a tale questione. Ma sono state forse le cosiddette “discipline trasversali” (cibernetica, teoria dei sistemi, teoria dell’informazione...) a fornire l’impulso pit diretto 31 all’esplicitazione della natura dipendente dall’osservatore delle cate- gorie della scienza, attraverso l'esplicitazione tecnica dell’inesauribile circolarita costruttiva fra osservatore e sistema osservato. La nozione di sistema nella scienza contemporanea viene infatti ridefinita sulla base della consapevolezza delle sue matrici costruttive: non esistono confini “naturali” fra sistema e ambiente, come del resto non esistono gerarchie “naturali” di sistemi, sottosistemi, sovrasiste- mi. I confini e le gerarchie sono sempre stabiliti da un osservatore, le cui operazioni e le cui decisioni intervengono a pit: livelli nel processo di costruzione di un sistema. Tracciano anzitutto il confine fra sistema e ambiente, ma stabiliscono altresi il rapporto fra sistema e sottosistemi, fra dinamica globale e sue componenti. Un sistema é sempre, contemporaneamente, un sottosistema e un sovrasistema, la sua dinamica é regolata dai vincoli delle dinamiche di cui fa parte e impone a sua volta vincoli sulle dinamiche delle parti. Ma questa molteplicita di operazioni nelle matrici costruttive di un sistema non pud essere rivelata da un suo modello unitario e “sintetico”. La sua conoscenza é resa possibile solo grazie alla pluralita dei punti di vista, alla diversita degli osservatori in gioco. La teoria dei sistemi contemporanea considera questa diversita e questa pluralita come essenzialmente irriducibili. Cid non significa soltanto la scoperta di gerarchie di sistemi ordinate secondo rapporti di inclusione, a seconda delle scale spazio-temporali in gioco. Significa anche e soprattutto la messa in evidenza dei rapporti di vicarianza fra sottosistemi e sovrasistemi, fra sistema e ambiente, fra le dinamiche stesse dei sistemi. Gli spostamenti dei punti di vista e degli osservatori provoca- no in altri termini una ristrutturazione dei tipi di sistemi, dei tipi di dinamiche, della natura delle interazioni in considerazione. Questo significa il riconoscimento dell’irriducibile pluralita dei punti di vista nella definizione e nella costruzione di un sistema, il riconoscimento dell'irriducibile molteplicita dei sistemi, il riconoscimento del fatto che ogni sistema é un vero e proprio plurisistema. Gli osservatori, i punti di vista (i sistemi) sono propriamente vicarianti, nel senso che lo spostamento dell’osservatore provoca una ristrutturazione nella considerazione delle dinamiche in gioco in un sistema stratificato. Non si da un punto di osservazione onnicomprensivo ed esterno in grado di superare la vicarianza dei punti di vista. 3. L'itinerario che abbiamo delineato produce una critica radicale alle idee classiche di onniscienza, e di luogo fondamentale di osserva- zione. L’ideale regolativo di una “piena coscienza”, di una coscienza totale, di una consapevolezza perfetta delle proprie ragioni e degli effetti previsti si € mostrato intrinsecamente paradossale in virtu di cid che veniamo a conoscere, sempre pit a fondo, sui meccanismi di costruzione delle conoscenze e di creazione delle novita. Da questo punto di vista la storia delle scienze contemporanee produce in genera- le una consapevolezza sempre maggiore delle limitazioni che intercot rono nel rapporto fra coscienza e conoscenza, limitazioni inesauribi ed anzi fonte di emergenza del nuovo.'* E proprio qui che l’eredita cartesiana trova la sua impasse definitiva. Laddove l’ideale “cartesia- no” mirava a un’espansione quantitativa e a una purificazione qualita- 32 ‘iva della conoscenza verso una prospettiva di identificazione perfetta «i coscienza e di conoscenza, oggi lo stato della questione sembra cupovolto: ogni presa di coscienza produce zone d’ombra, e l’ombra non é pid soltanto cid che sta fuori dalla luce ma, ancor meno visibile, sl produce nel cuore stesso di cid che produce luce. II rapporto fra conscio e inconscio cognitivi si costruisce in maniera ricorrente e vicariante: a ogni presa di coscienza corrisponde sia una nuova cono- xcenza delle matrici costruttive di una conoscenza acquisita preceden- temente, sia la produzione di nuovo inconscio cognitivo corrisponden- te alla non visibi lita delle matrici e dei meccanismi che hanno presie- «luto al processo di presa di coscienza. A ogni aumento della conoscen- au corrisponde un aumento dell’ignoranza, e a nuovi tipi di conoscenza corrispondono nuovi tipi di ignoranza. L’universo categoriale della xcienza non é unitario né omogeneo, non é dato una volta per tutte: v la conoscenza e la scienza non si costruiscono per espansione fino a ruggiungere i limiti che sarebbero “naturalmente” dati. I limiti della scienza contemporanea sono una sorta di Giano bifronte che, nel momento in cui stabiliscono i confini di un universo di discorso ‘0, aprono nuove possibilita per la costruzione di nuovi universi di discorso. Viene a mutare la nozione stessa di problema. Da un punto di vista “assoluto” un problema o é risolto (0 solubile), oppure deve essere dissolto come pseudoproblema. Ma un problema, e le sue soluzioni, non sono mai indipendenti dall’universo di discorso entro cui sono tormulati. La decidibilita che la scienza rende possibile é una decidibi- lita sempre interna a particolari tagli metodologici che isolano cid che in realta comunque connesso; e le soluzioni proposte ai problemi lormulati all’interno di questi tagli metodologici appaiono d’altra parte dipendere significativamente e storicamente da presupposti extrascientifici. All’interno di un universo di discorso, o di un program- ma, o di particolari opzioni epistemologiche, un problema pué risulta- re insolubile, e la sua insolubilita in tali ambiti pud essere oggetto di dimostrazione. La dimostrazione dell’insolubilita del problema nell’ambito della sua formulazione di partenza non dissolve perd il problema, ma pud anzi diventare il momento nucleatore di un nuovo universo di discorso, di un nuovo programma, di nuove opzioni episte- mologiche al cui interno vengono ridefiniti la natura del problema e il senso stesso della sua solubilita. Viene meno !'idea che l’universo categoriale della scienza sia unitario, omogeneo al suo interno, fissato una volta per tutte. L’irriducibilita dei punti di vista degli osservatori hic et nunc, la loro presenza in sovraimpressione in ogni descrizione, in ogni strategia, e in ogni euristica, provocano un’immagine dello sviluppo e della struttura delle conoscenze in cui i possibili universi del discorso non sono mai definiti esaustivamente, ma si costruiscono in senso proprio e dipendono dalla rete di concrete relazioni di antago- nismo, di complementarita, di cooperazione fra i molteplici punti di vista in gioco. La conoscenza contemporanea si costituisce all'intreccio di una serie di teoremi limitativi che destituiscono di ogni plausibilita euristica l'idea del fondamento e riformulano l'approccio al problema del limite. 1 limite non si definisce negativamente in rapporto ai “valori” della 33 completezza, dell’esaustivita, dell’esattezza, dell’onniscienza e del- Vonnipotenza. II limite non é una membrana o una barriera di demar- cazione — certo, in particolari condizioni, continuamente estendibile e gonfiabile — fra spazi e sistemi gia dati e immutabili: quelli del cosmo e del non cosmo, dello scientifico e del non scientifico, dell’am- missibile e del non ammissibile, del formalizzabile e del non formaliz- zabile... I limiti rimandano invece, in maniera piu profonda, alle stesse matrici, ai meccanismi costruttivi che presiedono allo sviluppo delle conoscenze. I limiti esprimono quell’insieme di precondizioni attraver- so le quali si verifica ricorrentemente l’emergenza, la costituzione, la creazione di novita. Viene cosi in primo piano il riconoscimento del carattere strutturalmente inconcluso dello sviluppo di ogni sistema cognitivo, quale condizione stessa del suo corretto funzionamento e del mantenimento della sua identita. A partire dagli anni Sessanta, si é sviluppata una rete di indagini scientifiche e di riflessioni filosofiche che hanno messo in primo piano proprio il carattere radicalmente costruttivo delle limitazioni della conoscenza umana. E l’atteggiamento dinanzi alla finitezza della cono- scenza e della natura umana che si ridefinisce completamente. Gli aspetti individuali, idiosincratici, storici in senso ampio, le precondi- zioni inerenti a ogni punto di vista, i “pre-giudizi” non appaiono come zavorra, come ostacoli da neutralizzare, in vista di una progressiva “purificazione” dell’attivita intellettuale, del dispiegamento di un suo presunto nucleo logico, astorico e universale. Questi aspetti, queste precondizioni, queste limitazioni risultano le vere e irriducibili matri- ci costruttive della conoscenza, di ogni cambiamento e di ogni dialogo intersoggettivo. Questo atteggiamento si delinea, nei suoi tratti generali, in campi disciplinari differenti — e anche lontani — del sapere contemporaneo. In campi diversi, in contesti diversi, secondo finalita diverse esso di volta in volta si definisce nei linguaggi e nei problemi del vincolo, della chiusura, del paradigma, dell’orizzonte, dell’autonomia... Al di la non solo delle distanze disciplinari ma anche delle discordanze filosofiche ed epistemologiche, é interessante notare come questi itine- rari convergano tutti in una sorta di gestalt switch rispetto al problema della “finitezza”. La sua determinazione non quale limitazione contin- gente delle possibilita in rapporto all’esaustivita e alla completezza dei possibili accessibili a partire dal punto di vista infinito, ma quale condizione, matrice, “opportunita” di nuovi possibili costituisce il nucleo centrale di una transizione da un'epistemologia (e da una metafisica) della rappresentazione a un'epistemologia (e una metafisi- ca) della costruzione.'* La nozione di “orizzonte” elaborata da Hans Georg Gadamer é un’espressione particolarmente significativa di questo nuovo atteggia- mento dinanzi al problema della finitezza: Ogni presente finito ha dei confini. II concetto di situazione si pud definire proprio in base al fatto che la situazione rappresenta un punto di vista che limita le possibilita di visione. Al concetto di situazione é legato quindi essenzialmente quello di orizzonte. Orizzonte é quel cerchio che abbraccia e 34 comprende tutto cid che é visibile da un certo punto (Gadamer, 1960, tr. it. 1983, p. 352). Ma la chiusura e le limitazioni di ogni orizzonte non rimandano ull'esigenza di un luogo fondamentale e assoluto di osservazione quale termine di riferimento per ogni comunicazione. Costituiscono al contrario le condizioni di possibilita per ogni interazione costruttiva lra punti di vista differenti: Non sono i nostri giudizi a costituire il nostro essere, quanto piuttosto i nostri pregiudizi. Questa é una formulazione provocatoria, ¢ la utilizzo per rimettere al suo giusto posto un concetto positivo di pregiudizio che é stato espulso dal nostro uso linguistico per opera dell'Illuminismo, francese e inglese. Si pud mostrare come in origine il concetto di pregiudizio non ha il significato che noi abbiamo attribuito ad esso. I pregiudizi non sono necessariamente \mmotivati ed erronei, non sono tali da deformare inevitabilmente la verita. In realta, la storicita della nostra esistenza fa si che i pregiudizi, nel senso letterale della parola, costituiscano la direzione iniziale di tutta la nostra capacita di esperienza. I pregiudizi sono predis| i della nostra apertura verso il mondo. Sono semplicemente le con ni per mezzo delle quali sperimentiamo qualcosa, per mezzo delle quali cid che incontriamo viene a dirci qualcosa. Questa formulazione non Sie jifica naturalmente che noi siamo vacchiusi entro un muro di pregiu e facciamo passare attraverso le strette entrate soltanto quelle cose in grado ‘ai mostrare un lasciapassare che ci dica: “qui non verra detto nulla di nuovo”. Al contrario diamo il benvenuto proprio a quell’ospite che promette qualcosa di nuovo alla nostra curiosita (Gadamer, 1976, p. 9). Se passiamo dalle indagini ermeneutiche di Gadamer agli sviluppi di un filone di ricerca completamente indipendente, quello costituito dalle ricerche di filosofia e di storia della scienza a partire dalla fine degli anni Cinquanta, troviamo delle convergenze assai significative, certo sorprendenti. Le opere di Hanson, Kuhn, Feyerabend possono essere intese a grandi linee come un decisivo contributo per una ridefinizione delle coordinate entro le quali porre il problema della razionalita umana, e il problema della razionalita scientifica. Sono in particolare una messa in discussione del problema del Metodo quale ricerca di un criterio di demarcazione sulla cui base giudicare astorica- mente la validita o meno di teorie e concezioni scientifiche in competi: zione. Al contrario esse delineano l'idea di una razionalita storica, di una razionalita che si ridefinisce in continuazione nel processo di costruzione delle conoscenze. Allo storico della scienza si pone il problema di interagire con altre forme di razionalita —e di confrontare teorie sviluppate ait ‘interno di forme di razionalita differenti — muo- vendosi all’interno della propria forma di razionalita, sapendo che pure essa é storicamente determinata e sapendo anche di non poter mai prescindere da essa. In questo senso i problemi degli storici della scienza (e delle idee) non sono molto diversi dai problemi che incontrano altri scienziati — quali i linguisti e gli antropologi — allorché si aprono alla comprensione di comportamenti, strutture linguistiche, istituzioni appartenenti a culture originariamente estranee. E infatti si @ sviluppato un dibattito, relativo al problema della varianza di significato e alla cosiddetta tesi di incommensurabilita, che tende a 35 discutere le condizioni di possibilita della comprensione reciproca fra punti di vista differenti. Di volta in volta le incommensurabilita locali emerse negli sviluppi della storia delle idee o nei confronti fra culture differenti sono state accantonate come pseudoproblemi, da dissolversi nella ricerca di un criterio di interpretazione assoluto, oppure sono state generalizzate in una sorta di solipsismo, che sottolinea unilate- ralmente la chiusura degli orizzonti e considera ogni individuo come inevitabilmente “imprigionato in un muro di pregiudizi”. Ma il problema interessante che continua a porsi in questo dibattito sta invece proprio nel fatto che la chiusura costituisce una precondizione necessaria per la comunicazione, ed eventualmente per il cambiamen- to. La costruzione della nozione di “paradigma” da parte di Kuhn & il contributo forse pit importante per la determinazione di un tale dibattito filosofico. Gli anni che ci separano dalla prima edizione di The Structure of Scientific Revolutions (1962) hanno consentito di comprendere come tale nozione fosse per molti versi una semplifica- zione imposta in certo senso al procedere della storia delle idee.'® Ma hanno permesso anche di comprendere che i motivi per cui una tale nozione ha goduto di grande successo sin dalle sue origini stanno proprio nel fatto che essa ha saputo porre nella maniera piu esplicita il problema di una “tensione essenziale” fra chiusura e cambiamento come interna al lavoro di ogni scienziato. E in questo senso che, secondo Kuhn, soltanto quelle ricerche che sono profondamente radi- cate nella tradizione scientifica ad esse contemporanea sono in grado di rompere questa tradizione e di costituirne una nuova.’” Nel periodo qui considerato una svolta decisiva nella ridefinizione della natura delle limitazioni della conoscenza é venuta dall’interno delle scienze stesse, da tutta una serie di indagini delle scienze cogniti- ve, delle scienze dei sistemi, delle scienze biologiche. I risultati di queste scienze sono stati — e sono sempre di piu — decisivi per una ridiscussione e una riformulazione dei problemi, della filosofia della scienza e dell’epistemologia del nostro secolo.'* Si delinea cioé la possibilita di un nuovo rapporto di interazioni reciproche fra episte- mologia da una parte e psicologia, biologia, sociologia, scienze cogniti- ve in generale dall’altra — di un tipo di rapporto che g un programma di “epistemologia scientifica”, il neoempirismo e la filosofia analitica in particolare, volevano far credere come definitiva- mente appartenenti a un passato “prescientifico” del discorso filosofico ed epistemologico. L’epistemologia genetica di Jean Piaget @ senz’altro uno degli itinerari che pit ha contribuito a riproporre |'ineludibilita dei Tapporti fra epistemologia, biologia, psicologia, storia delle scienze.” Ed @ anche uno degli itinerari che pit consapevolmente ha contribuito alla ridefinizione della natura delle limitazioni della conoscenza. Nella storia della scienza e dell’epistemologia contemporanee, una delle radici di questa ridefinizione é riassumibile nell’ipotesi secondo la quale le condizioni di accesso alle conoscenze sono condizioni propria- mente costitutive e secondo cui, quindi, lo studio della genesi delle conoscenze é fondamentale anche per lo studio della struttura delle conoscenze. Questa ipotesi costruttivistica definisce proprio il pro- gramma dell’epistemologia genetica di Jean Piaget, e ha trovato in 36 particolare uno dei luoghi di sperimentazione pit: significativi nella definizione della nozione di organizzazione dei sistemi (organici e cognitivi).! Piaget ha avuto il grande merito di avere chiaramente riconosciuto che cid che mancava nello studio dei sistemi fino ai primi anni Sessanta era la chiara considerazione del concetto di chiusura. Egli osservava che la chiusura deve essere riferita all’organizzazione del sistema e che percid non si contrappone ma si accompagna alla sua apertura termodinamica: l'equivoco fondamentale é quello del “sistema aperto”, perché, se si tratta di un sistema, interviene qualche cosa che somiglia a una chiusura e che deve essere conciliata con l’apertura. Questa é certamente giustificata e si basa sull'idea essenziale che [...] non c’é, per la biologia, una forma organica rigida rtatrice di processi vitali, ma un flusso di processi che si manifestano sotto la specie di forme apparentemente persistenti [...]. L’apertura é dunque il sistema degli scambi con l'ambiente, ma cid non esclude affatto la chiusura nel senso di un ordine ciclico e non lineare (Piaget, 1967b, tr. it. 1983, p. 171). La chiusura organizzazionale di un sistema é alla base di cid che si definisce come il dominio cognitivo del sistema stesso. Il dominio cognitivo di un sistema autonomo, cioé dotato di chiusura organizza- zionale, costituisce il dominio delle interazioni in cui il sistema pud entrare senza la perdita della sua chiusura, cioé senza la perdita della sua identita, poiché la perdita della chiusura caratterizzerebbe la disintegrazione del sistema in quanto tale. Le nozioni di chiusura organizzazionale e di dominio cognitivo costituiscono un’importante formalizzazione, nella teoria dei sistemi contemporanea, del carattere irriducibile e costruttivo delle limitazioni e delle precondizioni costi- tutive dell’identita di ogni punto di vista e di ogni sistema, nonché dell’infinita ricorsivita delle sue determinazioni. Gli sviluppi della teoria dei sistemi negli ultimi vent’anni hanno spostato progressivamente l'accento dal problema del controllo del sistema, sulla base di qualche istanza esterna, al problema della sua struttura interna, delle interconnessioni reciproche fra le sue componenti.” In questo contesto viene ridefinito il tradizionale pro- blema del rapporto fra cid che viene definito come “sistema” e cid che viene definito come “ambiente”, e viene in particolare ridefinita la relazione di “adattamento” fra sistema e ambiente. Nella prospettiva del controllo (input-output) |'adattamento viene considerato come una risposta dell’organismo alle esigenze dell’ambiente, e si pud quindi parlare di un processo di progressiva ottimizzazione dell’adatta- mento del sistema all’ambiente. Dal punto di vista di questa nuova concezione dei sistemi cid che é ritenuto primario é invece il manteni- mento dell’autonomia del sistema espressa nella forma della sua chiusura organizzazionale. E essa che seleziona fra gli stimoli dell’am- biente quelli significativi e quelli non significativi, e soprattutto é essa che determina quale significato attribuire a questi stimoli in vista dei mutamenti del sistema stesso. Cid appare chiaro nel meccanismo di funzionamento di entrambi i processi che secondo Piaget costituiscono insieme la funzione di adattamento (il processo di assimilazione ed il processo di accomodamento)”; e appare soprattutto chiaro nello sviluppo della idea di autonomia nelle ricerche di Humberto Maturana 37 e di Francisco Varela. Laddove dal punto di vista del controllo gli stimoli (input) ambientali sono direttamente istruttivi, costituiscono cioé “parte della definizione dell’organizzazione del sistema e determi- nano il corso della trasformazione”, nella prospettiva dell’autonomia le influenze dell’ambiente sul sistema sono determinate come perturba- zioni, cioé “l’ambiente é visto come una sorgente di perturbazioni che non concorre alla definizione dell’organizzazione del sistema, quindi intrinsecamente non istruttiva; esse possono innescare, ma non deter- minare, il corso della trasformazione”. Cosi l’adattamento consiste in una compatibilita fra la struttura dell’ambiente e la struttura del sistema. Finché esiste una tale compatibilita, l’ambiente e il sistema agiscono come fonti reciproche di perturbazioni provocando continui cambiamenti di stato che vengono definiti come accoppiamenti struttu- rali fra sistema e sistema, fra sistema e ambiente. Nelle scienze neurologiche si @ costituito un programma di ricerca che é uno dei contributi piu significativi a questo cambiamento di significato della nozione di adattamento.”* II sistema nervoso non & piu studiato dal punto di vista della sua funzione di rappresentazione del mondo esterno, ma dal punto di vista della sua chiusura, degli equilibri e delle interazioni che si costituiscono ricorrentemente fra le sue componenti, e degli accoppiamenti strutturali che si producono con l’ambiente. Ne risulta un'immagine dello sviluppo del sistema nervoso (e pit in generale della conoscenza) quale processo di deriva naturale: Le origini della conoscenza (e il farsi del senso) non assomigliano percié al progetto di un sistema che viene ottimizzato al fine di accordarsi con una particolare norma esterna. Diremmo piuttosto che assomigliano a un processo di bricolage, a una scultura dinamica, a una costruzione delle strutture fatta a partire dai materiali disponibili per un organismo che li compone cosi come essi si trovano a prendere parte a una deriva che segue una fra molte possibili traiettorie. In questo processo ogni effettiva traiettoria del processo di bricolage si produrra come conseguenza del processo di deriva naturale. La chiave di questo processo sta nel fatto che le conseguenze delle varie interazioni devono essere identificate non gia nella natura della perturbazione che le ha innescate, ma nella maniera in cui la struttura produce delle compensazioni rispetto a tali interazioni, in dipendenza del suo paesaggio dinamico. Il risultato complessivo é un mutamento di struttura nel continuo mantenimento dell’inte- grita del sistema nel suo mezzo. Una traiettoria nel processo di deriva naturale é una storia di convalide interne delle interazioni da parte di un’entita, come é un organismo dotato di un sistema nervoso (Varela, 1984a, p. 219). Questo slittamento di punto di vista (dalla rappresentazione alla costruzione, dal punto di vista “infinito” al punto di vista “finito”) nelle scienze neurologiche, nelle scienze cognitive e nelle scienze del vivente in generale ha importanti implicazioni epistemologiche: noi non possiamo saltare fuori dal dominio specificato dal nostro corpo e dal sistema nervoso. Non vi é un mondo salvo quello che sperimentiamo attraverso quei processi che ci sono dati e che ci rendono quelli che siamo. Ci troviamo in un dominio cognitivo, e non possiamo uscire da esso con un balzo, né scegliere i suoi inizi o le sue modalita. In secondo luogo — cosa egualmente importante — non possiamo ricondurre una determinata esperienza alle sue origini in maniera univoca. In realta, tutte le volte che cerchiamo di trovare 38 le origini di una percezione o di un’idea ci troviamo immersi in un frattale” che si ridetermina in continuazione, e tutte le volte che cerchiamo di scavare in esso lo troviamo egualmente pieno di particolari e di interrelazioni. E sempre la percezione Guna percezione di una percezione... O la descrizione della descrizione di una descrizione... Non vi é alcun posto in cui si possa gettare l’ancora e dire: “questo é il punto da cui la percezione é incominciata; questo é il modo in cui é stata fatta” (Varela, 1984b, p. 320). Come non ha pit senso giudicare un particolare stato della dinami- ca del sistema nervoso rispetto alla sua maggiore o minore adeguatez- za riguardo a una norma definita in modo assoluto e indipendente nella “realta”, cosi negli sviluppi del pensiero filosofico e scientifico contemporaneo viene a perdere di senso la possibilita di giudicare lo stato di una conoscenza rispetto alla sua distanza dal tipo di conoscen- za che si potrebbe avere da un ipotetico punto di vista infinito, conoscenza che realizzerebbe pienamente gli ideali dell’esaustivita e della completezza. Il venir meno dell’ideale regolativo del luogo fondamentale di osservazione ha condotto con sé il venire meno della nozione classica di sintesi. Non esiste un metapunto di vista rispetto al quale giudicare e rendere omogenee le differenze che intercorrono fra i punti di vista, e tantomeno le loro contrapposizioni. Queste differenze e queste contrapposizioni sono irriducibilmente costitutive dei domini cognitivi dei punti di vista dati. E tuttavia permane Vesigenza di una coordinazione dei punti di vista, in un discorso che rinunci agli attributi di assolutezza e di neutralita per assumere quelli di storicita e di costruttivita. Il problema non é piu quello di rendere omogenei e “coerenti” differenti punti di vista; diventa quello di com- prendere come punti di vista differenti si producano reciprocamente. La molteplicita dei punti di vista vale in riferimento alla moltepli- cita delle culture, dei sistemi di riferimento categoriali, delle tradizio- ni scientifiche, delle scuole di pensiero, delle mentalita. Ma é costituti- va anche di una stessa cultura, di uno stesso sistema di riferimento categoriale, di una stessa tradizione scientifica, di una stessa scuola di pensiero, di una stessa mentalita. Vale in riferimento a diversi punti di vista di diversi soggetti individuali. Ma vale anche in riferi- mento alla molteplicita irriducibile dei tipi di pensiero, dei tipi di logica, dei sistemi cerebrali costitutivi di un singolo soggetto. Questa molteplicita di punti di vista non pud essere gerarchizzata una volta per tutte. Diventa sempre pitt importante poter accettare il trauma di “demonopolarizzazione” come esperienza positiva, per dirla con le parole del teorico dei sistemi Magoroh Maruyama.” II che significa riconoscere come condizione irriducibile — anche se secondo modalita continuamente mutevoli, in dipendenza della storia delle interazioni fra punti di vista — la vicarianza e l’asimmetria di molteplici punti di vista. Ma significa anche sottolineare l’esigenza di cid che Maruyama definisce “trans-spezione”: mettersi nella testa di un altro senza ridur- re la logica dell’altro alla propria logica, e lasciare che I’altro com} un’analoga operazione di “trans-spezione” nei nostri confronti. Questi processi fanno circolo, e non si danno indipendentemente l’uno dall’al- tro: “Se non si sono mai effettuate operazioni di trans-spezione in 39 altre logiche, non si pud neppure conoscere la differenza fra la propria logica e altre logiche” (Maruyama, 1976, p. 210). Il problema della conoscenza della conoscenza diventa il nodo cruciale in cui si misura tutta la distanza dai modelli epistemologici classici. La conoscenza appare come l'insieme delle relazioni, la deri- va, la storia degli accoppiamenti e dei contrasti fra una molteplicita in divenire di “istanze”, di universi del discorso dotati di “logiche” differenti, di universi del discorso la cui storia e il cui sviluppo temporale seguono vie differenti, e che hanno origini e ritmi differenti. Su questa base si prospetta la necessita di una ridefinizione dei problemi e del ruolo dell’epistemologia. Si delinea l’esigenza di un’epi- stemologia che non sia luogo di fondazione della conoscenza, ma un inesauribile itinerario di articolazione degli universi di discorso del sapere e della conoscenza. In questo senso va l’idea di un’ epistemologia complessa quale é stata proposta da Edgar Morin.” Un’epistemologia complessa non rimanda pit all’ esistenza di un’istanza sovrana, che sarebbe Méssieu I'épistémologue, che con- trolli in modo irriducibile e irrimediabile ogni sapere; non vi é un trono supremo. C’é una pluralita di istanze. Ciascuna di queste istanze é decisiva; ciascuna é insufficiente; ciascuna di queste istanze comporta il suo principio incertezza. [...] Il problema dell’epistemologia é di fare comunicare queste istanze separate; @ in qualche modo di fare il circolo. [...] Non ci sono pit privilegi, troni, sovranita epistemologiche; i risultati delle scienze del cervello, della mente, delle scienze sociali, della storia delle idee, ecc. devono retroagire sullo studio dei principi che determinano questi risultati. Il problema non é che ciascuno perda la propria competenza. E che la sviluppi abbastanza per articolarla su altre competenze che, legate in catena, formerebbero un anello chiuso e tuttavia in continuo divenire, ’anello della conoscenza della conoscen- za (Morin, 1984a, pp. 77-78). E, in un altro testo, aggiunge: Dunque é evidente che in questo senso I’ambizione della complessita é di rendere conto delle articolazioni che sono spezzate dai tagli fra discipline, fra categorie cognitive e fra tipi di conoscenza. In realta l’aspirazione alla complessita tende alla conoscenza multidimensionale. Non é tuttavia quella di dare tutte le informazioni possibili sul fenomeno studiato, ma di rispettare le sue diverse dimensioni: cosi non bisogna dimenticare che l’uomo é un essere bio-socio-culturale, e che i fenomeni sociali sono nello stesso tempo economici, culturali, psicologici, ecc. Il pensiero complesso, pur aspirando alla multidi- mensionalita, comporta nel suo cuore un principio di incompletezza e di incertezza. Infatti pud formularsi soltanto a partire dal momento in cui opera una rottura radicale con l'idea di conoscenza perfetta. A partire dal momento in cui si comprende che la conoscenza é una traduzione delle variazioni ricevute dai nostri sensi in un linguaggio cerebrale e mentale, a partire dal momento in cui - come dice von Foerster — noi conosciamo delle realta ma non la realta, a partire dal momento in cui noi riconosciamo i limiti della mente e del cervello umano cosi come i limiti che ci impone la nostra cultura hic et nunc, allora effettivamente noi sappiamo che il pensiero complesso deve comportare un principio di incertezza e di incompletezza. La complessita é il contrario della completezza, e non la sua promessa come spesso molti credono, cadendo in un fraintendimento. Del resto il pensiero complesso integra le procedure del pensiero semplificante, che sono disgiuntrici e analitiche; il pensiero complesso non segna per nulla un concreto assoluto né una totalita 40 assoluta, e cerca al contrario di stabilire un dialogo meno mutilante con il reale, D’altra parte il problema della complessita non é sorto arbitrariamente o per vizio in una mente tormentata; si é trovato posto dagli inevitabili sviluppi della conoscenza scientifica moderna (Morin, 1984b). In questo senso la sfida della complessita si propone come l’esigen- za di un deuteroapprendimento. Gli ideali dell’onniscienza e della completezza hanno tradotto i grandi problemi del rapporto degli uomini con la natura, con la storia, con il sapere, con se stessi nei termini della ricerca di una definizione della natura della natura, della storia, del sapere, dell'uomo, e nei termini dell’identificazione di criteri astorici di demarcazione fra reale e non reale, fra razionale e irrazionale, fra fondamentale e derivato, fra strutturale e sovrastruttu- rale, fra scienza e mito. Nel nostro secolo viene progressivamente in primo piano il carattere irriducibilmente storico di tutte le nostre definizioni, di tutti i principi euristici e regolativi del nostro sapere. La natura della storia, del sapere, dell’uomo, della natura stessa non puo essere concepita indipendentemente dalla storia della natura, del sapere, dell’uomo, della storia stessa. Vengono meno la plausibilita euristica e l’utilita di ogni criterio normativo esterno sulla cui base giudicare i particolari sviluppi storici, sia dato questo criterio dall’idea di ottimizzazione dell’adattamento (per quanto riguarda le scienze del vivente), dall’idea del raggiungimento asintotico di una conoscenza “perfetta” e completa (per quanto riguarda la storia della scienza), o dall’idea di una progressiva realizzazione (o di un progressivo dispiegamento) di una qualche filosofia della storia. Emerge al contra- rio l’immagine di una storia caratterizzata dalle interazioni costrutti- ve e dagli accoppiamenti fra i vari sistemi, i vari punti di vista, i vari soggetti storici, e dalla deriva lungo la quale ogni sistema (che & sempre un polisistema) si costruisce e si ricostruisce attraverso la storia particolare e idiosincratica delle sue interazioni e dei suoi accoppiamenti. 4. La riflessione filosofica contemporanea é in vari modi attratta dal problema della continuita e della discontinuita della condizione del nostro sapere rispetto alla tradizione in cui tale sapere ha preso corpo. E molti dibattiti hanno enfatizzato l’idea di una radicale discontinuita fra il nostro sapere e la tradizione moderna, sino a proporre una crisi della modernita tout court. Ma troppo spesso l'idea di una crisi radicale della modernita é stata elaborata sullo sfondo di un’immagine semplificata e monolitica della tradizione moderna. Questa immagine semplificata pud derivare solo da una non compren- sione delle reali modalita di costituzione di una tradizione. Una tradizione non si sviluppa sulla base della costante adesione a un nucleo di principi invarianti. Lo sviluppo di una tradizione é sempre policentrico, sincretico, strutturalmente segnato dalla continua com- posizione, scomposizione e ibridazione di “parti” e “livelli” eterogenei, contraddistinti da velocita e direzioni di deriva differenti, talvolta cooperanti e talvolta contrastanti. Dietro all’unita di una tradizione nelle sue matrici si danno profondi contrasti fra principi, euristiche, metodologie, visioni del mondo divergenti. Da questo punto di vista, 41 nel guardare a una tradizione, perde molto del suo interesse il proble- ma di identificare una grande rottura che potrebbe spiegare la sua nascita o la sua fine. In questo senso gli sviluppi del sapere contemporaneo, e del pensie- ro scientifico in particolare, hanno evidenziato — e in certo senso prodotto — la decostruzione di un’immagine necessitante e monolitica della tradizione moderna. Di questa tradizione hanno fatto affiorare — mostrando come la loro connessione non sia inevitabile — i problemi originari e sempre aperti, le strategie adottate per far fronte ad le opzioni epistemologiche che hanno guidato tali strategie, la vanificazione di molte di queste opzioni e la possibilita di nuove scelte e di nuove strategie che provocano la costituzione di nuovi universi di discorso e di nuovi problemi (¢ la ridefinizione, in questo ambito, dei problemi “classici”). Le rotture che fanno le novita del sapere contemporaneo rispetto ai suoi passati non sono omogenee fra di loro, non si collocano su di un medesimo piano, non provengono dalle stesse radici e non vanno nelle stesse direzioni. E, soprattutto, non convergono in una grande rottura ben delimitabile e quasi puntiforme, descrivibile da semplici opposizioni del tipo “moderno” versus “post moderno”. Se guardiamo alle novita dei modi di pensare caratteristici del sapere contemporaneo, notiamo come queste si definiscano rispet- to a rotture con passati differenti, e talvolta indipendenti. E natural- mente questi passati, queste linee di pensiero, non sono riconducibili nei termini di un’idea — cristallizzata e normativa — di “tradizione scientifica moderna”. In alcuni campi problematici vengono cos} messi in discussione modi di pensare le cui radici risalgono ben al di la del Seicento, fino a investire duemila anni di civilta filosofico-scientifica occidentale; in altri casi le novita risultano da controversie interne alla tradizione moderna, e producono rotture rispetto a interpretazioni e a sviluppi di tale tradizione prodottisi nel Settecento, nell’Ottocento, addirittura nel Novecento; in altri casi ancora le novita costituiscono piuttosto l’amplificazione di tendenze gia costitutive della tradizione moderna, anche se in taluni momenti del suo sviluppo marginali o perdenti... L'ideale dell’onniscienza é certamente costitutivo della tradizione moderna. Ma cid non vuol dire che la tradizione moderna si esaurisca nello sviluppo delle implicazioni epistemologiche di questo ideale, né che questo ideale nasca con la tradizione moderna. D’altra parte le tensioni e le incrinature interne a questo ideale — se sono certo momenti importanti del pensiero contemporaneo — non sono certo una sua “scoperta”. L'ideale dell’onniscienza quale riferimento disci- plinatore delle conoscenze e delle azioni umane travalica la modernita, per raggiungere le radici stesse della pit: vasta tradizione del pensiero occidentale. E forse ha anche radicamenti pit: profondi nelle dinam che emisferiche del nostro cervello, e nell’intreccio di condizioni bio-antropo-sociologiche che hanno ‘definito il sorgere delle prime comunita umane. Nel corso della tradizione moderna — come abbiamo cercato di suggerire — il modello epistemologico dell’onniscienza ha disciplinato profondamente i grandi sviluppi del pensiero scientifico e filosofico, e in generale le immagini del sapere, della natura, della storia, dell’uomo. Ma questo suo potere si é esercitato attraverso 42 continue tensioni che ci rivelano come tutti i grandi sviluppi della modernita siano caratterizzati da una sostanziale ambivalenza. Essi ci appaiono a un tempo sia come prodotti di una decentrazione rispetto a un luogo fondamentale di osservazione, sia come l'interpre- tazione del senso di questa decentrazione nella direzione di un punto di vista pid completo, di una mappa rilevata “piu” dall’alto. Cid. che si definisce come crisi della modernita non é semplicemente lo sgretolamento dei fondamenti, il venir meno dell'ideale di un linguaggio neutro. E il venir meno della produttivita di questa tensio- ne. Ma é anche e soprattutto, in positivo, il delinearsi del carattere costruttivo e produttivo della coscienza epistemologica di un nuovo tipo di tensione, la tensione sempre aperta e rinnovantesi fra l'assenza dei fondamenti, la circolarita e la produzione reciproca dei punti di vista e dei “tagli metodologici” da un lato, e dall’altro l’esigenza di effettuare comunque tagli metodologici e ordinamenti locali per poter parlare di questa stessa assenza di fondamenti, e di queste circolarita. Una mappa del sapere non é data dall’alto, non é data in anticipo: non si pud sorvolare neppure per un momento, a volo di uccello, il territorio delle conoscenze nella sua totalita. Siamo inevitabilmente e costitutivamente all’interno del territorio, e dall’interno apriamo e percorriamo sentieri, raggiungiamo regioni diverse e progressivamen- te ci figuriamo, disfiamo e nuovamente disegniamo le nostre mappe. Come il vecchio capo Sioux Alce Nero vediamo il mondo dall’alto della nostra collina solitaria, sapendo che questo non é l’unico punto di osservazione possibile, e che non esistono particolari ragioni per accordargli qualche privilegio, se non il fatto che ci siamo noi. Ma la sfida della complessita ci spinge anche a condividere la sottile saggez- za epistemologica di Alce Nero. Alce Nero “sa che ‘qualunque lu pud essere il centro del mondo’, ma cerca sempre il centro, e sol questa ricerca gli permette di narrare, al di la di ogni isolamento individuale, la storia di tutta la vita, non solo degli uomini ma anche degli animali e di ‘tutte le cose verdi’ ” (Magris, 1982, p. 9). 0 lo NOTE ' Perun‘analisi di questo modello epistemologico, e del modo in cui essoha disciplina- to anche il progetto di un‘epistemologia scientifica nel nostro secolo, ci permettiamo di rinviare a Bocct, Ceruti (1981), in particolare Cap. 6. 7 Si veda la lettura di S.J. Gould dell’ “odissea dell'evoluzione”, laddove egli sottoli- nea come I'identificazione fra progresso ed evoluzione fu una costruzione progressiva imposta all‘opera di Darwin da parte di specifiche filosofie della storia e come, invece, “per ironia della sorte [..1il padre della teotta dell’evoluzione rimase praticamente I'unico ere che il cambiamento organico conduce solo ad un crescente adattamento degli organismi all’ambiente ¢ non ad un astratto ideale di progresso caratterizzato dalla complessita strutturale o da una crescente eterogeneita: mai dire superiore o inferiore” (Gould, 1977, tr. it., 1984, p. 28). 3 Cf. Mayr (1982) per una delineazione delle linee fondamentali di sviluppo de! pensiero evoluzionista. cgay AUest Punto facciamo riferimento alla discussione svolta in Boccut, Cerutt 1984). 5 Questa tesi di Monod costituisce in certo senso il punto di awvio di un dibattito che 43 nel corso degli ultimi quindici anni ha condotto alla progressiva delineazione dell’autono- mia della teoria dell'evoluzione — rispetto alla biologia molecolare — in quanto scienza propriamente storica, proprio attraverso la critica a questa tesi. Per questi dibattiti cfr. ad esempio AYALA, DoBzHANsky (1974), BENDALL (1983). © Cfr. Monon (1970), tr. it. 1970, p. 114. 7 EIGEN, WINKLER (1975), JANTSCH (1980), PRIGOGINE, STENGERs (1979), WADDINGTON (1977) costituiscono testi di riferimento fondamentali per comprendere questi itinerari di sviluppo della scienza contemporanea. ® Goutn (1981) costituisce una discussione di questa idea di vincolo in relazione al quadro concettuale dell’evoluzionismo contemporaneo. ° Le leggi, le dinamiche, i codici propostici dalle immagini del cosmo appaiono come storici, come frutto di costruzioni. Cid é vero per i grandi piani di organizzazione che costituiscono oggi le necesita morfologiche del mondo vivente, per i tratti metabolici che caratterizzano gli organismi, per il codice genetico stesso la cui universalita sulla faccia della Terra é da lungo tempo un carattere “necessario” dell’evoluzione. Ma @ anche vero per tutta una serie di “necesita” che sono parti integranti delle leggi fisico-chimiche. Se particolari molecole manifestano determinate affinita che le rendono pid adatte di altre nel costituire il supporto materiale al fenomeno della vita, o se semplicemente talune particelle elementari riescono a stare insieme sotto forma di atomi, cid non dipende da qualche decreto atemporale bens! dal fatto che, nelle primissime fasi di vita dell’universo, si costituirono determinati equilibri a preferenza di altri, si fissarono particolari rapporti fra il numero dei fotoni e il numero delle particelle dotate di massa, fra la massa di alcune particelle e la massa di altre particelle, e cos) via. © In questo senso risulta giustificato parlare anche di un'evoluzione dei processi evolutivi, come fa JANTScH (1980) che sottolinea come le rotture di simmetria e I'immagazzi- namento di decisioni passate cui danno luogo i processi evolutivi ristrutturano in maniera decisiva i vincoli dell’evoluzione stessa. Cfr. in particolare Cap. XII, pp. 217-30. 11 Cfr. von Foerster (1981), ¢ in particolare Notes on an Epistemology for Living Things, pp. 258-71. 2 Cid vale non soltanto per i dibattiti ormai classici della meccanica quantistica (relazioni di indeterminazione di Heisenberg), ma anche per la termodinamica (teorema di Brillouin sulle relazioni fra entropia ed informazione) e per le scienze cosmologiche (i recenti dibattiti sul cosiddetto “principio antropico”). Per il problema dell’osservatore nella meccanica quantistica si vedano ad esempio p’EsPacnar (1971) ¢ b'Esracnat (1979); per una discussione sul teorema di Brillouin cfr. ATLAN (1972); per un'esposizione relativa al principio antropico vedi Davtes (1982). '3 Tutta una serie di concetti che rivestono oggi un grande significato per le scienze del vivente — concetti quali “integrone”, “olone”, “determinismo stratificato”, “sistema gerarchico”, ecc.—rivelano sempre pitt chiaramente la loro natura dipendente dail'osserva- tore. Si confronti Kostier (1967) e ALLEN, STARR (1982). 4 Abbiamo approfondito questo punto in Bocc#t, Cerutt (1981) in particolare Cap. IV, par. 2, pp. 150-66. Su questo argomento le ricerche psicologiche di Piaget e di Bateson rivestono del resto anche un significato epistemologico generale. Cfr. soprattutto PIAGET (1974a © 1975a), BATESON (1972). 15 Per una valutazione pit approfondita dei problemi inerenti a questa transizione si vedano WATZLAWICK (1981), DuPuY (1982), LivINGSTONE (1984), VON GLASERSFELD (1979), nonché i nn. 2-3 dei Cahiers de la Fondation Archives Jean Piaget (1982). 16 Cfr. ad esempio i dibattiti e le valutazioni critiche presentati in Gurtine (1980). La nozione di paradigma era sorta come nozione macrostorica, allo scopo di rendere conto della grande transizione dall’universo tolemaico all’universo coy icano, ma é stata successivamente utilizzata pit come nozione microstorica, per descrivere gli standard condivisi da particolari comunita (0 sottocomunita) di scienziati in determinati momenti storici. In questo senso ogni momento storico non viene caratterizzato da un grande paradigma coerente, ma piuttosto dall’eterogeneita di molteplici presupposti coesistenti nella pratica concreta della ricerca, anche se spesso in conflitto fra di loro. E questa eterogeneita caratterizza non soltanto differenti comunita e differenti scienziati, ma anche il lavoro di ricerca all'interno di ogni singola comunita e addirittura di ogni singolo scienziato. Spesso l'eterogeneita di questi presupposti é alla base di slittamenti creativi nella storia della scienza. Cfr. al proposito i lavori di Marc De Mey su Harvey e la “scoperta” della circolazione del sangue (De Mev, 1982) e di Howard Gruber su Darwin e Vorigine dell’evoluzionismo biologico (GRUBER, 1974). "” Cfr. KuxN (1977), € in particolare il saggio The Essential Tension: Tradition and Innovation in Scientific Research (pp. 225-39), pubblicato per la prima volta nel 1959. 8 Questo intreccio fra risultati sperimentali e problematiche epistemologiche ha delineato un ambito molto vasto di indagini che ¢ ormai in uso definire come “epistemolo- 44 gia naturale”. Alla sua determinazione hanno concorso tipi di ricerche quali quelle condotte da Warren McCulloch, Jean Piaget, Heinz von Foerster, Gregory Bateson, Hum- berto Maturana, Francisco Varela, Henri Atlan. '9 In questo senso il nostro sguardo all’epistemologia contemporanea converge con quello a cui giunge attraverso sottili argomentazioni storiche Paolo Rossi: “Abituati da molti decenni a credere nella validita della storia interna e a considerare la storia come tuna fonte per la raccolta di ‘casi confortanti’, gli epistemologi si sono costruiti un capitolo della storia dell’epistemologia contemporanea scritto per loro uso e consumo. Tutto cid che in questa storia immaginaria é significativo e importante si é svolto all’interno della comunita degli epistemologi (spesso all‘interno della comunita campanilistica di lingua inglese) © ha avuto per protagonisti i membri e gli esponenti della comunita degli epistemologi” (Rosst, 1981, p. 423). Cosi, aggiunge Paolo Rossi, “c’é da chiedersi, ripensan- do alla storia pid recente, se non sia stato grandemente illusorio e gravido di conseguenze 4ualificare quel nado di problemi, di analsi edi soluzioni (un nodo di problemi presentati appunto dalle scienze cognitive e biologiche) come una fase ‘precedente’ e necessariamente destinata ad essere superata dagli sviluppi trionfali della ‘filosofia scientifica’.(... tutti sanno, i richiami alla psicologia, alla a, alla biologia, alla storia delle idee e alla storia delle scienze avranno effetti de ‘Gore la fine degli anni ’50) nella mesa in crisi di punti che molti ritenevano di poter dare per acq Virrilevanza della prcalogiae della sociologia, la distinzione fra scoperta e giustificazione, la commensurabi- lita delle teorie, I’esistenza di un linguaggio osservativo comune, idea di una metodologia normativa esplicitabile in un insieme di regole logiche® (ibidem, p. 422). "© Clr. Pacer (1950a), (1950b), (1967a), (1967), (1970), Pacer, Gancta (1983). 21 Cfr. Pacer (1967b), (1974b), (1975b), (1976). 2 Cf. VaRELA, GOGUEN (1978), VARELA (1979), MATURANA, VARELA (1980), ZELENY (1981), MATURANA, VARELA (1985). ® Cfr. Ptacer (1967b), (1975b). 3 Nello stesso periodo qui considerato si 2 sviluppato un analogo mutamento della nozione di adattamento nell’ambito delle teorie dell'evoluzione biologica (Gout, 1977, 1980, 1983, Goutp, LewonTIN, 1979). La nozione di adattamento non viene cosi definita sulla base di qualche criterio di ottimizzazione ma in rapporto alla conservazione dell’a- dattamento stesso in un proceso nel quale l'organismo e I'ambiente permangono in un continuo accoppiamento strutturale. 25 “Si consideri un triangolo. Si divida in tre parti ogni lato di esso, in modo da produrre una stella a sei punte. Si prenda poi ogni lato della stella e lo si divida allo stesso modo. Si ripeta il processo con ogni nuova lato cos ottenuto © cid ad infinitum. Possiamo figurarci immediatamente la figura cost ottenuta, giacché possiede una forma coerente. Eppure la percepiamo alla maniera di un antenato mitico che non pud essere mai disegnato 0 descritto interamente, ma soltanto posto quale tendenza di un proceso Giiterazione infinita. [.] Figure di tal genere sono chiamate fratiali" (VaRetA, 1984b, pp. 316-17). 2 Maruyama richiama I'attenzione sul fatto che la transizione epistemologica qui delineata ha ineludibili implicazioni di ordine psicologico e antropologico: "Siamo in un periodo di transizione che ci sta conducendo dalla logica occidentale tradizionale, vecchia di 2500 anni, verso una nuova logica. Una transizione di tal genere pud essere considerata una transizione epistemologica. E qualcosa di pit che una semplice transizione da un paradigma ad un altro. Per le persone monopolarizzate, é molto difficile intraprendere transizioni paradigmatiche od epistemologiche. Trovarsi dinanzi ad altri modi di pensare loro un’esperienza traumatica. Se si rendono conto che esistono altri modi di pensare, jora la loro verita é messa in questione, e si sentono un po’ come se tutto l'universo stesse collassando. E molti di loro reagiscono a questo trauma rinforzando le proprie convinzioni e diventando estremamente difensivi” (MARUYAMA, 1976, p. 209). 27 Cfr. Morin (1973), (1977), (1980), (1982). RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ALLEN, T.F.H., Sarr TH. (1982), Hierarchy. Perspectives for Ecological Comple- xity, University of Chicago Press, Chicago. Aran, H. (1972), La théorie de l'information et Vorganisation biologique, Her- mann, Paris. 45 Ava, FJ., » DOBEHANSKY, Tu. (1974), Studies in the philosophy of biology, Macmil- lan, Bateson, G. (1972), Steps to an Ecology of Mind, Ballantine, New York; tr. it. Verso unt ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976. BENDALL, D.S. (1983), Evolution from molecules to men, Cambridge, Cambridge University Press. 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La prima sta nel fatto che il termine non possiede uno statuto epistemologico. Ad eccezione di Bachelard, i filosofi della scienza e gli epistemologi lo hanno trascurato. La seconda difficolta é di ordine semantico. Se si potesse definire la complessita in maniera chiara, ne verrebbe evidentemente che il termine non sarebbe pit complesso. In ogni modo la complessita si presenta come difficolta e come incertezza, non come chiarezza e come risposta. Il problema é di sapere se sia possibile rispondere alla sfida dell'incertezza e della difficolta. Per lungo tempo molti hanno creduto—e molti forse credono ancor oggi — che la carenza delle scienze umane e sociali stesse nella loro incapacita di liberarsi dall’apparente complessita dei fenomeni umani, per elevarsi alla dignita delle scienze naturali, scienze che stabilivano leggi semplici, principi semplici, e facevano regnare l’ordi- ne del determinismo. Oggi vediamo che le scienze biologiche e fisiche sono caratterizzate da una crisi della spiegazione semplice. E di conseguenza quelli che sembravano essere i residui non scientifici delle scienze umane — V'incertezza, il disordine, la contraddizione, la pluralita, la complica- zione, ecc. — fanno oggi parte della problematica di fondo della cono- scenza scientifica. Cid posto, vorrei sottolineare sin dall’inizio — dato che attorno al termine di complessita vi molta confusione, e vi sono molte difficol- ta — che non ci si pud accostare alla complessita attraverso una definizione preliminare. Dobbiamo invece seguire percorsi differenti, tanto differenti che ci si pud chiedere se invece di una complessita non vi siano delle complessita. In maniera molto sommaria, e non complessa (perché fard una specie di enumerazione o di catalogo), intendo ora indicare le differenti strade che conducono alla “sfida della complessita”. La prima via, la prima strada, é quella dell’irriducibilita del caso odel disordine. I] caso e il disordine hanno fatto irruzione nell'universo 49 delle scienze fisiche anzitutto con l'irruzione del calore, che é agitazio- ne-collisione-dispersione degli atomi o delle molecole, in seguito con Virruzione delle indeterminazioni microfisiche, e infine con l’esplosio- ne originaria e con la dispersione del cosmo ora in atto. Come definire il caso, che é un ingrediente inevitabile di tutto quello che ci appare come disordine? Il matematico Chaitin lo ha definito quale incompressibilita algoritmica, e cioé come irriducibilita © indeducibilita di una sequenza di numeri o di eventi a partire da un algoritmo. Ma lo stesso Chaitin ha fatto notare come non sia assolutamente possibile dimostrare una tale incompressibilita: noi non possiamo dimostrare — in altri termini — se quello che ci sembra caso non sia invece dovuto alla nostra ignoranza. Da un lato dobbiamo dunque constatare che il disordine e il caso sono presenti nell’universo, e svolgono un ruolo attivo nella sua evoluzione. D’altro canto non siamo perd in grado di risolvere l’incer- tezza arrecata dalle nozioni di disordine e di caso: lo stesso caso non é sicuro di essere un caso. Questa incertezza rimane, e rimane anche Vincertezza sulla natura dell'incertezza arrecataci dal caso. La seconda via della complessita é data — nelle scienze naturali — dal superamento di quei limiti che potremmo chiamare i limiti di quell’astrazione universalista che eliminava la singolarita, la localita e la temporalita. In questo modo la biologia contemporanea non considera pit: la specie come un contesto generale entro la quale V'individuo @ un caso singolare. Al contrario considera ogni specie vivente come una singolarita che produce delle singolarita. La vita stessa é una singolarita, all’interno dei vari tipi di organizzazioni fisico-chimiche esistenti. E, in maniera ancora piu forte, le scoperte di Hubble relative alla dispersione delle galassie, nonché la scoperta della radiazione isotropa che proviene da tutte le parti dell’universo, hanno provocato la risurrezione di un cosmo singolare, dotato di una storia singolare nella quale si produrra la nostra storia singolare. Anche la localita diventa una nozione fisica determinante. L'idea di localita si trova necessariamente reintrodotta dalla fisica einsteiniana, per il fatto che le misure possono venir eseguite soltanto in un luogo determinato e sono realmente relative proprio alla situazione in cui vengono eseguite. Nelle scienze biologiche lo sviluppo delle discipline ecologiche mostra come gli individui singolari si sviluppino e vivano entro il contesto localizzato degli ecosistemi. E cosi non possiamo eliminare il singolare e il locale ricorrendo all’universale. Dobbiamo al contrario connettere queste nozioni. La terza via é la via della complicazione. Il problema della comp! cazione si é posto nel momento in cui si é visto che i fenomeni biologici e sociali presentavano un numero incalcolabile di interazioni, di inter-retroazioni, uno straordinario groviglio che non poteva venir computato nemmeno con il ricorso al computer pit potente. Sono queste le radici del paradosso di Niels Bohr. Egli diceva: “Le interazio- ni che tengono in vita l’organismo di un cane sono interazioni che non Ppossono essere studiate in vivo. Se si volesse studiarle correttamente, bisognerebbe uccidere il cane.” La quarta via si é aperta nel momento in cui abbiamo iniziato a ideare una misteriosa relazione di complementarita — ma nello stesso 50 tempo di antagonismo logico — fra le nozioni di ordine, disordine e organizzazione. Va in questo senso il principio dell’order from noise — formulato da Heinz von Foerster nel 1959 — che si opponeva al principio classico dell’order from order (l’ordine naturale che obbedisce alle leggi naturali) e al principio statistico dell’order from disorder (per il quale un ordine statistico a livello delle popolazioni si produce a partire dai fenomeni disordinati e aleatori al livello degli individui). Il principio dell’order from noise indica che da un’agitazione o da una turbolenza disordinata possono nascere fenomeni ordinati (preferirei dire organizzati). Cosi i lavori di Prigogine hanno mostrato che struttu- re coerenti a forma di vortice potevano nascere da perturbazioni che apparentemente avrebbero dovuto dare come risultato delle turbolen- in questo senso che alla nostra ragione si presenta il problema di una misteriosa relazione fra ordine, disordine e organizzazione. La quinta via della complessita @ la via dell’organizzazione. A questo punto si pone una difficolta logica. L’organizzazione é cid che determina un sistema a partire da ‘lementi differenti, e costituisce dunque un’unita nello stesso tempo in cui costituisce una molteplicita. La complessita logica dell’ unitas multiplex ci richiede di non dissolvere il molteplice nell’uno, né I’uno nel molteplice. Cid che é inoltre interessante é il fatto che un sistema sia nel contempo qualcosa di pit e qualcosa di meno di quella che potrebbe venir definita come la somma delle sue parti. In che senso é qualcosa di meno? Nel senso che l’organizzazione impone dei vincoli che inibi- scono talune potenzialita che si trovano nelle varie parti. E questo accade in tutte le organizzazioni, comprese le organizzazioni sociali nelle quali i vincoli giuridici, politici, militari, economici e di altro genere fanno si che siano inibite o represse molte delle nostre potenzia- lita. Ma nel contempo il tutto organizzato é qualcosa di piu della somma delle parti, perché fa emergere qualita che senza una tale organizzazione non esisterebbero. Sono qualita “emergenti”, nel senso che sono constatabili empiricamente ma non sono deducibili logica- mente. Tali qualita emergenti esercitano delle retroazioni sul livello delle parti, e possono stimolare quest’ultime a esprimere le loro potenzialita. Cosi vediamo bene in che modo la cultura, il linguaggio, l'educazione — tutte proprieta che possono esistere soltanto al livello della totalita sociale — retroagiscano sulle parti per consentire lo sviluppo della mente e dell’intelligenza degli individui. Siamo dunque in presenza di un primo livello di complessita organizzazionale. Ma al livello delle organizzazioni biologiche e sociali abbiamo anche un tipo di complessita che é relativo alle questioni del centro e del policentrismo. Le organizzazioni sociali sono organizza- zioni complesse perché sono in uno stesso tempo acentrate (funzionano cioé in maniera anarchica, attraverso interazioni spontanee), policen- triche (caratterizzate da numerosi centri di controllo, od organizzazio- ni) e centrate (dispongono cioé, nello stesso tempo, di un centro di decisione). Cosi le nostre societa contemporanee si autorganizzano a partire, nello stesso tempo, da un centro di comando e di decisione (lo stato, il governo), da molteplici centri di organizzazione (le autorita regiona- 51 li, le autorita comunali, le imprese, i partiti politici, ecc.), e anche da interazioni spontanee fra gruppi e fra individui. Nel campo della complessita vi ¢ qualcosa di ancor pitt sorprenden- te. E il principio che potremmo definire ologrammatico. L’ologramma é un'immagine fisica le cui qualita (prospettiche, di colore, ecc.) dipendono dal fatto che ogni suo punto contiene quasi tutta l'informa- zione dell’insieme che l’immagine rappresenta. E nei nostri organismi biologici noi possediamo un’‘organizzazione di questo genere: ognuna delle nostre cellule, anche la cellula pi: modesta come pud essere una cellula dell’epidermide, contiene |’informazione genetica di tutto il nostro essere nel suo insieme. Naturalmente solo una piccola parte di questa informazione @ espressa in questa cellula, mentre il resto & inibito. In questo senso possiamo dire non soltanto che la parte é nel tutto, ma anche che il tutto é nella parte. Le cose stanno in questo modo ~ pur se in maniera completamente differente — anche per le nostre societa. Sin dalla nascita, la famiglia ci insegna il linguaggio, i primi rituali e le prime necessita sociali, a partire dalla pulizia e dai saluti. E questa immissione di cultura continua attraverso la scuola, e attraverso l’educazione. Abbiamo anche un principio che @ estremamente ironico, ma estremamente significativo: “a nessuno é dato di ignorare la legge”. Il che equivale a dire che la legislazione penale e repressiva in linea di principio deve essere presente nella sua totalita nella mente dell’individuo. E cos), in certo qual modo, la societa nel suo complesso é presente nella parte — nell’individuo — anche in societa come le nostre che soffrono di una iperspecializzazione nel lavoro. Cid vuol dire anche che non possiamo pit considerare un sistema complesso attraverso |'alternati- va del riduzionismo (che vuole comprendere il tutto a partire soltanto dalle qualita delle parti) o dell““olismo” — non meno semplificante — che ignora le parti per comprendere il tutto. Gia Pascal affermava: “Posso comprendere un tutto soltanto se conosco le parti in maniera specifica, ma posso comprendere le parti soltanto se conosco il tutto.” Ma cid che significa? Significa che si abbandona un tipo di spiegazione lineare e si adotta un tipo di spiegazione in movimento, circolare, una spiegazione in cui per cercare di comprendere il fenomeno si va dalle parti al tutto e dal tutto alle parti. La delucidazione del tutto pud ad esempio avvenire prendendo le mosse da un punto particolare che concentra in sé, a un dato momento, il dramma o la tragedia del tutto. Questo é ad esempio cid che ha fatto Pierre Chaunu. Studiando le statistiche demografiche dell’Europa occidentale, egli ha visto im- provvisamente, nel corso degli anni Cinquanta, una brutale caduta demografica nella citta di Berlino. La maggioranza degli studiosi di demografia ritenevano questo fenomeno eccezionale, dipendente dalla situazione particolare di Berlino. Chaunu ha avuto invece l’intuizione che Berlino fosse quel punto critico che annunciava il declino demo- grafico generale. Cosi la comprensione dei fenomeni globali o generali ha bisogno di anelli, di andirivieni e di spole fra i punti singolari e gli insiemi Dobbiamo connettere questo principio ologrammatico con un altro principio della complessita: il principio dell’organizzazione ricorsiva. Lorganizzazione ricorsiva é quell’organizzazione i cui effetti e i cui 52 prodotti song necessari per la sua stessa causazione e per la sua stessa produzione. E proprio il problema dell’autoproduzione e dell’autorga- nizzazione. Una societa é prodotta dalle interazioni fra individui, ma queste interazioni producono una totalita organizzatrice che retroagi- sce sugli individui per co-produrli quali individui umani. Perché essi non sarebbero tali, se non disponessero dell’educazione, del linguaggio e della cultura. Il processo sociale é allora un anello produttivo ininterrotto nel quale , in qualche misura, i prodotti sono necessari alla produzione di cid che li produce. Le nozioni di effetto e di causa erano gia diventate complesse con la comparsa della nozione di anello retroattivo di Norbert Wiener (nel quale l’effetto ritorna in maniera causale sulla causa che lo produce): cid che @ prodotto e cid che produce diventano nozioni ancora pit complesse, e si richiamano vicendevolmente. Cid vale per il fenomeno biologico pit evidente: il ciclo della riproduzione sessuale produce degli individui, ma questi individui sono necessari per continuare il ciclo riproduttivo. Detto in altri termini, la riproduzione produce individui che producono il ciclo di riproduzione. In questo caso siamo dinanzi a un problema di complessita comezttale! Edi conseguenza la complessita non é soltan- toun fenomeno empirico (caso, alea, disordini, complicazioni, grovigli nell’ambito dei fenomeni), ma é anche un problema concettuale e logico che confonde le demarcazioni e le frontiere cosi nette fra concetti quali “produttore” e “prodotto”, “causa” ed “effetto”, “uno” e “molteplice”. Ecco la settima via verso la complessita, la via della crisi dei concetti chiusi e chiari (dove chiusura e chiarezza sono complementa- ri), cioé della crisi della chiarezza e della separazione nella spiegazione. Qui abbiamo davvero una rottura con la grande idea cartesiana per cui la chiarezza e la distinzione delle idee sono indice della loro verita, e non possiamo quindi avere una verita che non si possa esprimere in maniera chiara e distinta. Oggi vediamo le verita manifestarsi nelle ambiguita e in un’apparente confusione. Assistiamo alla fine del sogno di stabilire una demarcazione chiara e distinta fra scienza e non scienza. Ma questo é soltanto un caso particolare della crisi delle demarcazioni assolute: vi é anche una crisi della demarcazione netta fra oggetto € soggetto, o fra organismo e ambiente. Eppure su queste idee la scienza sperimentale era riuscita a imporre con successo il Proprio punto di vista: poteva prendere un oggetto, sradicarlo dal suo ambiente, collocarlo in un ambiente artificiale — quello dell’esperi- mento — modificarlo e controllare le sue modificazioni al fine di conoscerlo. Cid poteva andar bene se ci si muoveva nell’ambito di una cono- scenza manipolatrice. Diventava perd sempre meno pertinente nel- l'ambito di una conoscenza che mirasse alla comprensione. Ci siamo resi conto di cid specialmente nello studio degli animali, e degli scimpanzé in particolar modo. In laboratorio, gli scimpanzé oggetto di studio venivano esaminati come individui isolati, ed erano sottoposti a test che in realta non rivelavano il loro comportamento, bensi un comportamento caratteristico di chi é rinchiuso e manipolato. Tutti questi studi sperimentali occultavano cid che avrebbero scoperto gli etologi. Prima fra tutti, una ex dattilografa, Janette Lawick-Goodal, 53 attraverso anni di osservazioni ha scoperto le relazioni estremamente complesse che intercorrono fra gli scimpanzé, nonché le loro disposi- zioni etiche e intellettuali, fino ad allora completamente ignote. Non dobbiamo soltanto sforzarci di non isolare un sistema autorga- nizzato dal suo ambiente. Bisogna connettere in maniera assai stretta autorganizzazione e eco-organizzazione, nella nozione chiave di auto- eco-organizzazione. Cosi lorganizzazione degli esseri viventi porta al suo interno l’ordine cosmico della rotazione della Terra attorno al Sole, indicato dall’alternanza del giornoe della notte, e dall’alternanza delle stagioni. In questo modo noi alterniamo stati di veglia e stati di sonno, e I’aumento della durata del giorno o l’aumento di temperatura innescano, in primavera, il risveglio vegetale e la sessualita animale. La comprensione dell’autonomia ci pone un problema di comples- sita in misura ancora maggiore. L’autonomia non poteva essere conce- pita nel mondo fisico e biologico, finché la scienza conosceva soltanto determinismi esterni agli esseri. Il concetto di autonomia pud prodursi soltanto a partire da una teoria dei sistemi che siano sistemi aperti e chiusi nel medesimo tempo. Un sistema che compie un lavoro per sopravvivere ha bisogno di energia fresca, e deve dunque trarre questa energia dal proprio ambiente. L’autonomia si fonda quindi sulla dipendenza nei confronti dell’ambiente, e il concetto di autonomia diventa un concetto complementare al concetto di dipendenza, benché sia nel contempo anche in rapporto di antagonismo con questo stesso concetto. D’altra parte un sistema aperto deve essere nel contempo chiuso, e deve mantenere la propria individualita e la propria origina- lita. Anche in questo caso siamo dinanzi a un problema concettuale di complessita. Nell’universo delle cose semplici é necessario “che una porta sia o aperta o chiusa”, mentre nell’universo complesso é necessario che un sistema autonomo sia nel contempo aperto e chiuso. Per essere autonomi bisogna essere dipendenti. La proposizione non vuol dire evidentemente che la prigione dia la liberta! L’ottava via della complessita é data dal ritorno dell’osservatore. Nelle scienze sociali si ¢ creduto di poter eliminare l’osservatore, ma cid si é rivelato del tutto illusorio. Non soltanto il sociologo é nella societa ma, conformemente al paradigma ologrammatico, accade an- che il contrario: la societa é in lui. Il sociologo é posseduto dalla cultura che egli possiede. E come potrebbe allora trovare il punto di vista astrale, il punto di vista divino dal quale dovrebbe giudicare la propria come le altrui societa? E ben noto come questa sia stata proprio la grave mancanza dell’antropologia degli inizi del secolo, quando antropologi quali Lévy-Bruhl pensavano che quelli da loro chiamati “primitivi” fossero adulti infantili dotati soltanto di un pensiero mistico e magico. Ma allora come é possibile — questa doman- da fu posta da Wittgenstein, fra gli altri — che questi uomini siano in grado di fabbricare, con grande raffinatezza tecnica e con grande intelligenza, delle frecce concrete? E come é possibile che essi siano in grado di lanciarle, e di uccidere davvero gli animali pur praticando incantesimi e riti magici? L’errore di Lévy-Bruhl dipendeva dal suo occidentalismo razionalizzatore. Osservatore che ignorava la propria collocazione nel divenire storico e che ignorava anche la caratteristica 54 della sociologia, egli ingenuamente si riteneva al centro dell’universo, e sulla cima della ragione! Ne deriva la seguente regola di complessita: l’osservatore-concet- tualizzatore deve integrarsi nella sua osservazione e nella sua conce- zione. Deve cercare di intendere il proprio hic et nunc socioculturale. E questo non é soltanto un ritorno a una modestia intellettuale; é anche il ritorno all’aspirazione autentica alla verita. Il problema dell’osservatore non é limitato soltanto alle scienze antropo-sociali. Oggi interessa anche le scienze fisiche: l’osservatore perturba l’osser- vazione microfisica (Heisenberg); ogni osservazione che comporta un’acquisizione di informazione viene pagata attraverso una spesa di energia (Brillouin); la cosmologia stessa reintroduce l’'uomo almeno nel principio detto “antropico”, da anthropos, secondo il quale la teoria della formazione dell’universo deve rendere conto della possibilita della coscienza umana e, naturalmente, della vita (Brendon Carter). Possiamo dunque formulare il principio della reintegrazione del concettualizzatore nella concezione: gualunque sia la teoria, e di qua- lunque cosa essa tratti, essa deve rendere conto di cid che rende possibile la produzione della teoria stessa. Se in ogni modo non é in grado di rendere conto di cid, deve pur sapere che il problema rimane posto. Abbiamo dunque un certo numero di vie verso la complessita, e possiamo gia vedere la diversita delle strade che conducono al proble- ma della complessita. A questo punto intendo sostenere che la complessita é all’origine stessa delle teorie scientifiche, anche delle teorie pit semplificatrici. Anzitutto — come, in maniere diverse, é stato mostrato da Popper, Holton, Kuhn, Lakatos, Feyerabend — in ogni teoria scientifica vi é un nucleo non scientifico. Popper ha messo l'accento sui “presupposti metafisici”, e Holton ha messo in evidenza i themata, o temi ossessiv che muovono le menti dei grandi scienziati, a cominciare dal determi nismo universale che é nel contempo un postulato metafisico e un tema ossessivo. Lakatos ha mostrato che all'interno di cid che egli chiama programmi di ricerca si trova un “nucleo duro” non sottoposto a prova, e Thomas Kuhn, in The Structure of Scientific Revolutions, ha affermato che le teorie scientifiche sono organizzate a partire da principi che non dipendono assolutamente dall'esperienza, e cio’ i paradigmi. Si tratta di un paradosso sconcertante. La scienza si sviluppa non soltanto nonostante cid ma anche grazie a cid che in essa vi é di non scientifico. Si aggiunge inoltre un problema fondamentale, il problema della contraddizione. La logica classica fungeva da verita assoluta e genera- te: quando ci si imbatteva in una contraddizione il pensiero doveva fare marcia indietro perché la contraddizione era il segnale d’allarme che indicava I'errore. A mio parere Bohr ha segnato, al proposito, un evento di importanza epistemologica fondamentale nel momento in cui ha deciso di chiudere il grande scontro fra la concezione corpusco- lare e la concezione ondulatoria delle particelle, non per fatica ma per consapevolezza dei limiti della logica. Egli affermé cosi che bisognava accettare la contraddizione fra queste due nozioni ora diventate com- 55 plementari, perché a questa contraddizione conducevano in maniera razionale gli esperimenti. E, allo stesso modo, quando si pensa al big bang non si nota quasi mai che sono proprio le modalita dell’approccio empirico-razionale a condurre all’irrazionalita suprema. Le osservazioni degli astrofisici rispetto alla dispersione delle galassie hanno infatti condotto all’idea che l’universo possegga un’origine, e la testimonianza fossile di un’e- splosione, proveniente dalle profondita dell’universo, ha condotto alla supposizione che questa esplosione fosse all’origine stessa dell’univer- so. In altri termini, é proprio per ragioni logiche che si é giunti a un’assurdita logica secondo la quale il tempo nasce dal non tempo, lo spazio nasce dal non spazio, e l’energia nasce dal nulla. Vediamo dunque come sia aperto il dialogo con la contraddizione. Noi siamo spinti a porre una relazione, nel contempo complementare e contraddittoria, fra le nozioni fondamentali che ci sono necessarie per intendere il nostro universo. D’altra parte siamo giunti anche a un altro tipo di limitazione della logica. Presi insieme, il teorema di Gédel e la logica di Tarski affermano che nessun sistema di spiegazione pud spiegarsi completa- mente da sé (Tarski) e che nessun sistema complesso formalizzato pud trovare in se stesso la propria dimostrazione. E, in termini pit genera- li, al pensiero complesso si apre un grande problema. Alla logica bivalente, la cosiddetta logica aristotelica, possiamo sostituire delle logiche polivalenti? Bisogna trasgredire la logica aristotelica? E in quali condizioni? Un problema di simili proporzioni non pud certo essere affrontato qui. Posso peré dire, in due parole, la mia sensazione. Non possiamo sfuggire a questa logica, ma nemmeno rinchiuderci in essa. Bisogna trasgredirla e nel contempo ritornare ad essa. In altri termini, la logica classica @ uno strumento retrospettivo, sequenziale e correttivo che consente di rettificare il nostro pensiero, sequenza dopo sequenza. Quando per® si tratta del moto stesso del pensiero, del suo dinamismo, della creativita che esiste in ogni pensiero, allora la logica pud servire in realta soltanto da stampella, e non da gamba vera e propria. La roccia della vecchia concezione semplice dell’universo é dunque minata non da una talpa (secondo la ben nota espressione della “vecchia talpa” che scava e che mina il vecchio mondo), ma da numerose talpe differenti che convergono verso la complessita. E nello stesso tempo vediamo come nella complessita vi siano numerose complessita. Tutte le complessita a cui ho fatto riferimento (la compli- cazione, il disordine, la contraddizione, la difficolta logica, i problemi dell’organizzazione, ecc.) costituiscono il tessuto della complessita. Complexus & cid che viene tessuto insieme, e il tessuto deriva da fili differenti e diventa uno. Tutte le varie complessita si intrecciano dunque, e si tessono insieme, per formare l’unita della complessita; ma I’unita del complexus non viene con cid eliminata dalla varieta e dalla diversita delle complessita che l’hanno tessuto. Qui giungiamo al complexus del complexus, a quella sorta di nucleo della complessita in cui le complessita si incontrano. Abbiamo visto che in prima istanza la complessita si presenta come nebbia, come confusione, come incertezza, come incompressibilita algoritmica, co- 56 me speperprensiene logica e irriducibilita. La complessita ¢ quindi un ostacolo, la complessita ¢ davvero una sfida. Ma quando si avanza lungo le vie della complessita, ci si rende conto che esistono due nuclei connessi insieme: un nucleo empirico e un nucleo logico. Il nucleo empirico comprende i disordini e i fenomeni aleatori da un lato, le complicazioni, i grovigli, le moltiplicazioni ¢ le proliferazioni dall’al- tro. Il nucleo logico si riferisce invece da un lato alle contraddizioni che dobbiamo necessariamente affrontare, e dall’altro ai problemi di indecidibilita interni alla logica. La complessita sembra negativa o regressiva perché costituisce la reintroduzione dell’incertezza in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta. E su questo assoluto bisogna davwvero farci una croce sopra. Ma l'aspetto positivo, l’'aspetto progressivo che pud derivare dalla risposta alla sfida della complessita consiste nel decollo verso un pensiero multidimensionale. Qual é l’errore del pensiero formalizzante e quantificatore che ha dominato le scienze? Non é certamente quello di essere un pensiero formalizzante e quantificatore, e non é nemmeno quello di mettere fra parentesi cid che non é quantificabile e formalizzabile. Sta invece nel fatto che questo pensiero é arrivato a credere che cid che non fosse quantificabile e formalizzabile non esistesse, o non fosse nient’altro che la schiuma del reale. Sogno delirante, e sappiamo che niente & pit folle del delirio della coerenza astratta. Dobbiamo riscoprire la strada di un pensiero multidimensionale, che certamente integrie sviluppi la formalizzazione e la quantificazio- ne ma che tuttavia non si rinchiuda in esse. La realta antroposociale é multidimensionale: comporta sempre una dimensione individuale, una dimensione sociale, una dimensione biologica. L’economico, lo psicologico, il demografico — che corrispondono a categorie disciplina- ri specializzate — sono tanti aspetti di una medesima realta, sono aspetti che bisogna naturalmente distinguere e trattare come distinti, ma che non si devono isolare e rendere incomunicanti. In cid sta il richiamo verso il pensiero multidimensionale. E dobbiamo inoltre — € soprattutto — trovare la strada di un pensiero dialogico. Che cosa significa dialogica? Significa che due logiche, due “natu- re”, due principi sono connessi in un’unita senza che con cid la dualita si dissolva nell’unita. Stanno in cid le radici di quell’idea di “unidualita” da me proposta in taluni casi: cosi l’uomo é un essere uniduale, nello stesso tempo completamente biologicoe completamen- te culturale. Anche i tre possono essere uno. La teologia cattolica ha espresso cid nella Trinita, nella quale le tre persone sono una sola persona pur restando distinte e separate. E un bell’esempio di complessita teologica, in cui il Figlio rigenera i] Padre da cui é generato, e in cui le tre istanze si generano reciprocamente. In altro modo — ma in maniera altrettanto difficile - dobbiamo intendere la dialogica sulla Terra. Anche la scienza obbedisce alla dialogica. E questo perché la scienza non ha mai smesso di camminare su quattro zampe differenti. Essa cammina sulla zampa dell’empirismo e sulla zampa della razio- nalita, sulla zampa dell'immaginazione e sulla zampa del controllo. Vi é sempre una dualita e un conflitto fra le visioni empiriche, che al 57 limite sono puramente pragmatiche, e le visioni razionaliste che, al limite, diventano razionalizzatrici ed espellono dalla realta tutto cid che sfugge alla loro sistematizzazione. Razionalita ed empirismo in- traprendono cosi una dialogica feconda, fra la volonta della ragione di cogliere tutto il reale e la resistenza che questo reale oppone alla ragione. E nello stesso tempo fra l'immaginazione, che costituisce le ipotesi, e il controllo, che le seleziona, intercorrono rapporti di complementarita e di antagonismo. In altri termini: la scienza si fonda sulla dialogica fra immaginazione e controllo, fra empirismo e razionalismo. La scienza ha progredito proprio perché esiste una dialogica com- plessa e permanente — complementare e antagonista a un tempo — fra le sue quattro “zampe”. Il giorno in cui camminasse su due zampe o volesse muoversi su di una sola gamba, la scienza crollerebbe. La dialogica porta con sé l'idea che gli antagonismi possono essere stimo- latori e regolatori. E del resto @ quello che oggi iniziamo a capire rispetto a quell’idea di democrazia che in passato era stata considerata da un punto di vista semplicistico. Che cos’é la democrazia? La democrazia si basa su di una regola mirante a salvaguardare la diversita, e mirante con cid anche alla protezione delle minoranze. Diventa con cid l’organizzazione regolatrice di un gioco di antagoni- smi, di interessi, di idee, di teorie, di concezioni, di opinioni che in questo modo possono diventare tutti produttivi. La nozione di dialogica non é una nozione che permette di evitare i vincoli logici ed empirici, come spesso é avvenuto per la nozione di dialettica. Non é un termine buono per tutte le occasioni, che elude tutte le difficolta come i fautori della dialettica hanno fatto per lungo tempo. Il principio dialogico, al contrario, tende ad affrontare la difficolta, a combattere con il reale. Al principio dialogico occorre accostare il principio ologrammatico relativo alle organizzazioni complesse nelle quali, come in un ologram- ma, il tutto é in certa misura nella parte che é nel tutto. E cosi, in certa misura, la totalita della nostra informazione genetica si trova in ognuna delle nostre cellule, e la societa in quanto “tutto” é presente nelle nostre menti attraverso la cultura che ci ha formati e informati. In altri termini, possiamo dire anche che “il mondo é nella nostra mente, che é nel nostro mondo”. La nostra mente/cervello “produce” quel mondo che ha prodotto la mente/cervello. Noi produciamo la societa dalla quale siamo prodotti. E in questo modo il principio ologrammatico viene a congiungersi al principio ricorsivo. La sfida della complessita ci fa rinunciare per sempre al mito della chiarificazione totale dell’universo, ma ci incoraggia a continuare Vavventura della conoscenza, che @ un dialogo con l’universo. E la razionalita stessa non é nient’altro che questo dialogo con |’universo. Fra ragione e razionalizzazione vi é stata un’enorme confusione. Ab- biamo creduto che la ragione dovesse eliminare tutto cid che fosse irrazionalizzabile — e quindi |’aleatorio, il disordine, la contraddizio- ne — per rinchiudere le strutture del reale entro una struttura di idee coerenti, teoria o ideologia che fosse. Ma la realta oltrepassa le nostre strutture mentali da ogni parte. “Ci sono pit cose in cielo e in terra che in tutta la nostra filosofia,” notava Shakespeare. E il fine della 58 nostra conoscenza non é quello di chiudere, ma é@ quello di aprire il dialogo con l’universo. Il che significa: non soltanto strappare all'universo cid che pud venir determinato in maniera chiara, con precisione ed esattezza, come erano le leggi di natura, ma entrare anche in quel gioco fra chiarezza e oscurita che ¢ appunto la comples- sita. La complessita non nega quelle formidabili acquisizioni che, ad esempio, sono state l’unita delle leggi newtoniane, l'unificazione di massa ed energia, l’unita del codice biologico. Ma queste unificazioni non bastano per comprendere la straordinaria diversita e lo sviluppo aleatorio del mondo. II problema della complessita é di andare oltre, entro il mondo concreto e reale dei fenomeni. Spesso si é detto che la spiegazione scientifica consisteva nello spiegare ci e visibile ricorrendo a cid che é semplice e invi: modo essa dissolveva completamente cid che é complesso e visibile, mentre é anche con il complesso e con il visibile che noi abbiamo a che fare. In conclusione vorrei dire che non c’é una ricetta semplice della complessita. La complessita non ¢ come un mazzo di chiavi che possiamo affidare a ogni persona meritevole che abbia immagazzinato i vari lavori sulla complessita. Il problema della complessita non consiste nella formulazione di programmi che le menti possano inseri- re nel proprio computer. La complessita richiede invece la strategia, perché solo la strategia pud consentirci di avanzare entro cid che é incerto e aleatorio. L’arte della guerra é un’arte strategica perché & un’arte difficile che deve tener conto non soltanto dell’incertezza relativa ai movimenti del nemico, ma anche dell’incertezza relativa a cid che il nemico pensa, e quindi anche a cid che pensa che noi pensiamo. La strategia é l’arte di utilizzare le informazioni che si producono nell'azione, di integrarle, di formulare in maniera subita- nea determinati schemi di azione, e di porsi in grado di raccogliere il massimo di certezza per affrontare cid che é incerto. La scienza é un’arte, perché é una strategia di conoscenza. Non si da una disgiunzione fra arte e scienza come credevano i fautori della semplificazione per i quali queste erano nozioni completamente antagoniste, che si respingevano reciprocamente. La complessita non ha una metodologia, ma pud avere il proprio metodo. Il metodo é una sorta di appunti preliminari, una sorta di promemoria. E, dopotutto, qual era il metodo di Marx? Consisteva nell’invitare a percepire quegli antagonismi di classe che erano dissi- mulati sotto le apparenze di una societa omogenea. E qual era il metodo di Freud? Consisteva nell'invitare a vedere l’inconscio che era nascosto sotto la coscienza, e a vedere il conflitto che si agita all’inter- no dell’Io. Cosi il metodo della complessita ci richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra cid che é disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalita, di pensare con la singolarita, con la localita, con la temporalita, di non dimenticare mai le totalita integratrici. E la tensione verso il sapere totale, e nello stesso tempo la coscienza antagonista del fatto che, come ha detto Adorno, “la totalita é la non verita”. La totalita é nello stesso tempo verita e non verita, e la 59 complessita sta proprio in questo: nella congiunzione di concetti che si combattono reciprocamente. La complessita é difficile. Quando si vive un conflitto interiore il conflitto pud essere tragico: non é un caso se grandi menti hanno sfiorato la pazzia. Penso a Pascal, penso a Hélderlin, penso a Nietzsche, penso ad Artaud. Si tratta di convivere con la complessita e con la conflittualita cercando di non sprofondarvi dentro e cercando anche di non infrangerci contro di esse. In questo senso |’imperativo della complessita consiste nell’utilizzazione strategica di cid che chiamo la dialogica. L'imperativo della complessita consiste anche nel pensare in forma organizzazionale, consiste nel capire come l’organizzazione non si risolva in pochi principi d’ordine, in poche, leggi e come essa abbia invece Pisogno di un pensiero complesso|estremamente elaborato. Un pensiero organizzazionale che non comprenda la rela- zione auto-eco-organizzatrice — cioé la relazione profonda e intima fra sistema e ambiente — che non comprenda la relazione ologrammatica fra le parti e il tutto, che non comprenda il principio di ricorsivita... ebbene, un pensiero di tal genere é condannato ai luoghi comuni, alla banalita, e quindi all’errore. La regressione delle ambizioni astratte e illimitate del pensiero, la distruzione di quel falso infinito che pretendeva di attribuire poteri illimitati alla ragione ci aprono oggi un nuovo infinito, l’infinito di una conoscenza mai compiuta. Voglio aggiungere, per concludere, che sono convinto che uno degli aspetti della crisi del nostro secolo sia lo stato di barbarie in cui si trovano le nostre idee, lo stato di preistoria dello spirito umano che @ ancora dominato dai concetti, dalle teorie, dalle dottrine da esso prodotti, proprio come pensavamo che gli antichi fossero dominati dai loro miti e dalle loro magie. I nostri predecessori avevano delle mitologie pit concrete, mentre noi subiamo il controllo di potenze astratte. Di conseguenza, per affrontare i drammatici problemi della fine di questo millennio é indispensabile stabilire un dialogo fra le nostre menti e cid che esse hanno prodotto sotto forma di idee e di sistemi idee. Il nostro bisogno di civilizzazione implica il bisogno di una civilizzazione della nostra mente. Se vogliamo ancora avere la speran- za che si producano dei miglioramenti e dei cambiamenti nei rapporti fra gli esseri umani (e non intendo soltanto nei rapporti fra imperi o fra nazioni, ma anche nei rapporti fra persone, fra individui, e anche nei rapporti fra sé e sé), allora questo grande salto storico e di civilta comportera anche il salto verso il pensiero della complessita. Perché non puo esserci un paradigma della complessita di Isabelle Stengers Si sente spesso affermare che la “scoperta della complessita” con- traddistinguerebbe quest’epoca. D’altra parte, non appena si utilizza il termine di complessita, si avverte una certa derisione, si ¢ bersaglio di osservazioni ironiche a proposito di questa nozione definita vuota e di pura creazione dei media. Questi due tipi di reazioni, che d’altra parte si rafforzano reciproca- mente, sono gia una prima indicazione del problema che sara al centro di questo testo e attorno al quale si sviluppera il tentativo di pensare un senso possibile per la nozione di complessita. Mi sembra chiaro che questa nozione, sia che venga denunciata come una deviazione della scienza sia che venga annunciata come la sua redenzione, appar- tiene a un discorso a proposito della scienza. Non possiede, in seno al pensiero scientifico della nostra epoca, uno statuto assimilabile a nozioni come quelle di traiettoria, di guscio atomico o di codice genetico. Non rimanda né a una disciplina specializzata né a un insieme di tecniche capaci di risolvere una classe di problemi ben definiti. In altri termini, l’eventuale “scoperta della complessita” indi- ca in questo caso una cosa del tutto diversa dal tipo di episodio che scandisce, nella memoria collettiva, la storia di alcune scienze. Mentre la scansione abituale implica l'immagine del passaggio da uno stato di non sapere a uno stato di sapere, e dunque la risposta data a un problema posto da lungo tempo o sorto in modo inatteso, “scoperta” in questo caso sembra corrispondere al risveglio a un problema, a una “presa di coscienza” che, all’occorrenza, @ espressa in modo non soltanto intellettuale ma etico. A un primo sguardo sembra dunque che per definire la “scoperta della complessita” siano necessarie categorie quali quella di cambia- mento estetico, o la trasformazione dei giudizi di valore che operano nella selezione delle questioni legittime e dei problemi che é interes- sante porre, perfino una “nuova concezione del sapere”. Tuttavia, fin dall’inizio siamo messi dinanzi a una situazione 61 stranamente contrastante. Da un lato, come ho detto, la nozione di complessita si presenta sovraccarica di una posta in gioco che é al tempo stesso intellettuale e culturale, sociale e politica. In una messa in causa dell’ottimismo semplificatore che assimilava la razionalita e la possibilita di prevedere e di controllare, si congiungono al limite una critica di cid che definiremo “la scienza classica” e l’affermazione che per pensare il nostro mondo in crisi occorre rinnovare le categorie della nostra razionalita. Ma, d’altra parte, questa nozione dipende anche dagli sviluppi positivi delle scienze contemporanee e principal- mente delle scienze matematiche e fisiche. In questo senso é facile capire come tutti quelli che negano qualsi: si interesse alla “complessita” possano denunciarvi un nuovo tipo di fisicalismo. Effettivamente é proprio cid che pud accadere di decifrare in taluni grandi “affreschi” in cui é dipinta la storia di una “complessi- ficazione progressiva”, che va dal big bang ai problemi delle nostre societa contemporanee. Contrariamente alle rappresentazioni del grande positivismo del secolo scorso, l’accento non viene pit: posto sul progresso, lineare e rassicurante: la complessificazione apre la via all'instabilita, alla crisi, alla differenziazione, perfino alle catastrofi e alle impasse. Ma, come nel caso di quelle rappresentazioni, l’affresco di una complessificazione cosmica é rassicurante in quanto si da come teoria, e ricopre con un velo di sapere, ispirato essenzialmente dalla fisica ma anche dalla biologia, le questioni aperte della nostra epoca. Questa critica potrebbe, in se stessa, valere come una condanna nei confronti della nozione di complessita. E in realta i rapporti trai differenti tipi di sapere, scientifici o di altro genere, che utilizziamo © trascuriamo, sono troppo tesi, carichi di violenza e di disprezzo perché la prospettiva di un sapere globale che li riconcilii non sia a priori sospetta. Il lavoro concettuale che scaturirebbe dal mettere in comunicazione i diversi campi é alquanto esigente e ci fa sufficiente- mente intravedere fino a che punto siamo ignoranti, perché non si sia a priori restii di fronte a cid che costituisce lo stile di un affresco: la produzione di una continuita, il quadro dipinto in modo tale che cid che pensiamo di sapere cancelli le zone d’ombra, i problemi senza soluzione o che neanche concepiamo. E abbiamo un’esperienza anche troppo dolorosa delle relazioni tra il campo del sapere e quello della politica per non diffidare di tutti i discorsi che potrebbero fingersi pertinenti nei due campi. Tuttavia questo testo tentera di giocare un’altra carta. Tentera di sottolineare e di attivare nella nozione di complessita cid che la rende, potenzialmente, uno strumento polemico. Ma il prezzo di questa operazione sara quello di restringere questa nozione al campo in cui, mi sembra, possiede una certa pertinenza, quello dei saperi disciplinari, che, oggi, seguendo il modello offerto dalla fisica, lavora- no entro quello che Kuhn ha chiamato un “paradigma”, e cioé un’arti colazione sistematica tra un insieme di strumenti pratici e concettuali euna definizione a priori dell’oggetto e delle sue regole di manipolazio- ne sperimentale. Vorrei mostrare che non puo esserci un paradigma della complessita perché questa nozione porterebbe, se ha un senso, a mettere in questione cid che nasconde la nozione di paradigma. Tenterd di introdurre la nozione di complessita in un contesto 62 che non sia quello di una scienza che tutto a un tratto, con un capovolgimento che dovrebbe quasi essere assimilato a una conversio- ne spirituale, sarebbe chiamata ad affermare cid che fin qui aveva negato, ma di una scienza che potrebbe, oggi, trovare l’occasione per rimettere in causa in maniera precisa una coppia molto antica che si incontra nei giudizi e nelle estrapolazioni che hanno per oggetto il reale: la coppia semplice/complicato. Questa coppia, nella prospettiva che assumerd, é intimamente legata alla nozione di paradigma. Il paradigma, come si sa, é un modello che rappresenta in maniera particolarmente adeguata il gioco tra concetti e possibilita di speri- mentazioni. Tale modello trova una certa spiegazione in un esempio semplice, in cui concetti e sperimentazioni si articolano effettivamen- te, ma d’altra parte afferma, a proposito di quest’esempio, una pretes. la pretesa che l’esempio in questione é rappresentativo e costituisce di diritto la via d’accesso a situazioni o a problemi che saranno allora detti “complicati” nel senso che noi disporremmo nei loro riguardi del sapere a essi adeguato e che soltanto delle difficolta pratiche, superabili o no, costituirebbero ostacolo al loro perfetto chiarimento. Questo testo seguira successivamente due diversi procedimenti. In un primo tempo I’asse della mia riflessione non sara la descrizione di un mondo che, in realta, sarebbe complesso, con il quale la scienza sarebbe messa a confronto, ma la scoperta — all’interno della tradizio- ne scientifica che ci caratterizza, e dunque dal punto di vista di un osservatore situato in seno a questa tradizione e che lavora con gli strumenti e secondo i vincoli che essa ha definito — di problemi che permettono di precisare la differenza tra complicato e complesso. Il che significa che cid che questi problemi indicano potrebbe anche essere considerato complesso soltanto dal punto di vista di questa tradizione e dei suoi presupposti. In un secondo tempo, vorrei tentare con tutti i rischi che questo comporta poiché tutti siamo inesorabil- mente situati all’interno di una tradizione di pensiero — di indicare un’altra classe di problemi, che potremmo chiamare “intrinsecamente complessi”. E cioé problemi a proposito dei quali, allo stato attuale dei nostri saperi, non possiamo immaginare un altro cammino che avrebbe permesso di fare a meno della nozione di “complessita”. Per introdurre la nozione di una complessita eventualmente relati- va a un cammino storico mi riferird al pensiero leibniziano. Si pud mostrare (non lo fard qui) che la metafisica di Leibniz é, se non motivata, almeno leggibile secondo i vincoli della dinamica classica, di cui egli stesso fu inventore. Metafisica e non fisica: occorre dunque che il tipo di calcolo che prevale per il comportamento dei corpi gravi non incontri in alcun luogo la contraddizione e particolarmente nel campo in cui i comportamenti appaiono spontanei per gli animali, liberi per gli uomini. Il caso trattato in modo quasi archetipico é quello dell’asino di Buridano, affamato e messo di fronte a due prati identici, uno alla sua sinistra, l’altro alla sua destra.' Come una bilancia sottoposta a due pesi uguali, si trova di fronte a due tentazioni identiche e dovrebbe, incapace di decidere, rimanere bloccato e morire di fame. No, spiega Leibniz. E per noi, che astraiamo e isoliamo i prati dall’Universo, che le due tentazioni sono identiche. Da parte sua 63 l'asino é agito, se cosi si pud dire, da due “meta” di Universo, le quali non sono certamente distribuite in modo strettamente simmetrico rispetto a lui. L’aSino scegliera. La scelta indifferente tra due alternati- ve equivalenti — a partire dalla quale gli avversari di Leibniz metteva- no in scena la liberta — nel senso di un’iniziativa senza motivo raziona- le determinante non é dunque che una chimera, proprio perché l’Uni- verso intero “pesa” su ciascuna delle nostre decisioni nel momento stesso in cui crediamo di poterle semplificare sotto forma di motivi razionali ben definiti. Dal punto di vista infinito, che é quello di Dio, la scelta @ perfettamente determinata dalla cospirazione universale delle cose, che si traduce per l’asino in “piccole percezioni”, un “non so che”, che comporta la decisione? (o meglio con il dispiegamento autonomo delle differenti monadi che corrispondono all’asino, ma l’armonia universale rende i due punti di vista strettamente equivalen- ti). Per noi, che abbiamo soltanto un punto di vista finito, la scelta é arbitraria, ha le apparenze del risultato di un semplice gioco a testa © croce. Per Leibniz l’Universo é complicato e non complesso. La Teodicea mette in atto un confronto sistematico tra il nostro punto di vista finito (secondo il quale é assolutamente impossibile dire, prima del loro crimine, che Sesto o Adamo erano peccatori) e il punto di vista infinito (secondo il quale questi crimini erano gia impliciti dalla creazione, nella definizione stessa dello stato iniziale del mondo). I mondo é complicato e non complesso poiché ritroviamo, per dei sistemi dinamici semplici e astratti, l'articolazione deterministica tra stato iniziale e evoluzione che appartiene alla creazione vista dal punto di vista di Dio. L’astronomo é o potrebbe essere un piccolo Dio per il sistema planetario. In questo senso si pud dire che, se la complicazione ci situa, se limita cid che possiamo sapere o prevedere, non ci permette di uscire dal modello semplice, di attribuire al sistema altre proprieta, tranne quella di trasformare la nostra ignoranza, la nostra incertezza soggettiva in proprieta nuove del sistema che studiamo. L'opposizione tra i punti di vista finito e infinito, che permette a Leibniz di conservare un senso all’esperienza soggettiva nell’'ambito di un mondo determinista, definisce cid che vorrei intendere, qui, con complicazione. La complicazione appare come una nozione negativ: é legata ai nostri limiti, alla differenza tra il nostro intelletto e quello di Dio. Non mette in causa le categorie e gli strumenti che ci permettono di comprendere i sistemi semplici, si limita a drammatiz- zare le possibilita pratiche di applicarli. La filosofia di Leibniz é quella di un mondo complicato poiché drammatizza l’idea del nostro punto di vista, che é finito, nell’ambito di un mondo instabile, nel quale una piccola percezione, un non so che, pud “fare differenza” e dunque da un senso, insuperabile da questo punto di vista finito, all’esperienza della liberta umana, ma un senso “soltanto soggettivo”. II punto di vista vero resta quello di Dio che é capace di leggere nella minima sostanza tutta la sequenza, passato e avvenire, dell’Universo. Grazie al calcolo algoritmico sul calcolatore noi ormai abbiamo un’esperienza pit concreta della complicazione in un senso che & 64 notevolmente vicino all’idea leibniziana. Prendiamo l’esempio del “gioco della vita”. Si tratta di una scacchiera sulla quale, tappa dopo tappa, aggiungiamo o togliamo delle pedine secondo due semplici regole, ispirate dall’ecologia: una pedina sopravvivera se, e solo se, due o tre delle otto caselle che le sono contigue sono occupate (in caso contrario “muore”, per isolamento o per sovraffollamento); una pedina occupera una casella vuota se tre delle otto caselle vicine sono occupate. Ora, queste semplici regole determinano un’‘immensa varieta di evoluzioni. L’evoluzione si presenta qui allo stesso tempo come deterministica e come imprevedibile. A partire da uno stato iniziale particolare, non abbiamo a priori alcun mezzo per prevedere la soluzione del gioco: occorre, tappa dopo tappa, applicare l’algorit- mo e “vedere che cosa succede”. Si tratta dunque di un esempio elementare di evoluzione deterministica altamente sensibile alle con- dizioni iniziali e che, in quanto tale, pud costituire un “gioco”. Non c’é alcun bisogno di dadi in questo caso: a ogni tentativo, a partire da ogni situazione iniziale particolare, l’effetto della sorpresa é rinno- vato a causa dell’indefinita molteplicita delle evoluzioni possibili. Di fronte a sistemi di questo genere — e sappiamo a quale velocita proliferano nella fisica, nella matematica, nella chimica, nella meteo- rologia, ecc... — si pud essere tentati di oggettivare l'effetto della sorpresa, di farne una proprieta positiva che permettera di parlare, dal nostro punto di vista di osservatori, di novita, perfino di liberta. E esattamente l’approccio di Leibniz. Come il Sesto della Teodicea, che si lamentava del destino che gli era stato predetto (oltraggiare Lucrezia ed essere cacciato da Roma), possiamo indignarci, essere sorpresi, essere ammirati. Ma il mondo é quello che é. Parlare in questo caso di novita, e fermarci qui, ¢ come ritrovarci nella situazione che descriveva Whitehead: In tal modo si attribuiscono alla natura doti che in verita sono esclusivamen- te nostre: alla rosa il suo profumo, all'usignolo il suo canto, al sole il suo fulgore. I poeti sono totalmente fuori strada. Essi dovrebbero rivolgere le loro liriche a se stessi, e trasformarle in lodi di autofelicitazione per l’eccellenza della mente umana. La natura é opaca, silenziosa, senza odore, senza colore; @ soltanto l'impetuoso incalzare di materia, senza fine, senza motivo? Si potra dire qui: un algoritmo senza fine, che lavora silenziosamen- te, inesorabilmente. In questo senso, se la scoperta del carattere imprevedibile di evoluzioni tuttavia definite come deterministiche fa parte del contesto che ha permesso di parlare di “scoperta della complessita”, non @ sufficiente a dare un senso a questa nozione. Non é sufficiente in effetti a spezzare il riferimento al punto di vista infinito che situa le categorie alle quali vorremmo dare senso come “soltanto soggettive”. Potrebbe anche dare maggiore forza drammatica al dualismo pit o meno implicito che accompagna come la sua ombra I’idea di una natura 0 di un oggetto disciplinare regolato da principi fondamentalmente “semplici”, e il rifiuto correlativo di tutto quello che non si lascia comprendere secondo questo canone nel campo del “non-scientifico”, o del “soltanto soggettivo”. 65 Nella prospettiva qui sostenuta, la nozione di complessita non pud assumere senso a partire da questo tipo di problema se non nella misura in cui s’‘impongono la necessita e la possibilita tecnica di un capovolgimento di prospettive tra soggettivo e oggettivo, e dunque, correlativamente, di una rimessa in causa delle categorie “oggettive” derivate dal modello semplice. Il criterio che permette di differenziare complicato e complesso dovrebbe dunque essere costituito dalla possi- bilita di porre delle domande qualitativamente nuove, di introdurre delle categorie di intelligibilita che suppongano, da parte dell’oggetto complesso, proprieta intrinseche che non hanno contropartite nel modello semplice. Saremmo nello stesso tempo molto vicini e lontanis- simi da una nozione ben nota, quella di “emergenza”. Nei due casi si “parte” infatti da una situazione semplice e si descrive una trasforma- zione qualitativa a partire da una certa “soglia di emergenza”. Ma la nozione di emergenza suppone una genesi fisica del nuovo mentre la nozione di complessita corrisponderebbe a una genesi concettuale: siamo concettualmente radicati in una tradizione che ha privilegiato i sistemi semplici e che ha definito gli strumenti che sono adatti a questi sistemi. II problema della complessita “emerge” dalla descrizio- ne semplice soltanto nella misura in cui sono gli stessi strumenti, che erano “fatti per” trattare i sistemi semplici, a essere utilizzati per definire la soglia a partire dalla quale il loro uso cambia di senso. E a partire dalla nozione di irreversibilita che preciserd questa idea. Si pud affermare che il problema dell’irreversibilita ha introdotto nel cuore della fisica l’opposizione che ho definito partendo da Leibniz, tra punti di vista finito e infinito: ed ¢ questa opposizione che hanno accettato tutti quelli che hanno ripreso l’interpretazione probabilista dell’irreversibilita alla quale é stato costretto Boltzmann. Per noi che osserviamo le molecole soltanto per popolazioni c’é un’asimmetria tra passato e futuro, ma per Colui il quale avesse accesso al comporta- mento stesso delle molecole, questa asimmetria si rivelerebbe illuso- ria, e con essa tutte le nostre esperienze soggettive a proposito di un mondo “in cui accade qualcosa”. Da questo punto di vista é da notarsi come noi avremmo potuto, retrospettivamente, decifrare la negazione della possibilita di una “freccia temporale” nelle equazioni e nei ragionamenti che, a partire da Galileo, hanno permesso di descrivere il sistema dinamico, ma come le conseguenze di questo modo di intelligibilita dinamica fossero state riconosciute dai fisici soltanto quando furono messi dinanzi alla sfida dell’entropia. Soltanto alla fine dell’Ottocento la divergenza tra il “senso comune” e la teoria fisica dominante si é imposta nel suo carattere drammatico, e la risposta di Einstein a Bergson — “il tempo soggettivo é un tempo soltanto psicologico” — pud simbolizzare il divenire “leibniziano” e, in questo senso, metafisico, della teoria fisica. Il caso dell'irreversibilita @, d’altra parte, singolare per il modo apparentemente arbitrario in cui si distribuiscono semplicita e com- plicazione. Certamente l’equazione del pendolo reversibile é semplice. Ma non é molto complicata neanche l’equazione di un pendolo il cui movimento si smorza progressivamente. Si potrebbe immaginare una fisica diversa dalla nostra che non avesse stabilito differenze 66 fondamentali a priori tra le equazioni che corrispondono a una dina- mica conservativa e quelle che descrivono dei processi dissipativi: ed é d’altra parte per una fisica di questo genere che si dichiaravano, contro Boltzmann, fisici quali Mach, Ostwald, Duhem... In ogni caso il problema dell'irreversibilita non é innanzitutto quello dei comporta- menti “inattesi” o sorprendenti. Cid di cui si trattava di rendere conto, per Boltzmann e i suoi successori, é al contrario cid che, nel nostro mondo, garantisce una certa prevedibilita, senza la quale non potrem- mo d’altra parte sopravvivere: l’evoluzione irreversibile verso uno stato di equilibrio stabile. La possibilita di definire una freccia del tempo a partire dal carattere irreversibile delle evoluzioni osservabili rinvia certamente a una proprieta “nuova” dal punto di vista della dinamica, ma questa proprieta @ vecchia quanto il mondo poiché l'insieme delle pratiche e dei saperi degli uomini la presuppone e la implica. Si tratta dunque in realta di un problema creato dalla tradizione scientifica, di un confronto tra due modelli semplici, tra due nozioni contraddittorie della prevedibilita: una per corrispondenza biunivoca tra uno stato iniziale e un’evoluzione, l'altra per cattura di evoluzioni differenti da parte di uno “stato attrattore” che le rende tutte omogenee. L'interpretazione che abbiamo ereditato da Boltzmann é solidale con il primo modello e, dal suo punto di vista, la semplicita del secondo é soltanto apparente e traduce il carattere “soltanto macrosco- pico” delle nostre osservazioni. Se potessimo calcolare l’evoluzione dinamica, spaventosamente complicata, del sistema composto da mi- liardi di molecole, la nozione di stato attrattore perderebbe il suo senso. Poiché nessuna differenza intrinseca separa, dal punto di vista di questo modello dinamico, l’evoluzione irreversibile, evoluzione che dirige spontaneamente un sistema verso uno stato attrattore, dal suo inverso, che allontana spontanemente il sistema dallo stato attrattore e che esclude il secondo principio della termodinamica. Queste due evoluzioni macroscopiche corrispondono, in rapporto all’insieme di tutte le evoluzioni dinamiche possibili, prese come equiprobabili, a due classi infinitamente e ugualmente ristrette. L'enorme maggioranza delle evoluzioni dinamiche possibili mantiene il sistema in stati che rispondono alla descrizione macroscopica dello stato di equilibrio, o attrattore. Evoluzioni termodinamiche e antitermodinamiche sono ugualmente improbabili. Accettare la soluzione probabilista o rifiutarla ¢ dunque una deci- sione che dovremmo definire “metafisica” poiché tocca il significato el’ambizione della fisica, la legittimita di una interpretazione che, in nome di un giudizio teorico, svuota di ogni senso intrinseco una proprieta che é presupposta a priori dall’insieme di cid che conosciamo del mondo alla nostra portata, cos) come l’insieme delle pratiche di misura e di manipolazione che ci permettono di conoscere. E la decisione di non riconoscere come legittima questa interpretazione é al punto di partenza del lavoro di Prigogine e l'ha portato a formalizza- re un modo di descrizione che fa della proprieta dell’irreversibili- ta non gid una proprieta soggettiva, attribuibile a dei sistemi compli- cati, ma una proprieta oggettiva intrinseca attribuibiJe a dei si- stemi che, per questo motivo, diremo dinamicamente complessi. Que- 67 sti sistemi, altamente instabili (raggruppati sotto la definizione di K-flussi, in cui K indica Kolmogorov che ha definito le condizioni necessarie e sufficienti che distinguono questo alto grado di instabili- ta), non sono dunque soltanto complicati perché imprevedibili, sono complessi perché permettono di dare senso a una proprieta che, di per sé, non ne ha per i sistemi semplici.* La complessita e la proprieta alla quale essa permette qui di dare senso, l’irreversibilita, sono dunque legate a un cambiamento di punto di vista. E chiaro che la nozione di sistema dinamico complesso introdotta da Prigogine introduce nel cuore della dinamica il punto di vista finito: ad Adamo, a Sesto, e all’asino di Buridano — cosi come possiamo definirli a partire da tutto quello che un osservatore attraverso mezzi d’osservazione finiti, qualunque sia la loro precisione, puo rispetto ad essi conoscere, e non cos} come li conosce Dio — sara cosi possibile attribuire un comportamento irreversibile. Ma, per dare un senso intrinseco all’irreversibilita, il punto di vista finito deve spezzare il suo rapporto di accordo reciproco con il punto di vista infinito. Occorre che la definizione di questo punto di vista diventi positiva, vale a dire che il formalismo stesso non implichi pid la possibilita di un punto di vista infinito. E a partire dalla dinamica dei sistemi semplici che pud essere definito il formalismo che descrive i sistemi altamente instabili, ma occorre che la genesi dal semplice al complesso venga identificata con il cammino concettuale che noi abbiamo seguito e non con una genesi fisica. Dal punto di vista della genesi concettuale, si pud definire una soglia a partire dalla quale non solo sia inapplicabile il modello di prevedibilita e di riproducibilita che costituisce il calcolo di una traiettoria, ma sia possibile la definizione di una trasformazione esatta che porta dalla rappresentazione in termini di equazioni di evoluzioni simmetriche nel tempo a una rappresentazione caratterizzata dalla rottura di simmetria temporale. Ma questa soglia non deve essere definita come una soglia d’emergenza, a partire dalla quale i sistemi diventerebbero irreversibili. Occorre considerare che la descrizione dei sistemi “semplici”, al di qua della soglia, non é una descrizione fondamentale ma una descrizione povera adatta soltanto ai casi limite singolari che costituiscono i sistemi a comportamento reversibile. I sistemi “altamente complessi” al di 1a della soglia corrisponderebbero allora al caso generale di cui avremmo potuto costruire la descrizione con un uso paradossale di strumenti concettuali “fatti per” descrivere delle traiettorie reversibili. Si pone la questione di situare la nozione di complessita che ho appena introdotto in rapporto ad altre concezioni che, analogamente, implicano una ricollocazione dei rapporti tra oggettivo e soggettivo. Voglio parlare innanzitutto delle tesi di Henri Atlan a proposito del legame tra complessita e soggettivita. Secondo Atlan, un sistema complicato é un sistema di cui compren- diamo la struttura e i principi di funzionamento: di principio nulla impedisce che con tempo e denaro si possa giungere ad averne una conoscenza integrale. Al contrario, il sistema complesso sarebbe quello di cui abbiamo una percezione globale, nei termini della quale possia- 68 mo identificarlo e qualificarlo, pur sapendo di non comprenderlo nei suoi dettagli. Pertanto, nella misura in cui un individuo vivente é percepito in maniera immediata come organizzato, dovremmo parlare nel suo caso di complessita, e correlativamente, di mancanza d’infor- mazione, mentre di fronte al “cumulo di molecole provenienti dal cadavere in, decomposizione”, non avvertiremo alcuna complessita a meno che “per qualche ragione, non volessimo riprodurre questo cumulo disordinato”.$ Come precisa Atlan, un’analisi di questo genere presenta l'interesse di essere adatta alla nostra situazione reale di osservatori. Tuttavia dobbiamo temere che essa traduca una concezione troppo unilaterale di questa situazione. L’interesse che porta a interessarci a un’organiz- zazione vivente, piuttosto che a un cadavere in decomposizione, non trova effettivamente alcun correlato nella nozione di complessita. Al contrario, se ci interessassimo al cadavere, la stessa nozione tradurreb- be la tensione tra cid che ci interessa e cid che ignoriamo. Questa nozione di complessita é dunque una nozione negativa, nel senso in cui non ci insegna nulla, nel senso in cui suppone un interesse umano imposto a un reale estraneo a tale interesse. In questo senso possiamo giungere a dire che la nozione di comples- sita come nozione negativa si radica nella grande tradizione classica della riflessione sulla scienza. Questa tradizione, di cui Kant ha dato la strana verita, suppone uno spazio epistemologico chiuso in cui i principi dell’oggetto e le categorie del soggetto si corrispondono senza residui né attriti in modo tale che la questione di sapere se noi imponiamo in modo unilaterale le nostre categorie al reale, oppure se, al contrario, noi traduciamo secondo le nostre leggi i principi costitutivi di questo reale, viene definita indecidibile. La soluzione di Atlan, anche se mette in scena non le nostre conoscenze positive ma la nostra mancanza di conoscenze, rimane in questa struttura classica che drammatizza il confronto tra il soggetto e l’oggetto. E pid che evidente che la questione della complessita cosi come la presento non deve risolvere questo confronto ma é suscettibile di farne deviare il significato, di spostarne la carica di drammatizzazione. Mi sembra infatti che essa porti a introdurre la questione della scelta dal punto di vista pertinente. La questione della pertinenza é in effetti una categoria che potremmo dire, seguendo Morin, dialogica. In questo caso il soggetto conoscente non appare dotato di categorie onnipotenti, e il problema non é quello di decidere se queste siano dettate dal reale © vengano ad esso imposte. II soggetto sa invece che gli strumenti concettuali a cui fa ricorso sono selettivi, e deve giudicare — sulla base anche di cid che d’altra parte sa del reale — in quale misura tali categorie lo illuminino, in quale misura siano per esso adatte o invece non lo mutilino. La pertinenza introduce l’idea che noi ne sappiamo sempre molto di pit: sul reale di quanto le nostre categorie ci permetto- no di costituire come oggetto, e che il rapporto di conoscenza non appare come un confronto nudo tra soggetto e oggetto se non nel caso in cui decidiamo di dimenticare questo sapere, o di farne l’indice di una “mancanza d’informazione”. Prendiamo innanzitutto un esempio che illustra la possibilita di 69 sollevare la questione della pertinenza di uno strumento concettuale; quello della transizione di fase d’equilibrio tra un gas e un liquido. Gas e liquido hanno dei comportamenti riproducibili e prevedibili, che la meccanica statistica interpreta in termini di valori medi costrui- tia partire da una rappresentazione semplificata del comportamento delle molecole costituenti. Nel caso del gas queste molecole saranno rappresentate come delle palle elastiche; nel caso del liquido saranno dominanti le interazioni molecolari. In ogni casoc’é una semplificazio- ne, la scelta di un punto di vista sulla popolazione delle molecole. Ma questa scelta non é@ unilaterale. Da un lato, é informata dal comportamento effettivo del gas o del liquido in equilibrio; la stabilita di questo comportamento implica la possibilita di descriverlo in termini di valori medi, di ignorare il particolare degli avvenimenti elementari. La descrizione sperimentale autorizza dunque come perti- nente la semplificazione. Ma, d’altra parte, sappiamo che esiste un punto critico che divide gli stati liquidi e gassosi, e che questo punto critico impone un cambiamento di punto di vista sulle molecole. A questo punto, sembrano aperte due possibilita. Poiché il punto critico mette in questione le due semplificazioni che permettono di comprendere rispettivamente i comportamenti liquidi e gassosi, potremmo tentare di dedurre la sua descrizione da un’equazione non semplificata, dalla master equation che contiene virtualmente tutte le possibilita di comportamento perché esplicita tutto quello che sappiamo delle interazioni tra le molecole che contri- buiscono a questo comportamento. Contrariamente alle equazioni semplificate, la master equation é definita valida per tutti i comporta- menti possibili del sistema studiato e, a causa della sua stessa estensio- ne, il formalismo che essa propone sembra garantire che il problema del punto critico pud essere superato. A partire dalla master equation tutti i comportamenti appaiono di principio ugualmente deducibili: la differenza tra i comportamenti suscettibili di essere definiti in termini di valore medio e il comportamento critico é dunque appiana- ta. Ma questo riferimento, se permette di giudicare le semplificazioni come approssimazioni, non permette tuttavia di farne a meno. La master equation permette certo di porre il problema dei differenti comportamenti possibili, ma pud essere trattata soltanto per approssi- mazioni. Ritenere il riferimento alla master equation come capace di eliminare il problema del punto critico ha dunque un carattere metafi- sico perché é un riferimento al calcolatore onnipotente che potrebbe utilizzarla per dedurre tutti i comportamenti che essa determina virtualmente. Questo corrisponde dunque al riferimento al punto di vista infinito che abbiamo gia incontrato. La seconda possibilita suppone al contrario che venga presa sul serio la differenza tra cid che chiameremo |'enunciazione del problema e la costruzione dei differenti spazi in cui questo problema pud essere risolto.$ In questo caso, le semplificazioni non possono essere giudicate come delle semplici approssimazioni, ma come delle condizioni sup- plementari, di validita limitata, che permettono il passaggio dalla descrizione del problema ai differenti casi in cui la sua soluzione diventa calcolabile. In questo caso diventa necessaria una teoria del 70 punto critico, che precisi come il punto di vista sul comportamento elementare cambiera avvicinandosi al punto critico. I fisici che tentano di costruire una teoria del punto critico sono in tal modo portati a fare un uso paradossale dei loro strumenti concettuali. Si trattera di studiare come, avvicinandosi al punto criti- co, i presupposti che fondavano il calcolo statistico perdono la loro validita. In particolare, la definizione dei valori medi implicava una cesura tra le diverse micro-regioni che costituiscono il sistema, cesura che significa che i valori medi sono stabili in rapporto alle fluttuazioni locali. La meccapica statistica utilizzera la master equation non gia per dedurre un comportamento dato, il che sarebbe impossibile, ma per controllare e per valutare, avvicinandosi al punto critico, la comparsa di “correlazioni” tra queste differenti micro-regioni. La master equation non é dunque indispensabile per ridurre la diversita dei formalismi bensi per trasformare in proprieta positiva cid che appare negativamente come la traduzione del carattere inadeguato della semplificazione. Il punto critico detto “di seconda specie” si trovera allora definito negativamente come la situazione in cui la separazione tra micro-regioni e il calcolo probabilistico che essa fondava diventano radicalmente falsi. La descrizione di questo stato critico come caos “altamente correlato”, le cui parti sono tutte recipro- camente sensibili le une alle altre, in cui l’'ambiente non é@ pid né gassoso né liquido, non é una descrizione “positiva” — non pitt della stessa nozione di correlazione ~ nel senso in cui sarebbe dedotta dalla master equation; lo é per per il fatto che si tratta di una descrizione complessa, che trasforma in proprieta intrinseca la perdita di validita delle nostre semplificazioni. In questo caso vediamo che I’uso degli strumenti che costituiscono il sistema come oggetto calcolabile non é unilaterale. Siamo parti in causa poiché siamo noi che scegliamo di trascurare o meno le intera- zioni intermolecolari al fine di giungere a una definizione operazionale del comportamento medio. E siamo ancora noi che traduciamo quello con cui abbiamo a che fare, il “punto critico”, con un cambiamento di punto di vista, con la trasformazione del modo di calcolo. Ma “quello con cui abbiamo a che fare” ci impone di porre il problema dei nostri punti di vista, un lavoro di bricolage con gli strumenti tale per cui questi non giudicano pit ma sono giudicati. La portata di cid che ignoriamo o non ignoriamo non é in balia dei nostri interessi e delle nostre decisioni. Sosterrd dunque che la questione della complessita si pone, come propone Atlan, contemporaneamente alla questione della situazione dell’osservatore non nel senso in cui l’osservatore possa prescindere dai propri problemi e dai propri interessi. Le due questioni si pongono contemporaneamente perché la prima s'impone quando viene rag- giunto il limite di validita di un modello semplice che definisce un oggetto calcolabile i cui principi rinviano con cid stesso a delle categorie teoriche, e che definisce allo stesso tempo, in modo univoco, l’osservatore fornito di tali categorie. Di fronte a quella che ho definito una situazione complessa, che le categorie in questione possono desi- gnare ma non ridurre, l’osservatore che rifiuta di ricorrere al punto di vista infinito, o rifiuta l’eventuale utilizzazione di altre categorie 7 pit potenti ma che non permettono di trattare effettivamente il proble- ma, deve riconoscere che, a proposito del modello semplice, quello che sembrava avere uno statuto di sapere teorico in grado di definire un oggetto, ha soltanto uno statuto di strumento teorico che traduce la possibilita di calcolo che singolarizza questo modello semplice. In questa ipotesi, la questione della complessita richiede una ridefinizione della categoria di semplicita. Il modello semplice non deriva pit la sua potenza e il suo interesse dalla possibilita di una eneralizzazione, & i un’estensione, di cid che afferma. Indica invece la possibilita di accostarsi a certi fenomeni in modo tale che si presentino come calcolabili. La semplicita designa una situazione singolare nella quale uno schema teorico risponde alla sua vocazione, che @ quella di uno strumento: far parlare il reale, produrlo come trattabile e calcolabile. Contrariamente alla coppia semplice/compli- cato, la coppia semplice/complesso non mette in luce la potenza di estensione del semplice ma la sua singolarita cosi come pud essere compresa retroattivamente a partire da situazioni in cui deve essere preso sul serio il fatto che la descrizione (teoricamente informata) di un problema non definisce con cid stesso lo spazio di un calcolo possibile. In questo senso, la “scoperta della complessita”’ avrebbe come prima caratteristica non quella di sostituire un’evidenza oggettiva con un’altra, ma quella di introdurre il problema della pertinenza di uno strumento che fornisce i mezzi per giudicare il “reale” (cid con cui abbiamo “a che fare”) e per costituirlo come oggetto dalle categorie ben definite e che nello stesso tempo & suscettibile di essere giudicato dal reale stesso. Il problema della pertinenza, in questo senso, si oppone direttamente alla scommessa del punto di vista infinito. Tale scommessa ha la funzione di definire come secondaria la distinzione tra le situazioni in cui un giudizio teorico ha conseguenze pratiche riguardo alle nostre possibilita di apprendere il reale, e quelle in cui, al contrario, tale giudizio rinvia a degli osservabili e a dei calcoli che ci sono inaccessibili e condanna i nostri ragionamenti e le nostre misure come approssimazioni sfortunatamente indispensabi per- tinenza, al contrario, drammatizza tale distinzione e ne fa il punto di partenza possibile di nuove categorie teoriche. In altri termini, si riferisce non a un ideale di onniscienza ma a un ideale di apprendimen- to: apprendere come costruire e collegare tra loro linguaggi che formalizzano nella loro singolarita i diversi modi in cui possiamo effettivamente interrogare il reale, condurlo a tradursi in fenomeno, e le diverse descrizioni che corrispondono a queste interrogazioni. Da questo punto di vista, mi associerd a Morin per presentare Niels Bohr come un pensatore della complessita, malgrado la profonda differenza di contesto. Facciamo un passo ulteriore. Fino a questo punto, mi sono concen- trata sull’uso di strumenti teorici. Ma anche la scienza sperimentale procede per scelte di punti di vista, per selezione. Prendiamo l’esempio pit classico, quello della teoria galileiana della caduta dei corpi. Questa teoria costityisce un giudizio sul reale nel senso in cui determina a priori quello che, nella caduta osservabile, deve essere considerato come significativo e quello che sara giudicato 72 come semplice perturbazione insignificante. All’occorrenza, la teoria permette di separare concettualmente la caduta, cosi come si produr- rebbe nel vuoto, da cid che é legato all’attrito con |’aria. Questa separazione concettuale costituisce in se stessa una decisione teorica che gli aristotelici, occorre sottolinearlo, giudicavano inammissibile: la caduta, come movimento concreto, nella fisica di Aristotele implica- va l’aria. Questa decisione teorica é nello stesso tempo una decisione pratica. Guida quello che sara il procedimento di preparazione e di sperimentazione: il “fenomeno” si trova tecnicamente ridefinito “in laboratorio”, purificato al massimo da tutto cid che la teoria assimila al rumore, interrogato dunque secondo i canoni della teoria. La sperimentazione, in questo senso, é dunque un approccio ri- schioso. Presuppone la scommessa che il fenomeno isolato e riprodotto nelle condizioni di laboratorio sia essenzialmente /o stesso di quello che troviamo nella “natura”. Ritornerd in seguito al caso degli esseri viventi in cui il rischio é talmente evidente da suscitare dibattiti metodologici senza fine. Ma vorrei mostrare, riferendomi nuovamente alle scienze fisico-chimiche, che la differenza tra scienze sperimentali “sicure”, che praticano in maniera feconda la semplificazione del loro problema in un oggetto dalle categorie ben definite, e scienze in cui questo tipo di semplificazione pone problemi non é innanzitutto legato a una eventuale “immaturita” di queste ultime, a una “mancanza” di conoscenze o di principi fondatori, al fatto che non hanno “ancora” prodotto il loro Galileo o il loro Newton, ma piuttosto al carattere intrinseco di quello che tentano di oggettivare. Qui, ancora, tenterd dunque di far giocare una nozione di “comportamento complesso” in confronto a un modello semplice e ai giudizi negativi che comporta. Che cosa c’insegna, da questo punto di vista, lo studio di certi sistemi fisico-chimici lontani dall’equilibrio? C’insegna che la separa- zione tra cid che é significativo e cid che é semplice rumore non é assoluta ma dipende dalla situazione. Abbiamo gia incontrato questo problema a proposito del punto critico che divide gli stati di equilibrio liquidi e gassosi: questo punto indica la situazione in cui i valori medi (temperatura, pressione, ecc.) non possono pit “rappresentare” il sistema e in cui la nozione stessa di “stato macroscopico” é rimessa in questione. Lontano dall’equilibrio questo problema si pone ugual- mente nei punti di biforcazione in cui l’attivita molecolare cambia regime collettivo, cosi come, eventualmente, nelle situazioni di turbo- lenza permanente. Ma, inoltre, i sistemi fisico-chimici lontani dall’e- quilibrio che Prigogine ha battezzato “strutture dissipative” presenta- no un’altra proprieta di nuovo tipo. Non soltanto il “rumore molecola- e”, le fluttuazioni, possono “assumere senso”, ma assumono senso anche certi dettagli di quelle che chiamiamo “variabili di controllo” che traducono la definizione sperimentale del sistema studiato. Le “strutture dissipative” possono essere sensibili a vincoli che, vicini all’equilibrio, non comportano alcuna conseguenza osservabile. In tal modo, mentre i sistemi chimici in equilibrio o vicini all’equilibrio non sono sensibili alla gravitazione, l’effetto di quest’ultima pud essere amplificato e avere conseguenze macroscopiche lontano dall’equili- brio. Allo stesso modo si é potuto mostrare come una struttura dissip: tiva alimentata da flussi chimici che non sono perfettamente costanti nN nel tempo ma leggermente irregolari, abbia accesso a nuovi tipi di strutturazioni.’ In altri termini, é a partire dal regime collettivo di attivita e non a priori e una volta per tutte che si decide cid che é rumore insignificante e cid che deve essere preso in considerazione. Non sappiamo a priori di che cosa ¢ capace una popolazione chimica né possiamo, a priori, fare differenza tra quello che dobbiamo prendere in considerazione e quello che possiamo trascurare. Fidandoci delle somiglianze, corriamo il rischio di ingannarci totalmente nella stessa definizione del sistema col quale abbiamo a che fare. Con quest’ultima proprieta @ vero che siamo vicinissimi a cid che viene designato con la nozione di emergenza: comparsa di un comportamento collettivo nuovo in quanto integra nella sua definizio- ne variabili che non avevano alcuna pertinenza in prossimita dell’equi- librio. Tuttavia, nozioni come quelle di emergenza o di complessita non sono nulla indipendentemente dall’intenzione di quelli che le utilizzano. La nozione di emergenza troppo spesso é stata portatrice di divieti: che il tutto non sia equivalente alla somma delle sue parti implicava allora che lo studio delle “parti” non potesse insegnarci nulla sul tutto e che, correlativamente, gli specialisti di questo “tutto” avessero il diritto e la liberta di ignorare ogni metodo e ogni approccio al loro oggetto che non rispettasse il suo carattere di totalita autosigni- ficante. Quanto alla nozione di complessita, essa é portatrice di un problema — non sappiamo a priori che cosa significhi “somma delle arti” — e questo problema implica che non possiamo trattare tutte le “somme” secondo lo stesso modello generale, con il pretesto che hanno le “stesse” parti. E evidente che questo non costituisce un ostacolo al procedimento di laboratorio ma crea una questione sul procedimento. La separazione tra cid che é significativo e cid che & rumore non puo pit: essere fondatrice, operata una volta per tutte in nome di una teoria generale, deve essere pensata in quanto tale per ogni singolo sistema. Dunque a essere messo in questione é il carattere paradigmatico delle teorie, e cioé la loro possibilita di guidare un procedimento a partire da somiglianze che indicano per se stesse un modo di separazio- ne e di manipolazione. Qui occorre sottolineare che la questione della complessita cosi come io la elaboro é dovuta in realta allo spirito analitico. Analisi e riduzionismo sono stati troppo spesso confusi nella stessa critica. Ora, il procedimento analitico giunge qui a un problema che contraddice direttamente la scommessa del riduzionismo, nel senso in cui questo ultimo si fonda sulla relativa semplicita dei comportamenti elementa- ri per pretendere di giudicare il comportamento dell’insieme. II proce- dimento analitico giunge, come abbiamo visto, a conclusioni comple- tamente diverse. Pud portare, di fronte a un comportamento dato, all’idea che tale comportamento non é il solo possibile, che in altre circostanze il sistema studiato @ capace di ben altre cose. Lungi dal portare all'idea di un mondo pit semplice, l’analisi pud portare alla conclusione che noi non sapevamo di che cosa un essere era capace. Mentre il riduzionismo, in un modo 0 in un altro, giunge al “nient’altro che...”, credo che il procedimento analitico possa portare a “questo..., ma in altre circostanze, quello..., e ancora quello...”. E questo in un 74 senso ancora pit forte di quanto non implicasse la scoperta dell’esplo- sione combinatoria, ad esempio con il “gioco della vita” di Conway, poiché in questo caso le circostanze non si riferiscono alla scelta di condizioni iniziali particolari, ma possono influire sulla maniera stes- sa di porre il problema La possibilita di separare l’associazione retorica tra procedimento analitico e riduzionista permette, d’altra parte, di sottolineare |’in- quietante prossimita di due fratelli nemici quali il riduzionismo e l“olismo”, 0 altri discorsi dell’emergenza. Ognuno dei due é alla ricerca del buon accesso, che rendera un fenomeno semplice e intelligi- bile. Mentre i discorsi riduzionisti negheranno a priori che tutte le questioni possano, in ultima analisi, non essere ridotte a quelle che si addicono in modo generale al comportamento degli elementi associati nel tutto, i discorsi “funzionalisti” cercheranno altre caratteristiche o proprieta unitarie che assicureranno sia un modello generale sia un procedimento sicuro. E per esempio il caso dell’insieme delle variazio- ni a proposito dell’affermazione secondo la quale un “sistema” tende @ manttnersi: tutte le trasformazioni osservabili possono allora venire decifrate in termini d’identita invariante, di perturbazione, di risposte “equilibranti”, della sopravvivenza o della scomparsa di un sistema che non pud avere rapporti con il proprio ambiente se non alle condizioni che definiscono il suo essere. Il funzionalismo, nella misura in cui, al pari del riduzionismo, contiene la promessa di discorsi generali, fondata su un accesso semplice al reale, certamente da la speranza di una visione altrettanto potente di quella alla quale si oppone. Ma é anche in questo che pud apparire come una trappola, votato a ratificare come aproblematiche e autoesplicative la nozione di un sistema “fatto per essere stabile” ola differenza tra “normale” e “patologico”. In questo senso la complessita come problema ha, credo, quale primo effetto quasi estetico un arre- tramento di fronte a due tipi di spiegazioni, antitetici forse ma vicini, come del resto Bergson aveva gia notato ne L’evoluzione creatrice: la spiegazione attraverso la deduzione in senso riduzionista, e la spiegazione attraverso la genesi, nel senso in cui é la struttura finale che, in un modo o in un altro, spiega la propria formazione. II privilegio insostituibile dello spirito analitico mi sembra essere non la sua ticerca del semplice ma la dissoluzione di cid che si da come autoevi- lente. Finora ho insistito sulla “scoperta della complessita” in un contesto sperimentale in cui, con tutta evidenza, é lo scienziato a porre le domande, e in cui la complessita sorge quando deve accettare che le categorie di intelligibilita che guidavano la sua esplorazione vengano messe in questione, quando il modo stesso in cui pone le sue domande diventa in se stesso problematico. Ma é possibile andare oltre, e chiederci se non dobbiamo definire certi oggetti come intrinsecamente complessi, per la definizione che ne possiamo dare a priori. Oggetti dei quali dovremmo riconoscere che, contrariamente all’irreversibilita per esempio, impongono per se stessi e irriducibilmente un problema di articolazione tra punti di vista qualitativamente differenti. Alludo qui agli esseri viventi. 75 A proposito dei viventi, evidentemente non possiamo parlare di “scoperta”. L’idea di una “complessificazione dei viventi”, dal batterio all’'uomo, é onnipresente nella biologia, anche se alcuni trovano mezzi pid o meno sottili per relativizzarla. Come notava Needham } a propo- sito della battuta di Russell (“un processo che portd dall’ameba all’uo- mo apparve ai filosofi come un progresso evidente ~ benché ignoriamo se le amebe sarebbero d’accordo con questa opinione”), si tratta di una battuta vuota: l’assenza del sistema nervoso nelle amebe non da loro i mezzi per essere d’accordo o no... Tuttavia, come vedremo, il problema si pone quando si tratta della trasformazione di quest’idea di fatto costitutiva dell’oggetto della biologia in un concetto che possa essere articolato in modo coerente con il modo in cui i biologi pensano ufficialmente il vivente. Non si tratta d’altra parte di negare che alcune questioni sperimen- tali a proposito del vivente siano “semplici” — per esempio nel caso in cui si tratti di mettere in luce una relazione fisiologica la cui logica gioca un ruolo essenziale nella stabilita di un comportamento vivente. In questo caso, significativamente, la domanda sperimentale traduce una finalita intrinseca della relazione in questione. Data la funzione del muscolo, come si realizza tale funzione; data la funzione di trasmis- sione del neurone, come e in quali circostanze esso trasmette, ecc.. La domanda dello sperimentatore qui é stabilizzata dal ruolo stesso che egli attribuisce al suo oggetto nell’organismo. Il biologo, dal momento in cui ha capito quale problema risolve un dato funziona- mento, pud chiedersi in che modo il problema é effettivamente risolto. Ma, anche quando vengono trattate queste questioni “semplici”, esse rinviano a un altro tipo di problema: la questione posta dal vivente non @ soltanto la questione di sapere come realizza le differenti funzioni necessarie alla sopravvivenza dell’organismo, ma anche la questione di sapere come capire, tanto al livello filogenetico quanto al livello ontogenetico, la produzione di queste funzioni, la produzione del senso che lo sperimentatore fa proprio quando pone la questione del come. Su questo duplice piano, filogenetico e ontogenetico, incontriamo il modello dominante, fondato sulle nozioni di semplicita/complicazio- ne. Tanto la storia della vita (mutazioni, selezione dei piu “adatti”) quanto lo sviluppo dell’individuo vivente avrebbero principi semplici, e€ costituirebbero delle storie terribilmente complicate. Ed é@ cid che implicano le parole di Jacques Monod (“cid che é vero per il batterio é vero per l’elefante”) e il suo implicito correlato di cui il suo libro I/ caso e la necessita’ da la giustificazione teorica: il batterio é il modello semplice a partire dal quale possono assumere un senso I’insieme degli strumenti che ci permetteranno di capire l’elefante. Di nuovo, il problema é di rappresentativita. L’oggetto “batterio” é un caso limite singolare oppure é rappresentativo dei viventi? E, in particolare, il fatto che il batterio non sia soggetto a sviluppo (con la duplice conseguenza che lo rende un oggetto sperimentale privilegia- to: da un lato, il suo studio in vitro non pone problemi, poiché la sola questione é quella di sapere se l’ambiente contiene o no i prodotti nutritivi necessari alla sua moltiplicazione, e, d’altro lato, i rapporti tra le istruzioni genetiche e l'esecuzione metabolica sono aperti all’e- splorazione genetico-biochimica diretta) costituisce un ostacolo, oppu- 76 re no, alla sua definizione di strada maestra di intelligibilita per gli organismi che conoscono invece uno sviluppo embrionale? Il caso e la necessita un grande libro in quanto articola in modo esplicito la tesi della biologia molecolare in risposta a questo problema di rappresentativita. Tanto la concezione dell’ontogenesi quanto quel- la della filogenesi si fondano su questa tesi e ne traggono un‘afferma- zione cruciale: come il batterio, ogni essere vivente pud essere assimi- lato a un processo (certo terribilmente complicato, ma trasparente nel suo principio) di rivelazione dell’informazione genetica. Di conse- guenza, la spiegazione in biologia si scinde in due procedimenti essenzialmente autonomi: la descrizione di tipo fisico-chimico dei processi che realizzano il contenuto informativo del genoma e permet- tono la costruzione e il funzionamento del vivente; il riferimento alla selezione naturale che, progressivamente, ha creato e modellato questo contenuto. Questa distribuzione della spiegazione ha la particolarita di con- centrare la singolarita del vivente su un’istanza unica: la selezione naturale. Questa é la sola responsabile del fatto che i processi biochi- mici sfocino nella costituzione di un essere organizzato che, apparente- mente, é retto da una finalita: sopravvivere e riprodursi. E, reciproca- mente, la teleonomia, l’apparente finalita del vivente, @ certamente una semplice apparenza che perd traduce, al livello dell'individuo vivente, la sola “ragion d’essere” di cid che descrivono la biochimica, la fisiologia e l'embriologia: il vivente sarebbe, secondo quest’ipotesi, integralmente modellato dal vincolo selettivo a partire dal materiale arbitrario prodotto dalle mutazioni dei genomi. In questo senso, la “teleonomia”, il fatto che il vivente appaia come “fatto per riprodursi”, si trova nella stessa posizione dominante, dal punto di vista della spiegazione, delle cause finali invocate dalla biologia aristotelica: la selezione da al vivente l’unico senso per esso concepibile. Ma che cosa accadrebbe se si introducesse non il carattere rappre- sentativo del batterio, ma la sua singolarita? Cid condurrebbe a pensare che il batterio é singolare appunto per cid che ne fa un oggetto sperimentale: Vinsensibilita relativa del suo (non-) sviluppo in rapporto all’ambiente. E dunque, correlativamente, a pensare anche che lo sviluppo del vivente é sensibile al proprio ambiente, e che esso integra in una costruzione, che non pud dunque essere assimilata a una rivelazione, i vincoli determinati geneticamente ma anche diffe- renti tipi di interazione con l’ambiente. In questo caso, ed é abbastanza evidente, il carattere riproducibile della costruzione del vivente diven- ta problematico: l’esempio di sistemi chimici infinitamente semplici in rapporto al piu semplice dei metabolismi viventi ci da gia l’esempio di una grande diversita di comportamenti qualitativamente differenti a partire dalle stesse interazioni fisico-chimiche. Correlativamente si trasforma la questione del ruolo della sele- zione. Cid era ben chiaro a Waddington, quando introdusse il concetto di “canalizzazione”."° La pressione selettiva pud, per accumulazione di vincoli genetici, stabilizzare progressivamente il percorso di svilup- po di alcuni caratteri e dunque far perdere progressivamente all'am- biente ogni ruolo nella costruzione di quei percorsi che non sia quello, 77 banale, di “alimentatore” ed eventualmente di “scatenatore” o di “perturbatore”. Lo sviluppo, per quanto concerne questi percorsi, avra quindt l’'andamento di una “rivelazione” delle conseguenze “normali” lel’ “informazione genetica” e, per questi percorsi, verra operata la differenziazione tra normale e patologico. Ma la pressione selettiva, stabilizzando lo sviluppo di alcuni carat- teri e accumulando i vincoli che ne favoriscono I’attualizzazione, sottomette un tale sviluppo a una norma stereotipica, e genera dunque una temporalita di tipo ripetitivo: il vivente ripete la “specie”. Il rischio, in questa invenzione selettiva di percorsi di sviluppo prevedibili e riproducibili, @ quello di privare il processo ontogenetico di ogni sensibilita alle circostanze e dunque della possibilita di una risposta innovatrice e che comporti eventualmente una modificazione dell'ar \- biente. Occorre dunque pensare che il grado di canalizzazione o, al contrario, di apertura alle circostanze e alle variazioni dell’ambiente costituisca, per ogni carattere fenotipico, una scommessa. Scommessa che, occorre sottolinearlo, non manca di analogie con quella dello sperimentatore: scommessa, in un caso, dell’invenzione di uno svilup- po stabile che limitera le possibilita di apertura rispetto all’ambiente; scommessa, nell’altro caso, dell’invenzione di uno strumento concet- tuale/sperimentale che costituira la differenza tra cid che é significati- vo e cid che é rumore. In questa direzione, occorre intendere l’evoluzione selettiva come complessa, e questo non in quanto riflesso di una “forza” onnipotente, la selezione, che crea un senso nell’ambito di una proliferazione arbitraria, ma in quanto traduce un gioco fra molti livelli aggroviglia- ti. In termini darwiniani, la selezione pud solo modificare i vincoli genetici, ma questi non hanno, di per se stessi, alcun senso e non possono dunque essere oggetto di selezione. Il senso dei vincoli e delle modificazioni dei vincoli genetici implica cid che Stephen J. Gould non esita a considerare come “la seconda forza” essenziale nell’evolu- zione dei viventi, la logica propria delle strutture'': sono le strutture che determinano i gradi di liberta sui quali la selezione pud giocare (0 bricoler...). Creata una struttura pit o meno stabile, una variazione genetica potra destabilizzarla, e permettere, all’occorrenza, una tra- sformazione qualitativa del fenotipo, o potra stabilizzarla, renderla pit indipendente dalle circostanze ecologiche. Il punto importante che la variazione genetica arbitraria non si traduce pit nelle modifica- zioni arbitrarie del fenotipo, ma nell'esplorazione di cid che pud fare un processo di strutturazione aperto. Il che non implica certamente la possibilita di una teoria predittiva dell’evoluzione, ma la possibilita di una “biologia teorica”, che era esclusa dalla coppia “descrizione fisico-chimica/selezione”: lo studio di possibilita intrinseche di percor- si ontogenetici che certo sono geneticamente vincolati ma che non costituiscono tuttavia la “traduzione delle informazioni genetiche”.'? Correlativamente, anche se la “teleonomia” rimane una dimensione essenziale — cosi come la riproduzione rimane condizione necessaria — non puo pit essere assimilata all"essenza” del vivente, nel senso in cui designerebbe, in ultima istanza, tutto quello che nel vivente non é contingente, nel senso che corrisponderebbe alla sua “ragion d’essere” (questo piuttosto che quello). 78 Anche in questo caso mettere in questione il modello semplice implica un certo capovolgimento di prospettiva. Normalmente si assimila il vivente stereotipato, informazionalmente chiuso, a una sorta di nozione fondamentale del vivente.'? Occorrerebbe allora che alcune forme viventi, divenendo pit: complesse, acquisissero in qual- che modo alcune possibilita, apparent o effettive, di apprendimento edicomportamento aperto. Nella prospettiva che introduco, lo spettro diventa orizzontale e non pit gerarchico. I viventi, quali il batterio, che possiamo considerare in prima approssimazione come chiusi su se stessi dal punto di vista informazionale, ne costituiscono un estremo, e, sulla Terra, gli uomini ne costituiscono I’altro estremo. Certamente, lo spettro pud essere utilizzato nel corso della storia evolutiva soltanto progressivamente, ma il problema di cui costituisce un insieme di soluzioni é posto contemporaneamente al problema della vita. La stereotipia deve essere spiegata alla stessa stregua dell’apertura. Ho parlato delle circostanze ecologiche. Effettivamente mi sembra che il senso che assumera il vincolo selettivo — stereotipia o apertura — comporta la considerazione di che cosa sia un individuo nell’ambito di una popolazione, e cioé quello che gli ecologi chiamano la strategia di una popolazione.'* Per esempio possiamo considerare che alcune specie parassite hanno scommesso sulla stereotipia: un parassita vive il suo ciclo di vita una volta per tutte, e facendo questo, ripete, se riesce a riprodursi, un comportamento specifico. Non é plausibile pensare che un parassita apprenda o si adatti. In questo senso, possia- mo considerare che la nozione di parassita come individuo é coestensi- va a quella di parassita come specie. E possiamo dire che, dal punto di vista di questa strategia, l'individuo non é “nulla”: a ogni generazione un’infima proporzione dei parassiti sopravvivera ma il loro tasso di riproduzione é sufficiente ad assicurare la sopravwvivenza, perfino la proliferazione della popolazione. La selezione, in questo caso feroce, appare libera di rifinire l’automa riproduttivo che costituisce ogni individuo, Invece, un uccello, uno scimpanzé o un uomo apprendono. Il comportamento dell’individuo non ripete la specie poiché ciascuno costituisce una costruzione singolare che integra i vincoli genetici e le circostanze di una vita. E, correlativamente, la pressione selettiva non poggia sull’individuo ma sull’individuo nel suo gruppo, nel suo ambiente. E questo in senso forte: non si tratta di sapere come un individuo “trarra partito” dal suo gruppo (tesi della sociobiologia) ma che cosa un gruppo portera all’ontogenesi di un individuo, che cosa gli fara apprendere e gli fara conoscere. Di conseguenza l’individuo appare come un fascio di temporalita articolate, non pud essere compreso soltanto in funzione della “memoria della specie”, che & tradotta dai suoi vincoli genetici, ma anche come memoria delle proprie esperienze, al limite perfino, per gli uomini, memoria indefini- tivamente multipla di tutti i passati di cui siamo eredi e ai quali siamo sensibili. I vincoli genetici, come la nozione di specie, assumono qui un senso totalmente astratto in rapporto alla nozione di individuo concreto. E qui, ancora, incontriamo il problema della pertinenza del punto di vista. Gli eventuali limiti della pertinenza della descrizione in termini di determinazioni genetiche 0, pit in generale, secondo i 79 metodi d’isolamento che sono quelli di laboratorio, non appaiono legati a scelte ideologiche, o umanistiche, né al problema della compli- cazione dell’oggetto vivente. Sono legati alla scelta evolutiva che determina la temporalita propria di cid che viene studiato. II privilegio del batterio, la possibilita di isolarlo e di studiarlo in vitro, traduce il ruolo singolare, determinante, che nel suo caso svolgono i vincoli genetici. In altri casi l'isolamento é un gioco pericoloso, e chi crede di purificare il suo oggetto, di fatto interviene attivamente nel signifi- cato di cid che osserva. In linea di massima possiamo dire che le precauzioni quasi-paranoiche che assicurano, per esempio nella psico- logia sperimentale, il carattere riproducibile delle sperimentazioni, traducono in negativo quello che, per scrupolo metodologico di purifi- cazione, tali osservazioni intendono trascurare: proprio il fatto che i comportamenti degli esseri studiati non sono purificabili dai loro contesti. Il fatto, in ultima analisi, ¢ che — dal momento che la sperimentazione si rivolge non a uno stato di fatto ma a un essere prodotto dalla storia e capace di storia — essa si rivolge a qualcosa che non é certamente un soggetto nel senso umano del termine, ma che non é neanche pii un puro oggetto. A nessuna metodologia tocca la possibilita di decidere, in nome dei “vincoli della scientificita”, di negare attraverso il modo stesso in cui definisce la sua interrogazione il fatto che il senso della sua interrogazione possa anche porre problemi a cid che viene interrogato,'> e questo a gradi diversi. Anche in questo caso, la complessita intrinseca dei viventi, il fatto che siano il prodotto di storie multiple in rapporto alle quali assumono un senso tutti i vincoli, genetici, sperimentali o di altra natura, non impone un limite drammatico a tutte le possibilita di sperimentazione ma la necessita di una sperimentazione intelligente, che assuma la responsabilita rischiosa delle questioni pertinenti. Ogni questione é una scommessa nei riguardi di cid a cui l'oggetto interrogato é sensibi- le e nessun metodo é neutro nei riguardi di questo problema. Vediamo che, dal punto di vista difeso qui, la “scoperta della complessita” é lungi dall’essere una panacea universale. E piuttosto scoperta di problemi che non di soluzioni. Possiamo dire che essa impone un “nuovo rapporto di conoscenza”, che é portatrice di un genere di “rivoluzione intellettuale”? Credo piuttosto che ci rimandi al problema di cid che viene resa la conoscenza da quel tipo di formazione disciplinare inventato per le scienze cosiddette “dure” nel corso del XIX secolo. E significativo che sia un pensatore del XVIII secolo, Lichtenberg, a darci quella che é forse la pit bella parabola della complessita." Lichtenberg sogna. Nel sogno un vecchio “soprannaturale”, nel quale riconosciamo senza sforzo la figura di Dio, gli affida una sfera e gli indica un laboratorio dove analizzarla. Lichtenberg, con molta cura, manipola la sfera, l’asciuga, la sfrega per saggiare le sue proprieta elettriche poi, non trovando niente di speciale, l’analizza chimicamen- te e trova un centinaio di elementi costitutivi alquanto comuni. Delu- so, ne consegna l’elenco al vecchio che gli annuncia che la sfera analizzata era il globo terrestre e gli descrive le catastrofi causate dalle sue manipolazioni “premurose”: gli oceani evaporati al suo 80 soffio, le Ande ancora attaccate al suo fazzoletto, eccetera... Lichten- berg chiede una nuova opportunita e il vecchio gli affida un oggetto, dentro un sacco, da analizzare chimicamente. Lichtenberg apre il sacco e cade in ginocchio, vinto: si tratta di un libro... L’aneddoto, naturalmente, non é che un sogno; il globo terrestre, analizzato chimicamente, non sarebbe certo ridotto a una sfera mine- rale. E d’altra parte, la lezione — che fa cadere in ginocchio Lichtenberg solo perché é “Dio” a dargliela — @ certamente una lezione di umilta ma non di rinuncia. L’insuperabile problema della pertinenza della manipolazione, della pertinenza della questione, non apre la porta all’irrazionalismo, né per noi né per Lichtenberg, ma al riconoscimen- to—al di la delle certezze della disciplina — del rischio sempre presente di “far tacere” l'oggetto stesso che interroghiamo. Rimanda alla re- sponsabilita di colui che interroga e al quale deve sempre poter essere jiesto conto di cid che ha fatto di... cid con cui aveva a che fare. Come concepire la disciplinarizzazione i in modo tale che, » oBgi, essa possa essere messa in causa dalla “scoperta della complessita”? Ho parlato del rischio legato alla duplice separazione, concettuale e tecnica, che permette la sperimentazione. Ma il XIX secolo ha inventato e messo in atto una terza separazione che da la sua impronta alla scienza di oggi: la separazione sociale tra quelli che “sanno riconoscere i fatti” e quelli che, incompetenti, seguono la corrente. I soli “fatti” accettati come scientifici, che sono fonte di “autorita”, sono quelli che rispettano la distinzione disciplinare tra cid che & significativo e cid che @ rumore, e cioé quelli prodotti dalla classe riconosciuta degli specialisti teoricamente informati. Abbiamo gia accennato alle tesi epistemologiche che drammatizza- no l’idea, vera, secondo la quale ogni fatto é impregnato di teoria, e ne concludono che le scienze sperimentali impongono unilateralmente le loro categorie al reale. Queste tesi implicano che il problema di una interrogazione pertinente non ha alcun senso perché il reale & costituito come muto. Che cosa drammatizzano queste tesi epistemologiche? La situazio- ne insuperabile del soggetto ae lla conoscenza? O forse l’isolamento di questo soggetto nello spazio chiuso delle istituzioni accademiche? Nel suo Dell'interpretazione della natura," Diderot aveva ben presentato la solitudine del costruttore di sistemi, ma aveva anche mostrato che qualche “fatto”, dissepolto dall’umile “manovale polveroso”, veniva sempre a distruggere l’edificio teorico pit superbo e a imporre la ricostruzione di altri sistemi. Non aveva previsto che la definizione degli spazi accademici avrebbe spezzato la dialettica sociale tra quelli che “riflettono” e quelli che “si danno da fare”, unica dialettica in grado, per lui, di rispondere a cid che aveva gid inteso come la “sfida di una natura complessa”. Rinyierd qui al bel libro di Judith Schlanger, Penser la bouche pleine,'* che pone il problema del fascino che esercita su chi ritaglia e mette in scena l’evidenza del proprio taglio particolare. Ella nota che questo fascino non é totale. L’egittologo ritaglia il proprio oggetto, ‘lEgitto “egittologizzabile”, ma, perfino nel linguaggio che usa, coe: stono, e nutrono il suo interesse per questo Egitto, molte altre specie di Egitto di cui sa che hanno avuto il loro fascino: quello dei Greci, 81 quello dei miti, quello dei romanzi e dei film. E questa “memoria culturale”, essa dice, questo sapere che a proposito del nostro oggetto sono esistite ed esistono ancora altre evidenze, reintroduce il mondo tra noi e noi, ci impedisce di aderire pienamente a un’evidenza teorica. E questa memoria culturale, veicolata dalle parole o dalla coesistenza effettiva dei saperi, che mantiene il ricordo del rischio, da un senso e una misura alla pertinenza e favorisce all’occorrenza l'innovazione teorica. Ora, la professionalizzazione, che ha costituito le scienze in discipline, si @ fatta rendendo questa “memoria culturale” il pit ibile vuota e banale. “Una scienza che diventa seria non ha pid isogno del suo passato,” si sente dire correntemente, e la storia della sua scienza non ha alcun interesse per l'apprendista-scienziato. E pit che evidente che nessuna “scoperta della complessita” in quanto tale é in grado di rimettere in questione la chiusura accademica e il monologo sperimentale che essa stabilizza. Tuttavia, non é indiffe- rente che il problema professionalmente occultato della pertinenza e del rischio diventi un problema teorico intrinseco nelle situazioni che abbiamo definito “complesse”. In ogni caso, se c’é una risposta alla “sfida della complessita”, non é di tipo teorico, nel senso di un’even- tuale “teoria della complessita”, ma pratico, nel senso in cui le istitu- zioni del sapere traducono delle pratiche sociali, economiche, politiche e culturali. Passa per quello che J-M. Lévy Leblond ha chiamato “messa in cultura della scienza”.’® Finirla coi paradigmi, salvaguarda- re l'intrepidita che rende bella e interessante la questione sperimenta- le, superando l’incoscienza che viene cosi spesso rivendicata oggi come condizione di questa intrepidita. Prendere, accettare ed essere capaci di misurare il rischio. NOTE | GM. Letpniz, Essais de Théodicée, Garnier Flammarion, Paris, 1969. Vedere in particolare i paragrafi 45 ¢ 49; tr. it. Teodicea, Zanichelli, Bologna 1973. 2 G.W. LEIBNIZ, Prefazione a Nuovi saggi sull'intelletto umano, La Nuova Italia, Firenze 1947, pp. 30-33. 3A.N. Warrenean, La scienza e il mondo moderno, Boringhieri, Torino 1979, p. 70. ‘I. Pricocine ¢ I. STENGERS, La nouvelle alliance, Gallimard, Paris 1979; tr. it. La nuova alleanza, Einaudi, Torino 1981. La versione angloamericana, Order out of Chaos (Heinemann, London e Bantam, New York), apparsa nel 1984, offre un’esposizione pitt completa su questo punto. H. ATiaN, Entre le cristal et la fumée, Seuil, Paris 1979, in particolare pp. 76-77 e p. 130. * A proposito dell’articolazione tra problema e spazio delle soluzioni si veda, G. Detevze, Difference et Répétition, PUF, Paris 1972, in particolare il capitolo IV; tr. it. Differenza e ripetizione, Il Mulino, Bologna 1972. 7 Per quanto concerne la sensibilita alle fluttuazioni del flusso, si veda, R. LEFEVER W. HorstHEMKE, Noise-Induced TransitionITheory and Applications in Physics, Chemistry and Biology, Springer Verlag, Berlin New York 1984, e, per quanto concerne la sensibilita alla gravitazione, D.K. KonbePupt e I. PricociNe, “Physica”, 107A, 1981, pp. 1-24 e D.K. Konperunr, “Physica”, 115A, 1982, pp. 552-566. "J. NEEDHAM, Evolution and Thermodynamics, in Moulds of Understanding, George Allen and Unwin, London 1976, p. 188. 9 J. Monop, Le hasard et la nécessité, Seuil, Paris 1970; tr. it. I! caso e la necessita, Mondadori, Milano 1970. 10 CH. Wappinaton, The Strategy of the Genes, George Allen and Unwin, London 1957, 82 ¢ The Evolution of an Evolutionist (raccolta di articoli), Edinburgh University Press, Edinburgh 1975; tr. it. L’evoluzione di un evoluzionista, Armando, Roma 1979. "Si veda in particolare il “dossier Vavilov” in SJ. Goutp, Hen's Teeth and Horse's Toes, Norton, New York 1983; tr. it. Quando i cavalli avevano le dita, Feltrinelli, Milano 1984. 2 Alcuni studi di casi che seguono questa direzione si trovano in $.J. Gout, op. cit., nota 11, nella sezione Adattamento e sviluppo. 3 Sulla nozione di “chiusura” di un vivente in rapportoal I proprioambientecoesistono due sensi. La biologia molecolare attraverso questa nozione afferma la determinazione in ultima istanza dello sviluppo da parte del genoma (la nozione di involucro genetico aggiunge soltanto che cid che si attualizza ¢ uno dei numerosi possibili di cui il genoma contiene la definizione: le circostanze selezionano questo possibile un po’ come lo stadi iniziale seleziona un’evoluzione particolare nel “gioco della vita”). Francisco Varela (Prin ples of Biological Autonomy, North Holland, New York 1979) distingue invece tra l'organiz- zazione, invariante, autonoma e operazionalmente chiusa, ¢ le strutture che attualizzano questa organizzazione astratt: questa distinzione pud essere avvicinata a quella che abbiamo stabilito a proposito della master equation, che descrive in modo astratto gli avvenimenti ¢ le relazioni tra avvenimenti all’interno di un ambiente, e che dovrebl permettere di dedurre i differenti regimi di attivita che tale ambiente pud adottare. Una distinzione di questo genere ha certamente il grande interesse di sottolineare la singolarita del vivente, che é la sua coerenza interna, e I’assenza di qualsiasi rapporto semplice tra le interazioni (fisiche e chimiche) che questo vivente intrattiene con il proprio ambiente e il senso che conferisce a queste interazioni. Tuttavia non definisce, con questo, il vivente come oggetto di conoscenza, e rischia, se tenta di fregiarsi delle virtd di un modello operativo, di occultare questo altro problema che, a sua volta, definisce la singolarita del vivente: non sappiamo di che cosa sia capace un corpo vivente, e neanche a che cosa, in questa o quella condizione, sia sensibile. Possiamo tentare di farne la cartoj ma non Ia teoria, Non abbiamo sicun accesso allorganizzazione” a partire dalla quale una tale teoria sarebbe possibile. La nozione di chiusura, se viene assunta come modello operazionale che permette di giudicare le interazioni di un vivente con i! suo ambiente, sia che tale chiusura venga compresa nel senso della biologia molecolare sia nel senso di Varela, porta a riferirsi a quello che ho chiamato un punto di vista infinito, o metafisico: in entrambi i casi la nozione di chiusura ha solo un senso negativo; solo Colui che conoscesse la totalita dei processi biochimici (compresi quelli del sistema nervoso), o che potesse mettere in equazioni la totalita delle interazioni e dei legami che questi processi assicurano, potrebbe trasformare questo giudizio negativo in affermazione. Nei due casi, non é dato alcun mezzo per distinguere tra quello che si da come riproducibile e prevedibil (quello che definiremmo la “norma specifica”) ¢ quello che appartiene all'individuo singolare. 4 §.J. Gout, Ontogeny and Phylogeny, Belknap Press, Cambridge (Mass.) 1977. 15 Questo implica che i dispositivi sperimentali che erano “fatti per” assimilare i viventi studiati secondo un modello semplice possono, all’occorrenza, essere deviati per studiare come I’animale “ragiona” nei loro riguardi. Si veda come, a proposito degli esperimenti stimolo-risposta classici nella psicologia sperimentale, @ possibile essere portati ad accreditare al topo attivita quali una ricerca attiva di congetture plausibili a proposito del legame (inventato dallo sperimentatore) tra stimolo e ricompensa (IAN Macewrost, Conditioning and Learning in Animals, in “New Scientist”, 26 gennaio 1984, p. 30). 18 G.C. LicHTENBERG, Vermischte Schriften, Gottingen, 1844-1853?, vol. 6, pp. 48-60. 17 D. Diwerot, De 'interprétation de la nature, Editions Sociales, Paris 1971; tr. it. Interpretazione della natura, Editori Riuniti, Roma 1967. '* J. SCHLANGER, Penser la bouche pleine, 2 ed. riveduta, Fayard, Paris 1983. 7 , J.M. Lévy Leponp, L’esprit de sel, Fayard, Paris 1981 (ripubblicato da Point-Seuil, 1984), 83 Progettazione della complessita e complessita della progettazione di Jean-Louis Le Moigne Il problema é ormai quello di trasformare la scoperta della complessita in metodo della com- plessita. E. Morin! Possiamo progettare la complessita, sia che si tratti della complessi- ta dei rapporti umani, dei programmi dei calcolatori 0 del “problema dei tre corpi”? La complessita non é forse, letteralmente, non-progetta- bile? Una complessita che potessimo progettare — e dunque descrivere, disegnare, formare, rappresentare, inventare, capire...— sarebbe vera- mente complessa? Non sarebbe piuttosto, molto banalmente, compli- cata, tutt’al pid iper-complicata? Interminabili calcoli non permette- rebbero forse di spiegarne le forme pit singolari e di darcene infine la comprensione attraverso la spiegazione quasi laplaciana’ del fenomeno troppo affrettatamente presunto complesso? Per essere compreso, non deve forse essere progettabile? Paradosso, allora, 0 gioco di parole? Ognuno sa, per esperienza comune, progettare la complessita, riconoscerla, indicarla, perfino, se occorre, ammettere l'impossibilita di una sua riduzione a un qualche modello compiuto, chiuso, calcolato. Ognuno sa per esperienza la necessita stessa di questo concetto... complesso per eccellenza... per esprimere molte percezioni quotidiane, o per giustificare molti proget- tid’intervento. La sua stessa ambiguita é rassicurante. Una complessi- ta “chiaramente progettabile” e dunque riducibile a cid che é calcolabi- le perderebbe la sua forza di legittimazione delle azioni e delle non- azioni che suscita o a cui da I’avallo. In questo caso non sarebbe forse sufficiente, per esaurirla, disporre di un’intelligenza laplaciana, capace di concatenare tutto in una stessa formula, e per la quale, di conseguenza, niente sarebbe incerto? Come possiamo progettare una complessita che attribuiamo volen- tieri a una qualche realta ritenuta non- -progettabile se non inspiegabile dalla ragione umana? II metodo dei paradossi® — semantici 0 auto- referenziali — si é pit di una volta rivelato un’euristica feconda: esplorando il Paradosso della Progettazione dell’ Improgettabile, forse, giungeremo ad arricchire sia la nostra intelligenza della complessita* (progettare la complessita) sia la nostra intelligenza della progettazione (Vazione di progettare, e il suo risultato; altrimenti detto: la complessi- ta della progettazione). La congiunzione di queste due imprese ci aiutera 84 forse a comprendere meglio, e a cogliere meglio, le sfide della comples- sita. 1, PROGETTARE LA COMPLESSITA L'esercizio sembra nuovo per la scienza: da Galileo a Einstein, passando da Newton, Laplace o Berthelot, non ci si é forse sforzati, spesso con prodigioso successo, di braccare la complessita, di ridurla, di svelare, Sotto la complessita delle apparenze, la semplicita — 0 in sua mancanza, la complicazione spiegabile — delle regole che reggono i fenomeni naturali o artificiali? Rendere il meraviglioso banale®; caccia- re il mistero dall'Universo, come rivendicava Marcelin Berthelot alla fine del XIX secolo, non era questa la splendida vocazione della Ricerca scientifica? Per perseguire questo obiettivo fondamentale, sono stati edificati progressivamente alcuni solidi fondamenti episte- mologici, da Descartes a Auguste Comte e al Circolo di Vienna, che hanno assiomatizzato precisamente Ja riducibilita dal complicato al semplificato e l'esplicabilita causale di tutti i fenomeni oggettivabili: fondamenti che, negando forse la realta della complessita, non inco- raggiavano affatto le comunita scientifiche a progettarla. Scienza e complessita: W. Weaver 1947 La frattura é recente, e del resto ancora contestata almeno nella sua importanza propriamente scientifica. Ognuno é d’accordo (retro- spettivamente) a farla risalire al 1947, data della comparsa di un articolo, oggi celebre, di W. Weaver, dal titolo effettivamente premoni- tore: Scienza e complessita I lettori attenti di Paul Valéry o di Gaston Bachelard (indubbiamente tra molti altri) mostrano agevolmente che alcuni pionieri proponevano di ri-conoscere il carattere fondamental- mente scientifico del concetto di complessita a partire dalla fine del XIX secolo, ma non erano affatto compresi dai loro contemporanei. Non é forse stato necessario attendere la progressiva maturazione della Scienza dei sistemi e delle “Nuove Scienze” che a poco a poco essa accorpava, perché il testo di W. Weaver incontrasse, a partire dal 1968 (vent’anni dopo!), l’interesse e l’attenzione che gli riconosciamo oggi? Indubbiamente occorrerebbe contrassegnare la storia di questa maturazione dell’/ntelligenza della complessita nell’ambito della ricer- ca scientifica contemporanea con alcuni punti di riferimento significa- tivi: le prime progettazioni della complessita sostituivano volentieri, al problema di una definizione formale e generale, il problema della misura della complessita: se disponiamo di un modello di misura (e dunque di confronto) della complessita di un sistema, non disporremo ipso facto di una definizione concettuale soddisfacente e strumentale? Furono principalmente le scienze dell’ingegneria, che avevano il pro- blema del progetto o del controllo di grandi sistemi percepiti come 85 complessi, che tra il 1950 e il 1980 svilupparono alcuni modelli della complessita ai quali siamo tentati di riferirci oggi. I modelli della varieta cibernetica (R. Ashby) Il modello della varieta cibernetica implica una corrispondenza tra ogni comportamento (0 “stato”) di un sistema e una configurazione (o “rete”) delle relazioni tra i processori che si presume siano costitutivi di questo sistema: nel caso (teorico) in cui si possano enumerare questi processori (che sono N, ad esempio) e in cui ciascuno di essi pud venir collegato (oppure no) in modo unico a ciascuno degli altri, si pud semplicemente misurare il numero dei comportamenti possibili per mezzo della misura della varieta di questo sistema, proposta da R. Ashby,’ e poco pit tardi generalizzata. Se si accetta di considerare questo numero di comportamenti differenti possibili come una valutazio- ne della complessita del sistema (una definizione implicita, dunque), si dispone di un modello — molto semplice, in fin dei conti — di misura di questa complessita: é sufficiente conoscere N, il numero di processo- ri in grado di essere attivati nell’ambito del sistema considerato. Come identificarli ed enumerarli in modo certo? (Il numero delle sinapsi del cervello? II numero di attori nell’ambito dell’organizzazione?) La teoria in questo caso difetta; si tratta, nella migliore delle ipotesi, del numero delle cose ritenute pertinenti da ogni modellizzatore: la sua codificazione! Questo modello di misura implica inoltre che N sia un che il sistema sia chiuso: il numero dei suoi , € dunque la sua complessita, non é pertanto Uno degli sviluppi apparentemente piu affascinanti di questo mo- dello, quello della definizione della complessita differenziale, pare non essere ancora stato oggetto di lavori significativi. Non é tanto alla complessita come valore assoluto che s'interessa in generale un progetto d'intervento su un sistema quanto alla complessita istantanea: quanti comportamenti differenti @ suscettibile di manifestare nel seguente istante: AV/At® Spesso anche il segno di questo differenziale interesse- ra l’intervento: il sistema é in complessificazione crescente, o decrescen- te? (Ritroveremo quest'idea quando richiameremo la modellizzazione, gia suggerita da W. Weaver, della complessita attraverso l’organizza- zione.) Il modello della misura statistica della complessita (C. Shannon) Il modello della complessita informazionale (o termodinamica) fonda la complessita sulla frequenza di occorrenza dei comportamenti singola- ri: permette dunque di affinare il modello di Ashby, prendendo in considerazione la non-equiprobabilita di occorrenza dei comporta- menti possibili: si passa in qualche maniera da una complessita teorica progettabile a una complessita pratica osservabile. “La quanti- ta d'informazione in un sistema é una misura del suo grado di organiz- zazione,” scriveva N. Wiener gia nella sua introduzione a Cybernetics 86 (1948, p. 11). Non sorprende che sia stato W. Weaver, poco dopo aver scritto il suo articolo Scienza e complessita, a avvertire la generalita della teoria matematica della comunicazione che C. Shannon aveva appena pubblicato.? La misura shannoniana della quantita d'informa- zione suscettibile di essere trasmessa o perduta in un sistema suggerisce effettivamente una valutazione di cid che sembra essere la complessita di questo sistema. Tuttavia sono rari i ricercatori che hanno esplorato con cura la pertinenza di questa metafora che collega l'informazione trasmessa o mancante alla complessita. Indubbiamente perché il modello di Shannon si presentava attraverso un’analogia affascinante con uno dei modelli fondamentali della termodinamica, quello della misura della funzione di stato (o di entropia) di un sistema elaborato nel secolo scorso da Boltzmann. La corrispondenza intuitiva tra il valore della funzione di stato (... termodinamica) di un sistema e la sua complessita sembra effettivamente immediata: la funzione di stato si determina a partire dal numero delle differenti complessioni che 2 possibile osservare in un sistema e dalle probabilita di verificarsi di ciascuna di queste complessioni. Questo modello non ci mostra, pitt di quanto non lo facesse il precedente, come l'osservatore determina in modo certo queste complessioni (le configurazioni dei processori, nel modello detto di Ashby). Ma introduce esplicitamente nella valutazione della complessita il fatto che si prenda in considerazione la distribuzione di probabilita dell’ occorrenza dei comportamenti (o degli stati), e dunque la considerazione della loro incertezza relativa... per un osservatore, Questo argomento si rivelera essenziale nella progettazione contempo- ranea della complessita. Tl modello della complessita delle reti di connessione (Marcus) Il modello della complessita comunicazionale (0 delle reti di inter- connessione) si é sviluppato agli inizi degli anni Settanta, attraverso un’interazione tra i due precedenti. Ha portato a una teoria matemati- ca della complessita'® che si propone di valutare la dimensione di un sistema (ad esempio il numero dei processori N) in funzione del livello di prestazioni che gli é richiesto (quante centrali telefoniche d'intercon- nessione occorra installare in una rete per assicurare almeno il 98 per cento delle richieste di chiamate de; AT abbonati di quella rete, ad esempio). E stato senza dubbio il cambiamento di scala provocato dal passaggio dalle interconnessioni tra persone alle interconnessioni tra processori a elevatissima capacita di trattamento cid che ha provocato l’accelerazione delle ricerche in questo campo, tutte fondate su lavori iniziali di C. Shannon. Jean Voge, in un bello studio sull’economia delle reti e l’economia della complessita,"! ha valorizzato la pertinenza della loro principale conclusione formale; per connettere N processori, forse non é necessario disporre di N? processori di connessione: pud essere sufficiente disporre di un numero di connessioni che siano dell’ordine di N - LogN. Questa decomplessificazione strutturale, a livello di una specifica prestazione funzionale, suggerisce una conce- zione strumentale della complessita di una rete che interessera i progettatori di sistemi in forma duratura. 87 Il modello della complessita computazionale (H.A. Simon)? Il modello della complessita computazionale & senza dubbio il pit recente — e forse il pid potente — dei modelli di valutazione della complessita di un sistema: si é sviluppato a partire dal 1974 e ha, ogi, una grande vitalita in particolare nel campo del software engineering. E cid a partire da domande del tipo: possiamo valutare la complessita di un programma informatico e suggerire dei metodi di progettazione di algoritmi e di scrittura di programmi che portino a oggetti di complessita tollerabile se non debole (sia che questa complessita operazionale venga valutata in costi di mantenimento sia nella durata relativa dei calcoli)? L’idea di partenza é quella di prendere in conside- razione il cambiamento nell’ ordine di grandezza della complessita di un sistema provocato dalle “relazioni ad anello”. Finché i trattamenti (0 le computazioni) si fanno a cascata, senza retroazione (feedback, iterazione), i comportamenti di un sistema vengono avvertiti come intuitivamente prevedibili (0 almeno facilmente calcolabili per dedu- zioni sequenziali, eventualmente lunghe, ma meccanizzabili e prevedi- bili). D’altra parte si parlera volentieri di sistema complicato per descrivere simili reti arborescenti di grande portata. Non appena compa- re una relazione ad anello (o di retroazione), si percepisce intuitivamente che il comportamento del sistema rischia di diventare, se non impreve- dibile, almeno contro-intuitivo'*: i] solo modo di identificare i compor- tamenti che possono prodursi sembra essere quello di simulare - 0 di far funzionare — il sistema considerato. Metodo a volte oneroso, perfino dannoso, che ricorda quello dell’apprendista stregone incapace di dominare il processo che ha scatenato. L'identificazione di queste relazioni ad “anello” (creazione di alternative che generano eventuali azioni di iterazione o di concatenazione), e la loro enumerazione suscite- ra un certo numero di formalismi che mirano a studiare la complessita di un sistema di calcolo (inteso come modello di un fenomeno qualunque attraverso un sistema). Questa rappresentazione-valutazione della complessita computazionale di un programma informatico suscitera, per propagazione spontanea, alcune generalizzazioni nella valutazio- ne della complessita di un algoritmo esprimibili attraverso diversi programmi, e poi della complessita di un problema suscettibile di essere risolto attraverso diversi tipi di algoritmi. Misure dell'iper-complicazione piuttosto che della complessita Questa breve esplorazione delle principali progettazioni della com- plessita (intesa positivamente come una proprieta valutabile di un sistema modellizzabile), messa in evidenza da alcune grandi correnti della ricerca scientifica contemporanea, non é evidentemente suffi- ciente a esaurire la comprensione della complessita che ognuno ha non appena considera problemi familiari quali i rapporti Nord-Sud (0 Est-Ovest)... o le relazioni affettive, produttive e cognitive di due esseri umani impegnati, per esempio, in una stessa azione. Questi formalismi, anche se ci chiariscono alcuni aspetti della complessita (le soglie di dimensione, l'effetto delle inter-relazioni, il ruolo delle relazioni 88 ad anello, la dipendenza dal rischio e dall’incerto...), non sono chiaramen- te sufficienti per permetterci di “descrivere” le percezioni che ne abbiamo. Postulano tutti qualche ipotesi di chiusura del modello e di enumerazione dei suoi componenti, cosicché é pitt corretto dire che essi consentono una valutazione dell'iper-complicazione di un sistema osservato (indi- pendentemente dal suo osservatore) piuttosto che della sua complessi- ta..., intesa nel senso effettivamente “complesso” che gli attribuiamo abitualmente. Questa constatazione ha portato la ricerca epistemologica contem- poranea a rinnovare i modi di rappresentazione della complessita a partire da un’osservazione e da un postulato. La complessita é nel codice e non nella natura delle cose L'osservazione é familiare: molti fenomeni percepiti inizialmente come complessi (quasi inintelligibili o non correttamente rappresenta- bili) sembrano diventare improvvisamente comprensibili non appena i modellizzatori “cambiano codice” per descriverli, o per decifrare il codice attraverso il quale li leggono: |’ellisse, l’elettrone o la funzione d’onda sembrano essere concetti inventati dall’Uomo per rappresenta- re in forma semplice dei fenomeni percepiti come complessi quali la forza, l’energia o la potenza.'* Non appena lo descriviamo per mezzo di quel nuovo codice (o linguaggio) puramente concettuale, sembra possibile ritenere intelligibile, perfino semplice, quel fenomeno che ieri era inestricabilmente complesso. L’orbita del pianeta Marte che Keplero si accaniva a determinare, al prezzo di 900 pagine di calcoli, con l’equazione di un epicicloide Particolarmente complessa... diven- tava improvvisamente facile da descrivere e da interpretare nel mo- mento in cui si spstituiva al codice tolemaico e copernicano delle sfere celesti (dei cerchi ruotanti all’interno di cerchi, ruotanti intorno a...) il codice dell’ellisse. Ma che audacia per accettare questo cambiamen- to di codice! Non bisognava forse rinunciare alla “divina simmetria” del cerchio? Oggi, tuttavia, la prima legge di Keplero (“Le orbite dei pianeti sono delle ellissi di cui il Sole occupa uno dei fuochi”) spiega in modo meravigliosamente intelligibile un fenomeno che, fino al XVII secolo, era considerato come straordinariamente complesso (si pensi ai movimenti apparentemente retrogradi, per un osservatore terrestre, di alcuni pianeti). Ci sono mirjadi di stupendi esempi di questo genere. H.A. Simon ama rievocare' la gioia di Simon Stevin alla scoperta delle leggi del piano inclinato che permettevano di rappresentare in modo compren- sibile l’equilibrio sorprendente di una catena che aveva quattro anelli da una parte della puleggia e soltanto due dall’altra: un cambiamento di codice nella rappresentazione dell’equilibrio, attraverso la conside- razione dell’angolo dei piani, e la complessita si trasforma improwvisa- mente per l’osservatore: “meravigliosa ma intelligibile”. E c’é forse bisogno di riferirsi al caso della decifrazione di un presunto messaggio cifrato? La complessita scoraggiante della sua traduzione diventa a un tratto perfettamente intelligibile, non appena l’osservatore dispone della “cifra”. Le ricerche sulla crittografia sono in questo caso tanto 89 Figura 1. - L’illustrazione progettata da Simon Stevin per chiarire la sua derivazio- ne ‘della legge del piano inclinato. piu pertinenti per il nostro scopo in quanto mettono in evidenza il carattere fondamentalmente artificiale del processo di codificazio: la crittogratia ricerca infatti, inizialmente, dei modi di ricodificazione che complessifichino il pit inestricabilmente possibile i messaggi che un osservatore pud conoscere; per lui la complessita sembra dipendere dalla natura del messaggio, finché non dispone di una “cifra” di decodificazione. Ritiene dunque questa realta intrinsecamente com- plessa! Ma non appena é informato del fatto che si tratta di un messaggio cifrato, la complessita ontologica del messaggio svanisce, a favore della complessita della ricerca del codice. E questa complessita tende a trasformarsi o ad attenuarsi non appena venga intesa come progettata consapevolmente (e dunque calcolata, o computata) alme- no da un altro osservatore. Se dobbiamo ammettere che la complessita di un sistema non é necessariamente una proprieta di questo sistema (sia esso naturale o artificiale),'° ma una proprieta della rappresentazione attualmente dispo- nibile di questo sistema, esso stesso descritto in uno o pit codici (o linguaggi), la nostra rappresentazione della complessita si trasforma, e con essa i modi in cui ci possiamo accostare ad essa: se costruita, la complessita pit: inestricabile diventa letteralmente progettabile, 90 poiché é costruita da almeno un crittografo, che potremmo essere noi. La complessita é intesa nel codice e non nella “natura delle cose”. Un postulato di ambiguita deliberata della modellizzazione La concezione crittografica della Complessita suggerisce — e forse necessita — un postulato i cui spunti epistemologici sono a volte difficili da accettare ancora oggi: se la complessita non é nella natura delle cose (che non sarebbero né semplici, né complesse... tutt’al pit indifferenti alle interrogazioni dell’osservatore), essa lerebbe nel modello che l'osservatore si costruisce del fenomeno che ritiene comples- so. E poiché é l’osservatore che sceglie il codice (gli schemi di codifica- zione) con il quale modellizza questo fenomeno, la complessita divente- rebbe una proprieta del sistema — questo realmente complesso — che @ costituito dall’osservatore che modellizza insieme al modello che egli costruisce (che “codifica”). La complessita non é pit di conseguenza una proprieta del sistema osservato, ma del Sistema Osservante. Credo sia stato H. von Foerster a valorizzare nel modo pit esplicito la pertinenza e la portata di questo postulato implicito di tutte le model- lizzazioni della complessita!’: qui possiamo dunque restringere l'argo- mentazione a questo riferimento essenziale. Forse non é superfluo sottolineare l’audacia di questo postulato: Y. Ekeland per esempio (che senza dubbio lo ricuserebbe) lo mette indirettamente in questione suggerendo quanto avrebbero potuto essere compromesse le possibili- ta di trovare un buon codice per Keplero: Districare le orbite planetarie ha richiesto infinitamente pitt pazienza che districare una lenza aggrovigliata con i suoi ami... E inoltre il pescatore, che ha visto la sua lenza andare dritta nell’acqua, ha qualche ragione di credere che potra sbrogliarla se la tira su aggrovigliata. Un Tolomeo o un Keplero per sostenere i loro sforzi non hanno che una fede conquistatrice nell'armonia nascosta del cosmo.'* Il postulato del Sistema Osservante privera il prossimo Keplero (quello che forse proporra un altro codice che trasformera la nostra intelligenza della complessita delle galassie) di questa fede conquista- trice in una misteriosa e complessa armonia del cosmo: forse non esiste... nel cosmo, se pud esistere... nelle rappresentazioni che ce ne creiamo. Il necessario e il possibile, il complicato e il complesso Pertanto se non possiamo progettare facilmente la complessita di un sistema chiuso — e disgiunto dal suo osservatore e dai codici di osservazione — se non in modo impoverito (una complessita ristretta a una complicazione, complicazione eventualmente riducibile, per mutilazioni o decomposizioni successive, a un’ipotetica legge di neces- sita), in compenso dobbiamo poter progettare la complessita di un sistema osservante capace sia di congiunzione cognitiva (costruzione a codificata di modelli) sia di creazione di codici. Questa progettazione della complessita sara forse pit facile se presentiamo in modo pid strumentale il postulato della complessita della modellizzazione: non si tratta forse di un postulato di deliberata ambiguita della corrisponden- za attiva tra il fenomeno modellizzato e il modello stabilito dal Sistema Osservante? —Poiché questo fenomeno é supposto inesauribile, e dunque irridu- cibile a un modello per quanto complicato possa essere, il modello dichiarato complesso di questo fenomeno sara, per il modellizzatore, altrettanto inesauribile: non descrive sicuramente “il tutto” del fenome- no modellizzato, ma descrive forse “pit” di questo fenomeno. ~ Poiché il fenomeno considerato non é forse necessario, ma occor- renza attuale d'un possibile potenziale nel suo ambito, il modello non sara stabilito da un’analisi presunta fedele o oggettiva del fenomeno positivamente osservabile, ma dalla “proiezione”"” del proposito del mo- dellizzatore: ed @ esattamente questo che chiamiamo la progettazione. ~ Poiché “la pit piccola particella di materia ¢ anche un frammento di storia”,® il modello del fenomeno dovra portare in sé questa invisibile potenzialita: potenzialita — e dunque memorie — che il Sistema Osservante dovra inventarsi deliberatamente, perché sa che non sono forse ancora tutte progettate! Fonte di un’estrema complessita possibile, se si pensa a quanti possibili sono in ogni momento progettabili. Il Metodo di Complessita Questo postulato, cosi sviluppato, porta in sé il germe del metodo di modellizzazione che E. Morin ha proposto di chiamare J Metodo di Complessita: come possiamo progettare un modello di un fenomeno che lo esprima senza esaurirlo, e che renda conto delle sue complessita possibili attraverso una complessita intelligibile? Esso autorizza inoltre una definizione generica della complessita che sintetizza forse l'essenzia- le degli argomenti che abbiamo fin qui considerato, partendo da una formula molto incisiva di Paul Valéry: “La Complessita é l'Imprevedi- bilita Essenziale.””" La Complessita: I'Imprevedibilita Essenziale Lacomplessita é la proprieta di un sistema modellizzabile suscettibi- le di mostrare dei comportamenti che non siano tutti pre-determinabili (necessari) anche se potenzialmente anticipabili (possibili) da un osserva- tore intenzionale di questo sistema. Questa definizione suggerisce un metodo di valutazione concettuale della complessita istantanea di un sistema (una “misura della complessi- ta”) attraverso la messa in corrispondenza — del numero dei comportamenti possibili di questo sistema (even- tualmente equilibrati dalla loro probabilita di accadimento) - con il numero di comportamenti certi (o predeterminabili in maniera certa) di questo sistema. 92 Sia che si presenti il paradigma de “la Complessita tramite il rumore”, nei termini in cui I’hanno sviluppato H. von Foerster, H. Atlan, J.P. Dupuy, o, forse ancora pit generalmente, “il paradigma dell’'iper-complessita” nei termini in cui lo sviluppa di nuovo E. Morin,” disponiamo oggi di un modo di rappresentazione dei fenome- ni (pit potenziale che attualizzato) che non esaurisce, e che non mutila, l’ambiguita, l’imprevedibilita e dunque la complessita dei fenomeni: una complessita ormai progettabile. Considerando l’esposi- zione di questo paradigma come acquisita, occorre ora interpretarlo in termini di metodo: il Metodo di Complessita é innanzitutto Metodo di Progettazione di Modelli Complessi. 2. COMPLESSITA DELLA PROGETTAZIONE Se la complessita é nella modellizzazione del fenomeno considerato complesso, siamo effettivamente portati a interrogarci sul Metodo di modellizzazione: il metodo di costruzione delle rappresentazioni per mezzo delle quali disponiamo di una conoscenza intenzionale del fenomeno, un metodo di progettazione di modelli complessi! Come progettare? Che cosa significa progettare? Non é forse “il problema del progettista”? Il problema del progettista Il problema dell’ osservatore-progettista ci appare capitale, critico, deci- sivo... Deve disporre di un metodo che gli permetta di progettare la moltepli- citd dei punti di vista e poi di passare da un punto di vista all’altro. Deve disporre di concetti teorici che, invece di chiudere e isolare le entita, gli permettano di circolare produttivamente. Deve progettare contemporanea- mente V'individuabilita degli esseri meccanici e i complessi di macchine interdipendenti che li associano... Ha bisogno anche di un metodo per accedere al meta-punto di vista sui diversi punti di vista, compreso il proprio punto di vista di soggetto inscritto e radicato in una societa. IL Progetisia @ in una situazione paradossale... (E. Morin, La Méthode, t. 1, p. 179) La ricerca di un metodo di progettazione della complessita ha susci- tato una riflessione sulla progettazione della progettazione che si é svilup- pata e affermata nell’ambito della scienza dei sistemi a partire dagli anni 1947-1952, nel corso dei quali furono pubblicati i testi fondatori di W. Weaver, C. Shannon, N. Wiener, L. von Bertalanffy, R. Ashby, H.A. Simon... Questa ricerca si é progressivamente sviluppata intorno a due paradigmi che oggi meglio comprendiamo quanto si articolino reciprocamente. Essi furono entrambi esplicitamente presentati da W. 93 Weaver nel 1947 come i due nuovi sviluppi che si riveleranno d’importan- za decisiva per aiutare la scienza ad affrontare la complessita dei problemi del XX secolo.” In termini pit familiari ai discorsi scientifici degli anni Ottanta, suggerisco di designarli: — in un contesto concettuale come: il Paradigma dell’Organizzazione ~e in un contesto pid strumentale come: il Paradigma dell’ Intelli- genza. Il Paradigma dell’Organizzazione Se W. Weaver aveva ben visto (o ritrovato)* la potenza della nozione essenziale di organizzazione (the essential feature of organiza- tion) per rappresentare, senza mutilarli (to oversimplify), i fenomeni rcepiti come complessi, non ne aveva esplorato né discusso tutta la fecondita. Dovremo a E. Morin questa esplorazione profonda, oggi magistralmente presentata ne La Méthode. Fin dal primo volume (che compare trent’anni dopo l’articolo di W. Weaver), appare chiaro che i concetti teorici di cui deve disporre il progettista alla ricerca di un metodo che gli permetta di progettare sono quelli del Paradigma dell’Organizzazione, ormai collocati saldamente nelle loro reciproche articolazioni. Non li riprenderemo qui, se non per sottolineare quello che forse costituisce uno dei valori aggiunti pit importanti arrecati dal Paradigma moriniano dell’Organizzazione™ al concetto scientifico di Complessita riscoperto inizialmente da W. Weaver. Quest’ultimo proponeva di rappresentare la complessita considerandola come una complessita organizzata. E oggi non é forse possibile proporre un ampliamento concettuale, perfettamente legittimato dalla teoria del- l'Organizzazione?** Forse che la modellizzazione della complessita non passa per l'intelligenza della complessita organizzante: attiva, producente essa stessa la propria intelligibilita senza rinchiudersi in una porzione di tempo o di spazio? Una complessita organizzante perché organizzata, e viceversa. Disponiamo ormai di un quadro concettuale ampliato che ci fornisce — senza paradossi — il concetto complesso e intelligibile di Organizzazione cosi magistralmente riformulato da E. Morin.” Progettare é organizzare; una progettazione é un’ organizzazione, orga- nizzata e organizzante; un modello non pud ridursi a uno schema organizzato, per quanto raffinato esso sia. Dobbiamo invece costruirlo e leggerlo nella sua potenzialita organizzatrice: deve essere organizzante, se pretende di spiegare la Complessita percepita (l'essenziale imprevedibili- ta) del fenomeno modellizzato. E se progettare é organizzare, poiché facciamo dell’organizzazione il concetto centrale della complessita, allora effettivamente, in questo senso, progetteremo la progettazione come un atto complesso che produce un risultato (il modello) complesso. Atto complesso, ma intelligibile, in quanto organizzazione. Sotto questo aspetto concettuale, la teoria della progettazione ci rimanda alla teoria dell'Organizzazione e dunque al paradigma moriniano della complessita. 94 11 Paradigma dell’ Intelligenza Il passaggio dal “che cos’é progettare?” al “come progettare?” ci portera a mettere in evidenza !’aspetto strumentale della teoria della progettazione. Dobbiamo proporci dei modelli (programmabili e dun- que in grado di essere interpretati per simulazione) dei processi cogniti- vi per mezzo dei quali il progettista-modellizzatore elabora quell’arte- fatto complesso che deve essere il modello-organizzazione di un feno- meno presunto complesso. In modo davvero premonitore (poichg i 1947 la nozione di sistema di computazione emergeva appena),”* Weaver aveva sottolineato la fecondita strumentale che avrebbe es! sciuto la rappresentazione dei processi cognitivi attraverso gli appara- ti di computazione (computing devices). Poco dopo, negli anni 1952- 1957, la simulazione dei processi cogn si sviluppava grazie all’ini- ziativa decisiva di H.A. Simone A. Newell, trasformandosi rapidamen- tein una disciplina che, a partire dal 1956, viene solitamente designata come Intelligenza Artifi iciale (che forse é sul punto di entrare a far parte di quella federazione che é la nuova scienza della cognizione).* A. Simon avrebbe organizzato a poco a poco la sua rie lermatice transdisciplinare in un paradigma coerente che propose di designare come: il Paradigma del Sistema di Trattamento dell’ Informazione.® Non tradiremo la sua intenzione Be enerale presentandolo oggi come il Paradigma dell’ Intelligenza poiché |’intelligenza é rappresentata preci- samente da un sistema di azioni di trattamento dei simboli (o d'informa- zioni) e dal risultato di queste azioni. Trattare dei simboli ¢ precisamen- te computarli. Quali tipi di computazione possiamo mettere in atto, quali corrispondenze possiamo stabilire - o aspettare — tra quelle regole di computazione e quei risultati (produzione di nuovi simboli)? Ea questioni di questo tipo che si rivolge oggi I’Intelligenza Artificiale. Ed @ anche per questioni di questo tipo, osservera H. Simon, che possiamo rappresentare il processo cognitivo di un Sistema Intelligente mentre progetta. La metafora della composizione musicale — 0 pittori- ca — servira spesso a illustrare questo punto. Il compositore — o il pittore — esercitano la stessa attivita cognitiva del progettista- modellizzatore: progettano un modello a partire da simboli e manipolan- do dei simboli... e non analizzando o scomponendo innanzitutto una realta considerata indipendente, e che essi pretenderebbero di rappre- sentare. Questa interpretazione computazionale della progettazione di un mo- dello portera H. Simon a definire una Scienza della Progettazione (“A Science of Design”) che avra come oggetto i metodi di definizione e di trattamento dei simboli suscettibili d’intervenire nelle diverse fasi della Progettazione dei modelli (dei modelli che portano in se stessi i loro processi di potenzializzazione dei modelli possibili del fenomeno percepi- to come complesso). Multi-razionalita della progettazione: le razionalita procedurali Non possiamo presentare qui, nella sua architettura d’insieme, questo paradigma dell’Intelligenza (... della Progettazione... e della 95 Complessita!) non pit di quanto precedentemente potessimo riesporre, qui, il paradigma dell’Organizzazione (... della complessita e della progettazione). Ma nella misura in cui senza dubbio é ancora poco miliare ai lettori di questo studio, dobbiamo ammettere che non esistono ancora esposizioni sintetiche d’insieme, benché i materiali per queste esposizioni sembrino oggi quasi tutti raccolti, attraverso l’accostamento dei grandi concetti piagetiani della Psicologia e dell’E- pistemologia genetica (nozioni di costruzioni di schemi di codificazione per assimilazione e accomodamento) e dei concetti simoniani delle Scienze della Cognizione e della Progettazione (le grandi funzioni di tutte le computazioni di simboli fisici, per congiunzione — creazione e induzione di pattern di simboli—confronto, spostamento, associazione — e per disgiunzione — diramazione, duplicazione, distinzione, distruzione; le principali strategie di computazione o di risoluzione in riferimento alle intenzioni del modellizzatore; l'identificazione delle possibili procedure di combinazione degli operatori di computazione, che portano alla selezio- ne di molteplici euristiche di soluzione...). Questa interpretazione computazionale della Progettazione di mo- delli permette di proporre un metodo (una strumentazione) che rende almeno possibile la produzione di complessita nell'ambito dei modelli: se sono progettati come costruiti con l’aiuto di simboli, per mezzo di simboli computanti, e dunque come simulabili per computazione, ritrovano le condizioni d’apertura (di potenzializzazione) per mezzo delle quali riconosciamo la complessita possibile del fenomeno model- jizzato. Per un paradosso apparente, che H. Simon sottolinea di frequente, modelli della complessita cosi progettati saranno “relativamente sem- plici”, o pit correttamente, facilmente intelligibili. Una volta formula- ta l’ellisse, dopo l’induzione di uno schema di codificazione artificiale, la prima legge di Keplero é facilmente intelligibile: la molteplicita delle caratteristiche possibili per le traiettorie di un pianeta non é distrutta da questa intelligibilita e forse é perfino suggerita al modellizzatore, che é cosi in grado d'inferire la complessita potenziale del suo modello apparentemente semplice. Ma, e forse soprattutto, & la molteplicita dei ragionamenti possibili (0 delle procedure di attivazione degli operatori di computazione disponibili) a rivelarsi feconda (ci sono molti modi per risolvere un problema complesso, e raramente ce n’é uno che possiamo ritenere come pit razionale o migliore degli altri), e nello stesso tempo complessificante (poiché sviluppa la potenzialita delle soluzioni possibili!). H. Simon ha spesso mostrato (ma non é ancora stato molto capito) che |’interpretazione computazionale dei processi cognitivi d'Intelligenza e di progettazione, implica una ridefini- zione della nostra progettazione tradizionale della razionalita: dalla razio- nalita “positiva” (“sostantiva”) alla razionalita “procedurale”. A questa condizione, la complessita, ritenuta insolubile in una razionalita positi- va (0 unica, o “suprema”), diventa intelligibile e esprimibile con una razionalita procedurale, o strumentale. L'astuzia non é forse un bell'esercizio della ragione? 96 L'organizzazione della Complessita ¢ computazionale Questa presentazione del Paradigma dell’Intelligenza della Com- plessita ci trascina rapidamente. Verifichiamo nuovamente questo paradigma nel campo epistemologico che annunciava E. Morin quan- do identificava il problema del progettista. Qui non possiamo esaminare ulteriormente i due aspetti della complessita della progettazione — il suo aspetto organizzazionale (in riferimento al paradigma moriniano) e il suo aspetto computazionale (in riferimento al paradigma simonia- no) — ma, terminando questa discussione, dobbiamo sottolineare quanto facilmente essi si intreccino, dal punto di vista metodologico. Sara senz’altro sufficiente, per convincerci di cid, il richiamo alla cura scrupolosa con la quale E. Morin ha tenuto ad associare al concetto di organizzazione, non appena l'ha reintrodotto nella sua generalita, i concetti congiunti df informazione, di computazione e di comunicazione. L'imprevedibilita essenziale del Modello progettato da un Sistema Intelligente Forse allora riconosceremo il piacevole paradosso della “progetta- zione della progettazione”, questo atto affascinante attraverso il quale un sistema intelligente crea, ex nihilo, un modello, quell'oggetto artificiale costruito con l’aiuto di simboli ugualmente artificiali. Esso & inteso come un atto di un'insondabile complessita Uiprexecibilits essenziale del modello progettato, sia esso haga, © quadro, o poesia, o piano d'iniziativa, o sostegno di un ragionamento di decisione, o risoluzione di un problema confuso). E inteso nella sua complessita, ci diventa allora intelligibile precisamente perché ci ha permesso di progettare Vintelligibilita della complessita. CONCLUSIONE: LA SFIDA DELLA COMPLESSITA E UNA SFIDA EPISTEMOLOGICA Le sfide della Complessita alle nostre societa contemporanee, or- mai familiari, giustificano un certo sussulto appassionato della Ricer- ca scientifica, tanto interpellata in quanto pud ora notare come molti problemi siano stati drammaticamente complessificati dalle soluzioni troppo semplificatrici che ha proposto in precedenza. La Complessita non é il male assoluto .. La complessita non @ quel male assoluto che la bella razionalita francese bracca nel nome della chiarezza, dell'omogeneita e dell’Univer- salismo. Al contrario, @ il riconoscimento della ricchezza e della diversita delle organizzazioni di ogni dimensione e di ogni natura... (J. Melese, Vers l'Entreprise a Complexité Humaine, 1979). o7 Si capisce che questo sussulto comincia - e si accompagna — con uno sforzo che riapre la discussione: che cos’é dunque questa complessita che apparentemente dominiamo male, e che nello stesso tempo sembra da noi prodotta, con l’aggrovigliarsi di tutte le imprese collettive delle nostre societa (e in particolare con le nostre imprese scientifiche e tecnologiche?) Qual é (o quali sono) la (0 le) progettazio- ne(i) della complessita contemporanea che la ricerca scientifica pud e deve considerare? Una breve esplorazione delle “teorie classiche della complessita” attualmente disponibili (cibernetica, informaziona- le, comunicazionale, computazionale) ci rivela il carattere relativa- mente chiuso di queste costruzioni; troviamo delle (preziose) teorie della complicazione a dell’ ipercomplicazione, ma non troviamo teorie che prendano in considerazione l’imprevedibilita essenziale dei fenome- ni percepiti come complessi. Parallelamente si sviluppano, soprattutto da una decina d’anni, alcune concezioni della complessita pit “aperte” che proponiamo di identificare basandoci su due ipotesi cos} argomen- tate: 1. La complessita forse non é “nella natura delle cose”, ma nelle rappresentazioni che ne costruiamo (la progettazione crittografica della complessita): la complessita @ una proprieta del sistema osservante (nel senso di H. von Foerster) e non del solo sistema osservato. 2. La complessita risulta dal postulato d’ambiguita deliberato della corrispondenza attiva tra il fenomeno modellizzato e il modello stabilito dal sistema osservante. Questa concezione aperta porta a privilegiare la progettazione delle sequenze di comportamenti possibili (potenziali) nella rappresentazio- ne del fenomeno presunto complesso, piuttosto che /'analisi della sequenza dei comportamenti ritenuti necessari (attuali): cambiamento di punto di vista che suggerisce una intelligibilita progettabile della complessita, e quindi modellizzabile senza essere necessariamente semplificata e dunque mutilata. Una tale progettazione rinnovata della complessita porta a consi- derare le strumentazioni della sua modellizzazione al fine dell’ intervento. Dobbiamo allora interrogarci sui processi stessi di progettazione (“De- sign”) di un modello presunto complesso. E dobbiamo allora mettere anche in questione le progettazioni che possiamo avere di una tale progettazioné di modello? La scienza dei sistemi ci propone oggi due ordini di risposta reciprocamente articolate, che gia dal 1947 W. Weaver aveva intuito, invitando la Scienza‘ad affrontare la rappresen- tazione della complessita del XX secolo: — una comprensione della progettazione (di modelli) in quanto Orga- nizzazione (l'azione di organizzare e il suo risultato) che ci portera a trasformare il concetto di “complessita organizzata” introdotto da W. Weaver, in un concetto di “complessita organizzante” — e una comprensione della progettazione (di modelli) in quanto esercizio dell'intelligenza, esercizio di un sistema di computazione di simboli, autoproduttori di simboli... e dunque di modelli potenziali nel- lambito del modello effettivamente progettato. | concetti strumentali espressi dall’Intelligenza artificiale, e quindi dalla scienza cognitiva, possono essere qui utilizzati per chiarire l'azione di progettazione di modelli, e giustificare l’esplicitazione di una Epistemologia della Scien- 98 za della Progettazione (a Science of Design)... al servizio della progetta- zione della complessita. Qualunque via d’accesso possiamo adottare per attualizzare i ter- mini del rapporto “Scienza e Complessita”, posti in maniera cos} significativa da W. Weaver quarant’anni fa, dobbiamo concordare sulla pertinenza — e forse sull'urgenza — di una ferma rimessa in discussione dei referenti epistemologici a partire dai quali una proget- tazione scientifica della complessita pud introdurre una intelligibilita attiva dell’azione deliberata in un sistema complesso — e intelligente — e da parte di questo sistema complesso ~ e intelligente. Lasfida della complessita é anche una sfida epistemologica: nell'indi- viduare le progettazioni della complessita che la scienza pud proporre, abbiamo senza dubbio individuato qualche frammento dei metodi di progettazione della complessita e dunque qualche frammento del Meto- do di complessita. La sfida della complessita, cosi intesa, sara allora accolta da una maggiore complessita... in altre parole da una maggior progettazione creativa di risposte multiple e intelligibili. Per questo, occorrera passare da un’epistemologia che fonda la scienza su oggetti, forse complicati ma riducibili attraverso l'analisi, come da tre secoli ci invitava a fare Le Discours de la Méthode, a un’epistemologia che fonda Ia scienza su progetti, senza dubbio complessi ma intelli i attraverso l'atto stesso del progettare. E in questi termini che Paul Valéry ci introduceva a La méthode de Leonardo da Vinci; forse 2 importante rileggerlo, se vogliamo raccogliere le sfide della complessita. L'occasione per questo studio é stata data da un convegno che si @svolto a Milano il 25 e 26 ottobre del 1984. Esattamente cinquecento anni dopo che una grande epidemia di peste scoppid a Milano (estate 1484), causando la morte di cinquantamila persone. Dall’autunno 1484, Leonardo da Vinci raccoglieva la sfida della complessita (imma- giniamo la complessita dei problemi suscitati da simili epidemie accompagnate da violenze e saccheggi incredibili, in una situazione di disperata impotenza): intraprese la progettazione di un piano urbanistico che doveva mettere la popolazione al riparo dai contagi. Citta allora imprevedibile, che prevedeva gia... l'allacciamento delle case alle fognature. NOTE ' Epcar Morin, La Méthode, tomo 1, 1977, p. 386. Questa formula costituisce pratica- mente la conclusione del vol. 1 di La Méthode, e pud essere considerata come un'introduzio- ne dei volumi seguenti. 2 Ricordiamo la celebre formula di Laplace, che simbolizza il “trionfo della Meccani- ca” all'alba della scienza trionfante del XIX secolo: “Un'intelligenza che, per un dato istante conoscesse tutte le forze da cui la natura @ animata e la rispettiva situazione degli esseri che la compongono, se d'altra parte fosse abbastanza vasta da sottoporre i suoi dati all’Analisi, abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei pit grandi corpi dell’ Universo e quelli degli atomi pia leggeri: niente, per lei, sarebbe incerto...” Mi prendo la liberta di sottolineare alcune parole che ritroveremo nello studio delle progettazioni della complessita. 3 “II Metodo dei paradossi” mi é stato suggerito da un celebre studio di R. Ruyer sui 99 Paradossi: Paradoxes de la Conscience, Ed. Albin Michel, Paris 1966. Ne ho illustrato 'atilizazione in una ricerca intitolata Les Paradoxes def Ingéniewr pubblicata sulla rivista “Culture Technique”, 12 marzo 1984. Dai paradossi dell'ingegnere ai paradossi della Mtazione dell improgettabile complessita, non c’e che un passo che qui abbiamo facilmente effettuato. + “L'intelligenza della Complessita” (The Intelligence of Complexity) @ il titolo di un altro studio sulla complessita, presentato al convegno di Montpellier dell' Universita delle Nazioni Unite su “La Science et la Pratique de la Complexité” (maggio 1984). Sara pubblicato in versione francese e inglese nel 1985. (II testo francese é disponibile nella serie di appunti di ricerca del GRASCE, CNRS n. 640.) Un buon numero degli sviluppi ai auali si fara solo un riferimento implicito nel presente studio sono presentati in questo articolo. 5 “La missione fondamentale di una scienza naturale ¢ quella di rendere banale il meraviglioso, mostrare che la complessita correttamente analizzata ¢ soltanto una ma- schera che dissimula la semplicita’, ricorda H.A. Simon nell'introduzione a The Sciences of the Artificial, 1969 ¢ 1981; tr. it. Le scienze dell artificiale, ISEDI, Milano 1973. ¢ Tl celebre articolo di Warren Weaver @ apparso nella rivista “American Scientist”, 36, 1948, pp. 536-544. L’autore precisa che questo testo é basato sul Capitolo 1 di un‘opera intitolata The Scientists Speak, pubblicato nel 1947. 7 Ross ABBY, An Introduction to Cybernetics, Chapman & Halll Ltd, 1956 (ripubblicato nel 1964 da University Paperbacks, Londo Introduzione alla cibernetica, Torino 1971. Ross Ashby é tornato spesso sull'importanza della nozione di vai studio dei sistemi complessi. Una raccolta dei suoi articoli principali, selezionati da R. Conant, @ ora disponibile: Mechanism of Intelligence, Intersystem Publications, Seaside (Cal) 1981" St veda in particolare lo studio Principles of the Self Organizing System, p. 70. * Per quanto ne so, il concetto di tasso di varietA non é stato sviluppato, fino a oggi, se non da un allievo di R. Ashby, Van Court Hare, in un'opera intitolata: Systems Analysis, @ Diagnostic Approach, Harcourt, Brace & World Publ., 1967 (tr. francese: Ed. Dunod, Paris 1972). Si veda p. 145 della traduzione francese. °C. SHANNON e W. Weaver, The Mathematical Theory of Communication, University of Illinois Press, Urbana 1949, ripubblicato di frequente. il titolo del libro é anche il titolo del celebre articolo di C. Shannon, pubblicato inizialmente nel “Bell System Technical Journal”, luglio e ottobre 1948. L’opera @ preceduta da un‘importante introduzione di W. ‘Weaver, Recent Contributions to the Mathematical Theory of Communication, introduzione che ha molto contribuito alla diffusione della teoria di C. Shannon al di la della cerchia ristretta dei tecnici delle telecomunicazioni. 10 “La teoria della complessita” é stata introdotta sotto questo nome ambizioso da N. Pippenger, in un articolo di sintesi in “Scientific American” del 1978. Si tratta pitt correttamente di una “teoria delle reti di connessione ¢ della loro complessita”, come la designa il pit conosciuto dei suoi fondatori, M. Marcus, in un articolo pubblicato in “Proceeding of the IEEE”, 65, 9 settembre 1977, pp. 1263-1271. 11 Si veda per esempio: Jean VocE, L'Economie de la Complexité, comunicazione al Convegno dell’UNU (Montpellier - IDATE, maggio 1984) su “La Science et la Pratique de la Complexité”. 1 Si veda per esempio: H.A, SiMow ¢ J.B. Kapave, Problems of Computational Compe, sity in Artificial Intelligence, pubblicato in Algorithms and Complexity: New Directions Recent Results, Academic Press, New York 1976, pp. 281-299. I testi “storici” citati pit "a frequente per datare la comparsa delle teorie delia (misura della) complessita computazio- nale sono indubbiamente quelli di T. McCaBe (A Complexity Measure, IEEE Transactions, vol. S.E., 4, dicembre 1976, pp. 308-320) e di M. Hatsteap (Elements of Software Science, North Holland, New York 1977). 13 La nozione di effetto contro-intuitivo é stata introdotta da J.W. Forrester e sviluppa Vinsieme dei metodi di modellizzazione e di simulazione conosciuti in seguito sotto il nome di “Dinamica dei Sistemi”. La simulazione del comportamento di un sistema con Yaiuto di un modelo che comy joni interne ad anello pud rendere “visibili” dei comportamenti che sareb! je 0 impossibile “dedurre” con il solo calcolo (le “Iunghe catene di ragioni semplici di cui i geometri hanno labitudine di servirsi” che evocava R. Descartes nel celebre Discorso sul metodo sono “spezzate” dalle relazioni ad anello: non appena esse si aggrovi mpaiono dei comportamenti che nessuna “scomposizione in catene di ragioni semplici — causa... effetto” avrebbe permesso anticipare). L. Gérardin ha giudiziosamente proposto di chiamare “nodi di conflitti processori nell’ambito dei quali si “incontrano” relazioni ad anello e relazioni ad albero. Rinviamo in particolare al suo studio Le compliqué et le complexe; essai sur analyse de systeme, Groupe d'Etudes Prospectives, Thomson-CSF, Paris 1979, che sintetizza e generalizza i lavori sulla complessita dei modelli in reti rappresentabili per mezzo di 100 matrici strutturali. In modo forse pid strumentale, il lavoro di J. WarF1eLD Societal Systems: Planning, Policy and Complexity, J. Wiley, New York 1976, propone un metodo di modellizzazione (ISM: “Interpretative Structural Modelling”) per mezzo delle matrici strutturali pid flessibili di quelle della Dinamica dei Sistemi, restando tuttavia li dagli stessi vincoli di “chiusura”. ' L’argomento della dipendenza della complessita di un modello dal “codice” ut to per descrivere il modello ¢ ben discusso ¢ illustrato da J. Pearl in Complexity and Credibility of Inferred Models, in “International Journal of General Systems”, vol. 4, 1978, pp. 255-264. Sullo sfondo, esso é presentato e discusso in modo notevole da H.A. Simon in un articolo intitolato Complexity and the Representation of Patterned Sequences of Symbols (1972), ripubblicato in M Thought, Yale University Press, 1979, pp. 292-306, e in How Complex are Complex Systems? pubblicato in “Proceedings of the 1976 Biennal Meeting of the Phi hy of Science Association”, 2, pp. 501-522. Quest'ultimo articolo cita sette definizioni differenti della complessita e precisa in nota che Suppes ne ha proposte altre tre. '5 In The Sciences of the Artificial, cit., in particolare cfr. p. 4 della seconda edizione. 16 HLA. Simon forse non accetterebbe volentieri questo postulato alla lettera: in alcuni dei grandi testi che ha dedicato all'intelligenza della complessita (si cita frequentemente Lrarchitettura della complessita, 1962, diventato lultimo capitolo di The Science of the Artificial; sono meno conosciuti i quattro articoli che ha riunito sotto il titolo Complexity in Models of Discovery, D. Reidel Publ. Co, 1977) sviluppa di frequente un’argomentazione diversa: non essendo i sistemi complessi molto stabili, abbiamo poche probabilita di incontrarli nella natura perché si auto-decompongono (e dunque si auto-decomplessifica- no) in livelli quasi indipendenti. Di conseguenza la modellizzazione deve privilegiare la ricerca di un’organizzazione a livelli quasi decomponibili, organizzazione che non sara dunque veramente complessa! La fecondita euristica di questa ipotesi non deve essere dimostrata e H. Simon ne da numerosi esempi. Ma forse é necessario sottolineare il suo carattere propriamente speculativo: non disponiamo della prova positiva dell’instabilita di tutti i sistemi complessi. E forse non 2 necessario “credere assolutamente” a una organizzazione della Realta in livelli quasi indipendenti per convalidare la rappresentazio- ne di questa Realta con modelli a livelli multipli (aggiungiamo che la molteplicita dei livelli forse non implica necessariamente una forma di relazione “gerarchica’ tra i livelli). ‘Questa “riserva” epistemologica non toglie niente alla pertinenza metodologica dell’ipotesi simoniana: ogni modellizzazione che suscita intelligibilita ¢ benvenuta. Non é costretta a costituire la giusta spiegazione della Realta. 17 Il titolo del solo libro pubblicato con la firma di H. voN FOERSTER @ Observing Systems, Intersystem Publications, Seaside (Cal.) 1981 e 1984. Nella prefazione alla seconda edizione, H. von Foerster precisa che ha scelto questo titolo perché si augura che il contenuto sia considerato come una risposta a “come osservare i sistemi” cosi come alla descrizione dei “sistemi che osservano”. Questa raccolta di articoli, ben selezionata e introdotta da F. Varela, consente finalmente un agevole accostamento a uno dei pensieri pid stimolanti di questo secolo. 1 Yvan Exetanp, Le calcul, limprévu: les figures du temps, de Képler 4 Thom, Seuil, Paris 1984, p. 18. '? I problemi posti dalla traduzione della parola conception rivelano forse qualche aspetto della ricca complessita di questo concetto. In francese, conception traduce, in modo imperfetto, I'anglosassone design (ho dato spiegazioni su questa imperfezione nella postfazione alla traduzione francese del lavoro di H.A. SIMON, The Sciences of Design: La Science des Systémes, Science de l'Artificiel, L'Epi, Ed. S.A., Paris 1974). In italiano si usa tradurre la parola inglese design con progetto o con progettazione... che in francese tradurremmo meglio con projection. Questa valorizzazione del “progetto” e del “disegno” del modellizzatore (projéteur) sarebbe molto auspicabile per completare il significato della parola francese conception. 2 La formula é di Edgar Morin (in un’intervista con J. Ardoino), pubblicata in Science et conscience de la complerite, avec Edgar Morin, a cura di C. ATS ¢ JL. Le MOIGNE, Editions de la Librairie de l'Université, Aix-en-Provence 1984, p. 144. In questo stesso lavoro é pubblicato, in particolare, uno studio di E. Morin: Epistémologie de la Complexité (pp. 47-80), che indirettamente ha ispirato questa riflessione. E. Morin sottolinea volentieri jel resto (si veda per esempio Science avec Conscience, Ed. Fayard, Paris 1982, p. 310) quanto questa interpretazione fondamentale sia debitrice di una delle tesi di I. Prigogine: “Non possiamo comprendere un sistema complesso se non riferendoci alla sua storia ¢ al suo percorso.” | Abbiamo introdotto e sviluppato guests definizione generale della complessita, ripresa da Paul Valéry, nello studio L’intelligence de la Complexité a cui si riferisce la no- ta4. 101 2 Ci si riferisce in particolare al contributo dato da Edgar Morin al Convegno di Milano sulla “Sfida della complessita” (Le vie della complessita) dell’ottobre 1984, ¢ al lavoro Science et conscience de la Complexité, avec Edgar Morin cit. Si veda inoltre la conclusione del vol: Il di La Méthode, 1980, pp. 434 e sgg. ® Si veda V'articolo di W. Weaver (cfr. nota 6), p. 541. 4 All'inizio del XX secolo (tra il 1900 ¢ il 1930) almeno due grandi pensatori avevano compreso e valorizzato in modo sorprendente la potenza della nozione di organizzazione. Oggi li riscopriamo lentamente, spesso con stupore, tanto avevano approfondito, sia I'uno che I'altro, in modo molto diverso, questo concetto forte, allora senza dubbio oscurato dalla preminenza della'nozione di struttura. Il primo é il russo A. Bogdanov, di cui viene finalmente pubblicata la prima traduzione, in inglese, di Essays in Tectology, a cura di G. Gorelik, Intersystem Publ., Seaside (Cal.) 1980. E stata proposta una prima interpretazione di quest‘opera nello studio: Formalisation systémique de la Théorie de ! Organisation: Vers des Logiques de Organisation, apparsa nella serie degl ti di ricerca del GRASCE, N.R. 82.02, marzo 1982. Il secondo é Paul Valéry, la cui riflessione sull’organizzazione ci 2 disponibile soltanto dopo la pubblicazione postuma dei Cahiers (2 voll., Pléiades, Ed. Gallimard, Paris 1973). Alcuni di questi sviluppi sono stati ripresi ne L’intelligence de la Complexité (cfr. nota 4). Decidiamo di chiamare questo paradigma “moriniano” perché E. Morin sembra essere oggi il pensatore che ha saputo esprimere nella sua pienezza la ricchezza del concetto di organizzazione. Non occorre dire che questa identificazione non rifiuta in alcun modo le teorizzazioni anteriori che convergono verso la sintesi proposta da E. Morin. Abbiamo gia citato A. Bogdanov ¢ P. Valéry, W. Weaver, N. Wiener, R. Ashby e H. von Foerster. Occorrerebbe ricordare anche J. Piaget (cfr. Biologie et Connaissance, 1967), H. Atlan (cfr. L'organisation biologique et la théorie de l'information, 1972), F. Varela (cfr. Principles of Biological Autonomy, 1979), Stafford Beer (cfr. Platform for Change, 1975)... per citare solo quelli che, fino ad oggi, hanno arricchito la mia riflessione sull'organizzazione. % Abbiamo proposto una concettualizzazione, sotto forma di una “teoria” classica della teoria dell'organizzazione, in uno studio intitolato Trois théorémes de la théorie générale de Organisation, pubblicato negli Atti del Convegno AFCET: “Développements des sciences et pratique de I’Organisation”, AFCET, Paris, novembre 1984. D’altra parte troveremo in due altri studi un’interpretazione della teoria dell’ organizzazione che sugge- risce due formalismi di valutazione della “ricchezza organizzazionale” di un sistema, concetto che possiamo legittimamente accostare a una stima della Complessita: L'auto- organisation des systémes de Décision, appunti di ricerca GRASCE, N.R.80.08, di cui una parte @ pubblicata in La Décision, a cura di B. Roy, Edition des Presses Universitaires de Lyon, 1983; Le vieillissement des organisations sociales, in “Communications”, 37, CETMAS, Seuil, Paris, pp. 191-194. 24 In modo sintetico E. Morin riunira l'insieme della sua riflessione sulla organizzazio- ne con una “riparadigmatizzazione” che formulera in modo condensato (complesso ¢ intelligibile): Auto-Eco-Ré-(Géno-Phéno-Ego)-Organisation (Computazionale-Informazio- nale-Comunicazionale) 28 T lavori pionieristici di A.M. Turing sulla computazione risalgono senza dubbio al 1938, ma il suo articolo maggiormente degno di nota per il nostro scopo risale al 19! Computing Machinery and Intelligence (ripreso in Computers and Thought, a cura di E. FEIGENBAUM e J. FELDMAN, Mc Graw-Hill, New York 1963). ® Le condizioni dell’emergenza della “Scienza della cognizione” verso il 1975-1978 sono ricordate in uno studio storico di Z. PytysHyn, Information Science: its roots and relation as viewed from the perspective of cognitive science, in The Study of Information, a cura di F. MacHLuP e U. MANSFIELD, J. Wiley, New York 1983. Ne troveremo anche ui presentazione dovuta a H.A. Simon in Sciences de I'Intelligence, Science de l’Artificiel: le paradigme du systeme de Traitement de !'Information acura di A. DEMAILLY e J.L. Le MOIGNE, Presses Universitaires de Lyon, 1985 (in corso di stampa). % La prima presentazione sintetica del paradigma S.T.I. @ apparsa in A. NEWELL e HLA. Simon, Human Problem Solving, Prentice Hall, 1972. 102 Il complesso di semplicita* di Ernst von Glasersfeld Solo pit tardi mi resi conto come il principio di causalita in realta non fosse altro che la presupposta legalita di tutti i fenomeni della natura. 1H. von HELMHOLT2! Siamo spinti da un'indomita tendenza verso la semplificazione dell’esperienza, per prevederla e per controllarla. Sosterrd che questa sorta di costrizione é cid che ci conduce a credere che il mondo reale debba essere un mondo di complessita formidabile. Quando riusciamo acontrollare l'esperienza, tendiamo a pensare che si stia controllando la realta e quando il nostro controllo non ha sucesso, sosteniamo di non aver ancora trovato le regole che dirigono e con cid semplificano quella che riteniamo sia la sconcertante complessita dell’universo. Dimentichiamo cosi che la complessita con cui crediamo di avere a che fare scaturisce da una sola origine: dal fatto che tutte le regolarita, le regole o le leggi che noi costruiamo derivano dalla nostra esperienza e valgono per essa, e che la nostra esperienza é un mondo generato, definito e delimitato da noi stessi attraverso la nostra attivita di segmentazione e di concettualizzazione. La storia della scienza mo- stra, forse meglio di qualunque altra cosa, quanto siano stati mutevoli e relativi i modi di segmentazione e di concettualizzazione; e ritengo che non potrebbe essere altrimenti. Altrove ho proposto un modello epistemologico radicalmente diffe- rente da quello tradizionale. Alla consueta esigenza secondo cui la conoscenza dovrebbe rappresentare una realta indipendente e assoluta alla quale non abbiamo accesso, questo modello sostituisce la relazio- ne di “adatto” nel senso evoluzionista secondo cui alle nostre strutture cognitive @ imposta la necessita di sopravvivere nello spazio che riescono a trovare fra i vincoli dell’esperienza. In questa mutata prospet- tiva, la nozione tradizionale di “verita” corrispondente a uno stato di cose ontologico viene sostituita dal concetto di “viabilita”.? Qui non mi interesserd tanto del problema del “conoscere”, quanto piuttosto — in maniera pit specifica — delle modalita e dei mezzi che il soggetto umano della conoscenza potrebbe utilizzare nell'organizzazione del- l'esperienza. * Sono debitore a Siegfried Schmidt per i suoi preziosi commenti riguardo la stesura di questo articolo. 103 A taluni lettori risultera presto chiaro che sono un sostenitore di cid che é condannato dai filosofi di professione quale “fallacia geneti- ca”. Mi comporto in questo modo di proposito, perché ritengo che la conoscenza sia composta da strutture concettuali e con Piaget, al quale sono debitore di molte delle mie idee, credo che “non vi sia struttura senza costruzione”.? Ribadisco che quello che sto intraprendendo é un processo di esplorazione e che quello che segue non dovrebbe venir inteso, in maniera fuorviante, quale descrizione di qualcosa che avvie- ne “realmente”; lo intendo invece semplicemente come un modello sperimentale e ipotetico. Anche il modello stesso é naturalmente una manifestazione del “complesso di semplicita”: non inizia neppure ad affrontare gli aspetti piu complicati della costruzione cognitiva. Ritengo peré che i principi in esso inclusi possano abbracciare, se non la totalita, almeno buona parte di cid che chiamiamo “conoscenza” del mondo dell’esperienza. I Possiamo considerare il bambino che non ancora nato sta nel ventre della madre come un organizzatore potenziale della conoscenza caratterizzato da pochissime possibilita per iniziare la sua carriera cognitiva. Eppure nel suo sistema nervoso in fase di maturazione vi Ppossono gia essere talune perturbazioni del tipo che |’osservatore adulto chiamera in seguito “sensoriali”. (Nel momento in cui prendo in considerazione da adulto |’iniziazione alle attivita cognitive del bambino non ancora nato, non posso fare a meno di pensare ad essa attraverso il modo in cui io stesso ho avuto accesso alla conoscenza: éun caso di cognizione che modella la cognizione ed é quindi un’impre- sa che é circolare in maniera esplicita. Mi sembra, tuttavia, che questa impresa non sia pid biasimevole di qualunque altro tentativo di conoscere la conoscenza.) Se paragonato al mio mondo, il mondo sensoriale prenatale @ indubbiamente un mondo povero e monotono. Fino a quel punto non si danno ancora perturbazioni del tipo che in seguito saranno categorizzate come vista, gusto od olfatto: iniziano perd a prodursi quelle perturbazioni che definirei tattili, e forse anche uditive. Dalla mia prospettiva di adulto devo inoltre presumere che si stia producen- do, in qualche maniera primitiva, la segmentazione del flusso amorfo eche in qualche preciso istante l’organismo prenatale inizi a sperimen- tare una sensazione confusa dopo l'altra. Se si ammette cid, si da la possibilita di una coordinazione dei segmenti dell’esperienza. Vi possono essere dei “rumori” spesso seguiti da particolari “pressioni” specifiche, e vi possono essere delle “pressioni” specifiche spesso segui- te da un “rumore”. Metto queste sensazioni fra virgolette, perché soltanto in una fase ben pit tarda dello sviluppo dell’organismo esse verranno categorizzate sotto questa forma. Sono d’accordo con Vopinione di Heinz von Foerster secondo cui i segnali neurali che provengono da “differenti modalita sensoriali” sono indistinguibili in quanto segnali, e possono essere differenziati soltanto sulla base di 104 una topografia di correlazione interna.‘ Intendo nondimeno suggerire come tali correlazioni possano iniziare a formarsi in questo stadio remoto. Dopotutto la mamma passeggia, il suo passeggiare mette in gioco i suoi muscoli addominali, e le articolazioni da lei messe in moto nel passeggiare non sono completamente prive di rumore. Vi @ dunque la possibilita di determinare sequenze regolari di sensazioni. Questa ipotesi non é cosi arrischiata come potrebbe sembrare. Gli studi sui neonati hanno mostrato come essi possono venir “condiziona- ti” a muovere la testa in una direzione per accendere una luce e nell’altra direzione per far syonare un segnale acustico anche soltanto alcune ore dopo la nascita.’ Qualunque altra cosa si possa ritenere che cid indichi, questo mostra per lo meno che il sistema nervoso del neonato é in grado di costituire delle concatenazioni sequenziali relativamente stabili. Non conosciamo con precisione che cosa signifi- chi questa “costituzione di sequenze regolari” o quali meccanismi siano in gioco nel suo conseguimento; cepieme perd che anche una creatura cosi poco sofisticata come il lombrico comune pud raggiungere questo risultato.* Gli psicologi, che come molti altri scienziati tendono a ridurre il maggior numero possibile di fenomeni a uno ea un solo principio, fanno riferimento alla “legge dell’effetto” di Thorndike, che afferma semplicemente che un organismo vivente tende a ripetere ogni attivita che lo abbia condotto a un risultato soddisfacente. La legge dell’effetto ¢ estremamente plausibile per almeno due ragioni. Da un lato ci consente di avanzare previsioni sul comporta- mento degli organismi viventi relativamente affidabili. (Non é proba- bile che qualcuno agisca, ovverossia operi, in maniera tale da ottenere un risultato insoddisfacente. Anche il lombrico “imparera”, sia pure lentamente, a recarsi altrove se il terreno alla fine del suo tragitto abituale si ¢ seccato.) D’altra parte la legge dell’effetto é plausibile perché non dice nulla di pit, e anzi qualcosa di meno, del principio di induzione: tutto cid che funziona verra ripetuto.” Il. Cid che é interessante riguardo al principio “induttivo” @ che esso funziona a quanto pare in due direzioni. Andando in una direzione traiamo inferenza che qualcosa “funzionera” (nel senso che siamo disposti a provarlo ancora) se abbiamo visto che funziona in una serie di occasioni. Andiamo nell’altra direzione allorché definiamo qualcosa come un “qualcosa”, cioé come un elemento che riteniamo si sia prodotto in maniera ricorrente o si produrra in maniera ricorrente; e sembra chiaro che soltanto quegli elementi che si ritiene si producano in maniera ricorrente possono essere utilizzati quali componenti di quelle sequenze o di quei modelli di cui diciamo che “funzionano” o che “non funzionano”. In entrambi i casi vi é l'implicita presupposizione secondo cui la nostra esperienza riflette un mondo indipendente che é prevedibile perché @ dotato di una struttura fondamentalmente stabile. David Hume lo aveva visto con mirabile chiarezza: 105 Infatti tutte le inferenze dall’esperienza suppongono, come loro fondamen- to, che il futuro assomigliera al passato e che poteri simili saranno congiunti con qualita sensibili simili. Se vi fosse qualche sospetto che il corso della os tesse cambiare, e che il passato potesse non servire di regola per il 'intera esperienza diventerebbe inutile e non potrebbe dare origine a iaiereiee 0 conclusioni. La previsione induttiva secondo cui qualcosa si ripetera nel futuro sembra allora basata sul fatto di averla sperimentata ripetutamente nel passato. Ma per stabilire la ripetizione di un determinato elemento bisogna essere in grado di riconoscerlo, e nel momento in cui ci serviamo di questo termine introduciamo un problema e un’ambigui- ta. Il problema é che cid che noi chiamiamo ri-conoscimento sembra comportare cid che di solito chiamiamo “memoria” e in questo mo- mento non abbiamo alcuna idea soddisfacente sul modo in cui essa potrebbe funzionare. Non pud essere un qualche tipo di immagazzina- mento o di archivio, ma deve essere dinamica, cioé una ri-messa in atto di qualche sorta; e qui mi fermo.? L’ambiguita é d’altra parte questa: riconoscere un particolare ele- mento pud significare una di queste due cose, e ognuna di esse comporta la ripetizione e l'identita. O intendiamo che stiamo speri mentando qualcosa che consideriamo equivalente a un elemento speri- mentato in precedenza, oppure intendiamo che stiamo sperimentando un elemento che consideriamo lo stesso e identico individuo che abbia- mo sperimentato in qualche altra occasione. Nel primo caso “classifi- chiamo”, nel secondo “identifichiamo”. Anche se questi due modi di procedere sono spesso confusi, le differenze che ne derivano sono profonde dal punto di vista gpistemologico, e ho tentato altrove di prenderle in considerazione.'° Cid che qui mi interessa é il modo in cui determiniamo |'identita nel senso di equivalenza. Naturalmente una nozione di tal genere pud prodursi soltanto entro un flusso di esperienza che sia stata segmentata e registrata a blocchi. Solo se si ritaglia una parte dal flusso di esperienza in corso é frossibile Paragonare questa parte a qualche altra parte e giungere alla conclusione che le due parti sono, © non sono, la “stessa cosa”. In maniera simile é chiaro come una conclusione di “identita” sara sempre limitata a quei particolari aspet- tio proprieta che ci si é trovati a prendere in considerazione. (Dopotut- to nella nostra esperienza non vi sono due cose che non possano venir considerate la stessa cosa, in qualche senso, proprio come non vi sono due cose che non possano venir considerate differenti.) In ogni confronto di tal genere, effettuato per semplificare l'esperienza attra- verso la sussunzione degli elementi individuali sotto una categoria, gli aspetti o le proprieta che sono presi in considerazione dipendono da cid che si intende fare con questi elementi. Il “fare” si pud riferire ad uno specifico contesto di azione, o di descrizione, o anche a un contesto di categorizzazione che sia diventato un fine in se stesso. In tutte le circostanze sara quindi il nostro contesto di azione a determi- nare quanto semplice o quanto complessa debba essere resa una determinata area di esperienza affinché le nostre azioni possano avere una ragionevole possibilita di successo. 106 Ul. La nozione di assimilazione, cosi come é stata elaborata da Piaget, é di estrema importanza a questo proposito. Buon esempio di cid é il modo in cui l’essere umano soggetto di esperienza giunge a organizza- re i blocchi dell’esperienza in categorie. Prendiamo una bambina di due anni che si imbatte per la prima volta nella parola “pera”. Essa conosceva gia la parola “mela”; ma quando ora utilizza questo termine per chiedere un oggetto sulla tavola che é fuori dalla sua portata le viene detto: “Quella non é@ una mela, é una pera.” Il babbo, quando gliela passa, ripete che é una pera. La categorizzazione di taluni elementi dell’esperienza da parte di una bambina di due anni non ha avuto successo, ancora una volta. La bambina é stata semplicistica e, ancora una volta, il mondo in cui potrebbe soddisfare i propri desideri si é rivelato pit complesso di quanto non consentisse l'organizzazione in suo possesso. Per adattare una tale organizzazione sono richieste una maggiore segmentazione e una maggiore differenziazione. La lieve perturbazione causata dal fallimento della sua categorizzazione ud ora condurla a prendere in esame l’elemento ribelle e a focalizzare attenzione su taluni aspetti sensoriali che possano venir considerati una differenza rispetto a quegli elementi di esperienza per i quali nel passato la parola “mela” aveva funzionato in maniera soddisfacente. Nella pratica un accomodamento di tal genere pud ovviamente richiedere un numero ben maggiore di casi di fallimento, e non soltanto uno: ma se la bambina giungera mai a discriminare fra mele e pere, ella dovra isolare le differenze intercorrenti fra di esse. Queste differenze possono prodursi guardando gli oggetti, mangiandoli, oppu- re agendo su di essi in qualche altro modo. Le differenze sono differen- ze nella maniera di esperire gli oggetti, e una volta che queste differen- ze siano state prodotte e registrate i due tipi di oggetti verranno percepiti in un nuovo modo. Spingiamo un passo oltre questo esempio. Non molto tempo dopo la bambina di due anni usera in maniera appropriata non soltanto la parola “pera” ma anche il suo plurale, quando si trovano sulla tavola tre o quattro pere. Questo é un passo importante nella costruzione del mondo del fanciullo, un passo che é completamente differente dai passi precedenti e che, seppure all’inizio apparentemente complicato, dara come risultato in seguito quella spettacolare semplificazione che possiamo chiamare “economia concettuale”. Per quanto ne so né gli psicologi dello sviluppo, né i linguisti, né i filosofi hanno prestato molta attenzione alla costruzione concettuale delle pluralita. Ma senza di essa non potremmo mai giungere a ossedere quel tipo di Weltbild di cui le nostre societa hanno bisogno. William James ad indicare questo punto: I tipi, e l'identita dei tipi: quale strumento per pensare di enorme utilita nel trovare la nostra strada nella molteplicita! Si potrebbe immaginare una situazione in cui la molteplicita sia assoluta. Le esperienze potrebbero essere tutte singolari, e nessuna di esse ricorrerebbe due volte. In tale mondo la logica non avrebbe alcuna applicazione, giacché l'identita e il tipo sono gli unici strumenti della logica. Una volta che sappiamo che qualcosa che é di un tipo 107 2 anche di quel tipo di tipo possiamo viaggiare attraverso l'universo come se possedessimo gli stivali delle sette leghe- Per isolare nel proprio campo di esperienza le esperienze di tipo “pera”, si deve aver prodotto una differenza affidabile che consenta di riconoscerle. “Riconoscere” un elemento di esperienza in quanto equivalente a un elemento sperimentato in precedenza esige un parago- ne di qualche sorta. Ma per servirsi del plurale “pere” in maniera appropriata si deve invece badare a qualcosa che ¢ completamente diverso dalle sensazioni e dalle differenze fra sensazioni.“Riconoscere” una pluralita di pere significa prendere in considerazione il fatto che in un determinato contesto si esegue ripetutamente il medesimo paragone, e che questo da pit di una volta l’equivalenza come risultato. Cid significa che l'attenzione deve essere focalizzata non soltanto sulle sensazioni o sui raggruppamenti di sensazioni, ma anche su cid che si sta facendo, sul proprio operare. In realta, invece di creare una categoria che possa venir definita come una specifica sequenza di sensazioni si crea una categoria che pud essere definita soltanto come una specifica sequenza di operazioni. In questo contesto “fare” o “operare” non si riferiscono ovviamente al movimento delle mani e dei piedi, oppure a un’attivita fisica di qualche tipo, ma a quelle attivita che sono eseguite da un agente che possiamo chiamare mente in mancanza di una parola migliore. Ci occupiamo di operazioni mentali. Desidero sottolineare come dicendo cid non si chiude la strada alla possibilita che si trovino a funzionare anche meccanismi di tipo fisico. Ma il punto importante é che qui cid che é rilevante non é il meccanismo ma il modo in cui funziona e soprattutto il modo in cui sono interpretati i suoi risultati. Molti anni fa, negli anni Cinquanta e Sessanta, Silvio Ceccato, che un giorno verra riconosciuto come il precursore dell’analisi concettua- le, parlava di lavoro apportativo."? Mi piace questa formulazione, perché rende esplicito il ruolo attivo del soggetto dell’esperienza. John Locke, uno dei primi a proporre l’idea di operazioni mentali, le classificd sotto il termine di “riflessione” dicendo “nel corso del tempo la mente viene a riflettere sulle proprie operazioni”,!* e spiegd come nella riflessione le idee complesse vengono formate tramite la compo- sizione delle idee semplici. Ma nel sistema di riferimento della filosofia generale di Locke la mente aveva ben poca autonomia, per non dire nessuna, riguardo al suo operare. La sua nozione di riflessione era in qualche modo simile alla sua nozione di percezione, un processo di ricezione passiva che mette in grado l’agente del processo cognitivo di comprendere cid che gia esisteva. Le scuole empiriste pid recenti, nonostante la loro rivendicazione di Locke come padre fondatore, hanno tentato di eliminare completamente la mente e le sue opera-' zioni. In opposizione a questa tendenza Piaget, nella cui epistemologia genetica il concetto di “astrazione riflettente” svolge un ruolo impor- tante, ha sottolineato nel corso della sua intera opera il ruolo attivo dell’organismo conoscente. Anche cosi ci vuole un notevole sforzo per apprezzare in tutta la sua portata il potere generativo che la teoria di 108 Piaget attribuisce al soggetto conoscente. Un motivo di cid sta nel fatto che la costruzione attiva ha luogo su pit di un livello. Vi é il livello della segmentazione che crea blocchi di esperienza, dove costruiamo “cose” ricorrenti focalizzandoci sulle somiglianze e trascurando le differenze. Vi é il livello della messa in connessione che crea sequenze e rapporti che permettono al soggetto di esperienza di pensare in termini di “schemi” pid o meno affidabili, Eviéillivello della riflessione in cui l’astrazione, che non proviene dalle cose ma dallo stesso operato del soggetto, crea strutture concettuali complesse che in seguito sono chiamate teorie, sistemi, e conoscenza del mondo. Iv. Dal punto di vista costruttivista i processi di segmentazione, di connessione e di astrazione sono prodotti da noi, per i nostri fini e con i nostri mezzi. E valutiamo questi processi anzitutto a seconda che facciano o non facciano quello che noi ci attendiamo debbano fare. Solo se funzionano, se conseguono cid che noi ci attendiamo, siamo propensi a utilizzare altre considerazioni, relative all’economia, alla velocita 0, appunto, alla semplicita. In altre parole la teoria costruttivista della conoscenza é strumentalista, senza vergogna. Que- sto é uno dei motivi per cui i filosofi ancora aggrappati al dogma corrente non la possono accettare. Nonostante la logica ci dica che & impossibile, questi filosofi non abbandoneranno la norma secondo cui dobbiamo sforzarci per raggiungere una conoscenza “vera” dal punto di vista ontologico. Gran parte della resistenza incontrata dall’epistemologia costrutti- vista deriva tuttavia dal fatto che essa propone un cambiamento radicale nella concezione della conoscenza stessa. Come ho detto all'inizio, il costruttivismo sostiene che la maniera in cui le strutture cognitive da noi chiamate “conoscenza” si rapportano al “mondo reale” debba essere considerata secondo un rapporto di adeguatezza e non di rappresentazione. Cid significa che la relazione non deve essere intesa come analoga al modo in cui un’‘immagine si pud rapportare a cid che si ritiene essa rappresenti, ma piuttosto come analoga al modo in cui un fiume si rapporta al paesaggio attraverso il quale ha trovato il suo corso. II fiume si forma ovunque il paesaggio consenta all’acqua di scorrere. Vi é un’interazione continua e sottile fra la “logica” interna dell’acqua (ad esempio il fatto che essa deve formare una superficie orizzontale e non pud scorrere dal basso verso I'alto) e la topologia del territorio. Sia l'una che I’altra impongono vincoli al corso del fiume, e lo fanno in maniera inseparabile. In nessun caso si potrebbe dire, ad esempio, che il fiume gira a destra “perché” c’é una collina senza presupporre implicitamente la logica dell’acqua che impedisce al fiume di scorrere dal basso verso l’alto. II fiume cosi non “rappresenta” il paesaggio ma “si adatta” in esso, nel senso che trova il suo corso fra i vincoli che si impongono, non a partire dal paesaggio o dalla logica dell'acqua bensi, sempre e necessariamente, dall’interazione di en- trambi gli aspetti. 109 Un’interazione analoga e irriducibile ha luogo fra il “paesaggio” della realta ontologica e il “corso” della nostra costruzione cognitiva che genera cid che chiamiamo “conoscenza”. In nessun caso potremmo dire che una determinata struttura concettuale deve riflettere la “real- ta” poiché ci aiuta ad avere la meglio su un qualche vincolo dell’espe- rienza. Sarebbe una vanita davvero ingenua se credessimo, poiché abbiamo trovato un particolare cammino, che questo debba essere l'unico cammino possibile e quindi “reale”. E non meno ingenui saremmo se dimenticassimo che gli obiettivi che cerchiamo di rag- giungere, le idee e le teorie che costruiamo con il fine di raggiungeri, ei vincoli e gli ostacoli che incontriamo nel corso del nostro tentativo sono tutti quanti prodotti della nostra maniera di concettualizzare l’esperienza. Da questo punto di vista allora ogni complessita che ci troviamo ad affrontare @ di nostra stessa produzione, poiché pud derivare soltanto dalla relazione fra gli obiettivi che abbiamo scelto e i mezzi e i modi che costruiamo per raggiungere questi obiettivi. Attribuire questa complessita a un mondo ontologico, quale proprieta che esso potrebbe avere di per sé e indipendentemente dalla nostra attivita concettuale appare altrettanto ingiustificato della pia speranza che l’universo “reale” possa essere governato da leggi “semplici”, perché Dio non avrebbe giocato ai dadi. Franz Exner, il fisico austriaco di cui Schrédinger disse di essere stato debitore di una parte delle proprie idee, espresse molto bene questa tesi in una delle sue ultime conferenze: “Ma la natura non chiede se l'uomo la capisca 0 meno; e noi non abbiamo il dovere di costruirci una natura adeguata alla nostra comprensione ma dobbia- mo invece arrangiarci come meglio possiamo con cid che ci é dato.”"* NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ' Citato da FRANz EXNeR nelle sue Vorlesungen tiber die physikalischen Grundlagen der Naturwissenschaften, Deuticke, Wien 1911, p. 663. 2 E. VON GLASERSFELD, Einfiuhrung in den Radikalen Konstruktivismus, in P. WATZLAWICK (acura di), Die erfundene Wirklichkeit, Piper, Manchen 1981, pp. 16-38 (tr. ingl. The Invented Reality, Norton, New York 1984, pp. 17-40); e Reconstructing the concept of knowledge, intervento al 6° Convegno internazionale degli Archives Jean Piaget, Genéve 1984 (Cahiers de la Fondation Archives Jean Piaget, 6, 1985, pp. 91-101). 3 J. Pacer, Le structuralisme, Presses Universitaires de France, Paris 1968, p. 120; tr. it. Lo strutturalismo, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 171. 4H. voN FOERSTER, Thoughts and notes on cognition, in P. GARVIN (a cura di), Cognition: A multiple view, Spartan Books, New York 1970. 5 LR. Lipstrr, The study of sensory and learning processes in the newborn; Symposium on Neonate Neurology, 4, 1977, pp. 163-186. © R.M. Yerkes, The intelligence of earthworms, in “Journal of Animal Behavior”, 1912, 2, pp. 332-352. i 7H. MaTurana ha espresso cid nella sua Biology of cognition (Report 9.0), BCL, Urbana (Illinois), 1970: “Un sistema vivente, a causa della sua organizzazione circolare, @ un sistema induttivo e funziona sempre in maniera predittiva: cid che ¢ accaduto una volta accadra ancora. La sua organizzazione (genetica e di altro genere) ¢ conservatrice ¢ ripete soltanto cid che funziona’ (p. 39). ® D. Hume, An enquiry concerning human understanding (1750), Washington Square Press, New York 1963, p. 47; tr. it. Ricerche sull'intelletto umano, Laterza, Bari 1974, p. 52. 110 ° Per un approccio illuminante a questo problema si veda H. vox Forrster, Memory without record, in D.P. Kimate (a cura di), Learning, remembering, and forgetting, vol. I: The anatomy of memory (pp. 388-433), Science and Behavior Books, Palo Alto (Cal.) 1965. 10 B. vON GLASERSFELD, Cybernetics, experience, and the concept of self, in M.N. OZER (a cura di), A cybernetic approach to the assessment of children: Toward a more humane use of human beings (pp. 67-113), Westview Press, Boulder (Colo.) 1979; e Thoughts about space, time, and the concept of identity, in A. PEDRETTI (a cura di), Of of: A book-conference (pp. 21-36), Princelet Editions, Zairich 1984, 1 W. James, Pragmatism (1907), Meridian Books, New York 1955, p. 119. 12 §. Crocato, Un tecnico fra i filosofi, vol. 2, Marsilio, Padova 1966. '3 J. Locke, An essay concerning human understanding (1690), Dolphin Books, Garden City (N.Y), s. ids tr. it. Saggio sull'intelletto umano, UTET, Torino 1972. 14 F. EXNER, op. cit., p. 697. 11 Cibernetica ed epistemologia: storia e prospettive di Heinz von Foerster Il mio intervento vorrebbe delineare l’evoluzione della nozione di cibernetica dall’ontologia all’epistemologia, la transizione da una nozione di cibernetica in qualche modo statica a una nozione di cibernetica profondamente impegnata ad affrontare i problemi dell’e- pistemologia, i problemi dell’acquisizione delle conoscenze, ecc. Que- sta evoluzione ha avuto luogo negli ultimi quarant’anni, forse nell’ulti- mo mezzo secolo, ed é strettamente intrecciata con la mia storia personale. I] mio intervento costituira quindi anche un momento di riflessione personale su questa storia. Vorrei iniziare il mio articolo parlando di quattro rami della filosofia — metafisica, ontologia, epistemologia e ontogenetica — che sono strettamente connessi con le nozioni centrali della cibernetica. Attraverso questo riferimento mi sara consentito di enucleare taluni aspetti di questa trasformazione, e sara consentito ai lettori di com- prendere le mie posizioni. Metafisica. - Leggendo un’enciclopedia filosofica, alla voce “metafi- sica” ci imbattiamo nella seguente affermazione: “Quasi ogni aspetto della metafisica é oggetto di dispute, e non é quindi sorprendente che fra coloro che si definiscono metafisici vi sia poco accordo per quanto riguarda l’oggetto della loro ricerca.” Per uscire da questo dilemma, sceglierd di seguire un itinerario storico. Come ognuno sa, fu Aristotele a creare il termine quando, dopo (in greco meta) aver scritto sulla meteorologia, sui cieli, sugli animali e sui loro movimenti, e natural- mente sulla fisica, si decise alla fine (meta ta physikd) a scrivere su cid che é attorno a tutto questo. Comincid il suo saggio di 30000 parole sulla metafisica con la seguente frase: “Per natura tutti gli uomini desiderano conoscere.” Le femministe potrebbero lamentarsi perché apparentemente viene attribuito soltanto agli uomini il “desiderio naturale di conoscere”. Ma l'originale greco anthropos si riferisce a entrambi i generi e pud essere tradotto, in maniera corretta ma pesante, con il termine di “essere umano”. Notiamo inoltre che in 112 greco esistono varie espressioni per conoscere (gndsis, epistéme), che si riferiscono a sfumature differenti. Gnésis, che viene qui usato, significa “ricerca del sapere”, un”“indagine”, perfino un" inchiesta giudiziaria’. La prima frase di Aristotele potrebbe percid suonare anche: “Per natura tutti gli esseri umani sono avidi di sapere.” La metafisica di Aristotele propone principi, fondamenti, orienta- menti perché le indagini abbiano buon esito. Per Aristotele la nozione di causalita appare centrale e cruciale. Egli ne distingue quattro casi: la causa formale, la causa materiale, la causa efficiente, la causa finale. Tutti questi casi sono caratterizzati da un medesimo schema di inferenza, nel quale un effetto é connesso a una causa attraverso una regola di trasformazione. Se, ad esempio, nel caso della causa efficiente la regola di trasformazione viene abitualmente interpretata come una “legge di natura”, con la causa che precede |'effetto, nel caso della causa finale la sequenza temporale di causa ed effetto @ invece rovesciata: un’azione di ora é causata da una meta nel futuro, da uno scopo (e l’agente motore pud essere il desiderio come pure l'obbedienza). Nella metafisica di Aristotele la causa finalis appare come il princi- pio supremo: “Tutto coopera a uno scopo.” D’altro lato Kant riteneva che il principio supremo dovesse essere la causa efficiens: “Tutto cid che accade ha una causa.” Oltre alle posizioni di Kant e di Aristotele voglio fare pure riferi- mento a cid che pensava Ludwig Wittgenstein su queste questioni (proposizione 5.1361 del Tractatus Logico-Philosophicus): “La credenza nel nesso causale é la superstizione.” E chiaro che questa scorribanda nella metafisica non ci dice molto sulla causalita, ma ci dice qualcosa sui metafisici Aristotele, Kant e Wittgenstein. Ontologia. - “Io sono” si dice in greco eimt, con l'infinito einai, essere, e con il participio presente 6n, ente. L’ontologia é la scienza, teoria, o studio dell’essere e l'indagine di “come esso é”. Quando nacquero questa nozione e questo termine, nel Seicento, naturalmente si riteneva che |"“esso” fosse Dio. Poiché una delle attivita dei teologi era (ed @ ancora) quella di provare l’esistenza di Dio, nelle sue prime fasi di sviluppo l’ontologia fu un'occupazione dei teologi caratterizzata da un tema fondamentale: " “L’argomento ontologico per l’esistenza di Dio.” Una forma presa da questo argomento fu l’inferenza dell’esisten- za da un concetto: se si pud concepire un essere perfetto, allora esso deve pure esistere! Sebbene Kant, Schopenhauer e altri, abbiano fatto un po’ d’ordine in questo pasticcio sintattico-semantico, esso persiste ancora oggi, seppure in forme differenti. Un mutamento in questo argomento che si é prodotto nel corso degli ultimi 200 anni é dato da uno slittamento dal riferimento a Dio al riferimento al Mondo: compito dell’ontologia @ ora quello di spiegare la natura del mondo cosi com’é. Certo vi sono delle concezioni che intendono il compito dell’ontolo- gia sotto una luce differente. Heidegger, ad esempio, considera come tema centrale dell’ontologia il binomio “essere” e “nulla”, mentre Quine si pone il problema di quale tipo di cose siano implicate dalla 113 credenza in questa o in quella teoria. Ma, in sostanza, l’ontologia é divenuta per molti un “essenzialismo” (contrapposto con cid a “esistenzialismo”, del quale parleremo brevemente pid avanti), un tentativo di spiegazione dell’essenza del mondo. Perché un tale tentati- vo possa essere condotto, si deve presupporre un “mondo” (altrimenti non vi sarebbe nulla da spiegare). E di conseguenza un’ontologia é esposta al pericolo di trasformarsi in un realismo ingenuo, nell’idea che ci sia “fuori” un mondo assoluto indipendente da noi, che possiamo onon possiamo osservarlo. Alla domanda “C’é la luna quando nessuno la guarda?” i realisti ingenui (e molto probabilmente anche gli studiosi di ontologia) risponderanno con un fiducioso “naturalmente”. E anche questo non ci dice molto riguardo alla luna, ma ci dice invece qualco- sa — come sostiene Quine — riguardo agli studiosi di ontologia. Uno degli aspetti affascinanti della prima cibernetica era costituito dalla possibilita di elaborare un‘ontologia senza il pericolo di slittare in un realismo ingenuo. Questo perché anche i modelli pit elementari del flusso segnaletico in un sistema cibernetico esigono un’interpreta- zione (motoria) di un segnale (sensoriale). Possiamo ricordare come la rivoluzione intellettuale costituita dalla cibernetica sia stata quella di aggiungere a una “macchina’”, che era fondamentalmente un siste- Figura 1. ma guidato da un motore, un sensore in grado di “vedere” cid che fa la macchina (0 l'organismo) e — se necessario — di por mano alle correzioni delle sue azioni, quando queste vanno fuori strada. La figura 1 pud servire a chiarire questo punto. Il segnale prodotto dal sensore S, che rappresenta lo stato (esterno) del sistema (macchina, organismo) viene paragonato con un segnale che rappresenta lo stato auspicato (il “fine”) in “comp”, in un compu- ter, che incarica |'effettore E di allentarsi oppure di spingere un po’ piu a fondo, a seconda che lo stato auspicato sia stato oltrepassato 0 114 al contrario non sia stato ancora raggiunto. Possiamo notare come in questo caso la nozione di ontologia non pud degenerare in una posizio- ne di realismo ingenuo, poiché gli effettori collegano tutte le sensazioni allo stato interno, al fine desiderato. Il mondo cosi com’e diventa allora il mondo su cui si pud operare. E chiaro tuttavia che |’organismo appare operare su di un mondo a esso esterno soltanto agli occhi di un osservatore esterno che guarda questo organismo. Al contrario l’organismo non ha alcuna possibilita ji “uscire da se stesso”: tutto cid che pud “conoscere” sono i cambia- menti delle sue sensazioni che esso in parte pud controllare attraverso la propria attivita motoria. In altre parole l’organismo non pud in linea di principio decidere se l’anello che collega l’effettore al sensore sia situato al suo interno o al suo esterno. E di conseguenza, se si elaborasse una teoria dell’organismo senza fare riferimento a un osservatore esterno, la connessione fra l’effettore e il sensore dovrebbe essere situata entro l’organismo — é il caso della figura 2 - e l’organi- smo dovrebbe rendere conto delle proprie osservazioni. E questo é un Passo verso una teoria del processo di osservazione, e quindi verso un’epistemologia. Figura 2. Epistemologia. - Il termine “epistemologia” deriva direttamente dal greco. I] prefisso ep? significa “su” o “sopra” e histénai significa “stare”: puo essere quindi tradotto letteralmente come uno “stare sopra” o un “sovrastare”. A quanto pare l’inglese preferisce vedere le cose dal disopra: invece di uno “stare sopra” si parla di uno “stare sotto” (under- standing). La versione tedesca di questa facolta cognitiva, ver-stehen, @ sconcertante. Stehen significa naturalmente “stare” (in piedi), ma con il significato del prefisso ver-, che porta con sé un senso di allontanamento, di perdita, di azione avversa, di consunzione, di 115 cambiamento, di capovolgimento. Ver-stehen pud essere inteso letteral- mente come “non-stare”. Mentre nell’originale greco questo “stare sopra” é collegato da legami semantici con la destrezza e con la pratica, cioé con le compe- tenze motorie, le espressioni tedesca e inglese hanno invece legami piu stretti con la gndésis, con competenze mentali: l’Erkenntnis e la conoscenza. Cid é palese nell’interpretazione corrente di “epistemolo- gia” quale Erkenntnistheorie e “teoria della conoscenza” o, come prefe- risco, quale “teoria del conoscere”, “teoria del comprendere”. E poiché una teoria di qualcosa deve condurre a una comprensione di questo qualcosa, faccio presente che lo scopo delle epistemologie é quello di comprendere la comprensione. Cid fa intuire come l’epistemologia faccia parte dei cosiddetti “concetti del second’ordine”, dei concetti che si applicano a se stessi. Su questo tema torneré in seguito, mentre ora vorrei spingere i lettori a riflettere un momento su che cosa rende differente la comprensione della comprensione da un processo di comprensione di un qualsiasi altro oggetto. Mentre in quest’ultimo caso il processo di comprensione viene assunto come acquisito, e l’attenzione viene rivolta sull’oggetto specifico, nel caso della comprensione della comprensione il processo si chiude per cosi dire su se stesso. E cid propone una sorta di “autocomprensione”, ma di spirito assai diferente dall’idea secondo cui taluni assiomi “si comprendono da sé” e sono “autoevidenti” (idea sostenuta da taluni logici che volevano scantonare il compito della oes di questi assiomi, o la responsabilita della loro formulazio- ne). Ci sono naturalmente alcuni epistemologi che tendono verso la nozione greca di epistemologia, verso l'idea del conoscere nel senso di una pratica. Forse il rappresentante pit eminente di questa scuola di pensiero é stato lo psicologo sperimentale svizzero Jean Piaget. Jean Piaget mette in connessione la comprensione con l’esperienza, attraverso l’azione: “nessuna conoscenza é basata soltanto sulle perce- zioni, perché le percezioni sono sempre dirette e accompagnate da schemi di azioni. La conoscenza procede dunque dall’azione.” Se dunque “teoria del conoscere” @ un sinonimo di “epistemologia”, “teoria dell’esperienza” ne é un altro sinonimo. E in realta l’accosta- mento ortodosso fra ontologia ed epistemologia porta a dire che mentre I’ontologia spiega la natura del mondo |’epistemologia spiega la natura della nostra esperienza del mondo. Mentre non si pud far altro che mettere in guardia chi si occupa di ontologia perché non cada nel tranello del realismo ingenuo, nel caso dell’epistemologia possiamo peré eliminare completamente que- sto tranello. Eliminiamo semplicemente le ultime due parole della frase del precedente capoverso: l’epistemologia spiega la natura delle nostre esperienze. E quindi: : — Vesperienza é la causa — il mondo é la conseguenza — l’epistemologia é la regola di trasformazione. Ontogenetica. - L'ontogenesi si riferisce a un processo, e l’ontogene- tica alla scienza, alla teoria, allo studio di questo processo. II riferimen- 116 to é naturalmente al processo del divenire, espresso dalla combinazio- ne di un riferimento all’essere, onto- (come in ontologia), e di un riferimento all” origine”, alla “nascita”, alla “creazione” (il greco gene- sis). Il verbo latino equivalente é ex-sistere, “avere origine”, “venire fuori”, “apparire”, in cui ex significa “fuori” e sistere “stare”, con un valore simile a quello del greco histénai (da cui abbiamo visto derivare epistemologia). Il termine tedesco ent-stehen ha un valore simile a quello del latino (“stare fuori”): qui il prefisso ent- da il senso di un processo di dispiegamento. Quando i romani parlavano di genesis, essi avevano daltra parte presente la costellazione celeste che presiede alla nascita di un indivi- duo; in inglese, invece, il significato del termine di “esistenza” é slittato dall idea di un divenire dinamico all'idea di un essere statico. Certo é piu comodo parlare di essere umano, piuttosto che di divenire umano. Nel primo caso la propria umanita é garantita qualunque cosa si faccia; nel secondo caso si deve invece confermare la propria umanita in ogni istante. Molto probabilmente é proprio questo cid che avevano in mente Frankl, Sartre, Jaspers e altri sostenitori del divenire allorché parlavano di esistenzialismo. Cid che non é spiegabile dal punto di vista ontologico pud diventare necessario dal punto di vista ontogenetico. L’ombelico é uno scherzo, dal punto di vista ontologico. E un ghirigoro, un enigma ontologico sulla nostra pancia. Ma dal punto di vista ontogenetico, senza di esso noi ora non saremmo qui. E sia gli evoluzionisti che i creazionisti devono ricercare una spiegazione ontogenetica di un fenomeno altri- menti inesplicabile! : Un altro esempio in cui l’abisso cognitivo fra le prospettive ontolo- giche e le prospettive ontogenetiche risulta particolarmente dramma- tico é dato dalle domande che possiamo porci riguardo al linguaggio. “Che cos’é il linguaggio?” é una domanda che possiamo considerare risolta con la sua stessa formulazione, dato che non potrebbe venir posta se non si conoscesse in anticipo il linguaggio stesso. Consideran- do soltanto gli aspetti ontologici del linguaggio e ignorando i suoi aspetti ontogenetici, tendiamo a rivolgerci alla sintassi: si va in cerca delle regole di concatenazione con le quali si possono costruire le cosiddette “espressioni ben formate”. Con il termine di “competenza linguistica” si definisce allora la capacita di costruire espressioni di tal genere, ed ¢ importante notare come in questo approccio ontologico vi sia spazio soltanto per chi produce queste espressioni, e non vi sia alcuno spazio per chi le ascolta, per colui al quale il linguaggio & indirizzato in primo luogo. II linguaggio degenera in un monologo. Ma dal punto di vista ontogenetico il linguaggio nasce come conse- guenza dell’interazione di almeno due individui. E uno stato dinamico, uno stato che Humberto Maturana definisce di “accoppiamento strut- turale”. Se si assume questa posizione dialogica, allora non possiamo pid porci delle domande ingenue del tipo “Qual é la risposta di B alla domanda di A?”. Il problema diventa “Qual é l’interpretazione di A della risposta di B all’interpretazione di B della domanda di A?”. E, in altre parole, il problema dell’ermeneutica su di un piano individuale, e il problema della “competenza comunicativa” su di un piano socio- logico. 117 La cibernetica fornisce i mezzi concettuali non soltanto per una formalizzazione di interazioni simmetriche di tal genere (si pud consi- derare B come la fonte dell’anello di retroazione per A, e viceversa), ma anche per una formalizzazione di un’altra importante proprieta del linguaggio, cioé del fatto che esso contiene nel suo vocabolario il termine “linguaggio”. Parlerd di questo aspetto affascinante del linguaggio in seguito, quando parleré dell’autologia. Ma per ora vorrei raccontare un momento in che modo é accaduto che mi occupassi di questi problemi cibernetico-filosofici. Bisogna dunque tornare alla fine della seconda guerra mondiale, quando io e la mia famiglia da Berlino ritornammo a Vienna, che a quel tempo era una citta sconfitta e gravemente danneggiata, occupata dai soldati dell’esercito russo, che in seguito furono raggiunti dalle altre forze alleate: francesi, inglesi e americani. Avevo trovato due lavori: uno mi aiutava a dar da mangiare alla mia famiglia, l’altro mi aiutava a comprare le sigarette al mercato nero. Molto tempo prima di quegli anni tanto difficili e tuttavia affasci- nanti, anni in cui noi tutti cercavamo un po’ di terreno da metterci sotto i piedi, mi ero dilettato con un’idea relativa alla dinamica della memoria umana. Ma non mi ero imbattuto in alcun testo che parlasse di esperimenti in grado di corroborare o di confutare l’idea che avevo in mente. Fu solo allora che, per caso, vidi in un negozio di libri di seconda mano — in quel momento non vi erano libri “di prima mano” — un libro di Hermann Ebbinghaus, pubblicato nel 1885, intitolato Uber das Gedachtnis (Sulla memoria). E in esso vi erano descrizioni particolareggiate del tipo di esperimenti che andavo cercando! Com- prai immediatamente il libro, corsi a casa e misi alla prova la mia teoria servendomi del materiale fornito dai risultati sperimentali. E devo dire che non vi era alcun accordo possibile. Anche i miei artifici matematici pid ingegnosi lasciavano sempre dei divari incolmabili. Cio mi costrinse a studiare pid attentamente la struttura degli esperimenti, attraverso i quali Ebbinghaus aveva determinato le sue famose “curve di dimenticanza”. Nei termini da lui descritti egli forniva a un soggetto una lista di sillabe prive di senso (“tot”, “mim”, “wap”, ecc.) che dovevano essere imparate a memoria. Nel momento in cui i soggetti partecipanti all’esperimento erano in grado di ricor- darsi di tutte le sillabe egli eliminava la lista e poi registrava, giorno dopo giorno, il numero di sillabe che potevano essere ricordate da un soggetto. Il grafico costituito con questi numeri e con il numero di giorni trascorsi determinava la sua famosa curva. Riflettendo su questo procedimento sperimentale, mi risultd chiaro come le sillabe ancora ricordate venivano per cosi dire apprese nuovamente, allorché venivano rievocate nell’esperimento. Questi esperimenti non descrive- vano e non isolavano quindi il processo di dimenticanza, ma presenta- vano piuttosto una combinazione di dimenticanza e di apprendimen- to, una combinazione in cui gli elementi ricordati venivano rinforzati attraverso un “anello di retroazione”, come diremmo oggi. Quando nel mio formalismo matematico mi misi a spiegare questo processo ricorsivo, notai con mia grande gioia che la curva teorica e i risultati sperimentali si accordavano alla perfezione. In questa teoria vi era bisogno di due soli parametri, uno dei quali era connesso al processo 118 di dimenticanza mentre l’altro era connesso con il processo di appren- dimento. Cid che per me fu fonte di una grande sorpresa fu i! fatto che, per tutti i soggetti per cui vi erano dati disponibili, variasse soltanto il parametro di apprendimento, mentre il parametro di di- menticanza rimaneva costante per tutti i soggetti. E questo mi spinse a interpretare il fenomeno nei termini di una costante biologica, e a ricercare una spiegazione molecolare. E riuscii in realta a correlare la costante temporale di dimenticanza con la costante di decadimento delle macromolecole organiche, nel momento in cui passano da uno stato quantico a un altro stato quantico (per cui in uno stato conserva- no un elemento, e lo perdono invece quando passano nell’altro stato). Quando riferii queste osservazioni a un mio caro amico, il neuropsi- chiatra Viktor Frankl, egli mi esortd a pubblicare queste idee e convin- se il suo editore, Franz Deuticke, a stamparle. Ne derivd un libretto intitolato Das Gedachtnis: Eine quantenphysikalische Unterschung (Sulla memoria: un’indagine di teoria quantistica), che usci nel 1948. Si verificd allora, un’incredibile coincidenza. Fui invitato da paren- tie amici che si trovavano negli Stati Uniti ad andarli a trovare. Era il febbraio del 1949. Ottenni cosi il visto turistico che consentiva di rimanere negli Stati Uniti per un mese o due e naturalmente portai con me il famoso libretto sull’interpretazione fisiologica della memoria. E lo spedii a tutti i miei amici e a tutti i miei parenti che si trovavano negli Stati Uniti. Otto giorni dopo mi trovavo con un gruppo di conoscenti, a New York, quando ricevetti un telegramma da un mio carissimo amico di Chicago, che diceva: “Heinz, vieni subito a Chicago, c’é una persona che vuole parlare con te.” Presi allora un volo notturno per Chicago. Era naturalmente un aereo a elica, delle Capital Airlines, partiva da New York all’una di notte, arrivava a Chicago alle sei di mattina, e costava 18 dollari dell’epoca. Era leggermente meno caro dell’autobus, che costava 19 dollari e impiegava un giorno e mezzo. La mattina andai a trovare i miei amici, che non vedevo da circa vent’anni. Ed essi mi presentarono un signore dall'apparenza assai solenne, molto alto, con la barba, gli occhi azzurri e i capelli grigi. Questo signore era Warren McCulloch. A quei tempi il mio inglese era composto da circa 9 o 11 parole, e quindi, date tutte le combinazioni possibili, potevo pronunciare qualcosa come 256 frasi o git di li. Quando fui presentato a McCulloch questi mi disse: andiamo nel laboratorio e discutiamo la vostra memoria. E iniziammo a parlare. To cercai di permutare le mie 11 parole, mentre McCulloch possedeva un vocabolario shakespeariano. I miei amici naturalmente fecero da traduttori. Ma la cosa fantastica fu che in qualche modo ci compren- demmo, che non ci fraintendemmo, e che ottenemmo un grande risultato. Negli Stati Uniti avevano condotto molti esperimenti e molte misurazioni, e avevano ottenuto un gran numero di interessanti risultati sperimentali. Io, a Vienna con i russi, non avevo potuto fare esperimenti, ma avevo potuto costruire una teoria. Avevo cosi ottenuto molti dati, e questi dati erano esattamente gli stessi che avevano ottenuto negli Stati Uniti, dove non avevano una teoria. Fu un incontro meraviglioso. Alla fine, mentre parlavo con Warren McCulloch e con i miei amici, udii che |’altoparlante diffondeva una sorta di annuncio che non capivo ma che comunque diceva qualcosa 119 del tipo di “Mr. von Foerster”. Chiesi se stesse parlando di me, e gli altri mi risposero di si, ma che non era importante. Poi sentii di nuovo il mio nome e chiesi: “Ma che cosa dicono, in verita?” “Dicono soltanto che ci sara un seminario nel pomeriggio.” “Molto interessante,” risposi. “E chi parlera?” “Voi!” Il problema era dunque di tenere un seminario con le 13 parole che in quel momento possedevo di inglese, e con 13 parole si Enno qualcosa come 569 frasi. Fortunatamente il pubblico era composto per lo pit: di immigrati tedeschi e austriaci che avevano trovato rifugio negli Stati Uniti, i quali mi poterono cosi tradurre. Le cose andarono bene. E successivamente Warren McCulloch mi presen- to ai vari dipartimenti dell’Universita dell’Illinois, i quali mi invitaro- no a rimanere a Chicago. Alla fine di quello stesso giorno Warren McCulloch mi disse: “Heinz, tu devi presentare le tue ricerche a un gruppo di persone che sarebbero assai contente di ascoltare quello che dici. E cid avverra a New York fra una settimana.” La Josiah Macy Foundation — una fondazione americana per la ricerca medica — sponsorizzava infatti una serie di incontri, e Warren McCulloch era il presidente di uno di questi incontri. Titolo dell’incontro era: “Meccanismi circolari e retroattivi nelle strutture biologiche e sociali”. Andai dunque la, e presentai un mio intervento. Conoscevo qualche parola in piu, e fu pit facile, anche se gli immigrati tedeschi mi aiutarono ancora una volta a farmi capire. Il pubblico era composto di circa 24 persone, perché l’incontro era destinato essenzialmente a persone che volevano discutere fra di loro. E fra queste persone c’erano Warren McCulloch, Gregory Bateson, Julian Bigelow, Margaret Mead, Arturo Rosen- blueth — il grande neurofisiologo messicano —, Norbert Wiener, Claude Shannon — |'autore di Information Theory and Communication Theory — e John von Neumann, |’uomo che diede inizio alla costruzione dei primi minicomputer, che progettd il primo grande computer e che risolse il problema fondamentale per la catena di reazioni nucleai Davvero non c’era male. Quando finii il mio intervento uscii dalla stanza perché doveva tenersi una discussione di lavoro. Quando rien- trai mi dissero: “Avete presentato un intervento estremamente interes- sante, ma il vostro inglese @ pessimo.” “Lo so, sono negli Stati Uniti soltanto da 14 giorni.” “Abbiamo pensato che c’é un modo perché possiate migliorare il vostro inglese assai velocemente.” “Si, ma co- me?” risposi. “Vi abbiamo nominato curatore dei nostri atti.” Il proce- dimento é tipicamente americano. Date la maggiore responsabilita nell'impresa alla persona che ne sa di meno, proprio perché deve imparare. Ed ebbero ragione. Tre settimane dopo ottenni il malloppo delle trascrizioni, comprai due dizionari voluminosissimi e mi trovai curatore degli interventi di Gregory Bateson, di Margaret Mead, di John von Neumann, ecc. Nel mese di settembre il mio inglese aveva raggiunto le 1250 parole circa, e immaginatevi allora quante frasi avrei potuto formare. In ogni modo fu questa la mia iniziazione in quel gruppo. Alla fine dell’incontro in cui mi avevano nominato curatore mi rivolsi a tutti quelli che sedevano attorno alla tavola: “Signore e signori, io non riesco neppure a pronunciare il titolo dell’incontro — ‘Meccanismi circolari e retroattivi nelle strutture biolo- giche e sociali’ — dei cui atti dovrei essere il curatore. In questo modo 120 nessuno li leggera, e nessuno li comprera...” In quel momento sapevo gia che Wiener aveva pubblicato il suo libro sulla cibernetica, per cui proseguii: “In quanto curatore, propongo di utilizzare il titolo di Cibernetica per gli atti di questo incontro.” Tutti applaudirono e approvarono l’idea. E a quest’applauso Norbert Wiener si commosse a tal punto, che gli vennero le lacrime agli occhi e dovette uscire dalla stanza. A tal punto fu colpito dal fatto che a tutti piacesse la sua idea di cibernetica! E in questo modo che divenni il curatore delle Macy Conferences, e naturalmente mi legai a quelle fantastiche persone. Ogni anno, per i cinque anni successivi, si tenne un nuovo incontro. Alla fine decisi di immergermi completamente in questo nuovo campo di pensiero. Ma non conoscevo la neurofisiologia, né tantomeno avevo condotto esperimenti in questo campo. Chiesi dunque a Warren McCulloch, che nel frattempo si era trasferito al MIT, di poter trascorrere un certo periodo di tempo nel suo laboratorio. E la stessa cosa feci con Arturo Rosenblueth, a Citta del Messico. Trascorsi cos! il 1956 meta a Boston e meta a Citta del Messico. E quando tornai, ritenni di essere pronto per fondare un nuovo laboratorio. Nacque cosi il BCL, il Biological Computer Laboratory. I] programma fondamentale di studio in questo laboratorio divenne I’idea della computazione biologica, il modo in cui i sistemi viventi computano le proprie realta. Partendo da questo problema |’attivita del laboratorio giunse a interessarsi di logica, di matematica, e di tutti gli aspetti sperimentali delle questioni cognitive. Nei primi anni di lavoro del BCL emerse tutta una serie di proble- mi, ad esempio quelli connessi con il problema dell’autoreferenza. Qui perd voglio soffermarmi un momento su una questione neurofisio- logica, quella che oggi definiamo la questione del “principio della codificazione indifferenziata”. Se eccitiamo — mediante pressione, calore, o mediante qualunque altro stimolo — un neurone sensorio, una cellula ricettiva, questo comincera a trasmettere impulsi negli strati pid profondi del cervello. E su questa base si produrranno le successive computazioni che hanno luogo nel cervello. Ora, cid che & interessante @ che l’unica cosa che il nervo trasmette al cervello é lintensita dello stimolo, mentre non dice nulla riguardo a cid che & effettivamente avvenuto. Abbiamo gli stessi risultati sia che si tratti di un ricettore di calore, sia che si tratti di un ricettore di luce, sia che si tratti di un qualunque altro ricettore. Possiamo cosi riassumere il principio della codificazione indifferenziata in questo modo: I'attivita elettrica di una cellula ricettiva (come pure di tutte le cellule nervose) codifica soltanto l'ordine di grandezza della perturbazione che ha causato la sua attivita, ma non la natura fisica dell’agente perturbato- re. Cid che viene codificato é soltanto: “in questa quantita in questo punto del mio corpo”, e non: “che cosa”. E un principio ben noto, viene insegnato in tutte le scuole e lo si trova in tutti i manuali. Ma quando lo si andd a guardare un po’ piu da vicino — circa trent’anni fa — ci si rese conto di un grande problema. Come possiamo vedere i colori, come possiamo riconoscere il rumore, come possiamo sentire la pressione, come possiamo sentire il caldo e il freddo se non vi é una 121 registrazione, se non vi é una codificazione di quell’agente della natura che presenta questa qualita peculiare? E un problema vecchio di cent’anni. E quando, alla fine degli anni Cinquanta, cominciammo a chiederci come fosse sibile che il cervello producesse colori, musica, odori nonostante l’evidenza conte- nuta in quel principio, iniziammo a cercare nella letteratura e trovam- mo due maestri che si erano gia interessati al problema, ma che non erano stati ascoltati da nessuno. Il primo era Henri Poincaré, il matematico francese. Nel corso di tutta la sua vita Poincaré si interessd a fondo del problema della percezione di uno spazio tridimensionale. E si pose la domanda: com’é possibile che percepiamo uno spazio tridimensionale se tutte le immagini sulla nostra retina sono soltanto bidimensionali? Il suo primo pensiero fu di supporre che la percezione della tridimensionalita derivasse da una sorta di computazione che avvenisse a partire dalle discrepanze fra le due immagini nei due occhi. Ma si accorse che non bastava. Approfondendo la questione, ebbe una brillante idea. Ebbe cioé l'idea di introdurre nella percezione il movimento perché, dopotutto, quando guardiamo noi non siamo oggetti stazionari, ma ci muoviamo. E cosi osservé che la complessita sufficiente per computare le nozioni di spazio, di oggetto, ecc. pud prodursi soltanto quando si possono correlare i mutamenti percettivi associati con le azioni motorie volontarie, quando cioé si possono controllare i mutamenti della percezione con la propria azione moto- ria. Abbiamo cosi bisogno di un accoppiamento di attivita sensoriali € motorie, e cid produce quello che vorrei chiamare l’anello senso- motorio: le attivita sensoriali informano le attivita motorie che a loro volta informano le attivita sensoriali... Dall’opera di Poincaré scaturisce gia l’idea di chiusura. Cinquant’anni dopo le stesse cose furono pitt o meno il risultato delle ricerche di Jean Piaget. Egli fece notare come al bambino sia indispensabile l’attivita senso-motoria per costruire qualunque idea di realta. I bambini devono afferrare, allungare le mani, mettere in bocca, sentire, toccare, agitarsi. E solo allora possono vedere. Si vede con le mani o — come dice il mio amico Maturana — si vede con i piedi, perché soltanto quando si cammina le cose cambiano, e si pud cosi produrre I’anello senso-motorio. Feci la conoscenza di Humberto Maturana nel 1962, ad Amsterdam. Lo invitai immediatamente a lavorare al BCL. Egli venne per un anno, con la sua collaboratrice Gabriela Uribe, e ci forni una quantita di idee stimolanti proprio per la nostra direzione di ricerca, il problema della codificazione indifferenziata. Negli stessi anni fra i collaboratori del BCL vi furono il cibernetico Ross Ashby e Gotthard Gunther, un filosofo tedesco. Voglio richiamare l’attenzione sull’opera di Gunther perché ha sviluppato un tipo di logica estremamente affascinante, che ha chiamato place value logic, una logica del giudizio di valore. Ponia- mo di avere una proposizione di cui vogliamo determinare la verita o la falsita — “la neve é verde” é la mia candidata. Ora, rispetto a una tale proposizione, la logica classica si comporta come se esistesse un grandissimo libro in cui sono stampate tutte le affermazioni vere. Si potrebbe cosi andare a vedere sotto la voce “neve” e leggere “la neve é bianca”. E in questo modo si stabilirebbe la falsita della proposizione “la neve é verde”. Ginther ha un’altra idea. Per lui dare a una 122 proposizione un valore di verita o di falsita significa accettare o rifiutare la proposizione. Cosi mi riservo il diritto di accettare o di rifiutare una proposizione. Questa non é una logica del vero e del falso bens} una logica dell’accettazione o della negazione dell’esistenza di una proposizione. I che significa che queste operazioni di accetta- zione o di rifiuto devono avvenire nel luogo preciso in cui si situa la proposizione, e non consistono nella discussione della nozione di “neve” in primo luogo. Vorrei dare un esempio raccontandovi una mia personale esperien- za di place value logic. E accaduto in Unione Sovietica, al tempo di Kruscev. Vi era gia stata la destalinizzazione, e a Stalin non era pid consentito di rimanere sepolto accanto a Lenin. II suo corpo era stato portato via, e non so dove ora sia sepolto. Mi trovavo dunque a Mosca e volevo visitare la tomba di Lenin. Ma era un po’ tardi e l’accesso era gia chiuso. Cosi mi accontentai di girare tutt’attorno al mausoleo, e dietro la tomba vidi, su piccoli piedistalli, tutte le effigi dei grandi generali russi. Notai infine un piedistallo che non sosteneva nulla, sul quale non vi era alcuna immagine. Chiesi allora che cosa fosse. E mi risposero: “Stalin!” Questa é davvero una place value logic. Se avessero rimosso il piedistallo non avrebbero potuto dire no a Stalin. E io non avrei avuto modo di osservare nessuno dire no a Stalin. Per dire no a qualcosa bisogna avere un luogo preciso. E questo i russi lo avevano capito benissimo. Dall'intreccio di ricerche logiche e neurofisiologiche del BCL sono emerse due importanti questioni teoriche, due questioni che rivestono anche un’importanza filosofica. La prima questione suona un po’ in questo modo: si deve considerare l’osservatore come facente parte del sistema che egli osserva, oppure bisogna considerarlo come esterno ad esso? Secondo la filosofia e l’epistemologia ortodosse, la seconda risposta é quella giusta. Quando parliamo di fisica, di astronomia, di cosmologia nessuno si cura della persona che sta seduta dietro il telescopio. Eppure anch’egli fa parte dell’universo. Ma in ogni caso non viene considerato come facente parte dell’universo, si decide di solito di tenerlo fuori. Ma se si vuole sviluppare una teoria della biologia o di campi affini, bisogna muoversi verso una nuova epistemo- logia che includa l’osservatore entro quel mondo in cui si trova. E questo é uno dei motivi per cui, ad esempio, questa nuova epistemolo- gia ha successo presso i terapisti della famiglia. Chiunque, nel processo di terapia della famiglia, entri a far parte del gruppo familiare diventa con cid stesso un elemento di quel gruppo ed é soltanto il suo in- tervenire dentro il gruppo che consente di produrre un cambiamento nelle relazioni fra i membri della famiglia. La seconda questione riguarda invece i concetti che si applicano a se stessi, e che solitamente vengono rifiutati perché generatori di paradossi. Il problema diventa invece quello di evitare i paradossi collegando il problema dell’autore- ferenza proprio con la situazione in cui l’osservatore viene incluso nel sistema che osserva. Si tratta, in una parola, di elaborare un campo di nozioni autologiche. Per dare un’idea delle proprieta logiche che distinguono i concetti autologici— 0 concetti del secondo ordine — da concetti di altro genere, invito i lettori a eseguire l’esperimento proposto nella figura 3. Seguite 123 le istruzioni date nella didascalia della figura, e continuate a seguirle finché la macchia nera non sia completamente scomparsa. Di solito si definisce questo fenomeno come la “macchia cieca” del nostro campo visivo, e i fisiologi giungono facilmente a spiegarlo. Nella nostra retina vi é un punto in cui non esistono cellule ricettrici, coni o bastoncini che siano. Questo punto é chiamato il “disco”, ed @ precisamente il punto in cui il nervo ottico si diparte dal bulbo oculare. Figura 3. - Si tenga il foglio con la mano destra. Si chiuda l'occhio sinistro e si fissi la stella. Si muova il foglio avanti e indietro lungo la linea della visione: a una distanza di circa 30-35 cm la macchia nera scomparira. Fissando sempre lasterisco e tenendo sempre il foglio alla medesima distanza, si muova lentamente il foglio su e git, a sinistra o a destra, oppure in cerchio, La macchia nera rimarra sempre invisibile. Cid che a prima vista sorprende in quest’esperimento é il fatto che esso mostra l’incompletezza del nostro campo visivo, un’incompletez- za di cui in condizioni normali siamo totalmente inconsapevoli. Se si volesse sottolineare la natura autologica della percezione visiva 0 della percezione in generale, potremmo dire che non vediamo che non vediamo! Cid equivale a dire che il problema non é il fatto che non si vede, ma il fatto che non si vede che non si vede. Questo é un problema del secondo ordine, ed é un problema trascurato nella spiegazione ortodossa dei neurofisiologi. E il fatto di trascurare questo problema é nuovamente un fenomeno di macchia cieca, soltanto che questa volta esso si situa sul piano cognitivo. Ho voluto introdurre dei concetti del secondo ordine che contengo- no delle negazioni per mostrare subito la loro struttura logica fuori del comune. In questo caso la doppia negazione non porta a una affermazione: non vedere che non si vede non significa vedere. Mi rivolgerd ora ad esemplificazioni di questi concetti dotate di uno scheletro logico di tipo affermativo per attrarre l’attenzione sui diffe- renti “tipi logici” — per usare l’espressione di Gregory Bateson — di quelle nozioni che si trovano a far parte del loro stesso dominio. Cominciamo con il concetto di “scopo”. Se esso viene considerato come concetto del primo ordine, possiamo parlare di qualcosa “che ha uno scopo”. Ma se lo consideriamo come concetto del second’ordine possiamo allora formulare la domanda: “qual é lo scopo dello ‘scopo’”? Con questa domanda ci chiediamo il motivo per cui viene introdotta la nozione di “scopo”. La risposta ¢ immediata: per evitare di prendere in considerazione traiettorie variabili e imprevedibili raggiungendo invece uno stato pitt o meno invariante, la “meta”, il “fine”, il telos. Ma prestando attenzione alla natura autologica dello “scopo”, il nostro sguardo é slittato da “qualcosa” — cid che é osservato — a “qualcuno”, a chi usa questo termine e cioé all’osservatore. Faccio ora riferimento al linguaggio. “Che cos’é il linguaggio? O meglio, che cos’é il ‘linguaggio’? Quale che sia la natura di questa 124 domanda, per una risposta abbiamo bisogno del linguaggio; e natural- mente abbiamo bisogno del linguaggio anche per porci questa doman- da sul linguaggio. Se dunque non conoscevamo la risposta, come abbiamo potuto porre in primo luogo la domanda? E se davvero non la conoscevamo, che tipo di risposta sara una risposta che risponde a se stessa?” (von Foerster, 1981). L’anello semantico che qui presento ci propone un vincolo logico imposto a ogni possibile definizione del “linguaggio”, e questo vincolo logico é proprio la sua natura autologi- ca. Perché una condotta comunicativa e referenziale sia un “linguag- gio”, essa deve contenere un riferimento alla sua condotta comunicat va. Il linguaggio deve cioé essere in grado di esprimere la nozione di “linguaggio” 0, come Humberto Maturana ama ripetere, il linguaggio deve essere in grado di riferirsi al suo referente. Naturalmente il problema ultimo di questo contesto é la domanda di Wittgensteit “Che cos’é una domanda?” Lascio ai lettori il compito di affrontarla. Come esempio ulteriore mi riferird alla natura autologica dell’idea stessa di “organizzazione”, e allo slittamento da un’interpretazione del prim’ordine di questo concetto a un’interpretazione del second’or- dine. Se ci riferiamo al verbo transitivo “organizzare”, postuliamo un mondo in cui l’organizzatore e l’organizzazione sono fondamental- mente Separati, un po’ alla maniera della forma attiva e della forma passiva. E questo il mondo dell’organizzazione dell’altro, il mondo dell’ingiunzione “Tu devi”. Ma se invece consideriamo l’organizzazio- ne di un‘organizzazione in maniera tale che l'una scivoli entro l’altra, ese consideriamo quindi !‘autorganizzazione”, postuliamo un mondo in cui l’agente agisce in ultima istanza su se stesso, dal momento che egli fa parte della sua organizzazione. E questo il, mondo dell’ ‘organiz- zazione di se stessi, é il mondo dell’ingiunzione “Io devo”. Spero che da tutti questi esempi di autologia sia risultata chiara la mia posizione, che é quella di rifiutare ogni fuga russelliana in metadomini o in metalinguaggi. E forse é risultata chiara anche la caratteristica essenziale dei concetti che possono essere applicati a se stessi, e cioé la “chiusura”. Forse il concetto di “chiusura” verra ‘suggerito in maniera ancora pitt persuasiva dalla seguente simbolizza- zione di un’organizzazione che si applica a se stessa: ORG Una condizione essenziale perché un sistema si: “fine” di un dominio deve coincidere con |“inizio”. E questo un punto di importanza fondamentale, e mi soffermerd su di esso con due esempi. Il primo esempio viene dalla fisica, dalle prime fasi di sviluppo della meccanica ondulatoria. Come forse é noto, alcuni esperimenti condotti sulle particelle elementari — e sugli elettroni in particolare — suggerivano un’interpretazione del comportamento delle particelle in termini ondulatori: le particelle si comportano come onde che si rafforzano allorché le creste di un’onda incontrano le creste di un’altra 125 onda (e le gole incontrano le gole), e che invece si annichiliscono allorché le creste incontrano le gole. Se le cose stanno davvero cosi — argomentd allora de Broglie — gli elettroni che orbitano attorno al nucleo di un atomo si annichilirebbero sempre vicendevolmente, salvo nel caso in cui essi si muovano in orbite costituite da multipli interi della loro lunghezza d’onda (vedi figura 4). Solo in questo caso le creste si incontrerebbero con le creste, e le gole con le gole: la fine di un treno d’onda deve cioe essere il suo inizio. ee Figura 4. - Orbite stabili degli elettroni lungo “autoragei” corrispondenti a circonfe- renze che sono multiple della lunghezza d'onda hi Ry = 3 N2n; Ry = 4N2n. E chiaro allora che a queste condizioni possono esistere soltanto determinate orbite, separate da “salti quantici”. La conferma di que- st'ipotesi di de Broglie giunse attraverso gli sviluppi della fisica quantistica e gli procurd il Premio Nobel. Vogliamo ora far notare come nel suo ragionamento le condizioni della chiusura, cioé la fine che incontra l’inizio, selezionano dalle infinite possibilita di moto degli elettroni attorno ai propri nuclei un insieme di soluzioni discrete i cui valori soddisfano le condizioni richieste. Questi valori sono chiamati “autovalori” (eigenvalues), e questo termine é stato usato per la prima volta all’inizio del secolo dal matematico David Hilbert che lo utilizzd discutendo la soluzione di problemi caratterizzati da una struttura logica simile a quella qui esposta. Il mio secondo esempio ha a che fare con proposizioni autoreferen- ziali. Queste sono sempre state considerate come problematiche, come fonte di situazioni paradossali. Fra i vari paradossi a cui possono dar luogo ricordiamo soltanto il cosiddetto paradosso del barbiere. In un piccolo paese il barbiere é colui che rade tutti coloro che non si radono da sé. Ma il barbiere si deve allora radere da sé? Naturalmente no, perché egli rade soltanto coloro che non si radono da sé. E quindi non si deve radere da sé. Ma allora..., ecc. Qui voglio sostenere che situazio- ni di tal genere non soltanto non sono insolubili, come si pensava in passato, ma ci possono anche fornire — con le soluzioni di questi 126 paradossi — una piu profonda comprensione di molti campi di indagi- ne. Si consideri ad esempio la frase: “QUESTA FRASE HA... LETTERE”, € Si trovi un numero il cui nome, scritto in lettere e inserito nello spazio vuoto, renda la frase completa e consistente. Chiaramente soltanto pochi numeri possono soddisfare tale condizione. I] numero TRENTA non sara ad esempio uno di questi: la frase “Questa frase ha trenta lettere” ha infatti soltanto 26 lettere. Il problema ha due soluzioni, due autovalori. Il primo di guesti é ventorto. Infatti la frase “auesta FRASE HA VENTOTTO LETTERE” ha 28 lettere. E notiamo come questa frase dice proprio cid che essa fa. C’é anche un’altra soluzione, che il lettore potra trovare facilmente. In questi casi di chiusura il risultato di un’operazione viene sotto- posto di nuovo alla medesima operazione, e possiamo quindi parlare di “operazioni ricorsive”. La teoria che fornisce il formalismo per lo studio di questi processi é chiamata “teoria delle funzioni ricorsive”. Oggi questo campo matematico costituisce un corpo di conoscenze ampio e ben definito (Davis, 1958) e in seguito dard un‘idea dei suoi problemi e delle sue procedure. Ma per poter introdurre questo formalismo - il formalismo della computazione ricorsiva — devo prima avanzare talune osservazioni sulla computazione in generale. E opportuno anzitutto ricordare che le radici etimologiche di “computazione” non confinano questo concetto alle semplici espressio- ni numeriche. La parola é un composto di com e di putare, considerare, e significa “considerare le cose insieme”. Non vi é quindi alcuna restrizione relativa alle “cose” da considerarsi, e questo é il senso in cui useremo un tale termine. Parlerd di computazione utilizzando un’idea particolare di “macchina”, e introducendo piu specificamente iconcetti di macchina banale e di macchina non banale. Qui la nozione di macchina non deve essere intesa in senso concreto, non ci riferiamo amanopole che girano, a transistor oa complicati apparati computeri- stici. La nozione di macchina é invece uno strumento puramente concettuale. Fu introdotta per la prima volta da Alan Turing, un matematico che voleva eseguire dimostrazioni rispetto a questioni matematiche estremamente astratte. E per non essere troppo astratto ragiond immaginando di avere una macchina assai semplice, la quale eseguisse determinati passi, in una sequenza ben precisa. Da allora questi operatori concettuali astratti furono chiamati macchine, e io seguird quest’uso. Li chiamerd in particolare macchine banali, e chiarird subito in che modo é fatta una macchina banale. Questa macchina é composta essenzialmente da due cose. La prima é cid che si pud fornire alla macchina, che nel linguaggio delle macchine viene detto input. Input, cioé si mette (put) qualcosa dentro (in). Ma quello che nel linguaggio delle macchine si dice input viene detto “causa” nella fisica, “stimolo” in psicologia, “premessa minore” in logica. Ogni campo di indagine ha il proprio termine per determinare questo concetto. Ma ogni campo di indagine ha la speranza che si possa avere a che fare con macchine banali, e invero per la nostra cultura é stata fondamentale — fino ad oggi — l’ipotesi che si possa e si debba pensare con processi modellizzati da macchine banali. L’input (0 la causa, o lo stimolo) fa “scattare” la macchina e l’uscita da questa macchina & qualcosa che viene chiamata output. Se parlassimo di fisica lo 127 chiameremmo “effetto”, se parlassimo di fisiologia o di psicologia sperimentale parleremmo di “risposta”. Abbiamo dunque gli schemi stimolo/risposta, causa/effetto, ecc. e tutto cid che entra in questi schemi costituisce una macchina banale. La macchina banale é anche presupposta dall’idea delle leggi di natura della fisica. Possiamo introdurre un operatore F per definire questa macchina, dove F sta per “funzione”. Assumiamo ora I’esempio della figura 5 e vediamo che la macchina riceve qualcosa da una parte (A, U, S, T) e da qualcosa dall’altra come risultato (1, 2, 3, 4). Cosi se si fornisce ad essa l’input U la macchina dara come risultato 2, se si fornisce A dara come risultato 1, e se poi le si fornisce di nuovo U dara ancora come risultato 2. Naturalmente si possono avere molte macchine banali differenti. Nel caso della figura 5, con 4 differenti input e 4 differenti output si avranno 4* = 256 macchine differenti. Possono esistere anche macchine superbanali. Ad esempio, se accanto ad A, U, S, T avessi scritto sempre 1 (1, 1, 1, 1), il risultato sarebbe stato costante. Ma esto é un caso particolare, e in ogni modo le proprieta generali lella macchina non cambiano. »—[1]—» Figura 5. - Machina banale Hoa>|x ponal< (® Si legga il simbolo dell’input x (ii) Si scriva il simbolo di output y adeguato Possiamo ora vedere chiaramente le proprieta di una macchina banale. La prima proprieta sta nel fatto che essa é determinata in maniera sintetica. Cid significa che quando é stata costruita, si voleva costruire proprio quella specifica macchina, si determinava la manie- ra in cui la macchina dovesse operare. Ma supponiamo di non avere costruito noi la macchina, la quale ci si presenta invece sotto forma di una scatola nera. E possibile scoprire il modo in cui la macchina funziona? Si, e molto facilmente. Le daremo un input A, ed essa ci dara 1 come risultato; poi le daremo l'input U e ci dara 2 come risultato. E cosi via. Alla fine non ci rimarra che riunire i nostri appunti e dire: “Grazie, ora conosco questa macchina.” E una macchi- na determinabile analiticamente perché si pud analizzare la macchina, e questa macchina produce un risultato determinabile. D’altra parte & indipendente dalla storia perché qualunque sia l’input dato alla macchina essa non lo ricordera, e la volta successiva si comportera seguendo le stesse leggi della volta precedente. A causa di queste tre proprieta, la macchina banale é infine prevedibile: si sa sempre tutto cid che fara la macchina quando le si dara un particolare input. Quando compriamo una macchina qualsiasi — sia essa una motoci- 128 cletta, oppure un frullatore — pensiamo sempre che sia una macchina banale, o almeno questo é cid che afferma il venditore. Se si usa la chiave d’accensione, @ presumibile che un’automobile si metta in moto. Qualche volta perd usiamo la chiave d’accensione e non succede nulla. Evidentemente l’automobile é una macchina non banale, perché uno stesso input da risultati differenti. Andiamo allora dal meccanico e gli diciamo: “Rendi banale la mia macchina, perché si sta compor- tando in maniera non normale.” In realta tutte le macchine sono macchine non banali, e su questo concetto ora mi soffermerd. Dall’esterno una macchina non banale assomiglia moltissimo a una macchina banale. E all’interno che essa @ un po’ diferente. All’interno essa possiede cid che viene definito come uno stato interno. Una macchina non banale si trova sempre in un particolare stato interno, e questo stato interno influenza cid che la macchina fara. Inoltre, quando si agisce sulla macchina, essa pud modificare il suo stato interno. Se quindi diamo alla macchina lo stesso input di prima non necessariamente la macchina si comportera allo stesso modo di prima. E questo il principio fondamentale della macchina non banale. L'input X conduce non pita un unico operatore (F), ma a due operatori che dipendono entrambi dallo stato interno: uno di questi operatori produrra quindi l’output, mentre l’altro produrra il nuovo stato inter- no. Se questo stato successivo non é identico allo stato precedente la macchina potra funzionare in maniera differente. Diamo ora un esem- pio di una macchina di tal genere. Supponiamo di avere gli input A, U, S, Te gli output 1, 2, 3, 4. Supponiamo inoltre che la macchina abbia soltanto due stati interni (se avesse un solo stato interno sarebbe appunto una macchina banale, mentre una macchina a due stati é la macchina non banale pit primitiva). Chiamiamo i due stati I e II. Quando |'input é A la macchina rimane nello stesso stato I. Ma quando l'input @ U essa pud saltare al secondo stato, in II. E quando la macchina é nel primo stato agli input A, U, S, T corrispondono gli output 1, 2, 3, 4, mentre nel secondo stato l’ordine degli output é esattamente l’inverso. La macchina non banale é determinata in maniera sintetica, possia- mo costruirla come vogliamo. Ammettiamo ora di averla costruita e che un altro debba dedurla osservandone il funzionamento. Costui dunque fornisce alla macchina l'input A. L’output sara 1,e la macchina imarra nello stesso stato (I). Cosi, se si da alla macchina di nuovo put A, essa dara di nuovo | come risultato. Diamo ora alla macchina l'input U: esso dara 2 come output. Si supponga ora di tornare a fornire l’input A, ad esempio per controllare il fenzionamento della macchina. Avremo 4 come risultato. Impossibile! Proviamo di nuovo a dare A: la macchina dara 1. Diamo U: la macchina dara 2. Diamo di nuovo A: e la macchina dara 4. Non capiamo pit: che cosa succede! Tentiamo allora con |l’input S. Ma il risultato dipende dallo stato interno: se la macchina é nel primo stato il risultato sara 3, altrimenti sara 2. Dopo mezz’ora di gioco con una macchina di questo tipo possiamo decidere di andare in manicomio, oppure di buttare via la macchina. E questo dipende dallo stato interno in cui noi stessi siamo. Se si pensa che la colpa sia della macchina, diamo pure la colpa alla macchina: noi andiamo bene. Altri danno la colpa a se stessi. Vi 129 x (2) y Figura 6. - Macchina non banale (i) Si legga il simbolo dell'input x. (i) Si paragoni x con z, lo stato interno della machina. (iii) Si scriva il simbolo dell’output y adeguato. (iv) Si cambi lo stato interno z nel nuovo stato z’. (v) _ Siripeta la sequenza con un nuovo input x’ Macchina inI = Macchina in II Funzione di uscita: y = F (x,z) Funzione di stato: 2’ = Z (x,z) chi dice “quella macchina é idiota” e vi é chi dice “io sono idiota”. Queste diverse reazioni potrebbero essere istruttive per uno psico- analista! In ogni modo il numero delle possibili macchine che possono venir costruite secondo condizioni di tal genere non é astronomico. E meta- astronomico! Se abbiamo due soli input (A e B) e due soli output possiamo costruire 2" e cioé 65536 macchine AB differenti. Orientarsi queste 65536 macchine é piuttosto scomodo, tuttavia é una cosa ancora fattibile. Se abbiamo un computer veloce questo ci pud pro- spettare tutte le macchine possibili in circa due minuti. Ma supponia- mo di volerci figurare le macchine a quattro input e quattro output (una macchina del tipo ABCD come quella della figura 6). Il numero delle macchine ABCD differenti é 2°’, ovverossia 10%. Ora, l’eta dell’universo calcolata in microsecondi é di 10% microsecondi. E questo vuol dire che se avessimo un computer veloce che calcolasse una macchina per ogni microsecondo sarebbe necessario un periodo 130 di tempo pari a 10* volte l’eta dell’universo per calcolare il numero delle macchine ABCD possibili. Vi raccomando caldamente di non intraprendere una simile impresa. Vi giochereste la camicia, perdere- ste il vostro denaro e ogni altra cosa. Ross Ashby aveva costruito una macchina di questo genere. Era una piccola scatola, detta di Ashby, aveva due interruttori, quattro stati, due luci, e funzionava a pile. Quando si presentava un nuovo studente che voleva lavorare con lui, Ashby gli domandava: “Perché non stai qui e cerchi di capire in che modo funziona quella macchina?” Cosi lo studente si sedeva davanti alla macchina, che dopotutto era molto semplice: due soli interruttori. Cominciava a lavorare, a pren- dere appunti, a riempire tavole su tavole. Potevano essere le tre del pomeriggio. Ross Ashby andava a casa alle sei, e lo studente era ancora al lavoro. Di solito Ross Ashby tornava al lavoro verso le sette del mattino, e qualche volta trovava lo studente ancora Ni, alle prese con la macchina. Cosi, allo studente che aveva assunto un aspetto verdastro, completamente sfinito, mezzo addormentato dopo aver riempito tavole su tavole, Ross Ashby diceva: “Sei un tipo molto tenace, molto interessato. Ma ti invito a dimenticare il problema, non riuscirai a risolverlo.” Talvolta invece lo studente a mezzanotte era troppo stanco, e se ne andava. Ross Ashby gli chiedeva allora i motivi della sua rinuncia. E se rispondeva che se ne era andato perché era troppo annoiato, allora Ashby diceva: “Non é il mio uomo.” Possiamo ora porci una domanda di importanza capitale: dobbia- mo considerare l’universo come una macchina banale oppure come una macchina non banale? Io penso che dobbiamo considerare l’uni- verso come una macchina non banale, e cid é connesso alla risposta che possiamo dare a un’altra domanda, se noi siamo cioé una parte del cosmo o se invece dobbiamo considerarci al di fuori di esso. Perché noi sappiamo di essere macchine non banali, e se ci sentiamo parti del cosmo allora dobbiamo considerare tutto l’universo dal punto di vista delle macchine non banali. Ma prima di procedere oltre vorrei riassumere le caratteristiche delle macchine non banali. Sono determi- nate in maniera sintetica allo stesso modo delle macchine banali. Noi possiamo infatti costruire una qualsiasi macchina non banale. Ma esse sono indeterminabili analiticamente, dipendono dalla storia e sono percid imprevedibili. Macchine banali Macchine non banali Determinate sinteticamente Determinate sinteticamente Indipendenti dalla storia Dipendenti dalla storia Determinabili analiticamente Indeterminabili analiticamente Frevedibili Imprevedibili Figura 7. Per trattare con le macchine non banali esistono tre differenti strategie. La prima é di ignorare il problema, e questo é cid che succede di solito. La seconda strategia é di rendere banale qualunque 131 cosa, in maniera tale da poterla trattare. Quando sono un po’ di cattivo umore sono solito dire: “E cosi che ci comportiamo con i nostri bambini.” I bambini sono naturalmente macchine non banali, ci pongono le domande pit: strane e ci richiedono le risposte pit imbaraz- zanti. Sono creature meravigliose, impossibili da prevedere. Ma se li si manda a scuola, verranno resi banali. II nostro sistema educativo — almeno in America — é veramente un apparato di banalizzazione, e noi tutti (e i nostri bambini) ne possiamo vedere le conseguenze. La terza strategia — ed é quella che io naturalmente propongo — & invece quella di sviluppare un’epistemologia che prenda in con- siderazione la non banalita di qualunque cosa con cui si abbia a che fare. Questa é un’esigenza epistemologica particolarmente sentita, ad esempio, dai terapisti della famiglia. L'idea di non banalita pud aiutare a comprendere le disfunzioni e le ristrutturazioni di un gruppo di persone che vivono in una sorta di prigione chiamata famiglia, e che interagiscono costantemente con il fine di uscirne. QO® Op: OQ, Figura 8. - Rete di macchine che interagiscono reciprocamente (b) ©) Prendiamo un insieme di macchine non banali (1, 2, 3, 4, 5). Ciascuna di esse é una macchina non banale, e tutte interagiscono reciprocamente. E questo significa che l’output di una macchina diventa l’input di un’altra, e che tutte insieme formano una rete chiusa. Immaginiamo di essere un osservatore di questa rete, sia esso un terapista della famiglia, una persona che vuole scrivere una teoria su questa rete, 0 comunque una persona interessata ad essa... Egli vede cosi, ad esempio, dei segnali che passano da 5 a 4, ed altri segnali che passano da 3 a 1. L’osservatore pud allora considerare |’intera rete come una grande macchina non banale, composta da sottoparti non banali che interagiscono in maniera non banale. Questa grande 132 macchina puo essere definita l’operatore, e l’interazione 5/4 pud essere considerata un anello di questo operatore. L’operatore é un sistema chiuso, che opera sui risultati delle operazioni precedenti. Cosi I’e- spressione per indicare cid che i in ultima istanza esso fa é caratterizza- ta da un output Y che é un'operazione su una precedente operazione, su una precedente operazione, su una precedente operazione, ecc. Questa é una concentrazione infinita di operatori su operatori nel- la quale non si trova mai I'inizio, il punto da cui tutto é partito. Da qualunque punto si voglia partire, ¢ sempre una catena di ope- razioni. Ma qual é il senso di tutto cid? Fino a dieci o a quindici anni or sono tutti — matematici, filosofi, epistemologi - cercavano di accantonare o evitare un tale problema. Tutte le volte che ci si trovava in presenza di un’espressione di questo genere si credeva di essere giunti in un vicolo cieco, e questo vicolo cieco veniva chiamato “recursione infini- ta”. Soltanto poche persone si proponevano di prendere sul serio questo problema. Esse notavano come la recursione infinita potesse essere scritta sotto la forma di “Y”Y, di un operatore su Y. In questo modo il carattere infinito veniva perso, e il problema si trasformava nel come trattare questa equazione. E le soluzioni di questa equazione definiscono un’attivita stabile relativamente all’insieme di macchine in interazione. Parlerd ora pitt in dettaglio del particolare formalismo che ci consente oggi di approfondire questi problemi. E fard cid introducendo una sua schematica trattazione che potremmo definire come “elementi di recursione”. Elementi di recursione 1. Si consideri la variabile (indipendente) x,. Essa viene definita come “argomento primario”, e il suo indice “o” vuole significare che é la variabile assunta ab ovo. 1.1. A seconda dei casi, questa variabile pud assumere valori numerici, o pud rappresentare determinate dis osizioni (liste di nume- ri, vettori, configurazioni geometriche, ecc. nzioni (polinomi, fun- zioni algebriche, ecc.), comportamenti eet da funzioni matemati- che (le equazioni del moto, ecc), comportamenti descritti da proposi- zioni... 2. Si consideri un’operazione (trasformazione, algoritmo, funziona- le, ecc.) “Op” che opera sulla variabile x,. Si indichi l’azione su tale operando x, con Op (x0) e si chiamino x, i valori generati dalla prima applicazione di Op su Xo: x1 = Op (%) a) 133 Possiamo cos! ottenere il seguente schema: 2.1, Si applichi Op a x;, e si chiamino x; i valori generati in questo modo: X2 = Op (x). (2) X2 rappresenta dunque i valori generati applicando due volte Op a xo. x2 = Op (x1) = Op(Op(x.)). @) 2.2. Si chiami Op ™ I’ennesima applicazione di Op a una variabile. Abbiamo cosi: Xn = Op™x,). @ La (4) pud essere espressa graficamente nella maniera seguente: n volte 3. Si consideri il caso in cui Op é applicato un numero indefinito di volte con n~ a una variabile, ad esempio a Xo: X. = Op (-)(x.)_ oppure (5) x. = Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(Op(... (6) 3.1. Si consideri l’espressione (6) e si osservi 3.1.1. che la variabile indipendente x,, l’‘argomento primario”, & scomparsa e 3.1.2. che, poiché x. esprime una recursione indefinita degli opera- tori Op sugli operatori Op, in tale espressione ogni recursione indefini- ta pud essere sostituita da x.. x = Op(Op(Opl... Xe ae Xe ae 134 3.2. Abbiamo quindi: Xe = Op(x.) (7.1) x= = Op(Op(x.)) (7.2) X= = Op(Op(Op(x.))) (7.3) € cosi di seguito. 3.3. Se esistono dei valori x., (i = 1,2,3,4 ... n) che soddisfano le equazioni (7), questi valori si chiamano: “autovalori” (eigenvalues) B=x. (o autofunzioni, autoperatori, autoalgoritmi, autocomportamenti [=“oggetti"], ecc.), a seconda del tipo dell'argomento primario. 4. Si considerino le espressioni (7) e si osservi che 4.1. Gli autovalori sono discreti, anche se l’argomento primario é continuo. Le cose stanno cosi perché ogni spostamento infinitesimale + a partire da un autovalore stabile E; si annullera (Ei = + €), come pure tutti i valori di x, salvo quelli per cui si da il caso che x, = Ej. 4.2. Chiusura: perché soltanto in queste condizioni l’operante e l’operato sono equiva- lenti. Il che significa che i 4.21 lim Op™ = oP (8) ne 4.3. Dato che un operatore implica i suoi autovalori E; ed é da questi implicato, operatori e autovalori sono complementari (Op@E;: possono stare l’uno per !'altro). 4.3.1. Poiché gli autovalori si autoproducono (attraverso gli opera- tori ad essi complementari), essi sono autoriflessivi. Esempi 1) Si consideri la lista di numeri 1,2,3,4,5,6,7,8,9,0 e si applichi ad essa |"“operatore evolutivo” di Ashby EV: EV = Si scelgano due numeri a caso, e si ottenga il loro prodotto di due cifre (ad esempio 2x3 = 06). Si sostituiscano i due numeri scelti (evidenziati in corsivo) con le due cifre del prodotto cosi ottenuto. 135 X= 1,2,3,4,5,6,7,8,9,0 x= 1,0,6,4,5,6,7,8,9,0 = 1,0,3,4,5,6,7,8,9,0 B= 1,0,2,4,5,6,1,8,9,0 X= 1,0,2,4,4,6,1,0,9,0 xs = 1,0,2,0,4,6,4,0,9,0 (si osservi la scomparsa dei numeri dispari) Xe = 1,0,2,0,4,6,4,0,0,0 x= 1,0,2,0,4,0,4,0,0,0 (si osservi l’emergenza degli 0) Xe = 1,0,2,0,4,0,4,0,0,0 Xs = 0,0,2,0,4,0,0,0,0,0 X= 0,0,0,0,0,0,0,0,0,0 = Ey. 2) Si consideri la lista di numeri 1,2,3,4,5,6,7,8,9,0 e si applichi ad essa l’“operatore coevolutivo” di Ashby CE: CE = Si scelgano due numeri a e 6, a caso. Si cambi 6 nell’ultima cifra a‘ + p* e si lasci « inalterato. Dalla seguente tabella, che indica le ultime cifre per ciascuna coppia di numeri, ci si rende conto come l’autolista conterra 2 e 7 in egual numero, oppure conterra soltanto 2 (nel caso in cui i 2 scomparissero completamente, essi verrebbero rigenerati dai 7, men- tre non vale il contrario). 12 3) Si consideri l’operatore “radice quadrata” e lo si applichi in maniera ricorsiva a un valore iniziale arbitrario xo. La seguente tabella ci da la sequenza dei valori x1, x2, x... ecc. per il valore iniziale: Xo = 137 136 Si osservi la convergenza all’autovalore x =1 e si osservi anche la complementarita 1 =e X’ = RADICE QUADRATA DI X X INIZIALE = 137 11,70469991 1,00965564 1,00003753 1,00000014 3,42121322 1,00481622 1,00001876 1,00000007 1,84965218 1,00240521 1,00000938 1,00000003 1,36001918 1,00120188 1,00000469 1,00000001 1,1661986 1,00060076 1,00000234 1 1,07990675 1,00030033 1,00000117 1 1,03918561 1,00015015 1,00000058 1 1,019440453 1,00007507 1,00000029 1 4) Si considerino i due operatori “coseno” e “seno” che operano Yuno sull’altro in forma ricorsiva: x’ = cos(y) y” = sin(x’) La tabella che viene qui di seguito ci da la sequenza: XLYLX2,Y2,.X3,Y3, -.. (in radianti) per il valore iniziale di Yo = 3 rad. Si noti l’accostamento oscillatorio agli autovalori dei due operatori “ognuno dei quali si vede attraverso gli occhi dell’altro”: cos(sin(0,768169...)) = 0,768169... sin(cos(0,694819...)) = 0,694819... Si noti la differenza con gli autovalori di questi operatori nel caso in cui ciascuno venga assunto separatamente: cos(0,739085 0,739085... sin(0,000000. 0,000000... Si osservi anche quanto é rapida la convergenza verso gli autovalo- ri. Dopo soli 36 passi i valori stabili sono raggiunti, con l’approssima- zione di uno su un milione. 137 Y INIZIALE = 3 -0,9899924293 0,6916683255 0,7681274735 0,6948203121 -0,8360218258 0,7701829943 0,6947897149 0,7681687568 0,6704198624 0,6962666018 0,7681883513 0,6948194033 0,6213150305 0,7672419786 0,6948334981 0,7681693438 0,8131136789 0,6941525818 0,7681603226 0,6948198267 0,7264305416 0,7685961014 0,6948133393 0,7681690722 0,7475500224 0,6951266812 0,7681732221 0,6948 196347 0,6798440992 0,7679725712 0,6948226158 0,7681692011 0,777670743 0,6946783 0,7681672922 0,6948197269 0,701621614 0,7682596786 0,6948 183524 0,7681691408 0,7637965103 0,6948847912 0,7681700157 0,6948196821 Potrebbero essere citati molti altri risultati interessanti, che coin- volgono autovalori multipli, composizioni di vari stati, e molti altri fenomeni. Potremmo anche citare esempi in cui gli autovalori non sono quantita numeriche, ma operatori essi stessi (autoperatori), 0 di altra natura. Cid richiederebbe peraltro un apparato un po’ pitt forma- le, per cui non posso far altro che rinviare alla letteratura al proposito (Davis, 1958; von Foerster, 1982; Hofstadter, 1985). Non posso perd concludere questa rapida carrellata senza riferirmi brevemente agli studi di Ashby della dinamica dei sistemi senza input. In una serie di simulazioni al computer, Ashby mise in connessione una rete di 100 — o di 1000 - macchine non banali, studiando I’evoluzione del sistema dopo aver assegnato ad esse determinati valori iniziali. Dopo qualche oscillazione nei primi stadi di sviluppo (che del resto é riscontrabile anche nei nostri esempi), i sistemi si stabilizzano in vari autocompor- tamenti, cioé “cicli limite” di lunghezze differenti, che in molti casi rappresentano un vasto ambito di valori iniziali. Per definire questo fenomeno Ashby conid il termine di “polistabilita” (Walker e Ashby, 1966). Recentemente i suoi studi sono stati ripresi, con computer molto pit veloci e potenti, da un’équipe di ricercatori francesi e cid ha condotto a nuovi e affascinanti risultati (Fogelman-Soulié, Goles e Weisbuch, 1982). Cid che soprattutto rende promettente questo formalismo é il fatto che, come abbiamo detto, esso non rimane confinato all’ambito delle espressioni numeriche. I] concetto di autovalore pud infatti venir generalizzato nel concetto di autocomportamento, e nell’idea che ogni organizzazione chiusa debba possedere determinati autocomporta- menti. E questa é un’idea particolarmente utile per i terapisti della famiglia, perché il sistema varia a seconda che il terapista sia assente © presente, o che venga alla fine eliminato. Il terapista viene a far parte dell’organizzazione chiusa, e cid consente il mutamento di una determinata configurazione del sistema in un’altra configurazione. Ma questo é in defi initiva reso possibile dal fatto che gli elementi del sistema possono mutare i propri stati interni, dal fatto che essi si comportano come macchine non banali. Se gli individui fossero mac- chine banali, la terapia sarebbe impossibile. Problemi di autovalori interessano anche altri campi di indagine. Si pud considerare il linguaggio come una soluzione di un problema di autovalori. Quando due individui interagiscono linguisticamente 138 fra di loro, essi formano due sistemi non banali. E dopo un certo numero di interazioni |'interazione che lega il primo individuo al secondo converge con l'interazione che lega il secondo individuo al primo, in maniera tale che un individuo tende a diventare una sorta di autocomportamento del secondo individuo. E proprio questo il modo in cui ci comprendiamo, e il modo in cui le nostre interazioni producono uno strumento interattivo che é appunto il linguaggio. E penso che una prospettiva dei prossimi anni sia proprio la possibilita di accostarsi al problema del linguaggio seguendo questa linea di pensiero. Per concludere vorrei sottolineare un’altra prospettiva che mi sembra promettente rispetto a un approccio in termini di autovalori e di autocomportamenti. Humberto Maturana e Francisco Varela hanno studiato a lungo il sistema nervoso come sistema chiuso. Ma, pur essendo chiuso, il sistema nervoso é influenzato dal sistema endocrino. Ogni sinapsi nervosa viene influenzata dal sistema endocri- no, in maniera tale che questa influenza cambia completamente i modelli di computazione dell'intero sistema nervoso. II sistema endo- crino é controllato da una grande ghiandola interna, l’ipofisi. E natu- ralmente |'ipofisi possiede afferenze nervose, e lo stato dell’ipofisi dipende da queste afferenze nervose. Ma nello stesso tempo essa produce gli ormoni che, per via del sistema endocrino, influenzeranno lo stato del sistema nervoso. Abbiamo quindi due anelli chiusi, l’anello endocrino e l’anello nervoso, che vengono a far parte di un anello pit ampio. E una situazione per cui non basta la figura bidimensionale dell’anello, e che richiede invece una figura tridimensionale: una figura a forma di ciambella, quella che topologicamente si definisce come toro. Nel toro possiamo identificare meridianie paralleli interse- cantisi fra di loro, e possiamo rappresentare I'anello nervoso con un meridiano, e |’anello endocrino con un parallelo (o un “equatore”). Questa é la rappresentazione pit efficace dell’organizzazione funzio- nale di un organismo vivente. Siamo cosi condotti a computare auto- valori di autovalori, e ad avere a che fare con una chiusura alla seconda potenza. E proprio questa, credo, una delle prospettive di ricerca aperte alla cibernetica per i prossimi anni. Figura 9. - I! toro quale rappresentazione dell organizzazione funzionale dell orga- nismo vivente, Il meridiano a strisce rappresenta l'anello nervoso, e U'equatore punteggiato l'anello endocrino. 139 Vorrei chiudere con una battuta. Ritengo che tutte queste ricerche ci consentano di penetrare in profondita l’idea di cid che é detto oggi il “costruttivismo”. E il costruttivismo @ quella posizione che i domanda: “Che cosa sono le leggi di natura, sono scoperte o sono invenzioni?” si trova a rispondere: “Sono invenzioni!” RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Davis, M. (1958), Computability and Unsolvability, McGraw-Hill, New York. Foerster, H. von (1981), Foreword, in C. Witper-Morr e J.H. WEAKLAND (a cura di), Rigor and Imagination. Essays from the Legacy of Gregory Bateson, Praeger, New York. Fonneren H. von (1982), Observing Systems, Intersystems Publications, Seaside (Cal.). FocELMAN-Soutit, F., Gores, F., WeIsBucH, G. (1982), Specific Roles of the Different Boolean Mappings in Random Networks, in “Bull. Math. Biol.”, 445, . 715-30. Horetapten, D, (1985), Metamagical Themas: Questing for the Essence of Mind and Pattern, Basic Books, New York. Watxer, C.C, AsHBy, W.R., On Temporal Characteristics of Behavior in Certain Complex Systems, in “Kybernetik”, 3(2), pp. 100-08. Complessita del cervello e autonomia del vivente di Francisco J. Varela Questioni di fondo La prima pietra delle questioni che qui ci interessano venne Posta in una data abbastanza precisa, nel marzo del 1946. Fu in occasione del primo incontro di quelle che in seguito furono conosciute come le Macy Conferences sulla cibernetica.' Questi incontri radunavano il fior fiore dell’ intellighenzia del dopoguerra, tutti coloro che tendevano ad avere in comune un terreno problematico inerente a quegli argo- menti che oggi definiremmo come modelli della conoscenza, computa- zioni biologiche, pensiero sistemico, epistemologia sperimentale, e che allora costituivano un insieme unico, vasto e indifferenziato. Fu un momento particolarmente entusiasmante per tutti coloro che vi parteciparono, paragonabile forse soltanto all’eccitazione che si pro- dusse nel processo di consolidamento della meccanica quantistica, nei primi anni del secolo. E a mio parere ebbe, a lungo andare, un impatto analogo sulla scienza e sulla societa. Le Macy Conferences, che continuarono per pit di dieci anni, furono caratterizzate senza ombra di dubbio dallo stile, dalla persona- lita e dalle differenti concezioni di due giganti intellettuali: John von Neumann e Norbert Wiener. Entrambi erano di origine europea, entrambi erano matematici e insegnavano in prestigiose universita nordamericane, entrambi erano profondi pensatori nell’ambito scien- tifico e oltre l’ambito scientifico. La controversia fra von Neumann e Wiener si presenta come una delle controversie pit interessanti di sempre, e risulta di estrema rilevanza al giorno d‘ ‘oggi’ Per dare un’idea del clima a cui mi riferisco, mi sia consentito di fare una citazione dal resoconto che il presidente della riunione, Warren McCulloch, fece circolare un po’ di tempo dopo": Ci incontrammo per la prima volta nel marzo del 1946, con I’intenzione di prendere in esame la matematica e la comunicazione per trarne dei mezzi con cui trattare quei fatti e quelle nozioni che abbiamo incontrato nella nostra lotta contro le ideologie post-hegeliane [...] Il primo tema fu presentato da 141 von Neumann, che descrisse le macchine calcolatrici costruite generalmente secondo modalita booleane in base 2. La sua tesi di fondo consisteva nell’affer- mazione secondo cui meccanismi di tal genere erano in grado di calcolare qualunque numero calcolabile o di risolvere qualunque problema logico pre- sentato ad esse nel loro linguaggio, ammesso che un tale problema avesse una soluzione. Come oggi é ben noto, von Neumann fu I’inventore non soltanto dei moderni computer digitali (“modalita booleane in base 2”), ma anche di molteplici discipline di matematica pura e applicata, come la teoria dei giochi. Egli fu anche una figura chiave nella progettazione e nella costruzione della bomba atomica, e nel successivo sviluppo della bomba all’idrogeno e¢ della politica nucleare degli USA. Nella sua qualita di membra della Commissione per l’energia atomica — poco prima della sua morte, nel 1955 — raccomandd a Eisenhower un attacco nucleare preventivo contro l’Unione Sovietica. Laltra figura di questa rappresentazione tratta dalla vita reale & Norbert Wiener. Citiamo ancora il resoconto di McCulloch: L'incontro pomeridiano della prima giornata fu introdotto da Wiener che, come contrappunto, sostenne che le macchine di von Neumann entrerebbero in una serie di oscillazioni senza fine, nel caso in cui avessero a che fare con un paradosso [...] Egli comincid quindi a descrivere le macchine dai tempi di Alessandria fino all’avvento della motrice a vapore di Watt, che si distingueva da tutti i meccanismi del passato per il fatto che veniva informata del mondo che la circondava [...] Da cid egli si spinse al concetto di riflessi, e quindi a quello di attivita con uno scopo. E palese il contrasto con i temi di von Neumann: il primo parla di un procedimento per risolvere ogni possibile problema, mentre il secondo si interessa al rapporto fra conoscenza e scopo. Naturalmente fu Wiener a coniare il termine stesso di “cibernetica” e a definirla in quanto campo di indagine, e cid insieme a molti altri contributi in vari campi della matematica pura e applicata. Durante la guerra Wiener lavord per l’esercito (nel camp dal radar e dei servomeccani- smi), ma diventd poi un critico esplicito dello sviluppo delle armi nucleari, in anni in cui comportarsi in questo modo non era patriottico. Trascorse quindi la fase successiva della sua attivita a riflettere sui problemi della scienza e dell’etica, in libri quali Dio e Golem Societa per azioni. Intendo assumere queste due figure quali orientamenti contrastanti rispetto all'indagine scientifica volta alla ricerca di quali siano i meccani- smi della cognizione, ricerca che costituisce una dimensione fondamen- tale per la comprensione dei sistemi complessi. II primo orientamento (quello di von Neumann) é la concezione secondo cui la cognizione é fondamentalmente un’attivita di problem solving, e quest'idea é cid che guida sia la costruzione delle macchine artificiali sia lo studio dei sistemi viventi. Il secondo orientamento (quello di Wiener) sottolinea come la cognizione sia un’azione autonoma, autocreatrice, e come questo aspetto della vita sia essenziale per comprendere i processi cognitivi. Evidentemente questa polarizzazione é esagerata, ma vorrei che mi fosse consentito di seguirla in quanto espediente esplicativo. 142 Verso la fine del mio contributo ritornerd su questi due approcci alla cognizione cosi contrastanti. Rispetto all’opera di queste due figure, le cose sono andate in maniera tale per cui é stato l’orientamento di von Neumann a diventa- re l’orientamento predominante. Esso ha costituito cid che oggi & la scienza dei computer, nonché quell’insieme di discipline di tipo ingegneristico ad essa connesse; ha fornito anche al cervello la sua metafora esplicativa pit diffusa: il computer appunto. Ha fatto nascere V'idea del trattamento di informazione quale nozione centrale della scienza cognitiva, in quanto compito (0 problema) che i sistemi viventi ele macchine devono risolvere in un modo o nell’altro. In realta queste idee oggi sono a tal punto quelle predominanti che certamente il lettore si sentira completamente a suo agio con esse. Sollevare questio- 2 al loro riguardo sembra percid un atteggiamento puramente “filoso- fico”. Contrariamente a questo orientamento dominante, l’aspetto auto- nomo e produttore di senso degli esseri viventi (come pure l’utilizza- zione di questi concetti nella progettazione delle macchine) é stato trascurato quasi completamente, con pochissime eccezioni degne di nota. Io stesso non potrei d’altronde fare ora questo discorso se negli ultimi anni non si fosse assistito a una rivivificazione di questi problemi, in maniera pit sviluppata ed efficace. Un motivo di tale riconsiderazione sta nel fatto che il paradigma dominante della scien- Za cognitiva non é riuscito a mostrare di avere ottenuto una buona comprensione dei meccanismi cognitivi. Tanto per fare un esempio, non é stato capace di produrre macchine intelligenti nonostante tutte le promesse al proposito. E, in secondo luogo, le neuroscienze stanno portando a compimento un importante cambiamento rispetto ai mo- delli tradizionali del cervello. Approfondird ora maggiormente que- st’ultimo argomento. Che cos’é la vista? Nella figura 1 é rappresentato il sistema visivo di un mammifero. Si dice solitamente che il suo inizio é nella retina dove giunge l'imma- gine di un oggetto. Questa viene poi proiettata in un centro che sta nelle profondita del mesencefalo, il corpo genicolato dorso-laterale (CGDL), e da questa stazione ricetrasmittente arriva alla corteccia visiva, dove l’informazione visiva ricevuta nella retina subisce un ulteriore trattamento e viene quindi affidata a nuovi trattamenti di livello superiore. Spero che il lettore non abbia sentito alcuna fitta al capo, nel leggere questa descrizione. E una descrizione assai vicina a quella che si pud trovare oggi in un manuale di neurobiologia. Vi é un flusso di informazione che comincia dalla retina e risale verso la corteccia, in cui continua il processo di trattamento. Nella figura 2 assistiamo alla schematizzazione di questi stadi. Ora, questo sistema di riferimento ha una conseguenza naturale. Per studiare i meccanismi della percezione visiva si dovrebbe registra- re e analizzare l’attivita dei neuroni con lo scopo di andare alla ricerca 143 agepeneeneereees ‘Campi visivi Figura 1. - Diagramma delle traiettorie visive ascendenti. dell’informazione che passa da un livello a quello successivo. E in realta vi é stata una notevole quantita di lavoro che ha avuto come risultato una classificazione dei neuroni nella corteccia in relazione all’attivita nel corpo genicolato dorso-laterale. Una seconda conse- guenza sta nel fatto che uno studio di tal genere condotto a livello cellulare é in grado di dirci in che modo |'informazione ricevuta dalla retina sia rappresentata al livello corticale, e di darci anche talune indicazioni relative al modo in cui essa é ricostruita nel cervello. Qui sono dunque fondamentali le due nozioni interconnesse di flusso di wp ( Sp Figura 2. - Diagramma riassuntivo della supposta direzione del flusso di informa- ione nel sistema visivo (NGL: nucleo genicolato laterale; CV: corteccia visiva). informazione e di rappresentazione. Negli ultimi anni sono stati dedica- ti migliaia (letteralmente) di articoli a uno studio di questo tipo del sistema visivo, e l’interesse si é concentrato sulla trasmissione di informazione che intercorre fra il corpo genicolato dorso-laterale e la corteccia visiva. La figura 3 é un’immagine, precisa anche se umoristi- ca, dell’approccio rappresentazionista al cervello. L’aquila di Cesare viene rappresentata nel suo cervello attraverso il flusso di attivita (il nastro di pellicola) che subisce un “trattamento” (da parte di qualche piccolo operatore) e che produce in seguito la prova comportamentale del riconoscimento grazie alla parola “aquila’ (attraverso canne d’or- gano scelte accuratamente). Al di 1a del carattere scherzoso di questa vignetta, questo — lo si voglia o no — é davvero l’orientamento che 144 guida oggi la maggior parte delle ricerche neurobiologiche relative al processo di visione.’ gu! , Fee Figura 3. - Il cervello di Cesare sotto forma di meccanismo che rappresenta il mondo entro di sé (tratta da Maturana e Varela, 1985). ti Ma, se vogliamo comportarci da ficcanaso riguardo a questa manie- ra di affrontare il problema della visione, per sospettare che vi sia qualcosa di sbagliato non dobbiamo certo spingerci lontano a esami- nare qualche recondito particolare. La prima cosa di cui dobbiamo renderci conto é il fatto che l’anatomia di fondo del sistema visivo non é quella che abbiamo mostrato nella figura 2. In realta il sistema si avvicina di pid al diagramma modificato della figura 4. Qui ho aggiunto quelle connessioni del corpo genicolato dorso-laterale che non provengono dalle retine. I nomi del diagramma corrispondono a specifiche sedi centrali, e fra queste vi é la corteccia visiva stessa. Fatte tutte le somme, meno del 20 per cento di cid che arriva al corpo genicolato ha origine nella retina. E questo che significa? Ebbene, interpretiamo questo fatto supponendo di essere un neurone del corpo genicolato. Se tutto cid che si riceve provenisse dalla retina, saremmo un po’ come soldati in una catena di ordini, e non avremmo altro ruolo che quello di trasmettere cid che abbiamo messo insieme. Ma se cid che si riceve @ dato da voci di molteplice provenienza nello stesso tempo, la situazione assomiglia a un cocktail party e non gia a una catena di ordini. E in realta buona parte di cid che si riceve proviene proprio da quella corteccia visiva che é il luogo dove viene proiettata la propria attivita. E chiaro che ci si trova in una situazione 14s in cui non esiste una direzione del flusso ben definita, dato che il processo piu diffuso consiste in un processo di andirivieni. Secondo la figura 4 le frecce continue rappresentano la direzione tradizionale del flusso. Nella stessa figura ho aggiunto le frecce tratteggiate per indicare quella che si potrebbe ritenere la direzione contraria del flusso. E chiara la conclusione che si pud trarre da questa immagine: non esiste un flusso complessivo, il sistema é organizzato in forma reticolare, e vi 2 una convergenza o coerenza simultanea di tutte le parti in questione Figura 4. - Diagramma riassuntivo di alcune delle connessioni pit importanti a cui @sottoposto il corpo genicolato laterale (NPG: nucleo perigenicolato; cll. sup: collicolo superiore; ipo.: ipotalamo; FR: formazione reticolare del mesencefalo). Ho presentato questa conclusione come una conclusione che vale per il sistema visivo. Ma in realta pud essere estesa a tutte le aree del cervello. All’interno del sistema nervoso avviene generalmente che l’area A ha una connessione con l’area B, e contemporaneamente l’area B ha una connessione di ritorno con l’area A. L’intera rete globale ea molteplici interconnessioni funziona in ogni istante gene- rando uno stato di coerenza interna secondo un processo cooperativo. Laconseguenza di quest’atteggiamento nello studio del sistema nervo- so sta nel fatto che il punto centrale di indagine non é pit un flusso di informazione, bens} le modalita specifiche in cui gli stati di coerenza interna si possono produrre nell’ambito di questo reticolo che si definisce vicendevolmente. Chiusura operazionale Lasciamo ora la descrizione del sistema nervoso e cerchiamo di generalizzare le nostre conclusioni sotto forma di un principio genera- le per la descrizione dei sistemi. La caratterizzazione classica di un 146 sistema sottolinea come si dia un flusso, un input, una trasformazione, un output. Questa caratterizzazione classica va bene per moltissime cose (quali i computer e i circuiti di controllo) ma non é adeguata per altre cose (come appunto il sistema nervoso). Non é utile descrivere questi sistemi nei termini di trasformazioni di input e di output, ma é opportuno caratterizzarli invece come sistemi dotati di una specifica forma di chiusura operazionale: le conseguenze delle operazioni del sistema sono le operazioni del sistema, in una situazione di completo autoriferimento. Per il caso del sistema nervoso cid significa: i risultati dell’attivita neuronica sono attivita neuronica, il che @ corretto dal punto di vista neurofisiologico. Supponiamo di essere un neurone collocato in un determinato punto X del cervello. Che cosa determine- ra il proprio stato di attivita in questo punto X? Da quello che abbiamo detto, esso derivera dal confronto della propria attivita con l’attivita che si verifica in molti altri punti Y che sono connessi a X. Ci si pud allora chiedere che cosa ne sarebbe della propria attivita se si fosse invece uno di questi altri punti Y. In tal caso essa sarebbe il risultato del confronto della propria attivita con molti altri punti fra i quali vi sarebbe X. Cos) per definire X si ha bisogno di Y e viceversa. Cid vuol dire che in realta abbiamo bisogno di tutti questi punti, contempora- neamente o in forma cooperativa. E uno stato di stati autodeterminan- tisi, 0 autocomportamento (eigenbehavior). Tavola 1. CHIUSURA OPERAZIONALE Le conseguenze delle operazioni del sistema sono le operazioni del sistema. ESEMPIO per il sistema nervoso: L'attivita al punto X = Confronto con I'attivita nei punti Y, per tutti gli Y connessi a X. Cosi le atti portamento. Nl it neuroniche si definiscono vicendevolmente: un autocom- Ja chiusura (closure) non é isolamento (closedness) Il sistema nervoso é soltanto un esempio di una classe di sistemi. Altri esempi noti sono dati dal sistema immunitario e dagli animali multicellulari. In tutti questi casi l’interconnessione degli elementi che compongono il sistema é cosi cruciale che si é obbligati a mettere in primo piano la loro chiusura. In tutti questi casi cid che avviene nel sistema é la generazione di stati di coerenza autodeterminantisi o autocomportamenti (eigenbehaviors) che comportano uno stato sod- disfacente, in uno stesso momento, per tutte le componenti. Si deve sottolineare con attenzione come la chiusura non sia l'isolamento. La chiusura si riferisce al fatto che il risultato di un’operazione cade ancora entro i confini del sistema stesso, e non al fatto che il sistema non ha interazioni (il che sarebbe appunto l’isolamento). I sistemi 147 isolati non mi interessano per nulla, mentre sono estremamente inte- ressato alla chiusura di molti sistemi naturali perché questa appare essere un requisito indispensabile per il loro studio. La creazione del senso Assumendo questo atteggiamento alternativo, che sostiene come l'aspetto pit interessante da prendere in considerazione sia la chiusura sistemica, abbiamo abbandonato le idee di input e di output e perde in ogni caso significato l'idea di un flusso di informazione. E questo che cosa comporta? Dal punto di vista epistemologico porre una tale domanda equivale a mettere l’oggettivita fra parentesi. hehe vuol dire anche: non partiamo pit dal presupposto secondo il quale gli oggetti situati nell’ambiente circostante a un sistema vengono assunti come costitutivi del sistema stesso. Il nostro mondo visivo ¢ ad esempio pieno di oggetti: di sedie, di auto, di gente, e cos via. L’atteggiamento rappresentazionista sostiene che noi giungiamo a conoscere questi oggetti attraverso la costituzione di una loro immagine interna. Ma se rinunciamo a considerare il cervello come possessore di un ben definito input di informazione non possiamo pit andare in cerca di una rappresentazione. Abbiamo posto entro una grande parentesi la (apparente) solidita e oggettivita del mondo. Assumendo questo nuovo atteggiamento abbiamo cosi risolto un problema, giacché ora siamo piu vicini al modo in cui il sistema viene in realta costituito. Ma abbiamo aperto un altro problema egualmente “formidabile. Come é possibile che un sistema esista in un mondo (0 nel suo mondo) se non facendosi una rappresentazione di questo mondo al suo interno? La risposta sta nel rendersi conto che la chiusura di un sistema pud produrre un mondo, o dare senso a un mondo. Vorrei fare un esempio. E la mia strategia sara allora quella di condurvi sull’altro versante della complessita, lontano dal caso del cervello cosi bello e intricato e verso un mondo semplice, cosi semplice che @ impossibile non riuscire a vedervi in opera il processo della creazione di senso. Una semplicita di questo genere non puod essere trovata nel mondo naturale, e abbiamo quindi bisogno di creare universt semplici con le macchine, un po’ come nella fantascienza. eae fingerci Dio e dire: vi siano dei moduli di grande semplicita, e vi sia una fila di questi moduli in cui ogni modulo sia connesso soltanto con i suoi vicini immediati, e questa fila si chiuda su se stessa costituendo un anello (figura 5). Ogni modulo pud essere attivo (stato 1) oppure inattivo (stato 0). Poniamo ora delle semplici regole attraverso le quali un determinato modulo influenza i suoi vicini e viene da questi influenzato. In pratica per ogni modulo ci serviamo di una coppia di funzioni booleane che dipendono dallo stato in cui esso si trova. Si noti che per definizione queste figure ad anello sono chiuse dal punto di vista operazionale, poiché tutte le azioni del sistema rimangono entro i confini del sistema. Se facciamo partire questa figura ad anello compiendo una particolare scelta relativa allo stato iniziale dei suoi vari moduli, nell’istante successivo lo stato sara 148 Regole di vicinato Connettivita “~- ee ey f1 = Transizione EL] EE - aseaere oO. O oO eee Espressione dello stato Figura 5. - Caratteristiche fondamentali degli automi ad anello. on panos vonuMp ‘(odua} Jau 2 orzds offau) voIpowiad vonuDUIp ‘g[ouvq vonupurp :ojaun po nuomy wpa ip aysidy ayonumng - °9 vInBIg 01101000 :ejoBoy 00010140 :ej0Boy nesosnsneornnecoesnsent cssennsceensessceneseeee Bennetts He. FLLLOLL0 :B)0Boy 40001001 :2106ey 40001000 -ejo6ey cambiato nella maggioranza dei moduli in seguito alle influenze reciproche. Avremo quindi un dispiegamento temporale di una dina- mica interna. Nella figura 6 vediamo un’ottima maniera di rappresen- tare questa dinamica interna. Lo stato di ciascun modulo é rappresen- tato da un quadrato nero (1) oppure da uno spazio vuoto (0), lungo una riga continua. II flusso del tempo avviene invece all’ingit, per cui possiamo vedere una transizione di stato in ogni passo lungo le colonne verticali. I risultati ottenuti studiando tutta una serie di queste figure ad anello sono interessanti. Talune di queste possiedono una dinamica assai banale, talune generano delle strutture periodiche spazio-tempo- rali, e talune sembrano ricostituire una sequenza di configurazioni casuali (figura 6).’ Queste sono le possibili classi degli autocomporta- menti di questo tipo particolare di sistemi operazionalmente chiusi. Per comprendere tuttavia in quale tipo di mondo essi si trovano a vivere, dobbiamo accoppiare questi sistemi con un particolare am- biente. Un mondo possibile in cui essi potrebbero vivere @ un mondo costituito da un brodo casuale di 0 e di 1. Immergiamo dunque una delle nostre figure ad anello in un tale ambiente, supponendo che l’anello subisca una perturbazione ogniqualvolta incontri 0 colpisca uno 0 oun | con uno dei suoi moduli (figura 7). Nella figura 8 possiamo t Figura 7. - Un automa ad anello accoppiato con un mondo che é composte da un brodo casuale di 0 e di 1, 151 “(van3if vyap asouafur aud) aaissazons: juoyzvqunuad anp 1p osve you 0 ‘(n12904f Dyup O1v21pus ojUNd jou vortsa4 Is aUOIZDGsnUAd V] anop ‘van3\{ DIJap a1oL.adns aund) auorzvqinued bun 1p osv9 jou ofjaun auvjootund un 1p ojuaunddooon jjap DUOIS v] vIDASOW BuAIA - °g BINBIY | | i i | | | i i { I i i I All. 00001001 :e108eu 00001001 :e1080u seguire uno di questi anelli nel punto in cui si imbatte in una (parte superiore della figura) o in due (parte inferiore della figura) di queste perturbazioni in sequenza. Si noti che se l’anello viene colpito una volta allora la sua periodicita spaziale cambia; ma se viene colpito due volte esso ritorna alla configurazione originaria della sua attivita. Questo é molto interessante perché se dovessimo partire proprio da questo tipo particolare di anello e poi uscire a prendere una tazza di caffé, e quindi ritornare e trovare l’anello nella nuova configurazione, potremmo dire certamente che vi é stata una perturbazione, ma che potrebbero esservene state anche tre o cinque o, in generale, un qualsiasi numero dispari di perturbazioni. Allo stesso modo, se al nostro ritorno troviamo I’anello nella stessa configurazione che aveva prima che incontrasse le perturbazioni, non potremo dire che esso non sia stato mai colpito da nulla: pud darsi invece che sia stato colpito da un qualsiasi numero pari di 1. Il risultato é allora particolarmente sorprendente: questo partico- lare anello, se accoppiato con il brodo casuale di 0 e di 1, pud generare una distinzione o una discriminazione fra particolari sottosequenze. In questo caso é la distinzione fra sottosequenze pari e sottosequenze dispari. La distinzione non é stata programmata in anticipo: é al contrario un risultato del processo di accoppiamento di questo siste- ma. Eppure essa viene a determinare un significato che non esisteva in precedenza, dato che siamo partiti esplicitamente da un universo casuale. E partendo da questo caos, per il tramite della sua chiusura operazionale, il sistema puo generare una distinzione che é inseparabile lal suo operato. Non tutti i sistemi si comporteranno allo stesso modo; in realta questa distinzione non sembra prodursi in altri anelli, come nell’anello mostrato nella figura 9 che é completamente cieco per quanto riguarda questa modalita di accoppiamento con l'universo casuale degli zero e degli uno. La mia tesi é che qui siamo testimoni, in forma certo minimale, della creazione di senso attraverso la chiusura, che stiamo realmente toccando con mano il modo in cui la chiusura di un sistema é capace di produrre un mondo, per quanto semplice esso ci possa apparire. Una seconda tesi é che questa forma di ragionamento pud venire estesa a quelle distinzioni prodotte dai sistemi viventi attraverso la loro forma particolare di chiusura, e che creano il mondo cos! familiare che ci circonda. Potrei ad esempio avanzare delle testimonianze per mostrare come la ricerca di una comprensione del colore in quanto rappresentazione di determinate caratteristiche della luce non sia un approccio molto fecondo. E possibile invece vedere in che modo il colore si produce a partire da un particolare autocomportamento neuronico, che genera il colore quale dimensione di un accoppiamento stabile col nostro ambiente. Sono ben conscio del fatto che questo balzo dalle semplici figure ad anello ai sistemi viventi sia difficile da eseguire, ma qui l’introduzione di maggiori particolari ci prenderebbe troppo spazio. II lettore pud consultare le discussioni che abbiamo presentato altrove.® 153 nauntateneaeseatneenen Regola: 01111000 ALA EEESUUESEEESHGHEEESESOEE FY UUTERUUEDAEUEAEE EEE EE AAHUUAUAA ADEA EEGHO ESHA ESE SHEG EAE EE TEE Regola: 01111000 Figura 9. - Il caso di un anello che é cieco rispetto a questa forma di accoppiamento. Eteronomia e autonomia Cerchiamo di ripercorrere il nostro cammino e di ritornare al nostro punto di partenza, quello del conflitto fra i temi di von Neu- mann e quelli di Wiener. Noi abbiamo sviluppato questi temi nei termini delle nozioni di chiusura operazionale e di creazione di senso, attraverso le esemplificazioni del sistema visivo e delle figure ad anello. Affrontiamo ora in maniera piu esplicita il conflitto fra questi due grandi temi. Dalla parte di von Neumann |'interesse fondamentale si rivolge ai sistemi eteronomi, determinati dall’esterno; dalla parte di Wiener, invece, l'interesse fondamentale si rivolge ai sistemi autono- mi, determinati dall’interno. Tavola 2. Sistemi eteronomi Sistemi autonomi Logica di fondo delle _corrispondenza Poet operazioni Tipo di organizzazione _ input/output chiusura operazionale autocomportamenti Modo interazione istruttivo produzione di un mon- rappresentazionale do Il conflitto fra questi due atteggiamenti pud essere espresso nei termini di due dimensioni: il modo in cui si caratterizza un sistema, e il modo in cui il sistema é in relazione con l'ambiente circostante. Per i sistemi eteronomi la caratterizzazione si ottiene attraverso le relazioni di input e output. Per i sistemi autonomi essa avviene attraverso la chiusura operazionale e gli autocomportamenti. Le rela- zioni con l’ambiente di un sistema eteronomo sono espresse da una rappresentazione dell’ambiente. Nei sistemi autonomi troviamo inve- ce la produzione di un mondo che é inseparabile dalla chiusura del sistema. Questi due modi di descrizione rappresentano due logiche, due maniere di operare fondamentalmente differenti: la prima é una logica di corrispondenza, la seconda é una logica di coerenza. La tavola 2 € dunque una mappa condensata degli aspetti fonda- mentali che sono stati qui discussi. Dal 1946 a oggi, questi due temi di fondo hanno svolto differenti ruoli in tutti i campi, fra i quali sottolineiamo le scienze neurologiche, l’evoluzione, l'immunologia, la terapia della famiglia, l’economia, l'intelligenza artificiale, il manage- ment e il linguaggio. Nella maggior parte dei campi l’atteggiamento basato sull’eteronomia é stato di gran lunga quello dominante, fino a oggi. 155 Verso una via di mezzo Il lettore potrebbe essere indotto a pensare che qui sto stabilendo un confronto: l’autonomia é buona mentre l’eteronomia é cattiva. Questa é@ un’insidia epistemologica letale, un’insidia che dobbiamo evitare con la massima cura. Voglio chiudere il mio articolo con una breve discussione su questo argomento. Il modo per evitare questa insidia sta nel vedere che questi due atteggiamenti, l’autonomia e l’eteronomia, non stannol’unocon I’altro in un rapporto di opposizione logica. Se sono critico verso una caratte- rizzazione eteronoma di un sistema, accade spesso che si pensi che cid equivalga a sostenerne la negazione, e a sostenere quindi un’idea di sistemi disaccoppiati o autistici, che inventano un mondo in maniera solipsistica. Nel caso delle scienze neurologiche, se si @ spinti ad abbandonare la concezione secondo cui il cervello opera mediante rappresentazioni, sembra allora che il cervello non sia nient’altro che una monade che fluttua senza vincoli, e che crea il mondo a suo piacimento. Ma naturalmente non sto parlando di un’opposizione logica di questo genere, che oggigiorno non é una scelta praticabile da parte della scienza (sebbene lo sia stata in passato, da parte sia della scienza che dell’argomentazione filosofica). La causa che io difendo é@ quella di una via di mezzo che non si spinga né all’estremo della Scilla di un oggettivismo che richiede un mondo prestabilito di qualita da rappresentarsi, né all’estremo della Cariddi di un solipsismo che nega completamente le relazioni con un mondo. Dobbiamo comportarci come abili navigatori che trovano una rotta diretta proprio nel mezzo, dove si incontra la co-emergenza delle unita autonome e dei loro mondi, come abbiamo visto nelle esemplificazioni di cui ci siamo sopra serviti. Non é una questione di opposizione o di guerra fra il sistema e il suo mondo, né di vedere chi ne esce vincitore. Dal punto di vista dell’autonomia e della produzione di un mondo, il mondo e il sistema nascono nel medesimo tempo. Questo approccio basato sulla via di mezzo é un approccio di tipo molto pratico. Entra direttamente nel laboratorio, per suggerire nuovi progetti sperimentali e per delineare un programma di ricerca per i manufatti artificiali. Si dovrebbe perd osservare che questo paradig- ma, dal momento che ci fornisce una concezione completamente differente riguardo alla natura della conoscenza e riguardo al modo in cui comprendere i sistemi complessi, possiede anche moltissime implicazioni sociali ed etiche. Ci dice in particolare che il nostro mondo e le nostre azioni sono letteralmente inseparabili, per cui dobbiamo rinunciare alla ricerca di un solido punto di riferimento, sia esso situato all’esterno o all’interno. Qui non mi spingerd oltre nell’approfondire tali questioni. Ma, come abbiamo visto nei casi di Wiener e di von Neumann, é inevitabile che i concetti inerenti alla conoscenza e al vivente convoglino anche un significato politico e sociale. Credo fermamente che il tipo di orientamento epistemologico e scientifico qui proposto possa svolgere un ruolo positivo per mitigare le varie forme di dogmatismo che infestano ovunque il nostro mondo, e che con tutta plausibilita ci possono condurre alla distruzione reciproca. 156 NOTE 1H. voN Foerster, M. Mzap ¢ H.L. TeuseR (a cura di), Cybernetics, The Josiah Macy Foundation, New York 1950-57. Sono stati pubblicati in tutto sette volumi. 2 Per una vivacissima esposizione di questa controversia si veda S. HEIMS, John von Neumann and Norbert Wiener, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1980. 3 Questo riassunto eseguito personalmente da Warren McCulloch circold in forma privata fra tutti i partecipanti ai convegni, e si riferisce ai primi tre anni degli incontri della Fondazione Macy. Non é stato pubblicato, e sono grato a Heinz von Foerster per avermelo reso disponibile. * Per la critica del rapy eae wae si vedano F. VARELA, Principles of Biological Autonomy, North Holland, New York 1979 e F. VarEta, Living ways of sense making, in P. Livinestone (a cura di), Order and Disorder, Anma Libri, Stanford 1984, 5 Per ulteriori approfondimenti di questo tema della reciprocité cortico-talamica si veda il recente studio di F. VaRELA e W. SinozR, Neuronal dynamics in the cortico-thalamic pathway: A new experimental approach, in “Science”, 1985 (in corso di pubblicazione).. * Per un’estesa discussione sulla chiusura onale e sulle sue applicazioni ai sistemi biologiet si veda VaRBLA, Principles of Biological... cit. 7 Wolfram ha introdotto questo genere di automi e ha classificato le loro dinamiche in maniera esauriente. Si veda S. WoLFRAM, Computation and complexity, in "Scientific American’, settembre 1984. * Per una recente introduzione a tutto quest'argomento si veda H. MATURANA ¢ F. Vane, The Tree of Knowledge, New Science Library, Boston 1985. 157, Complessita, disordine e autocreazione del significato di Henri Atlan La biologia molecolare ha eliminato il vitalismo dalle scienze del vivente, e ha fatto trionfare una sorta di neomeccanicismo. Parlo di neo-meccanicismo perché non tratta delle stesse macchine che servivano da modello ai meccanicisti, come gli orologi, le macchine a vapore e tutte quelle macchine in cui una concatenazione univoca di cause e di effetti conduceva all’adempimento di una funzione ben determinata. Nel momento del suo trionfo il meccanicismo si é modificato perché ha dovuto porre a proprio modello nuove macchine: i computer universali programmabili. Queste macchine presentano proprieta completamente inedite, essenzialmente di organizzazione. In passato si riteneva che soltanto gli esseri viventi fossero organizzati, come indica la radice comune di “organismo” e di “organizzazione”. L'esistenza di macchine organizzate ha profondamente modificato il meccanicismo e continua a modificarlo, come vedremo, la comparsa di quella nuova generazione di macchine che costituiscono l’oggetto delle ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale. Inizierd ricordando questi avvenimenti perché la loro é una storia paradigmatica, che ci consentira di meglio comprendere le nuove questioni che si stanno ponendo, quelle appunto dell’organizzazione e della complessita. Uno dei principali ideatori del computer program- mabile, John von Neumann, prevedeva negli anni Cinquanta che il XX secolo avrebbe visto lo sviluppo della scienza della complessita cosi come il XIX aveva visto lo sviluppo della scienza dell’energia e dell’entropia. Jacques Monod osservava che la differenza fra materia vivente e materia inorganica era soltanto una differenza di complessita maggiore o minore, il che spiegherebbe le difficolta che incontriamo nel rappresentarci talune proprieta della materia vivente (i meccani- smi evolutivi che seguono la teoria neodarwiniana, per esempio). Facendo appello a una differenza di complessita, Monod eliminava ogni differenza di sostanza, tipo fluidi o afflati vitali, ma con cid stesso poneva la questione della complessita in quanto fenomeno naturale. In realta lo sviluppo parallelo delle scienze dell’informazione ha 158 prodotto importanti risultati che consentono di definire e di manipola- re la complessita delle macchine e dei compiti loro assegnati, cioé in esse programmati. Nelle teorie della complessita algoritmica, tuttavia, siamo in presenza di un problema differente da quello della complessi- ta naturale, benché si abbiano numerosi tentativi di ridurre queste nozioni di complessita l’una all’altra. La complessita naturale compor- taun elemento di ignoranza e di incomprensione da parte dell’osserva- tore, ignoranza di cui l’osservatore in certa misura tiene conto allorché utilizza l’entropia di Shannon per misurare questa complessita. L’en- tropia di Shannon esprime infatti un’incertezza, una mancanza di informazione relativamente a una struttura 0 a un evento. La comples- sita artificiale (algoritmica), che ho proposto di chiamare complicazio- ne per distinguerla dalla precedente, presuppone invece una conoscen- za totale def fenomeno da descrivere o del compito da eseguire, e misura il numero di operazioni logiche o il tempo di calcolo impiegati da un computer universale normalizzato, necessari per condurre a termine la descrizione o per eseguire il programma in questione. Fra complessita naturale, disordine apparente e ordine nascosto esiste inoltre una relazione che prende in considerazione anche I'utilizzazio- ne di misure di entropia probabilista, e che si pud riassumere definen- do la complessita come un disordine nel momento in cui si hanno buone ragioni per credere che esista un ordine che non conosciamo. Queste ragioni sono in generale date dall’osservazione di una funzione che é dotata di senso e che @ prodotta da questo apparente disordine. D’altra parte la conoscenza di un ordine in grado di spiegare questa funzione fa scomparire la complessita, anche nel caso in cui quest’or- dine — per essere esplicitato — ha bisogno di lunghi discorsi e di lunghi calcoli. Cid che resta allora ¢ una complicazione, proprio come nel caso di una macchina o di un programma che esegue un compito ben determinato. Prima di riaccostarci a tali questioni in maniera pit particolareg- giata sono necessari alcuni richiami di ordine storico. Negli anni Sessanta si sono prodotti contemporaneamente grandi risultati in due discipline che apparentemente non avevano molto a che fare l’una con l'altra: la biologia molecolare, e le scienze e le tecniche del computer. A partire da quel momento le due discipline, pur cos} differenti, hanno spesso trovato una reciproca fonte di ispirazione, ogni volta in contesti differenti e riguardo a problemi differenti. Si é avuta una specie di andirivieni dalla scienza delle macchine alla biologia e, viceversa, dalla biologia alla scienza delle macchine, andiri- vieni che confermava le intuizioni di Wiener quando chiamo “ciberne- tica” la scienza dell’organizzazione, che era contemporaneamente una scienza delle macchine e degli esseri viventi. Prima di allora la vecchia disputa fra biologi vitalisti e biologi meccanicisti si era protratta fino alla prima meta del nostro secolo. I meccanicisti segnavano punti a loro favore ogniqualvolta riuscivano a ottenere nuove sintesi biochimi- che, ogniqualvolta le funzioni biologiche potevano essere spiegate con il ricorso a meccanismi biochimici, senza che fosse necessario fare uppello all’esistenza o all’azione di fluidi o di forze vitali peculiari e misteriose. E questo il motivo per cui, verso gli anni Cinquanta, Pittendrigh avanzo una distinzione fondamentale che avrebbe goduto 159 in seguito di grandissimo successo, anche se all’inizio poteva sembrare una distinzione puramente verbale. Mi riferisco alla famosa distinzio- ne fra teleologia e teleonomia che é stata in seguito ripresa da Ernst Mayr e quindi da Jacques Monod. La teleologia indica un pensiero basato su ragionamenti finalistici di tipo classico, in cui si fa appello a cause finali che il metodo scientifico non pud accettare. In realta la scienza moderna, gia a partire dal Seicento, si @ imposta di non fare appello all’azione di cause finali del tipo delle entelechie di Aristotele o delle intenzioni del Creatore. E questo come applicazione del principio di ragion sufficiente secondo il quale un fenomeno viene spiegato soltanto se si conosce la sua causa nel tempo che lo ha preceduto. Questo principio esclude le cause finali che funzionerebbero a posteriori, o alla maniera di intenzioni dirette verso il futuro. I grandi successi della meccanica post-newtoniana giustificavano questa presa di posizione metodologi- ca e di fatto, a partire dal Settecento, eliminarono completamente le cause finali dalla descrizione dei fenomeni fisici. Nello stesso tempo, furono cacciate le anime e gli spiriti che nel Medioevo e nel Rinasci- mento si riteneva abitassero gli astri e ne dirigessero i moti. Per la biologia si trattava di mettere alla prova lo stesso metodo, di compiere la stessa operazione molto pit tardi. Per questo al posto della teleolo- gia, e quindi delle cause finali, Pittendrigh proponeva il nuovo termine di “teleonomia’, certo assai prossimo al vecchio ma dotato di un significato differente e ben definito. Anche in questo caso si tratta di finalita, come indica la stessa radice telos; ma @ una finalita completamente differente perché non comporta né coscienza né inten- zioni. In altri termini, l’idea sottostante consisteva nel ritenere che non sempre si pud fare a meno di ricorrere a modelli di ordine finalistico per descrivere e per spiegare il comportamento dei sistemi i: in realta sembra proprio che lo sviluppo dell'embrione, ad sia finalizzato alla realizzazione di una forma adulta. D’altra arte si imponeva la necessita di una distinzione, e si riteneva che fosse possibile tracciarla fra un sistema finalizzato intenzionale da un lato, e un sistema finalizzato non intenzionale dall’altro. Soltanto i sistemi finalizzati intenzionali erano considerati non assimilabili da parte della scienza, mentre i secondi — i sistemi finalizzati non intenzionali — dovevano riuscire a trovarvi il loro posto. Quando se ne osserva pit da vicino l’evoluzione, si vede che anche la fisica ci aveva abituato a una sorta di finalita non intenzionale, quella finalita che fondamentalmente si esprime nei principi di estre- mo. Tutti i principi fisici che indicano come un fenomeno segua una linea di evoluzione che tende alla realizzazione del massimo o del minimo di una determinata quantita (come un minimo di energia libera, un massimo di entropia, ecc...) servono a calcolare le equazioni di stato dei sistemi fisici che permettono di prevedere il loro comporta- mento a partire dal loro stato finale: un sistema fisico deve evolvere verso uno stato caratterizzato da un valore massimo o minimo di una determinata grandezza. Se vogliamo, si pud in questo caso parlare di una specie di finalita, poiché il comportamento é determinato dallo stato futuro nel quale il sistema dovra trovarsi. Ma perché questo finalismo non ha posto alcun problema alla 160 fisica e al principio di ragion sufficiente, mentre il finalismo biologico continuava a essere rifiutato? Cid per due ragioni fondamentali che avranno in seguito una notevole influenza sulla realizzazione del programma di ricerca proposto da Pittendrigh. In primo luogo nei principi di estremo abbiamo ache fare con una finalita senza coscienza e senza intenzionalita. Si tratta poi di una finalita calcolabile che consente in realta di eseguire una previsione di tipo deterministico, e cid per il fatto stesso che questa finalita viene espressa entro un formalismo logico-matematico di tipo deduttivo. Cosi il programma di Pittendrigh — che egli caratterizzava con il termine di “teleonomia” e che fu in seguito ripreso dalla grande maggioranza dei biologi — consisteva nell’identificare negli organismi viventi un meccanismo le cui finalita potevano essere trattate proprio come finalita fisiche accettabili, in altre parole un meccanismo la cui finalita rimaneva meccanica, e dunque senza coscienza e senza intenzione. Questo aspet- to meccanico sarebbe risultato tanto pid evidente quanto pit realizza- bile fosse stata una sua simulazione, una previsione delle sue conse- guenze attraverso il ricorso a metodi deduttivi: se non proprio a metodi matematici come nel caso della fisica, almeno a metodi logico- deduttivi che fornissero la possibilita di previsioni deterministiche. E si da il caso che, proprio nella stessa epoca in cui i biologi andavano alla ricerca di questi strumenti teorici, nelle scienze della tecnologia iniziavano a diffondersi in massa, e grazie all’elettronica in maniera assai rapida, macchine di un nuovo tipo: quelle macchine calcolatrici e quei servomeccanismi che dovevano essere all’origine dei computer programmabili. Questo insieme di prospettive, sotto il nome di ciber- Netica e di scienze dell’informazione, costituiva in realta un nuovo modo di pensare e forniva nuovi strumenti teorici: quegli strumenti appunto di cui la biologia aveva bisogno. In realta il computer programmato costituiva un modello perfetto di macchina finalizzata non cosciente e non intenzionale che realizza un compito in maniera perfettamente deterministica e che consente dunque una previsione perfetta. D’altra parte la struttura molecolare del DNA e delle proteine poteva essere analizzata nei termini di un messaggio codificato, e i meccanismi di replica del DNA e della sintesi delle proteine erano trattati come casi particolari di trasmissione dell'informazione lungo canali di comunicazione, applicando diretta- mente la teoria dell'informazione che si era andata sviluppando nel frattempo, e dunque nello stesso contesto della “computer science” alle sue origini. Cosi il programma di Pittendrigh trovava la sua piena realizzazione. La struttura molecolare degli organismi viventi consentiva di mettere in evidenza meccanismi finalizzati, non coscien- ti e non intenzionali, del medesimo tipo dei meccanismi che si stava iniziando a conoscere in quelle macchine finalizzate, non coscienti e non intenzionali che sono i computer. Era quindi evidente la risposta alla domanda, sempre di attualita, di quale fosse, nell’organismo, Vorigine di queste determinazioni finalizzate: proprio come nel caso di un computer l’origine si trovava in un programma. L'origine delle determinazioni genetiche degli organismi viventi e le modalita del loro funzionamento sono l'origine e le modalita di un programma inscritto nei geni dell’organismo. Dato che la natura molecolare di 161 questi geni non é nient'altro che la natura dei vari DNA, e dato che i geni possono essere intesi come messaggi codificati inscritti in un alfabeto chimico le cui lettere sono date da particolari molecole, veniva gettato un ponte fra la struttura molecolare degli organismi da un lato e i computer programmati dall’altro. E in questo modo che lanozione di programma genetico —che ¢ il risultato congiunto proprio dell’ibridazione fra genetica biochimica e “computer science” — si trovd a rispondere perfettamente alle esigenze della biologia, che dunque credette di trovare in tale nozione lo strumento chiave per sbarazzarsi completamente di ogni residuo di vitalismo finalista. La vicenda é ben nota, e qui mi rifaccio ad essa soltanto perché vorrei mostrare come questi avvenimenti avrebbero potuto svolgersi anche in un altro ‘mod , come del resto sempre nella storia. Basta soltanto prospettare due possibilita che corrispondono ai casi in cui i due tipi di scoperta qui in questione non fossero avvenuti nello stesso momento. Si pensi che cosa sarebbe accaduto se la biologia molecolare avesse fatto le sue scoperte molto tempo prima dello sviluppo delle scienze del computer, oppure se, al contrario, la biologia molecolare avesse fatto le sue scoperte soltanto di recente, in un momento in cui ci si trova dinanzi a una nuova fase delle scienze del computer, una fase in cui il programma determinista non é pit il fine ultimo e supremo. Non é difficile mostrare che in entrambi i casi la teoria del programma genetico probabilmente non avrebbe visto la luce. Il primo caso é chiaro: in assenza della teoria dell’informazione e delle macchine programmate, le determinazioni genetiche dovute al DNA sarebbero state scoperte egualmente, e sarebbero stati effettuati pure gli esperimenti relativi alle trasformazioni negli pneumococchi. Anche la struttura della doppia elica sarebbe stata scoperta, e cosi i meccani- smi molecolari di replica dei geni e di sintesi delle proteine. Tutto cid sarebbe esistito. Ma in assenza della teoria dell’informazione e delle macchine programmate non si sarebbe potuto parlare di informazio- ne, e nemmno di programma genetico. Le determinazioni genetiche sarebbero restate determinazioni, nel senso di meccanismi causali il cui sostrato materiale dipendeva dalla struttura delle molecole di DNA e dalla struttura delle proteine. Non sarebbe evidentemente esistito tutto quell'insieme di metafore che serve a caratterizzare questi meccanismi per il tramite delle nozioni tratte dalla cibernetica. Anche in questo caso le scoperte sarebbero state di estrema importan- za biochimica e genetica: avrebbero infatti consentito di risolvere egualmente i due problemi che si erano opposti maggiormente ai progressi di queste discipline (e i due problemi erano da un lato la sintesi delle proteine, che a differenza della sintesi delle altre componenti chimiche della materia vivente non era mai stata realizza- ta in vitro, e dall’altro la struttura molecolare dei geni nonché il loro ruolo di “stampo” nella sintesi delle proteine). Tutti questi risultati sarebbero stati egualmente raggiunti, ma non avremmo potuto parlare di programmi genetici se le scienze del computer, dell'informazione e della programmazione non fossero ancora esistite. Il secondo scenario é pid interessante. Supponiamo che la biologia molecolare si fosse trovata in ritardo rispetto alle scienze dell'informa- zione, e che avesse effettuato le sue scoperte fondamentali in un 162 periodo successivo alla maturazione delle scienze dell’informazione (oggi, ad esempio). Vorrei cercare di mostrare come gli sviluppi pit recenti dell’intelligenza artificiale, della teoria degli automi e delle teorie dell’autorganizzazione — come pure i primi tentativi di applica- zione di queste teorie alle macchine reali prodottisi soltanto in questi ultimi anni — avrebbero potuto fornire alla biologia molecolare con- temporanea modelli ben pit: soddisfacenti, ai fini della risoluzione dei suoi problemi teorici, di quanto non sia la nozione di programma. In realta la trasposizione della nozione di programma dalle macchine programmate alla biologia @ potuta avvenire soltanto in una maniera tutto sommato approssimativa, in una maniera che é pit metaforica che rigorosa. Si é trattato di un tipo di estrapolazione a maglie estremamente larghe, anche se a posteriori pienamente legittima dal momento che si é rivelata feconda sul piano operativo, nonostante le sue insufficienze teoriche. Pur tuttavia queste insufficienze erano ben note, e le troviamo — assieme al carattere metaforico di questa nozio- ne —in tutti i buoni manuali di biologia molecolare. Sono insufficienze rilevate da alcuni protagonisti delle scoperte in questione, o comunque da alcuni loro contemporanei. Come ci si poteva aspettare, la difficolta della nozione di programma genetico riguarda soprattutto l'assenza di programmatori espliciti, mentre nella scrittura dei programmi per computer il programmatore, nella figura di un uomo dotato di coscienza e di intenzionalita, svolge un ruolo importante. Vedremo in seguito come ulteriori difficolta nascano dal fatto che nemmeno il linguaggio di programmazione e la struttura logica del programma sono evidenti, anche se i DNA e le proteine possono essere intesi come messaggi che veicolano un’informazione. Come risultato la realta molecolare del programma sembra scomparire nell’insieme delle strutture e del funzionamento della cellula. D’altronde tutte queste difficolta erano note sin dall’inizio, e per metterle in luce si parlava allora di programma d'origine interna, o di programma che si programma da sé, o di programma che ha bisogno dei prodotti della propria lettura e della propria esecuzione per poter essere letto ed eseguito a sua volta, ecc... Cosi questa metafora ha sempre come compendio una teoria dello sviluppo epigenetico, che implica l'esi- stenza di interazioni non programmate fra il programma stesso e ‘ambiente, in maniera tale che vengono selezionate talune potenziali. ta del programma e ne vengono eliminate altre. La stessa nozione di potenzialita @ una generalizzazione di un fenomeno caratteristico della genetica molecolare, il fenomeno della repressione e della dere- pressione dei geni. La repressione dei caratteri genetici, che li tiene in una forma di esistenza di tipo potenziale, e la loro eventuale derepressione vengono tutte a dipendere da proteine regolatrici le quali sono a loro volta dipendenti da geni regolatori, e cosi via secondo un processo ricorsivo e infinito, dalle proteine ai geni e dai geni alle proteine. L’assenza del programmatore ha per conseguenza una difficolta teorica sulla quale di solito non si insiste molto, ma che in realta si trova al centro di tutte le approssimazioni e le insufficienze che abbiamo visto caratterizzare la nozione di programma genetico. Que- sta difficolta é data dal fatto che viene messa fra parentesi la questione 163 fondamentale del significato dell’informazione o, in altri termini, la questione dell’aspetto semantico e non soltanto strutturale dei messaggi genetici. Il fatto di avere trascurato quest’aspetto era tutta- via normale, se si pensa che anche la teoria dell’informazione ai suoi inizi aveva messo da parte una tale questione, salvo riprenderla in seguito. Analizzare il significato dell'informazione costituisce in realta un compito ben pit difficile dell’analisi strutturale e sintattica dei messaggi e delle lingue formali utilizzati nelle scienze dei computer. Gia nel 1962, nel suo libro L’ordine biologico, André Lwoff aveva sottolineato questa mancanza, mettendo in guardia contro un’utilizza- zione troppo letterale della nozione di informazione genetica nel senso della teoria dell’informazione classica, proprio per il motivo che quest’ultima nozione ignorava la questione del significato e del senso. Ma quest’appello alla cautela fu ignorato dalla maggioranza dei biologi, a causa di un presupposto risalente alle origini della biologia molecolare che, in effetti, in quel momento era risultato assai fecondo, ma che nondimeno si riveld in seguito sbagliato. Il presupposto verte- va su osservazioni condotte in particolare su batteri e in casi privile- giati e relativamente semplici. Affermava la validita generale di una corrispondenza biunivoca fra un gene e un carattere ereditario, attra- verso il tramite di un enzima. In altre parole si costituiva con cid una specie di dogma formulato dall’espressione: un gene, un enzima, un carattere. II tragitto attraverso il quale si passava dal livello molecola- re del DNA, in cui era inscritto il messaggio genetico, al livello dell’organismo, in cui questo messaggio veniva decodificato, era costi- tuito proprio dall’azione intermedia di un enzima codificato dal gene, il quale innescava o bloccava un processo metabolico in base al quale l’enzima veniva sintetizzato e quindi risultava attivo, oppure al contrario non veniva sintetizzato. Detto in altri termini, sembrava che in questo contesto la questione del significato dell'informazione genetica non dovesse porre dei problemi, giacché il messaggio inscritto nella struttura del DNA — decodificato e trasformato anzitutto nella struttura di una proteina — veniva considerato come responsabile di quelle proprieta enzimatiche che consentivano di catalizzare una particolare reazione metabolica. Come conseguenza di questa reazione si poteva osservare una particolare funzione nel livello della cellula o dell’organismo in cui tale reazione avveniva. Il significato dell’infor- mazione veicolata da un gene non era dunque nient’altro che la funzione stessa, presente o assente nella cellula o nell’organismo a seconda che il gene fosse o non fosse in funzione, e chiaramente a seconda che il gene fosse o non fosse presente. Ed effettivamente il significato dell’insieme dei geni di un individuo, e quindi del suo genotipo, é l’individuo stesso, é l'insieme dei caratteri che sono realiz- zati e che si possono osservare nell’individuo (cid che si chiama il suo fenotipo). La questione del passaggio dal genotipo al fenotipo sembrava regolata proprio da questo presupposto che funzionava da dogma: un gene, un enzima, un carattere. II fenotipo era determinato dal genotipo in maniera univoca, un po’ come nel caso di una traduzio- ne parola per parola (da un gene a un carattere) di una lingua in un’altra lingua, e in cui il significato della lingua in cui si traduce (il fenotipo) resta lo stesso della lingua originale da tradurre (il genotipo). 164 Ma purtroppo si pud verificare che le cose non stiano cosi, perché anche in questo caso — come del resto nel caso di una traduzione in cui si debba conservare il senso — il passaggio dai geni ai caratteri non é una corrispondenza biunivoca, una corrispondenza parola per parola. Nella realta una tale corrispondenza viene osservata soltanto in casi eccezionali. Nella maggioranza dei casi, invece, un carattere fenotipico viene a dipendere da parecchi geni, e uno stesso gene prende parte alla determinazione di diversi caratteri. Qui risultano essenziali le interazioni fra geni differenti, che sono in grado di determinare caratteri differenti. Come nel caso di una traduzione da una lingua a un’altra lingua, anche in questo caso per tradurre il senso delle frasi non basta un semplice dizionario, che consentirebbe soltanto una traduzione parola per parola. Ci vuole anche la sintassi. Nelle lingue artificiali, come nei linguaggi utilizzati dai computer, la sintassi — cioé la struttura logica del Selle lingua — e la codificazione dei simboli sono sufficienti per dire quello che si vuole dire. Ma nelle lingue naturali non basta nemmeno questo: il senso delle frasi dipende anche da altri fattori, soprattutto dal contesto e dalle situazioni in cui queste frasi sono pronunciate o, anche, sono percepite o lette. Nel caso del codice genetico non conosciamo la sintassi della lingua di programmazione. Tutto cid che conosciamo consiste in un dizionario che permette di passare dalle parole scritte nella lingua dei geni (i DNA) alle parole scritte nella lingua degli enzimi (le proteine). E basta. In che modo queste parole costituiscano frasi dotate di un certo significato, in che modo i geni interagiscano vicendevolmente e in che modo essi determinino il funzionamento di una cellula o lo sviluppo di un organismo, questi sono tutti aspetti ancora ben poco compresi. Per rispondere alle esigenze teoriche della biologia come erano state formulate negli anni Cinquanta da Pittendrigh e dai sostenitori dell’idea di teleonomia, abbiamo dunque bisogno di qualcosa di diver- so dalla nozione di programma deterministico da computer. Detto in altri termini, i programmi dei computer sono ancora incapaci di fungere da modello per la finalita non intenzionale. In quegli anni questa nozione era evidentemente tutto cid che i biologi avevano a disposizione. Oggi invece possiamo mutuare dalla cibernetica e dall’intelligenza artificiale altri modelli che a mio parere sono pit soddisfacenti. Cid dipende fra l’altro dal fatto che le stesse nozioni di complessita e di organizzazione sono diventate oggetto di ricerche formalizzate, conformemente alla previsione di von Neumann, |'inven- tore dei computer. Questo consente di approfondire e di dominare meglio gli aspetti operativi di queste nozioni nel campo delle scienze dell’artificiale; ma consente anche, nel contempo, di analizzare in maniera differente i fenomeni biologici, rispetto ai quali tali nozioni di complessita e di organizzazione avevano svolto in passato un ruolo esplicativo fondamentale e pur tuttavia puramente verbale. Prendiamo come esempio Jacques Monod. Monod, insieme a quasi tutti i biologi della sua generazione, era un sostenitore della teoria evoluzionista neodarwiniana, e tuttavia ne notava certe difficolta. In questa teoria i programmi genetici svolgono un ruolo fondamentale, ma in quanto prodotti dell’evoluzione caratteristici e differenti per 10S ciascuna specie, mentre la selezione naturale viene assimilata in certo qual modo al programmatore che @ autore dei programmi stessi. Monod notava fra I'altro anche quelle difficolta di cui abbiamo appena parlato, ma si limitava ad attribuirle alla grande complessita dei fenomeni biologici, senza che con cid la complessita diventasse essa stessa oggetto di un qualsiasi approccio teorico. La complessita serviva da risposta verbale. Per questo motivo Possiamo supporre che, se la biologia molecolare avesse avuto a disposizione in quel tempo modelli assai pid recenti, non avrebbe avuto bisogno della metafora del pro- gramma genetico. Voglio ora soffermarmi un momento su questi modelli. Essi hanno ache fare in un modo 0 nell’altro con il problema dell’autorganizzazio- ne, problema che era gia stato posto dagli specialisti delle scienze dell’informazione una ventina di anni fa, quando perd i tempi non erano ancora maturi perché questo problema potesse avere come esito delle applicazioni concrete. Oggi non é piu cosi, e la problematica dell’autorganizzazione pud essere ripresa grazie al ricorso a tecniche che hanno tratto vantaggio dai progressi della teoria degli algoritmi e della complessita algoritmica, dell’analisi dinamica non lineare, dell’intelligenza artificiale. Possiamo citare come esempio le tecniche di programmazione parallela, la teoria degli automi probabilisti, lo sviluppo di algoritmi probabilisti e di euristiche di programmazione. Tutte queste tecniche costituiscono un passo importante lungo la strada dei programmi che si autoprogrammano. In altri termini, cid che una ventina di anni fa appariva come una sorta di mostro logico @ ora diventato un programma di ricerca. I modelli di autorganizzazione consentono di vedere negli organi- smi viventi non pit una sorta di automi diretti da un programma determinista fornito dall’esterno, alla maniera dei computer attuali, bensi dei sistemi autorganizzatori i cui principi stanno iniziando a diffondersi nelle ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale. In termini assai generali cid che caratterizza l’autorganizzazione é uno stato ottimale che si situa fra i due estremi di un ordine rigido, inamovibile, incapace di modificarsi senza essere distrutto, come & Vordine del cristallo, e di un rinnovamento incessante e senza alcuna stabilita, rinnovamento che evoca il caos e gli anelli di fumo. Evidente- mente questo stato intermedio non é fisso, ma consente di reagire a perturbazioni casuali non previste attraverso mutamenti di organizza- zione che non siano una semplice distruzione dell’organizzazione preesistente, bensi una ri-organizzazione che consenta l’emergenza di nuove proprieta. Queste nuove proprieta possono essere una nuova struttura, o un nuovo comportamento condizionato a sua volta da nuove strutture: e le strutture o i comportamenti sono nuovi nel senso che a priori nulla consentiva di prevederli nei loro particolari e nelle loro specificita. Siamo dinanzi a un risultato ineludibile, al fatto che l’emergenza di queste novita é avvenuta attraverso incontri casuali, non programmati, con perturbazioni aleatorie che in questa vicenda svolgono un ruolo determinante. Abbiamo imparato a capire in che modo, sotto l'effetto di tali perturbazioni che in genere producono un esito disorganizzatore, determinati sistemi siano in grado di riorganiz- zarsi secondo proprieta strutturali e funzionali nuove, e in qualche 166 misura imprevedibili a priori. Questi sistemi sono caratterizzati pro- prio da una serie di disorganizzazioni seguite da riorganizzazioni, e il loro comportamento serve cosi da modello per il comportamento degli esseri viventi, e in particolare per le loro proprieta di adattamen- to al cambiamento, e forse anche di invenzione. Questo perd non basta. Le riorganizzazioni non possono essere infatti viste solo come semplici risistemazioni di elementi interconnes- si, o come il risultato di una combinatoria attraverso la quale un certo numero di elementi possono essere messi vicendevolmente in relazione. Bisogna invece che a ogni combinazione, a ogni risistema- zione delle parti corrisponda un’organizzazione funzionale differente, cioé un diferente significato delle relazioni che si stabiliscono fra differenti parti. L’aspetto pit importante dei fenomeni di autorganiz- zazione é l’autocreazione del senso, cioé la creazione di nuovi significa- ti nell'informazione trasmessa da una parte a un’altra parte o da un livello di organizzazione a un altro livello di organizzazione. Senza la creazione di nuovi significati avremmo a che fare con ricombinazioni che non sarebbero in grado di portare all’apparizione di nuove funzio- ni, di nuovi comportamenti. Nella maggioranza delle macchine che conosciamo, siamo abituati al fatto che il funzionamento di una macchina corrisponde a una sola combinazione dei pezzi che la costi- tuiscono; ogni altra combinazione pud condurre soltanto a un guasto o a un cattivo funzionamento. Se ci mettiamo a smontare un pezzo di una macchina, e poi lo rimontiamo in maniera differente, in genere la macchina non funziona. Perché dunque una disorganizzazione sia in grado di produrre una riorganizzazione, é necessario che si trasfor- mi il significato delle relazioni fra le parti. E questo il motivo per cui la questione della creazione dei significati si trova al centro dei fenomeni di autorganizzazione. Non basta certo avanzare queste affer- mazioni, bisogna anche indicare attraverso quali meccanismi si possa- no autocreare dei significati. Qui siamo in presenza di un processo apparentemente paradossale e che somiglia d’altra parte allo stesso paradosso della fabbricazione dei programmi che si programmerebbe- ro da sé. Se infatti un programma di tal genere viene prodotto da un programmatore, come e a quali condizioni si potra allora dire che il Programma si programma da sé? Si tratta dunque di costruire dei modelli di organizzazione in grado di modificarsi da sé, e di creare dei significati che siano imprevisti e sorprendenti anche per coloro che fabbricano i modelli. E questa la condizione minimale perché si possa parlare di autocreazione dei significati. La soluzione di questi paradossi si trova in realta nell’utilizzazione simultanea di due ingre- dienti che generalmente sono trascurati nella fabbricazione dei model- li. Si tratta da un lato di una certa quantita di indeterminazione, dell’utilizzazione del caso nella fabbricazione dell’evoluzione del mo- dello; e dall’altro lato si tratta anche di prendere in considerazione il tuolo dell’osservatore e del contesto nella definizione del significato dell'informazione. Il primo ingrediente consente alla novita di avere un suo ruolo. Si pud produrre qualcosa di nuovo proprio perché non tutto é determina- to a priori. Il secondo ingrediente permette a questa novita di non essere un semplice caos e di potere acquisire eventualmente un signifi- 167 cato, a posteriori, in un determinato contesto di osservazione e proprio per questo contesto. Detto in altri termini, possiamo forse riassumere cid che intendiamo con autorganizzazione proprio affermando che autorganizzazione significa permettere al caso di acquisire un signifi- cato, a posteriori e in un determinato contesto di osservazione. Fenomeni di tal genere possono venire oggi simulati ricorrendo a modelli relativamente semplici che consentono di comprendere ancor meglio cid che si pud celare dietro ai paradossi in questione, e di eliminarne con cid il carattere paradossale. Vorrei ora accennare ad alcuni lavori relativamente recenti su particolari reticoli di automi robabilisti che manifestano proprieta di autorganizzazione funziona- ii oltre che strutturali. Pid precisamente: questi reticoli funzionano come macchine atte al riconoscimento di forme, ma nelle quali il criterio di riconoscimento non é stato programmato in anticipo. Tale criterio é per l’appunto il risultato di un processo di autorganizzazio- ne. Si tratta dunque di un processo di autorganizzazione funzionale nel quale il risultato dell’autorganizzazione non programmato non @ soltanto una forma, una struttura, bensi una funzione di riconosci- mento. Qui vorrei citare (Atlan, in corso di stampa) gli sviluppi dei lavori, intrapresi da diversi anni (Kaufmann,‘1970; Atlan et al. 1981), relativi alla dinamica di reticoli di automi booleani aleatori che presentano delle proprieta di autorganizzazione strutturale (Fogelman-Soulié, 2}o1 2|01 201 2/01 } } , } foo §=— of 10 o]oo o]ro tloo tloo tho thro 0 Contra- 1.NOR — diction ah 2 2 2 2 Now Xfor Not 1 o]or oft olor ofit sloo tloo tlio tlio — x01 aoe we 2 2 2 2 Xo o o o1 ooo of ro ol oo 0] 10 tlos ston thi itn 8AND. wr Figura 1. - Le 16 funzioni booleane possibili. La colonna (1) e la riga (2) indicano gli input possibili, mentre i valori entro matrice indicano gli stati assunti dall'elemento in questione in dipendenza dagli input. Le funzioni 0 e 15 sono le funzioni costanti. Fra le altre funzioni, si noteranno quelle funzioni che definisco- no i connettivi logici usuali (8 2 la funzione a, 14 la funzione v, ecc.). (Da Atlan et al., 1981.) 168 1983; Atlan 1983). Questi reticoli sono costituiti da elementi connessi in maniera tale per cui ognuno di essi riceve due input da due fra i suoi vicini, e invia due segnali di output a due altri elementi, pure fra quelli vicini. Questi elementi sono automi booleani definiti nella maniera seguente: ogni elemento pud trovarsi soltanto in due stati, zero (0) e uno (1), e invia ai suoi due vicini — come segnale di output — un segnale che é uguale allo stato in cui si trova. E quindi ogni elemento riceve dai suoi vicini due segnali binari. II reticolo funziona in parallelo, e in forma discreta. Cid significa che in ogni intervallo di quella che é stata assunta come unita di tempo tutti gli elementi cambiano contemporaneamente di stato, a seconda delle regole carat- teristiche di ciascun automa. A partire dai due segnali binari che riceve, ogni automa calcola il proprio stato successivo applicando quella funzione dell’algebra di Boole che é per esso caratteristica. Ricordiamo, en passant, che le 16 funzioni booleane a due variabili non sono nient’altro che le 16 maniere in cui possiamo far corrispondere un numero binario a una coppia di due variabili binarie. Possiamo raffigurare facilmente tali funzioni tracciando, nelle 16 diverse manie- re possibili, una tavola a due entrate, ognuna delle quali pud essere 00 1, ei cui quattro elementi sono ciascuno 0 0 0 1. A eccezione delle due funzioni costanti (0 o 1 quali che siano i segnali di entrata), le altre 14 funzioni booleane vengono assegnate ai differenti elementi del reticolo in maniera casuale. Anche lo stato iniziale di ogni automa viene deciso casualmente, in maniera tale per cui lo stato iniziale del reticolo omogeneo dal punto di vista macroscopico. A ogni intervallo di tempo ogni automa calcola il proprio stato successivo, e il reticolo passa cos} da uno stato all’altro fino a quando si stabilizza — e in genere abbastanza velocemente — in uno stato finale caratterizzato da un’organizzazione macroscopica (spaziale e temporale) non omoge- nea. II reticolo si suddivide in sottoreticoli i cui elementi non cambiano piu di stato, e in sottoreticoli oscillanti i cui elementi cambiano di stato in maniera ciclica, ripercorrendo all’infinito una stessa sequenza di stati periodici, che é relativamente corta. Abbiamo in tal modo una dinamica di autorganizzazione strutturale nella quale si osserva l'emergenza di forme spazio-temporali a partire da uno stato iniziale omogeneo. Ma c’é di piu. Una volta che abbiano raggiunto i loro stati finali strutturati, nei quali taluni elementi sono stabili mentre altri sono oscillanti, questi reticoli possono funzionare anche come sistemi in grado di riconoscere delle forme presentate loro dall’esterno. Le forme che devono essere riconosciute sono sequenze binarie di 0 e di 1 disposte in una particolare maniera, sottoposte a un elemento del reticolo che serve cosi da entrata in questo sistema per il riconoscimen- to di forme. Queste sequenze hanno un ruolo perturbatore che destabi- lizza alcuni elementi stabili. Ma, curiosamente, talune sequenze hanno invece come esito la stabilizzazione di taluni elementi che erano oscillanti. Questo fenomeno si spiega attraverso la risonanza che si produce fra una determinata struttura parzialmente periodica in que- ste sequenze, e una determinata successione degli stati di differenti menti del reticolo connessi secondo una particolare concatenazione {ra l’elemento d’entrata e l’elemento la cui stabilizzazione costituisce 169 slr i]s ss elo sfeceeees sjr ols 5 5 s]o os slos[seeslroijesesse co 1fseesiit 5 s[o sslorolesclitojssees Jrorrajesclooissees s[rotfessoseessses coorfesseseesss efi Ae eee Le Filo ileseessessfroo WJseessesscloooolss eeoessessefori tole rijeseeeseslooo sles sooscessesiooores 1 olsfoo]sesesii[oeees cesfrolssses|ifoeees ot ofsjor 1000 oles ser Tr t[s}t 01017 ofe ss elo 0001101000[5 566 60 oo001111005[5 56661 ses]: 000 sfs}oassese se sjooss sfsloolseese esolrtoro1coojsess esclororr1coojsess ssseelioorfelorolses sssegirs sfefoo alse s ssss5 55 6jols|r[e}r oles or ols s 5s 6]t{s|sfo]s sfelr, se6s6ssiools elo: alse orifsessforses ols e To 2 os sfo1]s556|1 ole6ce6665 eee eater can slrolseeslr1ijesesse sh olsees 56 eslooolesclo1 ijsse6s Seer a, sfevclessasesscees ss ofesse es ss|1oles665se6 6fols 5 ea ee cau 6666556556/001 ols 6 eee eer rete eery teeter rt 6665666565011 ole 5 eae eee eee eee 66 slo t]6656 slole6665 eo 85 [eS es 6 5/0re eee o1o0[s]101011 0655 61 OPE OP rtte seo) ese Pre 1100100000[ss666|o eee ee Oe ee ee eee ke s6sloo0111[s]oi]se6656 Sate ee arora seers se eee essloo1rooro0i|sess Se ese eee sss66|111 s[6]1 0 i]s 65 SASS ora) ie ols ei ile eb le slofelo ale 00 Js 5 5s sJo|slols}o a}s[o dalla eee ols 65 sfo s|s elo 0 s|s6 sche s ane tJo se slo sje oo sfsse Te Te 24 Efe cleceoees slo ilsssclosfeccoees aete otlesesaly. s|1 1]5 66 5|1 0 1]e 56556 Jroe trolssees e sJoo oles lis olssees tat Sate ecotdela s[poolesseseesssss vals ssessfred sali ofeseossecolilss oe sires ie plese ssessolooeclse 666 65/111 1/65 jo 0/6 566656 5/000 1/65 Wale Sea 1 a[sfou]s 6s 6 sloleee ss or essessalr voisjor ooo sess of oot 555566 6]1 001000000 0/5 566 6\1 ar i Pe storsi[sjousoese eile lol tae : ssolorr:0011 sess Sooee prelate i ss 56 e010 ofsjo1 olses iro)ssssesslife : 00 0|]s 55565 s|1f6]1 i]6[o sail aslea]s es alilee 0 o/s 65 sfoo]s 65 sli E (stabile in 0) + E output —~.§ B 0 0 0 0 @ Iie input A c 1 0 141 ~1 10 Figura 3. - Immagine ingrandita del tragitto dagli elementi di input agli elementi di output. nel Legenda: C oscilla con un ciclo di lunghezza 8, e con la seguente sequenza di st ciclo: o1oro1ri10) Dé stabilizzato in 1. Dato che E 2 in 0, perché D sia in 1, B deve essere in 1. Perché B sia in 1, @ sufficiente che quando C @ in 1, A sia in 0. Quando C é in 0, lo stato di Aé indifferente. Di conseguenza, nella sequenza di entrata, necessario uno 0 per combinarsi i C: .0.0.00. Le altre cifre di entrata (.) sono indifferenti. La sequenza (*0*0*0* la condizione in grado di stabilizzare D nello stato 1. Con cid il rapporto che si stabilisce fra I'input A e output D consente al reticolo di operare come riconoscitore di forme, giacché opera una discriminazione fra le sequenze che adempiono alle condizioni date ¢ alle sequenze che invece non vi adempiono (una sequenza con | al secondo posto, ad exemple, si combinerebbe con I'l di C per dare 0a Be quindi O anche aD). appunto la “risposta” (I“uscita”) del sistema di riconoscimento. La struttura di queste strutture stabilizzatrici (delle strutture cioé che Figura 2. (a p. 170) - Sottoreticoli. Le varie disposizioni numeriche mostrano lo stato del reticolo durante il ciclo limite, in corrispondenza di differenti matrici di condizioni iniziali. T é la lunghezza del ciclo in intervalli temporali discreti. O e 1 indicano elementi che oscillano; 5 e 6 indicano elementi stabili. (Da H. Atlan, F. Fogelman-Soulié, J. Salomon, G. Weisbuch, Specific Roles of the Different Boolean Mappings, in “Cybernetics and Systems”, 13, 1981, pp. 103-127.) 171 vengono “riconosciute”) @ periodica soltanto parzialmente, ed é cioe costituita da una serie di segnali binari ripetuti con variazioni. Nella sua forma tipica, una sequenza di tal genere é rappresentata da elementi 0, da elementi 1, e da asterischi (ad esempio 00*1*01**1*0). Quando si ripete una tale sequenza per costituire una sequenza binaria periodica, ili asterischi vengono sostituiti indifferentemente da 0 o da 1, in maniera aleatoria. Ne risulta che questa struttura pseudope- riodica (0 parzialmente aleatoria) definisce non gia un’unica sequenza che verrebbe riconosciuta in seguito alla stabilizzazione di un elemen- to oscillante — questo accadrebbe se si trattasse di una struttura realmente periodica — bensi una classe di sequenze di tal genere che vengono realizzate attraverso tutte le variazioni possibili nel processo di sostituzione degli asterischi da parte di un segnale binario. Il processo di riconoscimento consiste cosi nel differenziare una sequen- za appartenente a questa classe da ogni altra sequenza perturbatrice. E il criterio di riconoscimento non é dunque nient’altro che una struttura pseudoperiodica la cui proprieta stabilizzatrice é una sem- plice conseguenza dello stato finale dell’organizzazione del reticolo. Potremmo naturalmente paragonare i risultati di questo sistema di riconoscimento con risultati di tecniche pit classiche, del tipo del calcolo di autocorrelazione. Tutte queste tecniche hanno i loro vantaggi e i loro svantaggi. Qui abbiamo a che fare con un sistema di riconoscimento in parallelo mentre i calcoli di autocorrelazione, che sono in serie, richiedono pit tempo. D’altra parte abbiamo anche a che fare con un processo di riconoscimento che pud funzionare con due periodi o anche con un solo periodo, mentre un calcolo di autocor- relazione pud avere buon esito soltanto a condizione di poter essere ripetuto su di un numero relativamente grande di pseudoperiodi. Comungque sia, abbiamo ottenuto un meccanismo grazie al quale un insieme di messaggi che a priori sono privi di significato viene diviso nell'insieme dei messaggi che possono essere riconosciuti e in quello dei messaggi che invece non lo sono. II criterio per una tale demarca- zione — analogamente a cid che accade in un sistema cognitivo nel quale si distingue fra un messaggio dotato di senso e un messaggio privo di significato — non é nient’altro che una determinata struttura interna, e in questo caso una particolare serie di concatenazioni fra due elementi di un reticolo booleano. La stessa struttura produttrice di significati @ stata prodotta parzialmente dal caso, in seguito alla storia dei suoi incontri precedenti con eventi non previsti. E la struttu- ra prodotta in questo modo non ha quindi altro significato che quello di produrre la demarcazione, mentre il significato é creato proprio da questa demarcazione. Possiamo trarre varie conseguenze da modelli di questo genere. Vediamo in primo luogo come strutture o comportamenti complessi Ppossano essere compresi — e come quindi, in certo senso, possa essere ridotta la loro complessita anche se con cid non diventano prevedibili nei loro particolari — grazie al tramite di una sorta di ordine o di struttura interna che non deriva da un programma o da una pianificazione, ma che é essa stessa il risultato di una certa indetermi- nazione, di una certa aleatorieta. In altri termini la complessita di una struttura o di un comportamento, che spesso appare come 172 un'irriducibile indeterminazione, pud essere eliminata con il ricorso a un altro genere di indeterminazione e di aleatorieta, nel momento in cui si pud vedere in che modo questa indeterminazione fa emergere nuovi significati. Questa é a parer mio la conseguenza della stretta relazione che intercorre fra complessita e disordine nei sistemi natura- li, in quei sistemi che non sono pianificati e organizzati dall’uomo. La sola differenza fra complessita e disordine é infatti l’esistenza, o la non esistenza, di una funzione che rivesta un significato per gli occhi dell’osservatore. In ogni caso questo genere di modelli fornisce altresi un’alternativa alla nostra maniera abituale di intendere la percezione come risultato di un trattamento di segnali da parte di un sistema di rappresentazioni che sarebbe costituito dal nostro sistema nervoso centrale. In realta si tende sempre di pid a ritenere che cid che accade nel nostro cervello sia, molto pid verosimilmente, un trattamento dell’informazione di- stribuito, parallelo e dotato di taluni caratteri probabilisti, e non gia un trattamento determinista e sequenziale come avviene nei program- mi dei computer. In particolare, qui, i nostri risultati convergono con la teoria di Gibson della “percezione istantanea”, secondo cui una forma viene riconosciuta e percepita nel medesimo tempo. Essa non éilrisultato di due operazioni successive: prima la ricezione di segnali e poi il trattamento di questi segnali attraverso l’applicazione di una regola di rappresentazione data. Al contrario, in questa teoria, una forma nell’ambiente viene percepita nel medesimo momento in cui sono ricevuti i segnali, grazie a una specie di risonanza fra una determinata struttura dell’ambiente e una struttura interna del siste- ma di percezione. E questa struttura interna a definire per il sistema stesso un possibile significato funzionale della struttura dell’ambiente. D’altra parte questo significato non é necessariamente evidente, e non necessariamente si traduce in un significato agli occhi di un osservatore esterno. Grazie ai modelli di reticoli a cui qui abbiamo accennato, vediamo come un comportamento di questo genere sia meno misterioso di quanto si potrebbe credere, poiché pud venir simulato (almeno per quanto riguarda le sue proprieta caratteristiche) da una combinazione relativamente semplice di determinismo e di aleatorio. Se inoltre un osservatore esterno osservasse il comportamento di un reticolo di tal genere senza conoscere i particolari della sua struttura, sarebbe tenta- to di attribuirgli un'intenzionalita, quell’intenzionalita che sembre- rebbe presiedere a ogni processo di creazione del significato allorché lo si osservi in maniera globale dall’esterno. E infatti, quando osservia- mo un messaggio o un comportamento dotato di senso, noi siamo abituati ad attribuire un'intenzione a chi emette un tale messaggio o si comporta in un tale modo, e questo indipendentemente dalla natura del sistema in questione, si tratti anche di un animale o di una macchina. Cid avviene perché effettuiamo una proiezione a partire dalla nostra esperienza, quando ci esprimiamo e ci comportiamo in maniera intenzionale, con il fine di dire o di fare qualcosa. Ma li produzione di modelli automatici che sembrano riprodurre fenomeni di tal genere — quale é appunto il caso di questi reticoli - costitui in realta una specie di passaggio al limite, un’estrapolazione all‘assur- 173 do che deve consentirci di meglio comprendere cid che accade allorché osserviamo dei sistemi naturali creatori di significati — degli animali, ad esempio — e attribuiamo quindi ad essi delle intenzioni. Vorrei trarre alcune brevi conclusioni su tale questione, se cioé Vattribuzione di intenzionalita a sistemi viventi e anche, eventualmen- te,a macchine sia o non sia un’operazione legittima. Quando si osserva un cane che cerca di raggiungere il padrone e che é in grado di svolgere operazioni estremamente complicate — salire in auto, aprire una porta, ecc. — noi descriviamo questi fenomeni come comportamenti chiaramente finalizzati, come se il cane avesse un'intenzione sin dall’inizio (quella di raggiungere il padrone) e come se in seguito tutto il suo comportamento fosse diretto da questa intenzione. E in realta, in tal modo, descriviamo questi fenomeni in maniera completamente naturale, senza nemmeno porci delle questioni sulla legittimita o meno di questa descrizione. Attribuiamo al cane un comportamento di cui abbiamo un’esperienza interna: l’esperienza dei nostri compor- tamenti finalizzati e intenzionali allorché vogliamo raggiungere con- sapevolmente un fine. Immaginiamo ora di osservare un comportamento che sia in tutto simile al comportamento del cane, salvo per il fatto che lo si osserva non al livello del cane ma a quello di una singola cellula, ad esempio un globulo bianco del sangue che viene osservato al microscopio e la cui funzione @ quella di fagocitare corpi estranei, batteri o cellule morte che devono essere eliminate dall’organismo. Anche in questo caso vediamo una cellula che si dirige verso la sua preda, e che all’occorrenza aggira ostacoli, cambia di forma per intrufolarsi in passaggi difficili, ecc. Eppure non attribuiamo alla cellula un’intenzio- ne; al contrario cerchiamo, e spesso troviamo, un meccanismo causale fisico-chimico in grado di spiegare il fenomeno. Ad esempio: la cellula preda, o il batterio, secerne nell’ambiente una sostanza che si diffonde e che stimola la membrana del globulo bianco. Come esito di questo segnale — che ad esempio pud prendere la forma di un mutamento della concentrazione di certi ioni — vi ¢ un mutamento di forma da parte di determinate molecole contrattili la cui forma dipende proprio dalle concentrazioni ioniche. Questi mutamenti di forma comportano delle deformazioni nella cellula predatrice nel suo insieme, e queste deformazioni producono movimenti ameboidi verso quelle regioni dello spazio in cui sono pit concentrate le sostanze, e quindi verso i dintorni della preda, ecc... Detto in altri termini, spieghiamo i movi- menti della cellula verso la preda senza ricorrere alla presenza di un’intenzione da parte della cellula, ma facendo riferimento a una serie di modificazioni fisico-chimiche puramente causali. E allo stesso modo i movimenti che attraggono gli spermatozoi verso l’ovulo sono spiegati con una chemiotassi di questo genere che agisce sui flagelli che servono da apparato locomotore per gli spermatozoi. Questi movi- menti non sono certo descritti ricorrendo a un’intenzione cosciente dello spermatozoo, né a una sua intenzione inconscia in senso psicana- litico, e naturalmente nemmeno a una strategia di seduzione. Fra i comportamenti delle singole cellule e quelli del cane alziamo in un certo punto una barriera che ci impedisce di parlare di intenzioni per le cellule ma non per il cane. Ma dove é situata questa barriera? E da 174 quale parte della barriera porremo un’alga, un mollusco, una rana? Descriveremo i loro comportamenti in termini puramente meccanici, come nel caso della singola cellula, oppure in termini intenzionali, come nel caso del cane? Un altro esempio, e ancora piu sottile perché qui la barriera separa differenti specie all’interno di un medesimo genere, riguarda il genere dei pipistrelli. Non resisto al piacere di raccontarne la storia, perché é esemplare da molti punti di vista. Esistono dunque varie specie di pipistrelli che costituiscono un oggetto di studio estremamente particolare, perché in esse si osserva un secondo esempio di linea evolutiva caratterizzata da un processo di encefalizzazione progressi- va. Proprio come la linea dei primati che da origine all'uomo é una linea evolutiva in cui si ha un aumento progressivo del peso del cervello rispetto al peso del corpo, i pipistrelli costituiscono una linea evolutiva caratterizzata da questo fenomeno. In questa linea osserviamo un’evoluzione che nel passaggio da una specie di pipistrel- lo a un’altra comporta un aumento progressivo del cervello rispetto al peso corporeo. Osserviamo anche la comparsa di nuove specie caratterizzate da comportamenti differenti. Un biologo di Montreal, Paul Pirlot, ha dedicato molti anni di studio alle differenti specie di pipistrelli, e ha cercato di trovare delle correlazioni fra i differenti comportamenti alimentari di queste specie e le dimensioni del loro cervello. L’idea era che dovevano esistere delle correlazioni fra com- portamento piu evoluto e dimensioni maggiori del cervello. Il compor- tamento alimentare é naturalmente il pit facile da studiare, e in effetti le varie specie di pipistrelli rivelano comportamenti alimentari estremamente differenti. Talune si nutrono in maniera automatica grazie a un apparato a ultrasuoni. Tutti ne hanno sentito parlare: funziona come un sonar estremamente preciso e praticamente non manca mai la preda se essa si trova a passare all’interno di un certo angolo solido, in rapporto all’apparato. Altre specie sono erbivore, altre nettarivore come le api, altre ancora (i vampiri) si nutrono del sangue di vari mammiferi, come pecore e uomini, mordendoli durante il sonno all’altezza delle vene oppure ai lobi delle orecchie. Quale di queste specie é la pit evoluta? Contrariamente a cid che pensavano gli specialisti, Pirlot é stato in grado di mostrare che le specie pit evolute, quelle che avevano il cervello pitt sviluppato, non erano quelle dotate dell'apparato sonar tanto perfezionato, bensi i vampiri, le specie cioé il cui comportamento alimentare é fra i pit incerti, giacché esige strategie di approccio assai diversificate e che devono rinnovarsi ogni giorno a seconda del tipo di animale con cui hanno a che fare. In altri termini, le specie che compaiono prima nella linea evolutiva e dotate di sonar hanno un comportamento alimentare preciso ma di tipo meccanico e automatico, una sorta di riflesso, mentre le specie pit recenti e dotate di un cervello pit: sviluppato hanno un comporta- mento che sembra richiedere un’intelligenza intenzionale, caratteriz- zata da una strategia e da una pianificazione nella quale l'obiettivo & posto in anticipo e i mezzi per raggiungerlo sono inventati a seconda delle circostanze. Pirlot ha trovato espressioni quasi liriche per descri- vere la giornata del vampiro, il quale ogni mattina deve iniziare la sua caccia senza alcuna garanzia di trovare il cibo. E questo contrasta 175, evidentemente con i pipistrelli meccanici che si servono del sonar e hanno il cibo garantito, a patto che un insetto passi a una giusta distanza dal loro apparato. Vediamo dunque come all’interno di uno stesso genere si tracci una distinzione fra specie il cui comportamento @ spiegato in maniera puramente meccanica e causale (dal funziona- mento di un sonar), e specie il cui comportamento diversificato e adattato viene descritto in maniera finalizzata e intenzionale. Da un lato spieghiamo talune osservazioni in base a un’analogia con la nostra esperienza soggettiva, che consiste nel dire: noi facciamo qualcosa per questo o per quello, in vista di questo 0 di quello. In altri casi rifiutiamo invece i “per” e “in vista”, e accettiamo (per una singola cellula, ad esempio) soltanto gli “a causa di”: a causa di un cambiamento di concentrazione, a causa di un cambiamento di forma molecolare, ecc... Un atteggiamento conseguente porterebbe un biolo- go ad applicare al cane la stessa interpretazione applicata ai casi dei globuli Franchi e degli spermatozoi, arifiutare dunque ogni spiegazio- ne condotta attraverso i “per” e “in vista”. Al proposito possiamo dire soltanto che questo nella vita di tutti i giorni non sarebbe molto pratico, perché la descrizione del comportamento di un cane in termini puramente causali e fisico-chimici sarebbe naturalmente complicatis- sima, anche nel caso in cui fosse possibile: infatti il pit piccolo movimento di una zampa fa sempre appello a molteplici eventi ele- mentari al livello delle cellule del sistema nervoso, dei differenti muscoli coinvolti nel movimento della zampa, ecc. Inoltre, anche se fosse possibile, questo tipo di spiegazione sembrerebbe sempre incapace di cogliere cid che é essenziale, e cioé la realizzazione di una particolare funzione che da un significato all'insieme dei fenomeni elementari osservati in un comportamento integrato. L’intenzione si trova nel significato che noi diamo alle cose, e il significato ¢ prodotto dall’osservazione degli effetti funzionali delle cose. La barriera da noi posta fra le spiegazioni causali e le spiegazioni intenzionali non esiste certamente nelle cose in sé. Nasce dalla nostra interpretazione di cid che osserviamo, da un’interpretazione in termini di comportamenti o di messaggi che hanno un senso e che sembrano realizzare una funzione o, al contrario, da un’interpretazione in termi- ni di comportamenti o di messaggi il cui significato funzionale noi non possiamo o non vogliamo vedere, per ragioni di comodita e di fecondita di ricerca. Ragioni metodologiche ci vietano ad esempio di vedere un significato funzionale che sia situato a un livello di organizzazione e di complessita differente da quello che stiamo osser- vando. Noi non vogliamo ad esempio assumere come “spiegazione” del funzionamento degli spermatozoi la loro funzione di agenti ripro- duttori dell’individuo e della specie, perché se facessimo questo sarem- mo in realta ricondotti a una spiegazione puramente verbale e metafi- sica, una spiegazione che ricorre alla natura e alla selezione naturale. questo il motivo per cui cerchiamo spiegazioni fisico-chimiche di tipo causale che si situino sullo stesso livello. Al contrario, ogniqual- volta vediamo un tale significato funzionale e vogliamo dunque tener- ne conto per spiegare cid che osserviamo, abbiamo la tendenza a capovolgere il nostro atteggiamento, e ad attribuire l’origine delle cose a un’intenzione, anche se si tratta di cose che non sono umane e 176 che talvolta possono anche non essere viventi. In questo modo siamo. condotti a parlare di macchine e di computer i cui comportamenti sembrano essere intenzionali, nel momento in cui osserviamo in essi delle creazioni di significato (creazioni che avvengono del resto anche in quell’esempio dei reticoli, semplici e senza misteri, di cui ho parlato sopra). Un passo successivo in questa direzione, fatto in maniera estrema- mente naturale, si compie quando si pone la domanda: una macchina che viene detta intelligente pud provare sofferenza, e la possono provare una cellula, un’ameba, un batterio o una rana? Anche in questo caso si pone la questione di dove collocare la barriera, e anche in questo caso siamo tentati di proiettare dovunque l’esperienza interna della nostra soggettivita, su tutto cid che esiste e funziona e che appare dotato di significato e quindi anche su certe macchine. La questione di macchine che potrebbero pensare, soffrire, prevedere, avere una strategia autonoma, ecc... non é del tutto insensata, e comincia a essere dibattuta in maniera assai seria, da un punto di vista logico e filosofico. E, in realta, quali sono le ragioni che ci fanno porre in un punto particolare la barriera dell’intenzione e del significato, una barriera senza la quale non esisterebbero responsabili- ta e creativita? Senza intenzionalita dovremmo infatti considerare anche noi stessi — e dal punto di vista biologico a ragione — come un insieme di molecole interagenti rispetto a cui é difficile parlare di responsabilita. Ebbene, noi poniamo la barriera dell’intenzionalita in un punto particolare non certo per ragioni oggettive, che sarebbero inerenti alla natura delle cose e indipendenti quindi dal contesto in cui le osserviamo. Abbiamo visto come nella pratica, nella vita di tutti i giorni, sia pid semplice trascurare l’atteggiamento coerente del biologo e limitarci al “tutto accade come se”, comportandoci come se il nostro cane avesse davvero intenzioni e progetti. Cid significa che il motivo che ci fa alzare una barriera fra gli uomini e tutto il resto (enon in qualche altro punto), una barriera che attribuisce intenzioni, progetti, capacita di soffrire, come pure la possibilita di creare, agli altri uomini (e forse ai loro cani) ma non al flo d’erba, al batterio e neppure alla macchina e all’automa, non é giustificato da considera- zioni oggettive e scientifiche ma fondamentalmente da considerazioni pragmatiche ed etiche, relative a noi stessi e alle nostre relazioni con gli altri uomini e con la natura. Se noi cedessimo alla tentazione (che é una tentazione permanente) di estendere la conoscenza scientifica in una metafisica unificatrice, di utilizzare cioé la conoscenza scientifica come fondamento di una metafisica onnicomprensiva, potremmo essere condotti verso due atteggiamenti opposti. Potremmo riconoscere intenzioni e progetti ovunque ci appaiano dei significati funzionali, e quindi anche in un batterio o in un automa, e potremmo al contrario negare la loro tenza in qualunque luogo la si voglia negare, compresi gli altri esseri umani e compresi anche noi stessi, quando giochiamo al gioco di vederci dall’esterno, in maniera in certa misura “oggettiva”. Eviden- temente si tratta di due trappole in cui non dobbiamo cadere, due trappole che ci sono tese da un desiderio di unificazione e di grande sintesi, qualunque sia il prezzo che cid possa comportare. Da un 177 lato abbiamo la trappola spiritualista che vede dovunque intenzioni, dall’altro la trappols riduzionista in cui si é indotti a negarle. Per concludere, credo che cid che ci spinge a porre la barriera fra gli uomini e il resto del mondo, in maniera arbitraria, sia dato dall’esperienza immediata che noi abbiamo di un altro sistema esterno al nostro — sia questa l’esperienza di una pelle, di un corpo o di parole. E un’esperienza prescientifica o postscientifica. Ed @ dunque per una preoccupazione di ordine etico e comportamentale — e non gia di ordine scientifico e oggettivo — che noi collochiamo intenzioni, proget- ti, creativita, responsabilita e liberta all’interno di una pelle che circonda un corpo che scopriamo che in qualche misura ci assomiglia. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ATLAN, H. (1983), L’emergence du nouveau et du sens, in P. DuMOUCHEL e J.P. Durvy (a cura di), L’Auto-organisation. De la physique au politique, Colloque de Cerisy, Seuil, Paris. —, Two Instances of Self Organization in Probabilistic Automata Networks: Epigenesis of cellular Networks and “self’-generated criteria for pattern discri- mination, in DEMONGEOT, TCHUENTE e GoLEs (a cura di), Dynamics of Automa- 1a Networks and Applications, Academic Press, New York (in corso di stam- a). ATLAN, H., FOGELMAN-Souuié, F., SaLoMoN, J., WeisBucH, G. (1981), Random Boolean Networks, in “Cybernetics and Systems”, 12, pp. 103-121. FocELMAN-SOUuLit, F. (1983), Réseaux d’automats et morphogénese, in P. DuMou- cuet e J.P. Dupuy (a cura di), L’Auto-organisation... cit. Kaurmann, S. (1970), Behavior of randomly constructed genetic nets: binary element nets, in C.H. WADDINGTON (a cura di), Towards a Theoretical Biology, vol. 3, Edinburgh University Press, pp. 18-37. 178 L’esplorazione della complessita di Ilya Prigogine Oggi la complessita @ un termine che incontriamo in tutte le occasioni. Sembra dawvero che il problema della complessita sia al centro di moltissime Preoccupazioni. Recentemente sono apparse su “Le Monde” delle conversazioni con ricercatori impegnati nelle scienze fisiche e nelle scienze sociali. E curioso come in un gran numero di questi testi appaia proprio l'idea di complessita. Prima di parlare di complessita devo dunque precisare il punto di vista da cui affronteré il problema, e devo anche precisare perché il problema della complessita ¢ un problema fondamentale per me, che sono un fisico e un chimico. La fisica classica ricercava la semplicita e l'unita. Vorrei ricordare la bellissima frase citata da Umberto Eco ne I! nome della rosa: “unita nella diversita o diversita nell’unita”. La fisica classica cercava nita nella diversita e per far cid si basava su alcuni modelli quali quello del moto planetario (famoso problema che ha dato origine alla fisica classica), o quello del gas perfetto, che ha dato origine alla teoria cinetica con l’idea di caos molecolare. A causa del caos molecolare, il fatto che in un gas perfetto vi siano molte molecole non ha molta importanza: le leggi del gas perfetto rimangono notevolmente semplici. A partire da questi esempi relativamente sem- plici, e abbastanza trasparenti, la fisica classica ha seguito un itinera- rio straordinario, un’avventura intellettuale forse senza pari. Qual é la rappresentazione che stava sullo sfondo della fisica classica? Si tratta di uno schema determinista, almeno al livello macroscopico, e di uno schema reversibile, nel quale il futuro e il passato giocano il medesimo ruolo, almeno in linea di principio. Credo che il nostro momento storico sia caratterizzato da una comprensione assai chiara dei limiti di questo concetto. Vediamo come quelle idee e quelle rappresentazioni che ci provengono dal problema dei due corpi, o del gas perfetto, siano molto meno gencrali di quanto non si fosse pensato. Cosi basta passare dal problema dei due corpi al problema dei tre corpi per arrivare gia a una e di problemi di instabilita e di complessita dinamica che la fisic: ica 170 non aveva previsto, e che sono stati enucleati per la prima volta da Poincaré alla fine del secolo scorso. E, allo stesso modo, basta sottopor- re un gas o un liquido a un gradiente in dipendenza di vincoli esterni per assistere alla scomparsa del caos molecolare e all’apparizione di stati coerenti in cui un numero immenso di unita si trova a interagire eacostruire degli stati collettivi. Altrove ho trattato a lungo dell’esem- pio dell’instabilita di Bénard, in cui si scalda un liquido dal disotto, e ho potuto mostrare le magnifiche correnti e le grandi celle di convezione che si producono in seguito al non equilibrio. Il non equilibrio trasforma completamente le proprieta della materia: a causa del non equilibrio le particelle diventano “sensibili” ad altre molecole che si trovano a distanze macroscopiche. Mi piace dire, in certo qual modo, che nello stato di equilibrio la materia é “cieca” e che essa comincia a “vedere” nello stato di non equilibrio. E dato che le equazioni sono non lineari, lontano dall’equilibrio si manifesta una grande varieta di comportamenti che non trovano analogie nel caso della fisica dell’equilibrio. A grandi linee possiamo dire che negli ultimi decenni si sono avute grandi sorprese in quel campo della fisica che definirei come macroscopico, oltre alle grandi sorprese provenienti dal campo microscopico (subatomico) 0 cosmologico (I’u- niverso). E queste grandi sorprese sono date fra l’altro dallo sviluppo della fisica del non equilibrio, che oggi impegna centinaia di laborato- ri. Abbiamo cosi assistito a un notevole sviluppo della dinamica non lineare, e anch’essa ci ha fornito dei risultati inattesi. Quali sono questi risultati? Penso che il risultato pid inaspettato provenga dal ruolo costruttivo del non equilibrio. Lontano dall’equili- rio, si creano stati coerenti e strutture complesse che non potrebbero esistere in un mondo reversibile. Questo dipende da una proprieta fondamentale dei fenomeni dissipativi che i sistemi meccanici non posseggono: la stabilita asintotica. Stabilita asintotica pud essere un termine scientifico un po’ pesante, ma significa semplicemente che nei sistemi dissipativi esiste la possibilita di dimenticare le perturbazioni. Quando prendo un pendolo e lo lascio oscillare, finira per fermarsi in un punto a causa dell’attrito, e avra cosi dimenticato le perturbazioni. Se al contrario non si da I'attrito, allora il pendolo continuera a oscillare, e l’oscillazione dipendera dalle condizioni iniziali. Non appe- na si é in presenza di fenomeni irreversibili si possono dimenticare le condizioni iniziali. Questo é cid che accade quando corro: il mio cuore batte pit forte, ma quando ritorno in stato di quiete esso riprende il suo ritmo iniziale. E un fenomeno tipico in cui si possono dimenticare le condizioni iniziali. In questo caso siamo in presenza di un attrattore, che é lo stato di quiete: se io lo perturbo si ritorna ad esso, e questo @ cid che si chiama un attrattore puntuale. Una delle scoperte degli ultimi anni é che questo é un caso estremamente semplificato, e che esistono attrattori molto piu complessi. Nella figura 1a abbiamo un punto attrattore. Un esempio gia pit: complicato é il caso in cui l’attrattore é un ciclo e in cui si pud allora ottenere un movimento periodico (figura 1b). Esso sta alla base degli orologi chimici che attualmente vengono studiati dai miei collaborato- ri. Per molto tempo si pensava che gli attrattori fossero punti, superfi- ci, volumi, ma nel corso degli ultimi anni si é scoperto che gli attrattori 180 Figura la. - Due tipi di attrattori: attrattore puntiforme. possono essere dei punti, dei punti distribuiti in maniera pit. o meno densa (alla stregua dei numeri razionali nell’insieme dei numeri), degli insiemi di punti distribuiti in maniera densa ma non compatta. Gli attrattori che sono densi ma non compatti sono detti attrattori strani, e sono caratterizzati da proprieta estremamente particolari, quali un comportamento notevolmente caotico. Questi punti, inoltre, ossono essere distribuiti secondo insiemi che assomigliano a una linea, a una superficie a due dimensioni, o a un volume; ma non necessariamente tali insiemi devono avere dimensioni intere. Possono anzi essere disposti in maniera irregolare e possedere dimensioni che risultano intermedie fra quelle intere. Sono i cosiddetti frattali, oggi oggetto di uno studio matematico dettagliato. Anche se non posso entrare nello specifico, voglio insistere sull’importanza degli attrattori, siano essi dati da un punto attrattore, da una linea attrattrice o da vari insiemi di punti attrattori. L’esistenza degli attrattori consente infatti di comprendere un gran numero di fenomeni che non potevano essere compresi dalla fisica classica. Nel nostro universo vi sono delle cose che risultano molto pid stabili di quanto non si sarebbe potuto pensare. L’universo, ad esem- pio, ¢ composto soprattutto da particelle, e non da una mescolanza di particelle e di antiparticelle. Ma vi sono anche fenomeni molto pid instabili, e di questi fenomeni il clima é l’esempio classico. Si pud comprendere il clima ricorrendo agli attrattori. La questione é stata affrontata di recente, e si é arrivati alla conclusione che il clima (la variazione di temperatura sul lungo periodo) pud essere spiegato ricorrendo a un attrattore i cui punti si distribuiscono, a grandi linee, secondo una dimensione dell’ordine di 3. Perché é un risultato interessante? Perché ci consente di distinguere fra due tipi di fenome- ni. Il primo tipo é dato dai fenomeni aleatori del tipo della roulette. Se io gioco mille volte alla roulette, la volta successiva sono ancora dinanzi a una situazione nuova, e cosi é tutte le volte. Se invece siamo in presenza di un fenomeno di attrazione in un sistema dinamico, abbiamo delle correlazioni temporali anche se il fenomeno sembra aleatorio. E questo é proprio il caso del clima. Un altro problema 181 “andy Of919 :uoroayo Ip 1di3 anq - ql ery A ’ & z i 0 appassionante é dato del resto dalla possibilita di applicare queste idee al campo della neurofisiologia. Qui la variabile oggetto di studio é il potenziale elettrico registrato dall’elettroencefalogramma. Possia- mo allora chiederci di quale natura siano le fluttuazioni di tale potenziale. I primi risultati indicano che nella situazione di sonno profondo si @ in presenza di un esempio tipico di caos attrattore, e che questo attrattore corrisponde a una dimensione di 4,5 all’incirca. Nello stato di veglia, tuttavia, i fenomeni sono assai differenti, in virti del fatto che in questo stato, in qualche modo, incorporiamo di continuo nuovi dati nel nostro cervello. Questa differenza fra lo stato di veglia e lo stato di sonno sembra aprire delle prospettive estrema- mente interessanti per quanto riguarda l’applicazione delle descrizio- ni in termini di attrattori. In questi ultimi anni si é sviluppato tutto un vocabolario della complessita, con termini quali fluttuazione, stabilita, transizione di fase, che sono termini apparsi per la prima volta in un contesto biologico o anche in un contesto sociale. In un modo 0 nell’altro sono tutti termini che fanno riferimento al problema del tempo. Sappiamo che il tempo é stato uno dei problemi studiati sin dagli albori della civilta occidentale. E in particolare un problema fondamentale per Aristotele, il quale era giunto a una conclusione profonda. Il tempo si misura attraverso il moto, ma secondo la prospettiva di un prima e di un dopo. Il tempo si misura certo con |’orologio, con un movimento periodico qualunque, con uno spostamento, ma a tutte queste misure isogna aggiungere la prospettiva del prima e del dopo. E — si chiede Aristotele — chi fornira questa prospettiva del prima e del dopo? E forse l’anima a fornirla, o l’anima mundi, o una sorta di movimento d'insieme dell’universo? Sostanzialmente, perd, Aristotele non rispon- de a questa domanda, e la sua esitazione é segno che il tempo, pur legato alla natura dal moto, resta in qualche misura al di fuori della descrizione che la scienza pud dare dei moti. Questa analisi fu ripresa da Martin Heidegger, che concluse che i] tempo non pud essere oggetto della scienza, e che la scienza “occulta” |’essere. Curiosamente la conclusione di Heidegger converge con quella di Einstein: anche Einstein sostiene di non vedere in che modo la scienza possa dare un senso alla successione temporale del prima, del presente e del dopo, a quelle che sono le tre forme o le tre estasi del tempo. E questa é anche, pur per ragioni differenti, la conclusione a cui arriva Bergson. Oggi penso che possiamo rifiutare la tentazione di una separazione radicale fra scienza e tempo. Non esiste un tempo dei fisici che sia differente da un tempo dei filosofi. Siamo in grado di prospettarci una storia naturale del tempo. E questo perché i fenomeni irreversibili che sono alla base della costruzione delle strutture ci forniscono in maniera estremamente naturale quell’orizzonte del quale Aristotele andava alla ricerca. Quelle ragioni che Aristotele richiedeva sono da noi ora rinvenute nelle strutture che dipendono dall'irreversibilita. Liirreversibilita non pud pit essere rifiutata come apparenza e con cid stesso essa ci fornisce quella prospettiva che mancava a Einstein per poter affermare la realta del tempo in quanto successione del passato, del presente e del futuro. Ma possiamo spingerci oltre. Come ho appena detto, si pud concepi- 183 1600 -— nell’attrattore. Il disegno ha quindi un caratteristico aspetto “arieggiato”. Figura 2a. - Il sistema ritorna soltanto su di un numero limitato di traiettorie ‘nois Sep orzds oyap auvd visanb ouni anbunp .POSUIUUD, OSSA :a40}1DAIID Jap DUCT v1 DIIN aLsODLad DwaAISIS [J - ‘QZ BINBIY Wx 002 0094 — 0002 @+)%xX re una storia naturale del tempo. Nelle figure 2a e 2b vediamo attratto- ri di varia complessita, e la loro complessita pud dipendere segnata- mente da quelle dimensioni a cui mi sono riferito sopra, a proposito del clima e della neurofisiologia. Se studiamo i dati relativi al compor- tamento del sistema nervoso che sono in nostro possesso, si vede come passando da sistemi assai semplici (come quelli degli insetti) a sistemi complicati diventa sempre pitt complesso il tipo di periodicita, o di attivita temporale. Si sovrappongono in altri termini due tipi di evoluzione. Uno é paragonabile in certo qual modo alla maniera di operare dei computer, che passando da una generazione all’altra consentono di fare un numero sempre maggiore di calcoli nel medesi- mo tempo; l’altra é un’evoluzione qualitativa che fa si che cambi la complessita del tempo, per cui il tempo diventa sempre pitt autonomo. A grandi linee, all'interno del sistema biologico si sviluppa un tempo interno differente dal tempo astronomico, ed é in questo tempo che la vita si sviluppa. La migliore illustrazione di questo fatto consiste nel paragonare cinque minuti di un moto astronomico a cinque minuti di un’opera musicale in cui si possono avere momenti di rallentamento, momenti di accelerazione, momenti di rievocazione del passato, mo- menti di anticipazione. Possiamo dunque attenderci di trovare una storia naturale del tempo, che comincia con i fenomeni dissipativi elementari della fisica, e che continua attraverso le reazioni chimiche e attraverso la vita, a partire dalla quale la storia del tempo viene a raggiungere una certa continuita, che in realta esiste sin da quando si é prodotta la vita miliardi di anni fa e che prosegue poi con il corso dell’evoluzione biologica. N, +N, =N Figura 3. - Descrizione di una disposizione delle molecole di un gas divise fra due scatole. E proprio riguardo a una rappresentazione di tal genere che Boltzmann enuncio per calcolare l'entropia la formula S = k log P, in cui P misura il numero di complessioni che possono venir realizzate da una particolare disposizione. Fino a ora ho adottato un punto di vista descrittivo. Ho parlato del tempo, ho parlato dell’irreversibilita, ho parlato della sorpresa dei fenomeni irreversibili che danno luogo a varie strutture. Ora vorrei affrontare il problema in una maniera pit di fondo. Secondo questo punto di vista, qual é il cambiamento nelle nostre concezioni? Il 186 cambiamento sta nel fatto che l’irreversibilita non é pix un’illusione: Virreversibilita ha un ruolo costruttivo e non pud quindi essere pia ricondotta alla nostra ignoranza. La teoria classica dell’irreversibilita é basata sulla teoria di Boltzmann, secondo la quale I'irreversibilita — l'entropia ~ é legata alla probabilita. In una certa misura possiamo comprendere questa affermazione: una probabilita pud aumentare nel corso del tempo, come é il caso dell’entropia. Ma come si deve intendere questa nozione di probabilita? Il centro del dibattito sta proprio qui. Si deve intendere la probabilita come un effetto della nostra ignoranza, oppure come qualcosa che dipende da una modifica dei nostri concetti di spazio e di tempo? Sappiamo che un problema simile si é posto per quanto riguarda la meccanica quantistica. Ci riferiamo alla ben nota controversia sulle variabili nascoste. Come si é posta nella meccanica quantistica essa suonava pressappoco cosi: bisogna intendere il carattere probabilisti- co della meccanica quantistica come dipendente da una delocalizza- zione nello spazio e nel tempo, e quindi in definitiva dalla costante di Planck, oppure bisogna intenderlo quale risultato della nostra ignoranza? Recenti esperimenti hanno mostrato che non si possono introdurre le variabili nascoste, e che quindi bisogna rassegnarsi a considerare le proprieta della meccanica quantistica come un fenome- no fondamentale, che dipende dalla costante h di Planck. Nel nostro caso si pone lo stesso problema. Come si deve considera- re la probabilita? Come passare in maniera effettiva dalla descrizione determinista dell’universo secondo I’idea classica di traiettoria a una descrizione delocalizzata che sarebbe tale da far sorgere le probabili- ta? E proprio a questo punto che si colloca quel progresso di cui ho brevemente parlato all’inizio del mio intervento, il progresso fonda- mentale realizzato dalla dinamica. Si tratta davvero di un passaggio fondamentale da una descrizione determinista a una descrizione pro- babilista, e questo passaggio é possibile per sistemi dinamici di vario r s(t) p Figura 4.- Rappresentazione di un sistema dinamico sotto forma di una trasforma- zione S(t) nello spazio delle fasi. 187 genere. Che cos’é un sistema dinamico? Un sistema dinamico, fonda- mentalmente, é una trasformazione da un punto aun altro punto che si effettua in uno spazio detto lo spazio delle fasi (figura 4). In termini matematici la trasformazione é descritta da un gruppo. L’idea di gruppo é una nozione matematica fondamentale della ci inamica tradi- zionale, sia classica che quantistica, ed equivale a dire che la trasfor- mazione su di un tempo t aggiunta alla trasformazione su di un tempo S @ uguale a una trasformazione su di un tempo t + S, sia nel caso in cui t é positivo che in quello in cui t é negativo. La descrizione probabilista é invece completamente differente. La sua domanda di fondo é: se ho in questo momento un punto, qual é la probabilita di trovare in un momento successivo un punto in un determinato ambito? E evidente che nel caso della teoria dinamica le probabilita sareb- bero 1 (se ci si trovasse sulla traiettoria adatta) oppure 0 (nel caso in cui l’ambito in questione fosse al di fuori della traiettoria). E quindi dal punto di vista dinamico |'idea di probabilita sembra suggerire il fatto che non siamo a conoscenza della traiettoria, altrimenti avrem- mo soltanto probabilita 1 o probabilita 0. Comprendere il passaggio da una teoria determinista a una teoria probabilista significa dunque comprendere come nella dinamica si possono introdurre delle proba- bilita che sono differenti da 0 e da 1 La teoria probabilista conduce a nuove strutture matematiche: invece dei gruppi, che sono caratteristici della dinamica, siamo ora in presenza della nozione di semigruppo la cui differenza rispetto a quella di gruppo consiste nel fatto che in essa il futuro e il passato svolgono ruoli differenti. Il passaggio dalla descrizione dinamica alla (5a) Wy Wo Figura 5. - (5a). Transizione determinista: partendo da w, il sistema ha probabilita 1 di arrivare in w,. (5b). Transizione probabilista a partire dallo stato ws. descrizione probabilista si effettua, a grandi linee, attraverso il passag- gio da una descrizione in termini di traiettorie a una descrizione in termini di dominio. Nella teoria probabilista si studia l’evoluzione di regioni dello spazio-tempo, mentre nella teoria dinamica si studia una traiettoria, punto dopo punto. Il problema diventa allora quello dei motivi per cui si deve usare — e dei casi in cui si deve usare — una descrizione non locale, cioé una 188 descrizione in cui si parla di regioni e non di punti. A proposito di questo problema possiamo allora fare riferimento alla recente scoper- ta che ci ha fatto comprendere come la maggior parte dei sistemi dinamici siano instabili. In un sistema planetario, che é stabile, due pianeti vicini avranno traiettorie vicine. Ma nel caso di un sistema instabile due pianeti, per quanto vicini possano essere situati, si separeranno nel corso del tempo, anzi, si separeranno in forma espo- nenziale, secondo una scala di tempi misurata dagli esponenti di Liapunov. In un sistema instabile tutti i punti si separeranno nel corso del tempo in due punti, che saranno anzi situati in due regioni differenti. A sua volta ogni regione si dividera e quindi pud darsi nuovamente il caso che due punti, per quanto vicini ora siano, si allontaneranno verso regioni differenti. E la nozione di instabilita a essere fondamentale. Nel momento in cui parlo di instabilita perde senso la nozione di traiettoria, perché non posso conoscere la condizio- ne iniziale con una precisione infinita. Quello di cui posso parlare sono soltanto le regioni che si estendono e si dividono nel corso del tempo. Linstabilita @ quindi il risultato realmente nuovo della dinamica contemporanea. E questa instabilita conduce a nuove proprieta. Sia- mo oggi in presenza di nuovi concetti che dipendono dalla struttura a regioni e che sostituiscono i concetti puntiformi della dinamica classica tradizionale. Uno dei concetti pit importanti é la nozione di tempo interno. Parliamone in maniera qualitativa. Quando pongo una goccia di inchiostro in un bicchiere posso risalire all’istante in cui ho versato la goccia grazie alla forma presa dalla goccia, alla sua topolo- gia. E guardando la struttura geometrica che posso dunque dare un senso al tempo interno che misura il periodo trascorso dal momento in cui ho messo la goccia nell’acqua. Il tempo interno é un tempo estremamente differente dal tempo dell’orologio, ¢ un tempo globale, un tempo che non si riferisce a un punto bensi alla struttura geometri- ca dell’inchiostro nel bicchiere d’acqua. E un po’ come il problema che avrei se volessi guardare una persona e indovinarne I'eta. L’eta non é una proprieta che dipende dai capelli, dallo sguardo o dalla pelle: é una proprieta globale dell’essere nel suo insieme. La visione classica é invece una visione per punti. Ma quando conosco una regione non conosco il punto, e quando conosco il punto non so a quale regione appartiene. Si da in fondo una complementarita fra le due descrizioni. Una volta in possesso del tempo interno si pud introdurre l'entropia quale funzione del tempo interno, e si pud dimostrare che l’entropia variera nel corso del tempo fino a raggiungere il valore massimo in un sistema chiuso, isolato (e cid in conformita con il celebre secondo principio della termodinamica). Sono allora in grado di decifrare il messaggio del secondo principio della termodinamica. Solitamente si dice che il messaggio del secondo principio é la degradazione. In questo caso esso costituisce il secondo concetto classico di tempo: il primo concetto é il tempo della meccanica, il tempo illusione di Einstein, mentre il secondo concetto é appunto quello associato alla termodinamica classica, il tempo della degradazione. L’universo retto dal secondo principio é un universo destinato a scomparire per esauri- mento delle risorse, un po’ come una miniera di carbone che deve 189 chiudere quando il carbone viene a mancare. Invece il messaggio del secondo principio cos} come risulta da cid che ho detto in precedenza é completamente diverso: ci dice che viviamo in un mondo instabile. Soltanto per i sistemi instabili, infatti, posso definire il tempo interno e l’entropia. Viviamo dunque in un mondo in cui possono apparire nuove strutture, in cui possono aver luogo delle trasformazioni. Se il mondo fosse stabile si ritornerebbe sempre alla medesima situazione. Contrariamente all’idea di decadenza, |’entropia afferma dunque so- prattutto l’esistenza di un’instabilita di fondo dei sistemi dinamici che ci circondano. In altri termini, il mondo che ci circonda non é per niente simboliz- zato dal moto dei pianeti, stabile e ripetitivo. Il suo simbolo sono piuttosto le instabilita dei sistemi che possono passare da una struttu- ra all’altra proprio per il fatto che sono instabili. Il secondo principio afferma la realta della storia. Prima dell’avvento del secondo princi- pio, la meccanica, come ha scritto Popper, affermava che la storia era un’illusione, e che in definitiva tale era anche la storia umana. Se si accetta la tesi secondo cui il tempo é un’illusione si pud arrivare a dire che anche Hiroshima é stata un’illusione... E in verita penso, insieme a Popper, che la grande differenza fra realismo e idealismo sia data proprio dalla posizione che si assume nei riguardi del tempo. Vediamo ora in qual modo le ricerche condotte di recente sulla dinamica dei sistemi ci consentano di affermare la realta di quelle polarizzazioni temporali che, come ho detto sopra, conducono alla differenziazione e alla formazione di strutture che risultano differenti dall’ambiente che le circonda. Possiamo spingerci a dire che la concezione termodinamica ci consente di affrontare di nuovo, ma in maniera completamente diffe- rente, uno dei problemi fondamentali di cui la filosofia occidentale si & sempre occupata, e precisamente quello del rapporto fra l’essere e il divenire. Nella concezione determinista della dinamica la differenza fra passato, presente e futuro non ha nessun significato fondamentale. Nel momento in cui conosco il presente posso calcolare effettivamente anche il futuro, almeno in linea di principio, allo stesso modo in cui posso calcolare il passato. E inoltre il presente non é nient’altro che un punto che separa il passato e il futuro. In realta il fatto che sia o non sia un punto non ha molta importanza, perché in ogni caso né nell’essere né nel divenire si trovano elementi temporali. E nella fisica classica la materia @ simmetrica rispetto al passato e al futuro, e le leggi della fisica — che obbediscono ai gruppi di cui ho parlato sopra — conservano questa simmetria della materia attraverso il tempo. Oggi si viene a delineare una seconda relazione fra tempo e diveni- re, ed é la concezione della termodinamica ma intesa in un senso nuovo. La materia ha una freccia del tempo. E caratterizzata da una rottura di simmetria, e questa rottura di simmetria — che é cid che fa la differenza fra passato e futuro — viene propagata da leggi caratteriz- zate anch’esse da una rottura di simmetria. Un esempio di leggi di questo tipo é dato evidentemente dal secondo principio della termodi- namica, che pone una differenza fondamentale fra il passato che esiste e il futuro che non esiste. Penso che, se dal punto di vista logico sono egualmente concepibili le due possibilita - quella di un universo 190 simmetrico propagato da leggi simmetriche e di un universo caratte- rizzato dalla rottura di simmetria propagato da leggi caratterizzate dalla rottura di simmetria — dal punto di vista degli effetti che si mostrano in natura non si dia possibilita di esitazione. Viviamo in un universo caratterizzato dalla rottura di simmetria, e con cid stesso la fisica e la chimica vengono quasi ad assumere una dimensione biologica. In biologia, a partire dal XIX secolo, tutti parlavano di evoluzione mentre la fisica parlava di eternita e di immobilita. Con i recenti sviluppi la fisica assume invece degli aspetti che dal punto di vista storico venivano considerati aspetti biologici. Nella fisica classica — 0 anche nelle concezioni classiche della scienza sostenute da un Monod — la vita si trovava al margine della fisica e della chimica, poiché si trovava a obbedire a leggi che non facevano parte della fisica fondamentale. Dal punto di vista della scienza contemporanea qui esposto, le leggi della biologia, e anche quelle delle societa umane, esprimono invece il contenuto di leggi che vanno oltre lo stretto ambito della biologia e delle societa umane, anche se indubbiamente le esprimono in una maniera piu diretta e rispetto a scale temporali piu ristrette. | In un volume come questo che é dedicato al problema della com- plessita nei suoi differenti aspetti, ¢ interessante sottolineare come questi risultati consentano di intendere l’attivita umana in una manie- ra differente. La domanda in gioco é: l’attivita umana é razionale nel senso che consente di enunciare principi predittivi? L’attivita umana é forse un’attivita che tende a massimizzare qualcosa? Nella concezione probabilista, che corrisponde a cid che nella teoria classica sarebbe dovuto a un’informazione incompleta, viene evidentemente a mutare anche la nozione di razionalita. Questa é una razionalita limitata, una razionalita nella quale non possiamo metterci mai all’esterno del sistema che descriviamo. E tale limitazione della razionalita corri- sponde d’altronde proprio a cid che altri, come Herbert Simon, hanno ottenuto relativamente a differenti contesti. Penso perd che la teoria qui presentata, la teoria degli attrattori, potra spingersi oltre e proporre delle decisioni in maniera sperimenta- le, relativamente a una questione come quella della razionalita della storia. Esiste una razionalita della storia? E in realta come conosciamo la storia? La storia é data dalle serie temporali delle temperature, dai dati sui prezzi, dai dati su oggetti che siamo in grado di quantificare. Rispetto a questa lettura del passato vi sono state due rivoluzioni. La prima é data dalle modalita di datazione, attraverso gli isotopi. E per quanto riguarda la seconda penso che sia proprio la teoria degli attrattori che ci consentira di analizzare i dati dell’economia senza un modello preliminare, un po’ come fa nel caso del clima o della neurofisiologia. Vedremo allora se nel comportamento economico complesso vi sia un tipo di razionalita che tende alla massimizzazione di un fattore. Alcuni anni fa la mia amica Isabelle Stengers ed io abbiamo scritto un libro intitolato La nuova alleanza. Questo titolo — la nuova alleanza — poteva essere letto in molte maniere. Una era l’alleanza fra le due culture, era il fatto che il tempo non opponeva pit: le scienze 191 fisiche alle scienze biologiche e umane. Ma penso che oggi si possa andare oltre questa affermazione, e che si possa concepire un progetto che consenta di procedere lungo la prospettiva di un pit stretto legame fra le due culture. Sono sempre stato colpito dalla lacerazione del concetto dell’essere presente nel pensiero occidentale. E una lacerazio- ne espressa assai bene da Jean Wahl quando scrive: “Giungeremo cosi a dire che vi é una sensazione dell’essere, o piuttosto che ce ne sono due. Una é la sensazione dell’essere in quanto separato da tutte le cose, un’altra é la sensazione dell’essere in quanto unificatore di tutte le cose.” “L’essere,” scrive ancora Jean Wahl, “pud essere espresso soltanto attraverso delle antitesi, e del resto in maniera incompleta.” Si tratta davvero della descrizione di duemilacinquecento anni di filosofia. L’essere in quanto separato dal resto delle cose @ espresso mirabilmente dall’ontologia cartesiana: penso, dunque sono. Il pensie- ro pud essere ricondotto all’esistenza, a un’esistenza individuale. L’al- tra sensazione, quella di appartenenza, é espressa in maniera assai forte nella filosofia induista. Sono sempre stato colpito dal fatto che uno dei fisici che pi ammiro, Schroedinger, ha voluto esprimere le sue idee sulla struttura dell’universo (e penso che chiunque viva in questo universo non possa fare a meno di pensare a questo problema cosmologico) scrivendo un libro dedicato ai Vedanta. Ora, in definitiva, i due concetti di isolamento e di appartenenza mi sembrano molto incompleti, estremamente insufficienti per carat- terizzare il mondo in cui viviamo. Evidentemente é necessario per noi tutti appartenere allo stesso mondo. Senza questo requisito non tremmo comunicare, e saremmo estranei l'un I’altro. Mi sembra che lo sviluppo della fisica contemporanea ci possa fornire uno strumento naturale per esprimere il duplice aspetto dell’autonomia e dell’appar- tenenza, che incerta misura spetta a noi di interpretare. Ho detto come Virreversibilita sia differenziazione, e come il mondo dell’irreversibile conduca alla formazione di strutture che sono differenti dal mondo che le circonda, cosi come una citta é differente dal paesaggio e dalla campagna che la circondano. La polarizzazione dell'universo, l'esistenza di una freccia del tempo di fondo, é un elemento coesivo, poiché tutti quanti apparteniamo all’universo in evoluzione, all’uni- verso polarizzato, all’universo caratterizzato da una rottura di simme- tria. E, insieme, questa appartenenza a un universo caratterizzato dalla rottura di simmetrie conduce a una differenziazione, che abbia- mo visto si manifesta attraverso l’autonomia del tempo, attraverso il fatto che nel corso dell’evoluzione cosmica —con le tappe del passaggio dalle strutture dissipative alla vita, e quindi all’evoluzione biologica — si assiste alla creazione di un tempo sempre pit autonomo grazie all’iscrizione dell'irreversibilita nella materia (come nel caso del DNA). Quando siamo in presenza di un fiocco di neve, possiamo guardarlo e intuire le condizioni di irreversibilita che gli hanno dato origine; allo stesso modo le biomolecole sono il veicolo di un messaggio di irreversibilita iscritto nella materia. Anche in questo caso troviamo un universo che non é molto diffe- rente dall’universo che vediamo in scala umana. Tutti sappiamo come la scultura sia l’iscrizione del tempo nella materia. Si considerino le stele dei Maya, o la stele di Hammurabi, oppure ancora le prime 192