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Quella volta con Chet…

Non capita spesso di trovarsi fianco a fianco con un artista di fama mondiale, un’autentica
icona del Jazz. Ed è ancora più raro, se non addirittura impossibile, che essendoti trovato non te ne
renda conto vuoi per manifesta ignoranza del variegato mondo dell’improvvisazione musicale e dei
suoi più autorevoli esponenti, vuoi per un astigmatismo accentuato o un qualsiasi difetto di
percezione che ti impedisce di riconoscere l’artista, vuoi per la giovane età e lo studio del
violoncello che all’epoca impegnava la quasi totalità del mio tempo e mi avvicinava più al
virtuosismo elegante e misurato di Andrè Navarra che al cool jazz o al bebop di Dizzie Gillespie &
company.
Delle tre l’ultima, nonostante un astigmatismo galoppante che procede tuttora inesorabile,
quasi più veloce dell’inflazione degli ultimi anni (!), e mi costringe all’uso perpetuo di odiosissime
lenti a contatto.
L’estate dell’85 l’avevo trascorsa suonando con la banda del paese per le piazze del
Meridione e a settembre ero pronto per il rientro a scuola. Una riunione convocata d’urgenza dalla
dirigenza della banda ci informò tutti della presenza a Montescaglioso di tal Chet Baker,
trombettista jazz che tra un festival e una tournèe aveva deciso di ricaricare le pile proprio dalle
nostre parti ospite di un suo allievo nostro compaesano, Mario Andriulli.
Credo che nessuno tra noi avesse mai udito quel nome prima, e l’idea di realizzare un
concerto in suo onore con relative prove, e perdipiù gratis, non è che mi entusiasmasse molto,
soprattutto per il gratis che in banda, e fino a quel periodo, era una parola ricorrente, perlomeno alle
mie orecchie.
Ad ogni modo la cosa si doveva fare e si fece. Il primo giorno di prove fu memorabile: sin
dall’arrivo in Abbazia, luogo deputato ad ospitarci e a far da madrina all’insolito incontro tra il
profano suono della tradizione bandistica e il sacro suono del jazz, notai con stupore un
impressionante numero di persone, provenienti da ogni dove, che attendevano l’arrivo di Chet per
intervistarlo, per rubargli un autografo o per farsi immortalare in uno scatto da incorniciare ed
esibire in salotto.
Lui non arrivò prima che il Maestro avesse decretato il “rompete le fila”. Non avevo idea di
come fosse ma lo immaginavo grasso, di colore, vestito elegante con papillon – com’è nella
tradizione dei jazzisti afroamericani -, e dall’atteggiamento altezzoso e distaccato.
Quando entrò nella Sala degli affreschi pensai che fosse uno dello staff, invece era proprio
lui. Vestiva Jeans e maglione di lana d’annata (a settembre!) su t-shirt bianca.
Portava degli strani occhiali da vista stile Kevin Costner in JFK, era magrissimo, il volto
segnato con le guance scavate, le rughe precocemente scolpite attorno agli occhi e sulla fronte, ed
era soprattutto bianco. Poteva avere 54-55 anni ma ne dimostrava almeno 70.
Scoprii dopo che quell’essere filiforme e precocemente invecchiato aveva la sua causa
nell’uso quotidiano di eroina, la stessa che aveva ucciso a soli 34 anni il grande sassofonista nero
Charlie "Bird" Parker, ma che affliggeva decine e decine di jazzmen in una folle corsa collettiva
all'autodistruzione, e tra questi Chet, ridotto ad una larva tenuta in vita soltanto dal filo sottile della
musica.
Il secondo giorno di prove stranamente giunse in anticipo, seguito, oltre che da Mario, dalla
sua ultima compagna Diana Vavre, sassofonista jazz anche lei.
La sala era ancora vuota e per un attimo mi trovai solo con lui, io intento a sistemar sedie e
leggii per l’imminente inizio e Chet che, anziché dedicarsi al suo strumento, si avvia verso la
batteria e, bacchette in pugno, prova ad accennare alcuni standard ritmici.
Conscio del rimprovero che mi sarebbe arrivato da Giuseppe Santarcangelo, suonatore di
tamburo in banda nonchè batterista per l’occasione, per aver permesso ad altri di oltraggiare le sue
percussioni, istintivamente gli dissi di smettere e lui senza batter ciglio ripose le bacchette e,
sorridendomi, con un semplice “sorry” se ne ritornò al suo posto. Il suo posto, manco a dirlo, era
proprio a fianco al mio, davanti al leggio del Maestro.
Per tutto il tempo se ne stava lì seduto e tranquillo e di tanto in tanto mi chiedeva di
procurargli della Coca……..Cola da bere chiaramente, cosa che puntualmente facevo. Non credo
che il suo corpo, già fortemente provato, tollerasse l’acqua. Si nutriva di sole bollicine.
Nonostante la mia giovane età, la musica mi si era presentata che ero piccolissimo: avevo
iniziato a 6 anni con il clarinetto per poi passare al pianoforte ed infine al violoncello. Avevo
ascoltato già diverse cose ma non mi era mai successo di emozionarmi al suono di una tromba così
come avvenne in quei giorni.
Durante le prove non l’ho mai visto alzarsi dalla sedia, quando iniziava con il suo Solo
assumeva una posizione fetale come a volersi proteggere, a tentar di nascondere lo strumento.
Lo vedevi tutto rannicchiato, con le gambe accavallate e il busto proteso in avanti con la
testa in giù.
Una posizione scomodissima per chiunque, figurarsi per uno che doveva controllare bene il
respiro e dosare con cura ogni soffiata, eppure riusciva a mantenere una frase per molto tempo
prima di riossigenare i polmoni.
E poi il suono. Velluto pregiato su cui disegnava dapprima un accenno di melodia per poi
iniziare a librare tutto il suo talento di improvvisatore puro senza mai forzare, senza mai eccedere,
controllando ogni singola nota senza mai appesantire il fraseggio, senza mai imbrattare la tela
pentagrammata di sonorità forti, di piroette capaci sì di stupire ma non di emozionare come faceva
lui.
La sua era musica sublime e sublime diveniva ogni singolo frammento di Summertime e di
My Funny Valentine suonati nel II chiostro abbaziale quella sera di settembre dell’85, tra il silenzio
di migliaia di persone.
Menzione a parte merita il suo guardaroba a dir poco “essenziale”. Indossò sempre le stesse
cose, concerto incluso, e il particolare che mi stupì maggiormente fu rivederlo qualche giorno dopo
in Tv a Umbria Jazz in un concerto-evento con lui ospite d’onore che si proponeva al grande
pubblico con jeans, maglione e t-shirt esibiti dalle nostre parti.
Forse per questo avrò scelto di continuare con la Classica sperando un giorno di concedermi
perlomeno un ricambio d’abito.
A distanza di quasi vent’anni da quell’incontro mi è rimasto il rimpianto di non aver
approfittato delle ore trascorse al suo fianco per fargli qualche domanda e chiedergli perché lui,
figlio di un musicista fallito e di un'impiegata dell'Oklahoma, nato nel '29, divenuto famoso per il
suo sound melodico e lirico, lontano dai virtuosismi del bepop, insomma, un musicista sui generis,
privo di cultura musicale (non sapeva leggere il pentagramma) ma capace di chiedere allo strumento
- ma anche alla voce - suoni reconditi e struggenti nonostante la perdita di un incisivo, dente
fondamentale per l'emissione sonora dei fiati, perchè aveva preferito l’eroina alla musica.
Perché aveva deciso di concludere la sua esistenza nell’ abbandono e nella solitudine
lasciandosi cadere sul selciato da una finestra d’albergo di Amsterdam la notte del 13 maggio
dell’88.
Non c’è possibilità di saperlo, mi rimane la certezza di averlo visto sorridente e tranquillo,
disponibile con tutti e rasserenato dal calore offertogli in quel soggiorno montese che sicuramente
l’avrà accompagnato nel prosieguo, seppur breve, di un’esistenza travagliata, fatta di eccessi e
segnata dall’abuso di droghe ed alcol.
L’amore per la Musica non gli è bastato a colmare il vuoto di affetti e di sincera
considerazione, vera linfa vitale, di cui lui, come ogni mortale, reclamava il bisogno.

Salvatore Ditaranto