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A.

TRAINA

LO STILE “DRAMMATICO
DEL FILOSOFO SENECA
È l”unica monografia specifica sullo stile se-
necano, che nel suo paradigma anticlassico e
anticiceroniano fu uno dei grandi archetipi
della letteratura europea. L°Autore ne vede la
«drammaticità» nella tensione fra il linguag-
gio dell”interiorità (di cui Seneca fu il creatore
in latino) e il linguaggio della predicazione (tut-
to teso a inculcare le lezioni della saggezza),
risalendo dallo stile all”uomo. La minuta di-
scussione aggiunge, oltre ai soliti aggiorna-
menti, un saggio sui problematici rapporti tra
Seneca e S. Agostino.
Questa Collana, diretta da Alfonso Traina, Professore Emerito di
Letteratura Latina presso l'Università di Bologna, dagli anni ”60
oflre agili e rigorosi strumenti essenziali sia all'insegnamento
universitario, sia alla ricerca scientifica in tutti i campi del latino.
Opere originali si alternano con traduzioni, curate da specialisti
e sempre introdotte, rivedute e aggiornate. Il successo della
Collana (pertinente a varie discipline come la Linguistica, la
Filologia e la Storia letteraria) è attestato dalle numerose riedizioni,
il cui costante aggiornamento la tiene al passo col progresso
scientiƒico.

ISBN 978-88-Sì-1217-6

9 788855 512176 € 18,00


TESTI E MANUALI PER UINSEGNAMENTO
UNIVERSITARIO DEL LATINO

Collana diretta da ALFONSO TRAINA

11.
ALFONSO TRAINA

LO STILE “DRAMMATICO
DEL FILOSOFO SENECA

Quarta edizione aggiornata


Terza ristampa corretta

PATRON EDITORE
BOLQGNA
Copyright © 2011 by Pàtron editore
Via Badini 12, 40057 Quarto Inferiore - Bologna

I diritti di traduzione e di adattamento, totale o parziale, con qualsiasi mezzo


sono riservati per tutti i Paesi. È inoltre vietata la riproduzione, anche parzia-
le, compresa la fotocopia, anche ad uso intemo o didattico, non autorizzata.

Prima edizione 1974


Seconda edizione 1978
Terza edizione 1984
Quarta edizione 1987
Seconda ristampa corretta 1995
Terza ristampa corretta 2011

Ristampa
8 7 6 5 4 2015 2014 2013 2012 2011

PATRON EDITORE _ via Badini, 12


40057 Quarto Inferiore (BO)
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Il catalogo generale è visibile nel nostro sito web. Sono possibili ricerche
per: autore, titolo, materia e collana. Per ogni volume è presente il som-
mario e per le novità la copertina dell`opera e una sua breve descrizione.
Stampa: LI.PE. Litografia Persicetana, San Giovanni in Persiceto, Bologna
per conto della Pàtron editore.
INDICE

Prefazione alla 1 edizione pag


Prefazione alla II edizione ..... ._ . ”
Prefazione alla III edizione .... ”
Prefazione alla IV edizione .......................................... ._ ”
H
Nota alla II ristampa .................................................... ..
I. Il linguaggio dell'interiorità .............................. .. ” \OOO\ILJl!.O'-

II. Il linguaggio della predicazione ......................... .. ” 25


Documentazione ................................................ .. Q!
43
Riferimenti bibliografici ....................................... .. '' 131
Appendice I: Due note al De breuitate uítae (1 ,l e 18,5). " 159
Appendice II: Seneca e Agostino. (Un problema aperto) '' 171
Addenda .......................................................... .. ” 193
Indice analitico .................................................. .. '' 217
Indice dei termini greci ......................................... .. ” 235
PREFAZIONE ALLA I EDIZIONE

II saggio e l'uomo di perfetta virtù: come


posso osare di annoverarmí tra loro? Si
può dire semplicemente di me che cerco
insaziabilmente di diventare tale e che in-
segno agli altri senza stancarmi.
CONFUCIO

Anche questo e` un appuntamento a cui giungo in ritardo.


Pubblicando la mia prolusione (in quel tempo si facevano)
sullo stile di Seneca (“Belfagor" 19, 1964, 625-643), mi ripro-
mettevo di rielaborarla presto in un saggio corredato delle
dovute garanzie filologiche. Non ê stato così, ma non ho mai
cessato, pur fra altri interessi, di occuparmi di Seneca. Oggi
non mi sento di rifondere completamente quel lavoro, per va-
rie ragioni _a parte quella, tutta personale. di un gradito
ricordo. Molti, in Italia, se ne sono serviti; molti, all'estero,
lo hanno ignorato, pur toccando i medesimi temi (penso in
particolare al linguaggio dell interiorità). Ma il motivo princi-
pale ê che il suo taglio lo destina anche ai non addetti ai
lavori. cui dovrebbe interessare lo stile senecano come uno
degli archetipi della civiltà letteraria europea. Ho operato ta-
gli. aggiunte e ritocchi là dove ulteriori indagini mi hanno
fatto cambiare opinione; non ho potuto invece togliere quella
tensione formale-mimesi senecana? -che l'articolo deve
alle sue origini accademiche e che preghiamo il lettore di per-
2 PREFAZIONE

donare. Gli oflriamo in compenso una Documentazione che


accompagna passo passo il testo integrandolo col materiale
antico e modemo, che allora dovemmo sacrificare e oggi ab-
biamo completato e aggiornato. In Appendice si ristampano
Due note sul “De breuitate uitae", che riprendono in ambito
pià circoscritto qualche spunto del saggio.
"Tutte le strade, che portino a separare in Seneca lo stili-
sta dal pedagogo. il pedagogo dal filosofo, il filosofo dal poli-
tico. sono necessariamente unilaterali e false". Ripetiamo con
umiltà questo giudizio del Dahlmann. Ma, a prescindere dai
limiti della nostra competenza, dubitiamo della validità di
uno strumento critico che non sia specializzato. Restringere
la propria ottica a una particolare angolazione ci sembra
necessità di ogni critica che non presuma di identificare il
suo orizzonte con quello dell 'opera considerata. L'importante
è non dimenticarlo. Noi abbiamo scelto I'angolazione dello
stile. persuasi che ogni grande lezione di stile è anche una le-
zione di vita.

Bologna, settembre 1973


PREFAZIONE ALLA Il EDIZIONE

Aaßoüoa... -raúraç (sc. êmo-rolág), ånígxou


ouvaxãzç xai dia rravrbç, xaì ötpu aù-rG›v
'rñv íoxùv xaì -rñg iarocíaç naígav /lñipn noÀ-
Àiyv xaì tÛ¢êÀuav.
JOHANN. CHRYS. Ep. PG Lll 617

Seneca torna in auge: in questi ultimi anni gli studi seneca-


ni hanno avuto un impetuoso sviluppo. Perciò, e per il jatto
che ho continuato ad occuparmene, la compilazione degli Ad-
denda la cui rimandano gli asterischi in marginel' è stata par-
ticolarmente laboriosa. Non solo ho setacciato la nuova biblio-
grafia e integrato la vecchia, ma ho aggiunto testi senecani e a-
gostiniani, riproducendo in Appendice sul problematico rap-
porto fra Seneca e Agostino un saggio che, scritto nel 1975, at-
tende di essere stampato negli Studi in memoria di M. Bar-
chiesi 2.
Sono grato ai recensori sia dei consensi, sia delle critiche
che mi hanno stimolato a riflettere e a correggere. Ma non si
può chiedere a un libro sullo stile di Seneca di essere un libro
sul pensiero di Seneca - non più che l'inverso, naturalmente.
Gli si deve chiedere di cogliere l'uomo che e` dietro lo scrittore
e ilfilosofo. Se, nonostante le sue manchevolezze, questo libro
ci è riuscito, come e` sembrato a qualche recensore, non mi
pento di averlo scntto. Bologna, novembre 1977

' La citazione del solo autore negli /lddenda rimanda ai Riferimenti bi-
bliografici.
2 (Roma 1977, 751-767). Vi ho apportato qualche aggiornamento e ritoc-
co per armonizzarlo col volume.
PREFAZIONE ALLA III EDIZIONE

Non ho fatto uno spoglio sistematico della bibliografia se-


necana dal I 977 ad oggi, ma ho tenuto conto di tutti i lavori
pertinenti di cui ho avuto notizia (sullo stile, del resto, non si ê
lavorato molto). Rari sono stati gli interventi sul testo: qualche
aggiunta, qualche soppressione; gli aggiomamenti sono stati
incorporati negli Addenda e fusi con quelli della II edizione.
L 'Indice analitico è stato integrato coi nomi nuovi.

Bologna, marzo 1984


PREFAZIONE ALLA IV EDIZIONE
Senecam ac Platonem tibi facito familiares; hi
si crebro tecum confabulentur, animum
tuum non sinent iacere.
ERASMO

«È nota l'ampiezza assunta, in Seneca, dal tema


dell 'applicazione a se stessi; ed è per consacrarvisi che bisogna,
x
secondo lui, rinunciare alle altre occupazioni: ci si potrà cosi
rendere liberi per se stessi (sibi vacare). Ma questa vacatio assu-
me la forma di un 'intensa attività che esige la maggiore solleci-
tudine e 1 'impegno di tutte le proprie forze per “farsi da sé”,
“trasformarsi”, “tornare a se stessi”. Se formare, sibi vindica-
re, se facere, se ad studia revocare, sibi applicare, suum fieri, in
se recedere, ad se recurrere, secum morari, Seneca dispone di
tutto un vocabolario per indicare le diverse forme che devono
assumere la cura di sé e la sollecitudine con la quale si cerca di
avvicinarsi a se stessi (ad se properare)››. Questa pagina di M.
Foucault (Le souci de sois, Paris 1984, trad. ital., La cura di sé,
Milano 1985, 49 s.) è un 'autorevole e imprevísta conferma di
quanto scrivevo, già nel 1964, sul linguaggio senecano
dell 'interiorità D'altra parte il linguaggio della predicazione,
grazie alla teoria jakobsoniana delle funzioni linguistiche, può
oggi, con più precisione, riformularsi come un linguaggio dove
la funzione poetica (fondata sul principio della ripetizione) è
subordinata alla funzione conativa (A. Traina, Introduzione a
Seneca, Le consolazioni, Milano 1987', § II). Inoltre sostanzio-
si contributi alle idee di Seneca sullo stile e alla sua tecnica di
“traduttore” sono venuti da A. Setaioli. Perciò ho preferito, a
una semplice ristampa, una riedizione settorialmente aggiorna-
ta: 1'u1tima.

Bologna, novembre 1986.


NOTA ALLA II RISTAMPA

Tenendo fede a quanto scrivevo nella Prefazione alla quarta


edizione, rinunzio ad approntarne una quinta. Seneca è di moda -
anche troppo: e la mole degli studi senecani è tale da compromettere
l'equilibrio fra la stesura originaria e gli aggiornamenti. Perciò mi
sono limitato a poche correzioni e ritocchi. Ma non vorrei tacere
di alcuni lavori che mi sembrano emergere in questi nove anni
(sempre relativamente all'ottica del libro), in primo luogo il ben
documentato e ben ragionato volume di Mireille Armisen-Marchetti,
Sapientiae facies. Étude sur les images de Sénèque, Paris 1989. A.
Setaioli, come avevo preannunziato a p. 209, ha raccolto i suoi studi
in un volume di questa stessa Collana, Seneca e i Greci. Citazioni
e traduzioni nelle opere filosofiche, Bologna 1988,' e cosi P. Grimal
ha raccolto molti _ non tutti, purtroppo _ dei suoi in Rome. La
littérature et l'histoire, Rome I986, I, cui si aggiunga la comunica-
zione su Le vocabulaire de l'intériorité dans l°oeuvre philosophique
de Sénèque (indagine lessicale su “l'anima e le sue funzioni”, solo
tangente alla tematica del mio libro), in La langue latine
langue de la philosophie, Rome 1992, 141-160. E sempre il Grimal
ha curato il colloquio ginevrino su Sénèque et la prose latine del
1991, ricco di importanti contributi. In un quadro più generale,
illuminante la trattazione di M. Vegetti, L”etica degli antichi, Bari
1989; numerosi e interessanti riferimenti a Seneca in P. Hadot,
Esercizi spirituali e filosofia antica, trad. ital., Torino 1988. Molto
si e` lavorato anche sulla "fortuna" di Seneca: oltre alla miscellanea
Présence de Sénèque, Paris 1991 (di cui riterrei in particolare J.-
C. Fredouille, Seneca saepe noster, 127-188), P. Mastandrea, Lettori
cristiani di Seneca, Brescia 1988 (Arnobio e Girolamo), e la fruttuosa
ricerca di Giuseppina Mezzadroli, Seneca in Dante, Firenze 1990.
Gianna Manzini nella biografia del padre riferisce il seguente
colloquio: “«Ma la tua lettura preferita qual e"?» «Seneca››, rispose
con semplicità” (Ritratto in piedi, Milano 1975, 53). Anche questa
è una testimonianza della vitalità di Seneca.

Luglio 1995
I
IL LINGUAGGIO DELUINTERIORITÂ

On peut tenir sous les coups... Question


de fiiite vers l`intérieur.
VERCORS

1.1. Quae philosophia fi1it,facta philologia est (ep. 108,


23): lo studioso dello stile di Seneca ripete a se stesso, prima
che gliela ripetano gli altri, la nota frase senecana. Ma, a
correre il rischio, lo invita un'altra frase di Seneca, di origine
socratica: talis hominibus fuit oratio qualis uita (ep. 114, 1).
Seneca stesso ne fa una tagliente applicazione allo stile di
Mecenate, riconducendo parole e frasi alla loro sorgente spi-
rituale, l'animus: ab illo sensus, ab illo uerba exeunt (ibid.
22). Su questa base Seneca chiede che venga giudicato il suo
stile. E su questa base lo ha giudicato Concetto Marchesi
(1944, 218), al quale dobbiamo la piú suggestiva formula cri-
tica sullo stile senecano: “È lo stile drammatico dell'anima
umana che è in guerra con se stessa; e se la prosa di questi
due sommi e cosí diversi scrittori [Seneca e Tacito] è barocca,
ciò è perché l'anima umana è barocca”.
Si potrebbe dire del Marchesi quello che il Marchesi
(1933, 49) disse di Giuseppe Albini: “egli ebbe... il senso
della cosa meditata e composta, che può essere definitiva-
mente vera anche senza essere definitivamente certa". Il suo
giudizio sullo stile senecano chiude nella perfezione di un
epigramma, alla maniera di Seneca, una ricchezza di motivi
che attendono ancora, mi sembra, il loro -sviluppo e la loro
verifica. Perché il Marchesi ha definito lo stile senecano piú
10 CAPITOLO I

che lo stile di Seneca: voglio dire che ne ha colto e difeso il


carattere anticlassico, in opposizione allo stile simmetrico
ciceroniano. Cosí Seneca è visto come l'esponente di un at-
teggiamento stilistico che non si confina in una lingua O in
un secolo, e le parole del Marchesi potranno ripetersi ogni
volta che uno stile tormentato ci darà il riflesso di un'anima
in guerra con se stessa. Lo stile senecano varca il medioevo
da Agostino al Petrarca e trionfa nella letteratura europea
del XVII secolo. Ma quale guerra si combatte, all'alba della
nostra era, nell'anima di Lucio Anneo Seneca?

1.2. Fu una battaglia per la libertà, e si combatte nel-


l`ultima trincea che il mondo classico Offri all'uomo contro la
violenza della storia: la filosofia. Sono passati i tempi in cui
Aristotele affermava che solo il greco è libero. Gli Stoici
rispondono che solo il saggio è libero, öu uóvog ò ooç›òg
èlsúüegog. La šlsvüsgía della Grecia classica non coincideva
in tutto con la libertas della Roma repubblicana, ma entram-
be potevano convergere nella coscienza, che aveva il citta-
dino, di servire solo alle leggi. Ora la libertà consiste nel ser-
vire alla filosofia: philosophiae seruias oportet, ut tibi con-
tingat uera libertas (ep. 8, 7). Roma dopo Augusto ripercorre
cosí la medesima parabola della Grecìa dopo Alessandro.
Opposta alla dignitas, la libertas aveva tramato tutta la
storia della res publica; risolto il certamen dignitatis a favore
di un uomo solo, la libertas, opposta al principatus, non ha
che due vie: suicidarsi con Catone o interiorizzarsi. Vera-
mente libero è l'uomo êleúücgog ëvôoüev, “libero interior-
mente”, come suona un'iscrizione imperiale della Pisidia
(Kaibel, 542): la sola libertà che dipende da noi e che nessu-
no può toglierci, perché è, dice Epicuro (Ethica 76, p. 56 Dia-
no), il maggior frutto dell'autarchia. Il mondo antico nel suo
autunno, con molti secoli di ritardo su1l'oriente', scopre una

' “Non cercate rifugio in altro che in voi stessi” (Budda).


II. LINGUAGGIO DELUINTERIORITA Il

nuova dimensione, quella dell'interiorità: švôov oicánre,


švôov 1°] rtnvè roü àyafloü (Marco Aurelio, 7, 59), “scava den-
tro, dentro è la fonte del bene”. Qui sono tutti d'accordo,
l'epicureo, il cinico, lo stoico; lo schiavo Epitteto e
l'imperatore Marco Aurelio.
Toccò a Seneca, uomo di corte e uomo politico-e non
fu questo tra i minori paradossi della sua esistenza -il com-
pito di bandire a Roma il messaggio dell'interiorità: me prius
scrutor, deinde hunc mundum (ep. 65, 15). E il programma
di tutta la sua filosofia. E doveva bandirlo a un popolo a cui
forse mancava, com'è stato detto con troppa assolutezza
(Bastide, 39), il senso dell'interiorità riflessiva, ma a cui certo
era mancata la grande esperienza di Socrate (oxonö oii
*caöta âÂÂ'šuav1:ó1›, Plat. Phaedr. 230 A). Lucrezio considera
l`uomo nei suoi rapporti col cosmo, Cicerone nei suoi rap-
porti con la società: da una parte la rerum natura, dall`altra
la res publica. E quando l'anima si raccoglie in sé, è per
guardare platonicamente al di sopra di sé, all'immobile mon-
do degli archetipi. Ricordiamo la chiusa del Somnium Sci-
pionis: l'animo umano tanto prima tornerà alla sua patria
celeste, si iam tum, cum erit inclusus in corpore, eminebit
foras, et ea, quae extra erunt, contemplans quam maxime se
a corpore abstrahet (rep. 6, 29). Forse Quinto Sestio, alla cui
scuola pitagoreggiante Seneca imparò a interrogare animum
suum (ir. 3, 36, 1), a far l'esame di coscienza, aveva trattato
dell'uomo nei suoi rapporti con se stesso: ma la sua opera,
perduta, era in greco. Toccò dunque a Seneca foggiare il
linguaggio latino dell'interiorità. E lo foggiò ricorrendo
soprattutto a due metafore: l'interiorità come possesso e l'in-
teriorità come rifugio.

1.3. La prima era già greca, naturalmente: Epicuro aveva


usato' l`espressione eavroö yavéoüai. Seneca la svolgerà at-
' Ethica, 55, p. 55 Diano: 67.01 ysvoötu-:Ba åauròv (precede: šv öà nj wvxfl
rà; toútwv (sc. I<aK(I)v)... uìríaç Cntãmsv). Lo ripeterà alla lettera Porfirio,
ad Marc. 29.
12 CAPITOLO I

tingendo a una delle piú ricche riserve lessicali del latino, la


lingua giuridica: Ita fac, mi Lucili. uindica te tibi. Sono le
prime parole dell'ultima opera senecana, le Epistulae morales
(1, 1). Vindicare significa “rivendicare legalmente il possesso
di qualche cosa, togliendola al proprietario illegittimo", e im-
plica quindi il concetto della liberazione. Il passaggio del ver-
bo dalla sfera giuridica a quella morale è già in Cicerone, per
esempio nelle parole de1l'epicureo Torquato sull'azione
liberatrice della sapientia: sapientiam... esse solam. quae nos
a libidinum impetu et a formidinum terrore uindicet (fin. 1,
46). E il giovane Virgilio, preparandosi a varcare la soglia del
giardino epicureo di Sirone, esclama con l'illuso entusiasmo
dei neofiti: uitamque ab omni uindicabimus cura (catal. 5,
10). Seneca si appropria della metafora dandole una solenni-
tà oracolare (v. 2.12.4)-ita fac -e chiudendola nella
specularità dei due pronomi, che fanno del soggetto anche
l'oggetto e il fine dell'azione: secondo un modulo senecano su
cui dovremo tornare (1.6). La conseguenza del se sibi uindica-
re è lo stabile autopossesso, suum esse; lo dice Seneca nel De
breuitate uitae (2, 4): nemo se sibi uindicat, alius in alium
consumitur... Ille illius cultor est, hic illius: suus nemo est,
“nessuno si appartiene”. Anche suum esse è di origine giu-
ridica, ed equivale a sui iuris esse (cfr. ibid. 5, 3); lo trovia-
mo attestato sin da Plauto e Terenzio, ma il latino l'ha devia-
to ad altri usi metaforici, a indicare il pieno possesso delle
facoltà mentali 0, specie in Cicerone, l'indipendenza e
l'originalità del pensiero. Sarà Seneca a trasferire l'opposizio-
ne giuridica suum esse / alienum esse al campo morale, forse
per il primo, certo con una insistenza quasi ossessiva, che
ricorda l'opposizione di 'và åqa' ñuiv, le cose che dipendono
da noi, e rà mix étp' ñuiv, le cose che non dipendono da noi,
in Epitteto. L'interiorità come autopossesso domina il pensie-
ro dell'ultimo Seneca: inaestimabile bonum est suum fieri
(ep. 75, 18); aliquando fias tuus (ep. 20,1); non erit (tempus
nostrum), nisi prius nos nostri esse eoeperimus (ep. 71, 36);
IL LINGUAGGIO DELUINTERIORITÂ

ubicumque sum, ibi meus sum: rebus enim me non trado,


sed commodo (ep. 62, 1), “alle cose non mi consegno, ma mi
presto". Quale esperienza, prima che morale, politica vi sia
sottesa, traspare da un altro passo delle Epistulae (14, 3 s.).
Tre sono i mali che ci fanno paura, la miseria, le malattie, la
persecuzione dei potenti, e questo è il piú temibile di tutti: ex
his omnibus nihil nos magis concutit quam quod ex aliena
potentia impendet, “ciò che ci minaccia il dispotìsmo altrui".
Aliena potentia: quella di Caligola che voleva mandarlo a
morte, quella di Claudio che lo aveva mandato in esilio,
quella di Nerone che lo avrebbe mandato a morte. Questo
non è moralismo astratto: vi si riflette, con una coloritura
esistenziale che potrebbe spiegarne l`asistematicità, quel sen-
so precario della vita che fu di Seneca e della sua classe sotto
l'impero. In questa rapina rerum omnium (Il/larc. 10, 4), che
ingigantisce su scala cosmica l'instabilità della condizione
politica, resta come unico punto fermo, come unico bene
inalienabile il possesso della propria anima.
In un passo del De constantia sapientis Seneca riporta
l'aneddoto del filosofo Stilpone, che nella conquista di Mega-
ra aveva tutto perduto, beni e famiglia; ma al conquistatore
che gli chiedeva num aliquid perdidisset, rispose: nihil: om-
nia mea mecum sunt (5, 6)l. L'aneddoto era tradizionale
nella diatriba: le parole di Stìlpone -riferite a Biante -si
leggono in forma quasi identica in Cicerone (par. 8) e in
Valerio Massimo (7, 2, ext. 3). Ma Seneca sente troppo este-
riore la concomitanza espressa da mecum sunt; secondo il
suo solito, rifà la risposta di Stilpone, una volta in terza per-
sona: nec quicquam suum nisi se putet (6, 3), una volta in
prima: teneo, habeo quicquid mei habui (6, 5). Ciò che il
saggio ha di suo è se stesso: la concomitanza si risolve in un
possesso interiore dove “il suum viene a coincidere col se, il

'Anche ep. 9, 18: omnia, inquit, bona mea mecum sunt.


14 CAPITOLO I

posseduto col possessore" (Thévenaz, 191). Questo motivo del


se habere, con qualche variante lessicale e sintattica, sarà
svolto a lungo nelle Epistulae: qui se habet. nihil perdidit.
Sed quoto cuique habere se contigit? (ep. 42. 10). “ma a
quanti capita di possedere se stessi?" (la risposta in ep. 32,
4: nemo sibi contigit; v. l.5.2)l; omnia, quae fortuna intue-
tur, ita fructifera ac iucunda sunt, si qui habet illa, se quo-
que habet, nec in rerum suarum potestate est (ep. 98, 2); po-
tentissimum esse qui se habet in potestate (ep. 90, 34; cfr. ben.
5, 7, 5); ille beatissimus est et securus sui possessor, qui crasti-
num sine sollicitudine exspectat (ep. 12, 9); e nelle contempo-
ranee Naturales quaestiones esploderà in un'antitesi allusiva
che al possesso esterno, moltiplicato dall'anaf0ra, oppone il
possesso interiore con la secchezza di una clausola monosilla-
bica (3, pr. 10): innumerabilis sunt qui populos, qui urbes
habuerunt in potestate, paucissimi, qui se.

1.4. L`uso del riflessivo, sia diretto che indiretto. è forse il


piú frequente mezzo sintattico senecano con cui si esprime
questo continuo ripiegarsi del soggetto su se stesso. Il quadro
linguistico, entro cui esso opera, è la tendenza del latino a
sostituire il riflessivo, se ornare, al medio-passivo, ornari. Ma
l'opposizione fra le due diatesi è ancor netta e sensibile: di
fronte alla meccanicità e passività del medio, la cui azione è
piuttosto subita che voluta dal soggetto _ e si ricordi per tut-
ti il dolente, stupito nescio, sed fieri sentio. et excrucior di
Catullo (85, 2)-il riflessivo afferma la consapevolezza e
responsabilità dell'agente che prende se stesso a oggetto della
propria azione. Seneca sfrutta questa possibilità del sistema
linguistico ampliando l'uso del riflessivo in una gamma di
iuncturae che non ha precedenti in latino. I paradigmi sono
greci: si può risalire fino all'eracliteo èòtšnaáunv êucwvróv

1Se ipsum habere paucis contigit, echeggerà il Petrarca (Bobbio, 265).


IL LINGUAGGIO DELL`lNTERlORlTÃ

(101 D.-K.), “ho investigato me stesso", variamente rie-


cheggiato in greco e in latino sino al me scrutor di Seneca.
Lucrezio, Cicerone. Orazio avevano aperto la strada. ll topos
dell'uomo che non riesce a fuggire se stesso (se efƒugere) era
stato trattato da Lucrezio (3, 1068 s.: hoc se quisque modo
ƒugit, at quem scilicet, utfit, -efƒugere haud potís est) e da
Orazio che lo riprende in carm. 2, 16. 19 s.: patriae quis -X-
exul-se quoqueƒugit? (condensando nel perfectum il fügit
c leffugere lucreziano) e in ep. 1,14, 13: in culpa est animus.
qui se non efiugit unquam. Seneca in tranq. an. 2, 14 cita
Lucrezio e lo commenta: sed quid prodest, si non eƒƒugit? Se-
quitur se ipse et urget grauissimus comes. È un commento
linguisticamente interessante: Seneca ha ricordato la Cura
oraziana, implacabile compagna delle nostre evasioni (sat. 2,
7, 113 ss.: teque ipsum uitas fugitiuus et erro, -iam uino
quaerens, iam somno fallere curam. -Frustra: nam comes
atra premit sequiturquefitgacem), ma ha identificato l'uomo
e la sua angoscia', donde la novità sintattica del riflessivo se
sequitur che ha sì un precedente in Ouid. met. 4, 461:
uoluitur Ixion et se sequiturque ƒiigitque, ma solo esteriore,
descrivendo il moto rotatorio di Issione. Se effugere torna nel *
proemio delle Naturales quaestiones, 6, che ne riattizza la
riflessività in un'antitesi epigrammatica: multa ejƒugisti, te
nondum.
Ma, nella maggior parte dei casi, quando i nostri stru-
menti ci permettono il controllo, Seneca innova: e le sue in-
novazioni o rimangono isolate o saranno riprese, e anche
questo è significativo, dai Cristiani. Mi limito a un paio di
esempi. Deprehendere si dice del cogliere o sorprendere qual-
cuno nell'atto di fare qualche cosa; come termine giuridico,
“prendere in flagrante". Tale senso mal si presta alla diatesi
riflessiva, presupponendo un grado d'introspezione che non

I Lo sdoppiamento si ha invece in ep. 104, 17: mala te tua sequuntur.


16 CAPITOLO I

fu raggiunto da nessun scrittore latino, tranne Seneca. Rife-


rendo un detto di Epicuro: initium est salutis notitia peccati,
lo commenta: deprehendas te oportet, antequam emendes
(ep. 28, 9). “devi coglìerti in fallo, prima di correggerti". La
notazione intellettualistica di Epicuro, notitia peccati, il pren-
dere conoscenza della colpa (precede: qui peccare se nescit),
si drammatizza in una tensione interiore che impegna tutto
l'uomo a una continua vigilanza su se stesso. Seneca giunge
per gradi alla formulazione riflessiva. In tranq. an. 1, 2 l'in-
teriorità era affidata al rapporto locale: illum... habitum in
me maxime deprendo; in ir. 3, 10, 2 all'oggetto psichico:
facile est... ad_fectus suos. cum primum oriuntur, deprehen-
dere. È vero che anche qui, come sopra, c'è un precedente
ovidiano _e Ovidio è, dopo Virgilio, il poeta più valorizzato
da Seneca] -, met. 3, 428 s.: in medias quotiens uisum cap-
tantia collum -brachia mersit aquas, nec se deprendit in
illis; ma si tratta di Narciso alla fonte, e il riflessivo postula
uno sdoppiamento esteriore, anche se illusorio. La iunctura
tornerà a esprimere un'esperienza psichica con Gregorio Ma-
gno, mor. 16, 31, PL 75, 1140 D - 1141 A: se anima discutit,
nec tamen plane deprehendere semet ipsam ualet. Ma sarà il
Pascoli a sfruttarne appieno le possibilità nel suo moderno la-
tino (Traina 1971, 101 s.).
Excutere ha un significato concreto e visivo, “fare uscire
scuotendo", che spesso equivale al nostro “perquisire, fruga-
re". I dizionari ne riportano un esempio ciceroniano di uso
figurato con oggetto di persona: non excutio te, non scrutor
(Rose. Am. 97); ma uno sguardo al contesto rivela come esso
resti esterno, ancorato al suo valore originario, direi poli-
ziesco, di “perquisire": non quaero, quis percusserit... non
excutio te, si quid forte ferri habuisti, non scrutor. E quando
Ovidio nell'Ars amatoria lo applicherà a1l'atto di “passare in

'Mancia 1910, 238.


IL LINGUAGGIO DELL'lNTERIORITÂ

rassegna" (così traduce il Calonghi) le grazie delle belle


ragazze: excuties omnes ubiquaque puellas (2, 627), non sarà
senza un sorriso di salace malizia. Ma in Seneca la diatesi
riflessiva, identificando 1'oggetto con la coscienza del sogget-
to, dà al verbo un'accezione tutta metaforica e spirituale: ex-
cute te et uarie scrutare et obserua (ep. 16, 2); di rimando, la
metafora ottica dell'introspezione, qui rappresentata dai due
verbi scrutor e obseruo, è ravvivata dalla metafora tattile di
excutio: “fruga in tutte le pieghe della tua anima".

1.5. Il medesimo discorso va fatto per il riflessivo indi-


retto. In qualche caso la iunctura senecana è più antica di
Seneca, e se ne può ripercorrere l'iter attraverso la termino-
logia filosofica greca e latina. Per esempio l'espressione di
Antistene: åamrqd Ö/.iiÂei'v (D.L. 6, 6), fece fortuna nella dia-
triba cinico-stoìca; ne riprenderà il concetto lo šavrqí
ovvetfvai di Epitteto (3. 13. 6); Cicerone lo latinizza con
secum esse e secum uiuere (Tusc. 1, 75; Cat. M. 49); Orazio
si fa rinfacciare dal servo Davo: non horam tecum esse potes
(sat. 2, 7, 112). Seneca lo ripete piú volte (breu. uit. 2, 5; ot.
6, 3) e lo varia con secum morari (ep. 2, 1): “il primo indizio
di un animo equilibrato è... il saper stare con se stesso". Al-
trove il tema del secum esse torna in un contesto ricco di
riflessivi. Pur addolcendo il rigorismo dell'antica Stoa, che
proclamava sapientem amico non indigere (ep. 9, 1), Seneca
non può non accettare il principio stoico dell'autosuff`Icienza
del saggio; e alla obiezione “quale sarà la vita del sapiens.
lasciato senza amici in prigione, o tra gente straniera, o in un
deserto?", risponde: qualis est Iouis, cum resoluto mundo_et
dis in unum confiisis, paulisper cessante natura, adquiescit
sibi cogitationibus suis traditus. Tale quiddam sapiens facit:
in se reconditur, secum est (ibid. 16). Per esprimere questa
divina solitudine che non è vuoto ma pienezza interiore,
Seneca usa un hapax sintattico: adquiescere col dativo di
persona, dove Cicerone avrebbe usato in e l'ablativo. Ossia il
18 CAPITOLO I

rapporto locale della sintassi classica si Oscura di fronte al


valore di fine e di vantaggio del dativo. Non è un caso isola-
to: il lettore di Seneca è colpito dalla frequenza e novità dei
dativi riflessivi. in cui sembra linguisticamente concretarsi
l'egocentric:.I interiorità senecana. Relinqui sibi è l`incubo
angoscioso di Didone, a cui la donna sfugge con la morte
(Aen. 4, 466 ss.: semperque relinqui -sola sibi. semper lon-
gam incomitata uidetur-ire uiam, dove il riflessivo secondo
ogni probabilità sintattica, stilistica e ritmica determina re-
linqui e non uidetur); relictus sibi è in Seneca la condizione
felice dell`animo sottratto dalla morte al peso della carne
(despoliatus oneribus alienis), e può consolare il pianto di
una madre (Marc. 24, 5). E il medesimo effetto della filoso-
fia: nelle Epistulae è il saggio sibi relictus, senza perdere
nulla della propria efficienza e autosufficienza (ep. 109, 6). Il
suo animo è sibi innixus (ep. 92, 2), propitius sibi (tranq. an.
2, 4), supra humana et par sibi in omni statu rerum (ep. 111,
4): appunto perché si appoggia solo a se stesso ed è sempre
eguale a se stesso, è evaso dal regno della fortuna e ha tra-
sceso le cose umane. Come Giove, come Dio. L'animus aemu-
lator dei (ep. 124, 23) è 1'ideale dellostoico. Seneca sa bene
quanto sia arduo attuarlo. Quando si rimprovera e si sprona
ad affrettare il passo ormai stanco sulla via della perfezione
morale, usa una nuova iunctura di vaga risonanza biblica:
clamo mihi ipse (ep. 27, 2). Anche il salmista clamat in corde
suo; ma grida a Dio da un abisso di peccato e di dolore. In
Seneca nessun dio risponde: il grido nasce e muore nell'inte-
riorità di un animo, alle cui sole forze è affidata la responsa-
bilità e l'orgoglio di quello che Seneca chiama, con violenta
metafora, transilire mortalitatem suam (nat. quaest. 1, pr.
17).

1.6. Questo uso del dativo culmina nella coesistenza di


due riflessivi, secondo un modulo che Seneca mutuava dalla
propensione del latino per Paccumulazione pronominale.
IL LINGUAGGIO DELUINTERIORITÃ 19

(Deos) habet placatos et fauentes, quisquis sibi se propitiauit


(ep. 110, 1); non multum ad hoc (sc. ad studendum) locus
confert. nisi se sibi praestat animus (ep. 104, 7); turbam
rerum hominumque desiderent, qui se pati nesciunt: tibi te-
cum optime conuenit (nat. quaest. 4 A. pr. 1); tunc beatum
esse te iudica, cum tibi ex te gaudium omne nascetur (ep.
124, 24); nullum (bonum) est. nisi quod animus ex se sibi
inuenit (ep. 27, 3). Ex se sibi: ì due riflessivi, il punto di par-
tenza e il punto di arrivo, delimitano l'orizzonte della inte-
riorità senecana con un moto circolare che ritorna su se
stesso. E uno spazio vasto ma chiuso. Quando Seneca all'ubi-
cumque sum, ibi meus sum, fa seguire il commento: cum me
amicis dedi, non tamen mihi abduco (ep. 62, 2), in questo
geloso possesso che non si dimentica mai di sé noi sentiamo
affiorare il fondo egoistico della saggezza senecana _ voglia-
mo dire, con Flaubert, di ogni saggezza? Il trionfo dell'io in-
teriore che si pone come irrinunciabile meta dell'attività
umana si celebra nel ritmo ascendente di un periodo del De
otio (3, 5): hoc nempe ab homine exigitur. ut prosit homi-
nibus: si fieri potest, multis; si minus, paucis: si minus,
proximis; si minus, sibi.

1.7. Passiamo Ora dai verbi, prevalentemente statici, che


hanno il dativo all'esame di quelli dinamici che hanno l'ac-
cusativo del termine di movimento: animus ab omnibus ex-
ternis in se reuocandus est: sibi confidat. se gaudeat, sua
suspiciat, recedat quantum potest ab alienis et se sibi adpli-
cet (tranq. an. 14, 2). Questo ritorno dell`animus dal mondo
esterno in se stesso assume in Seneca l'aspetto di una fuga.
Di fronte a una sola attestazione rispettivamente di in se
colligi, in se conuerti, in se reuerti, in se recondi, ad se
recurrere, stanno le sei attestazioni di in se recedere: un ver-
bo che indica etimologicamente “indietreggiare, ritirarsi",
metaforicamente anche “rinunziare”. Recede in te ipse,
quantum potes (ep. 7, 8); Montaigne tradurrà: “le sage doit
20 CAPITOLO I

au dedans retirer son ame de la presse” (1, 23). Il verbo gre-


co corrispondente è ei; šafvrròfv ávaxwoeivz ma. ch'io sappia.
lo troviamo solo dopo Seneca, in Marco Aurelio (4, 3, 2), in
un passo dove polemizza contro la smania dei viaggi e della
villeggiatura, contro tutte le evasioni dell'uomo da se stesso.
Motivo senecano: che ci sia una comune fonte diatribica, è
verosimile. Resta il fatto che il motivo della sig airvòv
àvagcôgnoig (l'espressione è di Dione Crisostomo, 20, 8) tor-
na in Seneca con insolita frequenza. Nella lettera 25, 6 egli
cita una massima di Epicuro: tune praecipue in te ipse se-
cede, cum esse cogeris in turba, che non ha riscontro nei
superstiti originali epicurei (129, p. 61 Diano). Raramente
Seneca è, come vedremo, traduttore letterale di Epicuro: non
potremo mai rimuovere il sospetto di una rielaborazione sin-
tattica e lessicale senecana. A ogni modo è notevole che men-
tre Seneca, nella citazione, usa secedere, sottolineando col
preverbio piuttosto la separazione dalla folla (cfr. ot. 1, 1:
proderit... secedere: meliores erimus singuli), nel commento
lo sostituisce due volte con recedere. Fedeltà a un'immagine
che è il simbolo di una coerenza spirituale, l”interiorìtà come
rifugio: in insuperabili loco stat animus, qui externa deseruit
et arce se sua uindicat: infra illum omne telum cadit (ep. 82,
5).

1.8. L'animo si arrocca in se stesso: fuori è il regno della


fortuna, il vortice delle cose, turbo rerum (ep. 37, 5), r')
ššcoåev neoiggéoooa ôíarq, come dirà Marco Aurelio (12, 3,
3). E ellenistico questo senso chiuso, individualistico, direi
esistenziale, dell”interiorità. E dicendo esistenziale, penso che
il Mounier, 12 pone proprio gli Stoici alle radici dell'albero
esìstenzialista. L`interiorità platonica è solo un mezzo di
ascesi, una fuga dall'io empirico verso il mondo delle idee.
Purtroppo il naufragio dell'antica e media Stoa non ci con-
sente d'indagare lo sviluppo e l'espressione di questo tema
negli immediati precursori di Seneca. Si è parlato di un filo-
IL LINGUAGGIO DELUINTERIORITA 21

ne democriteo-paneziano che s'incentra sul motivo dell'å'fuôov


(Grilli 1953, 154 s. e 270); ma certo in Panezio, per quanto si
può arguire dalJ De ofiieiis ciceroniano, l'etica dell'interiorità
doveva armonizzarsi nel quadro di un`etica prevalentemente
sociale. Sia o no caso, Seneca è il primo filosofo antico in cui
l'appello alla vita interiore sia cosí dominante: “La Grecia
non aveva dato nulla di simile alle Lettere a Lucilio” (Boyan-
cé 1964, 254). Per la seconda volta, la Stoa dà a Roma il
mezzo di tradurre in sistema le proprie esigenze ed esperien-
ze spirituali. Nella pausa successiva alla seconda guerra puni-
ca, tramite il circolo degli Scipioni, aveva tenuto a battesimo
la filosofia romana. fornendole la giustificazione teorica del-
l'impero identificato con la cosmopoli, e quindi dell'attività
del singolo per lo stato e dello stato per l”umanità. Il suo
erede ideale, Cicerone, afferma che non c'è nulla di piú grato
a Dio quam concilia coetusque hominum iure sociati, quae
ciuitates appellantur (rep. 6, 13); ma il Dio di Seneca non ha
spettacolo piú bello che l'uomo forte alle prese con la cattiva
fortuna, uirƒortis cumƒortuna mala compositus (prou. 2, 9);
e l'antica formula dell'ideale quiritario, il uirƒortis ac strenu-
us, è trasferito dal ciuis al sapiens (ep. 77, 6). In questa gran-
de pausa, che segue la risoluzione delle guerre civili nel-
l'impero, e che non è piú di crescenza ma di stanchezza, l'eti-
ca stoica offre i suoi motivi individualistici, insegna le vie
della fuga dal mondo. Seneca, che fu per un quinquennio,
tra i piú felici dell`impero1, arbitro dello stato, non ha una
parola per la gloria e la potenza di Roma. Alla pax Romana
Epitteto contrapporrà la pace dell'anima (3, 13, 9 ss.). In lui e
in Marco Aurelio il motivo dell'interiorità non ha meno im-
portanza che in Seneca; ma i loro rapporti, nonostante le
molte convergenze tematiche e formali, sono oscurati dal pro-
blema delle fonti comuni. Comunque sia, il linguaggio del-

1 A detta ai Traiano (Auf. via. cm. s, 2).


22 CAPITOLO I

l'interiorità. che è forse il maggior contributo di Seneca alla


terminologia filosofica dell`occidente. confluisce soprattutto
per tramite di Agostino nell'esperienza cristiana: noli foras
ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat ueritas. Già:
ma il santo continua. come il filosofonon avrebbe mai conti-
nuato: et si tuam naturam mutabilem inueneris,transcende et
te ipsum (uer. rel. 72). Dio è dentro ed è sopra: interior inti-
mo meo, ma anche superior summo meo (conf 3, 11): non lo
si attinge che mediante uno sforzo di trascendenza interiore:
ascendebamus interius cogitando... et uenimus in mentes
nostras et transcendimus eas (ibid. 9, 24); ipsa sibi anima
sileat et transeat se (ibid. 9, 25); ascendens per animum
meum ad Te... (ibid. 10, 26). L'interiorìtà agostiniana non ha
limiti: sì apre in basso sull'inconscio (nec ego ipse capio
totum, quod sum, ibid. 10, 15), in alto verso Dio.

1.9. Anche Seneca trova Dio nel suo intimo: deus ad


homines uenit, immo, quod est propius. in homines uenit,
dice nella lettera 73, 16, sottolineando la pregnanza seman-
tica di in mediante la correctio con immo (v. 2.3 e 2.7) e il
contrasto delle preposìzioni. Questo movimento concentrico
che procede per successive approssimazioni trova la sua for-
mula definitiva nella lettera 41, 2:prope est a te deus, tecum
est, intus est: la vicinanza (prope) e la concomitanza (tecum)
si risolvono nell`interiorità (intus), con un ritmo trimembre
che ricorda S. Paolo: Ö (Oeóg)... êrrì rtáa/1;a›1› xaì òià
návuofv xaì šv nãow (Eph. 4, 6). E Seneca conclude con la
celebre frase: ita dico, Lucili: sacer intra nos spiritus sedet.
Intra nos, dove il latino classico avrebbe detto in nobis (cfr.
Cic. Tusc. 1, 74: dominans ille in nobis deus), è un'altra
conquista del linguaggio senecano dell'interiorità. Seneca
rimedia alla usura e alla latitudine semantica di in, che indi-
ca sia stato che moto, sia volume (“dentro") che superficie
(“sopra"), preferendogli intra, specie coi pronomi personali.
Intra ha su in molti vantaggi: polarizza mediante la coppia
11. L1NoUAGc1o DELUNTERIORITÂ 23

antitetica con extra l'opposizione dentro-fuori, evidenzia la


metafora volumetrica dell'interiorità e calca l'uso preposì-
zionale greco di ê"uÖ01› ed šfvróg (l`uso avverbiale era riservato
piuttosto ad intus). Al sacer intra nos spiritus di Seneca
risponde l'è'1/òov åavroö ôaíuow di Marco Aurelio (2, 13, 1).
Ma è il Iwsñiia stoico, il Âóyoç immanente, la ragione di tut-
te le cose. Lo stoico, che aveva cercato la libertà nel profondo
della sua interiorità, vi ritrova la necessità. Necessità cosmi-
ca, è vero: riconoscerla e volerla, è la libertà del saggio:
(sapiens) necessitatem ejffugit, quia uult quod coactura est
(ep. 54. 7). Il cinico Enomao diceva irridendo che era una
mezza schiavitú. Certo la libertà stoica è spesso definita in
termini negativi: Epitteto l`associa di frequente all'åÂwtía e
alfâqvoßía. Ma sentiamo la definizione che ne dà Seneca a
Lucilio: Quae sit libertas quaeris? Nulli rei seruíre, nulli
necessitati. nullis casibus (ep. 51, 9). E ancora: exspectant
nos... tranquillitas animi et... absoluta libertas. Quaerís quae
sit ista? Non homines timere, non deos: nec turpía uelle nec
nimia; in se ipsum habere maximam potestatem (ep. 75. 18).
E suggella il periodo e la lettera con una frase che conoscia-
mo: inaestimabile bonum est suumfieri. Così si chiude il cer-
chio di questa interiorità. che ha tutta l`apparenza di una
monade dove il mondo rischia di ridursi all'io.
Eppure Seneca ne evade per la tangente non del divino.
ma dell'umano. Se il suo stile rispecchia nel linguaggio del-
l'interiorità un movimento centripeto, rispecchia un movi-
mento centrifugo nel linguaggio della predicazione.
II
IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE

What the world wants is strenght of ut-


terance. not precision qf utterance.
J. LONDON

2.1. Ritorniamo al giudizio del Marchesi (1944, 217):


“Seneca ha fatto trionfare nella letteratura latina la rivolu-
zione iniziata da mezzo secolo. Con il suo stile e la sua sin-
tassi egli ha contrapposto alla convenzione ciceroniana che è
tutta simmetria lo stile umano che è asimmetrico: che non
vuole essere costretto alla preordinata uniformità di periodi
ben armoniosi e vuole invece che ogni idea abbia il suo risal-
to e il suo compimento nella frase che basta ad esprimerla".
Vedremo poi in che senso può definirsi asimmetrico lo stile
senecano (v. 2.9); certo la cellula stilistica di Seneca e della
sua età è la frase, la sententia; nell'epoca di Cesare e di Ci-
cerone era stato il periodo; nell'epoca di Frontone sarà la pa-
rola. E questa la parabola della prosa letteraria latina, finché i
Cristiani, portatori di una spiritualità nuova, ne restaureranno
l'architettura. La retorica della frase è piú antica di Seneca:
essa è lanciata dai declamatori, che suo padre gli aveva inse-
gnato a conoscere; ma i declamatori hanno a loro volta biso-
gno di essere spiegati. Quando cambia uno stile, cambia un si-
stema di valori.
26 CAPITOLO n

Di fronte alla progressiva estenuazione del tessuto sin-


tattico latino viene in mente un giudizio di Gidel: “La perfe-
zione classica non implica, di certo, una soppressione del-
l'individuo, ma implica la sottomissione dell'individuo, la
sua subordinazione e la subordinazione della parola nella
frase, della frase nella pagina, della pagina nell'opera. Consi-
ste nel fare evidente una gerarchia”. Non so se questa defini-
zione possa applicarsi a ogni lingua classica, ma credo che si
possa al latino. Cesare e Cicerone sono, per temperamento
interessi ideali, agli antipodi. Ma la loro prosa letteraria, pur
nella diversità degli atteggiamenti stilistici che differiscono an-
che da un'opera all'altra del medesimo autore, ha un carattere
comune: è retta da pochi grandi centri sintattici e/o unificata
da una ininterrotta trama di nessi logici. In questa struttura ar-
chitettonica sembra tradursi il senso di una realtà bene orga-
nizzata, un equilibrio di valori morali politici religiosi. Tra i
due punti estremi, l'individuo e il cosmo, c'è la mediazione
della società. Per concretare questa organizzazione nella storia
si può lottare e soccombere, come Cesare e Cicerone; ma alle
opposte ideologie è sottesa una fede comune, un comune impe-
gno per l'edificazione di un bene che non può essere di uno se
non è di tutti.
L'avvento dell'impero segna una frattura in quest`ordine.
La realtà politica passa in secondo piano e individuo e cosmo
si trovano di fronte. Il problema non è piú l'inserimento del
singolo nella società e nello stato, ma il suo significato nel
cosmo. Riaffiora la solitudine esistenziale e l'urgenza di solu-
zioni individuali. Il contraccolpo stilistico di questo muta-
mento di valori è una prosa esasperata e irrelata che ha tanti
centri e tante pause quante sono le frasi. La trama logica del
discorso si smaglia in un fitto balenio di sententiae, ognuna
fine a se stessa: nec multas plerique sententias dicunt, sed

llncontri e pretesti, trad. ital., Milano 1945, 92.


IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE

omnia tamquam sententias, rinfacciava ai “moderni” Quinti-


liano, senza accorgersi di fare una sententía (8, 5, 31). Questo
stile nasce nelle scuole dei declamatori, dalle ceneri dell'elo-
quenza politica, ed è tenuto a battesimo da due madrine gre-
che: la retorica con gli schemi convulsi dell'asianesimo e la
filosofia con l'aggressività della diatriba cinica. I suoi pro-
cedimenti, inventariati dal Norden,alimentano tutta la prosa
dell'età imperiale: varia da scrittore a scrittore la dose e il
senso del loro impasto. Quello della prosa senecana è caratte-
rizzato con acuta brevità dallo storico dell'autobiografia, il
Misch: “le singole parti, ciascuna per sé, sono lavorate con la
massima cura, perché in esse non resti il minimo spazio vuo-
to, ogni pensiero è concentrato e coniato nel modo piú
espressivo possibile, sicché il contenuto minaccia di far salta-
re la forma, e questa tensione si scarica quando i membri
esteriormente collegati fra loro solo per mezzo della prosa rit-
mica, sono compendiati in una punta aguzza e sentenziosa”.
In maniera lapidaria. lo aveva già detto Seneca dello stile di
Lucilio: plus significas quam loqueris (ep. 59, 5). Per conse-
guire questo scopo i rapporti sintattici si contraggono e si
semplificano; le parole vuote, i puri utensili grammaticali ten-
dono a scomparire; ogni sintagma è teso al limite della sua
forza espressiva. Da questo punto di vista si comprende come
la sintassi senecana si allontani dalla complessità ipotattica
della prosa classica, ricca di costrutti congiunzionali, e si avvi-
cini piuttosto all”agilità della lingua d'uso e della lingua poe-
tica.

2.2. Qualche esempio. Contingo con l'infinito permette il


risparmio della congiunzione ut richiesta dal latino classico;
con quali effetti, si valuti da questa frase: nulli contigit in-
pune nasci (Marc. 15, 4): un'epigrafe del destino umano. Non
faccio metafore: un'analoga sententia, formalmente articolata
in un dicolon simmetrico (ep. 99, 8: cui nasci contigit, mori
restat), si ritrova con lievi varianti in una lapide sepolcrale
28 CAPITOLO 11

(Carm. Ep. 1567, 8); e non è la sola. Contro i diffidenti Sene-


ca esclama: quidam fallere docuerunt, dum timent falli (ep.
3, 3): l'infinito falli non solo snellisce la costruzione di timeo,
ma consente il parallelismo con fallere e il relativo chiasmo,
che dà alla frase il suo sapore epigrammatico.

2.3. Si è notata da tempo la predilezione di Seneca per


l'uso assoluto del participio futuro, che il latino classico
adopera solo in unione col verbo sum. Tale predilezione sod-
disfa al bisogno di concentrare il massimo di significato nel
minimo di parolel. Nascono cosí quelle dense frasi senecane,
il cui valore semantico trabocca oltre i confini sintattici:
nulli... nisi audituro dicendum est (ep. 29, 1). Audituroz chi è
disposto ad ascoltare. Qui il participio futuro guarda alla
disposizione interiore, come in quest'altra frase: quid tu,
inquis, recepturus donas? (uit. beat. 24, 2), con quel pun-
gente contrasto fra il gesto esteriore (donas) e la segreta in-
tenzione (recepturus). Ma, piú spesso, il participio futuro col
suo valore di predestinazione serve a svalutare il presente, a
denunziarne la precarietà: (urbes) casurae stant... Omnia
mortalium opera mortalitate damnanda sunt: inter peritura
uiuimus (ep. 91, 12). Orazio aveva tradotto Simonide: debe-
mur morti nos nostraque (ars 63); a Seneca bastano tre paro-
le: accipimus peritura perituri (prou. 5, 7), per svuotare
d'ogni senso un verbo sul quale il soggetto e l'oggetto proiet-
tano l'ombra della loro caducità. Non è facile trovare formule
nuove per una saggezza cosí antica. La figura etimologica,
accentuando il contrasto fra ciò che siamo e ciò che crediamo
di essere, si fa condanna della follia umana: tanquam semper
uicturi uiuitis (breu. uit. 3, 4); nihil satis est morituris, immo
morientibus (ep. 120, 17): qui l'immo correttivo-che è un

1 Se è questo, come pareva ai formalisti russi, “il merito dello stile” (To-
dorov, 80), Seneca sarebbe uno dei più grandi stilisti.
IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE

altro modulo senecano (v. 2.7)-annulla nella fugacità del


presente (morientíbus) anche quel minimo di realtà temporale
implicito nel participio futuro. Con lo stesso modulo Seneca
ci ricorda la precarietà degli affetti: saepe admonendus est
animus. amet ut recessura. immo tamquam recedentia (Marc.
10, 3). Pessimismo di Seneca, quando guarda al vortice
cosmico; ma in quel vortice c'è un ritmo ciclico, orbis rerum
in se remeantium, che è una promessa di eternità, per chi
sappia inserirvi la sua effimera esistenza: aequo animo debet
rediturus exire (ep. 36, 11).

2.4. Questo uso, così suggestivo, del participio futuro è


un grecismo sintattico; tale è probabilmente anche l'estensio-
ne di et nel senso di “anche”, limitato a sintagmi pronomi-
nali nel latino classico (et ego, et ipse, etc.). Sotto l'influsso
di xaí, esso diventa nelle mani di Seneca uno strumento di
clausole taglienti, che avventa come strali impietosi contro
l'illusione della forza e della bellezza: Valet: et leones. For-
monsus est: et pauones. Velox est: et equi (ep. 76, 9). La pro-
clisi del monosillabo contribuisce a una frattura ritmica, che
isola e accentua _ in senso proprio e figurato - la parola in
clausola: malitia liberatus et liberat (ep. 94, 19); tu nescis
unum esse ex uitae ofliciis et mori? (ep. 77, 19). Il verso che
Laberio pronunziò sulla scena alla presenza di Cesare era
giocato su un doppio poliptoto simmetrico: necesse est mul-
tos timeat quem multi timent (139 Bon.). Seneca lo concentra
in quattro parole: quidquid terret et trepidat (ir. 2, 11, 4). Il
contrappasso esplode semanticamente (timeo è psichico, trepi-
do visivo), fonicamente (i verbi allitterano) e ritmicamente (nel
secondo membro del dicolon isosillabico l'equilibrio si rompe
a favore di trepidat). Anche Seneca parlava a un Cesare.

2.5. Altri mezzi linguistici già noti al latino classico sono


moltiplicati da Seneca. La litote dei pronomi negativi intensi-
fica l'affermazione: è risaputo che nemo non non equivale a
3O CAPITOLO II

“tutti”, ma a “non c'è nessuno che non". Seneca ne fa un


uso larghissimo, racchiudendo in frasi gnomiche il pathos di
una condizione umana o di una legge cosmica che non cono-
sce eccezioni: nulla non uirtus laborabit (ep. 76, 22); nullius
non uita spectat in crastinum (ep. 45, 12); nulli non etiam in-
ter tuta timor est (ep. 97, 15); nihil non longa demolitur
uetustas (breu. uit. 15, 4: tranne, aggiunge Seneca. le opere
della sapientia). Sommandosi all'anafora, la litote traduce
l'ebbrezza intellettuale del sapiens che trionfa del tempo nel
pensiero: nullum saeculum magnis ingeniis clusum est.
nullum non cogitationi peruium tempus (ep. 102, 22). Per
concludere, un asciutto rtãg di Epicuro (28, p. 52 Diano: rcãg
Ébcmsg ãgu ysyovcbg èx 1:06 Qñfv áavéggerai) si enfatizza nella
litote senecana (ep. 22, 14: nemo non ita exit e uita, tam-
quam modo intrauerit; v. 2.l0.3).

2.6. Vecchia eredità della retorica, la figura etimologica è


stata in ogni tempo cara al latino. A Seneca è carissima: la
sua specularità potenzia la parola-chiave della frase e ne dila-
ta quindi le capacità espressive; d'altra parte le conferisce
una veste stilistica propria dei proverbi (manus manum lauat)
e ne suggella quindi la sentenziosità. Grandezza e miseria
dell'uomo nei suoi rapporti con gli altri uomini: homo. sacra
res homini (ep. 95, 33); ab homine homini cotidianum peri-
culum (ep. 103, 1); in homine rarum humanitas bonum (ep.
115, 3). Esasperata nell'ossimoro, la figura etimologica espri-
me l`aristocratica repulsione di Seneca per la folla: auarior
redeo, ambitiosior, luxuriosior, immo uero crudelior et
inhumanior, quia inter homines fui (ep. 7, 3). Una frase - e
non è la sola -che amò riecheggiare con un anonimo dixit
quidam l'autore della Imitazione di Cristo: quoties inter homi-
nes fui, minor homo redii (1, 20, 2). Orazio ha una notazione
modernissima, la strenua inertia (ep. 1, 11, 28), “l'inerzia irre-
quieta”; riprendendone l'ossimoro con un ossimoro etimolo-
gico, Seneca ne polarizza il contrasto psicologico in un contra-
IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE

sto semantico: quies inquieta (ep. 56, 8). Il chiasmo incastona


due frasi nella figura etimologica, saldandole in un blocco
speculare e isolandole dal contesto come in questa condanna,
quasi buddistica, della speranza: desines timere, si sperare de-
sieris (ep. 5, 7; il Budda aveva detto: “Eccelso fra gli uomini è
colui che... ha cancellato ogni speranza”); o in questa apologia
del suicidio: si quid te uetat bene uiuere, bene mori non uetat
(ep. 17, 5); o in questa esortazione all'amorƒati: placeat homi-
ni quicquid deo placuit (ep. 74, 20). La specularità può investi-
re l`intera frase, ripetendone i termini in ordine inverso nella
frase successiva, come in questo consiglio di sorridente saggez-
za alla smania dei bibliofili: cum legere non possis, quantum
habueris, satis est habere, quantum legas (ep. 2, 3). Ela figura
dell'antimetabole 0 commutatio, cui Seneca indulge con una
punta di civetteria stilistica. Ma non sempre. Ai timorosi della
morte egli non si stanca di ricordare che la morte è il prezzo
della vita: uiuere noluit, qui mori non uult (ep. 30, 10). La
legge della natura è la nostra: quicquid conposuit, resoluit, et
quicquid resoluit, conponit iterum (ib. 11)): il ritmo stilistico
aderisce perfettamente all'incessante sistole e diastole del rit-
mo cosmico. In questa prospettiva grandiosa e severa, che è
l'unica garanzia di eternità per lo stoico, si dissolve ogni
sospetto di virtuosismo.

2.7. La ripetizione è uno dei grandi mezzi di collega-


mento della prosa senecana; l'altro è l'opposizione. Vale a
dire che le frasi tendono a connettersi per anafora o per anti-
tesi o per entrambe. Seneca pensa per antitesi, ha scritto il
Pohlenz (1941, 82; 1967, II 57). Su di essa sono costruite due
delle frasi piú celebri. Una sull'antitesi asindetica: hoc est,
quo deum antecedatis: ille extra patientiam malorum est, uos

lCfr. ep. 71, 14: uitam mortemque per uices ire et composita dissolui,
dissoluta componi.
32 CAPIToLo II

supra patientíam (prou. 6, 6). Prometeico monumento di


quell'orgoglio stoico, che farà fremere il cristiano Pascal.
L'altra sull`antitesi avversativa: non uitae, sed scholae
discimus (ep. 106, 12: cosí come ha detto il pessimismo di
Seneca e non come gli fa dire, invertendo i termini, l'otti-
mismo pedagogico dei moderni). Anafora e antitesi, mediante
l`immo correttivo, traducono in un serrato duello oratorio
quella condanna della schiavitù che l`antica Stoa aveva ragio-
nata ed enunziata: Serui sunt: immo homines. Serui sunt:
immo contubernales. Serui sunt: immo humiles amici. Serui
sunt: immo conserui (ep. 47, 1). Cosí appassionata eloquenza
provocherà l'aristocratico sorriso di Petronio.

2.8. L'anafora martella gli imperativi senecani con un


senso drammatico dell'incalzare del tempo, dell'urgenza della
sapientia: fuge multitudinem, fuge paucitatem, fuge etiam
unum (ep. 10, 1). L'eloquente divinità del De prouidentia
dice agli uomini (6, 6): Contemnite paupertatem: nemo tam
pauper uiuit quam natus est. Contemnite dolorem: aut
soluetur aut soluet. Contemnite mortem: quae uos aut finit
aut transfert. Contemnite fortunam: nullum illi telum quo
feriret animum dedi. Eliminando ogni sintagma causale,
Seneca provoca uno scontro frontale tra il dinamismo degli
imperativi-la tensione morale dell'uomo-e la staticità
degli indicativi -la nuda verità delle cose. Vivendo frugal-
mente, Lucilio non farà nulla di eccezionale: facies enim, gli
dice Seneca, quod multa milia seruorum, multa milia paupe-
rum faciunt (ep. 18, 8): la ripetizione moltiplica il numerale,
al posto di un'inerte congiunzione copulativa. Ma di anafore
senecane ciascuno potrà trovare esempi ad apertura di pa-
gina. Mi preme piuttosto notare che, grazie all'anafora, alla
trama logica dei nessi grammaticali tende a subentrare una
trama fonica che lega una frase all'altra mediante la ripe-
tizione iniziale. Ecco un periodo di quattro proposizioni in
cui il pensiero si svolge a spirale, tornando sempre al punto
IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE

di partenza per culminare in una clausola antitetica: potest


te patriae, potest patriam tibi casus eripere, potest te in soli-
tudines abigere, potest hoc ipsum, in quo turba suffocatur,
fieri solitudo (ep. 91, 8). La ripetizione di potest ha una fun-
zione strutturale, come una specie di “refrain" che scandisce
il ritmo del periodo in luogo dei nessi grammaticali. E un
caso analogo a quello del Pascoli, il cui asintattismo, si è af-
fermato, nasce “da un turbamento radicale, inquietissimo dei
rapporti dell'uomo con quanto lo circonda" (Bárberi Squa-
rotti, 73).
Spesso avviene che l'ultimo membro di un'anafora si arti-
coli a sua volta in un'anafora bimembre o trimembre: tune
ergo te scito esse compositum, cum ad te nullus clamor perti-
nebit, cum te nulla uox tibi excutiet, non si blandietur, non
si mínabitur, non si inani sono uana circumstrepet (ep. 56,
14). I rovinosi effetti dell'ebbrezza _ quella del vino e quella
dell'amore -su Marco Antonio sono descritti in un periodo
apparentemente complesso: haec crudelem fecit, cum capita
principum ciuitatis cenanti referrentur, cum inter apparatissi-
mas epulas luxusque regales ora ac manus proscriptorum
recognosceret. cum uino grauis sitiret tamen sanguinem (ep.
83, 25). Non illuda la lunghezza e l`ipotassi: l'anaf`ora del
cum mostra che gli stessi nessi sintattici sono assunti in fun-
zione ritmica. Questa, piú ancora che la paratassi, ci appare
la ocpga)/ig, la cifra stilistica della prosa senecana. Ne do an-
cora due esempi, di pronomi relativi e di congiunzioni ipo-
tetiche: quem mihi dabis, qui aliquod pretium tempori po-
nat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? (ep. I.
2); ad hanc (sc. philosophiam) te conƒer, si uis saluus esse, si
securus, si beatus, denique si uis esse, quod est maximum, li-
ber (ep. 37, 3): ogni si è un gradino sulla scala della saggez-
za. Questa prosa convulsa, che non ha e non lascia respiro, è
costruita per addizione. Non si può tuttavia convenire con chi
ha affermato che i periodi di Seneca potrebbero troncarsi
quando si vuole. In questa addizione c'è un crescendo che
34 CAPIToLo II

culmina nella pointe epigrammatica. E questo il limite del


periodo senecano.

2.9. Perché epigrammatica è la tecnica di Seneca: la con-


cisione, la concettosità, il fulmen in clausula, cioè la conclu-
sione a effetto o a sorpresa. Non è del tutto vero che lo stile
di Seneca sia asimmetrico e che la sua legge stilistica sia la
disuguaglianza, secondo l'autorevole parere del Castiglioni
(1924, 369). Basti dire qui che una frase-per nulla ecce-
zionale _ come inpares nascimur, pares morimur (ep. 91, 16)
comprende tutti e tre i fattori che Cicerone poneva a base
della concinnitas: l`omeoteleuto, l'isocolia, l'antitesi (or. 164).
Si noti la rigorosa simmetria di questo ammonimento a non
contare sul domani: dic mihi dormituro: potes non expergi-
sci; dic experrecto: potes non dormire amplius; dic exeunti:
potes non reuerti,- dic redeunti: potes non exire (ep. 49, 10); o
di questo ritratto di Catone: quo die repulsus est, lusit; qua
nocte periturusfuit, legit (ep. 71, 11); o di questo ritratto del
sapiens: ƒecit sibi pacem nihil timendo, fecit sibi diuitias
nihil concupiscendo (ep. 87, 3). Né potrebbe essere diversa-
mente, essendo l'isocolia un caposaldo dello stile “moderno”
dei declamatori. Ma è vero che spesso entro la concinnitas
scatta la uariatio, che non è quella di Sallustio e di Tacito, la
quale dissocia un gruppo sintatticamente omogeneo (inbecilla
atque aeui breuis, lug. l, 1), bensí consiste nel variare un
membro di una serie ritmica, anaforica o isocolica, e prefe-
ribilmente l'ultimo: de diuinis humanisque discendum est, de
praeteritis de ƒuturis, de caducis de aeternis, de tempore (ep.
88, 33). Seneca valuta lo stile di Fabiano: non est_fortis ora-
tio eius. quamuis elata sit; non est uiolenta nec torrens,
quamuis efƒusa sit; non est perspicua, sed pura (ep. 100, 10).
In entrambi i casi la uariatio accorcia l'ultimo membro,
provocando una frattura ritmica in cui si riconosce l'anti-
classicismo di Seneca: abruptum sermonis genus (Quint. 4, 2,
45). La prosa classica amava la cosiddetta legge dei membri
IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE

o cola crescenti: l'ultimo è il piú lungo (cauendum ne de-


crescat oratio, Quint. 9, 4, 23). In Seneca è l'inverso: l'ultimo
è, o tende ad essere, il piú breve, e può arrivare al monosilla-
bo. Uno studioso, che ha avuto la pazienza di raccogliere tut-
te le clausole finali di capitolo o di lettera, ne ha contate 111
monosillabiche su 851 (Bourgery 1910, 168). Paradigmatico è
l'ammonimento, di sapore oraziano, a temperare gli estremi:
nec speraueris sine desperatione nec desperaueris sine spe
(ep. 104, 12): la gnome si affila come un'arma, nella lotta per
la sapientia. La parola in clausola può avere il lampo
dell'á:rvQO0Öówq'cov, dell'inatteso: che giova vivere a lungo a
chi ignora l'arte della vita, la filosofia? Non uixit iste, sed in
uita moratus est, nec sero mortuus est. sed diu (ep. 93, 3): il
paradosso è anche semantico, determinando con un avverbio
di durata, diu. un verbo puntuale, mortuus est. Pochi tratti
schizzano la figura del bevitore: L. Piso, urbis custos, ebrius
ex quo semelfactus est, fuit (ep. 83. 14): il verbo principale,
rimandato in fondo, tra due pause, scoppia con l'arguzia di
un epigramma, che ricorda la mano di chi ha scritto l`Apo-
colocyntosis. E ricorda la mano di Marziale, che piú volte
diede forma metrica alle sententiae senecane.

2.10. Rientra nella tecnica epigrammatica anche la varia-


zione sul medesimo tema, che non è tanto, com'è stato detto
con formula fortunata (che è già in nuce in Frontone). lo
sfaccettamento dell'idea, quanto l'esigenza di dare all`idea
una forma sempre piú epigrammatica, sempre piú pene-
trante. Seneca non rifà solo se stesso, ma anche gli altri. Una
volta cita un uersus disertissimus di Publilio Siro: alienum
est omne, quicquid optando euenit (ep. 8, 9 I A 1 M.). Ma
non si contenta. Rivolgendosi a Lucilio aggiunge: hunc uer-
sum a te dici non paulo melius et adstrictius memini: “non
est tuum, fortuna quod fecit tuum" (ibid. 10). Il concetto
della estraneità dei beni di fortuna si puntualizza nell'antitesi
fra il possesso apparente e il possesso reale. Ma non basta
36 CAPIToLo II

ancora a Seneca, che prosegue: illud etiamnunc melius dic-


tum a te non praeteribo: “dari bonum quod potuit, auƒerri
potest". Ora il concetto ha conquistato la sua definitiva for-
ma epigrammatica, e Seneca può chiudere la lettera. Nel De
prouidentia 3,3 cita una grande massima di Demetrio, che
piacque all'Ortis foscoliano: nihil... mihi uidetur infelicius eo
cui nihil unquam euenit aduersi. Un capitolo dopo se l'appro-
pria: miserum te iudico, quod numquam fuisti miser (4, 3): i
concetti di infelix e di aduersum, semanticamente unificati
nel concetto di miser (v. 2.6.2) e ritmicamente opposti dal
poliptoto chiastico, chiudono la gnome in una cornice epi-
grammatica.
Lo stesso fa con Epicuro, voltandone e rivoltandone il
pensiero per distillarne tutta la virtú terapeutica. L'esempio
era il medesimo Epicuro: hoc saepe dicit Epicurus aliter at-
que aliter: sed numquam nimis dicitur quod numquam satis
discitur (v. 1.4.1). Quibusdam remedia monstranda, qui-
busdam inculcanda sunt (ep. 27, 9). Di questa rielaborazione
senecana di pensieri epicurei posso dare un solo saggio. Nella
lettera 97, 13 traduce da Epicuro: eleganter ab Epicuro dic-
tum puto: “potest nocenti contingere ut lateat, latendi fides
non potest". Traduzione cosí chiasticamente simmetrica che
si stenta a crederla letterale'. Epicuro, si sa, non passava e
non voleva passare per un modello di bello scrivere, e con-
dannava come una puerilità tñv fw Âóyoig súgvüaíav (10, p.
22 Diano). Seneca la commenta estraendone un'antitesi allit-
terante tra la ƒelicitas e la fiducia latendi: il colpevole può
avere la fortuna, non la sicurezza di non essere scoperto: aut
si hoc modo melius hunc explicari posse iudicas sensum:
“ideo non prodest latere peccantibus, quia latendi etiam si

I Sarà piuttosto la condensazione di un pensiero riferito da Plutarco (116,


p. 60 Diano): (wùg àòmoñvraç), xäv Âaüeív òúvwvrat, rtiarw fregi 1:01? Âaösív
Âaßeìv àóúvaróv èaui/'ötisv ó<nsQì> 17017 aélloarcog del qzóßoç éyxeíuevoç oùx égì zai-
gew oùöê öaggeiv érrì roiç rragoöoi.
IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE 37

felicitatem habent, fiduciam non habent". Tuttavia il


periodo, cosí lungo, ha piú l'aria di una chiosa che di una
gnome. Nella lettera 105, 8 l'antitesi è ridotta ai suoi termini
essenziali, due cola paratattici col piú breve in clausola allit-
terante: nocens habuit aliquando latendi fortunam, num-
quam fiduciam 1.

2.11. Seneca traduttore è un capitolo-l`ultimo-dello


stile senecano, di cui non mi è lecito dare piú che un para-
grafo. Il uertere dei Latini, si sa, accentua il pathos degli
originali, a livello sia dei significanti sia dei significati. Dicia-
mo che è un'operazione letteraria e non tecnica. Certo, Cice-
rone è più fedele traduttore di Platone che di Arato: ma non
è più rispettoso del tecnicismo filosofico che di quello astro-
nomico. Seneca non si sottrae a questa vocazione formale di
tutta la letteratura latina; ma i procedimenti stilistici da lui
messi in opera differiscono dai ciceroniani, sono quelli che
già conosciamo: la retorica della sententia con la trama dei
suoi richiami fonici, con la sua semplificazione e concentra-
zione sintattica. Abbiamo la fortuna di possedere tre testi
sinottici: un passo del Timeo platonico tradotto da Cicerone
e da Seneca. Ascoltiamo Platone (Tim. 29 D-E): /iéywuev
ôì; ôi' ñwwa aícíav yéi/saw xaì rò riãv cóòe ò ovviotàg
ovvšomoev. Àyaüòg ip», àyaåtš ôè oùôeìg Jtegì oóôcfvòg
oóôérmrs šyyíyi/erat qaüóvog-'coútov ó'êx1:òg (fw rváwa ön
,uálwra šßov/lñör; ysvéaôai rcaçarølvjaia šavtcß. “Diciamo
dunque per quale motivo chi ha formato il divenire e l'uni-
verso li ha formati. Era buono, e in chi è buono non nasce in
nessun modo invidia per nessuno; essendo privo di questa, ha
voluto che tutte le cose nascessero il più possibile simili a
lui". Cicerone traduce (Tim. 9): Quaeramus igitur causam.

1La clausola richiama ep. 16, 2: iam de te spem habeo, nondum fidu-
ciam (v. 2.6.2).
38 CAPIToLo II

quae impulerit eum, qui haec machinatus est, ut originem


rerum et molitionem nouam quaereret. Probitate uidelicet
praestabat; probus autem inuidet nemini; itaque omnia sui
similia generauit. Un periodo iniziale greve di rapporti ipo-
tattici (due subordinate di secondo grado, una perifrasi rela-
tiva per Ö UUWOFÖQ). inquadrato nel poliptoto quaeramus...
quaereret a compensare la perdita della figura etimologica
greca; un periodo più asciutto articolato in tre proposizioni,
cui le particelle coordinanti danno il rigore del sillogismo.
Ma Cicerone sacrifica l'insistita negatività della premessa
minore (oòôeìg rcegì oóôt-:a/òg oiiôéarote), chiave di volta del
ragionamento platonico (ne è rimasta non più che un'ombra
nella collocazione finale di nemini), alla religiosa affermazio-
ne dell`eccellenza divina, mediante il superlativo (praestabat)
e l`astratto allitterante (probitate), che isola e assolutizza la
qualità. La conclusione sfiora l'eresia: giacché eliminando l'e-
spressione della intenzionalità (šßovlñün) e soprattutto della
limitazione (Éím uálwra) rischia di identificare il creato e il
creatore.
Seneca cita testualmente Platone (ep. 65, 10): Ita certe
Plato ait: “Quae deo _faciendi mundum fuit causa? Bonus
est; bono nulla cuiusquam boni inuidia est; ƒecit itaque quam
optimum potuit". Tutto è più semplice e più nervoso. L'in-
terrogazione diretta, alla maniera senecana, pone il problema
nei suoi termini essenziali, puntando sull'antitesi diretta tra
deus e mundum. La risposta conserva l`apparenza sillo-
gistica, ma le particelle sono ridotte a una sola (itaque), men-
tre bonus si triplica nel poliptoto e si proietta semantica-
mente nel superlativo, costituendo il vero filo connettivo del
periodo. Serve dunque a questo scopo anche la formula limi-
tativa finale (quam optimum potuit), che Seneca si guarda
bene dal depennare'. Esigenze concettuali e formali si equi-

1 Come non la depenna, tutt'altro, Calcidio (Tim. 26Wa.):pr0ut cuiusque


IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE

librano in una versione che tralascia tutto l`accessorio del-


l'originale platonico per concentrarsi con energica sobrietà
sull`essenziale. Comprendiamo meglio cosa intendesse Seneca
quando opponeva la potentia del latino alla gratia del greco
(Pol. 2, 6).

2.12. E cosí quasi sempre. Neminem regem non ex seruis


esse oriundum, neminem seruum non ex regibus (ep. 44, 4): è
Platone (Theaet. 174 E). Is maxime diuitiisƒruitur, qui mini-
me diuitiis indiget (ep. 14, 17): è Epicuro (o Metrodoro). Ma
in entrambi lo stile è di Seneca. Qualcuno dirà: la retorica è
di Seneca. e ricorderà un giudizio del Brunschvicg (57): “On
ne comprend pas le stoicisme quand on s'arrête... aux
exagérations d'un rhéteur comme Sènèque”. Ma la sua paro-
la non cerca la verità, la bandisce. La prassi retorica di Sene-
ca è, almeno in questo (per il resto sarebbe da fare piú lungo
discorso) coerente con la sua teoria. Allo stoico Aristone
obietta che non bastano i decreta philosophiae (ep. 94, 2). i
Öóyuara, i princìpi dottrinari, né le probationes (ibid. 27). le
dimostrazioni teoriche, né le cauillationes, le sottigliezze sillo-
gistiche: occorrono i praecepta e le admonitiones, cioè quegli
elementi parenetici che si rivolgono all'individuo nella concre-
tezza delle sue situazioni esistenziali e parlano non solo alla
mente, ma anche al cuore e alla volontà: non docet admo-
nitio, sed aduertit, sed excitat, sed memoriam continet nec
patitur elabi (ibid. 25). La institutio è teorica, l'admonitio
guarda alla prassi: contemplationem institutio tradit, actio-
nem admonitio (ibid. 45). Il filosofo si è trasformato in diret-
tore di coscienze, in monitor (ibid. 72), anzi, come dice Sene-

natura capax beatitudinis esse poterat. La sua importanza risulta dal fatto
che Platone la ripete a poche righe di distanza (30 A): ßovlmteìg yàg ó åeòg
áyaåà ušv rcávra... rival xarà óúvaaw (questa volta Cicerone tradusse: quoad
natura pateretur).
40 CAPITOLO II

ca con innovazione semantica, in coactor (ep. 52, 4). Il suo


stile sarà dunque quello del praeceptum e dell'admonitio, lo
stile della predicazione: ipsa, quae praecipiuntur, per se mul-
tum habent ponderis, si aut carmini intexta sunt aut prosa
oratione in sententiam coartata (ep. 94, 27). La sententia è
quindi l'equivalente prosastico del carmen, come conferma
un altro passo: facilius enim singula insidunt circumscripta
et carminis modo inclusa (ep. 33, 6). I suoi effetti psicagogici
sono cosí descritti: quis autem negabit feriri quibusdam
praeceptis eflicaciter etiam inperitissimos? Velut his breuissi-
mis uocibus, sed multum habentibus ponderis; e cita versi
gnomici di Terenzio e di Publilio, per concludere: haec cum
ictu quodam audimus (ep. 94, 43). Ci sono tutti gli ingre-
dienti dello stile epigrammatico: la brevità, l'energia, l'ictus
finale: quello di cui Lucilio, abituato alla prosa di Seneca, la-
menta la mancanza negli scritti del filosofo Fabiano: deest
illis oratorius uigor stimulique quos quaeris et subiti ictus
sententiarum (ep. 100, 8). Questo è dunque il segreto della
retorica senecana: non delectare come il puro retore, non solo
docere come il puro filosofo, ma admonere, descendere in nos
(ep. 40, 4, v. 1, 7, 2), far presa sull`animo: inhaereat istud
animo et tamquam missum oraculo placeat (ep. 108, 26).
Cosí Seneca attraverso la tecnica greca riscopre l'anti-
chissima esperienza latina del carmen, la “formula ritmica"
in cui s`incarna la forza magica e poietica del uerbum. Car-
men è la formula dell'incantatore e del legislatore, l'oracolo
del profeta, il verso del poeta, la ricetta del medico: è la pa-
rola che agisce e costruisce. Seneca l'applica alla filosofia e
ne fa uno strumento di liberazione e di salvezza, come Lucre-
zio. La sua retorica ha la medesima funzione del musaeus
lepos lucreziano, come le sentenze di cui è intessuta la sua
prosa sono le Kúgtat ôóšat dello stoicismo. Il predominio
della morale è ellenistico: quicquid legeris, ad mores statim
referas (ep. 89, 18). Ma è romana la passione con cui Seneca
sente la sua filosofia: hoc unum plane tibi adprobare uellem,
IL LINGUAGGIO DELLA PREDICAZIONE 41

omnia me illa sentire, quae dicerem, nec tantum sentire, sed


amare (ep. 75, 3). Romana è, soprattutto, l'esigenza di tra-
durre la parola in azione. Come pedagogo e ministro di
Nerone, Seneca cerca di realizzare nella società romana quel-
l`età dell'oro in cui egli vedeva, con Posidonio, non il regno
di Saturno, ma il regno dei sapienti (ep. 90, 5). Sconfitto
dalla realtà, tagliato fuori dalla politica, si sceglie un altro
allievo, Lucilio. e lo rivendica a sé: adsero te mihi, meum
opus es (ep. 34, 2). Ma, dietro Lucilio, Seneca parla al genere
umano, alle moltitudini che verranno: posterorum negotium
ago (ep. 8, 2). Escluso dal presente, costruisce l'avvenire:
paucis natus est. quipopulum aetatis suae cogitat. Multa an-
norum milia, multa populorum superuenient: ad illa respice
(ep. 79, 17). In questa vertiginosa prospettiva egli può pren-
dersi la rivincita sulla piú bruciante delusione della sua vita:
all'imperiale ex-allievo getta in faccia la sua ultima definizio-
ne del sapiens: humani generis paedagogus (ep. 89, 13).
Una parola cosí tesa corre il rischio di cadere nel teatrale, in
quello iactare ingenium che gli rimprovera la malevola acu-
tezza di Tacito (ann. 13, 11); ma la retorica di Seneca è il suo
modo sincero di parlare agli uomini per giovare agli uomini.
Lo stile senecano riflette dunque un doppio e opposto
movimento: dall”esterno all`interno, verso la solitaria libertà
dell'io -il linguaggio dell'interiorità; dall'interno all'esterno,
verso la liberazione dell'umanità -il linguaggio della
predicazione: malitia liberatus et liberat (ep. 94, 19). In que-
sto noi sentiamo la sua drammaticità. Dramma di un uomo
perennemente oscillante fra la cella e il pulpito; ma forse c'è
qualcosa di piú, che ci tocca piú da vicino: il dramma della
saggezza fra l'amore di sé e l'amore degli uomini.
DOCUMENTAZIONE

0.1. BIBLIOGRAFIA GENERALE. - L'ultima rassegna


senecana, molto accurata, che colma il ritardo dell'Année
philologique, è dovuta a Cupaiuolo (278 s. lista delle rassegne
precedenti).
Le più sistematiche trattazioni sulla lingua e lo stile
di S. sono le Introductions di Summers, XV-CXIV (a un
livello molto più ridotto si pongono le Remarques sur la
langue et le style de Sénêque di Thomas, 13-41) e i capitoli di
Bourgery 1922, 73-149 (stile). 206-305 (lessico), 306-422 (sin-
tassi), che han fatto invecchiare la dissertazione di
Rauschning e soprattutto l'opuscolo di Opitz, dominato da
un criterio classicistico, mentre sono ancora utilizzabili le
osservazioni stilistiche di Hammelrath sulla “Wortstellung"
(v. 2.9.3; la parte grammaticale riguarda peculiarità non
classiche nell'uso dei tempi e dei modi, con esempi di
uariatio). Materiali sintattici vari senza rilevanza stilistica ap-
portano Naegler, Reinecke, Rech (sulle congiunzioni e
preposizioni). Nonostante il titolo, il lavoro di Hoppe è limi-
tato al lessico, anzi a due sole categorie, sostantivi e agget-
tivi (la conclusione è che S. “ist kein Sprachneuerer"); e al
lessico sono dedicati, con diversa angolazione, Bickel 1906
(relativa rarità dei grecismi: S. preferisce tradurre i termini
filosofici); Fischer (che da un confronto tra Cicerone e S.
deduce sia la minore creatività linguistica sia la maggiore ca-
44 DOCUMENTAZIONE

rica espressiva del secondo); Diaz y Diaz (giudizio forte-


mente limitativo sull'apporto senecano alla terminologia filo-
sofica); Campos 1966 (sugli psiconimi). Deludente il Voca-
bulaìre philosophique de Sénêque condotto da Pittet sino alla
lettera C (nell'Introduction sui contributi di S. alla lingua
filosofica latina si sottolinea il ricorso ai calchi semantici).
Sullo stile un posto a parte meritano Castiglioni 1924
per la folta documentazione degli 01ñp.a1:a(ma punta troppo
sulla inaequalitas, v. 2.9) e il coevo Husner per l'ottima
messa a fuoco della “retorica” senecana (1-19, v. 2.12.2),
esemplificata coi termini designanti il corpo e l'anima. Spe-
cifici sullo stile di S. O su alcuni suoi aspetti, ma dotati di
minor mordente Steyns (metafore e comparazioni classificate
per soggetto) e Steiner (limitato in realtà alle antitesi e ai gio-
chi di parola); meno interessati alla documentazione
Guillemin 1957 (sui caratteri che differenziano questo “style
de lutte" da quello di Cicerone) e Currie (sull'apparente con-
trasto fra la teoria e la prassi stilistica di S.: v. 2.12.2). Si può
prescindere da un apologetico opuscolo di Nottola. Nelle Ac-
tas del Congreso Intemacionál de Filosofla in conmemo-
ración de Séneca, tenuto a Cordova nel 1965, si occuparono
dello stile Oroz Reta (v. 2.1.2) e più cursoriamente Palop
Fuentes. Un'analisi della prima lettera a Lucilio come cam-
pione stilistico della prosa senecana in von Albrecht (segna-
liamo la carenza di commenti linguistici delle opere di S. Per
la lettera 89 Zechel, a livello descrittivo; per il De breuitate
uitae Traina, Torino 1983, nei limiti di un commento
scolastico).
Fra le monografie generali felici pagine su “Seneca scrit-
tore" ha Marchesi 1944, 215-218 (v. 1.1 e 2.1), spunti inte-
ressanti sul rapporto tra "formazione spirituale e formazione
retorico-stilistica nelle opere morali di Seneca" ha un far-
raginoso capitolo di Martinazzoli, 5-102. Un occasionale
giudizio sullo stile senecano si legge in Bardon 1961, 207.
Brillanti sintesi introduttive all'opera e al pensiero di S. of-
DOCUMENTAZIONE

frono Grimal 1957 (del medesimo è annunziato presso la


Wissenschaftliche Buchgesellschaft di Darmstadt un Seneca
di 400 pagine) e André-Aubenque 1964. Ottima biografia per
orientamento storico e osservazioni psicologiche quella di
Lana, Torino 1955.
Sulla posizione di S. nel quadro della retorica antica
classico Norden 1958, I 306-313 (v. 2.1 e 2.1.2), cui si aggiun-
ge ora Leeman 1963, I 264-283, più utile per l'analisi della
teoria che della prassi senecana. Del resto l'“estetica” di S. è
stata approfondita più che lo stesso stile: v. 2.12.2. E v. 2.1.2
e 3 sui rapporti coi declamatori e la diatriba.
La maggior parte delle storie della lingua latina tace di
S.: il rappresentante tipico della prosa letteraria postclassica
è considerato Tacito. Due eccezioni: Cousin, 194-196 e, più
succinto ma più centrato, Palmer, 141.

0.2. Le citazioni sono fatte, salvo indicazione contraria,


secondo la teubneriana di Gercke, Hense, Hermes, Hosius,
che è ancora la migliore edizione complessiva di S. Come
lessico ho adoperato l'Index rerum memorabilium di Haase
(Lipsiae 1902) e, da quando si sono rese disponibili (1969), le
Concordantiae Senecanae di R. Busa e A. Zampolli, realizza-
te presso il CNUCE di Pisa per il Gruppo di ricerca per la
storia della lingua latina del CNR e in corso di stampa a
Hildesheim presso Olms. Una specie di indice concettuale
delle Opere di S. ha dato Motto.

1.1.1. L'atteggiamento negativo di S. verso la filologia,


come verso tutti gli studia liberalia, è riflesso più compiuta-
mente nella lettera 88, Oggetto di uno specifico studio di
Stückelberger (già ne aveva trattato Richter 1939, 32-49). Il
miglior commento di ep. 108, 23 (quae philosophiaƒuit, _facta
philologia est) è in ep. 16, 3: philosophia... non in uerbis, sed
in rebus est; 20, 2: _facere docet philosophia, non dicere, et
hoc exigit, ut ad legem suam quisque uiuat, ne orationi uita
46 DOCUMENTAZIONE

dissentiat (v. 1.1.2); 88, 32: (sapientia) res tradit, non uerba.
Il medesimo modulo antitetico con la duplice opposizione
lessicale (philosophia/philologia) e temporale (fuit/est) si
ritrova _ senza la paronomasia _ in ep. 83. 21: quae ebrie-
tasfuit. cruditasƒacta est. E senza la paronomasia si ritrova
l`antìtesi in Epitteto, enchr. 49 (citato da Theiler 1970, 457):
ygauaamxòg àneteléoünv àvrì cpilooózpov.

1.1.2. La corrispondenza uita : oratio è attribuita a


Socrate da Giovanni Siceliota, rhet. Graec. VI 395 Walz:
Ö Zwxoámg eìcbüet Âéyz-:W-oìog Ö ßíog, 'coioötog xaì ôllóyoge
da Cic. Tusc. 5, 47. e a Socrate la mette in bocca Platone,
rep. 3, 400 D (altre testimonianze in Otto, 257; G.H. Müller,
107; Setaioli 1971, 140 s.; v. 2.12.2), ma, come afferma Norden
1958, I 306, S. l'ha “so energisch ausgesprochen wie keiner im
Altertum"; sicché non c'è da stupire che attraverso compila-
zioni senecane sia passata al medioevo in una forma ancora
più aforistica, cfr. Pseud.-Sen. de mor. 72-73 = monita 42:
Qualis uita, talis oratio (Trillitzsch 1971, II 402 e 406): “le
style est l”homme même". Altra formulazione dello stesso con-
cetto in ep. 75, 4: concordet sermo cum uita, la cui eco am-
plificata Auerbach 1960, 36 sentiva nell'agostiniano concor-
dent... lingua cum uita, os cum conscientia; concordent, in-
quam, uoces cum moribus (serm. 256, 1, PL 38, 1190).

1.1.3. La “fortuna” di S. ha una bibliografia vastissi-


ma, anche prescindendo da S. tragico. Cito solo i lavori che
ho potuto vedere personalmente, con preferenza per quelli
che documentano l'influsso stilistico senecano.
Panoramiche in M. Baumgarten, 8-34 (Seneca in dem Ur-
theil der Jahrhunderte, con citazioni); Summers, XCVI-CXIV
(Seneca 's Prose: its Critics and Debtors); Faider (I: La gloire
de Sénêque, centrato prevalentemente sulla letteratura france-
se, come il Summers sull'inglese); Bourgery 1922, 150-186. Gli
Actes du VII.: Congrès de l'Association Budé, dedicato allo
DOCUMENTAZIONE 47

stoicismo, contengono quattro brevi comunicazioni che riguar-


dano, direttamente O indirettamente, la presenza di S. nella
patristica (Courcelle 1964), nel medioevo (Spanneut 1964), nei
secoli XVI e XVII (Julien-Eymard d'Angers), in Vigny (Bizos).
Meno del promesso dà Gummere 1922.
Più di quanto promette dà invece Trillitzsch 1971, che
documenta la presenza senecana da Petronio a Isidoro, con
aggiornata bibliografia per autori e silloge delle testimonian-
ze. Per il problema dei rapporti con Petronio v. 2.7.6.
Tacito, poco favorevole come storico a S., come scrittore
non si sottrae al suo influsso (non parlarne, è una lacuna di
Voss): fondamentale Zimmermann (la Il parte, De Tacito
sermonis Annaeani imitatore, 45-73, è un lungo elenco di
locuzioni comuni ai due scrittori, non sempre abbastanza
peculiari per essere del tutto probanti); oggi questo influsso
appare “indiscutibile” a Perret, 97 (con bibliografia). che
tende però a concentrarlo nella Germania, dietro Leo 1960,
269, mentre sull'Agricola si sono soffermati Keseling e Gut-
tilla. Per Frontone v.2.10.1.
S. negli scrittori cristiani è forse il più studiato: nell'insie-
me M. Lausberg, con ricchezza di confronti anche stilistici
(per es. 37 su Tertulliano; 84 e 133 su Lattanzio, v. 2.7.5) e
di bibliografia; una autorevole nota sul debito che il latino
cristiano ha verso la lingua filosofica di S. in Loefstedt 1959,
73. Sui singoli scrittori: Minucio Felice: Burger (fonda-
mentale, specie la Il parte: Der Einƒluss des Seneca auf die
Sprache des Minucius Felix, v. 1.8.4; non molto vi aggiunge
D'Agostino 1950, 137-145); Spanneut 1957, 262-265; Cour-
celle, Münster 1964 (su un caso particolare, v. 1.9.2); Fon-
taine, 112 s. e 120; Tertulliano: Fontaine, 49; Cipriano:
Castiglioni 1933 (v. 1.8.4); Spanneut 1957, 262-265; Lat-
tanzio: Domínguez Del Val; Girolamo: Hagendahl, 297
(piuttosto sommario); Jannaccone. In tutti questi scrittori echi
formali e concettuali sono innegabili. Più spinosa è la questio-
ne di Agostino, che giudicò S. severamente (ciu. D. 6, 10, 3:
48 DOCUMENTAzIONE

sed iste, quem philosophia quasi liberum fecerat, tamen quia


illustris populi Romani senator erat, colebat quod reprehen-
debat, agebat quod arguebat, quod culpabat adorabat), ritor-
cendo contro di lui _ la cosa non mi pare notata _ il severo
giudizio senecano su Cicerone (breu. uit. 5, 3: semiliberum se
dixit Cicero: at mehercules numquam sapiens in tam humile
nomen procedet, numquam semiliber erit); ma, per tacere di
reminiscenze palmari (come Marc. 19, 1: dimisimus illos, im-
mo consecuturi praemisimus, che confluisce con ep. 70, 17:
tamquam migraturus habita in August. ep. 92, 1: migraturi
quosdam nostros migrantes non amisimus, sed praemisimus),
la stessa struttura antitetica dello stile agostiniano (Balmus,
156 e cfr. ciu. D. 11, 18) richiama S. (v. 2.7.1), che per noi ha
influito anche sul linguaggio agostiniano dell'interiorità (v.
1.8.6). Manca uno studio complessivo ed esauriente; su singoli
incontri (oltre la bibliografia citata da Trillitzsch 1971, I 163 e
M. Lausberg, 189): De Labriolle (Sen. const. sap. 12 / August.
confi 1, 19, 30); Martinazzoli, 12 e 228; Pohlenz 1967, II 379
ss. (piuttosto limitativo); Scarpat 1970, 117 s. (v. 1.8.6); Oroz
Reta 1966 (fortemente limitativo); v. 1.1.2 e 2.12.6.
Uno sguardo all'indice del classico libro di Curtius basta
per assicurarci della cospicua presenza di S. nel medioevo
(molto più delle tre pagine di Gummere 1910, rifluite in
Gummere 1922). Courcelle 1967, 366 individua orme sene-
cane in Gregorio Magno. Sulla Imitatio Christi v. 2.6.4.
Per il basso medioevo ottima documentazione in Nothdurft
(Ruggero Bacone trascrive interi passi delle Naturales
quaestiones). Tra le fonti della Epistola di Guglielmo di
Saint-Thierry le Lettere a Lucilio sono al primo posto dopo
la Bibbia (Déchanet). Di Abelardo ed Eloisa sono note
citazioni da S. (per es. Summers, XCIX), ma non, per quanto
so, l'ascendenza senecana di una delle più grandi frasi di Eloi-
sa, ep. 1, 4: nihil unquam (Deus scit) in te nisi te requisiui, cfr.
Helu. 14, 2: noui enim animum tuum nihil in suis praeter ip-
sos amantem. Su Dante e Petrarca si deve fare un discor-
DOCUMENTAZIONI-1 49

so a parte. Per il primo v. Traina 1975 e relativa bibliografia.


Il senechismo del Petrarca ha fermato l'attenzione dei critici a
partire da P. de Nolhac: più sistematicamente di tutti Bobbio
(282-289 su confronti stilistici; ma sen. ll. 14: non misimus
sed praemisimus è agostiniano, v. supra); bene anche Noferi,
134 s., 167 e passim. Summers, CI ricorda che il Petrarca an-
notò sul codice virgiliano la data della morte di Laura con
un`esplicìta citazione senecana. Senecana suona anche la ter-
minologia petrarchesca dell`interiorità, specie nel Secretum
(Tateo; Bafti, 87 ss.). ma bisogna sempre fare i conti con l'in-
termediario agostiniano (v. 1.2.3 e 1.8.6).
Nel secondo Cinquecento S. è coinvolto nella pole-
mica fra ciceroniani e anticiceroniani (del resto già il princi-
pio polizianesco: non exprimis, inquit aliquis, Ciceronem:
quid tum? Non enim sum Cicero; me tamen, ut opinor, ex-
primo, è implicitamente senecano: v. Sabbadini. 38, che per
altro fa pochissimo posto a S. nella sua trattazione). Due mo-
menti opposti, Erasmo e il Varchi, sono studiati rispet-
tivamente da Trillitzsch 1965 (ristampato in appendice a
Trillitzsch 1971, I) e Pirotti, 278 ss. Il Seicento è il secolo
(li S.: v. Marzot e Raimondi 1961 (specie 175-326); 1966.
passim; a livello europeo Highet. 321 ss. e Hocke. passim.
Per i singoli paesi fondamentali Williamson (Inghilterra).
espressamente incentrato sullo stile senecano (è circoscritto al
circolo di Moro Espiner-Scott) e Blüher (Spagna: su Gracián v.
1.7.3); gli Estudios sobre Séneca contengono cinque articoli
sul senechismo spagnolo: Borrón (in generale), Robles (Isidoro
di Siviglia), Carreras Yartau (letteratura catalana medievale).
Market (Rinascimento), Manso (Gracián). Per Montaigne v.
1.7.3. Un incontro fra Kant e S. fu segnalato da Bickel 1959.
Per Kierkegaard v. 1.8.1.

1.2.1. La parabola della libertà nel mondo antico è trat-


teggiata in Pohlenz 1963; più agilmente in Festugière 1947 e
in Lana. RFIC 1955; sulla dimensione politica della libertas
50 DOCUMENTAZIONE

romana classico Wirszubski, cui vanno aggiunte le precisa-


zioni semantiche di Hellegouarc'h 1963, 542 ss. In particolare
sulla libertà stoica Pohlenz 1967, I 274; Bultmann 1964, 136;
v. 1.9.5.

1.2.2. La frase riportata da S. in ep. 8, 7 (philosophiae


seruias oportet, ut tibi contingat uera libertas) è dichiarata-
mente riferita a Epicuro, e, secondo la tipica tecnica seneca-
na (v. 2.10), rielaborata con maggiore concentrazione, che
mette a contatto i termini antitetici, prima distribuiti
chiasticamente agli estremi del periodo (ibid.): hoc enim ip-
sum philosophiae seruire libertas est. Un'altra identificazione
di filosofia e libertà in ep. 37, 3 s.: ad hanc (sc. philo-
sophiam) te conƒer, si uis saluus esse, si securus, si beatus,
denique si uis esse. quod est maximum, liber... Hos tam
graues dominos (sc. a_fƒectus)... dimittit a te sapientia, quae
sola libertas est. La connessione con l'interiorità e con
l`a'ÖrâQxeLa si coglie bene in const. sap. 19. 2: libertas est
animum superponere iniuriis et eum ƒacere se, ex quo solo
sibi gaudenda ueniant, exteriora deduce/'e (A, diducere Gertz,
Hermes. Reynolds) a se. V. 1.9.

1.2.3. Sulla tormentosa dialettica senecana fra attività e


contemplazione, oltre Momigliano e Grilli 1953, 217-280, v.
in particolare Andre, Paris 1962, 30 ss., che cita anche lui
(71) come frase emblematica ep. 65, 15: me prius scrutor,
deinde hunc mundum (anche Chevallier, 539; Boyancé 1965,
231). Frase emblematica di tutto l'atteggiamento di S., subor-
dinante anche la scienza alla filosofia, cioè alla liberazione
interiore (v. 1.2.2): e in quanto tale ha una portata più ampia
del suo immediato contesto, che secondo Scarpat 1970, 240
(attenuato rispetto a 1224) non consentirebbe il richiamo
socratico (v. Traina 1967,62). E vero che nel passo del Fedro
c'è una antitesi d'interessi (raüra sono le interpretazioni
razionalistiche dei miti), in S. invece una gerarchia d'interessi
DOCUMENTAZIONE 51

(cfr. anche Helu. 20, 1: animus... ad considerandam suam


uniuersique naturam. ueri auidus, insurgit; nat. quaest. 6.
32, 1, etc.); comunque l'interesse cosmologico è fondamental-
mente estraneo ai Romani, mentre è parte essenziale_ non
meno dell`antropocentrismo -del pensiero greco (v. Moreau
1953 e Papaioannou; secondo un frammento del Protrettico
aristotelico, 11 Ross, a chi gli chiedeva quale fosse lo scopo
per cui Dio aveva generato l'uomo Pitagora rispose: rò
Ösáaaoöai... tòv oógavóv. Sulla componente cosmica della
saggezza senecana ha una bella pagina Bayet, 72 [: 5281).
Vicina a S. la posizione di Marco Aurelio, 2, 1. 13.
La frase di S. fu ricordata dal Petrarca? Cfr. fam. 3. l.
15: michi quidem si hec nature latibula rimari et abdita
nosse negatumƒuerit. me ipsum nosse sufliciet (Bobbio. 238):
in ogni modo non senza il filtro agostiniano (conjl 10, 15).
Del resto “l'antifisicismo" è elemento comune del “socra-
tismo cristiano", come l'ha chiamato Gilson 1964. 273.

1.2.4. Le ascendenze platoniche del passo ciceroniano


(rep. 6. 29) sono ben lumeggiate da Ronconi 1966, 146 s. e
Boyancé 1970, 103 s. Sul carattere extramondano della con-
templazione platonica Grilli 1953, 45 s. e bibliografia ivi ci-
tata.

1.2.5. Sulla scuola dei Sestii Bömer. 132 s.; Lana


1953 (ripreso in Lana, Torino 1955, 61 ss.): S. stesso attesta
che Q. Sestio usò il greco (ep. 59, 7'; anche un altro maestro
di S., Sozione, scrisse in greco un Heoì òpyñg, come in greco
insegnarono stoici contemporanei di S., Cornuto e Musonio: -X-

1 Quanto a ep. 64, 2: lectus est deinde liber Quinti Sextii patris Graecus,
Graecus è improbabile congettura di Préchac, non accettata da Reynolds.
Anche Sestio Nigro, se deve identificarsi con Sestio figlio (Pohlenz 1967. Il
9). Graece de medicina scripsit (Plin. 1, 12).
52 DOCUMENTAZIONE

v. le giuste osservazioni di Haury, 336 e Boyancé 1964, 220).


Prima di S.. già Orazio mostra tracce di un esame di coscien-
za che è stato ricondotto a influsso pitagorico (Gantar 1969,
302-305; ma dal pitagorismo era penetrato nello stoicismo e
nell`epicureismo. v. Rabbow. 180 ss.; Mondolfo, 513; La Pen-
na, 194). cfr. sat. 1, 4, 133 ss. e 137: haec ego mecum - com-
pressis agito labris. L'OraZio delle Satire e delle Epistole è
stato forse, il maggior precursore del linguaggio senecano del-
l`interiorità. v. 1.4. e 5. Quanto a interrogare animum suum.
sembra' che il nesso non sia attestato prima di S. e non
ritorni che in August. ciu. D. 1, 28, 1: interrogatefideliter
animus uestras. V. 1.4.6 su se interrogare.

1.3.1. Sull`interiorità come possesso nulla in Steyns;


le migliori pagine nel miglior saggio specifico sul linguaggio
senecano dell`interiorità, Thévenaz, 190 s. (non lo cita, come
non cita la mia prolusione del 1964 Cancik, benché dedichi
un capitolo Zur Terminologie der Innerlichkeit, 131-135.
dove constata il ricorrere di antitesi lessicali come intra/ex-
tra. sua/aliena, etc.); tangenzialmente al tema del suo libro
ha note pertinenti a questo linguaggio André, Paris 1962, 40
e 54-55 (e REL 1962, 126), sulle tracce di Grilli 1953. 265 ss..
che lo studia in un quadro più ampio e con costante riferi-
mento al greco (come Pohlenz 1963. 196 ss.).

1.3.2. Se uindicare ricorre anche in ep. 33, 4 e 82, 5


(v. 1.7; bibliografia in Maurach, 26). Per il suo originario
valore giuridico cfr. Paul. Dig. 6, 1, 66: recte quid nostrum
esse uindicabimus (v. Kalb. 5 e 20; 39 sulla locuzione sui
iuris esse: S. la varia in ep. 120, 11: illa beata uita secundo
deƒluens cursu. arbitrii sui tota). Suum esse in accezione tec-

1 Relativamente, sia detto una volta per tutte, ai nostri mezzi di controllo,
primo fra i quali il Thesaurus IinguaeLatinae, fin dove è disponibile.
DOCUMENTAZIONE 53

nica: Plaut. Pers. 472: ancilla mea quaefitit hodie, sua nunc
est; Ter. Phorm. 587: ego meorum solus sum meus (di cui
Donato dà il modello apollodoreo, fr. 21 K.: <,u.óv0g>
ÉYCÖ }'åQ SÃLLL 15)” <å,LL(TW> É/»LÖ§); Cic. rep. 3, 37: est enim
genus iniustae seruitutis, cum ii sunt alterius, qui sui possunt
esse; Pers. 5. 88: uindicta postquam meus a praetore
recessi. Nell`acceZione di compos mentis: Ouid. met. 8, 35:
uix sua, uix sanae uirgo Niseia compos - mentis erat; Sen. ir.
3, 13. 4: dum nostri sumus; Vlp. Dig. 42, 4, 7. 9: ƒuriosum...
qui suus non est (cfr. Epict. 1, 22. 21: 00% eíuì šuavroñ,
uaívouai). Nell'accezione di “originale": Cic. leg. 2. 17:
quod quidem ego ƒacerem, nisi plane uellem esse meus (l'op-
posto infin. 1, 17: [Epicurus] in physicis... totus est alienus).
La connessione fra autopossesso e interiorità è evidenziata
da passi come ep. 98, 10: quicquid est, cuil dominus inscri-
beris. apud te est, tuum non est (dove apud te evoca l'antitesi
con in te, cfr. uit. beat. 25, 1: non suspiciam me ob ista,
quae etiam si apud me, extra me tamen sunt; ep. 74, 17:
[bona] sint apud nos. sed ita. ut meminerimus extra nos esse;
e con uariatio della preposizione ep. 41, 7: nil horum in ipso
est, sed circa ipsum; ep. 117, 18); ep. 94, 72: animum ab ex-
ternis ad sua reuersum (la stessa antitesi in Epict. 2, 2, 12:
'và oà fvoig šxroíg; 3, 24, 56, etc.; anche l'antitesi sua/aliena è
modellata sul greco rà 'ióia/tà âillótpia, cfr. Epict. 3, 22,
38; 4, 1, 81, etc.). Talora S. gioca sull`antitesi che, all`interno
del possessivo, si istaura tra l`acceZione corrente e quella
stoica (v. 2.6.2): nostri essemus, si ista nostra non essent (ep.
42, 8: influsso diatribico per Oltramare, 289).

1.3.3. Rapina è anch'esso termine giuridico (Dig. 31, 1,


88, 16) piegato da S. a esprimere la travolgente fuga del tem-
po, cfr. (oltre a Marc. 10, 4) ep. 104, 12: omnis dies, omnis

lv. 1.9.1, nota.


54 DOCUMENTAZIONE

hora te mutat: sed in aliis rapina facilius apparet, hic latet.


La metafora (su cui Traina, Torino 1983. XI) è amata da S.
anche a livello dell`aggettivo (ep. 19, 5: tulit te longe e con-
spectu uitae salubris rapida ƒelicitas) e del verbo: fra gli
esempi spicca l`apertura cosmica di prou. 5, 8: grande sola-
cíum est cum uniuerso rapi, che interiorizza nell'amor`ƒati la
legge fisica di Ouid. met. 2. 70: assidua rapitur uertigine
caelum (dall`episodio di Fetonte citato da S. al § 10).

1.3.4. La risposta di Biante nella formulazione ciceronia-


na (omnia mecum porto mea) e valeriana (bona mea mecum
porto) sembra più vicina alla versione originale. che secondo
Pohlenz 1967, I 16 sarebbe quella di Plutarco, tranq. an. 17.
475 C: šqm Iu)Öé'u'íÖsiv råuà tpégovta (varianti in id. lib. ed.
8, 5 E; Diog. Laert. 2, 115. v. Otto, 255).

1.4.1. Sull'originario valore del medio indoeuropeo,


presupposto della sua evoluzione _ O involuzione _ in latino
Benveniste. 168-175 (il medio è definito come "diatesi inter-
na", in quanto “le sujet est intérieur au procès", 172): presta
più attenzione al suo rapporto col riflessivo Vendryes (sui fatti
latini 9 ss.; qualche cenno in proposito anche in Balmori, 16
ss.). Chi meglio ha analizzato la differenza tra medio e riflessivo
nell'ambito del latino è Ronconi 1959. 18 ss.; v. ora Berrettoni,
184 ss.
Al catulliano excrucior di 85, 2 si oppone, sotto il profilo
della consapevolezza e della volontarietà. Catull. 76, 10:
quare iam te cur amplius excrucies?, così come in Plauto a
Trin. 1169: cruciatur cor mi, si oppone Curc. 170: ipsus se
excruciat qui homo quod amat uidet nec potitur (basta la
presenza di ipsus, “per colpa sua", a dar torto al Vendryes.
10, che li vede equivalenti)'. L`uso di S. è più sfumato. L'op-

I Svista del Vendryes è la citazione di Plaut. Mil. 841: excruciabere, che è


un autentico passivo.
DOCUMENTAZIONE 55

posizione riflessivo/medio è viva, per es., in nat. quaest. 7, 5,


2: turbo omni nube uelocius rapitur et in orbem uertitur et
ipse se ui sua rumpit (dove ipse segna l`antitesi di ui sua con
gli agenti esterni; altrove si ha sempre rumpor); ir. 2, 36, 3:
qui ad speculum uenerat, ut se mutaret, iam mutauerat
(processo volitivo)1, ma ep. 58, 22: ego ipse, dum loquor mu-
tari ista, mutatus sum (processo inconscio); ma possono in-
tervenire assimilazioni e dissimilazioni sintagmatiche, cfr. ir.
4. 7, 1: sapiens... debet... concitari contristarique ob scelera,
ma ep. 67, 14: nihil habere ad quod exciteris, ad quod te
concites (parallelismo con uariatio, v. 2.9; negli altri esempi
di se concítare il riflessivo si appoggia a ipse, ep. 108. 25 e
116, 3); ep. 20, 12: magnae indolis est ad ista non properare
tamquam ad meliora, sed praeparari tamquam ad ƒacilia
(l'antitesi è sostenuta dalla paronomasiaz e dalla simmetria).

'Gli antecedenti del riflessivo senecano sembrano essere (se si eccettua


Plaut. Amph. 274: se mutat nell`accezione di se mouet), Hor. sat. 2. 7, 64 e
Verg. Aen. 1. 674.
2 La paronomasia non è troppo frequente in S., checché ne dica Bourgery
1922, 142 (v. anche Summers, LXXXIII; Steiner, 21-22). La più espressiva,
in quanto si appunta in due hapax beffardi, è in ep. 27, 7: stultorum
diuitum adrosor, et quod sequitur, adrisor, et quod duobus his adiunctum
est, derisor. La paronomasia può esaltare una sinonimia (tranq. an.2, 10: in-
de maeror marcorque), far sprizzare un'antitesi (ep. 107, 7:,/ì›rtiter_ƒ`ortuita
patiamur; 116, 8: malumus excusare illa [sc. uitia] quam excutere, che
Preisendanz, 74 paragona con Sen. contr. 7, pr. 4: ut uitia sua excusare ma-
lint quam eflitgere), dar vigore a un paragone (ep. 96, 3: omnia ista in Ionga
uita sunt quomodo in Ionga uia et puluis et lutum et pluuia), coronare la
simmetria isosillabica di una sententia (ep. 27,9: sed numquam nimis dicitur,
quod numquam satis discitur: è la giustificazione etica della retorica seneca-
na, v. 2.10). Un caso analogo al1'u1timo, ma con paronomasia anaforica in-
vece che epiforica è in ep. 24, 14: leuis es, siƒerre possum, breuis es, siferre
non possum (si noti la pura funzione ritmica delsecondo es e del secondo
ferre): ma qui S. era stato preceduto da Cicerone _ o da qualche epicureo
romano (Traglia, 338)- nel sovrapporre la paronomasia latina al testo di
Epicuro, cfr._/in. 1,40: quod... dolor in longinquitate leuis, in gruuitute breuis
56 DOCUMENTAZIONE

ma ep. 18, 6: animus ad diflicilia se praeparet et contra iniurias


fortunae... firmetur, e in senso inverso ir. 3, 7, 2: quotiens ali-
quid conaberis, te simul et ea, quae paras quibusque pararis ip-
se, metire (te metire e quae paras hanno dissimilato un *te
paras ipse).

1.4.2. L'uso di quelle che Gigon, 36 ha chiamato


“Reflexivformeln” nella filosofia antica è stato studiato
da Grilli 1953, passim (25 in Eraclito, 244 in S.) e sistema-
ticamente fino a Platone da Gantar 1966, 151-160. Poco (e
nulla su S.) in Egger, 9 ss. L'uso senecano risente insieme dei
modelli greci (ne indicheremo alcuni inƒra) e della tendenza
della lingua d`uso al riflessivo (v. supra), cfr. ben. 5, 7, 6: in-
numerabilia sunt, in quibus consuetudo nos diuidit; dicere
solemus “sine loquar mecum" etc.

1.4.3. Sul topos del se effugere v. La Penna, 195-197.


Se fugere è anche in Cic. rep. 3, 33: cui (sc. legi) qui non
parebit. ipse se fugiet, ma nell'accezione, più intellettualistica
e meno esistenziale, di“fuggire la propria natura d'uomO"
(segue infatti: naturam hominis aspernatus). La citazione
lucreziana di S., evidentemente mnemonica, porta: hoc se
quisque modo semperfugit, e non se ne può ricavare nessun e-
lemento per l'esatta lezione del testo di Lucrezio (perché è vero
che ƒugit potrebbe riflettere il tràdito fitgit, ma semper ƒugit

soleat esse; 2, 22: doloris medicamenta illa Epicurea tamquam de narthecio


promunt: si grauis, breuis; si longus, leuis (anche 2, 29; Tusc. 5, 88. I testi
di Epicuro in Diano 1946, 53-54). Al contrario di Cicerone, S. non si com-
piacque della paronomasia, né la ripeté pur ripetendo la gnome epicurea
(ep. 30, 14; 78, 7: natura disposuit ut dolorem aut tolerabiliorem aut breuem
faceret; ibid. 13), anche se vi applicò altri suoi moduli preferiti, come la
clausola disgiuntiva (v. 2.9.3): breuis morbus ac praeceps alterutrum faciet:
aut exstinguetur aut exstinguet (ep. 78, 17) e Fantimetabole (v. 2.6.9): non
potest (dolor) nec qui extenditur magnus esse nec qui est magnus extendi.
DOCUMENTAZIONE 57

potrebbe altrettanto bene suffragare la congettura del Madvig


fugitat, v. Borucki, 37 s.). Altrove S. ha anche il riflessivo indi-
retto tecumfiigis (ep. 28, 2). Per Agostino v. 1.8.6, n. 1.

1.4.4. La massima di Epicuro citata da S. in ep. 28, 9


(107, p. 59 Diano) è stata recuperata da Grilli 1957 nella for-
ma: âgxì; awmgíag ñ šavtoñ xairáyvwaig. Se così fossel, il
lungo commento di Mondolfo, 509 ss., inteso a dare a pecca-
tum I: åuágvqpa) l'accezione etica di “colpa” e quindi ad at-
tenuare la portata intellettualistica della gnome epicurea (v.
Cancrini, 153), non avrebbe più base. Mi pare comunque in-
dubbia l'accentuazione volontaristica del commento sene-
cano, proprio in forza della sua formulazione linguistica (I.
Hadot, Berlin 1969, 163; del resto il volontarismo di S. ha
trovato i suoi campioni in Regenbogen, passim; Pohlenz
1941, 111 ss. e 1967, II 89; Cancik, 129; Bodson, 26, etc.: v.
2.11.3); la diatesi riflessiva s”irradia in una serie di metafore
giuridiche interiorizzate (ibid. 10): ideo quantum potes te ipse
coargue, inquire in te; accusatoris primum parlibus fungere,
deinde iudicis, nouissime deprecatoris (senza precedenti se
coarguere; che il soggetto sia da identificare con la coscien-
zaz è chiarito da ep. 97, 16: coarguit illos conscientia et ipsos

1 Mi dà qualche dubbio la resa di èairwü xaráyvwaiç con notitia peccati,sia


per la ripresa di peccati con peccare nel commento che fa seguire S.: qui
peccare se nescit, sia per il confronto con ep. 53, 8: uitia sua (= peccati) con-
fiteri (= notitia) sanitatis indicium est, e coi testi di Epitteto (2, 11, 1; 1, 4,
10) citati da Bonhöffer 1890, 4 e 1894, 151. S., l'abbiamo visto (1.2.2) e lo
vedremo (2.10; 2.l1.3), è traduttore libero di Epicuro, ma è sospetto che qui
abbia evitato, senza ragione apparente, un'espressione riflessiva che si sa-
rebbe allineata a displicentia sui di tranq. an. 2, 10 e recognitio sui di ir. 3,
36, 2 (e su un diverso piano lessicale, ma nello stesso campo semantico di
uaráyvwatç cfr. ep. 68, 8: nihil damnaui nisi me e 117, 18: ipse me damno).
2Si sa che l'uso senecano del termine conscientia pone problemi per la
scarsa presenza del corrispondente avvsiåqaig negli Stoici greci: v. Cancrini,
136 ss. (145-150 su S.) con bibliografia, da integrare con Mulder, 73 e 113;
58 DOCUMENTAZIONE

sibi ostendit. In se inquirere era stato applicato da Cicerone


all'incontentabilità stilistica, Brut. 283; S. lo usa, sempre in
accezione morale, anche in tranq. an. 1, 1). E conclude con
un altro riflessivo, anch'esso, pare, inedito: aliquando te of-
fende, non sempre bene inteso dai traduttori: in armonia col
suo valore etimologico, se offendere indica l'autoshock mo-
rale che risveglia la coscienza, cfr. ep. 58, 8: expergiscamur
ergo, ut errores nostros coarguere possimus.

1.4.5. Meramente grammaticali sono i precedenti di se


excutere citati dal Thesaurus, 1310: Ter. Phorm. 586: ut
me excutiam atque egrediar domo, “cacciarsi fuori" (per un
possibile doppio senso v. la nota di Dziatzko-Hauler) e Ouid.
met. 11, 621: excussit tandem sibi se (= somnum). Da citare
piuttosto il corradicale concutio di Hor. sat. 1, 3, 34: te ip-
sum concute, che ha però, col diverso preverbio, diversa ico-
nicità (“battere un vaso con le nocche", come xcoöawíçw, v.
Kiessling-Heinze ad loc.). Contemporaneo a S., e dipendente
dalla stessa tradizione filosofica, è Persiol, che sfiora senza
raggiungerla la diatesi riflessiva (5, 22): tibi... excutienda
damus praecordia; S. l'ha anche in ben. 7, 28, 3: si te dili-
genter excusseris, ed ep. 118, 2: se excutere (cfr. ir. 3, 36, 2
dell'esame di coscienza: quicquam ergo pulchrius hac con-
suetudine excutiendi totum diem?): v. D'Agostino 1949, 126-
129. Non conosco precisi paralleli greci. Marc. Aur. 10, 37, 2:
oa'v17ò'v noôtov ššéraše sarebbe propriamente exquire, e
all'š'voeío'å'r)17L di Epitteto, 3, 14, 3, il preverbio dà una dire-
zione diversa: “scuotiti dentro"). Quanto a scrutor, comune-
mente associato a excutio (cfr. Cic. Quint._ƒr. 1, 1, 11 e Sen. ir.

Campos 1965 (ricco di materiale); Molenaar (raffronti con Cicerone);


Hijmans (rettifiche al precedente).
1 Sui rapporti tra Persio e S. (poco nitidi) Trillitzsch 1971, I 54 s.; Cizek,
passim.
DOCUMENTAZIONE 59

3, 36, 3: totum diem meum scrutor, sinonimico di excutiendi


totum diem sopra citato), i lessici di cui disponiamo non dan-
no esempi di diatesi riflessiva prima di S., come non ne dà per
inspicio il Thesaurus (cfr. Sen. breu. uit. 2, 5: tu non inspicere
te... dignatus es; tranq. an. 6, 1: inspicere autem debebimus
primum nosmet ipsos, che Grilli 1953, 245 accosta a Plut.
tranq. an. 10, 470 B: ainròv šrvioxortsiv; tornerà in August. in
psalm. 74, 9, PL 36, 952: non te uides, non te inspicis?): va
tuttavia a Cicerone il merito di avere introdotto il termine
stesso dell'introspezione (fin. 2, 118): tute introspice in men-
tem tuam ipse'.

1.4.6. Degli altri riflessivi diretti attestati per la


prima volta in S. citiamo: se alloqui (ep. 26, 4 e 54, 6; Quin-
tiliano, 11, 3, 124, l`userà invece per l'autoallocuzione ora-
toria; la medesima differenza intercorre fra il se interrogare
di Sen. ben. 5, 17. 3; ep. 13, 6 e 76, 27 e il tecnico se in-
terrogare di Cic. part. 47 e Quint. 9, 2, 14 [H. Lausberg, I
3821: ma Agostino sarà sulla linea di S., cfr. serm. 178, 7, PL
38, 963 s., citato in 1.7.2; v. anche 1.8.7); se disponere (uit.
beat. 8, 5; ep. 23, 8 e 28, 6); se ƒacere (uit. beat. 24, 4: cum
maximefacio me etformo, cfr. Marc. Aur. 11, 1. 1: Qpvzñ...
êavrñv... notai). Il più interessante è forse se ínquietare,
“togliere la pace a se stesso", che ci dà la negativa del ritrat-
to etico del sapiens (breu. uit. 14, 3; ir. 3, 11, 1; Marc. 17, 1;
Cicerone era ricorso a se sollicitare, rep. 2, 68: anxitudo...
semper... se ipsa sollicitans): non solo il riflessivo, ma nep-
pure il verbo è attestato prima di S., che ne ha ben 14 esem-
pi.

I Nell'ambito del se nosse delfico Cicerone ha anche (leg. 1, 59): cum se


ipse perspexerit totumque temptauerit (Grilli 1971, 190).
60 DOCUMENTAZIONE

1.5.1. Se adquiescere sibi non ha paralleli latini, ne


ha però uno strettissimo, formale e concettuale, in Epitteto,
3, 13, 6-7: åÂ.°oóôšv ñrtov ôsí 'mia xaì ngòç roñro
napaoxevñv åfirew 'vò öfóvaoôat aótòv šavirip âgxsivtep. 9.
3: sibi ipse suflìciat' ). òúvaadai afôtòv šafutí§› ovveìvat: (bg
Ö Zeòg abròg ša'v1Jf§ oó'v80*UI/I/ (ep. 9, 16: secum est) xaì
ñav,-gáçei. šgp' šafvroö (ep. 9, 16: adquiescit sibi) xaí... êv
êmvoíaig yívecat ngmoúaaig šafvrtii (ep. 9, 16: cogita-
tionibus suis traditus), 0'i117(og xaì 1°]/.Lãg Öúfvamlai, a'Ö1;0ì)g
šavroig }.a}.t-tiv (secum loqui, cfr. clem. 1, 1, 1; ep. 8. 6; 26,
7; 68, 6: cum secesseris, non est hoc agendum. ut de te homi-
nes loquantur, sed ut ipse tecum loquaris, etc.). La fonte
comune è Crisippo (citato da S. ibid. 14), cfr. SVF II 1064 (=
Plut. de comm. not. 36, 1077 E) - 1065 (= Seneca: manca
Epitteto). V. Scarpat 1970, 155 s.

1.5.2. Sibi inniti anche in ep. 33, 7 (prima e quasi unica


attestazione in S.). Altre iuncturae riflessive col
dativo, non attestate prima di S.: sibi contingere (ep. 32, 4,
v. 1.3); sibi haerere (tranq. an. 1, 11: sibi ipse animus hae-
reat, se colat); sibi indormire (uit. beat. 10, 2); sibi uacare
(breu. uit. 2, 5; nat. quaest. 3, pr. 2: sibi totus animus uacet
et ad contemplationem sui... respiciat). Per amicus sibi =
qnlafviióg (uit. beat. 2, 3; ep. 6, 7, traduzione da Ecatone) v.
Gantar 1964, 133 e 1967.

'Ma l'Imitatio Christi (1, 16, 4) dirà: nemo sibi sufliciens, nemo sibi
satis sapiens. Il concetto di “autarchia" era stato così parafrasato da Cice-
rone, par. 17: qui est totus aptus ex sese (cfr. anche Tusc. 5, 36: cui uiro... ex
se ipso apta sunt omnia, che traduce Plat. Men. 247 E: à'›-I:c_o yàg ai/ògì sig
êavròi/ àvñgmrai náwa) quique in se uno sua ponit omnia (cfr. Sen. ben. 4,
21, 5: conscientia... in se omnia reponit; const. sap. 5, 4: sapiens... omnia in
se reposuit, nihilƒortunae credidit; Helu. 13, 4; 5, 1: laborauit [sapiens] ut in
se plurimum poneret, ut a se omne gaudium peteret). A se petere S. l`ha in
comune con Cicerone (Cat. M. 4, cfr. anche Sen. ep. 80, 5; 113, 31; 119, 2),
DOCUMENTAZIONE 61

1.5.3. Occorre appena avvertire che il biblico in corde è


strumentale: semitismo parzialmente eliminato nella nuova
versione latina dei Salmi (Scarpat 1950. 19). Aemulator
dei (anche prou. 1, 5: bonus tempore tantum a deo difƒert.
diseipulus eius aemulatorque) è hapax (Apuleio, Plat. p. 127
Th.. dirà imitator dei. v. Moreschini. 96 s.): e Pohlenz 1967. -X-
II 95 ha osservato che l`espressione senecana va oltre la
Öuoícoatç platonica (Theaet. 176 B: sulla sua origine e
diffusione Merki, 7: Grilli 1953. 206). S. ha anche similis.
pur deo, etc.: v. i testi raccolti e discussi da De Bovis, 211-
224. Pure Cicerone aveva chiuso il proemio del I libro De
re publica 12 con una discreta allusione alla Öuoiwotg 135€),
ma come “riaffermazioiie del valore supremo dell'azione poli-
tica" (Grilli 1971, 137; v. anche Mazzoli 1967, 217): neque
enim est ulla res. in qua propius ad deorum numen uirtus
accedat humana, quam ciuitatis aut condere nouas aut con-
seruare iam conditas. Il saggio senecano antecedit deum
(prou.6. 6, v. 2.7). Da notare anche le ulteriori determinazioni
che in ep. 124, 23 seguono aemulator dei e ribadiscono il
carattere centripeto della saggezza senecana nel momento in
cui sembra trascendersi nel divino: supra humana se extollens,
nihil extra se sui ponens.

1.5.4. Il motivo del supra humana se extollere è ripreso


in nat. quaest. 1, pr. 5: O quam contempla res est homo, nisi
supra humana surrexeritf e culmina nel transilire mortalita-
tem suamlz l`á1?a1/aríçew aristotelico (eth. Nic. 1177 B).

così come in comune ha 1'altra resa di aùrágxnç, se contentus (Cic.fin. 5, 79;


Tusc. 5. 1; Sen. ep. 9. 1 ss.; 20, 8. etc.); v. Liscu, 209 s.; Widmann, 173. -X-
1Che Io sospetto fonte del “trasumanarc" dantesco (Traina 1975. 244).
Neologismo senecano è trans/igurari (ep. 6, 1; 94, 48; nat. quaest. 3, 20, 1; -X-
Bourgery 1922. 274). destinato ad avere tanta fortuna e ad esercitare un'a-
zione analogica su “trasumanare": per Bickel 1957 sarebbe calco del
platonico perao;mp.aci§sa0aI (leg. 903 E), giunto a S. attraverso Posidonio
(Zeller, 722 aveva invece pensato a uera/togqaoüaiiat).
62 DOCUMENTAZIONE

frutto anch'esso dello Öcwgsív (Papaioannou, 9). Tutto


senecano è il dinamismo della metafora, “balzar oltre" (v.
Steyns, 47 s.): le espressioni usuali erano immortalem fieri.
immortalitatem consequi o assequi. Nella prosa di S. si con-
tano 25 esempi di transilio, di cui 10 metaforici (contro i
3 complessivi di Cicerone): ben. 3, 4, 2; 3, 28, 3; 3, 33, 1; ir.
2, 3, 4; 3, 8, 1; tranq. an. 7, 1; ep. 20, 4; 23, 7; 74, 34; 93. 5.
Ma tutta la famiglia di salio è plasmata da S. in metafore la
cui carica energetica è diversamente orientata dai preverbi:
subsilire in caelum ex angulo licet (ep. 31, 11); ab hoc (sc.
corpore) modo aequo animo exit, modo magno prosilit (ep.
92, 34); quantum possumus ab illa (sc. fortuna) resiliamus
(ep. 82, 6); dissilio risu (ep. 113, 26: la locuzione più comune
era risu dissolui o dirumpi, cfr. Petr. 24, 5; Apul. met. 3. 7 e
3, 2; 10, 15). Vi accosterei la metafora dello “sprizzare”, che
assimila l'anima non meno stoicamente che poeticamente a
una fiamma: (animus) quandoque emissusƒuerit. ad summa
emicaturus (Helu. 11, 6; cfr. Pol. 9, 8); sursum ingentia
spatia sunt, in quorum possessionem animus admittitur,
et ita, si... expeditus leuisque... emicuit (nat. quaest. 1, pr.
11: un'immagine che piacerà a Prudenzio, cfr. prae_†I 44: uin-
clis O utinam corporis emicem - liber; per. 14, 91 s.: inde spi-
ritus emicat - liberque in auras exsilitl ). Ciò comprova quan-
to disse Misch, 432 sulla tendenza dello stile senecano a met-
tere in rilievo “das Werden mehr als das Sein” (v. anche
2.7.3).

1.6.1. SuIl`uso “enfatico” dei pronomi Summers, 240 (ad


ep. 56, 14). Qualche altro esempio di doppio riflessivo in casi
diversi dal dativo: pretium se sui fecit (ben. 1, 9, 1); quod
homines de aliis libentissimeƒaciunt, de te apud te male existi-
ma (ep. 68, 6).

1Nello stesso inno, 98, rerum turbine richiama Sen. ep. 37, 5 (v. 1.8),
forse mediato da Agam. 197: quis rerum imminet turbo.
DOCUMENTAZIONE 63

1.6.2. Il testo di ep. 124, 24 non è sicuro per la caduta di


una parola dopo ex nella migliore tradizione: Reynolds ha
restituito ex te di Beltrami e dei vecchi editori (Haase, Fickert,
etc.), Préchac ex ea (sc. ratione) di Hense (che però si era ricre-
duto trattando di ep. 23, 3: si[laetitia] intra te ipsum sit: v.
Hense 1927, 107). A parte l'autorità di Reynolds, mi sembrano
cogenti in favore di ex te le analogie di const. sap. 19, 2: li-
bertas est... eum se facere, ex quo solo sibi gaudenda ueniant;
Helu. 5, 1: (sapiens) laborauit... semper... ut a se omne gau-
dium peteret; ep. 20, 8: hoc opta... ut contentus sis temet ipso
et ex te nascentibus bonis.

1.7.1. In tranq. an. 14, 2 Grilli 1953, 334 e 150 nota la


corrispondenza di sibi confid ere con šqf šavrtp füagpsiv di
Cratete (ap. Plut. adul. ab amic. 28, 69 C; Platone, Phil. 83 A,
aveva detto dell'anima: moteúsw unôevì ií}.Âq› àlìfñ aiwiqv
airvfi) e di se gaudere (cfr. anche ep. 23, 6: de tuo gaude.
Quid est autem hoc “de tuo"? Te ipso et tui Optima parte) con
ël; šamroií tag réoipiag šöiçóuevov Âaußávew di Plut. prof
in uirt. 10, 81 B.1. In quest'ultimo caso la formulazione sene-
cana è più asciutta, anche rispetto al precedente sintattico
catulliano (22, 17): gaudet in se, che ha un preciso equivalente
in Filone, quod det. pot. insid. 37: šv šavrtì atãg oogpòg laígsi
(devo la citazione a Viansino 1968, 167).

1.7.2. In se colligi, ep. 101, 9 (primo esempio; cfr. Au-


gust. de Ord. 1, 3: ut se noscat [hOmo], magna Opus habet con-
suetudine recedendi a sensibus et animum in se ipsum colli-
gendi. In greco Plat. Phaed. 83 A: aiirfìpi [tfñv wvpjv] öš sig
ai.)1m`7i› švlléyeoöai; Marc. Aur. 7, 28: sig aùròv ovvi-:I}.oö, v.
la nota di Farquharson, II 733); in se conuerti, tranq. an.
3, 7 (cfr. Epict. 3, 22, 39: šmotrgéipatz-: aòroì š¢° šaurmig; 4, 4,

1 Sugli scarsi e insicuri rapporti di Plutarco con S. v. Babut, 184 ss.


64 DOCUMENTAZIONE

7: én' èuaoròv èmorgšgiw, etc.; Marc. Aur. 8, 48, 1: sig


šavrò ovatgaçévl); in se reuerti, uit. beat. 8, 4 (cfr.
Marc. Aur. 6, 11: šrváviåi sig šavróv; diverso ir. 1, 19, 4:
[ira], quia in alium non tam cito quam uult erumpit, in se
reuertitur); in se recondi, ep. 9, 17 (v. 1.5); ad se
recurrere, breu. uit. 2, 3 (v. Pohlenz 1941, 84). Non c`è in
questa accezione in se redirez (in uit. beat. 8, 4 è il dio che
in exteriora quidem tendit, sed tamen introrsus undique in se
redit), immortalato da S. Agostino (v. 1.8 e aggiungi confi 7,
16: redire ad memet ipsum; de ord. 2, 30: redire in semet ip-
sum cuique difiìcile est; serm. 178, 7, PL 38, 963 s.: redite ad
uos, inspicite uos, interrogate uos). In se recedere: uit.
beat. 2, 2; tranq. an. 17, 3; ep. 7, 8; 25, 7 (ad se); 74, 29; nat.
quaest. 4 A, pr. 20, dove è esplicita l'equivalenza con ƒugio:
ƒugiendum ergo et in se recedendum est, immo etiam a se
recedendum (cfr. uit. beat. 12, 2: in media solitudine, quamuis
ab omnibus recesserint...). Questa terminologia è inedita a
Roma prima di S.: solo nel contemporaneo Persio, 4, 23, tro-
viamo: nemo in sese temptat descendere, che s'innesta sull'uso
metaforico del verbo, già presente, per es., in Sall. Iug. 11, 7:
quod uerbum in pectus Iugurthae altius... descendit; Liu. 3,
52, 2: curam in animos patrum descensuram; Sen. contr. 1,
pr. 18: quaecumque... in animum eius descenderant, ma in-
sistente in Seneca, cfr. Helu. 18, 8: altius praecepta descen-

lL'astratto verbale in Epict. 3, 16, 15: èmargotpì; ê<p'a1“›1:óv; tornerà nei


neoplatonici (Giacon, 49). Sulla locuzione v. Dodds, 81 e bibliografia ivi
citata; specificamente Aubin,« passim (57 in Filone che ne ha il primo esem-
pio.migr-Abr-1952 ei; šawìw èmøfeaweis; 59-66 in Epitteto; 161-179 in Plotino).
2Va dunque depennato in se redeundum est in Grilli 1953, 152 (altro è
ben. 1, 3, 4: in se redeuntium chorus, delle Grazie, cfr. ep. 81, 19; nat.
quaest. 3, 10, 3: Rech, 38). S. ha però ben. 6, 38, 5: se quisque consulat et in
secretum pectoris sui redeat; e si noti, di passaggio, che S. è il primo a
usare il neutro sostantivato secretum nell'accezione di “intimità”, cfr. ep.
11, 9: aliquem habeat animus, ...cuius auctoritate etiam secretum suum san-
ctiusfaciat; 27, 1: in secretum te meum admitto, etc.
DOCUMENTAZIONE 65

dunt; tranq. an. 7, 3; ben. 1, 15, 4: in partem interiorem animi


numquam exitura descendunt; ep. 40, 4: haec oratio... descen-
dere in nos debet (v. 2, 12); 71, 31; 94, 2; 94, 40: paulatim...
descendit in pectora. Anche descendo appartiene al lessico
senecano dell'interiorità (Summers, 203 vi accosta
xaôtxvslotiai). Il suo causativo è demitto, cfr. ep. 20, 1:
philosophiam in praecordia ima demittas; 108, 9: illa demissu-
ri in animum imperitorum; tranq. an. 11, 8, etc. (è anch'essa
accezione anteriore a S.).

1.7.3. La presenza di S. in Montaigne è massiccia, so-


prattutto nel c. 39 del 1. I De la solitude: v. Grilli 1965, la cui *

bibliografia andrà completata con Bassi, 44; Gray, passim


(160 sulla frase citata nel testo); H. Friedrich, passim (221
sulle locuzioni riflessive, 260 sull'influsso del secum morari);
Cancik, 91-101 (con bibliografia); Leeman 1971, passim (rela-
tivamente al tema della morte). Si è discusso sui debiti stilistici
di Montaigne verso S.: Gray, 27 li ha ridotti, Friedrich, 388 li
ha limitati ai passi che sono stati preceduti da una lettura di S.
Direi che Montaigne mutui da S. il linguaggio dell'interiorità,
ma non quello della predicazione, risolvendo la contraddizione
senecana nel senso dell'egotismo. Per tornare al recede in te
ipsum, esso è stato uno degli archetipi della coscienza euro-
pea: riecheggia come esplicita eredità senecana in Gracián
(“el retiro de sé mismo”, v. Blüher, 410) e in Rousseau
(“resserre ton existence au-dedans de toi”, v. Poulet, 116). Sui
rapporti con S. Agostino v. 1.8.6.

1.7.4. Sul motivo de11'síg É-:afvtôv àvalwpsiv Festugière-


Fabre, 348 ss.; Grilli 1953, 152 ss. e 210; Rabbow, 91 ss. (come
pratica psicagogica). Il verbo non determinato da pronome
riflessivo, ma in accezione psichica è in Platone, Phaed. 83 A
(åx roútwv, dai sensi).
66 DOCUMENTAZIONE

1.7.5. La metafora della filosofia come arx è anch'essa


topica, cfr. i testi citati da Alfonsi 1949, 208 s. e aggiungi Ciris
14; Boeth. cons. 1. pr. 3, 13; per il greco Marc. Aur. 8, 48, 3
con la nota di Farquharson, Il 776.

1.8.1. I “motivi esistenzialistici" in S. studiati da


Bertini, meriterebbero un maggiore approfondimento (con le
debite cautele): asistematicità (v. 2.8.3). preminenza della
“philosophie de l'homme" sulla “philosophie de la nature"
(Mounier, 37), appello a1l'interiorità, temporalità, costante pre-
senza della morte (v. Caponigri e Leeman 1971; sul tempo in S.,
oltre il più generale Goldschmidt, v. Grilli 1962; André-Au-
benque 1964, 47 e 80; Cerezo [in connessione coi temi della li-
bertà e della “interiorità riflessiva"]; Grimal 1968 [soprattutto
in rapporto all'epicureismo]; Moreau 1969 [a parziale correzio-
ne del Goldschmidtl; Traina, Torino 1973, X ss. Irrilevante
Zaragueta). Certo Kierkegaard nel suo Diario cita volentieri S..
e trova le sue lettere “un cibo sostanzioso" (II 91 ed. Fabro,
Brescia 1962): v. anche Cancik, 101-107.

1.8.2. Sul “sentimento della socialità" (Pohlenz 1967, I


411) in Panezio è d'obbligo il rimando a Pohlenz 1970, 195
ss.; v. anche Milton Valente, 215. E significativo che S. non
sembri utilizzare né il De ofliciis ciceroniano né il suo modello
paneziano (Boyancé 1964, 248; Laffranque, 188): Boyancé
1964, 224 limita in questo senso la tesi di Grilli. Lo stoicismo
dell'epoca scipionica non si esaurisce però in Panezio: la sua
apertura sociale poteva spingersi fino a giustificare la politica
riformatrice di Tiberio Gracco (I. Hadot 1970). Panoramica
sullo stoicismo romano del I sec. d.Cr. in Chevallier.

1.8.3. L'appello all'interiorità è comunemente rico-


nosciuto come componente essenziale del messaggio senecano,
v. Zeller, 721; vi insistono nel quadro generale del pensiero an-
tico Martinazzoli, 197 ss.; Pohlenz 1967, II 184 ss. (ne1l'ambi-
DOCUMENTAZIONE 67

to dello stoicismo); Grilli 1953, 217-280 (sulla base dell'identi-


ficazione, un po' restrittiva, di vita contemplativa e interiorità:
v. Boyancé 1964, 219); Mondolfo, 526-548 (in direzione di
un'etica soggettivistica); in scorcio Funaioli, 232 (come una
tappa nella conquista dell'individuo); Courcelle 1962, 267
(come una fase nella storia del nosce te ipsum dall'antichità al
medioevo). Tace invece di S. il Gusdorf contrapponendo in-
trospezione antica e moderna.

1.8.4. Lo spettacolo divino dell`uomo in lotta con le avver-


sità (Busch, 145: lavoro ricco di materiale e di bibliografia) è
divenuto topico nei Cristiani, con allusioni formali a S., cfr.
Min. Fel. 37, 1: quam pulchrum spectaculum Deo, cum Chri-
stianus cum dolore congreditur (Burger, 33; Pohlenz 1967, II
350; D'Agostino 1950, 143); Cyprian. ep. 10, 2, 3; 58, 8, 1: ec-
ce agon sublimis. .. ut spectet nos certantes Deus et. .. certami-
nis nostri spectaculo perfruatur (Castiglioni 1933, 1082).
Virfortis ac strenuus appartiene al novero delle espressioni
trasferite dalla terminologia politica a quella filosofica: come
libertas (v. 1.2.1) e populus (Pohlenz 1967, II 81; in ep. 29, 10
traduce oi :rtoÂ.}.oi di Epicuro, v. 2.11.4). Altro esempio ep. 71,
10: olim prouisum est, ne quid Cato detrimenti caperet (era la
formula del senatusconsultum ultimum). Parallela al concetto
di “libertà” è la parabola del concetto di “pace” (Lana 1967),
cfr. pax animi (uit. beat. 3, 4; ep. 66, 46), già Ouid. met. 11,
624 e trist. 5, 12, 4: pax mentis (cfr. le locuzioni di Cic. Tusc.
5, 48;fin. 1, 47 e Fuchs, 189; Liscu, 56. Sen. ep. 87, 3: [ani-
mus] fecit sibi pacem è da confrontare con Cic. Tusc. 4, 37:
sibi ipse placatus).
Dalla lingua militare, ricca fonte di metafore (Steyns, 16
ss.), val la pena di citare almeno ep. 96, 5: uiuere... militare
est, cui Pohlenz 1967, II 79 annota: “Il Romano rimane volen-
tieri affezionato all'idea che la vita è una battaglia...; i Greci
preferiscono parlare di agon". In realtà la medesima metafora
è in Epitteto, 3, 24, 34: orgarsia tig šotw Ö Bíog (anche ciò che
68 DOCUMENTAZIONE

segue ha un parallelo in Sen. ep. 107, 9). Influsso diretto? Ma


la nota ad loc. di .l. Souilhé (Belles Lettres, 99) rimanda a Plat.
apol. 28 D e Hense 1909, 54 accumula paralleli diatribici (non
tutti calzanti): è un esempio della difficoltà di definire i rap-
porti fra S. ed Epitteto.

1.8.5. Non minore difficoltà presentano i rapporti di S.


con Marco Aurelio. Il paragone degli uomini con le formi-
che ha impressionanti convergenze formali, cfr. nat. quaest. 1,
pr. 10: ƒormicarum iste discursus est in angusto laborantium,
e Marc. Aur. 7, 3, lzuvguñxaw ta}.ama›Qiai xaì álôopogíai,
uvlôíwv šnronušuwv Öiaöçouaí: ma il ricorrere dello stesso
paragone in Luciano, Icar. 19 e Plut. exil. 6, 601 C ne tradisce
la topicità, risalente a Plat. Phaed. 109 B secondo Festugière
1949, 442 ss. (v. anche Traina 1975, 242). Coincidenza, quasi più
che convergenza, mostrano prou. 6, 6: (mors) nos autfinit aut
transfert; ep. 65, 24: mors quid est? Aut finis aut transitus e
Marc. Aur. 5, 33, 5: ti oiiv; Ilsgiuevsig ì'Â.ea›g tñv s'i1:s oßéow
site ,u.e1:áo1:aow(cfr. anche 7, 32 e v. 2.6.8); tranq. an. 2, 15 (=
ep. 24, 26 = 89, 18): quousque eadem? e Marc. Aur. 6, 46:
ušxpt rívog 01511; (storia del topos in Bernardi Perini, 10-14,
ma solo S. e Marco Aurelio coincidono nel1'espressione); ep.
61, 1: sic illum (sc. diem) aspicio, tamquam esse uel ultimus
possit e Marc. Aur. 7, 69: :rvãoav ñuégafv (bg tslcvfaíav
Ötešáyewç ep. 24, 13: non hominibus tantum, sed rebus per-
sona demenda est e Marc. Aur. 6, 13, 3: iíavov Âíafv åšiómora
rà rcgáy/tara qaawrágcrai, (ôei) ânoyfuuvoñv aímí (gli altri
raffronti citati da Rabbow, 328 sono meno stringenti); cfr. ep.
54, 5 e Marc. Aur. 4, 19, 1 segnalato da Farquharson, I 58,
etc. Si tende a riportare questi e altri incontri a fonte comune:
il Protrettico aristotelico? (Bignone, II 468 s.; Alfonsi 1954,
107). Il solito Posidonio? (Theiler 1965, 109; Neuenschwander,
smentito da Laffranque, 189; v. anche Mazzoli 1967, 209). Il
silenzio di Marco Aurelio su S. si spiega doppiamente con la
sua avversione alla retorica (1, 7, 3: l'imperatore scrive per sé e
DOCUMENTAZIONE 69

non per gli altri!) e con 1'educazione frontoniana (M. Baum-


garten, 17; Trillitzsch 1971, I 72; v. 2.10.1), ma da11'episto1ario
di Frontone appare chiaro che doveva averlo fra le mani (p.
149 v. den Hout): e S. non è scrittore che si dimentichi facil-
mente. (Ora echi del De otio e del De tranquillitate, in antitesi
con Frontone, addita in Marco Aurelio André 1971, 236 e 253
s.).

1.8.6. Un discorso simile può valere anche per S. A-


gostino, certo più sensibile di Marco Aurelio al fascino
della retorica. Parla poco di S., al punto che la ricerca di Ver-
beke su Agostino e lo stoicismo ha potuto quasi prescindere
dal cordovese (il tramite principale resta sempre Cicerone), ma
lo ha letto e ricordato (v. 1.1.3; Courcelle 1948, 156; Rachet,
339). Courcelle stesso (Bruxelles 1964, 167 ss. : 1968, 399 ss.)
proprio a proposito dell'immanenza divina fa un quadro sinot-
tico di testi senecani e agostinianil per concludere: “Augustin
reproduit presque mot-à-mot les expressions de Sénèque”;
preferisce tuttavia pensare a una generica origine stoica, riela-
borata platonicamente, che a fonte diretta. La grande fonte
de1l'interiorità agostiniana è incontestabilmente neopla-
tonica, per ammissione dello stesso santo che così descrive
l'effetto dei libri Platonicorum su di lui (contra Acad. 2, 5):
prorsus totus in me cursim redibam; (conf 7, 16): et inde
admonitus redire ad memet ipsum intraui in intima mea duce
te (cfr. Plot. 1, 6, 9: ävays šrcì oavròv xaì iöé, che Agostino
poté conoscere dapprima attraverso i sermoni di Ambrogio
[Courcelle 1968, 113], poi attraverso le perdute traduzioni di
Vittorinoz); resta però il fatto che le superstiti opere vitto-

'Fra i quali (oltre a ep. 41, 2, su cui v. 1.9) tranq. an. 2, 14 (v. 1.4) e in
psalm. 74, 9, PL 36, 952: te ipsum quoƒùgies? Nonne quocumquefugeris, te
sequeris? (anche conjI 4, 12: quo a me ipsoƒugerem? Quo non me seque-
rer?).
2L'annosa questione della conoscenza del greco in Agostino pare risolta
dalla metodica indagine diacronica di Courcelle 1948, 137 ss.
70 DOCUMENTAZIONE

riniane, anche dove neoplatonizzano, sono lontanissime nella


loro secchezza sillogistica dal linguaggio agostiniano dell'inte-
riorità: v. Henry, 49 ss.; P. Hadot 1960, I 86 e passim; id.
1968, II passim. Generalizzerei l'equilibrato giudizio di Scar-
pat 1970, 117: “Non intendiamo, tuttavia, affermare che
questa alta concezione sia arrivata a Sant”Agostino da Seneca,
ma solo che egli s`è ricordato di S. nell'esporre questa dottrina
sulle Idee" (v. anche Courcelle 1962 sul filone socratico-stoico-
neoplatonico-cristiano del nosce te ipsum). Naturalmente lo
sbocco dell'interiorità neoplatonica e agostiniana (il cit. conf.
9, 25 risente di Plot. 5, 1, 2) è il trasporto dell'anima fuori di
sé, in Dio (l'ëx-o17aoLg): sulla linea agostiniana saranno perciò
i mistici che non si stancheranno di ripetere l'in te ipsum redi
(Chuzeville, 39; de Gandillac, 85 e 198; Giacon, 161, etc. Mi
limito a un passo di Fray Luis de León, citato da Alonso, 185:
“[en la noche] los sentidos sosiegan; y el alma, retirada en sí
misma y desembarazada de las cosas de fuera, éntrase dentro
de sí, y puesta allí, conversa solamente consigo, y reconócese",
perché non è escluso in Fray Luis l'influsso del conterraneo S.,
v. Blüher, 234). A S. invece si rifà il filone umanistico dell'inte-
riorità (v. 1.7.3).

1.8.7. Una terza fonte dell'interiorità agostiniana è bi-


blica: Courcelle, Bruxelles 1964, 163 (= 1968, 395) cita conf
4, 18: (Deus) intimus cordi est, sed cor errauit ab eo. “Redite,
praeuaricatores, ad cor" (Isai. 46, 8) et inhaerete illi, qui fecit
uos, dove tuttavia è possibile la mediazione formale di S.,
ep. 41, 5: animus... haeret origini suae (v. Déchanet, 757). In-
vece il passo dell'inconscio1, conƒ 10. 15 (nec ego ipse capio
totum, quod sum), continua: ergo animus ad habendum se ip-

! Proprio questo passo ha autorizzato Law Whyte, 70 a mettere S. Agosti-


no fra i precursori di Freud (v. anche Dodds, 18). Sulla memoria in Agostino
v. Pellegrino, 134 s. e relativa bibliografia.
DocuMEN'rAz|oNE 71

sum angustus est?, scalzando il se habere senecano (v. 1.3).


L'uomo, non illuminato dalla grazia, è divenuto un enigma a
se stesso (conf 4, 9: _factus eram ipse mihi magna quaestio. et
interrogabam animam meam [v. l.4.6]... et nihil nouerat
respondere mihi; 10, 50: Domine... sana me. in cuius ocu-
lis mihi quaestio factus sum). mettendo definitivamente in
crisi l'intellettualismo antico. Chiamerei abissale questo
aspetto dell'interìorità agostiniana, ricordando con_ƒI lO, 2:
Domine, cuius oculis nuda est abyssus humanae conscientiae;
4, 22: grande profimdum est ipse homo (in S. proƒundus ha
una dimensione fisica e metafisica _ le voragini dello spazio e
del tempo' _, mai psichica. per la quale usa altus, cfr. uit.
beat. 4, 4: laetitia alta atque ex alto ueniens: ep. 75. 5: nullum
in alto malum est _ Agostino dirà in proƒundo, coriƒl 9, 12).
Sullo “spazio interiore" in S. Agostino v. in particolare Blan-
chard.

1.9.1. S. ama giocare col contrasto delle preposizio-


ni, sulla linea di quella che Theiler 1934, 32 ha chiamato “die
Metaphysik der Präpositionen” (è significativo che, citando
due volte ep. 73, 16 come mirabile anticipazione pagana, l'or-
todossia del Petrarca si fermi ad ad homines, v. Bobbio, 260).
Nell'ambito delle metafore spaziali dell'interiorità, circa si op-
pone a in mediante la correctio avversativa, sindetica o asinde-
tica (v. 2.7.3): omnia ista circa sapientiam, non in ipsa sunt
(ep. 117, 18); nihil horum (sc. i beni di fortuna) in ipso est, sed
circa ipsum (in connessione con l'autopossesso. cfr. ibid.:
nemo gloríari nisi suo debet, v. 1.3.2). Circa alterna con apud
come simbolo linguistico di esteriorità, cfr. ep. 98, 10: quic-

IV. Traina, Torino 1983, XII, dove si dà il corrispondente del pro-


fundum temporale senecano in Marc. Aur. 4, 50, 5: rò álavêg roü aiö1›oç(cfr.
anche 5, 23, 2).
72 DOCUMENTAZIONE

quid est, cui' dominus inscriberis, apud te est, tuum non est;
uit. beat. 25, 1: non suspiciam me ob ista (sc. i beni di fortu-
na), quae etiam si apud me, extra me tamen sunt; ep. 74. 17:
(bona) sint apud nos, sed ita, ut meminerimus extra nos esse
(l'antitesi si ripercuote a livello verbale, ibid. 18: omnia ista
nobis accedant, non haereant).

1.9.2. Lo schema tricolico, epiforico o anaforico, è di tradi-


zione dossologica: Norden 1956, 240 ss. e 348 ss. ha accostato
passi paolini (oltre Eph. 4, 6, che Norden non crede autentico,
Rom. 11, 36: è§ aùroñ xaì ôüaùroñ xaì sig afùròu rà zrvávra,
etc.) a Marc. Aur. 4, 23, 2: šx 0017 rcáwra, šv aoì :rráa/1:a,sig cè
fváfvm (v. anche Arnold, 352) e Ps. Apul. Asclep. 34, p. 74
Th.: omnia enim deus et ab eo omnia et eius omnia uoluntatis
(aggiungerei Mar. Victor. hymn. 1, 69 in P. Hadot 1960, I 626:
per ipsum cuncta et in ipso cuncta atque in ipsum omnia): il
tramite sarebbe il giudaismo ellenizzatoz. I due passi di S. e
di Paolo citati nel testo hanno in comune anche il fatto di
culminare nell'espressione de1l'interiorità3 (v. Mondolfo, 532
per S. e Schlier, 231 per Paolo); ma non occorre ricordare la

1 Necessario cui, che anche Hense 1925, 126 accettò, sotto forma di quoi,
dopo averlo rifiutato nelle due edizioni.
2 Si profila nello sfondo l'ombra di Filone, di cui sono assodati i rapporti
con Paolo (Maddalena, 419), e non escluso un qualche rapporto con S.
(Scarpat 1965; che Maddalena non nomini mai S., come del resto Epitteto e
Marco Aurelio, non stupisce, dato che il suo interesse è volto assai più al
versante giudaico dell'opera tiloniana. Un opuscolo che offre più di una con-
cordanza con S., il De uita contemplatiua, è citato una sola volta). Altra fon-
te indiretta di rapporti fra lo stile di Paolo e quello di S. è la diatriba, v.
Norden 1958, II 506 e specificamente Bultmann 1910.
3Sorprende che Courcelle, Münster 1964, 42 esaminando il riecheggia-
mento minuciano di questo passo (32, 7) attraverso la mediazione di Virgilio
(ecl. 3, 60; Aen. 6, 723 ss.), concluda: "Minucius n'hésita pas à proclamer
que Dieu nous est non seulement proche, comme dit Sénèque, mais infus,
comme dit Virgile".
DOCUMENTAZIONE 73

profonda differenza tra Yautoregolamentazione etica di S. e il


corpo mistico paolino: Parker sottolinea la distanza del
m›e17,u.a stoico, di cui lo spiritus del passo senecano sarebbe un
imbarazzato equivalente, dal misñua paolino; Sevenster, 90 s.
contesta la legittimità di un'interpretaZione del sacer spiritus
senecano in senso personalistico. In generale sulle differenze
che intercorrono tra S. (e stoicismo) e Paolo (e cristianesimo)
v., fra gli altri, Marchesi 1944, 377 s.; Omodeo, 283 ss.; Bult-
mann 1964, 133 ss.; tra Paolo e Marco Aurelio Festugière
1932, 264 ss. Controcorrente va la tesi di Elorduy sull'esistenZa
di rapporti personali tra l'aposto1o e il ministro di Nerone.

1.9.3. Val la pena indugiare sull'uso senecano di intra


(solo un accenno in Bourgery 1922, 3901) e del suo campo
semantico, confrontandolo col materiale anteriore raccolto nel
Thesaurus (la voce intra è firmata da Hiltbrunner, autore an-
che di un articolo [1962] sugli avverbi in -tra). La migliore
definizione del valore originario di intra è sempre quella di
Hand, III 430: “significat... id, quod in loco aliquo finibus cir-
cumscripto vel linea determinato inest”: indica cioè rimanere
all'interno di un dato limite, in opposizione (-tr-) a ciò che ne
sta fuori, come il nostro “entro e non oltre”, cfr. intra
pomoerium (Liu. I, 26, 6), intra montem Taurum regnare
(Cic. Sest. 58, col commento di Gell. 12, 13, 25: sic dicit, ut
non significet in monte Tauro, sed usque ad montem cum ipso
monte). L'implicaZione del limite differenzia intra da in, sia in
senso fisico (Val. Max. 9, 12, ext. 1: intra pectus inclusa ani-
ma, di un suicida) che psichico (Sen. contr. 8, 6, 3: coacti dolo-
ris intra praecordia; Val. Max. 4, 1, 13: non laetitiam suam...
pateƒecit, sed summum gaudium intra se continuit): in tutti e

1Non esatta l'affermazione di Bourgery 1922, 209 che in ep. 12, 2: quod
intra nos sit, intra stia per inter. Inter direbbe reciprocità, mentre qui si
richiede limitazione: “resti fra noi”.
74 DoCUMENTAZIoNE

tre i casi il limite riaffiora nel verbo. L'accezione psichica si


specifica nel valore di “occultamente, tacitamente", cfr. Ouid.
trist. 3, 4, 69 s.: intra mea pectora quemque -alloquar (per
non compromettere gli amici: vi risponde ibid. 72: occulte
si quis amabat, amet); ibid. 4, 5, 17: intra tua pectora gaude,
sicché il sintagma viene a invadere l'area di secum (secum gau-
dere è in Plaut. Ep. 651, cfr. Cic. Tusc. 2, 51: sermo intumus,
cum ipse secum: è la concezione arcaica dell'interiorità come
sdoppiamento del soggetto, v. esempi in Traina 1971, 87 S.).
Un solo passo sembra anticipare S. nel denotare la pura inte-
rioritàl, Ouid. met. 7, 55: maximus intra me deus est, tanto
più sorprendente se accostato a ars 3, 549: est deus in nobis, et
sunt commercia caeli; fast. 6, 5: est deus in nobis, agitante
calescimus illo; Pont. 3, 4, 93: ista dei uox est: deus est in pec-
tore nostro (ma non sono sullo stesso piano: negli ultimi tre
casi è adombrata l'immagine del poeta švüsog, portavoce del
dio, mentre nel primo Medea, all'obbieZione che fuggendo
avrebbe abbandonato gli dei patrii, risponde a se stessa che il
più grande di essi, Amore, se lo porterà chiuso nel suo cuore,
bfvò xçaôíy, come aveva detto Apollonio Rodio, 3, 296).
Intra presenta in S. (prosatore) una frequenza imponente:
131 esempi, dei quali una ventina circa in accezione psichica,
sia in funzione preposizionale sia avverbiale. Quest'ultima,
com'è noto, è rarissima prima di S., cui Hiltbrunner 1962, 264
ne attribuisce l'introduzione nella prosa letteraria. Dei 6 esem-
pi (ir. 1, 1, 7 è incerto), due indicano interiorità in esplicito
contrasto con le manifestazioni esteriori (ir. 1, 20, 5 e uit. beat.
12, 5); degli altri riparleremo a proposito di intus (1.9.4).
Intra preposizione ricorre per lo più con l'originario valore
limitativo, di cui non occorre dare esempi se non quelli che

1Per errore in Kühner-Stegmann, I 549 si fa risalire questa accezione a


Vell. 2, 111, 4: intra se finens, riferito a un collettivo, hostis, le cui forze non
trovano sbocco all'esterno. In compenso non si fa il nome di S.
DOCUMENTAZIONE 75

mostrano il passaggio alla denotazione dell`interiorità: si con-


f`rontino ben. 2, 31, 1: cum... omnis... uirtus intra se perƒecta
est ed ep. 113, 5: intra se absolutum (cioè, in entrambi i casi,
una compiutezza chiusa in sé: Cicerone aveva usato per. cfr.
part. 94: absoluta et perjecta per se) con ep. 74, 1: qui omne
bonum honesto circumscripsít, intra se est felix: qui l'auto-
limitazione coincide con l'interiorità. Sempre legata al valore
limitativo c'è poi la vecchia accezione di "tacitamente", cfr.
ben. 2, 1. 4: deos... tacite malumus et intra nosmet ipsos pre-
cari; ibid. 6. 38, 2: omnes idem uolunt, id est, intra se optant;
breu. uit. 12, 4. Né si distaccano dall'uso anteriore i casi di in-
tra + sostantivo come ben. 4, 21, 1: intra conscientiam clusus
est (cfr. ibid. 3, 1, 4) o ir. 2, 35, 4: intra pectus (in senso mate-
riale ir. 2, 31, 6 e 3, 10, 4: intra domum). L`innovazione sene-
cana sta nell'aver normalizzato intra + pronome personale per
indicare l`interiorità psichica (8 casi), sfruttando l'espressività
che veniva al sintagma dall'oppOsizione etimologica den-
tro/fuori: ep. 23. 3: nascitur (laetitia), si modo intra te ipsum
fit (precede: uolo tibi illam domi nasci: v. Hense 1927, 107-
108); 104, 21: auarus,corruptor, saeuos,fraudulentus,multum
nocituri si prope a te ƒuissent, intra te suntl; ir. 2, 31, 3:
regis quisque intra se animum habet (intra se habere, ricorren-
te anche in ben. 7, 19, 7 ed ep. 65, 7, innova rispetto all'usuale
in se habere, v. Thesaurus s. v. habeo, 2405); 2, 1, 1: quae in-
tra nos... oriuntur; ep. 50, 4: non est extrinsecus malum
nostrum: intra nos est, in uisceribus ipsis sedet. In quest'ul-
timo passo non solo l'opposizione con extrinsecus, ma soprat-
tutto l'equivalenza intra / in uisceribus nostris ci fa com-

lÈ un topos presente anche in Pers. 5, 129 s.: intus et in iecore aegro -


nascuntur domini, che però è più vicino a Epict. 4, 1, 86: 1:01); èv íyaìv
wgáwovg (giungerà a Boeth. cons. 4, m. 2. 9 (cum Caput tot unum cernas
ƒerre tyrannos). Nella sfera di questo linguaggio da segnalare anche l`incon-
tro, ovviamente indiretto, fra Pers. 1, 7: nec te quaesiueris extra e Epict. 3.
24, 112: rà àyaüà š§a› ,uñ Qqreírs, èu êaufoíg §1;1:eí17e (anche 2, 16, 47 e 3, 22, 27).
76 DOCUMENTAZIONE

prendere come dal senso di uno spazio limitato si passi a


quello di uno spazio chiuso, segreto, interiore. Se ne ha confer-
ma nel celebre sacer intra nos spiritus sedet (ep. 41, 2), il cui
contesto dice inequivocabilmente che l'interiorità umana è
vista come il penetrale di un tempio abitato dal dio, cfr. ibid.
1; non sunt ad caelum eleuandae manus nec exorandus aedi-
tuus, ut nos ad aurem simulacri... admittat; ibid. 2: in
unoquoque uirorum bonorum “quis deus incertum est, habitat
deus" (citazione virgiliana interiorizzata, v. Setaioli 1965, 151).
Questo tema, che De Bovis, 222 ha chiamato della “inha-
bitation divine”, è frequente in S., cfr. per es. ep. 31, 11: quid
aliud uoces hunc (sc. animum) quam deum in corpore humano
hospitantem?; fr. 123, p. 42 Haase: non templa illi (sc. deo)
congestis in altitudinem saxis exstruenda sunt: in suo cuique
consecrandus est pectore (ap. Lact. diu. inst. 6, 25, 3; cfr. il
riecheggiamento minuciano, 32, 2: nonne melius [deus] in
nostra dedicandus est mente? In nostro immo consecrandus
est pectore?). La storia del tema da Pitagora ai Cristiani è
rapidamente sbozzata in Deus internus di Haussleiter: su S.
806 (pura indicazione di passi) e 804 s. (riconduce a Posidonio
l`immagine dell'anima come tempio; ibid. cita Manil. 4, 886:
an dubium est, habitare deum sub pectore nostro?). L'accOsta-
mento di sacer intra nos spiritus a Marc. Aur. 2, 13, 1: Ö
švôov šafvroü ôaíuaw (Mulder, 73 s.; Theiler 1965, 119;
Farquharson, II 528) è giustificato anche formalmente dal-
l'equivalenZa che i Latini stessi sentivano fra intra e
šivôov/švróg, come provano non solo i glossari, ma anche le
traduzioni, da Cicerone (Tim. 37: intra caelum = Plat. Tim.
40 C: Évtòg 0i›Qa1/05) ai Cristiani (psalm. 108, 22: intra me =
švtóg uov). Da notare che in Platone švróç, non šñzôov è
deputato all'espressione dell`interiOrità (Des Places s.v. åvróg;
sulla diversa situazione omerica Treu, 11 ss.), cfr. rep. 9, 589
A: Ö åvròg ävügamog, che diverrà in Plotino (1, 1, 10): ó
šfvôov óívügamog e in Paolo (Eph. 3, 16; Rom. 7, 22): ò :íaw
åívôgcorvogz l'interior homo agostiniano.
DOCUMENTAZIONE 77

1.9.4. Alla funzione prevalentemente preposizionale in in-


tra risponde quella avverbiale di in tus' (intra avverbio è at-
testato solo nei Dialoghi, con l'eccezione di nat. 1, pr. 13:
[deus] opus suum et intra et extra tenet, spiegabile con la cop-
pia polare, cfr. ir. 1, 3, 7: tota illorum ut extra ita intra for-
ma): a entrambi si contrappone il bivalente extra. Una coppia
di avverbi dinamici completa il sistema senecano dello spazio
psichico: introrsus (-um) dice la direzione verso l'interno, ex-
trinsecus la provenienza dall'esterno: non ƒulgetis extrinsecus,
bona uestra introrsus obuersa sunt (prou. 6, 5: per Summers,
163 è metafora desunta dalle finestre, che possono guardare
sia sulla strada che sul peristilio). Secondo il Thesaurus solo
Orazio prima di S. ha usato introrsus (-um) in senso psichico
(sat. 2, 1, 65 e ep. 1, 16,45).

1.9.5. Altre definizioni senecane della libertà: deo


parere libertas est (uit. beat. 15, 7); perpetua libertas, nullius
nec hominis nec dei timor (ep. 17, 6). Per l'associazione di
èlsvåsgía con termini semanticamente negativi in Epitteto
cfr. 2, 1, 21; 3, 22, 48; 4, 3, 7 (v. in generale D'Agostino 1950,
89-116). Sul sostanziale fallimento della libertà stoica in parti-
colare Bréhier, 29 (in riferimento al giudizio di Hegel); Robin,
167; Schaerer, 186; Bridoux, 122 s. Il pericolo del solipsismo
che insidia l'interiorità senecana è unilateralmente accentuato
da Howald, 356 ss. (v. 2.12.8).

2.1.1. Il giudizio di Marchesi riecheggia Leo 1926, 102:


“Col suo modo di adoperare pensieri e lingua Seneca ha con-
dotto al suo punto più alto di evoluzione lo stile che dominava
da mezzo secolo”. Al processo che porta lo stile latino dalla

I Usato fin da Plauto in senso psichico. Fra gli esempi senecani estraggo


ep. 74, 19: nullus autem contra jbrtunam inexpugnabilis murus est: intus in-
struamur, che interiorizza il simbolo dell'anc (v. 1.7.5).
78 DOCUMENTAZIONE

retorica del periodo a quella della parola ha dedicato pagine


forse un po' prolisse Marache.
La dimensione cosmica della saggezza nel più ampio qua-
dro dell'ellenismo è ben tratteggiata da Bayet.
2.1.2. Sullo “stile moderno" e le sue componenti in
rapporto a S. Oroz Reta, “Helm." 1965. Sui declamatori,
principali rappresentanti di questo stile (oltre le opere com-
plessive di Norden 1958, I 270-300; Leeman 1963. I 219-242.
in misura più modesta Guillemin 1937, 56 ss.), specifici sono
l'invecchiato Bornecque e Bonner (65-70 l`inventario retorico;
160-167 sullo stile senecano, ma esempi solo dalle tragedie). In
particolare sullo stile di Seneca il Vecchio Bardon 1943;
pura raccolta di materiali in Cerrati. Sui rapporti tra S. e i
declamatori i più autorevoli sono Preisendanz (che opportuna-
mente distingue fra rapporti diretti e rapporti sospetti di inter-
mediario topico) e, meno cauto, Rolland; materiali vari in
Viansino 1969 e Rayment (aggiunge al Bonner tre esempi in
prosa).
Il cardine di questo stile, la sententia, è caratterizzata
da Quint. 12, 10, 48: feriunt animum et uno ictu frequenter
inpellunt et ipsa breuitate magis haerent. Riporto due defini-
zioni moderne: “pensée exprimée d'une manière brève et pi-
quante" (Bornecque, 51); “kurz und einprägsam formulierte
Maxime" (Cancik, 135).
2.1.3. Sui debiti di S. verso lo stile diatribico (di cui non
si sa molto) classico Weber (fissa 28 caratteri dello stile di Bione
e li ritrova tutti in S.; ne dipende Trillitzsch 1962, 20-22); più
ampio e meno selettivo Oltramare, 252 ss. (i nutriti raffronti
con S. riguardano assai più il contenuto dei topoi che lo stile);
indirettamente anche Bultmann 1910, che descrivendo i carat-
teri formali della diatriba (10-64) fa uso _ limitato _ di mate-
riale senecano. Bisogna tener conto della diversa classe sociale
a cui si rivolgeva S. (Bultmann 1910, 7; Husner, 18; Albertini,
305).
DOCUMENTAZIONE 79

2.1.4. Il giudizio di Misch, 432 suona nel testo originale:


“...werden die einzelnen Teile, jeder für sich, aufs genauste
bearbeitet, damit in ihnen kein Stückchen Raum leer bleibe,
jeder Gedanke wird so konzentriert und möglichst bezeich-
nend ausgeprägt, dass der Inhalt die Form zu sprengen droht,
und diese Spannung entladet sich dann, indem die Glieder,
die äusserlich nur durch die Mittel der rhythmischen Prosa
unter sich verbunden sind, in einer sentenziös Zugeschliffenen
Spitz zusammengefasst werden".
Della frase senecana plus signiƒicas quam loqueris (su cui
Setaioli 1971, 156) si ricordo proprio Quintiliano nella defini-
zione dell'emphasis (8, 3, 83): plus significat quam dicit.
Sullo stile paratattico di S. v. 2.8.3 e 4.

2.2. Conti(n)git con l'infinito è attestato a partire


dai poeti augustei (problematico è Cic. Arch. 4). Per l'uso
senecano v. Opitz, 27; Thomas, 21; Bourgery 1922, 352, secon-
do il quale si conterebbero solo 5 esempi con ut (ma in clem. 1,
19, 8 il testo è incerto) contro 32 con l'infinito: “Sénèque
choisit, semble-t-il, l'une ou l'autre construction, suivant
qu'elle lui est plus commode". Si può precisare: la norma in S.
è l'infinito, e ut interviene o a dissimilare due infiniti (ep. 97,
13: potest nocenti contingere ut lateat), o a introdurre un
soggetto diverso (ep. 30, 12: si cui contigit, ut illum senectus
leniter emitteret). In ep. 22, 17: nemo quam bene uiuat, sed
quam diu, curat, cum omnibus possit contingere, ut bene
uiuant, ut diu, nulli, alla dissimilazione contingere *uiuere si
somma l'anafora antitetica ut bene / ut diu, corrispondente a
quam bene / quam diu (per il rilievo finale di nulli v. 2.9.3).

2.3.1. Per la storia del sintagma prima di S. dati in


Riemann, 303 ss.; Laughton, 118 ss.; Cerrati, 169 ne conta
una cinquantina di esempi in Seneca il Vecchio. La sua fre-
quenza è ben nota come uno dei più caratterizzanti stilemi
senecani (Summers, LXVII; Thomas, 22; Bourgery 1922, 360;
80 DOCUMENTAZIONE

Martinazzoli, 15; Oroz Reta, Cordoba 1965, 132, etc.): ma


solo Westman l'ha sottoposto a un'indagine esauriente e
minuziosa, incasellando i 1091 esempi (comprese le tragedie)
secondo un complesso e discutibile criterio semantico-sintatti-
co (v. Traina 1965).

2.3.2. L'aggancio del participio futuro alla figura


etimologica, che nella maggior parte dei casi si presenta
come poliptoto (v. 2.6.1 e 2), ha per ovvia conseguenza il cozzo
di due piani temporali diversi, in genere presente e futuro: è la
catena senza fine di un gioco crudele (ep. 7, 4: interfectores
interfecturis iubent obici: siamo al limite della paronomasia);
è un atto di fede nel progresso (ep. 79, 6: inuenturis inuenta
non obstant), degno di chi precorse la scoperta dell'America (il
coro di Med. 375 ss. fu meditato da Colombo); è l'arguto
smascheramento dell'ipocrisia (ben. 1, 9, 2: eadem facturi
oderefacientem). Più complesso sintatticamente tranq. an. 12,
4: cucurrerunt... salutaturi aliquem non resalutaturum, dove
la corsa dei clienti verso la frustrazione quotidiana è vista in
uno scorcio prospettico a tre piani temporali. Stilisticamente
la massima complessità si raggiunge in ep. 63, 7: mihi ami-
corum defunctorum cogitatio dulcis ac blanda est. Habui enim
illos tamquam amissurus, amisi tamquam habeam. Verifichia-
mo la funzionalità di questa retorica: l'anticipazione psichica
della sventura (tamquam amissurus)',quando questa si rea-

IÈ la cosiddetta praemeditatio malorum ƒuturorum (Cic. Tusc. 3, 29),


una rélwy álwcíag della letteratura psicoterapeutica, di ascendenza anassa-
gorea (Rabbow, 160 ss.; Diano 1968, 215 ss.): il senso ne è condensato nel
verso dantesco "ché saetta previsa vien più lenta” (Par. 17, 27), risalente at-
traverso rielaborazioni medievali a un topos più volte espresso da S. (ep. 76,
34: praecogitati mali mollis ictus uenit; 78, 29; 107, 4; Marc. 9, 2; tranq. an.
11, 6, etc.). S. vi alluse in punto di morte, secondo Tac. ann. 15, 62: tot per
annos meditata ratio aduersus imminentia. Il sintagma tamquam + parti-
cipio futuro si iscrive tra gli strumenti espressivi di questa terapia, cfr. ep.
DOCUMENTAZIONE 81

lizza (amisi). consente a S. di vanificarla nel pensiero (tam-


quam habeam). La circolarità dell'antimetabole (v. 2.6 e 2.6.9)
celebra la nullificazione del tempo (habui/habeam).

2.4.1. Nonostante i dubbi di qualche autorevole manuale


(condivisi da Westman, 14 s.), mi par difficile non convenire
con Brenous, 349 ss., che l'uso “assoluto” del participio futuro
si sia esteso per influsso greco; in particolare il sintagma
tamquam + participio futuro sembra calco di (bg + participio
futuro: al noto detto di Leonida, ripetuto da un declamatore
greco, Dorione, ap. Sen. suas. 2. 11: ågtorortotsíaüat (bg šv
'Àiöov Öetrwfqooušfvovg, risponde in S. ep. 82, 21: sic... pran-
dete tamquam apud inferos cenaturil (Rolland, 53). Cfr. an-
che Marc. Aur. 10, 34, 5: állà où ruávra, (bg aìoãwa êoóueva,
çwüyetg xaì Ötcôxstg, e Sen. ep. 58, 27: nos tamen cupimus.
tamquam... semper futura (e Diog Laert. 5, 20: 'vãw
àmigcímwfu šleye [Aristotele] roùg ašv oìirw Ip:-:íôsoöat å›g
áeì §fqaop.ê'vo'vg...: tamquam semper uicturos).

2.4.2. Più problematico l'intervento del greco su et _


etiam, che è di origine colloquiale (esempi sino a Cicerone in
Thesaurus, 906 s.). Lo sviluppo potrebbe essere parallelo nelle
due lingue; ma S. traducendo per es. Men. 354 Koe.: xaì
ju ~
ovuuavñvat Ö ema Öei, doveva trovar naturale ricorrere a et
piuttosto che ad etiam (tranq. an. 17, 10): si Graeco poetae

18, 13: quod (il tranquillo possesso delle opes) uno consequeris modo, si illas
tamquam exituras semper aspexeris; 70, 17: uis aduersus hoc corpus liber
esse? Tamquam migraturus habita (v. 1.1.3). Vi si iscrive anche l'hapax
praedomo (ep. 113, 27: omnes casus, antequam exciperet, meditando
praedomuit), sorto per trasferimento del preverbio da meditando, già deter-
minato dalla temporale, a domuit.
1 La versione senecana coincide alla lettera con quella di Valerio Massi-
mo (3, 2, ext. 3), mentre si distacca, anche sintatticamente, da Cic. Tusc. 1,
101: pergite animo fiarti, ...hodie apud inferosfortasse cenabimus.
82 DOCUMENTAZIONE

credimus, aliquando et insanire iucundum est (v. Borucki, 48 e


Pasoli 1958).
S. ha in comune col padre la predilezione per et = etiam
-X- (Cerrati, 213 ne reca più esempi che di etiam). Bourgery 1922,
397 si limita ad affermare: “Et est si fréquemment employé
avec la valeur de etiam qu'il est superflu d'en donner des
exemples". Ciò che caratterizza S. non mi pare tanto la fre-
quenza assoluta, quanto la frequenza in clausola, come mezzo
di frattura ritmica (v. 2.9.3): nel De prouidentia su 9 esempi 3
sono in clausola (2, 8; 5, 2; 6, 2). L'ultimo è significativo:
Filios amittunt uiri boni: quidni, cum aliquando et occidant?
S. seguita con una struttura simmetrica, all'interno della quale
interviene la uariatio (v. 2.9.2) di ipsi al posto di et: In exilium
mittuntur: quidni, cum aliquando ipsi patriam non repetituri
relinquant? Occiduntur: quidni, cum aliquando ipsi sibi
manus ajferant? La volontarietà di ipsi sarebbe stata richiesta
anche davanti a occidant in opposizione alla passività di amit-
tunt, ma la forte accentuazione del bisillabo avrebbe intaccato
la perentorietà della clausola. Del resto Rauschning, 48, citan-
do Pol. 18, 6: fluant lacrimae, sed eaedem et desinant, nota-
va: “per abundantiam dictum est". Altri esempi di questa fun-
zione più ritmica che semantica di et = etiam sono Pol. 1, 1:
ceterum quicquid coepit, et desinit (Cicerone avrebbe usato un
anaforico); const. sap. 2, 2: non intellegebant se, dum uendunt,
-X- et uenire.

2.4.3. Il Cesare a cui S. pensa scrivendo il De ira è quasi


certamente Claudio: v. Momigliano, 244 s.; Lana, Torino
1955, 117 ss., cui in sostanza non contraddice Giancotti 1957,
93 ss. L'originale del verso laberiano è un detto attribuito a
Solone (Mullach I, p. 220, 19): sulla sua fortuna, che va oltre
S., Monaco, 63-66; v. 2.10.2.
DOCUMENTAZIONE 83

2.5. Sul1”espressività della doppia negazione Ma-


rouzeau 1962, 257. Per Summers, L si tratterebbe in S. di ele-
mento colloquiale (come nec non): effettivamente se ne trovano
tre esempi nei colloqui della cena di Trimalcione (Petr. 38, 5;
75,1 in frase di sapore proverbiale: nemo... nostrum non pec-
cat: homines sumus, non dei; 76, 5). Agli esempi del testo
aggiungo la climax di cui nemo non è l`acme in ep. 120, 21:
Multos dixi? Prope est, ut omnes sint. Nemo non cotidie
et consilium mutat et uotum.

2.6.1. L”amore di S. per gli accostamenti etimologici


(materiali e classificazioni in Rauschning, 24 ss.; Summers,
LXXXV ss.) si tradisce nella compiacenza con cui cita una sua
sententia (ep. 75, 9): quod in quadam epistula (71, 4) scripsisse
me memini, “scire se nesciunt" (l'antitesi, distribuita in due
cola isosillabici, rovescia il paradosso socratico scire se nihil se
scire, Cic. Lucull. 2, 74); o con cui mette seccamente a con-
tatto il famoso poliptoto oraziano (uit. beat. 14, 2): magnae
uoluptates in magnum malum euasere captaeque cepere.
L'allusione al modulo proverbiale di manus manum lauat
(Sen. apoc. 9, 6, v. Otto, 210) è trasparente in ep. 110. 19:
famemƒamesfinit, ma mentre nel proverbio il poliptoto rien-
tra nella normale espressione latina della reciprocità, spesso in
S. uno dei due termini è semanticamente superfluo, potendo
essere sostituito da un pronome, e ha quindi una pura fun-
zione stilistica (v. 2.4.2), per es. di sottolineare un paradosso,
cfr. breu. uit. 9, 1: inpendio uitae uitam (I eam O ipsam) in-
struunt; ep. 22, 9:_facile est... occupationes euadere, si occupa-
tionum (I earum) pretia contempseris; 62, 3: breuissima ad
diuitias per contemptum diuitiarum (_ earum) uia est; 97, 14:
sceleris in scelere (= in se ipso) supplicium est (tutto il passo,
di provenienza epicurea, è tramato da richiami etimologici).

2.6.2. Nei casi precedenti più che di figura etimologica si


dovrebbe parlare di poliptoto (v. 2.3.2), trattandosi di diver-
84 DOCUMENTAZIONE

se forme flessive dello stesso paradigma. È una specie di figura


etimologica “morfologica”, ed è la più frequente in S., a livello
sia nominale che verbale. Quest'ultima soprattutto gli consen-
te pungenti antitesi _ sempre l'antitesi è al fondo del pensiero
senecano (v. 2.7). Ecco due esempi di poliptoto in antitesi tem-
porale, la prima asindetica (ep. 98, 11): habere eripitur, ha-
buisse numquam, l'altra avversativa (ep. 88, 2): non discere
debemus ista, sed didicisse. Più volte S. ha sfruttato l'antitesi
tra l'in_fectum e il perfectum di disco, cfr. ep. 88, 37: ideo non
discentes necessaria, quia superuacua didicerunt; ir. 3, 36, 4:
nolunt discere, qui numquam didicerunt.
La figura etimologica vera e propria_che si po-
trebbe definire “lessicale” in opposizione alla prece-
dente_gioca con termini corradicali come sostantivo/ag-
gettivo/verbo (ir. 3, 42, 3: ad _frangendum fragiles consurgi-
mus; ep. 9. 19: ipsam hostis sui uictoriam uicit; 30, 5: mo-
rientis uitium esse, non mortis; 34, 3: pars bonitatis est uelle
fieri bonum; 98, 1: numquam crediderisfelicem quemquam ex
felicitate suspensum). L'ultimo esempio è un po' particolare,
in quanto oppone non solo primitivo (felix) a derivato (feli-
citas), ma un'accezione per così dire esoterica (la vera felicità)
a una essoterica (la felicità secondo i più), e quindi ha rile-
vanza semantica. Casi come questo sono frequenti anche nel-
l`ambitO del poliptoto: non egerefelicitatefelicitas uestra est
(prou. 6, 5); ad contemnendam patientiam malorum animus
patientia peruenit (ibid. 4, 13); uera uoluptas erit uoluptatum
contemptio (uit. beat. 4, 2); eius (sc. Socratis) libertatem li-
bertas non tulit (tranq. an. 5, 3); e v. in 1.3.2 l'antitesi
nostri/nostra, in 2.10 il poliptoto chiastico miserum/miser.
Rilevanza semantica ha anche la figura etimologica che
chiamerei “sinonimica", in quanto i corradicali appartengono
alla medesima categoria grammaticale, per es. ep. 4, 2:
adhuc... non pueritia, sed... puerilitas remanet; 88, 23: solae
(artes) liberales sunt, immo, ut dicam uerius, liberae, quibus
curae uirtus est. Del resto antitesi sinonimiche. anche fuori
DOCUMENTAZIONE 85

della figura etimologica, sono nel gusto di S.. cfr. prou. 4, 7:


quisquis uidetur dimissus esse, dilatus est; ep. 16, 2: iam de te
spem habeo, nondum fiduciam; 71, 31: animum non colo-
rauit, sed inƒecit (Rabbow, 325 vi accosta Marc. Aur. 5, 16, 1:
Bámretai... ùrcò 1rá'w Ipavraotãav 7'; Ipvgñz senza antitesil);
59, 9: non enim inquinati sumus, sed infecti; 106. 3: quae scire
magis iuuat quam prodest; 110, 3: scies plura mala contingere
nobis quam accidere (v. anche 2.7.3 e Smiley, 60 che rimanda
alla proprietas uerborum di ep. 81. 9 e 89, 9).
Un caso particolare della figura etimologica è l'accosta-
mento_quasi sempre opposizione _ di verbo semplice e
composto, o di due composti con diverso preverbio (H. Laus-
berg, I 324 preferisce chiamarla annominatio organica).
Più frequente il primo, dove l`opposiZione assume spesso
carattere aspettuale, cfr. l'epigrammatica autodifesa di S. ac-
cusato di incoerenza fra la dottrina e la vita (ep. 71. 30):
suadeo adhuc mihi ista, quae laudo, nondum persuadeo.
Aggiungiamo di volo le opposizioni negare/pernegare (ben. 5.
17, 2), agere/peragere (ep. 64, 9), uitare/euitare (ep. 93, 12).
discere/ediscere (ep. 123, 17). Esempi di preverbio a senso pie-
nol offre l'opposizione discere/dediscere, cfr. ep. 26, 10: qui
mori didicit, .seruire dedidicit e 50, 7: uirtutes discere uitia
dediscere est, che offre anche l'occasione di un confronto con-
cettuale _ non formale _con Stob. 2, 31, 34: (ìlvmoüévngl
êgwmåeìg ri àvayxaiórarov ein Iiáür)p.a,“rò àrtouaåsìv”,
eine, “rà xaxá" (Oltramare, 285). Fra le non molte antite-
si di preverbi scegliamo Marc. 19, 1: dimisimus illos. immo
consecuturi praemisimus, che Agostino poté adattare a una di-
versa prospettiva escatologica (v. 1.1.3) e const. sap. 14, 3:
(Catone schiaffeggiato) non excanduit, non uindicauit iniuriam,
ne remisit quidem, sed factam negauit. Maiore animo non

1La tendenza senecana a restituire senso pieno al preverbio con-, al di


fuori delle opposizioni aspettuali, è documentata in Appendice, p. 161 s.
86 DOCUMENTAZIONE

agnouit quam ignouisset, che Agostino avrebbe giudicato


un'ennesima espressione del typhus stoico (serm. 348, 2. PL
39, 1528, v. Verbeke, 73). Marco Aurelio non si avvicina mai
tanto all'etica evangelica quanto in 7, 22: iôtov åvügámov
qnleiv xaì roùg rcraíovtaç, ma la più importante delle ra-
gioni addotte è: öri oim è'ßÂa1pé'v oe. Il saggio è al di sopra di
ogni offesa: non tangent illum (const. sap. 15, 2, e cfr. Cic.
par. 29).V. 2.7.2.

2.6.3. Il pathos di homo e dei suoi derivati (come di


ãm9Qa›1tog,ßQo'vóg, üwycóg) li predestina a gnomai di tipo
etimologico, valga per tutti il terenziano homo sum, humani
nihil etc. (citato da Sen. ep. 95, 52: v. Prete, 45; Boyancé 1965,
238). Poliptoto di homo: quantum monstri sit homo in homi-
nemfurens (ir. 3, 3, 2); hoc nempe ab homine exigitur, ut pro-
sit hominibus (ot. 3, 4, v. 1.6); beneficium dominus a seruo ac-
cipit? Immo homo ab homine (ben. 3, 22, 3); (clementia) scit
homini non esse homine prodige utendum (ep. 88, 30); homini
perdere hominem libet (103, 2, in opposizione alle ferae). Figu-
ra etimologica: hominem paraui ad humana (ep. 76, 33); o
quam contempta res est homo, nisi supra humana surrexerit!
(nat. quaest. 1, pr. 5)l; dum inter homines sumus, colamus

1 V. 1.5.4 e aggiungi ep. 102, 21: magna et generosa res est humanus ani-
mus: nullos sibi poni nisi communes et cum deo terminos patitur. E si noti
anche la simpatia di S. per res in funzione sia predicativa sia appositiva. Per
la prima cfr. ep. 23, 4: uerum gaudium res seuera est; 30, 4: magna res est...
et diu discenda... aequo animo abire; 32, 3: considera, quam pulchra res sit
consummare uitam ante mortem: 36, 1: res est inquietafelicitas; 36, 4: tur-
pis et ridicula res est elementarius senex; 77, 6: non est res magna uiuere
(segue con uariatio: magnum est honeste mori); 88, 33: magna et spatiosa
res est sapientia (l'0pposto in ep. 37, 4: humilis res est stultitia); 107, 2: non
est delicata res uiuere; 122, 9: res sordida est trìta ac uulgari uia uiuere,' nat.
quaest. 6, 1, 14: breuis et caduca res nascimur; 6, 32, 4: pusilla res est
hominis anima, sed ingens res contemptus animae; 7, 30, 5: pusilla res
mundus est, nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat. Per la seconda
DOCUMENTAZIONE 87

humanitatem (ir. 3, 43, 5); non homini damus, sed humanitati


(ben. 4, 29, 3: contrapposizione topica, cfr. Cic. Quinct. 97:
ut... aliquam, si non hominis, at humanitatis rationem habe-
ret. Il greco, che non ha un corrispondente di humanitas, deve
ricorrere a un diverso gioco etimologico O a un'antitesi lessica-
le, cfr. il motto attribuito ad Aristotele da Diogene Laerzio
nella doppia forma: oo tti) âI›I9QcI'›atq›... ëôoxa, àllà rai
ávügwnivm [5, 21], e où ròv fcQó:ftov...á/1/là ròv ävügwnov
i7}.é1)oa [5, 17]). Ovviamente nella maggior parte dei casi il
nesso etimologico riflette l'uomo qual è o quale dovrebbe esse-
re verso i suoi simili: donde le accentuazioni rispettivamente
pessimistiche (Favez; Martinazzoli, 35)] e ottimistiche
(D'Agostino 1950, 14), che è arbitrario estendere a tutto il
pensiero senecano (bene Zeller, 717). La più sistematica inda-
gine sul campo semantico di homo in S. si ha in Rieks, 89-137

cfr. ben. 6, 33, 3: amicum, rem non domibus tantum, sed saeculis raram;
breu. uit. 19, 3: amare et odisse, res omnium liberrimas, iubentur; ep. 58,
24: mundus quoque, aetema res et inuicta, mutatur; 124, 4: sensus, obtusa
res et hebes. La pateticità che vi annetteva S. è dichiarata dall'ordine delle
parole: in funzione predicativa è quasi sempre preposta al soggetto, in fun-
zione appositiva è spessissimo invertita in modo che sia il termine specifico a
seguire con valore epesegetico, cfr. ben. 7, 26, 5: inter adfectus inquietissi-
mos rem quietissimam, fidem, quaeris?; const. sap.. 4, 3: rem difficilem op-
tas humano generi, innocentiam; ir. 2, 32, 2: quomodo rarissimam rem in
aula consecutus esset, senectutem; tranq. an. 15, 6: ut in simulationem
etiam res simplicissima, dolor, ueniat; ep. 53, 12: ecce res magna, habere in-
becillitatem hominis, securitatem dei;58, 23: amamus rem fiigacissimam.
corpus; 100, 10: uis illum adsidere pusillae rei, uerbis: in quasi tutti i passi
osserviamo due cose, l'epiteto al superlativo e la frattura ritmica finale con-
seguente all'anticipazione di res, v. 2.9.3. Stilizzazione di un colloquialismo
(Bourgery 1922, 211; Préchac-Noblot ad ep. 26, 9)? Non sentirei estraneo
l”analogo uso di xoñua, cfr. Theocr. 15, 83: ooqøóv tot ggñu” ävügwnog; Luc.
dial. mort. 26, 1:š'Qa›g roö ôavárov, ...àvegáorov 'voíg nolloìg Zgfiuarog.
1 Il “pessimismo” di S. si è forgiato una stupenda espressione in tranq.
an. 15, 1: di fronte al prevalere del male agitur animus in noctem. La sua
potenza metaforica risalta dal confronto con l'uso normale di Quint. 10, 3,
27: occupatos in noctem necessitas agit. S. ha conosciuto le notti dell'anima.
88 DOCUMENTAZIONE

(la humanitas si realizza solo nel sapiens, che l'attua nella ten-
sione fra l`umanità come perfezione individuale e l`umanità
come socialità. Ma su questa tensione e la relativa bibliografia
torneremo in 2.12.8). V. anche la nota di Pohlenz 1967, II 82
s.

2.6.4. La nota allusione a S. dell'Imitatio Christi (che


Kierkegaard citava insieme alla fonte in Diario, I 851, v. 1.8.1)
può gettar luce sulla forte coloritura senecana-agostiniana che
ha in tutta l`opera il lessico dell'interiorità, cfr. 1, 2, 1: qui
bene se ipsum cognoscit, sibi ipsi uilescit; 1, 11, 1: qui... raro
se intrinsecus colligit; 1, 20, 1: quaere aptum tempus uacandi
tibi; 1, 25, 2: haec intra se reuoluit; 2, 1, 1: disce exteriora
contemnere, et ad interiora te dare, et uidebis regnum Dei in
te uenire; per 1. 16, 4 v.1.5.1.

2.6.5. In S. il gusto dell'ossimoro (D'Agostino 1944, 71)


rientra nel gusto del paradosso (v. 2.9.5 e Summers, LXXX).
Le variazioni senecane della strenua inertia di Orazio (letteral-
mente traducibile in termini clinici, v. Traina, RFIC 1973, 20)
non si fermano a quies inquieta (ep. 56, 8), ripresa ibid. da
inertia sui inpatiens (con un tipico modulo riflessivo attestato
per la prima volta in S., cfr. anche Phaedr. 372) e preparata in
tranq. an. 12, 3 da inquieta inertia, che varia l'epiteto in fun-
zione allitterante. Non solo, ma i termini oraziani sono seman-
ticamente rovesciati in breu. uit. 12, 2: desidiosa Occupatio;
12, 4: iners negotium.

2.6.6. Il chiasmo non è figura specificamente senecana:


esempi in Rauschning, 21, v. 2.7.1. Vorrei aggiungere solo che
si presta anch'esso a far risaltare antitesi semantiche, come av-
viene negli esempi citati, sia che l'antitesi investa solo i termini
medi (Marc. 17, 7: [filios] poterishabereformosos, et deƒormes
poteris), O solo i termini estremi (ep. 105, 6: qui rem non
tacuerit, non tacebit auctorem), o entrambi (ep. 103, 1: com-
DOCUMENTAZIONE 89

modis omnium laeteris, mouearis incommodisl; 49, 9: mors


me sequitur, fugit uita: in entrambi la clausola è decrescente,
v. 2.9).

2.6.7. La condanna della speranza in ep. 5, 7 è vera-


mente attribuita a Ecatone, ma essa è tipica della saggezza an-
tica, da Teognide (637) a Euripide (Suppl. 479). da Orazio
(carm. 1, ll, 6 s.) a S. (ben. 7, 2, 4: [sapiens] nihil sperat aut
cupit nec se mittit in dubium), da Plinio il Giovane (ep. 1, 9, 5:
nulla spe, nullo timore sollicitor) a Boezio (cons. 1, m. 4, 13:
nec speres aliquid nec extimescas). Quest`atteggiamento ha
una radice linguistica, l'ambivalenza di ålatíg e spes, entram-
be uoces mediae (propriamente “aspettazione” sia di un bene
che di un male): donde il loro inquadramento nei rtáñfr; che,
facendo dipendere l'uomo da un futuro incontrollabile (cfr.
Sen. ibid.: [sapiens] praesentibus gaudet, ex futuro non pen-
det; breu. uit. 9, 1: maximum uiuendi impedimentum est ex-
spectatio, quae pendet ex crastino, perdit hodiernum), ne com-
promettono 1'ei›Öv,uía(v. Traina, Torino 1983, XIII). La spe-
ranza sarà riabilitata dalla escatologia del Cristianesimo
(Paul. Rom. 8, 24), oggi proseguita in chiave laica _ ma non
meno fideistica_dalla palingenesi sociale del comunismo.
Certo questa è una delle grandi linee spartiacque fra il mondo
antico e quello medievale e moderno, e può essere simboleg-
giata in una frase di Moravia, La speranza ossia cristianesimo
e comunismo, Roma 1944, 14: “Sperare cose immortali, vorrà
dunque dire vivere, ossia non disperare" (non so se polemica-
mente allusiva a Hor. carm. 4, '7, 7: immortalia ne speres...).
Anche d'Annunzio aveva detto ne Ilƒuoco: “chi più spera. più
vive".

1 Nella frase immediatamente precedente, l'antitesi scatta invece nell`epi-


fora di una struttura simmetrica e anaforica: alterum intuere, ne laedaris,
alter-um, ne laedas. Cosi si dica della frase che precede la cit. ep. 105, 6:
nemo quod audierit tacebit, nemo quantum audierit loquetur.
90 DOCUMENTAZIONE

2.6.8. L'atteggiamento di S. di fronte all'oltretomba è


molto complesso, sia per la varietà e contraddittorietà dei suoi
punti di vista, sia per l'incidenza dei passi tragici, condizionati
dalla psicologia dei personaggi e dalla situazione scenica. Per-
ciò la bibliografia è vasta ma poco conclusiva. La maggior
cautela e sistematicità in Hoven, 109-130, che alla fine
riconosce impossibile ricondurre i varii testi a unità. Può affer-
marsi solo che S. ha accentuato le oscillazioni escatologiche
dello stoicismo. Forse la formula che meglio ne rispecchia il
pensiero è il dicolon disgiuntivo: contemnite mortem: quae uos
autfinit aut transfert (prou. 6, 6); mors nos aut Consumit aut
exuit (ep. 24, 18); mors quid est? Aut finis aut transitus (ep.
65, 24). È quella che Hoven, 114 ha chiamato “l'alternativa
socratica", richiamando Plat. apol. 40 C (già Scarpat 1970.
278): il richiamo è fruttuoso anche per misurare la distanza
della formulazione stilistica, che S. ha invece in comune con
Marco Aurelio (v. 1.8.5).

2.6.9. Sull'antimetabole in S. Rauschning, 24; Sum-


mers, XC; Steiner, 15-17; Weber, 54 (come elemento diatri-
bico). Si va dal tipo più semplice, un dicolon polisindetico di
quattro termini dove si scontrano parallelismo morfologico e
chiasmo etimologico (ep. 3, 6: et quiescenti agendum est et
agenti quiescendum est) alla elaborata architettura ipotattica
di ep. 5, 6: magnus ille est, quifictilibus sic utitur quemadmo-
dum argento; nec ille minor est, qui sic argento utitur
quemadmodum fictilibus: la commutatio dipende sintattica-
mente da due principali simmetriche, ma con uariatio lessicale
(magnus/nec minor) secondo lo schema del I/.axagwuóg (Verg.
georg. 2, 490 ss.: felix qui potuit... /ƒortunatus et ille...). Non
del tutto a torto Norden 1958, I 307 a ep. 75, 4 (haec sit
propositi nostri summa: quod sentimus loquamur, quod loqui-
mur sentiamus) argutamente chiosava: “aber wird es uns nicht
schwer, einem zu glauben, der eben diese propositi summa in
ein pointiertes ozñua kleidet?”. V. altri esempi di antimeta-
bole in 2.9.1.
DOCUMENTAZIONE 91

2.7.1. “Ses procédés favoris sont la reprise et l'opposi-


tion": così Marouzeau 1931, 48 (che analizza questi “stereo-
tipi” dello stile senecano in un passo dell'ep. 47; sul piano
della composizione, e limitatamente ai Dialogi, Abel, 152 s.).
Procedimenti favoriti anche dai declamatori (Norden 1958, I
288; Bardon 1943, 16 ss.), in particolare l'antitesi, scheletro
concettuale della sententia, e quindi frequentissima in S.,
come si è già visto, in tutte le sue forme (Opitz,5 s.; Summers,
LXXXII ss. sotto il termine “Wordcontrast”; Bourgery 1922,
142; Castiglioni 1924, 377; riserve in Maurach, 178. La più
completa tipologia in Steiner, 7-14, con esempi dalle tragedie e
da Seneca il Vecchio. In rapporto ai declamatori anche
Preisendanz, 92; alla diatriba Weber, 53; Bultmann 1910, 20;
Oltramare, 16. Williamson, 60 ha definito lo stile senecano
“pointed brevity or schematic antithesis”).
In quanto figura di pensiero, l'antitesi ha una grande
varietà di schemi formali, retorici (anaforici, epiforici, chiasti-
ci...) e sintattici (ipotattici e paratattici: alternano in ep. 2, 2:
nusquam est qui ubique est. Vitam in peregrinatione exi-
gentibus hoc euenit, ut multa hospitia habeant, nullas ami-
citias). In S. l'antitesi ipotattica (dove cioè i due membri oppo-
sti sono in rapporto di subordinazione) è naturalmente in
minoranza. Estraiamo due esempi di ipotassi relativa (tranq.
an. 11, 4: male uiuet quisquis nesciet bene mori; breu. uit. 1,
3: quam [uitam] ire non intelleximus, transisse sentimus, con
opposizione temporale chiastica e uariatio sinonimica epifori-
ca), tre di ipotassi rispettivamente finale (ep. 30, 18: tu mor-
tem ut numquam timeas, semper cogita), concessival (Helu.

1 Nell'ambito dell'antitesi ipotattica rientra la preferenza di S. per la più


polemica delle congiunzioni concessive, licet_di origine paratatti-
ca! _ con cui il parlante non teme di ammettere il fatto, al punto di per-
metterne e addirittura sfidarne la realizzazione (Traina 1961, 218; lista di
esempi senecani in Naegler, 15 s.). Non ho dati statistici per tutta l'opera di
S. (per la difficoltà di distinguere fra licet verbo e licet congiunzione), ma
92 DOCUMENTAZIONE

19, 6: quamuis numquam speret, semper optat) e comparativa


(nat. quaest. 6, 32, 7: potius semel incidat quam semper im-
pendeat, la cui opposizione aspettuale, ripetuta in ep. 22, 3:
nemo tam timidus est, ut malit semper pendere quam semel
cadere, tradisce l'ombra di un'esperienza personale, tanto più
se la lettera fu scritta al tempo dell'accusa contro S., intorno
alla fine del 62: v. Lana, Torino 1955, 274).
Nell'antitesi paratattica il solo collegamento è il ritmo con
cui si corrispondono i termini antitetici, sia esso il parallelismo
(prou. 5, 8: [deus] semper paret, semel iussit, con isosillabismo
e allitterazione anaforica; breu. uit. 17, 6: otium numquam
agetur, semper optabitur; Pol. 9, 6: aliquando nauƒragium
facimus, semper timemus; ep. 17, 4: paruo fames constat,
magno fastidium; 104, 25: cur timeat laborem uir, mortem
homo?, etc.) o il chiasmo (ep. 16, 8: exiguum natura desiderat,

solo per il De prouidentia: su 10 concessive 4 sono introdotte da licet, 2


rispettivamente da quamuis e ut (in anafora), 1 rispettivamente da cum e
etiam si (lo spoglio di un'operetta ciceroniana di sfondo stoico-diatribico e di
lunghezza eguale al De prouidentia, i Paradoxa Stoicorum _544 righe
teubneriane contro 578 _, dà su 5 casi di concessive 2 di etiam si e 1 rispet-
tivamente di licet, cum e quamuis). Bastino tre esempi. La magnanima sfida
oraziana di carm. 3, 3, 7 s.: si fractus illabatur orbis, impauidum ferient
ruinae, è rievocata con sostituzione di licet a si in nat. quaest. 6, 32, 4: secu-
rus aspicietƒulminantis caeli trucem atque horridam faciem, ƒrangatur licet
caelum... (l'accostamento già in Opitz, 7). Ma forse il tono provocatorio di
licet, eredità della sua origine volitiva, emerge meglio dal passo in cui il
saggio è raffigurato come Daniele nella fossa dei leoni (ep. 66, 21): stet ìllic
licet camiƒex, stet tortor atque ignis, perseuerabit... La sfida alla fortuna è
topica nella letteratura diatribica (Hense 1909, 62; Oltramare, 282; Busch,
142 e 147) e psicagogica (Rabbow, 350), cfr. ep. 64, 4: libet omnis casus
prouocare, libet exclamare: “Quid cessas, ƒbrtuna? Congredere: paratum
uides. A libet... prouocare corrisponde in forma diretta (ipsi jbrtunae
respondet) in ir. 3, 25, 4: “Omnia licet facias, minor es etc." (Benché il
caso sia sintatticamente diverso, congiuntivo concessivo e non subordinata
concessiva, è notevole che S. rifaccia i versi di Mecenate, fr. 4 Mor., interpo-
landovi un triplice licet anaforico in ep. 101, 12).
DOCUMENTAZIONE 93

opinio immensum; 19, 2: in fi'eto uiximus, moriamur in portu:


v. 2.6.6). Piuttosto che accrescere l'esemplificaZione preferia-
mo anticipare che, se c'è un termine comune ai due membri,
esso è normalmente collocato nel primo, in modo che l'ultimo
risulti il più breve, contrariamente alla norma classica (v. 2.7.3
e 2.9.3).

2.7.2. Sull'orgoglio dello stoicismo (superba sapientia,


riconobbe una volta lo stesso S., Pol. 18, 5) v. 2.6.2. La supe-
riorità del saggio su dio torna ancora in S., cfr. ep. 73, 14. Ma
vorrei osservare un'altra cosa. La lettera 73 (su cui Maurach,
154) difende i filosofi dall'accusa di contestare il potere poli-
tico (ibid. l: errare mihi uidentur, qui existimant philosophiae
fideliter deditos contumaces esse ac refi'actarios, contemptores
magistratuum aut regum eorumque, per quos publica ad-
ministrantur. Secondo Tacito, ann. 14, 57 fra le accuse con-
tro Plauto c'era la Stoicorum adrogantia). S. afferma che il
saggio deve invece gratitudine a chi gli assicura l'otium (ibid.
10), e cita Verg. ecl. 1, 6 s.: deus nobis haec otiafecit: namque
erit ille mihi semper deus. Ma aggiunge subito dopo che
l'otium del filosofo deos facit, anzi più che dei. Ossia, Nerone
è il dio che ha dato a S. quell'otium che lo fa più grande di dio.
Qui il fatto personale è trasparente, e la teoria non è che un
velo sottile gettato sulla storia.

2.7.3. Strettamente imparentata all'antitesi è la correc-


tio (H. Lausberg, I 386 ss.), che appare in tre schemi princi-
pali: asindetica (y, non x), avversativa (non x, sed y), mediante
immo (x, immo y). Da tempo ne è stata segnalata la frequenza
in S., come nei declamatori e nella diatriba: Rauschning, 20
s.; Summers, LXXXIX; Castiglioni 1924, 377; Coccia, 104
(limitatamente al De ira); Oroz Reta, “Helm.” 1965, 351; Bar-
don 1943, 15; Viansino 1969, 400; Weber, 15 e 39; Trillitzsch
1962, 20.
Lo schema asindetico e quello avversativo sono uno il
94 DOCUMENTAZIONE

rovesciamento dell'altro, e spesso alternano nel medesimo


passo (ep. 33. 6: sumenda erunt, non colligenda. Non enim ex-
cidunt, sed fluant; 96, 2: non pareo deo, sed adsentior'. Ex
animo illum, non quia necesse est, sequor; 115, 1: quaere quid
scribas, non quemadmodum, et hoc ipsum non ut scribas, sed
ut sentias; 108, 23; ben. 5, 1, 1). Entrambi si prestano ai
medesimi effetti, semantici e ritmici. Il cozzo dei sinonimi e
degli antonimi spreme tutta la potenzialità semantica delle pa-
role: lacrimandum est, non plorandum (ep. 63, 1); iam non
promittunt de te, sed spondent (ep. 19, 1: v. 2.6.2); (fortuna)
abstulit illa, non auolsit (Helu. 5, 4). Nulla di più scontato del-
l'antitesi vita/morte. Ma S. porta l'antitesi all'interno della
vita stessa. della sua temporalità (breu. uit. 7, 10: non ille diu
uixit. sed diuƒuit; ibid. 2, 2; ceterum quidem omne spatium
non uita sed tempus est), come entro la temporalità della mor-
te, ep. 120, 18: carpit nos illa, non corripit, “la morte ci pren-
de a poco a pocoz, non ci strappa di colpo" (la coppia verbale
allitterante e omeoteleutica, ma aspettualmente antitetica è
agli estremi del chiasmo. La medesima opposizione aspettuale
in ep. 24, 20 _ la lettera del cotidie morimur _: ultima
hora... non sola mortem facit, sed sola consummat: tunc ad
illam peruenimus, sed diu uenimus): sicché alla fine la vita
può identificarsi con un lungo morire (diu mori. ep. 101, 13, v.
2.9.5). Ma la morte eroica di Catone sarà puntualizzata in_un
gesto che deve all'antitesi avversativa la sua energia un po' tea-
trale: generosum illum... spiritum non emisit, sed eiecit (ep
24, 8)3.

1Cfr. prou. 5, 6: nec seruio deo, sed assentior; ep. 80, 1: non seruio illis.
sed adsentior.
2Cfr. ep. 26, 4: non enim subito inpulsi ac prostrati sumus: carpimur.
Singuli dies aliquid subtrahunt uiribus, e v. Traina 1973, 11 ss.
3 Abbiamo segnalato la predilezione di S. per i termini dinamici (1.5.4).
Le antitesi confermano: non eunt. sed cadunt (ir. 3, 1, 4); non eunt, sed
feruntur (ep. 23, 8 = nat. quaest. 2, 13, 3); sapiens non fiigere debet e uita,
DOCUMENTAZIONE 95

Sul piano ritmico, il secondo membro dell'antitesi è intro-


dotto in entrambi i casi da un monosillabo, rispettivamente
non e sed, che, come et (v. 2.4), può fare da supporto a una
clausola decrescente. Dicola simmetrici come ep. 78, 6: morie-
ris non quia aegrotas, sed quia uiuis, o ep. 113, 4: singula esse
possunt, multa esse non possunt, sono relativamente rari. Di
norma, l'ellissi degli elementi comuni nel secondo colon lo ab-
brevia spezzando il ritmo (v. 2.7.1). Nel cit. carpit nos illa, non
corripit, il secondo colon è più breve di una sillaba. Schema
analogo, ma frattura ritmica più accentuata in ep. 121, 23:
nascitur ars ista, non discitur; e con sproporzione ancor più
stridente fra i due cola, a tutto vantaggio dell”ictus finale, ep.
61, 4: ut satis uixerimus, nec anni nec dies faciunt, sed animus
(capita spesso con animus, parola-chiave del lessico senecano,
cfr. ep. 78. 20: corpus tuum ualetudo tenet, non et animum;
93, 2: ut diu uiuas, fato opus est, ut satis, animo, etc.). Conclu-
diamo. Cicerone e S. formulano il medesimo topos diatribico
negli stessi termini lessicali e nella stessa antitesi asindetica.
Ma il ritmo verbale va in senso opposto: si dilata in Cicerone,
par. 44: animus hominis diues, non arca appellari solet, si
contrae in S., ep. 92, 31: animum impleri debere, non arcam.

2.7.4. Immo ricorre in tutto S. 131 volte, stando all'Indi-


ce delle frequenze di Busa-Zampolli; ma la frequenza assoluta
dice poco. Il confronto tra il De prouidentia e i Paradoxa
Stoicorum dà 2 esempi del primo contro O degli altri. Immo si
caratterizza per la sua origine dialogica: in Plauto è più fre-
quente nelle repliche. E frequente anche in Petronio (31 esem-
pi). E dunque elemento colloquiale, che s'inquadra nel colorito

sed exire (ep. 24, 25); turpe est non ire, sed ferri (ep. 37, 5); non tantum
ƒerunt sarcinas, sed trahunt (ep. 44, 7); ad sapientiam se non perduxit, sed
extraxit (ep. 52, 6); aetas nostra non descendit, sed cadit (ep. 83, 4); apparet
illos non ire, sed proi<'i (nat. quaest. l, l, 1); non it, sea' agitur (ir. 3, 3, 3) v
elc.
96 DOCUMENTAZIONE

diatribico della prosa senecana. Tracce di immo dialogico, nel


fittizio dialogo con l'interlocutore, sono numerose in S., specie
dopo interrogativa, cfr. ir. 2, 28, 1: “Nihil peccaui” et “nihil
feci". Immo nihilfateris; 2, 35, 2: “Coram domino?”, inquis,
Immo coram patre familiae; ep. 86, 12: “Non inuideo Sci-
pioni: uere in exilio uixit, qui sic lauabatur". Immo, si scias.
non cotidie lauabatur; prou. 1, 5: amicitiam dico? Immo
etiam necessitudo.
Formalmente la correctio con immo può essere morfologi-
ca (Pol. 11, 4: omnes, immo omnia in ultimum diem spectant;
ep. 92, 26: hoc quoque incredibile est, immo incredibilius; v.
gli esempi col participio futuro in 2.3), sintattica (uit. beat. 7.
2: infelices quidam non sine uoluptate, immo ob ipsam uolup-
tatem sunt; nat. quaest. 4, pr. 20: in se recedendum est, immo
etiam a se recedendum; ep. 17, 1: proice omnia ista, si sapis,
immo ut sapias; 87, 25: statim puniuntur, cum facta sunt, im-
mo dum fiunt), più spesso lessicale. La sua sostanziale equiva-
lenza con la correctio avversativa appare dal confronto di
breu. uit. 7, 10: non ille diu uixit, sed diu fuit, con ep. 93, 4:
octoginta annis uixit. Immo octoginta annis fuit, O di ep. 23,
8: non eunt, sedferuntur, con ep. 71, 1: res nostraeferuntur,
immo uoluuntur. Il termine introdotto da immo può essere un
antonimo rispetto all”antecedente (ep. 78, 24: cenabis tam-
quam aeger, immo aliquando tamquam sanus; 112, 1: ualde
durus..., immo... ualde mollis), più spesso un sinonimo dotato
di maggiore intensità o espressività, dato che la funzione sti-
listica propria di immo sembra quella di instaurare una
climaxl (v. supra: incredibile, immo incredibilius, ed ep. 76,
5: propera... immo... magis propera): multa/innumerabilia

I Un suo sinonimo più espressivo, e quindi più raro, è parum est, triplica-
to in ep. 78, 19 come immo nel passo sugli schiavi: inter haec (tormenta)
tamen aliquis non gemuit. Parum est: non rogauit. Parum est: non respon-
dit. Parum est: risit, et quidem ex animo.
DOCUMENTAZIONE 97

(ep. 113, 8). aeger/mortuus (breu. uit. 12, 9), impru-


dentia/dementia (ep. 24, 23), suflicio/superfluo (uit. beat. 16,
3). etc. Un topos secolare della letteratura filosofica latina
assume in S. la forma della correctio: quanta uerborum nobis
paupertas, immo egestas sit, numquam magis quam hodierno
die intellexi (ep. 58, 1). Non bastandogli il classico distrahor
per l'espressione del conflitto psichico (v. Thesaurus, 1542), ne
rinverdisce la violenza traumatica con l'inedito discerpor: inter
tot aj-fectus distrahar, immo discerpar (ep. 51, 8: tornerà solo
nel latino cristiano). Cicerone condanna la turpitudo di una
metafora come castrare rem publicam (de or. 3, 264), al punto
che manca il verbo nel suo idioletto (Laurand, I 34); S. non
solo non lo evita, né se ne scusa (v. ben. 3, 26, 2), ma addirittu-
ra lo sostituisce, e in clausola, a un termine meno scommatico,
eneruo' : (Maecenas) magnum exemplum Romanae elo-
quentiae daturus, nisi illum eneruasset felicitas, immo
castrasset (ep. 19, 9: questa oratio uulgaris urterà gli ar-
caizzanti, cfr. Gell. 12, 2. 1). Si comprende come su questa
strada immo giunga ad essere una delle formule introduttive
del paradosso (v. 2.9.5).
Sul piano ritmico, il bisillabismo di immo lo rende meno
disponibile di non e sed per clausole abruptae; in cambio,
l'origiIIe dialogica gli consente maggiore autonomia sintattica
e quindi un più energico stacco nel gioco delle domande e
delle risposte: "Tu", inquis, “recepturus donas?" Immo non
perditurus (uit. beat. 24, 2); haec inter se diuersa sunt? Immo
dissimilia (ep. 35, 1).

2.7.5. Il detto senecano sugli schiavi fu cristianizzato da


Lattanzio, inst. 5, 15, 3 (M. Lausberg, 133). L`atteggiamento

lEneruo ricorre più volte in Cicerone, castro in S. torna in ir. 1, 21, 3.


Componente diatribica? v. Weber, 37 s.; Husner, 128 s.; Albertini, 309. In-
vece fra i declamatori c'era una corrente che rifuggiva da termini triviali
(Sen. contr. 4, pr. 9; cfr. ibid. 1, 2, 22).
98 DOCUMENTAZIONE

di S. verso la schiavitù, generalmente inquadrato nell'ambito


dottrinale della Stoa (per es. Bonhöffer 1894, 98 s.). si fa ora
risalire piuttosto a tendenze della società romana contempora-
nea da Richter 1958. V. anche Vogt, 163, 169, 182 ss. e
Schulz, 186 ss. (per un parallelo con Cicerone).

2.7.6. Et serui homines sunt, dice Trimalcione (Petr. 71,


1) Gli echi di S. in Petronio sono molti, comunque li si in-
tenda, reminiscenze O parodie (propenderei per queste: nel c.
115 Petronio scrive tutta una pagina in pretto stile senecano), e
per me sono una prova della loro contemporaneità: non avreb-
bero senso a decenni di distanza, come non l'avrebbe la peri-
cope sulla guerra civile. Comunque non si potrà superare
l'epoca di Frontone e la rivoluzione stilistica dell'arcaismo, che
renderebbe anacronistica la polemica _ o la paro-
dia_contro i declamatori (e quindi il discorso resta valido
anche se gli echi senecani si intendono come generiche con-
traffazioni dello stile “moderno”: una presa di posizione con-
tro la schiavitù si ha in Albucio, ap. Sen. contr. 7, 6, 18, v.
Rolland, 58; Oltramare, 186; Assereto, 27 s.). Dettagliata
analisi dei rapporti fra S. e Petronio in Collignon, 291-311 e
Sullivan, 193-213; bibliografia in Trillitzsch 1971, 53: da
aggiungere Scarcia; Castorina, 45 ss.; Cizek, 308 s. (che pensa a
una polemica reciproca).

2.8.1. Sull'anafora in S. Opitz, 6; Summers, LXXXI;


soprattutto Rauschning, 22 s. (esempi tipologicamente distri-
buiti); v. 2.9.1 sulla concinnitas anaforica. Come s'è visto e si
vedrà, l'anafora è spesso associata ad altri oygñuara. Due rit-
mi diversi, l'identità della triplice anafora e l'antitesi della tri-
plice epifora in anticlimax tendono il tricolon di ep. 7, 11:
satis sunt, inquit, mihi pauci, satis est unus, satis est nullus (è
la medesima tensione e il medesimo pensiero di ep. 10, 1: è
Eraclito l'anonimo citato da S.? Cfr. fr. 49 D.-K.: sig èuoì
uúgioi, šàv óígimiog. In ogni caso la formulazione è senecana).
DOCUMENTAZIONE 99

La figura etimologica riprende e universalizza sul piano della


gnome, mediante l'astratto, la triplice anafora verbale di ep.
77, 15: seruis hominibus, seruis rebus, seruis uitae: nam uita,
si moriendi uirtus abest, seruitus est. E il pathos della condi-
zione umana, si dirà. Ma non meno drammatica è l'azione
delle forze naturali, cfr. nat. quaest. 2, 11, 1: circa terras
plurimum audet, plurimum patitur, exagitat et exagitatur: il
soggetto delle due coppie verbali, una anaforica e antitetica,
l`altra sindetica e poliptotica, è l`aer della regione subluna-
re _ il turbolento spazio dell'uomo.

2.8.2. Alla funzione strutturale dell`anafora si è data


meno importanza di quel che merita. Perciò faccio seguire
alcuni periodi senecani, scelti un po' a caso, in una distribu-
zione grafica che, evidenziando le cerniere anaforiche, mi
dispensi da singoli commenti. Ep. 47, 10:
uis tu cogitare istum, quem seruum tuum uocas,
ex isdem seminibus ortum esse,
eodem caelofrui.
aeque spirare,
aeque uiuere,
aeque mori!

Ep. 95, 18:


immunes erant ab istis malis
qui nondum se deliciis soluerant,
qui sibi imperabant,
sibi ministrabant.

Breu. uit. 2, 5:
ille tamen te, quisquis es. insolenti quidem uultu, sed aliquando
respexit,
ille aures suas ad tua uerba demisit,
ille te ad latus suum recepit:
tu non inspicere te umquam,
non audire dignatus es.
100 DOCUM ENTAZIONE

Ep. 110, 8:
uno autem modo potest.
si quis hanc humanorum diuinorumque notitiam scientia acce-
perit,
si illa se non perfiiderit,
sed in_fecerit,
si eadem, quamuis sciat, retractauerit et ad se saepe pertulerit,
si quaesierit
quae sint bona,
quae mala,
quibus hocfalso sit nomen adscrip-
tum,
si quaesierit de honestis et turpibus,
de prouidentia.

Breu. uit. 3, 2-3:


duc,
quantum ex isto tempore creditor,
quantum amica,
quantum rex,
quantum cliens abstulerit,
quantum lis uxoria,
quantum seruorum coercitio,
quantum officiosa per urbem discursatio,
adice morbos,
quos manu ƒecimus,
adice
et quod sine usu iacuit:
uidebis
te pauciores annos habere
quam numeras.
Repete memoria tecum,
quando certus consiliiƒueris,
quotus quisque dies ut destinauerat processerit,
quando tibi usus tuifuerit,
quando in statu suo uoltus,
quando animus intrepidus,
DOCUMENTAZIONE 101

quid tibi in tam longo aeuofacti operis sit,


quam multi uitam tuam diripuerint
te non sentiente quid perderes,
quantum uanus dolor,
stulta laetitia,
auida cupiditas,
blanda conuersatio abstulerit,
quam exiguum tibi de tuo relictum sit:
intelleges
te inmaturum mori.

Breu. uit. 7, 2:
omnia istorum tempora excute,
aspzce
quam diu computent,
quam diu insidientur,
quam diu timeant,
quam diu colant,
quam diu colantur,
quantum uadimonia sua atque aliena occupent
quantum conuiuia,
quae iam ipsa oflicia sunt:
uidebis
quemadmodum illos respirare non sinant uel
mala sua uel bona.

Come commento complessivo valgano le seguenti conclusioni:


a. l'anafora impone il suo ritmo indipendentemente dalla
lunghezza del periodo e dalla sua struttura sintattica; b. le
anafore possono sdoppiarsi in anafore che chiamerei di secon-
do grado (qui/qui c. all'interno dell'anafOra scatta la
uariatio morfologica (ex isdem/eodem) O sinonimica
(eodem/aeque); d. è costante la presenza dell'antitesi, sia
anaforica (ille/tu) che epiforica (uiuere/mori, colant/colantur);
e. la clausola tende a essere decrescente (aeque mori, de
prouidentia, uel bona) e/o paradossale (te inmaturum mori).
102 DOCUMENTAZIONE

2.8.3. Il carattere prevalentemente paratattico dello


stile senecano è così scontato che non esistono trattazioni spe-
cifiche. cfr. Bourgery 1922. 335. Cenni in Rauschning, 3 sulle
ipotetiche paratattiche (ne ho dato due esempi in 2.8.2); Casti-
glioni l924. 375 s.; Guillemin 1954, 258 ss. sull'evoluzione
della teoria e della prassi stilistica da Cicerone a S.
Nella paratassi senecana c'è una componente intenzionalez
la volontà di usare lo stile del “parlato”, il sermo e non la
disputatio, cfr. ep. 75, 1: qualis sermo meus esset, si una sede-
remus aut ambularemus, inlaboratus et ƒacilis, tales esse
epistulas meas uolo (che poi sia un sermo in senso agostiniano,
“nicht als eine Predigt" [HirZel, II 31], come nella diatriba
[Bultmann 1910. 10 ss.], è dovuto alla mai dimenticata pare-
nesi, cfr. ep. 38, 1: plurimum proƒicit sermo, quia minutatim
inrepit animo: v. 2.12.2). Ma concorrono altre componenti,
psichiche e culturali. Nella giustapposizione Albertini, 299 s.
vede il segno dell`asistematicità di S., concettuale e forma-
le: oggi si tende a ridimensionare questa tesi (Grimal 1949.
246 s.; Scarpat 1970, 30 ss.), ma col rischio di cadere nel-
l`eccesso opposto (Maurach, 177 ss.: è difficile concedergli che
S. si burli [“narrt"] del lettore mascherando la sua sistemati-
cità). E un fatto che il “sistema” non è mai stato una peculia-
rità dei Romani, nemmeno nel campo a loro più congeniale, il
diritto: v. Knoche, 13.

2.8.4. Harenam sine calce: il celebre giudizio di Caligola


(Suet. Cal. 53. 2) arieggia la medesima metafora architettonica
con cui Demetrio definiva la Âéštç Öqrjgiquširr) (all`incirca il
nostro stile paratattico, Traina 1966, 169): šoixe... 'cà óš tñg
óialelvuévng êgimvsíag (sc. ›cä'›Âa) ôisggiuévoig nlqjgiov
Âíåoig /.ióvov xaì oi) ovyxeiuévoig (de eloc. 1, 13). V. William-
son, 52 s. e Belardi, 143, che ne schizza la storia nella sintassi
europea in opposizione allo stile periodico (stranamente ta-
cendo di S.). E stato l'“asintattismo" a trionfare (Dorfles,
232 ss.). Benché consapevoli del rischio di certi paralleli, non
DOCUMENTAZIONE 103

possiamo non pensare che il progressivo smagliarsi del tessuto


logico-sintattico rifletta in entrambi i casi, mutatis mutandis, il
logorio di una concezione razionale del mondo. E ricordiamo
una delle più belle pagine di Auerbach 1956, 73 su un episodio
delle Confessioni agostiniane (6, 8): “Contro il salire delle
masse, contro la bramosia smisurata e irrazionale. contro l'in-
canto delle forze magiche, l'illuminata cultura classica posse-
deva le armi dell'autodominio individualistico, aristocratico,
misurato e razionale”. S. è al limite di questa cultura, e ne
presente la fine. Il suo stile è a mezza strada fra Cicerone e
Apuleio, nella cui prosa l'elemento fonico piegherà a sé quello
sintattico e semantico, così come la chiarezza del logos sarà
sommersa dalla torbida confluenza di sensualità, misticismo e
magia. Siamo alle soglie di “un'epoca di angoscia” (Dodds).

2.9.1. Sul concinnitatis studium immodicum di S.


Rauschning, 23; Weber, 53; in particolare Polheim, 196 s., che
dà numerosi esempi di parallelismo omeoteleutico. Questo stu-
dium si coglie in flagrante, quando S. dissocia il nesso citius
tardius (nat. quaest. 2, 59, 6) per perfezionare un parallelismo
antitetico (ep. 70, 6): citius mori aut tardius ad rem non perti-
net, bene mori aut male ad rem pertinet. Al solito, domina
l'antitesi. convertendo un processo di addizione in un processo
di opposizione: meminisse perseueret, lugere desinat (ep. 99,
24). Un caso paradigmatico, dove l'antitesi investe tutti i ter-
mini lessicali del dicolon, è in Pol. 11, 3: id quod necesse est
numquam timeat, quod incertum est semper exspectet.
Il parallelismo per sua natura tende alla ripetizione dei ter-
mini iniziali e/o finali (parallelismo anaforico e/o epiforico),
dei nessi sintattici, di cola interi o quasi. Dato il prevalente
giudizio sull'asimmetria senecana, sarà bene abbondare in
esempi: (non ƒeres) a suspicioso timeri, a pertinace uinci, a
delicato fastidiri (ir. 3, 8, 4); (Obicite) Platoni quod petierit
pecuniam, Aristoteli quod acceperit, Democrito quod negle-
xerit, Epicuro quod consumpserit (uit. beat. 27, 5); nec spe
104 DOCUMENTAZIONE

mortis patienter dolet, nec taedio doloris libenter moritur (ep.


98, 18, con chiasmo. Segue la chiusa della lettera, parimenti
simmetrica: huncƒert, illam exspectat); sic uiue cum homi-
nibus, tamquam deus uideat; sic loquere cum deo, tamquam
homines audiant (ep. 10, 5: antimetabole; l'antimetabole è
antitetica in ep. 72, 3: non cum uacaueris, philosophandum
est, sed ut philosopheris, uacandum est: v. 2.6); (tam
demens... est) qui timet, quod non est passurus, quam qui
timet, quod non est sensurus (ep. 30, 6); (si uoluptati cessero)
cedendum est dolori, cedendum est labori, cedendum est
paupertati (ep. 51, 8); (tempus) quasi nihil petitur, quasi nihil
datur (breu. uit. 8, 1); omnia tamquam mortales timetis, om-
nia tamquam immortales concupiscitis (breu. uit. 3. 4: dop-
pia iterazione + antitesi etimologica + antitesi semantica);
(moriar: hoc dicis:) desinam aegrotare posse, desinam alligari
posse, desinam mori posse (ep. 24, 17: l'unico a variare in
climax è il termine medio); plus dolet quam necesse est, qui
ante dolet quam necesse est (ep. 98, 8). Sono ricette per la
terapia dell'anima: salutares admonitiones, uelut medica-
mentorum compositiones, litteris mando (ep. 8, 2: v. 2.12.2).
Ma la concinnitas, come l`anafora che ne è un aspetto,
non si esaurisce nel chiudere sententiae oracolari. La sua fun-
zione strutturale si manifesta quando si prenda in considera-
zione un'intera pericope di pensiero. Sia il tema: l'honestum
è l'unico criterio che regola l'agire e il non agire (ƒaciendi et
non faciendi ratio) del uir bonus (ep. 76, 18):

Vir bonus
quod honeste sefacturum putauerit, ƒaciet, etiam si laboriosum erit,
ƒaciet, etiam si damnosum erit,
ƒaciet, etiam si periculosum erit;
rursus quod turpe erit non ƒaciet, etiam si pecuniam adferet
etiam si uoluptatem,
etiam si potentiam.
Ab honesto nulla re deterrebitur.
ad turpia nulla inuitabitur.
DOCUMENTAZIONE 105

L'antitesi postulata (faciendi/non faciendi) è svolta amplian-


do dapprima il termine positivo in un tricolon anaforico/epi-
forico in climax, poi il termine negativo in un altro tricolon
legato al primo solo dall'anafora, con gli ultimi membri ellit-
tici e quindi più corti; infine è ripresa e serrata in un dicolon
in cui i primi e gli ultimi termini sono antitetici, quello di
mezzo è iterato, ma con ellissi che provoca l'abbreviamento
di una sillaba nel secondo colon. Si hanno così due blocchi,
uno ipotattico l”altro paratattico, entrambi internamente sim-
metrici e collegati fra loro dall'alterna ripresa in uariatio
morfologica honeste/honesto, turpe/turpia.

2.9.2. E vero che S. esplicitamente dichiara: non est


ornamentum uirile concinnitas (ep. 115, 3); ma altrettanto
esplicitamente condanna l'inaequalitas, definendola in ep.
33, 1 (inaequalitatem scias esse, ubi quae eminent, notabilia
sunt)i in opposizione al contextus degli Stoici, che è totus
uirilis (v. 2.12.5). Contrariamente a quanto afferma Castiglio-
ni 1924, 370, S. non si mette fra quelli che uirilem putant et
fortem (iuncturam), quae aurem inaequalitate percutiat (ep.
114, 15). E un difetto (uitium) opposto allo stile troppo eu-
ritmico (modulatio) e perciò stucchevole, come quello di Cice-
rone, molliter detinens nec aliter quam solet, ad morem
suum pedemque respondens (ibid. 16, v. Gambet, 177). S.
sceglie una via di mezzo, temperando la concinnitas con la
uariatio.
La uaria tio o metabole, che non ha confini ben netti
nella retorica antica, è definita da Sörbom, 2: “studium
scriptoris parvo interiecto intervallo idem verbum, idem
genus dicendi, eandem verborum collocationem evitandi” (in

IE un ricordo di Seneca Padre, cfr. contr. 3, pr. 18: declamationes eius


inaequales erant, sed ea quae eminebant, in quacumque declamatione
posuisses, inaequalem fecissent. Anche il sostantivo inaequalitas è attestato
per la prima volta in Sen. contr. 2, pr. 1: summa inaequalitas orationis.
106 DOCUMENTAZIONE

questa definizione rientrano sia Sallustio e Tacito che S.)1.


Specifici sulla uariatio, oltre Sörbom (in Tacito), sono
Dressler (negli storici latini) e soprattutto Ros (in Tucidide,
con ampia panoramica sulla retorica antica, 19-85: non parla
di S.). Sulla uariatio senecana Hammelrath, 8 ss.; Summers,
LXXX s. (che riconosce la rarità della uariatio di tipo
sallustiano, per es. const. sap. 1, 1: altera pars ad obse-
quendum, altera imperio nata; nat. quaest. 5, 9, 4: per diem
minus quam noctibus rigent); e naturalmente Castiglioni
1924, 370-376, con ricchissima casistica, che sarebbe inutile
duplicare. Preferiamo perciò una magra cernita basata non
sulle categorie grammaticali e lessicali, ma sulla posizione
del termine variato (v. anche 2.8.2). Esempi di uariatio anaf`o-
rica sono ben. 4, 24, 2: timeo inpensam, timeo periculum,
uereor offensam: ep. 85, 40:
sic sapiens uirtutem, si licebit. in diuitiis explicabit, si minus, in paupertute
si poterit, in patria, si minus, in exilio,
si poterit, imperator, si minus. miles.
si poterit, integer, si minus, debilis

In ep. 67, 4, troppo lungo per poterlo trascrivere, il termine


variato non è una parola ma un'intera frase (Tormenta abesse
a me uelim, sed si... / Quidni ego malim non incidere bellum?
Sed si... / Non sum tam demens ut aegrotare cupiam, sed
si...), mentre la seconda parte della triplice antitesi avversativa
è simmetrica sintatticamente e, nel termine finale, anche lessi-
calmente (optabo/optabo/optabo). Infine ep. 72, 7:
nam cui aliquid accedere potest, id inperƒectum est;
cui aliquid abscedere potest, id inperƒectum est;
cuius perpetuaƒutura ƒelicitas est, is suo gaudet.

'In realtà il Sörbom definisce la uariatio sintagmatica, non quella


paradigmatica, che varia un termine di un nesso formulare, cfr. i sallustiani
senatus et populus Romanus (Iug. 104, 5), populus et senatus Romanus
(ibid. 41, 2), mari atque terra (Cat. 53, 2).
DOCUMENTAZIONE 107

Di contro alla genericità livellante del neutro (id), il maschile


individualizza il sapiens. Quali esempi di uariatio epiforica
valgano ep. 85, 23:
Hic plus edit, ille minus: quid refert? Vterque iam satur est.
Hic plus bibit. ille minus: quid refert? Vterque non sitit.
Hic pluribus annis uixit, hic paucioribus: nihil interest, si...

Qui la uariatio è al tempo stesso lessicale e sintattica. Ep. 97,


ll :
non gaudet nauigio gubernator euerso,
non gaudet aegro medicus elato,
non gaudet orator, si patroni culpa reus cecidit.

2.9.3. Nei due ultimi casi il colon finale variato è più lungo
dei precedenti. Normalmente avviene il contrario. Ep. 79, 13:
hoc nos agere. Lucili carissime.
in hoc ire impetu toto,
licet pauci sciant.
licet nemo.
iuuat.

Le due anafore e l'antitesi scandiscono un ritmo decrescente,


che si scarica sulla clausola monoverbalel, esaltandone il
valore semantico e sintattico: la fermezza della decisione. In
ep. 79, 8: cum ad summum perueneris, paria sunt, non est in-
cremento locus, statur, l'effetto è più violento per la brusca
frattura della linea ritmica, prima ascendente poi discendente.

1 Contribuisce allo “staccato” senecano anche la frequenza di monoremi,


specie nelle risposte: Quaeris quis hic sit locus? Viri (const. sap. 19, 5);
Lusisse tu Canum illa tabula putas? Illusit (tranq. an. 14, 7; v. 2.6.2);
Vtinam tantum (cupiditates) non prodessent! Nocent (ep. 48, 9); uenit qui
occidat: exspecta (ep. 70, 8); magnus erat labor ire in caelum: redit (sc.
animus, ep. 92, 31).
108 DOCUMENTAZIONE

L`accorciamento dell'ultimo colon di una serie paratattica,


come la precedente, o semplicemente asindetica, come ep. 72,
8: (sapiens) laetitia ƒruitur maxima, continua, sua, o breu. uit.
19, 2: exspectat te in hoc genere uitae multum bonarum ar-
tium, amor uirtutium atque usus, cupiditatium obliuio,
uiuendi ac moriendi scientia, alta rerum quies, è il procedi-
mento più semplice per ottenere la caduta del ritmo. In strut-
tura ipotattica l'inserzione o l'anticipazione di una subordina-
ta genera una pausa davanti al termine finale (com'è il caso
del cit. iuuat), cfr. ep. 69, 6: hoc meditare et exerce, ut mortem
excipias et, si ita res suadebit, accersas; 86, 2: exeo, si, plus
quam tibi opus est, creui; 119, 6: qui satis habet, consecutus
est, quod numquam diuiti contigit, finem. Altri procedimenti
li abbiamo via via segnalati, l'apposiZione epesegetica (2.6.3,
cfr. clem. 1, 1, 5: rarissimam laudem et nulli adhuc principum
concessam concupisti, innocentiam)l, l'appoggio del termine
finale a un monosillabo accrescitivo (et, 2.4.2)2 O correttivo
(non e sed, 2.7.1). In 2.7.1 abbiamo anche anticipato il proce-
dimento più comune e caratteristico, che consiste nel collocare
uno o più termini comuni a due membri nel primo, in modo
che il secondo risulti più breve: multos fortuna liberat poena,
metu neminem (97, 16); liber animus, erectus, alia subiciens
sibi, se nulli (ep. 124, 12). Nella stragrande maggioranza dei
casi si tratta della cosiddetta legge di Hammelrath, così
formulata dal suo autore, 14: “in den Fällen nämlich, in
denen zwei Sätze oder Satzglieder eine Bestimmung gemein-
sam haben, sei es, dass esse oder ein anderes Verbum gemein-
schaftlich ist, sei es,- dass zwei Adjektive auf ein Nomen oder
zwei Nomina auf einem Genetiv sich beziehen, oder wie auch

1Un ritmo più disteso presenta il medesimo sintagma in Tacito (Germ.


30): quodque rarissimam nec nisi Romanae disciplinae concessum, plus
reponere in duce quam in exercitu (Zimmermann, 54 s.).
2Agli esempi ivi citati val la pena di aggiungere almeno Marc. 20, 3 ed
ep. 42, 9, che hanno entrambi una coppia simmetrica di et in clausola.
DOCUMENTAZIONE 109

immer die Sache liegen mag, fast ausnahmlos sitzt Seneca das
Gemeinsame in die Mitte” (v. anche Bourgery 1922, 419). Lo
Hammelrath nel proporne le motivazioni, 20, non vi include i
cola decrescenti. Tipico per l'anormale collocazione dell'avver-
bio è ep. 112, 4: homines uitia sua et amant simul et oderunt
(ma Cìc.fin. 5, 28: et oderit se et simul diligetl; S. Rosc. 112:
perditissimi est igitur hominis simul et amicitiam dissoluere et
fallere eum...). Altri esempi in polisindeto copulativo: opti-
mum inter pietatem et rationem temperamentum est et sentire
desiderium et opprimere (Helu. 16, 1); nos et uenturo torque-
mur et praeterito (ep. 5, 9); adsuescas et dicere uerum et au-
dire (ep. 68, 6); qui omnem diem tamquam ultimum ordinat,
nec optat crastinum nec timet (breu. uit. 7, 9); ego fortunam
nec uenientem sentiam nec recedentem (uit. beat. 20, 3); inagi-
tatiz terroribus, incorrupti uoluptatibus nec mortem horre-
bimus nec deos (ep. 75, 17; v. in 2.11.3 il confronto con un
testo democriteo). In polisindeto disgiuntivo: uidebis quemad-
modum illos respirare non sinant uel mala sua uel bona (breu.
uit. 7, 2, v. 2.8.2); cum dei natura... uel delectet se uel con-
seruet (Helu. 6, 8); alium diuitiae uel alienae torquent uel suae
(ep. 48, 7; segue in correlazione pronominale e con clausola
monosillabica: hunc homines male habent, illum di); depulsis
iis quae aut irritant nos aut territant (uit. beat. 3, 4); aut gra-
tuitum est, quo egemus, aut uile (ep. 25, 4); ut aut uincas
mala autfinias (ep. 29, 12); relinque diuitias, aut periculum
possidentium aut onus (ep. 84, 11); aut uincatur oportet aut
uincat3 (ep. 92, 26); qui ad philosophiam uenit... aut sanior

1 Dove simul nel secondo colon controbilancia chiasticamente la presenza


del pronome nel primo.
2 E il solo esempio figurato di questo rarissimo aggettivo (tre attestazioni
in tutto).
3 Si noti la posposizione dell'attivo, meno corposo, confermata da prou.
6, 6: contemnite dolorem: aut soluetur aut soluet.: ben. 7, 23, 3: quare
nescisse se aut mentiatur aut doleat?; ep. 78, 17: breuis morbus ac praeceps
alterutrum faciet: aut exstinguetur aut exstinguet.
110 DOCUMENTAZIONE

domum redeat aut sanabilior (ep. 108, 4). In disgiuntiva sia di-
retta che indiretta: utrum inuides carnifici tuo an parcis? (ep.
70, 8); multum... interest utrum tibi permittas maerere an in-
peres (Marc. 8, 3); multum... interest utrum uita tua otiosa sit
an ignaua (ep. 55, 4); interest nihil, illa (sc. mors) ad nos ue-
niat an ad illam nos (ep. 69, 6); nihil existimat sua referre, fa-
ciat finem an accipiat, tardiusfiat an citius (ep. 70, 5); quid
interest utrum ad mortem iussi eamus an nati? (nat. quaest. 2,
59, 8).
Sulla “legge dei membri crescenti" v. Marouzeau 1962,
295 ss., e sulla disposizione inversa 298 ss. (299: “en prose,
souvent chez Sénèque"; efficacemente Bourgery 1922, 144:
“Ce que demande le rhéteur, au contraire, ce n'est pas une fin,
c”est une chute", forse ricordando Sen. ep. 100, 7: omnia apud
Ciceronem desinunt, aputPollionem cadunt).

2.9.4. Ubbidisce alla legge di Hammelrath anche la


clausola monosillabica, cfr. nat. quaest. 7, 29, 3: nobis
rimari illa et coniectura ire in occulta tantum licet nec cum
fiducia inueniendi nec sine spe, analoga a quella di ep. 104, 12
citata nel testo (in un diverso quadro stilistico, l'antimetabole).
Veramente fuori del comune mi pare il monosillabo che chiu-
de un capitolo del De prouidentia (5, 11). dove S. in parte cita
il Fetonte ovidiano, in parte gli fa dire quello che in Ovidio
non dice: per alta uirtus it. E noto il progressivo rarefarsi delle
forme monosillabiche di eo (Ernout 1954, 156 ss.; altra biblio-
grafia in Thesaurus, 627): dai lessici d'autore risulta che la
forma it è assente in C-esare, Sallustio e Livio, presente in Cice-
rone una sola volta nel giustapposto tecnico sessum it praetor
(nat. deor. 3, 74). Nella prosa senecana s'incontra invece 15
volte, di cui 3 in fine di colon (Helu. 11, 7; ben. 6, 6, 1; ep. 93,
12: mors peromnes it: qui occidit, consequitur occisum). Nel
cit. passo del De prouidentia il ritmo prosodico tradizionale
(cretico + spondeo, la clausola preferita da S., Bourgery 1910)
si scontra con la geometrica riduzione del ritmo verbale
DOCUMENTAZIONE 111

(peralta/uirtus/it), con effetto simile alla clausola monosilla-


bica nell'esametro (Marouzeau 1962, 315 e Hellegouarc'h
1964, 62 citano Enn. ann. 424 Vahl.2: aestatem autumnus
sequitur, post acer hiemps it, ma Virgilio non l'imitò, anzi
preferì la collocazione iniziale di it, v. Inguarsson). E si noti
che per un “andare” difficile come quello di Fetonte il latino
disponeva di uado (concorrente, più che sinonimo, di eo, Loef-
stedt 1933, 38 ss.); S. stesso aveva detto nel medesimo passo (5,
10): scies illi non per secura uadendum.

2.9.5. Amicitia olim petebatur, nunc praeda (ep. 19, 4):


qui la legge di Hammelrath si allea col chiasmo per conseguire
l'å:tQo oôóxnrofv; allo stesso scopo, l'et accrescitivo si allea
col poliptoto in ep. 39, 6: mala sua, quod malorum ultimum
est, et amant (et è di tradizione incerta, ma la sua soppressione
non cambierebbe nulla). Su ep. 93, 3: nec sero mortuus est,
sed diu c'è qualcosa da aggiungere. L'audacia di determinare
con un avverbio durativo un verbo di aspetto (qualcuno di-
rebbe “tipo di azione”) puntuale' compete ai declamatori,
precisamente a Marullo citato da Sen. contr. 2, 3, 10: si non
inpetro ut uiuam, hoc certe inpetrem, ne diu moriar; e tanto
gli piacque che lo ripeté (ibid.): est lex illius diu mori. Agosti-
no renderà simmetrica l'antitesi: diu uiuere, uel potius diu
mori coactus est (ciu. D. 3, 28). S. non solo riprende l'infec-
tum, diu mori (ep. 101, 13), ma estende il sintagma al perfec- -X-
tum, mortuus est, trasformandone il valore aspettuale da
momentaneo, com'è usualmente, a complessivo (forse su
modello di breu. uit. 7, 10: non ille diu uixit, sed diufiiit: v.
2.7.3). S. ama il paradosso come tutto il suo secolo (Conte, *
80). Lo annunzia con la formula quod fortasse miraberis
(breu. uit. 7, 3: uiuere tota uita discendum est, et, quod for-

1 Pari all'audacia di Buzzati, quando fa dipendere “morire” da un verbo


durativo: “per due ore e mezzo aveva continuato a morire" (Lo scarafaggio).
11 2 DOCUMENTAZIONE

tasse miraberis, tota uita discendum est mori) e altre analo-


ghe. cfr. ep. 23, 1 l: si hoc iudicas mirum, adiciam quod magis
admireris: quidam ante uiuere desierunt quam inciperent;
120, 8: adiciam, quod mirum fortasse uideatur: mala in-
Ierdum speciem honesti optulere; 115. 3: et, quis credaI?, in
homine rarum humanitas bonum; ir. 3, 28, 5: immo, quod est
incredibile. saepe defacro bene existimamus, defizcienre male.
Sono tutte f`ormule allusive ai Jtagáòoša, che Cicerone latinizza
con admirabilia contraque opinionem omnium (par. 4, C1`r._/in.
4, 74 e Lucull. 136), S. con illa... quae uidemur inopinata om-
nibus dicere (ep. 81, 11: nel seguito della lettera introduce i
paradossi stoici con una voce di admiror).

2.9.6. Già il buon vecchio Pichon, 445 aveva imputato a S.


“de mettre en épigrammes la philosophie”. La specifica inda-
gine di G. Friedrich su S. e Marziale giova a meglio intende-
re non solo il poeta, ma anche la tecnica del filosofo. Puntuali
convergenze di procedimenti stilistici, oltre che di motivi, tra
sententiae e clausole di epigrammi sono state additate da Frie-
drich (per es. ep. 2, 2/Mart. 7, 73; ep. 70, 8/Mart. 2, 80) e, sul-
la sua scia, da Barwick, 21-26 (11-15 sulla sententia nella reto-
rica del I secolo). Sapore epigrammatico ha la corposa arguzia
dell'aprosdoketon in ep. 83, 24: cum omnes uiceris (nel bere)
uirtute magnifica et nemo uini tam capax ƒuerit, uinceris - a
dolio (cfr. ep. 124, 22); nat. quaest. 1, pr. 5: quid est, cur
suspiciamus nosmet ipsos, quia dissimiles deterrimis sumus?
Non uideo quare sibi placeat, qui robustior est - in ualetudina-
rio. Il rinvio in fondo, contro la collocazione normale, del ter-
mine a sorpresa, e quindi ad alta densità informazionale,
suggerisce prima della clausola una pausa che rientra nella
tecnica dell'aprosdoketon, propria del parlato (Petrone, 12).

2.10.l. Il giudizio di Frontone (p. 150 v. den Hout) è,


come constatazione se non come valutazione, calzante: ean-
dem sententiam milliens alio atque alio amictu indutam refe-
DOCUMENTAZIONE 113

runt. S. è contrario al1'arcaismo (ep. 114, 13: multi ex alieno


saeculo petunt uerba, duodecim tabulas loquuntur), donde
l'avversione di Frontone, complicata dall'antica ruggine tra
oratori e filosofi: v. Gercke, 144-151; Beltrami; Marache, 120
ss.; Portalupi, 55 ss.; Trillitzsch 1971, I 72. Si associa al giu-
dizio negativo di Frontone e lo esemplifica brevemente Sum-
mers, LXXVI s.; invece I. Hadot, Berlin 1969, 126 motiva
giustamente il procedimento senecano con “die Verbindung
von Dogmatik und Paränese". Ma è S. a darcene la motivazio-
ne sia in rapporto a se stesso in ben. 6, 35, 4: id apertius expri-
mere non possum, quam si repetiuero quod dixi (e lo ripete in
altra forma), sia in rapporto a Epicuro in ep. 27, 9 citata nel
testo (dove si riterrà anche la concordanza verbale di hoc saepe
dicit Epicurus aliter atque aliter con l'alio atque alio
amictu di Frontone; concordanza ancora più stretta in uit.
beat. 4, 3: licet, si euagari uelis, idem in aliam atque
aliam faciem salua et integra potestate trans_ferre.Frontone
critica S. con le parole di S.). Alla frase della stessa lettera:
remedia... quibusdam inculcanda sunt è da accostare ep. 40,
4, dove dello stile filosofico si dice: remedia non prosunt, nisi
inmorantur. Viene in mente il ngósògog dei Terapeuti de-
scritto da Filone mentre parla ôiauéilow xaì ßgaóúvaw Iraig
šnavalñipeotv, êyxagártcov taig Ipolaig rà voñ/.tara (uit.
cont. 76).

2.10.2. Variazioni su un verso di Laberio ho citato in


2.4: Monaco, 66 cita inoltre ep. 14, 10: multis timendi attulit
causas timeri posse, Giancotti 1967, 182 clem. 1, 19, 5: tan-
tum... necesse est timeat, quantum timeri uoluit. Su Publilio
Siro e S. Giancotti 1967 (296 ss. su A 1 M.).

2.10.3. S. gode di questa uariatio, che potrebbe defi-


nirsi concettuale o tematica, anche quando non ne è lui
l'autore. In ep. 7, 10 ss., accingendosi a dare a Lucilio il soli-
to viatico di saggezza, dice: communicabo tecum quae oc-
1 14 DOCUMENTAZIONE

currerunt mihi egregie dicta circa eundem ƒere sensum tria. Il


sensus in questione era stato premesso da S. come tema della
lettera (ibid. 1):: Quid tibi uitandum praecipue existimes,
quaeris? Turbam. Alla fine il consiglio è suffragato da tre auc-
tores: Democrito, un anonimo che potrebbe essere Eraclito (v.
2.8.1), e, naturalmente, Epicuro. Ma normalmente è S. l'auto-
re delle variazioni, e l'oggetto di tali variazioni è Epicuro.
La formula che le introduce è su per giù la stessa. Citammo
nel testo ep. 97, 13: aut si hoc modo melius hunc explicari
posse iudicas sensum. Si aggiunga ep. 23, 9: possum... tibi uo-
cem Epicuri tui reddere...: “molestum est semper uitam in-
cohare". Aut si hoc modo magis sensus potest ex-
primi: "male uiuunt, qui semper uiuere incipiunt" (la
uariatio rende esplicita la portata morale di molestum est,
istaurando secondariamente il poliptoto uiuunt/uiuere grazie
allo scambio sostantivo/verbo; ne consegue anche la sosti-
tuzione, sintattica e non semantica, di incipio a incoho, che
non è determinato da infinito prima di Lucan. 10, 174); ep. 26,
8: Epicurus... ait: “meditare mortem", uel si commodius
sic transire ad nos hic potest sensus1:egregia res est
mortem condiscere (res è stilema senecano, v. 2.6.3; condisco,
che è anche in prou. 6, 8: dum aptatur uita, mortem condisci-
te, sostituisce la perfettività del composto all'imperfettività di
meditor: morire è un insegnamento che va assimilatoz, cfr.

lCodd. uel si commodius sit transire ad nos hic pa tet sensus. La


duplice, splendida correzione si deve a Madvig, 117 (ripresa da Axelson, 168
s. e accolta da Préchac e Reynolds), ed è suffragata dalle formule analoghe.
Sempre Madvig, ibid. vide in transire “ipsam translationem Graecae senten-
tiae ad Romanos”: se così fosse, guadagneremmo un altro sinonimo di uerti
ignorato da Reiff, e sarebbe un'ennesima conferma della non letteralità del
“tradurre” dei Latini. Ricordo che compare in S. per la prima volta un altro
sinonimo di uertere, mutare (Reiff, 61; Traina 1970, 57).
2Partem sui facere, dice S. dell'effetto della cottidiana meditatio (ben. 7,
2, 1). Sulla pregnanza semantica di meditari / uelerãv come pratica psico-
terapeutica v. Rabbow, 23 e 325.
DOCUMENTAZIONE 115

prou. 6, 10: qui mori didicit, seruire dedidicit); ep. 9, 20:


Epicurus... “si cui", inquit, “sua non uidentur amplissima. li-
cet totius mundi dominus sit, tamen miser est", uel si hoc
modo tibi melius enuntiari uidetur, _id enim agen-
dum est, ut non uerbis seruiamus, sed sensibus _: "miser est,
qui se non beatissimum iudicat, licet imperet mundo" (l'anti-
tesi è radicalizzata nella coppia polare miser/beatissimum, la
collocazione del primo termine controbilanciando il superlativo
del secondo. Ma S. non si arresta al suo rifacimento, e cita con
ostentata compiacenza un verso anonimo: apud poetam comi-
cum inuenies: “non est beatus, esse se qui non putat"). La
uariatio può fare a meno di formula introduttiva. In 2.5 ho
citato una massima epicurea tradotta da S. (ep. 22, 14): nemo
non ita exit e uita, tamquam modo intrauerit. Non è versione
letterale di atãg òjorteg (igm yeyovcbg éx roü 'gñv ártégletai (28,
p. 52 Diano). Non solo la litote nemo non subentra a rtãg',
ma è anche spostato l'ordine dei sintagmi per concludere con
l`antitesi exit/intrauerit. Ibid. 15 S. riprende la massima ma
non la ripete: “nemo”, inquit, "aliter quam qui modo natus
est exit e uita". Da ìígu ad àttépxetai la fedeltà semantica e
sintattica della nuova versione è letterale. Solo l'enunciazione
passa da affermativa (ttãg å'›oJteQ)a negativa (nemo aliter). La
ragione è sintagmatica: tutta la pagina è tramata dall'anafora
di nemo (14: nemo non... nemo...; 1.5: nemo; 17: nemo... nulli,
in chiusa di lettera). S. si appropria della prosa di Epicuro im-
ponendole i suoi stilemi favoriti (v. Mutschmann, 355). Si
direbbe che abbia trasferito la tecnica dell'aemulatio dalla
poesia alla filosofia.

1 Sulla cui ambiguità v. Schmid, 123 s. Non entro in merito alla discussa
esegesi della gnome epicurea, ma credo, con Schmid, 127 s. (diversamente
Diano 1941, 25 s.) alla sostanziale equivalenza delle due versioni senecane,
nel quadro della uariatio abituale a S.
116 DOCUMENTAZIONE

2.10.4. Nutritissima la letteratura su S. e Epicuro.


L'utiliZzaZione diretta delle lettere di Epicuro fu sostenuta da
un articolo determinante di Mutschmann (ritorna ora sulla
tesi opposta, di fonti manualistiche. Innocenti, 135). La ten-
denza moderna è per un'appropriaZione anche concettuale dei
testi epicurei, a fine psicagogico: v. Schottlaender; Schmid
(che parla di “erbauende Lesung", sulle orme di Rabbow,
352); Grimal 1970 (10 cita una formula epicurea allineata a
una stoica “dans un même raisonnement, et au sein d'une
même phrase"). La bibliografia di Trillitzsch 1962, 27 è da in-
tegrare con tre lavori contenuti negli Actes dell'VIII Congresso
di Parigi: Grimal 1969, 166; I. Hadot 1969, 351; André 1969
(il più recente status quaestionis ch`io conosca).

2.11.l. Nessun lavoro si occupa specificamente della tecni-


ca senecana del tradurre, nonostante la relativa disponibilità
di materiale. Un capitolo di Setaioli 1971, 214 ss., intitolato La
traduzione, riguarda solo la terminologia filosofica (come
Fischer). Sul problema del tradurre nella cultura latina biblio-
grafia in Traina 1970, 55 ss. Su Cicerone traduttore in prosa
Atzert. 11-24 (dal Timeo); Farrington, 51-59 (in generale; 54
su Tim. 9); Humbert (dal Fedro); Poncelet 1950 (dal Fedro);
Serra Zanetti, 357-367 (confronto con Girolamo); Poncelet
1957 (da Platone: giudizio complessivamente negativo sulle
attitudini del latino come sistema a rendere la lingua filosofica
greca); Jones (in generale; 32 s. sul Timeo); H. Müller (in ge-
nerale); Sodano (dal Timeo); Giomini, 31-46 (dal Timeo);
Widman (in generale); Traglia (da Platone ed Epicuro); Fran-
zoi (dal Timeo; 52 s. su Tim. 9); Celentano (dal Timeo; 13 su
Tim. 9).

2.11.2. Di Platone, oltre il passo del Timeo e quello del


Teeteto 174 E (v. 2.12), che non è una traduzione ma una cita-
zione condensata, possiamo mettere a fronte un ragionamento
delle Leggi (11, 934 A-B) citato in ir. 1, 19, 7:
DOCUMENTAZIONE 117

013)( švexa rov xaxovgyñaai öióoùg in utroque non praeterita. sed


rip/ òíxnv - oil yàg cò yeyoa/òg âyé~ futura intuebitur_nam, ut
uqrou šatat noté - toü ó' sig ròv Plato ait, nemo prudens punit
aíiütç ëvexa 1961/ov ti rò :tagártav quia peccatum est, sed ne pec-
uiañaat tip) áòtxíav ainróv re xaì cetur: reuocari enim praeterita
coùg íóówaç aùtòv öixatoúuevov, non possunt, futura prohi-
'ij Âwqrñaai uégq nella rñg rotati- bentur_et quos uolet nequi-
fns vvwveãs- tiae male cedentis exemplafieri.
palam occidet, non tantum ut
pereant ipsi. sed ut alios
pereundo deterreant.

La seconda parte è un adattamento: l'astrattezza teorica del


testo platonico viene a patti con la situazione storica presuppo-
sta da S., che parla a chi ha potestatem uitae necisque (ibid.
8). Perciò si considera l'ipotesi estrema della pena di morte
(occidat), che non lascia ovviamente posto al ravvedimento del
colpevole (Iuoñoai 171`p› áôtxíav aírcóv): la necessità puramente
profilattica della pena di morte è scolpita in una correctio av-
versativa (v. 2.7.3), i cui membri sono collegati da un'antitesi e
da un poliptoto chiastici (non... utpereant ipsi / sed ut alios
pereundo...). La vera e propria citazione riguarda la parte cen-
trale (ut Plato ait): il pensiero platonico, che la pena deve
guardare al futuro e non al passato, è svolto in due antitesi, di
cui la prima ripete il modulo avversativo poliptotico (nemo...
punit quia peccatum est, sed ne peccetur) del tutto estraneo a
Platone. Ma c”è di più. Oi) yào rò yeyovòg àyéwyrov š'o^rai
rtoté è un detto proverbiale che ha un equivalente letterale in
latino: factum inƒectum fieri non potest (Plaut. Aul. 741; cfr.
Sen. uit. beat. 2, 3: quicquidfeci adhuc inƒectum esse mallem;
altre attestazioni in Otto, 129 s.); ma S. preferisce ricorrere a
un'altra locuzione proverbiale (cfr. Cic. Pis. 59: praeterita
mutare non possumus, etc., Otto 286), che gli consente di
recuperare l'antitesi con futura. Il lungo e un po' faticoso
118 DOCUMENTAZIONE

ragionamento platonico è spezzettato in una serie di sen-


tentiae' che potrebbero facilmente isolarsi dal contesto.

2.1l.3. Epicuro offre maggior copia di confronti, ma in


condizione diversa da Platone e da Erodoto. Non più ragiona-
menti O narrazioni da scorciarez, ma frasi che sono già
yvôuai, pillole di saggezza. Anche Cicerone si comportò in
maniera diversa, traducendo letterariamente Platone e lette-
ralmente Epicuro (H. Müller, 76; Traglia, 339 s.). Abbiamo la
possibilità di un esame sinottico anche per Epicuro _ Cicero-
ne _ Seneca (v. già 1.4.1 a proposito della paronomasia
breuis/leuisg), ma per la brevità dei testi meno produttivo.
Celebre è l'incipit dell'ultima lettera di Epicuro (153, p. 66
Diano): Tiyv ,uaxagíav ãyowsg xaì äua televrôvreg ñuégaa/

1 Con un'altra sententia S. aguzza una reminiscenza erodotea. Lo storico


narra un òswòv šgyov dei soldati di Cambise (3, 25):š›¢ òsxáòoç yàg šva oqaéaw
aírrëaw ånoxlqpóaavtsç, xaréqaayov. Il fatto Spiega il giudizio. In S. fatto e
giudizio coincidono in una punta epigrammatica (ir. 3, 20, 3): decimum
quemque sortiti alimentum habueruntfame saeuius. Anche in ir. 3, 14, 1 le
parole di Cambise a Pressaspe (Her. 3, 35) sono ridotte a un solo periodo di
quattro brevi frasi con spezzatura finale (et manus).
2Accade anche in ir. 3, 6, 3: proderit nobis illud Democriti salutare
praeceptum, quo monstratur tranquillitas, si neque priuatim neque publice
aut maiora uiribus nostris egerimus, citazione indiretta di Democr. fr. B 3
D.-K.: ròv eüåvusiaüai ué/12.01/'ra1Q1`7 ui; nella nQ1jaosIv,u-qre ìòíy ,unire švvñ,
uqòè ãoträv ngáaay, ùnég re óúvauw aigeíaüat rip/ šwroö xaì qniaw. La citazione
diretta del1`inizio si ha invece in tranq. an. 13, 1: hoc secutum puto
Democritum ita coepisse: "qui tranquille uolet uiuere. nec priuatim agat
multa nec publice": traduzione semanticamente fedele (inevitabile la peri-
frasi tranquille uiuere per eùövuetoüat), stilisticamente senecana nella clau-
sola conforme alla legge di Hammelrath (v. 2.9.3).
3 Irrilevante Cic. Lael. 85 / Sen. ep. 3, 2: entrambi traducono Teofrasto
(ap. Plut. de fratr. am. 8, 482 B), Cicerone conservando Yantimetabole del-
1'originale (cum iudicaueris diligere oportet, non cum dilexerìs iudicare), S.
preferendo il chiasmo morfosintattico (cum amauerunt iudicant, et non
amant cum iudicauerunt).
DOCUMENTAZIONE 119

coil ßíov šyoágvouw òuív tañra. Il greco, conforme alle sue ten-
denze, punta sui sintagmi participiali. La versione ciceroniana
è fedelissima nei limiti di un impeccabile latino, col suo cum
circostanziale e l'idem aggiuntivo (fin. 2, 96): “Cum age-
remus", inquit, “uitae beatum et eundem supremum diem,
scribebamus haec". S. riduce all'osso la sintassi, togliendo il
diaframma dello stile epistolare (šygátpouev) e attualizzan-
do il verbo (ago); in compenso, non solo conserva il rilievo ini-
ziale di uaxagiafu, ma ne rincara la dose col superlativo:
“Beatissimum", inquit, "hunc et ultimum diem ago" (ep. 92,
25). Traduzione tendenziosa, che forza la mano a Epicuro. E
non una volta sola, perché ritroviamo il superlativo in uariatio
lessicale in ep. 66, 47: in qua (sc. dolorum grauissimorum per-
pessione)Epicurusfiiit illo summo* acfortunatissimo die suo.
Segue la citazione letterale: Ait enim se uesicae et exulcerati
uentris tormenta tolerare, ulteriorem doloris accessionem non
recipientia, che traduce: Zrgayyoogwcà te nagnxoloúüei xaì
ôvoevtsgtxà rcáåv; ònegßolñv oùx årtofleírvofuira roü šv êamroig
usyéitovg. Cicerone (ibid.): Tanti autem aderant uesicae et
torminum morbi, ut nihil ad eorum magnitudinem posset ac-
cedere. Si può affermare che S. ha tradotto più letteralmente
di Cicerone (André 1969, 475)? Ma S., non Cicerone ha usato
il generico tormenta per il tecnico tormina (Cels. 4, 22: inter
intestinorum mala tormina esse consueuerunt: Övoevregía
graece uocatur); S., non Cicerone ha tralasciato toi) šv šaoroig
usyéåovg. La versione senecana è sintatticamente più agile
perchè non ha indietreggiato dinanzi al sintagma participiale e
nominale del greco (iinegßoiñv oúx ânoíteirtovta : accessio-
nem non recipientia), cui l'arpinate ha dato il classico giro ver-
bale della consecutiva latinaz.

lChe conferma la lezione hunc et ultimum in ep. 92, 25 (hunc et hunc


Hense). Il rimando a ep. 66, 47 è già in Axelson, 106.
2 Dovunque è possibile confrontare Cicerone e S., troviamo la medesima
120 DOCUMENTAZIONE

Più letterale è senza dubbio Cicerone traducendo in fin. 1,


63: Epicurus... exiguam dixitfortunam interuenire sapienti (=
ibid. 2, 89 = Tusc. 5, 26) l'epicureo (sent. 16, p. 15 Diano):
ßoayjéa ooçpcß 171511; rtageuatínrei, di fronte a Sen. const. sap.
15, 4: Epicurus... "raro", inquit, "sapienti fortuna interue-
nit". Il nostro ha tradotto la dimensione quantitativa di
ßgalša (exigua) in quella temporale di raro: un piccolo, in-
teressato tradimento a Epicuro. Perché Epicuro continua: tà
òš uéyiora xaì xogubtara ó Âoywuòg ôiqíxnxe xaì xarà ròv
ovvsyjñ Zoóvofv 1:05 ßíov òiotxei :tai òioixñost. L'antitesi è
dunque fra ßgaxša e ué)/tota, che Cicerone rispettò nel segui-
to della sua traduzione: maximasque ab eo et grauissimus res
consilio ipsius et ratione administrari. Epicuro non esclude la
tújm dalla vita del saggio, ma ne minimizza l'incidenza. Non è
proprio lo stesso che ridurne la frequenza, come gli fa dire S.
Ma S. spezza la gnome al primo colon, cancellando l'antitesi
che avrebbe giustificato *exigua O un altro termine quantita-
tivo; e dà cosi maggior credito al suo rimprovero a Epicuro:
uis tu fortius loqui et illam ex toto summouere? Ciò non gli
impedisce di appropriarsi in ep. 98, 2 di un caratteristico
passo epicureo sulla fortuna: (fortuna) materiam dat bonorum
ac malorum et initia rerum apud nos in malum bonumue
exiturarum, cfr. Epic. ad Men. 134, p. 10 Diano: åglàg uévtoi
ueyálaw áyaåôv ti xaxâw orto raúmç (sc. míymç)
,gognyeioöai (v. Bignone, I 371 s.; non mi risulta che l'in-
dubbia allusione sia stata raccolta dagli specialisti: manca co-
munque nell'Indice dell'Usener). La vera differenza tra Epi-

differenza di struttura sintattica: per es. Tusc. 3, 69 / breu. uit. 1, 2 (lo


stesso pensiero è riferito là a Teofrasto, qua ad Aristotele: v. ora sulla
questione H. Baumgarten). Bourgery 1922, 136 mostra a cosa si riduca in S.,
tranq. an. 11, 4, la citazione nominale di un elaborato periodo della milo-
niana, 92. S. non è diverso quando cita e quando traduce: la citazione è una
traduzione intralinguistica e la traduzione è una citazione interlinguistica.
V. Mazzoli 1970, 188 sul passo neviano citato in ep. 102, 16.
DOCUMENTAZIONE 121

curo e S. sta in quel che segue, tra l'intellettualistico Âoyiouóg


che regola la vita del saggio (sent. 16, p. 15 Diano) e la totalità
psichica dell`animus ualentior omni fortuna (ep. 98. 2): v.
1.4.4.

2.1l.4. Ma in genere le varianti che S. fa subire al testo di


Epicuro sono piuttosto formali. L`omeoteleuto appesantisce la
clausola di ep. 21, 7 (non pecuniae adiciendum, sed cupiditati
detrahendum est = Epic. 151, p. 66 Diano: un xgquárwv
rtgooriüsi, 'cñg òš šntåvuíag áqaaigei), ma la legge di Hammel-
rath sveltisce quella di ep. 17, 11 (multis parasse diuitias non
finis miseriarum fuit, sed mutatio = Epic. 61, p. 55 Diano:
no/Utoì roiì rt}.oútov wyjówieg ot) tw' àrtaìlayìw Irãw xaxâífv
eÖQo1›,àÂÂà usraßolâyaz uz-:išóvwu Schottlaender, 144 ha però
notato che la sostituzione di xaxiiw con miseriarum e, di con-
seguenza, la caduta di ueiçófuaw son dovute al filtro stoico, che
non può ammettere una gerarchia di mali). La simmetria
aggiunge un chiasmo' in ep. 12, 10 (malum est in necessitate
uiuere, sed in necessitate uiuere necessitas nulla est = Epic.
24, p. 52 Diano: xaxòv âváym;,áM'oI}óeuía áváym; Qñfv uerà
â1›áy›<1)§), un'antimetabole in ep. 29, 10 (numquam uolui
populo placere. Nam quae ego scio, non probat populus, quae
probat populus, ego nescio = Epic. 171, p. 70 Diano:
oiiòértore oßçéxitnv Iroig rto/lloig ågéoxew' òì uèv yàg åxsívoig
ñpeoxev, oúx åuaöov' ii ò°y';'òew šyoß,/.iaxgàv :fw rñg šxeívwv
òiaåéoewg). E non sfugga che Epicuro ha evitato di proposito
l`antimetabole, dissimilando šjuaüov con ñòsw. E affer-

1 Per quanto S. poeta sia fuori dell'orizzonte del mio lavoro, segnalo due
chiasmi aggiunti da S. rispettivamente a Trag. Graec. fr. 181, 1 N2.(è'a ue
xegòaivovra xsxlñadai xaxóv = ep. 115, 4: sine me uocari pessimum, ut diues
uocer - si noti il superlativo, parente del beatissimum sopra citato [e ora v.
Barabino, 69 s.]) e a Cleante ap. Epict. enchr. 53 (nauòç ysvóuevog, oùóèv
ñrrov š'1/,Iouat = ep. 107, 11: malusque patiar, facere quod licuít bono: se la
traduzione è, come credo, di S., vd. in_/ra, p. 177 e relativo Addendum).
122 DOCUMENTAZIONE

mazione troppo assoluta che “Epicuro... non mostra simpa-


tia alcuna per quelle figure stilistiche, che le scuole retoriche
avevano da secoli affermate” (Brescia, 84), ma è certo che S.,
come ha condensato Platone, così ha stilizzato Epicuro: che è
poi un modo di farlo suo. Quello che non aveva fatto, e non
aveva voluto fare, Cicerone.

2.12.1. Le due citazioni da Platone e da Epicuro non sono


confrontabili con gli originali, perché il primo è troppo lonta-
no (v. 2.11.2), e il secondo non ci è giunto. Un altro testo epi-
cureo conosciuto solo attraverso la traduzione _ troppo sim-
metrica! _di S. si ha in ep. 16, 7: istic quoque ab Epicuro
dictum est: “si ad naturam uiues, numquam eris pauper; si ad
opinionem, numquam eris diues". Nietzsche non si fidava: “è
una delle grandi ironie della fama che noi si sia tornati a cre-
dere alla virilità e alla magnanimità di Epicuro in grazia di
Seneca, un uomo a cui si può prestar sempre orecchio, ma
fedeltà e fede non crederei” (lettera a P. Gast del 3 VIII 1883,
trad. Allason).

2.12.2. Le lettere di S. che contengono le sue idee sullo


stile sono state analizzate da G.H. Müller per ricavarne una
teoria non troppo divergente dalla prassi senecana. Nella me-
desima direzione vanno altri lavori più o meno specifici sulle
teorie retoriche di S.: Merchant (che punta forse troppo sulla
componente psicologica, trascurando l'incidenZa della retorica
contemporanea); Leeman 1963, I 264-283 e Currie (che vice-
versa le fanno larga parte); Guillemin 1954, 274; Gutu (255
riassunto francese: “la façon d'écrire de Sénêque est celle des
gens cultivés de son époque et de ce fait résulta le caractère o-
ral de son style, imposé aussi par la nécessité de la prédication
morale”). Le teorie retoriche sono esaminate nel quadro della
“estetica” senecana da Svoboda, 544 s. e Setaioli 1971, che mi
pare non dia la dovuta importanza alla forma come veicolo di
persuasione; giusta invece la sua critica (100, 172 s.) contro
DOCUMENTAZIONE 123

l'accostamento di S. alla teoria del sublime, sostenuto da


Guillemin 1954, 270 e soprattutto da Michel: se è comune il
principio della corrispondenza fra stile e animo (v. 1.1.2), né
l'autore del llsgì iíwovg potrebbe accettare la conseguenza di
S. (ep. 115, 2: magnus ille remissius loquitur et securius), né S.
accettare che lo scopo del sublime sia di portare l'ascoltatore
non sig rtsnicô, ma sig š':¢otaoW (subl. 1, 4; cfr. 15, 9); per di
più l'anonimo considera controproducente per il sublime lo
stile spezzato, la zwyxomí.
All`altro estremo sta la teoria stoica dello stile, icui
punti di contatto con S. sono fissati specificamente da Smiley,
inoltre da Arnold, 149 s.; G.H. Müller, 98 s.; Leeman1963, I 277;
Trillitzsch 1962, 3 ss. (nulla invece su S. in Costil). Bisogna
distinguere. E certo che S. ha in comune con gli Stoici alcuni
postulati, come quelli dell'âÂfr;17ñ Â.e'}/sw, della oamvja/sia e
della ovfurouía (che comportava una tendenza alla paratassi).
Ma è altrettanto certo che la prassi stilistica degli Stoici an-
tichi doveva essere molto lontana da S., se dobbiamo credere
ai ripetuti e convergenti giudizi di Cicerone (par. 2: nullum se-
quiturflorem orationis neque dilatat argumentum, minutis in-
terrogatiunculis quasi punctis quod proposuit eflìcit; de or. 3,
66: orationis... genus habent fortasse subtile et certe acutum,
sed, ut in oratore, exile, inusitatum, abhorrens ab auribus
uulgi, obscurum, inane, ieiunum; Brut. 120: Stoicorum astric-
tior est oratio aliquantoque contractior quam aures populi
requirunt; fin. 4, 7: scripsit artem rhetoricam Cleanthes,
Chrysippus etiam, sed sic, ut, si quis obmutescere concupierit,
nihil aliud legere debeat... Pungunt quasi aculeis interroga-
tiunculis angustis, quibus etiam qui assentiuntur, nihil com-
mutantur animo et iidem abeunt, qui uenerant). Con queste
accuse di aridità, oscurità, tecnicismo, inefficacia psicagogica
concorda singolarmente il giudizio di S., una volta tanto d'ac-
cordo con Cicerone, del cui ultimo passo sembra essersi ricor-
dato, rimodellandolo in una icastica antitesi (ben. 1, 4, 1):
Chrysippum... cuius acumen nimis tenue retunditur et in se
124 DOCUMENTAZIONE

saepe replicatur: etiam cum agere aliquid uidetur, pungit, non


perforat. Dunque un”arma spuntata: non certo quella che oc-
correva a S. per le sue battaglie etiche, quali egli stesso ce le
delinea per bocca di un suo maestro, Fabiano (breu. uit. 10,
1): solebat dicere Fabianus, non ex his cathedrariis philo-
sophis. sed ex ueris et antiquis, contra adfectus impetu, non
suptilitate pugnandum, nec minutis uolneribus sed incursu
auertendam aciem: nam contundi debere, non uellicari'. E
l`opposto di Crisippo. S., come Cicerone, ha rimproverato
allo stoicismo “son inhumaine sécheresse" (Grimal 1966,
324)2 e gli ha dato quello stile che gli mancava (Aubenque
1964, 92).
Del resto proprio contro un rappresentante dell'antica
Stoa, Aristone, S. polemizza a favore dell'admonitio (secondo
la sistemazione posidoniana dell'epistolografia filosofica? V.
Peter, 225). La migliore indagine sullo stile esortativo si deve a
Husner (1-19: Zur Theorie des affektvollen Stiles in der
moralischen Adhortatio)3; più di recente Trillitzsch 1962.
29 ss. e I. Hadot, Berlin 1969, 184 ss., che, partendo da Rab-
bow, giustamente conclude: “Die Originalität Senecas auf
dem Gebiet der Seelenleitung beruht auf dem rhetorisch-for-
malen Aspekt seiner Methode" (189).

I Fra aciem e nam A legge non probat cauillationes, che riterrei col
Castiglioni una glossa.
2 Alle rimostranze di Lucilio, che trovava le ultime lettere di S. minus ac-
curatas (e c'è difatti in esse minore tensione formale), S. risponde (ep. 75, 1)
che il suo vuol essere sermo, inlaboratus etfizcilis (v. 2.8.3), ma poi a parzia-
le correzione aggiunge (ibid. 3): non mehercule ieiuna esse et arida uolo,
quae de rebus tam magnis dicentur. Ieiunum, era il termine ciceroniano per
lo stile stoico.
3Quando Husner, 7 richiama la metafora senecana del filosofo-medico.
la cui medicina è l'oratio (Steyns, 69; v. 2.9.1), mi ricorda quanto I-Iocke, 322
disse di Pascal: “Si comporta in modo scientemente manieristico. ma solo
per persuadere meglio, per poter guarire".
DOCUMENTAZIONE 125

2.l2.3. Coactor deriva l'usuale accezione tecnica di “esat-


tore" dalla locuzione pecuniam cogere; l'hapax semantico
senecano (Bourgery 1922, 282), dichiarato tale dal suo autore
(ut ita dicam), nasce sintagmaticamente dall'acceZione etica di
cogo (ep. 52, 4): inuenies genus aliud hominum... qui cogi ad
rectum conpellique possunt, quibus non duce tantum opus sit,
sed adiutore et, ut ita dicam, coactore. La fortunata formula
di S. “directeur d”âmes" (Guillemin), “Seelenleiter” (I.
Hadot), etc. risale almeno al Martha, 9 (“directeur spirituel"):
sembra che S. si sia modellato soprattutto su Epicuro (cfr. ep.
11, 8 ss. e v. Bignone, I 123; Burnier, 91; Schottlaender, 147
s.).

2.l2.4. Un passo capitale sulla strumentalizzazione sene-


cana del carmen, con specifico riferimento a Cleante (autore
di versi filosofici tradotti, verisimilmente da S., in ep. 107, 11,
v. 2.11.4), è ep. 108, 9 ss.: quanto magis hoc iudicas euenire,
cum a philosopho ista dicuntur, cum salutaribus praeceptis
(cfr. breu. uit. 9, 2: maximus uates... salutare carmen canit)
uersus inseruntur, eflìcacius illa demissuri (v. 1.7.2) in
animum imperitorum? "Nam", ut dicebat Cleanthes, “quem-
admodum spiritus noster clariorem sonum reddit, cum illum
tuba per longi canalis angustias tractum patentiore nouissime
exitu eflundit, sic sensus nostros clariores carminis arta
necessitas eflicit". Eadem neglegentius audiuntur minusque
percutiunt, quamdiu soluta oratione dicuntur,' ubi accessere
numeri et egregium sensum adstrinxere certi pedes, eadem illa
sententia uelut lacerto excussiore torquetur. De contemptu
pecuniae multa dicuntur et longissimis orationibus hoc praeci-
pitur...,' magis tamen feriuntur animi, cum carmina eiusmodi
dicta sunt: “is minimo eget mortalis, qui minimum cupit" (=
Publ. Syr. I 56 M.: si noti l'affinità di struttura con la massi-
ma epicurea “tradotta” in ep. 14, 17, v. 2.12). Il salutare
praeceptum e la forma ritmica del carmen convergono nella
metafora sacrale dell'oraculum (uit. beat. 26, 7; breu. uit. 2, 2:
126 DOCUMENTAZIONE

quod apud maximum poetarum' more oraculi dictum est;


ep. 94, 27: qualia sunt illa aut reddita oraculo aut similia; 108.
26 cit. nel testo). S. è all'incrocio di una duplice tradizione:
una indigena, che parlava di “Oracoli” catoniani (Sen. contr.
1, pr. 9; Plin. 7, 171, etc., v. Leo 1913, 277 s.). e una greca, che
parlava di “Oracoli” epicurei (Epic. 128, p. 60 Diano:
,zgnouqaòsív rà ovuçnégovra nãow âvågámoig; Cic. nat. deor.
1, 66; v. Bignone, I 539)?
Sul significato della “citazione poetica" nella diatriba
Bultmann 1910, 42 ss.; nella “Seelenführung" Rabbow, 122
ss. e 348; in S. Mazzoli 1970, 103 ss. A questo punto dovrebbe
innestarsi un eventuale discorso su S. tragico: v. Egermann,
51; Lana 1961; 1. Hadot, Berlin 1969, 188 ss.

2.12.5. Sull'origine magica del carmen (èmpôñ) e le sue


sopravvivenze letterarie Ronconi 1968, 127 ss.; sul carattere
psicagogico della poetica lucreziana ancora Ronconi 1972, 82
s.; Classen, 117; Pasoli 1970, 371 ss. L'accostamento tra S. e
Lucrezio è tradizionale: v. per es. Guillemin 1952. 203;
Lana, Torino 1955, 262 (per Regenbogen v. 2.12.6). Riserve in
Bellandi, 318 ss.
Tra le sue massime e quelle di Epicuro S. avvertiva, e indi-
rettamente sottolineava, una differenza. Lucilio aveva chiesto
aliquas uoces nostrorum procerum (ep. 33, 1), cioè massime di
provenienza stoica. S. risponde, non senza un certo imbarazzo,
che è facile isolare le uoces di Epicuro per la loro rarità (ibid.
2: in illo magis adnotantur, quia rarae interim interueniunt),
mentre gli Stoici presentano un contesto organico e omogeneo,
che non si presta a excerpta (ibid. 4: quocumque miseris ocu-

1 Nessuna identificazione dell'anonimo poeta si è imposta; la più autore-


vole resta quella di Mariotti: Menandro.
2 Lucrezio non aveva dunque bisogno di uscire dal solco epicureo parlan-
do dei suoi Oracoli, anche se può aver influito il modello di Empedocle
(Boyancé 1963, 60).
DOCUMENTAZIONE 127

lum, id tibi occurret. quod eminere posset, nisi inter paria


legeretur). E continua (ibid. 6): ingens eorum turba est passim
iacentium, sumenda erunt, non colligenda. Non enim exci-
dunt, sedfluunt. Perpetua et inter se contexta sunt. E il caso,
se non forse degli Stoici antichi, a quanto ne sappiamo (v.
2.12.2), certo degli scritti senecani, che sono appunto un'inin-
terrotta cascata di sententiae. S. sarebbe il primo a contestare
Ogni antologizzazione della sua opera: captare flosculos turpe
est (ibid. 7). In questa prospettiva s'intende bene la polemica
di S. contro l'inaequalitas (ibid. 1; 114, 15, v. 2.9.2), che non è
lo stile sentenzioso, ma lo stile della sententia isolata.

2.12.6. La corrispondenza fra il sentire e il dicere (ep.


75, 3) è ricorrente (ep. 100, 11: illud praestabit, ut liqueat tibi
illum [sc. Fabianum] sensisse quae scripsit; 115, 1: quaere
quid scribas, non quemadmodum, et hoc ipsum non ut
scribas, sed ut sentias; v. 2.6.9), in quanto riflette la corrispon-
denza tra lo stile e l'animo (v. 1.1.2), la parola e il pensiero.
Sul pathos di S., tutto romano, v. Regenbogen (391 ss. *
parallelo con Lucrezio e Cicerone; 403 differenza dai rappre-
sentanti della terza Stoa); anche Knoche, 23 s. Ma un roma-
no senz”ombra d'imperialismo. Nessun scrittore latino è più -X-
cosmopolita di S. (Dahlmann, 233; Lana, Torino 1955,
288): (animus) humilem non accipit patriam, Ephesum aut
Alexandriam...: patria est illi quodcumque suprema et uniuer-
sa circuitu suo cingit (ep. 102, 21). Per designare la patria del-
l'anima S. ha innestato su un detto proverbiale (trag. inc. 92
Ribbi): patria est ubicumque bene est, il ricordo di un
famoso passo euripideo (fr. 941 N.2): Öprzìg tòv 'åwoii tóvö'
äateigov aiåéga - mi yñv :mégig é';5ofI›0'ì›yQaig šfv áyxálatg,
tradotto da Cicerone (nat. deor. 2, 65 = poet. jr. 80 Tr.): uides
sublime fusum, inmoderatum aethera, - qui terram tenero cir-
cumiectu amplectitur, e imitato da Pacuvio (86 Ribb?): hoc
uide, circum supraque quod complexu continet - terram, e Lu-
crezio (5, 318 s.): tuere hoc, circum supraque quod omnem -
128 DOCUMENTAZIONE

continet amplexu terram. Come lo spazio, anche il tempo si


slarga attorno al sapiens: “Omnes", inquit, "anni mei sunt"
(ibid. 22). Il saggio è contemporaneo dei posteri: haec mecum,
...haec cum posteris loquor (ep. 8, 6); quo animo ad otium
sapiens recedit? Vt sciat se tum quoque ea acturum, per quae
posteris prosit... Quid est ergo, quare tale otium non
conueniat uiro bono, per quod fiitura saecula ordinet nec aput
paucos contionetur, sed aput omnis omnium gentium homi-
nes, quique sunt quique erunt? (ot. 6, 4). E il trionfo della vita
contemplativa sulla contingenza della vita politica, ma que-
sto trionfo è celebrato in nome dell'intera umanità: ad hos
te Stoicos uoco, qui a re publica exclusi secesserunt ad co-
lendam uitam et humano generi iura condenda (ep. 14, 14);
cum sapienti rem publicam ipso dignam dedimus, id est mun-
dum, non est extra rem publicam, etiam si recesserit, immo
fortasse relicto uno angulo in maiora atque ampliora transit
(ep. 68, 2)1. Nella definizione di “pedagogo dell'umanità" S.
supera il tormentoso dissidio fra “un esprit spéculatif et... une
âme romaine” (André 1962, 50). fra res publica e otium, che
Cicerone aveva risolto ancora in senso civico (diu. 2, 1: Quae-
renti mihi... quanam re possem prodesse quam plurimis, ne
quando intermitterem consulere rei publicae, nulla maior oc-
currebat, quam si optimarum artium uias traderem meis ciui-
bus). Perciò non mi pare che tale definizione si possa circoscri-
vere a una contingente polemica con Aristone, come afferma
Festa, 15 sulla base di ep. 89, 13: (Ariston) monitiones... sustu-
lit et paedagogi esse dixit, non philosophi, tamquam quid-
quam aliud sit sapiens quam humani generis paedagogus.
Tant'è vero che essa era già in ep. 64, 9: quam uenerationem

I Cfr. anche ot. 4, 1 s., con la distinzione delle due res publicae, la maior
e la minor, che è di ortodossia stoica (cfr. Cic. off 1, 53; Epict. 2, 5, 26;
Marc. Aur. 6, 44, 6 con la nota di Theiler 1965, 130; Gilson 1959, 20); ma
dietro la distinzione si profila un'opposizione (Aubenque 1965, 83), che ha
fatto pensare alle due città agostiniane (Pucelle, 223).
DOCUMENTAZIONE 129

praeceptoribus meis debeo, eandem illis praeceptoribus gene-


ris humani. a quibus tanti boni initiafluxerunt. La venerazio-
ne dovuta ai precettori... Sarà caso che S. vi insista in ep. 73, 4
(quemadmodum praeceptores suos ueneratur ac suspicit...)? Il
motivo del pedagogo è qualcosa di più di una metafora
(Steyns, 144), non può non essere, specie nelle lettere. una
coperta allusione al rapporto personale fra S. e Nerone (la cui
importanza nell'atteggiarsi del pensiero senecano è rilevata da
Bardon 1940, 243-255). Dalla sua esperienza S. ha tratto una
formula che suggella tutto un ciclo culturale. la civiltà della
sapientia. Ancora un secolo e sarà Cristo “il pedagogo del-
l'umanità" (Clemente Alessandrino, v. Jaeger, 80 s.).

2.12.7. Dal fondo del suo ritiro (ep. 8, 1: me recondidi er


ƒores clusi) S. “grida” agli uomini la sua parola di salvezza
(ibid. 3): rectum iter... aliis monstro. Clamo: “Vitate etc."; cfr.
ep. 31, 4: adprobabo et clamabo: “...surge etc.". Così come la
“grida” a se stesso (ep. 27, 2): in secretum te meum admitto...
Clamo mihi ipse: “Numera etc." (v. 1.5). Lo stesso verbo è
riferito alla parola salutare del filosofo (Marc. 23, 2: Platon
clamat; ep. 73, 15: credamus... Sextio monstranti pulcherri-
mum iter et clamanti) e del poeta (breu. uit. 3. 2: clamat ecce
maximus uates; ben. 5, 15, 3). Anche in Cicerone i filosofi cla-
mant 1, 57; 2, 23 e 51; 5, 93; nat. deor. 1, 86 [v. la nota
del Pease] e 95; rep. 3, 19: Acad. fr. 20 M.), ma si tratta O di
termine epicureo (šußoôi cfr. Diog. Oen. f`r. 25, II 12 Will.;
Athen. 7, 278 F = 67, p. 120, 11 Usener e uociferor di Lucr. 3,
14 con le note di Heinze 1897, 51 ed Ernout-Robin) O di termi-
ne polemico: mai, come in S., clamo è usato in prima persona.
La saggezza senecana non sa, come quella di Marco Aurelio,
parlare sottovoce. Ma S. risponderebbe che la stoltezza ha le
orecchie dure (ep. 59, 9). La “teatralità" dello stile (Norden

1 Di tradizione diatribica, cfr. Hense 1909, 34 e 102.


150 DOCUMENTAZIONE

1958, I 306) è il prezzo che S. paga alla sua vocazione


pedagogica, e lo paga volentieri.

2.l2.8. Questa vocazione è insistentemente proclamata da


S.: migliorarsi per migliorare (ep. 52, 9: melioresfiantƒaciant-
que meqiores), guarire sé per guarire gli altri (ir. 3, 33, 1: nec
sani esse tantum uolumus, sed sanare), imparare per insegnare
(ep. 6, 4: in hoc aliquid gaudeo discere, ut doceam... Nullius
boni sine socio iucunda possessio est). La connessione fra “la
rappresentazione dell'esperienZa interiore e lo scopo peda-
gogico di condurre gli altri sulla stessa strada", che S. trovava
già nelle Epistole di Orazio (Heinze 1960, 305; v. Boyancé
1965. 239), è totalmente sfuggita all'autore di un pesante giu-
dizio su S.,Howald (354: “Es war der Sieg des Stils über die
Weltanschauung"): giudizio fondato appunto sulle incoerenze
della Weltanschauung senecana sia in se stessa che in rap-
porto allo stoicismo (360: “Man kann nicht Ichmensch und
Stoiker Zugleich sein"). L'“io" e l'umanità sono i due poli di
una tensione che vivifica e attualizza tutta l'opera di S., e ac-
centuare troppo il primo (Pohlenz 1941, 85) è altrettanto
unilaterale che accentuare troppo il secondo (Dahlmann, 243).
Su questa tensione, che a livello metafisico si configura a Gen-
tile, 92 come problematicità, v. Lana, Torino 1955, 263 e 299
s.; Rieks (v. 2.6.3); nel quadro della Nuova Stoa Bodson, 69
ss., e della Stoa in generale Aubenque 1965, 90 s. La sapientia,
che non dimentica mai sé nell'altro, è il limite dell'antica
humanitas: di Cicerone (Tusc. 3, 72: quasi fieri ullo modo
possit... ut quisquam plus alterum diligat quam se) come di
Seneca (ben. 2, 15, 1: dabo egenti, sed ut ipse non egeam; suc-
curram perituro, sed ut ipse non peream).
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A PPENDICE I

DUE NOTE AL DE BREVITA TE VITAE


1
(1.1 E 18.5)
=I=

1. SENECA E SALLUSTIO. - Breu. uit. 1,1: Maior pars mortalium.


Pauline. de naturae maltgnttate conquerttur, quod in exiguum aeut
gignimur, quod haec tam uelociter. tam rapide dati nobis temporis

*Da Studia Florentina Alexandro Ronconi Sexagenario Oblata,


Roma 1970. 497-506.
' Diamo subìto la bibliografia delle edizioni, commenti, traduzioni moderne (a par-
te la mia): Dial. ll. XII. ed. E. Hermes, Lipsiae 11905. 21923; Dialog. ll. X, XI, XII.
ed. by J.D. Duff, Cambridge 1915; Dialogues. 11, texte établi et traduit p. A. Bourgery.
Paris 11923, 31949 (rist. 1966); De la brevetat de la vida. De la vida benaurada. De la
providência. text i traduccìó del Dr. C. Cardó, Barcelona 1924; Della brevità della
vita, testo critico. introd. e commento di G. Ammendola, Napoli 1930; Della
tranquillità delI'anima, Della brevità della vita, testo e versione di L. Castiglioni, Tori-
no 'l930. Brescia 21968; Moral Essays, translat. by I.W. Basore, Il, London 1932
(rist. 1958); Dialogues I. II, VII. VIII. IX, X, Text Emended and Explained by W.H.
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édités sous la direct. de P.-M. Schuhl. Paris 1962 (693-720 la trad. del De breuitate
uitae); Dialoghi. ediz. critica con traduz. e note a cura di Nedda Sacerdoti, Milano s.d.
(ma 1971), II, 693-720 (inuti1iz1abile); Operette morali, testo latino riveduto, introd. e
note a cura di R. Del Re, Bologna 1971, III, 299-365.
2Qui significa “avarizia. ingenerosità" ("parcimonie", Bourgery; "illiberalità",
Castiglioni). non “malignità" (C. Marchesi, Seneca, Milano 31944. 292). “malignitatÉ' *
APPENDICE

spatia decurrant. ut. exceptis admodum paucis. ceteros in ipso uitae


apparatu uita destituat. Apertura scopertamente sallustiana: tanto
scoperta. che. dopo il Lipsio. quasi nessun commentatore vi si è fer-
matol. Eppure un confronto. che analizzi sia le convergenze sia le
divergenze. gioverebbe a lumeggiare i modi dell'aemulatio senecana e
a chiarirne le strutture. Rileggiamo. dunque, Sallustio (lug. 1.1):
Falso queritur de natura sua genus humanum. quod inbecilla atque
aeui breuis_f0rte potius quam fortuna regatur. L'allusione ê esplicita.
ma non è solo formale: il comune denominatore concettuale, sotteso
a entrambe le aperture, è il problema dell'otium, del tempo libero.
strettamente connesso col problema. tradizionale nei protrettici e
nelle diatribe. della scelta del ßíoçz. I due scrittori lo risolvono in
direzioni diverse. ma c`è in entrambi, sia pure a diverso livello e con
diversa angolazione, lo stesso rifiuto della vita pubblica3. Ecco per-
ché. e non per civetteria letteraria, Seneca poteva aprire il De
breuitate uitae con una citazione di Sallustio.
Tuttavia varia la tecnica delle due introduzioni. Sallustio apre
subito, polemicamente, con falso, e chiude la frase col soggetto,
genus humanum: perentoria condanna, in blocco, de1l'opinione dei

(Cardó), “spitefulness" (Basore), "Missgunst" (Dahlmann), "malveillance" (Grimal).


“méchanceté" (Bréhier), o, meglio, tali accezioni sono presenti solo a livello connota-
tivo. Basti citare breu. uit. 15, 3: bona, quae non er-unt sordide nec maligne custo-
dienda, e il termine antinomico di 2. 1: (natura) se benigne gessit, dove lo stesso
Grimal annota: "ici, en outre, idée de générositê. d'abondance".
' Solo il Dahlmann. 83, n. 13. L'incontro è segnalato ne1l'edizione sallustiana del
Dietsch (Lipsiae 1859). [Ora A. Grilli, Iproemi del De re publica di Cicerone. Brescia
1971. 148 s.. che pensa a fonte comune aristotelica.]
'Cfr. A. La Penna, Sallustio ela rivoluzione romana, Milano ' 1968 (31973). 21 ss.
L'apertura del De breuitate uitae dà dunque ragione all'affermazione del La Penna. che
“ispirazione stoica si potrebbe sentire anche in quella polemica contro il pessimismo cir-
ca la natura umana con cui si apre il Bellum Iugurthinum" (37. V. anche M. Pohlenz.
La Stoa, Firenze 1967. I, 553). Altri incontri di Seneca coi proemi sallustiani sono
segnalati a p. 38. Per il problema del1'otium nel De breuitate uitae cfr. anche A. Grilli.
Il problema della vita contemplativa nel mondo greco-romano, Milano 1953. 230 ss.;
Id., L'uomo e il tempo, “Rend. Ist. Lomb.", cl. Lett., 96, 1962. 83 ss.; J.-M. André,
Recherches sur l'otium romain, Paris 1962. 27 ss.; .I. Moreau. Sénêque et le prix du
temps. “Bul1. Budé" 1969. 119-124.
*Le due datazioni più probabili proposte per il De_ breuitate uitae sono il 48-49.
alla fine o al ritorno dall'esilio, e il 62, dopo il ritiro dalla vita pubblica.
DUE NOTE AL DE BREVITATE VITAE 1.61.

.-w).ì.oi, cui Sallustio contrappone implicitamente se stesso. E tanto


può la forza di questa antitesi. da indurre uno scrittore notoriamente
schivo di congiuntivi a usare il congiuntivo obliquo. regaturl. Seneca
è più subdolo: differisce l'antitesi. o meglio la prepara con una serie
di gradazioni. Comincia col sopprimere l”espressione del proprio giu-
dizio (il falso di Sallustio), e quindi usa la dichiarativa oggettiva.
gignimurz. nel cui numero pare includersi lo scrittore. Ma già il
congiuntivo decurrant rivela un primo distacco dal uolgus; il distac-
co si approfondisce nella proposizione successiva con l'inciso ut opi-
nantur (che porta su publico e non su malo)3, mentre il giudizio di
Seneca affiora nell`epiteto imprudens (uolgus) e si appunta nel rim-
provero rivolto ad Aristotele (§ 2): inde Aristotelis cum rerum natura
exigentis minime conueniens sapienti uiro lis. Solo al § 3 l'antitesi
esploderà contrapponendo paratatticamente al1'opinione dei nolloí
quella che Seneca presenta senz'altro come la verità. sotto la forma
preferita di una sententia avversativa4: Non exiguum temporis habe-
mus. sed multum perdidimus. Parallelamente la massa compatta del
genus humanum sallustiano si differenzia in una stratificazione pira-
midale: alla base la turba e l'imprudens uolgus. poi i clari uiri. al
vertice due nomi, Ippocrate e Aristotele. Questa diversa struttura ha
inciso anche sulla materia lessicale: dove Sallustio vede_o sen-
te _ una voce sola. queritur. Seneca, che pure qui e altrove usa il
verbo semplice (2. 1: quid de rerum natura querimur?: ben. 7. 1. 6:
nec malignitate naturae queripossumus; cfr. ep. 74, 11;99.9, etc.), Va-
ria col composto, conqueritur: un coro di proteste. Forzando un poco
il valore del preverbio, che è prevalentemente perfettivo, O meglio

IL. Constans (De sermone Sallustiano. Paris 1880, 200) afl`erma che coi uerba af-
fectuum Sallustio usa il congiuntivo solo in questo passo, e lo conferma C. de Meo.
Ideologia e stile in Sallustio, Bologna 1970. 41.
3Contro la correzione gignamur del Pauly si vedano anche le osservazioni di
Alexander. op. cit., 81: “the first verb represents an obvious fact universally ap-
plicableç the second sets out an opinion. which may or may not be held and ex-
pressed...".
`lNec huic publico. ut opinantur, malo turba tantum et imprudens uolgus
ingemuit. Non mi pare che l'inciso “goes with malo" (Duff, seguito dal Grimal), ma
con publico: un male lo è. ma non per tutti.
4Stilema senecano (v. supra, 2.7.3), cfr. § 4: non accipimus breuem uitam. sedfeci-
mus, nec inopes eius sed prodigi sumus.
162 APPENDICEI

richiamandolo alla sua origine sociativa. Il che accade a Seneca ab-


bastanza spesso. con questo e altri verbi (cfr. Pol. 2, 2: quid cessas?
Conqueramurl; ibid. 15, 1: ut una eademque conciderent ruina;
clem. 1. 12, 2: septem milia ciuium Romanorum contrucidari iussit,
et cum exaudisset conclamationem tot milium sub gladio ge-
mentium...), sino a neoformazioni come conlatro (uit. beat. 17, 1:
philosophiam conlatrant), conuerbero (ir. 3. 19, 5: non tantum uiri-
tim furit sed gentes totas lancinat, sed urbes et flumina et tuta ab
omni sensu doloris conuerberat), conuolutor (ep. 114, 25: cum omni
exoletorum feminarumque turba conuolutatur; nat. quaest. 7, 9, 2:
cum uagus et incertus spiritus conuolutatus est: è la plurima uen-
torurn inter se luctatio). e a un hapax semantico come concado (nat.
quaest. 6. 1, 9: solus in illud profundum an cum magno comitatu po-
pulorum concadentium jerar: qui concido non era utilizzabile per la
contemporaneità col durativoferar).
Anche la dichiarativa sallustiana ha lasciato la sua impronta,
lessicale e sintattica. su quelle senecane. Può essere che exiguum aeui
significhi “un piccolo momento dell'eternità" (Grimal). ma a me pa-
re che aeuum (variato al § 3 da tempus: non exiguum temporis habe-
mus) sia un'eco dell'aeui breuis di Sallustio, di cui eredita il prestigio
stilistico (tanto più che aeuum è hapax in Sallustio)2. Inbecilla atque
aeui breuis costituisce un esempio classico di uariatio sallustiana: Se-
neca se l`appropria trasferendola dal piano nominale a quello verbale
(quod gignimur, quod decurrant) e inquadrandola in una struttura a-
t . .
naforica (quod... quod { :I: ), che è il suo modo dI applicare la
uariatio3. È istruttivo. per la sua analogia, l'esempio recato dal
Bourgery4, ben. 4, 8. 1: quia... sit, quia... sit. quia est.

'Qui il valore sociativo di conqueror è garantito dal parallelo con Marc. 6, 1: si


ƒletibus fata uincuntur. conferamus, che si sarebbe tentati di correggere con Op-
sopaeus conƒleamus (attestato in Girolamo e comunque meno audace di concado), se
non fosse per Stat. silu. 2, 1, 35: confer gemitus pariterquefleamus (v. la nota ad loc.
di Vollmer).
Z0 almeno nelle due monografie, stando all'Index di A.W. Bennett. Hildesheim
1970; ricorre nei frammenti delle Historiae. Sulle varie accezioni di aeuum in Seneca
cfr. A. Pittet, Vocabulaire philosophique de Sénêque, Paris 1937. che fra l'altro cita
ep. 114, 27: ƒrequens cogitatio breuis aeui.
3V. supra. 2.9.
4Sénêque prosateur, Paris 1922, 368. Altri esempi in J. Hammelrath, Gramma-
DUE NOTE AL DE BREVITATE VITAE

Ma lo stampo sallustiano di questo capitolo non si arresta qui. Al


§ 3 Seneca procede: sed ubi (uita) per luxum ac neglegentiam dif-
fluit... Ancora il Lipsio rimandava a Iug. 1. 4: ubi per socordiam ui-
res tempus ingenium difƒluxere, naturae infirmitas accusatur (è sem-
pre il tema della natura sotto accusa). La spia è diflluo con per e
l'accusativo, che è sintagma rarissimo e, stando al Thesaurus
Linguae Latinae, comune solo ai due passi in questione. Altrove dif-
fluo ha lo strumentale, cfr. Cic. off. 1, 106: luxuria; Colum. 12.
praef. 9: luxu et inertia, etc. Ma Seneca contamina Sallustio con
Sallustio, e precisamente con un altro passo del medesimo proemio,
2, 4: qui dediti corporis gaudiis per luxum et ignauiam aetatem a-
gunt, donde viene la coppia di astratti con uariatio sinonimica del se-
condo (ignauia / neglegentia). Proprio quest'ultimo passo ci aiuta a
comprendere come il sintagma sallustiano di per con l'accusativo of-
frisse a Seneca, di contro al valore puramente strumentale dell'abla-
tivo (cfr. per es. Ter. Heaut. 945 s.: qui nunc luxuria et lasciuia dif-
fluit), una dimensione temporale coerentissima col tema senecano del
tempo: la vita si perde perché trascorre (cfr. aetatem agunt) nella
mollezza e ne1l'indolenza.
La conoscenza di Sallustio è bene attestata in Seneca. Nell'ep.
114, 17 c'è un calzante giudizio sul suo stile (anputatae sententiae et
uerba ante exspectatum cadentia et obscura breuitas ƒuere pro
cultu). che culmina, ha notato il Syme'. nel conio di un'espressione
sallustiana (ƒuere pro cultu). Per tralasciare altri incontri (registrati
nell'Index dello Haase)2, anche il IV libro De beneficiis comincia con
una citazione. circoscritta ma nominale, di Sallustio: Ex omnibus.
quae tractauimus, Aebuti Liberalis, potest uideri nihil tam necessa-
rium aut magis, ut ait Sallustius [Iug. 54. 1], cum cura dicendum.

tisch-stilistische Beiträge zu den prosaischen Schrifien des L. Annäus Seneca, Progr.


Emmerich 1895. 11. Una uariatio in periodi contigui si ha in ep. 74, 10 s.: male de
prouidentia iudicat, quia multa incommoda iustis uiris accidunt... Querimur... quod et
pauca nobis et incerta et abitura contingant.
'Sallustio, ed. ital. a cura di E. Pasoli, Brescia 1968, 284.
2 Lipsiae 1902. Sono da aggiungere almeno ir. 3, 18, 1: per singulos artus lacerauit.
da Sall. hist. 44 Maur.: ut per singulos artus exspiraret. e i numerosi echi di Cat. 15, 5
segnalati da L. Castiglioni, Decisa finficibus, Milano 1954, 172 (forse anche ep. 99, 9 /
Iug. 104. 2). V. pure [Sallusti] Epistulae ad Caesarem, a cura di P. Cugusi, “Annali
Cagliari" 1968, 61.
164 APPENDICE I

quam quod in manibus est. lndiretti omaggi del grande stilista al ca-
postipite dello stile anticiceroniano I.

2. SENECA E CAL1GOLA._Breu. uit. 18. 5: fra i motivi addotti


da Seneca per convincere Paolino a dimettersi dalla rischiosa carica
di praeƒectus annonae. c'è la situazione verificatasi a Roma al tempo
della morte di Caligola. Riportiamo il testo tràdito dall'Ambrosianus
e dalla parte maggiore e migliore degli altri codici (a quanto risulta
dagli apparati critici): Modo modo intra paucos illos dies quibus C.
Caesar perit, si quis inferis sensus est hoc gratissimeƒerens quod di-
cebat populo Romano superstite septem aut octo certe dierum ciba-
ria superesse. dum ille pontes nauibus iungit et uiribus imperi ludit.
aderat ultimum malorum obsessis quoque. alimentorum egestas.
Il problema esegetico riguarda il passo da si quis a superesse. per
l`ovvia difficoltà semantica che pone quod dicebat dichiarativa di hoc
gratissimeferens. Gli interventi si sono appuntati soprattutto su gra-
tissime e dicebat, secondariamente su superstite e superesse. La
vulgata. in seguito alle correzioni del Pinciano e del Lipsio. si era
fissata in questa forma: ...hoc grauissimeferens, quod decedebat po-
pulo Romano superstite. ...superessel Grauissime è variante di uno
dei deteriores. accolta nella I edizione erasmiana (1515)2: si impose
per l`autorità del Lipsio (che però proponeva di correggere superesse
in supererant O super/iuere)3; decedebat si deve al Pinciano4. con
allusione al detto di Caligola (cfr. ir. 3. 19, 2: optabat ut populus Ro-
manus unam ceruicem haberet, ut scelera sua tot locis ac temporibus

'[Partendo dal presente lavoro. E. Pasoli. Le "prefazioni" sallustiane e il primo


capitolo del De breuitate uitae di Seneca, "Euphrosyne" 1972. 437-445. vede nel
riecheggiamento di breu. uit. 1, 1 una allusione polemica di Seneca verso l'utilizza-
zione letteraria, in particolare storiografica, che fa dell'otium Sallustio, cfr. Cat. 1. 3.]
2Ma non curata direttamente da Erasmo. La seconda (1529). invece, si attiene al-
l'Ambrosianus.
-*La prima correzione è nelle note dell'edizione senecana (Antverpiae 1605). la
seconda negli Antiquarum lectionum libri, IV, 7 (Opera omnia. Antverpiae 1637, I.
117ss.).
"Cito dalle Castigationes stampate in appendice all'edizione erasmiana (Basileae.
s.d. ma non anteriore al 1536, quando furono pubblicate a Venezia le Castigationes).
ll Pinciano osservava anche che la tradizione manoscritta porta superstite. non super-
stiti come leggeva Erasmo. A superstiti tornerà qualche moderno (v. infi-a).
DUE NOTE AL DE BREVITATE VITAE 165

diducta in unum ictum et unum diem cogeret). Così il senso torna


bene: la parentetìca si estende da si quis a superstite e riguarda il do-
lore di Caligola perché il popolo romano gli sopravviveva, superesse è
infinito esclamativo e con dum ille... inizia un nuovo periodo'.
I moderni si sono mostrati insoddisfatti: o pongono fra cruces la
suddetta vulgata, da hoc a superstite (illogicamente, perché la crux
dovrebbe apporsi al testo tràdito); o 1'accettano. ma inserendo dopo
superstite un verbo che regga superesse; o respingono decedebat, sia
tornando a dicebat. sia correggendolo in un altro verbo transitivo da
cui dipenda superesse. Uno solo, il più recente. torna al testo tràdito.
Ecco il quadro delle principali proposte:

MADVIG ('l873)2: Modo modo (meministi) ...hoc grauissimeje-


rens. quod [dicebat] populo R. superstite (sc. periret). ...superesse.
MADVIG (21874)3: ...hoc grauissimeƒerens. quod populo R. su-
perstite (sc. periret). dicebant... superesse.
GERTZ (1886)4: ...hoc grauissime _ferens, quod dicebant populo
R. superstiti... superesse. '
HERMES (11905. 21923)5: ...hoc grauissimeƒerens. quod sciebat
populo R. superstiti... superesse.
BOURGERY (11923. 31949)°: I hoc grauissimeferens. quod dece-
debat populo R. superstite †, superesse!
AMMENDOLA (1930): ...hoc grauissime_ferens, quod dicebat po-
pulo R. superstite (sc. se perire)... superesse!

lTale testo si legge, per es., nelle edizioni del Ruhkopf (Augustae Taurinorum
21828). del Bouillet (Parisìis 1827), del Fickert (Lipsiae 1845). dello Haase (Lipsiae
'1852-53).
2Adversaria critica, II, Hauniae 1873 (= Hildesheim 1967), 401. Nessun apparato
critico ne fa cenno.
3Riportato da M.C. Gertz, Studia critica in Senecae dialogos, Hauniae 1874. 157.
nota. Lo segue il Duff(1915).
4Nell`apparato critico della edizione di Seneca, Hauniae 1886. Nel testo seguiva
Madvig 2.
5Accettando un suggerimento, sembra privato (v. p. XVIII) dello Stangl, ma mu-
tando superstite in superstiti. Lo seguono Basore (1932) e Dahlmann (1949). [Sul testo
del Dahlmann. apoditticamente accettato, imbastisce alcune considerazioni storiche
H.P. Kohns, Eine missverständliche Senecastelle. “Rhein. Mus." 1972, 43-48.]
°[Trascritto, come sempre, dalla Sacerdoti (1971).]
166 APPENDICE I

CASTIGLIONI (1930. 1948): ...hoc grauissime_ferens, quod uidebat


populo R. superstite... superesse.
ALEXANDER (1945)1: ...hoc grauissime ƒerens. quod decedebat
populo R. superstite, (constabat) ...superesse.
GRIMAL ('1959, 21966): ...hoc gratissime ƒerens. quod (sibi)
dicebat, populo R. superstite, ...superesse.
STÉGEN (1961)2: ...hoc gratissimeferens, quod dicebat. populo
R. superstite... superesse,

Come si vede, la maggior parte ricorre a due (quando non a tre) corre-
zioni contemporaneamente. È un prezzo filologico che esitiamo a pa-
gare.
Io partirei da alcuni postulati. Difficilmente superesse sarà infini-
to esclamativo. il cui valore affettivo, di commento meravigliato o in-
dignato, mal si concilia con la funzione comunicativa e informativa
di questo passo. Si veda, per es., nel medesimo dialogo, 12, 8, come
l'infinito esclamativo chiuda la serie delle considerazioni su un fatto
narrato al paragrafo precedente3. Tant'ê vero che un intenditore di
latino quale il Madvig notava: “exclamandi per infinitam sententiam
forma hic inepta est (poterat ferri paulo post: exitio paene consti-
tisse... imitationem!) et debebat tum superƒuisse dici, non super-
esse"4; e il Lipsio, ricordiamolo, correggeva in supererant 0 su-
perfuere. Superesse ha tutte le probabilità di essere un infinito di-
pendente. Di conseguenza, improbabile appare decedebat (a meno di
aggiungere il non meno improbabile constabat di Alexander); ma im-
probabile appare anche il tràdito dicebat. Per giustificarlo. lo Stégen
deve ricorrere a1l'indimostrabile ipotesi che dicebat si riferisca a “un
cynique propos de Caligula vivant”, cioè che sottintenda un uiuus,
mentre il contesto sembra riguardare solo Caligola morto. Se il detto
fosse stato storico, è verisimile che Seneca, nel suo implacabile astio
verso Caligola, lo avrebbe citato senza la premessa ipotetica si quis

1Op. cit., 90. Stranamente l'Alexander scrive: “Bourgery seems to me to have


solved the puzzle of A"s dicebat by evolving decedebat out of the vulgate decederat
(sic)".
2 G. Stégen, Notes de lecture, “Latomus" 1961, 575 ss.
3 V. anche const. sap. 18, 2, citato dal Bourgery, Sénêque prosateur, cit., 359.
4Adversaria critica, cit., 401.
DUE NOTE AL DE BREVITATE VITAE 167

inƒeris sensus est, che ne intacca la realtà e ne indebolisce 1'odiosità.


No, il verbo atteso è un uerbum sentiendi, come sciebat di Hermes e
uidebat di Castiglioni, che però non s'impongono paleograficamente.
Né soddisfa il mutamento di numero, perché dicebant del Madvig
presuppone una correzione e una trasposizione, dicebant del Gertz
comporta anche la correzione superstiti.
Ma prima di riconsiderare dicebat, dobbiamo affrontare la que-
stione di gratissime, che troppo affrettatamente la maggior parte
degli editori sacrifica a grauissime. Eppure gratissime è lectio dif-
ficilior. proprio per la sua rarità che non è unicità. Grate ƒerre si
legge in Cicerone (de or. 2, 46), ma in una specie di lungo zeugma
che lo affianca a una serie di avverbi determinanti sia_ferre che face-
re: quid sapienter..., quid liberaliter, quid ƒortiter, quid iuste, quid
magnifice. quid pie. quid grate, quid humaniter. quid denique cum
aliqua uirtute autfecerit aut tulerit. Torna tardi. nei Cristiani, come
calco di còlaçíorwç gpégewl. Ma. fosse anche hapax, questo non in-
firmerebbe la sua legittimità (Seneca ha due hapax gemelli, libenter
_ferre, ep. 24, 4 e generose ferre. ep. 67, 4). Ferre. determinato da un
avverbio, indica qualunque tipo di reazione psichica. Grate è sino-
nimo di libenter, ce lo assicura il Thesaurus che cita Cic._/in 1. 62
(grate meminit) e Tac. hist. 1. 85 (grate accepta)2. Grate ƒerre è
dunque sinonimo di quel libenter_ferre che abbiamo visto attesta-
to _ una volta sola! _ proprio in Seneca. Prima di toccare
gratissime, bisogna cercare di giustificarlo.
Di che cosa poteva essere soddisfatto Caligola agli inferi? Non di
lasciare il popolo romano superstite, ma di lasciarlo almeno mezzo
morto di fame (cfr. ibid.: exitio paene ac fame constitit...): l'ultimo
tiro di Caligola. Populo Romano superstite è ablativo assoluto con-
cessivo: ha visto bene il Grimal, il cui intervento è il più economico
di tuttis: solo 1”integrazione (sibi) dicebat. Ma ce n`è uno più econo-

I Cito dal Thesaurus Linguae Latinae, s.v.ƒero, 537; s.v. gratus, 2264.
2Cfr. anche Hor. ep. 2, 2. 210: natales grate numeras? Nulla sull'avverbio in C.
Moussy, Gratia et safamille, Paris 1966.
*lln armonia con la tendenza conservatrice della sua edizione; forse troppo con-
servatrice, soprattutto quando va contro l'usus scríbendi senecano. Qualche esempio.
In 7, 7 il Grimal legge con A: uos non in amicitiam sed in apparatu habet, con im-
probabile dissimetria, dato il comune valore sintattico (la maggior parte degli editori
168 APPENDICE I

mico e più soddisfacentelz ducebat. Paleograficamente. l'oscillazione


duco/dico è comunissima. Basterebbe rifarsi al Lexicon Plautinum
del Lodge (che. sotto dico, I, p. 381, ne riporta ben 14 casi). se non ne
avessimo numerosi esempi in Seneca stesso (Marc. 5. 3, dove è pro-
prio A a leggere dùceris per duxeris; ep. 65, 22; 90, 42)2 e nello
stesso De breuitate uitae (3. 2: duc, var. dic). Semanticamente, l'ac-
cezione di "calcolare" (che è, tra parentesi, quella del cit. 3, 2) aderi-
sce benissimo a un contesto contenente indicazioni numeriche: sep-
tem aut octo certe dierum cibaria superesse. Sintatticamente. l'infIni-
tiva con duco senza il predicativo dell'oggetto, pur non essendo fre-
quentissima, ha una documentazione sufficiente, da Plauto (Trin.
1026) a Terenzio (Heaut. 836), da Nepote (Alc. 7, 2) allo stesso Sene-
ca (Helu. 14, 3).
Riepilogando. ecco il testo che propongo: ...si quis inferis sensus

livella all'ab1ativo). Il confronto con tranq. an. 9, 5: nihil in apparatum è in favore del-
l`accusativo, richiesto, per di più, dal valore finale. In 15. 1 il Grimal mantiene il
tràdito per illos non stabit quominus plurimum, quantum coeperis. haurias, col solo
mutamento (che è “à peine une correction") di coeperis in ceperis, contro la maggior
parte degli editori, che o integrano cum dopo quantum (Vahlen. Hermes, Castiglioni). o
invertono quantum plurimum (Mureto. Madvig, Bourgery. Axelson, Alexander.
Dahlmann): e avranno ragione i secondi, se è vero che il nesso assoluto plurimum
quantum. “quanto mai", non s'incontra prima di Floro (2, 13, 74) e di Minucio Felice
(23, 1 e 40, 1), mentre il relativo quantum plurimum è usato cinque volte da Seneca
(ben. 7, 23, 1; Marc. 21, 1; ep. 8. 3; 91, 8; 124, 23). Quanto a ceperis, vecchia lettura
del Mureto rispolverata dall'Axelson (Neue Senecastudien, Lund 1939. 43) col raf-
fronto di ep. 108, 2 (non quantum uis, sed quantum capis hauriendum est), bisognerà
intenderlo come potenziale aoristico per accettarlo là dove il valore imperfettivo di
capio. “avere la capienza", richiederebbe capias o capies (come obiettavano giusta-
mente il Madvig, op. cit., 399 ss. e il Vahlen. “Hermes” 1893, 354 ss., e come con-
ferma il Thesaums: in questa accezione il perƒectum di capio è inusitato). Conside-
rando che nei cinque esempi di quantum plurimum Seneca usa quattro volte una for-
ma di possum e una volta licet, azzarderei poteris o capere poteris (cfr. i futuri prece-
denti: feres ex illis quicquid uoles; e proprio il futuro semplice uoles sembra sconsi-
gliare il "sinonimo" cupieris segnalato dal Mureto, che gli preferiva ceperis, e accetta-
to dal Madvig e da altri). Per il nesso dei due verbi cfr. ep. 114, 27: sciat. quam nec
multum capere nec diu possit.
I Perché non è motivata la caduta di sibi.
2Cfr. Thesaur. L.L., s.v. duco, 2135. Frequente la confusione nei codici di Dio-
mede. cfr. Keil I 349, 8 (dici / ducí). 458. 33 (ducitur / dicitur), 499. 16 (ducuntur /
dicuntur). Segnalo anche Prop. 1, 4, 14 (ducere / dicere).
DUE NOTE AI. DE BREVITATE VITAE 169

est. hoc gratissime ferens (“soddisfatto di questo"), quod ducebat


("calcolava"). populo Romano superstite (“benché il popolo romano
gli sopraVvivesse"). septem aut octo certe dierum cibaria superesse...
APPENDICE II

SENECA E AGOSTINO
(UN PROBLEMA APERTO)

"Das Verhältnis Augustins zu Seneca ver-


diente - schon stilistisch ~ eine Untersu-
chung".
E. TROELTSCH

1. Da nobis. quaesumus. Domine. imitari quod colimus: questa


preghiera appartiene alla liturgia del giorno di S. Stefano* sin dai tem-
pi del cosiddetto Sacramentarium Gregorianum dell'VllI secoloz. Più
in alto, nella storia della liturgia, non sembra che si possa risalire.
Ma il rapporto fra il colere e l'imitari si incontra già nella polemica
di Agostino° contro la demonologia apuleiana (ciu. D. 8, 17): Quae i-
gitur causa est, nisi stultitia errorque miserabilis, ut ei te facias uene-
rando humilem. cui te cupias uiuendo dissimilem, et religione

á
Da Miscellanea di studi in memoria di M. Barchiesi, Roma, Il, 1977, 751-767.
'Missale Romanum. Roma 1970. 658. Devo utili informazioni in materia ai Profi.
Revv. Enzo Lodi, Serafino Prete. Paolo Serra Zanetti.
'Ed. Lietzmann, Munster 1921 (= 1958). 10, 1 (al quale rimanda A. Blaise, Le vo-
cabulaire latin des principaux themes Iiturgiques, Turnhout 1966. 226, ma con l'errore
di stampa quos per quod); ed. Deshusses, Fribourg 1971. 62. Per le ipotesi attuali sul
Sacramentarium Gregorianum v. l'ultima edizione della Patrologie dell'Altaner a cura
di A. Stuiber, Freiburg '1966. 470.
“Un'a1tra formula agostiniana comune alla liturgia è in ciu. D. 9. 15: Deusfactus
particeps humanitatis nostrae, cfr. Deus... qui humanitatis nostrae fieri dignatus est
particeps del Sacramentarium Leonianum (cito da C. Mohrmann. Liturgical Latin,
London 1959, 67). Ai competenti pronunziarsi sulla direzione di questi rapporti.
172 APPENDICE n

colas, quem imitari nolis, cum religionis summa sir imirarí


quem colis ? Come spesso accade nella chiusa dei capitoli. la dia-
lettica si fa retorica“. Il contraddittorio contegno degli adoratori dei
demoni è inquadrato in due periodi coordinati, di cui il primo vive
sul parallelismo isocolico e omeoteleutico (ut{el ie ~ƒacms_ uenfmndo
humilem _ . ` O . u cui re cupias uiuendo
. . . 1 si noti l ellissi dell atteso esse nel secondo colon)_ l altro
disszmilem
sull'antimetabole*` tcolas... imitari / imitari... colis) con omeoteleuto
finale (nolis / colisz si noti l`aggiunta tautologica di religione Icolasl
per generare la ripresa antitetica di religionis [summa]).
La sententia aguzza un concetto più antico di Agostino. ln un re-
cente articolo C. Moreschini° vi sentiva un'“eco dell`i/nitatio Christi
o della platonica óuoiwotç 17e<I›". La direzione è giusta7. ma la fonte
si può precisare con certezza. perché è lo stesso Agostino a rivelarce-
la. Nella medesima opera. l9. 23. il santo riporta. in versione latina.
un passo di Porfirio sul vero culto divino: nobis est bene. cum eum
(sc. Deum)per iustitiam et castilaiem aliusque uirtures adorumus, ip-
sam uitam precem ad ipsum jìzcierztes per imitutíonem el ínquisirio-
nem de ipso. Non c'è l`immediato rapporto formale del passo prece-
dente, ma fare della propria vita una preghiera a Dio mediante l'imi-
tazione e la ricerca di Dio rientra evidentemente nel medesimo ordi-
ne dì concetti. E il santo non può che approvare il filosofo pagano“:

*V. irgēa. 4.
“Ijantimetabole è uno degli “schemata" più amati da Agostino. Qui vorrei solo os-
servare che un`antimetabole di conjl 3, 19: (Deus) qui sic curas unumquemque no-
stmm. tamquam solum cures. et sic omnes, tamquam singulos, sembra invertire pole›
micamente il concetto stoico di Sen. prou. 3, 1: (uniuersi) quorum maior dis cura
quam singulorum est, dando una soluzione cristiana al problema della provvidenza
(“Dio non vede che singoli". dirà Kierkegaard nel suo Diario). Ho detto sembra, per-
ché il medesimo problema era stato posto in termini molto simili nel De nuturu deo-
rum ciceroniano, 2, 164 ss. e 3, 90 ss.
“La polemica di Agostino contro la demonologia di Apuleio. “Ann. Pisa" l972.
587 (2 Apuleio e il platonismo, Firenze 1978. 245).
”W. Theiler. Die Vorbereitung des Neuplatonismus, Berlin l934 (= 1964). 106; H.
Merki. OMOIQÈIÈ OEQI. von der plalonischen Ang/eichung un Got! zur Gottähnlich-
keit bei Gregor von Nissa, Freiburg 1952. ll s. (nessuno dei due cita il passo agostinia-
no).
“E nota la simpatia di Agostino per Porfirio. anche se la tesi del Theiler (Pm-
SENECA E Acosrmo 173

bene quidem praedicauit Deum patrem, el quibus sit colendus mori-


bus dixit. Del resto non è certo un concetto inedito nel pio Porfirio:
vedine per esempio una formulazione assai più netta nell'Epistola a
Marcella° 16 (p. 284 Nauck): xaì nuñoeiç uìv ägtora ròv üsóv, örav
feb ücçö rñv oau-rñç diávoiav ôuotd›o_r;ç'°. Fonte neoplatonica. dunque:
c'era da aspettarselo. E potremmo dire senz'altro platonica, confron-
tando Clemente Alessandrino (protr. 117, 1) e risalendo. forse attra-
verso Posidonio“,,al Timeo (90 C-D)".
Il “platonismo cristiano" non aveva bisogno di questa ennesima
conferma. Senonchê. a complicare le cose, c'è un precedente latino ~
il solo latino" - formalmente assai più consono al testo agostiniano,
Seneca (ep. 95. 50): satis illos (sc. deos) coluit quisquis imitatus est. *
Ancora una sententia, che partendo dal concetto platonico (e agosti-
niano) della bontà divina " chiude in maniera epigrammatica la peri-
cope quomodo sint di colendi (47-50: con 51 comincia un`altera
quaestio). Tale contesto aveva tutti i numeri per rimanere nelle orec-
chie anche troppo corrive di Agostino. che in ciu. D. 5, 8 cita dalle

phyn'os und Augustin. Halle 1933) è stata ridimensionata dal Courcelle. Les lettres
grecques en occident de Macrobe à Cassiodore. Paris '1948. l59 ss.
“Che non sembra Agostino conoscesse.
'° V. la nota di G. Bardy nel vol. 37 delle Oeuvres de Saint Augustin. Paris i960.
758; coincidenze con tarde massime “pitagoriche" segnala J. Gildemeister. Pythago-
rassprüche in syrischer Ueberlieƒerung. "Hermes" 1870. 95 (n. 79).
" E. Norden. Agnostos Theos. Darmstadt '1956. 96 s.; M. Pohlenz. La Stoa. trad.
ital.. Firenze 1967, I 533, oltre ai citati Theiler e Merki.
“ Che in questo caso Agostino probabilmente non lesse. fermandosi la versione di
Cicerone a 47 B e quella di Calcidio a 53 C.
"Cfr. Thes. ling. Lat. s.v. colo. 1684. 12 (di Agostino cita solo ciu. D. 4. 32: non so-
lum colere. sed imitari etiam daemones).
" Anche Agostino se ne serve contro la demonologia (ciu. D. 8. 13: habemus sen-
tentiam Platonis dicentis omnes deos bonos esse; cfr. 4, l8. etc.). La deduzione della
bontà del creato dalla bontà del creatore viene, com'è noto. dal Timeo (28 A). che A-
gostino riecheggia ripetutamente (per esempio ciu. D. ll. 21: hanc etiam Plato causam
condendi mundi iustissimam dicit, ut a bono Deo bona opera fierent) attraverso la tra-
duzione ciceroniana (Tim. 9: haec nimimm gignendi mundi causa iustissima). Ora an-
che Seneca aveva tradotto il medesimo passo (ep. 65, 10: Ita certe Plato ait: Quae deo
ƒaciendi mundum filít causa? Bonus est...). e vi allude proprio in ep. 95, 49: Quae cau-
sa est dis bene fizcíendi? Natura. Donde ibid. 50: Vis deos pnopitiare? Bonus esto. Sa-
tis illos coluít. quisquis imitatus est. Agostino poteva dunque facilmente riconoscerne
il fondo platonico.
174 APPENDICE n

stesse Epistulae ad Lucilium (107. 10) la traduzione senecana dei ver-


si di Cleante '5.

2. Non è la prima volta che ci si presenta un contenuto neoplato-


nico in forma senecana”. Il caso più macroscopico è quello che ho
chiamato “il linguaggio dell`interiorità". L'insistente in te ipsum re-
di" è innegabilmente di matrice plotiniana o porfiriana (Porfirio era
l'autore del De regressu animae). comunque neoplatonica. per am-
missione dello stesso santo (conjl 7. 16: inde admonitus redire ad
memet ipsum; c. Acad. 2. 5: prorsus totus in me cursim redibam); ma
gli strumenti lessicali e sintattici di questa interiorizzazione erano
stati foggiati in latino la prima volta. e spesso l`unica volta. da Sene-
ca. Nel quale. se non si legge in se redire. si legge ripetutamente in se
colligi, conuerti, reuerti, recondi, recurrere, secedere, e soprattutto
recedere. Anche nell'uso della diatesi riflessiva diretta (se excutere.
inspicere. interrogare. sequi, etc.)idue scrittori mostrano una singo-
lare e spesso esclusiva coincidenza "*. In nessun autore latino a noi
noto Agostino poteva trovare un cosi ossessivo appello all'interiorità.
Almeno in questo. Seneca fu il precursore di Agostino. Ne fu anche il
modello?

'S E forse ne riflette l'antitesi participiale ducunt uolentem jàta. nolentem trahunt
in enchr. 32: (misericordia Dei) nolentem praeuenit.... uolentem subsequitur.
“Cfr. P. Courcelle. Connais-toi toi-même de Socrate à Saint Bernard, Paris. I.
1974. 130 e 227. a proposito della “saveur porphyrienne" del passo agostiniano de ord.
1. 3: sibi animus redditus, formalmente confrontato con Sen. breu. uit. 8, S: nemo ite-
rum te tibi reddet (e più vicino ancora a Seneca sarebbe serm. 123. 5: te ipsum tibi
reddam). Ma la matrice formale è oraziana (ep. l. 14, 1): mihi me reddentis agelli. V.
anche supra. p. 69.
" V. supra. p. 64 con l`/iddendum.
'“V. supra. p. 59. Al materiale agostiniano aggiungo en. in Psalm. 126. 10: se ipsos
excutiebant (ma in senso proprio; al figurato ibid. 49. 7: excutiat... unusquisque cor
suum); serm. 158. 7: unusquisque... inspiciat se intus; ibid. 145. 3: quid tejoris cir-
cumspicis. et non intus inspicis? (si noti il variare del preverbio in funzione dell`avver-
bio); imm. an. 10. 17: quis bene se inspiciens...; conji 10. 48: animus... ipse se interro-
gans; en. in Psalm. 49. l: interroget se unusquisque. Noto. di passaggio. anche la fre-
quenza in entrambi di metafore coi composti di salio (v. supra. p. 62). cfr. Sen. nat.
quaest. l. pr. 17: transilire mortalitatem suam; August. c. Acad. 1. 21: naturam tran-
silire; Sen. ep. 95. 48: resilire a molestis superstitionibus; August. ciu. D. 10. 28: nec
ab eius saluberrima humilitate... resiluisses; e si potrebbe continuare.
sense». E Aoosrmo 175

Si ripropone così il problema. ancora aperto, dei loro rapporti. La


presenza del filosofo di Cordova nel vescovo d`lppona è stata pro-
gressivamente ridotta dalla critica. Sono lontane le ottimistiche, ma
apodittiche affermazioni del Nourrisson (“après Cicéron. il n'est pas.
sans contredit. chez les Latins. de prosateurs qu'Augustin ait autant
fréquenté que l'auteur des Lettres à Lucilius") o dell'Alfaric (“il ne
put manquer de parcourir aussi... les écrits de Sénèque")'°. Gli ultimi
studiosi sono prudentissimi. Lo Hagendahl conclude: "To sum up, 1
think we are on the safe side, if we infer that Augustine took little, if
any. interest in the Roman Stoic...". e il Ross gli fa eco: “Here is no
evidence of significant Senecan influence on his writings"'°. Un giu-
dizio agrodolce. pochissime citazioni testuali (e due introdotte da un
anonimo quidam). pochi echi concettuali: un inventario cosi magro
sembra avallare le riserve della critica. Anche come fonte stoica Se-
neca è di gran lunga -eclissato da Cicerone". Ma. se si è trovato cosi

'°J.F.Nourrisson. La philosophie de Saint Augustin. Paris 1866 (= Frankfurt 1968).


ll 139; P. Alfaric. L`évolution intellectuelle de Saint Augustin. Paris 1913. I 233: si no-
ti la formula presuntiva “il ne put manquer de". ricorrente nei giudizi posteriori (cfr.
M.M. Beyenka. Consolation in Saint Augustine. Washington 1950. 68: “ln keeping
with his wide knowledge of Stoicism. Augustine must have read the philosophical
works of Seneca"). sino al recente W. Trillitzsch. Seneca im literarischen Urteil der
Antike. Amsterdam 1971. I 162: “Auf jedem Fall muss Augustin sie (sc. le opere di
Seneca) gekannt und gelesen haben". Cfr. anche G. Combès. Saint Augustin et la cul-
ture classique. Paris 1927. 25: “Sénèque semble moins familier à Saint Augustin que
Cicéron... Mais il est vraisemblable qu'Augustin. qui paraft avoir une sérieuse
connaissance du philosophe stoicien, a lu ses ...traités".
'° H. Hagendahl. Augustine and the latin Classics, Göteborg 1967. 680 te 694);
G.M. Ross. Seneca's Philosophical Influence. in AA.VV.. Seneca. ed. by C.D.N. Costa.
London and Boston 1974. 130; cfr. J. Oroz Reta. Séneca y San Agustín. ¢`In_/Iuencia
0 coincidentia?. “Augustinus" 1965. 295-325 (significativo il sottotitolo. che scompare in
una redazione più breve e diversamente articolata. Séneca en San Agustfn. in AA.VV..
Estudios sobre Séneca. Madrid 1966. 331-351). Più ottimista. come s'è visto. il Tril-
litzsch. che dedica una decina di pagine al1'argomento (op. cit., 161-170). [ln seguito se
ne sono occupati M. Spanneut. Le stoicisme de Saint Augustin, in AA.VV.. Formafii-
turi. Studi Pellegrino. Torino 1975. 896-914 (ragionata e documentata rassegna biblio-
grafica. seguita da un`indagine sull'evoluzione del concetto di apatheia in Agostino. A
p. 897 i rapporti con Seneca. sui quali 1'A. non si pronunzia); L. Alfonsi. S. Agostino e
gli autori latini. “Studi Romani" 1976, 453-470 (464 s. su Seneca: considerazioni in
margine alla silloge di Hagendahl)].
" G. Verbeke. Augustin et le Stoicisme. "Recherches Augustiniennes". I. 1958. 89
176 APPENDICE 11

poco Seneca in Agostino. può anche essere perché lo si è cercato dove


non era. Comunque. questa relativa assenza chiede di essere spiega-
ta. in quanto contrasta con la presenza di Seneca sia nella “Bildung"
contemporanea”. sia nella tradizione culturale cristiana. da Tertul-
liano a Girolamo”.
Per la “Bildung" contemporanea. basta pensare al manicheo
Fausto (con/I 5. 11): un uomo di poca cultura (hominem expertem li-
beralium disciplinarum) aveva letto aliquas Tullianas orutiones et
paucissimos Senecae libros. É presumibile che Agostino ne avesse let-
to di più. se è vero quanto afferma egli stesso. e proprio in contrap-
posizione con Fausto (ibid. 5. 3): multa philosophorum legerum. me-
moriaeque mandata retinebam“. Letture di gioventù. quelle che non
si dimenticano mai. Difatti citazioni dirette attestano la conoscenza
delle Epistulae (ciu. D. 5.8: v. supra)“. delle tragedie (c. Faust. 20.9;

(e passim); Oroz Reta. op. cit.. 303 (= 346) e 325 (= 351). Non diversa la posizione di
un competente come il Pohlenz. op. cit.. ll 383: “in Agostino ci sono ben poche traccc
dell'int1usso di Seneca" (e p. 370 per il tramite ciceroniano e varroniano. quest`ultimo
sopravvalutato da G. Barra. Lafigura e l`operu di Terenzio Varrone Reatino nel "De
civitate Dei" di Agostino. Napoli 1969). Anche qui appare superato l`ottimismo del
Nourrisson. op. cit.. 141: “Par Sénêque. Augustin s'est pénétré de Stoicismc" (ben-
ché non ne porti prove). in parte rinverdito dal Bardy nell'introduzione ai voll. 33 e 34
delle Oeuvres de Saint Augustin. Paris 1959. rispett. 118 e 17: il Bardy crede alla co-
noscenza dei principali dialoghi. la Consolatio ad Marciam. il De otio. il De ira e il De
tranquillitate animi.
“Cfr. H.-1. Marrou. Saint Augustin et lafin dela culture antique. Paris 21958. 19.
1' Si capisce dunque perché lo Hagendahl definisse “rather enigmatical" l`atteggia-
mento di Agostino verso Seneca (op. cit.. 676).
“ Ha dato credito a questa affermazione specialmente A. Solignac. Doxographics
et manuels dans la_/ormation philosophique de Saint Augustin. "Recherches Augusti-
niennes" 1. 1958. 113-148. ll Solignac non parla di Seneca. ma ne avrebbe avuto occa-
sione a p. 119: in c. Acad. 3. 35 Agostino ricorda che al saggio epicureo è interdetta la
cosa pubblica: “aucune trace de ce fait chez Cicéron (il che non è del tutto vero. cfr.
leg. 1. 39). mais confimiation chez Plutarque...". Agostino poteva leggerlo in Sen. ot.
3. 2; ep. 90. 35. Sarebbe interessante un`indagine su Seneca come eventuale fonte epi-
curea di Agostino: certo la simpatia del giovane Agostino per Epicuro (con_ƒ.' 6. 26) po-
teva venirgli più facilmente da Seneca che da Cicerone.
“Si tratta della traduzione dei versi di Cleante. La forma dubitativa di Agostino
(Annaei Senecae sunt. nisi_/allor. hi uersus) potrebbe riflettere non tanto un'incertezza
mnemonica del santo. quanto l'ambiguità della citazione senecana (quos [uersus] mihi
in nostrum sermonem mutare permittitur Ciceronis... exemplo). che ha fatto oscillare
SENECA E Aoosruvo 177

serm. Morin. 8. 10. Misc. Agost. I 231) e del perduto De superstitio-


ne (ciu. D. 6.10-11). Anche il contemporaneo Girolamo pone Seneca.
accanto a Bruto e a Cicerone. tra i suoi auctores filosofici (apol. adu.
Ru_ƒI 3.39) e ci conserva passi del libro. parimenti perduto. De matri-
monio 1°.
La tradizione culturale cristiana tenne fede al celebre detto tertul-
lianeo Seneca saepe noster (de an. 20. 1). sia implicitamente. come in
Minucio e Cipriano. che lo imitano senza citarlo. sia esplicitamente.
come in Lattanzio. che ne fa un precursore del Cristianesimo (diu. in-
st. 6. 24. 14): potuit esse uerus Dei cultor. si quis illi monstrasset".
Per farne un cristiano. bastava inventare "chi" glielo aveva mostrato.
Nacque cosi. nel tempo tra Lattanzio e Girolamo. il carteggio apocri-
fo con S. Paolo 1°. che indusse l'autore del De uiris illustribus a porre
Seneca in catalogo sanctorum (22: quem non ponerem in catalogo
sanctorum. nisi me illae epistulae prouocarent. quae leguntur a plu-
rimis. Pauli ad Senecam et Senecae ad Paulum).
Agostino è il primo a interrompere questa concorde tradizione fa-
vorevole. E bisogna dire che il santo teologo ebbe più fiuto del santo
filologo”. Conosce. evidentemente da Girolamo. il carteggio con S.
Paolo. ma se ne serve solo come punto di riferimento cronologico (ep.
153. 14): Seneca qui temporibus apostolorum ƒiiit. cuius etiam quae-

anche autori moderni tra la patemità di Seneca e quella di Cicerone (sul problema cfr.
G. Mazzoli. Seneca e la poesia. Milano 1970, 171).
“Su Seneca e Girolamo cfr. Trillitzsch. op. cit.. 1. 143-161 e la bibliografia citata
`supra. p. 47 con 1'Addendum. (Da rivedere la conclusione di Silvia Jannaccone. S. Gi-
mlamo e Seneca. “Giorn. ital. Filol." 1963. 327: “S. Girolamo ha formato il suo stile
alla scuola di Cicerone. Quintiliano. Plinio il Giovane e Frontone. sicché non ci dob-
biamo aspettare di trovare nei suoi scritti tracce di stile senechiano". Ma cfr. Hier. ep.
60. 10: nec doleas, quod talem amiseris. sed gaudeas. quod talem habueris con Sen.
ep. 99. 3: danda opera erat. ut magis gauderes. quod habueras. quam maereres. quod
amiseras; anche ad Pol. 10, 1). Per il filone consolatorio v. infra. 5.
" V. supra. p. 47 con l'Addendum. A parte sta Amobio. cfr. A. Bourgery. Sénêque
prosateur. Paris 1922. 164; né fa parola di Seneca F. Gabarrou. Le latin d'Arnobe. Pa-
ris 1921.
"Cfr. A. Momigliano. Note sulla leggenda del cristianesimo di Seneca. in Contri-
buto alla storia degli studi classici. Roma 1955. 13-32 (15 su Agostino).
”Awenne il contrario rispetto alla IV egloga. cfr. D. Comparetti. Virgilio nel me-
dioevo. Firenze 1943. 1 124 s.: il che è comprensibile. dato il gusto di Agostino per l'e-
segesi allegorica.
178 APPENDICE II

dam ad Paulum apostolum leguntur epistulae. L'impersonale legun-


tur rinvia a Girolamo: Agostino non si compromette. Analoga utiliz-
zu'/.ione ritroviamo in ciu. 6. 10 (posteriore di un triennio alla lettera
153): quem (sc. Senecam) nonnullis indiciis inuenimus apostolorum
nostrorum claruisse temporibus. Ma l`indicazione del carteggio è sca-
duta a velata allusione (nonnullis indiciis). e proprio nel momento in
cui Agostino si appresta a giudicare Seneca. Certi silenzi valgono un
rifiIIto: non è il cristiano. ma il filosofo che Agostino giudica. ed è. in
fin dei conti. un giudizio negativo. perché incolpa Seneca di avere ac-
cettato nella prassi quella theologia ciuilis che aveva criticato e irriso
nei libri (ibid.): ...tamen. quia illustris populi Romani senator erat.
colebat quod reprehendebat. agebat quod arguebat, quod culpabat
adorabat. Dal martellamento del tricolon antitetico e omeoteleutico
sprizza l`accusa d`incoerenza fra gli scritti e la vita. fra il sapiens e il
senator (ibid.: in his sacris ciuilis theologiae has partes potius elegit
Seneca sapienti. ut eas in animi religione non habeat. sed in actibus
fingat). Vecchia accusa. risalente ai contemporanei di Seneca (uit.
beat. 18. 1: aliter. inquis, loqueris, aliter uiuis): ma i termini in cui
essa è riproposta celano una sottile malizia. Perché Agostino non ne
fa una questione di constantia. ma di libertas (ibid.): libertas sane...
Senecae... non quidem ex toto. uerum ex aliqua parte non de/uit.
Aafƒuit enim scribenti, uiuenti defitit. Ciò significa scendere sul terre-
no stesso della terminologia senecana, dove la libertas è frutto della
sapientia: philosophiae seruias oportet. ut tibi contingat uera libertas
(ep. 8. 7); hos tam graues dominos (sc. afƒectus)J° interdum alternis
imperantes. interdum pariter. dimittit a te sapientia. quae sola liber-
tas est (ep. 37. 4); unum studium uere liberale est. quod liberum ja-
cit: hoc est sapientiae (ep. 88. 2)”; semiliberum se dixit Cicero: at
mehercule numquam sapiens in tam humile nomen procedet, num-

'°Metafora tipica della diatriba (v. supra, p. 75; aggiungi Porphyr. ad Marc. 34).
presente anche in August. ciu. D. 4. 3: bonus etiamsi seruiat. liber est: malus autem e-
tiamsi regnet. seruus est. nec unius hominis. sed. quod est grauius. tot domiriorum.
quot uitiorum. Cfr. Courcelle. La consolation. cit.. 353.
I" “Sa position est celle d'Augustin". Marrou. op. cit.. 281; cfr. August. ep. 101. 2:
quae liberales disciplinae ab eis. qui in libertatem uocati non sunt. appellantur (con-
trapposte alle litterae uere liberales. la Sacra Scrittura). L`accostamento è anche in A.
Stückelberger. Senecas 88. Briejl Heidelberg 1965. 52.
SENECA I†: Aoosi INO 179

quam semiliber erit. integrae semper libertatis et solidae (breu. uit. 5.


3). Agostino sembra voler giudicare Seneca col suo stesso metro e
quasi con le sue stesse parole. con un contrappasso che si sarebbe
tentati di credere allusivo (ibid.): sed iste. quem philosophia quasi li-
berum fecerat, tamen... Il fatto è che la libertas di Agostino non è
quella di Seneca: in (Dei) seruitio piacere perfecta et sola libertas est
(de quant. an. 78)". Una definizione senecana come questa di ep. 75.
18: quaeris' quae sit (libertas)'? Non homines timere, non deos. doveva
suonare blasfema alle orecchie di chi tante volte ricordava e com-
mentava le parole del salmista: initium sapientiae timor Domini".
Una falsa sapientia non può generare che una falsa libertas.

3. Agostino coinvolge dunque Seneca nella condanna della sa-


pientia pagana. Altro che porlo in numero sanctorum. Le ragioni di
questo atteggiamento mi sembrano essenzialmente due: una storica e
l`altra psicologica.
Seneca era stato un prezioso alleato degli apologisti nella tattica
di "rivolgere contro gli avversari le loro stesse armi"”. Non a caso su
venticinque citazioni senecane in Tertulliano e Lattanzio (Minucio e
Cipriano. come s`è detto. imitano senza citare) ben ventidue ricorro-
no in opere dirette contro il culto e il pensiero pagano. quali l`Apolo-
geticum. le Diuinae institutiones e il De ira Dei. Oltre alla corrosione
della sua critica e della sua ironia, la teodicea senecana offriva
un'immagine della divinità interiorizzata e quasi personale. Natural-
mente. l`interiorità era immanentismo e il personalismo era solo una
metafora 1*; ma gli apologisti avevano interesse a evidenziare più le

'" Questo motivo. ricondotto a influsso porfin`ano dal Theiler. Porphyrios und Au-
gustin. cit.. 30. è centrale nella filosofia agostiniana, cfr. É. Gilson. Introduction ti
l'étude de Saint Augustin. Paris “1949. 214: in entrambi altre citazioni.
“En. in Ps. 14. 5; 18. 2. 10; 111. 1; 150. 15; doctr. Christ. 2. 9; serm. 348. 3: ti-
meat autem Christianus... timor perducit ad charitatem.
” P. Courcelle. Polemiche anticristiane e platonismo cristiano: da Arnobio a san-
t`A ntbrogio. in AA.VV.. ll conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV. a cu-
ra di A. Momigliano. trad. ital.. Torino 11971(= 1975). 177.
“Cfr. la mia Introduzione a Seneca. Letture critiche. a cura di A.T.. Milano 1976.
10 e G. Scarpat. ll pensiero religioso di Seneca e l'ambiente ebraico e cristiano. Bre-
scia 1977. 31 [= 11983. 34 s.].
180 APPENDICE II

affinità che le divergenze: quam multa... de Deo nostris similia locu-


tus est! (Lact. diu. inst. 1, 5. 26). In tempi di persecuzione l`etica se-
necana offriva col suo sapiens stoico. più forte del dolore e della mor-
te. “spettacolo degno dello sguardo di dio" (prou. 2. 9). una prefigu-
razione del martire cristiano“: quam pulchrum spectaculum Deo.
cum Chrístianus cum dolore congreditur (Min. Fel. 37. 1; cfr. Cypr.
ep. 58, 8, 1). Ma l'era dei martiri era finita. Cristianizzato l'impero, la
chiesa doveva combattere le sue nuove battaglie, meno sanguinose
ma più insidiose. contro le grandi eresie. Mani (che Agostino annove-
rava tra gli eretici. de haer. 46). Donato. Ario. Pelagio: il vescovo
d`lppona passò la vita a confutarli, tranne. et pour cause, la parente-
si del De ciuitate Dei. “die letzte grosse Apologie der Kirche gegen
das Heidentum"”. quando la reazione pagana rialzò la testa dopo il
sacco di Roma. Non per nulla solo in quest'opera si utilizza a fini a-
pologetici uno scritto di Seneca. il De superstitione. Ma in difesa del-
l`ortodossia cattolica l'antico alleato degli apologisti aveva poco da
dire. Anzi. Nella “querelle” pelagiana. che segnò la vittoria di Ago-
stino su1l'antico ideale de11'autonomia etica del1'uomo. Seneca sareb-
be stato con Pelagio.
È noto come questa "querelle" porti al cuore dell'antropo1ogia a-
gostiniana. Con ciò tocchiamo la seconda ragione, quella psicologica.
Agostino non ha simpatia per gli stoici” (il cui influsso in Pelagio
non era sfuggito a Girolamo)”. Ne riconosce per tradizione dossogra-

“Cfr. C. Tibiletti. Stoicismo nell`Ad martyras di Tertulliano. "Augustinianum"


1975. 309-323: Tertulliano presta al martire cristiano la figura morale del sapiens se-
necano.
”H.F. von Campenhausen. Lateinische Kírchenväter. Stuttgart 1960 (trad. ital..
Fircnzc 1969), 194.
J' Non posso condividere quanto dice il Combès. op. cit.. 16 sulla “persistente sym-
pathie" di Agostino per gli stoici.
"Ep. 133. 1; Pohlenz. op. cit.. 11 384 e 391. Apprezzabili tracce senecane in Pela-
gio non sono state riconosciute da G. De Plinval. Pélage. Lausanne 1943. 74 s. (204 pa-
ragona Pel. uirg. 12 con Sen. ep. 115. S; Pohlenz. 391 richiama Seneca a proposito del-
l`esame di coscienza in Pel. ad Demetr. 26 s.: ma il linguaggio non è senecano). Nean-
ch'io ne ho notate. in quel che ho letto di Pelagio. tranne ad Demetr. 24: suspendere
ex auribus patrimonia. cfr. de rem. ƒbrt. 16. 7 Haase: non cuius auriculis utrimque pa-
trimonia bina dependeant (e uit. beat. 17. 2: quare uxor tua loeupletis domus censum
auribus gerit?).
SENECA E AoosTINo 181

fica la disputandi subtilitas (ep. 118. 15; cfr. ciu. D. 8. 6; c. Cresc. 1.


17). ma ne contesta principalmente il materialismo (come Origene)e
l'orgoglio“°. Gli stoici nisi corporalia cogitare non possunt (ep. 118.
26). Si sa con quanto sforzo Agostino si sia liberato dal materialismo
manicheo“". e quanto dovesse per questa liberazione ai Platonicí
(conƒl 7. 26). al punto di dar loro la palma su tutti i filosofi: cedant...
Platonicis:(ciu. D. 8. 5). Non Seneca. come per Lattanzio. ma i plato-
nici meritavano se altri mai di essere cristiani: paucis mutatis uerbis
atque sententiis Christianifierent. sicut plerique recentiorum nostro-
rumque temporum Platonicìfuerunt (de uer. rel. 7; cfr. ep. 118. 21;
c. Acad. 3. 43). Anche Seneca fa la sua ortodossa professione di ma-
terialismo (ep. 106. 4: et hoc [sc. animus] corpus est; ibid. 117. 2:
placet nostris. quod bonum est. corpus esse). ma non insiste su que-
sto punto. anzi. sul monismo metafisicoinnesta e divarica un duali-
smo etico tra animus e corpus (definito platonicamente e pitagorica-
mente animi pondus ac poena. ep. 65. 15)” senza troppo preoccu-
parsi di accordarli. Fatto sta che Seneca ha la vocazione del morali-
sta. non del metafisico”. Non dà mai una rigorosa definizione del
male”. né del rapporto fra il determinismo cosmico e il libero arbi-
trio (che pure preoccupo Cicerone). Tutto il contrario di Agostino; e
alle sottili e faticose distinzioni del santo sulla libertas umana avreb-
be risposto come a Lucilio: ludit istis animus. non proēcit (ep. lll.
4). Si pensi, per esempio. al diverso sviluppo che hanno in entrambi i
grandi temi del tempo e della morte. C`ê un capitolo del De ciuita-
te Dei (13. 10) che svolge il topos tipicamente senecano del cotide
morimur. tanto che un commentatore annota: “tout ce chapitre.
fait de lieux communs. est plus ou moins directemente inspiré de

U
Verbeke. op. cit.. 73; Spanneut. op. cit.. 899.
" Conjl 5. 19: cogitare nisi moles eorpomm non noueram. Cfr. E. Buonaiuti. S. A-
gostino. Roma 1917. 27.
“Cfr. G. Scarpat. La lettera 65 di Seneca. Brescia *1970. 255 ss.. che tuttavia so-
pravvaluta. a mio awiso. la coerenza di Seneca.
“Giuste le considerazioni del Marrou. op. cit.. 181.
“Cfr. L. De Guzman. El problema del mal en Séneca. in AA.VV.. Estudios sobre
Séneca. cit.. 357; P. Rotta. A proposito deiƒbndamenti metafisici della morale di Se-
neca. “Riv. Filos. neoscol." 1933. 346-348; T. Alesarco. Libertad, provideneiay_ti›rtu-
na. en Séneca. “Augustinus" 1965. 433-452.
182 APPENDICE 11

Sénèque"“. e rinvia a ad Marc. 21. 6. Ora non solo non ci sono con-
vergenze formali fra i due testi (echi della consolatio ad Marciam af-
fiorano forse altrove, come vedremo), ma dove Seneca constata l'on-
nipresenza della morte nella vita (mors sub ipso uitae nomine latet)
per trarne motivo di rassegnazione ai superstiti, Agostino s'interroga
a lungo sulla realtà biologica della morte: un problema che attende
ancora risposta“°.
Assai più da vicino tocca Seneca l'accusa di orgoglio. la superbia
Stoicorum, motivata dalla loro fiducia nell'autosuff`1cienza delle forze
morali per il raggiungimento della felicità: tantus... superbiae stupor
est in his hominibus... a se ipsisfieri beatos putantibus (ciu. D. 19.
4); Stoici... lypho turgidi... eo quippe minus minusque sani sunt, quo
uegrotum animum a se ipsis sanari posse crediderunt (serm. 348, 2).
É la medesima accusa lanciata. per la medesima ragione, alla dottri-
na di Pelagio: error iste superbus est (de pat. 15. 12)". La superbia è
capa! omnium peccatorum (in euang. Iohann. 25, 16). il peccato lu-
ciferino per eccellenza: scriptum est enim: “Initium peccati omnis
superbia" (en. in Ps. 18. 2, 15).
Contro questa superbia si leva la dottrina agostiniana della gra-
zia. spostando il baricentro dell'uomo fuori di 1ui““. Tramontando, la
civiltà classica aveva affidato all'immagine del sapiens il suo aristo-
cratico ideale dell`individuo che chiede solo a se stesso la forza di ac-
cettare il proprio destino. Seneca ne era stato il più eloquente cam-
pione". Agostino, nel suo ìntransigente teocentrismo. doveva sentir-

'“ Bardy in Oeuvres de Sairit/lugustiri. vol. 35. Paris 1950. 271.


“Cfr. L.-V. Thomas. Anthropologíe de la mort, Paris 1975. 29 ss. L`analisi agosti-
niana della morte è giudicata “nel suo genere mai più superata nella storia della filo-
sofia" da G. Schwarz. S. Agostino, trad. ital., Roma 1971. 93 (ed è strano che J. Cha-
ron. La morte nel pensiero occidentale, trad. ital., Bari 1971, dedichi a Seneca cinque
pagine - 70-75 -. del resto superficiali. e neanche un rigo ad Agostino).
“Cfr. ibid. 23, 20; ep. 175, 2: id enim agunt isti... ut... in superbiam sacrilegam
extollendo Iiberum arbitrium, nullum relinquant locum gratiae Dei; ibid. 157, 16: Ii-
bertas sine Dei grafia non est libertas. sed contumacia. Si veda che profonde radici
nella “Weltanschauung” agostiniana avesse il giudizio su Seneca.
“°Campenhausen. op. cit., 213; nella stessa direzione Pohlenz, op. cit., Il 392 ss.;
P. Brown. Agostino d'Ippona. trad. ital.. Torino 1971. 375.
4° Cfr., fra tante, formulazioni come uit. beat. 16. 3: quid extrinsecus opus est ei,
qui omnia sua in se collegit?; ep. 124, 23: quod est hoc (sc. bonum tuum)?Animus sci-
SENECA E AGOSTINO 183

ne fastidio. Dall'uno all`altro i valori fondamentali mutano di segno:


la natura, bussola dello stoico. è viziata dal peccato originale'°;
,Q
la
virtù senza la grazia è vizio5*. e inversamente la speranza e la miseri-
cordia sono promosse da vizi a virtù 52; la saggezza senza l'umiltà è

licet emendatus ac paras. aemulator dei. super humana se extollens. nihil extra se sui
ponens.
5°Sen. uit. beat. 8. 2: idem est ergo August. op, imp. c. lul. 3, 206: natura
beate uiuere et secundum naturam; ep. humana... mala est. quia uitiata est; ibid.
94, 56: nos... illa (sc. natura) integros ac 4. 104: ille (sc. primus homo) propria uo-
liberos genuit. lunlate peccatum illud grande peccauit.
naturarnque in se uitiauil, mulauil. ob-
noxiauit humanum.

5' Sen. ep. 85, l7: beatum sola uirtus August. serm. 150, 9: non uirtus animi
_`/acit; 92. 23: uirtus ad illam (sc. ad ui- tui tejacit beatum, sed qui tibi uirtutem
tam beatum) per se ipsa satis est. dedil; ciu. D. 19. 25: uirtutes. cum ad se
ipsus re/eruntur. in/latae et su/Ierbae
sunt. et ideo non uirtutes. sed uitia iudi-
canda sunt; serm. 150, S: die, Stoiee
(quae res _/aciat beatum). Virtus animi.
Dic. Christiane. Donum Dei; en. in Ps.
58. l. 18: (anima humana) non habet ex
se lumen, non habet ex se uires; totum
autem quod pulchrum est in anima. uir-
tus et sapientia est; sed nec sapit sibi.
nec ualet sibi. nec ipsa sibi lux est. nec
ipsa sibi uirtus est.

"I Sen. ep. 13, 12: uitio uitium repelle: August. ciu. D. l9. 4: sicut ergo spesul-
spe metum tempera; ben. 7. 2, 4: ma- ui. ita spe beatijacti sumus. et sicut su-
gnis... curis exemptus et distorquentibus lutem, ita beatitudinem non iam Ienemus
mentem nihil sperat aut cupit nec se mit- praesentem. sed exspectamus _/`uturam;
tit in dubium suo contentus." clem. 2. 5. conjf 3. 3: repudietur ergo misericordia?
l: omnes boni uiri... misericordiam... ui- Nequaquam: ciu. D. 9, 5: (misericor-
tabunt: est enim uitium pusilli animi. diam) Cicero, locutor egregius. non dubi-
tauit appellare uirtutem, quam Stoicos
inter uitia numerare non pudet. Secondo
M. Spanneut. Permanence du Stoicisrrie.
Gembloux 1973, 172 bisogna distinguere
due fasi nell'atteggiamento di Agostino
verso la misericordia, come verso lo stoi-
cismo in generale.
184 APPEN DICE ll

stoltezza”. e stolto è il saggio chiuso nella sua autarchia5“'; l'ìndia-


zione è un dono divino e non una conquista umana 55*. Sono due mon-

'“ Sen. ep. lo. 1: neminem posse beate August. ep. 118. 22: ea est (ad capessen-
uiuere... sine supientiae studio et beatum dam et obtinendam ueritatem uia) prima
uitam per/ecta sapientia eflici; 37. 4: hu- humilìtas. secunda humilitas, tertia hu-
milis res est stultitia. sapientia... sola militas; 155. 5: ex ista sapientia. quae u-
libertas est: una ad hancƒert uia. na uera est. si quid habeo. a Deo sumpsi.
non a me praesumpsi, atque ab illo in me
perjìci fideliter spero. a quo incohatum
esse humiliter gaudeo; en. in Ps. 126, 4:
qui autem sibi uoluerit arrogare sapien-
tiam, stultus est. Sit humilis. ut ueniat
sapientia et illuminet illum.

“Sen. ep. 9. 3: (sapiens) sibi ipse suf- August. serm. 150. 9: quid est enim “di-
jiciat, sit se contentus; 42. 10: qui se centes se esse sapientes" (Paul. Rom. l.
habet. nihil perdidit; 90. 34: potentissi- 22). nisi a se habere. sibi suflicere?
mum esse qui se habet in potestate; 72. “Stulti ƒacti sunt": merito stulti; conf
7: dicam, quomodo intellegam (animum) 13. 9: (Creaturae) nullo modo suflìcit ad
sunum: si se ipso contentus est, si confi- beatum requiem quidquid te minus est.
dit sibi. ac per hoc nec ipsa sibi; in euang. lohan-
n. 5, 1: nemo habet de suo nisi menda-
cium atque peccatum; sol. 1. 30: noli es-
se uelle quasi proprius et in tua potesta-
te, sed... domini te seruum esse profitere;
serm. 61, 2: ipse homo uoluntate sua se
sanare non potest; 348. 2: minus minus-
que sani sunt. quo aegrotum animum a
se ipsis sanari posse crediderunt; ep. 155.
6: quanta est... uanitas, quanta insania...
hominem mortalem, tot peccatis one-
ratum... tot corruptionibus obnoxium...
se ipsofidere ut beatus sit.

5*' Sen. prou. 6. 6: hoc est quo deum August. en. in Ps. 49. 2: sifilii Deifizcti
antecedatis: ille extra patientiam malo- sumus, et diijacti sumus: sed hoc gratiae
rum est. uos supra patientiam (altre atte- est adoptantis. non naturae generantis
stazioni in De Bovis, La sagesse de (altre attestazioni in V. Capánaga. La
Sénêque, Paris 1948. 214 s.). deificatión en la soteriología agustiniana.
in AA.VV., Augustinus Magister. Paris
1954. Il 745-754).
SENECA E AGOSTINO 185

di. due linguaggi antitetici. Seneca e Agostino non erano fatti per in-
tendersi“.
4. Eppure su un punto si sarebbero intesi: la retorica, come teo-
ria e come prassi. Di tutte le tentazioni della sua gioventù, quella del-
la bella forma fu forse la più tenace nel vescovo d'Ippona: uoluptates
aurium tenacius me implìcauerant et subiugauerant (conf. 10. 49).
Talvolta il canto liturgico lo prende più per la melodia (cantus) che
per il contenuto (res quae canítur, conf. 10. 50). e se ne accusa come
di un peccato. È la stessa uoluptas aurium che gli fa sostituire orior a
nascor per dare forma paronomastica a un'antitesi semantica: illa
ciuitas sempiterna est: ibi nullus oritur, quia nullus moritur (ciu. D.
5, l6)57; o in un'opera severa come il De ciuitate Dei, stilisticamente
giocata sull'ipotassi e sull'iperbato, gli fa chiudere i capitoli con ela-
boratissimi parallelismi fonolessicali (scelgo a caso ll, 24): 5°: Subsi-
stens modiƒicatur, contemplans illustratur, inhaerens iucundatur;
est. uidet. amat; in aeternitate Dei uiget, in ueritate Dei lucet, in boni-
tate Dei gaudet. Sono fatti noti, se non valesse la pena di aggiungervi
qualche esempio di ristrutturazione retorica dei suoi auctores paga-
ni”. In ciu. D. 21. 5 parla dei mìrabilia della natura, traendoli in
buona parte da Plinio. Ma l`asciutta notizia del naturalista (5. 36:
adjuso fonte a medio die ad mediam noctem aquis feruentibus toti-
demque horis ad medium diem rigentibus) assume la forma di un'e-
sasperata isocolia, dove tutti i termini antitetici sono assonanti (21.
5): quendam fimtem tam ēigidum diebus, ut non bibatur,
tam ferutdum noctibus, ut non tangatur.

“La misura di questo divario può essere riassunta da un pensiero dell'agostiniano


Pascal (465 Bi-.): “Les stoiques disent: “Rentrez au dedans de vous-mêmes; c'est là où
vous trouverez votre repos". (L'aveva detto anche il senecano Montaigne). Et cela n'est
pas vrai... Le bonheur n'est ni hors de nous, ni dans nous; il est en Dieu, et hors et
dans nous".
”J. Finaert ha recato un esempio del De uera religione S0, dove "cette musique
l`entrai`ne hors des limites de la syntaxe" (L'évolution littéraire de Saint Augustin. Pa-
ris I939, 39): nam et ab ipso incipiat necesse est et usque ad uisibilem mortem eum il-
Io, quamuis eo deficiente, se proficiente (invece di proficiens) perdurel.
“È certamente “un caso" che nelle parti del De ciuitate Dei da lui lette il Norden
non abbia incontrato “Wortspiele" (Die antike Kunstprosa, Dannstadt “1958, ll
624; trad. ital., Roma 1986, I, 629).
“Di auctores cristiani, in particolare S. Paolo, ha citato esempi K. Polheim, Div
lateinische Reimprosa. Berlin 1925 (= 1963). 243.
186 APPENDICE 11

Un'altra notizia pliniana (2, 228): Iouisfons, cum sit gelidus et in-
mersasƒaces exstinguat. si exstinctae admoueantur. accendit, perde
il suo ritmo discendente e duplica il suo poliptoto nella simmetria
incrociata delfantimetabole _(ibid.: alium fontem. in quo faces.
ut in ceteris, exstinguuntur accensae.
Neppure le sententiae
sed non ut in ceteris. accenduntur exstinctae.
di un retore come Floro” bastano sempre ad Agostino. Trascrive. per
esempio. quasi alla lettera Flor. 1.22. 1 (ut... similior uicto sit populus
ille qui uicit) in ciu. D. 3, 19 (ut... similior uictofuerit ille qui uicit).
Ma una frase come Flor. 2. 9. 24 (quattuor milia deditorum iner-
mium ciuium in uilla publica interfici iussit) non gli forniva, così iso-
lata. nessuna sententia (in realtà l'antitesi si istaurava, in un più am-
pio contesto, fra il numero degli uccisi in guerra e in pace); Agostino
trasferisce l'antitesi all'interno della frase, semanticamente mediante
un ossimoro. sintatticamente mediante due avversative, di cui l'ulti-
ma realizzata con lo spostamento morfologico del formulare iussit“'
(3, 28): in uilla publica non iam bello. sed ipsa pace saeuiente septem
milia deditorum (unde utique inermia) non pugnando sed iubendo
prostrauerat.
L`antitesi è la chiave di volta della retorica agostiniana: contraria
contrariis opposita sermonis pulchritudinem reddunt (ciu. D. 11, 18).
Agostino. fu detto, pensa per antitesi°2: esattamente quello che fu
detto di Seneca“. Ma tra i due c'è. ancora una volta, un intermedia-

°° La sua consistente presenza nel De ciuitate Dei è ben documentata da S. Angus.


The Sources ofthe First Ten Books ofAugustine's De civitate Dei. Princeton 1906. 42-
46.
°' Che ricorre nella narrazione del medesimo episodio in Val. Max. 9. 2, 1 e Sen.
clem. 1. 12. 2. Sulla discordanza del numero cfr. Angus. op. cit.. 46 e ora G. Mazzoli.
Felicitas sillana e clementia pritìcipis. "Athen." 1977. 272.
“Z Polheim, op. cit., XII. Sulla centralità dell'antitesi come procedimento logico-re-
torico in Agostino cfr. Marrou. op. cit.. 80; Finaert, op. cit.. 101 ss.; C.l. Balmus, Étu-
de sur le style de Saint Augustin. Paris 1930, 155 ss.; C. Mohrmann, Saint Augustin
écrivain, “Recherches Augustiniennes" I. 1958, 62 (= Études surle latin des Chrétiens.
Roma. ll. 1961. 258). In questo. Pascal non era agostiniano: “Ceux qui font les anti-
thèses en forçant les mots sont comme ceux qui font de fausses fenêtres pour la syme-
trie" (Pensées. 27 BL).
“V. supra, p. 31 (e 91). Pohlenz ripete Polheim. così come Polheim ripeteva un
giudizio di Harnack su S. Paolo.
SENECA E Aoosrmo 187

rio: le lettere di S. Paolo. Nel medesimo capitolo del De ciuitate Dei


Agostino cita come esempio di antitesi un lungo passo di 2 Cor. 6. 7-
10. Un altro ne cita e commenta in doct. Christ. 4. 13. come esempio
di stile spezzato (caesa): ...hinc iam singulis quibusque caesis interro-
gando positis. singula itidem caesa responsione redduntur, tria tri-
bus: “Hebraei sunt? Et ego. Israelitae sunt? Et ego. Semen Abrahae
sunt? Et ego" (2 Cor. 11, 22). Chi si estasiava davanti a questo pezzo
di eloquenza cristiana, poteva essere rimasto insensibile al fascino di
chi aveva scritto nel medesimo stile: Valet? Et leones. Formosus est?
Et pauones. Velox est? Et equi (Sen. ep. 76. 9)? 6"
Questo stile antitetico, paratattico. epigrammatico ha antiche ra-
dici. comuni a Seneca e a Paolo. nelladiatriba cinica°5. É lo stile del-
la predicazione. l`eloquentia al servizio della sapientia. Non diversa
sarà la giustificazione agostiniama della retorica: militet ueritati
(doctr. Christ. 4. 3)”. Le sue formulazioni nel l. IV del De doctrina
Christiana sarebbero state sottoscritte da Seneca, per esempio 4. 21:
non intenta in eloquentiam sapientia, sed a sapientia non recedente
eloquentia (cfr. 4. 8 e 55). É vero che il filosofo è meno esplicito: il
suo principio è che bisogna preoccuparsi delle res. non dei uerba (ep.
40. 14; 100, 10; 115, 1 etc.)°7; se poi ci sono anche i uerba, tanto me-
glio: non delectent uerba nostra, sed prosínt. Si tamen contingere e-
loquentia non sollicito potest, si aut parata est aut paruo constat, ad-

“Per il pensiero cfr. ciu. D. 8. 15: Quis hominum uiuendo aequabitur aquilis et
uulturibus? Quis odorando canibus? Quis uelocítate leporibus, ceruis, omnibus aui-
bus? Quis multum ualendo leonibus et elephantibus? Il topos è studiato dal Courcelle,
Connais-toi..., cit., I 190.
“ R. Bultmann. Der Stil der paulinischen Predigt und die kynisch-stoische Diatri-
be, Göttingen 1910; E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità la-
tina e nel medioevo, trad. ital., Milano 1960. 36; C. Mohrmann, Augustin prédicateur.
in Études. cit.. ZI, 1961. 400.
“Cfr. J. Finaert, Saint Augustin rhéteur, Paris 1939. 97 ss.; J. Fontaine, Aspects et
problêmes de la prose d'art latine au Ill" siêcle. Torino 1968. 38 ss.; J. Oroz Reta.
La retórica en los Sermones de San Agustín. Madrid 1963. 61 ss. e ora M. Avilés. Pron-
tuario agustiniano de ideas retóricas. “Augustinus" 1977, 101-107 (fra le influenze
classiche si cita Cicerone ma non Seneca). Agostino ne aveva fatto personale esperien-
za ascoltando le prediche di Ambrogio, cfr. conƒ 5. 24: et dum cor aperirem ad iam'-
piendum. quam diserte diceret. pariter intrabat et quam uere diceret.
°7 Cfr. A. Setaioli. Teorie artistiche e letterarie di L. Anneo Seneca, Bnlugiiu 10'/1,
76 ss.
188 APPENDICE II

sit et res pulcherrimas prosequatur (ep. 75, 5; ibid. 4 si legge una


massima: concordet sermo cum uita. la cui eco Auerbach” ritrovava
in August. serm. 256. 1: concordent... lingua cum uita. os cum con-
scientia; concordent. inquam, uoces cum moribus). Ma la teoria del-
l'admonitio. svolta a lungo da Seneca nell`ep. 94. puntando sull`eff1-
cacia didattica della sententia (ibid. 27: ipsa. quae praecipiuntur. per
se multum habent ponderis, utique si aut carmini intexta sunt aut
prosa oratione in sententiam coartata). recupera la funzione psicago-
gica della retorica°°: inhaereat istud animo (ep. 108. 26. cfr. August.
doctr. Christ. 4. 25: in cordeēgatur).
“L`usage judicieux des figures de Gorgias permet de formuler la
doctrine en maximes brèves et frappantes, qui s'inculquent dans les
esprits". Parla un critico di Seneca? No, una studiosa della retorica
agostiniana 7°. ln effetti. le poche citazioni senecane esplicite reperi-
bili nell'opera di Agostino. se si eccettuano i frammenti del De super-
stitione, utilizzati a scopo polemico. consistono in sententiae. sia in
prosa che in versi. cfr. ep. 153, 14: omnes odit qui malos odit (da uno
scritto perduto); serm. Morin. 8, 10, Misc. Agost. I 231: qui non ue-
tat peccare. cum potest, iubet (Troad. 291)".
Perciò. crediamo, è cosi deludente la ricerca dell'intlusso di Sene-
ca sul pensiero di Agostino. La figura del cordovese sfuma e si perde
in un anonimo stoicismo. o. peggio, in una gnomicità topica e imper-
sonale. Occorre che le convergenze concettuali siano autenticate da

°“Op. cit.. 36.


°"V. supra. p. 39 s. e 124.
"Marie Comeau. La rhétorique de Saint Augustin, Paris 1930. 60. Cfr. anche F.
Di Capua, Sentenze e proverbi nella tecnica oratoria e loro influenza sull 'arte del pe-
riodare. Napoli 1947, 142-144, e Finaert, L'évolution.... cit.. 112.
" Giacché ci sono, segnalo un verso euripideo giunto ad Agostino attraverso Cice-
rone. ciu. D. 13, 17: sed terrae, inquiunt, terra reddenda est. lnquiunt rimanda a un e-
mistichio del frammento dell'Ipsipile tradotto in Tusc. 3. 59 (= poet. fr. 78, 5 Traglia):
reddenda terrae est terra (il rimando è sfuggito a M. Testard. Saint Augustin et
Cicéron, Paris 1958). Il santo doveva sentirvi una uariatio letteraria del biblico puluis
es. et in puluerem reuerteris (gen. 3. 19). di cui fa largo uso soprattutto nei Sermones e
nelle Enarrationes (altra uariatio in conf. 1, 21: terra iens in terram). Il Courcelle.
Connais-toi.... cit.. II (1975) 384. citando terra terrae redditur di serm. 256, 2. confron-
ta Sen. ep. 102. 22, dove c'è solo corpus hic ubi inueni relinquam, ipse me diis red-
dam.
SEN ECA E AoosT1No 189

convergenze formali. da lessemi sintagmi stilemi senecani”. Solo la


forma, diciamo pure la retorica. poteva gettare un ponte tra il filoso-
fo dell`autarchia e il dottore della grazia.

5. Per finire. scegliamo dalle nostre schede. non numerose e spes-


so casuali. alcuni passi agostiniani che richiamano in vario modo la
Consolatio ad Marciam“ e ci sembrano indicativi delle difficoltà che
insorgono in questo tipo di indagine (coincidenze fortuite. eventuali
intermediarii. di autori o florilegi) e insidiano ogni certezza.
Che tale consolatio sia stata letta da Agostino. fu affermato, come
vedemmo“. non dimostrato: né un competente della consolatio anti-
ca né una studiosa della Consolation in Saint Augustine ne fanno pa-
rola”. Neanche noi siamo in grado di portarne una prova perentoria:

" Perciò non ha convinto il riscontro fra August. conf 1, 30 e Sen. const. sap. 12
proposto da P. De Labriolle. Saint Augustin et Sénêque, "Rev. de Philol." 1928, 47-49
e riproposto da Oroz Reta. op. cit.. 309 (insieme ad altri riscontri del pari opinabili). Il
motivo diatribico degli uomini grandi bambini poteva venire ad Agostino attraverso
Lattanzio. che in diu. inst. 2, 4. 14 citava un frammento senecano (121 Haase): hoc in-
terest (sc. inter nos et pueros). quod maiora nos ludimus (cfr. M. Lausberg, Untersu-
chungen zu Senecas Fragmenten. Berlin 1970. 188 s.). Storia del topos in Courcelle.
Connais-toi.... cit., II 99.
” Occasionalmente, anche le Epistulae ad Lucilium. A proposito delle quali. non
rilevante mi pare l'opposizione aspettuale comune a Sen. ep. 24, 20: tune ad illam (sc.
ad mor1em)peruenimus, sed diu uenimus. e a August. serm. 30, 10: adhuc in uia su-
mus, uenimus. sed nondum peruenimus (che mi ricorda anche il modulo sintattico di
Sen. ep. 71. 30: suadeo mihi ista. quae laudo, nondum persuadeo). Pure l'antitesi di
ciu. D. 3. 28: diu uiuere. uel potius diu mori coactus est, riferita al supplizio di Mario
Gratidiano. più che la fonte storica (Flor. 2. 9. 26: ut per singula membm moreretur.
cfr. Angus. op. cit., 148). ricorda Seneca. ma non ir. 3. 18, 1 (dove si parla dello stesso
supplizio: per singulos artus Iaeerauit, v. supra. p. 63), bensì ep. 101, 13: quod autem
uiuere est diu mori? (e 30, 4; 93, 3); tuttavia la suggestione potrebbe venire da Seneca il
Vecchio, che Agostino cita una volta in ciu. D. 16, 20 e che non è escluso confondesse
col figlio, contr. 2, 3, 10: si non impetro ut uiuem, hoc certe impetrem, ne diu moriar;
ibid.: est lex illius diu mori. Invece ha ragione Hagendahl, op. cit., 679 a dubitare del
rapporto fra August. ep. 72, 2: sic cum amico quasi cum altero se Ioquendum e Sen.
ep. 3, 2: tam audacter cum illo (sc. cum amico) loquere quam tecum, perche'
Pantecedente, o meglio gli antecedenti, sono ciceroniani, Att. 4, 1. 7: se alterum me
fare dixit; 8. 14, 2: ego tecum tamquam mecum loquor.
" V. supra. n. 21.
"Rispett. C. Favez. Les epistulae 92. 259 et 263 de Saint Augustin. "Mus. Helv."
1944. 65-68 (l`artico|o integra col materiale agostiniano il volume dello stesso autore
190 APPI=.NDIcE I1

solo un certo numero di indizi convergenti. anche se di peso e di na-


tura diversi. Paremiaco e quindi di per sé irrilevante serm. 87. 11:
crastinum diem nemo tibi promittit, cfr. ad Marc. 10. 4: nihil de ho-
dierna nocte promittitur (caso mai citerei Thyest. 620: nemo tam
diuos habuitfizuentes, - crastinum ut posset sibi polliceri). Il gioco
antitetico dei preverbi in una lettera consolatoria di Agostino (92. 1):
migraturi quosdam nostros migrantes non amisimus, sed praemisi-
mus, ricorda da vicino ad Marc. 19, 1: dimisimus illos. immo conse-
cuturi praemisimus, contaminato. si direbbe. con ep. 70, 17: tam-
quam migraturus habita. (Anche l`opposizione dei participi ha un
timbro senecano, cfr. ad Marc. 10, 3: amet ut recessura. immo tam-
quam recedentia; ep. 120. 17: morituris, immo morientibus). Avrem-
mo giurato sulla dipendenza da Seneca: eppure c'è un modello più
immediato. come mostra la uariatio del preverbio e della congiunzio-
ne, Ambr. de exc._fratr. 1. 71: non enim amitti. sed praemitti uiden-
tur, quos non adsumptura mors, sed aeternitas receptura est". Se
davvero Agostino non ha letto Seneca, bisogna dire che il suo stile"
è naturaliter senecano”.

La consolation latine chrétienne. Paris 1937) e M.M. Beyenka. op. cit. Cfr. anche Fi-
naert, L'évolution..., cit.. 147.
7° Cfr. C. Tibiletti. Un "topos" escatologico in Seneca e in autori cristiani. “Ann.
Fac. Lett. Macerata" V-VI. 1972-73, 111-136 (in particolare 123 e 129). È strano che il
Favez in La consolation..., cit., non parli di questo incontro fra Seneca e Ambrogiolbi-
bliografia in Trillitzsch, op. cit., I 162). e in Les epistuIae.... cit.. 67. citando il passo a-
gostiniano. non parli né di Ambrogio né di Seneca (e da Agostino più che da Seneca il
Petrarca avrà preso fam. 2, 1: fratrem optimum amisisti, immo uero non amisisti. sed
in patriam praemisisti; sen. 11, 14: non misimus, sed praemisimus, citati come echi
senecani da A. Bobbio, Seneca e la formazione spirituale e culturale del Petrarca, “La
Bibliofilia" 1941, 243 e 282). La presenza della Consolatio ad Marciam nella consola-
tio cristiana è ancora più massiccia di quanto appaia nel citato volume del Favez. 62-
73, massiccia specialmente in Girolamo, cfr. Trillitzsch, op. cit.. I 152-156.
"O per lo meno uno dei suoi stili. Agostino ha una tastiera stilistica molto più am-
pia di Seneca, il cui registro formale è uniforme (con la sola eccezione del Ludus) e va-
nifica, a mio parere, ogni criterio stilometrico di cronologia. Invece lo stile di Agostino
si diversifica diacronicamente e sincronicamente (in rapporto non tanto ai diversi ge-
neri letterari quanto al diverso livello dei destinatari: e qui emerge la differenza tra l'a-
pertura popolare del Cristianesimo e la cultura elitaria della classe di Seneca). pur nel-
la costante tensione fra logos e pathos. che lo caratterizza nel suo insieme.
'° Si noti l'identico modulo _ e l'identico ethos _ di August. serm. 109. 1: inter ca-
sus ambulamus e di Sen. ep. 91, 12: inter peritura uiuimus (solo che nel santo il lessi-
sENEcA E Aoos'rINo 191

Ma continuiamo. In ad Marc. 21. 6-7 Seneca dice che l`età e la


vita sono inversamente proporzionali: più una cresce più l'altra de-
crcsce. e ogni nuova fase importa la morte della precedente: Ex illo
quo primum lucem uidit, iter mortis ingressus est accessitqueƒato
propior. et illi ipsi qui adiciebantur adulescentiae anni uitae detrahe-
bantur (cfr. ep. 24. 20: tunc quoque. cum crescimus. uita decrescit)...
Infantiam in se pueritia conuertit. pueritiam pubertas. iuuenen senex
abstulit". lncrementa ipsa. si bene computes. damna sunt. Il mede-
simo pensiero torna almeno due volte in Agostino. serm. 109. 4: non
anni nobis accedant, sed magis decedunt: ibid. 84. 2: cum crescunt
pueri, quasi accedunt illis dies. et nesciunt quia minuuntur. et ipsa
estfalsa computatio: ma i contrassegni formali. pur presenti, sono
insufficienti.
L`inverso accade col singolare sintagma di ad Marc. 21. 2: uno
modo multum est quod uiuimus. si satis est. La determinazione di
uiuo tramite il relativo neutro in funzione di accusativo interno è tan-
to raro in generale (almeno a mia conoscenza)“° quanto frequente in
Seneca. cfr. ep. 49. 3: punctum est quod uiuimus8'; 99, ll: mini-
mum esse. quod uiuitur; 99. 31: hoc quod uiuimus; Phoen. 47 s.:
quid segnis traho quod uiuo? Altrettanto frequente in Agostino. cfr.
ciu. D. 9. 13:./iniunt morte quod uiuunt; ll, 28: in bonum commute-

co è più usuale). ll sermone continua con una metafora: Si uitrei' essemus, minus casus
timeremus. Quidfragilius uase uitreo?. troppo poco peregrina perché ci sorprenda ri-
trovarla in Sen. ad Marc. 11. 3: Quid est homo? Quolibct quassu uas et quolibet_fi'agi›
le ictu. (Sul topos del corpus/uas cfr. Courcelle. Connais-toi.... cit., 1 35 ss.). A sua vol-
ta la consolazione continua (ibid. 4) col motivo, cosi senecano. della facilità della mor-
tc (cfr. nat. quaest. 6, 2). presente in August. serm. 19. 6: Times terrae motum? Times
cuelifiemitum? Times bella? Time et ƒebrem, il cui tetracolon anaforico con frattura
finale ha, ancora una volta. andamento senecano. cfr. ad Marc. 20. 3: Video istic cru-
ces...; uideofidiculas, uideo uerbera... At uideo et mortem.
7" Cfr. anche ep. 24. 20: infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde adulescen-
tiam: usque ad hestemum, quicquid transiit temporis, periit e August. conƒI 1, 9 e 13.
“°C.F.W. Müller, Syntax des Nominativus und Akkusativus im Lateinischen. Leip-
zig und Berlin 1908, 84 cita con uiuo solo aggettivi sostantivati come dulce e rectum,
che a me sembrano piuttosto forme avverbiali. [Ma ora ho reperito Apul. mei. 11. 5: ei -X-
totum debere. quod uiues. Agostino conosceva bene Apuleio.]
'“ La metafora. sia detto fra parentesi. agi probabilmente sul Leopardi delle Ope-
rette morali (Coro dei morti nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie):
"Che fu quel punto acerbo - che di vita ebbe nome?".
192 APPENDICE 11

tur omne quod uiuimus; uit. beat. 2. 6: mater. cuius meriti credo es-
se omne quod uiuo. Reminiscenza o reinvenzione?

6. Tiriamo le somme. Agostino ha letto opere di Seneca, per inte-


ro o per estratti: certamente il De superstizione. quasi certamente let-
tere” e tragedie. verisimilmente alcuni dialoghi, fra cui la Consolatio
ad Marciam. C'è in lui, direi, un rifiuto ideologico di Seneca. com-
pensato dal riemergere più o meno inconscio di moduli e cadenze se-
necane. Il problema resta aperto. A noi basta averlo messo a fuoco,
convinti che una lettura sistematica dell'immensa opera agostiniana
darà frutti più copiosì a chi non si lascerà prendere, come noi. dallo
sconforto di Possidio (uita Aug. 18. 9): tanta... ab eodem dictata et e-
dita sunt. ...ut ea omnia uix quisquam studíosorum perlegere et nos-
se suflícíat.

'n Il Courcelle, Connais-toí.... cit., Ill (1975) 669, studia il topos classico c cristiano
del personaggio di Filosofia. Solo Seneca e Agostino convergono nell'espressionej2zcies
Veritatis una (Sen. ep. 102, 13; August. sol. 2. 35).
ADDENDA

13: cfr. anche ep. 73. 33: cum illi denunliuru su/11 corporis 1or›
menta et quae casu ueníunr el quae porenríorís íniuríu.
lS: cfr. J.F. Berthet. Sénêque lecleur d'Horace d'aprês les letlres
à Lucilius. “Latomus" I979. 940-954 (in particolare 947).
15: per tale moto rotatorio S. usa in Ag. 16 in se re/ertur. Se sequz
nell`acce7.ione senecana torna in Agostino (v. in_/"ru, p. 69. n. l;
in serm. 25. 4 dirà, con diversa immagine: ƒugit homo. et se-
cum trahít bellum suum. quocumque it); sulla linea di Ovidio
sarà un umanista inglese. il poeta della Bulla che se... Iasciva
sequirurfugu (R. Crashaw. in G. Melchìori, Poeti metufisici in-
glesi de! Seicento, Milano 1964. 611).
l7: v. ora il materiale raccolto nella imponente opera di P. Cour-
celle. Connaís-toi loi-même de Socrate à Saint Bernard. Paris.
I. l974. l2l ss.. che avremo spesso occasione di citare. Non lo
Cita E.G. Wilkins. “Know Ihysel/" in Greek and Laƒín Litera-
tur. Chicago 1980.
21: ma sul giudizio di Traiano cfr. le limitazioni di A. Momiglia~
no in AA.VV.. L`impero di/lugusto (Univ. di Cambridge. Sto-
ria antica. X 2). trad. ital., Milano 1968. 1166.
22: su questa dialettica dell`interiorità agostiniana v. da ultimo
B.L. Zekiyan. L'interiorìsmo agostiniano e Fuutocoscienzu del
soggetto. “Augustinianum" 1976, 400.
25: una verifica statistica di questa affermazione è stata fatta da
Federica Russo, Utilísazion dela mesure des longueurs de phra-
se pour la détermínation de la structure de lu prose de Fron-
ton dans le De eloquentia et le De orationibus. “Rcv. de l'Or-
ganisation Intern. pour l`ét. des langues anc. par ordinatcur"
2, 1975. 31-47.
194 ADDENDA

P. 40: sull`utili7.za7.ione della sententia nell`inscgnamento morale.


teorizzata dall'ep. 94 di S.. cfr. F. Di Capua. Sentenze e pro-
verbi nella tecnica oratoria e loro in/luenza sul1'urte del perio-
dare. Napoli 1947. 106.
P. 40: la moderna linguistica pragmatica col suo postulato che “il
parlare deve essere inteso come azione” (Brigitte Schlieben
Lange, Linguistica pragmatica, trad. ital., Bologna 1980, 82) ci
mette in grado di comprendere meglio l'aspetto illocutivo dello
stile senecano, benché non abbia ancora sufficientemente chia-
rito i suoi rapporti con le finalità psicagogiche della retorica.
P. 43: Anna Lydia Motto, J.R. Clark, Scholarship on Seneca's Pro-
se: 1968-1978, “Class. World” 77, 1983-84, 69-123 (112-114 su
Language and Style).
P. 43 M. Coccia. Vindiciue Annaeanae. "Riv. Cult. class. e med."
1959. 1 s. puntualizza la difl`eren7.a tra intrure in (in senso ligu-
rato) e intrure + accus. semplice (in senso proprio).
P. 44 W. Eisenhut. Virtus Romana. München 1973. 136-149 defini-
sce il significato di uirtus c del suo antonimo malitia in S. pro-
satore (149-152 in S. tragico); P. Rodriguez. La terminologia
medica en Seneca. "Durius" 1973. 301-308 non ne tratta l'uso
metaforico.
P. 44: nello stesso anno (1965) uscì un Numero extraordinario dedi-
cado a Séneca della rivista “Augustinus": l'unico ad occuparsi
dello stile fu A. López Kindler. La preceptiva Iiteraria de
Séneca _v su obra de escritor. 327-343 (337-339 sulla paratassi;
339-341 sui procedimenti stilistici). Quello che dello stile epi-
stolare di S. scrive R. Coleman. The Artƒ`uIMora1ist: A Study
0fSeneca's Epistolary Style. “Class. Quart." 1974, 276-289. si
poteva dire, ed è stato detto. di tutto lo stile senecano. Elemen-
ti di sermo cotidianus nella lingua di Seneca prosatore sono
bene indagati da A. Setaioli, “Stud. ital. Filol. class." 1980. 5-
47 e 1981, 5-49; a una formula di lingua d'uso ha dedicato pagi-
ne suggestive Licinia Ricottilli. Tra filologia e semiotica: ripri-
stino e interpretazione di una formula allocutiva (quid tu?).
“MD” 1982, 107-151. Un commento sensibile anche agli aspet-
ti linguistici e in particolare lessicali ha dato G. Scarpat. Lette-
re a Lucilio, libro I. Brescia 1975, cui si affiancano ora, nella
ADDENDA 19 5

stessa collana, i commenti alle Lettere a Lucilio 94 e 95 di Ma-


ria Bellincioni. 1979 e al De otio di I. Dionigi, 1983. Deludente
invece sotto questo aspetto il commento di C.E. Manning alla
Consolatio ad Marciam, Leiden 1981.
P. 44: cfr. F. Corsaro, Marchesi e Seneca, "Orpheus" 1986, 94-103.
P. 45 : tre nuove monografie: Anna Lydia Motto. Seneca. New York
1973 (agile sintesi divulgativa; solo tre pagg. sullo stile. 109-
111. l parte del cap. V. Form and Art. che privilegia il movi-
mento e la struttura di singole opere. Del pensiero senecano
l`A. mette in risalto l'umanitarismo lasciandone in ombra l`ap-
pello all`interiorità); M. Rozelaar. Seneca. Eine Gesumtdur-
stellung. Amsterdam 1976 (opera densa e ambiziosa, che fon-
da l'esame di tutti gli aspetti di S.. uomo e scrittore. sulla deli-
nizionc dei suoi caratteri psicosomatici. Le pp. 345-404 su Sti/
und Persimliehkeit compongono un capitolo -~ l'Vlll A pove-
ro (l`inl`orma1.ione bibliogralica. di analisi stilistiche e di con-
tributi originali: adoperando materiale dei suoi predecessori.
l'A. conclude che il contrasto fra teoria c prassi stilistica di S.
si spiega con “das Bedürl'nis.sich um jeden Preis originell aus-
zudrücken" [403]; con la volontà di “staunen lassen. épater le
bourgeois" [402]); Miriam T. Griffin, Seneca. A Philosopher
in Politics. Oxford 1976 (lavoro rigorosamente storico. ma a-
perto a problemi filosofico-letterari che abbiano un risvolto
politico. come la schiavitù, l'otium e il suicidio). Nel 1978 è u-
scito l'atteso volume del Grimal. Sénêque ou la conscience de
l'Empire. Paris, senza una pagina sulla lingua e lo stile.
P. 45: le Concordantiae Senecanae (non lemmatizzate, ma fornite di
indice inverso e di indice di frequenza) sono state pubblicate in
due volumi nel 1975. Da integrare ora con Opera philosophica.
Index verborum, Iistes de fréquence, relevés grammaticaux, a
cura di L. Delatte, E. Evrard, Suzanne Govaerts, J. Dennoz,
voll. 2, Hildesheim 1981.
P. 46: sulla corrispondenza uita/oratio v. la nota del Rozelaar, op.
cit., 364.
P. 46: raggruppiamo in un unico Addendum l'integrazione biblio-
grafica - la più consistente - sulla fortuna di S. ln generale.
ma senza interessi stilistici M. Spanneut. Permanence du Stoi-
ADDENDA

cisme (de Zénon à Malraux). Gembloux 1973 (57-74 su S.. pas-


sim sulla sua fortuna; cfr. in particolare 194-202 su S. et les
biens defortune nel medioevo. e per i moderni a p. 380 la cita-
zione di G. Matzneff: “nous devons... nous dire. avec Sénêque.
que le courage devant la mort est la seule vertu dont nous
sommes stìrs d'avoir besoin un jour"); G.M. Ross, Senecas
Philosophical lnfluence. in AA.VV.. Seneca. ed. by C.D.N.
Costa. London and Boston 1974. 116-165 (rifiuta. almeno in li-
nea di principio. il metodo dei parallelismi concettuali e for-
mali).
Negli scrittori pagani: E. Paratore, Seneca e Lucano,
“Ouad. Accad. Lincei" 88. Roma 1966; O.S. Due, Lucain et la
philosophie. in AA.VV.. Lucain. “Entretiens Fond. Hardt"
XV, Genève 1970. 210 ss.; Sandra Citroni Marchetti. luvare
mortalem. L'ideale programmatico della Naturalis historia di
Plinio nei rapporti con il moralismo stoico-diatribico. “At. e
Roma" 1982, 124-148; J. van Wageningen. Seneca et Juvenalis.
“Mnemos." 1917. 417-429 (tracce del De matrimonio nella sat.
Vl); B.F. Dick. Seneca and Juvenal 10. “Harvard Stud. Class.
Philol." 1969. 237-246 (sostrato senecano della sat. X); L. A1-
fonsi, Due note al c. 22 dell`Agricola, "Aevum" 1966. 379 s.
(confronto col De ira; bibliografia specifica).
Negli scrittori cristiani: A. Momigliano. Contributo alla sto-
ria degli studi classici. Roma 1955. 21-31 (bibliografia sulla
fortuna di S. “cristiano"); C. Favez, La consolation latine
chrétienne. Paris 1937. 52 s. (scarse tracce di S.); C. Tibiletti.
Un "topos" escatologico in Seneca e in autori cristiani. “Ann.
Fac. Lettere Macerata" V-V1. 1972-73. 111-136 (si tratta del
topos del praemitti. riecheggiato direttamente o indirettamen-
te da Tertulliano a Girolamo, con esclusione di Agostino. Ex-
cursus sull`influsso di S. nel De patientia di Tertulliano); ld..
Seneca e la jonte di un passo di Tertulliano. “Riv. Filol. e I-
struz. class." 1957. 256-260 (De an. 41. 1-3); .l.C. Fredouille,
Tertullien et la conversion de la culture antique. Paris 1972.
passim (anche in rapporto allo stile e alla retorica; 370-379
sulle fonti senecane del De patientia); L. Alfonsi. Nota seneca-
na-tertullianea, “Aevum" 1974. 131 (antecedenti senecani del-
la militia Christi); C. Tibiletti. Stoicismo nell`Ad martyras di
ADDENDA 19 7

Tertulliano. “Augustinianum" 1975. 309-323 (in quest'opera


avviene per la prima volta l'identiticazione del sapiens seneca-
no col martire cristiano); G. Mazzoli, Sul protrettico perduto
di Seneca: le Exhortationes. “Mem. lst. Lomb.", cl. lett. 36. 1.
Milano 1977 (S. fonte di Lattanzio); P. Courcelle. Recherches
sur Saint Ambroise. Paris 1973, 27 e 31; R. Scarcia. Istanze
moralistiche nella definizione del suicidio di Lucrezio, “Trime-
stre" I. 1957, 57-72 (materiali per un confronto con Girolamo;
anche Id., Varia Latina. “Riv. Cult. class. e med." 1966, 73);
G. Guttilla, S. Girolamo, Seneca e la novitas dell'Ad Heliodo-
rum Epitaphium Nepotiani, “Ann. Liceo Garibaldi". Palermo
1977-79. 217-244. Per Agostino v. ìnfra. Appendice Il. Quanto
a Boezio, sembra che abbia sentito S. come poeta più che come
filosofo: cfr. A. Traina, Per I'esegesi di una lirica boeziana
(cons. 1. m. 5). in Poeti latini (e neolatini). ll, Bologna 1981.
138.
Nel medioevo: G.G. Meersseman. Seneca maestro di spiri-
tualità nei suoi opuscoli apocrifi dal XII al XV secolo, “Italia
med. e uman." 1973, 43-135 (importante per i florilegi seneca-
ni. con buona bibliografia e raffronti formali); D. Nardo, I
dialogi di Seneca a Montecassino. “Atti e Mem. Accad. Pa-
tav." LXXXVI. 1973-74. cl. mor., 207-224 (utilizzazione dei
Dialogi da parte di Guaiferio di Salerno); G. Mazzoli, Da Pie-
tro Diacono al catalogo Becker 119: Seneca a Montecassino
nel sec. XII (e oltre). “Rend. Accad. Lincei", cl. mor., Ser.
Vlll. Vol. XXXI, 1976, 297-327 (sulle vicende dell'Ambrosia-
nus); ld.. Ricerche sulla tradizione medievale del De beneficiis
e del De clementia di Seneca, “Boll. Ediz. naz. class. greci e
lat." N.S.. 26, Roma 1978, 85-109. Nel Boccaccio: R.M. Co-
stantini. Studi sullo Zibaldone Magliabechiano, II. Ilflorilegio
senechiano, “Studi sul Boccaccio" Vlll, 1974, 79-126 (dalle E-
pistulae ad Lucilium). Nel Petrarca: G. Bernardi Perini, La
“Philologia" del Petrarca, Seneca e Marziano Capella, “Atti e
Mem. Accad. Patav." LXXXIII, 1970-71. cl. mor., 147-169 (in
particolare 161 s.); E. Taddeo, Petrarca e il tempo, “Studi e
Probl. Crit. test." 1982, 53-76 non vede il debito del Petrarca
verso S., in particolare verso il De breuitate uitae. Su11'influsso
dello stile senecano nel Rinascimento nota bibliografica in
198 ADDENDA

Motto. Seneca, cit.. 157. Panoramica sulla letteratura antologi-


ca senecana in Spagna in V. Masino. Séneca, genio paremioló-
gico. “Augustinus" 1965. 419-432. Mi piace terminare con le
parole di Robin, 173: “Quiconque lit attentivement plusieurs
des lettres de Sénêque ne peut manquer de penser que certai-
nes formules avaient una place de choix dans la mémoire de
Kant". Qualche aggiunta sui moderni: E. Paratore sottolinea
“l'atteggiamento quintilianeo e frontoniano" di Leopardi di
fronte a S. (Il Leopardi e la letteratura latina postoraziana, in
Atti II Conv. intern. leopardiano. Firenze 1970. 493-506); E.
Pianezzola accosta lo stile sentenzioso di S. a quello di K.
Kraus (Letterature comparate e letture disparate." Seneca e
Karl Kraus: persistenza di un genere, in AA.VV.. Studi Para-
tore, Bologna 1981. IV 1839-1848); significativo il disdegno di
d`Annunzio verso il “tedioso e ozioso Seneca" e la sua "fede
stolta nella umana Ragione" (Libro segreto. Milano 1977.
242 s.).
48: la reminiscenza è meno palmare di quanto sembra. trattan-
dosi di un topos verisimilmente filtrato attraverso S. Ambro-
gio: cfr. Tibiletti. Un "topos" escatologico... cit.. e v. Appen-
dice II, 5.
50: sulla dimensione politica della libertas senecana G. Viansino,
Studia Annaeana II. “Vichiana" 1979. 174-187.

51: cfr. A. Lesky. Storia della letteratura greca. lll. trad. ital..
Milano 1962. 1071: “Gli stoici romani scrivevano così spesso
in greco che Seneca sembra quasi un'eccezione".
52: sulla pratica dell'esame di coscienza in S. e prima di S. Cour-
celle. Connais-toi..., cit., I 51-54.
52: muovendo dal Thévenaz, I.L. García Rúa, El sentido dela in-
terioridad en Séneca, Granada 1976 (riprende una tesi del
1954-56) vede ne1l'accentuazione volontaristica dell'interiorità
senecana il punto di distacco dallo stoicismo e di contatto con
l'interiorìtà paolina. Esame (più filosofico che semantico) di al-
cuni psiconimi. A. Michel, Dialogue philosophique et vie in-
térieure: Cicéron, Sénêque, Saint Augustin, “Helmantica"
1977, 353-376 vede gli immediati antecedenti del dialogo sene-
ADo£N1›A 199

cano come veicolo di interiorità nella tradizione romana. in


particolare Virgilio e Orazio (362 s.). ma ne sopravvaluta la fi-
nalità filantropica (caritas, 368-370). Dello stile si limita a riba-
dirne brevemente e astrattamente i punti di contatto con la
teoria del sublime (370 s.; v. infra, 2, 12, 2). Al linguaggio se-
necano dell'interiorità (nel quadro filosofico e culturale della
epimeleia heautou, che ha il suo culmine nel mondo greco-
romano) M. Foucault dedica una mezza pagina, purtroppo pri-
va di bibliografia, citata supra, nella Prefazione alla IV edizio-
ne. Di tale volume (III della Storia della sessualità) è da leggere
anche l'impegnata recensione di E. Narducci, “Quad. Storia”
22, 1985, 185-214.
54: sul rapporto tra mediopassivo e riflessivo P. Flobert. Les Ver-
bes Déponents Latins des Origines à Charlemagne. Paris 1975.
387. Continua a non distinguere fra cxcrucior e me excrucio
A. Scherer, Handbuch der lateinischen Syntax. Heidelberg
1975, 63.
55: cfr. A. Traina, Forma e Suono, Roma 1977, 85.
56: K. Gantar ha ripreso e condensato le sue ricerche lessicali in
La préhistoire d'amicus sibi chez Horace. “Les Étud. class."
1976, 209-221 (in particolare 213-216 su L'inte'riorisation du
langage réflextf; 219 s. su S.).

57: la ricostruzione del Grilli fu approvata da W. Schmid, Epicu-


ro e Fepicureismo cristiano, trad. ital., Brescia 1984, 182.
57: A.-I. Voelke, L'idée de volonté dans le stoicisme. Paris 1973,
dedica a S. l'ultimo capitolo (pp. 161-190). con un apprezza-
mento molto positivo sull'originalità del pensiero senecano
(benché non sistematico) nel riconoscere il ruolo determinante
della volontà nella vita morale. Analisi semantica della relativa
terminologia. Sul volontarismo di S. insistono anche Maria
Bellincioni, Educazione alla sapientia in Seneca, Brescia 1978,
60 ss. e A. Mantello, Seneca: dalla ragione alla volontà, “La-
beo" 1980, 181-190.
P 57: recensendo questo libro A. Grilli mi obietta: “Se Seneca ave-
va davanti a sé la massima di Epicuro in quella forma [initium
200 ADDENDA

salutis est notitia peccatil. certo non intendeva dire ciò che di-
ceva in ep. 53, 8: uitia sua confiteri sanitatís indicium est....
sia perché in ep. 28 dal commento senecano risulta che la noti-
tia è fatto interiore de1l`uomo giudice di se stesso. mentre con-
fiteri è la pubblica ammissione, sia perché la sanitas è la ù-
yieia... e salus è owmoia" (“Paideia" 1975. 350 s.). Conƒiteor
nell'accezione di “riconoscere, ammettere" non implica neces-
sariamente pubblicità (cfr. ep. 71. 29: si ista animum de-
trahunt. si ad con/essionem seruitutis adducunt, si illi paeni-
tentiam suifaciunt; nat. quaest. 1, pr. 3: an... sit... con/`essio
erroris mutanda fecisse, di dio), anzi questa sembra esclusa
proprio dal contesto dell`ep. 53, dove quare uitia sua nemo
confitetur? quia etiamnunc in illis est. non significa che nessu-
no ammette pubblicamente i suoi vizi. ma che nessuno se ne
rende conto, perché c'è dentro, e non confitetur equivale a mi-
nus sentir dello stesso §. Dunque la confessio e la notitia pos-
sono convergere nell`autocoscienza. Quanto a salus e sanitas,
l'ovvio fatto che corrispondono a termini greci diversi non e-
sclude la loro sinonimia: nella prospettiva etica di S. che c0s'è
la "salvezza" se non la guarigione dai mali psichici? (e per la
loro connessione semantica cfr. ben. 3, 9, 2: ualetudo eius et
salus). Vd. ora Bellincioni, op. cit., 61.
58 su excutio = éxoaiw v. ora Grilli. rec. cit.. 350. Su se excutere
in Agostino v. Appendice ll, n. 18.
58 su S. e Persio anche R. Verdière, Notes critiques sur Perse, in
Hommages Niedermann. Bruxelles 1956, 345 s. (sat. 5/Apo-
col.); G. Mazzoli. Sui choliambi di Persio. “Athenaeum" 1972,
413 s. (e già Bourgery 1922. 151).
59 altre occorrenze agostiniane di se inspicere (come dei riflessivi
enumerati in 1.4.6) in Appendice 11. n. 18.
59 in S. se sollicitare ricorre in una serie di riflessivi (ep. 104, 8):
premunt se ipsi. sollicitant. territant. S. ha anche se perturba-
re (ep. 13, 13: perturbare te desine). ma 1'assenza del Thesau-
rus ci vieta di attribuirgliene la priorità: certo non appartiene
al lessico ciceroniano.
60: trattando il tema del sibi quiescere in Bernardo di Chiaraval-
ADDENDA 201

le. il Courcelle. Connais-toi.... cit., l 228 rimanda a Epitteto e


alle Vitae patrum, ma non a S.
P. 60: intermediario agostiniano. v. Appendice ll. n. 54.
P. 61: ma l'astratto corrispondente in Plat. p. 126 Th.: ut aemula-
tione uitae (sapiens) ad deorum actus accedat (v. la nota bi-
bliogralica dell`edizione di J. Beaujeu. Paris 1973. 301 s.).
P. 61: punti di contatto, anche terminologici, fra Cicerone e S. sono
ipotizzati da C. Moreschini. Ciceronefilosofofonte di Seneca?,
“Riv. Cult. class. med." 1977, 527-534.
P. 61: il termine e il contesto (di ep. 6,1) commentati da Scarpat.
Lettere a Lucilio. cit.. 116.
P. 62: val la pena aggiungere nat. quaest. 6. 32. 4: stabit super illam
uoraginem intrepidus et _/brtasse quo debebit cadere. desi/iet.
P. 63: F. Préchac, Du Sénêque dans Plutarque, “Bull. Ass. Budé"
1967. 408-411 suppone che una frase senecana, riportata da
Plutarco ma irreperibile nelle opere di S., sia stata attinta a
un'opera perduta.
P. 64: su in (ad) se redire e sinonimi in Agostino ricchissimo mate-
riale in Courcelle. Connais-toi.... cit.. I 125 ss. e 226 ss.
P. 64: il riflessivo indiretto in se descendere ebbe una folta posterità
agostiniana. documentata dal solito Courcelle. 1 225.
P. 65: e il c. 20 del l. 1 Que philosopher. c'est apprendre à mourir.
Alla bibliografia aggiungere C.E. Clark. Senecas Letters to
Lucilius as a Source of some o_fMontuigne's lmugery. "Bibl.
d`Human. et Renaiss." 1968. 249-266 (riguarda immagini e
metafore; 265 s. cenni sul problema dell'influsso stilistico); P.
Grimal, Le dialogue entre Sénêque et Montaigne, in AA.VV.,
Studi Paratore, Bologna 1981, Ill 1391-1397 (che conclude con
1'affermazione che Montaigne volle essere, e fu, “le Sénêque de
son siècle").
P. 66: altro materiale topico in A. La Penna, Orazio e l'ideologia del
principato, Torino 1963, 215 s.; cfr. anche G.B. Conte."Ytpo<,
e diatriba nello stile di Lucrezio, "Maia" 1966. 342. che ri-
manda al passo di S. (ep. 82. 5).
P. 66: V. Capánaga, Alienación y interioridad en Séneca. “Augusti-
202 Ao1›E/~«'1›/1

nus" 1965, 397 ha una nota sull'esistenzialismo di S. con rife-


rimento a Heidegger; Spanneut. Permanence... cit., 74 defini-
sce la filosofia di S. "un stoicisme existentiel".
67: corrispondente a Courcelle. Connais~toi.... cit.. I 49-57 (da
tutta l'opera del Courcelle risulta la costante presenza del lin-
guaggio senecano dell'interiorità nella cultura occidentale, v.
l`Indice di p. 782, ma non 1`originalità di S. come creatore di
questo linguaggio in latino). Si aggiunga Capánaga. Aliena-
ción y interioridad. cit. (in particolare 401 ss. su La acrópolis
dela interioridad. Nessun`analisi terminologica).
67: Pelagio, Ad Demetr. 14: Deus... certamen tuum spectat.
67: populus di Helu. 5, 6 è ripreso da plures, ibid. 6, 1.
67: bibliografia sul topos pagano e cristiano della uita come mili-
tia in Scarpat 1970, 263; ne studia i precedenti storici e i rap-
porti con la metafora della vita come “viaggio” G.B. Lavery.
A
Metaphors of War and Travel in Seneca 's Prose Works, Gree
ce and Rom" 1980, 147-157.
69: corrispondente a Courcelle, Connais-toi.... cit., I 140 s.
69: ma Porfirio per W. Theiler, Porphyrios und Augustin, Halle
1933. 62.
70: cfr. E. Troeltsch, S. Agostino, il cristianesimo antico e il me-
dioevo, trad. ital., Napoli 1970, 132.
70: non credo più alla mediazione senecana: inhaerete illi viene
da Psalm. 72, 28: adhaerere Deo bonum est, più volte echeg-
giato e citato da Agostino (per es. conf. 7, 17; ciu. D. 10. 6; en.
in Psalm. 110, 1). Cfr. ora S.D. Sfriso. Adhaerere deo. L'unio-
ne con Dio. Filologia e storia di una locuzione biblica. Brescia
1980, che tace di S. perché non considera haerere.
70: molti hanno notato l'intuizione agostiniana dell'inconscio: J.
Guitton. Actualité de Saint Augustin, Paris 1955. 40; W.G.
Cole, Il sesso nel cristianesimo e nella psicanalisi. trad. ital.,
Roma 1968. 71; P. Brown, Agostino d'Ippona. trad. ital., Tori-
no 1971, 374. Cfr. conf 10. 7: est aliquid hominis, quod nec
ipse scit spiritus hominis, qui in ipso est.
71: cfr. en. in Psalm. 41, 13: Si profunditas est abyssus, putamus
ADDENDA 203

non cor hominis abyssus est? Quid enim est profitndius hac
abysso? (citato da Courcelle, Connais-toi.... cit.. I 134). Speci-
tici su11'argomento E. Przywara, An Augustine Synthesis, New
York 1958, 421-423 (raccolta di passi tradotti, pertinenti al te-
ma “Man-Abyss") e, sulle sue tracce, V. Capánaga. El hom-
bre-abismo, según san Agustín, “Augustinus" 1975, 225-252
(che non tocca la novità di questa terminologia rispetto alla
tradizione lessicale latina). Belle pagine su proēmdus in Ago-
stino ha ora P. Mantovanelli, Profundus. Studio di un campo
semantico dal latino arcaico al latino cristiano, Roma 1981,
359-389.
P. 72: frequenti esempi di questo stile tricolico in Agostino, cfr. ciu.
D. 9. 2: (Deus) cum quo solo et in quo solo et de quo solo ani-
ma humana... beata est; sol. 1, 3: Te inuoco, Deus unitas, in
quo et a quo et per quem uera sunt, quae uera sunt omnia (e
cosi per molti versetti della lunga invocazione).
P. 72: caute “coincidenze” di pensiero fra S. e Filone sono segnalate
da G. Scarpat, Il pensiero religioso di S. e l'ambiente ebraico e
cristiano, Brescia 1977 (11983), 71 s., ma rapporti diretti sono
categoricamente negati da Grilli, rec. cit., 355.
P. 73: la tesi di Elorduy è svolta anche nel volume Séneca, I. Vida y
escritos, Burgos 1965, 310 ss.
P. 73: avevo dimenticato U.E. Paoli, Scriver latino, Milano 11952,
376: “in intra è sempre implicito il concetto di un limite".
P. 74: cfr. J . Russo, B. Simon, Psicologia omerica e tradizione epica
orale, “Quad. Urb.” 12, 1971, 48; Angela Maria Negri, Gli
psiconimi in Virgilio, Roma 1984, 299.
P. 76: V. Capánaga, Tres adjetivos en la antropologia religiosa agu-
stiniana, “Augustinus" 1977, 16-28, studiando “el hombre in-
terior" in Agostino, non risale oltre Paolo e Plotino.
P. 77: sul rapporto tra libertà e fato cfr. T. A1esarco,Libertad, pro-
videncia yƒbrtuna, en Séneca, “Augustinus" 1965. 433-452.
Come S., più che affrontare, aggiri il problema di conciliare la
libertà morale e il determinismo stoico ho indicato nell`Intro-
duzione a Seneca, Letture critiche a cura di A.T., Milano
1976, 9 ss. [22000].
204 ADDENDA

P. 77: sulla “monadica separatezza dell'attività razionale singola


della materia" che in Marco Aurelio “finisce col mettere in cri-
si la certezza della presenza del logos nel mondo degli oggetti”
cfr. G. Lotito, Il tipo etico del Iíberto funzionario di corte
(Stazio, Silvae III3 e VI), “Dial. d'Archeol." 8, 1974-75, 362;
sullo sbocco sociale di questa “attività consacrata a se stessi”
Foucault, op. cit., 55.
P. 78: Elsa Jakoby, Fonti retoriche delle consolazioni di Seneca a
Marcia e a Polibio, “Rend. Istit. Lombardo", Ser. ll, Vol.
LXIV. 1931, 559-568 individua nei declamatori la fonte di
molti topoi, fondandosi su affinità più concettuali che formali.
Conclude che “Seneca ha trasformato in descrizione quello
che nei retori era pura enumerazione" (564). Sul ruolo dei de-
clamatori nella storia dello stile sentenzioso (antico e medieva-
1e)cfr. Di Capua, op. cit., 75-87 (106-109 su S.: 142-144 su A-
gostino).
P. 78: motivi diatribici in Lucrezio, Orazio, S. sono analizzati da
G.F. Gianotti. Dinamica dei motivi comuni, in P.L. Donini,
G.F. Gianotti, Modelli filosofici e letterari. Lucrezio. Orazio,
Seneca, Bologna 1979, 3 ss. (101-143 su S.).
P. 79: dicendo che Quintiliano si ricordò della frase senecana non
confondevo la definizione del1'emphasis con quella della ovv-
rouía, come mi obietta Grilli, rec. cit., 357, ma intendevo che
Quintiliano ne ricalcò il modulo espressivo, come appare in-
contestabilmente dalle altre definizioni de11'emphasis riportate
in nota dal Grilli.
P. 81: cfr. ep. 98, 5: Sic autem (animus) componetur si quid huma-
narum rerum uarietas possit cogitauerít antequam senserit, si
et liberos et coniugem et patrimonium sic habuerit tamquam
non utique semper habiturus et tamquam non futurus ob hoc
miserior si habere desierit.
P. 82: cfr. L. Castiglioni, Annaeana, “Athen.” 1920, 232 s.
P. 82: la struttura epigrammatica della sententia senecana risalta in
confronto di quella che è stata indicata come sua fonte (da
Viansino 1968, 120 e in Studia Annaeana. “Riv. Stud. Salerni-
ADDENDA 205

tani" 1970. 325), Demosth. cor. 46: -totç dì noocormcóol rai


räl/la nÀìyu Éauroùç oìouévoiç nw/lsív ngdrrouç éauroùç nsngoxó-
on/ aioüéoüat (ou/aßšßnxc).
P. 83: cfr. Ag. 175: amore captae captus.
P. 84: a tale antitesi fra accezione essoterica (uerba publica) ed eso-
terica (significatio Stoica) accenna esplicitamente S. in ep. 59,
1: permitte... mihi uti uerbis publicis nec illa ad sigrtiƒicatio-
nem Stoicam reuoca (sul valore di publicus cfr. ep. 3. 1 col
commento ad loc. di Scarpat). Agli esempi aggiungere ep. 90.
34: palam fecit felicissimum esse cuifelicitate non opus est. E
per tempus cfr. Bellincioni, op. cit., 149 s. Ulteriore documen-
tazione in una nota di A. Setaioli, Iprincipìi della traduzione
dal greco in Seneca (cit. infra, Add. a p. 116), 21.
P. 86: si aggiunga ep. 124, 9: hominis bonum non est in homine. ni-
si cum illi ratio perjfecta est (commentato da Bellincioni, op.
cit.. 56).
P. 87: su questa antinomia fra “optimisme radical d'une part. pessi-
misme latent d'autre part" v. De Bovis, 229 e la discussione di
Mondolfo, 533 s. Alla bibliografia su homo in S. aggiungere
Viansino, Studia Annaeana II. cit., 193-196.
P. 87: Grilli. rec. cit., 356 s. pensa anche a ngãyua.
P. 88: sulla quale v. ora Meersseman. op. cit.. 132.
P. 88: G. Landgraf, De figuris etymologicis linguae latinae, “Acta
Semin. Philol. Erlangensis” II, 1881, 51. Ora G. Bruno, La
strenua inertia oraziana e un 'interpretazione della iunctura in
Seneca filosofo, “At. e Roma” 1985, 17-25. Sulla iunctura
oraziana sono tornato nella Introduzione a Orazio, Odi e Epo-
di, trad. da E. Mandruzzato, Milano 1985, 6 s.
P. 89: su ålniç nella lirica greca cfr. F. Wehrli, AAOE BIQZAE, Darm-
stadt 1976. 6-10 (con bibliografia). Un confronto con Agosti-
no in Appendice Il, n. 52.
P. 90: l'oscillante escatologia senecana continua a interessare. Laura
Bocciolini Palagi, Seneca e il sogno escatologico, “Stud. ital.
Filol. class." 1979, 155-168. parte dall'episto1a 102 per conclu-
dere che i due poli dell`alternativa senecana “appartengono a
due distinti piani di realtà, sogno e veglia. e si sviluppano su
206 A/›11t;/vr›A

piani retorico-stilistici diversi" (p. 167); F. Corsaro, Il mito dz


Ifigenia e il coro II delle "Troades" di Seneca, “Giorn. ital. Fi-
lol." 1982, 145-166, confronta la negazione epicurea di tale co-
ro sia con analoghe asserzioni delle opere prosastiche, sia con
le presenze lucreziane e col referente mitico della tragedia. Mi
era sfuggito che una buona bibliografia sull'argomento è in
H.-T. Johann, Trauer und Trost, München 1961, 125.
P. 90: e si noti anche la distanza dalla formulazione ciceroniana di
Tusc.1, 117 s.
P. 93: sulla portata politica della citazione virgiliana cfr. J.-M. An-
dré, La présence de Virgile chez Sénêque, “Helmant." 1982,
222 s.; C. Monteleone, Seneca: l”utopia negata, “Ann. Fac.
Lett. Bari” 29, 1986, 106.
P. 94: moderne trascrizioni di questa accezione di carpo sono Pasco-
li, Conv., I vecchi di Ceo, I 57 s.: “Sin dalla lieta gioventù va
colto, - un gambo al giorno, il fiore della mortel”, e con mi-
nore consapevolezza linguistica D. Buzzati, Romanzi e raccon-
ti, Milano 11978, 509: “Dal giorno che sei nato (la morte) ti sta
risalendo millimetro per millimetro”. Sempre il classico Pasco-
li ha tradotto in italiano il diu mori di Seneca in Odi e Inni,
Chavez, 22: “a un tratto scoppia e lungamente muore” (noi di-
remmo “lentamente”).
P. 95: sul discusso testo di Cic. par. 44 v. la congettura di S. Mariot-
ti (nell`edizione critica a cura di R. Badali. Milano 1968). che
risolve l'aporia col minimo intervento: <an> animus hominis
diues, non arca, appellari solet? Ancor più significativa la pe-
rentoria ristrutturazione che il celebre verso oraziano (ep. 1,
11. 27): caelum, non animum mutant qui trans mare cun-unt.
subisce in Sen. ep. 28, 1: animum debes mutare, non caelum.
P. 96: cfr. anche breu. uit. 13, 6 e il passo di Sen. contr. 10, 5, 1 ci-
tato a confronto da Viansino 1969, 400.
P. 98: E.M. Staerman. M.K. Trofimova, La schiavitù nell'Italia im-
periale, trad. ital.. Roma 1975, 195 ss., pur riconoscendo che
“era nuovo per Roma il tentativo di trovare una base teorica
ad un tipo di rapporti diverso da quello tradizionale tra i go-
vernanti e i governati, fondato su presupposti puramente mo-
ra1i" (197). lo giudicano una mistificazione ideologica, al fine
AIJIJ/-:N/›A 207

di “assoggettare moralmente gli schiavi" (203). Più puntuale e


oggettiva la disamina che Griffin, op. cit.. 256-285 (Seneca on
slavery) fa dei rapporti - e dell'inevitabile divario ~ fra teoria
filosofica e prassi politica di S. in proposito.
P. 98: analizza la mimesi caricaturale, tematica e linguistica, di S.
in Petr. 111, 8 O. Pecere, Petronio. La novella della matrona
di Eƒeso, Padova 1975, 77-80 (e 22). I rapporti fra i due scritto-
ri sul tema_del1a schiavitù sono sottoposti a una nuova analisi
da Maria Antonietta Cervellera, Petronio e gli schiavi (A pro-
posito di Petronio 71), in AA.VV., Studi Marti, Lecce 1981,
231-240.
P. 102: cenni anche in Lopez Kindler, op. cit., 337-339. Be1l'esempio
di “parlato” paratattico in ep. 13, ll: habet etiam malafortu-
na leuitatem. Fortasse erit, fortasse non erit: interim non est;
meliora propone.
P. 102: e v. sulla asistematicità di Agostino (un pensatore ben più
profondo di S.) E. Gilson, Introduction à l'étude de Saint Au-
gustin, Paris “1949, 311; Troeltsch, op. cit., 158; Brown, op.
cit., 111.
P. 102: sul giudizio di Caligola cfr. E. Braun. Harena sine calce (Zu
Sueton. Calig. 53. 2). in AA.VV.. Seneca als Philosoph. her.
von G. Maurach, Darmstadt 1975. 200-202.
P. 103: ha però ragione Grilli. rec. cit.. 356 a obiettare che la valen-
za sintattica dei due passi è diversa.
P. 107: merita di essere aggiunto ep. 88. 41:
Non uis eogitare. quantum temporis tibi au/erat mala ualetudo.
quantum oecupatio publica.
quantum occupatio priuata,
quantum occupatio quotidiana
quantum somnus?

P. 109: cfr. ep. 92. 30: totum hoc quo continemur et unum est et
deus; et socii sumus eius et membra.
P. 110: più recentemente L.P. Wilkinson, Golden Latin Artistrjv.
Cambridge 1970, 175 ss.
208 ADDENDA

P. 110: non ne tratta specificamente nella sua analisi statistica delle


clausole di alcune epistulae B.L. Hijmans lr., lnlaboratus et
facilis. Aspects ofstructure in some Letters oƒ`Seneca. Lugdu-
ni Bat. 1976.
P. 111: cfr. ep. 30, 4: nullo genere homines mollíus moriuntur, sed
nec diutius. Forse a monte di tutti c'è la iunctura nominale di
Verg. Aen. 8, 488: Ionga sic morte necabat (delle torture inflit-
te da Mezenzio: cfr. Ph. Heuzé, L'image du corps dans l'oeuvre
de Virgile, Rome 1985, 118 ss.), travasata in Old. 949. Tali
iuncturae dovevano avere la paradossalità di un ossimoro per una
cultura che tentava di sdrammatizzare la morte sottolineandone
la puntualità (Cic. Tusc. 1, 82: fit...ad punctum temporis; Sen. ep.
70, 16: puncto ...constat; prou. 6, 9, etc.). Da un punto di vista
narratologico tratta l”uso dell`imperfetto _ di aspetto durativo
_ col verbo “telico" “morire” H. Weinrich, Tempus. Lefunzioni
dei tempi nel testo. trad. ital.. Bologna 1978. 142 ss.
P. 111: cfr. E. Lefèvre, Die Bedeutung des Paradoxen in der römi-
schen Literatur derƒrüheren Kaiserzeit, “Poetica” 3. 1970, 59-
82 (69-74 su S. tragico, influenzato sia da Ovidio che dallo
stoicismo); Gabriella Moretti, Formularità e tecniche del para-
dossale in Lucano, “Maia” 1984, 37-49 (38 sul paradosso co-
me mezzo retorico); Anna Lydia Motto, J .R. Clark, Seneca e il
paradosso dell 'avversità, “At. e Roma" 1985, 137-153
(tipicamente americano nell'informazione e nelle valutazioni).
P. 112: cfr. ep. 71, 21: hoc mirum uidetur tibi? Illud licet magis ad-
mireris: iacere in conuiuio malum est, iacere in eculeo bonum
est...; nat. quaest. 4 a, pr. 4: incredibile est quod dicturus
sum, sed tamen uerum: ea maxime quisque patet, qua peti-
tur...
P. 112: ai punti di contatto fra la tecnica epigrammatica di S. e
quella di Marziale accenna P. Cugusi, L'aprosdoketon nell'epi-
gramma latino prima di Marziale. “Ann. Fac. Lett. Cagliari"
41. 1982. 10.
P. 113: male Roze1aar,op. cit.. 370 s. attribuisce a S. una “Neigung"
per gli arcaismi. mal distinguendoli dai volgarismi (sul pro-
blema A. Ronconi. Arcaismi o volgarismi?, in Interpretazioni
grammaticali, Roma '1971, 15 ss.).
,4Do1s1v1JA 209

P. 113: se ne ispirò l'Alfieri. Antig. 5, 5: “e in trono _ trema chi fa


tremare" (altre citazioni alfieriane sul medesimo topos in D.
Lanza. Il tiranno e il suo pubblico, Torino 1977, 209). ma for-
se attraverso S. tragico.
P. 115: analisi filosofica delle due "interpretazioni" senecane. con
relativa bibliografia, in G.F. Gianotti, Tra filologia e_/ilosofia:
nota a Sen. ep. 15. 9. “Riv. Cult. class. med." 1978, 944.
P. 116: tesi ribadita dall'lnnocenti in Epicuro, Firenze 1975, 41 s.
(di scarsa credibilità filologica). Tra la bibliografia più recente
(vd. anche infra, Addendum a p. 126) L. Lo Moro, Seneca ed
Epicuro: Memoria e religione nel De Beneficiis. “Studi Urbi-
nati" 1976, 257-280. bene conclude che S.. pur non essendo epi-
cureo. "si richiama ad Epicuro quando comprende che. in cer-
ti periodi storici, in cui la vita sociale è degradata..., soltanto
ritirandoci in noi stessi è possibile risolvere il dramma della vi-
ta" (p. 279).
P. 116: ultimamente Setaioli ha studiato a fondo il problema di Se-
neca “traduttore” in una serie di articoli, destinati a essere rac-
colti in un volume di questa Collana: Seneca e il greco della me-
dicina, “Vichiana” 1983 (Studi Arnaldi II), 293-303 (300 ep.
66, 47 analizzato a p. 119); Citazioni di prosatori greci nelle
Naturales quaestiones di Seneca, “Prometheus” 1984, 243-
263; 1985, 69-88 e 168-178; Citazioni da Platone in Seneca,
“Boll. Stud. Lat." 1985, 18-39 (24 si sostiene che dal Protago-
ra e non dalle Leggi è desunto il passo di ir. 1, 19, 7 analizzato a
p. 116 s.; 32 sulla frase finale di ep. 65, 10 analizzata a p. 38); I
principii della traduzione dal greco in Seneca, “Giorn. ital. Fi-
lol.” 1984, 3-38; Seneca e i poeti greci: allusioni e traduzioni,
ibid. 1985, 161-200 (175 sul verso menandreo citato a p. 81).
P. 116: M. Puelma, Cicero als Platon- Llbersetzer, “Mus. Helv."
1980. 137-178; Noemi Lombardi, Il “Timaeus" ciceroniano.
Arte e tecnica del “vertere". Firenze 1982.
P. 118: modi e motivi della rielaborazione senecana di passi erodo-
tei sono studiati da A. Setaioli, Dalla narrazione all'“exem-
plum". Episodi erodotei nell'opera senecana. in Atti Conv. in-
tern. Letter. classiche e narratologia, Perugia 1981. 379-396.
210 ADDENDA

P. 120: manca anche in Epicuro, Opere, a cura di G. Arrighetti, To-


rino '1973.
P. 121: cfr. le considerazioni di Grilli. rec. cit.. 355.
P. 122: una silloge di giudizi di Nietzsche su S. in Rozelaar, op. cit.,
128 (manca questo).
P. 122: cursorio esame in A. Scaglione, The Classical Theory ofCom-
position (from its Origins to the Present). Chapel Hill 1972,
64-66. Ma il lavoro più aggiornato e documentato in proposito
è ora quello di A. Setaioli, Seneca e lo stile, in Aufst. Nied.
röm. Welt, II, 32, 2, Berlin-New York 1985, 776-858 (funzione
psicagogica dell'admonitio, precedenti greci, componente stoi-
ca, influenza della retorica contemporanea, etc.: esula l'analisi
della prassi stilistica).
P. 123: Grilli, rec. cit.. 354 crede “che l'allusione allo scorpione ven-
ga da de or. 2, 38, 158, dove Cicerone. parlando di Diogene da
Babilonia, dice: dialectici... ipsis se compugerunt suis acu-
leis". Ma io non credo che in S. ci sia l'immagine dello scor-
pione, bensì della spada la cui punta si ottunde ripiegandosi
all'indietro, cfr. const. sap. 3. 5: nec secari adamas aut caedi
uel deteri potest sed incurrentia ultro retundit; ir. 3, 8, 3: re-
tunditur omnis asperitas.
P. 124: su decreta e praecepta Bellincioni, op. cit.. 87 ss. (nonché il
cit. commento della stessa alla lettera 94); sulla funzione della
forma epistolare A. Stückelberger, Seneca: der Briefals Mittel
der persönlichen Auseinendersetzung mit der Philosophie,
“Didactica Classica Gandensia" 20, 1980. 133-148; G. Rosati.
Seneca sulla lettera filosofica. Un genere letterario nel cammi-
no verso la saggezza, “Maia” 1981, 3-15.
P. 124: sul topos del filosofo-medico E.R. Dodds, I Greci e l'irrazio-
nale. trad. ital., Firenze 1969, 304. Anche questo sarà eredita-
to dal cristianesimo: cfr. G. Bardy. La conversione al cristiane-
simo nei primi secoli, trad. ital.. Milano 1975, 148.
P. 125: cfr. anche ep. 98. 5, dove, dopo aver citato un emistichio vir-
giliano (dis aliter uisum), aggiunge: immo mehercules, ut car-
men _/ortius ac iustius petam quo animum tuum magisfulcias,
hoc dicito quotiens aliquid aliter quam cogitabas euenerit: “di
melius".
ADDE/vm 21 1

P 126: sarebbe interessante un confronto tra le sententiae di S. fi-


losofo e di S. tragico (per es. ep. 105, 8: tutum aliqua res in
mala conscientia praestat. nulla securum e Phaedr. 164: scelus
aliqua tutum. nulla securum tulit; v. supra, Addendum a p.
113. 2. 10. 2. Elenco delle sententiae comuni in H.V. Cantet.
Rhetorical Elements in the Tragedies oƒSeneca, Univ. Illinois
1925, 17). Pagine meditate e originali sul discusso rapporto fra
Seneca tragico e filosofo si leggono in G.G. Biondi, Il nefas ar-
gonautico. Mythos e Logos nella Medea di Seneca, Bologna
1984, 232 ss.; Introduzione a Seneca, Medea, Fedra, Milano 11989
(41995) ["2010].
126: sui problemi del1`episto1a 33 e il rapporto fra le uoces degli
Stoici e quelle di Epicuro cfr. S. Maso. Il problema dell'epicu-
reismo nell'epistola 33 di Seneca, “Atti Ist. Veneto". cl. mor.,
138, 1979-80, 573-589.
127: alle convergenze e divergenze della sapientia senecana con la
tradizione romana aveva dedicato qualche pagina la disserta-
zione di Ursula Klima, Untersuchungen zu dem Begrijff Sa-
pientia. Von der republikanischen Zeit bis Tacitus, Bonn 1971,
160-164.
127: le idee di S. sull'imperia1ismo sono studiate nel loro divenire
da .l.-M. André, Sénêque et l'impérialisme romain, in AA.VV.,
L'idéologie de l'impérialisme romain, Paris 1974, 19-31, che
conclude per una “tension continuel1e" che “écartèle sa pen-
sée entre les exigences d'un impérialisme oecuménique et les
aspirations de la cosmopolis sto`i'cienne" (19).
128: v. ora Maria Bellincioni, Cicerone politico nell'ultimo anno
di vita. Brescia 1974, 128.
130: forse il testo dove questa tensione fra interiorità e predica-
zione appare più consapevole è ep. 8, 1 s.: “Tu me" inquis
“uitare turbam iubes, secedere et conscientia esse conten-
tum?"... In hoc me recondidi.... ut prodesse pluribus possem...
Illis aliqua quae possint prodesse conscribo; salutares admoni-
tiones, uelut medicamentorum utilium compositiones ("ricet-
te", v. supra, p. 124, n. 3), litteris mando, esse illas eflicaces in
meis ulceribus expertus.
P 136: ristampato in AA.VV., Seneca als Philosoph, cit., 53-94.
212 ADDENDA

P. 136: ristampato in Seneca, Letture critiche, cit., 97-126.


P. 137: v, Addendum a p. 17 e 67,1.8.3.
P. 138: tradotto in tedesco in AA.VV., Seneca als Philosoph, cit.,
203-227: l`unico lavoro sullo stile di S. presente nel "reader"
del Maurach.
P. 138: ristampato in C. Diano. Scritti' epicurei. Firenze 1974. 181-
210.
. 141: v. Addendum a p.56.
. 142: ristampato in Seneca, Letture critiche, cit.. 57-67.
. 142: ristampato in Seneca, Letture critiche. cit., 127-136.
_ 146: ristampato in Seneca. Letture critiche, cit.. 137-152.
"l¦'U'U'U'1J. 146: tradotto in italiano a cura di E. Pasoli, Bologna 1974 (360-
388 su S.).
P. 147: trad. ital. Il latino tardo, a cura di G. Orlandi, Brescia 1980.
P. 147: ristampato in C. Marchesi, Scritti minori difilologia e dilet-
teratura, Firenze 1978, III 1283-1286.
P. 149: traduzione italiana a cura di S. Mariotti e con aggiornamenti
di G. Calboli (971-1185), voll. 2, Roma 1986 (Calboli ricorda
per la lingua contemporanea di Seneca “l'importanza
dell'oratoria asiana del tipo a frasi brevi...con il suo largo im-
piego di figure gorgiane”).
P. 150: traduzione italiana (poco attendibile). Torino 1977 (176 su
S.).
152: tradotto in Seneca. Letture critiche, cit.. 68-90.
. 153: ristampato in AA.VV., Seneca als Philosoph, cit.. 167-184.
154: traduzione italiana. Firenze 1978.
155: tradotto in Seneca, Letture critiche, cit., 91-96.
¬1.¬=r ›¬= :=_
156: ristampato in A.Traina, Poeti latini (e neolatini), I, Bologna
'1975 (11986), 227-251.
P. 156: ristampato in Traina, Poeti' latini... cit., 305-335.
P. 159: i due ultimi traduttori traducono "cattiveria" (Seneca. I dia-
loghi. a cura di R. Laurenti, Bari 1978) e “taccagneria" (Sene-
ca, I dialoghi, trad. e note di A. Marastoni, Milano 1979).
ADDENDA 213

P. 162: aggiungi ep. 29, 11: idem hoc omnes tibi ex omni domo con-
clamabunt; 81, 30: omnes hoc urbes. omnes etiam ex barbaris
regionibus gentes conclamabunt.
P. 162: non hapax assoluto: il Thesaurus ne dà due esempi tardola-
tini nell'accezione di concido.
P. 162: proprio tale valore sociativo, per lui inammissibile, induceva
C. Buresch, Consolationum a Graecis Romanisque scriptarum
historia critica, Lipsiae 1886. 119 (e v. 139 s.) a considerare la
consolatio ad Polybium spuria, e questo passo innestato dalla
cons. ad Marc. 6. 1.
P. 163: v. ora A. La Penna, Sallustio e Seneca sulla Corsica, “Par.
Passato" 1976, 143-147 (in particolare 147).
P. 164: dubbi in A. Grilli, Cultura efilosofia nel proemio della “Ca-
tilinaria" di Sallustio, “Scripta Philologa" III 1982, 162.
P. 165: lo aveva seguito H.A. Koch, Senecae dialogorum libri. Jenae
1879.
P. 166: la congettura del Castiglioni è accolta nell'edizione oxonien-
se dei Dialogi a cura di L.D. Reynolds (1977).
P. 166: H. Fuchs, Textgestaltungen in Senecas Schriften De brevita-
te vitae und De vita beata, “Rhein. Mus." 1973, 280 propone:
(si quis inferis sensus est, <apud> hos gravissimeferens. quod
videbat populo R<omano> superstiti septem aut octo certe
dierum cibaria superesse). accogliendo cioè le correzioni gra-
vissime e superstiti e aggiungendo di suo apud hos c videbat
(di cui evidentemente ignora la paternità del Castiglioni).
P. 168: Phoen. 115: due (dic A).
P. 173: il commento della Bellincioni (op. cit., 295) si limita a iscri-
vere il passo senecano nell'“ideale stoico della óuoloyia". Su
tale passo e il suo significato nel quadro della teologia senecana
cfr. ancora la Bellincioni, Dio in Seneca, in Studi senecani e al-
tri scritti, Brescia 1986, 28 s. e, con più ricchezza d'infor-
mazione, G. Mazzoli, Il problema religioso in Seneca, “Riv.
Stor. ital.” 1984, 978.
P. 175: M. Valenziano, La dedica del De beata vita di Sant'Ago-
stino, “Civ. class. crist.” 1982, 337-352 vi studia la polemica
214 ADDEND.-1

con Seneca; J. Doignon, Clichés cicéroniens et sénéquiens dans


le Contra Academicos de saint Augustin: les égarements de la
vie, le gouffre des passìons, l'âme rendue à elle-même, in
AA.VV., Hommages Bardon, Bruxelles 1985, 139-146 ammet-
te la presenza di una “tradition latine" nel linguaggio agosti-
niano dell interiorità.
Y

P. 177: sono per la paternità senecana H. Dahlmann, Nochmals


“Ducunt volentem fata, nolentem trahunt”, “Hermes” 1977,
342-351 e A. Setaioli, La traduzione senecana dei versi di
Cleante a Zeus e al fato, in AA.VV., Studi Traglia, Roma
1979, Il 719-730 (con buone analisi concettuali e formali: ripre-
so in Seneca e i poeti greci, cit., 182).
P. 177: e ora Laura Bocciolini Palagi, Il carteggio apocrifo di Seneca
e San Paolo, Introduzione, testo, commento, Firenze 1978
(riedizione rimeditata Epistolario apocrifo di Seneca e San
Paolo, Firenze 1985). L'ideologia prevale sulla filologia
nell'articolo di E. Franceschini, È veramente apocrifo
l'epistolario Seneca-S. Paolo?, in AA.VV., Studi Paratore,
Bologna 1981, Il 827-841.
P. 180: cfr. S. Prete, Innovazioni agostiniane nell 'apologetico antica
(Note al De civitate Dei I-III), “Divus Thomas" 1977, 376-386.
P. 181: aggiungi Bellincioni. Educazione ..., cit., 20 ss.
P. 189: cfr. Laura Bocciolini Palagi, Genesi e sviluppo della que-
stione dei due Seneca nella tarda latinitâ, “Stud. ital. Filol.
class." 1978, 215-231 (225 s. su Agostino).
P. 191: anche Pers. 5, 151: nostrum est quod uiuis; Hieron. ep. 60,
13: uanum omne quod uiuimus; Maxim. 2, 23: totum quod ui-
ximus. Qualche esempio cristiano (non agostiniano) raccoglie
E. Dahlén, Contribution à l'étude de l'accusatif de l'objet in-
terne (l'accusatif de qualìfication) latin, “Eranos” 1981, 137-
143, e Ant. Salvatore, Seneca e Commodiano, in Studi Della
Corte, Urbino 1987, III, 338.
[La paradossale tesi di un Seneca criptocristiano è stata sostenuta da
Marta Sordi e la sua scuola (I rapporti personali di Seneca con i cri-
stiani, in A.P. Martina (ed.), Seneca e i cristiani, Milano 2001, 113-
127)].
INDICI
INDICE ANALITICO '

ABEL: 91, 131 ALBRECHT: 44. 131


AEELARDO: 48 ALBUcio: 98
admonitio: 39 s.. 124, 188 ALEsARco: 181, 203
adquiescere sibi: 17, 60, 200 ALESSANDRO: 10
aemulatio: 115, 160 ALEXANDER: 159, 161. 166, 168
aemulator dei (animus): 18, 61 ALFARIC: 175
aevum: 162 Ai.FIERi:, 209
Aoosrmo: 10, 46, 57, 86, 103, 128, ALFoNsi: 66. 68, 131, 175, 196
193, 201, 207; (e Apuleio) 171, alienum esse: 12
191; (e Cicerone) 173, 175 s.; (ed allitterazione: 29, 36. 38, 88, 94; (a-
Epicuro) 176; (e gli Stoici) 176, naforica) 92; (in clausola) 37
180-185; (e il linguaggio
dell'interiorità) 22, 59, 63 s., 70, alloqui se: 59
174, 201s.; (e i Neoplatonici) 69, ALoNso: 70, 131
173 s., 181; (e il Petrarca) 49, 51, ALTANER: 171
190; (e la liturgia) 171; (e la mor- Ammooio: 69, 187, 190, 197 s.
te) 181 s.; (e la retorica) 172, 185- amicus sibi: 60, 199
189; (e Seneca) 47 s., 69 s., 85,
111, 171-192, 213 s.; (interiorità) AMMENDOLA: 159, 165
22, 69-71, 76, 203, 214; (stile) anafora: 14, 30, 34, 103 s., 106 s.,
190, 202, 204 115, 162, 191; (allitterante) 92;
Ai.aERTiNi: 78, 97. 102, 131 (antitetica) 79, 91, 101; (di II gra-
Attimi: 9 do) 33, 101; (funzione struttura-

' I numeri rimandano alle pagine. Per uniformità nella grafia delle parole latine si
è usato il segno v.
218 INDICE ANALITICO

le) 31-33, 99-101; (in Seneca) 98 ARNoßio: 177


ss.; (paronomastica) 55; (tricoli- ARNoLD: 72. 123. 132
ca) 72. 98 s.. 105; v. variatio ana-
arx (simbolo della sapientia): 20. 66.
forica
77
ANDRE: 45. 50, 52. 66, 69. 116. 119.
asianesimo: 27
128, 131 s., 160, 206, 211
ANGUS: 186. 189 asimmetria: 25. 34, 103; v. inaequa-
litas
animus: 9, 18-20, 95, 121, 127
asindetica (antitesi): 31, 84, 95; (cor-
annominatio: 85
rectio) 71, 93; (serie) 108
antecedere deum: 61
asintattismo: 102
anticlassicismo: 10, 34
asistematicità: 13. 66, 102, 207
anticlimax: 98
aspetto: 35, 85, 92, 94, 111, 114. 189
antimetabole: 56. 81, 104, 110. 118.
AssERETo: 98. 132
121; (in Seneca) 31. 56. 81, 90, 172
ANTisTENE: 17 astratto: 38, 64, 99, 163
antitesi: 14, 32, 35. 37 s., 44. 46, 50. ATZERT: 116, 132
53, 55. 72, 83, 89. 104 s., 107. AUBENQUE: 45, 66, 124. 128, 130.
115,117,l20,123.l61.174,187. 132
189; (allitterante) 36; (anaforica) AuBiN: 64, 132
79, 91. 101; (asindetica) 31, 84, AuERBAci-1:46, 103, 132, 187 s.
95; (avversativa) 32. 84, 94, 106. Aucusroz 10
186; (e concinnitas) 34; (epifori-
ca) 89, 91. 98. 101; (epigramma- autarchia. autosufficienza: 10, 17 s..
tica) 15; (etimologica) 104; (in A- 60. 184
gostino) 48, 111, 172, 185-187. autopossesso: 12, 53, 71, 184
190; (in clausola) 33; (in Seneca) AviLEs: 187
84, 91-93. 101. 103; (ipotattica) avversativa (antitesi) 32, 84. 106,
91 s.; (lessicale) 52; (nei declama- 186; (correctio) 71, 93 s., 108,
tori) 91; (paratattica) 91 s.. 161; 117; (sententia) 161
(semantica) 88. 185
AXELSON: 114, 119, 132, 168
antonimi: 94, 96
apposizione epesegetica con res: 87,
108 BABUT: 63, 132
apud: 71 s. BACONE: 48
APui.Eio: 61, 191; (stile) 103 BADALI': 206
arcaismo: 98, 113, 208 Burt: 49. 132
ARisroNE: 39. 124, 128 BAi.MoRi: 54, 132
ARisToTELE: 10, 51, 61, 68, 87, 120, BALMUS: 48, 132, 186
161 BARABiNo: 121, 132
INDICE ANALITICO 219

BARBERi SQuARo'i*ri. 33, 132 Boccioi.iN1 PALAoi: 205, 214


BARDON: 44. 78. 91. 93, 129. 132 s. BoDsoN: 57. 130, 134
BARDY: 173, 176, 182, 210 BOEMER: 51, 134
BARRA: 176 BoEzio: 197
BARwick: 112. 133 BoNi-ioEFFER: 57, 98, 134
BAsoRE: 159 s.. 165 BoNNER: 78. 134
BAssi: 65. 133 BORNECQUE: 78. 134
BAsTiDE: 11. 133 BoRRoN: 49, 134
BAUMGARTEN 1-I.: 120. 133; BAUM- Boiwciu: 57, 82, 135
GARTEN M.: 46, 69. 133 BouiLi.ET: 165
BAYET: 51. 78. 133 BOURGERY: 35, 43, 46, 55, 61, 73.
BEAUIEU: 201 79. 82. 87, 91, 102, 109 s., 120,
BELARDI: 102, 133 125. 135. 159. 162. 165 s.. 168.
BELLANDi: 126, 133 177. 200
BOYANCE: 21. 50. 52, 66 s.. 86, 126.
BELi.iNc1oNi: 195, 199 s., 205, 208.
130. 135
210, 213 s.
BE|.TRAMi: 63. 113, 133 BRAUN: 207
BENNErr: 162 BREi-iiER: 77, 135. 159 s.
BRENous: 81. 135
BENvENisTE: 54, 133 BREsciA: 122, 135
BERNARDi PERiNi: 68. 133. 197 BRiDoux: 77, 135
BERNARDO DA CHIARAVALLE: 200 s. BROWN: 182, 202, 207
BERRErroNi: 54, 133 BRUNO: 205
BERTHET: 193 BRUNsci-rvico: 39, 135
BERTiNi: 66, 133 BUDDA: 10, 31
BEYENKA: 175, 190 BULTMANN: 50, 72 s.. 78. 91. 102.
BiAN'rE: 13. 54 126, 135, 187
Bici<EL: 43.49.61, 133 s. BUoNAiUTi: 181
BIGNONE: 68, 120, 125 s., 134 BUREscH: 213
BioNDi: 211 BURGER: 47, 67, 135
BioNE: 78 BURNiER: 125. 135
Bizos: 47, 134 BUSA: 45, 95
Bi.AisE: 171 Busci-i: 67, 92, 136
BLANCHARD: 71, 134 BUzzArri: 111, 206
BLUEHER: 49, 65, 70. 134
Bosisio: 14,49,51,71, 134,190 CALBOLI: 212
BoccAccio: 197 CALciDIo: 38, 173
220 INDICE ANALITICO

calco: 44, 61 (confronto con Seneca) 11, 13,


CALiGoLA: 13. 102. 164-169. 207 16, 21,37-39,43 s., 58, 61 s., 75,
CALoNGHi: 17 82, 92, 95, 97 s., 110, 118-120,
122, 127-129, 206; (e Agostino)
CAMPENHAUSEN: 180, 182 69, 172 s., 175, 187 s.; (ei11in-
CAMP0s: 44, 58. 136 guaggio dell'interiorità) 15, 17,
CANCIK: 52, 57, 65 s., 78, 136 56, 59 s.; (giudizio di Seneca) 48;
CANcRiNi: 57, 136 (punti di contatto con Seneca)
CANTER: 211 55, 60 s., 123 s., 130, 201; (stile)
25 s., 34, 103, 105; (traduttore)
CAPANAGA: 184, 201-203 37-39, 76, 112, 116, 118-120, 122,
capere: 168 209
CAPoNiGRi: 66, 136 CiPRiANo: 47,67, 177. 179
CARDo: 159 s. circa: 71
carmen : 40, 125 s., 208 citazione 120; (poetica) 126
carpere: 94, 206 CiTRoNi MARci-iErri: 196
CARRERAS YARTAU: 49. 136 C1zEi<: 58, 98, 137
CAsTic-LioNi: 34, 44, 47, 67. 91, 93. clamare: 129; (sibi) 18, 129
102. 105 s.. 124, 136, 159. 163.
CLARK: 194, 201, 208
166-168, 204, 213
CLAssEN: 126, 137
CAsroRiNA: 98, 136
CLAuDio: 13,82
castrare: 97
clausola (allitterante) 37; (antitetica)
CATONE: 10, 34. 85, 94. 126
33; (decrescente) 89, 94, 96, 101;
CATULLo: 14, 54. 63 (disgiuntiva) 56; (epigrammatica)
CELENTANO: 116. 136 34. 112; (metrica) 110, 208;
CEREzo: 66, 136 (mezzo di frattura ritmica) 29,
CERRAri: 78 s., 82. 136 82; (monosillabica) 14, 35, 109-
111; (monoverbale) 107
CERVELLERA: 207
CEsARE: 29; (stile) 25 s. CLEANTE: 121. 125, 174, 176, 211
Ci~iARoN: 182 CLEMENTE ALEssANDRiNo: 129, 173
Ci-iEvALLiER: 50, 66, 136 climax: 96, 104 s.
chiasmo: 28, 50, 94, 104, 109, 121; coactor: 40, 125
(e antitesi) 88 s., 91 s.; (e à- coarguere se: 57
nçoaóóicrrrov) 111; (etimologico)
CocciA: 93, 137, 194
31, 90; (in Seneca) 88 s.; (morfo-
sintattico) 118; v. poliptoto chia- CoLE: 202
stico COLEMAN: 194
CHUzEviLLE: 70, 137 coIere(deum): 171-173
CicERoNE: 12, 51, 54, 81, 206, 210; colligi in se: 19, 63, 174
IN DICE ANALITICO 221

CoLLic.NoN: 98. 137 CosTANTiNi: 197


colloquialismiz 83, 87. 95 CosriL: 123. 137
CoLoMao: 80 CouRcELLE: 47 s.. 67. 69 s., 72. 137
CoMBEs: 175, 180 s., 173 s., 178 s., 187-189. 191.
COMEAU: 188 193, 197 s., 202 s.
commutatio: v. antimetabole CousiN: 45. 138
CoMPARE^rri: 177 CRAsi-iAw: 193
con-: 161 s. CRATETE: 63
concadere: 162. 213 CRisiPPo: 60. 123 s.
concinnitas: (fattori della c.) 34; (in Cuousi: 163, 208
Seneca) 98, 103-105; v. simme- CUPAiuoLo: 43. 138
tria CURTius: 48. 138
concitare se: 55
D'AGosTiNo: 47. 58, 67. 77. 87 s..
concutere se: 58
138
confidere sibi: 63 DAHLEN: 214
confiteri: 200 DAHLMANN: 8, 127, 130, 138. 159 s.,
CoNi=Ucio: 5 165. 214
congiuntivo obliquo: 161 damnare se: 57
conlatrare: 162 D'ANNuNzio: 89. 198
conqueri: 161 s. DANTE: 48 s., 61, 80
conscientia: 57 dativo: 18, 60
CoNsrANs: 161 DE Bovis:61.76, 138, 184,205
CONTE: 111. 137. 201 DECHANET: 48, 70, 138
contemplativa (vita): 50. 128. 160 declamatori: (antitesi): 91; (cor-
contingere sibi: 60; (con l'infinito) rectio) 93; (e Petronio) 98; (iso-
27, 79 colia) 34; (rapporti con Seneca)
converberare: 162 78, 111, 201, 204; (stile) 25, 27,
converti in se: 19, 63. 174 34, 78, 97, 203
convolutari: 162 decrescenti (cola o membri): 34 s.,
93, 109 s.; v. clausola decrescen-
CoRNuTo: 51 18
correctio:(asindetica) 71, 93 s.; (av-
DE GANDiLLAc: 70. 138
versativa) 71. 93 s.. 96, 108, 117;
(con immo) 22. 28, 32, 93, 95-97: DE GUZMAN: 181
(in Seneca) 93-97 DE LABRIOLLE: 48, 138, 189
CoRsARo: 195, 206 DELATTE: 195
coscienza: 57 s.; (direttore di c.) 39; DEL RE: 159
(esame di C.) 11, 52, 58. 198 DE MEO: 161
222 INDICE ANALITICO

DEMETR10 (il cinico) 36; (il retore) disponere se: 59


102 distrahi: 97
DEMocR1To: 21. 114. 118 diu (mori): 35, 94. 111. 189, 206
DEMosrENE: 204 DoDDs: 64, 103, 139, 210
DENNoz: 195 Do1oNoN: 214
DE PL1NvAL: 180 DoM1NoUEz DEL VAL: 47, 139
deprehendere se: 15 s. DoN1N1: 204
descendere in se. in animum: 64 s.. DoRrLEs: 102, 139
201 DoR10NE: 81
DEs PLACES: 76. 138 DREssLER: 106, 139
deus internus: 76 ducere (confusione paleografica con
D1ANo:56.80.115,138s..212 dicere): 168. 211
diatriba: 27, 126, 178, 189; (e Ago- DUE; 196
stino) 187; (e Cicerone) 92. 95; (e DUFF; 159_ 161' 155
S. Paolo) 72, 187; (influsso su Se-
neca) 53. 78, 96 s., 187; (motivi
comuni con seneca) 20. es, 95. EC^†°“E= 9°' 89
160, 204; (stile) 905.. 93,102, 187 ef/ilgere se: 15. 56
D1Az Y D1AZ;44, 139 EGERMANN: 126, 139
D1 CAPUA: 188. 194, 204 EC-GER: 56. 139
Dick: 196 egocentrismo: 18
dicolon; (antitetico) 103. 105; tdi- E1sENHur=194
sgiuntivo) 90; (isosillabico) 29; ellissi; 172
(simmetrico) 27, 95 EUNSA: 48
dtflluere per: 163 ELORDUY: 73, 139. 203
dio: (e il sapiens) 18, 21, 31 s., 61, em,-care, 62
67, 93, 184; (in Agostino) 22, 70,
132; (in seneca) 22, 76; v. dm E"“”E°°_°““ 126
internus e òuoiwoiç Dadi emphasfsi 204
D1oNE Qusosromoz 20 e”e"V”'ei 97
D1oN1G1: 195 E-N0M^0* 23
EPICURO: 10, 126; (commentato o
discere/didicisse: 84; discere/dedi-
scere, ediscere: 85
tradotto da Seneca) 16, 20, 30.
36, 39, 50, 55-57, 67, 113-115.
discerpi: 97 118-122; (tradotto da Cicerone)
disgiuntiva: (diretta e indiretta) 110; 55, 118-120; (e Agostino) 176; (e
(clausola) 56; (dicolon) 90; (poli- il linguaggio dell'interiorità) 11;
sindeto) 109 (e Seneca) 116, 125 s., 209 s.,
displicentia sui: 57 211; (stile) 121 s.
INDICE ANALITICO 223

epifora: 103; (antitetica) 89, 91, 98, F1c1<ERr: 63


101; (paronomastica) 55; (tricoli- figura etimologica: 28. 30. 31, 38.
ca) 72, 105; v. variatio epiforica 80, 83-87, 99; (con homo e deri-
epigrammatico (stile): 15, 28, 34-36, vati) 86 s.; (morfologica. lessica-
40, 85, 112, 118, 173. 187. 204. le, sinonimica) 84
208 FILONE: 113; (e il linguaggio dell'in-
E.1=1†'rE"rO: 11 s., 46, 57; (e Filone) teriorità) 63 s.; (rapporti con S.
72; (e Persio) 75; (e il linguaggio Paolo) 72; (rapporti con Seneca)
dell'interiorità) 17, 58, 60, 63 s., 72, 203
75, 201; (libertà) 23, 77; (rappor- F1NAERT: 185-188, 190
ti con Seneca) 21, 67 s.
F1scHER: 43. 116, 140
ERAcL1ro: 98. 114 FLAUBERT: 19
ERASMO: 49, 164 FLOBER1: 199
ERNOUT: 110, 129. 139 HORO: 186, 189
ERODOTO: 118, 209 FONTA1NE: 47, 140. 187
escatologia: v. Oltretomba fortuna (di Seneca): 46-49, 195-198
esistenziali (motivi in Seneca): 13. Fortuna (TúXn): 18, 20 s.. 92, 120
20. 39. 66, 201 s.
Fosco1.o: 36
Es1›1NER-Scorr: 49. 139
FOUCAULT: 8, 199, 204
et accrescitivo: 29. 81 s., 108. 111
etimologica: v. figura etimologica FRANcEscmN1: 214
EUR11›1DE: 127, 188 FRANzo1: 116, 140
frattura ritmica: 29, 34, 82. 87. 95.
EVRARD: 195
107 s.
excutere se: 16 s., 58. 174, 200
FREDOU1LLE: 196
extra: 23, 52, 77
FREUD: 70
extrinsecus: 75, 77
FR1EDR1c1-1 F.C-.: 112. 140; FR1E-
DR1c11 H.: 65, 140
FA1i1ANO: 34, 40. 124 FRONTONE: 25. 98: (e Marco Aure-
FABRE: 65, 140 lio) 69; (giudizio su Seneca) 35.
facere se: 59 112 s.
FA1DER: 46, 139 FUC1-is: 67. 140. 213
FAROUHARSON: 63. 66, 68, 76. 139 fugere se: 15, 56; secum: 57
FARR1NcroN: 116. 140 FuNA1OL1: 67, 140
FAUSTO: 176
FAVH: 87. 140, 189 s., 196 GABARROU: 177
FESTA: 128, 140 GAMBET: 105. 141
FEsTuG1ERE: 49, 65, 68, 73. 140 GANTAR: 52, 56, 60, 141, 199
224 INDICE ANAl.l'l ICO

GARcíA RUA: 198 GUTTILLA: 47. 143. 197


gaudere se, in se: 63 Guru. 122. 143
GENT1LE: 130, 141
GERCKE: 45. 113, 141 HAASE: 45, 63. 163. 165
GERTZ: S0. 165. 167 habere se: 14, 71. 184; in se, intra
G1AcON: 64, 70. 141 se: 75
G1ANcO1'r1: 82. 113. 141 HADOT I.: 57, 66. 113. 116, 124-126,
143; HADOT P.: 70. 72. 143
GIANOTTI: 204, 209
haerere sibi: 60, 202
G1DE: 26
G1GON: 56. 141 I-IAGENDAHL: 47, 143, 175 s.. 189
G1LDEME1sTER: 173 I-IAMMELRATH: 43. 106. 108-111.
118,121.143.162
G1Ls0N:51,128.141.179.205
HAND: 73. 143
G10M1N1: 116. 141
hapax: 55, 61, 81, 162, 167, 213;
G10vANN1 S1CEL10TA: 46
(semantico) 125; (sintattico) 17
G1OvENALE: 196 HAURY: 52. 143
G1ROLAMo: 47, 116. 177 s.. 180,
HAussLE1TER: 76. 144
190, 196
HEGEL: 77
G01.Dsc1-1M1Dr: 66, 141
1-1E1DEGGER: 202
GovAERrs: 195
HE1NzE: 129 s.,144
GRAc1AN: 49, 65
HELLEOOUARc'1~1: 50. 111. 144
gratissime: 164. 167
HENRY: 70, 144
GRAY: 65. 141
HENSE: 45, 63, 68. 72, 75, 92, 119.
grecismi: 29, 43, 81
144
GREGoR1O MAONO: 16. 48
HERMES: 45, 50, 159, 165, 167 s.
GR1F1=1N: 195, 207
HEUZE: 208
GRILLI: 21, 50-52. 56 s.. 59, 61, 63- I-I1G11E'r: 49, 144
67, 141 s., 160, 199 s., 200-205,
207, 210, 213 I-I11MANs: 58, 144, 208
GRIMAL: 45, 66, 102. 116, 124, 142. I~I1LTBRuNNER: 73 s.. 144
159-162. 166-168, 195, 201 1~I1RzEL: 102, 144
Guc.L1ELMo D1 SA1Nr-T111ERRY: 48 l~IOc1<E: 49, 124, 144
Gu1LLEM1N: 44, 78, 102, 122 s., 125 homo e derivati: 30, 86-88, 205
s., 142 1-IOPPE: 43, 144
Gu1TToN: 202 Hosiusz 45
GUMMERE: 47 s.,143 HOVEN: 90, 144
GUsDoR1=: 67, 143 HOWALD: 77, 130, 144
1ND1CE ANA1.lT1(`O 225

humanitas: 30. 87 s., 130 1s1noRo D1 S1v1ouA: 47.49


HUMBERT: 116, 144 isocolìaz 34, 172, 185
1~1usNER:44, 78, 97, 124, 144 isosillabismo: 29. 55. 83. 92
iz: 110 s.
Imítarí(deum): 171-173
Imitatio Christi: 30, 48, 60, 88. 172 JAEGER: 129. 145
immo: 22, 28, 32, 93. 95-97 JAKOBY: 204
imperativi: 32 JANNACCONE: 47, 145, 177
in: 22, 71, 73, 75; in corde: 18. 61 JOHANN: 206
inaequalitas: 44, 105, 127 JoNEs; 116, 145
inagitatus: 109 JUUEN-EYMARD D'ANGERs: 47, 145
incohare con ìnfinito: 114
inconscio: 22, 70, 202 KAIBEL: 10, 145
indormire sibi: 60 KALB: 52, 145
infinìto: (con contingo) 27 s.. 79; (con KANT: 49, 198
íncoho) 114; (Con timeo) 28; (e- KESELING: 47, 145
sclamativo) 166, 168 KIERKEGMRD: 49. 66, 88, 172
1NouARssoN: 111, 145 KUMA: 211
inniti sibi: 18, 60 KNOCHF.: 102. 127. 145
INNOCENTI: 116, 145, 209 KOCH: 213
inquieta inertia: 88, 205 1(oHNs: 165
inquieturc se: 59 Kmus: 198
ínquirere in se: 57 S. KUEHNER-STEGMANN: 74, 145
inspicere se: 59. 174. 2()0
interior homo: 76. 203 LABERIO: 29, 82, 113
interrogare animum suum: 52; se: LAFFRANQUE: 66,68, 145
59. 174 LANA: 45, 49, 51, 67, 82. 92. 126 s.,
intra: 22 s., 52, 73-77, 203 130, 146
íntrare(ín): 194 LANDGRAF: 205
introrsum, introrsus: 77 LANZA: 209
ìntrospezione: 15, 17, 59 LA PENNA:52,56,14b,160, 201, 213
íntrospícere: 59 latino cristiano: 15, 47, 97, 167
intus: 22 s.. 74, 77 LA1'rANz1o: 47, 97, 177, 179, 181,
ipotassi: (in Cicerone) 27. 38; (in Se- 189. 197
neca) 33. 90. 105, 108; (antitesi i- LAUGHTQN: 79, 146
potattica) 91 LAURAND: 97. 146
226 INDICE ANALITICO

LAURENT1: 212 gio dell'interiorità) 15, 56 s.,


LAUSBERG H.: 59, 85, 93, 146; LAU- (poetica) 40, 126
SBERG M.: 47 s., 97, 146, 189 Louis DE LEON: 70
LAVERY: 202
MADDALENA: 72, 14'/
LAusBERc. 1-1.: 59, 85. 93. 146; LAUS.
BERG M.: 47 s.,97,146,189 MADv1o: 57, 114, 147, 165-168
LAW WHYTE: 70, 146 malignítasz 159 s.
LEEMAN: 45,65 s., 78, 122 s., 146 MANNING: 195
LEEEVRE: 208 MANso: 49, 147
legge dei cola o membri crescenti: MANTELLO: 199
34 s., 110; legge di Hammelrath: MANTDVANELLI: 203
108.110s.,118,121 MARACHE: 78, 113. 147
LEO: 47, 77, 126, 146 s. MARAsToN1: 212
LEOPARDI: 191, 198 MARC!-iEs1: 9 s., 25, 44, 73, 77, 147,
LESKY: 198 159, 195, 212
libertà: 19. 23, 41, 49 s.. 66, 77, MARCO AURELIO: 71, 129, 204; (e il
Cristianesimo) 86; (e il linguaggio
203
dell'interiorità) 11, 20 s., 23, 58
libertas: 10. 23, 49. 67, 77. 178 S., s., 63 s., 76; (e S. Paolo) 72 s.;
181, 198 (rapporti con Seneca) 21, 51, 68
licet: 91 s. s., 90
lingua d'uso: 27, S6, 194; giuridica: MAR1orn: 126, 147, 206, 212
12, IS, 52 s.; militare: 67; poeti- MARKET: 49. 147
ca: 27
MAROUZEAU: 83. 91, l10s.. 147
L1Ps1o: 160, 163 s., 166 MARROU: 176, 178, 181, 186
Liscuz 61, 67, 147 MARTHA: 125. 147 _
litote: 29 s., 115 MART|NAzzou: 44, 48, 66. 80. 87,
LODGE: 168 147
I.oD1: 171 MARULLO: 111
LOEESTEDT: 47, 111, 147 MARz1A1.E: 35, 112, 208
LOMBARDI: 209 MARZOT: 49, 148
Lo Mono: 209 MAs1No: 198
LoNDoN: 25 MAso: 211
LóPEz KINDLER: 194, 207 materialismo: 181
Lorlroz 204 MA'rzNEEr: 196
LUGANO: 196 MAunAc1¬1: 52, 91,93, 102, 148,207,
LUcnEz1o: 11, 127, 204; (e il linguag- 212
lNDlCE ANALlTlCO 227

MAzzoLI: 16, 61, 68, 120, 126, 148, MOREAU: 51. 66. 148. 160
177, 186, 197 s., 200, 213 MoREsc1~uN1: 61, 149, 172, 201
MECENATE: 9, 92 MoRE1'rI: 208
medio(passivo): 14. 54 s.. 199 MORO: 49
meditari: 114 morte: (in Agostino) 181 s.. 191; (in
MEERSSEMAN: 197, 205 Montaigne) 65; (in Seneca) 66.
MENANDRO: 126, 209 94,111,114s.. 181 S., 208
MERCRANT: 122. 148 Morro: 45, 149, 195, 198, 208
MERK1: 61. 148.172 s. MOUNIER: 20. 66. 149
metabole: v. variatio Moussvz 167
metafora: 44, 54. 62, 64, 66. 77. 87. MUELLER C.F.W.: 191; MUELLER
97, 129. 178: (giuridica) 12. 57; G.H.: 46. 122 s., 149; MUELLER
(medica) 67; (militare) 67; (otti- M.H.:1l6.1l8.149
ca) 17; (sacrale) 125; (spaziale) MULDER: 57. 76. 149
71; (volumetrica) 23 MURETO: 168
METRoDoRo: 39 MUsoNIo: 51
MICHEL: 123. 148, 198 mutare: 114
militare: 67, 202 MUTSCHMANN: 115 s.. 149
MILTON VALENTE: 66. 148
MINUcIo FELICE: 47. 67. 72. 76.
177. 179 NAEGLER: 43. 91. 149
MISCH: 27. 62. 79. 148 NARDO: 197
misericordia: 183 NARDUCCI: 199
MOHRMANN: 171, 186 s. NEGRI: 203
MOLENAAR: 58. 148 nemo non: 29 S.. 83. 115
MoMIc.LIANo: 50, 82. 148. 177, 179. neoformazioni, neologismi: 15 s..
193. 196 59-61. 63. 162
MoNAco: 82. 113. 148 NERONE: 13.41. 93. 129
MONDOLFO: 52, 57. 67. 72. 148. 205 NEUENSCHWANDER: 68. 149
monitor: 39 NIETz_scI~IE: 122, 210
monorema: 107 NOFERI: 49. 149
monosillabo in clausola: v. clausola NoLI~IAc: 49
monosillabìca NORDEN: 27. 45 s., 72. 78. 90 s.,
MONTAIGNE: 19, 65, 184, 201 129. 149. 173,185
MONTELEONE: 206 NoTHDuRrr: 48, 149
morari secum: 8, 17. 65 No'I'roLA: 44. 149
MoRAvIA: 89 NouRRIssoN: 175 s.
228 lN DlCE ANALlTlCO

observare se: 17 paradosso: 35, 83. 97, 101; (in Sene-


ojfendere se: 58 ca) 111 s.. 208
OLTRAMARE: 53. 78. 85. 91 s.. 98. parallelismo: 28. 55. 90. 92. 103.
150 172, 185
oltretomba: 31. 89 s., 205 paratassi: (in Seneca) 33. 102. 105.
omeoteleuto: 34. 94. 103. 121, 172 108. 194. 207; (nello stile stoico)
123; (antitesi paratattica) 91 s..
OMERo: 76 161. 187; (cola paratattici) 37
0MoDEo: 73. 150 PARATORE: 196, 198
OPITZ: 43. 79. 91 s.. 98. 150
PARKER: 73. 150
oracolare (stile): 12. 104, 125 s.
paronomasia: 46. 80, 118. 185; (in
ORAZIO: 28. 30, 83, 88 s., 92, 130. Seneca)55 s.
193, 204, 206; (e il linguaggio
participio futuro: 28 s.. 79-81; (in
dell'interiorità) 15, 52, 77, 174
Seneca il Vecchio) 79; (tamquam
orgoglio stoico: 32. 86. 93. 181 s. col p.f.) 80
ORIGENE: 181 PASCAL: 32. 124. 184. 186
ORLANDI: 212 PAscoI.I: 16, 33, 206
ORoz RETA: 44, 48. 78. 80. 93. 150. PASOLI: 82. 126. 150. 163 s., 212
175s..187,189
pathos: 30. 37. 86 s.. 99. 127
ossimoro: 30, 88, 208 PAULY: 161
otium: 93. 128. 160
pax animi: 67
Orro: 46. 83. 117, 150
PEASE: 129. 150
OvIDIo: 15 s., 54.74. 110.208
peccatum: 57
PECERE: 207
pace: 67 PELAGIo: 180. 182. 202
PAcuvIo: 127 PELLEGRINO: 70. 150
paedagogus: 41. 128 s. PERRET: 47. 150
PALMER: 45. 150 PERSIO: (ed Epitteto) 75; (e il lin-
guaggio dell'interiorità) 58. 64.
PALOP FUENTEs: 44. 150
75; (rapporti con Seneca) 58. 200
PANI=1Io: 21.66
penurbare se: 200
PAOLI: 203
pessimismo: 29. 32, 87, 204
PAoLo DI TARso: (e Agostino) 185-
187. 203: (e Filone) 72; (e Marco PETER: 124. 150
Aurelio) 73; (e Seneca) 73.177, petere a se: 60
214; (interiorità) 72. 76; (Stile) PETRARCA: 10.14.48 s..51.71.190,
22, 72. 187 197
PAPAIOANNOU: 51. 62. 150 PETRDNE: 112. 151
INDICE ANALITICO 229

PETRONIO:(colloquia1ismi) 83, 95;(rap- praemitti: 190, 196


porti con Seneca) 32, 47. 98. 207 PRECI-IAc: 51, 63, 87, 114. 201
PIANEzzoLA: 198 PREISENDANZ: 55, 78, 91. 151
PICHON: 112. 151 preposizioni: 22, 71
PINCIANO: 164 PRETE SERAFINO: 171. 214; PRETE
PIRo1'rI: 49. 151 SEsTo: 86, 151
PITTET: 44, 151. 162 preverbi: 20, 58. 62. 81. 85. 161 s..
PLATONE: 51. 61, 173; (e il linguag- 174, 190
gio dell'interiorità) 56. 63. 65. proƒundus: 71. 202 S.
76; (tradotto da Cicerone) 37 s., PRUDENZIO: 62
116. 122; (da Seneca) 37-39. 116- PRZYWARA: 203
118, 122, 209
psiconimi: 44
PLAUTO: 12, 54. 77. 95
publicus: 205
PLINIO IL VECCHIO: 185 s., 196
PURLILIO SIRO: 35, 40. 113
PLOTINO: (e Agostino) 69 s.. 174; (e
il linguaggio dell'interiorità) 64. PUCELLE: 128. 151
70. 76, 174, 203 PUELMA: 209
PLUTARCO: 54. 68; (rapporti con Se-
neca)63. 201 quantum plurimum: 168
POI-ILENz: 31, 48-52. 54, 57. 61. 64. quies inquieta: 31, 88
66 s.,88.130,151.160.173.176, quiescere sibi: 200
180. 182, 186 QUINTILLANO: 27, 78 s., 203
POLI-IEIM: 103. 151. 185 s.
poliptoto: 38, 80. 83 s.. 86, 99, 111. RABBOW: 52. 65. 68. 80, 85. 92. 114,
114; (chiastico): 36. 84. 117; 116,124.126.152
(simmetrico) 29 RACI-IET: 69, 152
polisindeto: 109 RAIMONDI: 49. 152
POLIZIANO: 49 rapere: 54
PONCELET: 116, 151 rapina: 13. 53 s.
populus: 67. 202 RAUSCIINING: 43. 82 s.. 88. 90. 93.
PORRIRIO: 11, 172, 173 s., 179, 202 98.102 s.. 152
PORTALURI: 113. 151 RAYMENT: 78, 152
POSIDONIO: 41. 61, 68. 76. 124. 173 recedere in se: 8, 19 s., 64 s., 174
POssIDIo: 192 REcI~I: 43, 64. 152
POULET: 65. 151 recognitio sui: 57
praedomare: 81 fecondi in se: 19. 64, 69, 174
praemeditatio malorum futuror-um: recurrere ad se: 8, 19, 64, 174
80 redire in se: 22, 64, 70. 174, 201
230 INDICE ANALITICO

REGENBOGEN: 57, 126 s., 152 SALLUSTIO: (rapporti con Seneca)


REI1=I=: 114, 152 159-164, 213; (variatio in S.) 34,
REINECRE: 43. 152 106, 162
relinqui sibi: 18 SALVATORE: 214
res (in funzione appositiva e predi- sapiens: (autosufficienza) 17, 182, 184;
cativa): 86 s., 114 (e Dio) 18, 93; (e il tempo) 30,
reverti in se: 19. 64, 174 128; (e la Fortuna) 21. 92; (orgo-
glio) 86; (pedagogo dell`umanità)
REYNOLDS: 50 s.,63.114,213 41, 128; (realizza la humanitas)
RICHTER: 45. 98. 151 88: trìtmlto dcl .\'.) 34. 59
RICOTTILLI: 194 SCAGLIONE: 210
RIEI<s: 87. 130. 152 SCARCIA: 98. 153. 197
RIEMANN: 78. 152 SCARPAT: 48. 50. 60 s.. 70. 72, 90,
rifacimenti: 13. 35. 115 102, 153, 179, 181, 194, 201-203,
riflessivo: 14-20. 54-60; (diretto) 14- 205
17. 56-59. 174; (indiretto) 17 s. SCHAERER: 77. 153
57. 60; (doppio) 18 s., 62; (e me-
dio) 54-56. 199; (formule rifles- SCHERER: 199
sive) 56 schiavitù: 32, 97 s., 206 s.
ripetizione: 31-33 SGHLIEEEN LANGE: 194
ROBIN: 77, 152. 198 SCHLIER: 72, 153
ROaLEs: 49. 152 SCHMID: 115 s., 153, 199
RODRIGUEZ: 194 SCHOTTLAENDER: 116. 121. 125, 153
ROLLAND: 78, 81. 98. 153 SCHULZ: 98, 154
RONCONI: 51. 54. 126. 153. 208 SCHwARz: 182
Ros: 106. 153 scrutari se: 11. 15, 17, 50. 58
ROSATI: 210 secedere in se: 20. 174
Ross: 175. 196 secretum: 64
ROTTA: 181 secum: 74; esse: 17, 60; morari: 17.
ROussEAU: 65 65; vivere: 17
ROZELAAR: 195. 208, 210 SENECA IL VECCHIO: 78 s.. 82. 91.
RuHI<OPI=: 165 105, 189.211
Russo F.: 193; Russo J.: 203 sententia: 25-27. 37. 40. 55. 104.
112.118.127. 161.188.204. 211;
SARBADINI: 49, 153 (definizione) 78; (e antitesi) 91
sacer spiritus: 22 s.. 73. 76 sequí se: 15. 174. 193
SACERDOTI: 159, 165 SERRA ZANETTI: 116. 154, 171
salire e composti: 62. 174 SEsTII: 11, 51
INDICE ANALITICO 231

SETAIOLI: 8, 46, 76, 79, 116, 122, STuEcxEI.BERGER:45, 154.178.210


154, 187, 194, 205, 209 s., 214 STLHBER; 171
$EvENS†HR= 73› 154 sublime (mie): 123, 19a
SERISO: 202 suflicere sibi: 60, 184
simmetria: (e variatio) 34, 55, 82, sui iuris esse: 52
90, 105 s.; (in Agostino) 111. 185 SULLWAN, 93, 154
s.; (in Cicerone) 25; (in Seneca) SUMMERS, 43_ “_ 43 S" 55, 62, 65'
34, 36, SS, 89, 104 S., 121 8.; (dl- 77, 79' 83' 88, 90 su 93, 98, Im
colon simmetrico) 27. 95; (po- 113' 154
liptoto simmetrico) 29; v. concin-
superbia: v. orgoglio
uitas
SIMON 203 suum esse: 12, 52 s.

sinonimi: (nella correctio) 94-96; (fi- SVOBODAZ 122' 155


gura etimologica sinonimica) 84; SYME: 163
(variatio sinonimica) 91. 101, 163
_ 'I`ACITO:(giudizi0 su Seneca) 41; (in-
SMILEY' 85' 123' 154 flusso di Seneca) 47; (stile) 9. 45.
s°CR^TE¦ lo 5'- 46' 50 5" 83 108; (variatio in T.) 34. 106
SODANO: 116. 154 TADDEO: 197
SOERBOMZ 105 5°' 154 tamquam con participio futuro: 80
SOLIGNAC: 176 TATEO. 49, 155
S°liP5l5m°: 77 tautologia: 172
Süllicitdre S82 59, Zu) teatralitàz 411 94' 129

Sol-ONE: 82 tempo. temporalità: 32, 53, 66, 81,


SORDI: 214 94, 128.163, 181
SOUILHE: 68 TEoERAsTo: 118. 120
SozIoNE: 51 TERENZIO: 12.40.86
SPANNEUT: 47. 154, 175, 181, 183. TERTULLIANO: 47, 177, 179 s., 196 s.
195- 202 TESTARD: 188
speranza (condanna della s.): 31, 89. 1-HEILER. 46_ 68, 71' 76' 128' 155,
133 172 S., 179, 201
*Pf* 39- 133 Tm:vE~Az= 14, 52, Iss, 198
$*3°°“°f 107 THOMAs L.-V.: 182; THOMAS P.: 43,
STAERMAN: 206 79, 155
STÉGEN: 166 Tmn.E'rrI: 180, 190, 196 s., 198
STE1NER: 44, 55. 90 s.. 154 timere con infinitoz 28
STEYNs: 44.62, 67, 124, 129, 154 ToDOROv: 28. 155
STILPONE: 13
232 INDICE ANALITICO

traduzione: (a Roma): 37, 114; (di 106; (e simmetria) 34, 55. 82. 90.
Cicerone) 37, 116, 207; (di Cicero- 105 s.; (in Agostino) 174. 188.
ne da Epicuro) 118-120; (da Pla- 190; (in Sallustio) 106. 162; (in
tone) 37-39, 60, 76, 116, 118; (da Seneca) 106. 113-115. 162 s.; (in
Teofrasto) 118: (di Seneca) 37- Tacito) 106; (in Tucidide) 106;
39, 116-122, 209; (di Seneca da (lessicale) 90. 107. 119; (morfolo-
Cleante) 121, 125, 176 s., 211; gica) 101, 105; (paradigmatica)
(da Democrito) 118; (da Epicuro) 106; (sinonimica) 91. 101. 163;
20, 30, 36, 39, 57, 115, 118-122; (sintagmatica)106; (sintattica)107
(da Erodoto) 118. 207; (da Plato- VENDRYES: 54. 156
ne) 38 s., 116-118; (da Teofrasto)
VERBEKE: 69.86, 156. 175. 181
118; (dai tragici) 121
VERCORS: 9
TRAGLIA: 55. 116. 118. 155
VERDII-:RE: 200
TRAIANO: 21. 193
VIANSINO: 63. 78. 93. 156. 198. 202.
transfigurari: 61
205 s.
transilire: 18. 61 s., 174
VIGNY: 47
transire: 114
vindicare: 8, 12, 52
TREU: 76. 156
virjbrtis: 21. 67
tricolon: 22. 105, 203; (anaforico ed
epiforico) 72. 98; (antitetico ed O-
VIRGILIO: 12, 16,72, 75,93, 111,206
meoteleutico) 178 virtus: 183. 194
TRILLITzsCH: 46-49. 58, 69, 78, 93, VITTORINO: 69. 72
98. 113, 116, 123 s.. 156. 175. vivere (determinato da quod): 191.
177.190 214
TROELTscH: 171, 202, 207 VOELKE: 199
TROEIMOVA: 206 VOGT: 98. 156
TUCIDIDE: 106 VOLLMER: 162
turbo rerum: 20. 62 volontarismo: 39. 57. 199 S.
VOss: 47. 156
UsENER: 120
vacare sibi: 8, 60
vadere: l l 1 WAGENINGEN: 196
VAHLEN: 168 WEBER: 78. 90 s., 93. 97. 103. 156
VALENZANO: 213 WEHRLI: 205
VALERIO MAssIMO: 13. 54. 81 WEINRICH: 208
VARCHI: 49 WESTMAN: 80 s.. 156
WIDMANN:61,116.156
variatio: (anaforica) 101. 106. 162;
(concettuale o tematica) 113-115; W1LI<1Ns: 193
(definizione) 105 s.; (epiforica) WILI<INsON: 207
IN DICE ANALITICO

WILLIAMSON: 49. 91. 102. 157 ZECHEL: 44. 157


WIRszUBsI<I: 50. 157 ZEKIYAN: 193
ZELLER: 61,66, 87. 157
ZAMPOLLI: 45, 95 zeugma: 167
ZARAGUETA; 66' 157 ZIMMERMANN: 47. 108. 157
INDICE DEI TERMINI GRECI

å1$ava1:í§ew : 61 1)av1á§sw éqféatrrfrül 60


ållófqia z 53
åmzwgslv el; šavróv: 20. 65 åaggelv éç›'šavnI›: 63
åvazaßgqacç elç èavfóv : 20
åagoaôóx-qfov: 35. 111 s. íôta.: 53
ågxeiv šav-WI): 60
aírtáqxeià: 50 ,uelle-rãv: 114
åga-véç: 71 ;sefao1-r)pa1:í§ea1}ai: 61

yevéoüai šavcoü: ll §v/Iléyeoôai eiç aòtóv

óivq: 20 bpulelv šaviråì: 17


bpoíwotç ôeö: 61, 172
èxaím: 200 `
tlsvåsçlaz 10. 77 naqáóošovz 112
¢›.m';= 89, zos nsoteív éavróv: 59
šußoãv: 129
ãvóovz 21. 23, 76 auvsíóqaaç : 57
éwóç: 23. 76 avvsíam šavffiì: 17, 60
šmaxonelv šairróvz 59 avvropla: 203
ema-roéq›ew ëqréavtóv: 63 s.
eòüvyeíaôaiz 118 çxlawúgz 60