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A scuola da compare Turiddu

Repubblica — 01 marzo 1998 pagina 32 sezione: CULTURA

Davvero sarà tutta così facile la nostra marcia di avvicinamento all' Europa? Così pacifico il nostro
ingresso? Così serena la nostra permanenza, una volta accolti in quel consesso? Vorrei esserne del
tutto sicuro. Non lo sono. Non perché tema l' occhiuta severità dei parametri di Maastricht, o il
cipiglio fiero della Deutsche Bank: sempre in guardia. Non per reverenziale timore dell' economia.
La cosiddetta economia può essere considerata talvolta anche con una certa allegria, con una punta
di strafottenza. E voi - voialtri francesi, voialtri olandesi, voialtri tedeschi - li avete messi a posto
davvero i vostri conti? Tornano, adesso? Tornano la sera a casa per ricevere la benedizione della
mamma, prima di mettersi disciplinatamente a letto? Temo l' economia più vera, quella che
controlla la nostra immaginazione, le nostre emozioni. Quella che costruisce e tiene fermi nella
nostra testa gli stereotipi: i tedeschi sono rigidi, i francesi ciarlieri, gli olandesi chissà. Lo scrittore
Orio Vergani spiegava agli inizi del secolo che gli stereotipi dominanti (allora come oggi) devono la
loro forza di resistenza all' economia implacabile che li governa (che ci governa). Ti entra in casa un
maggiordomo portoghese oppure (è più probabile) un idraulico cinese. Che fai? Fai la fatica di
metterti a capire come è fatto: se è buono o cattivo; se è competente, scrupoloso o sciatto? Ma no,
troppo faticoso. Ricorri al comodissimo stereotipo che hai in testa. E' cinese, e quindi. E' albanese, e
quindi. E' tunisino, e dunque. In Germania è sempre vivo lo stereotipo dell' italiano che va all'
Opera; che sa tutte le opere a memoria. Le canta di giorno e di notte. Ne distingue da lontano tutti i
singoli personaggi. Difatti si vede in giro un libriccino (128 pagine) scritto da un signore che si
chiama Michael Blumke, il quale racconta ai suoi connazionali tedeschi: vi piacerebbe imparare l'
italiano? Capirli, gli italiani quando parlano, e farvi capire da loro? Servitevi dell' Opera. Imparate
ad adoprare il linguaggio dell' Opera. Vi capiranno (Italienisch fur Opernfans, L' italiano per gli
appassionati dell' Opera, edizioni Reise Know-How). Si comincia con le cose più semplici, con le
espressioni più usuali. Avete ricevuto in Italia qualche torto da qualche donna irriconoscente? "Mi
tradì quell' alma ingrata" (dal Don Giovanni). Vorreste raccontarlo a vostro padre lontano? "O mio
babbino caro" (dal Gianni Schicchi). Altro caso, simmetrico ed opposto. Siete una giovane donna,
sempre tedesca, che vuol divertirsi sì, in Italia, ma con moderazione, senza dimenticare gli impegni
lasciati (provvisoriamente) a casa. Sotto allora con Il matrimonio segreto di Cimarosa: "E' vero ch'
io godo la mia libertà / ma con un marito, via, meglio si sta". Oppure, siete una distinta germanica
signora un po' avanti negli anni. Desiderate apertamente rammaricarvi per l' età avanzata che vi
impedisce - ahimé - di godervi appieno la nostra penisola. Per dare espressione al vostro cruccio, c'
è Il Barbiere di Siviglia: "Oh! vecchiaia maledetta! Son da tutti disprezzata / E vecchietta disperata
mi convien così crepar". Poi c' è da studiare un po' di grammatica. Almeno un po' . Non se ne può
mica fare a meno. Cominciamo dai verbi. Dicono che sono complicati, quelli italiani. Mica tanto. Il
passato prossimo, per esempio: semplicissimo. Basta ricordarsi della Cavalleria rusticana: "Hanno
ammazzato compare Turiddu!". Il passato remoto? Ancora più semplice. C' è la Tosca: "Vissi d' arte,
vissi d' amore, non feci mai male ad anima viva...". Poi ci sono i piaceri della tavola (italiana). Non
vanno disprezzati. Anzi, va tenuto presente, per esprimersi in modo appropriato in Italia, il finale
del secondo atto del Don Giovanni: "Già la mensa è preparata / Voi suonate, amici cari, già che
spendo i miei danari / io mi voglio divertir. Leporello, presto in tavola / Son prontissimo a servir /
Ah, che piatto saporito! / Ah, che barbaro appetito! / Che bocconi da gigante! Mi par proprio di
svenir". E via di questo passo. Agli amici tedeschi - che ci onorano con la loro curiosità turistico-
operistico-culturale per il nostro Paese - vorremmo poter dire con schiettezza che "l' italiano
operistico" si parla (se lo si parla) e si capisce (se lo si capisce) solo in aree limitatissime della
nostra penisola. Altrove si pratica la lingua della pubblicità e della televisione. E' quella che
bisognerebbe mandare a mente (con i suoi "attimino", i suoi "chiaramente", ecc.) per acclimatarsi
velocemente tra di noi. Siamo lusingati dalla loro attenzione. Ma temiamo sia ancora appesantita
dallo stereotipo teatrale, ottocentesco. Perché, ci dà fastidio? No, non ci dà fastidio, ci mette proprio
una gran paura addosso. Riprendiamo in mano la più famosa (la più vera) definizione dell' Opera
lirica: "E' quello spettacolo dove il protagonista, colpito da una pugnalata al petto, non cade a terra:
apre la bocca e si mette a cantare". Fuorviati da questo stereotipo potrebbero anche pensare domani,
in un momento di malumore, ad allontanarci dall' Europa. Tanto, sapete come sono fatti, quelli (gli
italiani). Si dispiaceranno, magari, ma un attimo dopo tireranno fuori l' acuto. No, non sempre è
così. -