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Scrittore e filosofo, filologo e studioso di teologia, Igor

Sibaldi è uno dei più seguiti esperti di spiritualità in Italia: le


sue conferenze sono seguite ogni anno da migliaia di
persone, e i suoi video da centinaia di migliaia. Tra i suoi
recenti successi in libreria ricordiamo I maestri invisibili,
Libro degli angeli, Al di là del deserto, Resuscitare e il
romanzo Eterno amore. Memorabili anche i suoi interventi
come ospite di Fabio Volo nella trasmissione Il Volo del
mattino.
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ISBN 978-88-3100-438-1

Grafica: PEPE nymi


Immagine di copertina: Giuseppe Orlando

Copyright © 2019 Adriano Salani Editore s.u.r.l.


Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Prima edizione digitale: ottobre 2019


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
E di nuovo ci sarà così un incontro.
Śiva Sūtra, 45
Introduzione
in cui si presentano alcuni strumenti utili a
costruire buone teorie
1
Guardare

Tutti sanno costruire teorie. ‘Teoria’ è una parola greca che


significa ‘modo di guardare’. Quindi è semplice: ti guardi
intorno, o ti guardi dentro, ed ecco, hai già la tua teoria.
Ma questo non vuol dire che sia facile. Guardare è
un’operazione problematica, richiede decisioni: ogni volta
che guardi, decidi quanto è ampio il tuo orizzonte.
C’è chi andando per strada guarda anche il cielo, altri
guardano solo i semafori, perché hanno deciso così. Oltre
all’orizzonte, decidi la velocità di ogni tuo sguardo: su alcune
cose ti soffermi e su altre no, perché alcune cose contano per
te e altre no. E delle cose che contano per te, guardi solo
alcuni aspetti, e altri no.
Sono decisioni potenti, perché tutto ciò che fai dipende da
ciò che conta per te, e ciò che conta per te è ciò che guardi.
Ovvero: le tue teorie guidano la tua vita. È una faccenda
talmente impegnativa, che tanti preferiscono non pensarci.
2
Dimostrazione

Puoi verificarlo da subito: da’ un’occhiata fuori e prova a


rallentare il movimento degli occhi. Guarda meglio una cosa,
non importa quale. Le foglie degli alberi. Un tetto. Le braccia
dei passanti. E accorgiti di ciò che comincia a succedere in
te: quali stati d’animo si fanno timidamente avanti.
Alcuni di questi stati d’animo somigliano a ricordi di
qualcosa che era rimasto incompleto chissà quando. Altri
somigliano a desideri. O a domande.
Ma non sono ancora né ricordi né desideri né domande.
Sono un aprirsi ai ricordi, ai desideri e soprattutto alle
domande che verranno tra un po’, se non le ricacci indietro.
È che, appena cambi modo di guardare, ciò che conosci già
comincia a sembrarti troppo poco, e hai la sensazione di
essertene accontentato, cioè di essertici rassegnato. Perciò
emergono quei ricordi di incompletezze, e i desideri, e la
voglia di domandare qualcos’altro: questi sono i tre cardini
di ogni teoria, delle tue teorie quotidiane come anche di
quelle filosofiche e scientifiche.
3
Incompletezze, desideri, domande

Se non ti accorgessi che qualcosa non ti è bastato, se non


desiderassi niente, se temessi le domande, non guarderesti
mai: non faresti altro che vedere – cioè ricevere immagini di
cose e persone, una accanto all’altra, una dopo l’altra. E
molti provano a fare così, imponendosi di guardare il meno
possibile.
I colleghi del giovane Newton vedevano; ma guardavano
meno di lui: ritenevano che Keplero e Galileo avessero già
guardato abbastanza e che bisognasse solo vedere ciò che
avevano guardato quei due. Allo stesso modo, qualche tuo
conoscente vede sua moglie ma non la guarda, e vede anche
se stesso nello specchio ma non si guarda. Non costruisce
teorie. Ha paura di desiderare qualcos’altro, anche perché
intuisce che quando si incomincia a desiderare c’è il rischio
di non smettere più. Ed è un rischio a cui questo libro vuole
abituare.
4
Ci sono rischi peggiori

Ma non è che chi guarda il meno possibile non abbia teorie:


preferisce solo tenersi la teoria che ha già. È quello che in
filosofia si chiama: sostenere una teoria.
E quando sosteniamo una teoria, riduciamo il nostro campo
visivo, vediamo solo il già visto, perché ci va bene così com’è:
perché ciò che abbiamo già visto e rivisto dà senso a tante
circostanze e rapporti che ci sembrano più o meno
indispensabili.
Ma quelle circostanze e rapporti ci sono indispensabili
perché hanno un senso o hanno un senso perché ci sono
indispensabili? Le due possibilità sono l’una il contrario
dell’altra. E nessuna delle due vale la pena. Si può dare un
senso a circostanze e a rapporti (cioè limitarsi a ciò che ne
hai già teorizzato) solo a condizione di diventare meno
curiosi, più ottusi. E questo è ancora più rischioso
dell’aumento dei desideri: perché quanto più uno si aggrappa
a una sua teoria, e la sostiene, tanto meno ne vede i difetti, e
rischia di lasciar guidare la propria vita da una teoria
carente, che magari era buona anni fa e ora non lo è più.
5
Teorie vantaggiose

Se sostenere una teoria presenta tali svantaggi, conviene


costruire teorie temporanee e stare pronti ad abbandonarle
prima che ci siano di ostacolo. E neanche questo è facile,
perché molti disprezzano chi non persiste nelle proprie
convinzioni. Dunque ci vuole più coraggio a cambiare idea,
che non a impuntarsi.
Vantaggioso è anche costruirsi teorie che producano più
domande che risposte: che cioè amplino sempre più
l’orizzonte, mostrandoti quante cose non stai ancora
capendo, nuove direzioni. E più direzioni hai, più trovi in te
le forze per esplorarle.
Così, una persona che abbia deciso, poniamo, di sentirsi
italiano, e dunque di guardare il mondo da italiano, e perciò
rida di quello di cui ridono gli italiani e si irriti di quello di
cui si irritano gli italiani, e lo stia facendo da quando era
ragazzo e abbia intenzione di continuare a farlo per tutta la
vita, sta rinunciando a una quantità di scoperte che
potrebbero essergli utili, non perché non abbia la forza di
scoprire direzioni diverse, ma solo perché per ora non vuole
– e può rallegrarsi soltanto che molti altri italiani lo
approvino.
6
Capire è uno stato d’animo

Possiamo metterla anche così: le teorie servono a ‘star


capendo’, ma non ad ‘aver capito’. Se questa frase non risulta
immediatamente chiara non è colpa mia, ma del cattivo stato
in cui versa, nelle nostre lingue, la parola ‘capire’.
Dai dizionari risulterebbe che capire è un’azione. Un
afferrare, un penetrare, un apprendere, un impadronirsi. Se
ne deduce che stare capendo e aver capito siano due gradi
dell’azione, e che il secondo sia il risultato del primo. Ma
chiunque abbia capito una qualsiasi cosa sa che così non è.
Stare capendo è provare un certo stato d’animo, molto
piacevole. È un sentirsi trasportati avanti, senza sapere cosa
ci stia trasportando, ma fidandosi finchè dura: cioè finché
quello stato d’animo cambia il modo in cui guardiamo.
Aver capito è la fine di questo stato d’animo, ed è una cosa
triste.
Perciò una teoria vantaggiosa serve soltanto a stare
capendo, e deve tenersi alla larga dall’aver capito come da
una trappola.
7
Dimostrazione

Prova ne sia la sensazione di disagio che avvertiamo davanti


a una persona che vuole dimostrare di aver capito tutto in un
certo ambito. Se si è di buon cuore, si reagisce a questa
persona annuendo vagamente, fingendo di congratularsi (si
intuisce che ha bisogno di conforto) e cercando intanto un
buon pretesto per allontanarsi.
Inutile tentare di dissuadere chi ritiene di aver capito
tutto: non capirebbe, proprio perché è uno che ha già capito
– cioè ha già finito di capire. C’è, in questo genere di
persone, una debolezza costituzionale: un’incapacità di
reggere al piacere. Lo stato d’animo dello star capendo è, per
loro, un’esperienza troppo forte, da cui devono liberarsi al
più presto, come può esserlo per altri l’emozione provocata
dalla bellezza o dalla gioia.
8
Che cos’è la verità

Le persone che hanno già capito qualcosa (e capita a tutti,


purtroppo) sentono di possedere la verità su qualcosa. Ma il
verbo ‘sentire’ ha molti significati, e perciò richiede sempre
precisazioni. Cosa sente chi crede di avere acchiappato un
pezzo più o meno grande di verità? Non è propriamente una
sensazione: sensazioni sono la fame, la sazietà, il vento
freddo o il tepore del sole sul viso. Le sensazioni sono
passive. Il possesso della verità è invece un comando. Uno
dice: «Ecco, questo è vero!» perché sta ordinando a se stesso
o ad altri di non guardare più in là.
Perché lo fa? Che cos’è la verità che a tanti sembra un
concetto evidente? È un fermarsi a un certo punto, un
azzittire le sensazioni da cui risulterebbe che più in là c’è
altro di interessante. Di questa brutta tendenza la filosofia si
è occupata a lungo, dato che la filosofia è la ricerca della
verità (non meriterebbe attenzione se non lo fosse): e in più
di due millenni i filosofi occidentali hanno prodotto, in
sostanza, tre teorie della verità, una più deludente dell’altra.
9
Tre versioni della verità

Prima teoria occidentale della verità: quello che diciamo è


vero se è coerente con il resto delle nostre informazioni.
Seconda teoria: è vero ciò che ha un’utilità pratica.
Terza teoria, oggi la più accreditata: una frase è vera se
corrisponde ai fatti che descrive.
Queste definizioni sono tutte e tre sbagliate. La prima
viene smentita da ogni balzo in avanti della conoscenza
umana: non c’è mai stata una grande teoria che non
contrastasse con ciò che si sapeva al tempo in cui venne
formulata. La seconda è un equivoco: anche una menzogna
può avere un’utilità pratica, per esempio in un processo. La
terza è oziosa: stabilisce infatti che quello che si sa di un
fatto è vero se corrisponde a quello che riusciamo a dirne –
ma se di un dito io dico: «Un dito è un dito» dico solo una
cosa che potrei anche fare a meno di dire; e quando
pensiamo alla verità non pensiamo a qualcosa che potremmo
anche fare a meno di dire.
Quindi, quando parliamo di verità, parliamo di qualcosa che
nessun filosofo occidentale sa bene che cosa sia.
10
Quanto è grave la situazione

Purtroppo, non solo la filosofia occidentale non dice altro


della verità, ma quelle sue tre definizioni rispecchiano ciò
che tutti tendiamo a pensare sull’argomento: spesso ci
sembra falso ciò che è nuovo o che intralcia i nostri scopi
pratici o che contrasta con ciò che riusciamo a dire di
qualcosa. E ci si accontenta dell’una o dell’altra di queste
impressioni, che abbiamo appena visto infondate: con la
conseguenza che non solo non sappiamo la verità su
moltissime cose, ma non sappiamo nemmeno se un qualsiasi
discorso o pensiero contengano verità o no.
Eppure le sensazioni che ci suscita la parola ‘verità’ sono
abbastanza precise, e ci sono ben note fin dall’infanzia.
Dunque questa parola indica una cosa che per noi esiste. E
se per noi esiste, ma non sappiamo dire cos’è, dobbiamo
guardarla meglio, costruircene una nuova teoria, una buona
teoria che spieghi di più e susciti un maggior numero di
domande, e ci mostri a che cosa ci riferiamo, o cosa
desideriamo, quando parliamo di verità.
11
La verità assembleare

Propongo una quarta teoria della verità, o meglio di ciò che


chiamiamo ‘verità’.
Ciò che chiamiamo ‘verità’ è un’operazione mentale che
richiede un ben preciso sforzo di immaginazione: quando
dobbiamo decidere se una nostra idea è vera o no,
convochiamo un’assemblea immaginaria, costituita da
persone per noi importanti: genitori, parenti, parenti
acquisiti, amanti, amici, personalità della cultura di cui
abbiamo sentito parlare bene, divi dello spettacolo, artisti
ammirati, e una qualche immagine che abbiamo di Dio, degli
angeli, del diavolo, e infine una nutrita rappresentanza di
gente comune, che ci è simpatica o che disprezziamo, ma che
in ogni caso temiamo un po’. A questa assemblea
immaginiamo di sottoporre la nostra idea, in un linguaggio
che tutta quell’assemblea possa capire, e aspettiamo il
verdetto. Se la maggioranza dell’assemblea non batte ciglio,
ne concludiamo che quella nostra idea può essere vera. Se la
maggioranza storce il naso, decidiamo che la nostra idea si
basava su qualcosa che ci era solo sembrato. Tutto qui. Non è
così che succede?
12
Il danno dell’attendibilità

Non per nulla, un sinonimo di vero è attendibile – cioè


qualcosa che corrisponde alle aspettative di molti.
Può capitarti di immaginare, in quell’assemblea, un
dibattito tra alcuni che difendono la tua idea e altri che la
attaccano; ma il verdetto sarà sempre deciso dalla
maggioranza: dire che qualcosa sia parzialmente vero
suonerebbe sarcastico, quanto il dire che una nostra amica
sia parzialmente incinta.
E ci si sottomette al verdetto maggioritario di quella nostra
assemblea per un impulso tanto profondo da essere
diventato un automatismo: il bisogno d’approvazione, in cui
ogni individuo si è specializzato fin dai primi mesi di vita.
Già assecondare questo bisogno è un danno non
indifferente, perché corrode la libertà individuale; ma
quell’assembea produce un altro danno anche maggiore:
farti credere che ci sia una differenza tra quel che è vero e
quel che ti è soltanto sembrato.
Cioè che la verità sia un fatto sociale. Cioè che tu, in fatto
di verità, conti poco.
13
Alétheia

Se la verità è un fatto sociale, diventa un inganno la


splendida frase ‘conoscerete la verità e la verità vi farà
liberi’. Non si è liberi se ci si lascia condizionare da
un’assemblea, foss’anche immaginaria.
Ma quella frase non era un inganno in origine, lo è
diventata soltanto nelle traduzioni in lingue occidentali. Nei
Vangeli, che vennero scritti in greco, il termine tradotto con
‘verità’ era ben diverso da ciò che noi chiamiamo verità. Il
termine era: , alētheia, dal verbo , ‘sfuggire
all’attenzione’, ‘dimenticare’. La iniziale è un alfa privativo:
è dunque, letteralmente, ‘il non-dimenticarsi’.
Duemila anni fa, per chi parlava greco, verità era ciò che uno
riusciva a non nascondere a se stesso. Non conta qui nessuna
attendibilità, nessun verdetto altrui: qualunque assemblea,
un intero popolo, l’umanità può lasciarsi sfuggire o voler
dimenticare qualcosa che tu invece ricordi bene, e quel
qualcosa è alétheia. Nelle nostre lingue attuali non abbiamo
nessun vocabolo che corrisponda a questa nozione.
14
’Emet

Ancor più individualistica è la teoria della verità che


troviamo testimoniata nella lingua ebraica. ‘Verità’ in
ebraico si dice ‫אממ‬, ’emet. La radice ebraica ‫’( אמ‬em) significa
‘portare dentro di sé’. La lettera ‫ ת‬è, in ebraico, il simbolo
dell’esprimere. Ne viene che la verità, per chi intendeva
l’ebraico, era propriamente la capacità di comunicare ciò che
hai in te. Non importa a chi lo comunichi: magari anche
soltanto a te stesso. Importa che, anche qui, la verità prende
forma indipendentemente dalla società: libertà personale e
’emet aumentavano di pari passo, e di pari passo
diminuivano.
È bello fantasticare su come cambierebbe la nostra vita se
questi antichi modi di intendere la verità tornassero attuali.
Ma non possiamo farci niente: nelle nostre lingue e nelle
nostre menti, ciò che chiamiamo ‘verità’ è, e rimane, una
questione democratica. Perciò è meglio che tu ne faccia a
meno, se vuoi che le tue teorie siano veramente tue.
15
Senza la verità

Fare a meno della verità? Qualcosa si indigna, nella nostra


mente, dinanzi a una simile prospettiva. Tu lascia che si
indigni: è solo quella tua assemblea immaginaria, che si
risente perché ti sta venendo voglia di non darle retta.
Quell’assemblea esclamerà che fare a meno della verità
significa darsi il permesso di mentire: non lasciartene
intimidire, è un trucco, dato che il contrario di ciò che
chiamiamo verità non è la falsità (lo sarebbe se la verità
sussistesse senza bisogno del verdetto della nostra
assemblea) ma solo ciò che quell’assemblea non ha ancora
voluto approvare. Dato che la nostra verità assembleare è
solo un vincolo e una minaccia di disapprovazione, il suo
contrario non è la falsità: sono le tue scoperte.
16
Utilità delle emozioni

La verità occidentale è sempre pacata, placata, e placa.


Quando scopri, invece, provi forti emozioni: impazienza,
timore, sconcerto, gioia, collera, e altre ancora che vedremo.
Perciò, contrariamente a quanto si ritiene di solito, le
emozioni ti sono buone compagne quando costruisci teorie
nuove, teorie tue. Si sa che le emozioni confondono, ma
l’importante è: che cosa confondono? Disorganizzano le
certezze – così come una risata disorganizza il ritmo
consueto del respiro: e chi condannerebbe per questo le
risate?
Non per nulla l’idea che la verità sia un ostacolo alla
conoscenza fa ridere; segui quel riso. Per esempio: la tua
assemblea interiore è certa che Dio sia maschio e adulto,
dato che lo chiama Signore. Se nella tua teoria su Dio (cioè
nel tuo modo di guardare in direzione di Dio) includi l’idea
che Dio sia invece, o anche, un bambino, o una bambina, ti
viene alle labbra un sorriso di meraviglia, che tende al riso.
Dovresti negarti quella tua teoria solo perché non è
occidentalmente vera?
17
Il danno del sentimento

Alle emozioni, i possessori di verità preferiscono i


sentimenti: orgoglio, determinazione, fedeltà (alle proprie
posizioni e all’assemblea interiore), senso di superiorità ecc.
Ed è solo perché il sentimento obbliga a un comportamento
prevedibile.
Se amo qualcuno, mi darò il permesso di fare alcune cose e
non altre. Se odio qualcosa, mi sentirò obbligato a
dimostrarlo. E lo farò perché avrò deciso che è giusto così,
che ho validi motivi di amare o di odiare, ed escluderò dal
mio campo visivo qualunque cosa mi possa fare ricredere.
Il che è sufficiente a guardarsi dal sentimento quando si
vuole costruire una buona teoria su una qualunque cosa. Il
sentimento è un’azione che tu eserciti sulle tue percezioni
interiori ed esteriori, perché rimangano uguali a com’erano
ieri sera: l’assemblea interiore lo chiama un ‘essere coerente
con se stessi’ – come se il tuo te stesso fosse soltanto il tuo
passato.
18
Le sensazioni

Tutt’altra cosa sono le sensazioni. A differenza del


sentimento, che c’è soltanto se lo fai durare e dura solo se si
autosorveglia, le sensazioni non fanno che accadere:
passano, rapide, uniche, umili e rivelatrici.
Anch’esse sono screditate: hanno fama di essere
ingannevoli; già Parmenide se la prendeva con ‘i molto
erranti organi di senso’. Ma non sono le sensazioni a
ingannarci; siamo noi che le interpretiamo male, perché le
sensazioni ci danno più informazioni di quanto la nostra
verità sia disposta ad ammettere. Decurtiamo le sensazioni,
le svisiamo perché non ci emozionino troppo, e allora
diventano ingannevoli. È una cosa che impariamo a fare
anche per ragioni di sopravvivenza: perché non saremmo
riusciti a sopportare i molti disagi della nostra civiltà, se
avessimo dato peso alle nostre sensazioni personali. Ma lo
scopo delle tue teorie non è di giustificare la civiltà a cui per
ora appartieni.
19
Esperimento

Sei a scuola, in una qualsiasi mattinata della tua


adolescenza; o in auto, verso sera, nel traffico; oppure ti stai
addormentando, di notte, e pensi a quello che ti preoccuperà
domani. Hai una tua teoria della scuola, una teoria del
traffico o una della preoccupazione. Abbiamo detto che una
buona teoria deve spiegare molte cose e suscitarti molte
domande nuove. Se nella tua teoria della scuola, del traffico
o della preoccupazione inserisci un solido sentimento del
dovere, avrai ben poche domande nuove, o addirittura
nessuna; in compenso, ti sembrerà che la tua teoria spieghi
tutto ciò che c’è da spiegare della scuola, del traffico e della
preoccupazione.
Se invece metti da parte il sentimento del dovere e fai caso
alle sensazioni (a ciò che senti intorno a te e in te), le
domande diventano subito molto numerose, e le spiegazioni
che ti davi prima rimpiccioliscono fino a sparire. Se poi lasci
libero corso alle emozioni, le spiegazioni che prima ti
bastavano ti irriteranno.
20
La ragione

Il maggiore ostacolo all’introduzione delle sensazioni e delle


emozioni nelle tue teorie è quell’apparato che le persone
colte chiamano: la ragione. E per le persone colte la ragione
è il faro e l’arbitro della conoscenza – costituita, a loro dire,
da ragionamenti.
Vi è qui un equivoco increscioso. Ragione (raison, reason,
razòn) viene dal latino ratio, ‘calcolo’, ‘regola’. Ed è la
capacità di applicare schemi prefissati per risolvere alcuni
aspetti di un problema e ignorarne altri a cui quegli schemi
non si possono applicare. Utile a parcheggiare, a comportarsi
bene in società, a compilare un compito in classe o la
dichiarazione dei redditi, la ragione è perciò da evitare nelle
buone teorie.
Il largo uso della ragione da parte della filosofia
occidentale non depone a favore di quest’ultima: fa piuttosto
assomigliare la filosofia a un sacramento, a una cerimonia in
cui un certo numero di schemi prefissati vengano applicati
proprio come il sacerdote ricorre alle sue formule rituali, il
cui scopo principale – se non l’unico – è attirare l’attenzione
su se stesse. Comportamento utile nei funerali, ma non al
progredire della conoscenza.
21
Il pensiero

Ma fiero avversario della ragione è il pensiero.


Il pensiero è la capacità di domandarsi «perché?» e di non
temere le risposte. Nessuno schema razionale regge alla
domanda «perché?», specie quando la intendi in senso
finalistico – cioè «a che scopo?» Per esempio, in Italia si
pagano tasse onerose e la nostra ragione applica tutti gli
schemi necessari ad adempiere a questo obbligo. Il pensiero
domanda: «Perché?»
Risposta della ragione: «Perché lo impone lo Stato italiano»
(‘lo Stato italiano’ è uno schema sufficientemente complesso,
da incutere rispetto alla ragione).
Il pensiero domanda: «A che scopo esiste lo Stato italiano?»
Domanda che suscita emozioni e acuisce certe sensazioni –
le une e le altre grandi alleate del pensiero. La ragione
risponde: «Perché lo Stato è un male necessario, come
l’inquinamento, e in Italia lo Stato è ovviamente italiano».
Il pensiero non si accontenta dello schema ‘male
necessario’ e domanda: «A che scopo deve essere necessario
un male?» E la ragione esita: non sapendo cosa rispondere,
chiede soccorso al sentimento – la compassione per
l’imperfezione umana, la diffidenza verso la gente, l’amore
per l’autorità e altri sentimentalismi in cui le persone
razionali si barricano per non cambiare le loro teorie. Lì
rimangono, assediati dal pensiero.
22
La parola ‘pensare’

Cosa intendiamo con la parola ‘pensare’ deve dircelo la


parola stessa. Quando si tratta di fenomeni psichici, infatti,
le parole sono il nostro unico sensore, perché i cinque sensi
consueti non possono né fornirci informazioni su cui
costruire le nostre definizioni, né smentire le definizioni che
abbiamo costruito. Solo che non possiamo accontentarci di
una lingua sola: ognuno, oggi più che mai, è influenzato
dalle varie culture della sua civiltà, e il significato di tutte le
parole importanti (come appunto ‘pensare’) non è solo quello
che ha assunto nella lingua che usa di solito, ma risente dei
significati che ha nelle lingue dei Paesi vicini. Più te ne
accorgi e più riesci a precisare ciò che oggi sta esistendo
nella tua psiche e ciò che ne stai capendo.
Confrontiamo, dunque, e proviamo a comporre le varie
accezioni del ‘pensare’ nelle lingue europee.
23
Il pensiero neolatino

Cominciamo dalle lingue neolatine.


Pen sar e, pensar, penser: dal latino pendere, ‘pesare’.
Pensare, pensar, penser a un qualcosa è sentire il peso di
quel qualcosa. Pensare, pensar, penser a un problema, cioè,
significa comprendere la difficoltà di risolverlo.
Il contrario del pensare, penser, pensar è sottovalutare
qualcosa, oppure non avere la forza di sollevarlo, come un
carico, per vedere magari cosa c’è sotto (allora ti limiti a
ragionarci sopra).
Molti altri vocaboli latini indicavano ciò che noi chiamiamo
oggi ‘pensare’ (cogitare, arbitrari, sentire, opinari, putare,
reputare ecc.), ma italiani, francesi e iberici scelsero quello
che evocava un’idea di peso, perché rispecchiava l’esperienza
che la maggioranza dei loro conterranei aveva del pensare.
Paesi cattolici: paesi particolarmente oppressi all’epoca in
cui si formarono le lingue neolatine, e nei quali pensare era
più faticoso e più pericoloso dell’applicare gli schemi
consentiti. Sul solco di quella dura, lunga esperienza fluisce
ancor oggi pensare, pensar, p e n se r di molti milioni di
persone.
24
Il pensare nord-europeo

Denken, in tedesco, to think, in inglese: dall’antico verbo


ge r man i co thankjan, che significava ‘far apparire alla
mente’. Ovvero immaginare. Pensare-denken,
pensare-thinking è saper cogliere ciò che la nostra mente
riesce a figurarsi.
Se ci accontentassimo del pensare neolatino, potremmo
credere che il nostro pensiero afferri direttamente la realtà
e valuti il peso di qualsiasi cosa come farebbe una bilancia;
molte persone infatti lo credono. Se integriamo al pensare
neolatino il pensare nordeuropeo – decisamente più
filosofico – ci accorgiamo che questa misurazione diretta non
avviene mai: ogni volta che pensiamo, noi soppesiamo non le
cose, ma l’immagine che ce ne siamo fatti. Oggi, anche su
questo solco nord-europeo procede il significato che tutti noi
diamo al pensare, perché tutti abbiamo osservato – non fosse
che attraverso i mezzi di comunicazione – come pensano, se
non i tedeschi, almeno gli anglosassoni.
25
Il pensiero est-europeo

Pensare, in russo, è dùmat’ oppure myslìt’. Nell’uso, la


differenza tra le due parole non è grande, e la loro origine è
comune: provengono dalla radice indoeuropea mudh-, la
stessa del greco mythos, ‘racconto’; così anche il polacco
myśleć. L’idea est-europea del pensare si è dunque
sviluppata da un’intuizione dell’importanza del linguaggio in
ogni tentativo di conoscere e comprendere.
Sommiamo questa terza idea del pensiero, est-europea, alle
due precedenti e otteniamo il seguente risultato:
pensare è sentire il peso
di ciò che la nostra mente non solo si è figurata,
ma è riuscita a dire e a dirsi.
È una buona definizione del pensare, perché spiega molte
cose e suscita molte domande, a cui proveremo a rispondere
nelle prossime pagine.
26
Darsi il permesso

Penseremo, così, nelle prossime pagine, alle nostre teorie.


Proveremo il piacere di star capendo i nostri modi di
guardare. Preciseremo le nostre sensazioni, non metteremo
a tacere le emozioni. Non ci lasceremo limitare dalla ragione
e dal sentimento, e non ci accontenteremo della verità.
Occorre soltanto che ce ne diamo il permesso, nonostante
ciò che la nostra assemblea interiore ha da ridire, e che
suona più o meno così: «Credi di poter mettere in
discussione l’opera millenaria di tanti specialisti della
ragione e della verità, solo per chiarire a te stesso le tue
idee?»
È esattamente ciò che faremo, ampliando il più possibile il
nostro orizzonte, fino a pensare come guardiamo-teorizziamo
tutto, proprio tutto: tutto ciò che è esistito, che esiste e che
esisterà, incluso l’infinito. E anche tutto ciò che sarebbe
potuto esistere, e che esisterebbe; o che potrebbe esistere se
tutto fosse andato o stesse andando diversamente.
Teorici del tutto
ovvero come darsi il permesso di superare
famose teorie del tutto che ti hanno
certamente influenzato
27
Questa è una mano

Una teoria del tutto è quanto di più ambizioso ci si possa


proporre in filosofia o nella scienza. Si tratterebbe infatti di
una teoria che spieghi cosa esiste, e come e perché esiste ciò
che esiste, e da quando, e che permetta di prevedere fino a
quando esisterà ciò che esiste – perché si sa che una teoria
funziona solo se può prevedere qualcosa.
Sembrerebbe un’impresa immane, eppure tu hai già una
teoria del tutto. Qualunque cosa tu veda, le hai già assegnato
un posto ben preciso nel tutto: sai che questa mano è questa
mano perché è diversa da tutto il resto e non sapresti che è
diversa se non avessi una teoria su tutto il resto, oltre che su
questa mano.
Il problema è che non sai spiegare ciò che ne sai, e se ti
domandassero: «Cosa ne pensi di tutto?» è probabile che
diresti qualcosa che non pensi.
28
Non fidarti

È spiacevole: tu hai una tua teoria unificante, geniale, sui


rapporti tra tutte le cose, dalla polvere sugli scaffali alle
stelle (come potrebbe non essere geniale una teoria tanto
vasta?) e, come il più scrupoloso degli scienziati, stai
sottoponendo questa tua teoria a controlli severi, per
scoprire se e quanto funziona: ne va del tuo equilibrio
mentale, della tua stessa sopravvivenza, e perciò lo fai a ogni
sguardo, e da quando sei nato hai continuato a migliorare la
tua teoria del tutto. In più, hai una tua idea abbastanza
precisa sul contrario di tutto, cioè sul nulla, che preoccupa i
filosofi fin dai tempi di Democrito: perché altrimenti non
avresti mai usato la parola ‘nulla’. Ma non dai peso a questa
attività universale del tuo pensiero, non ci pensi e non te la
senti di ammetterla, perché hai incontrato vari teorici del
tutto che dicevano: «Non far caso alla tua teoria, usa la
nostra, che vale di più» e ti sei fidato.
29
Teorie religiose del tutto

I primi teorici del tutto di cui ti sei fidato erano religiosi.


L’idea unificante della loro teoria è che esiste ciò che esiste
e avviene ciò che avviene perché in principio Dio ha creato il
cielo e la terra e da allora non si muove foglia che Dio non
voglia. Prima che ci fosse tutto c’era solo Dio, e alla fine
tutto sarà distrutto, dopodiché ci sarà ancora Dio, ma in
compagnia delle anime di tutte le persone che ha fatto
nascere e che poi ha fatto morire.
È una teoria abbastanza completa e coerente: include
anche il pre-tutto e il post-tutto, e ha dalla sua il fatto di
venire accettata da miliardi di persone da molto tempo. Ma
ha un grave difetto: spiega qualsiasi cosa, meno i termini
tecnici su cui poggia. E questo avrebbe dovuto insospettirti.
30
Come ci si sottomette a una teoria

Quando da bambini impariamo ad accettare la teoria


religiosa del tutto, lasciamo che nella nostra mente si
annidino parole di cui non conosciamo il significato: ‘Dio’,
‘creazione’, ‘anime’. Queste parole non ci vengono spiegate,
ma ci viene garantito che alcune persone intelligenti le
hanno capite benissimo. Noi impariamo ad accontentarci e
addirittura a rallegrarci del fatto che queste persone
esistano; anche se è come per un povero rallegrarsi che ci
siano persone molto ricche.
Per accettare una teoria cosiffatta bisogna proibirsi quel
piacevole stato d’animo che è lo stare capendo. Proibirsi cose
piacevoli è un’esperienza che ai bambini tocca fare in vari
ambiti, sia in pubblico sia in privato. Viene spiegato loro che
è indispensabile per diventare grandi. E infatti, crescendo, si
imbattono in altre teorie del tutto, quelle scientifiche, che
pur non essendo religiose si fondano anch’esse su parole
oscure, che bloccano lo stare capendo.
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Teorie scientifiche del tutto

Le teorie scientifiche sostengono che a creare tutto non sia


stato Dio, ma che la materia ha dato origine a se stessa:
cambia il soggetto, ma il senso del verbo (‘creare’, ‘dare
origine’) rimane uguale.
All’inizio di tutto, secondo la scienza, c’è stato un Big Bang
e alla fine – qui la scienza concorda con le religioni – ci sarà
una distruzione. Tra l’inizio e la fine, nel macrocosmo come
nel microcosmo, tutto ha obbedito e obbedirà a regole
geometriche: dalle orbite dei corpi celesti alle traiettorie
degli elettroni. Chiunque stesse capendo queste teorie
domanderebbe: «Perché una grande esplosione? E perché
proprio la geometria, che è tanto astratta, e non l’acustica?
Anche dai meccanismi di formazione, propagazione,
ricezione del suono si potrebbero trarre leggi per spiegare
molecole, atomi, particelle, forze». Chi invece ha capito le
attuali teorie scientifiche, non si fa domande del genere: si
accontenta di applicare i loro schemi, così come si gioca a
scacchi senza chiedersi perché un pezzo chiamato ‘torre’ si
muova (!) o perché il pezzo chiamato ‘regina’ sia più alto e
combattivo del pezzo chiamato re.
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Ma non sono teorie del tutto

Alle perplessità di chi stesse capendo, gli scienziati


risponderebbero che le loro teorie permettono di fare
previsioni. La geometria è sicuramente una scienza astratta,
nessuno ha mai visto in natura un’ellisse o un triangolo
rettangolo, eppure coloro che hanno capito le teorie
scientifiche possono, con le loro leggi geometriche,
prevedere fatti concreti, come le eclissi o la traiettoria di un
fotone.
Allo stesso modo, anche le persone religiose direbbero che
le loro teorie su Dio e sull’anima permettono di prevedere le
conseguenze psicologiche di un peccato o di un atto di
devozione.
Gli uni e gli altri avrebbero ragione: le loro teorie
funzionano, ciascuna nel suo campo specifico. Ma proprio
qui rimaniamo maggiormente delusi: le loro teorie implicano
tutto, ognuna a suo modo (come tu implichi tutto dicendo:
«Questa è una mano»), ma non sono teorie del tutto, perché
le religioni non possono prevedere eclissi, e le scienze non
possono prevedere le conseguenze di un peccato o di un atto
di devozione, se non sconfinando da se stesse. Il pensiero
non può che domandare, anche qui: «Perché?»
33
I linguaggi che escludono

Le teorie religiose e le teorie scientifiche non sono teorie del


tutto, a causa dei loro linguaggi esclusivi. Sono accessibili
solo a chi si lasci alle spalle il linguaggio quotidiano, che è
molto più ampio dei loro linguaggi.
La giustificazione che le religioni e le scienze danno di
questa esclusione del linguaggio quotidiano, è che bisogna
essere precisi quando si parla di certi argomenti – tanto
quanto bisogna essere precisi quando si descrive una partita
di scacchi. Così, nel linguaggio religioso, uno sbaglio non è
uno sbaglio ma un peccato. Nelle scienze, l’acqua non è
acqua ma è H2O. Sia pure, ma ciò non toglie che un linguaggio
esclusivo serve innanzitutto a escludere.
Le scienze escludono le religioni e viceversa, e le une e le
altre escludono ciò che riguarda te: ciò che le teorie
religiose escludono sono gli sbagli, così come li vivi ogni
giorno; e ciò che le teorie scientifiche escludono, cioè si
rifiutano di spiegare, è l’acqua così come la vedi ogni giorno.
Ne viene che la tua modesta teoria del tutto, da te tanto
sottovalutata, è più vasta di quelle.
34
Teorie filosofiche del tutto

Le teorie filosofiche che intendono spiegare tutto sono


numerose, a partire dai primi filosofi greci fino alla
fenomenologia. Ma hanno tutte gli stessi difetti che abbiamo
rilevato nelle teorie religiose e nelle teorie scientifiche.
Anche i principali termini filosofici sono oscuri: ogni
filosofo parla del significato di ciò che c’è, ma nessuna
filosofia dà una spiegazione esauriente del verbo ‘essere’, o
della parola ‘significato’.
E anche la filosofia ha il suo linguaggio talmente esclusivo,
da darti continuamente la sensazione che stia trattando di
qualcosa che non riguarda né te né le persone a cui tieni.
Quando poi qualche filosofo studia ciò che le religioni e le
scienze dicono del tutto, si guarda bene dal mettere in
discussione i termini chiave delle une o delle altre, come se
temesse di violare una proprietà privata. Con la conseguenza
che il linguaggio filosofico è il più ristretto di tutti, ritagliato
com’è tra quello delle religioni, quello delle scienze e il tuo.
35
Kant e Dio

Per esempio, Kant scrive:

In qualunque modo ci sia stato fatto conoscere e ci sia stato descritto un


essere come Dio, anche nel caso che quest’essere accettasse (se ciò è
possibile) di manifestarsi a noi, si dovrebbe in ogni caso confrontare
l’immagine che ce ne faremmo con l’ideale che ne abbiamo, per poi stabilire
se abbiamo il diritto di considerarlo un Dio e di adorarlo.

È una frase mirabile. Kant mostra come Dio dipenda dall’idea


che l’uomo ne ha – il che spiega perché capiti ogni tanto che
un Dio si manifesti o venga descritto invano. Ma si noti come
adopera la parola ‘Dio’: come un ragazzo parla di un vecchio,
o come io, che non mi intendo di calcio, parlerei del fuori
gioco. Solo che Kant non può contare sul fatto che tanti
sappiano cos’è Dio, come i vecchi sanno cos’è la vecchiaia e
gli sportivi il fuori gioco. Cos’è ciò che le religioni chiamano
‘Dio’ nessuno lo sa, tutti vorrebbero saperlo, ma Kant ha qui
l’aria di dire: «Non chiedetelo a me, io faccio solo filosofia».
36
Popper e la matematica

Così è anche per le scienze. Dal xvii secolo gli scienziati


usano anche la matematica per descrivere ogni cosa al
mondo: ed è strano, perché anche la matematica, come la
geometria, è una scienza speculativa e il mondo è concreto.
Ma Popper, che è un grande filosofo della scienza, scrive che
non bisogna sorprendersene:

Capita infatti abbastanza spesso che una teoria originariamente proposta


come pura speculazione risulti in seguito applicabile al mondo fisico.

Come dire: capita che un numero da me pensato sia quello


su cui si ferma la pallina di una roulette. Popper non si
domanda perché questo prodigio capiti abbastanza spesso, e
non sempre o mai – e di conseguenza perché la scienza si sia
affidata alla matematica. Anche lui è un filosofo: quindi si
ferma, davanti alle situazioni scientifiche, come un prete
davanti alla certezza che Dio esista.
37
Partizioni del tutto

Così, in Occidente, non è ai filosofi che ci si rivolge per avere


indicazioni su problemi religiosi o scientifici; non è alle
religioni che ci si rivolge per avere indicazioni su problemi
suscitati dalla filosofia o dalle scienze; e non ci si rivolge alle
scienze per risolvere i quesiti che la filosofia e le religioni
non hanno dipanato.
In Occidente, da quasi due secoli, i più preferiscono che
ognuno si occupi soltanto del suo particolare settore:
ritengono che sia più funzionale. Ma funzionale a cosa, non
si sa. La conseguenza è che nella nostra epoca, la più comoda
e la più informata che ci sia mai stata, il progresso
scientifico produce pericoli planetari mai visti prima, che né
le religioni né le filosofie riescono ad arginare, perché non
sono di loro competenza. Cosa che non sarebbe accaduta se
scienziati, religiosi e filosofi non avessero perso di vista il
tutto, ciascuno a suo modo.
38
Il danno dell’oggettività

E, oltre a perdere di vista il tutto, scienziati, religiosi e


filosofi hanno perso di vista te. È avvenuto per un antico
errore: per la loro voglia di essere oggettivi.
Con ‘oggettività’ si intendono due cose: il bisogno di fare
asserzioni valide per tutti (il che piace molto alle assemblee
interiori) e la convinzione che un’asserzione sia tanto più
valida quanto più aderisce alla realtà – parola che sia gli
scienziati sia i religiosi sia i filosofi usano rigorosamente al
singolare, come se fosse assodato che esista una sola realtà
per tutti.
Il problema è che tu non sei tutti. Tu sei tu. L’azzurro che
vedi non è lo stesso azzurro che vedo io e ciò che una
qualsiasi parola suscita in te non è identico a ciò che suscita
in me. Tu hai la tua realtà e io la mia. Dunque l’oggettività è
un’obbedienza alla quale ti devi adattare, per non essere
d’intralcio ai teologi, agli scienziati e ai filosofi, ai quali tu
non interessi affatto. Ma quanto più ti ci adatti, tanto meno
le loro teorie del tutto includono te – cioè il centro di quello
che per te è tutto.
39
Realtà

«Ma non si può fare diversamente» obbietterebbe qualsiasi


filosofo o scienziato o teologo. «Non si può tener conto delle
sensazioni di un qualunque individuo: se no, si farebbero
teorie su di lui invece che sul resto. E dato che sul pianeta ci
sono più di sette miliardi di individui, bisogna scegliere: o si
accetta che ogni teoria abbia più di sette miliardi di varianti,
oppure costruiamo teorie oggettive, in cui nessuno si
riconosce davvero, ma a cui tutti devono rassegnarsi, perché
non possiamo fare di meglio».
Che teologi, scienziati e filosofi non possano fare
altrimenti non significa che sia impossibile. Significa solo
che le scienze, le religioni, le filosofie attualmente
disponibili sono intralci a una teoria del tutto, e saremo
costretti a cercare di meglio. Invece di un’unica realtà
obbligatoria, nella quale ogni cosa è qualcosa e non
qualcos’altro e in cui, perciò, di ogni cosa ci si domanda
innanzitutto «che cos’è?», converrà indagare come ognuno si
forma la sua realtà e di ogni cosa domandare innanzitutto
«com’è secondo chi?»
40
Il tutto soggettivo

Anche perché non hai altro che soggettività. Tutto ciò che
esiste, esiste per te, ed è com’è per te. Qualunque
informazione ti arrivi, subisce in te trasformazioni che ne
fanno immediatamente qualcosa di tuo. La lingua greca e
l’ebraica l’avevano colto: di qualsiasi cosa, puoi scoprire
soltanto l’alétheia, la ’emet, che saranno sempre soltanto tue
– e così è tuttora, anche se in Occidente quelle due parole
sono sparite.
Ognuno di noi svolge dunque – e non può non svolgere,
ininterrottamente – l’enorme compito di costruire e tenere
aggiornata la propria versione del tutto, non avendo altro
all’infuori di quella. Esamineremo ora questa nostra attività
individuale e universale insieme – sulla quale le scienze, le
religioni e la filosofia soprassiedono – a cominciare da quel
suo aspetto che, nelle nostre strutturazioni, riesce sempre
difettoso pur essendo il principale: il tempo.
Teoria del presente
dove si toglie fondamento al tempo
su cui tutto si regge
41
Ricordi

Il tempo è l’aspetto fondamentale del tuo tutto, perché in


principio c’è sempre stato, per te, soltanto il ricordo.
Tutto ciò che esiste ed è esistito per te è un insieme di
ricordi. Ricordi di trent’anni fa, di ieri, o di un istante fa.
Sono ricordi anche le tue previsioni per il futuro: da quando
le hai formulate le tieni, infatti, in un angolo della memoria.
Ma se tutto è ricordo, la parola ‘memoria’ acquista un
significato diverso da quello a cui siamo abituati: ‘memoria’
non è una facoltà che ci permette di conservare ciò che non
c’è più, ma è il primo e il più vasto dei nostri sensi, che ci
permette di sapere – cioè di ricordare – ciò che gli altri
cinque sensi hanno scoperto fino a un istante prima, con in
più ciò che ha percepito nella nostra psiche un altro senso,
chiamato coscienza. ‘Memoria’, dunque, è addirittura un
sinonimo di ‘tutto’, se tutto è ciò che esiste nei tuoi ricordi.
Ma se tutto è memoria, cioè passato, tu quando sei
(presente indicativo del verbo ‘essere’)? Dato che anche di te
stesso hai, o meglio avevi, soltanto ricordi.
42
Quanto durerebbe il presente

Anche il presente è un ricordo.


Avrai certamente sentito dire che è bene vivere nel
presente, nel qui e ora, e spero tu ti sia accorto che chi lo
diceva mentiva. Per vivere in un posto bisogna starci almeno
un po’, e nel presente tu non ci puoi stare in nessun modo,
perché dura troppo poco. Quanto dura? Charles Richet,
cent’anni fa, era convinto che durasse dieci centesimi di
secondo. La fisica ha fatto progressi da allora, scoprendo che
la durata di un battito di palpebra è di un millisecondo:
quello potrebbe essere il tuo presente, dato che a volte ti
accorgi di un battito di palpebra – e perciò il tuo passato
irreversibile incomincia un millisecondo fa, per la tua
mente. Mentre nei laboratori di fisica la minima unità di
tempo misurabile, il cosiddetto ‘tempo di Planck’ è 10-43
secondi: il passato della materia incomincia 10-43 secondi
fa, e tu sei materia. Risultato: il presente è inabitabile per la
tua mente e ancor più inabitabile per la materia di cui sei
costituito, cioè per il tuo corpo. Ne viene che per te il
presente non esiste, non è alla tua portata, e ogni volta che
dici o pensi «Ecco il presente! Adesso io sono!» stai
mentendo.
43
Il sentimento del presente

Mi dirai che tu il presente lo senti. E che se lo senti c’è, è


adesso, è qualcosa. Ma puoi dirlo solo perché in certe lingue,
tra cui l’italiano, il verbo ‘sentire’ si applica tanto al
sentimento che alle sensazioni – e in tal modo genera
equivoci, perché sensazioni e sentimento sono, come
sappiamo, due cose molto diverse.
Puoi avere non la sensazione, ma solo il sentimento del
presente: perché hai deciso che il presente deve pur esserci,
dal momento che tutti ne parlano (sentimento di
appartenenza a una collettività, bisogno d’approvazione
ecc.). E una volta presa questa decisione, non è difficile
convincersi che il presente ci sia: è sufficiente ragionare
grosso modo, dirsi che adesso è suppergiù adesso, un po’
dopo il prima e un po’ prima del dopo. È barare un po’. Ma
non conviene barare sul tempo.
44
Come non conviene

In una teoria del tutto il tempo conta più dello spazio, perché
solo alcune cose avvengono nello spazio, mentre non c’è cosa
che non avvenga nel tempo. I tuoi pensieri, per esempio, si
sviluppano nel tempo, ma non hanno un’estensione spaziale.
Essendo un’area più ristretta nella nostra esperienza, lo
spazio pone meno problemi del tempo. Infatti, con lo spazio
siamo piuttosto bravi: possiamo spostarci da un luogo
all’altro, andare avanti, tornare indietro. Invece non
abbiamo idea di come tornare indietro anche solo di una
frazione di secondo. Crediamo perciò che andare indietro nel
tempo sia impossibile, ovvero, abbiamo capito che così è, ma
nulla esclude che sia impossibile solo perché non lo
sappiamo ancora fare (anche volare sembrava impossibile,
prima degli aeroplani): cioè, stiamo capendo il tempo meno
di quanto abbiamo capito lo spazio. Il che è strano e
imbarazzante, come non conoscere qualcuno che ci sta
sempre accanto. Deve esserci un motivo per cui non lo
stiamo capendo, e deve trattarsi un motivo molto serio.
45
Senza il presente

Dicevamo che il presente non è una condizione conoscibile


attraverso le sensazioni. Cioè, è meno reale di tante altre
cose. Se fosse reale come il vento, la temperatura, la luce o il
pavimento, il presente sarebbe la sede di ogni nostro atto
conoscitivo, il cardine della realtà, il centro del mondo –
come, prima di Copernico, si credeva che lo fosse la Terra.
Invece il presente è solo un modo di dire. «Io sono qui» è
solo una perifrasi dell’imperfetto, di «io ero qui un istante
fa».
Ma se il presente non c’è, non c’è nemmeno il passato. Né il
futuro. Costruiamo il passato come una negazione del
presente (se «io sono stato là» è perché io non sono là
adesso), perché costruiamo il presente come una negazione
del passato; ed esattamente lo stesso facciamo con il futuro
(mi dico che sarò felice per dirmi che non lo sono adesso). È
umiliante rassegnarsi a operazioni mentali tanto circolari
quando si sta parlando della nostra vita. Dunque la nostalgia
e l’impazienza, ovvero la nostra insofferenza del presente,
non sono tendenze fastidiose da tenere sotto controllo, ma
segnali che qualcosa non va.
46
I tempi verbali

Quel poco che sappiamo del tempo si regge su regole


grammaticali e su avverbi, e gli uni e gli altri suscitano
problemi a cui preferiamo non fare caso.
Il nostro presente esiste perché abbiamo l’indicativo
presente. Ma ‘io vado in piscina’ non significa
necessariamente che adesso, mentre scrivo questa frase,
qualcuno mi sta portando piscina. ‘Adesso vado in piscina’
può significare che ci sono andato alcune volte da un mese a
questa parte o che ho intenzione di andarci da domani.
Questi altri significati del presente indicativo non sono
inesattezze: esprimono una diversa prospettiva temporale,
nella quale i confini tra il passato, il futuro e ciò che oggi
chiamiamo presente non ci sono. Ed è una prospettiva antica:
in ebraico antico si ha infatti un tempo dell’indicativo che
corrisponde sia al nostro presente, sia al nostro passato e al
nostro futuro. È perché gli antichi ebrei non avevano ancora
scoperto la categoria verbale del presente, o perché avevano
capito, sul tempo, qualcosa che anche noi in qualche modo
sappiamo – poiché c’è nel nostro parlare quotidiano! – ma
che non sappiamo più di sapere?
47
Tempo e spazio

Una diversa prospettiva temporale, in cui il passato non era


ma è, e il futuro non sarà ma è. Non ci rimetteremmo niente
ad adottarla, accanto alla nostra prospettiva consueta, nella
quale separiamo nettamente passato, presente e futuro.
In quella diversa prospettiva temporale, parole come ‘oggi’,
‘domani’, ‘quest’anno’, ‘l’anno prossimo’ manterrebbero il
loro significato; i giorni e gli anni continuerebbero a esserci,
come modi di suddividere i nostri ricordi. E ci intenderemmo
perfettamente dicendo ‘vent’anni fa’ o ‘ai tempi della mia
infanzia’ o ‘tra vent’anni’: ma in più potremmo dire e pensare
che ciò che facciamo e capiamo oggi è diverso da ciò che
facciamo e capiamo vent’anni fa o tra vent’anni. Capiremmo
questa bella frase, che oggi tanti non capirebbero; e ci
piacerebbe, perché ne riceveremmo una nuova visione
d’insieme della nostra esistenza.
48
L’ampliamento dell’esistenza

E saremmo ognuno diversi individui: saremmo adesso gli


adulti che siamo, i bambini e gli adolescenti che eravamo e i
vecchi che saremo poi. Per certi aspetti sarebbe
imbarazzante, all’inizio: il bambino che eravamo, se
cominciasse a essere adesso, potrebbe non approvare la
professione o la situazione sentimentale dell’adulto che
siamo – «Questo mi hai fatto diventare? Perché?» – e l’adulto
non saprebbe cosa rispondere alle sue proteste.
A sua volta, l’adulto che siamo spiegherebbe,
all’adolescente che eravamo-ma-siamo-ancora che non vale
la pena di preoccuparsi di cose come le note sul diario, il
voto in matematica, l’invidia tra compagni o certi
comportamenti dei genitori; e il vecchio che saremo-siamo
direbbe cose analoghe all’adulto, riguardo a molte sue
preoccupazioni, condividendo magari il punto di vista del
bambino che eravamo-ma-siamo-ancora; al che l’adulto
rimproverebbe il vecchio che saremo-siamo, per come si è
lasciato andare ultimamente. E tutti questi nostri individui,
il bambino, l’adolescente, l’adulto e il vecchio avrebbero
nuovi problemi, nuovi conflitti con il loro ambiente, e
sperimenterebbero una rinascita interiore.
49
Gli avverbi

Oltre ai verbi, dicevo, ci sono gli avverbi a descrivere ciò che


sappiamo del tempo. Gli avverbi sono parole più semplici dei
verbi, dei sostantivi, dei pronomi: un bambino che non ha
ancora idee chiare sull’‘io’ e il ‘noi’, sul chi fa cosa, sul chi è
chi, sui rapporti tra le cose e i loro nomi, capisce benissimo
il ‘qui’ e il ‘là’, il ‘su’ e il ‘giù’, il ‘dentro’ e il ‘fuori’. Gli
avverbi tracciano la nostra posizione rispetto a tutto, sono
strumenti indispensabili per la configurazione del mondo:
non c’è nulla e nessuno per cui non disponiamo di avverbi
per situarlo, e viceversa, se non disponiamo di avverbi per
situare una determinata cosa, vuol dire che quella cosa non
c’è. Così, il presente è adesso, è ora, è ahora, è maintenant,
sejčàs, nyne, now, nunc e così via, ma vedremo subito che
ognuno di questi avverbi esprime solo uno sforzo che si sa
inutile, per afferrare un non si sa che: come un atto di fede
di una religione che non abbia mai potuto contare su
rivelazioni.
50
Ora, ahora, sejčàs, adesso

Per indicare il presente, in italiano si ricorre all’avverbio


‘ora’, in spagnolo ahora, in russo sejčàs (sej è ‘questa’, čas è
‘ora’), nell’assurda speranza che il presente duri almeno
un’ora. Ma in un’ora ci sono più di ventinove minuti di
passato e più di ventinove minuti di futuro. ‘Ora’, ahora,
sejčàs sono illusioni.
Oppure, in italiano, si ricorre al misterioso avverbio
‘adesso’, dal latino ad ipsum momentum, che indica l’atto di
volgersi verso un particolare momento – cioè verso il
movimentum di non si sa cosa. Dà l’idea di uno che stia sulla
riva di un fiume e veda un’onda che passa. Il fiume è il
tempo. L’onda sarebbe il presente. Ma la riva cos’è e dov’è? È
come quando parliamo del passare, dello scorrere del tempo:
perché tu veda qualcosa passare o scorrere, devi stare fermo
o muoverti a un’altra velocità, o in un’altra direzione.
Dunque l’avverbio ‘adesso’ ti fa notare che tu sei in una
dimensione diversa dal tempo che passa e in cui vedi, da
fuori, il presente, che in te non c’è.
51
Maintenant

In francese, per indicare il cosidetto presente si usa


maintenant: da maintenir, ‘mantenere’, ‘tener fermo con la
mano’.
Maintenant fa pensare a qualcosa che hai afferrato e che
vuole sfuggirti. Anche qui, il presente è mostrato come
forzoso: non è un dato che si offre immediatamente alla
coscienza, bensì un atto che la mente deve fare e che inoltre
è inutile, siccome – come i francesi certamente hanno
sempre saputo – il presente che vorresti maintenir ti sfugge
di continuo.
Maintenant viene così a significare: se, e solo se, si
ammettesse che il presente sia una cosa che si possa
agguantare e trattenere almeno per il tempo necessario a
parlarne o a pensarci, si potrebbe parlare del presente – cioè
di questa stramba faccenda portata in Gallia dall’esercito
romano, dato che maintenir è un vocabolo di origine latina
(manu tenere) e non celtica. I celti il presente non lo
avevano.
52
Gegenwart

La lingua tedesca è ancora più esplicita. L’aggettivo


‘presente’ in tedesco si dice in due modi diametralmente
opposti, ed entrambi vertiginosi.
Uno è anwesend, che letteralmente è ‘ciò che ti sta (wesen)
accanto (an)’. Il problema è di nuovo che se il presente ti sta
accanto, tu non sei nel presente.
L’altro modo di dire ‘presente’ in tedesco è addirittura
gegenwärtig, che letteralmente significa: ciò che si pone
(wärtig) contro (gegen). Contro? Qui non si tratta soltanto di
un tuo sforzo per tenere fermo un attimo; qui la lotta è
reciproca, l’attimo si oppone a te che vorresti trascinarlo via
dal passato a cui vuole appartenere. E l’avrà vinta lui: dovrai
lasciarlo andare, alla fine. A meno che tu non muoia: allora
rimani con quell’attimo; ma anche in questo caso avrai perso.
53
Now, nyne, nunc, nyn

In inglese, per annunciare il presente si usa now, e in russo


nyne: entrambi i termini sono affini al latino nunc e al greco
nyn, e risalgono all’indoeuropeo nu, che significava ‘nuovo’.
Qui, invece di uno sforzo di trattenere, vediamo le tracce di
una banalizzazione. Di novità ne accadono poche: now, nyne,
nunc, nyn indicavano, in origine, circostanze eccezionali,
sorprese, scoperte, dinanzi a cui si destava un’attenzione che
il presente non richiede. Perché dovrei sorprendermi del
presente, che arriva comunque, di continuo, e in cui il più
delle volte tutto è come un’ora fa, come ieri? Now, nyne,
nunc, nyn erano state parole brillanti fino a che
l’invenzione, l’instaurazione del presente non le appannò: le
intristì. Il loro senso divenne: ‘di nuovo, per noi, c’è soltanto
e sempre quest’attimo presente, che ci si presenta dinanzi e
subito sparisce’. Anche il suono di queste parole è oggi
avvilito, imbronciato, desolato. Nunc (che somiglia tanto allo
spagnolo nunca, ‘mai’). Nyne, che sembra un lamento. Now,
che comincia con un no e finisce come un sospiro.
54
Praesens

Ma la sorpresa più grande viene dalla parola presente,


présent, present. Deriva dal latino praesens, che era un
equivoco: gli autori latini lo usavano per indicare ciò che
accade nel momento in cui se ne parla, ma prae- significava
sia ‘davanti’ sia ‘prima’ – come in praecedere, ‘precedere’, o
praedicere, ‘predire’. Dunque praesens era anche ‘qualcosa
che c’è prima’, qualcosa che ti sta dinanzi soltanto nella
memoria.
Perché i latini non scelsero adsens, da adesse, ‘essere
accanto’? Una qualche resistenza lo impediva. La mente
esigeva un termine che esprimesse l’assenza di ogni distanza
temporale, ma la lingua non riusciva a coniarlo – se non in
quel modo ambiguo: praesens! Come nei lapsus, che
avvengono quando dici il contrario di ciò che ti eri imposto
di dire. E il lapsus di quel praesens fluì nell’italiano, nel
francese, nello spagnolo, nell’inglese, senza che nessuno
potesse farci nulla.
55
Tempo e nevrosi

Tutti questi dati linguistici ci confermano che c’è un divario


tra ciò che vorremmo dire e ciò che sentiamo riguardo al
tempo.
Vogliamo che ci sia qualcosa che non c’è, il presente, pur
sapendo che per noi non c’è, e su quel qualcosa incardiniamo
il tempo. Ma siccome tutto avviene nel tempo, tutto non
avviene per noi come vogliamo credere che avvenga. È come
nelle nevrosi. Le nevrosi sono sforzi di applicare schemi
inadeguati alle situazioni: sforzi che richiedono una
costante, sfibrante selezione di percezioni, pensieri, bisogni,
interessi, per escludere ciò che contrasta con gli schemi che
ci si è imposti. Così è il nostro tempo incentrato sul presente:
una tensione artificiosa eppure perenne.
Anche il Dio occidentale continua ad applicare al mondo
umano schemi che l’umanità rifiuta – schemi inadeguati,
dunque, e nevrotici – ma il Dio occidentale, almeno, tollera
l’esistenza del diavolo, che attira l’attenzione su
quell’inadeguatezza. Noi invece siamo nevrotici gravi: non
ammettiamo eccezioni al nostro ordine temporale e quando
le constatiamo, crediamo che siano irreali.
56
Il déjà-vu

Eppure questo nostro sforzo cede ogni tanto, per la durata di


qualche respiro, e assistiamo a qualcos’altro, in cui il dopo e
il prima si confondono: d’un tratto, guardando una persona
sappiamo con precisione quali frasi sta per dire e quali
movimenti sta per fare – e davvero, un attimo dopo, lei dice
quelle frasi e fa quei movimenti. È il déjà-vu, e ci spaventa: ci
fa accorgere che il modo in cui siamo abituati a guardare la
realtà può essere smentito dalle nostre percezioni, ed è
dunque una teoria difettosa.
Per difendere questa teoria difettosa, la nostra psicologia
cerca di spiegare il déjà-vu come un disturbo, solo perché in
base a ciò che abbiamo capito del tempo non possiamo
ammettere che esista il ricordo di qualcosa che non è ancora
avvenuto. Così la nostra psicologia tutela, invece di
comprenderla e curarla, la più diffusa tra le nostre nevrosi.
57
Il tempo dei capi

Come ebbe inizio questa nevrosi? Come e perché l’uomo


circoscrisse nel tempo una minuscola area immaginaria e
ordinò di dire: «Noi siamo solo qui»?
Giudichiamo in base alla nostra esperienza: quando ci
importa il presente? Quando vogliamo imporci o vogliamo
obbedire a chi si impone. Il presente è il tempo dei capi e dei
servi, di chi dice: «Adesso comando io, e perciò quello che
c’era prima non c’è più, e ciò che ci sarà dopo non c’è
ancora» e di chi gli obbedisce. Come il Dio greco Kronos, che
castrò il proprio padre e inghiottiva i suoi figli. L’invenzione
del presente (se è così, fu davvero un’invenzione e non una
scoperta) fece sì che vi fosse da un lato il tempo degli
sconfitti, il passato, e dall’altro il tempo da arginare, da
tenere sotto controllo, il futuro, che inevitabilmente avrebbe
portato la fine del capo in carica.
Dunque il nostro consueto tempo tripartito è
l’ambientazione necessaria al principio di autorità: e c’è da
quando e perché e dove quest’ultimo viene adottato.
58
Dimostrazione

Così, forse ti è capitato di accorgerti che un amore di


qualche anno addietro era ancora vivissimo per te, ma per
non creare problemi nel tuo matrimonio hai accettato che
appartenesse al passato: il presente ti è servito a obbedire.
Oppure era la libertà dell’infanzia, o le tue convinzioni
adolescenziali sulla natura umana, a dirti: «Noi ci siamo
ancora! Vivici!» Ma per continuare a obbedire al tuo orario
di lavoro ti sei obbligato a pensare: «No, sono cose del
passato». Perché tu dovevi essere presente.
Molte persone avranno approvato: non a tuo vantaggio, ma
per importi ciò che per loro era vantaggioso; e anche a loro ti
sottomettevi.
E riguardo al futuro, magari desideri talmente di trovarti
in una situazione in cui non sei ancora, da farti sembrare un
tormento la tua situazione attuale: ma siccome un
cambiamento in quest’ultima richiederebbe conflitti, ti
convinci che la situazione desiderata deve restare nel futuro.
Questo è il ruolo, lo scopo del presente. Come una polizia,
che ti sorvegli da dentro, attraverso la grammatica.
59
L’inizio dell’eternità

Stiamo capendo che, accettata la tripartizione del tempo in


presente, passato e futuro, gli uomini divennero sempre più
massa. Ma quel tempo non tripartito era troppo bello, troppo
grande per sparire: venne spostato, diventò l’eternità
riservata a Dio e ai morti – come vennero riservate a Dio e ai
morti altre cose essenziali che le società autoritarie
negavano agli individui, quali la punizione per le ingiustizie
e le ricompense per la bontà.
Si cominciò così a credere in un tempo più vasto, dato che
era vietato percepirlo. Solo Dio potè non avere età, mentre
noi dovevamo averla. Dio era se stesso in ogni punto del
sempre, mentre noi incominciammo a misurare sempre più
scrupolosamente le distanze del passato e del futuro dal
presente, costruendo orologi sempre più ossessivamente
precisi, confidando che se qualcosa è calcolabile è reale. Ma
possiamo contare anche i nani di Biancaneve, senza che
perciò debbano esistere da qualche parte.
60
Rammarico

E intanto tu il presente non l’hai visto e non lo vedrai mai,


come non hai mai visto né vedrai i sette nani di Biancaneve:
hai solo ricordi che cerchi di mettere in ordine – ‘questo è di
un attimo fa, questo è di due ore fa, questo è di ieri’ – e puoi
accorgerti che è come mettere in ordine uno stormo di
rondini, invece di ammirarne le svolte audaci, le cabrate, i
garriti. Il loro volo riesci a metterlo in ordine solo
immobilizzandolo in una fotografia: calcoleresti allora a che
distanza sono le varie rondini dalla prima e le une dalle
altre; ma sarebbe solo una fotografia e non un volo. Così è
anche per i ricordi, che puoi immobilizzare soltanto
guardandoli dal tuo presente: «Ecco, le cose sì, sono così,
come le vedo maintenant».
Ti piace? Spero di no, e che ti piaccia sempre meno quanto
più ci pensi. Abbiamo alternative?
61
La tecnica del diluvio

Il problema dell’alternativa al presente era già stato


affrontato qualche millennio fa: il Dio della Genesi a un
certo punto distrusse il mondo, perché non gli sembrava ben
fatto.
Poté distruggerlo perché sapeva che era una sua creazione.
È un buon modo di trattare le proprie teorie. Lo stiamo
facendo anche noi in queste pagine. Distruggere una teoria è
utile non solo perché così si fa spazio a teorie nuove, ma
soprattutto perché nel vuoto lasciato dalla teoria distrutta,
prima che la nuova lo riempia, si torna a scorgere ciò che la
vecchia teoria impediva di guardare di più e meglio.
Nel caso della teoria del tempo – nella teoria, cioè, di come
accade tutto – ciò che riappare dopo la sua distruzione è un
tutto più grande e un accadere diverso, in cui anche tu sei
inevitabilmente diverso da ciò che, nel chiuso del tuo
presente, ti eri convinto di essere.
La narrazione del mondo
ovvero la più voluminosa delle nostre
creazioni
62
Rettifica

In principio c’è sempre il ricordo, avevamo detto. E tutto per


te è memoria: e dunque tutto dipende da come ricordi – da
come immobilizzi i ricordi. Ma occorre qui una rettifica,
dopo le nostre riflessioni sul presente.
Se il presente non c’è (perché c’è solo il nostro voler
credere che ci sia), non c’è neanche ciò che oggi chiamiamo
passato, cioè un largo settore immutabile in cui hai
confinato tanto di te perché così esigeva la grammatica. Ma
se il passato così inteso non c’è, allora i tuoi ricordi non sono
propriamente ricordi, cioè immagini del passato che ti
riappaiono. Quelli che chiami ‘ricordi’ sono storie che ti stai
narrando, e tutto dipende da come le narri: da cosa intendi
esprimere, dimostrare o scoprire, e da cosa stai capendo
mentre narri.
Diremo dunque che al principio di tutto ci sono sempre le
tue narrazioni.
63
Narrare

L’etimologia ci conferma che tutto incomincia dalla


narrazione: ‘narrare’ viene dal latino gnarus, che significa
‘uno che conosce’ – il contrario di ignarus, ‘uno che non
conosce’ e che perciò non si è ancora narrato qualcosa. Ma
per noi tutti esiste solo ciò che sappiamo-narriamo: perfino
l’ignoto, perfino il nulla esistono solo per chi li nomina nel
proprio narrare.
Così anche nelle lingue slave, in cui ‘narrazione’ è povest’
in russo, opowieść in polacco eccetera: vocaboli che derivano
dall’indoeuropeo -vid, che significava sia ‘vedere’, sia
‘sapere’. Da vid- deriva anche il greco ,istoria: il
suffisso - indica chi è capace, l’esperto. Così (e
storia, history, histoire, historia) è, letteralmente, l’attività di
chi sa sapere e far sapere – cioè di tutti noi, che
instancabilmente narriamo, agli altri e a noi stessi, ciò che le
nostre teorie ci stanno facendo vedere, e in tal modo siamo
autori del mondo di noi stessi.
64
Raccontare

Raccontare, invece, viene da computare, ‘mettere in ordine’.


Anche l’inglese tale e il tedesco erzählen derivano
dall’indoeuropeo del-, ‘mettere in ordine’. È ciò che facciamo
quando raccontiamo: disponiamo in un certo ordine ciò che
sappiamo.
La nostra memoria, così, non è tanto un archivio quanto
piuttosto una voce narrante, che continuamente dispone e
ridispone brani di racconti, su sfondi anch’essi narrati e
rinarrati; brani e sfondi che spariscono quando non vengono
più narrati, e possono poi di nuovo ricomparire, sempre un
po’ diversi, perché il tuo modo di ri-narrare, o di ri-
raccontare, varia sensibilmente di volta in volta.
Decisamente, il nostro mondo dà un gran daffare alle aree
creative della nostra psiche. Tolstòj o Tolkien, in confronto a
chiunque di noi, appaiono pigri: impiegavano decenni a
narrare alcune storie, mentre noi ogni giorno elaboriamo
una stesura quasi definitiva dei nostri ricordi di tutto, per
ricorreggerla e proseguirla il mattino dopo.
65
Perché raccontiamo

E pur essendo un tale impegno, noi raccontiamo-ricordiamo


di continuo: ed è perché ne abbiamo assoluto bisogno.
L’uomo si trova in un universo che non è stato creato da lui e
al quale (qualunque cosa ne abbiano raccontato gli
evoluzionisti) non gli va di adattarsi. Preferisce adattare a se
stesso ciò che lo circonda: e raccontare è, per gli uomini, il
modo più comodo di umanizzare tutto.
Altri modi umani di umanizzare la realtà sono stati
l’agricoltura, l’addomesticamento di animali, l’edilizia. Tutte
occupazioni faticose, che richiedevano pazienza e
cooperazione di molti, e davano risultati limitati: perché per
quanto estesi fossero i campi coltivati, le mandrie e i centri
abitati, restava sempre, intorno, l’inumanità o antiumanità di
foreste, rocce, mari, deserti, e del cielo in alto, e delle
profondità della terra. Faticosi erano anche il canto, la
danza, la scultura, la pittura. Per raccontare-ricordare,
invece, occorreva solo un po’ di attenzione e i risultati erano
immensi: anche il cielo e l’abisso cessavano di essere
sovrumani, perché quando te li raccontavi-ricordavi
diventavano tuoi.
66
L’animale narratore

Non che sia una tendenza solo umana: anche le piante hanno
piantizzato il mondo, producendo ossigeno e anidride
carbonica; anche gli uccelli uccellizzano il mondo, quando
cantano. Umano è il narrare, tanto quanto è vegetale la
produzione di ossigeno e anidride carbonica, tanto quanto è
aviario il canto. Narrare è talmente naturale che (ricordi-
racconti come è avvenuto per te?) da bambino ti è bastato
vedere altri che raccontavano e hai intuito da subito che era
facile e piacevole; e che dava un senso di potere, perché era
come comandare alle cose di essere così o cosà, e le cose
obbedivano; fino a che qualcun altro non dava alle cose un
altro comando, raccontandole-ricordandole diversamente, e
quel comando ti pareva più forte del tuo. Non hai avuto
bisogno di istruzioni, per impratichirtici. L’uomo sarà anche
un animale politico, come diceva Aristotele, ma prima ancora
è un animale narratore, dato che persino il più solitario degli
uomini narra anche lui di continuo.
67
Come i sogni

Dunque, raccontando-ricordando ognuno di noi fabbrica il


mondo. Ho creduto a lungo – come ognuno – che la
percezione sensoriale fosse un fenomeno fisiologico, una
faccenda di occhi, narici, orecchie e via dicendo, e che in tal
modo ci trovassimo in rapporto diretto con la realtà
materiale. Invece tutto ciò che abbiamo, e in cui ci
orientiamo, è un tessuto di nostre creazioni, simile ai
racconti-ricordi che conserviamo dei nostri sogni.
Per un equivoco non sufficientemente notato, da più di un
secolo la psicologia occidentale interpreta i racconti-ricordi
dei sogni come se fossero sogni: come se quel poco che il
paziente riferisce al terapeuta molte ore dopo il risveglio
fosse ciò che aree ignote della sua psiche hanno
sperimentato mentre la sua mente dormiva. Ma i racconti di
sogni sono solo racconti di ricordi di racconti di ricordi di
racconti di sogni che erano sempre troppo vasti e tortuosi da
poter essere raccontati in parole. Un analogo equivoco c’è in
ciò che sappiamo del mondo: solo racconti di ricordi di
racconti di ricordi di racconti, di cui nessuno può appurare
quanto sia ricordo e quanto sia racconto di ricordo.
68
Il mondo ridotto

È facile accorgersi di come dimentichiamo le nostre


sensazioni e i nostri pensieri, tanto quanto dimentichiamo i
sogni – e di come, anche dimenticando, creiamo il mondo:
infatti a ogni occhiata che gettiamo intorno troviamo
migliaia di colori, di forme, di distanze, di temperature, di
odori, di suoni, di assenze, di attese e, quando guardiamo in
noi stessi, assistiamo sempre all’alternarsi di altrettanti
pensieri; ma ne serbiamo ben poco nei nostri ricordi-
racconti. Costruendo il nostro mondo, siamo impegnati in
una costante attività di riduzione, nella quale ascriviamo la
massima importanza a poche cose ci si siamo già raccontati-
ricordati molte volte, e che perciò siamo bravi a raccontare.
Come se di un tuo castello abitassi solo un paio di stanze.
Arredate da te fin nei minimi dettagli, e con le porte e le
finestre murate. Perché così vogliamo.
69
Il tuo mondo oggettivo

Eppure, benchè sia tutto tuo, il tuo mondo-appartamentino


non è soggettivo – cioè tipicamente tuo e incompatibile con il
punto di vista altrui.
Non appena li abbiamo abbozzati nella mente, i nostri
racconti-ricordi su noi stessi e su tutto il resto cominciano a
subire una serie di rielaborazioni, in vista del momento in
cui li comunicheremo ad altre persone; e poi ancora li
rielaboriamo quando, dopo averli comunicati a qualcuno,
decidiamo che possono essere migliorati. Le primissime fasi
di questa lavorazione dei ricordi-racconti sarebbero
soggettive, se fosse soggettivo ciò che sai di te: ma come può
esserlo, quando anche tutto ciò che oggi sai di te è un
inestricabile intreccio di racconti-ricordi già raccontati ad
altri e di racconti-ricordi che tieni da parte per raccontarli
in un’occasione propizia, già vagliati dalla tua assemblea
interiore, che è fatta di immagini di altri? Se dunque
nemmeno tu sei veramente soggettivo, come possono esserlo
il tuo raccontare-ricordare?
70
Qualcos’altro di te

Certo, permane da qualche parte la tua sensazione di essere


più di quello che racconti-ricordi di te, di avere un altro
mondo oltre a quello dei tuoi racconti-ricordi costruiti per
altri. Ma è una sensazione vaga, e per lo più molesta,
dolorosa anche: perciò rimane muta.
Si rafforza quando consideri qualche tuo desiderio, e più
grande e più impossibile è il desiderio, tanto più quella
sensazione si rafforza; ma torna ad affievolirsi quando il
racconto-ricordo di quel desiderio subisce le solite
rielaborazioni, prima interiori, cioè assembleari, e poi via via
che lo confidi ad altre persone. Quel qualcos’altro di te, più
grande di te, abita in quella enorme parte del tutto che sei
abituato a dimenticare, cioè a lasciare sparire. Non sapresti
come servirtene, come farla esistere nel mondo che racconti-
ricordi: non è adeguata agli altri, come lo sei tu. Dunque non
conta.
71
L’esistenza degli altri

La rinuncia, l’esilio di quel qualcos’altro di te è, d’altronde,


una condizione tanto più triste in quanto anche gli altri, tutti
coloro che ti circondano, ti hanno circondato, ti
circonderanno, sono personaggi del mondo che tu crei. Tu ti
stai raccontando-ricordando anche loro: sei tu a permettere
a ciascuno di loro di essere in un certo modo e fino a un
certo punto – tanto quanto lo permetti a te stesso.
E non vale l’inverso: non saranno mai gli altri a farti essere
in un certo modo e fino a un certo punto, perché l’unico
autore del tuo mondo sei tu. L’esortazione evangelica ‘Fai
agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te’ va sviluppata
in quest’altra: ‘Tu fai fare agli altri ciò che vuoi che gli altri
facciano a te’. E a volte li racconti-ricordi in modo che ti
facciano la tale o la tal’altra cosa perché lo vuoi, a volte
perché ti curi troppo poco del tuo talento narrativo, e allora
succede, magari, che gli altri ti siano ostili, così come
succede che per distrazione tu perda il controllo dell’auto e
il volante si muova in modi che non avresti voluto.
72
Virtuosismi

Altre volte, spesso, hai la forte impressione di lasciarti


influenzare da modi di guardare altrui e di raccontarti non
ricordi tuoi ma ricordi di altre persone, magari ingigantiti
da mezzi di comunicazione. E loro, non tu, sarebbero dunque
gli autori del tuo mondo: tu li copi soltanto. Questa
impressione è forte – sempre nei tuoi racconti-ricordi – ma è
illusoria. Ciò che avviene in quei casi è bensì quanto di più
complicato ci si possa aspettare nel raccontare-ricordare il
mondo: tu, sempre e solo tu, ti racconti-ricordi quei racconti-
ricordi altrui in modo che ti appaiano migliori di ciò che
racconti-ricordi di esserti raccontato-ricordato, e poi copi
quei tuoi racconti altrui. È una fatica non da poco,
addirittura virtuosistica, e dato che tanti se la sobbarcano –
convincendosi erroneamente di essere poco originali –
dobbiamo dedurne che le capacità narrative della gente sono
davvero considerevoli.
73
Come la nebbia

Noi ci muoviamo, viviamo, dunque, come in una nebbia


visiva, uditiva, tattile, olfattiva, gustativa e coscienziale. E ci
raccontiamo-ricordiamo tutto come se quella nebbia non ci
fosse.
La differenza rispetto ai veri banchi di nebbia è che chi
esce di casa in un giorno di nebbia fitta può orientarsi in
base a ciò che ricorda dei dintorni, mentre noi questa
possibilità non l’abbiamo, perché fuori dalla nostra nebbia
percettuale non siamo mai stati, e non ne usciremo mai.
Freud e soprattutto Jung lo avevano intuito, e la più utile
scoperta della psicologia novecentesca fu che i nostri
problemi con i genitori sono problemi con immagini che
abbiamo di loro: quella che nella tua mente chiami ‘mamma’
non è identica alla donna che ti ha partorito. Lo stesso vale
con chiunque e con qualsiasi cosa: hai o non hai problemi
non con persone o cose, ma con ciò che, per ignorare la
nebbia, ti racconti-ricordi di persone o cose.
74
Incomparabilità del tutto

E se il tuo mondo, con tutta la sua popolazione, pur essendo


opera tua ti offre un panorama tanto vario, a tratti
sorprendente, a volte deludente, tanto che ti domandi:
«Perché è così? Perché loro sono così?» è perché tu ogni
tanto cambi, e non ti accorgi dei tuoi cambiamenti. Allo
stesso modo, ai buoni scrittori capita di stupirsi di qualche
decisione dei loro personaggi, come se avessero vita propria.
Se il presente non fosse un’invenzione, diremmo che il tuo
stupore dinanzi a certi aspetti del mondo o degli altri deriva
da un contrasto tra ciò che ne ricordavi-raccontavi prima e
ciò che te ne stai ricordando-raccontando adesso. Ma non
occorre, perché il presente non c’è: passi semplicemente da
una tua versione del mondo a un’altra, e non puoi
accorgertene, perché ogni tua versione del mondo è troppo
grande, occupa talmente il tuo orizzonte, da non poterla
confrontare con le altre. Non possono esserci due tutto, l’uno
accanto all’altro: la parola ‘tutto’ non ha il plurale.
75
La fine del mondo

Il tutto non ha il plurale. Perciò, non appena tu cambi e il


tuo tutto scompare e si forma al suo posto un tutto nuovo, si
ha una autentica fine del mondo; può capitare anche per
cambiamenti di minima entità – sbalzi d’umore, una nuova
amicizia, una frase udita per caso (cioè una frase che tu ti
racconti-ricordi di avere udito per caso, perché così ti piace
raccontartelo). Finisce il mondo, finiscono gli altri, finisce il
tuo io: il che fa risultare sommamente superfluo il suicidio.
Finisce, ovviamente, anche tutto il tuo passato e sorge al suo
posto un altro passato diverso, smentendo la convinzione più
solida di cui tu abbia mai sentito parlare: che il passato non
si cambia. Il tuo passato non fa che cambiare, come tutto il
resto – dato che di sbalzi d’umore ne hai di continuo.
Ma ciò aumenta smisuratamente la nostra ricerca: infatti,
se ci sbagliamo sempre a credere che ciò che raccontiamo-
ricordiamo di come eravamo tre mesi fa sia uguale a ciò che
ne raccontavamo-ricordavamo un mese fa, siamo costretti a
rivedere le nostre idee sui cosiddetti fatti, cioè su come
stanno le cose nel mondo.
I fatti
ovvero come mettere in discussione ciò che
non si discute
76
I fatti non si discutono?

La mia assemblea interiore disapprova ciò che sto scrivendo


qui. «Il tuo modo di raccontarti» mi dice la mia assemblea,
«inciderà certo sulla tua immagine del mondo, ma i tuoi
racconti e ricordi riguardano i fatti, cioè circostanze che
esistono indipendentemente da te. Per esempio, tu sei
indiscutibilmente nato il tal giorno, e questo è un fatto di cui
non sei tu l’autore, e che non puoi annullare con i tuoi
racconti-ricordi. Di questi fatti indiscutibili ce ne sono
un’infinità, e costituiscono quella realtà, unica per tutti, che
tutti possono conoscere allo stesso modo, se ci si mettono di
buona volontà».
Alla mia assemblea interiore rispondo che così è, se nei
miei racconti-ricordi decido che così sia. Per sapere più di
quel che riesco a raccontarmi, e conoscere il modo in cui
altre persone conoscono, e confrontare la loro esperienza
con la mia, dovrei uscire dal mondo prodotto dai miei
racconti, il che è impossibile a me come a chiunque altro.
Quindi la mia assemblea interiore si sta illudendo: anche i
fatti non sono che miei racconti.
77
Nascite

I fatti non sono niente se non li racconti, diceva Proust.


Prendiamo la nascita. Io sono nato il 15 giugno 1957 e perciò
ho più di sessant’anni. Questa frase descrive fatti? No.
Contiene solo titoli di problemi narrativi irrisolti.
Io sono nato. Cosa intendo con ‘nascere’? Incominciare? In
vita mia sono nato-incominciato tante volte, e in nessuna di
queste mie nascite, nemmeno in quella del ’57, io ero chi
sono ora. «Diremo allora che uno dei tuoi io è stato partorito
quel giorno» insiste la mia assemblea interiore; e su questo
potrei essere d’accordo, ma è una frase molto diversa da ‘io
sono nato il tal giorno’ e se chiedessi alla mia assemblea
interiore che rapporto c’è tra quel mio io e me, non saprebbe
cosa dirmi di preciso.
E ho più di sessant’anni. In che senso ‘ho’? Forse possiedo
più di sessant’anni? Non li ho affatto in mio possesso: molti
di quei sessanta e più anni non me li ricordo, non saprei
raccontarli se non inventando, e non perché la mia memoria
si sia indebolita con l’età, ma perché li hanno vissuti altri
miei io. Quanto ai numeri – 15, 1957, e giugno, sesto mese
dell’anno occidentale – non vedo come dei numeri possano
riguardare una cosa tanto estranea all’aritmetica com’è la
mia vita.
78
Io e il passato

La mia assemblea interiore esclama che qui mi contraddico:


«Hai detto tu stesso che noi siamo sempre ciò che siamo stati
e ciò che saremo, e ora ci vieni a dire che quello che è venuto
al mondo negli anni Cinquanta non sei tu!»
Esatto: non sono io. Se quella nascita è un fatto, non
riguarda ciò che sono. Un fatto è qualcosa di concluso e, per
quanto mi sforzi, non riesco a trovare in me nulla di
concluso, di passato, nulla che non stia avvenendo. Quindi,
qualunque racconto io possa farmi sul fatto della mia
nascita, non mi risulta convincente.
79
Traumi

Prendiamo un altro esempio. Un mio caro amico è stato


abusato durante l’adolescenza e ciò gli sta ancora rovinando
la vita. Qualunque assemblea interiore sosterrebbe che
quell’abuso è un fatto immutabile, indiscutibilmente reale:
ma è un suo racconto-ricordo, cioè il ricordo di quel che se
ne è, e ne ha, raccontato più volte e che gli si ripresenta ogni
volta che torna a raccontarselo. Ma un’altra mia amica mi ha
raccontato che il padre, prima di essere condannato
all’ergastolo, l’aveva picchiata spesso, causandole ripetute
commozioni cerebrali e che il fratello, anche lui in seguito
condannato per omicidio, l’ha violentata dai sei ai dodici
anni. La madre, rimasta sola dopo l’arresto del marito e del
figlio, ha dovuto prostituirsi. Dopo avermelo raccontato, la
mia amica ha sorriso e ha detto: «Sono cose che succedono. E
tu invece?» Oggi la mia amica commercia in diamanti ed è
felicemente fidanzata con un calciatore. Ha proibito a certi
fatti di rovinarle la vita, e quei fatti le hanno obbedito.
Quindi, se i fatti obbediscono, non sono così indipendenti da
chi li racconta-ricorda.
80
La libertà narrativa

Si dirà che la mia amica adamantina è una tipa originale,


mentre quel mio amico è più sensibile alle convinzioni che
gli altri nutrono riguardo alla sessualità. Così stanno le cose,
all’interno dei loro racconti-ricordi attuali; ma rispetto ai
propri ricordi-racconti quei miei due amici sono ugualmente
liberi. Lei sta raccontando-ricordando il suo mondo in un
modo, lui in un altro.
E possono cambiare: lei potrà accorgersi di avere rimosso i
suoi shock, lui di avere esagerato i suoi brutti ricordi. E
magari, dopo aver cambiato versione, decideranno che la
versione precedente era migliore. O forse uno dei due non
riuscirà proprio a elaborare una nuova versione? Così sarà,
se avrà cominciato a raccontarsi-ricordarsi di non riuscirci.
A tal punto tutto è fragile e docile ai nostri voleri.
81
Credenze magiche

Di nuovo le nostre assemblee interiori sentiranno, a questo


punto, il dovere di proteggere la propria voglia di credere
nei fatti. Ci riusciranno facendo ciò che fanno di solito le
persone normali: imponendosi di non fare domande su cose
come il presente, il passato, il nascere, l’avere un’età.
Dovranno cioè trattare questi termini come, negli antichi
rituali di evocazione, si trattavano i nomi di entità: si
credeva di farle apparire pronunciandone il nome. Questo
potere magico si fondava sulla credenza che il nome
contenesse la cosa che indicava, o le fosse comunque legato
inscindibilmente. Ma ogni parola contiene soltanto ciò che
qualcuno ci ha messo dentro, e la differenza tra gli antichi
maghi evocatori e le nostre assemblee interiori è che i maghi
sapevano cosa mettevano nei nomi delle loro entità, mentre
le nostre assemblee non hanno le idee chiare al riguardo,
specialmente quando si tratta di fatti.
82
Avvenimenti, eventi, fenomeni

«Come no? Chi non sa cos’è un fatto!» protesta la mia


assemblea interiore. «Il terremoto di Messina c’è stato, nel
1908. È un fatto, un avvenimento, un evento, un fenomeno
naturale, chiamalo come ti pare: sono solo modi di dire, che
indicano qualcosa di evidentissimo».
Ma è che noi abbiamo solo modi di dire, che dicono solo
quello che dicono. E cosa dicono i termini ‘avvenimento’,
‘evento’, ‘fenomeno’?
‘Avvenimento’ deriva da advenire, cioè ‘giungere’. ‘Evento’,
da evenire, ‘venir fuori’. Ne verrebbe che il terremoto era da
qualche parte prima di giungere a Messina in quel mattino
d’inverno. Dov’era? La mia assemblea interiore non lo sa.
‘Fenomeno’ viene dal greco fainomai, ‘apparire’: cioè il
terremoto era ancor sempre da qualche parte, e d’un tratto è
apparso.
Sono parole che dicono ben poco: dissolvenze in direzioni
ignote. Alla mia assemblea interiore non resta che sperare
che la parola ‘fatto’ dica qualcosa di più, cioè che qualcuno,
nel corso dei millenni, sia riuscito a metterci dentro
qualcosa di più interessante.
83
Cosa c’è nei fatti

Fatto, fact, fait, facto, : l’origine di questi vocaboli è,


dicevamo, il participio passato di facere. Ovvero, un fatto, un
fact, un fait, un facto, un è qualcosa che qualcuno ha
fatto. E anche l’altro termine inglese per ‘fatto’, deed, e il
tedesco Tat hanno il medesimo significato. Dunque le nostre
lingue ci dicono che niente avviene di per sé: che qualunque
fatto deve avere un autore. Un autore, e non una qualche
cosa che l’abbia prodotto, perché le cose non hanno la
capacità di fare.
Chi sono gli autori dei fatti? Le persone, gli animali? Non
sempre: un terremoto è un fatto, ma non c’è nessun essere
vivente che sia in grado di fare un terremoto. Dio è l’autore
dei fatti che gli esseri viventi non possono fare? Lo si poteva
credere in altre epoche, non oggi: da un pezzo Dio non è un
qualcuno ma solo un termine misterioso, e far risalire
qualcosa a un mistero non porta a nulla. Eppure continuiamo
a dire che i terremoti, le alluvioni, le siccità sono fatti, anche
se non sappiamo chi li fa. È un modo di dire insulso o ci
indica qualcosa a cui non stiamo badando? La seconda
opzione è più interessante, perché si dà il caso che chi fa i
fatti, tutti i fatti, sei ancor sempre tu. Nel tuo raccontare hai
selezionato alcuni avvenimenti, li hai immobilizzati in un
punto del tuo passato: così li hai fatti. Sei stato tu.
84
Come fai i fatti

Sei stato tu a fare anche i terremoti? Sì, anche quelli. Tu fino


a una certa età non sapevi nulla del terremoto di Messina.
Per te non c’era stato. Poi ne hai sentito parlare, e per te è
diventato un fatto: un altro tuo racconto-ricordo a cui far
spazio tra i molti altri tuoi racconti-ricordi con cui fabbrichi
il mondo. E da come gli avrai fatto spazio nel tuo mondo,
dipenderà che cosa sarà per te quel terremoto.
Così è e sarà per qualsiasi altro fatto: anche per uno
schiaffo che qualcuno ti dia, un giorno o l’altro. In una
frazione di secondo tanto breve da non esistere per te, tu
sarai passato dalla condizione di chi non aveva preso uno
schiaffo alla condizione di chi l’ha preso, e nei tuoi racconti-
ricordi avrai già cominciato a trasformarlo in un fatto, e da
come gli farai spazio nel tuo mondo dipenderà che fatto sarà:
un’offesa o una lezione. Oppure riuscirai a dimenticarlo, e
non esisterà più, come se non fosse mai stato.
85
Fatti veri

Per valutare la verità dei fatti (per quel che vale) possiamo
divertirci a usare tutt’e e tre le grandi teorie della verità, di
cui già abbiamo detto – e ne deriva un’ulteriore, triplice
dimostrazione che i fatti dipendono da te, cioè che tu decidi
di cosa puoi dire: «Questo è un fatto!» e di cosa no.
Teoria della verità numero 1: un fatto è vero se non
contrasta con ciò che sai già del mondo. Per la mia
assemblea interiore è un fatto che questo libro è pieno di
assurdità.
Teoria della verità numero 2: un fatto è vero se ti è utile;
dunque qualsiasi fatto diventerà vero quando capirai come
servirtene.
Teoria della verità numero 3: ciò che dici di un fatto è vero
se corrisponde al fatto in questione e, viceversa, un fatto è
vero se corrisponde a ciò che ne dici. Ma siccome un fatto è
ciò che ne racconti-ricordi, da te dipende se un fatto è vero o
no. Dunque, tu hai in pugno i fatti del mondo.
86
Dimostrazione

Prendiamo uno dei fatti più semplici che hai a disposizione:


questa è la pagina di un libro. È un fatto. È un fatto vero?
Diresti di sì. Ma numerose tue sensazioni ti farebbero dire
che questa è una certa quantità di carta tendente al bianco,
con impressi sopra molti segni neri: così la vedrebbe un
gatto, che non conosce la parola ‘libro’. E un pezzo di carta
con sopra dei segni è un fatto diverso dalla pagina di un
libro: dunque chi ha ragione, tu o un gatto?
Il gatto non avrebbe dubbi; ma se questo libro ti interessa,
può succedere che tu lo legga tutto senza mai pensare che
questi segni sono neri. Il gatto noterebbe che tu, dicendo:
«Questa è la pagina di un libro», aggiungi ai fatti qualcosa
che davanti a te non c’è. Il gatto direbbe che tu inventi. Tu
gli risponderesti che lui, nonostante l’acutezza della sua
vista, non vede quello che vedi tu. Lui replicherebbe che tu
vedi solo quello che vedi tu e perciò ti perdi buona parte del
mondo. I vostri rapporti peggiorerebbero un po’, la vostra
stima reciproca diminuirebbe, perché le tre grandi teorie
della verità danno ragione sia a te che a lui, anche se i vostri
pareri sono inconciliabili.
87
Il tuo idealismo quotidiano

Soluzione del problema: nel tuo mondo, i tuoi fatti si


oppongono alle sensazioni. Hai bisogno che sia così: se
adesso vedessi non parole ma solo segni neri sulla carta,
penseresti di essere vittima di un fenomeno dissociativo; e se
sentissi l’odore di gas di scarico che avvolge ogni casa della
tua città, sapresti di stare sbagliando vita. D’altronde, se
sentissi quei gas, il tuo apparato sensoriale sarebbe tanto
attivo e tanto materialista da farti notare, su questa pagina,
più le forme dei segni neri che non il significato delle
parole. Ti costruisci, perciò, fatti che ti focalizzino su ciò
che, nei tuoi racconti, altri si raccontano-ricordano di vedere
e sentire, per non sentirti assurdo né davanti a un libro né
uscendo di casa per prendere una boccata d’aria. È un tuo
esercizio quotidiano di idealismo, un tuo sforzo, cioè, di farti
apparire il mondo come tu vuoi pensare che sia.
88
Fatti morali

Sulla sostanza narrativa dei fatti della tua vita ha convenuto,


da molti secoli, anche la Chiesa: il sacramento della
confessione consiste infatti in una rinarrazione dei fatti
commessi, guidata dal sacerdote, grazie alla quale quei fatti
cambiano aspetto – un cambiamento talmente radicale che le
loro conseguenze psicologiche si annullano: un furto
raccontato in un confessionale non produce più rimorso.
La psicoanalisi ha preso molto sul serio questo potere
trasmutatore della narrazione. A prenderlo ancora più sul
serio si arriverebbe rapidamente al cosiddetto relativismo
morale: all’idea che se i fatti sono fabbricati da noi, lo sono
ancor di più il bene e il male – dato che il bene e il male ci
apparirebbero solo come due diverse impostazioni che
possiamo dare a ogni nostro racconto, come ci va. Ci era
arrivato il Dio della Genesi, che esortava a ignorare i frutti
del cosiddetto albero del Bene e del Male, cioè a raccontare-
ricordare la propria vita facendo a meno del giudizio, come
di un fastidioso impaccio. Ma era un punto di vista su cui il
cristianesimo istituzionale ha preferito non riflettere più di
tanto, per non sbrigliare il grande talento narrativo della
gente.
89
Fatti scientifici

E da una novantina d’anni, anche la scienza ha finalmente


cominciato a considerare questa sostanza narrativa del
mondo – dico finalmente perché vari filosofi, da Eraclito a
Berkeley, l’avevano descritta con precisione. Oggi, a nessuno
scienziato serio verrebbe in mente di negare che, non solo i
risultati delle osservazioni, ma anche le osservazioni stesse
dipendono da ciò che l’osservatore si è prefisso (cioè si è
raccontato) prima di accostarsi agli strumenti. Dunque le
teorie scientifiche sono espressione anche dell’epoca in cui
sorgono, e che inevitabilmente si riflette nei racconti-ricordi
degli scienziati, come abbiamo visto nel caso del Big Bang e
delle esplosioni atomiche. Non per nulla le teorie
scientifiche vengono puntualmente superate, quando l’epoca
cambia, proprio come le tue versioni del mondo, quando
cambi tu.
La conclusione che dobbiamo trarne è che i fatti, chiunque
li costruisca, i fatti scientifici al pari dei tuoi fatti casalinghi,
non solo sono costruzioni, ma sono costruzioni sempre più o
meno sbagliate – senza che la misura di quel più o di quel
meno si chiarisca mai.
90
Obiezione passeggera

(«Ah, lo vedi che citi filosofi» proverebbe a incalzare la mia


assemblea interiore, «e la Chiesa, e le scienze: non sono
fatti, questi? Non ti inventerai che sei tu l’autore anche di
Eraclito e di Berkeley e della Chiesa cattolica. Quindi la tua
teoria dei fatti e la tua esclusione della verità e
dell’oggettività non funziona».
Non occorre che io convinca la mia assemblea interiore: è lì
apposta per permettermi di valutare quanto io riesca
felicemente ad allontanarmene, come da un luogo in cui non
voglio più stare. Certo, i filosofi, gli scienziati, le istituzioni, i
profeti e le date che ho citato e che citerò sono fatti dei miei
racconti-ricordi: e infatti per me sono esattamente come io
me li racconto-ricordo. Altri li raccontano-ricordano
diversamente, magari vedendo in Eraclito un filosofo oscuro
di cui si può dire quasi tutto e quasi il contrario di tutto, e in
Berkeley un solipsista – che in filosofia è un’ingiuria – e nel
sacramento della confessione qualcosa che riguarda solo i
credenti. Nei miei racconti-ricordi sto invece,
inevitabilmente, come tutti, capendo a modo mio cose che io
mi racconto-ricordo di aver letto di quegli autori).
Il confine dei fatti
e cosa c’è più in là
91
Quel qualcosa che non va

Se ci bastasse ciò che in Occidente si chiama verità,


potremmo vedere la nostra perenne fabbricazione di fatti
come un’interessante avventura della conoscenza: diremmo
che se i fatti che costruiamo risultano poi sempre sbagliati,
dato che sempre finiamo per rinarrarli diversamente, è
perché sbagliando si impara, e così impariamo sempre di più,
senza fine (ed è quel che sostengono gli scienziati e i
filosofi). Ma siccome abbiamo deciso che la verità
occidentale non ci basta, vediamo in questo procedere della
conoscenza un grosso problema: se opera in noi un
dispositivo che fabbrica fatti, e ciascuno di questi fatti
risulta prima o poi insufficiente e ingannevole, in quel
dispositivo c’è qualcosa che non va. Per scoprire cosa c’è che
non va, occorre studiare il modo in cui avviene questa
fabbricazione di fatti, ovvero di tutto: come e perché si
formano le trame, i personaggi, i significati e gli errori dei
nostri racconti-ricordi. E dubito che esista argomento più
utile a chiunque.
92
Psicologia

Gli psicologi avrebbero molto da guadagnare dallo studio del


nostro talento di narratori-ricordatori e dunque creatori di
tutto. Attualmente la psicologia non è una scienza, perché
nessuno psicologo sa precisamente che cosa stia facendo
quando aiuta i pazienti a cercare l’origine di una nevrosi nel
loro passato: nessuna teoria psicologica ha spiegato in che
modo qualcosa che non c’è più da decenni possa influire su
chi c’è ancora; e senza questa spiegazione lo psicologo non si
differenzia dalla persona superstiziosa, la quale crede che
un numero porti fortuna (e può dimostrare che qualche volta
ha portato fortuna) ma non sa dire perché.
Invece, se tutto esiste come ce lo ricordiamo-raccontiamo,
si spiegano i miglioramenti prodotti talvolta dall’analisi
psicologica. Grazie all’analista, il paziente capirebbe di
essere il creatore del proprio passato, mentre prima se ne
sentiva soltanto la vittima. Un sinonimo di psicologia
diventerebbe narratologia terapeutica: i metodi di analisi
sarebbero reimpostati, con nuovo slancio.
93
Storia

Lo stesso può dirsi per la storia. La storia si propone di


esplorare il passato per stabilire cosa è realmente avvenuto e
cosa no: dunque neanche la storia è una scienza, dato che
per le scienze è vero ciò che è vero oggi, non ciò che era vero
secoli fa; e per attenersi a ciò che è vero oggi, gli storici sono
obbligati a ignorare o a svisare molto di ciò che era vero
secoli fa, cioè del loro campo di studi – il che una scienza
non fa.
Per esempio, per sapere cosa sia successo ad Austerlitz il 2
dicembre del 1805, occorrerebbe conoscere la sorte dei
centosessantamila uomini che quel giorno fecero il possibile
per uccidersi a vicenda. Invece molti storici si sono
interessati ad alcune decine di quegli uomini: i generali, gli
alti ufficiali e pochi altri – perché uno dei criteri di verità
della storia è che solo il comportamento degli uomini di
potere merita considerazione. Così non sappiamo cosa
avvenne nella battaglia di Austerlitz, ma solo ciò che gli
storici hanno deciso di raccontarne-ricordarne. Se anche
nella storia si vedesse soltanto una serie di racconti, se ne
svilupperebbe una scienza che studia come si crea il passato:
cosa giovevole a tutti (a differenza delle biografie dei
generali) dato che chiunque è storico di se stesso.
94
Scienze

Quanto agli scienziati, abbiamo detto che lo sanno già: lo


sperimentatore influenza l’esperimento, il ricercatore cerca
e racconta-ricorda di aver trovato solo ciò che i suoi colleghi
(come lui se li racconta-ricorda) possono capire. Purtroppo
alcuni scienziati se lo dimenticano, e periodicamente
credono stare scoprendo (o addirittura di aver scoperto)
come stanno davvero le cose in questo o quell’ambito
dell’universo; solo questo eccesso di fiducia impedisce, oggi,
di accorgersi di ciò che la scienza è sempre stata: una
maestosa indagine sul modo in cui la mente umana sta
capendo l’universo, e crea ciò che sta capendo, e nient’altro.
Se se ne accorgesse, si vedrebbe che ogni microscopio e ogni
telescopio sono inevitabilmente puntati su chi li usa, prima
che su qualsiasi altra cosa. E che le ipotesi scientifiche sono
innanzitutto arte; e la matematica, la geometria, i tracciati
delle apparecchiature di laboratorio sono innanzitutto
generi di arte astratta, nei quali agiscono antichissimi
intenti divinatori o propiziatori, come si pensa che ne
avessero le pitture rupestri (uno scienziato potrebbe
offendersi per questo paragone proprio come un pittore
rupestre di dodicimila anni fa si sarebbe offeso se avessi
dubitato del potere delle sue pitture).
95
Religioni

Quelle che invece avrebbero da perderci, se prendessero in


considerazione l’immenso potere creatore dei nostri ricordi-
racconti, sarebbero le religioni. Ebraismo, cristianesimo e
islamismo non tollererebbero l’idea che il racconto della
Creazione diventi un inno a come avviene sempre la
creazione di tutto. Nella Genesi, infatti, il creatore crea
narrando:

E disse «Sia la luce!» e la luce fu.

In principio era il verbo: il verbo ‘dire’. Dio creò il fatto della


luce. Le persone religiose, con il loro rozzo materialismo,
vogliono invece convincersi che Dio inventò la luce – anche
se non hanno la minima idea di come ciò sarebbe avvenuto.
Non l’avranno mai, perché ciò non avvenne, almeno secondo
l a Genesi. Se Dio avesse inventato la luce, l’autore biblico
avrebbe scritto: ‘la inventò’. Invece scrive che Dio ‘creò’
l’universo: e creare è tutt’altra cosa.
96
La Creazione e l’Abisso

‘Creare’, nella Genesi, è ‫ אבר‬, BaRa’, dalla radice ‫ בר‬, BR, che
descrive un ‘muovere-muoversi (‫ )ר‬da un interno (‫’)ב‬: un far
uscire qualcosa, non dal nulla, ma da un luogo in cui quel
qualcosa c’era già. E, appunto, leggiamo che, prima della
Creazione,

la tenebra ricopriva l’abisso.

Ovvero: c’era un Abisso, in Dio (o accanto a Dio, se Dio non


era infinito), al di là di un confine di Tenebra; e da
quell’Abisso Dio traeva le cose, gli esseri.
È un’immagine che può valere per chiunque. Cominci a
creare quando senti che tutto ciò che c’è già (te incluso) non
è tutto: allora guardi verso un qualche altrove, ti affacci a
quell’altrove e prendi qualcosa di là e lo porti di qua. Sai
come si fa: si tratta di far diventare quel qualcosa un fatto; e
lo fai come faceva Dio, cioè raccontandolo-ricordandolo. Nel
farlo non inventi nulla, così come nemmeno Dio inventava,
secondo la Genesi. Crei soltanto.
97
Ancora sulla Tenebra

Possiamo immaginare che quell’altrove, l’Abisso, sia uno


spazio-tempo con quattro o più dimensioni, mentre il nostro
mondo ne ha solo tre. Un oggetto più-che-3D non si può
rappresentare in tre dimensioni: ciò che la Genesi chiama
Tenebra è questa irrappresentabilità. Creare è scoprire che
in qualche modo si può far esistere anche nel mondo
tridimensionale qualcosa di tanto irrappresentabile. Non
vedo come interpretare altrimenti quell’episodio del secondo
capitolo della Genesi, in cui YHWH dà forma, col fango,
all’uomo, la cui creazione era incominciata, a opera di
’Elohiym, nel primo capitolo.
Noi, invece della Tenebra e dell’Abisso biblici, abbiamo
quella che chiamavamo la nebbia. Invece di usare il fango,
usiamo i racconti-ricordi. Per il resto, il paragone tra la
Creazione biblica e la nostra perenne creazione universale
regge.
98
La teoria di campo unificata

Dello spazio-tempo più-che-3D e del suo rapporto con il


mondo tridimensionale Einstein si occupò negli ultimi
trent’anni della sua vita. L’ipotesi di uno spazio-tempo
diversamente vasto in cui sia immerso il nostro mondo
serviva a Einstein per collocare da qualche parte la soluzione
al problema: perché nell’universo agiscono due forze
fondamentali diverse, la gravità e l’elettromagnetismo,
ciascuna delle quali ha una sua struttura di spazio, un suo
‘campo’? In fisica, la parola ‘spazio’ non dovrebbe avere il
plurale, proprio come nel linguaggio ordinario la parola
‘tutto’; e invece risultava e tuttora risulta che ce l’ha. Può
darsi, secondo Einstein (e ‘può darsi’, in fisica, è
un’espressione vertiginosa) che quelle due forze, quei due
campi-spazi, siano aspetti di una terza forza, inconoscibile
nel mondo 3D, e da scoprirsi in una realtà ulteriore, in un
altro tutto diverso dal nostro tutto. In un Abisso al di là della
Tenebra, avrebbero detto gli autori della Genesi – ai quali
Einstein avrebbe certamente ispirato simpatia.
99
Altri sostenitori dell’Abisso

Tra i fisici occidentali, l’idea di uno spazio più-che-3D aveva


cominciato ad affacciarsi già nella prima metà dell’Ottocento,
ma era molto più antica: quel che Einstein cominciò a
pensarne e calcolarne si avvicinava a ciò che ne aveva scritto
Parmenide duemilaquattrocento anni prima. Per Einstein
come per Parmenide, nello spazio più-che-3D (che
Parmenide chiamava ,to einai, ‘l’essere’) non si
verifica alcun cambiamento, ma tutto è già avvenuto. È
quello che in alcuni capitoli di questo libro abbiamo
descritto come l’assenza del presente, e dunque anche del
passato e del futuro. Là fuori, un osservatore 3D
(immaginiamocelo mentre si muove là nella sua tuta,
all’interno della quale ha ancora senso il suo orologio),
vedendo diversi punti spazio-temporali uno accanto l’altro,
potrebbe avere l’impressione che da un punto all’altro
accada qualcosa, ma sarebbe solo perché lui si è spostato.
Secondo Parmenide, nel nostro mondo come siamo abituati
a percepirlo, ci sono soltanto questo tipo di impressioni da
osservatore 3D, tutte illusorie: e va bene così, stabiliva
Parmenide, perché il nostro mondo non ha l’einai, l’‘essere’,
ma è solo apparenza. Per Einstein no, non bastava, e
bisognava connettere, coordinare il 3D e il più-che-3D, in
modo che il tutto al di là spiegasse il tutto dell’al di qua.
100
Il tempo e la creazione

Einstein non riuscì a trovare le equazioni unificatrici. Ci


manca, così, una teoria fisica di ciò che facciamo di continuo,
nel nostro raccontare-ricordare: noi, riflessi del Dio della
Genesi, che prendiamo dall’Abisso ciò che creiamo nel nostro
mondo. Dobbiamo accontentarci di una spiegazione in
termini più ordinari: ognuno di noi evidentemente sa (senza
sapere di saperlo) come uscire dal guscio del presente, per
entrare in quello spazio-tempo più-che-3D in cui il presente
non c’è, e in cui c’è un tutto che è più del nostro tutto: non
solo ciò che hai dimenticato e ciò che ancora non sai, o che
ancora non sai di sapere, ma anche ciò che avresti saputo se
fossi vissuto da sempre e che potresti sapere se vivessi per
sempre – dato che un ordine temporale a cui si toglie il
presente diventa un sempre. Da lì traiamo quello che poi
raccontiamo magistralmente, e ricordiamo, sottoforma di
fatti, oggetti, esseri viventi.
101
E l’inconscio collettivo

Negli stessi anni in cui Einstein tentava di unificare il campo


e riscopriva ‘l’essere’ parmenideo, Jung descriveva una
versione psichica del più-che-3D, da lui chiamata inconscio
collettivo. Mentre nell’inconscio individuale si trova tutto ciò
che la mente cosciente ha saputo e dimenticato, l’inconscio
collettivo dispone, secondo Jung, «di un enorme patrimonio,
costituito dai sedimenti di tutte le vite dei progenitori,
dall’esperienza umana di uno o due milioni di anni», e
spesso vi si attinge nei sogni, oltre che nei miti e nelle opere
d’arte (sempre senza sapere come). Anche la nostra realtà è,
come abbiamo visto, un’opera d’arte che noi raccontiamo-
ricordiamo tanto quanto raccontiamo-ricordiamo i nostri
sogni: quindi, se ci premesse la psicologia, potremmo
costruire una spiegazione post-junghiana del nostro creare
tutto attingendo da quell’inconscio abisso temporale. Si
tratterebbe solo di aggiungervi qualcosa che Jung non osò
dire esplicitamente: che, come spazia nel passato, l’inconscio
collettivo può spaziare anche nel futuro.
102
Teoria della verità ulteriore

Da questa idea di una nostra cooperazione con l’Abisso, o con


il più-che-3D, o con l’inconscio collettivo esteso, traiamo
intanto un’altra teoria della verità, diversa da quelle che
abbiamo già descritte. Suonerebbe così: ciò che vorremmo
intendere quando parliamo onestamente di verità non è ciò
che è coerente con quello che uno sa già (non basta); né ciò
che è utile a qualcuno (non basta); né ciò che corrisponde ai
fatti (sarebbe una tautologia); e nemmeno ciò che è
approvato dalla nostra assemblea interiore, ma ciò che nel
nostro mondo corrisponde a qualcosa che c’è nell’Abisso, nel
più-che-3D, o nell’inconscio collettivo esteso.
Quest’altra teoria della verità (che gli antichi conoscevano:
anche Paolo di Tarso scrisse che «dalle cose invisibili
derivano le cose visibili») può aiutarci a capire una quantità
di cose che le altre teorie della verità non spiegano, se non
in modo stiracchiato.
103
Il visibile è una conseguenza

Con l’antica teoria secondo cui un racconto è vero se


corrisponde a qualcosa che c’è nell’Abisso, ma che nel mondo
non sappiamo, possiamo spiegare per esempio perché gli
elettroni, i buchi neri e anche i pianeti Nettuno e Plutone
siano diventati visibili dopo che li si era ipotizzati. Erano
invisibili e li si vide. Anche Anassagora, nel v secolo a.C.,
disse che il sole è una massa incandescente che «manda la
sua luce alla luna», e la scienza gli diede ragione solo molti
secoli dopo. E nel corso di ogni tua giornata anche tu vedi
ciò che hai deciso di vedere – e l’hai deciso prima di
guardare: così la causa di ogni cosa è nello scopo che tu le
hai assegnato. Viceversa, per dirla di nuovo con Anassagora:
«La vista delle cose nascoste sono le cose visibili», cioè, in
ciò che vediamo noi vediamo, senza accorgercene, ciò che
non vediamo.
Il difetto di quest’altra teoria della verità è che non
fornisce un criterio sicuro per valutare subito il contenuto di
verità un’affermazione – dato che non puoi fare un salto
nell’invisibile ogni volta che ti va, per verificare se quel che
dici c’è anche là. Ma neanche le precedenti teorie della
verità offrono criteri sicuri. Quest’altra, almeno, apre
problemi nuovi, il che le precedenti non fanno.
104
Quindi prosegui pure la creazione

E il maggior problema nuovo suscitato dall’idea di creazione


come sconfinamento dimensionale è il seguente: se noi
siamo nel mondo 3D, ma entriamo nel più-che-3D (anche se
non ce ne accorgiamo), cosa cambia in noi quando
sconfiniamo? Noi siamo, per così dire, l’equazione unificante
che Einstein cercava, ma come descrivere il modo in cui la
siamo?
Ma è anche questo un problema nuovo soltanto per noi.
Nell’ultimo versetto del Vangelo di Giovanni era già incluso:

Ci sono molte altre cose che Gesù fece: e penso che, se le si scrivesse una per
una, il mondo non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Qui si intende: il mondo come te lo sei ricordato-raccontato


finora. Per dire tutto quello che ci sarebbe da dire, anche
soltanto per dire tutto di te, dovresti ampliare questo mondo
– sta dicendo qui l’evangelista – e di conseguenza te stesso. E
sottintende: non vedo l’ora che tu lo faccia, illuminando la
Tenebra, come fece Dio quando creò. Proviamo.
Darsi il permesso
ovvero cosa ti trattiene dal creare più di
tanto
105
Il tuo personaggio principale

Tu sei l’autore di una serie di racconti-ricordi in cui tenti di


riprodurre, e tridimensionalizzare, e umanizzare ciò che c’è
nell’Abisso, e in quei racconti il personaggio principale è
quello che tu chiami ‘io’. Ne hai già ultimati molti, di quei
racconti, pieni di altri personaggi tuoi, plasmati da te, e di
avvenimenti altrettanto tuoi, di cui stai narrando
quotidianamente gli sviluppi. La tua storia è ambientata nel
XXI secolo: il suo sfondo, cioè, è una tua selezione di tue
informazioni, assortita in modo da esprimere quello che tu
ritieni sia il XXI secolo. Purtroppo, ti sei incastrato in quei
tuoi racconti, come se fossero tutto ciò che esiste. E perciò ti
sei convinto che tu e il tuo personaggio principale, tu e quel
tuo ‘io’, siate tutt’uno. Ma così non è. Lui non sa niente della
Tenebra, tu invece ci vai. Lui è il tuo ’adam: con la differenza
che, secondo la Genesi, solo l’’adam era ‘a immagine e
somiglianza’ del suo Creatore, mentre il tuo personaggio
principale abita in un mondo che è tutto quanto a tua
immagine e somiglianza, dato che lo stai raccontando-
ricordando tu. Il tuo personaggio principale ti somiglia solo
un pochino più del resto. Ma non lo sa. Tu lo sai.
106
Chi fa cosa

Quanto al raccontare-ricordare, a guardar bene, tu racconti


e lui, il tuo ‘io’, ricorda. Lui ricorda i tuoi racconti e se li ri-
racconta a modo suo, ricordandosi, poi, soltanto quel che se
ne è ri-raccontato. Non è gran che, come narratore: non
conosce quella che in letteratura si chiama la ‘fonte’ di ciò
che ricorda-racconta – cioè te, che invece sai benissimo
come la tua ‘fonte’ sia là fuori, nell’Abisso.
Hai dunque, con il tuo personaggio principale, gli stessi
problemi che Dio ha con quei numerosissimi uomini, da lui
creati, che lo credono appartato in cielo, o che si convincono
che non esista affatto, e si muovono nel mondo come se il
mondo esistesse di per sé. E Dio non fa l’errore di
identificarsi con nessuno di loro: limiterebbe troppo le
proprie capacità creative. Non farlo neanche tu, d’ora in poi.
Lascia che ‘io’ sia solo quel tuo personaggio: sappi cioè che,
tutte le volte che dici o pensi ‘io’, è a lui che ti riferisci. Così
ci prepariamo la via per chiarire chi e come sei tu, là fuori,
nell’Abisso.
107
Tu e lui

Se non ti identifichi con il tuo personaggio principale, puoi


apportare molte più modifiche al suo futuro, al suo presente
e anche al suo passato, nonché al futuro, al presente e al
passato del suo mondo. Dal più-che-3D, cioè dal sempre, dove
sei tu, si può fare. Ogni volta che lo farai, lui si meraviglierà
al veder cambiare tante cose. Penserà magari a un
intervento divino, di un Dio a lui noto o di un Dio a lui
ancora ignoto. Oppure il tuo ‘io’ è ateo, e allora si figurerà
Spiriti guida, come Aladino quando strofina la lampada e il
Genio gli cambia il presente e il futuro; o spettri rivelatori,
come Amleto, a cui lo spettro del padre cambia anche il
passato, raccontandogli avvenimenti che lui non avrebbe mai
scoperto; oppure l’intervento di una qualche potenza vaga,
che chiamerà la Gloria, l’Ispirazione, o la Fortuna. O più
semplicemente si convincerà di non aver capito qualcosa di
quel che gli era avvenuto, o che gli stava avvenendo, o
poteva avvenirgli nel mondo – mentre ciò che non sta
capendo è che c’è un fuori dal suo mondo, e che là fuori ci
sei e ti dai da fare tu.
108
Se capisse

Ma supponiamo che il tuo personaggio principale cominci a


capire che sei tu a far succedere le cose. E che lui è te, con
la differenza che lui dice ‘io’ e tu no. È molto probabile che,
riprendendosi dalla perplessità, abbia da ridire sulla tua
inventiva: «Perché mi hai costruito così?» ti chiederebbe.
«Avresti potuto farmi molto meglio, più intelligente, più
affascinante, più forte. Ti sarebbe convenuto farlo, dato che
io sono te!» Per non parlare di quello che gli hai fatto
succedere: se la realtà è tanto docile al tuo narrare, perché
non gli hai allestito una vita magnifica?
E tu gli spiegheresti che l’hai fatto, ma lui non se ne è
accorto. C’erano talmente tante informazioni utili in ciò che
narravi e che lui ricordava male! Le ha viste e non le ha
colte, non le ha prese sul serio. Così come ci sono voluti
secoli prima che gli ingegneri prendessero sul serio i tappeti
volanti e inventassero gli aerei. E prendessero sul serio le
sfere di cristallo delle streghe, e inventassero i telefonini. E,
più fortunatamente, ci sono voluti millenni prima che
prendendo sul serio la storia della distruzione di Sodoma, si
inventasse la bomba atomica.
109
Ciò che lo salva, ciò che lo uccide

Diciannove secoli fa, l’autore del Vangelo di Tomaso doveva


avere anche lui una teoria simile alla nostra, e doveva
essersi posto anche lui il problema della reazione dell’io che
comincia ad accorgersi di essere il personaggio principale
dei tuoi racconti. Leggiamo infatti in quel Vangelo:

Ciò che avete vi salva, se lo create da voi stessi. Ciò che non avete in voi stessi
vi ucciderà, se non lo avete in voi stessi.

Con le parole ‘voi stessi’, l’autore del Vangelo di Tomaso


indica il momento in cui l’io scopre la tua esistenza, e sta
capendo che siete connessi. E il senso del passo (perché non
sia irrimediabilmente oscuro) dev’essere: se il tuo io si
accorge che tu sei l’autore di tutto ciò che ha conosciuto,
tutto lo salva dalla terribile idea di essere in balia di forze
incommensurabili; se invece non se ne accorge, crederà di
essere diverso da tutto, in lotta con tutto, e alla fine sarà
sconfitto da tutto.
110
Obiezione

La mia assemblea interiore, già duramente provata dalle


pagine precedenti, spera che qui ci sia una contraddizione:
«Hai detto che tu non devi identificarti con il tuo
personaggio principale, con il tuo io: allora come puoi dire
che lui è te? Se lui è te, tu non sei lui?»
Le rispondo che solo dai nostri dizionari risulta che il verbo
‘essere’ valga come un segno di uguale, e i nostri dizionari
sbagliano. Il verbo ‘essere’ indica la trasformazione che
qualcosa subisce in un particolare contesto. Se di uno che fa
l’ingegnere dico: «lui è un ingegnere», non sto certo dicendo
che lui è uguale a un ingegnere, ma solo che per alcune ore
al giorno diventa un ingegnere. E ogni volta che mi dico «io
sono io», sto mentendo, a meno che non pronunci i due ‘io’
con un’intonazione sensibilmente diversa, per far capire che
uno dei due è solo l’aspetto che l’altro sta assumendo oggi,
ma non gli equivale in tutto e per tutto. Così il tuo
personaggio principale è te nel mondo, ma tu, suo narratore,
non sei lui: non ancora; non finché lui non smette di essere
soltanto quel se stesso, che non può fare quasi nulla, e
diventa te, che puoi tutto – meravigliandosi di essersi
creduto così poco fino ad allora.
111
La meraviglia

L’autore del Vangelo di Tomaso è uno di quegli antichi


cristiani che si erano messi in testa di diventare, e far
diventare, re di tutto: ma non lo si intenda come un delirio
di onnipotenza dei membri di una setta perseguitata; è bensì
un’indicazione su come scoprire la parte creatrice di sé. E,
nel suo passo più famoso, quell’antico scrittore spiega che:

Chi si meraviglierà, sarà re su tutto.

In ognuno c’è un narratore che ha in pugno tutto, cioè è più


di tutto, perché sta narrando-creando tutto. Se un io ha
cominciato a saperlo, se ne è meravigliato. Se almeno per un
attimo ha avuto il coraggio di meravigliarsene, almeno per
un attimo lo è diventato.
112
Altri meravigliati

L’autore del Vangelo di Tomaso non era il solo a pensarla


così. Cinque secoli prima, Eraclito parlava di un’analoga
meraviglia totale, in termini non monarchici: «i limiti della
psykhē non riusciresti a trovare, per quanto tu vada
percorrendo ogni via». Eraclito chiamava psykhé ciò che noi
chiamiamo il narratore.
E ai tempi di Eraclito gli egizi e i viaggiatori greci
leggevano, su una stele del tempio di Osiride, ad Abidos: «Io
sono tutto ciò che è stato, tutto ciò che è, tutto ciò che sarà».
La frase era attribuita alla Dea Iside, ma apriva alla mente di
chiunque una prospettiva. Lo ritroviamo anche nei Vangeli:
«Da prima che Abramo fosse io sono» spiega Gesù. Abramo
era vissuto almeno milleseicento anni prima di lui, ma Gesù
dice ‘io sono da prima’, e noi intuiamo che sottintende: «E tu
no?»
Una medesima teoria del tutto e di te che lo narri fluisce
dall’antico Egitto alla Grecia alla Palestina: noi, qui, ci
stiamo soltanto riallacciando a essa.
113
Dio e tu, di nuovo

Secondo Iside, Eraclito e il Gesù dei Vangeli, quello che


chiamiamo il tuo tu-narratore pervade il tutto e agisce nel
tutto, come la psiche pervade il corpo e lo muove. Secondo
Iside, chi pervade il tutto è divino – perché lei era una Dea.
Secondo Gesù, è divino e umano, essendo Gesù sia figlio di
Dio sia figlio dell’uomo. In Eraclito e nel Vangelo di Tomaso
è invece totalmente umano.
Ma questa diversa percentuale di divinità è meno
significativa di quanto sembri, perché con la parola ‘Dio’ gli
antichi non indicavano ciò che indichiamo noi. Per noi, dopo
diciannove secoli di cristianesimo, Dio è inconoscibile, e
incommensurabile con l’uomo. Per gli antichi ogni dio era
l’immagine di qualcosa che gli uomini non erano ancora
arrivati a comprendere appieno ma in cui avvertivano un
grande potere (Zeus era, così, il Dio del potere; Afrodite,
dell’innamoramento eterosessuale; YHWH, della potenza di ciò
che c’è già; ’Elohiym, della potenza del divenire ecc.). In
questo senso antico, anche il tuo tu narratore può essere
detto un dio, per il tuo io personaggio principale.
114
Perché tutto questo si perse

Perché nei secoli successivi l’Occidente perse l’idea di questa


estensione dell’io? Non era solo egizia (Roma detestava
l’Egitto), non era solo greca (i cristiani smisero presto di
amare la filosofia greca), non era solo eretica (il Vangelo di
Tomaso era gnostico, e gli gnostici vennero dichiarati eretici
già nel iii secolo): era anche nei Vangeli. Ma dava troppa
importanza all’individuo. Rientrava in quel decisivo errore di
marketing, chiamiamolo così, che il Grande Inquisitore
rimprovera a Cristo, nei Fratelli Karamazov:

«Tu hai sopravvalutato gli uomini!»

Gli uomini, spiega il Grande Inquisitore, vogliono solo


sottomettersi all’autorità; e dunque odierebbero essere re, e
a maggior ragione sentirsi sconfinati. Dostoevskij intuiva che
il progresso, in Occidente, tende sempre a eliminare ciò che
è più faticoso, cerca la comodità. E chi sa di regnare su tutto
è più stressato di chi non lo sa. Quindi si preferì non saperlo.
115
Narratori in difficoltà

Scorgiamo questo stress in un passo del racconto dell’ultima


cena: quando Gesù annuncia che qualcuno lo tradirà, tutti i
discepoli

presero a domandargli uno dopo l’altro: «Sono io, Signore?»

A chi non sa di essere re-narratore di tutto la domanda deve


apparire insensata. Gesù sta per essere arrestato, il traditore
si è già accordato con il Sinedrio; i discepoli avrebbero
dovuto domandare, semmai: «Chi è il furfante?» Invece tutti,
incluso Giuda, domandano: «Sono io?» È proprio perché sono
re-narratori, perplessi, angosciati: il senso della loro
domanda è: Non so ancora cosa racconterò di me, cioè che
cosa mi farò succedere. Racconterò che ti tradirò? E Giuda
intendeva: Potrò non narrarmi come traditore, potrò non
consegnarti alle guardie?
116
Personaggi rassegnati

Diverso è il caso di Pilato:

I sacerdoti dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto [sulla croce] ‘re dei giudei’,
ma scrivi che costui diceva di essere il re dei giudei». Pilato risponde: «Quel
che ho scritto ho scritto».

Pilato aveva tentato di scagionare Gesù, ma si era spaventato


udendo le grida della folla, sobillata dai sacerdoti: «Se liberi
quest’uomo non sei amico dell’imperatore!» Pilato temette
per la carriera: capì che tutti i suoi racconti-ricordi, tutti i
fatti che si era costruito fino ad allora, gli imponevano di
tenersi fuori da quella faccenda. Così, la risposta che Pilato
dà ai sacerdoti riguardo all’iscrizione sulla croce, è anche un
giudizio su lui stesso: Quod scripsi scripsi! Quel che mi sono
narrato di me non può più essere cambiato; io, almeno, non
ne ho la forza: mi meraviglierei se la avessi, ma non oso –
qualunque cosa possa volere da me il mio narratore. E con
Gesù, Pilato aveva parlato proprio dell’essere re: «Dunque tu
sei re?» gli aveva domandato; e Gesù: «Tu lo dici». Tu lo sai,
da te stesso, perché anche tu potresti accorgerti di esserlo.
117
Le questioni di coscienza e il narratore

Da notare, riguardo a Pilato e a noi stessi: nel mondo 3D è la


morale a causarci questioni di coscienza; siamo cioè a
disagio quando facciamo qualcosa che contrasta con gli usi
del gruppo sociale a cui apparteniamo. E rispetto alla morale
romana, Pilato tenne un comportamento impeccabile.
Ma se nel nostro orizzonte includiamo il narratore, siamo a
disagio con noi stessi quando non facciamo ciò che ci è
sembrato che il narratore volesse narrare di noi.
Di questi due disagi, il più frequente è il secondo. È ciò che
comunemente chiamiamo infelicità; possiamo sforzarci di
non sentirla, e riusciamo a non sentirla solamente
diventando più ottusi. Se invece la sentiamo non sappiamo
spiegarla, perché nessuno ci ha mai parlato di quel nostro
narratore e del suo più-che-3D – o meglio, il nostro io non si
racconta-ricorda di averne sentito parlare.
118
Il Regno dei cieli

Perciò, chi molti secoli fa ha provato a scriverne non ha


trovato lettori attenti. Eppure era così semplice. Ciò che
n e l l a Genesi era l’Abisso oltre la Tenebra, nei Vangeli
prende il nome più luminoso di ‘Regno dei cieli’. I ‘cieli’
nelle Scritture (e non solo) rappresentano le infinite
possibilità in attesa di venir realizzate sulla terra; e la parola
‘regno’ significa, in questo caso, sia l’area, l’insieme di
quelle possibilità, sia la possibilità di dominarle: quei ‘cieli’
sono lì anche per diventare il tuo regno di narratore. Di quel
Regno dei cieli leggiamo infatti che

è dentro di voi.

Puoi accedervi perché è in te. Puoi sentire il narratore, e la


sua vastità e le sue esigenze, come senti il tuo stomaco, le
pulsazioni del cuore, il respiro. E soffri quando le ignori,
come soffri quando non rispetti le esigenze del tuo stomaco,
del cuore, del respiro.
119
L’attaccamento al mondo 3D

‘Il Regno dei cieli è dentro di te’. I teologi hanno ritenuto,


fin dal iii secolo, che quel ‘dentro’ fosse eccessivo e lo hanno
tradotto non con ‘dentro’ ma con ‘in mezzo a voi’: così infatti
si legge nelle versioni consuete – come se il Regno dei cieli
fosse un territorio soprannaturale dominato da Gesù e da suo
Padre, e che Gesù ne fosse una specie di ambasciatore
itinerante sulla terra, in mezzo alla gente. Ma il testo del
Vangelo di Luca dice proprio ‘dentro’ ( ), e non ‘in mezzo’
(che sarebbe stato ). È impossibile fraintendere il
passo, eppure da quasi duemila anni sembra altrettanto
impossibile non fraintenderlo.
E qui la mia assemblea interiore torna alla carica: «Se è
vero che il tuo narratore racconta-crea e fa succedere tutto,
perché non ha impedito, o non impedisce adesso, che tanti
personaggi del tuo mondo siano così spudoratamente e
loscamente stupidi?»
120
L’autoincomprensione

Risposta: il narratore racconta, ma il personaggio non gli


tiene dietro. In base alla nostra quarta teoria della verità,
diremo che il personaggio non riesce a essere abbastanza
vero: non riproduce abbastanza nel suo mondo 3D ciò che gli
giunge dall’Abisso-Regno dei cieli.

Il mio popolo non comprende,

scriveva Isaia, sette secoli prima di Cristo. Solo che questo


verso di Isaia non era tanto un lamento, quanto un
parametro. Ciò che distingue il tuo personaggio principale
da te è anche che lui non ci arriva: lui è la parte di te
incapace di comprensione, di autocomprensione. Lui ha già
capito (non per nulla dice ‘io’, con l’aria di sapere cosa stia
dicendo) e perciò non capisce più. Hai anche questo imbecille
dentro di te, come hai il Regno dei cieli.
121
Il velo delle parole

Dunque l’intralcio è in tutto ciò che hai già capito.


Quello è il tuo 3D.
E tutto ciò che gli uomini hanno capito si fissa nelle loro
lingue: si cristallizza in parole, grammatica, sintassi – che
sono modi di contenere la conoscenza, dai quali la mente
dell’io non può prescindere. Ciò che abbiamo capito, lo
abbiamo capito perché possiamo dirlo in quelle forme
cristallizzate, calcarlo in quei contenitori. Il tuo io vive tra
quei contenitori, chiuso in uno di essi – la parola ‘io’.
Non sei lui: eri lui, prima che le sue parole lo separassero
da te.
Berkeley ne scrisse, ai primi del Settecento: «Basterebbe
che sollevassimo il velo delle parole, e potremmo
contemplare l’albero della conoscenza più elevata, che offre
frutti eccellenti, a portata di mano». Sollevare quel velo
significa vedere i limiti dei nostri apparati linguistici – e non
appena si vede un limite, si scorge anche ciò che c’è oltre:
ovvero ciò che le nostre lingue non ci permettono di dire, di
sapere, di desiderare, di deplorare, di vivere di noi stessi.
Solo svelandosi, il tuo io potrà guardarti.
Le parole troppo piccole
ovvero come disadattarti alle lingue che
conosci
122
Come ci si rassegna

Nel mondo 3D noi abbiamo soltanto racconti-ricordi, e non


ricordi, perché solo i nostri primissimi ricordi di infanzia
hanno preceduto i racconti che ne abbiamo fatto: ben presto
ci siamo accorti che per tante cose che ricordavamo non
c’erano parole adeguate, nella lingua che stavamo
imparando a parlare. E siccome è motivo di angoscia avere in
sé qualcosa che non si riesce a dire, da bambini abbiamo
cominciato a escludere i ricordi che la nostra lingua madre
non ci consentiva di raccontare: ci siamo abituati a
dimenticarli, e a dimenticare di averli dimenticati. La
raccontabilità è stato il primo, e poi sempre decisivo criterio
di realtà nella nostra esperienza del mondo. E, per
proseguire il nostro paragone con il Dio della Genesi, anche
per lui è avvenuto qualcosa del genere: quando infatti creò
l’umanità, ‘li fece maschi e femmine’ perché quel Dio parlava
in ebraico e l’ebraico non ha il genere neutro. Se avesse
parlato greco, avremmo avuto tre sessi.
123
Di ciò di cui non si può parlare

Ma se è angoscioso non poter dire qualcosa che si ha nella


mente, non lo è di meno avere in mente solo ciò che si può
dire. «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere»
scriveva Wittgenstein. Questa sua frase non mi è mai
piaciuta. Mi infastidisce che il mio comportamento sia deciso
da un ‘si deve’ impersonale, cioè da qualcuno o qualcosa che
non conosco e di cui, perciò, non posso valutare
l’attendibilità. D’altra parte, questa frase di Wittgenstein
descrive la situazione in cui tutti ci troviamo. Di ciò che la
nostra lingua o le lingue che conosciamo non ci permettono
di dire, noi siamo costretti a tacere, come se non ne
sapessimo niente. E invece ne sappiamo moltissimo, dato che
ciò che le nostre lingue non ci permettono di dire è proprio
ciò che ci riguarda più da vicino.
124
Di chi è il tuo io

Per esempio: nel mondo 3D c’è un qualcuno che è e agisce in


te più di quanto sia e agisca in te il tuo io. Hai lunga
esperienza di quel qualcuno: è quello che ogni tanto dice, in
te: «Il mio io non mi piace più». Dunque non è il tuo io,
semmai ha il tuo io. Ma anche se sai che quel qualcuno è in
te, il tuo personaggio principale non può parlarne, perché i
pronomi personali che la sua lingua gli mette a disposizione
non bastano: non è l’io, perché altrimenti non potrebbe dire
‘il mio io’, e non è un altro io, perché l’io non ha il plurale;
non è un tu, né un lui o lei, né un noi, un voi o un loro. Non è
nemmeno un sé, perché sé è un pronome riflessivo, indica ciò
che uno sa di se stesso, e di quel qualcuno il tuo personaggio
principale non sa nulla: non sa nemmeno come chiamarlo. Ci
prova, a volte, usando termini come ‘anima’ o ‘spirito’, ma
sono termini religiosi, e perciò deboli: valgono solo se si
aderisce alla religione che li spiega; svaniscono se non credi
all’anima immortale o allo spirito insufflato da Dio, mentre
quel qualcuno che in te dice ‘il mio io’ non svanisce se il tuo
personaggio principale smette di aderire a una qualsiasi
religione.
125
Logopenìa

Inoltre, alcune lingue soffrono di logopenìa: non riescono ad


arrestare la diminuzione del loro vocabolario attivo, cioè del
numero di vocaboli utilizzati dalla maggioranza di coloro che
le parlano. La lingua italiana è, quanto a questo, in
condizioni gravi: il vocabolario attivo degli italiani di media
cultura non supera i settemila vocaboli. Gli inglesi hanno
invece un vocabolario attivo di trentamila. Un inglese parla
dunque di un mondo quattro volte più grande di quello di un
italiano. Inglesi e italiani abitano nello stesso mondo
occidentale, usano le stesse auto, gli stessi computer,
leggono gli stessi libri, ascoltano la stessa musica: ma gli
italiani devono tacere di tre quarti di quel mondo, perché
non possono parlarne. La loro psiche e tutta la loro realtà
sono piene di aree mute.
126
Il lavoro

Questa povertà dell’italiano lo accomuna ad altre lingue


neolatine. Prendiamo, per esempio, la brutta parola ‘lavoro’,
che deriva dal latino labor, ‘fatica’, ‘pena’, ‘sventura’. Anche
travail, in francese, e trabajo, in spagnolo, sono brutte
parole: derivano dal latino trabalium, ‘tormento’. ‘Lavoro’,
travail, trabajo corrispondono all’inglese job e labour e al
tedesco Arbeit. Ma in più, per indicare ciò che ognuno pensa
riguardo al lavoro, l’inglese ha work, e il tedesco ha Werk,
che indicano un nobile impegno, un’attività fruttuosa a cui ci
si dedica volentieri (come opus in latino). Né l’italiano, né il
francese, né lo spagnolo hanno un equivalente di work o di
Werk. Italiani, francesi, spagnoli possono dunque scegliere
solo tra la fatica e l’ozio. Inglesi e tedeschi hanno un’opzione
in più: il work-Werk. Certo, italiani, francesi e spagnoli
possono parlare di ‘lavoro’, di travail, di trabajo come se
parlassero di work o Werk. È l’unica loro possibilità, per non
sentirsi schiavi. Devono solo sperare che chi li ascolta
capisca che a volte dicendo ‘lavoro’, travail, trabajo, non
dicono affatto ‘lavoro’, travail, trabajo. Il che non capita
facilmente.
127
Arte

È una fortuna incontrare qualcuno che ha da dire più cose di


quelle che può dire, e si accorge che tu te ne sei accorto,
perché anche tu hai lo stesso problema. In quei momenti ci
si sente artisti: da sempre, infatti, l’arte si ribella ai limiti
delle lingue. Di una loro statuetta femminile gli uomini del
Paleolitico potevano dire: «È una statuetta» ma sapevano di
non dire abbastanza. Non avrebbero perso tempo a scolpirla
se fosse stata solo una statuetta. Così della Monna Lisa
possiamo dire: «È un ritratto», e sarebbe falso secondo la
nostra teoria della verità come rapporto con il più-che-3D,
dato che la Monna Lisa ci illustra qualcos’altro, che noi
stiamo capendo, ma che le nostre lingue non riescono a dire
perché non si sono ancora spinte abbastanza avanti
nell’Abisso, o nel Regno dei cieli.
Lo stesso avviene quando parliamo con qualcuno che ci sta
capendo, e che noi stiamo capendo, non mediante, ma
nonostante, le parole.
128
Telepatia

Puoi chiamarla anche telepatia. L’arte è una specie di


telepatia, dato che ciò che l’artista comunica in una sua
opera è più di ciò che se ne percepisce attraverso i cinque
sensi; altrettanto telepatico è il tuo trasmettere un’idea o un
sentimento a qualcuno nonostante i limiti della tua lingua.
E, proprio a causa dei limiti delle nostre lingue, i dizionari
definiscono la telepatia un ‘fenomeno extrasensoriale’:
extrasensoriale non è, perché si tratta di una sensazione ben
precisa, ma siccome le nostre lingue non hanno una parola
che indichi l’organo di questa sensazione, stabiliscono che
non è una sensazione. È invece un’interessante forma del
nostro sentire. E una parola ci sarebbe, per indicarla:
simbologia. Ma la si dovrebbe intendere in un modo molto
diverso da come la intendono le nostre lingue. E alle nostre
lingue non piace quel modo diverso.
129
Simbologia

L’aggettivo ‘simbolico’ oggi si usa per lo più per indicare una


cosa che non è se stessa. Un prezzo simbolico di una cosa non
è il prezzo di quella cosa. La x, intesa come simbolo
algebrico, non è una x ma rappresenta un numero da
scoprire.
In altre epoche, una cosa simbolica era invece una parte di
se stessa: la parte dicibile, mentre l’altra sua parte era da
scoprire al di là del linguaggio, cioè diversamente da come si
conosce il mondo che le parole descrivono. I luoghi in cui
tutti si addestravano a questo scoprire-al-di-là erano (e
sarebbero ancora) i templi: in un tempio, guardando un
gradino guardi un gradino ma anche qualcosa di più, e così
guardando una colonna, o la volta, o l’altare. E questo
addestramento serviva (e servirebbe ancora) a uscire dal
tempio pronti a scoprire ovunque qualcosa di più di ciò che
possono dirne le parole, perché ogni cosa e l’intero universo
diventano simbolici, per chi è capace di simbologia.
130
A è una parte di A

Dire che A è una parte di A è una contraddizione, nel mondo


che le parole descrivono: A non può essere una parte di A,
perché altrimenti A non sarebbe A. Per chi è capace di
simbologia, si tratta invece di un’evidente verità (sempre
secondo la nostra altra teoria della verità come rapporto con
il più-che-3D): A non è mai soltanto A, perché A è ciò che hai
capito di A, e ciò che puoi averne capito non basta.
Dunque, in una teoria del tutto che tenga conto di quella
nostra verità ulteriore, ogni cosa è solo una parte, un
simbolo di se stessa. Un esempio di una simile teoria del
tutto è la frase di Gesù: «io sono nel Padre e il Padre è in
me» – cioè: io sono una parte di me e l’altra parte è il
‘Padre’. Lo stesso puoi dire tu di te, perché tu sei l’io-
personaggio ma anche il tuo narratore, e il tuo io-
personaggio è meno del suo narratore, che il tuo io-
personaggio non conosce. Così, pur essendo il massimo
esperto mondiale di se stesso, il tuo io-personaggio sa e
saprà sempre troppo poco di te.
131
Trasumanare

Per definire questa estensione simbolica, Dante inventa il


termine ‘trasumanare’, cioè superare i limiti dell’umano, e
dice che è difficile da spiegare:

Trasumanar significar per verba non si porìa; …

Stiamo capendo perché: il mondo delle parole rimane al di


qua del trasumanamento, quindi le parole non bastano a
descriverlo. Ma Dante confida che lo si capirà lo stesso:

… però l’essemplo basti a cui esperïenza grazia serba.

Cioè: chi ha avuto la grazia di fare la stessa esperienza


intuirà dal racconto (essemplo) ciò che Dante intende. Il
trasumanamento, infatti, avviene ad alcuni. E può avvenire
perché anche ‘umano’ è un termine simbolico: siamo più che
umani, e diventiamo interamente noi stessi solo quando
trasumaniamo.
132
Incomunicabilità

«Ma io posso non crederci, e pensare che sia tutta


immaginazione» direbbe qualche io-personaggio, «per quel
che ne so, l’unico che racconta-ricorda sono io. Non c’è prova
che sia un qualche mio narratore a raccontare me. E il
trasumanare è tanto difficile da spiegare a parole proprio
perché non esiste».
A quest’io-personaggio non sarebbe possibile obiettare
niente nella lingua che sta usando, così come non è possibile
dare torto a un italiano, a un francese o uno spagnolo che
insistessero che il lavoro è comunque fatica, e che perciò si
può anche fare a meno dell’idea di w o r k e di Werk.
Sviluppando quelle sue convinzioni, l’io-personaggio
arriverebbe a sostenere che tutte le religioni sono
ingannevoli. Potremmo provare a spiegargli che tutte le
religioni sono ingannevoli perché sono tentativi di
descrivere ciò che in noi è più che umano senza dire che è in
noi; ma molti io-personaggi non sarebbero disposti ad
ammetterlo. Per uscire da questo inutile dibattito non
abbiamo che una maniera: ampliare la lingua fino a che
basti anche per il tutto che l’io-personaggio non sta capendo
ancora.
Altri tempi
ovvero come ampliare la sintassi
e che cosa ne consegue
133
Non si potrebbe

‘Significar per verba non si porìa’ è una frase che lascia un


certo margine d’azione. ‘Non si porìa’ è ‘non si potrebbe’: un
condizionale. E l’espressione latina per verba non vuol dire,
in quel verso di Dante, ‘con le parole’, bensì ‘con le parole
dei dotti’, che a quel tempo parlavano latino. Ovvero: se
usiamo la nostra lingua rispettandone dottamente le regole,
non potremmo avviarci, con il nostro io-personaggio, verso
ciò che siamo nell’Abisso e nel Regno dei cieli, cioè verso
l’altra parte del nostro tutto. Ci andremmo noi, e lui
rimarrebbe indietro, solo per il suo timore di parlare
scorretto. È chiaro che i suoi insegnanti, a scuola, devono
averlo condizionato oltremisura. Ma è altrettanto chiaro che
nessun limite è tanto facile – e tanto piacevole – da forzare,
quanto i limiti che le lingue hanno posto alla nostra
esperienza della realtà.
134
Facciamo che io ero

I bambini sanno che si può fare e che è divertente. Lo sanno


senza che nessun adulto gliel’abbia spiegato – anche perché
non conoscono nessun adulto che saprebbe spiegarglielo. I
bambini dicono infatti: «Facciamo che io ero». Per verba non
si potrebbe. E invece il significato è coerente: facciamo,
adesso, che io finora ero non ciò che ero e che ancora sono
ma, poniamo, un bandito, o un soldato, o un lupo, e facciamo
che tu eri finora un poliziotto, un altro soldato o Cappuccetto
Rosso; e comportiamoci in base a ciò che stiamo facendo che
eravamo. Cioè, cambiamo il passato e il presente, invece di
subire l’uno e di rimanere intrappolati nell’altro: entriamo,
insomma, nel più-che-3D.
I bambini lo fanno per gioco, ma si sa che il gioco è per lo
più un’occupazione assai seria, in cui ognuno dà il meglio di
sé. E anche gli adulti lo fanno, anche se non se ne accorgono
(e dunque non per gioco), ogni volta che si autodefiniscono:
l’adulto fa che era un vincente o un perdente, una persona
onesta o un poco di buono, e si comporta di conseguenza.
Non si accorge di farlo solo perché la sua lingua, a differenza
del linguaggio infantile, non ha e non ammette certe forme
verbali. Costruiamole e ammettiamole.
135
Future in the past

Puoi fare che eri tante cose, puoi cioè cambiare il tuo
passato (e, ripeto, lo fai spesso), inventando un momento del
tuo passato e dandogli un futuro, oppure scegliendo un
qualsiasi momento del tuo passato e dandogli un futuro che
non ha avuto, e che diventa il tuo presente. Per descriverlo
occorre un nuovo tipo di future in the past. Oggi il future in
the past si usa per indicare ciò che in un momento del
passato non era ancora avvenuto, e che qualche tempo dopo
(ma comunque un po’ di tempo fa) è avvenuto o non è
avvenuto. Per esempio: «A quindici anni decisi che avrei
scritto romanzi, e cominciai a scriverne l’anno seguente»
oppure «A quindici anni decisi che avrei scritto romanzi, e
poi non lo feci». ‘Avrei scritto’ è un future in the past. Il
nuovo tipo di future in the past dovrebbe invece indicare
qualcosa che finora non c’è stato, nel passato, ma che tra un
attimo ci sarà stato. Per esempio: «Ora voglio che a quindici
anni decisi che una mia sconfitta sarebbe stata l’inizio di
una lotta che mi condurrà a una grande vittoria».
Funzionerebbe, così come funziona quando uno fa che era un
pauroso, quando cioè dice: «Sono un pauroso perché voglio
che lo ero già a dieci anni, e poi a venti e poi a trenta» e
magari non lo era affatto, a quelle sue età. Gli psicoanalisti
non si occupano quasi d’altro che di questi future in the
past.
136
L’impossibilità della verifica e l’evidenza
delle conseguenze

Puoi dimostrare che un attimo fa hai fatto avvenire qualcosa


vent’anni fa, che fino a un attimo fa non era ancora
avvenuto? No, naturalmente. Così come non puoi dimostrare
la fondatezza di nessun dettaglio dei tuoi racconti-ricordi del
passato. Come potresti, quando sai bene che i tuoi racconti-
ricordi cambiano spesso, sia nei dettagli sia nei punti
salienti? Sappiamo che non esiste un criterio per misurare la
quantità di fantasia presente in un qualsiasi nostro ricordo.
E più vai avanti negli anni, più cambi, e più cambiano, con
incontrollabili immissioni di fantasia, tutti i tuoi racconti-
ricordi; né puoi immobilizzarli, perché non puoi
immobilizzarti.
Quello che invece puoi constatare sono i cambiamenti che
il tuo futuring in the past ha avuto e starà avendo per te: la
decisione di non esserti sentito sconfitto, che magari hai
appena immesso nella tua vita, o quella di essere stato un
pauroso ti plasmano – e ti fanno intuire come può agire il
tuo narratore sul tuo io-personaggio, se quest’ultimo capisse
e lo lasciasse fare.
137
Past in the future

Puoi anche – insubordinandoti ulteriormente alla tua lingua


– ricordare al futuro.
Anche questo l’hai già fatto: hai cambiato tante volte le
mete della tua vita, e una meta che stabilisci non è affatto
qualcosa che ancora non c’è, è bensì quello che in
matematica e fisica si chiama un attrattore, cioè uno stato di
cose futuro che agisce già, influenzando l’evoluzione di un
sistema. Se agisce, c’è. E c’è se lo racconti-ricordi: occorre
solo un nuovo tipo di past in the future.
Oggi il past in the future si usa in costrutti ipotetici, per
esempio: «E se tra cinque anni scoprissi che avrò smesso di
detestare una certa persona da qualche mese?» È una frase
tortuosa, ma la nostra lingua è disposta a tollerarla. Il nuovo
tipo di past in the future, che ti permette di cambiare il
futuro, suonerebbe invece così: «Ricordo che tra cinque anni
avrò smesso di detestare una certa persona da qualche
mese». Puoi dirlo, e sentirlo subito profondamente, e
accorgerti che la tua avversione per quella persona comincia
a cambiare di significato. E, sentendolo, di nuovo ti avvicini
alla dimensione del tuo narratore, che nel più-che-3D
conosce già, della tua vita, gli episodi che non ha ancora
narrato.
138
Superpoteri quotidiani

Ai superpoteri che conquistiamo con questi diversi tipi di


future in the past e di past in the future si riferisce un
episodio della Genesi: «Diventerete come ’Elohiym!» aveva
promesso il serpente a Eva, e non stava mentendo, dato che
poco dopo YHWH andò da ’Elohiym a lagnarsi del progresso
dell’umanità: «Ecco» disse YHWH, «l’’adam è diventato come
uno di noi, per la conoscenza del Bene e del Male. Ora
bisogna impedire che tenda ancora la mano e prenda anche i
frutti dell’Albero della Vita, perché se ne mangiasse vivrebbe
nell’eternità!»
‫ עלם‬, ‘olam, solitamente tradotto ‘eternità’, è uno dei
termini ebraici per indicare il più-che-3D, e l’‘Albero della
Vita’ (o più letteralmente: ‘delle vite’) è, nella mistica
ebraica, l’accesso al‘olam.
E YHWH, che nella Genesi e nell’Esodo è il Dio dei divieti, dei
tabù, non vuole che l’uomo arrivi fin là: perché l’uomo
potrebbe. ’Elohiym, il Creatore, è invece l’abolitore di limiti,
il principio del cambiamento: l’uomo è a sua immagine, ed è
dunque comprensibile che voglia ‘tendere ancora la mano’.
139
Noi, padroni del passato e del futuro

YHWH, in quel passo della Genesi, è il nome di tutte le


resistenze che ci impediscono di vedere quanto agiamo già
nel ‘olam.
Da un lato, tutto ciò che crediamo, ogni nostro valore
poggia sul future in the past, su invenzioni che inseriamo
retrospettivamente nel nostro passato: io sono un uomo
sposato perché ogni giorno inserisco nel mio passato la
certezza, inventata, che il rito del matrimonio agisca su di
me a partire dal giorno in cui me lo sono fatto celebrare –
non diversamente da come crederei nell’inferno e nel
paradiso se oggi inserissi nel mio passato una serie di
ricordi, inventati, sul senso di fiducia o di religioso timore,
che avrei provato ascoltando i discorsi di qualche prete
sull’eterna ricompensa o l’eterno castigo.
Dall’altro lato, l’obbedienza a qualsiasi ordine non è che un
attenerci a qualcosa che raccontiamo-ricordiamo del futuro.
Io pago le tasse entro una certa data, perché mi racconto-
ricordo che dopo quella data chi non avrà pagato verrà
multato. Allo stesso modo, morirò un certo giorno perché mi
racconto-ricordo che a partire da un certo giorno sarò morto.
E per ora obbedisco talmente a questi miei ricordi del futuro,
che di questo passo non saprò mai se non li sto
sopravvalutando.
140
Etica narrativa

Per ora obbedisco. Posso non farlo. Dipende se lo voglio o no,


se me la sento o no, e se ne sono capace: se non voglio
davvero, se non me la sento o se non ne sono capace, i
racconti-ricordi che tenterei di inserire nel mio passato o nel
mio futuro non risulterebbero migliori, più convincenti di
quelli che ho già inserito. È come per un artista al lavoro: le
modifiche che può inserire alla sua opera sono direttamente
proporzionali al suo talento. In arte come nel raccontare-
ricordare la propria vita, tutto è possibile e non tutto è
possibile: dipende a chi.
Ma se un cambiamento mi riesce non c’è ragione di
proibirmelo, specialmente se è a mio vantaggio, e
specialmente ora che so come funziona: il mio narratore fa
da sempre queste cose, e di tutto quello che mi è andato
storto finora devo dare la colpa a me, che non imparavo
abbastanza da lui.
141
Il guscio di noce

Ne parla Shakespeare, in una delle sue tante scene divenute


proverbiali.
«Non c’è cosa che sia buona o cattiva» dice Amleto «se non
perché il pensiero la fa tale. E per me, questa è una
prigione».
Il perfido Rosenkranz, che medita di ucciderlo, gli obbietta:
«Be’, allora è la vostra ambizione a farla tale; qui si sta
troppo stretti, per la vostra mente».
E Amleto: «Oh Dio! Potrei essere confinato in un guscio di
noce, e scoprirmi re di uno spazio infinito, se non fosse che
faccio brutti sogni».
Anche Amleto ha una teoria del tutto simile alla nostra – e
a quella di Iside, Eraclito, Gesù, Tomaso e via dicendo. Qui,
comincia citando la Genesi: mostra di conoscere la dinamica
del bene e del male, e di desiderare qualcos’altro. Poi parla
del ‘guscio di noce’ del presente, in cui è confinato il suo io,
e dello scoprirsi re di una dimensione infinita – lui dice
dello spazio; noi aggiungeremmo: del tempo. Solo i suoi
‘brutti sogni’, e i cali d’umore che producono, glielo
impediscono. Tale e quale a noi.
142
L’altro tempo

Con questo nostro discorso su altri tempi verbali possibili,


abbiamo intanto cominciato a precisare due dimensioni
temporali differenti, nel nostro tutto che include il 3D e il
più-che-3D. Uno è il tempo dell’io-personaggio, l’altro è
quello del narratore.
Il primo tempo è lineare, irreversibile e contrasta con la
grammatica. Anche il secondo è una successione di momenti,
dato che il narratore può a un tratto cambiare i suoi
racconti, cioè fare qualcosa che prima non aveva fatto:
dunque anche per lui ci sono un prima e un poi.
Solo che per il narratore il nostro tempo non è
irreversibile: può cambiare qualsiasi punto dei racconti tutte
le volte che vuole; ai suoi occhi è un tempo multidirezionale
– come lo è per noi lo spazio, in cui possiamo andare avanti e
tornare indietro come ci pare. Forse le nostre lingue, senza
che noi ce ne accorgessimo, hanno colto questo sguardo del
narratore e lo hanno espresso nelle tante metafore spaziali,
con le quali descrivono il tempo: un tempo lontano, un tempo
vicino, un tempo breve, un tempo lungo ecc.?
143
Il tempo-spazio

Le nostre lingue intravedono un tempo breve, un tempo


lungo: come se fosse un tratto di superficie! Mentre per il
nostro io-personaggio il tempo è un continuo sfuggire, anche
quando sembra che ristagni.
La fisica ha coniato, ai primi del Novecento, il termine
‘spazio-tempo’, per indicare l’insieme, ritenuto inscindibile,
delle tre dimensioni spaziali e della dimensione temporale. A
noi occorre un altro termine: il tempo-spazio, un tempo cioè
che viene percepito dal narratore (e da noi, quando
impariamo da lui) come uno spazio in cui potersi spostare a
piacimento. Ora dobbiamo scoprire dov’è, questo tempo-
spazio, per potervi ‘tendere la mano’, come diceva YHWH, tanto
preccupato. Dov’è. Com’è. Come impratichircisi. E come
trovarvi, finalmente, il narratore.
Due universi
in cui normalmente abitiamo
144
Dov’è

Anche nel rapporto tra il nostro tempo e il tempo-spazio vale


ciò che dicevamo del rapporto tra il tuo io e il tuo narratore:
così come il narratore include l’io e non viceversa, anche il
tempo-spazio include il nostro tempo, e non viceversa. In ciò,
il tempo-spazio equivale all’eternità, che sta al tempo umano
come un mare sta a una propria onda – solo che la parola
‘eternità’ è troppo povera: viene dal latino aeveternum, il cui
significato è ‘che dura un aevum, un’èra’, e non dice nulla su
quanto e come duri questa èra.
Dunque, per questo rapporto di inclusione, dobbiamo
figurarci il tempo-spazio come una dimensione tutt’intorno
al tempo irreversibile: come noi possiamo spostarci
tutt’intorno a un mappamondo, su cui tracciamo col dito
l’itinerario di un viaggio che abbiamo fatto o che faremo. A
questo modo, nessuno dei due tempi è meno reale dell’altro.
Costituiscono due universi: entrambi tuoi, perché sei in
entrambi.
145
Due universi non paralleli

Solo, i due tempi non sono paralleli, nel senso in cui i mondi
paralleli sono intesi nella fisica attuale.
I mondi paralleli di Everett e DeWitt, infatti, non
interagiscono. Sono uguali gli uni agli altri: stessi
continenti, stessi cieli, stessa popolazione, in ciascuno di essi
ci sei anche tu; ma in ciascuno di essi avvengono cose
differenti, prodotte da differenti catene causali. In alcuni di
quei mondi si scopre ciò che in altri non si scopre, in alcuni
vivi a lungo e in altri no, e così via – senza che in nessuno di
quei mondi si sappia ciò che avviene negli altri (e ciò perché,
secondo i continuatori di Everett, il nostro sistema
neuronale è in grado di percepire un mondo soltanto).
N e l tempo intorno, invece, il narratore sa bene cosa è
accaduto, accade e accadrà all’io-personaggio lineare; e l’io-
personaggio può, se non si lascia imbrigliare la mente dalle
sue lingue, sentire l’azione che esercita su di lui il narratore
– e sperare, volere, chiedere che cambi, così come insegnano
a sperare e a chiedere tutte le religioni.
146
L’innegabile negato

Ed è semplice spostarsi da un tempo all’altro.


Sei nel tempo irreversibile quando hai un solo passato, che
ti avvia verso un solo futuro, e se ti domandi: «Perché mi
capitano certe cose e non altre?» puoi risponderti soltanto:
«È perché ho compiuto una serie di scelte, ormai
irrimediabili».
Sei nel tempo-spazio, sei intorno, quando senti di avere
innumerevoli alternative sia nel futuro sia nel passato, e
nulla è irrimediabile se non temporaneamente: fino a
quando non riuscirai a raccontarlo-ricordarlo in un altro
modo.
Talmente semplice da non poterlo negare, eppure la civiltà
occidentale riuscì a negarselo. I Vangeli avevano spiegato
come ‘togliere il peccato dal mondo’, cioè come annullare
momenti passati, grazie a quello che abbiamo chiamato il tuo
Regno dei cieli; e la religione cristiana soffocò questa idea,
con una specie di tragico «No, grazie»: proclamò che Dio non
deve togliere il peccato originale – non deve, cioè, utilizzare
il tempo-spazio nel mondo umano, per liberarci da
quell’ereditaria propensione al male.
147
Il peccato originale

Il peccato originale è il più antico atto di fede nel principio


di causa-effetto: nel potere, cioè, che il passato ha sul
presente e sul futuro, e contro il quale il presente e il futuro
non possono nulla. È ancor sempre un attaccamento al 3D, in
nome del quale si vieta al Dio occidentale di raccontare-
ricordare diversamente quel furto di frutta nel ‘Eden. In
questa fede negativa si radica la propensione degli
occidentali al senso di colpa, che è il prezzo che pagano per
tenersi il loro spazio-tempo ed escludere il tempo-spazio.
Se non lo escludessero, tutto cambierebbe e nulla andrebbe
perduto. Nel tempo-spazio non ci sarebbe bisogno di
rinunciare a quel rimorso originale, se gli occidentali ci
tengono tanto. Quel famoso furto rimarrebbe, perché c’è nei
loro racconti-ricordi. C’è come ci sono le montagne, ma
cambierebbero il suo significato e il suo effetto, così come
cambia il senso di una montagna se vi si apre un traforo.
148
Senza il peccato originale

Sarebbe possibile. Gesù ha resuscitato qualcuno, ha


insegnato a resuscitare ed è stato resuscitato: non lo si
sarebbe potuto raccontare-ricordare senza un concetto ben
chiaro del tempo-spazio. Allo stesso modo si può (cosa ce lo
impedisce?) raccontare-ricordare che Dio faccia tornare Eva
e Adamo a prima del furto, e discuta con loro, in maniera più
convicente di quanto aveva fatto la prima volta, sulle
sgradevoli conseguenze della conoscenza del Bene e del
Male. Se ascoltassimo un simile racconto, il nostro modo di
considerare qualsiasi avvenimento passato cambierebbe. Il
concetto di responsabilità personale si amplierebbe: oggi è
soltanto ansiogeno («Devo assolutamente evitare di
commettere errori perché poi li sconterei»), diverrebbe
imperturabile, lungimirante in ogni direzione, dinamico nel
rimediare a tutti gli errori, scalzandoli alla radice. Non ci
sarebbe più niente da perdonare, perché tutto sarebbe
modificabile. L’umanità si scoprirebbe saggia, libera, ricca di
tempo – di due tempi diversi, diversamente infiniti.
149
L’incubo dell’eterno ritorno

Ma finora non c’è stato verso: l’irrimediabilità trionfa anche


in coloro che riescono a immaginare un’eternità umana. Così
è per Nietzsche, quando prova a concepire il nostro tempo
sub specie aeternitatis:

Questa vita, come tu la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora e ancora
innumerevoli volte, e non vi sarà mai niente di nuovo.

Nietzsche riesce cioè a togliere l’irreversibilità, ma non


l’irrimediabilità. Ne ottiene quest’incubo del ritorno, che ha
avuto molta fortuna perché è coerente (prima grande teoria
della verità) con ciò che in Occidente si sa del principio di
causa-effetto: tutto deve ripetersi perché ciò che è avvenuto
è più potente di ciò che non è ancora avvenuto; e di
conseguenza ciò che è nuovo non può avvenire perché non è
mai avvenuto. Il risultato – e lo scopo di questo incubo – è
che è meglio non pensarci: tanto, che ci vuoi fare.
Più ci si pensa, invece, e più ci si accorge di come altre idee
abbiano premuto da millenni in tutt’altra direzione, e le si
sia arginate solo con grande sforzo.
150
La Provvidenza

Vi è, per esempio, nel cattolicesimo, una robusta fede nella


Provvidenza, secondo cui Dio interviene nelle vicende umane
per dirigerle verso obiettivi che a lui sono noti ma agli
uomini no. L’idea della Provvidenza, che la Chiesa di Roma
prese dallo stoicismo, permette di pensare a una causa che
agisca dal futuro sul passato: Dio, infatti, è anche nel futuro,
e visto dal futuro il presente è un passato.
Permette di pensarlo. Di raccontarlo. Di ricordarlo per
millenni. Niente che si pensi, si racconti, si ricordi tanto a
lungo può essere solo una proiezione del sentimento
religioso: deve trattarsi di una sensazione forte e profonda,
di un’alétheia, di una ’emet. Ovvero: quella Provvidenza la
conosciamo perché è in noi, manca solo il coraggio di
praticarla, di cominciare ad agire dal nostro futuro sul
nostro presente, usando il nostro talento di narratori. Invece
ci si limita a venerarla come un’icona.
151
La Predestinazione

Nel protestantesimo, la fede nella Provvidenza ha prodotto la


teoria della Predestinazione, secondo cui l’onniscienza
permette a Dio di sapere se qualcuno andrà in paradiso o
all’inferno, prima ancora che quel qualcuno sia nato; e
l’uomo non può farci nulla, né per evitare che si compia ciò
che Dio sa di lui, né per sapere cosa Dio ne sa.
Di nuovo: intendi questo Dio centroeuropeo come un
simbolo del tuo narratore. Il tuo narratore può predestinarti
al bene, e poi cambiare idea e predestinarti all’infelicità, e
poi ancora cambiare idea e riportarti verso il bene: chi può
impedirglielo? Il protestantesimo non ha visto ciò che vi era
di simbolico in quella sua credenza. Ha pensato che Dio fosse
solo Dio e l’uomo fosse solo l’uomo, e non occorresse
domandarsi nient’altro. Ma i teologi hanno spesso questa
dannata fretta, che li fa smettere di pensare prima che
colgano gli aspetti veramente utili delle loro questioni.
152
L’indimostrabilità e i desideri

La mia assemblea interiore obbietta che il benessere o i guai


che avrai in futuro sono spiegabili, più banalmente, come
conseguenze del tuo comportamento attuale. Ma la mia
banale assemblea interiore non può dimostrare questa sua
tesi più di quanto io possa dimostrare la mia.
La differenza è che la sua tesi lascia inspiegate varie
esperienze che la mia spiega: l’improvviso sorgere di
speranze apparentemente infondate, di slanci ad agire
apparentemente destinati all’insuccesso, di desideri
apparentemente impossibili eppure precisi, che poi si
realizzano. L’assemblea interiore può dirne soltanto: «Mah!»
Io invece suppongo che in questi casi l’io-personaggio abbia
avuto un sentore delle intenzioni del suo narratore, e che
quest’ultimo se ne sia molto rallegrato, così come deve
rallegrarsi il Dio occidentale quando qualche individuo
accoglie le sue ispirazioni, il soffio leggero della sua
cosiddetta grazia, gli ineffabili suggerimenti degli angeli.
153
Come Dio, di nuovo

Non si spiegherebbe, altrimenti, perché Gesù nei Vangeli


insista tanto sul chiedere, sul desiderare senza ‘esitare nel
cuore’, né perché a queste esortazioni i cristiani reagiscano
ben poco. Gesù insisteva sulla necessità di un superamento
dell’orizzonte dell’io-personaggio, sulla scoperta di un altro
principio di identità:

Siate come il Padre vostro che è nei cieli!

Siate, cioè, eterni. Agite nel tempo-spazio. Siate


autoprovvidenziali, autopredestinanti. Allora chiederete e vi
sarà dato: porrete nel futuro tutti gli attrattori che vi
piaceranno, e produrranno frutto. Questa esaltazione dei
desideri, e specialmente dei desideri impossibili, era
funzionale alla teoria del tutto esposta nei Vangeli. E diventa
invece un fastidio per la Chiesa, che raccomanda ai fedeli di
accontentarsi della razione di pane quotidiano.
154
Andiamoci

Basta: ciò che occorre a questo punto è osservare meglio te


stesso, e confrontare i tuoi due aspetti: il narratore e il
narrato. Sai molto del secondo, e ancora poco sul primo, su
com’è, come si sente – e sono informazioni indispensabili
perche il tuo io-personaggio lo raggiunga, lo riconosca e
impari a esserlo. Inevitabilmente dovremo continuare a
forzare le nostre lingue, ma da qui in avanti si tratterà di
definire non rapporti, come quando parlavamo del tempo,
bensì forme, sostanze, percezioni di te, come sei là fuori.
I tuoi corpi
e la tua altra fisiologia
155
Invece di io

Innanzitutto, come indicarti là, nel tempo-spazio? ̔Narratore’


non è sufficiente, descrive un’attività ma non chi la svolge.
Diremo che quello che sei là fuori è un altro tuo io?
Non conviene, e non solo perché chi dice ‘io’ è il tuo
personaggio principale. L’‘io’ è termine tecnico della
psicologia freudiana e postfreudiana, e non sappiamo se
questa psicologia sia applicabile al tuo narratore; e se non lo
fosse, e noi gliela applicassimo, lo perderemmo di vista – così
come il cristianesimo perse di vista il creatore ’Elohiym
quando cominciò a parlarne come di un ‘Lui’, mentre era un
plurale multisessuale. E se anche tu, là, fossi un plurale? O
addirittura un impersonale, come una forza della natura?
Meglio tenerci sul sicuro: se quel tuo narratore si trova da
qualche parte, se agisce, deve avere un corpo. Cominceremo,
dunque, parlando dell’altro corpo che hai là fuori, così come,
quando pensi a te nel mondo 3D, pensi per certo a ciò che il
tuo corpo 3D ti permette di fare, di sentire, di ricordare.
156
Cos’è un corpo

Non puoi avere più di un io, ma non dovrebbe sorprenderti


l’idea che tu abbia più corpi.
Certo che ne hai. Quando parliamo di un corpo, ciò che
intendiamo è un modo di essere. Il nostro corpo fisico è il
nostro modo di essere nel mondo fisico, nel 3D. E proprio
perché è un modo di essere non è ciò che siamo – a
differenza di ciò che molti hanno creduto nel corso dei
millenni. Non siamo né le nostre mani, né il nostro cuore, né
il nostro cervello: abbiamo il nostro corpo fisico,
antropomorfico, utile nel mondo percepibile ai sensi; e
abbiamo anche altri corpi, non antropomorfici, utili in altri
ambiti. Abbiamo un corpo del pensiero, non antropomorfico,
che si sposta a velocità impossibili per il nostro corpo fisico:
puoi pensare all’Antartide e un attimo dopo all’Alaska.
Abbiamo un nostro corpo del desiderio, appena un poco più
lento del corpo del pensiero, e parzialmente antropomorfico,
dato che gli capita di bramare anche carezze e altre attività
fisiologiche. Abbiamo un corpo del sogno, che ogni notte va
in esplorazione chissà dove. In questi nostri corpi diciamo
ancora ‘io’: sono dunque corpi del tuo personaggio-
principale. Il tuo corpo di narratore, invece, deve essere
fatto in modo che l’‘io’ non gli si adatti.
157
Il corpo non raccontato

Il corpo fisico, il corpo del desiderio, il corpo del pensiero, il


corpo del sogno sono reali, cioè non riconducibili a
qualcos’altro – per esempio il corpo del pensiero a illusioni
del corpo fisico, o viceversa. Sei realmente nel tuo corpo
fisico quando fai caso alle tue sensazioni fisiche; sei nel
corpo del desiderio quando desideri; sei nel corpo del
pensiero quando pensi; e nel corpo del sogno quando stai
sognando.
Ma non sei in nessuno di questi corpi quando ti capita un
déjà-vu – quando cioè sperimenti qualcosa che non ti giunge
né dai sensi, né dai desideri, né dal pensiero, né dal sogno.
Sei in un altro corpo, che si differenzia dai quattro
precedenti per una ragione: perché quelli sono l’oggetto e il
risultato di molti tuoi racconti-ricordi, i tuoi racconti-ricordi
li hanno costruiti via via, come tute da astronauta o corazze
medievali. Invece, del corpo in cui sei quando ti capita un
déjà-vu non ti sei mai raccontato-ricordato niente. Appunto
perciò deve essere quello il tuo corpo di narratore: perché se
te ne fossi raccontato qualcosa, non sarebbe il corpo di chi
racconta, per la stessa ragione per cui un dente non può
mordere se stesso.
158
L’unico limite del tutto

Durante un déjà-vu sei anche fuori dal presente: sei più


grande del presente, perché percepisci anche il futuro. Se
sei fuori dal presente, sei anche fuori dal punto spaziale che
occupi nel presente: sei più grande di quel punto – e dunque
anche di qualsiasi altro punto, perché qualsiasi altro punto
tu possa occupare, lo occuperesti comunque nel presente.
Sei dunque in un sempre che è anche un ovunque. Nel déjà-
vu, insomma, sei nel tutto: il tutto diventa il tuo modo di
essere, cioè un tuo corpo. E può ben essere il tuo corpo di
narratore, cioè il tuo corpo mai narrato e non narrabile:
perché l’unica cosa che non puoi e non potrai mai raccontare
è il tutto.
159
Il tuo corpo-tutto

Il tuo corpo di narratore è tutto.


È invisibile, non perché sia troppo sottile ma per la ragione
opposta: non te ne farai mai un’immagine, perché qualunque
immagine te ne facessi sarebbe l’immagine di una sua parte,
e non del tutto.
Quel tuo corpo è tutto ciò che è avvenuto al tuo personaggio
principale, che gli sta avvenendo, che gli avverrà; e tutto ciò
che poteva, può, potrà avvenirgli ma non gli è avvenuto, non
gli avviene e non gli avverrà; e tutto ciò che gli è
assolutamente impossibile e inconcepibile; e tutto ciò che ha
saputo, sa e saprà dei corpi-modi di essere di tutti gli esseri,
e dei loro pensieri, della loro ragione, dei loro sentimenti –
ma anche tutto ciò che non ne ha saputo e non ne saprà mai.
E tutto ciò che, stando in quel tuo immenso corpo di
narratore, hai raccontato, racconti e racconterai del tuo
personaggio principale e del suo mondo, hai potuto, puoi,
potrai raccontarlo perché è tuo: è, tutto quanto, il tuo modo
di essere.
160
Come nella mappa di Ebstorf

Quel tuo corpo di narratore sta al mondo 3D come Cristo sta


al mondo nella mappa mundi di Ebstorf, grandiosa geografia
circolare disegnata nel xiii secolo, con il viso, le mani e i
piedi di Cristo che sporgono fuori dai quattro punti
cardinali.
Così il tuo corpo di narratore pervade il mondo da fuori; in
quel tuo corpo, ti senti in ogni cosa e in ognuno; e la verità
occidentale non conta più, c’è solo la ’emet ebraica, perché
tutto parla di te.
Chiama quel corpo: la materia; e non basterebbe, perché
non è solo materia. Chiamalo: spazio; ma non è solo spazio, è
anche pensiero. Chiamalo: la natura; ma è anche ciò che
l’uomo ha fatto, fa e farà per differenziarsi dalla natura, per
difendersene o distruggerla.
Chiamalo: Dio onnisciente, onnipotente e onnipresente; e
anche questo nome non sarebbe inadeguato, soprattutto
perché il tuo personaggio principale può non curarsi di quel
tuo corpo nello stesso modo in cui non si curerebbe di Dio.
Solo che Dio non è l’uomo, e quel tuo corpo è anche
l’umanità. Materia, spazio, natura, Dio sono solo suoi
simboli.
161
Il genitore

Nei racconti evangelici quel corpo è chiamato ‘Padre’ – quel


Padre in cui sei e che è in te. E ‘Padre’ è un simbolo anche
più efficace del simbolo ‘Dio’. Quel tuo corpo-tutto, infatti,
genera di continuo il tuo io-personaggio e tutto il resto; e un
genitore si conosce via via, crescendo: e anche il tuo io-
personaggio conosce via via il tuo corpo-tutto, crescendo.
L’unica pecca è che ‘Padre’ è un termine maschile, e
dunque non basta, se non alla parte maschile di te. Gli
evangelisti avrebbero dovuto consentire alle donne di
chiamarlo ‘Madre’, e spiegare che quel ‘Padre’ e quella
‘Madre’ erano tutt’uno: allora sarebbe stato più azzeccato.
162
L’armonia temporanea con il corpo-tutto

Ed essere in armonia con tutto è permettergli di agire;


troviamo così nei Vangeli: «Le parole che io dico non le dico
da me stesso, ma chi fa tutto è il Padre che dimora in me». È
quando il tuo io sa che sei tu: sa di essere una tua
emanazione.
Sa di essere espressione del tutto, come dire: un po’
profeta, un po’ agente speciale in missione. Ma è anche un
sapersi di meno: prima l’io credeva di essere intero e si
scopre invece simbolico. Il suo baricentro non è più il suo
baricentro, il suo ‘cuore’ è altrove. E quel ‘cuore’ può vivere
anche senza di lui, e non viceversa. Perciò alla fine Gesù non
arriva a dire: «Mi sposto altrove» bensì: «Perché mi hai
abbandonato?» Quello è il momento in cui il personaggio
principale parla un’ultima volta, prima che il narratore passi
ad altre storie, a qualche altro suo personaggio principale. Il
crocifisso, nel cristianesimo, non è solo l’emblema del senso
di colpa umano, ma anche dell’angoscia che l’io prova per la
propria eccentricità.
163
Exousia

Ma puoi riporre il tuo io anche prima della fine della storia.


Se il corpo del narratore è un modo di essere tutto in tutto, e
quel corpo è tuo, puoi prenderlo, assumerlo, e usare le sue
possibilità d’azione, enormemente superiori a quelle che hai
in tutti gli altri tuoi corpi: tanto più puoi, quanto meno sei il
tuo io-personaggio. Perciò uno dei termini che gli
evangelisti usano per indicare la taumaturgia che Gesù
praticava, e che insegnava ai discepoli, è exousia –
letteralmente, l’essere (-ousia) fuori (ex-). Essere fuori è più
di ciò che l’io sa di sé. Nel Vangelo di Giovanni è descritta
così:

Io pongo da parte la mia psykhé e poi la prendo di nuovo. Ho il potere [exousia]


di porla da parte e di riprenderla di nuovo.

Non c’entra con la èxtasis, che è lo sforzo più o meno


consapevole dell’io-personaggio di starsene (-stasis) per un
po’ dislocato dal proprio corpo fisico. L’ exousia è non essere
più né io né qualcun altro: un essere nessuno.
164
Odisseo

Chi se ne accorse per primo, a nord del Mediterraneo, fu


Odisseo nella caverna di Polifemo.
Ci è stato raccontato, fin dai tempi della scuola, che lì
Odisseo disse di chiamarsi ‘Nessuno’ perché gli piaceva
mentire, e perché il rozzo, brutale Polifemo non potesse
vantarsi di aver causato guai al celebre re di Itaca. Ma è
un’interpretazione ottusa. In realtà, per vincere il gigantesco
ciclope, Odisseo aveva bisogno di uno slancio enorme, e sentì
che poteva trovarlo smettendo di essere solo se stesso. Fu
exousia. Chi osa essere nessuno diventa tutto, e in tal modo è
superiore a chiunque, siano pure esseri divini: sia Polifemo
sia suo padre, il Dio Poseidone, sono comunque prevedibili,
proprio perché sono e saranno sempre e soltanto Polifemo
l’uno e Poseidone l’altro; un nessuno no, di un nessuno non
sai mai cosa aspettarti, come dal tutto.
165
I ciclopi

Figurarsi, poi, quanto è inferiore a un nessuno un ciclope!


Kūklōps, in greco, significa: una visuale (da ōps, ‘occhio’)
limitata da un cerchio (kūklos). I ciclopi siamo noi, quanto
più riduciamo il nostro orizzonte al campo visivo del nostro
voler essere qualcuno – e Polifemo lo è fin troppo: Polūfēmos
significa ‘quello che parla e si vanta molto’, come ognuno di
noi parla e si vanta di sé.
Poi Polifemo scopre che il suo parlare serve a poco:
quando, accecato, chiede aiuto ad altri ciclopi e urla che
Nessuno lo ha ferito, i ciclopi gli rispondono:

Se nessuno ti fa del male, vuol dire che è un malanno che ti manda il grande
Zeus, e non puoi farci niente.

Ironia di Omero: gli altri ciclopi fraintendono ma in realtà


hanno ragione. Mediante quel Nessuno è stato il Dio supremo
ad agire, Zeus, la versione greca dell’onnipotenza del tutto.
Noi Zeus non lo abbiamo più, ma il nostro Polūfēmos e la
caverna li abbiamo ancora, temibilissimi ancora.
166
L’accecamento

E anche l’accecamento è importante. Il tuo io-personaggio


non solo non riuscirà mai a narrare-ricordare te, suo
narratore, ma non ti vedrà nemmeno. Come vedere un corpo
che è tutto? Come sapere dove comincia, dove finisce? Anche
per questo il ciclope è accecato.
L’io può sentirti, come si sente il vento «che non sai da
dove viene e dove va». Oppure può vederne gli effetti – così
come nell’Esodo YHWH dice a Mosè: «mi vedrai solo da dopo».
Perciò il déjà-vu è un’esperienza che sgomenta gli io-
personaggi: per qualche attimo sono quasi te pur essendo
ancora se stessi, guardano e vedono come te. È troppo per
loro, e ricadono subito indietro, di nuovo in se stessi.
Passeggiata
dove ci si avvantaggia di un’altra teoria del
tutto remota ma simile alla nostra
167
Sulle somiglianze

Rifiutata dal cristianesimo ecclesiastico, e quindi dalla


civiltà occidentale, la teoria del tutto come modo di essere
fiorì altrove, in India, tra i seguaci del Dio Śiva.
Non si sa in quali secoli precisamente sorse e mise radici là,
perché la cronologia dei testi śivaiti è incerta: forse furono i
cristiani gnostici a portare quella teoria nel Kashmir, dopo il
V secolo, passando da Bisanzio e dalla Persia; o forse dal
Kashmir giunse, molto prima, in Medio Oriente, e lì la
assimilarono i primi cristiani. Oppure si trattò di un’affinità
più profonda, come cento secoli prima lo era quella tra le
pitture rupestri di continenti diversi che non erano in
contatto tra loro. Comunque sia, i passi delle scritture śivaite
che commento qui seguito – dai Pāśupata Sūtra, dai Śiva
Sūtra e dalle Spanda Kārikā, con le affinità che segnalo tra
questi testi e le Scritture cristiane, e alcuni filosofi greci –
rispecchiano tanto da vicino ciò che ho descritto nelle pagine
precedenti, da servire come un riepilogo e una
puntualizzazione.
168
Diventare il creatore

Śiva è un Dio onnipotente: «Crea a suo piacere ogni cosa» e


«allo schiudersi e al chiudersi delle sue ciglia un mondo
nasce e si dissolve». Eppure il devoto di Śiva impara a
diventare Śiva. Cioè a creare ogni cosa. Come il tuo io,
quando entra nel tempo-spazio.
Troviamo la stessa idea nei Vangeli. L’eucaristia è un
ricevere il corpo di Cristo, un assimilarlo e assimilarvisi: un
diventare lui – qualunque cosa i cattolici, poi, si immaginino
che sia. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù fa addirittura
diventare «figli di Dio, da Dio generati». Proclama: «Voi
siete Dei»; e «Chi ha sete venga a me e beva, e dal suo
ventre fluiranno torrenti di acqua viva». Si descrive cioè
come una sorgente che ti fa diventare sorgente. In Occidente
lo si ignora da quando il cristianesimo volle ignorarlo: per i
cristiani, Dio e gli individui sono incommensurabilmente
separati, e solo Dio crea tutto, mentre tu sei e puoi essere
solo un grumo di coscienza in difficoltà nell’universo.
169
Gli otto poteri, e la meraviglia

E l’unione con Śiva conferisce otto poteri, che sono:

la vista di ogni cosa l’udire tutti i suoni la comprensione di tutte le cose la


conoscenza di tutte le scritture l’onniscienza la velocità, pari a quella della
mente l’assumere tutte le forme il fare ogni cosa, sempre.

Agli indiani piacciono gli elenchi. I Vangeli condensano


questi poteri nella frase: «Nulla vi sarà impossibile», che
oggi suona eretica. Per il cristianesimo, soltanto a Dio tutto è
possibile.
Sia questa frase sia quegli otto poteri sono un enigma; ma è
un enigma facile, se pensi al tuo corpo-tutto.
170
Soluzione dell’enigma. L’ātman

Nel tuo corpo-tutto, infatti, tu vedi, odi, comprendi, conosci


tutto, perché sei tutto ovunque; e ogni forma è tua; e fai ogni
fatto, cioè fai esistere tutto, sempre; fai esistere anche
l’impossibilità, quando vuoi, e dunque neanche
l’impossibilità ti è impossibile.
Per indicare il soggetto di questa condizione, i testi śivaiti
usano il termine ātman. E leggiamo, nelle Spanda Kārikā, che
l’ātman, appunto, «è costituito da tutto, e prende come suo
corpo tutte le cose esteriori. In altre parole, il corpo non è
uno solo, fatto d’una testa, delle mani e via dicendo».
E negli Śiva Sūtra: «Il corpo è tutto il percepibile».
Così è anche nell’Apocalisse: «Io sono l’Alfa e l’Omega, il
primo e l’ultimo, il principio e la fine» di tutto – e se il
cristianesimo della Chiesa non l’avesse proibito, quell’«io
sono» si sarebbe inteso come un esempio da seguire, non
come il cartiglio di un idolo.
171
Meraviglia e orgoglio

Anche nei testi śivaiti, proprio come nel Vangelo di Tomaso ,


questa onnipotenza deve suscitare meraviglia, e la
meraviglia indica la via: «gli stadi successivi della
meditazione sono meraviglia». Devi poterti stupire di come
quegli otto poteri si svelino al tuo io, perché sono tuoi. E di
come, perciò, il tuo io fosse uno Śiva che non si accorgeva di
essere Śiva. Era un pāsu, un animale da branco. I Vangeli
preferiscono dire: un cieco. E il tuo io non si accorge di
esserlo per orgoglio: «Se foste ciechi non avreste errore. Ma
ora dite: ‘Noi vediamo’. Il vostro errore rimane».
Perciò, per gli śivaiti, «l’assenza di orgoglio è la migliore di
tutte le pratiche». È il diventare nessuno di Odisseo. E anche
nel Discorso della montagna, coloro che non tengono a
essere qualcuno «erediteranno la terra»: la realtà sarà loro.
172
Anche il Nous

Saranno sovrani della realtà. Chi diventa Śiva secondo le


Spanda Kārikā: «Diventa sovrano di tutte le cose»; e nei
Pāśupata Sūtra: «Tutti gli sono sottomessi, e lui non lo è ad
alcuno; tutti penetra e da nessuno è penetrato; tutti può
colpire e nessuno può colpirlo. Diventa senza paura, senza
distruzione, né vecchiaia, né morte, e non trova mai ostacoli
sul suo cammino».
In area mediterranea troviamo l’analogo sette secoli prima
dei Vangeli, in Anassagora: in ognuno, Dio o uomo che sia, vi
è, secondo Anassagora, un Nous, cioè una forma di
conoscenza «illimitata, sovrana, non mescolata ad alcuna
altra cosa: è in se stessa lei sola. Conosce tutto appieno,
domina tutto, ed è sempre in assoluto, ed è dov’è ogni altra
cosa». Da Anassagora questa concezione giunse ad
Aristotele, che parlò di un divino Nous poiētikos, cioè ‘che fa’
o ‘che crea’ tutto, come un poeta che narra; e anche
Aristotele sostenne, in qualche suo passo, che questo Nous è
condiviso dall’uomo. Gli evangelisti fluirono sulla stessa scia:
«Io vi ho dato il potere [exousia] di camminare su serpenti e
scorpioni o su ogni potenza del nemico, e nulla vi nuocerà.
Ma rallegratevi non che gli spiriti vi sono sottomessi, ma che
i vostri nomi sono scritti nei cieli».
173
Equivoci

Ma la nostra psicologia non conosce il Nous: nessun modello


scientifico della psiche ha considerato questo elemento
creativo universale.
Si è invece prodotta un’inversione, in Occidente, secondo la
quale l’uomo può conoscere la realtà come la conosce Dio,
ma non perché all’uomo si riveli qualcosa in più, bensì
perché la realtà non può essere diversa da come i nostri
sensi la conoscono. Così, Cartesio scrisse che Dio non può
ingannarci, facendoci percepire la realtà diversa da com’è:
non può, perché se ingannasse non sarebbe Dio. E Newton
garantì che il tempo e lo spazio a noi noti sono sensorium
Dei: cioè che Dio li percepisce come li percepiamo noi. Ecco,
questo è orgoglio.
174
La mente è un mantra

Si tratta invece di uscire dal mondo già noto come da una


caverna. «La mente è un mantra» leggiamo negli Śiva Sūtra.
I mantra sono incantesimi. La mente è un mantra ciclopico,
che rinchiude l’uomo nella caverna del mondo. Anche la
mente crea qualcosa, come tutti gli incantesimi: «anche
nelle persone ordinarie» leggiamo nelle Spanda Kārikā, «sia
durante la veglia, sia durante il sogno, si ha un prodursi
ininterrotto di rappresentazioni, correlate o no le une con le
altre». Solo che le persone ordinarie, gli ātman limitati,
rimangono prigionieri delle proprie creazioni – come nelle
fiabe certi jinn sono prigionieri di fiale o lampade polverose,
in certe caverne.
175
Come a teatro

G l i Śiva Sūtra offrono anche un’altra immagine, magnifica,


dei limiti della percezione dell’io, e di cosa avverrebbe se
fossero superati: tutto è uno spettacolo in cui

L’ātman è il danzatore,l’ātman limitato è il palcoscenico,i sensi sono gli


spettatori.

C’è chi non si accorge di essere palcoscenico e non guarda il


danzatore. È l’equivalente śivaita del passo del Vangelo di
Tomaso sul tutto che salva l’io se ci si accorge che sei tu a
crearlo. E Śiva è spesso raffigurato come un giovane che
danza su un nano prono: il nano è il palcoscenico. Scegli chi
essere.
176
I limiti dal passato

E l’uomo-palcoscenico viene detto non inferiore, ma limitato:


qualcosa è avvenuto nel suo passato, che gli impedisce di
essere di più. Nei testi śivaiti troviamo che questo qualcosa è
il passato stesso. Il passato c’è quando «sorge la memoria
alla vista di qualcosa che hai già visto»: quando cioè
tornando a guardare qualcosa si vuole vederne soltanto ciò
che se ne ricorda – come se i racconti-ricordi dell’io-
personaggio fossero sufficienti e immutabili. In Occidente,
questo attaccamento alla memoria è tenuto in alto pregio: è
quella che si chiama esperienza. Nelle Spanda Kārikā è
descritto invece come una catastrofe: «ne viene uno stato di
non libertà». E di nuovo i Vangeli concordano: «A ogni
giorno bastino i suoi errori», leggiamo nel Discorso della
montagna.
177
Il potere sul passato

Gesù insiste che è necessario ritornare bambini, e


addirittura ‘nascere di nuovo’: cioè abolire il passato. Anche
Śiva ha, tra i suoi titoli, quello di distruttore del passato: nei
Pāśupata Sūtra, «chi ha raggiunto l’unione con lui non è più
contaminato dal karma, buono o cattivo che sia». E
l’abolizione del passato conduce, secondo gli Śiva Sūtra,
all’abolizione della nascita: «Una volta distrutta la
conoscenza limitata, è distrutta la nascita». Notizia
sbalorditiva per noi, che non riusciamo a pensare a un
essere vivente che non sia nato, o a un avvenimento che non
sia incominciato in qualche modo. Eppure l’abbiamo visto
anche nei nostri Vangeli: «Da prima che Abramo fosse io
sono»! La nostra civiltà lo ha visto, ma non l’ha guardato.
178
Il non essere non deve essere pensato

Quando sei il narratore, nel tempo-spazio, nel tuo corpo-


tutto, non esiste né esisterà mai un momento in cui non
c’eri: non c’è nulla che non sia tuo racconto-ricordo. Anche
se immagini il mondo all’epoca dei dinosauri, milioni di anni
prima della comparsa dell’uomo sul pianeta, sei tu a
raccontartelo ed è come tu te lo racconti – anch’esso è a tua
immagine e somiglianza. Mentre se prima ancora immagini
il nulla da cui i teologi dicono che Dio abbia creato tutto, o il
non essere a cui aspirano gli yoghin buddhisti, è solo uno
sforzo finto, perché quel nulla, quel non essere sei
comunque tu a raccontarlo: dunque anche in quel nulla tu,
comunque, ci sei. Da qui si apre un superamento della morte
ben diverso da quella vaga sopravvivenza postuma a cui
l’Occidente prova a credere.
179
La non-fine

Per chi non ha inizio, non c’è fine. Spiegano le Spanda


Kārikā: «Vi sono due condizioni diverse, chiamate oggetto e
soggetto del fare, e il primo è mortale, il secondo è
immortale». Tutte le religioni occidentali promettono la non-
fine, l’immortalità dell’anima, ma incorrono in una buffa
contraddizione promettendo che non si morirà dopo la
morte. Tanti l’hanno accettato solo perché quell’immortalità
postuma permetteva, almeno, di esprimere in qualche modo
la sensazione di infinito, che tutti avvertono ogni tanto nel
profondo di sé. Invece la fine è solo la fine di un tuo
racconto, c’è solo quando vuoi tu. Solo a te stesso non puoi
metterla: tu sei il ‘soggetto del fare’, il tutto che sta
narrando, e il tutto non finisce. Così, nei Vangeli, «io sono
con voi ogni giorno, fino alla fine del tempo». E potremmo
continuare ancora a lungo, con questi paralleli indo-
cristiani; ma per ora è sufficiente questo.
Epilogo
180
Ma perché?

Solo che l’unione con Śiva, o il ‘Voi siete Dei’, non sono certo
punti d’arrivo. Se il creatore sei tu, nel tuo tempo intorno,
rimane da chiarire perché hai creato e continui a creare il
tuo io-personaggio, cioè una versione inferiore di te, come
Adamo lo era per Dio.
Se sei tutto, non ti manca nulla e nulla in te è in eccesso.
Dunque, cosa ti ha spinto e ti spinge a produrre quella tua
appendice? Il cattolicesimo è, in Occidente, l’unica dottrina
che affronti questa domanda sulla creazione: «Perché Dio ci
ha creato?»; ma purtroppo ha tagliato corto rispondendo
«per conoscerlo, amarlo, servirlo». Cioè per vanità e per
senso del potere – e deve trattarsi di un senso del potere
beffardo, poiché Dio è, secondo il cattolicesimo,
inconoscibile: dunque crea gli uomini in modo che non
possano conoscerlo, e poi esige che lo conoscano.
Dobbiamo cercare un motivo migliore.
181
Il tutto in espansione, e una rondine

Forse è che non puoi fare a meno di creare il tuo io, perchè il
tutto è in espansione, come dal 1929 si ipotizza che lo sia
l’universo. Dunque, per il tutto, essere è crescere,
estendersi, creare. Il tutto crea, semplicemente, perché il
tutto c’è. Così è anche in ogni elemento del tutto: ogni punto
dei tuoi racconti-ricordi non fa che creare.
Allora il problema non è perché i nostri io-personaggi siano
stati creati dal tutto, ma proprio il contrario: perché, nel
creare universale, qualcosa in noi si fermi a domandarsi
perché – come una rondine che durante la migrazione
rallenti e scenda domandandosi: «Perché sto volando?»
Questa rondine sentirebbe probabilmente di avere un io più
forte di quello delle altre rondini: «Loro volano e io, io mi
fermo a riflettere». Le altre rondini proseguono, estendono
il loro orizzonte, creano movimento e distanze, mentre la
rondine riflessiva si ferma e si sente qualcuno. Così è il
nostro io-personaggio, rispetto al tutto.
182
La fine dell’universo

E viceversa, quanto più crei, quanto più ti accorgi di dare


forma ai tuoi racconti-ricordi, tanto più il tuo io-personaggio
sparisce, lasciando posto al tutto che crea. La teoria di
Hubble, secondo cui un universo in continua espansione
dovrà necessariamente collassare, o raffreddarsi fino alla
morte termica, e diventerà nulla, risulta una curiosa
proiezione cosmica del destino quotidiano del tuo io-
personaggio, che davvero si dissolve nel nulla via via che tu
crei. Ciò che hai raccontato di te fino a un attimo fa – l’io che
conosci e il suo universo – rimane indietro a ogni tuo nuovo
racconto. Tu invece sei in tutto ciò che non hai ancora
raccontato, e che stai raccontando.
Note

Capitolo 1. Teoria, dal greco theōros, ‘spettatore’, theōraō, ‘guardo’. La stessa


etimologia di ‘teatro’. E il verbo theōraō, a sua volta, viene probabilmente da theā,
‘panorama’, e horaō, ‘rivolgo l’attenzione’. Altri, nello spiegare il significato di
‘teoria’, dicono che è un modo di osservare. Dissento: ‘osservare’ (come
‘conservare’) è un tenere sotto controllo, un custodire qualcosa che hai guardato;
‘teoria’ è proprio il guardare.

Capitolo 6. Devo questa idea a Pierre Janet, che descrive a lungo il ‘sentiment
d’intellection’ in L’évolution de la mémoire et la notion du temps. Leçons au
Collège de France 1927-1928, L’Harmattan, Paris 2006, p. 445 e passim.

Capitolo 9. Cfr. K.R. POPPER, Objective Knowledge. An Evolutionary Approach,


19 7 2 (tr. it. Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico, Armando
Editore, Roma 2015, pp. 405 ss.). Popper sostiene con slancio la terza teoria della
verità, che è quella proposta da Tarski negli anni Trenta.

Capitolo 13. Giovanni 8,32. Alétheia come ‘il non-dimenticarsi’: Heidegger lo


intende invece con un ‘non-nascondimento’, ovvero un ‘dis-velamento’, una
rivelazione; ma è un errore filologico: il verbo , in greco, non significa
‘nascondo’ né ‘velo’, ma solo ‘dimentico’ e ‘mi lascio sfuggire’. Heidegger aveva
bisogno di garantire l’idea di una verità come rivelazione valida per tutti, com’è
tipico delle personalità autoritarie, o affascinate dall’autorità. V.M. HEIDEGGER ,
Sein und Zeit, 1927, I, 6,44b (tr. it. Essere e tempo, Longanesi, Milano 1970, pp.
334 ss.).

Capitolo 17. Le parole di origine latina che terminano in -mentum indicano


sempre un’azione. Così ‘innamoramento’ è l’azione di impegnarsi affettivamente
con qualcuno, ‘parlamento’ è l’azione di discutere, ‘sconvolgimento’ è l’azione di
sconvolgere o di sconvolgersi ecc.

Capitolo 18. PARMENIDE B16.

Capitolo 23. I greci, dal canto loro, per indicare il pensare disponevano di tre
termini, anch’essi meticolosi, eppure di uso corrente:
, noeō, indicava l’attività del pensiero astratto e veniva usato nelle stesse
occasioni in cui noi usiamo il verbo ‘accorgersi’;
φρονέω, froneō, indicava la sensazione del pensare: deriva da , frēn, ‘petto’, e
metteva il risalto la componente emotiva, la tensione, il coraggio necessari a chi
sta pensando;
, dokeō, indicava il risultato del pensare: deriva dalla radice indoeuropea
dic-, ‘indicare’.
Indicare, orientarsi, orientare è ciò che puoi fare sempre più, via via che il
pensiero ti dà risultati. Inutile sperare di attualizzare queste distinzioni del
pensiero, o quelle latine: sarebbe altrettanto artificioso per noi quanto portare la
tunica. Per intenderci tra noi e per intendere noi stessi dobbiamo cavarcela con
le parole di cui oggi viviamo.

Capitolo 31. Big Bang. Chiedersi perché proprio una grande esplosione sarebbe
l’origine dell’universo è anche chiedersi perché la teoria del Big Bang si definì
proprio nel 1948, pochi anni dopo le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki
– che nella mente di molti diedero origine a un nuovo modo di intendere il mondo
(il che è come dire: a un nuovo mondo), non paragonabile a quello che vi era stato
prima. Perché la scienza si lascia influenzare a tal punto dai turbamenti della
gente?
Acustica. Quanto alla possibilità di sostituire l’acustica alla geometria nella
descrizione dell’universo, è in questa direzione che si muove la theory of strings,
o teoria delle corde musicali – strambamente tradotta in italiano ‘teoria delle
stringhe’ (più precisa la traduzione francese: théorie des cordes, o quella russa:
; il tedesco se la cava usando un anglismo: Stringtheorie). Ma la
theory of strings riguarda per ora, a quanto ne ho capito, solo l’infinitamente
piccolo, e non mette in discussione la base geometrica della descrizione
scientifica dell’universo.
La donna, negli scacchi. In Persia, il pezzo che in Occidente si chiama ‘donna’ è
sempre stato il visir. In Russia è il ferz, versione russa di visir. In polacco è lo
hetman, l’atamano, il capo supremo dei cosacchi. La domanda «perché quel pezzo
degli scacchi si chiama donna, in Occidente?» sarebbe tanto più interessante,
dato che l’Occidente non ha profonde tradizioni matriarcali.

Capitolo 35. In Die Religion innerhalb der Grenzen der blossen Vernunft, 1793 (tr.
it. La religione nei limiti della semplice ragione, in Id., Scritti morali, Utet, Torino
1970, p. 498, nota).

Capitolo 36. In Conjectures and Refutations, 1969 (tr. it. Congetture e


confutazioni, Società editrice il Mulino, Bologna 1972, p. 561 e p. 155, nota).

Capitolo 42. Cfr. P. JANET, L’évolution de la mémoire, op. cit., p. 244.

Capitolo 46. È il tempo verbale che compare, per esempio, nel racconto della
Cre az ione . Genesi 1,1: «Dio creò i cieli e la terra» è una traduzione
approssimativa; si dovrebbe tradurre «Dio stava creando-sta creando-starà
creando i cieli e la terra». Con le grandi conseguenze teologiche che ciò
implicherebbe.

Capitolo 50. In latino, momentum è infatti la contrazione, o sincope, di


movimentum.

Capitolo 52. In ebraico, ‘adesso’ è ‫‘( עכשב‬akhśav), da ‫‘( עכב‬ikev), ‘trattenere’.


Anche qui vediamo uno sforzo, come in maintenant o in gegenwärtig.

Capitolo 53. Lo stesso percorso di banalizzazione vale per il tedesco jetzt, che in
epoca moderna significa ‘adesso’ e in origine significava ‘all’improvviso’
(medioalto tedesco: izt, iez).
Indoeuropeo: è una lingua ipotetica, che si cominciò a costruire ai primi
dell’Ottocento, dopo che erano balzate agli occhi le affinità tra il sanscrito e le
lingue europee. L’ipotesi storica è che l’Europa sia stata invasa, circa settemila
anni fa, da popolazioni provenienti dal Punjab, che, superato il Mar Nero,
vanificarono le culture e le lingue preesistenti. Difficile dimostrare che non sia
andata così, tanto più che l’ipotesi dell’indoeuropeo è molto utile per indagare
l’origine e il significato originario delle nostre parole.
Nunca: l’assonanza con nunc è storicamente illegittima, certo, dato che nunca
deriva dal latino numquam, ‘mai’.

Capitolo 54. «Le parole» scrive Sartre «sono le tracce del passaggio delle frasi,
come le carreggiate sono le tracce del passaggio dei pellegrini o delle carovane».
E perciò «gli individui» – come nel nostro caso gli individui che avrebbero voluto
trovare un termine per indicare il presente, in una qualsiasi lingua europea –
«sembrano avere ben poca influenza sull’evoluzione delle lingue». J.-P. SARTRE ,
L’être et le néant, 1943 (tr. it. L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 2002, pp.
575-576, 574).

Capitolo 57. , Kronos, con la , veniva facilmente confuso dagli antichi con
, Khronos, con la , che significava ‘Tempo’ ed era il nome, dal V secolo a.C.,
del Dio primordiale dell’ordine degli eventi. E sia sia derivano,
molto probabilmente, dall’indoeuropeo ghar-, ‘afferrare’. Kronos non era stato il
primo e non fu l’ultimo a imporre duramente il proprio presente a tutti: anche
suo padre Οὐρανóς, Ouranós, il Cielo, non voleva concorrenti, e teneva prigionieri i
figli che generava da Gaia, la Terra; e anche il figlio di Kronos, Zeus, esiliò il padre
quando lo ebbe detronizzato. Ma Kronos commette una violenza che lo fa
assomigliare particolarmente a ciò che noi chiamiamo ‘il presente’: evirando il
padre, fa cessare i congiungimenti del Cielo con la Terra. Li separa per sempre. E
più avanti vedremo come, nel primo cristianesimo, si tentò di ricongiungerli.

Capitolo 61. Genesi 6,5 ss.

Capitolo 62. È un’idea che, a nord del Mediterraneo, risale a Platone: «La
memoria, la quale si combina con le sensazioni, e le affezioni, che esistono in
rapporto a queste, sembrano quasi scrivere discorsi nella nostra psiche». Filebo,
38e.

Capitolo 67. In questo senso si può vantaggiosamente intendere la frase di


Prospero: «We are such stuff as dreams are made on», w. shakespeare, The
Tempest, IV, I, 156. Siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni: non
perché siamo sogni, ma perché anche di noi possiamo parlare solo come parliamo
dei sogni.

Capitolo 71. «Fai agli altri...»: Matteo 7,12. Sul nostro far sempre fare agli altri
ciò che vogliamo che ci facciano prospera la produzione editoriale di manuali
self-help, spesso banali. Ciò avviene per lo stesso motivo per cui prosperano le
scuole di cosiddetta ‘spiritualità’: le religioni non sono più in grado di parlare alla
gente di argomenti spirituali e il bisogno che la gente ha di questi argomenti si
rivolge altrove. Così, la psicologia e la filosofia del XXI secolo non sono in grado di
affrontare seriamente i problemi della costruibilità individuale del mondo (le
teoria delle cose inesistenti di von Meinong e il realismo modale di D.K. Lewis
non hanno ancora avuto seguito) e perciò generi letterari pop vi possono spaziare
indisturbati, come in un fertile terreno che nessun filosofo o psicologo coltiva.

Capitolo 73. Per la coscienza come sesto senso: v. p. 53.


Per la più utile scoperta della psicologia del XX secolo, cfr. per esempio C.G. JUNG,
Die psychologischen Aspekten des Mutterarchetypus, 1954 (tr. it. Gli aspetti
psicologici dell’archetipo della Madre, in Gli archetipi e l’inconscio collettivo,
Bollati-Boringhieri, Torino 1997, pp. 75 ss.).

Capitolo 74. Vale il secondo teorema di incompletezza di Gödel: è inutile cercare


di discutere della coerenza di un linguaggio in quello stesso linguaggio, o di un
sistema (Gödel si riferiva al sistema della matematica) all’interno di quello stesso
sistema.

Capitolo 77. Cfr. M. PROUST, Le temps retrouvé, 1927 (tr. it. Il tempo ritrovato,
Einaudi, Torino 1963, p. 74).

Capitolo 82. Analogo significato hanno, in origine, il tedesco Ereignis,


‘avvenimento’, da eräugen, ‘giungere dinanzi agli occhi’; in russo ‘avvenimento’ è
slučaj, dalla radice indoeuropea louk-, ‘illuminarsi’, ‘mostrarsi’ (la stessa radice
del latino lux); in spagnolo acontecimiento, dal latino contingere, ‘raggiungere’.

Capitolo 88. Genesi 2,17 ss.

Capitolo 89. ERACLITO B75: «Perfino i dormienti sono operatori e cooperatori


degli avvenimenti del mondo», dunque figuriamoci quanto vi contribuiscano le
persone in stato di veglia. Berkeley: «C’era un odore, cioè era sentito; c’era un
suono, cioè era udito; c’era un colore o una forma e cioè era percepita con la vista
o con il tatto: ecco tutto quello che posso intendere con espressioni di tal genere.
Per me è del tutto incomprensibile ciò che si dice dell’esistenza assoluta di cose
che non pensano, senza nessun riferimento al fatto che vengano percepite. L’esse
[l’essere] delle cose è un percipi [un essere percepite], ed è escluso che esse
abbiano una qualunque modalità di essere, fuori dalle menti o dalle cose pensanti
che le percepiscono», in A Treatise Concerning the Principles of Human
Knowledge, 1713, § 3 (tr. it. Trattato sui princìpi della conoscenza umana,
Laterza, Roma-Bari 1973, pp. 32-33). Berkeley risente qui della dottrina di
Protagora: «L’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono, per ciò che sono,
e di quelle che non sono, per ciò che non sono» (SENECA, Epistulae, 89,43). Su
Protagora: «Protagora ha sostenuto, in modo del tutto soddisfacente per me, che
quel che ciascuno pensa, esiste anche» (lo dice Socrate nel Teeteto, 161C).

Capitolo 95. Genesi 1,3. Giovanni 1,1.

Capitolo 96. Genesi 1,2. Un ‘muovere-muoversi (‫ )ר‬da un interno (‫)ב‬:


l’interpretazione dell’ebraico antico come di una lingua geroglifica non ha ancora
messo radici tra gli studiosi: rimando al mio Libro della creazione, Mondadori,
Milano 2016, pp. 84 ss.

Capitolo 97. La prima creazione dell’’adam è in Genesi 1,20 ss. ed è attribuita al


Dio ’Elohiym (tradotto solitamente ‘Dio’); la seconda è in Genesi 2,7, ed è
attribuita a YHWH (tradotto solitamente ‘il Signore’). Infondata è l’opinione,
ancora molto diffusa, che le due creazioni dell’’adam non siano altro che una
goffa giustapposizione di due diverse stesure, una ‘elohista’ e l’altra ‘yahwista’.
Dal testo ebraico risulta bensì evidente che nel primo capitolo ’Elohiym dà inizio
alla creazione dell’’adam, in una dimensione spazio-temporale diversa da quella
in cui YHWH, nel secondo capitolo, porta a termine l’’adam, plasmandolo in modo
che si adatti a un’altra dimensione spazio-temporale, quella del ‘Eden – che non è
ancora quella del nostro mondo: al momento della cacciata dal ‘Eden, YHWH opera
un’altra trasformazione sull’umanità, la «riveste di tuniche di pelli» (Genesi
3,21). Ciò che ha per millenni ha impedito ai commentatori occidentali di
scorgere il significato di questo racconto biblico, peraltro non difficile, era la loro
incapacità di immaginare universi più che tridimensionali, così come invece
sapevano immaginarli gli autori della Genesi.

Capitolo 99. PARMENIDE B8:


«Rimane un solo racconto della via:
che [l’essere] è; e vi sono su questa via segnali,
molti davvero, che, siccome è, non ha inizio né fine,
è intero, di unico genere, intrepido e perfetto,
e non era una volta e non sarà una volta,
ma è adesso tutto insieme, uno, continuo».
Si noti il termine ‘racconto’ (in greco, mȳthos): anche Parmenide aveva una sua
teoria narrativa di tutto. Cfr. anche p. 33. Mentre di ciò che è al di qua di
quell’‘essere che è’, Parmenide scrive, in B19:
«Si è prodotta questa natura delle cose secondo il loro sembrare,
e così esse sono ora [per noi] e poi, cresciute, finiranno;
e a queste gli uomini hanno dato nomi, per designare ciascuna».
Cfr. le osservazioni di Einstein su Gödel, in Albert Einstein. Philosopher-Scientist,
a cura di P.A. Schlipp, 1949 (tr. it. A. EINSTEIN, Autobiografia scientifica , Bollati
Boringhieri, Torino 2014, pp. 231-232).

Capitolo 101. C.G. JUNG, Theoretische Überlegungen zum Wesen des Psychischen,
1954, e Das Grundproblem der gegenwärtigen Psychologie, 1934 (tr. it. Riflessioni
teoriche sull’essenza della psiche e Il problema fondamentale della psicologia
contemporanea, in C.G. JUNG, La dinamica dell’inconscio, Bollati-Boringhieri,
Torino 1976, p. 204 e pp. 375-376).

Capitolo 102. La citazione da Paolo è dalla Lettera agli Ebrei 11,3.

Capitolo 103. ANASSAGORA, fr. 2, fr. 21.

Capitolo 104. Giovanni 21,25. ‘Mondo’, nel testo di Giovanni, è , kósmos, che
letteralmente significa: ‘ciò che è stato sistemato in un determinato modo’. E che
quindi può essere risistemato anche in altri modi.

Capitolo 108. Sodoma fu distrutta da una ‘pioggia di zolfo e fuoco proveniente dal
cielo’, Genesi 19,24.

Capitolo 109. Tomaso, 70. ‘Ciò che avete’: il copto ekn¯•te riproduceva il greco
, il cui significato era ampio: ‘avete’, ‘possedete’, ‘abitate’, ‘comprendete’,
‘mantenete’, ‘tenete insieme’. Il Vangelo di Tomaso , ritrovato solo nel 1946, in
una versione copta del iv secolo, è verosimilmente coevo al Vangelo di Giovanni.

Capitolo 111. Tomaso, 2.

Capitolo 112. ERACLITO, B45. Giovanni 8,58.

Capitolo 114. F. DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov, 1880, Libro V, tr. it.


Mondadori, Milano 2015, pp. 264 ss.

Capitolo 115. Matteo 26,22 ss.


Capitolo 116. Giovanni 19,21-22; 18,37.

Capitolo 118. Luca 17,21. Che i ‘cieli’, nelle Scritture, rappresentino l’insieme
infinito delle possibilità, lo vediamo fin dal primo versetto della Genesi: non è che
Dio cominci creando «i cieli e la terra», ma ogni creazione avviene quando il
creatore ha dinanzi a sé, ben distinti, l’insieme delle possibilità in attesa, i ‘cieli’,
da un lato, e dall’altro l’insieme di ciò che si è già realizzato, la ‘terra’.

Capitolo 120. Isaia 1,3.

Capitolo 121. G. BERKELEY, A Treatise, cit., Introduction, § 24 (tr. it., p. 30).

Capitolo 122. Genesi 1,27, versetto da cui molti continuano a dedurre che Adamo
fosse un essere androgino: è errato, dato che ’adam in ebraico è un sostantivo
collettivo, e vale per ‘genere umano’.

Capitolo 123. L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, 1921, Satz 7 (tr.


it. Einaudi, Torino 2009, p. 109).

Capitolo 124. Dentro di te più di quanto sia e agisca in te il tuo io: cfr. G. BRUNO,
La cena delle ceneri, Dialogo i. Bruno si riferisce a Dio; noi, qui, non solo a Dio.
Non è nemmeno un sé: Jung introdusse in psicologia l’uso del pronome ‘Sé’,
maiuscolo, per indicare l’insieme delle attività psichiche di cui l’‘io’ costituisce
una piccola parte. Intendeva arricchire di un altro pronome personale il modello
della psiche che Freud aveva cominciato a suddividere in tre pronomi: Ich, Über-
Ich, Es, Io, Super-Io, ed Esso (solitamente indicati, con l’aiuto del latino, Ego,
Super-Ego, Id). L’idea di Jung, benchè fortunata, era inadeguata al suo oggetto:
‘sé’ – come ‘me’, ‘te’ ecc. – è un pronome personale riflessivo, e indica dunque il
risultato di un processo mentale dell’io; mentre ciò che Jung voleva indicare è
tutto meno che il risultato di una riflessione cosciente.

Capitolo 127. L’avevo letto in Adorno, in gioventù, ma ci ho messo una quarantina


d’anni per assimilarlo: «Lo spirito delle opere d’arte inerisce alla loro
configurazione ma è spirito solo in quanto rimanda al di là di quella». T.W.
ADORNO, Ästhetische Theorie, 1970 (tr. it. Teoria estetica , Einaudi, Torino 1977,
p. 151):

Capitolo 128. Devo questa semplice idea a Stephen King: v. S. KING, On Writing,
2000 (tr. it. On Writing, Sperling & Kupfer, Milano 2001, p. 93).

Capitolo 129. Simbolo: dal greco symbolon, dal verbo symballō, ‘metto insieme’,
‘congiungo’. Un symbolon era per esempio il ‘contrassegno di ospitalità’: un
oggetto, di solito un anello, veniva spezzato dall’ospitante e dall’ospitato, i quali
ne conservavano ciascuno una metà, che servisse da documento di
riconoscimento per loro o i loro parenti e amici, quando si fossero chiesti
ospitalità. Ciascuno dei due frammenti era un symbolon: una cosa incompleta, da
ricongiungere a quel che le mancava.
Simbologia: sto usando questo termine in un modo che secondo i nostri dizionari
sarebbe improprio; i nostri dizionari definiscono infatti la simbologia solo come
un sistema, un repertorio di simboli. Io intendo invece ‘simbologia’ come un
discorso (-logia) che si serve di simboli.

Capitolo 130. Giovanni 14,10.


Capitolo 131. Paradiso I, 70-72.

Capitolo 132. V. nota capitolo 74, p. 227.

Capitolo 138. Genesi 3,5.22. Il passo su YHWH che si lagna risulta


inestricabilmente oscuro ai teologi, convinti che YHWH ed ’Elohiym siano due
nomi di un unico Dio, e non due diverse persone divine. Ma le parole «come uno
di noi» (‫ אחדממנוכ‬, Ke’aḤaD MiMeNWu) mostrano che quei teologi si ingannano.

Capitolo 141. Hamlet, II, 2,250-257:


HAMLET: For there is nothing either good or bad but thinking makes it so. To me
it is a prison.
ROSENKRANZ: Why, then your ambition makes it one; ’tis too narrow for your
mind.
HAMLET: O God, I could be bounded in a nutshell, and count myself a king of
infinite space – were it not that I have bad dreams.

Capitolo 143. L’insieme, ritenuto inscindibile: ma inscindibile non è, come


sappiamo, dato che alcune cose, per esempio i nostri pensieri, avvengono nel
tempo ma non nello spazio. V. p. 56.

Capitolo 144. Anche l’equivalente greco di aeveternum, , aiōn ha la stessa


origine: dal sanscrito ayus, che significa ‘una certa durata’. Da ayus viene anche il
termine usato per ‘eterno’ in tedesco: ewig; mentre l’equivalente russo, večnyj, si
direbbe un calco linguistico dal latino: deriva infatti da vek, ‘secolo’, ‘èra’.

Capitolo 145. Si tratta della ‘interpretazione a molti mondi’ della meccanica


quantistica; cfr. C. BRUCE, Schroedinger’s Rabbits. The Many Worlds of Quantum,
Joseph Henry Press, Washington D.C. 2004 (tr. it. I conigli di Schroedinger,
Raffaello Cortina Editore, Milano 2006).

Capitolo 146. Giovanni 1,29.

Capitolo 148. Questa prospettiva è sintentizzata nell’esortazione: «Io vi dico di


non giurare mai» (Matteo 5,34). Ovvero: evitate di ritenere immutabile il vostro
passato.

Capitolo 149. F. NIETZSCHE, Die Fröhliche Wissenchaft, 1882, tr.it. La gaia scienza,
341.

Capitolo 150. V. pp. 21 e 22.

Capitolo 153. Cfr. Giovanni 14,13-14; 15,7; 16,23-24 ecc. Matteo 7,7; 5,45. Nel
Vangelo di Marco, un passo evangelico sul chiedere senza esitare e
sull’onnipotenza umana suscita meraviglia, perché non fa alcun riferimento a
Dio: «In verità vi dico che chiunque dirà a questa montagna: ‘Spostati di lì e
gettati in mare’ e non esiterà nel suo cuore, ma crederà che ciò che dicesse
avverrebbe, gli sarà dato» (Marco 11,23). Nei versetti precedenti e successivi
viene menzionata la fede in Dio e la preghiera, ma quella frase, in cui si parla
solo di un chiunque ( , quicumque), suonerebbe blasfema, se non fosse attribuita
a Gesù. A chiunque: anche a un greco, addirittura a un romano! (cfr. Luca 7,1-10).
Suona blasfema anche la richiesta di cibo del Padre nostro (Matteo 6,11; Luca
11,3): «Dacci oggi il nostro pane dell’al di là (epiousion)». E viene perciò tradotta
male, con «dacci oggi il nostro pane quotidiano».

Capitolo 155. ’Elohiym è il più contraddittorio dei nomi divini: è lo strano plurale
maschile del sostantivo femminile ’eloah, e di ’Elohiym i narratori biblici parlano
al singolare («creò», Genesi 1,1), mentre ’Elohiym parla di sé sia al singolare
(«Ecco, io vi do», Genesi 1,29) sia al plurale («facciamo l’’adam a nostra
immagine», Genesi 1,26). È una coincidentia oppositorum e un’anticipazione del
più-di-3D ipotizzato da Einstein: anzi, una sua evoluzione, dato che nel suo più-di-
3D Einstein contemplava solo la compresenza di avvenimenti precedenti e
successivi, mentre in ’Elohiym vediamo la compresenza di diverse modalità di
essere. Sulla stessa linea si è mossa, nel cristianesimo, la dottrina della Trinità,
per la quale Dio Padre è al contempo Dio Figlio e Dio Spirito Santo –quest’ultimo
maschile in latino, Spiritus Sanctus, e neutro in greco, Pneuma, e femminile in
ebraico, ruaḥ.

Capitolo 156. Che l’essere umano sia solo il suo corpo fisico e non esista alcuna
mente, ma solo il cervello, è un’opinione vivacemente sostenuta oggi dai
cosiddetti monisti.

Capitolo 160. La mappa di Ebstorf è riprodotta nella quarta di copertina della


presente edizione.

Capitolo 162. Giovanni 14,10. Marco 15,34.

Capitolo 163. Cfr. Luca 9,1; 10,19. Giovanni 10,17-18.

Capitolo 165. Odissea X, 410-411. La caverna è un’immagine che compare poi


spesso, nella sapienza antica. Dalla caverna di Platone, alla grotta in cui sarebbe
nato Gesù, fino alla grotta sotterranea in cui si ritrovò Aladino o in cui Ali Baba
scoprì le quaranta giare. E rappresenta sempre i limiti della conoscenza di quello
che noi chiamiamo l’io-personaggio, ciclopico. Quanto al significato di ‘ciclope’, è
per me motivo di meraviglia che nessun filologo lo abbia intuito: o almeno, non
ho ancora letto un’interpretazione di quella figura mitica, che non fosse confusa e
inconsistente.

Capitolo 166. Giovanni 3,8. Esodo 33,20. Per il vedere Dio ‘da dopo’, mentre le
versioni consuete riportano ‘da dietro’; ne discuto più ampiamente in Aldilà del
deserto, Salani Editore, Milano 2017, pp. 201-203.

Capitolo 167. Pāśupata Sūtra, ovvero I detti del signore degli animali; Śiva Sūtra,
ovvero I detti di Śiva; Spanda Kārikā, ovvero I versi della pulsazione divina; seguo,
per le citazioni, la bella edizione curata da Ruggero Gnoli: Testi dello Śivaismo ,
Boringhieri, Torino 1962.

Capitolo 168. Pāśupata Sūtra, II, 1-6; Spanda Kārikā, I, 1; Giovanni 1,12 ss.; 10,34-
35; 7,37-38.

Capitolo 169. Pāśupata Sūtra, I, 18-26. Matteo 17,20.

Capitolo 170. Spanda Kārikā, II, 3; 1,14. Apocalissi 22,13.

Capitolo 171. Per la meraviglia: Śiva Sūtra 1,12. Per l’orgoglio: Pāśupata Sūtra, IV,
8-9. Giovanni 9,41. Per gli eredi della terra: Matteo 5,5.
Capitolo 172. Spanda Kārikā, III, 19. Pāśupata Sūtra, I, 27-38. ANASSAGORA, B12 –
e in questo frammento Anassagora precisa che il Nous «è tutto uguale: quello più
grande e quello più piccolo», cioè il Nous divino e il Nous umano. Cfr.
ARISTOTELE, Metafisica, 1074-1705; De anima, 430. Luca 10,19-20.

Capitolo 173. CARTESIO, Meditazioni metafisiche, 1641, Meditatio IV. NEWTON,


Optic, 1706, III, Quaestio 31.

Capitolo 174. Śiva Sūtra 2,1. Spanda Kārikā, III, 19.

Capitolo 175. Śiva Sūtra 3,9-11. V. p. 131 e p. 223, nota 1.

Capitolo 176. Spanda Kārikā, III, 14. Matteo 6,34; 5,33-37.

Capitolo 177. Pāśupata Sūtra, I, 18-20. Śiva Sūtra, III, 18; perciò Śiva è detto anche
il Sadyojāta, ‘colui che è (sempre) appena nato’. Per Abramo: v. p. 134.

Capitolo 178. Spanda Kārikā, I, 12.

Capitolo 179. Spanda Kārikā, I, 14: noi diremmo che le due condizioni diverse sono
quella del soggetto del narrare e del suo oggetto. Matteo 28,20.

Capitolo 180. «Per conoscerlo, amarlo e servirlo»: così secondo l’attuale


Catechismo della dottrina cristiana.
Indice

Introduzione
in cui si presentano alcuni strumenti utili a costruire
buone teorie

Teorici del tutto


ovvero come darsi il permesso di superare famose teorie
del tutto che ti hanno certamente influenzato

Teoria del presente


dove si toglie fondamento al tempo su cui tutto si regge

La narrazione del mondo


ovvero la più voluminosa delle nostre creazioni

I fatti
ovvero come mettere in discussione ciò che non si discute

Il confine dei fatti


e cosa c’è più in là

Darsi il permesso
ovvero cosa ti trattiene dal creare più di tanto

Le parole troppo piccole


ovvero come disadattarti alle lingue che conosci

Altri tempi
ovvero come ampliare la sintassi e che cosa ne consegue

Due universi
in cui normalmente abitiamo

I tuoi corpi
e la tua altra fisiologia

Passeggiata
dove ci si avvantaggia di un’altra teoria del tutto remota
ma simile alla nostra

Epilogo

Note

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