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ISSN 1590-7929

XVIII, 1 2015
Nuova
Rivista
di
Nuova Rivista di Letteratura Italiana • XVIII, 1 2015

LUCA DEGL’INNOCENTI, Machiavelli canterino? •


Letteratura Italiana
FEDERICO DI SANTO, Tasso e la Cronaca di Gugliel-
mo Di Tiro: la materia storica nella Gerusalemme
liberata • LUCA D’ONGHIA, Sfortune filologiche di diretta da

Nuova Rivista di Letteratura Italiana


Giulio Cesare Croce • PAOLO GIOVANNETTI, Le Annalisa Andreoni, Pietro G. Beltrami,
cornici di Mastro-don Gesualdo. Un’analisi e una Luca Curti, Piero Floriani, Claudio Giunta,
proposta teorica • FEDERICO BARICCI, Studi folen- Marco Santagata, Mirko Tavoni
ghiani vecchi e nuovi. Sulla riedizione di Tra don
Teofilo Folengo e Merlin Cocaio e sul nuovo nume-
ro dei «Quaderni folenghiani»
XVIII, 1
2015

EDIZIONI ETS

EDIZIONI ETS
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Nuova Rivista di Letteratura Italiana


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Nuova Rivista di Letteratura Italiana


Direzione
Annalisa Andreoni, Pietro G. Beltrami, Luca Curti,
Piero Floriani, Claudio Giunta, Marco Santagata, Mirko Tavoni
Comitato scientifico internazionale
Simone Albonico (Université de Lausanne),
Theodore J. Cachey, Jr (University of Notre Dame),
Jean-Louis Fournel (Université Paris VIII), Klaus W. Hempfer (Freie Universität Berlin),
María Hernández Esteban (Universidad Complutense de Madrid),
Manfred Hinz (Universität Passau), Dilwyn Knox (University College London),
Rita Marnoto (Universidade de Coimbra),
Domenico Pietropaolo (St Michael’s College at the University of Toronto),
Matteo Residori (Université Sorbonne Nouvelle - Paris III),
David Robey (University of Oxford), Piotr Salwa (Accademia Polacca di Roma),
Dirk Vanden Berghe (Vrije Universiteit Brussel), Kazuaki Ura (Università di Tokyo),
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Redazione
Luca D’Onghia, Vinicio Pacca, Marina Riccucci,
Chiara Tognarelli, Antonio Zollino
Revisione linguistica
Matthew Collins (Harvard University) - lingua inglese
Direttore responsabile
Pietro G. Beltrami

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Letteratura Italiana
XVIII, 1
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INDICE

SAGGI
LUCA DEGL’INNOCENTI, Machiavelli canterino? 11
FEDERICO DI SANTO, Tasso e la Cronaca di Guglielmo Di Tiro:
la materia storica nella Gerusalemme liberata 69
LUCA D’ONGHIA, Sfortune filologiche di Giulio Cesare Croce 137
PAOLO GIOVANNETTI, Le cornici di Mastro-don Gesualdo.
Un’analisi e una proposta teorica 193

DISCUSSIONI
FEDERICO BARICCI, Studi folenghiani vecchi e nuovi. Sulla riedizione
di Tra don Teofilo Folengo e Merlin Cocaio e sul nuovo numero
dei «Quaderni folenghiani» 233
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FedeRico di SaNto

taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo:


La mateRia StoRica NeLLa GeRusaLemme LIbeRata

RiaSSuNto. L’articolo verte sulla questione, molto trascurata dalla critica, del rap-
porto al contempo legittimante e creativo che la Gerusalemme liberata intrattiene
con le sue fonti storiografiche. esaminate le motivazioni teoriche che portano
tasso a scegliere per il suo poema la materia storica e nello specifico la Prima
crociata, esse vengono poi verificate in una più diretta analisi dell’effettiva riela-
borazione delle fonti nel testo della Liberata, che rispetto alle premesse teoriche
evidenzi anche gli eventuali scarti. Prendendo in considerazione soprattutto la
fonte principale, la Cronaca di Guglielmo di tiro, ma senza trascurare quelle se-
condarie, si fornisce un primo quadro generale del margine di libertà che il poeta
si concede in questo peculiare rapporto intertestuale, individuando le possibili
motivazioni di alcune modifiche di maggior rilievo nonché i più rilevanti procedi-
menti seguiti da tasso per trasformare il materiale documentario in testo poetico.
Particolare attenzione è riservata al ‘meraviglioso’ e ai suoi inaspettati appigli sto-
riografici. il canto Xi e l’episodio di Sveno forniscono infine brevi campioni di
analisi testuale in cui sottoporre a verifica le osservazioni emerse nello studio.
PaRoLe chiaVe. tasso; Gerusalemme liberata; fonti storiografiche; belli sacri histo-
ria; Guglielmo di tiro; verosimiglianza; meraviglioso.
titLe. tasso and the Chronicle of William of tyre: the historical material of
Jerusalem Delivered.
abStRact. the present essay concerns the question, greatly obscured through criti-
cism, regarding the legitimizing and creative association that Jerusalem Delivered
maintains with its historiographical sources. after a survey of the theoretical
motivations that caused tasso to choose this historical matter (that is, the First
crusade) for his epic poem, these arguments are verified in a closer analysis of
how the sources are effectively reworked in the very text of the Liberata, which
also points out a possible discrepancy between the text and its theoretical
premises. Without neglecting secondary influences, the principal source, the
chronicle of William of tyre, is taken into account above all. a first overview re-
garding the degree of freedom that the poet allowed himself within this peculiar
intertextual exchange is thus presented, investigating both the likely motivations
behind some of the most relevant changes and the main methods followed by
tasso in turning the documentary material into poetic text. Particular attention
is paid to the ‘marvelous’ and its unexpected historiographical hints. canto Xi
and the episode of Sveno are used as brief samples for textual analysis in order
to test the observations that have emerged from this study.

doi: 10.4454/NRLi.V18i1.227 NRLI XViii, 1 (2015), pp. 69-135


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70 FedeRico di SaNto

KeyWoRdS. tasso; Jerusalem Delivered; historiographical sources; belli sacri his-


toria; William of tyre; Verisimilitude; the marvelous.

coRReSPoNdiNG authoR. Federico di Santo, Via Pietro Gori 11, 56100 Pisa,
italy. email: federico.disanto84@gmail.com

1. La storia come materia del poema


Se si dovesse individuare l’aspetto fondamentale e più evidente che dif-
ferenzia in maniera radicale i due massimi capolavori della poesia rinasci-
mentale italiana, potrebbero sussistere pochi dubbi: ciò che immediata-
mente distingue la natura romanzesca dell’orlando furioso da quella
senz’altro più epica della Gerusalemme liberata, dando origine a quelle no-
tissime differenze di genere e di tono su cui tanto si è scritto, è senz’altro il
carattere storico della materia scelta da tasso in aperta opposizione alla
sbrigliata invenzione fantastica, alla finzione spesso anche esibita delle ‘fa-
vole’ del suo grande predecessore. eppure, scorrendo le bibliografie, si no-
ta l’assenza quasi totale di studi specifici complessivi sulle fonti storiche
del poema tassiano e sul trattamento effettivo che ad esse l’autore riserva
nella composizione dell’opera1. certamente, le fonti storiografiche da cui

1 i principali rapporti della Liberata con le fonti storiografiche sono segnalati negli studi di
critica delle fonti (SaLVatoRe muLtiNeddu, Le fonti dalla Gerusalemme Liberata, torino, clausen
1895; ViNceNzo ViVaLdi, La Gerusalemme liberata studiata nelle sue fonti, trani, Vecchi 1901 e
1907, vol. ii; ettoRe de maLdé, Le fonti della Gerusalemme liberata, Parma, cooper 1910 e altri
studiosi da loro citati), spesso fin troppo dettagliati e talora acritici nell’individuare fonti non sem-
pre accessibili a tasso, nonché nei più approfonditi fra i commenti alla Liberata (quelli di bRuNo
maieR, di GioRGio ceRboNi baiaRdi e di FRaNco tomaSi), che al contrario fanno riferimento
quasi solo a Guglielmo di tiro e talvolta tralasciano di individuare spunti storici importanti. Le
poche trattazioni specifiche della questione, peraltro assai scarne nell’analizzare il rapporto con le
fonti storiche, sono: FRaNco caRdiNi, torquato tasso e la crociata, in torquato tasso e la cultura
estense, a c. di GiaNNi VeNtuRi, vol. ii, Firenze, olschki 1999, pp. 615-24; Fabio GiuNta, tor-
quato tasso e la guerra santa. L’historia di Guglielmo di tiro nella Gerusalemme liberata, in Lette-
ratura di guerra, a c. di GiaN maRio aNSeLmi e GiNo Ruozzi, bologna, archetipoLibri 2010; più
ampie e penetranti sono invece le osservazioni di FRaNceSco FeRRetti, Narratore notturno. aspet-
ti del racconto nella Gerusalemme liberata, Pisa, Pacini 2010, in particolare pp. 23-48 (sulla que-
stione teorica del rapporto fra vero e verosimile) e 84-102 (più specificamente relative al rapporto
con le fonti storiografiche) e di michaeL muRRiN, History and Warfare in Renaissance epic, chica-
go, university of chicago Press 1994 (v. in particolare i capitoli su tasso); qualche utile riflessione,
soprattutto sulle implicazioni etiche e ideologiche emergenti dal confronto con le cronache, è an-
che in PietRo FLoRiaNi, Per una Gerusalemme commentata. esercizio su cinque (sei…) ottave del
poema tassiano, «Nuova Rivista di Letteratura italiana», Vi (2003), pp. 169-206: 193 sgg.; sporadi-
ci invece gli spunti nella Lettura della Gerusalemme liberata, a c. di FRaNco tomaSi, alessandria,
dell’orso 2005 (qualcosa di più si dice solo nella lettura del canto Xi di RiccaRdo bRuScaGLi,
pp. 272-73 e 289 e sgg.). Per una ricostruzione storica della Prima crociata cfr. almeno il classico
SteVeN RuNcimaN, the First Crusade and the Foundations of the Kingdom of Jerusalem in a hi-
story of the Crusades, Vol. i, cambridge, university Press 1951 (trad.it. torino, einaudi 1966).
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singoli passi o episodi del poema derivano vengono spesso citate, ma si


tratta sempre di cenni occasionali, asistematici; manca invece una ricostru-
zione generale e soprattutto critica del tipo di rapporto che il poema ‘stori-
co’ di tasso stabilisce con esse e delle modalità secondo cui le rielabora,
entro la celebre e programmatica dialettica tra vero e verosimile, ossia ap-
punto tra fatti storici e finzione poetica.
La domanda di partenza riguarda i motivi stessi che hanno indotto tas-
so a scegliere la materia storica come argomento del poema. il rapporto tra
la materia storica e il genere epico, infatti, non solo non è affatto obbligato,
ma appare anzi una linea senz’altro minoritaria nell’epica classica cui il di-
battito cinquecentesco e tasso guardano come modello di riferimento. La
risposta a tale quesito preliminare ci è fornita in modo chiaro ed esplicito
negli scritti teorici dell’autore, che è più volte intervenuto in proposito: es-
sa si inserisce infatti entro una delle questioni di poetica più discusse nel
dibattito letterario cinquecentesco.
a livello generale, per collocarla entro il suo quadro culturale di riferi-
mento, bisogna ricondurre la questione a quello che è il concetto cardine
dell’estetica classicista del Rinascimento, il concetto di imitatio. Sarà suffi-
ciente ricordare come sotto tale definizione venissero compresi e quasi fu-
si insieme (pur senza confonderli) due concetti che alla nostra prospettiva
moderna e postromantica appaiono nettamente distinti se non antitetici:
l’imitazione della natura, ossia della bellezza e dell’ordine del reale, del
mondo, e l’imitazione dell’arte, ossia dei modelli illustri, dei classici, essen-
zialmente degli antichi (ma anche di quei moderni già divenuti classici,
primo fra tutti, naturalmente, Petrarca). ma nell’estetica classicista, so-
prattutto per influsso del neoplatonismo fiorentino, l’arte era concepita
nel suo complesso come imitazione della natura, in un quadro in cui l’agi-
re dell’uomo non si situa in conflitto con la natura, come nella concezione
moderna, ma in continuità con essa. Pertanto imitazione di arte e natura
sono concepibili come un processo omogeneo, analogo, assimilabile, ben-
ché distinguibile sulla base di un diverso grado di allontanamento da un
modello pur sempre comune – secondo un concetto, in ultima analisi, de-
rivato dalla mimesis platonica con i suoi successivi gradi di allontanamen-
to delle copie (naturalmente filtrato, in seguito, anche attraverso l’opposta
concezione della mimesis espressa dalla Poetica di aristotele e dall’aristo-
telismo rinascimentale)2.

2 Per una riconsiderazione del concetto di mimesis/imitatio in una prospettiva sensibilmen-


te diversa dalle interpretazioni oggi prevalenti mi permetto di rinviare al mio volume Genealogia
della mimesis. Fra mimesis antica e imitatio rinascimentale, in corso di pubblicazione con etS.
Sulla questione cfr. fra l’altro GaLVaNo deLLa VoLPe, Poetica del Cinquecento. La Poetica aristo-
telica nei commenti essenziali degli ultimi umanisti italiani con annotazioni e un saggio introduttivo,
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entro queste generalissime coordinate culturali si inserisce anche la


questione della materia del poema epico. Se l’arte è concepita come imita-
zione della natura, del reale, dunque di ciò che è vero, ne consegue che la
materia del poema epico deve essere vera, il che significa appunto storica:
contro il trionfo della fictio celebrato dal romanzo cavalleresco, l’estetica
classicista dell’imitatio – soprattutto nella fase aristotelica che si impone a
partire anni ’30-’40 del cinquecento – rivendica con vigore la funzione co-
noscitiva della poesia, la sua dimensione veritativa, di cui la verità della
materia narrata si pone subito come immediato corollario3. il poema epico
deve dunque imitare le imprese dei grandi uomini. Naturalmente, sulla
scorta di aristotele, non si manca di distinguere in sede teorica tra storio-
grafia e poesia, ponendo così la distinzione tra vero storico e verosimile
poetico: il margine di libertà inventiva che in tal modo si concede alla poe-
sia risiede nel poter narrare non necessariamente ciò che è effettivamente
accaduto, ma anche «ciò che sarebbe potuto accadere», ciò che non con-
traddice il vero né appare implausibile e bizzarro a chi legge: ossia ciò che
è, appunto, verosimile4. Questo è il dibattito teorico adombrato nal proe-
mio della Liberata della celebre espressione «s’intesso fregi al ver» (i, 2, v.
7), con cui l’autore invoca della musa un’indulgenza verso la fictio poetica
che, apparentemente facile da ottenere e quasi scontata, in realtà si rivelerà
poi, soprattutto nella cosiddetta revisione romana, un aspetto ben più pro-
blematico di quanto tasso non si aspettasse.

bari, Laterza 1954; FeRRuccio uLiVi, L’imitazione nella poetica del Rinascimento, marzorati, mi-
lano 1959; ceSaRe VaSoLi, L’estetica dell’umanesimo e del Rinascimento, in momenti e problemi di
storia dell’estetica. Parte prima: dall’antichità classica al barocco, marzorati, milano 1983, pp. 326-
433 (in particolare Il problema dell’imitazione, pp. 345-54 e La poetica aristotelica e le dispute cin-
quecentesche sulla poesia, pp. 376-90); id., Ludovico Castelvetro e la fortuna cinquecentesca della
«poetica» di aristotele in Ludovico Castelvetro. Letterati e grammatici nella crisi religiosa del Cin-
quecento, atti della Xiii giornata Luigi Firpo (torino, 21-22 settembre 2006), a c. di maSSimo
FiRPo e Guido moNGiNi, Firenze, olschki 2008, pp. 1-24; aNNa SieKieRa, La Poetica vulgariz-
zata et sposta per Lodovico castelvetro e le traduzioni cinquecentesche del trattato di aristotele,
ivi, pp. 25-45.
3 Per la ricostruzione del vasto dibattito sul verosimile è d’obbligo il rinvio a beRNaRd
WeiNbeRG, a History of the literary Criticism in the Renaissance Italy, chicago, university Press
1961.
4 cfr. il celebre passo di aRiStoteLe, Poetica, 9 (1451a, 36-b, 6): «da quanto si è detto ri-
sulta chiaro che compito del poeta non è dire ciò che è avvenuto ma ciò che potrebbe avvenire,
vale a dire ciò che è possibile secondo verosimiglianza e necessità. Lo storico e il poeta non diffe-
riscono tra loro per il fatto di esprimersi in versi o in prosa – si potrebbero mettere in versi le sto-
rie di erodoto, e in versi come in prosa resterebbero comunque storia –, ma differiscono in
quanto uno dice le cose accadute e l’altro quelle che potrebbero accadere» (trad. it. di Guido Pa-
duano, come per le successive citazioni dallo stesso testo).
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2. La scelta della storia cristiana: verosimiglianza, immedesimazione,


meraviglioso
La questione è trattata da una delle più note pagine dei Discorsi dell’arte
poetica, l’opera teorica in cui sono esposti i principi di poetica seguiti nella
composizione della Gerusalemme liberata: ripercorriamone in breve il ra-
gionamento.
Rifacendosi ad aristotele, tasso esprime lì la preferenza per la materia
storica rispetto a quella d’invenzione «perché, dovendo l’epico cercare in
ogni parte il verisimile, […] non è verisimile ch’una azione illustre, quali
sono quelle del poema eroico, non sia stata scritta e passata alla memoria
de’ posteri con l’aiuto d’alcuna istoria»5. un soggetto epico d’invenzione,
invece, narrando un’impresa straordinaria ma sconosciuta al pubblico (ap-
punto in quanto inventata), per lo stesso motivo darebbe subito un’im-
pressione di inverosimiglianza. Quest’ultima, a sua volta, riuscirebbe d’o-
stacolo all’immedesimazione emotiva e all’evidenza rappresentativa (enar-
gia), due funzioni fondamentali della mimesis poetica secondo la concezio-
ne aristotelica6. Neanche la novità della vicenda, che accresce certamente
l’interesse del pubblico, è un argomento a favore del soggetto d’invenzio-
ne, in quanto «la novità del poema non consiste principalmente in questo,
cioè che la materia sia finta e non più udita, ma consiste nella novità del
nodo e dello scioglimento della favola»7: secondo una delle più pregnanti
osservazioni di aristotele nella Poetica, che qui tasso mostra di compren-
dere più profondamente di tanti altri letterati del Rinascimento, il poeta è
tale non in quanto inventa la trama in se stessa, ma in quanto costruisce e
reinventa i legami di senso fra gli eventi narrati, siano essi realmente acca-
duti o di finzione8.

5 toRQuato taSSo, Discorsi dell’arte poetica e del poema eroico, a c. di LuiGi Poma, bari,
Laterza 1964, p. 3.
6 da notare la circolarità di questo primo argomento: la ‘verosimiglianza’ della materia nar-
rata è garantita sufficientemente solo dalla sua effettiva ‘verità’ storica; come dire: il possibile si
dimostra senz’altro tale solo quando è effettivamente reale. L’idea è ripresa dalla Poetica di aristo-
tele, ma con una notevole forzatura: 1451b, 16-19: «La causa di ciò è che il possibile è già di per
sé credibile; di ciò che non è avvenuto noi non abbiamo ancora fiducia che sia possibile, mentre
di ciò che è avvenuto è sempre chiaro che era possibile: se non fosse stato possibile non sarebbe
avvenuto». con ciò, aristotele non intende affatto sostenere che la realtà (storica) sia argomento
preferibile per la poesia, e anzi contrappone notoriamente lo storico al poeta proprio distinguen-
do la materia da loro trattata, rispettivamente, in τὰ γενόμενα (gli eventi accaduti) e οἷα ἂν
γένοιτο (le cose quali potrebbero accadere), senza mancare di sottolineare la superiorità del se-
condo nella celebre frase per cui «la poesia è più filosofica e più seria della storia, poiché la poe-
sia si occupa piuttosto dell’universale, mentre la storia racconta i particolari» (1451b, 6-8). Sul
rapporto fra evidenza (enargia) e verosimiglianza cfr. FeRRetti, Narratore notturno…, pp. 309-73.
7 taSSo, Discorsi dell’arte poetica e del poema eroico… i, p. 5.
8 aRiStoteLe, Poetica, 1451b 26-32.
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74 FedeRico di SaNto

ma le «istorie» da preferire alle trame inventate dei romanzi, prosegue


tasso, devono comunque contemplare la presenza del meraviglioso come
ingrediente fondamentale dell’epica a rendere la narrazione «dilettevole»;
e poiché il meraviglioso è essenzialmente riconducibile al divino e al so-
prannaturale, ne consegue che «l’istoria o è di religione tenuta falsa da
noi, o di religione che vera crediamo, quale è oggi la cristiana e fu già l’e-
brea». ma il ricorso alla mitologia greco-latina, che nell’epica classica co-
stituisce senz’altro la materia epica per eccellenza, tornerebbe a dare
un’impressione di inverosimiglianza al lettore moderno per motivi di alte-
rità religiosa e storico-culturale rispetto al mondo «de’ gentili»: essa va
dunque scartata per non tornare a incorrere nelle già menzionate difficoltà
empatiche e rappresentative che scaturiscono dall’inverosimiglianza. in
conclusione, non resta che optare per la storia cristiana, dove la verosimi-
glianza storica non esclude il ricorso al meraviglioso connesso al sopranna-
turale prettamente cristiano, reso a sua volta verosimile dalla verità della
religione cristiana.
Riguardo alla complessa questione del verosimile e del suo rapporto con
il concetto di εἰκός nella Poetica di aristotele (si noti che la parola greca
non evoca in nessun modo l’idea di ‘verità’, come fa invece il termine di
origine latina) sarà bene precisare che aristotele parla di verosimiglianza in
senso molto ristretto e concreto, in relazione ad una rappresentazione pri-
va di elementi improbabili o tali da suscitare incredulità, mentre nel dibat-
tito cinquecentesco e in particolare in tasso il problema si complica, ve-
nendo a coinvolgere la ben più ampia questione culturale della verità reli-
giosa cristiana. il cristianesimo si fonda su un atto di fede in una verità di
cui non si ha alcuna prova nell’esperienza e che anzi per definizione la tra-
scende (cfr. S. Paolo, Heb. X, i: «est fides… argumentum non apparen-
tium»): è vero esattamente ciò che non è verosimile; non a caso, strumento
per eccellenza della fede cristiana, sin dal Vangelo, è il miracolo (o meglio:
la testimonianza del miracolo), ossia l’evento massimamente inverosimile
ma pur dato per vero. anche per aristotele, certamente, può ben capitare
che si verifichino eventi non verosimili («Questo è verosimile perché, come
dice agatone, è verosimile che accadano molte cose inverosimili»)9, ma
questa è per lui l’eccezione, mentre per la cultura cristiana è il fondamento
stesso di una verità ultima inattingibile ai sensi. La prospettiva di partenza
è dunque in qualche modo rovesciata tra il realismo aristotelico e il tra-
scendentalismo cristiano: il concetto di verosimiglianza non può prescin-
dere da un cambiamento tanto radicale del concetto di verità. i confini del
realismo in senso rappresentativo e dunque della verosimiglianza, secondo

9 ivi, 1456a 24-25; cfr. anche 1460a 26-27 e 1461b 11-12.


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la lezione di auerbach, sono variabili e storicamente determinati. Non a


caso tasso pone la questione esattamente in termini di storia culturale: ciò
che per gli antichi era verosimile, per i cristiani non lo è, e viceversa. d’al-
tronde, una simile argomentazione poggia a sua volta su altri passi della
Poetica di aristotele in cui la presenza dell’impossibile e del meraviglioso è
ammessa purché non generi un’impressione di inverosimiglianza, ma sia al
contrario accettata dall’opinione comune10.
La scelta più logica e consequenziale per tasso, quella di una grande
impresa cristiana, si pone immediatamente, in questo modo, sotto le inse-
gne del vero non solo storico ma anche religioso. La materia storica garan-
tisce infatti la verosimiglianza complessiva dell’opera e la sua conformità al
principio di imitazione della natura e della verità. al contempo, la dimen-
sione del meraviglioso, sentita come propria del genere epico e ad esso in-
dispensabile, può essere recuperata riconducendola appunto entro la di-
mensione cristiana: la celebre soluzione tassiana del meraviglioso verosimi-
le consiste proprio nel lasciare spazio anche a quanto sarebbe di per sé in-
verosimile – l’intervento divino dell’epica classica così come gli incanti dei
romanzi cavallereschi – attraverso l’espediente di porlo sotto la tutela di
una verosimiglianza ben più alta e autorevole di quella storica, ossia quella
della religione cristiana: così il magico può essere giustificato come diaboli-
co, il miracoloso come intervento divino. in tal modo possono essere pre-
servati, ponendoli sotto l’egida dell’indubitabile verità religiosa, anche
quegli elementi sovrannaturali fondamentali alla mitopoiesi, alla trasforma-
zione dei meri dati storici in impresa di carattere mitico appropriata alla
poesia epica.
alla soluzione del meraviglioso cristiano si aggiungerà poi anche quella
‘tarda’ dell’allegoria religiosa, che permetterà al poeta di inserire ulteriori
elementi non storici ma di finzione senza però compromettere la verosimi-
glianza, e anzi rafforzandola ulteriormente attraverso una più profonda ve-
rità teologica: se tale soluzione era nata quasi come un espediente sovraim-
posto di peso al testo già scritto del poema per agevolare la ‘revisione roma-
na’ e stornare il pericolo di censura religiosa, nella successiva rielaborazione
della Gerusalemme conquistata l’originario espediente diviene, con adesione
molto più convinta e meditata, una delle linee portanti della riscrittura e so-
prattutto dei numerosi ampliamenti del poema riformato. Nella riscrittura
dell’opera, dunque, emerge un complessivo riavvicinamento alla poetica del

10 ivi, 1460a, 27-33; 1461b, 9-15. Sul rapporto tra verità e finzione nella poetica tassiana, cfr.

tra l’altro cLaudio ScaRPati - eRaLdo beLLiNi, Il vero e il falso dei poeti. tasso, tesauro, Pallavi-
cino, muratori, milano, Vita e pensiero 1990, cap. 1 (Vero e falso nel pensiero poetico del tasso),
p. 3-34; FRaNçoiSe GRaziaNi, La vérité poétique selon le tasse, «Graphè» (Lectures de l’Écriture),
5 (1996), pp. 105-23; FeRRetti, Narratore notturno…, in particolare pp. 23-48.
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‘vero’: da una parte con una più stretta aderenza alle fonti storiche11, dal-
l’altro con un ampio ricorso all’allegoria, che è in grado di ricondurre anche
la finzione che dalla storia si discosta sotto le insegne del ‘vero’12.
oltre a tutto questo, altri elementi fondamentali alla mitopoiesi della sto-
ria secondo l’analisi tassiana sono innanzitutto una certa distanza tempora-
le, che collochi l’evento lontano dalla trivialità del contemporaneo, in un
passato sufficientemente remoto da poter essere mitizzato, ma al tempo
stesso anche un certo legame attualizzante con il presente, che cioè conferi-
sca al passato un carattere fondativo del presente, come nell’eneide virgilia-
na13. La convergenza di queste motivazioni di natura essenzialmente esteti-
ca portano ragionevolmente alla scelta della Prima crociata come materia
del poema (per quanto non sia l’unico soggetto rispondente ai criteri indivi-
duati dal poeta)14: si tratta infatti di un’impresa storica, ben documentata,
di carattere fortemente cristiano, lontana nel tempo ma non troppo da
scomparire dalla memoria collettiva, e soprattutto attuale nella contrapposi-
zione con il mondo musulmano più che mai viva al tempo di tasso15.

3. Il precedente dell’italia liberata del trissino

decisivo per la scelta tassiana della materia storica è, dunque, il coevo


dibattito sul poema eroico. tuttavia bisogna ricordare che, accanto alla
teoria, ha avuto senz’altro un peso determinante per questa scelta anche
un precedente poetico, un’opera, che a quel dibattito è peraltro preceden-
te, seppure di poco: mi riferisco all’Italia liberata da’ Goti di trissino. tra-
dizionalmente la critica tassiana ha trascurato di analizzare il rapporto della

11 cfr. ad es. toRQuato taSSo, Guidicio sovra la Gerusalemme riformata, a c. di cLaudio

GiGaNte, Roma, Salerno editrice 2000, XVii, 19-20: «io, ne la riforma della mia favola, cercai di
farla più simile al vero che non era prima, conformandomi in molte cose con l’istorie».
12 cfr. taSSo, Giudicio… p. 33: «a me ancora dovrebbe esser conceduto che fra l’istorie di

Guglielmo arcivescovo di tiro, e di Roberto monaco, e di Paolo emilio, e degli altri scrittori, i
quali cedono a mosè d’autorità e di gran lunga son inferiori, abbia avuto ardire di mescolar alcu-
ne favole o allegorie; le quali, benchè paiano false o finte ne’ particolari, sono vere nondimeno,
avendosi riguardo a l’universale, ed a l’idea in cui rimira il poeta: e per questa cagione la poesia,
come afferma aristotile, ha molto più del filosofico che non ha l’istoria»; e ancora: «e noi abbiam
già detto, con l’autorità di sant’agostino nella città di dio, non esser falso né vano quel che si-
gnifica: laonde l’allegoria, co’ sensi occulti delle cose significate, può difendere il poeta da la va-
nità e da la falsità similmente».
13 Su tale carattere della narrazione epica, in opposizione a quella romanzesca, cfr. l’ormai

classico michaiL bachtiN, epos e romanzo, in id., estetica e romanzo, torino, einaudi 2001
(1975), pp. 445-82.
14 cfr. toRQuato taSSo, Lettere, a c. di ceSaRe GuaSti, vol. V, Firenze, Le monnier 1852-

1855, lettera n. 1551, p. 214 (dell’ottobre 1565).


15 Su questo argomento, cfr. caRdiNi, torquato tasso e la crociata…
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Liberata (e tanto più della Conquistata) con questo suo importante prece-
dente, confondendo il giudizio di valore sull’opera – negativo non solo per
i moderni, ma già per tasso – con la sua influenza storico-letteraria: i due
aspetti, invece, non sono necessariamente sovrapponibili. alcuni validi stu-
di più recenti16 hanno riproposto all’attenzione della critica tale questione
fondamentale, che tuttavia, considerando l’ampiezza e la rilevanza dei con-
tatti, è ancora ben lontana dall’essere stata trattata in maniera esauriente. il
poema di trissino, infatti, influisce in modo determinante su quello tassia-
no non solo in qualità di anti-modello, dunque come un paradigma negati-
vo e proprio perciò tutt’altro che ininfluente: ben al di là questo, esso co-
stituisce anche, per tasso, il caso più sottile ed ambiguo di un precedente
letterario del quale si condividono in gran parte le scelte teoriche, di poeti-
ca, salvo poi prendere le distanze dalla loro effettiva realizzazione poetica,
che non è mai semplicemente una conseguenza diretta e tanto meno neces-
saria di quelle. egli valuta negativamente l’Italia quanto all’effettivo risulta-
to artistico, al giudizio di valore, ma quanto al progetto dell’opera e all’im-
postazione teorica che precede e guida la scrittura egli è per molti aspetti
vicinissimo a trissino e da lui influenzato in modo decisivo; anche quando
ne critica le scelte particolari, non si tratta quasi mai di un rifiuto netto, ma
semmai di un tentativo di miglioramento, di una correzione del tiro che
presuppone, al contrario, un’accettazione complessiva di una proposta giu-
dicata solo mal realizzata.
un esempio clamoroso è proprio quello del meraviglioso cristiano, una
delle soluzioni tassiane più note e meglio riuscite17: quando la critica – ra-
ramente – lo raffronta al meraviglioso in trissino, per lo più lo fa soltanto
in vista di una poco produttiva celebrazione delle scelte tassiane a fronte di
quelle aberranti e talvolta persino ridicole dell’Italia liberata; eppure si
manca quasi sempre di notare che quelle tanto apprezzate correzioni del
tasso presuppongono l’Italia come il modello senz’altro più prossimo e

16 cfr. amedeo QuoNdam, La poesia duplicata. Imitazione e scrittura nell’esperienza del tris-

sino, in atti del Convegno di studi su Giangiorgio trissino, a c. di NeRi Pozza, Vicenza 1980, pp.
67-109; SeRGio zatti, L’ombra del tasso. epica e romanzo nel Cinquecento, milano, bruno mon-
dadori 1996 (cap. 3, L’imperialismo epico del trissino, pp. 59-110); id., tasso lettore del trissino,
in torquato tasso e la cultura estense. atti del Convegno, Ferrara 10-13 dicembre 1995, a c. di
GiaNNi VeNtuRi, Firenze, olschki 1999, vol. i, pp. 597-613; cLaudio GiGaNte, «azioni formi-
dabili e misericordiose». L’esperimento epico del trissino, «Filologia e critica», XXiii (1998), pp.
44-71; id., epica e romanzo in trissino, in La tradizione epica e cavalleresca in Italia (XII-XVI
sec.), a c. di cLaudio GiGaNte e GioVaNNi PaLumbo, bruxelles, P.i.e. Peter Lang 2010, pp.
291-320: quest’ultimo è senz’altro lo studio più equilibrato e considera anche il rapporto del
poema trissiniano con la sua fonte storiografica.
17 Sulla questione del meraviglioso cristiano e diabolico si veda l’ottimo saggio di Guido

baLdaSSaRRi, «Inferno» e «Cielo». tipologia e funzione del «meraviglioso» nella Liberata, Roma,
bulzoni 1977.
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più influente: i debiti sono ben più cospicui delle modifiche. e un simile
discorso si può fare anche per la scelta della materia storica che qui ci inte-
ressa. Se tale scelta tassiana è senz’altro coerente e motivata, come abbia-
mo visto, sul piano della teoria letteraria, ancor più rilevante è l’influsso
dell’opera del trissino.
Sin dai Discorsi dell’arte poetica, la contrapposizione fra l’orlando furio-
so letto e ammirato da tutti e destinato all’eternità letteraria e invece l’Italia
liberata già obsoleta quindici anni dopo la sua pubblicazione adombra una
contrapposizione invece molto meno netta e più problematica fra romanzo
ed epica eroica: nella stesura della Liberata, queste due opere costituiranno
i due principali modelli moderni dell’una e dell’altra tendenza, notoria-
mente compresenti in quella grande formazione di compromesso che il ca-
polavoro tassiano è innanzitutto a livello di genere. Quanto alla scelta di
una grande impresa collettiva di guerra, dunque, tasso segue senz’altro il
modello trissiniano contro quello ariostesco della ventura cavalleresca, che
egli recupera nel suo poema solo secondariamente, caratterizzandolo come
errore, devianza, ritardo al compiersi dell’azione principale18. La grande
impresa storica, militare, collettiva, l’azione una di molti – come la defini-
sce tasso –, è senz’altro uno dei debiti più rilevanti verso l’ambiguo prece-
dente del poema trissiniano, le cui soluzioni sono accettate in pieno contro
la varietà di azioni e di trame del romanzo.
Naturalmente, anche qui il tiro è corretto. al carattere eminentemente
politico dell’impresa capitanata da belisario e del suo rapporto con l’attua-
lità italiana e con le idee filoimperiali dell’autore subentra la natura essen-
zialmente religiosa dell’impresa guidata da Goffredo, volta a liberare, più
ancora che la città di Gerusalemme, il sepolcro di cristo (come da proe-
mio). L’altra differenza principale, stavolta dovuta a un’esplicita critica ri-
volta al poeta vicentino, è che la narrazione non si estende come nell’Italia
alla totalità di una campagna militare pluriennale, con un effetto necessaria-
mente dispersivo, ma si concentra – come nell’Iliade – sulla sola fase con-
clusiva o comunque decisiva per la sorte dell’impresa, con effetto, per così
dire, di esserne sineddoche, pars pro toto19. ma al di là di queste divergenze
subordinate, quel che più conta è l’assoluta continuità nella scelta e nell’im-
postazione complessiva della materia del poema basata sull’azione ‘una di

18 cfr. SeRGio zatti, L’uniforme cristiano e il multiforme pagano. saggio sulla Gerusalemme

Liberata, milano, il Saggiatore 1983.


19 L’argomento tassiano contro trissino è direttamente desunto da aRiStoteLe, Poetica,

1459a, 30-35: «Perciò, come abbiamo detto, anche in questo omero appare prodigioso rispetto
agli altri, per non aver cercato di rappresentare interamente la guerra di troia, anche se essa ave-
va un inizio e una fine. La trama sarebbe risultata o eccessiva, da non potersi abbracciare con lo
sguardo, o, se contenuta nelle dimensioni, troppo intricata per varietà».
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molti’, da cui discendono tutta una serie di ulteriori elementi di continuità,


come ad esempio – solo per ricordare i principali – la questione del rappor-
to con le fonti storiche e del margine di libertà lasciato alla finzione, il pro-
tagonismo del capitano militare belisario/Goffredo, il problema di questo
protagonismo conteso dalla presenza di un eroe ‘necessario’ (corsamon-
te/Rinaldo), il meraviglioso cristiano come luogo di conciliazione fra la te-
leologia narrativa, di ascendenza classica, dell’epos e la teleologia ideologica
della moderna religione cristiana, e soprattutto – debito fondamentale ma
in sostanza ignorato o sminuito dalla critica – il ricorso al romanzesco in
funzione subordinata alla teleologia epica come sua diversione20.

4. Il rapporto intertestuale con le fonti storiografiche

Per analizzare più nello specifico il rapporto che concretamente il testo


della Gerusalemme intrattiene con le sue fonti storiche, sarà bene tener
presente, innanzitutto, che si tratta a tutti gli effetti di un rapporto di tipo
intertestuale, per quanto l’ipotesto sia costituito in questo caso da opere
storiografiche e non da testi con finalità prettamente artistiche. tuttavia la
finalità essenzialmente o principalmente documentaria di una simile tipo-
logia di testo-fonte rende tale rapporto intertestuale sensibilmente diverso
da quello con cui si è soliti confrontarsi nello studio dell’intertestualità let-
teraria, che considera innanzitutto il rapporto con testi affini, di natura
propriamente artistica. Possiamo dire anzi, in un certo senso, che la moda-
lità del rapporto sia nei due casi quasi opposta: la critica intertestuale ci in-
segna come il rapporto con un ipotesto letterario, giocato quasi sempre su
una ripresa della parole poetica e dunque anche del testo, si fondi su
un’immancabile ‘risemantizzazione’ del testo ripreso, seppure in maniera
più o meno marcata secondo i casi, tanto che se tale risemantizzazione
manca o è solo superficiale e inconsistente, ciò dà subito l’impressione di
povertà inventiva, di pedanteria, di carenza di spessore letterario: esatta-
mente al contrario della sua forma ottimale, in cui la risonanza letteraria
implica una valorizzazione e un ampliamento di senso. il rapporto con un
ipotesto storiografico, invece, guarda essenzialmente non alla parole del te-
sto ma solo al suo livello contenutistico, e pertanto esige all’opposto un at-
teggiamento filologico, di aderenza ai contenuti, di rispetto scrupoloso di
quella che non è solo finzione letteraria ma realtà storica; ogni allontana-

20 Quest’ultima questione è discussa in un mio articolo di prossima pubblicazione, elementi

romanzeschi dall’italia del trissino alla Gerusalemme tassiana, in corso di stampa in «italianistica»,
XLiV (2015).
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mento dalla verità storica dell’ipotesto è dunque sentito in un certo senso,


all’opposto della consueta prassi letteraria, come una violazione cui indul-
gere con parsimonia e di cui bisogna persino giustificarsi, tanto più in una
poetica del vero e del verosimile qual è quella tassiana: come ricordavamo
prima dal proemio della Liberata: «o musa, […] / … tu perdona / s’intes-
so fregi al ver, s’adorno in parte / d’altri diletti, che de’ tuoi, le carte». al-
terare la finzione, insomma, produce nient’altro che nuova finzione, men-
tre alterare il vero storico produce invece una sua vera e propria falsifica-
zione. tanto più che negli anni cinquanta e Sessanta del cinquecento le
traduzioni delle cronache della Prima crociata ebbero una notevole diffu-
sione e pertanto la vicenda era ben conosciuta.
ma naturalmente quello che ci interessa sono proprio questi fregi intes-
suti al vero, poiché – come in qualsiasi rapporto con un modello – le diffe-
renze sullo sfondo delle identità ci permettono di delineare la nuova strate-
gia di significati. inoltre il rapporto con le fonti storiche, che forniscono la
materia narrativa, si presenterà complessivamente come una sorta di ri-
scrittura estensiva, in cui pertanto le differenze consisteranno, ben più che
in una variazione o modifica di quanto è narrato nell’ipotesto, in una sele-
zione di ciò che interessa ad un nuovo testo di tutt’altra natura, che ha fi-
nalità non più documentaristiche e meramente informative, o tutt’al più
apologetiche, bensì eminentemente artistiche: uno spunto suggestivo, ica-
stico o magari capace di evocare risonanze letterarie può essere nettamente
privilegiato rispetto a intere pagine rilevanti ma difficilmente trasformabili
da narrazione storica in poesia narrativa. Sarebbe dunque senz’altro auspi-
cabile un’analisi che valuti complessivamente e criticamente quali aspetti
delle fonti storiche sono trascurati o del tutto obliterati, quali invece privi-
legiati, quali infine privi di ogni riscontro: in questa sede sarà possibile,
com’è ovvio, solo un rapido excursus a titolo per lo più esemplificativo.
Venendo ai testi effettivi delle fonti della Gerusalemme tassiana sulla
Prima crociata, essi sono principalmente tre21: la Cronaca di Guglielmo
di tiro, nota anche col titolo di belli sacri Historia o ancora di Historia re-
rum in partibus transmarinis gestarum22, che è la fonte di gran lunga più

21 Nel cap. 5 di ViNceNzo ViVaLdi, Prolegomeni ad uno studio completo sulle fonti della Ge-

rusalemme liberata (Da quali cronisti della prima crociata il tasso attinse per il suo lavoro), trani,
Vecchi 1904, p. 81, lo studioso ne menziona cinque: «Nelle sue lettere il tasso ricorda cinque
cronisti della prima crociata, da lui letti; e do in parentesi le indicazioni delle lettere, nelle quali si
fa menzione di essi, perché queste indicazioni non sono molto esatte e compiute nel lavoro del
Ferrazzi. Questi cronisti sono: Guglielmo arcivescovo di tiro (25, 28, 29, 47, 60, 82, 532, 707,
1378); Paolo emilio (47, 82, 532, 707); Roberto monaco (52, 82); l’abate urspergense (57) e Pro-
coldo conte di Rochese (25, 60, 82). Nel Giudizio sovra la Gerusalemme riformata il poeta però
non ricorda che i tre primi soli cronisti; ma dà ad intendere di averne letti altri».
22 GuiLLaume de tyR, Chronique, édition critique par RobeRt buRchaRd coNStaNtijN
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importante, poi la Historia Hierosolymitana di Roberto monaco (o Rober-


tus Remensis)23 e il De rebus gestis Francorum di Paolo emilio Veronese24.
Naturalmente sappiamo essere questi i testi di cui si servì principalmente
il tasso, piuttosto che altri in teoria pur disponibili25, dalla frequente
menzione che ne fa l’autore stesso nei suoi numerosi scritti teorici, dai
trattati alle lettere. il motivo di fondo di questa selezione è chiaro: si tratta
delle principali cronache già pubblicate all’epoca, e dunque più rinomate
e più facilmente reperibili. La maggior parte delle altre cronache, compre-
si i Gesta Francorum che nel medioevo avevano avuto grande fortuna,
non saranno pubblicate che nel 1611 nella raccolta di bongars26. Non mi
risulta, tuttavia, che sia stato condotto un esame accurato su quali fonti
storiche sulla Prima crociata fossero effettivamente disponibili a tasso e
quali egli abbia sicuramente o verosimilmente consultato: in una lettera
egli afferma di aver letto «molte istorie del passaggio d’oltramare»27, il
che lascia supporre che siano più di quelle che menziona nei suoi scritti
teorici: non sappiamo però con maggior precisione quali siano le altre28.

huyGeNS, turnholti, brepols 1986 (CCCm 63; d’ora in poi GuGLieLmo di tiRo, Cronaca), già
edito in Recueil des historiens des Croisades. Historiens occidentaux, vol. i, Paris, imprimerie
Royale (d’ora in poi RHC occ.) 1844 (ed. princeps col titolo belli sacri historia, basilea 1549;
trad. it. di GiuSePPe hoRoLoGGi, col titolo Historia della guerra sacra di Gerusalemme, Venezia,
Valgrisi 1562; la cronaca di Guglielmo di tiro, invece, almeno durante la composizione della Li-
berata, non fu letta dal tasso nella versione volgare del De bello a Christianis contra barbaros ge-
sto pro Christi sepulchro et Iudaea recuperandis libri IIII di beNedetto accoLti iL Vecchio re-
datta da FRaNceSco baLdeLLi col titolo La guerra fatta da’ christiani contra barbari per la recupe-
razione del sepolcro di Christo e della Giudea, Venezia, Giolito 1543: v. infra, n. 25).
23 RobeRtuS RemeNSiS (moNachuS), Historia Hierosolymitana, RHC occ. vol. iii, pp. 717-

881 (ed. princeps Venetiis, bernardinus de Vitalibus 1532, trad. it. col titolo Historia di Roberto
monaco della guerra fatta da Principi Christiani contra saracini per l’acquisto di terra santa, tra-
dotta per FRaNceSco baLdeLLi, Fiorenza, torrentino 1552).
24 PauLi aemyLii VeRoNeNSiS hiStoRici cLaRiSSimi De rebus gestis Francorum, Parisiis, apud

Vascosanum 1555, pp. 170-71 (ed. princeps: Parigi, 1539; trad. it. col titolo Historia delle cose di
Francia […] recate ora a punto dalla Latina in questa nostra lingua, Venezia, tramezzino 1559).
25 cfr. ad esempio una lettera del 1587 (ed. GuaSti, n. 813), dunque di diversi anni successiva

alla pubblicazione della Liberata: «confesso il vero: ho lette molte istorie del passaggio d’oltramare;
ma non avea letto benedetto accolti; e non l’ho letto ancora, da poi che me l’ha mandato a dona-
re». L’opera a cui il tasso fa riferimento è beNedetto accoLti iL Vecchio, De bello a Christianis
contra barbaros…. il passo citato smentisce tra l’altro l’affermazione di caRdiNi, torquato tasso e la
crociata…, secondo cui «la fonte storica primaria, attraverso la quale il tasso recuperava Guglielmo
di tiro, era la versione volgare […] di benedetto accolti». d’altra parte la questione filologica di
ricostruire in quale versione tasso leggesse la Cronaca, se in latino o in una traduzione e quale, sem-
bra piuttosto oziosa: sarebbe una questione rilevante se si trattasse di un testo poetico, ma per una
semplice fonte di contenuti storici non si vede quale potrebbe essere la reale differenza.
26 jacQueS boNGaRS, Gesta Dei per Francos, hanoviae, typis Wechelianis apud heredes

ioan. aubrii 1611.


27 cfr. n. 25.
28 Le cronache sulle crociate sono raccolte nel monumentale Recueil des historiens des
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in ogni caso, come vedremo, le cronache secondarie non vanno ignorate.


La Historia di Roberto monaco, che narra solo della Prima crociata
(1095-99), è la più antica delle tre opere, essendo l’autore coevo agli eventi e
avendo partecipato quasi certamente al concilio di clermont (1095) da cui
nacque l’iniziativa della spedizione; tuttavia si tratta di un testo piuttosto
breve, e la sezione dedicata all’assedio di Gerusalemme, nel libro iX, è estre-
mamente sintetica. La Cronaca di Guglielmo di tiro, invece, pur successiva
di poco meno di un secolo agli avvenimenti, è molto più ampia e dettagliata,
anche perché l’autore visse nei luoghi della crociata, ricoprendo la carica di
arcivescovo di tiro, e poté dunque avere accesso a fonti più ampie e precise:
all’assedio di Gerusalemme è dedicato l’intero libro Viii della Cronaca, che

Croisades. Historiens occidentaux… voll. i-V (i volumi successivi contengono i testi degli storici
orientali e di quelli arabi). oltre a quelle già citate, le principali cronache sulla Prima crociata – a
prescindere dalla questione di quali tasso avesse letto – sono le seguenti: 1) aNoNimo, Gesta
Francorum et aliorum Hierosolymitanorum (o semplicemente Gesta Francorum, olim tudebodus
abbreviatus), RHC occ. vol. iii, pp. 1-116, poi ed. RoSaLiNd hiLL, London 1962 (trad. it. a c. di
LuiGi RuSSo, alessandria, dell’orso 2003); 2) PetRuS tudeboduS o tudeboViS (PieRRe tude-
bode), Historia de Hierosolymitano itinere, RHC occ. vol. iii, pp. 119-63, poi edd. johN h. hiLL
e LauRita L. hiLL, introd., note e trad. PhiLiPPe WoLFF, Paris 1977; 3) aNoNimo, Cronaca di
monte Cassino, o Historia peregrinorum euntium Jerusolymam ad liberandum sanctum sepulcrum
de potestate ethnicorum, noto anche come tudebodus imitatus et continuatus, RHC occ. vol. iii,
pp. 167-229, riedito recentemente col titolo Historia de via et recupeatione antiochiae atque Ieru-
solymarum, a c. di edoaRdo d’aNGeLo, Firenze, edizioni del Galluzzo 2009; 4) RaimuNduS de
aGuiLeRS (RaymoNd d’aGuiLeRS), Historia Francorum qui ceperun Iherusalem, RHC occ. vol.
iii, pp. 231- 309, poi riedito con il titolo Le ‘Liber’, edd. johN h. hiLL e LauRita L. hiLL, in-
trod., note e trad. PhiLiPPe WoLFF, Paris, Geuthner 1969; 5) FuLcheRiuS caRNoteNSiS (FuL-
cheRio di chaRtReS), Historia Hierosolymitana, RHC occ. vol. iii, pp. 311-485; 6) aLbeRtuS
aQueNSiS (aLbeRto di aQuiSGRaNa), Historia Hierosolymitana, RHC occ. vol. iV, pp. 269-713;
7) eKKehaRduS uRauGieNSiS (eKKehaRd di auRa), Hierosolymita: De oppressione, liberatione ac
restauratione Jerosolymitanae ecclesiae, RHC occ. vol. V, pp. 7-40, il quale riprende in gran parte,
almeno per la sezione che ci interessa, il materiale del suo predecessore buRchaRduS uRSPeRGeN-
SiS, Chronicon a Nino rege assyriorum magno usque ad Fridericum II Romanorum imperatorem; 8)
baLdRicuS doLeNSiS o buRGuLieNSiS (baLdRico di doL o di bouRGueiL), Historia Hierosolymi-
tana, RHC occ. vol. iV, pp. 10-110; 9) GuibeRtuS NoViGeNSiS (GuibeRto di NoGeNt), Dei gesta
per Francos, RHC occ. vol. iV, pp. 116-263, poi ed. RobeRt buRchaRd coNStaNtijN huyGeNS,
turnhout, brepols 1996 (CCCm, 127a); 10) l’abbreviazione di Fulcherio di chartres di autore
aNoNimo, Gesta Francorum Iherusalem expugnantium, RHC occ. vol. iii, pp. 491-543; 11) Ra-
duLFuS cadomeNSiS (RaouL de caeN), Gesta tancredi, RHC occ. vol. iii, pp. 587-710. Le prime
tre cronache menzionate (Gesta Francorum, tudebodus e tudebodus imitatus) sono la riscrittura e
spesso la trascrizione letterale, variamente ampliata, abbreviata o contaminata, di uno stesso testo
risalente a un testimone oculare della crociata. Quanto a beRNaRduS theSauRaRiuS (attr.), Liber
de acquisitione terrae sanctae, edito da LodoVico aNtoNio muRatoRi in Rerum Italicarum scrip-
tores, Vii, t. i, pp. 659 sgg. da un manoscritto estense, che muratori riteneva un testo autonomo,
si è capito che si tratta solo di una ritraduzione in latino ad opera del frate PiPiNuS boNoNieNSiS
di una traduzione medievale in francese della Cronaca di Guglielmo di tiro (stampata in calce al-
l’originale latino in RHC occ. vol. i). Sulle fonti storiche relative alle crociate cfr., oltre alle intro-
duzioni alle edizioni citate, anche the Crusades and their sources: essays Presented to bernard
Hamilton, ed. johN FRaNce e WiLLiam G. zajac, brookfield, ashgate 1998.
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annovera 24 capitoli e costituisce senz’altro la fonte storica principale per la


Gerusalemme Liberata (come era già la fonte storica del frammento giovanile
del Gierusalemme). molto posteriore invece è il De rebus gestis Francorum di
Paolo emilio Veronese, umanista vissuto tra quindicesimo e sedicesimo se-
colo, storico di corte nella Parigi di Luigi Xii, per il quale scrisse la grande
opera storiografica di cui la vicenda della Prima crociata, che rielabora natu-
ralmente fonti storiografiche precedenti, è solo una sezione molto circoscrit-
ta entro una grande ricostruzione della storia francese.
Riguardo alle fonti secondarie, sarà bene ricordarne comunque qualcu-
na. La cronaca del genovese caffaro di Rustico di caschifellone, intitolata
De liberatione civitatum orientis29, non viene mai menzionata negli studi
tassiani, eppure alcuni indizi rilevanti mi inducono a supporre che il poeta
l’avesse letta: scritta dal cronista che partecipò alla spedizione al seguito di
Guglielmo embriaco (il Guglielmo ligure della Liberata), essa testimonia
fra l’altro il fondamentale contributo che i genovesi diedero alla costruzio-
ne delle macchine per l’assedio di Gerusalemme ma soprattutto – spunto
soprannaturale assente nelle altre cronache – narra l’apparizione in sogno
dell’angelo Gabriele da cui origina la crociata così come, nel poema, la
marcia verso Gerusalemme30. Questione ancora irrisolta è invece quella
della cronaca di Procoldo o Rocoldo conte di Prochese, che tasso menzio-
na in due lettere (e senza dubbio in una terza, dove però manca il nome)31
e che partecipò anch’egli alla crociata, secondo la testimonianza di una
delle lettere e la sua menzione nella Gerusalemme conquistata32: il testo
della cronaca che il poeta dice di aver ricevuto dal duca di Ferrara non
sembra infatti esserci pervenuto, né abbiamo alcuna notizia dell’autore.
tutto ciò che si può dedurre dalla Conquistata è che fosse un conte pro-
venzale o francese; d’altronde in una delle lettere il poeta ne parla appunto
come la cronaca «francese». in realtà la soluzione dell’enigma non è diffici-
le, ma dal momento che la sua trattazione richiederebbe qui troppo spazio,
portandoci lontano dal nostro tema, e che ha delle rilevanti implicazioni ri-
guardo alle fonti sulla Prima crociata, mi limito a rinviare ad un mio pros-
simo contributo specificamente riservato ad essa.

29 RHC occ. vol. V, pp. 41-73.


30 V. infra paragrafo 7 (Il meraviglioso ‘storico’).
31 taSSo, Lettere, 25, 60, 82, ed. Guasti. incerto è persino il nome del cronachista, dato che

tasso lo chiama una volta Rocoldo di Prochese, un’altra Procoldo di Rochese; la Conquistata
presenta invece la forma Procoldo conte di Prochese (ma in un’altra occorrenza la lezione, pro-
babilmente erronea, è Precoldo).
32 taSSo, Gerusalemme Conquistata, i, 52, vv. 5-8: «Né Procoldo avverrà che ’l desio cange /

d’andar co’ primi e più famosi a paro, / co’ settecento suoi che scelti a prova / fûro in Prochese;
e non fu gente nova»; come Procoldo egli è menzionato anche in Xiii, 25 e XiV, 45, come Pre-
coldo in XX, 9.
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84 FedeRico di SaNto

Riguardo alle fonti secondarie in generale33, in questa sede sarà suffi-


ciente notare che è difficile – in assenza di una menzione esplicita – stabili-
re quali tasso avesse effettivamente letto, dal momento che esse non sol-
tanto narrano gli stessi eventi, ma in gran parte rielaborano fonti comuni e
si contaminano tra loro. uno scrupoloso esame filologico delle riprese qua-
si letterali e soprattutto dei particolari presenti in un’unica cronaca potreb-
be permettere in molti casi di dirimere la questione; tuttavia arrivare a con-
clusioni certe è comunque difficile. basti un esempio. Nei Gesta tancredi
di Raoul de caen, capp. cXii-cXiii, si narra che tancredi di notte, all’ar-
rivo a Gerusalemme, sale da solo sul monte oliveto per contemplare la
città e pregare, e subito dopo vi incontra un eremita; il passo è ripreso an-
che nella Historia peregrinorum euntium Jerusolimam del manoscritto di
montecassino, nota come tudebodus imitatus et continuatus, capp. ciX-
cXi. La sorprendente corrispondenza con l’ascesa di Rinaldo al monte
oliveto nel canto XViii (come nel poema, l’eroe si reca di notte, da solo,
sul monte oliveto; segue una scena di contemplazione e preghiera; l’eroe
incontra un eremita, laddove Rinaldo è mandato sul monte da Pietro l’ere-
mita) non mi pare sia mai stata notata dagli studi sulle fonti o dai commen-
ti. dato che nessun’altra cronaca riporta l’episodio sembrerebbe doveroso
concludere che tasso certamente si rifaccia ad una di queste due. eppure è
molto difficile pensare che egli potesse leggere i Gesta tancredi, il cui ma-
noscritto – l’unico che abbiamo, forse autografo – fu riscoperto in Francia
solo nel 1716 e pubblicato l’anno seguente; meno improbabile, ma pure
non facile, è ipotizzare che tasso conoscesse il testo del manoscritto di
montecassino noto come tudebodus imitatus: esso fu riscoperto e pubbli-
cato solo nel 1697. affermare che egli avesse accesso a uno di questi due
testi, entrambi traditi da un unico manoscritto riscoperto ben oltre la mor-
te del poeta, sarebbe un azzardo. che egli ne avesse letta una copia in se-
guito perdutasi? che i due testi abbiano una fonte comune in una delle
cronache non arrivate fino a noi? ma l’episodio, di carattere così poco cro-
nachistico, sembrerebbe senz’altro un’invenzione ‘poetica’ del prosimetro
di Raoul, la più ‘letteraria’ fra le cronache della crociata… Resta il fatto
che le corrispondenze con l’episodio tassiano sono piuttosto sorprendenti.
eppure in questo caso specifico, utile ad esemplificare quello che po-
trebbe essere il modo di procedere, mi pare di poter dimostrare con un
certo margine di sicurezza che tasso leggesse tudebodus imitatus. Già l’e-
pisodio di tancredi sul monte oliveto, di cui non c’è traccia al di fuori
delle due cronache menzionate, è altamente indicativo. ma altri indizi che
ho trovato (e se ne potrebbero trovare certamente degli altri) mi paiono

33 Raccolte, dopo Guglielmo di tiro, in RHC occ. voll. ii-V.


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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 85

dirimere ogni dubbio: 1) Subito dopo la scena del monte oliveto segue la
narrazione di come sia tancredi, per ben due volte, a trovare il legname
con cui saranno costruite le macchine d’assedio; la prima volta lo trova in
delle «latebrae», la seconda volta «sub rupe cavata, quae erat circum clau-
sa arboribus umbrisque horrentibus»34, che ricordano da vicino l’«alta fo-
resta, / foltissima di piante antiche, orrende, / che spargon d’ogni intorno
ombra funesta» (G.L. Xiii, 2): l’iterazione della ricerca del materiale per le
macchine e soprattutto la sua connessione con tancredi, presenti unica-
mente in Raoul e nel manoscritto cassinese che anche in questo passo lo
rielabora, mi sembrano senz’altro il necessario trait d’union tra il collettivo
taglio del bosco menzionato in molte altre cronache e la ventura individua-
le di tancredi, iterata poi da Rinaldo, in cui tasso lo trasforma. Gli episodi
di disincanto della selva dei canti Xiii e XViii hanno dunque anch’essi il
loro spunto originario in una fonte storica, tudebodus imitatus o meno ve-
rosimilmente Raoul, cui sovrappongono il meraviglioso demoniaco di
ismeno. 2) L’inciampo della torre mobile nel finale del canto Xi, da cui
originano indirettamente la sortita notturna di clorinda e argante e poi la
morte di lei, viene anch’esso da tudebodus imitatus e manca invece in Gu-
glielmo di tiro e negli altri cronachisti. 3) La conferma definitiva mi pare
data dal fatto che ugone (hugo magnus) fratello del re di Francia in tasso
risulti già morto, mentre in realtà era solo assente da Gerusalemme, aven-
do abbandonato la crociata dopo la presa di antiochia: morirà a tarso solo
nel 1107. tutte le cronache lo testimoniano. Si è ipotezzato35 che tasso al-
teri questo dato per tacere un fatto disonorevole per i crociati. ma allora
avrebbe potuto semplicemente fingere che anche ugone fosse a Gerusa-
lemme, come fa per Solimano; né d’altronde egli è un disertore: sono gli
stessi capi crociati ad averlo inviato in missione a costantinopoli. in realtà,
a cercare con attenzione, si scopre che l’alterazione nasce da un’ambiguità
presente solo in un passo di tudebodus imitatus, dove si dice di come l’e-
sercito fosse ormai decimato all’arrivo a Gerusalemme:
Verum exercitus peregrinus partim bellis partim morbis attritus, praesertim
Gallorum comitum, videlicet Stephani, hugonis magni, necnon boamundi princi-
pis absentia in tantum minoratus erat, ut non dicam turres natura munitas tentaret
obsidione cingere […]36

tasso interpreta i genitivi «Stephani, hugoni magni» come apposizioni di


«Gallorum comitum», mentre in realtà sono retti dal successivo «absentia»,

34 tudebodus imitatus… cXiV e cXVi-cXVii.


35 così ad es. Ferrari, come riportato nel commento di cerboni baiardi a Gerusalemme Libe-
rata, i, 37.
36 tudebodus imitatus… cXiii.
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86 FedeRico di SaNto

da cui tasso fa dipendere invece il solo genitivo «boamundi»: il «praeser-


tim» fa appunto pensare che si stia specificando il nome di alcuni fra colo-
ro che sono morti per guerra o malattia («partim bellis, partim morbis»). il
passo è in effetti ambiguo, e tasso lo interpreta nel senso erroneo, ritenen-
do dunque che ugone sia morto. L’accenno che in Gugliemo di tiro chia-
risce che era soltanto andato via sfugge al poeta perché è nel libro X, evi-
dentemente molto meno frequentato da tasso rispetto ai passi relativi al-
l’assedio di Gerusalemme, com’è appunto quello di tudebodus imitatus da
cui origina l’errore. Nessun’altra cronaca presenta una simile ambiguità.
anche qui l’anonimo del manoscritto cassinese riprende quasi alla lettera
Raoul de caen: in Raoul, tuttavia, l’ambiguità non sussiste più, data la ri-
petizione «absentationibus […] absentia»:
Porro exercitus advena, partim bellis, partim morbis attritus, praesertim Gallo-
rum comitum, Stephani hugonisque, absentationibus, necnon boamundi princi-
pantis absentia minoratus, nec muro humiliori sufficiebat oppugnator […]37

tudebodus imitatus modifica il testo per evitare la ripetizione, ma in tal


modo genera un’ambiguità che porta tasso a ritenere che ugone sia morto.
Se ne deve concludere che tasso leggesse tudebodus imitatus e non Raoul
de caen, altrimenti questo fraintendimento non avrebbe avuto luogo. L’evi-
denza di questi passi dimostra inequivocabilmente, mi pare, che tasso leg-
gesse, se non il manoscritto cassinese, una copia di quello stesso testo.
come si vede, chiamare in causa la molteplicità di fonti cui pure tasso
fece certamente ricorso finirebbe per trasformare in un intricato groviglio
storico-filogico quella che vuole essere invece, in questa sede, una questio-
ne eminentemente letteraria: il rapporto di un autore con la materia della
sua opera. L’analisi, dunque, dopo questo quadro generale, potrà più pro-
ficuamente limitarsi alla presenza nel testo della Liberata della fonte princi-
pale, la Cronaca di Guglielmo di tiro: essa sola è più che sufficiente a dare
un’idea complessiva dell’incidenza del dato storico nella trama del poema
e delle modalità di rielaborazione; le altre fonti sono senz’altro secondarie
rispetto ad essa e solo raramente, per episodi per lo più marginali, forni-
scono spunti che siano del tutto assenti in Guglielmo di tiro. inoltre, dato
che si tratta di un’analisi mai affrontata in maniera complessiva e ap-
profondita, è meglio evitare di complicare il quadro considerando anche le
altre fonti storiche, tanto più che un primo bilancio complessivo non ne ri-
sulterebbe nella sostanza modificato. Per facilitare l’analisi ho tracciato un
primo sintetico schema della presenza della Cronaca di Guglielmo di tiro
nella Gerusalemme liberata (v. sez. 11. aPPeNdice), con numerosi riferi-

37 ivi, cXiV-cXVii.
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menti anche ad altre cronache: naturalmente tale schema non ha pretesa di


esaustività, ma si limita a registrare i contatti fondamentali a livello narrati-
vo, ossia gli spunti che hanno generato scene o episodi interi del poema o
anche elementi più circoscritti ma dotati di forte valore simbolico: per dir-
la in termini strutturalisti, gli elementi più importanti tanto sull’asse sintag-
matico quanto su quello paradigmatico. ho tralasciato invece i frequenti
dettagli secondari desunti dal testo storiografico, meno rilevanti, sui quali
avrà senso tornare solo dopo aver studiato a fondo il quadro complessivo.

5. La rielaborazione della cronaca di Guglielmo di tiro

Partiamo dalla considerazione più ovvia: scorrendo lo schema in appen-


dice, si nota immediatamente che i punti del testo dove è maggiore la pre-
senza della fonte storiografica sono quelli di natura epica, e in particolare
prettamente bellica, mentre le sezioni più romanzesche se ne discostano
maggiormente se non del tutto. i canti di carattere prevalentemente o inte-
gralmente romanzesco, come il quarto, con il concilio infernale e l’arrivo di
armida al campo cristiano, o il grande blocco dei canti 14, 15 e 16, con il
viaggio prodigioso di carlo e ubaldo per recuperare Rinaldo prigioniero
di armida, sono naturalmente del tutto privi di rapporto con le fonti sto-
riografiche sulla crociata, essendo completamente frutto dell’invenzione
dell’autore. i canti, invece, dove maggiore è il contatto con le fonti storio-
grafiche sono comprensibilmente quelli che narrano delle due battaglie
principali: l’undicesimo, con il primo assalto – fallito – a Gerusalemme,
che segue in maniera piuttosto fedele il testo del libro Viii della Cronaca
nei capitoli 11 (processione al monte oliveto) e 6 contaminato con 13 (pri-
mi scontri e battaglia vera e propria, interrotta dal sopraggiungere della
notte), e poi i tre canti finali, con l’assalto decisivo alla città e la quasi con-
temporanea battaglia con l’esercito egiziano giunto in soccorso dei pagani
di Gerusalemme, che segue essenzialmente i capitoli dal 15 al 21.
tuttavia, quanto a quest’ultima grande sezione finale, possiamo subito
fare una considerazione meno ovvia e più interessante sul modo tenuto da
tasso nel rapportarsi alla storia: il sopraggiungere dell’esercito egiziano in
soccorso di Gerusalemme e la grande battaglia con i crociati che si svolge
nell’ultimo libro del poema risultano da un trattamento molto libero delle
fonti storiche, che indulge senza troppe preoccupazioni ad un anacronismo
di diversi mesi. come lo stesso tasso scrive, infatti, nella lettera contenente
anche la ‘favola della Gerusalemme’,
i fatti sono aggranditi da me, ma per altro passarono così: la gran giornata fra
gli egizii ed i cristiani parimente: ben è vero che seguì alquanti mesi dopo l’espu-
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88 FedeRico di SaNto

gnazione di Gerusalemme, ed alquante miglia più lontano; ma queste piccole dif-


ferenze del luogo e del tempo, da qual poeta sono considerate?38

La battaglia contro l’esercito egiziano è sì un fatto storico, narrato da


Guglielmo di tiro nel libro iX, ma si svolse alcuni mesi più tardi rispetto
all’assedio di Gerusalemme, quando ormai la città era da tempo in mano
dei cristiani, e per di più fu combattuta non già nei pressi di Gerusalemme
bensì ad ascalona. Si tratta naturalmente, come queste poche righe chiari-
scono perfettamente, della libertà del poeta rispetto allo storico, che può
indulgere anche ad anacronismi e deformazioni tanto vistose del dato sto-
rico purché rientrino appieno, come in questo caso, nell’ambito del verosi-
mile. Questo ci porta dunque a una considerazione forse non così ovvia: il
verosimile di cui parla il tasso teorico, ad esempio nella pagina dei Discorsi
dell’arte poetica citata in apertura, non è necessariamente l’‘invenzione’ ve-
rosimile, che narra ciò che la verità storica tace, ma può benissimo essere
anche una vera e propria ‘falsificazione’ a fini poetici del dato storico nel
suo complesso. Non che nei Discorsi dell’arte poetica manchi la legittima-
zione teorica di simili manipolazioni del vero storico, che come di consue-
to si appoggia all’autorità di aristotele: esponendola, anzi, tasso mostra di
comprendere, se non la lettera, certamente il senso profondo dell’opposi-
zione aristotelica tra «fatti accaduti» e «fatti quali sarebbero potuti accade-
re» nel ricondurla all’autonomia delle strategie significative dell’opera:
ma peroché quello che principalmente constituisce e determina la natura della
poesia, e la fa dall’istoria differente, è il considerar le cose non come sono state, ma
in quella guisa che dovrebbono essere state, avendo riguardo più tosto al verisimile
in universale che alla verità de’ particulari, prima d’ogn’altra cosa deve il poeta av-
vertire se nella materia, ch’egli prende a trattare, v’è avvenimento alcuno il quale,
altrimente essendo successo, avesse o più del verisimile o più del mirabile, o per
qual si voglia altra cagione portasse maggior diletto; e tutti i successi che sì fatti tro-
varà, cioè che meglio in un altro modo potessero essere avvenuti, senza rispetto alcu-
no di vero o di istoria a sua voglia muti e rimuti, e riduca gli accidenti delle cose a
quel modo ch’egli giudica migliore, co ‘l vero alterato il tutto finto accompagnando.

tuttavia simili affermazioni, negli scritti teorici, risultano senz’altro margi-


nali rispetto alla funzione legittimante attribuita nel complesso alla storicità
delle vicende narrate, che lì resta il vero nucleo di interesse della discussione.
Quanto ai motivi specifici che inducono tasso a questa macroscopica
manipolazione del dato storico relativo all’arrivo dell’esercito egiziano (cer-
to non annoverabile fra le «piccole differenze» di cui egli parla, in modo
evidentemente autoapologetico), non essendo essi esplicitati dall’autore nei

38 taSSo, Lettere, 82, luglio 1576, ed. GuaSti, p. 212 (a orazio capponi).
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suoi scritti teorici possiamo soltanto provare a ipotizzarli. Senza dubbio


gioca un suo ruolo, nella distorsione anacronistica, l’esigenza di completare
la narrazione con quello che è un evento determinante per stabilizzare il
dominio cristiano su Gerusalemme: paradossalmente, falsificare il dato sto-
rico è in questo caso funzionale a un’esigenza di completezza e dunque in
qualche modo, anche dal punto di vista storico, di maggiore veridicità39.
ma questa spiegazione non basta a rendere conto di uno stravolgimento
così clamoroso, tanto più che per il resto del poema la complessiva aderen-
za alle fonti storiografiche – salvo il meraviglioso e il romanzesco, natural-
mente – è sostanzialmente rispettata. Nel contraddire il dato storico, è
plausibile che la motivazione di fondo sia dunque prettamente letteraria: è
evidente, d’altronde, che in un’opera che resta pur sempre opera di finzio-
ne le esigenze letterarie sono sempre prioritarie e sovraordinate rispetto a
quelle di verosimiglianza (come d’altronde mostra la stessa concezione tas-
siana del meraviglioso cristiano, ossia di una palese violazione del principio
di verosimiglianza che deve essere ricondotta ad esso soltanto secondaria-
mente, attraverso una giustificazione della sua presenza: il vero nucleo di
interesse è e resta proprio questa presenza anomala e contraddittoria). Ri-
flettendo da questo punto di vista, appare innegabile che l’arrivo dell’eser-
cito egiziano intende essere strutturalmente funzionale alla creazione di un
finale del poema letterariamente adeguato. ma allora bisogna chiedersi co-
me mai non bastasse a questo scopo la sola battaglia sul fronte di Gerusa-
lemme e perché l’autore sentisse l’esigenza di duplicarla anche su un se-
condo fronte.
dobbiamo partire dal presupposto che, come sempre in un testo lette-
rario di alto livello, una duplicazione di qualsiasi tipo non è mai veramen-
te tale, non è mai banalmente tautologica o ridondante, ma acquisisce
sempre un significato suo proprio, autonomo, parzialmente nuovo rispet-
to all’elemento che sembra duplicare. Qual è dunque la differenza della
battaglia con gli egiziani rispetto al fronte ‘interno’ di Gerusalemme?

39 Viene in mente una dichiarazione di Gabriel García márquez riguardo al numero di morti

del massacro alla stazione di ciénaga, che nell’episodio ispirato a quei fatti in Cent’anni di solitu-
dine vengono moltiplicati iperbolicamente a tremila: «erano ventotto, soltanto ventotto. ma se io
nel mio romanzo avessi scritto ventotto, avrei mentito. Per raggiungere il livello di verità che mi
interessava produrre dovevo per forza mentire, cioè mettere nel testo una cifra che in qualche
modo rendesse davvero il significato terribile, reale, di quel che era successo tanti anni fa nella
storia della mia colombia» (da una conversazione con hernàn Loyola, a pranzo con Gabriel
García tra Roma e macondo, «La nuova Sardegna», Sassari, 22 ottobre 1982, cit. in GabRieL
GaRcía máRQuez, opere narrative, vol. i a c. di RoSaLba camPRa, milano, mondadori 1987, p.
1006). Senza volerne fare una regola generale, la radicale diversità fra l’esposizione storiografica
e il linguaggio letterario, si potrebbe dire, in casi simili sembra insomma implicare che, per man-
tenere uno stesso livello di veridicità nel passaggio dall’una all’altro, il dato storico debba essere
proporzionalmente alterato.
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90 FedeRico di SaNto

Quali differenti strategie letterarie innesca? a ben guardare, si tratta di


due generi di battaglia affatto diversi: da un lato una battaglia d’assedio,
dall’altro una in campo aperto. e se non sono certo le differenze di tecnica
militare e la loro rappresentazione ad interessare al poeta, allora la diffe-
renza che gli interessa, come dicevamo, è eminentemente letteraria: non si
tarderà ad accorgersi, seguendo questo ragionamento, che i referenti lette-
rari a cui queste due modalità di battaglia rimandano sono anch’essi ben
distinti e condotti secondo diverse modalità narrative. La grande battaglia
in campo aperto, insomma, rimanda a tutt’altri modelli rispetto alla batta-
glia d’assedio ed è senz’altro la forma più canonica di battaglia nella poesia
epica: la stessa Iliade, archetipo di ogni epica di guerra, pur narrando di un
assedio, in effetti presenta solo battaglie in campo aperto, essendo la presa
di troia fatto esterno all’orizzonte narrativo del poema e soltanto alluso.
La tipologia secondaria della battaglia d’assedio, invece, rimanda semmai
alla Ilioupersis dell’eneide nel libro ii e all’assedio portato da turno al
campo troiano nel libro iX (modello tra l’altro della celebre irruzione di
Rodomonte in Parigi nel Furioso, la rodomontata per antonomasia), le
quali si svolgono secondo schemi del tutto diversi, che danno poco spazio
alla figura propriamente eroica e alla sua modalità di rappresentazione per
eccellenza, il duello, lasciando spazio piuttosto all’oltracotanza, all’eccesso
di violenza, alla sopraffazione unilaterale. d’altronde si vede bene che la si-
tuazione impari presupposta da un assedio è di per se stessa eccezionale e
inadatta (per entrambe le parti coinvolte) alla rappresentazione del valore
guerresco individuale emergente dallo sfondo collettivo, fondamento delle
forme di rappresentazione di ogni epica bellica.
Sulla base di tali considerazioni non sarà dunque difficile individuare,
anche con una certa dose di sicurezza, proprio in questa diversità nelle mo-
dalità di rappresentazione prettamente letterarie la motivazione precipua
dell’anacronismo messo in atto dal tasso: egli intendeva verosimilmente
ampliare le possibilità rappresentative della grande battaglia posta a con-
clusione del poema dalla forma secondaria e atipica della battaglia d’asse-
dio alla ben più ricca e canonica battaglia in campo aperto; non a caso, l’e-
sito più evidente che questa scelta permette è di dar luogo ai due grandi
duelli finali fra tancredi e argante e fra Rinaldo e Solimano (quest’ultimo,
non a caso, con uno stratagemma deve essere appunto condotto dall’autore
fuori dalla città assediata in cui pure si trova proprio per adempiere alla
funzione narrativa del grande duello eroico cui è destinato, e che nell’asse-
dio non potrebbe avere spazio)40, oltre a garantire secondariamente anche

40 che poi questo duello si trasformi in una vera e propria esecuzione, ossia in un duello

mancato, è altra questione.


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possibilità ulteriori come la conclusione proto-melodrammatica della vi-


cenda di Rinaldo e armida. in tal modo egli ottiene dunque di accrescere
quella combinazione di ‘espettazione’ e ‘diletto’ di cui parlano i Discorsi.
Sarà bene ricordare anche come una delle principali modifiche agli
equilibri strutturali del poema nel lungo processo di riscrittura che porta
dal frammento giovanile del Gierusalemme alla Liberata e infine alla Con-
quistata riguarda proprio il rapporto con le fonti storiche. Naturalmente
un vero confronto con il Gierusalemme, che copre solo il segmento iniziale
del futuro poema, non è possibile, ma è utile ricordare, con Raimondi, che
almeno per l’episodio dell’arrivo dell’esercito crociato a Gerusalemme il
rapporto del frammento veneziano con la Cronaca di Guglielmo di tiro ri-
vela per buona parte «una fedeltà così puntigliosa, così ligia agli schemi del
modello» da far pensare che il giovane tasso abbia lavorato «tenendo ad-
dirittura dinanzi a sé la pagina del cronista, e cercando poi di convertirla,
di nobilitarla in discorso poetico con un lavoro paziente di riduzione e di
intarsio»41: benché un campione così limitato non possa avere se non un
significato molto parziale, e per quanto già il primo abbozzo dell’ambasce-
ria riveli una situazione parzialmente diversa (anche per la diversità fra un
episodio corale e descrittivo e una scena più prettamente narrativa e anzi
essenzialmente dialogata), è chiaro che un’aderenza così stretta alla fonte
storiografica tradisce la necessità di una riflessione sul rapporto fra vero
storico e invenzione ancora in gran parte da affrontare. cosa che sarà fatta
appunto, poco dopo, nei Discorsi dell’arte poetica.
Quanto alla Conquistata42, poi, fra i tratti più caratteristici dell’inaspri-
mento in senso epico del poema riformato va annoverata senz’altro, come
si accennava prima, la maggiore presenza del dato storico rispetto al dato

41 ezio RaimoNdi, un episodio del Gierusalemme, in id., Rinascimento inquieto, Palermo,

manfredi 1965, pp. 175-94. Quanto alla rielaborazione in senso letterario del materiale desunto
da Guglielmo di tiro nell’episodio analizzato, lo studioso sottolinea in particolare il rapporto
con l’amadigi di bernardo tasso e l’incompiuto amor di marfisa di danese cataneo, rintraccian-
do numerosi contatti testuali. Sul rapporto tra il frammento giovanile e la Cronaca cfr. anche, sul-
la scorta di Raimondi, GiuNta, torquato tasso e la guerra santa… e FeRRetti, Narratore nottur-
no…, pp. 50-55; quest’ultimo, nonostante alcune valide osservazioni, a mio avviso giunge tutta-
via a conclusioni in parte indebite sul rapporto vero-verosimile, che farebbe del Gierusalemme
un esperimento «di segno ancora trissiniano»: non si vede come si possa delineare per il primo
abbozzo del tassino una qualche poetica della verosimiglianza narrativa, che evidentemente pre-
suppone una visione d’insieme della struttura narrativa dell’opera, quando il frammento si inter-
rompe, in sostanza, prima ancora che l’azione vera e propria abbia inizio.
42 il diverso rapporto con la materia storica nella Conquistata è spesso affrontato nei princi-

pali studi recenti sull’argomento; si vedano almeno: maRia teReSa GiRaRdi, tasso e la nuova
Gerusalemme. studio sulla conquistata e sul Giudicio, Napoli, edizioni Scientifiche italiane
2002; cLaudio GiGaNte, «Vincer pariemi più sé stessa antica». La Gerusalemme conquistata nel
mondo poetico di torquato tasso, Napoli, bibliopolis 1996; matteo ReSidoRi, L’idea del poema.
studio sulla Gerusalemme conquistata di torquato tasso, Pisa, Scuola Normale Superiore 2004.
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92 FedeRico di SaNto

d’invenzione, probabilmente anche sulla scorta della rivalutazione del tris-


sino (senza però dimenticare anche la nuova libertà rispetto al vero storico
garantita dal programmatico ricorso all’allegoria). Nella Conquistata si
hanno infatti almeno due grandi sezioni in più che mostrano una stretta
aderenza al dato storico: una, la principale, con l’introduzione di una terza
grande battaglia, quella presso ioppe, desunta dal capitolo 9 del libro Viii
della Cronaca di Guglielmo di tiro, che nella Liberata era stato quasi del
tutto trascurato; l’altra con la sostituzione dell’episodio di olindo e Sofro-
nia con una lunga ekphrasis che descrive un padiglione istoriato su cui so-
no rappresentati gli eventi precedenti della spedizione dei crociati: attra-
verso questo espediente tipicamente rinascimentale, che vale di norma a
proiettare la storia entro la finzione poetica43, tasso concilia la scelta origi-
naria di limitare la narrazione – in polemica con trissino – alla sola fase fi-
nale dell’impresa con la volontà di rendere conto con maggiore precisione
ed esaustività del dato storico.

6. I principali procedimenti di rielaborazione poetica delle fonti

tornando alla Liberata, per andare oltre l’ovvia corrispondenza sostan-


ziale fra storia e narrazione bellica in opposizione al romanzesco, sarà bene
notare le modalità in cui tale corrispondenza è di fatto messa in atto nella
prassi poetica. Già nei Discorsi dell’arte poetica si fa qualche rapido accen-
no a come il poeta possa variare liberamente gli aspetti secondari della nar-
razione, come nel passo seguente:
Lassi il nostro epico il fine e l’origine della impresa, e alcune cose più illustri,
nella lor verità o nulla o poco alterata; muti poi, se così gli pare, i mezzi e le cir-
constanze, confonda i tempi e gli ordini dell’altre cose, e si dimostri in somma più
tosto artificioso poeta che verace istorico44.

ma l’entità di tali mutamenti e i procedimenti narrativi specifici che li at-


tuano non sono poi ulteriormente discussi in sede teorica. esaminiamo
dunque direttamente il testo del poema per individuare – senza pretese di
completezza – qualche procedimento più evidente nella libera rielaborazio-
ne delle fonti storiografiche. molto scarne sono le indicazioni in tal senso

43 Sull’ekphrasis nei poemi rinascimentali cfr. Guido baLdaSSaRRi, ut pöesis pictura. Cicli fi-

gurativi nei poemi epici e cavallereschi in La corte e lo spazio. Ferrara estense, a c. di GiuSePPe Pa-
PaGNo e amedeo QuoNdam, Roma, bulzoni 1982, pp. 605-35; RiccaRdo bRuScaGLi, L’ecfrasi
dinastica nel poema eroico del Rinascimento, in ecfrasi. modelli ed esempi fra medioevo e Rinasci-
mento, a c. di GiaNNi VeNtuRi e moNica FaRNetti, Roma, bulzoni 2005.
44 taSSo, Discorsi dell’arte poetica e del poema eroico… ii, p. 18.
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 93

nei pochi studi precedenti sulle fonti storiche della Liberata45: lasciando da
parte l’ovvia selezione del materiale storico o le modifiche più superficiali
come quelle onomastiche, concentriamoci piuttosto su quei procedimenti
che, alterando le strutture narrative, incidono in modo più rilevante sul
margine di libertà nella riorganizzazione delle strategie significative in cui
sono individuati, sin dalla Poetica di aristotele, lo scarto e la superiorità in-
tellettuale del verosimile poetico rispetto al vero storico.
Riguardo all’anacronismo in senso stretto si è già detto a sufficienza: ba-
sti ricordare che la battaglia finale in campo aperto non è che il caso più
clamoroso in quanto riguarda la conclusione stessa dell’opera, ma se ne
trovano diversi altri, come l’elezione di Goffredo da parte dei principi cro-
ciati, storicamente seguita alla presa della città (da Guglielmo di tiro, iX,
1-2), l’ambasceria di alete e argante (da iV, 24 e Vii, 19, ma anche da Ro-
berto monaco, V, 1-2), la morte di Sveno, posticipata di due anni per coin-
cidere con l’assedio di Gerusalemme (da iV, 20), o lo stesso episodio di
olindo e Sofronia, che pur non essendo un vero e proprio fatto storico de-
riva comunque da uno spunto della Cronaca (i, 5, cronologicamente molto
anteriore alla crociata). ma sarà bene notare che la questione più impor-
tante non è tanto l’anacronismo in senso stretto, ossia l’alterazione della
collocazione cronologica di un evento, quanto più in generale tutte le pos-
sibili anacronie nell’ordine degli eventi narrati tra l’esposizione cronologica
delle cronache e l’intreccio del poema. un riferimento molto esplicito, in
sede teorica, all’importanza dell’anacronia si trova nei Discorsi del poema
eroico (libro iii), che, pur successivi alla Liberata, in questo caso rielabora-
no direttamente una passo dei Discorsi dell’arte poetica:
ma se Lucano non è poeta, ciò avviene perché s’obbliga a la verità de’ partico-
lari, e non ha tanto risguardo a l’universale e, come pare a Quintiliano, è più simi-
le a l’oratore ch’al poeta. oltre a ciò, l’ordine osservato da Lucano non è l’ordine
proprio de’ poeti, ma l’ordine dritto e naturale in cui si narran le cose prima avvenute:

45 Qualche indicazione sui procedimenti di elaborazione letteraria della materia storica in

tasso, oltre alle già ricordate osservazioni di Raimondi relative al Gierusalemme e a poco altro
nell’articolo di Giunta, si trovano in FeRRetti, Narratore notturno…, pp. 89-91. i procedimenti
che lo studioso meritoriamente individua sono tuttavia ancora piuttosto di superficie: 1) «La se-
lezione dei fatti e dei protagonisti (dirne alcuni, tacere altri)» così come all’opposto; 2) l’«ampli-
ficazione della storia», per cui ad esempio il breve caso di Sveno si dilata nel poema in un episo-
dio ricco di patetismo e significati simbolici, sono procedimenti piuttosto scontati per qualsiasi
rielaborazione letteraria di un testo documentaristico e in fondo, più in generale, costituiscono la
condizione stessa dell’appropriazione e risemantizzazione alla base di un qualsiasi rapporto in-
tertestuale; 3) «la manipolazione onomastica» è un fatto poco meno che insignificante; 4) «l’ana-
cronismo» è invece un procedimento fondamentale in quanto permette al poeta di elaborare una
nuova e autonoma strategia significativa rispetto alla materia storica; 5) «la duplicazione dei fat-
ti» narrati una singola volta nella fonte storica è anch’essa un’osservazione molto interessante.
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94 FedeRico di SaNto

e questo è commune a l’istorico. ma ne l’ordine artificioso, che perturbato chiama il


Castelvetro, alcune de le prime deono esser dette primieramente, altre posposte, altre
nel tempo presente deono esser tralasciate e riserbate a miglior occasione, come inse-
gna orazio. Prima deono esser dette quelle senza le quali non s’avrebbe alcuna co-
gnizione de lo stato de le cose presenti; ma se ne posson tacer molte, le quali sce-
mano l’espettazione e la meraviglia, avenga che il poeta debba tenere sempre l’au-
ditore sospeso e desideroso di legger più oltre46.

mostrando di comprendere a fondo il senso del celebre passo aristoteli-


co (Poetica, 9) cui fa riferimento attraverso il commento di castelvetro,
tasso non intende sostenere che il poema epico debba strutturarsi necessa-
riamente secondo l’ordine ‘artificioso’ o ‘perturbato’, quanto piuttosto af-
fermare qualcosa di molto più rivelante: se il poeta non è meno poeta per il
fatto di narrare fatti realmente accaduti, ossia vicende storiche, ciò che in-
vece necessariamente gli si richiede è di ristrutturare la narrazione dei fatti
storici per organizzarli in una autonoma strategia di significati di cui quegli
eventi, presi in se stessi, nella loro contingenza, sono privi. Solo in virtù di
questa risemantizzazione narrativa della materia storica, ottenuta attraver-
so procedimenti di selezione, ampliamento, variazione o anacronia, egli ne
diventa ποιητής. in questo consiste, come abbiamo ricordato sopra, l’es-
senza del verosimile aristotelico (εἰκός).
ecco allora che la pioggia divina, desunta da un passo di Guglielmo di
tiro (Vi, 9) relativo a un periodo precedente – e non di poco – all’arrivo
dei crociati a Gerusalemme, non solo è spostata ad un momento successi-
vo, ma è ricollocata in un punto della narrazione che ne faccia, da semplice
segno del favore di dio com’è nel cronista, il momento simbolico di svolta
nella trama e nelle sue autonome dinamiche strutturali e oppositive (cielo
vs. inferno, erranza vs. unità ecc.). di conseguenza, anche l’episodio della
siccità (Viii, 7), che in Guglielmo di tiro segue immediatamente la costru-
zione delle macchine d’assedio (Viii, 6) ossia la materia del canto iii, viene
spostato nel canto Xiii, dopo il tentativo fallito d’assedio (canto Xi), per
segnare il culmine narrativo delle crescenti difficoltà dei crociati e precede-
re immediatamente l’episodio – ricollocato – della pioggia divina, stabilen-
do con esso un rapporto di opposizione anche simbolica. come si vede,
due spunti storici sono entrambi liberamente ricollocati nella trama l’uno
in funzione dell’altro per creare delle strutture narrative e simboliche nuo-
ve e autonome. un altro esempio più semplice può essere la presa della
rocca di david: nel cronista i musulmani che vi si sono asserragliati si con-
segnano spontaneamente ai cristiani (Viii, 24) quando ormai Gerusalem-
me è già stata espugnata e la battaglia è terminata (Viii, 21), mentre nella

46 taSSo, Discorsi dell’arte poetica e del poema eroico… iii, p. 121 (corsivo mio).
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 95

Liberata la rocca è espugnata da Raimondo e tancredi, per ovvi motivi nar-


rativi, nel pieno dell’infuriare della battaglia. Lo stesso accade per la visio-
ne del vescovo ademaro e di altri compagni morti precedentemente (Viii,
22), che nella Cronaca segue la presa di Gerusalemme: tasso la anticipa al
canto XViii sia per risemantizzarla come segno del favore celeste che inco-
raggi Goffredo nella battaglia decisiva, sia per fonderla insieme con la vi-
sione delle milizie celesti, il cui spunto storico (Viii, 16), come nel poema,
precede invece la vittoria; in tal modo egli evita la ridondante ripetizione a
breve distanza di uno stesso motivo (la visione sovrannaturale) e al contem-
po può coinvolgere icasticamente nel gran finale corale, attraverso la sua
diretta rappresentazione, la dimensione del meraviglioso cristiano.
ma la ripetizione di motivi ed episodi non è necessariamente da evitare,
al contrario. un ulteriore procedimento di elaborazione della materia stori-
ca, giustamente sottolineato da Francesco Ferretti47, è la duplicazione dei
fatti rispetto alla fonte storiografica, su cui si può fare qualche ulteriore os-
servazione interessante. Sarà bene aggiungere, come ricorda Lotman48, che
nel testo letterario non esiste mai una mera duplicazione o ripetizione e
ogni elemento che ritorna apporta sempre nuovi significati: nella duplica-
zione, dunque, va sempre letta in filigrana una nuova strategia di significato
rispetto alla fonte storica, una risemantizzazione del verosimile rispetto al
vero. La ripetizione, con esisti opposti, dell’assalto alle mura (canti Xi e
XViii), seppure già a tutti gli effetti già presente nelle cronache (v. infra,
sez. 8), non solo implica la duplicazione di numerosi elementi della batta-
glia, ma soprattutto si carica di tutt’altri significati simbolici in rapporto al-
la struttura narrativa del poema, e nello specifico al differimento del com-
piersi dell’impresa e al topos epico che ne consegue, quello della vittoria
sfiorata e mancata solo per poco, risalente all’Iliade (dove la formula con-
nessa al topos ne rivela la tradizionalità e tipicità già nell’epica greca arcai-
ca: «e allora i Greci avrebbero preso troia dalle alte porte / se non…»: Il.
XVi, 698; XXi, 544). tale duplicazione di elementi storici, benché non co-
sì frequente, si rivela dunque anche come un residuo dell’estetica della ri-
petizione (formularità, scene tipiche) propria dell’epica omerica e da essa
passata, seppure in misura molto minore, alla tradizione epica successiva fi-
no all’Italia del trissino. ma il caso più clamoroso è la ripetizione del taglio
del bosco: i due esiti positivi (G.L. iii, 74-76 e XViii, 41), marcando le due
katastrophái opposte di segno del iV e del XViii canto, presuppongono
come necessario elemento intermedio la ripetizione con esito negativo del
canto Xiii da cui scaturisce la straordinaria invenzione degli incanti della

47 FeRRetti, Narratore notturno…, pp. 89-91.


48 juRij LotmaN, La struttura del testo poetico, milano, mursia 1972 (1970).
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selva, che appunto comporta il triplice tentativo fallimentare di taglio del


bosco da parte dei falegnami, di alcasto e infine di tancredi. ecco allora
che la semplice ripetizione di un banalissimo spunto della fonte storiografi-
ca, attraverso la sua provvisoria inversione di segno, si trasforma in quello
straordinario esempio di coazione a ripetere, freudiano avant la lettre, che
giustamente è stato individuato dietro la ‘psicomachia’ dei cavalieri che af-
frontano gli incanti della selva49.
tecnica opposta alla duplicazione, ma spesso ad essa sovrapposta, è la
contaminazione di spunti provenienti da passi diversi che confluiscono in
un unico brano del poema. Risorsa più scontata, in questo senso, è la con-
taminazione tra lo spunto storico e un episodio modello di derivazione
letteraria e per lo più epica, con ovvia preminenza dell’Iliade e dell’enei-
de: prassi consueta e si può dire connaturata all’inventio poetica tassiana è
infatti quella di concepire la ristrutturazione del materiale storiografico
attraverso il filtro di modelli letterari che nobilitino in senso epico la scar-
na narrazione delle cronache. Spesso, anzi, la selezione stessa degli episo-
di delle fonti storiografiche dipende dalla loro possibilità di una duplice
lettura al contempo come fatti storici e come potenziali topoi epici o epi-
co-cavallereschi, o comunque dalla loro capacità di risvegliare risonanze
letterarie. inoltre, anche buona parte delle libertà di ricombinazione e
manipolazione del materiale storiografico dipendono in tasso dal bisogno
di reinventare la storia plasmandola su modelli letterari. Si tratta certo di
un procedimento proprio dell’epica storica, ereditato dalla tradizione lati-
na e dal malriuscito classicismo del trissino, ma che nel manierismo tas-
siano, sempre preoccupato di impreziosire il testo con una fitta e raffinata
filigrana intertestuale, si fa particolarmente evidente. meno scontata, ma
pure molto presente, è invece la contaminazione fra spunti storici desunti
da momenti diversi e ricombinati insieme dal poeta, estendendo una pras-
si frequente dell’intertestualità prettamente ‘letteraria’ anche all’interte-
stualità ‘storiografica’. e se da una parte questo secondo procedimento
permette al poeta una maggiore libertà di manipolazione del dato storico,
dall’altra sembra volerla al contempo anche legittimare attingendo di nuo-
vo, nel far questo, alla storia: come se l’alterazione verosimile del vero sto-
rico compiuta attraverso il vero storico stesso fosse maggiormente legitti-
mata. un’ampia esemplificazione di entrambe queste possibilità di conta-
minazione è la battaglia del canto Xi, dove alla fonte principale del libro
Viii di Guglielmo di tiro (con contaminazione dei capp. 6 e 11-14) si so-
vrappongono sia il modello, pressoché ignorato dalla critica, del libro iii

49 una valida lettura ‘freudiana’ dell’episodio è in GioVaNNa SciaNatico, L’arme pietose.

studio sulla Gerusalemme liberata, Venezia, marsilio 1990.


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della stessa cronaca, relativo all’assedio di Nicea, sia il modello letterario


di Iliade Xi50.
Per passare poi a osservazioni originali e più specifiche, possiamo nota-
re che, nel convertire la narrazione storiografica in poesia narrativa, tasso
opera continuamente un processo essenziale al carattere letterario del suo
testo rispetto al mero interesse documentario della fonte storica: l’attribu-
zione dell’azione anonima o collettiva al singolo personaggio che ne diviene
protagonista51. La presenza di un sistema di personaggi è infatti una fun-
zione del testo imprescindibile per l’opera letteraria di carattere narrativo,
e deve trasformare in un complesso pienamente sviluppato e coerente gli
scarsi spunti in tal senso del testo storiografico.
in Guglielmo di tiro i pochi che tra le fila dei crociati si rendono real-
mente protagonisti di qualche azione, almeno nel libro Viii che narra l’as-
sedio di Gerusalemme, sono il capitano Goffredo, Raimondo e tancredi:
gli altri si riducono a una mera serie di nomi. evidente è quanto sia diverso
l’equilibro fra azioni belliche e personaggi che le compiono nella Liberata:
in particolare, bisogna sottolineare l’invenzione del personaggio di Rinal-
do, che dall’essere solo un nome citato fra gli uomini al seguito di tancredi
diviene addirittura co-protagonista del poema accanto a Goffredo. Si crea
così quella situazione di sostanziale doppio protagonismo della Liberata,
tanto problematico agli occhi del tasso, per cui l’ambiguità di genere del-
l’opera che oscilla fra epos e romanzo si riflette nei due protagonisti Gof-
fredo e Rinaldo, rappresentanti rispettivamente dell’una e dell’altra ten-
denza, in maniera tale che – nonostante la mescolanza di episodi storici e
inventati riguardi entrambi – l’uno sia prevalentemente il protagonista del-
le vicende storiche (guerra), l’altro di quelle d’invenzione (venture cavalle-
resche, prigionia nel palazzo di una maga ecc.). bisogna tuttavia sottolinea-
re che in altre cronache la preminenza di alcuni personaggi è assai più
marcata che in Guglielmo di tiro: questo avviene, ad esempio, per boe-

50 Per un’analisi più dettagliata delle contaminazioni nel canto Xi, v. infra sezione 8 (analisi

testuale: la battaglia interrotta del canto XI).


51 un’osservazione parzialmente simile, ma limitata ai personaggi femminili, è in PauL LaRi-

VaiLLe, Poesia e ideologia. Letture dalla Gerusalemme Liberata, Napoli, Liguori 1987, p. 182:
«tranne erminia che non deve nulla alle cronache, gli altri personaggi femminili tassiani prendo-
no lo spunto da un fatto o un personaggio o un insieme di personaggi evocato dai cronisti della
crociata sul quale […] s’innestano ed amalgamano tratti e vicende di uno o più personaggi di va-
ria provenienza culturale». Si noti tuttavia anche la diversità delle osservazioni: Larivaille sottoli-
nea come alla costruzione di alcuni personaggi concorrano spunti (non solo narrativi) di diversa
provenienza, mentre la mia osservazione si riferisce all’azione narrativa anonima che viene ricon-
dotta alla funzione narrativa del protagonismo. Non si tratta solo di un rovesciamento di pro-
spettiva: in un caso ci si riferisce solo al sistema dei personaggi, nell’altro alle metamorfosi nei
procedimenti narrativi del poema rispetto alle cronache.
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98 FedeRico di SaNto

mondo nei Gesta Francorum/tudebodus o per tancredi nei Gesta tancredi


di Raoul de caen. a quest’ultimo testo, in particolare, attraverso la media-
zione di tudebodus imitatus, tasso deve molto per la figura di tancredi e
in parte anche per quella di Rinaldo, come abbiamo già visto.
Quanto ai pagani, poi, personaggi individualizzati sono pressoché del
tutto assenti nella fonte storiografica relativamente all’assedio di Gerusa-
lemme: solo la figura di Solimano è realmente presente nella Cronaca, ma
anch’essa sottoposta da tasso ad un adattamento molto libero, poiché in
Guglielmo di tiro se ne parla nel essenzialmente libro iii e non certo in re-
lazione all’assedio di Gerusalemme, dove è trasportata arbitrariamente dal
poeta. Per di più, data l’identità del nome, si contaminano in un’unica figu-
ra episodi riguardanti due personaggi storici diversi, Solimano padre, re
spodestato di Nicea, e Solimano figlio, che dopo la presa di Nicea si imbat-
te nelle schiere degli arabi. tutti gli altri campioni pagani, per non parlare
naturalmente di armida, sono personaggi totalmente d’invenzione tassiana.
dei personaggi femminili – volti ad introdurre gli amori nella materia d’ar-
mi – si può dire in generale che trasformano in figure fortemente indivi-
dualizzate gli accenni alle donne crociate e soprattutto agli amori peccami-
nosi con donne pagane ricordati in alcune cronache: in esse, come scrive
tasso in una lettera, si dice che «in questa guerra fu combattuto non solo
fra gli uomini, ma fra le donne: peroché molte donne cristiane passarono in
asia, e si mescolarono ne le battaglie; e le donne saracine difesero le città
con virile ardimento, e oltr’a ciò con tutte le insidie femminili procurarono
d’allettare i cristiani nel loro amore, e di convertirli a la lor fede»52. d’al-
tronde in più di una cronaca, come i Gesta Francorum/tudebodus, Roberto
monaco o Fulcherio di chartres, le situazioni di grave difficoltà dell’eserci-
to cristiano (in particolare ad antiochia) sono esplicitamente interpretate,
in alcune visioni o nelle reprimende del vescovo ademaro, come punizione
divina per la condotta immorale di molti crociati, soprattutto in relazione ai
loro rapporti peccaminosi con donne pagane: se si considerano le fonti nel
loro complesso e non il solo Guglielmo di tiro, appare tutt’altro che prete-
stuoso o apologetico il fondamento storico non solo della rilevantissima te-
matica amorosa, ma anche della sua connessione con il peccato, l’errore e il
mancato compiersi dell’impresa bellica, che ne risulta differito.
Per fare qualche esempio della prassi di filtrare costantemente l’azione
attraverso la funzione letteraria del protagonismo, si consideri ad esempio
la battaglia del canto Xi: quella che in Guglielmo di tiro (Viii, 6 contami-
nato con Viii, 11) è una narrazione del tutto generica e collettiva, qui vede
al centro dell’interesse narrativo il protagonista Goffredo, che scende in

52 taSSo, Lettere, 82, ed. GuaSti (a orazio capponi).


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campo armato da fante, poi viene ferito da una freccia e infine, guarito mi-
racolosamente, torna in campo (tutto naturalmente sul modello di eneide
Xii, che a sua volta riprende l’Iliade); similmente, l’episodio della colomba
messaggera, narrato in questo caso da Paolo emilio, viene ad avere come
protagonista di nuovo Goffredo, e lo stesso accade per la visione delle mi-
lizie celesti e delle anime beate dei compagni caduti che combattono al
fianco dei crociati nel canto XViii: in Guglielmo di tiro si trattava di una
visione genericamente collettiva e non del solo capitano. emblematico un
caso che non mi sembra sia stato individuato dalla critica: la strage di cro-
ciati compiuta da una anonimo arciere dalle mura di Nicea assediata nel li-
bro iii della Cronaca è lo spunto della simile impresa attribuita anacroni-
sticamente, nel canto Xi della Liberata, non più a un guerriero anonimo
ma a clorinda (torneremo più avanti, alla fine della sez. 8, su questo e altri
rilevanti punti di contatto con l’assedio di Nicea). Saltando alla battaglia fi-
nale, la ritirata dei pagani nella torre di david, genericamente collettiva
nelle cronache, in tasso viene ad avere Solimano come protagonista53. Sarà
bene ricordare, comunque, che questo procedimento è talora suggerito già
da alcune cronache: non tuttavia da quelle principali, bensì da alcune, fra
quelle secondarie, nelle quali uno dei crociati viene ad assumere, in funzio-
ne celebrativa o propagandistica, un ruolo preminente: abbiamo già visto,
ad esempio, come l’innovazione di Raoul de caen, mediata da tudebodus
imitatus, per cui è il solo tancredi a trovare il legname per le macchine
d’assedio – laddove nelle altre cronache si tratta di un fatto collettivo – sia
lo spunto su suggerimento del quale tasso trasforma il taglio del bosco in
un’impresa individuale più volte iterata.
avviene anche, talvolta, che gli equilibri interni al sistema dei personag-
gi inducano l’autore ad attribuire una certa azione ad un personaggio diver-
so da quello a cui è attribuita nella fonte storiografica: così, ad esempio, il
primo a scalare le mura di Gerusalemme non è più l’anonimo Leotoldo di
Roberto monaco e neppure il Goffredo di Guglielmo di tiro bensì, signifi-
cativamente, Rinaldo: il cavaliere richiamato a causa della sua fatale neces-
sità per prendere Gerusalemme non potrebbe dimostrarla in maniera più
evidente54; lo stesso si può dire per l’attribuzione ancora al personaggio
d’invenzione Rinaldo di un’azione – l’assalto al tempio di Salomone dove
si è rifugiata una parte della popolazione di Gerusalemme (canto XiX) –

53 Forse il suggerimento viene da RobeRto moNaco, Historia Hierosolymitana, iX, 8, dove

a difendere la torre di david è un «ammiravisus» (varia lectio: «ammiraldus»), cioè un ‘ammira-


glio’, un generale.
54 Su questa modifica rispetto alla fonte storica, cfr. ViNceNzo di beNedetto, Gerusalem-

me liberata XVIII: fra storia e invenzione con postilla sul manzoni, «belfagor», 42 (1987), pp.
570-80.
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100 FedeRico di SaNto

che nella Cronaca è attribuita invece, stavolta, a tancredi (Viii, 20). Se an-
che l’ascesa di tancredi al monte oliveto di cui si è detto sopra può consi-
derarsi effettivamente una fonte di tasso, di nuovo l’episodio è attribuito a
Rinaldo: d’altronde, per promuovere un crociato che nelle cronache è po-
co più che un nome a co-protagonista del poema è naturale che su di lui
convergano azioni in origine attribuite ad altri.
Funzione non dissimile hanno anche i duelli, che trasformano lo scontro
collettivo fra le due parti in uno scontro fra due personaggi, secondo una
prassi tipicamente epica: la monotonia e povertà icastica dell’azione collet-
tiva dello storico acquista così molto maggiore enargia (ἐνάργεια), diventa
passibile di approfondimento psicologico e di identificazione emotiva e so-
prattutto permette di instaurare un dialogo intertestuale con i grandi mo-
delli della tradizione epica classica, in primo luogo omero e Virgilio.
un ultimo caso celebre e più complesso: l’episodio di olindo e
Sofronia55. La fonte è in Guglielmo di tiro, i, 5, dove si narra di un giova-
ne cristiano che, per evitare la persecuzione di tutti i cristiani di Gerusa-
lemme a seguito di un atto sacrilego a loro ingiustamente imputato, pur es-
sendo innocente si offre come capro espiatorio dichiarandosi colpevole e
salvando tutti gli altri col proprio supplizio. La finalità puramente apologe-
tica che episodio rivela nella cronaca storica, dove esso intende dimostrare
la necessità improrogabile della crociata di fronte alla difficile condizione
dei fedeli e dei pellegrini a Gerusalemme, si arricchisce nello splendido
episodio tassiano, grazie alla duplicazione del personaggio protagonista, di
un fine gioco psicologico e di una tematizzata ambiguità di fondo tra fede
religiosa e passione amorosa. inoltre la diversità di esito, che sostituisce il
lieto fine matrimoniale della Liberata all’effettivo compiersi del supplizio
nella fonte storiografica, costituisce anche il vero, forte legame che l’episo-
dio intrattiene con la trama del poema: quello di introdurre il personaggio
di clorinda e darne subito un’esauriente caratterizzazione psicologica –
che va dalla nobiltà d’animo che la distingue da tanti altri personaggi paga-
ni alla latente simpatia per i cristiani che prefigura sin d’ora la sua stessa vi-
cenda di conversione – lasciandola emergere in filigrana dall’azione stessa
e non da un ritratto autonomo confezionato ad hoc dall’autore (alla manie-
ra manzoniana, insomma). a determinare la parziale alterazione del dato
storico in favore della coppia di protagonisti concorre, inoltre, l’influenza
di alcuni precedenti letterari di un certo rilievo56. Quanto all’anacronismo,

55 il rapporto dell’episodio con le fonti storiche è discusso in GiuNta, torquato tasso e la

guerra santa…, pp. 94 e sgg., e FeRRetti, Narratore notturno…, pp. 91-92.


56 cfr. LaRiVaiLLe, Poesia e ideologia…, p. 182: «L’episodio dell’adolescente maschio […] si

combina con la storia di didimo e teodora narrata da Sant’ambrogio nel De Virginibus e la no-
vella boccaccesca di Restituta e Gian da Procida (Decameron, V, 6) in cui i due giovani vengono
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per cui l’episodio narrato dalla Cronaca risale a quasi un secolo prima della
crociata, esso è assai poco rilevante: a differenza di quello relativo all’eser-
cito egiziano, infatti, esso riguarda uno di quegli episodi secondari che,
contrariamente ai principali, secondo i Discorsi dell’arte poetica possono
essere dal poeta alterati e ricollocati nel tempo con la più ampia libertà57.
tutte queste modifiche hanno naturalmente un unico movente di fondo:
quello di dare spessore letterario e poetico alla narrazione storica, di per sé
estranea a simili finalità58. ciò porta l’autore anche a privilegiare quegli ele-
menti della testimonianza storica che sembrano meglio passibili di un’elabora-
zione poetica, quand’anche si trattasse solo di brevi spunti. così ad esempio il
rapido cenno alla foresta dove i crociati si recano a prendere il legname ne-
cessario a costruire le macchine d’assedio dà origine a uno degli episodi
simbolici centrali del poema, quello della selva incantata di Saron, con tutte
le sue risonanze romanzesche ma al contempo anche virgiliane, lucanee,
dantesche. anche la sortita notturna di clorinda e argante per incendiare
la macchina d’assedio dei crociati sviluppa in un’azione effettivamente com-
piuta ciò che nella Cronaca restava solo a livello di ipotesi (Viii, 14: nella
notte dopo la battaglia i crociati «angebantur tamen plurimum, timentes ne
clam in eorum machinas hostes quocunque pacto procurarent incendia»).
Per converso, intere sezioni giudicate poco interessanti, ripetitive o pre-
giudicanti l’unità della narrazione possono essere liquidate nonostante l’im-
portanza che rivestono nelle fonti storiografiche59: così, ad esempio, gli

ugualmente legati sul rogo e salvati in extremis, nonché con la storia di Sofronia e Galindo nel-
l’amadigi di bernardo tasso».
57 L’anacronismo è opportunamente sottolineato da GiuNta, torquato tasso e la guerra san-

ta…, p. 97. Non si può tuttavia condividere del tutto la spiegazione addotta dallo studioso, se-
condo il quale il poeta «ricorre a questa forzatura per introdurre gli elementi della profanazione,
della contaminazione e del martirio eroico che nella cronaca di Guglielmo egli trova condensati
in un unico momento e che evidentemente lo avevano fortemente impressionato». Rispetto ad al-
tri passi citati nell’articolo che avrebbero potuto ugualmente illustrare la condizione difficile dei
cristiani a Gerusalemme, è chiaro che la scelta ricade su questo episodio di martirio non solo per
i suoi temi, ma prima e soprattutto perché esso ha una marcata dimensione narrativa e patetica
che manca agli altri passi, genericamente descrittivi delle condizioni dei cristiani.
58 estranea, s’intende, a finalità artistiche nel senso più pregnante del termine: ciò non vuol

dire che nelle cronache sia assente la ricerca di una ‘prosa d’arte’e di un’elaborazione stilistica, a
cui talvolta si accenna anche nel prologo.
59 un simile procedimento di semplificazione o abbreviazione della fonte storiografica – ma

lì ci si riferisce piuttosto a spunti circoscritti inseriti entro un episodio più ampio – è stato indivi-
duato da Raimondi per il frammento del Gierusalemme, e il suo senso è giustamente ravvisato, ri-
correndo alla successiva formulazione dei Discorsi dell’arte poetica, nel fatto che «il poema epico
ha bisogno di un’azione unitaria che escluda gli ‘accidenti meno magnifici’ per concentrarsi sui
fatti ‘più nobili e più grandi’» (RaimoNdi, un episodio del Gierusalemme…, pp. 183-84). il se-
condo procedimento di elaborazione della fonte storiografica individuato dallo studioso, per cui
gli spunti descrittivi sono sottoposti «a un processo di coloritura, a un’intensificazione pittore-
sca», è invece qualcosa di piuttosto ovvio.
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102 FedeRico di SaNto

scontri svoltisi vicino al mare presso ioppe, cui nella Cronaca è dedicato
l’intero cap. 9 del libro Viii, sono del tutto trascurati nella Liberata perché
evidentemente giudicati ripetitivi rispetto alle altre grandi scene di batta-
glia; nella Conquistata, invece, saranno recuperati integralmente – andando
a formare il principale nucleo di ampliamento del nuovo poema rispetto al
vecchio – non solo per maggiore aderenza alla verità storica, ma soprattut-
to in quanto vengono ad essere strettamente funzionali al progetto di ome-
rizzazione del poema, per il quale era necessaria una ulteriore grande bat-
taglia in cui i cristiani fossero sul punto di essere sconfitti e annientati, così
da poter innescare la dinamica iliadica di compassione e intervento indiret-
to dell’eroe protagonista tramite il doppio del suo compagno fraterno (Ru-
perto/Patroclo, cfr. Iliade XV-XVi)60.

7. Il meraviglioso ‘storico’

Fin qui siamo di fronte a procedimenti generali e in fondo quasi ovvi


per l’istinto letterario di un grande autore (il che non toglie che sia utile
esplicitarli in sede critica); ma si possono fare anche osservazioni più detta-
gliate e in parte inaspettate. Scorrendo il pur sommario schema che ho for-
nito, ci si accorge che fra gli episodi suggeriti da un qualche spunto delle
fonti storiografiche non sono pochi quelli di carattere soprannaturale. Sono
certamente in minor numero e di minor rilievo ed estensione rispetto ai
grandi episodi soprannaturali d’invenzione, ma non è certo un caso se i
pochi suggerimenti in tal senso presenti nelle cronache sono scrupolosa-
mente ripresi nel poema. La visione che Goffredo ha durante l’assalto de-
cisivo a Gerusalemme, come abbiamo già ricordato, è desunta dai testi di
Guglielmo di tiro e di Roberto monaco, che la riportano entrambi, con la
solita differenza che lì non è attribuita solo al singolo personaggio ma ge-
nericamente alla collettività. il primo elemento, ossia la visione delle mili-
zie celesti che combattono al fianco dei crociati contro le forze infernali,
rielabora uno spunto simile di Guglielmo di tiro, che menziona appunto
come ‘segno divino’ la discesa dal monte oliveto di un soldato vestito di
armi splendenti ad animare i crociati nell’assalto (l’episodio sarà poi ripre-
so con maggiore fedeltà nella Conquistata, XXiii, 34-36, dove si parla ap-
punto di un «cavalier lucente»); ancor più vicino all’episodio della Liberata
è Roberto monaco, che nel cap. 13 del libro Vii parla del soccorso di un
intero esercito celeste: «albatorum militum innumerabilis exercitus visus

60 Su questo nucleo centrale delle modifiche che la Conquistata apporta alle strutture della

Liberata mi permetto di rinviare al mio articolo La ‘Patrocleia’ di Ruperto nella Gerusalemme


conquistata: il modello omerico e la riscrittura del poema tassiano, «maia» 63 (2011), pp. 330-65.
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 103

est de montibus descendere, quorum signiferi et duces esse dicuntur Geor-


gius, mauricius…». il secondo elemento della visione, ossia il riconosci-
mento, fra queste milizie celesti, delle anime di alcuni crociati morti prima
della presa di Gerusalemme, è desunto anch’esso – per ‘contaminazione’ –
da un passo successivo di Guglielmo di tiro, che narra di come a molti cri-
stiani, una volta conquistata la città, apparvero le anime del vescovo di
Poggio (Puys) ademaro, morto ad antiochia, e di altri compagni d’arme
morti nel corso della crociata (che naturalmente in tasso diventano al soli-
to personaggi ben precisi e noti al lettore: ugone e dudone).
ancor più clamorosa è la derivazione dalla Cronaca – seppure con il so-
lito spostamento cronologico al periodo dell’assedio di Gerusalemme di
un evento precedente – della pioggia inviata da dio (canto Xiii) per placa-
re la siccità e instaurare quel ‘novello ordin di cose’ che segna la svolta de-
cisiva nella trama del poema: come abbiamo già detto, anche nello storio-
grafo (Vi, 19) si attribuisce a quella pioggia un carattere decisamente so-
prannaturale, in grado di rinfrancare l’animo e restituire le forze ai crociati
avviliti dalle difficoltà dell’impresa. Quello che è senz’altro il più significa-
tivo ricorso al ‘meraviglioso cristiano’ nel poema del tasso, il momento
simbolico più rilevante dell’opera tanto sul piano paradigmatico quanto su
quello sintagmatico per esplicita ammissione dello stesso autore (poiché
segna il ‘rivolgimento’, la katastrophé nella trama, ossia il passaggio dal dif-
ferimento e dall’erranza al compimento del telos epico) non è un elemento
di invenzione ma uno spunto derivato dalla storiografia.
ma se nelle tre cronache principali gli elementi sovrannaturali sono relati-
vamente pochi, in alcune cronache meno note si indulge ad essi con una
certa facilità: considerando le narrazioni nel loro complesso e non solo in
rapporto al segmento, relativamente breve, dell’assedio di Gerusalemme,
sono tutt’altro che infrequenti prodigi celesti, miracoli, segni del favore o di-
sfavore divino e soprattutto visioni di ogni genere. Per fare un esempio, non
mi pare che sia mai stato rilevato, probabilmente perché si trova in un testo
meno noto e mai esplicitamente citato da tasso, quello che è il caso più cla-
moroso di tutti. come ho già accennato, nella cronaca dello storico genove-
se caffaro di Rustico di caschifellone, intitolata De liberatione civitatum
orientis, si legge infatti al cap. ii che, mentre Goffredo, Raimondo e altri
conti e baroni sono radunati a Puy per discutere delle liberazione del Santo
Sepolcro, l’angelo Gabriele appare in sogno a uno di loro, bartolomeo, ma-
nifestando la volontà divina che il Sepolcro sia liberato dagli infedeli. in Gu-
glielmo di tiro e negli storici principali manca qualsiasi riferimento a questa
specifica visione, il che costituisce un forte indizio del fatto che tasso avesse
letto la cronaca di caffaro – tra le tante altre che in una lettera già citata af-
ferma di aver letto – e che ad essa si sia ispirato per l’apparizione in sogno
dell’angelo Gabriele, comprensibilmente attribuita non più allo sconosciuto
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104 FedeRico di SaNto

bartolomeo61 ma a Goffredo stesso. certamente ha un suo peso determi-


nante anche il precedente dell’angelo onerio inviato in sogno da dio a Giu-
stiniano all’inizio dell’Italia liberata del trissino (i, vv. 41 sgg.), ma la con-
cordanza con il testo di caffaro sembra comunque innegabile.
anche il sogno di Goffredo all’inizio del canto XiV, pur non avendo
una fonte precisa in rapporto al personaggio e al momento specifico, si rifà
chiaramente alle cronache: se infatti si considerano anche quelle seconda-
rie, più ricche di elementi soprannaturali, si può constatare che in esse la
visione in sogno di crociati morti o di santi è senz’altro la tipologia più fre-
quente di meraviglioso. il rapporto è confermato da qualche indubbio
contatto testuale – rielaborato attraverso la mediazione di memorie lettera-
rie ‘alte’ dal Paradiso dantesco e dal somnium scipionis62 – per cui colui
che appare nella visione domanda all’altro come mai non lo riconosca e, in
un altro caso, gli annuncia la sua morte non lontana:
«Goffredo, non m’accogli? e non ragione
al fido amico? or non conosci ugone?»
ed ei gli rispondea: «Quel novo aspetto
che par d’un sol mirabilmente adorno,
da l’antica notizia il mio intelletto
sviat’ha sì che tardi a lui ritorno»63.

dum essem una nocte in ecclesia Sanctae mariae matris domini nostri iesu
christi, apparuit mihi Salvator mundi simul cum sua genitrice et beato Petro, apo-
stolorum principe, stetique ante me, et dixit mihi: agnoscis me? cui respondi:
Non. his dictis, ecce apparuit integra crux in capite eius. iterum ergo interrogavit
me dominus dicens: agnoscis me? cui ego dixi: te alio modo non agnosco, nisi
quia crucem in capite cerno tuo, sicuti Salvatori meo. Qui dixit: ego sum64.

«[…] Questo è il tempio di dio: qui son le sedi


de’ suoi guerrieri, e tu avrai loco in queste».
«Quando fia ciò?» rispose «il mortal laccio
sciolgasi omai, s’al restar qui m’è impaccio»
«ben» replicogli ugon «tosto raccolto
ne la gloria sarai de’ trionfanti»65.

61 Si tratta di un certo Pietro bartolomeo, il quale, nella cronaca di Raymond d’aguilers, la

più incline al meraviglioso, ha nientemeno che quattro visioni una dopo l’altra.
62 daNte, Paradiso, iii, vv. 58-61; ciceRoNe, somnium scipionis, iii, 7.
63 taSSo, G.L. XiV, 5-6.
64 tudebodus imitatus, LXXii, RHC occ. vol. iii, p. 201 = Gesta Francorum et aliorum…

XXXiV, ivi, p. 146 = RobeRto moNaco, Historia Hierosolymitana, Vii, 1.


65 taSSo, G.L. XiV, 7-8.
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 105

[…] apparuit quidam, cuius nomen atque figuram, locumque et diem obitus reco-
lo. ille mihi, inquam, taliter ait: anselle, cognoscis horum beatorum turbam? at
ego respondens: Vix, inquam, agnosco. tunc ille: hi sunt, inquit, jerusolymitae,
qui, viam dei, in qua adhuc et tu laboras, ab initio aggressi, a saeculo transmigra-
runt, merueruntque habere coronas perpetuas; ad quos tu quoque in proximo
absque dubio eris ascensurus. bonum certamen certasti, cursum consumasti. ad
haec me stupefactum sopor cum visione dimisit66.

ma se in fondo non stupisce eccessivamente trovare simili visioni o in-


terventi divini in cronache redatte nel dodicesimo secolo, tanto più se si
tratta di un evento di storia cristiana per eccellenza come la crociata, cer-
tamente è più inaspettato scoprire che persino le arti magiche e diaboli-
che, controparte infernale dell’intervento celeste, considerate naturalmen-
te come l’elemento più romanzesco e più lontano dalla poetica del verosi-
mile di tutto il poema tassiano, hanno in realtà anch’esse il loro appiglio
nella storiografia: la morte del mago ismeno, schiacciato dal masso lancia-
to da una delle macchine d’assedio mentre sta cercando di fermarla con le
sue arti magiche, è tratta alla lettera da Guglielmo di tiro, Viii, 15, con
l’unica differenza inessenziale che lì si tratta di due anonime streghe
(«duas […] maleficas»):
contra quam [machinam] cum nulla arte possent proficere, duas adduxerunt
maleficas, ut eam fascinarent et magicis carminibus redderent impotentem; quae
dum suis praestigiis instarent super murum, et incantationibus, repente ex eadem
machina molaris immissus utramque illarum cum tribus puellis, quae illarum gres-
sum fuerant comitatae, obtrivit, et excussis animabus, de muro inferius dejecit
exanimes.
Proprio in questo accenno alla magia che egli trova nel principale stori-
co della Prima crociata, tasso vede la giustificazione o se si vuole il prete-
sto che avalla l’inserimento della magia diabolica dei pagani senza venir
meno alla verosimiglianza storica: come infatti egli scrive in una ben nota
lettera a Silvio antoniano, il più intransigente dei revisori romani, è pro-
prio la menzione della magia in questo passo della Cronaca, nonché in
qualche altro spunto non relativo però all’assedio di Gerusalemme, a le-
gittimare il ben più ampio ricorso che egli ne fa in tutto il poema (a parti-
re naturalmente dall’invenzione del tutto romanzesca del personaggio di
armida):
Sappia ancora, che ne gli incanti e ne le maraviglie io dico non molte cose le
quali non mi siano somministrate da l’istorie, o almeno non me ne sia porto alcun

66 tudebodus imitatus, ciV, RHC occ. vol. iii, p. 215 = RaouL de caeN, Gesta tancredi,

cVi, ivi, p. 681. il passo costituisce un’ulteriore conferma dell’ipotesi avanzata sopra che tasso
leggesse tudebodus imitatus.
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106 FedeRico di SaNto

seme, che sparso poi ne’ campi de la poesia produce quelli alberi che ad alcuni
paiono mostruosi: perchè l’apparizion de l’anime beate, la tempesta mossa da’ de-
moni, e il fonte che sana le piaghe, sono cose intieramente trasportate da l’istoria;
sì come l’incanto de le machine si può dire che prenda la sua origine da la relazio-
ne di Procoldo conte di Rochese, ove si legge c’alcune maghe incantarono le ma-
chine de’ fedeli: e si legge in Guglielmo tirio, istorico nobilissimo, che queste me-
desime maghe l’ultimo giorno de l’espugnazione furono uccise da’ cristiani67.

il numero e la frequenza di tutti questi spunti soprannaturali e magici,


non dovuti alla fantasia del tasso ma desunti in gran parte dalla più auto-
revole e dettagliata fonte storica dell’opera, devono indurci anche a ricon-
siderare questo aspetto in relazione al rapporto tra storia e invenzione, tra
vero e verosimile nella poetica tassiana. Nel complesso, infatti, il vero stori-
co è per tasso la materia propria del poema epico, come abbia visto, men-
tre il verosimile è il margine d’invenzione lasciato al poeta, con l’unico vin-
colo di essere plausibile e dunque non in contraddizione con la realtà sto-
rica; il verosimile dunque comprende tanto il duello di ascendenza classica
di cui non c’è traccia nelle fonti quanto, a maggior ragione, l’invenzione
romanzesca; l’unica vera difficoltà che si pone a tasso è la giustificazione
in tal senso di quegli elementi magici e soprannaturali che a lui apparivano
come ingredienti imprescindibili del poema, utili ad allettare il ‘gusto isvo-
gliato’ del pubblico: per risolvere il problema che essi creano alla verosimi-
glianza egli riprende e rielabora da trissino, correggendola sensibilmente,
la soluzione del ‘meraviglioso cristiano’ o appunto, con un significativo os-
simoro, ‘meraviglioso verosimile’. La sostanza di tale soluzione sta, come
abbiamo accennato all’inizio, nel recuperare alla verosimiglianza quegli
elementi dell’epica classica e soprattutto del romanzo cavalleresco che or-
mai apparivano decisamente inverosimili ponendoli sotto l’egida della reli-
gione cristiana, e in tal modo conferendo ad essi una dimensione veritativa
ancor più autorevole di quella storica. con la fondamentale novità, rispet-
to a trissino, che all’aiuto del cielo si contrappone anche l’inferno, con una
parallela funzione antagonistica68. ma come abbiamo visto, tanto il meravi-
glioso celeste quanto la magia pagana e infernale hanno alcuni appigli mol-
to rilevanti anche nella cronaca storica: in tal modo proprio il meraviglio-
so, in apparenza più problematico, risulta poi invece doppiamente fonda-
to, come verità al contempo storica e religiosa.

67 taSSo, Lettere, 60, ed. GuaSti.


68 cfr. baLdaSSaRRi, «Inferno» e «Cielo»….
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8. analisi testuale: la battaglia interrotta del canto XI

Sarà utile, per concludere, completare le osservazioni teoriche e struttu-


rali con due brevi campioni di analisi testuale che, confrontando alcuni
episodi del poema con i passi di Guglielmo di tiro da cui sono desunti,
sottopongano a verifica quanto abbiamo detto e mostrino in concreto co-
me i procedimenti individuati trovino attuazione nell’effettiva prassi poeti-
ca. tali campioni sono appositamente scelti anche per esemplificare due si-
tuazioni piuttosto diverse di rapporto con la fonte storica: in un caso, data
la genericità del soggetto, la rielaborazione è ben più libera sia nello svilup-
po narrativo che nella ricomposizione degli spunti storiografici; nell’altro
la compattezza narrativa dell’episodio comporta un’aderenza molto più
stretta allo sviluppo lineare del racconto, per cui la riscrittura si arroga i
suoi diritti in maniera più sottile ma non meno incisiva.
La battaglia d’assedio del canto Xi, come è stato notato, è forse l’episo-
dio in cui più marcato è il debito nei confronti della cronaca di Guglielmo
di tiro69. ad una lettura attenta, tuttavia, emerge anche la disinvoltura con
cui tasso ricombina gli elementi che desume dalla narrazione storica: più
che ripercorrere i debiti nel dettaglio, cerchiamo dunque di evidenziare la
strategia di rielaborazione della fonte e il suo margine di libertà.
dalla Cronaca deriva già la prima sezione del canto con la processione al
monte oliveto (da Viii, 11), ripresa abbastanza fedelmente e impreziosita
di una coloritura epica attraverso qualche espressione di matrice iliadica
(G.L., Xi, 3, vv. 7-8: «tu i Pastori de’ popoli ritrova, / Guglielmo ed ade-
maro», dalla celebre formula omerica «ποιμένα[-ι] λαῶν» risemantizzata
in senso cristiano, o il pasto dopo la preghiera sugellato dall’espressione di
Xi, 17, vv.1-2: «Poi che de’ cibi il natural amore / fu in lor ripresso e l’im-
portuna sete», che traduce la formula αὐτὰρ ἐπεὶ πόσιος καὶ ἐδητύος ἐξ
ἔρον ἕντο evocando la scena tipica omerica del banchetto sacrificale).
La seconda parte del canto, più ampia, rielabora e arricchisce la scarna
descrizione della battaglia della fonte storica. a questo proposito bisogna
subito chiarire una mistificazione diffusasi negli studi tassiani e nei com-
menti, secondo cui questa battaglia corrisponderebbe al cap. Viii, 13 della
Cronaca di Guglielmo di tiro, ossia alla prima delle due giornate consecu-
tive di combattimento che narrano la presa della città: l’intervallo di una
sola notte fra le due giornate sarebbe dilatato a dismisura fra i canti Xi e
XViii-XX, con il ripetersi dell’interruzione notturna nel blocco narrativo

69 Per un’analisi del canto e della sua funzione nell’economia strutturale del poema cfr. Ric-
caRdo bRuScaGLi, L’errore di Goffredo (G.L. XI), «Studi tassiani», 40-41 (1992-1993), pp. 207-
32 (ristampato in id., studi cavallereschi, Firenze, Società editrice fiorentina 2003, pp. 167-98 e
rielaborato per la lettura del canto Xi in Lettura della Gerusalemme liberata…).
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108 FedeRico di SaNto

finale70. in realtà questa alterazione del dato storico non ha luogo e tasso è
in effetti molto più fedele alle fonti di quanto non sia stato affermato: la
vera alterazione, di cui si è già detto, è solo l’anacronismo relativo alla bat-
taglia con l’esercito egiziano. La prima battaglia, quella del canto Xi, corri-
sponde infatti non al cap. 13 ma al cap. 6 di Guglielmo di tiro: un primo
assalto alle mura, che si conclude in un nulla di fatto solo dopo una lunga
giornata di combattimenti, ha luogo infatti cinque giorni dopo l’arrivo dei
crociati a Gerusalemme (13 giugno 1099) e precede di un intero mese il se-
condo attacco, quello decisivo (14-15 luglio 1099): le due diverse battaglie
sono testimoniate da quasi tutte le cronache. il fraintendimento si è creato
per il fatto che tasso poi, nel descrivere lo svolgersi della battaglia, conta-
mina la narrazione del cap. 6 con una massiccia quantità di materiale de-
sunto dal cap. 13. ciò non toglie che la battaglia del canto Xi corrisponda
a quella del cap. 6, mentre le due giornate di battaglia dei canti finali corri-
spondono esattamente alle due giornate consecutive dei capp. 13-14 e 15-
20 di Guglielmo di tiro. Non ha luogo dunque nessuna duplicazione del
materiale della fonte storica, ma solo una massiccia contaminazione.
dal cap. 13 sono infatti desunti numerosi elementi. da lì deriva innanzi-
tutto l’impiego della torre mobile d’assedio, che in realtà i crociati, nelle
fonti, costruiscono soltanto dopo questo primo attacco, il fallimento del
quale è esplicitamente imputato, in quasi tutte le cronache, proprio alla ca-
renza di scale e strumenti d’assedio. molte altre riprese, segnalate accura-
tamente dai commenti più dettagliati, riguardano poi la descrizione dei
preparativi dell’una e l’altra parte e la sollecitudine all’attacco o alla difesa.
bastino due esempi: il tentativo dei pagani di attutire i colpi dell’ariete e
impedire lo sfondamento delle mura:
e ben cadeva [il muro] a le percosse orrende,
che doppia in lui l’espugnator montone,
ma sin da’ merli il popolo il difende
con usata di guerra arte e ragione,
ch’ovunque la gran trave in lui si stende
cala fasci di lana e li frapone;
prende in sé le percosse e fa piú lente
la materia arrendevole e cedente71.
[…] nam cives a propugnaculis, stramine plenos et palea saccos suspenderant, re-
stes quoque et tapetia, trabes ingentis magnitudinis, et culcitras refertas bombice, a
turribus et muro aliquantulum dimiserant, ut per eorum mollitiem et mobilitatem,
contortorum molarium ictus eluderent, et laborantium evacuarent conatum72.

70 cfr. ad es. bRuScaGLi, Lettura del canto XI…, p. 273; FeRRetti, Narratore notturno…, p. 91.
71 taSSo, G.L., Xi, 40.
72 GuGLieLmo di tiRo, Cronaca, Viii, 13.
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 109

e la partecipazione delle donne al combattimento, che però, significati-


vamente, non sono più quelle cristiane ma quelle pagane:
correr le vedi e collocarsi in guarda
con chiome sparse e con succinte gonne,
e lanciar dardi e non mostrar paura
d’esporre il petto per l’amate mura73.
[…] sed et mulieres, oblitae sexus, et inolitae fragilitatis immemores, tractantes vi-
rilia, supra vires, armorum usum apprehendere praesumebant74.

ma alla povertà narrativa del cap. 6 della Cronaca, comprensibilmente


molto scarno in quanto narra di una battaglia ininfluente dal punto di vista
storico, tasso sopperisce variamente, desumendo materiale non soltanto
dal successivo cap. 13. egli ricorre, innanzitutto, alla tecnica di attribuire
l’azione anonima a un personaggio di rilievo. discutendone, abbiamo già
ricordato come la figura di clorinda arciera derivi da un passo del libro iii
della Cronaca, cap. 9, dove un arciere anonimo fa strage di crociati dalle
mura di Nicea assediata: di nuovo lo spunto storico è nobilitato letteraria-
mente attraverso il topos epico del catalogo dei guerrieri uccisi dall’eroe
nella sua aristia75:
curvò clorinda sette volte, e sette
rallentò l’arco e n’aventò lo strale;
e quante in giú se ne volàr saette,
tante s’insanguinaro il ferro e l’ale…76
erat autem inter eos, qui murum ab impugnantibus tuebantur, quidam caeteris
improbrior, corpore quoque et viribus notabilior, qui arcu in nostros multam ope-
rabatur stragem.

ma il debito con l’assedio di Nicea nel libro iii della Cronaca non si limi-
ta a questo dato, tutt’altro che secondario: non mi pare sia stato notato che
il poeta contamina liberamente queste due scene d’assedio per dare maggior
varietà e ricchezza alla sua narrazione: contaminazione certo meno massiccia
che con Viii, 13, ma comunque estensiva. Quando poco oltre tasso, sul

73 taSSo, G.L., Xi, 58.


74 GuGLieLmo di tiRo, Cronaca, Viii, 13.
75 Ricordiamo che si parla dell’aristia di un eroe, nell’epica omerica, quando «l’interesse del

narratore si concentri intorno a un singolo guerriero, i cui successi vengono messi in evidenza in
una particolare zona del testo» (ViNceNzo di beNedetto, Nel laboratorio di omero, torino, ei-
naudi 1994, p. 211-12). Sulla topica delle scene di battaglia omeriche cfr. beRNaRd FeNiK, typi-
cal battle scenes in the Iliad. studies in the Narrative techniques of Homeric battle Description,
Wiesbaden, 1968.
76 taSSo, G.L., Xi, 41 e sgg.
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110 FedeRico di SaNto

modello di Iliade Xi, fa ritirare feriti la maggior parte dei principali guerrieri
crociati – calcando molto la mano rispetto alla Cronaca –, le tracotanti accu-
se di vigliaccheria che l’anonimo arciere rivolge ai cristiani sono nel poema
attribuite, di nuovo attraverso la mediazione letteraria dell’Iliade, non più a
clorinda ma ad argante, al cui carattere maggiormente si addicono:
e in tal prosperità via piú feroce
divenendo il circasso, alza la voce:
«[…] dunque favilla in voi nulla piú resta
de l’amor de la preda e de le lodi,
che sí tosto cessate e sète stanche
per breve assalto, o Franchi no, ma Franche?»77
ὦ πέπονες, κάκ᾽ ἐλέγχε᾽, Ἀχαιΐδες, οὐκέτ᾽ Ἀχαιοί78
insuper etiam et de successu, quo diu nimis usus fuerat, intumescens, nostros
probris afficiebat et contumeliis, desides eos vocans et timiditatis objiciens titulum.

in Guglielmo di tiro, inoltre, l’arciere è poi ucciso da Goffredo con un


tiro di balestra79, mentre nella Liberata la necessità narrativa di segnare
una fase di crisi per i crociati porta a rovesciare la situazione: Goffredo
non colpisce l’arciere ma ne è colpito, introducendo così l’imitazione – del
tutto risemantizzata – del ferimento di enea in eneide, Xii, vv. 318 sgg.
come se non bastasse, il capitolo iii, 9 si conclude con l’audace tentativo
di un «quidam valde strenuus et nobilis eques» di scalare da solo le mura,
tentativo che termina con la sua rovinosa caduta: in tasso la sfortunata im-
presa è attribuita all’«audacissimo alcasto» (Xi, 39), e a colpirlo dalle mu-
ra non sono più genericamente i nemici ma un sasso scagliato da argante.
Giustamente bruscagli sottolinea la corrispondenza rovesciata con l’impre-
sa che invece riuscirà a Rinaldo nel canto XViii, ma è bene notare come il
poeta, nel risemantizzarlo in maniera così evidente, desuma anche questo
spunto dalla cronaca storica.
oltre a questa contaminazione anacronistica con l’assedio di Nicea, vol-
ta ad arricchire ed animare la scena, tasso introduce delle modifiche del
dato storico apparentemente lievi e di scarsa importanza, in realtà sottil-
mente ordite in reciproca relazione in vista di una fondamentale strategia
narrativa del suo poema, del tutto autonoma rispetto alla fonte. La dilata-
zione rispetto alla Cronaca dello spazio testuale fra le due battaglie (ma,

77 ivi, Xi, 61, vv. 7-8.


78 omeRo, Iliade, ii, v. 235: «Rammolliti, codardi, achee, non achei!».
79 Si noti che il titolo del capitolo della Cronaca parla in proposito di un factum ducis Gode-

fridi memoriale: che non a caso ricorda la prova di valore guerriero che Goffredo intende assal-
tando le mura armato da semplice fante.
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ripetiamo, non di quello cronologico), è volta, come si sa, ad accrescere la


difficoltà in cui versano i crociati, allo scopo programmatico – tutto lette-
rario nella sua matrice iliadica – di far avvertire l’assenza dell’eroe ‘neces-
sario’ Rinaldo a tal punto da rendere indispensabile richiamarlo. ma per-
ché ciò sia possibile non basta una semplice situazione di difficoltà bellica,
che per i crociati non si rovescia mai in un pericolo di annientamento co-
me avviene con l’incendio delle navi nell’Iliade: il rinnovarsi della battaglia
d’assedio, che nella Cronaca è soltanto differito per permettere la costru-
zione delle macchine, deve essere invece del tutto impedito finché non sia
tornato Rinaldo a sbloccare la situazione. Lo scopo è ottenuto anticipando
al canto Xi il ricorso alla principale macchina d’assedio, indispensabile ad
espugnare la città, e dunque la sua distruzione. Questa anticipazione, ap-
parentemente marginale, è in effetti un elemento chiave per la struttura
dell’intero poema: è strettamente necessaria a determinare sia la sortita
notturna di argante e clorinda, presupposto dell’incanto della selva (che
non avrebbe senso in mancanza dell’incendio della macchina), sia di con-
seguenza la morte della guerriera pagana, indispensabile al fallimento del
tentativo di disincanto da parte di tancredi, a sua volta funzionale a far
emergere la fatale necessità di Rinaldo e motivare il suo richiamo.
ecco allora che la macchina, che nella cronaca storica i pagani cercano
di danneggiare e incendiare dalle mura, ma senza ottenere particolari risul-
tati80, nel poema invece, quando il calar della notte interrompe il combatti-
mento, proprio mentre viene riportata indietro al sicuro «inciampa… da
quella / parte che volse a l’impeto de’ sassi» (Xi, 85): la rottura delle ruote
obbliga a lasciarla sul campo, difesa ma pur sempre esposta ad eventuali
scorrerie nemiche. una duplice similitudine con una nave che, dopo aver
retto al mare grosso, s’incaglia in vista del porto o un destriero a cui accade
di inciampare proprio quando è ormai in vista del «dolce albergo» rimarca
il rilievo dell’accaduto e, in controluce, del discostamento dalla fonte stori-
ca principale. ancora una volta, tuttavia, l’invenzione tassiana trova il suo
appiglio e suggerimento in una di quelle cronache secondarie che la critica
ignora sistematicamente. come si è già accennato sopra, nel il manoscritto
di montecassino noto come tudebodus imitatus, cXX (che a sua volta ri-
prende Raoul de caen, Gesta tancredi, cXXV), si legge in proposito:

80 GuGLieLmo di tiRo, Cronaca, Viii, 13: «[…] et in ipsas machinas, torres incensos, tela

ignita sulphure, pice, pasta et oleo, et iis quae incendio solent fomitem ministrare, ut eas exure-
rent, certatim jaculabantur. Praeterea et ingentium quae intus paraverant tormentorum ictus in
castella nostra tanta dirigebant arte, ut machinarum pene crura confringerent, perforarent latera,
et eos qui in coenaculis, ut inde urbem impugnarent, ascenderant, pene ad terram dejicerent at-
tonitos. Nostri vero, injectis ignibus occurrentes, aquas desuper fundebant copiosius, ut incen-
diorum comprimerent importunitatem».
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112 FedeRico di SaNto

Nam molimen illud ex parte maxima lignis recentibus operatum atque con-
nexum, sub onere fatiscens jam vergere incipit, quod pede uno laeso immobile
stabat, ut nec ultra progredi nec retrocedere quiret.

Proprio la torre mobile ha permesso, durante la battaglia, di aprire una


breccia nelle mura, fornendo occasione ad argante e Solimano di dar prova
del loro straordinario valore nell’impedire l’accesso ai crociati e ricacciarli
indietro. anche di questa breccia, e tanto più dell’eroismo dei due campioni
pagani, non c’è traccia nella cronaca principale. ma stavolta la modifica, an-
ch’essa apparentemente di modesta entità, non serve soltanto a movimentare
la scarna narrazione del cronachista e a dare spazio ai personaggi principali a
scapito dell’azione collettiva e anonima: essa è introdotta con accortezza per
essere il movente che induce clorinda a voler emulare il loro valore e a con-
cepire la sua pericolosa impresa notturna all’inizio del canto Xii:
ben oggi il re de’ turchi e ’l buon argante
fèr meraviglie inusitate e strane,
ché soli uscír fra tante schiere e tante
e vi spezzàr le machine cristiane.
io (questo è il sommo pregio onde mi vante)
d’alto rinchiusa oprai l’arme lontane,
sagittaria, no ’l nego, assai felice.
dunque sol tanto a donna e piú non lice?81

il timore dei crociati per le macchine d’assedio, nella Cronaca puramen-


te ipotetico, si trasforma dunque nell’effettiva sortita notturna di clorinda
e argante. ma persino l’incendio della torre, che non ha il minimo riscon-
tro nel libro Viii di Guglielmo di tiro, ha però un precedente proprio in
quel libro iii relativo all’assedio di Nicea che abbiamo visto in più punti
contaminare la battaglia d’assedio di Gerusalemme del canto Xi della Li-
berata. Nel cap. 6 del libro iii una simile macchina d’assedio viene effetti-
vamente distrutta dagli assediati, benché non col fuoco:
Quae tandem machina, ut praediximus, muris applicata, instantibus desuper ad
muri defensionem civibus, magnorum impulsu lapidum ita penitus contrita est ut,
solutis compagibus, eos qui infra se erant comprimeret universos.

Nel capitolo 9, poi, ad un’altra simile torre lignea viene appiccato il fuo-
co durante la battaglia:
alii […] picem quoque, oleum, et arvinam, et caetera quae incendiis solent fo-
mitem ministrare, et accensas faces in nostras machinas dirigentes, eas ex parte
plurima, ubi non observabantur diligentius, consumebant.

81 taSSo, G.L., Xii, 3.


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Per di più, nel capitolo successivo (iii, 10), dato il danneggiamento del-
le macchine e la loro inadeguatezza, un uomo del mestiere presente fra i
crociati si fa avanti e si offre di costruire una nuova macchina più resisten-
te e adatta ad aprire una breccia nelle mura:
[…] ecce quidam Longobardus natione, accedens ad principes, videns quod om-
nium artificum eluderentur argumenta, et labor sine fructu deperiret, hujus artis
professus est se habere peritiam, asserens, quod si ei sumptus de publico ad operis
consummationem sufficientes, et necessarii ministrarentur, ipse, auctore domino,
infra paucos dies turrim praedictam, sine damno nostrorum ad terram dejiceret; et
late patentem introitum omnibus ingredi volentibus, ministraret.

È vero che la costruzione delle macchine ha una sua fonte anche nel ca-
pitolo 10 del libro Viii concernente l’assedio di Gerusalemme, ma in quel
libro le macchine sono costruite un’unica volta prima della battaglia (che
inizia infatti solo al capitolo 13); la ricostruzione di una nuova macchina in
seguito al danneggiamento o alla distruzione in battaglia delle precedenti è
suggerita invece solo dal libro iii, e costituisce dunque lo spunto per la
duplicazione di questo fondamentale elemento narrativo, che si ripete nel
canto XViii dopo che Rinaldo, richiamato e pentito, ha disincantato la sel-
va. Guglielmo ligure, il nuovo artefice, mostra chiaramente di riunire insie-
me caratteristiche degli artefici del libro Viii (l’appartenenza ai rinforzi
venuti per mare) e del libro iii (la perizia tecnica maggiore rispetto ai co-
struttori della macchina precedente):
Vassi a l’antica selva, e quindi è tolta
materia tal qual buon giudicio elesse;
e bench’oscuro fabro arte non molta
por ne le prime machine sapesse,
pur artefice illustre a questa volta
è colui ch’a le travi i vinchi intesse:
Guglielmo, il duce ligure, che pria
signor del mare corseggiar solia,
poi sforzato a ritrarsi ei cesse i regni
al gran navilio saracin de’ mari,
ed ora al campo conducea da i legni
e le maritime arme e i marinari82.

La contaminazione fra l’assedio di Gerusalemme (Viii) e quello di Ni-


cea (iii), sfuggita alla critica, per quanto io sappia, investe dunque il no-
do centrale nella trama del poema, quello che raccorda la trama epica al-
l’erranza romanzesca di Rinaldo attraverso l’incendio della macchina e

82 ivi, XViii, 41-42.


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114 FedeRico di SaNto

l’incanto della selva. ma non è ancora tutto. il libro iii, infatti, non manca
di fornire suggerimenti fondamentali anche per la battaglia dei canti finali
(XViii-XX). Se infatti il prodigio dell’intercettazione della colomba mes-
saggera è desunto dal De rebus gestis Francorum di Paolo emilio Veronese,
non è stato notato, mi pare, che però ad esso si sovrappone certamente an-
che l’intercettazione, durante l’assedio di Nicea, di un messaggero recante
una lettera di Solimano, da cui si viene a sapere che egli si trova non lonta-
no dalla città e in capo a qualche giorno attaccherà alle spalle l’accampa-
mento degli assedianti, cosa che effettivamente avviene di lì a poco. e non
è forse questa esattamente la situazione narrativa dei canti finali della Libe-
rata? ecco allora che, dopo aver spiegato l’anacronismo dell’arrivo dell’e-
sercito egiziano su basi narrative (garantire un gran finale con una battaglia
in campo aperto), ci accorgiamo ora che l’effettiva dinamica degli eventi è
a sua volta desunta per contaminazione dall’assedio di Nicea del iii libro
della Cronaca di Guglielmo di tiro83.
in breve, tanto la battaglia del canto Xi quanto la battaglia dei canti fina-
li, già contaminate fra loro rispetto alle fonti (capp. 6 e 13-20), mostrano
ampi elementi di contatto anche con l’assedio di Nicea, inseriti al fine di ar-
ricchire e variare la narrazione e soprattutto di creare la nuova e del tutto
indipendente impalcatura strutturale del poema rispetto alla sua fonte prin-
cipale. Seguendo il filo dei contatti con la Cronaca di Guglielmo di tiro sia-
mo stati dunque introdotti, per così dire, nel laboratorio dell’autore e siamo
arrivati a sbrogliare la matassa della complessa rielaborazione e contamina-
zione di spunti storiografici volta a creare una strategia di senso del tutto
autonoma dagli eventi storici: in virtù di questa rielaborazione – parafrasan-
do aristotele – tasso è il poietes degli eventi che narra, verosimili nonostan-
te siano veri (storici), e ne è poietes (creatore) proprio in virtù di questa ve-
rosimiglianza e della manipolazione del vero che di necessità comporta.

9. analisi testuale: la morte di sveno

Veniamo al secondo campione di analisi. La morte di Sveno, principe


dei danesi84, è narrata nella Cronaca in un breve capitolo (n. 20) del libro

83 una contaminazione simile, ma assai più semplice, fra momenti diversi delle cronache è

individuata da muRRiN, History and Warfare…, pp. 109-11 per gli scontri con gli arabi capeggiati
da Solimano del canto iX, episodio che desume elementi da RobeRto moNaco, iX, 2 (nonché
dal luogo corrispondente di PRocoLdo coNte di PRocheSe), da GuGLieLmo di tiRo, Cronaca,
Viii, 9 e V, 4-6 (assedio di antiochia).
84 Sull’episodio di Sveno, cfr. fra l’altro LiNa boLzoNi, La memoria dell’eroe (Gerusalemme

Liberata, canto VIII), in torquato tasso e la cultura estense. atti del convegno, Ferrara 10-13 di-
cembre 1995, a c. di GiaNNi VeNtuRi, Firenze, olschki 1999, vol. i, pp. 67-97; FRaNco PiGNatti,
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 115

iV: il testo di una manciata di righe si trasforma nella Liberata in un episo-


dio che si distende per quaranta ottave. a proposito di tale episodio, in
una lettera tasso afferma di essersi discostato «o nulla o poco» dagli stori-
ci, ma a ben guardare le cose non stanno esattamente in questi termini.
Senza che la sostanza della narrazione storica risulti alterata, il poeta la ri-
scrive arricchendola di numerosi elementi narrativi e simbolici, nonché di
una fitta trama di risonanze letterarie, che ne fanno qualcosa di totalmente
diverso pur nella complessiva fedeltà alla fonte.
innanzitutto assistiamo anche qui a quella libertà di rielaborazione del-
la storia che abbiamo già visto riuscire piuttosto facile al poeta: l’evento,
risalente al 1098, è posticipato di un anno per risultare contemporaneo al-
l’assedio di Gerusalemme, modificando anche il luogo dove esso si svolse
in modo da avvicinarlo anche geograficamente ai luoghi del poema.
un’altra differenza narrativa poi salta subito all’occhio: il generico «ru-
mor quidam» cui in Guglielmo di tiro è affidata la notizia della morte del
principe danese si trasforma in tasso nel racconto di un personaggio pre-
ciso, carlo, unico sopravvissuto alla strage e messaggero che si fa carico di
narrarla; l’espediente letterario e quasi teatrale del racconto di secondo
grado permette così di venare l’intera vicenda di un’aura di patetismo tra-
gico nelle parole di chi ha visto con i propri occhi. ma l’introduzione del
personaggio di carlo è fondamentale anche per collegare la morte di Sve-
no, attraverso la vicenda della consegna della spada, alla necessità fatale di
Rinaldo, per tanti versi suo alter ego, in vista del compimento dell’impresa
crociata; tale rapporto narrativo è chiarito sin dall’esordio del canto, se-
gnalato esplicitamente dagli spiriti infernali che temono la richiamata di
Rinaldo:
Questi, narrando del suo duce ardito
e de’ compagni a i Franchi il caso fero,
paleserà gran cose; onde è periglio
che si richiami di bertoldo il figlio85.

in tal modo, l’intero episodio è letto alla luce di questo rapporto narrati-
vo con il peso dell’assenza di Rinaldo dal campo crociato (desunta dal pro-
tagonismo in absentia di achille per gran parte dell’Iliade). il racconto di
carlo inizia con una ripresa quasi letterale: «Sveno, del re de’ dani unico
figlio», cfr. «danorum regis filius, Sueno nomine», e nella prima ottava
sembra seguire il testo storiografico nella breve descrizione delle virtù del
principe, ma poi subito se ne distacca introducendo il duplice tema del suo

La morte di sveno (Gerusalemme liberata, VIII, 5-40) e la tradizione epico-cavalleresca medievale,


«Giornale storico della letteratura italiana», 178 (2001), pp. 363-403.
85 taSSo, G.L., Viii, 2, vv. 5-8.
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116 FedeRico di SaNto

desiderio di gloria terrena, come emulo della fama di Rinaldo, e soprattut-


to di gloria celeste, che preannuncia la sua caratterizzazione come martire.
[…] e sentia in parte
sdegno e vergogna di sua fama oscura,
già di Rinaldo il nome in ogni parte
con gloria udendo in verdi anni matura;
ma piú ch’altra cagione, il mosse il zelo
non del terren ma de l’onor del cielo86.
il viaggio per raggiungere i crociati è di nuovo seguito abbastanza fedel-
mente, con qualche diretta ripresa testuale (come 8, v. 5: «il cammin volse
/ a la città che sede è de l’impero. / Qui il greco augusto in sua magion
l’accolse», cfr. «pervenerat constantinopolim, ubi ab imperatore satis ho-
neste tractatus fuerat»), ma subito vediamo emergere la prospettiva privile-
giata di Sveno, che diventa protagonista indiscusso del racconto: immanca-
bile, la tendenza al protagonismo che abbiamo già sottolineato porta a ri-
leggere il fatto collettivo della strage in termini di impresa fortemente indi-
vidualizzata; il mero dato oggettivo del ritardo dei danesi rispetto al resto
dell’esercito crociato viene filtrato attraverso la prospettiva soggettiva della
psicologia del principe e della sua impazienza a raggiungere i crociati:
hic de regno patris tardior egressus, plurimum acceleraverat, ut se praeceden-
tibus cum omni suo comitatu adjungeret legionibus […]87
Precipitò dunque gli indugi […]
Questo parlare al giovenetto fianco
del fero Sveno è stimolo sí forte,
ch’ogn’ora un lustro pargli infra pagani
rotar il ferro e insanguinar le mani88.
tale è la focalizzazione sulla prospettiva del protagonista che i propositi
di gloria o martirio che il suo animo vagheggia trovano espressione in
un’intera ottava di suo discorso diretto (15). La vocazione al martirio del
giovane principe viene poi definitivamente chiarita da una modifica non ir-
rilevante rispetto alla fonte: se in Guglielmo di tiro le schiere danesi sono
colte alla sprovvista e impreparate, «clam et de nocte», anche per la non-
curanza del principe, in tasso invece Sveno ordina al contrario che i suoi
dormano armati in previsione dello scontro:
[…] et minus provide se haberet aliquantulum, irruentibus super eum clam et de
nocte turcorum ingentibus copiis, in ipsis castris gladio perempti sunt.

86 ivi, Viii, 7, vv. 3-8.


87 GuGLieLmo di tiRo, Cronaca, iV, 20.
88 taSSo, G.L. Viii, 8, v. 1 e 10, vv. 5-8.
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Vuol ch’armato ognun giaccia, e non depone


ei medesmo gli arnesi o la lorica89.

Questa lieve variazione toglie alla strage subita dai cristiani tutto il suo
carattere di imprevisto e di agguato proditorio che aveva nella fonte storio-
grafica per subire una complessiva risemantizzazione: la strage è la conse-
guenza di una scelta quasi volontaria da parte di Sveno, una scelta consa-
pevole di morte e di martirio per la causa cristiana. Nello scontro che se-
gue, Sveno pur nell’oscurità della notte si distingue combattendo, un dato
che di nuovo, nello storico, era genericamente riferito semmai alle schiere
danesi nel loro complesso:
[…] sed tamen diu et viriliter resistentes, ne gratis animas viderentur impendisse,
cruentam post se hostibus reliquerunt victoriam.
Pur sí fra gli altri Sveno alza la fronte
ch’agevol cosa è che veder si possa,
e nel buio le prove anco son conte
a chi vi mira, e l’incredibil possa.
di sangue un rio, d’uomini uccisi un monte
d’ogni intorno gli fanno argine e fossa;
e dovunque ne va, sembra che porte
lo spavento ne gli occhi, e in man la morte90.

infine, all’apparire dell’alba che palesa la strage delle schiere danesi, le


ultime parole del principe prima di gettarsi fra i nemici con coraggio e per-
sino lieto della morte confermano perentoriamente la sua scelta del marti-
rio di cui nella fonte storica non c’è la minima traccia:
«Seguiam» ne grida «que’ compagni forti
ch’al ciel lunge da i laghi averni e stigi
n’han segnati co ’l sangue alti vestigi.»
disse, e lieto (credo io) de la vicina
morte cosí nel cor come al sembiante,
incontra alla barbarica ruina
portonne il petto intrepido e costante91.

a questo punto tuttavia la narrazione dell’episodio in Guglielmo di ti-


ro si conclude, mentre tasso fa seguire alla morte del principe una lunga
appendice d’invenzione vissuta in prima persona dal narratore carlo, do-
ve il poeta ricorre massicciamente al meraviglioso cristiano per coronare il

89 ivi, Viii, 16, vv. 3-4.


90 ivi, Viii, 19.
91 ivi, Viii, 22, vv. 6-8 e 22, vv. 1-4.
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118 FedeRico di SaNto

martirio di una forte aura di sacralità. carlo, miracolosamente guarito dalle


ferite da un eremita che si imbatte in lui, trova fra i corpi quello del suo
principe che viene per lui illuminato dal soprannaturale raggio di luce di
una stella: alla fedeltà alla fonte storica si sostituisce ora l’invenzione lette-
raria, con una palese memoria dell’episodio ariostesco di cloridano e me-
doro, ai quali la luce della luna rivela il luogo dove giace il corpo del loro
giovane principe dardinello. a questo punto carlo assiste al prodigio, di
cui naturalmente non c’è traccia nel testo storiografico, di un sontuoso se-
polcro che sorge per volontà divina intorno al corpo di Sveno, a sancire
senza intermediazioni il conseguimento della gloria celeste cui il principe
ambiva.

10. Conclusioni

in base all’analisi condotta possiamo concludere che nella Liberata il


rapporto con le fonti storiche – nonostante si riveli talvolta più ampio e
più fedele di quanto non si creda se solo si guarda anche alle cronache se-
condarie – ha comunque un margine di libertà decisamente molto ampio,
tanto a livello strutturale complessivo quanto a livello testuale per quegli
episodi che sono direttamente tratti dalle cronache, come la morte di Sve-
no. Ne risulta che, se il fondamento storico garantisce legittimità e verosi-
miglianza alla narrazione poetica, le modalità secondo cui la materia stori-
ca è rielaborata dimostrano però senz’altro che il vero nucleo di interesse
resta costantemente la dimensione letteraria del nuovo testo: quando la
storia fornisce spunti e motivi d’ispirazione, o comunque non inficia lo
specifico poetico, essa è rispettata anche con una certa fedeltà, ma non ap-
pena appare in contrasto con l’invenzione o con le strategie testuali del tut-
to autonome del poema, tasso non mostra la minima remora nell’abban-
donarla immediatamente e nel prendersi, rispetto alle fonti, tutte le libertà
necessarie. e se una tale considerazione può apparire oggi piuttosto scon-
tata, dopo secoli in cui l’estetica del romanzo ha del tutto sdoganato e va-
lorizzato la fictio, svincolandola da qualsiasi necessità di legittimazione,
certo essa non appare affatto altrettanto scontata in relazione alle conce-
zioni estetiche del XVi secolo: basti pensare al disastro che è, sullo stesso
versante, l’Italia liberata.
Si può certamente affermare che il pessimo esito cui perviene il poema
trissiniano, permettendo a tasso di imparare molto da quella lezione e così
evitare tanti errori, è in massima parte imputabile proprio al grossolano
fraintendimento dei delicati equilibri fra vero storico e finzione poetica.
Leggendo il poema di trissino, infatti, si ha continuamente la fastidiosa im-
pressione – senz’altro ben più che per Lucano, bersaglio per eccellenza di
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 119

questo genere di critica92 – di avere a che fare con una versificazione di


prosa storiografica, anche quando di fatto il rapporto con la fonte è più di-
sinvolto: impressione che è invece quanto di più estraneo al capolavoro tas-
siano. Nella Liberata, semmai, avviene il contrario: anche gli episodi più
aderenti alle cronache, come la morte di Sveno, sono del tutto trasfigurati
poeticamente attraverso una fitta trama di sottili alterazioni secondarie e
reminiscenze poetiche, cosicché non rivelano alcuno scarto o discontinuità
rispetto alle rielaborazioni più libere come la battaglia del canto Xi o anche
ai più fantasiosi episodi di invenzione. un’analisi comparata del rapporto
con le fonti storiografiche (nel caso dell’Italia la fonte sostanzialmente uni-
ca è la Guerra gotica di Procopio di cesarea) può dare appieno la misura
della differenza con quello che un grande poeta come tasso riesce a trarre
da una situazione affine, tanto nei procedimenti di rielaborazione e nel
margine di libertà che ci si arroga, quanto soprattutto nella capacità di pla-
smare il dato storico a strategie di senso del tutto nuove e autonome93. Se i
punti di partenza di entrambi gli autori, ossia la sostanziale coincidenza tra
vicende belliche e storiografia da una parte, episodi cavallereschi e libera
invenzione dall’altra, sono complessivamente piuttosto scontati, l’ap-
profondimento della questione può certamente chiarire aspetti molto meno
ovvi di un quadro senza dubbio ben più complesso di una simile schema-
tizzazione di comodo, come abbiamo visto ad esempio per la questione del
meraviglioso verosimile e dei suoi inaspettati appigli storiografici.
inoltre, la situazione che abbiamo delineato ammonisce una volta di più
sulla distanza critica da cui bisogna guardare alle trattazioni teoriche di
poetica; esse esigono il costante riscontro in una prassi poetica che da
quelle divergerà sempre in qualche misura, e non di rado anche sensibil-
mente. come si è visto, fra le posizioni teoriche dello stesso tasso e la loro

92 L’accusa risale a QuiNtiLiaNo, Institutio oratoria, X, 1, 90: «Lucanus […] magis oratori-

bus quam poetis imitandus», da cui passa alla cultura rinascimentale: è ricordata ad es. in Gio-
VaN battiSta GiRaLdi, Lettere, 47 (a Giovambattista Pigna, agosto 1548), nella fondamentale
Poetica d’aristotele vulgarizzata et sposta di LodoVico caSteLVetRo, Vienna, Steinhofer 1570 o
in camiLLo PeLLeGRiNo, Il carrafa, o vero della poesia epica, Firenze, Sermartelli 1584. bisogna
distinguere nettamente, però, fra l’accusa di essere storico più che poeta, legata alla fedeltà alla
materia storica, e quella stilistica di essere oratore più che poeta. in tasso la questione raggiunge
un altro livello di profondità, toccando un aspetto che ci interessa molto per questo studio: ab-
biamo già citato (sez. 6) il passo dai Discorsi del poema eroico, iii, in cui egli afferma che se Luca-
no non è poeta, ciò avviene non perché sceglie la materia storica ma perché manca di modificare
e rielaborare l’ordine della narrazione rispetto alla mera esposizione cronachistica, in modo da ri-
creare attraverso quei fatti una autonoma strategia di significato che alla narrazione storica man-
ca. Sulle memorie lucanee nella Liberata, cfr. ettoRe PaRatoRe, De Lucano et torquato tasso,
«Latinitas» 19 (1971), pp. 6-23.
93 un mio articolo sull’argomento (L’italia del trissino e la Guerra gotica di Procopio di Cesa-

rea), inteso anche come completamento del presente studio, è di prossima pubblicazione.
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120 FedeRico di SaNto

realizzazione nella Liberata è ravvisabile una certa discrepanza: in breve, la


legittimazione della fictio tramite la verità storica che essenzialmente emer-
ge dalla produzione trattatistica dell’autore, pur senza essere affatto stra-
volta o negata, nella produzione poetica risulta in un certo senso rovesciata
di segno: da ‘legittimazione’ dell’invenzione poetica essa si volge decisa-
mente in una sua ‘funzione’, e come tale è passibile di essere tralasciata, al-
terata, rielaborata e in breve sottoposta a qualsiasi libertà di trattamento
esigano le specifiche esigenze del testo letterario. Possibilità, questa, che è
sì affermata esplicitamente anche negli scritti teorici sulla scorta di aristo-
tele, come si è visto, ma che lì appare senz’altro secondaria rispetto alla
funzione legittimante del vero storico. tale discrepanza, però, non emerge
che dall’analisi del testo del poema: se avessimo desunto la concezione tas-
siana del rapporto fra letteratura e storia dai soli suoi scritti teorici, secon-
do una prassi critica non infrequente, il quadro sarebbe risultato parziale,
alterato e forse persino inattendibile.

11. appendice

Schema dei contatti più rilevanti


tra la Gerusalemme liberata e la Cronaca di Guglielmo di tiro
(con riferimento anche ad altre fonti ove sembri opportuno)

Sulla colonna di sinistra, canto per canto, sono evidenziati con il segno • gli
episodi della Liberata più direttamente influenzati dalla Cronaca (tra parentesi è
indicato il numero delle ottave corrispondenti nel poema); quelli non direttamente
influenzati presentano invece il semplice trattino –. Sulla colonna di destra si ri-
manda, quando non è specificato il titolo dell’opera, ai luoghi corrispondenti della
Cronaca di Guglielmo di tiro, con citazione del titolo riassuntivo o di un estratto
del testo; per i riferimenti a cronache diverse sono invece esplicitati autore e titolo.
il segno = fra i titoli citati indica che il passo è trascritto quasi letteralmente da
una cronaca all’altra. S’intende che quando si segnala il riferimento al solo Gu-
glielmo di tiro, in quanto fonte sicura della Liberata, ciò non significa che esso sia
l’unica fonte dell’episodio in questione, e neppure necessariamente la più rilevante
(dove l’interferenza di altre fonti è evidente, si è cercato di segnalarlo).
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 121

Gerusalemme liberata GuGLieLmo di tiRo,


belli sacri historia
(il rimando ad cronache diverse
è segnalato)

caNto 1 - prologo in cielo


• l’angelo Gabriele appare in - forse suggerito da caFFaRo di
sogno a Goffredo (11-18) caSchiFeLLoNe, De liberatione
civitatum orientis, ii:
accidit in nocte diei tertii, quod angelus
Gabriel ad unum de duodecim, bertho-
lomeum nomine, in sompnium venit et
dixit: «bertholomee! Surge». et ipse:
«Quid es tu, domine?» — «angelus do-
mini sum, et voluntas domini est, ut Se-
pulcrum ejus a servitute Saracenorum
deliberetur. Quare accipe crucem in
dextero humero, et cum sociis tuis sum-
mo mane perge ad episcopum Podien-
sem, et ostende sibi crucem quam tibi
feci, et dic…»
• elezione di Goffredo a capitano - iX, 1-2:
(30-33) titulus: octava die, post urbem captam,
principes conveniunt, ut ex se unum eli-
gendo urbi et regioni praeficiant; clerus
indiscrete nititur contraire.
titulus: Principes, neglecta cleri contra-
dictione, dominum ducem eligunt, et
electum cum hymnis et canticis sepulcro
domini repraesentant.
• rassegna dell’esercito crociato - i, 17:
(34-64) titulus: Nomina principum qui de re-
gno Francorum et teutonicorum iter as-
sumpserunt.
• marcia verso Gerusalemme - Vii, 21-22:
(71-80) titulus: […] Principes de fidelium con-
silio, qui in illis partibus habitabant,
viam eligunt maritimam.
titulus: Proficiscentes urbes praete-
reunt in littore maris sitas, Liddamque
et Ramulam perveniunt.
• timori di aladino, che fa in- - Viii, 4:
torbidare le fonti (89) Porro cives, praecognito nostrorum ad-
ventu, ora fontium et cisternarum quae
in circuitu urbis erant, usque ad quin-
que vel sex milliaria, ut populus siti fati-
gatus, ab urbis obsidione desisteret, ob-
struxerant: unde postmodum in ejus
obsidione, infinitas molestias noster
passus est exercitus, sicut in sequenti-
bus dicetur.
02DiSanto 69_Layout 1 05/06/15 12:05 Pagina 122

122 FedeRico di SaNto

• …e pensa di cacciare i cristia- - Vii, 23:


ni da Gerusalemme (84-88) titulus: hierosolymitae viris fortibus, ar-
mis et victualibus, urbem communiunt
diligenter. cives fideles ex plurima parte
extra urbem projiciunt.

caNto 2 • episodio di olindo e Sofronia - i, 5 (ispirato a):


(1-54) Quidam civis ex infidelibus nostros odio
persequens insatiabili, vir perfidus et ne-
quam, ut eis aliquid ad mortem molire-
tur, morticinum canis clam projecit in
atrium templi, in cujus munditia conser-
vanda, ejus custodes et universa civitas
omnem impendebant sollicitudinem.
mane facto, qui orationis gratia accesse-
runt ad templum, reperientes immun-
dum cadaver et fetens, pene ad insaniam
versi, universam urbem repleverunt cla-
moribus. concurrit subito populus uni-
versus, et omnes asserunt pro constanti,
christianos hoc fecisse. Quid plura?
decernitur interitus universis, et tam
piaculare flagitium morte piandum judi-
catur. Fideles porro de sua confidentes
innocentia, mortem pro christo parati
erant subire. dumque adessent spicula-
tores eductis gladiis ut populum interi-
merent, obtulit se adolescens plenus spi-
ritu, dicens: Periculosum est, fratres, si
22: …così al publico fato il capo altero ita perit omnis haec ecclesia. Expedit
offerse, e ’l volse in sé sola raccòrre… magis ut unus moriatur pro populo, et
non tota gens pereat. concedite mihi,
ut mei habeatis annuam in benedictione
memoriam, et generi meo honor in per-
petuum debitus conservetur; ego vero,
auctore domino, hanc a vobis stragem
depello. Susceperunt igitur gratanter
verbum, et quod ille petierat, ultro con-
cedunt. et ut in Ramis palmarum ad pe-
rennem ejus memoriam, contribules ejus
olivam, quae domini nostri jesu christi
significativa est, introducant in civita-
tem, in processione solemni, confir-
mant. Quo facto, praedictus adolescens
primatibus se offert civitatis, reum se
confitetur, et omnes alios astruit inno-
centes. Quod audientes judices, aliis ab-
solutis, illum gladio exposuerunt. et ita
pro fratribus animam ponens, cum pie-
tate dormitionem accepit, optimam in
domino habens repositam gratiam.
• ambasceria di alete e argante - iV, 24:
(55-95) titulus: aegyptius calipha nuntios dirigit
ad principes, foedus postulans, et eorum
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 123

gratiam sibi conciliare quaerens.


- Vii, 19:
titulus: Nuntii, qui a nostris principibus
missi fuerant in aegyptum, revertuntur.
Per idem tempus legati nostri qui, invi-
tantibus aegyptiis, qui ad obsidionem
antiochenam missi a calipha aegyptio
venerant, ut praemisimus, descenderant
in aegyptum, post annum quo tam vio-
lenter quam dolose detenti fuerant, ad
principes, qui eos miserant, sunt reversi;
venerantque cum eis aegyptiorum prin-
cipis legati, verba deferentes multum ab
his quae prius attulerant, dissimilia.
cum enim multa prius obtinere laboras-
sent precum instantia, ut nostrorum
principum contra insolentiam turcorum
et Persarum haberent gratiam et auxi-
lium; nunc mutato cantico, pro summo
beneficio se arbitrabantur nostris indul-
gere, si hierosolymam ducentos aut tre-
centos simul permitteret inermes acce-
dere et completis orationibus redire in-
columes. Quod verbum nostri principes
pro ludibrio habentes, praedictos nun-
tios redire compulerunt, significantes
quod non secundum propositas condi-
tiones particulatim illuc accederet exer-
citus; sed junctis agminibus hierosoly-
mam proficiscerentur unanimes, regno
ejus periculum illaturi.
- cfr. RobeRto moNaco, Histo-
ria Hierosolymitana, V, 1-2 e al-
tre cronache

caNto 3 • arrivo a Gerusalemme (1-8) - Vii, 25:


titulus: Proficiscens exercitus hiero-
solymam pervenit; sed interim excita-
tur tumultus, in quo cadunt nonnulli
de hostibus.
3: ecco apparir Gierusalem si vede, …unde progressi pusillum, e vicino ur-
ecco additar Gierusalem si scorge, bem sanctam contemplantes, cum gemi-
ecco da mille voci unitamente tu et suspiriis prae gaudio fusis spiritua-
Gierusalemme salutar si sente. li, pedites, et nudis ex plurima parte ve-
stigiis, coepto ferventius insistentes itine-
ri, subito ante urbem constiterunt, castra
circumponentes eo ordine, quo a majori-
bus principibus singulis designabatur.
- cfr. RobeRto moNaco, Histo-
ria Hierosolymitana, iX, 1
- teikhoskopia di erminia
• primi scontri; incontro fra - Vii, 25:
clorinda e tancredi, causato cumque processissent aliquantulum, vir
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124 FedeRico di SaNto

dalla scorreria per fare razzie di quidam nobilis et strenuus, Gastus bi-
un drappello di Franchi guidati terrensis, assumpto sibi triginta expedi-
torum equitum comitatu, ab exercitu se-
da Gardo (Gastus nella Crona- paratus versus hierosolymam, aurora
ca, 21-30) jam illucescente, coepit contendere, ut si
quas extra urbem gregum aut armento-
rum reperiret copias, eas secum in expe-
ditionem deduceret. […] cum ecce ad
pastorum vocem exciti hierosolymitae,
correptis armis, praedam abactam vio-
lenter revocare cupientes, certatim inse-
cuti sunt abeuntem. […] dominus tan-
credus, cum praedictis centum equiti-
bus, a bethlehem rediens ad exercitum
maturabat, quibus praedictus vir nobilis
occurrens, casum qui ei acciderat, ex or-
dine pandit. conjunctis itaque agmini-
bus, eos qui praedam reducebant verso
secuti sunt itinere; et antequam in ur-
bem se reciperent, subito in eos irruen-
tes, interfectis pluribus, reliquisque in
fugam versis, praedam iterum receptam
violenter abducentes, ad exercitum cum
multa laetitia sunt reversi.
- morte di dudone - a differenza di quanto scrivo-
no i commenti, un ‘dodo de
cons’ è nominato in GuGLieL-
mo di tiRo, Cronaca, ii, 1 (co-
me tasso ricorda in una lettera).
• descrizione di Gerusalemme - Viii, 3-4:
(55-57): Sita est autem in montibus duobus…
55: Gierusalem sovra duo colli è posta… …est autem locus, in quo civitas sita
…ma fuor la terra intorno è nuda d’erba, est, aridus et inaquosus, rivos, fontes ac
e di fontane sterile e di rivi. flumina non habens penitus.
• accampamento cristiano (64- - Viii, 5:
66) titulus: …et quo ordine castra sunt locata.
- esequie di dudone
• legname per le macchine da - Viii, 6:
guerra (74-76) titulus:…in silvas descendunt, traves de-
ferunt, erigunt machinas.
caNto 4 - concilio infernale
- idraote e armida
- arrivo di armida al campo cri-
stiano

caNto 5 - uccisione di Gernando e par-


tenza di Rinaldo
- elezione dei dieci campioni di
armida
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 125

• furto delle vettovaglie: pro- - Viii, 9:


spettiva della fame (86-92) titulus: classis ianuensium apud ioppen
applicat; mittuntur de exercitu qui eos ad
obsidionem deducant, patiuntur in itine-
re qui missi fuerant hostium insidias.

caNto 6 - duello fra tancredi e argante


- uscita notturna di erminia da
Gerusalemme

caNto 7 - fuga di erminia tra i pastori


- tancredi imprigionato nel ca-
stello incantato di armida
- duello fra argante e Raimondo

caNto 8 • racconto della morte di Sveno - iV, 20:


(4-46) titulus: Suenno danorum regis filius
exercitum subsequens, cum suis copiis
juxta urbem Finiminis a turcis interfi-
citur.
- armi insanguinate di Rinaldo
- sommossa fomentata da argil-
lano

caNto 9 • scontri con gli arabi guidati - cfr. RobeRto moNaco, Histo-
da Solimano (1-54); poi anche ria Hierosolymitana, iX, 2 e so-
con clorinda e argante prattutto P RocoLdo [R ocoL -
do?] coNte di PRocheSe, fonte
principale dell’episodio secondo
la testimonianza di taSSo, Let-
tere, 25, ed. GuaSti.
- cfr. per contaminazione gli
scontri dei crociati con Solima-
no in GuGLieLmo di tiRo, Cro-
naca, iii, 13 (dall’assedio di Ni-
cea) e Vi, 20-21 (dall’assedio di
antiochia). Solimano non com-
pare nell’assedio di Gesusalem-
me, ma solo nei libri iii, iV, Vi
della Cronaca.
- cfr. RaymoNd d’aGuiLeRS, Hi-
storia Francorum qui ceperunt
Iherusalem, XX (RHC occ vol.
iii, p. 294-95)
- cfr. baLdRico di doL, Historia
Jerosolimitana, ii, 3-4 (dall’asse-
dio di Nicea):
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126 FedeRico di SaNto

unde factum est ut Solimanus, senioris


Solimani filius, de Nichea fugiens, inve-
nerit arabum decem milia… [da notare
che si tratta non di Solimano re di Nicea
ma di un Solimano suo figlio, il cui no-
me è Kilidj-arslan].
- cfr. GuibeRto di NoGeNt, Ge-
sta Dei per Francos, iii, 12 (dal-
l’assedio di Nicea):
…contigit ducem [=Kilidj-arslan] qui
Nicaeae praeerat, cum multa amentia ti-
moris post finem obsidionis elapsum,
decem millibus occurrere arabum…
(- cfr. V, 4-6, dall’assedio di an-
tiochia)
• soccorso dei cinquanta cava- - cfr. RaymoNd d’aGuiLeRS, Hi-
lieri liberati da Rinaldo (91-93) storia Francorum qui ceperunt
Iherusalem, XX (RHC occ vol.
iii, p. 295c):
…nova nube di polve ecco vicina Sed dum nostri duces… declinare vel-
che folgori di guerra in grembo tiene, lent, cognito pulvere a longe Raimun-
ecco d’arme improviso uscirne un lampo dus Pelet praeceps et festinus in pu-
che sbigottì de gli infedeli il campo. gnam intravit, atque tantum pulverem
commovebat, ut crederent hostes cum
eo plurimos esse milites. Sicque et per
dei gratiam, et nostri liberati sunt, et
hostes fusi atque fugati…
- intervanto dell’arcangelo mi-
chele contro le forze infernali
- arrivo dei cavalieri liberati dal
castello di armida e vittoria dei
cristiani

caNto 10 • fuga di Solimano (1-6) - iii, 15:


titulus: …vertitur in fugam Solimannus…
- suo ritorno a Gerusalemme
- consiglio di guerra dei pagani
(aladino, argante, orcano, So-
limano)
- racconto dei cavalieri liberati
da Rinaldo e profezia dell’ere-
mita

caNto 11 • processione al monte oliveto - Viii, 11:


(1-17) titulus: indicuntur populo litanie, in
montem oliveti ascendit universus po-
pulus.

- Goffredo in battaglia come


fante: rimprovero di Raimondo
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 127

• battaglia (18-86) - Viii, 6:


titulus: quinta post obsidionem die ur-
bem impugnant.
- cfr. per contaminazione la bat-
taglia di Viii, 13 da cui sono ri-
presi molti elementi, relativi ed
esempio alle macchine da guer-
ra) e iii, 9.
• clorinda arciera fa strage di - iii, 9 (dall’assedio di Nicea):
crociati (41-46) erat autem inter eos, qui murum ab im-
pugnantibus tuebantur, quidam caeteris
improbrior, corpore quoque et viribus
notabilior, qui arcu in nostros multam
operabatur stragem. insuper etiam et de
successu, quo diu nimis usus fuerat, intu-
• argante li deride (36) mescens, nostros probris afficiebat et
contumeliis, desides eos vocans et timi-
ditatis objiciens titulum. erat autem hic
in ea parte ita importune desaeviens,
quae domino duci et suis cohortibus ad
impugnandum erat deputata: quod vir il-
• Goffredo ferito dalla freccia lustris non perferens dominus Godefri-
di clorinda (51-56): rovescia- dus, sumpta balista locum quaerens op-
mento rispetto alla Cronaca, do- portunum, manus contra praedictum
caussatorem dirigit, et telo per vitalia di-
ve è lui ad uccidere l’arciere recto, confossum et exanimem ad terram
dejicit, justam pro his omnibus quae no-
stris intulerat rependens vicissitudinem.
- sua guarigione miracolosa
• macchina da guerra grave- - cfr. il manoscritto di monte-
mente danneggiata e bloccata cassino noto come tudebodus
sul campo (85) imitatus, cXX (che a sua volta
riprende RaouL de caeN, Gesta
tancredi, cXXV):
85: tale inciampa la torre, e tal da quella Nam molimen illud ex parte maxima li-
parte che volse a l’impeto de’ sassi gnis recentibus operatum atque con-
frange due rote debili, sí ch’ella nexum, sub onere fatiscens jam vergere
ruinosa pendendo arresta i passi. incipit, quod pede uno laeso immobile
stabat, ut nec ultra progredi nec retro-
cedere quiret.
• la notte interrompe la batta- - Viii, 14:
glia (82-83) hunc igitur tam periculosum proca-
cemque nimis, et adhuc ancipitem
utriusque partis conflictum, nox dire-
mit interveniens.

caNto 12 • sortita notturna di clorinda e - Viii, 14:


argante: incendio della mac- angebantur tamen plurimum, timentes
china d’assedio (1-51): sviluppa ne clam in eorum machinas hostes quo-
cunque pacto procurarent incendia: un-
ciò che nella Cronaca è solo de continuas exegerunt vigilias, noctem
suggerito illam penitus trahentes insomnem. 
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128 FedeRico di SaNto

- duello fra tancredi e clorinda


- battesimo e morte di clorinda
- tormento di tancredi

caNto 13 - ismeno incanta la selva di Sa-


ron
• tentativi vani di penetrare nel- - cfr. forse il manoscritto di
la selva da parte di alcasto e poi montecassino noto come tude-
Tancredi (17-50) bodus imitatus, cXiV (che ri-
prende RaouL de caeN, Gesta
tancredi, cViii):
unde perlustrata circumquaque vicinia,
nullum inventum est lignum siccum vel
viride, ut ad scalarum fabricam posset
proficere. Quumque Tancredus lignum
quodlibet per regionem illam in circuitu
reperiri non posse vidisset, secedens ali-
quantulum longius, invenit latebras
quasdam infra quas aliquante trabes ce-
labantur, quae quidem ipsius animum
fallere nequiverunt.
Poco oltre, ancora tancredi tro-
va altro legname nel luogo che è
verosimilmente all’origine dei
tentativi iterati di penetrare nella
selva incantata in tasso: tudebo-
dus imitatus, cXVi-cXVii (che
riprende di nuovo R aouL de
caeN, Gesta tancredi, cXX):
2: …alta foresta, sub rupe cavata, quae erat circum clau-
foltissima di piante antiche, orrende, sa arboribus umbrisque horrentibus.
che spargon d’ogni intorno ombra funesta Solo più avanti (tudebodus imi-
tatus, cViii) viene trovato an-
che il bosco vero e proprio (ne-
mus, poi lucus) di cui parlano
anche altre cronache.
- profezia dell’eremita sulla fa-
talità di Rinaldo
• siccità (53-69) - Viii, 7:
titulus: siti populus fatigatur; dumque
aquas quaerunt longe positas, et reliqua
vitae necessaria, ab hostibus perimuntur
frequenter.
• pioggia mandata da dio: ‘no- - cfr. RobeRto moNaco, Histo-
vello ordin di cose’ (74-80) ria Hierosolymitana, iX, 3
- Vi, 19 (ben prima dell’arrivo a
Gerusalemme):
ros quidam suavissimus immissus de su-
pernis, modicus, sed gratissimus, super
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 129

nostrum exercitum descendit ita placi-


dus, ut quasi in eo benedictionem et
gratiam suam videretur dominus infu-
disse. Quicunque enim eo imbre coeli-
tus immisso conspersus est, ita plenam
mentis et corporis, suscepit hilaritatem
et integritatem sospitatis, tanquam nihil
laboris, nihil molestiae tota illa expedi-
tione passus esset.

caNto 14 • sogno di Goffredo (1-20) - pur mancando un parallelo


specifico, sono più d’uno i casi
in cui un compagno morto (ad
es. il vescovo ademaro in Ray-
moNd d’a GuiLeRS ) appare in
sogno ad un altro crociato. i due
contatti testuali riportati qui di
seguito confermano il rapporto.
- cfr. il manoscritto di monte-
cassino noto come tudebodus
imitatus, LXXii = Gesta Fran-
corum et aliorum… XXXiV =
R obeRto m oNaco , Historia
Hierosolymitana, Vii, 1:
dum essem una nocte in ecclesia Sanc-
5: «Goffredo, non m’accogli? e non tae mariae matris domini nostri iesu
[ragione christi, apparuit mihi Salvator mundi si-
al fido amico? or non conosci Ugone?» mul cum sua genitrice et beato Petro,
apostolorum principe, stetique ante me,
ed ei gli rispondea: «Quel novo aspetto et dixit mihi: Agnoscis me? Cui respon-
che par d’un sol mirabilmente adorno, di: Non. his dictis, ecce apparuit inte-
da l’antica notizia il mio intelletto gra crux in capite eius. iterum ergo in-
sviat’ha sì che tardi a lui ritorno». terrogavit me dominus dicens: Agno-
scis me? Cui ego dixi: Te alio modo
non agnosco, nisi quia crucem in capite
cerno tuo, sicuti Salvatori meo. Qui
dixit: ego sum.
- cfr. tudebodus imitatus =
RaouL de caeN, Gesta tancre-
di, cVi:
7: «[…] Questo è il tempio di dio: qui […] apparuit quidam, cuius nomen at-
[son le sedi que figuram, locumque et diem obitus
de’ suoi guerrieri, e tu avrai loco in recolo. ille mihi, inquam, taliter ait: an-
[queste». selle, cognoscis horum beatorum tur-
«Quando fia ciò?» rispose «il mortal bam? at ego respondens: Vix, inquam,
[laccio agnosco. tunc ille: Hi sunt, inquit, Jeru-
sciolgasi omai, s’al restar qui m’è solymitae, qui, viam Dei, in qua adhuc
[impaccio» et tu laboras, ab initio aggressi, a saecu-
lo transmigrarunt, merueruntque habe-
«Ben» replicogli ugon «tosto raccolto re coronas perpetuas; ad quos tu quo-
ne la gloria sarai de’ trionfanti». que in proximo absque dubio eris
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130 FedeRico di SaNto

ascensurus. bonum certamen certasti,


cursum consumasti. ad haec me stupe-
factum sopor cum visione dimisit.
- carlo e ubaldo inviati a richia-
mare Rinaldo
- il mago di ascalona: suo rac-
conto delle vicende occorse a
Rinaldo

caNto 15 - viaggio di carlo e ubaldo sulla


nave prodigiosa della Fortuna
- arrivo all’isola di armida: osta-
coli

caNto 16 - descrizione del palazzo di ar-


mida
- rinsavimento di Rinaldo
- suo abbandono di armida

caNto 17 - rassegna dell’esercito egiziano


- armida si unisce agli egiziani
- Rinaldo e il mago di ascalona:
scudo istoriato con la progenie
estense
- ritorno di Rinaldo al campo

caNto 18 - Rinaldo accolto da Goffredo e


rimproverato dall’eremita
• espiazione di Rinaldo sul - forse suggerito indirettamente
monte oliveto (1-16) da RaouL de caeN, Gesta tan-
credi, cXii-cXiii, dove tancre-
di di notte, all’arrivo a Gerusa-
lemme, sale da solo sul monte
oliveto per pregare e vi incontra
un eremita: il passo è infatti ri-
preso nella Historia peregrino-
rum euntium Jerusolimam del
manoscritto di montecassino,
nota come tudebodus imitatus et
continuatus, ciX-cXi, che vero-
similmente tasso conosceva.
- Rinaldo vince gli incanti della (- v. canto Xiii)
selva
• costruzione di nuove macchine - Viii, 10:
d’assedio con l’aiuto dei genovesi titulus: qui in classe advenerant ad exer-
di Guglielmo embriaco (39-45) citum se conferunt et in erigendis ma-
chinis plurimas prestant commoditates.
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 131

- cfr. anche iii, 10 (dall’assedio


di Nicea):
…ecce quidam Longobardus natione,
accedens ad principes, videns quod om-
nium artificum eluderentur argumenta,
et labor sine fructu deperiret, hujus artis
professus est se habere peritiam, asse-
rens, quod si ei sumptus de publico ad
operis consummationem sufficientes, et
necessarii ministrarentur, ipse, auctore
domino, infra paucos dies turrim prae-
dictam, sine damno nostrorum ad ter-
ram dejiceret; et late patentem introitum
omnibus ingredi volentibus, ministraret.
- per il coordinamento delle
operazioni affidato al genovese
Guglielmo embriaco anziché ai
conti di Normandia e delle
Fiandre e a Gastone de beart,
come si dice in GuGLieLmo di
t iRo , cfr. R aymoNd d’a Gui -
LeRS, Historia francorum qui ce-
perunt Iherusalem, XX (RHC
occ vol. iii, p. 298e) e forse an-
che caFFaRo di caSchiFeLLo-
Ne , De liberatione civitatum
orientis, X
• prodigio della colombra (49- - cfr. PaoLo emiLio VeRoNeSe,
53) De rebus gestis Francorum, ii
- cfr. RaimoNdo di aGuiLeRS,
Historia Francorum qui ceperunt
Iherusalem, XiX:
titulus:de columba quae litteras defere-
bat ad nocumentum nostrum
- cfr. anche, per contaminazio-
ne, GuGLieLmo di tiRo, Crona-
ca, iii, 3:
titulus: capitur epistolae bajulus, et uni-
versa principibus hostium reserat secreta.
[…] constitit autem ejus relatione,
quod Solimannus eos ad denuntiandum
civibus ejus adventum direxerat; quod-
que in vicino constitutus, ingentes con-
vocaverat copias, die altera in castra no-
stra clam irruiturus.
- decisione di inviare Vafrino
• spostamento notturno della - Viii, 12:
macchina (61-66) Videbatur enim eis, et vere sic erat,
quod quia ex illa parte civitas remanse-
rat inobsessa, idcirco et a civibus minore
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132 FedeRico di SaNto

diligentia servaretur; factumque est, ut


translatae machinae, continuatis tota
nocte vigiliis, ante solis exortum cum
multo labore compactae sunt et con-
gruis stationibus collocatae.
• Rinaldo (non Goffredo) sale - Viii, 18:
per primo sulle mura di Gerusa- Ponte igitur sic ordinato, primus om-
lemme (78-79): nium vir inclytus et illustris dux Godefri-
78: e [Rinaldo] sale il muro e ’l dus, reliquos ut subsequantur exhortans,
[signoreggia, e ’l rende cum fratre suo eustachio urbem ingres-
sgombro e securo a chi diretro ascende. sus est; quem continuo subsecuti sunt
ed egli stesso a l’ultimo germano Ludolfus et Gislebertus uterini fratres.
del pio buglion, ch’è di cadere in forse, - cfr. RobeRto moNaco, Histo-
stesa la vincitrice amica mano, ria Hierosolymitana, iX, 7, dove
di salirne secondo aita porse. il primo a salire sulle mura è in-
vece un certo Leotoldo
• morte di ismeno (87-89) - Viii, 15:
contra quam [machinam] cum nulla ar-
te possent proficere, duas adduxerunt
maleficas, ut eam fascinarent et magicis
carminibus redderent impotentem; quae
dum suis praestigiis instarent super mu-
rum, et incantationibus, repente ex ea-
dem machina molaris immissus utram-
que illarum cum tribus puellis, quae illa-
rum gressum fuerant comitatae, obtrivit,
et excussis animabus, de muro inferius
dejecit exanimes.
- cfr. anche PRocoLdo coNte
di PRocheSe, che fa cenno al-
l’incanto delle macchine d’asse-
dio secondo la testimonianza di
taSSo, Lettere, 60, ed. GuaSti
- cfr. R aymoNd d’a GuiLeRS ,
Historia Francorum qui ceperunt
Iherusalem, XX (RHC occ vol.
iii, p. 299f)
• visione miracolosa di Goffre- - Viii, 16:
do: visione delle milizie celesti Nam de monte Oliveti miles quidam,
(92-93) (ma per maggiore ade- qui tamen postea non comparuit, splen-
didum et refulgentem ventilando cly-
renza cfr. Gerusalemme conqui- peum, signum dabat nostris legionibus,
stata, XXiii, 34-36: ut redirent in id ipsum et congressionem
Poi fu veduto un cavalier lucente iterarent. Quo signo exhilaratus animo
scender da’ poggi solitari ed ermi…) dux Godefridus, qui cum fratre suo eu-
stachio, in superiori castelli nostri coe-
naculo ad urbem impugnandam et ad
cautius tuendum aedificium erat consti-
tutus, populum et majores coepit ingen-
tibus revocare clamoribus.
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 133

- cfr. RobeRto moNaco, Histo-


ria Hierosolymitana, V, 13 e al-
tre cronache
• …e poi visione dei compagni - Viii, 22 (dopo la presa di Ge-
caduti (94-97): rusalemme):
mira di quei che fur campion di cristo ea die dominus Ademarus, vir virtutum
l’anime fatte in cielo or cittadine, et immortalis memoriae, Podiensis epi-
che pugnan teco e di sí alto acquisto scopus, qui apud antiochiam, ut prae-
si trovan teco al glorioso fine. diximus, vita decesserat, a multis in
Là ’ve ondeggiar la polve e ’l fumo misto sancta visus est civitate, ita ut multi viri
vedi e di rotte moli alte ruine, venerabiles et fide digni eum super civi-
tra quella folta nebbia ugon combatte tatis murum, primum omnium ascendis-
e de le torri i fondamenti abbatte. se et caeteros animasse ad ingressum,
ecco poi là dudon, che l’alta porta oculis corporeis se vidisse constanter as-
aquilonar con ferro e fiamma assale: sererent: et postmodum plurimis, loca
ministra l’arme a i combattenti, essorta venerabilia circumeuntibus, eadem die
ch’altrui su monti, e drizza e tien le scale. manifestus apparuit. aliique quam plu-
Quel ch’è su ’l colle, e ’l sacro abito porta res, qui in toto itinere divinis obsequiis
e la corona a i crin sacerdotale, mancipati, piam in christo dormitionem
è il pastore Ademaro, alma felice: acceperant, in eadem civitate apparue-
vedi ch’ancor vi segna e benedice. runt multis, loca sancta cum aliis ingre-
dientes. in quo manifeste dabatur intel-
ligi, quia, etsi vita decessissent tempora-
li, ad aeternam vocati beatitudinem, non
sunt fraudati a desiderio suo.
- cfr. RobeRto moNaco, Histo-
ria Hierosolymitana, V, 16
• i crociati entrano in Gerusa- - Viii, 18:
lemme (98-105) titulus: …urbs capitur, porta aperitur et
noster introducitur exercitus.

caNto 19 - ripresa del duello tra argante


e tancredi
- morte di argante, tancredi
ferito
• Rinaldo (non tancredi) al - Viii, 20:
tempio di Salomone (31-38) titulus: cives in atrium templi se confe-
runt, tancredus eos illuc persequitur: fit
strages innumera et sanguis ibidem fun-
ditur infinitus.
• Solimano alla rocca di david - Viii, 19:
(39-41) …unde, relictis turribus et muro, ad di-
versa fugientes loca, saluti propriae con-
sulere satagebant. hi, quoniam praesi-
dium civitatis in vicino constitutum erat,
ex parte plurima se in arcem contulerunt.
- la notte interrompe l’assalto
• Vafrino mandato a spiare l’e- - iX, 12 (per le notizie sull’eser-
sercito egiziano (57-101): cito egiziano):
Vide [Vafrino] tende infinite e de hostium vero numero nullus poterat
[ventillanti stendardi… habere certitudinem; nam et infinita
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134 FedeRico di SaNto

…che fra sé disse: «Qui l’africa tutta erat eorum multitudo et singulis diebus
translata viene e qui l’asia è condutta» incrementi aliquid eorum accedebat vi-
- erminia cura tancredi ribus. Sic igitur obtenta sine contradic-
tore praeda, quae prae nimia multitudi-
ne numerum excedebat, noctem illam
ibi transegerunt gaudentes…

caNto 20 • arrivo dell’esercito egiziano a - iX, 10:


Gerusalemme (1-5) Per idem tempus, urbe recens capta,
dum adhuc principes, qui eam divino
mancipaverant cultui, nondum essent
divisi abinvicem, rumor insonuit, et vere
sic erat, quod princeps aegyptius, inter
orientales potentissimus, ex universis
regionibus suae ditioni subjectis milita-
res convocaverat copias et exercitus col-
legerat infinitos, indigne ferens quod
populus barbarus, de ultimis egressus
terrarum finibus, in regnum suum in-
troierat, et provinciam imperio suo sub-
ditam, occupaverat violenter. Vocatoque
ad se militiae suae principe elafdalio,
qui alio nomine dicebatur emireus,
praecipit ut universum aegypti robur, et
omnes imperii vires colligens, in Syriam
ascendat; et populum praesumptuosum
deleat de superficie terrae, ita ut non
memoretur nomen illius ultra.
(ma per la dinamica dell’attacco
cfr. anche iii, 4, secondo quan-
to annunciato nell’epistola in-
tercettata in iii, 3: cfr. canto
XViii, prodigio della colomba)
- rispettivi discorsi di Goffredo
e di emireno
• battaglia (22 sgg.) - iX, 12:
titulus: committitur prelium et nostris
divinitus confertur victoria.
- Gidippe e odoardo
- altamoro
- fallito attentato a Goffredo
- Rinaldo incontra armida
• Solimano si lancia in battaglia: - Viii, 24 (dopo la vittoria cri-
Raimondo e tancredi prendono stiana):
la rocca di david (87-91) interea vero pars hostium ea quae in arce
david, a facie gladii fugiens se contulerat,
videntes quod urbem universam sibi po-
pulus noster vindicaverat et quod ipsi
diutius obsidionem tolerare non possent,
petita et impetrata a domino comite to-
losano fiducia… arcem ei resignaverunt.
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taSSo e La CRoNaCa di GuGLieLmo di tiRo 135

- morte di Gidippe e odoardo


- Rinaldo uccide Solimano
- Rinaldo insegue armida: loro
riconciliazione
- Goffredo uccide emireno e fa
prigioniero altamoro
• Goffredo scioglie il voto al - Viii, 21:
Santo Sepolcro (140-144) titulus: urbe composita sedatur tumul-
tus et armis depositis orationis gratia lo-
ca circueunt venerabilia, diem agentes
sollempnem.
- cfr. RobeRto moNaco, Histo-
ria Hierosolymitana, iX, 9
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Finito di stampare nel mese di giugno 2015