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CAPITOLO 1

“Che genere di cose sono le emozioni?”

1.1 Tentativi di definizione e curiosità etimologiche

Ai giorni nostri, il termine “emozione” è sulla bocca di tutti; in particolare, riscuote un


notevole successo nei media e nella pubblicità. Si presenta come un valore sicuro della lingua
e sembra esistere da sempre.
Eppure, se PER NOSTRA CURIOSITA’ PERSONALE CONSULTASSIMO un dizionario
italiano del XVI secolo, scoprIREMMO che a quel tempo il termine, semplicemente, non
esisteva.
SOFFERMIAMOCI ORA SULL’ ETIMOLOGIA DEL TERMINE E SULLA SULLA SUA
DEFINIZIONE:
“Emozione” è una parola che giunge in Italia (ed anche in Inghilterra) a partire dalla seconda
metà del Seicento come adattamento del francese émotion, che a sua volta compare poco
prima.
Il termine francese èmotion deriva dal latino e in particolare dall’unione dei due termini motio
ed emotio, ossia dal participio passato del verbo all’infinito e-movere (moveo più prefisso e),
che letteralmente vuol dire "movimento da", cioè “smuovere”.
Scopriamo con sorpresa cOME la definizione di allora non comprendESSE quella attuale:
èmotion in francese viene fatto derivare dal verbo émouvoir che significa “mettere in
movimento” e anche émeute che sta per “sommossa”, “agitazione popolare”, “tumulto”,
“disordine” (Rimè 2005), significati molto diversi da quelli che oggi attribuiamo al termine
emozione.
Tutti questi significati GODEVANO DI CREDIBILITA’ nell’italiano del Settecento, ma,
modificandosi nel tempo, come sappiamo, non sono giunti fino a noi.
Nel dizionario francese “Larousse” del 1870 compare il significato ormai più diffuso di
èmotion come “movimento dell’animo”: quest’accezione affettiva e individuale del termine,
condivisa dall’italiano odierno, viene anticipata da Cartesio, che, già a metà del Seicento,
utilizza il termine “movimento degli spiriti”.
In effetti, attraverso il trattato “Le passioni dell’anima” (1649) egli si dimostra un precursore:
<<Dopo aver considerate in che le passioni dell’anima differiscano da tutti gli altri suoi
pensieri, mi sembra si possano definire, in genere, percezioni, o sentimenti, o emozioni
dell’anima, che si riferiscono a essa in particolare e che sono causate, mantenute, rafforzate,
da qualche movimento degli spiriti>> (Cartesio 1649, trad. it. 1966, 20).
L’approccio etimologico rivela dunque parecchie VICISSITUDINI inaspettate sull’origine
della parola emozione: innanzitutto, l’assenza del termine fino all’età classica, poi la sua
apparizione con un senso collettivo di sommossa, agitazione popolare, tumulto oggi perduto,
inoltre la sua progressiva evoluzione verso un senso affettivo individuale, ma anche il lungo
intervallo di tempo trascorso prima che quest’ultimo significato si imponesse sugli altri, e da
ultimo la totale scomparsa del primitivo significato collettivo.
Riguardo il termine emozione sono state date diverse visioni e moltissime definizioni da
altrettanti autori: noi ne vedremo, per ovvie limitazioni di spazio, solo alcune sfaccettature
principali. ( DA CIO’ NE DEDUCIAMO CHE IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA
STESSA VARIA INSIEME CON LO SVILUPPO DELLA PERCEZIONE DI SE NELLA
SOCIETA’, E SVILUPPO DELLA PSICOLOGIA E SOCIOLOGIA DELLE EMOZIONIP
FINCHE NON E’ STATA STUDIATA LA PSICHE L’UOMO NON HA DATO
IMPORTANZA ALLE EMOZIONI, CONSIDERATE INOPPORTUNE E QUASI
SCOMODE (JANE AUSTEN..)
EVOLUZIONE DELLO STUDIO SULLE EMOZIONI, QUANDO A LORO VIENE DATO
SPAZIO E IMPORTANZA NELLA SFERA SOCIALE EDI VITA?
Non è questo il luogo per definire il concetto di emozione, ma possiamo esporre una
definizione che possa condividere, e non contrastare, il pensiero anche di altri autori, che
viene data da Cristiano Castelfranchi nel 1988 all’interno del libro “Che figura: emozioni e
immagine sociale”:
<<L’emozione è un’autopercezione complessa, comprendente la percezione di varie reazioni
interne di un organismo al proprio assetto scopistico e cognitivo, cioè allo stato delle sue
conoscenze e dei suoi scopi. Un’emozione comprende almeno:
• La percezione o assunzione dello stato di un proprio scopo come
raggiunto, o vicino al raggiungimento, o frustrato, o minacciato di compromissione
(ad esempio, la vergogna implica la percezione che un proprio scopo della stima o
dell’autostima è o rischia di essere compromesso);
• La percezione delle proprie reazioni somatico-viscerali, provocate
dall’informazione (il vergognarsi può implicare ad esempio che si arrossisca e/o ci si
senta arrossire;
• La percezione di proprie reazioni cognitive come desideri, immagini o
assunzioni, all’informazione a (nella vergogna vorremo sprofondare, scomparire,
essere altrove e assumiamo o immaginiamo che altri sappiano della nostra
mancanza).>>
(Castelfranchi 1988, 162-163)
Le emozioni possono comprendere cambiamenti corporei, come un colorito vivo e un sorriso
di felicità, un cuore che palpita d’ansia, un pugno serrato per la rabbia; quelle più comuni,
inoltre, si manifestano in modo piuttosto repentino. Siamo improvvisamente felici quando
incontriamo una persona cara, un amico che non vedevamo da tempo, ci arrabbiamo di fronte
a un’offesa subita.
Un’emozione di questo tipo, cioè che si presenta in maniera improvvisa, è detta anche
emozione reattiva, ma per lo più è semplicemente detta emozione.
Oggi si tende ad associare le emozioni alla valutazione di eventi esterni in rapporto a quello
che conta per noi: obiettivi, interessi, aspirazioni.
Keith Oatley afferma: <<Un’emozione è come uno strattone: qualcuno ti solleva, ti tira per la
manica. A volte è una scossa violenta, un colpo doloroso. Richiede di essere riconosciuta,
esige di essere compresa. Le emozioni rappresentano indicatori preziosi dell’importanza di un
dato elemento e costituiscono l’occasione per porsi un determinato problema: come tali solo
tra gli aspetti più affascinanti della vita mentale, sia per noi stessi che per coloro che ci stanno
a cuore>>. (Oatley 2004, 30)
“Definiamo le emozioni come pattern biologicamente fondati di percezione, esperienza,
fisiologia, azione e comunicazione, relativamente di breve termine, che intervengono in
risposta a specifiche sfide e opportunità fisiche e sociali” (Keltner, Gross, 1999, 468).
In particolar modo, le emozioni sono basate sulle cose, sulle persone, sugli eventi che
conosciamo, o meglio potremmo dire sul nostro vissuto esperienziale, e comprendono
pensieri e valutazioni su quel che è successo o potrebbe succedere in un futuro più o meno
prossimo, provocando spesso l’impulso a reagire istintivamente nei confronti di qualcosa o di
qualcuno. Come ha detto Nico Frijda, si tratta di stati in cui ci si trova nella immediata
disposizione ad agire. (Frijda 1986)
Dunque, pur essendo il termine “emozione” di recente apparizione nei dizionari, ha sin da
subito non solo dato inizio a diversi tentativi di darne la definizione più appropriata, ma ha
inoltre raccolto l’attenzione di molteplici personalità che hanno formulato un cospicuo
numero di teorie.
In particolare, all’interno dello studio psicologico delle emozioni, sono prevalse due
prospettive antitetiche circa la loro funzione. Una prima concezione che ha a lungo dominato
la letteratura concepiva le emozioni come eventi disfunzionali che irrompono nell’esperienza
interrompendo ed interferendo con ogni altra attività: Young (Young 1943), per esempio, ha
definito le emozioni come “acute disturbances of the individual ass a whole”, ovvero
“episodi di disorganizzazione nel normale funzionamento integrato dell’individuo” (Feldman
2008).
In questa prospettiva, le emozioni sono state considerate come una interruzione del flusso
coordinato delle azioni, al fine di orientare l’attenzione sull’evento o oggetto emotigeno,
come una sorta di segnale interno ad alta priorità che ha la capacità di interrompere ogni altra
attività per mobilitare l’organismo a una risposta adeguata (Johnsons-Laird e Oatley 1988).
Da un’altra prospettiva, la ricerca contemporanea ha invece sottolineato il ruolo positivo delle
emozioni per l’adattamento dell’organismo, fondando un approccio funzionale allo studio del
processo emotivo.
Secondo tale approccio le emozioni sono concepite come mediatori nella relazione tra
l’organismo e l’ambiente fisico e sociale per il mantenimento del benessere dell’organismo
stesso. Nel tentativo di definire il ruolo adattivo delle emozioni, ne sono state proposte alcune
funzioni fondamentali, come la valutazione dell’ambiente, la regolazione dello stato di
attivazione del sistema in risposta ad eventi, la preparazione all’azione e tendenze ad agire, il
modellamento del nostro comportamento e la predisposizione di reazioni appropriate nel
futuro, l’aiuto per un’interazione migliore e l’esplicitazione delle nostre emozioni agli altri
(Scherer 1984; Lazarus 2006; Anolli 2002).
Al contrario di chi considera, e anzi per lo più considerava, le emozioni come mere
espressioni istintive totalmente slegate dalla ratio, con un’esplicita accezione negativa, questa
visione che preclude l’uso della mente nel fenomeno emotivo permette di riscattare le
emozioni donando loro una prospettiva cognitiva. Le emozioni comprendono pensieri e, in
quanto tali, permettono la creazione, la modifica, l’accelerazione di azioni.
Il dibattito sul significato di emozione in realtà, è nato molto prima della comparsa e
dell’affermazione del termine stesso nei dizionari: esso è presente all’interno della filosofia e
della letteratura da centinaia di anni fa.
E’ soprattutto il dualismo emozione-ragione a raccogliere la curiosità di molte personalità;
difatti, già a partire dall’antica etica stoica greca viene data una grande importanza alle
emozioni, che vengono definite da loro stessi come forme di giudizio valutativo che
attribuiscono a certe cose e persone non controllabili dall’individuo una grande importanza
per la sua prosperità. Le emozioni sarebbero quindi, in realtà, riconoscimenti di bisogno, di
assenza di autosufficienza. (Lyons 1980)
La teoria stoica greca, che tutt’oggi riscuote un grande consenso da alcune personalità come
la filosofa Martha Nussbaum, ha però un antagonista. Si tratta della concezione secondo la
quale le emozioni sono moti non-razionali, energie non pensanti che semplicemente
dominano la persona, senza rapporto con il mondo. Come raffiche di vento o correnti marine,
le emozioni sono moti e trascinano, o meglio, spingono, la persona alla cieca. Lo stesso stoico
Seneca, pur difendendo la natura cognitivista delle emozioni, ama paragonarle al fuoco, alle
correnti marine, a selvagge tempeste, a forze invasive che scaraventano il Sé nel mondo, che
lo fanno esplodere, lo lacerano, lo straziano pezzo a pezzo.
Questa concezione, definita “antagonista” da Nussbaum, si fonda sull’idea che le emozioni
scaturiscano da una parte “animale” della nostra natura, piuttosto che da quella peculiarmente
umana; altre volte e anche sull’idea che le emozioni siano fisiche piuttosto che intellettuali.
Scritta pressappoco nella stessa epoca dello stoicismo e almeno cinque secoli prima dalla
nascita di Seneca, la prima opera letteraria dei greci giunta fino a noi, l’Iliade, esordisce con
queste parole: “Menin aeide, theà”, che tradotto vuol dire “Cantami, o Diva, del Pelide
Achille l’ira funesta”.
Qui il poeta Omero chiede alla musa di celebrare la collera di Achille contro Agamennone, re
dell’Argolide a capo dell’esercito greco. Questa emozione del più valente dei guerrieri greci,
provocata da un affronto, ha avuto l’importante scopo e l’imprescindibile funzione di
annientare quasi del tutto l’esercito greco tanto da essere tutt’oggi il simbolo e il sostantivo
chiave che identifica l’eroe Achille.
In realtà, se parliamo di emozioni, possiamo sbirciare ancora più dietro nel tempo, fino ad
arrivare all’origine della scrittura. Essa è stata inventata dai Sumeri, una civiltà mesopotamica
fiorita sul territorio dell’odierno Iraq. “Circa 5.000 anni fa” –scrive il romanziere Keith
Oatley- “le ombre effimere del pensiero con la scrittura per la prima volta assunsero una
forma durevole. Che cosa leggiamo di questa civiltà? Leggiamo storie di emozioni”. (Oatley,
2004, 23)
In effetti, l’esempio di scrittura più antica che è arrivato fino a noi dai tempi della civiltà
sumera risale al 3.800 a.C. ed è la storia “Bilgames e il toro del cielo”. Questa vicenda parla
proprio di emozioni e in particolare d’amore: la dea Inanna prova per un uomo di nome
Bilgames (o Gilgamesh) un forte desiderio ma, dopo il rifiuto di lui ad amarla, ella chiede a
suo padre se può servirsi del Toro dei Cieli per vendicarsi di lui. (Il verso citato è di Anone
1700 a.C.).
Vediamo come, al pari dell’ira funesta di Achille che fomenterà la battaglia in territorio greco,
anche qui le emozioni di amore e, possiamo supporre, successivamente di odio ricoprono un
ruolo fondamentale nel risvolto della storia.
Questi sono solo alcuni esempi di come, seppur con lingue, scritture, culture e funzioni
diverse, le emozioni sono da sempre al centro delle vicende, delle narrazioni, dei pensieri e
delle azioni di tutto il mondo.
Come abbiamo visto poc’anzi, il significato del termine emozione si è evoluto nel tempo dalla
sua comparsa nei vocabolari: in realtà, la sua evoluzione inizia molto tempo prima.
Sappiamo infatti che ai tempi dell’età classica, in greco il sostantivo “pathos indica la
capacità di suscitare un'intensa emozione o una totale partecipazione sul piano estetico o
affettivo, un alto grado di emozionalità, coinvolgimento, passione intensa propria dell'antica
tragedia greca.
Il sostantivo deriva dal verbo (soffrire) e entrambi questi due termini condividono la stessa
radice del termine che vuol dire “passione”. Dunque nella Grecia classica queste parole
erano, di fatto, sinonimi. (Dal dizionario Alexandre 1886).
È curioso notare che nel mondo greco il termine passione sia stato un’equivalente del
vocabolo emozione. Ma ad oggi essi sono davvero la stessa cosa, o meglio, hanno ancora un
accezione equivalente?
Al fine di dare un taglio più preciso al termine “emozione” qui in esame, cerchiamo di
analizzarne dunque le differenze semantiche rispetto alla parola passione e ad altri vocaboli
affini.

1.2 Emozioni, sentimenti e passioni: tentativi di distinzione semantica

Ingenuamente, parlando di emozioni può capitare di utilizzare spesso termini come


sentimenti, stati d’animo, passioni, per indicare, erroneamente, lo stesso concetto.
In ogni caso, seppur con le loro differenze, sono espressioni affini che rientrano negli “stati
del sentire” ossia azioni o percezioni che riguardano la nostra sensibilità, dove l’io è coinvolto
in prima persona.
L’insieme dei gesti, delle iniziative, dei pensieri che riguardano il singolo individuo viene
chiamato sfera d’esperienza egologica: il termine egologico viene dal greco e in particolare
da ego, che in greco vuol dire “io” e logos, che in greco vuol dire “parola”, “discorso”.
Come chiarisce De Monticelli:<<Sono egologici gli atti della sfera affettiva e volitiva, nei
quali io mi sento appunto più o meno profondamente implicato, rispettivamente come
soggetto-a, o nel senso passivo del termine soggetto (da soggiacere e subire), e come
soggetto-di, o nel senso attivo del termine, quello che la tradizione identifica con la causalità
dell’agente >> (De Monticelli, 2003, 32).
Anzitutto, le emozioni vanno distinte dall’emotività, intesa come sensibilità alle situazioni
capaci di generare emozioni (ad esempio l’ansia): emotivo è l’individuo facile a provare
emozioni, mentre emotigeno è lo stimolo in grado di indurre emozioni.
Da esse vanno poi distinti sentimenti, stati d’animo, passioni.
Scorriamo le definizioni che vengono date nel “Dizionario di Psicologia” di Umberto
Galimberti:
Emozione:<<Reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata determinata da
uno stimolo ambientale. La sua comparsa provoca una modificazione a livello somatico,
vegetativo e psichico. Le reazioni fisiologiche a una situazione emozionante investono le
funzioni vegetative come la circolazione, la respirazione, la digestione e la secrezione, le
funzioni motorie (tramite un’ipertensione muscolare), le funzioni sensorie (con vari disturbi
alla vista e all’udito). Le reazioni viscerali si manifestano con una perdita momentanea del
controllo neurovegetativo con conseguente incapacità temporanea di astrazione del contesto
emozionale. Le reazioni psicologiche si manifestano come riduzione del controllo di sé,
difficoltà ad articolare logicamente azioni e riflessioni, diminuzioni delle capacità di metodo e
di critica>> (Galimberti, 2006, vol. II, 20).
Sentimento: <<Risonanza affettiva meno intensa della passione e più duratura dell’emozione
con cui il soggetto vive i propri stati soggettivi e gli aspetti del mondo esterno>> (ibidem, vol
III, 445).
Passione: <<Termine appartenente alla tradizione filosofica che possiede un significato
contrario e correlativo all’azione. In preda alla passione il soggetto, infatti, non agisce, ma
subisce. In ambito psicologico il concetto di passione è stato risolto in tre significati più
specifici: affezione; emozione; pulsione>> (ibidem, vol. III, 17).
Dunque, l’emozione è uno stato che si prova prevalentemente a livello psichico e corporeo:
“agitazione interna” direbbe Rousseau. E’ di breve durata e costituisce una risposta di solito
involontaria a uno stimolo ambientale, che sia naturale (il profumo di un fiore) o umano
(l’incontro con una persona importante per noi).
Come chiarisce Boltanski: <<L’emozione […] risulta, per definizione, non intenzionale. […]
Il carattere non solo involontario, ma soprattutto non intenzionale dell’emozione, che sfugge
per principio a qualunque attesa, che non può essere anticipata e ancor meno desiderata, e il
cui modo di apparizione è il sorgere, resta dunque la sola garanzia di cui si possa disporre del
fatto che essa provenga proprio dal cuore, dall’interiorità e, di conseguenza, che sia autentica
>> (Boltanski, 2000, 129).
Egli, seppur sostenendo la natura imprevedibile e spontanea dell’emozione, e proprio in virtù
di questa considerazione, ne delinea una connotazione positiva in quanto essa è veritiera,
genuina nel suo inevitabile manifestarsi.
Mutuando le parole di Jon Elster, potremmo affermare che: <<le emozioni sono quelle cose
che ci tengono svegli di notte […] sono la materia di cui è fatta la vita. […]>> (Elster 1994,
25-26).
In primis possiamo dire che le emozioni hanno breve durata, occupano il presente e l’attualità,
in quanto il turbamento causato da esse è presto assorbito dall’organismo e dalla mente che
provvedono a riportare il soggetto in uno stato d’equilibrio accettabile; come afferma
Massimo Cerulo, <<l’emozione è qualcosa che si prova al momento e per poco tempo ancora:
ha il carattere dell’immediatezza, dell’hic et nunc, di qualcosa che obbliga ad affrontare la
particolare situazione in cui ci si trova>> (Cerulo 2008, 26).
In secundis, nonostante possano essere represse, non possono essere cancellate dalla nostra
esistenza. <<Più o meno profondamente esse ci toccano. Nessuno è immune all’emozione.
Tutti le proviamo, tutti ne siamo “vittime” e la nostra razionalità può poco nei confronti nel
loro manifestarsi. Certo, possiamo venire a patti con le emozioni […] ma i battiti del nostro
cuore non ingannano. L’emozione trova sempre la strada per manifestarsi>> (ibidem, 23).
Il professor Sergio Manghi, nel suo libro “Dell’emozionarsi come processo di trasformazione
sociale” sottolinea soprattutto la forza delle emozioni e la nostra incapacità di soggiogarle, la
nostra difficoltà a tenerle a bada: le emozioni nascono in noi, e in noi hanno il bisogno di
manifestarsi.
<<Noi esseri umani non possiamo, semplicemente, pilotare le nostre emozioni. Al cuore,
come si dice, non si comanda. Nel bene come nel male – e purtroppo, è lecito sospettare, più
spesso nel male che nel bene. Noi non possiamo prescrivere al cuore di seguire le nostre
parole meglio pensate, per il buon motivo che le nostre parole sono allo stesso tempo
precedute e accompagnate da emozioni che ‘funzionano’ attraverso codici comunicativi
profondamente inconsapevoli: da quelle ragioni del cuore, come scriveva Blaise Pascal, che la
ragione non conosce. E non le conosce, è bene sottolineare, non nel senso che ‘purtroppo’ non
le sa più o non le sa ancora riconoscere, ma nel senso, più radicale, che esse costituiscono un
ordine di esperienza proprio, diverso da quello delle ragioni della ragione – ancorché
dinamicamente interconnesso con questo, naturalmente.>> (Manghi 2008, 3)
Sono lampanti le discordanze tra i diversi autori sulla possibilità e sulla riuscita del
pilotamento che possiamo fare alle nostre emozioni, o meglio sul nostro poter reprimere e
nascondere quello che proviamo e torneremo su questo tema più avanti; ciò che oggi è invece
largamente riconosciuto e accettato all’unanimità è il carattere sociale delle emozioni: esse
sono definite come <<eventi sociali e situazionali; sono “incluse”, “costituite”, “autorizzate”
da definizioni contestuali della realtà>> (Harrè 1992 cit. in Wentworth, Ryan, 1995, 195).
Infatti, pur nascendo dentro di noi, sono scaturite da eventi esterni tali che accadimenti diversi
portano ad emozioni differenti, anche se esse vengono in parte filtrate dalla nostra personalità.
Ad esempio, se ci troviamo su un palco a parlare o esibirci o semplicemente transitare di
fronte a un pubblico che ci scruta ansioso di cogliere in noi qualsivoglia segno
comportamentale, proviamo imbarazzo, incertezza, voglia di stupire o scomparire.
La nostra indole porterà ciascuno di noi a provare delle emozioni diverse, ma è facile
ipotizzare che nessuno transiterà su quel palco in maniera apatica e indifferente al pubblico
che abbiamo di fronte. Ognuno proverà una particolare emozione indotta dalla situazione
sociale che si trova a esperire.
Le emozioni, come approfondiremo poi, sono quindi al centro non solo della vita individuale
ma anche di quella sociale, di cui ne costituiscono il motore all’interno delle relazioni
internazionali (De Sandre 2000, Manghi 2000).
Dunque non solo sono provocate da eventi esterni, ma piuttosto vivono nella società, e non è
azzardato dire che la stessa società a sua volta si nutre e vive di emozioni; mutuando le parole
esemplificative di Manghi, esse <<non sono solo in me, ma anche, insieme, tra noi. Le mie
emozioni, letteralmente, non appartengono mai a me solo: prendono corpo all’interno di
relazioni interattive, interattivamente coordinate, alle quali concorrono a dar forma e dalle
quali ricevono forma. Non sono mai una questione solo ‘personale’: sono sempre anche una
questione relazionale e sociale (cfr. Dumouchel, 1996). Mai una questione solo ‘privata’, ma
sempre anche pubblica >> (Manghi 1998, 39).
Nello stesso tempo, la forza dell’emozione può spingerci a trovare nuove soluzioni per
risolvere i problemi nei quali c’imbattiamo quotidianamente: in altri termini, provare
un’emozione può essere fonte d’ispirazione per la nostra creatività (Averill, 1999).
Attraverso le emozioni impariamo a entrare e uscire dalle diverse cornici che costituiscono le
nostre relazioni sociali, da cui sono ampliamente influenzate tanto da modificarsi a seconda
della società, dell’epoca storica e dalle interazioni intraprese dagli individui. Riprendendo
un’espressione di Clifford Geertz, possiamo affermare che <<non solo le idee, ma anche le
emozioni dell’uomo sono manufatti culturali >> (Geertz 1987, 32).
Dunque, componendo il puzzle sulla natura sociale delle emozioni, vediamo che non solo le
emozioni vivono e si esternano nella società una volta esperite in noi, ma come effettivamente
si plasmano e nascono proprio sulla base della cultura e del luogo in cui agiamo
quotidianamente.
L’insieme dei fenomeni emotivi comprende certamente anche gli “stati d’animo”, detti anche
“stati d’umore”, che sono processi che si protraggono più a lungo, come la contentezza, la
tristezza o l’irritabilità; esse possono persistere per ore o per giorni. A differenza delle
emozioni reattive, che di solito hanno cause a noi ovvie, gli stati d’animo possono insorgere
in modo incerto (pensiamo a quei giorni in cui proviamo uno stato di tristezza o contentezza
ma non riusciamo a spiegarci il motivo).
Guido Gozzano li definisce come <<stati disposizionali temporalmente circoscritti, ma non di
insorgenza o cessazione immediata, caratterizzati dalla mancanza sia di una causa sia di
oggetti specifici verso i quali sono dirette>> (Gozzano 1999, 23).
Per esempio, sono stati d’animo la malinconia o il buonumore, l’ansia generica, la frenesia
senza scopo, l’ilarità immotivata; essi corrispondono ad altrettante emozioni fondamentali:
alla rabbia corrisponde l’umore irritabile, alla paura uno stato d’apprensione, alla felicità
l’euforia. <<La differenza risiede nel fatto che l’umore è meno intenso e più durevole
dell’emozione e non promuove tendenze all’azione preparatorie e funzionali ad un preciso
intervento nel modo esterno>> (D’Urso e Trentin 1992, 10).
Quelli che invece chiamiamo “sentimenti” possono durare per qualche secondo (come
l’imbarazzo) o mesi (per esempio il cordoglio), o più generamente durare ancora più a lungo
per anni.
Battacchi Marco e Codispoti Battacchi Olga asseriscono che <<sono più durevoli delle
emozioni (ad esempio l’odio rispetto al momentaneo scoppio di collera) e sono più strutturati
cognitivamente>> (Battacchi e Codispoti 1992, 15).
I sentimenti, proprio in funzione della loro longevità, sono stati emotivi che possono costruire
sia la base per rapporti interpersonali duraturi, come ad esempio un rapporto di amicizia o di
amore per molti anni (il voler bene e l’amore romantico), sia il motivo di un allontanamento
altrettanto durevole da qualcuno (come l’odio o il disprezzo).
Tra i sentimenti generalmente si riconosce l’amore romantico, l’amore parentale, la stima,
l’amicizia, il rispetto, il voler bene, l’imbarazzo, il cordoglio, l’odio ecc.
In particolare, i sentimenti sono stati definiti come da Cerulo come <<la traduzione
socializzata dell’emozione o dello stato emotivo di cui si è vittima>> (Cerulo 2008, 30).
Infatti, se lo stato d’animo può essere definito come un fenomeno emotivo dalla durata
incerta, che può non essere rivolto verso un soggetto in particolare e dalla causa spesso non
facilmente identificabile, il sentimento si caratterizza per una durata maggiore rispetto
all’emozione e per una consapevolezza guadagnata dal soggetto sul suo stato d’animo, il
quale viene rivolto verso determinate cose, persone, animali o ideali.
<<Sostengo che un sentimento non sia un’emozione né uno stato d’animo, ma qualcosa di più
duraturo, che va oltre. Mi sembra che, nascendo da uno stato emotivo, il sentimento acquisiti
una dimensione autonoma, trasformando un “sentire” in una forma sociale e continua
d’interazione>> (ivi).
<<Il sentimento, a differenza dell’emozione, si caratterizza nel rendere le azioni nei confronti
di una determinata persona ricorrenti e consolidate>> (ibidem, 32).
Le emozioni reattive avvengono quando i tratti del mondo in cui crediamo subiscono
l’impatto della realtà; in altre parole, le emozioni si manifestano quando il mondo da noi
presunto si rivela diverso e la realtà irrompe in noi.
La reazione emotiva che avviene di fronte a qualcosa di imprevedibile è l’incontro tra quanto
è scontato e quanto non lo è: l’imprevisto è gradevole se, per esempio, riceviamo un regalo
inaspettato da un conoscente, viceversa è doloroso se subiamo un torto da una persona cara.
Quando un elemento dell’universo che diamo per scontato inaspettatamente ci tocca e ci
colpisce, nascono le emozioni reattive.
Possiamo considerare le emozioni reattive e i sentimenti rispettivamente come due diversi
segnali neuronali grazie ai quali funzionano i muscoli: i segnali fasici muovono l’arto, i
segnali del tono muscolare lo mantengono fermo in modo durevole. Analogamente,
un’emozione reattiva provoca un cambiamento, mentre un sentimento mantiene
l’atteggiamento emotivo.
Le emozioni sono segnali trasmessi a noi stessi e agli altri: segnali a noi stessi, nel senso che
ci guidano verso elementi che giudichiamo utili per i nostri progetti e ci salvaguardano dagli
ostacoli; segnali agli altri perché, anche se gli altri non hanno accesso diretto ai nostri
sentimenti intimi, possono osservare e intuire le nostre emozioni reattive e i nostri sentimenti.
Secondo lo studioso costruttivista Pakman, la distinzione di emozioni e sentimenti sta nei
diversi “domini di esperienza” che essi ci permettono di vivere.
Parlando di emozioni siamo nel “dominio della partecipazione”, cioè siamo coinvolti
direttamente nell’azione, senza il tempo di fermarci a riflettere su quello che ci sta capitando.
Nel caso dei sentimenti, invece, ci troviamo nel “dominio dell’osservazione”, ossia in uno
stato esperienziale in cui ci è possibile descrivere, addomesticare, far nostra la sensazione che
proviamo, in quanto viene meno il carattere istantaneo e istintivo che caratterizza l’emozione.
Pakman spiega che l’emozione rappresenta un qualcosa che ci capita improvvisamente e del
quale non siamo pienamente coscienti, mentre il sentimento ci permette di raccontare
l’emozione e di darle un senso (Pakman 1992, Barbetta 2007). Dice Cerulo <<È come se,
attraverso il sentimento, l’individuo venisse a patti con un’emozione che si ripete nel tempo e,
addomesticandola, la socializza>> (Cerulo 2008, p. 33). Ecco che le emozioni e i sentimenti
entrano a far parte dei mezzi di comunicazione della società, in cui i sentimenti creano legami
più duraturi.
In realtà questa ripartizione “emozione-sentimento” non è condivisa da tutti gli studiosi: Nico
H. Frijda ad esempio utilizza i termini emozione e sentimento (feeling) come sinonimi,
definendoli concerns, (interessi), << e più in particolare interessi superficiali per indicare le
disposizioni >> (Frijda 1986, 160).
Per quanto riguarda il termine “passione”, ci dobbiamo calare in un discorso in cui emerge il
lato passivo del comportamento dell’oggetto.
Abbiamo prima visto che il termine passione arriva direttamente dall’antica Grecia: un
termine, dunque, da sempre riconosciuto. Non solo, esso ricopriva un’importanza tale che
Aristotele, nella Retorica, gli dedica un intero libro, nel quale si fa un esame dettagliato dei
motivi, tra l’altro molto attuali, per cui le persone si trovano in quelle particolari “condizioni
di spirito” che i greci definivano passioni.
La passione, ci dice Galimberti, non è un qualcosa che si fa, bensì è un qualcosa che si
subisce: la radice etimologica del termine viene infatti dal latino pàssus, participio passato di
patì, patire. La passione dunque è un patimento fisico e morale che obbliga l’individuo ad
adottare comportamenti che in alcuni casi possono essere anche contro la sua volontà (non è
un caso che “passione” sia l’opposto del termine “desiderio”).
Se i sentimenti sembrano essere strumenti di comprensione e staticità sociale, le passioni (così
come in parte le emozioni) sono un vento tempestoso che sradica e modifica, turba e
rimodella, creando situazioni a volte difficilmente gestibili nel breve periodo.
Anche se il termine passione generalmente viene associato a personalità con un grande
carisma, in realtà può riguardare ciascuno di noi, quando ad esempio facciamo qualcosa non
per un ritorno economico, non per abitudine, ma “per passione”, e questo qualcosa, proprio
perché ispirato dalla passione, diventa speciale e creativo: mi viene in mente il volontariato o
le cure, i piccoli gesti, che facciamo per i nostri cari. Si può dire lo stesso per le relazioni
interpersonali e più in generale per quello che esperiamo ogni giorno: se ad esempio si
lavorasse senza passione probabilmente andare a lavoro sarebbe una condanna tremenda, e a
tal proposito vorrei condividere una frase popolare sul web che dice “si cucina sempre
pensando a qualcuno, altrimenti stai solo preparando da mangiare”.
La passione, seppur subita, seppur anche non essendo razionale, proprio in virtù della sua
forza, si trascina quindi un imprescindibile un vitalismo positivo, che emerge dalle analisi di
Durkeim, Simmel e Weber: quando si fa qualcosa per passione la si fa col cuore insieme alla
mente, utilizzando spesso una parte della coscienza che spesso nella società odierna viene
soppressa in favore di un intelletto spesso superficiale e utilitaristico. (Simmel, 1995a)
Possiamo dire, per fare una sintesi, che pur avendo dei significati affini, le emozioni, le
passioni, gli stati d’animo e i sentimenti non sono sinonimi tra loro. Potremmo dire, per fare
una similitudine, che sono come facce diverse dello stesso diamante.
Dunque abbiamo presentato il concetto di emozione, con la sua etimologia e l’abbiamo
successivamente dissociato da altri termini. Ora, nel prossimo paragrafo presenteremo le
principali teorie, classiche e contemporanee, che riguardano l’origine delle emozioni, e in
particolare la sua connessione con la componente cognitiva e con il mondo esterno.

1.3 Breve excursus sulle teorie delle emozioni

1.3.1 La teoria periferica di James-Lange e la teoria centrale di Cannon-Bard

La stragrande maggioranza delle teorie classiche sulle emozioni converge nel tentativo di
rispondere all’interrogativo “Che cosa sono le emozioni?”.
Questa domanda è posta nel lontano 1884 da William James (James 1884), padre della
psicologia americana e secondo pioniere, dopo Darwin, dello studio dell’emozione, in un suo
celebre articolo sulla rivista “Mind”.
Egli stravolge le concezioni dei fisiologi e degli evoluzionisti, sostenendo che le espressioni
facciali e le reazioni viscerali che si accompagnano alle emozioni non sono il prodotto di uno
stato emotivo a livello cerebrale: al contrario, i cambiamenti che si verificano all’interno
dell’organismo sarebbero di per se stessi le emozioni.
James pensava che un’emozione sia la percezione del cambiamento corporeo, pertanto “non si
piange perché si è tristi, ma si è tristi perché si piange”, e “non si trema perché si ha paura, ma
si ha paura perché si trema”. Questa definizione costituisce il cuore della cosiddetta teoria
periferica, secondo cui alla base dell’esperienza emotiva c’è un meccanismo retroattivo dalla
periferia dell’organismo al sistema nervoso centrale, per cui, senza attivazione fisiologica
(antecedente), non vi sarebbe alcuna emozione (conseguente).
La teoria periferica (o somatica) di James (a cui è associato anche il nome del medico danese
Carl G. Lange) (Lange 1885), seppure abbia ottenuto molto successo e abbia aperto la via a
numerose ricerche e dibattiti teorici a riguardo, non è riuscita a raccogliere su di sé il
consenso degli psicologi, tanto che dalla fine dell’Ottocento a oggi moltissime altre sono state
le definizioni e i modelli proposti per spiegare le emozioni.
In particolare William B. Cannon (Cannon 1927) sostiene un pensiero del tutto opposto.
La sua teoria centralista ha dimostrato l’infondatezza di quella periferica proposta da James:
anche quando i visceri vengono isolati chirurgicamente dal resto del corpo, lasciando in tal
modo il cervello privo di informazioni sullo stato della periferia, le emozioni non cessano, il
che indicherebbe che le emozioni sono fenomeni “centrali”, che cioè anziché in sedi
periferiche come i visceri, sono localizzati a livello centrale, nella regione talamica.
Qui, attraverso i segnali nervosi, si attivano le risposte espressivo-motorie e viscerali delle
emozioni, e si determinano le loro componenti soggettive attraverso le connessioni con la
corteccia cerebrale.
Numerosi studi hanno indicato recentemente non soltanto che l’emozione rappresenta una
delle fondamentali dimensioni delle memorie, in grado di conferire maggiore o minore
pregnanza ai ricordi, ma anche che l’emozione agisce più in generale sulla solidità dei
processi di memorizzazione, facendo sì che alcune esperienze vengano codificate in modo più
duraturo quando esse si accompagnano a un’attivazione emotiva. L’emozione, dunque, non
soltanto darebbe colore ai ricordi, ma contribuirebbe a promuoverne la formazione e la
stabilità nel tempo. (Oliverio 1996)
Si tratta quindi, lo ribadiamo, di due concezioni opposte, benché entrambe legate in qualche
modo ad un aspetto istintuale delle emozioni, e che sono risultate entrambe parziali, poiché
tutte e due hanno assegnato aspetti unilaterali dell’esperienza emotiva, con particolare
riferimento ai suoi aspetti neurofisiologici.
In realtà, anche l’ipotesi di Cannon è stata dimostrata infondata in diversi aspetti.
Secondo Cannon, è sufficiente pensare a un grizzly per provare paura, sgomento, terrore. In
realtà, il sentire che provo immaginandomi un grizzly non è paragonabile a quello che
esprimerei se mi trovassi realmente di fronte all’orso. Inoltre, potrei non aver paura di un
grizzly se l’ho visto solamente su un libro di fiabe: è necessario che io lo abbia incontrato
almeno una volta per avere una reazione così intensa. In più, l’incontro con “l’oggetto
grizzly” deve essere credibile: se lo incontrassi a una festa in maschera, penserei che sia
solamente qualcuno travestito. Infine, affinché si chiami paura, sgomento, terrore, l’emozione
associata all’incontro con grizzly delle far parte di un contesto sociale che definiscano
l’animale come oggetto emozionante negativo, altrimenti non saprò come classificarlo.
(Cerulo 2018)
Le due teorie, quella periferica di James -Lange e quella centrale di Cannon-Bard si sono
fronteggiate a lungo fino agli anni sessanta, quando lo psicologo Stanley Schachter (e Singer)
ha sostenuto che esisteva uno stesso stato viscerale comune a tutte le emozioni, malgrado la
diversità delle sensazioni ed emozioni evidenti: quindi l’attivazione dei visceri sarebbe una
condizione necessaria per l’esperienza emotiva, ma questa sarebbe dipesa da valutazioni di
tipo cognitivo (cognitions), dalla percezione dello stato interno e del mondo esterno.
Inoltre, come afferma Oatley, <<la domanda che James si poneva-che cos è un emozione- può
averci fuorviati: il fatto che assomigli a una domanda non significa necessariamente debba
avere una risposta, non più di quanto si possa rispondere a domande del tipo:” Perché la luna
è fatta di formaggio fresco?”>> (Oatley 2004, 78).
1.3.2 La teoria cognitivo-attivazionale di Schachter e Singer

Gli psicologi Schachter e Singer sostengono che esiste uno stesso stato viscerale comune a
tutte le emozioni e proprio l’attivazione dei visceri sarebbe la condizione necessaria per
l’esperienza emotiva, a sua volta dipesa da valutazioni di tipo cognitivo, dalla percezione
dello stato interno e del mondo esterno.
Questa teoria cognitivo- attivazionale (Schachter e Singer, 1962) ha contribuito in modo
efficace ad introdurre una dimensione genuinamente psicologica nello studio delle emozioni.
L’emozione viene definita come la risultante di due componenti: l’attivazione fisiologica
(definita arousal) e i processi cognitivi che rappresentano le condizioni necessarie per
l’occorrenza di uno stato emozionale. Ma la loro semplice presenza non è tuttavia sufficiente
a generare un’emozione, poiché occorre un’attribuzione causale che stabilisca la connessione
fra quest’atto cognitivo e l’arousal stesso.
Secondo gli autori, in base all’informazione sul contesto fisico e sociale in cui ci troviamo, e
in base alla conoscenza dei tipi di emozione che si producono in determinate situazioni,
apponiamo l’etichetta paura, amore, tristezza, rabbia o gioia su quella specifica circostanza: è
proprio il nome che diamo alla contingenza a specificare l’emozione provata. La nostra mente
elabora, attribuisce e riconosce a una particolare occasione una distinta emozione, la quale a
sua volta successivamente viene espletata all’esterno.
Con la nuova teoria di Schachter, dunque, emozione e cognizione si fondono insieme, in
primo luogo a causa della connotazione emotiva delle memorie, cioè la capacità della nostra
mente di ricordare e associare a un evento un’emozione.
Inoltre, la sua fama deriva anche dal sostenere che le esperienze emotive sono una funzione
composta tra attivazione fisiologica, attribuzione casuale ed etichettamento di tale attivazione.
Quando la causa dell’attività fisiologica non è evidente, è possibile che ci si rivolga
all’osservazione dell’ambiente esterno per riconoscere ciò che stiamo sperimentando.

1.3.3 Le teorie contemporanee:

Nell’ambito delle discipline psicologiche, potremmo contare nell’ultimo ventennio almeno


una ventina di teorie importanti. Esse si sono affermate soprattutto a partire dagli anni Ottanta
e in base ad esse le emozioni dipendono dal modo con cui gli individui valutano e
interpretano gli stimoli, gli eventi, le situazioni del loro ambiente fisico e sociale.
In questo sotto paragrafo ci limiteremo a compiere un excursus veloce delle principali teorie
oggi presenti all’interno della letteratura psicologica. In particolare, si è scelto di presentare
due filoni teorici: da un lato le teorie dell’appraisal, le quali hanno sollevato il dibattito fra
emozione e cognizione dall’altro le teorie evoluzionistiche, che hanno sollevato il ruolo
adattivo delle emozioni di base.
Secondo la prima concezione non è la natura dell’evento a suscitare l’emozione, bensì
l’interpretazione, la valutazione che una persona fa dell’evento in relazione al proprio
benessere. Uno stesso stimolo può essere interpretato in maniere differenti e suscitare
emozioni anche molto diverse fra loro; dunque è centrale il ruolo attribuito ai processi
cognitivi nella generi del processo emotivo, e in particolare della valutazione (appraisal) che
ogni soggetto compie degli eventi che accadono a se stesso o alla parte di mondo che lo vede
convolto (Arnold, 1960).
Ecco che ritorna il dibattito fra emozione e cognizione: prendono infatti avvio le cosiddette
teorie dell’appraisal, per le quali è la valutazione cognitiva dell’evento e il significato ad esso
attribuito, e non l’evento in sé, a determinare la qualità e l’intensità della risposta emotiva.
Gli stimoli, cioè, non sono piacevoli o spiacevoli in assoluto, ma sono valutati come piacevoli
o spiacevoli dall’individuo.
All’interno di questo filone di pensiero alcune teorie enfatizzano il ruolo dei processi
fisiologici nell’emozione; altri considerano ugualmente importanti l’eccitazione autonoma
(arousal) e i processi cognitivi; altre mettono in luce il rapporto esistente tra schemi cognitivi
sociali ed emozioni; o analizzano l’importante ruolo delle emozioni rispetto al
raggiungimento degli scopi dell’individuo; o assegnano un ruolo preminente ai processi
cognitivi di valutazione (appraisal) della situazione e degli stimoli che scatenano l’emozione.
Non è questo il luogo per scendere nel dettaglio ma, volendo dare un quadro generale,
possiamo dire che le teorie dell’appraisal tentano di rispondere a domande come: “Attraverso
quali processi si verifica un’attivazione emotiva? Cosa dà luogo all’attivazione viscerale, o
meglio, cosa porta a quelle modifiche del nostro stato interno che ci fanno “sentire
emozionati”?”.
A questi interrogativi ha dato una risposta lo psicologo olandese Nico H. Frijda (Frijda 1986),
secondo cui un’emozione è legata ad un evento scatenante che viene percepito, codificato ed
infine valutato in rapporto alle proprie preoccupazioni in termini di priorità delle risposte
adatte per reagire all’evento.
Ciò comporta da parte del soggetto una prontezza all’azione, il vero nucleo centrale
dell’emozione, ma anche delle variazioni fisiologiche come l’aumento della frequenza
cardiaca (il batticuore) ed altre modifiche che possono prepararci all’azione o viceversa al
blocco dell’azione.
Ogni emozione nasce quindi dall’interpretazione cognitiva di una certa situazione o evento o
stimolo elicitante, che viene denominato antecedente emotivo e costituisce la prima legge
enunciata da Frijda. Antecedenti emotivi possono appartenere all’ambiente fisico e naturale
oppure possono essere eventi interni alla persona, come pensieri, convinzioni, opinione,
ricordi.
In ogni caso, per scatenare l’emozione, l’evento dev’essere considerato rilevante per
l’organismo, per i propri interessi e per il proprio benessere.
Ecco allora la seconda legge enunciata da Frijda, la legge dell’interesse (concern), secondo la
quale le emozioni nascono in risposta a eventi importanti per l’individuo e i suoi interessi,
come desideri, bisogni, scopi, eventi cioè che lo riguardano e lo toccano da vicino. Per
riprendere le sue parole, <<soffriamo quando la malattia colpisce qualcuno perché, e nel
momento in cui, gli vogliamo bene […]. Si soffre quando una persona amata è gravemente
malata; si gioisce alla sua guarigione; ci si arrabbia con chi le fa de male>> (Frijda 1986,
385).
Anche in ambito filosofico è stata abbracciata in parte questa concezione: Nussbaum ci dice
che le emozioni sono relative al valore, ossia vedono i propri oggetti come investiti di valore.
In particolare, l’oggetto/soggetto dell’emozione è visto come importante in ragione di un
ruolo giocato nella vita della persona stessa.
<<Non mi trovo ad aver paura di ogni catastrofe del mondo. […] Ciò che fa nascere la paura è
il pensiero di danni incombenti che colpiscono al cuore i rapporti e i progetti che mi sono cari.
Ciò che causa dolore è la morte di un essere amato, di qualcuno che è divenuto parte
importante della nostra vita>>. (Nussbaum 2001, 51.)
Ella definisce le emozioni come eudaimonistiche, dal termine greco eudaimonia che è
compatibile con qualsiasi concezione del bene, ovvero concernente il prosperare della persona
e dunque anche dei suoi cari.
Tra i fondatori delle teorie dell’appraisal, la psicologa americana Magda Arnold, nel 1960,
per prima definì la valutazione cognitiva come elemento che completa la percezione,
permettendo di valutare in modo automatico ed immediato se l’evento è benefico o nocivo, se
è qualcosa di presente o assente e infine se facilita il raggiungimento di uno scopo o
l’evitamento di uno stimolo dannoso.
In sintesi, le teorie dell’appraisal definiscono l’emozione come un processo di modificazioni
coordinate all’interno dell’organismo generato a seguito della valutazione di un evento
interno o esterno come rilevante per l’organismo stesso.
Questa valutazione cognitiva è un processo continuo che muta nel tempo secondo diverse
dimensioni come la novità, la pertinenza rispetto agli scopi, etc., cosicché la stessa emozione
diventa un prodotto in continua evoluzione (Feldman 2008).
Il candidato migliore perché si verifichi questo stato di attivazione viscerale sembra essere
una discrepanza di tipo percettivo-cognitivo, ossia un conflitto tra le aspettative che un
individuo ha in rapporto a una situazione particolare e lo stato del mondo reale. Si tratta della
teoria recentemente proposta da Keith Oatley (e da Philip N. Johnson-Laird) come uno
sviluppo delle antiche concezioni del filosofo americano John Dewey (Oatley 1997).
Quest’ultimo sosteneva che l’emozione in generale dipendesse da una discrepanza
dall’interruzione delle aspettative o dall’interruzione di un’azione progettata, mentre le
emozioni dipenderebbero dalla valutazione del significato della situazione specifica:
<<L’esempio classico è quello dell’otto volante: andare sui suoi vagoncini produce
discrepanze tra le nostre aspettative e le sensazioni che provengono dall’equilibrio e da altri
fattori cinestesici. Il giro nell’otto volante sarà piacevole o ansiogeno a seconda di ciò che si
aspettiamo sulla base di esperienze simili, della nostra percezione di tenere la situazione sotto
controllo o di essere invece impotenti. Le emozioni, perciò, lungi da essere ciechi meccanismi
istintuali, sono come una cartina di tornasole che ci dà informazioni sul mondo che ci
circonda: esse ci rivelano una realtà ricca di eventi che producono uno stato di discrepanza, e
l’interruzione delle nostre aspettative è ciò che genera risposte viscerali che vengono lette in
termine di emozioni diverse, a seconda delle interpretazioni cognitive>> (Oliverio 1996, 94).
Dunque è l’emozione del mondo che ci spinge ad emozionarci; la nostra mente nota quelle
situazioni in cui si verifica l’inatteso e il nostro procedere verso gli scopi che ci siamo prefissi
viene accelerato o bloccato. Ecco che, nascendo da una valutazione della realtà, si manifesta
l’emozione, che ci prepara all’azione successiva: se una parte del nostro scopo viene
raggiunta siamo felici, se invece i nostri piani vengono bloccati, si genera una sensazione di
inappagamento ed ansia.
Johnson-Laird e Oatley (Johnson-Laird, Oatley, 1988), inoltre, hanno adottato un criterio
puramente linguistico per circoscrivere le emozioni, definendo secondarie quelle emozioni
che possono essere descritte solo usando anche termini denotanti altre emozioni, e definendo
invece primarie quelle per cui tale ricorso non solo non è necessario, ma nemmeno possibile.
Per descrivere il senso di colpa, per esempio, è inevitabile ricorrere a termini come “paura” e
o “rabbia”, ma non si può certamente ricorrere a “senso di colpa” per descrivere la paura.
(Battacchi 2004)
Contemporaneamente alla nascita delle teorie dell’appraisal, a partire dai lavori di Tomkins
(Tomkins 1962) e Plutchick (Plutchick 1980), negli Stati Uniti si afferma anche un secondo
filone di teorie sulle emozioni denominate teorie evoluzionistiche, che riprende il pensiero e la
teoria evoluzionistica di Charles Darwin (Darwin 1872).
Nel suo libro “The Expression of the Emotions in Man and Animals”, Darwin si interrogò
circa il significato evolutivo delle espressioni facciali delle emozioni e sul loro ruolo
nell’evoluzione delle specie, affermando che tali espressione hanno carattere innato e
universale.
Le espressioni emotive per Darwin costituirebbero importanti mezzi di segnalazione di stati
interni, essenziali per le situazioni di emergenza: <<Se proviamo collera, gioia o tristezza […]
è perché al pari di camminare eretti e di afferrare oggetti con le mani, queste emozioni ci
hanno permesso di sopravvivere e di riprodurci meglio nel nostro ambiente naturale; esse
continuano a trasmettersi in modo ereditario>>. (Oatley 2004, 40)
Darwin ha avanzato due ipotesi interessanti, sostenendo da una parte che gli esseri umani
possiedono un repertorio innato di espressioni facciali distinte su base genetica e universale,
dall’altra parte che a tali espressioni vengono attribuiti i corrispettivi significati per mezzo di
un meccanismo innato di riconoscimento. (Anolli 2002)
Secondo la sua teoria esiste un numero limitato di emozioni discrete, le quali hanno origine
nell’evoluzione e si presentano in modo uniforme in tutte le culture.
Le manifestazioni facciali e posturali che le caratterizzano sono poi descritte dal punto di vista
delle funzioni adattive da esse svolte. Nella sorpresa, per esempio, l’apertura degli occhi e la
fissità dello sguardo intervengono perché quelle risposte facilitano il riconoscimento
dell’elemento inaspettato. Nel dolore, le lacrime hanno il compito di lubrificare i globi oculari
in una situazione in cui essi subiscono una compressione eccessiva a causa della meccanica
corporea necessaria a emettere grida. Gli automatismi, insomma, sono posti al centro dello
studio dell’emozione. (Rimè 2005)
Questa posizione, accolta e sviluppata da Tomkins (Tomkins 1962), Izard (Izard 1977),
Ekman (Ekman 1972) e Plutchick (Plutchick 1980), comporta l’accettazione della tesi
innatista delle espressioni facciali delle emozioni. (Anolli 2003)
Gli studi di Darwin hanno dato l’avvio a un gran numero di ricerche che hanno concentrato
l’attenzione sull’università delle espressioni facciali emotive, il ruolo delle basi genetiche, i
fattori che incidono sulla capacità di riconoscimento e di decodifica di tali espressioni.
Nell’approccio evoluzionistico, le emozioni primarie sono descritte come processi
neurofisiologici unitari e precodificati, geneticamente predeterminati, che non possono essere
scomposti e che non possono essere modificati una volta attivati. Sono totalità ben definite e
categorie chiuse, non ulteriormente analizzabili, fra loro separate.
Autori diversi hanno proposto un numero variabile di emozioni primarie, ma la maggior parte
di loro è abbastanza concorde nel riconoscere quelle individuate da Paul Ekman (Ekman
1984).
Egli definisce le sei principali dimensioni emotive: collera, disgusto, felicità, sorpresa, paura e
tristezza (Ekman 1992) e sostiene che le espressioni facciali per queste sei dimensioni sono
universali, riconosciute da tutte le culture del mondo, da quelle più avanzate a quelle più
arretrate, comprese quelle non influenzate dal progresso.
Izard (Izard 1977) vide lo sviluppo della vita emozionale umana a partire dalle seguenti
emozioni primarie: interesse, gioia, sorpresa, disagio, rabbia, disgusto, disprezzo, paura,
vergogna e senso di colpa. Tre emozioni positive e sette negative. Esse costituiscono le
componenti elementari a partire dalle quali si costruiscono, attraverso un processo di
composizione, tutte le emozioni secondarie. Secondo l’ipotesi di Oatley e Johnson Laird
(Oatley 1997) le emozioni primarie sarebbero cinque: felicità, tristezza, rabbia, disgusto,
paura. Secondo la comunità scientifica internazionale, le emozioni primarie sarebbero
ulteriormente ridotte a quattro: felicità, tristezza, rabbia e paura.
Le emozioni secondarie, che non sono così facilmente identificabili come quelle primarie,
sono ad esempio la rabbia, la vergogna, il senso di colpa, l’orgoglio, l’invidia (D’Urso,
Trentin, 1998); esse sono emozioni “derivate” che dipenderebbero maggiormente dalla
cultura e dall’apprendimento.
Secondo Plutchik (Plutchik 1980), le emozioni secondarie complesse sarebbero una
mescolanza di emozioni così ad esempio la “delusione” sarebbe data dalla mescolanza di
sorpresa e tristezza.
Esse sono definite anche “complesse” perché aggiungono una valutazione di se stessi in uno
specifico contesto.
La classificazione delle emozioni non è accettata all’unanimità da tutti gli studiosi delle
emozioni: James, ad esempio, non lo ritiene possibile, o meglio, non ritiene possibile ricavare
qualcosa di significativo da queste suddivisioni di emozioni:
<<Se qualcuno cercasse di dare un nome particolare a tutte quelle [emozioni] che risiedono
nel cuore umano, è certo che il limite al loro numero si dovrebbe trovare nel vocabolario
emozionale di colui che fa la ricerca, ogni razza avendo trovato dei nomi per qualche
sfumatura di sentimento da altre razze lasciato nell’indistinto, se allora dovessimo cercare di
dividere le emozioni, così enumerate in gruppi, secondo le loro affinità, è pure evidente che
ogni specie di gruppo sarebbe possibile, a seconda che scegliamo questo o quel carattere i
base e ogni aggruppamento sarebbe ugualmente vero e ugualmente reale>> (James 1890, in
Oatley 1997, 74). In realtà persino lui ha fatto riferimento ad un insieme che definì
<<emozioni primarie>> (ibidem, 123)
Dunque, come abbiamo visto, esistono veramente tante teorie sulle emozioni, di cui noi tra
l’altro abbiamo qui citato solo una minima parte esemplificativa.
Viene quasi da chiederci il perché esistono così tante teorie sulle emozioni, e altrettanto
spontaneo viene da risponderci che è evidente come da una parte le emozioni non siano
affatto un fenomeno semplice ma bensì legate intimamente a motivazione, cognizione,
neuroscienza e molte altre branche della psicologia.
Le emozioni sono fenomeni complessi, includono discipline differenti, aspetti e biologici e
cognitivi, tali che nessuna teoria è riuscita, da sola, a spiegarne e a raccoglierne tutte le
sfaccettature.
Inoltre, ogni teoria esistente ha punti di forza e punti deboli, è condivisa da più o meno autori
ed ha subito critiche più o meno corpose nel tempo, per cui nessuna ci dà garanzie assolute.
Per riprendere le parole di Robert S. Feldman, <<contemporaneamente alla crescita del nostro
livello di comprensione delle emozioni, continuano gli sforzi verso un’applicazione pratica
delle conoscenze a nostra disposizione>> (Feldman 2008, 326).

1.4 L’espressione facciale delle emozioni primarie

L’esperienza emotiva non è costituita soltanto da aspetti interiori di valutazione della


situazione e da processi intrapsichici, ma è un processo che, proprio in quanto sociale, viene
manifestato agli altri attraverso specifiche configurazioni espressivo-motorie.
A tale proposito, si parla della multimodalità dell’espressione emotiva, ovvero della capacità
di esprimere uno stato emotivo attraverso sistemi espressivi molteplici quali i movimenti del
volto, il sistema vocale, i gesti, la postura, ecc.
Gran parte degli studi sull’espressione delle emozioni, da Darwin in poi, si sono concentrati
soprattutto sull’area del volto e sull’espressione facciale.
Il volto umano infatti costituisce e rappresenta la regione del corpo più importante sul piano
espressivo e comunicativo, in quanto rappresenta il canale privilegiato per la manifestazione
delle emozioni, mentre sistemi come la postura o i gesti non sarebbero da soli in grado di
esprimere un’emozione specifica. Esso fornisce elementi fondamentali per il riconoscimento
della specificità dell’emozione (Ricci Bitti e Zani 1983).
L’espressione del volto è una macro-categoria che comprende i mutamenti nella posizione
degli occhi, della bocca e delle sopracciglia; dei muscoli facciali e della sudorazione frontale.
Gli studi di Ekman e Friesen (Ekman e Friesen 1969) hanno evidenziato che il viso è la parte
più espressiva del corpo umano e mediante esso noi esprimiamo tutta la gamma delle
emozioni umane.
Inoltre, secondo Alan Fridlund (Alan Fridlund 1994), le espressioni facciali hanno in primis
una funzione comunicativa in quanto esse manifestano le intenzioni del soggetto. Proprio in
funzione di ciò, esse sono più numerose ed accentuate quando siamo in presenza di altre
persone piuttosto che da soli. Potremmo dire che hanno una funzione sociale in quanto
servono a comunicare agli altri le nostre intenzioni in base al contesto sociale e agli standard
culturali
La prospettiva comunicativa di Fridlund include le emozioni all’interno di questa più ampia
funzione comunicativa, che presuppone, tra l’altro, un certo grado di dissociazione fra le
espressioni facciali che manifestiamo e gli stati psicologici interni, che generano dei gradi di
libertà nella comunicazione: in altre parole, non tutto ciò che l’individuo prova è esprimibile
all’esterno attraverso il volto, e, viceversa, non tutto ciò che viene espresso corrisponde a un
esperienza emotiva.
Anche l’esperienza comunicativa evidenzia il ruolo del contesto e della situazione particolare
in cui siamo, che consente l’interpretazione del significato di una certa espressione: ad
esempio, un sorriso non è necessariamente legato alla gioia, ma può essere un sorriso di
nervosismo o di accondiscendenza.
D’altra parte, poiché le espressioni facciali possono essere controllate in relazione a norme
sociali e culturali e a processi di regolazione emotiva, parliamo di assenza di corrispondenza
biunivoca tra emozione ed espressione e di funzioni molteplici delle espressioni facciali: per
esempio, l’abbassamento delle sopracciglia può indicare collera o perplessità, come anche
sorpresa, interesse, o disapprovazione, oppure concentrazione o difficoltà cognitiva, ecc.
Le espressioni, facciali, gestuali o vocali che siano, costituiscono in primis atti comunicativi:
gli individui utilizzano comportamenti espressivi per raggiungere uno scopo, ottenere
attenzione, segnalare un’emozione, ecc.
In quest’ottica, il controllo dell’espressione soddisfa la gestione di processi di presentazione
del Sé (Goffman 1959) e anche la richiesta delle norme culturali e sociali (display rules) che
definiscono l’appropriatezza di una data reazione emotiva e della sua intensità in funzione del
contesto.
Dedichiamo ora qualche riga all’approfondimento dell’espressione facciale delle quattro
emozioni definite primarie dalla Comunità Scientifica e cioè paura, tristezza, rabbia e gioia:
• La paura: la paura occupa un ruolo importante nella vita dell’individuo
e per la collettività. E’ un’emozione che compare molto presto nella vita di ciascuno di
noi: sin da neonati ci aggrappiamo ai nostri caretaken che possono essere la mamma o
il papà, perché abbiamo paura del mondo esterno che è nuovo per noi, e ci leghiamo
emotivamente a coloro che ci proteggono. Solamente quando ci sentiamo abbastanza
sicuri ci lasciano coinvolgere da altre emozioni, queste positive, come la curiosità ed il
piacere. E’ un’emozione che si trasmette e si “contagia” facilmente attraverso gli
atteggiamenti del corpo e le espressioni del viso. In particolare, l’espressione facciale
della paura, come ha evidenziato Ekman (Ekman, Soreson et al. 1969), consiste in:
occhi aperti e fissi, bocca semi- aperta con gli angoli verso il basso, sopracciglia
avvicinate con la parte interna all’ingiù, fronte aggrottata. Sembra che la funzione
della paura sia quella di avvertire membri del proprio gruppo della presenza di un
pericolo e al contempo chiedere aiuto. Un’emozione antichissima, quindi, che sin dalle
origini dell’uomo si è rivelata utile per la sua sopravvivenza, e che è presente anche
negli animali: fuggire, aggirare, attaccare, resistere, aggrapparsi, bloccarsi, sono i
modi con cui si affronta il pericolo attraverso la paura. Negli esseri umani, grazie
all’esperienza, all’apprendimento e all’immaginazione possiamo anticipare i pericoli e
prendere le precauzioni opportune, sulla base alle conoscenze che abbiamo, per
prevenire o risolvere la particolare situazione che crea paura, Nello stesso tempo, però,
proprio questi fattori in più possono anche amplificare i pericoli e allarmarci
eccessivamente e o troppo in anticipo. (Galati 1993)

• La rabbia: anche la rabbia, come la paura, inizia a manifestarsi molto


presto in noi. Stenberg e Campos (Stenberg e Campos 1990) hanno identificato delle
chiare manifestazioni di rabbia nell’espressione del viso e nelle vocalizzazioni in
bambini di soli quattro, sette mesi. Le cause della rabbia, anche nei bambini
piccolissimi, possono essere fatte risalire alla presenza di un ostacolo, al mancato
soddisfacimento di un desiderio e all’imposizione di un danno. Per Izard (Izard 1977),
la rabbia è la tipica manifestazione della reazione alla frustrazione e alla costrizione,
fisica ma anche psicologica. (D’Urso, Trentin, 1998). L’espressione facciale della
rabbia consiste nell’avere le sopracciglia abbassate e ravvicinate, le palpebre tese, gli
occhi fissi in modo duro e severo, le labbra chiuse o a denti scoperti.

• La gioia: la gioia si riferisce ad un’emozione positiva (l’unica tra le


quattro emozioni primarie), improvvisa e piuttosto intensa. Anche essa, come le altre
due che abbiamo visto, compare sin da neonati, e in particolare si manifesta in seguito
all’avvenuta gratificazione dei bisogni primari. La gioia è l’emozione che segue il
soddisfacimento di una richiesta o la realizzazione di un desiderio. L’attivazione
fisiologica della gioia è caratterizzata dall’accelerazione del battito cardiaco,
dall’aumento del tono muscolare, dall’irregolarità della respirazione. Dal punto di
vista espressivo la gioia compare quasi sempre accompagnata dal sorriso. Inoltre,
generalmente gli angoli della bocca sono stirati indietro e sollevati, la bocca può
essere chiusa o aperta, i denti coperti o scoperti e le guance sono sollevate (D’Urso,
Trentin, 1998).

• Tristezza: la tristezza può avere diversi tipi di sfumature e diversi livelli


di intensità: si può provare una sorta di malinconia, di sofferenza o una disperazione
più profonda. Anche la delusione può manifestarsi sotto forma di tristezza.
L’espressione facciale della tristezza può presentare intensità differenti riconoscibili in
base a quanto sono marcate le espressioni del volto. In particolare, notiamo che la
mimica della tristezza presenta gli angoli interni delle sopracciglia sollevati, la fronte
lievemente corrugata e gli angoli della bocca piegati in giù. In alcuni casi è possibile
che la bocca resti inespressiva e far confondere all'osservatore la tristezza con altre
emozioni come il disgusto o il disprezzo.
1.5 La sociologia delle emozioni

1.5.1 Le emozioni emergenti sociali

Nella prima parte del primo capitolo abbiamo delineato un quadro sintetico e certamente
non del tutto esaustivo sulle emozioni. Ora vogliamo proseguire su questo cammino,
prendendo il sentiero che conduce alla Sociologia delle emozioni.
Sembrerebbe quasi d’obbligo, per par condicio, dare anche una breve definizione di
sociologia: dicesi “sociologia” la <<scienza che ha per oggetto i fenomeni sociali indagati
nelle loro cause, manifestazioni ed effetti, nei loro rapporti reciproci e in riferimento ad altri
avvenimenti>> (Enciclopedia on line Treccani).
La sociologia ha iniziato a tematizzare le emozioni in modo esplicito e sistematico solo
attorno alla seconda metà degli anni settanta del secolo scorso, con la pubblicazione negli
Stati Uniti di alcuni contributi a esse specificamente dedicati: nasce così la sociologia delle
emozioni, destinata a consolidarsi nel giro di pochi anni, almeno oltreoceano, quale autonoma
branca sociologica.
Le emozioni sono state a lungo considerate dalla sociologia come elementi secondari; e ciò in
virtù di <<una teoria dell’azione sociale che, pur nelle sue diverse letture, si è
tradizionalmente fondata sulla nozione dell’attore come soggetto innanzitutto razionale,
riflessivo e normativo, le cui emozioni e i cui sentimenti sono da considerarsi come elementi
residuali e spesso di disturbo per un agire razionale rispetto allo scopo>> (Turnaturi 1995,
10).
Le emozioni, infatti, non solo non possono essere annoverate nei temi “classici” della
sociologia, ma avevano in precedenza raramente costituito l’oggetto di interesse diretto da
parte dei sociologi.
<<Lo studio delle emozioni è il figliastro delle scienze sociali>> (Elster 1994, 6). E’ forse
sufficiente questa laconica frase di Jon Elster per evidenziare quanta fatica ci sia stata, nel
mondo delle scienze sociali, prima di riconoscere importanza alle emozioni e ai sentimenti,
intesi non soltanto come fenomeni biologici o portatori di turbamenti sociali, ma anche e
soprattutto come elementi di comunicazione e di conoscenza della realtà sociale.
Tuttavia, in effetti, alcune intuizioni interessanti non sono mancate: da Simmel a Durkeim,
dai ricercatori della Scuola di Chicago ai sociologi della Scuola di Francoforte, l’agire
emotivo-affettivo è stato riconosciuto più o meno consapevolmente come degno di attenzione,
nonché strumento ermeneutico nello studio della realtà sociale.
Per quanto più qui ci interessa, <<Simmel è, tra i classici del pensiero sociologico, non solo il
più attento alla dimensione esistenziale e quotidiana dell’esperienza umana, ma anche il più
sensibile ai fenomeni emozionali, considerati sempre dalla parte degli individui anziché della
società: laddove, ad esempio, Durkeim l’attenzione era rivolta al carattere funzionale degli
stati emotivi, nella riflessione di Simmel le emozioni sono sempre quelle concretamente
provate dagli individui nelle molteplici situazioni e interazioni quotidiane>> (Iagulli 2011,
32).
La prima legittimazione accademica di quella che viene definita sociologia delle emozioni
(sociology of emotions) avviene, come dicevamo, negli Stati Uniti, con la pubblicazione di
alcuni contributi a esse specificamente dedicati e con la nascita delle prime cattedre così
denominate.
Nel 1975 Arlie Hochschild scrive il primo articolo accademico sul tema che segnerà la strada
della nuova corrente, Thomas Scheff organizza a San Francisco il primo seminario sulla
sociologia delle emozioni, Randall Collins, nel suo libro Conflict Sociology teorizzò il ruolo
centrale delle emozioni nella microdinamica della stratificazione sociale; quest’anno così
denso di avvenimenti viene chiamato da Theodore Kemper, uno dei pionieri della sociologia
delle emozioni americana, “l’anno dello spartiacque” (Kemper 1995).
Proprio Kemper è il primo sociologo a scrivere la prima monografia sulle emozioni appena tre
anni dopo, nel 1978 e nel 1986 avviene la legittimazione accademica nell’American
Sociological Association, che dedica una specifica sezione alla sociologia delle emozioni.
Diverse ricerche che prendono forma in quegli anni iniziano a sottolineare il rapporto tra le
emozioni e i diversi ambiti e fenomeni sociali e culturali: si riconosce all’emozione una
visibilità, un peso esterno all’interiorità del soggetto dov’era stata racchiusa sino ad ora e ci si
inizia a concentrare sul rapporto emozioni-contesto sciale, privilegiando l’aspetto relazionale
e interattivo di quest’ultimo più che quello cognitivo (Tarde 1893).
Come chiarisce la docente di sociologia e scrittrice italiana Gabriella Turnaturi riprendendo
un’espressione di George Herbert Mead, le emozioni divengono emergenti sociali sia nella
vita quotidiana che nell’ambito delle scienze sociali: <<proprio perché prodotto di relazioni
sociali e di particolari forme d’interazione, di sistemi di linguaggi, di sistemi culturali, le
emozioni si costituiscono al tempo stesso come oggetti sociali e come oggetti dell’analisi
sociologica>> (Turnaturi 2000, 105)
D’altronde, non sarebbe potuto essere che così; se la sociologia studia la società e, in
particolare, le modalità di interazione sociale che gli individui mettono in atto, non possono
che essere meritevoli di attenzione tutti gli stati d’animo, i sentimenti, le emozioni e le
passioni all’interno dei quali matura l’agire sociale. Studiare l’agire sociale con cui gli
individui esperiscono la loro esistenza significa concentrarci anche sulle pratiche e
comportamenti emotivi con cui costruiscono la loro realtà sociale. (Cerulo 2015)
Dunque l’emozione, oltre ad essere studiata in modo strutturato (anche) da prospettive
sociologiche, può essere modellata, gestita, controllata in base alle regole contestuali e
culturali in cui agiscono i soggetti.
<<L’espressione “sociologia delle emozioni” indica un corpus di ricerche che articolano i
legami fra idee culturali, situazione strutturale e un insieme di aspetti che hanno a che fare
con le sensazioni: il modo in cui vorremmo, cerchiamo e mostriamo e sentire, nonché il modo
in cui facciamo attenzione, classifichiamo e spieghiamo a noi stessi ciò che effettivamente
sentiamo. La sociologia delle emozioni costituisce un completamento e un approfondimento
delle teorie sul modo in cui le persone pensano o agiscono>> (Hochschild 1975 in Cerulo
2009, 11)
Gli elementi che fondano la sociologia delle emozioni possono essere riassunti seguendo i
cinque punti elencati da Gabriella Turnaturi (Turnaturi 1995, 13):
• Le emozioni, come altri aspetti della condotta umana, subiscono una
determinante incidenza sociale nel loro costituirsi in espressioni e comportamenti;
• Le emozioni sono attivate direttamente dalle interazioni che prendono
forma tra i soggetti;
• Esiste sempre una componente normativa delle emozioni, una loro
regolamentazione, per cui ogni società ha le proprie regole su quali emozioni siano
accettabili e su come esse debbano manifestarsi a seconda dei contesti e delle
situazioni in cui ci si trova. Queste norme prescrivono il controllo e l’espressione delle
emozioni tale che in ciascuna organizzazione sociale si arrivi a una certa uniformità
nell’espressione delle emozioni;
• Le emozioni e la loro espressione cambiano nel corso della storia in
riferimento a specifici contesti di vita quotidiana, così come cambiano le pratiche
reazionali e le costruzioni mentali che la accompagnano;
• Le emozioni vanno sempre distinte dalle loro espressioni;
• Le emozioni hanno un’importante funzione cognitiva.
Si inizia a creare un processo circolare tra emozioni e conoscenza: attraverso le espressioni
emotive si riesce a entrare, agire ed uscire dalle varie situazioni sociali in cui ci si può trovare
quotidianamente: attraverso una gestione, un controllo e una manifestazione di questi strati
adeguata al contesto in cui siamo inseriti è possibile interagire con altri soggetti e auto-
riflettere su se stessi.
Come ha scritto il filosofo italiano Aldo Giorgio Gargani: << La conoscenza è inaugurata
dalla tematizzazione delle emozioni. Le emozioni costituiscono il repertorio delle modalità
secondo le quali l’uomo recepisce il mondo, ossia l’orizzonte delle sue possibilità.
L’emotività costituisce il paradigma essenziale dell’uomo>>.
È proprio questo processo che porta gli studiosi statunitensi a riconoscere le emozioni come
prodotto sociale: esse vengono definite all’interno delle relazioni sociali e del significato
soggettivo che queste interazioni acquistano per i soggetti.
Tuttavia, come Norbert Elias ci ha insegnato attraverso il suo studio sull’evoluzione delle
buone maniere negli ultimi secoli, sia le emozioni sia la loro espressione cambiano nel corso
della storia così come cambiano le pratiche relazionali e le costruzioni mentali che le
accompagnano.
Si comprende dunque l’importante legame sociale delle emozioni: esse sono un prodotto della
cultura, delle interazioni e delle relazioni sociali, e possono anche svolgere una funzione
cognitiva in quanto donano la possibilità di riflettere sulle proprie azioni e interazioni, di
esprimere un giudizio; inoltre, svolgono importanti funzioni sociali, poiché creano valori,
credenze, ideologie, ecc.
Volendo dare a titolo esemplificativo una definizione di emozione in termini sociologici, la
docente di sociologia e scrittrice marocchina Eva Illouz la definisce così:
<<Non azione in senso stretto, ma l’energia che ci spinge a compiere un atto, ciò che
conferisce all’atto un determinato “tono” o “colorazione”: l’emozione può quindi essere
definita come il lato “energico” dell’azione, convenendo che tale energia influenzi
contemporaneamente la percezione, il sentimento, la valutazione, la motivazione e il copro.
Lungi dall’essere presociali e preculturali, le emozioni sono significati culturali e rapporti
sociali>> (Illouz 2006, 29)
Tra gli autori principali della sociologia delle emozioni dobbiamo menzionare Arlie Russell
Hochschild, Susan Shott, Theodore Kemper, Randall Collins.

1.5.2 I concetti chiave della sociologia delle emozioni:

L’americana Arlie Russell Hochschild, come accennavamo sopra, è una delle fondatrici
dell’attuale sociologia delle emozioni. Il nucleo della sua teoria è rappresentato dal rapporto
tra emozioni e vita quotidiana. In tutte le sue ricerche sul campo è sempre presente
l’attenzione agli effetti delle emozioni nei comportamenti e negli atteggiamenti individuali
quotidiani.
Superando le prospettive di Erving Goffman e Sigmund Freud, i quali analizzavano le
emozioni parlando rispettivamente di io conscio e del rapporto tra conscio e inconscio intesi
come livelli diversi dell’apparato psichico, Hochschild conia l’espressione io senziente,
intendendo quest’ultimo come il soggetto avente la capacità e la consapevolezza di provare
emozioni a seconda della situazione sociale in cui si trova.
Per la sociologa, si tratta di un soggetto che coniuga emozioni ragione nel suo agire sociale,
che prova a comprendere ciò che sente: l’io senziente prova a ritagliarsi degli spazi critichi
entro cui riflettere sugli eventi, sulle interazioni e sulle azioni che lo riguardano (McCarthy
1992).
Secondo Hochschild, le emozioni si configurano come oggetti sociali che permettono di
adeguarsi a o di violare le regole presenti nella società in cui ci si trova ad agire, così come di
influenzare le interazioni di cui si è parte, divenendo anche uno strumento di potere nei
confronti dei partecipanti all’interazione. In questi processi, si è guidati da quelle che la
sociologa statunitense definisce regole del sentire (feeling rules) e regole di espressione
(display rules) che prevalgono nei gruppi sociali in cui si agisce. Tramite le interazioni con
gli altri all’interno di queste compagnie, si imparano delle aspettative riguardo quali emozione
è appropriato sentire e in quali forme è necessario esprimerle a seconda delle situazioni. La
somma di queste aspettative costituisce la cosiddetta cultura emozionale: è quella attraverso
cui impariamo che dobbiamo essere felici ai matrimoni e tristi ad un funerale.
In particolare, le regole del sentire ci dicono cosa dovremmo provare dentro di noi in una
determinata situazione, mentre le regole di espressione ci dicono quali espressioni emotive
sono più adatte per esprimere agli altri queste emozioni in quella stessa situazione. Il modo in
cui manifestiamo (o sopprimiamo) un emozione varia a seconda dell’emozione stessa, in base
al proprio status sociale, delle proprie caratteristiche sociodemografiche, della propria identità
e ambiente nel quale si è inseriti: questo ci mostra la marcata matrice sociale delle emozioni.
(Hochschild 1979).
<<Conosciamo le regole del sentire anche da come gli altri reagiscono a ciò che deducono
dalle nostre manifestazioni emozionali. Un altro potrebbe dirci <<non dovresti sentirti tanto
colpevole: non è stata colpa tua>> o << non hai il diritto di essere geloso, visto il nostro
accordo>>. […] In altri momenti una persona potrebbe anche rimproverarci, prenderci in giro,
persuaderci, sgridarci, ripudiarci- in una parola sanzionarci per “la mancata emozione”>>
(Hochschild 1979, trad.it. 2013, 63).
Generalmente è più semplice adeguarsi alle regole di espressione, ad esempio quando siamo
ad un funerale e non dobbiamo ridere né mostrarci felici. Meno facile è rispettare anche le
regole del sentire: infatti, pur non sorridendo in pubblico durante la cerimonia funebre,
potremmo non essere affatto tristi ma felici ed entusiasti per una notizia che abbiamo ricevuto
poco tempo prima, emozioni non adatte alla circostanza. Mascherare quello che esprimiamo
all’esterno è più immediato che cercare di cambiare ciò che sentiamo dentro di noi:
quest’ultimo processo, più lungo, consiste nel mettere da parte la notizia felice e concentrarci
in un vissuto, un ricordo triste o che ci ha creato un forte dispiacere per “unirci” alla cornice
sociale in cui siamo inseriti (il funerale). Lo stesso discorso vale per la situazione opposta,
ossia una
Per rispettare le regole del sentire e di espressione, si ricorre al lavoro emotivo (emotion work)
e al lavoro emozionale.
Con lavoro emotivo intendiamo l’atto volontario e consapevole di provare a cambiare il grado
o la qualità di una emozione: esso si riferisce allo sforzo e non al risultato, che può essere
positivo o meno, di provare a cambiare in grado o qualità una emozione. E’ l’impegno di un
individuo a conformarsi alle norme emotive stabilite dal contesto sociale in cui agisce, che
vanno al di là del desiderio del soggetto.
E’ un lavoro che viene svolto quotidianamente, quando abbiamo interazioni con amici,
negozianti, conoscenti, famigliari, partner, in maniera inversamente proporzionale al grado di
intimità detenuto nei confronti del soggetto con cui si interagisce: il lavoro emozionale è
massimo nei confronti di uno sconosciuto incontrato per strada, minimo quando ci si rivolge
al partner o a un famigliare. Questo perché il maggior grado di intimità ci permette di
“abbassare” le maschere sociali e di mostrarci privi di sovrastrutture interattive.
Spesso affiancato al lavoro emotivo si compie il cosiddetto emotional labour/labor,
solitamente tradotto in italiano con “lavoro emozionale”.
Mentre il lavoro emotivo viene compiuto quotidianamente, questo si riferisce alle questioni
professionali, lavorative, interazioni con i clienti ecc. Frasi come “il cliente ha sempre
ragione” o “assistenza con il sorriso” o “il docente ama equamente tutti i propri alunni”
rientrano in questa prospettiva.
La scoperta del lavoro emozionale e le analisi scientifiche prodotte negli ultimi decenni hanno
portato alcuni studiosi a ipotizzare dei rischi per i soggetti sottoposti a un forte carico di
controllo e gestione delle espressioni emotive provate: <<si rischia di cadere in un vortice di
“lavoro forzato” sulle proprie emozioni, che diverrebbero nient’altro che merci da scambiare
sul mercato>>. (Cerulo 2018, 140).
Il lavoro emozionale, infatti, implica un lavorio sul proprio sé, un modellamento che porta a
una finzione, non nel senso negativo del termine, ma nel senso di modellare i propri
comportamenti verso l’altro (paziente, cliente, studente ecc.).
Un altro contributo importante nella sociologia delle emozioni deriva da Peggy Thoits,
professoressa di sociologia all’Università di Bloomington, che ci parla di devianza
emozionale.
La devianza è oggetto di studio di una branca della sociologia, che è appunto la sociologia
della devianza: il concetto di devianza era inizialmente associato al deviante, un soggetto
atavico, anormale, patologico, che rifiuta le norme codificate; successivamente alcuni
sociologi ne danno una loro definizione:
Per Èmile Durkeim (1893) il deviante era colui che non rispettava le norme a causa della sua
incapacità di integrarsi nel sistema sociale.
Talcott Parsons, negli anni cinquanta del Novecento, propone una definizione di devianza
come sinonimo di cattiva socializzazione: <<la cattiva socializzazione indica la mancata
integrazione fra la struttura culturale di taluni individui e la struttura sociale di cui fanno
parte>> (Bartholini 2007, 25).
Per quanto ci riguarda, secondo il contributo di Thoits, l’appropriatezza di un sentire e di una
espressione emotiva è determinata attraverso un confronto tra emozione, provata e
manifestata, e situazione sociale nella quale il soggetto si trova. Partendo dall’analisi della
Hochschild, l’autrice sviluppa e approfondisce il ragionamento in termini di aspettative
emotive.
Il sottile equilibrio che c’è tra quello che si dovrebbe sentire e quello che si prova, tra quello
che si vorrebbe manifestare e quello che si è costretti a manifestare, va ad influire sul concetto
di devianza (o dissonanza) emozionale (emotional deviance).
Quest’ultima si viene a creare se non si rispettano le regole del sentire oppure le regole di
espressione e può misurarsi su tre fattori inerenti all’emozione: estensione, direzione, durata.
• Estensione: quando non si riesce a controllare il volume dell’emozione
provata, se, ad esempio, si reagisce ad un piccolo torto subito con una rabbia
eccessiva, con violenza fisica o altri atteggiamenti devianti, ossia non bilanciati.
• Direzione: quando si viene colti da emozioni di qualità contraria a
quelle attese, se, ad esempio, proviamo invidia per il nostro migliore amico/a durante
il suo matrimonio anziché essere gioiosi per la sua felicità.
• Durata: quando non si riesce a controllare il tempo in cui l’emozione
deve essere provata o espressa. È la più frequente delle tre, in cui si incappa perché
non si comprendono i significati che caratterizzano una situazione o le intenzioni o i
desideri delle persone con cui interagiamo. Ad esempio, se a un amico che ha appena
perso un genitore si propone, qualche giorno dopo il funerale, di vedersi per brindare
al futuro: in questo caso si è devianti perché non si rispetta il lutto dell’amico, non si
ha rispetto del dolore che prova. (Thoits 1985)
Dunque, se non si rispettano le regole del sentire e/o di espressione violando le caratteristiche
di estensione, direzione e durata della manifestazione emotiva, si diventa devianti emozionali,
ossia veniamo etichettati, spesso in maniera negativa, dalla società.
A volte può capitare che comportamenti inizialmente chiamati devianti possano portare alla
nascita di ribellioni, rivoluzioni, nuove forme di società che legittimeranno come adeguati
quegli stessi comportamenti prima etichettati come negativi:
<<Quando le emozioni sono condivise e validate da altri, esse possono diventare non sono
comprensibili e normali, ma anche normative. Le condizioni nelle quali le emozioni devianti
possono diventare normative comprendono il contatto prolungato fra gli individui con affetti
simili, un numero considerevole di tali individui, minacce o incentivi inefficaci da parte delle
autorità vigenti […] e forse la presenza, nel gruppo, di un leader carismatico>>. (Thoits 1990
in Cerulo 2018, 159).
La definizione delle emozioni dal punto di vista sociologico espressa da Thoits è riconosciuta
da gran parte della comunità scientifica: Concepiamo l’emozione come un’esperienza
soggettiva costituita da quattro componenti fra loro interconnesse: a) stimoli situazionali, b)
modificazioni fisiologiche, c) gesti espressivi, e d) una definizione dell’emozione che serva a
identificare questa specifica configurazione di componenti.

Fig. 1 – Un modello dell’esperienza emozionale soggettiva


Fonte: Thoits [1990; trad. it. 1995, pp. 141-142]

Definizione dell’emozione
Definizione dell’emozione

Modificazioni fisiologiche
Modificazioni fisiologiche
Stimoli situazionali
Stimoli situazionali

Gesti espressivi
Gesti espressivi
Si tratta del modello dell’emozione a quattro fattori, che costruisce simbolicamente
l’apparizione e l’espressione del sentire:
<<Il processo di nominazione (naming) ci consente di organizzare sensazioni specifiche –
quali battito cardiaco accelerato, palmi delle mani sudate e scarica di adrenalina – e attribuire
loro il significato della rabbia. Questo ci permette, inoltre, di vedere noi stessi come
“arrabbiati” e di agire alla luce di questa definizione, riflettendo su e decidendo come o se
esprimere quell’emozione in una data situazione>> (Sandstrom et al, 2013, trad it. 2014, 315-
316).
Dunque seguendo Thoits si parla di emozioni quando la reazione affettiva è prodotta da uno
stimolo ambientale che ha a che fare con eventi sociali: con situazioni che richiamano un
agire sociale, un atto individuale o collettivo dotato di senso, avvenuto nel momento in cui si
prova l’emozione o di cui si ricorda l’avvenimento oppure si immagina come potrebbe essere.
Inoltre, l’emozione può essere definita come negativa o positiva in base alla cultura di
appartenenza o al contesto sociale in cui si vive: tutto dipende da quella che in sociologia
viene chiamata cultura emozionale (emotional culture).
I nomi che vengono dati alle emozioni dipendono dalle abitudini di socializzazione e
interazione che vigono all’interno del contesto sociale: la specifica cultura influenza le
credenze e le norme che regolano l’espressione delle emozioni.
Una cultura che non è quindi innata, ma che è anzi appresa dai soggetti durante le loro
esperienze di socializzazione, a partire dall’infanzia. Si diventa competenti emozionalmente
quando si interiorizzano le norme culturali e storico-sociali in cui si vive; norme che possono
includere anche una serie di pregiudizi di genere: le donne sono più fragili, più sentimentali,
mentre l’uomo è il sesso forte e non deve piangere in pubblico, ecc. (Gordon 1990)
In sintesi, sono quattro gli aspetti che intervengono parlando di emozioni:
• Sintomi e sensazioni provati in base all’evento che si verifica;
• Contesto sociale ed epoca storica in cui ci si trova;
• Espressioni emotive messe in atto in base al vissuto del soggetto;
• Cultura emozionale di riferimento.
Il comportamento emotivo di gruppi o singoli soggetti risente di regole e prescrizioni emotive
che variano in base al contesto storico e sociale di appartenenza, alle esperienze di
socializzazione primaria e secondaria, al ruolo svolto dalle istituzioni, alle immagini e alle
pratiche di socialità veicolate dai media. Il mix che si crea tra i messaggi veicolati e prodotti
da queste fonti indica al soggetto quali emozioni sono da manifestare in base alla situazione
sociale in cui ci si trova; o, per dirla à la Goffman, quali maschere emotive indossare per
calcare i palcoscenici quotidiani in cui, di volta in volta, ci troviamo. (Goffman 1974)
Le emozioni diventano oggetti dell’analisi sociologica in quanto escono dall’alveo esclusivo
degli studi psichiatrici e psicologici, che le vogliono esistenti e provenienti dall’interno del
soggetto, per tramutarsi in forme di socialità, strumenti di comunicazione, pratiche di
esperienza e conoscenza, risorse per comprendere e analizzare la realtà sociale in cui si
agisce. Per quanto resti importante l’aspetto fisiologico, è attraverso la loro espressione
sociale che le emozioni ci comunicano aspetti della società in cui ci si trova.
Possiamo a questo punto elencare i cinque legami che strutturano il rapporto tra emozioni e
vita sociale:
• Manifestando emozioni esprimiamo un giudizio e una valutazione
sociale degli altri e di sé stessi: le reciproche manifestazioni emotive creano un
circuito di scambio continuo di valutazione e percezione degli altri, di noi stessi e
della società, che ci permette di dare giudizi come “è un iracondo perché l’ho visto
urlare per strada” o “è un romantico perché piange durante i film d’amore” ecc.
• Il contesto sociale in cui si vive va ad influire sul modo in cui
manifestiamo le emozioni: può essere un contesto famigliare, dove le regole emotive
potrebbero stabilite in modo tradizionale (“si è sempre fatto così in questa famiglia”),
può trattarsi di un ambiente di scuola, di lavoro; può essere un numero molto
consistente di persone come gli appartenenti ad una stessa religione o una diade come
una coppia di amanti (che avrà forme di manifestazione emotiva differenti da quelle
messe in atto con il partner).
• La manifestazione delle emozioni permette di comunicare con gli altri
esseri umani e imparare a conoscerli meglio, e la conoscenza delle regole di
interazione sociale e di comportamento e di contatto che caratterizzano quel
determinato paese permettono di conoscere le giuste modalità di espressione emotiva:
ad esempio, nel momento in cui un cinese, per la prima volta in Italia, iniziasse a
sputare mentre passeggia a Roma o a Milano verrebbe etichettato dai più come
maleducato, incivile e volgare. Ecco come la conoscenza delle regole dei contesti
scoiali viaggia di pari passo con un’adeguata manifestazione delle emozioni, almeno
per quel che concerne gli spazi pubblici.
• La propria vita affettiva è meno privata di quanto si creda: quasi tutte le
emozioni che proviamo nascono con gli altri e con essi ne condividiamo la
manifestazione. Vivendo in una società, è impossibile non interagire con gli altri e, di
conseguenza, informarli e informarsi su rispettive attività, opinioni, stili di vita,
relazioni ecc. Le scelte prodotte dai soggetti in termini di vita privata dipendono
sempre dalle regole e dalle possibilità offerte dalla società in cui si vive: in tal senso,
alcune forme di espressione emotiva saranno permesse e altre vietate, alcune
consigliate e altre osteggiate, alcune favorite e altre scoraggiate. Questo accade perché
la vita privata emotiva non è mai così privata quando si è solitamente portati a credere:
essa si nutre di consigli, commenti, indicazioni, insegnamenti di cui i soggetti sociali
si nutrono proprio perché vivono a contatto con gli altri e con questi sono costretti a
interagire.
• Le emozioni svolgono importanti funzioni sociali: creano valori,
ideologie, comportamenti e rafforzano un sentimento di appartenenza a un gruppo. Si
pensi all’esempio drammatico del totalitarismo di Hitler nelle manifestazioni di strada,
chiaro esempio di diffusione di emozioni nei confronti del proprio paese di
appartenenza e nei confronti dei nemici da sottomettere, o più semplicemente ai
copioni emotivi degli appartenenti a gruppi politici, squadre sportive: se ci si rifiuta di
comportarsi emotivamente come prescritto, probabilmente si verrà invitati dagli altri
soggetti a uscire dal gruppo.
Sono lontani dunque i tempi in cui Simmel sosteneva che le emozioni cadessero sul soggetto
come la pioggia o il sole, senza che la volontà potesse interferire in tale processo, ma siamo
molto vicini al suo pensiero quando egli ci dice che la modernità è esperienza della crisi e
della solitudine, ma anche dolorosa e faticosa assunzione di responsabilità (Turnaturi 1994).

1.6 Le emozioni nella condizione tardomoderna

<<Date a un uomo una maschera e vi dirà la verità>> Oscar Wilde

Qual è il ruolo riservato alle emozioni nella società odierna? Come scrive Turnaturi:
<<Non c’è campo, aspetto della vita contemporanea che non sia invaso dalle emozioni che,
come un fiume in piena, dilagano nel discorso pubblico, nei mass media, nella cultura
letteraria, travolgendo ogni forma di riservatezza e discrezione, spezzando ogni barriera fra
pubblico e privato. Esibire le proprie emozioni, false o autentiche che siano, sembra essere
diventato l’unico modo per manifestare il proprio esserci a se stessi e agli altri. Mi emoziono
dunque sono, esibisco le mie emozioni dunque esisto pubblicamente: si acquista notorietà e
visibilità attraverso questo nuovo lasciapassare. Siamo tutti quotidianamente travolti da
confessioni, narrazioni, biografie, programmi e proclami politici che mettono in primo piano
emozioni e passioni. Al discorso pubblico e in pubblico, possibile solo se rispettoso della
propria e altrui discrezione e della distanza fra sé e l’altro, si è sostituito il discorso
emozionale, il discorso marmellata dove tutto diviene appiccicoso e dolciastro, dove ogni
distanza fra Io e Tu, fra me e l’altro, viene annullata nel mare di un presunto
coinvolgimento>> (Turnaturi 2007, 15).
Sembra che la società odierna sia travolta di emozioni e che ci si senta realizzati solo nel
momento in cui esse si possono esprimere liberamente. Cerchiamo di capire di che tipo di
emozioni stiamo parlando, o meglio quale sia il posto occupato dalle emozioni e dai
sentimenti all’interno della società tardomoderna.
Negli ultimi decenni si è soliti usare termini come tardomoderno o postmoderno per
descrivere un’evoluzione della società, caratterizzata da incertezza, smarrimento, sfiducia nel
progresso, rivisitazione delle espressioni artistiche, compressione spazio-temporale dovuta
alle tecnologie e alla globalizzazione politica, economica e sociale, l’accelerazione del ritmo
dei consumi, non soltanto d’abbigliamento o alimentare, ma anche negli stili di vita, nei
divertimenti, spettacoli, incontri, cerimonie o altro. Tutto questo ha portato a un imperativo di
velocità e di “liquidità”: fare le cose più velocemente possibile, rifuggendo da ciò che è solido
e durevole.
Si crea così l’immagine di una società liquido-moderma che non è in grado di conservare la
propria forma, una società usa e getta, dove si dà valore all’istantaneo (fast food, servizi on-
line ecc.) e all’eliminabile, che <<significa qualcosa di più del semplice buttar via una certa
quantità di prodotti […]: significa poter buttar via valori, stili di vita, relazioni stabili, e
l’attaccamento alle cose, agli edifici, ai luoghi, alle persone, ai modi ereditati di fare ed
essere>> (Harvey 1997, 349).
Harvey non è l’unico studioso che ne sottolinea la precarietà e il pessimismo:
<<Avidi di beni e successo, gli individui sarebbero impazienti sempre alla ricerca di modi
rapidi per soddisfare i propri bisogni; parallelamente si mostrano apatici e indifferenti verso le
sorti altrui. […] La nostra società sarebbe abitata da passanti distratti e noncuranti, affetti
dall’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, dotati di una moralità sempre più incerta e precaria.
Una moltitudine di sonnambuli ammalati di coartazione emozionale e anestesia relazionale>>
(Zamperini 2007, 8).
Zygmunt Bauman, tra i più importanti teorici della postmodernità, ci descrive come abitanti di
un mondo liquido che rifiuta tutto ciò che è solido e durevole, perennemente in bilico tra il
bisogno di instaurare una relazione duratura e il timore di restarne impigliati.
La difficoltà di relazionarsi, di fidarsi, di aprirsi agli altri, fa sì che scegliamo di non scegliere,
reprimendo le proprie emozioni, in un fallimento di relazione che è quasi sempre un
fallimento di comunicazione.
Sembra che la società odierna sia pregnante di superficialità, ma forse, come suggerisce
Cerulo, il rapporto tra stati del sentire e società odierna potrebbe essere più complesso di così:
nel mondo in cui viviamo, dove tutto sembra a portata di un clic del mouse, sembra esserci
sempre meno tempo per maturare degli affetti e dedicare loro il tempo necessario, a causa del
lavoro e degli impegni quotidiani che assorbono la maggior parte del nostro tempo.
Le nostre attività quotidiane, che ci avvolgono in un turbine di impegni, da una parte creano
in noi molte diverse emozioni e passioni anche variegate tra loro, dall’altra parte però sembra
non esserci spazio per farle tramutare in sentimenti, che restano soffocati sotto gli impegni.
La velocità che ci travolge non ci permette di approfondire, rallentare, scoprire, costruire e
curare le relazioni che viviamo, ma, per alcuni studiosi, siamo noi stessi a ricercarla: come
afferma Jedlowski: << […] la velocità ci piace. E’ oggetto di desiderio. Per alcuni è una fonte
di estasi. Per molti, è un segno di status che conferisce prestigio. Così come conferisce
prestigio apparire affaccendati, pieni di impegno, richiesti. Per tutti, poter fare le cose
rapidamente significa, in buona sostanza, poterne fare molte. Rappresenta cioè la possibilità
di moltiplicare la propria presenza, gli ambiti rispetto a cui si può essere informati, in cui si
può agire e contare: aumentare, insomma, la propria potenza>> (Jedlowski 2005, 62).
Velocità che, non lasciandoci il tempo di pensare, di soffermarci su noi stessi, in un qualche
modo ci fa anche comodo: per riprendere Ralph Waldo Emerson, <<pattinando sopra il
ghiaccio sottile, la nostra speranza di salvezza sta nella velocità>> (Emerson, Prudenza in
Bauman, VII).
La velocità, però, non è l’unico elemento che allontana da noi le emozioni e i sentimenti:
anche l’opinione pubblica, i media e la tecnologia provvedono in parte a dosare le emozioni, a
scegliere le più adatte da mostrare.
Soprattutto nel caso dei talk show e dei reality show televisivi, Turnaturi afferma che:
<< Questi programmi vendono emozioni per provocare emozioni e vendono
contemporaneamente, attraverso la merce emozioni, il proprio prodotto. Anche i programmi
d’informazione, per attirare audience e pubblicità, sono costretti a usare sempre più linguaggi
e immagini emozionanti, aumentare continuamente la dose per un pubblico ormai
emozionalmente drogato che, avendo perso ogni contatto con le proprie emozioni, ne cerca
sempre di più forti sul mercato e nel discorso pubblico>> (Turnaturi 2007, 19).
L’emozione mediata dalla tv sembra perdere di profondità, restando a un livello così
superficiale da renderne impossibile la sedimentazione e la spinta alla riflessione, creando una
emozione più esibita che discussa, urlata più che dialogata. Inoltre, passando troppe ore a
guardare questo tipo di programmi si finisce per scrutare nell’intimità di persone sconosciute
(se non attraverso lo schermo) anziché compiere la medesima operazione in noi stessi.
Dunque una commercializzazione delle emozioni, una teatralizzazione emotiva che le rende
artefatte e dipendenti dalla contingenza; come ha scritto Lacroix: << La bulimia di sensazioni
forti si accompagna a un’anestesia della sensibilità: ci si emoziona molto, ma non si sa più
davvero sentire>> (Lacroix p. II in Cerulo 2009).
Una sorta, dunque, di consumo vorace e continuo di emozioni che ci appartengono solo in
parte e alle quali dedichiamo poco tempo, a cui appartiene anche internet.
Internet rappresenta infatti molto bene l’idea della postmodernità: con la sua interattività,
velocità, ma anche solitudine e condivisione, si crea una realtà virtuale (basti pensare a
Second Life, The Sims, i blog personali, i forum, le chat, i social networks come MySpace,
Facebook, Twitter ecc) nella quale condividere i propri sentimenti e parlare con l’altro senza
timore di essere etichettati; ma, se internet da una parte permette di narrare e raccontarsi
liberamente senza limiti spazio-temporali, dall’altra rischia di alienare il soggetto dalla realtà
immediata.
In una indagine sociologica svolta su giovani italiani tra i 18 e i 25 anni di ambo i sessi, è
stato loro chiesto di dire se sono soliti manifestare quello che sentono dentro agli altri. Il
risultato è stato il seguente:
Tab. 1 – Sei solito manifestare quello che senti dentro?
Fonte: Cerulo 2015

Torino
Perugia
Cosenza
Palermo

34,5%
20%
22,5%
16,5%
No
28,5%
32%
31%
45%
A volte-dipende
37%
43,5%
46,5%
38,5%

Nella stragrande maggioranza dei casi analizzati, effettivamente, i giovani dichiarano di non
seguire quello che sentono dentro, ossia di non tradurre in comportamenti sociali le emozioni
provate: come vediamo, è alto il mascheramento sociale delle emozioni interiore.
La maschera, come dice Goffman, non implica un nascondimento delle proprie emozioni e
neanche una repressione delle stesse. Essa consiste nella modifica del viso, del gesto, del
comportamento, controllare le emozioni al fine di recitare un ruolo sociale.
Il controllo delle emozioni può essere considerato come l’insieme delle straterie adottate
dall’individuo per far corrispondere l’esperiineza interna e la manifestazione esterna dei
sentimenti alle situazioni sotiali e alle norme sociolculturali imperanti (Ricci Bitti, Zani 1983)
In particolare, per quanto riguarda la voce “a volte-dipende”, vediamo che, come ci dice
Cerulo, <<se l’emozione provata è negativa, di sicuro non sarà manifestata nei comportamenti
sociali, sostituita da un’altra più adeguata al contesto. Se invece l’emozione provata è
positiva, allora, forse, può esserci qualche possibilità di manifestarla, ma tutto dipende dalle
persone che si avranno di fronte nell’interazione faccia a faccia>> (Cerulo 2015, 39-40).
Dunque, per rispondere alle due domande che ci siamo posti all’inizio del nostro discorso,
sulla base delle opinioni che abbiano analizzato, sembra che le emozioni che manifestiamo
agli altri nella società odierna siano emozioni per lo più fugaci, fittizie, omologate, mentre i
sentimenti più profondi vengono “chiusi a chiave”.
Per riprendere il discorso sulla definizione di società tardomoderna o postmoderna, essa
sembra molto complessa: oltre ad essere caratterizzata da incertezza, smarrimento, sfiducia
nel progresso, accelerazione del ritmo dei consumi, sembra nutrirsi della dicotomia “emozioni
sì” ed “emozioni no”: se da una parte, come abbiamo visto, la società si veste di emozioni,
travolta, invasa come è dalle esternazioni continue che ne vengono fatte, ma dall’altra parte
essa resta spoglia quando cerchiamo esternazioni di emozioni autentiche e sentimenti
durevoli; ecco che appare allora una società razionale e filtrata dalle convenzioni culturali più
che emotiva e spontanea.
Tuttavia non siamo robot, e proprio perché siamo fatti di emozioni, esse spingono per uscire
fuori, e in alcuni momenti della giornata, e con alcuni interlocutori specifici, glielo
permettiamo.
Ad esempio, come chiarisce Wiley, mentre le interazioni di vita quotidiana ci impongono un
lavoro e un controllo sulle emozioni che proviamo, quando guardiamo un film il controllo
sociale si allenta e le nostre emozioni sono libere di manifestarsi perché confinate al frame
televisivo: <<most aspects of these emotions are tamer, more disciplined and more narrowly
framed than the emotions of everyday life>> (Wiley 2003, 184).
Secondo Wiley, mentre guardiamo un film sperimentiamo il processo della catarsi, ossia
entriamo nel film estraniandoci e purificandoci dalle regole emozionali della vita reale, tanto
che egli distingue tra everyday emotions e movie emotions.
Inoltre, secondo l’intervista svolta da Cerulo nel 2015 in uno studio sociologico sulle
emozioni su ragazzi e ragazze tra i 18 e 25 anni, è emerso che il mascheramento sociale varia
in base al luogo e all’interlocutore: ad esempio, a Torino, il 37/% delle donne e il 25% degli
uomini maschera le proprie emozioni all’università, il 20% delle donne e il 44% degli uomini
le maschera nei luoghi pubblici, mentre il 3% delle donne e lo 0% degli uomini lo fa con il
partner.
Come si può notare, appaiono delle grandi differenze: l’università e i luoghi pubblici risultano
essere ambiti di grande mascheramento sociale, mentre con il partner tendiamo ad abbassare
le difese. Ma dallo studio sono emersi anche altri dati: il 23% delle donne e il 22% degli
uomini maschera le proprie emozioni in famiglia, e il 13% delle donne e il 20% degli uomini
lo fa con gli amici.
Dunque, seppur con delle sostanziali differenze tra l’ambito pubblico/universitario e l’ambito
privato/famigliare/amicale, anche in quest’ultimo avviene un mascheramento.
D’altronde, come puntualizza Goffman, <<l’individuo non va in giro facendo soltanto i propri
affari. Va in giro costretto a sostenere un’immagine accessibile di se stesso agli occhi degli
altri. Dato che le circostanze locali si rifletteranno sempre su di lui, e dal momento che queste
circostanze varieranno inaspettatamente e costantemente, saranno sempre necessarie delle
acrobazie, o meglio un lavoro su di sé>> (Goffman 1971, 154).
Dunque, in sintesi, abbiamo visto come le emozioni, pur essendo naturali e spontanee,
possono anche essere sia provocate che modificate che create a comando, e questo perché,
come dice Hochschild, abbiamo a che fare con dei soggetti senzienti che riescono a mediare
tra emozioni e ragione nel loro agire quotidiano in processi più o meno volontari.
Inoltre, poiché il soggetto lavora sulle proprie emozioni per “allinearle” al proprio contesto
sociale, culturale, famigliare, professionale, socio-normativo, in cui agisce, le maschera.
Mascherare le proprie emozioni, come abbiamo detto, vuol dire compiere un lavoro emotivo,
padroneggiare le regole dei modi di sentire e di espressione, manifestare le emozioni più
adatte in quel momento, in quel contesto e nascondere quelle meno adatte: ed è importante
farlo al meglio se si vuole essere efficienti socialmente, se si ha come obiettivo quello di
mantenere e conquistare prestigio, scalare classi sociali, ottenere premi e riconoscimenti
lavorativi.
Ma come quali sono le emozioni da mostrare, da evocare e quelle da nascondere, da
sopprimere?
Alcuni ragazzi e ragazze che hanno partecipato all’intervista inserita nello studio sociologico
di cui ho sopra riportato due spezzoni tratto da Cerulo, dicono:
<<Quando si tratta di tradurre le emozioni in comportamenti sono abbastanza selettiva e cerco
di valutare l’impatto che possono avere sugli altri>> (f, 21)
<<Spesse volte rimpiango di aver mascherato le mie emozioni, sono sicuro però che così
facendo ho evitato diversi scontri e il rischio di mettere a disagio altre persone>> (m, 19)
<<Ascolto le mie emozioni e le manifesto nei comportamenti a seconda delle situazioni e
dell’intensità dell’emozione, valuto in che modo manifestarle. Inoltre, essendo molto
riservata, cerco di manifestare il meno possibile le emozioni negative in un contesto sociale>>
(f, 23)
<<Tendo a reprimere le emozioni negative, soprattutto ansia e angoscia in pubblico. Le
esprimo quando sono sola, mai di fronte ad amici, colleghi e particolarmente mai davanti alla
mia famiglia>> (f, 20)
<<Nelle emozioni bisogna mascherare le emozioni negative per il quieto vivere degli altri (f,
19)
<<Reprimo le mie emozioni negative nelle situazioni sociali al fine di poter sviluppare un
dialogo. Se le esprimessi, mi creerebbero problemi nell’approccio (f, 20) .
Notiamo che in tre interviste su quattro si parla di mascherare soprattutto le emozioni
“negative”:
<<Direi che siamo di fronte ad un duplice processo di repressione ed evocazione delle
emozioni: si reprimono quelle che definirei socialmente scomode, perché non adatte allo
status quo, per evocare quelle commerciali, veicolate dalla società, omologanti e nei confronti
delle quali è molto più semplice venirci a patti. Ciò non significa, io credo, una “inautenticità”
delle emozioni manifestate, bensì un’omologazione alle regole emozionali imposte dalla
situazione sociale nella quale di volta in volta veniamo a trovarci (ad esempio: durante un
dialogo con un collega di lavoro per il quale nutro una forte antipatia, difficilmente
manifesterò apertamente il mio fastidio nei suoi confronti, optando magari per un uso del
“tatto” che in quella situazione è socialmente più corretto>> (Cerulo 2009, 107).
Cerulo distingue quelle positive (gioia, empatia, compassione, orgoglio) da quelle negative
(imbarazzo, paura, vergogna, senso di colpa, tristezza, rabbia), che definisce come
<<generatrici di forme di violenza nei confronti di se stessi e degli altri […]. In tal senso, se le
emozioni rappresentano risorse pe agire all’interno della società e interagire con gli altri e
dalla manifestazione-espressione delle quali dipende, in un certo senso, la tenuta dei nostri
comportamenti sociali, è chiaro che esse potrebbero rappresentare un problema, ossia divenire
fonti di instabilità individuale e sociale, nel caso in cui quelle negative dovessero diffondersi
in maniera incontrollata e sopravanzare quelle positive>> (Cerulo 2015, p.25-26).
Peter e Carol Stearns, dal canto loro, parlano di emozionologia, intendendo con tale termine
uno studio e una pratica delle emozioni nella vita quotidiana di una particolare cultura per
tenere sotto controllo quelle negative o spiacevoli per manifestare le più adatte alla
circostanza in cui ci si trova. (Stearns 1985)
Secondo la definizione di Oatley, <<definiamo emozione positiva quell’emozione che insorge
quando un obiettivo viene realizzato, e ancor più frequente le emozioni positive nascono
quando un piano sta progredendo bene, quando i sottobiettivi si realizzano e quando le
probabilità che l’obiettivo principale sia raggiunto aumentano. […] Quando nel corso
dell’agire nasce un problema che pensiamo di non saper affrontare, quando un nuovo scopo
deve essere inserito in una sequenza di azioni in corso, ma la persona interessata non sa come
fare, quando viene alla luce un conflitto di cui prima non ci si era resi conto, oppure una
minaccia ci fronteggia, tende a manifestarsi un’emozione negativa. Le emozioni possono
definirsi positive se la probabilità di raggiugere uno scopo aumenta e negative se una tale
probabilità diminuisce>> - e inoltre aggiunge - <<Un’emozione negativa non è sempre
sgradevole, né viene necessariamente evitata. Essa insorge quando ci accorgiamo di non saper
risolvere facilmente un problema, quando vediamo un rallentamento nell’avvicinarci a uno
scopo. In questi casi le strutture dell’attività automatica o dell’abitudine crollano. Più
radicalmente, le emozioni negative possono indicare che non è possibile raggiungere uno
scopo importante o che un piano significativo è fallito. Le emozioni che insorgono in questi
casi possono indicare che un’ampia struttura di abitudini, capacità e conoscenze è obsoleta:
potrebbe essere necessario ricostruirla interamente perché sia idonea alle nuove circostanze>>
(Oatley 1997, 114-115).
In realtà, sempre Cerulo, ma qualche anno prima (2009), definisce emozioni positive quelle
emozioni più “autentiche”, più spontanee e dirette, mentre definisce emozioni negative quelle
che la società veicola in quel momento, emozioni artefatte, preconfezionate, e inoltre afferma:
<< se l’uomo tardomoderno tende a inibire le emozioni positive, mi sembra essere privo di
difese contro quelle negative e forse sono queste a determinare maggiormente i
comportamenti umani contemporanei. Perché le emozioni negative ci segnano e ci mettono in
guardia per i comportamenti futuri da adottare nelle diverse sfere sociali di cui siamo parte. E
contribuiscono in modo incisivo alla percezione che abbiamo di noi stessi, mentre quelle
positive svaniscono più facilmente- e aggiunge- Forse, l’unico modo per affrontare le
emozioni negative è riscoprire le emozioni positive: un discorso che ha a che fare con la
soggettività dell’individuo, con la sua capacità di fermarsi e pensare, di estraniarsi dal flusso
di coscienza e riflettere su quello che sta accadendo>> (Cerulo 2009, 116-117).
L’uomo contemporaneo dunque considera spesso le sue emozioni con fastidio o vergogna,
considerandole debolezze inutili, impulsi da reprimere, residui di un passati animale ancora
vivo in noi. L’ideologia dominante relativa alle emozioni è piuttosto prevenuta e negativa.
Tuttavia, anche se gli esseri umani preferiscono porre l’accento sulla propria razionalità, la
loro natura resta eminentemente emotiva ed affettiva. Le emozioni e i sentimenti che
proviamo sono infatti il nostro principale legame con le cose e le persone che ci circondano e
le emozioni, attraverso le esperienze che facciamo, ci ammaestrano, ancora prima che
possano farlo i fatti o i ragionamenti. (Beltramini 1997)
Secondo lo psicologo David Servan-Schreiber ad esempio, “ciò che sembra determinare la
riuscita sociale di una persona non è tanto la potenza del suo intelletto, quanto la sua capacità
di comunicare con gli altri, di valutare le situazioni sociali ed emozionali, di controllare le
proprie emozioni, di non lasciarsi trascinare dalla collera, di inibire la propria aggressività, di
emettere i giusti segnali emozionali, di restare sintonizzati con gli altri”.
La nostra natura dunque non è solo razionale, ma anzi è invece prevalentemente influenzata
dalle emozioni e dagli affetti. I legami che abbiamo con le persone e con le cose, ciò che
abbiamo appreso della vita, è molto più collegato alle emozioni e ai sentimenti che a
ragionamenti complessi di logica.
Dunque dovremmo rallentare tutta questa velocità e fermarci a pensare, fermarci a sentire le
nostre emozioni, osservarle: come suggerisce la Turnaturi, <<se sempre più viviamo alienati
ed espropriati dalle nostre stesse emozioni, forse l’unico rimedio è quello di sottrarle alla luce
dei riflettori e imparare a maneggiarle con cura>> (Turnaturi 2007, 25).
Anche perché, secondo alcune ricerche di tipo medico-psicologico, parlare delle proprie
emozioni fa bene alla salute fisica, superando il timore di percepire la tristezza, la collera e la
paura, spesso represse durante l’infanzia. (Ponticelli 2012).
Una risorsa in grado di contrastare queste condizioni negative può essere lo sviluppo
dell’intelligenza emotiva, di cui parleremo nel secondo capitolo, intesa come la capacità di
percepire, comprendere e applicare efficacemente la forza e la perpicacia fornite all’uomo
dalle emozioni, intese come fonti di energia, informazioni, relazioni e influenza.
Nella fase di crescente globalizzazione dei mercati e di omologazione dei gusti, il rischio è di
procedere nel processo di uniformizzzazione anche della vita affettiva con l’affievolirsi delle
passioni e l’appannamento della capacità di soffrire, ma anche di gioire, di indignarsi, di
impietosirsi; da qui, una valorizzazione dei sentimenti; accanto all’homo faber e all’homo
sapiens, sembra opportuno far convivere nella post-modernità anche l’homo sentiens.