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INDIZI E PROVE NELLA CULTURA GRECA: FORZA EPISTEMICA E CRITERI DI VALIDITÀ

DELL'INFERENZA SEMIOTICA
Author(s): Giovanni Manetti
Source: Quaderni storici, NUOVA SERIE, Vol. 29, No. 85 (1), La prova (aprile 1994), pp. 19-42
Published by: Società editrice Il Mulino S.p.A.
Stable URL: https://www.jstor.org/stable/43778693
Accessed: 29-10-2019 21:33 UTC

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INDIZI E PROVE NELLA CULTURA GRECA.
FORZA EPISTEMICA E CRITERI DI VALIDITÀ
DELL'INFERENZA SEMIOTICA

1. PARADIGMA INDIZIARIO COME ORIZZONTE DI CONVALIDA


EXTRA-LINGUISTICA

Qualche anno fa Carlo Ginzburg 1 elaborava la nozione di


«paradigma indiziario» come modello conoscitivo antichissimo e
allo stesso tempo assolutamente moderno, operante nelle scienze
«non quantitative» e negli ambiti di sapere extra-scientifici, o, per
meglio dire, extra e post-galileiani. Si trattava di un modello che
valorizza il particolare rispetto all'universale, l'indizio rispetto al-
la legge, o infine, per esprimersi nei termini della semiotica di
Charles Sanders Peirce (2.619 ss.), l'abduzione rispetto alla de-
duzione.
Tuttavia è possibile fornire una interpretazione, per così dire,
sbiecata della nozione di «paradigma indiziario», intendendolo
come modello di un sistema che produce conoscenza valorizzan-
do l'indizio a tal punto da prescindere dal linguaggio verbale e,
in molte occasioni, ponendosi «contro» l'informazione fornita at-
traverso segni linguistici. Ciò porta a riflettere in modo nuovo
sulla definizione di Eco (1975: 17) del segno come qualunque co-
sa possa essere assunta per mentire: rimane certamente vero
che, per produrre menzogna, si possono usare tanto elementi
linguistici, quanto non linguistici. Ma è altrettanto vero che si
possono ricercare le condizioni per cui si possa dire che un se-
gno fornisce un'informazione vera o affidabile, indipendentemen-
te dalle intenzioni comunicative e dai contenuti esplicitamente
comunicati. Questo comporta la possibilità di un progetto di ela-
borazione di una teoria della prova che permetta di dire quando
un segno, o un indizio, è una «prova» di ciò che indica, e quan-
do non lo è, pur continuando a fornire una certa informazione.
Potremmo chiamare un modello conoscitivo di questo genere
«paradigma semiotico-indiziario», e ipotizzare che esso sia ope-
rante ed acquisti interesse, oltre che nei casi descritti da Ginz-

QUADERNI STORICI 85 / a. XXIX, η . 1, aprile 1994

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burg (1979), anche nei casi in c


re fuori gioco la possibile inten
gio verbale da parte dell'enu
scoprire qualcosa in modo in
comunicativa.
Ma quando si può collocare temporalmente una prima emer-
genza di un paradigma di questo genere? Non otterremo facil-
mente una risposta, ma possiamo dire sicuramente che esso è
operante nei poemi omerici, i più antichi testi della civiltà occi-
dentale - non a caso dominati dalla figura di un mentitore, Ulis-
se, l'eroe dai molti inganni - dove vengono continuamente mes-
se in scena strategie di scoperta e di convalida attraverso segni
non linguistici di quanto viene comunicato con il linguaggio ver-
bale.

2. SEGNI, MENZOGNE, DIFFIDENZA NEI POEMI OMERICI

È nei poemi omerici, infatti, in particolare neW Odissea, che


si inaugura chiaramente una dicotomia epistemica che mette in
contrapposizione, da una parte, il linguaggio verbale, ritenuto
fonte di possibile menzogna o inganno (al quale si aggiunge tutta
la produzione segnica non verbale, ma intenzionale, come ad
esempio, il travestimento) e dall'altra, la semiosi naturale, gli in-
dizi, ritenuti invece fonte di prova e di smascheramento 2.
Prendiamo in esame, a questo proposito, il noto episodio del
ritorno di Ulisse ad Itaca dopo le lunghe peregrinazioni. Eroe dif-
fidente, Ulisse non vuole farsi riconoscere e si fa credere un
mendicante. Lo aiuta Atena, che produce sul suo corpo e sulla
sua immagine tutti quei segni che ne nascondono la vera identi-
tà, per simulare l'identità di un mendicante (Od. XIII, 397-403).
Per parte sua Ulisse interviene con segni comportamentali: la
mano tesa, la voce piena di dolore, l'atteggiamento sottomesso
(Od. XVII, 357-66). Prescindendo da considerazioni etiche, Ulis-
se non si comporta molto diversamente da un criminale, un Ar-
senio Lupin, ad esempio, che cerchi di penetrare travestito nello
spazio specifico dei suoi oppositori (la reggia invasa dai Proci,
nel caso di Ulisse). E, proprio come spesso avviene che un crimi-
nale sia tradito da alcuni piccoli indizi, apparentemente insignifi-
canti, sui quali non ha potuto esercitare il proprio controllo, così

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Ulisse è tradito dalla presenza di una cicatrice che ha su una


scia: la vecchia nutrice Euriclea, scoprendola mentre gli lava
piedi, la riconosce subito come segno di una ferita che un ci
ghiale gli aveva inferto quando era ancora un fanciullo (Od.
XIX, 467-75).
In questo atto di riconoscimento ci sono tutte le caratteristi-
che che contraddistinguono il paradigma indiziario, come abbia-
mo proposto di intenderlo prima. Innanzitutto, la verità, in que-
sto caso la vera identità di Ulisse, è scoperta contro la comunica-
zione verbale ed intenzionale di Ulisse, dando invece spazio alla
valorizzazione di un particolare apparentemente trascurabile, ma
che ha il potere di far apparire falsi tutti gli altri segni: si verifica
allora una asimmetria caratteristica tra la relativa complessità
dell'apparato della simulazione e la relativa semplicità degli ele-
menti che permettono di decostruirlo. In secondo luogo, nel pro-
cedimento inferenziale di Euriclea è presente una forte dose di
scommessa, tipica dei procedimenti abduttivi: come direbbe Peir-
ce, Euriclea «tira ad indovinare» (guesses), ovvero congettura,
non essendoci nessuna necessità che quella cicatrice rimandi a
quella circostanza occorsa a quello specifico personaggio; né il
fatto di aver osservato, come il testo dice in un passo immediata-
mente precedente, che il mendicante le appariva come il più so-
migliante ad Ulisse tra tutti gli stranieri che erano capitati alla
reggia, può di per se stesso essere sufficiente a giustificare la sua
sicurezza, anche se contribuisce a favorire la specifica interpreta-
zione data all'indizio rappresentato dalla ferita. Lo stile di ragio-
namento di Euriclea in questa circostanza si apparenta al model-
lo di ragionamento che Sherlock Holmes attribuisce al naturali-
sta Cuvier in I cinque semi d'arancia : «Il perfetto ragionatore
(...) una volta che gli sia stato sottoposto un singolo fatto in tut-
ti i suoi aspetti, dovrebbe dedurre da questo non solo la catena
di eventi che lo ha prodotto, ma tutti i risultati che da esso pos-
sono derivare. Come Cuvier poteva descrivere correttamente un
intero animale dalla considerazione di un unico osso, così l'os-
servatore che ha completamente compreso una connessione in
una serie di avvenimenti dovrebbe poter stabilire con precisione
tutti gli altri, precedenti o conseguenti» 3. Se Cuvier ricostruisce
l'intero animale intorno a un singolo osso, Euriclea ricostruisce
l'immagine del suo padrone intorno a quella cicatrice.
Tuttavia l'inganno messo in scena da Ulisse, si osserverà, è
costruito su due livelli: quello del travestimento e quello esplicita-
to attraverso il linguaggio verbale costantemente improntato alla

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menzogna 4. Ulisse mente con


potenzialmente alleati: con il p
suo padre; e la ragione è che a
verità attraverso la lettura di in
delle apparenze5. Il risultato di
che quando Ulisse rivela verbal
interlocutori si dimostrano diff
verbale, naturale e non intenzi
provi il valore delle sue parole.
Ma non tutti i segni sono ugua
tutti producono lo stesso effett
re Euriclea dell'identità di Ulisse è sufficiente la cicatrice e la
stessa cicatrice basta a persuadere il porcaro Eumeo, dopo che
Ulisse gli si è rivelato verbalmente. Ma, a differenza di questi
personaggi, Penelope continua a rimanere scettica di fronte al
medesimo segno: ha bisogno di una prova più personale, che ri-
guardi più strettamente il suo rapporto con Ulisse (Pucci,
1986:6) ed escluda ogni ambiguità. Ulisse fornisce, come noto, il
segno del letto inamovibile, perché da lui stesso intagliato nel
tronco di un ulivo (XXIII, 181 e ss.). Lo stesso fenomeno si pro-
duce con il padre di Ulisse, al quale l'eroe deve fornire una pro-
va più sicura ( sema ariphrades, «un segno chiarissimo») per es-
sere creduto: ed in questo caso mostra di sapere e di ricordare
che un giorno Laerte gli aveva donato, quando era ancora fan-
ciullo, vari alberi da frutto del suo podere (XXIV, 329 e ss.).
I segni forniti a Penelope e a Laerte, si deve osservare, sono
non solo più personali, ma sono anche forniti di una carica pro-
bativa molto più forte rispetto a quella del segno della cicatrice:
riducono a zero le possibilità di ambiguità. Mentre la cicatrice
che ha sorpreso Euriclea è un segno ambiguo che rimanda ad
un uomo ferito molto tempo prima, il quale poteva essere Ulisse,
ma anche qualcun altro, i segni forniti a Penelope e a Laerte so-
no univoci. In questo senso sono delle vere e proprie «prove».
Penelope è nel giusto inferendo che se lo «straniero» è a cono-
scenza del segreto del letto non può essere che Ulisse, ed il suo
ragionamento ha la struttura logica soggiacente di un modus po-
rteris : «Se lo straniero è a conoscenza del segreto del letto, non
può essere che Ulisse; ma ne è a conoscenza; dunque è Ulisse».
L'univocità del segno è poi indicata dal fatto che c'è possibilità
di conversione tra i due termini della premessa maggiore: infatti
il condizionale «Se lo straniero è a conoscenza del segreto del
letto, allora è Ulisse» si converte in «Se lo straniero è Ulisse, allo-

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ra è a conoscenza del segreto del letto», rendendo la relazi


tra i due termini quella di una implicazione stretta. E la conve
sione (antis trepheirì) sarà per Aristotele la caratteristica ch
accompagna ai segni sicuri che possono essere considerati «pr
ve» (An. Pr., 70b 32-38).
Questa pagina dei poemi omerici mette in scena, dunque, pe
la prima volta, una importante opposizione tra due gradi diver
di forza probativa o epistemica dei segni, fenomeno che la su
cessiva tradizione speculativa classificherà come opposizione t
«segni forti» e «segni deboli», tra «segni necessari» e «segni n
necessari» o, in definitiva, tra «prove» e «indizi».

3. DEBOLEZZA DEL SEGNO DIVINATORIO

Certamente le origini del paradigma indiziario sono molto più


antiche dei poemi omerici. Molto suggestivamente Carlo Ginz-
burg (1979: 106) ne legava la nascita alla pratica millenaria del-
l'uomo ancora primitivo di andare a caccia di selvaggina, di
scrutare le orme per terra, di scorgere ciuffi di peli o di piume,
di scoprire tracce di sterco per individuare il passaggio di un ani-
male. Questo paradigma «venatorio» appariva a Ginzburg assai
simile a quello «divinatorio», dove con analoga procedura si
scrutano i punti luminosi del cielo, le interiora di una vittima sa-
crificale, le gocce d'olio gettate sull'acqua e così via, per rintrac-
ciarvi i segni di un destino individuale.
La scarsa rilevanza materiale dell'indizio contrapposta alla
grande importanza del suo significato caratterizza bene i segni
divinatori. Ma questa sproporzione è pagata dall'assenza totale
di cogenza. La divinazione appare, infatti, come il grande domi-
nio dei segni deboli, una pratica conoscitiva che del segno debole
fornisce fin il modello paradigmatico, teorizzandone il carattere
di ambiguità e di oscurità. E purtuttavia, è nell'ambito divinato-
rio che la cultura greca proietta l'origine di uno dei nomi del se-
gno, il tekmerion (in seguito passato ad indicare, invece, il «se-
gno forte»). Nel commento ad un poema cosmologico di Alcma-
ne compare infatti la dea Teti accompagnata da tre personaggi:
da una parte Poros («la via») e Tekmor («il segnale» o «il punto
di riferimento»); dall'altra Skotos («l'oscurità»). Nella indistinzio-
ne primordiale di cielo e terra Tekmor svolge una funzione fon-
damentale, in quanto introduce dei poroi (delle vie) tanto nella
volta celeste, quanto nel mare. I naviganti, in questo modo, pos-

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sono congetturare ( tekmairest


fanno loro intravedere fissando i
to (Detienne e Vernant, 1974:
questa notizia si chiarisce anch
Retorica I, 1357 a-b, secondo c
va») e peras (cioè «il confine»,
«segno» corrisponde ad una lin
caos primordiale, a cui viene at
to quando si tratta di un segno
a chiarire.
Ma si può rintracciare un altro stretto punto di contatto tra
la divinazione e la teoria del segno, che ci proviene dall' operetta
di Plutarco L' E di Delfi. In quel testo il personaggio Teone, che
appare come il portavoce di Plutarco stesso, sostiene l'argomen-
to di una affinità tra dialettica e divinazione, dovuta ad una loro
comune origine in Apollo, e si preoccupa di mostrare il ruolo
centrale giocato in entrambi gli ambiti dalla congiunzione ipoteti-
ca ei («se»), che egli identifica come l'autentica interpretazione
del significato della E di Delfi, su cui verte il dialogo. Nella dia-
lettica l'espressione ei serve ad esprimere il rapporto logico per
eccellenza, quello che si ha nei condizionali della forma «Se (et)
p, allora q » (struttura entro la quale le scuole post-aristoteliche,
ed in particolare gli stoici, inquadravano la nozione di segno).
Nella divinazione la congiunzione ipotetica ei è alla base della
costruzione logica della teoria della «simpatia universale» su cui
poggiava una delle più importanti concezioni manticlle dell'anti-
chità: quella stoica. L'universo, per gli stoici, era costituito da un
insieme di fenomeni tutti collegati tra loro da relazioni di tipo
condizionale, secondo lo schema «Se p, allora q »: gli eventi era-
no immaginati come disponentesi lungo una linea di semiosi re-
ciproca e potenzialmente illimitata, ciascuno essendo «segno» del
successivo7. Esattamente a questa forma risponde l'esempio di
segno divinatorio riportato da Cicerone (nel De Fato, 14): «Se
Fabio è nato al sorgere della costellazione del Cane, Fabio non
morirà in mare».
In definitiva, al di là delle considerazioni di Plutarco che han-
no valore di apologo a posteriori, si può osservare come il mo-
dello divinatorio contribuisca a stabilire la forma logica entro cui
sarà inquadrato il segno dalla speculazione filosofica e come con-
temporaneamente suggerisca la forma di una inferenza debole,
che non può essere provata, ma che va accolta su una base fidu-
ciaria e non epistemica8.

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Indizi e prove nella cultura greca 25

4. MEDICINA E «DETECTION»

La medicina greca appare come il grande campo in cui si


tenta di passare da un paradigma di segni deboli ad uno di segni
forti. La medicina scientifica del V secolo a.C., in particolare, si
propone come un modello di procedura di scoperta, che comin-
cia a fare uso di metodi che sono tipici della moderna «detec-
tion». Mario Vegetti (1983: 23 ss.) ha messo in luce un chiaro ed
interessante esempio di analogia tra il metodo dei medici ippo-
cratici e la procedura dell'inchiesta giudiziaria, quale scaturisce
da un'analisi dell' Edipo re di Sofocle letto attraverso le lenti del-
l'epistemologia ippocratica. Nella tragedia, infatti, Edipo mette
in scena una vera e propria procedura di inchiesta tesa a scopri-
re tanto l'assassinio di Laio, quanto la causa della peste scoppia-
ta nella città di Tebe: curiosamente, le tappe di questa inchiesta
corrispondono ad altrettanti momenti che caratterizzano la me-
todologia medica descritta nel Corpus Hippocraticum.
Infatti la razionalità a cui è improntato l'agire di Edipo è defi-
nita dalla coppia concettuale «ricerca/scoperta», che è letteral-
mente la stessa che si può rintracciare in Antica medicina (I, 11)
come componente della definizione stessa della techne medica.
In entrambi i casi la ricerca si iscrive in una dimensione tempo-
rale che prevede vari momenti: parte da un principio (arche) e
segue un percorso ( hodos ), lungo il quale si accresce il sapere
della techne ; sfrutta i momenti opportuni alla scoperta (kairos),
secondo un tema che è sviluppato nell'opera ippocratica I luoghi
dell'uomo; lavora sui segni e sugli indizi (semeia)] alla fine giun-
ge alla scoperta (heuresis) del colpevole, all'atto che rende mani-
festo ciò che era oscuro e produce la chiarezza completa (sap-
hes).
I testi ippocratici, tuttavia, non solo forniscono un modello di
procedura indiziaria, ma in varie occasioni tratteggiano i linea-
menti di una fenomenologia della «prova». Se ne trova un esem-
pio al capitolo 2 del Male sacro9, dove l'autore del trattato vuole
dimostrare che l'epilessia non è una malattia di origine divina
(per lo meno, non più di quanto lo siano tutte le altre malattie).
La prova (tekmerion) che egli utilizza assume la forma logica di
un modus tollens, argomentando che se questa malattia fosse
più divina delle altre, allora essa dovrebbe colpire indistintamen-
te tutti; ma questo non avviene, perché colpisce i flegmatici, ma
non i biliosi; ne consegue, dunque, che essa non è più divina del-
le altre. In altre parole, l'autore utilizza il non verificarsi delle

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condizioni di verità del consegu


me «prova» che permette di neg
sizione antecedente.
Un analogo esempio si trova nel cap. 8 del trattato Le arie, le
acque, i luoghi, in cui l'autore propone la tesi secondo cui il sole
fa evaporare la parte più fine e leggera di una soluzione acquosa,
e la convalida ricorrendo a due segni che sono delle «prove»:
(Tesi) Le acque piovane sono assai leggere e dolci e delicate e limpide. All'inizio
infatti il sole fa evaporare e rapisce la parte più delicata e leggera dell'acqua.
(/ segno-prova) Ne sono chiara prova i sali: il salmastro infatti per la sua densità
e pesantezza resta giù e diviene sale, il più delicato il sole lo rapisce per la sua
leggerezza; e lo fa evaporare non solo dalle acque stagnanti, ma dal mare e da ogni
luogo in cui vi sia umidità. E ve n'è in ogni cosa.
(II segno-prova) Persino dagli uomini esso trae la parte più delicata e leggera
degli umori. Eccone un fortissimo segno : quando un uomo cammina o siede al sole
indosssando una veste, le zone della pelle che il sole colpisce non si coprono di
sudore (il sole infatti fa evaporare il sudore che affiora); le zone invece riparate
dalla veste o da qualcos'altro, sudano. È tratto fuori infatti il sudore dalla forza del
sole, ma e protetto dall'ombra, sicché dal sole stesso non viene poi dissipato. Quan-
do l'uomo se ne va all'ombra tutto il corpo ugualmente suda: il sole non vi risplen-
de più sopra.

La seconda prova presenta una struttura logica interessante,


perché non solo fa uso di un segno che convalida in positivo l'i-
potesi (ricorrendo al modus ponens : «Se il sole batte su una su-
perficie umida (p), allora ne fa evaporare la parte più fine e leg-
gera ( q ); ma p; perciò q»), ma prospetta anche una situazione in
cui l'ipotesi sia convalidata in negativo (facendo ricorso appunto
al modus tollens : «Se non fosse il sole a far evaporare i liquidi
dalle parti del corpo non coperte (p), allora all'ombra queste par-
ti non dovrebbero sudare (q); ma all'ombra tutte le parti del cor-
po ugualmente sudano ( non-q ); dunque è il sole che produce l'e-
vaporazione ( non-p )»). La seconda parte della convalida, quella
relativa al modus tollens, è parzialmente implicita (mentre nel-
l'esempio precedente era completamente esplicitata), ma tuttavia
non meno operante.
Infine si deve segnalare che nello stesso capitolo del trattato
Le arie, le acque, i luoghi viene fatto cenno ad una prova non
più naturale e basata sull'osservazione, ma prodotta sperimental-
mente:

Tutte nocive le acque che provengono dalla neve e dai ghiacci. Una volta conge-
late, infatti, non riacquistano più la primitiva natura, ma quanto vi era di limpido,
di leggero, di dolce si separa e svanisce, solo resta la parte più torbida e pesante.
Lo puoi capire così: prova, d'inverno, a versare dell'acqua in un recipiente dopo

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Indizi e prove nella cultura greca 27

averla misurata e ponila all'aperto, perché geli completamente; poi il gior


guente portala al caldo, dove il ghiaccio si fonderà del tutto: e quando si sia s
di nuovo misura l'acqua, ne troverai una quantità molto minore. Ciò è prova
merion) che per il gelo svanisce e si dissecca la parte più leggera e delicata,
pesante e densa: perché non potrebbe.

Una stessa struttura logica è sottesa a questo esempio risp


ai precedenti, anche se qui la preoccupazione della riproduc
tà sperimentale del fenomeno aggiunge un elemento di no
Ad ogni modo nei testi ippocratici un certo legame tra l'es
sione linguistica della prova ( tekmerion ) e un certo contenu
gico si viene a stabilire, pur nella permanente magmaticità
campo lessicale-semantico della semiosi 10.
Un possibile indizio che nei testi ippocratici si faccia rif
mento ad una forza differenziata che i segni presenterebb
può cogliere dagli aggettivi che spesso accompagnano il ter
indicante il segno: mega («grande»), megiston («grandissim
ecc. Ma lo si può forse anche cogliere dal riferimento che
fatto al capitolo 25 del Prognostico, alle differenti dynam
(«poteri», «gradi di efficacia») che hanno i segni. Il riferime
tanto più significativo se si considera che nello stesso capi
l'autore accenna al carattere di univocità che i segni medic
vono avere se si vuole dare un carattere di universalità alla
gnosi n.
Sarà poi Aristotele a raccogliere per primo l'eredità dei medi-
ci, imponendo al lessico delle distinzioni categoriali ben precise,
e stabilendo per ciascun termine un contenuto semantico inequi-
vocabile sulla base di distinzioni rilevabili a livello della forma lo-
gica.

5. SEGNI E CONGETTURE NELLA STORIOGRAFIA GRECA

Stretti legami tra la metodologia di indagine dei medici e


quella degli storici sono stati da tempo sottolineati 12 , soprattutto
per quel che riguarda la «prognosi» da segni, presente in entram-
bi gli ambiti di ricerca. Vorremmo quindi fare alcuni brevi cenni
alla presenza di una problematica semiotica nella storiografia
greca, e vorremmo partire da come essa è stata presentata in un
noto saggio di Hans Diller (1932), che prende il titolo dal celebre
motto di Anassagora (D-K, 59 B 2 la): Opsis adelon ta phaino-
mena, «vista dell'invisibile è ciò che appare». Illustrando quello
che egli definisce come «semeiotische Methode», Diller ne trova

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28 Giovanni Manetti

esempi sia in Erodoto, sia in T


suoi esempi ci permetterà di ind
nomenologia della prova, che va
lo stesso Diller.
Cominciamo dall'esempio tratto da Erodoto (2, 104), in cui
lo storico greco si fa un preciso vanto di aver compreso da sé
( noesas de proteron autos), prima di averne avuta notizia per in-
formazione diretta (e akousas allori), un determinato fatto stori-
co, concernente l'origine degli abitanti della Colchide dal popolo
degli Egiziani. Il carattere preciso di questo «comprendere» è il
risultato di un eikazein, «congetturare», processo ragionativo al-
l'interno del quale acquistano grande rilievo i segni. Erodoto alla
fine del capitolo farà infatti menzione di un mega tekmerion che
sostiene il suo ragionamento.
Il fatto storico che Erodoto vuole spiegare, l'origine dei Col-
chi dagli Egiziani, non è diręttamente percepibile, perché è un
evento del passato, ed a questo scopo Erodoto si serve dei segni.
Questo era stato ben chiarito da Diller (1932: 22). Ma ciò che gli
era sfuggito è che qui siamo di fronte a due diversi tipi di segni,
dotati di forza epist emica differente. Il primo tipo di segno è
quello rappresentato dalle caratteristiche fisiche dei Colchi, cioè
la pelle scura e i capelli crespl. Ma, come osserva lo stesso Ero-
doto, questo tipo di segno non è conclusivo ( touto men es ouden
anekeï), in quanto è ambiguo : la proprietà rilevata non è esclusi-
va dei Colchi, ma appartiene anche ad altri popoli. Vi è poi un
secondo tipo di segno che costituisce invece una proprietà esclu-
siva dei tre popoli, Colchi, Egiziani, Etiopi, e cioè il fatto cultura-
le che tutti e tre pratichino la circoncisione. Questo è un segno
forte, in quanto permette di stabilire una relazione biunivoca tra
quella pratica culturale e la connessione etnica di Colchi ed Egi-
ziani, non connessi tra di loro da una vicinanza geografica (come
avviene nel caso degli Etiopi). Ma Erodoto fornisce anche una
controprova (ciò che propriamente chiama mega tekmerion) di
quello che sta dicendo, attraverso l'argomentazione che i Fenici,
dopo che hanno abbandonato il loro riferimento culturale verso
gli Egiziani, e si sono rivolti verso la Grecia, hanno abbandonato
anche la pratica della circoncisione. Anche qui la «prova» assu-
me la struttura di un modus tollens sottinteso 13.
Il procedimento argomentativo sulla base dei segni non è me-
no importante per Tucidide, se si osservano i capitoli introduttivi
(1-23) del primo libro delle Storie, dove si fa spesso ricorso ad
espressioni del lessico semiotico: semeion, tekmerion, marty-

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Indizi e prove nella cultura greca 29

rion, paradeigma, deloun, eikazein. Anzi, già nel primo ca


lo, in cui viene sostenuta la tesi che la guerra del Pelopon
che egli si accingeva a scrivere, sarebbe stata la più grand
ad allora verificatasi, Tucidide ricorre all'espressione tekm
menos14, indicante la sua congettura storica circa l'entità
guerra che si stava preparando. La congettura, in questo c
partendo da indizi rilevabili nel presente (come il fatto che
città che si apprestavano al conflitto avevano raggiunto l
massima potenza, che erano provviste di un'ottima prepar
militare e che tutte le altre città greche si schieravano o c
na o con l'altra), va verso il futuro: è una previsione.
Ma nei capitoli immediatamente seguenti Tucidide utilizz
procedimento di congettura che, attraverso gli indizi del p
te, tende a ricostruire storicamente il passato, come nel ca
6, dove dà un esempio di ricostruzione indiziaria della con
ne di insicurezza generalizzata nella Grecia antica, basando
la considerazione che ai suoi tempi le popolazioni barbare
no l'abitudine di indossare costantemente le armi 15 . Ugua
al capitolo 8 Tucidide ricorre ad un segno ( martyrion ) pe
provare la sua tesi che i Cari anticamente possedevano la
gior parte delle isole: quando Delo, nel corso della guerra
loponneso venne sottoposta ad una purificazione rituale e l
be vennero scoperchiate, si scoprì che più della metà dei
erano dei Cari, congetturando in base al tipo di inumazion
alla fattura delle armi trovate.
Ma, come nota anche Diller (1932: 22), il procedimento di
congettura da segni è così sviluppato e autonomo, accanto all'u-
tilizzo della tradizione, che Tucidide deve guardarsi da una sua
sopravvalutazione. Così nel capitolo 10 mette in guardia dall'in-
ferire in base alla piccolezza attuale di Micene conclusioni circa
una scarsa consistenza dell'esercito descritto da Omero. La stes-
sa cautela è ripresa del resto nella dichiarazione programmatica
del capitolo 20, dove è presente l'invito a vagliare criticamente
gli indizi, accanto ad una esplicita dichiarazione di metodo se-
miotico in ambito storico:

È questo il frutto delle indagini e dello studio, cui ho sottoposto i fatti antichi,
materia difficile ad accertarsi da ogni singolo indizio ( panti . . . tekmerioi ) man ma-
no che si presentava. Poiché gli uomini in genere accolgono e tramandano fra loro,
senza vagliarle criticamente, anche se concernono vicende della propria terra, le
memorie del passato.

In conclusione la metodologia storica di Tucidide attribuisce

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30 Giovanni Manetti

una notevole importanza agli in


vita alla cautela proprio in cons
possono essere ambigui o insicu
to se si fosse voluto inferire l'e
era enorme nel quinto secolo), c
stico della città (che era insign
zione del passato e nella previs
gli storici non solo ricorrono a
come aveva mostrato Diller, ma
acuta coscienza dei gradi divers

6. L'INFERENZA SEMIOTICA IN ARISTOTELE

Quando Aristotele, ponendosi come punto di sintesi di


un'ampia tradizione culturale, comprendente letteratura, divina-
zione, medicina, storia e riflessione filosofica, prende in conside-
razione la nozione di segno ( semeion ) si trova di fronte al fatto
che essa, nel linguaggio corrente, indica una quantità di cose,
dai fenomeni empirici che servono come prova per qualcos'altro,
ai fenomeni astratti come i ragionamenti logici che conducono a
qualche conclusione. La mossa teorica che egli compie nei Primi
Analitici (B 27) è quella di identificare la nozione di segno con le
inferenze a cui essa è applicata, come ad esempio: «Se una don-
na ha latte, allora è gravida», «Se Pittaco è eccellente, allora i
sapienti sono eccellenti», «Se una donna è pallida, allora è gravi-
da». Ciascuno di questi esempi permette di scoprire qualcosa di
vero. Ma l'attenzione di Aristotele si incentra su due interrogati-
vi: i) qual è la forma logica che una inferenza semiotica deve
assumere per condurre invariabilmente alla scoperta di un fatto
vero (cioè per essere una prova)? it) quali gradi di forza probati-
va (ovvero di supporto indiziario) sono connessi alle diverse for-
me logiche che possono essere ricostruite in relazione ai diversi
tipi di inferenza semiotica?
Per quello che riguarda il primo punto, per Aristotele «forma
logica» significa soprattutto «forma sillogistica» (Burnyeat, 1982:
195) ed infatti il seguito dell'analisi aristotelica è teso a ricostrui-
re una forma sillogistica soggiacente ad ogni tipo di inferenza se-
miotica. Così Aristotele suddivide i suoi esempi in due categorie:
quelli che ammettono una ricostruzione sillogistica formalmente
valida (e quindi sono delle prove) e quelli che non la ammettono.
Per il primo esempio la ricostruzione è la seguente: «Tutte le

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Indizi e prove nella cultura greca 3 1

donne che hanno latte sono gravide; questa donna ha latte; p


ciò questa donna è gravida». Ciò che ne risulta è un sillogismo
prima figura valido, che Aristotele denomina tekmerion, ci
«prova». Con analogo procedimento, l'esempio di Pittaco può
sere così ricostruito: «Pittaco è eccellente; Pittaco è sapiente
perciò tutti i sapienti sono eccellenti». Per Aristotele questo è
sillogismo in terza figura invalido. Il terzo esempio, poi, vie
così ricostruito: «Tutte le donne che sono gravide sono pallid
questa donna è pallida; perciò questa donna è gravida», ed ha
forma di un sillogismo in seconda figura non valido. Questi u
mi due casi sono quelli che vengono denominati semeia, cioè
«segni», o meglio, «indizi»: essi, pur non ammettendo una rico-
struzione sillogistica formalmente valida, tuttavia possono rag-
giungere una conclusione vera, anche se questo non deriva dalle
premesse stabilite nella ricostruzione.
Quest'ultima osservazione ci conduce alla seconda questione,
quella relativa ai diversi gradi di forza probativa ovvero di sup-
porto indiziario. Bisogna dire, infatti, che per Aristotele la validi-
tà formale non è l'unico criterio per valutare un'inferenza semio-
tica e che egli non rifiuta del tutto gli argomenti che non ammet-
tono una ricostruzione sillogistica valida. Piuttosto egli riserva lo-
ro un posto in una dimensione meno elevata del sapere, come
quello della retorica o quello dei ragionamenti della vita quotidia-
na.

Prende così corpo una teoria che comporta gradi diversi


supporto indiziario: i) il tekmerion è il segno più rispettabile ( e
doxotaton), quello che produce al massimo grado conclusion
re ( malista alethes); ii) il semeion possiede in un grado mi
le caratteristiche del precedente (rispettabilità e conclusivit
La conoscenza sicura fornita dal tekmerion è legata al fa
che si possa fornire in corrispondenza di questo tipo di seg
una generalizzazione universale vera (Burnyeat, 1982: 199).
sto tipo di segno nella Retorica (1357b 5-6) viene definito
segno necessario , tale, cioè, che su di esso si possa costrui
sillogismo in cui la conclusione consegue necessariamente d
congiunzione della proposizione esprimente il segno con la g
ralizzazione vera fornita nella ricostruzione. Se invece, come
i semeia, non è possibile fornire nella ricostruzione una pre
sa che sia una generalizzazione vera, la conclusione potrà es
solo una cosa rispettabile da credere ( endoxon ).
Come fa notare Myles Burnyeat (1982: 201-2), se da una
te Aristotele pensa che la sillogistica sia un test universale

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32 Giovanni Manetti

verificare la validità deduttiva


l'unico mezzo per verificare ch
mente valido o che abbia una q
nale. Vi sono infatti una gran q
è possibile classificare, ricostru
lare dal punto di vista della val
quanto la loro forza dipende da
quanto invece da fattori quali l
come avviene nei dibattiti polit
gomenti che saranno contempo
di vista formale e saranno, pur
Con questo sganciamento tra v
to della rispettabilità di un'infe
co per la nascita di una teoria
segni deboli. La teoria dell'abdu
spazio logico proprio in una fo
dente a quello soggiacente ai se
7. 249; Proni, 1988).

7. l'inferenza semiotica nelle scuole post- aristoteliche

Nelle scuole post-aristoteliche, invece, scompare la distinzio-


ne tra semeion e tekmerion. La teoria del segno prevede un solo
termine: il semeion, ma a quest'ultimo viene richiesta una asso-
luta sicurezza epistemica. Ciò significa che vengono esclusi dal
campo deU 'indagine filosofica quei segni deboli 16 che, se assunti
con tutte le cautele, si rivelano utili nella stessa scoperta scientifi-
ca, come appunto in epoca contemporanea Peirce 17 ha mostra-
to. Le teorie semiotiche degli stoici e degli epicurei abbandonano
la struttura sillogistica dell'inferenza a favore di una struttura
corrispondente ai criteri della logica proposizionale.
Vediamo allora innanzitutto qual è la struttura dell'inferenza
segnica nella teoria semiotica degli stoici. Secondo Sesto Empiri-
co {Adv. Math. VIII, 245-53; Pyrrh. Hyp. II, 104-6) gli stoici de-
finivano il segno come una proposizione che costituisce un ante-
cedente vero in un condizionale valido, e che ha la caratteristica
ulteriore ed ineliminabile di essere rivelatorio del conseguente: la
relazione tra il segno e ciò che esso significa è espressa da un
condizionale «Se p, allora q ». La proposizione che esprime il se-
gno è «p».
Gli epicurei, dal canto loro, ritenevano l'inferenza segnica, o

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Indizi e prove nella cultura greca 33

semeiosis, un procedimento che ci conduce dal conosciuto a


che non è conosciuto, dall'evidente al non evidente, sfruttan
l'analogia. Noi inferiamo da oggetti di un certo genere che
no parte della nostra esperienza ad oggetti dello stesso gen
che si situano, temporaneamente o permanentemente, al di
della nostra esperienza.
Non si deve dimenticare che di inferenze basate sull'anal
si erano serviti tanto i medici, quanto gli storici 18 . Si può inf
ricordare il famoso esempio di inferenza analogica rintracci
nel secondo libro (cap. 33) delle Storie di Erodoto, quando p
del Nilo, il cui corso, la cui lunghezza e le cui sorgenti gli
sconosciute: per giungere a stabilire questi dati sconosciuti
doto fa una congettura 19 stabilendo una analogia tra il Nilo
Danubio, il cui corso è invece conosciuto dalle sorgenti alla
La base dell'analogia è data dalla considerazione che i due fi
nella concezione di Erodoto, scorrono l'uno di fronte all'altro
opposte direzioni, l'uno dal sud verso il Mediterraneo, l'alt
nord verso il Mar Nero, e che, inoltre, il Danubio è il mag
fiume dell'Europa, così come il Nilo lo è dell'Africa.
Ad ogni modo nelle concezioni semiotiche delle filosofie p
aristoteliche a creare la sicurezza epistemica di un segno, a
lire, cioè, quando esso può essere considerato una prova, co
corrono almeno due elementi: la forma o tipo dell'inferenz
criterio a cui la validità stessa dell'inferenza deve sottostare.

8. FORMA o TIPO DELL'INFERENZA

Come noto, in epoca contemporanea, Peirce distingue tre for-


me di inferenza: deduzione, induzione, abduzione, quest'ultima
costituendo la forma specifica dell'inferenza da segni. Nell'anti-
chità la scelta di pensare il segno nei termini dell'una o l'altra
forma di inferenza ha diviso le scuole filosofiche: così, se gli epi-
curei pensavano che l'induzione 20 costituisse un tipo di inferenza
sicura, gli stoici vedevano come sicuro solo il metodo deduttivo
o analitico21.
Nella filosofia stoica, infatti, è presente una specifica teoria
della prova ( apodeixis ), che corrisponde ad una teoria della di-
mostrazione deduttiva (Brunschwig, 1980). Ma, più, in generale,
gli stoici ritenevano che la prova ( apodeixis ), fosse una specie
del genere «segno», in quanto in una prova dimostrativa le pre-
messe servono a rivelare la conclusione ( Pyrrh . Hyp., II, 131,

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34 Giovanni Manetti

134; Adv. Math., VIII, 140, 180


una inferenza segnica completa
bilmente la forma di un modu
no spazio alle forme che non s
co, ma dalle quali si possa ricav
come avveniva nella logica della
in seconda e terza figura erano
ma presentavano comunque un
sione (Burnyeat, 1982: 230).
Gli stoici, poi, hanno molto d
ferenza analitica può assumere
re conto di un segno, e second
posti vari tipi di condizionali alternativi (Sext. Emp., Hyp.
Pyrrh., 110-112): i) il condizionale attribuito a Filone (corrispon-
dente alla moderna implicazione materiale); ii) il condizionale
attribuito a Diodoro Crono, che implica la presa in considerazio-
ne di variabili temporali; iii) il condizionale attribuito a Crisippo,
ovvero synartesis (« coesione», che è stato messo in relazione con
la moderna implicazione stretta); nei termini antichi esso veniva
definito come quel condizionale in cui «il contraddittorio ( anti -
keimenon) del conseguente è incompatibile ( machetai ) con l'an-
tecedente, come ad esempio 'se è giorno, c'è luce'» (Diog.
Laërt., Vitae, VII, 73). Nell'esempio riportato da Diogene, la
proposizione contraddittoria di quella che funziona come conse-
guente nel condizionale, e cioè «non c'è luce» risulta incompati-
bile con la proposizione che fa da antecedente nello stesso condi-
zionale, e cioè «è giorno». Questa restrizione sulla forma del con-
dizionale non è presente negli altri due tipi discussi e si può pen-
sare che gli stoici alla fine accettassero solo quest'ultima forma
come valida22.
I tipi di condizionali sono poi riportati in un ordine di forza
crescente: ciascun tipo è contemporaneamente più forte del pre-
cedente e più debole del successivo. La distinzione tra il condi-
zionale filoniano e il condizionale attribuito a Crisippo è stata,
poi, interpretata da Myles Burnyeat (1982: 213-14) come una di-
stinzione che renderebbe conto di una differenza tra segni debo-
li, come ad esempio quelli della divinazione, e segni forti. Perché
un segno sia una «prova» deve corrispondere al requisito della
synartesis cioè ad un criterio di validità forte. Ma ci sono i passi
che riguardano i segni della divina provvidenza e la divinazione
in generale in cui è improbabile che potesse essere richiesto un
criterio di connessione stretta ed è possibile che ci si acconten-

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Indizi e prove nella cultura greca 35

tasse di una implicazione più blanda, quale è quella garantit


condizionale filoniano.
Gli epicurei, dal canto loro, hanno basato la loro inferenza
semiotica induttiva sul «modo della similarità» {ho kata ten ho-
moioteta tropos). Quest'ultimo è un «metodo strettamente empi-
rico e basato sull'osservazione di similarità nella nostra esperien-
za e su certe congiunzioni costanti, dalle quali noi inferiamo ana-
loghe similarità e congiunzioni nel regno del non percepibile»
(De Lacy, 1938: 398). La forma generale che assume l'inferenza
semiotica presso gli epicurei è la seguente (Barnes, 1988: 97):
«Dal momento che tutti i K nella nostra esperienza sono F, i K
altrove/dovunque sono F».
La base per l'implicazione è la somiglianza dei due K: dal
momento che si registra una somiglianza così stretta tra i due
soggetti, per gli epicurei ne consegue che anche i predicati essen-
ziali dell'uno non possono mancare nell'altro. Esempi di inferen-
za semiotica epicurea riportati nel De Signis sono: «Poiché gli
uomini nella nostra esperienza sono mortali, così pure lo sono
tutti gli uomini» (II, 26-8 = cap. 5); «Poiché gli esseri viventi
nella nostra esperienza sono mortali, così pure lo sono tutti gli
esseri viventi che ci possono essere in Britannia» (V, 34-6 = cap.
7). Gli esempi illustrano le basi che gli epicurei intendevano for-
nire per la cogenza dell'inferenza. Infatti le premesse comporta-
no che venga fatta una ricerca estensiva ed una valutazione degli
elementi indiziari. Questi devono essere sufficientemente ampi, e
possono essere basati su esperienza diretta o su una registrazio-
ne storica; ci deve essere una persistenza della proprietà di par-
tenza attraverso le variazioni delle altre proprietà e non ci devo-
no essere ostacoli a credere alla presenza di tale proprietà. Se
tutte queste caratteristiche sono rispettate, secondo gli epicurei,
l'inferenza è cogente.

9. I CRITERI DI VALIDITÀ DELL'INFERENZA SEMIOTICA

Infine, nel cercare di stabilire le garanzie di sicurezza della


conoscenza derivante dai segni, tanto gli stoici, quanto gli epicu-
rei, dedicavano una parte della loro rispettiva teoria del segno
alla elaborazione di un test finalizzato a questo scopo. Su questo
punto le loro opinioni divergevano considerevolmente.
Gli stoici proponevano la anaskeué («eliminazione») come cri-
terio di validità di un condizionale, che veniva formulato nei ter-

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mini secondo cui l'ipotetica elim


porta, di per se stessa, l'elimin
esempio nel condizionale semio
fatto di eliminare il vuoto, com
to 23 .

Gli epicurei avevano invece elaborato un criterio di validità


del condizionale che definivano adianoesia («inconcepibilità»), di
cui troviamo una illustrazione nel De signis di Filodemo (col.
XII, 14-31, cap. 17), e consistente nel fatto che, dato un condi-
zionale del tipo «Se Platone è un uomo, anche Socrate è un uo-
mo», è impossibile concepire che il primo sia, o abbia una certa
proprietà, mentre il secondo non sia, o non abbia tale proprietà.
Nella seguente tabella24 sono illustrate le rispettive forme di
inferenza e i rispettivi criteri di validità richieste da stoici ed epi-
curei ad un condizionale:

Stoici Epicurei

Natura della synartesis homoiotes


connessione (coesione) (similarità)
Criteri anaskeué adianoesia
di validità (eliminazione) (inconcepibilità)

Gli epicurei, tuttavia, accettavano che in certi c


applicare la anaskeué per stabilire il carattere di p
gno, ma negavano che fosse possibile in ogni caso,
vano gli stoici. La spiegazione di questa posizione è
nella frase del De signis : par'auten ten anaskeuen
XII, 5-6, cap. 17). Il condizionale «Se p, allora q» sarà basato
sulla anaskeué solo in caso che «p» sia eliminato a causa della
(para) eliminazione di «q», e a causa di quella soltanto. Parago-
niamo i due condizionali:
0 Se c'è moto, c'è vuoto
ii) Se Platone è un uomo, Socrate è un uomo.
Secondo Filodemo la verità di i) può essere stabilita per
anaskeué, ma non la verità di ii). Infatti, dato i), applicandovi il
metodo dell'eliminazione, ne risulta che se non c'è vuoto, non
c'è moto; e la mancanza di vuoto spiegherebbe, di per se stessa,
la mancanza di moto; non ci sarebbe moto precisamente perché
non ci sarebbe vuoto. Dato invece ii), se facciamo l'ipotesi di ne-
gare il conseguente e cioè ipotizziamo che «Socrate non è un uo-
mo», anche se contemporaneamente vedessimo negato l'antece-

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Indizi e prove nella cultura greca 37

dente, cioè «Platone non è un uomo», noi non potremmo stabil


re una connessione causale tra i fatti illustrati dalle due propos
zioni. Anche nel caso che valesse il fatto che Platone non è un
uomo, questo fatto correrebbe parallelo al fatto che Socrate non
è un uomo, ma non sarebbe causato o spiegato da quello (Bar-
nes, 1988: 100).

10. LA TIPOLOGIA DEI SEGNI

La distinzione, infine, tra segni che sono «prove» e segni che


non lo sono si ripresenta, in ultima analisi, sotto un'ulteriore an-
golatura: quella della tipologia dei segni, un tema al quale il pen-
siero semiotico ha sempre dedicato molta attenzione. Nell'epoca
contemporanea sono stati soprattutto Peirce e Morris, che non a
caso impostano il problema semiotico in termini cognitivi, a dare
rilievo al problema della classificazione dei segni. In Peirce tro-
viamo soprattutto una tipologia che prende come parametro il
tipo di legame (convenzionale, di contiguità, di somiglianza) che
si instaura tra il segno e ciò di cui è segno, portando in primo
luogo alla tricotomia simbolo, indice, icona.
Nell'antichità, invece, il parametro normalmente scelto per
una tipologia dei segni è proprio la forza epistemica degli argo-
menti che si sviluppano da segni o la cogenza del legame logico
che unisce le due proposizioni del condizionale ricostruito in se-
de di analisi. In Aristotele - come abbiamo visto - questo ha por-
tato alla distinzione tra un alto grado di forza epistemica che ca-
ratterizza i segni ricostruibili nei termini di un sillogismo in pri-
ma figura ( tekmeria ) e il basso grado di certezza che contraddi-
stingue quelli ricostruibili all'interno di un sillogismo in seconda
o terza figura {semeia).
In epoca ellenistica, la classificazione ha portato soprattutto a
due dicotomie (di cui la seconda è stata talvolta interpretata co-
me una sottocategorizzazione del secondo termine della prima):
una dicotomia, che oppone segno rammemorativo a segno indi-
cativo; un'altra che oppone segno comune a segno proprio. Il
preciso modo di intendere queste distinzioni è questione contro-
versa, che ha ricevuto molte interpretazioni da parte degli esege-
ti moderni; le stesse definizioni dei termini hanno subito modifi-
cazioni nel corso dell'epoca antica. In linea generale, comunque,
il segno comune è un segno epistemologicamente debole, poli-

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38 Giovanni Manetti

senso, mentre il segno proprio


lod., De signis, I, 1-17).
Il segno indicativo è, poi, def
mette di scoprire un oggetto c
cezione e che, dunque, non può
zione con quest'ultimo. Ne sono
pori della pelle o i movimenti d
re all'anima (Sex. Emp., Adv. Math., VIII, 154). Il segno ram-
memorativo è, invece, un segno che deriva da una associazione
costante tra le cose osservate in connessione empirica. Gli esem-
pi che Sesto sceglie per illustrare questa categoria sembrano ri-
spettare una ripartizione temporale del rapporto tra il segno e
l'oggetto a cui rimanda: così vi è contemporaneità nel caso del
fumo che rinvia al fuoco, anteriorità nel caso della cicatrice che
rimanda alla ferita e posteriorità nel caso della ferita al cuore
che lascia prevedere un esito fatale (Sex. Emp., Hyp. Pyrrh., II,
100-101; Adv. Math., VIII, 152-153).
Proprio la connessione empirica, tipica dei segni rammemo-
rativi - contrapposta alla connessione a priori dei segni indicativi
- renderebbe i segni rammemorativi dei segni rispondenti ad un
criterio di intrinseca debolezza, ovvero associabili, dal punto di
vista logico, piuttosto ad un condizionale di tipo filoniano (debo-
le) che non ad un condizionale del tipo della synartesis (forte)
(Burnyeat, 1982: 213-14; Brunschwig, 1980: 138-40).

11. CONCLUSIONI

Ripercorrendo in sintesi il cammino fatto possiamo vedere


quanto importante ed ampia sia all'interno della cultura greca
una riflessione che tende a stabilire dei criteri di sicurezza della
conoscenza da segni. A partire dai poemi omerici si crea un'op-
posizione tra l'insicurezza dei segni verbali, possibili fonti di
menzogna e di inganno e i segni non verbali che possono, sotto
certe condizioni, fornire «la prova» di un dato di realtà non diret-
tamente percepibile. Ma all'interno degli stessi segni non verbali,
alcuni appaiono più «deboli», tali che possano al massimo pro-
durre persuasione ed altri invece più «forti», capaci di garantire
la sicurezza epistemica. Vi sono poi segni costituzionalmente de-
boli, perché ambigui, come quelli della divinazione, e segni che
aspirano ad essere delle prove, come nel caso di molti segni della
medicina ippocratica. Una distinzione tra segni sicuri e segni in-

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Indizi e prove nella cultura greca 39

certi è poi utilizzata dagli storici, che mettono comunque in


guardia contro i possibili abbagli che si possono prendere nel ca-
so dell'utilizzo di segni ambigui. Quando la materia passa in ma-
no ai filosofi, vengono elaborate delle distinzioni categoriali mol-
to precise su base logica tra segni che forniscono una conoscen-
za sicura e segni che non lo fanno. Ma mentre per Aristotele,
accanto ai segni che sono prove, viene previsto uno spazio, in
ambito retorico o pratico, ai segni deboli, le scuole post-aristote-
liche spazzano via la possibilità di dignità teorica per i segni insi-
curi. Nell'antichità, comunque, la via aristotelica sarà quella che
avrà più seguito, perchè la materia semiotica passerà nel mondo
romano alla retorica giuridica25, dove tutti i tipi di segni, sia le
prove, sia gli indizi, saranno importanti nella conduzione del
processo e perciò saranno sottoposti a minuziose distinzioni teo-
riche.

Giovanni Manetti

NOTE AL TESTO

1 Cfr. Ginzburg (1979).


2 Sul concetto di «semiosi naturale» in contrapposizione al linguaggio verbale e
intenzionale si veda Eco (1989).
3 Si veda, a questo proposito, Sebcok e Umiker-Sebcok (1983: 58).
4 Cfr., per esempio, Od., XIX, 203: «raccontava molte menzogne simili al vero
( iske pseudea polla legon etymoisin homoia)».
5 Si vedano ad esempio i seguenti passi: «E dopo che si furono tolta la voglia
di mangiare e di bere prese a parlare fra loro Odisseo: metteva alla prova ( peireti -
zon) il porcaro» Od. XV, 304; «Voglio ancora mettere alla prova ( erethizo ) le ancel-
le e tua madre» Od. XIX, 45; «E fu incerto se baciare e abbracciare suo padre e
dire ogni cosa, che era tornato e giunto in patria, o prima fargli domande e metter-
lo alla prova ( peirethenai )» Od. XXIV, 235-40.
6 Cfr. Giuseppe Pucci (1994).
7 Cfr. Couloubaritsis (1990: 118); Verbeke (1974) e (1978).
8 Sul modello implicazionale del segno divinatorio vi è una sostanziale coinci-
denza tra il tipo di divinazione greca di matrice stoica e il tipo molto più arcaico
della divinazione mcsopotamica (che Ginzburg (1979) aveva già preso in considera-
zione, sulla scorta del saggio di Bottero (1974) su questo tema). La divinazione me-
sopotamica era ancora più radicalmente improntata al modello implicazionale «Se
p, allora q», in quanto era organizzata secondo codici contenenti un elevato nume-
ro di proposizioni complesse, formate ciascuna da una protasi esprimente il segno e
da una apodosi esprimente la predizione divinatoria (ad esempio: «Se il polmone
(della vittima sacrificale) ò rosso a destra e a sinistra, vi sarà un incendio»).
9 Ecco il passo: «E v'è un'altra grande prova ( mega tekmerion) che questa ma-
lattia non è più divina delle altre: insorge ai flegmatici per natura, ma non colpisce
i biliosi; mentre se fosse più divina delle altre, in tutti ugualmente dovrebbe produr-
si questa malattia, senza distinzione tra biliosi e flegmatici».

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40 Giovanni Manetti

10 Per il lessico semiotico ippocratic


Perilli (1991).
11 Cfr. Prognostico, 25: «Questo d'altr
dizi ( tekmerion ) e ai vari sintomi ( sem
quelli cattivi significano qualcosa di ca
Si veda Vegetti (1976: 255-56) e (1994).
12 Cfr. Weidaucr (1954) e Lichtenthae
13 Come nel caso degli esempi medic
questione può essere sciolto in una for
circoncisione presso i Fenici non fosse c
turale agli Egiziani (ma fosse autonoma)
nel momento in cui il riferimento cultu
stata abbandonata in quest'ultima circos
gata al rapporto con gli Egiziani ( non-p
14 II passo in questione (I, 1) è il segue
ra tra Peloponnesiaci e Ateniesi, come c
ra dell'opera, dallo scoppio della guerra,
ve, anzi la più degna di memoria tra le
nos) dal fatto che i due popoli vi si ap
tenza e con una preparazione completa;
schierarsi o con gli uni o con gli altri, c
di farlo».
15 Ecco il passo: «Queste terre greche
antico, sono indizio ( semeion ) di costu
mente estese. Primi gli Ateniesi depos
trebbe provare ( tis apodeixeie) che anti
svariati aspetti, un regime di vita analo
16 Si veda a questo proposito Burnye
17 Si vedano Peirce (1984) e Bonfanti
18 Cfr. Diller (1932: 22); Perilli (1991
19 L'espressione, molto significativa, d
emphanesi ta me gignoskomena tekma
re, inferendo ciò che è ignoto sulla base
20 Come è stato rilevato da Barnes (1
(kath'homoioteta) propugnato dagli epi
dente con l'induzione, giunge alla gene
colta di casi simili.
21 L'opposizione tra i due metodi è illustrata da Filodemo nel suo trattato De
signis, ed è precisamente da questa fonte che Peirce ricava sia l'idea di una scienza
autonoma dei segni, semiotic, sia il nome dell'inferenza da segni, semiosis. Peirce
aveva pensato ad una scienza generale dei segni, semiotic, fin dai primi scritti, da
quella prima Lecture del febbraio-marzo 1865, ma non aveva mai pensato di farne
una scienza separata dalla logica formale. È l'incontro con Filodemo che gli offre
questa opportunità, quando, nel 1879-80, Peirce segue un lavoro di tesi di un suo
allievo, Alan Marquand, su «The logic of the Epicureans», che comportava anche la
traduzione del manoscritto di Filodemo (Fisch, 1971: 203; Dcledalle, 1990: 43).
22 Per una discussione dei vari tipi di condizionale validi in un'inferenza semio-
tica si veda Manetti (1987: 156) e bibliografia relativa.
23 Sul metodo della anaskeue, si vedano Scdley (1982: 2454 ss.); Barnes
(1988: 98 ss.); Asmis (1994).

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Indizi e prove nella cultura greca 4 1

24 Cfr. Scdlcy, (1982: 257 n. 46).


25 Cfr. Giuliani (1961); Manetti (1987); Crapis (1988 e 1990-91).

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