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FATTORIE DIDATTICHE E FATTORIE SOCIALI

FATTORIE DIDATTICHE E FATTORIE SOCIALI


Master in Interventi educativi
e riabilitativi assistiti con gli animali,
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

a cura di MARIATERESA CAIRO

Fattorie didattiche
e fattorie sociali
a cura di MARIATERESA CAIRO
Master in Interventi educativi e riabilitativi assistiti con gli animali

a cura di
EDUCatt - Ente per il Diritto allo Studio Universitario dell’Università Cattolica
Largo Gemelli 1, 20123 Milano | tel. 02.7234.22.35 | fax 02.80.53.215 MARIATERESA CAIRO
e-mail: editoriale.dsu@educatt.it (produzione);
librario.dsu@educatt.it (distribuzione)
web: www.educatt.it/libri

Euro 10,00
Fattorie didattiche
e fattorie sociali
a cura di
Mariateresa Cairo
Master in Interventi educativi e riabilitativi assistiti con gli animali,
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Milano 2018
© 2018 EDUCatt - Ente per il Diritto allo Studio Universitario dell’Università Cattolica
Largo Gemelli 1, 20123 Milano – tel. 0272342235 – fax 028053215
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ISBN edizione cartacea: 978-88-9335-394-6
ISBN edizione digitale: 978-88-9335-402-8

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copertina: progetto grafico Studio Editoriale EDUCatt ; Photo by Johny Goerend on Unsplash.
Sommario

PARTE PRIMA
La funzione pedagogica dell’agricoltura
Partire dall’agricoltura e dall’allevamento per ricominciare a con-vivere:
etica della cura, solidarietà e diritti 7
Mariateresa Cairo e Simone Speziale
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia:
uno sguardo legislativo 21
Mariateresa Besana
Verso l’impresa comune della sostenibilità tra ambiente e educazione 35
Cristina Birbes
Educazione al consumo e sapere pedagogico 45
Sara Bornatici
Formazione umana e imprenditorialità sostenibile.
Responsabilità sociale e sviluppo del territorio 55
Alessandra Vischi
Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse 65
Alessandra Vischi, Marta Caporale e Martino Iori

PARTE SECONDA
Due esperienze
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale
Un modello da esplorare 81
Paola Ossola

3
Sommario

Lavorare con gli asini e fare impresa:


l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia 111
Anna Attolico, Maria Bugatti, Silvia Castellazzo e Marco Danesi

ALLEGATI
Legge regionale 12 dicembre 2017, n. 35
Disposizioni in materia di Agricoltura sociale 139
Legge regionale 35 del 2017
Disposizioni in materia di Agricoltura sociale 147
Elenco Fattorie sociali in Lombardia 155

4
PARTE PRIMA
La funzione pedagogica dell’agricoltura
Partire dall’agricoltura e dall’allevamento
per ricominciare a con-vivere:
etica della cura, solidarietà e diritti1
Mariateresa Cairo2 e Simone Speziale3

L’Italia da secoli è un Paese agricolo, che ha introdotto solo in tempi recenti


un’importante industrializzazione e lo sviluppo del settore terziario. Nonostante
si sia voluto procedere per un progressivo affrancamento dalla tradizione
agricola (e l’Italia in questo non fa eccezione), le radici umane rimangono
legate al possesso della terra ed al suo utilizzo. L’industrializzazione, infatti,
ha portato all’emigrazione in altri Paesi, allo svuotamento delle campagne e
al sovrappopolamento delle città, con una progressiva perdita di riferimenti
culturali e sociali.
Nel passato in modo implicito, e probabilmente come unico welfare, la
famiglia rurale ha rappresentato la prima, e spesso unica, forma sociale di
protezione dei soggetti maggiormente vulnerabili e l’agricoltura il principale
settore di occupazione e di produzione. Il mondo contadino era il luogo in cui
la solidarietà e l’aiuto reciproco costituivano una componente permanente,
in cui avevano pari diritti anche i soggetti portatori di particolari disabilità
o singolarità. Per ognuno di loro c’era uno spazio fisico e un ruolo, spesso
semplicissimo, ma riconosciuto.
Il progresso tecnologico, che pone se stesso come fine, l’enfasi sugli aspetti
puramente economici, lo svuotamento di contenuti simbolici di usi, costumi,
tradizioni e buone abitudini, la negazione dell’istinto di vita (o la sua distorta
interpretazione) hanno lasciato un grande vuoto, che ha colpito tutte le
generazioni, creando disagi e difficoltà, con cui oggi ci confrontiamo nei servizi
scolastici, sociali, assistenziali e sanitari.

1
Il presente capitolo è una sintesi del lavoro di tesi di laurea Triennale in Scienze
dell’educazione di Simone Speziale, Facoltà di Scienze della Formazione, Università Cattolica
del Sacro Cuore, a.a. 2016-2017, relatore professoressa Mariateresa Cairo.
2
Professore associato di Pedagogia speciale, Università Cattolica del Sacro Cuore.
3
Educatore professionale.

7
M. Cairo, S. Speziale

Le reti quotidiane che sostenevano i singoli soggetti si sono aperte lasciando


dietro di sé parecchie vittime di un sistema che per funzionare ha necessità di
essere rivisto, rivisitato, rilanciato, ricostruito, risignificato e, infine, realizzato in
una prospettiva eco-logica (in senso sociologico), positiva (in senso psicologico)
e democratica (in senso politico).
È una grande sfida, perché per organizzare e riorganizzare realtà, enti,
cooperative, associazioni, imprese, istituzioni... sono necessarie risorse,
energie, uomini e donne, impegno, fatica, soldi, utopia, competenza e tanta
professionalità.
Il ramo agricolo è oggi tornato ad essere considerato parte del settore
primario dell’economia.
In questi ultimi anni l’agricoltura oltre ad essere riconsiderata una tradizionale
attività alla base del sostentamento della popolazione, viene riconosciuta come
luogo che dà vita ad una serie di funzioni e servizi aggiuntivi facendosi carico
delle più ampie problematiche dell’intera società e dell’ambiente.
L’Agricoltura sociale rappresenta dunque un elemento di continuità nella
tradizione agricola e rurale italiana e può essere considerata una tradizione
innovativa, un concetto che guarda alla capacità di rileggere vecchi modi di fare
in chiave attuale4.
Il delinearsi di nuove funzioni dell’attività agricola ha portato ad una
visione dell’agricoltura multifunzionale (che vedremo ampiamente trattata in
questo testo). Tale visione sottolinea la capacità dell’agricoltura di impattare
profondamente su vari aspetti della vita umana: da quello alimentare, a quello
ambientale, da quello dei servizi alla persona ad aspetti legati alle relazioni tra
gli individui, alla cultura e alla coesione sociale di una comunità.
Tra le diverse possibili declinazioni legate al concetto di multifunzionalità in
agricoltura emerge così la capacità delle aziende di rispondere in maniera diretta
ai nuovi bisogni della collettività, garantendo a particolari fasce di popolazione
servizi minimi di tipo socio-sanitario, didattico e formativo, ma anche nuove
prospettive occupazionali. É esattamente in questo contesto che si inserisce un
nuovo ruolo dell’attività agricola: quello dell’Agricoltura sociale o agricoltura
senza barriere.
Essa può essere definita come un insieme di attività, realizzate da aziende
agricole e Cooperative sociali, in collaborazione con i servizi socio-sanitari e gli
enti pubblici competenti del territorio, che coniugano l’utilizzo delle risorse

4
Borghesi R. – Casna S. – Lapini M. – Potito M., Genuino clandestino, Terra Nuova,
Firenze, 2015 – Brioschi R. (a cura di), L’Agricoltura è sociale. Le radici nel cielo: fattorie sociali
e nuove culture contadine, Altra Economia, Milano, 2017.

8
Partire dall’agricoltura e dall’allevamento per ricominciare a con-vivere: etica della cura, solidarietà e diritti

agricole e il processo produttivo multifunzionale con lo svolgimento di attività


sociali, finalizzate a generare benefici inclusivi, a favorire percorsi terapeutici,
riabilitativi e di cura, a sostenere l’inserimento sociale e lavorativo delle fasce di
popolazione svantaggiate e a rischio di marginalizzazione, a favorire la coesione
sociale, in modo sostanziale e continuativo.
È un approccio propositivo e innovativo poiché non si tratta solo di associare
alle tradizionali attività un elemento aggiuntivo, ma ha l’obiettivo di includere
socialmente soggetti svantaggiati nei processi produttivi agricoli rispettando
l’ambiente e coinvolgendo attivamente la comunità locale. È un’attività
che promuove e accompagna azioni terapeutiche e riabilitative di persone a
rischio di esclusione sociale. Come ricordava nel 2012 il Comitato Sociale ed
Economico Europeo: “In questo senso, scopo dell’Agricoltura sociale è quello di
creare le condizioni all’interno di un’azienda agricola che consentano a persone
con specifiche esigenze di prendere parte alle attività quotidiane di una fattoria,
al fine di assicurarne lo sviluppo e la realizzazione individuale, contribuendo a
migliorare il loro benessere”5.
In Italia si assiste da diversi anni ad una crescita di aziende agricole che
praticano attività di Agricoltura sociale. Nell’indagine conoscitiva sull’Agricol-
tura sociale del Parlamento italiano del 2012 si evidenzia che non esistono dati
complessivi sull’estensione qualitativa del fenomeno poiché risultano iscritte
385 Cooperative sociali agricole presso le camere di commercio ma non sono
disponibili dati sulle imprese e altre forme imprenditoriali e associative che
praticano Agricoltura sociale6.
Nonostante ciò una stima ragionevole colloca l’Italia ai primi posti in
Europa con un numero di imprese che supera le mille unità. Il numero delle
persone coinvolte in progetti di reinserimento e recupero nelle sole cooperative
di tipo B, si attesta attorno alle 4.000 unità, con un valore alla produzione di
circa 182.000.000 di Euro. Prima di arrivare ad un quadro legislativo nazionale
chiaro diverse Regioni hanno avviato percorsi di riconoscimento avvalendosi
di regolamenti attuativi che prevedevano, tra le altre cose, l’iscrizione ad un
registro delle cosiddette fattorie sociali.

5
Comitato economico e sociale europeo, Agricoltura sociale: terapie verdi e politiche
sociali e sanitarie (parere d’iniziativa), Bruxelles, 2012. Si veda anche Commissione Europea,
Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e
sociale europeo e al Comitato delle Regioni. Verso una ripresa fonte di occupazione, Bruxelles, 2012,
in cui il lavoro nell’economia verde è considerato un settore chiave per lo sviluppo, insieme
all’assistenza sociale e sanitaria e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
6
Camera dei deputati, Commissione XIII – Agricoltura, Indagine conoscitiva sull’Agricoltura
sociale. Documento conclusivo approvato dalla Commissione, Roma, 2012

9
M. Cairo, S. Speziale

Alcune Regioni come il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Lombardia e la Puglia,


avevano avviato un procedimento ricognitivo allo scopo di individuare le realtà
operative sul loro territorio, per procedere successivamente in un percorso
legislativo.
Le esperienze di Agricoltura sociale in Italia sono varie e conseguono
molteplici finalità: dai percorsi di riabilitazione e cura per persone con
disabilità psico-fisica (orto-terapia, pet-therapy, onoterapia); alla formazione
e all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati; alle attività didattiche con
minori o giovani in difficoltà o a rischio di devianza.
È evidente come sia ancora problematico operare un’analisi condivisa del
fenomeno dell’Agricoltura sociale, definendo in maniera netta quali pratiche
ne fanno parte e quali no. Si possono distinguere a questo punto differenti
tipologie di iniziative, riconducibili all’Agricoltura sociale, per organizzazione
delle attività, per struttura e modalità di erogazione del servizio, anche in
funzione delle esigenze specifiche degli utenti:
– Aziende agricole o Cooperative sociali agricole che operano in collaborazione
con i responsabili dei servizi territoriali: la componente produttiva è
rilevante e prevale su quella sociale in termini economici ed organizzativi;
le dinamiche relazionali formali e informali assumono notevole rilevanza ai
fini della gestione dell’attività.
– Realtà dove prevalgono componenti socio-terapeutiche (Cooperative sociali
non agricole, associazioni, fondazioni, enti pubblici ecc.), anche con aziende
agricole gestite direttamente: gli aspetti agro-zootecnici avviati hanno in
genere, ma non sempre, un’importanza modesta, mentre sono prevalenti le
attività di tipo socioterapeutico.
– Aziende agricole che mettono a disposizione porzioni delle proprie strutture
a professionisti socio-terapeutici per la realizzazione di iniziative di co-
terapia e di inclusione sociale; si tratta per lo più di realtà che hanno un
ruolo marginale nella realizzazione delle attività, ma offrono spazi e strutture
per lo sviluppo delle iniziative e la commercializzazione dei prodotti.
In tutti i casi, l’Agricoltura sociale adotta una visione multifunzionale
dell’agricoltura legando l’attività produttiva alla creazione di servizi alla persona.
In tal modo questo settore favorisce la creazione di percorsi di sviluppo
per le aree rurali, consolidando la rete dei servizi disponibili e diversificando
le opportunità di reddito per gli agricoltori. Dove le esperienze sono ormai
consolidate e le stesse riescono a lavorare in rete con altri soggetti presenti
sul territorio, l’Agricoltura sociale è in grado di accrescere la reputazione e la
contrattualità delle imprese agricole, di creare visibilità dell’offerta e di stimolare
l’ingresso di altri soggetti nel circuito.

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Partire dall’agricoltura e dall’allevamento per ricominciare a con-vivere: etica della cura, solidarietà e diritti

Negli ultimi anni inoltre, si è assistito alla nascita di associazioni che si


occupano della promozione dell’Agricoltura sociale, dell’assistenza agli associati
e della raccolta dei bisogni che emergono dalla pratica di ogni giorno. In alcuni
casi queste realtà sono riuscite, coordinando ed unificando le esperienze presenti
sul territorio, ad interloquire con le istituzioni pubbliche per spingerle ad
intervenire sul livello normativo e delle politiche di sviluppo. A livello nazionale
sono presenti due associazioni che si occupano di queste tematiche: la Rete
delle fattorie sociali7 ed il Forum nazionale dell’Agricoltura sociale8. Entrambe
sono state consultate dalla Commissione Agricoltura della Camera nell’ambito
dell’indagine conoscitiva realizzata nel 2012 e dei successivi momenti di
confronto sulla proposta di Legge nazionale sull’Agricoltura sociale9.
Il Forum è nato nel 2011 a seguito di un appello firmato dalla cooperativa
sociale Agricoltura Capodarco, dalla cooperativa sociale l’Arcolaio, dalla
cooperativa Caldera e dalla cooperativa Pisa-Insieme al quale hanno risposto
oltre 300 soggetti; 70 sono Cooperative sociali ed aziende che svolgono attività
di Agricoltura sociale; 25 sono associazioni, 6 sono consorzi, 3 sono comunità
ed il resto sono singoli e rappresentanti di Comuni, Province, Università, enti
di ricerca. Aderiscono al Forum anche il Forum provinciale dell’Agricoltura
sociale di Roma, la Rete delle Bio-Fattorie sociali del Veneto, l’Associazione delle
fattorie sociali della Sicilia, l’Agricoltura sociale lombarda, che raggruppano a
loro volta numerose realtà locali. Il forum si è dotato di una Carta dei Principi,
a cui gli associati aderiscono. Nella carta si afferma l’importanza di: valorizzare
l’agricoltura multifunzionale nel campo dei servizi alla persona, di valorizzare
la produzione agricola di qualità, sperimentare ed innovare le pratiche agricole
nel rispetto delle persone e dell’ambiente, integrare la produzione di beni e
servizi con la creazione di reti informali e relazionali. La carta puntualizza,
inoltre, l’importanza dell’innalzamento della qualità della vita nelle aree rurali e
periurbane attraverso la creazione di contesti di coesione sociale e con l’offerta
di servizi per le persone e le popolazioni locali. Altro principio ribadito nella
Carta riguarda il cosiddetto welfare partecipativo: l’Agricoltura sociale si lega ad
un modello di welfare territoriale e di prossimità, basato sull’azione pubblica di
tutela dei cittadini a partire dalle fasce più deboli. Quest’azione vede protagonisti
gli operatori dell’Agricoltura sociale (e quindi anche e soprattutto gli educatori),
le istituzioni locali, il terzo settore e gli altri soggetti presenti nel territorio. Il

7
www.fattoriesociali.it/IT/
8
www.forumagricolturasociale.it
9
Legge 141 del 18 agosto 2015, Disposizioni in materia di Agricoltura sociale, G.U. n.
208 dell’8 settembre 2015.

11
M. Cairo, S. Speziale

Forum, fin dalla sua nascita, ha sollecitato le istituzioni affinché definissero un


quadro normativo sull’Agricoltura sociale che è stato delineato con la Legge
Quadro 141/2015 “Disposizioni in materia di Agricoltura Sociale”. La Legge
definisce i principi e le modalità di accreditamento delle pratiche di Agricoltura
Sociale su una base unificante, ma non omologante rispettando i fabbisogni
sociali e territoriali a livello locale. La Legge tenta di non limitare queste pratiche
all’interno di norme troppo rigide, motivo per il quale è definita una Legge dal
carattere soft, poiché non va a ledere le prerogative delle Regioni, in materia di
agricoltura e politiche sociali, nel rispetto del Titolo V della Costituzione.
La normativa nazionale definisce l’Agricoltura sociale come un “aspetto della
multifunzionalità delle imprese agricole finalizzato allo sviluppo di interventi e
di servizi sociali, socio-sanitari, educativi e di inserimento socio-lavorativo, allo
scopo di facilitare l’accesso adeguato e uniforme alle prestazioni essenziali da
garantire alle persone, alle famiglie e alle comunità locali in tutto il territorio
nazionale e in particolare nelle zone rurali o svantaggiate”.
Ove per multifunzionalità s’intende evidenziare la capacità caratteristica
dei processi agricoli di dar forma a diverse tipologie di beni e servizi
contemporaneamente. Tale Legge è anticipata dalla Legge regionale n. 14,
Disposizioni in materia di Agricoltura sociale del 28 giugno 2013 del Veneto,
la quale ha messo le basi per creare un ambiente normativo atto a favorire il
fermento di un’economia solidale e che stava prendendo forma nel territorio; ha
dato così il via ad una fusione d’interventi e di principi dei quattro assessorati
regionali per l’agricoltura, il lavoro, la sanità e il sociale. Tale Legge, oltre a
quanto cita quella nazionale, declina l’Agricoltura sociale nelle fattorie sociali,
come strumento di attuazione delle politiche di settore e soggetti inseriti nella
programmazione dei piani di zona dei servizi socio-sanitari. La Regione Veneto
prevede la creazione di pratiche e reti all’interno del proprio piano Programma
di Sviluppo Rurale a sostegno dell’inclusione sociale, tali da promuovere
la cooperazione tra imprese agricole, al fine di contrastare le condizioni di
povertà e favorire lo sviluppo economico delle zone rurali, migliorandone
l’equilibrio territoriale in termini sociali ed economici. L’intervento, in forma di
sovvenzioni a rimborso, mira dunque al sostegno delle spese per la costruzione e
l’organizzazione di forme associate e della creazione di reti tra gli attori. Questo
rientra in quanto previsto (ma scarsamente messo in pratica dalle Regioni) dal
Regolamento FEASR- Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale 2014-
20, come lotta per la riduzione della povertà e promozione dell’inclusione
sociale e dai fondi regionali dell’EU, il Fondo Sociale Europeo (FSE) ed il
Fondo Europeo per lo Sviluppo regionale. È dunque un sistema di regole, che
si sta andando pian piano a ben delineare, che dovrebbe creare delle finalità

12
Partire dall’agricoltura e dall’allevamento per ricominciare a con-vivere: etica della cura, solidarietà e diritti

atte a proteggere e promuovere un sistema di tipo agro sociale. Il rischio, in


quest’ottica, è quello di cadere in un’opera di monetizzazione dei servizi, nel
caso in cui siano addottati degli schemi procedurali troppo rigidi, tendenti al
solo istituzionalizzare le pratiche e quindi svuotandole del loro significato, che
per natura è dato dalla reciprocità e da una logica del dono, i quali invece sono
dati per creare prima che un’economia di profitto, un’economia relazionale.
Una cornice legislativa è necessaria, per dar legittimazione, ma è importante
tenere presenti il contatto umano, i valori e la spontaneità con cui ha preso
forma l’Agricoltura sociale, per non lasciar cadere il suo aspetto comunitario e
la possibile via che offre per rigenerare il welfare a livello locale.
La normativa definisce l’Agricoltura Sociale secondo l’aspetto della
multifunzionalità e in quest’ottica si possono distinguere due rami di attività.
L’articolo 2 della L. 141/2015 tratta circa le attività agricole finalizzate
all’inserimento socio lavorativo di lavoratori a bassa contrattualità, ovvero
persone con disabilità, soggetti svantaggiati (quali tossicodipendenti, soggetti
in trattamento psichiatrico, alcolisti, ex detenuti, migranti richiedenti asilo
etc.) e minori in età lavorativa, inseriti in progetti di riabilitazione e sostegno
sociale. Si parla di attività agricole o di attività connesse (di manipolazione,
conservazione, trasformazione, commercializzazione o attività agrituristiche).
Per questi soggetti la scelta dell’agricoltura come ambito di supporto ai percorsi
è data per la sua caratteristica di essere un contesto potenzialmente inclusivo,
viste le modalità di organizzazione dell’unità produttiva: vi è, infatti, una varietà
ed adattabilità di forme per le attività che difficilmente si possono riscontrare
in altri settori. I processi produttivi possono essere svolti in una pluralità di
modi, l’obiettivo, infatti, non è solamente quello della massimizzazione del
parametro economico, quanto il tener conto dei risultati di carattere sociale,
quali la partecipazione attiva di queste persone durante le fasi produttive e
organizzative, in una prospettiva di efficienza sociale. Il lavoro, in questo
contesto, è uno strumento di crescita ed inclusione nella società, attraverso il
quale i soggetti sono protagonisti attivi del proprio percorso: per loro si creano
attese, motivazioni ed interessi che portano ad un riconoscimento, in quanto
persona. La produzione e la vendita finale dei prodotti coltivati, infatti, proietta
verso l’esterno il risultato della produzione, grazie al quale la persona si propone
come abile, capace di creare interesse per quello che fa e non per le condizioni
di vita in cui si trova, riuscendo ad avere così la possibilità di sentirsi parte
integrante e funzionale della società. Il secondo ramo di attività riconosciuto
riguarda la fornitura di servizi sociali, educativi e socio-sanitari, raggruppate in:

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M. Cairo, S. Speziale

– prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali, che realizzano


interventi d’inclusione sociale e servizi utili per la vita quotidiana, come
servizi di accoglienza diurni, comunità alloggio, agri-asili;
– attività di cura e riabilitative, con finalità socio terapeutica, quali esperienze
di coltivazione, allevamento e pet therapy, rivolte a persone con disabilità
(fisiche, psichiche/mentali e sociali);
– progetti di educazione ambientale, alimentare, per favorire l’apprendimento
di forme e contenuti di sensibilizzazione al tema ed offrire esperienze di
accoglienza e soggiorno di bambini in età prescolare e di persone in difficoltà
sociale, fisica e psichica.
Come si è detto, la multifunzionalità sta dentro ad una visione di Agricoltura
sociale specializzata e formale; per questo risulta più difficoltoso parlare di
multifunzionalità rispetto ad una prospettiva dell’Agricoltura sociale civica, la
quale è centrata più che sul singolo, sul contesto, che necessita di essere ri-
significato dal punto di vista paesaggistico, del sapere agricolo e delle nuove
economie. Sotto questo punto di vista, è possibile parlare di una forma di welfare
generativo. Parlare di Agricoltura sociale come sistema vivo per rigenerare il
welfare significa dunque ripartire dalle pratiche comunitarie tipiche del mondo
rurale, che ci sono state tramandate dai contadini. Pratiche che discostano assai
dal modello dell’assistenzialismo attuale e rimettono al centro il territorio e
la persona come ‘capace di’, in una logica di empowerment, dove lo sfondo
primario è il paesaggio e un’educazione volta all’umanizzazione.
Per comprendere l’entità del fenomeno è utile far riferimento anche
al quadro europeo. Da studi recenti si stima che in Europa siano presenti
oltre 6.000 progetti di Agricoltura sociale, di cui circa un migliaio in Italia.
Essenziale è il riferimento all’iniziativa COST866 (European Cooperation in
Science & Technology)10 e al progetto SoFar (Social service in multifunctional
farms – Social Farming)11. In particolare quest’ultimo, è una specifica azione di
supporto per l’Agricoltura sociale promossa dall’Unione Europea nell’ambito
del VI Programma Quadro per la Ricerca e l’Innovazione, che si propone di
sviluppare la conoscenza delle diverse realtà di Agricoltura sociale in Europa
attraverso un confronto internazionale e di elaborare strategie innovative nel
settore. Il progetto si è concluso nel 2010 e benché utilizzi come area d’indagine
i territori di solo alcuni Paesi dell’UE, ovvero l’Italia, il Belgio, la Francia, la
Germania, l’Irlanda, i Paesi Bassi e la Slovenia, lo possiamo considerare un

10
www.cost.eu/COST_Actions/fa/866
11
cordis.europa.eu/result. Si veda Final Report Summary – SOFAR (Social Services in
Multifuncional Farms – Social Farming).

14
Partire dall’agricoltura e dall’allevamento per ricominciare a con-vivere: etica della cura, solidarietà e diritti

utile campione. I dati relativi fanno riferimento all’anno 2008, in cui si è svolta
l’indagine. Oltre a questi progetti, da ricordare che nel 2004, su iniziativa di
alcuni ricercatori dell’Università di Wageningen, in Olanda, si è informalmente
costituita la rete europea Farming for Health12, un’espressione che rappresenta una
sintesi e raccoglie un variegato panorama di esperienze di gricoltura sociale che va
dalle care farms in Olanda, al green care dei Paesi scandinavi e anglosassoni,
dall’horticultural therapy dell’Inghilterra, fino all’Agricoltura sociale dell’Italia.
In Olanda, dove si registrano il maggior numero di queste realtà, il fenomeno
rappresentato dalle aziende agricole private, le cosiddette ‘care farm’ si è sviluppato
grazie al modello di welfare olandese che ha riconosciuto le aziende agricole
come potenziali fornitori di servizi socio-sanitari e ha incentivato il fenomeno
tramite convenzioni e accordi fra i vari Ministeri. L’elemento caratterizzante
delle ‘care farm’ olandesi, che rappresentano ben l’89% delle realtà di Agricoltura
sociale, in Olanda, sta nel fatto che mantengono le caratteristiche di vere
aziende agricole che integrano l’attività tradizionale con attività terapeutico-
riabilitative. Tuttavia in queste aziende rimane prevalente l’aspetto terapeutico e
il ricavato delle attività proviene in gran parte dalle prestazioni sanitarie offerte
dall’azienda. Molto simili al modello olandese, data la vicinanza territoriale,
sono le esperienze di Agricoltura sociale in Belgio (Fiandre) e in Norvegia.
Nel primo caso c’è stato un forte incremento del numero di aziende agricole
di carattere familiare rivolte al sociale (ora rappresentano l’84%), fenomeno
certificato dai numerosi aiuti e investimenti che il sistema di welfare ha previsto
per questi nel Programma di Sviluppo Rurale (PSR) 2007- 2013; accanto a
queste aziende private esistono anche delle aziende istituzionali e dei laboratori
protetti (sheltered workshop) in cui si pratica a scopo terapeutico attività agricole
o orticoltura (il 12,3 %). Nel caso norvegese la diffusione delle pratiche di
Agricoltura sociale è stata vista principalmente come un’opportunità per alcune
aziende di variare le proprie fonti di reddito; la situazione è stata inoltre facilitata
dallo spostamento delle competenze in materia sociosanitaria dallo Stato agli enti
locali. Elemento caratterizzante di queste esperienze, che sono molto diverse tra
loro, è che all’agricoltore proprietario non viene richiesta nessuna competenza
particolare nello svolgimento delle attività, se non quella di essere un diligente
supervisore nell’ambito lavorativo. In Francia, secondo Paese per numero di
iniziative, le esperienze delle fattorie sociali sono nate soprattutto nell’ambito
del settore terziario dove l’attività prevalente era quella dell’inclusione sociale
dei soggetti delle fasce più deboli; queste iniziative hanno trovato in seguito
l’appoggio delle forze politiche che hanno predisposto specifiche attività con

12
farmingforhealth.wordpress.com/

15
M. Cairo, S. Speziale

la “Legge di Coesione sociale” del 2005. In questo contesto si sono andate a


sviluppare e diffondere reti di aziende sociali che andavano a rispondere alle
esigenze delle realtà locali. “Les Jardins de Cocagne” in Francia rappresentano
il 77% del totale delle iniziative individuate. In Irlanda il fenomeno è
più occasionale e limitato, poiché non è mai stato ben delineato un quadro
generale sulle attività di Agricoltura sociale nonostante nella storia di questo
Paese siano presenti numerosi casi di utilizzo dell’agricoltura e dell’orticoltura
nell’ambito delle istituzioni psichiatriche e dei servizi per disabili mentali.
In Slovenia l’Agricoltura sociale riveste un importante ruolo all’interno delle
strutture pubbliche; in ambito privato esistono numerose iniziative volontarie
che però non sono regolate da specifica politiche o comunque da un supporto
da parte delle istituzioni. Nonostante l’eterogeneità di queste esperienze diffuse
in Europa, possiamo individuare alcuni elementi che le accomunano. Le
aziende agricole sviluppano, comunemente, un’ampia ed eterogenea gamma di
azioni e mansioni, competenze e scansioni temporali, rispetto a qualsiasi altro
settore produttivo. Questa prima caratteristica consente di sviluppare una larga
possibilità di interazione con persone che hanno un diverso grado di capacità,
interesse, predisposizione, attenzione, nell’interagire con le singole pratiche,
assicurando flessibilità e personalizzazione dei coinvolgimenti. Secondo le
indagini del rapporto SoFar13, nel panorama comunitario, eccezion fatta per
le Fiandre, le pratiche di Agricoltura sociale coinvolgono in modo privilegiato
aziende che hanno scelto di avviare processi produttivi condotti con il metodo
biologico. La larga presenza del biologico in queste esperienze sottintende
imprese caratterizzate dal punto di vista etico, che hanno un’attenzione più
elevata nei confronti delle risorse pubbliche, nel rispetto sia dell’ambiente sia
delle persone a più bassa contrattualità. La scala dimensionale dei processi
produttivi varia notevolmente da caso a caso, ciò che resta, però, è una più
forte propensione a gestire la complessità. Caratteristica comune a tutti i Paesi è
che l’Agricoltura sociale è fortemente radicata nei sistemi locali; la similitudine
delle risorse disponibili nelle aziende agricole fa sì che, un po’ dovunque, le
esperienze si rivolgono ad una gamma di soggetti ampia, sebbene, comune. Si
tratta di persone in difficoltà e a rischio di marginalità. Nei singoli Paesi, in
funzione della modalità di organizzazione dei servizi, anche la stessa modalità
di gestire l’accoglienza in azienda presenta similitudini e diversità, come anche
la terminologia, i beneficiari e la loro posizione (utenti, occupati) e le strutture
di finanziamenti. Le esperienze olandesi sono quelle più codificate, in cui i
gruppi di utenza sono in numeri stabiliti, in orari definiti della giornata e della

13
Si veda in Italia http://sofar.unipi.it

16
Partire dall’agricoltura e dall’allevamento per ricominciare a con-vivere: etica della cura, solidarietà e diritti

settimana, per attività di servizio formalizzate, controllate e remunerate. In


Francia ed in Slovenia è frequente, specie nelle aziende agricole famigliari o
cooperative, il rapporto con singole persone inviate dai servizi sociali; nelle
Cooperative sociali, ma anche nelle aziende agricole in servizi svolti con gli
enti del territorio, si registrano gruppi di utenti, talvolta con diverse esigenze e
caratteristiche, impegnati in azioni di terapia occupazionale, di formazione e di
inclusione sociale e lavorativa. Nelle Fiandre, solitamente, le aziende agricole
ricevono l’utente dai servizi per alcune mezze giornate la settimana, come
attività alternativa ai centri diurni o alle case di detenzione. In Germania, si
tratta di grandi strutture gestite dal terzo settore dove trovano accoglienza ed
occupazione persone a bassa contrattualità. In Irlanda e nei Paesi anglosassoni,
sono frequenti aziende agricole gestite da Fondazioni che ospitano più utenti
dei servizi allo stesso tempo. I Paesi dell’Europa stanno affrontando differenti
stadi di evoluzione di queste pratiche, influenzati dai loro percorsi storici ma
anche dall’importanza che gli enti pubblici danno a questa tematica. In linea
generale possiamo affermare che si sta sempre più diffondendo un’agricoltura
che possiede le potenzialità e le opportunità per rispondere ai bisogni delle
comunità locali e per contribuire allo sviluppo delle aree rurali. La tematica
dell’Agricoltura sociale presenta dunque elementi di novità e d’innovazione che
meritano importanti approfondimenti e ingenti sforzi per il suo sviluppo da
parte di tutti i soggetti coinvolti. Oggi in Europa l’Agricoltura sociale viene
presentata come:
– pratica innovativa, capace di gettare le basi per comunità più coese, e
creare in modo nuovo valore economico e sociale attraverso il contributo
collaborativo di molti;
– scelta di diversificazione produttiva di aziende agricole che, a causa della crisi
che sta attraversando il globo, cercano di vendere nuovi servizi a soggetti
privati o pubblici;
– campo per rivitalizzare le esperienze di cooperazione sociale che, in difficoltà
a seguito del venire meno delle commesse pubbliche, si pongono il problema
di valorizzare la nuova attenzione dei consumatori rispetto alla produzione
del cibo locale;
– pratica co-terapeutica specialistica avviata da operatori dei servizi su scale
limitate e puntuali14.
Considerando la diversità che caratterizza le pratiche esistenti, dagli obiettivi
di lavoro, alle formule organizzative adottate fino al tipo di servizio erogato,

14
Commissione Europea, Comunicazione della commissione Europa 2020: una strategia
per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, Bruxelles, 2010.

17
M. Cairo, S. Speziale

non risulta facile parlare in termini generali di Agricoltura Sociale. Attorno


alla questione cresce l’interesse di sempre più un gran numero di soggetti e di
studiosi sulle implicazioni sociali ed economiche di questo fenomeno; anche
gli organi europei stanno dimostrando sempre più interesse verso l’argomento
come dimostrato dalle citate iniziative COST866, dal progetto SoFar e
dall’inserimento delle Fattorie sociali fra i beneficiari degli interventi facenti
parte del nuovo PSR (Programma di sviluppo rurale) 2007-2013 di alcuni degli
Stati membri15. Diversi sono poi i progetti e le iniziative, sia in ambito nazionale
che europeo, finalizzati alla conoscenza e diffusione del fenomeno.

Bibliografia
AA.VV., Coltiva il tuo futuro. Orientamento per l’avvio di attività agricole multi-
funzionali, Efesto (RO), 2014.
Baratella P., I diritti della persona con disabilità. Dalla Convenzione Internazionale
ONU alle buone pratiche, Erickson, Trento, 2009.
Bertazzoni C., Scuola in fattoria. Educare a Km zero. Con 50 giochi didattici per le
scuole dell’infanzia e primarie, L’informatore agrario, Verona, 2013.
Borghesi R. – Casna S. – Lapini M. – Potito M., Genuino clandestino, Terra Nuo-
va, Firenze, 2015.
Boschetti M. – Lo Surdo G., Azienda agricola multifunzionale. Le attività per
integrare il reddito, L’informatore agrario, Verona, 2016.
Brioschi R. (a cura di), L’Agricoltura è sociale. Le radici nel cielo: fattorie sociali e
nuove cultura contadine, Altra Economia, Milano, 2017.
Cairo M. – Mariani V. – Zoni Confalonieri R., Disabilità ed età adulta. Qualità
della vita e progettualità pedagogica, Vita e Pensiero, Milano, 2010.
Cairo M. (a cura di), Benessere, qualità della vita e salute. Tra istanze di normalità
e bisogno di diversità, PensaMultimedia, Lecce-Rovato (BS), 2014.
Cairo M. – Marrone M. (a cura di), Qualità della vita, narrazione e disabilità.
Esperienze e proposte, Vita e Pensiero, Milano, 2017.
Comunello F. – Berti E., Fattoria sociale. Un contesto competente di sostegno oltre la
scuola, Erickson, Trento, 2013.
Comunello F. – Berti E., Un mondo possibile. La disabilità generativa: dall’esperien-
za della fattoria sociale, Erickson, Trento, 2018.
D’Alonzo L., Handicap: obiettivo libertà, La Scuola, Brescia, 1997.
D’Alonzo L., Disabilità e potenziale educativo, La Scuola, Brescia, 2002.

15
Si veda il più recente Programma di sviluppo rurale 2014-2020 in https://ec.europa.eu/
agriculture/rural-development-2014-2020_it

18
Partire dall’agricoltura e dall’allevamento per ricominciare a con-vivere: etica della cura, solidarietà e diritti

D’Alonzo L., Pedagogia speciale per preparare alla vita, La Scuola, Brescia, 2007.
Depedri S., L’inclusione efficiente. L’esperienza delle Cooperative sociali di inseri-
mento lavorativo, Franco Angeli, Milano, 2012.
Di Iacovo F., Agricoltura sociale: quando le campagne coltivano valori. Un manuale
per conoscere e progettare, Franco Angeli, Milano, 2008.
De Santis C. – Durasanti F. – Orefice G., Agrinidi, agriasili e asili nel bosco. Nuovi
percorsi educativi nella natura, Terra Nuova, Firenze, 2016.
Ferrari A. – Giusti S. (a cura di), Ripartire dalla sobrietà. Le fattorie sociali, Liguo-
ri, Napoli, 2012.
Frascarelli M., L’azienda agricola, FAG, Assago (Milano), 2015.
Frascarelli M., Le società cooperative, FAG, Assago (MI), 2009.
Hassink J. – van Dijk M. (a cura di), Farming for Health. Green-Care Farming
Across Europe and the United States of America, Springer, Dordrecht, 2010.
Latti G., I diritti esigibili. Guida normativa all’integrazione sociale delle persone con
disabilità, Franco Angeli, Milano, 2012.
Montello S., L’albero capovolto. Le opere e i giorni di una fattoria sociale, Bottega
Errante, Udine, 2016.
Moro P. – Gili L. – Gallo L. – Coppetti A. (a cura di), Cooperative sociali e inse-
rimento lavorativo di persone svantaggiate. Linee guida e strumenti, Maggioli,
Santarcangelo di Romagna (RN), 2014.
Orefice G. – Rizzuto M., Fattoria didattica. Come organizzarla, come promuoverla,
AGRA, Roma, 2009.

19
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia:
uno sguardo legislativo
Mariateresa Besana1

Parlare di fattorie didattiche e di fattorie sociali significa prima di tutto parlare di


aziende agricole e quindi di agricoltura, delle sue leggi e della loro applicazione, di
istituzioni e di attività istituzionali, di educazione agroalimentare e di zootecnia.
La prima domanda è: quale idea di agricoltura abbiamo? E quindi, quale idea
di azienda agricola?
La Legge regionale n. 31 del 5 dicembre 2008, Testo unico delle Leggi regionali
in materia di agricoltura, foreste, pesca e sviluppo rurale all’art. 8 (Sostegno alla
nuova imprenditoria in agricoltura) afferma:

1. La Regione promuove il ricambio generazionale in agricoltura e l’avvio di


nuove imprese agricole attraverso programmi dedicati comprendenti un insieme
di servizi di accompagnamento, formazione e sviluppo, coerenti con la normativa
comunitaria.
2. I programmi di cui al comma 1 riguardano prioritariamente le aziende condotte
da giovani di età inferiore a quaranta anni, nonché le nuove aziende agricole che
si sviluppano nelle aree montane di cui all’articolo 37 del regolamento (CE)
1698/2005.
3. La Regione, per facilitare l’accesso ai programmi di cui al comma 1, promuove
l’applicazione di procedure unificate, anche attraverso il SIARL.
3 bis. Per favorire lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile, è data priorità alle
domande di contributo presentate alla Regione, alla Provincia di Sondrio, alle
comunità montane e ai comuni dalle imprese agricole condotte da giovani di età
inferiore a quaranta anni, riservando fino a un massimo del cinquanta per cento
delle risorse disponibili su ciascuna iniziativa.
3 ter. La Regione assicura alle imprese agricole condotte da giovani di età inferiore
a quarant’anni, nei limiti delle disponibilità finanziarie e nell’ambito della
programmazione comunitaria, un voucher da impiegare per servizi di assistenza
tecnica, supporto tecnico specialistico e gestione aziendale.

1
Direzione Generale Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi, Programma di Sviluppo
Rurale 2014-2020 (PSR-FEASR), Regione Lombardia.

21
M. Besana

Art. 8 bis
Art. 8 ter (Promozione dell’agricoltura didattica)
1. La Regione promuove le fattorie didattiche quali soggetti che, oltre a svolgere,
anche in forma associata, le attività di cui all’articolo 2135 del Codice civile,
svolgono attività ludico-didattiche finalizzate alla diffusione della conoscenza
delle attività agricole, agroalimentari, silvo-pastorali e del territorio rurale. Tali
attività hanno carattere complementare rispetto alla prevalente attività agricola.
2. Per la finalità di cui al comma 1 è istituito presso la Giunta regionale l’elenco
delle fattorie didattiche ed è adottato un marchio di riconoscimento.
3. La Giunta regionale, sentito il parere della competente commissione consiliare,
definisce le modalità di tenuta dell’elenco, i requisiti necessari per l’iscrizione e le
caratteristiche del marchio di riconoscimento utilizzabile dai soggetti iscritti nel
medesimo elenco.

Un’altra definizione importante da considerare è quella di imprenditore agricolo,


che troviamo nell’art. 2135 del Codice civile (Regio Decreto n. 262 del 16 marzo
1942): imprenditore agricolo è “chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione
del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse. Per coltivazione
del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività
dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del
ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il
fondo, il bosco o le acque, salmastre o marine. Si intendono comunque connesse le
attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione,
conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano
ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del
bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni
o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda
normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di
valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione
ed ospitalità come definite dalla Legge”.
L’azienda agricola che svolge attività didattiche e/o sociali è quindi una azienda
multifunzionale. Il concetto di multifunzionalità fu introdotto nel 1992 nel Earth
Summit di Rio: per agricoltura multifunzionale si intende quell’agricoltura che
oltre ad assolvere la propria funzione primaria, ovvero la produzione di beni
alimentari, è in grado di fornire servizi utili alla collettività.
È un’agricoltura che disegna il paesaggio, protegge l’ambiente e il territorio,
conserva la biodiversità, gestisce in maniera sostenibile le risorse, contribuisce alla
sopravvivenza socio economica delle aree rurali.
La multifunzionalità riunisce i ruoli complementari che l’agricoltura svolge
all’interno della società. In primis quello produttivo per rispondere al fabbisogno

22
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia: uno sguardo legislativo

alimentare della popolazione, ma, a seguire, anche quelli occupazionale, sociale,


ambientale, paesistico, di produzione di servizi (agriturismo e didattica).
L’agriturismo rappresenta l’integrazione tra l’attività di produzione e l’attività
turistica. Consente agli imprenditori di chiudere la filiera in azienda, offrendo una
prospettiva culturale. Le possibilità che il fare agriturismo offre sono molteplici:
l’integrazione del reddito agricolo; la valorizzazione e il recupero delle tradizioni
del mondo rurale; il recupero del patrimonio di edilizia rurale; un freno all’esodo
agricolo e allo spopolamento e molte altre.
L’illusione di un progresso illimitato e il prevalere di una mentalità consumistica
hanno portato spesso ad una frattura con la terra. La dimensione virtuale, sempre
più presente nella vita odierna ha come conseguenza l’allontanamento dal proprio
territorio inteso sia come natura sia come cultura. Ritornare a riconoscere il valore
della natura e della terra su cui viviamo, madre e maestra, è divenuta una necessità
irrevocabile.
Per esercitare le attività multifunzionali, i titolari devono però essere in
possesso dei requisiti legali che definiscono la figura dell’imprenditore agricolo.
L’attuale normativa si basa sul principio di prevalenza e sul concetto di connessione.
Il primo garantito dalla prevalenza delle giornate lavorative dedicate all’attività
agricola principale e prevalenza del reddito agricolo; il secondo principio prevede
che l’attività educativo/formativa proposta sia in stretta relazione con il contesto
aziendale e strettamente connessa a quella agricola, che rimane l’attività principale
(così come prevede il profilo professionale dell’imprenditore agricolo).
L’attuale normativa sulle fattorie didattiche è riconducibile alla Delibera di
Giunta regionale 8 febbraio 2017 n. X/6198 Nuove determinazioni in materia
di promozione dell’agricoltura didattica ai sensi della Legge regionale 5 dicem-
bre 2008 n. 31 e al Decreto Dirigente Unità Organizzativa (D.D.U.O.) Giunta
regionale 21 marzo 2017 n. 3068, Determinazioni in ordine al riconoscimento
della qualifica di Fattoria Didattica in attuazione dell’articolo 8 ter della Legge
regionale 31/2008 e del d.g.r. 6198 dell’8 febbraio 2017.
In questi documenti il profilo dell’agricoltore di oggi si distingue per i profondi
valori sociali e le solide basi culturali, per la provata capacità professionale
rafforzata dall’esperienza e dai percorsi di formazione continua, dal fatto di essere
un imprenditore orientato da una spiccata sensibilità verso i bisogni generati dal
proprio territorio di appartenenza sotto il profilo sia ambientale sia sociale.
Lo sviluppo di molteplici esperienze diffuse sul territorio sta mettendo, infatti,
in luce potenzialità di grande interesse in relazione alla capacità dell’agricoltura
di generare benefici per fasce vulnerabili della popolazione e dare luogo a servizi
innovativi che possono rispondere efficacemente alla crisi dei tradizionali sistemi
di assistenza.

23
M. Besana

Le fattorie didattiche
Il progetto Fattorie Didattiche è nato in Regione Lombardia nel 2001 nell’ambito
dei progetti di Educazione alimentare.
Le Fattorie Didattiche della Lombardia sono Aziende Agricole e/o
Agrituristiche impegnate nell’educazione del pubblico (bambini e adulti) e, in
particolare, nell’accoglienza di gruppi nell’ambito delle attività scolastiche ed
extrascolastiche.
Alcuni numeri:
– 209 fattorie didattiche.
– 92 aziende: Giornata delle Fattorie Didattiche a Porte Aperte 2015 «11 anni».
– 70.000 visitatori alla Giornata delle Fattorie.
Lo sviluppo delle fattorie didattiche in Regione Lombardia è avvenuto molto
velocemente:
– 2004 85 aziende
– 2005 103 aziende
– 2006 118 aziende
– 2007 150 aziende
– 2010 178 aziende
– 2011 184 aziende
– 2013 197 aziende
– 2014 203 aziende
– 2015 209 aziende
– 2017 208 AZIENDE
L’attività educativo/formativa proposta, in stretta relazione con il contesto
aziendale, è strettamente connessa a quella agricola, che rimane l’attività principale,
così come stabilito nel Decreto Dirigente di Unità Organizzativa n. 4209 del 16
maggio 2012, Nuove disposizioni in materia di fabbisogni medi di manodopera
per il settore agricolo lombardo: aggiornamento della tabella regionale di cui al
D.D.U.O. n. 15339 del 6 dicembre 2007.
Le Fattorie Didattiche, prima di ogni visita di una scuola, concordano con i
docenti il programma da realizzare con la classe e gli obiettivi educativi. Gli agricoltori
si dichiarano disponibili ad interventi in classe, prima e successivamente alla
visita, se propedeutici ai programmi proposti. Essi si impegnano:
– a fornire informazioni sull’abbigliamento necessario alla visita in ragione della
stagionalità, delle condizioni atmosferiche e delle attività proposte;
– a fornire informazioni precise per raggiungere l’azienda, specificando se è
facilmente raggiungibile da un pullman e se vi sono spazi adeguati, in azienda

24
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia: uno sguardo legislativo

o nelle vicinanze, per le manovre, nonché se sono disponibili rampe di accesso


per i disabili.
La Carta di Qualità di una Fattoria didattica viene sottoscritta dall’azienda
agricola per essere accreditata nella Rete regionale: consente l’accreditamento in
un circuito di elezione. Inoltre definisce come l’attività educativo\formativa sia
strettamente correlata a quella agricola, prevede una formazione obbligatoria e
costante per gli agricoltori, richiede requisiti delle strutture aziendali, mette limiti
all’accoglienza (rapporto operatori utenti max 1/30), delinea requisiti di sicurezza,
obbliga al mantenimento dell’iscrizione all’elenco attraverso un aggiornamento
annuale.
Sono attività preparatorie per l’accoglienza dei bambini e degli insegnanti del-
le scuole:
– fornire le informazioni riguardanti la valutazione dei rischi specifici e le
procedure di prevenzione e protezione;
– segnalare agli accompagnatori le aree con divieto di accesso, che saranno in
ogni caso evidenziate;
– in caso di presenza di soggetti diversamente abili, prendere accordi specifici
per facilitare la loro presenza e la loro partecipazione alle attività proposte;
– richiedere ai docenti l’eventuale presenza di ospiti con allergie, intolleranze o
problemi particolari che possano compromettere la partecipazione alle attività
previste.
Accoglienza e sicurezza sono due aspetti fondamentali.
L’azienda dispone di ambienti accoglienti e curati, di spazi attrezzati sufficienti
per svolgere le azioni educative ed in particolare di locali coperti per lo svolgimento
delle attività didattiche anche in caso di maltempo. L’azienda è dotata di servizi
igienici a norma e di lavabi con acqua potabile.
Gli agricoltori accolgono in modo cordiale gli ospiti e spiegano tutte le
attività agricole svolte in azienda, permettendo loro di rapportarsi in condizioni
di sicurezza agli animali allevati.
Il numero dei partecipanti alle visite e alle attività educative deve essere
adeguato agli spazi aziendali e all’efficacia delle azioni previste.
L’accoglienza viene proporzionata al numero degli operatori presenti in
azienda: il rapporto operatori/utenti non potrà in nessun caso essere inferiore a
1/30.
L’accoglienza, la visita e le attività saranno condotte dall’agricoltore e/o da suoi
familiari e/o da personale aziendale in possesso di abilitazione.
Eventuale personale esterno potrà essere coinvolto a supporto dell’attività,
preferendo figure specializzate nella didattica e con conoscenze agroalimentari.
Tali figure devono essere formate dal titolare del progetto formativo (ovvero

25
M. Besana

l’agricoltore e/o il familiare e/o il personale aziendale in possesso dell’abilitazione)


sulle attività ideate in coerenza con l’indirizzo produttivo e didattico dell’azienda.
L’azienda deve garantire, durante la visita, la presenza di un operatore abilitato. In
caso l’operatore abilitato dovesse lasciare l’azienda, è concesso, prima della revoca
dell’iscrizione dall’albo regionale, un anno di tempo per abilitare un’altra persona
facendogli frequentare il corso di 90 ore.
Gli agricoltori che si iscrivono per la prima volta possono frequentare il corso
abilitante entro un anno dall’avvio della procedura d’iscrizione (ossia dalla data di
trasmissione della domanda all’Amministrazione provinciale).
È cura dell’azienda fornire alle classi delle scuole ospitate eventuale materiale
didattico di supporto e/o testimonianze della visita.
Ogni azienda predispone un registro con i dati sintetici delle visite. Una copia
del registro dovrà essere trasmessa alle Amministrazioni provinciali o regionali su
richiesta.
L’azienda è dotata dei sistemi di sicurezza previsti dalle normative vigenti.
L’azienda si impegna a mettere in atto ogni precauzione per evitare situazioni di
pericolo ai partecipanti da parte di animali, attrezzature o sostanze pericolose. I
visitatori saranno comunque resi coscienti che un’azienda agricola è un luogo di
lavoro, e conseguentemente i locali o depositi di attrezzi e sostanze pericolose devono
essere resi inaccessibili. Eventuali limitazioni d’accesso in aree determinate devono
essere ben segnalate e venire comunicate agli accompagnatori, prima della visita o
comunque all’inizio della stessa e delle attività educative.
Tutti gli animali allevati in azienda vengono sottoposti a periodici controlli
profilattici dei Servizi Veterinari delle Asl/Ats, in particolare per le malattie
ritenute trasmissibili all’uomo. I locali di ricovero sono puliti regolarmente e
disinfestati.
L’agricoltore si dota di un’assicurazione di responsabilità civile nei confronti di
terzi comprendente, nel caso di ristoro, il rischio di tossinfezione.
Se l’azienda fornisce ai propri ospiti spuntini, merende o prodotti alimentari si
dota di un sistema di autocontrollo ai sensi del Reg (CE) n. 852/2004 sull’igiene
dei prodotti alimentai, Reg (CE) n. 853/2004 che stabilisce norme specifiche in
materia di igiene per gli alimenti di origine animale e del Reg (CE) 854/2004, che
stabilisce norme specifiche per l’organizzazione di controlli ufficiali sui prodotti
di origine animale destinati al consumo umano.
L’azienda possiede attrezzature di primo soccorso efficaci e in buono stato di
conservazione e gli operatori hanno frequentato corsi di primo soccorso ai sensi
del Decreto legislativo n. 81/2008, Attuazione dell’art. 1 della Legge del 3 agosto
2007 n. 123 in materia della tutela e della sicurezza nei luoghi di lavoro (Testo
unico sulla salute e sicurezza sul lavoro).

26
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia: uno sguardo legislativo

La formazione degli agricoltori e dei collaboratori d’azienda (familiari e non)


ha come temi: l’educazione agro-alimentare e la sostenibilità, le tematiche
economiche e la normativa inerente la fattoria didattica, la corretta gestione della
comunicazione e le sue ricadute educative e didattiche. Ha durata di 90 ore per
ottenere l’accreditamento e richiede un aggiornamento (24 ore i primi 3 anni,
poi 16).
Solo le fattorie didattiche in grado di soddisfare i sopraindicati requisiti
possono fregiarsi del marchio delle Fattorie Didattiche della Lombardia e farne
uso anche nei propri materiali di comunicazione e promozione.

Regione Lombardia, dopo Expo 2015, si è posta l’obiettivo di trasformare le


Fattorie didattiche in Punti autorevoli sul territorio, che lavorino con e per la
scuola nei percorsi di educazione agro-alimentare, attraverso attività esperienziali
ed immersive. La pedagogia attiva utilizzata mette i bambini e gli insegnanti (e
i genitori) in grado di apprendere attraverso: a) un’esperienza pratica: offerta di
situazioni vere e concrete a contatto con il mondo animale e vegetale. All’interno
di questi contesti educativi la natura è considerata un riferimento essenziale
per un modello educativo alternativo; le attività a cui partecipano i bambini
permettono loro di sperimentare autonomia e responsabilità e di vivere insieme;
b) il contatto con la realtà agricola: conoscere la fattoria permette di capirne i
bisogni, le azioni, i cambiamenti attraverso la pratica, l’ascolto e l’osservazione; c)
l’azione: laboratori, domande, relazione con l’agricoltore: i bambini sono attratti
dagli animali: ciò rappresenta un’occasione per conoscere altre forme di vita e
imparare a rispettarle. L’obiettivo finale e di far capire alle nuove generazioni che
hanno un ruolo integrante nel mondo vivente e che attraverso le loro azioni e
decisioni possono favorirne l’equilibrio o il disequilibrio.
I laboratori outlearning si fondano sull’esperienza della terra, dell’orto e della
fattoria: Si hortum in biblioteca habes deerit nihil (Se avrai un giardino vicino alla
biblioteca, non ti mancherà nulla). L’esperienza di apprendimento del bambino
è scolastica ed extrascolastica e creare continuità rappresenta un obiettivo

27
M. Besana

importante su cui andare a lavorare. Per questo motivo sono stati attivati dei
percorsi di ricerca -intervento, che hanno coinvolto insegnanti ed operatori delle
fattorie didattiche lombarde.
Le associazioni hanno avuto un ruolo fondamentale per affrontare tutti gli
aspetti di ordine pratico e giuridico del progetto, apportando il punto di vista
degli agricoltori.
Il progetto Fattorie Didattiche è un caso perché è stato il primo progetto su cui
le associazioni, in genere di opinioni diverse, hanno trovato un’unione d’intenti,
portando ad un clima di piena condivisione e collaborazione.
Il Piano di educazione alimentare è stato concordato con ERSAF (Ente
Regionale per i Servizi all’Agricoltura ed alle Foreste), attraverso diverse
iniziative (Convegno Per una cultura dell’alimentazione, Giornata a porte aperte,
Buonalombardia, Guida, Nuovi materiali per le fattorie da dare agli insegnanti,
E-book Le agri avventure del topino pino, La fattoria didattica). Questo percorso è
stato sostenuto dalla collaborazione con l’Università Bicocca e l’Ufficio Scolastico
della Lombardia.
Le Linee Guida per l’educazione alimentare approvate dalla Giunta con D.g.r.
423/2010, che hanno sempre ispirato le scelte progettuali regionali, hanno come
obiettivi:
1. promuovere la conoscenza e l’importanza dell’agricoltura e più precisamente
del sistema agroalimentare attraverso la comprensione delle relazioni esistenti
tra sistemi produttivi, consumi alimentari e sostenibilità e salvaguardia
dell’ambiente;
2. favorire il conoscere e il saper riconoscere i prodotti agroalimentari di qualità,
ottenuti secondo disciplinari di produzione legati alla tradizione e alla cultura
del territorio rurale secondo metodologie rispettose dell’ambiente;
3. favorire l’adozione di corretti comportamenti alimentari e nutrizionali attraverso
chiari punti guida: mangiare bene e in modo variato, non trascurare alcun
nutriente, favorire il movimento e l’attività fisica;
4. promuovere l’interdisciplinarietà dell’educazione alimentare, informando
sugli aspetti storici, culturali, antropologici che possono coinvolgere tutta la
comunità educativa, nell’ottica di Expo 2015;
5. promuovere l’educazione al gusto.
La gita in fattoria non deve rappresentare un’esperienza ‘mordi e fuggi’. Per questo
si è cercato di aiutare bambini, educatori e insegnanti ad orientare il lavoro con le
fattorie didattiche a partire dalla progettazione di percorsi flessibili e differenziati
in modo che i bambini potessero partecipare attivamente con uno spirito di
scoperta. I bambini sono stati sollecitati a raccogliere le prime informazioni per
orientarsi in questo nuovo mondo e a stabilire positivi contatti con le figure che li

28
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia: uno sguardo legislativo

accolgono con un approccio curioso e aperto. Dopo la visita, il sostegno è proseguito,


per mettere in ‘forma’ la complessa rete di relazione esplorata durante la visita.

Le fattorie sociali
La fattoria sociale è una realtà frutto di esperienze che nascono spontaneamente
sul territorio, in modo diverso le une dalle altre, ma unite dalla capacità di
valorizzare le risorse agricole ai fini di inclusione e di coesione sociale. I tentativi
fatti negli ultimi anni da Regione Lombardia sono stati quelli di regolamentare
realtà che avevano un radicamento storico-sociale sul territorio lombardo fin
dagli anni Settanta: è stato un percorso lungo e ad oggi non ancora concluso.
Vediamo insieme alcuni riferimenti legislativi.
La Legge regionale n. 25 del 28 dicembre 2011, Modifiche alla Legge
regionale n. 31 del 5 dicembre 2008 (Testo unico delle Leggi regionali in materia
di agricoltura, foreste, pesca e sviluppo rurale e disposizioni in materia di riordino
di consorzi di bonifica) modifica il Testo unico delle Leggi regionali in materia
di agricoltura con l’inserimento dell’articolo 8 bis. Parallelamente viene avviato
un percorso di ricognizione delle Fattorie Sociali nel territorio lombardo (2012)
che si pone l’obiettivo di definire i requisiti delle Fattorie sociali e della figura
professionale dell’agricoltore sociale.
La Legge regionale n. 31/2008 all’articolo 8 bis (Promozione dell’Agricoltura
sociale), dichiara:

La Regione promuove le fattorie sociali quali soggetti che svolgono, anche in forma
associata, le attività di cui all’articolo 2135 del Codice civile e che forniscono
in modo continuativo, oltre all’attività agricola, attività sociali finalizzate alla
coesione sociale, favorendo percorsi terapeutici, riabilitativi e di cura, sostenendo
l’inserimento sociale e lavorativo delle fasce di popolazione svantaggiate e a rischio
di marginalizzazione, realizzando attività di natura ricreativa e socializzante per
l’infanzia e gli anziani. Tali attività, che sono svolte nel rispetto delle normative
di settore da soggetti in possesso di adeguata professionalità, hanno carattere di
complementarietà rispetto all’attività agricola che è prevalente [...]
2. I soggetti di cui al comma 1 collaborano in modo integrato con le istituzioni
pubbliche e con gli altri soggetti del terzo settore.

La Legge regionale n. 18 del 1 luglio 2015, “Gli orti in Lombardia. Disposizioni


in materia di orti didattici, sociali periurbani e collettivi” dà spazio ed evidenza,
se pur con modalità differenti, al tema della Agricoltura sociale sostenibile
promuovendo strumenti di valore economico locale, di riqualificazione urbana,

29
M. Besana

di recupero della socialità e di crescita culturale offrendo occasioni per realizzare


sinergie fra enti locali e associazioni e cooperative.
Agricoltura sociale Lombardia prende avvio con Expo 2015 per sviluppare
e promuovere nel territorio un modello pensato per implementare l’inclusione
sociale e lavorativa di persone con disabilità, ma anche in situazioni di difficoltà e
per rispondere in modo concreto ed efficace ad alcune emergenze sociali.
Il Delibera Giunta regionale n. 10/3387 del 20 aprile 2015, “Approvazione
delle Linee guida per il riconoscimento della qualifica di Fattoria Sociale ai sensi
dell’art. 8 bis della Legge regionale 5 dicembre 2008 n. 31 (Testo unico delle Leggi
regionali in materia di agricoltura, foreste, pesca e sviluppo rurale)” distingue due
tipologie di Fattorie Sociali con riferimento alla modalità di coinvolgimento dei
soggetti svantaggiati:
– le fattorie sociali inclusive organizzate secondo un modello che considera il
soggetto debole quale elemento del processo produttivo agricolo;
– le fattorie sociali erogative organizzate secondo un modello che considera il
soggetto debole fruitore/beneficiario di servizi forniti dalla fattoria stessa, ma
che non contribuisce al processo produttivo agricolo.
La Legge n. 141 del 18 agosto 2015, “Disposizioni in materia di Agricoltura
sociale” introduce la definizione di Agricoltura sociale all’art. 1: “quale aspetto della
multifunzionalità delle imprese agricole finalizzato allo sviluppo di interventi e
di servizi sociali, socio-sanitari, educativi e di inserimento socio-lavorativo, allo
scopo di facilitare l’accesso adeguato e uniforme alle prestazioni essenziali da
garantire alle persone, alle famiglie e alle comunità locali in tutto il territorio
nazionale e in particolare nelle zone rurali o svantaggiate”.
Le Regioni possono promuovere specifici programmi per la multifunzionalità
delle imprese agricole, con particolare riguardo allo sviluppo dell’Agricoltura
sociale.
Le istituzioni pubbliche, che gestiscono mense scolastiche, possono favorire
l’inserimento di prodotti da Agricoltura sociale.
I comuni prevedono specifiche misure di valorizzazione dei prodotti da
Agricoltura sociale, nel commercio su aree pubbliche.
Gli enti pubblici territoriali prevedono criteri di priorità per favorire lo sviluppo
di attività di Agricoltura sociale nell’ambito delle procedure di alienazione e di
locazione dei terreni pubblici agricoli.
Viene istituito l’Osservatorio sull’Agricoltura sociale con funzioni di
monitoraggio, coordinamento con le politiche rurali e di comunicazione.
Per Agricoltura sociale si intendono le attività esercitate dagli imprenditori
agricoli di cui all’articolo 2135 del Codice civile, in forma singola o associata, e

30
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia: uno sguardo legislativo

dalle Cooperative sociali di cui alla Legge 8 novembre 1991, n. 381, nei limiti
fissati dal comma 4 del presente articolo, dirette a realizzare:
a) inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e di lavoratori
svantaggiati, definiti ai sensi dell’articolo 2, numeri 3) e 4), del regolamento
(UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014, di persone
svantaggiate di cui all’articolo 4 della Legge 8 novembre 1991, n. 381, e
successive modificazioni, e di minori in età lavorativa inseriti in progetti di
riabilitazione e sostegno sociale;
b) prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali mediante
l’utilizzazione delle risorse materiali e immateriali dell’agricoltura per
promuovere, accompagnare e realizzare azioni volte allo sviluppo di abilità e
di capacità, di inclusione sociale e lavorativa, di ricreazione e di servizi utili per
la vita quotidiana [...].
La Legge regionale n. 35 del 12 dicembre 2017, Disposizioni in materia
di Agricoltura sociale, individua finalità e obiettivi dell’Agricoltura sociale,
definizione di Agricoltura sociale e fattoria sociale, profilo degli operatori (l’attività
può essere esercitata, oltre che dagli imprenditori agricoli di cui all’articolo 2135
del Codice civile, anche dalle Cooperative sociali di cui alla Legge n. 381 dell’8
novembre 1991, il cui fatturato derivante dall’esercizio delle attività agricole
svolte sia prevalente), modalità operative, istituzione dell’Osservatorio regionale
Agricoltura sociale, registro e rete delle Fattorie sociali, misure di sostegno,
interventi pubblici, clausola valutativa.
Il marchio di Fattoria sociale è:

Il principale obiettivo delle fattorie sociali è l’inserimento lavorativo di persone in


difficoltà. I più importanti settori che possono ospitare soggetti svantaggiati in
una fattoria sociale sono:
– settore campagna;
– settore magazzino;
– settore negozio;

31
M. Besana

– settore ufficio;
– settore pulizie e manutenzioni...
Gli strumenti contrattuali per effettuare un inserimento lavorativo sono:
– Assunzione in qualità di soggetto svantaggiato a tempo determinato.
– Borsa lavoro, tirocinio formativo, progetti occupazionali e risocializzanti.
Promuovere una agricoltura senza barriere persegue tre finalità: sviluppare la
collaborazione tra il mondo agricolo organizzato e la vasta galassia del terzo
settore; realizzare percorsi terapeutici, riabilitativi e di integrazione sociale di
persone disabili mediante la valorizzazione delle risorse agricole e ambientali;
promuovere le fattorie sociali come risposta sociale ai differenti disagi.
L’Agricoltura sociale diviene una opportunità per garantire alle persone
esperienze professionalizzanti sia in ambito agricolo, sia in altri settori. È, infatti,
una occasione per provare la propria autonomia in un contesto protetto, che
permette di migliorare la propria capacità di tenuta, di scelta e di impegno.
È, infatti, da considerare che l’inserimento di persone disabili in un’attività
lavorativa e/o socio lavorativa rappresenta non solo un netto miglioramento della
qualità della vita, ma anche il raggiungimento di uno scopo nella vita. Andare a
lavorare in una fattoria deve però interessare, attivare le motivazioni della persona,
accrescere il suo benessere fisico e psicologico; se ciò non avviene è meglio scegliere
un’altra opportunità lavorativa.
In agricoltura è possibile sperimentare per la persona una relazione diretta
ed immediata tra azione ed effetto. Le categorie di spazio, tempo e causa sono
sperimentabili, vicine all’esperienza diretta e ai sensi della persona e quindi capaci
di ‘dare senso’: il fatto che una pianta si secchi o un animale possa soffrire perché
non è stato accudito, permette alla persona disabile e/o svantaggiata di acquisire
un grande senso di responsabilità e la percezione di diventare indispensabili
per qualche cosa, riconquistando la propria autostima. Inoltre, la maggioranza
delle realtà agro-sociali produce a Km 0, promuovendo il rapporto fra prodotto
di qualità e valore etico e impattando sulla popolazione del territorio in forma
diretta. Il contatto diretto fra produttore e consumatore è un valore aggiunto, che
implica il rispetto di ben definiti standard gestionali e produttivi.
Il lavoro nella serra e nei campi è più adatto a persone con una buona capacità
di deambulazione, mentre le fasi di trasformazione del prodotto possono essere
svolte da coloro con una mobilità limitata.
Una agricoltura senza barriere coniuga insieme gli aspetti della integrazione
sociale con quelli della riabilitazione sul versante educativo, infatti permette di
ipotizzare da una parte programmi individualizzati tendenti allo sviluppo delle
capacità personali, la relazione e la socializzazione, dall’altro sperimenta forme di
inserimento lavorativo, nel settore agricolo.

32
Fattorie didattiche e fattorie sociali in Lombardia: uno sguardo legislativo

L’educatore professionale, lo psicologo, l’operatore socio-sanitario e il terapista


della riabilitazione nell’ambito di una agricoltura senza barriere, hanno la possibilità
di lavorare con e non solo di lavorare per e di apprendere conoscenze e competenze
nuove, proprie di un contesto non sempre oggetto di attenzione e riconoscimento
culturale adeguato. La crescita personale si sviluppa parallelamente alla crescita
aziendale. La mission delle fattorie sociali è di sostenere e valorizzare le persone
e la natura, preziosa fonte di patrimonio affettivo, educativo e relazionale, oltre
che economico. Gli operatori agricoli e sociali lavorano per la realizzazione di
collaborazioni fra enti e fra persone, nella gestione quotidiana degli animali e del
terreno, nella produzione e in tutte le attività connesse.
In particolare l’educatore socio-pedagogico è un operatore che lavora in una
prospettiva globale, di integrazione, operativa, relazionale, che ben si inserisce
nelle opportunità socializzanti e riabilitative di una fattoria sociale, di un campo
estivo, di una fattoria didattica, di una scuola nel bosco, di un agri asilo... in una
prospettiva di équipe e progettualità, di sviluppo e condivisione2.

2
Biazzi M., Attività assistita con l’asino in fattoria: opportunità per una nuova, sana ed equili-
brata relazione fra esseri viventi e Ricci V., Educare alla relazione uomo-animale-natura. Attività
assistite con gli animali in fattoria, Master in Interventi educativi e riabilitativi assistiti con gli
animali, elaborati finali, a.a. 2016-2017, relatore Mariateresa Besana.

33
Verso l’impresa comune della sostenibilità
tra ambiente e educazione
Cristina Birbes1

Negli ultimi decenni si guarda all’universo naturale con un riscoperto interesse,


come ad un luogo capace di educare, di insegnare, di aiutare a crescere e a star
bene con se stessi, con gli altri, con il mondo (Durostanti, De Santis, Orefice,
Paolini, Rizzuto, 2016).
Fin dalla sua comparsa sulla Terra, l’uomo ha vissuto in stretto rapporto con
la natura. Attorno a questo tema si trovano le dissertazioni dei filosofi, le grandi
opere dei poeti, le tele degli artisti e, nondimeno, le manifestazioni di pensiero e
di azione di numerosi pedagogisti.
Già durante l’Illuminismo francese, nelle opere di Jean-Jacques Rousseau
(1712-1778) si riscontra l’interesse per la natura. Ne l’Emile (Rousseau, 1762),
essa è un modello di riferimento, fonte da cui prendere le mosse per educare
il fanciullo; la natura è di per sé buona e l’adulto non dovrebbe, almeno nei
primi anni di vita del bambino, interferire con precetti o insegnamenti volti a
limitarne la sua spontaneità naturale. Per il pedagogista ginevrino la natura è
quindi fondamento da cui poi si dirama ogni educazione.
L’importanza dell’elemento naturale dal punto di vista educativo si ritrova
anche in Friedrich Fröbel (1782-1852), secondo il quale “l’essere umano e
specialmente il fanciullo, dev’essere posto in intimo, confidenziale rapporto con
la natura”. I bambini, però, non devono coltivare quest’interazione in solitudine
perché “i maestri, almeno una volta alla settimana, dovrebbero andare all’aria
aperta con una classe della loro scuola (...), come va un padre tra i figli, un fratello
tra i fratelli”. Fröbel ama passeggiare per prati e boschi, dove contempla con
amorevole stupore i fiori, specialmente i tulipani. La volontà di trasmettere questa
sua sconfinata passione per la natura lo condurrà, nel 1840, a creare i Giardini
d’infanzia, un Paradiso educativo in cui i bambini saranno portati “ad intuire e ad
osservare quello che la natura o la stagione presenta loro” (Fröbel, 1826/1951, p.
114).

1
Ricercatrice in Pedagogia Generale e Sociale, Docente di Pedagogia dell’ambiente
Università Cattolica del Sacro Cuore.

35
C. Birbes

Il contatto forte con la natura si rileva anche in Maria Montessori (1870-


1952), fondatrice nel 1907 della Casa dei Bambini a Roma; la pedagogista
sostiene che “il fatto più importante risiede proprio nel liberare, possibilmente,
il fanciullo dai legami che lo isolano nella vita artificiale creata dalla convivenza
cittadina” (Montessori, 1950, p. 68). Nella sua tesi, infatti, Montessori sostiene
che, solo immergendosi nella natura, i bambini rivelano tutta la loro forza.
La pedagogista dedica un intero capitolo del volume Il metodo della pedagogia
scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini alla natura
nell’educazione. Introduce il tema riguardante i lavori agricoli, la cultura delle
piante e l’allevamento degli animali per un “educazione singolare nel giardino
e nell’orto”, un efficace strumento per un buon sviluppo fisico e spirituale (De
Sanctis, 2010, pp. 7-10).
Mentre con Rousseau, Fröbel, Montessori, la natura ha una valenza educativa
estrinseca (mezzo per educare l’altro), con i protoecologisti essa detiene il potere
intrinseco dell’autoeducazione. Fra questi soprattutto Henry David Thoreau
(1817-1852) determina una svolta nell’accostamento alla natura la quale, a suo
avviso, non va solo osservata e contemplata, ma interiorizzata. In Walden, un diario
scritto nel 1854 e fonte d’ispirazione dei movimenti ambientalisti del Novecento,
entrare in contatto con la natura non è semplicemente un avvicinamento tattile
e visivo agli elementi naturali, ma coinvolge l’intera sfera sensoriale (Alves,
2001/2003), in una fusione totale di mente-corpo-natura al punto che, in
una toccante espressione, lo stesso Thoreau afferma “la mia testa sono le mani
e i piedi”. L’andar per boschi consente un radicamento estetico, intellettuale, e
spirituale alla terra, “coltivando un rapporto soggettivamente denso con le cose”
(Thoreau, 1854/2005, p. 99).
Il bisogno di sviluppare nei cittadini una cultura ambientale diventa
prerogativa delle conferenze e documenti che, dagli anni Settanta del Novecento,
si sono susseguiti numerosi. Nel 1972 le Nazioni Unite si riuniscono a Stoccolma
per una Conferenza sul degrado ambientale. In questa sede si ratifica una
Dichiarazione contenente ventisei principi e più di cento raccomandazioni. Nel
1992, l’anno della Conferenza di Rio de Janeiro, si tiene anche il forum delle ONG
(Organizzazioni Non Governative) in cui si afferma l’importanza dell’educazione
ambientale come processo fondato sulla responsabilità locale, nazionale, globale.
Tale educazione dovrebbe mirare ad un cambiamento della qualità della vita.
In Italia la sensibilità attorno alle questioni ambientali è recepita con un certo
ritardo rispetto agli altri Paesi; infatti, solo nel 1986 si assiste alla realizzazione
di un Ministero dell’Ambiente, il cui compito è sensibilizzare i gruppi sociali
attorno a tali problematiche.

36
Verso l’impresa comune della sostenibilità tra ambiente e educazione

Negli anni Novanta del secolo scorso vedono la luce numerose conferenze
relative all’educazione, intesa come elemento indispensabile di crescita personale
e sociale. In questi termini, l’idea di educazione che si profila non può che essere
un processo nell’ambiente, con l’ambiente, per l’ambiente (Malavasi, 2003). “Ciò
che si profila determinante è allora coltivare un’idea differente di educazione, per
comprendere in primo luogo che tutta l’educazione è educazione ambientale”
(Mortari, 2001, p. 241).
L’educazione chiama in causa l’ambiente nella sua complessità. Il termine
ambiente deriva dal latino ambìre (andare intorno, circondare, cingere). In francese
si utilizza il sostantivo milieu che significa centro, cuore, mentre in tedesco con
umwelt si intende letteralmente ‘mondo intorno’ (Salomone, 2004, p. 53); molto
diffusa è oggi la declinazione inglese environment.
L’ambiente è dunque tutto ciò che ci circonda, che sta attorno a noi, e il
‘cingere’ rievoca alla mente un gesto protettivo, un caldo abbraccio. Ma l’ambiente
è anche ciò che sta dentro di noi, il cuore stesso della vita (Birbes, 2016).
Raffaella Semeraro definiva l’ambiente come “l’insieme delle entità e agenti
che caratterizzano la totalità dei fenomeni fisici e di quelli propri degli organismi
viventi. I primi vengono definiti fattori abiotici, i secondi fattori biotici”
(Semeraro, 1988, p. 11). Si comprende così come l’ambiente sia un sistema
complesso in cui esseri non viventi (abiotici) e viventi (biotici) interagiscono fra
di loro in un rapporto di circolarità e influenza reciproca.
Il termine in questione è ampio, un concetto polisemico che comprende una
‘totalità’ la quale non può essere letta solo in chiave diacronica, ma necessita anche
di un livello di analisi sincronico.
Semeraro afferma che vi è un mondo abiotico (denominato ambiente fisico o
esogeno) formato da quei fattori fisici (suolo, acqua, clima...) determinanti per lo
sviluppo della vita. Accanto ad esso vi è però anche un mondo biotico, l’ambiente
naturale (o endogeno), comprendente la vegetazione, gli animali, gli uomini che,
con il loro impatto, modificano necessariamente l’ambiente fisico. Si delinea così
quello che Semeraro denomina ambiente tecnico e costruito, in quanto derivante
dall’azione umana, frutto delle trasformazioni, del lavoro e dell’utilizzo di risorse.
Ma le persone, per costruire qualcosa, devono comunicare, scambiarsi pareri e
opinioni, condividere significati, che fanno dell’uomo un ‘abitatore’ dell’ambiente
sociale. La suddivisione non è in realtà rigida ma sostanzialmente convenzionale
poiché, fra le tipologie di ambiente sopra elencate non c’è separazione ma
correlazione ed interazione: l’uno incorpora l’altro ed ogni elemento è collegato
(Bronfenbrenner, 1979/1986).
I disastri ambientali della seconda metà del Novecento hanno costretto l’uomo
a ri-pensare il suo rapporto con il mondo circostante, a riflettere sul fatto che,

37
C. Birbes

quel caldo abbraccio che la madre terra offre generosamente ai suoi figli, richiede
cura e amore perché, in caso contrario, può tramutarsi in una morsa stretta e
soffocante.
Si deve riconoscere che il patrimonio ambientale appartiene a tutti, non solo
alla singola persona e, in quanto tale, l’uomo “ha il dovere solenne di proteggere
e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future” (Conferenza di
Stoccolma, 1972).
Un secondo emblema concettuale imprescindibile nel parlare di sostenibilità
è l’educazione.
Con tale termine si intende “un processo di nutrizione, di allevamento, di
coltivazione. Tutte queste parole significano che esso implica attenzione alle
condizioni della crescita. Parliamo anche di allevare, far crescere, tirare su”
(Dewey, 1916/2004, p. 11).
Il sostantivo, etimologicamente, presenta una doppia valenza terminologica,
riconducibile a due verbi latini: ēducāre, con il significato di allevare, alimentare,
nutrire, curare, produrre, far crescere, istruire, formare; ēdūcere nel senso del trarre
fuori, estrarre, far uscire, condurre fuori, generare, dare alla luce.
In entrambi i casi l’educazione è intesa come un processo generativo, formativo
e trasformativo che, in quanto tale, richiede necessariamente la mediazione di un
agente il quale deve aiutare l’educando a manifestare le sue potenzialità interiori
perché, se “si interviene nello sviluppo delle piante con la coltivazione, in quello
degli uomini (si interviene) con l’educazione” (Rousseau, 1762).
Sul concetto di educazione non si può non far riferimento, tra gli altri, a
Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827) la cui concezione di fondo è lo
sviluppo naturale e istintuale dell’uomo che, per natura, è essenzialmente buono,
predisposto al bene, alla solidarietà, e all’accoglienza di Dio. Lo sviluppo naturale
dell’uomo si determina anzitutto in famiglia, primo luogo educativo in cui il
bambino, attraverso le sue esperienze, comincia a sperimentare l’idea di amore e
a costruire la sua personalità. Il concetto di educazione è, secondo il pedagogista
svizzero, strettamente correlato a quello di esperienza; si profila quindi l’idea
di un itinerario educativo non sommativo (semplice accostamento di eventi
separati) ma costruttivo (percorso unitario che attraversa permanentemente la
vita del soggetto). Pestalozzi giunge infatti a conclusione che, sebbene la scuola
e la famiglia siano i luoghi per eccellenza deputati all’educazione, il processo
educativo in sé non è tuttavia determinato soltanto da organi istituzionali in
quanto, vera fonte educativa, è la vita e, quindi, l’esperienza. Il pedagogista
intende dunque l’educazione nella sua integralità “come idea dello sviluppo
e perfezionamento conforme a natura del cuore umano, dello spirito umano,

38
Verso l’impresa comune della sostenibilità tra ambiente e educazione

dell’arte umana” (Pestalozzi, 1826/1996); è cioè un’educazione della mente, del


cuore, e dell’anima.
Propende per una concezione educativa fondata sul valore dell’esperienza
anche John Dewey (1859-1952). Per il pedagogista americano, come in Pestalozzi,
il processo educativo è connesso all’esperienza personale che il bambino compie
(Calvani, 1995, pp. 199-200). Si potrebbe dire che, per Dewey, l’esperienza è un
processo temporale che si snoda fra presente-passato-futuro poiché ogni singola
esperienza si costruisce su quelle preesistenti e andrà necessariamente a modificare
quelle future; spaziale perché nasce da un rapporto empatico della persona con
l’ambiente circostante. L’aspetto più emozionante ed affascinante dell’esperienza
è la sua imprevedibilità perché “non riceviamo nulla che possiamo utilizzare per
prevedere quello che può avvenire dopo, e nessun aumento di capacità di adattarci
a quel che verrà” (Dewey, 1916/2004, p. 152). L’esperienza si profila dunque
come un processo naturale che, in quanto tale, non può che avvenire in natura.
Nota Luigi Pati: “l’educazione mira a ridestare le potenzialità individuali
correlandole ai vari ambiti di esperienza” (Pati, 1990, p. 255). Il processo educativo
impegna attivamente l’educatore e l’educando, in un processo intenzionale
fondato su valori e consapevolezza. L’educazione richiede inoltre tempi lunghi e
l’intervento del sociale, proprio perché “la società ha il diritto di farsi comunità
educante. A tal fine (...) si parla di funzione educativa della società” (Pati, 1995,
p. 25). Ne scaturisce un’idea di educazione che, lungi dall’essere solamente
un evento o un momento, è un processo permanente che si attiva, attingendo
dall’ambito esperienziale, traendo forza e vitalità dall’ambiente circostante, in
chiave sincronica e diacronica.

Implicazioni pedagogiche attorno al concetto di sostenibilità


La prospettiva della sostenibilità implica una diversa impostazione episte-
mologica ed un diverso modo di fare ricerca, orientato a cogliere la natura
relazionale della realtà e ad integrare i contributi delle varie discipline in una
complessa sintesi. Un’educazione che voglia considerare e riequilibrare il rapporto
delle comunità umane con l’ambiente naturale deve ripartire da una “discussione
di paradigma” (Marchesi, 1996, p. 13), che permetta di pensare il futuro
dell’umanità. La pedagogia ha una grande responsabilità, che non consiste nel
rispondere semplicemente a problemi emergenti, ma prospettare il cambiamento
della visione del mondo. La questione ambientale chiama in causa l’intervento
educativo nella sua globalità.
Il concetto di sviluppo sostenibile è stato ampiamente impiegato come termine
di riferimento nel dibattito sulle tematiche ambientali. Cosa in realtà il termine

39
C. Birbes

sottenda rimane a tutt’oggi oggetto di rilevanti ambivalenze semantiche, legate


a posizioni tra loro antitetiche. Nel periodo compreso tra gli anni Settanta e
i primi anni Ottanta del secolo scorso, il dibattito su ambiente e sviluppo si
risolve in una sorta di contrapposizione tra fautori della crescita economica, da
un lato, e ambientalisti, dall’altro. I primi sono convinti che non si debba porre
in discussione il modello di sviluppo occidentale, fondato sulla costante crescita
materiale e quantitativa; le posizioni ambientaliste, al contrario, mettono sotto
accusa la concezione del benessere come accumulo di beni, prefigurando altre
possibili modalità di sviluppo, in grado di mantenere una sorta di equilibrio
‘virtuoso’ tra società umana e natura. Per un lungo periodo di tempo le teorie dello
sviluppo si sono strutturate, movendo dall’ipotesi che le risorse naturali fossero
illimitate e che il capitale costituisse la principale risorsa scarsa. È la prospettiva
della sostenibilità ad aprire gradualmente la strada ad un diverso modo di pensare,
che cerca di mediare tra queste due opposte posizioni, puntando a garantire sia gli
standard di sviluppo raggiunti sia le istanze di tutela ambientale.
Il concetto di sostenibilità è presente nella storia umana sin dalle sue origini.
Per altro molte culture e religioni con peculiarità diverse configurano il rapporto
tra umanità e natura in termini di saggezza.
In un’accezione generale si può definire sostenibile l’amministrazione di una
risorsa se, nota la sua capacità di riproduzione, non si eccede nel suo sfruttamento
oltre una determinata soglia. Il termine sostenibilità ha sostituito l’espressione
sviluppo sostenibile, che è andata assumendo un significato talmente ambiguo e
polivalente da rendere impossibile un riferimento minimamente condiviso di
fronte alle diverse posizioni che un dibattito pluriennale ha prodotto2.
Il 2015 è stato definito l’anno dello sviluppo sostenibile, contraddistinto dal
susseguirsi di una serie di appuntamenti, complementari per le tematiche che
trattano e determinanti per la definizione della strategia di sviluppo dei prossimi
anni. Esso è innanzitutto l’anno di approvazione degli Obiettivi di Sviluppo
sostenibile (Sustainable Development Goals) contenuti nell’Agenda globale
Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development. La nuova
Agenda è il risultato di un lungo processo preparatorio e ha l’obiettivo di dare

2
Nell’ambito di una articolata rassegna pubblicistica, si veda Palmieri F., Il pensiero
sostenibile, Meltemi, Roma, 2003; Lanza A., Lo sviluppo sostenibile, Bologna, Il Mulino, 2002;
Sachs W. (a cura di), The Jo’burg Memo, Memorandum per il summit mondiale sullo sviluppo
sostenibile, EMI, Bologna, 2002; Tiezzi E. – Marchettini N., Che cos’è lo sviluppo sostenibile? Le
basi scientifiche della sostenibilità e i guasti del pensiero unico, Donzelli, Roma, 1999; Nebbia G.,
Lo sviluppo sostenibile, Cultura della Pace, Firenze, 1991.

40
Verso l’impresa comune della sostenibilità tra ambiente e educazione

chiara indicazione sulle azioni da intraprendere per uno futuro equo e sostenibile
nel lungo periodo.
È significativo il fatto che la stessa concezione di sostenibilità sia entrata nel
linguaggio e nel senso comune, rappresentando il segnale di una più profonda
coscienza e sensibilità ecologica. È frequente tuttavia l’abuso di questo termine,
impiegato nei contesti più disparati, distorcendone il significato autentico, che
apre la strada ad un universo valoriale condiviso, quale apertura di sé all’altro.
Una piena educazione alla sostenibilità non può realizzarsi se non attraverso
un’adeguata formazione che accompagni i diversi professionisti sulla via di un
futuro prospero, equo e giusto. Cosa sia la sostenibilità ovvero come possa essere
chiaramente impiegata per avviare trasformazioni socio-economiche significative
è una sfida euristica di lungo termine. Si tratta di un processo di ricerca, di
apprendimento e di esperienza che ha da accompagnare la civiltà umana. Tuttavia
l’inesistenza di una definizione operativa di sostenibilità non impedisce di avviare
azioni formative coerenti. La sostenibilità è portatrice di un cambiamento
paradigmatico che interessa tutti i settori dell’attività umana; si pone come idea
regolativa basata sulla volontà degli esseri umani di riconciliarsi con la natura.
L’educazione ambientale e alla sostenibilità si pone come punto di partenza e
allo stesso tempo traguardo per generare nell’uomo l’amore per la Terra e i suoi
abitanti, vegetali e animali, i suoi elementi viventi e non, le sue caratteristiche, la
sua unicità.
La sfida primaria di questo secolo secondo Fritjof Capra (2014), sarà quella
di imparare a costruire comunità sostenibili, divenendo ‘ecologicamente colti’
o ‘ecocompetenti’. Essere ecologicamente competenti richiede l’acquisizione di
un sapere, un saper fare e un saper essere che riguarda la testa, il cuore, le mani
e lo spirito. L’ambiente ci forma e ci dà forma, ci osserva e ci chiede di essere
custodito e rispettato, impegnando l’uomo ad essere saggio e amorevole abitatore
del pianeta.
Il ‘principio’ di sostenibilità può riscrivere la relazione uomo-ambiente, per
arrivare a costruire un nuovo linguaggio umano di intesa con la natura, in grado
di mostrare la visibile e l’invisibile distruzione dell’equilibrio ambientale e di
recuperare il rispetto reciproco tra le attività umane e le dinamiche della biosfera.
La cultura della sostenibilità è una cultura dell’agire comune. Essa deve educare
a percepire l’ambiente come bene di tutti, patrimonio di valori, di benessere e di
bellezza.
L’educazione, nella prospettiva della sostenibilità, può, consentire di scoprire e
comprendere le interdipendenze che contraddistinguono il domani dell’uomo sul
pianeta; di acquisire le categorie del cambiamento, della transizione e del rischio
che contrassegnano il nostro tempo; di aprire la strada ad una partecipazione

41
C. Birbes

attiva e consapevole, intrisa di responsabilità e valori condivisi, cosicché l’umanità


possa ancora, in armonia con tutti gli esseri viventi e non, continuare ad abitare
la Terra (Iavarone, Malavasi, Orefice, Pinto Minerva, 2017).

Bibliografia
Alves R., A escola com que sempre sonhei sem imaginar que pudesse existir, Papirus,
Campinas (São Paulo), 2001 (trad. it. La scuola che ho sempre sognato: senza
immaginare che potesse esistere, EMI, Bologna, 2003).
Birbes C., Custodire lo sviluppo, coltivare l’educazione, PensaMultimedia, Lecce-Ro-
vato, 2016.
Bronfenbrenner U., The ecology of Human development, Harvard University Press,
Cambridge, 1979 (trad. it. Ecologia dello sviluppo umano, il Mulino, Bologna,
1986).
Calvani A., Manuale di tecnologia dell’educazione. Orientamenti e prospettive, ETS,
Milano, 1995.
Capra F., The Systems View of Life: A Unifying Vision, Cambridge University Press,
Cambridge, 2014.
De Sanctis L., In giardino e nell’orto con Maria Montessori, Fefé Editore, Roma,
2010.
Dewey J., Democracy and Education, Simon & Schuster, New York, 1916 (trad.
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43
Educazione al consumo e sapere pedagogico
Sara Bornatici1

Pensare oggi l’educabilità della persona e la formazione delle risorse umane


nell’ambito dei consumi significa riorientare nel segno dell’equità e della giustizia
comportamenti e stili di vita, ponendo a tema la responsabilità delle scelte
quotidiane in relazione al benessere e alla sostenibilità.
Papa Francesco, nel proporre una lettura della situazione ambientale e sociale,
indica la necessità di una revisione profonda dell’attuale modello di sviluppo
e afferma che “la coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve
tradursi in nuove abitudini. Molti sanno che il progresso attuale e il semplice
accumulo di oggetti o piaceri non bastano per dare senso e gioia al cuore umano”
(Francesco, 2015, n. 209). L’errata gestione delle risorse naturali e le ineguaglianze
prodotte dagli attuali sistemi economici ci pongono difronte a un bivio: solo
attraverso uno sguardo consapevole possiamo scegliere in modo consapevole e
promuovere una gestione più adeguata delle risorse.
L’individuazione di strategie per rendere sostenibile lo sviluppo umano si
pone all’attenzione del dibattito politico internazionale e dell’opinione pubblica
in modo sempre più marcato; sostenibilità dello sviluppo e dinamiche globali
in ambito economico e sociale sono considerati aspetti inscindibili e non più
procrastinabili. Educare in, con e per il rispetto dell’ambiente è sempre più
percepito nella pubblicistica scientifica odierna come un orizzonte di ricerca e
azione per perseguire un importante vantaggio competitivo.
Riflettere sulle buone pratiche ascrivibili ai consumi allude alle nozioni
di mercato e di profitto e allo stesso tempo alle relazioni educative e alla
progettazione: abitare in modo sostenibile la Terra “implica scelte istituzionali
e conversione nei comportamenti individuali per edificare le società su principi
non negoziabili quali la ricerca del bene comune e la responsabilità morale nelle
pratiche di libertà” (Malavasi, 2013, p. 12).
È necessario pertanto valorizzare gli esempi virtuosi capaci di innescare
l’irrinunciabile cambiamento culturale nelle abitudini dei cittadini riguardo
ai temi della sostenibilità. Si tratta di diffondere, in prospettiva educativa, una
cultura della responsabilità, occasione di riflessione e approfondimento, che

1
Assegnista di ricerca, Università Cattolica del Sacro Cuore.

45
S. Bornatici

consenta di superare il paradigma dell’homo oeconomicus a favore di approcci


che facciano dei valori della solidarietà, dell’equità e della cooperazione cifre
emblematiche attraverso cui orientarsi nel mercato. In questo ambito, una
disamina intenzionalmente pedagogica può assumere un interesse esplorativo e
rappresentare un contributo emblematico nel dibattito culturale attuale.
Afferma infatti Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate (2009, n. 37,
38) che “il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e
tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali.
[...]. La vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni:
in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche deve essere presente l’aspetto
della reciprocità fraterna”. Lette in chiave educativa queste parole segnalano che
consumare non si configura dunque quale mero soddisfacimento di un bisogno
personale, ma diventa uno strumento per esprimere impegno e responsabilità
condivisa, nel segno del bene comune. In questa prospettiva l’esperienza del
consumo può essere indagata secondo una prospettiva pedagogica, con l’intento
di portare in superficie le strutture ideologiche del senso comune per fornire
chiavi di lettura inedite, dare un valore aggiunto e tracciare nuove prospettive
interpretative del fenomeno in parola.
Un’analisi critica del contesto socioculturale odierno aiuta a porre in evidenza
come nella società occidentale si stia assistendo a trasformazioni significative
nelle abitudini e nei luoghi di acquisto scelti dai consumatori. Numerosi
studi (Guéguen 2016; Lugli 2012; Augé, 2010) documentano come in molte
persone stia maturando un atteggiamento sempre più critico al consumo, come
alternativa all’individualizzazione, proposta e organizzata dal sistema della grande
distribuzione.
Secondo quanto affermato nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu
(2015, p. 8) “l’impegno ad attuare cambiamenti fondamentali riguardanti il
modo in cui le nostre società producono e consumano beni e servizi” non può
essere disgiunto da iniziative di sensibilizzazione e informazioni dei consumatori
a stili di vita sostenibili.
La figura del consumatore è stata negli ultimi vent’anni caratterizzata da
una costante evoluzione2: le segmentazioni tradizionali del mercato, stabilite

2
Tra i numerosi contributi che hanno animato il dibattito sui consumi, si segnalano Fabris
G., La società post-crescita. Consumi e stili di vita, Egea, Roma, 2010; Secondulfo D., Sociologia
dei consumi e della cultura materiale, FrancoAngeli, Milano, 2012; Stramaglia M. (a cura di),
Pop pedagogia. L’educazione post moderna tra simboli, merci, consumi, PensaMultimedia, Lecce-
Brescia, 2012; Parricchi M., Educazione al consumo. Per una pedagogia del benessere. Franco
Angeli, Milano, 2015.

46
Educazione al consumo e sapere pedagogico

dai produttori sulla base di caratteristiche intrinseche del prodotto, sono rese
complesse dalla dinamica delle pratiche di consumo e dalla mobilità crescente
degli acquirenti, sempre meno fedeli alla marca.
La natura paradossale del consumo fa sì che da un lato esso sia considerato
quale un atto capace di realizzare pienamente desideri della persona e di dare
luogo a processi di socializzazione, dall’altro rechi in sé un’idea negativa di eccesso
e di spreco (Codeluppi, 2014). Nel consumare la persona esprime liberamente
le proprie capacità creative ma manifesta allo stesso tempo la dipendenza dalle
merci.
La continua introduzione sul mercato di nuovi prodotti, sempre più
performanti, l’eccessiva attenzione riservata alla modalità con cui il prodotto stesso
è presentato, può ingannare il consumatore qualora questi non sia stato educato
ad una scelta e implementazione critica dei prodotti, che sappia guardare alla
sostanza e alla necessità ed utilità reale del prodotto stesso, di là della confezione
o del messaggio pubblicitario che lo accompagna.

Economia sostenibile, sviluppo umano, benessere


Negli ultimi decenni si è assistito ad un incremento di consapevolezza del “valore
sociale del consumo e ad una maggior disponibilità e graduale semplificazione
degli stili di vita e una crescente valorizzazione di comportamenti socialmente
responsabili”. Presso alcune “minoranze attive, trasversali per età, sesso, capitale
economico e culturale” (Paltrinieri, Parmigiani, 2005, p. 47) si è diffuso un
modello di sviluppo, l’economia sostenibile, basato su una riorganizzazione
culturale, scientifica e politica della vita. Il principio di base su cui poggia questa
forma di economia sono le nuove relazioni tra i soggetti economici, fondate su
principi di cooperazione e reciprocità, sulla giustizia e sul rispetto delle persone,
delle loro condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia di
beni e servizi essenziali.
A titolo esemplificativo si possono considerare, i gruppi di acquisto solidale,
l’incremento nei punti vendita di prodotti eco-attenti o a chilometro zero, l’acquisto
diretto in organizzazioni (cooperative, associazioni, fondazioni) caratterizzate da
modelli partecipativi e che perseguono primariamente scopi sociali. Gli aderenti
a tali forme alternative di consumo intendono dare concretezza ai principi della
sostenibilità includendoli nelle loro pratiche di vita quotidiane, con una particolare
attenzione alle dinamiche gestionali delle imprese produttrici e alle reali aspettative
dei consumatori legate alla qualità di vita, all’equità, alle emozioni. La sempre
maggiore conoscenza e coscienza ambientale diffusa nel mondo dei consumatori
fa crescere la domanda di qualità ambientale: le esigenze diventano sempre più

47
S. Bornatici

sofisticate, nascono bisogni specifici e differenziati. Significativo è il numero di


consumatori attivi e critici che richiede informazioni sui prodotti, sul loro utilizzo
sia nella fase di consumo che di smaltimento. I dati del Rapporto Coop 2017
su economia e stili di vita degli italiani oggi segnalano la concentrazione della
crescita dei consumi su alcune classi di prodotti e servizi legati soprattutto alla
componente dei beni durevoli e a un diffuso interesse per l’ambiente e gli effetti
del cambiamento climatico. “La diffusione delle tendenze salutiste e l’attenzione
all’ambiente, la consapevolezza del legame tra l’alimentazione e il rischio di
patologie, la scoperta di sapori nuovi ed il riadattamento di materie prime antiche,
l’ingresso delle tecnologie nei processi di produzione e la “globalizzazione delle
culture alimentari sono tutti elementi che hanno contribuito al ripensamento dei
consumi” (Coop, 2017, p. 173).
Permettere agli adulti di scegliere intenzionalmente comportamenti
di consumo sostenibili che tutelino loro stessi, gli altri e la Terra di cui sono
custodi, significa offrire loro occasioni inedite di formazione creando situazioni
che consentano di modificare abitudini e comportamenti stereotipati; equivale
ad indirizzare positivamente le opzioni di acquisto e le modalità di consumo,
divulgando e affermando l’importanza della scelta di prodotti realmente ecologici
non solo a beneficio della salute individuale, ma in vista anche del benessere del
pianeta e quindi del bene comune. L’orizzonte di possibilità per elaborare inedite
strategie di consumo rimanda alla ricchezza inesauribile della realtà umana e
ha da contraddistinguersi nel segno di “una tensione etico-morale, traducibile
in azioni responsabili che ognuno di noi porta in sé per la cura della vita sul
pianeta”(Birbes, 2016, p. 46).
Attività di produzione e stili di consumo sostenibili si affermano sempre di
più non solo nei comportamenti individuali, ma anche nelle politiche dell’impre-
sa. Numerose aziende si sono dotate di strumenti di marketing innovativi, hanno
adottato bilanci sociali e codici etici ispirati alla trasparenza e alla sostenibilità,
facendo della lealtà e della fiducia verso i consumatori una cifra emblematica del
proprio operare. A titolo esemplificativo, degne di nota sono anche le esperienze
di rieducazione funzionale e di lavoro di persone diversamente abili o in condizio-
ne di svantaggio sociale all’interno di aziende agricole o di strutture che possano
creare da un lato un volano occupazionale e dall’altro assumere la funzione di
sensibilizzazione dei consumatori che si rivolgono a queste strutture. Veri e propri
laboratori pedagogici di riflessione partecipata, questi contesti chiamano attori e
consumatori a ri-significare l’ambiente circostante, sviluppando inedite proget-
tualità e competenze ed esprimendo nuovi modelli di welfare.
In tali realtà l’aspetto comunicativo dell’azienda assume un ruolo emblematico,
così come, i processi di produzione interni; emergono nuovi valori sui quali

48
Educazione al consumo e sapere pedagogico

basare il rapporto con il consumatore, che non è più semplice spettatore ma parte
attiva di un ampio processo che ha al centro la persona. A partire dalla crisi
finanziaria del 2009 anche molte istituzioni internazionali mostrano di accettare
la grande sfida del Green New Deal; l’Unione Europea da diverso tempo percorre
la strada dello sviluppo ecosostenibile e chiede agli Stati membri di “sviluppare
un’economia sostenibile, responsabile e competitiva, di generare nuovi vantaggi
attraverso un adeguato rispetto per l’ambiente e [...] la creazione di nuove
modalità di produzione e consumo” (Vischi, 2017, p. 120).

Educare ai consumi nella società contemporanea.


La sfida del green marketing
Coscienza ambientale, impronta ecologica, risparmio energetico, sviluppo
ecosostenibile e, più in generale, l’attenzione al futuro del nostro pianeta sono
concetti entrati nella logica di pianificazione e produzione di diverse aziende che
hanno accolto la domanda dei consumatori di realizzare in modo sempre più
performante prodotti e servizi green.
Questa espressione fa riferimento all’introduzione di criteri volti alla riduzione
degli impatti ambientali relativi al ciclo di produzione cioè al minore consumo
di materie prime ed energia, al ciclo di consumo, intendendo con esso minori
emissioni, minori rischi per la salute umana e al ciclo di smaltimento, per garantire
maggiore durata di vita, migliori possibilità di riutilizzo, minore produzione di
rifiuti. Il concetto di prodotti/servizi/ acquisti verdi allude inoltre ad un sistema
di valori e azioni che non si riferisce esclusivamente all’ambiente, ma alla qualità
della vita, ai valori e alle abitudini di ogni persona, alle scelte etiche in generale.
Di là dall’associare esclusivamente l’espressione green marketing a parole come
Recyclable, Refillable, Ozone and Environmentally Friendly John Grant rileva la
necessità di un approccio analitico al tema, integrando le dimensioni personali,
sociali e aziendali e identifica macro categorie di obiettivi tali da ottenere
non esclusivamente risultati commerciali, ma anche cambiamenti in termini
ambientali e soprattutto culturali (Grant, 2007).
Secondo questo orientamento diviene fondamentale per la persona che si
interfaccia con prodotti/servizi verdi non limitarsi alla critica e alla riflessione
sulla loro efficienza o efficacia, ma intervenire su di essi nel tentativo di trovare
uno dei modi possibili per orientarli nella propria esistenza in modo sostenibile.
A livello globale questo permette di superare logiche di breve periodo e attivare
una politica attenta, capace di affrontare la sfida rappresentata anche dai limiti
biofisici dei sistemi naturali per creare una prosperità duratura.

49
S. Bornatici

Il green marketing (Ottman, 2011) se correttamente inteso può essere


letto come una risposta delle imprese ai cambiamenti economici nel contesto
mondiale. “Tra profitto e solidarietà, fondamentale è riconoscere la dimensione
relazionale, educativa dello sviluppo, che sta alla base dell’ideale del fare impresa e
della costruzione della cittadinanza nella società civile” (Malavasi, 2017, p. 116).
Acquistare verde significa accostarsi a servizi e beni sostenibili, valutando
prima il loro impatto ambientale nell’intero ciclo di vita, dalla produzione
allo smaltimento e di conseguenza equivale ad intessere relazioni equilibrate
e di profondo rispetto con il Creato; equivale a generare in ogni persona la
consapevolezza che, ognuno è in grado di incidere subito, in modo immediato,
nel processo produttivo, generando nella propria sfera individuale e sociale una
sensibile inversione della tendenza.
Una sensibilizzazione verso l’acquisto di prodotti e servizi a basso impatto
ambientale permette di accedere a beni primari limitando acquisti e spostamenti,
di inquinare meno e risparmiare, di sperimentare una nuova dimensione entro la
quale rivalutare il tempo, la solidarietà, la condivisone.
Attraverso i consumi verdi oggi l’uomo significa se stesso e manifesta in modo
originale la propria espressività ecologica, riconoscendo che, agire responsabilmente
nei confronti dell’ambiente, significa porsi in un’ottica di reciprocità con l’alto
da sé, ricordando che “gli uomini e non l’uomo, vivono sulla Terra e abitano il
mondo” (Arendt, 1958/1998, p. 7). Dal punto di vista pedagogico la reciprocità
non costituisce soltanto un modo diverso di produrre beni e soddisfare bisogni,
ma rappresenta una categoria imprescindibile del vivere con e per gli altri,
all’insegna dei legami duraturi che si contrappongono all’egoismo individualista
e contribuiscono alla formazione integrale della persona.
La finalità ultima è la formazione di soggetti autonomi e collaborativi, di
cittadini liberi nell’espressione delle loro idee e nella partecipazione ai processi di
cambiamento, capaci di agire insieme agli altri. “L’educazione è essenzialmente un
processo sociale. Essa lo diventa tanto meglio quanto più gli individui formano
un gruppo comunitario” (Dewey, 1939/1996, p. 37).
Se orientata pedagogicamente l’azione del consumare verde diviene uno
spazio privilegiato di progettualità che rende la persona protagonista delle
proprie scelte, ne valorizza i talenti e le competenze, mettendola nelle condizioni
di raggiungere un livello di profondità di pensiero e azione che favoriscano un
inedito e produttivo rapporto con la natura.
L’attualità dei consumi verdi va ricercata nel grande valore aggiunto che questi
possono dare alla condivisione, alla partecipazione di ogni singola persona nello
spazio pubblico inteso come luogo comunitario.

50
Educazione al consumo e sapere pedagogico

A tal fine la riflessione pedagogica ha da dotare la persona degli strumenti


culturali etici e sociali necessari per orientare, progettare e costruire una nuova
umanità in grado di pensare e agire criticamente, di interrogare e mettere in
gioco i propri stili di vita. Ad ogni persona deve essere garantita la possibilità di
partecipare individualmente e collettivamente alla propria formazione, cogliendo,
anche attraverso la realizzazione, la vendita, l’acquisto di prodotti sostenibili,
alternative di vita possibili. Si tratta di una sfida, di un percorso da compiere
facendo tesoro di ciò che le passate generazioni ci hanno lasciato in consegna,
trasformandolo in esperienza progettuale e pratica di condivisione per riconoscere
nella vita intera un’occasione di apprendimento (Morin, 2015, pp. 11-36).
Consumare sostenibile può formare l’uomo a riappropriarsi del pensiero, a
problematizzare, comprendere, dialogare per una riconciliazione con la vita.
Ciò richiede orientamenti valoriali ed azioni sostenibili improntate alla
speranza per tutte le componenti della società; è chiamato in causa il benessere
di ogni persona e dell’intera collettività per realizzare modelli di sviluppo capaci
di soddisfare le esigenze delle generazioni presenti senza compromettere i diritti
delle generazioni future.
La prospettiva auspicata vorrebbe restituire all’economia una nuova razionalità,
fondata sulle potenzialità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del
bene comune, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita.
Lo sforzo progettuale richiesto deve oltrepassare logiche di breve periodo e offrire
uno sguardo d’insieme al fine di cogliere motivazioni, opportunità e modalità che
fanno del green marketing un valore aggiunto, un elemento trasversale riguardo
alle tradizionali categorie interpretative dell’identità personale e sociale dell’uomo
e del cittadino.
Alla luce di questi orientamenti è possibile elaborare un’interpretazione critica
della complessa fenomenologia del marketing, avvalorandolo come elemento
emblematico nella prospettiva di delineare percorsi formativi in grado di
contribuire alla libertà nell’assunzione di responsabilità e compiti di sviluppo.
Il marketing può quindi assumere “una funzione equilibratrice tra gli interessi
delle aziende, i bisogni individuali (persone e organizzazioni) e la società nel
suo complesso” (Fiocca, Sebastiani, 2010, p. 21). Si tratta di aprire spazi di
partecipazione attiva insistendo sulla funzione euristica che il green marketing
porta con sé nell’acquisizione di una progettualità finalizzata alla crescita,
all’attivazione del processo di costruzione della propria personalità. Il marketing
ha da essere considerato nei suoi aspetti di promozione e realizzazione della
persona; in questo processo l’educazione è la chiave di volta attraverso cui poter
accedere ad un modo più attivo di abitare la terra, l’ambiente, l’economia al fine
di guidare la società nel concreto, nel quotidiano e di orientarla all’acquisizione

51
S. Bornatici

di competenze solidali per promuovere nuovi modelli di sviluppo. Considerare


il Green Marketing quale dispositivo che favorisce la convivenza umana consente
di sviluppare piani d’azione e politiche a favore dell’ambiente e fa rifiorire quello
spirito di democrazia che rende ogni uomo parte attiva nella società.
Parlare di sostenibilità richiede un approccio multidisciplinare, capace di
coniugare istituzioni e discipline differenti pur conservandone distinte le identità,
diviene un’occasione per affermare l’unicità della persona che si delinea in un
continuo rapporto tra saperi differenti, tra singolarità e pluralità, tra locale e
globale.
Qualsiasi strategia green, sia essa di processo, piuttosto che di comunicazione,
ha da essere sviluppata considerando una logica di più ampia portata che tenga
conto di aspetti produttivi e tecnologici, di eventuali finanziamenti, dei rapporti
con gli stakeholder. Agire green è prima di tutto un approccio trasversale che
fa emergere e dà risposta a nuove istanze etiche, si apre a molteplici significati
simbolici, considera nelle sue interrelazioni le dimensioni economica, pedagogica,
sociologica, tecnologica e politica. Si attesta così la necessità di superare le
concezioni frammentarie e settoriali a favore di una formazione globale che
avvalori l’unione tra persona e Creato, tra risorse umane, economiche, ambientali.
In questi termini, il green marketing assume il significato di esperienza di vita
e accresce l’importanza del consumo come dimensione esistenziale, lasciando
alla persona ampi spazi per significare il proprio essere nel mondo di esperienze
autentiche e fondamentali per la realizzazione personale. Il consumo diviene
quindi espressione di una capacità di riflettere, di ricercare soluzioni, di dare
vita a nuovi modi di abitare la Terra; a percorsi diversificati e interconnessi che
riguardano sia gli ambiti organizzativi sia i consumatori.
Dal punto di vista pedagogico questo significa “avvalorare la persona, la sua
ontologica dialogicità, rigenerare rapporti umani devitalizzati, svuotati di senso,
dominati dall’indifferenza o dall’ostilità” (Rossi, 1992, p. 15).
È imprescindibile quindi sviluppare negli adulti la capacità di prendere parte
attivamente alla condivisione e socializzazione di pratiche di consumo sostenibile,
nella consapevolezza che non si può essere consumatori consapevoli senza una
forte crescita del senso di cittadinanza e di appartenenza alla comunità terrestre.
La pedagogia è dunque chiamata a compiere una riflessione approfondita per
definire con rigore in direzione etico-educativa le condizioni di possibilità di
un’educazione autentica anche a partire dall’esperienza della produzione e del
consumo.
Tutti questi aspetti presuppongono che l’impresa adotti una scelta etica e
critica per contribuire al benessere della persona e della società senza disancorare la
propria vocazione produttiva e imprenditoriale, ma scegliendo come bussola una

52
Educazione al consumo e sapere pedagogico

progettualità che si faccia continuativa nel tempo e quindi capace di promuovere


in modo pieno la sostenibilità. “Fare impresa [...] per educare allo sviluppo umano
è oggi una prospettiva di azione e di ricerca a cui siamo chiamati a non sottrarci”
(Malavasi, 2018, p. 51).

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54
Formazione umana e imprenditorialità sostenibile.
Responsabilità sociale e sviluppo del territorio
Alessandra Vischi1

Sostenibilità, educazione
La gravità dei problemi ambientali e i mutamenti profondi dettati dalla svolta
ecologica chiamano in causa il ‘concetto di sviluppo sostenibile’ poiché “è in gioco
non soltanto il rapporto costi/benefici delle azioni compiute dagli individui sui
contesti sociali e naturali, ma, in modo radicale, la centralità delle persone nel
realizzare presente e futuro della vita sulla terra, nel concepire il loro diritto a un
rapporto in armonia con la natura; è in discussione la responsabilità morale a
un’educazione integrale nel cerchio della creazione, di fronte alla possibilità della
catastrofe” (Malavasi, 2017, p. 19).
La crisi ecologica, che è uno di quei temi attraverso cui oggi si evidenziano
emblematiche contraddizioni della società in cui viviamo, sollecita la pedagogia
a riflettere sul rapporto tra educabilità e tecnologia, economia e diritto, giovani
e futuro del pianeta, comportamenti responsabili e innovazione. “Lo scossone
all’intera biosfera, assestato negli ultimi cento anni, ha mutato il clima, distrutto
irreparabilmente l’equilibrio naturale originario del pianeta, provocato patologie
nell’universo umano, animale e vegetale, reso invivibili porzioni consistenti
della terra” (Gennari, 2003, p. 17). La rapacità dello sfruttamento delle risorse
naturali chiama in causa il mondo della politica, dell’economia, della cultura, ma
soprattutto quello dell’educazione. “Il futuro del pianeta è quello dell’umanità e
della qualità del nostro vivere insieme: tutto questo o si costruisce nella coscienza
delle persone, o non si costruisce affatto” (Bignardi, 2008, p. 6).
Il discorso pedagogico, nell’indagare le possibilità educative lungo tutto
l’arco della vita, sottolinea la necessità di analizzare in modo multidisciplinare le
questioni attuali per addivenire a progettualità formative rivolte ad uno sviluppo
umano integrale. La rilevanza etico-educativa della nozione di sostenibilità si pone
come luogo ermeneutico per provocare la consapevolezza critica della pedagogia,

1
Professore associato di Pedagogia generale e sociale, Università Cattolica del Sacro Cuore.

55
A.Vischi

interpellata per decifrare nuovi bisogni ed elaborare teorie e protocolli operativi in


forza della tradizione euristica che ne contraddistingue lo statuto epistemologico.
Un’educazione a stili di vita che custodiscano il pianeta per salvaguardarne la
biodiversità e avversare i cambiamenti climatici2 ha da essere centrata su un’idea di
persona e di autentico sviluppo economico, sociale ed ambientale (Birbes, 2016).
La tutela del creato necessita di una solidarietà che si proietti nello spazio e nel
tempo, di una governance planetaria, attraverso processi multistakeholder basati su
un consenso più diffuso e convinto, che integri i diversi livelli di responsabilità –
locale, nazionale e internazionale – e coinvolga le istituzioni, le imprese, la società
civile.
Ambiente e persona “hanno connessioni profonde, in relazione alle loro
richieste sui comportamenti umani, sui nostri stili di vita, sulle scelte politiche
e sulle consuetudini commerciali. Il declino della qualità dell’ambiente incide
sulle nostre vite. Lo fa in modo immediato, nel nostro quotidiano, ma anche
riducendo le possibilità di crescita a lungo termine” (Sen, 2009, p. 11). È in
questo quadro che occorre sviluppare una coscienza ecologica, promuovere
modelli e processi formativi connessi con le ricerche sulla sostenibilità, con nuove
professioni ambientali.
Nell’affrontare le sollecitazioni poste dalla sfida della crescita, tra locale e
globale, nel segno della sostenibilità, si evidenzia la necessità di considerare in
modo critico i temi del lavoro e della formazione dei giovani (Bertagna, 2011)
per aiutarli a “prendersi cura della propria umanità, delle dimensioni interiori, là
dove si giocano le scelte che qualificano l’identità personale e il progetto di vita.
Può sembrare che tutto questo sia irrilevante rispetto alle questioni dell’ambiente;
al contrario, ne costituisce il fondamento, la condizione di possibilità vera. Solo
da coscienze sensibili ci si può attendere quell’atteggiamento di signoria sulle
cose che rende solleciti di esse, e non padroni avidi” (Malavasi, 2008, p. 6) e un
senso di responsabilità che faccia sentire ciascuno cittadino del mondo e in esso
protagonista: responsabile verso la natura, verso le altre culture come verso la
propria, in una logica di solidarietà, di giustizia, di fraternità universale.

2
Il quinto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni
Unite conferma il cambiamento climatico: la temperatura media sulla superficie terrestre
è aumentata di circa 0.6 °C nell’ultimo secolo (http://www.ipcc.ch/). Alla “Conferenza sul
clima di Parigi COP-21” quasi 200 Paesi, nel dicembre 2015, hanno siglato il cosiddetto
‘Paris Agreement’ che rappresenta un passaggio significativo dal punto di vista diplomatico e
sancisce l’impegno da parte dei governi di riuscire, grazie alle azioni intraprese da ciascuno, a
contenere l’incremento della temperatura “al di sotto dei +2ºC” fino alla fine del secolo attuale
(https://ec.europa.eu/clima/policies/international/negotiations/paris_en).

56
Formazione umana e imprenditorialità sostenibile. Responsabilità sociale e sviluppo del territorio

Il discorso sull’educazione, in dialogo con altre discipline, ha da orientare la


coscienza personale verso la progettazione di interventi formativi secondo una
‘conversione’ ecologica, una trasformazione delle coscienze, dei comportamenti
individuali e del contesto.
Negli ultimi anni si è schiusa la strada alla cosiddetta circular economy,
un modello economico volto ad utilizzare le risorse in modo più efficiente e
continuo così da poter apportare importanti benefici economici e ambientali.
Da questo punto di vista l’Europa ha emanato la comunicazione “Verso
un’economia circolare: programma per un’Europa a zero rifiuti” (Commissione
Europea, 2014; http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%-
3A52014DC0398R(01)) per sensibilizzare i cittadini e promuovere azioni per la
progressiva eliminazione dei rifiuti e in linea con la strategia di ‘Europe 2020’.
In questo quadro possono essere considerati di prioritaria importanza i cosiddetti
“UN Sustainable Development Goals” da perseguire entro il 2030 (http://www.
un.org/sustainabledevelopment/sustainable-development-goals/).
L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma politico d’azione
proposto dall’ONU e finalizzato alla prosperità globale; è stato sottoscritto nel
settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, prevede 17 Obiettivi
per lo Sviluppo Sostenibile e 169 ‘target’ o traguardi. Gli obiettivi “mirano a
realizzare pienamente i diritti umani di tutti e a raggiungere l’uguaglianza di
genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Essi sono interconnessi e
indivisibili e bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: la dimensione
economica, sociale ed ambientale” (Onu, 2015; http://www.unric.org/it/images/
Agenda_2030_ITA.pdf ). I diritti umani, di là dai significati economici e
politici, sono portatori di significati filosofici, etici e pedagogici e richiedono una
“comprensione dell’uomo, e dunque un discorso [...] esplicitamente pedagogico,
in quanto rivolto a individuare il costituirsi teoretico e pratico del singolo, ma
anche nella sua umanità, dell’ambito dei ‘diritti umani’, ambito problematico,
carico di domande, prima ancora che sistemazione organica, dottrina o teoria che
dir si voglia” (Flores d’Arcais, 1990, p. 10).
Per quanto attuale e reputata il cardine di un’economia sostenibile
nell’Unione Europea, la circular economy non può generare autentici ‘vantaggi’
per le generazioni a venire a prescindere dalla dialettica tra origine e sviluppo,
dall’anelito a pensare la responsabilità intra ed intergenerazionale, l’essenzialità
della formazione dell’uomo tra innovazione e tradizioni culturali.
L’educazione in, con e per la sostenibilità, in questa luce, designa l’ambito degli
interventi educativi progettati per affrontare la questione ambientale, mediante
lo sviluppo di competenze, tecniche e relazionali, l’acquisizione di conoscenze
e la condivisione di valori, affinché la creazione di una cultura green consolidi

57
A.Vischi

comportamenti rivolti alla promozione di una ‘ecologia integrale’ per “restituire


la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”
(Francesco, 2015, n. 139). La consapevolezza di “un’origine comune, di una
mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti” contribuisce a sviluppare
“nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita”: “una grande sfida
culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione”
(Francesco, 2015, n. 202).
L’ecologia integrale è composta da scelte e gesti concreti e reti umane di
collaborazione e “ci chiama a uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, uno
stile di vita, una spiritualità nel segno di un umanesimo nuovo. Siamo di fronte a
una comune responsabilità verso l’umanità intera, in special modo verso i poveri
e le generazioni future” (Benedetto XVI, 2010, n. 2).

Impresa, responsabilità sociale, formazione


La sfida educativa della sostenibilità, questione che attraversa la convivenza attuale,
designa le ambiguità di una concezione di progresso avida e rapace, senza rispetto
per le risorse umane e naturali. Tra rilevanti differenze semantiche, i termini
emergenza, sfida, esigenza alludono all’importanza cruciale di quel bene collettivo
che è l’educazione lifewide. Una pedagogia degli ambienti educativi “governa un
sistema complesso di variabili a cui le idee di spazio umano e di spazio educativo
sono sottoposte (...). Il rapporto tra la formazione dell’uomo e una pedagogia degli
ambienti educativi in cui egli viene formandosi è, quindi, presidiato da un’etica
dei mondi in cui il rispetto nasce dalla responsabilità e ogni spazio evoca il senso
dell’umano” (Gennari, 1997, p. XV).
Le organizzazioni sollecitano la riflessione e la progettualità nell’ottica della
formazione lifelong; in questa luce emblematico è il concetto di Responsabilità
Sociale d’Impresa, i cui primissimi studi sono individuabili negli anni ’20 del secolo
scorso ma negli ultimi cinquant’anni, in modo compiuto, assumono consistenza
le analisi sul tema in parola con particolare riferimento all’area nordamericana.
La definizione classica di Corporate Social Responsibility è attribuita a How Bowen
(1953) secondo il quale le imprese di grandi dimensioni sono fulcri economici
e di potere in grado di condizionare la vita della società da numerosi punti di
vista. L’autore pone l’accento sugli obblighi del manager nel perseguire politiche
responsabili, nel prendere decisioni che portino a risultati auspicabili in termini di
obiettivi e valori della società.

58
Formazione umana e imprenditorialità sostenibile. Responsabilità sociale e sviluppo del territorio

Le ricerche svolte fino ad oggi in merito alla responsabilità sociale d’impresa si


connotano per la diversificazione tematica e la numerosità3.
Diversi fattori accrescono in modo ulteriore, negli ultimi due decenni, la
diffusione di trattazioni e pratiche riferibili in vario modo alla responsabilità sociale:
la globalizzazione dei mercati e gli scandali finanziari, la crisi ecologica degli anni
Settanta e la conseguente rilevanza attribuita allo sviluppo sostenibile, l’attenzione
ai diritti umani e dei lavoratori e l’attesa di eticità da parte della società civile, il
consolidarsi della richiesta di certificazioni e standard.
Con l’espressione Corporate Social Responsibility il Libro Verde della Commissione
Europea (Commission of the European Communities, 2001, p. 7) designa la
tensione dell’impresa – e, dunque, in primis dei vertici aziendali – a “soddisfare non
solo gli obblighi di legge ma ad investire di più nel capitale umano, nell’ambiente e
nei rapporti con i vari portatori d’interesse (o stakeholder) mediante lo svolgimento
delle proprie attività”, vale a dire le risorse umane, interne ed esterne all’impresa e
l’ambiente.
La definizione proposta dalla Commissione delle Comunità Europee è
significativa perché ritiene la responsabilità sociale una modalità con cui viene
realizzata l’attività propria dell’impresa; essa riguarda lo sviluppo delle risorse
umane, il contributo allo sviluppo, diretto e indiretto, del contesto di riferimento
e la diffusione di valori a beneficio anche delle specifiche attività produttive
dell’impresa. La ricerca continua di soluzioni innovative, per rispondere alle
richieste legittime, manifeste o latenti, degli stakeholder individuati, rappresenta un
elemento di sviluppo della competitività e del successo dell’impresa; è necessario

3
Si vedano, in modo emblematico, Carroll A.B., A tree-dimensional model of Corporate
Social Performance, Academy of Management Review, 4, 1979, pp. 497-505.; Davis K., Can
business afford to ignore social responsibilities?, California Management Review, 2, 1960, pp. 65-
73; Frederick W.C., The Growing Concern Over Business Responsibility, California Management
Review, Summer, 1960, pp. 54-61; Malavasi P. (a cura di), L’impresa della sostenibilità. Tra
pedagogia dell’ambiente e responsabilità sociale, Vita e Pensiero, Milano, 2007; Molteni M.,
Responsabilità sociale d’impresa e performance d’impresa. Per una sintesi socio-competitiva, Vita
e Pensiero, Milano, 2004; Moon J., Corporate Social Responsibility, Oxford University Press,
Oxford, 2014; Onida P., Economicità, socialità ed efficienza nell’amministrazione dell’impresa,
Rivista Italiana di Ragioneria, marzo-aprile 1961, pp. 3-16; Porter M. – Kramer M.R.,
Strategia e società: il punto d’incontro tra il vantaggio competitivo e la CSR, Harvard Business
Review-Italia, 1/2, 2007, pp. 1-18; Sacconi L. (a cura di), Guida critica alla responsabilità
sociale e al governo d’impresa, Bancaria, Roma, 2006; Tokoro N., Stakeholders and Corporate
Social Responsibility (CSR): A New Perspective on the Structure of Relationship, Asian Business
& Management, 6, 2007, pp. 143-162; Vischi A., Riflessione pedagogica e culture d’impresa.
Tra responsabilità sociale e progettualità formativa, Vita e Pensiero, Milano, 2011; Walton C.C.,
Corporate social responsibilities, Wadmorth, Belmont, 1967.

59
A.Vischi

riconoscere la relazione e il reciproco influsso che intercorre tra azienda e società,


l’imprescindibilità della dimensione sociale da quella economica e l’importanza
della motivazione e della collaborazione tra le persone (Molteni, 2004). Individuare
interessi comuni tra impresa e comunità, lato sensu, e seguire il principio del valore
condiviso, da intendersi come l’opportunità di compiere scelte i cui benefici siano
condivisi, è la strategia per promuovere benessere sociale, perché l’utile esclusivo di
una delle due parti comprometterebbe il benessere di entrambe nel lungo periodo
(Porter – Kramer, 2007).
Nelle ricostruzioni più recenti4 la responsabilità sociale “si palesa in termini di
nuova logica di sviluppo economico, indispensabile per la costruzione dell’ambiente
di lavoro come luogo di effettivo benessere personale e comunitario” (Pati, 2010, p.
78) si configura come cultura condivisa per la progettazione organizzativa (Vischi,
2011), ma anche come modalità di governance (Molteni, 2004).
Intesa come la “responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società”
(European Commission, 25.10.2011), ha comportato lo sviluppo di modalità
volontarie di certificazione nazionali e, soprattutto, internazionali (ad es. la
certificazione SA8000 e ISO14001), linee guida (la più rilevante può essere
considerata ISO 26000), modelli e standard per fornire al management strumenti
di gestione e possibilità di comparazione tra organizzazioni. La scelta strategica della
responsabilità sociale deve tradursi in processi pianificati e azioni non frammentate,
supportati da una comunicazione veritiera, trasparente e coerente. A tal proposito
è emblematica la possibile connessione tra la responsabilità sociale e la prospettiva
del green marketing: la presenza sempre più evidente del consumatore informato e
competente, capace di scegliere e orientato in senso olistico (Fabris, 2003), richiede
che l’impresa responsabile sappia comunicare in modo adeguato5 nell’ottica
della sostenibilità (Bornatici, 2012). Il processo di marketing è un orientamento
complessivo dell’impresa, per conoscere l’ambiente e il mercato in cui l’impresa
opera, ricercare continuamente la soddisfazione del cliente, l’ottenimento di un

4
Cfr. tra gli altri: Fleming P. – Jones M.T., The End of Corporate Social Responsibility: Crisis &
Critique, Sage, London, 2012; Krane A. – Matten D. – Spence L.J., Corporate Social Responsibility:
Readings and Cases in Global Context, Routledge, London, 2014; Malavasi P. (a cura di), L’impresa
della sostenibilità. Tra pedagogia dell’ambiente e responsabilità sociale, Vita e Pensiero, Milano, 2007;
Moon J., Corporate Social Responsibility, Oxford University Press, Oxford, 2014.
5
Gli studiosi “considerano il nuovo consumatore come un fattore positivo di cambiamento
verso un sistema più equilibrato, che possa tener conto di tutti i protagonisti e di tutte le istanze,
non solo economiche ma anche sociali, che questo nuovo individuo nella sua complessità
e consapevolezza ricerca ed esige dai protagonisti del mondo dell’impresa” in Ferrari L. –
Ruotolo M. – Vigliani R., Da Target a Partner, ISEDI, Torino, 2006, p. 308.

60
Formazione umana e imprenditorialità sostenibile. Responsabilità sociale e sviluppo del territorio

vantaggio concorrenziale duraturo e difendibile, il perseguimento della redditività


di lungo periodo.
I comportamenti socialmente responsabili delle imprese dovrebbero essere legati
a modi di comunicare che riflettano la capacità di dialogare con gli stakeholder, per
capire e rispondere ai loro bisogni in termini di etica, fiducia e solidarietà (Cerana,
2004). L’immagine dell’impresa, significata nella comunicazione, attraversa i
territori della reputazione e del consenso, conquistati nella relazione con la società.

Imprenditorialità sostenibile e valorizzazione del territorio


La coltivazione esasperata del self-interest e dell’arricchimento personale perseguiti
in questi ultimi anni nei contesti finanziari ha condotto ad un impoverimento del
capitale sociale e minato le basi del sistema di regole e di fiducia che sono alla base
degli scambi di mercato. Per conciliare interesse personale e benessere collettivo,
nella prospettiva del discorso sull’educazione, è necessario considerare la tensione
teleologica ed assiologica delle dinamiche economiche e produttive, per mettere al
centro l’uomo, la relazione, i valori.
La responsabilità sociale non è filantropia aziendale, ma è la scelta strategica di
governance di un’organizzazione per acquisire fiducia da parte degli stakeholder e
necessita di una cultura imprenditoriale condivisa e partecipata; può rappresentare
una progettualità organizzativa volta allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente;
richiama l’opportunità di una formazione ‘etica’ per coinvolgere tutti gli stakeholder
in un progetto di responsabilità che vada oltre i confini fisici dell’impresa.
Oggi, a distanza di quasi due decenni dalla pubblicazione del Libro Verde, la
responsabilità sociale mantiene un ruolo importante nell’ottimizzare i processi, nella
prevenzione dei reati6, nel contribuire a contenere gli impatti sull’ambiente e nel
delineare contesti organizzativi più idonei alla valorizzazione delle risorse umane,
anche grazie alla consapevolezza degli stakeholder, soprattutto clienti e consumatori,
disposti a pagare di più per prodotti di aziende sostenibili.
Per il valore riconosciuto alla cultura dell’iniziativa imprenditoriale e della
progettualità formativa, la responsabilità sociale può rappresentare un ambito
significativo di sviluppo per la comunità locale e l’impresa stessa se genera profitti sia

6
Cfr. la direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 ottobre
2014 recante modifica della direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la comunicazione di
informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune
imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni, in <http://eur-lex.europa.eu/legal-content/
IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32014L0095&from=ITdirettiva Ue 95/2014>.

61
A.Vischi

materiali sia ‘intangibili’, favorisce processi sociali per l’integrazione delle differenze,
promuove l’autenticità della crescita.
La sfida al miglioramento generale delle condizioni di vita ed alla formazione
di rapporti equi e solidali esige una razionalità del noi; “se si pone la scelta per
cui un fine di benessere, di potere, di utilità, può essere realizzato solo a costo
dell’integrità personale, allora tal fine deve restare irrealizzato. Perché si vedrà che
la salvaguardia dell’essenziale torna a vantaggio anche dell’utilità; mentre, se ciò
che sta a fondamento viene tradito, esso si vendica di tutto, anche del benessere”
(Guardini, 2001, p. 817).
Scegliere la responsabilità sociale può favorire lo sviluppo sociale e del territorio;
la possibilità di implementare il miglioramento degli standard di sostenibilità per
un’impresa è connessa con una solida base scientifica, con una cultura consapevole e
specifica del territorio di origine. I benefici delle scelte green si potranno tradurre in
nuove opportunità di valorizzazione dei servizi proposti, dei prodotti e dei territori
connessi, producendo altresì inedite possibilità formative e di lavoro soprattutto
per i giovani.
L’importanza del luogo di appartenenza, di un territorio vissuto e connesso con
l’abitare rappresenta un contesto generativo in termini di risorse umane, economiche
ed ambientali, che non può non essere assunto dal discorso pedagogico, nella
prospettiva di dar vita a possibilità progettuali di sviluppo.
Nell’espressione territorio, Luigi Pati (1996) ravvisa tre differenti accezioni: la
prima è di tipo giuridico-costituzionale e si riferisce al contesto geografico su cui lo
stato esercita i propri poteri; la seconda trova riferimento nell’antropologia culturale,
la quale designa il territorio come area spaziale caratterizzata da elementi geografici
ma anche culturali, ovvero qualitativi; la terza accezione si rifà alle prime due,
ampliandole ulteriormente di significato, ravvisando nel concetto in questione lo
spazio fisico ed interumano in cui, con intenzionalità, ci si preoccupa d’incrementare
il processo di formazione individuale e collettivo. Il territorio “interviene in maniera
forte nell’orientare la vita personale e comunitaria, [...] influendo sull’andamento
dei rapporti dell’uomo con l’uomo e perciò agevolandoli o limitandoli”. In tale
prospettiva il discorso pedagogico tende a “sollecitare la modificazione del territorio
in comunità educante” (Pati, 1996, p. 122).
Valorizzare un territorio richiama la conoscenza delle specificità dei luoghi e
della cultura locale, quale espressione dell’interazione sociale svoltasi nel tempo, in
un processo trasformativo continuo tra passato e presente.
Dare valore alle risorse territoriali locali implica un’attenta riflessione relativa
alle modalità produttive e di consumo eticamente corretti, volti alla promozione
di un cambiamento degli stili di vita, guidati da una condivisa cultura della
sostenibilità, al cui sviluppo tutti sono invitati a partecipare al fine di promuovere,

62
Formazione umana e imprenditorialità sostenibile. Responsabilità sociale e sviluppo del territorio

realizzare e costruire sinergie territoriali per una responsabilità sociale che diviene
corresponsabilità sociale, fare rete nella prospettiva del bene comune.
Determinare linee progettuali comuni di sostenibilità sociale, ambientale ed
economica coinvolgendo le realtà imprenditoriali, associative e l’intera cittadinanza,
comporta affrontare le diverse questioni attinenti alla sostenibilità considerando
la specificità territoriale, economica, sociale e politica, senza prescindere da
un’intenzionale tensione pedagogica; anche perché “l’esperienza sino ad oggi
acquisita spinge ad asserire che non è sufficiente il generico richiamo all’educazione
per addurre un nuovo assetto di convivenza. [...] Occorre, anche e soprattutto, dare
consistenza pedagogica alle intenzioni per trarre orientamenti programmatici nuovi.
In caso contrario, il territorio si rafforzerà nelle sue caratteristiche impersonali,
gerarchiche omologanti, vanificando qualsiasi tentativo d’innovazione e di
corresponsabilità sociale nella soluzione dei problemi dettati dalla civile convivenza”
(Pati, 1996, pp. 304-305).
Lo scopo fondamentale di una progettualità per la cura del territorio è la
valorizzazione di ogni risorsa, promuovere la collaborazione e la partecipazione
per costruire, insieme, un patto di fiducia, tra produzione responsabile e consumo
consapevole, verso una società più sostenibile.

Bibliografia
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63
A.Vischi

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Vischi A., Riflessione pedagogica e culture d’impresa. Tra responsabilità sociale e
progettualità formativa, Vita e Pensiero, Milano, 2011.

64
Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse
Alessandra Vischi1, Marta Caporale2 e Martino Iori3

Negli ultimi anni l’attenzione alle aree rurali e all’agricoltura ha avuto


un incremento legato, in modo particolare, alla crescente consapevolezza
dell’importanza della sostenibilità per la salute di ciascuno e del pianeta, tra
pratiche produttive responsabili e stili di vita sobri e consapevoli. Le aree rurali
esprimono tradizioni, abitudini, conoscenze e relazioni che oggi vengono
riscoperti nella loro valenza sociale. Esse sono il frutto del lavoro faticoso e
incessante da parte degli agricoltori, del riconoscimento del valore del patrimonio
paesaggistico e delle modificazioni che la tecnica ha comportato. Agricoltura
e zootecnia rappresentano oggi un contesto inedito per promuovere la qualità
della vita delle persone, anche in difficoltà, attraverso la riscoperta del contatto
con la natura e del rapporto con gli animali, tra cura di sé e dell’altro, lato sensu.
“La scoperta, o meglio la riscoperta, del valore educativo e ripartivo della natura
e della compagnia degli animali, deve però essere ancora meglio valorizzata per
aiutare l’uomo in quell’importante cammino di empowerment che è la scoperta
di se stesso e di ciò che lo lega al mondo: è la ricerca del mistero della natura
umana e di quanto di buono in essa c’è” (Cairo, 2016, p. 106).
In questa prospettiva è emblematico il tema dell’Agricoltura sociale, oggi
rilevante nell’ambito del rapporto tra attività lavorativa e benessere. Esso trova
una definizione nella Legge 18 agosto 2015, n. 141: l’Agricoltura sociale è
l’insieme delle “attività esercitate dagli imprenditori agricoli di cui all’articolo
2135 del Codice civile, in forma singola o associata, e dalle Cooperative sociali
di cui alla Legge 8 novembre 1991, n. 381, nei limiti fissati dal comma 4 del
presente articolo”, volte a realizzare interventi e servizi a fini sociali, socio-
sanitari, educativi e di inserimento lavorativo per “facilitare l’accesso adeguato e
uniforme alle prestazioni essenziali” per le persone, le famiglie, le comunità locali.
La peculiarità dell’Agricoltura sociale è la possibilità di considerare le attività
agricole come occasione significativa per promuovere benessere individuale
e sociale. Di fronte alle diverse situazioni di difficoltà e iniquità, l’Agricoltura

1
Professore associato di Pedagogia generale e sociale, Università Cattolica del Sacro Cuore.
2
Educatore professionale.
3
Educatore professionale.

65
A. Vischi, M. Caporale, M. Iori

sociale promuove l’inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità


e di lavoratori svantaggiati e di minori in età lavorativa inseriti in progetti di
riabilitazione e sostegno sociale. Il lavoro, anche attraverso l’agricoltura e la
zootecnia, è, in prospettiva pedagogica, un’occasione emblematica per ‘prendersi
cura’ gli uni degli altri, è antropologicamente significativo se viene concepito come
espressione delle peculiari qualità umane. La sfera personale e quella sociale non
possono escludersi vicendevolmente. Progettare e realizzare attività di Agricoltura
sociale richiede una tensione etico-educativa che ponga al centro la persona e la
possibilità di realizzare un autentico sviluppo umano.
La pedagogia avvalora la categoria del lavoro (Alessandrini 2017), che è
un’attività fondamentale che permette all’adulto di esprimere la propria creatività
e generatività sotto forma di idee, azioni, prodotti. Come sottolinea Emmanuel
Mounier “l’uomo è essenzialmente artefice, creatore di forme, facitore di
opere [...]; la natura dell’uomo è l’operare” (1948, p. 46). La sfera personale e
quella sociale non possono escludersi vicendevolmente. Le organizzazioni che
propongono attività di Agricoltura sociale sono chiamate a coniugare rispetto
per l’ambiente e lavoro in un’ottica educativa. Esse possono fornire “prestazioni
e attività sociali e di servizio per le comunità locali mediante l’utilizzazione delle
risorse materiali e immateriali dell’agricoltura per promuovere, accompagnare e
realizzare azioni volte allo sviluppo di abilità e di capacità, di inclusione sociale
e lavorativa, di ricreazione e di servizi utili per la vita quotidiana; prestazioni e
servizi che affiancano e supportano le terapie mediche, psicologiche e riabilitative
finalizzate a migliorare le condizioni di salute e le funzioni sociali, emotive e
cognitive dei soggetti interessati anche attraverso l’ausilio di animali allevati e la
coltivazione delle piante” (L. 141/2015).
La Regione Lombardia ha approvato il 12 dicembre 2017 la Legge regionale
n. 35 “Disposizioni in materia di Agricoltura sociale” che, in linea con la Legge
11/2017, definisce l’Agricoltura sociale come “l’insieme delle attività condotte
con modalità ecosostenibili e con etica di responsabilità verso la comunità e
l’ambiente dagli imprenditori agricoli [...] che integrano in modo sostanziale,
continuativo e qualificante l’attività agricola con attività sociali finalizzate a
generare benefici inclusivi, a favorire percorsi abilitativi e riabilitativi, a sostenere
l’inserimento sociale e lavorativo delle fasce di popolazione svantaggiate o a rischio
di marginalizzazione e a favorire la coesione sociale in ambito locale”.
Questa definizione ci permette di considerare l’Agricoltura sociale
nell’ambito della UN AGENDA 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (https://
sustainabledevelopment.un.org/post2015/transformingourworld) che è un
programma d’azione destinato a tutte le persone del pianeta, finalizzato alla
prosperità globale; è stato sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi

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Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse

membri dell’ONU e comprende 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile inseriti


in un programma che comprende 169 ‘target’ o traguardi. Gli obiettivi “mirano
a realizzare pienamente i diritti umani di tutti e a raggiungere l’uguaglianza di
genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Essi sono interconnessi e
indivisibili e bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: la dimensione
economica, sociale ed ambientale” (UN AGENDA 2030). La sostenibilità richiede
una profonda riflessione antropologica e morale che attraversi le scienze, non
solamente un mero adattamento culturale prodotto dalla società nel momento in
cui vi è la consapevolezza di interventi urgenti riguardanti lo sviluppo economico
ed ambientale. Si evince “l’improcrastinabilità del cambiamento che implica
fondamentalmente la revisione dei presupposti antropologici, alla base delle
relazioni tra gli uomini e con la natura per la promozione di un progetto comune
di vivere insieme democratico e solidale” (Vacchelli, 2017, p. 28).
La tutela dell’ambiente è strettamente connessa con le questioni sociali, si
pensi, ad esempio, alle povertà e alla fame, alle diseguaglianze all’interno e fra le
nazioni (UN, 2015); non si può prescindere dal rispetto dei diritti umani e dalla
possibilità di creare le condizioni per una crescita economica sostenibile, che sia
inclusiva e duratura, per una prosperità condivisa e un lavoro dignitoso per tutti,
tenendo in considerazione i diversi livelli di sviluppo e le capacità di ciascuna
persona e di ogni nazione.
“Si deve esigere la pratica di un pensare rivolto alla ricerca di quell’orizzonte
assiologico che consenta di utilizzare la scienza e la tecnologia al fine di costruire
la relazione con la terra in modo tale che essa costituisca il luogo di un ben-essere
autentico” (Mortari, 1994, p. 133). La sostenibilità, nelle sue diverse accezioni,
chiama in causa le organizzazioni che promuovono attività di Agricoltura sociale
“ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte per diventare generative e
promuovere processi trasformativi per avversare iniquità e disuguaglianze, per
concorrere al miglioramento della qualità della vita umana” (Vischi, 2017, p. 213).
L’Agricoltura sociale rappresenta un ambiente formativo emblematico poiché
può favorire lo sviluppo sociale, il benessere d’ogni persona e della comunità,
la valorizzazione del territorio; può implementare competenze, promuovere
relazioni significative, condividere una cultura della sostenibilità, del rispetto
dell’ambiente e della biodiversità.
Nell’ambito del Master di primo livello “Interventi educativi e riabilitativi
assistiti con gli animali” promosso dalla Facoltà di Scienze della Formazione
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano sono state elaborate diverse
tesi: di seguito due proposte progettuali dell’a.a. 2015-2016, emblematiche
perché declinano il tema dell’Agricoltura sociale secondo diverse sensibilità: il
lavoro di Martino Iori è significativo per la connessione con gli Interventi Assistiti

67
A. Vischi, M. Caporale, M. Iori

con gli Animali; consiste in un progetto centrato sull’onoterapia, promosso da


una cooperativa sociale di tipo B e destinato a persone con disabilità differenti.
Marta Caporale propone l’Agricoltura sociale sia come occasione formativa per
immigrati sia, al contempo, come opportunità di recupero di un territorio.
Nell’economia del presente testo si riporta la parte progettuale, estrapolata
dagli elaborati finali, ritenuta significativa per sollecitare ulteriori progettualità di
Agricoltura sociale.

Agricoltura sociale: una proposta di connessione con gli IAA


Martino Iori

Premessa
I tratti caratteristici delle esperienze di Agricoltura sociale, i valori su cui si fondano
e le potenzialità in esse contenute, esposti nella prima parte del presente elaborato
senza pretesa di esaustività, conducono questo lavoro di ricerca ad individuare
una proposta progettuale in cui venga praticata l’Agricoltura sociale che preveda
il coinvolgimento degli animali non di tipo zootecnico, ma nell’ottica degli IAA.
Ritengo che le possibilità esistano e vadano valorizzate in tale direzione al fine di
garantire da un lato le finalità sociali a cui l’Agricoltura sociale mira, dall’altro
l’approccio non utilitaristico nei confronti dell’animale che connota le esperienze
di IAA.

Finalità
Questo progetto mira a fornire ai destinatari la possibilità di fare esperienza della
relazione con l’asino in un contesto naturale e connotato dalla presenza di una
realtà che si fonda sull’agricoltura. L’interazione con l’asino può portare tutta una
serie di benefici che afferiscono alla sfera motoria, sensoriale, cognitiva, emotiva,
sociale, a seconda di come essa venga declinata e degli scopi che si prefigge.
Tuttavia un elemento centrale di ogni attività realizzata in relazione con
l’asino è l’attivazione emozionale: questo tipo di relazione, infatti, consente
l’emergere di numerose emozioni positive – come curiosità, intimità, gioco,
sicurezza, accettazione – e al tempo stesso riduce al minimo le possibilità di
generare emozioni di senso negativo – come paura, imprevedibilità, rabbia –; tale
caratteristica peculiare della relazione con l’asino apre l’opportunità di agire sul
benessere delle persone coinvolte.

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Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse

Bisogna però fare attenzione a non cedere ad una visione semplicistica e


fuorviante delle attività con l’asino e, più in generale, con gli animali: l’animale
non fa bene a priori, non è una medicina che può essere somministrata a
piacimento né tanto meno è da considerarsi come portatore di benefici per tutto
e tutti, senza discriminazioni; ciò che rende le attività con gli animali altamente
valide ed utili è la relazione che si instaura con essi. Questo tipo di relazione,
che si fonda sul coinvolgimento che solitamente gli animali generano nell’essere
umano, dà vita a un cambiamento nella persona, ma questo cambiamento va
organizzato e guidato secondo una prospettiva educativa; è indispensabile infatti
valutare e favorire le dimensioni di relazione, e di conseguenza le attività, che
portano dei cambiamenti auspicabili e in linea con gli obiettivi della persona,
mentre sono da evitare quelle che apportano contributi dannosi.

Obiettivi
Gli obiettivi a cui mira questo progetto sono correlati da un lato alla presenza
degli animali e alle dimensioni relazionali che essa mette in campo, dall’altro
al contesto in cui tale relazione è inserita, ovvero un agriturismo con annessa
attività agricola e a stretto contatto con gli elementi del mondo naturale; questa
dimensione, infatti, incentiva ed amplifica il contributo beneficiale contenuto
nelle attività mediate dall’asino.
I principali obiettivi sono la promozione del benessere psico-fisico;
l’acquisizione/il mantenimento di autonomie e competenze che possano poi essere
tradotte nella vita quotidiana di ognuno; il miglioramento della coordinazione
motoria, della motricità e della manualità; l’accrescimento della fiducia in se stessi
e nei propri talenti

Promotore del progetto


La realtà che promuove il progetto è una cooperativa di tipo B in partnership con
un agriturismo di montagna (in Provincia di Trento).
La cooperativa sociale di tipo B che lavora con persone con disabilità differenti
(motoria, disabilità intellettive, disturbo mentale, autismo ad alto funzionamento
ecc.). Le attività si realizzeranno in un agriturismo di montagna, di proprietà di
un imprenditore agricolo, dotato di campi coltivati a vigna su terrazzamenti, un
orto per la produzione di beni alimentari da destinare all’agriturismo, una parte
di bosco e una zona in cui allestire un ricovero per 4 asini, da adibire agli IAA. Il
progetto sarà supportato da un team di 4 persone esperte in IAA con l’asino per

69
A. Vischi, M. Caporale, M. Iori

attuare iniziative di AAA (Attività Assistita con gli Animali) e di EAA (Educazione
Assistita con gli Animali) dedicate alle persone con disabilità.

Destinatari
I destinatari del progetto sono persone con disabilità; l’intento è di ampliare
successivamente la proposta anche a scuole e famiglie.

Attività
Al fine di realizzare gli obiettivi individuati verrà proposta una serie di attività che
potranno consentire ai destinatari di vivere un’esperienza significativa in grado di
migliorare la qualità della vita di ciascun destinatario.
Le attività comprenderanno la coltivazione dei campi, la vendita dell’uva
prodotta a un consorzio che fa il vino, la gestione della parte agrituristica
ospitando turisti a pranzo o a cena, la cura del bosco. Esse avranno come filo
rosso la presenza dell’asino4.
Prima di presentare concretamente le attività è bene fare un’ultima premessa:
all’interno di questa dimensione rurale non si impone alcuna attività calandola
dall’alto, ma sempre viva è l’attenzione alle necessità/bisogni espressi da un
lato dall’utente, dall’altro dall’asino; infatti, per quanto buoni e virtuosi siano i
propositi che stanno dietro la scelta di una determinata attività, essi verrebbero
snaturati e potrebbero produrre l’effetto opposto se venissero imposti in modo
arbitrario o a tutti indiscriminatamente.
Alla luce di tutto ciò, le attività suggerite per tale progetto sono:
1. Cura e pulizia degli asini (grooming). In tale attività viene proposto alle perso-
ne un primo contatto con gli asini, improntato sulla cura. Questo permette
di stabilire una buona relazione con l’animale, poiché gli si comunica che,
prima di chiedergli qualcosa, ci si prende cura di lui. É possibile, inoltre che,

4 La scelta dell’asino come facilitatore di relazione nasce da un insieme di più fattori:


in parte per la sua indole, essendo l’asino un animale solitamente pro-sociale, che ricerca il
contatto con l’uomo, versatile e disponibile a collaborare; in parte per le sue caratteristiche
etologiche, come il fatto che è molto meno reattivo del cavallo -ma non per questo meno
sensibile, raramente sceglie la fuga come strumento di difesa, e ciò permette anche a persone
fragili o comunque molto sensibili di entrare in relazione con l’asino senza sentirsi minacciati
o aggrediti. Inoltre l’asino è dotato di una fisiologia caratterizzata dalla neotenia, cioè quel
fenomeno evolutivo che lascia negli individui adulti degli elementi appartenenti alla fase in cui
quando erano cuccioli; tra questi elementi abbiamo le grandi orecchie, il muso sproporzionato
rispetto al corpo, mentre il suo essere coperto di pelo morbido, caldo e piacevole al tatto è un
altro elemento che rende gradevole stare in sua compagnia.

70
Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse

attraverso la cura di un altro essere vivente e i suoi risultati, nasca nei fruitori
la volontà di prendersi cura di se stessi. In più, attraverso l’utilizzo delle spaz-
zole, si mira all’acquisizione di nuove micro-competenze cognitive (cos’è una
spazzola, come si usa, dov’è il davanti e il dietro dell’animale) che per alcuni
fruitori possono rivelarsi molto utili. E infine, con questa attività, si lavora
sulla fiducia, che sarà la base necessaria affinché l’asino si lasci spazzolare.
2. Rilassamento e ‘ascolto emotivo’. Con questa attività si mira a fornire una forma
di rilassamento che nasce dall’abbraccio dato all’asino, dall’ascolto del suo re-
spiro, dalla sensazione del suo pelo sulla pelle e del suo odore. Questa attività
è connotata da un’altissima componente sensoriale, che permette a chi non
ha una piena consapevolezza dei sensi di farne esperienza in maniera diretta e
molto coinvolgente. In più essa permette a tutti di entrare in comunicazione
con l’asino attraverso canali che esulano da quello verbale/vocale, come ad
esempio quello emotivo, e risulta particolarmente indicata per quanti abbiano
difficoltà di linguaggio, permettendogli di esprimersi in altre forme, e disturbi
d’ansia o irrequietezza.
3. Percorsi con semplici ostacoli da fare in coppia con l’asino. La creazione di percor-
si da parte dei fruitori -nei limiti del possibile- da percorrere poi in compagnia
dell’asino mette in gioco tutta una serie di competenze cognitive (quanto met-
tere distanti gli ostacoli affinché si possa passare, che forma dare al percorso af-
finché risulti percorribile), poi di coordinazione motoria (tenere la lunghina e
intanto decidere la direzione da prendere, modulare il proprio passo con quel-
lo dell’asino), e infine più prettamente motoria (camminare, girare a destra o
a sinistra, fermarsi e ripartire) che possono essere potenziate in coloro che ne
risultino carenti. In più, di fondamentale importanza torna ad essere qui la
fiducia reciproca che si viene a creare nel rapporto fruitore-asino-conduttore;
sviluppare la capacità di intraprendere questi percorsi, infine, può migliorare
l’autostima del fruitore.
4. Pulizia e gestione dei ricoveri degli asini. Questo tipo di attività si inserisce nuo-
vamente nel concetto di cura, ma è più marcatamente improntata sull’acqui-
sizione di nuove competenze, come l’utilizzo di utensili potenzialmente nuovi
(forca, rastrello, carriola) e la conoscenza dei bisogni primari dell’asino (cosa e
quanto mangia, quanto beve, dove e quanto dorme).
5. Trekking someggiato. Il trekking someggiato da vita a una stretta relazione con
l’asino, che diventa ‘compagno d’escursione’. In questo modo si avrà anche
la possibilità di osservare l’asino in cammino, esplorando allo stesso tempo
l’ambiente naturale circostante. Il trekking, a cui si aggiunge l’aggancio mo-
tivazionale incarnato dall’asino, favorisce ovviamente l’attività motoria. Nel
corso dell’escursione sarà possibile inserire dei percorsi didattici che affronti-

71
A. Vischi, M. Caporale, M. Iori

no le tematiche della sostenibilità, della biodiversità, della valorizzazione del


territorio e del rispetto ambientale; tali argomenti avranno la capacità di fare
ancora più presa sui fruitori proprio perché proposti all’interno del contesto
naturale tipico di una realtà agricola di montagna.
Una caratteristica trasversale che accompagna ognuna di queste attività, e che
conferisce un valore aggiunto, è l’opportunità e la necessità al tempo stesso di
mettere in atto costantemente delle micro-decisioni (come osservare l’animale,
accarezzarlo, condurlo con la longhina, spazzolarlo, dargli da mangiare) in un
contesto naturale sicuro e supervisionato dagli esperti e dagli operatori, che
potranno consentire ai fruitori lo sviluppo di capacità relazionali, comunicative e
di interazione con l’ambiente circostante.

Valutazione
Al fine di esemplificare gli esiti delle attività saranno predisposti taluni strumenti
che permetteranno all’equipe operativa di avere dei riscontri in merito alle attività
svolte.
Durante le attività sarà possibile fare delle foto o dei filmati, che saranno
in seguito visionati; inoltre verranno utilizzate delle griglie di osservazione, che
consentiranno di inquadrare meglio gli effetti di ogni attività. Al termine di ogni
attività si aggiornerà il diario, in cui si annoteranno eventuali evoluzioni nei
fruitori, progressi o punti di criticità; infine, verrà chiesto ai fruitori (senza alcuna
obbligatorietà) di elaborare un breve scritto o di comporre un disegno sull’attività
svolta e sulla giornata trascorsa in agriturismo.

Conclusione
Da un punto di vista educativo una particolare attenzione va data al lavoro svolto
all’interno di un’azienda agricola che opera nel campo dell’Agricoltura sociale, il
quale si configura come semplice e manuale, il che permette ad un’ampia gamma
di persone di potervi accedere; pone i lavoratori in stretto contatto con elementi
naturali ad alto impatto pedagogico, come la terra, le stagioni, la fatica; permette al
lavoratore di essere sempre in relazione col prodotto del proprio lavoro, dall’inizio
alla fine del processo produttivo; spesso ciò si pratica in spazi ampi ed all’aperto.
Considerando più nello specifico il lavoro con le persone con disabilità, è
opportuno sottolineare che nella maggioranza dei casi tali persone hanno una
scarsa esperienza lavorativa, perciò è importante per loro imparare a lavorare vale
a dire apprendere una serie di comportamenti che devono essere tenuti in un
ambiente lavorativo, come il rispetto degli orari, il senso di responsabilità legato

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Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse

alla propria mansione, la gestione delle relazioni interne al gruppo dei colleghi,
un nuovo ruolo da acquisire e via dicendo. Tutti questi elementi, se inseriti in
un contesto adeguatamente strutturato e progettato, possono rivelarsi delle
ottime leve per sviluppare un percorso di crescita personale volto alla scoperta
dei propri talenti e delle proprie inclinazioni. In tale frangente il compito del
terapista o dell’educatore sarà quello di accompagnare la persona con disabilità
a riconoscere le proprie potenzialità e ad investire su queste. È imprescindibile
una progettazione pedagogica per realizzare processi e attività educative volte allo
sviluppo di ogni singola persona, avendo presente i seguenti requisiti: un lavoro
‘vero’ e non simulato con rapporti di lavoro tra pari; la presenza dell’educatore/
terapista è necessaria, almeno in una fase iniziale, per agevolare processi di
autonomia e di assunzione di responsabilità; l’inserimento lavorativo deve mirare
al maggior impiego possibile delle potenzialità della persona, deve essere graduale
e inserito in un più ampio progetto di vita, già concordato, con i servizi e con i
familiari.
I frutti del lavoro, oltre ad una valenza educativa per chi lo svolge, rappresentano
un’occasione per contribuire alla sostenibilità economica di realtà che sono
spesso finanziate con risorse pubbliche, e contribuiscono, attraverso la vendita
degli stessi, ad aumentare le attività di Agricoltura sociale e a farle conoscere sul
territorio stringendo rapporti diretti e duraturi.
Agricoltura sociale, sviluppo umano integrale, sostenibilità.

Pedagogia interculturale, Agricoltura sociale e immigrazione.


Alcuni casi emblematici
Marta Caporale

Premessa
Negli ultimi anni si sono sviluppati in Italia numerosi progetti volti a migliorare e
ampliare la condizione lavorativa e personale degli immigrati presenti sul territorio.
Dopo una prima fase di sperimentazione e rodaggio queste iniziative possono oggi
vantare un’ampia partecipazione e si propongono di ampliare ulteriormente il loro
raggio d’azione. A partire dai presupposti pedagogici e dalle teorie sviluppate in
campo di Agricoltura sociale, questi progetti coinvolgono una parte di immigrati
italiani all’interno di un percorso formativo e di partecipazione in campo agricolo e
di produzione. Ho scelto di presentare due tra le tante pratiche esistenti, con il fine

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A. Vischi, M. Caporale, M. Iori

di offrire una descrizione su quelli che potrebbero essere obiettivi e modalità da cui
trarre spunto per un’eventuale progettazione in merito.

1. CON LE NOSTRE MANI


Progetto di Agricoltura sociale promosso
dalla cooperativa sociale Si può fare onlus
Il progetto nasce con l’intento di offrire un’opportunità di concreto inserimento
lavorativo e sociale a un gruppo di immigrati che hanno ottenuto la protezione
internazionale, congiuntamente all’inserimento lavorativo di altri soggetti deboli.

Destinatari
I destinatari sono giovani migrati in Italia spinti dal mito dell’occidente, dal lavoro,
dal benessere, dalla pace, ma che si trovano presto a fare i conti con una realtà
complessa, a volte ostile. Nel lavoro della terra si riappropriano di una parte della
loro identità sopita lungo il viaggio, si rimettono in moto, ricominciano a sperare
nel futuro.

Obiettivi
La struttura individuata accoglierà una decina di lavoratori e consta di una struttura
in muratura che necessita di alcuni interventi di ristrutturazione ed un terreno
coltivabile di circa 3000 mt. È ipotizzabile la coltivazione di ortaggi, particolari
coltivazioni di erbe e spezie, la cura di alcune piante da frutto già presenti e
l’allevamento di piccoli animali, galline e conigli.
La produzione, oltre ad approvvigionare le case che ospitano i migranti dal nord
Africa, sarà commercializzata in loco e, in prospettiva, distribuita sul mercato locale.

Sostenibilità del progetto


Oltre alla produzione e commercializzazione dei prodotti agricoli e all’allevamento
di piccoli animali, si prevede la realizzazione di un piccolo agriturismo ‘equo
e solidale’, che utilizzi i prodotti della casa per la realizzazione di pranzi e cene
multietnici.
La struttura, inoltre, accoglierà al suo interno alcuni laboratori che consentano
ai migranti di recuperare le proprie professionalità e abilità manuali.
Il progetto nasce come progetto pilota, da replicare altrove anche in modalità
differenti, e si auspica di godere del favore dei cittadini, donne e uomini, al fine
di poter presto dar vita a un’entità giuridica ed economica autonoma, gestita da

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Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse

giovani immigrati di diverse nazionalità e locali, che possa essere per alcuni di loro
una prospettiva di lavoro continuativa, per molti altri l’opportunità di fruire di
stages e tirocini, come una sorta di ponte verso l’integrazione nel nostro Paese.

2. PROGETTO S.O.FI.I.A.
Sostegno orientamento formazione imprenditoria
per immigrati in agricoltura
Realizzato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, nasce nel
2013 come progetto pilota (ora alla sua terza edizione) finalizzato a migliorare
l’occupabilità e favorire l’inserimento nel mercato del lavoro di giovani cittadini
di Paesi Terzi impegnati in agricoltura attraverso interventi volti a promuovere
forme di auto imprenditorialità nel settore agricolo.
Il progetto, co-finanziato dal Fondo Europeo per l’integrazione dei Cittadini dei
Paesi Terzi (FEI), e dal ministero dell’interno è realizzato nella Regione Puglia
in collaborazione con l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari (IAMB) e
Confcooperative Puglia.
Il progetto ha sperimentato un approccio in grado di coniugare politiche
attive di lavoro, politiche sociali e di sviluppo attraverso il coinvolgimento dei
diversi attori che operano nel settore dell’Imprenditoria. Tale tendenza genera un
circolo virtuoso di coesione territoriale fondamentale per la sostenibilità futura
degli interventi proposti.
In accordo con IAMB e Confcooperative Puglia, il progetto trasferisce
metodologie, strumenti e modelli per:
– promuovere percorsi di mobilità e di crescita professionale dei cittadini di
Paesi Terzi attraverso il sostegno di forme di imprenditorialità autonome nel
settore agricolo;
– favorire il processo di integrazione socio-professionale dei destinatari attraverso
la valorizzazione e il potenziamento delle competenze informali e professionali
acquisite;
– favorire il processo di integrazione socio-culturale e politica dei cittadini dei
Paesi Terzi.
Il progetto prevede specifiche azioni d’intervento quali:
AZIONE 1: Servizio di Orientamento e Sostegno alla creazione d’impresa
agricola e agroalimentare garantito da Confcooperative su tutto il territorio
regionale;
AZIONE 2: Corso di Formazione in Gestione d’Impresa agricola e
agroalimentare erogato a un numero ristretto di destinatari da IAMB.

75
A. Vischi, M. Caporale, M. Iori

Le attività progettuali sono destinate a cittadini stranieri di età compresa tra


i 18 e i 35 anni, senza distinzione di genere, residenti regolarmente in Italia e
impegnati nel settore agricolo e agroalimentare.
In particolare il servizio di formazione ha previsto il coinvolgimento di un
numero di partecipanti pari a 20, con particolare attenzione e inclusione dei
soggetti più vulnerabili e fragili con famiglia a carico.
L’area geografica del piano di intervento S.O.F.I.I.A. è la Regione Puglia.

Conclusioni
Il fenomeno degli immigrati in Italia, spesso in condizioni lavorative e sociali
difficili, sollecita l’opportunità di realizzare progetti che permettano alle persone
coinvolte di integrarsi, di crescere e di contribuire allo sviluppo del nostro Paese.
Appare chiaro, guardando i numeri, che la questione dell’immigrazione stia
diventando per tutti noi, anche per chi vorrebbe farne a meno, un punto focale
che influenza la nostra storia e quella della nostra Nazione. Diventa fondamentale
conoscere quali siano le difficoltà a cui queste persone vanno incontro: lingua,
integrazione, stress pregressi, adattamento, lontananza, nostalgia, ansia, paura...
L’Agricoltura sociale promuove il passaggio da un concetto di servizi basati sulla
logica dell’assistenza verso una visione di giustizia sociale, secondo cui è possibile
passare alla presa in carico dei soggetti deboli verso una loro partecipazione attiva
alla vita sociale ed economica. La difficoltà iniziale che si incontra nel mescolare
linguaggi e saperi, consente di produrre nuove conoscenze e opportunità,
costruendo in modo collettivo risposte utili per i bisogni delle comunità locali e
delle persone, creando, in modo nuovo, valore economico e sociale.
L’Agricoltura sociale si costruisce sui territori, sviluppando complementarietà
tra soggetti e competenze e ricomponendo i saperi agricoli con quelli sociali in un
processo di valorizzazione e dialogo delle conoscenze disponibili (Catarci, 2015).
Posto che il ruolo dell’immigrazione nel successo dell’agricoltura italiana è ormai
un dato certo, diventa necessario favorire e rinnovare le competenze della ‘forza
lavoro’ esulando da una concezione utilitaristica e materialista per spostarsi verso
un’ottica di risorse, potenziale, arricchimento e cultura.
Il rapporto con le piante e con gli animali consente la presa in carico e l’assunzione
di responsabilità in ambienti dove la tolleranza e la disponibilità alla prova e
all’errore è più ampia. Questa possibilità rafforza percorsi di apprendimento, di
autostima e di partecipazione nelle persone coinvolte. La possibilità di muoversi
in spazi aperti, l’interazione nei gruppi di persone, la partecipazione a processi
che hanno un esito evidente, diretto e comprensibile, facilitano l’acquisizione di
sicurezze e capacità di soggetti a bassa contrattualità. La terra diventa trampolino

76
Agricoltura sociale: prospettive nuove e complesse

per un’integrazione possibile, ponte verso le famiglie italiane, e, perché no,


un’occasione di riconquista dei Paesi in via di spopolamento.
Fondamentale, durante il percorso di inserimento del personale straniero in
un progetto di Agricoltura sociale, è la formazione al fine di integrare persone e
lavoratori provenienti da diverse parti del mondo, di far acquisire competenze
tecniche e fondamentali per vivere con autonomia nella società.

Bibliografia
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2017.
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Alessandrini G. (a cura di), Atlante di pedagogia del lavoro, Franco Angeli,
Milano, 2017.

77
PARTE SECONDA
Due esperienze
Attività occupazionali per persone
con demenza in Fattoria Sociale.
Un modello da esplorare
Paola Ossola1

Introduzione
In un contesto economico che penalizza in modo molto forte il mondo agricolo,
alcune aziende agricole intraprendono la via della multifunzionalità. Le opzioni
disponibili in tale prospettiva sono molteplici: una potenziale opportunità è
quella della diversificazione delle proprie attività attraverso l’erogazione di servizi
didattici e sociali. Molteplici attività sono nate a fronte di questa apertura del
mondo agricolo verso il sociale, anche grazie al supporto normativo sviluppatosi.
Attraverso queste iniziative differenti categorie di soggetti che presentano svariate
fragilità, trovano possibilità di inclusione e collocamento e sono beneficiari di
attività occupazionali innovative che hanno come punto di forza fondamentale
la finalizzazione verso un obiettivo non solo occupazionale per la persona a
cui si rivolgono ma anche per l’azienda agricola, che aggiunge valore sociale
ai propri prodotti che verranno successivamente portati sul mercato. Tra i
differenti beneficiari di offerte sociali in contesto agricolo vi sono gli anziani
affetti da deterioramento cognitivo di differente tipo, principalmente Alzheimer.
Il modello analizzato in questo capitolo risponde alle esigenze delle persone
con demenza e i loro caregivers ed è volto a migliorare la loro qualità della vita,
nonostante una diagnosi di demenza. Il modello si basa sullo svolgimento di
attività occupazionali che sono svolte presso l’azienda agricola da persone con
demenza, a stretto contatto con l’attività produttiva e la natura tipica di questo
contesto, per permettere loro di ottenere un migliorato benessere psico-fisico e

1
Dottorato di ricerca in Economia Aziendale – Università degli Studi di Pavia, Master
in Interventi educativi e riabilitativi assistiti con gli animali – IAA – Università Cattolica
del Sacro Cuore, Laurea Specialistica in Economia e Commercio – Università degli Studi
dell’Insubria, Lecturer presso César Ritz Colleges (CH), Afferente CreaRes e Criel – Università
degli Studi dell’Insubria, WISHandSMILE – Social Business Consultant, Alzheimer Fest –
Socio fondatore.

81
P. Ossola

cognitivo. Questa offerta permette alle persone con demenza residenti in RSA
(Residenza Sanitaria Assistenziale) o che frequentano un Centro diurno, nonché
coloro che sono ancora in famiglia e non frequentano né un Centro diurno
né sono istituzionalizzati in RSA, di godere dei benefici che il contatto con la
natura e le attività produttive offrono in questa realtà. Un ambiente autentico,
quello dell’azienda agricola, in cui la persona migliora la propria qualità della
vita grazie alla possibilità di svolgere alcune delle attività tipiche del contesto
rurale e alla possibilità di entrare in contatto con il suo habitat diventando un
player fondamentale nel suo contesto produttivo. La scelta della azienda agricola
come setting è associata al fatto che questo contesto risulta essere particolarmente
stimolante e ricco di alternative nelle attività da svolgere, permettendo un
approccio globale nell’ambito dell’intervento sulla persona, permettendo alla
persona nella sua interezza di essere protagonista di nuove e stimolanti esperienze,
in un luogo, l’azienda agricola, differente da quello a cui è abituato, un luogo che
non può essere facilmente replicato nelle RSA o nei centri diurni. La persona
che partecipa alle attività oggetto di questo progetto, secondo le sue condizioni
fisiche, comportamentali e cognitive, avrà la possibilità di conoscere e svolgere
le attività tipiche di una attività agricola e/o svolgere attività ludico-ricreative
e sociali, in stretto contatto con gli animali e la natura, al fine di ottenere un
miglioramento della propria qualità della vita e delle performance della vita
quotidiana (Farina, et al., 2006). Attività che di riflesso porteranno beneficio
ai suoi caregives professionali e informali, in particolare grazie alla riduzione dei
problemi comportamentali e psicologici associati alla demenza.
In questo capitolo si affronterà più da vicino la tematica dell’apertura del mondo
agricolo al sociale, creando circuiti innovativi di assistenza volta all’empowerment,
alla socializzazione e all’attività multisensoriale nel qui ed ora. In particolare si
affronterà la tematica dell’Agricoltura sociale con riferimento a modelli specifici
per persone affette da decadimento cognitivo. Nella prima parte del capitolo
verrà affrontata la patologia, descrivendone le caratteristiche e le modalità di
trattamento attualmente in uso, questo permetterà di giustificare il perché è
necessario individuare soluzioni innovative di assistenza. Successivamente verrà
descritto il modello messo a punto da una fattoria sociale lombarda: la Fattoria
Sociale Le Cascine di Le Cascine s.s.. Nella parte conclusiva si affronteranno le
tematiche ancora aperte per permettere a questo modello di diventare una best
practice da poter esportare anche in altri contesti agricoli.

82
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

Contesto di riferimento

Dalla Ageing Society alle malattie associate all’ageing


La popolazione mondiale è in continuo mutamento. Differenti trends ne
caratterizzano l’evoluzione. La popolazione mondiale, oltre ad aumentare, sta
invecchiando. La speranza di vita alla nascita aumenta progressivamente mentre
a diminuire è il tasso di fertilità (UN, 2015). Conseguenza dell’invecchiamento
e dell’innalzarsi della speranza di vita alla nascita è l’innalzarsi dell’incidenza delle
malattie legate all’invecchiamento. Tra le malattie dell’invecchiamento più comuni
ritroviamo la demenza, riconosciuta dal WHO (World Health Organization) nel
2012 come una delle priorità riguardanti la salute pubblica (WHO, 2012). Nel
2015 nel mondo 46.8 milioni di persone erano affette da demenza con un incidenza
preponderante nelle donne (60-70% in più degli uomini). Le previsioni vedono
inoltre un aumento delle persone affette da tale patologia e stimano il numero delle
persone con demenza a 74.7 milioni nel 2030 e 131.5 milioni nel 2050. Sopra i 65
anni il numero di soggetti affetti da demenza duplica ogni 5 anni (WHO, 2012).
Nel 2015, 10.5 milioni erano le persone affette da demenza in Europa e 1.2 milioni
erano le persone affette dalla patologia in Italia (WHO, 2015), nel 2011 in Italia il
4-6% degli over 65 soffriva di demenza.

I costi della patologia


Associato ad un aumento della popolazione che soffre di demenza si riscontra
anche un costo di cura e assistenza delle stesse anch’esso in continuo aumento. Nel
2015 il costo della demenza mondiale era di $818 miliardi (WHO, 2015), con
un incremento del 35,4%
 rispetto al 2010. €301 miliardi i costi della demenza
in Europa, con €20.472 spesi all’anno per persona con demenza (WHO, 2015)
e €37,6 miliardi i costi della demenza in Italia2. I costi principali della demenza
non sono costi diretti (principalmente sanitari), bensì costi sociali di cura formale
(case di risposo, cura a domicilio da parte di caregivers professionali) e informale
(caregivers famigliari o non pagati3).
Secondo uno studio della Regione Emilia Romagna (2017) si stima che il
numero di caregivers che si prendono cura delle persone con demenza sia più di
3 milioni. Dati questi numeri è altresì necessario considerare, nonostante essi non

2
www.alzheimer.it/report2015.html.
3
Si considera qui il costo opportunità. Valutando le ore di cura informale alla media del
salario medio mondiale o di ogni Paese se si guarda a quella statistica.

83
P. Ossola

siano inclusi nelle statistiche ufficiali, i costi che sono sostenuti e verranno via via
sostenuti dal sistema sanitario per supportare i caregivers che fanno anch’essi e/o
faranno sempre più ricorso a trattamenti di tipo sanitario a causa del burnout4. Il
56,1% delle persone con demenza prende farmaci legati alla patologia, il 69,8%
prende invece farmaci legati a problemi comportamentali (Aima-Censis, 2016).
Essere caregivers ha quindi un impatto forte sul caregiver, che infatti è sempre più
stanco, non dorme a sufficienza e si ammala più del necessario: la malattia ha un
impatto fortissimo sulle relazioni famigliari e amicali. Il 25,5% dei caregivers usa
più spesso farmaci come affermato da Aima-Censis e questo conferma i risultati
ottenuti da Zhu & Sano (2006). Il 40,4% dei costi sostenuti per la cura della
demenza ricadono infatti nella cura informale, e questo significa che il carico
maggiore per l’assistenza alle persone con demenza ricade sulle famiglie. Il 40,1%
dei costi sostenuti per la cura della demenza ricadono nell’assistenza formale e solo
il 19,5% sono i costi sanitari diretti (WHO, 2015). In media in Europa il 21% dei
costi è legato ai costi sanitari, il 28% ai costi di cura formale e il 51% ai costi di
cura informale. In Italia, secondo Aima-Censis (2016) il costo medio per prendersi
cura di una persona con demenza è di 70.587€ all’anno (costi diretti 27%, costi
indiretti 73%). Il 60,1% dei costi sono a carico delle famiglie, mentre il 12,8% è
coperto dal sistema nazionale, per la parte rimanente famiglie e sistema nazionale
partecipano entrambe alla copertura di tali spese, con il 70% di queste coperta dal
sistema nazionale. I costi indiretti sono quasi completamente coperti dai famigliari.
Entrambe le tipologie di costo stanno crescendo, come è possibile intuire da una
comparazione tra i dati odierni e quelli del 1999. Secondo Aima-Censis infatti tra il
1999 e il 2015 i costi diretti sono aumentati del 97% (13,3% tra il 2006 e il 2015)
a conferma di precedenti analisi (Moore, et al., 2001). I costi indiretti sono invece
aumentati del 14% tra il 1999 e il 2015 (0,2% tra il 2006 e il 2015). Nonostante i
caregivers formali5 siano di aiuto ai famigliari per garantire sollievo, i costi indiretti
sono sempre alti e sono dovuti all’assenza dal lavoro, aumenti di richieste di part-
time sul posto di lavoro, e la perdita del lavoro. Nei primi stadi della malattia i costi
indiretti sono maggiori dei costi diretti. Quando la persona è ricoverata invece il
rapporto si inverte (Leon and Neumann 1998; Wimo et al. 1997).

4
http://www.alzheimersresearchuk.org.
5
Di solito il caregiver di una persona con demenza è un membro della famiglia. Questa
persona spende 4 ore della sua giornata a supporto delle attività quotidiane della persona con
demenza e 10,8 ore di sorveglianza. Gli altri membri della famiglia comunemente aiutano il
caregiver informale anche se questo trend è in diminuzione (dal 53,4% al 48,6%). Il numero
di caregivers formali è invece in aumento (da 26,7% al 32,8%), permettendo maggior sollievo
per il caregiver formale.

84
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

La demenza e le sue conseguenze

Che cosa è la demenza e le differenti cause della stessa


Ogni anno 9.9 milioni di nuovi casi di demenza sono diagnosticati al mondo
(WHO, 2015), molte persone soffrono di demenza e molte persone soffrono degli
effetti indiretti della demenza mettendo in difficoltà non solo il sistema famiglia
ma anche il sistema sanitario-assistenziale. Ad oggi non vi è ancora una cura
efficace e la ricerca di soluzioni innovative per ridurre il carico della malattia sugli
attori visti è una prerogativa, al fine di garantire una situazione migliore per tutti
gli stakeholders coinvolti. Prima di analizzare le risposte che vengono date al di
fuori degli approcci farmaceutici, approcci importanti a cui gli approcci innovativi
devono affiancarsi, è opportuno affrontare un po’ più da vicino la tematica della
demenza per capire meglio quali sono le conseguenze sulle persone che soffrono di
tale patologia, sui loro caregivers e sull’intero sistema.
La demenza è definita come “una condizione patologica causata da una malattia
del sistema nervoso centrale, che porta al danneggiamento progressivo dei tessuti
cerebrali” (Calvarese & Lovati, 2014, p. 27). Essa non colpisce solo le aree cerebrali
ma anche le connessioni tra di esse. La demenza non deve essere considerata come
una condizione fisiologica dell’invecchiamento. Essa infatti è una patologia che
comporta una compromissione delle funzioni cognitive e non della persona che
va al di là di quello che è un normale processo di invecchiamento (WHO, 2015).
I disturbi associati alla demenza, siano essi cognitivi che non, limitano di
solito la persona nello svolgimento delle sue attività quotidiane impedendone
l’autonomia (Calvarese & Lovati, 2014).
Vi sono demenze irreversibili e demenze reversibili. Le forme irreversibili
conducono ad un deterioramento graduale del cervello e non possono essere curate,
mentre quelle reversibili sono solitamente curabili e/o prevedibili. Solo l’1% delle
demenze è di natura reversibile. Le demenze si dividono, inoltre, in primarie o
degenerative e secondarie. Le prime sono caratterizzate da un lento e progressivo
deterioramento del SNC (Sistema Nervoso Centrale) su base degenerativa, le
seconde si manifestano come conseguenza di altri fattori precedenti all’insorgere
del quadro di demenza. Tra i diversi tipi di demenza primaria o degenerativa e
irreversibile la più comune è la Malattia d’Alzheimer, che causa il 60/70% delle
demenze (WHO, 2012). Vi sono inoltre la demenza fronto-temporale (Malattia
di Pick), la Paralisi Sopranucleare Progressiva, il Morbo di Parkinson e la Malattia
di Lewy. Tra i diversi tipi di demenza secondaria non reversibile vi sono le
demenze vascolari. Tra le secondarie reversibili vi sono invece la pseudo–demenza

85
P. Ossola

depressiva, le demenze tossiche, le demenze meccaniche, quelle metaboliche,


quelle infiammatorie, quelle neoplastiche, e quelle causate da altri fattori. Esiste
infine una sindrome neurologica, definita Mild Cognitive Impairment (MCI)
(Petersen et al., 1997, 2009), in cui vi è un deterioramento cognitivo lieve che
risulta essere maggiore rispetto a quello statisticamente atteso in base all’età e al
livello di istruzione dell’individuo. In caso di demenza il soggetto segnala, e questo
è di solito confermato da un famigliare, un disturbo soggettivo della memoria di
solito confermato successivamente in modo obiettivo da test neuropsicologici. In
caso di MCI le funzioni cognitive rimangono generalmente normali e le attività
della vita quotidiana non sono compromesse, per assenza di demenza (Pucci, et
al. 2004). Circa il 50% delle persone afflitte da MCI sviluppa entro tre anni dalla
diagnosi di MCI, una demenza conclamata. Si parla di un continuum cognitivo
per i soggetti che sviluppano una demenza, in particolare per l’Alzheimer (Pucci,
et al. 2004).

Le fasi della demenza


In caso di demenza con percorso degenerativo, durante questo percorso, le funzioni
cognitive e non, vanno incontro ad un deterioramento via via sempre più grave.
Raramente i pazienti muoiono per effetto diretto della malattia, ma la causa di
morte sono altri eventi che ne complicano il decorso, solitamente caratterizzato da
differenti fasi e da una durata in media tra i 10-12 anni. Il decorso della malattia
può essere riassunto in tre fasi6. La prima fase, lieve, di durata tra i 2 e i 4 anni è
una fase in cui i deficit sono prevalentemente legati al problema della memoria, i
quali non vanno a pregiudicare in modo sostanziale le autonomie della persona,
che svolge le sue attività quotidiane avendo bisogno unicamente di supervisione
nello svolgimento di tali attività. La seconda fase è moderata (durata 2-10 anni):
i deficit cognitivi iniziano ad aggravarsi e si manifestano in maniera più marcata
problemi legati al comportamento e all’affettività. L’autonomia viene seriamente
compromessa. Nella terza fase, fase severa (durata 3-5 anni), sia la compromissione
cognitiva che quella comportamentale-affettiva sono serie e il paziente non è più
autonomo, non è più in grado di esprimersi, di comprendere e via via perde la
capacità di camminare, fino ad arrivare all’allettamento completo, e la difficoltà di
deglutizione causata dalla disfagia, fa si che la nutrizione diventi difficoltosa.

6
La stadiazione identificata si basa sul Mini Mental (MMSE) (Folstein et al., 1975),
strumento di screening molto utilizzato (demenza lieve: MMSE >20, moderata: MMSE
compreso tra 10 e 20, grave: MMSE <10).

86
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

Disturbi collegati alla demenza


I principali disturbi cognitivi collegati alla demenza si manifestano in compromissione
dell’attenzione e della memoria, afasia (disturbi di linguaggio in assenza di deficit
significativi agli organi di senso), agnosia (problema di riconoscimento di persone
e oggetti in assenza di deficit significativi agli organi di senso), aprassia (perdita
delle abilità pratiche in assenza di deficit motori o sensoriali), difficoltà di utilizzo
del pensiero astratto, di giudizio critico e consapevolezza, disorientamento spaziale
e temporale. A compromissioni di tipo cognitivo si associano poi sintomi non
cognitivi, di natura comportamentale e psicologica (Behavioral and Psychological
Symptoms of Dementia – BPSD), quali i deliri e i cambiamenti di personalità,
disturbi dell’ideazione ed allucinazioni, aggressività, irritabilità, agitazione, disturbi
del tono dell’umore e ansia, alterazioni del ritmo sonno-veglia, problematiche legate
all’alimentazione, inibizione o irrequietezza psicomotoria (perdita di iniziativa,
wandering e affaccendamento, shadowing), disinibizione e comportamenti
socialmente inadeguati (Calvarese & Lovati, 2014; Pucci et al., 2004). I disturbi
qui riportati sono comuni a diversi tipi di demenza, ma le cause che generano
questi sintomi sono differenti. Le differenze sono riconducibili ai fattori che le
hanno generate, alle modalità di insorgenza e di decorso della malattia e vedono la
predominanza di alcuni sintomi su altri.
Le persone affette da demenza vedono via via le loro competenze cognitive
deteriorare e i loro problemi comportamentali e psicologici aumentare
compromettendo quindi il loro controllo emotivo, sociale e motivazionale (Mace
& Robins, 2006), andando a causare altresì burnout (crollo) nei caregivers, sia
informali che professionali, che si trovano in alcuni casi costretti ad abbandonare,
anche se temporaneamente, l’attività lavorativa. I caregivers a causa delle condizioni
avverse sviluppano depressione, peggiorano le condizioni fisiche e si trovano di fatto
esclusi dalla società (Brodaty, & Donkin, 2009; Cocco et al., 2003; Cooper et al.,
2006; Cooper, et al., 2007; Flicker, 1999; Maslach & Jackson, 1981; Max, Webber
& Fox, 1995; Pruchno & Potashnik, 1989; Rosenthal, Sulman & Marshall, 1993;
Schulz, Visintainer & Williamson, 1990; Schulz & Williamson, 1991; Schulz,
et al., 1995; Schulz & Martire, 2004; Zimmerman, et al., 2005), vedendo altresì
compromesse anche le loro finanze (costi diretti per medicine e cure mediche, costi
indiretti per l’abbandono eventuale del lavoro) (Brodaty, et al., 2003).

Il trattamento delle demenze


Oggi gli interventi terapeutici si possono racchiudere nelle seguenti categorie: terapia
sintomatica farmacologica dei deficit cognitivi, riabilitazione cognitiva, terapia

87
P. Ossola

farmacologica e non dei BPSD, prevenzione e trattamento delle complicazioni,


adattamenti ambientali per ridurre l’impatto del deficit cognitivo e dei sintomi
comportamentali (Gentlecare di Jones, 1996), istruzione, educazione e sostegno dei
familiari e dei caregivers (formazione sugli approcci per l’interazione con la persona
con demenza, per esempio insegnamento delle tecniche base dell’Approccio
Capacitante – Vigorelli, 2011 –, Gruppi ABC, Alzheimer’s Caffee, Sportello
Alzheimer, ecc.). Questi sono interventi che cercano sempre più di ispirarsi ai
principi della personalizzazione, della multidimensionalità e adattati all’evolvere
della malattia e del quadro clinico, al suo ambiente, ai singoli problemi e alla qualità
della vita della persona malata e dei suoi familiari. Tali interventi tengono sempre
più in considerazione la persona nella sua individualità e tengono in considerazione
le funzioni psicofisiche della persona, la natura delle attività e le relative limitazioni
della persona, delle modalità di partecipazione alla vita sociale della persona e dei
fattori di contesto ambientale e familiare che incidono nella risposta al bisogno e
nel suo superamento (D.P.C.M. 14 febbraio 2001,
 comma 3). In questo contesto
il paziente e il suo caregiver dovrebbero essere quindi integrati in una rete di servizi,
necessari per garantirne il benessere, mettendo a disposizione delle persone con
demenza e dei loro famigliari una serie di interventi sanitari e socio-assistenziali (per
obiettivi di natura sociale, educativa, assistenziale atti a rimuovere o ridurre sempre
più le condizioni di disagio) (Pucci et al., 2004), volti al miglioramento del loro
benessere. Tra le diverse terapie a cui si fa oggi riferimento, oltre alle terapie standard,
cioè la terapia comportamentale, la reality orientation therapy (ROT) (Spector, et al.
2001) e la terapia della reminiscenza, vi sono una serie di terapie, tra le quali l’arte
terapia e la musico terapia (Brotons, et al., 1997; Killick & Allan, 1999; Raglio, et
al. 2014), l’activity therapy, la terapia complementare, l’aromoterapia (Ballard, et al.,
2002; Burns, et al., 2002), la Bright-light therapy, i Multisensory approaches, nonché
la Cognitive-behavioural therapy, l’Interpersonal therapy (Douglas, et al. 2004), gli
Interventi Assistiti con gli Animali (IAA), l’orto terapia in RSA (Mackenzie, et al.,
2000), ecc.

Necessità per il futuro


Ad oggi il trattamento della demenza non è più considerato un inevitabile insuccesso,
ma nonostante sempre più iniziative innovative si stiano facendo strada nella cura
e l’assistenza delle persone con demenza e a sostegno e sollievo dei caregivers, la
risposta reale al malessere della persona con demenza e al suo caregiver è ancora
limitata. Permettere alle persone con demenza e ai loro caregivers di “Living well
with dementia” e vivere in comunità Dementia Friendly è ad oggi la priorità. Il tipo
di risposta, ad oggi offerta, non è sufficiente rispetto alle esigenze, anche perché si

88
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

tende ancora a considerare la persona affetta da demenza come un malato e non


una persona con suoi bisogni che vanno oltre a quelli di una persona malata ma che
sono quelli di una persona che vuole vivere al meglio questa nuova stagione di vita.
Alcuni caregivers intervistati7 confermano come ancora oggi i servizi a disposizione
per i propri famigliari e per loro stessi non sono sufficienti, efficacemente integrati ed
in setting ottimali al fine di portare un effettivo beneficio per coloro che convivono
con questa malattia, definita la patologia della famiglia (Ossola, et al. 2016). Si è
legati ancora troppo ai setting esistenti, quando in realtà sarebbe auspicabile un
cambiamento del paradigma della cura e della assistenza. La concezione odierna
del sistema socio-assistenziale dovrebbe lasciarsi più andare anche a soluzioni di
assistenza innovative che possono avvenire in contesti differenti dagli ambienti
protetti a cui si è abituati, in contesti più veritieri di quelli creati ad hoc in RSA e
CDI. Questo porta a fare una riflessione su quanto fino ad ora proposto sia davvero
la soluzione per tutte le persone con demenza e i loro caregivers, andando a proporre
ove possibile approcci innovativi all’assistenza in nuovi contesti. È infatti necessario
creare realtà sempre meno asettiche e disabilitanti e sempre più inclusive, ‘vere’
e abilitanti. Contesti e realtà che permettano alle persone con demenza e ai loro
caregivers di vivere al meglio il resto della loro vita, per agevolare quello che è un
percorso lungo e non privo di difficoltà che affligge il malato e chi si prende cura
di lui.
Nel prossimo capitolo si vuole presentare un’iniziativa a favore delle persone
con demenza e volta al loro empowerment grazie al contatto con la natura, elemento
innovativo dell’offerta in quanto esso troppo spesso viene negato alle persone
malate a causa di una eccessiva protezione nei confronti degli stessi, nonostante
gli innegabili benefici che si potrebbero ottenere grazie alle attività outdoor,
all’interazione con gli animali e con la natura tipica delle aziende agricole. In questi
contesti infatti si può riscoprirsi e riscoprire gli altri. Nei paragrafi successivi verrà
presentato il servizio offerto alle persone con demenza da Le Cascine-lab Demenza
e Alzheimer. Questo modello è stato sviluppato nel contesto lombardo e l’obiettivo
è quello di individuarne gli elementi di successo, potendo quindi cercare di creare
una best practice per altri contesti agricoli che vogliano provare a investire nella
multifunzionalità nella direzione del sociale. Al fine di sottolineare la bontà di
questo servizio si presenterà prima la letteratura di riferimento e poi si presenteranno
i risultati ottenuti durante il progetto pilota svoltosi nel 2016.

7
Nel 2015 una serie di interviste sono state realizzate da alcuni caregivers in Lombardia
al fine di comprendere se i servizi erogati a favore della famiglia e della persona con demenza
siano sufficienti.

89
P. Ossola

Interventi a favore delle Demenze in Azienda Agricola


Il modello di Le Cascine-Lab Demenza e Alzheimer

Introduzione al modello di Le Cascine-lab Demenza e Alzheimer


Le Cascine-lab Demenza e Alzheimer è un servizio fornito da la Fattoria Sociale
Le Cascine di Terranova dei Passerini (LO)8. L’azienda agricola propone un setting
alternativo per le attività offerte alle persone con demenza. Tali attività infatti
vengono svolte in un contesto agricolo e sono state sviluppate sulla scorta del successo
di iniziative simili in altri Paesi. Si vedano le esperienze delle fattorie sociali di successo
all’estero o l’iniziativa di Reigershoeve9 una vera e propria RSA e Centro diurno in
fattoria, dove l’obiettivo primario è il benessere della persona, benessere perseguito in
contesti differenti dalle tradizionali realtà di assistenza e cura agli anziani.
Attraverso i servizi offerti da Le Cascine-lab Demenza e Alzheimer le persone
con demenza possono passare del tempo a contatto con la natura che caratterizza il
contesto agricolo svolgendo attività cognitivamente benefiche che permettono altresì
l’empowerment delle persone e il loro benessere nell’hic et nunc. Nella parte successiva
del capitolo vengono spiegate in modo più approfondito quelle che sono le attività
proposte.
A beneficiare di tali servizi sono non solo le persone con demenza con
compromissioni gravi, ma anche le persone con demenze a livelli lievi e medi, dove
ancora vi è una consapevolezza della malattia (Lehrner, et al. 2015) e dove i maggiori
benefici possono essere creati, nonostante questi target siano fino ad ora troppo spesso
trascurati dalle offerte odierne. Il servizio si rivolge infatti a persone con demenza
in RSA o in centri diurni, con livelli della malattia più lievi, ma anche più avanzati
a seconda delle esigenze della controparte e delle attività da svolgere. Rientrano tra
i potenziali target dell’offerta anche gli MCI e le persone che mostrano i normali

8
Il servizio viene offerto presso Società Agricola Le Cascine s.s., azienda agricola
multifunzionale, accreditata in Regione Lombardia come Fattoria Sociale e Fattoria Didattica.
É una azienda agricola cerealicolo zootecnica dotata di una ampia area verde, con un orto
didattico in cui si coltivano frutta, verdure ed erbe aromatiche ed una grande serra con fragole
poste su bancali rialzati da terra e fiori annuali. Gli animali allevati, bovini di razza Limousine,
suini, capre, lepri, anatre, galline ed asini, sono sottoposti regolarmente a controlli sanitari
e sono abituati al contatto col pubblico. È presente anche un lago per la pesca. Lungo le
sue rive e sul terreno della azienda agricola è possibile immergersi nel verde per passeggiare.
La cascina è ecomuseo del lodigiano. Particolarmente interessante è l’archivio storico in cui
sono conservati i documenti di famiglia. Essa è altresì specializzata in percorsi di educazione
alimentare, ambientale e laboratori socio occupazionali.
9
http://www.reigershoeve.nl.

90
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

sintomi del decadimento cognitivo legati all’invecchiamento non patologico (per


questo ultimo target è stato sviluppato un servizio ad hoc di active ageing).
Alcuni caregivers intervistati dichiarano di essere molto interessati a questa
iniziativa, in quanto caratterizzata da attività ricreative e sociali e di inclusione. Si
dichiarano altresì propensi a partecipare al servizio o a far partecipare il proprio caro.
Essi sono infatti convinti che, in assenza di sintomi comportamentali troppo marcati
e in stadi della malattia compatibili con tale iniziativa, queste attività siano benefiche
ed utili a ridurre i sintomi comportamentali associati alla demenza portando benefici
per l’intera famiglia (Ossola, et al., 2016).

Partecipanti e benefici
Fondamentale per l’erogazione di un servizio efficace ed efficiente è lo screening
iniziale delle persone da inserire nei programmi erogati, screening effettuato sulla
base di requisiti fisici, cognitivi e comportamentali necessari per svolgere le attività
oggetto di questo progetto. Requisiti fisici, cognitivi e comportamentali minimi
sono definiti con il supporto della azienda agricola e del suo personale per garantire
prima di tutto la sicurezza dei partecipanti. Questo screening ha altresì l’obiettivo
di rendere il più possibile omogeneo il gruppo di ospiti. Più gruppi di ospiti della
stessa struttura e non, con requisiti fisici, cognitivi e comportamentali omogenei ad
altri gruppi oppure inferiori o superiori, purché rispettanti i requisiti minimi per la
partecipazione alle attività, potranno essere accolti in giornate differenti. Il progetto
vuole attrarre, sia persone con demenza istituzionalizzate in RSA o centri diurni, sia
persone con demenza non istituzionalizzate. Le famiglie che non si rivolgono a realtà
istituzionalizzate possono godere di momenti insieme con i propri cari affetti da
demenza immergendosi insieme nella natura alla riscoperta del loro legame.
Questa offerta si rivolge alla persona con demenza che parteciperà in modo,
auspicabilmente, continuativo alle attività almeno una volta alla settimana. Quando
a partecipare all’iniziativa è anche il caregivers, l’obiettivo è quello di andare a garantire
momenti di sollievo al caregiver pur rimanendo con la persona con la demenza,
andando a offrire loro, un’alternativa in più alle tradizionali offerte di supporto
psicologico e counseling, anch’esse benefiche sia per le persone con demenza, per le
quali si posticipa l’istituzionalizzazione, che per i caregivers e la comunità (Pinquart
& Sörensen, 2006). Anche nel caso di partecipazione di caregivers familiari l’offerta
richiede una partecipazione continuativa, almeno una volta alla settimana. Nella
modalità persona con demenza e suo caregiver si cerca di offrire una esperienza in
cui queste persone siano incluse in un gruppo, per permettere altresì lo scambio
di informazioni e il mutuo-aiuto tra i caregivers stessi, anche se non si esclude ad
hoc, su richiesta, la possibilità di erogare il servizio solo per la coppia. Nel caso di

91
P. Ossola

partecipazione del caregiver anch’egli svolgerà attività tipiche della azienda agricola,
per ritrovare anch’esso il rapporto con la natura e i suoi benefici. Alcune attività
verranno fatte insieme alla persona con demenza, altre in autonomia, per garantire
il sollievo, sapendo che dall’altra parte il proprio caro è opportunamente seguito da
personale esperto. L’obiettivo tra gli altri è quello di irrobustire relazioni che si sono
via via deteriorate a causa della patologia.

Attività oggetto del servizio


Le attività proposte da questo servizio sono attività a supporto delle attività
occupazionali e psicosociali tradizionalmente offerti alle persone con demenza.
Questo servizio è stato sviluppato sulla scorta di numerosi studi che hanno dimostrato
come attività svolte in fattoria, il contatto con le piante e gli animali e l’esercizio
fisico, abbiano un effetto benefico e contribuiscano a migliorare la qualità della vita di
pazienti affetti da demenza e dei loro caregivers. In base alle esigenze delle persone che
vi parteciperanno e alle indicazioni ed obiettivi specifici che vengono stabiliti con chi
si prende cura delle persone con demenza, la persona, seguita da personale agricolo
e da persone opportunamente formate in Interventi Assistititi con gli Animali in
una equipe multidisciplinare10 composta altresì dalla figura dello psicologo e dalla

10
A seconda degli obiettivi che verranno definiti via via per le persone che parteciperanno
al progetto, obiettivi definiti dall’equipe multidisciplinare della realtà che si prende cura
della persona (che dovrà comprendere un responsabile di progetto, nella fattispecie medico
specialista o uno psicologo-psicoterapeuta), o dallo psicologo di Le Cascine-lab Demenza e
Alzheimer, si definiranno le figure specifiche da coinvolgere in seduta nell’equipe operativa,
che opererà presso l’azienda agricola. Nell’equipe operativa vi sarà un referente di progetto
individuato in una figura professionale in ambito socio sanitario, psicologico o educativo
che proviene dalla struttura da cui la persona con demenza è ospitata in quanto già conosce
le persone affette da demenza, o se non vi è una struttura d’invio, dallo psicologo offerto
direttamente dall’azienda agricola. In entrambi i casi questo professionista e tutti gli altri
coinvolti saranno opportunamente formati per gestire la malattia. La figura dello psicologo
sarà fondamentale nella valutazione clinica, cioè nel bilancio cognitivo-comportamentale-
funzionale, nel follow up, e nell’eventuale sostegno psicologico. In particolare, secondo
l’esigenza, le figure di educatore o terapista occupazionale verranno coinvolti nel progetto e
saranno affiancati dall’esperto agricolo o dal conduttore IAA, che apporterà le sue conoscenze
e competenze in ambito agricolo e dell’allevamento o degli Interventi Assistiti con gli Animali.
La figura dell’esperto agricolo o conduttore di animali è qui fondamentale per permettere alle
persone che parteciperanno al progetto e ai loro educatori o terapisti occupazionali di vivere
un’esperienza unica a contatto con la realtà produttiva agricola e il contatto con la natura,
fornendo una guida nelle attività da svolgere, condividendo le proprie conoscenze e facilitando
l’interazione con la natura e gli animali. Per garantire la sicurezza e prevenire eventuali zoonosi e
monitorare il benessere degli animali, un veterinario sarà chiamato a verificare lo stato di salute

92
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

figura dell’educatore e/o da un terapista occupazionale, sarà chiamata a svolgere le


attività tipiche dell’azienda agricola, occupandosi di orticoltura e frutticoltura, attività
di floricoltura ed accudimento e cura degli animali della fattoria, nonché a svolgere
attività di trasformazione, confezionamento e commercializzazione dei prodotti
agricoli ottenuti in un’ottica di riabilitazione cognitiva, ma anche potendo prendere
parte ad altre attività inerenti l’azienda agricola, attività anche di tipo ricreativo, ludico
e sociale. Tenendo in considerazione le abilità residue delle persone che parteciperanno
al progetto, sotto il profilo fisico, cognitivo e comportamentale, verrà costruito per
ciascuna di esse un progetto ad hoc in collaborazione con la realtà di cura che segue la
persona; le persone saranno impegnate in attività relative alla fattoria sociale indoor ed
outdoor a seconda delle condizioni atmosferiche. I partecipanti alle attività, anche in
questo caso in funzione delle loro abilità fisiche e cognitive e delle loro problematiche
comportamentali, parteciperanno altresì in attività di raccolta e trasformazione del
prodotto (per esempio produzione di prodotti quali marmellata, succhi, pasta e pane,
mostarde, segnalibri di fiori, tisane, ecc.) nonché al suo confezionamento e alla sua
commercializzazione (es. mercato locale). Alle attività previste precedentemente si
affiancheranno altre attività ludiche, ricreative o terapeutiche in azienda agricola,
come per esempio i laboratori creativi (artistici, di lettura e di discussione, di scambio
intergenerazionale delle conoscenze, ecc.) e la possibilità di svolgere attività di pesca
nel laghetto e di passeggiare immersi nella natura.
L’alternarsi delle attività sopra descritte permetterà di garantire continuità al
servizio, destagionalizzandolo e avendo valide e utili alternative in caso di maltempo.
Affianco ai benefici cognitivi che le persone possono avere grazie a queste attività,
viene dato spazio anche ai tipici benefici della Mindfulness (Paller, et al. 2015) e/o
altre attività di rilassamento, sia per le persone con demenza che per i loro caregivers.

degli animali coinvolti. Questo in linea con le richieste delle Linee Guida Nazionali (2015)
per gli Interventi Assistiti con gli Animali che possono essere ritenute un utile strumento
di riferimento per poter strutturare al meglio il progetto, che tra le sue attività vede anche
l’impiego di animali oggetto delle linee guida (es. asino). Una volta definito chi parteciperà
giornalmente al progetto verranno scelte nel dettaglio la tipologia di figura professionale da
coinvolgere e il numero di professionisti da coinvolgere, tenendo conto del tipo di intervento
e dei suoi obiettivi. Saranno sempre presenti le seguenti figure: l’esperto agricolo, lo psicologo
per funzioni di valutazione clinica, e l’educatore o il terapista occupazionale. Nella nostra
offerta al momento sono garantiti la figura dell’educatore e dello psicologo, nonché una figura
agricola, un conduttore formato in IAA ed una figura gestionale. Essenziale sarà l’alleanza
terapeutica con i caregivers professionali e non. Da non trascurare la possibile relazione con
il medico specialista che ha provveduto alla diagnosi, che si occupa del piano terapeutico e
del follow up, nonché l’assistente sociale, l’infermiere, gli operatori assistenziali ed eventuali
volontari. L’erogazione del servizio verrà effettuata dalla azienda agricola in collaborazione con
liberi professionisti e cooperative, che collaboreranno per la buona uscita del progetto.

93
P. Ossola

Le attività previste nel servizio dovranno avere una certa continuità per permettere
l’ottenimento dei benefici attesi, come rilevato in altri ambiti in cui interventi non
farmacologici, come la RO (Reality Orientation Therapy) sono stati attuati (Spector, et
al. 2001). Continuità che dovrà essere non solo intesa nelle attività svolte in azienda
agricola, ma che dovrà anche essere garantita quando le persone sono in struttura o
al Centro diurno o al proprio domicilio. Sia in azienda agricola sia in struttura o a
domicilio, gli operatori e i loro caregivers informali che conoscono le persone di cui
si prendono cura svolgeranno un ruolo fondamentale per il successo dell’iniziativa.
Essi infatti sono in grado di creare attesa per le uscite, di preparare le persone con
la demenza a tali attività, attraverso discussioni e attività in struttura e di supportare
l’esperto agricolo durante la visita in fattoria. Da qui l’importanza di coinvolgerli in
modo attivo.
La durata del progetto potrà variare a seconda delle necessità degli utenti.
Il setting dell’intervento è progettato ove possibile in base ai principi del Gentlecare,
in cui l’ambiente protesico facilita l’interazione della persona con demenza (Jones,
1996).

Obiettivi delle attività proposte


Le attività hanno obiettivi definiti a seconda delle caratteristiche di ciascuna persona
con demenza o gruppo che parteciperà alle attività. Tali attività, come attività
ludico, sociali, ricreative, educative o terapeutiche e di inclusione, rientrano nella
riabilitazione cognitiva (Johnstone, & Stonnington, 2001) ed hanno come obiettivo
quello di permettere all’individuo, ove questo sia possibile, di riguadagnare il proprio
ruolo nella comunità (Ellis-Stol, & Popkess-Vawter, 1998), riconquistare le relazioni
passate e la possibilità di riappropriarsi delle attività del tempo libero, facendo in
modo che le persone affette da demenza si sentano meno in imbarazzo, portandole,
seppur parzialmente, a riconquistare maggior potere sulle proprie decisioni, riducendo
il serrato controllo da parte dei famigliari e caregivers professionali. Questo consente
alle persone affette da demenza e i loro caregivers di ottenere una miglior qualità della
vita, nonostante la patologia, in particolare agli inizi quando ancora la consapevolezza
di malattia è conservata (Lehrner, et al. 2015) e dove un intervento di questo genere,
volto altresì a ridare un ruolo all’individuo nella comunità, è essenziale. Attraverso
questa attività si migliorano l’area cognitiva, affettivo sociale, relazionale ed emotiva,
e si stimola la comunicazione verbale e non verbale e la capacità motoria e sensoriale.
A seconda della tipologia di persone che prenderanno parte alle attività proposte
(tenendo conto delle differenti problematiche cognitive e comportamentali nonché
fisiche), si tenderà ad integrare il più possibile le attività qui proposte alle attività
tipiche dell’azienda agricola e della sua multifunzionalità. Questo permetterà alle

94
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

persone di godere dei benefici dell’attività svolta in modo completo e alla azienda
agricola di perseguire il suo obiettivo di produzione agricola, confezionamento e
commercializzazione del prodotto agricolo, erogando altresì un servizio di assistenza
di particolare importanza per la persona con demenza che potrà riconoscere se
stesso in un sistema produttivo, potendo ritrovare un proprio ruolo nella comunità,
permettendo alla persona di sentirsi utile e integrata. Comunità che in questo
momento invece di includerlo per quello che ancora può dare e per le sue capacità
residue e quindi permettergli di aumentare la stima in se stesso, tende ad emarginarlo
sempre più, impedendogli di continuare a vivere con qualità la sua vita, che con il
progredire della malattia lo costringerà a perdere indipendenza e a vivere in isolamento,
aggravandone i comportamenti non desiderati (aggressività, apatia, depressione, ecc.)
e portando di conseguenza ad un aumento dell’intervento farmacologico e al maggior
coinvolgimento medico, con aggravio al sistema sanitario.
I benefici perseguibili andranno altresì a favore dei loro caregivers, che potranno
anch’essi partecipare alle iniziative oggetto di questo progetto ottenendo possibilità di
sollievo e benessere dalle attività rurali a cui anch’essi potranno partecipare attivamente,
e che beneficeranno anche degli effetti positivi che la persona con demenza avrà dalle
attività in particolar modo a favore del suo umore.
Come conseguenza di ciò la presente offerta è volta anche a diminuire, ove possibile
anche i costi della demenza: individuando fonti di risparmio sia con riferimento alla
persona con demenza che ai suoi caregivers famigliari e professionali spesso soggetti a
burnout. Risparmi che possono essere quindi registrati con riferimento alla riduzione
della posologia di farmaci e terapie per le persone con demenza, con riferimento
ad una diminuzione degli andamenti clinici della patologia che di solito portano a
momenti di crisi e maggior ricorso a visite mediche e al pronto soccorso, nonché
una riduzione dei casi di comorbidità grazie anche ad un aumento dell’attività fisica
all’aria aperta e di una educazione alimentare migliore, nonché una riduzione della
necessità di assistenza (per esempio caregivers professionali al domicilio o ricorso
all’istituzionalizzazione).

Evidenze in letteratura della bontà di questa tipologia di interventi


Questa proposta erogativa/integrativa è stata sviluppata sulla base di numerosi studi
che hanno messo in mostra come il ritmo naturale della vita in fattoria, l’esercizio fisico,
l’essere parte di una piccola comunità, ed il contatto con le piante e gli animali abbiano
un effetto benefico sulla qualità della vita dell’uomo (Hassink, 2003). In particolare
le attività all’aria aperta in azienda agricola, caratteristica fondamentale dell’offerta
erogata, che portano davvero a parlare di un nuovo paradigma socio-assistenziale,
lontano da RSA e centri diurni tradizionali, sono considerate fortemente benefiche

95
P. Ossola

dai molteplici autori che se ne sono occupati, sia per quanto riguarda gli anziani sia
per quanto riguarda gli anziani affetti da demenza (De Bruin, et al., 2013; Fellows
and Rainsford, 2013; Hughes, 2013; Mapes, 2013; McNair, 2013; Robertson, 2013;
Whitehouse, et al. 2013). All’aria aperta le persone possono contemplare la bellezza
della natura e possono fare attività fisica e del tempo libero e i risultati ottenuti da
queste attività sono preziosi in quanto portano ad un miglioramento della qualità
della vita della persona con demenza (Dupuis, et al. 2012; Genoe, 2010; Genoe, &
Dupuis, 2011; Page, et al. 2014, Zeisel, 2009)11. Qualità della vita che si concretizza
in una maggiore indipendenza, inclusione nella comunità, ed un risparmio di risorse
sia per le famiglie che per il sistema sanitario (Graff, et al., 2008) e ad un aumento del
benessere degli stessi caregivers. Risultati simili si sono ottenuti anche con gli IAA, essi
hanno un effetto positivo sui sintomi comportamentali e psicologici della demenza
(BPSD) e sui disturbi dell’umore (Bernabei, et al., 2013). Interventi di orto terapia,
IAA e attività in fattoria sono ritenuti benefici per le persone con demenza (Bernabei,
et al., 2013; Carman, 2002; Cohen-Mansfield, 2001; Day, et al., 2000; Hassink et
al., 2010; Jarrot, et al., 2002; Jarrot, and Gigliotti, 2004; Mosello, et al., 2011; Schols,
and Van Schriek van Meel, 2006; Zeisel, and Tyson, 1999). Le attività ricreative, di
cui alcune delle attività precedentemente viste possono fare parte (per esempio i pets,
l’arte, ecc.), hanno dato anch’esse evidenza di essere benefiche nella riduzione dei
problemi comportamentali delle persone affette da demenza, migliorandone anche
l’umore (Brotons et al., 1997; Kongable et al., 1989; Smith, 1992). Inoltre, attraverso
le attività di trasformazione, che vanno ad includere dalle attività di cucina alle attività
di preparazione succhi e conserve, le funzioni mnemoniche, esecutive e l’attenzione
della persona affetta da demenza migliorano e migliora altresì l’autostima della persona
che può mettere in mostra nella comunità a cui apparteneva e a cui probabilmente
vorrebbe ancora appartenere le proprie capacità permettendo alle persone che hanno
partecipato al progetto di presenziare, in base alle loro capacità, al mercato locale,
dando consigli di acquisto e gestendo interamente la vendita, includendo la creazione
di pacchetti e il maneggio dei soldi (attività ancora possibile per alcuni se le condizioni
cognitive lo permettono e se opportunamente supportata) (Nomura, et al., 2009).
Quanto finora visto ci fa capire quanto la vita delle persone con demenza può
migliorare se vi è un adeguato supporto. Le terapie sia farmacologiche che psicosociali
ed occupazionali permettono alle persone con demenza di mantenere un ruolo attivo
nella comunità, migliorando la propria qualità di vita (WHO, 2012), ottenendo
miglioramenti clinici e risparmi alla spesa sanitaria non trascurabili (Graff et al., 2008),
sia con riferimento agli aspetti medico-sanitari, che con riferimento all’assistenza
informale e all’assistenza sociale (WHO, 2015).

11
Si veda anche http://www.alzheimers.org.uk.

96
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

Misure della bontà degli interventi


I risultati di ogni programma all’interno del servizio verranno accuratamente
misurati per poter verosimilmente validare i benefici attesi precedentemente
indicati. Nel misurare la bontà di questi interventi verranno presi in considerazione
non solo gli elementi neuro-psicologici della persona affetta da demenza, ma anche
gli effetti sul caregiver, ove questo è possibile, nonché gli effetti sulle componenti
di costo e gli eventuali benefici sull’azienda agricola. Si vuole infatti valutare
la bontà dell’intervento tenendo in considerazione tutti gli elementi coinvolti
nell’assistenza alla persona con demenza.
La misurazione dei risultati ottenuti dovrà essere effettuata in modo ripetuto
(repeated measures design) in differenti stadi del progetto, secondo i principi del
case control design, dove verranno coinvolti un certo numero di cases (persone
con demenza che parteciperanno al progetto) e un pari numero di controls con
caratteristiche simili ai cases (persone con demenza con sintomi simili al gruppo
che prenderà parte al progetto in fattoria sociale ma che non partecipa alla attività).
Le valutazioni avverranno, attraverso una batteria di test opportunamente
selezionata all’inizio delle attività in fattoria sociale, a conclusione del programma
e se possibile dopo la conclusione, almeno a 6 mesi, per valutare se gli effetti
ottenuti persistono nel tempo, aspetto ancora da indagare in modo approfondito,
come affermato da Bernabei, et al. (2013). Almeno un gruppo di persone che
prende parte all’intervento deve essere sempre monitorato, in comparazione
con un gruppo di controllo. Tali gruppi dovranno essere coinvolti per almeno
12 settimane di intervento, come già avvenuto in altri studi sulla valutazione
degli IAA anche con animali da fattoria in ambito della demenza e dei disturbi
psichiatrici (Berget et al., 2007; Walsh, et al. 1995). Questo permetterà di valutare
rigorosamente la bontà dell’intervento dando al servizio valenza scientifica.
Per quanto riguarda la persona con demenza si sceglieranno le opportune
batterie di test neuropsicologici necessari per misurare i benefici in base agli
obiettivi posti dal progetto (tra cui l’ambito cognitivo, la qualità della vita,
l’indipendenza nelle attività della vita, la comunicazione, il comportamento, la
depressione, l’ansia e il funzionamento globale). A queste batterie di test verrà
affiancata anche una valutazione clinica della persona per verificare eventuali
cambiamenti (miglioramenti) dal punto di vista fisiologico12. La specifica
decisione sui test da sottoporre e sui dati fisiologici da rilevare verrà effettuata

12
A tal fine sarà altresì importante cercare di mantenere inalterata la tipologia di trattamento
farmacologico delle persone, per poter avere dei dati non biased (Farina, et al. 2006) e poter
verificare eventuali necessità di variazioni nella posologia degli stessi (auspicabilmente in
diminuzione).

97
P. Ossola

in base agli obiettivi del progetto in equipe multidisciplinare. I risultati saranno


misurati attraverso batterie di test opportunamente selezionate in base agli
obiettivi del progetto.
Verrà anche misurato il beneficio sui caregivers se anch’essi coinvolti.
Inoltre, come precedentemente segnalato seppur i beneficiari diretti
dell’intervento sono le persone con demenza ed in secondo luogo i caregivers,
ove possibile devono essere misurati anche gli impatti economici sia sul sistema
famiglia che sul sistema sanitario, nonché i benefici di multifunzionalità per la
realtà agricola. L’elemento costo è una delle dimensioni di particolare importanza
quando si tratta di malattie neurodegenerative e questi hanno un impatto
forte, come visto precedentemente sul sistema sanitario mettendone in crisi la
sua sostenibilità (Aima-Censis, 2016). In questa analisi viene quindi presa in
considerazione la possibilità di misurare l’impatto degli interventi anche in termini
di costi diretti ed indiretti della demenza. Possono essere fatti in questo contesto
misurazioni pre-intervento, attraverso la raccolta di dati primari provenienti dai
caregivers attraverso un diario in cui il caregiver annoterà tutti i dati rilevanti al
fine di misurare le variabili di interesse nella ricerca. La stessa raccolta dei dati
verrà fatta durante l’intervento e successivamente. La letteratura dimostra come
la raccolta debba iniziare almeno 3 mesi prima dell’intervento ove possibile e
continuare almeno per altri 3 mesi dopo l’intervento, questo per permettere
di raccogliere abbastanza dati per una comparazione nel tempo. Molteplici
studi hanno misurato il costo del prendersi cura di una persona con demenza
(Hurd, et al. 2013; Leon, & Neumann 1998; Wimo, et al. 2013) permettendo
di individuare una serie di variabili da poter misurare. Numerosi studi hanno
affrontato la tematica relativa ai costi della cura ed assistenza per le persone con
demenza (es. Leon, & Neumann 1998; Hurd, et al. 2013; Wimo, et al. 2013).
Questo permette di identificare le variabili da utilizzare per misurare i benefici
non solo nei confronti della condizione delle persone con demenza e i loro
caregivers, ma anche gli effetti sul sistema socio-sanitario e sul sistema famiglia.
Interventi come quello proposto in questo contesto da Le Cascine-lab
Demenza e Alzheimer dovrebbero essere quindi in grado di creare benefici per
tutti gli stakeholders coinvolti.
Nel paragrafo successivo verrà presentato nel dettaglio il Progetto Sperimentale
svolto da Le Cascine-lab Demenza e Alzheimer, nel quale parte di questi elementi
ideali per il modello sono stati già utilizzati.

98
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

Le Cascine-lab Demenza e Alzheimer – Progetto


sperimentale13

Introduzione al progetto sperimentale


Durante il 2016, il servizio di Le Cascine-lab Demenza e Alzheimer ha avuto la
possibilità di essere sperimentato, grazie alla collaborazione con una RSA locale
e grazie ad un finanziamento proveniente da una banca locale che ha creduto
in questo intervento. È stato coinvolto un gruppo di 7 persone con demenza
con i requisiti cognitivi, comportamentali e fisici necessari per svolgere le attività
di questo servizio. Ad esso si è affiancato un gruppo di controllo di 7 persone
con demenza con i requisiti cognitivi, comportamentali e fisici simili al gruppo
test. La frequenza prevista per poter valutare il progetto sperimentale è stata
di 12 settimane, con uscite una volta a settimana, 2 ore circa (giovedì mattina
orario 9:30- 11:30), periodo di attività maggio-settembre con interruzione ad
agosto. Il personale della RSA ha garantito continuità all’interno della struttura,
coinvolgendo gli utenti e creando attesa per le uscite in fattoria.
Le principali attività proposte, in base alle condizioni meteo e alle caratteristiche
individuali dei partecipanti sono state le seguenti:
– Passeggiate nel verde.
– Gardening e cura dell’orto.
– Laboratori di cucina.
– Laboratori delle erbe aromatiche.
– Confezionamento dei prodotti.
– Attività con gli animali presenti nell’azienda agricola (le attività sono state
svolte con asini, capre, vacche e pollame).
Ogni incontro è sempre stato caratterizzato da una pausa merenda con i prodot-
ti dell’azienda agricola, nel rispetto di eventuali esigenze nutrizionali specifiche.
Esso è stato un momento fondamentale del servizio offerto.

Valutazione neuropsicologica
Nell’ambito del progetto è stata effettuata una valutazione neuropsicologica per
le persone con demenza. Nessuna valutazione in merito agli effetti sui caregivers
e sui costi è stata fatta, questo è obiettivo delle future azioni del servizio stesso.
La valutazione neuro-psicologica è avvenuta all’inizio delle attività e una alla fine.

13
Angelo Carlo Suardi, Ph.D in Psicologia clinica; Paola Vailati Riboni, referente aziendale;
Paola Ossola, Ph.D in Economia aziendale.

99
P. Ossola

Queste misurazioni sono state fatte per approfondire al meglio i deficit cognitivi
e le abilità residue e conoscere successivamente i benefici ottenuti attraverso le
attività proposte e valutare con l’equipe responsabile anche in base ai risultati
raggiungi un adeguato intervento dal punto di vista neuropsicologico. La
valutazione neuropsicologica14 fatta nell’ambito di questa prima sperimentazione
è stata effettuata utilizzando i seguenti test:

14
La valutazione neuropsicologica è stata fatta da Angelo Carlo Suardi.

100
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

Metodologia per l’analisi dei dati


Nonostante il numero di soggetti coinvolti in questa sperimentazione sia stato
limitato, è stato comunque possibile raccogliere dati importanti e raggiungere
primi significativi risultati che lasciano intravedere, come già la letteratura
faceva, importanti benefici nei confronti delle persone con demenza. Per poter
utilizzare i dati raccolti, nonostante questo numero limitato di soggetti che
componevano i due gruppi (gruppo che ha partecipato alle attività e gruppo
di controllo) per ciascun test e per ciascun soggetto è stato calcolato il delta,
ovvero la differenza tra il punteggio ottenuto alla valutazione a t1 (pre: prima
dell’inizio del progetto pilota) e t2 (post: alla fine del progetto pilota). Una
volta calcolato il delta, l’analisi dei dati è stata effettuata confrontando le medie
dei delta dei due gruppi e calcolando l’ampiezza di questa differenza tramite
l’indice d di Cohen. Tutte le analisi dei dati sono state effettuate con il software
SPSS Statistics 17.0.

I risultati ottenuti
Nella tabella che segue vengono riassunti i risultati ottenuti da questa analisi,
considerando il d di Cohen, sia per i partecipanti all’iniziativa che per i controlli.

101
P. Ossola

(Ampiezza effetto: † = Piccola, *=Moderata, **=Elevata)

Le medie dei delta dei due gruppi sono risultate diverse in grado elevato nella scala
CDR, nei test di Fluenza Fonemica e Fluenza Semantica. Sono risultate differenti
in grado moderato i risultati ottenuti al Mini Mental State Examination, alle
Matrici Attentive, al Test dell’Orologio, al test del Raccontino, alla rievocazione
differita della Figura di Rey, così come al Geriatric Anxiety Inventory (GAI), alla
scala della qualità della vita (QoL-AD) e alla scala di Comportamento comunicativo.
Da questi risultati è possibile vedere come il processo degenerativo dovuto alla
demenza sia stato rallentato dalla partecipazione al progetto. I risultati indicano
che le principali differenze tra chi ha partecipato e chi non ha partecipato
emergono all’indice CDR, che permette di classificare la gravità della demenza e
dei suoi sintomi: i partecipanti hanno mantenuto una certa stabilità nei sintomi
osservabili di demenza, mentre i controlli sono peggiorati nel corso del tempo.
A conferma di ciò ci sono le rilevanti differenze emerse al MMSE, indice di

102
Attività occupazionali per persone con demenza in Fattoria Sociale. Un modello da esplorare

funzionamento cognitivo globale, e ai test di fluenza fonemica e fluenza semantica.


Questo conferma una tendenza positiva emersa alla scala di comportamento
comunicativo riguardo al funzionamento del linguaggio. Inoltre ciò ci permette
di indagare le funzioni esecutive, cioè le abilità di ricerca lessicale e di accesso
al magazzino semantico, che nel gruppo che ha partecipato a queste attività
sono risultate positivamente influenzate da questo intervento. Questo effetto è
confermato dai risultati emersi al test delle matrici attentive che è indice delle
abilità di attenzione e ricerca visuospaziale e al test dell’orologio, anch’esso indice di
funzionamento esecutivo. Risultati interessanti sono stati raggiunti anche in due
test di memoria quali il Raccontino e la rievocazione della Figura di Rey. Differenze
moderate sono poi emerse nei punteggi di qualità di vita (Qol-AD) e ansia (GAI).
Questo ci fa concludere che, come ipotizzato, la partecipazione a questo
progetto di stimolazione cognitiva in un contesto rurale, con attività produttive
reali, attraverso l’esecuzione di attività occupazionali quali quelle proposte,
presenti un effetto benefico di rallentamento nel decorso della malattia in termini
di funzionamento cognitivo globale, andando ad impattare in particolar modo
sulle abilità di linguaggio, sulle funzioni esecutivo-attentive, con una verosimile
riduzione dell’ansia ed un aumento della qualità di vita percepita dal soggetto.

Conclusioni
Come visto in questo capitolo le attività occupazionali in setting a contatto
con la natura e gli animali, differenti da quelli creati in RSA e in CDI, si sono
dimostrate benefiche per le persone con demenza che hanno partecipato al
progetto sperimentale precedentemente illustrato. Questo conferma la bontà
di questi interventi, come già la letteratura sosteneva. Nonostante ulteriore
validità dell’intervento debba essere data, visto il limitato campione coinvolto,
questo progetto sperimentale e i risultati misurati attraverso la batteria di test
precedentemente individuata e discussa, sono elemento di forza per permettere
a questo modello di diventare uno strumento di assistenza innovativo per le
persone con demenza. Questo permette di pensare a questo progetto come un
servizio continuativo a disposizione della cittadinanza da sviluppare sulla scorta
del modello già utilizzato durante il progetto sperimentale. Tale modello infatti,
con opportune messe a punto, potrà diventare una best practice da diffondere a
livello regionale e nazionale per altre realtà agricole e la loro multifunzionalità.
Alcune criticità sono emerse nel passaggio da progetto sperimentale a servizio, in
quanto, seppur le fattorie sociali e didattiche sono normate sia a livello nazionale
che regionale è ancora difficile il dialogo tra agricoltura, sanità e assistenza. È

103
P. Ossola

quindi auspicabile per il futuro che questi due mondi si incontrino per rendere
questa iniziativa diffusa permettendo a più beneficiari di goderne.
Le attività agricole per persone con demenza sono un’opportunità da non
sottovalutare, che potrà portare a benefici diretti per il benessere delle persone
con demenza e i loro caregivers formali ed informali.

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Lavorare con gli asini e fare impresa:
l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia
Anna Attolico1, Maria Bugatti2, Silvia Castellazzo3 e Marco Danesi4

Non esistono formule magiche per creare lavoro.


Occorre investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone.
Don Mario Operti

Perché il progetto “...a passo d’asino”


Il progetto “...a passo d’asino”, prende forma alla fine del 2013 presso la Caritas Dio-
cesana di Brescia. Siamo in piena crisi economica, le persone che si rivolgono alla
Caritas Diocesana non sono solo i senza fissa dimora, ma padri che hanno perso il
lavoro, donne sole con figli e che con un lavoro part-time non riescono ad arrivare
a fine mese, tanti giovani che, concluso il loro percorso di studi, trovano solo lavori
precari, saltuari, senza prospettiva. Il lavoro, il lavoro che non si trova, il lavoro che
non offre sicurezze, il lavoro, o meglio la sua mancanza, che non permette di guardare
al futuro con speranza. E i livelli occupazionali sempre più bassi, soprattutto relati-
vamente all’occupazione giovanile. E da loro, dai giovani, viene anche la sfida: non è
possibile trovare un lavoro che permetta di vivere i ritmi della Natura, che non sfrutti
l’ambiente ma lo viva come alleato?
Come dare un segno, un segno di vicinanza e di speranza? Come sottolineare che
la passione, la creatività, l’essere insieme permettono anche oggi di realizzare i nostri
sogni, i sogni di tanti giovani? L’immagine che ci ha guidato è quella relativa alla
tecnica giapponese del Kintsugi. Quest’arte giapponese prescrive l’uso di un metallo
prezioso – che può essere oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro – per riunire
i pezzi di un oggetto di ceramica rotto, esaltando le nuove nervature create. La tecnica
consiste nel riunirne i frammenti dandogli un aspetto nuovo dando valore alle ‘ferite’.
Ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, per via della casualità con cui la
ceramica si frantuma e delle irregolari, ramificate decorazioni che si formano.

1
Pedagogista, Caritas diocesana di Brescia.
2
Operatrice, Caritas diocesana di Brescia.
3
Operatrice, Caritas diocesana di Brescia.
4
Vicedirettore, Caritas diocesana di Brescia.

111
A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

Con questa tecnica si creano vere e proprie opere d’arte, sempre diverse, ognuna
con la propria trama da raccontare, ognuna con la propria bellezza da esibire, questo
proprio grazie all’unicità delle crepe che si creano quando l’oggetto si rompe, come
fossero le ferite che lasciano tracce diverse su ognuno di noi.
Partendo da questa immagine, abbiamo voluto assumere tre debolezze per mostrare
che insieme, potevano diventare valore, per sé ma anche per chi è più in difficoltà. Le
tre ‘debolezze’ da cui siamo partiti sono state: i Giovani, la Terra e gli Asini.
1. i giovani perché la forte disoccupazione giovanile, nel momento di crisi mondiale
che è in corso non permette ai giovani di trovare uno sbocco lavorativo duraturo
e stabile, e che rimanda ai giovani stessi un continuo messaggio: “non vali perché
non hai esperienza”.
2. la terra perché sembra che la terra valga solo se considerata edificabile. L’attuale
congiuntura socioeconomica necessita di riflessioni sull’urgenza di un ritorno ad
attività legate alla tutela ambientale e al lavoro manuale a stretto contatto con la
terra e il territorio.
3. gli asini perché nell’immaginario collettivo sono animali di seconda categoria
con poche potenzialità. Negli ultimi anni invece c’è stata una graduale rivalutazione
delle risorse dell’asino, sia per le produzione del latte che per le attività educative.

Analisi del bisogno


La prima azione per passare dall’idea al progetto di fattibilità, è stato provare a fare
un’analisi in particolare della situazione giovanile. Quella che segue, non è l’analisi
aggiornata, ma quella del 2013 che ci ha portato a decidere di avviare il progetto “...a
passo d’asino”. Come si coglie dal grafico che segue, la situazione in questi anni si è
ulteriormente aggravata.

Persone 16-24 anni a rischio di povertà ed esclusione sociale


in Europa e in Italia – Confronto 2010-2015 (valori assoluti)

Fonte ISTAT

112
Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

Alcuni dati sulla disoccupazione giovanile


I giovani italiani sono costretti a fare i conti con una disoccupazione in forte
aumento. Inoltre, dopo lunghi e complicati percorsi di ricerca, quando riescono
a trovare un lavoro, questo spesso è talmente precario da non consentire loro di
progettare il futuro. Questo comporta numerose conseguenze a livello sociale:
il permanere dei giovani nella loro famiglia d’origine, il prolungamento quindi
di una dipendenza che non è solo economica ma è anche emotiva dai propri
genitori. Il posporre scelte di autonomia e di raggiungimento dell’età adulta sono
la causa di quella che viene definita ‘adolescenza prolungata’.
Per quanto riguarda la realtà italiana e quella sud-europea è ormai evidente,
che il ritardo nel raggiungimento di questa importante tappa, nel percorso di
transizione alla vita adulta, non sia dovuto solo a ragioni antropologiche e culturali
(che rimangono e sono importanti) ma anche a ragioni di tipo economico e
politico vista la mancanza di scelte adeguate nella riforma del welfare. “La
condizione giovanile infatti, sembra non rappresentare una priorità negli impegni
dei principali Paesi europei.”5
Un sistema che incentiva i figli a contare solo sull’aiuto dei genitori è il
peggior welfare possibile in quanto accentua l’assistenzialismo passivo e riproduce
le disuguaglianze sociali. La famiglia risulta l’unico ammortizzatore sociale anche
per l’elevato numero dei NEET, ovvero i giovani che né studiano e né lavorano,
fruendo quindi passivamente delle risorse familiari.
Il rapporto ISTAT 2012 evidenzia un decisivo peggioramento nelle
opportunità di miglioramento sociale e occupazionale dei giovani; esiste un serio
divario collegato alla poca equità nei processi di allocazione nelle varie posizioni
sociali. La crisi infatti non fa che aggravare la condizione delle giovani generazioni.
Per quanto riguarda l’andamento della disoccupazione giovanile, le ultime analisi
dimostrano come, dal 2008 al 2010, in tutta l’Unione Europea siano stati persi
più di 5 milioni di posti di lavoro, di cui quasi la metà occupati da giovani tra i
15 e i 24 anni e poco più di un quarto da giovani tra i 25 e i 29 anni.
A livello europeo si è realizzata una polarizzazione delle opportunità lavorative
per cui si è determinata una concentrazione dell’occupazione in professioni ad
alta e bassa qualifica e uno svuotamento delle professioni a qualifica intermedia.
Questa polarizzazione rappresenta, secondo alcuni studiosi, una delle principali
cause dell’aumento dei working poors lavoratori poveri- e dell’indebolimento del
ceto medio. I giovani sono rimasti schiacciati da esigenze che non sono per loro

5
Cordella G., Masi S. E. (2013), Condizione giovanile e nuovi rischi sociali. Quali politiche?
Editore: Carocci.

113
A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

inclusive; sono quindi proprio i giovani a pagare il maggior peso della mancata
ridistribuzione della ricchezza. I due dati maggiormente significativi della
condizione giovanile sotto il profilo occupazionale sono: il tasso di disoccupazione
giovanile e la quota di giovani occupati a tempo determinato.

Tabella n. 1: dati Istat, livelli di disoccupazione giovanile 15-24 anni,


territorio nazionale e Regione Lombardia

Dalla tabella si evince come le percentuali di disoccupazione giovanile, sia in


Italia che in Lombardia hanno avuto un graduale e continuo aumento dal 2004
al 2012. A livello nazionale si evidenziano i dati più preoccupanti con un livello
di disoccupazione nel 2012 pari al 35,3% con un aumento di 6 punti percentuali
rispetto all’anno precedente. Un ulteriore aggiornamento riferito al 2013 presenta
un tasso di disoccupazione nazionale pari al 41,2%.
Anche in Lombardia i dati sono significativi (seppur di dimensioni meno
accentuati); dal 2004 al 2012 le percentuali sono più che raddoppiate e anche
a livello regionale si ha dal 2011 al 2012 un aggravamento della disoccupazione
giovanile del 6%. Nel grafico successivo vengono illustrate le percentuali di
disoccupazione giovanile specifiche per la Provincia di Brescia.
Come si evince la percentuale più alta si è raggiunta nel 2012 con un tasso pari
al 23,1%. Il dato più significativo è il confronto tra il tasso di disoccupazione del
2008 (6,1%) con quello dell’ultimo anno. La percentuale si è quasi quadruplicata
nell’arco di quattro anni.

Grafico n. 1: dati Istat livelli di disoccupazione giovanile 15-24 anni,


Provincia di Brescia

114
Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

I dati del territorio provinciale sono più contenuti di quelli a livello nazionale
e regionale ma per la Provincia di Brescia, da sempre molto produttiva, sono
comunque particolarmente significativi. In totale sono circa 32.000 i disoccupati
sul territorio provinciale di Brescia e circa 261.000 sul territorio regionale. Anche
i giovanissimi 15-30 anni risultano essere molto colpiti dalla disoccupazione: i
posti di lavoro persi negli ultimi 2 anni presi in esame dal grafico, sono stati pari
a 501.000.
La Caritas Italiana, nel 2011 per far fronte alle diverse necessità della crisi,
ha accompagnato la metà delle Caritas Diocesane in Italia nella presentazione
di 185 progetti relativi a diversi ambiti di bisogno tra cui è rilevante il tema
dell’occupazione. L’analisi di questi dati ci ha motivato ad avviare un progetto
sperimentale ed originale con l’obiettivo di creare nuove nicchie di lavoro in
ambito agricolo/ambientale.

Tutela ambientale e attività sostenibili


L’attuale congiuntura socio-economica e ancor di più i valori che da sempre
sostengono l’azione della Caritas, costringe ad una maggior attenzione ad alcuni
aspetti della vita quotidiana tra cui:
– la provenienza dei beni;
– il rispetto dei principi etici;
– la dignità del lavoro;
– il rispetto dell’ambiente;
– l’impatto ambientale.
Segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano
le società industriali continuano a moltiplicarsi: l’avvicinarsi dell’esaurimento
delle fonti fossili e le guerre per averne il controllo, i mutamenti climatici, lo
scioglimento dei ghiacciai, l’aumento dei rifiuti, le devastazioni e l’inquinamento
ambientale.
Eppure sembra che gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti,
con l’ausilio dei mass media continuino a porre nella crescita del prodotto interno
lordo il senso stesso dell’attività produttiva. In un mondo finito, con risorse finite
e con una capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile, anche se
le innovazioni tecnologiche venissero indirizzare a ridurre l’impatto ambientale,
il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Queste misure sarebbero travolte
dalla crescita della produzione e dei consumi in Paesi come la Cina, l’India e
il Brasile, dove vive circa metà della popolazione mondiale. Né si può pensare
che si possano mantenere le attuali disparità tra il 20 per cento dell’umanità che

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A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

consuma l’80 per cento delle risorse e l’80 per cento che deve accontentarsi del
20 per cento.
Forse è arrivato il momento di smontare i miti della crescita, di definire
nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un’altra
cultura, un altro sapere e un altro saper fare, di sperimentare modi diversi di
rapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi...

Il progetto
Partendo da queste premesse, la Caritas Diocesana di Brescia, attraverso il suo
braccio operativo, con il coinvolgimento di due Cooperative sociali e di un
giovane imprenditore agricolo, ha dato vita a “Asine di Balaam Società Agricola
srl”, per la gestione diretta del progetto.
Attraverso l’azienda agricola tre sono gli assi su cui abbiamo cercato di
procedere:
– La produzione e la vendita diretta del latte d’asina per persone allergiche o
intolleranti (soprattutto bambini).
– La trasformazione del latte in prodotti cosmetici da poter vendere ‘porta a
porta’ con il coinvolgimento diretto di giovani donne.
– L’attività di onoterapia e di trekking someggiato coinvolgendo operatori
interessati anche attraverso numerosi percorsi formativi.
Per quanto riguarda la mungitura e la vendita diretta del latte d’asina, la scelta è
stata determinata anche dalle proprietà stesse del latte.

Azioni

La produzione e la vendita diretta del latte d’asina

116
Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

La società “Asine di Balaam” ha quindi avviato la prima azione del progetto “...a passo
d’asino” inaugurando un allevamento sito in Via Lumetti a Coccaglio, in Provincia
di Brescia, il 12/06/2016. L’allevamento aveva già in partenza 60 asine; alcune già
gravide per la produzione del latte.
Come si può vedere nella seguente tabella, nel confronto tra i diversi tipi di latte,
quello prodotto dalle asine si dimostra il migliore, sia per qualità che per reperibilità.

Tabella n. 2: aspetti qualitativi e preventivi per bambini e anziani

Il latte d’asina viene utilizzato per diverse malattie tra cui tumori, stipsi, malattie
cardiovascolari, diete ipocolesterolemiche (essendo i grassi polinsaturi). Il latte inoltre
favorisce le funzioni della flora intestinale, svolge un’attività calmante sul sistema
nervoso, dà sollievo al fegato. È un latte con grande digeribilità ed un alto valore
nutritivo. Il latte d’asina presenta numerosi benefici per la salute e soprattutto per
i bambini intolleranti al latte vaccino. In Italia nascono oltre 15.000 bambini ogni
anno bisognosi di sostituire il latte o integrare il latte materno con latte che non sia
vaccino. Il latte d’asina è considerato ormai da molti anni un ottimo alimento per
molte categorie di consumatori in considerazione dell’elevata digeribilità, contenuto
in vitamine, sali minerali, proteine e zuccheri di elevato valore, ma l’aspetto che ha
destato maggiore interesse verso questo alimento è stato il suo profilo biochimico

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A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

molto vicino al latte umano. Proprio per questo è il latte che molti pediatri hanno
indicato come una valida alternativa al latte materno in grado di scongiurare allergie al
latte vaccino attribuibili al contenuto in lattosio. Un alimento importante dal punto
di vista nutrizionale, per i fabbisogni di categorie particolari come bambini, anziani,
soggetti allergici ed intolleranti.
Fino al 2006, tuttavia, il latte d’asina non era inquadrato giuridicamente se non da
un datato decreto del 1929. Attualmente il Regolamento (CE) n. 853/2004, infatti,
considera oltre quello vaccino, bufalino e ovi-caprino, il latte di ‘altre specie animali’
dettandone i requisiti igienicosanitari, al momento ancora generici per tutte le specie,
che possiamo definire, ‘minori’. È importante sottolineare che una femmina può
essere ingravidata solo dai 2 anni e mezzo in poi e la gestazione dura circa 12 mesi.
Il maggior numero di nascite è tra maggio e luglio. La vita riproduttiva di un asina
è di circa 12/14 anni. Le asine che hanno partorito, dopo circa un mese vengono
nuovamente ingravidate. Si ipotizza che nei circa 12 anni di età fertile un’asina possa
partorire circa 10 redi visto che ad ogni parto nasce un solo redo (eventuali gravidanze
gemellari vengono interrotte perché troppo rischiose per le asine stesse). Ogni asina
dopo il primo mese, in cui allatta solo il proprio redo, produce latte per circa 6 mesi.
Solo 1/5 del latte prodotto può essere sottratto al puledro che deve essere sempre
visibile alla madre altrimenti la produzione di latte si blocca. Ogni asina deve essere
munta almeno 2-3 volte al giorno e la media giornaliera di produzione di latte è di
1 litro. Nei 6 mesi di allattamento ogni asina può produrre circa 200 litri (che sono
quindi annui). Il costo si aggira dai € 6,00 ai € 9,00 al litro circa per i fornitori che
ritirano il latte, mentre al dettaglio un litro di latte si vende anche a € 15,00.
Tra i trattamenti previsti per il latte possono essere:
– Per il latte che viene consegnato ad un eventuale produttore si procede a effettuare
un trattamento termico del latte e ad abbatterlo a -20°C.
– Per il latte che viene venduto al dettaglio si procede ad un trattamento termico,
viene poi imbottigliato a caldo e refrigerato alla temperatura di -4°C.
– Il latte può anche essere pastorizzato e liofilizzato per le lunghe conservazioni.

Certificazioni per tutta la filiera


Complicato l’iter per definire e procedere a tutte le autorizzazioni, alcune non proprio
specifiche, in quanto l’allevamento di asine da latte e la loro mungitura, non è stata,
almeno finora, un’attività frequente. Per dare un’idea, riportiamo l’elenco delle
normative con cui abbiamo dovuto confrontarci. Prima di avviare la produzione del
latte d’asina è stato indispensabile procedere alla verifica del funzionamento attraverso
personale specializzato esterno dell’ATS di Brescia per tutta la filiera.
Le normative di riferimento sono le seguenti:

118
Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

– per la sicurezza dei fabbricati:


– decreto 37/08 impianti;
– L 1086/71, L 64/74, DM 14.01.2008 costruzioni in zone sismiche;
– DPR 577/1982, DPR 37/98, DPR 200/2004 prevenzione incendi;
– DLgS. 81/09 Sicurezza sul lavoro;
– per l’igiene stalle:
– DPR 303/56, Reg. regionali, Reg. comunali;
– L 193/07 norme di autocontrollo h.a.c.c.p.;
– DL 146/92 Benessere animale;
– Legge n. 858/1928 e s.m.i. Lotta contro le mosche;
– DPR 303/1956 art. 54;
– Legge 1265 del 1934 e D.M. 5 settembre 1994 industrie insalubri;
– per lo smaltimento reflui:
– Legge 549/95; D.Leg. 152/99 direttiva 91/676/Cee;
– Dlgs 258/2000.

Marchio CE
Il marchio CE è necessario per la commercializzazione dei prodotti che può essere
venduto ai singoli, ai rivenditori, alle farmacie, alle erboristerie. Il Regolamento
comunitario è il numero 852 del 2004 ed il pacchetto igiene è il numero 853 del 2004.
È necessaria l’autorizzazione dell’ATS competente. Oltre alla certificazione biologica
CE 834/07 e CE 889/08. Ogni confezione di latte deve essere RINTRACCIABILE
e deve riportare:
– la certificazione della catena del freddo; ogni confezione deve essere etichettata con
la dicitura del trattamento termico effettuato;
– data di scadenza;
– numero identificativo per le autorizzazioni.

La trasformazione del latte in prodotti cosmetici

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A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

Il latte d’asina, simile per composizione al latte umano, contiene oltre 70 principi attivi
che sono alla base dei suoi poteri antiossidanti, riparatori, elasticizzanti e rivitalizzanti:
ecco perché, fin dai tempi antichi, il latte d’asina è stato utilizzato nei trattamenti
di bellezza. “Hio’- Bellezza d’asina per sempre” è il nome della linea di prodotti a
base di latte d’asina (55%) appositamente creata dalla società “Asine di Balaam” per
raccontare – attraverso un nome semplice e distintivo (Hio’) – il rapporto positivo ed
emozionale con l’asino. Due le linee di bellezza create: Satin, per lei; Gran riserva, per
lui. A supporto della vendita curata in prevalenza da donne (15 quelle finora coinvolte
di cui 6 ancora attive) e in coerenza con gli obiettivi occupazionali del progetto, è stato
creato un sito web dedicato ed è attiva la promozione dei prodotti Hio’ in quattro
punti fissi di vendita.

L’attività di onoterapia e il trekking someggiato

La rieducazione con animali (pet-therapy) è data da un insieme di metodi mirati a


trovare, grazie all’animale, uno stato emotivo il più normale e tranquillo possibile. La
terapia fatta con l’asino sfrutta le caratteristiche biomeccaniche dell’animale condotto
al passo (accettazione passiva dei movimenti dell’animale), e ha l’effetto terapeutico
di produrre stimolazioni pedagogiche e psicologiche con l’integrazione psicomotoria
e fisioterapica. Svolgere dei percorsi-gioco con l’asino agisce sulla regolazione del tono
muscolare e aiuta nella risoluzione delle contratture, apporta rinforzo nella riduzione
del tono, aiuta nel miglioramento della coordinazione muscolare e dell’equilibrio,
aumenta il guadagno di ampiezza articolare. Attraverso il gioco anche le competenze
cognitive aumentano: l’asino invia stimoli di morbidezza, calore, odore, movimento,
rumore. Il gioco favorisce anche l’aumento dell’attenzione.
Le fasi della terapia con gli asini sono:
– fase di avvicinamento e reciproca conoscenza con esercizi e giochi nel recinto;
– successivamente una volta fatta amicizia, si sale in groppa all’asino;

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Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

– in questa fase bisogna lavorare insieme all’animale con svariati esercizi, (esercizi
volontari in flessione, di rotazione del tronco, circonduzione degli arti, piegamento
sul collo, percorrere sentieri prestabiliti, ecc...);
– finito il lavoro arriva il momento di salutare l’asino, spazzolarlo e ringraziarlo;
– infine per meglio assimilare l’esperienza sarà utile ‘recuperare’ l’avventura appena
vissuta; ad esempio attraverso il disegno che è un importante strumento di analisi
e che consolida l’esperienza, aiuta ad esprimere il proprio mondo interiore e dà
quindi anche un riscontro e un aiuto per conoscere la persona.
Con trekking someggiato, si indica una particolare forma di mobilità dolce che
prevede l’affiancamento nelle escursioni in montagna di animali da soma, di solito
asini. Gli animali, diversamente dal trekking equestre, non vengono cavalcati ma
accompagnano solamente le persone: si tratta quindi di passeggiate in compagnia
degli asini.
Gli animali possono essere usati per trasportare pochi chili di peso, di solito il
bagaglio dei turisti e/o degli escursionisti o per brevi tragitti anche i bambini per un
peso complessivo consigliato che non deve essere superiore al 30% del peso dell’asino
stesso in generale intorno ai 40 kg.

Percorsi formativi per interventi assistiti con asini


Per preparare gli operatori e anche coinvolgere altri giovani in attività occupazionali
con gli animali, abbiamo sottoscritto con l’ATS di Brescia un protocollo d’intesa per
promuovere iniziative di Interventi Assistiti con Animali, con l’intento di attivare
percorsi di formazione professionale per abilitare gli operatori allo svolgimento di
interventi di terapia, educazione o attività assistite nonché a strutturare progetti di pet
therapy in base alle linee guida nazionali.
In questo modo si ottiene il duplice risultato di offrire un sostegno all’occupazione
e di promuovere le attività di pet therapy: queste attività costituiscono un prezioso
strumento terapeutico di supporto e un’opportunità, attraverso una relazione con
l’animale, di offrire ai pazienti, insieme alla riduzione dei sintomi, stimoli e contributi
al cambiamento. Sono stati attivati i seguenti corsi:
– Primo corso propedeutico di attività assistite
Periodo: ottobre 2015-aprile 2016
Totale partecipanti: 30.
– Secondo Corso propedeutico di attività assistite
Periodo: maggio-giugno 2016
Totale partecipanti: 43.
– Corso base interventi assistiti con gli asini per coadiutore
Periodo: ottobre 2016-dicembre 2016
Totale partecipanti: 30.

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A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

– Corso per responsabili di Progetto e referenti d’intervento


Periodo: aprile 2017-giugno 2017
Totale partecipanti: 45.
Complessivamente le persone coinvolte nei percorsi formativi sono state 80.

Le sinergie istituzionali
Strategico e imprescindibile, per il buon esito del progetto, è stata la ricca rete di
partner e il livello di collaborazione, che in molti casi è stato formalizzato, attraverso
convenzioni, protocolli e accordi.

Partenariato formalizzato
– Per il progetto sono stati attivati dei contatti con le associazioni di categoria; prima
tra tutte Coldiretti con la quale è stato stipulato un accordo per il quale è stata
garantita la consulenza alla società agricola ASINE DI BALAAM che aderisce
a Coldiretti come associazione di categoria. La consulenza è di tipo fiscale e
amministrativo. Coldiretti si è occupato delle stesura del progetto per il PSR e ha
fornito consulenze in merito alla PAC.

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Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

– ATS Azienda di Tutela della Salute- ex Azienda Sanitaria Locale di Brescia


con la quale è stato definito un protocollo d’intesa. L’accordo prevede una
sinergia per il progetto ...A PASSO D’ASINO per il quale l’ASL/ATS garantisce
la formazione degli operatori inseriti nel progetto e una concertazione in merito
ai percorsi formativi. Inoltre per alcuni mesi è stata garantita la consulenza
e l’accompagnamento da parte di alcuni veterinari di ATS alla società agricola
ASINE DI BALAAM. Consulenza che si è rivelata estremamente preziosa nella
scelta degli animali, nel rispetto di alcuni parametri necessari per la struttura e
nella scelta di alcune attrezzature. La volontà è inoltre quella di creare alcuni luoghi
dove praticare l’onoterapia da proporre ai diversi enti che lavorano con anziani,
disabili, bambini svantaggiati, adolescenti e famiglie.
– Con l’Istituto Zooprofilattico sperimentale della Lombardia dell’Emilia
Romagna “Bruno Ubertini” è stata sottoscritta in data 8 giugno 2015 una
convenzione triennale che definisce le modalità con cui l’Istituto IZSLER si
impegna a prestare supporto tecnico a favore della Fondazione Opera Caritas San
Martino e alla Società agricola Asine di Balaam per la realizzazione del progetto
...A PASSO D’ASINO. L’Izsler infatti ha iniziato ad erogare gratuitamente le
prestazioni di laboratorio per l’attività di produzione di latte d’asina previste dal
progetto per i prelievi e le analisi di campioni. Garantirà inoltre attività formativa e
di consulenza a favore degli allevatori impegnati nel progetto oltre che promuovere
attività di ricerca inerente il latte d’asina.
– L’associazione Dharma di Brescia si occupa di minori svantaggiati. Insieme a
Caritas è stato condiviso un progetto che prevede la creazioni di alcuni sportelli
d’ascolto per adolescenti. Oltre al momento di ascolto previsto dagli sportelli,
agli adolescenti verranno proposte alcune attività concrete da svolgere nel tempo
extrascolastico. L’accordo con l’associazione prevede quindi la presenza di questi
ragazzi all’interno dell’allevamento delle asine; azioni come la pulizia della stalla
e l’affiancamento all’allevatore potrebbero favorire un approccio attivo e concreto
di ‘riabilitazione e recupero’ attraverso il lavoro. L’associazione Dharma ha
garantito a Fondazione Opera Caritas San Martino il pagamento di un primo
percorso formativo realizzato nel settembre 2015 a Cassano d’Adda (MI) con
“l’Associazione Asini si nasce...e io lo nakkui” per alcuni operatori che si sono
avvicinati all’attività assistita con gli asini.
– Con l’Università degli Studi di Padova in data 21/03/2016 è stata sottoscritta
una “convenzione di formazione ed orientamento”. A tal fine è stato scritto un
progetto per poter avere degli studenti tirocinanti all’interno dell’allevamento.
Sulla scorta di un progetto condiviso con l’Università ad aprile 2015 è partito il
primo tirocinio presso l’Allevamento delle Asine di Balaam.

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A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

– Con Fondazione Casa di Dio è stato formalizzato un accordo con la società


Asine di Balaam, per cui vengono dati in comodato ad uso gratuito alcuni terreni
agricoli.
– Con le Suore Missionarie della Società di Maria è stato formalizzato un accordo
con la società Asine di Balaam, per cui vengono dati in comodato ad uso gratuito
alcuni terreni agricoli.
– Con l’Associazione Zampamano è stato condiviso il percorso formativo per
coadiutori dell’asino in cui c’è stata la presenza di alcuni formatori dell’associazione.
Inoltre è stata formalizzata la collaborazione con Asine di Balaam per la realizzazione
di un percorso di supervisione per le attività assistite con gli asini.

Altri partner
– L’ERSAF: Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste. Sono stati
realizzati alcuni incontri con l’Ersaf di Carpaneta in Provincia di Mantova. Questo
ente tra le diverse attività, produce latte e formaggi attraverso un caseificio nel suo
interno che include un’ampia stanza di stagionatura. Negli ultimi mesi Ersaf sta
procedendo a delle sperimentazioni realizzando formaggio stagionato che include
una parte di latte d’asina. Il latte d’asina avendo il lisozima si presta particolarmente
a nuove ricerche di utilizzo per le persone allergiche. È nato un tavolo di
concertazione tra FONDAZIONE, IZSLER, ERSAF, Università di Milano e
Università del Molise per progettare insieme possibili interventi innovativi inerenti
il miglioramento della filiera per la produzione del formaggio stagionato. Con
l’Ersaf e l’Azienda Carpaneta di Mantova, è stato infatti presentato un progetto
su un bando AGER-FONDAZIONE CARIPLO che prevede l’utilizzo del latte
prodotto dalla società agricola ASINE DI BALAAM S.R.L. per le sperimentazioni
legate al formaggio stagionato. Il progetto include percorsi di formazione a giovani
casari e l’inserimento di giovani ricercatori universitari.
– Con l’Università degli Studi di Milano e con l’Università degli Studi del
Molise, come sopra descritto, si sta condividendo la possibilità di creare progetti
sia per quanto riguarda il latte e la filiera che arriva al formaggio, sia per quanto
riguarda la valutazione dei percorsi di onoterapia e l’impatto che viene prodotto
sulla qualità della vita delle persone.
– Con l’Associazione Asini si Nasce, realtà che si occupano di attività assistita con
gli asini, è stata stretta una collaborazione soprattutto finalizzata al corso condiviso
anche con ATS. Con “l’Associazione Asini si nasce ...ed io lo nakkui” un gruppo
di 5 educatori ha partecipato ad un primo corso di avvicinamento all’asino.
Successivamente per il primo percorso propedeutico c’è stata la partecipazione di
alcuni relatori di Asini si Nasce e alcune giornate formative sono state realizzate nei
loro locali.

124
Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

– Con il Centro di referenza nazionale sugli IAA ci sono stati contatti frequenti
per la definizione dei corsi in base alle linee guida nazionali e per una maggior
applicazione dei regolamenti.
– Con Fondazione Mazzocchi, presente sul territorio di Coccaglio si è stretta una
collaborazione anche in vista di possibili sinergie per l’avvio di attività di onoterapia
con la Rsa gestita dalla Fondazione.
In totale sono circa 60 i referenti istituzionali messi in rete per questo progetto.

Le risorse umane coinvolte (da gennaio 2015 a giugno 2018)


 Per l’allevamento:
– 1 allevatore – 1 commerciale [assunti]
– 2 tirocinanti
– 1 studente Università di Padova
 Per il progetto for.mare con la terra
– 24 richiedenti asilo (12: percorso concluso; 12: conclusione percorso entro il
2018)
 PER Hio’ – Bellezza d’asina per sempre
– 15 donne venditrici (di cui 6 attive al 30.06.2108)
 Percorsi di onoterapia
– 80 partecipanti ai corsi organizzati con ATS
– 3 giovani [assunti] (di cui 2 attive al 30.06.2108)

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A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

L’esperienza dell’onoterapia

Onoterapia è sinonimo di famiglia. Una famiglia speciale potremmo dire, che


non ha bisogno di legami di sangue per essere definita tale. Il termine famiglia
deriva dal latino Familus, che tradotto nella nostra lingua corrente equivale alla
parola ‘servo’. Ecco, per noi onoterapia significa mettere questa famiglia speciale
a servizio della comunità circostante. I membri di questo particolare agglomerato
umano-animale hanno nomi ben definiti e peculiarità che li rendono unici. Per
questo motivo vorremmo presentarveli uno ad uno:
– Silvia, una ventottenne con la passione per l’arte, la natura e tutto ciò che sia
in grado di portare colore;
– Maria; amante della natura, e esperta conoscitrice di tutto ciò che germoglia
dalla terra;
– Fifì e Atana, le due asinelle più piccole. Come dei piccoli infanti, si
contraddistinguono per la loro giocosità, e per la voglia di scoprire il mondo;
– Pioggia; la nostra prima asina che insieme a Robinia e Clara compone il trio
delle adulte. È la femme fatale del gruppo, sempre vogliosa di attenzioni e di
mettersi in mostra;
– Robinia; l’incarnazione dell’amore materno. Sempre paziente, e soprattutto
sempre collaborativa;
– Clara, l’emblema del lavorare con lentezza. Come Robinia, si contraddistingue
per la sua pazienza;
– Bonny; il nostro maschietto. Ha solo due anni, e si caratterizza per una spiccata
sensibilità;
– Rimmel, l’ultimo arrivato. Sarà per la profondità dei suoi occhi (il nome non è
per caso!), ma è una calamita per le carezze. Tratto fondamentale: la tenerezza!
Fin dall’antichità, nell’immaginario comune l’asino è stato sempre la metafora
dell’incapacità di capire. Un po’ colpa dei luoghi comuni, un po’ colpa dell’arte
rinascimentale, il povero asinello ha dovuto sorreggere sul suo dorso il peso della

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Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

fatica, e l’onta del pregiudizio di stupidità. Il prelato francese Monsignor de la


Bouillerie ne “Le symbolisme de la Nature” si esprimeva così in merito: “Tra gli
animali che ci servono l’asino occupa l’ultimo posto. Meno bello e meno nobile
del cavallo, meno robusto del bue, non è altro che il piccolo servo del popolo, con
la sua montatura, il suo tiro, il suo essere bestia da carico; e mentre altri animali,
per la finezza e vivacità del loro istinto, imitano in qualche modo l’intelligenza
umana, l’asino rimane nell’opinione degli uomini come l’emblema dell’ignoranza
e della limitatezza dello spirito [...] L’asino è il simbolo dello schiavo.”
La nostra esperienza personale, in questo percorso di addestramento che ormai
dura da oltre un anno, ci ha portato a pensare, a credere e confermare tutt’altro.
L’asino è un animale in grado di adattarsi perfettamente agli interventi assistiti
grazie alle sue caratteristiche fisiche e comportamentali. Sono morbidi, calorosi,
hanno un profilo arrotondato e gli organi sensoriali molto sviluppati. Allo stesso
tempo sono caratterialmente molto docili, ma contemporaneamente molto forti,
indipendenti, collaborativi ed empatici.

Il nostro percorso
Tutto ebbe inizio in un giorno qualunque che scorreva come tanti. Attraverso la
Caritas, organizzazione con cui avevamo già stretto contatti in passato, venimmo
a conoscenza dell’inizio del corso propedeutico per Interventi Assistiti con
Animali. Il corso si articolava in una prima parte prettamente teorica basata sulle
nozioni generali della Pet Therapy, ed una seconda parte, sia teorica che pratica,
mirata alle attività assistite con gli asini.
Il nostro passato da scout e il nostro sentirci in sintonia con la natura furono
determinanti per compiere questa scelta. Proprio attraverso questo percorso da
cui è scaturita la nostra conoscenza personale e dopo un amore a prima vista tra
Silvia e Maria (noi), decidemmo di diventare parte attiva del progetto delle “Asine
di Balaam”. Come in qualunque attività la base teorica ha gettato le fondamenta
della nostra formazione, che ancora oggi cerchiamo di perfezionare giorno dopo
giorno attraverso l’esperienza sul campo.
Come dimenticare il primo giorno con gli asini. Era la prima volta che ci
addentravamo in un recinto. Correvano, si agitavano, si mordicchiavano tra loro
per giocare. Rimanemmo incantate e spaventate dalla loro energia. Vi parliamo
di sensazioni perché questo lavoro non può far a meno di esse e della loro
comprensione.
Iniziare un percorso di addestramento per IAA (intervento assistito con gli
animali) ha significato in primis creare un’equipe di lavoro con dei colleghi: Silvia,
Maria e le nostre asine e asinelli. Antoine de Saint- Exupèry diceva: “Se vuoi

127
A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e
impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito.” L’asino
non sarà mai per il nostro percorso un animale da tiro o da soma, ma un collega
da conoscere profondamente per collaborare al meglio e raggiungere i nostri
obbiettivi comuni. Per questo motivo è necessario imparare a conoscerlo in ogni
suo aspetto e abitudine.
Non tutti gli asini sono adatti per intraprendere un percorso simile. Il
primo step del nostro lavoro è stato proprio identificare quali animali erano
maggiormente idonei ad affrontare l’addestramento. La biologia ci insegna che il
mondo animale si compone di predatori e prede secondo l’ordine spietato della
catena alimentare. L’asino per sua natura si sente una preda, e per questo motivo
tende ad essere molto timoroso verso gli stimoli esterni.
Prima di arrivare a scegliere i 7 membri della nostra equipe, abbiamo passato
in rassegna diverse asine, provando a stimolarle con tutta una serie di azioni:
dalle grida al toccarle improvvisamente, oppure girare intorno agli asini con la
bicicletta. Le prime reazioni sono solitamente quelle della paura e del tentativo di
fuga. Ci vuole tempo, prima che gli stimoli esterni non destino più negli animali
un segnale di pericolo, e il tempo per abituarsi è diverso per ogni asino. Come
un giovane apprendista incapperà in notevoli errori all’inizio del proprio percorso
formativo, anche per l’asino bisognerà aspettare che si abitui, e che gli stimoli
passino dall’eccezionalità alla consuetudine.
L’animale non può essere sovraccaricato, altrimenti corriamo il rischio di
traumatizzarlo. Un asino traumatizzato è automaticamente a rischio burn-out.
Se varchiamo questo limite, purtroppo non saremo più in grado di recuperarlo,
e non potrà più partecipare ad un intervento assistito. Il termine corretto da
utilizzare per questo approccio iniziale è ‘desensibilizzazione’ inteso come processo
per far capire che gli stimoli esterni non rappresentano situazioni di pericolo,
nello specifico dalla paura nei confronti dell’uomo, la quale dovrà svilupparsi
rispettando i tempi di ‘gestazione’ di ogni singolo asino.
Una delle attività principali per abituarli all’uomo, ma anche alle sue creazioni,
sono le passeggiate all’esterno. Molte cose che sfuggono alla percezione umana,
possono essere per gli asini un segnale di pericolo. Uno esempio su tutti, è dato
dalla variazione cromatica del suolo, come il passaggio da un campo erboso
ad una strada asfaltata. Portarli all’esterno non fa solo parte di quell’opera di
desensibilizzazione, ma è anche molto utile per insegnare loro ad essere condotti,
aspetto che si rileverà essenziale nell’applicazione vera e propria dell’attività.
Attraverso il processo di reazione agli stimoli interni, impariamo anche a
conoscere gli asini e a comprendere quali siano i loro punti di forza e le loro
debolezze. Conviviamo pressoché ogni giorno con loro, e attraverso l’osservazione

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Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

visioniamo in che modo esprimono i propri stati d’animo. Gli sbalzi umorali
degli asini vanno rispettati. Diciamo che sotto certi aspetti si comportano un po’
come degli adolescenti, e perciò dobbiamo lasciarli anche liberi di dar sfogo ai
loro ‘cambi di luna’. In una giornata in cui una delle nostre asine sarà in calore e
particolarmente irrequieta, la dovremmo lasciare libera, ed esentarla dall’attività
fino a quando non tornerà mansueta.
Non applichiamo agli asini un tipo di rapporto verticale, in cui l’asino è
un nostro sottoposto da comandare, ma piuttosto ci relazioniamo in maniera
orizzontale. Insomma, da colleghi inquadrati allo stesso livello.
Nell’addestramento dobbiamo essere in grado di determinare la soglia fino cui
l’animale può spingersi, insistendo dove ci sono i margini per farlo, e fermandoci
dove sono carenti. È importante utilizzare la tecnica dei ‘no’, senza mai usare
violenza, per far assimilare all’asino i divieti attraverso l’alterazione della voce.
Contemporaneamente sono vitali i rinforzi positivi, fatti di carezze e qualche
carota, ogni qual volta che risponderanno idoneamente ai nostri stimoli.
L’orizzontalità del rapporto non è qualcosa di fondamentale solo a livello
lavorativo, ma lo è soprattutto a livello di comprensione e complicità.
L’addestramento non può costituirsi come un rapporto univoco, in cui noi
pazientemente insegniamo all’asino a reagire in maniera appropriata a degli
stimoli esterni, ma dovrà piuttosto costituirsi come un vero e proprio rapporto
di osmosi: ciò che insegniamo è bilanciato da ciò che apprendiamo. L’asino vuole
comunicare con noi, e noi dobbiamo essere in grado di cogliere i segnali inviati
nei nostri confronti.
Il rapporto che si crea tra qualunque specie vivente, così come nel nostro
caso specifico tra uomo ed asino, è irrimediabilmente mediato da un processo
di comunicazione, il quale come si può ben immaginare, non deve essere
obbligatoriamente di tipo verbale. Comunicare significa semplicemente
condividere una parte di sé con qualcun altro, possa essere questa parte
rappresentata da delle emozioni, dei pensieri, un contatto, e via dicendo.
Paul Watzlawick, psicologo e filosofo, nella sua opera più rilevante “Pragmatics
of Human Communication. A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and
Paradoxes”, stabilisce un assioma fondamentale alla base della comunicazione
umana: “l’impossibilità di non comunicare”. Anche volendo non è possibile non
comunicare in quanto il comportamento di per sé è una forma di comunicazione.
Attraverso quello che molti definiscono il processo di civilizzazione, l’uomo
ha potuto sviluppare nel corso dei secoli forme di comunicazione verbali assai
complesse ed elaborate, ma nonostante ciò è ancora in grado di far propri metodi
di trasmissione che potremmo definire basici, che hanno luogo attraverso i
movimenti del corpo e della mimica facciale. Questa tipologia comunicativa di

129
A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

natura corporale, è la stessa che viene utilizzata dall’asino e da qualunque altro


animale. È una forma non verbale, ma basata sull’istintività del ciuco. Non
esistono filtri comunicativi, e attraverso il proprio corpo, l’asino mostrerà il
proprio stato umorale. A differenza dell’uomo, la comunicazione animale è basata
sulla sincerità, e non sono possibili quei camuffamenti realizzabili esclusivamente
attraverso le costruzioni verbali.
L’asino comunica attraverso il suo corpo, ma è in grado di percepire anche
i segnali prodotti direttamente dal nostro corpo. Durante una passeggiata
all’esterno, Clara o Fifì potranno improvvisamente drizzare le orecchie, e tale
movimento potrà indicarci la possibilità di una situazione di pericolo da noi
non percepita. Allo stesso tempo in una medesima situazione l’irrigidimento del
nostro braccio posto a sostegno della lunghina, sarà in grado di trasmettere al
nostro asino la sensazione della situazione di pericolo percepita dal conduttore.
Questo tipo di comunicazione ‘animalesca’ basata sull’istintività dei
movimenti non costituisce solamente la struttura fondamentale del rapporto tra
addestratore e animale, ma lo sarà anche per il rapporto tra utente e animale
durante l’intervento assistito. Solitamente un soggetto affetto da una patologia
fisica o psicologica, si sente non compreso dal mondo esterno, in quanto egli non
è in grado di esternare il proprio malessere, e le persone intorno a lui spesso non
sono in grado di percepirlo.
L’asino è spesso in grado di rompere questo meccanismo senza via d’uscita:
come già ricordavamo, l’animale non è in grado di mentire, e inoltre può entrare
in relazione su piani differenti rispetto a quelli tipici delle relazioni umane,
proprio attraverso quella comunicazione non verbale fatta di prossemica e
sguardi. L’animale non giudica, non mente, non si offende, non porta rancore
e per questo potrebbe essere l’interlocutore perfetto per un utente con difficoltà
relazionali. Inoltre, l’utente lo percepisce come meno pericoloso e più accettante,
il che stimola il bisogno di contatto emotivo altamente presente, anche se a livello
latente, in questo tipo di soggetti.
Il rapporto tra uomo ed asino, sia nel caso addestratore-animale, che nel caso
utente-animale, è imprescindibile dal contatto fisico. Il contatto con qualcosa di
morbido e caldo è in grado di trasmettere una sensazione di sicurezza e tranquillità.
Quando ad esempio, accarezzeremo Bonny dopo la buona riuscita di un esercizio
finalizzato all’intervento con gli utenti, non avremo messo in atto semplicemente
un rinforzo positivo, ma interpreteremo il ruolo di care giver tipico di una madre.
Numerose ricerche a carattere psicologico hanno definito nel corso dei
decenni il contatto come una delle esperienze emotive più profonde e primitive:
un semplice abbraccio e la trasmissione di calore possono essere un’esperienza
fondante per lo sviluppo di un senso di sicurezza e della conseguente apertura

130
Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

al mondo esterno. Per l’utente il contatto fisico con l’asino, il suo calore e la
sua morbidezza sono paragonabili per alcuni aspetti a quelle cure materne (forse
venute meno nella storia di un soggetto con determinate patologie) in grado di
infondere sicurezza e conforto emotivo.
È importante sottolineare la presenza costante di una relazione osmatica tra
uomo e animale: l’asino trasfonde sensazioni che giovano all’utente attraverso il
contatto fisico, ma contemporaneamente l’animale stesso lo richiede, in quanto
funzionale anche al suo equilibrio psichico.
Come ricordavamo in apertura, abbiamo lavorato in questo ultimo anno per
addestrare i nostri sette asini alle attività preposte all’IAA (intervento assistito con
animali). Un IAA si caratterizza per la creazione di un rapporto di tipo triangolare
che si sviluppa tra asino, coadiutore e utente. Con il termine coadiutore si intende
quella figura professionale che assicura e controlla il buon andamento della
relazione tra asino e utente. È importante non confondere gli IAA con i TAA
(terapia assistita con animali): gli Interventi Assistiti con Animali sono interventi
di tipo educativo, ricreativo o ludico che hanno il semplice obbiettivo di migliorare
la qualità della vita degli utenti, ma non hanno alcuna valenza terapeutica.
Un IAA nei confronti di un utente può determinare i benefici di un lubrificante
sociale. Spiegando in termini più semplici, nello sviluppo dell’attività monitorata
dal coadiutore, l’utente si assume la responsabilità di prendere decisioni di diverso
tipo nei confronti dell’asino. Ad esempio in una delle possibili attività, come il
lavaggio di un asino, l’utente dovrà decidere come insaponarlo, come regolare
il gettito dell’acqua, se accarezzarlo durante l’attività, ecc. Il dover scegliere
permette d’interiorizzare nell’utente un senso di responsabilità, e diventando
così l’esecutore delle proprie decisioni nei confronti dell’asino, potrà accrescere la
propria autostima, sentendosi utile alla riuscita della attività.

La nostra giornata tipo


Preparare gli asini per l’IAA comporta tutta una serie di attività collaterali tipiche
di un’azienda agricola. La nostra giornata lavorativa inizia con la separazione dei
nostri sette asini dagli altri presenti in azienda. Vengono portati fuori dal recinto
comune solitamente a coppie, in quanto per sua natura l’asino se è condotto
all’esterno in solitaria, si può sentire in qualche modo in una situazione di disagio
o di pericolo.
Come ricordavamo poche righe sopra, ci dovremmo occupare anche di attività
non direttamente collegate con l’addestramento. Infatti una volta condotti gli
asini all’esterno, ci occuperemo della loro spazzolatura e del controllo degli

131
A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

zoccoli e del pelo per assicurarci della mancanza di ferite o acari sul corpo dei
nostri animali.
Per ogni tipo di asino cerchiamo di creare un percorso di formazione
personalizzato inerente alle proprie caratteristiche. In base anche alle condizioni
climatiche, organizziamo giornate tematiche dedite ad un’attività particolare. Ad
esempio dopo una giornata di pioggia, potremmo sottoporre le nostre asine ad una
passeggiata tra le pozzanghere. L’asino non comprende la profondità dell’acqua, e
non potendo distinguere il suolo si sentirà intimorito. Passando noi attraverso le
pozzanghere, e poi conducendoli attraverso l’acqua, desensibilizzeremo gli asini
nei confronti di questi terreni non uniformi.
Gli asini hanno tempi di apprendimento diversi tra loro. Proprio per questa
ragione, intensifichiamo gli esercizi nei confronti degli asini con maggiori deficit
nello svolgimento dell’attività preposta. Inizialmente Clara aveva difficoltà a
salire sul trailer rispetto ai suoi compagni. Per permetterle di mettersi in pari
con gli altri, le abbiamo dedicato alcuni esercizi intensivi di alcune ore, affinché
riuscisse a superare la paura del mezzo di trasporto. È bene sempre ricordare di
non forzare e di non sottoporre l’asino ad una pressione eccessiva per evitare il
rischio di burn-out.
Dalla nostra esperienza, abbiamo creato un piccolo vademecum delle
principali attività finalizzate all’addestramento. Dato che il nostro lavoro si basa
anche sull’improvvisazione, è ovviamente ampliabile attraverso nuove esperienze.
Nonostante ciò per dare un’idea generale degli esercizi a cui sottoponiamo i nostri
asini, riproponiamo qui una piccola guida:
– Mettere e togliere la capezza.
– Essere condotti con la lunghina, prima in spazi conosciuti poi no.
– Essere toccati dappertutto.
– Tonalità di voci diverse.
– Rumori diversi(clacson, flauto, musica, battito di mani, oggetti striscianti,
percussioni varie...).
– Attraversamento di pozzanghere, grate e pavimentazioni diverse.
– Passaggio in percorsi ristretti.
– Passaggio sopra e sotto ponti.
– Salita e discesa dal trasportino e pesa.
– Percorsi diversificati da oggetti.
– Movimenti improvvisi di oggetti e persone.
– Pulizia degli zoccoli.
– Doccia e spruzzi con acqua.
– Conoscenza di ausili come carrozzina, stampelle, deambulatore...

132
Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

Essendo le attività con gli asini, una forma di Pet Therapy sviluppatasi solo a
partire dagli ultimi anni, ci siamo avvalse della collaborazione con realtà già
esistenti, sia con un’esperienza diretta negli IAA, sia con professionisti operanti
nel mondo agricolo, in particolar modo veterinari e pareggiatori. Gli Interventi
Assistiti con gli Animali non sono ricoperti da veridicità scientifica, nonostante
gli effetti sugli utenti siano tangibili. In un campo del genere il confronto con
altre esperienze diventa fondamentale per costruire un percorso valido e in grado
di produrre risultati negli IAA.

Il progetto “For-mare” con la terra


Il nostro progetto nasce con una valenza sociale, e in quanto tale, si pone anche
l’obiettivo di ridurre le distanze con la comunità circostante. Come sottolinea il
docente E. Cicalò, esperienze come la nostra partecipano ad ampliare il concetto di
‘pubblico’ includendo una varietà di luoghi nei quali è resa possibile l’interazione
sociale tra le persone e tra gli abitanti e il loro ambiente, andando a sviluppare una
dimensione condivisa dello spazio urbano.
In una società sempre più variegata e multiculturale come la nostra, un tema
scottante come quello dell’accoglienza è all’ordine del giorno. Il nostro percorso
con gli asini si inserisce anche in questo contesto partecipando al progetto “For-
Mare con la Terra”. Nato da un’idea della Cooperativa Kemay, il progetto cerca
di coinvolgere alcuni dei richiedenti asilo ospiti presso le parrocchie di Brescia e
Provincia in attività agricole di utilità sociale. I richiedenti asilo vengono formati
in ambito agricolo per poter maturare quelle esperienze e conoscenze che si
riveleranno utili per l’inserimento nel mondo del lavoro. Inoltre, le attività non
hanno solo un fine formativo, ma vengono inserite in un contesto più ampio
volto alla creazione di una ‘rete agricola solidale’ destinata al supporto di persone
con esigenze alimentari.
Nello specifico in questi primi mesi di attività (il progetto è partito nel dicembre
2017) abbiamo coinvolto i richiedenti asilo nelle attività di addestramento degli
asini. Nel frattempo altri lavoratori delle “Asine di Balaam” li hanno formati,
e continuano a formarli in merito a quelle attività più pratiche e specifiche,
come la mungitura. La nostra relazione con i migranti non è solamente di tipo
professionale, ma anche culturale. Attraverso le diverse attività, li aiutiamo anche
ad interfacciarsi più facilmente con il contesto circostante, aiutandoli ad esempio
con la lingua italiana. Si instaura tra noi un vero e proprio scambio culturale:
da un lato i migranti, spesso provenienti da un mondo rurale, ci offrono la
loro visione del mondo agricolo e delle pratiche ad esso inerenti, mentre noi li

133
A. Attolico, M. Bugatti, S. Castellazzo, M. Danesi

avviciniamo ad una concezione della natura, e in particolar modo dell’animale,


per loro ancora inesplorata.
Come ama ricordare il nostro responsabile Marco, il nostro progetto fa
proprie tre variabili, che nell’opinione pubblica odierna sono considerate più
come debolezze piuttosto che risorse: i giovani, il mondo agricolo, e gli asini. La
disoccupazione giovanile sembra ormai un male endemico del nostro Paese, la
produttività agricola è sempre più risicata e in balia di una terribile concorrenza
estera, e infine gli asini, sempre meno, e perennemente considerati banali animali
da soma.
A passo d’asino, forse con lentezza, ma anche con tanta perseveranza, cerchiamo
di accorciare la distanza verso un orizzonte, in cui tutto possa essere ribaltato, dove
giovani, agricoltura e asini, collaborando tra loro, potranno esprimere le proprie
potenzialità sociali, e dove il mondo rurale non resti una cartolina sbiadita di
tempi arcaici, ma diventi una realtà nuovamente attiva e generatrice di valore.

Bibliografia
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Lavorare con gli asini e fare impresa: l’esperienza della Caritas Diocesana di Brescia

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ca-ambientale/.
http://www.aggiornamentisociali.it/articoli/agricoltura-sociale-l-incontro-frut-
tuoso-tra-due-mondi/.

136
ALLEGATI
Legge regionale 12 dicembre 2017, n. 35
Disposizioni in materia di Agricoltura sociale
(BURL n. 50, suppl. del 15 Dicembre 2017)
urn:nir:regione.lombardia:legge:2017-12-12;35

Art. 1
(Finalità e obiettivi)
1. La Regione riconosce e promuove, anche attraverso gli atti e gli strumenti
della programmazione regionale, l’Agricoltura sociale quale aspetto della
multifunzionalità delle attività agricole, per ampliare e consolidare la gamma
delle opportunità di occupazione e di reddito, nonché quale risorsa per
l’integrazione in ambito agricolo di pratiche rivolte all’offerta di servizi finalizzati
all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale di soggetti svantaggiati e a
rischio di emarginazione, all’abilitazione e riabilitazione di persone con disabilità,
alla realizzazione di attività educative, assistenziali e formative di supporto alle
famiglie e alle istituzioni.
2. La Regione diffonde la conoscenza delle fattorie sociali presenti sul territorio
regionale e dei servizi da esse offerti.
3. La Regione promuove lo sviluppo e la qualità dell’offerta dei servizi sociali
attraverso interventi innovativi nelle fattorie sociali, anche al fine di favorire lo
sviluppo delle produzioni locali.

Art. 2
(Definizioni)
1. Ai fini della presente Legge si intende per:
a) ‘Agricoltura sociale’ l’insieme delle attività condotte con modalità
ecosostenibili e con etica di responsabilità verso la comunità e l’ambiente dagli
imprenditori agricoli di cui all’articolo 2135 del Codice civile che, in forma
singola o associata tra loro o con cooperative e imprese sociali come definite
dall’articolo 1 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 112 (Revisione della
disciplina in materia di impresa sociale, a norma dell’articolo 2, comma 2, lettera

139
Legge Regionale 12 dicembre 2017, n. 35. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

c) della Legge 6 giugno 2016, n. 106), organizzazioni di volontariato, associazioni


ed enti di promozione sociale, fondazioni, nonché altri soggetti pubblici e privati,
integrano in modo sostanziale, continuativo e qualificante l’attività agricola
con attività sociali finalizzate a generare benefici inclusivi, a favorire percorsi
abilitativi e riabilitativi, a sostenere l’inserimento sociale e lavorativo delle fasce di
popolazione svantaggiate o a rischio di marginalizzazione e a favorire la coesione
sociale in ambito locale, con una delle attività di cui all’articolo 3, comma 1;
b) ‘fattorie sociali’ le imprese agricole, come definite dall’articolo 2135 del
Codice civile, che svolgono le attività dell’Agricoltura sociale come definita dalla
lettera a) del presente comma e risultano iscritte all’elenco di cui all’articolo 5.
2. Le attività di cui al comma 1, oltre che dagli imprenditori agricoli di
cui all’articolo 2135 del Codice civile, possono essere esercitate altresì dalle
Cooperative sociali di cui alla Legge 8 novembre 1991, n. 381 (Disciplina delle
Cooperative sociali), il cui fatturato derivante dall’esercizio delle attività agricole
svolte sia prevalente.

Art. 3
(Modalità operative)
1. Le attività dell’Agricoltura sociale, in applicazione agli strumenti di
programmazione agricola, sociale e sociosanitaria regionale, sono indirizzate
a politiche attive per:
a) l’inserimento socio-lavorativo di soggetti svantaggiati quali ex-detenuti,
detenuti in semi-libertà, soggetti con problemi di dipendenze quali alcolisti e
tossicodipendenti, ex-alcolisti, ex-tossicodipendenti, malati psichici, persone
diversamente abili, minori a rischio di devianza, nonché il reinserimento di
giovani con disoccupazione di lungo periodo, attraverso assunzioni, tirocini,
formazione professionale aziendale;
b) l’assistenza e la riabilitazione delle persone con disabilità fisica o psichica
attraverso attività terapeutiche o di coterapia quali ortoterapia, pet-therapy,
ippoterapia, onoterapia;
c) la fornitura di servizi e prestazioni educative, formative, sociali e
rigenerative e di accoglienza rivolte a persone e fasce fragili di popolazione
o con particolari esigenze quali anziani, bambini, minori e giovani con
difficoltà nell’apprendimento, in condizioni di particolare disagio familiare
o a rischio di devianza, disoccupati di lungo corso, nuove povertà, nonché
azioni e attività volte a promuovere forme di benessere personale e relazionale
quali agriasili, agri-nidi, agri-tata, centri per l’infanzia con attività ludiche
e di aggregazione mirate alla scoperta del mondo rurale e dei cicli biologici

140
Legge Regionale 12 dicembre 2017, n. 35. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

e produttivi agricoli, alloggi sociali ‘social housing’ e comunità residenziali


‘cohousing’ al fine di fornire esperienze di crescita e integrazione sociale;
d) la promozione di progetti di reinserimento e reintegrazione sociale di
minori e adulti.
2. Gli interventi di cui alla presente Legge sono realizzati attraverso il
coinvolgimento delle istituzioni operanti nel terzo settore e la collaborazione
con i servizi sociosanitari e con gli enti pubblici competenti per territorio,
secondo il principio di sussidiarietà, nonché, previa intesa, in collaborazione
con l’autorità giudiziaria.
3. Le iniziative di riabilitazione, formazione, tirocinio, orientamento,
educative e assistenziali a favore dei soggetti di cui al comma 1 sono attivate
in conformità alla normativa e alla programmazione regionale, nonché ai
piani di zona di cui all’articolo 18 della Legge regionale 12 marzo 2008, n. 3
(Governo della rete degli interventi e dei servizi alla persona in ambito sociale
e sociosanitario).
4. Le fattorie sociali, così come definite all’articolo 2, comma 1, lettera
b), costituiscono lo strumento per l’attuazione delle politiche di settore a
sostegno dell’Agricoltura sociale di Regione Lombardia, nonché i soggetti
coinvolti nella programmazione dei piani di zona dei servizi sociali e socio-
sanitari.

Art. 4
(Osservatorio regionale dell’Agricoltura sociale)
1. È istituito presso la Giunta regionale l’Osservatorio regionale dell’Agricoltura
sociale che svolge, in particolare, i seguenti compiti:
a) raccolta di dati sui servizi offerti dalle fattorie sociali e sugli interventi
innovativi finalizzati anche a favorire lo sviluppo delle produzioni locali;
b) verifica con cadenza annuale dei requisiti essenziali, monitoraggio e
valutazione della qualità dei servizi offerti dalle fattorie sociali e delle azioni di
sviluppo nell’ambito dell’Agricoltura sociale, al fine di facilitare la diffusione
delle buone pratiche;
c) promozione di studi e ricerche concernenti l’efficacia delle pratiche
di Agricoltura sociale e del loro inserimento nella programmazione,
organizzazione e gestione del sistema integrato di interventi e servizi alla
persona;
d) promozione delle attività e delle azioni di sviluppo nell’ambito
dell’Agricoltura sociale;
e) elaborazione e pubblicazione di materiale informativo;

141
Legge Regionale 12 dicembre 2017, n. 35. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

f ) proposizione di iniziative finalizzate al coordinamento e alla migliore


integrazione dell’Agricoltura sociale nelle politiche di coesione e sviluppo
rurale;
g) proposizione di linee guida regionali e relativi aggiornamenti in tema
di Agricoltura sociale.
2. L’Osservatorio è costituito entro sessanta giorni dall’inizio della legislatura
e dura in carica per la durata della legislatura stessa.
3. L’Osservatorio, i cui componenti sono designati con deliberazione della
Giunta regionale, è composto da:
a) gli assessori regionali all’agricoltura, ai servizi sociali, alla sanità e al
lavoro, che assicurano le funzioni di presidenza;
b) i responsabili delle strutture regionali competenti in materia di
agricoltura, servizi sociali, sanità e lavoro o loro delegati;
c) quattro rappresentanti delle organizzazioni professionali del settore
agricolo maggiormente rappresentative a livello regionale;
d) sei rappresentanti degli imprenditori agricoli e delle realtà associate di
cui all’articolo 2, comma 1, individuati nell’ambito degli operatori già attivi
sul territorio nel settore dell’Agricoltura sociale;
e) due rappresentanti delle Associazioni regionali di rappresentanza del
movimento cooperativo maggiormente rappresentative;
f ) sei rappresentanti delle Agenzie di Tutela della Salute (ATS) esperti in
materia di tutela minori, età evolutiva, area disabilità, anziani, salute mentale,
tossicodipendenze, designati d’intesa fra le ATS lombarde;
g) due rappresentanti dei comuni designati dall’Associazione nazionale
comuni italiani (ANCI), sezione della Lombardia.
4. Le funzioni di segreteria sono affidate alla struttura regionale competente
in materia di agricoltura.
5. La partecipazione ai lavori dell’Osservatorio è gratuita.

Art. 5
(Registro e rete delle fattorie sociali)
1. È istituito il registro delle fattorie sociali nel quale sono iscritte, a cura
della struttura della Giunta regionale competente in materia di agricoltura,
le fattorie sociali operanti in Lombardia debitamente accreditate. Il registro è
aggiornato periodicamente e pubblicato annualmente nel Bollettino ufficiale
della Regione.
2. La Giunta regionale, sentita la commissione consiliare competente in
materia di agricoltura, definisce con apposito regolamento da emanare

142
Legge Regionale 12 dicembre 2017, n. 35. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente Legge, i requisiti e


le procedure per l’accreditamento delle fattorie sociali, tenendo conto della
specificità e delle varietà di modalità di esercizio delle esperienze lombarde
già avviate, della qualità dei servizi offerti, della disponibilità di competenze
professionali, nonché di indici di efficienza ed efficacia. Con il medesimo
regolamento sono definite anche le modalità per la tenuta del registro delle
fattorie sociali.
3. La Regione favorisce la costituzione della rete regionale delle fattorie sociali
accreditate e dei loro organismi associativi e di rappresentanza, con funzioni
di coordinamento, assistenza, informazione, formazione e aggiornamento nei
confronti dei soggetti appartenenti alla rete medesima e di promozione, in
collaborazione con l’Osservatorio regionale, dell’Agricoltura sociale, di azioni
volte a favorire la conoscenza dei servizi offerti dalle fattorie sociali e delle
modalità di produzione e di distribuzione dei prodotti agricoli locali.
4. La rete regionale lombarda delle fattorie sociali opera in stretta sinergia con
le altre reti regionali a tal fine istituite per la condivisione delle competenze
acquisite, lo scambio di esperienze e la sensibilizzazione.

Art. 6
(Misure di sostegno)
1. La Regione promuove e sostiene il ruolo e le pratiche dell’Agricoltura
sociale nei propri strumenti di programmazione e gestione delle politiche
per lo sviluppo agricolo, quali il programma di sviluppo rurale (PSR), e delle
politiche sociali e socio-sanitarie, prevedendo in particolare:
a) la possibilità di adottare misure volte a promuovere l’utilizzo di prodotti
agricoli e agroalimentari provenienti dall’Agricoltura sociale, a parità di
qualità del prodotto, nei servizi di ristorazione collettiva gestiti dalla Regione,
da enti, aziende e agenzie regionali e dagli enti locali;
b) la riserva ai soggetti esercenti la vendita diretta di prodotti agricoli
provenienti da Agricoltura sociale di almeno il 5 per cento del totale dei
posteggi nei mercati agricoli di vendita diretta;
c) il riconoscimento alle fattorie sociali e ai soggetti indicati nell’articolo
2 di titoli preferenziali nell’attribuzione delle provvidenze comunitarie,
nazionali e regionali, nel rispetto della normativa di riferimento;
d) l’organizzazione di percorsi formativi in materia di Agricoltura sociale
rivolti agli imprenditori agricoli, coadiuvanti e loro familiari che intendono
avviare una fattoria sociale o migliorare il proprio ambito di conoscenza;

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Legge Regionale 12 dicembre 2017, n. 35. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

e) l’organizzazione di interventi di carattere informativo sulle materie,


attività e servizi dell’Agricoltura sociale, rivolti a dipendenti e amministratori
degli enti locali, delle ATS, nonché a tutti i soggetti operanti nell’ambito
dell’Agricoltura sociale.

Art. 7
(Interventi pubblici)
1. I terreni agricoli e forestali appartenenti agli enti pubblici territoriali e i
beni trasferiti al patrimonio dei comuni in seguito a confisca alla mafia ai sensi
dell’articolo 48, comma 3, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (Codice
delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in
materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della Legge 13
agosto 2010, n. 136) possono essere concessi in uso in via prioritaria alle fattorie
sociali.
2. Nelle gare indette da enti pubblici per l’assegnazione dei servizi di ristorazione
possono essere previsti criteri di priorità a favore delle aziende che somministrano
prodotti agroalimentari delle fattorie sociali.

Art. 8
(Clausola valutativa)
1. Il Consiglio regionale valuta l’attuazione della presente Legge e i risultati
progressivamente ottenuti nel diffondere la pratica dell’Agricoltura sociale. A
questo scopo, la Giunta regionale presenta al Consiglio regionale una relazione
biennale che documenta e descrive:
a) lo stato di avanzamento delle azioni previste per l’istituzione della rete delle
fattorie sociali, l’andamento delle iscrizioni nel registro di cui all’articolo 5, la
diffusione e la varietà che hanno avuto la domanda e l’offerta dei servizi messi a
disposizione dai soggetti accreditati;
b) l’attuazione delle misure di sostegno previste all’articolo 6 e degli interventi
pubblici previsti all’articolo 7, il numero, le caratteristiche e la distribuzione
territoriale dei soggetti beneficiari;
c) gli esiti dei servizi offerti in termini di inserimenti lavorativi, reinserimenti
sociali, numero di persone con disabilità assistite e persone fragili seguite;
d) il grado di integrazione raggiunto fra l’attività delle fattorie sociali e i
servizi sociosanitari e il livello di cooperazione realizzato fra gli attori nei diversi
ambiti di intervento; e) le eventuali criticità o i punti di forza riscontrati nel corso
dell’attuazione.

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Legge Regionale 12 dicembre 2017, n. 35. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

2. La rete delle fattorie sociali e l’Osservatorio regionale dell’Agricoltura sociale


forniscono alla Regione dati e informazioni idonee a rispondere ai quesiti di cui
al comma 1.
3. La Giunta regionale rende accessibili i dati e le informazioni raccolte per le
attività valutative previste dalla presente Legge. Il Consiglio regionale rende
pubblici i documenti che concludono l’esame svolto, unitamente alla relazione
che ne è stata oggetto.

Art. 9
(Disposizioni transitorie e finali)
1. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente Legge, l’articolo 8 bis
(Promozione dell’Agricoltura sociale) della Legge regionale 5 dicembre 2008, n.
31 (Testo unico delle Leggi regionali in materia di agricoltura, foreste, pesca e
sviluppo rurale)1 è abrogato.

Art. 10
(Clausola di invarianza finanziaria)
1. L’attuazione della presente Legge non comporta nuovi o maggiori oneri
finanziari a carico del bilancio regionale.

Art. 11
(Entrata in vigore)
1. La presente Legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua
pubblicazione nel Bollettino ufficiale della Regione.

NOTE:
1. Si rinvia alla l.r. 5 dicembre 2008, n. 31, per il testo coordinato con le
presenti modifiche.
Il presente testo non ha valore legale ed ufficiale, che è dato dalla sola
pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Regione Lombardia.

1
Si rinvia alla l.r. 5 dicembre 2008, n. 31, per il testo coordinato con le presenti modifiche.

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Disposizioni in materia di Agricoltura sociale

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Legge regionale 35 del 2017. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

152
Legge regionale 35 del 2017. Disposizioni in materia di agricoltura sociale

153
Elenco Fattorie sociali in Lombardia

155
finito di stampare
nel mese di dicembre 2018
presso la LITOGRAFIA SOLARI
Peschiera Borromeo (MI)
FATTORIE DIDATTICHE E FATTORIE SOCIALI
FATTORIE DIDATTICHE E FATTORIE SOCIALI
Master in Interventi educativi
e riabilitativi assistiti con gli animali,
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

a cura di MARIATERESA CAIRO

Fattorie didattiche
e fattorie sociali
a cura di MARIATERESA CAIRO
Master in Interventi educativi e riabilitativi assistiti con gli animali

a cura di
EDUCatt - Ente per il Diritto allo Studio Universitario dell’Università Cattolica
Largo Gemelli 1, 20123 Milano | tel. 02.7234.22.35 | fax 02.80.53.215 MARIATERESA CAIRO
e-mail: editoriale.dsu@educatt.it (produzione);
librario.dsu@educatt.it (distribuzione)
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