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Una perversa convergenza.

Su Michel Foucault e Mario Mieli scrutatori dell’anormalità


L’indagine sopra la norma è certo il mastice che tiene insieme il travaglio teorico che Mario
Mieli dedica alla relazione tra capitalismo ed eterosessualità insieme con le indagini di Michel
Foucault, la cui sublimazione tematica è certo il corso al Collège de France 1974-1975 Gli
anormali. È la devianza dalla norma a denunciarne il carattere del tutto ontologico: tale la
ragione per cui troppo spesso si confondono norma e natura. Doverosa tuttavia una premessa
al fine di illuminare la metodologia cui sarà intessuta la trattazione. Mieli è certo la figura
totemica cui muove sacrifici chiunque desideri attardarsi sopra gli studi a tema LGBQT+, ma
serve costringersi a una ragione che osservi gli Elementi di critica omosessuale mieliani non
già come il manifesto del movimento gay bensì come la trattazione d’un autore il cui ingegno
gli permette una sovversione intellegibile della norma. Diversione dello sguardo più che un
vero e proprio tradimento, cui certo parziale discolpa lavora la citazione in esergo all’opera per
firma di Herbert Spiers per cui gli unici esperti dell’omosessualità sono omosessuali.

Bisogna attardarsi sopra una diversa, perché no, perversa specie dell’enunciato scientifico,
annientando il desiderio, pur piacevole, di indagare con piglio accademico occorrenze di
citazioni incrociate tre le opere dei due autori. Ci si invischierebbe nella delusione. Eppure la
temperie restituisce in forma d’evento le indagini dell’uno come dell’altro, la figura priapica
della Norma e il proposito d’una sua sovversione. È ciò che Foucault indaga per l’intero corso
della propria biografia speculativa, il sussulto della voce, pur di breve intensità, dal brusio della
struttura normativa, come si levasse un grido nel bel mezzo del mercato cittadino. Grido, certo,
dall’intensità di un sibilo. Se la norma è la casa dell’essere, il grido dell’evento è ciò che sembra
far vacillare la pur solida struttura normativa e normalizzante; ma il sisma non può che
infrangere una manciata di chincaglierie, conservando le fondamenta dell’abitazione. Tale, la
ragione per cui i due teorici possono essere avvicinati in una prospettiva tutt’affatto accademica
entro cui la solidità degli enunciati, risolta nel reticolo istituzionale, permette l’albeggiare della
relazione teorico-intellettiva tra un genealogista ragionevole e una checca sediziosa.

Proprio alle lezioni foucaultiane declamate tra le mura del Collège de France – «sotto il ritratto
di Bergson», come pure ironizza il teorico - consacrate agli anormali, figure relegate ai margini
delle società liberali che ne lacerano di volta in volta la struttura normativa e contro cui lo stato
di vigilanza non può che intervenire con opere di bonifica detentiva, il vanto di permettere una
convergenza ipotetica – come possibile era la convergenza tra Foucault e Kant indagata da
Mariapaola Fimiani nel saggio omonimo – tra i due autori. 1974-1975, l’anno accademico;
Mieli preparava intanto la propria Tesi di laurea «sui temi dell’omosessualità maschile». Le
narrazioni che hanno per protagonisti figure anormali sono discorsi che fanno ridere; allo stesso
modo, il lettore, pur erudito, dovrà costringersi a molto pudore per trattenere un sorriso
sfogliando gli Elementi di Mieli. Lo stile diviene allora ibrido, si dibatte tra il senno e il topos
omosessuale; brandelli di biografia strappano le braghe al pensiero, lo denudano non privandolo
del rigore. Soltanto per mezzo di numerosi conati Mieli smette i panni della checca e si risolve
in quelli dell’accademico: l’ennesimo travestimento. È l’anormalità che tradisce sé stessa,
equiparabile certo a quel Pierre Rivière, giovinotto parricida di cui ancora nel 1975 Foucault
prepara un dossier, degno d’interesse per le memorie redatte durante la detenzione. Ciò che il
teorico scruta nel tentativo delle società neoliberali – sotto le cui spoglie è già acquattato il
nome di biopolitica con cui saranno battezzate appena l’anno successivo – è il concepimento
di un doppio del soggetto anormale. Dell’individuo che ha commesso un delitto, ad esempio,
non resta che qualche scampolo d’organi, al suo posto un criminale: la riattivazione d’una
teleologia sibillinamente innescata. Se proprio si vuole operare in territorio di mescolanza e
confusione tra norma e natura, si potrebbe sostenere che tale è allora la seconda natura di cui
Kant scrive tra le colonne dell’articolo La risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, cui
ben più di un’indagine Foucault ha riservato. È allora quello di Mieli il tentativo d’un rifiuto
della norma nella riappropriazione oscena dell’identità. Persino la metodologia di cui si serve
il testo mieliano potrebbe, infatti, denunciare il rovesciamento e la riappropriazione
dell’identità. Nient’altro che una genealogia della repressione omoerotica, del tutto simile a
quella che Jos Van Ussel dedica all’inibizione sessuale? Eppure è proprio la transessualità
originaria, nottetempo soffocata dalla voce del padre, a essere la più vigorosa delle tesi. Non la
sclerotizzazione del morbo, bensì l’annichilimento di quanto più originario è nell’inclinazione
umana. Una repressione della natura per la produzione capitalista, l’alienazione che s’infiltra
sin dentro l’esoscheletro del soggetto facendone un bravo e onesto padre di famiglia. Tali,
dunque, gli ambiti teorici indagati nella trattazione: la genealogia del soggetto contemporaneo
insieme con l’anelata lacerazione della struttura normalizzante ad opera degli anormali. È forse
il proposito di Mieli una risposta all’affermazione foucaultiana per cui «oggi l’obiettivo
principale è rifiutare quello che siamo»?
Antonio Iannone