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Letteratura Cristiana Antica

Letteratura latina
Università degli Studi di Foggia
53 pag.

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Letteratura cristiana antica
La letteratura cristiana antica si specifica come oggetto autonomo di indagine in ragione dei suoi contenuti e
non sulla base di un fattore linguistico. Il cristianesimo mise in moto una serie di forze che portarono a
sviluppare una produzione letteraria. Il fattore di novità immesso nel tessuto culturale ellenistico dal
messaggio evangelico è di peso soverchiante.
Attraverso la predicazione, prima solo orale poi anche scritta, dei missionari cristiani si attua l’incontro, lo
scontro, la sintesi difficile e ardita di due mondi culturali, quello giudaico e quello grecoromano. Furono
introdotti nuovi generi letterari(vangeli, scritti agiografici, omelie). La ricezione della Bibbia (in ebraico)
divenne uno dei fattori principali di produzione letteraria che condusse a vari esiti, fra cui l’abbondante
attività esegetica degli autori cristiani. Il cristianesimo diventerà la religione della classe di governo.

1. Dalle origini al terzo secolo


1: L’attività letteraria in età apostolica e subapostolica
1. Alle origini del Nuovo Testamento. Paolo
La più antica attività letteraria che sappiamo praticata nelle prime comunità cristiane fu finalizzata all’attività
missionaria, il missionario diffondeva il messaggio salvifico della fede in Cristo passo passo, a cominciare
dalla Palestina. Forma letteraria: epistolare. Colui che riuscì a usare con maggiore efficacia questa forma di
comunicazione fu Paolo (Saul).
Il più antico documento cristiano a noi giunto è una lettera che Paolo, nel 52, scrive alla comunità di
Tessalonica per confortarla e consolidarla. La predicazione del messaggio evangelico, che spingeva i primi
appartenenti alla chiesa cristiana a viaggiare da Gerusalemme per la Palestina, Siria, Fenicia, Egitto, Asia
ecc, si svolgeva sia tra i giudei che tra i pagani, inizialmente in lingua aramaica, ma poi sempre più in greco.
I missionari sentivano spesso l’esigenza di mantenersi in contatto epistolare con le comunità cristiane appena
istituite, dalle quali si allontanava per continuare la predicazione. Per conservare la memoria della
predicazione del messaggio, fondato sulla figura e sull’opera di Cristo, si avvertì l’esigenza di scrivere
raccolte di detti e fatti del Signore. Dei più antichi di questi non conosciamo nulla, ma sappiamo che hanno
costituito l’embrione degli attuali quattro vangeli canonici e gli altri vangeli apocrifi.
Il giudaismo dell’epoca si interrogava su che cosa rendesse l’uomo giusto agli occhi di Dio, Paolo da ebreo
“chiamato” da Gesù Cristo, risponde che solo la fede in Gesù il Cristo (-l’Unto cioè il Messia) giustifica.
Missione pagani: Paolo ritiene che essi ricevano la salvezza dall’incorporazione a Cristo nel battesimo che li
rende partecipi della morte e della risurrezione di Gesù.
Un problema che provocò forti polemiche fu quello della predicazione tra i pagani; alcuni Cristiani
ritenevano che la fede in Cristo dovesse esplicarsi nell’osservanza della legge mosaica. Altri, invece, come
Paolo, anche se giudei predicavano la fede anche ai pagani. Se Paolo predicava anche ai pagani prescindendo
dalla normativa della legge giudaica(Paolo equipara giudei e cristiani e apriva il messaggio di salvezza a
tutti), i cristiani più giudaizzanti cercavano di imporre ai pagani convertiti da Paolo, oltre alla normativa,
persino il rito della circoncisione. Ne scaturisce la polemica delle “grandi lettere” di Paolo, il quale afferma
che la legge mosaica dà all’uomo solo la coscienza del peccato (di Adamo che solo Cristo ha potuto espieare
con la sua morte) ma non l’aiuto divino, che viene invece dalla fede in Cristo mediante il battesimo. Paolo
non vuole, tuttavia, che la libertà dalla legge mosaica venga confusa con una licenza moralmente
indiscriminata. (Paolo- lettere autentiche e Atti degli Apostoli. Doppio nome consueto in oriente per i giudei
provvisti di cittadinanza romana. Luogo d’origine secondo gli Atti, Tarso di Cicilia. Sarà arrestato a
Gerusalemme, trasferito a Cesarea e poi a Roma, notizia del martirio sotto Nerone, è fornita dalla “Prima
lettera di Clemente”.
LETTERE GIUNTE SOTTO ALTRI NOMI E LA LETTERA AGLI EBREI.

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Le due lettere giunte sotto il nome di Pietro ma pseudoepigrafe e provenienti probabilmente da ambienti di
osservanza paolina,si valgono del nome autorevole di Pietro per esortare i cristiani a mantenersi fermi nella
fede in momenti di pericolo e assicurarli al ritardo del ritorno del Signore.
L’unica lettera che attesti un atteggiamento critico nei confronti di Paolo è quella diffusa sotto il nome di
Giacomo,là dove osserva che la fede senza le opere è morta.
Lettera agli ebrei : vero e proprio trattato si presenta anonima e non pseudoepigrafa, fu presto attribuita
all’Apostolo ed è priva di destinatari, è dedicata a un tema cristologico di forte spessore: Cristo :natura
umana,angelica o divina? L’autore della lettera si colloca sulla scia di Paolo nel condividere l’ultima delle tre
opzioni, affermando la superiorità di Cristo rispetto agli angeli e la sua dignità di mediatore tra Dio e gli
uomini.
2. I Vangeli e la Buona novella
La predicazione di Paolo progrediva, così come l’elaborazione scritta di “detti e fatti di Gesù”(tramandava il
ricordo degli ultimi avvenimenti della vita di Gesù e anche momenti della vita comunitaria). I ricordi dei
testimoni oculari della sua evangelizzazione furono reinterpretati (dalla testimonianza orale si passa a quella
scritta)in conseguenza dell’esperienza pasquale: essi vennero considerati sotto nuova luce, fornendo la
chiave per interpretarli in funzione della realizzazione del disegno divino che conduce alla conversione e alla
salvezza. La coscienza del possesso dello spirito divino che ispirò i detti e i fatti di Cristo portò alla
rielaborazione dei dati storici per farli quadrare in quest’ordine d’idee. Questa rielaborazione e sistemazione
prende forma nei vangeli (sono testimonianze di fede e non biografie nel senso oggi inteso) di Marco, Luca
e Matteo, definiti “sinottici” per la vasta parte in comune (ponendoli su colonne parallele,cioè una visione
sinottica è possibile constatare corrispondenze letterari fra loro) . In questi tre vangeli, l’attività pubblica di
Gesù è condensata in questo schema:
1) Preannuncio della missione di Gesù da parte di Giovanni il Battista
2) Battesimo nel Giordano da parte di Giovanni il Battista
3) Attività evangelizzatrice in Galilea
4) Viaggio a Gerusalemme
5) Arresto, processo, passione e morte
6) Resurrezione e apparizione ai discepoli.

Alla fine dell’800 nella filologia tedesca ha preso piede la teoria delle due fonti. Il vangelo di Marco si
ritrova in Matteo e Luca, che Matteo e Luca presentano senza che si possa inferirne reciproca
dipendenza,materiali in comune ignoti a Marco. Si ipotizza che le parti in comune di Matteo e Luca, una
seconda fonte per essi detta Q (quelle: in tedesco fonte) che Luca avrebbe utilizzato con maggior fedeltà, la
fonte Q doveva contenere soprattutto loghia cioè, detti e discorsi di Gesù.
In tutti e tre i testi Gesù è il messia preannunciato dalle profezie veterotestamentarie: se ne accentuano il
messaggio (che annuncia la venuta del regno di Dio) e i miracoli. Viene, inoltre, rilevata la buona
accoglienza fatta a Gesù dagli umili e l’ostilità da parte dei ceti dominanti. Tutti e tre i testi, tuttavia, si
distinguono per tratti specifici: Marco (più antico e breve), il quale si caratterizza per il tono elementare e
popolare, vede in Gesù (uomo di Dio) il taumaturgo benefico che cela a sua dignità di Messia in funzione
della resurrezione. Questa convinzione è presente anche in Matteo (autore giudeocristiano), ma in più egli
sottolinea l’aspetto del Gesù dottore che interpreta e completa la legge tradizionale, senza demolirla (per
Matteo l’operato di Gesù era stato predetto da testi profetici dell’AT). Il Gesù di Luca (etnocristiano-
proveniente dal paganesimo), invece, è il salvatore infinitamente misericordioso che rivendica la libertà dei
figli di Dio sanando i mali del corpo e soprattutto quelli dell’anima (Gesù F 0Maestro
E0 che ha annunciato la
misericordia di Dio). Per Luca la seconda venuta di Cristo avverrà in un futuro indefinito, pertanto mette

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l’accento sul tempo intermedio, il tempo della chiesa: questo ispirerà la sua seconda opera, gli “Atti degli
Apostoli”, in cui si notano le sue ambizioni storiografiche. Si tratta di un’opera senza precedenti, che gli ha
richiesto un’importante ricerca di fonti. Grazie agli “Atti degli Apostoli” abbiamo la conoscenza della più
antica storia della chiesa. Il filo conduttore dell’opera è l’iniziativa dello spirito divino che ispira e trascina lo
strumento umano, affinché il messaggio di salvezza sia diffuso su tutta la terra.
Vangelo Marco: poco avanti il 70, Matteo dopo il 70, Luca: forse dopo 80 come pure gli Atti.
3. Le Pastorali e il Corpus giovanneo
Nel discorso d’addio ai fedeli d’Asia, Paolo afferma di sapere che una volta andato via, nella comunità
sarebbero arrivati uomini che avrebbero tentato di imporre dottrine perverse, trascinando discepoli dietro di
loro. Così, Luca ci presenta la drammatica situazione delle comunità paoline, le quali vedevano sorgere
all’interno di esse contrasti provocati dall’insinuarsi di missionari giudeocristiani e delle pretese liberatorie
dei seguaci radicali di Paolo. Per questa situazione di disordine, si decide di organizzare la comunità,
attraverso una gerarchia che ruota attorno alla figura del vescovo assistito da presbiteri e diaconi. In merito
scrive un discepolo di Paolo, il quale ricorre alla pseudografia, ovvero scrivendo le sue lettere a nome
dell’apostolo per dare loro autorità: egli invita a scegliere con cautela i dirigenti e a mantenere l’unità di
dottrina contro le novità pericolose. Queste lettere sono le cosiddette “Pastorali”, due indirizzate a Timoteo
e una a Tito, da parte di un Paolo alle soglie della morte. Ancora risalenti a questo periodo, troviamo una
serie di lettere a nome di importanti esponenti della prima chiesa cristiana: di queste va segnalata la tendenza
filopaolina per quanto riguarda quelle attribuite a Pietro, mentre quella di Giacomo polemizza contro
l’atteggiamento antilegalista di Paolo. La lettera agli Ebrei, a nome di Paolo e invece scritta da un suo
seguace, sviluppa in modo originale la cristologia proponendo il tema del sacerdozio di Cristo, il quale ha
realizzato la missione di mediare tra Dio e l’uomo grazie al sacrificio di se stesso.
Tra queste opere pseudoepigrafe o di autore incerto spicca un corpus di scritti di diverso genere attribuiti
all’apostolo Giovanni; si tratta del vangelo appunto di Giovanni, tre lettere e l’Apocalisse. Nell’Apocalisse
si avverte la tendenza giudaizzanti, anche per il genere letterario, detto apocalittico perché caratterizzato da
rivelazioni per mezzo di visioni comunicate da un essere sovrannaturale a un umano, e avente per oggetto
quasi sempre vicende catastrofiche riferite alla fine del mondo. Nell’Apocalisse di Giovanni (sembra un
profeta operante in Asia Minore alla fine del I secolo),l’Apocalisse riporta 7 lettere che l’autore invita a
comunità cristiane situate nelle regioni costiere centrosettentrionali dell’Asia Minore, le visioni dell’apostolo
terminano col trionfo di Cristo sul male e la creazione della nuova Gerusalemme in terra. L’opera è scritta in
un Greco approssimativo e non è di facile interpretazione, dato il ricorrente utilizzo del simbolismo, che
rende addirittura incerta l’interpretazione della vittoria di Cristo. La parte iniziale dell’Apocalisse ci
presenta, nella comunità della costa dell’Egeo, uno stato di crisi che ha parecchi punti in comune con le
Lettere Pastorali. Ancora di crisi parlano le tre lettere attribuite ad un Giovanni che qui si definisce
l’Anziano, crisi che riguarda quella parte di comunità che nega la realtà della passione di Cristo,
incompatibile con l’affermazione della sua divinità. Per quanto riguarda il vangelo di Giovanni (è il prodotto
di una comunità alquanto ristretta e appartata, in polemica con le linee maggioritarie del giudaismo,che si
rifà alla testimonianza di un discepolo “prediletto” da Gesù identificato dalla tradizione come Giovanni figlio
di Zebedeo, sulla base del Vangelo sembra non appartenere ai Dodici), esso si differenzia dai tre vangeli
sinottici, poiché mette l’accento sulla persona di Cristo (egli è il Logos Figlio di Dio, Dio egli stesso),
oggetto e soggetto della rivelazione divina al mondo: il Cristo di Giovanni annuncia se stesso, si è fatto
uomo per rivelare che solo aderendo a lui si può arrivare a Dio e alla salvezza. Il tono è grave e maestoso.
4. Intorno al Canone
Con questi scritti, siamo in un epoca in cui le comunità cristiane sono già ben diffuse (I e II secolo). Esse
sentono, pertanto, l’esigenza della comunicazione scritta, soprattutto per far fronte al bisogno di dottrina,
organizzazione e disciplina. Per accreditare i nuovi scritti si ricorre sempre più alla pseudoepigrafia: questo
fenomeno, aggravato dal sorgere di movimenti eretici, convinse alcune comunità a discernere gli scritti più
antichi e autorevoli. Questi scritti, verso il II secolo questi scritti vengono riuniti in un canone, il Nuovo
Testamento (composto da 27 libri) (parlare alla fine del II secolo di NT è un anacronismo,per gli ebrei c’è

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solo un Testamento che non è antico), che viene unito all’Antico Testamento, quest’ultimo di tradizione
giudaica ma riconosciuto come scrittura divinamente ispirata. Il nucleo fondamentale fisso è costituito dai
quattro vangeli, gli Atti degli apostoli e le lettere di Paolo. I pochi scritti non pseudoepigrafi si presentano
quasi tutti in forma epistolare. Due di queste lettere furono scritte a Roma ma sono in greco, lingua ufficiale
per tutto il II secolo. La lettera per la chiesa di Corinto, tramandata sotto il nome di Clemente, terzo vescovo
della chiesa romana (96 d.C), chiede l’armonia e la pace nella comunità di Corinto, il tutto scritto con una
forma “alta” (lettera scritta in greco, destinato a essere ancora per un secolo lingua ufficiale della chiesa di
Rom). L’altra opera, il “Pastore”, scritta da Erma, fratello del vescovo Pio, è di livello più basso. Il genere è
quello apocalittico, ma le rivelazioni non hanno contenuto escatologico (primo tentativo di affrontare in
modo diretto il problema della remissione dei peccati). Esse, invece, si riferisce al recupero di cristiani che
sono stati espulsi dalla comunità per aver commesso peccati gravi: Erma, in mancanza di una normativa
precisa, offre a questi un’occasione straordinaria di perdono. Ancora per quanto riguardo riguarda il genere
epistolare, abbiamo Ignazio e Policarpo. Ignazio (cristiano di origine pagana), vescovo di Antiochia al
tempo di Traiano, fu arrestato e portato a Roma per essere martirizzato, ma durante il lungo viaggio ebbe
occasione alle comunità d’Asia turbate da tendenze giudaizzanti e di docetismo. La lettera in cui più emerge
la sua forte personalità, tuttavia, è quella indirizzata ai cristiani di Roma, scritta in un greco approssimativo
e ricco di spezzature. Delle lettere di Policarpo, vescovo di Smirne, ce n’è rimasta solo una indirizzata alla
comunità di Filippi di fondazione paolina, importante perché ci dimostra l’autorità di Paolo in un ambiente
notevolmente giudaizzante. Papia, compagno di Policarpo vescovo di Hierapolis autore di 5 libri di
“Esposizioni dei detti del Signore”, Papia esalta la tradizione orale di Gesù tuttavia si adatta a mettere per
scritto i detti e fatti di Gesù.
5. Scritti disciplinari, trattatistici e apocrifi
La “Dottrina dei dodici apostoli” è un manuale di norme morali e disciplinari composto forse in Siria per
l’esigenza di normalizzazione della comunità. Si attribuiva la paternità dalle norme agli Apostoli per dare a
quest’ultime autorità, e lo stesso accadrà per tutta la letteratura d’argomento canonistico successiva. Un
discorso a parte merita la lettera attribuita al missionario Barnaba (personaggio autorevole della chiesa
delle origini e compagno di Paolo nel primo viaggio missionario): il testo (prima del 140 e luogo non
definibile, forse Alessandria), che si apre e chiude come una lettera (all’inizio l’autore si propone di iniziare
coloro che già posseggono la fede alla conoscenza perfetta che sembra compendiarsi nella conoscenza
approfondita dell’ AT scrittura sia dei giudei che dei cristiani, propone due livelli di vita cristiana, uno
superiore e uno inferiore, il che suona molto alessandrino), ha tutte le caratteristiche di un trattato. Il
contenuto è incentrato sull’interpretazione della legge giudaica alla luce della morte e resurrezione di Cristo:
si afferma che la legge non ha mai avuto il significato letterale che gli ebrei gli avevano attribuito, al
contrario andava intesa come un’anticipazione simbolica di Cristo e della chiesa. La lettera di Barnaba,
dunque, apre la strada al modo cristiano d’interpretare l’Antico Testamento. La letteratura apocrifa
(etimologicamente: nascosti, segreti ma successivamente l’accezione divenne negativa, nel senso di
“spuri, falsi) si divide in vangeli, atti, lettere e apocalissi. Il termine apocrifo, che inizialmente indicava un
tipo di testo esoterico, ebbe presto connotazione negativa poiché riferita a testi nei quali si riscontravano
dottrine ritenute eretiche. Apocrifi dell’ AT: per il suo carattere apocalittico Enoc o Enoc etiopico, il libro
delle Parabole e il libro dei Giubilei. Il motivo che alimentò la fioritura dei testi apocrifi fu il bisogno di
saperne di più su Cristo e gli Apostoli: in mancanza di dati attendibili si ricorse alla fantasia. I vangeli
dell’infanzia di Gesù, ad esempio, trattano di pittoreschi prodigi degli anni dell’infanzia di Cristo, mentre
gli atti dei singoli Apostoli, come Giovanni, Tommaso, Pietro, Paolo e Tecla sono ricchi di gesta avventurose
e mirabolanti. Qui troviamo l’influsso del romanzo greco, soprattutto per quanto riguarda la componente
erotica. Il genere apocrifo era molto diffuso tra gli eretici: di fronte a così tanti testi la chiesa rimase sulla
negativa, tant’è che quando scoprì che l’autore dei celebri Atti di Paolo e Tecla erano ad opera di un
presbitero di nome Lucio, egli venne espulso dalla comunità.
Vangeli composti prima del canone neotestamentario.
Vangelo degli Ebrei F 0ilE 0più antico fondato su tradizioni riguardanti Gesù indipendenti da quelle sinottiche.
Vangelo di Tommaso F 0versione
E0 aramaica modificata del Vangelo di Matteo

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Vangelo degli Egiziani F 0composto
E0 sempre II secolo, in Egitto, secondo Clemente conteneva parole
autentiche di Gesù
Vangelo di Pietro F 0parla
E0 della passione di Gesù
Nel Vangelo di Tommaso e Egiziani F 0grande
E0 rilievo dato ai dialoghi di Gesù con donne
Infanzia e giovinezza di Gesù F 0Protovangelo
E0 di Giacomo e il Vangelo dell’infanzia di Tommaso
Atti di Tommaso F 0narrano
E0 le imprese di Giuda Tommaso cui viene assegnata nella suddivisione missionaria
l’India.
Apocalissi di Pietro F 0laE 0più antica dopo quella giovannea, forse composta in Palestina prima della morte di
Bar Kochba (considerato l’Anticristo per la persecuzione contro i cristiani) si valorizza nel testo sempre più
la visione delle pene infernali.
SCRITTI DI CARATTERE LITURGICO F 0La E 0 vita liturgica e disciplinare delle comunità cristiane, fece

sentire l’opportunità di una codificazione scritta che fissasse con chiarezza e autorità alcuni punti
fondamentali riguardanti il rito battesimale e la celebrazione eucaristica, perché tali scritti, per loro natura
non originali potessero ottenere più agevolmente il necessario crisma di autorità, invalse l’uso di farli passare
sotto il nome degli apostoli, e successivamente di personaggi importanti della chiesa primitiva. La
DIDACHE’ F il 0 Epiù
0 antico testo giunto a noi di tal genere, titolo originario “Insegnamenti degli
Apostoli” (apostoli = missionari) consta di 4 parti. Gesù è definito “Servo di Dio”, testo molto breve ed è
tramandato da un unico manoscritto malridotto e non si sa dove e quando è stato redatto. (cronologia tra il 50
e 100).
2: Scritti apologetici, eretici e antieretici
1. Gnostici, marcioniti, montaniti
Col termine “eresia” i cristiani intendevano le deformazioni dottrinali che ritenevano incompatibili con la
corretta fede, e chi le professava veniva espulso dalla comunità. Una di queste è il “docetismo”, ovvero il
considerare irreale l’umanità di Cristo, non compatibile con la sua essenza divina. Già all’inizio del II secolo
la componente greca si imponeva su varie comunità: i cristiani provenienti dal paganesimo rifiutavano
l’antico testamento in quanto non sentivano propria la tradizione giudaica. Queste idee furono alla base dello
Gnosticismo. Gli gnostici erano di formazione mediamente superiore agli altri cristiani, pertanto tendevano
a rappresentarsi come un’elite di privilegiati. Fino a pochi decenni fa conoscevamo lo gnosticismo soltanto
grazie alle opere dei polemisti cattolici, i quali a volte, per confutare alcune dottrine, riportavano quasi
interamente i testi. Moltissimi dati, tuttavia, li abbiamo grazie alla scoperta fatta nell’Alto Egitto di una serie
di 13 codici papiracei contenti più di 40 opere, traduzioni in lingua copta dall’originale greco. Sono opere di
vario tipo, ma il sentimento generale che traspare è quello del ringraziamento a Dio per il privilegio di far
parte della stretta cerchia di prescelti, gli spirituali. Tra i testi conosciuti grazie ai polemisti cristiani, la
lettera di Tolomeo a Flora parla dell’interpretazione della legge mosaica, considerata opera del Demiurgo,
contrapposto al Dio Sommo del Nuovo Testamento. Il commento a Giovanni di Origene cita numerosi
frammenti di un’opera di Eracleone (autore di un Commentario al Vangelo di Giovanni): è la più antica opera
di esegesi biblica in ambiente cristiano. Predomina l’interpretazione allegorica finalizzata alla dimostrazione
dei principali punti dottrinali dello gnosticismo. Nel II secolo si ebbero altre due importanti eresie, il
Marcionismo e il Montanismo. Il Marcionismo (da Marcione,un ricco armatore cristiano originario di
Sinope— sua opera importante: le Antitesi che mettevano a fronte la diversità delle due rivelazioni AT e NT)
condivide con lo gnosticismo la distinzione tra Dio inferiore e Dio sommo, ma non la concezione dello
spirito umano come particella di spirito divino. Questa dottrina è un’esasperazione del paolinismo, tant’è che
il suo canone neotestamentario comprendeva solo le lettere di Paolo e il Vangelo di Luca, di tradizione
paolina: questi testi, inoltre, furono ritoccati per liberarli da qualsiasi segno di giudaismo. Il Marcionismo
ebbe successo, e lo si comprende dall’imponente presenza nei polemisti cattolici come Ireneo, Tertulliano e
Origene. Per quanto riguarda il Montanismo, ci sono giunti oracoli del frigio Montano e delle profetesse
Priscilla e Massimilla, i quali si sentivano ispirati dallo Spirito santo, il Paracleto: siamo in un contesto di

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crisi, in cui l’attesa della prossima fine del mondo e la conseguente discesa in terra della Gerusalemme
celeste è esasperata (millenarismo).
GNOSTICI F 0negarono
E0 la risurrezione finale dei morti ma anche la realtà dell’incarnazione di Cristo, la
risurrezione consiste nella presa di coscienza della quale l’io gnostico riconosce di essere consustanziale al
mondo. I gnostici scrissero molto, il grosso scoperto a Nag Hammadi: ci sono trattati di dottrina, alcune in
forma epistolare, altre forma dialogica, in forma preghiera. In qualcuno vengono rilevati tratti di polemica
contro la chiesa cattolica e anche altri gruppi di gnostici.
NUOVA PROFEZIA F 0anni E0 60-70 del II secolo ebbe inizio in Frigia una profetica ad opera del profeta
Montano e delle profetesse Priscilla e Massimilla, predica un’ascesi particolarmente rigida nell’attesa della
prossima fine del mondo, questo movimento detto “dei Frigi” e molto più tardi definito montanismo, fu
avversato e condannato, anche se i seguaci di Montano trovarono difensori un po’ dappertutto. Sono giunti
alcuni oracoli, che identificano la manifestazione del profeta con lo Spirito Santo che lo pervade.
Reinterpretazione della speranza millenarista dell’attesa Nuova Gerusalemme destinata a manifestarsi come
gloriosa trasformazione di vita, nonché un invito all’ascesi e al martirio.
2. Lettura apologetica
L’impero prese sempre più coscienza del pericolo che la nuova religione poteva arrecare. Non solo i cristiani
erano proscritti ufficialmente come adepti di una religio illicita, ma avevano anche lacerazioni interne: per
questo la chiesa potenziò la coesione interna a danno degli eretici ed esaltando l’esigenza della confessione
di fede fino al sangue, il martirio. È proprio per questo che la chiesa di Smirne dette la notizia dettagliata del
martirio del vescovo Policarpo via lettera, inaugurando il genere della letteratura agiografica.
L’attesa del ritorno del cristo sulla terra andava via via sfumando e la convinzione del cristianesimo che la
sua vera patria fosse il cielo e non la terra [come viene specificato nella Lettera a Diogneto: ogni patria è
terra straniera in quanto si abita nel mondo ma non si è del mondo]
In quest’epoca i cristiani sono perlopiù d’estrazione sociale medio-bassa, ma molti di loro sono anche
persone colte, i quali spesso aderiscono al cristianesimo per la sfiducia nella religione e nella filosofia.
L’impatto con la cultura greca fu problematico: molti letterati condannarono questo avvicinamento, mentre
altri come Giustino, erano più accondiscendenti. Tuttavia, la letteratura cristiana del II secolo si servì della
filosofia per polemizzare, come fecero gli apologisti. Essi scrivevano apologie (difesa giudiziaria), vale a
dire difese della religione cristiana, indirizzate ai pagani e spesso direttamente agli imperatori. Il destinatario
di queste opere è il pagano di buona condizione sociale, il quale poteva ripugnare il fatto che una persona
potesse essere uccise per reato d’opinione. C’era chi, inoltre, manifestava disprezzo per il fanatismo dei
martiri e chi invece ne rimaneva colpito. Ancora prima che con i pagani, i cristiani entrarono in conflitto con
i giudei: il Dialogo con Trifone di Giustino (il più significativo degli apologisti e prima grande
personalità letteraria dell’antico cristianesimo) presenta forma dialogica, dato che un dialogo tra giudei e
cristiani era possibile, al contrario dei pagani, i quali non avevano nulla in comune col cristianesimo. I
Cristiani cercavano di convincere i giudei che le profezie veterotestamentarie si fossero realizzate in Cristo.
È questo che Giustino esamina accuratamente nella sua opera, come del resto aveva già anticipato Paolo e
l’epistola di Barnaba.
Confronto dell’autore con un giudeo (Trifone) lo scritto è una finzione letteraria ma la discussione è
incentrata sull’ AT di cui Giustino passa ai passi di contenuto messianico visti come preannuncio della venuta
del Cristo. Giustino distingue tra typoi (fatti realmente accaduti che contengono prefigurazioni di fatti futuri)
e logoi (profezie che si compiono in Cristo). Giustino ci si presenta come esemplare del cristiano colto, di
origine ed educazione pagana. Giustino non ha difficoltà ad accogliere la dottrina del regno millenario anche
se precisa che alcuni “cristiani di retta fede” non l’accettano.
Apologisti: propongono la dottrina del Logos, imperniata sull’affermazione giovannea di Cristo parola
(Logos) distinta dal Padre, cioè entità divina sussistente a fianco del Padre da lui generata. Dio identificato
come Logos divino.
Prima Apologia vera e propria, fu indirizzata all’imperatore Adriano durante un suo viaggio ad Atene nel
124- 125.

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3. Scritti antieretici, esegetici, omiletici

Eresia con significato generico, indicativo di dottrine avvertite come incompatibili col deposito
tradizionale. Attività antieretica ebbe a svolgersi soprattutto per comunicazione orale. L’opera
antieretica più importante del II secolo giunta a noi è l’Adversus Haereses di Ireneo (vescovo di Lione). La
sua polemica è dichiarata nei confronti di Valentino, ma in realtà polemizza contro marcionismo e
soprattutto gnosticismo per la separazione tra Dio dell’Antico Testamento e Dio del Nuovo Testamento.
Ireneo, dunque, ci da la sintesi della riflessione teologica cattolica alla fine del II secolo. L’argomento
principale è la rivelazione progressiva; il Logos ha recuperato l’uomo decaduto a causa del peccato, e lo ha
preparato gradualmente ad accogliere il grande mistero dell’incarnazione e per rendere tutti gli uomini figli
di Dio. Per “uomo” Ireneo intende carne ed anima. Tuttavia, la dottrina presentata da Giustino ed altri
apologisti che subordina il Logos al padre poteva essere fraintesa come diteismo; la reazione fu dunque una
tendenza a riaffermare quel monoteismo intransigente di stampo giudaico. (unicità del Dio rivelato nei due
Testamenti) Ireneo importante per la chiarezza con cui ha rivelato la connessione organica tra AT e NT come
i due momenti della salvezza, quello della preparazione e quello della realizzazione. Cristo logos di Dio,
Ireneo ha avuto interesse per la salvezza dell’uomo, per lui ad Adamo(nel quale tutta l’umanità ha peccato) si
contrappone e corrisponde Cristo che questa umanità ricapitola e si riconcilia con Dio.
Comincia una polemica in tutta l’Asia, nel tardo II secolo. Reagì Ippolito, il quale propose un’articolazione
trinitaria personalizzante all’interno dell’unico Dio. Ippolito però, è soprattutto noto per aver dato inizio alla
letteratura d’esegesi d’osservanza cattolica. Nei suoi commentari fraziona il testo in lemmi brevi e continui
corredati da un’essenziale interpretazione perlopiù allegorizzante.
Anche se i cristiani erano in lotta interna tra loro, la loro vita comunitaria si incentrava nella liturgia e in
maggior luogo nell’eucarestia, come ci viene spiegato da Giustino, la consacrazione del pane e del vino
avveniva tra canti, preghiere, letture bibliche e relativa spiegazione. I canti erano in parte presi dai Salmi, in
parte improvvisati. Di antica poesia cristiana è giunto pochissimo a noi, tra cui le Odi di Salomone, giunteci
in siriano, in cui i temi centrali della religione sono resi in modo molto allusivo. Ci sono giunte anche due
omelie, una di Melitone di Sardi, l’altra anonima. Si parla della Pasqua cristiana, che continua ad essere
celebrata al modo dei giudei, leggendo il c. 12 dell’Esodo, che descrive l’istituzione della pasqua ebraica alla
vigilia della fuga del popolo dall’Egitto: Giovanni interpretò l’agnello ucciso in quell’occasione come
prefigurazione di Cristo e della sua redenzione. È proprio su questo che Melitone insiste nel suo testo.

3: Alessandria cristiana
1. L’ambiente. Clemente
L’Asia romana è stato il centro cristiano culturalmente più vivace. Già dalla fondazione della città, era
presente una grande comunità giudaica, ellenizzata nella lingua e nella cultura: ciò contribuì molto alla
compatibilità tra giudaismo ed ellenismo, iniziativa per la quale fu fondamentale l’applicazione del metodo
allegorico. In questo modo si cercava di rendere compatibili con la cultura dominante anche le opere di chi
non voleva rompere con la propria tradizione. Alla metà del II secolo la comunità di Alessandria è
culturalmente dominata dagli gnostici, come Basilide, Valentino, Tolomeo ed Eracleone. La reazione da
parte cattolica negli ultimi decenni del secolo, soprattutto con Clemente ed Origene. La loro attività fu
soprattutto scolastica, privata quella di Clemente, più in contatto con l’episcopato locale quello di Origene. Il
loro fine comune era il recupero dell’Ortodossia, e questo con fare polemico.
L’influsso gnostico si avvertiva soprattutto tra i cristiani più colti e fu proprio questo a spingere clemente ed
origene ad una più ampia apertura verso la filosofia graca, soprattutto platonica, e ad avere una connotazione
più elitaria, il loro invito era rivolto a coloro che sentivano l’urgenza di approfondire significato e valore dei
segni di fede
L’attività di Clemente fu anche extrascolastica, soprattutto rivolta ad un pubblico elitario e pagano [come si
nota nel protrettico] , come notiamo nel Pedagogo, codice di norme morali per cristiani di alta condizione
sociale. Clemente fu il primo ad affrontare la questione della compatibilità tra ricchezza e messaggio
evangelico, con Quis dives salvetur. Clemente, in quanto maestro, preferiva la comunicazione orale. Negli
“Stromati” sviluppa la polemica anti gnostica facendo largo uso di elementi allegorizzanti, in modo che il

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messaggio potesse essere compreso solo da chi ne fosse degno. Fece seguire una serie di problemi per la
polemica anti agnostica come:
• Il rapporto tra fede e conoscenza per stabilire l’esatto significato del divario tra il livello culturale
elementare del cristiano semplice e quello più elevato
• Rapporto tra i due testamenti
• Rapporto tra fede cristiana e filosofia greca

2. Origene
Il proposito di mettere ordine all’esegesi scritturista anche a livello metodologico è bene evidente in Origene
come dimostra la trattazione teorica esposta nel 4 libri de “I principi”. Origene (1 personaggio di lingua
greca nella storia della chiesa dal quale possiamo ricostruire un percorso biografico: nacque intorno al 185 ad
Alessandria di famiglia cristiana) maturò una sensibilità filologica, tant’è che avvertì per primo l’esigenza di
preparare uno strumento critico di base per la discussione delle scritture, gli Hexapla. Alla struttura
filologica, affiancò la distinzione doppia della realtà su una solida base platonica, ovvero mondo intelligibile
e mondo sensibile: il cristiano semplice resta nell’ambito di quest’ultimo, mentre chi aspira alla perfezione
spirituale cerca il mondo intelligibile.
Nella sua ricerca ermeneutica Origene affianca alla tipologia tradizionale di dimensione comunitaria un tipo
d’interpretazione individuale che ha per oggetto il rapporto personale che ha come oggetto il rapporto
personale che il logos instaura individualmente al di là della mediazione della chiesa
Origene cerca, nel suo studio della Scrittura, di rilevare il senso antignostico e la continuità ascendente
dell’Antico Testamento al Nuovo Testamento. Queste caratteristiche si rilevano anche nelle sue omelie.
Anche l’attività di Origene trovò il clima idoneo nell’attività scolastica: il notevole riscontro pagano che
ebbe la sua attività fu dovuto soprattutto per il suo metodo di ricerca filosofica. Origene nell’interpretazione
del testo sacro si sofferma a ricercare si sofferma a ricercare le “questiones” magari alle volte senza neanche
concludere, altre volte fissa il rapporto tra dottrina cristiana e filosofia greca talvolta in accordo con loro
talvolta no.
Il modello del suo insegnamento era tipicamente greco, così come ispirato alla cultura greca è il titolo de “I
princìpi” (Origine riprende uno scritto di Clemente andato perduto): così facendo egli volle dare alla cultura
cristiana un importante salto di qualità.
Vari sono gli argomenti:
• Unicità e incorporeità di Dio
• Attività cosmologia e soteriologica del logos divino
• Articolazione trinitaria della divinità
• La sacra scrittura fondamento del sapere cristiano e i criteri per la sua interpretazione
L’esigenza di contrastare le dottrine gnostiche della separazione tra dio buono nel Nt e del dio giusto dell’AT
della distinzione tra natura di uomini materiali e uomini spirituali
Si spiega anche il titolo di Principi in quanto i greci si erano a lungo interrogati sui principi costitutivi della
realtà, con la sua opera egli intese far entrare anche la filosofia cristiana nel grande giro della cultura
dell’epoca confutando la pretesa degli gnostici di costituire l’elite culturale della società cristiana.
Nel suo “commento a Giovanni” Origene non perde occasione di rivelare quanto la sua interpretazione sia
più esaustiva e metodologica.
L’iniziativa di Origene nei confronti del cristianesimo ebbe esiti positivi in quanto da una parte privava gli
gnostici dal punto di vista della loro pretesa di superiorità d’altra parte rimuoveva una delle remore che
trattenevano i pagani colti e religiosamente sensibili dall’aderire alla nuova religione

3. Dopo Origene
Conosciamo poco dello sviluppo culturale in Oriente nella seconda metà del III secolo: sicuramente
l’episodio più importante fu rappresentato dall’imporsi del progetto culturale di Origene in Egitto e fuori,
dato il suo carattere elitario e di alto livello culturale, e l’apertura alla filosofia greca, soprattutto platonica.
Panfilo scrisse un’Apologia(opera difensiva) nei confronti di Origene, il quale veniva accusato di essere
eccessivamente aperto alla filosofia greca. Quest’apologia, inoltre, rileva la posizione ambigua di coloro i

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quali si erano formati con Origene ma lo avversavano. È il caso di Metodio d’Olimpo (maestro di vita
spirituale, operante in circoli ristretti), il quale invece presenta una larga apertura verso la filosofia greca,
ma accusa Origene per l’eccessivo allegorismo e spiritualismo per quanto riguarda la dottrina della
resurrezione dei morti.
4: Gli inizi delle lettere cristiane in Occidente
1. A Roma
Il cristianesimo si diffuse in ritardo in Occidente, ad eccezione di Roma (l’altro centro del cristianesimo di
lingua latina attivo a livello letterario nel II e III secolo), e la sua matrice orientale fece sì che inizialmente
anche in Occidente ci si esprimeva, a livello letterario e liturgico, in greco. A Roma, furono scritti in greco
due importanti testi agiografici: in forma epistolare, una descrizione particolareggiata delle violenze subite
dai cristiani di Lione e Vienne, in Gallia. Molto scarni, invece, gli Acta del martirio di Giustino. Ancora in
greco si esprime, nel III secolo, lo Pseudo-Ippolito dell’Elenchos, una vasta opera eresiologica, ricca di
informazioni su sette gnostiche, in cui l’autore afferma che tutte le eresie provengono dall’influenza delle
filosofie greche. Egli venne accusato a Roma di diteismo, soprattutto dal vescovo Callisto. I due
dissentivano anche sulla questione del perdono per peccati gravi: più concessivo Callisto, più severo Pseudo-
Ippolito, il quale voleva una chiesa più elitaria. Fu la transigenza di Callisto a prevalere nella chiesa romana,
con conseguente influsso negativo sull’attività culturale. L’unico rappresentante importante della Roma del
III secolo su Novaziano, il quale condivideva il rigorismo disciplinare dello Pseudo-Ippolito. La sua grande
innovazione fu l’uso del latino in ambito letterario al posto del greco.
2. In Africa
In Africa la latinizzazione della chiesa fu molto più rapida rispetto a Roma, tant’è che il latino fu lingua
ufficiale della chiesa già verso la fine del II secolo. S’ipotizza la traduzione in latino dal greco della Scrittura
come prima forma di letteratura cristiana in africa. L’ambiente letterario è molto popolare, come possiamo
notare negli Acta dei martiri scillitani, o nella Passio Perpetuae et Felicitas. In Africa il cristianesimo si
diffuse molto rapidamente, con esiti letterari significativi: Minucio, Tertulliano, Cipriano e Arnobio. Le
caratteristiche unificanti sono l’impegno apologetico e l’accuratezza formale. Gli argomenti furono
all’incirca quelli degli apologisti greci: Tertulliano ne sviluppa il risvolto giuridico, Arnobio la critica della
religione pagana, Minucio e Cipriano l’esaltazione della novità vivificante dell’esperienza cristiana. Il modo
di esprimersi varia da autore in autore.
3. Tertulliano e Cipriano
Cipriano conosceva bene gli scritti di Tertulliano, tanto da chiamarlo familiarmente “magister”. Tertulliano
era l’uomo del paradosso, dell’originalità esasperata, dell’estremismo radicale, difensore dell’integrale
ascetica purezza della chiesa, che finisce per cercare nei montanisti. Difese contro gnostici e marcioniti la
continuità tra Antico Testamento e Nuovo Testamento, la dignità del corpo, la dottrina della resurrezione dei
morti e la realtà della reincarnazione di Cristo. Ambientò la monografia di argomento morale nelle lettere
cristiane. Difese con passione il distacco della chiesa da ogni contaminazione del mondo e verso posizioni
anche marginalmente transigenti.
Cipriano, invece, si caratterizzò per l’equilibrio attento e misurato: preferì aderire immediatamente al dato
scritturistico. Le sue lettere sono le prime di cui abbiamo notizia nell’Occidente cristiano. Il suo martirio
verrà descritto nella biografia scritta dal suo diacono Ponzio, inaugurando così il genere biografico nella
letteratura cristiana. Il primo poeta cristiano di lingua latina fu Commodiano, di cui restano un poema
didascalico in due libri, l’Instructiones, e un Carmen Apologeticum in esametri, che riassume il senso della
storia contro giudei e pagani.

2. Dall’epoca Costantiniana alla crisi del mondo antico (quarto secolo)


1: Le lettere cristiane e la svolta costantiniana
1. Il nuovo corso e la storiografia ecclesiastica

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Durante il III secolo la religione cristiana si era diffusa in tutte le regioni dell’impero. La politica permissiva
(prima della persecuzione di Diocleziano i cristiani vissero un periodo di pace) fece sì che i cristiani non
volessero più condurre una vita appartata: ciò rese evidente agli occhi dei tradizionalisti il pericolo che
rappresentava il cristianesimo per i principi sociali, morali e religiosi che tenevano fermo l’impero da secoli.
L’ultimo tentativo di sconfitta della chiesa fu preceduto da una serie di opere di intellettuali anticristiani,
come “Contro i cristiani” di Porfirio. Dal 313 in poi, con Costantino, la religione non viene semplicemente
tollerata, ma addirittura favorita. Nascono dunque nuove esigenze, anche e soprattutto dal punto di vista
culturale. La novità più importante è la nascita della storiografia cristiana: si avverte ora il bisogno di
riflettere sul passato, ripercorrendo le fasi della lunga lotta conclusasi in modo vittorioso. In questo senso
operarono Lattanzio in Occidente ed Eusebio in Oriente. Lattanzio venne attratto dal cristianesimo per
motivi di rigore morale: la sua formazione cristiana presentava troppe lacune affinché potesse far fronte in
modo adeguato al suo impegno apologetico. Il meglio è dato dalla trattazione dei temi d’impegno morale,
con uno stile talmente raffinato da riconoscere a Lattanzio la fama di “Cicerone cristiano”. L’opera che
meglio rappresenta la sua riflessione storica è il “De mortibus persecutorum”: ha ancora carattere
apologetico, ma è di tipo fortemente storico. È un approccio ad un modo più riflessivo di valutare il rapporto
con l’impero da parte cristiana.
Eusebio di Cesareo avvertì in modo acuto il problema del rapporto tra le due culture e puntò la riflessione
soprattutto in senso apologetico, per replicare le tradizionali accuse di irrazionalità e ignoranza mosse da
Porfirio. Nel suo imponente complesso costituito da 15 libri di “preparazione evangelica” e 20 di
“dimostrazione evangelica” analizza nel dettaglio il rapporto tra cristianesimo, paganesimo e giudaismo, per
dimostrarne la perfetta razionalità e la completa realizzazione della rivelazione diretta di Dio agli uomini.
L’opera maggiore è la Storia Ecclesiastica, che si vale di una vastissima conoscenza della letteratura
cristiana: quest’opera apre quella concezione totalizzante che vede la storia del mondo come storia della
salvezza dell’uomo peccatore per volere di Cristo, Eusebio vanta di una forte conoscenza della religione
cristiana precedente in quanto aveva accesso alla biblioteca origeniana di Cesarea e che riporta spesso
citazioni dirette. Questa Storia fu il modello del suo genere, tanto che ne avrebbero scritto continuazioni in
latino e greco autori a lui successivi. Nell’interpretazione delle Scritture egli valorizza soprattutto il senso
letterale, nonostante la sua ammirazione per Origene: era un tipo di esegesi nuova, che rispondeva alle
esigenze del tempo.

2. Letteratura apologetica, agiografica, omiletica


La grande diffusione del cristianesimo ebbe come conseguenza un importante impegno letterario: si dilatò la
letteratura d’argomento dottrinale, soprattutto a causa del coinvolgimento nella questione ariana. A partire da
Costantino la difesa dei cristiani apparve ormai superflua, ci si concentrò dunque, in ambito apologetico,
soprattutto sul piano religioso e culturale, in particolare contro il paganesimo. Assunse sempre più
importanza il genere agiografico (complesso delle testimonianze che costituiscono la memoria della vita di
un santo e del culto a lui tributato), data la sempre maggiore importanza che si dava al culto dei martiri. Gli
scarni resoconti processuali non soddisfacevano più, perciò si cominciava a creare false reliquie e falsi atti
dei martiri, dove leggiamo imprese miracolose, in cui l’umile confessore diventa un eroe: nascono così i testi
dei martiri più illustri, come Lorenzo, Agnese, Lucia e Sebastiano. Nasce, inoltre, un nuovo modello d’eroe,
ovvero il Confessore, colui il quale confessa la fede in Cristo col sacrificio quotidiano di una vita
asceticamente impegnata nella solitudine e nel servizio alla comunità: il santo vescovo, il santo eremita.
Cresce ora il genere biografico, che sposta l’attenzione proprio sulla figura del santo eremita, come
dimostrano i due grandi successi dell’epoca, la Vita di Antonio ad opera di Atanasio, e la Vita di Martino
scritta da Sulpicio Severo. Furono soprattutto i monaci a destare attenzione ed interesse: da qui il bisogno di
mettere per iscritto i detti e gli aneddoti di monaci famosi. Per il sesso debole, invece, si provvedeva con un
tipo di letteratura che esaltava la verginità.
La trasformazione dell’oratoria nel II e III secolo fu imponente. Prendeva forma quasi esclusivamente
nell’omelia d’argomento esegetico, durante la celebrazione della messa e, in alcuni luoghi d’Oriente, in
riunioni dedicate alla lettura e all’interpretazione dell’Antico Testamento. Questo tipo di Omelia continua ad
essere rappresentato, ma le occasioni di predicare si moltiplicano e si elevano di tono. La celebrazione delle
grandi ricorrenze richiedeva un apparato oratorio all’altezza dell’importanza delle festività. Nasce, dunque,

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l’esigenza di imporre norme per un oratoria di forte impegno retorico, anche per istruire moralmente l’ormai
grandissima massa di fedeli. L’oratore cristiano, quindi, prende il posto di quello pagano. I più grandi oratori
cristiani d’Oriente furono Basilio, Gregorio Nazianzeno e Giovanni Crisostomo.
L’impegno del letterato cristiano è in quest’epoca ancora legato all’attività comunitaria: questo spiega la
scarsa diffusione della poesia cristiana in Oriente, ad eccezione di Nazianzeno.
Le orazioni non devono essere soltanto istruttive ma soprattutto devono richiamare ad un forte impegno
morale e per ottenere ciò non basta quello che si dice ma acquista primaria importanza anche come si dice
2: Letteratura d ambiente alessandrino
1. Alessandria cristiana nel IV secolo
Anche dopo Origene, la scuola di Alessandria continua il suo percorso culturale, in sintonia con l’episcopato
che fu più volte ricoperto da maestri come Eracla, Dionigi ed Achilla. All’inizio del IV secolo, tuttavia, la
chiesa d’Egitto fu turbata da contrasti come lo scisma meliziano, e soprattutto, dal 320, dalla questione
ariana. Il prete Ario diffuse una dottrina che estremizzava il subordinazionismo della dottrina di Cristo
Logos divino fino a fare di lui soltanto una creatura il primo e il più importante delle creature create da dio.
Questa polemica era destinata a protrarsi nei secoli coinvolgendo tutta la cristianità, ma allo stesso tempo
favorì un approfondimento di una letteratura che analizza concetti e termini delle dottrine teologiche
tradizionali. Contemporaneamente la chiusura culturale dei monaci, spesso di bassa estrazione, contribuì allo
stato di declino della scuola alessandrina d’impostazione origeniana: nell’arco di un secolo, questo ambiente
vede emergere personalità come Atanasio, Didimo e Cirillo.
[ QUADRO DOTTRINALE: All’inizio del IV secolo il panorama dottrinale di argomento trinitario e
cristologico offerto dall’insieme delle comunità ecclesiali era piuttosto variegato. Ad Alessandria dominava
la dottrina del Logos nella formulazione origeniana: una solo divinità articolata in 3 ipostasi (persone). Di
contro Roma, rifiutava questa dottrina considerandola triteista e tradizionalmente era portata a rilevare
maggiormente l’unità di Dio. Ario diffuse le sue idee radicali circa l’inferiorità di Cristo figlio di Dio
rispetto al Padre e l’estraneità alla sua natura, Ario trovò sostenitori dentro e fuori Egitto ma non tali da
evitare la condanna al concilio di Nicea. Affermazioni caratterizzanti della sua dottrina: natura creata del
Figlio, sua non coeternità con Dio Padre. ]
2. Atanasio
Atanasio fu vescovo nella tradizione autoritaria di Demetrio, ma non si associò alle accuse contro i danni di
Origene. Egli nutrì poco interesse per i dati biografici a beneficio dell’invenzione, presentando il monaco
(Antonio) come l’eroe che rinuncia coraggiosamente al mondo e alle tentazioni, personificate dalla figura del
diavolo. Un’altra virtù del monaco è la perfetta ortodossia, lottando contro le eresie. Proprio per la lotta
contro l’eresia, Atanasio scrisse opere d’argomento dottrinale ed opere d’argomento storico, ricchissime di
dati. La riflessione dottrinale di Atanasio è caratterizzata da una forte tendenza unitiva, in cui il Logos viene
strettamente unito a Dio ed elevato a pari livello di dignità. Questa formula contribuì a quella definitiva
decisa dal concilio di Nicea. La massima parte degli scritti di Atanasio è direttamente connessa con la
controversia ariana.
Dall’insieme degli scritti di Atanasio non soltanto veniamo a conoscere perfettamente la dottrina trinitaria di
Atanasio, ma ci rendiamo conto dei limiti della sua politica antiariana. Contro Ario e gli ariani radicali
Atanasio ha un senso forte della divinità di Cristo: solo Dio incarnandosi poteva redimere l’uomo del
peccato. Il concetto della generazione reale, del Figlio dal Padre è stato da lui avvertito come partecipazione
totalizzante del Figlio a tutte le perfezioni del Padre e la loro unità è ribadita, dalla costante affermazione che
il Figlio partecipa della sostanza del Padre. Per lui era lecito professare due ipostasi del Padre e del Figlio,
come era in uso in Oriente purché non alla maniera di Ario ovvero una sola ipostasi dei due. Atanasio allarga
allo Spirito Santo il rapporto che egli aveva proposto al Padre e al Figlio.
Vita di Antonio F 0biografia
E0 del famoso eremita, mira non solo ad esaltare l’ideale del monachesimo, ma
anche l’avversione dell’ambiente monastico per l’eresia, con quest’opera inizia in oriente il genere della
biografia agiografica. L’attività di Atanasio incontrò favore in Egitto e in occidente, ma provocò reazioni
sfavorevoli in gran parte dell’oriente cristiano.

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3. Didimo ultimo erede diretto della tradizione origeniana
F0DF

I referenti culturali e dottrinali di Didimo il Cieco (diventato cieco prima dell’età scolare, acquisì ugualmente
una cultura profana e della Scrittura grazie ad una prodigiosa memoria, condusse vita monastica ad
Alessandria) furono Origene e Atanasio. Da Origene prese l’attaccamento alla Scrittura intesa come fonte
primaria della cultura cristiana e la distinzione della realtà in due livelli (senso letterale e senso spirituale).
Da Atanasio, invece, prese la dottrina trinitaria unitiva (afferma in esso l’appartenenza piena dello Spirito
Santo alla sfera divina, insistendo sulla “non differenza”col Padre e il Figlio). L’esegesi di Didimo restò
fedele a quella origeniana, nonostante in alcuni punti sembra incrinarsi a causa delle polemiche in corso.
La riscoperta dei papiri a Tura che fa comprendere anche a noi e apprezzare l’immenso lavoro di esegesi da
una parte ci immette nella pratica quotidiana dell’insegnamento scolastico con un immediatezza che
altrimenti sarebbe preclusa al lettore e dall’altra ci presenta un esegeta che tenta di rimanere fedele alla
tradizione anche se in alcuni punti la fedeltà è carente a causa delle polemiche in corso.
Come vedremo di seguito i principi alessandrini verranno fortemente criticati in nome di un apprezzamento
maggiore della lettura del testo sacro. Nonostante tutte le limitazioni possiamo dire che l’esegesi di Didimo
resta fedele alla tradizione di origene.

3: I Cappàdoci
1. Attività letteraria
La cultura e la dottrina cristiana in Oriente furono condizionate fortemente dal contrasto dell’ambiente
alessandrino con quello asiatico e poi con quello antiocheno. Negli ultimi decenni del IV secolo s’inserì in
questa dialettica un nuovo ambiente, quello della Cappadocia, situata all’interno dell’Asia Minore:
quest’ambiente era di tradizione culturale molto arretrata e nel IV secolo sentì una forte influenza ariana,
furono originari di questa regione Asterio il Sofista e Eunomio, leader degli ariani di terza generazione,
Gregorio e Giorgio, vescovi ariani di Alessandria. Nella metà del III secolo fu vescovo influente Firmiliano,
il quale estremizzò la teoria del Logos origeniana. Tuttavia la Cappadocia cristiana fu unificata
dottrinalmente in senso ortodosso e gratificata di una fioritura letteraria per opera di Basilio di Cesarea,
Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa. Essi fusero il sentire cristiano con un elegante tradizione greca.
Promossero l’ideale di un cristianesimo colto.
Di alta estrazione sociale e cresciuti in ambienti famigliari dove i cristianesimo era fortemente sentito,
promossero un ideale di cristianesimo colto sapendo coniugare tutto ciò che c’era di valido nell’ellenismo
senza sfigurare le idee portanti del crsitianesimo
Basilio svolse un’attività politica e dottrinale di prim’ordine. Egli propose la sintesi mediatrici capace di
contemperare nella Trinità l’esigenza dell’unità, affermando una sola natura articolata in tre ipostasi, ovvero
tre entità autonome. Questa dottrina, che troviamo esposta nei tre libri “Contro Eunomio” e nel trattato “Lo
Spirito Santo” fu quella accettata dal Concilio di Costantinopoli nel 381 due anni dopo la morte di Basilio.
Il suo atteggiamento mediano si avverte anche nella sua esegesi, in cui usava il metodo letterale o allegorico
a seconda delle necessità. Anche le sue omelie rimangono sulla linea di un oratoria elegante e colta. Basilio
preferì come mezzi di comunicazione l’omelia e la lettera. La scuola era rimasta pagana perché fondata sullo
studio dei tradizionali scrittori classici, Basilio è convinto dell’utilità di tale scuola in quanto capace di
impartire un insegnamento tecnicamente adeguato ad avviare al difficile studio della Scrittura.
Gregorio Nazianzeno (amico di Basilio), di carattere ipersensibile, fu quello dei tre che più rappresentava
l’esigenza letteraria e l’effusione poetica. La sua riflessione dottrinale è fortemente trinitaria. È
completamente aperto alla tradizione classica, il suo stile è dell’asianismo più puro nella ricerca dell’effetto
e la sua adesione ai modelli classici sia in poesia sia che in oratoria è totale.
- Gregorio ribadisce la convinzione platonica e cristiana che l’uomo può giungere a riconoscere che Dio
esiste ma la comprensione della sua natura, gli resta preclusa. Come Basilio anche Gregorio insiste
sull’esigenza e santità del mistero. Per lui dato che Adamo ha peccato nella sua integrale umanità, per
redimere i suoi discendenti il Logos divino ha assunto un’umanità completa. Gregorio sa distinguere in
Cristo l’unità del soggetto dalla duplicità della natura.

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Gregorio Nisseno (o Gregorio di Nissa, fratello di Basilio) non partecipò alla vita politica ma approfondì la
riflessione filosofica, sia sulla scia di Basilio, sia in modo autonomo. Fu più sensibile al metodo allegorico
nell’esegesi e alla filosofia platonica. Con Gregorio, inoltre, il concetto di Dio si acclimata definitivamente
nel mondo cristiano.
Per lui in Cristo vi è unione perfetta fra le due nature, umana e divina.
2. Significato culturale
L’ideale che i Cappàdoci sostenevano e l’iniziativa che portarono avanti era fondamentalmente quella
origeniana, ma adattata ad esigenze nuove. In quel momento il cristianesimo si apprestava a diventare la
religione ufficiale, e l’esigenza primaria è ora quella di dimostrare la conciliabilità tra la fede cristiana e il
razionalismo greco. I Cappàdoci, essendo di ambiente elevato, sentivano fortemente quest’esigenza e
agirono armonizzando insieme raffinatezza letteraria e ardua speculazione filosofica. L’intransigenza della
fede, inoltre, ispirò in loro una rigida intransigenza nei confronti delle mille ingiustizie che allora
funestavano il mondo, senza trascurare il richiamo alla civiltà classica.
La sintesi operata dai cappadoci fu molto singnificativa in quanto la loro adesione al cristianesimo si realizzo
nella forma nel monachesimo in quanto Basilio e Nazianzeno sentirono a fondo il sottile fascino della ricerca
della perfezione e allontanamento dal mondo.

4: Letteratura d’ambiente antiocheno


1. Dottrina ed esegesi
Nell’area siropalestinese le idee di Origene raccolsero molti consensi ma anche forti resistenze. Già Eusebio
di Cesarea era stato origeniano, ma ne aveva moderato l’allegorismo esegetico. L’interpretazione spirituale
della Scrittura fu ulteriormente ridotta da Eusebio di Emesa. Questo ambiente venne ulteriormente lacerato
dalla questione ariana, che ad Antiochia ebbe uno dei suoi epicentri, dove si determinarono una varietà di
indirizzi intermedi tra quello unitivo di Atanasio e quello radicalmente ariano degli origeniani più estremisti.
Nella metà del secolo era attivo in area antiochena Apollinare di Laodicea, il quale nell’attività esegetica
riuscì ad inserirsi senza contrasti mentre la dottrina cristologia da lui professata destò scandalo nell’ambiente
antiocheno: Apollinare, infatti, accentuò la tendenza unitiva di tradizione alessandrina, subordinando in
Cristo la componente umana a quella divina, tanto da negare in lui l’anima razionale e da parlare di una sola
natura del Logos incarnata, cioè quella divina. Ad Antiochia, infatti, si era abituati a dare molta importanza
alla natura umana di Cristo, da qui l’opposizione ad Apollinare, da parte prima di Diodoro di Tarso, poi, tra
IV e V secolo, dal discepolo Teodoro di Mopsuestia. La dottrina di Apollinare, in ogni caso, fu combattuta
con il Concilio di Costantino del 381, in cui si stabilì l’integrità, anima e corpo, dell’umanità di Cristo.
Diodoro e Teodoro furono d’accordo anche sull’esegesi. Diodoro tenne scuola e Teodoro fu suo allievo,
pertanto si può affermare che fu Diodoro ad iniziare l’esegesi antiochena, ovvero un tipo di esegesi chiusa
all’interpretazione allegorica. Essi erano convinti che l’interpretazione allegorica alessandrina emulasse il
modo in cui i filosofi greci avevano interpretato i miti sopprimendone il significato letterale a beneficio
dell’interpretazione filosofica. Al contrario di Eusebio di Cesarea, essi non indugiarono nel rendere
marginale il ruolo dell’interpretazione allegorica, che invece era stata valorizzata soprattutto per confutare
gnostici e marcioniti e la loro separazione dei due Testamenti. Teodoro, addirittura, aveva notato più il
distacco che l’unità tra i due testi: l’Antico Testamento, infatti, ha conosciuto solo il Dio unico e ha
profetizzato il Messia soltanto nella sua dimensione umana.
[ Caratteri salienti:concezione più unitaria di Dio, rispetto alla dottrina del Logos di interpretazione
alessandrina, rilievo dato all’umanità di Cristo maggiore che in quella dottrina. Intorno agli anni 60 del IV
secolo era lacerata, in conseguenza dello scisma detto appunto di Antiochia in tre fazioni: gli ariani, i
veteroniceni e gli antiarani. ]

2. Epifanio e la controversia origeniana


La chiesa ha da sempre mostrato poca tolleranza nei confronti delle deviazioni dottrinali. Questa tendenza è
diventata sempre più forte con l’inasprirsi delle controversie teologiche, favorendo un clima generalizzato di
sospetto ed intolleranza, che in Oriente si protese per secoli. Tutto questo si riflette nella letteratura, con il

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proliferare di scritti d’argomento polemico ed antieretico, con Epifanio di Salamina come maggiore
esponente. Scrisse un’imponente opera di contenuto eresiologico, il Panarion, utile soprattutto per la
documentazione. Egli, inoltre, dedicò impegno ai danni della memoria di Origene, riportando la controversia
in area palestinese: questo perché Epifanio constatò che gli scritti origeniani stavano esercitando un influsso
sempre maggiore nell’ambiente del monachesimo d’Egitto. Molti di questi monaci, d’alta estrazione sociale,
avvertirono l’esigenza non più della sola ascesi ma della riflessione su di essa, e l’unico autore cristiano che
poteva soddisfarli era Origene, che diventò il loro autore. Ciò comportava l’apporto della cultura greca: ad
accrescerne la fama fu Evagrio Pontico, allievo dei Cappàdoci, il quale divenne monaco in Egitto e col suo
“Praktikòs” divenne l’autore prediletto del monachesimo orientale. Fu fortemente origeniano e
radicalizzandone le idee.
3. Giovanni Crisostomo (= Bocca d’oro, nacque ad Antiochia verso il 345)

Giovanni il Crisostomo visse un’esperienza monastica nel deserto prima di essere chiamato all’impegno
pastorale, prima come presbitero ad Antiochia, poi come vescovo a Costantinopoli. Egli fu totalmente chiuso
nei confronti della filosofia greca, ma completamente aperto alla tradizione classica sul piano della forma
espressiva. La sua attività omiletica di argomento esegetico fu intensissima, messa per iscritto attraverso i
commentari a libri dell’Antico Testamento e a Paolo (considerato da lui il prototipo cristiano). La sua esegesi
è antiochena, ovvero rispettosa del significato letterale, ma con maggiore attenzione alla tematica cristologia.
Giovanni evita di prendere posizione polemica a beneficio dell’attaccamento ai dati più tradizionali. Il suo è
un interesse soprattutto pastorale. Egli vuole commuovere i fedeli richiamandoli al più severo impegno di
vita cristiana. Proprio le sue doti di raffinato oratore gli valsero la nomina di vescovo di Costantinopoli.
Giovanni si tenne lontano dagli atteggiamenti polemici tipici degli esponenti radicali dell’ambiente
antiocheno. Esegesi strettamente letterale, interessata perciò alle vicende di Israele e ben poco propensa
all’apertura in senso cristologico. Nell’interpretazione della Genesi l’esegeta riporta alcune tradizionali
tipologie (Isacco e Giuseppe) e anche nell’interpretare i Salmi li riferisce a Cristo con minore parsimonia
rispetto a Diodoro e Teodoro: lo specifico contenuto dei Salmi lo sollecita piuttosto alla lezione morale a
beneficio della comunità che non al puntuale riferimento a Cristo. Giovanni non definirà mai la Vergine
come Madre di Dio. Sotto il nome del Crisostomo, nel giro di pochi anni dalla sua morte, sono stati
tramandati una grande quantità di scritti di vario genere.
5: L’attività letteraria in Occidente
1. Dottrina ed esegesi
Il ritardo culturale dell’Occidente cristiano si accentua tra la metà del III secolo e quella del IV: solo in
seguito, infatti, sarà possibile trovare a Roma: Mario Vittorino, il quale, tra l’altro era africano la cui attività
letteraria appare estranea all’ambiente e alla tradizione. Un’altra figura più consona alla tradizione arriva alla
fine del IV secolo, il cosiddetto Ambrosiaster. L’unico letterario cristiano italiano attivo nella prima metà
del IV secolo, Firmico Materno, si dedicava ancora all’apologia. In Africa la situazione sembra ristagnare
già dalla metà del III secolo. Agli inizi del IV secolo fu sconvolta dallo scisma donatista: ci fu un clima di
basso livello culturale, con le sole eccezioni di Ottato per la parte cattolica e Parmeniano e Ticonio per la
parte donatista. Probabilmente in questo periodo, fecero capolino delle operette d’ambiente africano
falsamente attribuite a Cipriano, caratterizzate per il latino poco corretto esse ci fanno capire che la
raffinatezza formale di pochi grandi scrittori non deve essere presa come mezzo valutazione di un ambiente
letterario ma doveva essere di livello piuttosto basso.
Solo Agostino, dunque, sarebbe stato in grado di rivitalizzare questo ambiente anche dal punto di vista
culturale. A dare una smossa a questo letargo culturale, in ogni caso, fu l’imporsi della questione ariana.
Questa controversia coinvolse tutto l’occidente dalla metà del IV secolo, con il conseguente acceleramento
culturale ad opera di Potamio di Lisbona e Gregorio di Elvira in Spagna, Lucifero di Cagliari, Eusebio di
Vercelli, Febadio di Agen, Ilario di Poitiers. In particolare Ilario di Poitiers, col “De Trinitate” colmò tutto
il ritardo rispetto all’oriente. Quest’opera contiene una sintesi di tutte le diverse esigenze in contrasto,
interpretando la dialettica trinitaria tradizionale, in linea con i più recenti esiti dei dibattiti teologici orientali.
Questo processo fu continuato da Ambrogio, ma con molta meno sensibilità alle questioni politiche delle
chiese orientali e meno originalità nelle soluzioni proposte.

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In Occidente è chiaro il ritardo in ambito esegetico, anche perché non si usava spiegare l’Antico Testamento
in riunioni infrasettimanali come avveniva invece in Oriente. Il vero iniziatore dell’esegesi in Occidente fu
ancora Ilario, il quale in Oriente aveva assimilato il modello esegetico origeniano. Insieme a lui operò in
questo campo Mario Vittorino e dopo di lui Ambrogio. Successivamente, alcuni vescovi, come Ambrogio e
Gregorio di Elvira, fecero esegesi attraverso un’attività omiletica regolare come avveniva in oriente. La
maggior parte di essi optava per l’interpretazione spirituale. La forma letteraria fu sia quella delle omelie, sia
i commentari in stile origeniano. Questi autori latini furono molto attaccati al modello greco. Un posto a
parte è occupato dall’africano Ticonio: il suo “Liber regolarum” fu il primo trattato di ermeneutica biblica
in Occidente. Con quest’opera Ticonio si propose di facilitare la comprensione spirituale delle Scritture,
semplificando alcune caratteristiche compositive ed espressive che il testo biblico usa per far comprendere a
chi legge il suo significato più profondo.
In questo ambiente l’unico esegeta letteralista fu Giuliano di Eclano, grande avversario di Agostino.
Nel tardo IV secolo, soprattutto a Roma, l’interesse per le tematiche d’argomento etico attirano l’interesse
sulle lettere di Paolo: è così che fioriscono commenti sulle lettere paoline, ad opera di Mario Vittorino, poi
dall’Ambrosiaster, Pelagio, l’anonimo di Budapest, così come da Girolamo ed Agostino. Siccome le lettere
di Paolo trattavano già esplicitamente di Cristo e della chiesa, questi esegisti non esitarono a procedere col
metodo letterale.
2. Altra letteratura
Il contatto che Ilario ebbe con gli scritti di Origene condizionarono fortemente la sua adesione allo
spiritualismo platonico, così come a Roma Mario Vittorino e a Milano Manlio Teodoro, il quale influì sulla
cultura di Agostino. Il greco in questo periodo è poco conosciuto, ma allo stesso tempo è alta la richiesta di
cultura da parte dei lettori: per questo motivo si provvide con traduzioni di testi di Origene, Eusebio,
Giovanni Crisostomo ecc. Quest’attività, tuttavia, rimase in ambiti ristretti data la grande decadenza culturale
del periodo. Nonostante questo, però, la componente retorica di primaria importanza e viene addirittura
potenziata dalla ripresa del classicismo che si ebbe alla metà del secolo. Ilario ed Ambrogio ebbero in
comune la ricerca dell’espressione curata e preziosa, per presentare degnamente i contenuti della fede
cristiana. Per quanto riguarda il monachesimo, in Occidente si diffuse tra gli ambienti più elevati: esso nutrì
una fioritura letteraria, tra cui il celebre “Vita di Martino” di Sulpicio Severo. Per quanto riguarda il genere
del trattato d’argomento morale, molto apprezzato in quest’epoca, è molto importante il “De officiis
ministrorum Dei” di Ambrogio, versione cristiana dell’omonimo trattato di Cicerone. Molti dei testi morali,
dottrinali ed esegetici vengono presentati in forma epistolare, genere che permetteva di coniugare l’impegno
pastorale con l’ambizione letteraria: in questo genere, e in quello poetico, si distinse Paolino di Nola,
rappresentante dell’aristocrazia cristiana che rinunciava alla ricchezza ma che continuava a coltivare il culto
del bello scrivere.
Il genere della poesia fu coltivato in Occidente molto più che in Oriente. Fiorì analogamente alla fioritura
della poesia pagana. Spesso le finalità letterarie si univano a quelle pastorali, come nel caso della parafrasi
biblica, che aveva finalità comunitaria, ovvero quella di rendere familiare il contenuto biblico a coloro i quali
erano rimasti inorriditi dal latino barbarico della traduzione latina della bibbia, ma allo stesso tempo era di
forte impegno letterario. Questi principi ispirarono la lettura dei distici che Damaso (vescovo di Roma) fece
apporre alle memorie dei martiri romani e delle poesie con cui Ilario tentò, con poco successo, di
familiarizzare i suoi fedeli di Poitiers con un’innologia d’argomento dottrinale. Quest’iniziativa fu invece
realizzata da Ambrogio, grazie ad inni semplici ma eleganti. L’adozione di questi inni nel canto liturgico
riscosse parecchio successo, dando origine ad un genere poetico destinato a durare per gran parte del
medioevo. Anche Prudenzio (il più rappresentativo poeta cristiano in lingua latina) si dedicò alla poesia,
ma la sua era soprattutto di tipo personale (lodare Dio e piangere i propri peccati), con sentimenti
sinceramente cristiani ma non destinati propriamente alla chiesa: egli celebra le festività religiose e la
preghiera nel Cathemerinon ed esalta i martiri nel Peristephanon.
La letteratura in questo periodo è molto elitaria, ancor più che in oriente: per le masse di bassa cultura,
l’insegnamento delle dottrine è orale. Esiste, tuttavia, un tipo di produzione intermedia, dai fini molto pratici,
come ad esempio la letteratura agiografica, genere aperto ai lettori di ogni tipo. Si avvicina a questo genere

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quello degli Itineraria, diari di viaggio dei pellegrini che si recavano in Terra Santa, come quello di Egeria,
dal latino popolare e dalla ricchezza di notizie liturgiche antiche.
3. Girolamo Eusebio (scrittore, teologo, santo romano nonché padre e dottore della chiesa)
Girolamo fu molto attaccato alla tradizione classica: una volta convertitosi al cristianesimo, abbracciò la vita
monastica. Iniziò lo studio delle lettere cristiane con Origene ed Eusebio: lo studio delle Scritture fu in un
primo momento estremamente influenzato da Origene, ma in seguito se ne distaccò inaugurando il progetto
di tradurre l’Antico Testamento direttamente dall’ebraico e un nuovo tipo di commentario esegetico. Nel IV
secolo la lettura delle sacre scritture in un latino approssimativo infastidiva i fedeli perciò Papa Damaso gli
ordinò di revisionare i vangeli del nuovo testamento traducendoli direttamente dal greco, per questo
Girolamo pensò di dover risalire alla traduzione dell’antico testamento, ritenendo una conoscenza
dell’ebraico oggi contestata. Anche se oggi appare una traduzione approssimativa, va apprezzato l’intento
filologico, estraneo al mondo latino dell’epoca: la traduzione delle Scritture di Girolamo s’impose in tutto
l’occidente, anche nell’uso liturgico. Quest’esperienza maturò in Girolamo la convinzione che per
l’interpretazione dei testi occorreva il metodo letterale. Tuttavia non rinunciò del tutto all’interpretazione
spirituale, come si nota dai commentari della maturità. L’attività monastica di Girolamo gli impose diversi
impegni di carattere letterario di vario genere, ai quali non poté e non volle sottrarsi. L’epistolario di
Girolamo è il più vario dell’antichità cristiana: nelle sue lettere, egli passa dallo sfogo personale all’attacco
polemico, dal trattato di argomento esegetico all’esaltazione dei propri ideali. Per quanto riguarda i suoi
interessi storici, egli scrisse il “De viribus illustribus”, brevi biografie (in tutto 135 personaggi NT e i primi
secoli dell’era cristiana) dei letterati cristiani da Pietro a sé stesso: con quest’opera, nonostante i limiti
d’informazione, Girolamo volle esprimere la consapevolezza del fatto che ormai anche i cristiani sono al
livello dei pagani nel campo letterario.

3. La separazione tra Oriente e Occidente (dal V al VII secolo)


1: Decadenza di Alessandria ed Antiochia
1. Uno sguardo d’insieme
Con le invasioni barbariche a Roma, comincia a delinearsi sempre più il distacco tra Oriente ed Occidente.
Tra i due ambienti vi era una sfasatura del livello culturale: la decadenza della cultura cristiana d’oriente
verso la fine del IV secolo, si contrapponeva alla fioritura d’occidente.
2. Sinesio
Nel 410 la comunità di Cirene elesse Sinesio vescovo, un ricco laico, apprezzato per iniziative a favore della
cittadinanza oppressa dalle tasse. Sinesio era addirittura pagano, perciò non era disposto ad accettare molti
punti della cultura cristiana, come la resurrezione dei corpi, la preesistenza dell’anima e l’eternità del mondo.
Fu un vescovo premuroso nei confronti del suo gregge. Della sua vasta produzione letteraria, si ricordano
scritti di vari tipi d’argomento e un ampio epistolario ricco d’informazioni personali, insieme ad inni cristiani
e altri di contenuto platonico, scritti secondo i canoni della metrica classica, in cui esalta il figlio della
vergine, l’adorazione dei magi e la glorificazione della trinità. Questi inni furono scritti prima della
conversione, e già allora Sinesio dimostrava padronanza dei fondamentali temi cristiani: egli facevi
coincidere la triade neoplatonica con la Trinità cristiana e il Logos della tradizione filosofica con Cristo.
Sinesio fu il tipico demichrétien, che mescolava credenze cristiane con altre pagane: nel caso di Sinesio, il

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termine si riferisce al credo di persone di alto livello culturale capaci di operare sintesi personali tra filosofia
platonica e dottrina cristiana.
3. Cirillo
Con Cirillo si rientra nell’aspra polemica dottrinale. La contrapposizione è tra Alessandria e Antiochia, il
tema è la persona di Cristo. Cirillo riafferma la teoria antiochena, ovvero quella che pone l’accento
sull’integrità delle due nature di Cristo, in contrasto con Nestorio. A questa polemica Cirillo dedicò gran
parte della sua attività letteraria: il tono della sua polemica è spesso aperto al dialogo, altre volte scontroso.
Con il concilio di Efeso, Cirillo ottiene la condanna e la deposizione dell’avversario, ed in seguito preferì
ammorbidire la presentazione della sua dottrina per cercare la pacificazione con l’ambiente antiocheno, ma
quando vide le reazioni negative dei suoi stessi sostenitori, tornò alla formulazione fortemente unitativa,
codificandola nelle due Lettere a Succenso. La grande produzione letteraria su questo argomento, anche se
sempre coerente, presenta vari scompensi soprattutto di natura terminologica, determinati dai vari diversi
contesti politici nei quali si trovò sempre a operare. Questi scompensi e il clima teso di Cirillo avrebbero
inciso negativamente su seguito della controversia. Cirillo, tuttavia, riuscì anche a dedicarsi a letteratura
d’altro genere, come la confutazione del Contro i galilei dell’imperatore Giuliano. Per quanto riguarda
l’attività esegetica, egli moderò molto la componente allegorizzante dell’interpretazione dell’Antico
Testamento, valorizzando il dato storico e lasciando cadere il rapporto dei due livelli della realtà platonico.
La sua esegesi, nonostante queste limitazioni, rimane alessandrina, perché si prefigge lo scopo di valorizzare
e cercare il senso spirituale, come notiamo nel Commento a Giovanni.
4. Nestorio e Teodoreto
Anche Nestorio, antiocheno, fu vescovo di Costantinopoli. Per lunghi secoli, data la sconfitta col Concilio di
Efeso, ebbe fama d’eretico, e la sua polemica sconvolse per molto tempo l’ambiente antiocheno. Teodoreto,
vescovo di Cirro, fu anche lui nemico politico di Cirillo, ma esponente della tradizione antiochena meno
radicale di Diodoro e Teodoro. In ambito esegetico è rigorosamente letteralista per quanto riguarda le lettere
di Paolo, meno invece per l’Antico Testamento. In ambito dottrinale, Teodoreto appare tipico rappresentante
di una cultura che comincia a declinare, avvertendo l’esigenza della sintesi per l’adesione al dato tradizionale
anziché alla novità: egli tuttavia, va apprezzato per ampiezza d’interesse ed originalità d’impostazione,
vivendo nella migliore stagione culturale di Antiochia.
2: Letteratura d’ambiente monastico (si presenta come un’esperienza spirituale organizzativa)
1. Dottrina ed esegesi
La letteratura cristiana della metà del V al VII secolo è più modesta rispetto a quella del III e IV secolo. Gli
argomenti e i generi sono ancora molto vari: vi è un’ampia produzione poetica finalizzata al canto liturgico,
col Kontakion come tipo di componimento caratteristico e Romano il Melode come rappresentate
maggiore. La maggior parte degli autori di questo periodo fu di estrazione monastica: il monachesimo,
infatti, è nel V secolo ormai diffusissimo e rappresenta la massima espressione della cristianità orientale. In
Siria e in Palestina il livello culturale medio è più alto che in Egitto, e la lingua Greca continua a reggere il
confronto di fronte a quella siriaca. Vi è in questo senso una componente polemica: i monofisiti e i
nestoriani, contro il divismo ufficiale bizantino, amavano esprimersi sia in siriaco, sia in copto. Le loro opere
greche, in ogni caso, in quanto considerate eretiche, sono giunte a noi non nella lingua originale ma in siriaco
o copto, come nel caso degli scritti di Severo di Antiochia. Severo di Antiochia fu il più importante teologo
tra V e VI secolo, ed era monofisita. Fu grande predicatore e polemista ostinato nella difesa del monofisismo,
ricorrendo spesso alla dialettica con molta originalità. La più piena espressione di ricorso alla dialettica,
tuttavia, è rappresentata dal suo più grande avversario, Leonzio di Bisanzio. Il suo discorso teologico è
rarefatto, ricerca l’argomentazione sottile, sostituendo i grandi temi della polemica, ormai estenuati dal
troppo contendere. In questo periodo v’è ripetitività anche nell’ambito esegetico: in essa manca, inoltre,
l’aderenza ai temi d’attualità che vitalizzano la letteratura dottrinale. Sorsero le cosiddette Catene
Esegetiche, ovvero raccolte di passi esegetici di antichi commentari di vari autori, che dunque forniscono,
per ogni passo della scrittura, un ventaglio d’interpretazioni diverse.
2. Scritti agiografici ed ascetici

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Il genere letterario della biografia monastica si dilata col diffondersi del monachesimo. Si nota come le
biografie di Cirillo di Scitopoli in Palestina siano più impegnative, e i loro elementi fantastici non
danneggiano il valore storico dei testi, importanti, invece, per comprendere meglio la controversia origeniana
che imperversò nei monasteri orientali del VI secolo. Continua anche la letteratura degli apoftegmi, con il
capolavoro di Giovanni Mosco, “Prato spirituale”, che presenta il modo di vivere ed operare dei più
famosi monaci egiziani attraverso una raccolta di trecento aneddoti. La spiritualità della vita monastica si
esprime più direttamente in altri scritti di diverso genere letterario: è il caso di Barsanufio, il quale tratta di
problemi vari di vita spirituale e di dottrina, in una grande serie di lettere. Poi c’è Antioco, il quale preferisce
dedicarsi al genere delle sentenze morali. Tra i due si colloca Giovanni Climaco, il quale nella “Scala del
Paradiso” offre una guida al monaco per l’ascesa al paradiso e alla perfezione cristiana, composta da 30
gradini, ognuno dei quali è rappresentato da un discorso, con tematiche come la pace interiore, il completo
distacco dal mondo e dai peccati ecc.
3. Lo Pseudo-Dionigi
L’abitudine alla frode letteraria era così diffusa che verso la fine del V secolo un autore ignoto, quasi
sicuramente un monaco, realizzò un intero corpus di scritti teologici sotto il nome del Dionigi l’Areopagita
di cui parlano gli Atti degli apostoli. Questo corpus contiene quattro trattati e undici lettere. Lo schema di
base del corpus è quello neoplatonico della successione monè ovvero stabilità, proodos ovvero
progressione, ed epistrophè, ovvero conversione e ritorno. La monè appartiene a Dio, il quale è
trascendente, la proodos è la produzione degli esseri, frutto dell’amore divino, e l’epistrophè è il ritorno a
Dio di questi esseri. Il procedimento tramite il quale l’intelligenza dell’uomo gradualmente s’innalza per
tornare a Dio si sviluppa tramite la dialettica dei simboli e delle idee: la Scrittura e la liturgia sono gremite di
espressioni e simboli che evocano la trascendente realtà divina e dunque permettono un primo avvicinamento
ad essa. Un ulteriore progresso si ha con la considerazione dei nomi divini attraverso la loro affermazione e
negazione. Dio non ha nomi per la sua trascendenza, ma è anche oggetto di tutti i nomi possibili in quanto
causa di tutti gli esseri.
4. Massimo il Confessore
I temi dell’ascesa a Dio e dell’unione a lui vengono ulteriormente raffinati da Massimo il Confessore,
soprattutto grazie alla sottigliezza dialettica ed alla discussione raffinata. Massimo si caratterizza soprattutto
per la piena partecipazione all’ultima fase della controversia, quella monotelita, versò la quale versò il
sangue. Egli, infatti, sosteneva che la soluzione difisita adottata dall’imperatore Eraclio e il patriarca di
Costantinopoli, Sergio, non fosse tollerabile in quanto due nature non si possono considerare integre se non
sono fornite ognuna della sua volontà. Per Massimo Cristo è il centro del mondo e della storia. Egli non
accettò l’idea origeniana secondo la quale un peccato iniziale avrebbe allontanato le creature razionali da Dio
per poi essere recuperate.

3: In Occidente: Agostino (la personalità più significativa della letteratura cristiana in lingua latina)

1. L’uomo e il letterato
Agostino (354-430) aveva in comune con Girolamo la grande abilità nello scrivere e alcune tecniche di
scrittura, ma solo questo. Agostino, a differenza di Girolamo, infatti, scarseggiò d’interesse filologico
preferendo la speculazione, e in più ebbe un carattere esuberante, appassionato e sempre dubbioso sulla via
da scegliere. Una volta sciolti i dubbi con conversione al cristianesimo grazie alla predicazione di Ambrogio,
fu maestro di fermezza per quanto riguarda il pieno rispetto dell’ortodossia. La sua evidente superiorità
speculativa gli rendeva impossibile il dialogo, perciò era costretto ad isolarsi con la tentazione
1dell’autocompiacimento, ma allo stesso tempo questo gli dava un’autorità, in Africa, illimitata. Incise
definitivamente sulla cristianità occidentale, che continua a guardare nei secoli la sua figura come un punto
di riferimento saldo. All’africa promosse soprattutto nel clero e in polemica con i donatisti un’azione di
risveglio pastorale e culturale
2. L’opera

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Al centro della sua attività pastorale c’è la spiegazione della Scrittura, che messa per iscritto attraverso
trattati dedicati a temi etici ed ascetici, fu presto apprezzata in tutto l’Occidente. Predicò spesso e bene, con
la costante preoccupazione di essere compreso. In generale, riuscì a creare un tipo di eloquenza semplice,
originale ed elaborata, con assonanze, ripetizioni e rime. Per quanto riguarda la sua attività esegetica,
inizialmente tendeva per un’interpretazione allegorica dell’Antico Testamento, ma successivamente mise a
punto un tipo d’interpretazione più equilibrata del senso letterale, come notiamo nel “De Genesi ad
litteram”. Egli, tuttavia, rimase sempre molto aperto al senso spirituale. Egli intuisce per primo, col “De
doctrina christiana” che la difficoltà d’interpretazione della Scrittura sta nel comprendere dove il
linguaggio è proprio e dove invece è figurato. Per quanto riguarda l’analisi del linguaggio in ambito
semiotico, Agostino formula la teoria del segno più compiuta che abbia lasciato l’antichità: affianca i testi
della Scrittura e delle lettere cristiane a quelli classici pagani, come strumento base d’apprendimento delle
norme di retorica. Il pullulare di eresie spinse Agostino ad impegnarsi con pubbliche discussioni con le parti
avverse e con lunghi trattati: egli ha, infatti, approfondito la dottrina tradizionale di un unico Dio
trinitariamente articolato. Agostino sente profondamente la presenza continua di Dio uno e trino dentro
ognuno di noi, come afferma nel “De trinitate”, e per scoprirlo bisogna piegarsi su se stessi, come spiega nel
“De magistro”. La consapevolezza di questa presenza nell’uomo ha acuito in Agostino il senso d’indegnità
dell’uomo stesso. Agostino, soprattutto nella maturità, è convinto che l’unico modo per ottenere la salvezza
sia la grazia divina; la chiesa pura, inoltre, si avrà solo dopo la fine del mondo. (dialogando con il figlio
Adeodato, Agostino afferma che l’unico maestro che insegni la vera scienza è Dio il quale agisce dentro
l’uomo come maestro interiore).
Il “de libero arbitrio” in 3 libri, in cui esalta l’incondizionata libertà di cui l’uomo gode per dono di Dio.

Nelle Confessiones, Agostino sviluppa in modo originale il senso dell’interiorità del rapporto tra l’uomo e
Dio, il quale è un referente sempre presente. L’introspezione spesso raggiunge punte di virtuosismo,
soprattutto quando di presenta stati affettivi in bilico tra sensazioni diverse, o quando ci presenta il tormento
della coscienza per la facile adesione agli istinti animali, o ancora quando racconta la lunga e drammatica
crisi che lo porterà alla decisione di convertirsi: ogni fattore esterno è funzionale alla descrizione della
reazione interiore che esso provoca.
Il “De civitate dei”(413-426) è una lunga riflessione sulla chiesa pura ed impura, alla luce del tragico sacco
di Roma del 410, che matura in Agostino una concezione del rapporto sacro – profano, chiesa – mondo, che
si distacca dalla convinzione di matrice eusebiana che vede una perfetta compenetrazione tra chiesa e stato
come realizzazione del disegno divino. Agostino, invece, che il mondo è immerso nella temporalità, mentre
la chiesa vi partecipa solo temporaneamente, poiché essa sarà eterna dopo la fine del mondo.
-differenza città celeste F chiesa
0E0 e città terrena F impero
0E0 = possibilità di convivenza e compatibilità
momentanee. La città celeste rappresentata prima dei patriarchi e poi dalla parte migliore del popolo ebreo, si
è data stabile organizzazione soltanto con la venuta del Cristo, mercé la fondazione della chiesa.
- Agostino impegnato anche contro i pelagiani che andavano a favore di Pelagio un asceta originario di
Britannia, riscuoteva buon successo negli ambienti cristiani di Roma, predicava una dottrina che esaltava la
libera iniziativa dell’uomo, capace di assicurargli la salvezza, soccorsa dalla grazia divina.
Agostino ricevette critiche anche da altre parti: il suo attribuire la salvezza dell’uomo soltanto all’efficacia
della grazia divina, riservata a pochi eletti, non poteva suscitare contestazioni, dove l’impegno personale
costituiva la stessa ragion d’essere di quella scelta di vita. Se Dio vuole salvare un uomo, questi non può non
salvarsi. Agostino è un pensatore all’altezza dei filosofi greci.
Orosio F 0presbiterio
E0 spagnolo, la sua ottimistica valorizzazione dell’impero cristiano era in contrasto con la
concezione agostiniana di una genetica e perciò incompatibilità tra la chiesa e l’impero.
Pelagio F 0propone
E0 il Cristo come un modello da imitare. Il discorso sulla castità di Pelagio ha una valenza
ideologica perché è la dimostrazione della capacità dell’uomo di mantenersi virtuoso. Il de divitiis parla della
ricchezza dell’uomo in cui dice che l’accumulo di ricchezze, anche se onesto, è sempre fonte di peccato
proprio e degli altri, per cui bisogna disfarcene per vivere nel giusto.

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Giuliano F 0figlio
E0 di un vescovo, di nobile famiglia, il più valido e tenace degli avversari di Agostino.
Giuliano sosteneva la validità del libero arbitrio, l’unico esegeta occidentale di tendenza letteralista
nell’interpretazione anche dell’AT. Profeta: si occupa dei fatti e della sorte del popolo ebreo, ma rompe la
coerenza per profetizzare di Cristo e della chiesa.
Opposizione che la dottrina agostiniana della grazia suscitò nella Gallia meridionale presso gli asceti dei
monasteri di Marsiglia e di Lerino: essi proposero, in alternativa, una dottrina che in qualche modo lasciava
alla libertà dell’uomo un margine di autonomia che salvar guadasse il valore morale del suo agire, si trattava
di persone colte, che rinunciavano al mondo.
Cassiano F 0l’esponente
E0 più rappresentativo di questo monachesimo, di origine scitica, dopo aver vissuto vari
anni a contatto dei monaci nel deserto egiziano fu ordinato diacono a Costantinopoli. Scrisse solo riguardo al
centro di interesse della sua vita, il monachesimo. Dottrina esposta è di stampo origeniano nel predicare la
triplice rinuncia: ai beni esteriori, alle abitudini e alle passioni. Alla rinuncia si accompagna il possesso delle
virtù, in primis l’umiltà, la tipica virtù monastica, da cui viene al monaco sicurezza di giudizio sulla giusta
via. Mille difficoltà della vita che Cassiano preferisce a quella solitaria. Mediante al digiuno e preghiera il
monaco giunge al grado supremo di perfezione, alla contemplazione, stato di perfetta aderenza a Dio
nell’amore e preghiera, che anticipa la felicità della beatitudine celeste. Importanza storica nell’aver
importato in occidente la precettistica che regolava la vita cenobitica sia la spiritualità che doveva nutrire la
meditazione dei monaci. Con lui si radica in occidente che solo il distacco dal mondo nella pace del chiostro
e sotto la guida di un maestro avrebbe offerto al cristiano la possibilità di raggiungere la perfezione.
Di Vicenzo F 0monaco
E0 di Lerino, vasta letteratura eresiologia, l’unica che abbia trattato l’argomento in forma
teorica, definendo il concetto di ortodossia. La sua convinzione è che l’ortodossia si identifichi con la
tradizione apostolica e che l’eresia costituisca una deformazione.
Prospero di Aquitania F 0difese
E0 Agostino,polemizzò per una decina di anni, a partire dal 426 con gli avversari
di Agostino e li denunciò a Roma. (sarà poi a servizio di Leone Magno). Prospero professò il
predestinazionismo agostiniano nel suo aspetto più radicale, difendendolo contro obiezioni che venivano da
svariate voci nell’ambiente.

4: Le lettere nei regni romanobarbarici


Quando Agostino morì, nel 430, la sua città era assalita dai vandali. In Oriente le lettere cristiane avvertivano
segni di declino, mentre in Occidente l’attività letteraria cristiana era in piena fioritura, che però declinò con
le invasioni barbariche. Qualcuno, ottimista e quindi estraneo ad Agostino, continuò a sperare nell’impero,
altri vedevano nei flagelli barbarici la giusta punizione contro i romani, altri ancora vi videro segni della fine
del mondo.
Personalità storicamente dominante in questo periodo è papa Leone Magno, si fa valere anche in ambito
letterario con i sermones (97 che non danno un’interpretazione sistematica del testo evangelico) e delle
lettere, (143) che ci permetto di seguire l’impegno politico e pastorale di Leone in qualità di vescovo di
Roma
Arnobio F 0detto
E0 il Giovane, il letterato cristiano più rappresentativo dell’Italia di allora, anche se personaggio
sconosciuto, si pensa un monaco di origine africana attivo nel V secolo a Roma. Egli nei suoi scritti
rivendica l’efficacia del libero arbitrio nei confronti della grazia divina, ai fini della salvezza dell’uomo.
L’autore è schierato contro Agostino nella polemica sulla grazia.

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APOLOGETICA.
La letteratura apologetica è tipica della LCA, deriva dal greco e significa letteramlente ‘mi difendo’. Perché
avvertono l’esigenza di essere difesi? Perché il cristianesimo nasce dal giudaismo e rapidamente si diffonde
in un impero greco-romano, che ha già la sua cultura e la sua etica, il politeismo. In ambito giuridico erano
discorsi utilizzati per difendersi dall’accusa del proprio avversario. In religione è una difesa del proprio
credo. È un genere ricco di arte retorica. Nasce nel secondo secolo, inizialmente in ambito (e quindi lingua)
greco. Nel secondo secolo, le comunità cristiane iniziano ad essere diffuse all’interno dell’impero, e in
assenza di un ordine gerarchico nascono le prime eresie.
Avversari interni eresie.
Avversari esterni pagani e giudei.
Perché i cristiani sono una minaccia per l’impero? Perché si rifiutavano di onorare le divinità pagane, anche
nelle occasioni pubbliche (si isolavano e non accettavano i sacrifici e di manifestare ossequio per la figura
dell’imperatore). I cristiani sono accusati di ateismo e di slealtà nei confronti dell’imperatore. La pax deorum
era fondamentale, quando qualcosa andava storto la si attribuiva all’inclinarsi di questo rapporto con gli dèi.
I cristiani diventano capro espiatorio per qualsiasi cosa. Stesso discorso per i giudei, ma si assunse un
comportamento differente: l’ebraismo era considerata religione a sé stante, valida. Perché? Perché quella
religione era relegata ad un unico gruppo etnico (gli ebrei) e ad un unico territorio (la Palestina). Inoltre
vantava un’antichità perfino maggiore di quella pagana, quindi era rispettata. I cristiani invece sono aperti a
tutte le razze, a tutte le classi sociali (all’inizio principalmente poveri); portano il loro credo a tutti i luoghi
dell’impero (proselitismo). Non era un gruppo chiuso, era incontrollabile e diversivo e ciò preoccupava
l’impero. L’idea di un Dio incarnato, morto e risorto era inconcepibile per i pagani. Al livello di leggi, però,
non c’era una vera e propria legislazione ostica ai cristiani. Il primo documento è il rescritto di Traiano (122):
un governatore si rivolge all’imperatore perché ritiene ci sia un buco nelle leggi, e non sa come comportarsi
di fronte ad una comunità cristiana piuttosto fiorente. Questi vengono arrestati e condannati a morte (per
ateismo e slealtà nei confronti dell’imperatore), ma essendoci troppi accusati si rivolge a Traiano. Lui lo
rassicura della sua condotta ma si raccomanda di non ascoltare le denunce anonime, perché non erano degne
dell’impero. Il punto è che, per essere condannati, bastava dichiarare di essere cristiani (cosa che questi
ammettevano apertamente). Quindi si apre la strada al martirio ed alla persecuzione. Perché per i pagani il
cristianesimo non è una religione ma una superstizione? Per loro la superstizione era qualcosa di smodato,
depravato e straniero. Questo lo si ricava da testi di Tacito, Svetonio ecc… Perché si associa questo al
cristianesimo? Perché la superstizione consisteva in riti che avevano ‘qualcosa di magico’, cosa che non era
ammessa. Gli unici riti ammessi erano quelli di natura pubblica, di origini antiche, svolte in un determinato
modo, seguendo certi princìpi. Qualsiasi rito diverso da questo veniva considerato ‘magico’ ivi proibito. Il
fatto che fossero culti stranieri (alieni alla cultura di Roma), e che si tenessero di nascosto, di notte, con un
alone di mistero, contribuì a creare una reputazione negativa. C’è un clima di sospetto nei confronti di questa
religione, che viene piuttosto considerata una superstizione.
Sotto l’impero di Marco Aurelio (crisi nella parte occidentale, pestilenze e eventi negativi vissuti come
apocalittici), ci sono forti persecuzioni (Policarpo, Lione, Giustino). Cristiani = capro espiatorio. Di fronte a
questa situazione la chiesa deve reagire. Come reagisce contro gli eretici (nemico interno)? Con una
organizzazione gerarchica più definita e una riorganizzazione della dottrina. La chiesa ha dei compiti ben
precisi (ortodossia), e chi non ne fa parte viene escluso. Persecuzioni a tappeto non avvennero mai.
I cristiani ebbero tutto il tempo di organizzarsi. Rispondono, dunque, al nemico esterno, con la letteratura
apologetica. Lo scopo di questi scritti (inviati a governatori e politici importanti) era di presentare su un
piano razionale la religione cristiana. Era un mezzo di difesa, ma l’intento di convertire andava sempre di

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pari passo (propaganda). La religione cristiana doveva essere l’unica considerata tale, anche a scapito di
quella pagana. Essendo superiore, doveva essere l’unica lecita. Fu un processo molto lento, che ebbe una
strada di dialogo con i pagani. Ciò potè avvenire grazie ad alcuni cristiani colti che acquisirono le stesse
armi retoriche dei pagani durante la loro formazione. Il discorso di Paolo fu un esempio di contatto tra
cristiani e pagani. Si serve della filosofia storica, le stesse argomentazioni classiche (dei pagani stessi) contro
gli eccessi della religione pagana. In questo modo tenta di creare un ponte. Dio non ha un tempio e non ha
una casa, non è nelle statuette e negli idoli, non ha bisogno di sacrifici. I pagani lo trovano interessante, fino
a quando Paolo non parla di resurrezione. A quel punto i pagani colti smisero di ascoltare in quanto on
riuscivano a tollerare la possibilità di una resurrezione.
Molti scritti della letteratura apologetica sono andati perduti. Cosa accomuna questi scritti? Di smontare
punto per punto le accuse che venivano mosse contro le religione cristiana.
Differenza tra greca e latina?
- sul piano del tono polemico: tra gli scritti greci c’è la forte presenza del dialogo e apertura nei confronti del
mondo pagano. L’apologetica orientale non vuole creare un distacco totale dalla cultura precedente ma la
creazione di una terza identità filosofica culturale e sociale
- sul piano stilistico: le opere greche appaiono molto più prolisse e simili tra loro rispetto agli scritti degli
autori latini molto più coincisi e interessanti
- sul piano del destinatario: Tertulliano si rivolge al governo romano e non all’imperatore al fine di
persuaderlo prima di passare all’imperatore
APOLOGETICA DI LINGUA LATINA: I cristiani sono accusati di rozzezza a causa della tradizione fondata
su un unico libro, la bibbia, di avere martiri sciocchi, nomi cacofoinici pratiche religiose scadenti; le accuse
sono di carattere morale e contenutistico, poggiate sulla contrapposizione monoteismo/politeismo, Dio
cristiano/divinità pagane.
APOLOGETICA DI LINGUA GRECA: la polemica è degli ebrei/giudei nei confronti di uomini che credono
alla venuta di cristo. L’accusa maggiore mossa ai cristiani è quella di LESA MAESTA’: ovvero non hanno
rispetto nei confronti dell’imperatore e di aver sostituito il classico pantheon con una singola divinità.
Accuse di secondo livello sono: analfabetismo, antropofagia, barbarie ecc

1. A DIOGNETO
È un trattatello in forma anonima appartenente più al genere protrettico che apologetico. È considerata una
lettera per il fatto che è presente come destinatario, un certo Diogneto (personaggio pagano di origine
elevata). Si è voluto identificare l’ambiente di provenienza nella città di Alessandria soprattutto per il
concetto di “gnosi” presente e molto caro a Clemente e Origine, anche se di recente si è ipotizzata un’origine
asiatica oppure romana e la sua datazione dovrebbe essere tra la 2 metà del 2 secolo/ inizi 3.
A Diogneto è considerata la perla della letteratura apologetica:
▲ armonia
▲ chiarezza di stile
▲ distribuzione della materia
▲ tono appassionato
Ad una parte negativa che espone le solite critiche a paganesimo e giudaismo, segue una parte positiva in cui
viene esposto il nucleo della rivelazione: L’incarnazione del logos e il paradosso della condizione dei
cristiani che vivono sulla terra come cittadini del cielo ma allo stesso tempo estranei dal mondo.

BRANO “I CRISTIANI ANIMA DEL MONDO” il passo espone la condizione del cristiano che pur
soggiogando temporaneamente in terra si sente cittadino del cielo e perciò estraneo alla sua patria terrena di
cui però costituisce la componente di maggior rilievo.
L’affermazione di estraneità alla patria, non appare eversiva alle leggi civili ma al contrario tende a
rassicurare l’interlocutore circa l’assenza di qualsiasi atteggiamento di minaccia all’ordine costituito da parte
del cristianesimo.
Il passo ripercorre alcuni degli aspetti tipici dei pregiudizi e delle accuse rivolte ai cristiani fin dalla prima
comparsa nel mondo ma distanziandosi dall’apologia, si inquadrano gli aspetti in un disegno superiore di
stampo filofofico come emerge nell’ultima frase del brano.

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Il messaggio dei cristiani come anima del mondo è stato a lungo discusso come ritiene Brandle, non sia da
escludere un’influsso stoico nel testo vista l’applicazione della concesione stoica del mondo ad un gruppo
determinato di uomini. In particolare, l’importanza data dagli stoici al rapporto anima/corpo sembra
corrispondere all’idea data nel testo.

2) GIUSTINO
Giustino nacque a Flavia Neapolis da genitori pagani, fu il primo maestro Laico cristiano, aperto al
paganesimo ed al dialogo con il giudaismo.
Giustino ci appare come uomo di apertura verso il paganesimo e il dialogo con il giudaismo, aderì a driverse
scuole filosofiche e forse ad Efeso nel 130 ca. si convertì al cristianesimo. Passato a roma attirò l’attenzione
e l’invidia di Crescente che lo denunciò come cristiano e fu processato a morte presso il prefetto Giunio
Rustico
Di Giustino ci sono giunte solo tre opere: le prime due sono apologetiche, l’altro è un dialogo (“Dialogo con
Giudeo Trifone”).
Le due apologie sono dedicate a Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero, la seconda di dimensioni
inferiori rispetto alla prima sembra andare a completarla.
Egli si serve del significati giovanneo di Figlio di Dio come Logos, questi a metà strada tra dio e il mondo è
l’unico nesso di congiunzione fra Dio e la creazione; anche con successive variazioni questo sistema binario
ha fondato le basi per la moderna teologia del logos (una dottrina nata in ambito pagana ed insegnata agli
stessi in educazioni di livello superiore)
Queste opere erano inviate direttamente all’imperatore o al senato. Con queste opere gli autori confutano le
tesi pagane: i cristiani hanno semplicemente un altro Dio, non hanno commesso alcun crimine. Viene
evidenziata l’ingiustizia delle accuse inique che i cristiani subivano. Ma Giustino viene ricordato soprattutto
per la prima opera anti-giudaica: il dialogo con Trifone. Il cristianesimo viene difeso dalle accuse giudaiche:
vi state allontanando dalle leggi mosaica. Giustino, grande conoscitore dei classici, si rende conto che queste
filosofie (platonismo ecc…) si avvicinano alla verità ma non la raggiungono. Si avvicinano allora al
cristianesimo, alla legge mosaica (all’antico testamento), ma si rende conto che è una legge monca,
incompleta, se si ripudia il nuovo testamento e Gesù (cosa che facevano gli ebrei). Questa è la sua risposta ai
giudei.
Giustino non vuole attuare una polemica accesa, non vuole abbandonare la filosofia sapienzale perché la la
ritiene propedeutica alla lettura delle opos. I classici preannunciano il cristianesimo, ivi la sua è una polemica
blanda.
La prima apologia risale al 153: nella prima parte v’è la dedica ai “tre imperatori filosofi”, ai quali chiede di
mettere in atto delle inchieste fondate. Nella seconda parte troviamo l’esposizione della dottrina cristiana e
dei rituali. In quest’opera Giustino teorizza che l’uomo, in quanto dotato di Logos (ragione), partecipa
automaticamente al Logos di Dio. Ognuno possiede in sé un barlume di verità; secondo l’autore, infatti, ci
sono dei “Semi di Verità” sparsi nella storia degli uomini. Questi “semi” li troviamo in parte nella filosofia
greca, ma soprattutto nella legge e nei profeti (in questo caso la verità viene espressa in figure). I demoni
hanno contaminato i semi di verità per portare alla perdizione (in particolare al politeismo). Dopo la venuta
di Cristo, i demoni agiscono tramite le eresie.
L’opera polemica viaggia su un doppio binario:
• antipagane: dove giustino da vita ad una polemica contro i pagani dove scrive la 1 e la 2 apologia
inviate direttamente ad imperatori e al senato romano affinchè non commettano alcun crimine e
adorino un altro dio.
• Anti giudatiche: costituisce una difesa anche contro il mondo giudaico. Giustino risponde all’accusa
dei giudei “ quale salvezza trovate il dio? Attenetevi alla legge di mosè” dicendo che: dopo aver
conosciuto tutte le filosofie, nessuno dimostra l’assoluta verità tranne quella dell’antico testamento.
È importante ricordare che come da tradizione orientale, la polemica di giustino è molto blanda tanto è che
dopo la lettura del dialogo la critica si è interrogata a fondo se effettivamente le tesi esposte da Giustino
sarebbero sufficienti per convincere un Giudeo.
Nel “Dialogo con L’ebreo Trifone” la prima opera anti-giudaica, l’autore intende presentare un confronto
tra cristiani e giudei. Si parla della tradizione comune tra giudei e cristiani di trovare all’interno
dell’interpretazione dell’antico testamento punti di appoggio per le rispettive religioni.

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L’opera è dedicata a marco Pompeo. L’opera è composta di due dialoghi tenuti in due giorni differenti aventi
come protagonisti Giustino e Trifone (nella figura di Trifone è stato individuato un rabbino realmente
esistito) i dialoghi sono di disuguale ampiezza e ambientati ad Efeso: il primo intavolato da Giustino ancora
pagano e un saggio cristiano che rielabora personali ricordi. Giustino stesso lo rievoca con l’ebreo Trifone
con il quale da inizio al secondo dialogo diviso in due giornate.
In particolare nella prima parte si precisa che Cristo è il messia che si attendeva, in cui tutte le profezie si
realizzano. Prima della venuta di Cristo la legge ha scopo “pedagogico”, mentre dopo ha solo valenza
spirituale. Nel Prologo l’autore spiega com’è approdato al cristianesimo. Nella seconda parte viene
dimostrato il fatto che è Cristo il messia preannunciato dall’antico testamento. Ci sono due tipi
d’anticipazione:
1) Fatti storici che anticipano realtà del nuovo testamento (come la traversata del Mar Rosso che anticipano
il battesimo, la morte e la resurrezione di Cristo)
2) Logoi: profezie. Il vero e unico senso delle profezie è riferito a Cristo, non è storico.
-Giustino è ampolloso, arzigogolato; non elegante o raffinato. Ma la sua opera (dialogo) è intessuta di
filosofia. il dialogo è fittizio e Trifone non è mai esistito ma è un espediente che consente a Giustino di
avanzare le sue tesi.

TAZIANO
Nasce nel 125, di origine orientale e a seguito della sua conversione, fu discepolo di giustino. Ci resta di lui
per intero solo “Dialogo ai Greci” opera apologetica di violenta invettiva contro la cultura greca che
dipenderebbe dalla cultura “barbarica” in primo luogo da quella ebraica (piu antica per mezzo di Mosè e
quindi più autorevole) ma anche dall’egiziana e dalla babilonese per le scienze esatte e l’astronomia.
Ai greci taziano riconosce solo la filosofia che tra l’atro ritiene un ammasso di empietà e contraddizioni, alla
filosofia greca Taziano pone la semplicità cristiana rilevata dal Logos.
Taziano si dimostra come il suo maestro, un esponente della teologia del Logos.
Dopo il 170 Taziano spinto dal suo forte senso etico abbracciò l’encratismo (Gli encratiti ritenevano che
Satana fosse il figlio di Iadalbaoth, il Demiurgo creatore del mondo. Credevano che la tentazione di Adamo
ed Eva non avvenne tramite la mela, ma tramite la vite, creata da Satana stesso. Per accelerare il processo di
liberazione della scintilla divina dalla materia corrotta del corpo essi aborrivano il consumo di carne, il
matrimonio e la procreazione.)
Altra opera che ci giunge frammentata è il diatesseron: mettendo in armonia i 4 vangeli si discute se la loro
origine era greca o siriaca.
Discorso ai greci: e fu scritta dopo il 165. È divisa in due parti: nella prima parte (I-XXXI) espone la fede
cristiana dimostrando la sua superiorità sulla filosofia greca; nella seconda (XXII-XLII) dimostra l'antichità
della religione cristiana. Il tono di questa apologia è amaro e denunciatorio. L'autore inveisce contro l'
ellenismo in tutte le sue forme ed esprime il disprezzo più profondo per la filosofia e i modi greci, in
sostanza è un atto di accusa contro tutta la civiltà classica.

LA SCUOLA DI ALESSANDRIA
ALESSANDRIA: Alessandria venne fondata all’incirca nel 332-331 a.C da Alessandro Magno,
inizialmente era un piccolo villaggio di soli pescatori ma poi sotto la dinastia dei Tolomei divenne
la più importante e suntuosa citta dell’oriente. La posizione geografica e il possesso di due porti
determinarono il suo forte sviluppo.
Tolomeo I Soter volle fare di Alessandria una capitale di prestigio intellettuale e la dotò di una
biblioteca che arrivò a contenere circa 700.000 volumi. Ad alessandria giunsero i maggiori letterati

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e studiosi di tutto il mediterrameo, una confluenza di tradizioni e civilità he contribuì alla crescita
della città.
Alessandria non cesso la sua crescita neanche sotto il dominio romano quando da Capitale ne
divenne provincia.
Considerando l’evoluzione di alessandria è importante ricordare che prima ancora che prima ancora
della cività cristiana, agì l’esperienza giudaico-ellenistica volta a rendere compatibili i due mondi
tramite l’interpretazione delle sacre scritture ebraiche.
La traduzione della scrittura dall’ebraico al greco è detta la “settanta”, la lettera di aristea a
filocrate, filone e i frammenti di Aristibulo è quanto a noi è giunto di questa letteratura.
FILONE: era ebreo e cerco di accordare la fedeltà alla tradizione religiosa di Israele con l’adesione
alla paideia greca e per questo operò una grande lettura del Pentateuco.
Tenendo presenta la distinzione platonica tra “mondo sensibile” e “mondo intellegibile” egli
sosteneva che le leggi con le narrazioni bibliche sono figure di realtà spirituali, morali ed
escatologiche. Filone attribuì grande importanza al mediatore della creazione, il Logos divino,
luogo delle idee divine, ma anche salvatore e guida che permette di ascendere a Dio (influenzerà
molto clemente e origene)L’eredità di filone venne raccolta dai cristiani ma con una fondamentale
distinzione:
▲ Il testo dei 70 si imponeva subito come testo ufficiale dell’antico testamento nelle comunità
cristiane di lingua greca.
▲ Le opere di filone erano letti in ambienti culturalmente più sensibili ed esercitavano una
forte pressione
All’interno dell’esegesi filoniana: le cose, le persone, le immagini dell’antico testamento sono SIMBOLI,
per la precisazione PREFIGURAZIONI, ovvero SIMBOLI DA COGLIERE
Nei confronti dell’esegesi cristiana invece: Per Filone prefigurazioni COSMOLOGICHE, per i
cristiani sono prefigurazioni del NUOVO TESTAMENTO.

CRISTIANESIMO ALESSANDRINO.
Per quanto riguarda il cristianesimo alessandrino non abbiamo una data. Il primo ambiente colpito
fu quello giudaico, ed il ceto più basso. I ceti più alti erano i più resistenti, lasciavano meno
volentieri il paganesimo. All’inizio, dunque, c’era un forte sincretismo religioso: uno zoccolo
cristiano, uno giudaico, un buon numero di ebrei e una parte esoterica. Un ruolo non irrilevante lo
svolgeva una corrente di pensiero chiamata ‘gnosticismo’, un tipo di conoscenza superiore che
aveva molta presa nei ceti più alti. Solo a fine secondo secolo i cristiani riuscirono a debellare la
setta gnostica. In questo stesso periodo si colloca l’Ad Diognetum. In questo stesso ambiente si
inquadra la nascita della cosiddetta scuola di Alessandria. A ciò si collega un’altra realtà realmente
esistita: il didascaleion, centro studi superiori di teologia ed esegesi, coordinata dal vescovo di
Alessandria.
Non sono necessarie per ricostruire la storia neanche e testimonianze di Eusebio di Cesarea.
Secondo Eusebio il primo a predicare il messaggio cristiano in egitto fu Marco l’evangelista che lui
identifica come primo vescovo di alessandria.
Ci sono tesi che in realtà non si parli del Marco evangelista ma di una figura a noi sconosciuta e
dunque non avendo fonti certe non ci resta che affidarci alle notizie generali della diffusione del
cristianesimo ad alessandria. Certo sappiamo che il cristianesimo si è esteso a macchia d’olio
partendo dalla Palestina e che nella seconda metà del I secolo i discepoli abbiano attraversato la
cosiddetta “via del mare” che collegava Ellesponto ad Alessandria.
È probabile dunque che il cristianesimo si sia sviluppato un ambito giudaico e nella metropoli
egiziana e che solo in un secondo tempo abbia fatto presa sui pagani. Vedi approfondimento sugli
GNOSTICI.

LA “SCUOLA” DI ALESSANDRIA.

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Scuola intesa come scuola di pensiero. Non l’edificio ma una sorta di realtà culturale di ampio
respiro, che nella parola scuola trova come punto di contatto il fatto che effettivamente, a partire dal
2 secolo d.C. ci fosse realtà scolastica. Ma la scuola alessandrina è più di così: è il pensiero del
tempo dell’oriente in LCA.
La scuola di alessandria, secondo una notizia tardiva di Filippo di Side, il primo direttore della
scuola fu Antenagora, ma l’informazione ci è giunta molto confusa.
Secondo Eusebio, sotto Commodo (180-192) la scuola gia fondata al tempo, è diretta da Panteno a
cui succedette Clemente. Si considerano quelli di Panteno e Clemente come insegnamenti privati e
a far nascere il vero e proprio Didaskaleion con Origene incaricato di dirigere la scuola catechetica
della chiesa di Alessandria.
Di Panteno non sappiamo nulla: secondo eusebio, veniva dallo stoicismo poi convertitosi al
cristianesimo, si sarebbe recato ad evangelizzare l’india dive sarebbe stato preceduto da
Bartolomeo.
Piu attendibile è la notizia di Clemente di Alessandria che lo ebbe come maestro ma apparte ciò non
sembra aver composto molti scritti.
Quanto alla scuola di Alessandria sappiamo che è stata dominata dal pensiero di Origene e
Clemente Alessandrino sviluppati in un confronto con le tendenze gnostiche, più disponibile nel
caso di Clemente, più rigido e meno informato in quello di Origene.
Entrambi contribuiscono alla diffusione del cristianesimo tra i pagani colti; anche se guardata
ancora con sospetto si giunse alla conclusione che la filosofia greca fu considerata propedeutica per
accedere allo studio della sacra scrittura e le fondamenta della filosofia ellenistica furono
fondamentali per lo sviluppo dell’esegesi e della teologia cristiana.
L’importanza e la valenza della scuola alessandrina parrebbe confermata anche dal fatto che in una
metropoli dell’oriente come la Siria si sia generato il conto altare della scuola di Alessandria, con
LA SCUOLA DI ANTIOCHIA.
Ad antiochia in realtà non c’è altro che un modo differente di esegesi proposta dai principali
componenti di una corrente di pensiero preponderante nel 3 secolo. Cioè ad alessandria esisteva
realmente una scuola, ad Antiochia fu attiva una corrente di esegesi specifica volta ad interpretare i
testi sacri secondo una visione storica e letterale.

Differenza tra esegesi alessandrina e antiochena:


• Esegesi antiochena era estraneo orientamento cristologico del testo sacro.
• Esegesi alessandrina era fondamentale orientamento cristologico.

ESEGESI.
Per esegesi si intende la lettura, comprensione, analisi e interpretazione del testo al fine di cogliere
i significati nascosti e sottesi del testo stesso. L’attività esegetica nasce ad Alessandria, centro nevralgico
della LCA. I commenti esistevano già nel mondo classico (Omero, i classici ecc…). Esegeta classico
significato più moraleggiante, più spirituale. La stessa attività viene svolta dagli alessandrini (Clemente e
Origene). Ad Alessandria c’erano anche i giudei, ed anche essi si erano aperti ad un’interpretazione più
spirituale della bibbia. La settanta, ad esempio, non era stata realizzata alla lettera, ed essa rappresentò un
modello per Filone di Alessandria. Egli commenta l’antico testamento su un piano più filosofico (20 a.C.)
genesi = visione platonica, divisone del mondo in microcosmo e macrocosmo. L’uomo deve tendere verso
l’ultraterreno, verso il mondo intellegibile. Questi esempi vengono dai frammenti di Filone.
Il genere esegetico ruota attorno a due concetti:
1. Interpretazione alla lettera, storica o allegoria compositiva (mondo creato in sette giorni)
2. Interpretazione allegorica o allegoria interpretativa (4 più 3 o altre)
L’interpretazione storica è una sola. Quelle allegoriche sono multiple e sempre valide per il singolo esegeta.

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Dunque, l’esegesi è il genere letterario più specifico della LCA. Si trova nel commentario, genere già
presente in antichità.
Tutti gli autori, persino gli storiografici hanno compiuto approfondimenti esegetici.
Si parte dal fondamento che la Sacra Scrittura è un testo Ambiguo e Oscuro per cui sono ravvisabili in esso
molteplici interpretazioni, indipendentemente dagli autori che analizzano un determinato passo il quale
anche nella visione del singolo autore sia contemporaneamente che successivamente, può prestare il fianco a
diverse interpretazioni.
La parola chiave dell’esegeri è “l’allegoria” figura retorica che riguarda un processo mentale, una metafora
allungata e si divide in due tipologie:
• INTERPRETATIVA: si presenta come strumento di interpretazione volto a spiegare ciò che non è
chiaro, rispettando l’impianto generale dell’opera e scindendo il significato simbolico,
reinterpretando quelle immagini che dicono poco alla semplice lettura
• COMPOSITIVA: è allegoria di chi compone l’opera, volutamente inserita da chi scrive per colpire il
lettore e si distingue da quella interpretativa per il fatto che il lettore capisce che l’autore ha scelto di
inserire immagini ad effetto per colpirlo e può essere solo oggetto di riscontro all’interno del testo

CLEMENTE ALESSANDRINO
Elemento di massimo spicco della scuola di Alessandria, esempio di intellettuale cristiano, uomo di
grandezza culturale svincolato da ruoli ecclesiastici. Il suo magistero ebbe come scopo l’approfondimento
morale e dottrinale della fede cristiana al modo delle scuole filosofiche. Clemente intendeva proporre il tipo
di cristiano gnostico ma rispettoso dell’ortodossia.
Della sua vita non abbiamo molte notizie quasi certamente nasce attorno al 140/150, probabilmente ad
Atene da genitori pagani. ricevette una buona formazione filosofica e frequentò da vicino la religione greca
e che sia stato iniziato ai riti misterici.
Intorno al 180 giunse ad Alessandria dove conobbe il maestro Panteno, non sappiamo se clemente
all’incontro con il maestro si era gia convertito al cristianesimo o lo fece solo dopo aver conosciuto i suoi
insegnamenti.
È certo che comunque Alessandria divenne la seconda patria di Clemente da cui prese il nome di
“Alessandrino”.
Presso il Didaskaleion tra il 190 e il 202 svolse l’attività di maestro e scrisse quasi tutte le sue opere, anche
se andò contro i cardini della tradizione filosofica che non voleva che i vari sapienti lasciassero per iscritto
qualcosa, ma che tutto sia affidato alla tradizione orale, lo stesso clemente dichiarerà di essere stato spinto
dai suoi colleghi ad affidarsi alla scrittura e quindi alla posteriorità.
Tra le opere si può fare la seguente distinzione:
• opere destinate alla diffusione esterna
• opere destinate agli allievi della scuola
alcune delle opere più imporanti come il protrettico e il pedagogo sono destinate alla tradizione protrettica
della filosofia graca. Per clemente il cristianesimo è la più alta filosofia ispirata al Logos in quale in forza di
un buon metodo pedagogico prima è esortatore e poi pedagogo, cioè educatore morale, infine è maestro di
vita.
Anche l’opera “quale ricco si salverà” è incentrata sulla liceità delle ricchezze per un cristiano, ha un tono
didascalico finalizzato ad una più ampia ricezione altri scritti clementini sono destinate alle scuole e in essi
gli argomenti sono prensenti in modomeno organico ma molto approfondito come nel STRO’MATI, in otto
libri.

“Stròmati” è la più importante opera e la più complessa di clemente ma allo stesso tempo anche la più
particolare (Stomateis equivale a Tappezzerie) e contiene in 8 libri un insieme immenso e straordinario di
appunti è anche un opera ricca di citazioni, bibliche e pagane.
Il filo conduttore dell’opera è: la dimostrazione che la fede cristiana è la vera filosofia e che il cristianesimo
è il coronamento e il perfezionamento della filosofia razionale greca ed è la vera gnosi in contrapposizione
alla falsa e deviante degli gnostici eretici.

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Simonetti definisce l’opera come forma disordinata e frammentata a causa della predilezione di clemente per
la comunicazione orale e con la sua precisa intenzione di far si che le sue opere velessero da sussidio
all’insegnamento.
All’interno dell’opera l’autore sviluppa una polemica antignostica, articolandola in una serie di problemi
come:
• rapporto tra fede e conoscenza
• rapporto tra vero e falso gnostico
• il rapporto tra i due testamenti
• il rapporto tra fede cristiana e filosofia greca
• i limiti dell’ascetismo cristiano
in tutto cio clemente fa sfoggio della cultura classica che considera propedeutica per lo studio della scrittura,
in particolare è convinto che il linguaggio religioso prediliga l’espressione simbolica e coperta e perciò
alterna interpretazione in ambito cristiano con l’interpretazione cosmologiva e psicologica di tipo filoniano,
talvolta propone per uno stesso passo addirittura più interpretazioni.
È divisa in 8 capitoli ed è un’opera MISCELLANEA

Il “Protrettico”
Intende inserirsi programmaticamente nel genere della letteratura protrettica ( il cui primo esempio è dato da
ARISTOTELE) che aveva il fine di invitare e indirizzare i giovani che avevano completato l’istruzione
inferiore ad abbracciare lo studio della filofofia.
Ovviamente la filosofia a cui clemente si riferisce è quella cristina ritenuta filosofia per eccellenza.
L’opera clementina consta di 12 libri ed è un’esortazione rivolta ai greci e in generale ai pagani a convertirsi
al cristianesimo dopo aver abbandonato il paganesimo e l’idolatria.
L’opera appartiene al genere logoi protreptikoi che avevano lo scopo di esortare i lettori a qualcosa di nobile.
Lo schema dell’opera:
♦ annuncia un epoca nuova e di nuovi ministeri che spezzeranno via i culti antichi
♦ passa in rassegna le testimonianze di alcuni filosofi e poeti servendosi dell’apporto e della
testimonianza dei testi sacri
la vera novità dell’opera consiste sicuramente nel nuovo atteggiamento che l’autore assume nei confronti del
mondo pagano e della sua cultura: a giudizio di clemente la conversione al cristianesimo non implica la
rinuncia alla religione precedente al contrario, l’autore crede che nella nuova religione possa confluire valori
e ricchezze della speculzione greca, aglio occhi di Clemente pare le esperienza del passato acquistino un
significato più profondo alla luce della nuova religione
Si conclude con un inno poetico al Logos un CANTO NUOVO,il canto di Cristo che ha esteso la sua
rivelazione e il suo messaggio a tutti gli uomini e questo ci dimostra quanto fosse legato alla formazione
pagana (dato che la tradizione cristiana rifiutava la forma poetica).
Protrettico ai greci: (testo 3) troviamo una breve ma intensa successione di accuse rivolte dal cristianesimo
al paganesimo come il venerare divinità inutili, ridicole e insignificanti per poter proseguire in arti frivole e
oscene. Nel passo clemente si scaglia contro coloro che si sono serviti della bellezza e dell’arte facendone
diventare uno strumento di corruzione e di incontinenza e si scaglia contro coloro che hanno fatto sì che la
poesia divenisse un tramite all’iniziazione di errore e inganno, la filosofia invece come strumento di
divinazione inanimata.
L’obbiettivo è molto chiaro: quello di mettere in crisi l’interlocutore ed indurlo ad abbandonare il
paganesimo e le religioni di misteri e tenta di convincerlo tramite raggionamenti serrati che in linea di
massima seguono un filo logico.
Nella seconda pericope [10.92] troviamo invece una serie di ammonimenti ricorrenti ed incalzanti, si tratta di
esortazioni rivolte al pagano affinche si converta si penta e “passi a Dio” .
È interessnte la modalità dell’argomentazione incentrata su un discorso antitetico, ovvero efficace e
suggestiva contrapposizione tra categorie. Si sottolinea anche il destinatario “reale” visibile e tangibile fa
pensare all’accoglienza del logos che è “mite” e l’espulsione del paganesimo che è “mortale veleno”.
Soprende di questo passo, la capacità di clemente di passare dal genere apologetico a quello protrettico; dopo
aver esortato alla converisone mostra tutti gli aspetti positivi di rilievo della religione cristiana.

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“Pedagogo”
L’opera è divisa dall’autore in tre libri tocca argomenti che anche per il cristiano di oggi sono
particolarmente. Sul piano dottrinale e dogmatico l’autore non si dilunga su questioni di teologia trinitaria o
nella confutazione di eresie cristologiche ma affronta temi attuali.
• Se dio ama l’uomo perche lo punisce e lo fa soffrire
• Quale ruolo hanno le religioni non cristiane e per noi i loro insegnamenti filosofici e religiosi.
Il pedagogo tratta questi temi dando risposte illuminanti e attuali
Pedagogo come Logos, vale a dire colui che educa alla nuova vita coloro i quali si sono appena convertiti al
cristianesimo. Vuole confutare lo gnosticismo con le tre categorie (terrene – psichiche – spirituali ). La
seconda parte è un’espansione morale, parla di comportamenti.
Il libro è divino in:
1. Spiegare il logos cristiano
2-3 spiegare la morale cristiana quotidiana
Il pedagogo (testo): [1] clemente precisa su come si deve rieducare in ambito religioso. Il Logos ha come
scopo la santa condotta e l’eterna preservazione. La santa condotta è più morale in quanto deve dimostrare
che la sua opera è la più cristiana in assoluto
[2] il ruolo del pedagogo ha una duplice funzione: colui che insegna in ambito cristiano e colui che trasmette
la fede un insegnamento dottrinale.
Fa una metafora navale: che si riferisce a chi guida un gruppo di seguaci, nell’ambito religioso si riferisce
alla vita salutare( salvezza post-mortem) e alla salvezza spirituale dei singoli.
[3] gli studi del pedagogo sono di tre livelli: Capitano (genitore che ci guida dai primi passi) Pedagogo
(maestro di scuola, pedagogo con la p minuscola) e PEDAGOGO ( colui che ci conduce all’educazione della
fede)
[1.5] di discrimina il ruolo del pedagogo che ha il suo rischio come quello di essere un cattivo modello.
Mentre il pedagogo (divino) non corre rischi perché e considerato moralmente perfetto .
Cosa si intende per pedagogia?
• Per clemente rappresenta la formazione ma questa deve essere messa in buone mani
• L’allievo rappresenta la nave
• Il porto sicura rappresenta la fede cristiana

“Quale ricco si salva”


L’opera chiarisce come nel 2 secolo nella comunità di alessandria fossero presenti cristiani benestanti
appartenenti alla piccola e media borghesia.
L’opera era in passato un omelia che l’autore poi ha trasformato in operetta, lo scritto ci è pervenuto
frammentato e si snoda intorno all’episodio evagelico, l’incontro di gesù con il ricco che gli chiede cosa deve
fare per la salvezza e si raccoglie attorno a due blocchi principale: ricchezza e penitenza
si rifà al passo del vangelo di Marco (“…è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un
ricco entri nel regno dei cieli”).
Clemente esprime il contenuto di questa sua opera sul tema se sia possibile che un uomo ricco si salvi ne
quale tipo di ricco, ma su come è, che tipo di stile di vita ha il ricco che pratica la vita cristiana e che ha
ricevuto la salvezza.
Lo scritto è un protrettico per la salvezza ed è rivolto ai ricchi, l’autore ritiene che l’unica possibilità di
salvezza risieda nella conversione. La ricchezza di per se non è ne bene e ne male quando cio che conta è la
vita interiore, il presente che deve essere finalizzata ad una sentita conversione al vangelo.
Nei primi secoli tra i cristiani ci si poneva la questione tra la ricchezza e la povertà.

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L’opera dell’alessandrino va inserita in questa situazione e nell’ambito della riflessione dei cristiani nei primi
secoli circa la richhezza in se e per se e il corretto modo di usarla.
L’incontro di gesù con il ricco trova nell’opera di clemente un primo lavoro di sistemazione.
Clemente si chiede se :
• C’è contraddizione se un uomo ricco professa una religione cristiana
• C’è possibilità di salvezza
• Come si deve comportare
Clemente fin dall’inizio ha insistito che la salvezza procurata d Cristo è anche per i ricchi e infondo nessuna
categoria di essere umani potrà mai essere esclusa dal messaggio cristiano.
L’obiettivo di clemente è molto chiaro: vuole animare i ricchi che si sono avvicinati a cristianesimo a
considerare che le ricchezze non sono un elemento inconciliabile con il messaggio cristiano perché non
esistono situazioni che possono impedire a qualcuno di vivere pienamente il messaggio di salvezza. Esse
piuttosto sono trumento di salvezza ciò che conta è COME viene utilizzato questo strumento di salvezza.
Clemente non condanna la ricchezza ma il suo cattivo uso.
[1-2-3] i convertiti non devono rimanere bloccati dalla loro richhezza ma devono saperne fare buon uso.
[4]la riflessione etica va fatta su chi e come viene usata la ricchezza, non si deve discutere se è da eliminare
o lasciare ma bensi deve essere utilizzata come una PASSIONE COSTRUTTIVA

Tra le opere per la scuola troviamo “gli stromati”, L’opera più elaborata e complessa di Clemente, opera
molto particolare, ha varie interpretazioni: non si riesce a capire in che genere catalogare quest’opera.
Stromateis in greco significa TAPPEZZERIE alla lettera, è una raccolta di appunti anche molto disordinati
dell’autore. Secondo Simonetti sono la raccolta degli appunti delle sue lezioni al didascaleion. È ricca di
citazioni sia pagane sia bibliche. Le citazioni sono tantissime, gli studiosi hanno provato a catalogarle ma è
impossibile. Il filo conduttore dell’opera è dimostrare che la fede cristiana è la vera filosofia = cristianesimo
coronamento della cultura greca ellenistica.
Per clemente una buona formazione nelle discipline scolastiche grece può agevolare la comprensione della
Sacra scrittura.
Per gran parte, Clemente colloca sullo stesso piano cristianesimo e cultura razionale greca. La tematica più
ricorrente è il gioco della contrapposizione (tra bene e male, fede e conoscenza, tra vero e falso, tra filosofia
e relgione, tra i due testamenti ecc…). In qualsiasi opera di Clemente, fa un incredibile sfoggia di cultura
classica. Quando lo fa apertamente e lo dichiara, dice che la cultura classica è PROPEDEUTICA al
cristianesimo. In particolare, Clemente ha ripetutamente insistito sull’importanza della cultura classica per
capire i passi oscuri della Scrittura, in particolare con l’ausilio del metodo allegorico.
Tratta svariati argomenti. Uno dei temi principali è la vera gnosi, da contrapporre a quella eretica.
Tra le opere minori, invece, troviamo “Gli estratti da Teodoto”, autore gnostico i cui passi vengono confutati
sistematicamente, e “Gli estratti profetici”, ovvero estratti biblici commentati. Secondo Clemente, nella
Sacra Scrittura c’è un senso intenzionalmente nascosto affinché non vi arrivassero coloro i quali non erano
spiritualmente pronti (qui notiamo l’influenza da Filone).
Clemente va dritto ai problemi teologici dello Gnosticismo. Tutta la scrittura non fa altro che annunciare
Cristo. Affermerà sempre il dovere del cristiano di migliorare, di perfezionarsi per arrivare alla vera gnosi, e
questo richiede grande impegno intellettuale. Dio crea l’uomo a sua immagine, ma la somiglianza la deve
acquisire vivendo.

7) ORIGENE
Nasce in una famiglia cristiana intorno al 185: insegna grammatica per mantenere la famiglia senza padre,
morto per persecuzione. A questo insegnamento accosta la fede cristiana. Con Origene la scuola di

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Alessandria diventa una vera e propria istituzione. Dopo la condanna per eresia, molte delle sue opere furono
distrutte. Alcune però furono salvate dai monaci. La maggior parte della sua opera fu composta a Cesarea.
La fama crescente portano origene a viaggiare per roma e in oriente mentre diventa sempre più acuto il
diverbio con Papa Demetrio che non sopportava la superiorità di origene.
Nel 230 fu fatto prete ma accusato da demetri qualche tempo dopo per fatti precedenti alla sua
proclamazione a prete, venne deposto da Demetrio stesso.
Origene nonostante tutto fu in grado di esprimere un’ermeneutica e una teologia di grande coerenza: dio, la
chiesa e le scritture e tutto ciò che è materiale visibile è immagine spirituale della realtà e il cristiano deve
ricercare se stesso in un livello superiore alla sua esistenza
Si è conservata nell’opera di Rufino “I Princìpi”, trattano dei principi della realtà. È il primo tentativo di
mettere per iscritto i temi fondamentali della dottrina. Ha sempre un atteggiamento di ricerca, non da mai
una verità assoluta, lasciando sempre aperta la riflessione. Il pensiero origeniano, infatti, è un percorso verso
Dio, alla ricerca della verità. È il primo a parlare di generazione eterna del Logos. Espone la dottrina della
creazione dell’uomo e del mondo, di tipo prettamente anti-gnostico. Cerca di dare risposte cristiane alle
problematiche filosofiche. Si sofferma su quegli aspetti della dottrina cristiana che non erano ancora stati
chiariti.
Il “Dialogo con Eraclide” scoperto a Tura in Egitto apro uno spiraglio sull’attività di Origene di
chiarificazione teologica svolta in pubblici dibattiti, si tratta di una serie di dibattiti tenuti con il vescovo
eraclide sospettato di idee monarchiche con altri vescovi
“Esortazione al martirio”: scritto per l’amico Ambrogio, uomo ricco e gnostico che Origene porta alla retta
via. Per la prima volta appare il concetto di martirio incruento, ovvero la predisposizione interiore al
martirio: il rinunciare alla propria vita per Cristo.
Per quanto riguarda le opere esegetiche, Girolamo le divide in tre generi:
1) scolii : Gli Scolii sono commenti brevi ai passi della Bibbia.
2) omelie : Le Omelie sono le prediche che Origene teneva a Cesarea.
3) commentari : I Commentari sono il frutto del suo operato da Catecheta nella scuola.
Abbiamo:
1) Commento a Giovanni
2) Commento a Matteo
3) Commento alle lettere ai Romani
4) Commento al Cantico dei Cantici
Il testo è frammentato in lemmi ed è spiegato: la struttura è la stessa della Omelie, ma la differenza sta nel
pubblico al quale le opere sono rivolte. Le Omelie, infatti, sono di livello più semplice, mentre i Commentari
di livello più alto, dato che erano destinate alla scuola, ed è per questo motivo che vi troviamo diverse note
filologiche. Nelle Omelie le dottrine più audaci sono più velate, esplicate in modo più allusivo.

Gli “Hexapla”: mette in sei colonne parallele tutte le versioni della bibbia l’ultima opera importante di
Origene che ci mostra l’interesse filologico della scrittura, dunque il senso letterale (ovvero le fondamenta).
È una sinossi: una vera e propria edizione critica della Bibbia condotta per offrire alle varie comunità un
testo unitario ed attendibile, in modo non dissimile dal lavoro filologico ellenistico. Il titolo dell'opera indica
le "sei versioni" del testo disposte su sei colonne:

1) Testo ebraico originale;


2) Testo ebraico traslitterato in greco;

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3) Traduzione greca di Aquila;

4) Traduzione greca di Simmaco;


5) Traduzione dei Settanta;
6) Traduzione greca di Teodozione.
È un’opera monumentale che sarà la base di molti commenti di San Girolamo. Siamo nel terzo secolo, e in
oriente veniva utilizzata la settanta, mentre in occidente si usava una versione latina della stessa settanta.
Origene conosce molto bene le lingue, quindi mette in sei colonne varie versioni: Con questa edizione
critica, Origene ha a disposizione una molteplicità di interpretazioni di tutti i passi da confrontare. Secondo
Origene nessuna interpretazione esclude l’altra; sono tutte da accogliere. Un locus biblico può essere
presentato sotto una molteplicità di significati.
Livelli di significato:
PRIMO LIVELLO (STORICO) DA RISPETTARE
SECONDO LIVELLO (MORALE) PAOLO
TERZO LIVELLO (SPIRITUALE) FILONE
Lo stesso passo può essere letto in tre modi differenti, e per gli alessandrini nessuno esclude l’altro.
1. CANTICA DELLE CANTICHE: poema d’amore di salomone per la sua sposa
2. PAOLO: sposo = Cristo, sposa = chiesa.
3. ORIGENE: sposo =Dio, sposa = anima.
Questa tripartizione per origene è fondamentale in quanto:
• Per origine ci sono passi della bibbia inaccettabili in quanto immorali. Parla di “DEFECTUS
LITTERAE” quando non viene letto un brano sul piano letterale
• Talvolta è anche possibile bypassare l’interpretazione paolina e saltare direttamente dal senso
letterario a quello spirituale.

Sebbene ci sia da parte degli interpreti uno sforzo di giungere al vero significato della Scrittura, secondo
Origene non si arriverà mai ad esso, poiché l’uomo, per sua natura, non può conoscere la volontà di Dio. Vi
si può avvicinare, ma non arriverà mai al senso più profondo della Scrittura.
ES: Mosè è col popolo ebraico nel deserto. Il popolo è assetato, quindi Mosè chiede aiuto a Dio. Dio indica
una pietra a Mosè, e quest’ultimo la colpisce tre volte con la sua verga. Dalla pietra esce dell’acqua che
disseterà gli ebrei.
Pietra = Cristo (prima interpretazione). Mosè viene guidato da Dio ed il popolo riesce a dissetarsi.
Seconda interpretazione = l’acqua che viene fuori dalla pietra è acqua eucaristica (contiene il sangue di
Cristo), quindi il popolo ebraico si libera dal peccato.
Terza interpretazione : pietra = scrittura (fonte). Ogni cristiano deve continuamente porsi domande (percosse
alla pietra), e le risposte a queste domande le troverà nella scrittura.
“Commento all’esodo” omelie dell’esodo sono appunto una raccolta di omelie redatta da Origene.
All’interno troviamo Mosè che chiede aiuta a Dio in quanto il suo popolo sta morendo di sete e di
conseguenza incolpa Dio in quanto non riceve alcuni aiuto.
La pietra rappresenta il Cristo (seguendo l’interpretazione di Paolo) “la pietra sbattuta” è la prassi eucaristica
di cristo che si sacrifica
Il popolo ebraico ha bisogno di “dissetarsi” se ci basiamo sull’interpretazione letterale , ma ci fa notare Paolo
che la sete del popolo di mosè è una sete di Giustizia.
I colpi della pietra possono essere le continue domande che il fedele pone a Dio e la pietra rappresenta la
fonte della scrittura

APOLOGETICA LATINA

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L’apologia è il primo genere letterario in cui la LCA si esprimerà in lingua latina. La LCA
latina nascerà un anno dopo quella greca (metà del secondo secolo). Questo ritardo è
collegato alla modalità missionaria di diffusione del cristianesimo: chi sono i primi
cristiani? Gli apostoli, Paolo (parlavano greco ). Si evangelizza prima l’oriente (centri
principali: Gerusalemme e Antiochia), e le parti dell’impero occidentale in cui si
parlava in greco. Il greco è anche il testo della liturgia: i testi sacri furono tradotti
dall’aramaico al greco, quindi i riti si tenevano in tale lingua. Il problema delle
traduzioni nasce quando il cristianesimo si diffonde nei ceti popolari di lingua.
In ambito religioso, tradurre da una lingua all’altra è un’operazione estremamente
delicata: sbagliando un termine si poteva fraintendere le interpretazioni. Già i martiri
scilitani portavano con loro i rotoli delle lettere di Paolo tradotte in lingua latina. In
occidente quali erano i centri più importanti per la religione cristiana? Roma ma anche
Cartagine (nell’africa romana), la Spagna e la Gallia. I primi autori sono proprio autori
di origine africana. Perché in Africa e non a Roma? Perché l’adesione al cristianesimo
era vissuta anche come opposizione al potere imperiale (che si esprimeva in lingua
greca), quindi si fa la scelta linguistica di usare il latino. Oltre tutto, i primi adepti,
essendo di umili origini non comprendevano la lingua greca. Octavius (Marco Minucio
Felice, sconosciuto), l’apologeticum (Tertulliano, 197), gli atti dei martiri scilitani sono i
primi documenti di LCA in lingua latina. Ci sono molti punti di contatto tra l’octavius e
l’apologetico, versi quasi uguali. Probabilmente è nato prima l’octavius (Tertulliano ha
riportato dei versi), ma ontologicamente Tertulliano è più importante.
8) MINUCCIO FELICE.
[ Lezione] Di Marco Minucio Felice non abbiamo notizie, tutto quello che sappiamo lo sappiamo grazie
all’octavius: probabilmente nato in Namibia, ma esercitò la professione di avvocato a Roma. L’opera più
importante di Minuccio è Octavius: Ci sono tre personaggi amici: Cecilio, Ottavio e Minuccio. Due cristiani
ed un pagano, colleghi ed amici. La struttura dell’opera è quella di un dialogo: prima esprime le sue opinioni
Cecilio, poi Ottavio e alla fine Minuccio deve fare da arbitro. Quali sono le accuse che muove Cecilio? Le
classiche pagane: immoralità, ignoranza, ateismo ecc… Sottolinea l’assurdità della resurrezione e lo
scetticismo nella possibilità che l’uomo possa conoscere l’universo. Ottavio controbatte punto per punto
riportando le frasi dell’opposto e dimostra sul piano razionale l’esistenza della provvidenza e di un unico
Dio, critica la religione tradizionale.
Nella sua argomentazione fa ricorso anche alla filosofia, insiste sulla superiorità morale dei cristiani e sul
loro eroismo che li porta addirittura ad abbracciare il martirio (se muori non passi nell’Ade ma vai dritto in
paradiso). Ottavio è talmente capace da far dichiarare Cecilio vinto e rendere inutile l’intervento di
Minuccio. Lo scopo di Minucio Felice era quello di creare un’opera talmente valida dal punto di vista
letterario (curata dal punto di vista della forma) che potesse circolare tra i colti dell’epoca. Il nome di Cristo
non compare nell’opera, non c’è un approfondimento della dottrina cristiana. Fa questa scelta come strategia
di dialogo: vuole dimostrare la validità del cristianesimo innanzi tutto dal punto di vista etico, in modo da
avvicinare l’avversario. Una volta che l’avversario si avvicina, allora inizia la sua formazione e il suo
avvicinamento dal punto di vista dottrinale. È un testo esortativo dialogico di carattere filosofico, non un
arringa giudiziaria.

Minuccio Felice
FELICE originario di numidia visse a roma e divenne avvocato, nacque da una famiglia
pagana ma non abbiamo notizie della sua conversione, l’unica opera a lui legata è
l’octavius dialogo di cui si fa un resoconto in prima persona con una cornice esterna in
forma di narrazione dialogica articolata in due discorsi che sostengono tesi opposte
TRAMA: oscavius è aperto da un preambolo in cui MINUCIO racconta di una discussione
avvenuta sulla spiaggia di ostia tra i suoi amici OTTAVIO cristiano e CECILIO pagano
prendendo spunto da un cenno di riverenze ad una statua del dio SERPIDE ottavio
prpone che si discuta delle due religioni e che minuccio funga da arbitro. Cominciano

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una serie di accuse di cecilio a cristianesimo poi ottavio dimostra l’esistenza di dio e
della provvidenza criticando la religione pagana i miti confuta le tesi di cecilio e
emana la uperiorita morale del cristiano. In conclusione cecilio è convinto delle
argomentazioni di ottavio e pronto a convertirsi al cristianesimo.
L’octavius ha suscitato l’interesse per il carattre filosofico piu che teologcio o religioso,
i concetti esposti da ottavi non danno nuove notizie sulla religione bensi continuano i
valori crdini del cristianesimo e del martirio, i riferimenti alla bibbia sono moltelici e il
nome di cristo non viene mai pronunciato, il compito di ottavio nell’opera è quello di
confutare e smentire le tesi dei filosofi scettici o ascetici accomunati tra loro tramite
una condanna morale generalizzata
Minuccio conferma con ‘octavius di voler vincere la battaglia contro ipagani con le sole
armi a sua disposizione e evitando di appensatire il tutto con tematiche più
impegnative che avrebbero ristretto ancora la cerchia di lettori. Dio nell’opera è
mostrato come l’unica ragione che governa il mondo e da lui deriva l’armonia del
creato.
Dal punto di vista dello stile e malgrado l’eccesso di ornamenti e di ricerca talvolta
esasperata, l’opera si presenta come molto elegante e di gradevole lettura .

9) TERTULLIANO
Anche Tertulliano ha origine africana, anche di lui sappiamo poco: la sua conoscenza della lingua greca sarà
fondamentale perché potrà attingere alle fonti della LCA precedenti, ed ha una capacità letteraria tale da
coniare alcune parole latine che saranno tipiche del lessico cristiano, come trinitas. Come per Marco
Minucio Felice siamo tra il 160 e 220.
Nacque a Cartagine, da buona famiglia pagana. Ebbe un’ottima formazione, soprattutto giuridica, grazie alla
quale combatterà le polemiche contro i cristiani nelle opere apologetiche. Fu un autore molto importante,
poiché alcune sue opere dottrinali rimasero in uso fino al IV secolo.
Probabilmente si convertì durante un martirio, perché nelle 31 sue opere che ci sono arrivate fa spesso
riferimento alla potenza di un evento del genere. Aveva un carattere passionale, vigoroso; eccessi che lo
portarono ai margini della chiesa stessa, tant’è che la sua produzione viene divisa in periodi, a seconda della
sua vicinanza alla chiesa. Alla fine fonderà addirittura una sua setta, i tertullianisti. Le sue opere di carattere
apologetico sono: l’ad nationes, l’apologeticum, il de testimonio anime, l’ad scapulam.
L’opera principale è l’”Apologeticum”, opera di difesa dedicata ai magistrati (per questo ne sottolinea
l’impostazione giuridica). Riprende i temi degli apologisti greci, la novità dunque sta proprio nella sensibilità
legale. Rimprovera ai magistrati di accusare di criminalità i cristiani, i quali invece non commettono nessun
tipo di crimine. I cristiani, dunque, secondo Tertulliano, potevano essere denunciati solo in caso di
criminalità, non semplicemente per la loro fede religiosa. Nei confronti dell’autorità politica però, dimostra
una certa ambiguità, perché affermando che i cristiani rendono comunque rispetto all’imperatore e dicendo
allo stesso tempo che sono cittadini di un altro mondo, è come se li svincolasse dall’autorità dell’imperatore.
L’opera è indirizzata ai maestri pagani questa destinazione è fondamentale per l’opera per il maggior
argomento di carattere giuridico.
L’invito è quello di conoscere meglio i cristiani, serve a motivare le argomentazioni successive perché se
loro conoscessero meglio i cristiani invece di condannarli soltanto per il nome capirebbero che in loro non
c’è nulla che meriti una condanna. Il movimento anticristiano emanato da Traino prescriveva da una parte di
non poter ricercare i cristiani e dall’altra di condannarli se qualcuno li denunciasse come tali
Rispetto a minuccio lo scritto di tertulliano si caratterizza anche per un maggior interessa di natura dottrinale,
infatti l’autore specifica bene la religione cristiana rispetto alla giudaica presentando apertamente quel cristo
cui minuccio aveva alluso in maniera indiretta e lo presenta come appellativo di logos.
La parte finale dell’opera trae le somme di tutti i precedenti ragionamenti richiedendo per la religione
cristiana quella tolleranza che l’impero romano riserva ai culti più disparati
Tertulliano passa all’attacco, cerca più lo scontro che l’incontro (a differenza di Minucio). L’ad Scapulam è
una lettera diretta al goverantore d’africa Scapula. Ribadisce la libertà dei cristiani, afferma che loro non si

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rifiutano di rispettare l’imperatore, ma semplicemente di venerarlo come un Dio. Afferma anche che le
persecuzioni non fanno altro che rinforzare le schiere dei cristiani perché il sangue cristiano è come un seme
Con gli “Scritti antieretici e dottrinali” si comincia a discutere sul problema trinitario: la prima opera è “De
praescriptione haereticorum”, la prescrizione degli eretici, diretta contro gli gnostici, anche questa dal forte
carattere legale. La prescritio era un’obiezione preliminare che si muoveva all’avversario e che, una volta
accettata dal magistrato, faceva saltare tutta la causa. Cerca dunque di smontare all’origine la dottrina
gnostica, dicendo che la loro interpretazione non è in linea con quella ecclesiastica; l’unica vera dottrina è
data all’interno della chiesa, e solo dai vescovi, i quali risalgono all’autorità apostolica.
Sono importanti perché è il primo a polemizzare con tali eresie in lingua latina. L’argomento di base che
viene ripreso in queste opere è che soltanto chi è in seno alla chiesa può far valere la dottrina cristiana. A chi
spetta fornire l’interpretazione corretta delle Sacre Scritture? Alla chiesa che è stata fondata dagli apostoli
(autentico messaggio di Cristo). Solo quella tradizione apostolica garantisce la giusta interpretazione. Questo
argomento non poteva essere l’unico nell “Adversus Marcionem”, ovvero “contro Marcione”, è l’unica e
più grande fonte su Marcione, di cui vengono riportati testi ed interpretazioni. In quest’opera, Tertulliano
mette a confronto passi dell’antico testamento con altri del nuovo, e dimostra che anche il Dio del vecchio
testamento era misericordioso.
“Contro Ermogene”: Ermogene era un cristiano di formazione Platonica, il quale per spiegare la presenza
del male nel mondo si rifece al concetto Platonico dell’eternità della materia. Secondo questo concetto,
all’inizio della creazione il mondo era materia bruta che Dio plasma; quella materia viene identificata col
male, che quindi non deriva da Dio. Tertulliano afferma, invece, che così dicendo si attesta la coesistenza del
male accanto a Dio.
“Adversus Praxea”, ovvero “contro Prassea”. Prassea era un uomo che aveva diffuso l’eresia monarchiana.
Quest’eresia nasce dalla critica alla teologia del Logos. Secondo Prassea, con questa teologia si mette in crisi
il monoteismo del cristianesimo, poiché è come se si adorassero due diverse divinità. Inoltre il Logos, ovvero
Cristo, risulterebbe subordinato al padre. Cercando di rivendicare il monoteismo assoluto, afferma che questi
due non siano altro che manifestazioni del padre.
L’eresia adozionista, invece, consiste nella convinzione che Cristo sia un semplice uomo, non un dio, il quale
viene adottato come figlio di Dio dal padre per i suoi meriti. Tertulliano, per confutare queste teorie, afferma
che Dio è un’unica natura, un’unica “sostanza” (per la prima volta “substanza” è un termine considerato
come natura divina); si articola in tre persone, in tre individualità divine. Tertulliano in un’altra opera
affronta il tema della resurrezione della carne: l’uomo è anima e corpo, e così come pecca (con anima e
corpo), così risorgerà.
Poi abbiamo gli scritti antiagnostici, di cui ricordiamo il De anima, il primo trattato di argomento filosofico:
anima vs platonici e concetto di resurrezione. Chi muore per martirio se ne va dritto in paradiso mentre gli
altri passano per l’Ade. Ai martiri dedica anche delle opere: ad martiras, il de corona (soldato cristiano che
aveva rifiutato di indossare la corona della vittoria, in onore di Settimo Severo. Queste opere sono di
carattere disciplinare, e spiega il comportamento che un cristiano dovrebbe avere. Abbiamo anche il de
spectaculis, dove critica la partecipazioni dei cristiani agli spettacoli pagani. Diversi mestieri erano
incompatibili coi cristiani: il maestro, il matematico, il mago, l’astrologo (pericolo di contaminazione
idolatrica). Ci sono opere che fanno da riferimento per la morale delle donne, ad esempio addossa ad Eva la
maggiore colpa. Le donne portano il diavolo mentre inizialmente è favorevole alle seconde nozze da parte
delle vedove, successivamente lo accosta all’adulterio. Altra opera significativa è sulla pazienza: prima opera
su una virtù, virtù che tra l’altro non gli apparteneva. Per questo Tertulliano ritiene che questa virtù sia un
dono di Dio, che alcuni hanno e altri no, il cui modello è Cristo. Importante è anche il de oratione: spiega ai
cristiani come pregare. Per quanto Tertulliano, abbraccerà, a fine vita, posizione estreme, sarà un modello di
riferimento per autori successivi, un modello di riferimento della LCA. Per lui il cristiano viveva nel mondo
ma non faceva parte del mondo; aveva idea di una chiesa vigorosa. Questo suo carattere, però, portato anche
dal punto di vista stilistico e retorico all’estremo, fa sì che nelle sue opere si trovino delle vere e proprie
contraddizioni: lui stesso dichiarava che la sola chiesa poteva dare la giusta interpretazione delle Sacre
Scritture, e si porrà ai margini della chiesa. Frasi brevi e spezzettate, esposizione che potevano risultare
pesanti. Aveva una lingua cristiana latina elevata ed un lessico specifico. È il primo che cercò risposte contro
le accuse di pagani ed eretici. Aveva una conoscenza della sacra scrittura notevole per l’epoca. Le opere che
lui ci ha lasciato spaziano da argomenti più vari, generi più diversificati.

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“L’apologetico” indirizzata ai maestri pagani questa destinazione è fondamentale per l’opera per il maggior
argomento di carattere giuridico.
L’invito è quello di conoscere meglio i cristiani, serve a motivare le argomentazioni successive perché se
loro conoscessero meglio i cristiani invece di condannarli soltanto per il nome capirebbero che in loro non
c’è nulla che meriti una condanna. Il movimento anticristiano emanato da Traino prescriveva da una parte di
non poter ricercare i cristiani e dall’altra di condannarli se qualcuno li denunciasse come tali
Rispetto a minuccio lo scritto di tertulliano si caratterizza anche per un maggior interessa di natura dottrinale,
infatti l’autore specifica bene la religione cristiana rispetto alla giudaica presentando apertamente quel cristo
cui minuccio aveva alluso in maniera indiretta e lo presenta come appellativo di logos.
La parte finale dell’opera trae le somme di tutti i precedenti ragionamenti richiedendo per la religione
cristiana quella tolleranza che l’impero romano riserva ai culti più disparati.

“De spectaculis”
testo catechetico morale/disciplinare = a che norme un cristiano deve attenersi, in un mondo pagano, in modo
da differenziarsi. I cristiani non devono partecipare né essere presenti a questi spettacoli. Però a Roma gli
spettacoli avevano una forte valenza di carattere politico, quindi l’opera di Tertulliano ha anche una
sfumatura di significato politico. Non dovevano assistere al trionfo dei pagani (che veniva rappresentato
durante questi spettacoli). In età imperiale si afferma lo spettacolo del circo, dello stadio e dell’anfiteatro,
occasioni per creare consenso politico a vantaggio dell’imperatore. Il modo stesso in cui gli spettacoli erano
organizzati era una spettacolarizzazione del potere e della ricchezza di chi offriva questi spettacoli
(imperatore o governatori). A Roma c’erano 4 mesi dedicati alle feste religiose all’interno delle quale si
svolgevano questi spettacoli. La stessa struttura dell’anfiteatro era strutturata affinché lo spettatore assistesse
in modo passivo. Lo scopo degli spettacoli era fungere da valvola di sfogo per gli spettatori, che provavano
emozioni che in normali circostanze non potevano provare (emozioni che variavano a seconda del tipo di
spettacolo). Il legame con la religiosità è stretto, ma al tempo stesso erano un luogo di riunione, dove erano
presenti le personalità più importanti e la massa multiforme della popolazione. Era la forma attraverso la
quale il popolo poteva esprimere consenso o dissenso nei confronti nel potere. La popolazione vi partecipava
anche per manifestare la propria devozione agli déi. Non partecipare agli spettacoli divenne simbolo di
conversione, così i pagani riconoscevano i cristiani. L’opera è rivolta principalmente ai cristiani (c’è solo una
piccola polemica contro i pagani), che si recavano abitualmente a teatro, il de spectaculis è da risalire al 200
d.c.
Quest’opera è significativa perché è l’unica a trattare questa questione. Smonta le scuse che i cristiani più
morbidi adducevano per partecipare agli spettacoli. L’opera fu diffusa anche in greco, e ciò dimostra quanto
Tertulliano ci tenesse a diffonderla in tutto l’impero. Sarà talmente completa e complessa da diventare
modello per gli autori cristiani quando si tratterà dell’argomento degli spettacoli. Tertulliano esplica tutti i
motivi per cui i cristiani non dovrebbero partecipare a questi spettacoli, ma non solo: ricostruisce la storia
degli spettacoli stessi. Il problema era molto sentito se Tertulliano ha ritenuto necessario scrivere un’opera
completa e organica al riguardo. L’opera si divide in 30 capitoli e presenta una struttura retorica molto
complessa. Questa complessità retorica la rende non sempre chiara. I motivi sono tre: lo status fidei, la ratio
veritatis e il descriptum disciplinae. La ratio veritatis è la più imporante: fa da filo conduttore a tutta l’opera.
Lo schema retorico dell’opera due studiosi si sono occupati di capirlo: Sider e Tarkan (?).
Sider: Individua il capitolo 1 come introduzione all’opera, dove introduce le tre motivazioni (ratio veritatis e
co). Poi c’è la sezione della premunitio (da cap. 1 a 4); qui Tertulliano anticipa il capitolo con la
motivazione: 2 ratio veritatis, 3 ratio veritatis, 4 descriptim disciplinae.
Anticipa anche le accuse degli avversari:
contro la veritas tutte le cose create da Dio sono buone, quindi anche gli spettacoli lo sono
contro la disciplina nella scrittura non c’è nessun passo che vieta di partecipare agli spettacoli
contro la fideis durante il battesimo i cristiani hanno rinunciato a tutte le cose di Satana, quindi anche gli
spettacoli
Dal capitolo 5 al 23 c’è lo sviluppo delle argomentazioni (prima solo anticipate). Qui Tertu inverte l’ordine:
inizia dalla fides, continua con la disciplina e termina con la veritas, creando una struttura a chiasmo.

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Fides gli spettacoli vanno evitati perché idolatrici

Disciplina è vero che la scrittura non esplicita tale divieto, ma condanna la conquiscenza dei piaceri, quindi
per sillogismo anche gli spettacoli
Veritas Dio ha creato e osserva tutto ma non è detto che gli vada bene
La sezione finale, dal capitolo 24 al 27, riassume un po’ tutto ed infligge il colpo finale (Orazio)
Fides chi ha creato gli spettacoli lo fa per farsi adorare
Disciplina è il diavolo che espone al sacrilegio e si impossessa delle anime di chi assiste agli spettacoli
Veritas il diavolo fa perdere l’uomo attraverso il piacere
Poi c’è la conclusione, cap. 28-30:
I piaceri dei cristiani sono altri, non quelli del mondo pagano. Alternative agli spettacoli pagani: spettacoli
cristiani. L’unico spettacolo a cui l’uomo ha diritto ad assistere è il giudizio universale.
Mary Tarkan invece la divide così:
introduzione cap. 1-4, tre punti e conclusione. Molto più sintetica.

Perché, quindi, Tertu scrive quest’opera? Per rispondere alle domande dei cristiani che si chiedevano come
mai non potessero partecipare agli spettacoli, dall’altro un motivo apologetico, che difendeva la posizione
cristiana (perché non partecipavano agli spettacoli) e contemporaneamente attaccare gli spettacoli stessi.
C’era bisogno di studiare questi spettacoli e comprendere le differenze con l’identità cristiana. Anche
rispondere alle provocazioni esegetiche di chi diceva che non c’era un riferimento Scritturistico preciso.
Analisi:
Il testo si presenta di per se incomprensibile nella struttura del pensiero e nell’organizzazione testuale.
Il primo ad aver interpretato e individuato i 3 motivi conduttori è statao Sider, ma in particolare Sider ha
captato la veritas nella costruzione del testo il cui corpo centrale si articola a suo avvisoin tre parti incentrate
rispettivamente sulla fides, disciplina e veritas.
Il de spectaculis è l’urgenza di tertulliano di rispondere alle domande e alle obiezioni dei cristiani che
sconcertati dalla linea radicale nei confronti degli spettacoli, proponevano i leader delle chiese; il compito
apologetico di giustificare agli occhi dei pagani l’astensione agli spettacoli della minoranza cristiana da
momenti importanti come i Ludi [Ludi da ludus, divertimento secondo Varrone. Per Tertulliano deriva dagli
etruschi, che avevano inventato la corsa coi carri, il duello tra gladiatori ecc… C’erano due tipi di giochi:
quelli per onorare gli dei e quelli per onorare i defunti. In entrambi i casi si macchiano di idolatria. Solo le
grandi città offrivano le strutture necessarie per ospitare i giochi. Le piccole città potevano avere solo piccole
feste. Per Tertulliano non conta la dimensione o la spettacolarità dei giochi: il significato profondo rimane lo
stesso.], inconciliabilità rispetto al cristianesimo che ne evidenziasse il vero e proprio segno di
contraddizione della veritas ecc sulla spinta di queste sollecitazioni, il genio di tertulliano sa ricavare un
percorso intellettuale e ludicistico che pur procedendo in modo poco lineare perviene all’essenziale risultato
di produrre una compiuta critica cristiana dello spettacolo.
Lo scopo dell’autore è di far conoscere ai cristiani quale fondamento di fede, quale ragione di verità, quale
prescrizione di morale cristiana, vietino loro di usufruire delle volupatates spectaculorum, d’altra parte però
i cristiani subiscono la pressione delle opiniones ethinicorum che contestano vivamente la loro assenza dagli
spettacoli pubblici.
L’argomento pagano è duplice: “confronto per occhio e orecchio” non incidano in nulla sulla religione che è
un fatto interiore e in secondo luogo dio non può essere offeso da un “diletto degli uomini” che occupa un
tempo e spazio limitato. Esso fa leva sull’esteriorità e sul limite spazio temporale che circoscrive le
manifestazione degli spettacoli, questa linea che è stata definita laica viene definita da tertulliano come
quella prevalente in ambito pagano. Tertulliano oppone ai suoi avversari la tesi che gli spettacoli non sono
compatibili con la vera religione e il vero rispetto verso dio.

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Dopo aver contestato le obiezioni più comuni mosse in ambito pagano al rifiuto cristiano degli spettacoli,
l’autore introduce una motivazione più insidiosa che può essere accolta da entrambe le parti e cioè che il
movimento di astensione degli spettacoli sia esclusivamente ascetico: la rinuncia ai ludi servirebbe a
prepararsi ad affrontare meglio la morte imparando ad apprezzare la vita che è stata resa supervacuam
attraverso questa rinuncia.
Questa idea di rinuncia agli spettacoli in chiave di perfezionamento etico come esercizio di mortificazione
dei sensi tendeva a minimizzare l’importanza degli spettacoli mentre qui al contrario si finisce per dire che
senza di essi la vita è vuota tanto che un’esistenza senza spettacoli non sarebbe troppo difficile rinunciare.
Entrambe le cose però hanno un comune denominatore , in quanto tolgono al rifiuto degli spettacoli il
proprio fondamento teologico.
Sul piano teologico si ritorna al secondo capitolo quando Tertulliano esamina un altro argomento in difesa
degli spettacoli che pure è suscettibile di essere accolto anche dai cristiani anzi a quanto pare è gia
largamente diffuso tra essi ovvero: tutta la materia degli spettacoli è materia creata e in quanto tale viene da
dio ed è buona dunque nemmeno gli spettacoli gli sono estranei e perciò non vanno considerai a lui ostili. Da
questo punto di vista dunque non si ha un rifiuto ma la piena accettazione di quello che è lo spettacolo in
quanto il cattolico non può permettersi di rifiutare nulla che non provenga dalle mani di Dio. Tertulliano
accetta la sfida e quindi cerca di approfondire la questione passando in esamine gli elementi materiali e
infatti Tertulliano cita il Cavallo: che è metafora del circo, il Leone che è metafora dell’anfiteatro, la Forza
Fisica che è metafora dello stadio e la Grandezza di Voce che è metafora del Teatro. Questi elementi sono
tutti creati da dio per il servizio dell’uomo.
Non basta però affidarsi allo statuto creaturale dello spettacolo per dichiarare la legittimità, perché il
problema sorge appunto dalla possibilità che la creazione divina sia adultera del diavolo, proprio tra
l’interferenza di questa de potenze c’è la falsità dello spettacolo.
Infatti la corruzione creata dal diavolo non è accidentale ma trasforma la sostanza stessa della cose create da
dio in quanto corrotte dal diavolo cessano di essere di Dio.
In questo modo si insinua un dubbio radicale sulla consistenza ontologica dello spettacolo perché se è vero
che tutto è di Dio qualsiasi cosa quando lo offende cessa di essere di Dioe in definitiva cessa nel suo essere.
Si può dunque parlare di un volto demonico dello spettacolo.
Un terzo ordine sollevato dai sostenitori dello spettacolo è che nessun passo biblico lo condanni, si tratta di
un’obiezione molto insidiosa e sottile ma quello che manca in assoluto è un nesso tra la condanna
ecclesiastica degli spettacoli e a rivelazione divina contenuta nelle sacre scritture. Tertulliano non trovando
nulla nella bibbia che faccia riferimento a questo divieto di appella al versetto del Salmo 1 [vedi fotocopia]
sostenendo che l’assemblea degli empi è un esplicito riferimento al pubblico dei teatri, sappiamo però che
questa argomentazione risulta molto debole e forzata ma tuttavia non possiamo neanche eliminarla con
sufficienza, l’applicabilità di quel versetto al caso degli spettacoli è correlata ad una concezione che isola per
così dire gli aspetti formali dell’aggregazione del pubblico, il suo costituirsi come tale a prescindere dalla
natura e dai contenuti della performance a cui si assiste e in questo modo stabilisce un’equazione tra “la
forma di aggregazione “ e “l’assemblea degli empi” di cui parla il salmo. L’esegesi dei primi versetti
consente di interpretare l’assemblea degli empi come il sinedrio di Gerusalemme e nell’uomo che non si è
unito a quel consesso Giuseppe di Arimatea

Status Fides: idolatria degli spettacoli?


Il punto di contatto tra spettacoli e status fidei viene affrontato partendo dalla qualificazione degli spettacoli
come pompa diavoli, il nocciolo della questione i dimostra che se gli spettacoli sono considerati una forma di
idolatria, il cristiano a gia rinunciato all’idolatria, agli angeli del diavolo e alle sue pompe al momento del
battesimo.
Si pone l’accento dal capitolo 5 al 12 sull’insieme dei fattori formali e materiali di cui consta il sistema degli
spettacoli, con il fine di poter accertare la loro pertinenza al dominio dell’idolatria.
Tertulliano sostiene che la vera natura degli spettacoli si desume non dalle loro esecuzioni più periferiche ed
approssimative ma nella maniera in cui loro sono allestiti in tutto il loro diabolico fasto in quella roma che è
il centro, la sede primaria da cui dipende tutto il sistema degli spettacoli.
Al tentativo di far accettare gli spettacoli sminuendone l’importanza tertulliano risponde rifiutando i singoli
casi e assumendo l’”intera sistema degli spettacoli” come un blocco unico.

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Dunque se volessimo riassmere il concetto dell’idolatria per tertulliano potremmo dire che: sappiamo che gli
Dei non sono niente non hanno conoscenza e che anche le loro statue non sanno niente però non ignoriamo
che sotto quei nomi e quelle statue ci sono gli spiriti cattivi dei demoni. Tertulliano vuole far intendere ai
fedeli di non avere paura degli idoli perche gli dei delle nazioni sono niente e solo Dio è e puo tutto ma allo
stasso tempo avvertire che degli Idoli “bisogna” avere timore perche il diavolo è sempre all’opera ed è un
rischio sottovalutare le insidie per la fede.
Troppa para degli idoli negherebbe la fede in dio ì, ma troppo poca paura degli idoli significherebbe dar
corso ad una pretesa di liberta e di invulnerabilità come quella che caratterizza gli gnostici

“Debolezza della tesi dell’idolatria degli spettacoli”


Nella tesi esposta da Tertulliano per quanto riguarda l’idolatria degli spettacoli non è esente da debolezze o
contraddizioni. L’esito coerente fin qui svolto dal ragionamento dell’autore è che la questione non risiede in
“questa” o “quella” performance, non dipende dall’interpretazione ma dall’intera realtà fisica, la topografia
dei luoghi di spettacoli ad appartenere in toto agli spiriti demoniaci.
Tertulliano ovviamente si rende conto delle sue stesse considerazioni in quanto: se gli spettacoli vengono
rifiutati in quanto definiti idolatrici, allora la stessa opinione non si dovrebbe avere degli spazi pubblici? Non
sono ovunque statue o immagini degli dei che possono ricondurre alla religione pagana?.
È una minaccia alquanto insidiosa in quanto minaccia l’esclusione dei cristiani dal mondo intero e di
condannarli alla marginalità. Tertulliano dunque per ripararsi da qualsiasi domanda di qualunque fedele più
scomoda formula lui stesso una domanda pur senza esprimere questa difficoltà anzi se vista a contrario può
suggerire la verità “cosa succede se vado al circo in un altro momento, correrò il rischio di essere
insozzato?”
La domanda che introduce tertulliano si apre al cospetto della componente temporale, i luoghi di spettacolo
saranno per il cristiano sempre luoghi off limits? La risposta di tertulliano è tranquillizante in quanto “non ci
sono prescrizioni riguardanti i luoghi” ci si può recare nei luoghi di spettacolo e anche nei luoghi di culto
pagano purchè si abbia na buona ragione.
Il vero problema che tertulliano deve affrontare è quello della “contaminazione ambientale” che rigurda tutta
la citta. Avendo precedentemente affermato che satana appartiene ai luoghi di spettacolo e che
successivamente ha riempito tutto il mondo allora per il cristiano l’interno mondo sarebbe una regio aliena?
Egli fa riferimento al Tempus dicendo che non è la collocazione in un certo spazio che determina la nostra
identità o la nostra appartenenza a dio o al diavolo.
Lo spettatore che va a teatro è responsabile della performance a cui assiste come colui che va i campidoglio
o nel tempio di Serapide per sacrificare è responsabile dell’azione culturale che ha promosso.
C’è qualcosa di paradossale in questo passaggio dell’argomentazione tertullianea perché essa porta a
concludere che in verità a teatro non ci sono spettatori mentre ci possono essere ad un rito religioso, è un
punto che ancora oggi non è stato messo in luce. Il fatto è che lo spettatore compie l’azione decisiva nel
momento stesso in cui entra nello spazio dello spettacolo ma qui di nuovo la cosa si complica in quanto
rimette in primo piano il luogo come fattore determinante della contaminazione spettacolare . ecco la svolta,
Tertulliano ammette tutto cio che poco priva aveva negato: sono i luoghi a contaminare.
Tertulliano ci dice anche che lo spirito santo ci ha ordinato di vivere con tranquilltà e non di turbarsi con
furore, bile, ira e dolore.
Allora ci chiede come possa essere compatibile con la religione cristiana uno spettacolo in quanto all’interno
di ogni rappresentazione è prsente “l’agitazione dello spirito”
Ci dice che dove c’è PIACERE c’è anche PASSIONE e tramite la PASSIONE il PIACERE acquista valore,
ma dove c’è PASSIONE lì c’è anche RIVALITA’ che dà piu significato alla PASSIONE inoltre dove c’è
RIVALITA’ ci sono anche : furore, bile, ira e dolore e tutto ciò che non si addice alla religione cristiana
d'altronde però se viene eliminata la passione e non c’è piacere allora si peccherà di vaneggiamento in
quanto colui si recherà là dove nulla vuole raggiungere.
Inoltre si è amche considerato che, come ripreso dalle genesi, “Il sole guarda dal cielo e non si contamina”.
Il sole creato da dio tocca qualsiasi parte della terra e assiste al male degli uomini eppure rimane pure, in
quanto è do che lo vuole, in quanto è creato da Dio. Sappiamo che gli spettacoli sono voluti da Dio e se
continuano la loro esistenza è perché è Dio che gliela concede, se voluti da dio non sono una cosa negativa
ma buona.

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Al termine dell’opera, al punto 30, tertulliano ci parla di un grane spettacolo “in proximo” imminente ma non
presente, virtuale ma non attuale. All’inizio di questo settacolo le uniche persone che ne potranno godere
saranno gli angeli e i santi risorti.
Spettacolo che non sarà come quello dei Ludi per cui ha tanto discusso, ma uno spettacolo al di fuori delle
competenze dell’uomo che vive ancora la carnalità della vita. Lo spettocolo a cui si riferisce è il grande
spettacolo del giudizio finale, opposto ai teatri, circhi ecc.
Poi prosegue una descrizione di contrappasso di sofferenze dei personaggi talmente meschini che non
sarebbe dignitoso occuparsi di loro. Anche qui terulliano non si lancia in una desrizione “spettacolare” delle
pene e delle sofferenze.
Ma al termine di tutto ciò quando e come si realizzeranno questi spettacoli che andranno a colmare il vuoto
degli spettacoli nella vita terrena? Tertulliano non ha una risposta ma può soltanto pensare e immaginare in
quanto lo spettacolo a cui potranno partecipare solo i cristiano è uno spettacolo che “ l’occhio non a mai
visto e l’orecchio non ha mai udito”

10) CIPRIANO
Ciprinao nacque a cartagine da famiglia pagana da ricchi genitori pagani studio latino greco retorica e
lettrtura e poi si converti al cristianesimo. Elevato al sacerdozio venne eletto vescovo, fuggi da cartagine
durante le persecuzioni di DECIO e sebbene venne accustao di aver abbandonato i fedeli in un momento
difficile mantenne sempre rapporti epistolari con la comunita. Torno in patria e si occupo dei LAPSI coloro
che rinnegarono la fede durante le persecuzoni per non essere uccisi con la riammissione alla comunita solo
dopo una sentita penitenza
Scoppio la pestilenza e si occupo dei malati, ebbe seri scontri con il papa STEFANO riguardante il battesimo
impartito agli eretici
Durante le persecuzioni di Valenriano Cipriano venne mandato in esilio a CURUBI
Ritorno a cartagine dove venne decapitato il 14 settebre 258

OPERE:
le opere principali sono: AD DONATUM opera composta poco dopo il battesimo con condanna al
paganesimo e elevazione del cristianesimo, DE LAPSISaffronta la questione dell’APOSTASIA dopo una
serie di penitenze i lapsi possono essere riammessi alla comunita, DE DOMINICA ORATIONE commento
delle preghiere in generale nella seconda parte si concentra sulle invocazioni del padre nostri sul modello
tertulliano
DE ECCLESIASTA CATTOLICHE UNITEscritta per lo scisma di NOVAZIANO sulla questione dei lapsi
presenta la chiesa come blocco unito che conduce alla salvezza
LE EPISTOLE:La maggior parte delle epistole di cipriano ci informano sulle dinamiche interne della chiesa
nel 3 secolo descrivono persecuzioni scismi, e info sulla omunita ecclesiastica
La loro importanza è data dal ruolo di cipirano all’interno della chiesa e fungonoda documenti ufficali
Particolarmente impo sono le epistole per la questione dei LAPSI coloro che durante le persecuioni di decio
rifiutarono in cristianesimo e venerarono dei pagani
La chiea davanti a cio si dimostrava intransigente( chiesa di roma con NOVAZIANO) e quella che concesse
il ritorno in cominita (NOVATO prete di cartagine)
Cipriano giunse al compromesso della reintegrazione in societa a seuito di una lunga e sentita penitenza
Le epistole ci informano anche sui problemi del battesimo amministrato dagli eretici valido a roma ma
rifiutato in africa in quanto ritenevano che un ministro privo di spirito santo non potesse conferirlo agli altri
Cipriano sosteneva la tesi africana, ma con l’elezione di papa STEFANO il contrasto si fece più acceso fino
a potare alla morte di cipriano
AD DONATUM: prima opera scritta dopo la conversione caratterizzata da moltissime reminescenza
È indirizzata alla amico donato l’autore che scrisse l’esperienze del catecumeno a lungo esistante prima di
ricevere il battesimo, attaccato ai vizi della societa violenta e volgare

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La vera felicita per cipriano è allontanasi da tutto cio e gettarsi nelle braccia della vita felice religosa, l’opera
è un invito all’amico a mantere saldi i valori cristiani. Nei primi 2 capitolo l’opera è piena di virtuosismi
lessicali classici mentre nei capitoli 3-5 sono molto più semplici nei cpitoli 6-13 si sente fortemente
l’influenza della diatriba stoico-cinica
LINGUA E STILE: lo stile di cipriano unisce eleganza e semplicità, da un lato il periodare armonico e
classico rappresenta affinita con tertulliano a differenza dei precedenti cipriano evita citazioni di autori
profani nei suoi testi.

L’AGIOGRAFIA.
deriva dal greco, significa “storia dei santi”. Siamo soliti distinguere due filoni all’interno della agiografia:
1. Filone I: 2-3 secolo d.C. raccoglie atti e passioni dei martiri
2. Filone II 4-6 secolo d.C. raccoglie le vite dei santi
Oggi tratteremo il primo filone. È prevalentemente in lingua latina, e costituisce (al livello cronologico) uno
dei primi blocchi della LCA. Come inizia la LCA? Corpo biblico a parte, con gli atti dei martiri.
Acta martirum acta = atti: documenti, testo redatto con carattere ufficiale. Atti processuali prodotti come
risultato dei processi a cui venivano sottoposti i primi martiri del cristianesimo. I processi erano volutamente
allungati affinché il cristiano abiurasse la nuova religione e tornasse al paganesimo. Erano atti molto teatrali,
e i cristiani puntavano al martirio pubblico per platealizzare la propria fede. Martire = testimone. Il martire
amava essere martirizzato in pubblico. Il martirio era una sconfitta per l’autorità imperiale, che faceva di
tutto per non arrivare ad esso. Questi atti, quindi, si protraevano per anni. I tachigrafi raccoglievano atti,
testimonianze, resoconti, e così si raggiungeva agli atti dei martiri. Ci dev’essere stato un tachigrafo artista
che abbia raccolto questi atti, facendolo diventare un vero e proprio genere letterario.
Atti documentazioni legate al processo vero a proprio. Precisi.
Passioni narrazioni di martirio, racconti. Venatura romanzesca o fantasiosa.
Atti e passioni dei martiri sono i più consistenti in questo filone, ma esiste un terzo blocco: quello delle
leggende. Perché non sono importanti in LCA? Perché sono state scritte molti anni dopo i fatti. Atti e
passioni, invece, più o meno a ridosso del martirio vero e proprio.
Qual è la finalità della letteratura martiriale?
1. Testimonianza storica
2. Scopo celebrativo (celebrare la figura del martire, ricordarlo)
3. Propaganda (conoscere passo per passo la vita del martire serviva a dimostrare che la religione
cristiana era valida, valida a tal punto da portare queste persone ad accettare la condanna a morte.
Ciò poteva spingere altre persone ad aderire al nuovo credo. Propaganda di tipo morale: paganesimo
iniquo; cristianesimo giusto.
Ci sono molti casi, durante le persecuzioni, di cristiani che scelsero di abiurare per non essere condannati a
morte (lapsi). Ad abiurare erano proprio i religiosi, i sacerdoti. Il cristianesimo fece di tutto per nasconderlo,
e i pagani colti lo usarono come accusa contro il nuovo credo, come anti-propaganda. Esponevano i nomi di
coloro che abiuravano, tappezzando i muri delle aule giudiziarie.
A differenza degli atti, le Passioni sono vere e proprie opere letterarie. Nella differenza stilistica tra le due, la
prima cosa che si nota è l’ampio spazio dedicato alla figura del martire: negli atti veniva citato il nome, le
vicende in cui sono stati arrestati e minimi dati biografici. Stop. Nelle Passioni si accentuano le descrizioni
che distinguono il carattere, l’aspetto fisico, il modo di parlare, il pianto, la disperazione e tutti quegli aspetti
che contribuiscono a creare pathos. Nonostante siano romanzate, le Passioni si riferiscono a precisi fatti
storici, non sono inventati di sana pianta.
Abbiamo un autore, Eusebio di Cesarea. Ha scritto la più grande storia della chiesa, historia eclesiastica. Qui,
c’è una sezione di atti di processi a cui furono sottoposti i martiri dei secoli che lo avevano preceduto.
In particolare, in questa raccolta c’è un sottosezione con un ampia trattazione
dottrinale, oltre al semplice elenco del nome dei martiri. Sempre a lui si collega la
passione di Policarpo (il più antico che ricordiamo, forse il primo). Non abbiamo gli atti
di questa passione, ma abbiamo Eusebio che nella sua opera inserisce una lettera di
un vescovo ad un altro vescovo, che racconta appunto questa passione. La datazione

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della passione oscilla tra il 156 e il 177. Questo vescovo (Policarpo) aveva 86 anni, e fu
oggetto di una persecuzione. Nella lettera ci sono ampi stralci della descrizione della
passione . Si tenne nello stadio, con la folla che bramava il sangue dei cristiani. In
questo martirio c’è un ampio spazio dato alle minacce da parte delle autorità, e al
rifiuto da parte di Policarpo di cedere a tali minacce. La lettera termina con una
dettagliata descrizione del rogo a cui fu sottoposto il vescovo mentre attuava
un’intensa supplica. All’interno di questi atti ci sono una serie di topoi:
-Le persecuzioni dei pagani sono opera del diavolo.
-(Da parte dei pagani): i cristiani hanno una religione di cui loro stessi si vergognano
dato che si nascondono.
-(Tipico della letteratura martiriale): il martire è animato da uno spirito profetico.
-Al momento dell’accensione del rogo avviene un evento prodigioso.

-Tutte le descrizioni dei martirii, in qualche modo, si rifanno al martirio più famoso: la
Passione di Cristo.
-Tipico delle descrizioni è anche la presenza della cerchia di seguaci, adepti, che
vengono martirizzati insieme al loro maestro
Ci sono altri martirii famosi, tra cui il martirio di Lione, un vero e proprio evento
cristiano. Avviene nel 177, ed anche di questo martirio abbiamo notizia grazie ad
Eusebio di Cesarea. Nel martirio di Lione furono rasi al suolo tutti gli appartenenti a
due chiese della Gallia. Anche qui si ha notizia grazie ad una lettera da parte di un
vescovo a un altro. Insieme a Policarpo sono i testi di LCA più antichi. In particolare il
testo (atti dei martiri scilitani) si rifà agli avvenimenti del 180. Secondo tertulliano
Saturnino fu il primo persecutore dei cristiani in africa infatti è stato documentato che
nell’ultimo periodo di potere di marco aurelio ci fu un atteggiamento fortemente più
ostile nei confronti dei cristiani non si sa per un nuovo indirizzo legislativoSi presenta
come il resoconto abbreviato del processo, avvenuto a Cartagine. I martiri erano 12,
ed a gestire l’interrogatorio c’era il proconsole Vegeglio Saturnino (viene definito da
Tertulliano il primo persecutore dei cristiani in africa). Per quanto riguarda i martiri,
non abbiamo certezza che fossero nomi reali o fittizi, e provengono da un villaggio
della Numidia (località Scili), attuale Tunisia. Il redattore è ignoto. Il redattore dichiara
che il martirio avvenne il 17 luglio 180. È un testo ridotto e poco cruento, condotto con
molto equilibrio (con poca teatralità); ci si attiene molto all’interrogatorio. Colpisce
l’atteggiamento molto composto ed incline alla collaborazione del proconsole (ambisce
alla collaborazione dei martiri con le autorità locali). Saturnino ha la volontà di
difendere il volere dell’Imperatore, che ha sempre ragione. Da parte dei martiri c’è la
volontà di obbedire ad un altro sovrano, quello spirituale.
sovrano (imperatore) contro Sovrano (Dio)

“ATTI DEI MARTIRI SCILLITANI”


Pur nella brevità del testo si fa notare l’atteggiamento equilibrato di Saturnino che
vorrebbe evitare la condanna ma da magistrato romano sente come incomprensibile e
pericoloso per lo stato il rifiuto dei martiri di giurare sul genio dell’imperatore.
Nella pagina che leggiamo si gioca tutto su questa antitesi.
Considerazioni di stile sulla pagina lo stile è requisitorio, non c’è spazio per lunghe riflessioni. I cristiani
sembrano ispirati da una forza superiore (topos), coronati dalle frasi ‘christianus sum’ e ‘grazie a Dio’. Per
quanto riguarda la figura del martire, qui non abbiamo un solo martire (a differenza di Policarpo) ma la

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coralità dei martiri. Non sappiamo chi fossero o quanti fossero. Dominus imperatus (Saturnino)
rappresentato dal proconsole vs una porzione di villaggio di martiri fortissimi. Immagine finale, molto
suggestiva, della corona: allegoria alla corona di spine di Cristo. Come dicevamo prima, ci sono sempre
riferimenti alla Passione di Cristo.

“PASSIO PERPETUA E FELICITA”


narra della incarcerazione e del martirio di alcuni catecumeni, alcuni in origine schiavi,
e Vibia Perpetua, una matrona romana convertita al cristianesimo. Lei era di origine
nobile ed entra nel carcere con il figlio neonato. Accanto ai cata e alla matrona è
compagno nella passio anche il loro catechismo, il loro maestro, Saturo. Inizialmente,
egli era stato graziato (non doveva essere incarcerato), ma non accettò la assoluzione
e prese il martirio come i suoi adepti. La passio perpetuae ha una struttura narrativa
particolare: due parti apparentemente distaccate parte narrativa e parte processuale.
La narrativa racconta sia momenti del processo sia vicende specifiche anche personali
della vita dei protagonisti. Nella parte narrativa c’è anche una piccola, molto
interessante sezione in cui si raccontano i giorni trascorsi in prigione, e la difficoltà di
mantenere la propria posizione (non abiurare per salvarsi). Ciò giova all’effetto scenico
dell’opera. Nella seconda sezione c’è quella visionaria dove la protagonista viene
descritta mentre riceve della apparizioni o pensieri quasi onirici che la pongono in un
contatto superiore, e che vanno ad avvalorare la decisione di non opporsi al martirio
ma accettarlo come un premio della fede convinta e consapevole. In ambedue le
sezioni la narrazione è condotta in prima persona (chi scrive è anche il protagonista
della vicenda). A queste due sezioni si deve aggiungere una sorta di cornice, una terza
microsezione che incornicia gli altri due, non in prima persona, da parte del redattore
dell’opera. Scritta in maniera diversa (stilisticamente) e forse successivamente. La
narrazione si riferisce al largo 203, periodo delle persecuzioni di Supplicio Severo. La
passio Perpetuae fu inizialmente redatta in latino, ma fu quasi subito tradotta in lingua
greca. La prima circolazione avvenne nella forma greca. Abbiamo anche la certezza
dell’epoca della redazioni di quest’opera perché Tertulliano la cita nel de anima
(capitolo 55). Proprio per questa ragione, la citazione da parte di Tertu, ha fatto
pensare ad alcuni che fosse lui l’autore autonomo della cornice di cui abbiamo parlato.
Il redattore, infatti, è sconosciuto. Gli studiosi moderni ad oggi lo escludono. Potrebbe
essere il frutto di redazioni sparpagliate, di appunti di coloro che avevano assistito al
martirio. Una delle motivazioni per cui si tende ad escludere che fosse Tertulliano è il
fatto che ci sono degli errori grammaticali/sintattici. Conoscere l’autore è importante
ma non determinante, ancora di più per questo genere di opera. L’importante è capire
quanto sia attendibile l’opera (essendo romanzata). Gli studi preferiscono vertere sulla
veridicità dei fatti narrati (che rimane ancora dubbia). Lo scopo di quest’opera è tra
quelli più tradizionali del genere apologetico: difesa e rafforzamento della fede.
L’exemplum martiriale viene celebrato in forma di romanzo per scopi propagandistici.
A questo si aggiunge anche la volontà di sistematizzare al livello letterario tutta la
prassi del martirio. Per quanto riguarda il messaggio finale che ci giunge da questa
passio: il martirio rappresenta la più alta forma di persecuzione. Naturalmente il
martirio si collega sempre ad un risvolto escatologico, il martire si autocondanna al
martirio perché crea il precedente per la salvezza futura dei cristiani. Per quanto
riguarda la sezione visionaria, è caratterizzata da uno stile piuttosto carico di
suggestioni, e non a caso vi si trovano i momenti di maggiore pathos da parte della
protagonista. Perpetua è la protagonista delle visioni, e le sue visioni hanno sempre
una visione catechetica; e il più delle volte Perpetua fornisce anche l’interpretazione
personale della visione che sta vivendo. Le visioni non coinvolgono solo lei, in una
visione in particolare è collegato un suo fratello molto piccolo a cui lei accomuna

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Cristo appena nato. Ciò vuole educare il lettore ad avere una visione cristiana del
mondo. Nella passio perpetuae in un primo momento i critici si concentravano sulla
parte narrativa, poi ci si è soffermati maggiormente sulla parte visionaria, e sulle
immagini di carattere fortemente allegorico che contiene. Si tratta di allegorie
compositive. Essendo un’opera fortemente evocativa è normale che le allegorie siano
fondamentali. Una delle visioni più discusse di questa passio è quella in cui Perpetua
vede questo suo fratello (Dinocrate), defunto precocemente, perché sembra rivolgersi
ad un aldilà vicino a quello dantesco. Il bambino viene descritto brevemente, con pochi
cenni, e la scena in realtà si concentra molto sulla visione dell’aldilà (che ha molti
agganci con quello dantesco). Il bambino non è ancora nella pace eterna, è in un
luogo intermedio, che i critici collegano al purgatorio. Alla fine Perpetua battezza
Dinocrate e lo salva. Questa salvezza post-mortem è una prassi tipica dell’epoca
paolina (chi non è morto cristiano poteva redimersi post-mortem grazie alle preghiere
dei viventi). Si chiama ‘battesimo a favore di un morto’. La passione di Per e Fel ha
goduto di grandissima fama: le due martiri sono state subito annoverate nel
calendario dei martiri e nel quarto secolo sono diventate sante. Agostino ne fa notizia
in più opere, soprattutto nei sermoni.
-Perpetua diventa (spiritualmente) maschio expoliata sum, spogliamento della
femminilità, donna intesa come figura debole per diventare forte come un maschio ed
affrontare il martirio.

LA STORIOGRAFIA [vedi anche introduzione]


La storiografia cristiana aveva un intento ideologica: dimostrare che si realizzasse sempre il valore divino.
Sul piano formale la storiografia classica è più attenta sul piano dell’eleganza, qui si parte da un dato
oggettivo per poi poter abbellire quello che c’è attorno. Invece la storiografia cristiana non si distacca mai
dalla realtà dei fatti. Ci si allontana dai canoni di Tucidice che amava raccontare la storia nella sua essenza in
quanto con Eusebio non solo viene narrato il passato ma si fa anche riferimento al futuro per una visione
teologica.
Alcuni cenni storici: dopo il 311 dove avvengono le prime persecuzioni dei cristiani, Costantino accoglie il
cristianesimo ed il culto può essere esercitato liberamente, i cristiano non devono più nascondersi e non sono
più ricercati dunque si vive in pace e serenità.
Si sviluppò la questione sul riconoscimento del figlio: molti teologi cominciavano a mettere in discussione
che Cristo fosse figlio di Dio, Costantino dunque indice un concilio ecumenico a Nicea nel 325 dove
parteciparono vescovi da occidente e da oriente e dove venne stabilità la consustanziazione del figlio e del
padre in quanto sono la stessa sostanza

11) LATTANZIO
Lattanzio nasce e vive nell’africa di Tertulliano e Cipriano tra il 250 e il 260.
Ha avuto un ruolo fondamentale nella corte di Diocleziane e soprattutto è stata un figura importante per
l’impero. Abbiamo notizie scarne della sua vita se non fosse per le testimonianze di Girolamo nel “de viris
illustribus”.
Lattanzio è ricordato come detentore di due primati:
• Esposizione sistematica del credo, della virtù della fede
• Storiografia in ambito latino.
Per la sua bravura nel fare retorica invita i suoi lettori ad abbandonare tutto ciò che è vano e a volgere lo
sguardo verso il creato in quanto le cose create da Dio hanno un valore e una potenza anche superiore
rispetto a quelle di Gesù.
Possiede un linguaggio fortemente raffinato e infatti è stato definito come il “Cicerone cristiano” tanto da
essere oggetto di critiche da parte di Girolamo.
È un uomo che riuscirà a trovare il giusto equilibrio e visione tra potere spirituale e temporale e di qesto ce
ne parlerà nel “istituzione divine” in cui cerca di trovare una via di mezzo tra gli idoli romani e la giustizi

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della fede cristiana. Aggiunge inoltre delle questioni divine in quanto secondo l’autore gli intellettale hanno
cercato virtù e verità ma senza alcun risultato in quanto queste cose possono essere proferite soltano da Dio .
Nell’approcciarsi all’opera storiografica egli abbandona le vesti di filosofo pagano e si abbandona ad un
atteggiamento meno intuitivo e filosofico e si affida a fonti storiche.
Altra opera importante è “ sulla creazione di Cristo” che riprende il tema della bellezza del creato, l’uomo è
perfetto in quanto risultato della creazione.
Lattanzio nella sua vita lesse anche la bibbia ma attribuendo un’interpretazione filosofica e non teologica;
nel seguito delle sue opere riprende la questione del Dio giudice che infligge il dolore a coloro che hanno
commesso colpe, quindi si parla della collera di Dio che sa leggere nell’animo degli uomini e ci dice che può
punire se l’uomo non conosce il male e di conseguenza non sa cos’è il bene e questo verrà della nell’opera “
sulla morte dei cristiani”

“Al confessore Donato sulla morte dei persecutori”


Quest’opera è stata considerata polemica contro i persecutori. Lattanzio vuole far capire che “morte dei
persecutori” è una citazione ripresa dall’antico testamento. L’opera è dedicata a Donato che pare sia stato un
testimone oculare di un martirio, l’autore vuole far capire che alla fine c’è stato il trionfo del cristianesimo in
quanto c’è stata la fine dei persecutori e la gloria liberatrice di Dio.
Nonostante i martiri siano lunghi e sanguinosi si può ancora parlare di Luce. Dio al termine ha schiarito la
mente di Costantino ( è implicitamente un elogio) e cosi si è giunti al trionfo della luce.
Nonostante la presenza di Dio tarda, riesce comunque ad infliggere dolore a chi ha peccato, il creatore aveva
messo a disposizione dell’uomo “la coppa del male” concdendo all’uomo il libero arbitrio e dunque spettava
ad ogni singolo uomo scegliere di bere da quella coppa e quindi essere puniti oppure essere graziati.
[LII] Non si deve distorcere il corso degli eventi, per evitare questa lettura distorta del cristianesimo si deve
lasciare traccia ai posteri.
Inotre presente nell’opera è il dualismo analogico in quanto da una parte vi è il tironfo nefasto del nemico
della morte dei persecutori dall’altro il trinfo del cristianesimo.
Verso la fine Lattanzio spiega le ragioni dell’opera:
il trionfo dei persecutori non può mancare perché egli è rispettoso della verità, immancabile in un’opera
storiografica e soprattutto il lettore non deve essere o ingannato o fuorviato.
Il trionfo del cristianesimo invece è utile per spiegare come si sia realizzato il progetto di Dio e invita il
fedele ad affidarsi alla sua volontà come salvezza e rifiuto delle insidie pagane.
Nell’opera sono fondamentali gli EXEMPLA che Lattanzio inserisce per aiutare la comprensione del
significato.
IMPO: [ I ] è nota la differenza tra i martiti (morti per fede) e confessori che anche perseguitati non
abiurarono dichiarando con coraggio la loro identità di cristiani e sostenendo che solo le circostanze
avrebbero evitato loro il martirio, anche se sfuggivano alla morte venivano comunque imprigionati.

12) EUSEBIO DI CESAREA


Conosciamo poco della vita di Eusebio, si sa da altre fonti che era molto vicino a Costantino e che era un
esegeta. Vive a cavallo tra il III e il IV secolo precisamente nato tra il 258-264 tra le persecuzioni di
Valeriano e quelle di Aureliano. Si formo nella scuola di Alessandria subendo una forte impronta origeniana
e producendo un grande lavoro filologico oggi sconosciuto.
Si occupò di apologia, storiografia ed esegesi sebbene l’apologia sia in questo secolo un continuo mutamento
infatti questo genere nelle mani di Eusebio è costituito da un dittico:
• Preparazione evangelica: risponde ai greci che accusano i cristiani di essere apostati del politeismo e
del giudaismo
• Dimostrazione: rispondere alle accuse degli giudei che rimproverano i cristiani di essersi appropriati
delle scritture e di averle male interpretate.
Il suo discorso è espositivo in quanto egli spiega le concezioni teologiche e l’innovazione è apportata proprio
dal punto di vista dei destinatari che in questo caso sono i principianti coloro che sono appena stati iniziati
alla religione cristiana.
Le opere apologetiche di eusebio sono:

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• Preparazione evangelica
• Dimostrazione evangelica
Sono correlate tra loro in quanto al loro interno vi è una correlazione tra identità pagana, cristiana e giudaica.
Esse hanno l’intento pedagogico perché vuole dimostrare cos’è il cristianesimo e lo fa attraverso queste due
opere.
Le opere storiografiche di eusebio sono:
• Chronicon: diviso in 1. Sistemi cronologici di tutti i popoli, una sorta di sintesi della storia orientale
greco-romana. 2. Sinossi da Adamo fino ai tempi dell’autore
• Historia Ecclesiastica: scritta in 25 anni e consta di altrettanti libri. Rappresenta una sorta di
antologia storica che a differenza del Chronicon parte dalla nascita di Cristo ed arriva fino alla svolta
costantiniana. Anche quest’opera è divisa in due parti: 1. I primi 17 libri rappresentano la storia della
chiesa a partire da cristo fino all’ultima grande persecuzione. 2. Gli ultimi 3 libri vanno dal tramonto
delle persecuzioni fino alla battaglia di Adrianopoli che consente a Costantino di abbattere la
tetrarchia e di diventare imperatore

“Della storia ecclesiastica- PREFAZIONE”


[ I ] nella prefazione spiega come si comporterà: vuole riportare tutti le testimoniante e fatti per iscritto e
oralmente, dove avviene la cristianizzazione e mettere in guardia che nel cristianesimo ci sono tanti
personaggi che possono condurre su una strada poco giusta. Gli eretici da lui descritti come “Lupi” da
sempre simbolo di negatività mentre l’agnello simbolo di pace.
[ II ] qui Eusebio mette in evidenza la figura del Martire. Grazie al martire il cristianesimo si è affermato per
questo si intende non dimenticare e non sottovalutare mai la figura del martire nella trasmissione ai posteri.
Ma eusebio prima di poter parlare di martiri e cristianesimo delve cominciare dal mistero del Logos
incarnato
[ III ] eusebio ci spiega che il suo lavoro è inedito in quanto prima di lu mani nessuno l’aveva fatto per cui
chiede perdono in anticipo se commetterà errori dato che è un lavoro molto elaborato che gli costerà 25 anni.
Le precendenti storiografie avevano un carattere più apologetico; l’opera nonostante tutto ha ricevuto molte
critiche perché ritenuta troppo dispersiva e lunga ma ha dimostrato il trionfo del cristianesimo.
La questione teologica però si è compiuta: il trionfo di Dio è compiuto e manifestato.

ESEGESI ANTIOCHENA
Importante scuola teologico-cristiana era quella di Antiochia, concorrente della scuola alessandrina.
La Scuola antiochena pone attenzione all'integrità delle due nature in Cristo, all'umanità e alla divinità, a
differenza di quella alessandrina che punta sull'unione. Estremizzare questa visione porterà all'eresia di Ario
e Nestorio. Secondo questa scuola Gesù è perfettamente uomo e questo uomo perfetto è inabitato dal Logos,
non usa il concetto d'incarnazione, e non ammette l'incarnazione per come lo intendiamo noi oggi. Non
ammettono una incarnazione che suoni come una trasformazione del Logos in un uomo e quindi è meglio
asserire, secondo loro, che il Logos inabita nell'uomo.
Capitale della Siria, di cultura e di linguia aramaica, la città era stata fortemente ellenizzata. Paolo iniziò da
qui la sua predicazione ai pagani e qui i discepoli di Gesù ricevettero il nome di cristiani. Nel corso del IV
secolo la riflessione teologica si affermò con proprie caratteristiche: nell'esegesi, si seguiva il metodo
storico-critico e logico-letterale; mentre ad Alessandria si seguiva il metodo mistico-allegorico. Tratti salienti
del pensiero antiocheno sono: l’interpretazione letterale della bibbia e la centralità dell’umanità di Cristo. Gli
antiocheni riducevano al minimo la lettura allegorica e si attenevano al senso ovvio, quello che si deduce
dalla lettura del testo sacro; i loro commenti biblici, sono più freddi e distaccati di quelli alessandrini, ma più
rispettosi del testo sacro e precorrono, in un certo senso, l’esegesi scientifica moderna.
A questa scuola insegnava il sacerdote Luciano (+ martire 311-312), uno dei fondatori della stessa scuola, il
quale, nonostante che sia morto martire e come tale venerato dalla Chiesa, sbagliò nelle sue idee sulla
divinità di Cristo.
11) DIODORO DI TARSO
Diodoro di Tarso nacque forse ad Antiochia e perfezionò gli studi ad Atene, promotore della scuola esegetica
antiochena. Tenne scuola ad Antiochia dove creò una comunità monastica. Fu esiliato in Armenia, ma al

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ritorno fu consacrato da Melezio vescovo di Tarso. Prese parte al concilio di Costantinopoli del 381 e morì
nel 392. Dopo la sua morte un sinodo tenuto a Costantinopoli condannò la sua vasta produzione, di cui oggi
restano frammenti. Importanti sono quelli “Sulla differenza tra allegoria e theoria”. La prefazione del
“Commento ai Salmi” propongono la contrapposizione tra teoria, ovvero la corretta operazione esegetica
che conduce al senso spirituale senza stravolgere quello letterale, e l’allegoria, che predilige il senso
arbitrario. Nei Salmi, addirittura, Diodoro preferisce non vedere riferimenti a cristo, ma solo riferimenti
storici.

GIOVANNI CRISOSTOMO
Nacque ad Antiochia da una famiglia abbiente fra il 345 e il 354. La madre rimasta vedova da giovane non
rinunciò a dare un’istruzione al figlio che divenne discepolo del retore Libanio. Ancora giovane fu avviato
allo studio delle scritture da Diodoro di Tarso caposcuola dell’esegesi antiochena.
Per 12 anni si dedicò alla predicazione in africa in Antiochia suscitando entusiastici consensi, per la sua fama
d’eloquenza fu scelto come vescovo di Costantinopoli da Arcadio nel 397.
Giovanni fu mosso da un sincero desiderio di mettere ordine nelle chiese ma di fatto fu rivolto ad un sincero
desiderio di ampliare anche il raggio del suo vescovato.
Una forte tendenza eccentrica fu dimostrata da Giovanni anche su fronte interno, nel ristabilire la disciplina
ecclesiastica dotando il suo segretario di ampie funzioni e soprattutto limitando l’autonomia economica delle
chiese a favore di un centralismo amministrativo da parte del patriarcato.
Non c’è da meravigliarsi che la condotta di Giovanni aperta verso il popolo ma chiusa a qualsiasi cedimento
di fronte al potere politico lo abbia messo in cattiva luce presso personaggi molto in vista tra cui il potente
ministro Eutropio e poi addirittura l’imperatrice Eudossia dalla quale lo dividevano un’opposta visione delle
prerogative del potere imperiale rispetto a quello ecclesiastico; si aggiunse la prerogativa di alcuni vescovi
che dovevano soggiornare a corte piuttosto che nelle loro sedi e che per questo Giovanni non vedeva di buon
occhio
Eudossia continuò la politica dei predecessori: impedire la presenta a Costantinopoli di vescovi di alta statura
e di indipendenza culturale onde ottenere il predominio in Oriente. Tutto cio porto al Sinodo della Quercia
nei pressi di Calcedonia dove 36 vescovi furono esiliati, il popolo di Costantinopoli però lo fecericondurre
in sede ma il contrasto con l’imperatrice si riapri presto.
Il sabato santo del 404 durante il rito battesimale intervenne la guardia imperiale per interrompere la
cerimonia. Giovanni 5 giorni dopo partì per l’esilio definitivo. Arrivò in Armenia, si sposò nei pressi del mar
nero e dopo poco tempo morì, la sua salma fu traslata a Costantinopoli
Dopo la sua morte venne soprannominato “Boccadoro” per la sua purezza e bellezza nelle orazioni.
Il suo patrimonio letterario è composto da Omelie che ebbero immensa fortuna con l’ampiamento di
numerosi manoscritti .

Nelle sue opere esegiche spiccano:


• 58 omelie su salmi scelti
• 90 omelie su matteo
• 150 omelie sugli atti
• 32 sulla lettera ai romani: considerata il capolavoro di Giovanni

Monumento della cura pastorale di Giovanni sono le 21 omelie per le statue pronunciate ad Antiochia
quando la citta era sconvolta dal timore della vendetta di Teodosio per l’abbattimento delle statue imperiali.
Tra i trattati più importanti ricordiamo quello sul sacerdozio di 6 libri [ dialogo forse fittizio tra Giovanni e
un amico che riprende le tematiche dell’apologia per la fuga del Nazianzeno.
Col passare degli anni Giovanni si aprì ad un esaltazione unilaterale della verginità a una comprensione più
aperta delle caratteristiche ed esigenze della vita coniugale.
Ci restano anche 236 lettere indirizzate dall’esilio a un centinaio di destinatari fra cui spicca la nobile e
ricchissima diaconessa di Costantinopoli Olimpia, sua amica spirituale.

AMBROGIO

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Autore rappresentativo della LCA. Padre fondatore della chiesa. Ambrogio nasce a Treviri [339/340] da una
famiglia senatoria e cristiana e per parte di madre appartiene alla gens Aurelia, compì i suoi studi a roma
dove entro in contatto con le famiglie più illustri viene dalla Germania, si trasferisce a Roma per studiare
retorica. A Roma si distingue per il suo carisma, soprattutto in campo politico, tant’è vero che viene
nominato ‘vir clarissimus’. Da poco convertito al cristianesimo, ancora catecumeno, viene acclamato
vescovo dal popolo. Non è esperto di dottrina cristiana, e tantomeno ha il tempo di approfondire gli studi
della Scrittura né di fare attività esegetica. Per fare attività pastorale si rifà ai suoi predecessori: siamo nel
quarto secolo, quindi prima di lui abbiamo la scuola alessandrina estrae dalla scrittura il senso più profondo;
nonché Filone di Alessandria ebreo alessandrino, a cavallo tra 1 secolo a.C. e 1 secolo d.C. Con lui si parla
ancora di cristologia, interpreta il tanac rifacendosi alla filosofia platonica e riesce a costruire una visione
metaforica/spirituale dell’antico testamento. Tra le pagine della Scrittura ci sono significati mistici che sono
letti alla luce dell’esperienza interiore. Filone stesso attinge da un’altra fonte: la settanta (traduzione
allegorica, più libera, dall’ebraico al greco). Filone, in ambiente alessandrino, ha modo di rifarsi alla settanta
(è stato uno dei primi ebrei a dare un’interpretazione più spirituale al tacan, alla bibbia ebraica) dunque i
modelli per ambrogio sono:
- scuola di Alessandria
- filone di alessandria.
Apprezza anche gli occidentali, come Tertulliano (rottura con l’oriente). Ambrogio è un uomo molto ricco,
non ignora né la visione orientale né quella occidentale, usa entrambe. Non solo: attinge a piene mani anche
alla ‘scuola’ esegetica degli antiochini (di Antiochia). Questi si oppongono, nel quarto secolo, all’eccessivo
allegorismo. Attinge a piene mani anche da un altro gruppo di religiosi: cappadici (dalla cappadocia) hanno
trovato un connubio tra pensiero classico e dottrina cristiana: ci sono passi che vanno interpretati secondo il
significato storico, altri vanno allegorizzati. Ambrogio dunque non porta nulla di nuovo, non ha il tempo
(vescovo troppo presto), quindi usa ‘sti predecessori. La sua attività prediletta è quella pastorale: vuole
guidare il popolo.
La reggenza del popolo viene affidata a Giustina di simpatie ariane che alla morte di Graziano prese il
potere per suo figlio Valentino II.
Ambrogio dunque si trova costretto a lottare con:
- Ariani a Milano
- pagani a Roma

In oriente, nel 380 arriva l’editto di Tessalonica e l’impero finisce. Ambrogio si sente più forte; contro i
pagani afferma: non potete tenere elementi pagani nel senato. Bisogna eliminare tutti gli elementi che
riconducono al paganesimo, ripulisce la parte occidentale dell’impero da queste eresie. Riesce anche a
trovare n connubio tra potere spirituale e potere temporale.
Quali sono le opere scritte da Ambrogio?
Viene ricordato per un’opera in particolare: gli inni (inni ambrosiani) Ambrogio dà la svolta a questo genere
in ambito cristiano (già esistente in ambito classico e nei salmi). Connubio tra agiografia e dottrina cristiana.
Non servono solo per indottrinare i fedeli (e non tediarli), ma anche per evitare che i fedeli possano essere
turbati dalle sommosse in seno delle comunità cristiane. Serviva per distrarli e portarli in un altro mondo
durante la celebrazione. Scrive questa trilogia di opere dogmatiche: sulla fede, sullo spirito santo, sulla
ressurezione, senza portare, però, nulla di nuovo. Prende tutto dai suoi predecessori. Tra le opere pastorali,
un’opera che lo contraddistingue è il nabuteo la storia di Nabot. L’opera è una guida per il fedele, lo spinge
a comportarsi in modo conforme alla legge di Dio, e prende spunto da un episodio neotestamentario (sezione
dei libri storici, libro dei re). Re Acab vede che c’è una vigna a fianco al suo palazzo, ereditata da Nabot, suo
vassallo. Il re gli chiede di cedergli la vigna in cambio di un’altra vigna altrove. Lui non è disposto a dare la
vigna di suo padre perché ha un legame affettivo. Acab si adira e fa uccidere Nabot (si è opposto al re quindi
si è opposto a Dio). Alla fine questo male gli si ritorce contro perché Dio vede and provvede. Ambrogio
ritiene utile spiegare ai fedeli come fare uso delle sue ricchezze (argomento già trattato da Clemente
Alessandrino). Le ricchezze di per sé non sono peccaminose, ma i propri beni devono essere messi a
disposizione per il bene comune. Non bisogna peccare di cupidigia e abusare di potere come Acab, non

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bisogna accumulare beni oltre la propria necessità. Giungiamo al genere esegetico. Le opere esegetiche di
Ambrogio sono venti. Quasi tutte vertono sull’antico testamento. Nell’antico trovava più spunti per la sua
attività pastorale. Importanti sono i suoi commenti ai salmi: ha scritto un’opera che contiene tutti i salmi, e
ne ha estrapolato il 118, mettendolo in evidenza. Sulla scia di Origene, Ambrogio stabilisce l’utilità della
scrittura (utile al perfezionamento dell’anima per Origine. Bisogna interpretare la scrittura, non fermarsi al
primo livello, ovvero quello storico interpretazioni effettuate da Paolo di Tasso per primo). Anche per
Ambrogio è importante trascendere verso la saggezza, evolversi con la Scrittura.

Genere Esegetico di Ambrogio:


le opere esegetiche di ambrogio sono circa 20 e tutte tranne una vertono verso l’antico testamento, ambrogio
non si occupa di esegesi scritturistica testamentaria tranne che per quella. Scrive su un libro su tutti i salmi e
poi ne fa un proprio commento “commento ai salmi” in particolare sul salmo 118.
Sulla scia di Origene stabilisce l’utilità della scrittura, utile al perfezionamento dell’anima che deve tendere
alla perfezione. Deve scoprire il suo significato più profondo non fermandosi al livello storico.
Prima di origine Paolo di tarso ha individuato nell’antico testamento il tuttos (figura, simbolo più profondo)
che parla di interpretazione centralizzante del testamento.
Per origene ed ambrogio sono importanti le evoluzioni dei singoli individui e la loro ascesi verso la
saggezza.
Esiste nella scrittura 3 livelli:
• Umbra
• Immago
• Veritas
Ambrogio redilige l’allegoria di Origene spiega bene ai fedeli Preferisce la liturgia, il senso mistico di
Origine. Spiega la scrittura ai fedeli ‘ruminando’ la parola di Dio (la interiorizza per persuadere,
edificare gli animi). Inoltre invita a superare la lettera, a ‘masticare la Scrittura coi denti
dell’anima’ (cercare di assorbire la parola di Dio). Non bisogna fermarsi alla lettera, altrimenti restano
semplici racconti storici. E come lo fa? Lo fa utilizzando numerose immagini, metafore utilizzate dai
suoi predecessori, aggiungendone di sue. Bisogna tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore. Per questa
polifonia verbale è stato definito scrittore immaginoso più che immaginifico.
Finalità del discorso di Ambrogio:

NON:
1. Docere
2. Penetrare
3. Flectere

Queste sono le tre finalità Ciceroniane. Ma il DILECTARE, parola che deve giovare, mantenere desta
l’attenzione dell’uditorio. È stato accusato di essere troppo ampolloso, di usare troppi artifizi metaforici.
Viene molto criticato da Girolamo ma apprezzato da Agostino, che si è convertito sentendo uno dei suoi
discorsi. Si è convertito lentamente, perché non trovava niente di interessante nella Scrittura, e solo le
immagini di Ambrogio lo hanno convinto. Quest’ultimo, quindi, difende il dilectare di Ambrogio.
“De Abraham”
Opera divisa in due libri. Si parla del racconto di Abramo (genesi). Racconto spiegato per porre Abramo
come modello di obbedienza; è solo un’interpretazione MORALE. Abramo è simbolo di obbedienza
secondo Paolo. Secondo livello interpretativo = livello paolino (abbracciata dagli alessandrini). Nel
secondo libro si parla ancora di Abramo, ma cambia l’interpretazione: mentre nel primo libro si è
limitato a una interpr. moraleggiante, spirituale, nel secondo libro Abramo raffigura la mente razionale
(c’è una divisione tra mente razionale e mente irrazionale). Abramo parte perché chiamato da Dio, porta

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oro argento e la moglie. Viaggia insieme a lui il nipote Loth (non possiede oro e argento). Ad un certo
punto si fermano, e Abramo concede a Loth la scelta di dove sostare. Lui sceglie la zona più facile, più
irrigata, la via che passa per Sodoma. Loth quindi è mente irrazionale. Tradotto in latino Loth significa
declinazio deviazione. Abramo invece rappresenta il cammino di ogni essere umano: ogni uomo è fatto
di mente e passione. Ambrogio dice al lettore: sappiate allontanarvi dalla cupidigia, sappiate dominare il
cuore attraverso la razionalità. Loth inizialmente era nel giusto, poi inizia a deviare. Così funziona la
mente umana, ed è questo che Ambrogio invita ad evitare.
Abramo mente razionale, uomo giusto e dotto
Loth mente irrazionale (anche Loth: inizialmente come Abramo, poi si allontana)
Tutti gli scritti di Ambrogio sono supportati da citazioni bibliche, ma anche da citazioni classiche. I due
contesti si fondono.
“Commento al vangelo di Luca” Perché Luca? Vicino ai disperati, ai poveri. Ambrogio trae spunto per la
sua attività pastorale. C’è anche un altro motivo: Origene si è occupato del vangelo di Luca, quindi poteva
copiare (fu accusato da Girolamo di plagio nei confronti di Origene). È un omelia utilizzata durante la sua
attività pastorale, ma ad Ambrogio preme combattere le eresie: in quest’opera, l’ariano, l’eretico è
paragonato ad un lupo. Nella scrittura si parla spesso di lupo (gli animali hanno una doppia valenza nella
Scrittura). Lupo nemico ancestrale nell’uomo, soprattutto nel bacino mediterraneo, quindi SEMPRE
significato negativo. Eretico = lupo, ovvero rigido. Chi nasconde qualcosa, chi si presenta con sembianze di
agnello potrebbe nascondere un lupo. Sappiate discernere il male dal bene, sappiate interpretare la parola di
Dio in modo da evitare una falsa dottrina.

14) GIROLAMO
Nacque a Stridone, al confine fra Dalmazia e Pannonia in una famiglia sufficientemente benestante tanto da
permettergli di continuare i suoi studi a Roma.
Successivamente a roma Girolamo si trasferì in Siria, ad Antiochia e poi nel deserto di Calcide, cominciò ad
avvertire il distacco che c’era tra la cultura classica e le esigenze ascetiche prendendo la decisione di
dedicare la sua intera vita alla scrittura e alla sua erudizione e formazione filologica.
Girolamo poco avvertito dei problemi dottrinali in Oriente aveva aderito alla chiesa vecchio-nicena di
Paolino e aveva stretto amicizia con Epifanio di Salamina.
Anche se a roma non fece più ritorno, Girolamo mantenne molti rapporti con la societò cristiana romana
Tradusse i “Principi” di Origene, ma la sua opera più importante è la traduzione il latino della Bibbia
dall’Ebraico, conosciuta come “Vulgata”.
Durante la permanenza a roma corresse la vecchia versione latina dei quattro vangeli mentre la revisione del
resto dell’antico testamento fu affidata al suo discepolo Rufino
Notevole è il suo epistolario, dalla grande varietà di toni che include anche include il genere trattatistici, tra
cui un trattato sulla verginità, uno sulla vita e morte di Paola. Sulla verginità come perfezione della vita
cristiana, Girolamo scrisse l’”Adversus Helvidium” e l’”Adversus Iovinianum”. Agli ideali monastici
dedicò tre Vite di padri del deserto. Scrisse il “De viris illustribus”, sulle basi della Storia della chiesa di
Eusebio. Fu esegeta: la sua è un’esegesi che bilancia il senso letterale e quello spirituale.

15) AGOSTINO
Aurelio Agostino nasce in Africa nel 354 d.C. (dopo l’editto di Milano del 313, il crist. È già religio lecita).
Madre, Monica (cristiana), padre pagano. Monica battezza suo figlio e cerca di crescerlo cristiano ma non ci
riesce: ancora giovinetto segue il cursus completo dell’istruzione PAGANA e fa una specializzazione a
Cartagine dove ottiene il titolo di RETORE. Fino al 380 completa tutti gli studi, in questi anni il suo legame
col cristianesimo è molto complicato. Conduce una vita da uomo qualunque, si innamora ed ha un figlio, ed
insegna come un laico. Accanto ha una figura importante come la madre che insiste fortemente per un suo
ravvedimento in chiave cristiana. Alla fine Ago si trasferisce nel Lazio con sua madre per insegnare, ma lei si

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ammala e muore ad Ostia ed ago entra in crisi. Essendo un retore, appassionato di classici, ago era rimasto
fortemente infastidito dalla sacra scrittura (che alla prima lettura gli sembrava un testo sgrammaticato,
inconcludente e privo di senso). Allora frequentò delle lezioni di letture bibliche, per fargli cogliere gli
aspetti alla prima lettura non chiari della bibbia. Ago accetta questa proposta molto tardi ed era quasi alla
fine del suo percorso laico, inoltre non verteva in condizioni eccellenti in quanto muore la madre, la sua
donna e suo figlio. Si appassiona al manicheismo e frequenta una setta SOLO COME UDITORE. Tale setta
religiosa (dal fondatore mani) vede le passioni dal punto di vista dell’antitesi bene/male. Ciò avvenne in
Brianza, a Chiassiciaco (Lombardia). In questi anni incappò in una situazione religiosa: si trovò ad assistere
ad una liturgia dominicale in una basilica di Milano. Era episcopo una figura molto di rilievo di quegli anni:
Ambrogio. Giunto quasi alla fine della sua carriera, Ambrogio ERA l’auctoritas in campo religioso cristiano.
Andare a seguire Ambrogio era il massimo. Ambrogio aveva una particolarità: gestiva la liturgia come un
vero e proprio insegnamento. L’omelia (al tempo un momento di vera e propria pedagogia dottrinale)
colpisce molto Ago, a tal punto da cercare un contatto diretto con lui per poter conversare di cose bibliche, e
così ottenne questa serie di incontri spirituali privati, durante i quali ambro riuscì a far intendere ad ago la
bellezza della bibbia e CONVERTIRLO. La vera tappa della vita di Ago è la CONVERSIONE. In verità non
fu ambro a convertire ago, ma a RICONVERTIRLO (ago era già nato cristiano). A suggellare tale
conversione avviene un secondo battesimo (notte di pasqua, basilica di Milano, 387, per mano di Ambrogio).
Aveva 33 anni [anni di cristo]. Ciò può essere oggetto di allegoria interpretativa. Nel 391 è già presbìtero
(impiega solo 4 anni per compiere tutto l’iter religioso) e nel 395 è VESCOVO COADIUTORE di Aurelio,
vescovo di Ippona. Nel 396 diventa VESCOVO UNICO DI IPPONA. Veniamo ad Ippona (ritorno in Africa)
per il cristianesimo l’Africa è più importante dell’Italia. Quando parliamo di cristianesimo occidentale la
vera patria è l’Africa, soprattutto del nord (proconsolati romani: tunisia, egitto, algeria ecc…). Per conoscere
bene ago bisogna sapere bene cosa si intende per RETORICA per poter diventare maestro di retorica dovevi
frequentare delle scuole dove imparavi A MEMORIA tutti gli autori classici. Come esame c’era
un’esercitazione che prevedeva che gli studenti componessero ad immagine dei generi letterari classici
antichi. Se sei cristiano devi abbandonare la cultura pagana, ma da ago in poi ciò FINISCE. Tradizione e
innovazione della cultura cristiana da ago in poi si riprendono i generi classici pagani con CONTENUTI
NUOVI. Agostino è PERFETTO dal punto di vista tecnico: scrive COSE CRISTIANE SUL MODELLO
DEI CLASSICI. Agostino, divenuto vescovo, diventerà la più grande auctoritas religiosa e dottrinale DI
TUTTA l’antichità cristiana FINO AL SESTO SECOLO. Sarà un punto di riferimento. I suoi contemporanei
lo riempivano di lettere e dopo la sua morte le sue opere sono un punto di riferimento per il mondo cristiano.
Abbiamo opere sui generis: le confessioni e la città di Dio (a sé stanti)
Opere dottrinali (contengono questioni dottrinali): de trinitate opera in 14 libri tutta incentrata sulle
riflessioni e interpretazioni su un argomento complesso della dottrina cristiana: il concetto della
consustanzialità. A partire dai primi anni del cristianesimo c’era stata una grande polemica contro di esso:
religione monoteista MA padre, figlio e spirito santo (3 persone). Argomento talmente spinoso che si tennero
vari concilii. Il più importante è nel 325: il concilio di Nicea si afferma che le tre figure sono anime dello
stesso Dio, vie in cui esso si manifesta nel credente (un unico Dio che si presenta in varie forme) agostino
non ha vissuto questa polemica in prima persona poiché non era ancora nato ma l’ha affrontata da neo
convertito Trattatistica polemica (esegesi): Agostino ha vissuto in un’epoca di grandissime polemiche. Il
crist. Non ha avuto una vita facile fasi di insediamento ricche di difficoltà (persecuzioni e nascita di molte
sette, correnti filosofiche a carattere religioso ed ERESIE). Le eresie erano moltissime (elenchi alla fine dei
concili dal 400 in poi), quindi si accorparono riducendole a tre: manicheismo, pelagianesimo (Pelagio era il
monaco nato cristiano, poi coinvolto in una serie di situazioni intellettuali e religiose e si trovò a trattare due
questioni spinose: libero arbitrio e grazia divina. Si contestava al crist. Che all’uomo fosse concesso il libero
arbitrio: in modo esasperato diceva all’uomo che può fare ciò che vuole.

L’escamotage del crist. Fu la Grazia divina = l’uomo è sempre soggetto ad essa, quindi dove il suo agire
secondo il libero arbitrio fosse SBAGLIATO, ci sarebbe una PUNIZIONE da parte di ‘sta GRAZIA
DIVINA. Per pelagiani: è una toppa che non serve a nulla, l’uomo può fare quello che vuole e poi pentirsi
per essere graziato. L’obiettivo della vita del credente dev’essere CONTROLLARE il proprio libero arbitrio.
Il pelagianesimo fu nominato eretico dall’editto di Costantino del 411) e donatismo (scisma: chiesa di
opposizione, più puri. Anti-chiesa. Scisma prevalentemente africano). Di fianco a queste eresie, si pone il

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residuo paganesimo. Ago ha scritto opere anti-manichee, anti-pelagiane, anti-donatiste e anti-pagane. Arriva
un’altra eresia: l’arianesimo (da Ario), di origine balcanica. Si collega alla visione più problematica delle tre
persone all’interno del credo (contesta la consustanzialità), ponendo importanza maggiore al Padre piuttosto
che al Figlio ed allo Spirito Santo. L’arianesimo nel quarto secolo era già molto forte a Milano (primi
momenti in cui l’impero romano si incrina).
ANTI-ARIANO abbiamo il de genesi, svolto in tue forme: commento esegetico della genesi, e commento
ALLA LETTERA della genesi.
ANTI-PELAGIANE produzione contro Giuliano imperatore, molte e significative lettere/trattato.
ANTI-PAGANO nel 380 il paganesimo è condannato come illegale, ma continuerà fino al sesto secolo d.C.
Soprattutto nelle campagne, la pratica di riti pagani è difficilissima da estirpare. Anche coloro che ricevevano
il battesimo (alcuni), a casa loro veneravano gli dei pagani (era difficile a rinunciare ad abitudini che si erano
tramandate per secoli). Quando Ago fu vescovo di Ippona, ci fu la conversione al cristianesimo di massa, ma
al livello intimo e domestico fu molto difficile sradicare i riti e le abitudini pagane. Abbiamo epistole, trattati
e sermoni anti-pagani che vertono sulla ritualità.
Opera di commento evangelico: commento al vangelo di Giovanni (il più famoso), commento alle lettere
di Giovanni. Quest’opera esegetica è di grandissimo livello stilistico e interpretativo. Ago, in
quest’opera, si presenta tendenzialmente allegorista.
Opera epistolaria: epistole, sermoni, trattati. Vere e proprie opere letterarie, vaste. L’epistolario di
Agostino contiene circa 200 lettere da lui scritte e circa 60 da lui ricevute e conservate. Principalmente le
già citate anti-ariane, pelagiane, manichee, donatiste e pagane. In più lettere agli amici, lettere a
GIROLAMO. Come le epistole, anche i sermoni sono molto eterogenee. I suoi sermoni vengono
registrati da dei tachigrafi, che assistevano principalmente alle grandi manifestazioni liturgiche. Nel caso
di Agostino, i testi dei tachigrafi venivano REVISIONATI da egli stesso, dando un aspetto più formale
ed elegante e tali opere. Ci sono giunti circa 450 sermoni di Agostino. Abbiamo omelie molto semplici,
di facile letture, ma anche omelie molto complesse, ben analizzate stilisticamente e retoricamente che
trattato vari argomenti.

I sermoni vanno divisi in due grandi gruppi:


1. Sermoni della liturgia quotidiana: omelie volutamente semplici (lessico termini comprensibili a
tutti). Adatta il suo lessico alla tipologia di uditorio. L’accuratezza formale, tuttavia, non mancava
neanche qui. Era solamente il lessico e l’estensione a fare la differenza.
2. Sermoni della liturgia solenne (pasqua e cos): più elaborati formalmente e stilisticamente. Qui i vari
vescovi e pastori parlano dei grandi eventi storici avvenuti in quegli anni (ed è così che noi li
conosciamo).
Sermone anti-pagano più famoso: tractatus Dolbeau 26
Dolbeau è passato alla storia perché ha trovato 26 sermoni di Agostino in una biblioteca in Germania.

“Le Confessioni”
-I primi 10 libri trattano di uno SPECIMEN dell’uomo, un singolo esemplare (Agostino) di uomo
dinanzi a Dio.
-Gli ultimi 3 libri trattano di QUALSIASI ESSERE UMANO dinanzi a TUTTO quello che Dio ha
creato. Spiegazione del CREATO secondo il rapporto della genesi.

È UNA AUTOBIOGRAFIA SUI GENERIS perché: sono racconti che devono fare da ESEMPIO per il
lettore. Gli episodi della sezione autobiografica vengono citati come ESEMPI.
La città di Dio

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Sono 22 libri. Gli studiosi collocano la cronologia di quest’opera a cavallo (subito dopo) il 410, subito
dopo IL SACCO DI ROMA. A quest’episodio storico si colloca L’INIZIO DELLA FINE dell’impero
romano d’occidente. La città di Dio iniziò a girare per CAPITULA (piccole sezioni), che venivano
mandati in giro per ricevere pareri. È un’opera composita: i primi 10 libri sono a carattere
APOLOGETICO e gli ultimi 12 a carattere FILOSOFICO-DOTTRINALE. Questi primi 10 libri sono
tutti incentrati sulla polemica contro il paganesimo e sulla difesa del cristianesimo. Naturalmente è
un’apologetica sui generis (Ago voleva sempre innovare): fa una difesa del cristianesimo contestando
NOMINALMENTE molte pratiche pagane. Difende il cristianesimo per il tramite della confutazione del
paganesimo (RITORSIONE DI ARGOMENTO).
-Concetto dell’umiltà cosa negativa per i pagani. Ago parla di CESARE, che si è occupato della difesa
degli umili.

-Concetto della misericordia considerato anch’esso negativo per i pagani. Qui Agostino dice che la
misericordia non è solamente elemosina nei confronti dei mendicanti, ma aiutare il prossimo, la persona
media in difficoltà.
Agostino usa citazioni letterarie di Sallustio e Cicerone per difendere il cristianesimo.
Negli ultimi 12 capitoli Agostino confronta le due città, dove la civitas terrena vive conflittualità,
corruzione, immoralità e problemi tra esseri umani. Poi subentra la visione divina, ed avviene il
passaggio alla civitas celeste, dove c’è il SUPERAMENTO DELLA DIVISIONE e della negatività della
vita terrena.
De doctrina cristiana (l’istruzione cristiana)
Opera molto particolare in 4 libri. La collochiamo più o meno nel genere ERMENEUTICO (genere che
insegna ad interpretare le fonti, nel nostro caso la Sacra Scrittura). Scritta a una distanza enorme perché
ha subito un’interruzione di 30 anni: 387-389 inizia e finisce nel 430.

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