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Mito dell' Aulòs (αὐλός)

Secondo la versione del mito narrata


dal poeta Pindaro (VI - V secolo a.C.), e
riportata dallo pseudo Apollodoro
nell'opera "la "Biblioteca", antico testo
di mitografia risalente al II secolo d.C.,
l'Aulòs ebbe origine quando la dea
Atena decise di inventare uno
strumento musicale di canna per
simulare il grido atroce ed inquietante
di Medusa, la gorgone dalla chioma di
serpenti e dallo sguardo pietrificante
[Cratere apuleo a figure rosse del IV secolo a.C. ca. intitolato "Atena e Marsia"]
posta a sbarrare le porte dell'Ade ad
ogni essere vivente. Il grido terrificante di Medusa simboleggiava l'essenza stessa dell'irrazionale,
dell'inconscio, e di tutte quelle pulsioni impossibili da scrutare senza essere paralizzati da un terrore
sovrumano. Ma Atena, nel suonare il nuovo strumento, constatò con orrore che il suo volto si trasformava:
lo sforzo del soffiare le deformava le guancie, deturpando così la sua bellezza. Sdegnata, gettò via l'aulòs;
perfino la dea della sapienza non era riuscita ad evocare impunemente le pulsioni più profonde e irrazionali
senza che esse dilagassero in lei. Ma lo strumento non andò perduto. Fu trovato dal satiro Marsia, abitante
della Frigia. Non temendo alcun incantesimo da parte di questo pericoloso strumento, il satiro se ne servì
per tentare di elevarsi al rango degli dei, sfidando Apollo in una gara musicale. Ma un tale strumento a fiato
rendeva del tutto impossibile la parola, e non permetteva quindi di esprimere l'anima razionale dell'uomo;
l'aulòs di Marsia non riuscì dunque a trionfare sulla lyra di Apollo, che ben si adattava invece ad
accompagnare il canto. Marsia, sconfitto, fu scorticato vivo dal vincitore, e la sua pelle, appesa ad un
albero, continuò ad agitarsi ogni volta che il suono di un aulòs aleggiava nelle vicinanze.