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La sfida della fecondazione assistita e l'avvicinarsi della data dei referendum hanno acceso un vivace
dibattito tra sostenitori della libertà della ricerca scientifica e difensori dei diritti degli embrioni. Tra i
numerosi intellettuali intervenuti sulle pagine del Corriere della Sera abbiamo scelto Giovanni Sartori e
Roberto Colombo, perché entrambi si sono appellati nientepopodimeno che alla logica per dirimere la
questione. Seguendo il filo dei loro ragionamenti siamo condotti alla constatazione che la logica afferma ʹ
nello stesso tempo e sotto lo stesso rispetto ʹ che l'embrione ha e non ha diritti equivalenti a quelli delle
persone già nate. Ma la logica non era il regno delle verità necessarie ed universali? Come è possibile che la
logica ci conduca a conclusioni contraddittorie? È ormai noto che anche la logica può imbattersi in
paradossi, come è avvenuto nell'ormai celebre caso della classe delle classi che non appartengono a se
stesse: se la classe appartiene a se stessa, allora non appartiene a se stessa e se non appartiene a se stessa,
allora appartiene a se stessa. Abbiamo forse un nuovo paradosso? Nient'affatto, perché la cogenza logica
alla quale i due contendenti si appellano non proviene dalla logica formale, studio delle leggi del pensiero
valide in virtù della sola forma dei ragionamenti: Sartori fa uso di una logica induttiva e dunque solo
probabile, mentre Colombo include tacitamente alcune premesse non logiche nel suo argomento. Tuttavia
entrambi i contendenti dichiarano con enfasi che ciò che è contrario ai propri ragionamenti è assurdo,
impensabile, contro ragione, come al più solo ciò che contraddice alla logica formale deduttiva può essere.
Ecco dunque una prima fallacia, detta di ambiguità, perché si fonda sul cambiamento di significato di un
termine (la logica) nel corso del ragionamento. Il riferimento implicito alla logica formale, con la sua
certezza, infallibilità, universalità, è usato per dirimere questioni di natura complessa, sia essa biologica,
etica o politica, ma certo non puramente formale o logica.

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Scrive Giovanni Sartori nell'articolo apparso il 28 febbraio 2005 sul Corriere della Sera: ͞Se uccido un girino
non uccido una rana. Se bevo un uovo di gallina non uccido una gallina. Se mangio una tazza di caviale non
mangio cento storioni. E dunque l' asserzione (la terza del quesito referendario sul quale andremo a votare)
che i diritti dell' embrione sono equivalenti a quelli delle persone già nate è, per la logica, una assurdità.͟
L'argomento proposto da Sartori è un classico argomento per analogia: se alcuni oggetti (girini, uova di
gallina, caviale) hanno una proprietà comune (in questo caso la proprietà di essere in una fase dello
sviluppo che precede la formazione dell'individuo adulto) e un altro oggetto ha le stesse proprietà
(l'embrione umano), allora un'ulteriore proprietà dei primi (la differenza rispetto all'individuo adulto della
specie considerata) può essere estesa all'ultimo. In altre parole, per analogia con altre specie animali si
conclude che l'embrione umano è differente rispetto all'individuo adulto della specie umana. In particolare
come l'uccisione di un embrione o di una larva animale non è paragonabile all'uccisione di un adulto della
medesima specie, così l'uccisione di un embrione umano non è paragonabile all'uccisione di un individuo
sviluppato: di qui Sartori deriva che i diritti degli embrioni non sono equivalenti ai diritti dei nati. Esponendo
nei dettagli il suo ragionamento, potremmo dire che come quando mangiamo un uovo o del caviale non
pensiamo di mangiare un animale vivo, così quando uccidiamo un embrione umano non pensiamo di
uccidere un uomo vivo. Dunque il modo di valutare e sanzionare l'atto compiuto nei confronti di embrioni o
larve è diverso rispetto al modo di valutare e sanzionare l'atto compiuto nei confronti dell'individuo adulto:
di qui la diversità di diritti attribuibili ai nati. Fino a qui la logica, anche se certo per logica occorre qui
intendere non la logica deduttiva o dimostrativa, che mira al raggiungimento di conclusioni indubitabili (una
volta concessa la verità delle premesse), ma la logica induttiva, che si limita ad una conoscenza probabile.

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Se la conclusione è soltanto probabile, perché dovrebbe essere addirittura assurdo ritenere che i diritti
degli embrioni siano equivalenti ai diritti dei nati? La fallacia di Sartori non sta nella procedura
argomentativa, che è sostanzialmente corretta, quanto nell'ammantare di necessità dimostrativa un
risultato probabile. Fallacia di ambiguità, dunque: alla logica si fa appello ora come logica induttiva (usando
l'argomento per analogia) ora come logica deduttiva formale (affermando che tutto ciò che ne contraddice
le conclusioni è assurdo). La negazione della conclusione del ragionamento può essere definita un'assurdità
solo se si ammettono come buone anche le premesse usate nel ragionamento, e cioè la differenza di diritti
tra uova fecondate e individui adulti nelle specie animali e la base del ragionamento analogico, vale a dire
la continuità uomo-natura. Nessuna di queste due premesse è però puramente logica. L'argomento di
Sartori, come tutti gli argomenti per analogia, è valido in una certa prospettiva, in relazione a determinati
aspetti di un problema: l'analogia è un tipo di ragionamento scientifico significativo e diffuso, ma non
produce verità necessarie, universali, non rivedibili. Confutare la conclusione può essere difficile, se
l'argomento è ben costruito, ma non è impossibile, come invece vorrebbe farci credere Sartori spacciando il
contrario per un'assurdità logica.

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Il 3 marzo, sempre sul Corriere della Sera, Roberto Colombo ribatte a Sartori: ͞[La logica] ha il suo
fondamento in due principi, le regole d'oro della logica: il principio d'identità e quello di non
contraddizione. Principi laicissimi, se non altro a motivo della loro origine nella storia del pensiero, che
precede l'era cristiana. Per il principio d'identità, essendo il processo di sviluppo dell'individuo umano
continuo, dalla fecondazione all'adulto (solo la morte o la crioconservazione dell'embrione ne arrestano la
crescita), come posso non identificare il mio «io» in ciò con cui esso è in continuità sostanziale e senza
l'esistenza del quale (o con la morte del quale) non sarei quello che ora sono? L'embrione umano è uno di
noi perché ciascuno di noi è stato uno come lui.͟ Colombo si impegna a dimostrare che l'embrione è vita
umana facendo appello a ragioni e non alla fede, in modo da poter argomentare su un piano di parità con i
laici. Ogni discussione razionale di un argomento richiede infatti un terreno comune ai contendenti,
costituito per esempio da conoscenze condivise, da alcune premesse accettate da entrambi, da un insieme
di definizioni univoche dei termini utilizzati nel ragionamento. Opportunamente Colombo sceglie una
premessa comune a laici e credenti, di cui rintraccia le origini nel pensiero precristiano (dunque greco-
ellenistico-romano), terreno comune al pensiero occidentale contemporaneo e alla metafisica cattolica. Il
punto di partenza del ragionamento è il principio logico di identità. Ma quale principio di identità? Colombo
non lo enuncia, lasciando aperte diverse possibili interpretazioni e vanificando così l'intenzione di partire da
una premessa comune. Con l'espressione ͞principio logico d'identità avente origine nel pensiero pre-
cristiano͟ non è chiaro a che cosa si debba fare riferimento, innanzitutto perché l'identità, come principio
logico, non trova una formulazione né nell'opus aristotelico né nella logica stoica. Se Aristotele propone
nella Metafisica una formulazione logica del principio di non contraddizione ͞è impossibile che la stessa
cosa contemporaneamente appartenga e non appartenga alla stessa cosa sotto lo stesso aspetto͟ (Gamma,
1005 b 11-34), il principio di identità inteso come principio formale appare per la prima volta soltanto
molto più tardi, e cioè nei testi settecenteschi di Wolff (Ontologia, § 55). In verità Leibniz nei Nuovi Saggi
aveva menzionato un ͞assioma il quale comporta che una cosa è uguale a se stessa o che ciò che è il
medesimo è uguale͟ (IV, 7, § 10), ma non aveva attribuito ad esso né il nome di principio d'identità né il
ruolo di principio logico. Sarà solo con Kant che il principio arriverà ad essere presentato addirittura come il
primo fra tutti i principi logici.

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Supponiamo che Colombo faccia riferimento al principio kantiano d'identità, la cui formulazione richiama
tra l'altro il pensiero precristiano, e cioè il presupposto dell'univocità dell'essere di stampo parmenideo:
͞l'essere è, il non essere non è͟, ripreso anche nella scolastica scotistica nella forma ͞ens est ens͟. Kant
formula il principio di identità come identità di un concetto A con se stesso (A è A, non-A è non-A) e da esso
deriva il principio di non contraddizione (A non è non-A). Tale principio è condizione necessaria e sufficiente
dei giudizi analitici (in cui il predicato è incluso nel soggetto) e condizione solo negativa (necessaria ma non
sufficiente) dei giudizi sintetici, estensivi della conoscenza. Ne segue che dal principio kantiano d'identità (o
dal principio di contraddizione che ne consegue) non è possibile trarre conoscenze sulla realtà. Solo se
l'essenza dell'uomo contiene l'attributo della razionalità, il principio di identità può dirci se è corretto o
scorretto affermare che ͞l'uomo non è razionale͟. Non si vede come sia possibile derivare indicazioni sulla
natura dell'embrione dal principio di identità: solo se si ammette in precedenza che l'essenza dell'embrione
è ͞vita umana͟, il principio di identità può dirci che è scorretto affermare che ͞l'embrione non è vita
umana͟. Se viceversa ammettessimo che l'essenza dell'embrione è ͞vita pre-umana͟ o ͞vita non-umana͟
allora il principio logico di identità ci direbbe che è scorretto affermare che ͞l'embrione è vita umana͟. In
conclusione, se intendiamo il principio logico d'identità in senso kantiano, il ragionamento di Colombo non
è concludente, a meno che non si aggiungano ulteriori premesse. Poiché presumiamo invece che Colombo
abbia presentato un argomento concludente (ne va del diritto dei credenti ad argomentare con ragioni e
non soltanto per fede), dovremo cercare un altro senso in cui intendere il principio logico d'identità.

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Nella logica predicativa, cioè nella logica che studia non solo le relazioni tra proposizioni considerate come
totalità indivise, ma anche le relazioni tra i termini che compongono le proposizioni stesse, gli assiomi di
identità possono essere espressi come identità di un individuo con se stesso. Il principio di identità afferma
infatti che ͞x = x͟, ove ͚x' è una variabile individuale che può variare su un individuo qualsiasi del dominio.
Se il dominio fosse l'insieme degli uomini, il principio di identità mi direbbe che ogni uomo è identico a se
stesso. È plausibile che Colombo affermi qualcosa di simile quando asserisce ͞io sono ciò che sono͟? Già
l'uso del pronome personale ͞io͟ rende problematica la questione; inoltre il ragionamento di Colombo
assume (ahimè, implicitamente) la verità di almeno altre due premesse distinte dal principio d'identità: ͞se
non esistesse il mio io al momento t ʹ 1 non esisterebbe il mio io al momento attuale t ͟ e ͞il processo di
sviluppo dell'individuo umano è continuo dalla fecondazione all'adulto͟. Dalla prima di queste due
premesse per Modus Tollens (asserendo cioè la negazione del conseguente per derivare la negazione
dell'antecedente del condizionale) Colombo ottiene che, poiché esiste il mio io al momento attuale ͚t' deve
esistere il mio io al momento ͚t ʹ 1'. Dalla seconda di queste premesse ottiene che il ragionamento può
essere iterato (poiché esiste il mio io al momento ͚t ʹ 1' allora esiste il mio io al momento ͚t ʹ 2', ecc.) fino
al raggiungimento di un istante ͚t ʹ t = 0' coincidente con l'istante della fecondazione: infatti lo sviluppo
umano è continuo. Così Colombo arriva ad affermare che se non esistesse il mio io all'istante ͚0' della
fecondazione allora non esisterebbe il mio io al momento attuale ͚t': se io sono stato un embrione ʹ
conclude ʹ allora l'embrione è vita umana.

 
 
    
  
Il problema a noi sembra molto più complesso: chi garantisce la verità delle due premesse implicite? Non
certo il principio logico di identità, come sembra suggerire Colombo. La prima premessa, relativa
all'esistenza necessaria di un io al tempo ͚t ʹ 1' identico al mio io nell'istante attuale ͚t', dà per scontato uno
dei temi più spinosi e controversi della filosofia: il problema dell'identità individuale connesso al dibattito
sull'identità personale, sulla plausibilità filosofica dell'esistenza di un io, sulla determinazione dei criteri di
continuità dell'io, corporei o psichici, ecc. La seconda premessa trasferisce un risultato biologico (una
continuità nello sviluppo tramite riproduzione cellulare dell'uovo fecondato) sul piano etico-metafisico: la
continuità di cui si parla qui è una continuità sostanziale: non si dice che l'io di cui sono fatto ha tratto il suo
materiale genetico dallo zigote, ma si dice che la sostanza, l'essenza dell'uomo non cambia dall'istante della
fecondazione fino alla nascita e alla formazione dell'individuo adulto. Ma non era questo ciò che si doveva
dimostrare? Il ragionamento è fallace perché occulta due premesse che insieme equivalgono alla
conclusione che si intende provare.

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Ad onor del vero, il principio d'identità (se inteso come regola logica che permette, data la proposizione A,
di derivare la proposizione stessa A) è alla base dell'argomento, ma non per garantirne la verità universale,
indubitabile, inattaccabile, certissima, quanto perché il ragionamento è un esempio di circolo vizioso o
fallacia di petitio principii. Si tratta di un argomento valido dal punto di vista logico ma del tutto inutile dal
punto di vista argomentativo: non porta infatti alcuna ragione a favore della conclusione, ma assume
piuttosto come premessa ciò che deve essere provato. Poiché non c'è cambiamento di essenza
nell'individuo umano dalla fecondazione alla formazione dell'individuo adulto e poiché l'essenza dell'uomo
è vita umana, allora l'essenza dell'embrione è vita umana. Ma non è proprio l'assenza di un cambiamento
nell'essenza tra l'uovo fecondato e il nato ciò che si dovrebbe provare? Il gatto si morde la coda. Due sono
dunque le fallacie di Colombo: una fallacia linguistica di ambiguità nell'uso del principio d'identità ora come
principio logico ora come principio dell'identità personale nel tempo; una fallacia di petitio principii occulta,
che consiste nel postulare ciò che si vorrebbe dimostrare. Grazie a queste due fallacie Colombo dà
l'impressione di derivare la sua conclusione da premesse esclusivamente logiche ma non riesce a portare
alcuna nuova ragione a sostegno della sua tesi se non le ragioni che ci ha chiesto di assumere come
premesse.

  
Per una prima riflessione sul principio di identità e sul suo rapporto con il principio logico di non
contraddizione si leggano le rispettive voci del Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano, Torino, Utet,
2001.
Per capire il ruolo svolto dal principio di identità nella filosofia di Aristotele, Leibniz, Kant si vedano:
Aristotele, Metafisica, in Opere, Roma-Bari, Laterza, vol. 6, 2002; Leibniz, Nuovi saggi sull'intelletto umano,
Roma, Editori Riuniti, 1982; Kant, Logica, Roma-Bari, Later-za, 1999.
Sul ruolo del principio di identità nella moderna logica dei predicati si veda un qualunque manuale di logica.
Per comprendere la complessità della questione filosofica dell'identità personale può essere utile e
piacevole la lettura di un volume di Michele di Francesco: L'io e i suoi sé (Cortina, Milano, 1998), nel quale si
esaminano alcune teorie filosofiche classiche dell'io alla luce dei risultati delle scienze cognitive.