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Sta succedendo ancora,

sta succedendo ora.

Atto di accusa rivolto ai potenti, a chi guida paesi e governi,


dirige giornali, a chi comanda, insomma, sulle nostre vite
e a tutti noi che glielo lasciamo fare.
Cari Presidenti, italiani e europei,
e per il Vostro tramite, cari potenti italiani e europei,
confido nella Vostra attenzione, per accusarvi.

Mi rivolgo a voi perché ci rappresentate. Perché avete il potere,


qui e ora, e troppe volte le generazioni hanno scaricato i pro-
blemi sulle successive senza intervenire e risolverli, lasciando
eredità e debiti incancellabili.
Una questione politica, la questione politica che interroga e ri-
guarda ciascuno di noi e anche chi vi scrive, ma che voi avete
gli strumenti per affrontare e, se solo lo voleste, risolvere.
Perché sta cadendo nel vuoto un grido d’aiuto. Peggio, lo ab-
biamo messo in sordina. Ci siamo dimenticati di essere stati
divisi dalla guerra e stranieri in terra d’Egitto.

«Non potevano non sapere», diciamo ogni volta che vediamo


un documentario sul nazismo, i campi di concentramento, le
leggi razziali. Ci indigniamo. Troviamo ridicole le spiegazioni,
le giustificazioni.
Quando guardiamo film come In My Country, quel film sull’a-
partheid, non possiamo che stare dalla parte di Samuel L. Jack-
son, inviato del Washington Post indignato, rispetto ai distinguo
di Juliette Binoche, intellettuale bianca: fatichiamo a essere
d’accordo con la riconciliazione ispirata all’Ubuntu (per il qua-
le si è umani solo attraverso l’umanità degli altri) perché siamo
troppo arrabbiati con i razzisti afrikaner, non possiamo accet-
tare che non ci sia una punizione alle atrocità, l’amnistia non
ci basta, troviamo ridicole le giustificazioni di chi ha goduto
del sistema fingendo di non comprenderne la logica profonda.

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Quando sentiamo qualche poliziotto o gerarca di questo o quel
regime dire: «mi limitavo a eseguire degli ordini», sul nostro
viso si apre una smorfia di disapprovazione e di sconcerto. La
crudeltà è sempre responsabilità dell’uomo, del singolo, non
ammette giustificazioni, commentiamo scandalizzati, non c’è
ordine che tenga. Il nostro rifiuto è senza appello, soprattutto
di fronte a uomini in divisa, che dovrebbero per primi tutelare
la legge e i diritti umani, interpretare la legalità. Proviamo sin-
cero ribrezzo per le dittature, per i regimi che negano la libertà
delle persone. Per la tortura. Per la violenza verso gli inermi.
Non ammettiamo certo le improbabili giustificazioni per cui
le responsabilità fossero e siano sempre di qualcun altro, fatte
risalire a chissà chi e a chissà quando. Non possiamo nemme-
no accettare che tutto ciò si qualifichi come mera difesa della
patria, dei suoi confini, dello «spazio vitale», perché da qual-
che parte sappiamo che quella era un’espressione tipica della
società hitleriana.
Detestiamo chi fa parte di quella «zona grigia» che non parteci-
pava ma nemmeno contrastava simili atrocità. O la popolazio-
ne che diceva di non sapere che a pochi metri c’erano torture,
violenze, campi di lavoro, camere a gas. Che non si era accorta
che dalle parole, dalle etichette, dalle scritte e dai simboli si era
passati alle persone.
Quando andavamo a scuola, sui nostri libri c’era scritto che
è giusto ricordare perché non accada mai più. «Meditate che
questo è stato», si legge in una poesia di Primo Levi. Monito
perenne a reagire prima che si può e più duramente che si può
a ciò che assomiglia a quel racconto, che ne ricordi discrimina-
zione, violenza, sopraffazione.

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Bene, sappiate - anzi, lo sapete già, ed è proprio questo il pun-
to: alcune cose che guardiamo con il distacco del tempo e il
disprezzo verso il contenuto, accadono ancora. E ci riguarda-
no. Perché non c’è più La ferrovia sotterranea, mito dell’aboli-
zionismo americano, ai tempi dello schiavismo e prima che
arrivasse Lincoln, la guerra civile, è vero, non c’è più. Non
c’è più quella rete clandestina (!) di buonisti dell’epoca che
miravano a salvare gli schiavi, facendoli scappare dalle pian-
tagioni, da Sud verso Nord, e dare loro la libertà. Non c’è più
quella «ferrovia», ma ci sono altri “tunnel” da Sud verso Nord
dai quali le persone vorrebbero passare e sono trattate con la
stessa violenza. E ci sono ancora le squadracce che recuperano
i fuggitivi, perché hanno un prezzo, perché imprigionati o fatti
salpare possono far guadagnare qualcun altro. Possono esse-
re trattenuti o venduti come schiavi, costretti ai lavori forzati
per pagarsi un’ulteriore tratto del viaggio, presi in ostaggio per
ottenere il riscatto. La persona umana ha valore economico
perché e proprio perché non ha più valore morale.
Ci siamo indignati per i privilegi di questo o quel potente, a sua
insaputa, ma della violenza ‘saputa’ poco o nulla ci interessa.
Ibrahim ha venti anni, è scappato dal Mali dopo essersi rifiuta-
to di combattere per un gruppo armato, essere stato torturato
e mutilato: gli tagliano il dito di una mano. Si trova ora in un
centro di accoglienza della periferia di Roma. Soffre di dolo-
ri continui e cefalee persistenti. In Libia è stato imprigionato
cinque mesi senza alcun motivo. Percosso quotidianamente,
violentato sessualmente, lasciato senza cibo e acqua, ha visto
morire i suoi compagni di cella.
Awat è fuggito dalla dittatura eritrea. Ha pagato dei trafficanti,

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ha raggiunto il Sudan e a bordo di un pick-up con altri venti
migranti ha tentato di attraversare il Sahara. Chi non ce l’ha
fatta è stato abbandonato nel deserto. Ad Agedabia, in Libia,
viene imprigionato dai miliziani: gli chiedono mille euro per
essere liberato, lo picchiano, lo costringono ai lavori forzati, gli
negano acqua e cibo. Per due mesi. Pagato il riscatto riesce a
raggiungere Tripoli, dove viene arrestato e rinchiuso, ancora.
Vogliono soldi, ancora. «Gli uomini, le donne e i bambini che
sbarcano sulle coste italiane si trovano in una condizione simi-
le a coloro che sono reduci da una guerra», ha scritto Medu
(Medici per i diritti umani).
Viene in mente Jean Améry quando diceva che le torture e le
violenze non passano e non scadono mai. Durano per sempre.
Lo ha documentato di recente anche Amnesty International:
noi permettiamo che, con le nostre tasse, venga finanziata la
privazione della libertà, la reclusione, la tortura, la schiavitù.
Lo facciamo sulla base di accordi e violando palesemente le
convenzioni internazionali, la nostra Costituzione, le minime
norme di civiltà, quell’umanità che non dovrebbe nemmeno
essere scritta per essere tutelata. E non vi sembrino parole forti,
ma solo quello che accade. E che noi certamente non possia-
mo far finta di non sapere, di non vedere, non possiamo pen-
sare che ciò accada soltanto perché qualcuno sta eseguendo gli
ordini o perché così si difende lo spazio vitale.
Cosa ci sarà scritto tra quarant’anni sui sussidiari delle elemen-
tari? Come scrive Open Arms: «¿Hasta cuándo vamos a mi-
rar hacia otro lado? ¿Cuántas muertes más tienen que haber?
¿Cuántas imágenes y testimonios más tenemos que ver para re-
accionar? La historia nos juzgará a todos». «¿Hasta cuándo?»,

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sembra il verso di una bella e dolce canzone di una volta. E
invece è la necessaria posizione di un problema enorme.
La storia ci giudicherà. E queste cose immonde non dipendo-
no da nessun altro se non da noi stessi, dal voto che diamo,
dai giornali che leggiamo e sosteniamo, dai media che finan-
ziamo. Dall’accettare che «così va il mondo» e non si può fare
altrimenti. Ed è giusto che qualcuno sia schiavo perché noi
possiamo essere liberi. E ricchi. Che possiamo comprarci un
maglione a pochi euro perché è confezionato all’altro capo del
mondo da un bambino che non guadagna nulla. E poi magari
si mette in viaggio, per vivere meglio. E noi lo troviamo inac-
cettabile. Che lui si muova verso di noi, non che lui sia schiavo.
Lo ha detto Pietro Bartolo, medico a Lampedusa, il 3 dicem-
bre 2017:

Puoi commuovere, puoi fare piangere, puoi sensibiliz-


zare. Vado nelle scuole, nelle università, dove ci sono i
giovani. Ma non basta: chi deve cambiare le cose e por-
tarci in un mondo migliore è la politica, quella vera, fatta
con passione, onestà, correttezza. E’ servizio. Non quella
che fanno alcuni sedicenti politici e quello che dicono
alcuni sedicenti giornalisti, che non fanno altro che di-
stribuire terrore e panico tra la gente, raccontando bugie
che fanno male, creano terrore, paura, odio. Sono loro
che provocano i conflitti sociali e le derive populiste, e
le reazioni di xenofobia e razzismo: questo è terrorismo
mediatico, è un crimine, un reato.
Non siamo nemmeno riusciti a garantire il primo dei
diritti umani, quello alla vita, perché migliaia di perso-

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ne perdono la vita nel Mediterraneo sotto i nostri occhi.
E’ inaccettabile, soprattutto quando c’è qualcuno che si
vanta che grazie all’accordo abbiamo avuto una ridu-
zione del 40% degli arrivi, e siamo contenti. Mi devono
però spiegare che fine fa questo 40%. Noi lo sappiamo
cosa succede a queste persone. Sono arrivate persone
che hanno presentato ferite inimmaginabili. Ragazzini
scuoiati.
Crediamo di fare il nostro dovere. E fare il proprio do-
vere significa essere liberi.
Ieri un uomo solo su un gommoncino è riuscito a scap-
pare dai campi di concentramento. È riuscito a rubare
un gommoncino e con un motore elettrico ha individua-
to le nostre navi. Ha raccontato una storia terribile. Un
mare che deve unire, un ponte, è diventato un cimitero.
Questo è un genocidio, è un nuovo Olocausto. E’ peg-
gio di quello che l’umanità ha vissuto 70 anni fa: allora
qualcuno disse “non sapevamo”, ora lo sappiamo tutti
quello che succede. Spero si possa mettere fine a questa
brutta e vergognosa pagina della storia dell’umanità.

Percosse ai piedi (falaka); torture per sospensione e posizioni


stressanti; ustioni provocate con i più disparati strumenti; scari-
che elettriche; stupri e oltraggi sessuali; oltraggi religiosi e altre
forme di trattamenti degradanti; privazione di cure mediche;
obbligo di assistere a torture e trattamenti crudeli ai danni di
altre persone; minacce ai danni propri o delle proprie famiglie.
Questo è il metodo.
Non potremo dire: non potevamo sapere. Perché lo sapevamo,

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dettaglio dopo dettaglio, un orrendo slow motion, ripreso da
più angolature, in ogni sua fase, in ogni suo aspetto, nemmeno
fosse un replay di una partita di calcio. Foto, video, racconti.
Avevamo tutto. Sapevamo tutto. Potevamo scegliere tra la tor-
tura e l’accoglienza e abbiamo scelto la tortura.
Ogni giorno troviamo racconti di schiavitù, che riportano in-
dietro le lancette dell’orologio di un secolo e più. L’ora illegale,
immorale. Scrive Avvenire:

Un migrante senegalese che tornerà a casa dal Niger


dopo mesi di prigionia in Libia racconta anche di un
vero e proprio “mercato degli schiavi” a Sahba, nel sud
ovest della Libia. Qui il giovane, proveniente dal deser-
to - viaggio per cui aveva già pagato 250 dollari - è stato
accusato dal conducente del pick-up di non aver mai pa-
gato la somma pattuita dal trafficante, ed è stato portato
insieme a tutti gli altri compagni di viaggio in un’area di
parcheggio.
“In quel luogo migranti subsahariani erano venduti e
comprati da libici, con il supporto di persone di origine
ghanese e nigeriana che lavoravano per loro”, spiega il
senegalese allo staff Oim.
Ha raccontato di essere stato “comprato” e di essere sta-
to trasferito nella sua prima prigione, una casa privata
dove oltre 100 migranti erano tenuti in ostaggio. I rapi-
tori li costringevano a chiamare a casa, per farsi spedire
del denaro col quale pagare il riscatto e proseguire il
viaggio verso l’Europa.
Di riscatto in riscatto, attraverso lavori forzati, spesso non

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pagati, i più fortunati riescono a raggiungere la costa e
a imbarcarsi verso l’Europa. I meno fortunati non ce la
fanno. “Tutto questo avviene in modo sistematico - spie-
ga Giuseppe Lo Prete, capo missione Oim in Niger - il
viaggio dura mesi e passano da una prigione all’altra in
mano a gruppi armati”.

Ci ribelliamo di fronte alle violenze commesse in Italia e in Eu-


ropa, chiediamo pene esemplari, condanniamo senza appello
chi le ha commesse, chi vi ha partecipato, chi sapeva ma non
ha parlato, chi le ha favorite, nell’accezione più propria del
termine «favoreggiamento». Siamo implacabili ma tolleriamo
le violenze, sistematiche e redditizie, gesùsanto, redditizie, ai
confini dell’Italia, che l’Italia finanzia. Lo stupro ci fa orrore,
chiediamo pene durissime per chi lo commette, immaginiamo
forme di difesa sempre più necessarie e urgenti per tutelarci,
ma se a essere stuprate sono persone lontane, allora anche lo
stupro è giustificato per fermare l’«invasione»: è un fatto secon-
dario, un effetto collaterale. Nel campo di Bani Walid c’è una
stanza delle torture. Ogni giorno Matammud Osman e i suoi
uomini vi conducevano dei migranti somali. Venivano picchia-
ti, gli si spezzava le ossa. Venivano incendiati dei sacchetti di
plastica, e la plastica colava sulle loro schiene. Venivano inflit-
te scariche elettriche. E venivano uccisi e i loro corpi esposti.
«In quarant’anni di carriera non ho mai ascoltato dei racconti
così atroci», ha dichiarato Ilda Boccasini. «L’unico paragone
che mi viene da fare per questi luoghi è quello con i campi di
concentramento nazista», il pubblico ministero Marcello Ta-
tangelo.

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Si legge di milizie «accreditate» presso il governo di Tripoli.
Ex mafiosi, ex criminali, ex trafficanti di uomini e di merci
(ex?), riconvertiti alla gestione dei migranti, «in cambio di aiuti,
hangar aerei e grandi somme di denaro». Lo ha raccontato
Francesca Mannocchi, direttamente dalla Libia, dove fonti del
luogo parlano apertamente di riunioni tra l’intelligence italiana
e componenti della milizia Dabbashi – poi uscita sconfitta dai
combattimenti, per dire della lungimiranza dell’operazione -,
quella guidata da “Al Ammu”, “lo zio” di Libia. Lo zio, un
parente della nostra politica.
Si legge delle imprese degli Asma Boys, che non sono un grup-
po hip-hop di tendenza, ma bande armate che di professione
fanno i rapitori di migranti per rivenderli. Proprio come nel
romanzo di Colson Whitehead, come negli Stati Uniti dell’Ot-
tocento, vanno a caccia di neri, tra il Sahara e il mare, in com-
butta con le altre milizie.
Nella stessa dichiarazione dei nostri potenti si dice che si de-
vono fermare i crimini contro l’umanità degli scafisti, ma se
cambiano divisa, gli scafisti, li paghiamo, purché invece di
trasportare le persone, le fermino, pur commettendo crimini
contro l’umanità.
Ce la si prende con chi vuole salvare vite, le Ong, vero male
da sconfiggere. Come scrive Erri De Luca, «se i delfini venis-
sero in aiuto dei dispersi in mare, questi svaporati li accusereb-
bero di complicità con i trafficanti». Sono organizzazioni che
non possono essere buone, hanno certamente un secondo fine,
dicono quasi tutti, per giustificarsi e per scaricare il barile, anzi:
per scaricare il gommone. Sensi di colpa? Le colpe sono di chi
li aiuta.

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I cattivi non sono i cattivi, no: i cattivi sono i buoni. E se sono
cattivi i buoni, i cattivi veri la fanno franca. Anzi, capita pure
che li applaudano.
L’inversione è totale. Come in quei fumetti in cui si sospetta
del supereroe che chissà quali mire ha: dice di voler salvare il
mondo, lottare contro il crimine, ma sicuramente ha altre am-
bizioni. E così medici, infermieri, ragazze e ragazzi d’Europa
spesso giovanissimi che decidono di salvare persone che anne-
gano, di accudire piccoli orfani, di offrire un gesto di umanità
a persone povere fragili inermi quell’umanità che è stata loro
negata, sono loro i colpevoli. Disprezzati: loro, le ambulanze,
le scialuppe, i salvagenti (termine preciso come pochi altri)
diventano così «i tassisti del mare», come dice un giovane po-
litico che ha imparato prima di altri la strumentalizzazione e
la gestione dello schifo. E come in ogni storia che dovremmo
ricordare, appunto, c’è un complotto internazionale, ci sono
formule magiche (Kalergi!), ci sono occulti burattinai, ci sono
strategie nascoste, ci sono secondi fini, perché un gesto since-
ro non può, né deve esistere: rischia di far saltare per aria le
nostre certezze. Piani e strategie di cui si parla solo per non
occultare l’unica strategia vera: quella del dominio su uomini
e terre che lasciamo affamati e ci sorprendiamo se le persone
scappano da posti infernali. Protocolli dei savi di Sion: avete
già sentito anche questa?
I buoni sono pericolosi, i cattivi sono gli interpreti di un pre-
ciso messaggio politico, se sono crudeli, poi, diventano anche
vincenti. Ve la ricordate la parola «collaborazionista» con cui si
definivano i filonazisti? Ecco, ora i collaborazionisti sono quelli
che operano nelle organizzazioni non governative, al soldo di

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chissà quale Spectre per salvare vite umane.
Quando si manifesta il complottismo, il rovesciamento, pro-
prio lì inizia il razzismo.
Come a Potempa, nel 1932, quando una milizia nazista uccise
in modo brutale un avversario politico. Un caso apparente-
mente minore che aprì la stagione delle violenze più efferate
e pose la questione abissale: erano omicidi o giustizieri? Cri-
minali o patrioti? Gli omicidi andavano perdonati? E furono
graziati, di lì a pochi mesi.
Nel nostro caso (sì, nostro, non facciamo finta che non ci ri-
guardi) gli «avversari» sono sì persone, ma non sono nostri
avversari in ragione di idee politiche, no sono «avversari» per
quello che sono. Per di più sono neri. Sono perciò un po’
meno persone. Sono Untermensch, sotto uomini, uomini che de-
vono stare sotto. Anche sott’acqua, nel caso. Subumani. Sub
umani. Sono abituati alla violenza, è roba loro, sta nella loro
storia, anche in quella più recente. In Africa le atrocità sono
all’ordine del giorno: non sono civilizzati, si ammazzano tra
di loro e si stuprano tra di loro. È un problema loro, che non
ci riguarda, nonostante i confini meridionali del’Europa siano
africani (Ceuta e Melilla, ma anche Lampedusa, che fa parte
della zolla africana).
Tra l’altro chiudevamo gli occhi anche con i massacri in ex
Jugoslavia: ero ragazzo, ma penso che anche in quel caso fosse
ricorrente il pensiero «sono slavi, sono abituati a queste cose»,
sempre come se ci fosse un’umanità inferiore, al limite dell’es-
sere bestie, che può sopportare sul proprio corpo cose che
noi non possiamo sopportare. Sono stati schiavizzati per secoli,
che sarà ora qualche mese di tortura, no?

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I primissimi articoli della Dichiarazione universale dei diritti
umani e della Convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sono chiarissimi:
nessuno può essere ridotto in schiavitù, nessuno può essere sot-
toposto a tortura, a trattamenti inumani e degradanti. Nessuno.
Abbiamo creato un sistema di garanzia dei diritti umani per
evitare che l’orrore si ripetesse e l’abbiamo fatto dopo averlo
visto con i nostri occhi di occidentali, l’orrore. Abbiamo però
evitato di dire che i diritti, come gli occhi, erano occidentali.
Pensavamo a noi stessi, e solo a noi stessi, bianchi, occidentali,
quando parlavamo di “umani”. Per gli altri vale solo quando
noi occidentali o, meglio, noi nordici, perché stiamo più in alto,
come se il mondo non fosse una palla ma una scala, decidia-
mo che valgano anche per loro, per i sottouomini.
In Italia, lo scorso anno, diventammo per qualche settimana
tutti costituzionalisti, perché la maggioranza di governo decise
di forzare su un progetto di riforma costituzionale, poi sono-
ramente bocciato dai cittadini. Tutti quelli che seguivano la
politica non parlavano d’altro, dell’articolo 70 e del Titolo V.
Consiglio di fare un passo indietro e tornare all’articolo 10, con
la stessa passione, perché proprio di questioni costituzionali si
tratta:

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme


del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla
legge in conformità delle norme e dei trattati internazio-
nali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effet-

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tivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla
Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della
Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

La Costituzione si fa carico di ciò che sta oltre ai confini na-


zionali, con questa norma. Proietta i propri valori verso chi
sta soffrendo, estende le proprie libertà per riscattare chi ne è
privato. Crea vie di fuga, non muri.
E a proposito di muri è ben curioso che dall’abbattimento del
muro di Berlino del 1989, che ha rilanciato il sogno-progetto
europeo nell’immaginario di tutti noi, siamo passati in pochi
anni al muro di Dublino, a un regolamento che sembra tutto
sommato secondario e che invece è diventato il principale mo-
tivo per cui si è bloccata l’evoluzione politica di tutta l’Unione,
mandandola letteralmente in cortocircuito politico e in una
pericolosa regressione culturale.
Un paese che fa risalire le proprie origini mitologiche a un ra-
gazzo che scappa con il padre in spalla, da una città di origine
in fiamme, che glorifica un impero nel quale la cittadinanza
seguiva leggi di forte integrazione. Un movimento fascista ha
stampato le magliette, ricordando che «noi siamo quelli con il
sangue di Enea». Pensa un po’.

Lo ha scritto bene Naomi Klein:

La medesima capacità di fregarsene dell’umanità degli


altri che giustifica i morti e i feriti civili a causa di bombe
e droni viene oggi trasferita sulla gente nei barconi (o
che arriva in corriera o a piedi), trattando il loro bisogno

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di sicurezza come una specie di invasione militare. […]
L’unica possibilità di giustificare questi livelli insostenibi-
li di disuguaglianza è ricorrere alle teorie della gerarchia
razziale, le quali ci spiegano che le persone bloccate fuo-
ri dalla Green Zone globale si meritano la loro sorte, che
sia Trump che affibbia ai messicani lo stereotipo di stu-
pratori e “bad hombres”, e ai profughi siriani quello di
terroristi in pectore, oppure l’importante politico conser-
vatore canadese Kellie Leitch quando propone che gli
immigrati vengano passati al vaglio sui “valori canadesi”
o i vari successivi premier australiani che giustificano i
sinistri campi di detenzione isolani in quanto alternativa
“umanitaria” alla morte in mare. […] Ormai è chiaro che
le medesime teorie della gerarchia razziale che giustifi-
cavano quelle rapine a mano armata [del colonialismo
e dello schiavismo] in nome dell’edificazione dell’età in-
dustriale stanno riaffiorando proprio ora che il sistema
di ricchezze e agi che hanno costruito inizia a crollare su
più fronti allo stesso tempo.

Non potevano non sapere, infatti sapevano. Come la ministra


Pinotti, un passato da pacifista militante e un presente da F-35,
ha dichiarato che anche prima di Minniti il trattamento delle
persone in Libia era «terrificante». Si chiede Alessandro Dal
Lago: «E allora, se lo si sapeva - e Minniti, con tutti i servizi
segreti che frequenta da anni, non poteva non saperlo -, per-
ché fare accordi con quelli? Non era ovvio, allora come oggi,
che l’ossessione per il blocco delle rotte migratorie, nell’Africa
sahariana e nel Mar Mediterraneo, avrebbe causato una vio-

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lazione di massa dei diritti umani, e cioè stragi per terra e per
mare? Tra quegli accordi ce n’era uno davvero letale: che sia
la guardia costiera libica, dotata di navi italiane, a occuparsi
di fermare i barconi in acque internazionali, impedendo i soc-
corsi alle navi delle Ong umanitarie. Le quali, di fatto, hanno
dovuto fermare gli interventi (anche a questo e non altro è ser-
vita l’immonda campagna contro i salvataggi promossa dalla
destra, da Salvini e Di Maio)» (Il Manifesto, 28 novembre 2017) .
Con le nostre tasse finanziamo gli aguzzini di migliaia di perso-
ne. Teniamo ferme le persone mentre le stuprano, le seviziano,
le vendono schiave. Non è un modo di dire: di stupri, servizi e
vendita di essere umani si tratta. Letteralmente.
L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione l’ha messo
nero su bianco, impugnando davanti al Tar del Lazio il decre-
to 4110/47 col quale abbiamo destinato due milioni e mezzo
di euro alla Guardia costiera libica, per la rimessa in efficienza
di quattro motovedette, la fornitura di mezzi di ricambio e la
formazione dell’equipaggio. «L’attività di sostegno alle autorità
libiche – scrive Asgi – rende palese la responsabilità del Go-
verno italiano». Responsabilità che si macchiano inoltre dello
sviamento di risorse, dato che il Fondo Africa, dal quale sono
state prelevate, è finalizzato a realizzare «interventi straordinari
volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi afri-
cani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie». E invece
usiamo quei soldi per respingere i migranti.
E così l’Unione europea: 46 milioni di euro del Fondo fiducia-
rio di emergenze per l’Africa per formare la Guardia costiera
libica, rafforzare le frontiere e – sia mai – migliorare le condi-
zioni dei migranti nei centri di detenzione. La Commissione

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è a conoscenza di accordi con le milizie locali? Quali misure
intende «adottare per garantire che i fondi europei non finisca-
no nelle mani delle milizie e dei trafficanti di esseri umani?».
Lo ha chiesto Elly Schlein, e la Commissione ha risposto che
«non è nella posizione di verificare e commentare in merito
alle affermazioni cui fanno riferimento gli onorevoli deputati».
Non è nella posizione di verificare e commentare, ripetiamolo.
Lo sostiene anche un appello recente, firmato da decine di
giornalisti, attivisti, associazioni. E lo sosteniamo anche noi: vo-
gliamo ascoltare finalmente parole di verità rispetto a quanto
succede tanto nel Mediterraneo centrale quanto in Libia. Non
possiamo più tollerare nessun “ma”, perché – come dice Jon
Snow - «tutto quello che viene detto prima di “ma” è una stron-
zata». Non siamo razzisti, ma. Non stiamo respingendo rifugia-
ti, ma. Dobbiamo invece dirlo senza mezzi termini: il governo
italiano sta effettuando respingimenti collettivi di rifugiati. Le
mani insanguinate non sono le nostre, ma quelle della Guardia
costiera libica che addestriamo, alla quale diamo assistenza
e che riteniamo essere un interlocutore affidabile, nonostante
numerose inchieste giornalistiche abbiano documentato la so-
vrapposizione tra questa e gli stessi trafficanti di esseri umani.
Stiamo respingendo persone innocenti, che hanno subito trat-
tamenti inumani e degradanti, torture, violenze, stupri, verso
quei luoghi dai quali scappano e verso i loro stessi aguzzini,
macchiandoci di crimini che verranno messi nero su bianco
sui libri scolastici.
«Com’è stato possibile?», ci domandiamo ora pensando ai pe-
riodi più bui della storia. Ce lo chiederemo ancora e diremo ai
nostri figli e ai nostri nipoti, ancora una volta, che «non deve

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ripetersi mai più». «Sembra che nessuno voglia riconoscere
che la storia contemporanea ha creato un nuovo genere di
esseri umani — quelli che sono stati messi nei campi di concen-
tramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro
amici», scriveva Hannah Arendt nel 1943.
Sta succedendo di nuovo.
Sommersi e salvati, curioso che nessuno colga che di annega-
menti e di naufragi, culturali, si tratta. I sommersi si arrangino,
i salvati pure peggio. Che cosa vogliono da noi, quei salvati?
Quel libro lo avete letto, a scuola? Vi avrà commosso, inter-
rogato, offerto le istruzioni per evitare che certe cose non ac-
cadano mai più. «Fatti troppo mostruosi per essere creduti»,
ricordava Levi, spiegando che i nazisti pensavano di farla fran-
ca perché era troppo anche soltanto immaginare quelle storie,
quelle brutalità, quelle vergogne. Eppure questa volta, che ve-
diamo e possiamo credere a mille testimonianze, nonostante
ciò, non li prendiamo sul serio. Non possiamo permettercelo,
ha detto un parlamentare, in un momento di sincerità, scan-
dalosa e folle. Salvare le vite umane è un fatto ideologico. È
troppo, ancora una volta. Troppo.
Non si sta dicendo, ovviamente, che si tratti della «stessa» cosa.
Tutt’altro. Si sta dicendo che il meccanismo di rimozione fun-
ziona in modo terribilmente simile, che tutto sommato ci va
bene così. Che qualche decina di migliaia di persone non sia
un nostro problema, che tutto sommato se li tengono lì va
bene, ci risparmia un sacco di scocciature e di problemi. Del
resto, che diritto hanno di venire da noi?
«Non è possibile indicare una data certa – ha scritto Donatella
di Cesare -. È stato all’alba, o magari al tramonto, quando al

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largo di Lampedusa il mare si è preso le vite di un altro barco-
ne. Poi ha lasciato andar via relitti e spoglie». C’è il naufragio
dell’Europa, dietro a ogni naufragio nel Mediterraneo. Un’Eu-
ropa «che prometteva di diventare non solo l’inedito luogo
comune di una riscoperta della politica, ma anche il laborato-
rio dove sperimentare nuove forme di cittadinanza, sganciata
dalla filiazione e dalla nascita, e sbarazzarsi del mito tossico
della nazione, l’Europa semplicemente non è stata tutto ciò».
Dell’Unione europea è facile diventare cittadini, a determinate
condizioni, quelle dettate dall’«Individual Investor Program-
me» di Malta. C’è una brochure, sul sito del governo maltese:
si tratta di un programma per consentire alle persone (e ai loro
familiari) che «contribuiscono allo sviluppo economico e socia-
le di Malta» di ottenere la cittadinanza. È necessario fare una
donazione di almeno (sono previsti ulteriori versamenti per i
famigliari) 650mila euro in un fondo nazionale per lo sviluppo
e il sociale, possedere una proprietà immobiliare su territorio
maltese del valore di almeno 350mila euro, acquistare 150mila
euro di azioni e bond maltesi. Questo è quanto vale una vita
umana. La stessa politica è stata adottata da Cipro, come rac-
contato dal Guardian, senza andare troppo per il sottile rispet-
to alla provenienza dei capitali che assicurano la cittadinanza.
Respingiamo innocenti perché poveri e accogliamo a braccia
aperte criminali purché ricchi. Sono necessarie proprietà per
due milioni di euro e investimenti per due milioni di euro e
mezzo. Dal 2013, la politica dei “visti d’oro” avrebbe portato
nelle casse cipriote 4 miliardi di euro.
Ci sono isole e isole, insomma, e stanno sullo stesso parallelo.
Le isole dei tesori europei e le isole dei naufragi europei, le

19
isole delle mafie e dei traffici, a comporre un arcipelago in cui
i diritti spariscono, nemmeno fosse il triangolo delle Bermude.
Isole molto lontane da quella Ventotene, un’altra isola!, il cui
manifesto era un progetto di riforma sociale che ci consentisse
uscire dalle atrocità di un conflitto devastante, frutto del lavoro
intellettuale di prigionieri, confinati da una dittatura, privati
della loro libertà. Il manifesto più citato e meno letto e pratica-
to di tutti i tempi.
Eppure, nel frattempo, c’erano un sacco di cose da leggere per
sapere come sarebbe andata a finire. Libri di Gian Antonio
Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi è del 2002. Negri,
froci, giudei & Co. è del 2009. Li ha pubblicati Rizzoli, non era
letteratura clandestina. Tutti hanno letto, dello stesso autore, la
Casta, senza rendersi conto che c’erano altre caste, che divido-
no l’umanità. Che la dividono, che la negano.
Sono passati venti, trent’anni da quando la questione è diven-
tata anche italiana. Di fronte all’emergenza che non lo è, ci
sorprendiamo ogni volta. Politiche di emergenza, reazioni di
emergenza. L’unica cosa che non emerge - parola da naufragio
anch’essa - è la verità.
L’emergenza sommerge popolazioni intere e arricchisce i pro-
fessionisti dell’emergenza, dell’accoglienza fittizia, del mercato
legalizzato di uomini. Bastardi senza gloria che lucrano sulla
vita dei profughi, accompagnati da chi strumentalizza il loro
lucrare. Un’associazione di stampo immorale. Esiste un model-
lo rigoroso, certificato, rendicontato: lo si rende obbligatorio?
Certo che no. Si affida la «partita» alla libera impresa, non
importa che le cose siano fatte bene, importa che i 35 euro
entrino nelle tasche di chi gestisce, non certo dei profughi, che

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ricevono (se li ricevono) pochi spiccioli. C’è chi ne ha fatto
un modello di qualità, chi ha ridato vita a borghi spopolati
dall’emigrazione (ironia della sorte), chi ha provato a mettere
a posto le cose, a restituire misura e proporzione al fenomeno.
E c’è chi non si è fatto scrupoli, a fiutato l’affare, come già
dall’altra parte del mare, e si è messo a moltiplicare profitti e a
ridurre al lumicino i diritti.
Avete mai letto Alessandro Leogrande? No? Le sue storie di
Frontiera? Perché Leogrande racconta, insieme a Igiaba Sce-
go, un’altra rimozione, quella delle nostre colonie. L’Eritrea,
soprattutto. Che uno arriva in stazione a Roma e si trova la
piazza dei Cinquecento, che poi sarebbero gli eroi della scon-
fitta di Dogali. Con un monumento. L’Eritrea. Colonia che è
diventata la principale esportatrice di migranti verso le nostre
coste. Rimosso anche questo aspetto, rimosso tutto. Chissà per-
ché tutti questi eritrei. Intanto comanda il dittatore Afewer-
ki, Leogrande lo scrive con precisione, usa gli stessi campi di
concentramento che avevano aperto gli italiani per soggiogare
gli eritrei. Tutto torna. Solo noi facciamo finta di non capire.
Rimozione forzata, proprio come è forzata l’emigrazione.
Tutti chiamano in causa ogni volta che si può e spesso a spro-
posito il pontefice, così arriva l’assoluzione prima della confes-
sione. Leogrande riferisce le parole di Bergoglio dell’8 luglio
del 2013 a Lampedusa:

Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope


de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente
Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno,
e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto

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l’esecuzione. Quando il giudice del re chiede: “Chi ha
ucciso il governatore?”, tutti rispondono: “Fuente Oveju-
na Signore”. Anche oggi questa domanda emerge con
forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e
sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono
io, io non c’entro, saranno altri, non certo io.

Le librerie sono piene dei libri-denuncia. I ghetti della Puglia,


raccontati da Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano, che poi si
sono spinti più a Nord, fino alle Alpi, caporalato senza confini,
a tutte le latitudini. Mai capitato di incappare in uno dei loro
libri, nelle loro testimonianze in tv, nelle loro parole? Mai pen-
sato che intorno a queste storie ci fosse l’indifferenza e la com-
plicità di intere province, di intere classi dirigenti? Che qual-
cuno sullo sfruttamento ci guadagni tanto? Troppo? L’Espresso
ha raccontato a più riprese che le donne romene in Sicilia, nei
campi del Ragusano, per lavorare devono anche concedersi ai
caporali, ai padroni, ai capi. Schiave lavorative e sessuali.
E la magistratura? C’è un giudice che si faccia carico di quanto
accade, prima strisciando, poi alzando la testa della violenza,
dell’orgoglio di chi difende la razza? Oppure lasciamo correre,
finché non succede qualcosa di irreparabile, finché non sarà
troppo tardi.
«Sentirsi autorizzati a farlo», avete presente il concetto, com-
mentatori irresponsabili che giocate con le parole? Perché se il
razzismo arriva dalla tv, se i presunti leader parlando di «puli-
zia», allora qualcuno penserà che si può fare. Perché no?
Non possiamo non sapere, infatti lo sappiamo, arrivano repor-
tage, video, foto, testimonianze terribili ogni giorno. Persone

22
che non hanno commesso alcun reato imprigionate in condi-
zioni disumane. Nel frattempo in Italia si celebra il presunto
decisionismo del ministro dell’Interno e del premier che lo
segue in tutto e per tutto.
Per la stessa ragione si riapre un dialogo con l’Egitto, presso
il quale torna l’ambasciatore, benché nessuna notizia di verità
sia giunta per Giulio Regeni e sulla sua fine devastante. Men-
zogne, false promesse, zero informazioni. «Partner ineludibile»,
sempre per via dei migranti, e di altri affari. La vita umana non
è un affare, invece.
Fa comodo a tutti. Il ministro fa il duro, così gli altri esponenti
del governo possono fare le anime belle, che promettono di
mettere a posto la Libia, dopo, perché ci sono troppe torture.
Ma che sollievo saperli là e non nei nostri porti. Che colpo.
Che bravura. Applausi a scena aperta, mentre su quelle perso-
ne cala il sipario.
«Fuori dai coglioni, liberiamoci di questi qui», «Siamo lo scan-
dalo d’Europa, non salvate i naufraghi», «Più orsi e meno mi-
granti: sarebbe l’ideale. Gli animali li abbiamo importati noi, i
clandestini arrivano senza permesso», «Fuori dai piedi gli isla-
mici», «Lezione dagli africani: chi entra illegalmente va subito
deportato». Siamo abituati a titoli così. «Immigrati, così Israele
si sbarazza degli africani». Sbarazzarsi.
Un sistema dell’informazione che crea mostri e che poi si sor-
prende della reazione dei lettori: secondo i sondaggi, aumen-
ta l’intolleranza. Chissà per quale ragione. Ci sono intere tra-
smissioni televisive, ogni giorno, dedicate a poche persone che
discutono di pochi rifugiati politici. Episodi piccoli diventano
centrali nel flusso dell’informazione. Siamo all’entomologia.

23
Non importa a nessuno di milioni di altre cose. L’importante è
che tutto sfumi sul nero, che se ne parli in continuazione, che si
proietti sulla questione migratoria ogni altra questione. Come
se, spariti i profughi, tutto tornasse a posto. Come se fossimo
diventati, noi, animisti.
I profughi nel sistema dell’accoglienza rappresentano lo 0,3%
della popolazione italiana. 997 italiani, 3 profughi. E si parla di
invasione. Il numero di stranieri è rimasto tutto sommato fer-
mo in questi anni, una cifra costante. Moltissimi costruiscono
in Italia le proprie vite, moltissimi altri vanno altrove. È voluto
andare altrove Moussa, ragazzo del Gambia che ho ospitato a
casa mia, perché convinto che il suo destino fosse in Finlandia.
Lo stesso vale per gli amministratori locali, che sono meno
odiati dei politici nazionali, mangiapane a tradimento. Loro
sì, che hanno contatto con la vita reale. Sarà per questo che
pochissimi, poco più di un decimo degli ottomila sindaci, han-
no attivato il percorso certificato e garantito dello Sprar, per
ritrovarsi con situazioni di emergenza, quelle dei Cas imposti
dagli odiati prefetti, che precipitano da Roma, senza alcuna
garanzia, contro cui ribellarsi. Non prendono l’iniziativa per
non perdere voti, però poi se ne lamentano, per aumentare i
voti. Anche loro incolpevoli, perché la responsabilità è sempre
di qualcun altro, ordini superiori, ecc. Una rassegna di negli-
genza, strumentalità e incuria che culmina nella città cattolica,
che vuol dire universale, dove il Baobab è stato sgomberato
decine di volte, pur assolvendo a una funzione essenziale per
le vite delle donne e degli uomini in transito. Una vergogna.
Poi certo di fronte alle foto di Alan (che molti quando videro
quella foto chiamarono Aylan), c’è un momento di resipiscen-

24
za, un attimo di vertigine e sembra quasi che ci si renda conto
di ciò che sta accadendo. Ma poi anche l’emozione passa pre-
sto. E ci sono altre ragioni da considerare, dopo essersi asciu-
gati le lacrime di coccodrillo (curioso che una delle più appas-
sionanti storie sia stata poi intitolata Nel mare ci sono i coccodrilli e
sono proprio i coccodrilli ad aver riempito delle loro lacrime
quel mare). È tutto emotivo e senza fiato, in questa storia, da
qualsiasi parte la si guardi.
Certo, ci sono migranti e migranti, economici, climatici, politi-
ci. Solo che chi nemmeno fosse Linneo insiste per classificarli
come specie distinte e diverse tra loro, finge di non rendersi
conto che guerre, dittature, disastri ambientali, desertificazioni,
si trovano sulla stessa linea, un parallelo, una sorta di Tropico
della violenza, della fame, della disperazione e della disuma-
nità. Ed è una linea che fa da soglia, anche, tra il mondo dei
profitti e dei consumi e quello dello sfruttamento.
Possiamo citare il caso della vaniglia del Madagascar, Emilio
Drudi lo ha raccontato: «Il più grande produttore di vaniglia
è il Madagascar. È una coltivazione molto faticosa. Un kg vie-
ne pagato 8 dollari, il contadino non arriva a due dollari al
giorno. Un kg costa 400 dollari all’ingrosso. Al dettaglio, nei
nostri mercati può valere anche il doppio. Il contadino guada-
gna cento volte di meno del prezzo al quale la vaniglia viene
venduta. Le banane costano intorno ai 3 euro al kg. Il 40% del
prezzo di vendita va al supermercato, il 23% in tasse europee,
il 15% all’importatore, il 10% in trasporto, l’8% all’esportatore, il
4-5% al proprietario dell’azienda. Al contadino va l’1%». Così
per i migranti climatici, che soffrono per cambiamenti che non
sono certo stati loro a determinare, ma i paesi che inquinano.

25
E chissà quali saranno, questi paesi? Chissà.
Del resto, sulla base dello stesso principio di irresponsabilità,
vendiamo armi a paesi in guerra e a paesi che non rispettano
i diritti umani, contrariamente a ciò che la stessa legge italia-
na vieterebbe. Non diamo informazione di chi acquista, non
rispondiamo alle domande rivolte in Parlamento, né alle pres-
sioni delle associazioni pacifiste. In Yemen l’Arabia Saudita
scaglia proiettili e bombe italiane contro le popolazioni civili.
In Egitto vendiamo armi per le forze dell’ordine e quelle mili-
tari. Il nostro export di armi verso le zone mediorientali è au-
mentato. Spesso, poi, non è nemmeno necessario vendergliele,
le armi: le portiamo in dono direttamente noi. È il cosiddet-
to fenomeno della diversion, spiegato così da Cecilia Strada:
«quando le armi scorrono a fiumi, è ampiamente prevedibile
che finiscano in mille rivoli. Il flusso, come quello di un fiume,
può divergere dal suo letto originario». E così armi prodotte
per (e utilizzate da) gli eserciti più attrezzati del mondo – gli
eserciti di quei paesi che fanno parte del Consiglio di sicu-
rezza dell’Onu, che dovrebbero appunto garantire la nostra
sicurezza – finiscono nelle mani di milizie, signori della guerra,
terroristi. Dove pensiate che si riforniscano, altrimenti? Sono
le nostre bombe quelle che esplodono nei mercati di Kabul.
La disuguaglianza chiama disuguaglianza, questa è la verità.
Che un batter d’ali di farfalla a Dubai diventa nuvola di smog
in Europa e torna come siccità nel Sahel, un colpo di fucile in
Niger produce uno sbarco a Lampedusa, un lavoratore sfrut-
tato in Madagascar provoca la chiusura di una fabbrica in una
zona industriale in pianura padana.
Una catena del disvalore: siete sabbie mobili, tirate giù, dice

26
quella canzone. E non vi rendete conto che si sprofonda tutti
quanti. A poco a poco, senza nemmeno accorgersene. Faccia-
mo finta di non vedere, è una «grande cecità», la nostra,
La colpa, caro Bruto, non è nelle stelle, ma nostra, se siamo
schiavi e se schiavi tolleriamo, a pochi chilometri da casa. Per
evitare che poi magari qualcuno faccia la pipì sui nostri muri,
meglio che qualcuno lo torturi. Lontano dagli occhi, lontano.
Dalla banalità del male alla superficialità con cui lo viviamo,
per non andare a fondo (ancora una volta una metafora che
è più di una mera immagine) delle nostre contraddizioni, di
più: delle nostre responsabilità. Conformisti e capaci di auto-
assoluzioni in ogni modo. Uomini normali, insensibili ma per
sacrosante ragioni: «è troppo» perché possiamo farcene carico,
perché sono «troppi», perché vengono tutti qui da noi, perché
la gente non capisce (la gente sta per una cosa che pensiamo
noi, ma attribuiamo agli altri, per una ultima, residuale forma
di pudore).
Voi pensate che questo sia un appello morale: vi piacerebbe.
Invece è un atto di accusa politico che ci e vi riguarda. Non
perché ci dobbiamo sentire in colpa o responsabili. Questo
è ovvio, ma questo appunto lo sapete già. Non potete non
saperlo. Per una ragione più profonda: perché in un mondo
che tratta così gli esseri umani, potrà toccare anche a voi. Pre-
sto. Che siano i robot e i loro padroni a lasciarvi a casa, che
siano le classi dirigenti a spiegarvi che i diritti devono diven-
tare sempre meno per essere competitivi con questi sistemi di
sfruttamento. Che se siamo disumani con i neri o con i gialli,
possiamo esserlo anche con gli altri. Perché no? Quale regola
morale vale più, se niente importa?

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La disuguaglianza richiama disuguaglianza, la moltiplica, ren-
de altre forme di discriminazione e di sfruttamento familiari,
accettabili, plausibili: addirittura auspicabili! E chi le determi-
na, chi produce queste disuguaglianze per rimanere al di sopra
di tutto e di tutti, soprattutto, si rappresenta come una persona
costretta a presiedere un mondo così, a difenderne l’equilibrio
(perduto) a confermare lo status quo. Lo fa per il nostro bene.
E per i penultimi pensare che gli ultimi siamo sfruttati non si
capisce perché debba essere motivo di conforto. O forse lo si
capisce benissimo: perché non c’è più alcuna speranza nell’u-
manità e ci si accontenta solo di essere quelli che in coda verso
l’abisso sono scartati, almeno per questa volta. Sollevati per
non dover affrontare le torture.
Facciamo finta di non capire che è il nostro modello economi-
co a produrre e a causare molta parte delle emigrazioni. Le no-
stre bombe, il nostro modello di sviluppo, le sue conseguenze
sul clima, la nostra opzione consumistica, la nostra difesa. La
nostra avidità e la nostra ingordigia, che già ci si sta tornando
indietro, e non per l’«invasione», ma con la riduzione delle
paghe e dei diritti, delle
Delocalizziamo, sfruttiamo il lavoro, strappiamo prezzi vantag-
giosi che fanno schizzare in alto i nostri guadagni e ci ritrovia-
mo con le persone che non hanno lavoro o se ce l’hanno fatica-
no comunque a mantenersi. Invasi dalla nostra stessa miseria,
da scelte sbagliate, non affrontiamo quelle, no: affrontiamo le
popolazioni sfruttate più di noi e quasi sempre da noi.
Ricordate la ballata del vecchio marinaio di S. T. Coleridge,
in cui il vecchio e macilento marinaio racconta la sua storia a
gentiluomini che non hanno tempo da prestargli. È esergo ai

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sommersi e ai salvati. Ed è una storia di un naufragio.
Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano lo hanno spiegato mille
volte: il caporalato è un sistema di potere, pieno di complicità.
Delle mafie ma anche degli uomini di potere e dei loro mecca-
nismi. Capitalisti agricoli, professionisti, amministratori locali.
Se non tutti, molti, troppi. Che non solo sanno, ma lucrano
su operai portati direttamente dal loro paese a fare questo, ri-
cattati con il prestito preso al momento di partire, drogati per
lavorare di più.
«E mi domando cosa siamo, noi, se mangiando un mandarino
a tavola, d’inverno, non sentiamo il sapore amaro della prigio-
nia», si chiedono i due autori. E se non sentiamo l’odore delle
droghe, quelle che i braccianti sikh sono costretti ad assumere
per sopportare il dolore e la fatica, per non stramazzare al suo-
lo in una campagna del basso Lazio. Metanfetamine e bulbi di
papavero da oppio essiccati, spesso sciolti nel chai, il loro tè,
perché in purezza fanno troppo male allo stomaco e alla gola.
Schiavitù vera e propria, drogata.
Anche in questo caso la rimozione si somma ad un’altra rimo-
zione, quella che riguarda la presenza della mafia. Perché, ov-
viamente, le mafie in provincia di Latina non ci sono, una tesi
rassicurante, dice Marco Omizzolo, soprattutto per le mafie e
per il loro consorzio agronarcomafioso, dove si danno appun-
tamento da tutta Italia mafie, trafficanti di droga e di uomini,
caporali e sfruttamento, che è impossibile non pensare siano
immuni da collusioni con la società normale. Professionisti im-
peccabili che hanno a che fare con i caporali dell’agricoltura,
con i colonnelli delle narcos e con i generali delle mafie.
Perché tutte queste citazioni, vi chiederete? Per spiegare che

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tutto questo è già stato scritto da anni, fin da quando iniziò, tra
i primi, a raccontare queste storie Pap Khouma. Era il 1990.
Sono passati quasi trent’anni. Passando per Fabrizio Gatti, di-
ventato Bilal per fare lo stesso viaggio verso l’Europa. Fino
al racconto di oggi, di Gennaro Giudetti. Il racconto dei suoi
guanti che hanno salvato alcune persone che stavano andando
a fondo, al largo delle coste libiche, mentre mezzi della marina
libica interferivano platealmente e con violenza con le azioni
di salvataggio. Un episodio nel quale Giudetti, giovanissimo, si
è trovato nel momento abissale di decidere chi salvare, perché
non avrebbe potuto salvarli tutti, perché una decisione si impo-
neva e non può spettare a un volontario, fare una lista in pochi
secondi di chi si può recuperare e di chi invece si deve lasciare
andare. Anche questa lista non vi ricorda proprio nulla?
Nel 2009 scrivevo del razzismo istituzionale che si faceva largo
in Lombardia e nel Nord, contro i luoghi di culto, le crociate
contro i kebab e i phone center (per chiamare a casa loro…),
le discriminazioni d’ogni sorta verso gli stranieri stabilite con
le ordinanze di sindaci di ogni colore, spesso ipocrite, perché
questi stranieri lavoravano, duramente e spesso in nero, l’im-
portante era che non pregassero le loro religioni e non si faces-
sero troppo vedere in giro: «Non solo i clandestini non sono
criminali, ma sono nella stragrande maggioranza lavoratori in
nero, nelle case private di chi non ha interesse a regolarizzarli,
nei cantieri edili di chi trova comodo pagare con qualche euro
un’intera giornata di lavoro, nelle fabbriche dove il costo del
lavoro è troppo alto».
I clandestini di cui tutti parlano, che si vedono benissimo e che
insieme facciamo finta di non vedere. Siamo razzisti a parole

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(per tacer dei fatti), come ha scritto Federico Falloppa, più o
meno consapevolmente. E forse qualcuno riecheggia il punto
7 dell’orrendo Manifesto della razza (anzi, il Manifesto degli scien-
ziati razzisti), che diceva «è tempo che gli italiani si dichiarino
francamente razzisti». In tempi di rigurgiti fascisti, non sarebbe
nemmeno così sorprendente.
Come vuole un luogo comune della letteratura, si osserva da
lontano e con un senso di sicurezza (ah, la sicurezza) ciò che
accade in mare, mentre una nave in difficoltà affonda. C’è il
naufragio e ci sono gli spettatori, eccome se ci sono, in alta
definizione.
Lo spettatore «si volge a l’acqua perigliosa e guata». E poi si
volge dall’altra parte. E basta.
E tolleriamo anche chi si fa giustizia da sé, con le parole, con
le scelte, con la violenza stessa, senza renderci conto che la
violenza, quale essa sia, se affidata ai singoli e non a un potere
riconosciuto da tutti e limitato negli eccessi perché normato da
regole e da misure, è il principale motivo di insicurezza e lo
sarà sempre di più, in futuro. E ci coinvolgerà.
Un mondo in cui segreghiamo le persone, che sfruttiamo ovun-
que possiamo per far circolare le merci da un capo all’altro
del pianeta: il pomodoro concentrato che viaggia dalla Cina
all’Europa per poi finire ritrasformato in Africa e spodestare
i contadini locali, o quello prodotto partire dai frutti raccolti
in Italia da immigrati senza documenti; la soia che colonizza
intere distese del Mato Grosso minacciando la foresta amazzo-
nica per nutrire battaglioni di maiali industriali in Cina, i tonni
pescati nel Pacifico e venduti a un dollaro o a un euro a lattina
in Occidente sono solo alcuni esempi di un sistema alimentare

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sempre più in balia degli interessi dei grandi gruppi e sempre
meno attento alla sostenibilità delle risorse e agli equilibri so-
cioambientali», così Stefano Liberti, a proposito di quelli che
ha giustamente definito signori del cibo.
Scrivevo il 6 agosto 2011, dopo essere stato a Nardò per il
primo sciopero dei braccianti contro i caporali: «questa storia
parla di noi, e un diritto negato a Nardò, colpisce i lavoratori
dappertutto. Anche mentre mangiano un’anguria. Per rinfre-
scarsi. Mentre con gli amici parlano della crisi. E di tutti questi
stranieri che ci tolgono il lavoro. Mentre siamo noi, che ci to-
gliamo i diritti. Anche da soli».
Chi ha potere risponde che questa è la realtà. Così è, ci dicono,
quelli che la sanno lunga, quelli che possono parlare, quelli
che hanno visibilità. Solo che non è vero, è un imbroglio. Que-
sta è la realtà che consente loro di comandare, la realtà che
loro hanno raccontato. La storia si dice la scrivono i vincitori.
Non solo la storia, anche la cronaca. E la fanno ogni giorno.
Non è la realtà, è la loro realtà. La loro necessità. Il loro modo
di dare ordine al mondo.
È lo schermo dell’ignoranza voluta: più che dare asilo ai ri-
fugiati, ci rifugiamo noi in una verità di comodo che serve a
spiegare questa realtà, a definirla e a renderla credibile. Ma
c’è di più, molto di più. Perché questa realtà non dice la verità.
E non dice la verità umana. La verità umana è un’altra, è che
siamo tutti uguali e lo siamo fin dalla nascita. Non è che uguali
lo si diventa, uguali si nasce. E non importa dove si nasce, ap-
punto. Perché in questo caso il suolo, sì proprio quello dello
ius soli, è uno solo. Un solo suolo. Per tutti gli esseri umani. Ed
è l’unica cosa che conta e che viene prima di tutte le altre.

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La realtà spesso non dice la verità. Questa realtà in particolare
non dice quella verità, quella più profonda. Da cui tutto inizia,
da cui nasce ogni cosa.

Per tutte queste ragioni, le ragioni più profonde, le ragioni


dell’umanità, le uniche vere ragioni, io vi accuso, presidenti,
ministri, generali, direttori, capitani di industria. E accuso tutti
noi, senza eccezione alcuna.

33
Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai
visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me
solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio
non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione
della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella
della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha
diritto alla felicità.

Émile Zola, 1898

34
Dedico questa accusa a cui volontariamente mi espongo e che
rivolgo anche a me stesso a tutte le figlie delle migrazioni e ai
loro fratelli, perché il mondo per loro sia una casa più acco-
gliente di quella che hanno trovato, nascendo.

E ringrazio Stefano Catone: mai stato maestro io, mai stato


allievo lui ma è certo che mi abbia superato.

35