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iuseppe e Anita[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe e Anita si erano conosciuti a Laguna nel 1839: si narra che, dopo averla inquadrata con il
cannocchiale mentre si trovava a bordo dell'Itaparica, una volta raggiunta le disse in italiano «tu devi
essere mia»[155]. Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (questo il nome completo) si era sposata[156] il 30
agosto 1835[157] con il calzolaio[158] Manuel Duarte de Aguiar, molto più anziano di lei, che, arruolatosi
fra gli imperiali, era fuggito da Laguna tempo prima, ma la moglie non lo seguì. Nata nel 1821 a
Merinhos[159], aveva 18 anni al momento dell'incontro con Garibaldi.
Garibaldi e Ana Maria, passata alla storia e quasi alla leggenda del Risorgimento italiano con il
diminutivo Anita, si sposarono il 26 marzo 1842 presso la chiesa di San Francisco d'Assisi con rito
religioso. È spesso raccontato il fatto che Anita, abile cavallerizza, insegnò a cavalcare al marinaio
italiano, fino ad allora del tutto inesperto di equitazione. Giuseppe a sua volta la istruì, per volontà o per
necessità, ai rudimenti della vita militare.
Cercò di far allontanare Anita e i figli da sua madre, ma il giugno 1846 ottenne un parere contrario del
ministro degli esteri di Carlo Alberto, Solaro della Margarita.[160] I legionari progettano di tornare in
patria, e grazie alla raccolta organizzata fra gli altri da Stefano Antonini, Anita, con i tre figli, e altri
familiari dei legionari partirono nel gennaio del 1848 su una nave diretta a Nizza, dove furono affidati
per qualche tempo alle cure della famiglia di Garibaldi. Scoppiati i moti italiani di indipendenza, fu
autorizzato a ritornare negli stati sardi con un gruppo di soldati.

Prima guerra d'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]


Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra di indipendenza italiana.

Garibaldi rientrò in Italia nel 1848, poco dopo lo scoppio della prima guerra di indipendenza. Venne
noleggiato un brigantino sardo chiamato Bifronte, rinominato Speranza (o Esperanza); venne nominato
come capitano lo stesso Garibaldi e la partenza avvenne il 15 aprile 1848, alle 2 del mattino; si erano
imbarcati 63 uomini.[161] Giunsero in vista di Nizza il 23 giugno.[162]Lo avevano anticipato un suo
luogotenente, Giacomo Medici,[163] e una certa notorietà, grazie al lavoro di Mazzini.[164] Tornato
dunque in Europa per partecipare alla prima guerra di indipendenza contro gli austriaci, il 25 giugno
proferisce parole a favore di Carlo Alberto di Savoia; il 29 giugno si trova a Genova e per giungere
a Roverbella, nei pressi di Mantova, deve chiedere 500 lire a un amico.[165] L'incontro con Carlo Alberto
avvenne il 5 luglio: venne accolto freddamente, a causa dell'antica condanna; non potendogli offrire
aiuto, gli consigliò di recarsi a Torino dal ministro della guerra, che gli suggerì a sua volta di recarsi
a Venezia.

Roverbella, lapide in ricordo dell'incontro con Carlo Alberto


Nel 1848 incontrò Mazzini a Milano, rimanendone in parte deluso, avendo i due pensieri molto
diversi.[166] Partecipò comunque alla guerra come volontario al servizio del governo provvisorio
di Milano, con la carica di generale.[167] Formò il battaglione Anzani, al quale pose al comando Giacomo
Medici, e partì alla volta di Brescia il 29 luglio, avendo ricevuto l'incarico di liberarla. Il numero dei suoi
uomini era di circa 3.700 e usarono le vesti abbandonate dagli austriaci. Non giunse però nella città,
poiché venne richiamato a Milano. Le sue affermazioni contro Carlo Alberto provocarono una sua dura
reazione: il Re impartì l'ordine di fermarlo e, se si fosse ritenuto necessario, anche di
arrestarlo,[168] provocando la diserzione di alcuni volontari. Giunse ad Arona, dove chiese contributi alla
cittadinanza,[169] poi a Luino dove il 15 agosto 1848 ebbe il primo scontro in Italia contro gli austriaci
(comandati dal colonnello Molynary) e verso Varese, poi navigando sul Lago Maggiore, essendosi
impadronito dei battelli, penetrò per poco nel territorio austriaco.[170]
Gli austriaci che si trovò a combattere erano comandati dal generale Konstantin d'Aspre, che ebbe
l'ordine di ucciderlo, e dal maresciallo Radetzky. A Morazzone venne sorpreso da un attacco nemico,
ma riuscì a fuggire nella notte, rimanendo con circa 30 uomini. Trovò riparo in Svizzera,[171] il 27 agosto,
valicando il confine travestito da contadino.[172] Il 10 settembre ritornò da sua moglie, che viveva a casa
di un amico, Giuseppe Deideri. Il 26 settembre ripartì alla volta di Genova e il 24 ottobre si imbarcò
sulla nave francese Pharamond[173] con Anita, poi rimandata a Nizza. All'inizio erano 72 gli uomini con
Garibaldi, cui si aggiunsero i lancieri di Angelo Masina il 24 novembre e altri soldati provenienti da
Mantova. Si arrivò così a una formazione di 400 uomini[174] alla quale Garibaldi diede il nome di Legione
Italiana.

Repubblica Romana[modifica | modifica wikitesto]


Lo stesso argomento in dettaglio: Questione romana e Assedio di Roma (1849).

Infastidito dai reumatismi di cui soffriva, si ritirò a Rieti il 19 febbraio e, per breve tempo, ebbe la
compagnia di Anita. Grazie al suo appello, giunsero molti giovani che portarono il totale a 1.264
uomini,[175] oltre ad aiuti, vestiti e armi seppur in numero insufficiente; stazionarono poi ad Anagni,
mentre Francesco Daverio chiedeva l'invio di altre armi. Il 23 aprile il nizzardo venne nominato generale
di brigata dal ministro della guerra della Repubblica Romana Giuseppe Avezzana[176], mentre Carlo
Alberto aveva abdicato in favore di Vittorio Emanuele II.
Garibaldi partecipò ai combattimenti in difesa della Repubblica Romana, minacciata dalle
truppe francesi e napoletane che difendevano papa Pio IX. Luigi Napoleone fece sbarcare
a Civitavecchia un corpo di spedizione francese, guidato dal generale Nicolas Oudinot. Il 25
aprile,[177] dopo averla occupata, ne fece la sua base. Il 27 aprile giunse a Roma passando per Porta
Maggiore. Contava di bloccare il nemico di 2.500 uomini e l'appoggio di altri 1.800 guidati dal
colonnello Bartolomeo Galletti.

Garibaldi, Andrea Aguyar (a cavallo) e Nino Bixio durante l'assedio di Roma. Disegno del 1854 di William Luson
Thomas, basato sullo schizzo di George Housman Thomas realizzato nel 1849
Scrutando il territorio decise di far occupare Villa Doria Pamphilj e Villa Corsini; il 30 aprile i francesi
attaccarono, ma imprecisioni tattiche[178]portarono lo scontro al colle Gianicolo: alla fine si ritirarono
verso Castel di Guido; le perdite furono maggiori per i francesi (500[179] fra morti e feriti, contro i 200 dei
difensori).[180] Fra i feriti vi era Garibaldi, colpito al fianco da una fucilata francese che impattò il manico
del pugnale, permettendogli di salvarsi miracolosamente[181].
Intanto Ferdinando II, re delle Due Sicilie, inviò i suoi uomini, guidati dal generale Ferdinando Lanza e
dal colonnello Novi, che giunsero verso le 12[182] del 9 maggio a Palestrina; a respingerli furono il
nizzardo e Luciano Manara; dopo un combattimento di tre ore, i borbonici si ritirarono, perdendo 50 dei
loro uomini.
Il 19 maggio, nei pressi di Velletri, Garibaldi disobbedì agli ordini, in realtà ormai superati dagli eventi,
di Pietro Roselli[183]; nell'occasione Garibaldi venne travolto dai cavalieri, cadde a terra dove fu alla
mercé di cavalli e nemici, ma venne salvato per intervento del patriota Achille Cantoni:[184]seguirono
aspre critiche al suo operato.[185] Il 26 maggio 1849 Giuseppe Garibaldi giungeva a Ceprano, ordinando
a Luciano Manara di entrare con i suoi bersaglieri nel Regno di Napoli, per combattere i borbonici che
si erano attestati nella Rocca d'Arce. Mazzini voleva però concentrarsi sulla difesa dell'Urbe e, anche
perché era giunta notizia dell'arrivo di forze spagnole a Gaeta e di un esercito austriaco, richiamò
Garibaldi.[186]
La notte fra il 2 e il 3 giugno 1849 Oudinot guidò i suoi verso Roma e conquistò, dopo continui
capovolgimenti, i punti chiave di Villa Corsini e Villa Valentini; rimase in mano ai difensori Villa
Giacometti. Morirono 1.000 persone, fra cui Francesco Daverio, Enrico Dandolo e Goffredo
Mameli che, ferito, morirà in seguito per gangrena; verrà incolpato Garibaldi della sconfitta; i francesi
potevano contare su circa 16.000 uomini Garibaldi su circa 6.000.[187] Il 28 giugno 1849 i legionari di
Garibaldi tornarono a indossare le loro tuniche rosse di lana.[188]

Fuga da Roma e morte di Anita[modifica | modifica wikitesto]

1849, dopo la caduta della Repubblica Romana Giuseppe Garibaldi e Anita Garibaldi in fuga, trovano rifugio a San
Marino

Lo stesso argomento in dettaglio: marcia di Garibaldi dopo la caduta di Roma.

L'assemblea che si era costituita diede i poteri a Garibaldi e Roselli: la sera del 2 luglio 1849, da piazza
San Giovanni, con 4.700 uomini,[189] partì deciso a continuare la guerra, non più di posizione ma di
movimento.[190] Pochi giorni prima si era aggiunta Anita che, incinta, decise di seguirlo per tutta la
durata del viaggio.
Dopo aver rifiutato l'offerta fatta dall'ambasciatore degli Stati Uniti d'America,[191] sulla strada
di Tivoli affidò una parte dei soldati a Gaetano Sacchie un reggimento della cavalleria al
colonnello Ignazio Bueno compagno del Sudamerica, con lui il polacco Emilio Müller. Fece credere al
nemico di dirigersi verso gli Abruzzi mentre andava a nord, divise in piccoli gruppi la cavalleria che
mandava in esplorazione facendo pensare che potesse contare su un numero superiore di
soldati.[192] Intanto atti criminali commessi dal suo gruppo lo preoccupavano, e giunse a dover
minacciare di morte chiunque commettesse furto e, il 5 luglio, a dover far giustiziare un ladro colto in
flagrante.[193]
A Terni l'8 luglio si aggiunsero altri 900 volontari guidati dal colonnello Hugh Forbes e rifornimenti. Fece
circolare false voci sul suo itinerario, mentre in realtà intendeva raggiungere Venezia, dove
la Repubblica di San Marco di Daniele Manin stava ancora resistendo all'assedio austriaco. I soldati
davano però continuamente segni di cedimento, Müller li tradì e Bueno, il 28,[194] fuggì con parte dei
denari raccolti. Il nizzardo non riusciva a sostenere il gruppo.[195]
Erano rimasti 1.500 uomini, che in pochi giorni si ridussero a qualche centinaio. Lungo la strada
pernottarono due notti presso Todi: i soldati alloggiati presso il convento dei Cappuccini; Garibaldi e
Anita, incinta, ospiti invece a Palazzaccio nella casa di Antonio Valentini, fervente Garibaldino. Il 30
luglio si ritrova a passare la notte a Montecopiolo nella parte più alta del Montefeltro per proseguire la
marcia attraverso sentieri impervi e macchie fitte di vegetazione in direzione della Repubblica di San
Marino, dove arriva con circa 300 superstiti il 31 luglio per ricevere l'asilo concesso dalla Repubblica di
San Marino.[196] Contemporaneamente Garibaldi con un ordine del giorno sciolse la compagnia. I
coniugi erano alloggiati presso Lorenzo Simoncini.[197] Gli austriaci, guidati da d'Aspre, che comandava
il corpo di occupazione austriaco in Toscana volevano che Garibaldi fosse imbarcato a forza per gli
Stati Uniti, ma lui fugge da San Marino di notte con circa 250 uomini al seguito[198], mentre alcuni, tra
cui Gustav Hoffstetter, abbandonano.[199]

Garibaldi ed Anita, colpita dalla malaria, vengono ospitati in una fattoria


Continuano gli aiuti trovati per strada: vengono guidati dall'operaio Nicola Zani con Anita sempre più
febbricitante, fino a Cesenatico dove si imbarcano 13 bragozzi (barche da pesca),[200] alla volta di
Venezia, il 2 agosto. Arsi dalla sete a circa 80 km dall'obiettivo, all'altezza della punta di Goro, vengono
avvistati e attaccati da un brigantino austriaco, l'Oreste, che con rinforzi li insegue catturando gli
equipaggi di 8 bragozzi, più di 160 prigionieri che verranno condotti a Pola. Garibaldi, con Anita in
braccio, guada per circa 400 metri[201] giungendo infine sulla spiaggia, saluta i rimasti fra cui il
barnabita Ugo Bassi e Giovanni Livraghi, che saranno fucilati a Bologna l'8 agosto, e Angelo Brunetti e
i due figli, fucilati in seguito anch'essi. Garibaldi arriva a Magnavacca nelle Valli di Comacchio, con
Anita agonizzante e Giovanni Battista Culiolo detto Leggero. Aiutati dall'umile Battista Barillari riescono
a dissetare la moglie dell'eroe. Il 4 agosto ripartono e salgono sul biroccino guidato da Battista Manelli;
arrivano alle Mandriole dove si fermano alla fattoria Ravaglia con Anita che muore, nonostante gli sforzi
del medico Nannini, appositamente convocato.
Garibaldi, secondo quanto riporta l'uomo di chiesa Falconieri, avrebbe voluto dare degna sepoltura alla
moglie e trasportarla alla vicina Ravenna, ma non vi era il tempo e fu scavata frettolosamente una buca
nella sabbia della pineta[202]. Dopo pochi giorni, il 10 agosto una ragazzina, Pasqua Dal Pozzo, scoprì il
cadavere[203] che fu tumulato nel cimitero di Mandriole. Le cause della morte di Anita furono a lungo
discusse negli anni successivi, anche per attaccare Garibaldi.[204] Undici anni dopo, il 20 settembre
1859, Garibaldi con i figli Teresita e Menotti[205] tornerà a Ravenna per spostare i resti di Anita a Nizza,
accanto a quelli di Rosa, madre dell'eroe.
Garibaldi e Leggero fuggono dapprima a Forlì; poi, il giorno 16, lasciano Forlì per raggiungere il vicino
confine del Granducato di Toscana: Si tratta della cosiddetta trafila di Garibaldi. Sono aiutati, tra gli altri,
da Ercole Saldini, dal sacerdote Giovanni Verità e dall'ingegnere Enrico Sequi, a cui Garibaldi lascerà
la fede nuziale di Anita.
Attraversato il Granducato di Toscana, Garibaldi il 1º settembre salpa con l'imbarcazione di Paolo
Azzarini, e il 5 settembre, nonostante il governo sabaudo avesse dato ordine di non lasciar entrare in
territorio piemontese nessuno dei reduci della Repubblica Romana[206], si trova a Porto Venere, al
sicuro. La Marmora commenterà affermando che era un miracolo il suo salvataggio.[207]
Proprio lo stesso La Marmora, con i poteri di commissario straordinario di cui all'epoca era investito, la
sera del 6 settembre fece arrestare Garibaldi a Chiavari e lo condusse nel Palazzo ducale di
Genova.[208] Circa la decisione da prendere seguì un dibattito alla Camera, il 10 settembre, nel quale
intervennero fra gli altri Giovanni Lanza, Urbano Rattazzi e Agostino Depretis, e al cui termine la
maggioranza dei parlamentari si dichiarò contraria all'arresto di Garibaldi e definì l'ipotesi di una sua
espulsione come una lesione allo Statuto.
«La Camera dichiara che l'arresto del Generale Garibaldi e la minacciata sua espulsione dal
Piemonte, sono lesioni dei diritti consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della
gloria italiana»
(da Garibaldi e i Mille di George Macaulay Trevelyan)
Garibaldi venne quindi liberato e si parlò anche della possibilità dell'immunità parlamentare attraverso
una sua candidatura a Recco per le elezioni suppletive della camera, ma egli rifiutò l'idea.[209] Gli fu
concessa una visita di un giorno ai familiari, durante la quale salutò la madre per l'ultima volta e affidò i
figli maschi ad Augusto, mentre la figlia continuò a rimanere con i Deideri. Dopo vari spostamenti
(prima a Tunisi, dove gli fu rifiutata ospitalità, quindi a La Maddalena) partì sul brigantino da
guerra Colombo per Gibilterra, giungendovi il 9 novembre, e il 14 novembre ripartì su una nave
spagnola, La Nerea. Accompagnato dagli ufficiali "Leggero" e Luigi Cocelli si diresse a Tangeri, dove
accettò l'ospitalità dell'ambasciatore piemontese in Marocco Giovan Battista Carpenetti. Nel mese di
giugno partì nuovamente, questa volta in compagnia del maggiore Paolo Bovi Campeggi. Il 22 fu
a Liverpool, e il 27 giugno 1850 partì per New York con il Waterloo, giungendovi in 33 giorni di viaggio.
Il 30 luglio, per i dolori causati dai reumatismi, ebbe bisogno di aiuto per scendere a terra, a Staten
Island.[210]
Abitò in compagnia di Felice Foresti con Michele Pastacaldi. Conobbe Teodoro Dwight che ricevette le
sue Memorie, con l'accordo di non pubblicarle; Garibaldi gli diede il consenso di farlo solo anni dopo,
nel 1859[211] Abitò con Antonio Meucci, che lo fece lavorare nella propria fabbrica di candele.[212] Dopo
nove mesi lasciò New York e si imbarcò sulla Georgia per i Caraibi. Continuò a navigare, assumendo il
nome di Anzani e l'antico Giuseppe Pane. Arrivò il 5 ottobre a Callao nel Perù, poi a Lima dove dopo
tanto tempo fu nuovamente capitano di una nave, un brigantino di nome Carmen.[213] Il 10 gennaio
1852 parte alla volta della Cina, e navigò ancora dalle Filippine, costeggiò l'Australia, giunse infine
a Boston il 6 settembre 1853. Commerciò diversi generi, soprattutto seta e guano.[214]

Rientro in Italia e seconda guerra d'indipendenza[modifica | modifica


wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: cacciatori delle Alpi e seconda guerra di indipendenza
italiana.

Stampa popolare raffigurante Garibaldi con le divise delle campagne del 1848, 1859 e 1860
Ritornato in Europa,[215] l'11 febbraio 1854 a Londra incontrò nuovamente Mazzini, poi viaggiando
giunse prima a Genova il 6 maggio, e poi a Nizza. Comprò il 29 dicembre 1855 una parte dei terreni
di Caprera[216], isola dell'arcipelago sardo di La Maddalena. Partendo dalla casa di un pastore, costruì,
insieme a 30 amici, una fattoria; in seguito l'isola divenne interamente di sua proprietà.[217] Dopo la
Terza Guerra di Indipendenza, venne chiamato a Caprera, per amministrare i beni del Generale, il
colonnello e amico Giovanni Froscianti (Collescipoli, 1811 – Collescipoli, 1885) che fu al fianco di
Garibaldi durante la Spedizione dei Mille.
Nell'agosto del 1855 gli venne concessa la patente di capitano di prima classe: navigò con il
"Salvatore", un piroscafo a elica; in seguito prese un cutter inglese chiamato Anglo French, a cui diede
il nome del suo nuovo amore, Emma. Dopo che la nave si arenò, Garibaldi abbandonò l'attività di
marinaio per dedicarsi all'agricoltura, lavorando come contadino e allevatore: possedeva un uliveto con
circa 100 alberi d'ulivo, oltre a un vigneto, con cui produceva vino, e allevava 150 bovini, 400 polli,
200 capre, 50 maiali e più di 60 asini.[218]
Il 4 agosto rese pubblico il suo pensiero distanziandosi dalle prese di posizioni Mazziniane.[219] Il 20
dicembre 1858 incontrò Cavour. Divenne vicepresidente della Società Nazionale[220] mentre si pensava
di metterlo a capo di truppe: il 17 marzo 1859 vennero istituiti, grazie a un decreto reale, i Cacciatori
delle Alpi, e Garibaldi ebbe il grado di maggiore generale. Si contavano circa 3200 uomini, i quali
vestivano l'uniforme dell'esercito sardo. Si formarono 3 gruppi: oltre al nizzardo, al comando vi
erano Enrico Cosenz e Giacomo Medici.[221]
Marciò verso Arona: i suoi uomini erano convinti di pernottarvi, Garibaldi comunicò a Torino l'intenzione
di giungervi,[222] al che ordinando l'assoluto silenzio,[223] raggiunse Castelletto, fermò due reggimenti e
con il terzo avanzò; il 23 maggio, superato il Ticino, con le barche attaccò Sesto Calende riuscendo ad
avere la meglio sugli austriaci ed entrando in Lombardia.
Occupata Varese, venne affrontato il 26 maggio dal barone Karl Urban, noto anche come il Garibaldi
austriaco[224] inviato da Ferenc Gyulay; nell'occasione il comandante ordinò di sparare soltanto quando
il nemico si trovasse alla distanza di 50 passi, lo scontro è noto come battaglia di Varese. Si conteranno
fra i cacciatori la perdita di 22 uomini contro 105 austriaci, a cui si aggiungeranno 30 prigionieri.[225] Il
giorno seguente, dopo aver attaccato frontalmente e vinto gli austriaci nella battaglia di San Fermo,
nonostante fosse in netta inferiorità numerica, occupò la città di Como.[226] Il 29 ripartì con i suoi uomini
dalla città, volendo conquistare il fortino a Laveno, raggiunto il 31 maggio.[227] Questo attacco non ebbe
esito favorevole, e nel frattempo, essendo Urban rientrato a Varese, ritornò a Como per presidiare la
città, riprendendo poi Varese in seguito alla vittoria dei francesi a Magenta.
Il 15 giugno, seguendo l'ordine di Della Rocca che l'invia a Lonato sul lago di Garda, si mosse verso
est. A Rezzato, nel bresciano, avrebbe dovuto congiungersi con le truppe di Sambuy, che però non
giunsero in quanto l'operazione era stata annullata, ma di ciò non era stato avvertito e continuò ad
avvicinarsi al nemico in ritirata. Enrico Cosenz, dopo aver fermato un attacco nemico, si fermò, mentre
il colonnello Stefano Turr continuò l'attacco, raggiunto poi dallo stesso Cosenz; Garibaldi, notando la
situazione sfavorevole, inviò Medici a loro sostegno e organizzò le truppe, limitando il danno: 154 fra i
cacciatori, contro i 105 degli austriaci.[228] in quella che venne chiamata battaglia di Treponti. Ricevette
quindi l'ordine di spostarsi in un teatro secondario bellico: in Valtellina, per respingere alcune truppe
austriache verso il passo dello Stelvio; l'armistizio di Villafranca terminò gli scontri. Durante tutta questa
campagna il numero di volontari al suo seguito crebbe da circa 3000 a un numero non ben quantificato:
12.000 secondo Trevelyan, 9500 secondo la Riall che si basa su uno scritto di Garibaldi stesso.[226]
Manfredo Fanti ebbe il comando mentre Garibaldi venne retrocesso come comandante in seconda,
ricevendo il comando di una delle tre truppe, le altre due saranno agli ordini di Pietro Roselli e Luigi
Mezzacapo, dopo litigi diede le dimissioni.

Da Quarto al Volturno[modifica | modifica wikitesto]


Lo stesso argomento in dettaglio: Spedizione dei Mille.

«Qui si fa l'Italia o si muore.»


(durante la battaglia di Calatafimi; citato in G.C. Abba, Storia dei Mille, cap. Dopo la vittoria[229])
La stele commemorativa dell'impresa dei Mille sullo scoglio da cui partì la spedizione, a Genova-Quarto
Rinunciò alla Società Nazionale (aveva ottenuto il comando a ottobre), diventando poi presidente
della Nazionale Armata, una nuova associazione che presto fallì.[230] Intanto Nizza era passata ai
francesi, e Garibaldi, eletto deputato, tenne un discorso a tal proposito il 12 aprile 1860, senza
esiti.[231] Si dimise il 23, dopo il risultato della votazione.