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CONQUISTADOR Y CONQUISTADO

Il Messico è spesso sottovalutato: tutti conoscono la sua sterminata capitale, ricca di musei ed attrazioni, molti sanno
dello Yucatan e dei suoi tesori archeologici, qualche spiaggia più famosa come Acapulco, Cancun, la onnipresente
Puerto Escondido, ma poi? Città coloniali splendide, vere perle di una collana che riserva sorprese già ad una prima
indagine leggermente più accurata: bellezze naturali incredibili, una per tutte la Barranca del Cobre, ben 4 volte più
vasta del Grand Canyon, accessibile per ferrovia, per strada, persino con una splendida strada sterrata che scende
vertiginosamente verso il suo fondo, per giungere nella magica Batopilas. Luoghi mistici come Real de Catorce, deserti,
spiagge tropicali, vulcani altissimi, spenti o ancora in attività. Quando gli fu chiesto di descrivere il Messico, Herman
Cortès, si limitò ad accartocciare un foglio di carta e posarlo sul tavolo: una topografia irregolare, folle, uno scherzo
della natura che ha dato origine a incredibili varietà di luoghi, popolazioni e culture, oggi ormai accessibili a tutti. E
questa è un’altra sorpresa che può meravigliare il motociclista viaggiatore: l’incredibile geografia, permette di creare un
filo viario spesso panoramicissimo, di questo gioiello chiamato Messico. Come partire alla conquista viaria di un paese
e rimanere conquistati da tante bellezze. Pronti? Si parte.
ITINERARIO- Veracruz, Campeche, Puebla, Città del Messico, Tapotzotlan, Tula, Timanzuchale, Xilitla, Landa de
Matamoros, El Bernal, San Miguel de Allende, Guanajuato, Zacatecas, Real de Catorce, La Pesca, Monclova, 4
Cienegas, Parral, Altar, Ricardo Flores Magon, El Rosario, Cabo San Lucas, Pichilingue, Creel, Batopilas, Hidalgo de
Parral, Durango, Espinazo del Diablo, Mazatlan, San Blas, San Patricio Melaque, Cuyatlan, Playa Azul, Patzcuaro,
Città del Messico, Veracruz.
LUNGHEZZA- km 15.820

Testo e foto Giovanni LAMONICA


Veracruz, ho fra le mani il biglietto aereo con la data di ritorno fra più di 2 mesi e sono pervaso da un’inebriante euforia
che ben conosco. 60 giorni per conoscere e guidare in un territorio 6 volte quello italiano spingendomi fino ai confini
con gli Stati Uniti. Una rapida sosta nella sterminata Città del Messico, per mettere a punto il mezzo e sono pronto: io,
la moto, città coloniali da visitare, deserti da attraversare, canyon da esplorare e migliaia di km all’orizzonte.
Tapotzotlan, appena ai margini di Città Del Messico, poche decine di km, appena 40, per entrare in un altro mondo. Una
chiesa, con una facciata splendida, un convento, vie acciottolate, atmosfera rilassata. Parto alle 9.30 dalla capitale e,
come al solito mi perdo per quasi 300km, tra strade di montagna piene di buche ma poco trafficate. Nel primo
pomeriggio arrivo in questo pueblo dal nome quasi impronunciabile e, ancor prima del rapido giro di perlustrazione,
decido di fermarmi. Il Zocalo è davvero bellissimo a più piani dominato dalla chiesa di San Javier. Pomeriggio
dedicato al passeggio. La sera cena nella piazza alquanto animata. Accompagno beatamente la bistecca ranchera con
una bottiglia di Rioja. Nel primo livello della piazza, un’esibizione di skateborder e ragazzi che si destreggiano con le
loro bmx, nel secondo, un gruppo piuttosto eterogeneo di persone che a ritmo di tamburo ballano una danza indigena. Il
ritmo è oltremodo coinvolgente. La piazza è illuminata, la luna è alta nel cielo stellato, e 27 persone, ho tutto il tempo di
contarle, concedono uno spettacolo che mi fa capire, che al primo colpo sono già entrato nel ritmo viaggio. Rimarrò
fino alla fine, sullo sfondo le luci della capitale, con il tamburo che continua a dare il ritmo ai ballerini.
Il giorno dopo la cartina mi indica il percorso da seguire, con semplicità: 2 strade, la Mexico 85 e la 120, nient’altro. Un
percorso che non può che essere definito assolutamente motociclistico. Migliaia di curve, paesaggi bellissimi e vari, un
altitudine media che si aggira quasi sempre tra i 1500 ed i 2000m, con punte superiori ai 2500. La prima è sicuramente
quella che concede meno respiro, per quasi 240km. Arriverò ormai a sera a Timanzuchale, sulle rive del rio
Monteczuma. La mattina dopo con un sole radioso, affronto la Sierra Gorda. Questa zona, oltre che per le foreste fossili,
risalenti a ben 12 milioni di anni fa, è famosa per le sue missioni, risalenti alla metà del XVIII secolo. Completamente
restaurate, siti protetti dall’UNESCU, presentano interessanti facciate ornate da figure simboliche. Landa de
Matamoros, ospita probabilmente la più bella ed è qui che conosco Enrique Lòpez. Professore, avvocato, ormai ritirato,
giornalista a tempo perso mi osserva dalla porta del suo ufficio mentre cerco tra luci accecanti e cromatismi
architettonici, di rendere fotografabile la chiesa. Ritornando alla moto ci salutiamo e mi chiede se la missione mi è
piaciuta, aggiungendo che secondo lui quella di Tilaco è ugualmente interessante.
“devi sapere che nella metà del XVIII sec. gli spagnoli per estendere il loro domini a nord e cercare nuovi giacimenti di
argento di fronte all’ostilità de alcune delle popolazioni locali, iniziarono una politica di evangelizzazione, che portò
nella zona, prima gli agostiniani, poi i gesuiti e per concludere i francescani. I primi 2 ordini fallirono miseramente
anche perché il loro intento principale era puramente economico e non pastorale. A ciò va aggiunto che delle 2 etnie
presenti, quella dei Jonages (pronunciata Chonaghes) e dei Pames, la prima era oltremodo ostile, feroce e violenta. Con
l’arrivo dei francescani però, al loro seguito giunse il colonnello Josè de Escandòn y Helguera, che affrontò il problema
in maniera radicale: estinguere completamente i Jonages. E così fece! Una barbarità tra le tante barbarità perpetrate
dagli spagnoli in America latina.”
Continua informandomi che le foreste fossili che ho incontrato lungo la strada nascondono nel sottosuolo a più di
1000m di profondità immense quantità di petrolio sulle quali le grandi compagnie hanno già stabilito dei diritti di
riserva e sfruttamento.
“prima gli spagnoli, poi i gringos!!!” me ne esco.
“ Pobre Mexico, tan lejo de Dios y tan in cerca de los Estados Unidos…..” replica lui.
Un detto che ho già sentito altre volte nel corso del viaggio e nelle mie esperienze precedenti e che significa: povero
Messico, tanto lontano da Dio quanto vicino agli Stati Uniti.
La frase fu coniata da Porfirio Diaz che governò il paese da 1876 al 1911.
Riparto e la strada mi concede un po’ di riposo, finalmente qualche rettilineo, ma solo fino a Jalpan, piacevole paese che
ospita un altro convento. Da qui il percorso inizia a salire nuovamente con una serie impressionante di curve
sopraelevate e tornanti. Arriverò ad El Bernal dominato da la Pena, terzo monolite al mondo in ordine di grandezza
completamente appagato. Capisco che questo è il posto dove trascorrere la notte e qui farò una delle esperienze
culinarie più interessanti di tutto il viaggio: per la prima volta a cena prenderò persino il dolce accompagnato da 3
tequila che vanno a fare compagnia al litrozzo di vino che mi sono scolato durante il pasto. Uscirò contento, quasi
felice, percependo tutto l’alone magico che tanto viene decantato su questo luogo e che ne sta facendo la sua fortuna.
Il giorno dopo proseguo verso ovest sulla QUO (sta per Queretaro) 100 fino al bivio per Colon, dovrei ignorare il bivio,
ma sono solo e faccio come mi pare, quindi prendo a dx. Dal paese inizia una splendida strada empiedrada, un
acciottolato di più di 40 km che in completa solitudine, fra cactus, piccoli ranchos, pueblos di poche case abitate da
persone preoccupate soprattutto che non mi perda, mi spingerà quasi a fine tappa, S. Miguel de Allende, dove
trascorrerò 2 giorni, fra magnifiche luci, architetture coloniali, vicoli acciottolati e, permettetemi la divagazione,
splendide ragazze. Le messicane sono bellissime, lasciatemelo dire e qui ne ho un’ulteriore conferma. Forse un po’
troppi turisti, in particolare gringos che vengono a svernare tra le magnifiche atmosfere che questa cittadina regala. Ma
allontanandosi dalla piazza principale, non a caso denominata El Jardin, il fascino nascosto di questa gemma messicana
cattura l’osservatore più curioso. Ma il viaggio continua. Guanajuato. “vai a Guanajuato”. Tutti, conoscenti ed amici mi
avevano consigliato di visitare questa cittadina che per più di 250 anni ha prodotto il 20% del totale mondiale
dell’estrazione dell’argento. Ma la meraviglia non ha limiti!!! Favolosa. Vicoli stretti che serpeggiano tra colline e che
scompaiono in una serie di tunnel in pietra sotto la città stessa. Un labirinto, no, il labirinto, il Minotauro qui avrebbe
dimorato felice. Una topografia architettonica folle e meravigliosa, tracciata e studiata nel 1559, rimasta praticamente
intatta fino ad oggi!! Complicata, aggrovigliata, naturalmente arrivo e mi perdo tra vicoli e gallerie, un’enorme gruviera
che scorre sotterranea all’insaputa della città. La superficie scompare e riappare per svelare chiese, piazze, giardini ma
soprattutto colori, la tavolozza di un pittore impazzito. Alla fine mi oriento, trovo sistemazione, lascio la moto e
comincio a muovermi a piedi. E’ lunedì, giorno di chiusura dei musei, ma poco importa. Uno spettacolo. Un fitto
reticolo di callejones, come li chiamano qui, ripidi, angusti, che mi conduce al monumento di El Pìpila, eroe cittadino,
un fantastico mirador da cui è possibile ammirare una magnifica vista sulla città. Luci, colori, una vista fantastica, ci
sono tutti i presupposti per distruggere in una serie infinita di scatti la reflex, che pare resistere allo stress, consapevole
del fatto che ho con me un altro corpo pronto per le emergenze!!!!
L’essere sede inoltre di diverse università, con circa 20.000 studenti, le dona un’atmosfera vivace e sbarazzina. Difficile
orientarsi, forse, ma ancora più difficile ripartire.
Zacatecas, si raggiunge attraversando un altipiano desertico di rocce e nopal, che noi conosciamo come cactus, ed è
l’ultima città dell’argento, la più settentrionale, la meno battuta dai circuiti turistici, la meno conosciuta, ma una volta
arrivati, è facile capire come una storia di 500 anni basata sull’estrazione di metalli preziosi possa rendere piacevole ed
attraente un luogo inospitale. Situata a oltre 2400m d’altitudine, vanta una delle cattedrali più imponenti di tutto il
Messico ed emana un fascino da vecchio mondo, con le sue vie affollate e coloratissime. Tante le cose da vedere e da
fare: 11 musei, giardini, chiese bellissime, la funicolare che conduce al Cerro La Bufa, splendido mirador da dove tre
imponenti statue equestri dei generali rivoluzionari Pancrazio Angeles, il famoso Pancho Villa e Panfilo Natera
dominano la città, ma assolutamente da non perdere la visita alle miniera, scoperta nel 1584, sfruttata fino a quando la
crescita della città per ragioni di sicurezza ne ha imposto la chiusura. E’ attualmente gestita da una cooperativa privata,
che organizza le visite guidate.
Fu chiamata El Eden, perché per i proprietari rappresentò il paradiso in terra. E ci credo! Ai tempi della colonizzazione
messicana, producevano il 20% dell’argento della Nuova Espana. Ancora oggi il filone non è esaurito, ma nella zona ci
sono altre miniere che garantiscono ricchezza e benessere alla città.
La visita è educativa perché mostra le condizioni disumane nella quali lavoravano i minatori: 7 livelli, dove si scendeva
a più di 400m di profondità semplicemente con l’ausilio di corde. I primi tunnel con montacarichi furono operativi solo
nel 1905!!! La risalita avveniva per mezzo di pali che venivano utilizzati a mo di scale e che venivano percorse con un
carico di 55-60kg di materiale, il tutto per 12-14 ore al giorno: si iniziava a lavorare a 16, 17 anni fino a che la silicosi o
la tubercolosi non minavano lo stato di salute degli operai, che comunque non arrivavano mai a superare i 35 anni di
età. I bambini prima di raggiungere l’età lavorativa a 11-12 anni si occupavano di portare all’esterno l’acqua che
drenava dalle pareti nei livelli più bassi per mezzi di secchi che pesavano anche 15-20kg. Gli incidenti, pressoché
quotidiani causavano la morte di almeno 5 persone al giorno!!! L’ingresso ed il lavoro alle donne era precluso, poi che
era credenza messicana che la miniera si ponesse gelosa provocando sventure ed incidenti ai lavoratori.
Le miniere producevano circa 250g di argento ed 1g d’oro per ogni tonnellata di materiale estratto e sono state sfruttate
dal momento della sua apertura, nel 1584 come detto, fino al 1950. Fernando la guida che ci accompagna nel giro ci
spiega che ora le altre miniere che vengono tutt’ora sfruttate, producono più di un kg per tonnellata con una stima di
almeno altri 40anni. L’economia della zona parrebbe salva!!!
A Zacatecas si arriva tra cactus e tra distese di cactus la si abbandona. La meta è Real de Catorce, famosa anche perché
Gabriele Salvatores vi girò alcune scene del suo Puerto Escondido. Ma la sorpresa non ha limiti!!
Real, de turismo, de conoscenza, de rilassatezza, de abbandono, non che de 14, merita tutte le attenzioni possibili e
richiede qualche adattamento e sacrificio. Dove sono arrivato!! Atmosfera magica in un ambiente straordinario.
Obiettivamente, e non so se mi sto facendo influenzare, tutto è fantastico ma allo stesso tempo un po’ da comprendere.
E la strada….la guida dice che è la empiedrada più lunga del mondo. Non credo sia vero, ma sicuramente una delle più
spettacolari. Fantastica? no! Spettacolare? No! Incredibile? No! Il tempo di trovare l’aggettivo più adatto ed i 24km si
infrangono contro il tunnel Ogarrio, 20 pesos di pedaggio, 2.279m con la possibilità di poter scattare foto nonostante il
traffico alternato. 2.279m per entrare nel mondo di Real de Catorce, 2644m d’altitudine: pietra, chiese, vicoli lastricati
scoscesi, ma qui siamo, qui ci fermiamo e qui una volta tanto comincio per sino a riflettere.
Continuando, anche il tentativo a La Pesca sempre sull’Atlantico, mi conferma che per fare un po’ di mare bisogna
cambiare oceano. Arrivo con un vento piuttosto sostenuto ma trovo una simpatica sistemazione lungo il fiume. La sera
sarà cena di pesce, buono, fresco, ben cucinato, a buon mercato ed in compagnia di Juan figlio del proprietario che mi
informa che la zona è sotto le mire di un progetto di una cordata spagnola a fini turistici. Sembra entusiasta ma, gli
spiego che ho visto realtà come Cancun, o Huatulco e non c’è da essere tanto ansiosi di vedere simili cambiamenti. La
cosa lo rende più riflessivo e sicuramente meno entusiasta. La mattina mi sveglio e dopo un abbondante colazione con
frittata di gamberi, eh sì decisamente il pesce era freschissimo, mi metto per strada. Giornata ventosissima, mi allontano
dal mare, salendo in montagna, percorrendo deserti. L’idea di giungere a quella che avevo ipotizzato come un fine tappa
possibile si rivela una pura chimera. Arrivo a Saltillo, ma avendo ancora un paio di ore di luce decido di continuare,
fermandomi nel primo posto possibile. La strada, che attraversa la Sierra Madre Oriental, è bellissima: un altopiano
desertico chiuso tra montagne marrone scuro. Il tramonto spinge la mia ombra sempre più lontano, esattamente come il
mio ipotetico punto di arrivo: infatti i due villaggi riportati sulla cartina sono praticamente di 2 case ciascuno, quindi
arrivo a buio inoltrato a Monclova. Changarro da 2.5€, buono e motel a ore vicino una discoteca, un furto con
condizioni igieniche da paesi africani, ma non ho voglia di perdere tempo in ricerche, sacco lenzuolo, tappi e via fino
alle 7 di mattina!!!
Il giorno dopo naturalmente, proseguo di buon ora, ancora piccoli pueblos, qualche ranchos, poi arrivo a Las Flores. Mi
scatto una foto con i soliti bei colori delle architetture locali. Annuso qualcosa, sensazioni, non so e comincio a dare un
giro tra le case basse. Niente, mi sono sbagliato, capita. Riparto ma all’uscita del paese, un gruppo di 3-4 cavalieri
richiama la mia attenzione.
“puedo sacar fotos?”
“claro que si”
Vengo così a sapere che di lì ad un paio d’ore sta per partire un’escursione a cavallo sulla sierra che prevede la
partecipazione di diverse centinaia di persone. Non posso perdermela! Comincia l’attesa.
In una mezz’ora sono già l’italiano che “saca fotos”.
Henrique, che fa tutto con un mano, essendo l’altra perennemente impegnata a reggere una bottiglia di cerveza, mi
domanda se sono per uso personale o cosa.
“por uso personal, claro!” bleffo, ma la cosa non sembra interessargli più di tanto. Sarò praticamente costretto a scattare
foto e mostrarle a decine di persone con Henrique che sapientemente dosa i miei impegni a secondo delle attrattive più
interessanti. Sto assistendo praticamente ad un raduno di ganadorers, allevatori, che si svolge una volta all’anno ed al
quale partecipano diverse centinaia di cavalieri, donne, uomini, bambini, ragazze e perfino bambini, ce ne erano alcuni
di 5 anni.
“hola”, Henrique mi chiama, va spiegando a tutti che mi chiamo Geovani, ma è come Juan in spagnolo, mi indica che
un suo amico Manuel, fa un numero assai difficile: montando un cavallo, riesce a sdraiarlo e farlo restare immobile a
comando. Manuel mi spiegherà poi che ci vogliono una decina di giorni di addestramento. Obbiettivamente la sequenza
fotografica è abbastanza interessante. E’ tempo di partire un po’ per tutti, saluto ringraziando e promettendo di inviare
le foto alla municipalidad. Mi sa che non hanno bevuto la storia dell’hobby e dell’uso personale!!! A proposito di bere,
Henrique ha cambiato bottiglia, ne ha ora una di un litro e mezzo!
“guidado con la cerveza!!”
“tranquillo, es por el recorrido”
A Cuatro Cienegas un’altra sorpresa, stavolta attesa. La zona, in pieno deserto a più di 750m d’altitudine è costellata di
pozas di acqua sulfurea alimentate da sorgenti naturali. Lo shock cromatico è allucinante: acque limpidissime, a volte di
colore azzurro, in pieno deserto!!!
Ce ne sono più di 300 sparse nella zona, con una temperatura costante tra i 28 ed i 31°, alcune attrezzate per la
balneazione.
Pomeriggio inoltrato, sono a 300km di niente da Parras dove vorrei pernottare, in una zona famosa per la produzione di
vino, con le cantine più antiche del paese.
Arriverò a destinazione e la sera raccomandato dalla simpatica proprietaria dell’hotel trovo il ristorante la Casona, in
pieno centro, calle Madera, nessuna indicazione o insegna, insomma devo chiedere ad uno dei camerieri che è
all’ingresso, come un viandante qualsiasi. All’interno il classico patio di stile coloniale. Un cortile, vino locale, di
questa bodega San Lorenzo, datata 1597, mai sentito qualcosa del genere, una griglia, una bilancia in bella vista per la
pesa del corte, il taglio della carne.
Il giovane mi raccomanda la Cabreria, chiedo papas fritas. Saranno 600g di carne da sbandamento, cipolle gratinate e
udite, udite, patate tagliate al coltello!!! Per terminare in bellezza, 2 tequilas Centenario!! Esco bello chiarito ma
pienamente soddisfatto!
E la sera dopo, modificando ancora il programma, sarò ancora lì, seduto alla stessa sedia, con lo stesso appetito,
camerieri diversi, ma l’asadero è lì, in agguato con i suoi cortes di carne. E carne sarà.
“benvenuti nello stato di Chihuaua, il più grande del Messico” annuncia un cartello. Ed obiettivamente gli spazi
sembrano dargli ragione. Ore di guida, qualche scatto, rifornimenti di benzina, poco più. Costantemente a 1500m
d’altitudine, il navigatore puntato sistematicamente verso nord ovest, alla fine immancabilmente la geografia prende il
sopravvento ed il confine statunitense ricorda che l’itinerario deve focalizzarsi su un altro punto cardinale. Iniziano le
città di confine, luoghi polverosi, freddissimi d’inverno, invivibili d’estate. Qui Chihuaua, lascia il testimone a Sonora
“il secondo Stato del paese” come immancabilmente tengono a farmi notare altri cartelli e qui, dopo alcune ore di
freddo intenso, spazzato da un vento di latitudine assai più estreme arrivo ad Altar, 15.000 anime. Sono stanco,
infreddolito, è buio, decido di fermarmi, un posto vale l’altro. Il Messico delle speranze, dell’illegalità, della paura, un
altro Messico, facce impaurite, sguardi sfuggenti, ma quanti sono!!! Sono in uno dei punti nevralgici dell’immigrazione
clandestina del paese. Comincio a girare per trovare un posto per dormire. Tariffa standard, 350 pesos e tutto pieno. Al
terzo tentativo una signora mi spiega che la tariffa è auto imposta da tutti gli albergatori per darsi pari opportunità (!!!).
Vicino la Plaza de Armas, trovo altri 2 motel, uno ha posto, sono stracolmi di gente, clienti, disperati, non so come
chiamarli. Ci sono sbarre dappertutto, delle prigioni, dove però per entrare devi pagare!!! Penso a quante storie potrei
sentire ma queste sbarre non mi vanno proprio giù! Mi ricorda Gat in Libia, ma lì l’atmosfera era completamente
diversa. Continuo la ricerca, alla fine in una via polverosa leggo un’insegna, vedo una piccola struttura arancione e mi
infilo. Qui per lo meno non ci sono recinzioni o sbarre. Tomas mi chiede i soliti 350 pesos. Inizia una trattativa, ma ci
prendiamo subito in simpatia e la cosa diventa esilarante. Alla fine 275 pesos: la maggior parte dei “ clienti” sono
immigrati clandestini che arrivano dal centro America, senza nessun permesso ed in attesa che qualcuno li prelevi dalle
strutture per portarli oltre frontiera. Da qui dove stiamo parlando, Sasaba, al confine, un piccolo pueblo che ha il suo
omonimo oltre frontiera, dista 98km. Una garitta, poco più ed uno dei punti meno transitati tra i 2 paesi, ma anche uno
dei più difficili da controllare. Montagne impervie, centinaia di km di sentieri e da qui le colonne di disperati tentano la
sorte! 3-4 giorni di cammino, 1.500-2.000$ a testa per realizzare un sogno che il 95% delle volte si rivela uno dei
peggiori incubi per questa massa di disperati.
L’economia di Altar si poggia sul traffico dei clandestini, Tomas stesso riconosce che la sua attività si è consolidata
grazie ai soldi degli immigrati. Nel frattempo arrivano la moglie con la figlia di Tomàs e la cugina Luz, Luce, di nome e
di fatto!! E’ stata in Italia a novembre ed ha deciso di iscriversi ad un corso di italiano perché ha intenzione di tornare.
Vorrei invitarla a cena ma l’incombente presenza del cugino mi induce a desistere da tale proposito. Quando tornerò
troverò oltre a Tomàs, anche il biglietto da visita di Luz.
Passiamo ai numeri: si stima che siano circa 16 milioni i messicani residenti negli Stati Uniti, dove in media lo stipendio
medio è 6 volte più alto di quello messicano. Ogni messicano che vive oltre confine manda a casa in media 1.000$ ogni
anno, queste rimesse costituiscono la seconda fonte di valuta straniera del paese dopo quella derivante dal petrolio,
stiamo parlando di qualcosa come circa 20 miliardi di dollari. Ogni anno circa 400.000 messicani si trasferiscono al
nord, molti come clandestini pagando per passare il confine con l’aiuto dei cosiddetti “coyotes”. Ogni anno oltre un
milione di persone vengono arrestate mentre cercano di varcare illegalmente il confine, centinaia muoiono annegate, di
sete o travolte dalle automobili. Le più recenti stime parlano di un 35% di messicani, quindi più di uno su tre, che vive
illegalmente negli USA.
Arrivo a Ricardo Flores Magon con ormai il sole che sta schiacciando l’orizzonte con l’intensità dei suoi colori. E’ poco
più di una intersezione fra 3 strade, qualche casa, molti changarros, 2 ristoranti ed un motel. Comincio da qui, e la
signora mi fa subito lo sconto. Approfitto delle ultime straordinarie luci per scattare le foto di fine giornata. Bene ed ora
si mangia. Opto per un changarro.
“tiene comida?”
“solo burritos”
Picadillo e subito a seguire chile relleno.
“cerveza?”
“aja” la ragazza mi indica la porta di fianco al locale, naturalmente tutto gestito dalla stessa famiglia. Mi serve Adriana
che, alla seconda birra mi chiede da dove vengo e soprattutto che faccio lì così conciato. Le spiego dell’Italia, di
Panama e che sto andando verso Tijuana. Il suo stupore di splendida 17enne la porta a propagare la notizia a familiari,
avventori, camionisti, persino alla nonna, che mi osserva con la meravigliata indifferenza che solo chi ha molta
esperienza alle spalle sa rivolgere ai folli.

El Rosario, ultimo rifornimento prima di 340km di deserto, non che Riserva della Biosfera del Vizcano. La catena è
arrivata, 3 regolazioni negli ultimi 3 giorni, più l’acqua, il nevischio ed il fango di ieri che mi ha accompagnato per tutto
il giorno, mi lasciano poche speranze che regolando l’ultimo tratto disponibile, possa permettermi di arrivare a Cabo
San Lucas, dove spero di poter fare manutenzione al mezzo ormai provato dopo quasi 12.000km. Si va così, al limite
inserendola nella sede ogni volta che salta!! Grasso, pieno, si parte e…..non esco neanche dal distributore!!! La
reinserisco nella sede naturale, ma mi rendo conto che devo tagliarla. Pregunto e tutti mi dicono che questo tipo di
lavori li fa Oscar, un gringo!! Mah, un americano che fa il meccanico nel luogo più sperduto della Baja California!!
Arrivo ed è lì, salopette di jeans, rubicondo, tranquillo, aria simpatica. Chiedo, sì è lui. Inizio con il mio inglese stentato,
figurarsi se un gringo parla spagnolo: spiego e mostro il problema. L’”officina” è all’aperto sotto un grande albero ed è
una vera baraonda, ma fra pezzi di ferro, lamiere, saldatrici, vedo una catena da moto nuova di zecca. Mi domanda se
c’è la falsa maglia.
“no”
“bene”
Si mette al lavoro ma comincia anche ad arrivare gente. Oscar parla decisamente spagnolo e fa lavori di piccola e
grande manutenzione meccanica per tutto il paese e non solo credo. Il primo ad arrivare riparte con la trasmissione di un
qualche attrezzo agricolo
“50 pesos”
“prima lavoravo in California, ma gli affari andavano così bene che ogni 4 giorni, me ne scendevo quì 3 a riposare.
L’ambiente mi piaceva molto e sicuramente alla pensione mi sarei trasferito ad El Rosario….”
Un altro “cliente” arriva sotto la pianta: ritira un carburatore e paga i soliti 50 pesos.
La catena è tagliata e mentre regolo al massimo il perno del forcellone, Oscar continua:
“poi un giorno, nevicava, guidavo un trattore in un campo e per il gelo mi sono ribaltato. Ho spezzato completamente
la gamba all’altezza del ginocchio. Pensavo di avere un’assicurazione, invece ho perduto, attività, camion, trattore, casa,
investimenti, per avere questo pezzo di ferro al posto dell’articolazione. Così ho deciso di anticipare e mi sono
trasferito. Vivo alla giornata ma sto bene, sono tranquillo, rilassato e, la cosa principale sono ben voluto dalla gente.
Un pick up entra nel giardino e ne scende una famiglia con una serie di ferri. Hanno bisogno di una plancia per cucinare
l’arrosto e chi più di Oscar può risolvergli il problema?
Il lavoro, il mio, è finito.
“50 pesos”
Pago con 100, mi torna 50 di resto. Sono arrivate intanto altre 2 macchine, l’officina è decisamente affollata.
La vecchiaia? Forse. Lo prendo in disparte.
“sono 2 mesi che vado chiedendo sconti dovunque, ma….” Gli torno i 50 pesos.
“muchas gracias”
“un placer!”
Parto, il deserto del Vizcano da attraversare mi attende.
Ennesimo posto di blocco e per l’ennesima volta chiedo di poter scattare una foto. Alcuni militari, sono diversi, stanno
riparando una jeep che perde copiosamente olio da un braccio di trasmissione.
La risposta è però anche stavolta la stessa: “no se puede”
Parlando del più e del meno, decidiamo di interpellare il superiore. Questo, prima nega il permesso, poi parte con una
pippa che non si deve capire dove siamo, chi siamo e col numero di matricola del veicolo ciò non è possibile. Gli
suggerisco, per scherzo, di coprirlo, e lui…..lo fa, mettendosi davanti alla sigla che identifica il veicolo. Scatto una
rapida sequenza, ma ormai siamo in confidenza.
“a quanto la vende las fotos?”
“ por lo meno…1 million de pesos”
“ahhiii!!!”
“mira, se la vendo a esto precio, me regresso por comprar una camioneta nueva por ustedes”
Risata generale.
Interviene anche il sottufficiale: “es de tu pais, es un Hammer!”
“me equivocaste por un gringo?”
“de donde es?”
“de Italia!! Y esta cosa me molesta mucho, usted me ofendiò!!”
Ridiamo tutti, in pieno deserto, il nulla intorno.
Se siete arrivati qui, bravi avete guidato per oltre 2500km attraversando alcuni degli scenari più spettacolari del pianeta,
recita una delle guide che ho nella borsa da serbatoio, parlando di Cabo San Lucas. Tutto esatto a parte un unico
dettaglio: il posto non mi piace e, non c’è che dire i posti come Cabos, come viene amichevolmente chiamata dai
gringos che la affollano in tutti i periodi dell’anno, mi intristiscono. Condomini, residentiales, moltitudini di persone,
navi da crociera, tutto sembra organizzato perché la gente arrivi e non possa far altro che divertirsi, no qui si è obbligati
a farlo. Prenderò atto della situazione e della mia tristezza per allontanarmi con la solita discrezione, senza alcun
rimpianto.
La Baja California mi conferma di avere regole ancora più strane del Messico stesso a cui geograficamente e
politicamente appartiene. I traghetti per il continente messicano da Pichilingue, 20km a nord da La Paz, hanno dogana.
Entro nell’area portuale- doganale- traghettizia ed uno dei funzionari mi chiede i documenti della moto. Glieli porgo e
lui mi chiede la fattura.
“di cosa?”
“del veicolo”
“non ce l’ho”
“senza non si passa” risponde lui abbastanza deciso “non c’è problema, puoi farti mandare un fax ed abbiamo risolto il
problema” gli spiego la situazione, con Ricardo, il proprietario, che è addirittura all’estero, quindi impossibilitato a
faxarmi alcun che. L’idea di ripercorrere all’indietro tutta la penisola più Sonora e Chihuaua, parliamo di almeno
4000km, mi rende abbastanza ostinato. La posizione di stallo si trasferisce nell’ufficio della responsabile della dogana.
Tento di spiegare l’assurdo che posso arrivare per strada ma non posso uscire via mare. Anche lei è dispiaciuta ma
irremovibile nella sua gentilezza. Mi spiega che la compagnia di navigazione ha un servizio di fax con un numero
proprio per queste situazioni e dove trovare tarjeta telefonica e relativo apparecchio pubblico. Inizio a procurarmi gli
“ingredienti” per tentare di risolvere la situazione. C’è da dire che la zona offre almeno 6 o 7 spiagge di sabbia bianca
da sogno, alcune con hotel. Tutto sommato niente male come posto per attendere dei documenti, dato che via terra non
torno neanche sotto minaccia armata!! Provo a chiamare casa di Ricardo ma Yvonne, non risponde. Altro giretto per
rendersi di quanto sia stratosferico il posto non appena ci si allontana dal piccolo molo sperduto nel deserto e prima di
richiamare ritorno in dogana per avere la certezza che non mi inventino altre regole o leggi, una volta ricevuto il fax.
“no necessito algo mas?”
“un momentito por favor” è sempre lo stesso ragazzo che va a consultarsi con la responsabile.
“puede engresar a tomar el bolletto”
Non capisco cosa sia successo, sono trascorsi meno di 40 minuti e mi fanno passare come se niente fosse!!!
Que viva y lindo Mexico!! Ringrazio tutti, saluto e vado comprare il biglietto.
Dopo quasi 200km di curve, ed ormai si é capito credo, il livello delle strade panoramiche messicane, appena dopo aver
attraversato il villaggio di Yepachic un cartello avvisa veicoli e conducenti “precaucion, inizia tramo sinuoso” (!!!).
Sarà l’apoteosi, il festival della curva, in tutte le sue varianti, una vera e propria università della piega. Proprio a
Yepachic, all’entrata della scuola primaria, oltre alle solite frasi di benvenuto una scritta riporta testualmente: “ il
carattere influenza e modifica il destino”.
Arriverò a Basaseachic a notte, intirizzito dal freddo che si è fatto pungente dato che ho guidato costantemente oltre i
2000m. Da qui la sierra Tarahumara continuerà la sua scalata altimetrica. E le strade….. non so come sia possibile ma
continuano a migliorare. Se esistesse, direi che ci stiamo avvicinando alla perfezione. Pernotto a Creel, centro di servizi
e fermata del famoso percorso ferroviario della Barranca del Cobre e da qui parto per Batopilas, nel fondo del Canyon. I
primi 80km, solite cose: asfalto, paesaggi, strade pazzesche. Poi il bivio. Inizia subito lo sterrato. Stanno lavorando per
ampliare ed asfaltare la carreggiata. Prima deviazione dopo neanche 500m, picchiata in una valle laterale e 4 guadi,
dove nell’attraversamento del più lungo per poco non mi incarto. Ritorno sulla principale ma i primi 15km sono
davvero complicati: i lavori rendono la pista una vera schifezza. Le cose migliorano un po’ fino al 25mo km. La strada
inizia a scendere leggermente ed a un tratto…..il baratro. Il navigatore marca 1805m, una vista pazzesca si apre sul
fondo del canyon dove scorre un fiume verde smeraldo, con la strada che cerca di scendere nel precipizio il più
rapidamente possibile. Da qui si vede praticamente tutta, davvero fenomenale. Alla fine tra soste, foto, rallentamenti
percorrerò i 65km in più di 3 ore e mezza, raggiungendo Batopilas, 567m, sonnolento villaggio dell’800, un tempo sede
di miniere d’argento e cercatori d’oro. Il cuore della regione dei canyon, un altro posto magico e splendidamente
appartato che questo Messico poco conosciuto sa regalare ai suoi visitatori.
La sera sarò a cena a casa di donna Carolina, che invita i suoi avventori direttamente in una della sale di casa sua.
La mattina dopo, colazione, un po’ di contemplazione del fiume dal balcone dell’albergo di Juanita, una passeggiatina
per la piazza ed alla fine partenza. Tanto ormai a foto sono a posto e dovrei sbrigarmela in un baleno. Il problema è che
invertendo il senso di marcia cambiano anche angolazioni e prospettive. Alla fine tra soste, foto, rallentamenti
percorrerò (!!!) i 65km nelle solite 3 ore e mezza, ma superando assai più brillantemente il guado malefico dell’andata.
Primo pomeriggio sono su asfalto e punto decisamente su Ghachochi. La strada continua ad essere incredibilmente
stratosferica. Alle 15.30 indosso l’imbottitura della Rallye 2. Qualche decina di km e infilo i guanti, lo so ho la brutta
abitudine di guidare senza. Ma c’è qualcosa che non và. Il freddo aumenta e sono costretto a fermarmi per tirar fuori
anche la giacca termica. Neanche vicino Ensenada quando ho beccato un po’ di nevischio o percorrendo gli stati di
Chihuaua e Sonora vicino il confine con gli Stati Uniti, ho trovato queste temperature!! Sarà freddo, freddissimo, con la
strada, bellissima, ma che rimane costantemente sopra i 2000m. Valli colorate, canyon con la vista che spazia a perdita
d’occhio, ma a questo punto penso solo ad arrivare. Le gambe congelate, batto i denti nel casco e quando per l’ennesima
volta il navigatore mi segnale di essere ancora oltre i 2600m, i miei pensieri diventano quelli di un camionista sboccato
e triviale. Arriverò ad Hidalgo de Parral, famosa perché qui nel 1923 uccisero l’eroe nazionale Francisco “Pancho”
Villa letteralmente congelato. La gente passeggia con i paraorecchi, sembra di essere sulle Dolomiti. Un frente frio sta
spingendo aria artica dal nord, dove in Texas sta nevicando!!!
Espinazo del Diablo, questo il nome del fantastico tratto di strada, circa 270km, che congiunge Durango con Mazatlan.
Il tratto in particolare tra El Salto a Copala è stato eletto dal sottoscritto come il migliore di tutto il tragitto, una scelta
difficile ma sicuramente meritata. Qui niente viene lasciato al caso: asfalto perfetto, sequenze di curve da raccordare
armoniosamente, il tutto contornato da un paesaggio davvero straordinario, con la vista che spazia a 360°, per non
parlare del momento in cui, ancora ad oltre 2200m, si inizia a scorgere in lontananza l’oceano!!!
Non so perché ma ormai ogni volta che arrivo a fine raid, una specie di ansia apatica e svogliata mi assale. La macchina
fotografica rimane sempre più spesso nella borsa da serbatoio e le giornate diventano dei trasferimenti fatti di ore di
guida a quello che è il punto di arrivo della giornata. Ed anche questa volta sarà lo stesso. Sono stanco e decido di
fermarmi qualche giorno in alcune delle spiagge che disegnano scenograficamente questa parte della costa pacifica
messicana: San Blas, San Patricio Melaque, Cuyatlan. Ormai mancano pochi giorni e gli appuntamenti presi a Città del
Messico con un paio di riviste del settore, non mi lasciano molte scelte. Comunque decido di entrare in ferie fotografica
ma di non alterare l’itinerario. Sarà costa, seguendo la Mexico 200 fino a Playa Azul, poi all’interno per la 37 fino a
Nueva Italia e da qui la 120 per Patzcuaro. Decine, centinaia, migliaia di curve con un traffico inesistente. Un giorno
pieno, arriverò a fine tappa stremato con quasi 700km sul groppone, di cui pochissimi rettilinei, non più di 50, credo. La
zona di Patzcuaro sul lago omonimo è un'altra chicca che obiettivamente meriterebbe molte più attenzioni. L’indomani
invece sarà ancora abbuffata di curve per arrivare in serata nella capitale. 2 giorni, 1231km, tantissime curve, sono
appagato, leggermente stanco ma ormai siamo agli sgoccioli.
BOX
Topes
La cosa veramente snervante è sicuramente rappresentata dalle topes, chiamate anche vibradores, tumulos. Diversi nomi
per definire sempre la stessa cosa: una gran rottura di palle. Sono dei dossi artificiali, utilizzati per rallentare il traffico
un po’ dappertutto: nelle città, nei piccoli pueblos, ma anche sulle strade statali o sulle circonvallazioni dei centri abitati.
Alcuni possono essere anche molto alti, pericolosi anche per una moto leggera e da enduro, quindi vanno affrontati con
la massima attenzione: calcolate che sono segnalati in media 2 volte su 3!!!! E che sono un po’ come i carabinieri, non
sono mai sole, quindi se ne incontrate una, state certi che a breve ce ne almeno un’altra o addirittura una serie anche se
non notate i cartelli che le segnalano. Comunque basta farci l’occhio, imparando a leggere le condizioni viarie, per
ridurre il numero dei dossi affrontati senza accorgersene.
BOX
Gringos
L'origine della parola risale al 1846, al tempo della guerra tra Stati Uniti e Messico.
Le truppe nord americane si lanciavano all'assalto cantando "green grows the grass" compresa dai messicani come
"gringos the grass".
Da allora il termine, che non è affatto un complimento, è rimasto nel gergo comune e sta ad indicare forme di turismo,
rapporti economici e soprattutto atteggiamenti sociali che nulla hanno a che vedere con il rispetto e la comprensione dei
luoghi e delle persone.
BOX
Francesco “Pancho” Villa
Passato alla storia come l’eroe della rivoluzione messicana, per buona parte della sua vita Francesco “Pancho” Villa,
fu un ladro dedito più ai furti ed alle belle donne che alle nobili cause. Gli anni in cui visse da fuorilegge sono oscurati
da affermazioni contraddittorie, mezze verità e vere e proprie menzogne.molti anni dopo le sue imprese da fuorilegge,
Villa acquistò una casa a Chihuahua. La primavera dello stesso anno, il governatore delle stato, Abraham Gonzalez,
iniziò a reclutare uomini per strappare il Messico a Porfirio Diaz ai quali si aggregò il futuro eroe nazionale. Gonzalez
conosceva il suo passato ma sapeva che aveva bisogno di uomini come lui; leader naturali e buoni combattenti. Così
“Pancho” Villa si diede nuovamente alle ruberie, anche se per una nobile causa, la riforma agraria. Quando alla testa dei
ribelli. nel maggio 1911, conquistò Ciudad Juarez , Diaz rassegnò le dimissioni, 6 mesi più tardi gli successe Francisco
Madero.
Anche questi però non ebbe vita facile ed agli inizi del 1913 venne deposto da uno dei suoi generali, Victoriano Huerta
e quindi giustiziato.
“Pancho” dapprima si rifugio oltre confine ad El Paso, poi rientro nel paese per opporsi al dittatore. In brevissimo
tempo radunò un esercito di migliaia di uomini, chiamato la Division del Norte, e conquistò per la seconda volta Ciudad
Juarez e tutto lo stato di Chihuahua. La vittoria che conseguì l’anno dopo a Zacatecas, è considerata uno dei suoi
capolavori militari, che costrinse Huerta a dimettersi, nel luglio 1914. le forze rivoluzionarie si spaccarono in 2 fronti: i
liberali Vetustano Carranza ed Alvaro Obregon da un a parte ed i più radicali Villa e ed Emiliano Zapata dall’altra.
Villa fu sconfitto da Obregon nella grande battaglia di Celaya nel 1915. Nel luglio del 1920, Villa firmò un trattato di
pace con Adolfo de La Huerta, scelto 2 mesi prima come presidente provvisorio, impegnandosi a deporre le armi e
ritirarsi in un hacienda, chiamata Canutillo , 80km a sud di Parral, costata al governo 630000 pesos. Villa ricevette
inoltre 35926 pesos per pagare gli stipendi ai suoi soldati ed altro denaro per acquistare attrezzi agricoli, coprire varie
spese personali, tra cui alcune guardie del corpo ed aiutare economicamente vedove ed orfani della Divisione del Norte.
Nei 3 anni successivi, “Pancho” condusse una vita relativamente tranquilla. Acquistò un albergo a Parral e cominciò ad
assistere regolarmente ai combattimenti di galli, sistemò alcune delle sue tante mogli. Una vita abbastanza tranquilla
fino al 20 luglio 1923, quando otto killer crivellarono di colpi la sua Dodge che si apprestava a lasciare Parrai uccidendo
il leader rivoluzionario e 4 delle 6 persone che viaggiavano con lui.
BOX
Real de Catorce
“Li voglio vivi o morti!” disse il marchese Cadereyta, sedicesimo vice re della Nuova Spagna. E così i 14 morirono.
Erano dei rapinatori che assaltavano i carri che trasportavano l’argento. Il posto cominciò così ad essere chiamato “il
luogo dove ammazzarono i 14”. Nel 1639 il marchese fece fondare lì Real de Minas de Nuestra Senora de la Limpia
Conception de Guadalupe de los Alamos de Catorce”, nome alquanto articolato e che ha subito qualche inevitabile
trasformazione e amputazione. Ai tempi si denominavano Real i villaggi dove avevi miniere, in particolare d’argento e
Senora de la Limpia Conception de Guadalupe era la manifestazione della profonda fede religiosa della Spagna
conquistatrice. Ma le leggende sopra l’origine del nome sono molteplici, come che si trattava di 14 sacerdoti, o di 14
soldati impiccati dagli indigeni, o di 14 viandanti che si accamparono lì e la mattina dopo scoprirono che il fuoco aveva
incendiato una lastra di argento. Se el real de minas data 1639, il villaggio fu fondato nel 1779, dopo che un cavaliere
che cercava il suo cavallo scomparso nella sierra, aveva trovato per caso, la prima vena di argento. Buona parte della
storia del villaggio dipende dalla tradizione orale dato che nel 1744 gli indiani Lakota incendiarono il paese ed i suoi
archivi. Secondo lo studioso Alexander von Humbolt nel 1804, Real de Catorce era al secondo posto nella produzione
di argento del paese ed il primo dove nel 1822 si utilizzo una macchina a vapore ed il primo del Messico dove arrivò
l’energia elettrica. Nel momento di massimo splendore arrivò a 16000 abitanti. Un pesante crollo dei prezzi dei metalli
all’inizio del secolo passato provocarono un massiccio esodo ed oggi la popolazione ammonta a circa 1500 residenti.
Hai altri villaggi minerari che cominciano con un tunnel, ma però questo sembra avere una dimensione mistica e la siua
entrata non poteva essere altro che una galleria, chiamata dell’Ogarrio, costruito da Vicente Ogarrio, patrocinato dal
conte de la Maza, inaugurato nel 1902 con i lavori iniziati 36 anni prima. Per costruirlo, fu utilizzata per la prima volta
in Messico la dinamite ed è illuminato per tutti i suoi 2279m. Angusto, permette solo la circolazione a senso alternato
ma può essere attraversato a piedi. Al suo interno, a circa metà del percorso è scavata una piccola grotta con una
immagine della Vergine, davanti alla quale si inchinavano pregare i minatori. All’uscita del tunnel Real de Catorce
esplode come una bomba, con il sole o la luna che brillano nelle sue vie acciottolate. L’atmosfera è diafana.
“l’aria limpida e la bellezza della vista e la luce non usata” dirà Fray Luis de Leon in una delle sue poesie. Una
sensazione mistica che circonda l’ambiente.
INFORMAZIONI
Barranca del Cobre
La Viajes Flamingos è specializzata esclusivamente nell’organizzazione di gite in questa area, una vera garanzia, la
signora Carmen gestisce l’agenzia, ubicata presso l’hotel Santa Anita a Los Mochis, appartenente alla catena di hotel
Balderrama
www.mexicocoppercanyon.com o www.vacacionesbarrancasdelcobre.com
e-mail www.infoflamingo@mexicoscoppercanyon.com o www.hotelsbal@mexicoppercanyon.com
Traghetti Baja California
www.bajaferries.com numero verde 01800 122 14141 oppure 01800 012 8770
Documenti e burocrazia
Per importare un veicolo nel Messico è necessario un permiso de importaciòn temporal de vehiculos (permesso di
importazione temporaneo del veicolo) che viene richiesto presso gli sportelli del Banjercito, generalmente nei pressi
delle frontiere. Per le informazioni inerenti, è buone cosa documentarsi su www.banjercito.com.mx
Necessari originali dei documenti più la patente, anche quella italiana, che devono essere assolutamente intestati al
conducente. In caso contrario è necessaria una delega alla guida ma attenzione, in questo caso la tassa da pagare con
carta di credito, 328.48 pesos (circa 30$, non accettata la American Express) dovrà essere effettuata con la carta del
proprietario della moto. Non sottovalutate la cosa, poi che i funzionari sono alquanto intransigenti. Nel caso i documenti
non fossero in regola, la cauzione in contanti è pari a 430$. Si può aggirare la legge con un contratto di noleggio, anche
fittizio, in maniera da utilizzare la carta di credito della persona cui è intestato il contratto!!!
DOCUMENTI
Timbro passaporto con compilazione di un modulo.
Rilascio della carta di circolazione, costo $ 29.75, pagabili con carta di credito (non accettata la American Express).
Importante: la carta di credito deve essere intestata al proprietario della moto, se non è possibile la norma è aggirabile
con con un contratto di noleggio fittizio. Se ciò non fosse possibile o non foste in possesso di carta bancaria, dovrà
essere versata una somma a garanzia di $430, che saranno restituiti (a parte i 29.75) al momento della partenza
compilando un modulo di rimborso ed attivando una pratica che richiede almeno 2 giorni per il suo espletamento.
USCITA
Riconsegna del documento di circolazione con lo sticker.
In aeroporto riconsegna del modulo, timbro sul passaporto e pagamento della tassa in uscita.
BENZINA
In Messico la gasolina è venduta dalla Pemex, che sta per Petroleos Mexicanos, società statale che ne detiene il
monopolio. La rete si va diffondendo e crescendo rapidamente, ma calcolare che spesso le distanze sono notevoli,
quindi si necessita di un’autonomia di almeno 300km. I prezzi nonostante non ci sia concorrenza, altro che antitrust,
sono ridicoli ed i più bassi del centro America. 2 tipi di benzina, la Magna e Premium, entrambe senza piombo ed in
vendita rispettivamente ad un prezzo di 7.05 per la prima, 8.45 per la seconda. Calcolate un cambio di circa 10.50 con il
$ e fate i vostri conti, In € stiamo parlando di poco più di 40 centesimi per la più economica delle 2, che è naturalmente
quella che ho utilizzato nel corso del viaggio.
Le ultime settimane i prezzi sono stati aumentati: 7.07 (!!) per la Magna e 8.65 per la Premium, potete immaginare!!
STRADE
“Viaggiare in moto in Messico è un’impresa da temerari. Le strade ed il traffico sono spesso in cattive condizioni e,
inoltre, può essere difficile trovare un meccanico e pezzi di ricambio. I più facili sono quelli per moto Kawasaki, Honda
e Suzuki.” Queste le testuali parole sulla Lonely Planet, nel paragrafo dedicato all’utilizzo di mezzi al seguito. Che dire?
Per liquidare rapidamente tale giudizio, mi ridurrò a definirlo una colossale stronzata!!!!
Spesso panoramiche, molto spesso in buono stato, anche quelle al nord attraversano deserti policromatici davvero rari
per chi è abituato ad orizzonti europei. La sicurezza per strada? Basta applicare le normali regole valide in tutto il
mondo: circolare per Città del Messico non è più pericoloso di affrontare il traffico di Roma!!
Al di fuori dei centri urbani, soprattutto al nord il traffico diventa quasi inesistente, anche se naturalmente un po’ di
attenzione va prestata ai camion, in media 2 volte più lunghi di quelli cui siamo abituati in Europa.
Per quanto riguarda la qualità delle strade stesse, c’è davvero poco da lamentarsi. Credo, no, dopo 21000km percorsi di
cui quasi 16000 in questo splendido paese, che esistano pochi luoghi al mondo dove è possibile guidare su strade di
montagna così lunghe e per tanto tempo. Alla fine ero “quasi” stufo!!!
Il Messico offre una varietà di itinerari paesaggistici davvero formidabile. Nelle strade di montagne il fatto che
manchino quasi totalmente ponti e gallerie, le rende dei percorsi da ottovolante con sequenze di curve incredibili, alcune
paraboliche, lunghissime che seguono una geografia tormentata, una manna per chi è alla guida delle proprie moto.
L’unico problema può essere rappresentato dalle condizioni climatiche. Il lato atlantico è speso soggetto a nebbie
fittissime che possono limitare la visibilità a pochissimi metri. Gli altipiani centrali costantemente tra i 1000 ed i 2000m
ed oltre d’altitudine, sono spesso spazzati da venti assai sostenuti. All’estremo nord può anche nevicare, a me è capitato
percorrendo la per altro splendida strada verso Ensenada. Ma se si ha fortuna, beh, l’esperienza messicana può rivelarsi
un’esperienza unica per quanto riguarda le gioie della guida.
Per informazioni sul tempo www.nhc.noaa.gov
www.reforma.com.mx
www.infosel.com
Per scelta, ho sempre evitato, quando possibile, le strade a pagamento, che cominciano comunque ad essere di buon
livello anche se assai care (ho fatto un conto approssimativo e siamo a livelli europei, pazzesco!!!). La rete autostradale,
di solito a 4 corsie ha raggiunto circa 8000km sul territorio nazionale. Altra cosa negativa è che le moto pagano come le
auto, a parte nello stato di Chihuaua, dove hanno una tariffa leggermente superiore alla metà di quella applicata ai
veicoli a 4 ruote. Per trovare informazioni sui costi dei pedaggi www.sctgob.mex poi “Carreteras”, poi “traza tu ruta”,
organizzati eh??
CARTOGRAFIA
Importantissime, inutile dirvi che sono un vero patito della cartografia stradale, penso sia indispensabile per potersi
muovere con raziocino ed in completa libertà oltre che conoscendo esattamente sempre dove ci si trovi, dove si sta
andando e soprattutto come ci si arrivi.
Una sola scelta: Carreteras de Mexico, edita da Guja Roji, in vendita in molte librerie. Aggiornata di anno in anno
rappresenta un ottimo investimento, soprattutto con l’ampliamento ed il miglioramento in atto delle rete viaria
messicana.
In vendita a 190pesos ed a 250 con informazioni turistiche incluse. www.guiaroji.com.mx
GUIDE
Le “Lonely Planet” sono pubblicate in Italia da "EDT srl" ed hanno in commercio “Messico” (€32,00),
www.lonelyplanet.com/italia
Finalmente un volume unico per tutto il paese, prima con Yucatan inserito in un volume a parte comprendente la Ruta
Maya. Complete, ricchissime e ben curate rappresentano sicuramente la scelta top in queste esperienze di viaggio, anche
se le gemelle in lingua ingelese vengono aggirnate più frequentemente.
Le guide Routard, della collana “Il Viaggiatore”, sono distribuitre dal Touring Club Italiano. Guide utilizzate: Messico,
Guatemala e Belize (volume unico € 17.50). Simpatiche ed avvincenti, mostrano la corda nella cartografia spesso
assente ed a volte imprecisa, oltre a non coprire tutto il territorio ma solo alcune zone. Peccato perché sono una miniera
d’informazioni oltre che le giuste compagne di viaggio.

Landsails
e-mail: giovanni.lamonica@gmail.com
web: www.landsails.it
http://landsails.blogspot.com/