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35684 - Introduzione ai testi letterari in italiano

Scrittori del Novecento


«L’incendio di via Keplero»

Edizione commentata
di Andrea Sarina

[§ 1] Se ne raccontavano di cotte e di crude sul fuoco del numero 14. Ma la verità è che
neppur Sua Eccellenza Filippo Tommaso Marinetti avrebbe potuto simultanare quel che
accadde, in tre minuti, dentro la ululante topaia, come subito invece gli riuscì fatto al fuoco:
che ne disprigionò fuori a un tratto tutte le donne che ci abitavano seminude nel ferragosto e
5 la lor prole globale, fuor dal tanfo e dallo spavento repentino della casa, poi diversi maschi,
poi alcune signore povere e al dir d’ognuno alquanto malandate in gamba, che apparvero
ossute e bianche e spettinate, in sottane bianche di pizzo, anzi che nere e composte come al
solito verso la chiesa, poi alcuni signori un po’ rattoppati pure loro, poi Anacarsi Rotunno, il
poeta italo-americano, poi la domestica del garibaldino agonizzante del quinto piano, poi
10 l’Achille con la bambina e il pappagallo, poi il Balossi in mutande con in braccio la Carpioni,
anzi mi sbaglio, la Maldifassi, che pareva che il diavolo fosse dietro a spennarla, da tanto che
la strillava anche lei. Poi, finalmente, fra persistenti urla, angosce, lacrime, bambini, gridi e
strazianti richiami e atterraggi di fortuna e fagotti di roba buttati a salvazione giù dalle
finestre, quando già si sentivano arrivare i pompieri a tutta carriera e due autocarri si
15 vuotavano già d’un tre dozzine di guardie municipali in tenuta bianca, ed era in arrivo anche
l’autolettiga della Croce Verde, allora, infine, dalle due finestre a destra del terzo, e poco dopo
del quarto, il fuoco non poté a meno di liberare anche le sue proprie spaventose faville, tanto

2: Sua Eccellenza…Marinetti: «Gli accademici d’Italia, tra i quali il Marinetti si annoverò fino dalla fondazione
dell’istituto (sembra, su personale designazione di Mussolini), avevano diritto al trattamento di Eccellenza»
(Contini 1968: 1051). Naturalmente ironica l’attestazione di stima di Gadda.
2: simultanare: «La simultaneità qui evocata dal brillante neologismo simultanare, era una categoria notissima
della produzione futurista (Simultaneità è uno dei titoli della raccolta poetica di Soffici, 1915, e Poemi
simultanei futuristi il fondatore del movimento seguitava a pubblicare nel 1933, ma Visione simultanea alla
finestra si chiama anche un quadro di Boccioni, 1912» (Contini 1968: 1051). Per il concetto nell’arte futurista, si
veda la voce simultaneità in C. Salaris, Dizionario del futurismo. Idee, provocazioni e parole d’ordine di una
grande avanguardia (Roma: Editori Riuniti, 1996), 133-36. Per Marinetti in particolare, il seguente passo di
Zang Tumb Tumb ha tutt le carte in regola per attirarsi gli strali gaddiani: «tutto ciò fuori di me ma anche in me
totalità simultaneità sintesi assoluta = superiorità della mia poesia su tutte le altre stop», Teoria e invenzione
futurista (Milano: Mondadori, 1983), 644. «Simultanati […] in una nuova capovolta ragione» sono i mobili e le
suppellettili dei Cavenaghi in Quando il Girolamo ha smesso… al termine di un lungo e caotico catalogo
(Adalgisa, RR I 301). Si veda anche Eros e Priapo, SGF II 268: «Polpute gambocce annaspavano con
marinettiano simultanismo lungo l’asfalto guerriero».
5: prole globale: Cioè, come esplicitamente indicato in B1 (TDL 19; Gadda 1995: 251) e in C, dove però è già
cassato a favore del generico aggettivo della vulgata (IVK 1; Gadda 1995: 287), «sia la legittima che la
illegittima». L’espressione ritorna ancora una volta in ambito popolaresco ne Il fontanone a Montorio (Castello,
RR I 259).
6: malandate in gamba: «Neoformazione gaddiana derivata dalla locuzione essere male in gamba»
(Domenighetti 1992: 201).
7-8: anzi che nere…verso la chiesa: Stesso rituale di religioso contegno in Quando il Girolamo ha smesso…: «le
più ragionative signore della vecchia Milano, quelle che si annidano nelle illibate case, e fuorescono poi nere
verso la Messa dei noeuv’òr» (Adalgisa, RR I 310).
8-9: Anacarsi Rotunno, il poeta italo-americano: Ultimo vestigio (oramai ridotto ad una parziale coincidenza
onomastica) di Anacleto Baistrocchi, già anticipato nel catalogo iniziale in C. La sostituzione è probabilmente da
attribuire alla suggestività del nome (Anacarsi: saggio scita, ai confini tra leggenda e realtà, che sarebbe vissuto
attorno al 600 a.C.; pure annoverato fra i Sette Saggi).
10: la Carpioni: Meritevole forse, l’originaria protagonista del racconto, di essere almeno menzionata come
comparsa. Se Anacarsi Rotunno sostituisce in loco Anacleto Baistrocchi, l’accenno alla Carpioni è invece
aggiunta propria di Incendio. Nei due casi, comunque, lo scopo è di potenziare l’elenco, contribuendo così a
incrementare l’impressione di confusione, tanto più che i due accenni rimangono irrelati.
attese!, e lingue, a tratti subitanei, serpigne e rosse, celerissime nel manifestarsi e svanire, con
tortiglioni neri di fumo, questo però pecioso e crasso come d’un arrosto infernale, e libidinoso
20 solo di morularsi a globi e riglobi o intrefolarsi come un pitone nero su di se stesso, uscito dal
profondo e dal sottoterra tra sinistri barbagli; e farfalloni ardenti, così parvero, forse carta o
più probabilmente stoffa o pegamoide bruciata, che andarono a svolazzare per tutto il cielo
insudiciato da quel fumo, nel nuovo terrore delle scarmigliate, alcune a piè nudi nella polvere
della strada incompiuta, altre in ciabatte senza badare alla piscia e alle polpette di cavallo, fra
25 gli stridi e i pianti dei loro mille nati. Sentivano già la testa, e i capegli, vanamente ondulati,
avvampare in un’orrida, vivente face.

[§ 2] Urlarono le sirene dalle ciminiere o dagli stabilimenti vicini verso il cielo torrefatto:
e la trama criptosimbolica delle cose elettriche perfezionò gli appelli disperati dell’angoscia.
Dalle stazioni lontane, spalancatesi, le batterie delle autopompe fuoruscirono in corsa, impulsi
30 pronti e celeri a sovvenire a ogni sùbito male delle fiamme, nel mentre l’ultimo pompiere del
quinto drappello, spiccato un salto, gli riuscì d’abbrancare con la sinistra l’ultimo ferro del
reggiscala dell’autoscala di coda già in voltata fuori dal portone, e viceversa con la destra si
finiva ancora d’abbottonare la bottoniera della giacca di servizio.

[§ 3] La sonnolenza impomatata dei guidatori d’automobili che falciano via con il


35 parafango i ginocchi de’ claudicanti vecchi alle svolte e, svaccati dentro macchina, ma saette

20: morularsi…intrefolarsi: «Morulazione (t. tecn.) è nella biogènesi il processo de’ consecutivi sdoppiamenti
d’una cellula fecondata. Da una a due, da due a quattro, ecc. ecc. È una fase dello sviluppo del feto. I nùvoli
d’incenso o di fumo vengono a morularsi in quanto un globo ne dà due, i due ne dàn quattro, ecc. ecc. (Fumo
delle ciminiere, neri incendi dei pozzi petroliferi). Etimologicamente da mora, ch’è una sorta di frutta: (p.e. del
gelso)» (Castello, RR I 177, n. 4). Il termine, oltre all’occorrenza cui si riferisce la nota (RR I 168), è assai
frequente (p.e., RR I 414; RR II 1130; Gadda 1995: 70; Gadda 1988b: 62). Cfr. anche Manzotti 1993b: 30-31.
«Intrefolarsi», cioè «avvolgersi, come i trefoli di cui si compone la fune» (Contini 1968: 1051), è detto anche del
fulmine nella Cognizione (RR I 587); per le non poche analogie tra la descrizione del fulmine nella Cognizione e
del fuoco nell’Incendio, cfr. Domenighetti, 1992: 204-206.
22: pegamoide: Prodotto che imita il cuoio, costituito da un tessuto sul quale vengono applicate soluzioni di
nitrocellulosa o acetilcellulosa.
25: vanamente ondulati: Per vanità, ora vanificata dalle fiamme. Il parrucchiere da signora è in Gadda
«parrucchiere-ondulatore» (Accoppiamenti, RR II 882). Le donne gaddiane sono però per lo più, come qui alla r.
23, «scarmigliate» (l’aggettivo sostantivato a designar le donne si ritrova ancora in Pasticciaccio, RR II 92).
26: face: Fiaccola. Ricorre una sola volta ancora nel descrivere l’esterno di un teatro: «Stasera, sotto il cielo
crasso, ma senza gocce, le scarmigliate faci danno lividori alle pietre» (SGF I 1032).
28: la trama criptosimbolica…angoscia: Perifrasi troppo ardita che rischia di perdersi per la prossimità
dell’appena citato allarme lanciato dalle sirene. Provvidenziale il ricorso al carteggio: in una lettera a Contini,
invitato ad una collaborazione per il Terzo Programma della R.A.I., tentando di forzare la resistenza del critico
reticente ad uno spostamento fino a Roma, Gadda lo informava autocitandosi: «Con Firenze abbiamo cavo
diretto R.A.I. e potremmo deliziarci della tua voce, sia pure percepita mediante la trama criptosimbolica delle
cose elettriche» (Gadda 1988b: 91 – lettera del 28 novembre 1953). Contini ometterà di chiosare la perifrasi,
preferendo salvaguardare la sua poetica indeterminazione. Non è escluso che la perifrasi, oltre che essere un
ammicco al linguaggio futurista, possa essere mutuata da scritti tecnici sul funzionamento del telefono.
34: impomatata: Topos gaddiano della brillantina, corrispettivo maschile dei «capegli, vanamente ondulati»
delle signore. Si veda, per il cortocircuitare delle due descrizioni, Adalgisa, RR I 461: «Erano giovani, robusti,
agili: elegantissimi, altri. Un barattolo di brillantina gli si era consunto dentro i capegli dolcemente ondulati: e
stillanti puro nardo».
35-36: svaccati…cantoni: «Il milanese stravacàa “scompostamente disteso” cede alla vicinanza di svacàa
“svergognato” e anche “sconciatamente esagerato”» (Contini 1968: 1052). «Stracciare via i cantoni» dispiega in
italiano l’espressione milanese «strasciacantón», che ricorre in Adalgisa, RR I 445, corredata da una nota
d’Autore: «straccia-cantoni (di marciapiede): gerg. mil.: epiteto degli autisti trasandati o maldestri» (RR I 472, n.
3). La pericolosità delle automobili è topos gaddiano.
pazze di fuori, stracciano via i cantoni ai più garibaldofrusti marciapiedi della metropoli, ecco
sonerie elettriche premonitrici li bloccarono improvvisamente ai cantoni, poi, subito,
l’avvento delle trasvolanti sirene. Inchiodati i tram, i cavalli trattenuti al morso dal cavallaro,
disceso di serpa: i cavalli col carro contro il culo, l’occhio, all’angolo, imbiancato da un
40 ignoto motivo di terrore.

[§ 4] Gli effetti dell’incendio, lì per lì, furono terrificanti. Una bimba di tre anni, Flora
Procopio di Giovan Battista, lasciata sola in casa con un pappagallo, dal seggiolone dove
l’avevano issata e imprigionata chiamava disperatamente la mamma senza poterne scendere, e
grosse lacrime come disperate perle le gocciavano e rotolavano giù, dopo le gote, per il
45 bavaglino fradicio con su scritto «Buon Appetito», fin dentro la polta papposa d’un suo
caffelatte dove a poco a poco ci aveva messo a bagno tutto un bastone di pan francese
evidentemente mal cotto più alcuni biscotti di Novara o di Saronno che fossero, ma di tre anni
loro pure, questo è certo. «Mamma, mamma!» urlava terrorizzata; nel mentre di là dall’altro
capo della tavola il variopinto uccello, col suo rostro a naso di duchessa, ch’era solito stimarsi
50 e andare tutto in visibilio e in sollucchero non appena i ragazzi lo apostrofavano di strada
«Loreto, Loreto», e anche in superbia, oppure lo prendeva una specie di malinconia e di
letargo senza rimedio, o invece se lo incitavano «Voèi, Loreto, canta!… desèdes… canta Viva
l’Italia!… Voèi, baüscion d’on Loreto!», allora appena sentire quel «canta» lui rimbeccava
con un dolce gorgoglio «Kanta-tì», questa volta invece, povera creatura, altro che Kanta-tì!
55 Oh Dio, sì, difatti, per vero dire, un certo sentore di bruciaticcio lui lo aveva già percepito, se
pur senza troppo inquietarsene: ma quando però vide i petali di quella così sinistra magìa

36: garibaldofrusti marciapiedi: Neoformazione che unisce «garibaldino» (nel senso di risalente ai tempi di
Garibaldi) a l’usuale aggettivo gaddiano del degrado (cfr. rr. 59 e 256). Altro «marciapiede frusto» in via
Conservatorio (cfr. Adalgisa, RR I 464).
39-40: i cavalli…terrore: Usuale, e quasi sistematico, l’indugio di Gadda sul «culo» dei cavalli (p.e., Adalgisa,
RR I 484: «carrozza dietro al culo»; Meraviglie, SGF I 59: «e la vecchia frusta sul culo, ahimé, dei cavalli»; Eros
e Priapo, SGF II 297: «lo stallone buono e da bel culo»), che trova la sua giustificazione rappresentativa in
Adalgisa, RR I 308: «un citrullone d’un cavallo che spara via dentro la fuga del trotto, manovellando con due
natiche lustre, rotonde e grasse, erta la coda, come se il culo ce l’avesse solo lui!». Il bianco è «paventatissimo
colore a vedersi in occhio ai cavalli» (Eros, SGF II 298). L’ignoto motivo di terrore del cavallo, che ovviamente
non capisce quanto gli sta succedendo attorno, ricorda lo smarrimento nel frastuono del traffico del vecchio
cavallo «araldico» di Donna Eleonora in Al Parco, in una sera di maggio (Adalgisa, RR I 483-85): dove in nota
è pure fornita una possibile derivazione dall’arte figurativa per il particolare dell’occhio imbiancato (RR I 505-
06, n. 6): Antoine-Jean Gros (1771-1835), ritratto di Girolamo di Vestfalia a cavallo (Versailles). Il motivo
dell’occhio imbiancato dal terrore ricorre ancora in Primo libro delle Favole, SGF II 74.
44: lacrime…perle: Banale associazione che ricorre, in similitudine o metafora, in più luoghi: «grosse lacrime le
imperlavano poi le guance» (RR II 1060); «badava a raccattare le sue lacrime […] come perle che le si fossero
sfilate da un vezzo» (RR II 844); e, riferito a un bambino, «tra perle di lacrime e strilli fino alle stelle» (RR I
636).
45: bavaglino…«Buon Appetito»: Così Gadda in una lettera a Contini del 27 giugno 1947: «All’ospizio di
Montedomini (= Loêk pi Tri-ülzi) mi metteranno al collo una «bavetta» (= bavaglino) con su scritto «buon
appetito» in calligr. inglese… e per non intrigarsi a ripulirmi tutti i momenti mi collocheranno in pianta stabile su
un pitalone falstaffiano sive càntaro, dove trombazzerò a mio agio, vate d’Italia a la stagion più bella, di tant’in
tanto… Mi metterò delle ciliegie doppie agli orecchi» (Gadda 1998: 43).
45: polta: «Polentina, poltiglia» (Contini 1968: 1052).
46-47: pan francese…Saronno: Il pan francese è un filone allungato di pane tipicamente francese (baguette).
Novara e Saronno (a nord-ovest di Milano) sono sedi «di antiche industrie dolciarie» (Contini 1968: 1052).
49: stimarsi: «Milanese stimàss “pavoneggiarsi”» (Contini 1968: 1052).
52-53: «Voèi, Loreto…baüscion d’on Loreto»: «Ehi, Loreto, canta!… svegliati… canta Viva l’Italia!… Ehi,
bavoso d’un Loreto». La «baüscia» è la bava e «pèrd baüscia» vale «essere pieni di orgoglio o di contentezza»
(Angiolini, Dizionario milanese-italiano, Torino: Paravia, 1897).
54: «Kanta-tì»: «Canta tu».
56: sinistra magìa: Nel delirante sogno del brigadiere Pestalozzi il topazio-topazzo-topaccio sfugge per «muta
magia» (Pasticciaccio, RR II 192).
traversargli in diagonale diretta la finestra aperta e poi entrargli in camera come tanti
pipistrelli infuocati e mettersi a lambire gli sdrusci della tappezzeria secca e la taparella gialla,
di stecchi di frassino, arrotolata coi suoi cordigli frusti nella parte superiore del vano, allora
60 prese tutt’a un tratto a squittire anche lui dal fondo del gozzo tutto quello che gli venne in
mente, tutto in una volta, come fosse una radio: e sparnazzava impaurito e pauroso verso la
bimba, con impeti sùbiti, mozzati ogniqualvolta, dopo mezzo metro di sbatacchiamento, dalla
perfidia inesorabile della catenella che per una zampa lo legava al paletto.

[§ 5] Si diceva che in gioventù avesse appartenuto al generale Buttafava, reduce dalla


65 Moscova e dalla Beresina, indi al compianto nobile Emmanuele Streppi: una gioventù
riposata e piena d’idee, in Borgospesso: e fosse riuscito a battere in longevità non solo lo
Streppi, ma tutte le più venerande figure del patriziato lombardo, di cui, del resto, andava
dicendo corna ai passanti. Stavolta però, di fronte a quel volo di tàlleri affocati che parevano
vaporar via dalla zecca maledetta di Belzebù, aveva perso al tutto la trebisonda: pareva
70 impazzire: «Hiva-i-Ità-ia! Hiva-i-Ità-ia!», s’era messo a squittire a squarciagozzo,
svolazzando con la catenella tesa alla zampa in una meteora di penne e fra un subisso di carta
arsa e fuliggine, nella speranza d’arrivare a propiziarsi la sorte, mentre la bimba strillava
«mamma, mamma!» ed urlava terrorizzata dentro il suo pianto, battendo sulla tavola con
l’impugnatura del cucchiarone. Finché un certo Besozzi Achille di anni 33, pregiudicato in

58: taparella: «Avvolgibile» (Contini 1968: 1053).


59-63: allora prese…legava al paletto: «Una situazione analoga è in Vittorio Imbriani, Il vero motivo delle
dimissioni volontarie del Capitano Cuzzocrea (Trani: Fusco, 1877 – ma cito dai “Classici” UTET, Narratori
meridionali dell’800, p. 105): “Un bel pappagallo, appollajato sur una gruccia davanti alla finestra del burò,
penzolava giù, atterrito dall’urlo e da quei rantoli affannosi, aveva tentato di fuggire volando: e, trattenuto dalla
catena, penzolava giù, dimenando le ali, starnazzando e squittendo ridicolo e miserabilmente”» (Manzotti 1993b:
36, n. 52). Cfr. Accoppiamenti, RR II 826, dove è un cane ad essere trattenuto dalla catena.
64-67: Si diceva…patriziato lombardo: Come già aveva inteso Contini (Contini 1968: 1053) e come certificano
le lezioni di B1 (Gadda 1995: 251) e C (Gadda 1995: 282), si tratta di Emmanuele Greppi. Anche se Contini, e
Gadda in un primo momento, attribuiscono erroneamente ad Emmanuele Greppi (1853-1931) la «leggendaria
longevità» del padre Giuseppe Greppi (1819-1921). Che, per quanto riguarda Gadda, si tratti di confusione e non
di mero lapsus onomastico lo provano B1 e C, dove del «compianto nob.» Emmanuele Greppi è detto che «fu
sindaco di Milano, quand’era un po’ meno giovane» (B1) e «il venerato sindaco della nostra cara Milano,
quando però non era così giovane» (C); infatti, la carica di primo cittadino di Milano fu rivestita dal figlio
Emmanuele nel biennio 1911-1913, mentre il padre Giovanni non ebbe mai tale privilegio. Morto Emmanuele
Greppi nel 1931, Gadda si accorge dell’errore e, volendo comunque mantenere «Emmanuele», forse per la
suggestione nobiliare dell’onomastica, aggiunge l’accenno al «generale Buttafava, reduce dalla Moscova e dalla
Beresina» (due celebri azioni della campagna napoleonica di Russia, la prima del settembre 1812, la seconda del
novembre dello stesso anno) a termine di confronto per la straordinaria longevità del pappagallo. Un vecchio
«gentiluomo lombardo» e un pappagallo non meno vecchio di lui riappaiono nel Primo libro delle Favole (SGF
II 37). Per il pappagallo cfr. anche Meraviglie (SGF I 32) e Verso la Certosa (SGF I 376). Borgospesso è una via
«della vecchia Milano aristocratica, attorno a via Manzoni» (Contini 1968: 1053) e, eccetto la presente
occorrenza, appare solo in Quando il Girolamo ha smesso… (RR I 310, 359, 377). Il Pasticciaccio segna la
ripresa del nome del generale, applicato ai coniugi Bottafavi.
68-69: talleri…Belzebù: «Le grosse faville dell’incendio sono paragonate a monete (d’argento, austriache)»
(Contini 1968: 1053). Ripresa dall’episodio del Baistrocchi in C, dove il trapasso era esplicito: «quei talleri che
volavano di fuori per tutta l’aria tutti fuoco e paura come se Maria Teresa ubriaca ne avesse fatto conio rovente
nell’impero sovvertito [var. altern. e gittatili, fuo<r> dalla zecca pazza del sovvertito impero] di Belzebù» (IVK
6; Gadda 1995: 284).
69: aveva perso…la trebisonda: Espressione di origine dialettale che Gadda si premura di spiegare a Contini in
una lettera del 14 gennaio 1949: «Non so se conosci questo modo dei vecchî nostri: “l’a perdü la trebisonda”,
detto di chi perde la testa nel frastuono e nel disordine» (Gadda 1988b: 64). Ricorre ancora una volta ne La casa
(RR II 1112).
70: squarciagozzo: «Per analogia parodistica a squarciagola» (Contini 1968: 1053).
74: cucchiarone: Dal dialettale «cügiarôn», propriamente il cucchiaio grande che serve per versare la minestra
dalla zuppiera (Angiolini).
75 linea di furto e vigilato speciale della Regia Questura, disoccupato, siccome era costretto, in
causa della disoccupazione, a dormir di giorno per poter esser franco a sbrigare un qualche
lavoruccio nottetempo, caso mai ce ne fosse di bisogno, e nonostante la vigilanza, tanto da
guadagnarsi un boccon di pane anche lui, povero cristo, così fu una vera fortuna e gran
misericordia di Sant’Antonio di Padova, bisogna proprio dirlo a voce alta, e riconoscerlo,
80 questa di questo vigilato speciale che dormiva proprio al piano di sopra e nella stanza di
sopra, dalla signora Fumagalli: in una ottomana in famiglia; che appena capito il pericolo
subito s’era fatto coraggio, lì per lì, tra la paura e il fumo, un fumo che ventava su dalla
tromba delle scale come la fosse un camino, e tutte quelle donne precipitanti in vestaglia o in
camicia di gradino in gradino, e i gridi, e i bimbi, e la sirena dei pompieri in arrivo. Sfondò
85 l’uscio dei Procopio, a calci, a spallate, e salvò la creatura e l’uccello; e anche un orologio
d’oro che c’era sul comò, che però poi quello si dimenticò di restituirlo, e tutti credettero che
fosse stata l’acqua dei pompieri, con cui, per poter spegnere il fuoco, avevano inondato la
casa da cima a fondo.

[§ 6] Il Besozzi aveva udito le grida: e sapeva che la bambina era sola: perché verso le
90 cinque del pomeriggio era l’ora, giusto, che soleva sbarcare dall’ottomana sulle banchine
della risveglia coscienza, tutte ingombre di fastidi con la questura; che si fregava gli occhi, si
grattava un po’ qua un po’ là, specie dentro la zazzera, e finiva col metter la testa sotto il
rubinetto dell’acquaio; che si asciugava, – con un asciugamano color topo di chiavica, – che si
pettinava – con un suo mezzo pettine tascabile, verde, di celluloide: – e poi, tòltine uno a uno
95 con gran delicatezza i capegli che vi s’erano impigliati, li contava e li consegnava uno dopo
l’altro all’acquaio rigurgitante di pile di scodelle e di piatti unti della cucina alla casalinga
della «pensione» della Isolina Fumagalli. Poi, sbadigliando, s’infilava quei quattro cenci, e
quelle due torpediniere vecchie delle scarpe mezzo sfatte dal sudore dei piedi, finché usciva

74: Besozzi Achille: Probabile la suggestione, per l’onomastica in parziale coincidenza, dell’incendio di Mosca
in Guerra e pace, in cui Pierre Bezuchov si prodiga per salvare una bambina di tre anni – Lev Tolstòj, Guerra e
pace (Torino: Einaudi, 1991), 1080-86. Il romanzo è una delle letture giovanili di Gadda (Giornale, SGF II 625)
e la descrizione dell’entrata delle truppe di Murat a Mosca, di poco precedente all’episodio del salvataggio, è
citata in Pasticciaccio, RR II 93. Va peraltro detto che Gadda aveva un amico di nome Besozzi (SGF II 568 e
573). Quanto all’eroico Besozzi dell’Incendio, il suo tallone d’Achille (è «pregiudicato in linea di furto») lo
porta a rubare l’orologio d’oro dei Procopio.
74-75: in linea di furto: Prestito dal linguaggio giuridico-burocratico (e poi giornalistico) ancora usato due volte
in Quando il Girolamo ha smesso… (RR II 311 e 316), con la seconda occorrenza posta tra virgolette.
78: povero Cristo: Achille Besozzi (il salvatore) ha 33 anni (cfr. r. 74); età e dicitura ironica corrispondente sono
aggiunte proprie a Incendio.
79: Sant’Antonio da Padova: Dottore della chiesa (Lisbona 1195 – Arcella, Padova, 1231), lo si invoca per
ritrovare gli oggetti smarriti, ma la sua venerazione è collegata soprattutto alle virtù taumaturgiche (tipico il voto
che a lui si faceva di offrire ai poveri pane e grano per un peso pari a quello dei bambini su cui si invocava la sua
protezione). Non certo casuale la sua invocazione nel caso del Besozzi, che salva la bambina… ma anche
l’orologio d’oro (dagli altri creduto perso). L’attenzione alla scelta dei santi è testimoniata in particolare
dall’antitesi istituita ad arte fra San Giorgio e San Luigi Gonzaga nel San Giorgio in casa Brocchi (cfr. Gadda
1984b: 92 – lettera del 7 maggio 1931: «Vi è una lotta simbolica fra S. Giorgio, il Santo cavalleresco e…
femminista, contro S. Luigi Gonzaga, il Santo ascetico e rinunciatario»). Sant’Antonio è invocato in più luoghi
dell’opera (cfr. Indici).
81: ottomana in famiglia: Espressione tipica degli annunci di giornale. Non a caso in C è posta tra virgolette
(IVK 3; Gadda 1995: 282). Più sotto, il virgolettato segnala la stessa origine per «pensione» (r. 97).
82: lì per lì: «Prediletto riempitivo gaddiano» (Gadda 1987a: 334), adattatosi anche alla migrazione romana («là
pe llà», ad es., in Pasticciaccio, RR II 212). È in questo caso un artificio della simultaneità, poiché riporta a r. 41.
83: come la fosse un camino: Italiano ottenuto partendo dal dialetto, con «la» in funzione di pronome soggetto
(vedi anche rr. 11-12, 149, 169, 178, 189-90, 225-26, 268).
91-97: si fregava gli occhi…Fumagalli: Cfr. l’analoga descrizione delle abitudini di Bruno in Un fulmine sul
220 (Gadda 1995: 98-99).
98: torpediniere vecchie…sudore dei piedi: Usuale l’indugio sulle scarpe e sul sudore. Si vedano ad esempio le
«scarpe sbilenche e fetide» delle «più fetenti serve» di Gonzalo (Gadda 1987a: 532) o ancora, e contrario, le
risbadigliando sul pianerottolo e prendeva stracco stracco a bazzicar giù e su le interminabili
100 scale, pieno di pretesti, e ogni tanto saettava fuori dai buccinatorii il dardo liquido della saliva
sui gradini o sul muro, svogliato e inuzzolito ad un tempo, coll’ossa ancor molli
dall’ottomana, nella speranza d’un qualche buon incontro. Incontro, oh, si sa, con una
qualche casigliana di quelle, e ce n’era delle stagne, e prosperose; e decise: e poi svelte a
sbatacchiare i tacchi giù per i gradini tatìc e tatàc fino in fondo, e fino fuori della porta: che
105 qualcheduna di sicura non ne mancavano davvero al numero 14, con tutto che il Keplero c’è
fior di negozianti, ormai, che in questi ultimi anni ci sono andati a star di casa con la famiglia.
Sicché quel giorno aveva incontrato la madre, una dispettosa!; e sapeva dunque che la
bambina era rimasta sola col pappagallo. E così la salvò. E anche il Loreto. Avrebbero un po’
imparato chi era, lui, e com’era fatto di dentro; e come li compensava della superbia; e con
110 tutte le grane che la questura andava dietro a piantargli, giorno e notte. Va be’: l’orologio:
quant’a quello, è un altro conto, si sa: peggio per loro se lo avevano lasciato sul comò, nel
momento proprio che gli va a fuoco la casa.

[§ 7] «L’incendio», dissero poi tutti, «è una delle cose più terribili che sia.» Ed è vero: fra
la generosità e la perplessità de’ pompieri d’oro: fra cataratte d’acqua potabile sopra le
115 ottomane pisciose e verdi, ma stavolta minacciate da un ben brutto rosso, e, sopra i cifoni e i

«due scarpe a fibbia, che somigliavano due caravelle» del filosofo-gentiluomo settecentesco Ismaele Digbens
(Madonna, RR I 89). In Adalgisa (RR I 453), un intero periodo è dedicato all’arrivo della società bene di Milano
in via Conservatorio descritto focalizzando l’attenzione sulle scarpe e con metafore mutuate dal linguaggio
nautico: «cacciatorpediniere», «siluranti», «bacino di carenaggio».
99: giù e su: Inversione che fa la sua prima apparizione in Compagni di prigionia (Castello, RR I 165), a
significare, analogamente alla presente occorrenza, il deambulare senza senso nel campo di prigionia. Poi
applicata in maniera incostante.
100-01: saettava…muro: Riprovevolissima abitudine più volte indicata e condannata da Gadda (cfr. Gadda
1987a: 192-93: «Oh! i ventisette milioni di bipedi… miei eguali davanti alle leggi del Maradagàl… non si
tengono indietro per questo… dico dallo scaracchiar fuori l’anima loro, sul marciapiede, a ogni incontro che
facciano… La saliva, a proposito, dottore, non è una secrezione interna? Che cosa vuol dire secrezione interna?
Che bisogna poi sputar fuori tutto in una volta?», e relativa nota di Manzotti alla r. 68), conformemente a
Castello, RR I 121: «conterò li sputi e i catarri de’ cittadini nostri». I buccianatori sono i muscoli della guancia
che contraendosi ne determino il rigonfiamento (Contini 1968: 1053 – «I buc(c)inatores erano suonatori di corni
e strumenti affini»). Normalmente «buccinare» e derivati è detto delle parole (vedi, p.e., RR I 542, 700; SGF II
242).
102: nella speranza…incontro: Per le scale quale luogo privilegiato d’incontro tra i due sessi, si veda la
considerazione di Eros, SGF II 363: «L’incontro scaligero è un momento cruciale […] per la continenza del
sesso forte: pare che la tenebra di certe scale di casamenti popolari o magari signorili, specie ne’ paesi ove il sole
e il sangue e’ son più vivi e corrono come foco ad ogni vena, sia estremamente propizia a certi esibitivi
madrigali». Dello stesso commendator Unghioni si era detto che, giovinetto, aveva tentato «le tette delle serve su
per le scale» (NDL1 160; Gadda 1995: 243).
103: stagne: «Milanese, sode» (Contini 1968: 1054). Cfr. Racconto, SVP 516: «Credi che manchino le ragazze
su per il Dévero? E stagne?».
104: sbatacchiare i tacchi…tatìc e tatàc: Protratta allitterazione (risultante da paronomasia ed onomatopea) che
potrebbe germinare dal noto scioglilingua lombardo: «Ti che ta tácat i tacch, tacum i tacch! Mí, tacát i tacch a tí
che ta tacat i tacch, tácatai tí i tò tacch» – trascrizione da P. Todorovic-Strähl, Parole in ritmo. Testi formalizzati
della Svizzera italiana. Ninne nanne, rime, filastrocche e sciogliolingua (Basilea: Società svizzera per le
tradizioni popolari, 1997), 176. Giochi di questo tipo si innescano quasi automaticamente in molti luoghi
gaddiani (p.e., RR II 1083 e 1098; SGF I 1140 e 1142; RR I 616; RR II 43 e 155). Si veda anche qui di seguito
alla r. 171, nonché l’insolita variazione su «ciabatte» alla r. 127.
105: qualcheduna di sicura non ne mancavano: Anacoluto mimetico del parlato popolare (cfr. anche rr.264-65).
«Sicura»: «Milanese sigüra avverbio» (Contini 1968: 1054).
114: pompieri d’oro: Dal colore dell’elmo (Meraviglie, SGF I 95: «il pompiere dall’elmo di ottone»); ma anche
implicitamente referenziale all’idiomatico «avere il cuore d’oro».
115: cifoni: Cfr. Cognizione, RR I 597: «desoravìa del cifone»; Adalgisa, RR I 327: «domandi mì, quatòrdes
cifón!», con nota: «Cifòn, dal fr. Chiffonière: stipetto da riporvi cenci» (RR I 342, n. 38). Oggetto caro a Gadda,
che «di tutti li scrittori della Italia antichi e moderni» è «quello che più possiede di tavolini da notte» (Castello,
credenzoni, custodi magari d’un mezz’etto di gorgonzola sudato, ma leccati già dalla fiamma
come il capriolo dal pitone: con zampilli, spilli liquidi, dai serpi inturgiditi e fradici dei tubi di
canapa, e lunghe, lancinanti zagaglie dagli idranti d’ottone, che finiscono in bianche zazzere e
nube nel cielo dell’agosto torrido: e isolatori di porcellana semi-usti cader giù a pezzi a
120 frantumarsi del tutto contro il marciapiede patatràf!: e fili di telefoni bruciati che svolavano
via nella sera dalle lor mensole fatte roventi, con penisole nere e volanti di cartone e
mongolfiere di tappezzeria carbonizzata, e giù, tra i piedi degli uomini, e dietro le scale
mobili, anse e rigiri e impennate di tubi che sprizzano zampilli parabolici da tutte le parti nella
mota della strada, vetri in briciole in un pantano d’acque e di melma, pitali di ferro smaltato
125 ripieni di carote buttati giù di finestra, ancora adesso!, contro gli stivaloni dei salvatori, i
gambali dei genieri, dei carabinieri, degli ingegneri comandanti dei pompieri: e il protervo e
indefesso cic-ciàc, e cicìc e ciciàc, delle ciabatte femminine a raccoglier pezzi di pettine, o
schegge di specchio, e immagini benedette di San Vincenzo de’ Liguori dentro lo sguazzo di
quella catastrofica lavanderia.

130 [§ 8] Una donna incinta, altro caso pietosissimo, ed era già al quinto mese!, dal panico e
dall’angoscia del trambusto e forse anche, però, soffocata da quel fumo delle scale, che
appena aprir l’uscio glie ne soffiò dentro una ventata da far paura, si sentì venir male e
svenne: proprio sul pianerottolo, nel tentar di scappare. E questa la salvò per miracolo certo
Pedroni Gaetano del fu Ambrogio di anni 38, facchino alla stazione centrale, dove aveva da
135 riprendere il turno alle sei e mezza. Inviato da Dio! se si pensa che, per portare o smuovere un

RR I 119). Si veda anche, ne La casa, il dissenso con l’architetto Basletta che vuole a tutti i costi «montargli una
camera da letto piena di cubi e senza tavolino da notte» (cfr. RR II, 1115 e 1118).
116: gorgonzola sudato: Topos gaddiano del formaggio, specie il Gorgonzola, onninamente inviso (cfr. anche r.
241). Si veda almeno RR II 489, RR II 955 e Gadda 1987a: 39-40 (con rinvii interni in nota alle rr. 564-65). Il
caso più prossimo è in Adalgisa, RR I 321: «d’un po’ di gorgonzola in credenza era [Maria] spasmodicamente
ghiotta». «L’avversione al formaggio gorgonzola […] è una nevrosi capitale in Gadda, poiché investe tra l’altro
il suo rapporto con il sacro desco familiare, con la geografia (inscritta nel nome) e con la gastronomia della
regione nativa». È Gadda stesso che ne promuove una lettura freudiana (Una tigre al parco [SGF I 79]), facendo
del gorgonzola objet phobique di rara pertinenza» (Gorni 1984: 303).
118: zagaglie: Impiegato ancora una volta sola in Primo libro, SGF II 30. Così annota C. Vela: «il termine
zagaglia (“…corto giavellotto dalla punta di ferro e dal legno leggero e molto resistente”, così lo Zingarelli),
[…] è tratto dall’incipit di Per la morte di Napoleone Eugenio, nelle Odi barbare: “Questa la inconscia zagaglia
barbara | Prostrò» (Gadda 1990a: 155). La letterarietà del passaggio è perseguita anche con l’allitterazione della
r. 117.
119: isolatori…semi-usti: Immagine raccolta dal vivo nei cantieri delle centrali idroelettriche: cfr. Anni, SGF I
252, in cui si parla di isolatori arrostiti «che vengono giù morti come tanti tordi carbonizzati».
124-25: pitali…carote: Altro oggetto caro a Gadda: «diffuso (alla totalità della poplazione) il pitale, oggi
onninamente inibito dagli architetti e arredatori igienisti e quadrangolari: (ma il Nostro obdura, pervicace
nell’eresia)» (Adalgisa, RR I 554). Numerosissime le occorrenze, per cui Manzotti parla di «oggetto basso che
sigla – come i dettagli ricorrenti di certi pittori – molta della invenzione gaddiana» (Manzotti 1993b: 11, n. 6).
Probabilmente allusive ad altro contenuto le carote, ricordate in Mercato di frutta e verdura come
«diureticissime» (Meraviglie, SGF I 38).
126: genieri…pompieri: Si noti il breve catalogo in divertito omoteleuto.
128: San Vincenzo de’ Liguori: «San Vincenzo de’ Paoli (de Paul) [1581-1660] s’incrocia, forse
intenzionalmente, col nostro Sant’Alfonso Maria de’ Liguori [1696-1787], di oltre un secolo dopo» (Contini
1968: 1055). San Vincenzo de’ Paoli è ancora citato in Luigi di Francia, SGF II 152 e in SGF I 1133, mentre di
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori non c’è altra traccia nell’opera gaddiana.
128-29: dentro il guazzo…catastrofica lavanderia: Cfr. Castello, RR I 143: «Dentro il guazzo delle divelte
foreste». L’espressione «catastrofica lavanderia» ricorda la «catastrofica sinfonia», a definire la vita stessa di
Gadda, in clausola di frase in RR I 134. In Libello, «catastrofica sinfonia» riguarda la mal concertata costruzione
delle case di Milano (SGF I 93).
134: Pedroni Gaetano…centrale: Presentazione tipica della prosa giornalistica (cfr. anche rr. 41-42, 74-75 e
191-92).
baule così, bisogna esser gente puranche pratici. Egli stava per uscire, sufolando come un
merlo, dall’uscio disopra ancora della Isolina Fumagalli, reduce da una certa robusta
galanteria, sulla quale il Signore è quasi certo che dovesse aver chiuso almeno un occhio. E,
dopo il congedo, si sentiva liberato e leggiero e incline più che mai alla protezione dei deboli,
140 dei derelitti: prese su la paglietta, se l’aggiustò in capo, e accendendo un mezzo toscano
sognava già il governo e l’incanalamento totalitario di tutti e venticinque i bauli e le valigie e
le cappelliere d’una qualche americanessa rognosa, di quelle spirlunghe e prepotenti, che
vanno intorno con il bastone da uomo, fra il Venezia e il Gottardo, il Bologna e il T.P.

[§ 9] Quand’ecco che, invece dell’americana, ti cominciano le urla e il casino e il fumo su


145 dalle scale appena aprir l’uscio, che a momenti non era da vederci. Fu un momento brutto,
raccontava quella sera, uno dei più brutti proprio della sua vita. Diede subito una voce alla
donna, ch’era ancora alle prese col rubinetto, con un bigoncioletto-bidet, con certe sue
pentoline e gran travasi d’acqua, ma piantò lì subito ogni cosa, sapone e salvietta e mastello e
acqua e tutto, e la si infilò in un battibaleno una specie di vestaglia cinese, o giapponese che
150 fosse, e senza por tempo in mezzo la si mise immediatamente a strillare «ah! Madonna, ah,
Madonna!, la mia pelizza, la mia pelizza!», e volle prender fuori la borsetta dal comò, e lui
allora la prese per un braccio e la trascinò fuori così com’era, con addosso quel kimono di
Porta Volta e senza neanche le mutande, in zoccoletti da camera che però uno lo seminò
subito giù per le scale; e tirandosela dietro per una mano cercarono scampo sprofondando
155 tutt’e due in quell’asfissia paurosa. Lui, poi, con due o tre calci, così, d’istinto, mandò in
frantumi la prima vetrata, passandoci davanti: e il fumo, allora, fuori anche di là. Poi, sotto, a
momenti inciampavano nella donna svenuta, riversa contro lo stipite; e allora con l’aiuto
dell’altra, che zoppicava dal piede senza zoccolo e voleva scappare per conto suo, a ogni
costo, ma lui invece l’abbrancò e la tenne forte e le gridò sulla faccia «devi aiutare, o tr…»,
160 riuscirono tutt’e due dopo una fatica e un terrore e un sudore infiniti a portarla fin da basso,
dove c’era già la lettiga e gli infermieri della Croce Verde, se Dio volle, e oramai i pompieri.

136: gente puranche pratici: «L’aggettivo relativo al collettivo gente va qui al maschile plurale» (Contini 1968:
1055). Mimesi del parlato popolare.
140: prese su: «Verbo composto con avverbio separato, tipico del lombardo» (Contini 1968: 1055). Cfr.
Cognizione, RR I 614: «La cadenza di quel discorso [della Peppa] era ossítona, dacché distaccato e appeso, nel
dialetto del Serruchón, suonano destacagiò e takasü. E anche pestarlo si dice pestalgiò». Analoghi lombardismi,
p.e., alle rr. 148 («piantò lì»), 153-54 («seminò giù»), 182 («slittò giù»).
142: americanessa rognosa…spirlunga : Vedi Meccanica, RR II 509-10, dove Gadda parla della Stazione
Centrale in un paragrafo che si chiude con un accenno ai treni («i Gottardi e i Sempioni») e che comprende
anche un poco lusinghiero riferimento a «spampanate americanesse che Dio le stramaledica brutte, lunatiche,
zannute, lazzerone e tirchie». «Spirlunga», dal dialetto «spirlungôn»: spirlungone, lungo lungo, magro magro
(Angiolini). Il «T.P.» era «il direttissimo Trieste-Parigi» (Contini 1968: 1056).
147: rubinetto: Espressione «in cui si può riscontrare una figura poetica a livello spontaneo (la sineddoche,
infatti, è attuata involontariamente da chi, abituato al dialetto, passa a parlare in italiano)» (Cavallini 1977: 53, n.
94). Vedi appunto Adalgisa, RR I 321: «L’acquaio, da lei [Maria] denominato rubinetto in sineddoche»; e
Accoppiamenti, RR II 774: «Lena si predisponeva a fronteggiare il suo caso, drizzando le poppe in ogni dove in
cucina, dalla dispensa alla pentola, dal rubinetto ai fornelli». Qui sopra, r. 93, la sineddoche non si può attuare
per la contemporanea menzione di «rubinetto» e «acquaio». Di sinedocche spontanea è già il caso di parlare alla
r. 1, con il «fuoco» a designare l’incendio.
150-51: «ah! Madonna…pelizza!»: La pelliccia, e i gioielli più sotto ricordati, sono gli status symbol per
eccellenza delle donne gaddiane; per la pelliccia, si veda Quando il Girolamo ha smesso…, dove la donna, la
«signora Pelizza» abitante «in via Pelizza (da Volpedo, pittore)» si è oramai identificato in pieno con il suo
feticcio (RR I, 305-06).
152-53: Kimomo di Porta Volta: La Menegazzi accoglie Ingravallo vestita di un «chimono tutto gorgheggiato di
uccellini» in Pasticciaccio, RR II 38. Anche la marchesa Eleonora Nasobiboni-Probosci Del Fiasco Garganella,
confinante ne La casa, accoglie Gadda in kimono (RR II 1113). Porta Volta è un «quartiere popolare per
abitazioni e negozî (non lontano da porta Garibaldi)» (Contini 1968: 1056).
[§ 10] Invece la signora Arpàlice Maldifassi, cugina del famoso baritono Maldifassi,
Eleuterio Maldifassi! ma sì!… andiamo! che aveva cantato anche alla Scala, in del 1908… nel
«Mefistofele»… durante la stagione primaverile, oh! un trionfo, un vero trionfo! e una gloria
165 autentica della nostra Milano, quella nel cercare di precipitarsi in salvo insieme a tutti gli altri,
urtata e sballottata dall’«egoismo», secondo raccontò poi, «degli inquilini del quinto», che
piovevano giù dalle scale come tanti lepri, non va a prendere con la scarpetta, brutti
vigliacchi! tra il gradino di marmo di Carrara e il ferro storto e mal combinato della ringhiera?
Ma sicuro! Ed ecco perché la si era rotta una gamba, diceva lei: ma in realtà s’era soltanto
170 slogata una caviglia al primo gradino, scivolando nello spavento e perché non sapeva dove
mettere i piedi, col tacco tatàcco tutto ambizioso di guadagnare quei sei o sette centimetri,
come ce li hanno le donne. E tutto, poi, perché aveva voluto salvare a ogni costo il ritratto del
suo Eustorgio, povera donna, e i suoi preziosi, ch’erano anche quelli un ricordo del suo povero
Eustorgio, ed era rientrata di corsa a riprenderli fuori dal comò: che proprio quella mattina li
175 aveva liberati dal Monte, col denaro restituitole dalla Menegazzi. Quando si dice le
combinazioni! Immaginarsi quello che dovette provare anche lei, Dio! Dio!, si inorridisce
solamente a pensarlo, non dico poi a riferirlo, quando in uno spavento e in una confusione di
quel genere la si sentì sbatacchiata contro la ringhiera, e poi contro il muro, dallo «spietato
egoismo della natura umana», e poi di nuovo contro la ringhiera a rischio di precipitare nel
180 vuoto! e allo spavento e alla debilità del sesso si aggiunse tutt’a un tratto anche lo strappo al
piede, quello spasimo improvvisamente lancinante seguito da un dolore orribile di tutta la
gamba, per cui cadde seduta sull’orlo d’un gradino e poi slittò giù con il culo ancora per un
poco, in un tobòga orribile, a ogni nuovo tracollo di gradino in gradino acciaccandosi e
riacciaccandosi di bel nuovo l’osso sacro ogni volta, o coccige che dir si voglia, che andava
185 così poco difeso dalla deficienza dei glutei, di cui fin da giovane era tanto dolorosamente mal

164: «Mefistofele»: Il Mefistofele di Arrigo Boito, opera teatrale tratta dal Faust di Goethe (e in parte dal Faust
di Gounod), è ancora citato in SGF I 971 e 1072, RR I 534. Più che appropriato nell’Incendio l’accenno, che
richiama le precedenti menzioni del «diavolo» (r. 11), dell’«arrosto infernale» (r. 19), della «zecca maledetta di
Belzebù» (r. 69) e anticipa le «infernali scale» (r. 220) e la finale «casa del diavolo» (r. 307). La prima
rappresentazionedel Mefistofele, avvenuta alla Scala di Milano il 5 marzo 1868, fu un fiasco totale, riscattato
solo sette anni dopo, con l’opera notevolmente modificata, al Teatro Comunale di Bologna (autunno 1875).
L’opera fu poi riproposta altre venti volte alla Scala (fino al 1977), tra cui una l’11 aprile 1908 – G.P. Tintori,
Teatro alla Scala. Cronologia 1778-1977 (Bergamo: Grafica Gutenberg, 1979), 57. La contrapposizione ironica
tra Arpàlice Maldifassi e il cugino Eleuterio si fa compiuta in Incendio con la prima che urla sulle scale (e prima,
r. 11, da parer «che il diavolo fosse dietro a spennarla») e il secondo che canta alla Scala il Mefistofele.
167: non va a prendere con la scarpetta: Analoga costruzione in Quando il Girolamo ha smesso…, nel trasloco
della signora Inzaghi ad opera del Bruno: «Proprio in cima delle scale “de l’ültim viàcc”, slàffete! non gli va a
scivolar di mano un pitale, di ferro smaltato!» (RR I 327).
171-72: tacco…donne: Cfr. Pasticciaccio, RR II 43, dove la Pettacchioni se ne va «smovenno er culo come una
quaja e ticchettando in difficile equilibrio sui tacchi degli scarpini boni che parevano du trampoli, come una
scrofona su queli zoccoletti che cianno».
173: i suoi preziosi: Altro status symbol delle donne gaddiane, vero e proprio segno distintivo della Carpioni
della Fase A (NDL1 161; Gadda 1995: 243). I gioielli sono al centro del dramma nel Pasticciaccio e nella
Cognizione. Cfr. anche Primo libro (SGF II 40).
174-75: che proprio quella mattina…Menegazzi: Cfr. Cognizione, RR I 720: «E il cassetto… Addio! E le
undicimila lire! Che giusto in quei giorni doveva pagare le ultime rate d’imposta. E i brillanti della compianta
Teresa… Gli si inumidirono gli occhi [al cav. Trabatta]». Il «Monte» è ovviamente il Monte di Pietà, come
indicato esplicitamente alle rr. 193-94. Il Pasticciaccio segna la ripresa onomastica di Menegazzi.
180: debilità del sesso: Da ricondursi non solo al luogo comune del «sesso debole», ma anche alla ben nota
misoginia gaddiana; le donne non sono certo trattare bene in tutto il racconto, e il culmine è raggiunto con
l’epiteto poco lusinghiero che, s’indovina, il Pedroni utilizza nell’apostrofare la Fumagalli (r. 159).
183: tobòga: «Il termine viene a designare l’azione (il tobogganing)» (Gadda 1987a: 320, n. 18). Nella stessa
nota Manzotti indica una possibile derivazione dall’Itinéraire de Paris à Buenos Ayres (1928) di J.-J. Brousson,
letto da Gadda nel 1928 (Gadda 1984b: 61). Anche se il termine era già stato due volte in altrettante lettere del
20 e 23 ottobre 1915 (Gadda 1983c: 13-14).
provveduta, povera signora Maldifassi! Tossiva e starnutiva nella fuliggine acre e strillava
«Sofèghi! Sofèghi; ahi ahi la mia gamba, salvatemi! per caritàa del Signor! ahi, ahi!
Madonna, Madonna, la gamba, la gamba, sofèghi! sofèghi!» E non finiva più di emettere
senari a coppie dalla bocca scontorta; dall’anima terrificata, dal corpo straziato. E la dovette
190 trascinar giù per le scale, fra urla inaudite di dolore e in quella tosse e in quel fumo orrendo, il
bravo garzone muratore e avanguardista Ermenegildo Balossi di Gesualdo, d’anni 17, da
Cinisello, il quale, in mutande, e con un pallore nel viso, era in procinto di salvare le sue
proprie gioie anche lui, non impegnabili queste, ahimè!, a nessun Monte. Almeno monti di
pietà, dal momento che si sta parlando di quelli. Anche qui… si vide proprio il dito del
195 Signore. Perché il Balossi era piovuto a piedi nudi dal tetto dove accudiva a rigovernare le
marsigliesi malconce, dopo la furibonda grandinata della settimana avanti, ch’era stata sui
diversi tetti della zona imparziale e solenne, come tutti i malanni che si dan l’aria di
discendere dalla divina provvidenza, o giustizia che sia.

[§ 11] Lavorava verso il tardi, dacché nel pieno meriggio su quelle tegole arroventate c’era
200 da morir cotti, e col cervello insolato; la testa stretta nella benda d’un suo fazzolettone rosso e
giallo, e meglio che mai riparata dalla spessezza de’ capelli, ch’erano come il vello di una
pecora, ma incipriato di calce: e si teneva anche, come s’è veduto, piuttosto leggero di panni,
con una canottiera color celeste stinto sul dorso, di tessuto Viscosa e trasparente, e tutta buchi,
che pareva una cartavelina infradiciata nel sudore. I suoi piedoni enormi, tozzi e carnosi, dai
205 diti corti, carnosi, e divaricati e aperti a ventaglio, offerivano alla porosità biscottata dei tegoli
un attrito particolarmente pregiato dai capimastri e dagli assistenti edili di tutta quanta
Milano, ed erano insomma quanto di più adatto ci fosse in tutta la muratoria e garzoneria

183-86: acciaccandosi…Maldifassi: La descrizione, assente in B1 e in C, germina con tutta probabilità


dall’associazione del nome della signora con il francese «mal aux fesses».
187: «Sofèghi!»: «Soffoco!»
191: avanguardista: «Iscritto all’organizzazione fascista dei ragazzi dai quattordici ai diciott’anni (parte
dell’Opera Nazionale Balilla)» (Contini 1968: 1057).
192: Cinisello: Centro della Lombardia alla periferia settentrionale di Milano.
196: marsigliesi malconce: Deprecabile copertura per tetti che ha sostituito «il vecchio coppo nostrano» (cfr.
Anni, SGF I 93). Nel regno del Principe dell’Analisi non ci sarà posto per le fragili e brutte marsigliesi, né di
conseguenza per i Balossi: «Nessun vento o ciclone muoverà mai il tetto in calcestruzzo armato rivestito di un
triplice materiale impermeabilizzante e poi di una tegolatura di speciali tegoli tipo Carluccio legati dal disotto
con fili di acciaio ad elevate caratteristiche. Quel tetto è inamovibile, nessun pistola di magutello ci andrà mai
sopra a piè scalzi a rompermi l’anima dopo la bufera e la grandine; e io, crogiolandomi beato nelle mie lenzuola
di lino, vedrò sui lontani tetti del cosiddetto prossimo tutto un dafare e uno spendere per fermar tegoli sconnessi,
o sostituir nuovi e sani ai frantumati e malcotti» (La casa, RR II 1121-122).
196-97: grandinata…imparziale e solenne: Corrispettivo meteorologico delle «fredde stelle» (Gadda 1987a: 194
e la relativa nota di Manzotti in cui si registrano altre occorrenze), segno della latitanza divina. Oltre alla
grandine che pertica le plaghe del Maradagàl (RR I 571), grandine che è tra sette generazioni di felicità in
Brianza (RR II 966), la stessa doppia aggettivazione che l’accompagna di Incendio, presente fin di B1, era già
nel Racconto, SVP 426 («grandinata solenne e imparziale») e nel coevo Notte di luna (RR II 1081). Si consideri
poi la testimonianza di Cattaneo: «Il Padre Eterno coi suoi scherzucci era spesso tirato in ballo da Gadda che
ricordava con rabbia il giorno in cui finalmente, dopo aver tanto aspettato e desiderato quell’occasione, era
andato coi suoi a prendere un gelato da Savini: un piccione dall’alto della Galleria gli aveva colpito il gelato con
precisione millimetrica. Altro scherzuccio del Padre Eterno l’occupazione delle fabbriche il giorno della sua
laurea in ingegneria. Il Padre Eterno era spiritoso e a due padri soliti a enfatizzare fra loro la bellezza delle donne
(“Vedi quelle cosce, vedi quelle poppe”) aveva affibbiato due figli pederasti. Un altro padre era integerrimo,
“mazziniano vestito di nero” e il Padre Eterno, “che è spiritoso”, aveva deciso: “Io ti do il figlio buco”. Gadda si
eccitava in questi racconti e, se qualcuno osservava: “Ma lei gavazza!”, rispondeva con gioia: “Sí, gavazzo,
perché vedo la curva del destino”» (Cattaneo 1991: 83).
200: insolato: «Derivato da insolazione» (Contini 1968: 1057).
201-02: spessezza de’ capelli…vello di una pecora: Tratto caratteristico di Ingravallo – Pasticciaccio, RR II 16
(«giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come d’Agnello d’Astrakan»), 168 («il
parruccone d’agnus nero»), 259 (parruccone di pel d’agnello: nero, piceo, riccioluto e compatto).
milanese da mandarlo su per i pioventi per sette lire al giorno ad aggirare i camini come una
fantasima, a strusciarsi, come un gatto impavido, lungo le grondaie e i colmigni. Il suo «posto
210 nel mondo» dunque, a dirla con Virgilio Brocchi, se l’era guadagnato per titoli, non
ammanigliato alle raccomandazioni, e al per via della via. E durante tutto sto laborioso pane
perdeva ininterrottamente 4 bindelli dalle caviglie, come un Ermes di Cinisello cui gli si
fossero sfrigolate in bindelli le ali dei piedi.

[§ 12] Il maestro, impillaccherato di calce i baffi e la risecca faccia, tutta rughe, con quella
215 fiorita di nèi bianchi, ma adesso stanco e vinto dal pandemonio, lo chiamava lamentosamente
dal fondo pauroso delle scale: «Oh, Gioànn! oh, Gioànn!» e spiegava piagnucolando a tutte
quelle frenetiche in fuga dentro le lor ciabatte, cariche di terrore e di fagotti e bimbi urlanti,
che c’era ancora un ragazzo sul tetto, «el magütt, el mè magütt», che su in solaio ci doveva
essere «el Gildo, el magütt, el Balòss de Cinisèll»: e poi si dava di nuovo a ingiovannare la
220 tromba fumosa di quelle infernali scale, di sotto in alto, ma sopraffatto dalle urla di tutti.
Nessuno tornava indietro di certo all’idea del magütt, e le più, poi, non lo udivano neppure.
Finché apparve anche lui sull’ultima rampa, stravolto, rosso, macero nel suo sudore, con
quella benda rossa e gialla del fazzolettone intorno alla testa, con un baffo nero sulla guancia,
con in braccio la signora Maldifassi ululante «ahi ahi! la mai gamba!, la gamba la gamba!
225 Signor madonna jutèmm vi alter!» e intanto però la stringeva in d’una mano un sacchettino di
tela e la si vedeva che non lo voleva mollare a nessun patto: e lui con le mutande in posizione
bassa di estrema demergenza, che quasi quasi stavano già per venir meno, inciampando a

209: colmigni: «Colmigno = i tegoli messi nel colmo dei tetti, a discrimine de’ pioventi» (Castello, RR I 218, n.
78). Diverso acrobata dei colmigni è il fulmine nella Cognizione (RR I 587).
209-10: Il suo «posto nel mondo»…Virgilio Brocchi: «Popolare romanziere [Orvinio, Rieti, 1876 – Nervi 1961]
il cui Posto nel mondo (1920) celebra la borghesia industriale lombarda» (Contini 1968: 1058). Lettura scoperta
dagli industri Caviggioni nella biblioteca del Circolo Filologico di Milano (RR I 412). Forse anche considerato
una sorta di viatico per il buon borghese, potrebbe essere motivo di ispirazione per la figura di Agamennone
Brocchi e del suo pedagogico trattato di morale ad uso del nipote nel San Giorgio in casa Brocchi.
211: per via della via: Espressione di origine dialettale, da «per vîa dêla vîa», cioè con mezzi occulti, oppure
con quei tali mezzi che son noti (Angiolini).
212: come un Ermes da Cinisello: Similitudine che ben si addice al Balossi. Oltre ai nastri delle mutande che
riportano ai calzari alati del dio, in dialetto milanese «balòss» significa birbante (Arrighi, Dizionario milanese-
italiano, Milano: Hoepli, 1987), ed Ermes è appunto notoriamente dotato di furberia ed ingegnosità. In antitesi le
funzioni: mentre Ermes accompagna le anime dei defunti nell’Ade, il Balossi trascina fuori dall’inferno delle
fiamme la Maldifassi.
214-15: Il maestro…nei bianchi: Immagine già esperita in Racconto, SVP 422: «In qualche viso rasciutto, tra
qualche pelo di barba, è rimasto uno schizzo di calcina: un neo bianco»; poi ripresa in Notte di luna, dove
subisce una rielaborazione cui non sembra estranea la mediazione di Incendio: «In qualche viso rasciutto,
bronzato, tra i peli d’una barba, sulle grinze di una non pensionabile pelle, è rimasto uno schizzo di calcina: un
neo bianco» (Adalgisa, RR I 294). L’immagine si trova ancora ne La chiesa antica (Castello, RR I 249).
216: «Oh, Gioànn! oh, Gioànn!»: «Gioànn, gioannìn» vien chiamato dai muratori lombardi il garzone o aiuto,
secondo la curiosa contaminatio di due ètimi, l’onomastico Giovanni, che è nome generico di maschio, e il
sostantivo giovane, da cui giovanino, che equivale l’italiano giovinetto. «Magütt», in designazione ufficiale, è
ancora il garzone muratore. «Bindello» è fettuccia. Le quattro fettucce delle mutande lunghe. «Sfrigolarsi» è
sbriciolarsi friggendo, qui usato per decomporsi e cioè tramutarsi a prezzo di una diminuzione: in lingua
«sfriggolare» è dare il suono di che frigga [N.d.A.].
219: ingiovannare: «Riempire del grido “Giovanni!”» (Contini 1968: 1058).
224: la Maldifassi ululante: Prima persona a far intendere la sua voce (cfr. rr. 11-12), qui definita in coincidenza
con la «ululante topaia» di r. 3. Si noterà comunque che la Maldifassi è già «ululante» in C, mentre la definizione
applicata al casamento è aggiunta in Incendio.
225: «[…]Signor madonna jutèmm vi alter!»: «Signore e Madonna aiutatemi voi!»
225: in d’una: Milanese. Vedi anche r. 163 («in del») e r. 304 («di dietro del»).
226-27: con le mutande…demergenza: «Demergenza» (letteralmente abbassamento) è neoformazione (da
demergere) gaddiana (e hapax). Temendo di non essere capito, Gadda inserisce «basse» nel passaggio dal
Tesoretto alle Novelle dal Ducato in fiamme.
ogni nuovo gradino nei bindelli coi ditoni aperti dei piedi, come due pettini. L’aveva presa e
la reggeva per le ascelle, da dietro, e con un ginocchio, o con l’altro, a ogni gradino le faceva
230 come un seggiolino momentaneo sotto il sedere magro, derelitto, badando a serbar l’equilibrio
e a non ruzzolar giù tutt’e due uno sopra l’altro fino in fondo alla rampa. Tanto che poi gli
diedero l’encomio, il giorno dello Statuto!, al valor civile; povero e bravo ragazzo! che se
l’era proprio meritato.

[§ 13] E anche un altro poveraccio, il vecchio Zavattari, la scampò per un pelo. Soffriva
235 d’asma e di catarro bronchiale, costui, da anni. Una forma grave, tanto che neppur l’agosto
milanese poteva mitigare le sue sofferenze, ed erano tutti più che persuasi, oramai, che fosse
un caso incurabile. Un qualche blando lenimento a tanta pena se lo procurava con l’osservare
il letto fino a mezzogiorno, e la tavola poi fino alle sei della sera, dove ci rimaneva tutto il dì
la tovaglia, lercia, e un fiascone di Barletta, «la mia medesìna», come lo chiamava, senza far
240 caso delle macchie di vino e di pomodoro, e di caffè, né inquietarsi del macello di stecchi
piegati in due e di tutto il briciolame sopravanzato a quel po’ di gorgonzola e di luganeghino
fino alle tarde ore. Da quel fiasco – seduto a tavola, con un gomito sulla tovaglia da cui
penzolava la sinistra inerte – il vecchio Zavattari andava mescendosi via via per tutto
l’assonnato e ciondoloso pomeriggio un mezzo bicchiere via l’altro, «on mezz biceròtt» e «on
245 alter mezz biceròtt» , e con mano oscillante, la destra, a quando a quando se lo recava sotto i
baffi, il biceròtt; e così non la finiva più di centellinare e di assaporare (lunghi assaporamenti
e clamorose stappature del palato), come fosse nettare ambrosio, quel panerone rosso,
maturato su a ferragosto dalle cantine della Martesana, che gli lasciava due millimetri d’una
polta violacea sulla lingua barbugliosa: e grosse stille vermiglie, poi, sui baffoni pioventi, di
250 Belloveso rincoglionito nel catarro. Che parevano, tant’eran vive e vermiglie, le stille del
Sacro Cuore o dell’Addolorata in una pittura del Cìgoli. E anche lo sguardo, del resto, velato,

232: giorno dello Statuto: «In cui si distribuivano pubblicamente attestati e medaglie di benemerenza (ricorre la
prima domenica di giugno)» (Contini 1968: 1058).
234: il vecchio Zavattari: Si veda il Girolamo Zavattari di Quando il Girolamo ha smesso… (RR I 316-17),
nella cui rappresentazione ritornano gran parte dei tratti caratteristici dello Zavattari di Incendio.
239: «la mia medesìna»: «La mia medicina»; il Barletta è un vino grosso pugliese, servito al vecchio Zavattari
conformemente a quanto detto in Tendo al mio fine: «li [maschi] farò incalorire con i vini meglio nostri della
Italia, dentro tutte le vene del Chianti e del Barolo ai signori, del Trani di Capitanata a’ povari ed a’ meccanici»
(Castello, RR I 120). Si vedano, per contro, i vini preziosi di Gonzalo e della madre (Cognizione, RR I 599), di
Ingravallo (Pasticciaccio, RR II 23) e del Principe dell’Analisi (RR II 1128).
241: luganeghino: «Salsiccia fresca di maiale» (Contini 1968: 1059).
244-45: «on alter mezz biceròtt»: «Biceròtt» è accrescitivo di bicchiere (Cherubini, Dizionario milanese-
italiano, Milano: Regia Stamperia, 1840).
246-47: lunghi assaporamenti…stappature di palato: Così anche, ma con altro vino, in Cognizione, RR I 618,
nel brindisi con i raccoglitori del contributo per le campane di Lukones: «Uno strappo e un brindisi, Nevado
dell’anno andato, secco, e schiocchi e assaporamenti, dopo il salto del tappo».
247: panerone: «Pànera» è panna: dialetto milanese. «Panerone» è panna assai densa: e dicesi, nel gergo de’
bevitori, d’un vino corposo e dimolto tinto, il quale non manchi di deporre sulla lingua de’ buongustai la
desiderata fanghiglia: senza che, verrebbe incriminato d’esser vinello, sangue di rana, e così via [N.d.A.].
248: Martesana: «Regione a nord-est di Milano (ora attraversata dal naviglio di questo nome, canale derivato
dall’Adda in epoca sforzesca)» (Contini 1968: 1059). È tra i luoghi caratteristici della Milano gaddiana: si veda
il passaggio di Tirreno in crociera citato in RR I 122, n. 1; e la lettera del 9 dicembre 1940 a Piero Gadda Conti:
«La distanza acuisce gli affetti, tutto diventa nostalgia. Sogno la Martesana e la Vettabia – due canali! – e la
certosa di Chiaravalle» (Gadda 1974c: 53-54).
250: Belloveso: Principe della Gallia che, sotto il regno di Ambrogio, secondo una tradizione accolta da Tito
Livio, avrebbe guidato una colonia di emigranti in Lombardia e fondato Milano (VI a. C.).
250-51: che parevano…Cigòli: Ludovico Cardi, detto il Cigoli (Cigoli, San Miniato 1559 – Roma 1613): pittore
scultore e architetto. Fra i dipinti del Cigòli non ve n’è alcuno nominato L’Addolorata o Il Sacro Cuore.
Ammesso che il lapsus riguardi la denominazione dell’opera e non il pittore stesso, delle «stille vermiglie»
particolarmente evidenti macchiano un lenzuolo bianco in Ecce Homo dipinto esposto alla Galleria Palatina di
Firenze – cfr. F. Faranda, Ludovico Cardi detto il Cigoli (Roma: De Luca, 1986), 81. Il ricorso a similitudini
immalinconito, affisato lontan lontano dentro il cielo della slóngia, con le due metà superiori
dei bulbi celate dalle palpebre ricadenti, in una specie di sonno-della-fronte, anche lo sguardo
assumeva una tal quale intonazione di Sacro Cuore, così, un po’ alla Keplero, ma era invece il
255 sacro fiasco che funzionava in pieno. Così, ore e ore, col gomito su quel letamaio della
tovaglia pomodoro-Barletta, con la mano a penzolare, e l’altra, se non mesceva o centellinava,
a grattarsi il ginocchio; così grugnolava e ronfava di gola per delle ore intere, lungo tutto il
declino del pomeriggio, sudato, dentro l’afa e il lezzo della camera, ch’era piena di polvere,
con il letto ancora da prender aria, la federa color lepre; coi pantaloni sbottonati da cui usciva
260 una cocca della camicia di notte, con due ciabattazze fruste infilate nei piedi nudi e verdastri,
con il respiro breve che pareva scorrere su biglie di muco, coccolando con l’amorevolezza
d’una mammina giovine quel suo catarro sommesso di catacomba, una colla che barbugliava,
a lente bolle, in un pignattone dimenticato sul fuoco.

[§ 14] Questo Zavattari, consocio della ditta Carabellese Pasquale, in via Ciro Menotti 23,
265 esercitavano tra tutt’e due un negozio di pesce atlantico a buon mercato della Genepesca,
pescato coi motopescherecci «Stefano Canzio» e «Gualconda» e qualche volta il
«Doralinda»; ma tenevano a prezzi molto convenienti anche le ostriche di Taranto, e frutti di
mare in ghiaccio di entrambe le sponde. E la gli andava anche abbastanza mica male, rifilando
quei pezzi di mostri verdi delle profondità marine alle massaie esterrefatte del Cir Menott; le
270 quali, tutte prese dentro l’idea del risparmio, erano poi assolutamente sprovviste de’ più
pallidi requisiti necessari a poterli cucinare come che fosse, dei liocorni simili.

[§ 15] Ma tutto questo non c’entra: quel che si voleva dire è che il vecchio, al primo
sopravvenire dell’idea del brucio e alle prime grida di spavento su dalle scale e dal cortile, il

istituite con opere pittoriche è molto frequente in Gadda; l’occorrenza più prossima la troviamo in
Accoppiamenti, RR II 854 («pareva un santo interiorizzato e compunto in un quadro del Brusasorci»).
252: slóngia: Fiacca, stanchezza, voglia di far nulla: in dialetto lombardo [N.d.A.].
253: sonno-della-fronte: Sintagma ripreso in una descrizione della sonnolenza apparente tipica di Ingravallo:
«sotto quel sonno della fronte e delle palpebre» (Pasticciaccio, RR II 16).
254: un po’ alla Keplero: Cioè «nello stile di via Keplero» (Contini 1968: 1059). Si pensi alla già citata Signora
Pelizza di via Volpedo o ai «merulani sorrisi» (Pasticciaccio, RR II 47), in cui la via entra nella determinazione
dei personaggi che l’abitano.
257: grugnolava: «Incrocio di grugnire e grufolare» (Contini 1968: 1059).
260: ciabattazze fruste: Di nuovo l’usuale aggettivo gaddiano del degrado e della consunzione (cfr. rr. 36 e 59),
applicabile alle più disparate entità: «asino frusto» (SGF II 513), «ciclisti frusti» (RR I 241), «occhî frusti» (RR
II 478), «falsità frusta» (SGF I 435), «frusti minuti» (RR I 697); e perfino sostantivato in Carabattole a Porta
Ludovica (SGF I 233). L’epiteto di «ciabatta frusta» designa poi la Zamira in Pasticciaccio (RR II 149).
261-63: con il respiro…sul fuoco: Analoga descrizione per la gozzuta Battistina in Cognizione, RR I 609: «Dal
gozzo della donna ribollì un “buon giorno signor dottore”, così sommesso e bagnato, che parve il cuocere di una
verza e carote in una terrina, a cui per un attimo si sia tolto il coperchio».
264: Carabellese…Ciro Menotti 23: «Il cognome Carabellese è pugliese» (Contini 1968: 1060). Curiosa la quasi
perfetta coincidenza onomastica con Carabellese Pantelao (Molfetta, Bari, 1877 – Genova 1948) filosofo e
professore universitario (prima a Palermo e poi a Roma), autore tra l’altro di studi su Kant, autore caro a Gadda
(La filosofia di Kant: l’idea teologica, Firenze, 1927; Il problema della filosofia da Kant a Fichte: 1781-1801,
Palermo,1929). Via Ciro Menotti è nella parte orientale di Milano, non molto distante dalla Città degli Studi
sotto citata.
265: Genepesca: «Compagnia GENerale italiana della grande PESCA» (Contini 1968: 1060): società italiana
sorta nel 1935 avente per oggetto l’armamento e l’esercizio della pesca oceanica, la lavorazione e la
conservazione del pesce attraverso prodotti scatolati o surgelati.
266: Stefano Canzio: patriota italiano (Genova 1837-1909), fece parte dei Mille, battendosi a Calatafimi e a
Palermo. Sposò Teresita, la figlia di Garibaldi. In probabile contrappunto ironico al Garbagnati.
272: Ma tutto questo non c’entra: Non sono rari gli inserti d’autore di questo tipo con cui Gadda ritorna in tema
dopo una digressione eccentrica, autoironizzando sulla sua irrefrenabile dispersività: «Per tornare in discorso»,
dopo la digressione sul ritratto del colonnello Metiura (Madonna, RR I 54); «Siamo usciti dal seminato»
(Racconto, SVP 532), dove Gadda si lascia andare anche a qualche osservazione: «cosa che sarà per capitarci
vecchio Zavattari, per quanto arrivato oramai alla stupefazione e al torpore più consolanti,
275 aveva tentato anche lui, in una sorta d’allucinata angoscia del fisico, di dirigersi verso la
finestra per tentare di aprirla, perché nella raggiunta ebetudine la credette chiusa, mentre era
sempre stata aperta durante tutto il pomeriggio: un’angoscia fisica, primordiale, che gli aliava
come una fiamma fatua d’attorno a quel moncone d’istinto: ma non gli riuscì se non di
rovesciare il fiasco del Barletta, semivuoto e imbecillito anche lui; e gli si erano invece
280 spalancate tutt’a un tratto le cataratte dei bronchi e allentati, nel contempo, i più valorosi
anelli inibitivi dello sfinctere anale, sicché fra urti di tosse terribili, mentre un fumo acre,
nerissimo, gli principiò a filtrare in casa dalla toppa della serratura e da sotto l’uscio, nello
spavento e nella congestione improvvisa, preso dall’orrore della solitudine e del sentirsi le
gambe così di pasta frolla proprio nel momento del maggior bisogno, finì, anzitutto, con
285 l’andar di corpo issofatto dentro la veste notturna: a piena carica: e poi per estromettere dalle
voragini polmonari tanta di quella buona roba, che son sicuro che non ce la farebbe di certo
neanche il mar di Taranto, con tutte le sue ostriche, a poterne pescar fuori di compagne.

[§ 16] Lo salvarono i pompieri, con le maschere, abbattuto l’uscio a colpi di accetta. «Se
ved ch’el foeugh el gh’à dàa la movüda», sentenziò il capo drappello Bertolotti a salvataggio
290 ultimato.

[§ 17] Penosissimo, e purtroppo ferale, il caso del cavalier Carlo Garbagnati, l’ex-
garibaldino del quinto piano: uno proprio dei mille di Marsala, e dei cinquantamila del
cinquantenario di Marsala. Perché, non ostante le urla della domestica Cesira Papotti, s’era
ostinato a voler portare a salvazione le sue medaglie, contro ogni evidente criterio di
295 opportunità, e perfino i dagherròtipi e due piccoli ritratti a olio di quando era giovine, cioè

altre volte: finché, dai critici, ne sentiremo delle belle. Ma il mestiere del raccontare è difficile; tenere in sesto le
idee, che si sbandano come un branco di pecore! e noi in quanto cani da pastore siamo proprio dei poveri cani»;
in Quattro figlie ebbe e ciascuna regina il modulo è ripreso tale quale: «… ma tutto questo non c’entra… be’, la
contessa Giulia, dicevo…» (RR I 365), ma il cane da pastore è disattento e poche pagine dopo deve di nuovo
scusarsi: «Be’, la penna mi ha voluto prendere la mano» (368).
273: brucio: «Calco dal milanese brüs» (Contini 1968: 1060).
281: sfinctere anale: Per l’analogia con Rabelais, cfr. Manzotti 1993b: 27.
281: fra urti di tosse terribili: Si veda il vecchio bidello dell’Umanitaria molestato dalla ninfomane che fugge
«urlando al soccorso, fra urti di tosse e ribollimenti di barbugliante catarro» (Meccanica, RR II 500).
287: di compagne: Simili, dal dialetto compàgn, «usato assolutamente» (come specifica Manzotti nella nota a
«un animale compagno» di Gadda 1987a: 88).
288-89: «Se ved…movüda»: «Si vede che l’incendio gli ha dato la smossa».
292-93: uno proprio…cinquantenario di Marsala : Tema presente fin dalla Meccanica: «I garibaldini vecchî, i
quali dopo l’Aspromonte e Mentana avevano accudito a riprodursi secondo un diagramma esponenziale» (RR II
531; poi in Accoppiamenti, RR II 616). In B1, e più esplicitamente in C, era fornita una ragione di questa crescita
esponenziale, con i cimeli che venivano distribuiti ai fratelli del Garbagnati così da poterle sfoggiare nelle
occasioni di gala (cfr. TDL 22, Gadda 1995: 252; IVK 5, Gadda 1995: 284). Dietro a quella che a prima vista
sembra una semplice frecciatina si cela in realtà una profonda amarezza e un profondo risentimento. A Tecchi,
che gli aveva scritto una lettera in cui si dichiarava umiliato dai trattamenti che i giovani gli riservavano, Gadda
risponde: «Noi abbiamo vissuto una spaventosa guerra, martirio e orgoglio che altri non hanno conosciuto. E che
sarebbe bastato da solo a consumare una vita. Tutto quello che s’è fatto in più è cara grazia e Cristo deve
ringraziarci. Ti ricordi i Garibaldini della rivista dello Statuto? I 1000=mille di Marsala che diventarono 50.000
nel cinquantenario di Marsala? Con le brache gialle e le camicie rosse ciabattando fra l’ammirazione stupefatta
del pòppolo con 4 p, con 800 medaglie sul petto: e nastri e cordoni e piume. Noi non abbiamo e non avremo
nulla di tutto questo: e ce ne lamenteremo? La chincaglieria e le passamanerie assortite si sono allontanate da noi
al primo annusarci. Hanno visto che non c’era nulla da fare: “no ay elemento”. E con ciò? Non parlare di
umiliazioni» (Gadda 1984b: 135 – lettera del 3 marzo 1939). La polemica investe non solo i proliferanti
garibaldini, ma tutto un popolo che si è fatto abbagliare dalla roboante retorica fascista che esaltava quei
momenti gloriosi della storia patria per trarne motivo di orgoglio e di grandezza. Si veda anche Gadda 1983d,
180, dove Mussolini è identificato con Garibaldi.
294: a salvazione: Cfr. r. 13.
all’epoca di Calatafimi. Ora, il trasporto del medagliere d’un garibaldino, specie in una
contingenza di panico totale come fu quella, non è un problema così semplice come potrebbe
parere a prima vista. Finì che anche lui fu colto dall’asfissia, o da un qualche cosa di simile, e
lo dovettero andar a portar via i pompieri anche lui, se vollero salvargli la pelle, a rischio di
300 lasciarcela loro. Ma le cose purtroppo precipitarono, data anche l’età, ottantotto anni!, e il
vizio di cuore, e un penoso restringimento uretrale di cui soffriva da tempo. Sicché
l’autolettiga della Croce Verde, al quinto viaggio, si può dire che non era arrivata ancora alla
guardia medica di via Paolo Sarpi, che già l’avevano fatta voltare indietro di volata verso
l’obitorio della clinica universitaria, là in fondo alla città degli studi di dietro del nuovo
305 Politecnico, macché in via Botticelli! più in là, più in là! in via Giuseppe Trotti, sì, bravi, ma
passato anche via Celoria, però, passato via Mangiagalli, e poi via Polli, via Giacinto Gallina,
al di là di Pier Gaetano Ceradini, di Pier Paolo Motta, a casa del diavolo.

296: Calatafimi: Centro della Sicilia occidentale in cui si combatté, la mattina del 15 maggio 1860, l’aspra e
decisiva battaglia tra i Mille di Garibaldi, sbarcati quattro giorni prima a Marsala, e i Borbonici. Proprio a
Calatafimi Garibaldi avrebbe pronunciato la storica frase: «Qui si fa l’Italia o si muore». Amica la sorte in
quell’occasione, ferale in questa.
296-98: il trasporto…a prima vista: Questo per il gran numero di medaglie contenute nel medagliere. Oltre alla
lettera a Tecchi (riportata qui sopra in nota) si veda il seguente frammento della Cognizione: «E dunque che
cosa, che cosa possedere? Una pensione di guerra? […] O le cinquemila medaglie del reduce garibaldino? O le
medaglie commemorative delle medaglie: medaglie alla 2a potenza?» (Gadda 1987a: 522). Alla tanta gloria e
alle tante medaglie dei garibaldini si oppongono le atroci sofferenze e la medaglia di bronzo di nulla gloria che
Gadda riportò dalla Grande Guerra: «una medagliuzza, l’ultima e la più risibile delle medaglie» (Cognizione, RR
I 681).
299-300: salvargli la pelle…lasciarcela loro: «Lasciarci la pelle» è una delle «locuzioni soldatesche, e direi
maschie, prive affatto di retorica» che il Palumbo utilizza nel riferire l’eroica azione di quota 131 (Cognizione,
RR I 578).
301: vizio di cuore…restringimento uretrale: Nel Garbagnati si compendiano parzialmente i malanni che in B1 e
in C erano dei fratelli (cfr. TDL 22, Gadda 1995: 252; IVK 5, Gadda 1995: 284).
302: quinto viaggio: Cinque sono appunto i salvataggi contemplati nel racconto.
303-07: Per la spiegazione della destinazione dell’autolettiga,si veda la nostra sezione Commento.
Facultat de Filologia, Traducció i Comunicació Introduzione ai tesi letterari italiani
prof. Andrea Bombi

Prólogo
Carlo Emilio Gadda nació en 1893, en Milán. Ascendencia lombarda muy arraigada. Formación escolar
«tridentino-borromea» y estudios de ingeniería eléctrica en su ciudad natal, hasta graduarse. Combatiente de
la primera guerra mundial, en la que fue hecho prisionero por los alemanes. Actividades profesionales en Italia
y en la Argentina hasta 1936, que abandona para dedicarse exclusivamente a la literatura. Reside en Florencia
hasta 1944, año en que se traslada a Roma, con ayuda de un comando británico de evacuación, donde se instala
definitivamente hasta hoy.
En 1926 se publica su primer libro La Madonna dei filosofi, bajo los auspicios de la revista florentina
«Solaria», más o menos continuadora de la famosa «La Voce». Desde entonces va publicando artículos,
bocetos, fragmentos, en revistas e incluso algún que otro libro; en 1950 pasa a colaborar en el tercer programa
cultural de la R.A.I. hasta 1955.
En 1953 se publican Novelle del ducato in fiamme, Premio Viareggio de aquel año. En 1957, Quer pasticciaccio
brutto di Via Merulana, que recibe el Premio de los Editores Italianos, y alcanza algún éxito popular. En esta
época, la crítica literaria italiana empieza a ocuparse con cierta asiduidad de Gadda, y se va perfilando su
importancia dentro de la literatura de su país siguiendo a algunos precursores como el crítico y filólogo
Gianfranco Contini que ya desde 1939 lo había venido proclamando como uno de los «grandes».
Las obras de Gadda, a partir de 1957, se van recogiendo, completando, editando, extrayendo del inmenso
archivo del autor, sin perder nunca su carácter fragmentario, provisional.
En 1963, una novela incompleta, La cognizione del dolore, que había sido publicada parcialmente en la revista
florentina «Letteratura» de 1938 a 1940, alcanza el galardón del «Prix International des Editeurs» y con él la
resonancia internacional. Gadda es traducido a los principales idiomas del mundo, y recibe el dudosísimo
remoquete de «Joyce italiano».
Desde su refugio romano Gadda, hombre discreto y humilde, en la actualidad sigue escribiendo y
desempolvando sus obras, algunas de las cuales, como el Diario di guerra e di prigionia o sus primeras
poesías, acreditan que su actividad literaria, con un estilo ya maduro, se remonta a su lejana época de oficial de
alpinos, en 1916.
En España se han traducido sus dos obras más importantes y menos incompletas El zafarrancho aquel de Vía
Merulana y El aprendizaje del dolor (Seix Barral, Barcelona, 1965), con poca difusión.
Gadda es autor difícil. Aunque la comparación con Joyce sea superficial, sirve para poner de relieve alguna de
sus características de estilo. Como Joyce, Gadda es un creador del lenguaje; el lenguaje es su primer
instrumento y su primera preocupación. Pero, así como el irlandés, exiliado voluntario durante toda su vida, va
recreando el mundo y las vivencias de su Dublín natal, forjándose laboriosamente su propia lengua, el italiano
echa mano del acervo dialectal italiano, tan rico (lombardo en sus series de «Cuadros milaneses», romano en el
Pasticciaccio, toscano en ciertas obras del período florentino), elaborándolo y trabajándolo, como sirviéndose
de él para precisar unas coordenadas de lugar y de tiempo, y a la vez utilizándolo como pantalla protectora para
velar y tamizar las vicisitudes de su biografía personal, siempre presentes en su obra.
Este acontecer humano, esta pasión vivida, este dolor de su existencia histórica, es el otro polo de la línea en
que se determinan las características de nuestro autor. Gadda se sirve de toda clase de subterfugios estilísticos,
inventa países fantásticos poblados de gentilhombres estrafalarios, rellena sus páginas del barroquismo más
exacerbado; pero en clave o sin ella, bajo esta machinerie inmensa siempre palpita su vida, su lucha-atracción,
la ambivalencia de su pasión por la odiosa y amada Milán, por las figuras y la sociedad en la que nació, creció y
sufrió, por el mundo al que está indisolublemente unido.
La obra de Gadda está marcada por esta tensión dialéctica, por este combate del escritor con sus fantasmas,
que se esfuerza por superar con la escritura, en una constante recreación que a veces abandona ante la
exasperante imposibilidad de culminar el proceso de traslación literaria.
Facultat de Filologia, Traducció i Comunicació Introduzione ai tesi letterari italiani
prof. Andrea Bombi

La obra de Gadda es un todo del que en la actualidad solamente tenemos atisbos. Cuando este inmenso work
in progress sea publicado, si es que un día se llega a publicar, quizás estaremos en presencia de unos de los
grandes escritores de nuestro tiempo.
Gadda es un autor «intraducible», en el sentido de que unos aspectos esenciales de su obra no consienten el
trasvase a otros términos que no sean los suyos propios. La riqueza de una lengua, recogida y elaborada con
paciencia de entomólogo, no soporta el traslado. Como el Frascati.
En este pequeño volumen he querido dar una idea, un viático para un autor poco accesible. Para ello, he
escogido dos de sus mejores piezas cortas, las estupendas evocaciones milanesas, en las que puede quedar
fuerza suficiente, después de la puñalada de la traducción. Y junto a ellas, una elíptica «confesión» en la que
Gadda revela toda su dimensión humana y de escritor. Fiel al estilo del autor, he conservado, y en algunos
casos ampliado y adaptado, las innumerables notas con que suele trufar sus escritos, como disgresiones
obligadas por la complejidad de su mundo poético.
Francesc Serra Cantarell
Barcelona, 17 de marzo de 1970

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Estudio 128 del incendio de Via Keplero


«Estudio 128» indica, de una manera hiperbólica, que se trata de una versión más o menos
adelantada, según las exigencias del autor. La vía Keplero, en Milán, está en la zona al oeste de la
Estación Central; y es una travesía del viaje Zara.

1 Se llegaron a decir las mil y una sobre el fuego del número 14. Pero la verdad es que ni su Excelencia Filippo
2 Tommaso Marinetti1 hubiera podido simultanear lo que sucedió en tres minutos en aquella ululante ratonera,
3 cuando prendió el fuego súbitamente; que de golpe saltaron a la calle todas las mujeres que la habitaban,
4 medio desnudas, debido al calor del verano, con toda su global prole, huyendo del sofoco y del espanto que las
5 había arrebatado; luego algunos varones; luego algunas señoras, al decir de unos bastante atrapadas, que
6 aparecieron, huesudas y despeinadas, con enaguas blancas y puntillas, en vez de negras y compuestas como
7 cuando salían para ir a la iglesia; luego algunos señores, también bastante remendados; luego Anacarsi
8 Rotunno, el poeta italoamericano; luego la sirvienta del garibaldino que agonizaba en el quinto piso; luego el
9 Aquiles con la niña y el loro; luego el Bolossi en calzoncillos, llevando en brazos a la Carpioni o quizás me
10 equivoco, a la Maldifassi, que parecía que el diablo la estuviera desplumando, por los gritos que daba.
11 Finalmente, entre persistentes alaridos, angustias, congojas, lágrimas, niños, chillidos, gritos de socorro,
12 aterrizajes fortuitos y bultos echados a toda máquina y dos autocares desembarcaban a tres docenas de
13 guardias municipales vestidos de blanco, y llegaba también la ambulancia de la Cruz Verde, entonces, por fin,
14 de las dos ventanas del tercero y al poco rato del cuarto, el fuego no pudo menos que liberar sus propias fauces
15 espantosas, ¡tan esperadas! y en intervalos súbitos, rojas y serpenteantes lenguas, rapidísimas en manifestarse
16 y en desaparecer, con negros retortijas de humo, espeso y denso como de un infernal asado, morulándose 2
17 libidinosamente en globos y reglobos entrecruzados 3 como un negro pitón que surgiera de las profundidades,
18 debajo de la tierra, entre siniestros resplandores; y ardientes mariposas, así parecían, papeles o quizás telas o
19 pegamoid quemado, que se iban volando por el cielo ensuciado por aquel humo, entre nuevos terrores de las
20 despeinadas, algunas descalzas sobre el polvo de la calle sin adoquinar, otras en zapatillas, pisando sin mirar
21 los excrementos de caballo, entre los mil chillidos y sollozos de sus mil retoños. Y a sentían sus cabezas y sus
22 cabellos, ondulados en vano4, como si ardieran, con el rostro horrorizado.
23 Sonaron las sirenas de las chimeneas o de las fábricas contiguas, en el cielo torrefacto; y la trama
24 criptosimbólica de los artefactos eléctricos perfeccionó la atracción desesperada de la angustia. Desde sus
25 lejanos depósitos, las baterías de coches-bomba se precipitaron a toda carrera, mientras el último bombero de
26 la quinta brigada, de un salto, conseguía agarrar con la izquierda la última manivela de la escalera mecánica,
27 cuando ya había pasado la puerta, y con la derecha se abrochaba el último botón de la guerrera de servicio.
28 La morosa5 somnolencia de los conductores de automóvil, que con el guardabarros siegan las rodillas
29 claudicantes de los ancianos en las esquinas, sin miramientos desde dentro del coche y cual veloces saetas
30 vistos desde fuera; desgastando poco a poco las menos cuidadas aceras de Porta Garibaldi 6; he aquí que las
31 premoniciones eléctricas los arrinconaron a los lados y a continuación, la aparición de las sirenas voladoras.
32 Los tranvías, clavados; los caballos, detenidos por el morral, por el conductor, que había bajado del banquillo;
33 los caballos, con el culo, pegado al carro, y el ojo de lado, avizor, atento a ignoto motivo de terror.

1 Los académicos de Italia, entre los cuales figuró desde el comienzo Marinetti (al parecer por designación personal de
Mussolini), tenían tratamiento de Excelencia. «Simultanear» era una categoría reconocida en la producción futurista.
2 Mórula es un término técnico en embriología para indicar la fase elemental de la segmentación del óvulo fecundado. Su
valor heurístico y fantástico se pone de relieve con las expresiones «globos y reglobos».
3 Literalmente «avvolgersi», enrollándose como una cuerda.
4 En vano, para obtener un poder de atracción que destruye la muerte.
5 En el original, se juega con la similitud de términos del dialecto milanés «stravada» y «svacáa», respectivamente
despreocupado y sinvergüenza.
6 Via Keplero está cerca de Porta Garibaldi, y es un barrio bajo.
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1 Los efectos del incendio fueron terrificantes. Una niña de tres años, Flora Procopio, hija de Giovan Battista,
2 que había quedado sola en casa con el loro, desde el sillón en el que la habían aprisionado llamaba
3 desesperadamente a su madre, sin poder descender, cayéndole unos gruesos lagrimones que, como perlas
4 desesperadas, rodaban por el sucio babero que tenía escrito «Come y calla», hasta la papilla 7 de un café con
5 leche en el que se había llegado a sumergir todo un bastón de pan francés 8, evidentemente mal cocido, con más
6 algunas galletas de Novara o de Saronno 9, es igual, pero de hacía tres años, esto sí que es cierto. «Mamá,
7 mamá!» urlaba aterrorizada; y entretanto, al otro lado de la mesa el pájaro multicolor, con su nariz de duquesa,
8 que siempre se estufaba 10 10, pavoneándose y regocijándose cuando desde la calle los niños lo llamaban
9 «¡Lorito, Lorito!», orgulloso; y en cambio le entraba una especie de melancolía o de letargo irremisible
10 cuando lo incitaban «¡Corre, Lorito, canta! … ¡Canta el Viva Italia!. .. ¡Anda, despierta!. .. ¡Lorito baboso!. ..
11 ¡Canta!», entonces, cuando oía aquel «canta», contestaba con un dulce gorjeo «Canta-tú» 11; en cambio esta
12 vez, pobre criatura, no estaba para «canta-tús». Dios mío, a decir verdad, ya había notado cierto olor a
13 quemado, sin inquietarse demasiado. Pero cuando vio los pétalos de tan siniestra magia que atravesaban en
14 diagonal la ventana y luego le entraban en la habitación como una manada de murciélagos encendidos y se
15 ponían a lamer los jirones de cortina y la persiana 12 12 amarilla, de tiras de fresno, enrollada con la cuerda raída
16 en la parte superior, fue entonces cuando soltó de golpe todo lo que tenía en la cabeza, como si fuera una
17 radio; y revoloteaba espantado y temible hacia la niña, en ímpetus súbitos, cortados siempre a medio metro por
18 la inexorable perfidia de la cadena que lo ataba al palo por una pata.
19 Se decía que en su juventud había pertenecido al general Buttafava, veterano de Moscú y de la Beresina 13;
20 después al llorado y noble Emmanuele Strepi 14; una juventud tranquila y estimulante, en Borgospesso 15; y que
21 había llegado a batir en longevidad, no sólo al Strepi sino a todas las venerables figuras del patriciado
22 lombardo, de las que, dicho sea de paso, siempre decía pestes. Pero esta vez, ante aquel vuelo de táleros 16
23 encendidos, que parecían salidos de la ceca maldita de Belcebú, había perdido los estribos; parecía loco : «¡Hi-
24 va-I-ta-li-a! ¡Hi-va-Ita-li-a!» se había puesto a chillar a voz en grito 17, volando por el radio que le permitía la
25 cadena, en medio de un torbellino de plumas, de papel quemado y de hollín, con la esperanza de propiciar la
26 suerte, en tanto que la niña gritaba «¡mamá! ¡mamá!», aterrorizada delante de su plato y batiendo la mesa con
27 el mango de la cuchara. Hasta que un tal Achille Besozzi, de 33 años, acusado de hurto y bajo vigilancia de la
28 Regia Questura, desocupado, dado que por razón de estarlo se veía obligado a conseguir algún trabajillo por la
29 noche y dormir de día, a pesar de la vigilancia, cosa de nada, para llevarse un mendrugo de pan a la boca, pobre
30 diablo; así que fue una auténtica suerte y una verdadera gracia de San Antonio de Padua, hay que decirlo bien
31 alto y reconocerlo, la de este vigilado especial que dormía precisamente en el piso de arriba y en la habitación
32 de encima, en casa de la señora Fumagalli; en una otomana familiar; que apenas se dio cuenta del peligro, se
33 atrevió, con todo, con el miedo y el humo, un humo que ascendía por la escalera como si fuera una chimenea, y
34 con todas aquellas mujeres precipitándose en camisa o en paños menores, y con los gritos y los niños y la
35 sirena de los bomberos que llegaban. Reventó la puerta a puntapiés y a espaldarazos y salvó a la criatura y al
36 pájaro; y hasta .a un reloj que había encima de una cómoda, de oro, pero que luego se olvidó de restituir y
37 todos creyeron que había sido el agua de los bomberos que, para apagar el fuego, habían inundado toda la casa.

7 En el original y por analogía, «palentina», en la jerga milanesa.


8 Que es muy blando.
1 9 Saronno está entre Novara y Como y tiene fama por sus industrias confiteras.
10 En dialecto milanés «stimass».
11 En dialecto milanés « … Vucei baüscion d'on Loreto», «Kanta-tì».
12 El término «tapparella» ya implica que es enrollable.
13 Batallas de la campaña napoleónica en Rusia.
14 Personaje real, el conde Grepi tuvo una longevidad legendaria.
15 Calle de la vieja Milán aristocrática, cerca de via Manzoni.
16 Las llamas del incendio se comparan a grandes monedas de plata, austríacas.
17 En dialecto milanés se utiliza «squarciagozzo».
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1 El Besozzi había oído los gritos y sabía que la niña estaba sola; porque hacia las cinco de la tarde era la hora en
2 que precisamente solía desembarcar de la otomana en las orillas de la conciencia desvelada, totalmente
3 ocupada por los conflictos con la questura; se frotaba los ojos, se rascaba un poco aquí y allá, especialmente la
4 cabellera y terminaba por poner la cabeza bajo el grifo, enjuagándose con una toalla de color de rata de cloaca;
5 se peinaba con un trozo de peine de bolsillo de celuloide verde y luego, quitando con cuidado todos los pelos
6 que habían quedado en él, los contaba y los consignaba a la fregadera, llena de fuentes y platos grasientos
7 apilados, en la cocina casera de la «pensión» de la Isolina Fumagalli. Luego, bostezando, se ponía los cuatro
8 pingos y aquellos dos torpedos de zapatos, medio deshechos por el sudor de los pies, hasta que salía al rellano,
9 todavía bostezando y, lentamente, iba bajando las interminables escaleras, con el pensamiento ocupado por
10 cien cosas, asaetando de cuando en cuando las escupideras 18 con el dardo líquido de su saliva, que casi siempre
11 caía casi siempre en la pared o en el suelo, con los huesos todavía entumecidos por la otomana y con la
12 esperanza de algún feliz encuentro. Encuentro, ya .se supone, con alguna vecina de aquellas, y que las había de
13 «buenas»19, y prósperas; y decididas; y además, esbeltas, cuando batían las escaleras con los tacones, tatic-
14 tatac, hasta abajo, hasta salir del portal; que alguna seguro 20 no faltaba en el número 14; con todo y que la
15 Keplero es flor de comerciantes, que en estos últimos años se han ido quedando en casa con su familia. Y aquel
16 día había encontrado a la madre, una creída, y por lo tanto sabía que la niña estaba sola con el loro. Y por eso la
17 salvó. Y también al Lorito. Así aprendería quién era él, en el fondo; y cómo sabía corresponder a la soberbia; y
18 además con las cosquillas que siempre le buscaba la questura. Bueno, el reloj era otra cosa, ya se sabe: peor
19 para ellos, si se lo habían dejado olvidado encima de la cómoda, precisamente cuando se prendía fuego en la
20 casa.
21 «El incendio», decían después todos, «es una de las cosas más terribles que existen». Y era verdad: entre la
22 generosa abundancia y el centelleo de los dorados bomberos; entre las cataratas de agua potable caídas sobre
23 las verdes otomanas, sucias de orín y ahora amenazadas por un rojo más feo y, en las alacenas y fresqueras 21 que
24 en algún que otro caso custodiaban tres onzas de gorgonzola sudado, cercadas ya por las llamas como el
25 cabrito por el pitón; entre surtidores como líquidas agujas, lanzadas por los serpenteantes y tersos y
26 empapados tubos de cáñamo, y largos, como lacerantes azadas por las bocas de latón, que terminan en blancas
27 cabelleras fundidas en nubes del tórrido cielo de agosto; y aisladores de porcelana rotos; cayendo en pedazos y
28 desmenuzándose del todo al chocar contra las aceras, ¡catacrac!; e hilos de teléfono quemados que saltaban de
29 sus postes ardientes, con volantes de cartón, globos de tapicería carbonizada; y abajo entre las piernas de los
30 bomberos y detrás de las escaleras móviles, las bocas y tubos y penachos de donde salían los surtidores
31 parabólicos22 desde todos los ángulos de la calle¡ vidrios rotos en medio de un pantano de agua y cieno;
32 escurrideras de hierro esmaltado llenas de zanahorias, ¡echados por la ventana aún!, contra las botas de los
33 salvadores, contra las pantorrillas de los ingenieros, de los carabineros, de los comandantes de bomberos; y el
34 protervo e indefenso chic-chac, chi-chic-chichac, de las zapatillas femeninas al pisar trozos de espejo,
35 medallitas benditas de San Vicente de los Ligures 23, en el maremágnum de aquella inmensa y catastrófica
36 lavandería.
37 Una mujer embarazada, otro caso lastimoso, ¡y estaba de cinco meses!, con el pánico y la angustia del
38 trastorno y quizás también sofocada por el humo de la escalera, que apenas abrió su puerta le entró una
39 ventada de miedo, se sintió mal y se desvaneció precisamente en el umbral, cuando intentaba escapar. Ya ésta
40 la salvó casi por milagro un tal Gaetano Pedroni, hijo de Ambrogio, difunto, de 38 años de edad, mozo de
41 cuerda de la Estación Central, en donde empezaba su turno a las seis y media. ¡Un enviado de Dios!, si se tiene

18 Se comparan las escupideras de latón a los tocadores de como inglés, instrumentos de latón también (bucinatores).
19 En milanés «stagne».
20 En milanés «sigüra».
21 En dialecto lombardo «cifon», que viene del francés «Chiffon».
22 El autor es ingeniero e introduce su tecnicismo al formular la metáfora geométrica.
23 Para reflejar el confusionismo popular, se confunden San Vicente de Paúl y San Alfonso María de Ligaría, en una sola
entidad.
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1 en cuenta que para mover un baúl como aquél era preciso un personal más bien especializado 24. Estaba a punto
2 de salir, silbando como un mirlo, precisamente de la puerta de encima de la Isolina Fumagalli, de cierta
3 galantería sonada, sobre la que el Señor sin duda cerró al menos un ojo; y después de despedirse, se sentía
4 liberado y ligero, inclinado más que nunca a la protección de los débiles e impedidos; se puso la «paglietta» 25,
5 bien ajustada en la cabeza, encendió medio toscano y ya soñaba en el gobierno y en el encauzamiento global de
6 los veinticinco baúles, dos maletas y correspondientes sombreros, de alguna americanaza roñosa de aquellas
7 que deambulan con un bastón de hombre entre la Venecia, el San Gotardo, la Bolonia y el T. P. 26.
8 Y he aquí que en lugar de la americana, te caen encima los gritos, la baraúnda, la humareda de la escalera,
9 apenas se abre la puerta de la casa, que apenas se veía nada. Pasó un mal rato, explicaba luego aquella noche,
10 uno de los peores ratos de su vida. Pegó un grito a la mujer, que aún estaba entretenida con los grifos y con un
11 bidet de mano, unos colgajos y gran baldeo de agua, pero lo dejó todo en seguida, jabón, toallas y palangana y
12 agua y todo, y en un santiamén se puso una especie de quimono o japonés o lo que sea, y sin pausa alguna se
13 puso inmediatamente a gritar «¡Virgen Santa, Virgen Santa, mis cosas!» y quiso sacar el bolso de la cómoda,
14 pero él entonces le cogió por el brazo y la sacó a fuera tal como iba, con aquel quimono de Porta Volta 27 y sin
15 ropa interior, con unas chancletas, que una se quedó por la escalera; y los dos tiraron adelante por aquella
16 espantosa asfixia, buscando la salida. Él, con dos o tres puntapiés, así instintivamente, hizo saltar la primera
17 vidriera, y siguió avanzando; y fuera también estaba lleno de humo. Luego, más abajo, por poco atropella a la
18 mujer desvanecida, que estaba apoyada en el marco de la puerta; y entonces, con la ayuda de la otra, que
19 cojeaba del pie sin chancleta y que quería escapar por su cuenta, pero él la agarró y le gritó en la cara «O me
20 ayudas o te p … !», entre los dos consiguieron, con un esfuerzo y un terror enormes, sudando, llevarla hasta
21 abajo, en donde ya estaba la ambulancia y los enfermeros de la Cruz Verde, gracias a Dios y además los
22 bomberos.
23 En cambio, la señora Arpalice Maldifassi, prima del famoso barítono Maldifassi, Eleuterio Maldifassí, sí… el
24 que había cantado en La Scala en del 28 1908 … en el Mefistófeles … en la temporada de primavera, ¡oh!, un
25 éxito, ¡un verdadero éxito! Y una auténtica gloria de nuestra Milán; aquélla, al precipitarse para ponerse a
26 salvo con todos los demás, maltrecha y empujada «por el egoísmo», como ella explicaba después, «de los
27 inquilinos del quinto», que llovían por las escaleras como liebres y, ¿no la empujaron con el pie, los muy
28 bestiales?, entre el escalón de mármol de Carrara y el hierro retorcido y puntiagudo de la barandilla? ¡Desde
29 luego!, y por esto se había roto la pierna, decía ella; pero en realidad sólo se había dislocado el pie en primer
30 grado, se lo había torcido porque, con el susto, no sabía dónde lo ponía, con aquel tacón tatacá 29, siempre con
31 aquella ambición de ganar seis o siete centímetros que tienen las mujeres. ¡Y todo porque había querido salvar
32 a toda costa el retrato de su Eustorgio!, ¡pobre mujer!, y sus alhajas, que también eran un recuerdo del pobre
33 Eustorgio, y se había vuelto corriendo para cogerlas de la cómoda; que precisamente aquella mañana las había
34 sacado del Monte30, con el dinero que le había devuelto la Mengazzi. ¡Cuando pienso en ello! ¡Imagínate lo
35 que debía pasar! ¡Dios mío! ¡Dios mío!, me horroriza sólo el pensarlo, y no digamos explicarlo, cuando en
36 una alarma y confusión cómo aquella, te sientes empujada contra la barandilla y otra vez contra la pared, «por
37 el despiadado egoísmo de la naturaleza humana», ¡y otra vez contra la barandilla, con riesgo de precipitarse en
38 el vado! Y al espanto y a la debilidad propios del sexo, se añadía la torcedura del pie, aquel espasmo lacerante,
39 seguido de un terrible dolor en todo el cuerpo, que cayó sentada en el borde de un escalón y se fue deslizando
40 poco a poco con el culo, como un horrible tobogán, con sacudida a cada nuevo escalón, machacando y
41 remachacando el hueso sacro cada vez, o el coxis, que se llama, tan poco defendido por su diferencia de

24 En el original «puranche prattici» con confusión entre plural y singular, siguiendo una forma dialectal.
25 «Paglietta» era el nombre que familiarmente se daba al sombrero de paja clásico.
26 En el original se utilizan formas expresivas populares que se han intentado adaptar T. P. significa el expreso
internacional Paris-Trieste.
27 Es un barrio popular dedicado sobre todo a mercado, cercano a Porta Garibaldi.
28 En el original «in del», forma popular dialectal.
29 Alteración onomatopéyica de la palabra «tacco», tacón.
30 De Piedad.
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1 glúteas, de que desde joven estaba ya dolorosamente desproveída, ¡pobre señora Maldifassi! Tosía y
2 estornudaba con el hollín y chillaba «¡Me ahogo! ¡Me ahogo! 31 ¡Ay, mi pierna! ¡Ay, mi pierna! ¡Socorro!
3 ¡Socorro! ¡Misericordia divina! ¡Misericordia divina! ¡Ay! ¡Ay! ¡Virgen Santísima! ¡Virgen Santísima! ¡la
4 pierna! ¡la pierna! ¡Me ahogo! ¡Me ahogo! «Y no paraba de proferir imprecaciones aparejadas, con la boca
5 torcida, con el terror en el alma y con el cuerpo dolorido. Y se fue arrastrando por las escaleras, entre inauditos
6 gritos de dolor y con aquella tos, y aquella horrenda humareda, hasta que el valiente aprendiz de albañil y
7 avanguardista32 Ermenegildo Balossi, hijo de Gesualdo, de 17 años de edad, natural de Cinisello, el cual, en
8 calzoncillos, con la cara pálida, estaba en trance de salvar sus propias joyas, éstas, ¡ay!, no empeñables en
9 ningún Monte. Al menos de Piedad, desde el momento en que se puede hablar de ellas. También aquí… se
10 demostró la gracia del Señor. Porque el Balossi había descendido, medio descalzo, del terrado a donde había
11 ido para reparar las claraboyas rotas, después de la furiosa granizada de la semana anterior, que había caído,
12 imparcial y solemne, sobre todos los tejados de la zona, como todos los males que tienen la ocurrencia de venir
13 de la divina providencia, o justicia, si se quiere.
14 Trabajaban al caer de la tarde, porque al mediodía sobre aquellas tejas ardientes era como para morir asado o
15 para coger una insolación33; en la cabeza, llevaba atado un pañuelo rojo y amarillo, quedando así a cubierto el
16 espesor de sus cabellos, que parecían el vello de un carnero, pero empolvado de cal; y como hemos visto, iba
17 más bien ligero de ropa, con una camiseta azul claro encima, descolorida, de tejido de viscosa 34. Y
18 transparente, toda llena de agujeros, que parecía un secante usado, con el sudor. Y sus pies, enormes y planos,
19 con los dedos cortos, carnosos, abiertos como un abanico, para la porosidad de las tejas eran un atractivo
20 especialmente apreciado por los capataces y otros auxiliares de la construcción de Milán; en una palabra, eran
21 de lo más adecuado, entre toda la albañilería y el peonaje milanés, para enviarlo por los tejados por siete liras al
22 día para remendar chimeneas como un fantasma, o para trepar por los canalones y desagües como un gato. Su
23 «sitio en el mundo», para decirlo a la manera de Virgilio Brocchi 35, se lo había ganado a pulso, sin
24 recomendaciones y paso a paso. Y en este laborioso trabajo dejaba invariablemente cuatro tiras 36 de sus
25 alpargatas, como un Hermes de Cinisello al que se le h1 hieren transformado en tiras las alas de los pies.
26 El maestro, todo cubierto de cal hasta los bigotes con la cara enjuta, toda llena de arrugas, con aquel blancura,
27 rendido y vencido por el pandemonio, lo llamaba desde el pavoroso fondo de la escalera: «¡Ooh! ¡Gioann!
28 ¡Ooh! ¡Gioann!»37 y explicaba lastimosamente a le demás, a todas aquellas frenéticas en fuga con sus
29 zapatillas, con su terror y con sus críos chillando, que aún babi un chico en el tejado, «¡el magütt! ¡mi magütt!
30 », que el Gildo debía estar todavía en el tejado, el aprendiz, el Balossi de Cinisello; y de nuevo se ponía a
31 gritar38 en la humeante tromba de aquella escalera, a toda voz, aunque sofocada por los gritos de los demás.
32 Nadie se volvía, r pensaba en el aprendiz y la mayoría ni siquiera le oí: Hasta que apareció en el último rellano,
33 alterado, congestionado, bañado en sudor, con la venda roja y amarilla del pañuelo en la cabeza, llevando en
34 brazos a la señora Maldifassi que gritaba «¡Ay! ¡Ay! ¡mi pierna! ¡mi pierna!», «¡Señor!, ¡Señor! ¡Ayudadme!
35 ¡Ayudadme! ¡Ayudadme todos!»39, pero con todo, agarrando un bolso de tela con la mano, que no soltaba y él,
36 con los calzoncillos en situación de depresión extrema, que ya estaban a punto de caer, enganchando nuevas
37 tiras en cada escalón y con los dedazos abiertos de los pies, como dos peines. La había agarrado y la llevaba por
38 el sobaco, de espalda y ahora con una rodilla ahora con la otra, le iba haciendo como de taburete para aquellas

31 En dialecto milanés «Soféghi», me abogo.


32 Organización fascista de Avanguardistas, para los muchachos de 14 a 18 años. (Obra Nacional Balilla); Cinisello es un
barrio al norte de Milán.
33 En el original «avere il cervello insolato».
34 Tipo de rayón obtenido de la celulosa, de patente italiana.
35 Novelista muy popular cuya obra «Posta nel Mondo» (1920) celebra a la burguesía lombarda.
1 36 En el original, «bindelli», dialectal.
2 37 En Milán, a la mayoría de los aprendices de albañil se les llama genéricamente y familiarmente
3 «Gioann, Gioann»; «Magütt», dialectal milanés, aprendiz.
38 En el original «ingiovannar» volver a llamar «Gioann».
39 En el original, «jutemm alter vi», dialecto.
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1 magras posaderas, procurando mantener el equilibrio para no caer los dos rodando escaleras abajo. Que luego
2 lo mencionaron el día del Estatuto40 por mérito civil; y bien ganado lo tenía, pobre chico.
3 Y otro, el pobre viejo, señor Zavattari, se libró por un pelo. Sufría de asma y de catarro bronquial, éste desde
4 hacía años. De gravedad, tanto que ni el agosto milanés podía mitigar sus sufrimientos y todo el mundo estaba
5 convencido de que se trataba de un caso incurable. Un poco de alivio a tanta pena se lo procuraba quedándose
6 en la cama hasta el mediodía, y en la mesa hasta las seis de la tarde, en la que estaba todo el día puesto el
7 mantel, sucio, y una botella de Barletta 41, «mi medecina»42, la llamaba, y sin preocuparse por las manchas de
8 vino, de tomate y de café, ni por el cesto del pan, ni por las migas y restos de gorgonzola y de salchicha 43, hasta
9 muy tarde. Sentado en la mesa, con los codos encima del mantel y dejando caer la izquierda, el viejo Zavattari
10 se iba atizando uno tras otro «medio vasito» y «Otro medio vasito» 44, y con su mano oscilante, la derecha, se lo
11 ponía debajo de los bigotes, el vasito; y no paraba de sorber y de paladear (con tragos largos y chasquidos),
12 como si fuera ambrosía, aquella pasta roja 45 madurada en pleno agosto en las bodegas de la Martesana 46, que
13 dejaba un poso violáceo de dos milímetros en la lengua y grandes manchas rojas en los bigotazos caídos a lo
14 Belloveso47, que eran tan grandes y rojas que parecían los estigmas del Sagrado Corazón o de la Dolorosa en
15 una pintura del Cigoli48. Y la mirada velada, desvaída, absorta en la lejanía de la dejadez 49, con las dos mitades
16 superiores de los bulbos semitapadas por los párpados caídos, en una especie de duermevela, e incluso la
17 mirada tenía algo de Sagrado Corazón, un poco a la Keplero 50, pero en realidad era la sagrada botella la que
18 actuaba. Horas y horas con el codo encima del mantel de color tomate-Barletta, con la mano colgando y con la
19 otra, si no colgaba, rascándose la rodilla y así gruñía 51 y soplaba durante horas enteras, mientras declinaba la
20 tarde, sudando con el bochorno de la habitación, que estaba llena de polvo, con la cama por hacer, y el cabezal
21 de color de liebre; con los pantalones desabrochados de los que salía una punta de su camisa de noche y en los
22 pies desnudos y verdosos un par de zapatillas viejas, con un respirar tenue que parecía deslizarse sobre u
23 moco, cuidando a su catarro con el mismo cariño que una mamá joven a su bebé; como el burbujeo de una olla
24 en el fuego.
25 Este Zavattari era socio de la firma Pasquale Carabellese, de la vía Ciro Menotti, 23; ambos se dedicaban a
26 comercio de pescado atlántico de bajo precio, de la «Genepesca» 52, cogido por las motonaves «Stefano
27 Conzio» y «Gualconda» y a veces por la «Doralinda»; y tenían también, a precios muy convenientes, ostras de
28 Taranto y otros mariscos congelados de las dos orillas. Y no les iba del todo mal, colocando aquellos pedazos
29 de monstruos verdes, sacados de las profundidades del mar, a las tozudas amas de casa de la Ciro Menotti; las
30 cuales, empeñadas con su idea fija del ahorro, carecían de los más elementales requisitos para poder cocinar
31 tales unicornios.

40 El día del Estatuto se repartían las condecoraciones y medallas de Beneficencia.


41 Vino de la Apulia, basto.
42 En el original «medésin», dialectal.
43 En el original «luganeghino», salsicha típica del país.
44 En el original «on alter biceron», dialectal.
45 En el original «pannerone», derivado de «panna», crema o nata [también un queso no muy curado, de sabor intenso,
n.d.e.].
46 Región del Noroeste de Milán.
47 Es el fundador mítico de Milán.
48 Pintor típico de la Contrarreforma.
49 En el original «Sloncia», dialectal.
50 Se juega con los conceptos de «al estilo de los habitantes de Via Keplero», y el estilo del retrato del famoso astrónomo
Kepler, actualmente en el seminario protestante de Estrasburgo, en el que tiene un aspecto algo guiñolesco.
51 Literalmente «grugnolava», mezcla de las palabras «grugnire» y «grufolare».
1 52 El apellido Carabellese es originario de la Apulia; via Ciro Menotti está en la parte oriental de Milán,
2 pasado Porta Monforte; la «Genepesca» es una sociedad para el ejercicio y la conservación de la pesca
3 oceánica.
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1 Pero esto no tiene nada que ver; lo que quería deci1 es que el viejo, cuando sobrevino la primera idea de h
2 fogata53 y se oyeron los primeros gritos de espanto en la escalera y en el portal, el viejo Zavattari, digo, aun
3 cuando ya había llegado al sopor más consolador, intentó, en una especie de alucinación y de angustia física,
4 dirigirse a la ventana para abrirla, porque en su beatitud creía que estaba cerrada, cuando había estado abierta
5 todo el mediodía; una angustia física primordial que le rondaba como un fuego fatuo en torno al instinto; pero
6 no consiguió otra cosa que hacer caer la botella de Barletta, medio vacía y también embotada, y de golpe
7 irrumpieron las cataratas de los bronquios, a la vez que se debilitaron los más resistentes anillos inhibitivos del
8 esfínter anal, de modo que, entre terribles ataques de tos, cuando una acre humareda, muy negra, empezó a
9 filtrarse en la casa por el ojo de la cerradura y por debajo de la puerta, con el espanto y la congestión, preso de
10 horror por la soledad y por sentir que las piernas parecían de hojaldre cuando más falta le hacían, acabó por
11 irse de cuerpo, dentro de la camisa de noche: del todo, completamente; mientras de las vorágines pulmonares
12 extraía tanto de aquello que ni siquiera en el mar de Taranto, con tantas ostras, se hubiera podido pescar una
13 cosa semejante.
14 Los bomberos lo salvaron con máscaras, derribando la puerta a hachazos. «Se ve que el fuego lo ha
15 transtornado»54 sentenció el cabo Bertolotti cuando acabó el salvamento.
16 Penosísimo y funesto fue el caso del caballero Carlo Garbagnatti, el ex-garibaldino del quinto piso;
17 precisamente uno de los mil de Marsala, y de los cincuenta mil del cincuentenario de lo de Marsala. Porque, a
18 pesar de los gritos de la sirvienta Cesira Papotti, se había obstinado en salvar sus medallas, contra todo criterio
19 de oportunidad y hasta los daguerrotipos y dos pequeños retratos al óleo de cuando era joven, es decir, de la
20 época de Calatafimi. Pero el transporte de toda la medallería de un garibaldino, sobre todo en una
21 contingencia de pánico total como aquella, no era un problema tan sencillo como puede parecer a primera
22 vista. Resultó que también a él le vino la asfixia, o algo parecido, y lo tuvieron que sacar los bomberos, para
23 salvarle la piel, a riesgo de dejar la suya. Pero debido a su edad, las cosas se precipitaron, ¡ochenta y ocho años!
24 y la lesión en el corazón y una penosa dificultad de las vías urinarias que sufría desde hacía tiempo. Así que la
25 ambulancia de la Cruz Verde, en el quinto viaje, se puede decir que no había llegado todavía al dispensario de
26 guardia de la vía Paolo Sarpi, que ya tuvo que enfilar hacia el obituario de la clínica universitaria, allá en la
27 ciudad de los estudios, detrás del Nuevo Politécnico 55, y no en la vía Botticelli, más lejos, más lejos, en la vía
28 Giuseppe Trotti sí, bueno, pero pasado vía Colonia y vía Mangiagalli, y vía Polli, y vía Giacinto Gallina, junto a
29 la de Per Gaetano Ceradini y la de Pier Paolo Motta, en donde Cristo dio las tres voces.
De Carlo Emilio Gadda, Dos relatos y un ensayo: Barcelona, Tusquets, 1970; traducción y prólogo de Francesc
Serra Cantarell

53 Es un calco ele la palabra dialectal milanesa «brüs».


54 Literalmente, «Se ved ch'el foegh el gh'a dàs movüda», dialectal.
55 Literalmente «Poletecnico», con fonetismo meridional. Cabe señalar que, así como «el dispensario de guardia de via
Paolo Sarpi» tiene algo de crónica periodística, el final prefigura una toponímica caótica, con nombre de calles
inventados, otros alterados, con un itinerario incongruente, todo ello para forzar el efecto paródico final.
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5. La storia del mio matrimonio


1 […]
2 Guido cessò di suonare sapientemente. Nessuno plaudì fuori di Giovanni, e per qualche istante nessuno parlò.
3 Poi, purtroppo, sentii io il bisogno di parlare. Come osai di farlo davanti a gente che il mio violino conosceva?
4 Pareva parlasse il mio violino che invano anelava alla musica e biasimasse l’altro sul quale – non si poteva
5 negarlo – la musica era divenuta vita, luce ed aria.
6 – Benissimo! – dissi e aveva tutto il suono di una concessione più che di un applauso. – Ma però non capisco
7 perché, verso la chiusa, abbiate voluto scandere quelle note che il Bach segnò legate.
8 Io conoscevo la Chaconne nota per nota. C’era stata un’epoca in cui avevo creduto che, per progredire, avrei
9 dovuto affrontare di simili imprese e per lunghi mesi passai il tempo a compitare battuta per battuta alcune
10 composizioni del Bach.
11 Sentii che in tutto il salotto non v’era per me che biasimo e derisione. Eppure parlai ancora lottando contro
12 quell’ostilità.
13 – Bach – aggiunsi – è tanto modesto nei suoi mezzi che non ammette un arco fatturato a quel modo.
14 Io avevo probabilmente ragione, ma era anche certo ch’io non avrei neppur saputo fatturare l’arco a quel
15 modo.
16 Guido fu subito altrettanto spropositato quanto lo ero stato io. Dichiarò:
17 – Forse Bach non conosceva la possibilità di quell’espressione. Gliela regalo io!
18 Egli montava sulle spalle di Bach, ma in quell’ambiente nessuno protestò mentre mi si aveva deriso perché io
19 avevo tentato di montare soltanto sulle sue.
20 Allora avvenne una cosa di minima importanza, ma che fu per me decisiva. Da una stanza abbastanza lontana da
21 noi echeggiarono le urla della piccola Anna. Come si seppe poi, era caduta insanguinandosi le labbra. Fu così
22 ch’io per qualche minuto mi trovai solo con Ada perché tutti uscirono di corsa dal salotto. Guido, prima di
23 seguire gli altri, aveva posto il suo prezioso violino nelle mani di Ada.
24 – Volete dare a me quel violino? – domandai io ad Ada vedendola esitante se seguire gli altri. Davvero che non
25 m’ero ancora accorto che l’occasione tanto sospirata s’era finalmente presentata.
26 Ella esitò, ma poi una sua strana diffidenza ebbe il sopravvento. Trasse il violino ancora meglio a sé:
27 – No – rispose, – non occorre ch’io vada con gli altri. Non credo che Anna si sia fatta tanto male. Essa strilla
28 per nulla.
29 Sedette col suo violino e a me parve che con quest’atto essa m’avesse invitato di parlare. Del resto, come avrei
30 potuto io andar a casa senz’aver parlato? Che cosa avrei poi fatto in quella lunga notte? Mi vedevo ribaltarmi da
31 destra a sinistra nel mio letto o correre per le vie o le bische in cerca di svago. No! Non dovevo abbandonare
32 quella casa senz’essermi procurata la chiarezza e la calma.
33 Cercai di essere semplice e breve. Vi ero anche costretto perché mi mancava il fiato. Le dissi:
34 – Io vi amo, Ada. Perché non mi permettereste di parlarne a vostro padre?
35 Ella mi guardò stupita e spaventata. Temetti che si mettesse a strillare come la piccina, là fuori. Io sapevo che il
36 suo occhio sereno e la sua faccia dalle linee tanto precise non sapevano l’amore, ma tanto lontana dall’amore
37 come ora, non l’avevo mai vista. Incominciò a parlare e disse qualcosa che doveva essere come un esordio. Ma
38 io volevo la chiarezza: un sì o un no! Forse m’offendeva già quanto mi pareva un’esitazione. Per fare presto e
39 indurla a decidersi, discussi il suo diritto di prendersi tempo:
40 – Ma come non ve ne sareste accorta? A voi non era possibile di credere ch’io facessi la corte ad Augusta!
41 Volli mettere dell’enfasi nelle mie parole, ma, nella fretta, la misi fuori di posto e finì che quel povero nome di
42 Augusta fu accompagnato da un accento e da un gesto di disprezzo.
43 Fu così che levai Ada dall’imbarazzo. Essa non rilevò altro che l’offesa fatta ad Augusta:
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1 – Perché credete di essere superiore ad Augusta? Io non penso mica che Augusta accetterebbe di divenire
2 vostra moglie!
3 Poi appena ricordò che mi doveva una risposta:
4 – In quanto a me... mi meraviglia che vi sia capitata una cosa simile in testa.
5 La frase acre doveva vendicare l’Augusta. Nella mia grande confusione pensai che anche il senso della parola
6 non avesse avuto altro scopo; se mi avesse schiaffeggiato credo che sarei stato esitante a studiarne la ragione.
7 Perciò ancora insistetti:
8 – Pensateci, Ada. Io non sono un uomo cattivo. Sono ricco... Sono un po’ bizzarro, ma mi sarà facile di
9 correggermi.
10 Anche Ada fu più dolce, ma parlò di nuovo di Augusta.
11 – Pensateci anche voi, Zeno: Augusta è una buona fanciulla e farebbe veramente al caso vostro. Io non posso
12 parlare per conto suo, ma credo...
13 Era una grande dolcezza di sentirmi invocare da Ada per la prima volta col mio prenome. Non era questo un
14 invito a parlare ancora più chiaro? Forse era perduta per me, o almeno non avrebbe accettato subito di
15 sposarmi, ma intanto bisognava evitare che si compromettesse di più con Guido sul conto del quale dovevo
16 aprirle gli occhi. Fui accorto, e prima di tutto le dissi che stimavo e rispettavo Augusta, ma che assolutamente
17 non volevo sposarla. Lo dissi due volte per farmi intendere chiaramente: «io non volevo sposarla». Così potevo
18 sperare di aver rabbonita Ada che prima aveva creduto io volessi offendere Augusta.
19 – Una buona, una cara, un’amabile ragazza quell’Augusta; ma non fa per me.
20 Poi appena precipitai le cose, perché c’era del rumore sul corridoio e mi poteva essere tagliata la parola da un
21 momento all’altro.
22 – Ada! Quell’uomo non fa per voi. È un imbecille! Non v’accorgeste come sofferse per i responsi del tavolino?
23 Avete visto il suo bastone? Suona bene il violino, ma vi sono anche delle scimmie che sanno suonarlo. Ogni sua
24 parola tradisce il bestione...
25 Essa, dopo d’esser stata ad ascoltarmi con l’aspetto di chi non sa risolversi ad ammettere nel loro senso le
26 parole che gli sono dirette, m’interruppe. Balzò in piedi sempre col violino e l’arco in mano e mi soffiò addosso
27 delle parole offensive. Io feci del mio meglio per dimenticarle e vi riuscii. Ricordo solo che cominciò col
28 domandarmi ad alta voce come avevo potuto parlare così di lui e di lei! Io feci gli occhi grandi dalla sorpresa
29 perché mi pareva di non aver parlato che di lui solo. Dimenticai le tante parole sdegnose ch’essa mi diresse, ma
30 non la sua bella, nobile e sana faccia arrossata dallo sdegno e dalle linee rese più precise, quasi marmoree,
31 dall’indignazione. Quella non dimenticai più e quando penso al mio amore e alla mia giovinezza, rivedo la
32 faccia bella e nobile e sana di Ada nel momento in cui essa m’eliminò definitivamente dal suo destino.
33 Ritornarono tutti in gruppo intorno alla signora Malfenti che teneva in braccio Anna ancora piangente.
34 Nessuno si occupò di me o di Ada ed io, senza salutare nessuno, uscii dal salotto; nel corridoio presi il mio
35 cappello. Curioso! Nessuno veniva a trattenermi. Allora mi trattenni da solo, ricordando ch’io non dovevo
36 mancare alle regole della buona educazione e che perciò prima di andarmene dovevo salutare compitamente
37 tutti. Vero è che non dubito io non sia stato impedito di abbandonare quella casa dalla convinzione che troppo
38 presto sarebbe cominciata per me la notte ancora peggiore delle cinque notti che l’avevano preceduta. Io che
39 finalmente avevo la chiarezza, sentivo ora un altro bisogno: quello della pace, la pace con tutti. Se avessi saputo
40 eliminare ogni asprezza dai miei rapporti con Ada e con tutti gli altri, mi sarebbe stato più facile di dormire.
41 Perché aveva da sussistere tale asprezza? Se non potevo prendermela neppure con Guido il quale se anche non
42 ne aveva alcun merito, certamente non aveva nessuna colpa di essere stato preferito da Ada!
43 Essa era la sola che si fosse accorta della mia passeggiata sul corridoio e, quando mi vide ritornare, mi guardò
44 ansiosa. Temeva di una scena? Subito volli rassicurarla. Le passai accanto e mormorai:
45 – Scusate se vi ho offesa!
46 Essa prese la mia mano e, rasserenata, la strinse. Fu un grande conforto. Io chiusi per un istante gli occhi per
47 isolarmi con la mia anima e vedere quanta pace gliene fosse derivata.

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1 Il mio destino volle che mentre tutti ancora si occupavano della bimba, io mi trovassi seduto accanto ad
2 Alberta. Non l’avevo vista e di lei non m’accorsi che quando essa mi parlò dicendomi:
3 – Non s’è fatta nulla. Il grave è la presenza di papà il quale, se la vede piangere, le fa un bel regalo.
4 Io cessai dall’analizzarmi perché mi vidi intero! Per avere la pace io avrei dovuto fare in modo che quel salotto
5 non mi fosse mai più interdetto. Guardai Alberta! Somigliava ad Ada! Era un po’ di lei più piccola e portava sul
6 suo organismo evidenti dei segni non ancora cancellati dell’infanzia. Facilmente alzava la voce, e il suo riso
7 spesso eccessivo le contraeva la faccina e gliel’arrossava. Curioso! In quel momento ricordai una
8 raccomandazione di mio padre: «Scegli una donna giovine e ti sarà più facile di educarla a modo tuo». Il
9 ricordo fu decisivo. Guardai ancora Alberta. Nel mio pensiero m’industriavo di spogliarla e mi piaceva così
10 dolce e tenerella come supposi fosse.
11 Le dissi:
12 – Sentite, Alberta! Ho un’idea: avete mai pensato che siete nell’età di prendere marito?
13 – Io non penso di sposarmi! – disse essa sorridendo e guardandomi mitemente, senz’imbarazzo o rossore. –
14 Penso invece di continuare i miei studii. Anche mamma lo desidera.
15 – Potreste continuare gli studii anche dopo sposata.
16 Mi venne un’idea che mi parve spiritosa e le dissi subito:
17 – Anch’io penso d’iniziarli dopo essermi sposato.
18 Essa rise di cuore, ma io m’accorsi che perdevo il mio tempo, perché non era con tali scipitezze che si poteva
19 conquistare una moglie e la pace. Bisognava essere serii. Qui poi era facile perché venivo accolto
20 tutt’altrimenti che da Ada.
21 Fui veramente serio. La mia futura moglie doveva intanto sapere tutto. Con voce commossa le dissi:
22 – Io, poco fa, ho indirizzata ad Ada la stessa proposta che ora feci a voi. Essa rifiutò con sdegno. Potete
23 figurarvi in quale stato io mi trovi.
24 Queste parole accompagnate da un atteggiamento di tristezza non erano altro che la mia ultima dichiarazione
25 d’amore per Ada. Divenivo troppo serio e, sorridendo, aggiunsi:
26 – Ma credo che se voi accettaste di sposarmi, io sarei felicissimo e dimenticherei per voi tutto e tutti.
27 Essa si fece molto seria per dirmi:
28 – Non dovete offendervene, Zeno, perché mi dispiacerebbe. Io faccio una grande stima di voi. So che siete un
29 buon diavolo eppoi, senza saperlo, sapete molte cose, mentre i miei professori sanno esattamente tutto quello
30 che sanno. Io non voglio sposarmi. Forse mi ricrederò, ma per il momento non ho che una mèta: vorrei
31 diventare una scrittrice. Vedete quale fiducia vi dimostro. Non lo dissi mai a nessuno e spero non mi tradirete.
32 Dal canto mio, vi prometto che non ripeterò a nessuno la vostra proposta.
33 – Ma anzi potete dirlo a tutti! – la interruppi io con stizza. Mi sentivo di nuovo sotto la minaccia di essere
34 espulso da quel salotto e corsi al riparo. C’era poi un solo modo per attenuare in Alberta l’orgoglio di aver
35 potuto respingermi ed io l’adottai non appena lo scopersi. Le dissi:
36 – Io ora farò la stessa proposta ad Augusta e racconterò a tutti che la sposai perché le sue due sorelle mi
37 rifiutarono!
38 Ridevo di un buon umore eccessivo che m’aveva colto in seguito alla stranezza del mio procedere. Non era
39 nella parola che mettevo lo spirito di cui ero tanto orgoglioso, ma nelle azioni.
40 Mi guardai d’intorno per trovare Augusta. Era uscita sul corridoio con un vassoio sul quale non v’era che un
41 bicchiere semivuoto contenente un calmante per Anna. La seguii di corsa chiamandola per nome ed essa
42 s’addossò alla parete per aspettarmi. Mi misi a lei di faccia e subito le dissi:
43 – Sentite, Augusta, volete che noi due ci sposiamo?
44 La proposta era veramente rude. Io dovevo sposare lei e lei me, ed io non domandavo quello ch’essa pensasse
45 né pensavo potrebbe toccarmi di essere io costretto di dare delle spiegazioni. Se non facevo altro che quello
46 che tutti volevano!

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1 Essa alzò gli occhi dilatati dalla sorpresa. Così quello sbilenco era anche più differente del solito dall’altro. La
2 sua faccia vellutata e bianca, dapprima impallidì di più, eppoi subito si congestionò. Afferrò con la destra il
3 bicchiere che ballava sul vassoio. Con un filo di voce mi disse:
4 – Voi scherzate e ciò è male.
5 Temetti si mettesse a piangere ed ebbi la curiosa idea di consolarla dicendole della mia tristezza.
6 – Io non scherzo, – dissi serio e triste. – Domandai dapprima la sua mano ad Ada che me la rifiutò con ira, poi
7 domandai ad Alberta di sposarmi ed essa, con belle parole, vi si rifiutò anch’essa. Non serbo rancore né all’una
8 né all’altra. Solo mi sento molto, ma molto infelice.
9 Dinanzi al mio dolore essa si ricompose e si mise a guardarmi commossa, riflettendo intensamente. Il suo
10 sguardo somigliava ad una carezza che non mi faceva piacere.
11 – Io devo dunque sapere e ricordare che voi non mi amate? – domandò.
12 Che cosa significava questa frase sibillina? Preludiava ad un consenso? Voleva ricordare! Ricordare per tutta la
13 vita da trascorrersi con me? Ebbi il sentimento di chi per ammazzarsi si sia messo in una posizione pericolosa
14 ed ora sia costretto a faticare per salvarsi. Non sarebbe stato meglio che anche Augusta m’avesse rifiutato e che
15 mi fosse stato concesso di ritornare sano e salvo nel mio studiolo nel quale neppure quel giorno stesso m’ero
16 sentito troppo male? Le dissi:
17 – Sì! Io non amo che Ada e sposerei ora voi...
18 Stavo per dirle che non potevo rassegnarmi di divenire un estraneo per Ada e che perciò mi contentavo di
19 divenirle cognato. Sarebbe stato un eccesso, ed Augusta avrebbe di nuovo potuto credere che volessi
20 dileggiarla. Perciò dissi soltanto:
21 – Io non so più rassegnarmi di restar solo.
22 Essa rimaneva tuttavia poggiata alla parete del cui sostegno forse sentiva il bisogno; però pareva più calma ed il
23 vassoio era ora tenuto da una sola mano. Ero salvo e cioè dovevo abbandonare quel salotto, o potevo restarci e
24 dovevo sposarmi? Dissi delle altre parole, solo perché impaziente di aspettare le sue che non volevano venire:
25 – Io sono un buon diavolo e credo che con me si possa vivere facilmente anche senza che ci sia un grande
26 amore.
27 Questa era una frase che nei lunghi giorni precedenti avevo preparata per Ada per indurla a dirmi di sì anche
28 senza sentire per me un grande amore.
29 Augusta ansava leggermente e taceva ancora. Quel silenzio poteva anche significare un rifiuto, il più delicato
30 rifiuto che si potesse immaginare: io quasi sarei scappato in cerca del mio cappello, in tempo per porlo su una
31 testa salva.
32 Invece Augusta, decisa, con un movimento dignitoso che mai dimenticai, si rizzò e abbandonò il sostegno della
33 parete. Nel corridoio non largo essa si avvicinò così ancora di più a me che le stavo di faccia. Mi disse:
34 – Voi, Zeno, avete bisogno di una donna che voglia vivere per voi e vi assista. Io voglio essere quella donna.
35 Mi porse la mano paffutella ch’io quasi istintivamente baciai. Evidentemente non c’era più la possibilità di fare
36 altrimenti. Devo poi confessare che in quel momento fui pervaso da una soddisfazione che m’allargò il petto.
37 Non avevo più da risolvere niente, perché tutto era stato risolto. Questa era la vera chiarezza.
38 Fu così che mi fidanzai. […]
Da Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Pordenone: Studio Tesi, 1985
https://www.liberliber.it/online/autori/autori-s/italo-alias-ettore-schmitz-svevo/la-coscienza-di-zeno/

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La història del meu matrimoni


1 Guido deixà de tocar intel·ligentment. Ningú no aplaudí tret de Giovanni, i durant alguns moments ningú no
2 parla. Després, per desgràcia, vaig sentir la necessitat de parlar. Com vaig gosar fer-ho davant de tanta gent
3 que coneixia el meu violí? Semblava com si parlés el meu violí que anhelava en va la música, i blasmés l'altre en
4 el qual –no es podia negar– la música havia esdevingut vida, llum i aire.
5 –Molt bé! –vaig dir, i tenia tot l'aspecte d'una concessió més que d'un aplaudiment–. De tota manera no
6 entenc perquè, cap al final, heu volgut deslligar aquelles notes que Bach escrigué lligades.
7 Coneixia la Chaconne nota per nota. Durant una època havia cregut que, per progressar, havia d'afrontar
8 empreses semblants i durant molts mesos vaig passar el temps tocant compàs per compàs algunes peces de
9 Bach.
10 Vaig sentir que en tota la sala no hi havia per a mi sinó blasme i burles. I amb tot, vaig parlar lluitant encara
11 contra aquella hostilitat.
12 –Bach –vaig afegir– és tan modest en els seus mitjans que no admet un arc mogut d'aquella manera.
13 Probablement tenia raó, però era també cert que no hauria sabut moure l'arc ni tan sols d'aquella manera.
14 Guido es mostrà exagerat com ho havia estat jo. Digué:
15 Potser Bach no coneixia la possibilitat d'aquelles expressions. La hi regalo jo!
16 Es posava per sobre de Bach, però en aquell ambient ningú no va protestar mentre que s'havien burlat de mi
17 només perquè havia intentat posar-me per sobre d'ell.
18 Llavors succeí una cosa de poca importància, però que per a mi fou decisiva. Des d'una cambra força allunyada
19 ens arribaren els crits de la petita Anna. Sabérem després que havia caigut i que s'havia fet sang als llavis. Va
20 ser per això que, durant uns minuts, vaig estar sol amb Ada perquè tothom sortí corrents de la sala. Guido,
21 abans de seguir els altres, havia posat el seu preciós violí a les mans d'Ada.
22 –Voleu que l'aguanti jo, el violí? –vaig preguntar a Ada veient que dubtava de si seguir els altres. La veritat és
23 que encara no m'havia adonat que l'ocasió tan esperada s'havia presentat a la fi.
24 Ella dubtà, però la vencé una estranya desconfiança. S'agafà més fort al violí:
25 No –respongué-–, no cal que vagi amb els altres. No crec que Anna s'hagi fet molt de mal. Crida per poca cosa.
26 Segué amb el violí i semblà que amb aquesta acció em convidava a parlar. D'altra banda, com hauria pogut
27 anar me'n d'aquella casa sense haver parlat amb ella? Que hauria fet després durant la llarga nit? Em veia al llit
28 tombant-me de dreta a esquerra o pels carrers o casinos per cercar-hi distracció. No! No havia d'anar-me'n
29 d'aquella casa sense haver obtingut la clarividència i la calma.
30 Vaig intentar ser senzill i breu. M'hi veia obligat també perquè em faltava l’alè. Li vaig dir:
31 -L'estimo, Ada. Per què no em permet de parlar-ne amb el seu pare?
32 Em mirà sorpresa i espantada. Vaig témer que es posés a cridar com la petita, allà fora. Sabia que la seva mirada
33 serena i la seva cara de trets tan precisos no coneixien l'amor, però tan lluny de l'amor com ara no l'havia vista
34 mai. Començà a parlar i digué alguna cosa que devia ser com un exordi. Però jo volia les coses clares: un sí o un
35 no! Potser ja m'ofenia allò que em semblava un dubte. Per fer-ne via i obligar-la a decidir-se, vaig discutir el
36 seu dret de pensar-s'hi:
37 –Però com és que no se n'ha adonat? Vostè no podia pensar que festejava Augusta!
38 Vaig voler posar èmfasi en les meves paraules, però amb la pressa el vaig posar fora de lloc i vaig acabar dient
39 aquell pobre nom d'Augusta amb un accent i un gest de menyspreu.
40 Fou així com vaig fer sortir Ada del seu atzucac. No demostrà altra cosa que l’ofensa feta a Augusta:
41 –Per què es creu superior a Augusta? No crec que Augusta acceptés de ser la seva dona!
42 Després ja no recordà que em devia una resposta:
43 –Quant a mi… em meravella que se li hagi acudit una cosa semblant.

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1 La frase agra havia de venjar Augusta. Confós com estava vaig pensar que fins el sentit de les paraules no havia
2 tingut cap altre objectiu; si m'hagués bufetejat em penso que m'hauria quedat pensarós intentant estudiar-ne
3 la causa. És per això que encara vaig insistir:
4 –Penseu-hi, Ada. Jo no sóc un mal home. Sóc ric… Sóc una mica extravagant, però em serà fàcil esmenar-me.
5 També Ada fou més dolça, però parla una altra vegada d'Augusta.
6 –Penseu-hi també vós, Zeno: Augusta és una bona noia i faria per a vostè. Jo no puc parlar per ella, però crec…
7 Era molt dolç: sentir-me anomenar per Ada, per primera vegada, amb el meu nom. No era això una invitació a
8 parlar encara més clarament? Potser per a mi ja estava perduda, com a mínim no hauria acceptat de casar-se
9 amb mi de seguida, però mentrestant necessitava evitar que es comprometés més amb Guido sobre el qual li
10 havia de fer veure clar. Vaig ser llest i, abans que res li vaig dir que apreciava i que respectava Augusta però que
11 no tenia cap intenció de casar-m'hi. Ho vaig dir dues vegades per deixar-ho ben clar: «no volia casar-m'hi».
12 D'aquesta manera esperava haver calmat Ada que abans s'havia pensat que volia ofendre Augusta.
13 –Una bona noia, estimada i amable, Augusta; però no fa per a mi.
14 Immediatament després vaig precipitar les coses, perquè se sentia soroll al corredor i podia haver de tallar la
15 conversa d'un moment a l'altre.
16 –Ada! Aquest home no fa per a vostè. És un imbecil! No se n'ha adonat de com patia per les respostes de la
17 taula? Ha vist el seu bastó? Toca bé el violí però també hi ha simis que saben tocar-lo. Cada paraula que diu
18 traeix la bestiota…
19 Ella, després d'escoltar-me amb el posat de qui no pot admetre el significat de les paraules que li acaben de
20 dir, m'interrompé. Es posà dempeus encara amb el violí i l'arc a les mans, i em llançà paraules ofensives. Jo
21 vaig fer tot el que sabia per oblidar-les i ho vaig aconseguir. Recordo que va començar preguntant-me en veu
22 alta com havia pogut parlar així d'ell i d'ella. Jo vaig esbatanar els ulls de sorpresa perquè em pensava haver
23 parlat només d'ell. Vaig oblidar les paraules de menyspreu que em dirigí, però no la seva bellesa, amb una cara
24 noble, sana i envermellida pel desdeny i pels trets ara esdevinguts més concrets, quasi marmoris per la
25 indignació. Aquella cara no l'he oblidada mai i quan penso en el meu amor i en la seva joventut, veig aquella
26 cara bonica, noble i sana d'Ada en el moment en que m'eliminà definitivament de la seva vida.
27 Tornaren tots en grup al voltant de la senyora Malfenti, la qual duia Anna, que encara plorava, a coll. Ningú no
28 va fer cas ni de mi ni d'Ada, i jo, sense saludar ningú vaig sortir de la sala; un cap al passadís vaig agafar el meu
29 capell. És curiós! Ningú no venia a dir-me que em quedés. Així doncs em vaig quedar pel meu compte perquè
30 vaig comprendre que no tenia per què faltar a les normes de bona educació i que, per això, abans d’anar-me’n
31 havia de saludar tothom. La veritat és que penso que no volia anar-me'n d'aquella casa perquè estava segur que
32 massa aviat començaria per a mi una nit encara pitjor que les cinc anteriors. Ara que finalment hi veia clar,
33 tenia una altra necessitat: la d'estar en pau, en pau amb tothom. Si hagués sabut treure aspror de les meves
34 relacions amb Ada i amb els altres, m'hauria estat més fàcil dormir. Per què havia de substituir aquesta aspror?
35 Ni tan sols podia enfadar-me amb Guido, el qual, si bé no tenia cap virtut no tenia tampoc cap culpa de ser el
36 preferit d'Ada!
37 Només Ada s'havia adonat que me n'havia anat cap al passadís i, quan em veié tornar, em mirà amb ànsia. Es
38 temia una escena? Vaig voler tranquil·litzar-la de seguida. Vaig passar pel seu costat i li vaig dir:
39 –Perdoni si l’he ofesa!
40 Ella m’agafà la ma i, asserenada, me l'estrenyé. Fou un gran conhort. Vaig tancar els ulls un moment, per
41 aïllar-me amb la meva ànima i per veure quanta pau li havia aportar aquest fet.
42 El meu destí volgué que, mentre tothom s'ocupava encara de la nena, jo segués al costat d'Alberta. No l'havia
43 vista i no em vaig adonar d'ella fins que em digué:
44 –No s'ha fet res. L'únic problema és la presencia del pare que, si la veu plorar, li fa un bon regal.
45 Vaig deixar d'analitzar-me perquè em vaig veure tot! Per estar en pau amb mi mateix hauria de fer per manera
46 que no em privessin l’estada en aquella sala mai més. Vaig mirar Alberta! S'assemblava a Ada! Era una mica
47 més petita i en el seu organisme hi havia senyals evidents, encara no esborrats, de la infància. Alçava la veu amb
48 facilitat i el somriure, sovint excessiu, li contreia la carona i la hi envermellia. És curiós! En aquell moment vaig
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1 recordar un consell del meu pare: «Escull una dona jove i et serà més fàcil educar-la a la teva manera.» El
2 record fou decisiu. Vaig tornar a mirar Alberta. La despullava mentalment i m'agradava creure-la tan dolça i
3 tendra.
4 Li vaig dir:
5 –Escolti, Alberta! Tinc una idea: ha pensat que ja té edat de casar-se?
6 –Jo no penso casar-me! –digué rient i mirant-me tranquil·lament, sense torbament ni vermellor. En canvi,
7 penso continuar els meus estudis. La mare també ho vol.
8 –És clar que podria continuar els estudis després de casada.
9 Se m'acudí una idea que em sembla genial i la hi vaig dir de seguida.
10 –Jo també penso començar-los després de casat.
11 Ella rigué a cor què vols, però jo em vaig adonar que perdia el temps perquè no era amb bestieses com aquestes
12 que es podia conquistar una dona i la pau. Calia que fos seriós. A més, ara m'era fàcil perquè Alberta m'acollia
13 ben diferentment d'Ada.
14 Vaig ser veritablement seriós. La meva futura muller havia de saber-ho tot. Amb veu commosa li vaig dir:
15 –Fa poc que he adreçat a Ada la mateixa proposta que li faig ara a vostè. M'ha rebutjat amb menyspreu. Pot
16 figurar-se en quin estat em trobo.
17 Aquestes paraules acompanyades d'un posat trist no eren altra cosa que la meva última declaració d'amor cap a
18 Ada. Havia esdevingut massa seriós i, somrient, vaig afegir:
19 –Però crec que si vostè acceptés de casar-se amb mi, jo seria molt feliç; i oblidaria, per a vostè, tot i tothom.
20 Ella es posa molt seriosa i em digué:
21 –No ha d'ofendre's, Zeno, perquè em sabria greu. L'aprecio molt. Sé que és una bona persona i que, sense
22 adonar-se'n, sap moltes coses mentre que els meus professors saben exactament allò que saben. Jo no vull
23 casar-me. Potser m'hi repensaré, però de moment només tinc una fita: ser escriptora. Fixi's si li tinc
24 confiança. No ho he dit mai a ningú i espero que no em trairà. Pel que fa a mi, li prometo que no explicaré la
25 seva proposta a ningú.
26 –Ben al contrari, pot dir-ho a tothom! –la vaig interrompre amb ràbia. Sentia novament l'amenaça de ser
27 expulsat d'aquella sala i vaig córrer a arreglar-ho. Hi havia una sola manera d'atenuar en Alberta l'orgull
28 d'haver pogut rebutjar-me i la vaig adoptar tan bon punt la vaig descobrir.
29 Li vaig dir:
30 –Ara faré la mateixa proposta a Augusta i explicaré a tothom que m'hi caso perquè les dues seves germanes
31 m'han rebutjat!
32 Reia amb un humor exagerat, que m'havia vingut de cop a causa del meu estrany capteniment. No era en les
33 paraules on posava la gracia de la qual n'estava tan orgullós, sinó en els actes.
34 Vaig mirar al meu voltant per trobar Augusta. Havia sortit al passadís amb una safata on no hi havia sinó un got
35 mig buit amb un calmant per a Anna. La vaig seguir corrent i cridant-la pel nom i ella s'arrambà a la paret per
36 esperar-me. Em vaig posar davant seu i li vaig dir tot d'una:
37 –Escolti, Augusta, vol que ens casem?
38 La proposta era veritablement grollera. Ens havíem de casar, i jo no li preguntava que en pensava, ni creia que
39 em pertoqués donar-li explicacions. Al cap i a la fi no feia altra cosa que el que tothom volia!
40 Aixecà els ulls esbatanats de sorpresa. De tal manera que el borni encara era més diferent de l'altre que de
41 costum.
42 La seva cara vellutada i blanca, de primer empal·lidí encara més, després es congestionà. Agafà amb la ma dreta
43 el got que ballava sobre la safata. Amb un filet de veu, em digué:
44 –Vostè bromeja i això no esta bé.
45 Vaig témer que es posés a plorar i em vingué la curiosa idea de consolar-la explicant-li la meva tristor.

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1 –Jo no bromejo –vaig dir seriós i trist–. Primer he demanat la ma a Ada que me l’ha rebutjada amb ira, després
2 he demanat a Alberta que es casés amb mi, i amb bones paraules també m'ha rebutjat. No guardo rancor ni a
3 l'una ni a l'altra. Només és que em sento molt, però molt desgraciat.
4 Davant el meu dolor es reféu i es posà a mirar-me commosa, reflexionant intensament. La seva mirada
5 semblava una carícia que no m'agradava.
6 –He de saber i també recordar que no m'estima? –preguntà.
7 Que significava aquella frase tan sibil·lina? Preludiava un assentiment? Volia recordar-ho! Recordar-ho tota la
8 vida que havia de passar amb mi? Vaig tenir la mateixa sensació de qui per matar-se s'ha posat en una posició
9 perillosa i després es veu obligat a esforçar-se per salvarse. No hauria estat , millor que també Augusta
10 m'hagués rebutjat i que m'hagués estat permès de tornar sa i estalvi al meu despatx on ni tan sols aquell dia
11 m'hi havia sentit massa malament?
12 Li vaig dir:
13 –Sí! Jo només estimo Ada i ara em casaria amb vostè… –Estava a punt de dir-li que no podia resignar-me a
14 esdevenir un estrany per a Ada i que per això m'acontentava d'ésser-li cunyat. Hauria estat excessiu, i Augusta
15 hauria pogut creure una altra vegada que volia maltractar-la. Per això només vaig dir:
16 –Ja no puc resignar-me a estar sol.
17 Ella encara estava repenjada a la paret, el suport de la qual potser li mancava; però semblava més tranquil·la i
18 aguantava la safata amb una sola ma. Estava salvat i això volia dir que me n'havia d'anar d'aquella sala, o podia
19 quedar-m'hi i casar-me? Vaig dir més paraules, només perquè estava cansat d'esperar les seves que no volien
20 sortir:
21 –Sóc una bona persona i crec que amb mi es pot viure bé encara que no hi hagi un gran amor.
22 Aquesta era una frase que havia preparat durant els cinc dies anteriors per obligar Ada a donar-me el sí,
23 baldament no estigués enamorada de mi.
24 Augusta panteixava lleument i encara no havia dit res. Aquell silenci podia significar també un rebuig, el
25 rebuig més delicat que es pugui imaginar: una mica més i corro a buscar el meu capell, a temps per posar-lo
26 sobre un cap salvat.
27 Augusta, en canvi, decidida i amb un moviment elegant que no he oblidat mai, es redreçà i deixà el suport de la
28 paret. En el passadís, no gaire ample, se m'apropa encara més. Em digué:
29 –Vostè, Zeno, necessita una dona que vulgui viure per vostè i que en tingui cura. Jo vull ser aquesta dona.
30 M'allargà la ma grassoneta que vaig besar quasi instintivament. Evidentment no tenia altra possibilitat. He de
31 confessar que en aquell moment em vingué una satisfacció que em conhortà. Ja no havia de resoldre res més
32 perquè tot s'havia resolt. Aquesta era la veritat.
33 Fou així com em vaig prometre…
Da Italo Svevo, La consciència de Zeno, Barcelona: Edicions de la Magrana, 1985, traduzione di Carme Arenas e
Elisabetta Sarmati

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VII - Cambio treno


1 Pensavo:
2 «Riscatterò la Stìa, e mi ritirerò là, in campagna, a fare il mugnajo. Si sta meglio vicini alla terra; e – sotto –
3 fors'anche meglio.
4 «Ogni mestiere, in fondo, ha qualche sua consolazione. Ne ha finanche quello del becchino. Il mugnajo può
5 consolarsi col frastuono delle macine e con lo spolvero che vola per aria e lo veste di farina.
6 «Son sicuro che, per ora, non si rompe nemmeno un sacco, là, nel molino. Ma appena lo riavrò io:
7 — «Signor Mattia, la nottola del palo! Signor Mattia, s'è rotta la bronzina! Signor Mattia, i denti del lubecchio!
8 «Come quando c'era la buon'anima della mamma, e Malagna amministrava.
9 «E mentr'io attenderò al molino, il fattore mi ruberà i frutti della campagna; e se mi porrò invece a badare a
10 questa, il mugnajo mi ruberà la molenda. E di qua il mugnajo e di là il fattore faranno l'altalena, e io nel mezzo
11 a godere.
12 «Sarebbe forse meglio che cavassi dalla veneranda cassapanca di mia suocera uno dei vecchi abiti di Francesco
13 Antonio Pescatore, che la vedova custodisce con la canfora e col pepe come sante reliquie, e ne vestissi
14 Marianna Dondi e mandassi lei a fare il mugnajo e a star sopra al fattore.
15 «L'aria di campagna farebbe certamente bene a mia moglie. Forse a qualche albero cadranno le foglie,
16 vedendola; gli uccelletti ammutoliranno; speriamo che non secchi la sorgiva. E io rimarrò bibliotecario, solo
17 soletto, a Santa Maria Liberale.»
18 Così pensavo, e il treno intanto correva. Non potevo chiudere gli occhi, ché subito m'appariva con terribile
19 precisione il cadavere di quel giovinetto, là, nel viale, piccolo e composto sotto i grandi alberi immobili nella
20 fresca mattina. Dovevo perciò consolarmi così, con un altro incubo, non tanto sanguinoso, almeno
21 materialmente: quello di mia suocera e di mia moglie. E godevo nel rappresentarmi la scena dell'arrivo, dopo
22 quei tredici giorni di scomparsa misteriosa.
23 Ero certo (mi pareva di vederle!), che avrebbero affettato entrambe, al mio entrare, la più sdegnosa
24 indifferenza. Appena un'occhiata, come per dire:
25 «To', qua di nuovo? Non t'eri rotto l'osso del collo?»
26 Zitte loro, zitto io.
27 Ma poco dopo, senza dubbio, la vedova Pescatore avrebbe cominciato a sputar bile, rifacendosi dall'impiego
28 che forse avevo perduto.
29 M'ero infatti portata via la chiave della biblioteca: alla notizia del mia sparizione, avevano dovuto certo
30 scassinare la porta, per ordine della questura: e, non trovandomi là entro, morto, né avendosi d'altra parte
31 tracce o notizie di me, quelli del Municipio avevano forse aspettato, tre, quattro, cinque giorni, una settimana,
32 il mio ritorno; poi avevano dato a qualche altro sfaccendato il mio posto.
33 Dunque, che stavo a far lì, seduto? M'ero buttato di nuovo, da me, in mezzo a una strada? Ci stéssi! Due
34 povere donne non potevano aver l'obbligo di mantenere un fannullone, un pezzaccio da galera, che scappava
35 via così, chi sa per quali altre prodezze, ecc., ecc.
36 Io, zitto.
37 Man mano, la bile di Marianna Dondi cresceva, per quel mio silenzio dispettoso, cresceva, ribolliva, scoppiava:
38 – e io, ancora lì, zitto!
39 A un certo punto, avrei cavato dalla tasca in petto il portafogli e mi sarei messo a contare sul tavolino i miei
40 biglietti da mille: là, là, là e là...
41 Spalancamento d'occhi e di bocca di Marianna Dondi e anche di mia moglie.
42 Poi:
43 «— Dove li hai rubati?
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1 «— ...settantasette, settantotto, settantanove, ottanta, ottantuno; cinquecento, seicento, settecento; dieci,


2 venti, venticinque; ottantunmila settecento venticinque lire, e quaranta centesimi in tasca.»
3 Quietamente avrei raccolti i biglietti, li avrei rimessi nel portafogli, e mi sarei alzato.
4 «— Non mi volete più in casa? Ebbene, tante grazie! Me ne vado, e salute a voi.»
5 Ridevo, così pensando.
6 I miei compagni di viaggio mi osservavano e sorridevano anch'essi, sotto sotto.
7 Allora, per assumere un contegno più serio, mi mettevo a pensare a' miei creditori, fra cui avrei dovuto
8 dividere quei biglietti di banca. Nasconderli, non potevo. E poi, a che m'avrebbero servito, nascosti?
9 Godermeli, certo quei cani non me li avrebbero lasciati godere. Per rifarsi lì, col molino della Stìa e coi frutti
10 del podere, dovendo pagare anche l'amministrazione, che si mangiava poi tutto a due palmenti (a due palmenti
11 era anche il molino), chi sa quant'anni ancora avrebbero dovuto aspettare. Ora, forse, con un'offerta in
12 contanti, me li sarei levati d'addosso a buon patto. E facevo il conto:
13 «Tanto a quella mosca canina del Recchioni; tanto, a Filippo Brìsigo, e mi piacerebbe che gli servissero per
14 pagarsi il funerale: non caverebbe più sangue ai poverelli!; tanto a Cichin Lunaro, il torinese; tanto, alla vedova
15 Lippani... Chi altro c'è? Ih! hai voglia! Il Della Piana, Bossi e Margottini... Ecco tutta la mia vincita!»
16 Avevo vinto per loro a Montecarlo, in fin dei conti! Che rabbia per que' due giorni di perdita! Sarei stato ricco
17 di nuovo... ricco!
18 Mettevo ora certi sospironi, che facevano voltare più dei sorrisi di prima i miei compagni di viaggio. Ma io non
19 trovavo requie. Era imminente la sera: l'aria pareva di cenere; e l'uggia del viaggio era insopportabile.
20 Alla prima stazione italiana comprai un giornale con la speranza che mi facesse addormentare. Lo spiegai, e al
21 lume del lampadino elettrico, mi misi a leggere. Ebbi così la consolazione di sapere che il castello di Valençay,
22 messo all'incanto per la seconda volta, era stato aggiudicato al signor conte De Castellane per la somma di due
23 milioni e trecentomila franchi. La tenuta attorno al castello era di duemila ottocento ettari: la più vasta di
24 Francia.
25 «Press'a poco, come la Stìa...»
26 Lessi che l'imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdam, a mezzodì, l'ambasciata marocchina, e che al
27 ricevimento aveva assistito il segretario di Stato, barone de Richtofen. La missione, presentata poi
28 all'imperatrice, era stata trattenuta a colazione, e chi sa come aveva divorato!
29 Anche lo Zar e la Zarina di Russia avevano ricevuto a Peterhof una speciale missione tibetana, che aveva
30 presentato alle LL. MM. i doni del Lama.
31 «I doni del Lama?» domandai a me stesso, chiudendo gli occhi, cogitabondo. «Che saranno?»
32 Papaveri: perché mi addormentai. Ma papaveri di scarsa virtù: mi ridestai, infatti, presto, a un urto del treno
33 che si fermava a un'altra stazione.
34 Guardai l'orologio: eran le otto e un quarto. Fra un'oretta, dunque, sarei arrivato.
35 Avevo il giornale ancora in mano e lo voltai per cercare in seconda pagina qualche dono migliore di quelli del
36 Lama. Gli occhi mi andarono su un SUICIDIO così, in grassetto.
37 Pensai subito che potesse esser quello di Montecarlo, e m'affrettai a leggere. Ma mi arrestai sorpreso al primo
38 rigo, stampato di minutissimo carattere: «“Ci telegrafano da Miragno”».
39 «Miragno? Chi si sarà suicidato nel mio paese?»
40 Lessi: «“Jeri, sabato 28, è stato rinvenuto nella gora d'un mulino un cadavere in istato d'avanzata
41 putrefazione”...».
42 A un tratto, la vista mi s'annebbiò, sembrandomi di scorgere nel rigo seguente il nome del mio podere; e,
43 siccome stentavo a leggere, con un occhio solo, quella stampa minuscola, m'alzai in piedi, per essere più
44 vicino al lume.

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1 «... putrefazione. Il mulino è sito in un podere detto della Stìa, a circa due chilometri dalla nostra città.
2 Accorsa sopra luogo l'autorità giudiziaria con altra gente, il cadavere fu estratto dalla gora per le
3 constatazioni di legge e piantonato. Più tardi esso fu riconosciuto per quello del nostro...»
4 Il cuore mi balzò in gola e guardai, spiritato, i miei compagni di viaggio che dormivano tutti.
5 «Accorsa sopra luogo... estratto dalla gora... e piantonato... fu riconosciuto per quello del nostro
6 bibliotecario...»
7 «Io?»
8 «Accorsa sopra luogo... più tardi... per quello del nostro bibliotecario Mattia Pascal, scomparso da
9 parecchi giorni. Causa del suicidio: dissesti finanziarii.»
10 «Io?... Scomparso... riconosciuto... Mattia Pascal...»
11 Rilessi con piglio feroce e col cuore in tumulto non so più quante volte quelle poche righe. Nel primo impeto,
12 tutte le mie energie vitali insorsero violentemente per protestare: come se quella notizia, così irritante nella
13 sua impassibile laconicità, potesse anche per me esser vera. Ma, se non per me, era pur vera per gli altri; e la
14 certezza che questi altri avevano fin da jeri della mia morte era su me come una insopportabile sopraffazione,
15 permanente, schiacciante... Guardai di nuovo i miei compagni di viaggio e, quasi anch'essi, lì, sotto gli occhi
16 miei, riposassero in quella certezza, ebbi la tentazione di scuoterli da quei loro scomodi e penosi
17 atteggiamenti, scuoterli, svegliarli, per gridar loro che non era vero.
18 «Possibile?»
19 E rilessi ancora una volta la notizia sbalorditoja.
20 Non potevo più stare alle mosse. Avrei voluto che il treno s'arrestasse, avrei voluto che corresse a precipizio:
21 quel suo andar monotono, da automa duro, sordo e greve, mi faceva crescere di punto in punto l'orgasmo.
22 Aprivo e chiudevo le mani continuamente, affondandomi le unghie nelle palme; spiegazzavo il giornale; lo
23 rimettevo in sesto per rilegger la notizia che già sapevo a memoria, parola per parola.
24 «Riconosciuto! Ma è possibile che m'abbiano riconosciuto?... “In istato d'avanzata putrefazione”... puàh!»
25 Mi vidi per un momento, lì nell'acqua verdastra della gora, fradicio, gonfio, orribile, galleggiante... Nel
26 raccapriccio istintivo, incrociai le braccia sul petto e con le mani mi palpai, mi strinsi:
27 «Io, no; io, no... Chi sarà stato?... mi somigliava, certo... Avrà forse avuto la barba anche lui, come la mia... la
28 mia stessa corporatura... E m'han riconosciuto!... Scomparso da parecchi giorni... Eh già! Ma io vorrei sapere,
29 vorrei sapere chi si è affrettato così a riconoscermi. Possibile che quel disgraziato là fosse tanto simile a me?
30 vestito come me? tal quale? Ma sarà stata lei, forse, lei, Marianna Dondi, la vedova Pescatore: oh! m'ha pescato
31 subito, m'ha riconosciuto subito! Non le sarà parso vero, figuriamoci! – È lui, è lui! mio genero! ah, povero
32 Mattia! ah, povero figliuolo mio! – E si sarà messa a piangere fors'anche; si sarà pure inginocchiata accanto al
33 cadavere di quel poveretto, che non ha potuto tirarle un calcio e gridarle: – Ma lèvati di qua: non ti conosco —.»
34 Fremevo. Finalmente il treno s'arrestò a un'altra stazione. Aprii lo sportello e mi precipitai giù, con l'idea
35 confusa di fare qualche cosa, subito: un telegramma d'urgenza per smentire quella notizia.
36 Il salto che spiccai dal vagone mi salvò: come se mi avesse scosso dal cervello quella stupida fissazione,
37 intravidi in un baleno... ma sì! la mia liberazione la libertà una vita nuova!
38 Avevo con me ottantaduemila lire, e non avrei più dovuto darle a nessuno! Ero morto, ero morto: non avevo
39 più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero! libero! libero! Che cercavo di più?
40 Pensando così, dovevo esser rimasto in un atteggiamento stranissimo, là su la banchina di quella stazione.
41 Avevo lasciato aperto lo sportello del vagone. Mi vidi attorno parecchia gente, che mi gridava non so che cosa;
42 uno, infine, mi scosse e mi spinse, gridandomi più forte:
43 — Il treno riparte!
44 — Ma lo lasci, lo lasci ripartire, caro signore! — gli gridai io, a mia volta. — Cambio treno!
45 Mi aveva ora assalito un dubbio: il dubbio se quella notizia fosse già stata smentita; se già si fosse riconosciuto
46 l'errore, a Miragno; se fossero saltati fuori i parenti del vero morto a correggere la falsa identificazione.
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1 Prima di rallegrarmi così, dovevo bene accertarmi, aver notizie precise e particolareggiate. Ma come
2 procurarmele?
3 Mi cercai nelle tasche il giornale. Lo avevo lasciato in treno. Mi voltai a guardare il binario deserto, che si
4 snodava lucido per un tratto nella notte silenziosa, e mi sentii come smarrito, nel vuoto, in quella misera
5 stazionuccia di passaggio. Un dubbio più forte mi assalì, allora: che io avessi sognato?
6 Ma no:
7 «“Ci telegrafano da Miragno. Jeri, sabato 28...”»
8 Ecco: potevo ripetere a memoria, parola per parola, il telegramma. Non c'era dubbio! Tuttavia, sì, era troppo
9 poco; non poteva bastarmi.
10 Guardai la stazione; lessi il nome: ALENGA.
11 Avrei trovato in quel paese altri giornali? Mi sovvenne che era domenica. A Miragno, dunque, quella mattina,
12 era uscito Il Foglietto, l'unico giornale che vi si stampasse. A tutti i costi dovevo procurarmene una copia. Lì
13 avrei trovato tutte le notizie particolareggiate che m'abbisognavano. Ma come sperare di trovare ad Alenga Il
14 Foglietto? Ebbene: avrei telegrafato sotto un falso nome alla redazione del giornale. Conoscevo il direttore,
15 Miro Colzi, Lodoletta come tutti lo chiamavano a Miragno, da quando, giovinetto, aveva pubblicato con questo
16 titolo gentile il suo primo e ultimo volume di versi.
17 Per Lodoletta però non sarebbe stato un avvenimento quella richiesta di copie del suo giornale da Alenga?
18 Certo la notizia più «interessante» di quella settimana, e perciò il pezzo più forte di quel numero, doveva
19 essere il mio suicidio. E non mi sarei dunque esposto al rischio che la richiesta insolita facesse nascere in lui
20 qualche sospetto?
21 «Ma che!» pensai poi. «A Lodoletta non può venire in mente ch'io non mi sia affogato davvero. Cercherà la
22 ragione della richiesta in qualche altro pezzo forte del suo numero d'oggi. Da tempo combatte strenuamente
23 contro il Municipio per la conduttura dell'acqua e per l'impianto del gas. Crederà piuttosto che sia per questa
24 sua "campagna".»
25 Entrai nella stazione.
26 Per fortuna, il vetturino dell'unico legnetto, quello de la posta, stava ancora lì a chiacchierare con gl'impiegati
27 ferroviarii: il paesello era a circa tre quarti d'ora di carrozza dalla stazione, e la via era tutta in salita.
28 Montai su quel decrepito calessino sgangherato, senza fanali; e via nel buio.
29 Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella
30 notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per
31 un attimo, nel vuoto, come poc'anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita,
32 superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo.
33 Domandai, per distrarmi, al vetturino, se ci fosse ad Alenga un'agenzia giornalistica:
34 — Come dice? Nossignore!
35 — Non si vendono giornali ad Alenga?
36 — Ah! sissignore. Li vende il farmacista, Grottanelli.
37 — C'è un albergo?
38 — C'è la locanda del Palmentino.
39 Era smontato da cassetta per alleggerire un po' la vecchia rozza che soffiava con le froge a terra. Lo discernevo
40 appena. A un certo punto accese la pipa e lo vidi, allora, come a sbalzi, e pensai: «Se egli sapesse chi porta...».
41 Ma ritorsi subito a me stesso la domanda:
42 «Chi porta? Non lo so più nemmeno io. Chi sono io ora? Bisogna che ci pensi. Un nome, almeno, un nome,
43 bisogna che me lo dia subito, per firmare il telegramma e per non trovarmi poi imbarazzato se, alla locanda, me
44 lo domandano. Basterà che pensi soltanto al nome, per adesso. Vediamo un po'! Come mi chiamo?»
45 Non avrei mai supposto che dovesse costarmi tanto stento e destarmi tanta smania la scelta di un nome e di un
46 cognome. Il cognome specialmente! Accozzavo sillabe, così, senza pensare: venivano fuori certi cognomi,
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1 come: Strozzani, Parbetta, Martoni, Bartusi, che m'irritavano peggio i nervi. Non vi trovavo alcuna proprietà,
2 alcun senso. Come se, in fondo, i cognomi dovessero averne... Eh, via! uno qualunque... Martoni, per
3 esempio, perché no? Carlo Martoni... Uh, ecco fatto! Ma, poco dopo, davo una spallata: «Sì! Carlo
4 Martello...». E la smania ricominciava.
5 Giunsi al paese, senza averne fissato alcuno. Fortunatamente, là, dal farmacista, ch'era anche ufficiale
6 telegrafico e postale, droghiere, cartolajo, giornalajo, bestia e non so che altro, non ce ne fu bisogno. Comprai
7 una copia dei pochi giornali che gli arrivavano: giornali di Genova: Il Caffaro e Il Secolo XIX; gli domandai poi
8 se potevo avere Il Foglietto di Miragno.
9 Aveva una faccia da civetta, questo Grottanelli con un pajo d'occhi tondi tondi, come di vetro, su cui
10 abbassava, di tratto in tratto, quasi con pena certe pàlpebre cartilaginose.
11 — Il Foglietto? Non lo conosco.
12 — È un giornaluccio di provincia, settimanale, — gli spiegai. — Vorrei averlo. Il numero d'oggi, s'intende.
13 — Il Foglietto? Non lo conosco — badava a ripetere.
14 — E va bene! Non importa che lei non lo conosca: io le pago le spese per un vaglia telegrafico alla redazione.
15 Ne vorrei avere dieci, venti copie, domani o al più presto. Si può?
16 Non rispondeva: con gli occhi fissi, senza sguardo, ripeteva ancora: — Il Foglietto?... Non lo conosco —.
17 Finalmente si risolse a fare il vaglia telegrafico sotto la mia dettatura, indicando per il recapito la sua farmacia.
18 E il giorno appresso, dopo una notte insonne, sconvolta da un tempestoso mareggiamento di pensieri, là nella
19 Locanda del Palmentino, ricevetti quindici copie del Foglietto.
20 Nei due giornali di Genova che, appena rimasto solo, m'ero affrettato a leggere, non avevo trovato alcun
21 cenno. Mi tremavano le mani nello spiegare Il Foglietto. In prima pagina, nulla. Cercai nelle due interne, e
22 subito mi saltò a gli occhi un segno di lutto in capo alla terza pagina e, sotto, a grosse lettere, il mio nome.
23 Così:
24 MATTIA PASCAL
25 Non si avevano notizie di lui da alquanti giorni: giorni di tremenda costernazione e d'inenarrabile
26 angoscia per la desolata famiglia; costernazione e angoscia condivise dalla miglior parte della nostra
27 cittadinanza, che lo amava e lo stimava per la bontà dell'animo, per la giovialità del carattere e per
28 quella natural modestia, che gli aveva permesso, insieme con le altre doti, di sopportare senza
29 avvilimento e con rassegnazione gli avversi fati, onde dalla spensierata agiatezza si era in questi ultimi
30 tempi ridotto in umile stato.
31 Quando, dopo il primo giorno dell'inesplicabile assenza, la famiglia impressionata si recò alla
32 Biblioteca Boccamazza, dove egli, zelantissimo del suo ufficio, si tratteneva quasi tutto il giorno ad
33 arricchire con dotte letture la sua vivace intelligenza, trovò chiusa la porta; subito, innanti a questa
34 porta chiusa, sorse nero e trepidante il sospetto, sospetto tosto fugato dalla lusinga che durò parecchi dì,
35 man mano però raffievolendosi, ch'egli si fosse allontanato dal paese per qualche sua segreta ragione.
36 Ma ahimè! La verità doveva purtroppo esser quella!
37 La perdita recente della madre adoratissima e, a un tempo, dell'unica figlioletta, dopo la perdita degli
38 aviti beni, aveva profondamente sconvolto l'animo del povero amico nostro. Tanto che, circa tre mesi
39 addietro, già una prima volta, di notte tempo, egli aveva tentato di pôr fine a' suoi miseri giorni, là, nella
40 gora appunto di quel molino, che gli ricordava i passati splendori della sua casa ed il suo tempo felice.
41 ...Nessun maggior dolore
42 Che ricordarsi del tempo felice
43 Nella miseria...
44 Con le lacrime agli occhi e singhiozzando cel narrava, innanzi al grondante e disfatto cadavere, un
45 vecchio mugnajo, fedele e devoto alla famiglia degli antichi padroni. Era calata la notte, lugubre; una

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1 lucerna rossa era stata deposta lì per terra, presso al cadavere vigilato da due Reali Carabinieri e il
2 vecchio Filippo Brina (lo segnaliamo all'ammirazione dei buoni) parlava e lagrimava con noi. Egli era
3 riuscito in quella triste notte a impedire che l'infelice riducesse ad effetto il violento proposito; ma non si
4 trovò più là Filippo Brina pronto ad impedirlo, questa seconda volta. E Mattia Pascal giacque, forse
5 tutta una notte e metà del giorno appresso, nella gora di quel molino.
6 Non tentiamo nemmeno di descrivere la straziante scena che seguì sul luogo, quando l'altro ieri, in sul
7 far della sera, la vedova sconsolata si trovò innanzi alla miseranda spoglia irriconoscibile del diletto
8 compagno, che era andato a raggiungere la figlioletta sua.
9 Tutto il paese ha preso parte al cordoglio di lei e ha voluto dimostrarlo accompagnando all'estrema
10 dimora il cadavere, a cui rivolse brevi e commosse parole d'addio il nostro assessore comunale cav.
11 Pomino.
12 Noi inviamo alla povera famiglia immersa in tanto lutto, al fratello Roberto lontano da Miragno, le
13 nostre più sentite condoglianze, e col cuore lacerato diciamo per l'ultima volta al nostro buon Mattia: —
14 Vale, diletto amico, vale!
15 M. C.
16 Anche senza queste due iniziali avrei riconosciuto Lodoletta come autore della necrologia.
17 Ma debbo innanzi tutto confessare che la vista del mio nome stampato lì, sotto quella striscia nera, per quanto
18 me l'aspettassi, non solo non mi rallegrò affatto, ma mi accelerò talmente i battiti del cuore, che, dopo alcune
19 righe, dovetti interrompere la lettura. La «“tremenda costernazione e l'inenarrabile angoscia”» della mia
20 famiglia non mi fecero ridere, né l'amore e la stima dei miei concittadini per le mie belle virtù, né il mio zelo
21 per l'ufficio. Il ricordo di quella mia tristissima notte alla Stìa, dopo la morte della mamma e della mia piccina,
22 ch'era stato come una prova, e forse la più forte, del mio suicidio, mi sorprese dapprima, quale una
23 impreveduta e sinistra partecipazione del caso; poi mi cagionò rimorso e avvilimento.
24 Eh, no! non mi ero ucciso, io, per la morte della mamma e della figlietta mia, per quanto forse, quella notte, ne
25 avessi avuto l'idea! Me n'ero fuggito, è vero, disperatamente; ma, ecco, ritornavo ora da una casa di giuoco,
26 dove la Fortuna nel modo più strano mi aveva arriso e continuava ad arridermi, e un altro, invece, s'era ucciso
27 per me, un altro, un forestiere certo, cui io rubavo il compianto dei parenti lontani e degli amici, e condannavo
28 – oh suprema irrisione! – a subir quello che non gli apparteneva falso compianto, e finanche l'elogio funebre
29 dell'incipriato cavalier Pomino!
30 Questa fu la prima impressione alla lettura di quella mia necrologia sul Foglietto.
31 Ma poi pensai che quel pover'uomo era morto non certo per causa mia, e che io, facendomi vivo non avrei
32 potuto far rivivere anche lui; pensai che approfittandomi della sua morte, io non solo non frodavo affatto i suoi
33 parenti, ma anzi venivo a render loro un bene: per essi, infatti, il morto ero io non lui, ed essi potevano
34 crederlo scomparso e sperare ancora, sperare di vederlo un giorno o l'altro ricomparire.
35 Restavano mia moglie e mia suocera. Dovevo proprio credere alla loro pena per la mia morte, a tutta quella
36 «“inenarrabile angoscia”», a quel «“cordoglio straziante”» del funebre pezzo forte di Lodoletta? Bastava,
37 perbacco, aprir pian piano un occhio a quel povero morto, per accorgersi che non ero io; e anche ammesso che
38 gli occhi fossero rimasti in fondo alla gora, via! una moglie, che veramente non voglia, non può scambiare così
39 facilmente un altro uomo per il proprio marito.
40 Si erano affrettate a riconoscermi in quel morto? La vedova Pescatore sperava ora che Malagna, commosso e
41 forse non esente di rimorso per quel mio barbaro suicidio, venisse in ajuto della povera vedova? Ebbene:
42 contente loro, contentissimo io!
43 «Morto? affogato? Una croce, e non se ne parli più! »
44 Mi levai, stirai le braccia e trassi un lunghissimo respiro di sollievo.

Da Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Milano: Mondadori, 1986

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VII - CAMBIO DE TREN


1 Iba pensando:
2 «Rescataré la Stía y me retiraré allí, en el campo, a hacer de molinero. Se está mejor cerca de la tierra; y quizá
3 mejor aún debajo.
4 «Cada oficio, en el fondo, tiene sus compensaciones; lo tiene hasta el de sepulturero. El molinero puede
5 consolarse con el estrépito de las muelas y con la polvareda que vuela por el aire y lo cubre de harina.
6 «Estoy seguro de que ahora no se rompe ni siquiera un saco, allí, en el molino. Pero en cuanto vuelva a tenerlo
7 yo:
8 « -¡Don Matías, el apoyo de fundición! ¡Don Matías, se ha roto la transmisión! ¡Don Matías, los dientes de la
9 rueda!
10 «Como cuando vivía la buena de mamá y Malagna administraba.
11 «Y mientras yo cuide del molino, el granjero me robará los frutos del campo; y si, en cambio, me
12 pongo a vigilar a este, el molinero me robará la molienda. Y mientras tanto el molinero y el granjero
13 enriqueciéndose a mi costa, y yo, en el medio, mirando.
14 «Tal vez sería mejor que sacara del viejo arcón de mi suegra uno de los viejos trajes de Francisco
15 Antonio Pescatore, que la viuda conserva con naftalina y pimienta como una reliquia, y vistiese con él a
16 Mariana Dondi y la enviara a hacer de molinero y a vigilar al granjero.
17 «El aire del campo le iría bien, sin duda, a mi mujer. Tal vez, al verla, se le caigan las hojas a algún árbol y los
18 pájaros enmudezcan; esperemos que no se seque el manantial. Y yo seguiré de bibliotecario, solo, solo, en
19 Santa María Liberale.»
20 Así pensaba, y el tren, mientras tanto, corría. No podía cerrar los ojos, ya que enseguida se me aparecía con
21 terrible nitidez el cadáver de aquel jovencito, allí, en el paseo, pequeño y compuesto, bajo los grandes árboles
22 inmóviles, en la fresca
23 mañana. Por eso tenía que consolarme con otra pesadilla, no tan sangrienta, por lo menos materialmente: la de
24 mi suegra y mi mujer. Y gozaba al representarme la escena de mi llegada, después de aquellos trece días de
25 desaparición misteriosa.
26 Estaba seguro (¡me parecía verlas!) de que las dos, a mi entrada, aparentarían la más desdeñosa indiferencia.
27 Apenas una mirada, como para decir: «Vaya, ¿aquí otra vez? ¿No te habías roto la cabeza?».
28 Calladas ellas, callado yo.
29 Pero poco después, sin duda, la viuda Pescatore comenzaría a escupir bilis, refiriéndose al empleo que
30 seguramente yo había perdido.
31 En efecto, me había llevado la llave de la biblioteca: al conocer mi desaparición, habrían tenido, sin duda, que
32 derribar la puerta, por orden de la policía, y, al no encontrarme allí dentro, muerto, ni teniéndose otros
33 indicios o noticias mías, tal vez los del Ayuntamiento habían esperado durante tres, cuatro, cinco días, una
34 semana, mi regreso; luego habrían dado a algún otro desocupado mi puesto.
35 Así, pues, ¿qué estaba haciendo allí, sentado? ¿De nuevo me había puesto por mi propio pie en la calle? ¡Ya
36 podía quedarme! Dos pobres mujeres no podían tener la obligación de mantener a un holgazán, a un individuo
37 que era carne de presidio, que
38 se iba así, quién sabe para cometer qué proezas, etcétera, etcétera.
39 Y yo, callado.
40 Poco a poco, la bilis de Mariana Dondi crecería, a causa de mi silencio despectivo; crecería, bulliría, estallaría.
41 ¡Y yo, allí, callado!
42 En un momento dado, sacaría de la americana la cartera y me pondría a contar sobre la mesa los billetes de mil:
43 uno, otro, otro, otro y otro… Mariana Dondi y mi mujer con los ojos como platos.
44 Luego:
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1 «¿Dónde los has robado?>)


2 «-… setenta y siete, setenta y ocho, setenta y nueve, ochenta, ochenta y uno; quinientas, seiscientas,
3 setecientas; diez, veinte, veinticinco; ochenta y una mil setecientas veinticinco liras y cuarenta céntimos en el
4 bolsillo.»
5 Recogería tranquilamente los billetes, los metería en la cartera y me levantaría.
6 «-¿No me queréis más en casa? Pues bien: muchas gracias. Me voy, muchos saludos.»
7 Y así pensando, me reía.
8 Mis compañeros de viaje me miraban y sonreían también disimuladamente.
9 Entonces, para asumir un aire más serio, me ponía a pensar en mis acreedores, entre los cuales tendría que
10 repartir aquellos billetes de banco. No podía esconderlos. Y además, ¿de qué me hubieran servido escondidos?
11 Sin duda, aquellos buitres no me dejarían disfrutarlos. Para rehacerme con el molino de la Stía y con los frutos
12 de la finca, teniendo que pagar, además, al administrador, que se lo comía todo a dos carrillos (dos carrillos
13 tenía también el molino), ¡quién sabe cuántos años hubiera tenido que esperar! Ahora, tal vez, con una oferta
14 al contado me los sacaría de encima en buenas condiciones. Y hacía las cuentas:
15 «Tanto para aquel parásito de Regioni; tanto para Felipe Brísigo, y me gustaría que le sirviera para pagarse el
16 funeral, ¡no chuparía más la sangre de los pobrecitos!; tanto a Cichin Lunaro, el turinés; tanto a la viuda
17 Lippani… ¿Quién más? ¡Ah! Della Piana, Bossi y Margottini… ¡He aquí todas mis ganancias!»
18 ¡En resumidas cuentas: en Montecarlo había ganado para ellos! ¡Qué rabia, aquellos dos días de pérdida!
19 ¡Hubiera sido de nuevo… rico!
20 Emitía unos suspiros tan grandes que hacían volverse, más aún que las carcajadas de antes, a mis compañeros
21 de viaje. Pero ya no encontraba descanso. La noche era inminente; el aire parecía de cenizas y el aburrimiento
22 del viaje era verdaderamente insoportable.
23 En la primera estación italiana compré un periódico, con la esperanza de que me entrara el sueño. Lo abrí y, a
24 la luz de la lámpara eléctrica, me puse a leer. Tuve así el consuelo de saber que el castillo de Valençay, sacado a
25 subasta por segunda vez, había sido adjudicado al señor conde de Castellane por la suma de dos millones
26 trescientos mil francos. La finca, alrededor del castillo, era de ocho mil ochocientas hectáreas, la mayor de
27 Francia.
28 -«Poco más o menos como la Stía…»
29 Leí que el emperador de Alemania había recibido, en Potsdam, al mediodía, a la embajada marroquí, y que a la
30 recepción había asistido el secretario de Estado, barón de Richtofen. La misión, presentada luego a la
31 emperatriz, había sido invitada a almorzar; ¡sabe Dios cómo habría devorado!
32 También el zar y la zarina de Rusia habían recibido en Peterhof a una misión especial tibetana, que había
33 entregado a Sus Majestades los presentes del Lama.
34 «¿Los presentes del Lama? -pregunté, cerrando los ojos, pensativo-. ¿Qué serán?»
35 Adormideras, porque me dormí. Pero adormideras de poca virtud: me desperté pronto, por un golpe del tren,
36 que se detenía en otra estación.
37 Miré el reloj: eran las ocho y cuarto. Dentro de una horita, pues, llegaría.
38 Todavía tenía el periódico en la mano y lo volví para buscar en la segunda página algún regalo mejor que los del
39 Lama. Los ojos se me fueron sobre un
40 SUICIDIO
41 así, en negrita.
42 Pensé enseguida que podía ser el de Montecarlo, y me apresuré a leer. Pero me detuve
43 sorprendido en la primera línea, impresa con caracteres muy pequeños: «Nos telegrafían desde Miragno…».
44 «¿Miragno? ¿Quién se habría suicidado en mi pueblo?».
45 Leí: «Ayer, sábado 28, fue hallado en la presa de un molino un cadáver en estado de avanzada
46 putrefacción…».
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1 De repente, la vista se me nubló, pues me pareció descubrir en la línea siguiente el nombre de mi finca, y como
2 me costaba trabajo leer con un solo ojo aquella letra tan pequeña, me levanté para estar más cerca de la luz.
3 « … putrefacción. El molino está situado en una finca llamada de la Stía, a unos dos kilómetros de nuestra
4 ciudad. Trasladado al lugar el juzgado de guardia, ordenó el levantamiento del cadáver para las diligencias
5 propias del caso. Más tarde este fue identificado como el de nuestro…»
6 El corazón me dio un vuelco y miré aterrorizado a mis compañeros de viaje, que dormían todos.
7 « Trasladado al lugar… el levantamiento del cadáver…, fue reconocido como el de nuestro bibliotecario…».
8 «¿Yo?»
9 «Trasladado al lugar… Más tarde…, como el de nuestro bibliotecario Matías Pascal, desaparecido desde hacía
10 algunos días. Causas del suicidio: dificultades económicas.»
11 «¿Yo…? Desaparecido…, identificado…, Matías Pascal…»
12 Releí con voraz interés y corazón alterado, no sé cuántas veces más aquellas pocas líneas. Al primer impulso,
13 toda mi energía interior se rebeló violentamente para protestar, como si aquella noticia tan irritante en su
14 impasible laconismo, pudiera ser
15 cierta también para mí. Pero, si no para mí, era, sin embargo, cierta para los demás; y la certidumbre que estos
16 tenían desde ayer de mi muerte gravitaba encima de mí como una insoportable superchería, permanente,
17 aplastante… Contemplé de nuevo a mis compañeros de viaje, y como si también ellos, allí, bajo mis ojos,
18 reposaran en aquella certidumbre; tuve la tentación de sacudirles de sus incómodas y penosas posturas, de
19 despertarlos para gritarles que no era verdad.
20 «¿Era posible?»
21 Y releí una vez más la asombrosa noticia.
22 No podía contenerme. Hubiera querido que el tren se parara, hubiera querido que corriera a toda velocidad;
23 aquella marcha suya, monótona, de autómata duro, sordo y pesado, aumentaba mi excitación. Abría y cerraba
24 las manos continuamente, clavándome las uñas en las palmas; arrugaba el periódico; lo volvía a poner bien para
25 releer la noticia, que ya me sabía de memoria, palabra por
26 palabra.
27 «¡Identificado! Pero ¿es posible que me hayan identificado…? En estado de avanzada putrefacción…¡Puaf!»
28 Por un momento me vi allí, en el agua verdosa de la presa, mojado, hinchado, horrible, flotando… En un
29 momento de repulsión instintiva crucé los brazos sobre el pecho y con las manos me palpé, me apreté.
30 « Yo, no; yo, no… ¿Quién será…? se me parecería, sin duda… Seguramente tendría una barba como yo… mi
31 misma estatura… ¡Y me han identificado…! Desaparecido desde hacía varios días… ¡Ya! Pero yo quisiera
32 saber, quisiera saber quién se ha apresurado tanto a reconocerme. ¿Es posible que aquel desgraciado fuera tan
33 parecido a mí? ¿Que estuviera vestido como yo, tal cual? Seguramente habrá sido ella, Mariana Dondi, la viuda
34 Pescatore. ¡Oh!, me ha pescado enseguida, me ha reconocido enseguida. No le habrá parecido verdad. " Es él,
35 es él! ¡Mi yerno! ¡Ah, pobre Matías! ¡Ah, pobre hijo mío!" Y tal vez incluso se habrá echado a llorar; se habrá no
36 ha podido darle un puntapié y gritarle: "¡Quítate de aquí; no te conozco!"»
37 Temblaba. Finalmente, el tren se detuvo en otra estación. Abrí la portezuela y salté al suelo, con la idea
38 confusa de hacer algo enseguida: enviar un telegrama urgente para desmentir aquella noticia.
39 El salto que hice desde el vagón me salvó: como si me hubiese sacudido el cerebro aquella estúpida idea,
40 entreví un relámpago…
41 ¡Sí, mi liberación, la libertad, una vida nueva!
42 ¡Tenía ochenta y dos mil liras y no tendría que dárselas a nadie! Estaba muerto, estaba muerto; ya no tenía
43 deudas, ya no tenía mujer, ya no tenía suegra. ¡Nadie! ¡Libre, libre, libre! ¿Qué más quería?
44 Pensando de esta manera, debía de haberme quedado en una postura extrañísima, allí, en el banco de aquella
45 estación. Había dejado abierta la portezuela del vagón. Vi a mi alrededor bastante gente que me gritaba no sé
46 qué. Uno, finalmente, me sacudió y me empujó, gritándome más fuerte:

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prof. Andrea Bombi

1 -¡El tren se marcha!


2 -¡Déjelo que se vaya, déjelo, señor mío! -le grité yo a mi vez-. ¡Cambio de tren!
3 Me había asaltado una duda: la duda de que la noticia ya hubiera sido desmentida; de que se hubiera
4 reconocido el error de Miragno; de que hubieran salido los parientes del verdadero muerto para corregir la
5 falsa identificación.
6 Antes de alegrarme tanto tenía que asegurarme bien, tener noticias precisas y detalladas. Pero ¿cómo
7 procurármelas?
8 Me busqué el periódico en los bolsillos. Lo había dejado en el eren. Me volví para contemplar
9 trecho, en la noche silenciosa, y me sentí como perdido en el vacío, en aquella miserable estación de paso.
10 Entonces me asaltó una duda todavía más fuerte: ¿no lo habría soñado?
11 No.
12 «Nos telegrafían desde Miragno. Ayer, sábado 28…»
13 Eso es: podía repetir de memoria, palabra por palabra, el telegrama. ¡No había duda! Sin embargo, sí, era
14 demasiado poco; no podía bastarme.
15 Miré la estación; leí el nombre: ALENGA.
16 ¿Encontraría en aquel pueblo otros periódicos? Me acordé de que era domingo. En Miragno, pues, aquella
17 mañana había salido Il Foglietto, el único periódico que se imprimía allí. A toda costa tenía que procurarme un
18 ejemplar. En él encontraría todas las noticias detalladas que necesitaba. Pero ¿cómo podía esperar encontrar
19 en Alenga Il Foglietto? Pues bien: telegrafiaría con un nombre falso a la redacción del periódico. Conocía al
20 director, Miro Colzi, Lodoletta, como le llamaban todos en Miragno desde que, siendo jovencito, había
21 publicado, bajo este gracioso título, su primer y último libro de versos.
22 Sin embargo, ¿no hubiera sido todo un acontecimiento para Lodoletta una petición de ejemplares de su
23 periódico desde Alenga? Sin duda, la noticia más «interesante» de aquella semana, y por eso el plato más fuerte
24 de aquel número, tenía que ser mi suicidio. ¿Y no me expondría al riesgo de que el insólito pedido hiciera
25 nacer en él alguna sospecha?
26 «¡Qué va! -pensé luego-. A Lodoletta no se le puede ocurrir que no me he ahogado de verdad. Buscará la razón
27 en otro plato fuerte de su número de hoy. Desde hace tiempo lucha valientemente contra el Ayuntamiento por
28 la traída de aguas y por la instalación del alumbrado de gas. Creerá más bien que es por esta "campaña'' suya.»
29 Entré en la estación.
30 Por suerte, el cochero del único carruaje, el del correo, se encontraba todavía allí charlando con los empleados
31 ferroviarios; el pueblecito estaba a unos tres cuartos de hora en coche desde la estación, y el camino era todo
32 cuesta arriba.
33 Subí en aquel decrépito coche, sin faroles y nos pusimos en marcha, en la oscuridad.
34 Tenía que pensar en muchas cosas; sin embargo, de cuando en cuando, la violenta impresión provocada por la
35 lectura de aquella noticia, que me tocaba tan de cerca, me despertaba en una negra, desconocida soledad, y
36 entonces me sentía por un instante en el vacío, como poco antes frente al espectáculo de las vías desiertas; me
37 sentía pavorosamente desligado de la vida, superviviente de mí mismo, perdido, en espera de vivir más allá de
38 la muerte, sin entrever todavía cómo.
39 Para distraerme, pregunté al cochero si en Alenga había un puesto de periódicos.
40 -¿Cómo dice? ¡No, señor!
41 -¿No se venden periódicos en Alenga?
42 -¡Ah, sí, señor! Los vende el farmacéutico, el señor Grottanelli.
43 -¿Hay un hotel?
44 -Está la posada del Palmentino.
45 Había bajado del pescante para aligerar un poco al viejo rocín que resoplaba. Apenas si le distinguía. En un
46 cierto momento encendió la pipa, y entonces le vi, como a saltos, y pensé: «¡Sí supiera a quién lleva…!».
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1 Enseguida me dirigí a mí mismo la pregunta.


2 «¿A quién lleva? Ya ni siquiera yo lo sé. ¿Quién soy yo ahora? Tengo que pensarlo. Por lo menos, tengo que
3 darme un nombre enseguida, para firmar el telegrama y para no encontrarme luego azorado si en la posada me
4 lo piden. Por ahora bastará con que piense solamente el nombre. ¡Vamos a ver! ¿Cómo me llamo?»
5 Nunca hubiera imaginado que pudiese costarme tanto trabajo y provocarme tantas reparos la elección de un
6 nombre y de un apellido. ¡Sobre todo el apellido! Reunía sílabas, así, sin pensarlo salían unos apellidos como
7 Strozzani, Parvetta, Martoni, Bartusi, que me desazonaban todavía más. No encontraba en ellos ninguna
8 autenticidad, ningún sentido, como si, en el fondo, los apellidos tuvieran que tenerlo… ¡Vamos, uno
9 cualquiera…! Martoni, por ejemplo, ¿por qué no? Carlos Martoni… ¡Uf, ya está hecho! Pero, poco después,
10 me encogía de hombros despectivamente. «Sí, Carlos Martillo…» Y otra vez a romperme la cabeza.
11 Llegué al pueblo sin haber elegido ninguno. Afortunadamente, allí, en casa del farmacéutico, que era además,
12 oficial, oficial de Telégrafos y Correos, droguero, papelero, vendedor de periódicos y no sé cuántas cosas más,
13 no hubo necesidad. Compré un ejemplar de los pocos periódicos de Génova. Il Caffaro e Il Secolo XIX; luego,
14 le pregunté sí tenía Il Foglietto, de Miragno.
15 Este Grottanelli tenía una cara de búho, con un par de ojos redondos, como de vidrio, sobre los
16 que bajaba, de cuando en cuando, casi con pena, unos párpados cartilaginosos.
17 -¿Il Foglietto? No lo conozco.
18 -Es un periodicucho de provincias, semanal -le expliqué-. Quisiera comprarlo. El número de hoy, se entiende.
19 -¿Il Foglietto? No lo conozco -seguía repitiendo.
20 -¡Está bien! No me importa que usted no lo conozca; yo le pago los gastos de un telegrama a la redacción.
21 Quisiera tener diez ejemplares, veinte ejemplares, mañana o lo antes posible. ¿Es posible?
22 No contestaba; con los ojos fijos, sin expresión, seguía repitiendo:
23 -¿Il Foglietto…? No lo conozco.
24 Finalmente se decidió a escribir el telegrama bajo mi dictado, dando como señas las de la farmacia.
25 Y al día siguiente, después de una noche en vela, alterada por un tempestuoso mar de cavilaciones, allí, en la
26 posada del Palmentino, recibí quince ejemplares de Il Foglietto.
27 En los periódicos de Génova que, en cuanto me había quedado solo me había apresurado a leer, no encontré
28 nada. Me temblaban las manos al abrir Il Foglietto. En la primera página, nada. Busqué en las dos interiores, y
29 enseguida me saltó a los ojos una orla de luto en la cabecera de la tercera página, y debajo, en letras grandes,
30 mi nombre. Así:
31 MATÍAS PASCAL
32 No se tenían noticias de él desde hacía algunos días de tremenda consternación e inenarrable angustia
33 para la desolada familia; consternación y angustia compartidas por la mayor parte de nuestros
34 conciudadanos, que le amaban y le apreciaban por la bondad de su espíritu, por la jovialidad de su
35 carácter y por aquella natural modestia que le había permitido, junto con otras dotes, soportar sin
36 humillarse y con resignación los adversos acontecimientos, a causa de los cuales su despreocupado
37 optimismo se había reducido en estos últimos tiempos a un humilde estado.
38 Cuando, después del primer día de la inexplicable ausencia, la familia, impresionada, fue a la
39 biblioteca Boccamazza, donde él, celosísimo de su misión, pasaba casi todo el día enriqueciendo con
40 eruditas lecturas su vivaz inteligencia, encontró cerrada la puerta; enseguida surgió, negra y
41 angustiosa, la sospecha, sospecha pronto desechada por la esperanza que duró varios días,
42 debilitándose, sin embargo, poco a poco, de que se hubiera alejado del pueblo por alguna secreta razón
43 particular.
44 Pero, ¡ay.', la verdad tenía por desgracia que ser aquella.

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1 La reciente pérdida de su adoradísima madre y, al mismo tiempo de su única hijita, después de La


2 pérdida de todos sus bienes, había alterado profundamente el ánimo de nuestro pobre amigo.
3 Tanto que, hace unos tres meses, ya una vez, de noche, había intentado poner fin a sus miserables días
4 allí, precisamente en La presa de aquel molino, que le recordaba los pasados esplendores de su casa y
5 sus tiempos felices.
6 ... Ningún dolor mayor
7 que acordarse del tiempo feliz
8 en la miseria…

9 Con lágrimas en los ojos y sollozando nos lo contaba, ante el chorreante y descompuesto cadáver, un
10 viejo molinero, fiel y devoto de la familia de los antiguos dueños. Había caído la noche, lúgubre; una luz
11 roja había sido colocada en el suelo, junto al cadáver, vigilado por dos Reales Carabineros, y el viejo
12 Felipe Erina (lo citamos para el reconocimiento de todos) hablaba y lloraba con nosotros. Él había
13 conseguido en aquella triste noche impedir que el infeliz llevara a cabo su violento propósito; pero esta
14 segunda vez no estuvo allí Felipe Brina para impedírselo. Y Matías Pascal yació, tal vez durante toda
15 una noche y la mitad del día siguiente, en la presa de aquel molino.
16 No intentamos ni siquiera describir la desgarradora escena que tuvo lugar allí cuando, al día siguiente,
17 al caer la tarde, la desconsolada viuda se encontró ante los irreconocibles restos de su querido esposo,
18 que había ido a reunirse con su hijita.
19 Todo el pueblo ha tomado parte en su duelo y ha querido demostrarlo acompañando el cadáver hasta
20 la última morada, al que dirigió breves y conmovidas palabras de adiós nuestro asesor municipal
21 caballero Pomino.
22 Nosotros enviamos a la pobre familia, sumida en el dolor, al hermano Roberto, lejos de Miragno,
23 nuestro más sentido pésame, y con el corazón herido decimos un último adiós a nuestro buen Matías:
24 ¡Descansa en paz, querido amigo, descansa en paz!
25 M. C.
26 Aun sin esas iniciales habría reconocido a Lodoletta como autor de la necrológica.
27 Pero debo, ante todo, confesar que la visión de mi nombre, impreso allí, bajo la tira negra, aunque me lo
28 esperaba, no solo no me alegró en absoluto, sino que aceleró los latidos de mi corazón hasta tal punto que,
29 después de algunas líneas, tuve que interrumpir la lectura. La «tremenda consternación e inenarrable
30 angustia» de la familia no me hicieron reír, ni el amor ni el aprecio de mis conciudadanos por mis hermosas
31 virtudes, ni mi celo por mi misión. El recuerdo de aquella tristísima noche en la Stía, después de la muerte de
32 mamá y de la niña, que había sido como una prueba, y tal vez la más fuerte, de mi suicidio, me sorprendió como
33 una imprevista y siniestra participación del azar; luego me proporcionó remordimientos y humillación.
34 ¡Ah, no! No me había matado por la muerte de mamá y de mi hija, aunque tal vez aquella noche se me ocurriera
35 hacerlo. Había huido, es verdad, desesperado; pero ahora volvía de una casa de juego, donde la fortuna me
36 había sonreído y seguía sonriéndome de la manera más extraña; y otro, en cambio, se había matado por mí,
37 otro, un forastero sin duda, al que yo robaba el llanto de los parientes lejanos y de los amigos, y al que
38 condenaba (¡suprema burla!) a soportar el falso llanto que no le pertenecía, y hasta el elogio fúnebre del
39 empolvado caballero Pomino.
40 Esta fue la impresión de la lectura de mi necrológica en Il Foglietto.
41 Pero luego pensé que aquel pobre hombre no había muerto por mi culpa, y que yo, apareciendo, no le haría
42 revivir; pensé que, aprovechándome de su muerte, no estafaba en absoluto a sus parientes,
43 sino que, por el contrario, les hacía un bien: para ellos, en efecto, el muerto era yo, no él, y podían creerlo
44 desaparecido y esperar todavía, esperar verlo reaparecer un día u otro.

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1 Quedaban mi mujer y mi suegra. ¿Tenía realmente que creer en su pena por mi muerte, en toda aquella
2 «inenarrable angustia», en aquel «duelo desgarrador» del fúnebre plato fuerte de Lodoletta? ¡Por Dios!
3 Bastaba abrir un poquito un ojo a aquel pobre muerto para darse cuenta de que no era yo; y aun admitiendo
4 que realmente no quisiera hacerlo, no podía confundir tan fácilmente a otro hombre con su propio marido.
5 ¿Se habían apresurado a reconocerme en aquel muerto? ¿Esperaba ahora la viuda Pescatore que Malagna,
6 conmovido y tal vez no exento de remordimiento por mi bárbaro suicidio, corriera en ayuda de la pobre viuda?
7 Pues bien: ¡contentas ellas y contentísimo yo!
8 «¿Muerto? ¿Ahogado? ¡Una cruz y que no se hable más!»
9 Me levanté, estiré los brazos y emití un larguísimo suspiro de alivio.
Da: Luigi Pirandello, El difunto Matías Pascal: Madrid: Nórdica Libros, 2008, traducción de Julio García

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