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La vita è sempre terribile.

Non ne abbiamo
colpa e siamo d’altronde responsabili. Si è
nati, e già si è colpevoli.

Hermann Hesse, “Il lupo della steppa”


Danilo
STUDI CRITICI Caruso

INTRODUZIONE

I
n questo saggio ho raccolto dei
miei lavori di studio, di ricerca, di
riflessione critica; attività intellet-
tuali alle quali stabilmente da anni mi
dedico, anni nell’arco dei quali ho
prodotto diversi testi monografici i-
nerenti all’ambito umanistico.
Gli argomenti che ho affrontato
hanno sempre compreso una vasta
gamma concettuale, e non mi sono
mai precluso di affrontare problema-
tiche che potessero interessarmi.
In tale opera si riproduce nei temi
un po’ l’idea di simile campo di azio-
ne: nelle note non ho mancato mai di
ricordare miei precedenti elaborati, al
fine di creare un ideale filo condutto-
re laddove fosse possibile nei riguardi
di materie omogenee.
Tenere presente il mio punto di
vista scientifico e le acquisizioni pre-
cedenti costituisce, a mio avviso, op-
portunità di approfondire e di com-
prendere meglio quanto ho scritto nel
tempo.

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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

1. CARTELLA CLINICA DI EMMA


BOVARY: STORIA DI UN OMICIDIO
ANNUNZIATO.

“M
adame Bovary. Mœurs de province [La signora Bovary. Costumi di
provincia]” è il romanzo più celebrato di Flaubert, dal quale sono
state tratte diverse trasposizioni cinematografiche. Ispirato a un caso
reale negli spunti, fu pubblicato in Francia all’inizio su un periodico a puntate nel
1856. Trovandosi al tempo di Napoleone III, cui era caro il consenso dell’opinione
pubblica cattolica, finì l’anno successivo in tribunale per questioni inerenti alla
moralità: tuttavia ne uscì indenne, e venne prontamente offerto al pubblico in ver-
sione completa. Flaubert era figlio di un medico chirurgo, durante la sua vita soffrì
di epilessia, risentì in negativo delle vicende legate ai suoi familiari e alla sua epo-
ca storica, ed ebbe una tortuosa relazione con la scandalosa Louise Colet (1810-
1876), una poetessa (la quale, oltre agli amanti, era già sposata).
In questa mia analisi critica ho deciso di contaminare due livelli di scrittura:
uno nella veste di analista psicologo e l’altro in quella di cronista investigatore,
come del resto si è potuto intuire dal titolo. In apertura di romanzo lo scrittore
francese descrive la formazione e il carattere di Charles Bovary: un volitivo vuoto
di sostanza, pronto a scoppiare a guisa di una bolla di sapone davanti alla vita. Il
primo incontro fra colui che è divenuto un medico senza qualità ed Emma avviene
in casa di lei, dov’egli si era recato (essendo ancora viva la prima moglie) allo sco-
po di provvedere a un infortunio del padre di ella. In seguito la prima moglie del
dottor Bovary scopre il recondito sottofondo delle visite del marito presso il di lui
ex assistito. Flaubert la farà uscire di scena non molto dopo, facendola morire
all’improvviso: un espediente redazionale che oggigiorno appare consumato nelle
telenovelas (sovente un personaggio destinato a scomparire o parte per un viaggio
lontano o muore, rimanendo vittima di un artifizio più vecchio a beneficio della
costruzione narrativa). L’avvenuto matrimonio di Emma con Charles appare quasi
un atto di compravendita, con tanto di cerimonia sovrastrutturale.
Non c’è da stupirsi così tanto se lei insoddisfatta della propria vita metterà
in moto tutta una serie (patologica) di personali comportamenti distruttivi. Flau-
bert delinea la dicotomia alla base del romanzo: “la delusa romantica” / “l’illuso
incapace-di-vedere-oltre-la-superficie”. Se in principio Emma può essere compre-
sa, in seguito il suo comportamento sarà irresponsabile. L’autore del romanzo
chiarisce bene quale fosse l’indole adolescenziale di costei nel di lei periodo da
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educanda in convento. Emma, in termini junghiani, possiede una personalità sen-


timentale-percettiva: cioè incline a proiettare il suo interesse sul mondo circostan-
te, quindi tendenzialmente da estroversa, in marcata maniera emoziona-
le/passionale. Emma Bovary è nella sua programmazione genetica redazionale
una dark lady decadente. Ella appena sposata va con la testa fra le nuvole, dive-
nendo facilmente irritabile, e Flaubert ne dipinge la mente trasognata e turbata in
varie scene. Anche il suo recente amico Léon subisce la stessa sorte, in fin dei conti
non per caso percorrono cammini paralleli (di reciproco, per ora ignoto, interesse
passionale) destinati alla complementarietà accidentale. Tuttavia in simile fase del
romanzo lo scrittore opta a favore di una soluzione narrativa di rinvio.
E la signora Bovary diventa dunque di riflesso apatica e abulica. Tramonta-
to l’astro di Léon nell’orizzonte interiore di Emma, sorge nella narrazione un pro-
fittatore più scaltro da ella conosciuto a casa propria dove costui aveva accompa-
gnato un contadino alle sue dipendenze dal dottor Bovary. In occasione della
giornata dei comizi agricoli Rodolphe Boulanger, liquidato nella folla un paio
d’intralci, inizia a adescare (una non si sa quanto ingenua) Emma: l’equivocità del-
le sue parole appare già da subito più eloquente dei suoi pensieri precedenti.
Le pagine che consacrano l’adescamento di Emma da parte di Rodolphe
rappresentano una scenetta che sfocia nel grottesco dai suoi toni decadenti iniziali.
Estratta in sé, è qualcosa di puramente comico. La seguente circostanza della ca-
valcata assieme di Emma e Rodolphe inaugura apertamente una relazione per lei
fedifraga, nella quale ella si butta per intero con anima e corpo: un ingenuo impeto
passionale che, forse, l’adescatore non immaginava nella misura reale.
L’assuefazione da parte di Rodolphe nella tresca con Emma produce un di
lui calo di intensità nella partecipazione, e delude di conseguenza lei, rimasta
sempre costante nello slancio, lasciandola disorientata. Madame Bovary torna a
sperare, interessandosi del marito, che l’occasione dell’infausto intervento su Hip-
polyte possa favorire lo spunto a favore di una svolta nella vita coniugale di fami-
glia grazie a un maggior prestigio sociale acquisito. Però l’insana idea partita dal
farmacista Homais produce mali ulteriori in virtù del concorso attivo del dottor
Bovary: Hippolyte subisce alla fine l’amputazione di parte della gamba per rime-
diare all’irresponsabilità di tutti quelli che avevano sostenuto quell’operazione
pseudocorrettiva al suo arto.
Emma rimane ancor di più frustrata nelle sue velleità e riprende il suo inte-
resse verso l’amante, che nel frattempo aveva trascurato. Tuttavia l’andazzo pre-
cedente tra i due non muta di molto. Lei ha iniziato, tra l’altro, a indebitarsi anche
allo scopo di fargli dei regali (non apprezzati), e vagheggia una fuga d’amore. La
vagheggiata, e in fin dei conti insieme programmata, fuga amorosa di Emma e
Rodolphe salta all’ultimo minuto (per non dire che era molto improbabile e quasi
assurda da principio) a causa della determinazione della di lui precedente ipocri-
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sia. Egli deciso ad allontanarsi pro tempore dal paese, manda così un messaggio a
madame Bovary, la quale ne rimane profondamente traumatizzata. Nel decorso
della sua patologia psicosomatica Emma fa impantanare il marito in quella situa-
zione, e lei medesima deraglia alla volta di una mistica e contorta religiosità. Re-
cupererà una migliore tenuta mentale, e in tale momento del romanzo il suo Ego si
fermerà a metà strada tra gli atteggiamenti di una dama di carità (abito esterno) e
di una fedifraga abbandonata (abito interno). Si può dunque concludere che la si-
gnora Bovary attraversa qui una fase di misticismo ipocrita, giacché al suo fondo
la cenere dell’irrequietezza continua a covare.
Emma finisce col riprendersi, torna in forma decente, e dismette compor-
tamenti pseudoreligiosi che nel frattempo aveva assunti. A questo punto l’autore
del romanzo rimette sulla bocca del farmacista Homais un altro consiglio fatale
per il dottor Bovary: portare la moglie a teatro a Rouen. Tali passaggi del testo da
un lato rievocano un po’ il clima socioculturale di quell’epoca, dall’altro mostrano
l’uso della categoria descrittiva del “grottesco” usata da Flaubert a scapito di un
Bovary spesso dipinto, a posteriori, o a priori in questo caso, come l’ingenuo inca-
pace di vedere quanto gli accade attorno, e poco avveduto dunque nell’impedire
alla moglie occasioni, spunti di sviamento rispetto al consolidamento di mature
visione e gestione del mondo. A Rouen in teatro Emma, dove si era riempita la te-
sta fantasticando con “Lucia di Lammermoor”, incontra accidentalmente Léon
mediante il marito. L’incontro, iniziato in tarda mattinata dentro alla cattedrale di
Rouen, fra Emma e Léon, nonostante il di lei tentativo di mantenere un distacco,
inaugura la nuova relazione adulterina della signora Bovary.
In una situazione venata di toni quasi comici, varie volte adottati da Flau-
bert nel romanzo e che sembrano in generale finiti in retaggio a certa cinematogra-
fia italiana degli anni ‘70/’80 (la commedia sexy), Léon facendo uso di “modica
vis” prende Emma e se la porta in una carrozza chiusa, dando istruzioni al guida-
tore di girare di qua e di là in continuazione. La moglie del dottor Bovary, benché
avesse mostrato (apparente) repulsione al comportamento del pretendente inop-
portuno, ha finito col cedere all’amoroso assalto di Léon. E qui lo scrittore france-
se, con la sua maestria, riannoda un filo nella trama che aveva temporaneamente
tagliato in precedenza programmandone il recupero nella parte conclusiva del te-
sto. La passione travolge Léon ed Emma, i quali riescono a ottenere di vedersi una
volta a settimana a Rouen, nascondendosi da tutti, con un sottile espediente nella
cui attuazione Charles Bovary, incalzato dal solito Homais, dà la sua approvazio-
ne inconsapevole: Emma si recherà in città col pretesto di ricevere delle lezioni
musicali. Flaubert condisce la narrazione con quell’usuale pizzico di ironia, dicen-
do che in breve ella ottenne il riconoscimento di essere migliorata al pianoforte.
Il mercante Lheureux, incontrati assieme a Rouen per strada Emma e Léon,
pensa di approfittarne mettendo lei sotto pressione psicologica con le sue proposte
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di affari. I suoi poco nobili intenti contribuiscono a far indebitare di più i coniugi
Bovary: Emma dal canto suo, usufruendo della delega ad agire in luogo del mari-
to, ha venduto una proprietà di costui al fine di recuperare denaro grazie agli inte-
ressati uffici di Lheureux, il quale ha fatto indebitare sempre peggio i due sprov-
veduti attraverso cambiali che lui cede invece scontate in banca.
Il farmacista Homais, che nel romanzo è un motore prossimo a favore delle
cadute di Emma, recandosi a Rouen intrattiene con sé Léon così tanto, nel giorno
consueto dell’amoroso convegno di quelli, da far irritare la donna nei confronti del
suo amante, la quale, rimasta a lungo da sola, invece avrebbe preferito avere co-
stui presso di sé. La vita di divertimenti e debiti di Emma volge precipitosamente
alla sua rovinosa parabola discendente: l’iter di recupero giudiziario coattivo delle
somme dovute le concede solo 24 ore per versare il dovuto. Il primo a lavarsi le
mani alla sua richiesta d’aiuto economico è il mercante Lheureux, la causa remota
delle sue vicissitudini con la giustizia fiscale. All’insaputa del dottor Bovary i beni
familiari vengono pignorati, ed Emma, nell’estremo tentativo di recuperare soldi
sufficienti a bloccare l’azione giudiziaria, prima si rivolge a Léon, ottenendo in
pratica un nulla di fatto, e poi al notaio Guillaumin, il quale cerca di abbordarla.
Lascia un po’ disorientati i lettori attenti il fatto che Flaubert preveda un ri-
fiuto nel personaggio della signora Bovary, la quale invece in precedenza ci aveva
quasi provato con Lheureux. Questo sussulto d’orgoglio della protagonista del
romanzo nel corso della sua corruzione è sotto il profilo narrativo anomalo. A
Emma premeva salvarsi a tutti i costi, e concedersi al notaio come fosse una escort,
rientrava nei parametri del suo profilo psicologico. Ella è paragonabile a Medea di
Euripide, cui manca moderazione e buonsenso. Che Emma rifiuti l’unica chance
concreta di salvezza costituisce qualcosa che non rientra nella logica redazionale
flaubertiana di questo testo. L’autore, a mio avviso, non solo per via dello scopo di
chiudere l’opera, ha qui costruito quanto in termini filosofici si definisce “aporia”.
Un amante pro tempore di convenienza era nelle corde di madame Bovary.
A questo punto, in relazione al finale, piuttosto che di suicidio parlerei di
induzione da parte dell’autore al di lei suicidio, se non addirittura di narrativo
flaubertiano femminicidio. Se a simili aporie rivolgiamo uno sguardo critico pro-
fondo, si può concludere che nell’omicidio/suicidio di Emma si trovi un quid di
catartico a beneficio dell’autore francese. Fu lui stesso ad affermare che la signora
Bovary non era altro che una riproposizione di se medesimo. Nel farla morire,
Flaubert celebra un olocausto autocatartico. Qualcosa di simile, nella forma, av-
viene con Mabel in “Lord of the World” di Robert Hugh Benson, romanzo distopi-
co cui ho dedicato un saggio1. L’Emma flaubertiana è un archetipo (negativo), e lei

1 Per approfondimenti: “L’apologia dell’irragionevole di Robert Hugh Benson


(2017)”.
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alla fine sprofonda nell’“ombra junghiana”; come Medea, la quale rivolge il suo
comportamento distruttivo verso l’esterno. Che madame Bovary, avente iniziale
personalità, in termini di psicologia analitica, “sentimentale-percettiva” finisca col
suicidarsi, rappresenta appunto un’aporia strutturale, comparsa all’improvviso.
Flaubert la fa volentieri fuori: sulla base di motivi pratici editoriali, e se-
guendo motivi ideali nel voler mettere in atto una non limpida junghiana “funzio-
ne trascendente” nel tentativo di “purificarsi”. Come trottola impazzita, nel giorno
della scadenza per il pagamento del debito, Emma gira di qua e di là sperando di
trovare qualcuno che le possa dare del denaro, e alla fine si reca pure da Rodol-
phe. A conclusione del romanzo ella muore suicida con l’arsenico che si è procura-
ta nella casa del farmacista. Le vicende che ruotano attorno alla di lei morte (cui
fanno contorno la definitiva rovina del marito e della figlia) appaiono in verità di-
scutibili sotto l’aspetto dell’obiettività. Poco verosimili, con Justin che non impedi-
sce, e anzi agevola, il suicidio; quasi grottesche, con una mangiata nel corso della
prolungata atroce agonia di madame Bovary; sembrano fatte a uso e consumo di
una parte di pubblico con gusto da sciacalli. Mentre più apprezzabile nel costrutto
narrativo sembra quella sorta di “sincronicità junghiana” in articulo mortis rap-
presentata dalla significativa canzone da Emma udita poco prima di spirare.
Lo pseudofilosofico confronto, durante la veglia funebre di lei, tra il parro-
co e il farmacista, i quali poi se ne vanno a mangiare insieme, appare altresì privo
di tatto in circostanze del genere. Tutti questi condimenti descrittivi poco gradevo-
li sembrano voler cercare il gradimento di un pubblico di lettori simpatizzante di
dettagli simili: il grottesco nella tragedia. Il finale del testo si colora di esistenziali
tinte distopiche con il trionfo pratico della perniciosa mediocrità di Homais. Della
letteratura realista dell’Ottocento, mirando a fare un accostamento di opere e di
personaggi, mi piace ricordare il racconto del 1865 “Una Lady Macbeth del distret-
to di Mcensk” di Nikolaj Leskov e la protagonista Katherina: la quale di certo non
compie un cammino identico a Emma, pur subendo entrambe precoce sofferta au-
todistruzione, ma ci propone una serie di comportamenti che Flaubert, forse non
ha voluto addebitare alla sua protagonista, la quale non compie o è causa di ucci-
sioni. Katherina, a differenza di Emma, morirà nell’annegamento della sua rivale
in amore. A madame Bovary nell’impalcatura flaubertiana manca il torbido com-
pleto realismo pragmatico: non era da lei crollare in toto su se stessa.
Avrebbe potuto uccidere Lheureux e il marito, e andarsene a Rouen con
Léon. Flaubert ha però preferito ucciderla lui al posto di lasciarla condannare dal-
la giustizia secolare per duplice omicidio. E c’è da dire che Charles muore comun-
que a causa di Emma (come se l’avesse ammazzato direttamente). La signora Bo-
vary rimane vittima del delitto perfetto: ecco il capolavoro flaubertiano.

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2. LO STRANIERO POSITIVO
DI HERMANN HESSE

“I
l lupo della steppa (Der steppenwolf)” di Hermann Hesse (1877-1962) è
un romanzo del 1927. Tale testo hessiano possiede una forte connotazione
autobiografica, e in maniera caratteristica si configura alla volta di soddi-
sfare la “funzione trascendente” junghiana. Vale a dire che lo scrittore ha traspo-
sto la sua inquietudine esistenziale in un elaborato redazionale allo scopo di rag-
giungere un livello di alleggerimento della tensione psichica. Non è un caso che
nell’opera, e proprio nella parte iniziale, si faccia cenno a: suicidio, disturbi psico-
somatici, depressione e ansia. In parole povere, Hesse (che vinse il Premio Nobel
nel 1946) nel descrivere questo scenario sintomatologico ha preso spunto da sé,
dal suo malessere a dal suo mancato tentativo di uccidersi da giovane.
Nel romanzo permane un costante orizzonte junghiano: l’autore fu paziente
nella sua vita del fondatore della psicologia analitica. Protagonista di “Der step-
penwolf” è Harry Haller, un uomo benestante e pacifista che vive una condizione
di disagio nelle sue interrelazione nel mondo. Respinto dalla moglie, ha iniziato a
girare. E dopo aver preso dimora affittando temporaneamente una stanza, ha la-
sciato qui un memoriale in cui narra delle sue recenti vicende e della sua vita.
L’esperienza del tentato suicidio da parte dell’autore del romanzo emerge nel suo
ripensamento in taluni passaggi de “Il lupo della steppa”. Rappresenta uno dei
più intensi spunti autobiografici (il quale sarà meglio chiarito nel memoriale in-
corporato di Haller), giacché lo scrittore non manca di rimarcare la vocazione alla
ricerca della libertà, alla liberazione dal peso della sovrastruttura sociale della
borghesia a beneficio di una libido dunque meno compressa. Hesse presenta
un’amletica dicotomia in relazione al suo alter ego (Harry Haller): borghe-
se/autentico. E sottolinea l’aspetto della funzione trascendente junghiana.
Tale dicotomia produce un conflitto psicosomatico: l’uomo e il lupo, la ra-
gione e il sentimento (facoltà personali dell’asse razionale nella concezione di
Jung) possono infatti entrare in conflitto. L’incapacità di trovare un equilibrio (il
quale non esclude preponderanza di uno o dell’altro di simili fattori caratteriali),
un’oscillazione inquieta dall’uno all’altro polo senza padronanza producono delle
conseguenze (dal somatico allo psichico). Nel vivere il disagio, suo e del protago-
nista, il creatore di “Der steppenwolf” ha individuato due precise coordinate: in
aggiunta all’Io, la società borghese in una sua fase di transizione, di crisi, di insta-
bilità, le quali colpiscono gli animi più sensibili e acuti; quindi i richiami testuali a
Nietzsche. Anche Hesse aspira al superamento dell’ipocrisia borghese del suo
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tempo, causa di malessere. La figura di Haller si manifesta nel suo essere-lupo-


della-steppa come, o quasi, fosse un archetipo junghiano, nella sua propensione a
voler sciogliere le tensioni che lo affliggono, mirando alla meta di un equilibrio
interiore.
In generale nel romanzo hessiano la questione junghiana del “processo di
individuazione” rimane costantemente presente. L’Io del protagonista va alla ri-
cerca di un posizionamento nella interiore personale psiche il quale non dia più
adito a oscillazioni fra contrastanti caratteri. Da ciò nel testo scaturisce il sottofon-
do di falsariga concettuale con radici nel pensiero di Jung. Si vede uno spirito an-
tiborghese mirante alla ricerca del significato dell’esistenza umana accompagnato
da un’irrequietezza che sarà tipica di Goldmund (Boccadoro). Ne “Il lupo della
steppa” si nota come l’autore tematizzi in modo nitido la contrapposizione tra le
facoltà razionali individuali (ragione e sentimento). Siffatta dinamica, a volte pato-
logica (se radicale), a volte fisiologica (se dosata), nel testo hessiano riprende cate-
gorie provenienti da Jung, e fra le altre quella degli archetipi. Parlando della dico-
tomia “Madre Natura / Dio” infatti Hesse esplicita meglio l’altra testé ricordata.
Da un lato si pone l’archetipo della Grande Madre, femminile, il quale pro-
spetta un ritorno al naturale originario, alla volta del sentimentale. Dall’altro
l’archetipo del vecchio saggio, maschile, il quale invece indica la strada di un ap-
prodo in direzione della razionalità. Nel romanzo non manca il chiarimento che il
numero degli archetipi possibilmente agenti nell’esistenza di ciascuno è indefinito,
e dunque molteplice. Accanto alla struttura portante junghiana in “Der steppen-
wolf” lo scrittore inserisce richiami più espliciti alla cultura buddista, di cui è sim-
patizzante, laddove questa si propone di conseguire la pacificazione psichica
(l’ideale del nirvana). Nel corso delle vicende descritte da Harry Haller nel suo
memoriale, capita al protagonista la circostanza di essere invitato a una cena bor-
ghese durante la quale a causa della sua indole matura uno sgradevole confronto
di idee che lo induce, allontanatosi in seguito a ciò, a cercare un liberatorio suici-
dio dalla sua costante situazione di disaccordo con l’apparato sociale e i di esso
canoni standardizzati. Egli finisce, dopo aver girato con gran travaglio attorno
all’idea di darsi la morte, in un locale pubblico di divertimento denominato «Zum
schwarzen Adler (All’aquila nera)». E qui Hesse inizia a mettere in scena un chia-
ro ciclo alchemico-junghiano: la rinascita spirituale dalla nigredo (depressione)
alla rubedo, dalla morte spirituale (tentativo di suicidio fallito) a nuova vita.
Dal nero (nigredo) dell’aquila, nel testo, si passa alla comparsa dell’albedo
grazie all’intervento di «ein hübsches bleiches Mädchen (una graziosa ragazza
pallida)», adornata in testa di una camelia (fiore di possibili colorazioni: bianco,
rosa, rosso). Si può evincere l’evidenza di un ciclo alchemico da un altro dettaglio
allegorico: quella ragazza, di nome Hermine (Erminia), pulisce gli occhiali di
Harry allo scopo di consentirgli di vedere meglio; una cosa nella sua valenza acco-
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stabile a un miracolo evangelico di Gesù che ridona la vista. Simile momento di


“disvelamento alchemico” a beneficio di Haller allude, più in generale nell’ambito
delle sue fasi di rinascita, alla presenza di un iter di svolgimento di “nozze alche-
miche”: “parlare di ballo / imparare a ballare” ne è metafora. In parole meno figu-
rate, meno criptiche, tale ballerina incontrata dal protagonista, e che si intrattiene
con lui, facendo amicizia simboleggia l’“anima junghiana”, cioè per un uomo la
psichica controparte sessuale davanti all’Io (“animus” per una donna).
Questa è la componente femminile del ciclo alchemico, il quale assume co-
me obiettivo psicologico per Jung “l’individuazione”: per tutti, il conseguimento
del Sé (ossia la lucida presa di consapevolezza del proprio assetto psichico; mo-
mento della rubedo, della pacificazione interiore). Nel ciclo alchemico di Harry
Haller, legato a Hermine, Hesse, fra le varie figurazioni, inserisce un sogno del
protagonista in cui questo incontra Goethe. Detto passaggio di “Der steppenwolf”
rivela l’ulteriore pregnanza junghiana nel suo mostrarsi allegoria dello scontro
generazionale genitori/figli, qui culminante con una sua sdrammatizzazione. In
tutta questa faccenda della rinascita spirituale di Haller compare qualcosa che po-
tremmo definire un piccolo percorso dantesco avente suoi precisi elementi: l’idea
di suicidio / la selva oscura; Goethe/Virgilio; Erminia/Beatrice.
Hermine parla a Harry, e lo ammaestra, proprio come farebbe Beatrice con
Dante. La prima riprende connotazioni concettuali più congeniali a Hesse attra-
verso personaggi religiosi. Quando Haller si accomiata dalla ragazza, al suo primo
accidentale incontro, nel suo memoriale usa un’espressione verbale in accezione
esistenziale che mi ha fatto notare una singolare coincidenza plathiana: «trübe
Glasglocke (opaca campana di vetro)». In “Narciso e Boccadoro” esistono diverse
tangenze letterarie con Silvia Plath (al di là di quelle di carattere biografico), le
quali ho messo in luce in altra sede2. Qui ne “Il lupo della steppa” oltre a rintrac-
ciare tale analogia col titolo del famoso romanzo plathiano (a questo punto ipotiz-
zo una suggestione hessiana), al principio del memoriale del protagonista si pre-
senta la scena di un bagno nell’acqua calda in vasca: una cosa che ha un parallelo
all’inizio di “The bell jar”. La vasca è simbolo del rifugio offerto nel grembo della
Grande Madre positiva3: l’ennesimo concetto junghiano. Allorché Erminia anticipa
a Harry la di lei richiesta finale della loro amicizia, si può rimanere disorientati a
sentirle chiedere che, dopo averlo fatto innamorare di lei, egli la uccida.
Si tratta nel nostro caso nuovamente di qualcosa di simbolico: pensiamo a
Jung, il quale nel “Liber novus” ammazza Sigfrido. Una simile pretesa va interpre-

2 Nel mio saggio “Letture critiche (2019)” si veda: La platonico-junghiana dicotomia


“Narciso/Boccadoro”.
3 Due mie monografie del 2016 sono state dedicate alla scrittrice americana:

“Sylvia Plath e l’utopia dell’essere”, “Sulla poesia di Sylvia Plath”.


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tata in termini di psicologia analitica: nel “processo di individuazione” la contro-


parte psichica sessuale deve cedere il passo, aperto un canale di collegamento di-
retto con l’inconscio collettivo, alla auspicata tappa definitiva (dove l’Io liberatosi
dall’influsso negativo di altri possibili complessi si adegua in modo genuino a un
archetipo). Quindi “uccidere Hermine” vuol dire per Haller: “individuarsi”. Hesse
rammenta, sulla scia di Jung, che non è benefico concedere a un determinato tono
della personalità il dominio esclusivo e respingente della funzione opposta, poiché
l’effetto collaterale sarà traumatico: ciò che di naturale viene soffocato verrà a gal-
la all’improvviso e in maniera disordinata. È bene mantenere degli equilibri più
dosati. Infatti in ciascuno operano sempre le quattro funzioni caratteriali: proviene
da un loro errato dosaggio la provocazione di uno stato patologico.
Perciò in Haller sorge questo conflitto interiore: non ha saputo sanare il
rapporto tra la dimensione del “logico” e del “sentimentale”. Erminia, essendo
immagine narrativa dell’“anima junghiana” (il “femminile” richiamante il “senti-
mentale”), si propone il compito di essere foriera di un nuovo assetto nel compor-
tamento e nei pensieri del protagonista, un assetto il quale non generi più il mec-
canismo del temporaneo rovesciamento radicale nell’opposto escluso. L’autore del
testo torna a rievocare la possibile molteplicità degli archetipi agenti nell’esistenza
di ognuno in una guisa che anticipa spunti della psicologia analitica di Hilmann;
ritorna anche a prendere la dicotomia iniziale della sua opera in esame, “borghe-
se/autentico”, ricollocando il tratto “razionale” di Haller sotto l’etichetta del pri-
mo termine: pure lui non ha mancato di assumere aspetti di vita conformisti. Tra
gli aspetti di contorno in “Der steppenwolf” ne emergono un paio. A Hesse è cara
la figura del titkisser, Boccadoro praticherà il titkissing. Poi, così come ne “Le affi-
nità elettive” Goethe ha teorizzato gli scambi di coppia, ne “Il lupo della steppa”
lo scrittore vincitore del Premio Nobel, dal canto suo, affronta il tema del poliamo-
re: nel caso di Maria, la ragazza che, mandata presso Harry da Hermine, egli in-
contra più volte; una ragazza la quale ha diversi amanti, e del resto il protagonista
ne aveva già una (benché distante). I fili del romanzo, da Maria in avanti si vanno
riannodando: Harry va via via prendendo consapevolezza della sua “costellazione
psichica interiore”, un passo senza cui non si dà “individuazione junghiana”. E la
dicotomia spirito/corpo assume in lui una forma meno rigida nella linea di de-
marcazione. Il cammino del protagonista verso l’“individuazione junghiana” ri-
corda la dialettica erotica del “Simposio” platonico nel momento in cui Erminia si
trasforma in una sorta di Diotima al cospetto di Harry, e spiega a costui che il quo-
tidiano vivere borghese non potrà mai essere il loro spazio. Per loro, spiriti usciti
dalla caverna, l’eros uranico non può aver altro premio che in una dimensione i-
perurania. In simili tratti del romanzo affiora la visione spiritualista del mondo di
Hermann Hesse, il quale da giovane ricevette una rigida educazione religiosa pie-
tista (fra le motrici principali del suo disagio). Nella parte conclusiva di “Der step-
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penwolf” le premesse junghiane inerenti all’“individuazione” trovano la loro idea-


le evoluzione. La festa di ballo in maschera rappresenta la “coniunctio mystica”
dischiudente il momento della “rubedo”. Come simbolica era la richiesta di Ermi-
nia a Harry di ucciderla, ancor più evidente è la simbolicità del suicidio richiesto a
Haller da parte di Pablo: si tratta di un suicidio alchemico paragonabile a un bat-
tesimo per immersione. Il teatro che si apre davanti al protagonista è quello della
sua psiche, la quale si decostruisce nitidamente nel culmine dell’“individuazione”,
dove egli prende coscienza delle sfaccettature della propria personalità. Alle ri-
flessioni prossime all’aspetto caratteriale di Haller, Hesse fa seguire nella fase del-
la “rubedo junghiana” considerazioni di natura ideologica, motivi problematici
già sollevati in apertura del romanzo.
Il rapporto “ordine /anarchia” è un tema nevralgico non solo nel pensiero
hessiano. Qui, nell’opera, si toccano dettagli molto acuti. L’opposizione tecnologi-
ca moderna “macchina/Natura” viene esaminata nel suo profilo borghese:
l’aggressiva urbanizzazione appare dunque elemento di un processo espansivo di
dominio, i cui strumenti producono come inevitabile conseguenza altresì la guerra
(la quale si qualifica come prodotto sociale di una precisa classe dominante). Hes-
se indica il ruolo sovrastrutturale di certa religione nel panorama borghese capita-
listico moderno, però lo fa in una guisa che si mostra di taglio ibrido weberiano-
marxiano: la religione in parte può essere movente (ad esempio mediante la men-
talità attivistica), in parte facciata (ad esempio nel contesto estetico di richiamo dei
proseliti). Simili due lati non si escluderebbero inter se, ma si mescolerebbero. È
da notare che l’immaginifico messo in scena dall’autor nella chiusura de “Il lupo
della steppa” abbia somiglianze strutturali catartiche con sezioni de “Il libro ros-
so” di Jung. Nel finale del romanzo hesse dà corpo a tutte le esigenze previste da
un sano “processo di individuazione”, e le tratteggia in sottili e pertinenti figura-
zioni, le quali consentono il passaggio dal “potenziale” di inizio del romanzo
all’“attuale”, sempre letterario, della chiusura dell’opera.
Non voglia sembrare strano l’epilogo di “Der steppenwolf”, a causa della
superficialmente ambigua uccisione di Erminia: essa non vuol dire altro che Harry
si è inoltrato in modo definitivo nel cambiamento esistenziale (ricordiamo il caso
Jung/Sigfrido del “Liber novus”). Soltanto che qui Hesse lascia la questione anco-
ra aperta (perdurante piuttosto che conclusa), attraversando toni molto danteschi:
pure Dante alla fine della “Divina Commedia” ritorna alla mondanità senza Bea-
trice. Harry Haller è rinato, ma non si è, per così dire, “santificato”. L’autore del
romanzo è sì un figlio dei suoi tempi, tuttavia va detto, e apprezzato, come egli
abbia costruito un “percorso terapeutico” che apre la porta del “teatro magico
dell’individuazione junghiana” a ciascuno.

11
Danilo
STUDI CRITICI Caruso

3. L’ESISTENZIALISTICA DISTOPIA
STOICA DI CAMUS

Principio degli esseri è l’infinito… da do-


ve infatti gli esseri hanno l’origine, ivi
hanno anche la distruzione secondo ne-
cessità: poiché essi pagano l’uno all’altro
la pena e l’espiazione dell’ingiustizia se-
condo l’ordine del tempo.

Anassimandro (“I presocratici”, Laterza)

A
lbert Camus (1913-1960) è stato un profondo scrittore e pensatore che ha
indagato il significato della vita. Due sue opere nel 1942 lo misero in evi-
denza nel panorama culturale a proposito del tema: un romanzo e un sag-
gio (“Il mito di Sisifo”). lo spessore intellettuale della sua produzione letteraria nel
’57 gli valse il Nobel. Nel romanzo breve / racconto lungo “L’étranger (Lo stranie-
ro)” a parlare è il protagonista, il quale dà marcata connotazione POV a tutto il
narrato. Al punto tale di mostrarsi da subito “alieno” in relazione al sistema uma-
no in cui vive. Simile dimensione di distacco appare già chiara nella vicenda della
scomparsa di sua madre. La percezione di disagio di costui si manifesta attraverso
la sua insensibilità venata di colpevolezza kafkiana. La sua inabilità a interloquire
si nota in diversi segmenti di quel ferale evento: 1) la richiesta di un permesso per
allontanarsi dal lavoro; 2) prima di e 3) durante la veglia funebre; 4) nel corso del-
lo svolgimento del rito estremo. Tornato a casa dal funerale della madre, Mersault
ribadisce quel suo sentimento di disagiante esistenziale colpa nel trovarsi in disac-
cordo con quelle che egli pensa siano le aspettative altrui in relazione alla sua
condotta davanti all’imprevedibilità degli eventi, la quale non potrebbe addebi-
targlisi a suo avviso. Il tratto di una noia esistenziale di sottofondo costituisce altra
caratteristica di richiamo sartriano del protagonista, altresì impastato di un certo
leopardiano senso dell’inanità delle cose, ammantate di illusorie aspettative; cose
le quali esperite rivelano un sostanziale sostrato di nichilistica insignificante co-
stanza in rapporto all’umana esistenza, la quale ha di fronte solo un eterno ripe-
tersi. Nella vita del personaggio narrante è assente qualsiasi tensione ideale.
Per lui i ruoli di uomo e di animale sono qualcosa di intercambiabile da un
punto di vista esistenzialistico. Mersault non presenta il minimo sussulto morali-
12
Danilo
STUDI CRITICI Caruso

stico di fronte ai casi della vita verso cui si mostra, amorfo in sé, pronto a ade-
guarvisi con vuota meccanica predisposizione. Per l’amorfo Mersault neanche le
donne e l’amore fanno eccezione al “nihil novi sub sole”: ai suoi occhi rappresen-
tano un modo di passare il tempo, come masticare un chewing-gum e poi sputarlo
via, dopo averne gustato il sapore, prima che diventi sgradevole. Una piattezza
mentale del genere circoscrive l’eros e la libido a un elementare soddisfacimento
pulsionale naturale (freudiano) al pari della fame di cibo.
Questo personaggio di Camus non fa differenza tra una pietanza gustosa e
una piacevole compagnia femminile. La totale accidia di Mersault connota uno
sconcertante atteggiamento di vita, rappresenta la costante prassi di chi si è diluito
nel quotidiano esistere quale manifestazione epifenomenica dell’essere. L’agire di
lui e le sue reazioni costituiscono dei tasselli ad hoc che si incastrano ovunque,
senza produrre il minimo rumore di contestazione. L’assenza di una sostanza etica
nella coscienza di Mersault tocca i vertici della spregevolezza nella sua incuranza
più completa di valutare obiettivamente il comportamento altrui e soprattutto la
personale assunzione di accomodamento davanti a eventi anche criminosi.
L’assurdità della vita, evidenziata in questo testo da Camus, emerge non
solo nella figura del personaggio principale, ma altresì in quella di Maria, una sor-
ta di sua fidanzata, la quale, dopo la manifestazione da parte di lei dell’intenzione
di volerlo sposare, reagisce con pari assurdo compiacimento all’indifferenza e alle
sbiadite risposte di lui: in fin dei conti l’assurdità del reale si distribuisce a 360°,
non lasciando margini di rifugio prossimi. Come a voler dire: soltanto in un inti-
mo stato di inebetita coscienza individuale l’epifenomeno ontologico umano può
rinunziare alla sofferenza delle grandi domande filosofiche. Mersault, seguendo la
sua accidiosa vocazione all’adeguamento esistenziale, a causa della sua personali-
tà vuota e aliena in relazione a un vivere sentito in maniera più umana e quindi
interrogativa, finisce col farsi collocare, in virtù della cattiva vicinanza di Raimon-
do Synthés, nella condizione di commettere un inutile omicidio. Ciò gli provoca
l’arresto e l’essere sottoposto a indagine giudiziaria, nei confronti della quale egli
persiste con i suoi toni e i suoi atteggiamenti assurdi. È lui ad apparire grottesco ai
suoi interlocutori del momento: sfuggendo a tratti dal kafkiano, sfiora punte di
comicità di cui non si rende conto, giacché inaccettabile è in primis la sua persona,
disconnessa dai parametri del suo ambiente. Nella situazione individuale di dete-
nuto Mersault consuma un ribaltamento dell’asse strutturale quale si presenta ne
“Il processo” di Kafka: là il protagonista appare abbastanza normale, si rivela kaf-
kiano tutto quanto lo circonda, costui risulta una vittima; qui da Camus, sebbene il
protagonista viva un’esperienza giudiziaria, l’ambiente si mantiene più o meno
sano, è invece lui a comportarsi e a pensare in guisa kafkiana, portando alle e-
streme conseguenze la sua forma mentis volta a un adattamento esistenziale quasi
impersonale, sino al punto di accettare e giudicare normale il suo nuovo stato di
13
Danilo
STUDI CRITICI Caruso

carcerazione grazie alla chiusura nel suo vuoto intimo, dove è sempre vissuto, li-
bero dai limiti che l’esterno potrebbe imporre.
Lo definirei uno stoico-distopico; e a maggior ragione ricordando la mia de-
finizione, data altrove4, dell’aggettivo “kafkiano”: qualcosa che si riferisce a un di-
stopico vissuto nella mancanza di una cornice di comprensione razionale (l’utopia
negativa della libido junghiana nella sua funzione sentimentale, riferendoci alla
coppia delle facoltà personali razionali: un mio concetto che pure qui ben si confà
nel ruolo di chiave di lettura psicanalitica ed esistenzialistica del personaggio crea-
to da Camus). Mersault sembra il cittadino ideale dell’orwelliana Oceania: rappre-
senta in sé già ciò che O’Brien pretende da Winston Smith suo prigioniero. Duran-
te la celebrazione del processo a carico del protagonista narrante vengono riepilo-
gate e riassunte tutte le facce di quel poliedro, vacante all’interno, che ha connota-
to la sua recente vita: dal distaccato porsi in occasione della morte della madre
all’immotivato omicidio passando attraverso varie sfaccettature sintomatiche.
Il verdetto finale del procedimento giudiziario contro Mersault determina
la sua condanna alla ghigliottina. Nel corso dell’attesa, in carcere, dentro la sua
mente si lancia, sulla falsariga del suo precedente assurdo stile, in direzione di a-
crobatici pensieri; tuttavia Camus vi inserisce delle riflessioni di sapore heidegge-
riano laddove nelle rilassate considerazioni interiori del personaggio affronta il
tema della morte intravista come un evento esclusivamente personale e inderoga-
bile: il tutto condito da una leopardiana pessimistica valutazione sul significato
della vita, questa più una condanna che altro. Lo scontro conclusivo che Mersault
vive in cella con un sacerdote andato a trovarlo costituisce l’ennesima riprova del-
la sua reazione esistenziale all’esser-gettato-nel-mondo: lui alla fine dà un calcio al
mondo, avendolo giudicato privo di grandi significati e non degno di alta spesa
emotiva e di sforzi intellettuali. L’essere umano gli appare epifenomeno di una
macchina vuota di aspetti ideali; perciò l’unica prospettiva di indipendenza gli
appare il non contrastarla, allo scopo di raggiungere una disambiguante autentici-
tà nell’estraneità, nel fuoruscirne anche radicalmente. Ogni uomo che prenda co-
scienza del non-senso-delle-cose si tramuta in uno “straniero” rassegnato nella vi-
ta, in attesa – volendo evocare un frammento di Anassimandro – che l’ingiustizia
di quell’assurda condanna all’esistenza sia risanata.
Il fatto che “L’étranger” si apra con la scomparsa della madre del protago-
nista Mersault, e che da quest’episodio si sviluppi per lui una singolare serie di
vicende, spinge a rilevare una possibile chiave analitica allegorica, nel contesto
della medesima medaglia, da un lato junghiana, dall’altro leopardiana. La realtà
(l’Assoluto) nei riguardi degli uomini si mostra una Grande Madre, nell’apparente

4 Nella mia opera “Letture critiche (2019)” si legga la sezione: Il non umano e il di-
stopico ne “La metamorfosi” kafkiana.
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

iniziale impressione, positiva; ma poi questa versione “muore” , e lascia spazio


alla Grande Madre negativa, alla Natura matrigna leopardiana, la quale intrappo-
la i suoi figli in un mondo privo di significati autentici e alla fine li divora.

4. L’ONTOLOGIA DI KUNDERA
TRA ESISTENZIALISMO E “KITSCH”

“L’
insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera (scrittore na-
to nella vecchia Cecoslovacchia nel 1929, il quale ha poi preso citta-
dinanza francese) è un romanzo, purtroppo, non alla portata di let-
tura di chi non possieda un bagaglio intellettuale adeguato alla sua ispezione criti-
ca. Il rischio obiettivo, di cui non si può far comunque colpa al lettore sprovvedu-
to, è quello di non comprenderne i significati e di relegarlo fra le brutture lettera-
rie. Prendendo spunto da questo romanzo, pubblicato nel 1984, è stato realizzato
un film nel 1989. Il primo passo da compiere al fine di intraprendere una corretta
ermeneutica consiste nel ricondurre l’opera al suo contesto genetico storico: non è
ancora caduto il Muro di Berlino, né tanto meno il socialismo reale sovietico, e da
pochi anni sono scomparsi i grandi filosofi esistenzialisti Heidegger e Sartre. Kun-
dera, che risiede ormai da parecchi anni in Francia, all’inizio del romanzo evoca
alcuni concetti filosofici e cita alcuni filosofi. Egli sottolinea nell’incipit dell’opera
la rilevanza di una dicotomia: “pesantezza/leggerezza”. Si riferisce a dimensioni
ontologiche ed esistenzialistiche legate al soggetto umano, la cosa che mi ha colpi-
to è che egli non faccia menzione dell’analogia con Simone Weil.
Naturalmente non era obbligato a farlo, giacché al limite appare possibile
che durante l’atto redazionale la ignorasse. Tuttavia nell’apertura del testo com-
paiono tangenze weiliane. Della filosofa francese rimane tra l’altro uno zibaldone
pubblicato postumo nel 1947 col titolo “La pesanteur et la grace [La pesantezza e
la grazia]”. Rimane chiaro che gli ordini di riflessione mentale di Milan Kundera e
Simone Weil sono separati da un abisso concettuale, però la dicotomia che costui
evoca è, non solo formalmente, ma altresì in certi tratti ontologici, vicinissima a
quella weiliana presentata nella raccolta testé ricordata.
Con “pesantezza” entrambi indicano qualcosa di legato ontologicamente al
lato materiale/terreno della vita, il quale sarebbe regolato da meccanicità: nel caso
di Kundera si parla di “eterno ritorno” stoico-nietzschiano. Ancora per entrambi,
15
Danilo
STUDI CRITICI Caruso

ci può essere un’eccezione a ciò: la “leggerezza-dell’essere” kunderiana in Simone


Weil si chiama “grazia”. Quest’ultima nella filosofia della pensatrice rappresenta il
prodotto dell’intervento di Dio, nello scrittore invece simile smarcamento dal rigo-
re dell’eterno ritorno troverebbe nell’essere umano la sua possibile sorgente.
All’interno della narrazione kunderiana si parte dalla Cecoslovacchia comunista
degli anni ’60, al di là della “cortina di ferro”. Tomáš, un chirurgo divorziato da
anni, e deluso dall’esperienza matrimoniale, con un figlio e un assegno di mante-
nimento mensile da pagare, rivede Tereza (una donna dagli interessi intellettuali
costretta a fare la cameriera) quando è lei, dopo essersi conosciuti casualmente, ad
andarlo a trovare a Praga: lui decide di ospitarla. La relazione tra Tomáš e Tereza
prosegue tra la promiscuità di lui e la gelosia di lei. Il che mi ha rammentato la vi-
cenda sentimentale di Sylvia Plath e Ted Hughes, e in particolare le mie impres-
sioni scritte in un mio saggio a proposito delle poesie plathiane “Pursuit” e “Gigo-
lo”5. [Riprende a pag. 18]

5 Dal mio saggio “Silvia Plath e l’utopia dell’essere” del 2016.

“Pursuit” […] si segnala non solo grazie al suo connotato profetico, ma anche per
una diffusa atmosfera dantesca. Il maschio di pantera, di cui parla, che insegue
l’autrice è Ted Hughes di cui dice al v. 2: «un giorno io avrò la mia morte da lui».
Al di là di ciò la lirica è pervasa da sensi di eccitazione e ansietà analoghi a quelli
di Dante, rivelati nel primo canto dell’“Inferno” allorché egli incontra le tre bestie
simboliche. I versi plathiani ricalcano dettagli danteschi. I vv. 2-3, recitanti: «la sua
cupidigia ha messo il bosco in fiamme, / egli cerca la preda più altero del sole», da
un lato ci fanno rivivere la pressione sentita da Dante alla vista delle forze che vo-
gliono impedirgli il cammino di salvazione, dall’altro offrono una proiezione uni-
ficata di quelle tre fiere sull’immagine saliente in “Pursuit” della lonza (ossia, sul
piano concettuale, dell’istinto erotico). Il maschio di pantera («panther») della
Plath assomma l’avidità della lupa («greed» del v. 3 ; si vedano pure il v. 13: «in-
saziabile…», i vv. 23-24: «… le donne giacciono / divenute esca del suo corpo af-
famato», il v. 32 «… affamato, affamato…», i vv. 38-40: «per estinguere la sua sete
sciupo il sangue; / egli mangia, e tuttavia il suo bisogno cerca cibo, / esige un sa-
crificio totale»), e la superbia del leone (al v. 4 la fiera plathiana «cerca la preda più
altera del sole», tant’è che l’autrice afferma ai vv. 43-44: «scappo da tale assalto di
radiosità», e il sole dantesco è simbolo rinviante a Dio). I baci della pantera che inari-
discono (v.19) hanno inoltre alquanto del potere della lupa, il quale è altresì mani-
festo nei vv. 21-23: «Nella scia di questo fiero felino [fierce cat: la “lussuriosa” lon-
za dantesca] / accese a mo’ di torce per la di lui gioia le donne giacciono».
In questi ultimi versi si può vedere in aggiunta alla fine di Sylvia anche
quella di Assia Wevill. Sia la Plath che Dante iniziano i rispettivi incontri nella
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

prima metà del giorno, però davanti a entrambi, braccati, si prospetta il momento
dell’oscurità della junghiana “ombra”: l’essere ricacciato nella «selva oscura» per il
secondo dalla quale egli sarà tratto in salvo da Virgilio, e il sopraggiungere della
notte per la prima. La dinamica di costei è sospesa tra due poli: la luminosità ini-
ziale nel contesto del «mezzogiorno» (v. 10) e l’oscurità finale nell’altro contesto
della «mezzanotte» (v. 26) in cui «le collline covano una minaccia, generando
l’ombra [shade]». Il maschio di pantera plathiano si presenta e adesca con forza
incantatrice e certa grazia della lonza dantesca: «La sua voce mi tende un agguato,
significa un’estasi» (v.41). La poetessa di Boston avverte il disagio provocato dalla
dilagante (freudiana) libido (un momento dell’eros junghiano) (vv. 33-34), e nella
conclusione della lirica sente la necessità di una ritirata (vv.45-47; percepisce un
saffico somatico turbamento: v. 48 della Plath, seconda parte del v. 11 di Saffo del
frammento 31 dell’edizione Voigt ), ma ella è consapevole d’altro canto di non po-
ter resistere a quel richiamo e di cedere a quello che sarà il suo destino con Ted
Hughes (vv. 49-50): un verso di Jean Racine (1639-1699) riportato dalla Plath dopo
il titolo della sua poesia, «Nel fondo della foresta la tua immagine mi segue», rie-
voca da un lato la già vista potenza di eros e dall’altra la figura della suicida Fe-
dra, dalla cui omonima tragedia detto verso fu tratto (si tenga presente però che a
parlare è Ippolito ad Aricia). A Hughes è molto probabilmente rivolto lo strale
della poesia plathiana “Gigolo”, datata 29 gennaio ’63.
Tale personaggio di gaudente senza cuore, che parla di sé, è antitetico, specu-
lare nelle analogie tematiche, al leopardiano “pastore errante dell’Asia”. Questo si
rivolge alla luna lamentando la sua infelicità (e quella del genere umano, ovunque
e sempre) e riconoscendo al suo gregge una speranza di animale inconsapevolezza
di tutto il negativo dell’esistenza. Lo Hughes-gigolò invece si proclama contento
del suo successo con le donne, le quali adesca con la sua monumentale immagine.
Loro sono il suo gregge, in rapporto a cui la prospettiva di felicità è invertita: è lui
colui che non si annoia mai, non incorrente nel pericolo di restar solo (a guisa delle
sue vittime). Egli appare una sorta di narcisistico re Mida di «bitches [alla lettera
“cagne; indica pure l’uggiolio” e quindi per estensione lagnanze, gemiti, nonché
“donne scostumate”; n.d.r.]» che lui converte «in mormorii di argentei / rotoli».
Questo pastore (poeta) errante per Assia pare essere invidiato da quello leopardia-
no: «… s’avess’io l’ale [per potere; n.d.r.]… come il tuono errare di giogo in giogo,
più felice sarei…». Sylvia Plath tempo addietro aveva definito la voce di Ted simile
al tuono di Dio («voice like the thunder of God»). I gioghi del gigolò sono i «violon-
celli [cellos]», evocanti non solo la sagoma femminile, ma anche inequivocabile
linguaggio di “Brave New World” quando Aldous Huxley parla di “saxphonist /
sexophonist”; una forma figurata la quale rimbalza all’interno del poetico mono-
logo plathiano nelle «nuove ostriche [new oysters; fuor di metafora “muliebria
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

Tomáš finisce con lo sposare Tereza, e prende pure in casa un cucciolo di


cane. Ella (la quale da tempo era diventata fotoreporter) e il marito, al momento
dell’occupazione sovietica in Cecoslovacchia, decidono di emigrare a Zurigo, dove
volevano assumere lui presso un ospedale. Tomáš a Ginevra ha ritrovato, tempo-
raneamente lei là, l’“amica erotica” Sabina (cioè una persona appartenente a un
novero diversificato volto all’esercizio dell’eros in modo non impegnativo e non
verso un soggetto esclusivo nello stesso tempo: “amicizia erotica”; nel caso parti-
colare costei è una pittrice anticonformista).
Tereza decide di abbandonarlo e di fare ritorno a Praga. Lui alla fine sceglie
di seguirla in patria, dopo una contrastata valutazione della sua situazione senti-
mentale. Il rapporto che Kundera descrive nella crescita di Tereza intercorrente fra
lei e la madre (dipinta come una disinibita, poco di buono) mi rievoca un’altra
tangenza plathiana a proposito della prima. Si badi bene, però, che si tratta di una
analogia in parte formale dato che la mamma di Silvia Plath era inquadrata nei
canoni di una mentalità media femminile americana della sua epoca.
Quella di Tereza appare la copia in veste anarco-marxista d’oltrecortina. Ma
la cosa che emerge al mio sguardo è che entrambe agli occhi delle rispettive figlie
siano fonte di disagio attraverso il messaggio ideologico deteriorato (distopico) di
cui si pongono sulla scena quali rappresentanti. Il tema della maternità, anche se
sotto profili diversi, appare nevralgico in alcuni passaggi del romanzo in relazione
alla formazione di Tereza, e altrove parallelamente, per quanto concerne la linea
del mio accostamento, nella vita della scrittrice di Boston. Davanti a queste donne,
a prescindere dal loro status di esistenza letteraria o reale, le madri hanno costitui-
to dei mostri: un carattere di presenza gorgonea, che la Plath ha riportato nella sua
produzione6. A conclusione dell’intermezzo nel romanzo rivolto alla storia fra Sa-

genitalia”]» che si offrirebbero in maniera spontanea a Hughes (definito da Sylvia


altresì un «leone»), il quale attraverso la bocca del gigolo, imitando uno dei mi-
gliori α[...], dichiara prima pure: «Mai invecchierò».

6 Ibidem

In “Medusa” (poesia plathiana del 16 ottobre ’62) l’archetipo della Grande Madre,
in veste soprattutto negativa, si mostra nella sua evidenza.
Suo simbolo è appunto Medusa, la quale riflette l’immagine dell’inconscio collet-
tivo: «le orecchie rivolte [che fanno coppa, letteralmente; n.d.r.] alle incoerenze del
mare [l’acqua è per Jung simbolo dell’inconscio; n.d.r.] / … snervante testa – palla
di Dio». Ella si incarna e si sovrappone nella figura della mamma (da non trascu-
rare che un genere marino di me-dusa si chiama Aurelia, come la madre di Sylvia)
in modo tale da lasciare all’archetipo il suo gioco di ambiguità bipolare, cosicché
18
Danilo
STUDI CRITICI Caruso

bina e il suo amante Franz (un professore universitario, il quale lascia la moglie
per lei, ma che poi viene di riflesso allontanato da questa), Kundera chiarisce
l’idea che dà il titolo al suo romanzo: l’insostenibile-leggerezza-dell’essere. In un
passaggio ci riporta all’incipit del testo, dov’egli aveva evocato filosofi e concetti
filosofici. Anche qui, pur non facendo nomi, l’autore offre spunti che fanno intra-
vedere quella che si rivela essere la sua forma mentis. L’insostenibile-leggerezza-

Medusa può essere «lente di misericordie», ma d’altro canto provocare l’assedio


dell’Io della poetessa (v. seconda strofa).
Il non sereno, ambiguo, legame archetipico del complesso materno attra-
versa le strofe 3-5, culminando nell’emblematica immagine della «placenta», il ras-
sicurante luogo di una Grande Madre positiva. La Plath ricorda la condizione di
estremo disagio di fronte a costei: «morta e senza denaro, / sovraesposta come
una radiografia». E in un sussulto titanico, che segue quello di “Daddy” scaccia il
negativo dell’archetipo. Dopo le ultime due incisive strofe, un singolo, isolato ver-
so, lapidario dice: «Non c’è più niente tra noi». Da sottolineare la metafora uterina
collegata alla Grande Madre: «bottiglia nella quale vivo, / orrendo Vaticano [il
colle, nella cui zona fu il posto del martirio di san Pietro]».
Questa riflette il carattere elementare dell’archetipo, la sua statica presenza
(dunque positiva, tuttavia impantanante nella dipendenza) in un simbolo che è
variante in merito del più classico vaso. Il verso terminale di “Medusa” si può ac-
costare all’incipit di “Daddy” (nella sostanza sono molto simili): «There is nothing
between us»; «You do not do, you do not do / any more». In “Medusa” si compie
la simbolica uccisione della madre (Grande Madre negativa presente, ad esempio,
come detto nelle favole) affinché ci sia l’emancipazione dalla faccia oscura
dell’archetipo; e il processo di individuazione, mirante a realizzare le interiori coe-
renza e integrità psichiche, dopo un’ulteriore rivisitazione del “maschile” (motore
dell’azione menzionata, la quale comporta il recupero del “femminile” rifiutato),
possa procedere libero verso il guadagno di un piano di equilibrio psichico di na-
tura androginica (raggiungimento del Sé, riabilitante l’archetipo non più oscurato
da qualità negative). È indubbio che le esperienze di maternità avessero condotto
Sylvia Plath a una relazione archetipica con la Grande madre sotto un più maturo
carattere trasformatore, consentendole di superare il livello del carattere elementa-
re, e quindi di affrontare il mostro con più efficace vigore. Il muro materno, alla
cui “ombra” in precedenza si era mossa (in maniera più agevole se di fatto distan-
te dalla figura materna), le pare statica costruzione psichica da abbattere: lo con-
fessa in una lettera alla madre dello stesso 16 ottobre, giorno di “Medusa”, lettera
nella quale rifiuta la prospettiva simbolica del rifugio uterino, e riconosce la sua
grandezza come autrice che ha raggiunto la maturità dell’essere: il suo potere cre-
ativo è completo, perfetto.
19
Danilo
STUDI CRITICI Caruso

dell’essere, così come vissuta da Sabina, viene presentata quale una continua ri-
cerca della contraddizione. La pittrice la vive nella veste di anticonformismo, ma
nella di essa dimensione astratta kunderiana simile atteggiamento non può non
rievocare una radice marxiano-hegeliana: la contraddizione (l’opposizione) moto-
re della vita davanti alla “pesantezza” di quanto si è consolidato, compare vita au-
tentica solo nel mettere in atto una “dialettica negativa” (T. W. Adorno).
Se si vuol superare l’omologazione nell’eterno-ritorno-dell’uguale, la quale
ha appiattito e annichilito l’essere umano su un piano statico, l’unica via di sal-
vezza rimane l’andare-contro. Unicamente in questa maniera la vita non tradirà se
stessa. Il concetto marxiano di “lotta di classe” viene volto da Kundera in una in-
dividuale ed esistenzialistica “dialettica negativa”, e il personaggio di Sabina in-
carna alla perfezione suddetto modus vivendi. Non appare più uno schieramento
di classe sociale omogeneo e indistinto a contrapporsi alla reazione nei confronti
del progresso, bensì un insieme di atomi-persone, i quali si staccano dalla superfi-
cie a una dimensione (H. Marcuse). La componente dell’esistenzialismo porta nel-
la riflessione kunderiana il primato della persona, sulla quale, isolata, si scarica
l’insostenibile-leggerezza-dell’essere.
All’insostenibile-leggerezza-dell’essere di Sabina fa seguito nel romanzo
l’exemplum della pesantezza-dei-corpi nel caso di Tereza allorché costei finisce in
modo del tutto surreale nell’appartamento di un pressoché sconosciuto ingegnere
il quale vorrebbe tenere con lei un congresso carnale. In simili descrizioni offerte
da Kundera risalta la circostanza della fisiologia di lei che si pone in contrasto con
la psiche. Tereza affronta proprio un disturbo psicosomatico nella contrastata si-
tuazione interiore del momento la quale finisce per condurla letteralmente in ba-
gno. Quanto lei attraversa durante quell’approccio sessuale da parte di quegli è
uno stato di profondo turbamento, dove la dicotomia “corpo/psiche” entra in
conflitto nei suoi due termini. La dimensione del disagio scaturente compenetra
reciprocamente i due poli: la corporeità vorrebbe adeguarsi a una pulsione sessua-
le di stampo freudiano e manda alla psiche un messaggio di un suo adeguamento
in tal direzione, mentre la psiche (da un più alto gradino di una libido che pare
junghiana) dal suo canto risponde con un atteggiamento di rifiuto.
Tale contrasto si sana, per così dire, nella mediazione di un sintomo psico-
somatico, il quale è invece nella sostanza soltanto un segnale dell’avvenuto conflit-
to interiore. Infatti Tereza, a differenza di Sabina, attraversa un rapporto proble-
matico in generale con la propria corporeità, la quale vorrebbe imporre unica ed
esclusiva in campo erotico al cospetto di Tomáš. L’intero episodio, alla fine, resti-
tuisce un’allegoria della sofferta ipocrisia umana. Per quanto riguarda Tereza, ella
poi si tormenterà con l’idea del suo occasionale partner, in maniera più o meno
paranoica, sospettando di essere rimasta vittima di un complotto di estranei, forse
al servizio del regime comunista in Cecoslovacchia; un complotto che avrebbe do-
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

vuto portarla fra le braccia di quell’ingegnere a scopo di denuncia per immoralità.


Tomáš, dopo il ritorno a Praga, finisce col perdere il lavoro all’ospedale, e quello
di medico completamente, a causa di un articolo pubblicato su un periodico, nel
quale contestava la dirigenza comunista cecoslovacca: davanti a ben due opportu-
nità di ritrattare le sue idee, preferisce desistere dal compiere tale atto, volendo
mantenere integra la sua coscienza. Nel finale del romanzo Kundera riserva una
tragica morte a quasi tutti i suoi protagonisti: Tomáš e Tereza, Franz. Solo Sabina
sopravvivrà emigrata negli USA a un ciclo di intrecciate vicende umane. I perso-
naggi di primo piano moriranno in un incidente stradale, dopo essersi trasferiti in
campagna. Ritornano le tangenze plathiane: la poetessa bostoniana col consorte
era andata ad abitare in una residenza campestre (denominata “Court green”), e in
quel periodo, compreso il tradimento da parte di Ted con Assia Wevill, aveva cer-
cato di suicidarsi, mentre guidava l’auto, andando fuori di strada.
Oltre a questi due dettagli, nella narrazione kunderiana, relativa a suddetta
permanenza, in una zona di campagna, di Tomáš e Tereza, compare una sinistra
evocazione della Luna, un’imago che è saliente nella produzione plathiana (col
suo significato archetipico di Grande Madre negativa/positiva). Voglio infine
rammentare altresì un altro piccolo particolare: la poetica di Hughes ruotava at-
torno al rapporto fra uomo e natura. “L’insostenibile leggerezza dell’essere” costi-
tuisce un testo dentro a cui Milan Kundera ha intrecciato diversi piani concettuali
e narrativi. Si va da contenuti filosofici di marca esistenzialistica, come sopra visto,
ad approfondimenti e riflessioni di spessore politico.
Un velato sfondo di pessimismo permea tutto, un pessimismo la cui radice
sembra avere una tangenza nel pensiero di Schopenhauer, di cui lo scrittore evoca
alcune puntuali idee a proposito di innamoramento, amore e sessualità: in fin dei
conti agli occhi del filosofo tedesco un colossale inganno della Natura, la quale mi-
rerebbe soltanto alla perpetuazione della specie in un cieco e irrazionale slancio
vitalistico. E in effetti ciò che alla fine emerge dall’intero romanzo è un senso di
assurdità dell’esistenza umana, il cui significato Kundera porta alla luce mediante
un disvelamento (ma oserei dire, stando nell’orbita kunderiana, uno sputtanamen-
to) di tutta l’ipocrisia della società umana a lui contemporanea.
L’autore affronta nell’opera l’ambivalenza del concetto di “kitsch”: cose-di-
cattivo-gusto. E lo fa mostrando le due prospettive della sgradevolezza: agli occhi
dei perbenisti e a quelli degli osservatori critici obiettivi. Quanto nel romanzo ap-
pare non gradevole ha il preciso scopo di urtare per dare una spallata all’ipocrisia
costituita puritana. Lì stanno la forza e il pregio de “L’insostenibile leggerezza
dell’essere”: un testo che, indubbiamente, potrebbe mostrarsi sgradevole qualora
non compreso nella sua, anche provocatoria si potrebbe dire formalmente, natura
di “kitsch”. In simile logica trovano lo spazio di innesto i vari livelli di narrazione,
i quali non risultano qui sintomo di policentrismo. La ciclica eterna tragica morte
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

di Tomáš, Tereza e Franz, e la parziale salvazione di Sabina, si rivelano esemplifi-


cazioni (attraverso maschere) dell’assurdità della vita (non soltanto nel ’900, ma in
ogni tempo); e unicamente alla maniera di Sabina può esserci una soggettiva via
di fuga alla condanna ontologica dell’Essere.

5. PORNOSOFIA: UN PROBLEMA
CRITICO APPESO TRA ESTETICA ED
ETICA.

G
iudico gran parte del porno una volgarità (cioè privo di grazia), un mate-
riale messo a disposizione della fruizione di soggetti poco raffinati dal
punto di vista intellettuale. Costoro fanno sì che il genere pornografico sia
uno scadimento di eccessi. In merito al tema emerge la dicotomia porno/erotico:
la forma d’arte starebbe nell’“erotico”, ma non è del tutto chiaro come riconoscer-
lo. Così come imbrattare una tela non significa fare arte, a mio avviso avviene al-
tresì nel porno: laddove non ci sono delicatezza, grazia, ma compare solo cieco i-
stinto non c’è arte. Una fruizione del “bello” è anche possibile nel genere porno-
grafico nella misura in cui non ci siano violenza e disordine. Quando compare
qualcosa di “naturale”, rientrante in canoni di “normalità”, lo scandalo sta solo in
un pregiudizio imposto dalla personale forma mentis. Dobbiamo stare attenti, pe-
rò, a questi concetti di “naturale” e “normalità” poiché sono relativi: ogni sistema
socioculturale ne definisce di propri (l’importante è attenersi alla guida della
ratio). Pensiamo ad esempio a Romeo e Giulietta: per la nostra società odierna so-
no dei minorenni, i quali nella storia shakespeariana consumano un congresso
carnale. Il problema dell’età del consenso è un grande problema da un lato: la
Londra ottocentesca piena di prostitute, diremmo oggi, bambine, non suscitava
quello stesso scandalo della nabokoviana Lolita.
Il porno deve sempre escludere soggetti minorenni, e rispettare la legalità
del proprio sistema sociale (purché sia equilibrato e sano). Se oggi facessero la ver-
sione porno in conformità al narrato di Shakespeare, Romeo e Giulietta starebbero
fuori della legalità: “pornografia minorile”. Mettiamo da parte questo aspetto per
ritornare più al discorso delle pratiche sessuali in generale: se c’è reciproco con-
senso, delicatezza, gradimento e armonia, è sempre il pregiudizio culturale a fare
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

da discriminante. Intendo il “bello” alla maniera kantiana, e secondo me fruizione


della “bellezza” può esserci in un porno curato con i necessari requisiti su evocati.
In altri tempi la mentalità è stata diversa dalla nostra condizionata dalla sessuofo-
bia religiosa. Un “porno” che sia “rappresentazione dell’eros”, quindi “arte”, può
avere un valore pedagogico, istruttivo: una sorta di educazione estetica pratica
(Schiller). Il Marcuse di “Eros e civiltà” non sarebbe contrario. Ciò che accomuna
l’arte in genere e il porno in termini assoluti è una spesa libidica: Freud e Jung non
direbbero di no, nonostante la diversità di impostazioni assunte dai due (materia-
lista il primo, spiritualista il secondo). La libido alimentando l’arte come il porno li
rende accostabili in modo tale che ci possa essere un’area di omogeneità condivi-
sibile. Pensiamo al caso della scultura dell’artista russo Mikhail Misha Dolgopolov
rappresentante un blowjob e intitolata “Atto divino”, esposta in Italia anni fa 1. La
questione libidica si palesa paradossalmente (da punto di vista puritano) pure a
livello di fruizione oltre che in quello creativo (in senso lato). L’esperienza del
“bello artistico” produce un piacere: ma a nessuno che va in una pinacoteca viene
detto di essere affetto da scopofilia o gli viene rimproverato di non aver prodotto
lui l’opera d’arte. Volendo fare una battuta: se si vuol spiegare il pregio del motore
di una macchina, non ci si mette sopra un telone e si dice che è “erotico”.
Con ciò, senza nulla togliere all’eleganza erotica del “velato” (avente pari
dignità col “disvelato”). Ma una donna vestita in modo sconcio può essere più
volgare della Venere Callipigia, la quale è tutto tranne che volgare. Nel porno o-
dierno la rappresentazione sessuale raramente si riveste dei connotati di arte, tut-
tavia niente impedisce che ciò possa accadere. La diffusione della volgarità ha
pregiudicato la valutazione di pratiche sessuali “normali” nell’antichità. La Greci-
tà aveva il dono ideale della “misura”, oggi mancante. Scene dipinte su oggetti
comuni rinvenuti dall’archeologia dovrebbero far riflettere, oltre agli esempi lette-
rari. Riguardo alla materia trattata, voglio rievocare un particolare esempio di
pornografia antica: quel papiro egizio esposto al Museo di Torino. Non vedo
“porno” ed “erotico” in termini dicotomici: erotico=allusivo, porno=esplicito. C’è
evidenza in entrambi, in gradi e forme differenti. “Erotico” non è uno stadio di
“rinvio” a cui fermarsi: se ci si ferma, allora, c’è qualcosa di indicibile, di illecito.
L’illecito sta invece nelle forme di sessualità ritenute dalla giurisprudenza patolo-
giche, se il resto è “naturale” che cosa avrebbe di volgare? “L’origine del mondo”
di Courbet è un dipinto2, nessuno direbbe che non è arte; esistono grafiche illustra-
tive erotiche di libri, e si direbbe che sono sempre arte: se le si tr
asporta altrove diventano “porno”. Dunque il problema discriminatorio
non est “in re”, est “in intellectu”. La mia simpatia è più vicina alla cultura antica
classica che non a quella postcristiana. Poi ognuno è libero di pensarla come vuo-
le, tutti comunque nel rispetto delle leggi e della ragionevolezza. Non ho mai gra-
dito l’antifemminismo sessuofobico religioso, né d’altro canto posso accettare la
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

reificazione del corpo e della persona della donna nel porno comune (che rimane
spesso volgarità, e molte volte altresì diseducativo nei confronti dei giovani nel
momento in cui lo si lascia privo di spiegazione preparatoria). A livello semantico
ho cercato di essere preciso. Con Platone direi che esistono un “eros volgare” e un
“eros uranico”: la pornografia dilagante fa parte del primo, il porno-erotico
(nell’accezione positiva “uranica”, e dunque accettabile) invece fa parte del secon-
do.

6. LOTTA TRA GLI DEI


alla lettura del romanzo dei fratelli Strugatzki intitolato “È difficile essere

D un dio” ho ricavato utili spunti di riflessione riguardo alla mia teoria sulla
migrazione interplanetaria umana che sarebbe alla base della nostra pre-
senza sul pianeta7. Innanzitutto, non dimenticando naturalmente che quello è
un’opera di fantascienza, si parla di altri esseri umani su altri pianeti: idea che in
fin dei conti è di Giordano Bruno, il quale sembra, secondo me, avesse intuito o
scoperto a proposito qualcosa di rilevante. Nel testo degli scrittori russi si racconta
della vita di un pianeta alieno in un dato momento della sua storia, dove, un
gruppo di terrestri in incognito, provenienti da una Terra pacificata e ordinata, ha
il compito di monitorare la linea di sviluppo sociale assecondandola in conformità
alla teleologia storica marxiana. In quel pianeta lontano tali osservatori si ritrova-
no immersi in un tetro clima medievale dominato dagli aspetti deteriori della reli-
gione e della politica: gli intellettuali vengono perseguitati e uccisi, giacché ritenu-
ti pericolosissimi agli occhi di chi detiene il potere di controllo sulla massa.
La cosa che qui mi ha colpito è che simile Medioevo alieno sia sostanzial-
mente uguale a quello terrestre: vi si ritrovano un nevrotico primato della religio-
ne monoteistica, scarsa cura dell’igiene personale, avversione alla scienza. Allora
ho provato a immaginare una situazione inversa rispetto al nostro pianeta: cioè se
degli osservatori, provenienti come noi da altrove, potessero essersi infiltrati nella
società terrestre intervenendo talvolta per migliorarne lo sviluppo. Ho dunque e-
laborato una seconda parte della mia teoria migratoria umana spaziale dove si i-

7 Consiglio, in relazione alla materia, di leggere nel mio lavoro intitolato “Critica
dell’irrazionalismo occidentale (2016)” la parte: Teoria sull’origine aliena dell’umani-
tà.
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

potizza che il progresso tecnologico possa essere anche merito di un ingresso di


informazioni (e altro) in materia da parte di “osservatori”. Se in un primo momen-
to l’idea potrà sembrare strana, a ben guardare, invece, essa potrebbe rispondere a
un quesito non meno disorientante: perché sulla Terra il progresso sociale e scien-
tifico a parità di tempo è stato geograficamente difforme?
Ad esempio: tra civiltà precolombiane ed Europei c’era un millennio di dif-
ferenza almeno. Perché tutta la scienza moderna ha avuto una radice precipua-
mente europea, a partire dalla filosofia antica? E se tra gli avvistamenti di UFO re-
gistrati nel corso della storia ci fossero veicoli degli “osservatori”? Io ipotizzo, co-
me ho già spiegato in passato, che Marte e Venere, e la fascia degli asteroidi (pia-
neta per me andato distrutto), fossero stati abitati, e che la causa di questa rovina
sia da rintracciarsi nei lati negativi di una industrializzazione capitalistica (la qua-
le produce inquinamento ambientale e guerre). Forse siamo rimasti isolati nel no-
stro pianetino. Io immagino noi come i precolombiani, ignoranti dell’esistenza di
altre civiltà umane nell’universo: come a costoro gli Europei appena giunti parve-
ro esseri mitologici (addirittura li immaginarono Dei e videro gli uomini a cavallo
come un unico essere), anche a voi le mie idee sembrerebbero fantascienza per
mancanza di riflessione. Ma ricordo, quale exemplum, che un aereo, normalissimo
oggi, poteva qualificarsi fantascientifico mille anni fa. Gli Strugatzki denominano
simili osservatori del loro romanzo, in termini metaforici consapevoli agli osserva-
tori medesimi, Dei. In tale dettaglio ho ritrovato una analogia con un altro mio di-
scorso presentato in passato riguardo al capitalismo 8, laddove ho definito gli uo-
mini detentori del potere politico/religioso durante la storia false divinità ingan-
natrici al cospetto di folle terrestri ingenue e ignoranti.
Sembra dunque emergere da tutto questo insieme un conflitto: da un lato
l’attivismo capitalistico e il suo impianto di controllo criticato da Marcuse e altri,
accompagnato da connotazioni religiose variamente interpretate da Marx e Weber
(per me il capitalismo terrestre ha radice nell’attivismo ebraico veterotestamenta-
rio9); dall’altro un progressismo umanistico che ha difficoltà a prendere campo.
Non pochi intellettuali, di ambo i sessi, nella società occidentale cristiana dei secoli
scorsi sono stati perseguitati con motivazioni che oggi sembrano assurde. Appare
abbastanza evidente che le religioni monoteistiche caratterizzano in abstracto mo-
delli sociali totalitari, in funzione pure sovrastrutturale rispetto al sistema politico
dominante. Demistificare tale mix “nevrotico attivistico / ipocrita ingannatore” si

8 A scopo di approfondimento, nella mia opera citata nella nota precedente, si leg-
gano le sezioni: Il gioco capitalista degli Elohiym falsi e bugiardi e Il parricidio marxiano
di Locke figlio d’Abramo.
9 Sempre per approfondire ulteriormente, nel mio saggio “Note di critica (2017)” si

veda la parte intitolata: Radici sumere di Ebraismo e capitalismo.


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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

rivelerebbe pertanto il compito dei progressisti, inclusi gli “osservatori”. Tornan-


do, per un cenno, al tema della migrazione interplanetaria credo che in alcune te-
stimonianze culturali se ne possa trovare traccia, cercando tra le pagine più anti-
che a livello di memoria mitica.
Voglio ricordare due celebri vicende: la distruzione di Atlantide e il diluvio
universale. Secondo me l’al-di-là-delle-colonne-d’Ercole potrebbe intendersi in
senso verticale, nel senso di un l’al-di-là-del-cielo che in Platone viene contempla-
to e che è l’iperuranio, concepito pieno d’acqua e dove navigano gli astri (sulla ba-
se della cosmologia vicino-orientale antica). Quindi niente di strano che l’arca di
Noè, con lo sterminio di una popolazione mondiale, possa adombrare una migra-
zione spazial-acquatica interplanetaria alla ricerca di un nuovo pianeta da abitare
in seguito a un catastrofico evento globale. Nel “De l’infinito, universo e mondi”,
Giordano Bruno dice «esser un infinito, cioè una eterea regione inmensa, nella
quale sono innumerabili ed infiniti corpi, come la terra, la luna ed il sole».
Appresso un altro segmento dal dialogo bruniano.

Burchio: Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?
Fracastorio: Se non cossì e se non megliori, niente meno e niente peggio: perché è
impossibile ch'un razionale ed alquanto svegliato ingegno possa imaginarsi, che sieno privi
di simili e megliori abitanti mondi innumerabili, che si mostrano o cossì o più magnifici di
questo; i quali o son soli, o a’ quali il sole non meno diffonde gli divinissimi e fecondi raggi
che non meno argumentano felice il proprio soggetto e fonte, che rendeno fortunati i circo-
stanti partecipi di tal virtù diffusa. Son quenque infiniti gl'innumerabili e principali mem-
bri de l’universo, di medesimo volto, faccia, prorogativa, virtù ed effetto.

7. LA MUSA DELLA TRANSIZIONE


E IL COGNATISSIMO
el 2016 è uscito un romanzo di Nieves Herrero intitolato “Los que escon-

N dian sus ojos [Le cose che nascondevano i suoi occhi]” incentrato sulla vi-
cenda amorosa che nella Spagna franchista legò Sonsoles de Icaza e Ra-
món Serrano Súñer, una relazione dalla quale nacque Carmen Díez de Rivera. Tale
opera letteraria ha ricevuto una trasposizione televisiva in una serie a puntate tra-
smessa anche in Italia (col titolo “Quello che nascondono i tuoi occhi”). Sonsoles

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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

de Icaza (1914-1996), marchesa di Llanzol, era figlia di un ambasciatore messicano


(Francisco de Icaza, che fu pure un affermato poeta) e di una nobile spagnola.
Ai suoi tempi fu nota come un’icona di eleganza: ispirò un creatore di mo-
da a disegnare abiti per lei, e allorché ella morì la sua omonima figlia donò a un
museo tutti i suoi abiti. Quando nel ’25 era scomparso il padre la famiglia di Son-
soles era andata di fronte a difficoltà economiche. La poliglotta sorella Carmen
(1899-1979) a motivo di ciò intraprese una carriera di scrittrice che la condusse al
successo economico e al conseguimento della fama; fu anche attiva in opere di so-
lidarietà sociale per anni, e in tal ambito ebbe al principio del regime franchista un
ruolo di risalto.
Sonsoles si unì in matrimonio nel ’36 col marchese di Llanzol, il quale in
quel momento aveva 45 anni. La coppia ebbe tre figli prima che lei tenesse a parti-
re dal ’40 il fedifrago legame con Ramón Serrano Súñer. Costui (1901-2003) era un
avvocato cattolico conservatore anticomunista, che durante il periodo repubblica-
no spagnolo (iniziato nel ’31) fu eletto deputato (nel ’33 e nel ’36) quale rappresen-
tante della destra. Era cognato di Francisco Franco (in mezzo alla gente sarà poi
noto come il “cuñadisimo”): aveva sposato nel ’32 Ramona Polo, sorella della mo-
glie di quello. A causa della sua azione politica iniziata alla nascita della Repubbli-
ca (con una fallita elezione parlamentare) venne tratto in arresto dopo l’inizio del-
la guerra civile scatenata nel ’36 dal fronte conservatore (composto da militari,
monarchici e cattolici turbati dalla svolta laica e progressista dello Stato).
Dopo l’assalto del carcere in cui era detenuto, da parte di un’orda di facino-
rosi, grazie a un trasferimento in clinica da dove fuggì, riuscì a riparare alla fine in
zona franchista. Divenuto intimo consigliere del Generalísimo, e di fatto secondo
solo a costui, quando nel ’38 la dittatura franchista si costituì in forma governati-
va, ebbe importanti incarichi ministeriali (gli affari interni nel ’38-’40, quelli esteri
nel ’40-’42) e nel periodo ’39-’42 responsabilità dirigenziale di primo piano nel
partito unico conservatore cattolico, un’organizzazione politica nata dalla fusione
di gruppi di destra e della Falange (fondata da José Antonio de Rivera, di cui Ser-
rano Súñer fu amico). Allo scoppio del secondo conflitto mondiale promosse una
politica di forte vicinanza coi nazisti.
Non ottenne che la Spagna entrasse in guerra a fianco dell’Asse, tuttavia
quando i Tedeschi invasero la Russia fece sì che, senza una formale dichiarazione
di guerra, una formazione bellica spagnola di volontari falangisti, la Divisíon azul,
partecipasse all’aggressione dell’URSS (accusata da Serrano Súñer di essere la ra-
gione della lotta intestina spagnola allora appena conclusasi). Il declino delle for-
tune militari dell’Asse provocò la sua caduta politica nel ’42, la quale era già stata
avviata nel ’41 attraverso delle purghe dirigenziali antiserraniste. Franco temeva
che i nazisti favorissero un golpe contro di lui (che non era voluto entrare in guer-
ra accanto alla Germania) a beneficio dello schieramento interno spagnolo filote-
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

desco (capeggiato da Serrano Súñer). Nel ’42 lo scontro tra falangisti filoserranisti
e monarchici cattolici era stato molto aspro e combattuto: non mancarono scontri
in pubblico e due attentati (uno a scapito di ciascuna parte). Il secondo, quello del
15 agosto, contro il generale Varela, ministro delle forze armate, rimasto vivo,
preoccupò i militari, i quali pretesero la testa del Cognatissimo. Messo all’angolo
da Franco, Serrano Súñer mantenne alcune formali cariche nel regime franchista,
curandosi invece soprattutto della sua attività di consulente legale. Approssiman-
dosi la fine della dittatura del Caudillo, marcò sempre più le sue distanze emerse
nel dopoguerra. Nonostante ciò nel 2008 fu ritenuto imputabile da parte del giudi-
ce Baltasar Garzón di crimini contro l’umanità, assieme ad altri 34 franchisti, per
vicende legate al franchismo.
Nel ’42 dalla relazione adulterina tra Serrano Súñer e la marchesa di Llan-
zol era nata, come anticipato all’inizio, una figlia: Carmen Díez de Rivera. Il mar-
chese consorte (morto nel ’72) la accolse come fosse una figlia naturale (il padre
biologico non si curò mai di costei). Però, quando ella crebbe, il segreto fu in modo
imprevisto e necessario portato alla luce, giacché ella a 17 anni manifestò ai suoi il
personale interesse sentimentale nei confronti di un figlio di Serrano Súñer (quello
omonimo, con cui intendeva sposarsi), in pratica a insaputa di lei un fratellastro.
La sorella di Sonsoles, la scrittrice, zia omonima e madrina della ragazza, si fece
carico, assistita al momento da un sacerdote, di rivelare alla giovane la verità e
quindi gli impedimenti in quel love affair. In seguito al turbamento provocato dal-
la notizia, Carmen si ritirò in convento per quattro mesi, successivamente andò a
fare per tre anni la missionaria in Africa (in aree a rischio di contagio, più che altro
con una vocazione suicida derivata dalla delusione amorosa). Di indole ribelle,
delusa dai familiari che le avevano taciuto la realtà della sua nascita, per contrasto
a una madre difficile, si diede alla moda hippie. Avendo alle spalle studi politici e
umanistici, tornata in Patria poi divenne collaboratrice di Adolfo Suárez, il politico
che traghetterà la Spagna verso la democrazia dopo la morte di Franco nel ’75.
Suárez, ricevuto dal re Juan Carlos di Borbone (subentrato al defunto Caudillo nel-
la qualità di Capo dello Stato) l’incarico di Primo ministro, designò Carmen Díez
de Rivera quale Capo di gabinetto del Presidente del consiglio.
Ella, donna di particolare fascino (intellettuale, estetico, e politico, essendo
figlia di Serrano Súñer), e di orientamento ideologico socialdemocratico, sostenne
la riapertura delle istituzioni alla partecipazione democratica di tutti i partiti poli-
tici, a partire da quello comunista. Fu accusata dunque dai settori di destra reazio-
naria di essere una comunista, una traditrice, e addirittura una spia. È rimasta nel-
le cronache storiche spagnole con l’appellativo di “musa della transizione”: un
romanzo del 2013, “El azar de la mujer rubia [Il caso della donna bionda]” di Ma-
nuel Vicente, la rappresenta determinante nel conferimento dell’incarico governa-
tivo a Suárez da parte del re. A causa delle forti tensioni politiche, Carmen lasciò il
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

suo incarico di Capo di gabinetto, occupato fra luglio ’76 e maggio ’77, ed entrò
nel Partito socialista popolare. Nel 1987 venne eletta europarlamentare con uno
schieramento di Suárez, ma nel 1988 lasciò quel partito per via della sua colloca-
zione nella destra liberale. L’anno successivo entrò nell’attuale partito socialista
spagnolo. Fu rieletta nel ’94 al Parlamento europeo (dove fu brillante e ammirata
protagonista). Rimasta nubile, mancò prematuramente alla fine del ’99.
Negli ultimi mesi di vita si ritirò dall’attività politica dimettendosi da euro-
parlamentare; alla propria badante si presentò così: «Hola, buenos días, soy Car-
men Díez de Rivera. Tengo cáncer, me voy a morir». Nella sua esistenza restò a-
mareggiata dal costante atteggiamento del padre biologico il quale mantenne il
più completo disinteresse nei riguardi della figlia naturale: Ramón Serrano Súñer
non riconobbe mai la paternità. Un ulteriore romanzo, di Luis Herrero, “Dejé de
pronunciar tu nombre [Smisi di pronunciare il tuo nome]” del 2017, narra della
vita di lei. Mentre di Ana Romero sono altre due opere di carattere storico-
biografico: “Historia de Carmen” del 2002, “El triángulo de la Transición: Carmen,
Suárez y el rey” del 2013.

8. IL CAPITALISTICO “GIOCO
DEI TRONI” IN EUROPA

U
na società giusta non dovrebbe garantire in primis lavoro ai suoi membri
bensì benessere: il lavoro è un mezzo, non un fine. Il progresso tecnologico
raggiunto su questo pianeta consentirebbe di offrire benessere a tutti, con
una ridotta partecipazione oraria lavorativa di ciascuno. A impedirlo sembra
l’inquinante sistema capitalistico e la sua imperfetta “mano invisibile”. Speculare
su tutte le forme di disgrazie può rappresentare una remunerativa operazione e-
conomica. Se l’ordine, lasciato al caso, fosse gestito da un’entità statale mondiale
federale con la sua superiore razionalità, gli interessi partigiani borghesi non in-
tralcerebbero l’equilibrio sociale e la sanità ambientale. Il modello statale aristote-
lico prevede di evitare la persistenza di sacche di povertà e l’accumulo di
un’eccessiva ricchezza nelle mani di pochi. La sopravvivenza di tali due degenera-
ti poli è storicamente alla base del peggior capitalismo.
Altresì, continuare ad allargare la contesa economica in termini nazionali-
stici non giova ad altro che al nevrotico e attivistico sistema capitalistico nei suoi
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

fini reconditi. L’Occidente capitalista dominante insiste a sfruttare le risorse uma-


ne e materiali sulla Terra privo di un caritatevole logico riguardo. In questo inizio
di nuovo secolo è pressoché scomparsa la generazione di chi visse l’ultima guerra
mondiale, ultimo tratto della “peloponnesiaca” guerra intestina del capitalismo
(allora euroamericano), iniziata con la Grande guerra.
La formazione educativa e i media inducono a banalizzare la serietà dei
problemi, come se il peggio dovesse accadere sempre lontano da noi. Una cosa che
sta accadendo dentro il sistema occidentale è lo scontro radicale fra l’attivismo ne-
vrotico protestante filocapitalista e la Chiesa cattolica (totalitario nevrotico miso-
gino omofobo regime oppressivo da Teodosio all’Illuminismo), la quale non costi-
tuisce più un palliativo presso le masse, anzi persegue una sua antitetica strategia
(dopo la perdita del comune nemico marxista). Scomparso il comunismo sovietico,
l’Occidente pare cercherà di sbarazzarsi del Cristianesimo pseudoassistenzialistico
cattolico a beneficio del Protestantesimo (il cui attivismo è più omogeneo). La con-
clusione che si può tirare, in breve, recita che il Cristianesimo sia stato alla base, e
permane a esserlo, di uno squilibrato sviluppo del mondo occidentale.
In prospettiva di un definitivo successo del protestante Dio denaro o del ri-
torno del cattolico Dio dell’Inquisizione (orizzonti distopici) occorre che la filoso-
fia sappia reagire con la proposta di un nuovo umanesimo (utopia). Il recupero del
pensiero antico della civiltà pagana, lo spirito illuministico più vicino, possono
fornire quegli spunti a favore di una liberazione (soprattutto psicologica):
l’umanità si salverà dagli scenari distruttivi nel momento in cui i soggetti più as-
sennati, ragionevoli (filosofi e studiosi), saranno nelle condizioni di impedire al
resto di nuocere. In mezzo ai futuri distopici possibili forse quello huxleyano di un
capitalismo impazzito nel Brave New World sembra il più lieve, peggiore quello
nello stile orwelliano di Oceania. Ma non dimentichiamo che Huxley dipinge
l’anticamera della wellsiana dicotomia Eloi/Morlock. Per me la migliore utopia è
rappresentata da quella visione del mondo, preoccupante distopia agli occhi di
Monsignor Benson, delineata in atto in “Lord of the World”.
Tuttavia, se non si potesse evitare il peggio, da persona di studio preferirei
vivere in quel distopico regime (ir)razionalista descritto da Zamjatin: unicuique
distopia. Chi definisce l’esperienza storica del fascismo italiano del 1922-1943 un
regime totalitario, al pari della Germania nazista e dell’URSS (le quali invece lo
furono), sembra non conosca bene la storia o voglia presentare una versione dei
fatti distorta. Il caso delle Leggi razziali, il più eclatante, spesso evocato nei suoi
aspetti esteriori al fine di appiccicare l’etichetta spregiativa di “fascista” in manie-
ra anacronistica è l’esempio più utile per ricordare che in Italia allora c’era un Par-
lamento bicamerale con un Senato di intera nomina regia (a norma dello Statuto
albertino del 1848), che le leggi necessitavano della promulgazione del Capo dello
Stato (sempre a norma dello Statuto, il Re): perciò quando si parla di dittatura to-
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

talitaria si misconosce che i fascisti controllavano direttamente solo la Camera,


l’unica ad aver sempre mantenuto, seppur in situazione di partito unico, un mec-
canismo elettivo (prima della nascita della Camera dei fasci e delle corporazioni
ebbe diritto di voto, pro o contro la lista dei deputati fascisti presentata dal Gran
consiglio, lo stesso elettorato attivo dell’Italia liberale precedente: dov’è il totalita-
rismo nella possibilità tecnica che avessero potuto bocciarla e procedere a una
scelta dal basso secondo la legge elettorale al momento vigente?).
Nella circostanza delle Leggi razziali, se la Monarchia sabauda avesse volu-
to respingerle, avrebbe avuto mezzi istituzionali a disposizione, così come li ebbe
durante il corso di tutto il Ventennio per tutte le altre materie. Il governo del Re-
gno inoltre poggiava sulla fiducia presso il monarca: il potere esecutivo, sempre in
base allo Statuto, spettava al Re che lo delegava a un governo di cui nominava il
responsabile e a cui poteva revocare l’incarico in qualsiasi momento. Chi parla di
totalitarismo del fascismo italiano monarchico ignora l’architettura costituzionale
dell’epoca e le convenienze monarchico-borghesi nel tenere in piedi quel governo:
infatti quando l’ultima guerra non fu più conveniente, dopo l’ultimo Gran consi-
glio, il Re mise alle strette Mussolini e lo fece dimettere. Il fascismo ebbe aspetti
dittatoriali, sì, ma definirlo sistema totalitario non è corretto da un punto di vista
storiografico. Non va dimenticato che in Italia allora (come tuttora) c’era una si-
gnificativa presenza della Chiesa cattolica: resuscitata dal fascismo nella dimen-
sione statale e presente sul territorio con le sue organizzazioni, concorrenziali ri-
spetto a quelle fasciste (ulteriore esempio che in Italia il fascismo, sebbene dittatu-
ra, non fu totalitario in senso stretto). Gli attori della politica italiana nel 1922-1943
erano tre: il fascismo, la monarchia (con la borghesia industriale e fondiaria), la
Chiesa. Oggigiorno abusare dell’aggettivo “fascista” per un improprio uso non
contribuisce a una seria conoscenza storica. Soprattutto nel momento in cui, par-
lando di rinascite fasciste, non si nota che le analogie sono maggiori con la Repub-
blica di Weimar e il nazismo. Ai nostri tempi assistiamo ad atteggiamenti neonazi-
sti: chiamare le cose col loro nome è importante se si vogliono comprendere le di-
namiche storiche in maniera scientifica. La xenofobia e la difesa del capitalismo
nazionalistico furono aspetti precipui del nazismo, non del fascismo italiano. Infi-
ne, che il fascismo abbia avuto lati negativi, e molto negativi, questo è innegabile:
tuttavia distorcere i fatti a uso e consumo di una storiografia interessata alla beati-
ficazione della parte avversa dei vincitori della Seconda guerra mondiale non rap-
presenta un’operazione che a mio possa contribuire alla comprensione dei fatti.
E tengo a precisare che a mio avviso all’orizzonte dell’Occidente appare
qualcosa che assomiglia al “Tallone di ferro” di Jack London: un capitalismo ve-
ramente spinto nelle sue dimensioni nazionali ad assumere foggia totalitaria. Per
questo nel caso europeo mi pare bene che i singoli interessi capitalistici nazionali
si diluiscano in un contesto più ampio allo scopo di evitare tensioni continentali
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Danilo
STUDI CRITICI Caruso

estreme e che parimenti il processo di unificazione politica dell’UE assuma conno-


tati di solidarietà sociale migliore in luogo della deificazione del liberalcapitali-
smo. Il progetto dell’Euro, di una moneta comunitaria in Europa, è stato e rimane
un disegno politico. Il fine di esso mira a evitare il ritorno della guerra nel conti-
nente fra opposte fazioni nazionalcapitalistiche.
L’Euro ha unito il capitalismo europeo in un contenitore politico, il cui o-
biettivo consiste nell’unificazione federale statale della CE. Il difetto, se così si può
definire, dell’organizzazione attuale sta nel fatto che gli Stati comunitari non pos-
sono stampare in maniera autonoma moneta. La massa di denaro interna
dell’Euro risulta essere una quantità determinata a priori dalla BCE. Ciò comporta
che quando sistemi nazionali socioeconomici poggianti sul clientelismo e sul pa-
rassitismo pubblico regaleranno perlopiù i soldi andranno in seguito in perdita: se
una economia di un Paese comunitario non ha una guida politica che pianifica una
reale e concreta crescita basata su una produzione vera e non fittizia, la ricchezza
nazionale potenziale si sprecherà a beneficio di altri esterni che attrarranno la
massa monetaria. Tale incapacità di evitare lo spreco interessato del denaro pub-
blico e l’aumento dei prezzi non dipendono dall’Euro in sé, né tanto meno
dall’Unione europea. La quale, dal canto suo, quel rigore che predica tende a ren-
dere omogenea la base socioeconomica dell’Europa federale auspicata. La macel-
leria sociale talvolta richiesta in alcune Nazioni è stata il malaugurato prezzo di
malgoverni passati. Tuttavia se le riforme di risanamento sono state applicate sen-
za sensibilità verso le categorie coinvolte, ciò non vuol dire che il peggio (presente
o futuro) sia l’UE e l’Euro. L’impronta capitalista sregolata comunitaria si può
sempre correggere: uno Stato federale europeo che tutelasse i cittadini meglio dei
singoli Stati nazionali sarebbe l’ideale; tenendo conto soprattutto dello scenario
alternativo senza UE, dove le economie isolate ritornerebbero a un clima bellico
concreto (com’è accaduto nella prima metà del ’900, e prima). Un simile scenario
sarebbe gradito ai capitalismi extraeuropei: la distruzione rappresenterebbe un
mercato redditizio (in sede di vendita di armi e poi di ricostruzione), nonché for-
me di imperialismo a danno dell’Europa potrebbero trovare migliore spazio fatta
fuori l’Unione europea. Il ritorno della guerra in Europa è una prospettiva perico-
losa da quasi tutti ignorata. Qui non appare assurda l’eventualità di nemici della
pace celati dietro a possibili realtà politiche nazionali e/o regionali antieuropeiste,
la cui propaganda speculerebbe sulla suggestione xenofoba e sull’ignoranza dei
fatti presso la gente comune. In un’Europa senza UE le spinte secessionistiche di
macroaree economicamente sviluppate potrebbero cogliere successi a scapito di
zone meno progredite a causa della cattiva politica. Se l’alternativa all’unificazione
europea si mostra peggiore della situazione attuale delle cose, è bene riflettere con
moltissima attenzione su quanto sia bene o male nel destino politico dell’Europa e
dei suoi abitanti.
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INDICE

INTRODUZIONE pag. 1

1. CARTELLA CLINICA DI EMMA BOVARY:


STORIA DI UN OMICIDIO ANNUNZIATO. pag. 2

2. LO STRANIERO POSITIVO DI HERMANN HESSE pag. 7

3. L’ESISTENZIALISTICA DISTOPIA STOICA DI CAMUS pag. 12

4. L’ONTOLOGIA DI KUNDERA TRA ESISTENZIALISMO


E “KITSCH” pag. 15

5. PORNOSOFIA: UN PROBLEMA CRITICO APPESO


TRA ESTETICA ED ETICA. pag. 22

6. LOTTA TRA GLI DEI pag. 24

7. LA MUSA DELLA TRANSIZIONE E IL COGNATISSIMO pag. 26

8. IL CAPITALISTICO “GIOCO DEI TRONI” IN EUROPA pag. 29


Palermo

dicembre 2019