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ENTI RELIGIOSI/ECCLESIASTICI

E RIFORMA DEL TERZO SETTORE


Mario Ferrante

ENTI RELIGIOSI/ECCLESIASTICI
E RIFORMA DEL TERZO SETTORE

G. Giappichelli Editore
© Copyright 2018 - G. GIAPPICHELLI EDITORE - TORINO
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ISBN/EAN 978-88-921-7657-7 (formato ebook)


ISBN/EAN 978-88-921-1513-2 (formato cartaceo)

Pubblicato nel mese di marzo 2018


presso la G. Giappichelli Editore – Torino
Ai miei genitori,
approdo sicuro nelle tempeste del mare della vita,
senza il cui sostegno niente sarebbe stato possibile.

–V–
– VI –
“La superbia dell’uomo:
Iddio creò l’uomo a propria immagine e somiglianza,
ma l’uomo non volle essergli da meno:
creò, a immagine e somiglianza propria,
la persona giuridica”.
(F. GALGANO, Il rovescio del diritto, 1991)

– VII –
– VIII –
INDICE-SOMMARIO

pag.

Introduzione
LA METAMORFOSI ANTROPOMORFA
DELL’ENTE ECCLESIASTICO 1

CAPITOLO I
LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE

1. Principi generali e struttura architettonica della riforma 7


2. Gli enti del terzo settore: caratteristiche 14
3. Meritevolezza oggettiva: l’attività di interesse generale 22
4. Meritevolezza soggettiva: le varie tipologie di enti (cenni e rinvio) 24
5. Le misure fiscali di promozione e sostegno 27
6. La Fondazione Italiana Sociale quale strumento di sviluppo del Terzo
settore 28
7. Norme disapplicate agli ETS e coordinamento normativo 31
8. Sintesi delle principali agevolazioni fiscali 34

CAPITOLO II
ENTI RELIGIOSI/ECCLESIASTICI E TERZO SETTORE

1. Considerazioni sul rapporto attuale tra diritto speciale pattizio e diritto


comune: l’obsolescenza sopravvenuta della normativa di derivazione
concordataria in materia di enti 45
2. La progressiva perdita di senso della nozione di “ecclesiasticità” ap-
plicata agli enti e l’adozione legislativa di una nuova e atipica catego-
ria giuridica: gli “enti religiosi civilmente riconosciuti” 50

– IX –
pag.
3. La tutela costituzionale degli enti ex art. 20 Cost., nel rapporto dialet-
tico tra “ecclesiasticità” e “religiosità” 55
4. Neutralizzazione della forma giuridica: la nuova struttura morfologica
a geometria variabile degli enti ecclesiastici 57

CAPITOLO III
ANALISI DELLE PRINCIPALI
CRITICITÀ APPLICATIVE DELLA RIFORMA
IN RELAZIONE AL DIRITTO CANONICO

1. Considerazioni sulla crescente discrasia disciplinare tra ordinamento


canonico e civile nella disciplina degli enti 63
2. La specificità del diritto canonico in materia di enti e la necessità di
una riforma del diritto canonico vigente 68
3. Contenuto, limiti e funzioni del regolamento ex art. 4, comma 3° del
d.lgs. n. 117/2017 73
4. Governance canonica e organo di controllo interno 80
5. Controlli pubblici esterni all’ente, scritture contabili separate e traspa-
renza dei bilanci 93
6. L’obbligo di un patrimonio dedicato per gli enti religiosi 96
6.1. La soluzione canonistica: le pie fondazioni non autonome ex can.
1303 98
6.2. Sulla tradizionale non riconoscibilità civilistica delle fondazioni
non autonome nel diritto civile italiano 104
6.3. Analisi delle principali soluzioni per tradurre le fondazioni fidu-
ciarie di culto in categorie civilisticamente compatibili 113
6.4. Il patrimonio di destinazione ex art. 2645 ter 120
7. La devoluzione del patrimonio destinato in caso di scioglimento 131

CAPITOLO IV
RESPONSABILITÀ PENALE
DEGLI ENTI RELIGIOSI/ECCLESIASTICI
E RIFORMA DEL TERZO SETTORE

1. Il superamento del dogma della non punibilità degli enti “Societas de-
linquere non potest” 137

–X–
pag.
2. Sulla responsabilità penale degli enti nel diritto canonico 140
3. L’introduzione in Italia del principio “Societas delinquere potest et
puniri debet” (d.lgs. n. 231/2001) 155
4. Considerazioni sull’applicazione del d.lgs. n. 231/2001 agli enti non
profit alla luce della riforma del Terzo settore 161
5. Cenni sulla responsabilità penale degli enti religiosi/ecclesiastici 165

– XI –
– XII –
INTRODUZIONE

LA METAMORFOSI ANTROPOMORFA
DELL’ENTE ECCLESIASTICO

La riforma del Terzo settore rappresenta il tassello, forse finale, di un


procedimento avviatosi nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scor-
so che ha visto una radicale trasformazione della concezione tradizionale in
materia di enti propria del diritto italiano.
La struttura originaria del Codice civile del 1942 risultava caratterizzata
da un’impostazione basata su una classica divisione concettuale e giuridica
tra enti non profit ed enti for profit, alla quale corrispondeva anche una chia-
ra distinzione sistematica – quasi fisica – all’interno del Codice tra enti del
Primo libro dedicato agli enti privi di finalità lucrativa e quelli del Quinto
libro con vocazione commerciale e lucrativa. In base alla visione originaria
dei compilatori del Codice vi era, dunque, una perfetta corrispondenza tra
forma giuridica, attività svolta e finalità statutaria, senza creare sovrapposi-
zioni tra diversi modelli legislativi, il tutto all’insegna di una evidente chia-
rezza logica e sistematica.
Sennonché, nel corso degli ultimi trent’anni, si è avuta una convergenza
di fattori che hanno indotto il legislatore ad abbandonare la ricordata impo-
stazione tradizionale per fare fronte alle mutate esigenze provenienti dal so-
ciale. Il legislatore ha, cioè, da un lato preso atto dell’impossibilità di soste-
nere i costi legati all’erogazione di servizi richiesti dal mantenimento del
Welfare State e, dall’altro, ha realizzato che avrebbe potuto conseguire delle
significative economie strutturali delegando almeno in parte al mondo del
volontariato – in applicazione del principio di sussidiarietà – lo svolgimento
di attività legate alla garanzia del mantenimento dei livelli di assistenza e so-
lidarietà sociale.
Siffatta transizione è stata favorita anche dall’affermarsi – accanto ai tra-
dizionali settori economici del pubblico (primo settore), volto al consegui-
mento di interessi generali e del privato (secondo settore), orientato natural-
mente al perseguimento di fini egoistici di lucro soggettivo – del c.d. Terzo

–1–
settore che presenta una struttura mista, essendo composta da enti che, pur
essendo espressione della libertà organizzativa privata, perseguono, però, fi-
ni altruistici, essendo dedicati al perseguimento di finalità di interesse gene-
rale in modalità non profit.
Lo Stato, preso atto della situazione, ha intrapreso un processo normativo
– di cui il nuovo Codice del Terzo settore rappresenta l’ultimo tassello in or-
dine cronologico – volto ad incentivare, adoperando prevalentemente la leva
fiscale, gli enti del Terzo settore, in modo da fornire loro gli strumenti finan-
ziari per potersi fare carico degli oneri economici da sostenere onde supplire
ai vuoti lasciati dallo Stato in materia di welfare.
Si è, per tale via, gradualmente attuato il passaggio dal Welfare State alla
Welfare Society/Community.
Detto passaggio è stato realizzato, fino alla recente riforma, in modo fram-
mentario ed episodico – spesso sull’onda delle esigenze corporative del mo-
mento – creando un quadro normativo disorganico e assai spesso non coor-
dinato con il Codice civile, creando significativi contrasti normativi e conse-
guenti dubbi interpretativi.
Al fine di creare una normativa uniforme per il Terzo settore, il legislato-
re ha, dunque, deciso di emanare una legislazione uniforme che potesse de-
finitivamente porre fine ai descritti contrasti normativi, utilizzando il duplice
strumento della coordinazione normativa e dell’abrogazione delle specifiche
normative che erano state dettate per le singole tipologie di enti non profit
(quali, ad esempio, le Onlus).
Nonostante si registri l’apprezzabile sforzo di dare organicità e sistemati-
cità alla legislazione dell’universo non profit attraverso la promulgazione di
uno specifico codice appositamente dettato per il Terzo settore, non soltanto
non si sono risolti tutti i problemi applicativi, ma, anzi, come avremo modo
di dimostrare, ne sono sorti di nuovi, specie con riferimento alla diversa
concezione strutturale e teleologica degli enti non commerciali che con la
riforma sembra acquisire una definitiva consacrazione.
A ben vedere, il Codice del Terzo settore istituzionalizza e definisce una
situazione che si era ormai da tempo delineata nel panorama giuridico italia-
no: quella per cui si è determinata una progressiva trasformazione in senso
antropomorfico degli enti che prescinde dalla loro veste giuridica.
In effetti, specie con riferimento ai ricordati enti del Primo libro del Co-
dice civile (associazioni e fondazioni), si è attuata quella che potremmo de-
finire come una neutralizzazione della forma giuridica che ha consentito a
tali enti di assumere ruoli e funzioni che ben difficilmente sarebbero stati
ipotizzabili al momento della promulgazione del Codice nel 1942. Si è, così,
giunti a considerare le associazioni o le fondazioni quali soggetti in grado di

–2–
svolgere attività commerciali, di assumere lo status di imprenditore, di esse-
re sottoposti alle procedure concorsuali, potendo, dunque, anche fallire.
Ancora, il processo di graduale umanizzazione degli enti – anche del
Terzo settore – si è spinto fino al punto di immaginare la possibilità per un
ente di delinquere e di essere soggetto alle relative sanzioni penali.
Si tratta, ovviamente, di un antropomorfismo non fisico ma potremmo di-
re spirituale e morale che – da un punto di vista giuridico – ha causato
l’elisione delle distinzioni formali originariamente presenti nel Codice civi-
le, rendendo gli enti del Primo libro una sorta di scatolone vuoto che il legi-
slatore, di volta in volta, riempie surrettiziamente dei contenuti ritenuti più
opportuni per il raggiungimento dei fini che si propone di perseguire.
Per quanto d’interesse squisitamente ecclesiasticistico, il Codice del Ter-
zo settore ha creato problemi di ordine terminologico, con ripercussioni sul
piano ontologico e definitorio, con l’innovativa adozione legislativa della
categoria degli “enti religiosi civilmente riconosciuti” al posto di quella più
tradizionale di “enti ecclesiastici”.
Tuttavia – al di là dell’ennesima e forse definitiva conferma della resi-
dualità ed obsolescenza della nozione stessa di ente ecclesiastico che non
viene più nemmeno adoperata dal legislatore – pare interessante notare che,
seppure viene fatto esplicito riferimento agli enti riconosciuti, non viene
precisato in quale modo sia avvenuto tale riconoscimento. Si tratta di un da-
to particolarmente significativo ove si ponga mente al fatto che il Codice del
Terzo settore prevede un meccanismo di riconoscimento ulteriormente sem-
plificato della personalità giuridica – rispetto alla normativa generale di di-
ritto comune – mediante l’iscrizione nel Registro unico nazionale del Terzo
settore.
Inoltre, il legislatore ha ritenuto di prescindere nel testo del nuovo codice
dal fare riferimento agli enti religiosi facenti capo a confessioni dotate di in-
tese o patti con lo Stato (come era previsto, ad esempio, nella normativa in
materia di Onlus ex art. 5 d.lgs. n. 460/1997), forse perché consapevole che
la locuzione “enti ecclesiastici” di per sé indica ormai nel lessico giuridico
tradizionale, quegli enti che sono strutturati quali promanazioni delle con-
fessioni tradizionali rappresentandone – per utilizzare una metafora – le dita
attraverso cui le mani delle confessioni stesse agiscono nel sociale e sui loro
fedeli.
In altri termini, si prescinde dall’appartenenza dell’ente ad una specifica
confessione religiosa che sia in qualche modo riconosciuta dallo Stato attra-
verso la stipula di “patti, accordi o intese”. Siffatta impostazione renderebbe
giustizia al termine “enti religiosi” adoperato nel Codice proprio a volere si-
gnificare che non è necessario che l’ente appartenga ad una Chiesa, essendo

–3–
sufficiente che sia civilmente riconosciuto e che si caratterizzi per una finali-
tà di religione o di culto ossia per avere una qualche matrice di carattere re-
ligioso.
Certamente non sfuggono anche i rischi connessi ad una simile imposta-
zione che vede dei correttivi solo sul piano finanziario/gestionale, dove si
esplicano i controlli previsti dalla normativa, ma che rischiano di creare del-
le probabili confusioni concettuali sul piano definitorio degli enti religiosi.
La locuzione “enti religiosi civilmente riconosciuti” appare, dunque, di
più ampio respiro aprendosi anche ad enti frutto del crescente spontaneismo
religioso, cioè non necessariamente legati a confessioni tradizionali con re-
lazioni stabili e ben strutturate con lo Stato.
Si tratta di un’impostazione che, seppure preconizzata da parte della dot-
trina, segna un definitivo punto di svolta nella legislazione statale che ormai
pare decisamente orientata nella direzione di un più vasto e generale ricono-
scimento della religiosità più che dell’ecclesiasticità degli enti.
Il dato normativo di riferimento, specie alla luce della riforma del Terzo
settore, ci fa comprendere che occorre confrontarsi con un’analisi economi-
ca del diritto ecclesiastico, stante l’intreccio ormai inscindibile tra economia
e religione, potendosi ormai parlare di un “diritto religioso/ecclesiastico
dell’economia”.
Tutto ciò impone di certo un ripensamento anche terminologico della no-
stra materia e rende sempre più obsoleta e inadeguata la normativa – un
tempo del tutto di favore – dettata in materia di enti ecclesiastici nell’ormai
lontano 1985. In particolare, la nozione stessa di ente ecclesiastico civilmen-
te riconosciuto sembra essere ormai una sorta di reliquia del passato, una
specie di dinosauro giuridico, decisamente superato dai tempi e dalla legi-
slazione di diritto comune.
Si è, invero, ormai da tempo, giunti al paradosso concettuale per cui la le-
gislazione – in teoria speciale e di favore contenuta nella legge n. 222/1985
– risulta, in realtà, meno favorevole e, in alcuni punti, come quello del rico-
noscimento della personalità giuridica, addirittura deteriore rispetto al diritto
comune che rappresenta l’ineludibile parametro di riferimento di ogni nor-
mativa speciale. Vale a dire che si assiste, ormai, ad uno spostamento del ba-
ricentro normativo in direzione del diritto comune che appare come uno
strumento giuridico agile e favorevole, specie per quegli enti canonici privati
che possono evitare il riconoscimento automatico ex legge n. 222/1985, po-
tendo optare per altre più vantaggiose soluzioni come quelle offerte dalla
normativa che regola il settore non profit.
L’inarrestabile processo di economizzazione del diritto ecclesiastico ha
coinvolto, almeno parzialmente, gli enti ecclesiastici o religiosi - utilizzan-

–4–
do la nuova nomenclatura legislativa adottata dal Codice del Terzo settore –
i quali non sfuggono a questo processo di umanizzazione che rende le per-
sone giuridiche sempre più simili agli esseri umani sino ad affermare, sul
piano ontologico-dommatico, la capacità degli enti di porre in essere azioni
illecite subendone le conseguenti sanzioni penali, superando così quanto
ironicamente ricordato dagli anglosassoni, secondo cui la persona giuridica,
per il suo carattere immateriale, “has no soul to be damned and no body to
be kicked”.
In definitiva, al paradigma dell’Homo oeconomicus teorizzato da John
Stuart Mill nel suo celebre “Essays on Some Unsettled Questions of Political
Economy” del 1836, che pone come soggetto dell’attività economica un in-
dividuo astratto del cui agire nella complessa realtà sociale si colgono solo
le motivazioni economiche, sembra ormai essersi definitivamente affiancato
il nuovo concetto di Ens iuridicus oeconomicus che supera definitivamente
la concezione medievale elaborata da Innocenzo IV di Persona ficta.

–5–
–6–
CAPITOLO I

LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE

SOMMARIO: 1. Principi generali e struttura architettonica della riforma. – 2. Gli enti del terzo
settore: caratteristiche. – 3. Meritevolezza oggettiva: l’attività di interesse generale. – 4.
Meritevolezza soggettiva: le varie tipologie di enti (cenni e rinvio). – 5. Le misure fiscali
di promozione e sostegno. – 6. La Fondazione Italiana Sociale quale strumento di svilup-
po del Terzo settore. – 7. Norme disapplicate agli ETS e coordinamento normativo. – 8.
Sintesi delle principali agevolazioni fiscali.

1. – Con la legge 6 giugno 2016, n. 106, contenente la “Delega al Gover-


no per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e del servizio civile
universale”, il Parlamento ha avviato un’importante riforma del Terzo settore,
cui ha fatto seguito l’attività del Governo che – nella seduta del Consiglio dei
Ministri del 12 maggio 2017 – ha presentato i tre decreti delegati attuativi.
Si tratta dei seguenti decreti legislativi tutti emanati il 3 luglio del 2017
ed esattamente: il 117/2017, recante il “Codice del Terzo settore, a norma
dell’articolo 1, comma 2, lettera b), della legge 6 giugno 2016, n. 106”; il
112/2017, sulla “Revisione della disciplina in materia di impresa sociale, a
norma dell’articolo 2, comma 2, lettera c) della legge 6 giugno 2016, n.
106”; e il 111/2017, di “Disciplina dell’istituto del cinque per mille
dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a norma dell’articolo 9, com-
ma 1, lettere c) e d), della legge 6 giugno 2016, n. 106” 1.

1
Per un primo commento alla riforma cfr. A. MAZZULLO, Il nuovo Codice del Terzo set-
tore. Profili civilistici e tributari, Torino, 2017; AA.VV., La riforma del terzo settore e
dell’impresa sociale. Una introduzione, a cura di A. Fici, Napoli, 2018. V. anche P. FLORIS,
Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove partizioni nella disciplina degli enti
religiosi, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica, n. 3/2018, p. 7; C.
ELEFANTE, Enti ecclesiastici religiosi e Terzo settore tra questioni aperte e prospettive di
riforma: sviluppi recenti, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, n. 3/2016, pp. 381

–7–
Dei citati provvedimenti normativi, il più incisivo e rilevante è sicura-
mente il cosiddetto Codice del Terzo Settore, considerato il ruolo, oltre che
la consistenza numerica, che gli enti coinvolti dalla riforma rivestono nella
nostra economia 2.
Il Codice del Terzo Settore (d’ora in avanti CTS) presenta una struttura
giuridica composita, contenendo al suo interno disposizioni di diritto civile,
amministrativo e tributario.
Occore, però, ricordare che non tutte le disposizioni ivi contenute sono
già entrate in vigore, in quanto alcune di esse necessitano dell’adozione di
ulteriori atti di origine diversa (decreti ministeriali, leggi regionali, autoriz-
zazione dell’Unione Europea, circolari interpretative dell’Agenzia delle en-
trate, ecc.) che dovranno essere emanati entro un anno dall’entrata in vigore
della legge. Ne consegue che bisognerà attendere ancora del tempo per avere
un quadro normativo definito, sebbene sia già adesso possibile cogliere la
struttura e la ratio legis della riforma in atto.
A ben vedere, il CTS – lungi dal rappresentare una novità assoluta nel
panorama legislativo italiano – si pone in linea di continuità con un trend
normativo, avviato a partire dagli anni novanta del secolo scorso, in cui il
legislatore aveva introdotto – adottando una tecnica normativa episodica e
frammentaria, cioè priva di organicità sistematica – una serie di provvedimen-
ti per singole categorie di enti facenti parte, a vario titolo, del Terzo settore 3.

ss.; L. GORI e E. ROSSI, La legge delega n. 106 del 2016 di riforma del Terzo settore, in Os-
servatoriosullefonti.it, 2/2016, p. 22; A. MAZZULLO, Enti commerciali. La riforma ribalta la
logica commerciale, in Vita, n. 10/2016, pp. 58 ss. Cfr. anche S. BENVENUTI, S. MARTINIS,
La crisi del welfare pubblico e il “nuovo” Terzo settore: la via tracciata dal la legge delega
n. 106/2016, in www.osservatorioaic.it, n. 2/2017, pp. 11-13. G. PONZANELLI e V. MONTANI,
Libro I, cosa cambia. La finalità diventa centrale, in Vita, n. 10/2016, p. 43. Prima della ri-
forma, ID., Nozione di Terzo settore, in Non profit paper, n. 3/2014, pp. 27-33; ID., Conse-
guenze della introduzione delle imprese sociali sulla legislazione del Terzo settore e pro-
spettive di riforma, in Il codice del Terzo settore, a cura di P. Consorti, Piacenza, 2007, pp.
34-40. ID., Elementi per una definizione giuridica del Terzo settore, in Il codice del Terzo
settore, a cura di P. Consorti, Piacenza, 2003, pp. 34-60.
2
In merito basti ricordare che il settore del non profit in Italia è strutturato in più di
300.000 organizzazioni associative, cooperative e di volontariato e coinvolge più di sei mi-
lioni di cittadini che dedicano il loro tempo al volontariato. Sotto il profilo dell’importanza
economica era possibile distinguere i seguenti settori: volontariato, associazionismo di pro-
mozione sociale, della cultura, dello sport, della ricreazione. Agli enti che operavano in que-
sti settori si affiancavano poi enti i quali prestavano servizi che richiedevano una particolare
professionalità come patronati sindacati e grandi istituzioni, operanti nei settori della sanità,
dell’istruzione, della Protezione civile, dell’ambiente, dell’assistenza sociale e della forma-
zione professionale.
3
Trattasi della legge sulle Società operaie di muto soccorso (legge 15 aprile 1886, n.

–8–
In quegli anni, infatti, si era assistito ad una prepotente espansione del
settore non profit e le associazioni svolgevano sempre più attività d’impresa
per sostenere il loro impegno sociale. Per far fronte a tale fenomeno sociale
ed economico nonché alle crescenti esigenze ed aspettative che emergevano,
il legislatore aveva iniziato ad emanare leggi che individuavano particolari
organizzazioni, dotate di specifiche caratteristiche, per riservare loro una se-
rie di vantaggi la cui fruibilità veniva subordinata alla sottoscrizione di con-
venzioni con lo Stato e con gli enti pubblici.
In questi termini, lo Stato affidava a soggetti non profit il compito di ero-
gare servizi e prestazioni che non era più in grado di fornire attraverso le
proprie amministrazioni o tramite le amministrazioni locali, riconoscendogli,
a fronte di tale loro impegno, e a titolo di corrispettivo, determinate agevola-
zioni fiscali.
La ricordata frammentarietà della legislazione sul non profit rendeva dif-
ficile riuscire ad individuare una ratio legis comune, trattandosi, per lo più,
di leggi che costituivano frutto di esigenze corporative di quel determinato
momento storico.
Ciononostante, era possibile individuare caratteristiche comuni alle varie
leggi che disciplinavano la materia: basti pensare al riferimento alla cosid-
detta meritevolezza del fine ed all’assenza dello scopo di lucro.
Un altro elemento comune alle diverse leggi era la previsione del princi-
pio di democraticità, da cui scaturiva la necessità di inserire nell’atto costitu-
tivo dell’ente clausole che ne rendessero effettivo il rispetto nel rapporto as-
sociativo. Erano inoltre previsti regimi di pubblicità e forme di controllo, in-
terno ed esterno, speciali.
Il modello privilegiato dal legislatore era, in ogni caso, quello associati-
vo, tenendo in dovuta considerazione la rappresentatività e l’esponenzialità
dell’ente.
Le attività allo svolgimento delle quali erano ancorate le agevolazioni
erano quelle elencate all’art. 10 del d.lgs. n. 460/1997, istitutivo delle Onlus,
che forniva l’elenco di settori di attività prescelti per tali tipi di enti. Alcuni
anni dopo, l’art. 2 del d.lgs. n. 155/2006, nell’occuparsi dell’impresa sociale,
individuava una serie di beni e servizi considerati di utilità sociale. Ne scatu-
riva un panorama farraginoso e frammentario, cui andavano via via aggiun-

3818) che, a pieno titolo, facevano parte del Terzo settore; della legge-quadro sul volontaria-
to (legge 11 agosto 1991, n. 22); della legge sulle cooperative sociali (legge 8 novembre
1991, n. 381); della legge sulle organizzazioni non lucrativa di utilità sociale (d.lgs. 4 di-
cembre 1997, n. 460); della legge sulle associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre
2000, n. 383); della legge sulle imprese sociali (d.lgs. 24 marzo 2006, n. 155).

–9–
gendosi, tramite altre leggi speciali, ulteriori forme agevolative la cui frui-
zione era sempre subordinata all’iscrizione in determinati e sempre nuovi
Registri speciali che il legislatore introduceva di volta in volta.
Comune denominatore di tutte queste leggi era quello di delimitare per
gli enti non profit i settori di operatività, al fine di prevenire eventuali devia-
zioni dell’ente dai fini per i quali lo stesso era stato costituito 4.
La vera novità della Riforma del Terzo settore – che caratterizza lo sforzo
del legislatore della delega e, quindi, dei decreti delegati – è senz’altro il ten-
tativo, per tanti versi riuscito, di armonizzare le pregresse discipline, attra-
verso l’individuazione di una figura giuridica uniforme e unificante, l’ente
del terzo settore (ETS), e di una disciplina applicabile, quantomeno in linea
tendenziale, a tutti gli enti facenti parte dell’universo non profit.
Correlativamente, la ragione di fondo dell’introduzione del CTS sembra
essere quella di costituire una disciplina speciale generale per tutto il Terzo
settore, tendenzialmente autosufficiente ed applicabile a qualunque ente,
purché costituito sotto forma di associazione o di fondazione (con esclusio-
ne, quindi, dei comitati).
Trattasi di una disciplina che riprende schemi già presenti nelle leggi
premiali sul non profit ora abrogate, pur utilizzando formule in parte nuove
riferite a cinque tipologie di enti: le organizzazioni di volontariato, le asso-
ciazioni di promozione sociale, le società di mutuo soccorso, le reti associa-
tive e gli enti filantropici, cioè quelle fondazioni costituite al fine di “erogare
denaro beni o servizi anche di investimento a sostegno di persone svantag-
giate o di attività di interesse generale”.
La Riforma del Terzo Settore, fortemente voluta dal governo nel corso
dell’ultima legislatura, si fonda su precisi principi ispiratori e sui parametri
ben definiti nella legge delega.

4
Sul tema, si rinvia diffusamente a G. RIVETTI, ONLUS. Autonomia e controlli, Milano,
2004, pp. 10 ss. V. anche D. VITTORIA, Gli enti del libro primo del codice civile: l’attuale as-
setto normativo e le prospettive di riforma, in Le fondazioni in Italia e all’estero, a cura di P.
Rescigno, Padova, 1989, p. 48; A. M. PROTO, Enti non profit ed enti non commerciali, in Gli
enti non profit. Aspetti tributari, a cura di R. Artoni, Padova, 1996, pp. 79-120; G. M. COLOM-
BO, La riforma del non profit tra attese e realtà, in Corriere tributario, 1998, p. 42; G. PONZA-
NELLI, ONLUS e riforma del codice civile, in No profit, n. 1/2000, pp. 55 ss.; D. VITTORIA, Il
problema della compatibilità tra gli enti del libro primo del codice civile e l’attività d’impresa,
in Gli enti no profit tra codice civile e legislazione speciale, a cura di G. Visitini, Napoli, 2003,
p. 233; A. M. PROTO, La fiscalità degli enti non societari, Torino, 2003, p. 242; M. ANSELMO,
Le attività commerciali nella disciplina del terzo settore, in La fiscalità del terzo settore, a cura
di G. Zizzo, Milano, 2011, pp. 203-300; A. CETRA, La riforma del terzo settore e gli enti del
libro primo del c.c. Titolari di impresa, in Non Profit, n. 3/2014, pp. 42 ss.; G. DONADIO, Ri-
forma del Terzo Settore e Codice Civile, in Non Profit, n. 3/2014, pp. 34 ss.

– 10 –
In primo luogo, viene superata la vecchia dicotomia tra pubblico e priva-
to, tra Stato e mercato, per passare ad un assetto tripolare, in cui agiscono gli
ETS, ovvero soggetti che, pur presentando una veste giuridica privatistica,
perseguono finalità pubblicistiche di utilità e di promozione sociale, cui si
riconnette la fruibilità di nuovi incentivi fiscali e normativi.
La Riforma, così come strutturata, valorizza il principio di sussidiarietà
nel sistema di governo multilivello che caratterizza il nostro Paese, basato
sull’autonoma iniziativa dei cittadini. Essa intende anche incoraggiare lo
sviluppo dell’impresa sociale attraverso forme di sostegno economico e age-
volazioni anche fiscali 5.
Prima della novella, l’espressione Terzo Settore veniva utilizzata dagli
economisti per designare un’area che, pur essendo caratterizzata da interessi
collettivi, non rientrava a nessun titolo nella sfera pubblica. Adottando
un’espressione tipica dell’esperienza francese, si parlava, piuttosto, di eco-
nomia sociale, oppure, più genericamente, di enti non profit prendendo
spunto dalla disciplina nord americana.
Per fornire una definizione di Terzo Settore occorre avere riguardo alle Li-
nee Guida della Legge delega del 2016, ove lo si descrive come “il complesso
degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità
civiche, solidaristiche e di utilità sociale che, in attuazione del principio di sus-
sidiarietà in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e rea-
lizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria gra-
tuita e di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi”.
Da questa definizione emergono quelle che, in un certo senso, rappresen-
tano le coordinate della Riforma del Terzo Settore: “volontarietà”, “sussidia-
rietà”, “finalità di interesse generale sociale”, “volontariato” e “impresa sen-
za scopo di lucro”.
Con la Riforma mutano anche le politiche di supporto al Terzo Settore
che non si limitano più ad essere meramente assistenziali ma assumono un
ruolo attivo.
Restano escluse dalla Riforma alcune categorie di enti, come i sindacati,
le associazioni politiche, le associazioni professionali e di rappresentanza di
categorie economiche e le fondazioni bancarie.

5
Per un quadro riepilogativo della Riforma cfr. A. MAZZULLO, Enti commerciali. La ri-
forma ribalta la logica commerciali, cit., pp. 58 ss. Cfr. anche S. BENVENUTI, S. MARTINIS,
La crisi del welfare pubblico e il “nuovo” Terzo settore: la via tracciata dal la legge delega
n. 106/2016, cit., pp. 11-13. G. PONZANELLI e V. MONTANI, Libro I, cosa cambia. La finalità
diventa centrale, cit., p. 43. Cfr. anche A. BETTETINI, Le attività dell’ente ecclesiastico a
confronto con la normativa civile. Profili problematici, in L’ente ecclesiastico a trent’anni dal-
la revisione del Concordato, a cura di P. Clementi e L. Simonelli, Milano, 2015, pp. 405 ss.

– 11 –
Le ragioni dell’esclusione di questi enti sono di carattere costituzionale
(Partiti politici e sindacati); economico (organizzazioni di categoria); o poli-
tico (fondazioni bancarie).
Nelle intenzioni del legislatore delegante, la Riforma del Terzo Settore
sarebbe dovuta passare (il condizionale è d’obbligo) attraverso una revisione
del Titolo II del Libro I del Codice Civile. Tuttavia, tale revisione è stata so-
lo parziale e l’applicazione delle modifiche è rimasta circoscritta ai soli Enti
del Terzo Settore 6.
Con la Riforma il requisito della personalità giuridica viene rivalutato,
realizzandosi un’inversione di tendenza rispetto al trend normativo, inaugu-
rato con la legge n. 266/1991 in materia di volontariato, che ne aveva disco-
nosciuta o, almeno, sminuita l’importanza 7.
Invero, il procedimento per acquistare la personalità giuridica è stato
semplificato, atteso che in base alla Riforma l’acquisizione della personalità
giuridica consegue automaticamente dalla semplice iscrizione nel Registro
Unico Nazionale Speciale previsto dal Codice per il Terzo Settore. Il proce-
dimento previsto dal codice civile continuerà ad applicarsi a tutti quegli enti
che non possano o non vogliano iscriversi nel ricordato registro speciale 8.
Ciò origina un’anomalia consistente nel fatto che si crea un distinguo tra
enti non profit appartenenti al Terzo Settore in quanto iscritti nel Registro
Unico Nazionale Speciale e, quindi, assoggettati in toto alla disciplina più
garantista e gli altri enti che – pur essendo qualificabili come non commer-
ciali in senso tecnico, in quanto non perseguono un fine di lucro – resteranno
soggetti alla disciplina del codice civile che non è stata, se non in minima
parte, modificata. Questi ultimi enti, dunque, potranno continuare a svolgere
la propria attività senza essere assoggettati ai rigidi controlli previsti dalla
nuova legislazione.
Alle due tipologie dianzi ricordate si affianca una nuova categoria di enti,
peraltro non indicati dalla Legge delega, tanto da far ipotizzare un eccesso di
delega. Si tratta dei cosiddetti enti filantropici, per i quali il CTS detta un’ap-
posita disciplina.

6
Cfr. L. GORI e E. ROSSI, La legge delega n. 106 del 2016 di riforma del Terzo settore,
cit., p. 22; Con specifico riguardo agli enti ecclesiastici, v. P. FLORIS, Enti religiosi e riforma
del Terzo settore: verso nuove partizioni nella disciplina degli enti religiosi, cit., p. 7.
7
Sul punto M. FERRANTE, Osservazioni sui riflessi ecclesiasticistici della legge quadro
sulle organizzazioni di volontariato (L. 266/1991), in Il diritto. eccl., I, 1994, pp. 1009-1044.
8
A. MAZZULLO, Enti commerciali. La riforma ribalta la logica commerciale, cit., pp. 58
ss. Cfr. anche S. Benvenuti, S. MARTINIS, La crisi del welfare pubblico e il “nuovo” Terzo
settore: la via tracciata dal la legge delega n. 106/2016, cit., pp. 11-13. G. PONZANELLI e V.
MONTANI, Libro I, cosa cambia. La finalità diventa centrale, cit., p. 43.

– 12 –
Un altro ambito che il legislatore ha voluto innovare e revisionare rispetto
alla legislazione preesistente è quello che riguarda l’impresa sociale.
L’art. 6 della legge n. 106/2016 qualifica l’impresa sociale quale organiz-
zazione privata che svolge attività di impresa per le finalità di cui all’articolo
5 della stessa legge; che destina i propri utili prioritariamente al consegui-
mento dell’oggetto sociale; che adotta modalità di gestione trasparente e re-
sponsabile; che, infine, favorisce il più ampio coinvolgimento dei dipenden-
ti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività.
È la stessa legge delega che individua i settori in cui può svolgersi l’eser-
cizio dell’impresa nell’ambito delle attività di interesse generale normativa-
mente individuate 9.
Se da una parte, infatti, la Riforma prevede forme semplificate di ricono-
scimento della personalità giuridica, attraverso la semplice iscrizione al Re-
gistro Unico Nazionale Speciale, dall’altra introduce – quale forma di bilan-
ciamento – stringenti attività di vigilanza, monitoraggio e controllo pubbli-
co, finalizzate a garantire l’uniforme e corretta osservanza della disciplina
legislativa, statutaria e regolamentare ad essi applicabile.
Lo svolgimento di questi controlli viene demandato al Ministero del La-
voro e delle Politiche Sociali in collaborazione con i Ministeri interessati, i
quali sono tenuti a promuovere l’adozione da parte degli ETS di forme di
autocontrollo, anche attraverso l’utilizzo di strumenti atti a garantire la più
ampia trasparenza e conoscibilità delle attività ivi svolte. Ciò che rileva è
anche l’impatto sociale delle attività esercitate dagli enti in discorso, inten-
dendosi con questo la necessità di una valutazione qualitativa e quantitativa
nel breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla co-
munità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato.
La definizione dei termini e delle modalità per il concreto esercizio della
vigilanza, del monitoraggio e del controllo è, tuttavia, rimessa all’emanazio-
ne di un apposito decreto da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche
Sociali.

9
Sull’impresa sociale in generale cfr. A. MAZZULLO, Verso una funzione “imprenditoria-
le” del terzo settore, in Cooperative ed enti non profit, n. 10/2013, pp. 34. ss.; R. RANDAZ-
ZO, L’impresa sociale nella prospettiva europea, in Enti non profit, n. 12/2009, pp. 23 ss. F.
ALLEVA, L’impresa sociale italiana, Milano, 2007, pp. 14 ss. Per una disamina sugli aspetti
fiscali v. S. BOFFANO, Disciplina fiscale e finalità degli enti del Terzo Settore, in La fiscalità
del terzo settore, a cura di G. Zizzo, Milano, 2011, p. 142. Sugli aspetti economici dell’im-
presa sociale cfr. L. BRUNI, S. ZAMAGNI, Economia civile, Bologna, 2001; L. BRUNI, A.
SMERILLI, L’altra metà dell’economia, Roma, 2014; L. BECCHETTI, L. BRUNI, S. ZAMAGNI,
Microeconomia. Un testo di economia civile, Bologna, 2014; L. BRUNI, A SMERILLI, La leg-
gerezza del ferro. Un’introduzione alla teoria economica dell’Organizzazione a Movente
Ideale, Milano, 2010.

– 13 –
La Riforma del Terzo Settore è stata mossa anche dall’intento di stronca-
re impieghi impropri del negozio associativo, agevolati dalla disciplina pree-
sistente tanto generica quanto obsoleta 10.
Tuttavia, è indubbio che le norme del CTS si pongono come norme spe-
ciali rispetto quelle generali del codice civile e che, pertanto, in caso di con-
trasto saranno queste prime a prevalere.
Alla decisione di desistere da un’integrale riforma della disciplina del co-
dice civile fa da contraltare la previsione di disposizioni generali applicabili
a tutti gli enti del Terzo Settore “costituiti in forma di associazione, ricono-
sciuta e non riconosciuta, o di fondazione” (art. 20 CTS) e, quindi, una di-
sciplina (concernente struttura, costituzione, assemblea, amministrazione,
controllo e revisione dell’ente) che dovrebbe valere per tutto il Terzo Setto-
re. Va detto, del resto, che l’espressione “altri enti del terzo settore” con cui
è indicata una sezione speciale del Registro Unico Nazionale Speciale deve
intendersi nel senso di enti “altri” rispetto a quelli già noti.
L’approccio del legislatore delegato consente, quindi, di affermare che la
pletora degli enti del Libro primo del codice civile, che non rivestono le ca-
ratteristiche proprie degli ETS, finirà per essere circoscritta ai partiti politici,
ai sindacati, alle organizzazioni di categoria, agli enti ecclesiastici e a quelle
associazioni e fondazioni (in particolare quelle bancarie) che vorranno resta-
re al di fuori del mondo del Terzo Settore.
Per quanto concerne gli enti ecclesiastici – come meglio diremo nei pros-
simi capitoli – le norme del CTS si applicano agli “enti religiosi civilmente
riconosciuti”, limitatamente allo svolgimento delle attività di cui all’art. 5,
cioè le attività di interesse generale 11.

2. – Nel nuovo Codice del Terzo Settore un ruolo centrale riveste la figu-
ra degli enti che perseguono senza scopo di lucro finalità civiche, solidaristi-
che e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di inte-
resse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita.

10
Sul punto si rinvia a AA.VV., La riforma del terzo settore e dell’impresa sociale. Una
introduzione, cit., pp. 23 ss.
11
Cfr. M. PARISI, Gli enti religiosi nella trasformazione dello Stato sociale, Napoli,
2004, pp. 192 ss., il quale – sia pure con riferimento alle associazioni di promozione sociale
– ricorda che: “una esclusione dei gruppi e delle associazioni religiosamente orientati dalla
fruizione della disciplina dettata per le associazioni di promozione sociale risulterebbe disto-
nica, nonché eccentrica rispetto alle tendenze evidenziate nella legislazione pregressa, ove il
coinvolgimento delle espressioni organizzative degli interessi religiosi nell’esplorazione di
attività e compiti di interesse collettivo si è dimostrato ampio e costante” (p. 159).

– 14 –
Presupposti indefettibili richiesti dalla nuova normativa per rientrare nel
novero degli ETS sono l’iscrizione dell’organizzazione nel Registro Unico
nazionale del Terzo Settore, a cui sono subordinate le agevolazioni fiscali e
le facilitazioni riportate nel CTS, e la sua appartenenza ad una delle seguenti
categorie: Organizzazione di Volontariato, Associazione di Promozione So-
ciale, Enti filantropici, Imprese Sociali (incluse le cooperative sociali), Reti
Associative, Società di Mutuo Soccorso, Associazioni riconosciute e non,
Fondazioni e altri enti di carattere privato e, a determinate condizioni, anche
l’ente religioso.
Per converso, come dianzi accennato, la qualifica di ETS non può mai es-
sere acquisita da società, amministrazioni pubbliche, formazioni e associa-
zioni politiche, sindacati, associazioni professionali e di rappresentanza di
categorie economiche, associazioni di datori di lavoro, nonché gli enti sotto-
posti a direzione e coordinamento o controllati dai suddetti enti.
Pertanto, la definizione di ETS presenta degli elementi qualificanti. Essa
implica, infatti, un requisito soggettivo, uno scopo, un oggetto, l’assenza di
uno scopo di lucro ed un requisito teleologico.
Quanto al requisito soggettivo, si è già detto quali sono le categorie di ri-
ferimento.
Per quel che, invece, concerne lo scopo il CTS – pur individuandolo nel
perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale – non ne
fornisce una definizione.
Il fine solidaristico è previsto, come requisito teleologico, in differenti
normative speciali. Esso è implicito nell’art. 28 della legge n. 49/1987, in
materia di organizzazioni governative; è esplicito nell’art. 2 della legge n.
266/1991, in materia di organizzazioni di volontariato, e nell’art. 10 del
d.lgs. n. 460/1997, in materia di Onlus.
Il carattere di utilità sociale lo si rinviene, invece, nelle norme della Co-
stituzione per indicare la finalità di migliorare il benessere per il maggior
numero degli individui, in particolare l’art. 41 Cost., che dovrebbe essere
propria di tutte le iniziative economiche. La pubblica utilità è contemplata
anche nell’art. 3 del d.lgs. n. 346/1990, in materia di successioni e donazio-
ni, nell’art. 1 del d.lgs. n. 153/1999, per quel che concerne le fondazioni
bancarie, nell’art. 2 del legge n. 383/2000, con riguardo alle associazioni di
promozione sociale, e nell’art. 2 del d.lgs. n. 155/2006, in relazione ai settori
di attività dell’impresa sociale 12.

12
P. CONSORTI, L’impatto del nuovo codice del Terzo settore sulla disciplina degli enti
religiosi, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista Telematica, n. 4/ 2018, p. 15;
P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove partizioni nella disciplina

– 15 –
Un ulteriore elemento caratterizzante degli ETS è la “non lucratività”. Si
tratta di un requisito che ha assunto, nel corso del tempo, diverse sfaccettatu-
re, potendolo intendere in senso assoluto o relativo; soggettivo od oggettivo;
diretto o indiretto.
Questo elemento finalistico è quello che tende ad accomunare il compar-
to del non profit al comparto pubblico, distinguendolo dal Mercato, tradizio-
nalmente inteso come area del for profit nell’ottica di un’economia di mer-
cato, nonché, in senso figurativo, come luogo in cui si realizzano scambi di
carattere economico-commerciale di beni e servizi, nonché strumenti finan-
ziari.
L’assenza di uno scopo di lucro è, invero, un tema assai complesso, so-
prattutto quando accostato all’ente ecclesiastico, e ne è prova il fatto che ne-
gli ultimi anni sia stato oggetto di particolare interesse sia da parte del legi-
slatore, anche comunitario, che da parte della giurisprudenza.
Ciò ha comportato l’identificazione di diversi significati del concetto di
“non lucratività” identificandolo ora con il divieto di distribuire utili, fondi o
avanzi di gestione e, correlativamente, l’obbligo di utilizzare tutte le risorse
disponibili solo per le proprie attività (in tal caso si parla di “non lucratività
soggettiva”, perché riferito all’ente), ora con il divieto di svolgere un’attività
con modalità tipiche dell’impresa (cosiddetta “non lucratività oggettiva” se
riferita ad un’attività) 13.
Questo sdoppiamento del significato del concetto di “non lucratività”
comporta, però, tensioni che si manifestano sia nel momento applicativo del-
la norma, sia quando si ricostruisce il quadro giuridico degli enti e delle atti-
vità non profit.
La questione si è poi ulteriormente complicata quando il nuovo concetto
di “non lucratività” oggettiva è stato utilizzato per distinguere in ambito fi-
scale gli enti/attività meritevoli delle agevolazioni previste dalla Riforma.
Uno degli esempi più immediati di tale complicazione concettuale è of-

degli enti religiosi, cit., p. 7; L. GORI, E. ROSSI, La legge delega n. 106 del 2016 di riforma
del Terzo settore, cit., p. 23; A. MAZZULLO, Enti commerciali. La riforma ribalta la logica
commerciali, cit., pp. 58 ss. Cfr. anche S. BENVENUTI, S. MARTINIS, La crisi del welfare
pubblico e il “nuovo” Terzo settore: la via tracciata dal la legge delega n. 106/2016, cit.,
pp. 11,-13. G. PONZANELLI e V. MONTANI, Libro I, cosa cambia. La finalità diventa centra-
le, cit., p. 43.
13
Secondo la più stretta tradizione giuridica, il concetto di “non lucratività” veniva, inve-
ce, utilizzato con riferimento alla disciplina prevista per Onlus del 1997. Ed infatti, un chiaro
riferimento alla “non lucratività soggettiva” è rinvenibile nell’articolo 10, comma 1, lettera
da d) ad f) del d.lgs. n. 460/1997. Un esempio dell’uso del concetto di “non lucratività” rife-
rita all’attività (oggettiva) è invece offerto dal Decreto Ministeriale n. 200 del 19 novembre
2012, relativo all’IMU.

– 16 –
ferto dalla normativa ICI/IMU che fornisce una chiara indicazione sulla ne-
cessità di prestare più attenzione al delicato concetto della “non lucratività”
soggettiva che si intende richiedere a tutti gli enti del Terzo Settore.
In questa direzione si muove l’articolo 6 della Legge Delega, laddove ri-
badisce la necessità di rivisitare la disciplina della cosiddetta Impresa socia-
le, cioè quell’attività di natura certamente economica (imprenditoriale) e nel
contempo sociale che, tra l’altro, dovrà destinare gli utili non più e solo “allo
svolgimento dell’attività statutaria o ad incremento del patrimonio” (art. 6,
d.lgs. n. 155/2006) ma solo “prioritariamente al conseguimento dell’oggetto
sociale nei limiti di cui alla lettera d)” 14.
La “non lucratività” può anche essere indiretta. Di questa vi è traccia nel-
le norme contenute all’art. 10, comma 6, del d.lgs. n. 460/97; all’art. 3 del
d.lgs. n. 155/2006; all’art. 148, comma 8, del Tuir e all’art. 4, comma 7, lett.
a), del D.P.R. n. 633/1972. Tali norme, pur non offrendo una definizione in
ordine alla nozione di “distribuzione indiretta”, si pongono come norme ge-
nerali di riferimento ai criteri presuntivi della disciplina Onlus.
In particolare, negli interventi legislativi più recenti, il legislatore è inter-
venuto con una specificazione sempre più accurata della fattispecie, e con
l’estensione di criteri presuntivi di redistribuzione indiretta anche in quegli
ambiti normativi dove si richiedeva soltanto il requisito della “non lucrativi-
tà” tout court, senza distinguere se diretta o anche indiretta 15.
Anche il legislatore della Riforma, alla stregua della normativa preesi-
stente, sembra volersi adeguare ad un modello descrittivo-presuntivo di redi-
stribuzione degli utili e avanzi di gestione, ma a differenza delle normative
precedenti, vi è il tentativo di innalzare il livello delle fattispecie presuntive,
al fine soprattutto di evitare fenomeni di facile elusione.
Ciononostante, da questo maggior livello di dettaglio scaturiscono ele-
menti di criticità. Infatti, per un verso, la presunzione assoluta di redistribu-
zione indiretta mira a ridurre i margini di discrezionalità applicativa e il con-
seguente contenzioso; per altro verso, questo risultato viene quasi vanificato
dal carattere non esaustivo delle ipotesi presuntive e dalla scarsa tassatività
delle fattispecie astrattamente descritte 16.

14
L. SIMONELLI, L’ente ecclesiastico e la riforma del Terzo settore, in Ex lege, 2016, pp.
13-54.
15
Cfr. A. MAZZULLO, Il nuovo Codice del Terzo settore. Profili civilistici e tributari, cit.,
pp. 53 ss.
16
Cfr. P. CONSORTI, Il nuovo “Codice del terzo settore”, con particolare attenzione alla
disciplina degli enti ecclesiastici (o religiosi?), cit., p. 18; ID., La nuova definizione giuridi-
ca di terzo settore, cit., p. 54; L. SIMONELLI, L’ente ecclesiastico e la riforma del Terzo set-
tore, cit., pp. 13-54.

– 17 –
Si consideri, inoltre, la presenza di elementi assai rigidi che possono co-
stituire un grande ostacolo alle esigenze organizzative degli ETS. Si pensi,
per esemplificare, alla lett. a) del terzo comma dell’art. 8 del CTS, ove è sta-
bilito il limite della proporzionalità rispetto alle competenze ed alle respon-
sabilità richieste ed alla lett b) della stessa disposizione normativa, in cui si
fa riferimento ai compensi erogati ai lavoratori autonomi e subordinati.
Per entrambe le categorie, il limite oltre il quale scatta la presunzione in-
diretta è quello previsto dai contratti collettivi di cui all’art. 51 del d.lgs. n.
81/2015, incrementato del 40 %. Preme osservare come questo limite si rive-
li incompatibile con la categoria dei lavoratori autonomi, aprendo il varco a
dubbi sul piano della ragionevolezza e della legittimità costituzionale.
La disposizione in esame, tuttavia, contiene una clausola di salvaguardia
che, agganciandosi al principio di proporzionalità, fa salve “comprovate esi-
genze attinenti alla necessità di acquisire specifiche competenze ai fini dello
svolgimento delle attività di interesse generale di cui all’art. 5, comma 1, let-
tere b), g) o h)”.
Non si spiega però il perché il legislatore abbia operato questa differen-
ziazione delle attività indicate alle lett. b), g) ed h) rispetto alle altre attività
di interesse generale.
Diversamente, la preesistente disciplina dettata all’art. 10, comma 6, del
d.lgs. n. 460/1997 per le Onlus adottava, attraverso un rinvio al compenso mas-
simo previsto per il Presidente del Collegio sindacale, un criterio ispirato al
principio di proporzionalità, in quanto ancorato al volume d’affari dell’ente 17.
Tornando ad esaminare la nuova normativa, anche la lett. c) del primo
comma dell’art. 8 del CTS contiene una clausola di salvaguardia laddove fa
riferimento alla presenza di “valide ragioni economiche”, adottando un pa-
rametro elastico che inerisce al valore normale dei beni e servizi acquistati,
analogamente a quanto prevedeva la normativa sulle Onlus.
Tuttavia, determinare il valore normale dei beni e servizi considerati non
è un’operazione semplice; soccorre, quindi, la “Relazione illustrativa allo
Schema di Decreto Legislativo” la quale, a pagina 4, stabilisce che per valo-
re normale debba intendersi quello di cui all’art. 9 del Tuir 18.

17
A ciò si aggiungeva il fatto che questa norma era stata oggetto di un interpretazione
estensiva da parte dell’Agenzia delle Entrate che, nella Risoluzione 10 settembre 2002, n.
294/E, le aveva riconosciuto la valenza di norma antielusiva. Ciò comportava la possibilità
di disapplicare, ex art. 37-bis, comma 8, D.P.R. n. 600/1973, la previsione di cui all’art. 10,
comma 6, d.lgs. n. 460/1997 tutte le volte che venisse dimostrata l’adeguatezza del maggior
compenso in virtù delle specificità delle competenze richieste e dell’attività dell’ente.
18
Ai sensi dell’art. 9, commi 3-4 del Tuir: «3. Per valore normale […] si intende il prez-

– 18 –
Altre perplessità sorgono anche riguardo alla ulteriore clausola finale di
salvaguardia, relativa alle “cessioni o prestazioni che costituiscano l’oggetto
dell’attività di interesse generale di cui all’art. 5”. Anche qui chiarisce la
Relazione illustrativa del Governo laddove, stabilisce come la finalità di in-
teresse generale debba attuarsi tramite la cessione di un determinato bene a
condizioni di mercato più vantaggiose (p. 4). Ne consegue che “ad esempio,
l’organizzazione di volontariato che svolga attività di assistenza sociale o
sanitaria potrebbe erogare gratuitamente i propri servizi agli associati, senza
che ciò costituisca distribuzione indiretta di utili” 19.
Infine, è rilevante osservare che la lett. e) dello stesso art. 8, nel discipli-
nare la corresponsione di “interessi passivi in dipendenza di prestiti di ogni
specie, superiori di 4 punti al tasso annuo di riferimento”, non fa alcuna di-
stinzione tra interessi corrispettivi e interessi moratori, lasciando intendere
che si riferisca ad entrambi. Del tutto aleatorio è, inoltre, il riferimento al
tasso annuo di riferimento, che, com’è noto, può essere soggetto ad aggior-
namenti con decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di
concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Passando ora ad occuparci della forma attraverso cui l’ETS può svolge-
re la propria attività, occorre tener presente che il CTS distingue tra tre ti-
pologie di attività, cui riconosce un regime giuridico differente, soprattutto
sotto i profili tributari. Si tratta delle attività di interesse generale (art. 5),

zo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in
condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e
nel luogo in cui i beni o i servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e
nel luogo più prossimi. Per la determinazione del valore normale si fa riferimento, in quanto
possibile, ai listini o alle tariffe del soggetto che ha fornito i beni o i servizi e, in mancanza,
alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle tariffe professionali, tenendo con-
to degli sconti d’uso. Per i beni e i servizi soggetti a disciplina dei prezzi si fa riferimento ai
provvedimenti in vigore. 4. Il valore normale è determinato: a) per le azioni, obbligazioni e
altri titoli negoziati in mercati regolamentati italiani o esteri, in base alla media aritmetica dei
prezzi rilevati nell’ultimo mese; b) per le altre azioni, per le quote di società non azionarie e
per i titoli o quote di partecipazione al capitale di enti diversi dalle società, in proporzione al
valore del patrimonio netto della società o ente, ovvero, per le società o enti di nuova costi-
tuzione, all’ammontare complessivo dei conferimenti; c) per le obbligazioni e gli altri titoli
diversi da quelli indicati alle lettere a) e b), comparativamente al valore normale dei titoli
aventi analoghe caratteristiche negoziati in mercati regolamentati italiani o esteri e, in man-
canza, in base ad altri elementi determinabili in modo obiettivo”.
19
In questi termini, cfr. Relazione illustrativa allo schema di decreto legislativo, p. 4. Da
considerare sono anche le osservazioni espresse dalla Camera dei Deputati nel proprio
schema di decreto, laddove considerano la disposizione di cui all’art. 8 inapplicabile “nei
confronti di enti di dimensioni maggiori a cui verrebbe richiesto di sapere quale relazione
intercorre tra un donatore, magari on line, e un utente”.

– 19 –
delle attività diverse (art. 6) e delle attività di raccolta fondi (art. 7).
Si deve preliminarmente rilevare che un elenco dettagliato è fornito solo
per le attività di interesse generale e per quelle di raccolta fondi.
Le attività di interesse generale sono comprese in un’elencazione molto ete-
rogenea che non è da considerarsi tassativa, attesa la possibilità di integrarla con
apposito decreto ministeriale. Secondo quanto previsto dal secondo comma
dell’art. 5, esse possono tradursi, ad esempio, sia nell’attività tipica degli enti di
erogazione, quindi in azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni
o servizi, che in un’attività mutualistica, propria delle società cooperative.
Queste attività debbono concorrere alla realizzazione di quelle finalità
che delimitano la cornice soggettiva del terzo Settore e, per essere qualifica-
te come tali, necessitano di un riconoscimento. Quindi, non è sufficiente che
un’attività sia qualificabile obiettivamente come di interesse generale, es-
sendo necessario che il riconoscimento di questa qualifica venga fatto nelle
particolari forme e con le modalità previste dalla legge. La rigidità del mec-
canismo normativo riverbera i propri effetti sulle difficoltà di accertare il
venir meno dell’interesse generale dell’attività svolta dall’ETS una volta che
l’esistenza di questo interesse sia stata certificata nell’atto costitutivo.
Gli ETS possono svolgere anche attività diverse, da intendersi queste come
attività residuali rispetto alla categoria di attività anzidetta e strumentali rispet-
to al perseguimento dello scopo, quindi squisitamente commerciali 20.
Un’altra tipologia di attività è quella della raccolta fondi, autonomamente
disciplinata dall’art. 7 del CTS, in cui sono senz’altro da ricomprendersi an-
che attività diverse da quelle propriamente economiche e le classiche attività
di fund raising.
Il comma 2 del richiamato art. 7 parla anche di cessioni ed erogazioni di
beni e servizi di modico valore, effettuati in forma organizzativa e continuati-
va, sovrapponendosi alle attività strumentali e secondarie regolate dall’art. 6.
Questa questione ha un certo rilievo considerati i diversi limiti 21 e regimi
fiscali che valgono per le due categorie di attività 22.

20
Cfr. P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove partizioni nella
disciplina degli enti religiosi, cit., p. 7; A. MAZZULLO, Il nuovo Codice del Terzo settore.
Profili civilistici e tributari, cit., p. 29; C. ELEFANTE, Enti ecclesiastici religiosi e Terzo set-
tore tra questioni aperte e prospettive di riforma: sviluppi recenti, cit., pp. 381 ss.; L. GORI e
E. ROSSI, La legge delega n. 106 del 2016 di riforma del Terzo settore, cit., p. 22.
21
Per le attività diverse valgono i limiti della secondarietà e della strumentalità, per le at-
tività di raccolta fondi, invece, si chiede il rispetto dei principi di verità, trasparenza e corret-
tezza nei rapporti con i sostenitori e il pubblico, in conformità alle Linee guida adottate con
Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
22
Sul piano tributario, l’art. 79, comma 4, del CTS stabilisce che non concorrono alla

– 20 –
Sui limiti della raccolta fondi occorrerà attendere le Linee Guida previste
dall’art. 7. Tuttavia, non è da escludere che nelle more si continui a fare rife-
rimento alle vecchie Linee Guida emanate dall’ex Agenzia per il Terzo Set-
tore nel 2010 e nel 2011. Analogamente, sembrano riferibili alla nuova nor-
mativa le considerazioni espresse dall’Agenzia delle Entrate con riguardo
all’art. 143 del Tuir, il cui contenuto viene sostanzialmente ripreso dall’art.
79, comma 4, del CTS.
Al riguardo, l’Agenzia delle Entrate, nella Circolare n. 59/E del 31 otto-
bre 2007, ha testualmente stabilito che “occorre individuare e quantificare
un rapporto tra i fondi raccolti e la loro destinazione, prevedendo che i costi
totali, sia amministrativi sia per l’attività di raccolta fondi, debbano essere
contenuti entro limiti ragionevoli e tali da assicurare che, dedotti tali costi,
residui, comunque, una certa quota di fondi da destinare ai progetti e alle
attività per cui la stessa campagna è stata attivata […] i fondi raccolti […]
non devono essere utilizzati dall’ente per autofinanziarsi a scapito delle fi-
nalità solidaristiche che il legislatore fiscale ha inteso incentivare”.
Prima di concludere, occorre soffermarsi sugli ulteriori elementi caratte-
rizzanti gli ETS: l’obbligo che il patrimonio di questi sia destinato esclusi-
vamente al perseguimento delle loro finalità; il divieto di distribuire gli utili,
avanzi, fondi, riserve comunque denominati a fondatori, associati, lavoratori
e collaboratori, amministratori e altri componenti degli organi sociali; la de-
stinazione del patrimonio residuo, in caso di estinzione dell’ETS, ad altri
ETS o alla Fondazione Italia Sociale (art. 50, comma 2, del CTS). Dalle ma-
glie della normativa si coglie chiaramente l’intento del legislatore di preser-
vare nell’ambito degli ETS il patrimonio che si forma grazie alle attività
svolte dagli stessi.

formazione del reddito i fondi pervenuti a seguito di raccolte pubbliche effettuate occasio-
nalmente anche mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori, in con-
comitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione. A ben vedere, questa
disposizione ricalca quanto già previsto dall’art. 143 del Tuir per gli enti associativi non
commerciali. Si considerino anche i specifici obblighi contabili previsti in relazione alle rac-
colte di fondi dall’art. 87, comma 6, del CTS, a norma del quale: «Gli enti del Terzo settore
non commerciali di cui all’articolo 79, comma 5, che effettuano raccolte pubbliche di fondi
devono inserire all’interno del rendiconto o del bilancio redatto ai sensi dell’articolo 13, en-
tro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio, un rendiconto specifico redatto ai sensi del
comma 3 dell’articolo 48, tenuto e conservato ai sensi dell’articolo 22 del decreto del Presi-
dente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, dal quale devono risultare, anche a mezzo
di una relazione illustrativa, in modo chiaro e trasparente, le entrate e le spese relative a cia-
scuna delle celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione di cui all’articolo 79,
comma 4, lettera a)».

– 21 –
3. – Il CTS elenca all’art. 5 le attività di interesse generale. Si tratta di un
elenco eterogeneo in cui il legislatore ha incluso, oltre alle attività tradizio-
nalmente svolte dagli ETS, anche attività nuove. La lista comprende tutte le
attività in cui gli ETS possono avere un ruolo fondamentale per la promo-
zione dell’interesse generale come, ad esempio, la riqualificazione di beni
pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata. Tale
elencazione, se pur disomogenea in termini di classificazione, è caratterizza-
ta da categorie generali, da categorie più specifiche e da attività con specifici
riferimenti normativi, con la conseguenza che potrebbe rendere difficoltoso
circoscrivere il reale ambito di azione degli enti.
Anche lo sport dilettantistico rientra tra le attività esercitabili da parte de-
gli ETS in forma di “organizzazione e gestione” di attività non professioni-
stiche.
Comune denominatore a tutte le attività di cui all’art. 5 del CTS è che
queste dovranno essere caratterizzate dall’assenza di scopo di lucro e rivolte
al perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale 23.
In particolare, rientrano esclusivamente nelle attività di interesse generale
degli ETS (e non delle imprese sociali), le seguenti: “u) beneficenza, soste-
gno a distanza, cessione gratuita di alimenti o prodotti di cui alla legge 19
agosto 2016, n. 166, e successive modificazioni, o erogazione di denaro, be-
ni o servizi a sostegno di persone svantaggiate o di attività di interesse ge-
nerale a norma del presente articolo; v) promozione della cultura della le-
galità, della pace tra i popoli, della non violenza e della difesa non armata;
w) promozione e tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici, nonché dei
diritti dei consumatori e degli utenti delle attività di interesse generale di
cui al presente articolo, promozione delle pari opportunità e delle iniziative
di aiuto reciproco, incluse le banche dei tempi di cui all’articolo 27 della
legge 8 marzo 2000, n. 53, e i gruppi di acquisto solidale di cui all’articolo
1, comma 266, della legge 24 dicembre 2007, n. 244; x) cura di procedure
di adozione internazionale ai sensi della legge 4 maggio 1983, n. 184; y)
protezione civile ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225, e successive
modificazioni”.
L’elencazione ex art. 5 ha carattere tassativo. Tuttavia, il legislatore dele-

23
Il mancato rispetto di questi vincoli comporta la perdita della qualifica di ETS, cui
consegue che: tutti i beni facenti parte del patrimonio devono essere compresi nell’inventario
(art. 15, D.P.R. n. 600/1973); occorre tenere la contabilità ordinaria (artt. 14-16, D.P.R. n.
600/1973); le registrazioni cronologiche di operazioni tra l’inizio del periodo d’imposta ed il
momento in cui si perde la qualifica devono essere eseguite entro tre mesi dalla sussistenza
dei seguenti presupposti.

– 22 –
gato ha stabilito che questa potrà essere aggiornata con Decreto del Consi-
glio dei Ministri, sentite le Commissioni Parlamentari e la Conferenza Uni-
ficata, in modo da tenere conto di nuovi possibili ambiti di bisogni sociali,
ambiti di azione per gli ETS 24.
A ben vedere, quello descritto dalla norma è un meccanismo non del tutto
conforme alla gerarchia delle fonti e costituisce l’effetto collaterale di una
politica accentratrice e timorosa di lasciare troppo spazio alla creatività dei
soggetti che s’impegnano nel sociale con scopi solidaristici 25. Questo spiega
perché l’elenco delle attività risulti caratterizzato da un’attenzione quasi ma-
niacale all’individuazione delle norme di riferimento dettate per ciascuna
delle attività elencate, che peraltro cessano di essere di interesse generale se
non sono svolte “in conformità alle norme particolari che ne disciplinano
l’esercizio”.
La Relazione illustrativa del Governo ammette la possibilità, anzi la ne-
cessità, di un successivo intervento del legislatore, laddove precisa che
“molte attività non nominate non devono ritenersi, solo per questo, escluse,
perché potrebbero rientrare in una o più attività individuate nell’elenco. Ad
esempio, l’attività di “promozione sociale” potrebbe collocarsi, tra le altre
nelle lettere a), e) e i) dell’articolo 5, a seconda di quale sia il suo oggetto
specifico”.
È interessante notare come le attività di cui all’art. 5, a differenza di
quanto previsto dall’art. 10, comma. 2, del d.lgs n. 460/97, non devono esse-
re necessariamente svolte a favore di specifici beneficiari.
Con specifico riguardo agli enti ecclesiastici, preme osservare come un’e-
lencazione tassativa, del tenore di quella contenuta all’art. 5 del CTS, ponga
problemi di coordinamento con la disciplina recata alla legge n. 222/1985.
Invero, l’ente ecclesiastico deve avere finalità di “religione o culto” e,
dunque, svolgere almeno una delle attività di cui all’elenco della lettera a)
dell’art. 16, legge n. 222/1985. Esso, pertanto, non potrà mai assumere tout
court la qualifica di ente del Terzo Settore, per la stessa ragione per cui oggi
non può essere qualificato Onlus o Inlus.
Per superare tale ragionevole limite, la riforma del Terzo settore prevede
una disciplina specifica solo per gli “enti religiosi civilmente riconosciuti”,

24
A. MAZZULLO, Enti commerciali. La riforma ribalta la logica commerciale, cit., pp. 58
ss. Cfr. anche S. BENVENUTI, S. MARTINIS, La crisi del welfare pubblico e il “nuovo” Terzo
settore: la via tracciata dal la legge delega n. 106/2016, cit., pp. 11,-13.
25
Cfr. P. CONSORTI, L’impatto del nuovo codice del Terzo settore sulla disciplina degli
enti religiosi, cit., p. 15; F. FRENI, Enti ecclesiastici e associazioni etico-religiose in una
“new economy” di comunione solidale. Per un’economia dal volto più umano, in Quaderni
di diritto e politica ecclesiastica, n. 3/2015, pp. 895-921.

– 23 –
cui è data la possibilità di costituire al loro interno rami di attività “d’in-
teresse generale”, a cui solo si applicheranno i vincoli di struttura, ammini-
strazione e controllo introdotti dalle nuove norme, fermo restando il rispetto
delle forme e delle modalità di organizzazione degli enti religiosi.
In questo modo si consente all’ente ecclesiastico di svolgere:
– le “attività di religione o culto”, che mai potrebbero essere qualificate
di Terzo Settore;
– le “attività di interesse generale” riconducibili a quelle di Terzo Settore
(art 5 CTS);
– le “attività diverse” (lett. b, art. 16, legge n. 222/1985) non comprese
tra quelle proprie del Terzo Settore.
La possibilità di strutturare in “rami” l’attività dell’ente ecclesiastico apre
il varco all’applicabilità delle disposizioni civili limitatamente alle attività di
Terzo Settore, dunque, nel pieno rispetto della disposizione concordataria
per cui “Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti
ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali
enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario
previsto per le medesime” (art. 7, comma 3, legge n. 121/1985) 26.

4. – L’art. 4 del CTS ricomprende espressamente tra gli ETS un primo


gruppo di enti che la Relazione Illustrativa definisce “tipici”: le organizza-
zioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, gli enti filantro-
pici, le imprese sociali, le reti associative e le società di mutuo soccorso.
Tutti questi enti sono tenuti ad iscriversi nelle apposite sezioni speciali del
Registro Unico Nazionale, a norma dell’art. 46 del CTS.
Vi sono poi gli enti atipici, ossia enti che possono anche essere enti priva-
ti che non presentino una forma giuridica associativa o fondazionale, purché
non si tratti di società 27. Tra gli enti atipici non figurano, tuttavia, i comitati,

26
Occorre evitare di incorrere nell’equivoco che per il solo motivo che determinate atti-
vità sono inserite tra quelle del nuovo Terzo Settore ciò debba significare che siano automa-
ticamente “compatibili” con la peculiare natura/finalità delle persone giuridiche canoniche
pubbliche riconosciute civilmente come enti ecclesiastici. Infatti resta sempre ad appannag-
gio dell’autorità ecclesiale decidere con quali modalità possa essere gestita un’attività, so-
prattutto se di natura economico/commerciale. Cfr. L. SIMONELLI, L’ente ecclesiastico e la
riforma del terzo settore, cit., p. 49.
27
Nella versione originaria dello schema di decreto presentato dal Governo era richie-
sta per questi enti atipici la forma associativa o fondazionale. Si è poi optato per una for-
mula estensiva, analogamente a quanto previsto per le Onlus dall’art. 10 del d.lgs. n.

– 24 –
probabilmente a cagione dei dubbi interpretativi circa il loro inquadramento
giuridico 28 .
Ed invero, la possibilità di acquisire la personalità giuridica è riconosciu-
ta ai comitati è prevista dall’art. 41 cod. civ. In tal caso essi assumerebbero
la qualifica di associazioni riconosciute ovvero di fondazioni e probabilmen-
te è per questo che non sono stati catalogati dal legislatore della riforma tra
gli ETS atipici.
Un discorso a sé va fatto per gli enti ecclesiastici. Gli enti religiosi civil-
mente riconosciuti, limitatamente alle attività di interesse generale di cui
all’art. 5 eventualmente svolte, possono optare per l’iscrizione al Registro ed
essere riconosciuti come ETS alle condizioni di cui al terzo comma dell’art.
4. Tali enti potranno definirsi del Terzo Settore solo una volta conseguita
l’iscrizione al Registro: solo allora potranno beneficiare delle agevolazioni
previste dal nuovo Codice, in funzione dell’inquadramento civilistico e del-
l’attività svolta.
Come accennato, il Codice prevede, in molti casi, disposizioni di caratte-
re generale che, in quanto tali, sono applicabili a tutti gli ETS e previsioni
“caratterizzanti” gli specifici profili giuridici in esso contenuti.
Un caso particolare è rappresentato dall’impresa sociale, come novellata
dal d.lgs. 112/2017, qualifica che l’ETS può acquisire soddisfatte determina-
te condizioni e a cui è collegato, a differenza di quanto avveniva con la pre-
cedente normativa (d.lgs. n. 155/2006), un apposito regime fiscale, incentivi
alla capitalizzazione e la possibilità di redistribuire parte degli utili, a diffe-
renza del divieto assoluto che sussisteva prima della riforma.
Volgendo l’attenzione alle misure fiscali di favore rivolte alle imprese
sociali, la novella prevede la detassazione degli utili ed avanzi di gestione
che in sede di approvazione del bilancio di esercizio l’assemblea destini ad
incremento delle riserve indivisibili, in sospensione d’imposta, purché questi
vengano effettivamente impiegati, entro il secondo periodo d’imposta suc-
cessivo a quello di loro formazione, nello svolgimento dell’attività statutaria
o ad incremento del patrimonio.
Inoltre, si prevede l’esclusione dal computo del reddito imponibile del-
l’ulteriore quota di utili destinati ad aumento gratuito del capitale sociale pur
se limitatamente alla misura in cui tale incremento consenta di adeguare l’am-

460/1997, recependo il parere espresso dalla Commissione Affari Sociali della Camera dei
deputati.
28
Al riguardo si ricorda la contrapposizione tra una tesi dottrinaria che inquadrava i Co-
mitati come figura giuridica autonoma e un’altra opzione interpretativa che, invece, li consi-
derava: associazioni nella fase costitutiva del patrimonio e fondazioni nella fase devolutiva
dello stesso.

– 25 –
montare del capitale all’inflazione, avendo riguardo al tasso di svalutazione
dell’indice nazionale generale annuo rilevato dall’ISTAT per il periodo cor-
rispondente a quello in cui gli utili sono stati prodotti.
In considerazione delle peculiarità che afferiscono alla gestione delle im-
prese sociali, queste sono escluse dall’ambito di applicabilità della disciplina
relativa alle società non operative con riferimento sia alla misura concernen-
te le c.d. “società di comodo”, che a quella relativa alle società in perdita si-
stematica. Le imprese sociali non sono soggette nemmeno agli studi di setto-
re, ai parametri ed agli indici sintetici di affidabilità fiscale.
Ulteriori vantaggi indiretti derivano alle imprese qualificate come “socia-
li” da misure incentivanti riconosciute ai soggetti investitori nel capitale di
rischio delle società.
In particolare, la rivisitata disciplina dispone detrazioni, ai fini IRPEF, e
deduzioni, ai fini IRES, correlate agli investimenti effettuati a titolo di con-
ferimento di capitale sociale dagli organismi che acquisiranno la qualifica di
impresa sociale successivamente alla data di entrata in vigore del d.lgs. n.
112/2017, e siano costituiti non oltre trentasei mesi dalla medesima data.
Precisamente, ai soggetti passivi dell’imposta sui redditi delle persone fi-
siche è riconosciuta una detrazione d’imposta pari al 30% dell’aumento ef-
fettivo di capitale sociale conseguente al conferimento, entro un limite mas-
simo di un milione di euro per ciascun periodo d’imposta. La detrazione
spetta automaticamente ed andrà richiesta nella dichiarazione relativa al pe-
riodo d’imposta nel corso del quale risulterà iscritto nel Registro delle im-
prese l’atto costitutivo o quello di avvenuto aumento di capitale sociale.
Per quanto, invece, concerne i soggetti passivi dell’imposta sul reddito
delle società, la misura agevolativa concessa a fronte di conferimenti nel ca-
pitale sociale consiste in una deduzione dal reddito imponibile di un importo
pari al 30% dell’investimento la cui misura non potrà oltrepassare la soglia
dei 1.800.000,00 euro per singolo periodo d’imposta 29.
Per entrambe le misure agevolative la durata minima dell’investimento è
stabilita in tre anni, pena la decadenza del beneficio con conseguenziale re-
cupero dei benefici medio tempore goduti.

29
A. MAZZULLO, Il nuovo Codice del Terzo settore. Profili civilistici e tributari, cit. pp.
37 ss.; M. ANSELMO, Le attività commerciali nella disciplina del terzo settore, cit., pp. 203-
300; D. VITTORIA, Il problema della compatibilità tra gli enti del libro primo del codice civi-
le e l’attività d’impresa, cit., p. 233; A. M. PROTO, La fiscalità degli enti non societari, cit.,
p. 242; G. PONZANELLI, Onlus e riforma del codice civile, cit., p. 1; G. M. COLOMBO, La ri-
forma del non profit tra attese e realtà, cit., p. 50; P. ROSSI, Scopi perseguiti e destinazione
dei risultati nella tassazione degli enti di tipo associativo, in Il regime fiscale delle associa-
zioni, a cura di A. Fedele, Padova, 1998, p. 256.

– 26 –
Sempre nell’intento di favorire le operazioni di raccolta del capitale di ri-
schio, l’art. 18 del d.lgs. n. 112/2017 include le imprese sociali tra i soggetti
legittimati all’impiego di portali on line al fine della raccolta di capitali tra i
risparmiatori (c.d. “crowdfunding”) attraverso offerta pubblica di sottoscri-
zione di appositi strumenti finanziari.

5. – L’art. 82 del CTS stabilisce per gli ETS alcune agevolazioni ai fini
delle imposte indirette e dei tributi locali che entreranno in vigore a partire
dal 1° gennaio 2018, a norma dell’art. 104, comma 1. Sotto il profilo sogget-
tivo, la disposizione è rivolta a tutti gli enti che si iscrivono nel Registro,
comprese le cooperative sociali e le imprese sociali non costituite in forma
societaria, e vuole garantire la più ampia fruizione di alcuni benefici in parte
già previsti dal nostro ordinamento con riferimento ad alcuni enti non com-
merciali.
In particolare, la disposizione in commento introduce un’esenzione dalle
imposte di successione e donazione, nonché dalle imposte ipotecarie e cata-
stali, per i trasferimenti a titolo gratuito, effettuati a favore degli enti di cui
sopra, di beni utilizzati per lo svolgimento dell’attività statutaria ai fini
dell’esclusivo perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità so-
ciale. A fronte dell’adozione di tale misura, è stata prevista per gli ETS, la
disapplicazione dell’analoga misura (seppur di più ristretto ambito applicati-
vo) recata dai commi primo e secondo dell’art. 3 del d.lgs. n. 346/1990 e dal
terzo comma dell’art. 10 del d.lgs. n. 347/1990.
L’art. 82 del CTS prevede anche, al terzo comma, che agli atti costitutivi
e alle modifiche statutarie degli ETS – comprese le operazioni di fusione,
scissione o trasformazione – si applicano le imposte di registro, ipotecaria e
catastale in misura fissa, e introduce, per i trasferimenti immobiliari a titolo
oneroso, un’agevolazione per cui le imposte di registro, ipotecarie e catastali
saranno applicate in misura fissa agli atti traslativi della proprietà o di altri
diritti reali di godimento effettuati a favore degli ETS comprese tutte le im-
prese sociali, anche quelle costituite in forma societaria.
La fruizione del beneficio, tuttavia, è subordinata alla condizione che gli
immobili oggetto di trasferimento siano destinati, entro cinque anni dalla
stipula dell’atto traslativo, in attuazione degli scopi istituzionali o dell’og-
getto sociale e che l’ente acquirente renda una dichiarazione in tal senso,
contestualmente alla stipula dell’atto. In caso di dichiarazione mendace, o
utilizzo del bene per scopi diversi, verranno recuperate le imposte in misura
ordinaria e irrogate sanzioni nella misura del 30%.
Pare opportuno evidenziare che la disposizione in esame reintroduce, con

– 27 –
un più vasto ambito applicativo, le agevolazioni previste a favore delle On-
lus, abrogate a partire dal 1° gennaio 2014, dall’art. 10 del d.lgs. n. 23/2011.
Ai fini dell’imposta di bollo, il quinto comma dell’art. 82 del CTS preve-
de un’esenzione d’imposta per tutti gli atti e i documenti, cartacei o informa-
tici, posti in essere o richiesti dagli ETS, comprese le cooperative sociali e le
imprese sociali non costituite in forma societaria.
Con riferimento ai tributi locali, va in primo luogo evidenziata l’introdu-
zione di un’esenzione IMU e TASI analoga a quella già in vigore per gli enti
non commerciali e, quindi, applicabile esclusivamente agli immobili posse-
duti da ETS non commerciali e destinati esclusivamente allo svolgimento,
con modalità non commerciali, di attività di interesse generale.
Infine, sempre a partire dal 1° gennaio 2018, in relazione all’imposta su-
gli intrattenimenti e alla tassa sulle concessioni governative, le agevolazioni
oggi previste per le Onlus vengono estese agli ETS, comprese le cooperative
sociali e le imprese sociali non costituite in forma societaria.

6. – La Fondazione Italiana Sociale è l’ente, istituito dal Legislatore de-


legante e disciplinato all’art. 10 della legge n. 106/2016 allo scopo di “so-
stenere mediante l’apporto di risorse finanziarie e di competenze gestionali,
la realizzazione e lo sviluppo di interventi innovativi da parte di enti del ter-
zo settore” svolgendo “una funzione sussidiaria e non sostitutiva dell’in-
tervento pubblico”, nel pieno rispetto del principio di prevalenza dell’impie-
go di risorse provenienti da soggetti privati 30.
Si tratta di un ente di diritto privato dotato di piena autonomia statutaria e
gestionale, precisamente una fondazione di partecipazione senza scopo di
lucro, soggetto alle norme del codice civile, della legislazione speciale e del-
lo statuto, con la peculiarità di non essere tenuto alla conservazione del pa-
trimonio né alla remunerazione degli investitori.
La Legge delega prevede un regime di neutralità fiscale per gli atti con-
nessi alle operazioni di costituzione, conferimento e devoluzione della Fon-

30
L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di contribuire alla razionalizzazione ed alla
modernizzazione degli interventi a carattere sociale, sviluppando progetti a livello nazionale.
Ciò si evince chiaramente dal Comunicato stampa diffuso dopo il Consiglio dei Ministri del
9 marzo scorso, in cui è stato approvato lo Statuto della Fondazione. Qui si legge, infatti, che
la Fondazione opererà talaltro “per la promozione e la diffusione della fiducia nel valore de-
gli investimenti sociali attraverso gli enti del terzo settore, sia mediante il sostegno ad attività
di ricerca, formazione e sviluppo [...] sia nel compito di predisporre gli strumenti e le moda-
lità di verifica dei risultati raggiunti e degli impatti sociali ed occupazionali effettivamente
prodotti [...]”.

– 28 –
dazione (art. 10, comma 6) e stabilisce che lo statuto della Fondazione, oltre
alla individuazione degli organi, della loro composizione e dei relativi com-
piti, prevede: strumenti e modalità che consentano alla fondazione di finan-
ziare le proprie attività; strumenti e modalità di investimento, diretto o in
partenariato con terzi, anche con riferimento alla diffusione di modelli di
welfare integrativi rispetto a quelli già assicurati dall’intervento pubblico e
allo sviluppo del micro credito e di altri strumenti di finanza sociale; la no-
mina, nell’organo di governo della Fondazione, di un componente designato
dal Consiglio nazionale del Terzo Settore.
L’approvazione dello Statuto della fondazione è avvenuta ad opera del
D.P.R. 28 luglio 2017, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri,
sentiti i Ministri del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell’Economia e delle
Finanze 31.
Il D.P.R. traccia tre principali ambiti di operatività della Fondazione. Il
primo relativo alla creazione di un Fondo di intermediazione filantropica che
offrirà ai donatori la possibilità di vedersi amministrato il proprio patrimonio
sulla base delle proprie indicazioni all’interno di un fondo costituito apposi-
tamente. Il secondo riferito alla creazione di un fondo filantropico italiano
con la funzione di raccogliere le donazioni e, infine, un terzo ambito afferen-
te alla creazione di una società di gestione del risparmio che veicolerà i pro-
pri investimenti verso imprese sociali.
Il citato decreto precisa il ventaglio di strumenti che ha a disposizione il
nuovo ente:
a) investire in progetti anche imprenditoriali degli Enti del Terzo Settore
in grado di rispondere a bisogni sociali diffusi e ad alto impatto occupazio-
nale, con strumenti di partecipazione, prestito e garanzia;
b) promuovere, anche in cooperazione con uno o più soggetti intermedia-
ri, la costituzione di fondi per l’investimento sociale e/o partecipare in fondi
costituiti da soggetti terzi e destinati a organizzazioni del Terzo settore;
c) investire in strumenti di finanza sociale mirati al consolidamento e alla
crescita di organizzazioni esistenti o alla nascita di nuove imprese innovati-
ve nel settore sociale;
d) acquistare beni immobili o ricevere in comodato beni immobili privati
ovvero, con le modalità e nei limiti previsti dalla legge, pubblici, da utilizza-
re per lo svolgimento delle proprie attività istituzionali o da destinare all’u-
tilizzo per finalità sociali da parte di organizzazioni del Terzo settore;

31
AA.VV., La riforma del terzo settore, Milano, 2018, pp. 70 ss.; AA.VV., La riforma
del terzo settore e dell’impresa sociale. Una introduzione, cit., pp. 56 ss.; A. MAZZULLO, Il
nuovo Codice del Terzo settore. Profili civilistici e tributari, cit. pp. 68 ss.

– 29 –
e) sostenere, avvalendosi di intermediari autorizzati, prestiti a soggetti del
Terzo settore erogati da finanziatori al fine di contenere gli oneri per interes-
si;
f) promuovere la cultura dell’imprenditorialità sociale attraverso l’orga-
nizzazione di iniziative, convegni e seminari, la stampa di materiali didattici
e informativi e l’utilizzo delle tecnologie digitali;
g) svolgere attività funzionali alla creazione ed allo sviluppo delle orga-
nizzazioni del Terzo Settore, in particolare offrendo alle stesse direttamente
o tramite soggetti terzi servizi di consulenza, capacity building e tutoraggio;
h) promuovere la raccolta, diretta o indiretta, di fondi da erogare a favore
dei progetti e delle iniziative della Fondazione.
Il patrimonio della Fondazione è costituito da una dotazione iniziale, con-
ferita dallo Stato, pari ad un milione di euro 32.
La Fondazione potrà anche acquisire da altri enti e gestire fondi che, pe-
rò, dovranno essere gestiti separatamente attraverso l’istituzione di patrimo-
ni destinati ad uno specifico affare, ex art. 2447 bis c.c.
Sono organi della fondazione: il Collegio dei Partecipanti, il Comitato di
gestione, il Presidente e il Vice Presidente, il Segretario generale e l’Organo
di revisione.
Il Collegio dei Partecipanti svolge una funzione generale di indirizzo e di
verifica dell’attività della Fondazione; il Comitato di gestione, invece, è
l’organo deputato all’amministrazione sia ordinaria che straordinaria della
Fondazione 33.

32
Il patrimonio della Fondazione è composto da: a) fondo di dotazione; b) contribuzioni
pubbliche e private con destinazione deliberata dal Comitato di gestione ad incremento del
patrimonio; c) ogni altro bene che pervenga alla fondazione a qualsiasi titolo anche per legge
e che sia espressamente destinato ad apposita delibera del Comitato di gestione ad incremen-
to del patrimonio; d) residui di gestione non utilizzati e non trasferiti ai successivi esercizi
con delibera del Comitato di gestione, destinati ad incrementare il patrimonio; e) fondi di
riserva costituiti con eventuali avanzi di gestione; f) Fondo di gestione che è, a sua volta, co-
stituito: i) dalla dotazione iniziale dello Stato pari ad euro 900.000,00; ii) dalle donazioni,
dalle disposizioni testamentarie, dalle erogazioni liberali e dai contributi di soggetti pubblici
e privati; iii) dalle somme derivanti da alienazione di beni facenti parte del Patrimonio desti-
nate a finalità diverse dall’incremento del Fondo di Dotazione per delibera del Comitato di
Gestione; iv) dai ricavi delle attività istituzionali, accessorie, strumentali e connesse svolte a
titolo oneroso; v) dagli avanzi di gestione dei precedenti esercizi; vi) da ogni altra elargizio-
ne, anche sotto forma di contributo, diversa dai conferimenti patrimoniali, proveniente dal
Fondatore o da enti e da amministrazioni pubbliche ovvero da privati.
33
Tra i compiti del Comitato vi rientrano quelli di: redigere la relazione annuale sull’atti-
vità; deliberare la partecipazione a progetti, fondi, investimenti ed altre attività tipiche della
Fondazione; redigere e approvare annualmente il bilancio consuntivo, preventivo ed il bilan-

– 30 –
La legge definisce poi il Presidente quale rappresentante pro tempore del-
la Fondazione che esercita i poteri che il Comitato può conferirgli.
Molto articolata è la disciplina che riguarda la figura del Segretario gene-
rale, cioè colui che sovraintende all’attività tecnica e finanziaria della Fon-
dazione e che cura l’esecuzione delle delibere del Comitato di gestione.
Infine vi è l’Organo di revisione, che è incaricato del controllo della rego-
larità dell’amministrazione e della contabilità della Fondazione e che predi-
spone le relazioni ai bilanci consuntivi, ne riferisce al Comitato di gestione
ed effettua le verifiche di cassa.
La Fondazione è sottoposta alla vigilanza del Ministero del Lavoro e del-
le Politiche sociali ed al controllo della Corte dei Conti, ai sensi dell’art. 12
della legge n. 259/1958. Essa si estingue quando lo scopo è raggiunto o è di-
venuto impossibile (art. 26 c.c.), e lo scioglimento è deliberato dal Comitato
di gestione. Terminata la fase di liquidazione la Fondazione verserà allo Sta-
to il contributo iniziale e in subordine devolverà il patrimonio residuo ad al-
tri enti senza scopo di lucro individuati dal Comitato di gestione. È espres-
samente esclusa la trasformazione eterogenea di cui all’art. 2500 octies cod.
civ., mentre non sussistono preclusioni alla trasformazione dello scopo di
cui all’art. 20, comma 1, cod. civ.

7. – L’articolo 89, che chiude il Titolo X del CTS, detta disposizioni di


coordinamento normativo, volte a salvaguardare l’effettiva applicazione del-
le disposizioni fiscali ivi contenute. Più specificamente, questa norma indi-
vidua le disposizioni che vengono disapplicate per gli ETS; le modifiche alla
disciplina preesistente; e le ulteriori modifiche intese a tradurre il riferimen-
to della legislazione esistente alle Onlus in riferimento agli ETS non com-
merciali 34.

cio sociale; redigere e trasmettere entro il 31 dicembre di ogni anno alle Camere una relazio-
ne sulle attività svolte per il perseguimento degli scopi istituzionali e sui risultati conseguiti,
sull’entità e articolazione del patrimonio nonché sull’utilizzo della dotazione; deliberare
sull’accettazione delle donazioni e dei lasciti testamentari; decidere la destinazione degli
avanzi di gestione ad incremento del Fondo di dotazione; deliberare in merito allo sciogli-
mento della Fondazione e alla devoluzione del patrimonio.
34
AA.VV., La riforma del terzo settore e dell’impresa sociale. Una introduzione, cit., pp.
34 ss.; P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove partizioni nella di-
sciplina degli enti religiosi, cit., p. 7; L. GORI e E. ROSSI, La legge delega n. 106 del 2016 di
riforma del Terzo settore, cit., p. 22; P. CONSORTI, Il nuovo “Codice del terzo settore”, con
particolare attenzione alla disciplina degli enti ecclesiastici (o religiosi?), cit.; ID., La nuova
definizione giuridica di terzo settore, cit., p. 5 ss.

– 31 –
Venendo a trattare delle varie eccezioni previste dalla normativa del CTS,
non trova applicazione per gli ETS la previsione di carattere generale relati-
va alla de-commercializzazione a favore degli enti non commerciali per rac-
colte di fondi e attività sociali svolte in convenzione con amministrazioni
pubbliche (art. 143, comma 3, Tuir).
Gli ETS non sono soggetti, inoltre, all’obbligo di tenere una contabilità
separata, né, nel caso di enti religiosi, possono dedurre dal reddito i compen-
si per l’opera prestata dai loro membri (art. 144, commi 2, 5 e 6, Tuir).
Non trova applicazione per gli ETS nemmeno il regime forfettario degli
enti non commerciali previsto dall’art. 145 Tuir, salvo che non si tratti di en-
ti religiosi che svolgono anche attività diverse da quelle di interesse generale
di cui all’art. 5 del CTS. In questo caso, infatti, la disposizione in discorso si
applicherà limitatamente alle attività diverse.
Vengono disapplicate per gli ETS anche le previsioni relative alla de-
commercializzazione per le associazioni ed agli indici in base ai quali un en-
te non commerciale perde le proprie caratteristiche (artt. 148 e 149 Tuir).
Avendo riguardo ai decreti legislativi nn. 346 e 347 del 1990, non sono
applicabili agli ETS le norme che stabiliscono le agevolazioni fiscali per do-
nazioni e successioni a favore di associazioni, fondazioni e Onlus. Un’appo-
sita disciplina in materia è dettata appositamente per questi enti dal CTS.
Analoghe considerazioni possono essere espresse con riferimento al re-
gime forfetario e agevolativo previsto per le piccole associazioni con introiti
commerciali non superiori a 400.000,00 euro dalla legge n. 398/1991 ed alle
ulteriori agevolazioni stabilite dall’art. 25, comma 5, d.lgs. n. 367/1996 ed
all’art. 1, commi 185-187, rispettivamente per i soggetti che operano nel set-
tore musicale e per le associazioni che operano o partecipano a manifesta-
zioni di particolare interesse storico, artistico e culturale.
Un altro aspetto rilevante è quello relativo alle abrogazioni normative di-
sposte dal CTS, di cui si occupa l’art. 102 prevedendo, tuttavia, termini di-
versi da cui far decorrere l’effetto abrogativo.
Sono così immediatamente abrogate: la legge quadro sul volontariato (L.
n. 266/1991); la disciplina delle associazioni di promozione sociale (L. n.
383/2000); il contributo statale a favore delle associazioni nazionali di pro-
mozione sociale (artt. 2, 3, 4 e 5, legge n. 438/1998); il regolamento concer-
nente i criteri e le modalità per la concessione e l’erogazione dei contributi
in materia di attività di utilità sociale, in favore di associazioni di volontaria-
to e Onlus (D.M. n. 177/2010); la disciplina sulle modalità per la costituzio-
ne dei fondi speciali per il volontariato presso le regioni (D.M. 8 ottobre
1997); la deducibilità delle erogazioni liberali in denaro, per importo non
superiore a 1.549,37 euro o al 2% del reddito di impresa dichiarato, a favore

– 32 –
di associazioni di promozione sociale iscritte nei registri previsti dalla legge
(art. 100, comma 2, lett. L), Tuir); la detrazione Irpef del 19% per le eroga-
zioni liberali in denaro, per importo non superiore a 4 milioni di lire, a favo-
re delle associazioni di promozione sociale iscritte nei registri previsti dalla
legge (art. 15, comma 1, lettera i)-quater, Tuir); la detrazione Irpef del 19%
per i contributi associativi, per importo non superiore a 2 milioni e 500 mila
lire, versati dai soci alle società di mutuo soccorso che operano esclusiva-
mente in determinati settori al fine di assicurare ai soci un sussidio nei casi
di malattia, di impotenza al lavoro o di vecchiaia, ovvero, in caso di decesso,
un aiuto alle loro famiglie (art. 15, comma 1, lettera i-bis, Tuir) 35.
Vi sono poi disposizioni la cui abrogazione decorre, invece, dal periodo
d’imposta successivo all’autorizzazione della Commissione europea o, co-
munque, dal periodo di imposta successivo all’operatività del Registro Uni-
co Nazionale Speciale. Più nello specifico, si tratta: delle norme sul riordino
della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle Onlus (artt. da
10 a 29, d.lgs. n. 460/1997, eccetto l’art. 13, commi 2, 3 e 4); della normati-
va sulle scritture contabili delle Onlus (art. 20-bis, D.P.R. n. 600/1973) e sul
trattamento delle Onlus ai fini Ires (art. 150 Tuir); delle agevolazioni fiscali
per le organizzazioni di volontariato (art. 8, commi 2, e 4, legge n. 266/1991);
dell’estensione ad associazioni senza fini di lucro e ad associazioni pro-loco
del regime fiscale agevolato previsto dalla legge n. 398/1991 (art. 9-bis,
D.L. n. 417/1991); delle agevolazioni fiscali per le associazioni di promo-
zione sociale (artt. 20 e 21, legge n. 383/2000); delle erogazioni liberali a
favore delle Onlus e di altri enti del Terzo settore (art. 14, commi 1, 2, 3, 4,
5 e 6, D.L. n. 35/2005).
Ancora, sono abrogate, a decorrere dalla data di efficacia del Decreto
Ministeriale finalizzato ad apportare le variazioni di bilancio necessarie a
dare attuazione all’art. 73, comma 1 (in materia di risorse finanziarie speci-
ficamente destinate al sostegno degli enti del Terzo settore), le disposizioni
che riguardano il fondo per il volontariato (art. 12, comma 2, legge n.
266/1991), il fondo per l’associazionismo (art. 13, legge n. 383/2000) e gli
altri fondi per Onlus e organizzazioni di volontariato (art. 96, comma 1, leg-
ge n. 342/2000).
Infine, sono abrogate a decorrere dalla data di operatività del Registro
Unico Nazionale del Terzo Settore le disposizioni che prevedono i registri

35
Le abrogazioni delle suindicate disposizioni del Tuir relative alle erogazioni liberali nei
confronti di Onlus e associazioni di promozione sociale rispondono all’esigenza di “preveni-
re sovrapposizioni” con la nuova disciplina unitaria delle erogazioni liberali a favore degli
enti del Terzo Settore prevista dal Codice.

– 33 –
delle organizzazioni di volontariato istituiti dalle regioni e dalle province au-
tonome (art. 6, legge n. 266/1991); i registri delle associazioni di promozio-
ne sociale (artt. 7, 8, 9 e 10, legge n. 383/2000) ed il registro delle APS
(D.M. 14 novembre 2001, n. 471).

8. – Tra le molteplici peculiarità che afferiscono all’ente ecclesiastico è


senz’altro da segnalare quella per cui detto ente, al pari di tutti gli enti co-
siddetti non profit, può svolgere attività commerciali 36.
Il processo di adeguamento al nuovo quadro normativo sarà tutt’altro che
semplice, soprattutto per quel che concerne i profili fiscali, considerata la
mole delle novità che saranno introdotte. Di quest’ordine di difficoltà, tutta-
via, sembra aver tenuto conto il legislatore, nel prevedere che tutte le dispo-
sizioni fiscali contenute nel Titolo X del Codice del Terzo Settore, si appli-
cheranno solo dopo che avranno ricevuto l’autorizzazione da parte della
Commissione Europea.
Dal combinato disposto degli artt. 1 37 e 4 38 della legge delega del 2016 si
evince che l’accesso al Terzo Settore non dipenderà solo dalla tipologia del
soggetto giuridico ma anche dal tipo di attività che questo intende svolgere 39.

36
Ciò per effetto della Circolare n. 3407/C del 9 gennaio 1997 del Ministero dell’indu-
stria, del commercio e dell’artigianato – confermata dalla Circolare n. 145656 del 18 agosto
2014 del Ministero per lo sviluppo economico – secondo cui l’ente ecclesiastico, anche
quando svolga attività commerciali, non può iscriversi al Registro delle Imprese ma deve
iscriversi solo al Repertorio Economico Amministrativo.
37
Art. 1, comma 1 “Per Terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti
per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità socia-
le e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti
costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione
volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi. Non fanno
parte del Terzo settore le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni
professionali e di rappresentanza di categorie economiche. Alle fondazioni bancarie, in quanto
enti che concorrono al perseguimento delle finalità della presente legge, non si applicano le
disposizioni contenute in essa e nei relativi decreti attuativi”.
38
Art. 4, comma 1, lett. b) «Individuare le attività di interesse generale che caratterizzano
gli enti del Terzo settore, il cui svolgimento, in coerenza con le previsioni statutarie e attra-
verso modalità che prevedano le più ampie condizioni di accesso da parte dei soggetti bene-
ficiari, costituisce requisito per l’accesso alle agevolazioni previste dalla normativa e che
sono soggette alle verifiche di cui alla lettera i). Le attività di interesse generale di cui alla
presente lettera sono individuate secondo criteri che tengano conto delle finalità civiche, so-
lidaristiche e di utilità sociale nonché sulla base dei settori di attività già previsti dal decreto
legislativo 4 dicembre 1997, n. 460, e dal decreto legislativo 24 marzo 2006, n. 155».
39
Legge n. 106 del 2016, contenente la “Delega al Governo per la riforma del Terzo set-

– 34 –
Entrando più nello specifico, per quel che concerne i settori di attività, il
legislatore delegante ha inteso intraprendere una razionalizzazione degli
stessi, attraverso la compilazione di un elenco unico ed ha stabilito che le at-
tività di interesse generale siano individuate secondo criteri che tengano in
considerazione le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, oltre che
i settori di attività contemplati al d.lgs. 4 dicembre 1997, n. 460 40 ed al d.lgs.
24 marzo 2006, n. 155 41.
Gli intrecci tra enti religiosi e fini di solidarietà sociale vengono note-
volmente rafforzati, oltre che nel “Codice del Terzo settore” (d. Lgs. 3 luglio
2017, n. 117), anche nella “Disciplina in materia di impresa sociale” (d.lgs.
3 luglio 2017, n. 112) e nella “Disciplina dell’istituto del cinque per mille”
(d.lgs. 3 luglio 2017, n. 111).
I richiamati provvedimenti, però, a differenza della normativa attualmen-
te vigente, riguardano solo gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti.
Il nuovo Codice contiene, al suo art. 4, una definizione unitaria di ETS, al
fine di ricondurre ad uno schema uniforme le varie figure elaborate in pre-
cedenza dalle varie leggi speciali, quali le Organizzazioni non governative
(Ong), le Associazioni di promozione sociale (Aps), le Imprese non lucrati-
ve di utilità sociale (Inlus) e le Organizzazioni non lucrative di utilità sociale
(Onlus).
Si tratta di una definizione alquanto complessa, nella quale si fa riferi-
mento alle finalità “civiche, solidaristiche e di utilità sociale”, perseguite
“senza scopo di lucro”, ed allo svolgimento “in via esclusiva o principale”
di “una o più attività di interesse generale”, secondo gli elenchi predisposti
dal nuovo legislatore e aggiornabili con decreto del Presidente del Consiglio
dei Ministri.
Questa scelta di adottare una definizione unitaria di ETS, nel quale con-

tore, dell’impresa sociale e del servizio civile universale”. Cfr. C. ELEFANTE, Enti ecclesia-
stici religiosi e Terzo settore tra questioni aperte e prospettive di riforma: sviluppi recenti,
cit., pp. 381 ss.
40
Art. 10, comma 1, lett. a): «Assistenza sociale e socio sanitaria; assistenza sanitaria;
beneficenza; istruzione; formazione; sport dilettantistico; tutela, promozione e valorizzazio-
ne delle cose d’interesse artistico e storico; tutela e valorizzazione della natura e dell’am-
biente; promozione della cultura e dell’arte, tutela dei diritti civili; ricerca scientifica di par-
ticolare interesse sociale; cooperazione allo sviluppo e solidarietà internazionale; esclusivo
perseguimento di finalità di solidarietà sociale».
41
Art. 2, comma 1: «Assistenza sociale e sanitaria, educazione, istruzione e formazione;
tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, valorizzazione del patrimonio culturale; turismo so-
ciale; formazione universitaria e post-universitaria; ricerca ed erogazione di servizi culturali;
formazione extrascolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al
successo scolastico e formativo, servizi strumentali alle imprese sociali».

– 35 –
fluirebbero quelle figure le cui attività costituiscono tutte “espressione di
partecipazione, solidarietà e pluralismo” (per utilizzare il dato testuale
dell’art. 2 del CTS) è strettamente funzionale alla previsione,– contenuta
all’art. 45 dello stesso – di adottare un Registro unico nazionale, destinato a
sostituire i vari elenchi oggi esistenti.
La Legge delega nel rivolgersi agli enti ecclesiastici, ha fatto riferimento
alla “disciplina relativa agli enti delle confessioni religiose che hanno stipu-
lato patti o intese con lo Stato”, prevedendo regole differenziate in ordine
alle “forme e modalità di organizzazione, amministrazione e controllo” di
tali enti.
La formula utilizzata dalla Legge delega - come meglio diremo nel pros-
simo capitolo - si pone in linea di continuità con la normativa preesistente,
in quanto prende in considerazione solo gli enti collegati alle confessioni re-
ligiose, anche di minoranza, che abbiano stipulato con lo Stato patti o intese
ex art. 8 Cost.42.
Per converso, i decreti delegati del 2017 si sono rivolti agli “enti religiosi
civilmente riconosciuti”, utilizzando una formula legislativamente nuova.
Come diremo meglio in prosieguo, pare ragionevole ritenere, quindi, che la
Riforma del terzo settore – a differenza delle norme preesistenti – possa es-
sere riferita anche agli enti di culto riconosciuti ai sensi delle norme sui culti
ammessi del 1929/1930 43.
L’art. 79 del d.lgs. n. 117/2017 prevede l’applicazione agli ETS delle di-
sposizioni di cui al titolo II del Tuir, “in quanto compatibili”. Ne scaturisce

42
Cfr. L. GORI e E. ROSSI, La legge delega n. 106 del 2016 di riforma del Terzo settore,
cit., p. 22, i quali, a proposito della legge n. 106 del 2016, rilevano che tale legge si inserisce
“in una zona che potremmo definire ad «ad alta tensione costituzionale»”, perché “si colloca
nel punto di equilibrio fra la libertà di associazione di cui all’art. 18 Cost. (intesa, quindi,
come possibilità dei privati di organizzarsi liberamente, nelle forme previste dalla legge), il
riconoscimento della sussidiarietà orizzontale (che richiede una valutazione da parte dei
pubblici poteri dell’interesse generale perseguito dai cittadini nell’esercizio della loro auto-
noma iniziativa: così l’art. 118, u.c., Cost.), la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo nell’am-
bito delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2 Cost.), e l’azione positiva
volta a richiedere l’adempimento dei doveri di solidarietà (art. 2 Cost.) e la rimozione degli
ostacoli che limitano, sul piano fattuale, la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”. Cfr. anche P.
FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove partizioni nella disciplina de-
gli enti religiosi, cit., p. 7.
43
Per un riferimento agli “intenti ambiziosi” del legislatore cfr. A. MAZZULLO, Enti
commerciali. La riforma ribalta la logica commerciali, cit., p. 58 ss. Cfr. anche S. BENVE-
NUTI, S. MARTINIS, La crisi del welfare pubblico e il “nuovo” Terzo settore: la via tracciata
dal la legge delega n. 106/2016, cit., pp. 15 ss.. G. PONZANELLI e V. MONTANI, Libro I, cosa
cambia. La finalità diventa centrale, cit., p. 43. V. anche A. BETTETINI, Le attività dell’ente
ecclesiastico a confronto con la normativa civile. Profili problematici, cit., pp. 405 ss.

– 36 –
che, dal punto di vista fiscale, l’ETS deve essere qualificato valutandone,
caso per caso e in concreto, la commercialità/non commercialità, senza pote-
re ricorrere alla presunzione assoluta di non commercialità, a differenza di
come attualmente avviene per le Onlus.
La norma in commento stabilisce, inoltre, che le attività di interesse gene-
rale non assumono carattere commerciale qualora siano svolte a titolo gra-
tuito o dietro versamento di corrispettivi che non superino i costi effettivi,
tenuto anche conto degli apporti economici degli ETS e salvo eventuali im-
porti di partecipazione alla spesa previsti dall’ordinamento.
Per quel che specificamente concerne le agevolazioni fiscali, si ricordano
gli incentivi per le imposte indirette ed i tributi locali (art. 82, d.lgs. n.
117/2017), il social bonus (art. 81, d.lgs. n. 117/2017) 44, la nuova disciplina
del 5 per mille, quale misura stabile di sostegno agli ETS iscritti nel Registro
unico (art. 3, d.lgs. 3 luglio 2017, n. 111) e la previsione di titoli di solidarie-
tà, finalizzati a favorire il finanziamento delle attività d’interesse generale
svolte dagli ETS, che consentiranno agli istituti di credito di emettere obbli-
gazioni, altri titoli di debito e certificati di deposito con l’obiettivo di soste-
nere le attività svolte dagli ETS (art. 71, d.lgs. n. 117/1017).
Con particolare riguardo alle agevolazioni tributarie relative alle imposte
dirette ed ai tributi locali, l’art. 82 del CTS assicura a tutti gli enti iscritti nel
Registro unico nazionale (quindi anche alle cooperative sociali ed alle im-
prese sociali costituite in forma non societaria) ulteriori agevolazioni oltre a
quelle previste dall’attuale sistema tributario.
La norma introduce al suo secondo comma un’esenzione dalle imposte
sulle successioni e donazioni ed ipocatastali per i trasferimenti a titolo gra-
tuito effettuati a favore degli enti di cui sopra e prevede al quarto comma
l’applicazione in misura fissa delle imposte di Registro ed ipocatastali per i
trasferimenti a titolo oneroso a favore dei medesimi soggetti e di tutte le im-
prese sociali. Gli enti ecclesiastici – diversamente dagli altri enti del Terzo
settore – continueranno a fruire delle agevolazioni connesse ai trasferimenti
a titolo gratuito in materia di imposte di successione, ipotecarie e catastali
anche con riferimento alle attività diverse da quelle elencate nell’art. 5 del
CTS 45.
A ben vedere, la disposizione in commento reintroduce un beneficio già

44
Viene introdotto il c.d. social bonus, assegnando un credito di imposta pari al 65% a
fronte di erogazioni liberali finalizzate a sostenere il recupero di immobili pubblici inutiliz-
zati o beni confiscati alla criminalità organizzata e assegnati agli ETS.
45
Cfr. sul punto P. CONSORTI, L’impatto del nuovo Codice del Terzo settore sulla disci-
plina degli “enti religiosi”, cit., p. 17.

– 37 –
abrogato per le Onlus con il d.lgs. n. 23/2011. Qui si prevede, a presidio
dell’effettiva destinazione dei beni alle finalità istituzionali, che questa con-
dizione dovrà verificarsi entro cinque anni dal trasferimento e che in caso di
dichiarazione mendace di utilizzo del bene per scopi diversi le imposte ver-
ranno recuperate in misura ordinaria, con i relativi interessi a decorrere dalla
data dell’omesso versamento e sanzioni pari al 30%.
La suddetta norma stabilisce, al terzo comma, l’applicazione in misura fis-
sa delle imposte di registro, ipotecarie e catastali per gli atti costitutivi e per le
modifiche statutarie, ivi comprese le operazioni di fusione, scissione o tra-
sformazione 46. Si stabilisce, inoltre, l’esenzione dall’imposta di registro per le
modifiche statutarie volte ad adeguare gli atti a modifiche legislative 47.
In relazione agli immobili posseduti dagli ETS, destinati allo svolgimento
delle attività istituzionali, viene confermata l’esenzione IMU e TASI previ-
sta per gli enti non commerciali a cui si aggiunge l’irrilevanza ai fini IRES
dei relativi redditi fondiari da destinare a finalità istituzionali per quanti la-
vorano nel sociale 48.

46
Al riguardo, si rileva che la fusione omogenea tra enti non commerciali è ammessa dal-
la prevalente dottrina, sebbene non sia espressamente contemplata dal Codice Civile, anche
circa l’attuazione della fusione cosiddetta propria o per unione, attraverso cui gli enti esisten-
ti danno vita ad un nuovo ente, si ritiene non sussistano problemi di attuazione. Si ritiene
ipotizzabile anche la fusione per incorporazione. V. sul punto, A. FUSARO, Trasformazione e
fusione tra enti non profit, cit., pp. 133 ss. Ai fini fiscali, il principio di neutralità delle fu-
sioni e delle scissioni implica un sistema di rilevazione dei valori che è tipico della tassazio-
ne in base al bilanci, proprio delle società che svolgono un’attività commerciale. Tuttavia,
poiché per gli enti non commerciali può accadere che un’attività istituzionale statutariamente
diventi commerciale, si impone un’attenta distinzione tra le due attività. In questi termini, v.
G. RIVETTI, Enti senza scopo di lucro. Terzo settore e impresa sociale. Profili di specialità
tributaria tra attività no profit e for profit, Milano, 2017, pp. 60-61. V. anche A. FUSARO,
Trasformazione, fusione e scissione tra enti non profit, in Non profit: le sfide dell’oggi e il
ruolo del Notariato, Atti del Convegno Milano, 5 novembre 2010, 2, pp. 94-110; G. M. CO-
LOMBO, M. PISCETTA, Dalla riforma societaria operazioni straordinarie per gli enti non
profit, Milano, 2006.
47
Il CTS stabilisce ancora che gli atti, i documenti, le istanze, i contratti, nonché le copie
anche se dichiarate conformi, gli estratti, le certificazioni, le dichiarazioni, le attestazioni e
ogni altro documento cartaceo o informatico in qualunque modo denominato posti in essere
o richiesti dagli ETS sono esenti da imposta di bollo. Per quel he concerne l’IRAP, invece, le
regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano possono disporne nei confronti degli
ETS la riduzione o l’esenzione, nel rispetto della normativa dell’Unione europea e degli
orientamenti della Corte di giustizia dell’Unione Europea. L’esenzione si estende anche alla
tassa sulle concessioni governative e all’imposta sugli intrattenimenti per le attività indicate
nella tariffa allegata al D.P.R. n. 640/1972 svolte dagli ETS occasionalmente o in concomi-
tanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione.
48
Viene, invece, meno per gli enti ecclesiastici che decidono di acquisire la qualifica di

– 38 –
La Riforma valorizza adeguatamente sul piano tributario l’eventuale ca-
rattere commerciale delle attività, principali o secondarie, svolte dagli ETS
introducendo un regime opzionale forfettario di determinazione del reddito
per le attività commerciali svolte in modo non prevalente ovvero secondario
dagli stessi. L’art. 80 del CTS prevede, infatti, che gli “enti religiosi civil-
mente riconosciuti” iscritti nel Registro potranno beneficiare del regime for-
fettario previsto per gli enti non commerciali (dall’art. 145 TUIR) per le sole
attività ex art. 5, diversamente, stante il tenore letterale della norma, quelli
non iscritti continueranno a goderne in termini verosimilmente più ampi 49.
La Riforma prevede anche una revisione strutturale dell’istituto del cin-
que per mille. In particolare, la normativa preesistente subordinava l’ammis-
sione dei beneficiari al contributo del cinque per mille alla presenza del me-
ro requisito dell’iscrizione in anagrafi, albi o registri di settori, tenuti da de-
terminati soggetti pubblici, senza che l’Agenzia delle Entrate svolgesse al-
cun controllo circa la meritevolezza dell’ente.
La nuova normativa impone, invece, un’attenta verifica del requisito del-
la meritevolezza prima di procedere alla destinazione delle risorse pubbliche
ai beneficiari, senza tuttavia richiedere il requisito della esclusiva o preva-
lente finalità di solidarietà sociale. Ciò implica senz’altro un ampliamento
della pletora dei soggetti che possono beneficiare del cinque per mille, in-
cludendovi enti non caratterizzati da un’effettiva connotazione solidaristica.
L’intervento normativo passa anche attraverso una semplificazione della
procedura per accedere al beneficio, rispondendo alle criticità che erano sta-
te mosse alla disciplina preesistente durante gli anni della sua applicazione.
Quest’ultima, infatti, imponeva agli enti che intendessero accedere al cinque
per mille di presentare ogni anno una domanda di iscrizione in via telemati-
ca e successivamente di trasmettere alla Direzione regionale competente una
dichiarazione cartacea sostitutiva dell’atto di notorietà a pena di decadenza,
corredata dalla copia del documento di identità del legale rappresentante
firmatario attestante il possesso dei requisiti richiesti dalla legge.
La riforma del Terzo settore, preso atto della farraginosità degli adempi-
menti richiesti sino ad ora, ha previsto la presentazione di un’unica domanda
di iscrizione da prodursi una tantum e la predisposizione di un elenco per-

ETS la misura agevolativa prevista all’art. 6, comma 1, lett. C), del D.P.R. n. 601/1973, a
norma del quale “L’imposta sul reddito delle persone giuridiche è ridotta alla metà ei con-
fronti dei seguenti soggetti: [...] c) enti il cui fine è equiparato per legge ai fini di benefi-
cienza e di istruzione”.
49
In questi termini, v. P. CONSORTI, L’impatto del nuovo Codice del Terzo settore sulla
disciplina degli “enti religiosi”, cit., p. 17.

– 39 –
manente, da aggiornare con le variazioni eventualmente comunicate dai sog-
getti presenti nell’elenco e con le nuove domande di iscrizione.
Quello che rimane aperto è il problema della determinazione dei limiti di
spesa. Si consideri che negli ultimi anni la copertura finanziaria fissata è ri-
sultata insufficiente, rendendo necessaria, al momento dell’attribuzione del
contributo, una rimodulazione percentuale degli importi determinati sulla
base delle scelte dei contribuenti.
Sembra, pertanto, condivisibile la necessità di introdurre “obblighi di
pubblicità delle risorse ad essi destinate, individuando un sistema improntato
alla trasparenza totale, con la previsione delle conseguenze per il mancato
rispetto dei predetti obblighi di pubblicità, di rendicontazione, di totale tra-
sparenza e informazione nei confronti degli associati e dei terzi” 50. Ciò an-
che al fine di velocizzare l’attribuzione delle somme spettanti ai beneficiari.
Come nella normativa preesistente, nessuna agevolazione particolare è
stata introdotta ai fini dell’IVA dai decreti attuativi che compongono la Ri-
forma del 2017, considerato che, trattandosi di un’imposta comunitaria,
l’introduzione di eventuali modifiche sostanziali alla disciplina del tributo
sarebbe esposta al rischio di censure a livello comunitario 51.
Ai vantaggi introdotti dalla recente riforma fanno da contrappeso previ-
sioni, assai stringenti, quali quelle che disciplinano l’amministrazione inter-
na dell’ente (artt. 23 ss. CTS). Si pensi anche alle norme che stabiliscono la
trasparenza nei bilanci (art. 13, 14 e 15 CTS), la destinazione del patrimo-
nio, il divieto della distribuzione anche indiretta degli utili (art. 8 CTS), e la
sua devoluzione in caso di scioglimento dell’ente (art. 9 CTS).
Per la prima volta gli obblighi contabili sono individuati espressamente
anche per gli enti non commerciali che svolgono attività istituzionali.
La previsione, contenuta all’art. 87 del d.lgs. n. 117/2017 appare perfet-
tamente in linea con un sistema che implementa i benefici fiscali, qual è
quello introdotto con la Riforma del Terzo settore, rendendo così necessario
un potenziamento dei controlli.

50
Cfr. Consiglio nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, Orientamenti in
materia di riforma del Terzo Settore, dell’impresa sociale e della disciplina del servizio civile
universale, ottobre 2014, p. 7. Cfr. anche G. RIVETTI, Enti senza scopo di lucro, cit., p. 242.
51
Cfr. F. TESAURO, Il principio europeo di neutralità dell’Iva e le norme nazionali non
compatibili in materia di rimborso dell’indebito, in Giur. It., n. 8-9/2011, p. 1938; E. MA-
RELLO, Frodi IVA e buona fede del soggetto passivo, in Giur. It., n. 5/2011, pp. 1215 ss.; G.
ZIZZO, Dall’iva di “fonte europea” all’iva ad “oggetto europeo”, in Corr. Trib., 2010, p.
903; R. LUPI e M. GIORGI, Imposta sul valore aggiunto (IVA), in Enc. Giur. Treccani, vol.
XVII, Roma, 2006; E. DELLA VALLE, Iva: l’ente che non ha per oggetto esclusivo o princi-
pale l’esercizio di attività commerciali o agricole, in Rass. Trib., n. 4/1991, p. 1002.

– 40 –
È indubbio che l’art. 87 del CTS abbia determinato un aggravio di adem-
pimenti, anche per gli enti minori, ma è anche vero che questo aggravio è
circoscritto agli obblighi contabili ai fini fiscali. Per comprendere appieno
l’entità degli obblighi previsti dal CTS è opportuno fare un breve excursus
della normativa ante riforma 52.
Attualmente gli enti non commerciali, che svolgono esclusivamente atti-
vità istituzionali, sono tenuti alla mera redazione ed approvazione del bilan-
cio, secondo quanto sancisce l’art. 20 cod. civ.
Nulla è espressamente previsto per le rilevazioni e gli obblighi di contabi-
lità da cui far derivare il bilancio. Pur non essendo richiesti specifici obbli-
ghi in tal senso, risulta comunque necessaria, ai fini pratici, la tenuta di una
contabilità anche elementare, nonché la predisposizione di un rendiconto
annuale, strumento di trasparenza e di controllo dell’intera gestione econo-
mica e finanziaria dell’ente. Infatti, la parrocchia e qualsiasi persona giuridi-
ca pubblica soggetta al vescovo diocesano sono obbligati ad una regolare te-
nuta dei libri delle entrate e delle uscite (cfr. can. 1284 § 2, 7° c.i.c.), utiliz-
zando un registro di “prima nota”, ed a redigere e conservare, numerandole
in ordine di data, le fatture e le ricevute.
Si richiedono, inoltre, altri due strumenti contabili, per garantire la ge-
stione trasparente dei beni: il bilancio preventivo (cfr. can. 1284 § 3 c.i.c.)
ed il rendiconto annuale (cfr. cann. 1284 § 2, 8º e 1287 § 1 c.i.c.).
La norma di cui all’art. 87 del CTS – la cui entrata in vigore, si ricorda, è
subordinata alla positiva valutazione da parte della Commissione Europea –
regolamenta gli obblighi contabili di tutti gli enti del Terzo settore, ivi com-
presi gli enti associativi non riconosciuti che nel corso del periodo d’imposta
hanno conseguito esclusivamente proventi non commerciali, con due ecce-
zioni.
La prima riguarda le organizzazioni di volontariato e le associazioni di
promozione sociale che nell’ipotesi in cui non abbiano superato la soglia dei

52
Sul tema, S. SIGNORI, Sistemi di welfare e accountability delle aziende non profit: ver-
so una rendicontazione condivisa e partecipata dei servizi alla persona, in Azienda pubbli-
ca: teoria e problemi di management, 2012, 25, pp. 423-442; B. SIBONI, Il bilancio sociale
degli enti non profit: finalità e linee guida, in Non profit: diritto & management degli enti
non commerciali, 2011, 13, pp. 117-147; G. RIVETTI, Aziende non profit, bilanci a prova di
solidarietà sociale, in Italia Oggi Sette, Milano, 15 settembre 2003, pp. 20-21. Per una com-
parazione con il settore for profit, G. ZIZZO, La “questione fiscale” delle società che adotta-
no i principi contabili internazionali, in Saggi sulla riforma dell’IRES, a cura di M. Beghin,
in Quaderni Riv. Dir. Trib., 2008, pp. 135-145; L. MARCHI, II sistemi informativi aziendali,
Milano, 2003, pp. 61 ss.; A PAOLINI, Il controllo strategico. Uno schema d’analisi, Milano,
2003, pp. 15 ss.

– 41 –
130.000,00 euro di ricavi annui sono tenuti alla conservazione dei documen-
ti emessi e ricevuti, ma sono esonerati dall’obbligo di tenere le scritture con-
tabili.
La seconda eccezione interessa gli ETS che, esercitando le attività di in-
teresse generale ovvero diverse, ex artt. 5 e 6 del CTS, non abbiano superato
il limite dei 50.000,00 euro di proventi annui. A questi enti il legislatore del
2017 ha riconosciuto la possibilità di tenere, in luogo delle scritture contabili
di cui al comma 1, lett. a), dell’art. 87 CTS, un semplice rendiconto econo-
mico e finanziario delle entrate e delle spese complessive.
Per quel che riguarda specificamente gli enti ecclesiastici, non sono state
introdotte novità di rilievo per gli enti di modeste dimensioni. Diversamente,
per gli enti di dimensioni più elevate le scritture contabili dovranno essere
caratterizzate da un maggior grado di analiticità tale da renderne possibile un
controllo, anche in considerazione del riconoscimento di agevolazioni fiscali
di una certa consistenza.
È dettata una disciplina unitaria con riguardo alle donazioni in denaro o
in natura ed alla cessione gratuita di beni sensibili ed utili effettuate da per-
sone fisiche, enti o società a favore degli ETS non commerciali e funzionali
all’esercizio delle attività istituzionali dell’ente beneficiario. Tuttavia, men-
tre per i versamenti in denaro si richiede che vengano utilizzati canali moni-
torati quali, ad esempio, banche, uffici postali, ovvero i sistemi di pagamen-
to previsti dall’art. 23, d.lgs. 9 luglio 1997, n. 241, la norma non prescrive
alcun criterio di valutazione per le erogazioni in natura.
Non è, però, da escludere che il legislatore decida di intervenire con una
norma di attuazione che stabilisca la necessità della relazione giurata di un
esperto, analogamente a quanto stabilito dall’art. 22 del CTS ai fini della va-
lutazione del patrimonio degli ETS che richiedono il riconoscimento.
Continuando nella disamina delle novità fiscali introdotte dalla riforma,
ai fini Irpef si prevede, all’art. 83 del CTS, una detrazione pari al 30% degli
oneri sostenuti dal contribuente per le erogazioni liberali in denaro effettuate
con strumenti tracciabili o in natura, a favore di tutti gli Enti non commer-
ciali, quindi anche per gli ETS, quando l’importo dell’erogazione non superi
i 30.000,00 euro per ciascun periodo d’imposta. Questa norma riprende, mi-
gliorandola, l’agevolazione prevista all’art. 15, comma 11, del Tuir e ancora
vigente che consente, con la stessa soglia, detrazioni nella misura del 26% a
favore di Onlus e organizzazioni umanitarie.
In alternativa alla detrazione, le liberalità in denaro o in natura a favore
degli ETS danno diritto ad una deduzione dall’IRPEF e dall’IRES nella mi-
sura del 10% del reddito complessivo dichiarato.
Non sono soggette ad imposizione fiscale le cessioni gratuite di beni sen-

– 42 –
sibili e di quelli non di lusso destinati alla distruzione che costituiscono og-
getto dell’attività del cedente.
Dalla normativa dianzi delineata si evince che non vi sono ragioni per
impedire all’ente ecclesiastico di usufruire della legislazione di cui al CTS
qualora:
a) sussistano i requisiti oggettivi, cioè l’ente religioso svolga una o più
delle attività che il legislatore delegato dovrà individuare come “attività di
interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mu-
tualità o di produzione e scambio di beni e servizi” (art. 1, legge delega n.
106/2015);
b) l’ente scelga di gestire tali attività avvalendosi della nuova disciplina
degli enti del Terzo Settore, compresa quella tributaria, e della nuova norma-
tiva sull’Impresa Sociale;
c) la scelta operata dall’ente non implichi la soggezione a disposizioni ci-
vili incompatibili con la normativa canonica, universale e particolare.

– 43 –
– 44 –
CAPITOLO II

ENTI RELIGIOSI/ECCLESIASTICI E TERZO SETTORE

SOMMARIO: 1. Considerazioni sul rapporto attuale tra diritto speciale pattizio e diritto comu-
ne: l’obsolescenza sopravvenuta della normativa di derivazione concordataria in materia
di enti. – 2. La progressiva perdita di senso della nozione di “ecclesiasticità” applicata
agli enti e l’adozione legislativa di una nuova e atipica categoria giuridica: gli “enti reli-
giosi civilmente riconosciuti”. – 3. La tutela costituzionale degli enti ex art. 20 Cost., nel
rapporto dialettico tra “ecclesiasticità” e “religiosità”. – 4. Neutralizzazione della forma
giuridica: la nuova struttura morfologica a geometria variabile degli enti ecclesiastici.

1. – La dianzi descritta riforma del Terzo settore presenta degli innegabili


profili di rilevo sia canonistico sia ecclesiasticistico che meritano certamente
di essere adeguatamente approfonditi 1.
Invero, guardando il Codice del Terzo settore (CTS) dal un punto di vista
del diritto ecclesiastico, si nota subito che si è dato vita ad una sorta di pic-
cola rivoluzione copernicana con riferimento alla materia degli enti e ciò da
un duplice punto di vista: nominale e concettuale.
Sotto il primo profilo, deve subito segnalarsi l’innovativa adozione da

1
Nell’imponente letteratura sul tema mi limito a segnalare, per tutti, G. FELICIANI, Orga-
nizzazioni “non profit” ed enti confessionali, in Quad. dir. pol. eccl., 1/1997, pp. 13 ss.; A.
FUCCILLO, Le nuove frontiere dell’ecclesiasticità degli enti. Struttura e funzioni delle asso-
ciazioni ecclesiastiche, Napoli, 1999; AA.VV., Enti di culto e finanziamento delle confes-
sioni religiose, L’esperienza di un ventennio (1985-2005), a cura di I. Bolgiani, Bologna,
2007; A. MANTINEO, Enti ecclesiastici ed enti non profit. Specificità e convergenze, Torino,
2011; G. CASUSCELLI, Enti ecclesiastici, in AA.VV., Commentario del Codice civile, diretto
da E. Gabrielli, Delle persone, a cura di A. Barba, S. Pagliantini, vol. III, Leggi collegate,
pp. 291-439.

– 45 –
parte del legislatore, della categoria degli “enti religiosi”. Nel CTS, infatti,
non si adopera mai l’espressione “ente ecclesiastico” ma quella, a nostro av-
viso più ampia e, per certi versi, onnicomprensiva, di “ente religioso” con la
specificazione di “civilmente riconosciuto”.
Si tratta di una innovazione terminologica che non deve essere sottovalu-
tata in quanto, sebbene inserita in una normativa di settore, denota, a nostro
avviso, un netto cambio di tendenza da parte del legislatore statale che sot-
tende, a sua volta, una diversa visione degli enti di matrice ecclesiastica/re-
ligiosa, nonché una diversa chiave di lettura del dato costituzionale di rife-
rimento in materia e cioè dell’art. 20 della Costituzione.
L’importanza di tale innovazione si comprende ancora meglio ove si ten-
ga conto che il legislatore delegato – rischiando l’eccesso di delega – si è si-
gnificativamente distaccato dalle indicazioni contenute in materia nella leg-
ge delega (legge n. 106/2016). In quest’ultima, infatti, all’art. 4 alla lettera d)
relativo al “riordino e revisione della disciplina del Terzo settore e codice
del Terzo settore”, si era data “facoltà di adottare una disciplina differenzia-
ta che tenga conto delle peculiarità della compagine e della struttura asso-
ciativa nonché della disciplina relativa agli enti delle confessioni religiose
che hanno stipulato patti o intese con lo Stato”.
Il legislatore delegante si era, ancora una volta, espresso nei termini tra-
dizionali, facendo riferimento – in senso chiaramente limitativo – solo agli
enti delle “confessioni religiose”, ossia agli enti ecclesiastici che, per defini-
zione, sono quelli che afferiscono ad una Ecclesia, cioè ad una confessione
strutturata. Non pago di tale limitazione ontologica, il legislatore delegante
aveva, ancora una volta, fatto ricorso all’altro tralatizio e ormai francamente
obsoleto parametro di affidabilità amministrativa degli enti ecclesiastici, co-
stituito dalla necessità per l’ente che volesse avvalersi della riforma del Ter-
zo settore di appartenere a “confessioni religiose che hanno stipulato patti o
intese con lo Stato” 2.

2
Come ricorda G. RIVETTI, Onlus autonomia e controlli, cit., dalla normativa sulle On-
lus, “restano (soggettivamente) esclusi di culti ammessi, con la loro conseguente più volte
riproposta anomala condizione dell’ambito del nostro ordinamento giuridico. La scelta legi-
slativa non risulta, infatti, immediatamente comprensibile, in quanto ai fini dell’acquisizione
della qualifica di Onlus, il legislatore richiede lo svolgimento di attività di solidarietà sociale,
rivolta a persone svantaggiate, assumendo come criterio qualificante il regime delle attività e
non delle appartenenze confessionali”. Tuttavia il citato autore ritiene che questa soluzione
“Potrebbe anche non confliggere con il principio generale di tutela della libertà religiosa e
della uguaglianza nella libertà delle diverse confessioni religiose”, anche se conclude che:
“negare (ope legis) l’ingresso di nuovi attori sullo scenario della solidarietà sociale è qualco-
sa che… va a detrimento della futura struttura di Welfare state; la quale passa anche attraver-
so una rivalutazione complessiva delle attività degli enti religiosi” (pp. 138-139).

– 46 –
In altri termini, secondo le intenzioni di chi ha posto la cornice entro cui
scrivere la riforma del Terzo settore, i potenziali destinatari del CTS avreb-
bero dovuto essere i “soliti noti”, ossia gli enti ecclesiastici strutturalmente
connessi a confessioni religiose considerate affidabili in quanto legate allo
Stato da stabili rapporti di natura pattizia. Il tutto nell’alveo di un consolida-
to e ritenuto sicuro orientamento legislativo che – specie a partire dalla nor-
mativa sulle Onlus del lontano 1997 – aveva caratterizzato la normativa in
materia di enti non profit 3.
Sennonché, il legislatore delegato non ha raccolto l’indirizzo contenuto
nella legge delega e, discostandosi significativamente da essa, ha ritenuto di
qualificare e ridefinire, almeno da un punto di vista terminologico, questo
specifico ambito del Terzo settore.
La novità introdotta dal d.lgs. n. 117/2017 deve essere apprezzata e valu-
tata da diverse angolazioni.
Al fine di meglio comprendere la portata fattuale e la concreta ricaduta
applicativa della suddetta innovazione terminologica, occorre brevemente
richiamare il concetto di ecclesiasticità rapportato agli enti. É, infatti, oppor-
tuno intendersi sul significato e sull’area semantica coperta dal termine “ec-
clesiastico”, quantomeno con riferimento agli enti cattolici. Ciò si rende ne-
cessario, in quanto gli sforzi della dottrina, anziché giungere ad una qualche
convergenza, hanno condotto ad un’ulteriore frammentarsi delle posizioni 4.
Accade così che secondo alcuni autori la qualifica di “ecclesiastico” pos-
sa propriamente riferirsi solo a quegli enti che presentino la contemporanea
“presenza di due fattori: erezione, o altre forme di collegamento con l’ordi-
namento canonico e atto di riconoscimento statuale” 5; e che altri invece,

3
Su tale problematica si rinvia a A. TAVANI, Rassegna ricostruttiva della legislazione in
materia di Onlus di ispirazione religiosa, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivi-
sta telematica, n. 2/2011, pp. 1-34.
4
In argomento cfr. L. DE LUCA, Per una impostazione preliminare dei problemi relativi
al regime giuridico degli enti collegati all’ordinamento canonico, in Arch. dir. eccl., 1943,
pp. 162 ss.; R. BACCARI, Criteri differenziali per la determinazione dell’ecclesiasticità degli
enti, in Ann., Bari, 1948, pp. 17 ss.; P.A. BONNET, L’ecclesiasticità, I, Le attività, in AA.VV.,
Individuo; gruppi, confessioni religiose nello Stato democratico, Milano, 1973, pp. 123 ss.;
M. MOSCHELLA, L’ecclesiasticità come elemento di qualificazione degli enti e delle loro at-
tività: nuove prospettive, I, Gli enti, in AA.VV., Individuo, gruppi, confessioni religiose nello
Stato democratico, Milano, 1973, pp. 535 ss.; G. LEZIROLI, Il riconoscimento degli enti ec-
clesiastici, Milano, 1990, pp. 47 ss.; P. PICOZZA, L’ente ecclesiastico civilmente riconosciu-
to, Milano, 1992, pp. 8 ss. Cfr. da ultimo R. BOTTA, Manuale di diritto ecclesiastico, Torino,
2012, p. 313, che ricorda come “l’ecclesiasticità (il corsivo è dell’autore) sia divenuta
l’espressione di sintesi di un’attività, quella, cioè, attinente al fine di religione e di culto”.
5
In tal senso si esprime G. LEZIROLI, Enti canonici ed enti ecclesiastici, Milano, 1974, p.

– 47 –
escludendo che il riconoscimento possa essere la causa o la prova dell’ec-
clesiasticità di un ente, sostengono la riferibilità di tale termine anche a quel-
li non personificati 6.
É certo innegabile che il riconoscimento in base alla normativa di deriva-
zione pattizia costituisca il necessario presupposto per l’applicazione delle
agevolazioni tributarie e dei privilegi previsti dalla legislazione vigente per
gli enti ecclesiastici, ma è del pari vero che il riconoscimento ha un valore
solo ricognitivo dell’ecclesiasticità 7.
In realtà, solo quegli enti che uniscono ad una salda strutturazione nella
confessione di appartenenza anche il riconoscimento statuale possono fre-
giarsi a pieno titolo della qualifica di “ecclesiastico”; e ciò non in quanto il
riconoscimento sia attributivo di tale qualità – che è ravvisabile anche negli
enti confessionali non personificati – ma unicamente al fine d’interpretare la
normativa in materia di enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che ha il
suo referente logico proprio in tale categoria da essa minuziosamente disci-
plinata 8.

9; dello stesso avviso è L.M. DE BERNARDIS, Contributo alla dottrina generale degli enti
ecclesiastici nel diritto italiano, Milano, 1936, p. 16; in senso opposto cfr. F. DELLA ROCCA,
Questioni controverse sugli enti ecclesiastici nell’ordinamento giuridico italiano, Roma,
1939, p. 3.
6
È di tale avviso M. PETRONCELLI, Manuale di diritto ecclesiastico, Napoli, 1965, p.
302. In argomento si veda anche S. BORDONALI, Il diritto ecclesiastico in rapporto
all’elaborazione civilistica, in AA.VV., Dottrine generali del diritto e diritto ecclesiastico,
Napoli, 1988, pp. 341 ss.
7
Sulla natura dichiarativa del riconoscimento cfr. P. GISMONDI, Lezioni di diritto eccle-
siastico, Milano, 1975, p. 142. L’A. ritiene che lo Stato non si limiti a riconoscere la perso-
nalità giuridica ad un semplice presupposto di fatto “ma dà effetti civili al provvedimento
ecclesiastico di erezione”; propendono, invece, per la natura costitutiva del riconoscimento
tra gli altri: V. DEL GIUDICE, Manuale di diritto ecclesiastico, Milano, 1964, pp. 124 ss.;
A.C. JEMOLO, Lezioni di diritto ecclesiastico, Milano, 1975, p. 320.
8
C’è, un orientamento dottrinale (cfr. S. BERLINGÒ, Enti e beni religiosi in Italia, Bolo-
gna, 1992, pp. 8 ss.) che distingue “fra una ecclesiasticità in senso proprio, connotata
dall’inerenza dell’ente all’organizzazione confessionale, e una ecclesiasticità in senso lato,
caratterizzata dal fine di culto”. Siffatta distinzione è utile in quanto consente di cogliere le
peculiarità proprie di quegli enti che, pur non presentando un collegamento strutturale con
l’ordinamento confessionale, mostrano tuttavia delle innegabili specificità derivanti dall’ave-
re un “fine di religione o di culto”. In base a tali argomentazioni sarebbe così possibile di-
stinguere un’ulteriore categoria di riferimento costituita dagli enti c.d. religiosi i quali, pre-
sentando un fine di religione o di culto, rientrano nella previsione dell’art. 20 Cost., caratte-
rizzandosi, in negativo, in quanto non confessionalizzati ovvero in quanto privi di collega-
mento strutturale con la confessione di appartenenza. Con riferimento alla Chiesa cattolica
possiamo ritenere che rientrino in tale categoria ad es. le associazioni private di fedeli prive
di personalità giuridica di diritto canonico.

– 48 –
Tuttavia, ai fini della presente indagine, rivestono un particolare interesse
quegli enti che - pur presentando un forte grado di istituzionalizzazione e di
sottoposizione agli organi confessionali - risultano privi del riconoscimento
in base alla normativa pattizia, per cui agiscono quali enti di diritto canonico
operanti di fatto nell’ordinamento dello Stato 9, (come ad esempio avviene
per le associazioni pubbliche di diritto canonico, quali le confraternite) 10,
oppure aventi il riconoscimento dallo Stato in base alla legislazione civile di
diritto comune, come le associazioni dei fedeli o le pie fondazioni non auto-
nome 11.
Ciò posto, anche con riferimento agli enti di matrice canonistica, si ha
un’ampia area di soggetti i quali, pur avendo origine nell’ordinamento della
Chiesa, preferiscono operare quali enti privi di fatto, sfruttando le possibilità
oggi offerte dal diritto comune in favore degli enti non personificati, grazie
allo sviluppo verificatosi negli ultimi decenni della nozione di soggetto di
diritto contrapposto a quella di persona giuridica. Ovvero di enti che, grazie
alla semplificazione delle modalità di attribuzione della personalità giuridica

9
L’espressione è di G. LEZIROLI, Enti canonici ed enti ecclesiastici, Milano, 1974, p. 16;
in realtà, come ricorda lo stesso A. ne Il riconoscimento degli enti ecclesiastici, Milano,
1990, p. 15, vi è normalmente corrispondenza tra il possesso della personalità giuridica di
diritto canonico e l’attribuzione ad essa, in presenza di determinate formalità, di personalità
giuridica di diritto civile. Costituisce eccezione al sistema concordatario il riconoscimento di
persone giuridiche con finalità religiose mancanti di qualificazione canonistica. Il titolo di
questa personalità sarebbe nell’art. 12 cod. civ., e non nella nuova disciplina concordataria.
10
Invero, si discute in dottrina sulla natura giuridica pubblica o privata delle Confraterni-
te. La questione è della massima importanza in quanto a norma dell’art. 9 della legge n.
222/1985 solo le associazioni pubbliche di fedeli non a carattere locale possono ottenere la
qualifica di ente ecclesiastico civilmente riconosciuto. Sulla natura delle Confraternite cfr.
W. SCHULTZ, Confraternite: persone giuridiche pubbliche o private?, in Raccolta di scritti
in onore di Pio Fedele, vol. I, Perugia, 1984, pp. 393 ss., ID., Posizione giuridica delle asso-
ciazioni e la loro funzione nella Chiesa, in Apolllinaris, 1986, pp. 115 ss.; ID., Associazioni
nel diritto canonico, in Il diritto eccl., I, 1988, pp. 349 ss.; R. BOTTA, Persone giuridiche
pubbliche e persone giuridiche private nel nuovo codex iuris canonici, in Il diritto eccl., I,
1985, pp. 336 ss.; L. MARTÌNEZ SISTACH, Associaciones pùbblicas y privadas de los laicos,
in Ius can., 26, 1986, pp. 159 ss.; P. GIULIANI, La distinzione fra associazioni pubbliche e
private di fedeli nel nuovo codice di diritto canonico, Roma, 1986; S. BERLINGÒ, Enti e beni
religiosi in Italia, cit., p. 111; per ulteriori spunti cfr. C.E.I., Le aggregazioni laicali nella
Chiesa. Nota pastorale, in Il diritto eccl., I, 1993, pp. 739 ss.
11
Infatti, appartengono a tale categoria, “quegli enti canonici di struttura non essenziale e
di libertà, i quali avendo una finalità caritativa come unica o caratterizzante... non hanno i
requisiti per essere riconosciuti civilmente come enti ecclesiastici, perché carenti
dell’elemento finalistico che è principio ordinamentale di legislazione ecclesiastica”. Così G.
DALLA TORRE, Assistenza e beneficenza nel diritto ecclesiastico, in Digesto delle discipline
pubblicistiche, Torino, 1987, vol. I, pp. 437 ss.

– 49 –
ad associazioni e fondazioni di natura privata, preferiscono essere ricono-
sciute utilizzando tale procedura. Ci riferiamo al D.P.R. n. 361 del 10 feb-
braio 2000 che “delegificando la materia riguardante il riconoscimento degli
enti del Libro I del Codice civile”, ha demandato – in attuazione del princi-
pio di sussidiarietà e di efficienza della Pubblica amministrazione – la com-
petenza per concedere il riconoscimento alle amministrazioni periferiche
dello Stato, ossia alle Prefetture e, per gli enti che operano in ambito regio-
nale, alle Regioni 12.

2. – Il ricorso alla via del diritto comune (cioè diverso dalla legge n.
222/1985) per ottenere il riconoscimento statale sembra, in seguito alla ri-
forma del Terzo settore, ancora più facilmente percorribile ove si tenga con-
to delle ulteriormente semplificate procedure per acquisire la personalità
giuridica previste dal CTS.
In merito basti considerare che, a mente dell’art. 22 del CTS, “Le asso-
ciazioni e le fondazioni del Terzo settore possono, in deroga al decreto del
Presidente della Repubblica 10 febbraio 2000, n. 361, acquistare la perso-
nalità giuridica mediante l’iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo
settore”.
Al fine di comprendere quanto sia semplice tale sistema di acquisizione
della personalità giuridica, basti considerare che il procedimento trova due
soli momenti di controllo dei quali il più importante è quello demandato al
notaio che “ha ricevuto l’atto costitutivo di una associazione o di una fonda-
zione del Terzo settore, o la pubblicazione di un testamento con il quale si
dispone una fondazione del Terzo settore”, il quale “verificata la sussistenza
delle condizioni previste dalla legge per la costituzione dell’ente, ed in par-
ticolare dalle disposizioni del presente Codice con riferimento alla sua na-
tura di ente del Terzo settore, nonché del patrimonio minimo per il conse-
guimento della personalità giuridica” deve, senza indugi, depositarlo nel
termine di venti giorni presso il competente ufficio del registro unico nazio-
nale del Terzo settore, richiedendo contestualmente l’iscrizione dell’ente.
L’ufficio del registro unico nazionale del Terzo settore, a propria volta, veri-

12
Così A. BETTETINI, Le attività dell’ente ecclesiastico a confronto con la normativa ci-
vile. Profili problematici, in AA.VV., L’ente ecclesiastico a trent’anni dalla revisione del
Concordato, cit., pp. 405-406, il quale ricorda che “per tali categorie di enti permane la ne-
cessità di ricorrere al procedimento di riconoscimento previsto dalla normativa di derivazio-
ne pattizia: procedimento, peraltro, ben più oneroso di quello di cui al regolamento del
2000”.

– 50 –
ficata la regolarità formale della documentazione, iscrive l’ente nel registro
stesso.
Con la riforma si perviene, quindi, ad una procedura ancora più semplifi-
cata per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica, essendo a tal
fine bastevole la mera iscrizione nel Registro Unico Nazionale del Terzo
Settore (RUNTS). Sarebbe, quindi, ancora più agevole per gli enti canonici
che non vogliano passare per quelle che ormai tendono a somigliare a delle
“forche caudine” dell’acquisto della personalità giuridica attraverso il più
complesso procedimento di riconoscimento stabilito dalla legislazione spe-
ciale – una volta di “favore” – dettata dalla legge n. 222/1985, conseguire lo
status di ente riconosciuto attraverso la semplice procedura di iscrizione al
CTS.
Sul punto pare opportuno precisare che, in base al tenore del CTS,
l’acquisto della personalità giuridica non è un effetto automatico ed officio-
so dell’iscrizione, dovendo essere espressamente richiesta. Ciò si evince da
una serie di disposizioni da cui emerge chiaramente la possibilità che vi sia-
no enti di fatto iscritti al RUNTS. A titolo di esempio basti citare l’art. 21
del CTS – dettato in merito alla costituzione dell’ente – che, a proposito
dell’atto costitutivo e dello statuto, si esprime in termini di “ai fini dell’e-
ventuale riconoscimento della personalità giuridica”; o, ancora, l’art. 48,
comma 3 – disciplinante il contenuto e l’aggiornamento delle informazioni
risultanti dal RUNTS – che parla di “eventuale riconoscimento della perso-
nalità giuridica”.
Ne consegue che nel RUNTS potranno coesistere enti non personificati
insieme ad enti dotati di personalità giuridica. Tale possibilità, però, concer-
ne solo gli enti “laici”, ossia gli enti non religiosamente qualificati. Vicever-
sa, per gli “enti religiosi” sembra imprescindibile richiedere la personalità
giuridica al momento dell’iscrizione al RUNTS. Siffatta conclusione si giu-
stifica ove si tenga conto che l’art. 4, comma 3 del CTS (e i successivi ri-
chiami sparsi in varie parti del codice, quale, ad esempio, l’art. 12, comma
2) – nel concedere una serie notevole di deroghe alla disciplina generale sta-
bilita per gli enti del Terzo settore (ETS) – si esprime chiaramente in termini
di “enti religiosi civilmente riconosciuti”, facendo intendere chiaramente la
necessità del requisito della personalità giuridica.
Sembrerebbe, quindi, che per gli enti religiosi esista solo la possibilità di
iscriversi nel RUNTS come enti dotati di personalità giuridica, restando pre-
clusa la possibilità di agire quali enti non riconosciuti. Tale conclusione,
sebbene apparentemente supportata dal dato testuale di riferimento appare,
però, eccessiva.
Invero, agli enti religiosi residua pur sempre la possibilità di celare la

– 51 –
propria natura e iscriversi quali enti di fatto al RUNTS. Naturalmente una
simile scelta dovrà essere attentamente valutata in considerazione del fatto
che, così facendo, l’ente religioso dovrebbe rispettare in toto la normativa
del CTS – non potendo usufruire delle eccezioni alla disciplina di carattere
generale da esso dettate – con tutte le evidenti possibili complicazioni del
caso, specie con riferimento alla responsabilità patrimoniale dell’ente che
sarebbe estesa anche al patrimonio stabile dello stesso, ossia al patrimonio
da destinarsi alle finalità istituzionali di religione e di culto. Infatti, trove-
rebbe qui applicazione l’art. 38 del Codice civile sia per effetto del rinvio,
sia pure in via residuale, a tale normativa operato dall’art. 3, comma 2 del
CTS, sia, a contrariis, in base a quanto disposto dall’art. 22, comma 7 del
CTS, a mente del quale: “nelle fondazioni e nelle associazioni riconosciute
come persone giuridiche, per le obbligazioni dell’ente risponde soltanto
l’ente con il suo patrimonio”.
In realtà, pare possibile affermare che, seppure non vi è un vero e proprio
obbligo per gli enti religiosi di iscriversi come persone giuridiche al
RUNTS, il legislatore ha utilizzato lo strumento delle agevolazioni normati-
ve, consistenti nelle ricordate eccezioni alla disciplina generale per indurre
tali enti ad assumere la veste di persone giuridiche.
Sennonché, resta da chiedersi cosa esattamente intenda il legislatore della
riforma del Terzo settore quando si esprime in termini di “enti religiosi ci-
vilmente riconosciuti” (art. 4, comma 3, del CTS).
Si tratta, a ben vedere, di una locuzione tecnicamente imprecisa agli oc-
chi di un ecclesiasticista che lascia aperta la porta a diverse possibili inter-
pretazioni.
Innanzitutto, sembra potersi affermare che se il legislatore avesse voluto
fare esclusivo riferimento agli enti riconosciuti in base all’Accordo del 1984
o, per gli enti afferenti alle confessioni di minoranza, a quelli riconosciuti
sulla base delle varie intese stipulate (cfr. per tutte l’art. 13 dell’Intesa con la
Tavola Valdese del 1984), avrebbe, più correttamente, dovuto esprimersi in
termini di “enti ecclesiastici civilmente riconosciuti”. Se a tale considerazio-
ne aggiungiamo la ricordata discrasia normativa tra quanto previsto dalla
legge delega che, come detto, faceva espresso riferimento “agli enti delle
confessioni religiose che hanno stipulato patti o intese con lo Stato” e quan-
to attuato dal legislatore delegato che ha totalmente omesso ogni riferimento
a intese, patti, accordi o concordati che dir si voglia, emerge un chiaro dato
normativo che si deve adeguatamente tenere in considerazione: quello per
cui il concetto di “enti religiosi civilmente riconosciuti” non coincide affatto
con quello di “enti ecclesiastici civilmente riconosciuti”.
In altri termini, il riconoscimento cui allude l’art. 4, comma 3 del CTS

– 52 –
non è quello ottenuto in base alle disposizioni pattizie di vario tipo, o - quan-
tomeno - non solo quello, riferendosi la norma ad ogni tipo di riconoscimen-
to civilisticamente valido, incluso, ovviamente, anche quello ottenibile me-
diante iscrizione al CTS.
Chiaramente l’ente di matrice religiosa, in sede di iscrizione al RUNTS,
avrà l’onere di dichiarare nello statuto e nell’atto costitutivo la sua reale na-
tura cioè il suo carattere “religioso” al fine di poter usufruire delle più volte
ricordate esenzioni ed agevolazioni disciplinari.
Lo scopo della riforma, sembra, invero, quello di ampliare il novero degli
enti religiosi, includendovi sia quelli che non fanno capo a confessioni reli-
giose che hanno – voluto o potuto – stipulare intese con lo Stato (pensiamo
per tutte all’Islam); sia quegli enti che fanno riferimento a movimenti reli-
giosi non sufficientemente strutturati e, pertanto, privi della necessaria rap-
presentanza istituzionale richiesta dall’art. 8 della Costituzione per potere
stipulare intese con il Governo italiano 13.
Si tratta, a ben vedere, di un’applicazione – si spera intenzionale - del
principio supremo di laicità, con funzione inclusiva nei confronti di tutti
quei settori del fenomeno religioso che svolgono funzioni di utilità sociale e
che non meritano di essere discriminati per il fatto di non rientrare tra gli en-
ti facenti capo a confessioni religiose dotate di intesa e ciò anche al fine di
ampliare al massimo l’ambito di operatività della riforma, atteso il peso spe-
cifico non irrilevante che gli enti di stampo religioso hanno sull’economia
complessiva del Terzo settore 14.
Alla luce di quanto esposto, pare possibile parlare di un’obsolescenza so-
pravvenuta ma non programmata della normativa di derivazione concordata-
ria e pattizia con la conseguente progressiva perdita di senso giuridico della
nozione di ecclesiasticità applicata agli enti che sembra avere ormai un ca-
rattere residuale, essendosi ormai quasi del tutto svuotata di contenuto.
La ragione ultima di questa perdita progressiva di significato e di valore
dell’ecclesiasticità degli enti, specie canonici, sembra legata all’immobilità
cui è stata condannata la legislazione di derivazione pattizia che è rimasta
ferma e ingessata allo stato dell’arte in materia di enti esistente nell’ormai
lontano 1984 (ma lo stesso discorso potrebbe farsi anche per le intese “foto-
copia” con le confessioni acattoliche), non essendo mai stata aggiornata. Ciò

13
In argomento M. FERRANTE, Diritto, religione, cultura: verso una laicità inclusiva, in
Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica, dicembre 2017, pp. 1-21.
14
Cfr. J. PASQUALI CERIOLI, I principi e gli strumenti del pluralismo confessionale (artt.
7 e 8), AA.VV., Nozioni di Diritto ecclesiastico, a cura di G. Casuscelli, terza edizione, To-
rino, 2009, pp. 65 ss.

– 53 –
ha fatto si che la legge n. 222/1985, attuativa dell’Accordo di Villa Madama,
che nell’anno in cui venne promulgata appariva come una legge innovativa a
carattere speciale, volta a garantire e a favorire la peculiare natura degli enti
canonici, abbia perso quasi del tutto questa sua connotazione. Invero, non si
deve dimenticare che il concetto stesso di “ecclesiasticità” era connesso al
regime legislativo speciale ricognitivo ed attuativo, dal punto di vista giuri-
dico di tale peculiare carattere strutturale e finalistico.
Sennonché, come accade per ogni normativa speciale, anche quella rela-
tiva agli enti ecclesiastici si inserisce all’interno di una cornice legislativa
costituita dal diritto comune che ne rappresenta l’ineludibile paramentro on-
tologico di riferimento. Ciò determina un rapporto matematico di diretta
proporzionalità tra il fattore costituito dalla normativa speciale e quello co-
stituito dal diritto comune. Vale a dire che la specialità deve sempre e co-
stantemente rapportarsi al diritto comune, ragion per cui, al variare del dirit-
to comune, deve corrispondere una proporzionale modifica della legislazio-
ne speciale, al fine di mantenere inalterato il rapporto tra specialità e genera-
lità giuridica (nella seguente formula: diritto speciale > diritto comune). Di-
versamente, si rischia di tramutare il riconoscimento della personalità giuri-
dica in base alla legge n. 222/1985, almeno per certe categorie di enti (quelli
frutto dello spontaneismo religioso dei fedeli) da strumento per la conces-
sione di una capacità pleno iure in una sorta di capitis deminutio.
Con riferimento alla materia degli enti, invece, il suddetto rapporto di
proporzionalità è stato profondamente sbilanciato in favore del diritto comu-
ne in quanto, nel corso degli ultimi trent’anni, si è assistito ad una radicale
trasformazione della legislazione civile di riferimento a cui non ha fatto se-
guito alcun proporzionale cambiamento della legislazione pattizia, con la
conseguenza di ridurre il differenziale normativo tra le due, attenuando si-
gnificativamente il carattere di favore della legislazione speciale rispetto a
quella generale. Tale situazione ha finito con il riverberarsi anche sulla no-
zione di “ecclesiasticità” applicata agli enti, rendendola progressivamente
meno significativa e significante, determinando con l’odierna riforma del
Terzo settore un più vasto e generale riconoscimento della religiosità più che
dell’ecclesiasticità degli enti.
Siffatta impostazione renderebbe giustizia al termine “enti religiosi” ado-
perato nel CTS proprio a volere significare che non è necessario che l’ente
appartenga ad una Chiesa strutturata in autonoma confessione, essendo suf-
ficiente che sia civilmente riconosciuto e che si caratterizzi per una finalità
di religione o di culto, ossia per avere una qualche matrice di carattere reli-
gioso.

– 54 –
3. – Occorre adesso verificare se lo slittamento della legislazione del Ter-
zo settore dalla nozione di “ecclesiasticità” e di “ente ecclesiastico” verso
quella, diversa, di “religiosità” e di “ente religioso” sia compatibile con il
dettato costituzionale, ossia con quanto previsto dall’art. 20 della Costitu-
zione che rappresenta “la disposizione basale e fondante del sistema”, trat-
tandosi “di una disposizione avente valore normativo primario” 15. In merito
non pare ozioso richiamare il testo della citata norma costituzionale in base
alla quale: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una
associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni
legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità
giuridica e ogni forma di attività”.
Detto articolo, secondo la lettura tradizionale che se ne è fatta, “fa riferi-
mento a un modulo indeterminato e variabile, imponendo al futuro legislato-
re di fare agli enti con carattere ecclesiastico un trattamento almeno uguale a
quello praticato nei confronti di enti privi di tale caratteristica” 16.
In altri termini, l’articolo in commento pone lo specifico divieto al legi-
slatore ordinario di dare luogo ad una normativa discriminatoria, che sarebbe
per ciò stesso illegittima in quanto contraria al citato principio costituziona-
le, oltre che a quello più generale di uguaglianza (art. 3 Cost.).
Sotto altro punto vista, l’art. 20 Cost. non assume a parametro le norme
di favore, né agisce come un catalizzatore di norme favorevoli per gli enti,
da rendere applicabili a quelli ecclesiastici: più limitatamente, esso opera,
per così dire, in negativo; cioè tende ad evitare che detti enti vengano esclu-
si, a causa della loro specialità, dal poter usufruire di una normativa di favo-
re dettata per la generalità degli enti di diritto comune.
Ciò premesso, analizzando il testo dell’art. 20 Cost., possiamo agevol-

15
Cfr. sul punto P. PICOZZA, Enti ecclesiastici nel diritto tributario, in Digesto delle di-
scipline privatistiche, vol. VI, Torino, 1990, p. 250; sull’art. 20 Cost. Cfr. inoltre: F. FINOC-
CHIARO, Uguaglianza giuridica e fattore religioso, Milano, 1938, p. 35; ID., Art. 20, in
Commentario alla Costituzione, a cura di G. BRANCA, artt. 13-20. Rapporti civili, Milano,
2009, pp. 301 ss., ID., Diritto ecclesiastico, Bologna, 2015, pp. 173 ss.; G. CATALANO, Os-
servazioni sull’art. 20 della Costituzione, Milano, 1965, pp. 353 ss.; P.G. CARON, Libertà ed
eguaglianza religiosa nell’art. 20 della Costituzione, in AA.VV., Studi in memoria di C.
ESPOSITO, II, Padova, 1972, pp. 823 ss.; A. REPOSO, Eguaglianza costituzionale e persone
giuridiche, in Riv. trim. di dir. e proc. civ., n. 2/1973, pp. 401 ss.; C. MIRABELLI, L’appar-
tenenza confessionale. Contributo allo studio delle persone giuridiche nel diritto ecclesiasti-
co italiano, Milano, 1975, pp. 126 ss.; G.A. MICHELI, L’art. 20 della Costituzione e il potere
di imposizione, in Riv. dir. finanz., I, 1975, pp. 77 ss.; P. COLOMBO, L’articolo 20 della Co-
stituzione e gli enti di assistenza e beneficenza, in AA.VV., Assistenza e beneficenza tra pub-
blico e privato, cit., pp. 243 ss.; R. BOTTA, Manuale di diritto ecclesiastico, cit., pp. 307 ss.
16
In tal senso cfr. G. CATALANO, Osservazioni sull’art. 20 della Costituzione, cit., p. 354.

– 55 –
mente rispondere al quesito che ci siamo dianzi posti, partendo dalla consi-
derazione che tale articolo è contraddistinto da un marcato bipolarismo in
quanto caratterizzato dalla contemporanea presenza al suo interno di due di-
stinti cardini giuridici tra cui oscillano gli enti: quello del “carattere eccle-
siastico” e quello del “fine di religione o di culto” 17.
A nostro avviso le due ricordate espressioni non devono essere lette sem-
pre come un’endiadi, bensì come due distinti aspetti che possono essere cer-
tamente compresenti nello stesso ente ma che possono pure essere disgiunti,
facendo si che vi siano enti che abbiano solo l’uno (pensiamo, ad esempio,
agli Istituti per il sostentamento del clero che hanno carattere ecclesiastico
ma non certamente fine diretto di religione o di culto), oppure esclusivamen-
te l’altro (si pensi agli enti che non fanno capo a confessioni frutto del cre-
scente spontaneismo religioso e, dunque, non strutturate in Ecclesia).
Detta interpretazione appare coerente con il tessuto sociale, culturale e re-
ligioso che caratterizza oggi l’Italia, dove il fenomeno religioso non trova
più necessariamente la sua naturale espressione all’interno delle tradizionali
e strutturate confessioni religiose ma anche in fenomeni religiosi spontanei e
destrutturati ma non per questo meno meritevoli di tutela, non solo a livello
individuale (ex art. 19 Cost.) ma anche collettivo, facendo ricorso al disposto
dell’art. 20 Cost.
Partendo da siffatta indicazione ermeneutica del testo dell’art. 20 della
Costituzione, pare possibile ritenere del tutto legittima l’impostazione adot-
tata dal CTS. Infatti, il riferimento ai soli “enti religiosi” di cui all’art. 4,
comma 3 appare coerente e costituzionalmente orientato verso il secondo dei
citati poli tra cui si struttura e si garantisce la tutela degli enti espressione del
più generale e variegato fenomeno religioso. Si ritiene, cioè, che con il CTS
si sia operato uno spostamento dell’asse normativo del diritto unilaterale di
produzione statale dal polo dell’ecclesiasticità a quello della religiosità degli
enti, entrambi garantiti e protetti dall’art. 20 Cost.
Ne consegue che non potrà parlarsi di una carenza di tutela costituzionale
nei confronti di questa nuova categoria legislativa degli “enti religiosi civil-
mente riconosciuti”, né, tantomeno, di una possibile incostituzionalità di es-

17
Sul punto cfr. F. FINOCCHIARO, Uguaglianza giuridica e fattore religioso, cit., pp. 43
ss.; ID., Art. 20, in Commentario alla Costituzione, cit., pp. 301 ss., ID., Diritto ecclesiastico,
cit., pp. 198 ss.; C. MAGNI, Interpretazione del diritto italiano sulle credenze di religione,
Padova, 1959, p. 103; G. CATALANO, Osservazioni sull’art. 20 della Costituzione, cit., pp.
121 ss.; P. G. CARON, “Libertà ed eguaglianza religiosa nell’art. 20 della Costituzione”, cit.,
pp. 823 ss.; A. REPOSO, Eguaglianza costituzionale e persone giuridiche, in Riv. trim. dir.
proc. civ., 1973, pp. 401 ss.; C. MIRABELLI, L’appartenenza confessionale. Contributi allo
studio delle persone giuridiche nel diritto ecclesiastico italiano, Padova, 1975, pp. 126 ss.

– 56 –
sa, in quanto avente carattere discriminatorio nei confronti della più tradi-
zionale categoria degli “enti ecclesiastici”.
In altri termini, pare possibile asserire che questo oscillamento di fre-
quenza normativa in favore della prima categoria rientra nei margini di di-
screzionalità del legislatore statale consentiti dall’art. 20 Cost. cioè rimessi
al suo libero apprezzamento giuridico, e non integra alcun problema dal
punto di vista del diritto costituzionale. Anzi, esso appare ancora più per-
formante rispetto ad una lettura in chiave laica e pluralista dello stesso arti-
colo 20 visto anche in combinato disposto con una lettura in senso liberale
del principio di uguaglianza di cui all’art. 3, in quanto consente a tutti i cit-
tadini in forma associata di meglio assolvere al dovere di concorrere “al
progresso materiale o spirituale della società” (art. 4 Cost.) 18.

4. – La ricordata modifica terminologica adottata dal CTS non stupisce se


la si considera nell’ambito di un processo di costante neutralizzazione della
forma e della nozione giuridica di ente ecclesiastico civilmente riconosciuto
a cui ha fatto seguito quella che potremmo definire come la nuova “struttura
morfologica a geometria variabile” degli enti ecclesiastici.
Con detta espressione vogliamo significare che il senso originario della
nozione di ente ecclesiastico si è decostruito divenendo, nel tempo, un con-
cetto duttile e poliforme in quanto tale idoneo a fungere da copertura giuri-
dica a diverse esigenze pratico/applicative che poco o nulla hanno a che fare
con la sua archetipica funzione.
Le motivazioni recondite che hanno determinato detta metamorfosi (che
potremmo definire “kafkiana”) sono state dettate da esigenze essenzialmente
economiche legate alla “ricerca di strumenti efficaci di finanziamento al fine
di raggiungere un’autosufficienza economica” che, però, hanno messo in
crisi il “paradigma di riferimento per tali organismi” 19. Invero, quella che è
stata efficacemente definita come la “formidabile adattabilità̀ ” degli enti
confessionali alla legislazione premiale di diritto comune 20, ha, però, creato

18
Sul punto cfr. SALVATORE BORDONALI, L’incidenza del fatto religioso nei percorsi
formativi della legge nell’ordinamento italiano, in Anuario de Derecho Eclesiástico del
Estado, vol. XXVI, 2010, p. 740 ss.
19
Così A. FUCCILLO, Gli enti ecclesiastici tra normativa “pattizia”, diritto comune e di-
ritto vivente, in A. FUCCILLO, R. SANTORO, Diritto, religioni, culture, cit., pp. 46-47.
20
L’espressione è di M.C. FOLLIERO, Enti religiosi e enti non profit. Tra welfare state e
welfare community. La transizione, Torino, 2010, p. 36. P. FLORIS, Enti religiosi e riforma
del Terzo settore: verso nuove partizioni nella disciplina degli enti religiosi, cit., pp. 7 ss.

– 57 –
un’esasperata tensione dialettica tra ecclesiasticità e commercialità degli enti
che ha finito con l’alterare il rapporto tra “struttura e funzione” degli enti ec-
clesiastici, in vista di una “nuova modalità di tutela della libertà religiosa sia
dei singoli che dei gruppi” 21.
Siffatta situazione, come è stato opportunamente ricordato, ha “cambiato
il modo di azione di tali enti, che devono competere sul mercato dei servizi
anche sociali, … a volte divenendo titolari di vere e proprie imprese” 22.
L’idea, condivisibile nel suo impianto di base, è quella di procedere ad
una neutralizzazione delle strutture e delle forme giuridiche quale strumento
di attuazione pratica del pluralismo e della laicità interculturale 23. Con la
conseguenza che – nonostante “l’apparente diversità causale tra l’eccle-
siasticità di un ente e la commercialità dell’altro (i corsivi sono dell’A.)” –
non vi è “ostacolo, affinché un ente ecclesiastico costituisca una società
commerciale di qualsiasi tipo” 24.
Ecco, dunque, che si perviene – sulla spinta delle tentazioni secolari basa-

21
In tal senso A. FUCCILLO, Gli enti ecclesiastici tra normativa “pattizia”, diritto comune e
diritto vivente, in A. FUCCILLO, R. SANTORO, Diritto, religioni, culture, Torino, 2017, pp. 52-53.
22
Così A. FUCCILLO, Gli enti ecclesiastici tra normativa “pattizia”, diritto comune e di-
ritto vivente, in A. FUCCILLO, R. SANTORO, Diritto, religioni, culture, cit., p. 46. Per
un’attenta trattazione delle differenti opinioni dottrinali riguardo l’esercizio in forma diretta
dell’attività commerciale da parte dell’ente ecclesiastico, si vedano: G. DALLA TORRE, Le-
zioni di diritto ecclesiastico, Torino, 2011, pp. 194 ss., il quale non ammette la figura
dell’ente ecclesiastico imprenditore; S. BERLINGÒ, Enti e beni religiosi in Italia, Bologna,
1992, pp. 180 ss., il quale ammette solo parzialmente l’attribuzione della qualifica d’impren-
ditore all’ente ecclesiastico; A. FUCCILLO, Enti ecclesiastici e impresa commerciale: final-
mente un binomio compatibile!, in Il diritto ecclesiastico, II, 1995, pp. 470 ss.; ID., La pub-
blicità e la rappresentanza dell’ente ecclesiastico imprenditore commerciale, in Il diritto
ecclesiastico, I, 1996, pp. 836 ss.; ID., Le nuove frontiere dell’ecclesiasticità degli enti, cit.,
pp. 106 ss.; L. MUSSELLI, V. TOZZI, Manuale di diritto ecclesiastico, Bologna, 2007, pp. 223
ss.; A. VITALE, Corso di diritto ecclesiastico, Milano, 2005, pp. 422 ss.; F. FIORE, Fallimen-
to degli enti ecclesiastici e svolgimento di attività imprenditoriali, in Quad. Dir. Pol. Eccl.,
n. 3/2010, pp. 982 ss.; M. TEDESCHI, Manuale di diritto ecclesiastico, Torino, 2010, pp. 236
ss. Per la giurisprudenza concorde all’attribuzione della qualifica di imprenditore all’ente
ecclesiastico, si veda: Cass., 19 dicembre 1990, n. 12039; Cass., 11 aprile 1994, n. 3353;
Cass., 14 giugno 1994, n. 5766; Cass., 3 novembre 2003, n. 16435
23
Sul punto A. FUCCILLO, L’attuazione privatistica della libertà religiosa, Napoli, 2005, pp.
92-93, il quale ricorda che stante “le interrelazioni applicative tra il diritto fondamentale di libertà
religiosa e gli strumenti di attivazione proposti all’interno del sistema privatistico”, allora “tale
certezza pubblicistica deve quindi tradursi privatisticamente nella neutralità delle norme comuni
in materia religiosa, al fine di garantire, in una società variegata come la nostra, un vero plurali-
smo che quindi deve necessariamente passare attraverso un diritto assolutamente laico”.
24
Così A. FUCCILLO, Gli enti ecclesiastici tra normativa “pattizia”, diritto comune e di-
ritto vivente, in A. FUCCILLO, R. SANTORO, Diritto, religioni, culture, cit., p. 53.

– 58 –
te sulla leva fiscale ed economica del novello “serpente tentatore” rappre-
sentato dalla legislazione del Terzo settore – a configurare l’ente ecclesiasti-
co come imprenditore o quale socio di una società di capitali, con la conse-
guente alterazione del rapporto tra “strutture intese quali forme organizzati-
ve e funzione” 25. Certamente ragioni di opportunità spingono in tale dire-
zione, anche se non si devono eludere o, peggio, cercare di obliare le inevi-
tabili criticità connesse a questa sovrapposizione di piani normativi, onde
evitare di innescare un conflitto di specialità 26.
Sennonché, ciò ha determinato una crescente contiguità – sfociata in una
vera e propria commistione – del fine religioso con altri fini altruistici (idea-
li, umanitari, culturali, ecc.), rendendo la nozione di ente ecclesiastico ina-
deguata a fungere da unità di riferimento simbolica complessiva, cioè da si-
stema organizzante (Gestalt).
Il legislatore del CTS ha percepito questa trasformazione concettuale e
l’ha tradotta adottando la (legislativamente) nuova categoria semantica poli-
sensa di “enti religiosi civilmente riconosciuti”.
Sul punto vale la pena esprimere un apprezzamento per la scelta lessicale
adottata dal CTS in quanto la categoria degli “enti religiosi civilmente rico-
nosciuti” risulta assai più pluralista e laica non solo rispetto a quella di enti
ecclesiastici ma anche di quella di “enti confessionali” 27, perché gli enti ec-

25
Cfr. A. FUCCILLO, Gli enti ecclesiastici tra normativa “pattizia”, diritto comune e di-
ritto vivente, in A. FUCCILLO, R. SANTORO, Diritto, religioni, culture, op. ult. cit., pp. 52-55,
il quale ricorda che “la forma strutturale speciale che si supra definita non impedisce che, in
concreto, gli enti ecclesiastici ricorrano alla utilizzazione delle società commerciali per il
perseguimento delle proprie finalità. Ciò può avvenire sia partecipando alla loro costituzione
che, quale operazione di investimento, acquistando partecipazioni più o meno rilevanti in
detti enti”. Invero, prosegue l’A., “la duttilità degli schemi societari predisposti dal legislato-
re.. Bene si presta ad essere utilizzata, in via strumentale, degli enti ‘religiosi’ quali strutture
più elastiche e funzionali al raggiungimento di scopi ‘diversi’ invia immediata da quelli tra-
dizionali di religione e di culto”.
26
Sul punto cfr. L. PILON, L’ente ecclesiastico e il terzo settore, in L’ente ecclesiastico a
trent’anni dalla revisione del Concordato, a cura di P. Clementi e L. Simonelli, cit., pp. 439-
453 regola il quale ricorda che: “l’esercizio di attività di impresa non contrasta con gli scopi
di natura ideale non economica dell’ente ecclesiastico deve necessariamente avere ma, anzi,
tale attività può essere necessaria e/o opportuna: ho qualche modalità pratica per la realizza-
zione (o per una più efficace realizzazione) degli scopi istituzionali proprie dell’ente…; Op-
pure quale modalità per procurarsi le risorse finanziarie indispensabili per il perseguimento
dello scopo istituzionale. Nell’uno e nell’altro caso, l’ente ecclesiastico che esercita l’attività
di impresa non perde la propria identità e la normativa tributaria lo obbliga unicamente tene-
re tale attività distinta dall’attività di religione o di culto, assoggettandolo alle norme di dirit-
to comune”.
27
Come ricorda P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove par-

– 59 –
clesiastici riconosciuti come persone giuridiche agli effetti civili, non sono
solo gli enti ecclesiastici delle confessioni religiose con le quali lo Stato ha
stipulato patti, accordi o intese, bensì anche “gli enti (che non appartengono
a Confessioni formalmente accordatesi con lo Stato) riconosciuti sulla base
delle norme, tuttora non aggiornate e, per alcuni aspetti, discriminatorie, ma
pur sempre vigenti, della legge n. 1159/1929 (c.d. legge sui “culti ammes-
si”)” 28.
Da tutto ciò è sorta nel legislatore la consapevolezza che gli enti ecclesia-
stici sono solo una parte, una species, di un più ampio genus che è stato
identificato negli “enti religiosi civilisticamente riconosciuti”, ossia in tutti
quegli enti che – prescindendo dalle modalità con cui ottengono il ricono-
scimento della personalità giuridica – nonché da qualsiasi legame con le
confessioni tradizionali che abbiano stipulato patti, intese o accordi con lo
Stato, sono espressione di una dinamica pluralista che lo Stato, laicamente,
deve valorizzare 29. Ciò in quanto si ravvisa l’interesse pubblico alla pratica

tizioni nella disciplina degli enti religiosi, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale,
cit., p. 7, fino alla riforma del Terzo settore, “le entità religiose prive di coperture pattizie
sono rimaste confinate nell’area, per così dire, indifferenziata del non profit. E questo – è
cosa nota – ha riguardato anche le entità religiose riconosciute civilmente come enti di
culto ai sensi delle norme del 1929/1930, ma non legate a confessioni con accordi con lo
Stato. Più in generale sono rimaste fuori dalle selezioni operate da più leggi premiali tutte
le entità qualificabili come religiose solo in ragione dei fini di religione o di culto, senza
coperture o legami confessionali pattizi. Naturalmente, per tutti questi altri enti è rimasta
sempre aperta la strada ordinaria d’accesso alle leggi premiali di diritto comune, come de-
lineata per qualunque entità non profit. Ma questo non ha certo reso più ragionevoli le
scelte legislative appena dette, da più parti stigmatizzate come discriminatorie nel tratta-
mento degli enti religiosi”.
28
In tal senso S. BERLINGÒ, Enti ecclesiastici – Enti delle Confessioni religiose, in Stato
e Chiese, Rivista Telematica, maggio 2007, p. 5, il quale prosegue affermando che: “Per
converso, non tutti gli «enti ecclesiastici delle (mio il corsivo) Confessioni con le quali lo
Stato ha stipulato patti, accordi o intese» possono essere inquadrati fra gli «enti ecclesiastici
civilmente riconosciuti» (mio il corsivo), perché sussistono ed assumono un peculiare rilievo
– com’è testimoniato, a tacer d’altro, dall’art. 5.1, sub a), b) e c) del cit. d.lgs. n. 460 del
1997 – organismi di tipo associativo riconosciuti «dalle (mio il corsivo) Confessioni religio-
se con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese», che non sono annoverabili tra le
persone giuridiche riconosciute dallo Stato, quanto meno con la qualifica di «enti ecclesiasti-
ci civilmente riconosciuti» (o con qualifiche, come quella degli «enti ebraici», tali da potersi
considerare, sulla base di quanto prima si è detto, fra loro assimilabili)”.
29
Non riteniamo di potere concordare con P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo
settore: verso nuove partizioni nella disciplina degli enti religiosi, cit., p. 13, allorquando
afferma che “restano fuori dai decreti delegati tutti gli enti religiosi, tali in ragione dei fini o
del loro “carattere ecclesiastico”, se privi della personalità giuridica, anche se collegati a
confessioni con accordi. In quest’ultimo senso si può pensare, ad esempio, alle associazioni

– 60 –
ed alla diffusione di tutte le credenze religiose, confessionali e non, intese
come fattori di progresso collettivo e individuale, di qui il sostegno – anche
fiscale – verso tutte le estrinsecazioni entificate del sentire religioso, seppure
non strettamente riconducibili a specifici credi tradizionali e strutturalmente
organizzati.

private di fedeli senza personalità giuridica, presenti nel diritto canonico, come nei diritti di
altre confessioni pattizie”.

– 61 –
– 62 –
CAPITOLO III

ANALISI DELLE PRINCIPALI CRITICITÀ


APPLICATIVE DELLA RIFORMA
IN RELAZIONE AL DIRITTO CANONICO

SOMMARIO: 1. Considerazioni sulla crescente discrasia disciplinare tra ordinamento canonico


e civile nella disciplina degli enti. – 2. La specificità del diritto canonico in materia di en-
ti e la necessità di una riforma del diritto canonico vigente. – 3. Contenuto, limiti e fun-
zioni del regolamento ex art. 4, comma 3° del d.lgs. n. 117/2017. – 4. Governance cano-
nica e organo di controllo interno. – 5. Controlli pubblici esterni all’ente, scritture conta-
bili separate e trasparenza dei bilanci. – 6. L’obbligo di un patrimonio dedicato per gli
enti religiosi. – 6.1. La soluzione canonistica: le pie fondazioni non autonome ex can.
1303. – 6.2. Sulla tradizionale non riconoscibilità civilistica delle fondazioni non auto-
nome nel diritto civile italiano. – 6.3. Analisi delle principali soluzioni per tradurre le
fondazioni fiduciarie di culto in categorie civilisticamente compatibili. – 6.4. Il patrimo-
nio di destinazione ex art. 2645 ter. – 7. La devoluzione del patrimonio destinato in caso
di scioglimento.

1. – L’introduzione del Codice del Terzo settore nell’ordinamento italia-


no ha segnato un ulteriore ampliamento del divario giuridico esistente tra il
diritto canonico e quello civile in materia di enti.
Si tratta, infatti, di uno iato normativo che, allo stato dell’arte, neppure il
diritto canonico particolare italiano – e cioè l’Istruzione amministrativa del
2005 della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) – è, come meglio diremo di
seguito, in grado di colmare 1.
Per la verità il fenomeno di progressiva divaricazione tra i due ordina-
menti non è una novità assoluta, in quanto si era già, almeno in parte, mani-
festato con riferimento a tutta quella legislazione episodica in materia di non
profit (di cui abbiamo trattato nei capitoli precedenti), volta a limitare le

1
Cfr. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Istruzione in materia amministrativa, Bolo-
gna, 2006, con note di A. DE ANGELIS, p. 69.

– 63 –
conseguenze negative dell’inarrestabile declino dello Stato sociale e la con-
seguente transizione dal “welfare State alla welfare community” 2. Si era, in-
fatti, sin da subito, evidenziata una crescente difficoltà di adattamento degli
schemi giuridici di matrice canonistica – legati ad una concezione più tradi-
zionale in materia di enti – alle tendenze innovative che, a partire dagli anni
novanta del secolo scorso, avevano caratterizzato la legislazione civile alla
quale, almeno inizialmente, si è cercato di sopperire in via interpretativa 3.
Al fine di ridurre le potenziali aree di incompatibilità e di frizione tra i
due ordinamenti, il legislatore italiano aveva cercato, nel tempo, di dettare
delle norme specifiche per consentire agli enti ecclesiastici – o, almeno, a
rami promananti da essi – di avvalersi della legislazione di favore e degli in-
centivi fiscali riservati al mondo del non profit, oscillando tra assoggetta-
mento al diritto comune e riconoscimento di aree di specialità 4.
Le motivazioni che spingevano il legislatore civile a cercare di smussare
unilateralmente le criticità e le potenziali antinomie con quanto previsto dal
diritto canonico erano legate al ruolo tradizionalmente svolto dagli enti di
matrice religiosa nell’ambito del Terzo settore. In altri termini, si voleva evi-
tare il rischio far rimanere del tutto fuori dalle aree di agevolazione fiscale e
di incentivazione normativa una parte assolutamente rilevante, se non pre-
minente, del mondo non profit: quello del volontariato religioso, specie cat-
tolico.
Si era trattato, però, di soluzioni, per così dire, tampone che avevano la-
sciati irrisolti molti problemi interpretativi ed aporie normative, rischiando,
in concreto, di escludere – o, quantomeno, non inserire a pieno titolo – una
parte cospicua del modo del volontariato dall’applicazione della legislazione

2
Così M. C. FOLLIERO, Enti religiosi e non profit tra welfare State e welfare community,
Torino, 2002, pp. 1009-1044. Si rinvia anche a M. PARISI, Gli enti religiosi nella trasforma-
zione dello Stato sociale, Napoli, 2004, il quale ricorda che: “sembra affermarsi il passaggio
dal Welfare State alla Welfare Society, ovvero ad un modello in cui lo Stato, i privati e gli
organismi senza scopo di lucro dovrebbero concorrere nell’offerta di servizi di interesse col-
lettivo efficienti e competitivi, anche nei costi, conferendo ai consociati la piena libertà di
scelta, in un contesto di reale parità di condizioni” (p. 7). In argomento si veda anche F.
FRENI, Enti ecclesiastici e associazioni etico-religiose in una “new economy” di comunione
solidale. Per un’economia dal volto più umano, in Quaderni di diritto e politica ecclesiasti-
ca, 2015, pp. 895-921
3
In argomento, CFR. V. TOZZI, Istituzioni ecclesiastiche, caritative non profit, loro rap-
porti con la Chiesa, lo Stato, la società civile e il mercato, in Studi in onore di Francesco
Finocchiaro, vol. II, Padova, 2000, p. 1648.
4
Cfr. M. FERRANTE, Enti ecclesiastici ed Organizzazioni non lucrative d’utilità sociale
(O.n.l.u.s.), in Il dir. eccl., 1996, II, pp. 573-595.

– 64 –
premiale, rischiando, così, di vanificare lo spirito stesso e la ratio ispiratrice
della normativa.
Ciò posto, non pare possibile nascondere una certa delusione, al limite
del disappunto, esaminando le linee guida della riforma che – sin dal suo na-
scere, con la ricordata legge delega del 2016 – non ha ritenuto di superare e
risolvere il ricordato deprecabile schema legislativo. Tale impostazione con-
tinua, cioè, a basarsi su di una normativa generale disciplinante gli enti non
profit, seguita e accompagnata da qualche regoletta sparsa, volta a porre ec-
cezioni ed esenzioni in favore degli enti di matrice religiosa, per consentire
agli stessi di partecipare, in qualche modo, ai benefici della legislazione di
favore verso l’universo del terzo settore.
Si tratta, come è stato evidenziato dall’esperienza degli ultimi venticin-
que anni, di uno schema se non fallimentare, certamente non vincente, il
quale, più che affrontare e risolvere le discrasie legislative esistenti tra i due
ordinamenti, ha preferito mettere delle pezze normative per nascondere i
reali problemi esistenti.
Sarebbe, dunque, stata auspicabile una riforma più coraggiosa, imperniata
su diversi capisaldi e cioè una normativa che, finalmente, dedicasse agli enti
religiosi/ecclesiastici quello spazio che essi meritano per averlo guadagnato
sul campo 5.
Ad esempio, si sarebbe potuto tranquillamente prevedere una sezione
specifica del registro unico nazionale del terzo settore dedicata agli enti reli-
giosi, riprendendo magari la normativa di derivazione pattizia, come si è fat-
to per le organizzazioni di volontariato o per le associazioni di promozione
sociale, in modo da consentire un ingresso a pieno titolo e per la porta prin-
cipale ad una parte pur così rilevante del terzo settore, come quello costituito
dagli enti che fanno riferimento all’universo religioso, specie cattolico (si
pensi ad esempio alle confraternite) 6.

5
Per alcuni riscontri statistici si rinvia a http://www.redattoresociale.it/Notiziario/
Articolo/498181/Ilvolontariato-in-Italia-oltre-44-mila-le-associazioni. In argomento cfr. F.
DI PRIMA, Il volontariato religioso nell’ordinamento giuridico italiano (l’incompiuta inte-
grazione tra società civile e società religiosa), in Stato, Chiese e pluralismo confessionale,
Rivista telematica, 2011, pp. 1-43.
6
Sulle confraternite, cfr. F. SCADUTO, Confraternite, in Dig. it., vol. VIII, Torino, 1896,
pp. 1021 ss.; G. FERROGLIO, La condizione giuridica delle confraternite, Torino, 1931; ID.,
Confraternita, in Enc. dir., vol. VIII, Milano, 1961, pp. 1035 ss.; D. SCHIAPPOLI, Confrater-
nite, in Nov. Dig. it., vol. IV, Torino, 1938, pp. 814 ss.; E. UGHI, Condizione giuridica delle
Confraternite, in Il diritto eccl., 1938, pp. 453 ss.; G. OLIVERO, La posizione giuridica delle
congregazioni di diritto diocesano nell’ordinamento italiano, in Studi di storia e diritto in
onore di G. CALISSE, II, Milano, 1940, pp. 357 ss.; R. BACCARI, Le associazioni cattoliche

– 65 –
Si è, invece, preferito riproporre il già ricordato schemino basato sul gio-
co regola/eccezione che, sin dal suo nascere, come meglio diremo in questo
capitolo, non solo lascia irrisolti molti problemi, ma crea nuove potenziali
situazioni di conflitto inter-ordinamentale, rischiando così di compromettere
significativamente l’area di operatività della riforma a scapito degli enti reli-
giosi in genere ed in specie canonici.
In effetti, volendo interrogarsi sul perché il legislatore statale abbia man-
tenuto questo peculiare approccio verso quella parte del Terzo settore facen-
te capo al fattore religioso, parrebbe possibile ipotizzare due possibili ordini
di motivazioni.
Innanzitutto, la paura di dettare disposizioni legislative in conflitto con
norme di derivazione pattizia, violando, così, gli impegni garantiti a livello
costituzionale verso le confessioni religiose che hanno stipulato accordi o
intese con lo Stato. È, infatti, appena il caso di ricordare che – stante la co-
pertura costituzionale apprestata, rispettivamente, dagli artt. 7, comma 2 e 8,
comma 3 della Carta costituzionale – non è possibile introdurre modifiche
dirette o indirette della normativa concordata, neppure in bonam partem,
come è stato dimostrato dalla nota vicenda legata alla mancata estensione
agli enti ecclesiastici della riforma relativa al riconoscimento semplificato
della personalità giuridica introdotto dal già citato D.P.R. 10 febbraio 2000,
n. 361 7.

non riconosciute nel diritto italiano, Milano, 1960; P.G. CARON, Associazioni laicali, in
Nov.mo Dig. it., vol. I, Torino, 1965, pp. 1424 ss.; G. ALIVESI, Il riconoscimento degli effetti
civili, della personalità giuridica delle religiones iuris diocesani e l’orientamento del Consi-
glio di Stato, in Studi in onore di P.A. D’AVACK, Milano 1976, pp. 41 ss.; G. FELICIANI, As-
sociazioni dei fedeli, in Digesto delle discipline pubblicistiche, vol. I, Torino, 1987, p. 504;
da ultimo, F. FINOCCHIARO, Enti ecclesiastici II (Enti ecclesiastici cattolici), Enc. giur. Trec-
cani, vol. XII, Roma, 1989, n. 4.11.; U. DE SIERVO, Le trasformazioni della legislazione in
tema di IPAB, in Giur. Cost., 1985, I, pp. 300 ss.; P. CAVALERI, L’assistenza tra disciplina
pubblica e libertà dei privati. Cento anni di giurisprudenza sulla “legge Crispi”, Milano,
1992.
7
Cfr. A. BETTETINI, Gli enti e i beni ecclesiastici. Art. 831, in Il Codice Civile. Commen-
tario, diretto da D. BUSNELLI, Milano, 2005, p. 40, il quale ricorda che “lo impedisce il suo
art. 9, comma 2 a norma del quale: ‘nulla è innovato nella disciplina degli enti ecclesiastici
civilmente riconosciuti”. Sul punto si veda anche F. FINOCCHIARO, Aspetti pratici della li-
bertà religiosa in uno Stato in crisi, in Il Diritto ecclesiastico, 2001, I, pp. 17-21, il quale
evidenzia come la riforma della pubblica amministrazione, che ha condotto alla realizzazio-
ne di notevoli semplificazioni in materia di riconoscimento di associazioni e fondazioni pri-
vate, possa indurre ad un ripensamento del Concordato e dell’Intesa come strumenti giuridici
apportatori di libertà in favore delle forme organizzative apicali della fenomenologia religio-
sa. Ciò in quanto le riforme legislative sembrano aver prodotto un diritto comune più liberale
e favorevole rispetto al diritto speciale bilateralmente concordato. Ricorda in merito L. LA-

– 66 –
Al di là di questo criterio prudenziale che potrebbe avere indotto il legisla-
tore ad entrare, ancora una volta, in punta di piedi nel modo del volontariato
religioso, alla base delle ricordate scelte di politica legislativa potrebbe anche
esserci una malintesa applicazione del principio supremo di laicità sancito
dall’ormai celeberrima sentenza della Corte costituzionale 203/1989 8.
Invero, sembrerebbe essersi voluta dare un impronta laica e secolarizzata
alla legislazione di favore verso gli enti del Terzo settore – nonostante
l’innegabile ampia partecipazione ad esso degli enti di matrice religiosa –
quasi temendo di potere essere tacciati di volere ulteriormente avvantaggiare
gli enti ecclesiastici ed in particolare la Chiesa cattolica, attese le non sopite
polemiche circa l’eccesiva onerosità per le finanze statali dell’8 per mille in
favore delle confessioni religiose, sollevate anche dalla Corte dei Conti 9.
Non si può non notare il rischio di una deriva quasi laicista, per così dire,

CROCE, Riconoscimento della personalità giuridica degli enti: fra Concordato, Intese e nuo-
ve norme di diritto comune, in Il diritto eccl., 2002, II, pp. 547 ss. che – sebbene l’appli-
cabilità agli enti confessionali del nuovo regolamento di semplificazione della procedura
amministrativa in tema di riconoscimento della personalità giuridica degli enti di diritto pri-
vato venga esclusa sul presupposto che si tratti di materia soggetta alla contrattazione bilate-
rale – tuttavia la mancata applicazione della suddetta innovazione legislativa, per i caratteri
di speditezza e di celerità che la caratterizzano, finisce per determinare una discriminazione
in peius per gli enti religiosi.
8
Cfr. Corte Cost., 11 aprile 1989, n. 203, in Giurisdizione costituzionale, 1989, pp. 890
ss., nonché in Foro italiano, 1989, I, p. 1333 ss. In argomento cfr. S. PRISCO, Il principio di
laicità nella recente giurisprudenza, in www.costituzionalismo.it, 1/2007; L. MUSSELLI, C.B.
CEFFA, Libertà religiosa, obiezione di coscienza e giurisprudenza costituzionale, 2ª ed., To-
rino, 2017, pp. 39-42. È stato correttamente osservato da A. PIN, Il percorso della laicità
“all’italiana”. Dalla prima giurisprudenza costituzionale al Tar veneto: una sintesi rico-
struttiva, in Quad. dir. pol. eccl., 2006, 1, pp. 203 e 209, che dalla pronuncia costituzionale
n. 203/89 “si ricava comunque l’impressione che, per descrivere il rapporto tra la sfera reli-
giosa e quella civile, più che al principio di laicità, si debba guardare al dettato costituziona-
le. La laicità continua ad apparire più un portato di quest’ultimo, che una figura dotata di fi-
sionomia autonoma”.
9
Il 23 ottobre 2014 la Corte dei conti (Sezione centrale di controllo sulle entrate) ha ap-
provato una relazione dal titolo: “Destinazione e gestione dell’8 per mille dell’Irpef” con cui,
oltre a criticare il meccanismo di ripartizione delle risorse in quanto “i beneficiari ricevono
più dalla quota non espressa che da quella optata, godendo di un notevole fattore moltiplica-
tivo, essendo irrilevante la volontà”, ha stigmatizzato l’eccesso di finanziamenti dedicati alle
confessioni religiose beneficiarie, asserendo che “I fondi destinati alle confessioni risultano
ingenti, tali da non avere riscontro in altre realtà europee – avendo superato ampliamente il
miliardo di euro all’anno – e sono gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima ridu-
zione della spesa pubblica in campo, si sono notevolmente e costantemente incrementati”.
Sul punto V. TOZZI, L’8 per mille e il suo “inventore”, in Stato, Chiese e pluralismo confes-
sionale, Rivista telematica, n. 8/2015, pp. 1-16.

– 67 –
alla francese, di un simile assetto normativo che sembra quasi volere negare
la realtà, disciplinando, ad esempio, le organizzazioni di volontariato, mini-
mizzando il fatto che dietro di esse vi siano enti ecclesiastici o, comunque,
associazioni di chiara ispirazione religiosa 10.
Tuttavia, poiché de hoc iure utimur, occorre confrontarsi con la normati-
va così come è stata varata dal legislatore italiano e cercare di individuare le
possibili aree di conflitto tra la nuova disciplina del Terzo settore e il diritto
canonico – sia esso universale che particolare italiano – al fine di risolvere
quei problemi giuridico/applicativi che potrebbero costituire un grave intral-
cio all’utilizzo da parte degli enti canonici delle pur rilevanti agevolazioni
previste dal CTS.
Naturalmente, siffatta operazione non può avvenire ad ogni costo, bensì
nel rispetto delle caratteristiche e degli elementi strutturali e qualificanti de-
gli enti canonici. Vale a dire che il tentativo di avvantaggiarsi dei pur rile-
vanti incentivi fiscali offerti dalla riforma del settore non profit non deve
realizzarsi a scapito dell’identità profonda degli enti facenti capo alla Chiesa
cattolica, in quanto occorre scongiurare il rischio di perdere il carisma origi-
nario (che, semmai, deve essere assecondato) che li caratterizza e che deve,
anzi, essere esercitato a vantaggio di tutta la comunità di riferimento.

2. – Scorrendo le norme dell’Accordo di revisione dei Patti lateranensi,


siglato nell’ormai lontano 1984, si nota subito una significativa discrasia tra
quanto previsto in materia matrimoniale e quanto concordato sugli enti ec-
clesiastici. Invero, mentre con riferimento al matrimonio viene, sia pur en
passant, espressamente detto che si deve “tener conto della specificità del-

10
Relativamente alla nozione francese di laicità: M. BARBIER, La laïcité, Paris, 1995, pp.
5 ss.; J. BAUDEROT, Histoire de la laïcité français, Paris, 2005, pp. 6 ss.; In argomento si ve-
da S. PRISCO, Politica, religione, laicità dello Stato. Luci e ombre del caso italiano, in
http://www.italianieuropei.it/tablet/item/357-politica-religione-laicit%C3%A0-dello-stato-
luci-e-ombre-del-caso-italiano.html, maggio 2008, il quale ricorda che “tra la via dell’assi-
milazione assiologica, che non ha evitato alla Francia la rivolta delle banlieues parigine, e
quella della valorizzazione delle sfere di autonomia organizzativa e di valori delle varie co-
munità etnico-religiose – anch’essa rilevatasi ormai non priva di criticità, per come applicata
a Londra e ad Amsterdam – la possibile terza via italiana fa in sostanza centro sul rapporto
tra riconoscimento dei diritti inviolabili delle comunità (e però anche dei singoli entro di es-
se, ove confliggessero con quelli delle prime) e richiesta di adempimento dei doveri indero-
gabili di solidarietà politica, economica e sociale, come chiave per legittimare l’eguaglianza
religiosa in un’ottica di differenze, secondo l’indicazione testualmente ricavabile dal combi-
nato disposto dei principi fondamentali di cui agli articoli 2 e 3 comma 1, della Carta costi-
tuzionale”.

– 68 –
l’ordinamento canonico” (art. 4, lett. b del Protocollo addizionale all’Ac-
cordo), un’analoga affermazione di principio non si rinviene in materia di
enti 11.
La ragione ultima di detta diversa considerazione tra le due materie en-
trambe di rilevante interesse comune (res mixtae), oggetto di revisione con-
cordataria, si spiega tenendo conto del fatto che, quando si addivenne alla
stipula dell’Accordo, il diritto matrimoniale italiano aveva subito dei radicali
mutamenti, sia per effetto della riforma del diritto di famiglia del 1975, ma,
soprattutto, per l’entrata in vigore della legge sul divorzio (legge n. 898/1970)
che aveva sconvolto i cardini ordinamentali su cui poggiava l’istituto del ma-
trimonio oggetto del Concordato del 1929 12.
Venne, quindi, avvertita la necessità da parte del legislatore concordatario
di operare una serie di sottolineature e di affermazioni di principio, su solle-
citazione ecclesiastica, atte ad evidenziare le caratteristiche peculiari in su-
biecta materia del diritto canonico e di prendere, al contempo, le distanze
dal diritto statale, onde scongiurare il rischio di sentirsi tacciare di avere im-
plicitamente avallato, con la stipula dell’Accordo, le suddette riforme civili-
stiche incompatibili con il modello canonistico di matrimonio. In tal senso si
spiega, ad esempio, l’affermazione contenuta nell’art. 8, comma 3 dell’Ac-
cordo secondo cui: “Nell’accedere al presente regolamento della materia
matrimoniale la Santa Sede sente l’esigenza di riaffermare il valore immuta-
to della dottrina cattolica sul matrimonio e la sollecitudine della Chiesa per
la dignità ed i valori della famiglia, fondamento della società” 13.
Viceversa, con riferimento specifico alla materia degli enti ecclesiastici,
non vi erano stati, al tempo della stipula dell’Accordo di Villa Madama, par-
ticolari variazioni legislative, non avendo l’impianto del Codice civile del
1942 sostanzialmente intaccato i presupposti di diritto comune sul cui pre-
supposto erano state redatte le disposizioni concordatarie del 1929.
Invero, non si deve dimenticare che quando si emana una normativa a ca-

11
In argomento, R. BOTTA, Manuale di diritto ecclesiastico. Valori religiosi e rivendica-
zioni identitarie nell’autunno dei diritti, Torino, 2008, pp. 92 ss.; R. PERTICI, Chiesa e Stato
in Italia. Dalla grande guerra al nuovo concordato (1914-1984), Bologna, 2009; L. MUS-
SELLI, Chiesa e Stato dalla Resistenza alla Costituente, Torino, seconda edizione, 2010.
12
Come ricorda F. FINOCCHIARO, Diritto ecclesiastico, dodicesima edizione, aggiorna-
mento a cura di A. Bettetini e G. Lo Castro, Bologna, 2015, p. 504, detta espressione è stata
inserita “al fine di sottolineare lo spirito di mera tolleranza che l’ha animata nel consentire a
siffatta intesa”, anche perché, con l’Accordo, vi era stato anche “l’abbandono del principio
della riserva di giurisdizione a favore dei tribunali ecclesiastici”.
13
Sul punto cfr. AA.VV., Matrimonio canonico e ordinamento civile, Città del Vaticano,
2008, specialmente pp. 125-163.

– 69 –
rattere speciale con cui si intende concedere un trattamento di favore ad una
determinata categoria di soggetti, ciò può e deve essere fatto solo con riferi-
mento al diritto comune che rappresenta il necessario punto di riferimento da
cui partire per concedere privilegi o concessioni migliorative rispetto alla
normativa generalmente applicabile.
Tuttavia, al di là delle suddette considerazioni, sembra innegabile che an-
che la materia degli enti e dei beni temporali della Chiesa, così come disci-
plinata dal diritto canonico, presenti una sua innegabile peculiarità e specifi-
cità che devono essere tenute nella giusta considerazione anche dal legislato-
re statale, allorquando nella sua attività di normazione unilaterale si riferi-
sce, ovvero prende in considerazione gli enti di derivazione canonica.
Purtroppo, nel caso della riforma del terzo settore, non sembra che il legi-
slatore statale abbia avuto questa accortezza, in quanto, come vedremo me-
glio in prosieguo, la normativa che è stata dettata per gli enti che intendono
avvalersi della riforma del settore non profit non tiene in adeguata conside-
razione la ricordata specificità dell’ordinamento canonico in materia di enti.
Neppure le menzionate eccezioni alla normativa generale previste in al-
cuni articoli del CTS sono bastevoli a dare conto delle peculiarità degli enti
religiosi di matrice canonistica, al punto da rendere problematica l’applica-
bilità di alcune norme che pure costituiscono dei punti cardine della nuova
normativa.
Certamente, in modo più laico, si potrebbe, facilmente, obiettare che non
si comprende il motivo per cui debba essere il legislatore italiano ad adattar-
si alle peculiarità degli enti canonici e non viceversa, specie ove si consideri
che è interesse di questi ultimi cercare di mettersi nelle condizioni più ido-
nee possibili per poter usufruire della legislazione di favore prevista per la
generalità degli enti non profit.
In realtà, due sono le ragioni che dovrebbero indurre il legislatore italiano
a venire incontro alle esigenze e, quindi alla “specificità” degli enti canonici:
la prima, di ordine pratico, legata alla storica rilevanza quantitativa ed anche
qualitativa del volontariato di matrice cattolica all’interno del quadro gene-
rale del Terzo settore (si pensi, ad esempio, alle confraternite) 14; la seconda,

14
Sulle attività di assistenza e beneficenza storicamente svolte da enti confessionali si
rinvia a S. D’AMELIO, La beneficenza nel diritto italiano, Padova, 1931; G. FERROGLIO, Enti
ecclesiastici ed istituzioni di beneficenza, in questa Rivista, 1938, pp. 453 ss.; A. CICOTERO,
Opere pie, in Nov.mo dig. it., vol. VIII, Torino, 1965, pp. 1013 ss.; G. DALLA TORRE, L’at-
tività assistenziale della Chiesa nell’ordinamento italiano, Milano, 1979, ID., Assistenza e
beneficenza nel diritto ecclesiastico, cit., ID., Assistenza e beneficenza (diritto ecclesiastico),
in Enc. giur. Treccani, vol. III, Roma, 1988; T. MAURO, Assistenza ed istituzioni ecclesiasti-
che, in Iustitia, 1979, 1, pp. 128 ss., apparso anche in Scritti di diritto ecclesiastico e canoni-

– 70 –
di natura più squisitamente giuridica, riferibile alla potenziale lesione delle
garanzie riservate dall’art. 20 della Costituzione che esplicitamente vieta la
posizione di norme speciali più gravose dettate dal carattere ecclesiastico o
dal fine di religione e di culto di un ente (ma non vieta norme di favore), in
quanto in più occasioni, il CTS richiede, di fatto, una limitazione dell’au-
tonomia degli enti religiosi in cambio dell’accesso alle agevolazioni tributa-
rie 15.
Al di là delle suddette considerazioni, guardando il problema dal punto di
vista canonistico, appare ormai ineludibile una riforma del diritto canonico,
ancora arroccato su posizioni troppo tradizionali, che necessita di una rivisi-
tazione che lo adatti alle rinnovate esigenze provenienti dalla società civile.
Si badi bene che non si tratta di accondiscendere a spinte e tentazioni se-
colariste o, peggio, di cedere ad una sorta di ricatto morale per potere usu-
fruire delle agevolazioni fiscali offerte dallo Stato italiano, quanto, piuttosto,
di dotarsi di strumenti normativi e istituzionali nuovi e più agili che consen-
tano agli operatori del Terzo settore che rivendicano un’ascendenza canoni-

co, I, Padova, 1991, pp. 409 ss.; C. CARDIA, Opere pie, in Enc. dir., vol. XXX, Milano,
1980, p. 319; I. VECCHIO CAIRONE, Sulla natura giuridica di un ente di origine religiosa
svolgente attività assistenziale, in Giust. civ., 1981, pp. 2340 ss.; S. MAZZA, Enti di assisten-
za e beneficenza di natura ecclesiastica e garanzie costituzionali, in Il diritto eccl., 1982, pp.
326 ss.; V. TOZZI, Riforma amministrativa ed interessi religiosi, Napoli, 1983; F. JANES
CARRATÙ, Assistenza sanitaria ed istituzione ecclesiastica, Napoli, 1983; A. BARETTONI
ARLERI, Opere pie, in Nov.mo Digesto italiano, Appendice, cit., 1984, pp. 510 ss.; M. PALA-
NA, Il regime fiscale degli enti assistenziali in materia di imposte dirette, in Tributi, 1992,
(5), pp. 87 ss.; L. COLACINO CINNANTE, Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, in
Digesto disc. pubbl., vol. VIII, Torino, 1993, pp. 684 ss. AA.VV., Il Volontariato a dieci
anni dalla legge quadro, a cura di L. Bruscuglia e E. Rossi, Milano, 2002, specialm. pp. 421
ss.; G. RIVETTI, Non Profit. Profili ecclesiasticistici e statuali, Nuove prospettive, Milano,
2003, specialm. pp. 123 ss.; ID., ONLUS. Autonomia e controlli. Associazioni, organizzazio-
ne di volontariato, enti religiosi cattolici e di culto diverso, organizzazioni non governative,
cooperazioni sociali, associazioni di promozione sociale, Milano, 2004, pp. 135 ss.
15
Sul punto cfr. F. FINOCCHIARO, Uguaglianza giuridica e fattore religioso, Milano,
1958; ID., Art. 20, in Commentario alla Costituzione, a cura di G. BRANCA, artt. 13-20. Rap-
porti civili, Roma – Bologna, 1977, pp. 301 ss.; C. MAGNI, Interpretazione del diritto italia-
no sulle credenze di religione, Padova, 1959, pp. 103; G. CATALANO, Osservazioni sull’art.
20 della Costituzione, in Il Diritto ecclesiastico, 1964, pp. 353 ss., e in Studi in onore di G.
Zingali, vol. II, Milano, 1965, pp. 121 ss.; P.G. CARON, “Libertà ed eguaglianza religiosa
nell’art. 20 della Costituzione”, Riv. dir. Matr., 1967, pp. 381 ss., ed ora anche in AA.VV.,
Studi in memoria di C. ESPOSITO, vol. II, Padova, 1972, pp. 823 ss.; S. LANDOLFI, L’art. 20
della Costituzione nel sistema degli enti ecclesiastici, in Rass. dir. pubb., 1969, pp. 280-281;
A. REPOSO, Eguaglianza costituzionale e persone giuridiche, in Riv. trim. dir. proc. civ.,
1973, pp. 401 ss.; C. MIRABELLI, L’appartenenza confessionale. Contributi allo studio delle
persone giuridiche nel diritto ecclesiastico italiano, Padova, 1975, pp. 126 ss.

– 71 –
stica e cattolica di muoversi più agevolmente nell’intricato mondo del non
profit così come oggi concepito 16.
Detta rivisitazione del diritto canonico non dovrebbe, per forza di cose,
avvenire mediante una riforma del diritto universale – che pure non sarebbe
da escludere atteso che ormai problematiche simili a quelle italiane potreb-
bero sorgere anche in altri sistemi giuridici concordatari – quanto per il tra-
mite di una modifica del diritto particolare canonico italiano che risulta an-
cora fermo alla già citata Istruzione in materia amministrativa emanata dalla
CEI nell’ormai lontano 2005.
Si pensi che, nel suddetto documento, si dedica solo un paragrafo (il n.
83) all’attività non profit potenzialmente svolta dagli enti ecclesiastici catto-
lici, facendo specifico riferimento al ramo Onlus dell’ente ecclesiastico,
concludendosi, per altro, con la significativa affermazione secondo cui: “si
tenga presente che l’ente ecclesiastico non è tenuto a seguire il regime On-
lus; in alternativa, può svolgere attività di utilità sociale secondo il regime
fiscale ordinario previsto per gli enti ecclesiastici” 17.
Il motivo dell’atteggiamento di sufficienza, per non dire di scarsa atten-
zione, da parte della CEI è riconducibile al fatto che l’assemblea permanente
dei vescovi italiani parte dall’assioma secondo cui tutti gli enti ecclesiastici
civilmente riconosciuti “sono da considerarsi, sotto il profilo fiscale, ‘enti
non commerciali’, in quanto non hanno per oggetto esclusivo o principale
l’esercizio di attività commerciali (cf. art. 87, comma primo, lettera c, del
D.P.R. n. 917/1986)”, avendo come “fine quello di religione o di culto e co-
me oggetto principale le attività di religione o di culto rispondenti al fine
istituzionale”, ex art. 16, lett. a), della legge n. 222/1985 18.
In altri termini, il legislatore particolare canonico, cioè la CEI, non sem-
bra cogliere l’importanza che l’attività svolta sotto la copertura del Terzo

16
In argomento, R. BOTTA, Tutela del sentimento religioso ed appartenenza confessiona-
le, Torino, 2002, p. 137, il quale, sia pure con riferimento ad altra fattispecie, escluderebbe
che la scelta del legislatore possa essere censurabile sotto il profilo della legittimità costitu-
zionale: “trattandosi nella specie non della imposizione di speciali gravami fiscali, ma della
concessione di agevolazioni fiscali”.
17
Cfr. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Istruzione in materia amministrativa, cit., p.
69, n.76.
18
In argomento si rinvia AA.VV., La gestione e l’amministrazione della parrocchia, Bo-
logna, 2009, pp. 291-312, dove si legge che: “anche se in relazione ad un’attività della par-
rocchia ricorrono le condizioni per poter istituire un ramo Onlus, non è detto che questa sia
la scelta migliore..” invero, per quanto riguarda le agevolazioni riservate alle Onlus, “molte
di esse sono già proprie dell’ente ecclesiastico come ente non commerciale avente finalità di
religione o di culto equiparata quelle di beneficenza e di istruzione” (p. 306).

– 72 –
settore può avere non solo per gli enti ecclesiastici ma anche per la Chiesa
italiana in genere, ritenendo che, dal momento che gli enti ecclesiastici ci-
vilmente riconosciuti godono già delle prerogative fiscali connesse allo sta-
tus di ente non commerciale, non avrebbero particolare interesse a soggiace-
re alle richieste ed ai controlli imposti dalla legislazione speciale in materia
di enti non profit per godere di ulteriori agevolazioni.
Significativa manifestazione epifenomenica di tale sottovalutazione dei
benefici che possono arrivare dalla fiscalità di vantaggio del Terzo settore è
data dal dato oggettivo per cui – nella suddetta Istruzione amministrativa del
2005 – non viene neppure annoverato tra le “fonti di sovvenzione della
Chiesa” (nn. 28-50), quanto potrebbe provenire dalle attività dei fedeli in
forma individuale o associata (cfr. n. 29) dal settore non profit per la realiz-
zazione dei fini istituzionali della Chiesa e delle sue principali articolazioni
territoriali (diocesi e parrocchie).
In ogni caso, attesa la rilevante riforma introdotta dal CTS, sarebbe lecito
attendersi da parte della CEI una nuova istruzione in materia amministrativa
o, almeno, una delibera specifica che tenga conto delle intervenute modifi-
che nell’ordinamento civile per riconfigurare il diritto canonico particolare
italiano in modo da renderlo più facilmente interfacciabile con quanto previ-
sto dal CTS.
Tuttavia – stante la situazione legislativa sopra delineata ed in attesa di
un qualche mutamento in ambito canonistico – occorre verificare, alla luce
del vigente diritto canonico, se ed in che modo sia possibile ovviare alle
principali criticità che emergono ictu oculi già da una prima lettura del CTS,
cercando di rinvenire tutte le possibili soluzioni ermeneutiche.

3. – Una prima criticità applicativa della riforma che, paradossalmente,


potrebbe anche essere la soluzione di molti dei problemi che andremo ana-
lizzando nel prosieguo del presente capitolo, è costituita dalla previsione
dell’obbligo – per gli enti religiosi – di adottare un regolamento in forma di
atto pubblico o scrittura privata autenticata, che “ove non diversamente pre-
visto ed in ogni caso nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, re-
cepisca le norme del presente Codice e sia depositato nel Registro unico na-
zionale del Terzo settore” (art. 4, comma 3° del CTS).
Abbiamo adoperato volutamente il termine “obbligo” e non altri quali
“facoltà”, oppure “onere”, in quanto – sebbene la legge non si esprima for-
malmente in termini così cogenti – è evidente che l’adozione del suddetto
regolarmente rappresenta la condicio sine qua non per consentire ad un ente
religioso civilmente riconosciuto di iscriversi nel Registro unico nazionale

– 73 –
del terzo settore (RUNTS) ed usufruire del relativo regime fiscale di favore.
La dottrina ecclesiasticistica che, per prima, si è occupata del tema, ha
rinvenuto in detta prescrizione un grave ostacolo che risulterebbe addirittura
ostativo per l’iscrizione degli enti religiosi al RUNTS e, conseguentemente,
per la possibile applicazione effettiva dei benefici fiscali del CTS 19.
Ciò posto, resta da capire cosa intenda il legislatore con l’obbligo per
l’ente di dotarsi di un regolamento che “nel rispetto della struttura e della
finalità di tali enti, recepisca le norme del presente Codice”.
Si pone, in altri termini, il problema di definire e determinare il contenuto
di questo regolamento che appare come il passaporto per consentire agli enti
religiosi di attraversare il confine per giungere nella terra promessa del Ter-
zo settore.
In merito, occorre subito cercare di comprendere la differenza dal punto
di vista della natura giuridica, tra il regolamento ex art. 4 CTS e similari (an-
che da un punto di vista terminologico) istituti canonistici quali lo statuto
(can. 94) e il regolamento (can. 95), onde evitare indebite e confusive so-
vrapposizioni giuridiche inter ordinamentali 20.
Senza volere troppo approfondire l’argomento che richiederebbe un’auto-
noma trattazione, riteniamo opportuno partire brevemente dal dato normati-
vo canonistico di riferimento. In tal senso, occorre focalizzare la nostra at-
tenzione sulla nozione di statuto di cui al canone 94, ai sensi del quale: “gli
statuti in senso proprio sono norme stabilite, conformemente al diritto (ad
normam iuris), negli insiemi di persone o di cose, mediante le quali si defi-
niscono le loro finalità, la costituzione, il governo e le forme di attività” (cfr.
anche il can. 922, § 2 del CCEO). Gli statuti sono, dunque, la carta d’identità

19
Così P. CONSORTI, L’impatto del nuovo codice del Terzo settore sulla disciplina degli
enti religiosi, cit., p. 16. L’A. si pone anche il problema nel caso degli enti ecclesiastici ci-
vilmente riconosciuti di “capire se l’iscrizione al Registro vale lo sforzo richiesto dalla nuo-
va legge” (p. 14).
20
Ovviamente non si deve confondere il regolamento richiesto dal CTS con l’omonimo
istituto giuridico canonistico disciplinato dal can. 95, § 1 a mente del quale: “I regolamenti
sono regole o norme che devono essere osservate nei convegni di persone, sia indetti
dall’autorità ecclesiastica sia liberamente convocati dai fedeli, come pure in altre celebra-
zioni, e per mezzo dei quali viene definito ciò che si riferisce alla costituzione, alla condu-
zione e ai modi di agire”. Invero, gli enti e le istituzioni che operano nella Chiesa, non hanno
soltanto propri statuti (statuta), diretti a regolarne la struttura e l’attività nelle loro linee fon-
damentali, ma anche propri regolamenti (ordines), contenenti norme più particolareggiate
soprattutto circa l’attività sociale. In senso proprio, tali regolamenti sono norme da osservar-
si nelle assemblee o convegni, indetti dall’autorità ecclesiastica, ovvero promossi liberamen-
te dai fedeli. Così L. CHIAPPETTA, Il codice di diritto canonico. Commento giuridico pasto-
rale, vol. II, Roma, 1996, pp. 140-141.

– 74 –
dell’ente in quanto contengono le norme fondamentali che regolano la vita,
l’organizzazione interna, l’attività, ecc. della persona giuridica, adeguandosi
alle necessità e alle finalità specifiche di ciascuna.
Dato che l’elaborazione di tali norme è abitualmente realizzata dai fonda-
tori delle universitates personarum o rerum, si richiede l’approvazione degli
statuti da parte dell’autorità (cfr. can. 117). Con questo atto, l’autorità garan-
tisce che gli statuti non siano contrari alle norme imperative del Codice di
diritto canonico (che, anzi, devono applicare e concretare) e che in essi siano
indicati con precisione i seguenti elementi della persona giuridica: il fine, la
natura, il governo, la rappresentazione e alcuni aspetti riguardanti beni. Non
si deve, infatti, dimenticare che nel diritto canonico non vi è un ampio rico-
noscimento dell’autonomia negoziale privata, analogo a quello previsto dal
Codice civile italiano (cfr. art. 1322) 21.
Inoltre, lo statuto necessita dell’approvazione della competente autorità
ecclesiastica ai sensi del can. 299, § 3, anche a prescindere dal riconosci-
mento della personalità giuridica. Il canone 299, § 3 stabilisce, infatti, che
nella Chiesa non si riconosce alcuna associazione privata se i suoi statuti
non sono stati previamente esaminati dall’autorità (per le associazioni pub-
bliche e per quelle private che desiderano acquisire la personalità giuridica è
necessaria l’approvazione degli statuti: cann. 314 e 322, § 2). Il termine uti-
lizzato per indicare la natura di tale esame – recognoscantur – è lo stesso

21
Sul concetto di autonomia privata nell’ambito dell’ordinamento giuridico canonico si
rinvia ampiamente a E. MOLANO, La autonomía privada en el ordenamiento canonico, Pam-
plona, 1974. In particolare, il citato A. rileva (p. 195) che la “… liberdad de autonomía de
los fieles, puede manifestarse de modo normativo como ordenación de la esfera privada del
fiel en orden a sus fines personales. La consecuencia jurídica a que da lugar es al nacimien-
to de un verdadero orden jurídico privado, que también al ordenamiento jurídico corres-
ponde proteger, reconociéndole efctos dentro de él (reconociendo la autonomía privada)”.
Nello stesso senso cfr. P. LOMBARDIA, Lezioni di diritto canonico. Introduzione. Diritto co-
stituzionale. Parte generale, ed. it. a cura di G. Lo Castro, Milano, 1985, p. 146 ss.; J. HER-
VADA, Diritto costituzionale canonico, Milano, 1989, p. 117 ss. che parla di “condicio liber-
tatis” del fedele, “vale a dire sfere di attività volte a fini e compiti cristiani rientranti nella
piena responsabilità del fedele”. Cfr. anche P. FEDELE, Lo spirito del diritto canonico, Pado-
va, 1962, p. 827, il quale nega, invece, che per gli individui vi sia spazio per qualsiasi forma
di “autonomia e libertà nella cura e nella soddisfazione del proprio interesse” a causa del ca-
rattere esclusivamente pubblicistico del diritto canonico. ID., Discorso generale sull’ordina-
mento canonico, Roma, 1973, pp. 123 ss.; ID., Il problema dell’autonomia privata nell’ordi-
namento canonico, in AA.VV., La norma en el Derecho Canonico (Actas del III Congreso
Internacional de Derecho Canonico), II, Pamplona, 1979, pp. 757-768; A. PERLASCA, Il
concetto di bene ecclesiastico, Roma, 1997, pp. 110-111; M. FERRANTE, I presupposti
dell’atto giuridico: capacità, legittimazione e idoneità dell’oggetto, in AA.VV., L’atto giu-
ridico nel diritto canonico, Città del Vaticano, 2002, pp. 65-87.

– 75 –
che si usa al canone 455, § 2 rispetto all’esame della Santa Sede sui decreti
generali con forza di legge prodotti dalle conferenze episcopali: si tratta,
pertanto, di verificare la conformità degli statuti con la dottrina della Chiesa
e con le prescrizioni di diritto comune particolare, esigendo, se necessario,
che si operino gli opportuni aggiustamenti, senza che con ciò l’autorità di-
venti fonte di produzione degli statuti, i quali conservano, invece, il loro ca-
rattere strettamente privato, frutto della volontà di chi desidera associarsi.
Ciò significa che possono esistere persone giuridiche meramente approvate
che siano prive di personalità (cfr. can. 310).
L’opportunità di attribuire o meno a detti soggetti giuridici la personalità
dovrà essere valutata dall’autorità competente (can. 114, § 2, 4°).
Il ricordato contesto normativo è compatibile con l’esistenza di una di-
sciplina regolamentare, ex can. 95, in cui si precisino i requisiti delle condi-
zioni generali in modo che, quando l’ente intenda acquisire la personalità
giuridica, sia più facile attribuirla 22.
Ulteriormente, occorre richiamare quanto stabilito dal can. 304, § 1 che
indica il contenuto minimo che, al di là delle specificità proprie di ciascuna
associazione, deve essere presente in ogni statuto – “tutte le associazioni di
fedeli, sia pubbliche sia private, con qualunque titolo o nome siano chiama-
te, abbiano propri statuti con cui vengano definiti il fine dell’associazione o
obiettivo societario, la sede, il governo e le condizioni richieste per farne
parte, e mediante i quali vengano determinate le modalità d’azione tenendo
presente la necessità o l’utilità relativa al tempo e al luogo” 23.
Una volta approvati, gli statuti diventano la lex propria della persona giu-
ridica, tanto è vero che, in più parti del Codice di diritto canonico, compare
l’espressione “a norma degli statuti”, lasciandosi, così, intendere che il dirit-
to comune assume un carattere suppletivo e residuale, nel senso che si dovrà
ricorrere ad esso solo quando non viene stabilito nulla dagli statuti.
Gli statuti, fonte normativa principale della persona giuridica, hanno
un’efficacia prevalentemente interna: obbligano i membri della persona e i
suoi organi (cfr. can. 94, § 2). Essi, però, hanno, comunque, anche rilevanza
esterna, sia perché approvati dall’autorità ecclesiastica competente, sia per-
ché l’attività svolta in base agli statuti ha risvolti esterni, in quanto le perso-
ne che entrano in rapporto con la persona giuridica possono esigere che le

22
Cfr. E. MOLANO, Commento ai cann. 113-128, sub can. 117, in AA.VV., Codice di di-
ritto canonico e leggi complementari commentato, Roma, 2004, p. 134.
23
Cfr. L. MARTÌNEZ SISTACH, Le associazioni di fedeli, Bologna, 2006, pp. 45-46, il qua-
le ricorda che le norme statutarie “contengono anche altre disposizioni che i fondatori
dell’associazione o successivamente i suoi stessi membri hanno voluto aggiungere”.

– 76 –
sue attività siamo esercitate secondo le norme statutarie. Proprio per tale ra-
gione, si ritiene opportuno che gli statuti vengano redatti in forma civilmente
valida, ossia in piena osservanza delle norme statuali, in modo da poter con-
seguire anche gli effetti civili 24.
Alla luce di quanto esposto, non sembra esservi alcuna incompatibilità
strutturale tra l’obbligo di dotarsi di un regolamento relativo all’attività di in-
teresse generale in relazione alla quale l’ente intende iscriversi nel RUNTS e
la sua autonomia statutaria. Anzi, sembra potersi affermare che sia perfetta-
mente possibile concepire il regolamento richiesto dal CTS come un’arti-
colazione dello statuto generale dell’ente.
Anzi, si potrebbe utilizzare il regolamento previsto dall’art. 4 del CTS per
ottenere simultaneamente un duplice risultato: ottemperare al requisito pre-
scritto dal citato articolo; inserire, al contempo, nel regolamento sia le norme
del CTS, sia quelle canoniche di funzionamento dell’ente che ne descrivono
la struttura e i “modi di agire”; il tutto con la previa approvazione dell’au-
torità ecclesiastica competente e a beneficio dei terzi che entrano in contatto
con l’ente (Pubblica amministrazione, benefattori, ecc.). Ovviamente tale so-
luzione riguarda l’ipotesi – più rara – che l’ente ecclesiastico decida di iscri-
versi direttamente al RUNTS, ipotesi che sembra, però, essere tenuta presen-
te dal legislatore, specie ove si ponga mente all’art. 12, comma 2 del CTS
che esonera espressamente l’ente religioso civilmente riconosciuto dall’ob-
bligo di aggiungere alla propria denominazione l’acronimo ETS.
In altri termini, il regolamento potrebbe assumere un ruolo decisivo per
consentire l’applicazione del CTS anche agli enti ecclesiastici cattolici, as-
sumendo il ruolo di “camera di compensazione”, di “mediatore normativo”
tra il diritto canonico e i requisiti imposti dalla nuova legislazione del Terzo
settore.
L’assolvimento di tale onere sarà ancora più semplice quando l’ente reli-
gioso/ecclesiastico canonico opti di aderire al RUNTS adoperando una delle

24
Cfr. L. NAVARRO, Persone e soggetti nel diritto della Chiesa. Temi di diritto della per-
sona, Subsidia canonica, Roma, 2000, p. 160. Non sembra, inoltre, che vi sia un contrasto
tra l’obbligo imposto dall’art. 4, comma 3 del CTS e quanto previsto nel documento conclu-
sivo della Commissione paritetica italo-vaticana, ove si rileva che per gli enti ecclesiastici
civilmente riconosciuti non possono trovare applicazione “le norme, dettate dal codice civile
in tema di costituzione, struttura, amministrazione ed estinzione delle persone giuridiche pri-
vate” ne può” richiedersi ad essi, per esempio, la costituzione per atto pubblico, il possesso
in ogni caso dello statuto, né la conformità del medesimo, ove l’ente ne sia dotato, alle pre-
scrizioni riguardanti le persone giuridiche private”, in quanto si tratta solo di un onere limita-
to al ramo ETS e non incide sulla costituzione dell’ente. Cfr. P. A. PESTICCIO, M. PISCETTA, I
Profili fiscali delle Onlus, Milano, 2015, pp. 28-31.

– 77 –
altre due soluzioni dianzi evidenziate: predisposizione di un ramo di attività
o creazione di un ente apposito, mediante il conferimento di un patrimonio
destinato. In tali due ipotesi (entrambe perseguibili, come diremo, tramite
l’istituto della pia fondazione non autonoma riconosciuta civilmente nelle
forme tipizzate), l’ente ecclesiastico non dovrà far altro che utilizzare gli
strumenti offerti dal diritto canonico, per ottemperare all’obbligo richiesto
dal CTS, dotando la propria ramificazione o l’ente di uno statuto (canonisti-
camente legittimo) che assuma la forma giuridica ed integri i requisiti richie-
sti dal RUNTS, rispettando, per tale via, la struttura e la finalità che gli è
propria.
A ben vedere la tecnica legislativa utilizzata dal CTS nel prevedere
l’obbligo di dotarsi di un apposito regolamento non diverge dal trend norma-
tivo che aveva caratterizzato la legislazione episodica in materia di Terzo
settore negli scorsi decenni.
Invero, come è stato rilevato, “alcune di queste accortezze erano già state
applicate in termini di fatto, per cui si parlava comunemente di ‘ramo Onlus
dell’ente ecclesiastico’ riferendosi proprio alle attività condotte dall’ente nel
quadro di quelle tipiche delle Onlus” 25. Tale imposizione viene valutata in
termini negativi, ritenendosi che, in tal modo, non si fa altro che ribadire una
prassi pacificamente accettata 26, ma che, in termini giuridici, configurerebbe

25
Così P. CONSORTI, L’impatto del nuovo codice del Terzo settore sulla disciplina degli
enti religiosi, cit., p. 10, che ricorda ancora come “Non potendo chiedere che questi enti mo-
dificassero il loro Statuto nei termini imposti dalla legge per tutte le Onlus, l’Amministra-
zione finanziaria aveva illegittimamente chiesto che gli enti ecclesiastici si dotassero di un
regolamento interno, che nella sostanza ricalcava tali impegni, come condizione per l’iscri-
zione all’anagrafe delle Onlus. Non risulta che tale pretesa sia stata impugnata dai soggetti in
questione, che hanno perciò accettato una limitazione della loro autonomia in cambio del-
l’accesso alle agevolazioni tributarie”. In argomento si veda anche A. MANTINEO, A proposi-
to del decreto sulle Onlus: echi e riflessi nell’ambito degli enti ecclesiastici, in Quaderni di
diritto e politica ecclesiastica, 1998, 2, pp. 399-406; P. CONSORTI, Il pasticciaccio brutto
delle Onlus parziali, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 2003, pp. 701-706; A.
TAVANI, Rassegna ricostruttiva della legislazione in materia di Onlus di ispirazione religio-
sa, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, 2011, pp. 1-34.
26
In tal senso cfr. P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove parti-
zioni nella disciplina degli enti religiosi, cit., p. 17, la quale afferma “Nella riforma ritrovia-
mo adattamenti già previsti e sperimentati in passato. Così gli enti religiosi civilmente rico-
nosciuti devono adottare un apposito regolamento per il loro ramo ETS. Esso andrà redatto
“in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata”, da depositare nel Registro unico
nazionale, e dovrà recepire le norme del Codice, “ove non diversamente previsto e in ogni
caso nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti”. Così il Codice del Terzo settore
(art. 4, terzo comma), che riprende pressoché alla lettera clausole previste in più accordi a
tutela degli enti da essi disciplinati e delle loro peculiarità di fini e struttura”.

– 78 –
“una lesione delle garanzie riservate dall’art. 20 della Costituzione che
esplicitamente vieta la posizione di norme speciali dettate dal carattere ec-
clesiastico o dal fine di religione e di culto di un ente” 27.
In realtà, non sembra potersi convenire del tutto con questa chiave di lettu-
ra in quanto, – seppure è vero che a prima vista l’obbligo in questione potreb-
be apparire avente carattere discriminatorio nei confronti degli enti religiosi –
è pur vero, però, che la richiesta di adottare un regolamento interno che rece-
pisca le norme del CTS può ed anzi deve avvenire nel rispetto “della struttura
e delle finalità di tali enti”, affermazione quest’ultima che di certo non denota
un atteggiamento prevaricatorio o, peggio, una volontà discriminatoria nei
confronti degli enti ecclesiastici, sembrando, anzi, rispettosa della loro indi-
scussa specialità. Naturalmente, occorre sottolineare che nel regolamento non
potrà essere inserita qualsiasi norma di funzionamento, in quanto per
l’iscrizione è necessario ottenere il previo parere positivo dell’ufficio RUNTS.
In altri termini, la prescrizione legislativa di cui all’art. 4, comma 3 del
CTS appare piuttosto una sorta di contro-bilanciamento normativo, una ga-
ranzia suppletiva, che lo Stato chiede in cambio dei più volte ricordati bene-
fici fiscali che l’iscrizione nel RUNTS offre. A bene vedere, tale richiesta
appare ancora più accettabile in considerazione del fatto che lo Stato, con la
riforma introdotta dal CTS, rinuncia all’oggettiva garanzia offerta dall’es-
sere gli enti che si possono iscrivere al RUNTS appartenenti ad una confes-
sione con la quale lo Stato ha stipulato intese o patti.
Ancora, l’adozione del regolamento non riguarda la totalità dell’ente reli-
gioso civilmente riconosciuto, bensì soltanto “lo svolgimento delle attività di
cui all’art. 5” che, evidentemente, per gli enti ecclesiastici cattolici civil-
mente riconosciuti rientrano tra le “attività diverse” che gli stessi possono
svolgere nel rispetto delle leggi che regolano tali attività, incluso anche l’art.
4 del CTS e le altre norme applicabili (cfr. art. 15 della legge n. 222/1985).
Certamente occorrerà trovare un equilibrio tra le attività diverse svolte

27
Così P. CONSORTI, L’impatto del nuovo codice del Terzo settore sulla disciplina degli
enti religiosi, cit., pp. 11-12, che ricorda ancora come “Vorrei prima osservare che la richie-
sta di dotarsi di un regolamento che recepisca le indicazioni che devono rispettare tutti gli
enti del Terzo settore, presenta profili di legittimità sostanziale in termini di equiparazione
delle condizioni richieste a tutti i soggetti ammessi nella medesima area agevolativa. Tutta-
via, sul piano concettuale, permane il nodo dello “scontro di specialità”, giacché l’interfe-
renza civile, pur giustificata dall’opportunità di mantenere una certa omogeneità del sistema
speciale del Terzo settore, ferisce la specialità pattizia che caratterizza in modo prevalente la
disciplina degli enti religiosi/ecclesiastici civilmente riconosciuti”. In argomento si veda an-
che G. CATALANO, Sulla equiparazione agli effetti tributari del «fine di culto o di religione»
con i fini di «beneficenza e istruzione», in Dir. eccl., 1952, I, p. 340 ss.; A. GUARINO, Diritto
ecclesiastico tributario e articolo 20 della Costituzione, Napoli, 2012.

– 79 –
dall’ente religioso e quelle istituzionali di religione o di culto ma questo non
può indurre a ritenere che “nella sostanza gli enti ecclesiastici/religiosi ci-
vilmente riconosciuti non possano iscriversi nel nuovo Registro” 28.
Neppure l’asserita impossibilità di iscriversi al RUNTS sembra potersi
fare dipendere dalla richiesta di creare un patrimonio destinato che – come
ammesso anche dalla stessa dottrina che solleva tale problema – lungi dal
costituire una “forma di aggravamento dettata dalla specialità̀ confessiona-
le/religiosa dell’ente, ponendolo in una posizione più̀ pesante rispetto agli
altri enti che pure esercitano le stesse attività̀ ”, rappresenta, anzi, un’op-
portunità “per limitare la responsabilità̀ patrimoniale dei nostri enti” 29.
Inoltre, come meglio diremo più avanti, il diritto canonico offre delle so-
luzioni originali per fare fronte a simili eventualità, avendo una tradizione
molto antica e consolidata in tema di segregazione e destinazione patrimo-
niale che – al di là delle denominazioni civilistiche di “patrimonio destinato”
(art. 4) o di “patrimonio destinato ad uno specifico affare” (art. 10) utilizza-
te, forse con troppa disinvoltura, come un endiadi dal CTS – consente di ot-
temperare agevolmente agli obblighi civilistici imposti dalla riforma.

4. – Un ulteriore aspetto particolarmente delicato della riforma, concerne


quanto stabilito dall’art. 30 del CTS, relativo all’obbligo di predisporre un
organo di controllo interno che si rende necessario al fine di assicurare

28
Così P. CONSORTI, L’impatto del nuovo codice del Terzo settore sulla disciplina degli
enti religiosi, cit., p. 13, che ricorda ancora come “Il CTS raccoglie questa complessa situa-
zione e prende in esame i nostri enti – sebbene con una formulazione indiretta – nell’art. 89,
dedicato al coordinamento fra le nuove norme del CTS e la vigente disciplina tributaria, pro-
ponendo come criterio discriminante la loro iscrizione nel nuovo Registro. Ho già accennato
alla contraddizione che emerge a questo proposito fra le norme – per così dire – generali del
CTS e quelle di coordinamento tributario, dato che sulla base delle prime sembrerebbe man-
care una concreta possibilità di iscrizione degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti nel
Registro, che diventa invece un dato assodato nell’articolo in esame” (p. 16).
29
Così P. CONSORTI, L’impatto del nuovo codice del Terzo settore sulla disciplina degli
enti religiosi, in Stato e Chiese, cit., pp. 9-10, che ricorda come: “in primo luogo non deve
sfuggire che se per la generalità degli enti del terzo settore la costituzione del patrimonio de-
stinato è una possibilità, per i nostri enti si presenta come un obbligo; in ogni caso non sem-
bra del tutto chiaro se il ‘patrimonio destinato’ di cui all’art. 5 sia lo stesso ‘patrimonio de-
stinato’ individuato all’art. 10. A favore della non assimilabilità delle due figure militano un
argomento nominalistico (ossia, la differente denominazione: ‘patrimonio destinato’ (art. 4)
e ‘patrimonio destinato a uno specifico affare ai sensi’ ecc. (art. 10), uno sistematico (ossia,
la posizione dei due istituti in contesti diversi) e uno teleologico (ossia, la diversa finalità dei
due istituti: che nel primo caso è condizione dell’applicazione della disciplina speciale e nel
secondo una mera possibilità di ulteriore agevolazione degli enti del Terzo settore)”.

– 80 –
un’adeguata trasparenza degli enti del Terzo Settore nonché per la garanzia
dei finanziatori, dei destinatari dei servizi e di coloro che non partecipano
all’amministrazione dell’ente 30. Occorre, cioè, verificare la compatibilità tra
tale prescrizione e la normativa canonistica in materia di vigilanza e ammi-
nistrazione sui beni temporali della Chiesa.
Si tratta di una tematica sensibile per il diritto ecclesiastico, poiché
l’articolo in commento si inserisce nell’alveo di quel trend normativo che
tende a sfumare la distinzione tra gli ambiti riservati all’ordinamento cano-
nico (in quanto riferiti al soggetto) e quelli riservati all’ordinamento statale
(in quanto riferiti all’attività), rischiando il determinarsi di indebite sovrap-
posizioni di competenza e di disciplina.
Per la verità si tratta di un argomento di cui, anche con riferimento agli
enti ecclesiastici, già da tempo si discute, specie dopo l’entrata in vigore del
decreto legislativo dell’8 giugno 2001 n. 231 (Disciplina della responsabilità
amministrativa delle persone giuridiche), con cui l’Italia si è dotata di una
specifica legislazione volta a reprimere i possibili abusi commessi dietro il
paravento di strutture, non solo societarie, ma anche meramente associative,
seppure senza scopo di lucro 31.
Rinviando ad altra sede del presente lavoro (cfr. cap. IV) la trattazione di
tale tema, basti qui dire che l’orientamento normativo ormai consolidato del

30
Sempre nell’ambito dei controlli interni dell’ente (sia di natura associativa che fonda-
zionale) viene prevista la presenza obbligatoria di un revisore legale dei conti o di una socie-
tà di revisione legale iscritti nell’apposito registro qualora vengano superati per due esercizi
consecutivi alcuni parametri previsti dall’art. 31 CTS.
31
In argomento cfr. C. PIERGALLINI, La disciplina della responsabilità amministrativa
delle persone giuridiche e delle associazioni. Sistema sanzionatorio e reati previsti dal codi-
ce penale, in Dir. pen. proc., 2001, fasc. 11, p. 1353 ss.; ID., Societas delinquere et puniri
non potest: la fine tardiva di un dogma, in Riv. trim. dir. pen. econ., 2002, pp. 571 ss.; A.
FIORELLA, G. LANCELLOTTI, La responsabilità dell’impresa per i fatti di reato. Commento
alla legge 29 settembre 2000, n. 300 ed al d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231. Presupposti della
responsabilità e modelli organizzativi, Torino, 2002; A. MANNA, La c.d. responsabilità am-
ministrativa delle persone giuridiche: un primo sguardo d’insieme, in Riv. trim. dir. pen.
econ., 2002, pp. 501 ss.; D. PULITANÒ, La responsabilità da reato degli enti: i criteri d’im-
putazione, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2002, pp. 415 ss.; G. COCCO, L’illecito degli enti di-
pendente da reato ed il ruolo dei modelli di prevenzione, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2004,
pp. 90 ss.; AA.VV., La responsabilità dell’ente per il reato commesso nel suo interesse
(D.lgs. n. 231/2001), a cura di S. VINCIGUERRA, M. CERESA GASTALDO, A. ROSSI, Padova,
2004; F. TRIPODI, “Situazione organizzativa” e “colpa in organizzazione”: alcune riflessio-
ni sulle nuove specificità del diritto penale dell’economia, in Riv. trim. dir. pen. econ., 2004,
pp. 483 e ss.; C. E. PALIERO, C. PIERGALLINI, La colpa di organizzazione, in Resp. amm. soc.
e enti, 2006, fasc. 3, pp. 167 ss.; D. PIVA, Contributo all’analisi della responsabilità per la
“organizzazione difettosa” nel diritto penale dell’impresa, Roma, 2007, ad indicem.

– 81 –
legislatore italiano è quello di adottare lo schema, già da tempo invalso negli
ordinamenti anglosassoni, che prevede l’obbligo di dotarsi di compliance
programs che consistono in articolate misure e procedure organizzative, vol-
te ad incidere sulla gestione e il controllo dell’attività dell’ente, in modo da
ridurre, se non neutralizzare del tutto, il rischio della commissione di illeciti
penali 32. L’ente per essere esonerato dalla responsabilità deve, cioè, provare
di aver adottato ed efficacemente attuato misure di organizzazione, gestione
e controllo idonee a prevenire il compimento di fatti penalmente rilevanti.
La persona giuridica risponde direttamente per un difetto di organizza-
zione, ovvero per una propria “colpevole disorganizzazione”. L’ente verrà,
dunque, considerato colpevole non perché abbia agevolato la commissione
del reato, ma per non aver saputo impedire la consumazione (o anche il me-
ro tentativo) del reato: la negligenza della persona giuridica non dovrà,
quindi, essere cercata aliunde, al di fuori della sua struttura, ma all’interno di
questa, nella sua organizzazione.
Il comportamento colpevole della persona giuridica consisterebbe, perciò,
nel fatto che essa – seppur potenzialmente capace di dotarsi di strumenti
adeguati a prevenire i reati – non ha agito ed ha, quindi, implicitamente ac-
cettato il rischio che gli stessi si verifichino (c.d. colpa cosciente). Si parla,
in tali casi, di colpevolezza preventiva (preventive fault), dovuta alla colpe-
vole mancata adozione di accorgimenti organizzativi preventivi idonei ad
evitare la commissione di delitti da parte dei rappresentanti 33.

32
Per i profili comparatistici cfr. G. MARINUCCI, Societas puniri potest: uno sguardo sui
fenomeni e sulle discipline contemporanee, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2002, pp. 1202 ss.; R.
LOTTINI, La responsabilità penale delle persone giuridiche nel diritto inglese, Milano, 2005,
pp. 71 ss.
33
Invero, in base all’art. 6, comma 1° del citato d.lgs. n. 231/2001, l’ente non risponde
del reato “se prova che: a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima
della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati
della specie di quello verificatosi; b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza
dei modelli di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’ente dotato
di autonomi poteri di iniziativa e di controllo”. In argomento F.C. PALAZZO, Associazioni
illecite ed illeciti delle associazioni, Riv. it. dir. proc. pen., 1976, pp. 439 ss.; C.E. PALIERO,
Problemi e prospettive della responsabilità penale dell’ente nell’ordinamento italiano, in
Riv. trim. dir. pen. econ., 1996, pp. 1174 e ss.; A. MANNA, La responsabilità delle persone
giuridiche: il problema delle sanzioni, in Riv. trim. dir. pen. ec., 1999, 919 ss.; C. DE MA-
GLIE, La disciplina della responsabilità delle persone giuridiche e delle associazioni. Prin-
cipi generali e criteri di attribuzione della responsabilità, in Dir. pen. proc., 2001, fasc. 11,
pp. 1248 ss.; G. AMARELLI, Mito giuridico ed evoluzione della realtà: il crollo del principio
societas delinquere non potest, in Riv. trim. dir. pen. econ., 2003, pp. 945 ss.; I. CARACCIOLI,
Osservazioni sulla responsabilità penale propria delle persone giuridiche, in AA.VV., Studi
in onore di Marcello Gallo. Scritti degli allievi, Torino, 2004, pp. 73 ss.

– 82 –
La responsabilità degli enti è, dunque, costituita da un deficit colpevole di
organizzazione nell’attività di controllo rispetto ad un modello di diligenza
esigibile e non in una forma di responsabilità oggettiva.
Il CTS, ricollegandosi direttamente alla disciplina ora citata, impone
(all’art. 30) la presenza di un organo di controllo di tipo “anche monocrati-
co” sempre nel caso delle fondazioni iscritte al RUNTS (comma 1); mentre,
nel caso di associazioni riconosciute o non riconosciute, solo qualora siano
stati superati, per due esercizi consecutivi, i limiti ivi indicati (comma 2).
Viene in ogni caso – e cioè a prescindere dalla forma giuridica adottata –
imposta la presenza del citato organo di controllo “quando siano stati costi-
tuiti i patrimoni destinati ai sensi dell’articolo 10” (comma 4). Ne consegue
che – in base al combinato disposto di tale norma e dell’art. 4, comma 3
CTS che impone a tutti gli enti religiosi civilmente riconosciuti di dotarsi di
un “patrimonio destinato” – tutti gli enti religiosi/ecclesiastici saranno sem-
pre obbligati a dotarsi del suddetto organo di controllo.
In particolare, il CTS attribuisce, tra l’altro, all’organo di controllo il
compito di vigilare “sull’osservanza della legge e dello statuto e sul rispetto
dei principi di corretta amministrazione, anche con riferimento alle disposi-
zioni del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231, qualora applicabili,
nonché sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e conta-
bile e sul suo concreto funzionamento..”.
Va da sé che la mancata previsione di un organo di controllo da parte de-
gli enti religiosi/ecclesiastici non solo determinerebbe l’impossibilità di
iscriversi al RUNTS ma integrerebbe, in re ipsa, gli estremi di una “colpa da
organizzazione”, dando luogo alla responsabilità amministrativa/penale del-
l’ente ecclesiastico. Invero, in questo caso, non potrebbe trovare applicazio-
ne la considerazione – che meglio esporremo nel prossimo capitolo – secon-
do cui, alla luce della funzione costituzionale loro propria, gli enti ecclesia-
stici debbano essere considerati esclusi dal d.lgs. n. 231/2001. Del resto, nel
caso di attività diverse da quelle di religione o di culto di cui all’ar. 16, lett.
b) della legge n. 222/1985, l’ente ecclesiastico/religioso dovrà soggiacere
alla normativa generalmente prevista per esse, incluso, dunque, quanto pre-
visto dall’art. 4, comma 3 con il relativo rinvio al d.lgs. n. 231/3.01.
Ancora, in base al citato art. 30 del CTS, “l’organo di controllo esercita
inoltre compiti di monitoraggio dell’osservanza delle finalità civiche, soli-
daristiche e di utilità sociale, avuto particolare riguardo alle disposizioni di
cui agli articoli 5, 6, 7 e 8, ed attesta che il bilancio sociale sia stato redatto
in conformità alle linee guida di cui all’articolo 14…”.
Si tratta, per la verità, di un’applicazione solo parziale della normativa re-
lativa all’organo di controllo, in quanto il CTS esclude che possa essere ap-

– 83 –
plicata agli enti religiosi civilmente riconosciuti la possibilità di ricorrere al-
la denunzia al tribunale e ai componenti dell’organo di controllo da parte di
una quota degli associati (art. 29, comma 3).
Il motivo di detta esclusione potrebbe ricollegarsi ad un ulteriore ricono-
scimento della specialità degli enti religiosi/ecclesiastici che non prevedono,
di solito, un regime di democraticità e di conseguenza la possibilità di de-
nunciare – da parte della base degli associati – gli amministratori; il tutto in
coerente attuazione del disposto dell’art. 4, comma 1, lett. d), della legge de-
lega n. 106/2016 che prevede la “facoltà di adottare una disciplina differen-
ziata che tenga conto delle peculiarità della compagine e della struttura as-
sociativa nonché della disciplina relativa agli enti delle confessioni religiose
che hanno stipulato patti o intese con lo Stato”. Tale situazione, rende, però,
più gravosa la posizione dell’organo di controllo che dovrà svolgere la sua
attività di vigilanza senza potersi avvalere di siffatto strumento di attivazio-
ne e di azione.
Fatte queste doverose premesse, occorre ora occuparsi dei possibili con-
trasti ordinamentali tra diritto canonico e diritto civile che l’obbligo di dotar-
si di un autonomo organo di controllo potrebbe causare, essendo possibile
intravedere un potenziale conflitto di competenze e di attribuzioni tra l’or-
gano di controllo ex art. 30 CTS e l’organo di vigilanza naturale di ogni ente
di diritto canonico che, di norma, è il Vescovo diocesano. Infatti, il concetto
di vigilanza, di per sé, presuppone un rapporto bilaterale diseguale, ossia
l’esistenza di due soggetti diversi uno dei quali (il controllato) posto in rap-
porto di subordinazione rispetto all’altro (il controllante); viceversa, la vigi-
lanza non si presta ad un rapporto trilaterale – cioè con due organi control-
lanti egualmente competenti – dove il soggetto subordinato potrebbe trovarsi
ad essere sottoposto a disposizioni attuative della funzione di vigilanza tra
loro discordanti e contraddittorie (divenendo il classico vaso di coccio tra i
vasi di ferro di manzoniana memoria).
Si deve, quindi, verificare se l’istituzione dell’organo di vigilanza (e i
suoi poteri) possa potenzialmente incidere sul libero esercizio della funzione
di vigilanza attribuita dal diritto canonico al vescovo o al superiore 34.

34
Invero, in proposito, non si deve dimenticare che il diritto canonico prevede un artico-
lato quadro normativo relativo alla vigilanza sugli enti che occorre comparare e coordinare
con quanto previsto dalla normativa statale. Per i profili canonistici cfr. E. NICOLINI, L’am-
ministrazione dei beni ecclesiastici. Uno ius commune esteso a tutte le personae iuridicae in
Ecclesia, Torino, 2007, specialmente pp. 73-106. L’autore ricorda che: “nell’ambito del po-
tere esecutivo si colloca il potere di amministrare i beni che, tuttavia, occorre scindere in due
funzioni: una fa riferimento all’amministrazione in senso stretto e l’altra alla responsabilità
sull’amministrazione. Più precisamente quest’ultima, concernente un potere di direzione, di

– 84 –
Si tratta di una problematica che merita di essere affrontata anche perché
esorbita dal contesto relativo alla sola applicabilità del CTS agli enti religio-
si, in quanto coinvolge, più in generale, la possibilità stessa per un ente di
matrice canonistica di dotarsi di un simile organo di controllo, ai sensi della
più ampia previsione normativa contenuta nel citato d.lgs. n. 231/2001, rela-
tivo alla disciplina della responsabilità amministrativa dipendente da reato
delle persone giuridiche.
In altri termini, in seguito ai citati sviluppi normativi, sembra emergere
una nuova materia mista (res mixta) costituita dalla funzione di vigilanza
che, per come è stata configurata dal legislatore italiano, rischia da un lato di
confliggere con la normativa concordataria mentre, dall’altro, evidenzia una
carenza nella disciplina pattizia che non ha previsto e regolato una simile
fattispecie, limitandosi al generico rinvio alla normativa di diritto comune
contenuto nell’art. 15 della legge n. 222/1985 35.
In ogni caso, per verificare se sia possibile per gli enti religiosi facenti ri-
ferimento all’ordinamento giuridico della Chiesa Cattolica, di dotarsi di un
simile organo di controllo, occorre, inevitabilmente, fare una breve premessa
partendo da quanto stabilito sul punto dal vigente Codice di diritto canonico.
Al riguardo, occorre schematicamente ricordare che anche il diritto cano-
nico distingue l’attività di amministrazione da quella di vigilanza e da quella
di rappresentanza legale: chi amministra esercita un potere sui beni e nel-
l’interesse del titolare della proprietà; chi vigila esercita un potere di control-
lo e interviene a tutela di un pubblico interesse; chi rappresenta agisce in
nome e/o per conto di un altro 36.
In questa sede soffermeremo la nostra attenzione esclusivamente sulla
funzione (munus) di vigilanza.
In merito occorre subito richiamare quanto previsto dal can. 1276, § 1, a
mente del quale: “Spetta all’Ordinario di vigilare con cura sulla ammini-

vigilanza e di controllo, attiene al potere di governo esecutivo esercitabile sulle persone mentre
la prima funzione, quella relativa ai singoli atti, si rivolge al compimento degli atti ammini-
strativi aventi ad oggetto non già le persone, ma gli stessi beni” (p. 73).
35
In materia di controlli sui beni appartenenti agli enti ecclesiastici, va ricordato che le
modifiche apportate al Concordato dallo Stato italiano e dalla Santa Sede - mediante l’Ac-
cordo del 1984 - hanno soppresso ogni ingerenza dello Stato nell’amministrazione dei beni
ecclesiastici, perché è venuta meno, con effetto immediato, la disciplina del controllo dello
Stato sugli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione dei patrimoni beneficiati (ora soppres-
si), già previsto dall’art. 30 del Concordato del 1929 e dagli art. 12 e 13 della legge 27 mag-
gio 1929, n. 848 e dal R.D. 2 dicembre 1929, n. 2262.
36
Sul punto cfr. J.P. SCHOUPPE, Elementi di diritto patrimoniale canonico, seconda edi-
zione aggiornata, Milano, 2008, specialmente pp. 160-161.

– 85 –
strazione di tutti i beni appartenenti alle persone giuridiche pubbliche a lui
soggette, salvo titoli legittimi per i quali gli si riconoscano più ampi diritti”.
Inoltre, spetta al vescovo anche di “ordinare l’intero complesso di ammini-
strazione di beni” (can. 1276, § 2).
Detta previsione si spiega in considerazione del fatto che il vescovo, in
virtù della sua autorità pastorale e della sua potestà di governo è il primo re-
sponsabile della gestione dei beni ecclesiastici – cioè dei beni di proprietà
delle persone giuridiche pubbliche – relativi alla diocesi a lui affidata. Siffat-
ta funzione di vigilanza mira a garantire che le persone giuridiche pubbliche,
anche nell’amministrazione dei beni, assolvano il “compito loro affidato in
vista del bene pubblico” (can. 116, § 1). Sul punto vale la pena di ricordare
che, a mente del can. 1257, § 1, “Tutti i beni temporali appartenenti alla
Chiesa universale, alla Sede Apostolica e alle altre persone giuridiche pub-
bliche nella Chiesa sono beni ecclesiastici e sono retti dai canoni seguenti,
nonché dai propri statuti”.
In altri termini, il legislatore ha scelto di definire beni ecclesiastici non
sulla base dei fini che giustificano la loro proprietà da parte della Chiesa,
bensì adoperando quale criterio discretivo quello del soggetto titolare dei
beni stessi, analogamente a quanto già accaduto nel can. 1497, § 2 del codi-
ce del 1917 37.
Il codice, dunque, non usa un criterio teleologico bensì uno soggettivo e
pragmatico: quello della titolarità, definendo ecclesiastici tutti i beni tempo-
rali appartenenti alle persone giuridiche pubbliche 38. Quale logico corollario
di quanto ora detto, il can. 1257, § 2 stabilisce che: “I beni temporali appar-
tenenti a persone giuridiche private sono retti dai propri statuti e non da
questi canoni, a meno che non si disponga espressamente altro”.
Neppure potrebbe dirsi che si tratta di un problema secondario in quanto
la funzione di vigilanza, ai sensi del citato canone, sembrerebbe limitata alle
sole persone giuridiche pubbliche (quali diocesi, parrocchie, ecc.) che ben
difficilmente potrebbero iscriversi direttamente nel RUNTS, preferendo ope-
rare o mediante l’esercizio di un ramo dedicato all’attività di interesse gene-

37
Cfr. G. DAMMACCO, La disciplina canonistica dei beni temporali, in AA.VV., Struttu-
ra e dinamicità del nuovo Codice di diritto canonico, Bari, 1985, pp. 149-187; V. DE PAO-
LIS, I beni temporali nel Codice di diritto canonico, in Monitor ecclesiasticus, 111, 1986, pp.
9-30; ID., Nota sul significato di “bene temporale”, in Periodica, 84, 1995, pp. 155-160; O.
ÉCHAPPÉ, Les biens temporels dans l’Eglise, in AA.VV., Droit canonique, a cura di P. VAL-
DRINI, Paris, seconda edizione,1999, pp. 363-373.
38
In argomento cfr. G. LO CASTRO, Personalità morale e soggettività giuridica nel dirtto
canonico. (Contributo allo studio delle persone morali), Milano, 1974; ID., Il soggetto e i
suoi diritti nell’ordinamento canonico, Milano, 1985.

– 86 –
rale con la contestuale costituzione di un patrimonio destinato allo scopo;
ovvero tramite la creazione di un apposito ente la cui natura giuridica pub-
blica o privata deve essere in concreto verificata.
Occorre, infatti, ricordare che la funzione di vigilanza del vescovo non si
esaurisce nella previsione del citato canone 1276 e, dunque, limitatamente ai
beni ecclesiastici in senso stretto, ma si estende anche all’amministrazione
dei beni delle associazioni private soggette alla sua giurisdizione sia pure
limitatamente al fatto di verificare che “i beni siano usati per i fini dell’as-
sociazione” (can. 325, § 1); all’amministrazione e distribuzione dei beni do-
nati per cause pie per accertare che venga rispettata la volontà dei disponenti
e l’effettiva utilizzazione dei beni per fini di culto o di carità per i quali sono
stati elargiti (cann. 325, § 2 e 1301) 39.
Al fine di permettere al vescovo di esercitare la sua funzione di vigilanza,
gli vengono riconosciuti determinati poteri/obblighi sugli enti soggetti alla
sua giurisdizione, sia di carattere generale, quale l’obbligo di visita della
diocesi con contestuale presa visione dei registri di amministrazione degli
enti ex can. 396; sia di carattere occasionale, quali la concessione di apposita
licentia (nella forma di atto amministrativo singolare ex cann. 35 ss.) per il
compimento di atti di straordinaria amministrazione (can. 1281, §§ 1-2) o di
atti potenzialmente pregiudizievoli del patrimonio dell’ente (cann. 1291,
1292 e 1295); o, ancora, l’introduzione o la contestazione di una lite davanti
al tribunale civile in nome di una persona giuridica pubblica (can. 1298).
La funzione di vigilanza può spingersi sino al punto di giungere ad atti di
supplenza nei confronti di chi è chiamato a reggere la persona giuridica o ad
amministrarne i beni (cfr. can. 1279).
Nell’esercizio della sua funzione di vigilanza, il vescovo può anche pro-
mulgare leggi diocesane, decreti o istruzioni (can. 1276, § 2).
Infine, il vescovo può svolgere la vigilanza personalmente o delegarla
all’economo diocesano (cfr. cann. 494 e 1278) 40.

39
Così A. LONGHITANO, L’amministrazione dei beni: la funzione di vigilanza del vescovo
diocesano (cann. 1276-1277 CIC), in AA.VV., I beni temporali della Chiesa, Città del Vati-
cano, 1999, pp. 95-96, che ricorda come la vigilanza del vescovo si estenda anche: “all’am-
ministrazione dei monasteri sui juris nei limiti stabiliti dai cann. 637 e 638, § 4”. Sul punto si
veda anche C. REDAELLI, La responsabilità del Vescovo diocesano nei confronti dei beni ec-
clesiastici, in Quaderni di diritto ecclesiale, n. 4/1991, pp. 317-335.
40
Cfr. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Istruzione in materia amministrativa, cit., p.
33, che ricorda come: “la delega per compiere atti di potestà esecutiva deve essere data per
iscritto e controfirmata dal cancelliere o dal notaio della curia, a norma del can. 474. Essa ha
rilevanza agli effetti civili, ad esempio per quanto riguarda la validità delle licenze date per
gli atti di amministrazione straordinaria”.

– 87 –
A tal proposito, basti ricordare che, se è vero che il can. 1257, § 2 stabili-
sce che “i beni temporali appartenenti a persone giuridiche private sono ret-
ti dai propri statuti e non da questi canoni, a meno che non si disponga
espressamente altro”, è pur vero che gli statuti – come dianzi ricordato –
devono essere approvati dalla competente autorità ecclesiastica (can. 117).
Quest’ultima potrebbe chiedere che gli stessi si conformino al disposto del
can. 1295, il quale esige che tutti gli statuti delle persone giuridiche (senza
distinguere tra pubbliche e private) devono adeguarsi ai requisiti stabiliti per
le alienazioni di beni ecclesiastici 41.
A diverse soluzioni si perviene, ovviamente, ove si utilizzi lo strumento
dell’ente associativo non personificato previsto dal can. 310. In simili casi,
infatti, non vi è alcun tipo di controllo da parte della competente autorità ec-
clesiastica e, dunque, tale tipologia di ente non personificato sarebbe teori-
camente libera di organizzarsi come meglio ritiene opportuno 42.
Tuttavia, a fronte di detta libertà e autonomia organizzativa, si prevede
che: “un’associazione privata non costituita in persona giuridica, come tale
non può essere soggetto di obblighi e di diritti; tuttavia i fedeli associati
possono congiuntamente contrarre obblighi, acquisire e possedere diritti e
beni come comproprietari e compossessori; sono in grado di esercitare tali
diritti e obblighi mediante un mandatario o procuratore”.
In altri termini, si stabilisce una forma di autonomia patrimoniale imper-
fetta analoga a quella prevista dall’art. 38 del codice civile per le associazio-
ni prive di personalità giuridica. Ciò, ovviamente, non toglie che l’asso-
ciazione canonisticamente non riconosciuta non possa operare nel diritto sta-
tale quale semplice soggetto di diritto e, avvalendosi della procedura sempli-

41
Così J. MIÑAMBRES, Beni ecclesiastici: nozione, regime giuridico e potere episcopale
(cann. 1276-1277 CIC), in AA.VV., I beni temporali della Chiesa, cit., pp. 12-13, il quale
precisa inoltre che: “i beni in argomento, cioè delle persone giuridiche private, se legalmente
non possono essere qualificati come ecclesiastici non sono neanche ‘privati’ in senso pro-
prio”, potendosi utilizzare altre denominazioni per essi quali “beni ecclesiali” o “beni eccle-
siali privati”. In argomento si veda anche A. PERLASCA, I beni delle persone giuridiche pri-
vate, in Quaderni di diritto ecclesiale, 12, 1999, pp. 280-292.
42
Tuttavia, come ricorda L. CHIAPPETTA, Il codice di diritto canonico. Commento giuri-
dico pastorale, vol. I, Roma, 1986, p. 418, “una tale associazione, tuttavia, priva del ricono-
scimento della Chiesa, non avrebbe nel nuovo ordinamento canonico alcun carattere eccle-
siale e sarebbe del tutto privata. Volendo ottenere il detto riconoscimento (riconoscimento
semplice, non riconoscimento giuridico, attributivo della personalità), è necessario sottopor-
re gli statuti alla revisione della competente autorità ecclesiastica (a. 1982, p. 144, can.
114)”. È sufficiente nel caso la revisione (recognitio), non richiedendosi l’approvazione (ap-
probatio), che – a termine del canone 322, § 2 – è invece necessaria per la concessione della
personalità giuridica.

– 88 –
ficata stabilita dall’art. 22 del CTS, possa acquistare la personalità giuridica
mediante l’iscrizione nel RUNTS, in deroga al decreto del Presidente della
Repubblica 10 febbraio 2000, n. 361. Soluzione, peraltro, compatibile con la
normativa di derivazione pattizia ex art. 10 della legge n. 222/1985, a mente
del quale: “Le associazioni costituite o approvate dall’autorità ecclesiastica
non riconoscibili a norma dell’articolo precedente, possono essere ricono-
sciute alle condizioni previste dal codice civile. Esse restano in tutto regola-
te dalle leggi civili, salvi la competenza dell’autorità ecclesiastica circa la
loro attività di religione o di culto e i poteri della medesima in ordine agli
organi statutari” 43.
Un discorso a sé va fatto con riferimento agli enti aventi natura fondazio-
nale e non associativa, ossia qualora si voglia costituire una universitas re-
rum in personam iuridicam erecta per iscriversi al RUNTS. In tali ipotesi –
ove si tratti di una pia fondazione autonoma ex can. 1303, § 1, 1° – saremmo
in presenza di una persona giuridica eretta dalla competente autorità eccle-
siastica che avrà, dunque, natura pubblica con le ricordate conseguenze circa
il regime di vigilanza sui beni che fanno parte della sua dotazione patrimo-
niale.
A non dissimili conclusioni si giunge anche quando si ponga attenzione
alla c.d. pia fondazione non autonoma. Invero, a norma del can. 1303, § 1,
2°, questa consiste in una massa di beni temporali (si badi bene bona tempo-
ralia e non anche bona spiritualia), devoluta ad una persona giuridica pree-
sistente. Poiché detta persona giuridica destinataria del ricordato complesso
di beni temporali può essere esclusivamente una persona giuridica pubblica
accadrà che i beni destinati al perseguimento dello scopo voluto dal dispo-
nente/conferente, una volta devoluti, diverranno beni ecclesiastici e saranno
perciò soggetti alla disciplina di cui al can. 1257, § 1 44.

43
C. MIRABELLI, Associazioni di fedeli, regolamentazione civile e competenza dell’auto-
rità ecclesiastica (Brevi osservazioni in margine all’art. 10 l. 20 maggio 1985, n. 222), in
Amministrazione e rappresentanza negli enti diversi dalle società, Milano, 1990, p. 333; V.
MARANO, Le associazioni di fedeli tra enti ecclesiastici e persone giuridiche private. Consi-
derazioni preliminari in margine all’art. 10 della legge 20 maggio 1985, n. 222, in AA.VV.,
Lo studio del diritto ecclesiastico, Attualità e prospettive, cura di V. Tozzi, vol. II, Salerno,
1996, pp. 97 ss.
44
Così P. G. MARCUZZI, Le fondazioni pie (cann. 1303-1310 CIC), in AA.VV., I beni
temporali della Chiesa, Milano, 1997, pp. 226-231, il quale rimarca che: “per costituire una
pia fondazione non autonoma si esige un numero minore di formalità, tanto che il canone
stabilisce che il complesso di beni temporali può essere dato in qualunque modo, ‘quoquo
modo’; la Chiesa, infatti, può acquistare beni temporali ‘omnibus iustis modis iuris sive na-
turalis sive positivi’. Appunto per tale ragione il disposto canonico non esige la redazione di
statuti particolari come per la pia fondazione autonoma, ma unicamente la stesura scritta del

– 89 –
Per quanto di nostro interesse, dobbiamo verificare se e come sia possibi-
le comporre e coordinare questa funzione istituzionale di vigilanza del ve-
scovo diocesano sui beni ecclesiastici con l’obbligo per l’ente religio-
so/ecclesiastico di matrice canonistica di dotarsi di un apposito e autonomo
organo di controllo ex art. 30 CTS, con il rischio di creare una sorta di com-
petenza concorrente di controllo, con le prevedibili conseguenze negative.
In altri termini, si vuole scongiurare il paventato rischio di contrasti valu-
tativi e decisionali tra due distinti organi di controllo operanti, a titolo diver-
so, sul medesimo soggetto data la sua duplice natura di persona giuridica
pubblica di diritto canonico e di soggetto iscritto al RUNTS e sottoposto alle
relative norme ed obblighi.
Una soluzione teoricamente praticabile sarebbe quella di sfruttare la previ-
sione dello stesso art. 30 del CTS il quale consente che – sia nel caso di enti di
natura fondazionale quanto di associazioni riconosciute e non – possa essere
assolto l’obbligo di dotarsi di un organo di controllo predisponendone uno a
carattere “monocratico”. Stante tale possibilità offerta dal CTS, si potrebbe
indicare quale organo di controllo lo stesso vescovo diocesano il quale, a sua
volta, per non essere gravato da troppe incombenze anche burocratiche, po-
trebbe delegare – ex can. 1278 – l’economo diocesano o, a mente dell’Istru-
zione amministrativa della CEI, il responsabile dell’ufficio amministrativo
diocesano, “qualora non si ritenga opportuno riunire in un solo ufficio l’am-
ministrazione dei beni dell’ente diocesi e la vigilanza sugli altri enti” (n. 24) 45.
In tal modo, si avrebbe, dunque, una perfetta coincidenza tra l’organo di
controllo imposto imperativamente dalla normativa canonica e quello richie-
sto dall’articolo 30 del CTS, rispettandosi, al contempo, la specificità del di-
ritto canonico e i precetti della nuova legislazione sul Terzo settore.
Ulteriormente, ci si deve interrogare se vi sia un possibile conflitto ordi-
namentale tra la normativa canonistica relativa ai controlli sugli atti concer-
nenti i beni ecclesiastici previsti dal Libro V del Codice di diritto canonico e
la disciplina del CTS. Si tratta di un’importante precisazione, atteso che detti
controlli, come è noto, possono avere rilevanza civile ex art. 18 della legge

lascito o della donazione (can. 1306, § 1)”. Diverso, ovviamente, sarà il caso previsto dal ca-
none 1302, in cui il soggetto onerato dalla disposizione dovrà essere un privato: sia esso per-
sona fisica, ente non personificato o persona giuridica privata. Abbiamo, quindi, una dispo-
sizione che, pur non rientrando formalmente nella nozione di fondazione non autonoma, è
perfettamente assimilabile ad essa perché se ne differenzia unicamente per il carattere non
pubblico del soggetto onerato.
45
Cfr. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Istruzione in materia amministrativa, cit., p.
35, dove si legge ancora che: “i compiti di vigilanza che non richiedono l’esercizio della po-
testà esecutiva sono abitualmente affidati all’economo diocesano”.

– 90 –
n. 222/1985 e, dunque, incidere, ove non rispettati, sulla validità dell’atto
negoziale compiuto in assenza di debita licentia.
In merito, deve segnalarsi un problema di collegamento normativo tra il
CTS e la legislazione di derivazione concordataria per quanto concerne le
modalità per attribuire rilevanza civile ai controlli canonici, specie con rife-
rimento ai terzi che entrano in contatto con l’ente, con il rischio di offrire
una minore tutela all’ente religioso/ecclesiastico canonico, rispetto alle pre-
visioni pattizie. Infatti, mentre il citato art. 18 afferma che “non possono es-
sere opposte a terzi, che non ne fossero a conoscenza, le limitazioni dei po-
teri di rappresentanza o l’omissione di controlli canonici che non risultino
dal codice di diritto canonico o dal registro delle persone giuridiche”, nulla
di simile viene detto, con rifermento al RUNTS, dal CTS. Ne consegue che
non si potrà dare autonoma rilevanza – quale fonte di astratta conoscibilità
dei controlli canonici sull’attività degli enti – al Codice di diritto canonico,
facendo fede soltanto le risultanze contenute nello statuto.
Si tratta, però, di un problema facilmente risolvibile, essendo sufficiente
che – nella redazione del regolamento richiesto obbligatoriamente dall’art. 4,
comma 3 del CTS – si faccia esplicito riferimento alla normativa canonica,
magari riprendendo pedissequamente le disposizioni codicistiche e quelle
dell’Istruzione in materia amministrativa della CEI.
Invero, per ciò che attiene alla tipologia di controlli ed alle modalità di eser-
cizio degli stessi, relativi all’attività dell’ente iscritto al RUNTS si potrebbero
inserire nel regolamento richiesto dall’articolo 4, comma 3 del CTS alcuni prin-
cipi e/o norme tratte dal Libro V del Codice di diritto canonico che così verreb-
bero ad assumere (sempre previa approvazione dell’Ufficio del RUNTS) rile-
vanza civilistica sia pure in via regolamentare. Sul punto, pare opportuno ri-
chiamare alcune fondamentali nozioni canonistiche che potrebbe essere utile
tenere in adeguata considerazione in sede di redazione del regolamento.
Innanzitutto, occorre generalmente riferirsi ai canoni 1290-1298 i quali,
tra le altre cose, stabiliscono anche le procedure e le autorizzazioni richieste
per potere alienare validamente i beni ecclesiastici che, ex legitima assigna-
tione, costituiscono il patrimonio stabile di una persona giuridica pubblica
(per le persone giuridiche private valgono le disposizioni statutarie le quali,
però, devono uniformarsi alle prescrizioni codicistiche per potere essere ap-
provate) o per porre, comunque, qualsiasi atto, operazione o negozio che
possa modificare o pregiudicare la situazione patrimoniale della persona giu-
ridica (cann. 1291 e 1295) 46.

46
Sul punto V. DE PAOLIS, Negozio giuridico “quo condicio patrimonialis personae iuri-
dicae peior fieri possit” (cf. can. 1295), in Periodica, n. 83/1994, pp. 493-528.

– 91 –
Sul punto pare opportuno chiarire meglio l’ampiezza dei controlli cano-
nici ad validitatem prendendo le mosse dalla chiara specificazione del codi-
ce che limita i suddetti controlli ai beni che presentano simultaneamente due
caratteristiche strutturali ben precise: che si tratti di un bene ecclesiastico in
senso proprio cioè appartenente ad una persona giuridica ecclesiastica di ca-
rattere pubblico (cfr. can. 1257, §1); che facciano parte del patrimonio “sta-
bile” della persona giuridica ex legitima assignatione, costituenti la “dote”
dell’ente stesso, ossia la base economica necessaria per la sua esistenza e per
lo svolgimento della sua attività; e che il valore del bene da alienare superi il
limite fissato dal diritto 47.
Ne consegue che non sono soggetti ad autorizzazione i beni che fanno
parte del c.d. patrimonio “fluttuante” dell’ente, ossia, volendo citare la più
volte richiamata Istruzione in materia amministrativa del 2005 della CEI, “i
frutti della terra, del lavoro o di altre attività imprenditoriali, le rendite dei
capitali e del patrimonio immobiliare, le somme capitalizzate temporanea-
mente per goderne un rendimento più elevato…” (n. 52).
Se a ciò si aggiunge che, sempre per espressa determinazione della CEI,
per la validità degli atti di alienazione e dei negozi che possono peggiorare
lo stato patrimoniale della persona di valore inferiore alla (non certo irrile-
vante) somma minima stabilita dalla stessa Conferenza episcopale in euro
250,000 non è richiesto alcun controllo (n. 63), si comprende che non po-
tranno essere molti i casi in cui vi possa essere l’esigenza di un controllo an-
che interno, salve diverse previsioni statutarie.
Nel facilitare tale distinzione tra patrimonio stabile e fluttuante interviene
la stessa prescrizione dell’art. 4, comma 3 del CTS che richiede che sia “co-
stituito un patrimonio destinato” in relazione al quale “devono essere tenute
separatamente le scritture contabili e di bilancio di cui all’articolo 13”.
In altri termini, la creazione di un patrimonio destinato allo scopo di co-
stituire la base economica di un ramo dell’ente religioso/ecclesiastico per-
metterebbe sia da un punto di vista contabile e di bilancio, sia, soprattutto,
da un punto di vista giuridico, di distinguere agevolmente tra le due sopra
citate diverse tipologie di patrimonio. Ne deriverebbe che il patrimonio de-
stinato sarebbe configurabile come patrimonio fluttuante, in quanto tale
(salvo diverse ed espresse disposizioni statutarie) esente dai controlli a nor-
ma del diritto canonico ma soggetto ai controlli dell’organo di controllo in-
terno (nella soluzione dianzi proposta il vescovo)
Restano, ovviamente, possibili ed aperte altre soluzioni che coinvolgano

47
Cfr. F. GRAZIAN, Patrimonio stabile: istituto dimenticato?, in Quaderni di diritto ec-
clesiale, n. 16/2003, pp. 282-296.

– 92 –
gli organi collegiali delle persone giuridiche interessate che potranno emer-
gere solo dall’esperienza pratico-applicativa della riforma del Terzo settore.

5. – Una volta chiarito il tema, a nostro avviso più spinoso, relativo


all’individuazione dell’organo di controllo interno dell’ente religioso/eccle-
siastico (o ramo di esso) iscritto al RUNTS, dobbiamo adesso occuparci, sia
pure brevemente, dei controlli esterni all’ente e della loro compatibilità con
le disposizioni canonistiche.
Questi controlli (previsti dagli artt. 90-97 del CTS) saranno limitati –
analogamente a quanto già previsto in materia di Onlus – alla sola attività
ETS e non si estenderanno, ovviamente, anche alle altre attività dell’ente,
incluse, a fortiori ratione, quelle di religione o di culto.
Quanto al contenuto dei suddetti controlli, si può, preliminarmente, rile-
vare che questi non riguardano la sottoposizione dei singoli atti relativi
all’attività non profit svolta dall’ente ad un controllo previo al loro compi-
mento da parte dell’autorità pubblica di riferimento, anche perché non si de-
ve dimenticare che si tratta pur sempre di enti privati, sebbene svolgenti atti-
vità di interesse generale. Tuttavia, proprio quest’ultimo rilevante aspetto te-
leologico – che determina la qualificazione giuridica dell’ente (unitamente
all’iscrizione al RUNTS) e la concessione di speciali benefici fiscali – giu-
stifica l’esercizio di alcuni poteri pubblici di controllo esterni all’ente stesso
che ne rappresentano il naturale e condivisibile contro-bilanciamento.
I controlli pubblici esterni sugli enti del terzo settore hanno finalità diver-
se e sono demandati ad autorità diverse.
Sono di competenza degli uffici del RUNTS i controlli finalizzati ad ac-
certare: A) la sussistenza la permanenza dei requisiti necessari all’iscrizione
al registro unico nazionale del terzo settore; B) il perseguimento delle finali-
tà civiche, solidaristiche di utilità sociale; C) l’adempimento degli obblighi
derivanti dall’iscrizione al registro unico nazionale del terzo settore (art. 93).
Tali controlli sono effettuati anche attraverso accertamenti documentali, vi-
site ispezioni, periodicamente o in tutti casi in cui si venga a conoscenza di
atti o fatti che possano integrare violazioni alle disposizioni del codice. Que-
sti controlli possono essere demandati anche a reti associative iscritte al
RUNTS e ai Centri Servizi Volontariato, purché autorizzati in quanto in
possesso dei requisiti necessari.
Sono, invece, di competenza dell’amministrazione finanziaria i controlli
aventi ad oggetto: il diritto di avvalersi dei benefici anche fiscali e del 5 per
mille derivanti dall’iscrizione nel registro unico nazionale del terzo settore
(art. 94). In particolare, l’amministrazione finanziaria esercita autonoma-

– 93 –
mente attività di controllo in merito al rispetto di quanto previsto dagli arti-
coli 8 (destinazione del patrimonio durante la vita dell’ente), 9 (devoluzione
del patrimonio in caso di scioglimento), 13 (bilancio), 15 (libri obbligatori),
23 (ammissione associati e carattere aperto), 24 (assemblee), nonché il pos-
sesso dei requisiti richiesti per fruire delle agevolazioni fiscali previste per i
soggetti iscritti nel RUNTS di cui all’articolo 45. In presenza di violazioni,
l’amministrazione finanziaria disconosce la spettanza del regime fiscale ap-
plicabile all’ente in ragione dell’iscrizione nel RUNTS, previo contradditto-
rio.
Sono, altresì, di competenza delle amministrazioni pubbliche e degli enti
territoriali che erogano risorse finanziarie o concedono l’utilizzo di beni
immobili strumentali di qualunque genere agli enti del Terzo settore per lo
svolgimento delle attività statutarie interesse generale, i controlli ammini-
strativi e contabili e sul corretto impiego delle risorse pubbliche, finanziarie
strumentali ad essere attribuite.
Si tratta, dunque, di controlli, per così dire, di indirizzo e di verifica sul
complesso dell’attività dell’ente (cfr. anche art. 95), volti a verificare se es-
sa, globalmente considerata, sia svolta correttamente e risponda alla ratio
legis voluta dal legislatore e cioè se sia diretta al perseguimento del bene
comune, all’elevazione dei livelli di cittadinanza attiva, di coesione prote-
zione sociale, al fine di favorire la partecipazione, l’inclusione e il pieno svi-
luppo della persona (cfr. art. 1 della legge delega per la riforma del Terzo
settore del 6 giugno 2016, n.106).
Viceversa, non si tratta, come detto, di controlli di dettaglio inerenti, cioè,
il compimento dei singoli atti gestori dell’attività di Terzo settore svolta
dall’ente per i quali è competente l’organo di cui all’art. 30. Ciò consente di
ritenere superato in limine il rischio di un conflitto di attribuzioni e di deci-
sioni tra l’organo interno di controllo e quelli esterni con il rischio, oltre che
di una paralisi dell’attività dell’ente stesso, anche di un conflitto ordinamen-
tale tra diritto statale e diritto canonico sul punto.
Neanche pare possibile che si configuri un conflitto con la normativa pat-
tizia di riferimento, atteso che, ai sensi dell’art. 7, comma 4 dell’Accordo del
1984, “le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti
ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali
enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario
previsto per le medesime” (cfr. anche l’art. 15 legge n. 222/1985).
Ne consegue che l’applicazione dei pur rilevanti controlli esterni rientra
nel limite di tollerabilità fissato dalla normativa concordata nella misura in
cui non confligge con la struttura e la finalità degli enti ecclesiastici che ri-
sulta salvaguardata dalla soluzione – dianzi proposta – relativa all’attri-

– 94 –
buzione al vescovo diocesano del ruolo di organo di controllo interno.
Non da luogo a particolari problemi di compatibilità neppure quanto pre-
visto dagli artt. 13-15 del CTS, relativi all’obbligo delle scritture contabili e
di redazione del bilancio sociale che dovranno essere adempiuti facendo ri-
ferimento ai modelli ministeriali ed alle linee guida di prossima emanazio-
ne 48.
Si tratta di adempimenti – peraltro già in parte previsti dalla normativa
sulle Onlus (cfr. art 9 d.lgs. n. 460/1997) – che rispondono al più generale
obbligo di trasparenza e di informazioni anche verso i terzi che potrà essere
attuata anche mediante forme di pubblicità dei bilanci e degli altri atti fon-
damentali dell’ente magari anche mediante pubblicazione sul sito internet
istituzionale (cfr. l’art. 3, comma 1, lett. a) della legge delega n. 106/2016 e
l’art. 14 del CTS).
Per fare fronte alle succitate previsioni del CTS sarà sufficiente redigere
un rendiconto canonico complessivo (ed un bilancio come richiesto dall’or-
dinamento civile) del ramo ETS che potrà essere adeguatamente pubbliciz-
zato per fare fronte alle ricordate esigenze di trasparenza e tenuto distinto
rispetto a quello relativo alle altre attività istituzionali gestite dalla persona
giuridica canonica.
Pare importante sottolineare in materia una significativa differenza del
CTS rispetto alla normativa sulle Onlus. Invero l’art. 25, comma 2 del d.lgs.
n. 460/1997 conteneva una clausola di salvaguardia per gli enti ecclesiastici
e per le associazioni di promozione sociale che assumevano la veste di On-
lus solo limitatamente ad un ramo di attività. L’applicazione degli obblighi
contabili nei loro confronti veniva limitata, infatti, alle attività ammesse al
regime proprio delle Onlus, così da evitare “intromissioni dell’attività carat-
teristica di questi enti” come afferma la Relazione governativa al decreto 49.
L’unica norma che avrebbe potuto dare qualche problema di compatibili-
tà in quanto legata al requisito generale di democraticità e trasparenza degli
ETS non applicabile tout court agli enti religiosi è costituita dalla previsione
di cui all’art. 15 CTS, secondo cui: “Gli associati o gli aderenti hanno dirit-
to di esaminare i libri sociali, secondo le modalità previste dall’atto costitu-

48
Come ricordano P. CLEMENTI, G. COLOMBO, C. REDAELLI, Gli enti religiosi. Natura
giuridica e regime tributario. Le attività istituzionali e commerciali. Le contabilità e il bi-
lancio, Milano, 1999, p. 354, “contabilità e bilancio sono strettamente legati tra di loro non
solo perché non è possibile redigere correttamente il bilancio senza supporto di una contabi-
lità, ma anche perché la struttura ed il contenuto del bilancio sono spesso in funzione del tipo
di contabilità tenuta”.
49
Cfr. P. A. PESTICCIO, M. PISCETTA, I Profili fiscali delle Onlus, cit., specialmente pp.
120-146.

– 95 –
tivo o dallo statuto”. Tuttavia, il problema è stato risolto dallo stesso CTS
adottando il ricordato schema regola/eccezione prevedendosi, al successivo
comma 4 dello stesso articolo, che “il comma 3 non si applica agli enti di
cui all’articolo 4, comma 3” 50.

6. – Uno dei principali problemi applicativi della riforma del Terzo setto-
re, rilevati dalla dottrina con riferimento agli enti religiosi/ecclesiastici, è
quello relativo all’obbligatoria costituzione, per lo svolgimento di una delle
attività di interesse generale tipizzate dall’art. 5 del CTS, di “un patrimonio
destinato” (cfr. art. 4, comma 3 CTS) 51.
Si deve trattare di un patrimonio separato e, dunque, distinto da quello
stabile dell’ente, cioè da quello utilizzato per il perseguimento dello scopo
costitutivo ed essenziale del medesimo. In quest’ultimo devono essere com-
presi i beni che sono indispensabili per la vita dell’ente e per perseguire i fi-
ni di religione e di culto che sono istituzionali e che non possono rientrare
nella disciplina del Terzo settore.
Il patrimonio destinato può essere composto da vari elementi di attivo patri-
moniale, inclusi beni immobili, diritti reali ed elementi finanziari, purché desti-
nati per quella specifica attività di interesse generale svolta dall’ente religioso.
Sin qui tutto molto chiaro, anzi, si potrebbe persino considerare opportuna
ed addirittura vantaggiosa questa richiesta del CTS 52, in quanto non solo risul-
ta perfettamente speculare alla dianzi ricordata distinzione canonistica tra “pa-

50
Come ricorda G. RIVETTI, Onlus autonomia e controlli, cit., con riferimento “agli organi-
smi associativi che nascono nell’ordinamento della Chiesa”, “non è, infatti, applicabile ad essi
il principio democratico maggioritario che è alla base della disciplina codiciale di tutti gli enti
associativi; altrettanto non valgono o sono affievoliti quel potere di intervento, di controllo di
sostituzione che il codice prevede per le altre persone giuridiche…” (pp. 145-146).
51
Cfr. C. ELEFANTE, Enti ecclesiastici-religiosi e Terzo settore tra questioni aperte e
prospettive di riforma: sviluppi recenti, cit., pp. 581-599; L. SIMONELLI, L’ente ecclesiastico
e la riforma del Terzo settore, in Ex lege, 2016, pp. 13-54.
52
Così P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove partizioni nella di-
sciplina degli enti religiosi, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, cit., n. 3 del 2018, se-
condo cui: “soddisfa elementari esigenze di certezza e trasparenza sui beni coinvolti nell’e-
sercizio di attività secolari; esigenze riferibili tanto ai creditori dell’ente, interessati a soddisfare
i diritti maturati intorno al ramo secolare, quanto allo stesso ente confessionale, a sua volta inte-
ressato a non pregiudicare il patrimonio destinato allo svolgimento delle proprie attività istitu-
zionali, di religione o di culto”. Cfr. anche P. FLORIS, Associazioni ed enti nell’agire solidale.
Le risposte del diritto canonico e del diritto ecclesiastico, in Studi in onore di Giuseppe Dalla
Torre, vol. II, Torino, 2014, pp. 937-938; A.M. CHIZZONITI, La bilateralità alla prova. Enti,
organizzazioni religiose e rapporti economici con lo Stato, in Le proiezioni civili delle religioni
tra libertà e bilateralità, a cura di A. FUCCILLO, Napoli, 2017, pp. 23 ss.

– 96 –
trimonio stabile” e “patrimonio fluttuante” dell’ente, ma anche perché permet-
te di risolvere, per così dire, a monte un problema che era sorto nella pratica
forense relativo alla responsabilità patrimoniale degli enti ecclesiastici in esito
allo svolgimento in modo fallimentare della loro attività d’impresa Onlus e la
conseguente loro assoggettabilità alle procedure concorsuali 53.
Si pone, però, il problema tecnico, di non facile soluzione, relativo alle
modalità giuridiche con cui attuare la destinazione permanente di una parte
del patrimonio dell’ente religioso/ecclesiastico al perseguimento del fine di
interesse generale giustificativo della sua iscrizione al RUNTS ex art. 5
CTS, imprimendo su di esso un vincolo reale di destinazione che realizzi
l’effetto segregante, isolandolo giuridicamente dal resto dei beni della sua
dotazione patrimoniale, cioè dal patrimonio stabile.
Occorre, dunque, trovare la soluzione giuridica per individuare una por-
zione del patrimonio dell’ente su cui imprimere un vincolo di destinazione
reale e non solo meramente obbligatorio che consenta di rispettare la ratio
legis dell’art. 4, comma 3 CTS il quale – utilizzando termini molto forti e
densi di significato giuridico quali “costituire” e “destinato” – lascia chia-
ramente intendere che deve trattarsi di un patrimonio autonomo cioè netta-
mente distinto da quello stabile o generale dell’ente.
In altri termini, si dovrà costituire un patrimonio destinato allo scopo da
perseguire ex art. 5 CTS che non possa essere aggredibile con atti esecutivi
da quei creditori dell’ente che hanno maturato le loro ragioni di credito per
cause legate allo svolgimento di tutte le altre attività dell’ente diverse da
quella per cui lo stesso si è iscritto al RUNTS, inclusa quella istituzionale di

53
Occorre distinguere attentamente i beni patrimoniali di pertinenza dell’ente globalmen-
te inteso rispetto a quelli di pertinenza del suo specifico ramo di attività di interesse generale,
specie per quanto riguarda il caso di fallimento degli enti religiosi/ecclesiastici che svolgono
attività d’impresa. In materia, l’applicazione delle norme di diritto comune è stata ammessa
solo sui beni che sono destinati allo svolgimento delle attività imprenditoriali dell’ente, non
anche su quelli funzionali al compimento delle attività non imprenditoriali dell’ente di “natu-
ra confessionale”. Sul punto cfr. A. FUCCILLO, R. SANTORO, Diritto, religioni, culture, cit.,
pp. 62-63. In argomento si veda anche A.M. LEOZAPPA, Enti ecclesiastici e procedure con-
corsuali, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, in Stato, Chiese e pluralismo confes-
sionale, Rivista telematica, n. 4/2015; G. RIVETTI, Enti ecclesiastici e ammissibilità alle pro-
cedure concorsuali: profili interordinamentali, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale,
Rivista telematica, 2014, p. 32; G. TERRANOVA, Enti ecclesiastici e procedure concorsuali,
in Rivista di diritto commerciale e del diritto generale delle obbligazioni, 112, 2014, pp.
261-311; C.E. VARALDA, Enti ecclesiastici cattolici e procedure concorsuali. La rilevanza
del “patrimonio stabile” nella gestione della crisi, in Stato, Chiese e pluralismo confessio-
nale, Rivista telematica, n. 28/2015; A. CELLI, La prevenzione e la gestione delle criticità.
Le procedure concorsuali, in AA.VV., L’ente ecclesiastico a trent’anni dalla revisione del
Concordato, a cura di P. CLEMENTI, L. SIMONELLI, Milano, 2015.

– 97 –
religione o di culto, realizzandosi per tale via un ampliamento delle ipotesi
di limitazione della responsabilità patrimoniale di cui all’art. 2740, comma 2
cod. civ., in virtù del criterio di meritevolezza dello scopo.
Il ricordato vincolo reale di destinazione impedirebbe, altresì, all’ente di
utilizzare i beni vincolati per un fine diverso da quello per cui sono destinati,
essendo oggettivamente vincolati allo scopo di interesse generale.
Quanto alle modalità tecnico/giuridiche per raggiungere un simile risulta-
to, non sarebbe sufficiente, ad esempio, una mera individuazione contabile
in bilancio (anche tramite il libro inventario) che – seppure consentirebbe di
individuare la parte del patrimonio dell’ente che è stata effettivamente desti-
nata al perseguimento del fine di interesse generale di cui all’art. 5 CTS –
non avrebbe, però, effetti sulla segregazione patrimoniale, perché solo me-
ramente contabile e, quindi, documentale.
Un’ulteriore complicazione è data dal fatto che, specie con riferimento
agli enti cattolici, ogni eventuale soluzione deve, per così dire, essere double
face, ossia tenere conto sia della prospettiva canonistica che della sua tradu-
cibilità giuridica in sede civile.
In altre parole, la corretta soluzione del problema della costituzione di un
patrimonio dedicato allo svolgimento di un ramo di attività di interesse ge-
nerale deve essere giuridicamente spendibile sia in foro canonico sia in foro
civile e ciò in quanto, come è noto, la personalità̀ giuridica riconosciuta dal-
lo Stato agli enti religiosi si aggiunge a quella dell’ordinamento religioso di
provenienza, senza sostituirla o, tanto meno, eliderla.
Ne consegue che, anche nel caso in esame, deve essere tenuta presente la
natura giuridica e la disciplina canonistica dell’ente che nasce all’interno del
diritto della Chiesa cattolica cercando, però, di trovare una soluzione che sia,
al contempo, canonisticamente valida e che possa trovare riconoscimento in
sede civile dove è destinata ad operare.

6.1. – In quest’ottica, una possibile soluzione in foro canonico potrebbe


essere rappresentata dalla pia fondazione fiduciaria non autonoma di cui al
can. 1303, §1, 2° che prevede, tra le sue caratteristiche strutturali, proprio la
perfetta segregazione patrimoniale dei beni destinati allo scopo per il perse-
guimento del quale è stata disposta e a cui il diritto canonico, come vedre-
mo, attribuisce una notevole rilevanza 54.

54
In tal senso anche L. SIMONELLI, L’ente ecclesiastico e la riforma del Terzo settore,
cit., pp. 49 ss. L’A. si è soffermato anche sulla possibilità – comunque contenuta – di acco-
stare l’istituto civilistico del “patrimonio destinato” a quello canonistico della “fondazione non
autonoma”, di cui al can. 1303, il quale consente anch’esso di destinare, “per un ampio spa-

– 98 –
Poiché si tratta di un aspetto essenziale ai fini della possibilità per gli enti
religiosi/ecclesiastici di usufruire dei vantaggi offerti dalla riforma del Terzo
settore, pare opportuno dedicare un approfondimento sia all’istituto canoni-
stico della fondazione fiduciaria, sia alle possibili “traduzioni” civilistiche di
essa, atteso che, come meglio si dirà, il Codice civile non conosce un analo-
go istituto, essendovi disciplinate espressamente solo le associazioni non ri-
conosciute e non anche le fondazioni non autonome/fiduciarie, ossia prive di
personalità giuridica (cfr. art. 14 cod. civ.).
A questo punto, è, pertanto, necessario richiamare quanto previsto dal dirit-
to canonico in materia di pie disposizioni fiduciarie di natura fondazionale.
Il Codex Iuris Canonici del 1983 dedica un’ampia attenzione ed un’arti-
colata disciplina al fenomeno delle pie volontà ed alle pie fondazioni conte-
nuta prevalentemente nel titolo IV del V libro, intitolato: “De piis volontati-
bus in genere et de piis fundationibus” 55.
Il citato titolo del codex, sebbene fornisca la disciplina sostanziale delle
fondazioni, si astiene dal precisare il concetto canonistico di fondazione au-
tonoma. Esso è desumibile, invece, dal can. 115, § 3 secondo cui la fonda-
zione è “Universitas rerum seu fundatio autonoma constat bonis seu rebus,
sive spiritualibus sive materialibus, eamque, ad normam iuris et statutorum,
moderantur sive una vel plures personae physicae sive collegium”. Si tratta,
cioè, di una massa di beni temporali di varia natura vincolati permanente-
mente, nella loro consistenza o redditività, ad un fine proprio della Chiesa
indicato dal disponente.
Nel titolo quarto manca, come detto, una definizione generale di fonda-
zione autonoma, sono, tuttavia, presenti in esso alcune interessanti distinzio-

zio di tempo da determinarsi dal diritto particolare”, dati beni di una persona giuridica pub-
blica al conseguimento di specifiche finalità. Sull’istituto canonistico vedi J.P. SHOUPPE,
Elementi di diritto patrimoniale canonico, Milano, 2008, pp. 108 ss; J. MINAMBRES, Fonda-
zioni pie e figure affini, in Ius ecclesiae, XXI, 2009, in particolare pp. 336 ss.
55
Per un’analisi delle problematiche connesse al V libro del nuovo Codex cfr. V. ROVE-
RA, Il libro V: i beni temporali della Chiesa, in Il nuovo codice di diritto canonico. Studi, a
cura di L. MISTÒ, Torino, 1987, pp. 228 ss.; ID., I beni temporali della Chiesa, in E. CAPPEL-
LINI, La normativa del nuovo codice, Brescia, 1983, pp. 261 ss.; L. DE ECHEVERRÌA, Funda-
ciones piadosas, in AA.VV., El derecho patrimonial canonico en España, Salamanca, 1985,
pp. 99 ss.; M. MORGANTE, L’amministrazione dei beni temporali della Chiesa, Casale Mon-
ferrato, 1993, pp. 166 ss.; V. DE PAOLIS, I beni temporali della Chiesa. Il codice del Vatica-
no II, Bologna, 1995, specialmente pp. 223 ss.; L. CHIAPPETTA, Il codice di diritto canonico.
Commento giuridico pastorale, 3 voll., vol. II, Roma, 1996, pp. 513 ss.; E. FALCHI, Pie vo-
lontà e pie fondazioni, in Digesto disc. pubbl., vol. XI, Torino, 1996, pp. 254 ss.; J.P.
SCHOUPPE, Elementi di diritto patrimoniale canonico, Milano, 1997, specialm. pp. 130 ss.;
AA.VV., Comentario exegético al código de derecho canónico, vol. IV/1, Pamplona, 1997,
pp. 174 ss.; AA.VV., I beni temporali della Chiesa, Città del Vaticano, 1999, pp. 2 ss.

– 99 –
ni tra fondazioni pubbliche e private, collegiali e non collegiali, autonome e
non autonome.
Ai fini della nostra indagine di particolare rilievo è la distinzione tra fon-
dazioni autonome e non autonome operata dal can. 1303. Tale canone con-
trappone due distinte categorie di fondazioni: quelle autonome costituite da
una massa di beni destinati ai fini di cui al can. 114, § 2 ed erette in persona
giuridica dall’autorità ecclesiastica competente; quelle non autonome, cioè
non erette in persona giuridica, composte dai beni temporali, comunque af-
fidati ad una persona giuridica pubblica, con l’onere, diuturnum tempus da
determinarsi dal diritto particolare, della celebrazione di Messe, di altre spe-
cifiche funzioni ecclesiastiche o, delle finalità di cui al can. 114 § 2, in ra-
gione dei redditi annui.
Da quanto detto si evince che la pia fondazione quando è stata eretta in
persona giuridica dalla competente autorità ecclesiastica diviene un soggetto
autonomo, capace di agire unitariamente nel mondo del diritto, la cui confi-
gurazione giuridica non differisce molto dalla nozione di fondazione presen-
te nel diritto statuale art. 14 ss. c.c. 56. Viceversa, nel caso delle pie fonda-
zioni non autonome, siamo in presenza di vere e proprie fondazioni fiducia-
rie 57. Infatti, non si tratta di enti o di persone giuridiche, ma di patrimoni di
destinazione, vale a dire di masse di beni trasferite con un negozio giuridico

56
Così A.M. PUNZI NICOLÒ, voce Enti ecclesiastici I diritto canonico, in Enc. giur., vol.
XII, Roma, 1989. Tuttavia, a tal proposito, è opportuno precisare che secondo l’Istruzione in
materia amministrativa della Conferenza Episcopale Italiana del 1° aprile 1992, n. 119 «Non
sono fondazioni di culto le fondazioni istituite da privati senza alcun intervento dell’autorità
ecclesiastica, cioè le masse di beni che hanno personalità giuridica non come enti ecclesia-
stici civilmente riconosciuti, ai sensi della legge n. 222 del 1985, bensì come fondazioni civi-
li ai sensi dell’art. 14 c.c. dette anche istituzioni private o enti morali o come istituzioni pub-
bliche di assistenza e beneficenza ai sensi della legge 17 luglio 1890, n. 6972. Tali fondazio-
ni non sono persone giuridiche canoniche soggette al vescovo diocesano e i loro beni non
fanno parte del patrimonio ecclesiastico».
57
Sulla concezione della fiducia per la giurisprudenza rotale cfr. una Coram Pecorari, del
15 marzo 1944, in S. Rotae decisiones, decisio XVI, n. 5, vol. XXXV, 1944, pp. 164-165:
«Praeter “fiduciam”, quae verum fidecommissum sit, etiam admissa fuit alia “fiducia” a
fidecommisso aliqua ratione distincta. Quae alia “fiduciae” species est dispositivi, per quam
quis instituitur heres vel legatarius pacto secreto inito ut sit simplex administrator ac depo-
sitarmi hereditatis seu legati, usque a diem a testatare constitutum pro restitutione facienda
vero heredi aut legatario. A fidecommisso in pluribus differì, praecipue: 1) quia fideicom-
missarius est verus heres; fiduciarius, vi declarationis “fiduciae”, est simplex administartor
hereditatis, quam sibi commissa habent; 2) fideicommissarius suos facit fructos... fiduciarius
omnes prorsus fructus restituere tenetur... Hoc plerumque fit ad pias fundationes, vel ad pias
voluntates, a quibus perficiendi testator dum in vivis esset quacumque ex causa fuit prohibi-
tus, post suum obitum constituendas».

– 100 –
non prefissato per legge (quoque modo data) ad un ente ecclesiastico pub-
blico, e gravate dall’onere di destinare le rendite annue alla celebrazione di
Messe o ad altre funzioni di culto per una persona o per quanto di nostro
specifico interesse ai fini dell’iscrizione al RUNTS – per un fine determina-
to. In tali disposizioni la massa patrimoniale non entra a far parte del patri-
monio della persona giuridica pubblica a cui è stata “data”, bensì mantiene
una sua individualità, in considerazione del fine ritenuto dall’autorità eccle-
siastica congruente alla missione della Chiesa.
Conseguentemente, nel diritto canonico le fondazioni posso essere auto-
nome, se riconosciute dall’autorità ecclesiastica competente come persone
giuridiche; o non autonome, se “consistenti in masse patrimoniali affidate ad
una persona giuridica pubblica con l’onere di destinarne i redditi a fini
pii” 58.
Confrontando, sotto il profilo della rilevanza concettuale e pratica, i due
tipi di fondazione previsti dal Codice di diritto canonico, occorre dire che si
assiste ad una prevalenza delle fondazioni non autonome rispetto a quelle
autonome.
Innanzitutto, da una prospettiva storica, osservando i corrispondenti ca-
noni del codice Pio-Benedettino si può notare che, a mente del can. 1544,
erano denominate “fondazioni pie” solo le fondazioni prive di personalità
giuridica che oggi vengono ulteriormente qualificate come non autonome;
mentre le attuali fondazioni autonome cioè quelle erette in persona giuridica
– venivano genericamente definite “istituzioni pie” dal can. 1489 59.
Anche la già citata Istruzione in materia amministrativa della Conferenza

58
Così F. FINOCCHIARO, voce Fondazione di culto, in Enc. giur., vol. XIV, Roma, 1989.
59
Invero, secondo il can. 1544, par. 1, del codice del 1917: «Nomine piarum fundationum
significantur bona temporalia alieni personae morali in Ecclesia quoquo modo data, cum
onere in perpetuum vel in diuturnum tempus ex reditibus annuis aliquas Missas celebrandi,
vel alias praefinitas functionnes ecclesiasticas explendi, aut nonnulla pietatis et caritatis
opera peragendi”; mentre in base al can. 1489, par. 1 «Hospitalia, orphanotrophia aliaque
similia instituta, ad opera religionis vel caritatis sive spiritualis sive temporalis destinata,
possunt ab Ordinario loci erigi et per eius decretum persona iuridica in Ecclesia constitui».
Sul punto cfr. P. VITO, Legati e fondazioni pie nel diritto civile e canonico, in Palestra del
Clero, 1927, pp. 387 ss.; ID., Pie fondazioni, in Palestra del Clero, 1933, pp. 314 ss.; ID.,
Erede fiduciario e vendita dei beni, in Palestra del Clero, 1934, pp. 408 ss.; A. MANCINI,
Capitale di messe fondate erogato alla costruzione di una chiesa, in Palestra del Clero,
1929, pp. 296 ss.; N. FANELLI, Legati e pie fondazioni, in Palestra del Clero, 1933, pp. 340
ss.; V. POLITI, Le fondazioni di culto nel diritto italiano, Palermo, 1943, pp. 2 ss.; V. DEL
GIUDICE, Nozioni di diritto canonico, Milano, 1970, pp. 420 ss.; per una descrizione delle
«fundationes ecclesiasticae» nel periodo anteriore al codex iurs canonici del 1917 cfr. T.
MAURO, voce Fondazioni di culto, in Enc. dir., vol. XVII, 1968, pp. 816 ss.

– 101 –
Episcopale Italiana del 1° settembre 2005 ci aiuta a comprendere l’impor-
tanza che hanno ancora oggi per la Chiesa le fondazioni non autonome (ai
nn. 152-156) 60. Al n. 155 di tale Istruzione si afferma, tra le altre cose, che il
Vescovo deve favorire l’istituzione di pie fondazioni non autonome devolute
alla diocesi o alle parrocchie, piuttosto che l’erezione di fondazioni autono-
me: questo affinché una comunità ecclesiale garantisca nel tempo l’esecu-
zione della pia volontà del fondatore. Tutto questo evidenzia che, anche in
seguito alla modificazione terminologica adottata dal nuovo codice, le fon-
dazioni non autonome continuano a godere di maggiore considerazione da
parte della Chiesa, tanto da essere indicate dalla CEI come preferibili rispet-
to alle fondazioni autonome. E ciò sia in quanto le fondazioni non autonome
sono ritenute più sicure per garantire il rispetto della volontà del fondatore,
sia perché consentono di eliminare l’onere di costituzione di organi propri di
amministrazione usufruendo di quelli già esistenti per un’altra persona giu-
ridica.
Alle ipotesi ora ricordate di pie fondazioni autonome, deve aggiungersi
una terza fattispecie: quella prevista nel can. 1302 del c.i.c.
Si tratta di una disposizione di notevole interesse, in quanto, pur non
dando luogo ad una fondazione in senso stretto, ma ad una generica pia vo-
luntas di tipo fiduciario, rappresenta un mezzo tecnico assai simile alla fon-
dazione non autonoma per destinare dei beni al perseguimento di uno scopo
in modo tendenzialmente perpetuo 61. Il canone 1302 prevede, infatti, l’i-
potesi che un soggetto privato riceva fiduciariamente dei beni per cause pie
sia con atto tra vivi sia con testamento.
Abbiamo, quindi, una disposizione che, pur non rientrando formalmente
nella nozione di fondazione non autonoma, è perfettamente assimilabile ad
essa perché se ne differenzia unicamente per il carattere non pubblico del
soggetto onerato. Infatti, anche se ciò non è espressamente previsto dal ca-
none 1302, il soggetto onerato dalla disposizione dovrà necessariamente es-
sere un privato sia esso persona fisica, ente non personificato o persona giu-
ridica privata in quanto, altrimenti, si cadrebbe nella diversa ipotesi della pia
fondazione non autonoma.
Non sono, invece, riscontrabili significative differenze dal punto di vista

60
Si segnala che la nuova Istruzione in materia amministrativa riprende testualmente
quanto già previsto dalla precedente del 1° aprile 1992, nn. 119-122, ed in specie quanto
sancito al n. 121 sulle fondazioni non autonome.
61
Cfr. J.C. PERISSET, Les biens temporels de l’église. Commentaire des Canons 1254-
1310, in AA.VV., Le nouveau droit ecclésial, Commentaire du Code de Droit Canonique,
Livre V, Fribourg, 1996, pp. 244 ss.

– 102 –
strutturale, in quanto, in entrambi i casi, si è in presenza di una disposizione,
consistente in un’attribuzione di beni inter vivos o mortis causa ad una per-
sona fisica o giuridica in proprietà fiduciaria, beni sui quali viene apposto un
vincolo reale di destinazione al perseguimento dello scopo pio 62. Si viene,
cioè, a determinare una massa patrimoniale autonoma e separata rispetto al
patrimonio proprio dell’ente o del soggetto privato, su cui grava l’obbligo,
non di natura personale ma reale, di destinazione allo scopo determinato dal
disponente.
Vale a dire che in una fondazione non riconosciuta come persona giuridi-
ca il fiduciario, sia esso persona fisica o ente, pur avendo la titolarità formale
dei beni oggetto del lascito, non può in alcun modo disporne se non per il
perseguimento dello scopo stabilito dal fiduciante, avendo egli solo il com-
pito di amministrarli garantendone la stabilità della destinazione.
Ciò posto, sembra concettualmente possibile, nonostante la formale di-
stinzione adottata dal codex, considerare in modo unitario le fattispecie di
cui ai cann. 1302 e 1303 n. 2, trattandosi nella sostanza di un unico fenome-
no giuridico, complessivamente qualificabile come fondazione fiduciaria da
un punto di vista civilistico.
In ogni caso, ciò che emerge con chiarezza, dall’analisi sin qui condotta,
è l’esistenza di un concetto canonistico di fondazione assai vasto e variega-
to. Invero, nel diritto della Chiesa l’idea della fondazione è più ampia di
quella presa in considerazione dal diritto statuale in quanto comprende di-
versi fenomeni, fino a giungere oltre l’estremo confine del concetto civilisti-
co di fondazione, “indicando con tale termine anche le mere masse patrimo-
niali affidate alla gestione di una persona giuridica pubblica ecclesiastica da
privati benefattori” 63.
Rientrano, cioè, nell’idea canonistica di fondazione fattispecie che, come
cercheremo di dimostrare di seguito, ben difficilmente potrebbero essere ri-

62
L’unica differenza sostanziale che pare ravvisabile è quella relativa al carattere non
perpetuo anche se tendenzialmente tale che, ai sensi del can. 1303, par. 2, è proprio delle fon-
dazioni non autonome. Non si riscontra, invece, una norma simile a proposito delle pie volontà
di cui al can. 1302. Sul punto F. FALCHI, Pie volontà e pie fondazioni, in Digesto disc.
pubbl., cit., p. 259; L. CHIAPPETTA, Il codice di diritto canonico. Commento giuridico pasto-
rale, cit., vol. II, p. 573, secondo il quale «i motivi poco consistenti che hanno indotto il Ceto
dei Consultori a stabilire la temporaneità delle fondazioni non autonome» possono fare rite-
nere che «la detta disposizione non abbia valore assoluto, e che il Vescovo diocesano e gli
Ordinari d’Istituti religiosi e di Società di vita apostolica possano in casi particolari autoriz-
zare la costituzione di fondazioni non autonome anche “in perpetuum”...”. In senso opposto
cfr. P.G. MARCUZZI, Le fondazioni pie cann. 1303-1310 CIC, in AA.VV, I beni temporali
della Chiesa, cit., pp. 233 ss.
63
Cfr. F. FINOCCHIARO, voce Fondazione di culto, in Enc. giur., cit., p. 12.

– 103 –
conosciute come tali nel sistema di diritto civile, trattandosi di fondazioni
fiduciarie o – il che è lo stesso - fondazioni non autonome, la cui ammissibi-
lità all’interno del codice civile è ancora oggetto di forti dispute 64.

6.2. – Ciò posto, occorre precisare che nel diritto civile italiano la fonda-
zione testamentaria fiduciaria, che nell’Italia preunitaria costituiva una fatti-
specie molto diffusa, viene oggi comunemente ritenuta non ammissibile in
riferimento al codice civile vigente, perché contraria ad alcuni princìpi impe-
rativi del nostro sistema successorio. Tali princìpi affondano le loro radici
nel Codice civile del 1865, con il quale si è pervenuto in via generale al di-
vieto di costituzione di nuove fondazioni fiduciarie. Questo trova conferma
nell’immediatamente successiva legislazione eversiva dell’asse ecclesiasti-
co, che abolì le fondazioni fiduciarie già esistenti, unitamente ad una serie di
enti a carattere associativo (cfr. D.L. 7 luglio 1866, n. 3036) 65.
Ne consegue, che la nozione codicistica di fondazione dettata dall’art. 14
c.c. è del tutto inadeguata a comprendere il concetto di fondazione fiduciaria
e di fondazione non autonoma individuato nel diritto canonico. Il codice ci-
vile non fornisce, infatti, alcuna definizione di fondazione e non opera nes-
suna classificazione tipologica, limitandosi solo a distinguere le fondazioni
disposte con testamento da quelle costituite tra vivi. Inoltre, esso, coerente-
mente con la ricordata impostazione legislativa di sfavore verso le immobi-
lizzazioni patrimoniali di fatto ritenute inutili ed anzi “pericolose”, pur oc-
cupandosi delle associazioni non riconosciute, non prende in considerazione
la fattispecie delle fondazioni di fatto, quali appunto sono le fondazioni non
autonome e fiduciarie 66.

64
Come ricorda S. BERLINGÒ, Diritto canonico, Torino, 1995, p. 182, «il diritto canoni-
co, a differenza del diritto italiano, conosce non solo gli enti di fatto a substrato personale ma
anche gli enti di fatto a substrato reale (il corsivo è dell’A.)».
65
Invero, prima della promulgazione del codice civile del 1865 vi erano già stati diversi
provvedimenti normativi a carattere regionale – adottati rispettivamente dai Commissari go-
vernativi dell’Umbria (art. 2 del D.R. Comm. Gen. per l’Umbria dell’11 dicembre 1860, n.
205) e delle Marche (art. 2 del D.R. Comm. Gen. per le Marche del 3 gennaio 1861, n. 705) – i
quali prevedevano, con norma identica, la soppressione di tutte “le istituzioni designate col
nome generico di fondazioni s’intende ecclesiastiche o legati pii, patrimoni ecclesiastici e simi-
li...”. A tali provvedimenti si aggiungeva il decreto per le province napoletane del 17 febbraio
1861, n. 251 che all’art. 3 sopprimeva “i benefizi semplici, le cappellanie ecclesiastiche e le
abbazie ... come pure le cappellanie laicali”. Sul punto cfr. A. AMBROSINI, Disposizioni di ul-
tima volontà fiduciarie. Nel diritto civile moderno, cit., pp. 104 ss.; G. Lo CASTRO, Riflessioni sul-
l’individuavano delle fondazioni di culto nel diritto italiano, in Il dir. eccl., 1965,1, pp. 303 ss.
66
Per una recente panoramica su tale tematica si rinvia ad AA.VV., Destinazione di beni
allo scopo. Strumenti attuali e tecniche innovative, Milano, 2003.

– 104 –
Da parte sua la dottrina individua almeno tre tipi di fondazione: le fonda-
zioni autonome 67, le fondazioni non autonome o indirette 68, le fondazioni
fiduciarie 69. Solo queste ultime, ove ne venisse confermata l’ammissibilità,
verrebbero ad integrare i requisiti propri delle fondazioni fiduciarie descritti
dal diritto canonico. Motivo per cui si rende necessario verificare se, in base
al Codice civile, sia consentito all’autonomia privata staccare dal proprio pa-
trimonio una massa di beni senza attribuirla in dotazione ad un nuovo ente
ma trasferirla formalmente ad un altro soggetto, gravandola di un vincolo
reale e perpetuo di destinazione ad uno scopo, in modo che detta massa –
una volta resa autonoma – risulti separata dal patrimonio personale del sog-
getto fiduciario incaricato dell’amministrazione 70.
La prova dell’esistenza della fondazione fiduciaria all’interno del codice

67
In argomento cfr. S. ROMANO, Fondazione e dotazione di persone giuri diche, in Foro
it., 1912, II, pp. 37 ss.; G. ROMANELLI, Il negozio di fondazione nel diritto privato e nel dirit-
to pubblico, I, Natura giuridica, Napoli, 1935, pp. 2 ss.; R. NICOLÒ, Negozio di fondazione –
istituzione d’erede, in Riv. dir. civ., 1941, pp. 300 ss.; D. BARILLARO, Lasciti per enti da
fondare ed art. 600 c.c., in AA.VV., Studi in onore di V. Del Giudice, vol. I, Milano, 1953,
pp. 23 ss.; M.V. DE GIORGI, Le persone giuridiche in generale. Le associazioni e le fonda-
zioni, in Trattato Rescigno, I, 2, Torino, 1982, pp. 256 ss.; A. DE CUPIS, Fondazione costitui-
ta con testamento e successione a causa di morte, in Riv. dir. civ., 1986, pp. 298 ss.
68
Cfr. M. CONDORELLI, Disposizioni modali dirette alla fondazione di enti e controllo
sugli acquisti delle persone giuridiche, in Il dir. eccl., 1961, I, pp. 349 ss.; ID., Destinazione
di patrimoni e soggettività giuridica nel diritto canonico. Contributo allo studio degli enti
non personificati, Milano, 1964, pp. 141 ss. Tra i sostenitori di tale tesi ricordiamo anche G.
MESSINA, Negozi fiduciari, Milano, 1910: ora in Studi Giuridici, I, Milano, 1948, pp. 9 ss.;
S. D’AMELIO, La beneficenza nel diritto italiano, Padova, 1931, pp. 496 ss.; in senso par-
zialmente critico cfr. A.C. JEMOLO, Lezioni di diritto ecclesiastico, Milano, 1963, p. 331;
inoltre Cons. Stato, 25 giugno 1948, in Rass. dir. pubbl., 1949, II, pp. 702 ss.
69
Sostiene decisamente l’ammissibilità delle fondazioni non riconosciute in genere ed in
specie di quelle fiduciarie E GALGANO, Delle associazioni non riconosciute delle fondazioni
e dei comitati, Bologna, 1967, pp. 370 ss.; ID., Per un’ipotesi sulla natura giuridica dei co-
mitati, in Jus, 1958, pp. 58 ss.; ID., Sull’ammissibilità d’una fondazione non riconosciuta, in
Riv. dir. civ., 1963, II, pp. 172 ss.; ID., Il negozio giuridico, Milano, 1988, pp. 535 ss.; inoltre
E. MOSCATI, Associazioni e fondazioni finalità fiduciarie e loro rilevanza, in Nuova Giur.
civ. comm., 1995,1, pp. 25 ss.; A, ZOPPINI, Le fondazioni. Dalla tipicità alle tipologie, Napo-
li, 1995, pp. 289 ss.
70
Invero, come ricorda M.V. DE GIORGI, Fondamenti di diritto degli enti “non profit”,
Milano, 1968, p. 146 il tentativo di “fondare la positiva risposta all’ammissibilità di una fon-
dazione non riconosciuta semplicemente sul potere dell’autonomia privata, invocando il
principio di atipicità con l’unico limite della meritevolezza degli interessi di cui all’art. 1322,
2° comma, c.c., anche per i negozi costitutivi degli enti del primo libro... trascura però i limi-
ti posti dall’ordinamento, che per ora consente di disporre un assetto patrimoniale e un si-
stema di interessi omogeneo a quello che si realizza attraverso la fondazione solo per mezzo
di schemi tipici”.

– 105 –
civile sarebbe desumibile dal disposto dell’art. 32 c.c. secondo cui nel caso
di trasformazione o di scioglimento di un ente, al quale sono stati donati o
lasciati beni con destinazione a scopo diverso da quello suo proprio, l’au-
torità governativa devolve tali beni, mantenendo lo stesso onere, ad altre
persone giuridiche che hanno fini analoghi. Così facendo il codice civile
verrebbe a tutelare la destinazione di determinati beni ad un fine a prescin-
dere dalla personificazione degli stessi in un soggetto di diritto autonomo e
dalla titolarità di qualsivoglia ente sugli stessi. Ci troveremmo, quindi, in
presenza di “una sorta di patrimonio separato cui inerisce un vincolo reale di
destinazione”, vale a dire in presenza di una fondazione fiduciaria 71.
Più precisamente, dal momento che tale fattispecie non comporterebbe il
sorgere, per impulso del disponente, di un nuovo soggetto di diritto distinto
dagli altri che gestisca autonomamente il patrimonio affidategli, si trattereb-
be di una fondazione fiduciaria non personificata e pertanto detta “dipenden-
te”, che, per le sue caratteristiche strutturali, viene a corrispondere a quella
descritta dal codice di diritto canonico, la quale, pertanto, risulterebbe am-
messa 72.
Tuttavia, questa conclusione non sembra del tutto persuasiva. Anzitutto
perché, come abbiamo detto, nel Libro Primo del Codice civile manca una
norma specifica sulle fondazioni non riconosciute. Inoltre, perché il ricorda-
to meccanismo operativo di cui all’art. 32 c.c., a ben vedere, non serve a su-
perare l’ostacolo posto dall’assenza di una norma specifica. Infatti, se è vero
che l’attribuzione di un patrimonio cum onere ad un ente giuridico comporta
la possibilità della sua perpetua attuazione, è pur vero che, in caso di risolu-
zione della disposizione per inadempimento da parte dell’ente onerato, chi
acquista i beni in dipendenza della risoluzione fruisce il più delle volte del
disposto dell’art. 676, 2° comma, c.c., che sancisce l’intrasferibilità degli
obblighi di carattere personale e quindi dell’onere stesso. Occorre, cioè, te-
nere presente che gli obblighi imposti all’ente originariamente designato,
quando non sono delle vere e proprie prestazioni oggettivamente infungibili,

71
Sul punto cfr. V. DURANTE, voce Patrimonio dir. civ., in Enc. giur., vol. XXII, Roma,
1990, che ricorda come l’art. 32 c.c., sottraendo i beni con destinazione particolare
all’applicazione delle clausole dell’atto costitutivo o dello statuto circa la devoluzione del
patrimonio residuo dell’ente, darebbe luogo ad “una proprietà diversa da quella di diritto
comune, dal momento che l’ente ‘proprietario’ non può servirsi di questi beni se non per rea-
lizzare lo scopo al quale sono, immutabilmente, destinati e che non può disporne per l’epoca
in cui avrà cessato di esistere”. Nello stesso senso cfr. R. RASCIO, Destinazioni di beni senza
personalità giuridica, Napoli, 1971, pp. 52 ss.
72
Come ricorda F. FERRARA, Teoria delle persone giuridiche, Napoli-Torino, 1915, pp.
665 ss., qui “non c’è un ente, ma una disposizione a favore di un altro ente”.

– 106 –
si specificano in attività che solo una persona giuridica munita di determina-
te strutture ed attitudine organizzativa può compiere, vanificandosi in tal
modo la presunta perpetuità della destinazione dei beni allo scopo voluto dal
testatore e quindi il preteso vincolo reale sui medesimi 73.
Ancora, va sottolineato che l’art. 32 c.c. considera esclusivamente l’ipo-
tesi residuale di trasformazione o scioglimento dell’ente, e che non si trova
nel codice alcuna norma che vieti all’ente di vendere i beni oggetto della
fondazione “fiduciaria” o, ancora, che sottragga tali beni dall’azione esecu-
tiva dei creditori dello stesso, non essendovi alcuna separazione di responsa-
bilità, con il risultato di lasciar fuori l’essenza stessa della fattispecie consi-
derata e cioè la duratura destinazione dei beni allo scopo non soltanto nel
momento patologico ed eventuale dello scioglimento, ma anche e soprattutto
in quello fisiologico 74.
Per non dire che, qualora si ritenesse consentito all’autonomia privata di isti-
tuire fondazioni fiduciarie, “il sistema conoscerebbe una grave contraddizione
coi limiti posti alla sostituzione negli atti di ultima volontà e nelle donazioni
artt. 688 ss. e 795 c.c. e in particolare con le norme relative alla sostituzione fe-
decommissaria art. 692 c.c. e all’usufrutto successivo art. 698 c.c.” 75.
Già da questi rilievi, pur soltanto accennati, emerge con chiarezza che
non ci troviamo in presenza della fondazione fiduciaria che ci interessa, ma
di una “comune” disposizione modale. Infatti, siamo di fronte ad un’attribu-
zione di beni ad una persona giuridica con l’onere di perseguire uno scopo,
con l’essenziale differenza rispetto al meccanismo operativo della vera fon-
dazione fiduciaria che “il soggetto ricevente ha solo l’obbligo personale
dell’adempimento dell’onere”, senza che vi sia un vincolo reale sui beni 76.

73
Sul punto cfr. C. GANGI, La successione testamentaria nel vigente diritto italiano, Mi-
lano, 1964, p. 461, che sottolinea come la successione negli obblighi non è prevista non solo
per quegli obblighi che sono oggettivamente di carattere personale, ma anche per quelli che
“furono considerati personali dal testatore”.
74
In tal senso cfr. C.M. BIANCA, Diritto civile, vol. I, La norma giuridica. I soggetti, Mi-
lano, 1990, p. 235, per il quale «questa separazione di responsabilità non risulta dalla legge,
e deve quindi escludersi perché in contrasto col generale principio secondo il quale il debito-
re risponde dei debiti con tutto il suo patrimonio presente e futuro 2740 c.c.. Comunque, an-
che ammettendo un’eccezionale ipotesi di separazione di responsabilità, ciò non varrebbe a
far ravvisare nella gestione di beni con scopo particolare un ente a sé stante, autonomo cen-
tro di imputazioni giuridiche». Ritiene, invece, che vi sia una separazione di responsabilità
R. RASCIO, Destinazione di patrimoni senza personalità giuridica, cit., pp. 52 ss.
75
Così P. RESCIGNO, voce Fondazione dir. civ., in Enc. dir., vol. XVII, Milano, 1968, pp.
805 ss.
76
Neppure possono essere tratti argomenti a favore dell’ammissibilità delle fondazioni
fiduciarie dall’art. 699 c.c. che ammette la validità di una disposizione testamentaria avente

– 107 –
Ciò posto, appare chiaro che, alla luce dell’attuale sistema codicistico, re-
sta preclusa la via della fondazione fiduciaria, per cui chi intende destinare
in modo tendenzialmente stabile dei beni al perseguimento di un determina-
to scopo può soltanto optare tra due soluzioni: costituire una fondazione au-
tonoma ex art. 14 c.c.; effettuare una disposizione modale a favore di una
persona sia fisica che giuridica, con l’onere personale e non reale di destina-
re i beni o le relative rendite al perseguimento dello scopo indicato dallo
stesso disponente.
Posto che l’ipotesi della disposizione modale e quella della fondazione
autonoma non consentono al disponente di raggiungere esattamente i fini
che si propone di realizzare con la fondazione fiduciaria, rimane da verifica-
re l’ipotesi in cui un privato disponga di una massa di beni con l’intenzione
di imprimere su di essi un vincolo perpetuo di destinazione ad un dato scopo
pio, senza però creare un nuovo ente di natura fondazionale, bensì affidan-
dola ad un fiduciario.
Per il diritto canonico è sufficiente stabilire sulla base della natura pub-
blica o privata del soggetto fiduciario se debba trovare applicazione il can.
1302 o il 1303 n. 2. Assai più complessa si presenta la situazione civilistica.
In realtà, per configurare iure civili in modo giuridicamente corretto una
disposizione pia di natura fondazionale – conformemente a quella delineata
dai cann. 1302 e 1303 n. 2 – è necessario ricorrere anche nell’ordinamento
civile all’omologo naturale, ossia ricuperare la nozione di fondazione fidu-
ciaria e renderla nuovamente praticabile.
Basti tenere presente che, sotto il profilo strutturale, la fondazione fidu-
ciaria importa un vincolo reale di destinazione sui beni oggetto della dispo-
sizione per cui questi, anche se nominalmente sono di proprietà del fiducia-
rio, in realtà formano un’autonoma massa patrimoniale distinta non solo dal
patrimonio generale del fiduciario, ma anche da eventuali altre analoghe
masse patrimoniali da esso gestite, in quanto l’obbligazione di destinazione

per oggetto l’erogazione periodica, in perpetuo o a tempo, di somme determinate per premi
di nuzialità, opere di assistenza o per altri fini di pubblica utilità, a favore di persone da sce-
gliersi entro una determinata categoria o tra i discendenti di determinate famiglie. Neanche
in tale ipotesi ci troviamo di fronte ad una fondazione fiduciaria come appare chiaramente
desumibile «dall’esplicito riferimento all’erogazione... di somme determinate» da cui risulta
che «la prestazione non ha carattere reale ma obbligatorio», a differenza della fondazione
fiduciaria caratterizzata dalla realità della prestazione a carico del soggetto onerato. Così G.
CARAMAZZA, Delle successioni testamentarie, in Commentario teorico-pratico al codice ci-
vile, vol. II, Novara, 1982, p. 552. Inoltre, G. GIANNATTASIO, Delle successioni. Successioni
testamentarie, in Commentario al codice civile, libro II, Torino, 1978, pp. 384 ss. In argo-
mento cfr. Cass., 13 aprile 1954, n. 1171, in Giust. civ., 1954, I, pp. 878 ss.; App. Roma, 16
ottobre 1950, in Foro pad., 1951, I, pp. 168 ss.

– 108 –
allo scopo è inerente ai beni stessi qualificandosi come in rem scripta o, me-
glio, ob rem, evitando di essere esposti ad azioni dei creditori del soggetto
onerato ex art. 2740 77.
Per non dire che l’onerato potrebbe disporre liberamente dei beni ricevuti
sub modo. Infatti, dal principio generale di cui all’art. 1579 c.c. 78, discende
che nessuno può imporre la condizione d’inalienabilità inter vivos e/o mortis
causa sui beni attribuiti poiché, così facendo, verrebbe a limitare la libera
circolazione dei beni, incorrendo nel divieto stabilito dal codice a pena di
nullità 79.
La situazione dianzi esposta, che vede l’impossibilità di costituire nell’or-
dinamento italiano fondazioni fiduciarie del tipo di quelle previste dal codi-
ce di diritto canonico, fa esclusivo riferimento a quanto previsto dall’im-
pianto originario del codice civile del 1942 80.
Tuttavia, occorre tenere presente che nel nostro diritto si è verificata nel
tempo un’imprevedibile dilatazione della materia relativa agli enti che trova

77
In argomento cfr. L. BARBIERA, Responsabilità patrimoniale. Disposizioni generali
(artt. 2740-2744), in Il Codice civile. Commentario, fondato da P. SCHLESINGER e diretto da
F.D. BUSNELLI, seconda edizione, Milano, 2010, pp. 6 ss.
78
In tal senso cfr. Cass., 10 luglio 1979, n. 3969, in Riv. not., 1979, II, pp. 1235 ss. In
dottrina cfr. G. ROCCA, Il divieto testamentario di alienazione, in Riv. trim. dir. e proc. civ.,
1982, pp. 474 ss.; C.M. BIANCA, Diritto civile, vol. II, La famiglia le successioni, Milano,
1989, p. 620; ID., Vincoli di destinazione e patrimoni separati, Padova,1996.
79
Sul punto cfr. F. FERRARA SR., Le persone giuridiche, Torino, 1956, p. 663, secondo
cui la fondazione fiduciaria non è realizzabile nel diritto italiano, che «non ammette la libera
imposizione di oneri reali sulla proprietà fondiaria», Nello stesso senso cfr. N. COVIELLO,
Manuale di diritto civile, Milano, 1924, p. 370, il quale dopo aver ricordato che «il fondatore
con la sua volontà non può imprimere al patrimonio i caratteri di autonomia, cioè di indipen-
denza da un determinato soggetto, e di perpetua destinazione allo scopo», conclude affer-
mando: «in ogni caso il patrimonio non sarà inalienabile; tutt’al più il vincolo d’inaliena-
bilità può imporsi dal fondatore solo per un certo tempo, non già in perpetuo, e anche se im-
posto per un certo tempo, avrà efficacia personale, non già reale...».
80
Come si è già avuto modo di accennare, nell’impianto codicistico del 1942 il concetto
di “fondazione fiduciaria di culto” si riferisce all’ipotesi in cui un disponente intenda desti-
nare cespiti patrimoniali per il perseguimento di un qualsivoglia scopo pio, senza creare a tal
uopo un nuovo ente di natura fondazionale, bensì affidando i beni ad un fiduciario sia esso
persona fisica o giuridica, con l’obbligo di carattere reale vincolare i beni e di destinare le
relative rendite allo scopo prefissato. L’elemento essenziale della fondazione fiduciaria è co-
stituito dal carattere reale e non personale dell’obbligo che grava sul fiduciario. In conse-
guenza di ciò, sui beni approntati allo scopo dal disponente viene impresso un vincolo reale
di destinazione; vincolo che li rende autonomi e separati dal patrimonio personale del sog-
getto fiduciario. Con la duplice conseguenza che il fiduciario non potrà disporre se non nei
limiti stabiliti dal disponente e che i suoi creditori personali non potranno aggredire tali beni
per soddisfare le proprie ragioni.

– 109 –
riferimenti normativi persino all’esterno dell’ordinamento nazionale, per via
dei richiami internazional-privatistici 81.
In altri termini, seppure non vi è stata una riforma strutturale che, in ma-
niera chiara e organica, abbia introdotto nel codice civile il concetto di de-
stinazione fiduciaria a carattere reale e permanente di beni in vista di un dato
scopo, vi sono stati, però, alcuni interventi legislativi che, per quanto episo-
dici, sono, però, sufficienti per ritenere ammissibili nel diritto italiano le pie
fondazioni fiduciarie.
In effetti, guardando all’attuale configurazione dell’ordinamento civile al
cui interno è difficile ricostruire una categoria unitaria di “patrimonio sepa-
rato” nell’ambito dei fenomeni di destinazione patrimoniale – sembra possi-
bile individuare tre possibili soluzioni per consentire alle pie fondazioni fi-
duciarie canonistiche di operare nel sistema giuridico statale e, dunque,
iscriversi nel RUNTS 82.
Una prima soluzione potrebbe essere quella di utilizzare – come del resto
espressamente previsto dall’articolo 10 del CTS – il meccanismo del patri-
monio destinato ad uno specifico affare, di cui agli artt. 2447 bis e ss. del
Codice civile. Tuttavia, quest’ultimo – seppure offre il vantaggio della se-
gregazione patrimoniale che non è presente nel metodo dell’inventario di bi-
lancio dianzi esaminato – presenta, però, un significativo limite applicativo
che potrebbe, nella pratica, vanificare o, almeno, rendere poco utilizzabile il
ricorso a tale istituto.
Invero, l’art. 2447 bis pone un rilevante vincolo di carattere quantitativo
– dovuto all’esigenza di non vanificare l’obbligo della riserva di legge posta
a tutela dei creditori dall’art. 2740, comma 2 – all’uso del patrimonio desti-
nato ad uno specifico affare, costituito dal fatto che, a norma del predetto ar-
ticolo, “salvo quanto disposto in leggi speciali, i patrimoni destinati … non
possono essere costituiti per un valore complessivamente superiore al dieci

81
Cfr. legge 16 ottobre 1989, n. 364 entrata in vigore il 1° gennaio 1992, esecutiva della Con-
venzione dell’Aja dell’l luglio 1985 sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento.
82
Come ricorda R. QUADRI, La destinazione patrimoniale. Profili normativi e autonomia
privata, Napoli, 2004, pp. 299-300, “può verificarsi tanto l’ipotesi in cui la vicenda destina-
toria comporti la scissione soggettiva del soggetto destinante soggetto titolare-gestore della
massa destinata, quanto quello cui detta cessione risulti insussistente ed il soggetto destinan-
te finisca col coincidere con il soggetto titolare-gestore della massa destinata. La duplice
eventualità ora prospettata sembra evocare la distinzione in materia di negozio fiduciario tra
fiducia cosiddetta statica e fiducia cosiddetta dinamica. Nella fiducia cosiddetta statica an-
drebbero ricomprese le ipotesi nelle quali l’assunzione dell’obbligazione fiduciaria non sia
accompagnata dal trasferimento del diritto, in quanto già rientrante nella sfera giuridica del
fiduciario; nella fiducia cosiddetta dinamica, invece, l’obbligazione fiduciaria sarebbe prece-
duta dal trasferimento di un diritto in capo al fiduciario”.

– 110 –
per cento del patrimonio netto della società” 83. Si tratta di un limite che è
stato molto criticato in dottrina e che, nella prassi applicativa, è stata una
delle cause dell’insuccesso di questo istituto 84.
Ne consegue che, non essendo stata prevista alcuna specifica deroga da
parte del citato articolo 10 del CTS, non si potrebbe destinare al persegui-
mento dell’attività di interesse generale più di uno scarno dieci per cento del
patrimonio dell’ente religioso che potrebbe, dunque, risultare incapiente per
il perseguimento e la realizzazione del fine suddetto 85. L’incoerenza di tale
previsione normativa si coglie meglio ove si consideri che il suddetto limite
dimensionale è stato posto con riferimento alle società commerciali al fine di
evitare condotte fraudolente e garantire i creditori generali della società.

83
In argomento cfr. A. L. NIUTTA, I patrimoni e finanziamenti destinati, Milano, 2006,
pp. 9 ss.; F. FIMMANÒ, Patrimoni destinati e tutela dei creditori nella società per azioni, Mi-
lano, 2008, pp. 35 ss.; R. SANTAGATA, Dei patrimoni destinati ad uno specifico affare (artt.
2447bis-2447decies), in Il Codice civile. Commentario, fondato da P. SCHLESINGER e diretto
da F.D. BUSNELLI, Milano, 2014, pp. 19 ss.
84
Cfr. M. LAMANDINI, I patrimoni destinati nell’esperienza societaria. Prime note sul
d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, in Riv. Soc., 2003, 495, il quale qualifica il patrimonio di cui
alla lettera a dell’art. 2447 bis come patrimonio operativo e quello di cui alla lett. b come
patrimonio finanziario. Lo stesso autore sottolinea inoltre la differenza di queste fattispecie
rispetto alle azioni correlate ad uno specifico affare di cui all’art. 2350, 2° c. Per una defini-
zione generale di patrimoni separati, cfr. P. IAMICELLI, Unità e separazione dei patrimoni,
Padova, 2003, p. 18, secondo la quale per patrimoni separati si intendono quei patrimoni che,
pur includendo soltanto una parte delle situazioni giuridiche imputabili ad uno stesso sogget-
to, o a più soggetti (in caso di patrimoni autonomi) sono trattati dall’ordinamento alla stregua
di patrimoni distinti dalla massa o dalle masse originarie.
85
In senso contrario P. FLORIS, Enti religiosi e riforma del Terzo settore: verso nuove
partizioni nella disciplina degli enti religiosi, cit., pp. 1-22, secondo cui: “c’è una previsione
nuova: riguarda l’obbligo di costituire un patrimonio destinato al ramo ETS o a quello di im-
presa sociale. Essa evoca un preciso istituto civilistico.. che rende apprezzabile la nuova pre-
visione sul patrimonio destinato.. che viene in mente appena si consideri l’omonimo istituto
civilistico, o meglio le regole che riguardano la costituzione di patrimoni destinati, i quali
sono ammessi solo entro precise, e ristrette, percentuali rispetto alla totalità del patrimonio
dell’ente (art. 2447 bis, secondo comma). Si può riconoscere che tali regole si adattano mol-
to bene agli enti confessionali civilmente riconosciuti, o meglio alla loro identità giuridica
civile, basata sugli equilibri prima ricordati tra attività proprie e attività altre. Tali equilibri
vengono a essere non solo rispettati, ma per così dire consolidati e/o stabilizzati, comunque
rafforzati dalla previsione in esame; la quale finisce per costituire, a sua volta, un vincolo per
l’ente a conservare inalterata la proporzione tra attività proprie e diverse, su cui si regge
l’identità giuridica civile del medesimo ente. Sotto tale profilo si potrebbe anche dire che la
nuova previsione svolge una funzione servente rispetto a regole e vincoli sanciti a livello
pattizio, in particolare rispetto alle norme che si occupano dei mutamenti sostanziali nella
vita e configurazione dell’ente, collegando a essi precise conseguenze (revoca del ricono-
scimento civile dell’ente, soppressione in ambito confessionale)” (pp. 18-20).

– 111 –
Vale la pena evidenziare anche l’importanza dell’esplicito richiamo fatto
dall’articolo 10 CTS all’art. 2447 bis cod. civ. in assenza del quale si sarebbe
incorsi in un grave ostacolo all’utilizzo dell’istituto in parola, in base a quanto
contenuto nell’ultima parte dello stesso articolo, dove si legge che i patrimoni
destinati ad uno specifico affare “non possono comunque essere costituiti per
l’esercizio di affari attinenti ad attività riservate in base alle leggi speciali”.
Quest’ultima previsione normativa – che pone un divieto di carattere generale –
è stata dettata dal legislatore per evitare che una società, attraverso la costituzio-
ne di patrimoni destinati, possa sfuggire al sistema delle autorizzazioni ammini-
strative per attività riservate (si pensi, ad esempio, all’attività bancaria).
Sennonché, mutatis mutandis – posto che anche le attività di interesse gene-
rale che possono essere svolte dagli enti del Terzo settore mediante l’iscrizione
al RUNTS sono soggette a specifica autorizzazione – in assenza del citato
espresso richiamo, che sembra avere un carattere quasi derogatorio dell’ultimo
comma dell’articolo in esame, ci si sarebbe trovati di fronte argomento tran-
chant per escludere l’utilizzo dello strumento di cui all’art. 2447 bis cod. civ.
Nonostante le ricordate difficoltà, non sembra che ci si debba scoraggiare
e credere di essersi imbattuti nella proverbiale crux interpretorum, circa la
possibilità per gli enti religiosi/ecclesiastici, specie cattolici, di dare attua-
zione e rispettare la cogente richiesta dell’art. 4 del CTS.
In realtà, tenuto conto del fatto che l’art. 10 del CTS si esprime in termini
meramente possibilistici – e non certamente imperativi – circa lo strumento
giuridico da utilizzare per destinare un patrimonio allo svolgimento dell’at-
tività di interesse generale di cui all’art. 5 dello stesso CTS, riteniamo che
sia rimesso al generale principio dell’autonomia negoziale delle parti di cui
all’art. 1322 cod. civ. la possibilità di individuare altri e diversi strumenti
giuridici per adempiere alle prescrizioni imposte della riforma del Terzo set-
tore per iscriversi al RUNTS.
In tal senso, riteniamo che vi possano essere, in teoria, altre due distinte
soluzioni rinvenibili nel diritto civile che, pur essendo giuridicamente affini
e, in qualche modo, legate tra di loro, potrebbero essere potenzialmente utili
al fine di risolvere il suddetto nodo gordiano interpretativo e applicativo po-
sto dal CTS:
1) la possibilità di trascrivere atti di destinazione per la realizzazione di
interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche
amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche, prevista dall’art. 2645 ter
c.c. (introdotto dall’art. 39 novies della legge 23 febbraio 2006) 86;

86
In argomento cfr. AA.VV., La trascrizione dell’atto negoziale di destinazione. L’art.
2645ter del codice civile, a cura di M. BIANCA, Milano, 2007.

– 112 –
2) l’istituto di origine anglosassone del Trust, introdotto in Italia con la
legge 16 ottobre 1989, n. 364 di ratifica ed esecuzione della convenzione
sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento, adottata a L’Aja il
1° luglio 1985.
Cercheremo di seguito di esaminare partitamente le due soluzioni propo-
ste per verificarne l’effettiva applicabilità alla materia della destinazione di
un patrimonio da parte di un ente canonico per il perseguimento di uno sco-
po di interesse generale, così come richiesto dall’art. 4, comma 3 del CTS.
Si tratterà, cioè, di accertare se una o entrambe siano in grado tanto di tra-
durre civilisticamente l’istituto della pia fondazione non autonoma che ab-
biamo visto essere la soluzione ideale da un punto di vista canonistico per
destinare un patrimonio ad uno scopo, quanto di risultare strutturalmente
compatibili con i rigidi parametri normativi imposti dal CTS.

6.3. – Venendo a trattare della prima soluzione prospettata, ossia la pos-


sibilità di trascrivere atti di destinazione per la realizzazione di interessi me-
ritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministra-
zioni, o ad altri enti o persone fisiche, l’articolo 2645ter cod. civ. dispone
che: “gli atti in forma pubblica con cui beni immobili o beni mobili iscritti in
pubblici registri sono destinati, per un periodo non superiore a novanta an-
ni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizza-
zione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a
pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche ai sensi dell’ar-
ticolo 1322, secondo comma, possono essere trascritti al fine di rendere op-
ponibile ai terzi il vincolo di destinazione”.
Ancora, dal punto di vista degli effetti giuridici, la suddetta norma stabili-
sce la perfetta segregazione del patrimonio oggetto di trascrizione, sancendo
che: “i beni conferiti e i loro frutti possono essere impiegati solo per la rea-
lizzazione del fine di destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione,
salvo quanto previsto dall’articolo 2915, primo comma, solo per debiti con-
tratti per tale scopo”.
La struttura dell’atto di destinazione, può essere sia unilaterale che bilate-
rale. Quest’ultima si ha in caso di destinazione cosiddetta dinamica, cioè con
trasferimento del bene al gestore del patrimonio separato, per cui è l’effetto
traslativo ad imporre la bilateralità dell’atto; mentre, in caso di destinazione
c.d. statica, l’assenza di effetto traslativo renderebbe sufficiente la struttura
unilaterale dell’atto 87.

87
La realizzazione della destinazione, sia che si attui attraverso la gestione dinamica, sia

– 113 –
Vi sono, dunque, due distinte ipotesi: A) prescindere da ogni vicenda cir-
colatoria e, quindi, esaurirsi nell’imposizione del vincolo, rimanendo ferma
la titolarità dei beni vincolati in capo al costituente (fattispecie analoga alla
destinazione di un patrimonio ad uno specifico affare e, nel fondo patrimo-
niale, al vincolo imposto dai coniugi già proprietari del bene); B) oppure in-
serirsi in una vicenda circolatoria e accompagnarsi al trasferimento del bene
oggetto di vincolo ad un terzo attuatore del medesimo con la conseguente
necessità, in tale ultima ipotesi, di curare la trascrizione di entrambi muta-
menti giuridici, il trasferimento ex articolo 2643 con gli effetti di cui all’art.
2644 e la costituzione del vincolo ex art. 2645 ter, con gli effetti ad esso
propri 88.
Il legislatore ha scelto di disciplinare gli atti negoziali di destinazione so-
lo con la previsione della trascrivibilità del relativo vincolo: attraverso una
norma sulla pubblicità si è, in tal modo, indirettamente introdotta anche una
norma sulla fattispecie la cui individuazione risulta però incompleta sotto
diversi profili.

che si consegua attraverso un mero vincolo di destinazione d’uso del bene, richiede sempre
un gestore e questo, di norma, si suppone sia il beneficiario, salvo che il conferente si sia ri-
servato la gestione. Il conferente, però, oltre che affidare al beneficiario la gestione o riservar-
sela, potrebbe anche affidarla ad un terzo c.d. attuatore, in tal caso si sarebbe in presenza di un
autonomo contratto di gestione stipulato con il terzo che si risolverebbe in un contratto di man-
dato parallelo al contratto destinazione. Così F. GAZZONI, La trascrizione degli atti e delle sen-
tenze, in E. GABRIELLI, F. GAZZONI, Trattato della trascrizione, t. 2, Torino, 2012, p. 203.
88
Secondo parte della giurisprudenza “la portata applicativa della norma dev’essere in-
terpretata in senso restrittivo e, quindi, limitata alle sole ipotesi destinazione traslativa per
cui sarebbe inammissibile l’autodestinazione unilaterale. In altri termini, in un sistema carat-
terizzato dal principio della responsabilità patrimoniale illimitata e dal carattere eccezionale
delle fattispecie limitative di tale responsabilità non sarebbe possibile ipotizzare un negozio
di destinazione “puro”, anche detto di auto-destinazione unilaterale, con la conseguenza che
l’effetto destinatorio può solo ricondursi ad un atto avente effetti traslativi” (così Tribunale
di Santa Maria Capua Vetere ordinanza del 28 novembre 2013, in Nuova Giurisprudnza Ci-
vile Commentata, 2014, 1, pp. 718 ss.). Nello stesso senso cfr. anche Tribunale di Reggio
Emilia decreto del 10 marzo 2015, in Famiglia e diritto, 2015, pp. 902 ss. in cui si legge che
“in assenza di pronunce della Suprema corte sul punto, la prevalente giurisprudenza di meri-
to ha ritenuto che l’art. 2645 ter codice civile non riconosce la possibilità dell’autodestina-
zione unilaterale di un bene già di proprietà della parte tramite un negozio destinatorio puro.
Diversamente opinando, infatti, verrebbe scardinato dalle fondamenta il sistema fondato sul
principio, codificato all’articolo 2740 codice civile, della responsabilità illimitata e del carat-
tere eccezionale delle fattispecie limitative della responsabilità, atteso che, in forza della
semplice volontà del debitore, una porzione o persino la totalità del suo patrimonio sarebbe-
ro sottratti alla garanzia dei propri creditori. Pertanto, la portata applicativa della norma, de-
ve intendersi sugli effetti non sugli atti, ed essere interpretata in senso restrittivo e quindi li-
mitata alle sole ipotesi di destinazione traslativa collegata ad altra fattispecie negoziale tipica
o atipica dotata di autonoma causa”.

– 114 –
Benché non si tratti propriamente di una norma di fattispecie – non es-
sendo completa l’indicazione degli elementi identificativi del fatto giuridico
e la sua disciplina – parte della dottrina afferma la natura sostanziale di detta
norma che viene ad introdurre la categoria giuridica dell’atto di destinazione
negoziale 89. Infatti, la norma regola espressamente anche aspetti sostanziali
quali la durata del vincolo, la meritevolezza dell’interesse e l’azione del be-
neficiario; significativamente in dottrina si è parlato di norma dalla “doppia
anima” 90.
La novità dell’articolo 2645 ter risiede non solo e non tanto nella previ-
sione di un vincolo di destinazione opponibile terzi, quanto nell’effetto di
tipo segregativo di cui all’ultima parte della norma in commento e, quindi,
nell’ampliamento delle ipotesi di limitazione della responsabilità patrimo-
niale di cui all’articolo 2740, comma 2, ipotesi individuate dalla norma in
commento con riferimento ad interessi selezionati sono in base all’ampio e
generico criterio della meritevolezza, non essendo previsto nemmeno un li-
mite quantitativo (il dieci per cento) analogamente a quanto dispone l’art.
2447 bis, comma 2, con il rischio della vanificazione della riserva di legge
posta a tutela dei creditori 91. Tale ultima considerazione permetterebbe di
superare, dunque, il problema, sopra rilevato, del limite di legge al patrimo-
nio destinabile allo scopo di interesse generale, rendendo apparentemente
preferibile il patrimonio di destinazione di cui all’art. 2645 ter rispetto alla
previsione dell’art. 2447-bis, potendosi separare e segregare anche parti co-
spicue del patrimonio dell’ente.
Tuttavia, vi sono altri aspetti che – al di là delle apparenze che sembre-
rebbero deporre, invece, per una piena applicabilità dell’istituto in esame –
rendono inapplicabile il negozio di destinazione alla creazione del “patrimo-
nio destinato” richiesto dal CTS agli enti religiosi civilmente riconosciuti.
Innanzitutto, proprio con riferimento all’effetto segregativo, occorre se-
gnalare che si è in presenza di una segregazione c.d. unilaterale e ciò diver-

89
Così M. BIANCA, M. D’ERRICO, C. PRIORE, L’atto notarile di destinazione. L’art. 2645
ter del codice civile, Milano, 2006, pp. 8 ss.
90
In tal senso A. DI MAJO, Il vincolo di destinazione tra atto ed effetto, in AA.VV., La
trascrizione dell’atto negoziale di destinazione. L’art. 2645ter del codice civile, Milano,
2007, p. 111.
91
Invero, prima dell’introduzione dell’articolo in esame la legittimità di vincoli di desti-
nazione di beni ad uno scopo creati dall’autonomia privata ed opponibile terzi era fortemente
discussa non solo sotto il profilo del possibile contrasto con il principio del numerus clausus
degli effetti reali, ma anche sotto il profilo del contrasto con la riserva di legge di cui al se-
condo comma dell’articolo 2740 codice civile. In argomento R. QUADRI, La destinazione
patrimoniale. Profili normativi e autonomia privata, cit., pp. 14 ss.

– 115 –
samente da quanto previsto, seppure in via dispositiva, con riferimento ai pa-
trimoni destinati ad uno specifico affare 92. Vale a dire che i beni vincolati ad
uno scopo di destinazione – in deroga a quanto previsto dall’articolo 2740,
comma 1, – non possono costituire oggetto di esecuzione, con la conseguen-
za che ai creditori del disponente è preclusa l’azione esecutiva sui beni vin-
colati, tranne che per i debiti contratti per il suddetto scopo di destinazione.
Tuttavia, non vale il contrario, in quanto la norma, oltre a consentire ai
creditori funzionali di potersi rivalere sui beni non vincolati, non prevede
nemmeno la sussidiarietà nell’escussione, tant’è che si ritiene più appropria-
to parlare di “inespropriabilità soggettiva” relativa più che di vera separa-
zione patrimoniale 93.
Siffatta conclusione rende, ovviamente, non utilizzabile tale istituto per
tradurre in termini civilistici la fondazione fiduciaria non autonoma, in quan-
to consentirebbe ai creditori del ramo ETS dell’ente ecclesiastico di aggredi-
re direttamente – stante l’assenza dell’obbligo di previa escussione del pa-
trimonio destinato (fluttuante in senso canonistico) – anche il patrimonio
stabile dell’ente che, invece, non deve essere intaccato dovendo essere dedi-
cato esclusivamente allo svolgimento delle attività istituzionali di religione
di culto.
A rendere inutilizzabile l’istituto del patrimonio di destinazione di cui
all’articolo 2645 ter al fine di costituire un patrimonio destinato a mente del
CTS concorre un ulteriore elemento di carattere teleologico.
A ben vedere, infatti, seppure lo strumento del negozio di destinazione
potrebbe in teoria consentire di perseguire qualsiasi interesse sia collettivo
sia individuale purché meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 cod. civ., in
dottrina e in giurisprudenza sono stati sorti molti dubbi interpretativi relativi
proprio all’aspetto causale e teleologico di tale istituto giuridico.
Innanzitutto, si deve partire dal principio generale in base al quale
l’effetto segregativo e la conseguente compressione dei diritti del ceto credi-

92
Parte della dottrina, tuttavia, ritiene consentita, ove previsto dalle parti, anche l’ipotesi
di separazione bilaterale anche se, per altra parte della dottrina, la separazione bilaterale non
sarebbe consentita stante il secondo comma dell’articolo 2740 codice civile. In tal senso L.
SALAMONE, Destinazione e pubblicita` immobiliare. Prime note sul nuovo art. 2645-ter c.c.,
in AA.VV., La trascrizione dell’atto negoziale di destinazione. L’art. 2645ter del codice ci-
vile, cit., p.152.
93
Oltre che unilaterale la segregazione patrimoniale conseguente alla trascrizione del
vincolo è, peraltro, anche incompleta: manca, infatti, una norma che escluda espressamente i
beni vincolati sensi della norma in commento dalla successione per causa di morte e dal re-
gime patrimoniale della famiglia del proprietario fiduciario. Così G. PETRELLI, La trascri-
zione degli atti di destinazione, in Riv. dir. civ., 2006, II, pp. 205 ss.

– 116 –
torio si giustifica – ferma restando in ogni caso la necessaria alterità dell’in-
teresse (onde l’auto-destinazione non sarebbe consentita) – solo in presenza
di scopi dotati del carattere di meritevolezza.
Sennonché – stante l’ampio rinvio dell’art. 2645 ter all’autonomia nego-
ziale delle parti, ex art. 1322 cod. civ. – ci si è chiesti se siano configurabili
ad libitum partium anche interessi e scopi atipici, fermo restando il supera-
mento del giudizio di meritevolezza 94.
In realtà, sembra doversi rispondere negativamente a tale quesito, in
quanto si deve trattare di interessi – alternativamente collettivi o individuali
– che godono di protezione costituzionale, dato che la separazione e il con-
seguente effetto segregativo di cui all’art. 2645 ter si traducono, oltre che in
una potenziale lesione dei creditori, anche in un limite alla proprietà, come
tale prevedibile dal legislatore solo allo scopo di assicurare la funzione so-
ciale ex articolo 42 della costituzione 95.
Posto, però, che la destinazione negoziale porta con sé la limitazione del-
la responsabilità patrimoniale, è necessario individuare una giustificazione
del prevalere dell’interesse perseguito con la destinazione rispetto a quello
dei creditori, giustificazione che non può semplicemente risolversi con il ri-
chiamo al giudizio di meritevolezza di cui all’art. 1322. Pertanto, per evitare
dubbi di costituzionalità della norma in oggetto, se ne è proposta una inter-
pretazione adeguatrice, nel senso di rinvenire nello scopo di pubblica utilità

94
Il legislatore rimette all’autonomia privata l’individuazione dello scopo per il quale il
vincolo di destinazione viene imposto, legittimando, in tal modo, vincoli di destinazione dal
contenuto atipico purché, precisa la norma, diretti alla realizzazione d’interessi meritevoli di
tutela riferibili a persone con disabilità, pubblica amministrazione o persone fisiche ai sensi
dell’art. 1322, comma 2, c.c. Il senso del rinvio all’art. 1322 è quello di introdurre un mec-
canismo di controllo sull’operato dell’autonomia privata, tentativo, peraltro, non felice, atte-
so che l’art. 1322, comma 2, nella prassi giurisprudenziale, risulta privo d’autonoma rilevan-
za, essendo ritenuto meritevole ogni interesse non illecito. Così F. GAZZONI, Osservazioni
sull’art. 2645-ter c.c., in Giustizia civile, 2006, II, pp. 165 ss., il quale, considerando l’art.
2645 ter c.c. prima ancora che norma sulla pubblicità, e quindi sugli effetti, norma sulla fat-
tispecie, ritiene che la regola avrebbe meritato, previa scissione della disposizione, di figura-
re in un diverso contesto, di disciplina sostanziale dei contratti e degli atti a contenuto patri-
moniale.
95
Secondo un’altra opinione dottrinale, essendo stato il sacrificio degli interessi dei cre-
ditori e della libera circolazione dei beni legittimato una volta per tutte dalla norma in com-
mento, basterebbe l’individuazione dell’interesse sufficientemente serio da prevalere sull’in-
teresse economico generale, interesse che può essere sia di natura patrimoniale che di natura
morale anche familiare ovviamente interesse meritevole di tutela a fronte del quale ritenere
legittimo costituire un vincolo di destinazione non può consistere nella mera salvaguardia
del patrimonio del costituente dalle azioni esecutive dei propri creditori. Così G. PETRELLI,
La trascrizione degli atti di destinazione, cit., pp. 176 ss.

– 117 –
la giustificazione causale della destinazione, scopo caratteristico (secondo la
lettura tradizionale) delle fondazioni 96. Invero, il sacrificio dell’interesse dei
creditori non può dipendere da interessi futili mutevoli benché non illeciti
ma “si salda a bisogni desideri già valutati dal legislatore” per esempio alla
normativa sull’impresa sociale di cui al d.lgs. 24 marzo 2006, n. 155 97.
Sin qui, sembrerebbe non esserci alcun problema nel ritenere utilizzabile
lo strumento del negozio di destinazione al fine di tradurre civilisticamente
una pia fondazione non autonoma, in quanto nel caso del CTS non occorre
ricorrere alla valutazione di meritevolezza, in base al più volte citato art.
1322, dato che è lo stesso legislatore a tipizzare all’art. 5 del CTS un elenco
di attività ritenute di interesse generale, in quanto tali giustificative dell’ef-
fetto segregativo del patrimonio destinato e, dunque, della compressione dei
diritti del ceto creditorio e del diritto di proprietà della parte concedente 98.

96
L’ambito di applicazione della norma in oggetto andrebbe limitato al settore della co-
siddetta autonomia privata della solidarietà, bandendo in tal modo l’autonomia privata
dell’opportunità e per prima quella mercantile in dottrina si afferma che il giudizio di meri-
tevolezza previsto dall’art. 2645 ter deve risolversi in una selezione di valori e non in una
mera verifica di assenza di liceità onde evitare il sospetto di legittimità costituzionale della
norma in commento sospetto derivante dal raffronto tra disciplina generale della separazione
di quell’articolo 2645 ter le previsioni tipiche di separazione. In tal senso F. GAZZONI, La
trascrizione degli atti e delle sentenze, in E. GABRIELLI, F. GAZZONI, Trattato della trascri-
zione, cit., pp.181 ss.
97
Cfr. F. DI RAIMO, Considerazioni sull’art. 2645 ter cod. civ.: destinazione di patrimoni
e categorie dell’iniziativa privata, in Rass. dir. civ., 2007, pp. 945 ss.; M. CEOLIN, Destina-
zione e vincoli di destinazione nel diritto privato. Dalla destinazione economica all’atto di
destinazione ex Art. 2645 ter c.c., Padova, 2010, specialmente pp. 141 ss.; R. CALVO, Vincoli
di destinazione, Bologna, 2012, specialmente pp. 153 ss.
98
In realtà, esistono anche dei rimedi per la tutela dei creditori. Invero, l’art. 2929 bis (in-
trodotto dalla legge 6c agosto 2025, n. 132 e successivamente modificato dalla legge 30 giu-
gno 2016, n. 119) riconosce al creditore la possibilità di percorrere un iter più semplice per
ottenere la soddisfazione del proprio credito sempre e solo se tale credito sia pregiudicato da
un atto di alienazione o di destinazione compiuto dal debitore titolo gratuito successivamente
al sorgere del credito. In altri termini, si è riconosciuto al creditore munito di un titolo esecu-
tivo la possibilità di espropriare immediatamente i beni immobili o i beni mobili iscritti in
pubblici registri che risultano essere oggetto di un atto di donazione o di un vincolo di indi-
sponibilità posti in essere dal debitore a titolo gratuito in un momento successivo sorgere del
credito è ciò, si badi, anche in assenza della dichiarazione di inefficacia di detti atti di dispo-
sizione del patrimonio emessa a conclusione dell’azione revocatoria di cui agli articoli 2901
e seguenti del codice civile. Con il nuovo articolo, il legislatore ha voluto introdurre nel no-
stro ordinamento meccanismo di revocatoria implicito che non permetta più al debitore di
poter evitare l’azione esecutiva sottraendo alla medesima procedura beni facenti parte del
proprio patrimonio sfruttando la lungaggine di un’azione revocatoria ex articolo 2901 prima
di adempiere al proprio debito quanto, come chiarito, il creditore, grazie alla nuova norma,

– 118 –
Sennonché, sembra potersi riscontrare un’insanabile ontologica incompa-
tibilità strutturale tra il patrimonio di destinazione ex art. 2645ter e il patri-
monio destinato richiesto dal CTS.
Invero, mentre il CTS richiede che il patrimonio che viene vincolato sia
destinato al perseguimento di uno scopo purché di utilità generale/pubblica;
viceversa, argomentando dal tenore testuale dell’art. 2645ter, è di dubbia
ammissibilità un atto di destinazione patrimoniale di scopo, qualora non
venga individuato un beneficiario determinato. Infatti, i beneficiari devono
sempre essere indicati anche se possono essere più di uno ed in ordine suc-
cessivo, salvo sempre il limite massimo di 90 anni di durata della destina-
zione.
Non è, invece, possibile costituire un vincolo di destinazione senza in-
dicazione dello specifico beneficiario il cui interesse deve appunto essere
soddisfatto dal vincolo di destinazione (ad esempio sarebbe escluso un
c.d. vincolo di scopo quale la cura dei poveri a meno che il conferente non
abbia provveduto alla nomina di uno specifico beneficiario portatore di
tali interessi), non ritenendosi consentito un atto di destinazione finalizza-
to alla realizzazione di interessi privi di un titolare determinato 99. Si ritie-
ne, infatti, che qualora il disponente intenda destinare una massa patrimo-
niale per realizzare fini di pubblica utilità non riferibili a soggetti deter-
minati, lo strumento giuridico approntato dall’ordinamento corretto da uti-

potrà procedere pulito di titolo esecutivo, esecuzione forzata senza dover più implementare
un’azione revocatoria volta ad ottenere una pronuncia di inefficacia dell’atto pregiudizievo-
le, in deroga a quanto previsto nell’art. 2902. Tale possibilità ci viene riconosciuta in presen-
za di determinati presupposti previsto dall’art. 2929 bis: esistenza del titolo esecutivo; atto
pregiudizievole del debitore successivo al sorgere del credito e, infine, necessaria trascrizio-
ne del miglioramento ad opera del creditore entro un anno dalla trascrizione del lato pregiu-
dizievole. In argomento D. MURITANO, Il nuovo art. 2929 bis c.c.: quale futuro per la prote-
zione del patrimonio familiare?, in Riv. dir. banc., www.dirittobancario.it, 25, 2015; S.
MEUCCI, Il nuovo art. 2929 bis nel quadro degli strumenti di tutela dei creditori, in Persona
e mercato, 2015, pp. 16 ss.; A. DI SAPIO, Introduzione all’art. 2929 bis c.c. e al novellato
art. 64 l. fall., in Diritto ed economia dell’impresa, 2016, fasc. 2, pp. 352 ss.; M. DOMINICIS,
L’art. 2929 bis c.c. e l’azione esecutiva revocatoria, in Giur.it., 2016, pp. 2046 ss.
99
Secondo un’altra opzione interpretativa, il vincolo di destinazione può essere costituito
a vantaggio di una categoria generica di persone in quanto la norma esige solo che il vincolo
sia riferibile a determinate persone e non ad una specifica. Partendo da tale affermazione, si
è giunti ad affermare che il legislatore, seppur inconsapevolmente, avrebbe introdotto con
l’art. 2645 ter una forma generale di fondazione non riconosciuta. Tuttavia si può affermare
in senso contrario che il fenomeno della separazione patrimoniale è altro e distinto dalla
soggettività quale strumento di destinazione di determinati ad uno scopo. In tal senso G. GA-
BRIELLI, Vincoli di destinazione importanti separazione patrimoniale e pubblicità nei regi-
stri immobiliari, in Riv. dir. civ., 2007, 1, pp. 334 ss.

– 119 –
lizzare, sarebbe la creazione di una fondazione ex art. 14 c.c. 100.
Alla luce di quanto sin qui osservato, sembra, dunque, possibile conclu-
dere che, ad un esame più approfondito, non è possibile fare ricorso alla
prima delle due soluzioni dianzi prospettate e cioè al patrimonio di destina-
zione per dare attuazione all’art. 4, comma 3 del CTS e, dunque, costituire
un patrimonio destinato per gli enti religiosi/ecclesiastici.

6.4. – Un’altra possibile soluzione per tradurre civilisticamente l’istituto


della pia fondazione fiduciaria di culto è l’istituto anglosassone del trust, le
cui origini canonistiche sono peraltro chiare, risalendo proprio all’antico
concetto di fiducia 101.
Si tratta di un istituto che ha come finalità quella di separare dal patrimo-
nio di un soggetto alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi a fa-
vore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo deter-
minato, attraverso il loro affidamento e la loro gestione a una persona (cd.
“trustee”) o ad una società professionale (c.d. “trust company”).
L’attuale figura giuridica del trust è difficilmente definibile, trattandosi di
un istituto estremamente versatile tanto da essere paragonato al contratto 102.
Tuttavia, “per quanto numerose possano essere le sue finalità e le sue uti-

100
Con la precisazione che il beneficiario, oltre che determinato, ben può essere anche
solo determinabile e ciò sia ad opera dello stesso disponente che si riserva la scelta entro un
certo termine, tra determinate categorie di soggetti, sia ad opera di un terzo e con l’oppor-
tunità di prevedere in tale ipotesi la risoluzione del vincolo per mancata designazione del
beneficiario entro il termine indicato. Cfr. R. QUADRI, La destinazione patrimoniale. Profili
normativi e autonomia privata, cit., pp. 312 ss.
101
Invero, pare possibile dare per certa, quantomeno, una recezione indiretta ma pervasi-
va – a livello culturale – del diritto canonico nelle istituzioni giuridiche inglesi, specie in al-
cuni degli istituti fondamentali sostanziali e processuali ritenuti, a torto, esclusivi e caratte-
rizzanti il diritto anglosassone di common law, quale ad esempio la consideration e il trust.
che processi di globalizzazione culturale e di osmosi giuridica, ritenuti aspetti caratterizzanti
della nostra epoca, si verificavano, sia pure in forme diverse, anche in periodi storici prece-
denti, come è dimostrato proprio dalla genesi del diritto inglese e dalle modalità di origine e
di sviluppo dell’odierno istituto del trust. In argomento rinvio a M. FERRANTE, L’apporto del
diritto canonico nella disciplina delle pie volontà fiduciarie testamentarie del diritto ingle-
se”, Milano, 2008.
102
Così W. MAITLAND, Equity. A course of lectures, Cambridge, 1936, p. 23 che definì il
trust come “il più originale ed importante contributo del diritto inglese alla scienza giuridi-
ca”. Si comprende, dunque, come in dottrina si preferisca parlare di trusts al plurale anziché
di trust al singolare, proprio per rimarcare le difficoltà definitorie di questo istituto cfr. M.
LUPOI, Introduzione ai Trusts, Milano, 1994, p. 5, e si comprende altresì come sia preferibile
rifarsi alla definizione di trust fornitaci dalla Convenzione dell’Aja per cogliere entro quali
limiti esso sia stato accolto nel nostro ordinamento.

– 120 –
lizzazioni, l’istituto mantiene sempre ferma la sua struttura fondamentale e i
suoi caratteri fisionomici”. Infatti, al di là delle diverse configurazioni che il
trust può assumere, queste possono tutte essere ricondotte ad un medesimo
comun denominatore costituito da un trasferimento “fiduciario” – in com-
mon law – dal disponente al trustee cui compete il general duty di ammini-
strare e custodire la trust property assicurando il godimento del bene al be-
neficiario – titolare anch’egli di un diritto sui beni costituiti in trust tutelato
dall’equity – al quale, terminato il trust, devono essere ritrasferiti i beni 103.
Si tratta, cioè, della possibilità per un soggetto c.d. truster o settlor of
trust di creare rapporti giuridici, per atto tra vivi o a causa di morte, in forza
dei quali certi beni sono posti sotto il controllo di un terzo c.d. trustee a van-
taggio di un beneficiario c.d. beneficiary o cestuy que trust o in vista di uno
scopo determinato 104.
Nel trust viene spesso prevista anche la figura del cosiddetto guardiano
o protector al quale possono essere attribuite quattro funzioni: I) l’esercizio
di poteri dispositivi o gestionali (comunemente la revoca e la nomina del
trustee); II) esprimere il proprio placet sulle decisioni assunte dal trustee;
III) impartire direttive o istruzioni al trustee per il compimento di specifici
atti; IV) una funzione generale di controllo sull’operato del trustee 105.

103
Per un approfondimento del particolare aspetto, in riferimento agli enti non ricono-
sciuti, mi sia consentito rimandare a M. FERRANTE, Acquisti di beni da parte di enti ecclesia-
stici: trust e frodi pie, in Il diritto eccl., 1996, I, pp. 166 ss.
104
La definizione di trust riportata nel testo è quella proposta dall’art. 2 della legge 16 ot-
tobre 1989, n. 364. Per alcuni spunti bibliografici si rinvia per la letteratura inglese, dove
l’istituto è stato elaborato, a P.H. PETTIT, Equity and the law of trusts, London, 1970; G.
MOFFAT, M. CHIESTERMAN, Trusts Law, Text and Materials, London, 1988; A.W. SCOTT &
W.F. FRATCHER, The law of Trusts, Boston, 1989, 12 voll.; S. GARDNER, An introduction to
the law of trusts, Oxford, 1990; J.G. RIDDAL, The law of trusts, London, Dublin & Edim-
burgh, 1992; D.J. HAYTON, The law of trusts, London, 1993; W.A. WILSON, A.G.M. DUN-
CAN, Trusts, Trustees and Executors, Edinburgh, 1995; per la letteratura italiana R. FRANCE-
SCHIELLI, Il trust nel diritto inglese, Padova, 1935; ID., Trust e trustee, in Scritti civilistici e
di teoria generale del diritto, Milano, 1975, pp. 142 ss.; C. GRASSETTI, Trust anglosassone,
proprietà fiduciaria, negozio fiduciario, in Riv. dir. comm., 1936, I, pp. 548 ss.; M. LUPOI,
Appunti sulla real property e sul trust nel diritto inglese, Milano, 1971, pp. 2 ss.; ID., Trust e
sistema italiano; problemi e prospettive, in fiducia, trust, mandato ed agency, Milano, 1991,
pp. 101 ss.; ID., Introduzione ai Trusts, Milano, 1994, pp. 155 ss.; ID., Trusts, 2° ediz., Mila-
no, 2001, specialmente pp. 23 ss.; G. CASSONI, Il «Trust» anglosassone quale istituzione
sconosciuta nel nostro ordinamento, in Giur. civ. e comm., 1986, I, pp. 757 ss.; M. SERIO,
Trust, contract e consideration, in Riv. dir. civ., 1998, pp. 509 ss
105
Sul punto, cfr. G. CRISCUOLI, fiducia e fiducie in diritto privato: dai negozi fiduciari
ai contratti uberrimae fidei, in Riv. dir. civ., 1983, pp. 149 ss.; ID., Introduzione allo studio
del diritto inglese. Le fonti, cit., pp. 210 ss.; E. CORSO, Trust e diritto italiano: un primo ap-

– 121 –
La divergenza col nostro negozio fiduciario, nonostante le analogie sul
piano empirico, “è netta sul piano giuridico, perché la figura inglese è coper-
ta, in ogni suo profilo, reale ed obbligatorio, dal mantello della giuridicità, o,
più concretamente dell’azionabilità” 106.
Per quanto concerne la definizione in termini formali del rapporto tra il
trustee e il beneficiary molteplici sono le configurazioni proponibili a se-
conda che si consideri il diritto del beneficiario come diritto a carattere per-
sonale o reale 107. Parte della dottrina attribuisce, infatti, carattere obbligato-
rio al rapporto definendo il trust “come quella particolare obbligazione equi-
tativa propter rem, imposta su chi trustee abbia la piena e legittima proprietà
di un bene in common law, avente per oggetto l’attribuzione in favore di un
beneficiario, che è poi il titolare attivo dell’obbligazione, di tutti i profitti e
vantaggi che da quel bene derivano”. Invece, secondo la ricostruzione preva-
lente che si fa dell’istituto, in ordine ai beni costituiti in trust si avrebbe la
coesistenza di due distinti diritti reali a contenuto diverso: “uno speciale di-
ritto equitativo di ‘proprietà fiduciaria’ spettante a chi – beneficiario – è il
destinatario di tutti i vantaggi che provengono da un bene che in common
law è oggetto di un altro pieno diritto di proprietà il cui titolare è il trustee”.
Specialmente ove si aderisca a quest’ultima definizione, la ricostruzione di
questo fenomeno giuridico risulta concettualmente astrusa per chi si avvale

proccio, in Quadrim., 1990, pp. 496 ss.; P. PICCOLI, Possibilità operative del trust nell’ordi-
namento italiano. L’operatività del trustee dopo la Convenzione de l’Aja, in Riv. not., 1995,
pp. 37 ss.; A.G. PATTON, R. GROSSO, The hague convention on the law applicable to trusts
and on their recognition: implementation in Italy, in Riv. not., 1995, pp. 561 ss.; R. CASTRO-
NOVO, Trust e diritto civile italiano, in Vita not., 1998, pp. 1323 ss.; A. PALAZZO, Successio-
ne, trust e fiducia, in Vita not., 1998, pp. 770 ss.; E. CORSO, Trustee e gestione dei beni in
trust, Milano, 2000, pp. 23 ss.; AA.VV., Introduzione ai trust e profili applicativi tra dottri-
na, prassi e giurisprudenza, a cura di S. BUTTÀ, Milano, 2002, specialmente pp. 78 ss.;
AA.VV., Mandato, fiducia e trust. Esperienze a confronto, a cura di F. ALCARO e R. TOM-
MASINI, Milano, 2003, pp. 3 ss.
106
In tal senso G. CRISCUOLI, Fiducia e fiducie in diritto privato: dai negozi fiduciari ai
contratti uberrimae fidei, in Riv. Dir. Civ., 1983, I, p. 150. È opportuno sottolineare che il
trust non da luogo “ad un rapporto trilaterale, poiché una volta che il settlor ha effettuato la
costituzione del trust, il trustee ha piena autonomia nell’esecuzione dell’incarico ricevuto
pur nell’ambito delle disposizioni del settlor”. Così P. PICCOLI, Possibilità operative del trust
nell’ordinamento italiano. L’operatività del trustee dopo la Convenzione de l’Aja, Milano,
1996, p. 40.
107
Come ricorda L. SANTORO, Trust e fiducia, in Contr. e impr., 1994, pp. 135 ss. “que-
sto dibattito non ha tanto interessato la dottrina inglese che lo ha ritenuto artificioso, quanto
soprattutto la dottrina italiana o francese”. Inoltre, “il contrasto tra queste due diverse impo-
stazioni è giustificato dal dualismo degli ordinamenti che regolano il rapporto da cui deriva-
no prospettive di analisi distinte”.

– 122 –
delle categorie logico-giuridiche proprie del civil lawyer, poiché sembra
comportare uno “sdoppiamento” del diritto di proprietà su di un medesimo
bene, posto che vi sarebbero contestualmente due diversi titolari di uno stes-
so diritto di proprietà: il c.d. legal owner (proprietario secondo common law)
e il c.d. beneficial owner (proprietario secondo equity).
Al primo, che altri non è se non il trustee, cioè il fiduciario, spetta la tito-
larità formale legal estate dei beni costituiti in trust e, nei limiti previsti dal-
la legge e dall’atto istitutivo del trust c.d. trust instrument o trust deed, tutti i
diritti ed i poteri del proprietario compresa la facoltà di disporre dei beni
stessi, ma non quella di godimento.
Al secondo, invece, cui spetta la titolarità sostanziale equitable estate dei
beni costituiti in trust, pur non competendo i poteri di gestione e di ammini-
strazione ad essi relativi, è riservato il diritto di avvantaggiarsi dei beni stessi
traendone i relativi profitti, nonché il diritto di ottenere anche la titolarità
formale dei beni c.d. legal title al termine del trust 108.
In realtà appare non del tutto appropriato qualificare le posizioni giuridi-
che in esame come diritti di proprietà tra loro concorrenti, almeno nel signi-
ficato che i giuristi di tradizione romanistica attribuiscono al diritto di pro-
prietà intesa come illimitata, assoluta ed esclusiva.
Nei sistemi giuridici anglosassoni sono presenti due distinti “concetti di
proprietà” legati alla concorrenza dei due sistemi di common law ed equity
che possono contestualmente insistere sullo stesso bene, trattandosi di diritti
corrispondenti ma non uguali. Si tratta cioè, nel caso del trust, di posizioni
tra loro funzionalmente connesse e reciprocamente vincolate al raggiungi-
mento dello scopo previsto dal disponente la cui ampiezza viene limitata dal
rispetto dovuto al diritto altrui, concretandosi in un “condizionamento con-
tenutistico” 109.

108
Secondo P. BERNARDI, Il trust nel diritto internazionale privato, in Studi nelle scienze
giuridiche e sociali, Pavia, 1957, p. 71, “sia il trustee che il beneficiary sono titolari di un
diritto reale: si ha una situazione simile a quella che si verifica nel diritto italiano quando il
proprietario di una cosa trasferisce ad una persona il diritto di usufrutto e ad un’altra la nuda
proprietà…si hanno quindi due diritti di proprietà sulla stessa cosa, ma non una comunione,
perché ai due titolari spettano facoltà diverse. Più precisamente, il trustee ha la disponibilità
dei beni messi in trust e può compiere su di essi atti spesso eccedenti l’ordinaria amministra-
zione e in certi casi persino venderli; ma non ha nessun diritto sui frutti, che invece spettano
al beneficiary”.
109
Cfr. G. CRISCUOLI, Introduzione allo studio del diritto inglese. Le fonti, Milano, 1981,
p. 210; ID., Fiducia e fiducie in diritto privato: dai negozi fiduciari ai contratti uberrimae
fidei, cit., p. 151. M. LUPOI, Introduzione ai Trusts. Diritto inglese, Convenzione dell’Aja,
diritto italiano, Milano, 1994, p. 72, pur ritenendo “scontata quanto errata l’impostazione in
termini di conflitto fra common law ed equity”, concorda nell’affermare che il trust è “la ca-

– 123 –
Sin qui il diritto anglosassone.
Sennonché, a motivo del tentativo, tuttora in corso, di creare un diritto
comune europeo (c.d. UNIDROIT) sono stati introdotti nell’ambito della le-
gislazione italiana alcuni istituti giuridici tratti dall’esperienza di common
law, tra cui quello del trust. Invero, con la Convenzione dell’Aja del 1° lu-
glio 1985 – resa esecutiva con legge 16 ottobre 1989, numero 364 – si è in-
trodotto anche nel nostro ordinamento giuridico il trust.
Analizzando la definizione di trust offertaci dalla Convenzione dell’Aja,
è possibile individuare entro che limiti tale istituto sia stato recepito nel no-
stro ordinamento.
Prendendo le mosse dall’art. 2 della citata legge 364/1989 si può definire
il trust come l’insieme dei rapporti giuridici istituiti volontariamente e com-
provati per iscritto da una persona, il costituente – con atto tra vivi o mortis
causa – qualora dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee
nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico. Da tale definizione
legislativa si evince che la nozione di trust introdotta nel nostro ordinamento
è più ristretta rispetto a quella vigente nei paesi di common law. Invero, tro-
vano riconoscimento soltanto i trusts costituiti espressamente sia inter vivos
che mortis causa a prescindere dallo scopo purché lecito per cui sono crea-
ti 110. Sono, quindi, esclusi dall’ambito della Convenzione i constructive
trusts vale a dire quelli fondati su decisioni giurisprudenziali di natura equi-
tativa, mentre è discusso se vi rientrino anche gli implied trusts ed i resulting
trusts cioè quelli istituiti volontariamente, ma senza dichiarazione espressa,
e quelli riconosciuti dall’ordinamento in via interpretativa, in base ad una
volontà presunta 111.

tegoria che descrive la posizione di non completo dominio – il corsivo è dell’autore – del
trustee rispetto a taluni beni o diritti, a causa delle limitazioni impostegli dall’equty”.
110
Invero, negli ordinamenti anglosassoni, il trust può assumere diverse forme non es-
sendo presenti nei paesi di common law quei rilevanti limiti di ordine pubblico che ne limi-
tano fortemente il campo di applicazione nei paesi di civil law. Infatti, come ricorda U. MO-
RELLO, Fiducia e trust due esperienze a confronto, in Quadrim., 1990, p. 263, nei paesi di
common law “non esistono, in linea di principio, limiti di ordine pubblico rilevanti se si
escludono le rules against perpetuities nel diritto successorio: non vi è infatti una quota ri-
servata ai legittimari; non una successione della persona ma una successione nei beni e quin-
di nell’attivo ereditario dopo una liquidazione giudiziale; l’erede non risponde mai ultra vi-
res; non esiste il divieto di patti successori, né il divieto di limitare il potere di disporre degli
eredi sui beni caduti in successione; non è vietato disporre dei beni post mortem con atti di-
versi dal testamento”. Inoltre, anche la stessa Convenzione contiene agli artt. 15, 16, 18 e 19
una serie di limiti all’applicazione del trust sul punto cfr. M. LUPOI, Introduzione ai Trusts,
cit., pp. 146 ss.
111
Sul punto cfr. A.W. SCOTT, Constructive Trusts, in Law Quarterly Review, 71, 1955,

– 124 –
Non è possibile dilungarsi ulteriormente nel tratteggiare la struttura e i
meccanismi operativi di tale istituto, che richiederebbero uno studio auto-
nomo, ma ci limiteremo ad una particolare specie di trust, in quanto assai
simile alle pie fondazioni fiduciarie di culto: il charitable trust 112.
Si tratta di un tipo di notevole rilevanza sociale che si caratterizza per
l’utilità pubblica del fine stabilito dal disponente, la cui disciplina deroga a
due regole generali del trust. Vale a dire quella secondo cui il trust deve ave-
re uno o più beneficiari identificati o identificabili, così che, in linea di prin-
cipio, il trust non potrebbe essere istituito per il perseguimento di uno scopo
e quella della Rule against perpetuitis che considera nullo un trust costituito
senza limiti temporali 113. Sotto il primo profilo, il charitable trust fa ecce-
zione in quanto può essere utilizzato per il perseguimento di uno scopo pur-
ché sia exclusively charitable 114. In ordine al secondo aspetto, il charitable
trust consente la perpetua destinazione di alcuni cespiti patrimoniali al per-
seguimento del fine indicato dal disponente 115.

pp. 39 ss.; D.W.M. WATERS, The constructive trust: the case for a new approach in English
law, London, 1964, specialm. pp. 253 ss.; P. PICCOLI, Possibilità operative del trust nell’or-
dinamento italiano. L’operatività del trustee dopo la Convenzione de l’Aja, cit., p. 45 e bi-
bliografia ivi citata.
112
Al riguardo cfr. O. TUDOR, Tudor on charities: a practical treatise on the law relating
to gifts and trusts for charitable purposes, 5th ed., London, 1929, pp. 127 ss.; J.W.
BRUNYATE, The Legal Definition of Charity, in Law Quarterly Review, 61, 1945, pp. 268 ss.;
G. JONES, History of the Law of Charity, 1532-1827, London, 1969, pp. 170 ss.; H. PICARDA,
The law and practice relating to Charities, London, 1977, pp. 665 ss.; G.C. CHESHIRE, Il
concetto del «Trust» secondo la Common Law inglese, Torino, 1988, ristampa anastatica
dell’edizione del 1933 con introduzione di D. CORAPI, pp. 75 ss.; M. CHESTERMAN, Chari-
ties, Trusts and social Welfare, London, 1979, pp. 390 ss.
113
In argomento cfr. A.H. DROOP, Powers in Relation of the Rule Against Perpetuities, in
Law Quarterly Review, 71, 1955, pp. 242 ss.
114
Nel diritto inglese non vi è dubbio che anche le persone giuridiche corporations pos-
sano essere designate quali trustee in quanto idonee alla titolarità di beni. Ne consegue che
qualora il trustee sia un’associazione, il trust deve essere destinato non già al semplice mu-
tual benefit – cioè allo svolgimento di attività a vantaggio dei soli soci c.d. member service –
bensì to the pubblic benefit dovendo essere dotato di uno scopo di rilevanza sociale collettiva
c.d. pubblic service. Conseguentemente restano fuori gli enti non commerciali comuni: club,
associazioni industriali e sindacali, circoli sportivi e culturali e altre strutture collettive non
lucrative, prive della vocazione assistenziale e solidaristica. Sul punto cfr. D.B. PARKER,
A.R. MELLOWS, The modern law of trusts, London, 1994, p. 360; P. DE CARLI, La problema-
tica dello scopo negli enti «non profit» tra pubblico e privato, in AA.VV., Gli enti «non pro-
fit», a cura del comitato regionale notarile lombardo, Milano, 1993, pp. 66 ss.
115
Infine, sempre con riferimento a questa specifica categoria di trust, è stata elaborata la
c.d. cy-près doctrine che stabilisce il principio per cui un charitable trust «once established
in perpetuity does not die, thought its nature may be changed». E una doctrine – che opera in

– 125 –
La disciplina speciale, ora esaminata, caratteristica del charitable trust si
giustifica per il fatto che, come si è detto, è un trust volto a perseguire dei
fini caritatevoli e più esattamente dei charitable purposes, diretti cioè al
pubblic benefit, considerato come la necessary condition of legal charity 116.
Vale a dire che, a differenza dei private trusts i quali si propongono di bene-
ficiare determinate persone, lo scopo indicato dal disponente deve interessa-
re a sufficient section of community che però, secondo l’interpretazione giu-
risprudenziale, may be restricted within narrow limits 117.
Secondo una tradizionale divisione dei charitable purposes, che risale
al Charitable uses act di Elisabetta I noto anche come Statute of Eliza-
beth I, la quale per prima tentò nel 1601 di fornire la definizione legisla-
tiva di scopi caritatevoli, questi ultimi sono stati classificati in quattro
principali categorie: «the relief of poverty; the advancement of educa-
tion; the advancement of religion 118; and other purposes beneficial to the

modo assai simile ai nostri artt. 28 e 32 c.c. e ai cann. 1303, par. 2 e 1310 c.i.c. – secondo cui
qualora venga meno o divenga inattuabile lo scopo prefissato dal disponente allora «the law
will substi-tute another mode cy-près, that is, as near as possible to the mode specified by
the donor» avendo cura di rispettare «the donor’s intention as far as possible». Per ulteriori
cenni sulle peculiarità disciplinari del charitable trust cfr. R.E. MEGARRY, Perpetuities and
the Cy-Près Doctrine After 1925, in Law Quarterly Review, 55, 1939, pp. 422 ss.M. LUPOI,
In-troduziond ai Trusts, cit., pp. 50 ss.; ID., Trusts, cit., pp. 232 ss.
116
Nella letteratura italiana si segnala l’analisi di S. FERRARI, L’esperienza inglese, in
AA.VV., Il nuovo regime giuridico degli enti e dei beni ecclesiastici, Milano, 1993, pp. 87
ss. sulla definizione di «religione» nel diritto inglese e sul problema dell’individuazione dei
comportamenti e delle attività che la promuovono. In particolare l’A. sottolinea p. 93 che
nell’esperienza britannica «non tutto ciò che è autenticamente religioso è socialmente utile».
117
Tale giurisprudenza è riferita e commentata da P. TODD, Equity and trusts, London,
1989, p. 110; A. IWOBI, Essential trusts, London, 1995, pp. 116 ss.; E.H. BURN, G.J. VIRGO,
Trusts & Trustees. Cases & Materials, 6th edit., London, 2002 pp. 445 ss.; J. CHALMERS,
Trusts, Cases and materials, Edinburgh, 2002, p. 74; C. TURNER, Equity & trusts, London,
2003, pp. 67 ss.; R. EDWARS & N. STOCKWELL, Trusts and equity, 6th edit., London, 2004, pp.
200 ss. Si segnala, inoltre, un’ulteriore significativa decisione in materia della House of Lords:
Gilmour v Coats [1949] AC 426 in cui la House of Lords ha escluso che fosse charitable un
lascito ad un convento di Carmelitane suore di clausura che svolgevano la loro attività di pre-
ghiera esclusivamente all’interno del convento senza alcun contatto con il mondo esterno men-
tre ha ritenuto Neville Estates v Madden, [1962] Ch. 832 che fosse charitable un lascito in fa-
vore dei membri, pure essi numericamente esigui, di una sinagoga ebraica sulla base del fatto
che i secondi «lives in this world and mix with their fellowscitizens». Ancor più di recente si
segnala Re Le Cren Clarke, [1996] ER 715, con cui è stato dichiarato charitable un trust costi-
tuito per promuovere l’attività di guarigione per mezzo dell’imposizione delle mani.
118
Come ricorda D.J. HAYTON, The law of trusts, London, 2003, pp. 113 ss. in Inghilterra
si è posto il problema del riconoscimento del carattere di charitable trust for the advance-
ment of religion a molti trust costituiti dalle più svariate sette e confessioni religiose: “Reli-

– 126 –
community not falling under any of the precedenting heads» 119.
Ai nostri fini può essere interessante notare che godono di autonoma con-
siderazione i religious purposes definiti, in via di approssimazione, come
those which tend directly or indirectly to the instruction or edification of the
pubblic, purché non si tratti di religious rites and usages not tolerated by the
law of lands (c.d. statutory doctrine of superstitious uses) 120.

gious toleration has come on apace since then so that nowadays trusts for the advancement
of a variety of religions, denominations are accepted as charitable, so long as they contain
some genuine form of faith in and worship of a god or gods, and so long as they are not re-
garded as incalculating doctrines adverse to the very foundation of all religion or subversive
of all morality” (p. 121). Il controllo per verificare se è opportuno concedere lo status di
charitable ai trust di una determinata setta o confessione religiosa (c.d. registration as a
charity) è rimesso alla Charity Commission che opera dal 1853 e il cui attuale funzionamen-
to e composizione sono regolati dal Charities Act del 1993. In base alle decisioni prese dalla
Charity Commission ad oggi, oltre alle confesioni cristiane tradizionali, “Trusts for the ad-
vancement of the following religions are charitable: The Plymouthor Exclusive Bretheren,
Buddism, Islam, Judaism, the Sik faith and the Unification Church (“The Moonies”), but
Scientology is not regarded as a religion and neither is Freemasonry”. A tal proposito si se-
gnala Re Porter [1925] Ch 746 che ha ritenuto non essere charitable “gifts for the mainte-
nance of a masonic temple”. Viceversa, “Bodies which seek to develop ethical and moral
standards, but on a wholly humanistic – or atheistic – footing, will qualify under the fourth
category of charitable purposes”.
119
Ai four heads indicati nel testo deve aggiungersi quanto previsto nel Recrational
Charities Act del 1958 che “has added an extra category, with requi-rement that the facili-
ties he provided in the interest of social welfare”. Sotto il profilo storico, citiamo due degli
statutes law relating to charities, emanati dopo che nel 1829 era stata estesa la libertà religi-
osa anche ai cattolici, e cioè: The Roman Catholic charities Act del 15 agosto del 1832 che
era “an Act for the better securing the Charitable Donations and Bequest of His Majesty’s
SubjeCTS in Great Kritain professing the Roman Catholic Religion”; e The Bishops Trusts
Substitution Act del 2 agosto 1858 che era invece “an Act to substitute in certain cases the
Bishop of one Diocese for the Bishop of another as Trustee of certain trusts”. Si segnala di
recente il Charities ACTS del 2006 relativo, prevalentemente, alla disciplina fiscale delle
charities, per il quale si rinvia ad AA.VV., Charities: the new law 2006: a practical guide to
the Charities ACTS, Bristol, 2007, pp. 1-723. Per ulteriori riferimenti storici cfr. quanto ri-
portato in HALSBURRY’S, Statutes of England, vol. III, London, 1968, pp. 551 ss.; per mag-
giori approfondimenti sul concetto di charity e di charitable purposes cfr. ID., Laws of En-
gland, London, 1974, vol. V, pp. 301 ss.; F.H. NEWARK, Public Benefit and Religious Trusts,
in Law Quarterly Review, 62, 1946, pp. 234 ss.
120
Si tratta di un concetto molto generico in cui è lecito chiedersi se vi rientri anche la ce-
lebrazione di messe che rappresenta lo scopo tradizionale delle fondazioni fiduciarie di culto.
In altri termini, occorre verificare se la celebrazione di messe in suffragio dell’anima del di-
sponente soddisfi quell’interesse pubblico che è condizione strutturale irrinunciabile del cha-
ritable trust. Con riferimento all’ordinamento inglese, questo specifico problema è stato af-
frontato e risolto dalla giurisprudenza della House of Lords che, sia pure con esitazione, ha
ritenuto charitable «Catholic masses for the dead» poiché “however, these are open to the

– 127 –
Naturalmente l’utilizzo del trust come strumento per rendere operative
nell’ordinamento italiano le pie fondazioni fiduciarie di matrice canonistica
presuppone che si ritenga superato il problema della generale ammissibilità
del charitable trust all’interno del nostro ordinamento giuridico 121. Più esat-
tamente occorre individuare i limiti e le modalità entro cui il trust e in parti-
colar modo il charitable trust sia stato accolto nel nostro ordinamento in se-
guito al recepimento in Italia della Convenzione dell’Aja del 1985.
A questo punto si deve sottolineare che, seppure l’impianto originario del
Codice civile non offriva nessun concreto appiglio normativo per delineare
le fondazioni fiduciarie come istituto a sé, nondimeno – a seguito di alcuni

pubblic at largo even where a private function, such as a funerary rite, is incorporateci into
the celebration, so in principle the cases are distinguishable” (cfr. Re caus [1934] Ch 162).
Tale princìpio è stato più chiaramente affermato in una recente decisione in cui si è ritenuto
che un lascito per la celebrazione di messe in suffragio dell’anima soddisfacesse il requisito
del pubblico beneficio sotto un duplice profilo: sia perché “The gift could properly be con-
strued as requiring the masses to be said in public. Such a public celebration of a religious
rite would have such an edifying effect on those attending that this would be a sufficient
pubblic benefit”; e inoltre perché, “the sum dedicated to saying masses would help provide
stipends for priest thereby assisting in the endowment of the priesthood” (Re Hetherington
[1989] Ch 1). In conclusione, nell’ordinamento giuridico inglese, è possibile disporre una
fondazione fiduciaria per la celebrazione di messe in suffragio dell’anima del disponente, in
quanto pienamente conforme a quell’interesse pubblico che è condizione strutturale propria
del charitable trust, anche qui, con evidente analogia alla fattispecie canonistica. Sul punto
si rinvia a J. E. HOGG, Roman catholic bequests for masses: the House of Lords’decision, in
Law Quarterly Review, 36, 1920, pp. 53 ss.
121
Tra i problemi più dibattuti vi è quello relativo all’ambito applicativo della Conven-
zione, cioè se i trusts riconoscibili in base ad essa siano non solo “quelli totalmente “stranie-
ri” caratterizzati cioè da elementi di diritto e di fatto tutti o prevalentemente collegati ad una
realtà giuridica straniera”, ma anche quelli che “facciano riferimento ad elementi essenziali
legati al nostro ordinamento c.d. trusts domestici, quali quelli costituiti da italiani su beni siti
in Italia”, che costituiscono l’ipotesi utilizzabile ai fini di un paragone con le fondazioni fi-
duciarie di culto. Sul punto cfr. P. PICCOLI, Possibilità operative del trust nell’ordinamento
italiano. L’operatività del trustee dopo la Convenzione de l’Aja, cit., pp. 66 ss. che ritiene
«sia possibile costituire un trust su beni o diritti situati in Italia da parte di cittadini italiani».
Nello stesso senso M. LUPOI, introduzione ai Trusts, cit., pp. 155 ss.; M.C. MALAGUTTI, Il
futuro del trust in Italia, in Contratto e impresa, 1991, pp. 985; S. MAZZAMUTO, II Trust
nell’ordinamento italiano dopo la convenzione dell’Aja, in Vita not., 1998, pp. 754 ss.; A.
FUCCILLO, Le nuove frontiere dell’ecclesiasticità degli enti, cit., pp. 148 ss.; ID., Diritto ec-
clesiastico e attività notarile, Torino, 2000, pp. 77 ss. Viceversa, escludono la possibilità di
costituire trusts da parte di soggetti italiani argomentando sulla base dell’art. 13 della Con-
venzione: A. GAMBARO, Commento all’art. 13, in AA.VV, Convenzione relativa alla legge
sui trusts e al loro riconoscimento, commentario a cura di A, GAMBARO, A. GIARDINA, G.
PONZANELLI, p. 1212; G. PONZANELLI, ibidem, p. 1226; L. RAGAZZINI, Trust «interno» e or-
dinamento giuridico italiano, in Riv. not., 1999, pp. 302 ss.

– 128 –
specifici interventi normativi che abbiamo dianzi analizzato quali quelli che
hanno portato all’introduzione nel nostro ordinamento degli artt. 2247 bis
(destinazione di patrimoni ad uno specifico affare) e 2645 ter (negozio di
destinazione) è ormai definitivamente venuto meno il principio di ordine
pubblico interno che impediva la realizzazione di immobilizzazioni patri-
moniali di fatto e fiduciarie 122. Vale a dire che, essendo caduto il divieto an-
zidetto, è possibile fare ricorso – a norma della legge 16 ottobre 1989, n. 364
entrata in vigore il 1° gennaio 1992, esecutiva della Convenzione dell’Aja
dell’l° luglio 1985 – all’istituto del charitable trust quale mezzo tecnico più
adeguato per raggiungere un obiettivo non più contrario al nostro ordina-
mento per il profilo dell’ordine pubblico.
Infine, depone a favore del ricorso al trust di scopo anche il fatto che tale
istituto era stato ritenuto, a certe condizioni, anche fiscalmente idoneo ad as-
sumere la qualifica di Onlus, qualora si fosse in presenza di tutti i requisiti di
forma e di sostanza e che il trust realizzasse finalità sociali tutelando sogget-
ti deboli 123.

122
Invero, con la riforma del diritto societario, introdotta con il d.lg n. 6 del 17 gennaio
2003, si sono aggiunti al Codice civile gli artt. 2447 bis e ss. con cui è stata prevista la possi-
bilità, nell’ambito del modello della società per azioni, di destinare patrimoni per la realizza-
zione di uno specifico affare, senza attribuire ad essi autonoma soggettività e personalità giu-
ridica. Con tale riforma si “assegna alla destinazione del patrimonio un carattere di efficien-
za e di utilità economica che supera le antiche obiezioni che in passato erano state mosse a
questa figura e che si fondavano sulla diversa concezione della destinazione quale strumento
di immobilizzazione dei beni”. Così, M. BIANCA, Amministrazione e controlli nei patrimoni
destinati, in AA.VV., Destinazione di beni allo scopo. Strumenti attuali e tecniche innovati-
ve, Milano, 2003, pp. 161 ss. che, ulteriormente, distingue tra “destinazioni conservative” e
“destinazioni dinamiche”. Sull’argomento si rinvia a P. MANES, Sui “patrimoni destinati ad
uno specifico affare” nella riforma del diritto societario, in Contratto e impresa, 2003, pp.
182 ss.; F. GALGANO, Il nuovo diritto societario, Padova, 2003; M. VIETTI, Nuove società
per un nuovo mercato. La riforma delle società commerciali, Roma, 2003; R. QUADRI, La
destinazione patrimoniale. Profili normativi e autonomia privata, cit., pp. 116 ss. Per una
distinzione tra il trust e la particolare ipotesi del finanziamento destinato ad uno specifico
affare previsto dall’art. 2447-bis, comma 1, lett. b), in cui – a differenza di quello previsto
dal medesimo articolo alla lettera a) – “la separazione ha per oggetto non già beni o rapporti
giuridici, bensì i proventi di un determinato affare” si veda G. GIANNELLI, Obbligazioni.
Strumenti finanziari partecipativi. Patrimoni destinati, in AA.VV., Diritto delle società, 3°
ediz., Milano, 2006, pp. 177-179.
123
Come ricordano P. A. PESTICCIO, M. PISCETTA, I Profili fiscali delle Onlus, cit., pp.
36-37, “Sulla iscrivibilità del trust nell’anagrafe unica delle Onlus e sulle tipologie di trust
che possono assumere detta qualifica, l’Agenzia delle Entrate si è pronunciata con propria
circolare del 1 agosto 2011, numero 38/E, fornendo alcuni chiarimenti. Sul tema, invero, era
in precedenza intervenuta anche l’Agenzia per il Terzo settore, con atto di indirizzo del 25
maggio 2011, numero 13. In relazione alla configurabilità di un trust con qualifica Onlus.

– 129 –
Volendo brevemente riassumere quanto sin qui esposto, pare possibile
concludere che il trust di scopo appare lo strumento giuridico più idoneo tra
quelli attualmente disponibili nel nostro ordinamento giuridico per attribuire
concreta rilevanza civile alla pia fondazione non autonoma prevista dal dirit-
to canonico che abbiamo visto essere la soluzione canonisticamente più va-
lida ex parte Ecclesiae per creare un patrimonio fluttuante autonomo ed

Quest’ultima ne aveva valutato positivamente la possibilità… l’articolo 10 del decreto On-


lus, infatti, nell’elencare i soggetti che possono assumere detta qualifica, comprende anche
‘gli altri enti di carattere privato’ quale categoria generale e residuale, tra le quali senza dub-
bio può ricomprendersi il trust. Di tale avviso anche l’agenzia delle entrate che, ha anch’essa
precisato che i fini dell’acquisizione della qualifica Onlus, possono essere ricondotte tra gli
altri ‘enti di carattere privato’ tutte le organizzazioni che abbiano soggettività passiva ai fini
tributari e si conformino alle condizioni richieste dal citato articolo 10. A tal proposito, non
essendovi alcun dubbio sull’inclusione del trust tra i soggetti passivi IRES (articolo 73 Tuir),
tuttavia l’Agenzia delle Entrate è intervenuta per fornire le indicazioni sulla disciplina fiscale
applicabile al trust ai fini delle imposte dirette ed indirette, stabilendo la necessità della pre-
senza di taluni elementi essenziali che il trust deve garantire affinché possa essere ricono-
sciuto nell’ordinamento italiano, in particolare: che i beni vincolati costituiscano una massa
distinta separata rispetto ai patrimoni dei soggetti coinvolti e che gli stessi siano intestati al
trustee; che il trustee amministri detti beni in funzione delle indicazioni del disponente
nell’atto costitutivo e che fornisca un rendiconto della sua gestione. In presenza di detti ele-
menti può ravvisarsi un autonomo soggetto passivo ai fini IRES, mentre, nell’ipotesi in cui il
trust costituisca una struttura fittiziamente interposta, non essendo in presenza di un autono-
mo soggetto d’imposta, esso non potrà acquisire la qualifica di Onlus. L’autonoma soggetti-
vità passiva del trust diviene dunque condizione essenziale ma non sufficiente per l’acqui-
sizione della qualifica di Onlus, atteso che essa resta subordinata anche alla verifica della
compatibilità delle diverse tipologie di trust con il regime tributario di favore previsto per le
Onlus. In particolare, articolo 73 del Tuir distingue il trust con beneficiari individuati (trust
trasparente) il trust senza beneficiari individuati (trust opaco). Nel primo caso i beneficiari,
sono individuati e ad essi spetta l’assegnazione del redditi prodotti dal trust, avendo rispetto
a detti redditi autonoma capacità contributiva. Nel trust opaco, invece, non vi sono benefi-
ciari individuati per i redditi prodotti dal trust, che sono imputati direttamente in capo al
trust. Pertanto, nei trust trasparenti, la tassazione è imputata per trasparenza ai singoli bene-
ficiari di reddito individuati e non in capo al trust, in quanto qualificabili come possessori di
tale reddito. Nei trust opachi, invece, il reddito prodotto dal trust è imputato direttamente
interamente al trust stesso ed assoggettato a tassazione in capo quest’ultimo. Alla luce di
queste considerazioni, l’Agenzia delle Entrate ritiene che possa essere qualificato Onlus e
mantenere detta qualifica solo il trust che, al momento riconoscimento e nel corso della sua
intera durata, sia totalmente privo di beneficiari individuati di reddito. Non sarebbero, inve-
ce, qualificabili come Onlus i trust trasparenti, ossia quelli che individuano beneficiari di
reddito, giacché, in tali ipotesi le agevolazioni fiscali delle Onlus farebbero capo ai benefi-
ciari del reddito, evidenziandosi in tale caso un’incompatibilità tra il sistema di tassazione
proprio dei trust trasparenti e le modalità di tassazione delle Onlus, che presuppongono
l’imputazione direttamente esclusivamente in capo all’organizzazione del redditi determinati
secondo il regime di favore proprio delle Onlus”.

– 130 –
iscriversi nel RUNTS per operare autonomamente nel Terzo settore senza
correre il rischio di coinvolgere il patrimonio stabile e compromettere così il
perseguimento dei fini istituzionali degli enti canonici di struttura.
Come abbiamo spiegato, il ricorso al trust è necessario dal momento che
la pia fondazione non autonoma non risulta disciplinata espressamente dal-
l’Accordo del 1984 e dalla legge n. 222/1985 e, dunque, per potere agire nel-
l’ambito del CTS, deve necessariamente essere sussunta all’interno di un isti-
tuto previsto dal diritto civile che sia con essa strutturalmente compatibile.
Delle due possibili ipotesi alternative rispetto a quella del patrimonio de-
stinato ad uno specifico affare di cui all’art. 2247 bis (indicata dall’art. 10
del CTS) sopra esaminate: vale a dire la possibilità di trascrivere atti di de-
stinazione per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela e il trust di
scopo, solo quest’ultimo è risultato compatibile ai fini della traduzione in
termini giuridici della pia fondazione canonica non autonoma alla luce dei
rigidi parametri normativi e dei requisiti strutturali richiesti dal CTS.
Riprendendo sinteticamente i punti per cui risulta preferibile utilizzare un
trust di scopo invece che un negozio di destinazione ex art. 2645 ter, pare
innanzitutto possibile ricordare che – a fronte della pacifica ammissibilità
dei trust di scopo – vi è la, quantomeno, dubbia ammissibilità di negozi di
destinazione di scopo, ritenendosi necessaria e indispensabile l’individua-
zione di uno o più beneficiari determinati o determinabili, caratteristica del
tutto incompatibile con il CTS che prevede la costituzione di un patrimonio
per destinarlo al perseguimento di un’attività destinata al perseguimento di
un fine generale di pubblica utilità.
Inoltre – con riferimento all’effetto segregativo che rappresenta una pre-
rogativa essenziale che deve essere posseduta dall’istituto civilistico deman-
dato a trasporre sul piano del diritto statale la pia fondazione non autonoma
– nel caso della destinazione patrimoniale ex art. 2645 ter, si è in presenza di
una segregazione meramente unilaterale. Vale a dire che i beni vincolati ad
una destinazione non possono costituire oggetto di esecuzione, se non per i
debiti contratti per la suddetta destinazione. Ne discende che i creditori fun-
zionali (cioè quelli che vantano pretese creditorie in relazione all’attività
ETS) potrebbero rivalersi anche sui beni non vincolati, non essendo neppure
prevista la sussidiarietà nell’escussione, con la conseguenza che si rischie-
rebbe un’inaccettabile aggressione diretta al patrimonio stabile dell’ente ca-
nonico che ha costituito il ramo ETS.

7. – Dobbiamo adesso occuparci del tema della devoluzione del patrimo-


nio residuo destinato – nel senso sopra precisato – in caso di scioglimento

– 131 –
dell’ente o della struttura giuridica (es. trust) utilizzato per gestire il ramo
ETS dell’ente religioso/ecclesiastico.
Invero, in tale ipotesi a prima vista sembra profilarsi un potenziale con-
trasto normativo tra quanto previsto dall’art. 9 del CTS e il can. 123 del Co-
dice di diritto canonico.
A mente dell’art. 9 del CTS: “In caso di estinzione o scioglimento, il pa-
trimonio residuo è devoluto, previo parere positivo dell’Ufficio di cui
all’articolo 45, comma 1 (cioè l’Ufficio statale del Registro unico nazionale
del Terzo settore), e salva diversa destinazione imposta dalla legge, ad altri
enti del Terzo settore secondo le disposizioni statutarie o dell’organo socia-
le competente o, in mancanza, alla Fondazione Italia Sociale”. La norma
precisa, altresì, che: “gli atti di devoluzione del patrimonio residuo compiuti
in assenza o in difformità dal parere sono nulli”.
La devoluzione deve, quindi, avvenire utilizzando quali criteri la destina-
zione stabilita da eventuale normativa particolare (ad esempio l’art. 12 del
decreto sull’Impresa Sociale); in mancanza di previsione di legge speciale,
ad altro ETS individuato dallo statuto o dall’organo sociale a ciò eventual-
mente legittimato; infine, in assenza anche di detta determinazione, alla
Fondazione Italia Sociale.
In altri termini, viene fissato un obbligo – sancito con la nullità, ossia con
la massima delle sanzioni giuridiche apprestate dall’ordinamento giuridico
italiano in materia di invalidità di negozi giuridici – di devolvere il patrimo-
nio residuo in caso di scioglimento od estinzione dell’Ente, previo parere
positivo dell’Ufficio Regionale del Registro Unico Nazionale del Terzo Set-
tore. A tale conseguenza negativa si aggiunge anche la previsione di una
sanzione aggiuntiva di natura pecuniaria a carico dei rappresentanti legali e
dei componenti degli organi amministrativi degli enti del Terzo settore che
hanno commesso la violazione o che hanno concorso a commetterla.
Secondo una prima lettura dottrinale del citato articolo, si tratterebbe di
una disposizione molto più gravosa di quella prevista in generale dal Codice
civile, al punto da potersi parlare di una “indebita ingerenza della P.A. su at-
tività che costituiscono espressione dei diritti fondamentali delle perso-
ne” 124.
In merito alla devoluzione del patrimonio residuo l’art. 31 cod. civ. stabi-

124
Così B. BARONI, Costituzione e controlli degli enti del Terzo settore, in AA.VV., Ri-
forma del Terzo settore. Tra Codice del Terzo settore, impresa sociale e 5 per mille, Santar-
cangelo di Romagna, 2017, pp. 38-39 il quale rileva che a fronte del riconoscimento agli
ETS della “loro piena natura privata”, risulta “certamente contraddittorio imporre una forte
intensificazione della ingerenza pubblica in re aliena”.

– 132 –
lisce che: “i beni della persona giuridica, che restano dopo esaurita la li-
quidazione, sono devoluti in conformità dell’atto costitutivo o dello statuto.
Qualora questi non dispongano, se trattasi di fondazione, provvede l’auto-
rità governativa, attribuendo i beni ad altri enti che hanno fini analoghi; se
trattasi di associazione, si osservano le deliberazioni dell’assemblea che ha
stabilito lo scioglimento e, quando anche queste mancano, provvede nello
stesso modo l’autorità governativa”.
In altri termini, nel caso in cui dovesse sussistere un patrimonio residuo
all’esito del pagamento dei debiti e della riscossione dei crediti, dovranno
osservarsi in primo luogo le disposizioni dettate dagli associati nell’atto co-
stitutivo o nello statuto; in mancanza di autoregolamentazione, qualora trat-
tasi di fondazione, supplisce l’autorità competente, se invece – nel caso di
associazioni – si sia pronunciata l’assemblea, ha vigore tale deliberazione;
mancando anche questa, provvederà l’autorità competente.
Dal confronto con l’art. 9 del CTS si evince che questo – diversamente
dal codice civile – tende a comprimere la libertà dell’ente, fino al punto da
elidere la volontà e la libera determinazione degli organi decisionali della
persona giuridica, imponendo un parere obbligatorio e vincolante dell’Uf-
ficio del Registro Unico, come è reso evidente dal fatto che debba essere per
forza positivo.
Anche con riferimento alla normativa di derivazione pattizia in materia di
estinzione di enti ecclesiastici civilmente riconosciuti si evince un diverso
regime giuridico dove viene lasciata ampia autonomia all’autorità ecclesia-
stica. L’art. 20 della legge 222/1985, stabilisce, infatti, che l’autorità eccle-
siastica competente trasmette il provvedimento che sopprime l’ente o ne di-
chiara l’estinzione al Ministro dell’interno il quale, con proprio decreto, ne
dispone l’iscrizione nel registro delle persone giuridiche e provvede alla de-
voluzione dei beni dell’ente soppresso o estinto. Tale devoluzione avviene
“secondo quanto prevede il provvedimento ecclesiastico, salvi in ogni caso
la volontà dei disponenti, i diritti dei terzi e le disposizioni statutarie, e os-
servate, in caso di trasferimento ad altro ente, le leggi civili relative agli ac-
quisti delle persone giuridiche”.
A sua volta, il can. 123 del vigente Codice di diritto canonico stabilisce
che: “estinta la persona giuridica pubblica, la destinazione dei beni e dei di-
ritti patrimoniali e parimenti degli oneri della medesima viene retta dal di-
ritto e dagli statuti; se questi tacciono, essi toccano in sorte alla persona
giuridica immediatamente superiore, salvi sempre la volontà dei fondatori e
degli offerenti come pure i diritti acquisiti; estinta la persona giuridica pri-
vata, la destinazione dei beni e degli oneri della medesima è retta dagli sta-
tuti propri”.

– 133 –
Queste, dunque, le normative di riferimento tra cui potrebbe instaurarsi
un potenziale contrasto.
Per quanto di nostro interesse, a ben vedere, però, – seppure il legislatore
della riforma del Terzo settore non ha utilizzato l’accortezza di esonerare
espressamente gli enti religiosi/ecclesiastici dalla regola generale relativa al-
la devoluzione del patrimonio residuo – non sembra possibile ravvisare un
contrasto significativo tra le diverse normative sopra riportate, quantomeno
tale da indurre ad escludere la possibilità per gli enti canonici iscritti anche
solo quali ETS parziali al RUNTS 125.
In merito, basti considerare che in tutte le fattispecie normative sopra de-
scritte vi è un minimo comun denominatore costituito dalla previsione che in
caso di estinzione dell’ente si deve, in prima battuta, fare riferimento a quan-
to previsto sul punto dagli statuti che governano la persona giuridica (e che,
ricordiamo, devono essere approvati a norma del can. 117 dalla competente
autorità ecclesiastica).
Solo in difetto di un’espressa previsione statutaria si farà ricorso a dei cri-
teri suppletivi che, però, ancora una volta, trovano delle significative simili-
tudini, specie facendo una comparazione proprio tra l’art. 9 CTS e il can.
123 del Codice di diritto canonico.
In entrambe le disposizioni viene, infatti, previsto che ove nulla sia di-
sposto dallo statuto il patrimonio residuo si dovrà rispettivamente devolvere
“ad altri enti del Terzo settore secondo le disposizioni … dell’organo socia-
le competente o, in mancanza, alla Fondazione Italia Sociale” (art. 9 CTS).
In altri termini, l’intenzione del legislatore è quella di fare si che il patri-
monio residuo dell’ente che sin dall’origine era stato destinato allo svolgi-

125
In senso inverso cfr. l’art. 1, comma 3, d.lgs. n. 155/2006 sulla disciplina dell’impresa
sociale: qui si fa riferimento agli “enti ecclesiastici e agli enti delle confessioni con le quali lo
Stato ha stipulato patti, accordi o intese”. Per essi il legislatore ha previsto l’esenzione da diver-
se regole generali, come quelle relative all’uso della denominazione di impresa sociale (art. 7,
comma 2), al regime di responsabilità patrimoniale (art. 6), alla devoluzione del patrimonio in
caso di cessazione dell’impresa (art. 13, comma 3), alle procedure concorsuali (art. 15, comma
1). Per quanto concerne la normativa sulle, come ricordano P. A. PESTICCIO, M. PISCETTA, I
Profili fiscali delle Onlus, cit., pp. 58-59, la circolare numero 168/ E/1998 ha introdotto per gli
enti ecclesiastici in caso di Onlus parziale, “un obbligo pratico che si ritiene utile seguire, seb-
bene un punto di vista giuridico esso non abbia effettiva coazione. La circolare citata richiede
all’ente ecclesiastico che voglia gestire un ramo la predisposizione di un regolamento nella
forma della scrittura privata registrata nel quale recepire le clausole dell’articolo 10, comma 1
del decreto Onlus. Il regolamento dovrà, pertanto, contenere anche la clausola devolutiva pre-
vista per le Onlus ed è opinione comune, ma non del tutto pacifica, che il patrimonio dell’ente
ecclesiastico destinato al ramo Onlus venga ad essere sottoposto, in caso di perdita della quali-
fica, al vincolo devolutivo previsto dalla citata clausola di cui alla lett. f)”.

– 134 –
mento di un’attività di interesse generale non venga sottratto a questa desti-
nazione ma che continui ad essere utilizzato anche dopo l’estinzione dell’en-
te di cui aveva costituito la dotazione patrimoniale, venendo riassegnato ad
altro ETS scelto dallo statuto o, in difetto dall’organo sociale e, in ultima
istanza, alla Fondazione Italia Sociale. Pare ovvio concludere che, qualora
tale ratio legis venga rispettata, il parere obbligatorio e vincolante dell’Uff-
icio del Registro Unico si limiterebbe ad una semplice presa d’atto del ri-
spetto delle previsioni normative.
Siffatta logica sembra del tutto compatibile con quanto previsto in mate-
ria dal diritto canonico per la persona giuridica pubblica (per quella privata
il canone in parola rinvia tout court agli statuti), dal momento che il can. 123
prevede che il patrimonio residuo debba essere devoluto “alla persona giuri-
dica immediatamente superiore, salvi sempre la volontà dei fondatori e degli
offerenti come pure i diritti acquisiti”. La similitudine tra le due disposizioni
considerate si coglie appieno ove si consideri che con l’espressione: “perso-
na giuridica immediatamente superiore” si deve intendere “quella che per-
segue lo stesso fine analogo” (Communicationes, 1974, p. 100, n. 7) 126.
Da quanto esposto si ricava che entrambe le norme considerate utilizzano
il medesimo criterio teleologico di devoluzione del patrimonio residuo cer-
cando di assegnarlo a soggetti che perseguano delle finalità analoghe a quel-
le dell’ente estinto.
Ne consegue che non si profilano particolari problemi applicativi o con-
flitti disciplinari, specie ove si consideri che qualora l’autorità ecclesiastica
competente decida di iscrivere un ente o un patrimonio segregato in forma di
trust al RUNTS potrà risolvere agevolmente ogni possibile dubbio interpre-
tativo stabilendo con chiarezza nello statuto delle specifiche norme attinenti
la devoluzione del patrimonio residuo, magari destinandolo ad un altro ente
religioso/ecclesiastico civilmente riconosciuto che persegua uno scopo ana-
logo a quello estinto e che sia iscritto al RUNTS, il tutto nel pieno rispetto e
senza contrasti con le diverse fattispecie normative sopra considerate.

126
Così L. CHIAPPETTA, Il codice di diritto canonico. Commento giuridico pastorale, vol.
I, cit., p. 184, il quale ricorda che “l’identificazione semplice quando si tratta di persone or-
dinate fra loro gerarchicamente: così, per esempio, per una parrocchia la persona immedia-
tamente superiore è la diocesi; per la diocesi è la Santa Sede; per una casa religiosa è la pro-
vincia; per una provincia è l’istituto. Ma non mancano casi in cui l’identificazione presenta
delle difficoltà: se per esempio, due associazioni siano pienamente autonome e non abbiano
fra di loro alcun rapporto … nei casi dubbi, la decisione spetta all’autorità ecclesiastica da
cui la persona giuridica estinta dipende, ossia, di regola, quella medesima che aveva eretto la
persona giuridica e aveva facoltà di sopprimerla”.

– 135 –
– 136 –
CAPITOLO IV

RESPONSABILITÀ PENALE
DEGLI ENTI RELIGIOSI/ECCLESIASTICI
E RIFORMA DEL TERZO SETTORE

SOMMARIO: 1. Il superamento del dogma della non punibilità degli enti “Societas delinquere
non potest”. – 2. Sulla responsabilità penale degli enti nel diritto canonico. – 3.
L’introduzione in Italia del principio “Societas delinquere potest et puniri debet” (d.lgs.
n. 231/2001). – 4. Considerazioni sull’applicazione del d.lgs. n. 231/2001 agli enti non
profit alla luce della riforma del Terzo settore. – 5. Cenni sulla responsabilità penale de-
gli enti religiosi/ecclesiastici.

1. – Il quadro normativo internazionale è stato, nel corso degli ultimi an-


ni, caratterizzato dalla diffusa tendenza a riconoscere la responsabilità pena-
le delle persone giuridiche in via cumulativa o alternativa rispetto a quella
delle persone fisiche che agiscono per conto di esse.
Si tratta di un trend normativo che ha avuto origine nel diritto anglosassone
di common law (c.d. criminal liability of corporations) con l’applicazione del-
la c.d. “alter ego doctrine”, ma che – a motivo del predominante ruolo delle
organizzazioni societarie nella moderna economia globale – ha finito con
l’interessare anche le nazioni a tradizione di civil law 1. Ragion per cui i legi-

1
Cfr. R. LOTTINI, La responsabilità penale delle persone giuridiche nel diritto inglese,
Milano, 2005, pp. 28 ss., il quale ricorda che le motivazioni che hanno indotto il diritto in-
glese ad accogliere per primo il principio della responsabilità penale delle persone giuridiche
sono strettamente legate al tradizionale “pragmatismo” anglosassone, poco incline “all’ela-
borazione di una teoria generale della persona giuridica”, che si trovò di fronte alla necessità
di trovare “forme di tutela più intense” quando il fenomeno economico legato alla rivoluzio-
ne industriale divenne più intenso. Invero, “nel periodo in cui si affermò il principio della
criminal liability of corporations è possibile infatti notare come la rivoluzione industriale e

– 137 –
slatori statali – sia di Common law che di Civil Law – hanno ormai definiti-
vamente accettato ed applicato il principio della responsabilità penale non solo
delle società, ma anche delle persone giuridiche senza scopo di lucro 2.
In altri termini, si è assistito al superamento di quello che, per secoli, era
stato definito il “dogma” dell’incapacità penale delle persone giuridiche, sin-
tetizzato nel noto brocardo per cui “Societas delinquere non potest”, o in
quello secondo il quale “impossibile est quod universitas delinquat”.
Si è, infatti, pervenuti al ribaltamento di detto principio, giungendosi a
formulare un aforisma latino opposto a quello sopra richiamato, secondo cui,
non solo “Societas delinquere potest” ma, anzi, “puniri debet”. In tal modo
si è introdotto, anche nell’ambito degli ordinamenti giuridici di civil law, il
principio della punibilità penale degli enti.
Persino lo Stato Città del Vaticano si è dotato di strumenti normativi san-
zionatori a carico dei soggetti diversi dalle persone fisiche che vengono,
dunque, considerati direttamente “responsabili” per alcune fattispecie pe-
nalmente rilevanti poste in essere dai loro rappresentanti 3.

la crescita economica del paese, con conseguente espansione sia del numero che delle di-
mensioni delle corporations, fecero sorgere l’esigenza di escogitare ulteriori strumenti di
controllo sociale diretti a colmare le lacune che erano venute a crearsi nel diritto civile”.
2
Per alcuni cenni di diritto comparato si veda K. TIEDEMANN, La responsabilità penale
delle persone giuridiche nel diritto comparato, in Riv. it. dir. proc. pen., 1995, pp. 615 ss.;
G. DE VERO, La responsabilità delle persone giuridiche, in Trattato di diritto penale, diretto
da C. F. GROSSO, T. PADOVANI, A. PAGLIARO, Milano, 2008, pp. 69-114. Come ricordano M.
ARENA e G. CASSANO, La responsabilità da reato degli enti collettivi, Milano, 2007, pp. 93-
94, “ un utile ausilio interpretativo può venire dal sistema anglosassone di corporate liabili-
ty. La colpa dell’ente, secondo recenti orientamenti, consiste nella mancanza di corporate
culture, la quale consiste nel clima di obbedienza alla legge che la catena di comando e la
struttura decisionale riescono a creare e mantenere all’interno dell’impresa. La migliore dot-
trina si è impegnata nell’individuazione degli indicatori della cultura societaria. In particola-
re, per stabilire se un ente ha incoraggiato la commissione di un reato, occorre verificare so-
prattutto: 1) se il controllo sui singoli processi interni è stato insufficiente o non tempestivo;
2) se gli scopi dell’ente potevano essere perseguiti sono nel disprezzo della legge; 3) se
l’ente ha istruito e supervisionato i dipendenti; 4) quale è stato il comportamento dell’ente
dopo l’illecito: in particolare la compensation (riparazione delle conseguenze dannose o pe-
ricolose dell’illecito); 5) se esistevano devono effettivamente attuate explicit guidelines anti-
crimine. La nozione praticabile – e non fittizia – di colpa è allora riconducibile alla mancan-
za o alla violazione di regole di corretta policy aziendale, nelle quali si manifesta il concetto
di ‘volontà dell’ente’… la corporate culture è definita dal Codice penale australiano del
1995 come: ‘an attitude, policy, rule, course of conduct or practice existing within the body
corporate generally or in the part of the body corporate wich the relevant activities take pla-
ce’. In definitiva, il reato dell’apice determina una presunzione relativa di colpa aziendale:
ente potrà superarla dimostrando di essere stato ‘prudente e diligente’ (good citizen)”.
3
Si veda la legge dello Stato della Città del Vaticano N. CXXVII, concernente la preven-

– 138 –
In particolare, la normativa vaticana – anche sotto il governo del Regnan-
te Pontefice Francesco – ha introdotto un sistema sanzionatorio a carico del-
le persone giuridiche, per tutti i casi in cui esse profittino di attività crimino-
se commesse dai loro organi o dipendenti, stabilendo una loro responsabilità
diretta con sanzioni interdittive e pecuniarie 4.
Anche l’Italia – con il decreto legislativo dell’8 giugno 2001 n. 231 – si è
dotata di una specifica legislazione volta a reprimere i possibili abusi com-
messi dietro il paravento di strutture, non solo societarie, ma anche mera-
mente associative, seppure senza scopo di lucro 5. Si è trattato di un’innova-

zione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del
terrorismo del 30 dicembre 2010, entrata in vigore il 1° aprile 2011. Tale legge, dopo avere
identificato all’articolo 2 tra i Soggetti tenuti al rispetto degli obblighi di prevenzione in ma-
teria di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo “Ogni soggetto, persona fisica o giuri-
dica, ente ed organismo di qualsivoglia natura,..”, prevede espressamente anche a carico
delle persone giuridiche, nei casi di violazione degli obblighi, “la sanzione amministrativa
pecuniaria da euro 10.000 ad euro 250.000”. Si prevede, infatti, che “La sanzione, secondo
la procedura prevista dalla legge 14 dicembre 1994, n. CCXVII, è irrogata ai soggetti sotto-
posti agli obblighi di cui alla presente legge, siano essi persona fisica o giuridica, ente ed
organismo di qualsivoglia natura. Il soggetto sanzionato, diverso dalla persona fisica, è te-
nuto ad esercitare il regresso nei confronti degli autori della violazione”. Il testo integrale
del provvedimento è disponibile su http://www.vatican.va/vatican_city_state/legislation/
documents/scv_doc_20101230_legge_it.html. Per un primo commento si rinvia a G. DALLA
TORRE, La nuova normativa vaticana sulle attività illegali in campo finanziario e monetario,
in Ius Ecclesiae, XXIII, 2011, p. 112 ss.; F. SGUBBI, D. FONDAROLI, A. ASTROLOGO, G. SIL-
VESTRI, La legislazione antiriciclaggio dello Stato della Città del Vaticano: una compara-
zione con il sistema italiano, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica
(www.statoechiese.it), n. 9/2013; G. DALLA TORRE, Il diritto penale della Città del Vaticano.
Evoluzioni giurisprudenziali, a cura di G Dalla Torre e G. Boni, Torino, 2014, specialmente
pp. 131-152.
4
Si veda la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio del Sommo Pontefice France-
sco, “Sulla giurisdizione degli organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano in mate-
ria penale” dell’11 luglio 2013, disponibile su http://www.vatican.va/holy_father/francesco/
motu_proprio/documents/papafrancesco-motu-proprio_20130711_organi-giudiziari_it.html.
In argomento cfr. G. RIVETTI, Stato città del Vaticano normativa antiriciclaggio. Armonizza-
zione del diritto Vaticano alle direttive UE in materia di riciclaggio e finanziamento al ter-
rorismo, Milano, 2014; A. FUCCILLO, La Convenzione monetaria Scv/Ue e la concorrente
sovranità finanziaria di Italia e Vaticano, in AA.VV., Finanze vaticane e Unione europea.
Le riforme di Papa Francesco e le sfide della vigilanza internazionale, a cura di E. Bani e P.
Consorti, Bologna, 2015, pp. 129-149; P. V. AIMONE BRAIDA, Le finanze del Papa, Roma,
2016, specialmente pp. 65-87.
5
Come ricorda L. PILON, L’ente ecclesiastico e il terzo settore, in L’ente ecclesiastico a
trent’anni dalla revisione del Concordato, a cura di P. Clementi e L. Simonelli, cit., pp. 439-
453, “il legislatore, da un lato ed a ragione, abbia voluto riempire un vuoto legislativo ormai
non più sostenibile introducendo forme di responsabilità degli enti collettivi per gli atti cri-
minosi posti in essere dai propri rappresentanti; ma, da un altro lato, che a ciò abbia provve-

– 139 –
zione normativa del tradizionale sistema italiano delle persone giuridiche
che, però, pone ad oggi diversi e complessi dubbi interpretativi 6.
Per quanto di nostro interesse, tra i problemi ermeneutici ancora irrisolti,
vi è quello relativo all’applicabilità di detta normativa agli enti ecclesiastici
civilmente riconosciuti ex legge 222/1985 7.
In particolare, l’art. 1 n. 3 del citato decreto legislativo, avente ad oggetto
l’ambito di applicazione della riforma, afferma che dette norme “Non si ap-
plicano allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non
economici, nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale”,
senza specificare quali siano gli enti che compongono tale ultimo gruppo.
Ed infatti, il d.lgs. n. 231/2001 non menziona gli enti ecclesiastici trascu-
rando di considerarne le peculiarità teleologiche che rivestono un indubbio
rilievo costituzionale e che, certo, avrebbero meritato una maggiore conside-
razione. A meno che non si voglia, con un certo sforzo d’immaginazione,
considerare l’omesso riferimento (anche nei lavori preparatori) agli enti ec-
clesiastici come un esercizio di laicità, cioè come un applicazione in materia
del relativo principio supremo.
Resta, dunque, da chiedersi se, alla luce della funzione svolta nell’ordi-
namento costituzionale dagli enti ecclesiastici (cfr. ad esempio gli artt. 19 e
20 Cost.), l’esclusione di punibilità prevista dal citato art. 1 riguardi anche
gli enti religiosi in genere ed in specie gli enti ecclesiastici.

2. – Sennonché, mentre tutti gli altri sistemi giuridici, anche di civil law,
andavano rendendosi conto dell’ineludibile necessità giuridica di sanzionare
penalmente gli abusi riconducibili alle persone giuridiche, il diritto canonico
– in assoluta controtendenza rispetto all’andamento normativo internaziona-

duto pensando principalmente agli enti-impresa, ritenendo essere il perseguimento dell’inte-


resse economico e l’esercizio dell’attività commerciale e produttiva i settori ove la tentazio-
ne a delinquere prevalentemente si manifesta. Questa diversità tra l’intento concettuale di-
chiarato della produzione normativa ed il suo concreto porsi, giustifica una sensazione di
fondo di eccessività dell’impianto sanzionatorio ove riferito agli enti sprovvisti di finalità
speculativa. E tra essi, per ciò che ci riguarda, gli enti ecclesiastici”.
6
In argomento cfr. F. C. REZZONICO, Responsabilità amministrativa degli enti da norme
sanzionatorie non penali, in AA.VV., I modelli organizzativi ex D.Lgs. 231/2001. Etica
d’impresa e punibilità degli enti, a cura di C. MONESI, Milano, pp. 79-114.
7
Cfr. D. FONDAROLI, A. ASTROLOGO, G. SILVESTRI, Gli enti ecclesiastici civilmente rico-
nosciuti. Riflessioni in tema di applicabilità del d. lgs. n. 231/2001, cit., pp. 270 ss.; il con-
tributo è anche pubblicato con il titolo Responsabilità “amministrativa” ex d. lgs. n. 231 del
2001 ed enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, in Stato, Chiese e pluralismo confessiona-
le, Rivista telematica (www.statoechiese.it), n. 38/2012.

– 140 –
le – ha, inopinatamente, espunto dal sistema penale del Codice del 1983
qualsivoglia canone riferito espressamente alle persone giuridiche 8.
Con il nuovo codice si è, infatti, deciso di non prevedere più la responsa-
bilità penale degli enti, delle Universitates, ma solo quella individuale delle
persone fisiche. Si tratta di una scelta che contraddice la tradizione giuridica
canonica la quale, fin dal medioevo, aveva già ampiamente configurato la
capacità a delinquere da parte dei soggetti diversi dalle persone fisiche, ap-
prestando apposite sanzioni per punire ed emendare le condotte penalmente
rilevanti (es. pene medicinali quali l’interdetto locale ed espressamente il
can. 2255 § 2 del Codice Piano–benedettino che prevedeva, espressamente,
le persone morali quali destinatarie delle censure, anche se non della scomu-
nica “…interdictum et suspensio, afficere potest etiam communitatem, ut
personam moralem”) 9.
Nonostante la ricordata inversione di tendenza, resta da chiedersi se – nel
diritto canonico vigente – sia, comunque, configurabile una responsabilità
diretta della persona giuridica per atti illeciti a rilevanza penale commessi
dagli amministratori nell’esercizio delle loro funzioni.
Come è noto, è ormai un dato pacificamente acquisito quello della capa-
cità giuridica degli enti personificati i quali si configurano come delle realtà
indipendenti ed unitarie che trascendono la mera somma algebrica degli in-
dividui e delle cose che le compongono (Universitas distat a singulis), pre-
sentandosi quali soggetti – pleno iure – di diritti ed obbligazioni nell’ordina-
mento canonico.
Dato altrettanto pacificamente acquisito è poi quello della rappresentanza
della persona giuridica attuata, a norma del diritto o degli statuti, tramite ap-
positi organi rappresentativi – di natura sia individuale che collegiale – che

8
Sul punto si rinvia ampiamente a M. FERRANTE, La responsabilità penale delle persone
giuridiche nel diritto canonico, Roma, 2013, specialmente pp. 21-54.
9
Cfr. V. DE PAOLIS, Communio et excommunicatio, in Periodica, 70, 1981, pp. 271-302;
L. GEROSA, La scomunica e la protezione dei diritti fondamentali del cristiano, in I diritti
fondamentali del cristiano nella Chiesa e nella società: Atti del IV Congresso Internazionale
di Diritto Canonico, Fribourg-Milano, 1981, pp. 1095-1106; A. BORRAS, L’excommuni-
cation dans le nouveau code de droit cononique. Essai de définition, Paris, 1987; ID., De ex-
communicatione in novo codice, in Periodica, 1990, pp. 713-732; J. SANCHIS, Sulla natura e
gli effetti della scomunica, in Ius Ecclesiae, 1990, pp. 633-661. Per ulteriori approfondimenti
storici si veda G. GAUDEMET, Note sur les formes anciennes de l’excommunication, in
AA.VV., Histoire du droit et des institutions de l’Eglise en Occident, a cura di G. LE BRAS e
J. GAUDEMET, vol. III, Paris, 1955, pp. 70-87; J. BERNHARD, Excommunication et pénitence-
sacrament aux premiers siècles de l’Eglise, in Revue de droit canonique, 15, 1965, pp. 265-
281 e 318-330; E. VODOLA, Excommunication in the Middle Ages, Berkeley, Los Angeles,
London, 1986.

– 141 –
formano e manifestano all’esterno la volontà della persona giuridica e attra-
verso cui si attua la capacità di agire dell’ente 10.
Prendendo le mosse da un’assimilazione alle persone fisiche delle perso-
ne giuridiche – concepite quali enti reali, viventi e volenti – si giunge, facil-
mente, ad affermarne la piena capacità a delinquere civile e penale di esse.
Invero, nel vigente codice, pare pienamente accolta la concezione organi-
cistica della persona giuridica per cui gli organi di rappresentanza dell’ente
personificato non possono considerarsi un alterum rispetto alla persona giu-
ridica stessa che rimane legalmente vincolata da tutti gli atti legalmente
compiuti dai suoi rappresentanti 11.
Ciò posto, sembra naturale affermare che una persona giuridica possa e
debba ritenersi imputabile, anche penalmente, dei propri atti.
Si pone adesso il problema di ricostruire sistematicamente l’imputabilità
degli atti illeciti compiuti dai rappresentati della persona giuridica all’ente
rappresentato.
Sarebbe, infatti, sin troppo facile asserire che, se l’atto lecito del rappre-
sentante deve essere considerato come atto della persona giuridica, tale prin-
cipio deve valere anche quando l’atto è illecito (cuius commoda, eius et in-
commoda) 12.
Così ragionando dovrebbe ammettersi, però, tout court, una responsabili-
tà penale oggettiva per fatto altrui, cioè degli organi rappresentativi, di cui
occorre, invece, verificare la congruenza con i principi generali del diritto
canonico.
Si deve, cioè, accertare se tale soluzione sia compatibile con il rigoroso –
per non dire assoluto – divieto di responsabilità oggettiva tipico del diritto

10
In argomento S. CARMIGNANI CARIDDI, voce Rappresentanza (diritto canonico), in
Enc. dir., vol. XXXVIII, Milano, 1987, p. 486 ss.
11
Aderisce ad una concezione realistica della personalità giuridica G. MICHIELS, De per-
sonalitate morali ex ipso juris praescripto in Codice Juris Canonici, in Analecta Gregoria-
na, 69, 1953, p. 4 ss.; ID., Principia generalia de personis in Ecclesia, Lublini, 1932, pp. 309
ss. L’A. definisce la persona morale come ente concepito siccome realmente esistente dal
legislatore e costituito da una qualsivoglia pluralità, di persone fisiche o di cose, destinata a
perseguire un dato fine ecclesiastico, religioso o caritativo formalmente distinto dal suo pro-
prio sostrato materiale (persone o cose), titolare di diritti ed obblighi di fronte al diritto della
Chiesa, dal quale è istituito e riconosciuto.
12
Come argutamente osservato, si tratterebbe del “rovescio della medaglia” della capaci-
tà attribuita alle persone giuridiche di compiere atti a mezzo dei propri rappresentanti. Così
si esprime F. FERRARA, Teoria delle persone giuridiche, cit., p. 870, per il quale siffatta con-
clusione “non è solo un principio di politica legislativa od un ideale di giustizia, ma un prin-
cipio rigoroso di diritto, perché l’attività giuridica non si può sceverare e sdoppiare nelle sue
qualità e conseguenze”.

– 142 –
penale canonico che sembrerebbe apparentemente leso dall’imputazione au-
tomatica della responsabilità penale di atti delittuosi compiuti dai rappresen-
tanti all’ente rappresentato.
Pare evidente, del resto, che altro è la responsabilità civile o amministra-
tiva conseguente ad atti illeciti degli amministratori, perfettamente compati-
bile con la sistematica canonistica, altro è la responsabilità penale.
Un’ulteriore ipotesi teorica da verificare, è se la responsabilità della per-
sona giuridica sia da configurare come responsabilità per fatto proprio omis-
sivo colpevole, specie nel caso in cui si configuri l’ipotesi di una culpa in
eligendo o in vigilando della persona giuridica.
Venendo a trattare della configurabilità di una responsabilità oggettiva
della persona giuridica per il fatto penalmente rilevante compiuto dai suoi
rappresentanti, occorre, preliminarmente, precisare che la responsabilità og-
gettiva, nell’ambito del diritto penale, indica quella forma di imputazione
della responsabilità ex crimine che prescinde dalla verifica della sussistenza
del criterio d’imputazione soggettiva del fatto al suo autore nelle diverse
forme del dolo e della colpa.
La responsabilità oggettiva è, dunque, caratterizzata dall’imputazione del
fatto penalmente rilevante esclusivamente alla luce della ricorrenza del nes-
so causale tra la condotta e l’evento lesivo (qui in re illicita versatur etiam
pro casu tenetur) 13. In base a tale principio, un soggetto può essere condan-
nato sulla base del fatto che l’evento sia una conseguenza meramente mate-
riale della sua azione od omissione, senza che rilevi il legame psichico tra
soggetto e fatto.
Sennonché, come è noto, il diritto canonico non ammette la responsabili-
tà oggettiva come titolo di imputazione in quanto “la Chiesa considera che
possa esserci pericolo per una pacifica convivenza ecclesiale e per il bene
delle anime solo allorquando un delitto abbia come presupposto un peccato
formalmente grave”, per non dire che, in assenza di una colpa morale grave
si rischierebbe di punire un’innocente, tale dovendosi considerare chi abbia
violato una norma incoscientemente o involontariamente 14.

13
In argomento, cfr. R. PANNAIN, voce Responsabilità oggettiva (diritto penale), in No-
viss. dig. it., Vol. XV, Torino, 1968, pp. 704-707; F. MANTOVANI, Responsabilità oggettiva
espressa e responsabilità oggettiva occulta, in Riv. it. dir. proc. pen., 1981, pp. 460 ss.;
AA.VV., Responsabilità oggettiva e giudizio di colpevolezza, a cura di A.M. STILE, Napoli,
1989; A. PAGLIARO, Imputazione obiettiva dell’evento, in Riv. it. dir. proc. pen., 1999, pp.
779 ss.; M. DONINI, Imputazione oggettiva dell’evento. “Nesso di rischio” e responsabilità
per fatto proprio, Torino, 2006; G. FIANDACA, Riflessioni problematiche tra causalità ed
imputazione oggettiva, in Ind. pen., 2006, pp. 945 ss.
14
Così A. D’AURIA, L’imputabilità nel diritto penale canonico, cit., pp. 72-73.

– 143 –
A ben vedere, però, anche questa possibile obiezione viene agevolmente
superata applicando la ricordata teoria organicistica che implica una sorta di
monoliticità del processo decisionale. Infatti, una volta ammesso che i rap-
presentanti non si pongono in rapporto di alterità con l’ente rappresentato –
in quanto agiscono come organi della persona giuridica in virtù del rapporto
di immedesimazione organica – si ha come logico corollario che non è affat-
to configurabile una responsabilità oggettiva dell’ente per fatto altrui, bensì
una responsabilità diretta e personale per fatto proprio.
Al più, come vedremo di seguito, potrà configurarsi un concorso di re-
sponsabilità tra rappresentante e persona giuridica, determinandosi in tal
modo un cumulo di responsabilità per il medesimo fatto delittuoso (can.
1329 e can. 1417 CCEO).
Resta da capire in cosa consista questa responsabilità per fatto proprio
della persona giuridica in relazione ad atti penalmente rilevanti posti in esse-
re dai rappresentanti della stessa.
In merito, sovviene la c.d. “colpa di organizzazione” da tempo teorizzata,
quale criterio d’imputazione, tanto dalla dottrina penalistica italiana che
straniera in materia di corporate criminality.
Invero, si tende a configurare una responsabilità anche penale qualora sia
“riscontrabile un deficit organizzativo, in quanto i vari possibili strumenti di
controllo preventivo dei rischi criminali non risultino attivati”, potendosi per
tale via imputarsi alla persona giuridica una colpa di organizzazione che
“consente una piana e agevole imputazione ad essa dell’illecito penale rea-
lizzato nel suo ambito operativo” 15.
Si parla in tali casi di colpevolezza preventiva (preventive fault), dovuta
alla colpevole mancata adozione di accorgimenti organizzativi preventivi
idonei ad evitare la commissione di delitti da parte dei rappresentanti 16.
Il sistema delineato evidenzia, pertanto, come la colpa di organizzazione

15
Così G. DE VERO, La responsabilità penale delle persone giuridiche, cit., pp. 63 ss.
16
In argomento F.C. PALAZZO, Associazioni illecite ed illeciti delle associazioni, Riv. it.
dir. proc. pen., 1976, pp. 439 ss.; C.E. PALIERO, Problemi e prospettive della responsabilità
penale dell’ente nell’ordinamento italiano, in Riv. trim. dir. pen. econ., 1996, pp. 1174 e ss.;
A. MANNA, La responsabilità delle persone giuridiche: il problema delle sanzioni, in Riv.
trim. dir. pen. ec., 1999, 919 ss.; C. DE MAGLIE, La disciplina della responsabilità delle per-
sone giuridiche e delle associazioni. Principi generali e criteri di attribuzione della respon-
sabilità, in Dir. pen. proc., 2001, fasc. 11, pp. 1248 ss.; G. AMARELLI, Mito giuridico ed evo-
luzione della realtà: il crollo del principio societas delinquere non potest, in Riv. trim. dir.
pen. econ., 2003, pp. 945 ss.; I. CARACCIOLI, Osservazioni sulla responsabilità penale pro-
pria delle persone giuridiche, in AA.VV., Studi in onore di Marcello Gallo. Scritti degli al-
lievi, Torino, 2004, pp. 73 ss.

– 144 –
si esprima già nella mancata fase di predisposizione di un’accorta tecnica
organizzativa finalizzata alla prevenzione del rischio, configurandosi perciò,
quale deficit organizzativo e, quindi, quale inefficienza rimproverabile che si
atteggia come elemento costitutivo del reato (actio damnificativa culpabi-
lis) 17.
L’ente per essere esentato dalla responsabilità deve provare di aver adot-
tato ed efficacemente attuato misure di organizzazione, gestione e controllo
idonee a prevenire la commissione di illeciti penali 18.
Ragionando in tal modo, si delinea una responsabilità diretta della perso-
na giuridica, evitando di dover ricorrere ad un’imputazione meramente
obiettiva del fatto, per privilegiare una specifica forma di colpevolezza del-
l’ente basata su un criterio di imputazione soggettivo (ubi omissio ibi culpa).
Si tratta di vedere se tale criterio d’imputabilità, fondato sulla negligenza
colpevole (omissio debitae diligentiae), sia compatibile con il sistema cano-
nistico penale vigente 19.

17
In argomento cfr. G. GRASSO, Organizzazione aziendale e responsabilità penale per
omesso impedimento dell’evento, in Arch. pen., 1982, pp. 744 e ss.; C. PIERGALLINI, La di-
sciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e delle associazioni.
Sistema sanzionatorio e reati previsti dal codice penale, in Dir. pen. proc., 2001, fasc. 11, p.
1353 ss.; ID., Societas delinquere et puniri non potest: la fine tardiva di un dogma, in Riv.
trim. dir. pen. econ., 2002, pp. 571 ss.; A. FIORELLA, G. LANCELLOTTI, La responsabilità
dell’impresa per i fatti di reato. Commento alla legge 29 settembre 2000, n. 300 ed al d.lgs.
8 giugno 2001, n. 231. Presupposti della responsabilità e modelli organizzativi, Torino,
2002; A. MANNA, La c.d. responsabilità amministrativa delle persone giuridiche: un primo
sguardo d’insieme, in Riv. trim. dir. pen. econ., 2002, pp. 501 ss.; D. PULITANÒ, La respon-
sabilità da reato degli enti: i criteri d’imputazione, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2002, pp. 415
ss.; G. COCCO, L’illecito degli enti dipendente da reato ed il ruolo dei modelli di prevenzio-
ne, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2004, pp. 90 ss.; AA.VV., La responsabilità dell’ente per il
reato commesso nel suo interesse (D.Lgs. n. 231/2001), a cura di S. VINCIGUERRA, M. CERE-
SA GASTALDO, A. ROSSI, Padova, 2004; F. TRIPODI, “Situazione organizzativa” e “colpa in
organizzazione”: alcune riflessioni sulle nuove specificità del diritto penale dell’economia,
in Riv. trim. dir. pen. econ., 2004, pp. 483 e ss.; C. E. PALIERO, C. PIERGALLINI, La colpa di
organizzazione, in Resp. amm. soc. e enti, 2006, fasc. 3, pp. 167 ss.; D. PIVA, Contributo
all’analisi della responsabilità per la “organizzazione difettosa” nel diritto penale dell’im-
presa, Roma, 2007, ad indicem.
18
Per i profili comparatistici cfr. G. MARINUCCI, Societas puniri potest: uno sguardo sui
fenomeni e sulle discipline contemporanee, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2002, pp. 1202 ss.; R.
LOTTINI, La responsabilità penale delle persone giuridiche nel diritto inglese, cit., pp. 71 ss.
19
Cfr. G. J. PELLEGRINI, Jus Ecclesiae poenale, vol. I, De Delictis, cit., pp. 76 ss. Il qua-
le, con riferimento al codice abrogato, ricorda che “Culpa juridica ex omissione debitae dili-
gentiae regulariter consistit in non praevidendis effectibus antijuridicis ex propria actione
vel omissione secuturis. Duplici modo – can. 2203, §1 – hoc fieri potest: a) aut affectus
noxius non praevidetur, cum praevideri possit et debeat – quo in casu imputabilitas minuitur

– 145 –
In merito sovviene il combinato disposto dei cann. 1321, § 2 e 1326, § 1, 3°.
Il can. 1321, § 2 afferma il principio di esenzione dalla pena per l’autore
se il delitto è stato determinato da semplice colpa affermando che “È tenuto
alla pena stabilita da una legge o da un precetto, chi deliberatamente violò
la legge o il precetto; chi poi lo fece per omissione della debita diligenza
non è punito, salvo che la legge o il precetto non dispongano altrimenti” 20.
Viceversa, il can. 1326, § 1, 3° prevede quale circostanza aggravante del
delitto il fatto che “il reo che, essendo stabilita una pena per il delitto colpo-
so, previde l’evento e ciononostante omise le precauzioni per evitarlo, come
qualsiasi persona diligente avrebbe fatto”.
In base a tali canoni, si stabilisce, dunque, che la violazione di una legge
o di un precetto penale ex omissione debitae diligentiae, non è, ex se, suscet-
tibile di avere rilevanza penale, tranne che non sia previsto espressamente
dalla stessa legge o precetto.
Ciò posto, occorre ora chiedersi se sia configurabile una responsabilità
organizzativa delle persone giuridiche canoniche per il fatto illecito del loro
rappresentante, specie quando l’evento delittuoso sarebbe stato evitabile
adottando opportuni accorgimenti organizzativi.
Alla luce dei canoni appena esaminati, per poter rispondere affermativa-
mente a tale ultimo quesito, è indispensabile trovare nel diritto canonico po-
sitivo un sicuro riscontro normativo che consenta di ritenere penalmente ri-
levanti le suddette condotte negligentemente omissive delle persone giuridi-
che.
In merito, trova, a nostro avviso, un valido appiglio legislativo è rinveni-
bile nel can. 1389, § 2 in base al quale “Chi, per negligenza colpevole, pone
od omette illegittimamente con danno altrui un atto di potestà ecclesiastica,
di ministero o di ufficio, sia punito con giusta pena” 21.

pro modo a judice determinando, et ratio est quia tunc deest voluntas deliberata violandi
legem; b) aut effectu praeviso, tamquam probabili et evitabili, cautiones ad illum evitandum
non adhibentur, quo in altero casu culpa est proxima dolo, tamen violatio legis ex mera cul-
pa juridica, etsi summa, imputari debet”.
20
Alla luce di quanto previsto dal can. 1321, § 2 pare possibile affermare che anche il vi-
gente codice, come già il precedente, “accoglie anche la figura della lata culpa o magna cul-
pa, come la chiamavano i Romani, e che è la negligenza estrema, per cui nell’atto stesso di
prevedere la possibilità di una lesione non si adoperano tutte quelle attenzioni o quelle misu-
re precauzionali che ogni persona di comune buon senso adotterebbe. L’aver preveduto l’ef-
fetto da scansare fa sì che la magna culpa si specifichi dalla culpa ordinaria; e se un princi-
pio giuridico assai in voga la equiparava senz’altro al dolo (magna culpa dolus est), il codice
con più sottile e indovinata discriminazione psicologica l’avvicina soltanto”. Così G. CAVI-
GLIOLI, De censuris latae sententiae, Taurini, 1918, pp. 775 ss.
21
Analoga previsione si ha nel can. 1464, § 2 del CCEO, dove si stabilisce che “Colui

– 146 –
Sulla scorta del can. 1389, § 2 viene espressamente sanzionata – con pena
ferendae sententiae, indeterminata e precettiva – l’ipotesi di negligenza col-
pevole da parte di chiunque (anche una persona giuridica) abbia illegittima-
mente anche solo omesso un qualsiasi atto di potestà, di ministero o di uffi-
cio in esito al quale si sia recato danno a terzi 22.
Nel concetto di negligenza colpevole per omissione della diligenza dovu-
ta “sono compresi l’ignoranza, l’inavvertenza e l’errore, quando sono mo-
ralmente evitabili, per gli effetti negativi che da essi possono derivare
nell’infrazione della legge” 23.
Si tratta, come è evidente, di una formula volutamente molto ampia al cui
interno si vuole fare rientrare tutti i casi di “delitto colposo commesso nel-
l’esercizio della potestà ecclesiastica, del ministero o dell’ufficio, che non
sono stati contemplati specificamente negli altri canoni” 24.

invece che per colpevole negligenza ha posto o ha omesso illegittimamente con danno di al-
tri un atto di potestà, di ufficio, di ministero o di un altro incarico nella Chiesa, sia punito
con una pena adeguata”. Si veda anche il disposto del can. 1465 del CCEO che, sebbene
non presente nel codice del 1983, contiene una disposizione penale riguardante anche i latini.
22
Per un’applicazione pratica del can. 1389, § 2 con riferimento al diritto canonico parti-
colare italiano si veda il Decreto generale della Conferenza Episcopale Italiana del 20 otto-
bre 1999 recante “Disposizioni per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza”.
Con esso la CEI, all’art. 10 stabilito il principio generale per cui “Chiunque procuri danni
materiali o morali attraverso l’illegittima acquisizione, conservazione o utilizzazione dei dati
personali è tenuto alla riparazione dei danni a norma del can. 128 (§ 1)”, afferma espressa-
mente che “È punito con le pene previste dal can. 1389 colui che, violando le presenti dispo-
sizioni: a) abusa della potestà ecclesiastica o dell’ufficio; b) pone od omette illegittimamen-
te, per negligenza colpevole, un atto di potestà ecclesiastica o di ministero o di ufficio, cau-
sando danno ad altri (§ 2)”. In argomento R. BOTTA Trattamento dei dati personali e con-
fessioni religiose (dalla legge 31 dicembre 1996, n. 675 al d.lgs. 11 maggio 1999), in Il di-
ritto ecclesiastico, 1999, 4, pp. 882-927; G. BONI, Tutela rispetto al trattamento dei dati per-
sonali tra sovranità dello Stato e sovranità della Chiesa cattolica, in Il Diritto di famiglia e
delle persone, 2001, pp. 1687 ss.; ID., Gli archivi della Chiesa. Profili ecclesiasticistici, To-
rino, 2005, pp. 220 ss.
23
Così B. F. PIGHIN, Diritto penale canonico, Venezia, 2008, p. 441, il quale precisa che
“Due sono, pertanto, i tipi di danno del delitto colposo configurato dal can. 1389, § 2, i quali
richiedono una giusta riparazione: gli effetti dannosi contro i terzi, che vanno equamente ri-
sarciti (cfr. cann. 1729-1731); la risposta penale della società ecclesiale, a sua volta danneg-
giata dalla condotta ex culpa di chi ha esercitato in modo indegno il compito affidatogli dalla
Chiesa”.
24
Sul punto A. CALABRESE, Diritto penale canonico, cit., p. 317. In dottrina si sottolinea,
ancora, che “il termine munus utilizzato dalla norma è più ampio del termine officium” e ciò fa
si che “le ipotesi delittuose concretamente verificabili appaiono sicuramente numerose e con-
cernono qualsiasi comportamento… che fa riferimento alla negligenza colpevole”. In tal senso
R. BOTTA, La norma penale nel diritto della Chiesa, cit., pp. 217-218, il quale prosegue affer-
mando che si tratta di “negligenza imputabile nell’esecuzione o nell’omissione di un atto”.

– 147 –
In altri termini, “la descrizione della fattispecie ‘chi abusa della potestà
ecclesiastica o dell’ufficio’ è tanto ampia da potervi far rientrare una casisti-
ca pressoché illimitata” 25.
È di tutta evidenza che in tale ampia previsione normativa può benissimo
rientrare anche l’ipotesi di omissione colposa di atti organizzativi idonei a
scongiurare il rischio che gli organi rappresentativi dell’ente possano render-
si colpevoli di un qualche delitto.
In base al disposto codicistico, l’omissione colposa, per rilevare penal-
mente, deve essere illegittima, ossia contraria alla legge.
Invero, per potere configurare la responsabilità dell’ente, sembra suffi-
ciente ricollegare la nozione di omissione di debita diligenza a specifiche
ipotesi delittuose contemplate dal codice e potenzialmente commissibili da
soggetti rappresentanti una persona giuridica il verificarsi delle quali avreb-
be potuto essere evitato se l’ente di cui questi soggetti fanno parte avesse di-
ligentemente adottato delle cautele atte a prevenirne l’accadimento.
Ferma restando la possibilità di ricorrere a quanto previsto dal can. 1399,
pare possibile formulare qualche esempio di fattispecie delittuose codificate
potenzialmente attribuibili alla persona giuridica canonica, a titolo di delitto
omissivo colposo di colpa di organizzazione. In merito possono richiamarsi i
cann. 1377 (alienazione illegale di beni ecclesiastici); 1381 (usurpazione di
ufficio ecclesiastico); 1386 (corruzione); 1392 (attività commerciale ed affa-
ristica proibita); ecc.
A riprova della riferibilità del can. 1389, § 2 anche alle persone giuridi-
che, pare utile ricorrere al disposto del can. 1480 il quale, dopo avere preci-
sato al §1, che le persone giuridiche stanno in giudizio per il tramite dei loro
legittimi rappresentanti (il codex del ‘17 parlava nei can. 1649 e 1653 di per-
sone fisiche che stanno in giudizio “in nome” della persona giuridica) 26, af-

25
Sul punto si veda V. DE PAOLIS, D. CITO, Le sanzioni nella Chiesa. Commento al Co-
dice di Diritto Canonico. Libro VI, cit., p. 349, per i quali “ogni tipo di violazione nell’e-
sercizio di un ufficio è potenzialmente un delitto, secondo il giudizio dell’Ordinario o del
superiore, anche se certamente perché sia punibile, va dimostrata non solo la gravità oggetti-
va, ma anche lo scandalo e la sua vera necessità per provvedere alla disciplina ecclesiastica”.
Gli AA. ricordano, ancora, che “il can. 1389 corrisponde sostanzialmente all’intero Titolo
XIX (cann. 2404-2414) ‘De abusu potestatis vel officii ecclesiastici’ con cui si concludeva il
codice pio-benedettino” precisano, inoltre, che nonostante si sia “passati da 11 a un solo ca-
none. È uno dei casi in cui solo apparentemente il codice vigente ha ridotto le ipotesi delit-
tuose rispetto alla vecchia normativa”.
26
Con riferimento al Codice Piano-benedettino, viene in considerazione il can. 1653, § 5
il quale prevedeva un’ipotesi del tutto simile a quella contemplata dal codice vigente, stabi-
lendo che “In casu vero defectus vel negligentiae illius qui administratoris munere fungitur,
potest ipse loci Ordinarius per se vel per alium stare in sudicio nomine personarum mora-

– 148 –
ferma che nel caso in cui non vi sia un rappresentante o “questo sia negli-
gente”, l’Ordinario stesso – per se vel per alium – potrà stare in giudizio a
nome delle persone giuridiche soggette alla sua potestà (§2) 27.
Ancora, si può richiamare il can. 1279, il quale - dopo avere stabilito il
principio per cui, tranne alcune eccezioni (cfr. can. 494, § 1) - “l’ammi-
nistrazione dei beni ecclesiastici spetta a chi regge immediatamente la per-
sona cui gli stessi beni appartengono”, afferma “il diritto dell’Ordinario
d’intervenire in caso di negligenza dell’amministratore” 28.
Si tratta di una norma che, da un lato, prevede l’obbligo di vigilanza e di
supplenza dell’Ordinario nei confronti degli enti di cui ha la responsabilità
amministrativa; dall’altro contempla espressamente un’ipotesi di negligenza
colpevole riconducibile ai rappresentanti di una persona giuridica ed, in ul-
tima istanza, alla persona giuridica stessa per difetto di organizzazione 29.

lium quae sub eius iurisdictione sunt”. Per un commento di tale norma si rinvia a F. ROBER-
TI, De processibus, vol. I, Romae, 1926, pp. 320-321, che spiega come tale possibilità sia
prevista “ad tuendum bonum publicum”.
27
Cfr. M. J. ARROBA CONDE, Diritto processuale canonico, 4a edizione, Roma, 2001, p.
229, che ricorda come “La facoltà di rappresentare le persone giuridiche, concessa al vesco-
vo è suppletiva e sussidiaria, cioè solo nelle due ipotesi previste dal canone: che non ci sia
rappresentante o che sia negligente. La negligenza del legittimo rappresentante della persona
giuridica dovrà essere valutata dallo stesso vescovo. Tale facoltà si limita alle persone giuri-
diche sottomesse alla sua potestà, unicamente per le questioni soggette al proprio vescovo
diocesano”. Si veda anche il disposto del can. 1288 che così statuisce: “Gli amministratori
non introducano né contestino una lite davanti al tribunale civile in nome di una persona giu-
ridica pubblica, senza aver ottenuto la licenza scritta del proprio Ordinario”.
28
Così V. DE PAOLIS, I beni temporali della Chiesa, nuova ediz. Aggiornata ed integrata,
a cura di A. PERLASCA, Bologna, 2011, pp. 82-83, il quale prosegue rammentando che
“l’ordinario, sia diocesano che religioso, ha la vigilanza sull’amministrazione dei beni delle
persone giuridiche a lui soggette: ciò gli conferisce anche il potere di emanare apposite istru-
zioni entro i limiti del diritto universale e particolare (can. 1276, §1). L’ordinamento giuridi-
co prevede tuttavia che le sue competenze possano essere anche maggiori in quanto sono
salvi i titoli legittimi per i quali gli si riconoscano più ampi diritti (can. 1276, §1)”.
29
Cfr. E. MAZZACANE, Rappresentanza giudiziale degli enti ecclesiastici e facoltà dei
Vescovi, in Il Diritto eccl., 1952, 177 ss.; ID., Ancora sulla rappresentanza giudiziaria degli
enti. Contenuto del diritto in proposito spettante al vescovo, ibidem, 536 ss. Si veda anche A
M. PUNZI NICOLÒ, voce Parte nel processo (dir. can.), in Enc. Dir., vol. XXXI Milano,
1981, p. 982, la quale si pone anche il “problema della eventuale presenza nel processo di
quegli enti ecclesiastici non personificati, che sono stati descritti come «gruppi-soggetto sen-
za personalità giuridica». La rigida dicotomia: persona fisica-persona morale, alternativa ol-
tre la quale vi sarebbe solo il nulla giuridico, non regge ormai, in nessun campo del diritto, a
un esame approfondito, condotto sul terreno della realtà. Pertanto, anche nella Chiesa, queste
entità organizzate, siano patrimoni di destinazione o associazioni ecclesiastiche non ricono-
sciute, devono trovare nel processo lo spazio di tutela proporzionato agli interessi e alle si-

– 149 –
Invero, nel rapporto esistente, ad esempio tra vescovo e parroco non pare
configurabile una culpa in eligendo per la scelta della persona cui affidare
l’ufficio o in vigilando per mancanza dell’esercizio dei poteri di controllo, su-
scettibile di essere foriera di conseguenze risarcitorie a carico del vescovo per
atti illeciti compiuti da parroci. Pur senza volerci addentrare ex professo in tale
materia che merita diverso approfondimento, pare possibile concordare con
quella dottrina che stigmatizzando una rigida “trasposizione di concetti dal-
l’ambito lavoristico a quello riguardante l’organizzazione della Chiesa”,
esclude giustamente “la configurabilità di qualsiasi posizione di responsabilità
del vescovo (o della diocesi o di altra entità soggettiva ad essa equiparabile),
ex art. 2049 c.c., per i fatti illeciti posti in essere dai suoi sacerdoti” 30.
Viceversa, nel caso in esame, siamo in presenza di una ben diversa fatti-
specie. Invero, oltre alla responsabilità dell’amministratore verso la persona
giuridica amministrata – in virtù del rapporto di immedesimazione organica
che rende amministratore ed ente amministrato un unico soggetto – pare
configurabile anche la responsabilità del vescovo sulle persone giuridiche
pubbliche a lui soggette 31.

tuazioni che di fatto la realtà del diritto riconosce loro. Va dunque riconosciuta la possibilità
che gruppi di fedeli, «legitimi christifidelium coetus», siano ammessi ad agire in giudizio per
la tutela di interessi spirituali o patrimoniali riferibili al gruppo come entità unitaria”
30
Così A. LICASTRO, Riappare un “déjà vu” nella giurisprudenza: la responsabilità ogget-
tiva del vescovo per gli atti illeciti dei suoi sacerdoti, Stato, Chiese e pluralismo confessionale,
Rivista telematica (www.statoechiese.it), n. 1/2013, il quale ricorda che se è vero, come sottoli-
neato da coloro i quali affermano la responsabilità del vescovo che “in base al diritto canonico,
il parroco è scelto e nominato dal vescovo (cfr. cann. 523 e 524 cod. can.) secondo criteri che
ne debbano garantire l’idoneità all’incarico, non solo sotto il profilo della fede e della prepara-
zione teologica, ma anche sotto quello della onestà dei costumi ed ogni altra qualità necessaria
alla cura delle anime (cfr. can. 521, § 2 cod. can.); e la parrocchia, che è un ufficio ecclesiastico
che pone il parroco in posizione di autorità religiosa e morale sui suoi parrocchiani, è per tali
ragioni sottoposta alla vigilanza del vescovo, che può sopprimerla, revocarne e sostituirne il
parroco, ecc. (cfr. cann. 528 co. 2 e 538 cod. can. ...”, conclude affermando che un più attento
esame delle citate norme canoniche induce a “ridimensionare l’effettiva estensione del potere
di controllo del vescovo, in quanto sostanzialmente incapace di tradursi in direttive puntual-
mente vincolanti. Emergerebbe, per converso, da altre norme dello stesso Codice di diritto ca-
nonico, che il parroco gode di una ampia “sphère d’autonomie” nell’esercizio della cura pasto-
rale: il can. 515, par. 1, ne ribadisce la sottoposizione all’autorità del vescovo diocesano, ma,
nello stesso tempo, definisce il parroco come “pastore proprio” della comunità di fedeli a lui
affidata; il can. 522 e il can. 193 garantiscono la “stabilità” dell’incarico, sia impedendo, in li-
nea di principio, la nomina a tempo determinato, sia prevedendo garanzie legali e processuali
per i casi di rimozione dall’ufficio ecclesiastico ricoperto; …” (pp. 13-14). La più recente giuri-
sprudenza di merito sembra, invece, orientata a ritenere sussistente la responsabilità ex art. 2049
cod. civ., da ultimo si veda la sentenza del Tribunale di Bolzano del 21 agosto 2013, n. 679.
31
Sul punto C. BEGUS, Diritto patrimoniale canonico, Città del Vaticano, 2007, p. 166, il

– 150 –
Oltre ai già citati cann. 1279 e 1480, § 2, vi sono precisi riscontri norma-
tivi da cui si evince a carico dell’Ordinario un preciso dovere di vigilanza e
controllo, sia preventivo che successivo, sull’operato delle persone giuridi-
che, creando i presupposti per una configurabilità da un lato di una culpa in
vigilando e, dall’altro, di una colpa nel difetto di organizzazione delle attivi-
tà della diocesi complessivamente intesa che sia idoneo a prevenire il com-
pimento di atti illeciti 32.
Determinante in tal senso è quanto previsto al can. 1276, §1 il quale sta-
bilisce con chiarezza che “Spetta all’Ordinario di vigilare con cura (sedulo)
sulla amministrazione di tutti i beni appartenenti alle persone giuridiche
pubbliche a lui a soggette, salvo titoli legittimi per i quali gli si riconoscano
più ampi diritti”. A tal fine l’Ordinario deve avere “cura di ordinare l’intero
complesso dell’amministrazione dei beni” (§2) 33.
Si tratta di una specificazione del più generale dovere di diligenza previ-
sto dal can. 1282 per il quale “Tutti coloro, sia chierici che laici, i quali
hanno parte a titolo legittimo nell’amministrazione dei beni ecclesiastici,
sono tenuti ad adempiere i loro compiti in nome della Chiesa, a norma del
diritto” 34.

quale opportunamente sottolinea che “Resterebbe, quindi, esclusa l’amministrazione dei beni
delle persone giuridiche private; in realtà, si prevede una vigilanza – da parte però del-
l’Ordinario del luogo – in alcuni casi come quello dell’amministrazione e dell’erogazione
dei beni donati o lasciati in favore di cause pie alle associazioni private (can. 325)”.
32
Cfr. A. BETTETINI, Il silenzio amministrativo nel diritto canonico, Padova, 1999, pp.
26-27. L’A. ricorda che “nell’ambito della potestà esecutiva del vescovo in materia di am-
ministrazione dei beni ecclesiastici, alcune facoltà (come quelle di cui ai cann. 1263, 1277,
1292, §1) sono riservate a lui in modo esclusivo, e devono pertanto essere esercitate perso-
nalmente, a meno che siano affidate dal vescovo al vicario episcopale per gli affari economi-
ci mediante speciale mandatum (cann. 134, § 3 e 479, § 2). Altre facoltà sono invece attri-
buite all’ordinario del luogo (si vedano, ad es. i cann. 1276, 1279, 1281, 1283, 1284) e sono
esercitabili, oltre che dal vescovo diocesano o dai soggetti ad esso assimilati in iure, dal vi-
cario generale e dal vicario episcopale per gli affari economici (dotati di potestà esecutiva
ordinaria), o da un delegato (che gode, nel caso, di potestà esecutiva delegata ex can. 492, §
1 e 502, § 2)” (nota 8).
33
In merito si segnala una sentenza del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica,
una Coram STICKLER, diei 29 Septembris 1989, in Revista Española de Derecho canónico,
38, 1991, pp. 315, n. 18 dove si statuisce che “administratio spectat ad dominum cum iure
vigilantiae ex parte Ordinarii loci, cui ergo ratio rendenda est, revocato, inde, a Concilio
Tridentino, quolibet privilegio exemptionis”.
34
Per ragioni di completezza occorre, però, rammentare che il principio dell’adempi-
mento diligente deve essere mitigato dall’equità canonica e suppone, pertanto, “l’implicita
condizione rebus sic stantibus”. In argomento cfr. J. P. SCHOUPPE, Elementi di diritto patri-
moniale canonico, II ed., Milano, 2008, p. 111.

– 151 –
A riprova del fatto che quella sin qui formulata non è una ricostruzione
meramente teorica, pare possibile richiamare le molteplice pronunce giuri-
sprudenziali della Rota Romana che hanno affrontato il tema della responsa-
bilità per fatto illecito colposo, anche omissivo, basato sull’omissione della
debita diligenza 35.
A tal proposito pare utile richiamare un consolidato orientamento della
giurisprudenza rotale, in tema di responsabilità di istituti religiosi per il fatto
illecito dei loro singoli membri, secondo cui “Nec dubitar ipotest quin per-
sona moralis responsabilitate ex facto illecito tenetur sicut tenetur persona
physica committens; nendum ob analogiam ex responsabilitate conctractuali
deduca, sed etiam quia perona moralis ipsa dicenda est vere committens,
cum per sua organa seu legitimos Superiores repraesentatur et agit. Eiusmodi
autem personae moralis committentis responsabilitas, quae de iure praesu-
mitur, adhuc certior efficitur si re vera probetur Superioris vel ineptae per-
sonae munus commississe vel tandem personam in exercitio muneris non vi-
gilasse. Et responsabilitas committentium eo gravior evadit cum agitur de
Superioribus religiosis, qui vi disciplinae regularis facilius animadvertere
queunt num subditus limites sui muneris excedat, aut diligentiam omittat bo-
ni patris familias” 36.
In particolare, si pone l’accento proprio sul tema della culpa in vigilando,
affermandosi che “Principium enim ipso iure naturali fundatum pronuntiat
damna iniuste illata reparanda esse ab auctore culpabili, etsi defectu tan-
tummodo debitae vigilantiae” 37.
Precisandosi, però, che occorre provare uno stretto nesso di causalità tra
la condotta omissiva e l’evento dannoso tale che senza di essa “damnum
oriri nequeat” 38.

35
In argomento, si veda C. REDAELLI, La responsabilità del Vescovo diocesano nei con-
fronti dei beni ecclesiastici, in Quaderni di Diritto Ecclesiale, 4, 1991, pp. 317-335; A.
LONGHITANO, L’amministrazione dei beni: la funzione di vigilanza de Vescovo diocesano
(cann. 1276-1277), in AA.VV., I beni temporali della Chiesa, Città del Vaticano, 1999, pp.
83-102; C. BEGUS, Diritto patrimoniale canonico, cit., pp. 197-201.
36
Così una Coram GRAZIOLI, diei 30 Maii 1939, in S. R. Rotae Decisiones, vol. XXXI,
1939, pp. 359-360, n. 7. Sul compito di vigilanza che compete al Vescovo sull’amministra-
zione dei beni ecclesiastici appartenenti a persone giuridiche presenti nella diocesi cfr. una
Coram POMPEDDA, diei 3 Aprilis 1990, in R. Rotae Decisiones, vol. LXXXII, 1990, p. 273,
n. 16.
37
Cfr. una Coram LEFEBVRE, diei 16 Iulii 1966, in S. R. Rotae Decisiones, vol. LVIII,
1966, pp. 606-607, n. 13.
38
Così una Coram MANY, diei 30 Martii 1914, in S. R. Rotae Decisiones, vol. VI, 1914,
p. 158, n. 10. Nello stesso senso una Coram PASQUAZI, diei 12 Iulii 1962, in S. R. Rotae De-

– 152 –
Tuttavia, ciò che si vuole specialmente rilevare è che, secondo la giuri-
sprudenza rotale, per i danni (sia pure in sede civile) causati dall’ammi-
nistratore nell’esercizio delle proprie funzioni risponde, per difetto di orga-
nizzazione, la stessa persona giuridica. Si legge, infatti, “Qua de ratione si
adsit damnum illatum a quodam administratore in exercitio sui muneris, in-
ducitur responsabilitas personae moralis propter defectum debitae diligen-
tiae ex parte istius in vigilando et approbando administratorem infidelem” 39
e ciò vale soprattutto per il caso di culpa in eligendo della persona del rap-
presentante dell’ente “Quinimo ista omnia eo magis valent si personae mo-
ralis culpa adhuc ostendatur in eligendo administratore negligente” 40.

cisiones, vol. LIV, 1962, p. 367, n. 3, secondo cui “requiritur igitur, causalitas inter actum
positum et damna illata. Si plures sunt damnorum causa, omnes respondere debent de dam-
nis et iuxta mensuram responsabilitatis. Et si ille quoque qui damna passus est, causa fuit,
sua ineptitudine aut negligentia, damnorum, ei etiam damna imputando sunt”. Specifica at-
tenzione viene poi dedicata al tema della diligenza nell’adempimento dei doveri nascenti
dall’ufficio ricoperto “Si agatur de damno illato ab aliquo in exsecutione sui officii, scilicet
non observando leges et regulas huius officii, idem dicendum sit quod de contractibus, nec
ullo modo locum esse applicationi Legis Aquiliae ... secundum enim communem doctorum
opinionem quilibet in suo officio tenetur adhibere curam et diligentiam quam adhibent viri
prudentes et diligentes in eodem opere, nec amplius per se tenetur (cfr. I. Garrière, De con-
tractibus, t. I, Parisiis 1844, pp. 381 et ss., n. 285); unde tenetur de dolo, de culpa lata et
levi (quae est culpa lata seu gravis theologorum), non vero de levissima…”. Così una Coram
MANY, diei 27 Maii 1913, in S. R. Rotae Decisiones, vol. V, 1913, p. 341, n. 7. In una Co-
ram MORI, diei 7 Decembris 1914, in S. R. Rotae Decisiones, vol. VI, 1914, p. 337, n. 5, si
ricorda che “damnum ex debitae diligentiae omissione debet esse iniustum, seu non iure ir-
rogatum”. Il ponente prosegue precisando che “culpa in casu, est omissio diligentiae, vigoris
seu prudentiae, quam adhibuisset bonus paterfamilias” (p. 346, n. 20).
39
Così una Coram LEFEBVRE, diei 16 Iulii 1966, cit., p. 607, n. 14.
40
Cfr. una Coram LEGA, diei 16 Martii 1912, pubblicata in M. LEGA, Coram Lega habitae
S.R. Rotae Decisiones sive Sententiae: annis 1909-1914 ejusdem sacri auditorii decanus/Quas
nempe Em.us Cardinalis Michael Lega exaravit, Romae, 1928, p. 271, n. 6. In una Coram SIN-
CERO, diei 26 Iulii 1913, in S. R. Rotae Decisiones, vol. V, 1913, p. 476, n. 4 si giunge quasi ad
affermare un sorta di responsabilità oggettiva, sia pure in ambito esclusivamente patrimoniale e
non penale, laddove si afferma che “in causis civilibus non est conveniendus Religiosus, sed
Monasterium ipsius… Ratio est clara quia Monachus, aut Religiosus solemniter professus, ni-
hil habet proprium (can. Non dicatis, 12, q. 1), sed quidquid acquirit… Monasterio acquirit.
Ergo in causis civilibus non ipse, sed Monasterium conveniri poterit e debebit. Ita quoque S. R.
Rota in causa Lausanen. seu Geneven. Nec excipi potest Monasterium non obligari ex debito
Regularis; nam haec intelligenda sunt in causa criminali, non vero quando agatur contra Mo-
nachum quoad poenam pecuniariam, eo quod proprio careat. Nec relevat in casu non fuisse in
culpa nec in eligendo aut vigilando neque in adprobando sicuti videtur verificari in causa Lau-
sanen citata. Ratio enim ob quam Monasterium tenetur, est quia quidquid adquirit Monachus
acquirit Monasterium, ac proinde quidquid solvere debet Monachus, solvere debet Monasteri-
um; qui enim sentit commudum, sentire debet et incommodum”.

– 153 –
Si conclude, dunque, affermandosi che “in iure canonico agnoscitur re-
sponsabilitas ipsius personae moralis, dum constet de ipsius culpa; quae re-
sponsabilitas complectitur tum culpam in servitio ab ipso agente commis-
sam, tum culpam ipsorum adminstratorum, qui aut elegerunt, aut invigilare
debuerunt in actus inferioris” 41.
I principi elaborati dalla Giurisprudenza della rota Romana nel corso di
oltre un secolo di attività, trovano pieno accoglimento nel vigente codice di
diritto canonico laddove si afferma che “La persona giuridica non è tenuta a
rispondere degli atti posti invalidamente dagli amministratori, se non quan-
do e nella misura in cui ne ebbe beneficio; la persona giuridica stessa ri-
sponderà invece degli atti posti validamente ma illegittimamente dagli am-
ministratori, salva l’azione o il ricorso da parte sua contro gli amministra-
tori che le abbiano arrecato danno” (can. 1281, §3) 42.
La formulazione di questo canone contempla tre possibili ipotesi: 1)
l’atto è posto invalidamente ma a vantaggio della persona giuridica ed in tal
caso questa ne subirà anche gli effetti pregiudizievoli (ubi commodum ibi in-
commodum); 2) l’atto è posto invalidamente e la persona giuridica non ne ha
tratto alcun beneficio ed allora non è considerata responsabile; 3) l’atto è va-
lido ma illegittimo ed allora la persona giuridica ne risponderà salvo il dirit-
to di rivalsa verso l’amministratore autore di tale atto (ipotesi non contem-
plata dal can. 1024 CCEO) 43.
Resta, apparentemente, priva di soluzione l’ipotesi in cui l’atto sia invali-
do in quanto illecito, perché compiuto in violazione di norme penali, seppure
posto in essere nell’interesse della persona giuridica e in modo performante
rispetto al conseguimento dei fini statutari (intra vires). Si pone in tal caso il
problema di capire se la persona giuridica ne sia responsabile o meno.
Poiché nel codice il termine “illegitime/illegitimus” viene utilizzato come
sinonimo di “illicite/illicitus” ed in modo sostanzialmente indifferente ed
equipollente 44, riteniamo che possa applicarsi la terza soluzione legislativa

41
Così una Coram JULLIEN, diei 26 Iunii 1937, in S. R. Rotae Decisiones, vol. XXIX,
1937, p. 456, n. 8. Nello stesso senso cfr. anche una Coram QUATTROCOLO, diei 26 Octobris
1938, in S. R. Rotae Decisiones, vol. XXX, 1938, pp. 550 ss., nn. 4-5.
42
Cfr. I. ZUANAZZI, De damnorum reparatione. La responsabilità dell’amministrazione
ecclesiale a riparare i danni, in AA.VV., La Lex propria del S.T. della Segnatura Apostoli-
ca, Città del Vaticano, 2010, pp. 301-303.
43
Sul punto cfr. J. C. PERISSET, Les biens temporels de l’Église. Commentaire des Ca-
nons 1254-1310, Fribourg, 1995, p. 170.
44
Per un raffronto sull’uso dei termini “illegitime/illegitimus” “illicite/illicitus” nei vari
loci del vigente codice cfr. X. OCHOA, Index verborum ac locutionum Codicis iuris canonici,
editio secunda et completa, Città del Vaticano, 1984, p. 215.

– 154 –
sopra analizzata, per cui anche l’atto in senso proprio illecito, in quanto pe-
nalmente rilevante, compiuto dal rappresentante sarà imputabile alla persona
giuridica rappresentata, fatto salvo il diritto di rivalsa 45.
Per questa via, dunque, sembra possibile affermare – anche con riferi-
mento al diritto canonico vigente, una forma d’imputabilità per colpa di or-
ganizzazione – analoga a quella, ormai pacificamente accolta negli ordina-
menti statali, e configurabile come un delitto colposo specifico che si carat-
terizza per l’inosservanza di leggi a differenza della colpa cosiddetta generi-
ca, che si integra per la sola imprudenza, negligenza o imperizia.

3. – Il d.lgs. n. 231 dell’8 giugno 2001 (entrato in vigore il 4 luglio 2001)


è stato adottato in attuazione della delega contenuta nell’art. 11, della legge
29 settembre 2000, n. 300. Con tale legge venivano altresì ratificati ed ese-
guiti una serie di atti internazionali elaborati in base all’art. K. 3 del Trattato
sull’Unione europea, in tema di lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali
stranieri nelle operazioni economiche internazionali, dei funzionari degli
Stati membri dell’Unione europea e di tutela delle finanze comunitarie 46.
L’art. 1, d.lgs. n. 231/2001, sebbene rechi quale rubrica semplicemente
quella di “soggetti”, in realtà indica – programmaticamente – al primo
comma quello che è il contenuto del provvedimento legislativo in cui è inse-
rito. Tale articolo, nel precisare che “il presente decreto legislativo discipli-
na la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da
reato”, richiama direttamente quella che è l’intitolazione del provvedimento
legislativo – “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone
giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giu-
ridica, a norma dell’articolo 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300”.

45
In argomento, si rinvia a A. VIZZARI, L’amministrazione dei beni ecclesiastici, in
AA.VV., I beni temporali della Chiesa, Quaderni della Mendola, vol. 4, Milano, 1997, pp.
89-91.
46
Sul punto cfr. O. DI GIOVINE, Lineamenti sostanziali del nuovo illecito punitivo, in
AA.VV., Reati e responsabilità degli enti. Guida al d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231, a cura di
G. LATTANZI, Milano, 2005, pp. 5-6, la quale ricorda che l’Italia si è dovuta adeguare alla
“Raccomandazione n. 18 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa” che “sollecitava
gli Stati membri a prevedere sistemi di responsabilità delle persone giuridiche, disegnando a
tal fine un ampio ventaglio di sanzioni”. L’A. prosegue ricordando che “la l. n. 300/2000 ha
così ratificato e dato attuazione alla convenzione OCSE (Convenzione sulla lotta contro la
corruzione dei funzionari pubblici stranieri nelle transazioni commerciali internazionali) che,
all’art. 2, obbligava gli Stati aderenti ad assumere ‘le misure necessarie [conformemente ai
propri principi giuridici] a stabilire la responsabilità delle persone morali’ (senz’altro speci-
ficare) per i reati attinenti alla materia che la Convenzione stessa disciplinava”.

– 155 –
Affinché si configuri la responsabilità dell’ente occorre – ai sensi dell’art.
5 del d.lgs. n. 231/2001 – il ricorso di alcune precise condizioni stabilite dal
legislatore quali quella per cui il reato deve essere commesso nell’interesse o
vantaggio dell’ente da un soggetto in posizione apicale in quanto “rivestono
funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di
una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale,
nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo
dello stesso”.
In altri termini, applicando il principio di immedesimazione organica tra
ente e soggetti che agiscono quali “articolazioni” dello stesso ente estrinse-
cando la voluntas societatis, viene presuntivamente ritenuta sussistente la
responsabilità dell’ente in ordine ai reati commessi dai suddetti soggetti che
si trovano in posizione apicale.
Si tratta, tuttavia, di una presunzione iuris tantum che però determina una
rilevante inversione dell’onere della prova a carico dell’ente (in potenziale
contrasto con la presunzione di non colpevolezza sancita dalla Costituzione)
il quale, per sottrarsi alle conseguenze sanzionatorie di detta presunzione,
deve provare, in base all’art. 6 del decreto legislativo in commento, di avere
rispettato tutte le seguenti quattro condizioni concorrenti e cioè che: sono
stati adottati ed efficacemente attuati, prima della commissione del reato,
modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della stessa
specie; che è stato affidato ad un organismo dell’ente, dotato di autonomi
poteri di iniziativa di controllo, il compito di vigilare sul funzionamento e
l’osservanza dei suddetti modelli, curandone altresì l’aggiornamento; che gli
autori materiali del reato lo hanno commesso eludendo fraudolentemente i
modelli di organizzazione e di gestione; che non vi è stata omessa o insuffi-
ciente vigilanza da parte del sopraddetto organismo di controllo 47.
Si tratta, come è evidente, di una vera e propria probatio diabolica, in
quanto l’ente deve dimostrare non solo di avere adottato ed efficacemente
attuato idonei modelli di organizzazione preventivi (quando la fallacia del
modello risulta evidente dall’avvenuta commissione del reato che avrebbe
dovuto essere prevenuto) e di avere costituito l’apposito organismo di vigi-
lanza, ma anche che tale organismo ha diligentemente vigilato (ancorché il

47
Per alcune riflessioni sul punto cfr. F. SGUBBI, Colpevolezza in/di organizzazione e
Organismi di vigilanza. Rapporti con il sistema dei controlli societari, in AA.VV., Strumenti
di corporate governance e responsabilità degli enti ai sensi del d. lgs. n. 231/2001, a cura di
F. Sgubbi, D. Fondaroli, Bologna, 2010, pp. 9 ss.; E.R. BELFIORE, Colpevolezza e rimprove-
rabilità dell’ente ai sensi del d. lgs. n. 231/2001, in AA.VV., Studi in onore di Mario Roma-
no, a cura di G. Forti, M. Bertolino, L. Eusebi, Napoli, 2011, vol. III, pp. 1743 ss.

– 156 –
reato sia stato ugualmente commesso) e, infine, addirittura, che colui che ha
commesso il reato abbia eluso “fraudolentemente” i modelli di organizza-
zione e gestione 48.
Il decreto legislativo elenca poi (cfr. artt. 24-26) una serie di reati presup-
posto rispetto ai quali è configurabile una specifica responsabilità degli enti
accanto a quella dei soggetti che agiscono 49.
Sul punto occorre ricordare che, rispetto all’impianto normativo origina-
rio, nel corso degli anni si è assistito ad un’espansione dell’area della re-
sponsabilità penale degli enti, realizzata attraverso un ampliamento dei reati
presupposto, con l’inserimento di una serie di reati di natura colposa quali i
delitti di omicidio e lesioni personali in materia di tutela della salute e della
sicurezza sul lavoro (legge n. 123/2007); i reati ambientali dolosi e colposi
(d.lgs. n. 121/2011); o, da ultimo, il reato di “impiego di cittadini di paesi
terzi il cui soggiorno è irregolare” (legge n. 161/2017) 50.

48
Così S. GENNAI, A. TRAVERSI, La responsabilità degli enti. Per gli illeciti amministra-
tivi dipendenti da reato. Commento al D.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, Milano, 2001, pp. 46-
48.
49
I reati per i quali è prevista, in aggiunta alla responsabilità penale personale dell’autore,
una responsabilità amministrativa dell’ente sono: indebita percezione di erogazioni, truffa in
danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di forniture pubbliche e frode
informatica in danno dello Stato o di un ente pubblico (art. 24); delitti informatici e tratta-
mento illecito di dati (art. 24 bis); delitti di criminalità organizzata (art. 24 ter); concussione
e corruzione (art. 25); falsità in monete, carte di pubblico credito, in valori di bollo e in
strumenti o segni di riconoscimento (art. 25 bis); delitti contro l’industria ed il commercio
(art. 25 bis 1); reati societari (art. 25 ter); delitti con finalità di terrorismo o di eversione
dell’ordine democratico (art. 25 quater); pratiche di mutilazione degli organi genitali fem-
minili (art 25 quater.1); delitti contro la personalità individuale (art. 25 quinquies); abusi di
mercato (art. 25 sexies); omicidio colposo e lesioni gravi o gravissime, commessi con viola-
zione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro (art. 25
septies) ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita
(art. 25 octies); delitti in materia di violazione del diritto d’autore (art. 25 nonies); induzione
a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria (art. 25
decies).
50
La legge 161 del 17.10.2017 riguardante “Modifiche al codice delle leggi antimafia e
delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n.159, al codice
penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura
penale e altre disposizioni. Delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende seque-
strate e confiscate”, modifica varie normative (riguardanti le misure di prevenzione persona-
li e patrimoniali; l’amministrazione, gestione e destinazione di beni sequestrati e confiscati,
la Tutela dei terzi e rapporti con le procedure concorsuali) tra cui il d.lgs. n. 231/2001 relati-
vo alla responsabilità amministrativa degli enti. In particolare, su questo tema la Legge
161/2017 prevede: all’art. 11 (Controllo giudiziario delle aziende) l’introduzione nel d.lgs. n.
159/2011 di un nuovo articolo, 34bis, il quale dispone che con il provvedimento che nomina

– 157 –
Si tratta di un tipo di responsabilità la cui natura giuridica appare alquan-
to ambigua, dato che, per quanto sia definita formalmente di natura “ammi-
nistrativa”, in concreto sembra più di tipo penale, come si evince, ad esem-
pio, dal fatto che la sedes materiae per l’accertamento della responsabilità
dell’ente è il processo penale al cui interno la posizione dell’ente è equipara-
ta a quella dell’imputato (cfr. art. 35 d.lgs. n. 231/2001), nonché dal caratte-
re afflittivo delle sanzioni previste per gli illeciti amministrativi dipendenti
da reato, tra cui, a mero titolo esemplificativo, vi è la confisca obbligatoria
con riferimento a tutti i reati presupposto. Il decreto prevede l’irrogazione di
sanzioni pecuniarie e interdittive, la confisca e la pubblicazione della sen-
tenza in conseguenza all’accertamento in capo all’ente di una responsabilità
amministrativa dipendente da reato.
Le sanzioni pecuniarie e la confisca determinano un grave pregiudizio
economico per l’ente, a cagione di coloro i quali, abusando della posizione
rivestita, hanno tratto vantaggio dalla commissione dell’atto criminoso; le
sanzioni interdittive, precludono all’ente incriminato ogni rapporto con la
Pubblica Amministrazione; la pubblicazione della sentenza si traduce in di-
scredito per l’immagine dell’ente.
Proprio a causa del carattere volutamente ambiguo del testo normativo di
riferimento, si è, quindi, posto il problema della qualificazione della natura
giuridica della responsabilità degli enti. Invero, l’espressa e nominale quali-
ficazione come “amministrativa” della responsabilità degli enti da reato,
sembra dettata dal malcelato tentativo del legislatore di eludere il dibattito
dottrinale che, nei decenni precedenti, si era sviluppato sul tema dell’assog-
gettabilità a sanzioni penali delle persone giuridiche, soprattutto per la rite-
nuta incompatibilità con il principio personalistico della responsabilità pena-
le, sancito dall’art. 27 comma 1, della Costituzione 51.

l’amministratore giudiziale, il Tribunale può stabilire “ i compiti dell’amministratore giudi-


ziario finalizzati alle attività di controllo e può imporre l’obbligo:…di adottare ed efficace-
mente attuare misure organizzative, anche ai sensi degli articoli 6, 7 e 24-ter del decreto
legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e successive modificazioni; all’art. 30, comma 4
l’introduzione di nuovi delitti previsti all’art. 12 del d.lgs. n. 286/1998 riguardanti il procura-
to ingresso illecito ed il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, all’interno dell’art.
25 duodecies del d.lgs. n. 231/2001 con l’applicazione delle relative sanzioni pecuniarie ed
interdittive. In argomento cfr. P. SCHIATTONE, Il nuovo Codice Antimafia. Guida operativa
alla riforma del Codice antimafia (L. 17 ottobre 2017, n. 161), Piacenza, 2018, p.79.
51
In senso critico sulla possibilità di configurare una responsabilità autonoma della per-
sona giuridica per gli atti compiuti dai propri rappresentanti cfr. A. ALESSANDRI, Art. 27, in
AA.VV., Commentario della Costituzione, art. 27-28, a cura di G. BRANCA-A. PIZZORUSSO,
Bologna-Roma, 1991, p. 160, il quale, temendo “pericoli di annacquamento” del principio di
colpevolezza, già prima dell’entrata in vigore della riforma, nutriva perplessità sulla possibi-

– 158 –
La mancanza di una chiara indicazione da parte del Legislatore, ed anzi la
sua voluta ambivalenza concettuale e terminologica, ha causato il sorgere di
un vivace dibattito dottrinale sul tema, alla ricerca di una risposta appagante
al suddetto quesito.
Le diverse posizioni, nella querelle dottrinale che ne è seguita, possono
essere schematicamente accorpate in tre principali orientamenti: A) quello
che riconosce validità alla qualificazione “amministrativa” sancita dal legi-
slatore 52; B) quello che ritiene la natura della responsabilità sia sostanzial-
mente penale 53; C) quello, infine, che, abbandonando la posizione monisti-
ca, considera la responsabilità degli enti non strettamente riconducibile né al
paradigma amministrativo, né a quello penale 54.

lità di configurare una responsabilità penale delle persone giuridiche. L’A. non ha mutato
idea neppure dolo l’entrata in vigore della riforma cfr. A. ALESSANDRI, Riflessioni penalisti-
che sulla nuova disciplina, in AA.VV., La responsabilità amministrativa degli enti. D. lgs. 8
giugno 2001, n. 231, Milano, 2001, pp. 25 ss.; In argomento, si veda anche M. D’AMICO,
Art. 27, in AA.VV., Commentario della Costituzione, art. 1-54, a cura di R. BIFULCO-A. CE-
LOTTO-M. OLIVETTI, vol. I, Torino, 2006, pp. 563-579.
52
Ritengono invece che la responsabilità sia di natura amministrativa: M. ROMANO, La
responsabilità amministrativa degli enti, società o associazioni: profili generali, in Riv. soc.,
2002, p. 398; G. COCCO, L’illecito degli enti dipendente da reato ed il ruolo dei modelli di
prevenzione, in Riv. it. dir. proc. pen., 2004, pp. 116 ss.; G. RUGGIERO, Brevi note sulla vali-
dità della legge punitiva amministrativa nello spazio e sulla efficacia dei modelli di organiz-
zazione nella responsabilità degli enti derivante da reato, in Riv. trim. dir. pen. econ., 2004,
pp. 989 ss. Detti autori argomentano la loro tesi a favore del carattere amministrativo della
responsabilità partendo dal nomen juris del provvedimento e del titolo del capo primo che
fanno richiamo alla responsabilità degli enti espressamente qualificandola come amministra-
tiva. Inoltre, quanto alla disciplina, ricordano che l’illecito amministrativo è plasmato su
quello penale, sicché tra i due impianti non sussiste una differenza tale da giustificare una
diversità sul piano ontologico.
53
Propende per la natura penale della responsabilità G. DE VERO, Riflessioni sulla natura
giuridica della responsabilità punitiva degli enti collettivi, in AA.VV., La responsabilità
degli enti: un nuovo modello di giustizia punitiva, a cura di G. De Francesco, Torino, 2004,
pp. 89 ss. Il quale tuttavia esclude che le sanzioni comminate nei confronti degli enti siano
sanzioni penali in senso stretto, difettando, a suo avviso, della necessaria funzionalizzazione
di emenda (residuerebbero, tutt’al più, profili di prevenzione speciale negativa). Nello stesso
senso, C. E. PALIERO, La responsabilità penale della persona giuridica nell’ordinamento:
profili sistematici, in AA.VV., Societas puniri potest, a cura di F. Palazzo, Padova, 2003, p.
23.
54
In tal senso si esprime anche I. CARACCIOLI, Una sfida diabolica per i magistrati, in Il
Sole 24 Ore, 3 maggio 2001, p. 19. S. GENNAI, A. TRAVERSI, La responsabilità degli enti.
Per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato. Commento al D.lgs. 8 giugno 2001, n.
231, cit., p. 6, i quali ricordano che “in effetti, il tipo di responsabilità configurata a carico
dell’ente, benché definita espressamente “amministrativa”, presenta delle peculiarità legate
al fatto che la stessa discende, comunque, dalla commissione di un reato ed è assistita dalle

– 159 –
Non si tratta, a ben vedere, di una questione oziosa, in quanto dall’accer-
tamento della natura penale o amministrativa della responsabilità degli enti
discende la possibilità di riconoscere valore vincolante ai generali principi
costituzionali in materia penale, ossia, sul piano sostanziale, al principio di
legalità, di cui all’art. 25, comma 2, Cost. e al principio di colpevolezza di
cui all’art. 27 Cost.; mentre, sul piano processuale, viene in considerazione il
principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, di cui all’art. 112 Cost.
Tra le diverse tesi, pare preferibile quella intermedia – che peraltro trova
riscontro anche nella Relazione al d.lgs. n. 231/2001 55 – secondo cui la re-
sponsabilità degli enti dipendente da reato ha natura mista e configura un
tertium genus, una sorta di “ibrido” appunto, anche se con netta prevalenza
della componente penalistica. Si tratta di una forma aggiuntiva e parallela di
responsabilità, definita amministrativa per l’evidente difficoltà concettuale
del legislatore di ricondurla ad altre tradizionali categorie, che segna la na-
scita di un nuovo “diritto penale dell’impresa” a composizione ibrida 56.
Un aspetto di particolare rilevanza della normativa in esame è quello
dell’individuazione terminologica degli enti destinatari delle disposizioni,
ossia l’ambito soggettivo di applicazione.
Il decreto legislativo non utilizza, per definire i soggetti cui la disciplina
si applica, il più consueto termine “persone giuridiche”, ma quello di “enti”.
Infatti, il secondo comma dell’art. 1, d.lgs. n. 231/2001 nell’individuare po-
sitivamente i soggetti cui la disciplina è applicabile fa riferimento a “enti
forniti di personalità giuridica” e alle “società e associazioni anche prive di
personalità giuridica”. Il terzo comma precisa, inoltre, che sono comunque

garanzie del processo penale, divergendo non poco dal paradigma classico dell’illecito am-
ministrativo. Al punto che, nella stessa Relazione, si parla della ”nascita di un tertium genus
che coniuga i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo nel tentativo di
contemperare le ragioni dell’efficacia preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della mas-
sima garanzia”. Ritiene questa visuale “più attendibile di quella monistica anche se in qual-
che misura fuorviante per la sua genericità” E. AMODIO, Prevenzione del rischio penale di
impresa e modelli integrati di responsabilità degli enti, in Cass. pen., 2005, p. 322.
55
Così Relazione al d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, in Dir. e Giust., 2001, p. 12, § 1.1.
56
Condividono la tesi dell’inquadramento come tertium genus, tra gli altri: D. PULITANÒ,
La responsabilità “da reato” degli enti: i criteri d’imputazione, in Riv. it. dir. proc. pen.,
2002, p. 417; G. FLORA, Le sanzioni punitive nei confronti delle persone giuridiche: un
esempio di “metamorfosi” della sanzione penale?, in Dir. pen. e proc., 2003, p. 1399; I. CA-
RACCIOLI, Osservazioni sulla responsabilità penale “propria” delle persone giuridiche, in
AA.VV., Studi in onore di M. Gallo, Torino, 2004, p. 86; E.M. AMBROSETTI, Efficacia della
legge. penale nei confronti delle persone. Persone giuridiche e responsabilità amministrati-
va da reato, in Commentario sistematico al codice penale. La legge penale, a cura M. Ron-
co, Bologna, 2006, p. 191; ID., Soggetti e responsabilità individuale e collettiva, in E. MEZ-
ZETTI, M. RONCO, Diritto penale dell’impresa, seconda edizione, Bologna, 2009, p. 41.

– 160 –
escluse dall’applicazione delle norme del presente decreto “lo Stato e gli al-
tri enti pubblici territoriali”, gli “enti pubblici non economici» e quelli «che
svolgono funzioni di rilievo costituzionale”.
Già da una prima lettura di queste disposizioni si ricava l’applicabilità del
decreto legislativo ad un vasto novero di soggetti (sia a soggettività privata
che pubblica), tra i quali rientrano: le persone giuridiche private, tutte le so-
cietà, le associazioni (riconosciute e non) e gli enti pubblici economici.
Per quanto concerne l’esclusione degli enti che svolgono funzioni di ri-
lievo costituzionale, poiché la menzionata “funzione di rilievo costituziona-
le” può avere un contenuto molto ampio in quanto vi rientrano ad esempio
l’attività sanitaria, l’istruzione e così via, è prevalsa in dottrina la tesi restrit-
tiva che circoscrive l’esenzione agli organi nominativamente indicati nella
Costituzione. Infatti, in dottrina non vi sono dubbi che l’esenzione si riferi-
sce ai partiti politici, contemplati dall’art. 49 Cost., ed ai sindacati, il cui ri-
lievo costituzionale è sancito dall’art. 39 Cost. Questa eccezione si ispira,
evidentemente, all’esigenza di evitare che l’applicazione di sanzioni pecu-
niarie o, addirittura, interdittive previste dal decreto legislativo possa risol-
versi in una compressione all’esercizio delle attività politiche e sindacali as-
sistite da garanzie costituzionali 57.
In tale ottica, tra gli enti esclusi dall’applicazione del d.lgs. n. 231/2001
dovrebbero inserirsi de plano anche gli enti ecclesiastici i quali oltre a svol-
gere un’indubbia funzione di rilievo costituzionale (quella del soddisfaci-
mento del diritto di libertà religiosa) trovano, come è noto, una loro specifi-
ca menzione nell’articolo 20 della Costituzione.
Tuttavia, tale soluzione, come meglio vedremo di seguito, non è affatto
condivisa dalla dottrina penalistica ed in ogni caso necessita di ulteriori chia-
rimenti e specificazioni.

4. – Occorre adesso chiedersi se il d.lgs. n. 231/2001 trovi applicazione


con specifico riferimento agli enti non profit.

57
Cfr. F.C. BEVILACQUA, I presupposti della responsabilità da reato degli enti, in
AA.VV., I modelli organizzativi ex d.lgs. 231/2001. Etica d’impresa e punibilità degli enti, a
cura di C. Monesi, Milano, 2005, p. 129, la quale ricorda che è possibile spiegare tale scelta
in termini di rispetto dei principi della costituzione: “l’applicazione infatti di sanzioni inter-
dittive a tale tipologia di soggetti giuridici, rischierebbe di contrastare con le libertà civili
garantite dalla Costituzione, in particolare con gli articoli 18, 21, 39 e 49 Cost. Inoltre, con la
loro inclusione nel decreto, si sarebbe corso il rischio di una strumentalizzazione a fini poli-
tici della nuova responsabilità, il rischio di un utilizzo distorto del diritto (penale, para-penale
ho sanzionatorio-amministrativo che sia), in funzione di strumento di controllo politico”.

– 161 –
Prima dell’entrata in vigore della riforma del Terzo settore – in conside-
razione delle finalità e della struttura complessiva del decreto legislativo
231/2001, mirato alla repressione di forme di criminalità economica – i sog-
getti precipuamente interessati dalla nuova disciplina, secondo la dottrina
prevalente, risultavano essere, senz’altro, le società commerciali, in quanto
enti dotati di un fine di lucro soggettivo, con la logica conseguenza che gli
enti che operano nel settore non profit venivano considerati esclusi dalla di-
sciplina in esame.
Secondo alcuni autori, l’assoggettamento al d.lgs. n. 231/2001 degli enti
non profit privatistici (e di tutte le organizzazioni collettive che perseguono
finalità idealistiche e/o solidaristiche) sarebbe stato escluso, in quanto enti
privi di finalità lucrativa con il conseguente corollario che l’attività da essi
svolta sarebbe stata carente del carattere dell’“imprenditorialità”.
Di contro, altra parte della dottrina, riteneva che anche tali enti rientrasse-
ro a pieno titolo nell’ambito applicativo del citato decreto, in quanto lo sco-
po non lucrativo non esimeva gli enti dal rispetto della disciplina, anche per
l’assenza di un’esplicita esenzione in loro favore 58.
In realtà, sebbene la necessità di connotati quali la finalità di lucro o
l’imprenditorialità si evince dal sistema sanzionatorio e dai meccanismi ripa-
ratori contemplati dal d.lgs. n. 231/2001 che appaiono chiaramente orientati
a colpire il fine di profitto, riteniamo che detto sistema sanzionatorio si pos-
sa estendere anche agli enti non profit nella misura in cui questi operano con
criterio economico, mirando alla realizzazione di un fine di lucro quantome-
no in senso oggettivo che appare sufficiente per fondare la responsabilità
amministrativa/penale dell’ente 59.

58
Così R. LOTTINI, Commento sub art. 1, in AA. VV., Commentario alle leggi penali
complementari, a cura di F. Palazzo, C.E. Paliero, voce “Responsabilità delle persone giuri-
diche”, Padova, seconda edizione, 2007, p. 2292, il quale ricorda che “anche nella Relazione
governativa (par. 2), sia pure con riferimento al problema degli enti pubblici economici, si
sostiene “con ragionevole certezza che il legislatore delegante avesse di mira la repressione
di comportamenti illeciti nello svolgimento di attività di natura squisitamente economica, e
cioè assistite da fini di profitto”.
59
In argomento si rinvia a A. FUCCILLO, Gli enti ecclesiastici tra normativa “pattizia”,
diritto comune e diritto vivente, in A. Fuccillo, R. Santoro, Diritto, religioni, culture, cit., pp.
47-48, il quale ricorda che la Corte di Cassazione ha ribadito che “il fine spirituale comun-
que altruistico perseguito dagli enti religiosi non pregiudica il carattere dell’imprenditorialità
dei servizi da essi resi, qualora questi ultimi vengono organizzati in modo che i compensi
percepiti siano adeguati relativi costi. Ne consegue che deve essere qualificata come com-
merciale l’attività di gestione da parte di un ente ecclesiastico, anche se è svolta in modo che
i ricavi non eccedano i costi, poiché, ai fini della valutazione del carattere imprenditoriale di
un’attività economica organizzata per la produzione lo scambio di beni o servizi, rimangono

– 162 –
In questo senso, sembra anche deporre la Relazione accompagnatrice del
decreto legislativo, dove – a proposito degli enti aventi finalità non lucrativa
– si legge che: “da un punto di vista di politica legislativa, dal momento che
si tratta dei soggetti che, potendo più agevolmente sottrarsi controlli statali,
sono a maggior rischio di attività illecite ed attorno i quali appare dunque
ingiustificato creare vere proprie zone di immunità” 60.
Con la promulgazione del Codice del Terzo settore, non sembra possano
più residuare particolari dubbi circa l’applicabilità del d.lgs. n. 231/2001 an-
che agli enti non profit. Tale conclusione si basa sul fatto oggettivo che l’art.
30 del CTS – dettato, come si è dianzi detto, proprio in materia di organo di
controllo sull’attività degli ETS – fa esplicito riferimento ad esso allorquan-
do afferma che: “L’organo di controllo vigila sull’osservanza della legge e
dello statuto e sul rispetto dei principi di corretta amministrazione, anche
con riferimento alle disposizioni del decreto legislativo 8 giugno 2001, n.
231, qualora applicabili,…” (comma 6) 61.
Analoga norma si rinviene nell’art. 10 del d.lgs. 3 luglio 2017, n. 112
emanato in materia di “Impresa sociale”, dove si stabilisce che: “I sindaci
vigilano sull’osservanza della legge e dello statuto e sul rispetto dei principi
di corretta amministrazione, anche con riferimento alle disposizioni del de-
creto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, qualora applicabili, nonché sull’a-
deguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile e sul suo
concreto funzionamento” 62.

giuridicamente irrilevanti sia il perseguimento o non di uno scopo di lucro, sia il fatto che i
proventi siano destinati ad iniziative connesse con gli scopi istituzionali dell’ente (Cass. sez.
lav., sentenza 19 agosto 2011, n. 17399)”.
60
Così Relazione al d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, cit., p. 20, § 4. In argomento cfr. L. PI-
STORELLI, I destinatari delle norme sulla responsabilità da reato nella giurisprudenza di le-
gittimità, in La responsabilità amministrativa delle società e degli enti, 2011, fasc. 4, pp.
177 ss.
61
Si tratta di un comma che è stato inserito in piena attuazione dei criteri della legge de-
lega dove si stabiliva che venissero disciplinati: “gli obblighi di controllo interno, di rendi-
contazione, di trasparenza e d’informazione nei confronti degli associati, dei lavoratori e
dei terzi, differenziati anche in ragione della dimensione economica dell’attività svolta e
dell’impiego di risorse pubbliche, tenendo conto di quanto previsto dal d.lg. 231/2001, non-
ché prevedendo il relativo regime sanzionatorio” (art. 4, comma 1, lett. g).
62
Il d.lg. 231/2001 viene espressamente richiamato anche dall’art. 6, comma 1 lettera l)
della legge delega 106/2016 anche in relazione all’impresa sociale, laddove si prevede la
nomina “in base a princìpi di terzietà, fin dall’atto costitutivo, di uno o più sindaci allo scopo
di monitorare e vigilare sull’osservanza della legge e dello statuto da parte dell’impresa socia-
le, sul rispetto dei princìpi di corretta amministrazione, anche con riferimento alle disposizioni
del d.lg. 231/2001, e sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile”.

– 163 –
In altri termini, il legislatore – con le norme che si occupano del controllo
interno di legalità dell’ETS – prende esplicita posizione in merito all’ap-
plicabilità del d.lgs. n. 231/2001 certamente con specifico riferimento agli
enti disciplinati dal CTS ma, riteniamo, anche in genere agli enti non profit
(cioè qualora non iscritti nel RUNTS).
Nonostante ciò, qualche dubbio ermeneutico sembrerebbe ancora resi-
duare a causa dell’inciso, contenuto nei suddetti articoli, secondo cui il ri-
corso alle disposizioni di cui al d.lgs. n. 231/2001 sarebbe possibile solo
“qualora applicabili”.
Detto inciso normativo, in assenza di chiarimenti nella Relazione di accom-
pagnamento, può essere interpretato in due modi: in senso minimalistico, ossia
ritenendo che il legislatore abbia voluto fare riferimento, in modo tautologico, al
fatto che il d.lgs. n. 231/2001 sarà applicabile solo in presenza degli specifici
reati-presupposto di cui abbiamo tratteggiato; ovvero in senso strutturale, cioè
operando un’esenzione implicita (specie con riguardo agli enti religiosi civil-
mente riconosciuti) dall’applicazione del d.lgs. n. 231/2001, qualora questo pos-
sa incidere sulla struttura e sulle finalità dell’ente, pregiudicandone l’operato.
In ogni caso, anche a prescindere dai suddetti dubbi interpretativi, il trend
normativo ed anche applicativo della normativa sul Terzo settore sembra
ormai decisamente incanalato nel senso di ritenere applicabile anche agli en-
ti non profit il d.lgs. n. 231/2001.
Invero, i rischi di commissione di alcuni reati-presupposto da parte di enti
non profit sono molto elevati in quanto possono facilmente concretizzarsi
laddove questi ultimi ricevano agevolazioni e sovvenzioni pubbliche, si re-
lazionino con enti di natura pubblicistica, ovvero operino in aree di attività
più esposte a rischio di uno dei reati presupposto.
Un’ulteriore prova in tal senso è data dalla Delibera n. 32 del 20 gennaio
2016 dell’Autorità Nazionale Anticorruzione contenente la determinazione del-
le “Linee guida per l’affidamento di servizi a enti del terzo settore e alle coope-
rative sociali”, la quale espressamente stabilisce che “nell’ottica di garantire
l’affidabilità del soggetto erogatore e di assicurare che la prestazione affidata
venga svolta nel rispetto della legalità, le stazioni appaltanti devono verificare
l’osservanza, da parte degli organismi non profit, delle disposizioni di cui al
d.lgs. 231/2001”. A questo scopo, gli enti non profit “devono dotarsi di un mo-
dello di organizzazione di cui al d.lgs. 231/2001 e procedere alla nomina di un
organismo deputato alla vigilanza sul funzionamento e sull’osservanza del mo-
dello e all’aggiornamento dello stesso” 63.

63
Prosegue, sul punto la citata Delibera dell’Autorità Nazionale Anticorruzione: “Gli enti
no-profit devono dotarsi di un modello di organizzazione che preveda: – l’individuazione

– 164 –
5. – Alla luce di quanto sopra osservato, pare opportuno spendere qualche
parola sul tema dell’applicabilità agli enti ecclesiastici del d.lgs. n. 231/2001,
ossia verificare se essi possano essere considerati responsabili per i reati
commessi nell’interesse dell’ente (intra vires) da chi ricopre un ruolo apica-
le al loro interno 64. Siffatta verifica appare necessaria anche perché il legi-
slatore – nell’elencare i soggetti destinatari della normativa al fine di delimi-
tarne l’ambito soggettivo di applicazione – non menziona affatto gli enti ec-
clesiastici (cfr. art. 1).
Come accennato, secondo la prevalente dottrina penalistica, vengono ri-
conosciuti in capo ai singoli enti ecclesiastici (diocesi, parrocchia, congrega-
zioni religiose, ecc.) tutti gli elementi previsti per configurarne la responsa-
bilità penale ai sensi del d.lgs. n. 231/2001, non rilevandosi valide ragioni
per escluderli dall’applicabilità della disciplina in esame. Le finalità religio-
se, sebbene di alto rilievo costituzionale, secondo tale orientamento, non so-
no, infatti, prese in espressamente in considerazione dal decreto legislativo
quale parametro per escludere l’applicazione dello stesso 65.
Viceversa, gli enti centrali della Santa Sede sarebbero, comunque, esclusi

delle aree a maggior rischio di compimento di reati; – la previsione di idonee procedure per
la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente nelle attività definite a maggior rischio
di compimento di reati; – l’adozione di modalità di gestione delle risorse economiche idonee
ad impedire la commissione dei reati; – la previsione di un appropriato sistema di trasmis-
sione delle informazioni all’organismo di vigilanza; – la previsione di misure di tutela dei
dipendenti che denunciano illeciti; – l’introduzione di sanzioni per l’inosservanza dei mo-
delli adottati. Inoltre, devono procedere alla nomina di un organismo deputato alla vigilan-
za sul funzionamento e sull’osservanza del modello e all’aggiornamento dello stesso (cui
attribuire autonomi poteri di iniziativa e di controllo), oltre a prevedere ed attuare adeguate
forme di controllo sull’operato dell’organismo medesimo”. La delibera è consultabile in
https://www.anticorruzione.it/portal/rest/jcr/repository/collaboration/Digital%20Assets/ana
cdocs/Attivita/Atti/determinazioni/2016/32/del.32.2016.det.linee.guida.terzo.settore.pdf. In
merito, si ricorda anche che il nuovo Codice degli appalti (d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50)
nell’ambito degli affidamenti di servizi e forniture, prevede, all’art. 93, la riduzione del 30%
delle garanzie dovute in corso di partecipazione alla gara per gli operatori economici in pos-
sesso del rating di legalità o attestazione del Modello organizzativo, ai sensi del d.lgs. n.
231/2001 (il c.d. rating di impresa).
64
In argomento, D. FONDAROLI, A. ASTROLOGO, G. SILVESTRI, Responsabilità “ammini-
strativa” ex d. lgs. n. 231 del 2001 ed enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, cit., special-
mente pp. 14-27; G. CASUSCELLI, Il diritto penale, in AA.VV., Nozioni di diritto ecclesiasti-
co, a cura di G. Casuscelli, quarta edizione, Torino, 2012, pp. 385 ss.
65
Si veda, per tutti, A. ROSSI, I soggetti persone giuridiche: su quali enti vigila il D.Lgs.
231?, in AA.VV., D.lgs. 231: dieci anni di esperienze nella legislazione e nella prassi, in
Soc., 2011, n. spec., pp. 23 ss.: R. BORSARI, La responsabilità da reato degli enti in cerca
d’autore, in Rivista trimestrale di diritto penale dell’economia, 2012, 1-2, p. 113.

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dall’applicazione del d.lgs. n. 231/2001, sia per la loro natura di “ente pub-
blico di uno Stato estero” elemento questo che giustifica l’esclusione, così
come avviene in ogni altro caso di ente pubblico straniero (cfr. art. 4 del
d.lgs. n. 231/2001); sia, soprattutto, in base a quanto disposto dall’art. 11 del
Trattato del Laterano del 1929 dove si afferma che gli enti centrali della
Chiesa “sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano…” 66.
Tuttavia, sembra potersi dissentire da tale indiscriminata applicazione per
così dire “a tappeto” del d.lgs. n. 231/2001, che sembra connotata da un’im-
postazione laicista che tende a scotomizzare l’oggettiva rilevanza costituzio-
nale della religione. Sembra, infatti, possibile affermare che gli enti ecclesia-
stici svolgono senza dubbio quella “funzione di rilievo costituzionale” previ-
sta quale esimente dall’art. 1 n. 3 del citato decreto legislativo.
Proprio partendo da tale assunto, parte della scarna dottrina ecclesiastici-
stica che si è occupata dell’argomento, ha ritenuto che gli enti ecclesiastici –
almeno quelli riconosciuti ex legge 20 maggio 1985, n. 222 – andrebbero
tout court esentanti, in considerazione della evidente rilevanza negativa che
l’applicazione di sanzioni potrebbe avere sulla libertà di culto e di religione,
sortendo, in definitiva, l’effetto di alterare funzioni indefettibili degli equili-
bri costituzionali 67.
Neanche siffatta ultima soluzione sembra, però, del tutto condivisibile, in
quanto crea un’area di esenzione troppo vasta e indiscriminata, tale da svili-

66
Sul punto cfr. F. FINOCCHIARO, Diritto ecclesiastico, cit., pp. 262-267, il quale ricorda
che gli “enti centrali della Chiesa, secondo la dottrina tradizionale, sono le Congregazioni, i
Tribunali e gli Uffici della Santa Sede, ossia gli enti che costituiscono la Santa Sede in senso
lato e che abbiano personalità giuridica. In una parola, gli organismi costituenti la Curia ro-
mana, i quali provvedono al governo supremo della Chiesa”. Siffatta categoria, però, può
anche essere interpretata estensivamente in base ad alcune disposizioni normative, ragion per
cui si può affermare che “l’espressione ‘enti centrali’ equivalga a quella di ‘enti pontifici’,
ossia di enti gestiti direttamente dalla Santa Sede, anche se autonomi rispetto agli enti e agli
uffici della Curia romana e svolgenti attività in settori anche lontani dalla missione spirituale
della Chiesa, come l’Istituto per le opere di religione (IOR)” (p. 263).
67
Come ricorda A. BETTETINI, Le attività dell’ente ecclesiastico a confronto con la nor-
mativa civile. Profili problematici, cit., pp. 421-429: “se, come afferma la Cassazione, la ra-
tio dell’esenzione è quella di preservare enti rispetto ai quali le misure cautelari e le sanzioni
applicabili ai sensi del d.lgs. n. 231/2001 sortirebbero l’effetto di sospendere funzioni costi-
tuzionali, a fortiori ratione tale esenzione deve riguardare gli enti ecclesiastici. Invero, la
rilevanza negativa che l’applicazione di sanzioni ad enti confessionali può avere sulla libertà
di culto e di religione suscita, anche a livello internazionale, preoccupazione, sicché si ritiene
preferibile che atti illeciti commessi da appartenenti – anche in posizione di vertice – ad una
confessione religiosa a vantaggio della stessa o di un suo ente siano perseguiti solo mediante
sanzioni a carico del singolo, senza adottare misure che comportino altresì una responsabilità
(penale o amministrativa che dir si voglia) della confessione in quanto tale”.

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re le condivisibili funzioni di politica penale volute dal legislatore.
Una soluzione alternativa potrebbe essere quella – con specifico riferimen-
to agli enti della Chiesa cattolica – di prospettare una sorta di “doppio binario”
distinguendo, ai fini dell’applicabilità del d.lgs. n. 231/2001, tra enti facenti
parte della c.d. costituzione gerarchica della Chiesa cattolica ai sensi dell’art. 2
della legge n. 222/1985 (ad esempio diocesi, parrocchie, ecc.) e gli altri enti 68.
Invero, solo per i primi – che possono sostanzialmente ricondursi alla sfe-
ra delle persone giuridiche pubbliche ecclesiastiche – potrebbe ritenersi pie-
namente soddisfatta la condizione richiesta dalla normativa vigente di un
perseguimento di “funzioni di rilievo costituzionale” (in questo caso della
finalità di religione o di culto) per cui gli enti facenti parte della costituzione
gerarchica della Chiesa sarebbero, de plano, esclusi dall’applicabilità della
normativa in esame 69.
Occorre, però, ulteriormente tenere presente che anche gli enti che fanno
parte della costituzione gerarchica della Chiesa (specie la parrocchia) posso-
no esercitare – seppure parzialmente, cioè per rami di azienda – attività non
profit; attività, cioè, che portano tali enti ad assumere la qualifica di impren-
ditore commerciale sia pure limitatamente al ramo di impresa esercitato.
Come già detto, per tali attività “diverse” gli enti ecclesiastici, alla stregua
degli altri enti non profit, sono in tutto sottoposti alla normativa di diritto
comune che le regola, inclusa, ove applicabile, quella concernente la respon-
sabilità amministrativa/penale dell’ente di cui al d.lgs. n. 231/2001. In tal ca-
so, non viene in considerazione la funzione di rilievo costituzionale svolta
dagli enti ecclesiastici, non potendo incidere la ricordata normativa penale
sull’estrinsecazione del diritto di libertà religiosa in forma collettiva 70.
In altri termini, la normativa penalistica sarà in ogni caso applicabile a
tutti gli enti ecclesiastici che non fanno parte della costituzione gerarchica

68
In merito a tale distinzione si rinvia a L. SABBARESE, La costituzione gerarchica della
Chiesa universale e particolare. Commento al codice di diritto canonico, libro II parte II,
Roma, 2013.
69
Sul punto cfr. W. SCHULTZ, Posizione giuridica delle associazioni e la loro funzione
nella Chiesa, in Apolllinaris, 1986, pp. 115 ss.; R. BOTTA, Persone giuridiche pubbliche e
persone giuridiche private nel nuovo codex iuris canonici, in Il diritto eccl., I, 1985, pp. 336
ss.; L. MARTÌNEZ SISTACH, Associaciones pùbblicas y privadas de los laicos, in Ius can., 26,
1986, pp. 159 ss.; P. GIULIANI, La distinzione fra associazioni pubbliche e private di fedeli
nel nuovo codice di diritto canonico, Roma, 1986.
70
In argomento si rinvia a A. FUCCILLO, Enti ecclesiastici e impresa commerciale: final-
mente un binomio compatibile!, cit., pp. 470 ss.; A. BETTETINI, L’attività commerciale di un
ente ecclesiastico, in AA.VV., Enti ecclesiastici e controllo dello Stato. Studi sull’Istruzione
CEI in materia amministrativa, a cura di J.I. Arrieta, Venezia, 2007, pp. 195 ss.

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della Chiesa; mentre – all’interno di questa categoria più ristretta – occorrerà
distinguere ulteriormente, utilizzando il ricordato criterio dell’attività ogget-
tivamente esercitata.
Volendo esemplificare, una parrocchia che si limita a svolgere attività
istituzionali per così dire “tradizionali”, cioè attinenti puramente e sempli-
cemente al fine di religione e di culto, non sarebbe soggetta alla responsabi-
lità penale, anche qualora incorra in un evento che potrebbe integrare gli
estremi di uno dei reati-presupposto sopra accennati (si pensi al caso di un
sacrestano – dipendente della parrocchia – che riporti delle lesioni personali
per omissione delle norme sulla sicurezza sul lavoro ex legge n. 123/2007).
Viceversa, qualora la parrocchia svolga attività “diverse”, come quelle
aventi natura oggettivamente commerciale – sia pure senza fine di lucro
soggettivo – sarebbe sottoposta all’applicazione del citato decreto legislativo
e, dunque, incorrerebbe nelle relative sanzioni amministrative/penali da esso
previste, purché non vadano ad incidere su struttura e finalità di tale ente
(art.7 comma 3, dell’Accordo 18 febbraio 1984).
Pare, quindi, possibile concludere nel senso che l’applicabilità del d.lgs.
n. 231/01 agli enti ecclesiastici deve essere valutata caso per caso tenendo
presenti sia criteri soggettivi legati alla natura giuridica dell’ente ecclesiasti-
co, sia anche criteri oggettivi connessi all’attività in concreto da esso svolta,
evitando di cadere in sterili e pericolose derive ideologiche legate ad una
malintesa laicità dello Stato, ovvero, al contrario, ad un esasperata difesa
della specialità indiscriminata degli enti religiosi/ecclesiastici.

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