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Ripasso Sintassi Ebraico Biblico

UNITÀ GRAMMATICALI
Le unità grammaticali gli elementi che costituiscono un discorso e hanno varia complessità. L’unità
più semplice è il morfema, cioè un’unità minima dotata di significato, può essere sia una parola ma
anche un “affisso”. Più complesso del morfema è il sintagma, unità formata da una parola (head)
accompagnata da uno o più modificatori. Il sintagma può essere definito come un gruppo di parole
equivalente a una singola parola. Può essere formato con la preposizione (sintagma preposizionale),
con un aggettivo (sintagma aggettivale), con un nome (sintagma nominale) o con un participio
(sintagma participiale). Ciò che è molto importante, il sintagma non ha una composizione soggetto-
predicato. A un livello più complesso abbiamo la proposizione, cioè un enunciato in cui viene
effettuato un commento su un tema. Il tema viene detto anche “soggetto”, il commento viene
definito come “predicato”. La proposizione è, pertanto, la combinazione sintattica tra un soggetto
e un predicato. Quando l’enunciato contiene due temi distinti, ognuno con il suo commento, ci
troviamo dinanzi al periodo. Questa è un’unità più ampia rispetto alle precedenti e può essere.
Quando ci troviamo difronte a una sequenza di periodi abbiamo un discorso.

FUNZIONI NOMINALI O “CASI”


Anche se l'ebraico biblico è, formalmente, una lingua che ha perso i marcatori del sistema di casi,
tuttavia da un punto di vista storico, comparativo e sintattico possiamo individuare tre "casi" distinti,
ossia tre diverse funzioni sintattiche del nome: 1) Nominativo; 2) Accusativo (modifica il verbo); 3)
Genitivo (modifica il nome).

FUNZIONE ACCUSATIVA
Quando un nome modifica un verbo è in funzione accusativa. Abbiamo tre casi da distinguere: 1)
accusativo dell’oggetto; 2) accusativo avverbiale; 3) doppio accusativo.
Il primo indica l’oggetto diretto del verbo, cioè ciò su cui il verbo si concentra, agisce o interessa e
può avere varie sfumature. Possiamo avere un oggetto diretto “Dio prese Adamo”, qui “Adamo” è
l’oggetto diretto, ma può essere anche suffisso “Adamo la mangiò (la mela)”. Possiamo avere un
oggetto preposizionale (se è una preposizione a precederlo), con un verbo niphal, con l’oggetto
interno al verbo come “seminò un seme” oppure con un oggetto al dativo “essi gridarono a te”.
L’accusativo avverbiale indica una determinazione del predicato verbale. In alcune categorie
dell’accusativo indiretto, quella di tempo (determinato o continuato) e luogo (stato, moto) in
particolare. A queste si aggiungono alcune sfumature, quando indica il modo, abbiamo un
accusativo di modo (senza articolo) o di limitazione (es. Egli era malato (limitatamente) ai suoi piedi).
Alcune volte la relazione sintattica è resa più esplicita dall’uso di una preposizione appropriata o di
un nome con una vocale paragogica. Di particolare interesse risulta l’accusativo predicativo di stato,
che si può riferire sia al soggetto, “io partii piena” si riferisce allo stato del soggetto, oppure
all’oggetto: “Mosè ascolto il popolo piangente”, qui vediamo che ci viene indicato lo stato
dell’oggetto dell’ascolto di Mosè.
Abbiamo infine, il terzo, il doppio accusativo. Se, in una proposizione avente un soggetto, un oggetto
e un verbo transitivo con un verbo semplice significato, cambiamo il verbo in un causativo, cioè in
un hiphil, vediamo che il soggetto diventa un secondo oggetto. Con l’esempio si chiarisce il concetto,
se abbiamo la frase: “abbiamo visto la sua gloria” dove “noi” è il soggetto, “la sua gloria” è l’oggetto,
se questa frase la cambiamo in “fu mostrata a noi la sua gloria” vediamo che “noi” diventiamo un
secondo oggetto. Così abbiamo vari casi:
1) OGGETTO “DATIVO” + OGGETTO DIRETTO = il re diede al popolo (OGGETTO “DATIVO”) una
dura risposta (OGGETTO DIRETTO)
2) OGGETTO DIRETTO + OGGETTO MATERIALE = Yhwh Dio creò l’uomo (OGGETTO DIRETTO)
di polvere (MATERIALE)
3) OGGETTO DIRETTO + TITOLO/INCARICO = Egli fece i suoi figli (OGGETTO DIRETTO) giudici
(TITOLO/INCARICO)
4) OGGETTO DIRETTO + MEZZO = Dio ti ha unto (OGGETTO DIRETTO) + con olio (MEZZO).

FUNZIONI NOMINALI
L’ebraico presenta 3 casi:
1) Nominativo: nomi che governano verbi (o che compaiono in proposizioni nominali)
2) Accusativo: nomi governati da verbi
3) Genitivo: nomi governati da altri nomi o da preposizioni
CASO GENITIVO
Anche un pronome può occupare la posizione del genitivo all’interno di una frase. Nell’ordine di una
catena costrutta, abbiamo al primo posto il nome in stato costrutto (se ce ne sono di più sono tutti
in stato costrutto) eccetto l’ultimo nome che è in forma assoluta, così abbiamo:

‫ = קְ דוֹשׁ יִ ְשׂ ָראֵ ל‬il primo nome è in stato costrutto il secondo in stato assoluto, “il Santo d’Israele”.
Abbiamo due elementi, al primo posto il costrutto/head/modified elem. Regens e all’ultimo il
genitivo/dependent/modifier/rectum.
Quando abbiamo due costrutti la struttura può essere un po’ diversa, infatti, il genitivo viene posto
nel mezzo della struttura:

‫ותּהִ נָּתוֹ‬
ְ �‫“ ְתּפִ לַּת ﬠַבְ ְדּ‬la preghiera del tuo servo e la sua supplica” vediamo qui che il genitivo viene
posto in mezzo (in rosso) e poi abbiamo il secondo costrutto che è accompagnato da un pronome
suffisso di terza maschile (in rosso)
Quando ci sono più genitivi, il costrutto può essere ripetuto insieme a ogni genitivo:

‫“ אֱ�הֵ י הַ שָּׁ מַ יִ ם וֵא�הֵ י הָ אָ ֶרץ‬Dio dei cieli e della Terra” vediamo che il costrutto (in rosso) in questo
caso viene ripetuto due volte.
Altre volte invece si può mettere il costrutto all’inizio seguito poi dai nomi in stato assoluto:

‫“ אֱ�הֵ י הַ שָּׁ מַ יִ ם והָ אָ ֶרץ‬Dio dei cieli e della terra”. Qui non abbiamo la ripetizione del costrutto, il
significato è lo stesso.
Alcune volte ci possiamo trovare dinanzi a una catena di genitivi, così tutti i nomi sono in stato
costrutto eccetto l’ultimo, come in questo caso:
‫“ לֵב ָראשֵׁ י ﬠַם־הָ אָ ֶרץ‬il cuore dei capi del popolo della terra”. Vediamo che sono tutti in stato
costrutto eccetto l’ultimo (in rosso). Tuttavia, notiamo anche come eccetto il primo costrutto, quelli
che seguono (in verde) sono a loro volta anche genitivi di quello che segue.
Quando abbiamo un costrutto seguito da un sintagma preposizionale ciò sta a indicare un
collegamento concettuale più stretto:

‫ = יֹ ְשׁבֵ י בְּ אֶ ֶרץ‬si traduce: “gli abitanti della terra”. Abbiamo il costrutto, in questo caso un participio
qatal del verbo ‫“ ישׁב‬risiedere”, accompagnato dal sintagma preposizionale ‫ב‬ ְּ + ‫אֶ ֶרץ‬.
A volte abbiamo il costrutto che è seguito da una proposizione con funzione genitiva, ad esempio:

‫“ קִ ְריַת חָ נָה דָ וִ ד‬la città dove si accampò Davide”


Significati del genitivo
1) GENITIVO SOGGETTIVO “l’odio di Yhwh” il costrutto è il soggetto, colui che ha odio
2) GENITIVO OGGETTIVO “la paura del re” la paura che si prova per il re, in questo caso è
oggetto
3) GENITIVO POSSESSIVO “la casa del re”
4) GENITIVO DI AUTORE “le parole di Lemuel”
5) GENITIVO DI SVANTAGGIO “la violenza contro tuo fratello”
6) GENITIVO DI VANTAGGIO “il pane per il governatore”
7) GENITIVO DI LUOGO “Betlemme di/in Giuda
8) GENITIVO DI QUALITÀ “Valoroso guerriero”
9) ESPRESSIONE IDIOMATICA DI QUALITÀ “Uomo di Belial” ‫ִאישׁ הבְּ לִ ָיּﬠַל‬
10) ESPRESSIONE IDIOMATICA DI ETÀ “Abramo aveva 100 anni” ‫ן־מאַ ת שָׁ נָה‬
ְ ֶ‫וְ אַ בְ ָרהָ ם ב‬
11) GENITIVO DI MATERIA “Vasi d’oro”
12) GENITIVO DI ARGOMENTO “Oracolo riguardante Babilonia”
13) GENITIVO PARTITIVO “uno dei monti”
14) GENITIVO PARTITIVO CON AGGETTIVO SUPERLATIVO “il più piccolo dei suoi figli” ‫קְ טֹ ן בָּ נָיו‬
15) SUPERLATIVO GENITIVO “il Cantico dei Cantici” ‫ירים‬
ִ ‫ִשׁיר הַ ִשּׁ‬
16) GENITIVO DI MISURA “Sei (misure) d’orzo” ‫שׁ־שׁעֹ ִרים‬
ְ ֵ‫שׁ‬
17) GENITIVO DI LIMITAZIONE “Bello nell’aspetto” ‫יְ פֵה־תֹ אַ ר‬

MOLTO IMPORTANTE: IL COSTRUTTO NON HA MAI L’ARTICOLO. La determinazione o


l’indeterminazione dell’articolo causa la determinazione o indeterminazione del costrutto.
1) GENITIVO INDETERMINATO – COSTRUTTO INDETERMINATO
2) GENITIVO DETERMINATO – COSTRUTTO DETERMINATO
Il genitivo può essere determinato dall’articolo, dal suffisso o dal fatto di essere un nome proprio.
Il genitivo è solitamente evitato e sostituito da lamed quando il genitivo è determinato ma il
costrutto è indeterminato dal punto di vista logico:

‫“ בֵ ן לְ יִ שַׁ י‬un figlio di Iesse. Iesse è determinato mentre il costrutto ‫ בֵ ן‬è indeterminato.


TEMPO – ASPETTO – MODALITA’
Tempo: è l’espressione della distanza temporale fra il momento dell’atto linguistico (speech act) e
il momento dell’evento (o azione, o stato) di cui si sta parlando.
Abbiamo 3 tempi assoluti: 1) passato; 2) presente; 3) futuro.
Tempi relativi sono il piuccheperfetto (Maria era già partita quando arrivai) e il futuro anteriore
(quando arriverò Maria sarà già partita).
I tempi si esprimono nel modo seguente:

Piuccheperfetto Passato Presente Futuro Futuro Tempo


Anteriore generico
X – Qatal Qatal Yiqtol Yiqtol Yiqtol Yiqtol
no verbi
stativi
Wayyiqtol Qotel Weqatalti Weqatalti Qotel
Qatal (Qatal) Qatal
(verbi stativi) Verbi stativi

Aspetto: è l’espressione della dimensione temporale interna all’evento, indipendente dalla


relazione che esso ha con il momento dello speech act. Può essere perfettivo, cioè un fatto compiuto
oppure imperfettivo, cioè in corso o non compiuto.
1) INGRESSIVO = wayyaqom + wayyiqtol
2) PERFETTIVO = 1) qatal; 2) wayyiqtol
3) IMPERFETTIVO = 1) yiqtol; 2) qotel
4) ITERATIVO = hitpa’el
5) ABITUALE FREQUENTATIVO = yiqtol
6) PERFETTO = (X-) qatal
7) EGRESSIVO RISULTATIVO = wayyabo + wayyiqtol
Modalità: è l’espressione della soggettività del parlante riguardo la verità della proposizione oppure
la realizzabilità della proposizione da parte di qualche agente.
Quando la modalità è epistemica riguarda la verità della proposizione, mentre, quando è deontica
si riferisce alla realizzazione dell’evento da parte di un agente.
Modalità Epistemica:
1) Dichiarativa: S considera E certo yiqtol – Iussivo - Qatal
2) Assertiva: S è convinto che E è certo yiqtol – imperativo – coortativo – iussivo - qatal
3) Assuntiva: S specula su E yiqtol - qatal
4) Dubitativa: S considera E incerto yiqtol
Modalità Deontica:
1) Obbligativa: S chiede a P di realizzare E yiqtol – imperativo - iussivo
2) Ottativa: S desidera E da parte di P imperativo – coortativo - iussivo
3) Esortativa: S esorta P a realizare E (insieme a S) Coortativo
4) Volontativa S esprime intenzione di realizzare E (S=P) coortativo
5) Precativa S prega P di realizzare E coortativo – iussivo - qatal
6) Permissiva S afferma che E è permesso a P yiqtol – imperativo – coortativo -
iussivo
7) Tollerativa S concede che E si realizzi imperativo
8) Abilitativa S afferma che E è alla portata di P yiqtol - iussivo

CONCORDANZA
La concordanza dell’aggettivo è quasi del tutto regolare, ci sono poche eccezioni. Queste sono: 1)
nomi duali, concordanza ad sensum con nomi collettivi, in frasi comparative, poi c’è il fenomeno de
genus potius, cioè tra un maschile e un femminile, prevale il maschile, infine abbiamo il plurale
maiestatis.
La concordanza del pronome personale è meno regolare. Il pronome personale concorda quasi
sempre in numero e solitamente in genere con il nome che rappresenta. Ci sono molte eccezioni,
specialmente con i nomi suffissi. Anche qui, spesso abbiamo il fenomeno del genus potius e della
concordanza ad sensum con i nomi collettivi.
La concordanza del verbo è piuttosto irregolare:
1) Nelle 2° pers. Plur. Il femminile è spesso sostituito dal maschile
2) Alla 3° pers. Il maschile è normalmente preferito al femminile, soprattutto se il verbo
precede
3) Alla 3° pers. Il singolare è normalmente preferito al plurale, soprattutto in poesia e se il verbo
precede (prepositivo)
4) Con una costruzione costrutto-genitivo, il verbo normalmente concorda con il costrutto (o
nomen regens); tuttavia, talvolta può concordare con il genitivo (o nomen rectum)
5) Con un soggetto formato da due o più nomi (soggetto composto)
a. Se il verbo è prepositivo, prima del soggetto, concorda in numero e genere con il
proprio nome
b. Se il verbo è postpositivo (dopo il soggetto) è solitamente in plurale
6) Con un nome duale il verbo è solitamente al plurale
7) Con un nome collettivo il verbo può essere usato alla forma singolare oppure plurale (l’ultima
diventa più frequente nei libri tardivi, soprattutto Cronache, e molto comune nell’ebraico di
Qumran.

L’AGGETTIVO
La lingua ebraica non ha un grande uso di aggettivi, tuttavia, ha queste altre strutture:

1) Genitivo di qualità (‫ = זּ ֶַרע הַ ְמּלוּכָה‬discendenza della regalità = discendenza regale)


2) Verbi stativi che esprimono qualità. ‫ = קָ טֹ נְ ִתּי‬io sono piccolo
3) Sintagmi preposizionali. ‫= לְ עוֹלָם חַ ְסדּוֹ‬la sua misericordia è per sempre = è eterna

Posizione. L’aggettivo si trova normalmente DOPO il nome o dopo la costruzione costrutto-genitivo


a cui si riferisce. Fa eccezione l’aggettivo ‫( ַרב‬molti) che a volte si trova prima del nome.
Grado comparativo e superlativo. Per esprimere il grado comparativo e superlativo, non avendo
flessioni morfologiche, usa una varietà di risorse sintattiche (strutture). Per questo motivo è molto
importante interpretare bene il contesto.

a. Comparativo
1) ‫( ִמן‬comparativo) + aggettivo
2) ‫( ִמן‬comparativo) + verbo stativo
3) ‫( ִמן‬comparativo) + verbo, nel senso ESCLUSIONE (ami il male piuttosto del bene)
4) ‫( ִמן‬comparativo) + aggettivo o verbo stativo = “TROPPO… PER”
5) ‫( ִמן‬comparativo) + infinito costrutto = “TROPPO… PER”
6) ‫( טוֹב לִ י‬se nel contesto è presente o implicita un’ALTERNATIVA) = “meglio per me”
b. Superlativo assoluto
1) ֶ‫( טוֹב ְמאֹ ד‬con ‫ ְמאֹ ד‬o ‫)ﬠַד ְמאֹ ד‬
2) Appellativi Divini ‫יהוה‬, ‫אֱ�הִ ים‬, ‫ אֵ ל‬che intensificano POSITIVAMENTE
3) Con parole come ‫מָ וֶת‬, ‫מוּת‬, ‫ שֶׁ אֹ ל‬che intensificano negativamente.

c. Superlativo relativo
1) Aggettivo determinato da un articolo (‫)בִּ ִתּי הַ גְּ דוֹלָה‬
2) Aggettivo determinato da un pronome suffisso (‫) ִמגְּ דוֹלָם וְ ﬠַד־קְ טַ נָּם‬
3) Aggettivo determinato: costrutto di un genitivo determinato (‫)קְ טֹ ן בָ נָיו‬
4) Aggettivo determinato + sintagma con ‫ ב‬oppure ‫ִמכֹּ ל‬

d. Costrutto + Genitivo
1) Se il genitivo è indeterminato = SUPERLATIVO ASSOLUTO
2) Se il genitivo è determinato = SUPERLATIVO RELATIVO

PROPOSIZIONE NOMINALE
La categoria delle proposizioni nominali include ogni proposizione in cui il predicato è un nome o un
equivalente del nome, come ad esempio un participio, una preposizione con un nome o un
pronome; oppure, negativamente, ogni proposizione in cui il predicato non è un verbo, 8 ad
eccezione di ‫ )הָ יָה‬nel senso di “essere”, nella proposizione nominale. La proposizione nominale in
ebraico, come del resto nelle altre lingue semitiche è molto utilizzata.
Le predicazioni nominali sono costruzioni al limite che occupano un grigio nella scala dei colori tra
le proposizioni verbali e le proposizioni nominali. Come le proposizioni verbali esprimono una
predicazione (sebbene le predicazioni senza verbo differiscono da quelle verbali nel fatto che non
indicano il tempo, l’aspetto, o la modalità); come le frasi nominali, sono composte da elementi
nominali.
Composizione: sono formate da due componenti nominali, uno svolge il ruolo di SOGGETTO (S) e
uno di PREDICATO (P). Il soggetto si può chiamare anche TOPIC o TEMA; il predicato, invece, si
può chiamare anche COMMENTO o REMA.
Sia S che P possono essere composti da più di una parola. Nel secondo caso si parla di “sintagma
nominale” con funzione di S o con funzione di P.
Il S può essere composto da un pronome personale o dimostrativo, da un nome o da un infinito
costrutto, infinito assoluto, o sintagma preposizionale (preposizione + nome); il predicato, da un
nome determinato o indeterminato, da un aggettivo o sintagma aggettivale, da un participio, da un
sintagma preposizionale o più raramente da un numerale, un pronome o un avverbio.
DISTINGUERE TRA SOGGETTO E PREDICATO
La prima cosa da fare è distinguere all’interno della proposizione il soggetto e il predicato.
Funzione: Il soggetto è il tema di cui si parla, mentre il predicato è il commento che si fa sul soggetto.
Informazione: il soggetto è l’elemento già menzionato nel contesto, l’informazione già data o
presupposta, ha legami co-referenziali con un elemento che appare nelle proposizioni precedenti;
il predicato mette a fuoco un nuovo aspetto, è l’informazione “nuova” non ancora data all’interno
del contesto.
Determinazione: se nella proposizione c’è una componente determinata e una indeterminata. Il
soggetto è determinato, il predicato è indeterminato.
CAPIRE SE SI TRATTA DI UNA PROPOSIZIONE DI IDENTIFICAZIONE O DI CLASSIFICAZIONE
Le proposizioni nominali possono essere di identificazione e di classificazione (dette anche di
qualificazione).
RELAZIONE TRA SOGGETTO E PREDICATO
C’è una diversa relazione tra identificazione e classificazione/qualificazione.
Mentre nella PROPOSIZIONE DI IDENTIFICAZIONE IL PREDICATO è
EQUIVALENTE/SOVRAPPONIBILE AL SOGGETTO, NELLA PROPOSIZIONE DI
CLASSIFICAZIONE/QUALIFICAZIONE, IL PREDICATO QUALIFICA IL SOGGETTO.
RISPONDONO A DOMANDE DIVERSE
La proposizione d’identificazione risponde alla domanda: “Chi è S? Risposta: P”, mentre la
proposizione di classificazione risponde alla domanda: “com’è S? A quale classe appartiene S?
Risposta: P.
DETERMINAZIONE/INDETERMINAZIONE
Nella proposizione di identificazione Soggetto e Predicato sono entrambi determinati. Nella
proposizione di classificazione il Soggetto è determinato, ma il Predicato è indeterminato.
ORDINE DEI COMPONENTI
È un tema dibattuto, non c’è accordo, nell’AT 2 volte su 3 l’ordine è S-P, una volta su 3 è P-S. Ci sono
teorie che fanno risalire l’ordine al tipo di proposizione nominale. Secondo altri studiosi, la variabilità
dell’ordine dipenderebbe piuttosto da altri fattori come le caratteristiche morfologiche delle
componenti, la macro-scrittura del periodo e i fenomeni di focalizzazione delle informazioni (Juoun
Muraoka tra questi).

PROPOSIZIONI NOMINALI TRIPARTITE


Le proposizioni nominali, a volte, possono presentare TRE COMPONENTI anziché due. In questi casi
è presente, in aggiunta, un PRONOME PLEONASTICO personale o dimostrativo in terza persona.
Quando la proposizione è di IDENTIFICAZIONE il pronome pleonastico si trova (generalmente) in 2°
posizione, mentre quando è di CLASSIFICAZIONE, si trova (generalmente) in 3° posizione.
È possibile analizzare ka proposizione nominale tripartita in questo modo: 1) Casus pendens
(nominativo assoluto o focus); 2) pronome pleonastico (soggetto); 3) elemento restante in 2° o 3°
posizione (predicato).

PROPOSIZIONI CON ‫היה‬.


Come Muraoka le consideriamo come proposizioni nominali con copula (‫ )היה‬espressa.

Un’ultima questione è quella relativa la distribuzione e la funzione delle proposizioni senza verbo a
un livello testo-linguistico, specialmente rispetto alla narrativa, al discorso diretto e alla divisione
macro-strutturale. Possono anzitutto dare informazioni di background cioè, informazioni che non
sono parte dell’ordine lineare degli eventi nella story line. Eventi sincronici e informazioni
circostanziali possono essere espressi dalle proposizioni senza verbo. Caratterizzazione dei
partecipanti nella narrativa si può comprendere più pienamente riconoscendo l’uso delle
proposizioni senza verbo per introdurre i nuovi partecipanti e per dare importanti informazioni
riguardo i partecipanti più centrali. Discorso diretto può similmente mostrare particolari
distribuzioni delle proposizioni senza verbo. Inoltre, il discorso diretto ci permette per le
proposizioni senza verbo ridotte nel quale sia il soggetto o predicato eliso. Funzionano a livello di
macro-struttura ai confini dei paragrafi o delle sezioni e all’8inizio o alla fine delle narrativ,
genealogie e liste.

PROPOSIZIONI ESISTENZIALI
Abbiamo anche un altro tipo di proposizioni, le PROPOSIZIONI ESISTENZIALI con diverse sfumature.
A esiste (in B); c’è A in B. Quello che si esprime è l’esistenza, di solito per tradurle si usano queste
espressioni: “c’è; ci sono; there is; there are; hay”.
In ebraico abbiamo delle particelle specifiche che ci fanno capire di essere in presenza di
proposizioni esistenziali: ‫( יֶשׁ‬c’è); ‫( אֵ ין‬non c’è); ‫( הָ יָה‬c’è); ‫( ל ֹא הָ יָה‬non c’è).

Hyh può essere copula o proposizione esistenziale, così con ‫היה‬ ci potrebbe essere una certa
ambiguità nella scelta della traduzione.
Nelle esistenziali abbiamo A detto PIVOT cioè gira attorno ad esso e abbiamo una CODA che esprime
il contesto, ad esempio: c’è speranza (pivot) nella regione (coda, che indica il contesto).

Quando le analizziamo cerchiamo la particella ‫ יֶשׁ‬o ‫ אֵ ין‬o ‫הָ יָה‬.

Queste proposizioni, raramente sono espresse da proposizioni nominali.

‫ אַ יִ ן‬viene usato in risposte che sottintendono parte della frase.


Nelle esistenziali il Pivot è indeterminato.

‫ יֶשׁ‬si trova dopo certe particelle “‫ ”אוּלַי‬forse; all’interno di domande “‫ ” ֲהיֶּשׁ‬dopo la particella
interrogativa “‫ה‬
ֲ ”; dopo “‫ ” ִאם‬condizionale. Un’altra particella è “‫( ”כֵּן‬affinché non).
Funzione possessiva: Per esprimere il possesso l’italiano usa il verbo “avere” l’ebraico la
preposizione. La cosa importante è il ‫ ל‬dativo. Abbiamo tre possibilità: 1) ‫ ל‬+ ‫ ; יֶשׁ‬2) ‫ ל‬+ ‫ ;היה‬3) ‫ל‬.

Funzione copulativa: Passaggio da esistenziale a copula, questo di solito iesh è accompagnato dal
participio. Di ‫ יֶשׁ‬ci sono poche attestazioni; ‫אֵ ין‬: 1) esistenza negativa; 2) negazione del participio;
3) negazione semplice.

IL “WAW” NELLA SINTASSI DELL’EBRAICO BIBLICO


Il “waw” a volte può essere parte di un verbo, può introdurre un verbo, e si trova prima del verbo,
altre volte invece introduce un non-verbo, quindi un nome o una particella.
Il “waw” + non-verbo può essere phrasal, e quindi connette elementi in una serie all’interno della
stessa clause. Questo, a volte, può essere anche omesso; ma può essere anche interclausal cioè
introduce una nuova proposizione (clause) ad esempio: “il re andò e il profeta tornò a casa”.
Abbiamo così a volte un “waw” disjunctive, quando interrompe la sequenza di wayyiqtol. Può essere
di contrasto, traducibile con un “ma”; parentetico “ora” e conclusivo “così”.
Il “waw” circostanziale ha sempre un riferimento a un temine posto in precedenza, prima. Quando
c’è un cambio di soggetto non abbiamo un “waw” circostanziale.
IL “WAW” + VERBO
JM dà una possibile spiegazione del waw + verbo e distingue due capacità: 1) simple waw; 2) energic
waw.
Il waw semplice ci dà una coordinazione, waw di giustapposizione e lo traduciamo con la particella
“e”, in latino “et”. Casi di giustapposizione abbiamo un Qatal waw di giustapposizione e poi un altro
Qatal, mette vicino un qatal all’altro.
Così possiamo distinguere le seguenti combinazioni:
1) Qatal + weqatal = 2 azioni al passato
2) Yiqtol + weyiqtol (senza raddoppiamento) = due azioni al futuro imperfettivo.
3) Volitivo + wevolitivo = volitivo imperativo, iussivo o coortativo.
Questa è la funzione semplice, mette in coordinazione.
Il “waw” energico indica invece le seguenti sfumature:
1) SUCCESSIONE: rapporto di successione temporale e si traduce “e poi”, in latino “et postea”.
In una sequenza narrativa cioè: SEQUENZA DI AZIONI NEL TEMPO, UNA DOPO L’ALTRA.
2) FINALE O CONSECUTIVO: il verbo rispetto al primo è in successione logica, lo scopo (affinché)
o la conseguenza (cosicché), in latino “ut”. Si tratta di una sequenza logica.
Abbiamo allora le possibili combinazioni:
a) Yiqtol + weqatalti = può significare successione, finalità e conseguenza. Noi dobbiamo capire
che tipo di proposizione è.
b) Qatal + wayyiqtol = o solo wayyiqtol + wayyiqtol, il secondo è sempre in seguenza narrativa,
azione successiva, anche se alcune volte le azioni possono sembrare simultanee.
c) Volitivo + weyiqtol = il weyiqtol indica conseguenza o finalità, dunque finale-consecutivo.
d) Volitivo + wevolitivo = rapporto finale-consecutivo

PROPOSIZIONI TEMPORALI
Riguardano frasi dipendenti da una principale e hanno una capacità di esprimere il tempo (JM 166
– W-O 38.7.

A. “waw” Modalità Paratattica


Come abbiamo visto in precedenza, il waw da solo ha una modalità paratattica, mentre il waw
energico assume un rapporto di conseguenza temporale o logica.
Vediamo allora che il wayyiqtol assume una connotazione di tempo nel passato, menter il weqatalti
riguarda una successione temporale riferita al futuro.

La particella “‫ ”כִּ י‬può avere una sfumatura temporale, causale o concessiva.

B. Particelle
Un altro modo per esprimere le temporali è quello di usare le particelle:

1) “‫ ”כִּ י‬o “‫ = ”כְ אֲשֶׁ ר‬quando, mentre; “chi”+ qatal (quando ebbe finito di bere)
2) “‫ וַיּהִ י‬+ ‫ב‬/‫ כ‬+ infinito costrutto
3) “‫ וַיּהִ י‬+ Sintagma preposizionale ad esempio: “E quando finirono i giorni”
4) “‫ וַיּהִ י‬+ ‫כִּ י‬/‫ ַכאֲשֶׁ ר‬+ qatal per indicare il passato.

Se invece ci troviamo nella sfera del futuro, avremo le stesse costruzioni, con la differenza che al
posto di “‫ ”וַיּהִ י‬avremo “‫”וְ הָ יָה‬.

C. Preposizioni + infinito costrutto

1) ‫כ‬/‫ ב‬+ infinito costrutto = quando / mentre


2) ‫ אַ ח ֲֵרי‬+ infinito costrutto = dopo che
3) ‫ לִ פְ נֵי‬+ infinito costrutto = prima di
4) ‫ עד‬+ infinito costrutto = fino a
D. PROPOSIZIONI CIRCOSTANZIALI / TEMPORALI
Circumstancial clause = waw + Soggetto + predicato nominale/verbale. Sono legate a qualcosa
avvenuta prima e aggiungono un’informazione.
PRoPOSIZIONE FINALE E CONSECUTIVA
In modo implicito waw + verbo con la paratassi.
Waw energico
1) VOLITIVO = imperativo/coortativo/iussivo + waw + Imperfetto/iussivo/coortativo. Questo si
chiama indirect volitive. Volitivo indiretto con significato finale.
2) WAYYIQTOL = alcune volte si vificano dei casi in cui il wayyiqtol potrebbe essere tradotto
come consegenza JM 118, Gn 39,2
3) WEQATALTI = il weqatalti potrebbe avere la sfumatura di conseguenza della prima azione.
Abbiamo alcune particelle importanti per fare la finale e la consecutiva:

a. ְ‫ ל‬+ infinito costrutto


b. ‫ לְ מַ ﬠַן‬+ yiqtol/infinito
c. ‫ בַּ ֲﬠ ְבוּר‬+ yiqtol/infinito
d. ‫לְ בַ ﬠֲבוּר‬+ yiqtol/infinito.
e. ‫אֲשֶׁ ר‬/‫ כִּ י‬+ yiqtol
Per fare la finale negativa abbiamo le seguenti costruzioni:

a. ‫ לְ בִ לְ ִתּי‬+ yiqtol/infinito
b. ‫ לְ מַ ﬠַן‬+ ‫ל ֹא‬
c. ‫ לְ מַ ﬠַן‬+ ‫ אֲשֶׁ ר‬+ ‫ל ֹא‬
d. ‫ַאֲשֶׁ ר ל ֹא‬
e. ‫ פֶּן‬+ yiqtol

VOCALI LUNGHE - CANANITE SHIFT


Il cananite shift è un fenomeno per cui tutte le parole provenienti dal PROTO-SEMITICO cambiano
la “a lunga” in “o lunga”. Tuttavia, c’è tutto un processo.

Prendiamo la parola ‫קוֹל‬. Nella lingua non cananaica era qal (con a lunga). Con il cananite schift è
diventata quella che conosciamo, la “a” è diventata “o”.
Se la “a” diventa “o”. La “i” lunga invece rimane pressoché invariata così come la “u” lunga.
Abbiamo invece dei cambiamenti in due dittonghi: ay diventa “e” lunga e “aw” diventa “o” lunga.

VOCALI BREVI – ALLUNGAMENTO VOCALICO


I cambiamenti dipendono dall’accento e dal tipo di sillaba. Le vocali brevi tendono a cadere (u – i –
a) e ciò ha avuto le sue conseguenze a partire dall’età del Ferro. Sono cadute nella pronuncia e nella
grammatica.
La lingua, tuttavia, ha costruito strategie terapeutiche per far fronte al vuoto lasciato dalla caduta
di queste vocali, fu proprio in questo intermezzo che apparve la forma ‫אֶ ת־‬. Nel proto-semitico
l’accento andava sulla terzultima sillaba, poi passa nel semitico nord-occidentale sulla penultima
sillaba, e continua il suo spostamento verso l’ultima sillaba.
Anzitutto è bene premettere che molti cambiamenti dipendono proprio dallo spostamento
dell’accento che con il passare dei secoli è andato sempre più spostandosi verso la fine della parola.
Vediamo un esempio, la parola ‫דָ בָ ר‬. Questa è frutto di vari cambiamenti intercorsi nel corso dei
secoli.
All’inizio nel proto-semitico avevamo
PS – Dàbaru: Qui vediamo anzitutto l’accento sulla prima sillaba e il caso espresso dalla vocale finale
SNO – Dabàru: Nel semitico nord-occidentale vediamo che c’è un cambiamento, si sposta l’accento
sulla penultima sillaba.
XII sec Età del Ferro – Dabàr: è interessante vedere come nell’ultima forma l’accento sia alla fine
della parola e sia scomparsa la vocale finale che determinava il caso.

Nella parola ‫ דָ בָ ר‬abbiamo due fenomeni:

1) Allungamento in sillaba aperta pretonica. Cioè la vocale breve in una sillaba aperta Ca non
accentata, prima dell’accento si è allungata, quindi da patach abbiamo un qamets. Così
spieghiamo la prima parte ָ‫ד‬.
2) Allungamento in sillaba chiusa tonica. La sillaba chiusa CaC accentata è stata allungata,
così ָ‫ ד‬è frutto dell’allungamento della sillaba aperta pretonica, mentre ‫ בָ ר‬è frutto
dell’allungamento della sillaba chiusa tonica. Ecco il risultato ‫דָ בָ ר‬.

Queste due regole sono fondamentali per capire la fonetica ebraica ecco allora il risultato dei
cambiamenti:
Allungamento in sillaba aperta pretonica: Ca  Cā Ci  Cē Cu  Cɚ
Allungamento in sillaba chiusa tonica: Cac  CāC Cic  Cēc Cuc  Cōc

VOCALI BREVI - ANAPTISSI


Un altro fenomeno è quello dell’Anaptissi. Per capire questo fenomeno bisogna premettere che
l’ebraico non sopporta la sequenza CvCC, cioè una consonante seguita da una vocale e poi questa
seguita a sua volta da due consonanti. L’ebraico ha come bisogno di un appoggio, ciò sarà proprio
oggetto dell’anaptissi.
Ecco un esempio, la parola “sipru” proto-semitica. Ma che cosa è successo poi? Anzitutto si è ritratto
l’accento verso la fine ed è sparita la vocale finale, quindi si aveva “sipr” ma l’ebraico ciò non lo
sopporta, allora in questa situazione è sorto il segol, per fare da appoggio tra le due consonanti “pr”.
Due fenomeni allora sono accaduti, da una parte la “i” è diventata “ē”, essendo una vocale breve,
abbiamo un allungamento della vocale pretonica, dunque “ ֵ‫ ”ס‬ora rimanevano le due consonanti da
sole, serviva un appoggio, allora ecco il segol, dunque “‫ ”פֶ ר‬la parola finale è dunque ‫סֵ פֶ ר‬. Questo
fenomeno si ha anche con altre vocali, con “i” e “a”.

‫ קֹ דֶ שׁ‬La “o” è lunga, perché prima c’era la “u”, ma serviva l’appoggio ed è apparso il segol. Con la
“a” abbiamo la parola �ֶ‫ מֶ ל‬che all’inizio era malku, cadde la “u” e rimase “malk” allora apparve il
segol, quindi “malek”, tuttavia per assimilazione, la “a” si assimilò al segol producendo il risultato
attuale. Ciò avviene grazie alla regola dell’assimilazione.