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IL PANE DELLA PAROLA

Venerdì della II settimana ......................................................................................3


Sabato della II settimana ........................................................................................4
3a DOMENICA DI PASQUA ...............................................................................5
Lunedì della III settimana ....................................................................................10
Martedì della III settimana ...................................................................................11
Mercoledì della III settimana ...............................................................................13
Giovedì della III settimana ...................................................................................14
Venerdì della III settimana ...................................................................................16
25 Aprile San Marco evangelista .........................................................................18
4a DOMENICA DI PASQUA .............................................................................18
Lunedi della IV settimana ....................................................................................22
Martedì della IV settimana ...................................................................................24
29 Aprile Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, Patrona
d'Italia ...................................................................................................................25
Giovedì della IV settimana...................................................................................26
1 Maggio San Giuseppe lavoratore ......................................................................28
2 Maggio. Sant'Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa ...................................29
5a DOMENICA DI PASQUA .............................................................................31
Lunedì della V settimana......................................................................................34
Martedì della V settimana ....................................................................................35
Mercoledì della V settimana ................................................................................36
Giovedì della V settimana ....................................................................................38
Venerdì della V settimana ....................................................................................40
Sabato della V settimana ......................................................................................41
6a DOMENICA DI PASQUA .............................................................................43
Lunedì della VI settimana ....................................................................................48
Martedì della VI settimana ...................................................................................49
Mercoledì della VI settimana ............................................................................... 50
14 Maggio San Mattia Apostolo .......................................................................... 51
Venerdì della VI settimana .................................................................................. 52
Sabato della VI settimana .................................................................................... 53
SOLENNITÀ DELL'ASCENSIONE DEL SIGNORE ....................................... 55
Lunedì della VII settimana................................................................................... 60
Martedì della VII settimana ................................................................................. 61
Mercoledì della VII settimana ............................................................................. 62
Giovedì della VII settimana ................................................................................. 65
Venerdì della VII settimana ................................................................................. 66
Sabato della VII settimana ................................................................................... 68
Vigilia di Pentecoste ............................................................................................ 69
Domenica di Pentecoste ....................................................................................... 71
Lunedì della VIII settimana del Tempo Ordinario .............................................. 72
Martedì della VIII settimana ................................................................................ 74
Mercoledì della VIII settimana ............................................................................ 75
Giovedì della VIII settimana ................................................................................ 76
Venerdì della VIII settimana ................................................................................ 78
Sabato della VIII settimana .................................................................................. 79
Sabato della VIII settimana .................................................................................. 80
SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ ............................................... 82

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Venerdì della II settimana
Atti 5, 34-42; Salmo 26; Giovanni 6, 1-15
Ogni narrazione del Vangelo è fatta per essere letta dopo la
risurrezione di Gesù, e certi passaggi in modo particolare. Quello della
moltiplicazione dei pani è scelto dalla Chiesa in questo tempo
pasquale perché ci rendiamo conto che contiene la profezia in azione
di ciò che Gesù risorto ci dona. Colui che ci dona il pane vivo è Gesù
risorto, anzi è lui il pane vivo capace di nutrire tutti coloro che credono
in lui. E san Giovanni, mentre scriveva il suo Vangelo, aveva senza
dubbio in mente il rapporto fra quésto miracolo e il dono
dell'Eucaristia. All'inizio egli scrive: «Era vicina la Pasqua», pensava
quindi già alla morte di Gesù, a Pasqua. Alla fine è ancora più chiaro
che allude alla crocifissione e alla risurrezione. Gesù, quando la folla,
saziata, comincia ad esaltarlo e vuol farlo re, non accetta di essere un
re terreno e - scrive Giovanni - «si ritirò di nuovo sulla montagna,
tutto solo». Tutto ciò ha un rapporto diretto con la passione di Gesù:
egli è stato condannato dalla folla perché aveva rifiutato di soddisfare i
sogni di felicità e di grandezza politica del popolo. Non avendo voluto
essere re dei Giudei, è stato rifiutato dai Giudei.
Egli non voleva essere un re della terra, ma il vero pastore di tutti gli
uomini. Per questo se ne va «sulla montagna». Giovanni, quando
scrive «sul monte» pensa a Gesù che deve essere innalzato da terra,
per attirare tutti a sé. Questa elevazione si compie attraverso la croce:
incomincia sulla croce, continua nella risurrezione e nell'ascensione:
Gesù, attraverso la croce, ritorna al Padre.
Per questo la moltiplicazione dei pani è come una figura dell'opera che
Gesù compirà nella sua passione e risurrezione. E perfino la domanda
di Gesù a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro
abbiano da mangiare?» ha la sua risposta nella passione e nella
risurrezione. E li che Gesù, dando il suo corpo per noi, dando E suo
sangue versato per noi, ha comperato il pane che nutre tutte le anime.
Questo ci è suggerito dal racconto evangelico.

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Ringraziamo il Signore Gesù di essere diventato nostro cibo attraverso
il suo sacrificio e accogliamo con fede il suo dono: la fede è la
condizione per essere nutriti da questo pane, che ci fa entrare nella
comunione divina, che ci fa una unità con tutti quelli che si nutrono
dell'unico pane, il pane vivo che ci dà la vera vita.

Sabato della II settimana


Atti 6, 1-7; Salmo 32; Giovanni 6, 16-21
Anche il Vangelo odierno riporta un episodio che pre-parava i
discepoli al mistero della morte e della risur-rezione di Gesù e che ha
molti punti di contatto con questo mistero. Gesù che cammina sul
mare è prefigu-razione di Gesù che attraversa vittoriosamente la
morte. Nella Scrittura molte volte la morte è paragonata al mare: «Mi
circondarono flutti di morte... Flutti tempestosi mi assalgono...»: è un
modo simbolico di parlare della sofferenza, delle tribolazioni della
morte. Normalmente nel mare un uomo annega: qui Gesù cammina sul
mare così si presenta come vincitore della morte. «Il mare era agitato,
perché soffiava un forte vento». E l'immagine della burrasca della
passione, della terribile tribolazione che ha disperso tutti i discepoli.
Ma Gesù attraverso la burrasca cammina sul mare e si avvicina alla
barca. I discepoli hanno paura, come durante la passione e anche al
momento della risurrezione, ma Gesù si presenta a loro dicendo:
«Sono io, non temete». Così dopo la passione Gesù risorto si è
presentato a loro come il vincitore della morte e ha detto: «Sono io!...
Pace a voi, non temete».
San Marco, narrando lo stesso episodio, dice che i discepoli, vedendo
Gesù camminare sul mare, credevano di vedere un fantasma, e la
stessa parola ritorna nei racconti delle apparizioni del Risorto. Luca
scriverà infatti che i discepoli, alla vista di Gesù risorto, hanno paura
perché credono di vedere un fantasma e Gesù li deve rassicurare e
dimostrare che è veramente lui.

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Riconosciuto Gesù, dice il Vangelo di oggi, «vollero prenderlo sulla
barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti».
Quando si accetta Gesù nel suo mistero di passione e di risurrezione,
allora possiamo ar-rivare all'altra riva: possiamo veramente trovare la
luce e la pace di Dio. Però bisogna accettare Gesù come vinci-tore
della morte, come risorto dopo la morte, accettare la sua presenza
misteriosa. «Sono io, non temete».
Chiediamo al Signore la grazia di riconoscerlo nella nostra vita
quando si presenta come colui che cammina sul mare, di non aver
paura, ma di abbandonarci con fiducia a lui.

3a DOMENICA DI PASQUA
At 3,13-15.17-19; 1 Gv 2,l-5a; Le 24,35-48
Oggi la liturgia continua a parlarci della risurrezione di Cristo e, in
particolare, di una manifestazione del Risorto agli apostoli nel
Cenacolo. La prima lettura è una parte del discorso di Pietro dopo la
guarigione dello storpio, in cui egli proclama la risurrezione di Gesù.
Il tema comune ai testi della liturgia di oggi è quello della remissione
dei peccati, che ci viene ottenuta dalla passione di Gesù e che ci viene
offerta dal Risorto.
Il Vangelo ci riconduce nel Cenacolo, dove Gesù si manifesta agli
Undici, rivolgendo loro innanzitutto questo saluto: «Pace a voi!».
Come nel Vangelo di Giovanni (20,19.21.26), il Risorto porta a noi la
pace, proprio perché ci dona la remissione dei peccati, la
riconciliazione con Dio. Si tratta non soltanto della pace interiore, ma
anche della pace tra le persone.
Luca racconta questo episodio insistendo molto sul realismo della
risurrezione. Infatti, non si tratta qui semplicemente di un'apparizione
dell'anima di Gesù, ma di una sua vera manifestazione con il suo corpo
risorto.
Gesù si accorge che gli apostoli sono turbati e presi dal dubbio quando
lo vedono, proprio perché non hanno nessuna idea della risurrezione:
pensano che essa sia impossibile. Per questo Gesù dice loro:
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«Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!». Egli mostra le
sue piaghe come contrassegni della sua identità. Non dice: «Guardate
il mio volto!», ma: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio
io! Toccatemi e guardate».
I discepoli pensano di vedere un fantasma, ma Gesù risorto non è un
fantasma: è un uomo con corpo e anima. Per questo dice ai discepoli:
«Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete
che io ho».
E poiché questo non sembra bastare, chiede loro: «Avete qui qualche
cosa da mangiare?». I discepoli gli offrono una porzione di pesce;
Gesù lo prende e lo mangia.
L'insistenza di Gesù sul realismo della sua risurrezione illumina la
prospettiva biblica sul corpo. Questa è una prospettiva molto diversa
da quella greca. I greci erano giunti all'affermazione dell'immortalità
dell'anima, e ciò aveva costituito senza dubbio un grande progresso nel
pensiero filosofico. Ma essi consideravano il corpo come un ostacolo
all'anima. Per alcuni di loro addirittura esso era come una tomba o una
prigione dell'anima. Il corpo è un peso per l'anima; perciò l'anima se
ne deve liberare, e solo così può raggiungere la sua piena dignità.
La prospettiva biblica, invece, è molto diversa. Per la Bibbia il corpo è
creato da Dio, e l'uomo non è completo se non è unione di corpo e
anima. Pertanto, la vittoria di Gesù sulla morte non consiste nel suo
rimanere unito a Dio con la sua anima immortale, ma nel ricevere di
nuovo il suo corpo unito alla sua anima, in un'esistenza che
ovviamente è molto diversa dalla nostra esistenza terrena. Così la
vittoria sulla morte è veramente completa: Gesù è risorto corpo e
anima.
Questo ci fa capire che dobbiamo avere un'idea molto positiva del
nostro corpo. È vero che il corpo può essere per noi occasione di
peccato; ma in realtà il peccato non è provocato dal corpo, bensì dalla
nostra debolezza psicologica e morale. Il corpo di per sé è uno
strumento magnifico che Dio ha messo a nostra disposizione perché
possiamo vivere la nostra vita in pienezza.

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E noi dobbiamo avere un grande rispetto per esso, perché è stato
creato da Dio. Dobbiamo averne cura in modo equilibrato, e
riconoscere veramente che l'uomo non è tale se non è unione di corpo
e anima.
Dopo aver mostrato ai discepoli di essere veramente risorto con il suo
corpo, Gesù, per fondare la loro fede, si riferisce alle parole che aveva
detto prima di morire e alla parola di Dio nell'Antico Testamento:
«Sono queste le parole che io vi dicevo quando ero ancora con voi».
Queste parole si riferivano alle profezie: «Bisogna che si compiano
tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei
Salmi».
Qui Gesù menziona le tre parti dell'Antico Testamento: la legge, i
profeti e gli altri scritti. Possiamo riconoscere il Risorto solo se
abbiamo assimilato l'insegnamento della Bibbia e le sue predizioni.
Grazie alle parole di Gesù, che aveva predetto più volte le sue
sofferenze, la sua morte e la sua risurrezione, possiamo riconoscerlo
come risorto.
Le parole di Gesù corrispondono alle predizioni dell'Antico
Testamento. Il Risorto infatti dice agli apostoli: «Così sta scritto: il
Cristo dovrà patire, risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome
saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei
peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
La passione e risurrezione di Gesù erano state predette nelle Scritture,
come pure la fecondità che proviene da esse.
Il mistero di Gesù è un mistero di riconciliazione, che ottiene la
conversione e il perdono dei peccati per tutte le genti. La missione
terrena di Gesù era limitata alle pecore smarrite della casa d'Israele (cf.
Mt 10,6), ma dopo la sua passione e la sua risurrezione la missione
degli apostoli si estende al mondo intero.
Afferma il Risorto: «Saranno predicati a tutte le genti la conversione e
il perdono dei peccati». Questa conversione e questo perdono vengono
ottenuti per mezzo della fede in Cristo risorto.

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Nella prima lettura Pietro si rivolge al popolo ebraico, il popolo che
aveva chiesto la condanna di Gesù sulla croce. Con parole forti e con
insistenza l'Apostolo gli ricorda questo fatto deplorevole: «Voi avete
rinnegato il Santo e il Giusto»; «Voi l'avete consegnato e rinnegato di
fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo»; «Avete ucciso
l'autore della vita». Così Pietro suscita
nell'animo degli ascoltatori il pentimento e la conversione. Ma nello
stesso tempo mostra la misericordia divina, dicendo: «Io so che voi
avete agito per ignoranza, così come i vostri capi».
Pietro qui attenua la colpa degli ebrei: essi hanno agito per ignoranza;
le circostanze li rendevano ciechi; essi non sapevano quello che
facevano, come Gesù stesso ha detto sulla croce (cf. Lc 23,34).
Pietro poi invita il popolo a pentirsi, perché possa ricevere il perdono
dei peccati: «Dio ha adempiuto così ciò che aveva annunciato per
bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi
dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati». È un
messaggio di risurrezione personale, spirituale, per mezzo del
pentimento, della conversione e del perdono dei peccati.
La seconda lettura completa l'insegnamento delle altre letture,
descrivendo in modo più preciso la situazione dei cristiani dopo il
battesimo, cioè dopo la loro adesione a Gesù. Essi non possono e non
devono più peccare, perché hanno ricevuto la grazia, la forza della
risurrezione, per resistere vittoriosamente a tutte le forze del male.
Tuttavia nella nostra vita cristiana continua a manifestarsi la debolezza
umana e noi possiamo ancora cadere nel peccato. Giovanni però
c'invita a tener viva la speranza, dicendo: «Se qualcuno ha peccato,
abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto». Gesù è il
nostro avvocato presso il Padre, è lo «strumento di perdono» (questa è
la traduzione più esatta del termine greco ilasmos, che la CEI traduce
«vittima di espiazione») per i nostri peccati.
Per mezzo della sua passione e risurrezione Gesù ha ricevuto la
capacità di offrire il perdono dei peccati e di purificare le anime dalle
eventuali colpe. E questo vale non soltanto per i nostri peccati, ma
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anche per quelli di tutto il mondo. La fecondità della passione e
risurrezione di Gesù non ha limiti: essa è un mistero di salvezza che ha
valore per tutte le genti.
Poi Giovanni fa un'affermazione che sembra essere in contrasto con le
precedenti: «Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i
suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi
comandamenti, è bugiardo». Giovanni insiste sulla necessità di
osservare i comandamenti, di non peccare, di avere un orientamento
conforme alla fede cristiana e alla vittoria di Cristo su tutte le forze del
male. Noi dobbiamo impegnarci seriamente in questa direzione;
altrimenti non siamo in una relazione autentica con Gesù, non lo
conosciamo.
Nella Bibbia, il termine «conoscere» indica una relazione personale,
molto profonda con una persona. Pertanto, senza un impegno serio di
fedeltà ai comandamenti di Dio, e al comandamento di Gesù di amarci
gli uni gli altri, non è possibile essere veramente cristiani, non è
possibile avere una relazione autentica, profonda con Gesù.
Così si chiarisce che la situazione del cristiano non può essere una
situazione di rassegnazione al peccato. È sempre possibile per lui
commettere delle colpe, ma queste non devono essere il suo
atteggiamento abituale. Il suo atteggiamento di fondo dev'essere quello
della fedele osservanza dei comandamenti di Dio, specialmente di
quello della carità. Chi segue un orientamento diverso da questo, non è
veramente cristiano, si pone al di fuori dell'influsso di Gesù, al di fuori
della sua grazia, e va verso la perdizione.
Dobbiamo distinguere bene atteggiamento di fondo e colpe: sono due
cose veramente diverse. L'atteggiamento di fondo del cristiano
dev'essere la fedeltà al Signore. Tuttavia, nonostante questo
atteggiamento, per la fragilità umana si possono verificare in noi delle
colpe. Allora abbiamo come avvocato Gesù, che ci ottiene il perdono.
Noi però non otteniamo questo perdono se il nostro atteggiamento di
fondo è caratterizzato dal vizio e dall'egoismo, il che vuol dire
concretamente rinnegare la fede. Se il nostro atteggiamento di fondo è
cattivo, non possiamo essere uniti a Gesù.
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Oggi la liturgia c'invita a rafforzare il nostro atteggiamento
fondamentale di fede nel Cristo risorto, di fede nella sua vittoria su
tutte le forze del male, e di adesione alla sua volontà salvifica. Gesù
vuole comunicarci la sua vittoria sul male e farci progredire nel suo
amore. Noi dobbiamo sviluppare questo nostro atteggiamento di
fondo, sapendo che esso è essenziale per la nostra vita cristiana.

Lunedì della III settimana


Atti 6, 8-15; Salmo 118; Giovanni 6, 22-29
In questo Vangelo vorrei sottolineare due cose. La prima è il modo
con cui Giovanni si ricorda del miracolo della moltiplicazione dei
pani. Scrive che le barche erano giunte «presso il luogo dove avevano
mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie». Questo
«rendere grazie» mi sembra importante, il miracolo è collegato al
ringraziamento del Signore. Prima di compiere questo «segno» Gesù
dice la preghiera di benedizione, la preghiera con la quale si benedice
Dio, lo si ringrazia, così come fece nell'Ultima cena.
E una profonda lezione per noi: se vogliamo «moltiplicare il pane»,
dobbiamo ringraziare Dio di quello che abbiamo. Quando,
ringraziando il Signore, diamo qual-che cosa agli altri, è come se
moltiplicassimo quello che diamo, perché li mettiamo in contatto con
la generosità di Dio, con la sua bontà, e il nostro dono molto più
grande, come se non fosse semplicemente un dono umano.
Vorrei anche far notare la fine del brano evangelico, dove troviamo
una opposizione tra il pensiero dei Giudei e quello di Gesù a proposito
delle opere. «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?»
domandano i Giudei. E Gesù risponde che c'è una sola opera di Dio:
credere in colui che Dio ha mandato. I Giudei si sentono capaci di fare
le opere di Dio; essi pensano ai comandamenti dati da Dio a Mose:
loro li osservano e Dio li ricompenserà.
Gesù invece farà un'opera che soltanto Dio può compiere, perché
soltanto Dio può dare la fede. E un'opera che senza dubbio non
esclude le altre, ma che si compie in ogni opera richiesta da Dio. E
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proprio di questo dobbiamo preoccuparci: di corrispondere all'opera di
Dio in ciascuna delle nostre opere, vale a dire di essere aperti a
ricevere la fede dono di Dio in ogni azione che facciamo con il suo
aiuto e per lui. Così siamo cristiani: se in ogni opera lasciamo libero
Dio di mettere un legame tra noi e il suo Figlio Gesù, un legame di
fede totale, in modo che ogni nostra azione sia una occasione per
staccarci da noi stessi e appoggiarci sempre più su Gesù, il Signore. In
questo modo le nostre saranno «opere di Dio», noi compiremo in noi
la sua opera.
«Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca
di Dio» significa che Dio ci nutre in ciascuna delle nostre azioni in
modo segreto, misterioso; nutre il nostro essere spirituale, che è
l'essere del credente, quando noi «compiamo le opere di Dio».

Martedì della III settimana


Atti 7, 51-59; 8, 1; Salmo 30; Giovanni 6, 30-35
Difficilmente gli uomini sono contenti di ciò che hanno, pensano
sempre che prima le cose andavano meglio, che dopo andranno
meglio, mentre il presente raramente li soddisfa. E quello che vediamo
nel Vangelo.
I Giudei chiedono a Gesù un segno per credere. Ora, Gesù dava tanti
segni, ma loro non li vedevano: non vedevano l'azione di Dio
attraverso le azioni di Gesù, la luce di Dio nelle sue parole, e chiedono
un segno: «I nostri padri hanno mangiato la manna nel
deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo».
Nel passato, vogliono dire, c'è stato un segno dal cielo ma adesso... In
realtà la manna non era il pane dal cielo e il Signore Gesù lo fa notare:
«Mosè non vi ha dato il pane dal cielo...». La manna era un cibo
materiale; anche se fosse caduta dal cielo come la pioggia sarebbe
stato un cibo materiale, ma la Bibbia non dice mai che la manna
scendeva dal cielo: dice che al mattino trovarono la manna, un cibo
provvidenziale che non si sa esattamente che cosa fosse, forse una
secrezione di insetti, un po' come il miele, o una secrezione di piante, è
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venuta al momento giusto per sfamare questa gente sperduta nel
deserto. Era un dono della provvidenza e in questo senso si può dire
che era un pane dal cielo, come poeticamente dice un salmo, ma
concretamente era un cibo materiale. Anzi, gli Israeliti del deserto a un
certo punto si sono stancati di questo pane dal cielo, si sono ribellati,
hanno protestato: «Non vogliamo più questa manna insipida!». Ma
dopo alcuni secoli tutto viene idealizzato e perciò i Giudei del tempo
di Gesù chiedono il pane dal cielo, come lo hanno mangiato i loro
padri.
Il Signore Gesù dava il vero pane dal cielo, ma essi non lo potevano
riconoscere, perché in realtà volevano segni di loro gusto,
soddisfazioni materiali, e le chia-mavano pane dal cielo.
Gesù li chiama alla fede, cioè a riconoscere le grazie di Dio attuali,
concrete, ad andare al di là delle appa-renze, per riconoscere che nelle
sue parole, nel suo esempio, nel dono che egli fa della sua vita c'è il
vero pane dal cielo, il pane di vita: «H Padre mio vi dà il pane dal
cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la
vita al mondo». Gesù apparentemente non scendeva dal cielo, era un
uomo nato sulla terra e perciò avevano difficoltà a riconoscere in lui il
pane di Dio. Ma con gli occhi della fede era possibile riconoscerlo
come il Figlio di Dio, il pane della vita.
Anche per noi si verifica la stessa cosa. Siamo sempre tentati di
disprezzare, di non vedere le grazie che Dio ci fa, ci fissiamo solo
sugli aspetti negativi del presente, che ci contrariano, ci ostacolano e
non riconosciamo i doni di cui Dio adesso ci circonda. Gesù il Signore
è in mezzo a noi con la sua parola, con i suoi sacramenti, si presenta a
noi in ogni momento come il pane della vita: «Chi viene a me non
avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete». E noi continuiamo
ad avere fame e sete, cioè ad essere insoddisfatti.
Chiediamo la grazia di avere gli occhi aperti sulla bontà di Dio verso
di noi, su ciò che il Signore Gesù ci dà: ci dà se stesso in molti modi,
sempre. Se lo riconosciamo, saremo pieni di gioia, non avremo più
fame, non avremo più sete. Non ci mancherà la sofferenza, ma nel
fondo dell'anima avremo una profonda pace, una gioia che non cessa
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mai, perché «chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non
avrà più sete».

Mercoledì della III settimana


Atti 8, 1-8; Salmo 65; Giovanni 6, 35-40
Ci sono circostanze in cui avvertiamo più acutamente la fragilità della
nostra vita, la sua precarietà; per questo Gesù si presenta a noi come il
pane della vera vita. Egli non disprezza affatto la vita corporale: ha
spesso guarito dei malati, ha perfino risuscitato dei morti, ma vuole
darci la pienezza della vita. Egli è il pane che non solo ci fa vivere, ma
ci fa rivivere, come impariamo in questo brano di Vangelo.
Il pane della terra conserva la vita, ma non può farci rivivere; Gesù
invece ci ridona la vita e questa, lo dice lui, è la volontà del padre:
«Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda
nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno».
Gesù è il Pane della vita perché porta all'uomo la risurrezione, e la
porta perché egli stesso è risorto: «Io offro la mia vita, per poi
riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso,
poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo.
Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Gesù ha
aperto una strada attraverso la morte fino alla risurrezione, perché per
risorgere era necessario accettare la morte e superarla.
«Io sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di
colui che mi ha mandato». Queste parole del discorso del pane di vita
si ritrovano al momento dell'agonia: «Non sia fatta la mia, ma la tua
volontà!» (Le 22,42). E la volontà del Padre è che Gesù offra la sua
vita per riprenderla, è che egli passi attraverso la morte per aprirci la
via della risurrezione.
Dandoci il suo corpo nell'Eucaristia Gesù ci comunica la sua vita di
Risorto fin da ora. L'Eucaristia non nutre ordinariamente la vita del
corpo, mette e nutre in noi la vita del Cristo risorto: è caparra di
risurrezione. E la strada della risurrezione che Gesù ha percorso per
primo consiste nel donare se stesso fino alla morte, e, proprio per
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questa offerta di sé, vincere la morte. Gesù è vita e risurrezione perché
si è donato fino alla fine e nell'Eucaristia egli rinnova questo dono
estremo: «Questo è il mio corpo dato per voi, questo è il mio sangue
versato per voi». Ricevere l'Eucaristia è ricevere colui che si è offerto
per noi fino alla morte, è dunque ricevere il cibo che ci dà la forza di
percorrere la stessa via.
Così ha fatto Stefano, che è morto amando, nella du-plice dimensione
dell'amore: la dimensione filiale: «Signore, ricevi il mio spirito» e la
dimensione della misericordia verso gli uomini: «Signore, non
imputare a loro questo peccato». Così ha fatto anche la prima
comunità quando, dopo la morte di Stefano, si scatenò una violenta
persecuzione contro la Chiesa: si è dispersa, ma «quelli che erano
dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio». Non
parlavano delle loro disgrazie; parlavano della risurrezione di Gesù.
Filippo in Samaria predica Cristo e dimostra la realtà della sua
risurrezione guarendo nel suo nome gli ammalati e liberando gli
indemoniati. La persecuzione è dunque l'occasione per una fecondità
più grande: così si manifesta la forza del pane della vita, di questo cibo
celeste che ci fa superare tutti gli ostacoli e rivelare la vera vita, la via,
l'amore che ci unisce a Cristo e al Padre nello Spirito Santo.
In ogni Eucaristia noi ci uniamo dunque non soltanto a Cristo risorto,
ma a tutto il suo cammino di vittoria sulla morte grazie al totale dono
di sé per amore. Domandiamo al Signore che ci aiuti a nutrirci
veramente di lui, che aumenti la nostra fede nella forza di questo pane
della vita, che siamo docili davvero al suo invito a trasformare la
nostra vita in pane per nutrire i nostri fratelli.

Giovedì della III settimana


Atti 8, 26-40; Salmo 65; Giovanni 6, 44-51
E una parola molto profonda quella che Gesù ci dice all'inizio di
questo Vangelo: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre
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che mi ha mandato». Questa frase esprime un duplice movimento: il
Padre manda Gesù, il Padre attira gli uomini verso Gesù. È un
movimento che produce un incontro, e il Padre ha l'iniziativa dalle due
parti: è lui che manda, è lui che attira.
In questo modo Gesù ci rivela che ciò che c'è di più profondo è la
nostra relazione con il Padre e che anche la nostra relazione con Gesù
sarebbe superficiale e irreale se non fosse fondata sul nostro intimo
rapporto con il Padre stesso. Gesù accende in noi il desiderio di essere
docili a Dio, di essere istruiti da Dio. «Sta scritto nei profeti: "E tutti
saranno ammaestrati da Dio"». C'è in questo una felicità che molta
gente non capisce. Quando si parla di docilità a Dio, hanno piuttosto
un moto di rifiu-to: credono che Dio li alienerà, li priverà della loro
libertà, quando invece Dio rende liberi. E questa docilità a Dio, che è
una grazia grandissima, è la condizione per andare verso Gesù;
bisogna ascoltare gli insegnamenti del Padre per essere attirati a Gesù:
«Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me».
Possiamo illuminare queste parole con alcuni passaggi del discorso
della montagna. Gesù ci impegna a vivere veramente per Dio, a vivere
in una profonda docilità a Dio, quando parla della preghiera, del
digiuno, dell'elemosina che è da farsi in intima obbedienza a Dio, non
dando ascolto alla natura che ci inclina a cercare il nostro interesse, la
reputazione, le varie soddisfazioni:
«Quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te...; non
sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra... e il Padre tuo, che vede
nel segreto, ti ricompenserà» (cfr. Mt 6). Che tutte le nostre azioni
siano veramente fatte per docilità al Padre è ciò che i trattati di vita
spirituale chiamano «rettitudine di intenzione»; Gesù ci fa capire che
la rettitudine di intenzione è questione di relazione intima con Dio, di
cercare di piacere a Dio, di essere docili a Dio senza cercare il nostro
interesse, cioè la soddisfazione della nostra vanità, o del nostro
egoismo o di altre tendenze troppo umane. Cercare semplicemente di
ascoltare Dio che parla nel nostro cuore e seguire quello che egli ci
dice, sapendo che così cresceremo nel vero amore.

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Il Padre, agendo in noi, forma dei sentimenti che sono i sentimenti di
Cristo ed è per questo che l'incontro diventa possibile: egli ci attira
nella direzione in cui si trova Gesù. Il Padre ci insegna a vivere nel
disinteresse, nell'abnegazione dell'amore e così siamo guidati a
comprendere la passione e la risurrezione di Cristo: capiamo cioè che
la passione è una grande opera di amore e che la risurrezione ne è il
risultato divino.
Siamo dunque attirati a Gesù se diventiamo simili a lui con la nostra
docilità all'azione del Padre in noi.
Domandiamo gli uni per gli altri la grande grazia di desiderare di
essere docili a Dio, di desiderare di vivere in relazione con lui, senza
cercare altrove soddisfazioni superficiali e in fondo cattive. Che siamo
veramente istruiti da Dio e che facciamo profitto di questo
insegnamento.
Una delle parole dei profeti che qui è citata dice che negli ultimi tempi
la conoscenza di Dio riempirà la terra come le acque riempiono il
mare, per significare una pienezza straordinaria. E quando i profeti
dicono «conoscenza di Dio» non parlano di conoscenza astratta, di
sapere che Dio esiste, ma di una conoscenza di amore, di un rapporto
di amore con lui.
Domandiamo al Signore che non soltanto noi, ma molte persone nel
mondo, soprattutto giovani, siano aperte a questa relazione con Dio, a
questa conoscenza di Dio e così si prepari una nuova messe per il suo
regno.

Venerdì della III settimana


Atti 9, 1-20; Salmo 116; Giovanni 6, 52-59
Ci colpisce il realismo delle parole di Gesù in questo Vangelo. Per i
Giudei era una cosa straordinaria e anche scandalosa sentir dire che
avrebbero dovuto mangiare la carne di un uomo e noi pure avremmo
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avuto la stessa reazione: «Come può costui darci la sua carne da
mangiare?». Gesù avrebbe potuto rispondere attenuando la durezza
delle sue parole. Nella prima parte del suo discorso egli aveva parlato
piuttosto della fede: il pane di vita è il pane della fede, necessaria per
essere attirati a lui dal Padre. Avrebbe quindi potuto spiegare che non
si trattava di mangiare la sua carne ma di aderire nella fede alla sua
persona. Invece ha scelto di insistere sul realismo: «Se non mangiate
la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in
voi la vita». Era veramente una parola difficile da accettare e proprio
per questo capiamo l'importanza del Sacramento.
Gesù non ci lascia soltanto con la fede, ma con il suo corpo e il suo
sangue, con tutta la struttura che forma il suo corpo, che è la Chiesa.
Questo significa che noi dobbiamo andare a lui come a qualcuno che è
esterno a noi, non solo come a qualcuno che è vivo nell'intimo di noi
stessi. C'è sempre, nella vita spirituale, la tentazione di credere che
tutto avvenga nell'intimo dell'anima e che le cose esteriori siano prive
di importanza. Invece Gesù insiste stili'adesione anche esterna a lui.
Non possiamo da soli darci il corpo e il sangue di Gesù per avere la
vita: dobbiamo riceverli dall'esterno. È importantissimo: la fede ha
ima espressione esterna. Mangiare la carne e bere il sangue del Figlio
dell'uomo non corrisponde alla teoria di chi, con la secolarizzazione,
vorrebbe far scomparire ogni segno di realtà sacra.
E certo che l'Eucaristia non può essere secolarizzata: è la presenza tra
noi del corpo e del sangue di Gesù, e noi dobbiamo farle un grande
spazio nella nostra vita. Non la pensiamo come un puro rito, ma come
una realtà che riceviamo dall'esterno e diventa nostro nutrimento
interiore: è una esistenza nuova: «Chi mangia la mia carne e beve il
mio sangue dimora in me e io in lui... Colui che mangia di me vivrà
per me».
Domandiamo al Signore che la nostra vita testimoni sempre la verità
di queste parole, che noi viviamo «per lui», a causa di lui e che
insieme a tutti i cristiani sappiamo ricevere Gesù come egli si presenta
nel mondo di oggi.

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25 Aprile San Marco evangelista
1 Pietro 5, 5-14; Salmo 88; Marco 16, 15-20
La prima lettura, scelta per l'espressione «Marco figlio mio» si addice
alla festa dell'evangelista anche per l'esortazione: «Resistete saldi nella
fede sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le
stesse sofferenze di voi». Marco è in modo speciale l'evangelista della
fede, insiste sulla fede attraverso l'oscurità in una realtà di cui egli ha
un senso molto vivo e che non sembra favorevole alla fede. Sua
preoccupazione non è tanto di sviluppare l'insegnamento del Maestro,
quanto la manifestazione del Messia crocifisso. Presenta Gesù fra
persone che, dopo un primo entusiasmo lo rifiutano; con i Dodici,
scelti da lui, che non capiscono, hanno il cuore indurito, chiuso al suo
messaggio e alla sua persona. Pietro stesso che riconosce in Gesù il
Messia non ne vuole accettare il cammino, che C- cammino di croce.
Il messaggio della fede si sviluppa nella prova.
Centro del Vangelo di Marco è il paradossale atto di fede del
centurione che riconosce in Gesù morente stilla croce il Figlio di Dio.
L'evangelista ha compreso la realtà profonda dell'i-tinerario doloroso
di Gesù e la presenta alla luce della fede, definitivamente consolidata
dalla risurrezione. Il suo Vangelo ci aiuta a vivere la nostra fede a
nutrirla nella sofferenza, ad appoggiarla unicamente su Cristo senza
cercare prove umane. Chiediamo per sua intercessione questa fede
robusta che non si spaventa della realtà nella quale si attua, che non si
culla in illusori sogni di tranquillità e di trionfi, ma rimane salda nella
certezza che «Dio ha cura di noi» e che, «avendoci chiamati alla sua
gloria eterna in Cristo, ci esalterà al tempo opportuno».

4a DOMENICA DI PASQUA
At 4,8-12; 1 Gv 3,1-2; Gv 10,11-18
In questa domenica le letture ci parlano ancora di risurrezione,del
mistero pasquale di Gesù e delle sue conseguenze per noi.
La prima lettura è l'inizio del discorso di Pietro dopo la guarigione
dello storpio. I capi del popolo e gli anziani gli chiedono di rendere
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conto del miracolo avvenuto, perché vedono in esso qualche influsso
diabolico. Per Pietro invece questa è l'occasione per rendere
testimonianza alla risurrezione di Gesù.
La seconda lettura ci parla della nostra figliolanza divina. Ci rivela il
grande amore che il Padre ci ha dato per essere chiamati figli di Dio, e
la speranza che abbiamo in Gesù di una visione piena di Dio e di una
gioia perfetta.
Il Vangelo è quello del Buon Pastore. Gesù allude al suo mistero
pasquale, quando dice che «il buon pastore offre la vita per le pecore».
Tra il pastore e le pecore c'è una relazione reciproca profonda, molto
forte: «Io sono il buon pastore - dice Gesù -, conosco le mie pecore e
le mie pecore conoscono me».
Questa relazione reciproca è una partecipazione alla relazione
reciproca che c'è tra Gesù e il Padre: «Conosco le mie pecore - dice
Gesù - e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io
conosco il Padre». La relazione che Gesù ha con noi è come un
prolungamento della sua vita nella Santissima Trinità.
A causa di questa relazione profonda, personale, piena di amore il
buon pastore offre la sua vita per le sue pecore. Non fa come il
mercenario, che non ha una relazione profonda con le pecore. Al
mercenario infatti le pecore non appartengono; egli vede in esse
soltanto il profitto che può trarne e, quando vede venire il lupo, non lo
affronta, ma fugge e abbandona le pecore; il lupo allora le può rapire e
disperdere.
Con questo paragone Gesù ci vuol far capire tutta la sua generosità
fondata sull'amore. In quanto buon pastore, egli ama i suoi e giunge al
punto di dare la propria vita per loro. Questo corrisponde alla volontà
salvifica del Padre. Afferma Gesù: «Per questo il Padre mi ama:
perché io offro la mia vita». Ma poi aggiunge: «Per poi riprenderla di
nuovo». Così vengono espressi i due aspetti del mistero pasquale: il
primo è quello di offrire la vita, accettando la morte; il secondo è
quello di riprendere la vita, vincendo la morte.

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Il verbo greco usato qui da Gesù non significa propriamente «offrire»,
ma «deporre». Questo ci fa pensare al gesto che Gesù ha fatto
nell'Ultima Cena quando ha lavato i piedi agli apostoli. In quella
occasione egli ha «deposto» (cf. Gv 13,4) la sua veste di Signore e
Maestro, per farsi servo dei suoi discepoli; poi ha ripreso la sua veste
(cf. Gv 13,12).
In questo modo Gesù si riferisce al suo mistero pasquale: la rinuncia
radicale che egli ha fatto dell'onore a cui aveva diritto viene espressa
con l'immagine di deporre la veste; la risurrezione viene espressa con
l'immagine del riprendere la veste.
Tutto questo ci fa pensare al mistero pasquale come a un'umiliazione
volontaria, a un'accettazione volontaria della sofferenza, ma con uno
scopo positivo: non si tratta di accettare la sofferenza e la morte in
quanto tali, ma di trasformarle in maniera positiva per mezzo
dell'amore, così che esse producano un frutto di vita nuova.
La risurrezione è la vita nuova che Gesù ha ottenuta per mezzo della
sua passione. Egli l'ha ottenuta per noi, ed essa ci viene comunicata
tramite il battesimo, che ci rende figli di Dio.
Mentre affronta il suo mistero di morte e risurrezione, Gesù è
consapevole di adempiere la volontà del Padre, una volontà piena di
amore per noi. Perciò Giovanni può dire nella seconda lettura:
«Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati
figli di Dio, e lo siamo realmente!».
Per mezzo del mistero pasquale di Gesù noi riceviamo una vita nuova,
la vita dei figli di Dio. Per mezzo della passione e risurrezione di Gesù
la nostra vita viene trasformata in modo molto positivo. Noi dobbiamo
rallegrarci ed essere coscienti della straordinaria dignità che abbiamo
ricevuta di essere figli di Dio.
Anche se essa non appare ancora pienamente e noi siamo ancora nel
tempo della prova, della sofferenza, e quindi dobbiamo vivere nella
fede, sappiamo però per fede di essere già figli di Dio e che, quando
Gesù si manifesterà, «noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così
come egli è [cioè, nella sua gloria]».
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Nella prima lettura possiamo notare la singolare trasformazione
avvenuta in Pietro dopo la risurrezione di Gesù e dopo la Pentecoste.
Durante la passione egli aveva rinnegato tre volte il suo Signore e
Maestro: è bastata una parola di una serva per fargli perdere ogni
coraggio e spingerlo a rinnegare Gesù. Pietro aveva un temperamento
generoso, ma si era messo in una situazione che aveva provocato
questa sua debolezza.
Invece, dopo la risurrezione di Gesù, egli è pieno di Spirito Santo e
mostra una forza meravigliosa. Dopo la guarigione dello storpio che si
trovava alla porta del tempio, egli viene arrestato. Ma, invece di
spaventarsi, affronta questa situazione con grande coraggio: parla con
piena libertà ai capi del popolo e agli anziani.
Con una certa ironia, che rivela la sua grande libertà interiore, dice
loro: «Oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo
infermo». Di solito una persona viene interrogata quando ha
commesso un delitto; invece, nel caso di Pietro, il motivo del suo
arresto è stato un beneficio recato a un uomo infermo.
Pietro poi dà una magnifica testimonianza al Signore, quando afferma:
«Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che
Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo». Pietro
ha il coraggio di imputare ai capi del popolo e agli anziani la
responsabilità della crocifissione di Gesù. Affronta le autorità del
popolo ebreo con tutto il coraggio e l'autorevolezza che gli vengono
dalla risurrezione di Gesù.
Cita un salmo in cui si dice che la pietra scartata dai costruttori è
diventata testata d'angolo, per mostrare che la passione e la
risurrezione di Gesù erano preannunciate dai testi profetici della
Scrittura. Ma aggiunge: «La pietra che, scartata da voi, costruttori...».
Con questa aggiunta, mostra di non aver paura di parlare chiaramente
a queste autorità, davanti alle quali di solito si prova timore e non si ha
il coraggio di testimoniare.
Pietro dà una testimonianza veramente significativa, perché afferma:
«In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli

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uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere
salvati». Così mostra l'universalità della salvezza che Gesù ci ha
ottenuto. In nessun altro c'è salvezza; Gesù è l'unico Salvatore. Egli è
stato crocifisso, ma è risorto. Solo per mezzo di lui possiamo ottenere
la vita nuova che ci rende figli di Dio e ci dà la salvezza.
Pietro parla con fermezza ai capi del popolo e agli anziani, e tuttavia
non ha nessun disprezzo per loro. In precedenza aveva detto che essi
avevano agito «per ignoranza» (cf. At 3,17), non erano stati
consapevoli dell'enorme peccato che stavano commettendo
condannando Gesù alla morte di croce. Essi sono peccatori come lo
sono tutti gli altri uomini, quando la grazia di Dio non illumina il loro
cammino e rafforza la loro volontà.
Pietro parla ai capi del popolo con fermezza, per suscitare la loro
conversione, e quindi la loro salvezza. Occorre convertirsi, bisogna
riconoscere le proprie colpe. Il perdono di Dio non può raggiungere
chi si ostina a negare le proprie responsabilità. Invece, chi confessa le
proprie colpe con fiducia nella misericordia di Dio, trova la salvezza in
Gesù Cristo morto e risorto. Gesù infatti è morto per i peccatori, ed è
risorto per comunicare loro la vita divina, la vita filiale.
Questo ci fa capire il dinamismo positivo del mistero pasquale di
Gesù, un dinamismo fondato sull'amore: «Il buon pastore offre la vita
per le pecore». Questo amore non si limita a una cerchia ristretta di
persone. Nella prima lettura Pietro afferma che Gesù è il Salvatore di
tutti, e nel Vangelo Gesù dice: «Ho altre pecore che non sono di
quest'ovile [= il popolo eletto]; anche queste io devo condurre;
ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo
pastore». L'unità di tutti nell'amore di Dio è l'opera realizzata da Gesù
per mezzo della sua passione e della sua risurrezione: opera realizzata
in unione strettissima con il Padre, sorgente di ogni amore.

Lunedi della IV settimana


Atti 11, 1-18; Salmo 41 e 42; Giovanni 10, 1-10 (oppure Giovanni 10,
11-18)

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Qualche volta il Vangelo parla di mortificazione ed è questa la ragione
per cui forse restiamo con l'impressione che il Signore Gesù sia venuto
per farci morire, non per farci vivere e che la vita cristiana sia piuttosto
una mutilazione. Ma oggi il Signore ci dice perché è venuto: «Io sono
venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza». Un'altra
prospettiva è dunque soltanto illusione nostra. H Signore vuole non
mutilare la nostra vita ma farla giungere al suo pieno sviluppo; se ci
chiede qualche sacrificio, se ci invita a prendere la nostra croce
quotidiana, è sempre per uno scopo positivo. Lo dice lui stesso nella
similitudine della vite: «Il Padre mio è il vignaiolo... Ogni tralcio che
porta frutto lo pota perché porti più frutto» (Gv 15,1-2).
«Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».
Dobbiamo pensare sovente a questo scopo che il Signore ci fa
conoscere, che rivela il suo amore per noi e che è illustrato da tutto il
Vangelo. Tutte le guarigioni che gli evangelisti ci raccontano sono la
prova dell'interesse del Signore anche per la nostra vita fisica: vuole
che sia integra, bella, pienamente sviluppata. E tutte le iniziative che
nel corso dei secoli egli ha ispirato alla Chiesa per favorire l'assistenza
e la cura degli ammalati, l'educazione dei bambini e così ria,
dimostrano che egli davvero è venuto perché abbiamo la vita, e
l'abbiamo in abbondanza.
Ma la vita del corpo non è l'ideale più alto dell'uomo, la vita spirituale
è molto più importante e vale la pena sacrificare anche la vita
corporale, se è necessario per sviluppare la vita dello spirito. Ma la
vita spirituale è veramente una vita? Molti hanno l'impressione che sia,
diciamo così, una vita diminuita, mentre invece richiede lo sviluppo di
tutte le capacità dell'uomo. Il Signore con la sua rivelazione illumina
la nostra mente, affinché abbia una abbondanza di luce. Anche il
mistero non è oscurità: è oscurità relativa, perché la mente umana non
può accoglierlo tutto, ma il mistero divino è una sorgente di luce
immensa, per la mente e per il cuore. Il Signore non è venuto a
impedirci di amare, ma per renderci capaci di un amore più bello, più
disinteressato, più puro: anche questa dimensione dell'uomo riceve da

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lui la vita, e la vita in abbondanza, grazie all'amore del Signore per
noi.
«Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere»: è
l'immagine dell'egoismo; la carità divina viene invece per dare la vita e
darla in abbondanza.
Pensiamo sovente a questo continuo fluire di vita che il Signore ci dà,
per fare crescere la nostra gioia ed essere sempre più aperti a ricevere
il dono.

Martedì della IV settimana


Atti 11, 19-26; Salmo 86; Giovanni 10, 22-30
Nel Vangelo di oggi la mia attenzione si ferma su questa frase: «Voi
non credete perché non siete mie pecore». E ma frase un po' strana, o
almeno noi ci aspetteremmo l'altra connessione: «Voi non siete mie
pecore perché non credete», che ci sembrerebbe più naturale: chi crede
appartiene al gregge di Cristo; per appartenere al gregge di Cristo,
diremmo noi, bisogna credere. Gesù invece rovescia causa ed effetto:
«Voi non credete perché non siete mie pecore».
Ritroviamo la relazione con Dio Padre come condizione dell'adesione
a Cristo, che egli ha già spiegato nel discorso sul pane della vita. E
necessario che il Padre attiri verso Gesù, perché noi possiamo credere;
bisogna, in altre parole, che Dio dia qualcuno al Signore Gesù, perché
egli possa essere del suo gregge e ascoltarlo.
«Voi non credete perché non siete mie pecore» vuol dire: mio Padre
non vi ha dato a me, perciò non siete mie pecore; non credete e non mi
riconoscete.
Quando Gesù si presenta ad un'anima preparata dal Padre, essa lo
riconosce. E una cosa molto bella. Quando due persone si amano,
pensano spesso al momento in cui si sono conosciuti: in quel momento
c'è stata una specie di riconoscimento reciproco, si sono riconosciuti
come appartenenti l'uno all'altra e la loro vita è diventata più bella. La
stessa cosa, e molto più profondamente, avviene con il Signore Gesù.

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Quando Gesù si presenta ad un'anima che gli è stata data dal Padre, si
riconoscono a vicenda: essa riconosce il suo Maestro e il Maestro
riconosce una pecora che il Padre gli ha data.
«Le mie pecore ascoltano la mia voce». Ci sono nel mondo ancora
molte pecore di Cristo che non sono nel gregge, nella Chiesa, e la sola
condizione perché entrino è che sentano la voce del Signore: quando la
sentiranno la riconosceranno subito, perché il Padre le ha date a lui, e
aderiranno a Gesù nell'amore reciproco.
E una responsabilità, per noi che apparteniamo al gregge, far ascoltare
la voce del Signore e farla ascoltare in modo che sia riconoscibile.
Non sempre la nostra testimonianza è così pura e coerente da far dire:
«Ecco, questa è la voce del Signore!».
Chiediamo a Gesù che ci faccia essere sempre più stru-menti di cui
egli possa servirsi per far sentire la sua voce a tutte le pecore che gli
sono state date dal Padre suo.

29 Aprile Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della


Chiesa, Patrona d'Italia
1 Giovanni 1, 5-2, 2; Salmo 44; Matteo 25,1-13
Santa Caterina da Siena ha unito nella sua vita la vocazione di Marta e
quella di Maria, come hanno fatto tante sante, ad esempio santa Teresa
d'Avila, come lei dottore della Chiesa. Santa Caterina da Siena era allo
stesso tempo ai piedi di Gesù e immersa nei bisogni, nelle lotte del suo
tempo. Ha pregato, ma si è anche occupata di conciliare le fazioni in
lotta nel suo paese, di mettere pace nella Chiesa italiana, di far tornare
il papa a Roma; si è presa cura dei prigionieri, dei condannati, è andata
dovunque. Era dunque nella pace del Signore e nell'agitazione del
mondo.
Il testo liturgico che mi sembra caratteristico per santa Caterina da
Siena è la prima lettera di Giovanni. «Vi scrivo queste cose perché non
pecchiate...». Santa Caterina come san Giovanni ha scritto perché
fosse evitato il peccato. Tra le sue lettere molte sono indirizzate ai
preti, per scongiurarli di vivere con maggior fedeltà al Signore, di
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evitare i disordini che ella nel suo tempo vedeva bene: la ricerca dei
piaceri, l'attaccamento al denaro... Era ansiosa di far rivivere a tutti la
vocazione cristiana, la fedeltà a Cristo. «Vi scrivo perché non
pecchiate».
Ma soprattutto era profondamente convinta che Gesù ci ha salvati con
il suo sangue, che abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo
giusto, vittima di espiazione per i nostri peccati. «H sangue di Gesù ci
purifica da ogni peccato». Caterina aveva una devozione grandissima
al sangue di Cristo, ne parla spessissimo: fuoco e sangue, fuoco e
sangue... Fuoco dell'amore, allusione al sangue di Cristo che ci ricopre
per lavarci dai nostri peccati e per unirci nella carità divina.

Giovedì della IV settimana


Atti 13, 13-25; Salmo 88; Giovanni 13, 16-20
Le due letture di questa Celebrazione eucaristica ci danno l'occasione
di riflettere su questa parola di Gesù: «Ve lo dico fin d'ora, prima che
accada, perché, quando sarà avvenuto crediate che Io sono... Si deve
adempiere la Scrittura». Dio ci prepara a tutti gli avvenimenti,
attraverso le Scritture, attraverso la storia del popolo eletto, attraverso
la storia di Gesù, affinché possiamo riceverli nel modo giusto. Senza
questa preparazione rischiamo di essere sconcertati, scandalizzati, di
non capire più niente; se invece accogliamo la luce con cui Dio vuol
prepararci, potremo riconoscere Ìj grazia del Signore quando giunge a
noi.
Gesù ha detto le parole che abbiamo riportato ir. riferimento al fatto
più scandaloso di tutta la Scrittura: il tradimento di Giuda, che ha
appena evocato in modo misterioso.
«Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho. scelto...». Questo
significa che tra i discepoli ce ne uno che non sarà fedele, che sta per
tramare il trac- mento. Evidentemente la fede degli Apostoli ricever;
un colpo terribile: Gesù nella scelta di almeno uno di loro, i suoi
discepoli, apparentemente si è sbagliato. In realtà non si è sbagliato,

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ma è stato obbediente al Padre ed ha scelto questo uomo in modo che
la Scrittura si adempisse.
Per noi è difficile ricostruire le tappe psicologiche della vocazione di
Giuda, ma sappiamo che alla luce di Dio tutto è spiegato dal progetto
divino che ha disposto che Cristo affrontasse il male. Bisognava che
Cristo affrontasse il male e riportasse sul male la vittoria più completa;
bisognava dunque che il male potesse giungere vicinissimo a Gesù e
che egli trovasse anche nel gruppo dei suoi più intimi l'azione del
maligno; si doveva adempiere la Scrittura: «Colui che mangia il pane
con me, ha levato contro di me il suo calcagno». Vedendo che questo
era l'adempimento della Scrittura, i discepoli, dopo che tutto fu
accaduto, hanno potuto comprendere il disegno di Dio, vedere che
attraverso il tradimento era il progetto di Dio che si compiva, la
vittoria dell'amore sull'odio che si realizzava.
Nel suo discorso ad Antiochia di Pisidia san Paolo rivela la stessa
mentalità. Egli vuol annunciare alla gente del suo popolo, ai Giudei,
Cristo Gesù, e incomincia da molto lontano, dall'elezione del popolo:
«Il Dio di questo popolo di Israele scelse i nostri padri ed esaltò il
popolo durante il suo esilio in terra d'Egitto...». E fa una sintesi di tutta
la storia sacra: la conquista di Canaan, il profeta Samuele, il re Saul, il
re Davide, per ripetere finalmente la promessa fatta da Dio a Davide:
«Ho trovato Davide, figlio di lesse, uomo secondo il mio cuore... e
dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un
salvatore, Gesù».
Questa lunga storia è un sostegno per la nostra fede. Non è
un'improvvisazione la glorificazione di Gesù attraverso la morte e la
risurrezione, non è una cosa suc-cessa senza che niente l'abbia
preparata; anzi, da secoli e secoli Dio preparava questo avvenimento
capitale. Radicato profondamente nella storia che lo ha preceduto,
proprio per questo esso deve irradiare su tutta la storia successiva. E
importante per la nostra fede vedere questa preparazione che Dio ha
portato avanti in tutto l'Antico Testamento, perché le dà maggiore
stabilità, come dà maggior speranza a noi facendoci capire che Dio è

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fedele, che la fedeltà di Dio è per sempre: Dio, che ha iniziato la sua
opera, la porterà a compimento.
Evidentemente non basta aver studiato l'Antico Te-stamento per poter
prevedere l'avvenire. La conoscenza della storia del loro popolo non
dava agli Apostoli la conoscenza anticipata del disegno del Padre su
Gesù. H disegno di Dio ha una continuità, ma è una continuità che non
impedisce a noi di esserne sconcertati, perché siamo immersi negli
avvenimenti e non sappiamo a che cosa corrispondano del passato. Per
questo è necessario essere da un lato preparati attraverso la
meditazione dell'Antico Testamento e del mistero di Cristo Gesù, e
dall'altro molto docili a Dio, pronti a fare quello che Dio vuole qui e
ora, anche se ci giunge del tutto imprevedibile. Niente era più
imprevedibile per gli Apostoli della passione del loro maestro, e
tuttavia niente era stato meglio prefigurato nell'Antico Testamento.
Chiediamo al Signore di radicarci nella fede, di darci il dono di una
fiducia incrollabile nella fedeltà di Dio e anche la capacità di
riconoscere, in ciò che Dio opera attualmente, ima continuazione del
mistero di Cristo.

1 Maggio San Giuseppe lavoratore


Genesi 1, 26-2, 3 (oppure Colossesi 3, 14-15. 17. 23-24); Salmo 89;
Matteo 13, 54-58
La reazione della gente di Nazaret a proposito della sapienza di Gesù
fa pensare al capitolo del Siracide, che contrappone il lavoro manuale
e la legge. La gente del popolo (operai, contadini) dice il Siracide,
mette tutta la sua attenzione nelle cose materiali; lo scriba invece ha
pensieri profondi, cerca le cose importanti e può essere consultato per
il buon andamento della città.
La gente di Nazaret si domanda: «Da dove mai viene a costui questa
sapienza? Non è il figlio del carpentiere?», che non ha studiato e non
può avere cultura? E chiaro: la sapienza di Gesù è sapienza divina ed
egli ha insistito varie volte sul mistero di Dio che viene rivelato ai

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piccoli, ai semplici e nascosto ai sapienti ed ha criticato gli scribi «che
dicono e non fanno».
D'altra parte il Vangelo insiste anche sulla parola: è necessario
accogliere la parola di Dio! E soltanto se ispirato alla parola di Dio il
lavoro vale. «Tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia
nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio
Padre».
«Tutto quello che fate», siano lavori materiali, siano discorsi. Il
Vangelo inculca il servizio sincero, umile, la disponibilità nella carità,
per essere uniti a Gesù, figlio del carpentiere, che ha dichiarato di
essere venuto a servire.
La vera dignità consiste nel servizio dei fratelli, secondo le proprie
capacità, in unione con Gesù, Figlio di Dio.
Verifichiamo la nostra scala di valori, per renderla sempre più
aderente ai pensieri di Dio.

2 Maggio. Sant'Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa


1 Giovanni 5, 1-5; Salmo 36; Matteo 10, 22-25
Il Vangelo presenta in modo molto realistico le difficoltà dei testimoni
della fede: per questo lo si legge nella festa di sant'Atanasio, quattro
volte esiliato, costretto a fuggire e a nascondersi proprio per la sua
fede nella divinità di Gesù. Gesù Figlio di Dio non è al nostro livello,
ci è infinitamente superiore, in un modo che possiamo appena
intravedere nel racconto della trasfigurazione, e accettare nella fede.
Ma nella storia della Chiesa sorgono ogni tanto uomini che vogliono
ridurre Gesù alla misura umana, alla nostra statura di creature. Così è
accaduto ai tempi di sant'Atanasio, con l'eresia di Ario, affermante che
Gesù era semplicemente un uomo, grande, santo, adottato da Dio, ma
non Figlio di Dio. E molti, anche vescovi, anche imperatori,
accettavano questa teoria, perché è più facile, non esige l'adesione ad
un mistero ineffabile, incomprensibile.

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Atanasio difese questa verità di fede: è un mistero da cui dipende la
nostra salvezza, perché se Gesù non è Figlio di Dio, noi non siamo né
redenti né salvati, essendo la salvezza opera diDio. Certo è una
esistenza travagliata, una condizione penosa quella del fedele, e in più
senza nessuna evidenza di vittoria. E difficile credere che Gesù abbia
vinto il mondo quando si subiscono persecuzioni. Ma la vit-toria non
ci può essere senza lotta, senza essere passati at-traverso la passione
del Signore. Crediamo nel mistero «totale» di Gesù: il mistero di una
morte sfociata nella ri-surrezione. Un cristiano non può meravigliarsi
troppo di essere, come Gesù, perseguitato, perché solo a queste
condizioni si giunge alla vittoria della fede.
Che cosa significa «vittoria della fede»? Significa con-tinuare a
credere, nelle tribolazioni, che Dio ci ama e ci prova per un maggiore
bene.

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5a DOMENICA DI PASQUA
At 9,26-31; 1 Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

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Gesù ci rivela qual è la condizione per portare frutto: «Rimanete in me
e io in voi». È chiaro che un tralcio non può far frutto da solo, ma ha
bisogno della vite. Se non rimane nella vite, si secca e viene buttato
via. Allo stesso modo, la condizione essenziale per portare frutto nella
vita cristiana è che noi rimaniamo in Cristo e Cristo rimanga in noi.
L'Eucaristia che riceviamo unisce Cristo a noi e noi a Cristo, dandoci
così la capacità di portare frutto. Senza di essa diffìcilmente la vita
cristiana può essere feconda, perché manca questa forte unione con
Cristo. Il tralcio deve ricevere la linfa dalla vite, e così può portare
frutto; altrimenti rimane sterile.
Gesù afferma: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in
lui, fa molto frutto». Per noi è un motivo di grande gioia il sapere che,
grazie alla nostra unione con Gesù, la nostra vita è veramente feconda.
In che modo? Qual è il frutto che dobbiamo portare? Gesù non lo
precisa qui, ma lo possiamo capire da altri passi del Vangelo di
Giovanni e del Nuovo Testamento: il frutto principale che i tralci uniti
alla vite devono portare è l'amore.
«Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità»,
ci dice Giovanni nella sua Prima lettera. Questo è veramente il frutto
che la vita di Gesù in noi produce. La vita di Gesù è una vita di amore
e, quando viene in noi, ci spinge ad amare il Padre con tutto il cuore,
con tutte le forze, e ad amare il prossimo come egli ci ha amato, cioè
«non a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità».
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Allo stesso modo Paolo ci dice che ciò che conta è la fede che opera
per mezzo dell'amore (cf. Gal 5,6). La fede ci unisce a Gesù, fa vivere
Gesù in noi e noi in lui, e produce una vita di amore. Se non c'è questa
vita di amore, vuol dire che la nostra fede non è autentica, ma è una
fede morta, come spiega Giacomo (cf. Gc 2,17).
Gesù poi dice nel Vangelo: «Se rimanete in me e le mie parole
rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato». Anche
questo è un modo in cui noi produciamo frutto. La fecondità della
nostra vita dipende dalla nostra preghiera, e noi possiamo aver fiducia
che, se preghiamo, saremo esauditi. Il nostro frutto infatti è opera di
Gesù attraverso di noi. Perciò dobbiamo chiedere a lui la sua grazia, e
poi accoglierla, per compiere con lui l'opera sua.
Gesù era unito al Padre, faceva con il Padre l'opera del Padre. Nel
Vangelo di Giovanni egli afferma: «Il Padre che è in me compie le sue
opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro,
credetelo per le opere stesse» (cf. Gv 14,10-15).
Il Padre mostra al Figlio tutto ciò che fa, così che il Figlio possa fare
con lui tutta la sua opera (cf. Gv 5,19-20). Il nostro fare con Gesù la
sua opera è la realizzazione effettiva dell'amore. Di solito il nostro
amore umano è fecondo; l'amore divino lo è ancora di più. È fecondo
con opere di bene, opere veramente utili, che illuminano e rendono
bella tutta l'esistenza. Similmente, Giovanni scrive nella sua Prima
lettera: «Qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui perché
osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui».
Se siamo fedeli nell'osservare la volontà di Dio, che è volontà di
amore, possiamo chiedere a Dio tante cose. Ovviamente si tratta di
cose che vanno nel senso dell'amore, e non dell'egoismo. Infatti,
sarebbe una contraddizione chiedere al Signore di aiutare il nostro
egoismo a opprimere la nostra vita spirituale. Invece, se facciamo ciò
che è gradito a Dio, possiamo chiedere a lui tante cose e avere
la gioia di riceverle da lui.
Afferma Giovanni: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel
nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo

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il precetto che ci ha dato». Qui Giovanni ci indica un duplice
comandamento: la fede e l'amore. Il comandamento è duplice, perché
l'amore non è possibile senza l'unione con Gesù nella fede e, d'altra
parte, le fede non è autentica senza l'amore vissuto in unione con
Gesù.
Fede e amore sono intimamente legati tra loro. Con la fede noi
rimaniamo in Gesù e Gesù rimane in noi. Afferma Paolo: «Questa vita
che io vivo nella carne [= l'esistenza terrena], io la vivo nella fede del
Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
La nostra fede è una fede in una persona che è piena di amore per noi;
ci mette in contatto con essa e ci comunica quella forza di amare che ci
consente di trasformare innanzitutto la vita in noi stessi, e poi la vita
attorno a noi.
Credere e amare, rimanere in Gesù per mezzo della fede e portare
frutto per mezzo dell'amore, queste sono le caratteristiche della vita
cristiana. La vita cristiana è una vita splendida, che diffonde felicità
attorno a sé, una vita luminosa, generosa. Quando ci accostiamo alla
Comunione, facciamo un grande atto di fede; e dalla Comunione
riceviamo tutta la forza di amare.
Viviamo allora con atteggiamento di gratitudine questo duplice
comandamento della fede e dell'amore, per poter avere in noi la gioia
piena.

Lunedì della V settimana


Atti 14, 5-18; Salmo 113; Giovanni 14, 21-26
Nel brano di Vangelo che la liturgia ci presenta oggi notiamo uno
straordinario senso di intimità e un senso di realismo.
Quando il Signore dice che si manifesterà a chi lo ama, ci parla
dell'amore del Padre e ci fa la straordinaria promessa: «Noi verremo a
lui e prenderemo dimora presso di lui» (e si potrebbe dire anche «in
lui»), ci rivela l'inaudita intimità che Dio desidera avere con gli
uomini, una intimità che sorpassa ogni intimità umana e nella quale

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Gesù si manifesta a noi, ci rivela i suoi segreti per mezzo dello Spirito
Santo, il Maestro della vita spirituale.
Nello stesso tempo troviamo un senso di realismo. Il Signore non parla
di un amore situato nelle nuvole, ma di un amore molto concreto: «Chi
accoglie i miei co-mandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù non
ci permette mai di dimenticare che l'amore non consiste in parole
(«Non chi dice: Signore, Signore...»), e neppure in sentimenti
superficiali, ma vuole l'unione delle volontà, che fa amare la volontà
dell'altro. Quando non c'è unione delle volontà non c'è amore vero, c'è
soltanto l'illusione di amare: «Chi non mi ama, non osserva le mie
parole». Ed è una illusione molto
frequente, perché noi ci incantiamo con parole di amore, con
sentimenti di amore, ma non entriamo nella profondità esigente
dell'amore, quella in cui diventa un dovere amato osservare la parola
di Gesù.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola», ripete il Signore «e il Padre
mio lo amerà», perché il Padre vuole che il Figlio sia glorificato.
Chiediamo al Signore la grande grazia di apprezzare e desiderare con
tutto il cuore l'intimità che egli ci promette e, dall'altra parte, di amare
ciò che egli ci comanda, così da vivere nelle profondità del suo amore.

Martedì della V settimana


Atti 14, 19-28; Salmo 144; Giovanni 14, 27-31
«Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la
do a voi».
La pace è dono di Gesù; egli ci dona la «sua pace», quella con la quale
è andato incontro alla passione e alla morte, aderendo con amore alla
volontà del Padre.
E così fecero anche gli Apostoli. Nella prima lettura rediamo che
Paolo non è certo esente da tribolazioni: «Lo presero a sassate e quindi
lo trascinarono fuori della città, credendolo morto». I discepoli
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angosciati gli sono intorno «ed egli, alzatosi, entrò in città»: sembra
quasi partecipare alla risurrezione di Gesù, dopo aver sofferto per lui.
Ed è tranquillo, ha in sé la pace del Signore, che il mondo non può
capire. Del resto egli predicava che sono necessarie molte tribolazioni
per entrare nel regno di Dio e proprio di queste si vanterà: «Mi
compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle
persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo» (2 Cor 12,10).
Pietro, da parte sua, dirà: «Nella misura in cui par-tecipate alle
sofferenze di Cristo, rallegratevi» (1 Pt 4,13) sapendo che così si
realizza la salvezza delle anime (cfr. ib. 1,9).
Chiediamo al Signore che ci stabilisca nella sua pace, facendoci capire
sempre di più la grazia di partecipare alla sua passione, perché questa
è la legge cristiana: essere uniti a lui nella tribolazione per essergli
uniti nella gloria.

Mercoledì della V settimana


Atti 15, 1-6; Salmo 121; Giovanni 15, 1-8
Le due letture della Messa di oggi sembrano non aver rapporto tra loro
in realtà sono strettamente collega te. Il Vangelo della vite ha un tono
di profonda intimità: «Rimanete in me e io in voi»; la prima lettura
parla di esigenze legali: bisogna farsi circoncidere per essere salvi,
bisogna osservare tutta la legge di Mosè. Qual è il rapporto fra le due
prospettive?
Una frase del Vangelo ce lo fa capire: «Senza di me non potete far
nulla. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane
nella vite, così anche voi se non rimanete in me». H Vangelo della vite
è occasione per un atto di fede totale in Cristo: senza di lui non
possiamo far nulla, egli solo è il fondamento della nostra vita, egli solo
è la sorgente della nostra vita e noi non abbiamo il diritto di cercare
ima sorgente al di fuori di lui, né di voler aggiungere a Cristo qualsiasi
realtà che non sia lui. E proprio quanto volevano fare i farisei, i
cristiani venuti dall'ebraismo, attaccati com'erano alla legge di Mosè e
a tutte le osservanze che essa prescriveva, a cominciare dalla
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circoncisione. Non si rendevano conto che, aderendo a Cristo, si erano
messi nella condizione di dover abbandonare le prospettive antiche,
perché non possono esserci due fondamenti, due sorgenti della nostra
vita. Se crediamo a Cristo, se aderiamo a lui con fede totale, non
possiamo più contare su dei riti, su delle osservanze per essere salvi.
Quelli che già erano stati maestri in Israele dicevano ai cristiani venuti
dal paganesimo: «Se non vi fate circoncidere secondo la legge di
Mosè, non potete essere salvi». In altre parole: il Battesimo non basta,
il Battesimo che vi innesta su Cristo non è sufficiente, bisogna anche
essere innestati sul popolo di Israele mediante la circoncisione e
l'osservanza di tutte le prescrizioni mosaiche.
San Paolo reagì con la massima energia contro questa pretesa dei
giudaizzanti, perché capiva che con il pretesto di una maggiore
perfezione si attaccava la fede in Gesù, unica salvezza.
Tutto questo ci può sembrare una storia sorpassata: oggi non ci sono
più giudaizzanti a sostenere che i cristiani devono farsi circoncidere e
osservare le prescrizioni alimentari dei Giudei! Eppure questa
controversia verificatasi nella Chiesa apostolica rimane fondamentale
in ogni tempo, perché purtroppo ci sono molti cristiani che, senza
rendersene bene conto, non cercano la vita e la via unicamente in
Cristo. Sono convinti, come no?, che la salvezza viene dai sacramenti,
ma che in fondo sono i loro sforzi che li rendono giusti davanti a Dio.
E questo è un errore perniciosissimo: vuol dire non ricevere tutto dal
Signore Gesù, vuol dire pretendere di dare qualcosa a Dio prima di
aver ricevuto tutto da lui. Dobbiamo fare attenzione a non ricadere in
questo modo di pensare, che apparentemente sembra buono, perché
iasistere sui nostri sforzi, sulla nostra personale organizzazione in vista
della perfezione sembra una cosa normale, non ci dà l'impressione di
infedeltà. Ma in realtà si falsa la vita spirituale, si prende una strada
sbagliata, o meglio si vogliono prendere contemporaneamente due
strade inconciliabili: o riceviamo tutto da Cristo, o ci separiamo da
Cristo. «Senza « di me non potete far nulla» dice Gesù. Non dice:
«Senza di me non potete giungere alla perfezione, non potete fare
molto», ma: «non potete fare nulla». È da lui che dobbiamo ricevere
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tutto e soprattutto le nostre opere buone, che non possono essere
nostre opere personali, ma opere ricevute da lui, il Signore.
Quando decidiamo di fare qualche cosa che a noi sembra buona,
dobbiamo prima metterci in relazione con lui, per sapere se egli vuol
darci l'opera alla quale pensiamo, se l'iniziativa che vogliamo
intraprendere è ispirata da lui, perché soltanto allora egli la compirà in
noi. È solamente in Gesù, il Signore, che noi possiamo corrispondere
alla grazia divina, aprirci a questa grazia e lasciare che Dio operi in
noi, il che non vuol dire che noi rimaniamo passivi: lasciare che Dio
agisca in noi vuol dire mettere in opera tutte le nostre capacità sotto
l'impulso dello Spirito di Dio. Ma dobbiamo avere la convinzione, che
corrisponde alla verità, che anche quando noi ci impegniamo al
massimo per realizzare qualche cosa, è necessario che Dio operi in
noi.
Per questa ragione Paolo ringrazia Dio di tutto e invita i cristiani a fare
la stessa cosa: tutto ciò che noi operiamo, lo facciamo «nel nome di
Cristo», che non significa solo con l'intenzione personale di
corrispondere all'intenzione di Gesù, ma vuol dire: lo facciamo grazie
alla forza che d viene da Cristo, grazie all'ispirazione che ci viene da
Cri-sto. E poiché facciamo tutto mediante lui, il nostro primo dovere è
di ringraziare continuamente.
La nostra esperienza ci dice che questo atteggiamento spirituale, così
fondamentale, non ci è spontaneo e che è necessario tornare spesso a
questo Vangelo della vite: «Senza di me non potete far nulla». La vite
è il Signore Gesù, noi siamo dei semplici tralci che possono dare frutto
soltanto se sono uniti alla vite e se accettano di lasciar fluire in se
stessi la vita nuova di ( 'risto risorto.

Giovedì della V settimana


Atti 15, 7-21; Salmo 95; Giovanni 15, 9-11
«Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi». E per così
dire una definizione del cuore di Gesù. Egli non pretende di essere la
sorgente dell'amore, sa che l'amore ha origine nel cuore del Padre, ma
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Gesù ne è la perfetta espressione umana: ha ricevuto nel suo cuore
umano l'amore proveniente dal Padre e l'ha vissuto in modo unico,
perfettissimo. Se vogliamo conoscere l'amore del Padre, dobbiamo
dunque contemplare il cuore di Gesù che si è fatto dono per noi, e
«rimanere nel suo amore», seguendo il suo invito.
Ma come possiamo rimanere nel suo amore? E ancora Gesù che ce lo
dice: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore».
Tutti abbiamo in noi un immenso desiderio di amore; se vogliamo
realizzarlo dobbiamo cercare continuamente la volontà del Signore e
aderirvi con tutto noi stessi, nelle cose grandi e in quelle piccole,
sempre. «Prendete il mio giogo su di voi» ha detto Gesù. Si tratta
quindi di un giogo, ma è un giogo soave e leggero, proprio perché si
tratta dei «suoi» comandamenti. E questa la grande differenza rispetto
ai comandamenti della legge antica.
Nella prima lettura vediamo come i primi cristiani hanno capito di
essere liberi da una serie infinita di precetti e che la cosa importante
era di essere uniti al Cristo mediante la fede e di compiere la sua
volontà nella loro vita, cercando di conoscerla in modo vivo, invece di
cercarla in precetti rigidamente stabiliti per sempre. Nell'Antico
Testamento certe osservanze avevano un valore educativo e anche di
protezione sociale: Dio aveva fatto sì che il suo popolo fosse separato
dagli altri attraverso una serie di osservanze, specialmente riguardanti
gli alimenti. Ancora oggi i Giudei osservanti sono separati dagli altri,
non hanno facilità di comu-nicazione perché devono essere
continuamente attenti a precise prescrizioni che non permettono di
vivere in semplicità con gli altri.
Ora i comandamenti di Gesù non sono così, sono anzi comandamenti
che favoriscono la comunione, la co-municazione. Gesù ha un solo
comandamento: «Amatevi gli uni gli altri»; tutto il resto è una
esplicitazione di questo unico comandamento. «Amatevi gli uni gli
altri», cercate la mia volontà sapendo che essa è, nelle cir-costanze del
momento, l'espressione del mio amore per voi e per gli altri. E
qualunque cosa facciate, pensate alla vostra unione con me, pensate

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che si tratta di essere fedeli ai miei comandamenti, si tratta di una viva
ricerca della volontà di Dio.
San Paolo ne parla più volte nelle sue lettere: «Tra-sformatevi
rinnovando la vostra mente, per poter di-scernere la volontà di Dio, ciò
che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). La volontà di Dio è
una volontà viva, che ci spinge avanti, che non ci permette di rimanere
aggrappati al passato.
«Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come
io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo
amore». Gesù ha cercato la volontà del Padre in tutte le circostanze e
particolarmente nelle circostanze drammatiche della sua passione,
sapendo che essa era ima volontà di salvezza universale.
E ci dice queste cose non per schiacciarci sotto pesi insopportabili, ma
per darci la sua gioia: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in
voi e la vostra gioia sia piena». Se cerchiamo l'amore del Signore,
troviamo la gioia. Molte persone cercano la gioia e non la trovano
proprio perché non la gioia dobbiamo cercare, ma l'amore, cioè la
volontà del Signore in tutte le cose: allora troveremo la sua pace e la
sua gioia, una gioia colma di esultanza perché è la gioia di essere uniti
a Dio attraverso il suo Figlio Gesù.

Venerdì della V settimana


Atti 15, 22-31; Salmo 56; Giovanni 15, 12-17
li brano del Vangelo odierno ripete all'inizio e alla fine il comando del
Signore: «che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato». Il
comandamento dell'amore cristiano qui viene determinato in una
maniera nuova. Già prima Gesù aveva detto che ci sono due
comandamenti: il comandamento di amare Dio con tutto il cuore e
quello di amare il prossimo, ma si richiamava all'Antico Testamento.
E già molto amare realmente un altro come te stesso, è moltissimo. Ma
il comando del Signore va oltre: «Amatevi gli uni gli altri come io vi
ho amati». Questo è molto di più, e questo è l'amore cristiano: amare

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gli altri come Gesù ci ha amati, ed egli stesso dice che non c'è amore
più grande.
Come è l'amore di Gesù per noi? È delicato e forte. Ci chiama suoi
amici e ci spiega: un servo non conosce i segreti del suo padrone,
invece egli ci ha fatti entrare nella sua intimità, ci ha fatto conoscere,
per così dire, i segreti della sua famiglia: «Tutto ciò che ho udito dal
Padre l'ho fatto conoscere a voi».
Talvolta si pensa alla carità come a un amore un po' impersonale, un
po' distaccato, che non cerca realmente l'intimità. Il Signore però ci dà
un esempio diverso: aprirsi agli altri, accettare che conoscano i nostri
segreti, accettare di condividere con loro le cose più intime, se Dio ci
fa questa grazia.
Questo amore così delicato è insieme fortissimo: «Nessuno ha un
amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Ecco il
modello: l'amore di un uomo-Dio crocifisso e risorto, che per noi è
andato fino al sacrifìcio estremo, dando la sua vita. Noi siamo
chiamati ad amarci gli uni gli altri in questo modo. E straordinaria, è
spaventosa in un certo senso, ma questa è la nostra vocazione. I primi
cristiani lo avevano capito bene, tanto che avevano cambiato la
terminologia, non dicevano più: amare il prossimo come se stessi, ma:
amare il prossimo più della propria vita. Nella Didaché degli Apostoli
si dice letteralmente: «Amare gli altri al di sopra della propria anima»,
cioè più della propria vita. E davvero ima vocazione immensa, non i
avremo mai finito di camminare su questa strada, ma : è la nostra
vocazione ed è bene per noi pensarci e chie- : dere al Signore l'aiuto
per progredire in questa via dell'amore fraterno delicato e forte.

Sabato della V settimana


Atti 16, 1-10; Salmo 99; Giovanni 15, 18-21
È interessante e istruttivo vedere nel racconto degli Atti come lo
Spirito Santo guida gli Apostoli nella loro missione.
Paolo e Timoteo attraversavano la Frigia, «avendo lo Spirito Santo
vietato loro di predicare la parola in provincia di Asia». Si volsero poi
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verso la Bitinia, «ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro»: per due
volte lo Spirito Santo sembra ostacolare il loro apostolato! ; Solo a
Troade capiranno che Dio aveva un disegno! molto più ampio: farli
passare in Macedonia e quindi in Europa. Sul momento però dovevano
essere ber. sconcertati... Sconcertati, ma docili ai comandi e alle;
ispirazioni divine.
E per noi una lezione molto utile: essere docili allo Spirito Santo
quando contrasta i nostri progetti buoni. Se quello che desideriamo
fare è cosa troppo umana, arriviamo anche a capirlo, ma se è buona e
viene ostacolata, è difficile capire che gli ostacoli vengono proprio dal
Signore! E difficile anche perché è necessario molto distacco, ricerca
sincera della sua volontà, mentre è possibile spesso che anche nei
progetti buoni si infiltri la nostra, al posto della sua. E allora bisogna
pregare per avere la luce e vedere se non c'entrino la nostra ambizione,
il nostro egoismo, la nostra vanità. Così gli ostacoli posti dal Signore
alla nostra opera saranno occasione per un lavoro generoso,
disinteressato e avremo la gioia di aver servito Dio con docilità e
rettitudine.
Nel Vangelo Gesù ribadisce una parola che già aveva detto: «Un servo
non è più grande del suo padrone». Oggi è sabato e applichiamo
questa parola alla Madonna, che non ha mai preteso di essere più del
suo Figlio.
A Betlemme non ha cercato circostanze adatte al suo stato fisico, ma
ha seguito il disegno di Dio, che aveva disposto che il fatto più
glorioso per l'uomo, la venuta del Messia, avvenisse in una cornice di
estrema povertà e umiltà. E per tutta la vita è rimasta umile, nascosta,
silenziosa, fino al Calvario, quando ha partecipato con tanto dolore
alla passione e alla morte di Gesù, diventando attraverso questo dolore
Madre della Chiesa.
Non cerchiamo cose grandi che soddisfino la nostra ambizione o il
nostro egoismo, ma cose umili da vivere nel silenzio e nell'amore.
Umiltà e carità, carità e umiltà sempre, e saremo uniti al cuore di
Gesù, mite e umile. E, come fu per Maria, parteciperemo, dopo
l'umiliazione del Calvario, al suo mistero di glorificazione.
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Chiediamo questa grazia alla Madonna, che con dol-cezza materna ci
guida sul cammino del suo Figlio.

6a DOMENICA DI PASQUA
At 10,25-27.34-35.44-48; 1 Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

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pria vita per le persone amate: non soltanto per i suoi discepoli, ma
anche per tutti gli uomini.Anche noi, come Gesù e in lui, dobbiamo
accogliere con gratitudine l'amore che viene dal Padre e rimanere in
esso, secondo il comando di Gesù: «Rimanete nel mio amore».
Dobbiamo rimanere nell'amore che Gesù ci trasmette. Rimanere in
questo amore, e non uscirne con l'egoismo, con il peccato e con ogni
comportamento indegno della vocazione cristiana e umana, e un
programma di vita meraviglioso, molto positivo; vuol dire vivere
continuamente nell'amore.
Gesù ci fa capire che il nostro amore non dev'essere soltanto un amore
affettivo, un sentimento superficiale, ma un amore effettivo, un amore
che si manifesta nell'osservare i suoi comandamenti.
Egli afferma: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio
amore». L'amore si deve manifestare nella vita concreta, nelle azioni;
altrimenti è soltanto un amore illusorio. Gesù ci chiede di osservare i
suoi comandamenti, che si riassumono in uno solo: «Amatevi gli uni
gli altri, come io vi ho amati».
Noi siamo amati da Gesù, e abbiamo il dovere di amare come lui ci
ama. Ovviamente questo non lo possiamo fare se non abbiamo in noi il
suo stesso cuore.
Per amare come Gesù ci ama, dobbiamo accogliere in noi il suo cuore.
L'Eucaristia ha lo scopo di mettere in noi il cuore di Gesù, in modo
che esso sia veramente efficace nella nostra vita e tutta la nostra vita
sia guidata dai suoi sentimenti generosi. Questo è l'ideale cristiano.
Gesù ci mostra che il suo amore è pieno di delicatezza e di generosità:
«Voi siete miei amici [...]. Non vi chiamo più servi [...], ma vi ho
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chiamati amici». Per noi è una cosa straordinaria avere Gesù come
amico: lui, il Figlio di Dio; lui, pieno di santità; lui, che è la perfezione
stessa. Noi ne siamo indegni, ma è lui che vuole comunicarci la sua
amicizia.
Gesù poi ci dice che la sua amicizia si manifesta con la confidenza,
con la comunicazione dei pensieri e dei sentimenti di Dio, con la
rivelazione divina: «Tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto
conoscere a voi». La vita cristiana è una vita di confidenza con Gesù, e
anche questa è una cosa meravigliosa. Ovviamente da

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La prima lettura ci mostra che questo amore di Dio è universale.
Nell'Antico Testamento si poteva avere l'impressione che l'amore di
Dio fosse limitato al popolo eletto. In realtà Dio aveva voluto che il
privilegio del popolo ebreo non rimanesse esclusivo, ma fosse esteso a
tutte le nazioni. Sin dalla chiamata di Abramo aveva detto: «In te si
diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gn 12,3). Quindi il suo
progetto è un progetto universale, che si realizza per mezzo del
mistero pasquale di Gesù, per mezzo del suo mistero di morte e
risurrezione.
È quanto ci viene detto nella prima lettura. Pietro va nella casa di
Cornelio, un pagano che è stato docile a Dio e ha avuto l'ispirazione di
far venire l'Apostolo nella propria casa per accogliere la parola di
salvezza. Ispirato anche lui da Dio, Pietro non esita ad andare nella
casa di un pagano per parlare di Gesù. Ha capito che «Dio non fa
preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a
qualunque popolo appartenga, è a lui accetto».
L'amore di Dio è rivolto a tutti gli uomini, non c'è più nessuna
limitazione. L'elezione ormai si estende a tutti gli uomini che credono.
Basta aderire a Cristo nella fede, accogliere l'amore di Dio che ci viene
comunicato per mezzo di Cristo, per essere salvati dai peccati e vivere
così nella gioia perfetta della comunione di amore con Dio.
Dobbiamo ringraziare il Signore che ci rende partecipi di questo suo
progetto di amore, ed essere consapevoli di dover progredire
continuamente nell'amore. Per corrispondere alla nostra vocazione
cristiana, dobbiamo sviluppare in noi un amore veramente universale.
La Chiesa è cattolica, cioè è aperta e pronta ad accogliere nel suo seno
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tutte le nazioni, per metterle in comunione con Dio e in comunione tra
loro.
La celebrazione dell'Eucaristia ci introduce in questo progetto di Dio.
Perciò possiamo partecipare ad essa con fiducia e con gratitudine, in
unione con tutte le persone chiamate a vivere con noi nell'amore di
Dio.

Lunedì della VI settimana


Atti 16, 11-15; Salmo 149; Giovanni 15, 26-16, 4
Oggi leggiamo la pagina degli Atti degli Apostoli che narra l'arrivo di
Paolo in Europa. Finora egli aveva predicato soltanto in Asia, ma dopo
la visione del Ma-cedone che lo supplicava: «Vieni a salvarci!», salpa
da Troade (l'antica Troia) per Neapoli, non la Neapoli italiana, ma di
Macedonia, vicino a Filippi, colonia ro-mana. Infatti le iscrizioni
dell'epoca qui sono in latino, non in greco, perché fu fondata da
veterani romani,
E in Europa le prime persone che ascoltano la parola di Dio, il
Vangelo di Cristo, sono donne. In particolare il racconto dice: «C'era
ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante, credente
in Dio...» (vuol dire che conosceva un po' la Bibbia, era simpatizzante
per la religione, per il Dio degli Ebrei) «... e il Signore le aprì il cuore
per aderire alle parole di Paolo». E non soltanto ha aderito a quanto
Paolo e i suoi compagni annunciavano, ma ha voluto accoglierli nella
sua casa, dopo essere stata battezzata, costringendoli ad accettare,
come dice letteralmente il testo.
Tutto questo mi sembra bello e motivo di gioia, specie per le donne. Si
può fare, in un certo senso, un paragone pensando a Maria. Il primo
essere umano che ha accolto il Signore sulla terra è Maria, una donna
che è stata aper- taalla grazia di Dio, al suo messaggio, alla salvezza. E
qui di nuovo, in Europa, sono donne e specialmente Lidia, ad
accogliere il Vangelo, e a fare tutto quanto è possibile per favorirne la
diffusione. Del Vangelo sottolineo soltanto l'annuncio della venuta
dello Spirito Santo: un invito per noi a desiderarlo e a prepararci alla
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sua venuta. Senza di lui non possiamo dare testimonianza a Cristo,
perché senza di lui non possiamo accogliere la parola di Cristo, la sua
grazia. È lo Spirito di verità il primo a dare testimonianza e soltanto in
lui noi possiamo essere testimoni, se ascoltiamo il Signore, se abbiamo
in noi quella luce dello Spirito, quella forza dello Spirito di cui Paolo
era pieno in tutto il suo ministero.

Martedì della VI settimana


Atti 16, 22-34; Salmo 137; Giovanni 16, 5-11
Poiché questo Vangelo viene letto nella settimana pre-cedente
l'Ascensione, è facile capirlo in un senso piuttosto superficiale.
Pensiamo, naturalmente, che le parole del Signore: «Ora vado da colui
che mi ha mandato» sono state dette prima dell'ascensione e si
riferiscano proprio a questo fatto: dopo la separazione, dopo la morte e
la risurrezione, Gesù ritorna al Padre. Invece dobbiamo ricordarci che
Gesù le ha pronunciate, il Vangelo le riporta, prima della passione.
«Ora vado da colui che mi ha mandato»: Gesù pensa alla sua morte.
Andarsene è dare la propria vita in sacrificio, e questa era la
condizione per il dono dello Spirito Santo: «Se non me ne vado, non
verrà a voi il Consolatore». La condizione non era l'ascensione nel
senso stretto della parola, ma l'ascensione in senso largo, cioè Gesù
che per mezzo della sua passione, della sua risurrezione e della sua
ascensione trasforma in se stesso l'umanità, la glorifica della gloria
divina, la rende un'umanità «spirituale», capace cioè di trasmettere lo
Spirito Santo. L'ascensione in sé è un fatto piuttosto simbolico, per
dimostrare che ormai Gesù non vive più sulla terra; la trasformazione
dell'umanità è frutto non di questo solo fatto, ma del dono del Signore
che, nell'ubbidienza al Padre e nella carità verso di noi, ha dato la
propria vita, per trasformare la nostra nella sua nuova vita di Risorto.
«Vado da colui che mi ha mandato». Certamente questa annunciata
partenza era per gli Apostoli motivo di tristezza, e Gesù lo dice: «La
tristezza ha riempito il vostro cuore» e spiega che invece deve essere
motivo di gioia e di fiducia, perché si tratta di una separazione soltanto
apparente, per una unione più profonda, ima unione dei cuori, una
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unione nello Spirito Santo, che non era possibile prima della passione
di Gesù.
Così il Signore Gesù illumina e trasforma anche la nostra condizione
davanti alla morte dei nostri cari. Sappiamo che per la sua grazia non
siamo separati da loro, anche se non possiamo più godere della loro
presenza sensibile. Nel Signore noi abbiamo la speranza e la gioia di
essere intimamente e profondamente uniti a quelli che ci sono cari.
Chiediamo gli uni per gli altri la grazia della fede nella presenza
spirituale del Signore e anche nella presenza spirituale di tutti quelli
che abbiamo conosciuto e amato.

Mercoledì della VI settimana


Atti 17, 15-22-18, 1; Salmo 148; Giovanni 16, 12-15
Sappiamo che ci sono gradi diversi nella conoscenza della verità,
specialmente della verità che fa vivere, della verità che salva. Si può
sapere una cosa come una lezione di catechismo, imparata a memoria:
si sa che Gesù è morto per noi; è stato detto, lo si è ripetuto, lo si sa.
Ma si può sapere la stessa cosa in maniera viva, con consapevolezza
profonda di ciò che significa essere salvati dal Signore Gesù, di che
cosa significa per Gesù essere morto, aver offerto la sua vita per
amore.
E una grande grazia entrare così nelle profondità della verità, e questa
grazia ci viene data dallo Spirito di verità, come lo chiama Gesù, dallo
Spirito Santo. E un dono, quindi non possiamo darcelo da noi stessi,
dobbiamo riceverlo, dobbiamo chiederlo, chiedere di essere guidati
alla pienezza della verità che le cose che abbiamo imparato, ripetuto,
sentito tante volte diventino per noi una realtà viva, una realtà che fa
vivete, che crea in noi una vita nuova, feconda, forte, capace di
generosità. E una grande grazia.
Vediamo negli Atti degli Apostoli che gli abitanti di Atene erano,
secondo Paolo, molto religiosi, dunque sapevano molte cose della
religione, si erano preoccupati di onorare tutti gli dei e, tra i molti
errori, avevano avuto anche una buona ispirazione: avevano dedicato
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un altare «al Dio ignoto». Anche la consapevolezza della loro
ignoranza poteva essere una preparazione ad accogliere la rivelazione
del vero Dio, perché era già un grado di conoscenza religiosa. Ma
avevano bisogno dello Spirito di verità, che viene dato per mezzo di
Gesù Risorto, e molti di loro non erano preparati a riceverlo. «Quando
sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano» dice
il racconto di Luca. Ma alcuni turono toccati nel cuore ed aderirono a
Paolo e vennero alla fede. Hanno potuto entrare nella pienezza della
verità, per la grazia dello Spirito Santo e dire con Paolo: «Ciò che ora
vivo, lo vivo certamente nella carne, ma lo vivo nella fede del Figlio di
Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (cfr. Gal 2,20).
Quando lo potremo ripetere con gli stessi sentimenti di Paolo, saremo
veramente entrati nella pienezza della verità. Chiediamolo al Signore
Gesù gli uni per gli altri, chiediamogli di darci lo Spirito di verità che
rende la verità viva in noi.

14 Maggio San Mattia Apostolo


Atti 1, 15-17. 20-26; Salmo 112; Giovanni 15, 9-17
San Mattia è stato scelto per essere l'amico di Gesù, suo Apostolo, e
anche a lui egli dice, come agli altri Apostoli: «Sei mio amico se fai
quello che io ti comando». Nel Vangelo di oggi si rincorrono
continuamente due temi: il tema del comando e quello dell'amore.
«Rimanete nel mio amore - dice Gesù -. Se osserverete i miei
comandamenti, rimarrete nel mio amore». E poi: «Questo è il mio
comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato».
Può sembrare strano insistere sulla fedeltà al coman-damento a
proposito dell'amore. Ricordo la conversazione che ho avuto con una
coppia di sposi, che erano stupiti di questa insistenza sull'adesione al
comandamento per crescere nell'amore. Essi concepivano l'amore
come ima libera spontaneità, che si sviluppa per legge propria e che
quindi non ha bisogno di comandi, anzi è piuttosto frenata che non
aiutata dalla preoccupazione di osservare un comandamento.

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Gesù non è di questo parere. Egli sa che per essere autentico l'amore
deve compiere la volontà dell'altro: «Io ho osservato i comandamenti
del Padre mio e rimango nel suo amore». La dinamica dell'anima di
Gesù per amare il Padre è la costante adesione alla sua volontà. E,
d'altra parte, il Padre vuole e Gesù vuole che noi amiamo. E come un
circolo, che non è un circolo vizioso, ma il circolo del progresso
dell'amore: perché l'adesione alla volontà di Dio sia vera, profonda, è
necessario che sia un'adesione al suo amore; perché il nostro amore
possa realmente progredire, bisogna che esso sia un'adesione alla
volontà divina. E la legge fondamentale della vita spirituale: poiché
amiamo, cerchiamo la volontà di Gesù, la volontà del Padre; poiché
cerchiamo questa volontà progrediamo nell'amore, sapendo che essa ci
chiede di amare. Ci sono momenti in cui dobbiamo insistere di più
sull'adesione all'amore, altri in cui l'insistenza deve cadere
sull'adesione alla volontà di Dio per progredire nell'amore.
Gesù, dandoci il modello dell'amore: amare come lui ci ha amati,
precisa: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i
propri amici». L'adesione all'amore e alla volontà di Dio deve giungere
fino a questo punto, ed è bene saperlo per noi stessi e per aiutare gli
altri a vedere nel compimento della volontà di Dio la via per crescere
nell'amore, tanto maggiormente, quanto più questa volontà permette
prove dolorose.
Ringraziamo il Signore della luce che oggi ci dà ir chiediamogli di
essere sempre orientati al suo amore, nella riconoscenza quando la
nostra via è piana, nell'adesione fiduciosa alla sua volontà quando
diventa difficile e aspra. Allora saremo sempre in gioia, o almeno nella
profonda pace che è il segno del progresso nell'amore e porteremo
frutti duraturi.

Venerdì della VI settimana


Atti 18; 9-18; Salmo 46; Giovanni 16, 20-23
«Non aver paura - dice Gesù a Paolo - ma continua a parlare e non
tacere, perché io sono con te». Il mistero dell'ascensione che stiamo

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per celebrare non è (e l'ab-biamo già meditato) un mistero di
separazione, ma di presenza più profonda. Il Signore doveva essere
elevato al di sopra della terra per non essere più limitato dalle
condizioni terrestri. Nella sua vita terrena egli, come noi, se era in un
posto non era in un altro, se parlava con una persona, non parlava
contemporaneamente con un'altra... Dopo la sua glorificazione
partecipa dell'onnipotenza di Dio, della sua onnipresenza anche nella
sua natura umana e può avere un contatto personale, intimo, con
ciascuno di noi, essere con noi. tutti, personalmente, tutti i giorni. «Io
sono con te».
«Vi vedrò di nuovo - dice Gesù nel Vangelo - e il vostro cuore si
rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia». E la gioia
dell'intimità con il Signore, della vita con il Signore: amare con lui,
agire con lui, essere sempre con lui.
In un altro passo del Vangelo egli spiega come questo sia possibile.
Gli Apostoli gli chiedono: «Come potrà essere che noi ti vedremo e il
mondo non ti vedrà?» e Gesù risponde: «Perché io vivo e anche voi
vivrete». È il mistero della vita di Cristo alla quale partecipiamo.
Viviamo dunque nella gioia della libertà e nel ringra-ziamento, perché
siamo colmati della grazia del Signore, presente in mezzo a noi in tanti
modi: nella sua parola, nell'Eucaristia, nella comunità fraterna, nella
gerarchia della Chiesa, nel bisognoso, e anche nella sua presenza
cosmica, che adesso invade tutto l'universo.

Sabato della VI settimana


Atti 18', 23-28; Salmo 46; Giovanni 16, 23-28
Questo passo del Vangelo è una conferma dell'amore del Signore per
noi. «Chiedete e otterrete - è la sua esor-tazione - perché la vostra
gioia sia piena». Dunque egli non vuole che i nostri desideri siano
soffocati, ma che li presentiamo liberamente al Padre, nel suo nome,
vuole che il nostro cuore si dilati nella libertà dei figli di Dio, sicuri
dell'amore del Padre. «Il Padre stesso vi ama - 'ci assicura Gesù -
poiché voi mi avete amato. ...Sono uscito dal Padre e sono venuto nel

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mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre». Egli ritorna al
Padre, ma non da solo, ritorna con noi, ci porta con lui al Padre. Così
la nostra preghiera di domanda è un entrare nell'amore vicendevole del
Padre e del Figlio. Ciò che noi chiediamo, il Padre ce lo concede nel
nome del Figlio, e noi dobbiamo pregare nel nome di Gesù ma perché
possiamo pregare in suo nome bisogna che Gesù sia presso il Padre,
sempre vivo a intercedere per noi, come dice la lettera agli Ebrei. Il
Padre ci esaudisce, ma è anche Gesù che ci esaudisce, come ha
affermato lui stesso: «Quello che mi domanderete, io lo farò».
Il Padre lo fa, Gesù lo fa: noi siamo come avvolti dall'amore reciproco
del Padre e del Figlio, ed è questo il motivo della nostra gioia.
Possiamo vivere nella libertà sotto lo sguardo del nostro Creatore, che
ci dà la pienezza della vita; possiamo vivere uniti al nostro Salvatore,
che ci introduce nell'intimità del Padre.
Siamo pieni di privilegi e dobbiamo esserne consa-pevoli anche nelle
difficoltà: Gesù è Figlio di Dio e nostro fratello, e noi pure siamo figli
di un Padre buono che ci ama: «figli nel Figlio».
Prepariamoci dunque a festeggiare la festa dell'A-scensione con tanta
fiducia e rallegrandoci con Gesù, glorificato presso il Padre.

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SOLENNITÀ DELL'ASCENSIONE DEL SIGNORE
At 1,1-11; Ef 4,1-13; Me 16,15-20

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Poi mette i discepoli di fronte all'impegno che dovranno prendere con
la forza dello Spirito Santo, che egli comunicherà loro: «Avrete forza
dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a
Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi
confini della terra». L'Ascensione è un momento in cui, invece di
restare con gli sguardi fissi al cielo, dobbiamo pensare ai compiti che
il Signore risorto vuole affidarci.
Due uomini in bianche vesti - due angeli - vengono a dire ai discepoli
che stanno fissando il cielo mentre Gesù se ne va: «Uomini di Galilea,
perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi
assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete
visto andare in cielo». Dobbiamo preparare il ritorno del Signore. E
per prepararlo, dobbiamo accogliere la forza dello Spirito Santo, il
dinamismo interiore che lo Spirito Santo mette nei nostri cuori.
I discepoli tornano a Gerusalemme, per attendere per alcuni giorni, in
preghiera, la venuta dello Spirito Santo. Nel Vangelo di Marco
l'Ascensione viene subito dopo la missione che Gesù affida agli
Undici. Si tratta di una missione immensa, che supera le forze umane.
Gesù dice ai discepoli: «Andate in tutto il mondo e predicate il
Vangelo a ogni creatura».

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A un piccolo gruppo di uomini di Galilea, cioè di un piccolo popolo,
insignificante nel grande impero romano, a undici uomini modesti, che
non hanno nessuna particolare capacità, Gesù affida il compito di
andare in tutto il mondo e di predicare il Vangelo a ogni creatura.
Queste parole di Gesù indicano il progetto di Dio, che può essere
realizzato solo con la forza che Dio stesso concede. Questa si
manifesta con segni prodigiosi, secondo quanto dice Gesù: «Nel mio
nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in
mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno,
imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Questi sono i segni
della presenza di Cristo risorto, segni della potenza divina, che si
mette a disposizione degli apostoli per il compimento di questa
immensa missione.
In effetti, dopo la Pentecoste gli apostoli cominciano a realizzare
questa missione che, secondo le parole di Gesù, dev'essere rivolta
prima a Gerusalemme, poi alla Giudea, alla Samaria, fino agli estremi
confini della terra. Sembrava veramente audace pensare a un tale
progetto, eppure questa missione si è realizzata. Gli apostoli hanno
cominciato quest'opera, che poi è stata continuata dai loro successori,
e così la missione affidata da Gesù ai discepoli
è andata avanti attraverso i secoli. E oggi non è ancora finita. Questa
missione richiede la nostra collaborazione, ma anche le nostre
preghiere. Non dobbiamo pretendere di crederci noi i realizzatori di
questa missione che Gesù ha affidata agli apostoli, ma dobbiamo
sentirci soltanto umili strumenti di essa.
Questa missione produce frutti meravigliosi: tutte le persone diventano
un solo corpo, il corpo stesso di Cristo risorto, come dice Paolo nella
Lettera agli Efesini. In modo misterioso, noi diventiamo membra del
Cristo risorto. Viviamo con un solo spirito, lo Spirito Santo. Siamo a
servizio di un solo Dio, che è «Padre di tutti, è al di sopra di tutti,
agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti».
«A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di
Cristo». Ciascuno di noi ha un suo compito da svolgere. Ciascuno

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deve ascoltare e riflettere sulla parola di Gesù, per capire qual è il suo
compito. E ciascuno deve pregare, per ricevere lo Spirito Santo, così
da poter realizzare ciò che Gesù vuole o, meglio, così che Gesù stesso
possa realizzare tramite lui la sua opera di salvezza, che si estende sino
agli estremi confini della terra.
Paolo dice agli efesini che Gesù, dopo la sua Ascensione, ha
cominciato a distribuire doni. Cita un salmo che si riferisce a
un'ascensione seguita da una distribuzione di doni, più precisamente al
ritorno dell'arca dell'alleanza a Gerusalemme dopo una battaglia
vittoriosa; e dopo una battaglia vittoriosa si fa la distribuzione del
bottino: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito
doni agli uomini».
Questo salmo viene applicato a Cristo. La sua passione è stata una
battaglia vittoriosa, alla fine della quale egli è salito non al

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Lunedì della VII settimana
Atti 19, 1-8; Salmo 67; Giovanni 16, 29-33
Il Vangelo odierno ci fa capire quanto fosse grande il bisogno che gli
Apostoli avevano dello Spirito Santo. Essi non se ne rendevano conto
ed erano convinti di capire quello che Gesù diceva loro, quando invece
non avevano colto bene il suo messaggio e la loro fede non era ancora
salda.
Quando Gesù dice: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo;
ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre», credono di capire e lo
dicono: «Adesso parli chiaramente, e non fai uso di similitudini.
Adesso capiamo, e crediamo che sei venuto da Dio!». Ma la risposta
di Gesù rivela che si stanno illudendo: "Adesso credete? Verrà l'ora in
cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo».
La loro fede è fragile, tanto che fra poco abbando-neranno il loro
Maestro.
Le parole di Gesù hanno un significato molto più profondo di quello
che essi hanno colto. L'abbiamo già detto un'altra volta: Gesù va al
Padre mediante la passione, il «ritorno» di Gesù è un mistero profondo
die trasforma tutta la natura umana, proprio perché gli uomini abbiano
la possibilità di credere. Quando Gesù nella sofferenza e nella morte
avrà operato questa trasformazione, potrà mandare lo Spirito Santo che
farà degli Apostoli una nuova creazione; solo allora, dopo la vittoria di
Gesù sulla morte, essi potranno realmente credere fino in fondo,
entrare in tutta la verità.
Noi abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo, ma nelle nostra vita c'è
sempre un «di più» da realizzare, ed è un po' la stessa cosa che è
avvenuta per gli Apostoli. Non ci accorgiamo di molte cose che in noi
dovrebbero essere diverse, migliori, non ne vediamo la necessità, non
sappiamo fino a qual punto Dio vuole operare in noi. Bisogna che egli
ce lo riveli con grazie di ogni specie, con varie prove: allora riceviamo
di nuovo lo Spirito di Gesù e ci rendiamo conto di quanto fosse
superficiale la nostra adesione a Cristo e quasi ci stupiamo di come
abbiamo vissuto, accontentandoci di ben poco, scandalizzandoci di
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ogni difficoltà, invece di vedere in ogni difficoltà l'occasione che il
Signore ci dava di partecipare al suo mistero di morte e di risurrezione.
Domandiamo a Gesù che nella sua bontà ci prepari ad essere nuova
creazione nel suo Spirito, perché aderiamo a lui con profonda fede:
che ci doni di partecipare al suo mistero di sofferenza e di gioia, al suo
mistero di carità.

Martedì della VII settimana


Atti 20, 17-27; Salmo 67; Giovanni 17, 1-11
La liturgia oggi ci propone l'inizio della magnifica preghiera di Gesù
prima della sua passione, ima preghiera in cui ci è possibile
intravedere qualcosa dell'unità esistente fra lui e il Padre.
«Padre, glorifica il Figlio tuo...» e poi ancora: «Padre, glorificami
davanti a te...». Che cosa vuol dire? Non è orgoglio chiedere di essere
glorificato? Potrebbe sembrare così, ma non lo è per parecchi motivi.
Intanto perché questa glorificazione si attua mediante la passione, e
noi lo sappiamo dal Vangelo e dal contesto nel quale Gesù dice queste
parole. «Padre, è giunta l'ora...»: è giunta l'ora della passione, che è
anche quella della glorificazione.
In un altro capitolo del Vangelo di Giovanni Gesù è turbato,
angosciato e prega: «Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre,
salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre,
glorifica il tuo nome!» (Gv 12,27-28). «Glorifica il tuo nome» vuol
dire quello che leggiamo qui: «Glorifica il Figlio tuo perché il Figlio
glorifichi te».
Il suo scopo è la gloria del Padre, che non può essere separata dalla
sua, perché il Padre non può essere glorificato se il Figlio stesso non è
glorificato. Ma la glorificazione del Figlio si attua nella passione, nella
quale il Padre agisce dando al Figlio la vittoria, non una vittoria
umana, ma divina, ottenuta attraverso le sofferenze e la morte: allora
Gesù riceve il potere su ogni essere umano e comunica la vita eterna.

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In particolare la glorificazione si attua nel mistero della Pentecoste,
quando lo Spirito vivificante rinnova gli Apostoli e la Chiesa tutta.
Questa è la gloria di Gesù. Non è una relazione che rimane chiusa tra
il Padre e il Figlio, ma ima relazione aperta, feconda, tendente a
trasformare ogni creatura.
«Tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita
eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che
conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo»:
una vita di unione con Dio, Padre, Figlio, nello Spirito. Questa è la
gloria che il Padre comunica al Figlio e che si diffonde su tutta la terra,
poiché tutta la terra deve essere riempita dalla gloria di Dio.
Chiediamo al Signore di aprire il nostro cuore a questa bellissima
preghiera, in modo che anche noi sappiamo dire in ogni avvenimento:
«Padre, glorifica il tuo figlio, la tua figlia!», cioè: «Attua il tuo
progetto di amore attraverso tutte le difficoltà, ottienimi la vittoria e
così io sarò glorificato e ti glorificherò». E una reazione molto bella,
perché c una reazione di amore e di fiducia. Gesù ha guardato così alla
sua passione; domandiamogli il dono del suo Spirito, che ci renda
capaci di aprirci così al suo amore. ?

Mercoledì della VII settimana


Atti 20, 28-38; Salmo 67; Giovanni 17, 11-19
I due testi di oggi sono molto belli e molto difficili, pieni di pensieri
profondi e di espressioni che non sono : quelle che noi usiamo
abitualmente. Si tratta di due «discorsi d'addio», due testamenti: di
Paolo e di Gesù. Paolo ha un tono molto più drammatico, mentre il
discorso di Gesù è colmo di pace e di serenità. Le circostanze sono
analoghe: Gesù lascia il mondo, Paolo sa di avviarsi al martirio; Gesù
si preoccupa dei suoi discepoli, Paolo si preoccupa di coloro ai quali
egli affida, come a pastori, il gregge di Dio. Sia Gesù che Paolo
vogliono preservarli dai pericoli e nello stesso | tempo lanciarli verso
la loro missione, la diffusione della Chiesa.

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San Paolo ricorda agli anziani della chiesa di Efeso j la loro
responsabilità, parlando dei pericoli che dovranno affrontare (i lupi
rapaci che non risparmieranno il gregge); Gesù manda i suoi discepoli
nel mondo, pur sapendo che il mondo è posto nel maligno e li odia
perché essi credono in lui: «Come tu mi hai mandi. nel mondo, anch'io
li ho mandati nel mondo». E perche, nella loro missione, essi
rimangano fedeli a Dio.
Paolo dice: «Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia
che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i
santificati», imitando Gesù che affida i suoi discepoli al Padre: «Padre
santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato perché siano ima
cosa sola, come noi. Quando ero con loro
10 conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato. Ma ora io vengo a
te... Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal
maligno». Non solo, ma: «Consacrali nella verità. La tua parola è
verità... Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi
consacrati nella verità».
La preghiera di Cristo per i suoi discepoli e anche quella di Paolo per
coloro ai quali ha annunciato la parola di Cristo ci danno certezza,
ferma fiducia e dobbiamo pensarci frequentemente in questo tempo
che segue l'Ascensione e precede la Pentecoste: Cristo è asceso al
cielo, dove intercede per noi, continuando presso
11 Padre la preghiera che ha incominciato prima della sua passione,
chiedendo di custodirci e di consacrarci. E i santi si uniscono alla
preghiera di Gesù per ottenerci dal Padre fedeltà e slancio nella
missione.
Non è facile capire nel loro senso esatto le parole di Gesù: «Quando io
ero con loro, li conservavo nel tuo nome», bisogna approfondirle per
capirne la bellezza. Il significato è: «Tu, Padre, mi hai dato il mezzo di
far conoscere te e io li ho conservati in questa conoscenza». Il pensiero
è simile a quello espresso in Mt 11, quando Gesù ringrazia il Padre di
aver rivelato ai piccoli quello che ha nascosto ai sapienti e agli

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intelligenti e poi aggiunge: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre
e nessuno conosce il Padre se non il Figlio».
Solo il Figlio ha ricevuto «il nome del Padre», cioè ha ricevuto la
conoscenza profonda, intima di Dio e nello stesso tempo il mezzo di
trasmetterla, di far conoscere Dio. Dicendo «nome» non si dice
soltanto un vocabolo ma tutto un messaggio, tutta una rivelazione:
Gesù ha ricevuto la rivelazione del Padre e la capacità di trasmettere
questa rivelazione.
Per questo egli può dire: «Io sono la verità», cioè: «Io sono la
rivelazione di Dio». Gesù ha conservato i suoi discepoli rivelando
continuamente a loro il Padre.
È nel Padre che ha parlato, è nel Padre che li ha amati, è nel Padre che
li ha mandati.
E aggiunge: «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi
consacrati nella verità», vale a dire in questa conoscenza del Padre, in
questo rapporto con il Padre.
E sappiamo che la «consacrazione» di Gesù è la sua stessa passione.
Gesù nella passione apre tutto il suo essere umano alla santità del
Padre, si santifica, si consacra in questa apertura alla santità di Dio,
chiamando la santità di Dio a trasformare tutte le prove della sua
passione.
Un'altra espressione di questa consacrazione è la trasformazione nello
Spirito Santo, perché ricevere la santità di Dio, aprirsi alla santità di
Dio è aprirsi all'azione dello Spirito. Gesù, nella pressante preghiera
della sua agonia, si è aperto allo Spirito Santo e ha potuto, nello
Spirito, offrirsi a Dio come vittima senza macchia.
«Per loro consacro me stesso». Egli si consacra in questa preghiera
pressante che apre il suo essere umano all'azione dello Spirito Santo,
perché anche noi siamo consacrati allo stesso modo, perché impariamo
ac aprire tutta la nostra vita all'azione dello Spirito Santo, nella
preghiera, così siamo «consacrati nella verità», cioè consacrati nella

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relazione con Dio. Così un cristiano può mantenersi fedele alla sua
vocazione e alla sua missione.
Gesù conserva i suoi discepoli nella fedeltà, li «consacra» per poterli
mandare nel mondo e trasformare il mondo grazie allo Spirito Santo.

Giovedì della VII settimana


Atti 22, 30; 23, 6-11; Salmo 15; Giovanni 17, 20-26
In questo Vangelo, che ci apre delle profondità straor-dinarie, vorrei
sottolineare queste parole: «E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho
data a loro, perché siano come noi una cosa sola».
Il Signore Gesù dice che ci ha dato la sua gloria; dobbiamo dunque
aprirci ad essa, accoglierla. E per accoglierla bene è necessario che
sappiamo di quale gloria si tratta. In questa stessa preghiera Gesù
afferma che è una gloria proveniente dall'amore del Padre: «... la
gloria che mi hai dato perché mi hai amato prima della creazione del
mondo». E se il motivo di questo dono è «perché siano uno», è proprio
perché è una gloria data per amore.
E chiaro che è una gloria ben diversa da quella perseguita
dall'orgoglio. La gloria che l'orgoglio ricer-ca crea divisione: si vuol
essere superiori agli altri, di-stinguersi da loro, separarsi da loro,
specialmente dai più umili, dai più poveri. Questa è la gloria umana.
La gloria di Gesù, lo sappiamo, è la gloria di colui che è venuto per
servire, che si è abbassato al nostro livello, che si è identificato con
noi, che ci ha lavato i piedi.
É la purissima gloria di colui che non ha mai ricer-cato la propria
gloria, e che proprio per questo è glorificato dal Padre.
San Paolo, nel bellissimo inno della lettera ai Filippesi, dice la stessa
cosa. Cristo, che avrebbe potuto rivendicare, già durante la sua vita
terrena, la gloria di Figlio di Dio, «spogliò se stesso... facendosi
obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha
esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome...»:
gli ha dato la gloria che è sopra ogni gloria, la gloria di «Signore».

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Gesù non se ne è appropriato, l'ha ricevuta dal Padre proprio perché vi
aveva rinunciato.
Ecco come possiamo essere una cosa sola: ricevendo la gloria che il
Signore ci dà, una gloria che ci mette a servizio degli altri, che ci apre
a tutti, che ci fa sentire allo stesso livello dei poveri e degli umili.
«La gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano ima
cosa sola... Io in loro e tu in me...». E la gloria dell'amore generoso:
«L'amore con il quale mi hai amato sia in essi, e io in loro».
Se vogliamo prepararci alla venuta dello Spirito Santo, seguiamo
l'invito di san Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in
Cristo Gesù», cerchiamo la vera gloria nel dono totale di noi stessi, in
fedeltà al movimento che proviene dal Padre nello Spirito.

Venerdì della VII settimana


Atti 25, 13-21; Salmo 102; Giovanni 21, 15-19
Negli Atti troviamo, espressa da un procuratore romano, la sintesi
della predicazione di Paolo: gli accusatori «avevano con lui alcune
questioni riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere
ancora in vita». E nel Vangelo vediamo questo Gesù, che era morto e
che ora è vivo, manifestarsi ai suoi discepoli con un vero corpo
umano, con un cuore umano che desidera essere amato. «Simone di
Giovanni, mi ami?». Gesù fa anche a noi questa domanda, perché
desidera il nostro amore. «Simone di Giovanni, mi ami tu più di
costoro?». Conosciamo la risposta di Pietro, una risposta modesta.
Egli non può negare l'amore che gli riempie il cuore, ma ora non si
appoggia più su se stesso. La triste esperienza del rinnegamento gli ha
fatto capire che non ha solidità in sé ed egli si appoggia ormai solo su
Gesù: «Tu sai che io ti amo». Per tre volte si fa forte della certezza che
il Signore sa, della conoscenza che il Signore ha del cuore di Pietro. E
Gesù mette all'Apostolo, per affidargli la sua Chiesa, questa unica
condizione: l'amore per lui. Non chiede a Pietro se ha capacità di
amministratore, per amministrare la sua Chiesa, se è un buon
organizzatore, se è abbastanza intelligente per resistere agli avversari...
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Soltanto: «Mi ami tu più di costoro?». L'apostolato è fondato su questo
legame intimo con Gesù, e non ha altro fondamento perché deve
essere una diffusione dell'amore del Signore: viene dall'amore del
Signore e porta al suo amore.
Pietro sa che la sorgente dell'amore non è dentro di lui, sa che quando
Gesù gli chiede: «Mi ami?», egli, che è la sorgente della carità, vuol
donargli questo amore.
Gesù pone questa domanda perché vuole che noi gli chiediamo questo
dono meraviglioso. Noi abbiamo un grande desiderio di amare il
Signore, ma questo desiderio ci scoraggia perché siamo deboli, fragili,
incapaci di vera fedeltà e la nostra risposta sarebbe sempre piena di
esitazione e di dubbi. Ma è Gesù stesso che ci fa il dono di potergli
rispondere: «Tu sai che ti amo. Ti amo non perché sono perfetto,
perché mi sento forte, generoso, ma perché tu, o Signore, sei generoso
con me e mi rendi capace di amarti un po' e ogni giorno di più».
Il Vangelo ci dice dove giunge l'amore generoso del Signore; la sua
ultima parola è: «Seguimi», e annuncia il martirio di Pietro. Questo
«seguimi» corrisponde ad un episodio avvenuto prima della passione,
quando Gesù a Pietro che gli aveva chiesto: «Signore, dove vai?»,
aveva risposto: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi
seguirai più tardi». E Pietro si era ribellato: «Perché non posso seguirti
ora? Darò la mia vita per te!». H Signore è il primo nell'amore: egli
doveva amarci sino alla fine, dare la sua vita, prima che i suoi
discepoli potessero seguirlo con un amore venuto dal suo cuore divino.
Dopo la passione e la risurrezione Gesù fa al suo Apostolo il grande
dono di dirgli: «Seguimi», anche fino alla morte. Dice infatti il
Vangelo: «Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe
glorificato Dio». Gli dona la perfezione dell'amore: dare la vita per il
suo Signore.
Apriamoci a questo amore del Signore con grande fiducia, fondamento
di ogni generosità.

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Sabato della VII settimana
Atti 28, 16-20. 30-31; Salmo 10; Giovanni 21, 20-25
I testi della Messa di oggi, vigilia di Pentecoste, non parlano
direttamente dello Spirito Santo, ma di testi-monianza. Dice il
Vangelo: «Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti
e li ha scritti: e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera», eJ è la
conclusione dell'ultimo capitolo di Giovanni. E le ultime righe degli
Atti degli Apostoli ci mostrano Paolo che, prigioniero a Roma,
«accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di
Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta
franchezza e senza impedimento».
Vediamo qui chiaramente il frutto dello Spirito, che dà a Paolo il
desiderio ardente di parlare del regno di Dio e del Signore Gesù.
Domani nella lettura degli Atti degli Apostoli vedremo che questo è il
risultato della venuta dello Spirito Santo: tutti parlano e annunciano le
meraviglie del regno di Dio, sono accesi da un fuoco interiore che li fa
parlare.
E Paolo non poteva trattenere in sé questo fuoco: doveva annunciare il
regno di Dio e le cose riguardanti il Signore Gesù.
Domandiamo oggi che lo Spirito dia anche a noi il desiderio vivo di
parlare delle cose di Dio, la volontà di annunciare a tutti la verità di
Dio, il rapporto vitale che lo Spirito ci dona con il Padre celeste e con
il Signore Gesù. E questo il frutto desiderato dallo Spirito: voler
parlare di Dio.
Qualche volta noi siamo muti; parliamo di tante cose e in noi c'è come
un freno che ci impedisce di parlare di colui che dobbiamo amare con
tutto il cuore. Eppure quando si ama con tutto il cuore si vorrebbe
sempre parlare della persona amata.
Chiediamo questa volontà e la capacità di parlare con amore e con
convinzione, per comunicare l'amore di Dio: è una grazia grande.
Oggi, sabato, domandiamola per intercessione della Madonna, piena di
grazia, che nel Magnificat ha effuso la pienezza del suo cuore

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cantando le grandi opere di Dio e la sua riconoscenza a lui che si era
chinato su di lei per farne la madre del suo Figlio.

Vigilia di Pentecoste
Genesi 11, 1-9; Salmo 32 (oppure Esodo 19, 3-8. 16-20); Salmo 102
(oppure Ezechiele 37, 1-14); Salmo 50 (oppure Gioele 3, 1-5); Salmo
103; Romani 8, 22-27; Giovanni 7, 37-39
Gesù ci chiama ad andare a lui per ricevere lo Spirito: «Chi ha sete
venga a me e beva, chi crede in me». Ciò che bisogna bere è lo Spirito,
l'Acqua viva che sgorga dal cuore di Cristo. Ed è Gesù glorificato a
comunicare lo Spirito Santo: «Non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù
non era ancora stato glorificato». Non c'è che un mezzo per ricevere lo
Spirito: andare a Gesù glorificato attraverso la sua passione. Lo Spirito
Santo è diventato lo Spirito di Gesù: viene dal cuore di Gesù
attraverso le parole di Gesù glorificato, attraverso i sacramenti di Gesù
glorificato. Se vogliamo ricevere lo Spirito, dobbiamo ascoltare la
voce di Gesù che ora ci parla dal cielo, e queste parole sono Spirito e
vita. Prima della passione di Cristo non erano ancora state decifrate,
non erano ancora capaci di penetrare nei cuori per diventare Spirito e
vita: solo attraverso la passione e la glorificazione di Gesù le sue
parole sono diventate parole pronunciate nell'intimo. Nella Chiesa noi
ascoltiamo le parole di Gesù glorificato ed è così che riceviamo lo
Spirito di Gesù, che è lo Spirito del Padre. Nei sacramenti riceviamo
Gesù e il suo Spirito.
«Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me». Questo «bere» si
realizza prima di tutto nel Battesimo, che ci associa alla passione e alla
gloria di Gesù e ci fa partecipi del suo Spirito, ci apre le porte dello
Spirito. E dopo il Battesimo è nell'Eucaristia che riceviamo lo Spirito
di Gesù. Gesù viene in noi, ci dà il suo corpo e il suo sangue
sacrificato e glorioso, per comunicarci il suo Spirito. Lo scopo della
comunione è proprio questo: ricevere lo Spirito di Gesù, essere
trasformati interiormente dallo Spirito di Gesù, grazie al contatto con
il suo corpo e il suo sangue.

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Lo Spirito di Gesù, ricevuto attraverso la parola e i sacramenti di Gesù
glorioso, ci rende simili a lui, ci fa fratelli del Primogenito, ci fa figli
del Padre, come Gesù. Lo Spirito prega in noi gridando verso il Padre:
«Abba!», come lo chiamava Gesù, con lo stesso abbandono filiale, la
stessa illimitata fiducia, la stessa docilità. Ed è sempre lo Spirito che
trasforma la nostra preghiera in preghiera di adesione al mistero di
Cristo. Lo Spirito penetra le nostre sofferenze perché diventino le
sofferenze di Cristo in noi. San Paolo ci dico che è necessario
partecipare alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria;
ora, questo è possibile soltanto per grazia dello Spirito Santo, perché
non basta soffrire per essere con Gesù nella sofferenza; si è con Gesù
se si soffre nel suo stesso Spirito, come lui, cioè se la nostra
sofferenza, grazie allo Spirito, è accettata con obbedienza filiale a Dio
e nella solidarietà fraterna con gli uomini.
Lo Spirito ci fa anche morire con Gesù. «Se, con l'aiuto dello Spirito,
voi fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8,13): lo Spirito di
Gesù ci fa vivere facendoci mo-rire, ci fa attraversare la morte per
farci giungere alla vera vita. Soltanto lo Spirito di Gesù è capace di far
morire in noi tutto ciò che è egoismo, inclinazioni cattive, orgoglio. E,
facendoci così morire, ci conduce all'unione piena con Gesù: «Tutti
quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio»;
poiché sono guidati dallo Spi-rito del Figlio, vivono la vita stessa di
Gesù.
E lo Spirito ci guida già ora alla gloria. Chi riceve lo Spirito di Cristo è
già glorificato con lui, perché la sua vita assume dimensioni che
sorpassano infinitamente i limiti della povera vita umana. Lo Spirito ci
glorifica dilatando il nostro cuore, unendoci a tutti i credenti,
lanciandoci nell'apostolato con la preghiera, con l'azione, per riempire
tutta la terra della gloria di Dio. Lo Spirito ci glorifica già ora dandoci
la pace, la gioia, l'amore. E la nostra gloria apparirà nell'unione
completa con Cristo quando saremo passati come lui attraverso la
morte per vivere eternamente con lui.
Siamo dunque colmi di gioia e di riconoscenza verso Gesù, che è
morto per noi e che è stato glorificato per donarci il suo Spirito, che è
70
lo Spirito di Dio, capace di trasformare tutta la terra, lo Spirito che ci
unisce a lui per darci la pienezza della sua vita.

Domenica di Pentecoste
Celebriamo nella gioia la venuta dello Spirito Santo e la meravigliosa
trasformazione operata da lui nel mondo. Sappiamo bene che questo
evento degli inizi della Chiesa ci tocca da vicino, perché ognuno di noi
ha ricevuto lo Spirito di Dio che gli dà una vita nuova, più profonda,
più feconda, più bella, la vita dei figli di Dio. E ognuno di noi deve
vivere in una docilità più grande, più gioiosa all'azione dello Spirito,
perché questa vita nuova possa avere il suo pieno sviluppo.
Lo Spirito divino è una realtà misteriosa, inafferrabile. Gesù nella sua
vita terrena poteva essere visto, sentito, toccato; lo Spirito non si può
toccare con le mani, vedere con gli occhi, sentire con le orecchie. Nel
giorno di Pentecoste la sua presenza si manifesta per mezzo di
simboli: il vento, il fuoco, le lingue, che sono molto utili per darci
qualche idea del mistero di Dio-Spirito e per aiutarci a disporre noi
stessi alla sua azione.
Vorrei fermarmi su uno solo di questi simboli: il vento. Perché
paragonare lo Spirito di Dio al vento ? Perché il vento è un respiro
immenso e lo spirito dell'uomo si manifesta per mezzo del respiro.
Spirito infatti vuol dire soffio, respiro; ciò che ha dato agli uomini
l'idea che le realtà spirituali sono invisibili ma sono più importanti
delle altre è proprio il soffio della respirazione. Che cosa sembra più
debole, più inconsistente del respiro? Eppure è più importante di tutto,
senza respiro non c'è vita. Si può vivere per molte ore, per dei giorni
interi senza mangiare, ma senza respirare non si può vivere nemmeno
un quarto d'ora.
La stessa cosa è vera per la vita di figli di Dio. Senza lo Spirito Santo
questa vita non può esistere neppure un momento: siamo sempre
vivificati dallo Spirito di Dio. Se ci separiamo da lui, se ci ribelliamo
contro di lui, soffochiamo e moriamo. Come l'aria è necessaria al
fuoco, così lo Spirito Santo alimenta in noi il fuoco della vita; senza di

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lui siamo subito assiderati, il freddo della morte spirituale si
impossessa di noi.
C'è ima seconda riflessione ed è che il respiro ci mette
necessariamente in comunicazione con tutti gli esseri. Se vogliamo
respirare, dobbiamo aprire i polmoni all'aria, a questa realtà esterna
che entra in noi.
E non possiamo separare la «nostra aria» da quella che respirano gli
altri: tutti respiriamo la stessa aria. Se volessi separare l'aria che
respiro io da quella che respirano gli altri, chiudendomi ermeticamente
in una stanza, presto l'aria sarebbe irrespirabile. Allo stesso modo lo
Spirito di Dio non ammette separazioni: chi vuol ricevere in sé lo
Spirito Santo deve essere in comunione con tutti. Lo Spirito Santo non
è aria limitata, racchiusa: è un vento impetuoso che fa respirare
largamente, che rovescia le barriere, che non sopporta le
discriminazioni.

Lunedì della VIII settimana del Tempo Ordinario


Siracide 17, 24-29; Salmo 31; Marco 10, 17-27
Quest'uomo ricco che accorre a Gesù desidera entrare nel regno dei
cieli e viene a lui perché gli insegni la via: è il modo giusto di
incominciare. Gesù gli risponde ricor-dandogli i comandamenti di Dio
e allora ci rendiamo cc »rito che costui non solo ha ascoltato Dio, ma
ha messo in pratica le sue leggi ed è quindi già sulla strada del regno.
E per questo che Gesù gli propone ima tappa ulteriore: «Allora Gesù,
fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: va', vendi quello
che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e
seguimi"». E qui il cammino si arresta: «Egli, rattristatosi per quelle
parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni». Gli sembra
impossibile lasciare quello che ha per prendere ciò che il Signore gli
offre; manca di fede e non sa più ascoltare la parola del Signore, non
sa più vedere che essa è una parola di amore. «Gesù, fissatolo, lo amò
- dice Marco - e gli disse: Una sola cosa ti manca...». Non è per
impoverirlo che Gesù gli parla, non è per severità, ma per affetto, per

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amore e per renderlo veramente ricco. Gesù vuol aprirgli gli occhi e
fargli vedere che la sua ricchezza è in verità una mancanza: «Una cosa
sola ti manca: va', vendi quello che hai... - libera te stesso - dallo ai
poveri...». Allora sarai ricco, perché quando avrai dato tutto avrai un
tesoro in cielo. «Poi vieni e seguimi». La proposta di Gesù è quella di
entrare già ora nel regno, di avere già ora un tesoro nel cielo e, più
ancora, di entrare nella sua intimità: «Vieni e seguimi». La ricchezza
gli impedisce di seguire Gesù, è un peso che rallenta il suo passo, che
lo ostacola.
E una lezione che dobbiamo sempre accogliere, perché molto sovente
è la nostra «ricchezza» che ci impedisce di camminare, di avere in
Gesù una fede totale, di capire che la sua è sempre una proposta
d'amore; la nostra ricchezza che non è necessariamente fatta di beni
materiali, ma di tante cose di ogni genere. Si può essere attaccati a
letture, a spettacoli, a passatempi... che impediscono di essere
disponibili ad ascoltare la parola di Dio e a seguirla. Siamo sempre
chiamati a semplificare la nostra vita e a renderci conto che la no-stra
vera ricchezza è solo nel seguire Gesù.
Gesù riconosce che questo distacco è difficile: «Quanto difficilmente
coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». Ma
vedendo l'inquietudine e l'angoscia dei discepoli egli stesso offre il
mezzo,
richiamandoli di nuovo alla fede. Il rimedio non è nella nostra forza,
nei nostri tentativi umani, ma nell'aprirsi all'azione di Dio:
«Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è
possibile presso Dio».
E rieccoci al punto di partenza. È sempre qui che bisogna tornare in
ogni difficoltà, si tratti di un ostacolo da superare, di un peso da
sopportare o di un peso di cui dobbiamo liberarci: l'uomo non può
riuscirci, ma ci riesce Dio in lui, se egli ha fede. L'ultima parola del
Vangelo odierno è anche l'ultima parola dell'Angelo a Maria: «Niente
è impossibile a Dio». Siamo così davanti all'esempio di Maria, che
ascolta la parola , che viene da Dio, l'ascolta nella sua povertà, nella

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sua umiltà e aderisce a questa affermazione fondamentale: «Tutto è
possibile a Dio».
L'essenziale è dunque ascoltare Dio, essere docile a Dio nella fede e
camminare con fiducia sulla strada in cui Dio ci ha posto.

Martedì della VIII settimana


Siracide 35, 1-15; Salmo 49; Marco 10, 28-31
Nella prima lettura troviamo una catechesi completa sui sacrifìci.
Naturalmente nell'Antico Testamento quando si parla di sacrifìci si
pensa subito alla immolazione di animali e il Siracide ricorda al pio
israelita di non trascurare le oblazioni prescritte dalla legge e di fare le
proprie offerte con animo generoso e lieto: «Non essere avaro nelle
primizie che offri. In ogni offerta mostra lieto il tuo volto, consacra
con gioia la decima». Però si dilunga a spiegare che la vita è più
importante dell'immolazione di vittime e così prepara già il Nuovo
Testamento. «Chi osserva la legge moltiplica le offerte», cioè
l'osservanza della legge è equivalente a molte offerte: «Chi adempie i
comandamenti offre un sacrificio di comunione; chi pratica
l'elemosina fa sacrifici di lode...». Non soltanto ciò che si fa per Dio
costituisce un sacrificio, ma anche il bene che viene fatto al prossimo:
praticare l'elemosina equivale ad offrire a Dio un sacrifìcio di lode.
Nella lettera agli Ebrei l'autore dice: «Non dimenticatevi della
beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali
sacrifici il Signore si compiace».
Ed infine il Siracide non esita ad insistere sulla gene-rosità di Dio:
«Da' di buon animo secondo la tua possibilità, perché il Signore è uno
che ripaga, e sette volte ti restituirà». È chiaro che non si tratta di
offrire sacrifìci con animo interessato, compiendo così un atto di
egoismo e non di omaggio a Dio, però possiamo essere sicuri che il
Signore è più generoso di noi e questa persuasione ci è di aiuto ad
essere anche noi veramente generosi.
Nel Vangelo odierno Gesù conferma questa concezione, anzi non parla
di sette volte, ma di cento volte tanto: «In verità vi dico: non c'è
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nessuno che abbia la- sdato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o
figli o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva già al
presente cento volte tanto...». E questo ci mette al nostro posto. È falsa
la pretesa di dare a Dio senza voler ricevere niente, perché è Dio che
dona per primo, ed è ancora lui che alla fine darà in sovrabbondanza.
Noi siamo soltanto un po' come specchi della generosità divina: ciò
che abbiamo ricevuto lo possiamo dare in parte, per ricevere ancora di
più.
Anche nella Messa viviamo questo atteggiamento. Nell'Offertorio
diciamo a Dio: «Ti presentiamo questi doni che abbiamo ricevuto
dalle tue mani. Tu ci hai dato questo pane e questo vino e noi te li
riportiamo con umile generosità, perché tu ci dia ancora di più, cioè
non soltanto un pane materiale, ma un Pane di vita, non soltanto il
vino frutto della vite, ma il Vino del regno eterno». E questa la
dinamica della nostra vita, che ci deve dare gioia sempre, perché
siamo veramente coinvolti dalla generosità divina, che ci da affinché
possiamo dare e ricevere ancora di più.

Mercoledì della VIII settimana


Siracide 36, 1-2. 5-6. 13-19; Salmo 78; Marco 10, 32-45
Questo Vangelo ci aiuta a riflettere al mistero dell'Eucaristia, in cui
avviene la trasformazione straordinaria (la «transustanziazione», in
termini teologici) del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo.
Ora, questa trasformazione ha avuto come condizione un'altra tra-
sformazione, che è appunto espressa nel brano evangelico odierno.
All'inizio troviamo un verbo passivo: «H Figlio dell'uomo sarà
consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi». E i verbi successivi
esprimono il significato di questo «essere consegnato»: sarà
condannato, schernito, flagellato, ucciso. Alla fine invece c'è un verbo
attivo: «Il Figlio dell'uomo è venuto per servire e dare la propria vita
in riscatto per molti». Abbiamo qui una trasformazione: il Figlio
dell'uomo sarà consegnato - passivo -; il Figlio dell'uomo è venuto per
dare la propria vita: è molto diverso.

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Quando ci capitano cose penose, noi spontaneamente rimaniamo allo
stato passivo, cioè subiamo queste cose e sovente con la convinzione
che non sia giusto. Quindi non soltanto siamo passivi, ma non siamo
neppure veramente ricettivi di fronte all'evento che ci causa pena. Ora,
«il Figlio dell'uomo sarà consegnato» Gesù si trovava in una
situazione di sofferenza subita davvero ingiustamente, di fronte alla
quale la ribellione poteva essere pienamente giustificata. Ma egli ha
operato una trasformazione: di questa pena subita ha fatto un sacrificio
positivo, ne ha approfittato per dare la propria vita. Ha cambiato il
passivo in attivo. E una trasformazione veramente straordinaria,
prendere un evento così negativo, come la croce, e farlo diventare
l'evento più positivo della storia del mondo, il dono inaudito
dell'amore: dare la propria vita in riscatto per molti.
Soltanto il cuore di Gesù poteva operare questa tra-sformazione, che è
proprio la condizione per l'Eucaristia: se Gesù non avesse trasformato
questa pena subita in dono generoso, non avrebbe potuto darci il suo
corpo, darci il suo sangue. Doveva trasformare l'evento in dono, per
poter poi trasmetterci questo dono nel sacramento. E il sacramento ha
lo scopo di dare anche a noi la forza di trasformare nello stesso modo
gli eventi, cioè di accogliere tutti gli avvenimenti della nostra vita,
anche quando sono penosi e trasformarli in sacrificio generoso in
unione con Cristo, crocifìsso e risorto. Grazie all'Eucaristia questa
forza è in noi e lo Spirito di Cristo ci muove continuamente ad usarla
nella generosità e nella fedeltà.

Giovedì della VIII settimana


Siracide 42, 15-26; Salmo 32; Marco 10, 46-52
Nel Vangelo di oggi vediamo quanto fosse grande il desiderio del
cieco di riavere la vista, con quale forza, nonostante le
raccomandazioni di chi gli consigliava un po' di discrezione, egli abbia
supplicato Gesù quando era ancora lontano: «Figlio di Davide, Gesù,
abbi pietà di me!», con quale spontaneità abbia risposto alla domanda
di Gesù: «Che vuoi che io ti faccia?». «Rabbuni, che io riabbia la
vista!».
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Vedere, vedere la luce è un incommensurabile dono di Dio, che gli
uomini hanno sempre apprezzato profondamente. Sappiamo che nella
letteratura antica vedere la luce era quasi sinonimo di vita, tanto che
ciò che faceva più paura al pensiero della morte era di non veder più la
luce, di essere in una regione di tenebre.
Domandiamo davvero al Signore la riconoscenza per il grande dono
della luce, già della luce naturale, che ci permette di contemplare tutte
le sue opere, come scrive il Siracide: «Il sole con il suo splendore
illumina tutto, della gloria del Signore è piena la sua opera». Se in noi
non nasce il desiderio di lodare il Signore è perché i nostri occhi sono
offuscati e non vediamo le cose in modo giusto. Ma se siamo aperti
alla luce del Signore - già alla luce naturale - spontaneamente il nostro
cuore esulterà e troverà le parole per lodare Dio, per dire
l'ammirazione per l'armonia che egli ha posto nella creazione, come
scrive ancora il Siracide: «Una cosa conferma i pregi dell'altra».
E uno sguardo pieno di ottimismo, che invece di vedere dovunque
tensioni, disaccordo, sopraffazione, vede che ogni essere è fatto per
mettere in valore la bontà dell'altro, e che tutti insieme sono fatti per
cantare la gloria di Dio, per aiutarsi insieme a contemplare la gloria di
Dio, che è la gioia più profonda: «Chi si sazierà nel contemplare la sua
gloria?».
Nel Vangelo vediamo che Gesù dà due volte la vista a questo cieco:
gli guarisce gli occhi, certamente, ma nello stesso tempo gli dà una
rivelazione, lo rende cosciente che è la fede ad averlo salvato: «Va', la
tua fede ti ha salvato». Questa parola di Gesù è ancora più importante
della guarigione fisica. Il cieco riceve, con la luce degli occhi, questa
luce soprannaturale, prende coscienza che è la fede che illumina. Per
la fede in Gesù egli ha ottenuto il miracolo, ma ora capisce che è
grazie alla fede in Gesù che viene la vera luce. Infatti, dice san Marco,
«subito prese a seguirlo per la strada».
Il miglior commento a questa frase del Vangelo è una parola di Gesù
riportata da Giovanni: «Io sono la luce del mondo; chi segue me avrà
la luce della vita». Il cieco segue Gesù: ha trovato la vera luce, la luce
della vita.
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E quanto già diceva il Siracide ricordando che soltanto l'Altissimo
conosce tutta la scienza. Noi vediamo le cose, ma se non siamo uniti al
Signore le vediamo in modo molto superficiale. «L'Altissimo osserva i
segni dei tempi, annunziando le cose passate e future e svelando le
tracce di quelle nascoste. Nessun pensiero gli sfugge...».
E nella luce di Cristo che noi vediamo la luce. Do-mandiamogli allora
di essere veramente aperti alla saa luce, alla luce della fede, che tante
volte ci permette di andare oltre apparenze paradossali, sconcertanti e
di vedere il vero senso di tutte le cose. Seguire Cristo per trovare la
luce è la vocazione di ogni cristiano. Dobbiamo essere persone
illuminate, non nel senso di persone che seguono la luce propria e si
credono ispirate mentre sono nell'illusione, ma persone veramente
illuminate, persone il cui volto risplende. Un salmo dice che se noi
rivolgiamo la faccia verso il Signore saremo illuminati, e la liturgia lo
utilizza sovente, perché è ima allusione alla bontà del Signore che ci fa
gustare i suoi doni. «Che vuoi che io ti faccia?». «Rabbuni, che io
veda!». Domandiamo a Gesù che ci faccia vedere sempre di più,
perché possiamo lodare Dio con tutto il cuore e attirare tanti alla vera
luce.

Venerdì della VIII settimana


Siracide 44, 1.9-13; Salmo 149; Marco 11, 11-26
Il brano di Vangelo oggi è piuttosto lungo e ci rivela parecchi aspetti
della personalità di Gesù, forse in una maniera meno abituale. Noi
siamo più abituati a ripetere le parole stesse del Signore: «Imparate da
me che sono mite di cuore» e qui invece vediamo che può essere
anche molto violento. Il suo non è un amore molle, è un amore forte
che in certe occasioni si esprime in modo davvero violento: «Entrato
nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano
nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori
di colombe...». E l'amore verso il Padre suo e verso di noi che lo fa
agire. Egli vuol purificare la casa del Padre, che deve essere «casa di
preghiera per tutte le genti» e non «una spelonca di ladri»; egli sa che

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anche per gli uomini niente è più prezioso della casa di Dio, il luogo
dove possono in-contrarlo.
Anche l'episodio successivo mette in luce lo stesso duplice amore. A
proposito dell'albero di fico che, maledetto da Gesù, è seccato - un
gesto simbolico che fa vedere la necessità di produrre frutti per essere
benedetti da Dio - il Signore stesso commenta: «Abbiate fede in Dio!
Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo
ottenuto e vi sarà accordato». Gesù è sempre in intima relazione col
suo Padre, sa che il Padre è sorgente inesuaribile di doni e perciò ci
invita a questa preghiera piena di fede. E nello stesso tempo non si
dimentica dell'amore fraterno. Infatti aggiunge subito: «Quando vi
mettete a pregare. se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate,
perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni i vostri peccati».
L'amore per il Padre è indissolubilmente unito all'amore per gli
uomini, gli uomini che egli ama. Per essere in relazione intima con il
Padre, per crescere in questo rapporto, bisogna dunque aprire sempre
più il cuore all'amore per gli uomini, anche se peccatori, anche se ci
hanno offeso, come ha fatto Gesù.
Chiediamo a lui questo amore crescente, forte, generoso, pieno di fede
in Dio.

Sabato della VIII settimana


Siracide 51, 17-27; Salmo 18; Marco 11, 27-33
Troviamo, nel brano di Vangelo di oggi, i capi del popolo di
Gerusalemme («i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani») che fanno
domande a Gesù con cattiva disposizione verso di lui. La
controinterrogazione di Gesù li mette in imbarazzo: non hanno
accettato il battesimo di Giovanni, non cercano con purezza di cuore
nemmeno Gesù, in fondo cercano il proprio vantaggio, non la verità.
Per questo concludono: «Non sappiamo». Non hanno trovato la
sapienza!
Maria invece ci è modello nella ricerca della sapienza, perché in lei c'è
la pura ricerca della volontà di Dio. Anche lei ha posto una domanda
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all'Angelo dell'annunciazione: «Come è possibile? Non conosco
uomo», ni;! non è una domanda cattiva, non è una richiesta di segni: è
domanda di semplice chiarificazione. Dio accetta sempre queste
domande, e la risposta ci giunge attraverso molta preghiera. Anche qui
la Madonna ci è maestra: «Maria serbava tutte queste cose
meditandole nel suo cuore». Luca lo dice dopo gli eventi prodigiosi
della nascita e lo ripete dopo il ritrovamento di Gesù al tempio. Pure
allora Maria fa ima domanda, e non capisce subito la risposta di Gesù:
«Essi non compresero le sue parole», ma l'atteggiamento della madre è
lo stesso: «Serbava tutte queste cose nel suo cuore». Approfondiamo
questa parola misteriosa, ricca di contenuti e che ci fa pensare alla
Madonna soavemente ricercante la sapienza sul disegno di Dio, che le
si svela a poco a poco e al quale aderisce con tutta se stessa.
Chiediamo al Signore, per intercessione di Maria, la grazia di seguirla
in questo cammino sicuro dell'umiltà che l'ha resa madre del Verbo.
Così potremo condurre altri sulla stessa via, per aprirli all'abbondanza
delle grazie divine.

Sabato della VIII settimana


Giuda 17. 20-25; Salmo 62; Marco 11, 27-33
Ascoltiamo l'esortazione di san Giuda: «Costruite il vostro edifìcio
spirituale sopra la vostra santissima fede».
È un programma di vita certamente riuscita, avendo come fondamento
la salda roccia della fede in Gesù. Dobbiamo veramente costruire tutto
sulla fede, con semplicità, corrispondendo alla grazia di Dio, non fi-
dandoci di ciò che è umano e quindi neppure di noi stessi: della nostra
buona volontà, delle nostre capacità, dei nostri desideri ma soltanto
cercando di «fare la verità nella carità».
I sommi sacerdoti e gli scribi di cui leggiamo oggi nel Vangelo non
cercavano con rettitudine la verità. Gesù non vuol rivelare di dove
venga l'autorità con la quale agisce e, in seguito alla loro domanda, fa
a sua volta una domanda a proposito del Battista, una domanda che
esige una conversione. Ma essi calcolano la risposta: «Se rispondiamo

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"dal cielo", dirà: Perché allora non gli avete creduto? Diciamo dunque
"dagli uomini"?». Questa risposta andrebbe bene per loro, ma non per
la folla. Credono di essere sapienti rispondendo: «Non sappiamo» e
così si chiudono alla fede.
Qualche volta, di fronte a domande impegnative che ci vengono dalla
nostra coscienza, facciamo così anche noi, svicoliamo, perché è la
soluzione più comoda. Dobbiamo invece interrogarci con sincerità
davanti a Dio: «E la fede che mi guida in questi pensieri? E la fede che
mi fa parlare, agire in questo modo?» e aprirci ai desideri divini,
confessando con umiltà e con fiducia le nostre mancanze. Semplicità e
umiltà sono la salvaguardia della fede.

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SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ
Dt 4,32-34.39-40; Rm 8,14-17; Mt 28,16-20

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nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza»,
come recita il Prefazio della Messa di oggi.
I nostri cuori possono essere pieni di gioia e di riconoscenza per
questo dono di Dio. Forse noi non pensiamo abbastanza al privilegio
che abbiamo di partecipare alla vita della Trinità, di essere inseriti nel
suo mistero, non soltanto con la conoscenza intellettuale, ma con la
partecipazione viva ad esso, il che è molto più importante. Sapere che
Dio è unità di tre Persone è già una conoscenza molto importante per
noi, ma vivere in comunione con le Persone divine è una cosa ancora
più preziosa.
Nella prima lettura Mosè si rivolge al popolo eletto, facendogli
apprezzare la generosità divina. Il Signore si è rivelato al popolo
ebreo. Nel Sinai la rivelazione, secondo il libro del Deuteronomio, ha
raggiunto tutto il popolo, che ha udito la voce di Dio che parlava dal
fuoco. Mosè fa risaltare questa relazione
straordinaria che si è stabilita tra Dio e il popolo, e chiede: «Vi fu mai
cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè
un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai
udita tu, e rimanesse vivo?». Il popolo poteva rimanere come
schiacciato da questa rivelazione. Mosè continua:
«O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a
un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e
braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in
Egitto, sotto i vostri occhi?».
Mosè fa apprezzare agli ebrei l'iniziativa divina dell'alleanza del Sinai,
che ha stabilito un forte legame tra un piccolo popolo e il Dio creatore
del cielo e della terra. Senza dubbio fa impressione vedere questa
benevolenza divina nei confronti di un piccolo popolo. Ma la
rivelazione cristiana ci meraviglia ancora di più.
Infatti, questa volta si tratta di un'alleanza molto più intima. Geremia
aveva annunciato una nuova alleanza in cui la legge sarebbe stata
scritta nei cuori, un'alleanza caratterizzata da una relazione intima con

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Dio (cf. Ger 31,31-34); ed Ezechiele aveva parlato di un cuore nuovo
e di uno spirito nuovo (cf. Ez 36,25-28).
Questa nuova alleanza introduce i credenti nella vita intima di Dio.
Dio ha rivelato agli uomini il suo mistero profondo. Con la ragione gli
uomini possono giungere a riconoscere l'esistenza del Creatore, ma
non possono conoscere la Trinità. Questo è un mistero che va al di là
delle capacità della ragione umana. È un mistero che dev'essere
comunicato da Dio stesso con un'iniziativa di amore. Non si tratta
soltanto di conoscere intellettualmente il mistero intimo di Dio: questa
conoscenza non è autentica se non è nello stesso tempo partecipazione
personale a tale mistero.
Nella seconda lettura Paolo ci dice che abbiamo ricevuto «uno spirito
da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!"». Lo
Spirito ci mette in una relazione molto bella e profonda con Dio.
La potenza di Dio può suscitare nell'uomo un senso di paura e un
atteggiamento da schiavo, perché è veramente una potenza che supera
in modo infinito le capacità umane. Paolo però ci dice: «Voi non avete
ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura».
Dio ha avuto la generosità d'introdurci nella sua vita intima: vita di
amore, di famiglia, che comporta una relazione filiale con lui e ci
rende fratelli di Cristo. La nostra relazione filiale, infatti, è
partecipazione alla relazione filiale del Figlio unigenito. Con la
differenza, però, che noi siamo figli adottivi, mentre solo Cristo è il
Figlio di Dio nel senso più pieno della parola: il Figlio unigenito di
Dio, come diciamo nel Credo.
Questa relazione filiale che ci unisce a Dio e a Cristo è opera dello
Spirito Santo. Afferma Paolo: «Lo Spirito stesso attesta al nostro
spirito che siamo figli di Dio». Noi possiamo rivolgerci al Padre nella
preghiera con fiducia filiale; abbiamo il privilegio di accostarci a lui
non con paura, ma con fiducia grazie allo Spirito Santo, che ci attesta
che siamo figli di Dio.
Paolo ci ricorda che questa partecipazione alla vita intima della Trinità
ci è stata resa possibile dal mistero dell'Incarnazione e della
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redenzione operata da Gesù, cioè dalla sua passione e risurrezione.
Pertanto la nostra partecipazione alla vita della Santissima Trinità non
è autentica se non accettiamo di partecipare alle sofferenze di Cristo,
per poter partecipare poi anche alla sua gloria.
La nostra relazione con la Trinità è per noi fonte di grande gioia, ma
anche di forti esigenze. L'amore autentico, infatti, coinvolge tutte le
nostre capacità umane e richiede l'offerta di tutto noi stessi. L'amore
divino è come un fuoco; perciò è esigente. Ma questo non ci deve
spaventare. Possiamo invece andare avanti con fiducia, perché la
grazia di Dio ci sostiene e ci fa progredire nella vita di amore, che è
partecipazione alla vita stessa della Santissima Trinità.

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