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Tratto da

"Exercice du Scenario"
di Jean-Claude Carrière e Pascal Bonitzer
FEMIS 1990
Traduzione dal francese di Francesco Patrizi

QUALCHE CONSIGLIO PUO' SEMPRE SERVIRE

Eccone qualcuno a caso:


- dare ai personaggi un'occasione. Non condannarli in anticipo, come nel
melodramma, non renderli più scuri o più chiari in maniera artificiosa. Per i ruoli
secondari, pensare di dare ad ognuno il "suo momento" nel film, la scena dove
si esprimerà a pieno, dove andrà in fondo a se stesso. L'attore e gli spettatori
ne saranno ugualmente soddisfatti.

- coltivare con discrezione l'ambiguità, e anche le sfumature. Sapere che la


regia e l'interpretazione - uno sguardo qui, un gesto là - diranno più delle frasi
stesse, e in ogni caso lo diranno diversamente. I bei personaggi procedono
sempre in una zona di incertezza. La loro azione non è predefinita in anticipo.
Può accadere di tutto. E quello che accade sul loro volto o sul loro corpo sarà
interpretato in una maniera personale, ogni volta differente, dagli spettatori.
Ognuno di loro, ogni volta, completa, perfeziona, a suo modo, il personaggio.

- non temere di partire da un cliché, da una situazione conosciuta. Lavorandoci


sopra si arriverà all'originalità, poco a poco. Tant'è che cercando ad ogni costo
una situazione di partenza assolutamente originale, stupefacente, la si
rigetterà a poco a poco, la si addolcirà, la si arrotonderà, per terminare
piattamente sul convenzionale. Ricordarsi la frase di Hitchcock "è meglio
partire da un cliché che arrivarci" ed anche qualche celebre citazione "tutto
quello che non appartiene alla tradizione è plagio" (Eugenio d'Ors), e
"l'originalità è il ritorno all'origine" (Antonio Gaudì).

- tenere a mente ad ogni istante la sacrosanta regola "non annunciare quello


che si deve vedere. Non raccontare quello che si è visto".

- sapere che la frase appena scritta ha conosciuto notevoli eccezioni. In


Persona di Bergman, Bibi Andersson racconta a Liv Ullmann una storia che dura
otto minuti. Non lascia l'inquadratura un solo istante. Dopo di che l'ascoltiamo
parola per parola, ma questa volta sul viso di Liv Ullmann. Interpellato,
Bergmann ha risposto che era ricorso ad un montaggio classico, un po' sull'una
e un po' sull'altra. Ma questo non funzionava, non andava bene. Allora guardò i
due racconti l'uno dopo l'altro dicendo (ed è vero) "una storia raccontata non è
la stessa di una ascoltata".

- ripetersi che la letteratura è il nemico numero uno, che ogni sortita letteraria
avvelenerà il regista, che non saprà come trasporla. Sacrificare le belle frasi, le
belle idee.

- sapere che un dialogo breve obbliga il regista ad avere immaginazione.


- immaginare immagini compatte, belle e ricche, immagini emblematiche,
ognuna delle quali sembra contenere il film intero. Cercare in ogni scena
questa immagine centrale e costruirci intorno la scena. Fare intervenire dopo il
dialogo - a meno che il centro della scena non sia proprio una parola o un
effetto sonoro.

- scrivere nel tempo cinematografico, che non è il tempo teatrale né quello


romanzesco. Sapere che niente è più facile che scrivere in un romanzo
l'indomani mattina. Niente è più difficile che mostrare in un film che siamo nel
giorno successivo e che è mattina.

- sapere che la celebre psicologia - vicina alla tipologia e alla caratterologia - è


una disciplina arbitraria, da cui la verità apparente dipende da ognuno di noi. I
caratteri più veri sono imprevedibili - e pertanto logici. Preferire alla logica
psicologica il rigore della costruzione drammatica. Sapere che ogni azione
rivela qualcosa, che non siamo più nel teatro borghese del XIX secolo, dove le
reazioni del personaggio erano conosciute ancor prima della sua entrata in
scena. Il cinema è come un uomo a cavallo che arriva in una cittadina del West,
e noi non sappiamo niente di lui. Si va definendo poco a poco, dai gesti, dagli
sguardi.

- tenere bene a mente un solo elemento teorico: ogni accadimento


drammatico, per essere veramente soddisfacente, deve essere inatteso e
inevitabile. Barcamenarsi come si può in questa ammirevole contraddizione.

- non dimenticare mai il suono, non considerarlo come un accessorio. Si


costruisce la traccia sonora di un film nella sceneggiatura. È bene, quando si
crede che la sceneggiatura sia finita, fare una lettura minuziosa seguendo solo
il suono, provando a sentire già il film. Anche qui si possono trovare ripetizioni,
lungaggini, come in un racconto, ed anche il vuoto, l'assenza, una povertà
manifesta.

- prevedere sempre un ultimo lavoro sulla sceneggiatura insieme al regista


nella settimana che precede le riprese, quando la scenografia è pronta e gli
attori ingaggiati. Il film comincia a precisarsi, ad apparire. È stupefacente
vedere i cambiamenti importanti che d'un tratto sembrano necessari a qualche
ora dalle riprese.

- ripetere tre volte ad alta voce ogni mattina questa citazione di Céchov (dalle
sue Carnets des notes) "la cosa migliore è evitare la descrizione di uno stato
d'animo. Bisogna provare a renderla comprensibile dalle azioni dell'eroe".