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Università Padova 2001

Libreria Filosofica
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Armando Girotti

Søhren Aabye Kierkegaard


APPUNTI INTERNI
Corso perfezionamento in
Metodologia dell’insegnamento filosofico
2001

Timore e Tremore
JOHANNES DE SILENTIO (pseudonimo di Kierkegaard), Timore e Tremore (Frygt og Baeven), pubblicata
lo stesso giorno in cui un altro suo scritto, La Ripresa, usciva sotto lo pseudonimo di Constantin
Constantius; era il 16 ottobre 1843. Ha anche un sottotitolo ‘lirica dialettica’ cioè una filosofia sotto
forma di poesia o una lirica sotto forma di filosofia. Si comprende la posizione di Kierkegaard se si
legge la Prefazione nella quale nega di essere un filosofo mentre afferma il suo legame col mondo
dei poeti; Il sottoscritto –dice- non è affatto un filosofo; egli non ha compreso il sistema, non sa neppure se
esso esista [...] egli è ‘pöetice et eleganter’, uno scrittore. Se rinnega l’appartenenza al mondo dei filosofi
lo fa in contrapposizione alla filosofia dominante, quella hegeliana che appiattisce gli uomini in un
amalgama dove l’interiorità e la spiritualità si confondono con l’esteriorità; questa identificazione
dei due poli, questo appiattimento delle differenze, questo et-et lo si vede anche nella presa di
distanza con la tesi hegeliana che sottovaluta la fede del singolo anteponendole la filosofia dello
Spirito Assoluto.
A questo attacco alla filosofia corrisponde poi la difesa della poesia come sola capace di cogliere la
tensione conflittuale che pervade l’esistente; dunque la ‘lirica’ e non la filosofia è in grado di
parlare del conflitto, della ‘dialettica’ che sta all’interno del soggetto. Ecco che nella prefazione
l’autore ci spiega il sottotitolo dell’opera, che poi continua con due sezioni, gli Stati d’animo e il
Panegirico di Abramo nella prima, con i tre Problemata nella seconda (preceduti da una Espettorazione
preliminare, cioè da una rivelazione dell’autore) che sono la riflessione sulle questioni sorte nella
prima sezione e che vengono analizzate con logica stringata.
PRIMA SEZIONE: Gli Stati d’animo sono il sentimento che nasce nel segreto del singolo quando, di
fronte alle varie possibilità, è costretto a scegliere così come successe ad Abramo che aveva molte
possibilità, quella di fingere facendosi credere un mostro da Isacco piuttosto che perdere la fede in
Dio, quella di perdere la gioia, quella della tentazione del peccato, quella della disperazione. Il
Panegirico di Abramo è il logico sbocco dell’incipit dell’opera; infatti Abramo è l’eroe della fede che
mette a nudo le categorie su cui imposta la sua filosofia Kierkegaard: Uno è diventato grande
coll’attendere il possibile; un altro coll’attendere l’eterno; ma colui che attese l’impossibile, divenne più
grande di tutti. Ora il possibile è il luogo della scelta, l’attesa del possibile è il luogo della ripetizione,
ma l’attesa dell’impossibile è il luogo della fede ed Abramo ne è l’eroe. In questa esaltazione
compaiono altri codici quali a) la dialettica antinomica di chi opera nella fede, grande per la sua
saggezza che è stoltezza per gli altri, grande per la sua speranza la cui forma è pazzia, grande per il suo
amore ch’è odio di se stesso, ecc…; b) il tempo come presenza esistenziale di una fede che oltrepassa
il momento transeunte e si rivolge totalmente a Dio andando anche al di là delle norme e quindi
manifestando la freschezza spirituale di Abramo e la sua purezza.
SECONDA SEZIONE: L’Espettorazione preliminare descrive Abramo come il ‘cavaliere della fede’ e non
come ‘l’eroe tragico’ della rassegnazione infinita o come l’uomo contemporaneo sottoposto al
calcolo; è il difensore della fede che supera l’angoscia che potrebbe sgorgare dal rapporto tra la
norma morale e il comando diretto di Dio. La fede va al di là dei criteri umani ponendo che ogni
cosa sia possibile a Dio e quindi contraddicendo la razionalità che porrebbe la scelta di Abramo
come assurda o paradossale.
Si passa poi al Primo problema: Si dà una sospensione teleologica dell’etica? Ciò che ha compiuto
Abramo visto alla stregua della norma morale è un delitto mentre diventa un atto santo e gradito a
Dio letto con gli occhi della fede. Il problema è se sia corretto sospendere la morale come norma
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che ha in sé un telos, una finalità. La morale richiederebbe che l’individualità si risolvesse


nell’universale, o Generale come lo chiama Kierkegaard. La crisi sta nella rivendicazione della
individualità vissuta nella fede come paradosso per mezzo della quale l’Individuo si colloca al di
sopra del Generale perché instaura un rapporto assoluto con l’Assoluto.
Il Secondo Problema: Esiste un dovere assoluto verso Dio? si muove dalla conferma che il ‘telos’ di
Abramo è superiore a quello dell’etica. Un dovere assoluto nei confronti di Dio esiste e lo si può
assolvere solo se si considera l’incommensurabilità dell’interiorità rispetto all’esteriorità, del
‘divenire soggettivo’ contro il ‘divenire oggettivo’; qui è evidente la critica alla filosofia hegeliana
che poneva la manifestazione (das Aussere) superiore all’interiore (das Innere). La morale non viene
abolita, ma acquista una luce diversa, quella del relativo che vale sì per tutti, ma che deve essere
vissuta dentro un orizzonte di immanenza.
Nel Problema terzo: Dal punto di vista etico si può scusare il silenzio di Abramo con Sara, Eliezer, Isacco sul
suo progetto? c’è l’analisi del silenzio di Abramo. Questo silenzio è l’emblema della fede che si
svolge nell’interiorità del singolo nello spirito dell’uomo. La dialettica si svolge attorno alla
considerazione che o il rapporto tra l’individuo e l’Assoluto si svolge nel silenzio del singolo o si
dibatte nella riflessione con gli altri, ma in questo secondo caso si perverte. Quello di Abramo è un
silenzio fatto di sofferenza che vive nella terribile responsabilità della solitudine.
Il volume si chiude con un Epilogo che ribadisce che la passione suprema dell’uomo è la fede. Forse in
ogni generazione molti non ci arrivano neppure, ma certamente nessuno può andare più in là.

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