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ALMUDENA GRANDES 

TROPPO AMORE 

I. L'ARTE
II IL SESSO
III. L'AMORE
IV LA MORTE

NARRATORI DELLA FENICE

Titolo originale: Castillos de cartón


ISBN 88-8246-762-7

© Almudena Grandes, 2004


First published in Spanish language by Tusquets Editores, Barcelona,
2004 ©2004 Ugo Guanda Editore S.p.A., Viale Solferino 28, Parma
ALMUDENA GRANDES
TROPPO AMORE
Traduzione di Roberta Bovaia
UGO GUANDA EDITORE IN PARMA
A Luis,
mezzo milione di volte
Ma il due non è mai stato un numero, perché è un'angoscia e la sua
ombra...
federico garcía lorca
I. L'ARTE

Il tre è un numero dispari.


«È per te, María José... Jaime González.»
Erano più di quindici anni che lavoravo nello stesso dipartimento, ma non
avevo ancora ottenuto una segretaria personale. Lorena, giovane e sbadata
ma volenterosa, divideva il proprio tempo tra me e Julián, un laureato in
Storia dell'Arte riservato, taciturno e specialista di scultura barocca
spagnola - in particular modo di Alonso Berruguete - che, proprio come
me, catalogava e stimava più o meno tutto, anche se con una certa
sofferenza. Io, a quel punto, mi adattavo alle circostanze del caso. Mi
avevano assunta come esperta di pittura contemporanea e passavo il tempo
a stimare gioielli del Quattrocento, stipi, bronzi francesi del XVin secolo e
qualsiasi cosa mi portassero. Avrei voluto fare la pittrice, ma avevo
scoperto troppo tardi di non avere abbastanza talento. Questo genere di
consapevolezza arriva sempre e soltanto quando ormai è troppo tardi, e
non lascia spazio a nessun'altra considerazione. Mi ero arresa già prima di
compiere ventidue anni, ma ne dovettero passare ancora molti perché mi
sentissi vecchia come in quel momento.
«Passamelo.»

Non può essere Jaime González, mi dissi. Sarà un omonimo, non lui. E
non avevo idea di chi potesse condividere nome e cognome con l'unico
Jaime González che sarebbe mai esistito per me. Forse quel ragazzo
uruguayano che mi aveva portato un'eccellente tavola di Torres García,
così perfetta e riuscita che, a porte chiuse nel mio ufficio, avevo cercato di
convincerlo sottovoce a tenersela, perché era un peccato mettere all'asta
un'opera del genere. Forse quel parvenu galiziano per cui avevo seguito
l'acquisto di uno specchio veneziano, rialzando fino a pagare una somma
esorbitante, molto superiore al suo valore reale e dunque suscettibile di un
tardivo ripensamento. Forse un nuovo cliente, giovane o vecchio, ricco o
povero, erede o proprietario di una qualsiasi opera d'arte che poteva avere
o no il valore che costui le attribuiva, essere o no la fortuna che
accarezzava la notte prima di addormentarsi, frutto di una leggenda
familiare o dell'ingenuo calcolo della rivalutazione che avrebbe ottenuto,
cosa che, al momento dell'acquisto, gli aveva giurato sui propri figli un
gallerista senza scrupoli. È vero, di tanto in tanto si ritrova un Murillo
autentico nella soffitta di una casa di campagna, ma anche in tal caso, in
un lavoro come il mio, è molto difficile memorizzare i cognomi;
raramente poi arrivo a conoscere il nome di battesimo delle persone che
mi vengono a trovare. Il signor tale, il signor talal-tro, dice Lorena quando
apre la porta, e io me lo appunto su un foglietto per non dimenticarlo. Poi,
prima di andarmene, getto tutti questi appunti nel cestino della carta
straccia. Tratto quotidianamente con molte persone che accolgo e congedo
nel giro di mezzora, senz'avere più loro notizie. Ecco perché quella
mattina sollevai la cornetta con dita pigre, incuranti, che non potevano
certo immaginare come avrebbero tremato al momento di riappendere,
pochi minuti dopo.
«Salve, sono María José Sánchez, in cosa posso esserle utile?»
Era la mia presentazione abituale e la ripetei con un accento neutro, come
se l'avessi registrata, ma nessuno rispose al mio saluto. Il silenzio durò un
paio di secondi. Poi, una voce molto diversa dalla mia, roca, un tantino
strozzata e ciononostante familiare, mi chiamò con un nome in cui non mi
riconoscevo più da parecchio tempo.
«Ciao, José.»
«Jaime...» mormorai sulle prime, come se non potessi credere alle mie
orecchie, e poi mi sfuggì un gridoli-no, un gridolino di sorpresa, e anche di
gioia, la gioia incredula, istintiva che provi quando ritrovi qualcuno che
arriva dall'altra parte, dall'altra metà del tempo o della memoria. «Jaime
González! Oddio, quanto tempo. .. Come stai?»
«Bene. Io bene. E tu?»

«Anch'io. Adesso sì. Ho avuto i miei brutti momenti, non credere, ma...»
Poi mi fermai, perché era passato molto tempo, quasi vent'anni, troppi per
tendere con spiegazioni il filo di un'intimità di così vecchia data. «Be',
faccio sempre lo stesso lavoro di merda, lo sai... E tu? Dipingi?»
«No. Ci ho provato per qualche anno, ma... Insom-ma, adesso lavoro
all'università. Insegno disegno, naturalmente. Alle Belle Arti di Valencia.»
«Niente male.»

«Be', neanche bene. Ho alunni molto più bravi di me, questo sì!»
«Oh!» Scoppiai a ridere, ma lui non mi venne dietro, così cercai un'altra
cosa da dire, una qualsiasi, senza trovarla; non sapevo di cosa parlare con
lui, non mi veniva in mente niente, non ci potevo credere, ma era così. «E
mi chiami per... ?»

«No» mi interruppe, scartando in anticipo qualsiasi ipotesi, e solo allora


capii che qualcosa, qualsiasi cosa fosse, non andava. «Io... Senti, José...
Hai letto il giornale, stamattina?»
«Non tutto.» Ero diventata seria anch'io, senza sapere perché. «Non ne ho
ancora avuto il tempo.»

«Marcos è morto. Si è suicidato. Si è sparato con la pistola del padre, te la


ricordi, no? L'hanno trovato nel suo studio, ieri sera. Mi ha avvisato la ex
moglie. Il funerale è domani, all'una...» Fece una pausa e, quando
ricominciò a parlare, gli tremava la voce. «Dovevo dirtelo, sai? È stata la
prima cosa che ho pensato quando l'ho saputo, che dovevo dirtelo io,
dovevo dirtelo...»
Si chiamava Marcos Molina Schulz.

Quando avevo visto il suo nome nell'elenco degli alunni ammessi alla
specializzazione in pittura, avevo pensato che era avvantaggiato perché
con un nome del genere era già un artista. Di fatto, io non potevo dirmi
altrettanto fortunata. Il mio nome, María José Sánchez García, neanche
García Sánchez, che almeno suona bene, ma Sánchez García, e María
José, poi, sembrava condannato a vagare irrimediabilmente nel limbo
crudele di tutti gli elenchi, l'inferno mite della banalità. Io, però, volevo
fare l'artista, ed ero troppo giovane, troppo insignificante per adottare uno
pseudonimo. Per questo scelsi l'opzione che mi parve allo stesso tempo
più semplice e più radicale.

«Ciao, io sono José» dissi al primo compagno che mi si avvicinò.


«José?» mi chiese, con uno stupore che stava per sfociare in una risata.
«Sì, José Sánchez» precisai, fingendo una disinvoltura che ancora non
avevo. «E tu?»
Il trucco funzionò, soprattutto perché il mio aspetto bastava da solo a
smentire qualsiasi ambiguità. Nell'autunno del 1980 avevo diciassette anni
e portavo i capelli lunghissimi, una chioma liscia, folta e quasi bionda
d'estate, quando bastava il sole a schiarire le ciocche
che mi incorniciavano la faccia. Se me li raccoglievo con un fermaglio
dietro la testa sembravo la modella di un ritratto rinascimentale, una
damigella fiorentina del Quattrocento* uscita da una tavola di fra Filippo
Lippi per sostituire la tunica e la corona della Vergine Maria con jeans
aderenti e una camicia trasparente di garza indiana. Forse per mia nonna
non ero particolarmente femminile, ma per l'epoca, e in una facoltà dove la
metà dei maschi portava i capelli lunghi come me, la mia aria da
madonna* disorientata forniva già la garanzia sufficiente del fatto che il
mio travestitismo non andava oltre il nome di battesimo. E questo per me
era importante fin dal primo anno di Belle Arti, una sfida all'ultimo sangue
per il premio dell'originalità tra una piccola folla di adolescenti narcisisti,
malati di stravaganza.
Al quarto anno, quando conobbi Marcos e Jaime, avevo vent'anni compiuti
e non cercavo più tanto di attirare l'attenzione. Avevo imparato a prendere
sul serio la mia vocazione e, anche se all'epoca mi sarei lasciata torturare a
morte piuttosto che ammetterlo ad alta voce, adesso so che avevo già
cominciato a dubitare di me stessa. Non era facile. Non avevo mai
imparato a disegnare, nessuno me l'aveva insegnato. Era una cosa che
facevo in modo istintivo, senza neanche sapere che lo facevo bene, quando
i miei disegni cominciarono a essere notati. Mio padre, che era un
architetto e aveva sempre una matita in mano, mi aveva seguito da
lontano, senza mai spronarmi o indirizzarmi, senza parlare con nessuno
delle mie capacità, finché non avevo compiuto dodici anni. Allora, solo
allora, mi aveva regalato una valigetta di legno piena
* In italiano nel testo originale. (N.d.T.)

di colori a cera, pastelli, tempere e acquerelli, e un blocco di carta da


disegno ruvida, porosa, che mi era sembrato immenso e infinito come una
cartina del mondo lasciata in bianco.

Ero abituata alle pagelle di fine anno con qualche discreto, pochi
sufficiente, qualche buono in lingua spagnola o in scienze, e un vistoso
ottimo in disegno. Per me era una cosa normale. In quella materia, e solo
in quella, ero sempre davanti alle altre, dal momento che disegnavo un
manichino di legno articolato quando loro non avevano ancora finito con
le mele di plastica, copiavo una maschera di Seneca quando loro
cominciavano con il manichino, e assaporavo con gioia il disegno libero
degli ultimi due mesi dell'anno, mentre chi era rimasto indietro continuava
a disegnare meloni anche se quello che aveva davanti erano mele e solo
mele. Io non lo capivo, non potevo, e non riuscivo neanche a confrontare
la loro mancanza di disinvoltura con la mia, con la mia inettitudine per
l'aritmetica, per esempio, che mi lasciava senza idee davanti a una
divisione con i decimali, perché le divisioni con i decimali non esistono,
non hanno nessuna relazione con il mondo delle cose vere, che si possono
vedere, toccare, contare.

Nessuno ha mai visto una virgola con tanto di decimali che fluttuano
nell'aria, mentre le mele sono lì, le accarezziamo, le annusiamo, le
tocchiamo, ce le mangiamo tutti i giorni, e dunque è impossibile non
saperle disegnare. Perché disegnare una cosa è come conoscerla, e tutte le
cose che si conoscono si possono, si devono disegnare. Questo pensavo io,
e accettavo con la stessa naturalezza che la mia inettitudine si tramutasse
in bravura quando il programma di matematica passava dall'aritmetica alla
geometria, a quelle forme e a quei volumi che si muovevano su un piano
che non potevo toccare, annusare, mangiare, ma che capivo ugualmente,
come se li stessi vedendo volare in cielo. Perché anche questo era normale.
Tutti gli anni, alla festa per la fine della scuola, salivo sul palco del teatro
per ricevere il premio di disegno o pittura, e i miei genitori mi
applaudivano con lo stesso entusiasmo con cui gli altri genitori
applaudivano le altre ragazze premiate. Finché un giorno lui vide nei miei
disegni qualcosa che nessuno prima aveva visto.

Non so cosa sia stato, ma ricordo quei blocchi dai fogli grandi, ruvidi,
bianchissimi, come l'inizio di qualcosa di diverso, di un cammino che mi
avrebbe portata a disegnare anche le cose che non conoscevo, quelle che
non avevo mai visto. Mio padre fu un buon maestro, una guida molto più
audace e stimolante delle insegnanti che avevo avuto sino ad allora. Lui
non mi disse mai dipingi quello che vuoi, forse perché sapeva che in quel
modo non avrei mai smesso di fare i paesaggi idilliaci che sembravano
usciti dai film di Walt Disney -verdi, rigogliosi, belli, con colline dolci e
sentieri sinuo-si, e coniglietti, anatroccoli e pulcini, e un fiume con un
ponte, e una cascata di acqua spumeggiante, e un'altra di edera tropicale,
tutto ben impastato di cera, sfumato con il mignolo e lumeggiato poi con
tratti sottili di matite colorate con cui vincevo immancabilmente i premi
della scuola. Lui mi disse qualcos'altro, dipingi quello che vedi, e lì per lì
io non capii.

«Ma quello che vedo è quello che c'è, no? Insomma, le cose sono come le
vediamo: il tavolo, le sedie, la finestra...»
«Forse sì» finse di essere d'accordo all'inizio, «forse hai ragione. Ma
immagina che io detesti questa stanza. Per un motivo qualsiasi, per una
qualche ragione che

non riesco neanche a spiegarti. Che non mi piaccia il tavolo, non mi


piacciano le sedie, non mi piaccia la vista dalla finestra, non mi ci senta
bene dentro, che non voglia starci. Se così fosse, non farebbe alcuna
differenza essere o meno circondati da cose belle, perché tanto, per me,
questa stanza sarebbe comunque una specie di galera... Prova a
immaginarlo. In tal caso non dipingerei quello che c'è, no?, dipingerei
quello che sento, e ovviamente lo farei in bianco e nero, come se questa
stanza fosse una cella, e ci metterei anche ragnatele, ombre misteriose sui
muri, mobili dalle gambe storte, sul punto di schiantarsi...»
Scoppiai a ridere; quello che mi diceva mi suonava strano, e lui sorrise con
me, ma tornò subito alla carica: «Si tratta proprio di questo, di dipingere
quello che senti, di disegnare le cose come le vedi tu».
Feci di sì con la testa, come se avessi capito, e mi chiesi cosa volesse dire
di preciso. Lo scoprii subito dopo, quella stessa notte, quando mi stancai
di rigirarmi nel letto e mi alzai, accesi l'abat-jour sul comodino e, alla luce
fioca, artificiale, di una lampadina da quaranta watt avvolta da un
paralume di stoffa rosa, studiai gli oggetti della mia stanza. Non mi era
mai piaciuta quella bambola. Era così brutta, kitsch, finta. Sembrava antica
ma era nuova, un'imitazione delle vecchie bambole di porcellana.
Indossava un vestito di velluto marrone, orribile, e un cappello in tinta, la
faccia sembrava una meringà sgonfiata o la glassa di una torta rancida,
quando la toccavo mi restava addosso un pulviscolo bianco, e l'avevano
dipinta con colori molto forti, come quelli dei manichini dei negozi, senza
però prendersi il disturbo di eliminare la sbavatura che univa le dita delle
mani come la membrana delle zampe di un rospo.

Quando l'avevo vista avevo detto che era bellissima, ma l'avevo fatto solo
perché me l'aveva regalata mio zio Antonio, me l'aveva portata da Londra,
perché lui viveva lì e io lo vedevo poco. Questo, invece, sarebbe stato il
mio segreto. Presi il blocco, la matita e disegnai finché non mi si chiusero
gli occhi dal sonno.

Gettai parecchi fogli prima di ottenere quello che volevo. All'inizio mi


frenò il formato, non riuscivo a riempire uno spazio tanto grande, la
bambola sembrava smarrita al centro di un nulla bianco e rugoso. Poi,
quando cominciai a padroneggiare le proporzioni, i problemi si
concentrarono sulla sua faccia. Ottenevo facilmente espressioni crudeli,
terrificanti o grottesche, ma non era quello che vedevo. E così disegnavo e
cancellavo e tornavo a disegnare e a cancellare di nuovo, fino a rendere i
fogli inservibili a forza di tracce di gomma e segni di matita. Io volevo una
bambola polverosa, sgraziata e triste, come un fiore che non è mai stato
bello quando appassisce in un vaso di duralex. Quando stavo per
arrendermi, il grigio mi salvò, come mi ha salvato molte altre volte. Allora
capii che dove non arriva il disegno, può arrivare il colore; e benché il suo
intervento benefico non bastasse a conferirmi la vittoria assoluta - si limitò
a salvarmi dal fallimento -, grazie alla combinazione di grigi, rosa e seppia
ottenni un risultato accettabile. Il ritratto della mia bambola m'ispirava un
disagio che era a metà strada tra la ripugnanza e la voglia di piangere, e
questo almeno funzionava.

«Va molto bene, Mari José» approvò mio padre. «Un tantino lugubre, no?
Ma molto bene.»
Quando scoprì che avevo aperto tanto gli occhi, l'insegnante di disegno
non dimostrò particolare entusiasmo. L'applicazione di un punto di vista
personale al-
l'oggetto proposto per un esame di fine trimestre mi costò l'unica
sufficienza risicata nella materia che fosse mai figurata sulla mia pagella.
Se non mi bocciò fu perché il mio lavoro, a suo giudizio esteticamente
repellente, era comunque il migliore di tutti.
«Cos'è questa roba, María José?» mi chiese quando glielo consegnai.
«È... il mio esame» risposi.

«Questo lo so già.» Si spostò gli occhiali fino a incastrarli sulla punta del
naso e mi guardò al di sopra delle lenti bifocali. «Voglio solo sapere
cos'hai disegnato.»
«Le orrende statuine di porcellana di due pastorelli che sembrano
paralitici, perché hanno il corpo sproporzionato e, invece di chinarsi, si
piegano in avanti come se avessero i reumatismi.» Mi fermai per prendere
fiato, ma non avevo ancora finito. «Chi le ha fatte è un pessimo scultore, e
chi le ha dipinte un artista anche peggiore. La faccia del bambino è tale e
quale quella di Nancy.»
«È quello che pensi tu, vero?»
«È quello che vedo.»
«Benissimo. Io, però, vedo che questo disegno fa schifo.» Strappò il foglio
in quattro, lo gettò nel cestino e guardò l'orologio. «Hai venti minuti di
tempo per rifarlo.»
«Non avrebbe dovuto strapparlo» le spiegai dopo un po', quando nel mio
cuore si smorzò l'indignazione e si fece largo un'arroganza nuova, che
prima non conoscevo. «Era la mia prova d'esame e andava bene.»
Non rifeci quel disegno, ma capii immediatamente di aver sbagliato. I miei
voti, generalmente scarsi, mi parvero miserevoli con quell'appena
sufficiente in disegno, e non era neanche questo il punto. La cosa peggiore
fu capire che la mia unica alleata nel collegio docenti stava per passare al
nemico, rammentare che non era previsto alcun cambio d'insegnante per
quella materia nei mesi successivi e accettare che la mia presa di posizione
non aveva portato nulla di buono, a parte l'impressione tangibile di aver
commesso un errore nel modo più stupido. Non dissi niente a mio padre.

Approfittai della prima occasione per tornare a dipingere un paesaggio


verde, rigoglioso, bello, con colline dolci e sentieri sinuosi, e coniglietti,
anatroccoli e pulcini, e un fiume con un ponte, e una cascata di acqua
spumeggiante, e un'altra di edera tropicale, che mi valse un dieci, come se
nell'ultima prova non fosse successo niente. Anche se non era vero.
Era cambiato tutto. Forse in modo prematuro, e con un processo troppo
brusco, quasi violento, ma allo stesso tempo definitivo.

Non c'era marcia indietro possibile, anche perché io non avevo nessuna
intenzione di farla, e tuttavia non potevo procedere in linea retta, o almeno
non sempre, non allo scoperto. Alla prima rivelazione, quella della miniera
d'oro inesplorata, vergine, che giaceva sotto le mie palpebre, ne seguì una
seconda, quella dei vantaggi dell'ipocrisia. Da quel momento in poi, per
tutta la durata della scuola superiore, feci il doppio gioco, dipingendo cose
diverse a seconda che fossero per me o per gli altri. Neppure a mio padre
mostravo tutto quello che facevo, solo alcune cose, le più gradevoli,
delicate e convenzionali.

All'epoca, a quattordici, quindici anni, la mia immaginazione era


intrappolata in una spirale macabra che mi spingeva a disegnare nature più
imputridite che morte, rose nere che sfiorivano in vasi di ceramica
scheggiata, limoni secchi dalla buccia raggrinzita e ricoperta di muffa,
carciofi provvisti di spini da cardo, o gente bruttissima, donne grottesche e
incredibilmente grasse, uomini grotteschi e infinitamente magri.

Lo trovavo strano anch'io, ma non riuscivo a smettere perché intuivo che


quella strada mi avrebbe portata da qualche parte, anche se non potevo
nemmeno immaginare dove, e perché non ero mai stata tanto felice di
disegnare, non avevo mai passato così tante ore sul mio blocco e non mi
ero mai alzata dal tavolo tanto soddisfatta del risultato. Non ho mai più
fatto progressi tanto rapidi come allora, quando ormai stavo cominciando
a pensare che forse ero destinata a ritrarre il lato orribile delle cose, finché
una domenica venne a pranzo da noi la sorella più giovane di mia madre
con i suoi figli, e mi resi conto che non avevo mai provato a disegnare un
bambino.
Fu una specie di rivelazione, un flash, e allo stesso tempo una cosa
semplicissima, come invertire il senso di marcia, modificare la direzione
di una macchina che conoscevo alla perfezione, accettare la sfida di
dipingere il lato buono delle cose ingiuste, sventurate o tristi. Avevo
appena compiuto sedici anni.

«Zia Sole... Ti spiace se faccio qualche foto a Quique?»


«A me?» Mi guardò a lungo, alquanto sorpresa. «No. Perché dovrebbe
spiacermi?»
Presi in braccio mio cugino, lo portai nella cameretta, lo feci sedere sul
letto e gli scattai un rullino intero, una foto dopo l'altra, premendo
l'otturatore della macchina come se il mio dito fosse un meccanismo
automatico. Quando sviluppai le foto, ci trovai più o meno quello che
avevo cercato, e a quel punto lo dipinsi, ritrassi mio cugino Quique come
lo volevo io, pieno di luce, allegro e adorabile, a dispetto della sindrome di
Down con cui era nato e con cui avrebbe convissuto per tutto il tempo.
Non ingannai me stessa, e non cercai di ingannare nessuno. Nel mio
disegno, Quique, immortalato per sempre all'età di due anni e mezzo,
aveva la testa troppo grande, le mani goffe, le braccia e le gambe
sottilissime, gli occhi piccoli, a mandorla, scuri. Tuttavia, era radioso. Un
grigio quasi bianco, gentile, argentato, splendeva sulla sua fronte enorme e
rifletteva le guance abbronzate, calde, che contrastavano con l'intensità
della bocca aperta, le labbra del colore della polpa delle fragole, i denti
piccini e bianchissimi. Quando lo terminai mi piacque tanto che trovai il
coraggio di mostrarlo persino a mia madre, che con me era molto più
esigente del suo consorte.

«Accidenti, figlia mia, tu sì che sai scegliere soggetti allegri!» disse


appena lo vide, ma prima di averlo guardato bene. Quando l'ebbe fatto,
rimase in silenzio per un pezzo, senza staccare gli occhi dal disegno. Poi li
girò verso di me, e vidi che sorridevano. «Sai cosa facciamo? Andiamo
subito a incorniciarlo per regalarlo alla zia Soledad. È bello, e sono sicura
che le piacerà moltissimo. Complimenti, Mari José...»

Quique è stato il mio primo modello, e il migliore che abbia mai avuto. Lo
ritrassi molte, moltissime volte, a matita e a carboncino, con tempere e
acquerelli; e quando trovai il coraggio di avvicinarmi al disegno a olio, gli
feci anche un ritratto con quella tecnica. Lo dipinsi addormentato e
sveglio, felice e in lacrime, fermo e in movimento, a figura intera o solo in
un particolare. Arrivai a modo mio all'esercizio classico dello studio, e
disegnai centinaia di volte l'espressione della sua bocca, la curva delle
ciglia, le dita grassocce, goffe, il palmo gonfio e liscio delle sue mani
senza linee, senza rilievi, finché non imparai tutto a memoria e potei fare a
meno delle fotografie, degli appunti, del modello stesso. Allora cominciai
a dipingere anche altri Quique, che erano sempre lui ma allo stesso tempo
persone diverse, a volte femmine, altre neonati, persino qualche adulto, la
mia versione personale dell'adulto che mio cugino sarebbe diventato un
giorno, e molti gruppi, composizioni di tre, quattro figure in cui erano tutti
Down, finché non scoprii l'efficacia di introdurre un elemento diverso, una
persona geneticamente normale, quasi sempre una vecchia, o un vecchio
dall'espressione stanca e gli occhi intelligenti, astuti.

La mia scoperta diventò ben presto un'ossessione che smise di piacere a


mia madre e cominciò a preoccupare mio padre, ma che mi fece entrare
brillantemente all'Accademia di Belle Arti, dove sguardi meno prevenuti o
coscienti valutarono molto affrettatamente il mio lavoro.

Io ero «la ragazza dai capelli lunghi che ritrae famiglie di mongoloidi,
sai?» e per questo non potevo chiamarmi María José Sánchez García, un
nome così facile da dimenticare. Per lo stesso motivo mi misi anche a fare
alcune cose che da fuori mi sembravano belle, come fumare una sigaretta
arrotolata da me con la cartina e il tabacco da pipa o bere cognac di
mattina. Ma all'epoca, in primo luogo tutto era più facile, e poi era più
semplice farsi notare. La maggior parte dei miei compagni era a malapena
al livello di un buon disegnatore di fumetti, gli altri non ci arrivavano
neanche. Alcuni prendevano ottimi voti grazie a uno stile così banale,
convenzionale e perversamente accademico che, lungi dall'invidiarli, li
disprezzavo.
C'erano disegnatori magnifici del tutto privi del senso del colore, pittori
nati che non si erano mai presi il fondamentale disturbo di imparare a
disegnare, e qualche adepto dell'iperrealismo fotografico il cui lavoro era
curioso, tecnicamente ammirevole ma scialbo, banale, insipido come il
sapore dell'acqua del rubinetto e incapace di commuovere. Alla fine del
terzo anno, il mio gruppo aveva già perso più della metà degli iscritti del
primo, e io eccellevo. Ero una brava disegna-trice, una brava pittrice, e
avevo sviluppato, se non uno stile, un mio soggetto personale prima dei
vent'anni. Mi chiamavo José Sánchez ed ero famosa. Adesso, però, so che
avevo già cominciato a dubitare di me stessa.

Lo avrei fatto sempre più spesso, con progressivo convincimento e sempre


nuove ragioni. All'inizio del quarto rimasi attonita, quasi paralizzata
dall'incredulità. Non capivo da dove fosse uscita tutta quella gente in
gamba, dove fosse stata fino ad allora, perché io non ne avevo mai sentito
parlare. Nella specializzazione, la situazione degli anni precedenti
s'invertì: eravamo pochi e per lo più molto, molto bravi. Alcuni mi pareva
di averli già visti in qualche occasione, al bar o nei corridoi, altri invece mi
sembravano emeriti sconosciuti. Presto scoprii che venivano da altre
facoltà, collegi universitari in cui potevano seguire solo la prima parte del
ciclo di studi, o da università meno prestigiose e importanti di quella di
Madrid. Jaime González era uno di questi.

Era nato a Castellón, si muoveva ancora con la cautela di chi si è appena


sistemato in una città dove non ha mai vissuto prima e, se avessi potuto
evitarlo, credo che non l'avrei mai notato. Ma non potei, nessuno ci
sarebbe riuscito, perché non era alto, non era bello, non era snello, e
doveva fare i conti con un aspetto ordinario, ancora più inadatto a un
artista del mio nome di battesimo, ma era un disegnatore meraviglioso,
straordinario, il migliore che io abbia mai conosciuto. La prima volta che
lo vidi disegnare fu una specie di allucinazione, come se nel posare il
piede su una piastrella a caso del pavimento, senza sceglierla, senza
rendermene conto, la realtà si fosse trasformata nello scenario di un film di
fantascienza. Se così fosse stato, la sua matita sarebbe stata di sicuro
l'effetto speciale più speciale di tutti.
«Allora, cosa volete?»
Sentii prima la sua voce, un accento valenciano abbastanza stretto, al
centro di un capannello di gente. Avvicinandomi, vidi mezza dozzina di
compagni intorno a un ragazzo dall'aspetto provinciale, un contadino sano,
colorito, dal collo taurino e la faccia larga, labbra carnose, zigomi
pronunciati, sopracciglia folte e un naso lungo, sottile, aristocratico, che
sembrava trapiantato da un'altra faccia. Aveva in mano un blocco da
disegno e una matita di cui si vedeva solo la punta. Le sue dita erano forti,
corte, grasse come tronchetti, l'antitesi quasi ideale delle dita che ci si
immagina debba avere un disegnatore, delle mani disegnate da Escher.
«Okay, allora cominciamo con una madonna di Raf-faello...»
Sulle prime pensai che fosse uno scherzo, poi sospettai un trucco, e alla
fine ammisi che si trattava di un miracolo. Non mi fermai a contare i tratti,
ma avrei giurato che non era arrivato a tracciarne una dozzina quando alzò
il blocco, diede un'occhiata al lavoro e ce lo mostrò, noi vedemmo una
madonna di Raffaello, né più né meno che una madonna di Raffaello,
talmente simile all'originale che mi si drizzarono i capelli in testa.
«Una tahitiana di Gauguin» annunciò poi e, vedendola, applaudimmo,
fischiammo e qualcuno addirittura gridò, di sorpresa e di gioia, mentre lui
si limitava a sorridere, come se fosse abituato a reazioni del genere.
«Adesso, una ballerina di Degas...»
E apparve una ballerina di Degas, un disegno confuso, deliberatamente
abbozzato, le scarpine appena accennate, il tutù incompleto, le linee
spezzate, proprio come le avrebbe lasciate il suo autore. Mi colpì tanto che
non mi accorsi neppure che stavo esprimendo il mio stupore ad alta voce.
«Non ho mai visto niente del genere» dissi, e lui mi guardò. «Sembra una
magia.»
«Come ti chiami?»
«José.»
«Perfetto, Jose...» Non mi chiese di ripetergli il mio nome, non si lasciò
sfuggire una sola esclamazione di sorpresa, non tradì alcuno stupore, e da
questo capii che, anche se io non l'avevo mai visto, lui sapeva già chi ero.
«Non muoverti.»
Poi mi ritrasse. Non fece una caricatura, e non mise neanche la mia faccia
a uno dei modelli che già dominava, non si limitò a fare uno schizzo, e
neanche uno studio, o un bozzetto da perfezionare più tardi. Mi disegnò,
ritrasse a matita la mia testa, con l'espressione aggrottata e le labbra aperte
in un sorriso tiepido, indeciso, la mia faccia, in meno di venti tratti. A me
ne sarebbero serviti molti, molti di più. Lo sapevo perché da mesi mi stavo
studiando. Non l'avevo detto a nessuno, ma volevo che il mio prossimo
olio fosse un autoritratto, io con la sindrome di Down, una proposta
radicale che non racchiudeva altro che il primo, chiaro indizio
dell'imminente esaurimento della mia vena creativa.
«È stupendo» gli dissi nel restituirgli il blocco, rassegnandomi una volta
per tutte allo sbalordimento, «grazie.»
Ero sicura che avrebbe strappato il foglio per regalarmelo, ma non lo fece.
Chiuse il blocco, s'infilò la matita in tasca e si alzò.
«Adesso disegna un arlecchino di Picasso» gli chiese qualcuno.
«No. Ritraggo solo donne.»
Mentre attraversava l'aula per raggiungere la porta, un ragazzo che non gli
assomigliava affatto, alto, bello, snello, come un arcangelo disarmato,
senza ali e senza spada, lo salutò con una risata a cui il disegnatore
straordinario rispose dandogli un leggero pugno sul braccio. In quel
momento mi stupì molto vederli insieme, ma mi ci abituai subito, ci
abituammo tutti in fretta, non appena capimmo che era impossibile vederli
separati.
Malgrado il brusco commiato del primo giorno, Jaime González era un
tipo socievole. Aveva un gran senso dell'umorismo ed era nato per
divertirsi, adorava raccontare barzellette e ridere di quelle che gli
raccontavano gli altri, gli piaceva la gente. Era un chiacchierone ma
sapeva ascoltare e si trovava a proprio agio al centro dell'attenzione, anche
se il suo entusiasmo, oltre a essere la sua principale virtù, si sarebbe presto
rivelato il peggiore dei suoi difetti. Quando Jaime si divertiva era quasi
impossibile lasciare un bar. Non tollerava le diserzioni e ricorreva a
qualsiasi cosa, ricatti, minacce, suppliche lacrimose, persino gli abbracci
da orso, per convincere i bevitori prudenti a fermarsi per il bicchiere della
staffa, che però, quando c'era di mezzo lui, non era mai l'ultimo, e neanche
il penultimo. Intanto, il suo amico arcangelo gli stava sempre accanto,
sempre in silenzio, ma senza mai dare l'impressione di annoiarsi. Non era
solo il più alto della classe, era anche il più bello, sebbene la sua bellezza
avesse un che di eccessivo, di
ambiguo, una delicatezza quasi femminea, malgrado i brufoli, pochi ma di
considerevoli dimensioni, che gli spuntavano sulla fronte e sul collo. Il
viso era perfetto e il corpo anche, un insieme ammirevole di lineamenti
fini, allungati, eleganti, a cui diedi un senso definitivo quando qualcuno mi
disse come si chiamava. Nessun altro allievo della mia classe sarebbe mai
stato all'altezza di quel nome invidiabile. Era Marcos Molina Schulz. E mi
piaceva.
Quando gli parlai per la prima volta, mi consideravo ormai quasi amica di
Jaime, con quella mezza amicizia che nasceva ai tavoli del bar della
facoltà tra persone che si sedevano insieme tutti i giorni di lezione ma non
si mettevano ancora d'accordo per vedersi nel fine settimana. Fu in una
mattina di tempo variabile, con sole e nubi, una di quelle mattine da
incubo in cui la luce può cambiare anche diverse volte al minuto. Io ero
arrivata presto e avevo preso un buon posto, accanto alla finestra, lui
lavorava già con formati piuttosto grandi e si spostò con la sua tela in varie
tappe, cercando una collocazione migliore, finché non finì accanto a me.
Lo vidi avvicinarsi con la coda dell'occhio e non prestai troppa attenzione
a quello che faceva, finché il suo lavoro non entrò irrimediabilmente nel
mio campo visivo.
Era un acrilico, l'aveva quasi terminato, e ritraeva una ragazza triste con
una camicia da notte bianca. Era seduta con le gambe accavallate sul
pavimento di una stanza che era desolante in un modo misterioso, perché
vi si vedevano un letto con la testiera di sbarre metalliche in buono stato,
un tappeto di lana chiara ai suoi piedi, una poltrona tappezzata di cretonne
a fiori allegri in tinta con quella usata per le tende tirate, una scrivania
coperta di libri impilati e una mensola con piccoli giochi, e tutto,
tranne forse le sbarre della testiera, un po' troppo austere, quasi carcerarie,
sarebbe dovuto sembrare neutro, ordinario, prevedibile, una camera da
letto come tante, magari non quella della figlia unica di una famiglia
borghese, piuttosto la stanza di una pensione, o di una casa dello studente,
o forse il rifugio della domestica di una famiglia benestante e piena di
riguardi nei confronti della servitù. Avrebbe dovuto dare
quest'impressione, ma non era così. Dalla finestra si vedeva un cielo rosa,
inverosimile e abbagliante, ottenuto con una tecnica più tipica del
cromatismo astratto che della tradizione figurativa, espediente che si
ripeteva in altri punti del quadro. Poteva essere, pensai, poteva essere... ma
scartai subito l'ipotesi, perché non mi convinceva. Non sapevo cosa fosse,
sapevo solo che quanto stavo vedendo non era quello che avrei dovuto
vedere, perché la modella era giovane, e le pareti ben intonacate, e i mobili
nuovi, eppure tutto sembrava sgretolarsi, gemere, agonizzare, le pareti
cadevano a pezzi, i tarli divoravano i mobili, la ragazza non era una
ragazza, ma una vecchia precoce, sfinita ed esausta.
Forse, se non l'avessi avuto proprio davanti agli occhi non ci avrei neanche
fatto caso, perché non aveva niente a che vedere con le esibizioni di Jaime.
In quella tela non c'era nulla di scontato, nulla di immediato o di
spettacolare. Per questo la guardai a lungo, mi presi parecchio tempo per
capire quanto mi piacesse e, di più, quanto gliela invidiassi. Dove non
arriva il disegno, può arrivare il colore, ricordai, ma era un assioma per
artisti mediocri, fragili, impotenti. A lui non serviva, non aveva dovuto
abusare del grigio per ottenere un'immagine polverosa, desolata e triste,
come un fiore che non è mai stato bello quando appassisce in un vaso di
duralex. Forse non era brillante, ma era senz'altro profondo, violento e
commovente. Era quello che doveva essere, e io non sarei mai arrivata a
tanto.
Quando riuscii a spezzare l'incantesimo della tela, mi ritrovai appiccicata
al suo autore, che mi guardava stupito, addirittura divertito, con le braccia
conserte e un sorrisetto sulle labbra.
«È un ottimo lavoro» gli dissi per giustificare la mia intrusione, e lo
ripetei, per ribadire il complimento. «Ottimo.»
«No» rispose lui. «È Hopper, è Freud, tutte cose già viste. Non vale
niente.»
«No» insistetti. «Non sono d'accordo. Può ricordare Hopper, e anche
Freud, ma io non ci ho neanche pensato, prima, quando l'ho guardato. E
mi sembra ottimo, mi piace molto, davvero.»
«Non ci credo.»
«Sì.»
«No.»
«Senti, ti voglio dire una cosa...» Ero seccata, quasi arrabbiata per la sua
reazione, quella negazione categorica dei propri meriti che mi avrebbe
fatto perdere le staffe in molte altre occasioni. «Il punto non è tanto cosa
c'è dentro, quanto cosa ci ho visto io. E io ci ho visto molte più cose di
quelle che ci sono, perché tu le hai dipinte. La luce sporca, quasi
tenebrosa, il cielo rosa, la tristezza... Perché è tutto triste, e non dovrebbe
essere così, e tu lo sai. Ecco perché credo che sia la cosa migliore che ho
visto in quest'aula.»
«Non dire sciocchezze.»
Quel commento mi disarmò. Non aveva alzato la voce, non aveva mosso
le braccia e neanche smesso di sorridere, e tuttavia da quelle tre parole
trapelava tanta durezza che di colpo mi sentii ridicola, incapace di
continuare a sostenere argomenti che non mi mettevano neanche in buona
luce. Sulle prime, arrossii. Poi tornai alla mia tela, ripresi la tavolozza e mi
misi a ritoccare lo sfondo del mio quadro; solo a quel punto lo sentii dire:
«Senti, José...» La sua voce era dolce, neutra come prima. «Se lo vuoi, te
lo regalo. Appena l'avrò presentato potrai prenderlo.»
«Davvero?» Era più di quanto potessi sperare, per cui mi girai verso di lui
e lo guardai di nuovo, gli sorrisi.
«Sì. È brutto... ma sono felice che ti piaccia. Io preferisco di gran lunga le
cose che fai tu. Ho visto i tuoi mongolini. Sono fantastici.»
Allora girai il quadro a cui stavo lavorando, Autoritratto con la sindrome
di Down, e lui annuì, in segno di apprezzamento.
«Lo vedi?» disse. «E favoloso.»
«No» risposi, e non mi resi neanche conto che stavo per ammettere ad alta
voce qualcosa che non avevo ancora avuto il coraggio di confessare a
nessuno. «È puro e semplice effetto, si limita a essere quello che sembra.
Non c'è niente sotto.»
Dissi a Lorena che all'improvviso mi sentivo male, e non era una bugia.
Avevo dimenticato il giornale in ufficio e ne comprai un altro prima di
prendere il taxi. L'articolo era lungo, celebrativo, e ometteva il particolare
del suicidio. Quel silenzio mi ispirò un sollievo banale e momentaneo.
Quando arrivai a casa, la donna di servizio era già uscita. Tutto era pulito,
in ordine, gelido come l'atrio di un mausoleo. È incredibile come sopporti
il freddo quella donna, pensai accendendo il riscaldamento, ma anche se
misi il termostato al massimo, sapevo già che non sarei riuscita a
scaldarmi. Sulla parete principale della sala, sopra il divano, erano appesi
due lavori di Marcos, tecnica mista su cartone da imballaggio, quadri
relativamente recenti, di quella che i critici reputavano la prima tappa della
sua maturità artistica, prima che cominciasse a ritrarre in tutte le giovani
donne che dipingeva. Li avevo presi cinque anni prima, e solo perché la
gallerista mi doveva un favore talmente grosso che non aveva potuto
rifiutarsi di scontarmi un quindici per cento e concedermi un pagamento
rateale. Se avessi dovuto pagare a pronta cassa non me ne sarei potuta
permettere neanche uno. All'epoca, Marcos era già uno dei pittori più
quotati della sua generazione, e non solo per il suo talento, ma anche
perché c'erano poche opere sue in giro.
Non te lo immagini neanche, mi aveva spiegato la donna, dipinge
moltissimo, ma non è mai soddisfatto di quello che fa... Me lo
immaginavo eccome, ma non avevo detto nulla e avevo finto di ascoltarla
con interesse mentre mi raccontava tormentosi episodi della sua odissea
con Molina Schulz, di come gli lasciasse migliaia di messaggi nella
segreteria telefonica ai quali lui non rispondeva mai, di come si rifiutasse
di aprirle la porta quando andava a trovarlo nel suo studio, sebbene la
portinaia le avesse assicurato che lui c'era, di come ormai si fosse arresa,
incapace di convincerlo a esporre ogni due o tre anni, come facevano tutti,
di come ogni tanto, senza prendersi il disturbo di avvisare, di fissare prima
un appuntamento, andasse a trovarla con un paio di quadri, mai tre, perché
aveva bisogno di soldi o perché, semplicemente, non gli piacevano più e
non sopportava di vederli tutti i giorni appesi al muro. Io lo manderei a
cagare, te lo giuro, mi aveva detto, ma non posso, perché sono convinta
che farà strada, che è destinato a diventare un grande... Ecco perché non
voleva vendermi i suoi quadri, ma io avevo un asso nella manica, gli eredi
di un piccolo ma esigentissimo collezionista di El Paso, i quali, se io fossi
riuscita a trovare una buona offerta, preferivano non mettere all'asta le
opere che erano state la passione del padre. Lei era la mia acquirente
ideale, io la sua, ed entrambe lo sapevamo. Al momento di salutarci le
avevo raccontato una parte di verità, che avevo fatto Belle Arti con Molina
Schulz, che eravamo stati molto amici, che mi sarebbe piaciuto fargli
sapere che avevo comprato i suoi quadri... Non aveva voluto darmi il suo
numero, perché era terrorizzata dalla sua possibile reazione, ma mi aveva
promesso che gli avrebbe dato il mio, e così aveva fatto.
«Ciao, Jose, sono Marcos, Ho saputo che hai comprato due dei miei
quadri, e non avresti dovuto, perché sono bruttissimi, ma, insomma, dal
momento che hai sempre avuto la fìssa... So anche che stai bene, per cui
non te lo chiedo. Penso spesso a te, sai? A Jaime, a te, a me, ma
soprattutto a te. È per questo che ti ritraggo. Be', ti mando un bacio... Ti
chiamo uno di questi giorni, e magari ci vediamo.»
La distanza tra la penultima e l'ultima frase era così abissale che prima
ancora che la segreteria avesse riavvolto il nastro avevo già la certezza che
non mi avrebbe chiamata mai più. Sul momento mi era parso logico,
normale, erano passati tanti anni, troppi, io non sapevo come fosse Marcos
adesso e lui non sapeva niente di me. Avrei voluto parlargli, raccontargli
quanto mi piacesse quello che faceva, quanto mi riempisse di gioia la
mattina vedere i suoi quadri appesi al muro. Gli avrei detto che anch'io lo
pensavo spesso, che lo ammiravo sempre e gli volevo bene anche se non ci
vedevamo, e lui mi avrebbe risposto non dire sciocchezze, per cui, forse,
dopotutto, era stato meglio che non mi avesse trovata, che io avessi potuto
tenere per me la punta di malinconia ed emozione provata sentendo la sua
voce nella segreteria.
Ma questo accadeva cinque anni prima, quando lui era ancora vivo. Non
avevo più avuto sue notizie finché all'improvviso, da qualche mese, non
era apparso su tutti i giornali. Molina Schulz era tornato a esporre all'Arco,
la fiera dell'arte di Madrid, dopo un'assenza di ben otto anni, e quando i
critici si erano ripresi dal colpo si erano lanciati in una polemica feroce - è
quanto di meglio abbia fatto, è il suo periodo peggiore, è sublime, è
deludente, è un punto di partenza, è un vicolo
cieco - che doveva aver divertito molto il pittore. Io non l'avevo trovata
per niente simpatica, invece. Si sta castrando da solo, ecco cos'avevo
pensato quando avevo visto la mostra, una serie di guazzi così simili l'uno
all'altro da formare una sequenza, colori cupi, scuri, opachi, una tavolozza
atipica per quella tecnica, una tecnica atipica per un pittore come lui,
un'opera minore e lugubre, bellissima, perché era sua, ma nera come
l'occhio di un assassino condannato alla sedia elettrica. Probabilmente si
era già condannato da solo, ma io non lo avevo capito, come avrei potuto?,
perché in un supplemento domenicale avevo trovato un'intervista
lunghissima, con le fotografie a colori e a tutta pagina del suo studio.
Nella prima, l'artista posava seduto alla scrivania. Sullo sfondo, appeso al
muro, e in una cornice molto più bella di quanto avrebbe meritato, c'era un
disegno scolastico con un paesaggio verde, rigoglioso, bello, con colline
dolci e sentieri sinuosi, e coniglietti, anatroccoli e pulcini, e un fiume con
un ponte, e una cascata di acqua spumeggiante, e un'altra di edera
tropicale, tutto ben impastato di cera, sfumato con il mignolo e lumeggiato
poi con tratti sottili di matite colorate. Quando lo avevo visto mi ero tanto
emozionata che non ero riuscita a pensare più a niente.
In camera mia, una ragazza triste, seduta sul pavimento con le gambe
accavallate, gli occhi bassi, concentrata su un angolo della tela, sembrava
condannata a leggere per sempre la stessa dedica, A José, che è bella e
dolce. Gettandomi sul letto, mi chiesi quanto poteva valere adesso, quanto
avrebbe fatto alzare la quotazione la morte dell'autore, e mentre cercavo di
calcolarlo, riuscii finalmente a piangere. Piansi Marcos a lungo, e quando
mi si seccarono gli occhi continuai a piangerlo dentro.
Credo che non riuscirò mai a smettere. Era l'unico di tutti noi ad aver
sfondato, l'unico principiante destinato a diventare davvero un grande
pittore. Ma era morto anzitempo perché vivere gli costava troppa fatica.

II IL SESSO
Il tre è un numero a parte.
Quel lunedì era cominciato come un giorno qualsiasi. Gennaio volgeva al
termine, faceva molto freddo e il riscaldamento non funzionava bene, ma
anche questo era nella norma, ci avevamo fatto il callo, sapevamo tenere
in mano il pennello con le dita gelate, dominare l'insensibilità della pelle
intirizzita, le articolazioni sensibili come se le ossa si dovessero spezzare
al minimo movimento. Io andavo a lezione con i guanti senza dita, e mi
avvolgevo in uno scialle di lana lungo e pesante come un mantello, perché
Jaime potesse fare le sue battute sul mio aspetto, ti manca solo la
mansarda parigina, piccola, che follia, com'è dura la strada dell'arte, anche
se poi apprezzava come gli altri la temperatura del bar, una specie di sauna
tropicale dove la maligna caldaia dell'edificio concentrava
capricciosamente tutto il calore. In giorni del genere, andare a bere una
birra all'uscita era quasi obbligatorio, per una parentesi di benessere che
compensava il freddo supremo delle aule e l'ap-pena più sopportabile
freddo della strada. E fu lì che cominciò tutto.
«Potremmo andare a mangiare qualcosa, no?» Jaime guardò prima Marcos
e poi me. Eravamo tutti e tre a un capo di un lungo tavolo, ma c'erano
anche altre persone, e non pensai che l'invito fosse rivolto esclusivamente
a noi due, e neanche che mi includesse, perché era una cosa insolita. Non
avevamo mai mangiato insieme fuori dalla facoltà, dopo la lezione.
«Il signor Aristóbulo mi ha versato il mensile» insistette, «comprensivo
del regalo della Befana del mio padrino. Quindi, sono ricco. Se vi
accontentate di un hamburger, vi posso invitare e...»
Il signor Aristóbulo era il padre di Jaime, di altri tre maschi e quattro
femmine, a cui non era assolutamente disposto a pagare gli studi a Madrid.
Con i maschi era più generoso, appena appena, perché Jaime non aveva
mai un soldo in tasca anche se era il più piccolo. La cosa non sembrava
importargli troppo, sapeva come guadagnarsi da vivere, aveva imparato a
farlo, di sicuro non aveva avuto molte alternative, era il sesto di otto figli,
e dopo neanche un mese dal suo arrivo a Madrid aveva già trovato due
allievi a cui dare lezioni private di disegno tecnico. Se non parlava mai
bene del padre, e nemmeno lo nominava senz'anteporre al nome di
battesimo quel «signor», come se fosse stato un estraneo, era per altri
motivi. Il signor Aristóbulo era un giudice, e per molti anni era stato
destinato al Tribunale dell'ordine pubblico. E il fascistone ci godeva, ve lo
giuro, ci raccontò suo figlio una volta. Aveva processato la figlia minore
per attività sovversive e l'aveva mandata in galera senza nessun riguardo,
tanto per proclamare pubblicamente la propria integrità, l'adesione al
Regime. Jaime non glielo aveva mai perdonato, anche se il disprezzo che
provava per lui non gli impediva di vivere alle sue spalle.
«Be', allora, andiamo a mangiare o no?»
«Andiamo» rispose per primo Marcos. «Per quel che mi riguarda,
accetto.»
«Ma a te non lo pago, sia chiaro, tu sei ricco, stronzo... Il pranzo lo offro
solo a José.»
Andò così, e io non feci in tempo a dire di sì che non ce n'era più bisogno.
«Sei in macchina?» mi chiese Jaime quando uscimmo dalla facoltà.
«Okay, allora andiamo a Princesa, no? La metti nel parcheggio così poi io
sono vicino a casa.»
Stava dirigendo le operazioni, come al solito, ma non potevo ancora
immaginare a quali estremi avrebbe spinto quel giorno l'esercizio della
propria egemonia. Quando aprii la macchina, una Ford Fiesta tre porte
rossa con la carrozzeria molto appariscente e il motore a pezzi, perché
l'avevo ereditata da mia madre che guidava così male da essere stata
scaricata da ben due compagnie assicurative, Marcos andò dritto a sedersi
sul sedile posteriore benché avesse le gambe molto più lunghe di Jaime,
che si mise al mio fianco con la stessa naturalezza. Quel particolare mi
fece sorridere, ma non dissi nulla, perché, tra l'altro, avevo la patente da
meno di un anno e la guida mi assorbiva completamente, soprattutto in
presenza di testimoni. Anche così, al volante non ero meglio di mia madre
e la macchina mi si spegneva su tutte le salite; ciononostante, arrivammo a
Princesa senza contrattempi. Fu più problematico parcheggiare. L'unico
posto libero era al terzo piano interrato, accanto a un camion grande da far
paura e a una Mercedes nuova fiammante che aveva invaso metà del mio
spazio.
«Vuoi che parcheggi io?» mi chiese Jaime quando quelli dietro di noi
cominciarono a suonare il clacson ancor prima che avessi deciso da che
angolazione intraprendere la manovra.
«Se non ti spiace...»
Scesi dalla macchina e lui prese il mio posto. Riuscì a far manovra in uno
spazio minimo, si raddrizzò un paio di volte e alla fine lasciò la stessa
distanza da entrambi i lati, tanto che lui potè scendere da sinistra e Marcos
da destra senza neanche sfiorare la carrozzeria dei nostri vicini.
«Dovevo immaginarlo» gli dissi, quando mi restituì la chiave.
«Cosa?»
«Che guidavi molto bene. È il genere di cose che ti piace padroneggiare
alla perfezione.»
«E non è l'unica, tesoro.» Marcos scoppiò a ridere mentre lui mi prendeva
sottobraccio spingendomi verso l'uscita pedonale. «Non è l'unica, puoi
starne certa...»
Al Burger King non servivano alcolici, solo birra. Dopo aver scelto il
menu più economico, perché, malgrado le sue proteste, non potevo
dimenticare le abituali ristrettezze del figlio del giudice, ordinai una Coca-
Cola e lui mi guardò storto.
«Non mi piace la birra» mi giustificai. «Scusami.»
«Vedi?» obiettò allora. «Questa è una cosa che non ti si addice.»
«Be', ma mi succede solo con la birra... Voglio dire, gli altri alcolici mi
piacciono. Il whisky, il cuba libre, il cognac...»
«Sei una ragazza stupenda, José.» Marcos, che aveva a malapena aperto
bocca fino a quel momento, parlò ad alta voce, senza esitare, senza
fermarsi a scegliere le parole e senza togliermi gli occhi di dosso. «Sei
bella, sveglia, divertente, simpatica e hai talento. Sei la migliore, anche se
non ti piace la birra.»
«Sicuro.» Anche Jaime mi guardò, ma con un'espressione diversa, ilare,
carica d'ironia. «È per questo che ti
abbiamo invitata a mangiare. Anche noi siamo persone stupende.»
«Sì» concordò Marcos, e tutti e tre scoppiammo a ridere. «Aspettatemi un
momento, vado in bagno.»
Si alzò e io lo guardai, lo seguii con gli occhi finché non sparì in fondo al
corridoio, ed era così bello, aveva un fisico così perfetto, armonioso, che
non riuscivo a smettere di guardarlo, di ammirare il trapezio impeccabile
delle sue spalle, la proporzione delle sue gambe robuste e insieme snelle, il
delicato languore delle sue braccia. Da quando l'avevo conosciuto lo
paragonavo in segreto a tutti i modelli che avevano posato per me da
quando ero entrata all'Accademia, e arrivavo sempre alla conclusione che
mi sarebbe piaciuto ritrarlo, dipingerlo con due grandi ali bianche, uno
scudo e una spada fiammeggiante, come un arcangelo furioso e innocente,
potente ma inconsapevole della propria forza.
«Ti piace, eh?»
La voce di Jaime mi fece sussultare. Quando mi voltai, me lo trovai
vicinissimo, proteso sul tavolo con il mento appoggiato a una mano e una
luce malevola negli occhi. Riflettei un secondo prima di rispondere. Era
vero che Marcos mi piaceva, mi era piaciuto subito, appena l'avevo visto.
Non era amore, non era pena, non era stato un colpo di fulmine e neanche
un abbaglio, piuttosto una sensazione netta, un'attrazione fisica pura e
insieme sfumata, arginata all'inizio dai suoi silenzi, quella capsula
impenetrabile a chiunque non fosse lui, e ampliata in seguito
dall'ammirazione, da un'invidia che era pura e semplice ammirazione,
consapevolezza di quel talento che lui aveva in gran quantità e io no. In
ogni modo, non mi era mai sembrato grave. Non lo mascheravo, ma non
credevo neanche che fosse così evidente. L'astuzia di Jaime aveva attivato
un elementare istinto di autodifesa che mi spingeva a rispondere di no, ma
quello che provavo per Marcos non era amore, e neanche pena, e così
pensai che non correvo alcun pericolo, che non avevo niente da perdere e
niente da guadagnare da quella risposta, e fui sincera.
«Sì» ammisi. «Mi piace. È bellissimo. Mi piacerebbe ritrarlo.»
Jaime scoppiò a ridere davanti ai decorosi sviluppi della mia confessione.
«E tu piaci a lui» aggiunse poi con un filo di voce, con un tono
volutamente confidenziale, «ma siccome è così timido... Non saprebbe
neanche da dove cominciare. Ecco perché ho deciso di dargli una mano.»
«Una mano?» Sulle prime non ci capii nulla. E per un po' continuai a non
vederci chiaro finché, all'improvviso, ebbi l'illuminazione.
«Sì, vedrai...» S'interruppe quando Marcos tornò verso di noi. «Tu lascia
fare a me.»
Ma allora, non ricordo più perché, cominciammo a parlare di De Kooning,
e poi Jaime disse che voleva un altro hamburger, e anche Marcos fece il
bis, e tra un morso e l'altro ci mettemmo a criticare la metà dei nostri
compagni di corso, chi per questo, chi per quello, e la conversazione si
fece così intima, così simile a quelle che facevamo tutti i giorni al bar, che
le parole di Jaime, quell'affermazione sorprendente, a metà strada tra la
promessa e la minaccia, diventarono sempre meno rilevanti, fino a
sgonfiarsi del tutto, come un palloncino bucato. Quando uscimmo dal fast
food, davo per scontato che ci saremmo salutati e ciascuno sarebbe tornato
a casa propria, e invece Jaime mi prese sottobraccio e mi si appiccicò
appena mettemmo piede in strada.
«A casa ho del fumo fantastico. Lo ha appena portato Miki dal Marocco, e
ieri, quando ho ricevuto il versamento del signor Aristóbulo, mi sono
comprato una bottiglia di whisky, di Segovia, ma pur sempre whisky...
Credo che ci sia persino il ghiaccio nel freezer.» Guardò prima Marcos e
poi me: «Avete qualcosa di meglio da fare?»
Jaime viveva vicinissimo a plaza de España, in una stradina stretta che
sfociava in Cuesta de San Vicente. Suo padre, che doveva avere motivi
sufficienti per non fidarsi di lui, avrebbe preferito che si stabilisse in una
pensione universitaria, ma al fattore di dissuasione del prezzo si era
sommata l'opportunità di una stanza libera nell'appartamento in affitto
dove già viveva il fidanzato di una delle sue sorelle. Il ragazzo era così
responsabile e studioso che aveva convissuto con Jaime solo per un mese e
mezzo, poi aveva vinto un concorso ottenendo un posto a Murcia. Il futuro
cognato era stato rimpiazzato in fretta e furia da uno dei nostri compagni
di Accademia, Joaquín, uno scultore asturiano molto tranquillo, che si
faceva i fatti propri. Entrambi dividevano l'appartamento con il locatario
originale, Miki, un eterno studente di Legge dedito allo spaccio, che
passava quasi tutte le notti a casa della sua ragazza.
«Per cui, io qui ci sto da dio» concluse mentre mi mostrava la casa, un
appartamento scalcinato in un palazzo dall'aria elegante, di cui,
naturalmente, era riuscito a prendersi la camera più grande. «Già, perché
ho convinto il pusher che gli conveniva tenersi quella con l'armadio a
muro...»
La camera di Jaime dava sull'angolo e aveva due balconi, pochi mobili e
una quantità di oggetti, sorprendentemente distribuiti con grande rigore. Il
loro padrone non puliva, ma era un maniaco dell'ordine. Il letto era sfatto
ma non c'erano vestiti per terra, i posacenere erano sporchi ma senza
mozziconi, i libri straripavano dai piccoli scaffali a muro, ma le pile che si
arrampicavano sulle pareti erano ordinate per argomento e autore. Su un
tavolo grandissimo, montato su due cavalletti, c'erano un leggio, vari
mucchi di blocchi da disegno classificati a seconda dei formati, e tre
scatole di cartone in fila, ciascuna con tre cassetti, di quelle che usano
nelle tabaccherie per tenerci i sigari. Lui ci teneva le matite, e ne aveva
molte, moltissime, tutte con la punta appena fatta, alcune così consumate
che sembrava impossibile potesse maneggiarle con le sue dita da
manovale. Non avevo mai conosciuto nessuno che avesse tante matite, e
anche un temperino professionale, con la manovella accanto e una morsa
per fissarlo al piano del tavolo. Le tele erano impilate con cura, accanto a
un balcone orientato a est e, di fianco, su un tavolo fabbricato con il
bottino di un container - il basamento di ferro battuto di una vecchia
macchina da cucire e un piano di formica con il laminato che si sollevava
negli angoli -, i barattoli con pennelli e pennellesse, acquaragia, solventi,
vasetti e tubetti di pittura, disposti in file perfettamente allineate. Marcos,
che era già stato in' quella stanza, vi si avvicinò, scelse un tubetto di blu
oltremare, 07, tra quelli schierati come un esercito di soldatini di piombo
sul lato destro del tavolo, lo guardò un po' e lo posò dalla parte opposta,
sulla sinistra, tra i pennelli e l'acquaragia. Jaime reagì subito: «Che peso
sei, bello mio!»
Prese il tubetto con uno scatto fulmineo, come se scottasse, e lo rimise a
posto, tra due blu della stessa marca, contrassegnati rispettivamente con lo
04 e lo 09.
«Hai visto?» mi disse Marcos, quando si stancò di ridere. «È matto.»
Jaime lisciò il letto in un qualche modo, lo coprì con la trapunta e fece
finta di non aver sentito.
«Sedetevi qui» disse poi. «Vado a cercare i bicchieri.»
Tornò poco dopo e gli bastò darci un'occhiata dalla porta per capire la
situazione. Io mi ero distesa sul letto, con la schiena sul cuscino e i piedi
per aria. Marcos era all'altro capo, seduto, teso, e sfogliava una rivista.
Jaime gliela strappò di mano e la ripose sul comodino, prima di avvicinare
l'unica sedia che aveva e sedersi davanti a noi due.
«Mi sbagliavo» ci confessò. «Non c'è ghiaccio.»
«Non importa» lo consolai e mi apprestai a versare il whisky nei bicchieri
mentre lui rollava una canna gigantesca. Anche questa era una cosa che gli
veniva bene, da dio. Non ho mai più fumato canne come quelle. Quando
diedi il primo tiro, mi sentii come se avessi appena cominciato a fare a
pugni con un pugile professionista. «Cazzo...»
«Buona, eh?» Jaime sorrise e mi guardò come se potesse riversare il suo
sorriso nei miei occhi, pressarlo forte e ficcarmelo dentro, e io diedi un
altro tiro prima di passare la canna a Marcos. «Ho idea che tu sia una
viziosa, José.»
«Lasciala stare...» Marcos fumò e la passò a Jaime.
«Dai, non me la sono presa.»
Jaime fumò e la passò a me, io diedi un altro tiro e, prima di passarla, mi
ritrovai ancora i suoi occhi addosso, nei miei, e allora, per la prima volta,
pensai che era bello anche lui, nel suo modo grezzo e terroso; scoprii un
fascino strano, profondo, nel suo sguardo, quasi dolce, che follia, mi dissi,
sono già fatta, e allora Marcos fumò,

passò la canna a Jaime, che non mi aveva ancora tolto gli occhi di dosso.
«Certo che no...» Terminò la frase prima di fumare. «Le sto facendo un
complimento. Prendi, finiscila. Ne rollo un'altra.»
La seconda gli venne anche meglio. Io cominciavo a percepire il peso del
fumo, quella leggerezza brumosa che fa distendere la pelle, rilassare i
muscoli, e non ti fa più sentire i denti, le unghie delle mani, la pianta dei
piedi, fumavo e ridevo, dicevo sciocchezze, le ascoltavo, le ripetevo e le
ridicevo, ma a un certo punto mi resi conto che quanto stava succedendo
quella sera, nella stanza di Jaime, non era del tutto normale. All'epoca io
facevo uso frequente, quasi abituale, di hashish. Avevo fumato spesso,
sempre in gruppo e con persone diverse, mai roba migliore di quella, ma
comunque buona, a volte molto buona, senza mai provare nulla di simile.
Marcos, Jaime e io fumavamo e bevevamo, ridevamo, fumavamo,
bevevamo e ridevamo ancora, e intanto era come se imparassimo a
condividere qualcosa, come se tutti e tre accettassimo nello stesso tempo
un legame mutuo, profondo e invisibile che ci avrebbe trasformato in
vittime e insieme debitori di una particolare specie d'armonia, una sola
persona con tre corpi, tre teste, tre paia di braccia e di gambe. Ciascuno
dei nostri movimenti, delle nostre parole, delle nostre espressioni pareva
sincronizzato, calcolato, integrato in una sorta di sequenza perfetta che
non aveva mai avuto inizio e non sarebbe mai finita. Le canne non danno
allucinazioni, lo sapevo, e tuttavia mi sentivo come se non fossi mai stata
sola, sentivo che non lo sarei mai più stata, perché la vita era tutta lì,
fumare, bere e ridere con Jaime e Marcos, nei secoli dei secoli. Ero fuori,
rilassata ma sveglia, e soprattutto felice, felicissima. Quando Jaime si alzò
dalla sedia e mi guardò inarcando le sopracciglia, sentii subito la sua
mancanza. Non ero sicura di volere che se ne andasse, ma non feci niente
per impedirglielo.
«Vi lascerò soli per un po'... Devo... Be'...» disse ridendo, e la sua risata
contagiò Marcos e poi me «ho delle cose da fare.»
Quando la porta si chiuse noi stavamo ancora ridendo. Poi Marcos mi
guardò, mi sorrise e si lanciò su di me. Che meraviglia, pensai, che
meraviglia, mentre ci baciavamo, e ci accarezzavamo, e ci spogliavamo
goffamente, inefficacemente e confusamente, nel solo modo che ci era
concesso viste le nostre condizioni, e ci mettemmo molto a progredire,
galleggiavamo, avevamo la testa piena di fumo e ci aggrovigliavamo nelle
maniche, con i bottoni e le cerniere, ma era lo stesso, che meraviglia,
pensavo io, ma che meraviglia, mi piaceva tanto baciare Marcos,
accarezzarlo, spogliarlo, sentire le sue labbra, le sue mani, le sue dita, tutto
il corpo sul mio, che meraviglia... Finché non scoprii che invece no, c'era
qualcosa che non andava affatto a meraviglia. E mi svegliai di colpo, come
mai mi era accaduto.
Non posso dire che Marcos mi avesse deluso, perché era bello come avevo
immaginato, forse anche di più. Aveva la pelle liscia, luminosa,
morbidissima, compatta, senza cicatrici né imperfezioni, le gambe lunghe
e robuste, i muscoli giusti, né flosci né troppo gonfi, le braccia snelle, le
mani affusolate, sottili, fini come guanti, e nient'altro. Nient'altro. Il mio
amante era bello come un arcangelo. E altrettanto inoffensivo.
Io avevo tanta esperienza con il sesso quanta ne avevo con le canne, e
nella sua quasi totalità si poteva misurare più in termini di quantità che di
qualità, perché
di qualità, a essere sinceri, ne avevo vista davvero poca. Avevo avuto solo
due ragazzi, uno a diciassette anni, effimero, e l'altro a diciotto, fugace, ed
entrambi li avevo scaricati io. Li avevo scelti male, era stata colpa mia,
ecco perché dovevo riprovarci, ed era esattamente quello che facevo,
collezionavo amanti di una notte, di due sere, di un fine settimana, mai di
più. A volte mi turbava la mia volubilità, l'incapacità di condividere una
storia seria, intensa, vera, con uno qualsiasi di quei ragazzi che
sembravano così svegli, divertenti e arguti finché restavano appoggiati al
bancone di un bar ma che, subito dopo, si rivelavano vere e proprie nullità;
ma la cosa non mi preoccupava più di tanto. Quando conobbi Marcos e
Jaime ero in una di queste fasi d'indifferenza sentimentale in cui non
avevo bisogno di nessuno, mi bastava dipingere e divertirmi, e tuttavia
quella sera fu diverso. Io ammiravo Marcos, avevo fumato parecchio, e in
quel momento sentii di volergli bene. L'amavo. Era così grande, bello,
eppure così piccolo, all'improvviso. Non mi era mai capitato niente del
genere, tutti i miei amanti banali, sciocchi, insulsi, avevano osservato la
legge della mia nudità con il meccanismo rigoroso, automatico, dei loro
corpi possenti e facili da dimenticare, ma non sapevano ritrarre la tristezza
e neanche esprimere sensazioni che non hanno nome, o risolvere la luce
compatta di cicli di un colore impossibile. Marcos sì, Marcos poteva fare
tutte queste cose, ma non poteva fare niente con me, ed eravamo insieme a
letto, entrambi nudi, con i nostri ventri ugualmente piatti, e in fondo al suo
c'era un sesso raggrinzito e minuscolo, e io non potevo accettarlo, non
potevo sopportare il suo fallimento, l'ingannevole, calma rassegnazione
dei suoi occhi, il suo sorriso caldo e prefabbricato; e così ci provai, feci
tutto quello che era in mio potere, tutto quello che sapevo, ma invano.
«Lascia perdere, José...» La sua voce era dolce, tranquilla, e anche amara.
«Va sempre così. Non so perché, ma non ci riesco... Mi spiace.»
«Ah!»
Non mi venne in mente nient'altro da dire, e per un istante pensai a quanto
dovevo sembrargli stupida, ma poi mi ricredetti, perché doveva stare già
talmente male per la situazione da non aver voglia di rimproverarmi
alcunché, e comunque mi sarebbe piaciuto dirgli qualco-s'altro, trovare le
parole giuste per dare meno importanza a quanto era successo, o
inquadrarlo nella giusta prospettiva, non lo sapevo nemmeno io. Marcos
mi attirò a sé, mi fece stendere di nuovo a letto, accanto a lui, mi
abbracciò, mi baciò, mi chiese scusa senza parole, e a quel punto si aprì la
porta.
«Come va?» Jaime entrò nella stanza e richiuse la porta a chiave. «Un
disastro, eh? L'avevo immaginato...»
Si avvicinò al bordo del letto e si sfilò la cintura, si sbottonò i pantaloni e
io mi dissi che non poteva essere, era impossibile, un'allucinazione, un
sogno, un film, non poteva succedere davvero...
«Non preoccupatevi...» Jaime si denudò e mentre lo faceva il suo corpo
passò a occupare gran parte dello spazio attorno. «Adesso sistemo tutto io,
in un batter d'occhio...»
Prima di aver finito la frase, si era infilato nel letto dal lato rimasto libero.
Prima di aver fatto scivolare tutte e due le gambe fra le lenzuola, mi aveva
già messo la mano sinistra in mezzo alle cosce. Prima che mi venisse in
mente di chiedergli cosa stava facendo, avevo la sua lingua in bocca.
Prima che mi convincessi che stava davvero succedendo, aveva già
cominciato a strusciarsi addosso a me, su di me, dentro di me e a mio
benefìcio. Il fattore I
sorpresa era fondamentale, mi avrebbe confessato poi, e aveva ragione; in
un letto Jaime González avrebbe sempre avuto ragione. Perché ancor
prima di avere il tempo di spaventarmi, avevo scoperto che la cosa mi
piaceva, e non potevo contestare il giudizio del mio corpo. E quando
riuscii a riconciliarmi con lui, tutto tornò perfetto, divertente e speciale,
come all'inizio.
Poi cercai di sentirmi in colpa.
Quando uscii in strada faceva molto freddo. La gente andava di fretta, con
il bavero del cappotto alzato, il naso arrossato dal vento, e tuttavia alcuni
passanti si fermavano a guardarmi, perché camminavo piano e ridevo da
sola, provavo un'euforia strana, difficile da spiegare, ci eravamo fumati
un'altra canna tra la prima scopata con Jaime e la seconda. Marcos non ce
l'aveva fatta, ma era contento, eravamo contenti tutti e tre, e non era solo
l'hashish, non poteva esserlo, c'era qualcos'altro, qualcosa di diverso,
differente da tutto quello che avevo provato prima. Finché arrivai a casa. E
trovai i miei che guardavano la televisione. Mio padre mi disse che c'era
stato un terremoto in Centroamerica, mia madre mi chiese di aiutarla ad
apparecchiare la tavola, e poi arrivò mio fratello, e andammo a cena, e ci
sedemmo intorno al tavolo e ci raccontammo com'era andata la giornata,
cosa avevamo fatto, e io gli rifilai la storiella che avevo già pensato, e
mentre gli spiegavo che stavo imparando a modellare con un amico
scultore dell'Accademia, un asturiano, un gran bravo ragazzo, molto
paziente, rividi senza volerlo il film delle ultime ore che avevo vissuto, e
mi chiesi che faccia avrebbero fatto, loro, se mi avessero visto nuda,
ubriaca, drogata, ma soprattutto nuda, in mezzo a due uomini nudi, in un
letto
piccolo, e così felice. I miei erano di sinistra, una coppia progressista, tra i
loro amici c'erano coppie di omosessuali, eterosessuali che non si erano
mai sposati e che si erano già separati parecchie volte, persino una ragazza
madre. Ma non avrebbero retto a quella scena. Era troppo. Questo pensai,
e il contrasto tra la concitazione del letto di Jaime e la serenità della cena
di famiglia generò una bolla che esplose all'improvviso, senza preavviso.
È stata una follia, pensai allora, ma cos'ho fatto, sono impazzita o cosa,
che schifo, che brutta cosa...
Cercai di sentirmi in colpa, ma non ci riuscii. Pensavo che fosse doveroso,
inevitabile, l'unica reazione possibile, ma poi quella notte, da sola nel mio
letto, mi cullai con i miei ricordi che erano come flash di una dolcezza che
non avevo mai conosciuto prima. Era stranissimo, sembrava impossibile,
difficile da credere, ma era stato così, semplice, divertente e soprattutto
dolce. Marcos e Jaime non si erano toccati, neppure sfiorati, non
l'avrebbero fatto mai, ma mi si erano buttati addosso insieme dopo che il
nostro anfitrione aveva risolto in modo tanto brillante i nostri problemi,
perché anche questo era vero, li aveva risolti, ed era stato brillante, perché
al di là della sorpresa, dell'astuzia, dello stupefacente opportunismo -
geniale o bastardo che fosse, forse geniale e bastardo insieme - del suo
gesto, Jaime ci aveva liberato dall'obbligo penoso di rialzarci, vestirci e
lasciare insieme, senza dirci una parola, il letto in cui non era successo
nulla. Grazie a lui, quello che era destinato a essere un episodio spiacevole
e ordinario era diventato uno spettacolo di fuochi d'artificio, un'e-
splosione che non avrei mai dimenticato.
Jaime era alla mia sinistra, e mi baciava, Marcos alla mia destra, e mi
baciava, io baciavo a turno entrambi e
non facevo nient'altro, mi lasciavo accarezzare, li guardavo, mi lasciavo
guardare, hai delle belle tette, José, mi aveva detto Marcos, e Jaime l'aveva
guardato, si era alzato un po' appoggiandosi al gomito, e poi aveva
guardato me, mi aveva passato su tutto il corpo una mano aperta, non solo
le tette, lo aveva corretto, è bella tutta.
«L'avevate programmato?» gli chiesi allora, ed entrambi si lasciarono
cadere sul letto contemporaneamente.
«Cosa?» chiese Jaime.
«Il trio.»
«No» mi rispose Marcos, facendomi capire che io potevo arrivare a essere
molto peggio di quanto pensassi, perché non mi aspettavo né desideravo
una risposta alla domanda.
«Sì» disse allora Jaime, e io scoppiai a ridere.
«Tu l'avevi programmato, brutto figlio di puttana?» Marcos, invece, non lo
trovò divertente.
«Be'... Ho solo pensato che poteva succedere.»
«Sei rimasto a origliare fuori dalla porta?» insistetti, senza riuscire a capire
come mai tutto ciò mi potesse divertire tanto.
«L'ho anche aperta un po', per guardarvi.»
Marcos si alzò fino a mettersi seduto sul letto, come se volesse andarsene,
ma io allungai il braccio per impedirglielo, mentre Jaime continuava a
parlare.
«Cos'hai, amico? Non è poi così grave, no? Ne avevamo già parlato, tu mi
avevi spiegato cosa ti succedeva, lo sapevo...»
«Ma tu mi avevi detto che mi conveniva provare con ragazze diverse.»
«Giusto! E cos'ho fatto? Ti ho fatto un piacere, Marcos, ammettilo, ho
fatto un piacere a me e, intanto che
c'ero ne ho fatto un altro a te... Non stiamo forse bene adesso noi tre?
Stiamo da dio, no? Pensaci un po', amico... Forse è la soluzione. Io mi
assumo ogni responsabilità e tu ti rilassi. Se smetti di avere paura di una
défaillance, e adesso puoi farlo, perché io, modestamente, non vado mai in
bianco, un giorno ti si drizzerà, dai, ci scommetto...»
«E io?» chiesi, perché, all'improvviso, sembrava che io non c'entrassi più
niente, che si fossero entrambi dimenticati di me.
«Tu sei il risvolto migliore della situazione, José...» Jaime mi baciò sulla
spalla, sul collo, sulle labbra. «La cosa più importante. Perché mi piaci
molto, piaci più a me che a lui, ma se non fosse stato per lui non saresti
mai venuta a letto con me.»
«Questo non puoi saperlo» protestai.
«Invece lo so, lo so da un bel pezzo. Per questo mi piace circondarmi di
amici belli, per accontentarmi delle loro briciole. Sì, sono un avvoltoio, e
allora? Non è colpa mia. Anche a me piacerebbe essere alto un metro e
novanta e assomigliare a un efebo di Prassitele, peccato che non sia stato
tanto fortunato... Nella ripartizione dei talenti, però, a me è toccato un
cazzo di tutto rispetto.» E mi guardò. «O no?»
«Sei un cretino, Jaime.» Marcos era ancora arrabbiato, ma quando il suo
amico scoppiò a ridere, rise con lui e lo feci pure io. «Anche a me piaci
molto, José, un sacco, moltissimo... Tanto da aver rischiato con te.»
La sua ultima frase mi commosse, perché d'un tratto mi parve davvero
sincero, indifeso e desolato. E allora mi girai verso di lui e lo abbracciai e
lo baciai come se fossimo noi due soli, ma non lo eravamo. Jaime ci
concesse appena un paio di minuti d'intimità. Poi si aggrappò al mio seno,
aderì completamente al mio corpo da dietro e, mentre mi leccava il lato
sinistro del collo, la nuca, la schiena, cominciai a sentire il suo cazzo di
tutto rispetto, perché lo era davvero, con tanta precisione che mi sembrava
di vederlo. Dopo essersi stretto a me parecchie volte, come se pensasse
che mi serviva un'indicazione, mi rigirò e montò su di me senz'alcuna
considerazione per gli interessi del suo migliore amico. Quella volta tenni
gli occhi aperti. Così potei vedere Marcos, disteso sul fianco e incollato
alla parete per occupare il minor spazio possibile, e mi parve umiliante,
pensai che doveva viverla male, è triste, mi dissi, così triste... Ma mi
sbagliavo. A Marcos piaceva guardarci e intanto masturbarsi, e non lo
disturbava che io guardassi lui, che esaminassi il suo cazzo, che non era
granché ma che adesso almeno riempiva agevolmente la mano che lo
accarezzava, e lui guardava me, sorrideva, sembrava soddisfatto e non
poteva essere, era impossibile, e invece avvicinò la testa alla mia e mi
baciò sulla bocca, e io lo baciai, baciai una bocca diversa da quella
dell'uomo che mi stava penetrando, e a lui non importava, non fece niente
per evitarlo, e continuammo così fino alla fine, finché avvertii un brivido
sottile, discreto, calmo, sulle labbra di Marcos, un attimo prima che Jaime
cominciasse ad ansimare, a sbuffare come un toro infuriato, godo, disse
poi, godo.
Il giorno dopo era martedì e quando entrai in classe non vidi nessuno dei
due. Marcos arrivò per primo e fece un giro, salutando gli uni e gli altri,
fino ad arrivarmi accanto. Era più alto di me. Mi prese per le spalle, mi
premette la testa sul suo petto e mi baciò i capelli, come si fa con i
bambini piccoli. Jaime arrivò poco dopo e venne dritto verso di me. Era
più basso di me e mi baciò sulle labbra. Non gli importava che ci
vedessero e neanche a me. Quel giorno non accadde nient'altro, ma il
mercoledì, uscendo dall'ultima lezione, pioveva e ci fermammo a lungo
nel bar, Marcos alla mia sinistra, questa volta, Jaime alla destra, io sempre
in mezzo. Joaquín, il compagno d'appartamento di Jaime, si sedette con
noi, e a lui si unirono subito un paio di ragazze con cui avevo legato molto
all'inizio dell'anno, e un ragazzo che conoscevo solo di vista, e altri a cui
non feci neanche caso, perché fu come se fossimo noi tre soli per tutto il
tempo. Marcos mi prese la mano da sotto il tavolo e Jaime cominciò a
raccontare cretinate, le storielle assurde che gli piacevano, come se non ci
fosse nessun altro, come se parlasse solo per noi due. Probabilmente
nessuno se ne rese conto, ma anche quello fu un inizio, il primo episodio
di un'intimità completa. Il tre non era solo un numero, era anche un nome,
e stavamo imparando a pronunciarlo, a smussarne gli spigoli, a
correggerne l'accento, a dubitare della sua fama, della sua natura dispari. Il
giovedì Jaime uscì fischiettando dall'Accademia perché doveva dare due
lezioni private verso sera, ma il venerdì cominciammo a lanciarci
occhiatine e sorrisetti ancor prima di mezzogiorno.
«No» gli dissi quando me lo vidi arrivare dritto davanti, nel cambio
dell'ora.
«Perché?»
«Perché no.» E ciononostante mi lasciai sfuggire una risatina sciocca.
«E perché no?» Sorrideva anche lui.
«Perché non si può, Jaime, perché è una follia, perché. .. Perché no. Perché
non è normale.»
«Questo lo so già, il fatto è che neanche noi siamo normali, José...» Si
avvicinò, mi prese per il braccio e
mi parlò all'orecchio. «Noi siamo artisti, bohémien, semidei, non capisci?»
«Va' a cagare!» Ma ridevo, morivo dal ridere, e anche Jaime rideva,
avevamo scherzato tanto sul fatto di essere degli artisti, avevamo preso
tanto in giro tutti quelli che lo ripetevano di continuo, e lui li imitava così
bene, facendo una voce flautata e appoggiando l'indice sulla fronte con
un'espressione preoccupata, che non potevo non ridere.
«Pensa a Marcos, José» insistette. «Non farlo per me, d'accordo, io sono
una bestia, un provincialotto, un disegnatore, non ho diritto a niente...» E a
quel punto cambiò tono, incupì la voce che diventò grave, quasi solenne:
«Lui, però, ha bisogno di te, ha bisogno di me ma soprattutto di te, e
adesso sto parlando sul serio. Non gli si è mai drizzato, sai? Con nessuna.
Non è mai andato a letto con nessuna ragazza per due volte di fila, per la
paura di fare brutta figura due volte di fila. È un problema. E anche
grosso. E lo puoi risolvere solo tu, perché non c'è nessun'altra che piaccia
a entrambi».
Non riuscii a reagire prontamente. Jaime mi guardava, concentrato, serio
come non lo avevo mai visto, e anche se non mi fidavo del tutto di lui,
anche se dubitavo delle sue vere intenzioni, ebbi come la sensazione che
non mi stesse ingannando. Era il 1984, avevamo vent'anni e ancora tutto il
mondo davanti, Madrid era il mondo e io ero lì in mezzo, pronta a
divorarlo senza neanche prendermi il fastidio di masticare bene ogni
boccone. Dieci anni prima quella scena sarebbe stata impensabile; dieci
anni dopo anche. Ma era il 1984, e noi avevamo vent'anni, Madrid aveva
vent'anni, la Spagna aveva vent'anni, e ogni cosa era al suo posto,
avevamo un passato oscuro, un presente luminoso e una freccia ci indicava
quale direzione prendere per andare incontro a quello che allora
credevamo fosse il futuro. Era il rischio che dovevamo correre, e il nostro
privilegio.
«È vero?» gli chiesi comunque, come se avessi bisogno di un alibi morale,
per ogni evenienza.
«È vero, te lo giuro, chiedilo a lui...» A quel punto il professore aprì la
porta, ci salutò ad alta voce, la gente si mosse, si distribuì nell'aula, Jaime
mi si avvicinò di nuovo e mi sussurrò all'orecchio, mordicchiandolo: «E
poi lo vuoi anche tu. E anch'io».
«No» risposi, ma sorridevo.
«Sì.» Jaime si girò e cominciò a indietreggiare, senza togliermi gli occhi di
dosso.
«No» ripetei.
«E parecchio...» E sapevamo entrambi che aveva ragione.
Lo volevo. Avrei dato qualsiasi cosa per poterlo negare a me stessa, per
potermi mentire, per illudermi e tornare alla mia vita di prima, insipida e
tranquilla, ma non potevo, perché nemmeno io ero riuscita a pensare ad
altro per tutta la settimana. Ovunque guardassi li vedevo, e ogni volta
erano nudi, e si stringevano a me, e mi baciavano, e ridevamo, e la vita era
questo, qualsiasi altra cosa non sarebbe stata che il suo simulacro
inaccettabile. Era inammissibile, ma era così, e quando mi svegliavo la
mattina sentivo un brivido di piacere e di paura grazie al quale mi reggevo
in piedi per tutto il giorno, ed entrando in classe tremavo dentro finché non
mi sorridevano, prima uno e poi l'altro, e non avevo mai voglia di tornare a
casa, e lottavo contro il sonno per poter pensare a loro, per assaporare il
senso di sbigottimento e di colpa, perché non avevo mai provato niente del
genere, niente di vagamente paragonabile alla nostra intimità, alla nostra
complicità, alla nostra gioia. Era stranissimo, e tuttavia era così, e prima di
andare a letto con tutti e due insieme, Marcos mi piaceva e Jaime no, ma
anche questo era cambiato perché, pur restando due persone diverse,
cominciavano a diventare una persona sola, un amante memorabile, il più
impotente e feroce, il più brusco e il più dolce, il più divertente e il più
silenzioso, il più intenso che avessi mai conosciuto. Ero in uno stato di
grande confusione e non sapevo ancora se esserne felice o compatirmi, se
pentirmi o lanciarmi senza paracadute, non sapevo cosa fare, esitavo, ma
pensavo a loro tutto il tempo e non riuscivo a decidermi, a chiarirmi le
idee, ad accettare che mi stesse capitando una cosa del genere, ma lo
desideravo. Lo desideravo, per questo mi spaventai quando li vidi uscire
dall'aula insieme e di corsa, senza voltarsi a guardarmi, e sempre per
questo sorrisi quando arrivai alla macchina e li trovai lì, ad aspettarmi,
anche loro sorridenti, uno per lato.
«Perfetto.» Posai la borsa sul tetto dell'auto e li guardai, prima Jaime e poi
Marcos. «Vi voglio chiedere una cosa ed è meglio che mi diciate la verità,
perché se vengo a sapere che mi avete raccontato una frottola vi mando a
cagare tutti e due, una volta per tutte. Sono stata chiara?»
«Cazzo, che paura...»
«Sto dicendo sul serio, Jaime. Avanti... giuratemelo.» Entrambi alzarono
la mano destra, come nei film. «Avete mai fatto questa cosa con qualche
altra ragazza che io conosca? Voglio la verità. Ho bisogno di saperlo.»
«No» disse Marcos.
«Te l'ho già detto, José, certo che no.» Jaime fu molto più loquace, come
al solito. «Sentiamo, con chi potevamo farlo? Sono tutte così noiose...
Guardati attorno... Cecilia, forse? Sì, è carina, ma non mi dire che è
arrapante. Milagros? È bella, sì, quasi quanto te, ma è una fichetta così
perbenino, lo sai! E le altre? Chi? Maria, Mabel, Inma... Ah! Ti sembrano
donne, quelle? Perdio! Non riuscirebbero neanche a capire che gli stiamo
facendo un favore, perché sverrebbero al solo pensiero. Ma per chi ci hai
presi? Te l'abbiamo già detto l'altro giorno, prima di cominciare, José, sei
l'unica alla nostra altezza, l'unica...»
«D'accordo.» E a quel punto aprii la macchina. Marcos entrò per primo, si
sedette dietro, Jaime accanto a me, e non mi fermai neanche a pensare
quale dei due avesse le gambe più lunghe.
«Perché avevi bisogno di saperlo?» Il mio copilota mi imprigionò la mano
destra sulla leva del cambio.
«Sono affari miei» risposi, perché non potevo dirgli la verità, e cioè che
avevo cominciato a essere gelosa delle altre, che non potevo neanche
pensarli a letto con un'altra senza perdere le staffe, che mi stava
succedendo una cosa stranissima, e per quanto temessi quello che più
desideravo al mondo, l'ultima cosa che volevo era ritrovarmi invischiata in
uno scandalo e finire sulla bocca di tutti nei bar dell'Accademia. «Dove
vado, al Burger King?»
«No» intervenne Marcos dal sedile posteriore. «Andiamo al cinese di
plaza de España. Offro io.»
«Cazzo!» approvai. «Che bello!»
«Cosa credevi?» Jaime scoppiò a ridere. «Hai un fidanzato ricco. E uno
povero.»
Quel pomeriggio andò anche meglio, perché non ci furono sorprese, né
finzioni, né imbarazzo. Sapevamo tutti e tre che non c'era più nessuna
possibilità che mi spaventassi e fuggissi dalla camera da letto sbattendo la
porta, sapevamo tutti e tre che non dovevamo più aspettare che Marcos
riuscisse ad avere un'erezione, sapevamo tutti e tre che non importava,
perché Jaime avrebbe risolto ogni cosa in un batter d'occhio, o in due, o
tre, a seconda del bisogno. Scoprimmo tutti e tre che aveva ragione lui,
ancora una volta, come ce l'aveva quasi sempre, perché si assunse la
responsabilità della situazione fin dall'inizio e, anche se non cedette mai
l'iniziativa, Marcos, che era molto ma molto più rilassato, ne prese alcune
per proprio conto, invece di limitarsi a guardarci. Quando arrivammo a
casa di Jaime ci gettammo immediatamente sul letto, senza bisogno di
bere, di fumare, di parlare. Mi spogliarono prima che me ne accorgessi, e
allora scoprii che le carezze a quattro mani migliorano parecchio la qualità
degli sguardi di quattro occhi, tanto che intuii che prima o poi avrei dovuto
dir loro la verità, la mia verità, non tanto diversa da quella di Marcos.
Quando ebbero finito entrambi, uno con me e l'altro per conto proprio, io
ero ancora molto eccitata, più di quanto ricordassi d'essere mai stata, e
Jaime prese ancora una volta l'iniziativa, anche per le confidenze.
«Tempo fa» disse all'improvviso, senza che c'entrasse niente, mentre
rollava la prima canna del pomeriggio, «sono stato con un maschio. Io ero
piccolissimo, avevo tredici anni, e non sapevo neanche cosa fosse, in
pratica non mi sono nemmeno reso conto di cosa stesse succedendo. È
stato a Peñíscola, in un punto un po' appartato del paese in cui i miei
hanno una casa, era agosto, e io avevo litigato con i miei amici, non
ricordo per quale motivo, ed ero andato in spiaggia da solo. Era quasi
mezzanotte, in giro non c'era nessuno, e a quel punto mi si è avvicinato un
tipo, normale, di bell'aspetto, e allora mi è sembrato vecchio, ma adesso
immagino che
dovesse essere ancora giovane, avrà avuto all'incirca trentacinque anni,
forse anche meno. Si è seduto accanto a me e abbiamo cominciato a
parlare. Mi ha chiesto come mi chiamavo, cosa ci facevo solo in spiaggia
così tardi, dove vivevo, insomma, le solite cose. Mi è stato subito
simpatico. Mi ha spiegato che adorava fare il bagno nudo anche se lì non
si poteva, ma che era meraviglioso stare nudi sulla sabbia, di notte, e mi ha
chiesto se mi sarebbe piaciuto provare. Ci siamo nascosti dietro gli scogli,
ci siamo tolti il costume, sdraiati sulla sabbia e subito dopo lui si è
avvicinato e me l'ha preso in bocca. Nessuno l'aveva mai fatto e mi è
piaciuto molto, davvero, molto, non mi importava che fosse un maschio,
era davvero stupendo... Poi all'improvviso ha cominciato a palparmi con la
mano libera e io mi sono spaventato, ma lui non se n'è accorto, perché ha
cercato di mettermelo nel culo, mi ha girato a pancia in giù, e ha tentato di
penetrarmi e mi ha fatto male e così mi sono messo a urlare. No, no, no,
mi ha detto allora, non è niente, non è niente, non andartene... Mi ha
rimesso supino sulla sabbia e me l'ha succhiato finché non sono venuto.
Era la prima volta che qualcuno mi faceva venire. Poi mi sono alzato, mi
sono infilato il costume e sono corso a casa e non sono più tornato in
spiaggia di notte, ma la verità è che mi era piaciuto... Mi era piaciuto, ma
avevo anche capito di non essere omosessuale, perché non ho più pensato
a lui, non ho sperato di incontrare un altro come lui, e non mi sono sentito
in colpa, non mi ha neanche sfiorato l'idea di godere del mio senso di
colpa, di tormentarmi al pensiero di aver fatto una cosa orribile... Niente
del genere. Mi aveva fatto una pompa, e io ero venuto e mi era piaciuto,
ma la cosa non mi aveva cambiato, non aveva prodotto alcuno
sconvolgimento interiore. Da allora, oltre a guardare le tette e il culo delle
ragazze che incrocio, ne studio anche le labbra. Tutto qua.» Mi tese la
canna e un accendino. «Toh, accendi.»
«Io non sono omosessuale, Jaime.» La voce di Marcos mi fece sobbalzare.
«Non ho detto che tu lo sia.»
«Sì, invece, è quello che stai facendo.» Marcos si stava arrabbiando. «Non
fai altro, racconti storielle, fai battute, parli di tua sorella...»
«Perché è vero.» Anche Jaime si arrabbiò. «Ho una sorella lesbica ed è
felice. Prima non lo era, lo sapevamo tutti, finché non si è lasciata andare,
e allora? Non è successo niente, è la mia sorella preferita, l'unica con cui
vado d'accordo. Le voglio così bene che faccio sempre il difficile con le
sue ragazze, mi sembrano tutte poca cosa al suo confronto, sono peggio di
mia madre con mio fratello maggiore...»
«Ma io non sono omosessuale...»
«Forse invece lo sei e non lo sai, e quello che ti succede...»
«Jaime.» Lo chiamai, ma lui non mi diede retta, e allora gli misi una mano
sul braccio e solo a quel punto mi guardò. «Jaime, se Marcos fosse
omosessuale, anche se non lo sapesse, anche se non volesse ammetterlo,
stando in un letto con un altro ragazzo non resisterebbe alla tentazione. Ti
guarderebbe, ti toccherebbe, che ne so... E lui non lo fa. Lo so perché ci ho
fatto caso. L'ho guardato l'altro giorno e l'ho guardato oggi.»
«Okay.» Jaime fece un gesto conciliante con entrambe le mani. «Okay, mi
spiace.»
«Fa niente.» Marcos accettò le scuse senza sforzo. «Magari fosse tutto
qui.»
«Io sono sicura che non è poi così grave.» Ripresi la parola, il ruolo di
pacificatrice in cui mi sarei presto specializzata. «Sono sicura che capita a
parecchia gente, e che si può risolvere, davvero...»
«Tu li conosci, José?» m'interruppe. «Conosci qualcuno a cui sia capitata
questa cosa a vent'anni?»
Feci di no con la testa, non potevo fare altrimenti.
«Una volta ho provato a spiegarlo a mio padre» continuò lui, più
tranquillo. «Non lo vedo di frequente, si è separato da mia madre quando
avevo tre anni, ma mi chiama spesso, mangiamo insieme una volta alla
settimana, più o meno... Io gli voglio bene, lo ammiro molto. È strano,
perché non mi piace come persona, non ci assomigliamo in niente, ma lo
invidio. A volte penso che starei meglio se fossi come lui, e gli voglio
bene, è mio padre, per questo ho provato a dirglielo. Non sapevo da dove
cominciare e così gli ho chiesto delle sue prime esperienze, quanti anni
aveva quando è andato a letto con una ragazza la prima volta, se aveva
avuto problemi all'inizio, cose del genere... E lui si è messo a parlare come
fai tu, Jaime, proprio come te, ha cominciato a dire che lui era sempre
stato un trattore, un camion a quattro ruote motrici, un treno diretto...»
Prima fece una smorfia funerea con la bocca e poi imitò il suono di una
risata forzata: «Ah, ah, ah!»
«Il padre di Marcos è una spia, lo sai?» mi disse allora Jaime, per cercare
di cambiare argomento, scrollarsi di dosso il peso di una colpa di cui non
avrebbe dovuto farsi carico, il peccato di avere un cazzo di tutto rispetto.
«Davvero?» gli chiesi io, alquanto sorpresa. «Ma non è spagnolo? Tu ti
chiami Molina... O forse...?»
«No.» Marcos intuì cosa stavo per chiedergli e sorrise, e il suo sorriso
ripristinò il calore e l'armonia, la vera
natura di quel letto affollato. «Mio padre è spagnolo e lavora per
l'intelligence nazionale.» Alzai la mano, ero davvero sorpresa, ma lui mi
anticipò ancora una volta rispondendo alla mia curiosità: «Tutti i paesi
hanno i loro servizi segreti, José, persino il nostro... Be', il nostro e
l'Honduras, la Nigeria, che ne so, tutti... Mio padre ha studiato Legge e poi
Economia, quindi è entrato in diplomazia. Era un cervellone, spiccava
sugli altri, e così l'hanno destinato da subito ad ambasciate importanti.
Non so com'è andata, perché non me l'ha mai raccontato, ma l'hanno
reclutato subito, anche se era un civile e l'intelligence spagnola dipendeva
dall'esercito. Come tutto. È stato così che ha conosciuto mia madre».
«Che è tedesca» ipotizzai, sbagliando ancora una volta.
«No, ungherese. Ha un cognome tedesco ma è ungherese, una cosa
piuttosto comune nei paesi dell'Est, visto che i tedeschi non hanno fatto
altro che cercare di conquistarli. Il mio bisnonno da parte di madre era
austriaco, un funzionario dell'Impero. L'Austria e l'Ungheria erano un solo
paese, e lui venne destinato a Budapest, conobbe la mia bisnonna e si
stabilì lì. A mia madre è andata più o meno nello stesso modo. È scappata
nel '56, perché il fratello maggiore era un leader cattolico e un
anticomunista incallito. Qui le hanno dato asilo, naturalmente. Mio padre
li ha accolti, interrogati, gli ha cercato una casa, un lavoro. .. Era il loro
agente e li andava a trovare ogni tanto. Li metteva in contatto con altri
esiliati, si premurava che non gli mancasse niente e raccoglieva le
informazioni che mio zio poteva aver ottenuto. Era un uomo altissimo,
bellissimo e parlava tedesco. Mia madre se n'è innamorata perdutamente,
si sono sposati, sono nato io e quando lei si è stancata di farsi mettere le
corna si sono separati.»
«È incredibile» ammisi. «E poi, credo di non averti mai sentito parlare per
così tanto tempo.»
Lui rise per primo, Jaime un attimo dopo, e tutti e due mi tirarono giù
insieme, con un movimento perfettamente sincronizzato, finché non ci
ritrovammo di nuovo lunghi distesi sul letto. Eravamo piuttosto fatti e
Jaime cominciò a strofinarsi addosso a me, ad accarezzarmi e a baciarmi;
era lo sparo di partenza, il prologo di un eccesso che cominciava ormai a
sembrarmi naturale, ragionevole, mentre Marcos si rintanò in un angolo,
s'incollò al muro, e io pensai a suo padre, ai trattori, ai camion e ai treni
diretti. Ero convinta che non ci sarei mai riuscita. Mi sembrava troppo
forte, troppo intimo, e deplorevole, persino troppo vergognoso per
raccontarlo a loro, con cui stavo facendo cose che non avevo fatto mai,
con cui sentivo che sarebbe stato facilissi-mo fare cose anche peggiori, o
magari migliori, ma soprattutto molto più strane. Probabilmente è un
errore, mi dissi, di sicuro è un errore, magari si spaventano, o si stancano,
o ridono di me, ma non potevo neanche continuare a nasconderglielo dopo
aver ascoltato Marcos, non potevo perseverare nella mia slealtà, nel mio
inganno dalla parte dei vincitori, un prestigio che non mi spettava. Ero
sicura che sarebbe stato un errore e invece fu una delle decisioni più
intelligenti che abbia mai
preso. .j
«Un momento» dissi, alzandomi. «Anch io vi devo
dire una cosa.»
«Dopo.» Jaime cercò di attirarmi a sé, ma io gli resistetti.
«No, non dopo. Adesso.»
Marcos si appoggiò a un gomito, mi guardò, Jaime mi si sedette accanto,
si girò verso di me mettendo un
piede per terra perché altrimenti non ci stava, e allora io mi sdraiai di
nuovo, chiusi gli occhi, pensai che non ci sarei mai riuscita, ma poi sputai
il rospo in fretta e furia.
«Io non riesco a venire.»
«Cosa?» chiesero entrambi all'unisono.
«Non vengo. Non riesco ad avere un orgasmo. Non so perché. Mi piace
scopare, mi eccito, lo trovo piacevole, ma alla fine non vengo. Non ci
riesco, non so come si fa.»
«Ma...» Marcos sembrava perplesso. «Tu... Se strilli e tutto.»
«Sì, ma perché lo vedo fare al cinema.»
«Ma...» La mia spiegazione non gli era parsa sufficiente. «È che proprio
non capisco. Perché strilli allora? Per noi è uguale...»
«Non so... Perché siate contenti di me, perché sembri che va tutto bene,
per non rovinare tutto. Perché immagino che si debba fare così e... Che ne
so? Lo faccio sempre. Non solo con voi, anche con gli altri. Lo faccio con
quelli che mi piacciono. Perché... non lo so. Perché sarebbe molto strano
se restassi in silenzio.»
«Cazzo!» Jaime si prese la faccia tra le mani mentre scuoteva la testa, la
scrollava a destra e a sinistra. «Cazzo, cazzo, cazzo!» Quindi si alzò,
mosse qualche passo per la stanza, si scoprì la faccia, si fermò in silenzio e
ci guardò. «Certo che siamo proprio messi bene! Sono stato davvero
fortunato a trovare voi due, accidenti! Neanche vi avessi cercato con il
lanternino! Cristo... cosa ho fatto per meritarmi questo, cazzo? Che razza
di sfiga! Guarda un po', per una volta che riesco a organizzarmi una
situazione divertente... Eccomi servito: un impotente e una frigida.
Grandioso, davvero grandioso...»
Allora Marcos scoppiò a ridere. Rise di gusto, come i bambini piccoli, che
non sanno neanche perché lo fanno, con tutta la faccia, con tutto il corpo,
fino alle lacrime, piangeva dal ridere, e altrettanto feci io, finché rise
anche Jaime, non gli restò alternativa, fu costretto a farlo perché era una
situazione divertente, non avrebbe dovuto esserlo ma lo era, e lui era
buffissimo, gesticolava come un pazzo in mezzo alla stanza, agitando le
mani senza fermarsi, nel bel mezzo di una delle sue improvvise erezioni.
«Perfetto» disse alla fine, tornando a letto. «Perfetto. Devo pensarci su. Mi
verrà in mente qualcosa, perché ovviamente a me 'sta cosa non va giù, sia
chiaro, non mi va proprio giù, ma per il momento faremo due sole cose.
Prima di tutto, compreremo un letto più grande. Ci è più necessario della
roba da mangiare. Io, naturalmente, non ho un quattrino, ma puoi
provvedere tu, Marquitos. Secondo, ci facciamo una scopata, eh? Adesso
ci scopiamo sopra, tu alla fine puoi gemere o no, come preferisci, ma
adesso ci scopiamo sopra e poi ne riparliamo...»
Una settimana dopo, Marcos compì ventun anni. Festeggiammo con una
cenetta a tre, in casa di Jaime. Io cucinai, loro apparecchiarono e
sparecchiarono. Poi inaugurammo un letto da una piazza e mezzo per cui
Marcos aveva speso gran parte dei soldi ricevuti dal padre come regalo di
compleanno. Due settimane dopo cominciai a prendere la pillola. Un paio
di giorni più tardi Jaime lasciò la sua ragazza. Alla fine dell'anno
accademico, quella era diventata la prima e unica storia seria, intensa, vera
che avessi mai avuto in vita mia.

III. L'AMORE
Il tre è un numero pari.
L'estate del 1984 per me fu insopportabile. Erano già diversi anni che non
mi divertivo più a Cuenca, il paese in cui i miei genitori avevano comprato
una casa prima ancora che mio fratello imparasse a camminare, quando
erano mezzi hippie e avevano amici come loro, disposti a colonizzare un
villaggio sperduto che gli abitanti avevano abbandonato, fatta eccezione
per due o tre vecchi che non avevano mai capito bene cosa gli stesse
piombando addosso. Adesso le case erano diventate molto più comode. I
villeggianti avevano pagato l'allacciamento alla corrente elettrica e
all'acquedotto, avevano trasformato in giardini aie e orti, e avevano
costruito piscine, sentie-rini di ghiaia, garage, campi da tennis, riuscendo
miracolosamente a tenere in vita un villaggio altrimenti condannato
all'abbandono. Quell'estate non conoscevo più tutte le persone che
incrociavo per strada, ma la novità non contribuiva minimamente ad
alleviare la mia noia. Sentivo la loro mancanza. Mi mancavano tanto che
non sopportavo la compagnia di nessuno.
La primavera era stata lunga, mite e temperata. Al suo riparo, lo
straordinario era diventato quotidiano, il complicato semplice, il buono era
migliorato, e il tre era diventato un numero pari. Il sole era ancora tiepido,
benevolente, quando Jaime, Marcos e io perdemmo il
conto del tempo che passavamo insieme, e a partire da allora ci
separavamo solo per andare a dormire, se non potevamo farlo tutti e tre
nello stesso letto. Questo succedeva molti fine settimana, quando i miei
andavano a Cuenca e io restavo a Madrid da sola.
All'epoca, «sola» voleva dire con loro. Tutti i giorni, all'uscita da lezione,
noi tre montavamo sulla Ford Fiesta e facevamo lo stesso tragitto. Non
lasciavamo più la macchina al parcheggio di Princesa perché ci costava
troppo, avevamo invece imparato i segreti del quartiere di Jaime come se
fosse il nostro, e quando alla fine fu nostro davvero trovavamo quasi
sempre un posto senza dover girare troppo. Poi, ci cucinavamo qualcosa o,
per la precisione, io mandavo giù uno di loro a fare la spesa, a comprare
quello che serviva, e obbligavo l'altro a riordinare la cucina mentre facevo
da mangiare. Dopo restavo seduta a fumare, perché erano loro a
sparecchiare, era la regola. A volte, Joaquín l'asturiano rincasava in tempo
per pranzo e lo invitavamo. Allora Jaime e Marcos non mi lasciavano
neanche accendere una sigaretta. Prima di aver finito il dolce, mi facevano
alzare da tavola e mi trascinavano in camera, perché era al nostro invitato
che toccava sparecchiare. Era l'altra regola. Joaquín, taciturno e sorridente,
la rispettava senza obiettare e non faceva domande su cosa succedeva più
tardi, anche se immagino lo sapesse, era inevitabile.
Scopavamo molto, tutti i giorni, sempre dopo mangiato, a volte anche la
sera tardi, prima di salutarci. Scopavamo tutti e tre insieme, a modo
nostro, e all'inizio era strano, incompleto e parziale, ma con il passare del
tempo migliorò, acquisì più sicurezza, più certezze, fin-tanto che una serie
di piccoli successi spianò la strada al trionfo definitivo.
«Non spazientirti, José» mi diceva Marcos, che era stato molto più
rassicurato dalla mia confessione che dall'efficienza sessuale di Jaime, «è
la cosa più importante, non spazientirti. Non abbiamo fretta. Abbiamo
tutto il tempo che serve.»
«Ma sentitelo» protestava Jaime. «Parla per te... In-somma, per te non fa
davvero differenza. Tu sì che hai tutto il tempo del mondo, cazzo!»
E ridevamo. Ridevamo molto, un sacco, tutti i giorni, fuori e dentro il
letto, perché vivevamo insieme anche fuori dal letto, andavamo al cinema,
a fare shopping, a gironzolare a metà pomeriggio senza altro scopo che
quello di camminare per la città, e la sera a bere in bar dall'aria malfamata,
tuguri della storica Malasaña con la musica sparata altissima, le pareti
dipinte di nero, una strana fauna di tipi punk e trendy in pista, e qualche
cantuccio buio e deserto in cui potevano baciarmi insieme, schiacciarmi
contro il muro, lasciarsi accarezzare ciascuno con una sola mano finché si
faceva tardissimo, le quattro del mattino, le cinque, e tutti erano così fuori,
così ciechi, che non facevano una piega quando noi ci mettevamo a ballare
in tre, para ti, que estás de morros esta noche, Marcos alle mie spalle,
stringendomi per la vita da dietro, que descubres los secretos de tu cuerpo,
Jaime davanti, che mi cingeva il collo con le braccia, que sonrojas tu nariz
casi queriendo, e io in mezzo, che mi muovevo con loro, tra di loro, que
eres sombra, aprendiz de seductor, al ritmo di quella canzone dolce e
ingenua, che era stupida e saggia insieme, ed era la nostra canzone. Ci
divertivamo, giorno e notte, e lavoravamo anche insieme. Andavamo a
comprare il materiale, preparavamo le tele insieme, dipingevamo. Il nostro
enorme letto nuovo si era mangiato tanto spazio che la stanza di Jaime
non sembrava più così in ordine. C'era sempre più roba in giro, non solo
sua, anche mia e di Marcos, in meno metri, e la cosa lo esasperava, ma
quando portò il suo tavolo in sala, Miki protestò. Lui non usava mai quella
stanza, e Joaquín neanche, perché aveva il televisore in camera, ma
nessuno dei due era disposto a cedere gratuitamente neanche un
millimetro.
«Ho un'idea» ci disse allora Jaime. «Potremmo affittare la sala di casa mia
come studio, noi tre. È piuttosto luminosa e molto grande. Inoltre, credo
che non ci costerebbe troppo. Miki ci chiederà un quarto dell'affitto, ma se
gliene offriamo un quinto accetta di sicuro. Cosa ne dite?»
A me parve un'idea meravigliosa. Da quando mi ero messa con loro non
dipingevo quasi più perché non ero mai a casa. Per Marcos doveva essere
lo stesso, anche se non sembrava altrettanto entusiasta.
«E a chi non toccherà il balcone? Ce ne sono solo due.»
«Ho pensato anche a questo. Possiamo dividerci i balconi. Contiamo le
settimane che restano da adesso a giugno, dividiamo per tre e stabiliamo
una rotazione. Dopo l'estate, riprendiamo da dove siamo rimasti.»
«Sicuro?» Marcos non era ancora convinto.
«Massi.» Jaime lo guardò, e poi guardò me. «Non è come scroccare da
bere in giro. È una faccenda seria e, se decidiamo, vedrete che sarò serio
anch'io.»
E così fece. Da marzo a giugno pagò scrupolosamente un terzo del quinto
dell'affitto di casa sua, e poi i due mesi di vacanza anticipati, proprio come
Marcos e me. La spesa non lo rese più povero di quanto già non fosse
perché riuscì a farla rientrare miracolosamente nel versamento del signor
Aristóbulo. Ottenne anche che il
padrone di casa sgomberasse la sala, lasciandoci solo un divano enorme e
un tavolino basso, e il giorno in cui ci trasferimmo lo trovai intento ad
avvitare alla porta un lucchetto che aveva comprato a sue spese e per il
quale non si prese il disturbo di chiedere il nostro contributo.
«Perché ce l'hai messo?» gli domandai, mentre lui trasferiva le mie tele
vicino al balcone per cui mi avevano dato la precedenza, e senza bisogno
di tirare a sorte, solo per quella volta, visto che ero la femmina.
«Perché sì» mi rispose. «Perché se questa stanza la paghiamo noi, la
possiamo usare solo noi. Tu non hai mai vissuto in un appartamento di
studenti, José, non puoi sapere com'è... La giungla, una lotta incessante per
la sopravvivenza.»
Ma non dovette appellarsi più alla propria maggiore esperienza per
continuare a dettar legge e a suggerire idee che io e Marcos accettavamo
quasi sempre senza obiettare. Naturalmente, non tollerò di dividere il suo
tavolo con noi. Me lo mettereste tutto in disordine, ci disse, mi
mescolereste i colori, i pennelli, invadereste il mio spazio, e alla fine non
troverei più nulla.
«Il sesso è il sesso e l'arte è l'arte» sentenziò. «Adesso lo sapete...
arrangiatevi.»
Io e Marcos girovagammo per i cassonetti del quartiere per un paio di
giorni finché non trovammo un tavolo da pranzo, vecchio, grande, pesante,
di cui prendemmo solo il ripiano. Poi, incapaci di trovare qualco-s'altro
che lo sorreggesse, tornammo a prendere i piedi e lo montammo contro un
muro. Jaime protestò perché era troppo ingombrante, ma non lo
ascoltammo neanche. Io ci tracciai sopra una linea col nastro adesivo per
dividerlo in due metà uguali, ma dopo due giorni non si vedeva più.
Marcos e io l'avevamo interamente coperta
di vasetti, tubi e scatole, che usavamo insieme, indistintamente, senza mai
litigare e collaborando, sempre con successo, quando perdevamo qualcosa.
Jaime era esasperato dai nostri safari, ma alla fine dovette fare buon viso,
e a quel punto cominciò il più bel periodo della mia vita.
Ero felicissima, credo che lo fossimo tutti e tre. Non mi facevo ancora
domande perché non avevo bisogno di risposte, non avevo tempo di
pensare e non lo volevo nemmeno trovare. I dubbi, la paura, la confusione
dei primi giorni erano scivolati via tra le parole e i baci, i colori e le tele,
per poi evaporare senza dare fastidio, senza far rumore. Il sesso è il sesso e
l'arte è l'arte, e nella nostra storia c'erano entrambi in buona misura,
insieme a parecchie altre cose, come il desiderio, la lealtà, la fiducia, la
complicità, la dipendenza, l'armonia, la necessità, la sicurezza, l'ironia, e
anche l'amore, in diverse sfumature che soffiavano in direzioni differenti
per poi convergere in una sola. Quando ne fui sicura, quando seppi che il
nostro non era e non sarebbe mai stato un misfatto isolato di cui vantarsi al
bancone di un bar, i miei pregiudizi svanirono. E approfittai dello spazio
che lasciarono libero per stendervi un tappeto bianco e morbido su cui
riposare da sola, e da sola burlarmi della sfida dei numeri impossibili. Era
tutta la solitudine, tutta la riflessione di cui avevo bisogno.
Dopo, quando il tre si vendicò di noi con l'indivisibile crudeltà del numero
dispari, persi addirittura le tracce dei miei passi e smisi di credere alla mia
storia. Dopo, quando rimasi sola, confusi quella rara armonia con un
disordine volgare e quell'ordine perfetto con una più torbida varietà del
caos. Dopo, quando mi toccò diventare una donna come le altre, mi
vergognai di aver
vissuto così, senza pormi domande, senza bisogno di risposte, con un
uomo da una parte e uno dall'altra, due bocche, due corpi, due sessi, per
una sola bocca, un solo corpo e un solo sesso, che era il mio. Non potevo
sopportare quel ricordo, ecco cos'accadde dopo, e accadde che l'orizzonte
si strinse, e il cielo diventò un soffitto quadrato, la mia vita una lunga
sequenza di immagini sfuocate e confuse, come le stampe di un almanacco
illustrato da un pessimo pittore. Quando eravamo tre il mondo era così
grande che non potevamo abbracciarlo con le nostre sei mani. Quando mi
ritrovai ad averne solo due, di mani, divenne così piccolo, insignificante,
che mi scivolava tra le dita come una briciola di pane, senza che io
riuscissi a capire il motivo del suo ridimensionamento. Per questo li tradii,
e tradii me stessa con loro, e preferii confondere la spericolatezza con
l'arroganza, l'ambizione con la follia, il piacere con il vizio, l'amore con il
calcolo, la fortuna con la sfortuna. Ecco cos'accadde dopo: siccome li
avevo persi e non potevo sopportare il pensiero della loro perdita, li
scacciai dai miei ricordi, esiliandoli in un paese buio e sporco in cui non
avevamo mai vissuto insieme. Guardai la mia vita con gli occhi degli altri
e m'inventai una vergogna, uno scandalo, una depravazione che non erano
mai esistiti. Poiché li avevo perduti e il mondo non era più grande di una
briciola di pane tra le mie dita, questa menzogna mi consolò nei lunghi
giorni della mia miseria. Ma in seguito recuperai la memoria e con essa
una luce limpida, chiara, vera. Io ero stata felicissima, allora, eravamo stati
tutti e tre molto felici, e la vita era un letto grande, un balcone soleggiato,
l'odore dell'acquaragia e di tre corpi sudati, il fumo, il rumore dei baci,
delle risate. Vivere non è mai stato così facile come
lo fu per noi allora, quando stavamo insieme, e insieme eravamo la gioia.
Non facevamo che parlare di noi, analizzavamo i problemi di Marcos e i
miei, commentavamo i nostri progressi, il suo più lento e il mio
inizialmente impercettibile, ma folgorante e definitivo subito dopo,
quando Jaime, a forza di pensare e ripensare, dopo avermi interrogata a
lungo e in modo minuzioso, esaustivo, sui miei gusti e le mie abitudini, su
quello che mi piaceva e non mi piaceva, trovò finalmente il procedimento
adeguato. Non dimenticherò mai la sua faccia quando ebbi
il mio primo orgasmo, e non dimenticherò mai quella di Marcos,
l'immensità del sorriso su un viso incorniciato dal piacere e dallo sforzo,
l'immensità di un altro sorriso su un volto più pallido, più neutro.
«Allora? Ti è piaciuto?» mi chiese poi Jaime, con il tono di un adulto che
ha appena regalato un cioccolatino a un bambino affamato.
«Sì» ammisi, «molto.» Gli sorrisi e poi cercai di sorridere a Marcos, ma
lui non ci guardava già più. Allora lo baciai, finché lo riportai nella metà
di mondo che gli apparteneva.
Non facevamo che parlare di noi, ma non commentavamo mai la
stravaganza della nostra relazione, come se fossimo circondati di coppie di
tre persone, come se il nostro numero fosse un fattore accidentale, come se
credessimo di poter continuare così all'infinito. Non ci esibivamo
sfacciatamente in pubblico, ma non ci nascondevamo neanche, e nessuna
delle due cose aveva troppa importanza perché d'un tratto smettemmo di
relazionarci con il resto dell'umanità. Eravamo tre e non avevamo bisogno
di nessun altro. Gli altri lo capivano e se non ci arrivavano da soli gli
davamo un aiutino.
«Senti, Jose...» Cecilia mi prese da parte durante il cambio dell'ora.
«L'altro giorno ci chiedevamo... quei tuoi due amici.... Sono froci, vero?»
«No.»
«Ne sei sicura?»
«Assolutamente.»
«Be', sai...» Restò un attimo bloccata, calcolando i rischi. «È solo che
l'altro giorno stavano parlando e da quello che dicevano mi è parso che
fossero andati a letto tutti e due con lo stesso raga...» Poi mi guardò,
ricordò il mio nome, capì di aver appena fatto una gaffe. «No, niente.»
Mi sarebbe piaciuto chiederle cos'avesse sentito, se si fosse resa conto che
usavano la prima persona plurale, se avessero parlato di quel ragazzo con
amore o con libidine, o con l'amore libidinoso che io avrei preferito, ma
mi limitai a sorridere dal massimo dell'altezza cui riuscii a proiettarmi.
Poi, nel successivo cambio dell'ora, tesi l'orecchio in tempo per sentire che
quella sera, era venerdì, si davano appuntamento in un bar alla moda,
costoso, molto ben progettato e illuminato, in cui, per quegli stessi motivi,
noi non eravamo mai stati. E quella sera m'impuntai, e ci andammo, pago
io le consumazioni, insistetti, e dopo aver messo un bicchiere in mano a
ciascuno, mi misi a gironzolare finché non trovai quasi tutta la classe su
una pista. Marcos si lamentava, c'è un gran puzzo di merda in questo
posto, Jaime era d'accordo, sì, in effetti era impossibile calcolare la
concen-trazione di bravi ragazzi per metro quadrato, piantatela di fare i
cretini, protestai, e baciatemi... Loro mi guardarono come se non avessero
capito, ma io li strinsi nello stesso abbraccio, uno con il braccio destro e
l'altro con il sinistro, e alla fine mi assecondarono, mi baciarono a lungo,
dividendosi in modo equo la mia bocca. Quindi gli raccontai la verità.
«Cecilia stamattina mi ha chiesto se siete froci» confessai. «A quanto pare,
lo pensa mezza Accademia.»
Allora, alterando il solito ordine, Marcos scoppiò a ridere e Jaime
s'arrabbiò.
«Che figli di puttana!»
«Ma dai...» Marcos lo guardò, stupito. «Tu non parli tutto il tempo di tua
sorella?»
«Mia sorella è mia sorella e io sono io; quanto a loro, sono dei figli di
puttana.»
«Forza!» Diedi per terminate le spiegazioni. «Adesso possiamo andare.»
«Neanche per sogno.» Jaime non si mosse. «Meglio restare ancora un
po'...»
Quella sì che fu un'esibizione, e così lunga, consapevole, feroce, che ci
ubriacammo senza neanche rendercene conto. Bevemmo molto, bevemmo
fino a restare senza un soldo in tasca e a quel punto Marcos tirò fuori una
carta di credito e continuammo a bere, e a cantare, a ballare, a baciarci e a
toccarci al bancone, in pista, per strada e nel taxi che ci portò a casa.
«Perché l'hai fatto?» mi chiese Marcos parecchio tempo dopo, quando
ormai eravamo sfiniti, spossati al punto di essere solo una triplice eco
alcolica, un coro goffo di voci roche, impastate.
«Perché sì» gli risposi, senza misurare troppo le parole, nella fase fertile di
certe sbronze sospese tra la lucidità e il torpore. «Perché siete i miei
ragazzi. Perché si suppone che siate innamorati di me e che io sia
innamorata di voi. Perché non voglio che la gente pensi che state insieme,
che andate a letto insieme e che io sono la scema che vi fa da autista.
Perché, in tal caso, preferisco
che sappiano la verità, che siete entrambi i miei ragazzi, che state con me e
che noi tre andiamo a letto insieme. Perché vi amo. Non ve l'ho mai detto,
ma vi amo molto. Tutti e due. Molto.»
Credevo che Jaime dormisse, invece mi baciò sulla guancia che gli
spettava, sempre la sinistra, quando smisi di parlare. Poi crollammo
addormentati e la mattina, che iniziò verso le due del pomeriggio, tutto si
svolse come sempre, Facemmo colazione con uova al tegamino con
pancetta e Alka-Seltzer, e restammo tutto il pomeriggio a dipingere male,
da schifo, senza riuscire a smaltire la sbornia abbastanza da poter
padroneggiare pennelli e pennellesse. Nessuno dei tre riparlò d'amore, loro
non fecero riferimento a quanto avevano sentito, e tuttavia poco dopo mi
rallegrai di aver ceduto all'impulso sciocco e alcolico di dire la verità.
Nella casa di Jaime, che ormai era la nostra casa, vivere era sempre più
facile, perché il fatto di essere in tre ci dava dei vantaggi rispetto
all'irresolubile dualismo delle coppie pari. Eravamo in tre, tre persone
uguali, e questo stabiliva maggioranze assolute di due contro uno nei
piccoli conflitti di tutti i giorni, come quando si trattava di decidere se
andare a mangiare in un ristorante cinese o in pizzeria, se guardare la
partita di calcio o un film, se uscire a bere qualcosa o farlo in casa.
Quando le discussioni erano bilaterali, il terzo diventava un arbitro più o
meno imparziale; e siccome il terzo ero quasi sempre io e al momento di
decidere tenevo più in considerazione l'alternanza dei loro interessi che
quello che mi conveniva, ero solita imporre il mio giudizio senza badare
alle proteste. Altri problemi si risolvevano da soli.
«Non puoi lamentarti, Jaime.» Eravamo a letto e pioveva, nessuno aveva
voglia di uscire, di muoversi di lì, era un sabato d'aprile, freddo e uggioso
come un lunedì di novembre. «È vero che ti incasiniamo la casa, hai
ragione, è vero che ti prendiamo i barattoli senza dirtelo e non te li
restituiamo, ma del resto... Marcos ci mette i soldi e io ci metto la
macchina... E tu?»
«Io ci metto il cazzo, miseriaccia!» La risata di Marcos fu immediata, la
mia scoppiò solo dopo che l'ebbi sentita, ma né lui né io menzionammo
mai più l'argomento soldi. «Perché voi due, senza di me, non sareste
andati molto lontano...»
L'ilare equilibrio, che dissipava sospetti e rancori prima che arrivassero a
gravare sulle nostre coscienze, faceva sì che in casa dei miei genitori,
quella che in teoria era ancora la mia casa, la situazione si stesse
complicando in ugual misura. Loro avevano dato per scontato fin
dall'inizio che fossi finalmente riuscita a tenermi un ragazzo e, dopo tanti
tentativi falliti, la cosa sembrò tranquillizzarli; ma alla fine di maggio la
mia partecipazione alla convivenza familiare si era ormai ridotta alla sola
colazione, che non andava mai oltre i dieci minuti. Erano già mesi che il
mio comportamento faceva pensare più a una sistematica diserzione che
alle progressive tappe di un fidanzamento. In un primo tempo gli feci
mancare solo la mia persona. Ma poi portai via anche le tele, i fogli, i
blocchi, tutto il materiale di lavoro, la metà del mio ripiano in bagno,
parecchi libri, alcuni quadri, un sacco di vestiti, persino un ficus che da
anni cresceva davanti alla mia finestra e che stava molto meglio in un
angolo dello studio, guarda, il tocco femminile, disse Marcos, Jaime
l'applaudì ridendo ed entrambi risero di me per un pezzo, ma poi non
dimenticarono mai d'innaffiarlo. Mia madre era sempre più preoccupata e
mio padre si lasciò coinvolgere solo per non doverla più sentire. Quando
cominciò a fingere di essere anche lui molto preoccupato, capii che non mi
restavano scappatoie.
«Uno di voi due deve venire a cena a casa mia sabato sera.»
Lo buttai lì una mattina, nel bar dell'università, senza dare troppa
importanza alla mia uscita, ed entrambi si girarono a guardarmi come se
non avessero capito bene. Avrei dato qualsiasi cosa per non doverlo
ripetere, mi sembrava spaventoso costringerli a una simile pagliacciata,
era come ammettere che neanche una storia come la nostra era immune
dalle consuetudini più indesiderabili. Avrei preferito salvare la mia
immagine di ragazza speciale, capace di vivere e di crescere nutrendosi
esclusivamente di sesso e arte, ma non mi restava alternativa, dovevo
invitare uno dei due a cena a casa dei miei quel sabato, e così glielo
spiegai, e loro ascoltarono con molta più tranquillità di quella che mi sarei
aspettata.
«È il compleanno di mia madre» spiegai, «e fa una festa tutti gli anni, una
cosa molto informale, con gli invitati in piedi, che girano per casa con
piatto e bicchiere in mano. Mi ha detto di portare il mio ragazzo. Ho
dovuto dirle che avevo un ragazzo perché da quattro mesi a questa parte
non mi vedono quasi più, lo capite, vero? Certo, potrei dire che non gli va
di venire, che magari è meglio rimandare a un'altra volta, e via dicendo,
ma per un verso a me conviene che finalmente conoscano il mio ragazzo e
mi lascino in pace una volta per tutte, e dall'altro credo sia molto meglio
che chi viene faccia la sua prima comparsa a una festa del genere,
piuttosto che a una cena, seduti intorno a un tavolo. I miei genitori sono
molto progressisti, non preoccupatevi. Vi
guarderanno dall'alto in basso, spettegoleranno a più non posso, ma
cercheranno di non darlo a vedere, e saranno simpaticissimi, ve lo
assicuro...» A quel punto mi accorsi di essere passata dal singolare al
plurale senza neanche accorgermene, e mi corressi immediatamente. «Be',
lo vedrà chi di voi due verrà... Potete anche giocarvelo a sorte.»
«No» disse Jaime, «verrò io.»
«Ci avrei scommesso» sorrisi. «Gli ho già detto che il mio ragazzo si
chiama Jaime.»
A quelle parole Marcos mi rivolse un'occhiata torva, piena di dolore e
insieme d'ostilità. Non me l'aspettavo, non mi aveva mai guardato così, ma
sentii che faceva più male a me che a lui.
«È solo un nome» gli dissi.
«Ma è il suo» mi rispose.
«Già, ma un solo ragazzo non può avere due nomi.» Mi presi una pausa,
cercai una via d'uscita, non la trovai tanto facilmente perché era una cosa
su cui non avevo riflettuto, non mi era passato per la testa che potesse
restarci male. «Tu sei molto più timido, Marcos; ho pensato che avresti
preferito non venire, non so, avevo l'impressione che ti sarebbe sembrata
una farsa, e infatti lo è... Non pensavo che avessi voglia di venire, perché
sono la prima a non averne... Mi spiace. Ma puoi venire tu, se ti va.»
«No, no. Verrò io.» Jaime reagì subito. «Mi porterò un paio di matite e
farò un'esibizione, così i tuoi genitori saranno contenti di me.»
Restammo tutti e tre zitti, a lungo. Marcos guardava fuori dalla finestra,
Jaime canticchiava tamburellando sul tavolo, e io cercavo di dividere la
mia attenzione tra loro due, cosa che non mi era mai riuscita difficile e
adesso pareva pressoché impossibile, perché si erano scissi, noi tre ci
eravamo scissi, eravamo soli, seduti insieme a un tavolino, e tuttavia non
eravamo più noi tre ma tre singole persone. Li guardai con calma,
attentamente. All'epoca non avrei mai potuto preferire uno all'altro. Erano
entrambi il mio ragazzo, un solo fidanzato con due corpi, due teste, due
tipi di fissazioni, due diverse sensibilità, e nel silenzio grave di quella
mattina lo avvertii più nitidamente che mai. Non potevo rinunciare a
nessuno dei due, li amavo entrambi, li volevo con me, sempre, e avevo
bisogno che tornassimo a essere una cosa sola, come prima. La colpa era
stata mia. Avevo spezzato io l'equilibrio, l'armonia, senza volerlo, senza
intenzione, ma la colpa era mia. E anche la soluzione lo fu.
«Facciamo così» dissi, e Jaime mi guardò, ma non Marcos. «Venite tutti e
due. Uno sarà il mio ragazzo, l'altro un caro amico di entrambi. I miei
genitori non hanno niente contro i cari amici, ne saranno contenti, ne sono
certa. Così, se mi metto a parlare al plurale, non farò gaffe. E potrete pure
scambiarvi il nome, se volete. Può anche essere divertente.»
«No.» Marcos mi guardava di nuovo, e sorrideva. «Non ce n'è bisogno. Io
sarò il caro amico.»
Il giorno della festa dovetti restare in casa ad aiutare mia madre, ma la sera
prima avevo parlato con loro a lungo, li avevo istruiti, avevo suggerito
come dovevano vestirsi, cosa dovevano dire per riuscire simpatici a lei e a
mio padre. Temevo il peggio, ma anche se non avevano ascoltato nessuno
dei miei consigli, si comportarono benissimo. Arrivarono sobri, e
discretamente tardi, salutarono tutti come due ragazzi beneducati, bevvero
poco, intervennero con cautela nelle conversazioni. Jaime mi baciò il
giusto, Marcos una sola volta, quando entrò, e sulla guancia. Di colpo
realizzai che avevo fatto male i conti. La situazione divertiva molto
entrambi, mentre ovviamente non gli sarebbe piaciuta affatto se uno dei
due fosse stato il mio unico ragazzo. Ma non era così, e la realtà
trasformava quella trappola imbarazzante e convenzionale in puro teatro,
in una messinscena rischiosa, eccitante, una sfida sociale in cui competeré
a suon di giochi di parole e doppi sensi che sarebbero crollati alla minima
distrazione. Quando lo capii, mi rilassai e cominciai a divertirmi anch'io.
«Chiedi a Jaime di disegnare» dissi a mia madre approfittando di un
momento in cui eravamo rimaste sole in cucina. «Vedrai. È incredibile.»
Quella sera cominciò con una ballerina di Degas e strappò al suo pubblico,
molto più ingenuo, meno invidioso e suscettibile dei nostri compagni
d'Accademia, un'ovazione serrata, costellata di gridolini e fischi.
Naturalmente, i presenti non avevano mai visto niente del genere e Jaime
era felice di ascoltarli, uno dopo l'altro, disposto ad assecondare le loro
richieste per tutto il tempo necessario.
«Devo andare in bagno» mi disse Marcos all'orecchio mentre Jaime si
esibiva in una delle sue madonne di Raf-faello, attirando tutti gli sguardi.
«Accompagnami.»
Lui alzò un attimo gli occhi dal foglio quando ci vide uscire dalla porta in
fondo, ma nessun altro si accorse della nostra defezione. Immaginai
pensasse che andavamo a fumarci una canna perché era quello che
pensavo anch'io ma, quando fummo dentro, Marcos chiuse la porta a
chiave, mi schiacciò contro il muro e mi baciò.
«Ti si è drizzato...» dissi appena potei disporre della mia bocca per parlare,
e lo ripetei perché era una notizia stupefacente, fantastica, memorabile.
«Hai un'erezione!»
«Sì» confermò come se niente fosse, e invece era importante, perché fino a
quella sera non era mai riuscito a mantenere una vera erezione per tanto
tempo, io ero abituata a vedere come gli si ammosciava appena mi
toccava, appena si stringeva a me; a volte aveva retto al contatto del mio
corpo in uno stato di semirigidità, mentre noi tre eravamo a letto, nudi, ma
quella sera era un'altra cosa, miracolosamente comune, assolutamente
normale, e definitivamente nuova. «Facciamolo. Subito.»
«Come?... » chiesi, stordita da una simile novità. «E Jaime?»
«Jaime può andare affanculo!» E mi guardò negli occhi, e non li avevo
mai visti tanto sicuri, tanto incalzanti, tanto angosciati. «Ce la posso fare,
José, adesso so che ce la posso fare, lo so...»
Non durò neanche due minuti, forse neanche uno, ma durò e fu
commovente. Alla fine, aveva lo sguardo torbido, sembrava vicino alle
lacrime, e sorrideva. Gli sorrisi anch'io e poi lo cullai come un bambino
piccolo, l'abbracciai e lo baciai finché potei, prima di rendermi conto che
eravamo chiusi lì dentro già da un pezzo e dovevamo uscire. Ero molto
orgogliosa di lui e tuttavia, mentre aprivo la porta e lo guidavo nel
corridoio fino alla sala, ebbi due diverse intuizioni, due presentimenti
concatenati e ugualmente funesti. Avevo sempre voluto che accadesse
quello che era appena accaduto, davvero, l'avevo voluto fin dall'inizio, fin
dall'inizio avevo sofferto per Marcos, avevo risposto a malincuore ai suoi
sorrisi tristi di amante marginale e spettatore, avevo avvolto di parole
serene la violenza del suo corpo muto, condannato all'ingiusta caparbietà
del silenzio, e avevo visto soffrire Jaime, sapevo che Jaime soffriva per
Marcos insieme a me, che anche lui pensava che quanto c'era di buono tra
noi sarebbe stato anche meglio quando ci fossimo liberati della colpa
innocente della sua innocenza sterile e forzata. Avevo voluto che
succedesse quello che era appena successo, e tuttavia, allo stesso tempo,
desideravo che non cambiasse niente, perché l'equazione perfetta dei nostri
corpi dispari, che era fra-gilissima e solida come una roccia, ci aveva dato
più di quanto avessimo mai avuto, e anche questo lo sapevamo, lo
sapevamo tutti e tre. Era difficile calcolare profitti e perdite in una storia
come la nostra, ecco cosa pensai, ecco cosa mi spaventò, nel momento
stesso in cui gioivo dal profondo del cuore di quanto era appena successo,
perché l'avevo voluto davvero, fin dall'inizio, e lo volevo ancora, mentre
lo squilibrio cominciava a minacciarci, muovendo dal cuore stesso
dell'equilibrio. Avevamo appena consumato la nostra prima infedeltà, ma
non fu quello a turbarmi, non mi confuse tanto quanto la certezza che la
cosa non aveva importanza. E quella fu la mia seconda intuizione, ed era
forse la più rilevante, perché non ebbi bisogno di analizzare i miei pensieri
per capire che se fossi andata a letto solo con Jaime, senza pensare a
Marcos, mi sarei sentita molto peggio, avrei sentito di aver davvero
tradito, in modo cattivo e meschino. Avrei dovuto pensarci, ma quando
tornammo in sala, Jaime ci guardò, inarcò le sopracciglia, e la domanda
sospesa nei suoi occhi gravò sui miei come una condanna grave, meritata.
«Come va?» gli chiesi, cercando di nascondere sotto la finta disinvoltura
delle frasi fatte un nervosismo così improvviso che non mi permise
neanche di capire che
non era propriamente nervosismo, era solo paura, paura che lui non
capisse, che non volesse capire, che si arrabbiasse con noi, con me. Non
mi sentivo in colpa, ero sicura di aver fatto quello che dovevo fare, non
avrei potuto abbandonare Marcos, lasciarlo solo in un momento del
genere, e tuttavia lo sguardo di Jaime mi terrorizzava.
«Come va a voi, piuttosto» disse lui, senza sforzarsi di nascondere la
diffidenza che gli brillava negli occhi e gli affilava la voce. «Dove vi
eravate cacciati?»
A quel punto decisi che era ora di andare. Cercai Marcos, poi i miei,
spiegai che volevamo andare a bere il bicchiere della staffa fuori e in
ascensore spifferai tutto. Lui ascoltò in silenzio, guardandomi negli occhi.
Marcos non disse nulla, tenendo lo sguardo basso, ma Jaime non sembrava
badargli. Continuai a parlare io soltanto, e mi sentivo ancora peggio
quando uscimmo dal portone e arrivammo in strada. Una volta lì,
restammo in piedi, in silenzio, sotto un lampione. Jaime tardò ancora
qualche secondo a reagire. Era l'ultima cosa che si sarebbe aspettato e per
questo si limitò a guardarmi, sempre negli occhi e solo me, con una faccia
seria, concentrata.
«Siete in debito con me» disse alla fine. «Lo sapete, vero?»
«Sì» risposi io.
Marcos si limitò ad annuire.
E allora Jaime scoppiò a ridere, si avvicinò al suo amico e gli diede una
pacca sulla spalla.
«Maschione!» gridò, e io sentii che il mio corpo si rilassava di colpo,
come se l'inconcepibile quantità di gas che mi affluiva nelle vene, mi
comprimeva i muscoli, mi riempiva le viscere e faceva salire a ogni istante
una
pressione che stava per farmi esplodere, avesse trovato una via d'uscita.
«Stavo pensando: forse, il tuo problema è che ti piace il rischio...»
L'episodio non aveva avuto importanza, lo sapevo io e lo sapeva Jaime,
anche se si era divertito a torturarmi prima di ammetterlo ad alta voce.
Non facevamo che parlare di noi, sempre, e lui aveva appena suggerito
una nuova teoria, così tornammo spesso sulla prodezza del bagno, la
analizzammo a dovere, cercammo di imparare dall'esperienza e ci
ridemmo sopra, scherzando sul gusto del pericolo, ma nessuno pronunciò
più la parola «debito». Capii, ma non trassi alcuna conclusione su quanto
grandi potessero essere la generosità di Jaime o la sua superbia. Avrei
dovuto intuire che lui aveva un potere su di me di cui non ero neanche
vagamente consapevole, ma mi limitai a concludere che, lasciando da
parte questioni irrilevanti come i soldi, se lui era quello che più aveva
guadagnato dalla storia, era anche quello che ci aveva investito
maggiormente, e il bilancio gli conferiva un'autorità che né io né Marcos
potevamo contendergli. Mi bastò, e tutto continuò a essere facile, bello
come prima, come sempre. Al momento non potevo ancora scegliere uno
di loro, non volevo, non avevo tempo di pensarci e nemmeno lo cercavo. E
poi non ero costretta a farlo, perché neanche noi eravamo immuni dalle
leggi della normalità, e in base a quelle il trionfo di Marcos non era poi
così definitivo. Si ripetè alcune volte, ma non in maniera sistematica, fino
all'arrivo delle vacanze, e tuttavia, anche se lo festeggiavamo in modo
travolgente, strepitoso, ogni qual volta si ripeteva, ciò che provavo quando
ero a letto con lui e Jaime non cambiò. Avrei dovuto considerare anche
questo, ma non volevo pensare. Non potevo. Per tutto il mese
di giugno, nei miei pensieri ci fu posto solo per la nostalgia anticipata e
una futura varietà della tristezza. Non potevo sopportare l'idea di
separarmi da loro.
«Non farci le corna» mi chiese Jaime l'ultima sera, con il dito dei grandi
moniti alzato.
«Non fatele voi a me» risposi.
«Be', ma per noi è diverso... Tu hai due uomini tutti per te, mentre noi
abbiamo solo mezza donna ciascuno. Questo dovresti capirlo.»
Lui andava a Peñíscola. Marcos prima in Costa Brava con il padre, e poi a
Maiorca con la madre. Io nel paesino di Cuenca che quando ero bambina
era stato un paradiso e che adesso mi si prospettava come la versione più
noiosa dell'inferno.
«Ricordatevi di chiamare...» li pregai alla fine, sorvolando sulle
considerazioni aritmetiche di Jaime riguardo alla fedeltà. «E scrivetemi.
Anche solo cartoline. Per favore.»
Quell'estate per me fu insopportabile, lunga come una catena interminabile
di giorni che non finivano mai. Pensavo a loro continuamente e sapevo
che loro, almeno, si ricordavano di me, ogni tanto. Marcos mi scriveva
lettere, molto più brevi delle mie in risposta, ma sempre più lunghe delle
cartoline di Jaime, tre o quattro righe che compensava chiamandomi al
telefono quasi tutte le settimane. Mi chiamò anche il 10 agosto. Il giorno
dopo avrei compiuto ventun anni, ma lui si dimenticò di farmi gli auguri.
«Venerdì prossimo mia sorella va a Praga con la sua ragazza» mi disse
invece, «e mi lascia il suo appartamento di Benicasim per un'intera
settimana. Marcos è qui già da quattro giorni, in casa dei miei, perché ha
litigato con la madre o qualcosa del genere... Non facciamo che parlare di
te, sentiamo molto la tua mancanza e facciamo di tutto per non guardare le
ragazze che incrociamo per strada, ma è dura perché, sappilo, il cazzo di
Marcos è definitivamente rinato, è diventato una bestia, davvero...
Insomma, prendi la macchina e raggiungici.»
«Non so come la prenderà mia madre...»
«Passamela.»
Tre giorni dopo mi alzai alle sei di mattina, consumai la colazione senza
far rumore e uscii in giardino. Faceva fresco, quasi freddo, la valigia era in
macchina, il serbatoio pieno, i miei genitori convinti che avrei trascorso
una settimana in casa dei miei futuri suoceri. Ricordo bene l'emozione, la
gioia che provai schiacciando l'acceleratore. Se c'è mai stata una donna
innamorata, quella ero io. Se sono mai stata innamorata, di sicuro lo ero il
giorno che attraversai la provincia di Cuenca fino a quella di Castellón,
guidando per strade secondarie su una Ford Fiesta rossa che arrancava a
ogni salita e con un cuore così gonfio da scoppiarmi nel petto.
Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, e
azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di
quanto mi convenisse. Per questo s'infranse. Non si esaurì, non finì, non
morì, semplicemente s'infranse, crollò come una torre troppo alta, come
una scommessa troppo alta, come un'aspettativa troppo ambiziosa.
Fu sulla spiaggia che tutto cominciò, ed era l'inizio della fine, ma lì per lì
non me ne resi conto. Mentre andavo a trovarli potevo solo sentire che li
amavo un po' di più a ogni chilometro che percorrevo; il resto fu facile,
come sempre. Eravamo in vacanza e andavamo a letto all'alba, ci
alzavamo a mezzogiorno, andavamo in spiaggia il pomeriggio,
prendevamo il sole, facevamo il bagno, fumavamo canne, mangiavamo
poco, bevevamo molto, scopavamo più che mai.
«È stranissimo, ma quando sono arrivato a Gerona mi sono accorto che il
mio problema, qualsiasi cosa fosse, non esisteva più. Non appena ho
smesso di vedervi ho cominciato a pensare tutto il tempo di scopare con
José, e potevo quasi vederlo, perché sapevo che, in effetti, ci sarei riuscito,
ma certo, ogni volta che lo volevo, sarei stato in grado, lo sapevo...
All'inizio ho avuto un po' paura, ma subito dopo mi sono detto che
non sarebbe più successo, e non è successo. È davvero strano, ma è andata
così.»
«Niente, ragazzo mio.» Jaime gli diede una delle sue solite pacche sulla
spalla. «Ormai sei diventato un campione. ..»
Era e non era vero. Marcos era riuscito a ottenere che il suo cazzo gli
obbedisse, e si riteneva già soddisfatto. Aveva ragioni da vendere per
essere euforico, ma restava pur sempre un amante più limitato di Jaime,
meno vorace, meno generoso, e infinitamente meno ingegnoso. Nella
settimana che passammo insieme sulla spiaggia, intuii che sarebbe sempre
stato così, ma capii anche che a lui non importava. Non si era mai
paragonato a Jaime, ed era troppo intelligente per accanirsi in strategie
suicide. Inoltre, era tutto preso a scoprire il proprio ritmo, che era lento,
dolce e moderato, ma sommava, anche se non arrivava quasi mai a
multiplicare per due, quello che succedeva quando eravamo tutti e tre a
letto.
«Non ce la faccio più» li avvertivo, però, a volte, «non ce la faccio più,
giuro.»
«Ma cosa dici?» mi rispondeva allora Jaime. «Non sai cosa dici. Ramón y
Cajal diceva che...»
«Che l'uomo è volontà.» Terminavo la frase che gli avevo sentito ripetere
decine di volte mentre cercava di risvegliare Marcos dalla sua impotenza.
«Esatto. Per non parlare della donna... Aspetta un attimo e vedrai.»
Aveva quasi sempre ragione, per questo io pensavo più a Marcos, gli
prestavo più attenzione, gli dedicavo più tempo, più riguardi. Era sempre
stato così, a Jaime non era mai importato, e non parve importargli neanche
allora, quando dovette cominciare a dividermi effettivamente con Marcos.
Era un amante molto generoso e poi anche a lui piaceva guardarci, ma
quel dettaglio non alterò le condizioni più profonde del nostro rapporto, un
patto tacito e sottile che non eravamo mai arrivati a pronunciare ad alta
voce. Quello che condividevamo Jaime e io era di più, ed era diverso, era
stato così fin dall'inizio e neanche i miracoli potevano modificare la
situazione. Non avevo mai avuto bisogno di dirlo, credo di non averlo mai
neanche pensato, fino a quella notte, quando mi svegliai sul far dell'alba.
Faceva tanto caldo che non ero riuscita a dormire profondamente, mi
svegliavo di continuo rigirandomi tra loro due senza trovare la posizione
giusta. Quel piccolo affollamento, che dava ottimi risultati d'inverno e in
un appartamento da studenti mal riscaldato, aggravava l'afa delle notti
d'estate in una casa sulla spiaggia orientata a sud, priva di aria
condizionata e senza neanche un misero ventilatore. Pensavo che fosse
solo colpa del caldo, ma poi aprii gli occhi e trovai quelli di Jaime,
vicinissimi ai miei, sgranati.
«Vuoi più bene a lui» mi disse con un filo di voce.
«No» risposi meccanicamente, senza fermarmi a riflettere sulle mie
parole.
«Gli vuoi più bene» insistette.
«No» ripetei, ormai completamente sveglia.
Allora cercai di ricordare, di risalire all'origine di quel sospetto che non mi
faceva vacillare, che non seminava nel mio cuore alcuna inquietudine, solo
stupore, e mi vidi come Jaime mi aveva visto poco prima quella notte, a
cavalcioni su Marcos, mentre lo montavo lentamente. Era stato solo poche
ore prima e lui sembrava felice, era contentissimo, era stato un amplesso
lungo e sereno, molto diverso da quello che avrei avuto con Jaime, e da
fuori poteva forse sembrare migliore,
più delicato, più dolce, più piacevole, ma dal di dentro non era migliore,
non lo era affatto. Era peggio. Al solo pensiero mi spaventai, ma un attimo
dopo mi ero già abituata a quel brivido, alla fitta di paura e di
consapevolezza che non mi avrebbe più abbandonato, una promessa di
dolore con cui mi sarebbe toccato convivere per parecchio tempo, finché
non si compì e bruciò tutto, travolse tutto, uccise tutto e mi lasciò in vita.
Quel dolore era già dentro di me e tuttavia, anche se non riuscivo a capirlo
io per prima, in quell'istante pensavo anche a Marcos, sapevo di amarlo, e
ci soffrivo. Finirà male, pensai, ma Jaime mi guardava con un'angoscia
che non gli avevo mai visto negli occhi, e quando la vidi ne fui sicura.
«Amo più te» gli dissi, cercando di fare in modo che la mia voce superasse
appena il rumore del respiro di Marcos, che mi dormiva accanto, al mio
fianco. «Amo più te, ma tu non glielo dire mai.»
Jaime chiuse gli occhi, li riaprì, ed erano diversi, più grandi, scuri come
non li avevo mai visti. Poi fu perfetto, come al solito. Mi strinse forte, mi
fece montare su di lui, si drizzò per costringermi ad aprire le gambe, si
girò fino a ritrovarsi seduto sul bordo del letto, e si alzò, tenendomi in
braccio, senza che Marcos si accorgesse di niente. Sulla terrazza c'era il
lettino con un mate-rassino a righe bianche e blu per cui litigavamo tutti i
giorni all'ora del riposino pomeridiano, ma che nessuno ci avrebbe conteso
a quell'ora. Jaime lo sapeva, e sapeva anche che quella sarebbe stata la
nostra prima volta, dopo tante altre. Non lo dimenticherò mai, non
dimenticherò la luce particolare, la purezza bianca dell'alba che gli
formava un'aureola intorno alla testa e rischiarava la mia memoria, la mia
coscienza, e allimprovviso capii molte cose, come se la terra avesse deciso
in quell'istante di abbreviare la sua orbita, fare un quarto di giro, un giro
completo in un secondo. Abbracciavo Jaime, mi stringevo a lui come se
oltre le sue braccia ci fosse il vuoto, e sentivo, ricordavo, presagivo il
meglio e il peggio. Era troppo amore. Finirà malissimo, pensai un attimo
prima di addormentarmi, incollata a Jaime, mentre lui mi baciava senza
tregua, sulla fronte, sulle guance, sulla bocca, e nessun giorno, nessuna
notte erano mai finiti meglio.
Mi svegliò uno stridore metallico, ritmico, sgradevole e, un attimo dopo,
la certezza che doveva essere tardissimo. Quando aprii gli occhi vidi
Marcos, in piedi, con il costume addosso e le braccia conserte, che ci
guardava.
«Ho tirato giù il tendone» ci informò nel tono brusco, neutro, di un
giornalista televisivo. «Qualche vicino avrebbe potuto chiamare la polizia.
Sono le dodici e mezzo.»
Io e Jaime eravamo nudi, e colpevoli. Io, almeno, mi sentivo in colpa,
proprio come quando ero piccola e mia madre smascherava una mia bugia
o mi sorprendeva a frugare nel frigorifero o a origliare a una porta. La
colpa era fredda e umida, il senso di abbandono cresceva come una muffa
invisibile sotto la pelle, mi bruciava la faccia, ed era anche peggio, molto
peggio, perché lo sapevo, l'avevo calcolato, quando non era ancora
successo presagivo già che stavolta sarebbe stato tutto diverso, più
pericoloso, più grave. Per questo mi costrinsi a guardare Marcos, ad
affrontare la durezza dei suoi occhi, a cercare di placarla con un sorriso
inutile, e mi sentii una vera traditrice, cattiva e meschina.
«Faceva molto caldo...» dissi per difendermi, senza sapere bene dove
andar a parare.
«Sì. Un caldo terribile.» Jaime si alzò, attraversò la terrazza, entrò in casa,
andò al frigorifero, prese una bottiglia d'acqua fredda, uscì con quella in
mano, senza smettere un attimo di parlare. «Io ho dormito da schifo, mi
svegliavo continuamente, e una volta stavo per allungare le mani su di te,
amico, perché Jose era sparita. Allora mi sono svegliato del tutto. Dov'è
finita, mi sono chiesto, e sono venuto a cercarla e l'ho trovata qui, che
dormiva bella tranquilla sul lettino... Insomma, in un primo tempo mi sono
sistemato su quel telo» e indicò un salviettone da spiaggia rimasto
provvidenzialmente disteso in un angolo e che avrei giurato non avesse
neanche visto, «ma il pavimento era durissimo. Allora mi sono coricato
addosso a José, che è molto più morbida, finché non mi ha fatto posto.
Torna a letto, le ho detto, per vedere se funzionava, starai più comoda, ma
niente, non si è accorta di niente. A proposito, José... Lo sai che russi?»
«Io?» protestai, più che sorpresa dal suo talento, dalla formidabile
disinvoltura con cui stava mentendo, una sicurezza capace di trascinare
non solo Marcos, ma anche me, per i meandri di una storia che era falsa
come l'ultima delle sue affermazioni. «Io non russo, carino.»
«Ah, no? Invece sembri un ghiro...»
«Sei tu che russi, amico!» Marcos finalmente rideva. «Te l'abbiamo detto
tante di quelle volte...»
«Non è vero. Il guaio è che voi due vi coalizzate sempre contro di me...»
Si rovesciò l'acqua che restava nella bottiglia sulla testa, ci si frizionò i
capelli e ci guardò. «A chi tocca fare il caffè?»
«A te» gli ricordai, e andai a farmi una doccia.
Quando entrai in cucina, il caffè era pronto e il pacchetto di madeleine
mezzo vuoto. Jaime e Marcos facevano colazione uno di fronte all'altro, a
torso nudo, i capelli bagnati e l'espressione identica, quasi familiare, che li
rendeva così simili, non tradiva nessun'inquietu-dine, nessun'ombra. Erano
diversissimi, ma in certi momenti, come quello, potevano passare per
fratelli, e allora m'incantavo a guardarli. Lo feci anche quella mattina,
mentre aspettavo che il mio pane si abbrustolisse. Ormai non avevo più la
faccia tosta di dire che non avrei saputo scegliere tra loro, ma la cosa non
m'impediva di continuare ad amarli come se fossero una sola persona, ad
amarli come se fossero più di due, i soli uomini rimasti sulla terra. Il
tostapane della sorella di Jaime era lento, e Marcos bello come un
arcangelo disarmato. Non avrei mai trovato il coraggio di confidarglielo,
ma a partire da quella mattina, dalla notte del mio primo e definitivo
tradimento, cominciai a guardarlo più teneramente che mai, forse perché
intuii che lui non lo avrebbe sopportato, e io nemmeno. L'amavo. Lo
sapevo perfettamente e mi bastava. Mi sarebbe bastato finché Jaime
avesse voluto; e lui mise subito in chiaro che voleva la stessa cosa.
«Be', Marcos, credo che dovremmo raccontare a José della svizzera...»
disse quando mi sedetti con loro, come se potesse leggermi nel pensiero.
«Glielo dobbiamo.»
«Quale svizzera?» chiesi, con la docile curiosità che lui aveva previsto.
«Cazzo, Jaime!» Marcos gli tirò il tovagliolo in faccia. «Che razza di
lingua lunga!»
«Due giorni prima che tu arrivassi, ci siamo fatti una svizzera.» Jaime mi
guardò, fece un movimento complice con le dita, e io lo capii, lo capii e
gliene fui grata e sentii che non potevo riporre la mia vita in un posto
migliore delle sue mani. «Noi due insieme... E stata una specie di
riscaldamento, no? Perché lui potesse mettersi alla prova, visto che era un
po' preoccupato di come avrebbe risposto il suo cazzo e via dicendo...»
Non devo ridere, pensai mentre ridevo, e Marcos doveva aver pensato
qualcosa del genere, ma anche le sue labbra cominciarono a curvarsi. «Ha
fatto tutto da solo, eh? Non credere. A me quella non piaceva neanche,
aveva due spalle da pompiere, davvero, era enorme, ma siccome lui parla
tedesco, be', l'ha abbordata in un bar e... In-somma, io ti sono stato
praticamente fedele, ma la tigre delle Belle Arti, qui, non ti dico...»
«Non è vero» protestò Marcos. «L'hai scopata anche tu, proprio come
me.»
«Ma con molto meno entusiasmo...» Jaime mi guardò, io scoppiai a ridere,
guardai Marcos, vidi che rideva. «Conta qualcosa anche questo.»
«Neanche a me piaceva granché.» Marcos mi prese una mano, mi baciò il
palmo, se lo accostò al viso. «Davvero.»
Io aspettai a lungo prima di assolverli. Marcos non mi lasciò la mano e io
la premetti un attimo sulla sua guancia, ma poi mi rivolsi a Jaime, lo
guardai, cercai di ringraziarlo in silenzio, grazie per aver chiarito che
siamo tutti in pace, anche se tu e io conosciamo la verità, grazie per aver
scaricato su Marcos una colpa che è più mia che tua, grazie per aver
riflettuto più di me, e più in fretta di me, e meglio.
«Vi perdonerò» dissi alla fine. «Non dovrei, perché io a Cuenca sono stata
bravissima, di più, una vera suo-rina, ma vi perdonerò lo stesso, anche se
non ve lo meritate.»
Poi Marcos scese a comprare il giornale. Jaime, che si
era messo a lavare le tazze senza che nessuno glielo avesse chiesto,
aspettò che la porta si chiudesse prima di avvicinarsi a me. Si mise proprio
dietro lo schienale della mia sedia, mi appoggiò le mani sulle spalle,
avvicinò la testa alla mia e, anche se nessuno poteva sentirci, mi sussurrò
all'orecchio: «Di stanotte non gli diciamo niente, eh?»
«No» confermai. «Mai.»
«Ti amo, José.»
«E io amo te.»
Per il resto la giornata fu uguale alla precedente, come lo sarebbe stata la
successiva. E tuttavia, anche se non mi azzardavo a definire cosa fosse
iniziato tra Jaime e me, anche se intuivo che non avrei mai trovato la
parola precisa per la nostra nuova alleanza, il segreto di quella notte agì
come un bisturi capace di tagliare la mia vita a metà, di dividermi in due
donne che avrebbero trovato sempre più faticoso fingere di essere la stessa
persona. Li amavo entrambi, ma ero innamorata di Jaime e lo sapevo, e
sapevo anche che non era possibile, che senza Marcos non lo sarebbe mai
stato. L'intricata rete di tradimenti e lealtà, di verità intere e mezze bugie
in cui saremmo morti asfissiati, intrappolati come tre mosche in una
ragnatela, cominciò a tessersi, molto lentamente. Ci mettemmo parecchio
ad avvertirne i fili, la tensione che limitava i nostri movimenti,
disseminava silenzi di troppo nelle parole e parole di troppo nei silenzi,
erigeva montagne di difficoltà in quello che prima era facile e prosciugava
la libertà senza cui nulla sarebbe cominciato. Ci mettemmo parecchio a
rendercene conto perché tutto, o quasi, continuò apparentemente come
prima, dopo l'estate.
«È il mio posto?» chiesi quando tornammo a casa, nella casa di Jaime, che
era la nostra.
«Sì.» Lui mi guardò e mi sorrise. «Ti concedo il mio balcone, per questa
settimana, ma non ti ci abituare.»
Marcos non registrava questi indizi o, se lo faceva, non vi dava
importanza. Lui era sempre stato molto cavaliere con me. Forse pensava
che era ora che Jaime seguisse il suo esempio, o forse era troppo occupato
a studiare se stesso per prestare attenzione alle piccole cose che
succedevano intorno a lui. Stava cambiando in fretta, e io lo notai, mi resi
subito conto che da quando era tornato a Madrid non era più lo stesso
dell'anno prima, quello che era andato e tornato dal mare. Non aveva mai
parlato granché, ma adesso lo faceva ancora meno. Passava ore e ore
chiuso in se stesso, senz'aprire bocca, seduto sul divano dello studio, a
guardare il soffitto o a leggere, in preda a continui sbalzi d'umore. A volte
sembrava molto triste, anche se cercava di non darlo a vedere, e altre,
invece, soddisfatto, compiaciuto della propria laconicità, dei propri silenzi.
Ma mai, né nei momenti belli né in quelli brutti, ci diceva qualcosa. Non
dipingeva neanche.
Era questa la cosa più strana, la più strana di tutte. Avevamo sempre
lavorato più o meno allo stesso ritmo, ma quell'autunno Marcos si sganciò
da noi. Non mi va, diceva, non mi viene in mente niente, non ne ho voglia.
Io, che ormai avevo perso la fiducia, non l'avrei sopportato. Io dovevo
dipingere tutti i giorni per non pensare, per non sapere, per continuare a
dipingere, mentre lui se ne fregava, l'inattività non lo turbava, non lo
spazientiva, non lo spaventava. Mi passerà, diceva, ne sono certo, non è
niente, mi è già successo altre volte, spesso. Jaime gli faceva un sacco di
domande, io meno perché non volevo assillarlo, ma entrambi ottenevamo
sempre la stessa risposta, lo stesso sorrisetto, un semplice no mite ed
ermetico, non ho niente, non è niente, davvero. Finché quel mistero non si
trasformò in un'altra questione di fiducia. Non capivamo Marcos, ma ci
abituammo a credergli, non potevamo fare altro che credere alla veridicità
di quanto ci diceva, visto che eravamo così convinti di conoscerlo.
All'epoca noi tre eravamo ancora sicuri di conoscerci perfettamente e
inoltre, anche se quella sembrava proprio una crisi, anche se per qualsiasi
altra persona lo sarebbe stata, io e Jaime eravamo a nostra volta pittori e
sapevamo che Marcos era sereno. Non guardava quello che aveva dipinto
prima, non scarpinava più per i musei che conosceva a memoria, non si
precipitava a vedere le mostre appena inaugurate, non era interessato a
cosa facevamo noi, non disegnava, non faceva bozzetti, non cominciava
quadri che non sarebbe riuscito a terminare, non progettava viaggi in paesi
stranieri, non camminava per le strade per ore e ore, cercando
disperatamente un'immagine che lo tirasse fuori dal tunnel in cui si era
cacciato, non faceva nessuna delle sciocchezze che fanno di solito i pittori
in crisi. Io e Jaime lo sapevamo perché le avevamo fatte anche noi, a volte,
e le avevamo viste fare a lui. Cominciò, invece, ad avere strane manie,
come inventarsi personaggi da fumetto, cui non ci eravamo mai interessati,
andare alla cineteca a vedere film muti, o chiedermi di insegnargli a
cucinare. Lo feci, e lui imparò in fretta, e ci divertimmo molto in cucina,
ma neanche in quei momenti, quando eravamo noi due soli e lui si
concentrava in qualche procedimento elementare, come tritare le cipolle,
riuscii a capire cos'avesse. Stava aspettando, tutto qui, si limitava ad
aspettare, ma io non lo capivo, non riuscivo a vedere tanto lontano. Pensai
invece che la sua metamorfosi avesse a che fare
con il sesso, con il piacere originato dall'interruzione repentina di un
dolore cronico, o con lo stupore di un bicchiere che si è sempre visto
capovolto nella credenza e che si ritrova improvvisamente sulla tavola
apparecchiata.
Ci pensavo molto, era importante, perché l'impotenza di Marcos non era
stata solo un motivo di disperazione per lui e il pretesto per un escamotage
per Jaime. Era stata anche il mio alibi supremo, l'unica ragione capace di
sostenermi nei primi, strani, colpevoli giorni di quell'amore troppo grande.
Ricordavo continuamente il famoso discorsetto, non farlo per me, fallo per
lui, lui ha bisogno di te, e concludevo che era vero. Era stato vero, lo
sapevamo tutti e tre, anche se Jaime aveva usato l'argomento a proprio
vantaggio, anche se io lo avevo utilizzato per nascondere a me stessa il
desiderio oscuro e incontrollabile di dividere un letto con due uomini
diversi, anche se lui non si era mai abbassato a metterla in questi termini,
Marcos aveva bisogno di noi. Prima era vero, ma a quel punto non più.
«Devo aprire una scuola» diceva Jaime ogni tanto. «Risolvo tutto:
frigidità, impotenza... Lezioni teoriche e pratiche, prezzi modici.»
Né a me né a Marcos disturbavano queste battute, anzi, ridevamo come
prima, ma le cose stavano cambiando. Fu Jaime a capirlo più in fretta, e
meglio. Per tutto l'anno precedente, di quando in quando, eravamo andati a
letto solo noi due, mentre Marcos restava in piedi a leggere, a disegnare o
a guardarci, senz'avere il coraggio di intervenire o facendolo solo alla fine,
nel suo modo silenzioso, marginale, a cui eravamo abituati. Non era mai
successo il contrario, anche se lui una volta ci aveva provato, nei primi
tempi, quando ancora
uscivamo con altra gente. Eravamo in un bar affollato, rumoroso, Jaime
era ancora fidanzato e aveva portato la sua ragazza con sé, e Marcos mi si
era avvicinato, mi aveva spiegato che quella notte sua madre non avrebbe
dormito a casa, andiamo, mi aveva detto, e io non glielo avevo neanche
chiesto, ero andata dritta da Jaime a dirglielo, Marcos è solo in casa,
possiamo andare a dormire lì, e lui si era girato verso la sua ragazza,
accompagno José, le aveva detto, dobbiamo portare a casa Marcos perché
è molto ubriaco, ti chiamo domani, lei aveva inarcato le sopracciglia, non
se l'era bevuta, ma noi ce n'eravamo andati. Io me l'ero dimenticato, Jaime
no.
«Andiamo a letto.» Marcos mi tese l'ultimo piatto da asciugare. Avevamo
appena finito di mangiare, era già novembre, faceva freddo, Jaime si stava
mettendo il cappotto per andare a dare una lezione privata.
«Vestiti» disse.
Io gli sorrisi, perché avevo dato il dettaglio per scontato, ma Marcos
rimase a guardarlo con il mento più alto del solito.
«E perché?» gli chiese subito dopo. «Tu l'hai fatto senza di me centinaia di
volte.»
«Ma tu c'eri.»
«Ma era come se non ci fossi.»
«Ma c'eri.» Si chiuse l'ultimo bottone del cappotto, prese la cartella e si
fece serio. «Io non ero nel bagno della casa di José, Marcos. E prima ci
avevi già provato una volta. Non rifarlo.»
Non disse altro, non salutò neanche, e un freddo improvviso, inedito, entrò
nella casa dalla porta che lui aveva chiuso. Marcos era seduto sulla sedia
della cucina, a studiare il disegno della tovaglia come se non lo avesse mai
visto in vita sua, e io non sapevo come avvicinarmi a lui. Mi sentivo
un'estranea, lui mi sembrava uno sconosciuto, e non mi era mai successo
niente del genere. Avrei voluto baciarlo, abbracciarlo come prima, come
quando lo consolavo per il fatto che non poteva condividere altro con me,
e invece adesso, di colpo, non sapevo neanche da dove cominciare per
andargli incontro, per toccarlo. Stavamo perdendo l'innocenza, la purezza
che aveva reso possibile tutto quello che era successo fra noi tre. Lo stesso
amore che ci rendeva leali, che ci rendeva migliori, stava mandando tutto
in malora. Il complicato ci era riuscito facile, il semplice sarebbe diventato
complicatissimo, perché vivevamo in un labirinto di paradossi e avevamo
perso la bussola. Non sapevamo orientarci, assomigliavamo sempre meno
alle persone che eravamo state, ci volevamo sempre bene, questo sì, ci
amavamo più di prima, più che mai, ma non ci serviva a niente. Mi sedetti
di fronte a Marcos e dopo molto tempo mi ritrovai a pensare che la vita, la
mia vita, era davvero strana, che mi succedevano cose che non potevano
essere, erano impossibili e tuttavia erano così. Stavamo perdendo
l'innocenza e lui era il meno colpevole dei tre, questa però era un'altra
delle cose che non avrei mai potuto dirgli.
«Facciamo un riposino?» gli chiesi un attimo dopo, quasi con paura.
«Tu stai dalla sua parte, vero?»
«Credo che abbia ragione.»
Non mi guardò neanche. Prese il suo tabacco, se lo mise in tasca, andò
nello studio e si chiuse dentro a chiave. Aspettai mezzora e poi andai a
chiamarlo, bussai alla porta, gli chiesi di lasciarmi entrare, lo pregai, lo
supplicai, gli spiegai che volevo parlare con lui, che avevo bisogno di
farlo, usai tutte le parole che conoscevo e lui non mi degnò di una sillaba
in risposta. Quando Jaime tornò, se n'era già andato, senza neanche
salutare.
«Si è incazzato?» mi chiese mentre ci infilavamo nel letto, e io annuii.
«Che vada a farsi fottere.»
Marcos era il meno colpevole dei tre, ma neanche noi avevamo colpa,
anche se ci baciavamo di nascosto, anche se cospiravamo in silenzio,
anche se approfittavamo della minima occasione per andare a letto insieme
da soli e avevamo imparato a stare noi due soli anche quando c'era lui,
scopandogli accanto come se non ci fosse. Non era colpa nostra perché
non potevamo evitarlo, perché cercavamo di essere leali con lui, perché lo
eravamo, perché sapevamo entrambi che non saremmo mai stati capaci di
piantarlo in asso, che non saremmo sopravvissuti a un tradimento che,
dopo avere annientato lui, avrebbe stroncato anche noi, perché Marcos era
il più debole dei tre, e nessuna vendetta è più temibile della sconfitta dei
deboli. Io questo lo sapevo, e anche Jaime, ed entrambi sapevamo che lo
sapevamo, e per questo, senza averne mai parlato, senz'averlo deciso
insieme, entrambi ci ostinavamo a prolungare a qualsia-si costo quel trio
che di giorno in giorno diventava sempre meno trio e sempre più
triangolo, una figura irregolare, squilibrata e fragile, più semplice, più
comune, ma allo stesso tempo molto più difficile.
«Rivestiamoci» dissi a Jaime quella sera, quando ancora non ero riuscita a
riprendermi completamente dal nostro nuovo potere, un'intensità che mi
faceva bruciare, e piangere e ridere senza saperne il motivo.
«No.» Lui mi abbracciò e appoggiò la testa sulla mia. «Perché?»
«E se Marcos torna?»
«Non tornerà. Non tornerà perché sa cosa troverebbe.»
«Come fai a saperlo?»
«Lo so.»
Marcos non tornò quella sera, ma l'indomani, dopo pranzo, ci ritrovammo
tutti e tre insieme a letto, a fumare, bere e ridere come i primi tempi. La
mattina, entrando in classe, Jaime non gli aveva dato modo di sparare per
primo. Non gli aveva rivolto la parola, non lo aveva degnato neanche di
un'occhiata e aveva continuato a fare il sostenuto, l'offeso, per ore e ore,
finché Marcos non era stato costretto a chiedergli cos'avesse, e Jaime lo
aveva spinto a scusarsi con me e anche con lui. Che bastardo, avevo
pensato tra me e me, che razza di bastardo, e mentre lo pensavo mi veniva
da ridere, gioivo dentro, perché i bei vecchi tempi erano ormai passati, ma
ci restava il ricordo, un miraggio di felicità che poteva durare giorni,
persino settimane, almeno fino a quando noi tre avessimo coccolato il
tempo, lo avessimo sorretto con dita tremanti, imbottite di bambagia, e
camminato in punta di piedi sul mistero della nostra antica incoscienza per
non disturbarla, per lasciarla dormire. Così la vita tornava bella, tornava
facile, un letto grande, un balcone soleggiato, l'odore dell'acquaragia e di
tre corpi sudati, il fumo, il rumore dei baci, delle risate. Marcos era
innamorato di me, io ero innamorata di Jaime, Jaime era innamorato di
me, ma tutti e tre facevamo finta di niente, fingevamo un amore inesperto,
casuale, limitato, di quelli che non danno fastidio a nessuno, che portano
solo gioia, che servono a qualcosa e non aprono ferite che non
cicatrizzeranno mai. Li amavo come non ho mai più amato nessuno in vita
mia. Loro mi amavano nello stesso modo, lo sapevo, e tuttavia avevamo i
giorni contati. a tratti, la corda allentata su cui provavamo acrobazie
sempre più difficili si tendeva all'improvviso e uno di noi perdeva
l'equilibrio. E a quel punto cadevamo a terra, tutti e tre, e ci facevamo
male, e facevamo ogni volta più fatica a rimettere insieme le ossa rotte. Il
Natale fu terribile. Jaime andò a Castellón la mattina della vigilia e tornò il
pomeriggio del primo gennaio 1985. Non potè sbrigarsela prima e mi
chiamò tutti i giorni, mattina, pomeriggio e sera. Temeva che Marcos
volesse approfittare della sua assenza e al riguardo, come per tutto il resto,
aveva ragione.
Lo feci per lui, anche se non trovai il coraggio di spiegarglielo. Lo feci per
lui e so che l'avrebbe capito se solo si fosse fermato a pensare. Lo feci per
lui, pur sapendo che non me l'avrebbe mai perdonato. Lo feci per lui,
perché finché avessi avuto Marcos mi sarei tenuta stretta anche lui, e
quando avessi perso il primo sarei rimasta senza entrambi. Ecco perché lo
feci, e fu un errore.
«Se racconti una sola parola di questa storia a Jaime» gli dissi prima di
cominciare, quando eravamo ancora vestiti, «se Jaime lo viene a sapere,
t'ammazzo.»
Marcos scoppiò a ridere, fece il disinvolto sottovalutando la violenza della
mia minaccia, ma mi capì, forse anche troppo bene perché, per la prima
volta dopo molte notti, il suo cazzo minacciò di fare il cretino. Comunque,
la défaillance non durò a lungo. Lui lo desiderava, voleva stare solo con
me perché sapeva che Jaime e io lo facevamo da soli, non so come o
quando l'avesse scoperto ma lo sapeva, e lo desiderava tanto che tenne a
bada l'ammutinamento del suo sesso con un'autorità inedita, si comportò
da amante esemplare, superò se stesso e, proprio per questo, io non potei
essergliene grata. Capii subito che era stato un errore e mi dovetti
controllare anch'io, più e meglio che mai, quando il rimorso minacciò di
paralizzare il mio corpo, e soprattutto dopo, perché Marcos non era
colpevole come me, non lo era mai stato, e non si meritava che gli portassi
rancore per un errore che era stato solo mio.
Lo feci per Jaime e lo feci benissimo, ma fu un errore, e tuttavia il mio
finto tradimento produsse uno strano risultato. La colpa che non era
sbocciata alla festa di compleanno di mia madre, la colpa che era diventata
grave e profonda quando l'aveva illuminata il sole di una mattina di
agosto, a quel punto crebbe come un virus maligno, come
l'incomprensibile potenza di un tornado, come crescono i mostri sorti dagli
incubi, che lanciano artigli di paura e angoscia sulle tracce del colpevole
in un implacabile inseguimento. Avevamo perso l'innocenza, la purezza
che aveva reso possibile tutto quello che era successo tra noi. Quando
rividi Jaime fui sul punto di confessare solo per depistare la mia colpa, per
schivarla, per sgravarmi del suo peso antico e nuovo, ma l'angoscia pesava
meno della paura, e la paura m'impedì di parlare e uscì rafforzata dal
silenzio. La sua minaccia si prolungò per intere settimane, l'intervallo di
tempo che servì a Marcos per cambiare di nuovo, per recuperare a poco a
poco tutta l'energia, l'antico entusiasmo, per tornare a parlare di pittura,
raccontarci i suoi progetti e interessarsi ai nostri. Allora mi venne il
sospetto che Jaime avrebbe finito per tirare le somme, che avrebbe intuito
cos'era successo dal repentino ottimismo in cui erano confluiti mesi e mesi
di silenzi tristi e sorrisi assorti, perché Marcos era cambiato, stava
cambiando, e io avevo sempre pensato che in quello che gli succedeva
c'entrasse il sesso, ma anche in
questo ero fuori strada. Lo capii un giorno come tanti, il giorno che si
rimise a dipingere e scoprimmo che non saremmo mai più riusciti a stargli
dietro.
L'avevo sempre ammirato, avevo sempre saputo che era il migliore di noi
tre, il migliore del corso, il migliore dell'Accademia, ma non ero pronta a
quell'esplosione. Perché Marcos esplose, trovò se stesso e straripò, si
fermò a prendere fiato e crebbe d'un balzo fino a diventare immenso,
irraggiungibile, potentissimo e distante come le stelle di cui possiamo
vedere la luce senza riuscire a calcolare l'infinita distanza che ci separa da
loro. Ecco cos'accadde. Jaime e io ce l'avevamo davanti, lo vedevamo e
non ci credevamo, lo guardavamo e dubitavamo dei nostri occhi. Marcos
riprese a dipingere e non si fermò più, e noi restammo senza parole per
descrivere quello che stavamo vivendo. È un filone, diceva Jaime, ha
trovato una figata di filone e lo esaurirà, anche se quello che sta facendo è
bellissimo, non credi? Era bellissimo, di più, era quello che avremmo
voluto fare anche noi, quello che avrebbe voluto fare chiunque. È un
filone, diceva Jaime, e invece no, quella volta non aveva ragione, perché
Marcos non si fermò, non poteva più farlo, e invece di esaurirsi si
moltiplicava, dipingeva tre o quattro quadri alla volta, li scartava e ci
dipingeva sopra, e ogni volta il suo lavoro era migliore del precedente, e
per questo Jaime cominciò a correre, a lavorare con una foga acida e
sterile, a svenarsi sulla tela come se dipingesse con il suo stesso sangue.
Ma non c'era paragone. La distanza che si lasciava dietro Marcos non si
proiettava all'orizzonte come uno stimolo, come una meta visibile, un
esempio da seguire. Lui avanzava e lasciava dietro di sé un deserto
brutale, opprimente, una landa desolata e crudele, senza vegetazione,
senz'acqua, senza vita. Cancellava qualsiasi forma di vita accanto a sé,
cancellava l'arte, il successo, il talento, il colore, perché assorbiva tutto lui,
digeriva tutto lui, sorbiva tutto lui e ci lasciava all'asciutto, prosciugati,
esausti, quasi morti. Il mondo era diventato un giardino piccolo, privato,
segreto, ed era esclusivamente suo. Questo sentivo, e non glielo
rimproveravo, non avrei mai potuto farlo perché lo amavo, perché lo
capivo e perché lo invidiavo. Jaime avrebbe fatto lo stesso, io avrei fatto lo
stesso se avessi potuto, ma noi non potevamo, non avevamo il suo potere,
la sua forza, la sua fortuna. Accadde molto in fretta e ci separò
definitivamente. Non sembrava una magia ma era stupefacente, destava
scalpore ma non c'era trucco. Jaime restava un disegnatore straordinario.
Io continuavo a dipingere quadri inquietanti. Lui era diventato un vero
pittore, semplicemente questo, Marcos Molina Schulz, unico nel suo
genere.
«Credo che sia piuttosto buono» ci diceva di tanto in tanto. «Cosa ve ne
pare?»
«No. Non è piuttosto buono, non è neanche buono.» Jaime si spazientiva,
si esasperava, arrivava addirittura a strillare e intanto camminava su e giù
per la stanza, agitando le mani, come un ossesso. «È stupendo, e tu lo sai,
lo sai, figlio di puttana, lo sai, lo sai, lo sai...»
Mentre lo sentivo gridare, e anche dopo, quando restavamo da soli, lo
ascoltavo e soffrivo per lui. Anche se alla fine scoppiava sempre a ridere,
anche se abbracciava Marcos e sbandierava la sua genialità davanti agli
altri, anche se non sono mai riuscita a calcolare con esattezza in che
percentuale pulsassero sotto quegli insulti l'ammirazione e la violenza,
l'orgoglio e l'invidia, l'amarezza e l'affetto, la sincerità e il rancore, quella
primavera io soffrii per Jaime. Non per me.
Volevo molto bene a Marcos. L'amavo quasi quanto amavo Jaime, e non
c'era al mondo persona che amassi di più, ero orgogliosa di lui e
l'ammiravo più di prima, più di chiunque altro. Era inevitabile, perché il
suo lavoro meritava tutta la mia ammirazione, l'ammirazione di chiunque.
Io non ero importante, non lo sarei mai stata. L'avevo intuito già da tempo,
lo sapevo mio malgrado, non credevo in me stessa, non credevo in quello
che dipingevo, né in quello che progettavo di dipingere, né in quello che
avrei effettivamente dipinto in futuro. Continuavo a lavorare solo perché
mi piaceva farlo, perché non sapevo fare altro, perché era l'unica cosa che
avevo fatto bene fin dall'inizio e perché lo facevo insieme a loro. L'arte era
parte della mia vita, della nostra vita, dei giorni e delle notti che
condividevamo, era una casa nella casa, un tempo nel tempo, un cappotto
in comune che ci proteggeva e allo stesso tempo ci isolava dagli altri.
Eravamo sempre andati insieme a comprare il materiale, avevamo
preparato le tele insieme, avevamo lavorato allo stesso ritmo, e tutto ciò
era finito. Marcos era solo, noi anche, e a me non importava, ma Jaime ci
soffriva e io soffrivo per lui. Sapevo che non sarebbe mai riuscito a
percorrere neanche metà della sua strada, che sarebbe sempre stato una
tartaruga che si trascinava dietro a Marcos, ma ero innamorata di lui,
l'amavo sempre di più, sempre più disperatamente e con sempre meno
speranza. E soffrivo per lui, ma non volevo umiliarlo facendo trapelare la
mia sofferenza.
Aprile fu duro, maggio anche peggio. Alla fine di giugno, Marcos espose
con un pittore di dieci anni più vecchio di lui in una galleria piccola ma
prestigiosa, specializzata in artisti esordienti. Lupe, la proprietaria della
galleria, era sposata con un professore dell'Accademia e sembrava molto
meno entusiasta del marito. Accettò di esporgli solo sette quadri e non
volle aspettare l'autunno per trovare una data migliore, ma anche così era
molto più di quanto noi ci saremmo mai sognati, più di quanto una persona
del nostro gruppo avesse mai ottenuto. Jaime venne con me
all'inaugurazione, sorrise per più di un'ora, salutò tutti, strinse la mano al
padre di Marcos, baciò sua madre, si fece scattare alcune foto con noi due
e sentì la gallerista che diceva: «Quella ragazza castana, quella con il
caschetto, è la fidanzata del nostro pittore e dipinge anche lei...» Marcos
mi teneva stretta per la vita quando vidi Jaime uscire senza salutare
nessuno, e io lo seguii, lo chiamai, corsi in strada, lo raggiunsi quando
stava per infilarsi nel metrò. Quella notte Marcos non tornò a casa. Jaime e
io dormimmo insieme, abbracciati, sfiniti, dopo aver fatto l'amore come se
il mondo dovesse finire il giorno dopo.
E il mondo finì alle nove di mattina. Quando aprii gli occhi Marcos era
seduto sul bordo del letto, con un sacchetto di plastica in mano, e ci
guardava.
«Dobbiamo parlare» ci disse. «So tutto. Fin dall'inizio, da quella mattina
al mare. Voglio farvi una proposta.»
IV LA MORTE
Il tre, però, non è mai stato un numero.
Il giorno del funerale mi vestii di nero. Non l'avevo mai fatto per nessuno,
ma quando mi alzai capii che non avrei potuto scegliere un altro colore.
Era passato molto tempo, ma avevo bisogno di portare il lutto per Marcos.
Non era ancora l'alba quando mi svegliai. Avevo la sensazione di aver
dormito al massimo due ore, ma non avevo sonno, solo una stanchezza
interiore, profonda ed estesa, che mi teneva gli occhi aperti e il corpo in
tensione. Jaime mi aveva detto che avrebbero portato il corpo alla camera
ardente solo quella mattina, e che avrebbero aperto alle sette, ma lui
sarebbe arrivato più tardi, con un volo che partiva da Valencia alle otto e
mezzo. Mi alzai, feci la doccia, mi vestii, mi sforzai di fare colazione, e
non erano ancora le sei. Rimasi a lungo seduta al tavolo della cucina,
sopportando la lentezza agonica di minuti che si rifiutavano di rispettare la
somma dei secondi. Mi sarebbe piaciuto essere lì fin dal primo momento,
vederlo da sola, compiere i macabri rituali della morte di una persona cara,
ma era passato troppo tempo, io non sapevo più niente di lui, non sapevo
che tipo di uomo fosse diventato, cosa gli fosse successo, con chi avesse
vissuto. Sapevo perché si era ucciso e nient'altro. Per me sarebbe stato
sempre bello
come un arcangelo disarmato, senz'ali e senza spada. Piangevo quel
Marcos nella mia memoria e lo piangevo senza tregua, sconsolatamente.
Da anni non aprivo la cartella che giaceva nel mio armadio dall'ultimo
trasloco. Da qualche ora lottavo contro il desiderio di andare a prenderla,
toglierle la polvere aprirla, guardarne il contenuto. Al tavolo della cucina i
minuti passavano troppo lentamente, e non sarebbe stato logico, né
ragionevole, né decoroso, uscire di casa prima delle nove. Per questo
cedetti alla tentazione, sapevo che mi avrebbe travolta e così fu, forse era
proprio quello che cercavo. Mi guardai nello specchio della mia gioventù e
capii che la morte di Marcos mi restituiva inesorabilmente ai vent'anni, gli
stessi che avevo in quei disegni, quando posavo per loro nuda, quando mi
disegnavano vestita, Jaime con la sorprendente perfezione delle sue dita da
manovale, Marcos, e solo adesso potevo ammetterlo, molto meglio, meno
e allo stesso tempo più somigliante alla persona che ero davvero. La
cartella era piena di foto, di ritratti, di appunti, di disegni, di bozzetti di
quadri dei due ragazzi. Da quella mattina in poi, ci sarebbe stato sempre
qualco-s'altro, perché i suicidi si ammazzano, ma non muoiono mai del
tutto. Sopravvivono nella coscienza di chi sopravvive a loro, e il loro
amore è implacabile, capace di avere la meglio sul tempo e sullo spazio,
così potente da resuscitare le colpe dimenticate, la sofferenza attutita, gli
errori che sembravano decaduti. Da quando Marcos è morto, io ho
vent'anni tutti i giorni, almeno in un momento di tutti i giorni. Da quando
Marcos è morto, tutti i giorni apro la cartella, tiro fuori i disegni, li guardo,
li tocco e mi affliggo. Da quando Marcos è morto, tutti i giorni capisco che
il resto della mia vita è passato invano, che non mi è più successo niente,
che non ho saputo fare bene niente senza di loro. Questa è stata la sua
eredità, forse la sua vendetta.
Quando arrivai alla camera ardente erano le nove e venti e davanti alla
porta della numero 16 c'erano tre telecamere della TV, un sacco di
fotografi e persino qualche curioso che era lì per un altro funerale. La sala
era piena di gente: pittori, galleristi, critici d'arte, giornalisti del settore,
direttori di museo, professori universitari e persino il mio capo, che inarcò
un sopracciglio nel vedermi. Conoscevo quasi tutti, sapevo perché erano
lì, anche se nessuno di loro capiva le ragioni della mia presenza. Salutai
con un cenno le persone che non potevo evitare di salutare e non osai
avvicinarmi alla madre di Marcos, che era seduta su un divano, tra due
donne di mezz'età, con lo sguardo perso e la testa chinata da una parte,
come se l'avessero imbottita di pasticche. Era l'unica che non stava
parlando di soldi.
Oltre la parete divisoria non c'era nessuno. Una finestra grande, rotonda,
collegava lo spazio dei vivi con il soffocante regno della morte, una
solenne epidemia di corone che infestavano la bara: rose, garofani, iris,
gigli, crisantemi, margherite, fiori freschi e semiappassiti il cui aroma
dolciastro, come un ingannevole contrassegno del putridume, sembrava
attraversare il vetro per riversare su di me la sua profumata tristezza.
Marcos era lì, al centro, molto truccato, pallidissimo. Un fazzoletto bianco
gli fasciava il collo con l'esagerazione di quelle sciarpe che le madri
legano sotto la bocca dei figli prima di portarli a scuola nelle mattine
fredde. Lì, in qualche punto tra il mento e la gola, aveva appoggiato la
canna. Lì doveva essere il foro del proiettile che gli aveva attraversato la
testa per uscire dal lato sinistro del
cranio, il proiettile che non gli aveva bucato la pelle ma le ossa, facendosi
largo in modo visibile attraverso la guancia, lo zigomo e l'arco
sopraccigliare. Quella non era più la sua faccia, ma un volto rattrappito,
deforme, sbilenco. La morte aveva deviato l'asse implacabile della sua
bellezza senz'arrivare a distruggere l'identità dell'arcangelo maturo che
sarebbe rimasta sopita per sempre nella metà destra della sua testa. La
cosa non mi consolava.
Non so per quanto tempo rimasi lì, sola con lui, noi due soli, malgrado le
fugaci manifestazioni di una curiosità sgradevole e morbosa, persone che
arrivavano, lo guardavano, studiavano il suo aspetto, commentavano
sottovoce la traiettoria del proiettile, e se ne andavano. Non so per quanto
rimasi lì, ma so che ebbi tutto il tempo di sfinirmi e stancarmi di essere
sfinita, di sentirmi la testa piena d'acqua e poi zeppa di sughero e poi
completamente vuota, e so che mi sedetti per terra e che poi mi rialzai, ed
ero ancora in piedi quando lei entrò.
«Ciao, José.»
Era più giovane di me e più alta, doveva essere alta come lui, e bellissima,
uno schianto di ragazza, tutta bionda, con gli occhi chiari, le gambe
lunghe, un corpo stupendo avvolto da un vestito marrone. Portava una
collana di turchesi ed era calma, serena, aveva gli occhi asciutti, il bel
colorito di un trucco discreto. Mi aveva salutato come se ci conoscessimo,
ma io ero sicura di non averla mai vista in vita mia. Quando se ne rese
conto, si avvicinò, mi tese la mano e io gliela strinsi.
«Sono Maria. Sono stata sposata con Marcos per tre anni, sei anni fa. Lui
ti amava molto, parlava molto di te. Ti ho riconosciuta perché l'ho visto
disegnarti a memoria un mucchio di volte, sei in molti dei suoi quadri,
immagino che tu lo sappia...» Sorrise, come se volesse proporrai un patto
di complicità, un gesto di simpatia intelligente, educata, mondana, cui non
mi interessava rispondere, «Più giovane, ovviamente, come... Be', come
eri prima, quando...» Continuava a sorridere e io no perché, se avevo
imparato qualcosa in tutti gli anni passati da quando li avevo persi, era che
nessuno avrebbe mai potuto capire niente, malgrado fosse, come lei,
convinto di conoscere gli episodi della nostra storia. «Insomma, sono
venuta a cercarti perché Jaime mi ha chiamata un quarto d'ora fa e mi ha
chiesto se eri già qui. Era per strada, ormai starà per arrivare.»
Prima di uscire, feci due passi in avanti, appoggiai le mani aperte sul vetro
e lo baciai, lasciandoci le labbra posate per qualche secondo. Immaginai
che, probabilmente, agli occhi di quella donna mi stavo rendendo ridicola,
ma non mi importava cosa poteva pensare. Quando tornai in sala c'era
molta più gente di prima. Cercai con lo sguardo Jaime ma non lo trovai.
Vidi invece il padre di Marcos, altissimo e bellissimo. Era così
somigliante al vecchio che suo figlio non sarebbe più diventato che,
riconoscendolo, mi sentii mancare un'altra volta. Me lo impedì una signora
che ero sicura di aver già visto da qualche parte, anche se sul momento
non fui in grado di stabilire dove. Ma lei non fece caso alla mia
confusione. Mi si avvicinò a passi decisi, mi abbracciò con un gesto di
dolore collaudato, mi baciò su entrambe le guance e mi fece le più sentite
condoglianze.
Era il ministro della Cultura. E aveva scelto me perché in quel posto pieno
di gente nessun altro stava piangendo Marcos.
«Voglio farvi una proposta, ma non occorre che mi rispondiate subito,
potete pensarci, è meglio che ci pensiate prima di dire qualsiasi cosa...»
«Cos'hai in quel sacchetto?»
Jaime lo interruppe mentre prendeva fiato per proseguire, io non osai dire
niente, mi sentivo male, sapevo che andava tutto male, che sarebbe finita
male. Quando mi ero svegliata Jaime mi abbracciava, io avevo cercato di
liberarmi dal suo abbraccio e lui non me lo aveva permesso, ci avevo
riprovato e allora aveva ceduto, ed era stato allora che aveva interrotto
Marcos, lui aveva guardato il sacchetto, perdendo la sicurezza con cui
aveva preso la parola, e aveva esitato.
«Qui... non c'è niente.»
«Sì» insistette Jaime. «Dev'esserci qualcosa e io voglio sapere cos'è.»
Marcos riprese fiato, guardò Jaime, guardò me, si distese di traverso sul
letto per appoggiare la schiena contro la parete finché le sue gambe non
disegnarono un angolo retto sulle nostre; eravamo stati spesso così,
nessuno dei tre poteva immaginare che quella sarebbe stata l'ultima volta.
«Ieri sera, dopo il vernissage, mio padre mi ha invitato a cena. Non so se
l'avete saputo, ma ho venduto quattro quadri e lui me ne ha preso uno
soltanto, gli altri li hanno acquistati tre sconosciuti. Era euforico,
orgogliosissimo di me, credo che fosse la prima volta che lo vedevo così
da quando sono nato. Poi ci ha invitati a cena, me e mia madre, in un
ristorante di pesce del quartiere Salamanca dove gli piace andare quando
ha qualcosa da festeggiare, ma lei non è voluta venire e siamo andati noi
due soli. Io ero incazzato con voi due» ci guardò, prima Jaime e poi me.
«Con tutti e due. Ho bevuto molto e mi sono sbronzato subito. Lui ha retto
un po' di più, ma alla fine era più ubriaco di me. Mi ha portato in posti
stranissimi, night club con puttane, o almeno così sembravano, non so,
non c'era molta luce e non ne sono troppo sicuro. Nell'ultimo è caduto
dallo sgabello e ho dovuto chiamare un taxi e portarlo a casa. L'ho messo a
letto e credevo che ormai fosse partito. Sono andato in bagno e ho
vomitato, mi sono fatto una doccia, e quando stavo per andarmene mi ha
chiamato. ..» chiuse gli occhi, si sfregò la faccia, sembrava molto stanco,
ovviamente non aveva dormito. «Gli ho detto di noi. So che non avrei
dovuto, lo so, è stato un errore, e lui infatti non ha capito, non poteva, ma
io ero incazzato con voi, con tutti e due, perché mi avete lasciato solo,
perché ieri è stata la giornata più importante della mia vita e mi avete
lasciato solo, e ve ne siete andati a consolarvi l'uno con l'altra perché io
sono riuscito a sfondare e voi no, e invece di essere felici per me, di
congratularvi con me, ve ne siete andati insieme e io ho sfondato e non ho
potuto condividere il mio successo con nessuno. Io non mi sarei
comportato così.»
«Sì che l'avresti fatto.»
«No, Jaime, io non ti avrei mai fatto una cosa del genere.»
«L'avresti fatto eccome...»
«Be', fa niente... Comunque, gliel'ho raccontato. E lui non ha capito. E si è
incazzato anche lui. Con me, immagino, perché sono stupido come aveva
sempre pensato che fossi, e poi con te, Jaime, perché mi hai soffiato la
ragazza... Be', mio padre è fatto così, la pensa così, non è mai stato
diverso, non mi piace ma è l'unico padre che ho...»
«Cos'hai lì dentro?»
Io non avevo ancora aperto bocca, ma a quel punto gridai, perché invece
di rispondere aprì il sacchetto ed estrasse una pistola nera, grande, pesante,
che posò sulle lenzuola con molta attenzione, una lentezza quasi teatrale.
«È scarica» disse poi. «L'ho scaricata io. Mi ha insegnato lui a farlo, a
caricare e scaricare un'arma, a pulirla, a sparare. È come andare in
bicicletta, non si scorda più... Prendi, mi ha detto, era disteso sul letto, in
mutande, ancora ubriaco fradicio, i peli del petto ormai bianchi, e questo
mi ha stupito parecchio quando l'ho visto, tanto che non ho neanche
badato a cos'aveva in mano. Prendi, mi ha detto, è vecchia ma affidabile.
Tienila, va' e uccidilo.»
«Va' a cagare, Marcos.» Jaime aveva gli occhi sbarrati e la voce gelida.
Non era spaventato, non era turbato, non credo neanche che fosse
arrabbiato, ma i suoi occhi erano sbarrati, erano diventati più bianchi,
meno scuri del solito. Sembrava calmo, ma era sconvolto, pietrificato, in
preda all'ira. Non l'avevo mai visto così.
«Non gliel'ho chiesta io, Jaime.» Marcos sembrava calmo come lui e
parlava guardandolo negli occhi, senza staccare le dita dalla pistola. «Non
la voglio. E non la userei mai per ammazzarti. Mi ammazzerei io,
piuttosto, e tu lo sai. Sei il mio migliore amico, l'unico migliore amico che
abbia avuto in tutta la vita. E poi non servirebbe a niente. José
ammazzerebbe me, se lo facessi, lo so. So tutto, fin dall'inizio, ve l'ho già
detto.»
«Va' a cagare.»
«No. Ascoltami. Ascoltatemi tutti e due. Voglio farvi una proposta e sto
parlando sul serio. Siamo agli sgoccioli, e lo sappiamo tutti e tre, no?
Abbiamo finito i corsi, ormai non abbiamo più scuse, non ci sono più
esami, non possiamo continuare a vivere come prima. Non ci rivedremo
più a lezione, non ci incontreremo più tutti i giorni, il signor Aristóbulo
smetterà di versarti i soldi il primo del mese e tu dovrai tornare a
Castellón, o almeno questo è quello che i tuoi genitori si aspettano che tu
faccia.» Jaime si rigirò nel letto, cercò di dire qualcosa, ma Marcos alzò
una mano e non glielo permise. «Lo so cosa stai pensando, ma ti sbagli.
Sono molto meno stupido di quanto credi. José lo sa. José sa alcune cose
che tu, che ti credi tanto furbo, non ti immagini neanche. Sa, per esempio,
che io e lei, da soli, non andremmo da nessuna parte. Per questo ho
pensato che potremmo vivere insieme.» Jaime sbuffò, fece per ridere, ma
Marcos proseguì. «Dico sul serio. Davvero. Io adesso ho i soldi, e ne avrò
ancora di più. Lupe vuole mettermi sotto contratto, e non è l'unica. Ieri
sera mi hanno avvicinato altri due galleristi, per cui posso anche mettermi
all'asta e vendermi al miglior offerente, firmare un'esclusiva e affittare uno
studio, una casa grande in cui possiamo vivere e lavorare tutti e tre, non
qui, accanto alla Gran Via, naturalmente, ma in qualche quartiere
periferico, come Embajadores, Legazpi, Tetuán, Carabanchel, dove si
trovano ancora molte case modeste e vecchie fabbriche abbandonate,
possiamo dare un'occhiata, sono sicuro che ne troveremmo una vicina alla
stazione del
metrò, in un quartiere non troppo periferico. E posso continuare a spillare
quattrini dai miei, se serve. Io pagherei l'affitto e voi dovreste provvedere
solo alle vostre spese...»
Io lo ascoltavo e quello che sentivo mi piaceva, e sapevo che aveva
ragione e che sarebbe stato meraviglioso, ma che non poteva essere,
perché Jaime non avrebbe mai accettato. Ne avevamo già parlato diverse
volte, sempre per scherzo, ci serviva un appartamento con tre camere da
letto, diceva Jaime, e una sarà la camera da letto comune, quella con il
lettone matrimoniale, e lì ci dormirà José, e poi altre due stanze, una per
Marcos e una per me... Per che cosa? chiedevo io. Per le nostre ragazze.
Ah!, dunque pensate di avere delle ragazze, eh? E io cosa faccio? Dove
potrei portarli, io, i miei fidanzati? E perché dovresti avere degli altri
fidanzati, José, se stai già da dio con noi due? Marcos rideva, ci ascoltava
e non diceva niente. E se voglio fare dei bambini? Nessun problema, li
facciamo. Prima con me, naturalmente. Poi, se anche Marcos vorrà
riprodursi, possiamo continuare alternandoci, un figlio suo e poi uno mio e
poi daccapo, i miei più svegli e i suoi più belli. Chiameranno papa
entrambi, per non sbagliare, e così via... Ne avevamo parlato spesso per
scherzo, ma quella mattina Marcos diceva sul serio, era più serio di quel
che sembrava.
«Non m'importa dei soldi, me ne frego, mio padre ne ha un sacco, anche
se nessuno sa dove li prenda. Non dovete preoccuparvi. E il resto andrebbe
a meraviglia, è sempre andato bene, finché... Ma non importa. Non
m'importa essere il caro amico, davvero. Io... Be', non ve l'ho mai detto,
ma a me costa una gran fatica vivere. È così da sempre. È difficile da
spiegare, e siccome a voi
non succede non potete capirlo, ma io mi sono sempre sentito come se
vivessi dentro a un tunnel, al buio, separato, lontano da tutto. Scorgevo la
luce all'ingresso e all'uscita, sapevo che esistevano il mondo, altra gente, il
sole, la luce, le strade, i miei genitori, tutto, ma non riuscivo a uscire, e
neanche desideravo farlo, era troppo faticoso. Non ve l'ho mai raccontato,
ma io non ho voglia di niente, e svegliarmi la mattina, alzarmi dal letto,
vestirmi, fare colazione, sono tutte cose che mi stancano da morire, sono
già stanco prima di cominciare a fare qualsiasi cosa, devo costringermi a
fare quello che gli altri fanno senza neanche rendersene conto, ma quando
lo faccio mi sento meno stanco, non di più, è molto strano... Solo con la
pittura non mi succede. Dipingere è molto importante per me, ma lo è
anche per voi, no? È così per tutti i pittori, anche se sono stati dei bambini
normali, hanno avuto tanti amici, ragazze, voglia di uscire, di andare al
cinema, di chiacchierare, e via dicendo... Io invece non ho voglia di queste
cose, o meglio, non ne avevo finché non ho conosciuto voi, prima te,
Jaime, e poi te, José. Non avevo mai avuto amici veri. Be', avevo amici,
loro credevano di essere miei amici, a scuola, ma... Per me era già faticoso
esserci, semplicemente esserci, stare con loro e parlare e mangiare e
sorridere alle loro battute. Lo facevo, ogni tanto, questo sì, ma solo perché
sentivo di doverlo fare per essere normale, proprio come facevi tu
all'inizio, José, quando strillavi anche senz'avere l'orgasmo, e la cosa mi
stancava, mi stancava parecchio, avevo una gran voglia di starmene a letto
tutto il giorno e di non alzarmi più, a volte avevo addirittura voglia di
morire nel sonno, un giorno qualsiasi, e di non svegliarmi più, per non
sentirmi più stanco, per non dover più ridere controvoglia, non dipingere
più per
non scoprire che era l'unica cosa che valeva la pena di fare. .. La mia
impotenza era solo un dettaglio, e neanche dei più importanti. C'erano
cose che mi angosciavano molto di più, mi intristivano, mi stancavano, mi
facevano sentire che tutto mi stava grande, che non sarei mai riuscito a
riempire niente, a trovare il mio posto da nessuna parte e a riposare
davvero. Finché non ho conosciuto voi. E mi sono innamorato di voi. Di
José, ovviamente, ma anche di voi, di noi, di quello che siamo noi tre
insieme. Non so se mi capite. Non sono mai stato innamorato di te, Jaime,
di quello che sei, di te solo. So che all'inizio lo pensavi, e me ne
accorgevo, a volte avevo l'impressione che avessi un po' paura di me, ma
poi ti è passata perché hai capito che non era così, che eri fuori strada.
Invece sono davvero innamorato di te, José, ma di certo non mi sarebbe
successo se non ci fosse stato Jaime di mezzo, se non ci fossimo messi
insieme tutti e tre. E tu sei innamorata di lui, e io lo so, e tuttavia,
malgrado tutto, continuo ad amarvi, a essere innamorato di noi, di voi con
me, di me con voi due. Non so se mi capite...»
«Io sì, ti capisco.» Mi scoprii, passai dall'altra parte del letto, mi sedetti
accanto a lui, mi strinsi a lui, le sue parole mi avevano davvero commosso,
avevo bisogno di farglielo sapere, di fargli sapere che ero con lui. «Io ti
capisco perfettamente, Marcos, perché a me è successa la stessa cosa.»
Avvicinò la testa alla mia e mi baciò, lo baciai, ci baciammo come se
fossimo soli, e Jaime non intervenne finché non terminammo.
«Ti capisco anch'io» disse semplicemente, con una voce neutra,
insensibile, e poi tacque; fu come se all'improvviso loro due si fossero
scambiati le parti perché Jaime restò zitto e Marcos riprese la parola.
«Per questo... Be', ho pensato... Credo che dovremmo vivere insieme, o
almeno provarci, vedere se funziona. .. Lo so che le cose non sono più
come prima, lo so, so che sarebbe più difficile. E so che non avete bisogno
di me, comunque... Sono io ad avere bisogno di voi, ecco la verità. Può
sembrare egoista, ma allo stesso tempo... Con voi fare le cose non mi costa
fatica. Se vivessimo insieme, potrei continuare a dipingere e a ridere e a
divertirmi, ad alzarmi con la voglia di uscire in strada... Io non ero mai
stato troppo felice, a essere sincero. Quando è incominciata la nostra
storia, ho scoperto cosa significa stare bene, essere felici. E non posso più
rinunciarci, non voglio, non voglio tornare nel mio tunnel, ricominciare a
vivere in una galleria, sono disposto a tutto pur di evitarlo... Per questa
ragione sopporto tutto, ho sopportato cose che gli altri non avrebbero
accettato, ve lo sarete pur chiesti, no? Sì che l'avete fatto, ci scommetto...»
Sembrava esaurito, malato di stanchezza, parlava molto lentamente,
svuotandosi a ogni parola che sceglieva, e nel frattempo io mi chiedevo
come avevamo fatto a non indovinarlo, perché non ci eravamo arrivati da
soli, perché non l'avevamo capito prima, e mi rispondevo che non
avevamo voluto saperlo perché quella verità non ci avrebbe lasciato
respirare, perché era più facile pensare che non c'era niente di difficile, che
non c'era niente di umiliante, che noi tre eravamo la stessa cosa, e Marcos
semplicemente un po' più strano. Avevamo bisogno di lui proprio come lui
aveva bisogno di noi, perché quella felicità aveva la stessa importanza per
tutti e tre. Eravamo stati felici camminando su una corda allentata,
eravamo sbocciati in mezzo a un'epidemia di contraddizioni, ci eravamo
incontrati in un labirinto di paradossi senza mai guardare per terra, senza
mai guardare al cielo, senza mai guardare. Marcos non avrebbe mai saputo
quanto mi rimproverai la mia cecità, in quell'istante, la mia vecchia
incoscienza, la mia vecchia gioia, le bugie di Jaime, le mie, i pilastri del
periodo più felice della mia vita. E tuttavia non era colpa mia, non era
colpa di Jaime, non era colpa di nessuno. Era troppo amore e non
sapevamo gestirlo, potevamo solo sorbirne il veleno fino all'ultima goccia,
Marcos continuando a parlare, noi ad ascoltare, digerire per sempre le
ragioni amare della sua gratitudine e della sua speranza, l'amara
benevolenza dell'unico futuro auspicabile, che era anche l'unico futuro
impossibile.
«Ma voi non capite, non potete capire, voi non avete vissuto come me, non
siete cresciuti nel buio, in disparte, e senza saperne il motivo. Per questo,
malgrado tutto, vi sto chiedendo di vivere con me, di provare a vivere noi
tre insieme, anche se è egoistico e può sembrare assurdo, anche se in
questo stesso momento starete pensando che non può finire bene. Vi
chiedo di provare, solo questo. E non so, forse sto dicendo cose di cui mi
pentirò ma... Magari vi sto anche offrendo l'unica possibilità che avete di
restare insieme. Magari... Può darsi che non riusciate più a stare insieme e
bene senza di me.»
Aveva ragione. Sapeva di avere ragione, io sapevo che ce l'aveva, e anche
Jaime. Per questo non potè sopportarlo. Era troppo amore, troppo grande,
e complicato, e confuso, e rischioso, e fecondo, e doloroso. Era diventato
troppo doloroso. Jaime si alzò, cercò la sua roba e cominciò a vestirsi,
spezzandomi il cuore.
«Non vuoi darmi una risposta?» gli chiese Marcos.
«Te la sto dando» rispose lui, mentre si legava i lacci delle scarpe.
Poi se ne andò, attraversò la stanza senza salutarmi, senza fermarsi a
guardarmi.
«Non avresti dovuto portare la pistola, , Marquitos» disse sulla porta,
indicandola, e la sua voce era così tagliente che faceva male, fece male a
me, più del silenzioso disprezzo che gli aveva tenuto le labbra cucite
mentre Marcos diceva cose che io avrei preferito non sentire, non sapere,
non dover ricordare mai. «Non avresti dovuto portare una pistola per dire
quello che sei venuto a dire.»
Prima sentii la porta che sbatteva, poi più niente, la vecchia voce della
paura, forse, la sua antica compagnia, perché all'inizio provai solo questo,
paura e nien-t'altro, di nuovo la paura di perdere Jaime, di perdere Marcos,
di restare sola con il mio cuore inservibile, allargato, smisurato, troppo
grande e vuoto per sempre. Avevo una gran paura, una sensazione densa,
grigiastra, sporca, che era di tristezza, ma ancor più penosa, e un nodo alla
gola che mi soffocava come la disperazione e m'impregnava il palato di
fango e m'impediva di piangere. Allora Marcos riprese la parola, senza
muoversi, senza guardarmi, gli occhi inchiodati alla parete in fondo, la
faccia immobile, senz'alcuna espressione negli occhi, sulla bocca, che si
muoveva come se non gli appartenesse, come se avesse deciso di parlare
da sola e lo facesse con una voce di pietra, un accento metallico e gelido
che io non conoscevo ma risuonava nelle mie orecchie come se arrivasse
dal fondo di un tunnel, il tunnel che lo minacciava, che lo attirava a sé, lo
stesso tunnel che un giorno, alla fine, sarebbe riuscito a inghiottirlo.
«A volte credo che potrei diventare un pittore importante. Crollerò di
sicuro, ma se resisto, se continuo a dipingere, posso diventare un pittore
importante. È difficile da spiegare, ma a volte lo sento, lo so. Per questo
non mi piace mai quello che faccio, perché sono sicuro di quello che posso
fare, perché so di poter fare molto di più. Tu hai talento, José. All'inizio ti
ammiravo molto, più di chiunque altro. Procedevi benissimo, ma poi ti sei
fermata, e sapevi che sarebbe successo, che ti saresti fermata, te ne sei resa
conto prima di me. Me l'hai detto tu stessa, in classe, il giorno in cui mi
hai fatto vedere il tuo autoritratto. Ma hai talento. Puoi trovare un'altra
strada, sono sicuro che la troverai, se lo vorrai, quello che non so è se avrai
voglia di cercarla. Jaime, invece, non è mai riuscito a vedere oltre le sue
matite.»
«Non è vero.» Ormai non c'era più niente da salvare, ma io mi sforzavo
ancora di fingere di non saperlo, e non potevo permettergli di parlare così
neanche a quel punto, quando tutto si sgretolava, come se fossimo dentro
uno dei suoi quadri, quando tutto cadeva a pezzi tranne il mio amore per
Jaime, il mio amore per lui.
«Sì che lo è.» Non mi guardò neanche in quel momento. «È la verità e tu
lo sai, è impossibile che tu non lo sappia, sei troppo sveglia per non
essertene ancora accorta. Per quanto tu possa amarlo, per quanto tu possa
spronarlo e incoraggiarlo e consolarlo, e benché sia bravissimo a copiare
Raffaello, Gauguin e Degas, Jaime non arriverà mai da nessuna parte, e lui
lo sa. A te non importa, ma a lui sì. Tu hai talento, ma non hai ambizione.
Io ho entrambe le cose, sono molto ambizioso e ho molto talento. E anche
Jaime è ambizioso, ma il suo talento è limitato. Non sarà mai nient'altro
che un disegnatore, superdotato, stupefacente, straordinario, questo sì, ma
solo un disegnatore, capace di copiare perfettamente quello che qualcun
altro ha fatto prima di lui. È vero, a volte
ha intuizioni geniali, ma gli mancano troppe cose. Non sa dipingere con un
suo stile personale, per questo non può fare altro che imitare gli altri.
Adesso dipinge come me. Non gli va giù, ma non ha alternativa e non
vuole testimoni. Prima dipingeva come te. Non mi dire che non te ne sei
resa conto. A volte ho la sensazione che tu abbia smesso di lavorare
proprio per questo, perché, dovendo scegliere tra il suo amore e la sua
ammirazione, tu hai voluto il primo, perché ti interessa di più avere lui che
dipingere, perché preferisci che ti succhi il sangue piuttosto che
dimostrargli che sei meglio di lui...»
Non dissi niente. Stava cambiando tutto in un batter d'occhio, quello che
sembrava abbattuto si rialzava, quello che ancora si reggeva in piedi
precipitava, le porte chiuse si aprivano, quelle aperte si chiudevano, il
sesso e l'arte si separavano per sempre e quattro cavalli squartavano le mie
carni, tirandomi ciascuno in un diverso punto cardinale. Era meglio non
parlare, non dire, non sentire niente, non odiare Marcos per la sua
genialità, non odiare Jaime per la sua mediocrità, non desiderare che uno
fosse peggiore e l'altro migliore, non desiderare che fossero tutti e due
uguali e che io non avessi mai preso in mano un pennello; era meglio non
prendere partito, continuare ad amarli insieme, uno perché era l'uomo della
mia vita e lo stavo perdendo, l'altro perché avrebbe potuto esserlo e stavo
per perdere anche lui. Era meglio non sentire, non dire, non parlare.
Marcos aveva ragione, ma non volli dargliela. Jaime aveva avuto ragione
prima, e non avevo voluto andarmene con lui. Nessuno dei due aveva
ancora finito.
«Non ti sto criticando. Posso capirlo. Provo invidia, provo tanta invidia
per Jaime, almeno quanta ne prova lui per me, forse anche di più, ma
posso capire te. E ti
amo, ti amo di più perché fai certe cose, perché sei simile a me. Anch'io
avevo smesso di dipingere per questo, qualche mese fa. Vi dicevo che non
mi veniva in mente niente, che non ne avevo voglia, ma non era vero.
Avevo più voglia di dipingere che mai perché sapevo che avrei fatto un
salto di qualità, lo sapevo, e tuttavia ho smesso di farlo. Perché Jaime non
cominciasse a odiarmi, perché non mi odiassi tu, per non perderti, per non
perdervi, perché lui non se ne andasse, perché tu non lo seguissi, perché la
nostra storia non finisse... Ma vi stavo perdendo lo stesso, voi due eravate
sempre più in disparte, più lontani da me, e io stavo sempre peggio, ero
sempre più stanco di Jaime, di te che lo coccolavi tanto, di me che lo
temevo tanto, di vederlo sempre come il più importante dei tre, il più forte
per certe cose, il più debole per altre, e comunque sempre al centro. Ho
fatto indigestione della mia gelosia, e poi ho pensato... Be', ho pensato che,
magari, se avessi sfondato, tu saresti passata dalla mia parte. Altre lo
fanno, no? Alle donne piacciono i vincenti, lo dicono tutti, e con un
pennello in mano Jaime sarà sempre un perdente, non è colpa mia. Ma ieri
sera mi sono reso conto del mio errore. Tu non sei come le altre, nessuno
di noi tre è come gli altri, anche se Jaime proverà a diventarlo, adesso. E ci
riuscirà di sicuro, ma per farlo dovrà lasciarti. Ti lascerà perché con te non
ci riuscirebbe, con te continuerebbe a vedere me, continuerebbe ad avermi
davanti, tu saresti il mio testimone e lui non lo vuole. Non se lo può
permettere.»
A quel punto mi guardò e dovette vedermi così svuotata, così distrutta, che
mi abbracciò, mi cullò tra le braccia e cominciò a ninnarmi come una
bambina piccola.
«Aveva ragione sulla pistola. Non avrei dovuto portarla. È stato un errore,
ne ho commessi parecchi negli ultimi tempi, tutti e tre l'abbiamo fatto, no?
Ho pensato che sarei sembrato più languido, più sentimentale e che sarei
riuscito a fargli pena. In fin dei conti, sapevo che vi avrei trovati insieme,
a letto, a farmi le corna, e di solito, quando si mettono a piagnucolare, i
cornuti fanno davvero pena...»
«Non dire così, Marcos.» Aveva tenuto in serbo per il finale una dose
concentrata di disperazione, e io non la volevo, non me la meritavo, non
ero disposta a sorbirmela.
«Non ha avuto pietà di me, e non ha voluto neanche i miei soldi.» Lui,
nello stesso modo, sembrava intenzionato a ignorarmi. «Perché era il
piano di riserva, immagino che anche questo tu l'abbia capito, cercare di
comprarvi...»
«Non dire così, Marcos, non dire così.» Mi rivoltai tra le sue braccia, lo
scossi, lo picchiai senza fargli male, lo guardai. «Non parlare in questo
modo, ti prego...» Lui ricambiò il mio sguardo, con un sorriso
misteriosamente crudele sulle labbra. «Ti prego.»
«Sei stata sfortunata, José, lo siamo stati tutti e tre. Ti saresti dovuta
innamorare di me.»
Non so bene cos'accadde dopo. So di aver pianto e di aver fatto piangere
Marcos, so che piangemmo insieme, che lui disse cose terribili di Jaime, di
me, di se stesso, che parlò ancora di compassione, di soldi, di fama, di
oblio, che mi chiese scusa, e io lo perdonai, e a un certo punto sentii il
bisogno di essere perdonata da lui, e mi perdonò, mi chiese di andare a
vivere con lui, gli risposi che non potevo, mi assicurò che mi avrebbe
lasciata fare tutto quel che desideravo, io gli chiesi di nuovo di non dire
certe cose, mi disse che mi amava, gli risposi che lamavo anch'io, e allora
fu lui a dirmi di tacere, di non dire sciocchezze. Non ricordo bene
cos'accadde quella mattina, immagino di averlo voluto rimuovere e di
averlo perciò cancellato, di averlo sfumato con il mignolo della memoria,
lumeggiando certe cose con tratti sottili, le matite colorate dei bei tempi.
Posso ritrovare il calore e il dolore di amare tanto e inutilmente qualcuno.
Posso ritrovare il calore e il dolore di ricevere tanto amore inutile. Poi mi
addormentai e dormii non so per quanto, so di aver dormito e che lui mi
abbracciava, e mi stava ancora abbracciando quando mi svegliai, questo sì
che lo ricordo, perché mentre si staccava da me sentii la sua assenza come
se mi stesse strappando la pelle, come se la stesse portando via con sé.
«Io vado.» Era stanchissimo, e anch'io. «Immagino che vorrai
aspettarlo...»
«Sì...» Pensai che quella, forse, era l'ultima occasione che avevo di
fermarlo, di fermare Jaime, di tenermeli stretti entrambi, ma ero così
stanca che non trovai nient'altro da dire.
Prese la pistola, se la infilò nella tasca dei pantaloni, e un brivido
improvviso, come una goccia d'acqua gelida, mi corse giù per la schiena,
lentamente.
«Non lasciarmi solo, José» mi disse prima di uscire. «Non lasciarmi solo.»
Poi fui io a restare sola. Rimasi sola a lungo mentre il sole saliva nel cielo,
e quando cominciò a calare ero ancora sola. Passai tutto il giorno a letto, a
pensare, ragionare, cercare di trovare una via d'uscita, una zattera di
tronchi galleggianti in pieno oceano, una scala d'emergenza in un palazzo
in fiamme, un paracadute nascosto in un aereo che precipita, una formula
magica, un tesoro nascosto, un balsamo capace di porre rimedio alla
morte. Pensai per tutto il giorno e conclusi che era possibile, che potevamo
ancora aggiustare le cose, che valeva la pena provarci. Imparai a memoria
gli argomenti con cui avrei convinto Jaime, li ordinai in diversi modi, li
ripetei finché non mi suonarono bene, finché non mi convinsero, finché
non apparve lui sulla porta, alle otto e mezzo di sera, e crollarono in un
soffio, come un castello di carte.
«Cosa ci fai qui?» mi chiese dalla soglia con il tono incuriosito, cortese,
con cui si sarebbe rivolto a un conoscente qualsiasi se l'avesse trovato al
mio posto, ma io avevo tutte le intenzioni di essere paziente.
«Ti stavo aspettando.»
«E Marcos?»
«Se n'è andato.»
«Quando?»
«Stamattina... Alle dodici, o alle dodici e mezzo, non so bene.»
Solo allora entrò nella stanza e io pensai che l'interrogatorio fosse finito.
Si tolse le scarpe, si sdraiò sul letto, chiuse gli occhi e io mi avvicinai, mi
stesi accanto a lui, feci per abbracciarlo, ma lui non me lo permise, non mi
toccò, non mosse un muscolo, rimase immobile, come se anche lui
pensasse che era meglio non sentire, come se fosse morto.
«Ti ha detto che diventerà un grande pittore?»
Non volli rispondergli perché non mi piaceva la domanda, non mi piaceva
il tono con cui l'aveva formulata, non mi piacevano né la superbia né il
rancore che tradiva. Non c'era più niente da salvare, ma non volevo che
Jaime si umiliasse, che strisciasse davanti a me, proprio come aveva fatto
Marcos poco prima. Lui, però, non era disposto ad accettare il mio
silenzio.
«Ti ha detto che diventerà un grande pittore, sì o no?» Si era messo a
sedere sul letto per gridare e adesso sì che mi guardava, dritto negli occhi,
brutalmente.
«Sì!» gli gridai a mia volta. «Me l'ha detto!» Fottiti, imbecille, pensai
dopo, e stentai a credere di aver pensato una cosa del genere, anche se ero
perfettamente consapevole di averlo fatto.
«Che testa di cazzo!» Marcos sarebbe diventato un grande pittore, lui lo
sapeva, io lo sapevo e anche Jaime lo sapeva, a quel punto ne ebbi la
certezza. «È un patetico pagliaccio, un ricattatore di merda e una testa di
cazzo...»
Non volli rispondergli. Passò un secondo lungo un minuto, poi un altro
lungo il doppio, e poi molti altri, lunghi e asciutti come granelli di sabbia
che mi riempivano la bocca, mi impastavano la lingua, stridendo tra i
denti.
«Dove sei stato?» gli chiesi alla fine per non dover sentire il silenzio, il
rumore silenzioso della sabbia del tempo che scorreva, e credevo ancora di
poter cambiare argomento, di potergli dare modo di pensare ad altro, di
girarsi verso di me e di abbracciarmi come prima. Cercavo solo di
cambiare argomento, ma avevamo le parole contate e lui volle pronunciare
le ultime con il tono indifferente, banale, delle questioni di poco conto.
«In giro... Sono andato a trovare Lupe. Abbiamo parlato di Marcos. Sai
che a lei non piaceva, no? Diceva così, che non voleva esporlo, che l'aveva
costretta suo marito... Be', invece adesso le piace, che te ne pare? Anzi, lo
adora... Ieri ha venduto quattro quadri, stamattina ne ha rifilato un altro
sotto il mio naso a un suo amico, un importante collezionista, mi ha
raccontato che aspetta il critico del 'País' oggi pomeriggio, quello
di 'ABC' domani, e quello della 'Vanguardia' ha chiamato, insomma, il
massimo... Poi sono andato in stazione. Ho comprato il biglietto e sono
stato in giro a bere con questo e quello. Volevo salutare un po' di gente...»
«Che biglietto?» Mi guardò come se non avesse capito, era ubriaco
fradicio, ma neanche io riuscivo a spiegarmi bene, non ci riuscivo, non ero
più stanca, la paura non mi permetteva di sentire la stanchezza ma non mi
lasciava nemmeno trovare le parole che mi servivano. «Che biglietto hai
comprato? Parti?»
«Sì. Domani pomeriggio, alle quattro e mezzo, credo. .. Con il Talgo.»
Scoppiò a ridere, come se fosse una battuta divertente, ma non ebbe il
coraggio di guardarmi in faccia. «Avevo intenzione di chiamarti, non
pensare che sarei partito senza salutarti.»
«Dove vai?»
«Nel mio stramaledetto paese. A parlare in dialetto, mangiare paella,
scopare con le svedesi e non pensare più a niente.»
Fino ad allora era stato forte, credevo che fosse forte, ubriaco, furibondo,
sballato, incazzato con se stesso e con Marcos e con me, ma forte, e questo
mi rasserenava, mi permetteva di pensare, di reagire, di analizzare le fasi
del disastro, lo credevo forte, ma alla fine girò la testa, mi guardò e capii
che era a pezzi, come tutto, come Marcos, come me.
«Ti amo, José...» Allora finalmente mi baciò, mi abbracciò, incollò il naso
al mio e chiuse gli occhi. «Ti amo.»
Così finì tutto.
Tutto finì in quell'istante: l'arte, il sesso, l'amore, la gioia. La mia prima
morte si prese più tempo. Quel che restava della mia antica innocenza,
della mia antica speranza, si sarebbe smorzato a poco a poco, goccia dopo
goccia, in un'agonia lunga come quell'estate, il tempo che serviva alla mia
vita per diventare un simulacro inaccettabile di quel che era stata. Niente
sembrava ancora troppo grave, però. Il giorno che se ne andò lo aiutai a
fare le valigie, mangiammo insieme, ci concedemmo una frettolosa e quasi
festosa scopata di fine anno accademico e non fece che dirmi che mi
amava. Quando lo accompagnai in stazione nessuno dei due aveva voglia
di parlare, ma lui sembrava tranquillo. Per questo non ci dicemmo addio,
non per sempre, e volli solo fargli una domanda.
«Cosa succede adesso?»
«Non lo so» mi rispose. «Devo pensarci. Ho bisogno di tempo per
pensare, ma alla fine mi verrà in mente qualcosa, ne sono sicuro, lo sai.
Trovo sempre una soluzione.»
Mi ripetè ancora una volta che mi amava, poi se ne andò e non lo vidi mai
più. Per una volta devono averlo tradito l'immaginazione, l'astuzia,
l'opportunismo geniale e bastardo, la bravura nel risolvere brillantemente
situazioni impossibili. Io non l'avevo mai tradito, ma questo non gli era
bastato.
Gli scrissi spesso quell'estate, lettere lunghissime e minuziose in cui gli
raccontavo tutto quello che mi succedeva, che era niente, poca roba, e
quanto mi mancava. Lui a volte rispondeva, di quando in quando, due o tre
righe svogliate e gentili, tra cui potevo cogliere lo sforzo crescente di non
confessarsi, di non voler sapere e non voler dire la verità. Intorno a
settembre gli mandai un messaggio conciso come i suoi, in una di quelle
cartoline che lui preferiva ai miei fogli fitti, scritti sulle due facciate. Ho
bisogno di sapere una cosa, Jaime, gli scrissi soltanto, cosa succede
adesso? Quella volta mi rispose subito, con un'altra cartolina ben
affrancata, con il mio nome e l'indirizzo scritti a caratteri chiari e
nient'altro. Lo spazio riservato al testo era stato lasciato in bianco. Da
allora, avevo avuto sue notizie solo tramite Marcos.
Non ci eravamo più visti da quando mi aveva chiesto di non lasciarlo solo
con la pistola di suo padre in tasca. Non ci eravamo scritti e non avevamo
parlato al telefono per tutta l'estate, nessuno dei due si era azzardato a
esorcizzare l'assenza di Jaime e tuttavia, anche se il bello era finito, anche
lui mi era mancato molto. Non potevo amare Jaime senz'amare Marcos,
non potevo piangere uno senza ricordare l'altro, per questo fui felicissima
quando mi chiamò il giorno stesso del mio rientro a Madrid, e accettai la
diffidenza che tradivano le sue parole come un prezzo molto basso da
pagare in cambio dell'emozione di risentire la sua voce, ma fui cauta come
lui al momento di darci un appuntamento. Ci accordammo per vederci in
un posto vicino a casa dei miei, lontano dalla nostra, una banale
caffetteria, a un'ora
sciocca, innocua, le sei di sera. Ero sicura che sarei stata felice di vederlo,
ma la sua presenza mi intristì come la fotografia di qualcuno che è morto e
non tornerà mai più.
«Jaime mi ha chiesto di mandargli le sue cose. Per il momento, dovrà
fermarsi lì. Ha trovato lavoro, in una scuola, credo...» Parlava con
attenzione, scandendo bene le parole, sgranandole piano, in una
successione così pacata che capii subito che non mi stava dicendo la
verità. «È sempre senza soldi, lo sai, ed è ai ferri corti con il padre, per
cui... Non sa quando potrà tornare, deve risparmiare un po' prima... Be'.
Volevo chiederti cosa vuoi che faccia con le tue cose. Ho affittato uno
splendido studio in un attico di calle Fuencarral, al settimo piano. È
vicinissimo alla stazione di Bilbao, ma non si sente niente, sembra
incredibile, e ha un sacco di luce, è sull'angolo e si affaccia tutto
sull'esterno, aspetta di vederlo, non ci crederai... Se vuoi, puoi lavorare
con me. Ho spazio da vendere.»
«No, Marcos, grazie.» Mi sforzai di sorridere, ci riuscii, gli presi una
mano e gliela strinsi. «Credo di non aver voglia di dipingere. Avvisami
quando vai a prendere le cose di Jaime, così verrò anch'io a prendere le
mie.»
Il giorno del trasloco, dopo avermi aiutato a caricare l'ultimo scatolone nel
bagagliaio della macchina, mi chiese se mi andava di accompagnarlo alla
riapertura della galleria di Lupe, e lo fece con un tono nuovo, diverso,
come se l'eco della sua voce, di colpo, lo spaventasse. Io l'avevo rifiutato e
lui non l'aveva dimenticato, me ne resi conto, ma la timida distanza che
stabilivano le sue parole cercava piuttosto di rasserenarmi, di convincermi
che non avrei dovuto rifiutarlo una seconda
volta. Accettai, e quella sera, quando ci separammo, mi parlò di un film
muto e vecchissimo, di quelli che gli piacevano tanto, una rarità che
avrebbero dato alla cineteca la settimana successiva. Dopo averlo visto,
finalmente riuscimmo a parlare, a comportarci con naturalezza, a
scherzarci sopra, e niente fu più come prima, ma a volte poteva sembrare
di sì.
Non ci vedevamo più tutti i giorni, neanche tutte le settimane, ma
bazzicavamo la stessa zona, frequentavamo gli stessi bar, vedevamo la
stessa gente. E a volte bevevamo più del dovuto in uno di quei locali
squallidi con i muri dipinti di nero che ci piacevano tanto, a un qualche
bancone dove ci eravamo ubriacati con Jaime parecchie notti, ed era come
se lui fosse lì, come se il tre fosse ancora un numero. A volte, il disc-
jockey aveva buona memoria, para ti, nos buscamos el paraíso, e la musica
dissolveva la sua diffidenza, il mio avvilimento, nos cocinamos melodías
con su charme, e ci mettevamo a ballare come una coppia qualsiasi, nos
olvidamos de los críticos seniles, ma potevamo ancora sentirci diversi, nos
encerramos en castillos de cartón, chiuderci in un castello di carta, una
fortezza fragilissima e allo stesso tempo solida come una roccia, com'era
stata un tempo l'equazione perfetta dei nostri corpi dispari, che ci aveva
dato più di quanto avessimo mai avuto.
Allora Marcos smetteva di trattarmi come se fossi stata una bombola di
gas infiammabile e non si preoccupava se le nostre braccia si sfioravano,
non controllava con la coda dell'occhio i centimetri di distanza che
separavano le nostre teste. Allora ci baciavamo, molto, a lungo, come se
lui fosse un soldato e io la ragazza sconosciuta che festeggia l'arrivo di un
esercito straniero in una città remota, con la stessa paura, la stessa avidità,
per combattere la stessa disperazione. Marcos era innamorato di me, io ero
innamorata di Jaime, e Jaime non c'era più, ma a volte riuscivamo ancora a
fare come se non lo sapessimo, come se non fosse successo, o non ci
interessasse. E una notte, all'uscita dall'ultimo bar faceva molto freddo, un
autunno durissimo si protendeva verso un inverno che sarebbe stato anche
peggio, e io non volevo stare sola, il suo studio era nei dintorni, lo presi
per mano quando fummo in strada e gli dissi: andiamo, e lui capì, a volte
riuscivamo ancora a intenderci senza bisogno di parole, ma il silenzio
blando e confortevole che ci avvolse nel viaggio di andata si fece aspro e
spinoso dopo, mentre io ero più cosciente che mai del fatto che il mio
corpo aveva un lato sinistro, un orecchio, mezzo collo, e una spalla, e un
braccio, e una mano, e una mammella, e mezza cintura, e un'anca, e una
coscia, un ginocchio, un polpaccio e un piede, e ogni poro della mia pelle,
ogni piega, ogni nervo desiderava Jaime, chiedeva di lui, lo invocava a
gran voce. Non era bello, non era facile e neanche giusto. Non era neanche
giusto, né per Marcos né per me, e tuttavia la cosa si ripetè diverse volte,
perché non potevamo fare diversamente, perché non avevamo nient'altro,
perché il mondo si stava restringendo, diventava sempre più piccolo e noi
eravamo sempre più soli, più sperduti in una solitudine che non ci bastava
più e che non sapevamo condividere.
Non era giusto per nessuno dei due, non era bello, ma per Marcos fu più
facile, perché lui continuava a dipingere, dipingeva più che mai e ogni
giorno meglio. A me piaceva vederlo lavorare e passavo molti pomeriggi
nel suo studio, a guardarlo, ad ammirarlo, a stupirmi del suo potere, dei
suoi progressi, di quel talento che
non si esauriva mai. L'amavo. L'amavo tanto che cominciai ad ammettere
che aveva ragione lui, che mi sarebbe convenuto innamorarmi di lui, e
tuttavia non mi venne in mente di provarci. Neanche questo sarebbe stato
facile, né bello, né giusto, perché continuavo ad aspettare Jaime, non
potevo farne a meno, l'aspettai a lungo per tutto l'inverno e la primavera
seguente, ero sicura che un bel giorno sarebbe tornato, che prima o poi
sarebbe dovuto tornare perché non poteva essere tanto cieco, non poteva
essere diventato tanto stupido, né tanto superbo, o crudele. Aspettavo
Jaime ma i giorni passavano, passavano i mesi e le stagioni, e la mia vita
restava appesa a un filo fragile, una certezza che si stava trasformando in
azzardo, una scommessa che appannava i cieli e imbrattava gli occhi, gli
oggetti, i contorni, le pareti di qualsiasi stanza in cui mi trovassi.
«Ho pensato a una cosa, sai, Marcos? A dire il vero, non so spiegarmi
come mai non ci sono arrivata prima...»
Lui era indietreggiato di qualche passo per studiare il quadro a cui stava
lavorando, mi aveva appena chiesto se volevo qualcosa da bere, io avevo
accettato, era tardi ormai, le nove di sera, ma eravamo alla fine di maggio
e c'era ancora molta luce.
«Andrò a trovare Jaime.»
Allora mi guardò come se lo avessi appena spaventato, un'espressione
allarmata che fraintesi e che non mi impedì di proseguire.
«Questo fine settimana, o il prossimo. Ci andrò...»
«Non andare, José.» Distolse gli occhi dai miei, li fece spaziare per la
stanza e poi mi guardò di nuovo. «È meglio che tu non vada.»
Andò in cucina e io lo seguii. Lo vidi prendere due
bicchieri dalla credenza, aprire il frigo, cercare il ghiaccio e fare tutto
molto lentamente. Riempì i due bicchieri e mi tese il mio, come se intuisse
che ne avrei avuto bisogno, prima di riprendere la parola.
«Jaime non sta bene. Non sta bene, è... Be', sta di merda.»
«Ma...» Prese il suo bicchiere, mi passò accanto e tornò nello studio, e io
lo seguii senza trovare il coraggio di chiedere altro. «Non ti capisco.»
Si era seduto sul divano. Io presi una sedia e mi sedetti di fronte a lui,
strinsi dei pugni immaginari e cercai di prepararmi al peggio. Il tono di
Marcos, i suoi gesti, la flemma esasperante con cui si muoveva, mi
tenevano in sospeso, in un punto impreciso, a metà strada tra il terrore e
l'angoscia, ma era da molto tempo che non avevo notizie di Jaime e pensai
che qualsiasi cosa era preferibile al rinunciare a sapere, che qualsiasi
informazione, per brutta che fosse, mi sarebbe almeno servita a
riavvicinarmi a lui. Mi sbagliavo, e Marcos lo sapeva, per questo mi
rivolse uno sguardo grave prima di cominciare. Stava per fracassarmi la
testa con un martello e non voleva, ma probabilmente pensava che me la
fossi cercata, ed era vero.
«Jaime vive con una trentacinquenne, moglie separata di un costruttore
milionario e piena zeppa di quattrini.» Questo mi disse, e proseguì con lo
stesso tono neutro, indolente, come se non gli importasse il senso delle
parole che pronunciava. «Lo tratta come se fosse un orsetto di peluche, ma
a lui piace, o almeno a me ha dato l'impressione che gli piaccia. Si chiama
Èva, è bellissima e completamente idiota. Vivono sulla spiaggia, in una
villa enorme, con un giardino enorme e un attico enorme in cui Jaime ha
allestito uno studio da sballo,
ma da sballo davvero, sai?, che non ti immagini neanche. Avrà mezzo
milione di matite. Lei si fa di coca e lui anche, bevono entrambi parecchio,
vanno a letto alle nove di mattina, si alzano alle tre del pomeriggio, fanno
il bagno nudi in piscina e danno feste di continuo, insomma, un classico,
ecco... Sono la coppia più bella, più moderna e più cosmopolita di tutta la
provincia di Castellón.»
«Ma tu mi avevi detto...» Mi ero preparata al peggio, ma non avrei mai
immaginato che il peggio potesse arrivare a tanto. «E la scuola?»
«Quella dell'insegnamento era una frottola.» Fece una pausa, si chinò in
avanti, mi prese le mani. «Mi dispiace, José. Te l'ho raccontata perché non
volevo che sapessi la verità. La verità è che Jaime non fa niente, be',
dipinge, questo sì, lavora molto, e tu sai a che velocità lavora quando
vuole. Lei è molto presa e gioca a fargli da mecenate, da agente, da
modella, da musa. Jaime dipinge e lei paga i conti. È finalmente riuscito a
mandare a cagare suo padre, e almeno questo lo riempie di gioia.»
«E tu sai tutto questo perché sei stato a trovarlo, ovviamente...»
«Sì, un paio di volte. Ci sono stato alla fine di agosto, quando si era
appena messo con Èva, e ci sono tornato un mese fa, quando ti ho detto
che andavo a Barcellona a incontrare un paio di galleristi... Inaugurava una
mostra, mi ha chiamato, mi ha detto che voleva che ci fossi anch'io. Ci
sono andato e quello che ho visto non mi è piaciuto per niente. I quadri
erano bruttissimi, ma ha venduto abbastanza, perché la tipa discende da
una famiglia molto ricca e conosce tutti... Ha organizzato tutto lei. Gli ha
cercato la galleria, gli ha procurato le interviste, i clienti, tutto.»
«Ma allora Jaime sta bene.» Mi alzai, presi la borsa, il giornale, non avevo
idea di cosa volessi fare, di dove volessi andare, ma sapevo che non
potevo restare lì un minuto di più. «Sta da dio.»
«No, non sta bene, e lui lo sa. Lo sa. Ne abbiamo parlato. Si è ficcato in
una storia da cui non riesce a uscire, ma sa che non può...»
Non aspettai che finisse la frase. Non chiusi neanche la porta, per questo
lo sentii ancora mentre scendevo le scale di corsa.
«Non andare, Jose. Per favore, non andartene...»
Lo studio di Marcos era al settimo piano. Scesi due piani di corsa, altri due
a una velocità sostenuta, e gli ultimi tre a passo lento, come se mi
mancassero le forze per arrivare sino in fondo. Mentre correvo mi limitai a
maledirlo, mentre camminavo potevo ancora giurare a me stessa che sarei
andata a trovarlo comunque, che l'avrei affrontato, che me l'avrebbe
dovuto dire in faccia, e io gli avrei dato due schiaffi e l'avrei costretto a
reagire, a tornare in sé, a tornare con me, con Marcos e con me. Ma al
terzo piano capii che nessuno mi aveva mai fatto tanto male, che nessuno
me ne avrebbe mai potuto fare altrettanto, perché Jaime non mi aveva
abbandonata, non mi aveva lasciata, non se n'era andato, aveva fatto ben di
peggio. Aveva tracciato una riga nel tempo e nello spazio, aveva diviso il
mondo in due metà, mi aveva esiliata dall'unica metà a cui appartenevo,
mi aveva costretta a rinunciare a Marcos e a vivere sola tra gli altri. Avrei
dovuto odiarlo e invece l'amavo. Non sapevo perché, ma sapevo che era
amore quello che provavo quando pensavo a lui nella sua casa enorme,
con una donna più vecchia e ricchissima, che lo coccolava tanto, e al suo
studio imponente in riva al mare, al suo mezzo
milione di matite. Non lo capivo ma lo amavo, con l'amore forte dei bei
tempi e quello ancor più forte dei tempi peggiori, e avrei dovuto odiarlo
ma non ci riuscivo, non sarei mai riuscita a odiarlo, perché era tutto logico,
aveva tutto senso, Jaime era fatto così, era stato così sin dall'inizio, e
quello che prima mi aveva unito a lui adesso me lo strappava per sempre.
Scendevo le scale molto lentamente, ma quando arrivai al secondo piano
già mi chiedevo cosa mi fossi aspettata: dove sarebbe potuto finire Jaime,
cos'avrebbe potuto fare se non avvalersi del suo cazzo di tutto rispetto e
del suo favoloso acume, della sua bravura nel risolvere situazioni
impossibili e del suo opportunismo geniale e bastardo, del suo talento nel
mentire e di quel particolare istinto grazie al quale in un letto avrebbe
sempre avuto ragione lui? Mi aveva abbandonata, mi aveva lasciata, se
n'era andato e aveva fatto anche di peggio, mi aveva cacciata dal mio
stesso mondo, ma io l'amavo, continuavo ad amarlo, e lo capivo, potevo
capire perfettamente la sua debolezza, il suo orgoglio, la sua rabbia, e
provavo una tenerezza immensa per il mio povero amore, con il suo
povero talento e il suo goffo esibizionismo da disegnatore superdotato,
con la sua consapevolezza di cosa Marcos era in grado di fare e la sua
ambizione inutile, eccessiva e sterile. Arrivata all'ultimo gradino, le gambe
mi facevano male e ormai potevo immaginare il suo tormento. Allora capii
che Marcos mi aveva detto la verità, che Jaime non stava bene, non poteva
stare bene, e lo sapeva di sicuro, ma aveva scelto la sua strada, aveva
scelto di dipingere, di svuotarsi in un sacco bucato, di andare alla deriva
senza di me, completamente solo.
Cercai anch'io di trovare la mia strada. Marcos mi aveva chiesto di non
andarmene, ma io lo feci. Mi chiese ancora di non allontanarmi, ma lo
feci. Partii, andai a vivere a Londra per più di due anni, a bighellonare a
casa di mio zio Antonio, a cercare di dipingere, lasciando sempre perdere,
lavorando per brevi periodi dove capitava, come cameriera in un bar,
impiegata in un'agenzia di viaggi, e receptionist in un albergo. Imparai a
essere una donna come le altre e all'inizio mi stupii di come sembrava
facile. La prima volta che andai a letto con un uomo che non era Marcos e
neanche Jaime mi sorprese che il suo corpo fosse tanto semplice, che
avesse solo due braccia, due gambe, due mani, una bocca e nessun'ombra
alle spalle, nessuna colpa in agguato, nessun fantasma dietro alla porta.
Scoprii che il sesso poteva essere sano, pulito, libero, adulto, maturo,
ragionevole, banale, e questo era il peggio, ma mi abituai anche a quella
miseria. E tuttavia continuavo a sentire la loro mancanza e, con il passare
del tempo, la nostalgia diventò un'ossessione. Arrivai a rimpiangerli tanto
che mi sembrava continuamente di sentire la loro voce tra quanti
parlavano spagnolo in ogni angolo della città, e il cuore mi si fermava di
colpo finché non guardavo bene, e non erano loro, non erano mai loro, ma
un paio di giorni dopo mi sembrava ancora di riconoscerli in due turisti
spagnoli che camminavano davanti a me, e allora affrettavo il passo finché
non scoprivo di essermi nuovamente sbagliata. Facevo di questi errori
ogni giorno, quando lessi un annuncio sul giornale. Una grande casa d'aste
inglese selezionava personale per una nuova sede in Spagna. Mandai il
mio curriculum, feci un paio di colloqui, ottenni il posto e tornai a Madrid.
Mi ero ormai rassegnata all'idea di aver perso Jaime per sempre, ma ero
convinta che mi restasse ancora Marcos. Se ero destinata ad accettare la
tirannia del numero due, mi dissi, con chi meglio di lui potevo farlo? E
così commisi il mio ultimo errore.
Mi aveva chiesto di non lasciarlo solo e io me n'ero andata. Quando tornai,
non aveva più bisogno di me. Era diventato il pittore più importante della
sua generazione e lo sapeva. Aveva un incredibile successo e si stava
abituando a goderselo, ad accettare come una cosa naturale il fatto di avere
improvvisamente di tutto e di più: soldi, amici, complimenti, ammiratori,
offerte, inviti, omaggi, appuntamenti, viaggi, progetti, donne. Anche le
donne, di quelle a cui piacciono i vincenti. Il successo che lo stava
investendo sarebbe bastato a salvarlo per parecchio tempo. Quando lo
chiamai, dovetti lasciargli tre messaggi sulla segreteria telefonica prima
che lui si facesse sentire. Mi disse che era davvero felice che fossi tornata,
che aveva una gran voglia di vedermi, che non aveva potuto chiamare
prima perché era molto impegnato e non potevamo incontrarci il giorno
dopo perché andava in Germania. Mi hanno invitato alla Documenta di
Kassel, mi disse, e sapeva che la notizia mi avrebbe lasciato di stucco, e
non volli nascondergli di esserne impressionata, Cazzo, che meraviglia!
No? Sì, ammise, come se l'evento che stava per consacrarlo
definitivamente non avesse tutta quell'importanza, e mi raccontò che poi
pensava di andare in Brasile, in vacanza, ma che mi avrebbe chiamata al
suo ritorno. Non lo fece e io non trovai il coraggio di riprovarci, ma un
giorno lo incontrai per caso, al museo del Prado. Era il vernissage
dell'anno, una grande mostra istituzionale sulla pittura barocca spagnola,
con prestiti dai musei più disparati, quadri di Velazquez, Ribera, Murillo,
Zurbarán, che non erano mai tornati in patria fino a quel momento, ma
Marcos Molina
Schulz, re di Spagna e imperatore di Germania, era la stella.
Lo vidi arrivare da lontano, attraversare la sala tra il corridoio di gente che
si apriva spontaneamente al suo passaggio, sorridere ai frequentatori
abituali che l'abbracciavano, gli uomini, e lo baciavano, le donne, perché
nessuno potesse dubitare dell'amicizia che li univa al genio emergente.
Quelli che non avevano la fortuna di essergli stati presentati si davano di
gomito, bisbigliavano, lo additavano. Io non feci nulla, non mi avvicinai a
lui, non lo chiamai, ma lui mi vide, mi guardò e venne a salutarmi. Era
vestito di bianco, con pantaloni estivi e una camicia morbida, larga,
portava un braccialetto di semi al polso destro e i capelli più lunghi
dell'ultima volta che ci eravamo visti. Era bello da far paura,
abbronzatissi-mo, e non solo questo. Era ancora giovanissimo, allora lo
eravamo entrambi, e tuttavia sembrava più grande, più maturo di me,
molto più sicuro, come se per lui fosse passata una vita intera e nel
frattempo a me non fosse successo niente. Al suo fianco, incollata a lui,
preoccupata di far sì che tutti notassero quanto i loro corpi stessero
appiccicati, c'era una ragazza biondissima, con un vestito aderente, le
labbra carnose e la faccia da bambola. Anche lei era molto abbronzata. Me
la presentò, si chiamava Bianca, e per tutto il tempo in cui parlammo, tre
minuti al massimo, forse anche meno, lei gli pettinò due volte i capelli con
le dita, gli aggiustò il colletto di una camicia senza colletto, lo baciò sul
braccio, e lui non ci fece caso, come se fosse abituato a farsi accudire, a
farsi adorare, a lasciarsi guardare con occhi estasiati che sancivano per la
mia vita la condanna a una rovina prevista, definitiva. Eppure, mi rallegrai
per lui. Pensai che se lo meritava, se lo meritava da anni.
Lei poi la rividi in posti simili, sempre più bionda e attillata, ogni volta
incollata a un pittore diverso e sempre più ordinario, meno importante;
Marcos invece non lo vidi più, se non sui giornali, sui cataloghi delle
mostre alla cui inaugurazione, per principio, non partecipava mai, e in
televisione, quando la sua opera diventò una notizia degna di apparire nei
telegiornali. Non saprò mai se avesse indovinato le mie ultime intenzioni,
ma preferisco pensare che sia stato così e che non abbia voluto
acconsentire ad accettare a prezzo di saldo quella parte di me che pensavo
di rifilargli come una fiammante novità, che non abbia voluto scavare una
fossa per le mie spoglie nell'imponente costruzione del suo futuro, che
abbia ricordato in tempo che lui e io, senza Jaime, non saremmo mai
andati da nessuna parte. Se è andata così, è stato meglio. Lui mi aveva
chiesto di non lasciarlo solo, e io me n'ero andata. Quando tornai, il suo
ricordo e il ricordo di Jaime erano ancora vivi, ma tutto il resto era ormai
lontano, strano e improbabile, come se non fosse mai esistito.
Poi lavorai. Lavorai a lungo, in ufficio, nella mia testa, con le mie
amicizie, per strada e nei bar, durante le cene e le feste, lavorai, con
l'uomo che scelsi come marito, per tutto il tempo che durò il nostro
fidanzamento, nella nuova casa in cui ci stabilimmo, il giorno del
matrimonio e anche dopo, lavorai sodo, lavorai tanto da non accorgermi
neanche più che la mia vita era ridotta a puro lavoro, una brutta copia della
vita stessa; e continuai a lavorare fino a quando riuscii a estirpare il loro
ricordo, fino a quando riuscii a vergognarmi di loro, di me stessa, di tutto
quello che il mio cuore aveva amato, lavorai senza tregua, senza pensare,
senza mai fermarmi a riposare, lavorai fino allo sfinimento, ma non servì a
nulla. Il mio matrimonio durò un niente, meno di un anno, per la
precisione otto mesi e tredici giorni di lavori forzati. Il divorzio fu banale,
indolore come il matrimonio, e per questo continuai a lavorare, lavorai
sodo, lavorai da sola per anni e anni, e poi conobbi un altro uomo, un
agente di borsa amico di mio fratello, molto ricco, molto intelligente e
molto ignorante, che non distingueva Piero della Francesca da Juan Gris e
non gliene importava affatto, ma era divertente, mi ricordava parecchio
Jaime, non faceva che scherzare, ridere di sé e degli altri, e io non
ricordavo neanche più da quanto tempo avessi smesso di ridere, avevo
perso la memoria del tempo, avevo perso la memoria.
Finché una sera andammo a cena a casa di amici suoi, agenti di borsa, con
le loro mogli. Erano tutti molto ricchi, molto intelligenti e molto ignoranti,
non avevano niente a che vedere con me, ma io ero una grande lavora-
trice, una paladina del lavoro forzato e solitario, e andava tutto bene,
andava più o meno bene, finché qualcuno non accese il televisore e
cominciò a cercare un film porno di canale in canale, andò tutto bene
finché non lo trovò. Io li vedevo ridere, innervosirsi, fare battute stupide
da cortile di scuola, e non mi stupivo più delle loro parole, delle
sghignazzate, sapevo che erano ignoranti, zotici incolti, tutti molto ricchi,
molto intelligenti, ma non sapevano distinguere Piero della Francesca da
Juan Gris e manco gli importava, lo sapevo, era tutto normale, prevedibile,
finché vidi quelle immagini, e non so perché doveva succedere quella
notte, in quel posto, non era la prima volta che vedevo scene del genere,
solo che la ragazza mi assomigliava, era castana, tendente al biondo, aveva
i capelli molto lisci e lunghi, una verosimile aria ambigua da madonna
disorientata, o forse si assomigliavano loro,
uno bellissimo e l'altro meno, quello bello altissimo e l'altro no, e tutti e tre
erano molto giovani, non come noi allora ma comunque molto più giovani
della donna che io ero diventata mentre li guardavo, e davano
l'impressione di stare bene, ogni tanto si sorridevano, tra un gemito e
l'altro, senza preoccuparsi che la telecamera riprendesse o meno i loro
sorrisi, non so perché doveva succedere proprio quella notte, in quel posto,
ma non avevo mai visto niente di così somigliante, e insieme così diverso,
al migliore periodo della mia vita, qualcuno chiese di alzare il volume, e
qualcun altro lo fece, ed era tutto vero, tutto finto, le grida, le parole e i
gesti e i sospiri, era tutto così vero, tutto così fìnto che andai a chiudermi
in bagno e scoppiai a piangere. Quando uscii, mi ero irrimediabilmente
rovinata il trucco ma avevo ritrovato la memoria, il ricordo di un'altra vita,
migliore e vera, di un letto grande, un balcone soleggiato, l'odore
dell'acquaragia e di tre corpi sudati, il fumo, il rumore dei baci, delle
risate. E la mia memoria decise che eravamo entrambe talmente stanche
che non avremmo lavorato mai più.
Era stato troppo amore, tutto quello che potevo dare, più di quanto fosse
logico.
Era stato troppo amore. Poi, il nulla.
Quando il ministro della Cultura mi lasciò, Jaime era arrivato. Mi venne
incontro camminando molto lentamente, le spalle curve, gli occhi rossi di
pianto. Era più magro, aveva molti capelli bianchi e un'espressione amara
sulle labbra. Era cambiato molto. Era cambiato tanto che all'inizio mi
sembrò uno sconosciuto, una persona che non mi sarei fermata a salutare
se l'avessi incrociata per caso per strada. Ma quando mi fu accanto mi
abbracciò e io lo abbracciai e le mie braccia riconobbero le sue, un calore
che non si sarebbe mai spento, e mi aggrappai a lui come se avessimo
ancora ven-t'anni, e lui mi abbracciò nello stesso modo, e restammo
abbracciati a lungo, tanto che lo stupore degli altri ci circondò di un
silenzio vasto e spesso, come allora.
«Dov'è?»
Solo così ci ritrovammo insieme noi tre, Jaime e io vivi, soli, Marcos solo,
morto. Una solitudine irreparabile ci univa, ci avrebbe fatto restare uniti e
soli per sempre. Jaime adesso piangeva, e io non potevo più fargli
compagnia perché avevo già versato tutte le mie lacrime in solitudine. Mi
guardò e non seppi cosa dirgli. Mi baciò, lo baciai, ci baciammo, come se
lui fosse un soldato e io la ragazza sconosciuta che festeggia l'arrivo di un
esercito straniero in una città remota, con la stessa paura, la stessa avidità,
per combattere la stessa disperazione, ci
baciammo tanto, a lungo, riconoscendoci così bene in quel bacio che il
nostro stesso stupore ci costruì una tana di silenzio che non ci era mai
servita prima. Finché poi quegli uomini non si portarono via Marcos e ci
lasciarono un po' più soli, soli com'eravamo.
«Sei in macchina?» mi chiese, e la sua voce suonò uguale a prima, mi
aveva fatto la stessa domanda centinaia di volte, usando le stesse parole, la
medesima intonazione. Quando se ne rese conto sorrise, e il suo sorriso
non dissipò il dolore ma lo rese più accettabile.
Sarebbe passato molto tempo prima che riuscisse a sorridere di nuovo, e
minuti interi senza che nessuno dei due aprisse bocca. Eravamo seduti
nella mia macchina, io alla guida, lui accanto, e guardavamo tutti e due
davanti con il corpo rigido, la testa tesa e una sensazione scomoda
d'incredulità, come se non riuscissimo proprio a credere di essere gli
stessi. Io, almeno, stentavo a farlo. Ci eravamo baciati davanti a un
cadavere solo per non dover parlare, per non dover dire nulla, non pensare,
sentire e basta. Quello era stato un silenzio facile, questo era difficilissimo,
ma ormai avevamo perso l'abitudine di controllare le nostre vecchie
difficoltà. Quando non ne potemmo più ci infilammo insieme in una
conversazione che sembrava quella che avremmo potuto avere con un
tassista. Com'è cambiata la città, eh?, vero che è incredibile?, ovvio, da
quanto tempo non tornavi a Madrid?, non tanto, circa otto mesi, sono
venuto per un esame, come?, un concorso, ah, sì, certo, mi è venuto a
prendere il presidente della commissione, e sono andato dritto
all'università, poi a mangiare, e dal ristorante di nuovo all'aeroporto, non
mi sono fermato neanche per la notte, allora hai la cattedra, no?, sì, da
quando?, da un paio d'anni, circa, bello, no?, be', non credere che questo
cambi molto le cose, mi pagano più di quando ero un semplice docente,
ma il lavoro è più o meno lo stesso, ma una cattedra è più importante, non
credi?, sì, non è così?, non so, ma quando è uscito il bando stavo
divorziando e l'aumento mi faceva molto comodo, non avevo ancora finito
di pagare gli alimenti alla mia prima moglie e mi toccava cominciare a
pagarli alla seconda, e invece alla fine la poverina non ha voluto niente,
ma io ormai preparavo il concorso da mesi, per cui, alla fine, l'ho dato e
l'ho vinto, e i bambini?, quali bambini?, bah, non so, non avete figli?, no,
non ho voluto avere figli con nessuna delle due. E tu?, io cosa?, hai figli?,
no, nemmeno io, ma sei sposata?, no, sono divorziata, io mi sono sbagliata
solo una volta e me ne sono resa conto subito, non abbiamo neanche
festeggiato il primo anniversario, già, è perché tu sei sempre stata più
sveglia di me, uh, non credere, io non ne sarei così sicura... E in quel
momento mi resi conto che la conversazione con un tassista non si sarebbe
mai spinta così avanti.
«Nessuno di noi tre ha voluto avere figli» disse allora, come se non
parlasse con me, come se pensasse solo tra sé e sé. «Neanche Marcos ne
ha avuti... Non rimarrà traccia di noi.»
«Di lui sì» gli risposi.
«Sì, è vero» ammise, mi diede ragione annuendo. «Marcos verrà ricordato.
A lungo, forse per sempre.»
Avrebbe potuto finire tutto lì. A quel punto avremmo potuto fare marcia
indietro, concentrarci sull'opera di Marcos, commentarla, analizzarla,
stimarla, calcolarne il valore, comportarci come le altre persone al
funerale. Ma lui preferì dimostrarmi che potevamo ancora assomigliare a
noi stessi.
«Non me l'ha mai perdonato» disse all'improvviso,
dopo una pausa come le altre, senza staccare gli occhi dalla strada. «È
stata tutta colpa mia. Sono stato io a tirarmi indietro, ad avere paura, a
mandare tutto a rotoli, e Marcos non me l'ha mai perdonato. È stata solo
colpa mia, è vero, ma io non ci riuscivo, José, non ce la facevo. Lui era
troppo grande, io troppo piccolo, e non riuscivo ad abituarmi alla cosa,
non riuscivo a sopportarla, non potevo andare avanti... Marcos non me l'ha
mai perdonato, ma a volte penso che se non me ne fossi andato, se noi tre
avessimo vissuto insieme, tu e io insieme, con lui che ci guardava,
probabilmente sarebbe finita anche peggio...»
«Non per me» gli risposi.
«Anche per te.»
«No. Per me il peggio è cominciato dopo, tutto il peggio è davvero
arrivato dopo. Voi due, invece, siete rimasti insieme, avete abbandonato
me e siete andati avanti insieme. Tu hai scelto di lasciare me e di
continuare a essere suo amico.»
«Non è vero. Io non ho potuto scegliere, non potevo farlo e tu lo sai, ne
abbiamo parlato un sacco di volte...»
«E alla fine mi avete tradita. Avete smesso di lottare per me e mi avete
eliminata, mi avete buttata fuori, da parte. Ho visto che ti ha dedicato dei
quadri, ha inserito il tuo nome tra i ringraziamenti di tutti i suoi
cataloghi...»
Senz'accorgermene, mi ero rimessa a piangere. Non sapevo se quello che
avevo appena detto era vero perché non me lo ero mai chiesta prima. Fino
a quel momento non mi aveva mai fatto male sapere per certo che loro
erano rimasti amici, anzi, mi piaceva scoprire una traccia di Jaime nella
vita di Marcos, mi piaceva tanto
quanto vedermi ritratta nelle ragazze dei suoi quadri. Il suo nome, quello
di Marcos e la mia faccia a vent'anni tessevano un filo sottile ma
indistruttibile, un vincolo delicato e segreto che ci teneva uniti oltre il
tempo e la distanza, sulle nubi che attraversavano senza sosta e senza
clemenza il cielo sotto il quale io avevo vissuto sola e loro no. Tuttavia,
rimproverarlo all'unico che ancora poteva ascoltarmi in quel momento mi
consolò della perdita di colui che invece non poteva più difendersi. Non
sapevo se quello che avevo appena detto era vero, ma lo diventò nel
momento stesso in cui lo dissi, perché avevo bisogno di sentire che mi
amavano, che non avevano mai smesso di amarmi. Io li avevo amati come
non avevo più amato nessuno, forse per questo ero scoppiata di nuovo a
piangere, senza neanche rendermene conto. Approfittai di un semaforo
rosso per asciugarmi gli occhi e guardai Jaime e lui mi guardò. Era più
sereno di me, forse perché sapeva che lo stavo trattando ingiustamente, ma
era disposto a lasciar correre.
«Io non ti ho mai tradita, José. Marcos non ti ha mai tradita. Eravamo
entrambi innamorati di te. Io di più. E ti ho lasciata, è vero, ma non ti ho
tradita. Non ti ho tradita mai. Sarei dovuto restare con te, lo so, adesso lo
so, ma avrebbe significato rinunciare a dipingere, e io in quel momento
non credevo di esserne capace. Dovevo allontanarmi da Marcos. Dovevo
smettere di vederlo, rompere con tutto, perché la sua opera mi schiacciava,
mi distruggeva, mi stava uccidendo, anche se lui era mio amico e gli
volevo bene. E amavo ancor di più te, ti amavo più di chiunque altro, José,
ma non ce la facevo, ero convinto di non poter continuare così... Dovevo
provarci, pensavo, e poi, quando è andato tutto a rotoli, quando stavo
anche peggio, più abbattuto, più fallito, più solo che mai,
è stato lui a cercarmi. Marcos mi ha salvato la vita. Mi ha convinto che
non potevo continuare a essere un pittore mediocre, che era meglio che
facessi dell'altro, qualsiasi cosa pur di non finire a dipingere ritratti su
commissione delle amiche di mia madre. Quando ci siamo rivisti, quando
abbiamo ricominciato a sentirci, a passare le vacanze insieme, era tutto
diverso. Lui non era ancora andato a Kassel ma era già famoso, viveva a
Madrid, io mi ero trasferito a Valencia e non ero nessuno, lui aveva una
ragazza e io avevo appena lasciato una donna con la quale avevo vissuto
un paio d'anni, dopo che me n'ero andato da qui. Tu non c'eri più. Era
passato molto tempo e tu non c'eri più, non sapevamo niente di te.
Avremmo potuto cercarti. Avrei potuto cercarti io, ma era troppo tardi.»
«Non te lo perdonerò mai.»
«Sono felice di saperlo.» Mi stava fissando, ma poi distolse lo sguardo
all'improvviso, guardò fuori dal finestrino e tornò a posare gli occhi su di
me. «Vuoi dire che t'importa ancora.»
«Non fare il furbo, Jaime.»
«Perché no? L'ho sempre fatto. È troppo tardi per cambiare.»
Allora ritrovai il sorriso, non lo potei evitare, le mie labbra decisero di
sorridere anche se eravamo già arrivati al cimitero, un grande viale
fiancheggiato da vecchie tombe, il marmo bianco ormai ingrigito, le
cancellate arrugginite, le iscrizioni semicancellate dalla pioggia e dal gelo,
i caratteri gotici diventati ancor più gotici a forza di sopportare il sole e
l'umidità degli anni.
«Gira i tacchi, José. Andiamocene da qui. Non voglio vedere mentre lo
seppelliscono, non voglio mettere fiori sulla sua tomba, non voglio gettare
la terra sulla bara, non voglio ricordare...»
Non finì neanche la frase, non ce ne fu bisogno. Schiacciai il piede sul
freno e il corteo di macchine piano piano ci superò e si allontanò. A bordo
c'erano i pittori, i galleristi, i critici d'arte, i giornalisti del settore, i
direttori di musei, i professori universitari, la sua ex moglie, il mio capo, e
tutti avrebbero continuato a parlare di soldi.
«Andiamo via, José» insistette. «A lui ormai non interessa. Io sono quello
che ha più colpe, ma anche voi avete fatto degli sbagli, no? In fin dei
conti, non siamo riusciti a fare bene niente. E abbiamo pagato tutti per
questo, ci abbiamo rimesso tutti... E poi, se Marcos è da qualche parte,
ormai saprà di sicuro di averla spuntata. Non riusciremo mai a scrollarcelo
di dosso.»
Aveva ragione, ricordai appena in tempo che l'aveva sempre avuta.
Aspettai di perdere di vista l'ultima macchina, feci inversione e uscimmo
in fretta dal cimitero.
«Dove andiamo?» chiesi poi, e lui fece una smorfia vaga con la bocca. «Al
Burger King?»
Rise lui, risi io e immagino che anche Marcos, dal sedile posteriore, lo
abbia fatto. Era passato parecchio tempo, ma a nessuno dei tre sfuggiva
che Jaime e io, da soli, non saremmo mai andati da nessuna parte.

Finito di stampare
nel mese di settembre 2004
per conto della Ugo Guanda S.p.A.
dalla Mondadori Printing S.p.A.
Stabilimento N.S.M. - Cíes (TN)
Printed in Italy