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CHARLES MINGUS e le sue canzoni di Alessandro Scanderbeg

Breve biografia
Una delle figure più importanti del panorama jazz del XXº secolo fu Charles Mingus,
virtuoso contrabbassista, pianista, ma soprattutto compositore. Nacque a Nogales, in
Arizona nel 1922, ma subito si trasferì con la famiglia nei sobborghi di Los Angeles.
Iniziò prestissimo a suonare il violoncello nell’orchestrina della chiesa dove suonavano
anche le sue sorelle. La sua prima influenza fu quella di Duke Ellington, che ascoltava
di frequente in radio. Studiò composizione con Lloyd Reese. Le sue prime esperienze
furono con le orchestre di Louis Armstrong, Kid Ory and Lionel Hampton. Negli anni
’50 ebbe esperienze di registrazione e di concerti con i migliori jazzisti dell’epoca, cioè
Bud Powell, Charlie Parker, Miles Davis, Art Tatum e lo stesso Duke Ellington. Dalla
metà degli anni ’50 cominciò a comporre e registrare materiale per diverse case
discografiche. Fondò i Jazz Workshop, un gruppo multiforme di giovani musicisti con
cui cominciò a collaborare stabilmente, elaborando un linguaggio basato sulla
comunicazione collettiva con cui registrò capolavori. Dischi come Pithecanthropus
Erectus, Tijuana Moods, The Clown, Mingus Dinasty, Mingus Ah Um, The Black Saint
And The Sinner Lady, Cumbia And Jazz Fusion, Let My Children Hear Music, scrisse
anche una autobiografia, Peggio di un Bastardo, che generò un’ampia polemica. Morì in
Messico nel 1979.

Brani proposti
Intanto mi sono permesso di inserire all’interno dei cinque brani di Mingus che
propongo, anche un mio brano originale che si intitola ‘Laura e l’Eden perduto’. Questo
perché Mingus propose nelle sue centinaia di concerti soltanto due brani dedicati a
donne, Diane di Rapee e Pollack e Laura di Raksin e Mercer, a cui tanto Mingus era
affezionato, avendolo suonato in moltissime occasioni. Nella song Laura, sia nella mia
versione che in quella di Raksin e Mercer, attorno a cui si respirano colori di tono
poetico, lei è solo un ricordo lontano, sbiadito, e tali azioni sono solo sognate. Un altro
tratto che posso affermare essere in comune con quello di Mingus è l’uso frequente
della melodia sui toni alterati, proprio per pennellare meglio il mondo interiore. Qui di
seguito uno stralcio della partitura del mio brano:
Poi un altro brano che propongo è Duke Ellington Sound of Love. Mingus la registrò in
Changes One nel ’74 in una versione strumentale e in Changes Two dello stesso anno in
una versione cantata da Jackie Paris. Fu ispirata da Lush Life e The Star Crossed
Lovers, Take the A train di Ellington e Billy Strayhorn e rimase in repertorio fino al
1977. In genere Mingus diceva di prediligere le song scritte in Db perché secondo erano
più vicine al linguaggio dell’anima, erano più elevate e vicine al mistico e al mistero.
Non fa eccezione neanche Duke Ellington’s Sound of Love, che pur non appartenendo
alla sfera degli standard, è comunque diffuso tra i cantanti jazz. Fu scritto all’indomani
della morte del Duca, e ha la stessa tonalità di Lush Life. La forma della canzone è
molto libera, Mingus ci indica 4 parti. La A ha una struttura molto Blues pur non avendo
accordi che richiamino il genere, ma la melodia suona esplicitamente le note blue, è in
fondo un blues criptato, presentandoci nel testo un uomo alla ricerca della musica che
risvegli il suo cuore, la sua anima, in B ci disegna l’umore nero dell’uomo, e quel si
tutto solo, quasi una semibreve, ci sprofonda della solitudine, tutto solo su una giostra di
un circo abbandonato. Nella C con una frase ascendente c’è il ‘risveglio’. Il protagonista
coglie, intuisce il suono, qualcosa di mistico che lo conduce all’estasi, diventando nella
D un omaggio alla musica di Duke Ellington. Il blues della A, è un blues non formale
poiché questo genere o è allegro o di disperazione. Qui Mingus invece adotta una
tematica molto personale, molto psicologica, che appartiene alla riflessione con sé
stesso, oltre ad utilizzare sempre tensioni melodiche e sovrapposizioni armoniche di
complicazione strutturale. Mingus è un autore atipico, uno dei pochi compositori che ha
scritto anche le liriche. Frequentava spesso i circoli letterari e in alcuni suoi dischi ha
invitato attori e poeti ad intervenire e collaborare con lui. Già in Chill of Death
(probabilmente la sua prima composizione) si ispirava a un modello semplice di poesia
e musica, con la recitazione che avveniva su uno sfondo strumentale. Qualcosa di simile
fu realizzato nel 1962 per Freedom, in cui Mingus leggeva un suo poema libertario
scritto forse ai tempi della guerra fredda. A Monterey nel 1965 recitò in Don’t let it
happen there il poema antinazista Prima vennero gli Ebrei del pastore Martin
Niemöller, sopravvissuto a Dachau. Il mondo della poesia interessava a Mingus, era
amico di tanti poeti e scrittori beat e frequentò i loro spettacoli e cenacoli, così che si
trovò con naturalezza all’interno del movimento ‘jazz & poetry’. Una registrazione in
tal senso fu fatta anche nel 1957 con The Clown, un pezzo per voce recitante e gruppo
jazz. Il narratore Jean Shepherd, un umorista che lavorava alla radio, racconta la storia
di un clown (e questa figura non a caso rientra in Duke Ellington Sound of Love) che
ambiva solo a far ridere il suo pubblico, scoprendo che il pubblico impazziva se lui si
faceva davvero male. La sua più grande gag, e l’ultima, fu un colpo di pistola alla
tempia. Secondo i critici il tema che Mingus imbastì intorno al racconto, una sorta di
walzer alla Kurt Weill, non sempre riusciva a tenere alta la tensione. Ma la cosa
importante era che Shepherd improvvisava la sua parte su un canovaccio e nei locali,
nelle esibizioni, veniva presentato come membro aggiunto del quintetto, come facesse
parte del gruppo in perfetta integrazione con le improvvisazioni del gruppo. Nello stesso
anno poi Mingus pubblicò l’album A Modern Symposium of Music and Poetry, in cui
l’attore Melwin Stewart recita un testo scritto da Lonnie Elder che racconta i sentimenti
di un nero in un ambiente ostile. Il sestetto di Mingus, utilizzando tre temi ad libitum
segue passo passo il racconto creando musica e rumori coerenti con la narrazione,
arricchendola con un efficace umorismo. Mingus scriverà anche dei versi in Fables of
Faubus, in cui tra l’altro si sente una musica ispirata alla musica teatrale tedesca
espressionista. Secondo i critici il miglior disco di ‘jazz & poetry’ è stato proprio quello
di Mingus fatto con Langston Hughes, uno dei più grandi dei poeti nordamericani,
Weary Blues.
Insomma, tutto ciò per esprimere l’interesse che Mingus aveva per il testo letterario. E
in Duke Ellington Sound of Love fonde perfettamente la lirica con la musica. L’altro
brano che propongo è Portrait, sempre in Db, poiché la tematica anche qui è intimista.
Purtroppo la tessitura per me è troppo alta, nella nota d’attacco (un fa da prendere in
mezzo piano) e sono costretto a cantarla in Bb. Il brano venne inciso in molteplici
versioni intitolate di volta in volta in modi differenti.
All’inizio del 1949 Mingus si trovava a San Francisco per registrare con una big band
sette brani tra cui Old Portrait, in una versione che però è andata perduta.
Durante la stessa sessione venne registrata un’altra versione dello stesso brano,
intitolato questa volta Inspiration , divisa in due parti che si trovano su due facciate di
un 78 giri.
La prima versione, scritta nel tipico stile giovanile dell’autore, è caratterizzata da
un’introduzione sospesa e cupa ispirata, secondo alcuni critici, a Strauss, Mahler e
Ravel. L’esposizione del tema è dominata dalle ance e la melodia principale è affidata
alla tromba solista. Nella seconda parte del disco la musica sembra un fondale per
l’esposizione cantata del tema che però è assente. A tale proposito lo stesso Mingus
rivela: ”Avevo scritto il background per un cantante. Era per uno spettacolo di Arthur
Godfrey ma il cantante si innervosì e non poté cantarlo.” Bisognerà attendere la
versione incisa nel 1952 nell’album Charles Mingus Quintet , per ascoltare il brano
cantato dalla voce ancora di Jackie Paris. Nel settembre del 1954 Mingus incise una
versione per orchestra da camera (ospite d’eccezione Thad Jones) in cui Mingus né
suona né dirige. Un’altra versione per big band, arrangiata da Jaki Byard, viene
registrata nel ’71. Come scrivevo, anche in questo brano, ancor più che negli altri brani
di questo periodo, titolo, testo e contenuto musicale hanno un esplicito marchio
autobiografico. Ci ritroviamo delle figure melodiche, delle soluzioni ritmiche ed
armoniche e delle modulazioni, che si possono rinvenire in tutta la vasta produzione
mingusiana successiva. Anche il testo trae spunto dalla vita privata di Mingus, che
scrisse la canzone poco dopo la fine del suo primo matrimonio. Era depresso per la
perdita della sua famiglia e durante un viaggio in treno il paesaggio che scorreva dietro
al finestrino lo fece pensare ad un uomo che ami tutti gli aspetti della natura ma non può
amare le persone. Questa la traduzione di Portrait:

Ho visto ogni genere di pittura


Molte delle bellezze del mondo
Dei luoghi un cui viaggiai ricordo ancora
Questa antica melodia con un fremito
Dipingendo i miei quadri con i toni)
Ho dipinto madre natura
E i fiori che sfidano il mattino
I suoni colorano la vita che lei genera
Ho provato a dipingere la sua bellezza
Dai cieli raggianti al blu profondo del mare,
Il cielo nelle sue magiche trasformazioni
Il blu pallido dell'alba, l'ambra del tramonto ,
I venti e il vuoto, la quiete delle pianure,
Le foglie cadute, le brune montagne.
Picchiettate di accenti di candida neve che brilla.

All’inizio della sua carriera Mingus cercò di entrare nell’orbita del rhythm&blues e di
comporre canzoni accattivanti per il pubblico, ma presto si rese conto che il suo
desiderio era quello di portare le sue conoscenze acquisite con le lezioni di
composizione anche nella canzone, allontanandosi conseguentemente dalla sfera
commerciale di facile consumo. Ecco perché in queste due canzoni il tessuto armonico è
molto denso, la melodia si inerpica tra gli intervalli alterati, e tutto si confa per
tratteggiare efficacemente il suo mondo interiore.
Altro brano che propongo è Goodbye Porkpie Hat, nella versione registrata da Joni
Mitchell. Il parto di questa canzone è molto intenso. Mingus contattò la Mitchell per
affidarle la stesura di testi nel progetto di trasporre Four Quartets di T. Eliott in musica.
Inizialmente la cantante canadese accettò ma subito dopo declinò. Mingus non si perse
d’animo e, pur essendo già in sedia a rotelle per la malattia che poi lo stroncherà un
anno più tardi, la ricontattò per un altro progetto che prevedeva la collaborazione alla
stesura di sei brani di Mingus tra cui appunto Goodbye Porkpie Hat. Joni Mitchell era
bloccata proprio su questa canzone, non riusciva a entrarci, finchè un a notte, uscendo
dalla metropolitana, si imbattè in un bar che si chiamava PorkPie Hat Bar, e lei non si
lasciò scappare l’occasione per descrivere quella sera con quella miracolosa visione.
Difatti alla fine della canzone ci sarà la descrizione del bar da lei intravisto. Purtroppo
Mingus morì il 5 gennaio del 1979 e il progetto dovette proseguire senza il suo autore.
Joni Mitchell, inizialmente non contenta delle registrazioni acustiche, decise di
registrare con una nuova band elettrica, tra cui ricordiamo Herbie Hancock, Jaco
Pastorius, Wayne Shorter, Peter Erskine e Don Alias. Il brano all’origine era stato scritto
da Mingus in occasione della morte di Lester Young nel 1959 nell’album Mingus Ah
Um.
Proprio in questo album era stato registrato un ltro brano che propongo in questa sede:
Boogie Stop Shuffle. Mingus aveva già composto un boogie negli anni ’40 ma con
questo brano volle creare un compendio di storia della musica in quanto il riff di boogie
suonato da tutti gli strumenti all’unisono, e stoppato a fine battuta (da qui l’aggiunta
‘Stop’ al titolo del brano), veniva compenetrato dallo shuffle suonato dalla batteria.
Sulla ripetizione del tema si intersecavano tre sax e il trombone in block chords
politonali con sordina e wah wah di ellingtoniana memoria e successivamente un riff
boppettistico a terminare il chorus per ritornare sulla struttura con i soli. Il brano
piacque molto a Quincy Jones che lo registrò in una sua versione nel 1962 dal titolo
Boogie Bossa Nova e Gil Evans lo utilizzò in un suo arrangiamento nel film Absolute
Beginners di Julian Temple con David Bowie del 1986. Mi sono permesso di
vocalizzare il tema di questo velocissimo brano con una lirica che fosse caotica e folle
come il ritmo vorticoso del boogie in cui far fluttuare dadaisticamente immagini frullate
con sillabe strutturate maggiormente su suoni labiali, sulla figura di una fantasmagorica
donna, giunta all’apice del delirio esistenziale, con una vita al limite del reprensibile,
dell’accettabile, dell’irrazionale come fu la vita di Mingus, vissuta pienamente ai
confini dell’inaudito, come scrisse anche nella sua autobiografia, anche se romanzata
secondo molti, al contrario dell’assoluta fedeltà ai fatti biografici come affermava
Mingus stesso. Mi sono permesso anche di comporre un vocalese sull’assolo di Booker
Ervin della registrazione in studio del medesimo album, di cui trascrivo qui il testo
vocalizzato del tema e del vocalese:
Balli il boogie boo con il tuo tutù
Tiri dadi dada e tiritere a Belzebù
Bonghi di Bambù, Bambole Vudù
Butti e batti botti: il beriberi fu tabù
Baby bada bene Boogie Ville è abitata
Dalle bombe abbandonate da nababbi e da tribù

Babalubadoo Bidibodiboo
Bimba, bevi, pippi, tiri tappi a Babablù
Foto di Milù, vele a Malibù
Il papa pesa e pesta il pepe a Boogie Shuffle Blue
Baby bada bene baci di budino e pipe
Di fumate di bobine e il baco fila seta blu

Bolle di velluto e satin


Ballavi bella brilla con un bullo
Birilli e labirinti, vedova della tua anima
Pentita hai potato la tua vita ed ora sei qua

A poppa di papponi e papà


Ti pappi le pepate di patate
E sputi ripetuti hai patito bipolarità
Pentita hai pelato la tua vita ed ora sei qua

Veni vidi vici con la bici niente amici eri una star
ma com'è che tu vedi solo dove vuoi veder
non è semplice dare una svolta nella vita
facile collocare le tue idee nero nero buio buio boogie stop shuffle
virulento come un trapano nei denti
cadono budella rane topi mostri cadono dai cieli
fisime dell'età perduta
sognando così meditati orizzonti piovono fuoco e gravide saette
allarme rosso risuona al dancing fotografie di corpi nudi
strane fantasie nascoste dentro poni trappole di vere bugie
Una registrazione di Boogie Stop Shuffle la troviamo anche nel disco ‘Nostalgia in
Times Square Sessions 1959’ pubblicato nel 1979. E proprio Nostalgia in Times Square
che in origine aveva altro nome, fu registrato nel 1959, poiché fu commissionato da
John Cassavetes per il film ‘Ombre’. Lo stesso anno fu registrata una versione estesa,
orchestrale, con la voce di Honey Gordon dal titolo appunto Strollin’, scritto dal padre,
già collaboratore di Mingus.
In questa sede canto il testo scritto da Ellen Johnson, in cui il testo descrive la nostalgia
per i tempi andati, passati in Times Square e la nostalgia che il grande Mingus ha
lasciato con la sua morte, uno degli ultimi leggendari musicisti jazz che siano mai
esistiti.