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LA CONNESSIONE SVIZZERA

Indice
INTRODUZIONE
INTRODUZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE
1 MATERIALE DA MEDELLIN 8
Il riciclatore Giuseppe Lottusi condannato.
2 FIMO OVVERO LA BUONA FEDE 12
Misteriose dimissioni in massa. Oro e gioielli. Società a responsabilità limitata. Un immediato
certificato Persil per Cotti. Un colpo di spugna. Comifin ovvero il copricapo magico che rende
invisibili. Entra in azione Mani Pulite. L'uomo dal piede d'oro. Il presidente della Fimo parla chiaro.
Settembre nero. Smentita ambigua. Ha inizio il grande repulisti. SBG: il gioco a nascondino riesce.
La
Giustizia Ticinese partorisce un topolino. Con quanta serietà ha indagato la Del Ponte ? Un caso
esemplare. Excursus: Domande senza risposta dall'Italia. Il caso Fidia: Abuso di farmaci.
3 LA MISTERIOSA TRADE DEVELOPMENT BANK 31
La capitale mondiale del sistema bancario sefardita. Edmond Safra e la TDB. L'esodo da Beirut.
Ginevra, patria elettiva. Safra vende la TDB. La grande campagna denigratoria. Safra restituisce il
colpo. Decollo in verticale della nuova banca. Il pesce piccolo mangia il pesce grosso. Confessioni
a
cuore aperto. Il caso fiscale Graf. Safra, l'intoccabile. Niente a che fare con Iran-Contra. Critica
della
giustizia penale di Ginevra. Sempre avanti fino a Zurigo, Paradeplatz .
4 PIÙ LUCE SUL BUSINESS DELL'OFFSHORE 46
Paradisi parassitari. L'offshore è utile a molti. Il Liechtenstein, piazza-offshore. La Svizzera, piazza
offshore ? La fondazione familiare Sandoz: Novità nel business dell'offshore. Il Lussemburghese.
Ilex
Trust Services SA, Ginevra. Vaste attività. Koloyan Stoyanov. Jürg Stäubli. JS Holding: scorrono i
milioni. Tentativo di acquisizione della Publicitas. Stäubli vuole diventare serio. Da Stäubli si
pretende
troppo. Una cometa si spegne. Stäubli inciampa. Perché Pierre Arnold ? Segnale ambiguo.

5 MANI PULITE 65
Denaro del grande fratello. Il compromesso storico liquidato. Giustizia contro corruzione. Il primo
caso. La slavina comincia a precipitare. Ritorno dell'eternamente identico ?

6 IL MISTERIOSO CONTO PROTEZIONE 68


Una vecchia storia. Un giudice superiore di debole memoria. Viene sollevato il velo. Mazzette per i
socialisti. Certificato Persil per la SBG. Dirigenti della SBG in veste di testimoni. Assistenza
giuridica
restrittiva.

7 ENI - LA MADRE DELLA CORRUZIONE ITALIANA 75


Venti milioni dispersi a Zurigo. In carcere. Voce di bilancio "mazzette". La storia di un'azienda di
stato.
L'ENI si espande. Delitto o incidente? I socialisti si prendono l'ENI. Il ruolo di Eugenio Cefis. Saluti
e
baci da Mosca. Società legali ENI in Svizzera. Il presidente della Saipem Cavelty in grande
difficoltà.
Speculazioni della "Banda dei sette". Excursus: fila dello scandalo BCCI. L'unica filiale BCCI pulita
al
mondo ? Servizio completo Svizzero.

8 IL CASSIERE DELLE TANGENTI ENI A GINEVRA 89


Un allegro terzetto sul Rodano. Che cos'è la banca Karfinco ? Il salvataggio della Karfinco. Due
grandi
affaires. Fatture da Berna. Chi c'era dietro il gruppo RAD ?

9 LA CENTRALE DEI FONDI NERI DI FERRUZZI A LOSANNA 97


Fiducianti in Italia. Inspiegabili operazioni finanziarie a Zurigo. Fiduciari in Svizzera. Il caso Elosua.
Un buco di milioni a Lugano. La Revisione Curator dormiva. Enimont: "La madre di tutte le
tangenti".
I peccati della banca vaticana . Merchantbank Cragnotti & Partners. C'è vita dopo Enimont ?

10 LUGANO. L'HINTERLAND DI BERLUSCONI 108


L'operazione Mato Grosso. Mani Pulite colpisce Berlusconi. Giudici romani con conti bancari a
Lugano. Il caso IMI/SIR. La fine di Berlusconi.

11 INTERROGATIVI SU CARLA DEL PONTE 113


Scelta ideale o flop? L' attivismo della procuratrice federale. Leggi strapazzate. La "Pizza
Connection"
ticinese. Il riciclatore Salvatore Amendolito. Il riciclatore Franco Della Torre. Continui rinvii della
giustizia ticinese. Oliviero Tognoli ritorna. Quale giustizia per Oliviero Tognoli ? L'enigma
Amendolito.

12 NUOVA LUCE SULL' AMBROSIANO 126


Ascesa e caduta di Roberto Calvi. La banca vaticana IOR. Il banchiere della mafia Michele
Sindona.
La P2 salva Calvi. Calvi in grande difficoltà. La fine di Calvi. La Banca del Gottardo di Lugano
sopravvive. Mandati d'arresto nei confronti dei banchieri del Vaticano. Carlo von Castelberg non fa
le
vacanze in Italia. Il caso Duft. Il caso Poncet.

13 LA LOGGIA SEGRETA MASSONICA P2 137


Cospiratori sovversivi ? Arricchimento criminale ? La loggia massonica P2. Guerra ai Papi.
Alleanza
con la finanza. I Maltesi. Il Gran Maestro Licio Gelli. Politica assassina. Lo stato nello stato.
Berlusconi e la P2. Il Grande Oriente viene scomunicato. Licio Gelli e la Svizzera. Scandalo a
Champ
Dollon. Excursus: I massoni svizzeri. Colpo di scena al Brockenhaus di Zurigo. Storie di cantine da
Berna.

14 WINNIE TRA I BRIGANTI 151


Il delitto quasi perfetto. Winnie cade in trappola. Speculatori e spie. La vendita dei certificati rubati.
Inciampata o sfruttata. Che cosa sapeva il ministro della Giustizia Martelli ?
15 LA PIU' GRANDE BANCAROTTA DELLA SVIZZERA 158
Economia da clan alla Sasea. Vecchia nobiltà napoletana. Nell'orbita della mafia. Comincia
l'avventura.
I fiori del male della speculazione bancaria. L' istituto di pulizie Sasea. Società sospette. Guadagni
mediante trucchi di registrazione contabile. Flop del petrolio e degli immobili. Il caso
Europrogrammi.
Crollo a Hollywood. L' inizio della fine. L' arresto. Molto lavoro per la Giustizia. Il direttore di banca
parigino perde le staffe. Chi e’ responsabile ?

16 IL RE DELL'OFFSHORE TITO TETTAMANTI 175


L'asse d'oro Lugano-Vaduz. La Banca Regionale BSI. La bancarotta della Weisskredit. A
Montecarlo! A
Montecarlo! - L'Iracheno straricco. Alleanza profana con la Banca D G. Finanziere d’assalto a Wall
Street. Senza successo con la Sulzer. Sfortunato con la Saurer. Il caso Cogefar. Un re abdica. C'è
qualche rapporto con Martin Ebner?

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE: TECNICHE DEL RICICLAGGIO 190

INDICE DEI NOMI 192

INTRODUZIONE

"Il denaro non puzza" disse al figlio Tito l'imperatore Vespasiano quando 2000 anni fa impose una
tassa
sulle latrine pubbliche.

Questo motto ormai classico vuole mettere in luce un contrassegno positivo dei soldi, vale a dire :
il
loro valore è indipendente dalle circostanze in cui li si è fatti . Ma quello che valeva 2000 anni fa
per il
denaro dell'imperatore romano , non vale più oggi nei confronti del crimine organizzato . Soldi
guadagnati illegalmente possono essere ritirati dalla circolazione dallo stato anche se sono stati "
deodorati " in un graduale processo di lavaggio, come si definisce in tedesco il riciclaggio. Il
lavaggio
di denaro o riciclaggio è stato fino agli anni 80 inoltrati una metafora pregnante del linguaggio
giornalistico e solo agli inizi degli anni '90 si è trasformato in concetto giuridico . Nel 1990 il gruppo
delle nazioni economicamente più importanti (G 7) presentò delle direttive fatte elaborare dal
Financial
Action Task Force on Money ( FATF ) . In seguito numerosi paesi, tra i quali la Svizzera,
adeguarono la
propria legislazione .
Nel 1990 il codice penale svizzero fu integrato con un articolo sul riciclaggio e sulla insufficiente
meticolosità nelle operazioni finanziarie, divenuto una legge sul riciclaggio di denaro nel 1997, al
più
tardi nel 1998 . A seconda delle legislazioni nazionali vigenti il riciclaggio di denaro è perseguibile
penalmente in misura diversa nei singoli paesi . Ciò che era permesso in Svizzera fino al 1990,
oggi è
vietato . Ciò che è ancora permesso in Svizzera nel 1996 è già reato negli USA e sarà forse
punibile in
Svizzera con la prossima legge sul riciclaggio . Ma alle Seychelles, per esempio, lo stesso fatto
può
restare ancora a lungo impunito . Quando nelle pagine che seguono si parla di riciclaggio di
denaro ,
pagamento di bustarelle, evasione fiscale ecc . , ciò non implica affatto nel caso singolo secondo la
legislazione vigente in quel paese un " comportamento " sempre " criminoso . " Ma il fenomeno
economico resta lo stesso dovunque . Là dove viene riciclato denaro sporco l'economia cade in
tentazione. A sedurre sono un capitale d' investimento a buon mercato per l' industria , il
commercio e
le libere professioni così come onorari lucrosi per il ramo finanziario . Oggi interi settori economici ,
anzi intere economie nazionali sono minacciate dall'infiltrarsi del crimine organizzato . I riciclatori di
denaro lo aiutano ad accedere alle posizioni di potere dell'economia e della società legali .
Il fondo monetario internazionale ( FMI ) ritiene che nel 1995 siano stati immessi clandestinamente
nei
mercati finanziari legali complessivamente 500 miliardi di dollari di denaro sporco , nonostante si
siano
rafforzate le misure contro il riciclaggio . Dopo che la " guerra alle droghe " è terminata ormai con
una
sconfitta , lo stesso destino incombe sulla lotta al riciclaggio di denaro.

La Svizzera NON HA una piazza finanziaria , la Svizzera è una piazza finanziaria . Il vecchio detto
è
valido oggi più che mai.
Le banche svizzere hanno un ruolo primario a livello mondiale nel campo del " Private Banking ",
dell'amministrazione dei beni di individui ricchi. In Svizzera vengono amministrati depositi di clienti
che ammontano presumibilmente a 2400 miliardi di franchi. A ciò si aggiungono i fondi di
investimento dell'amministrazione patrimoniale istituzionale ( casse pensione , fondi di
investimento ,
assicurazioni) . Questi miliardi vengono spostati continuamente qua e la' sui mercati finanziari , a
caccia del massimo profitto . Nasce così un volume d' affari enorme , che crea le nicchie di cui i
riciclatori di denaro hanno bisogno per fornire al loro denaro sporco un retroterra apparentemente
legale. La fiducia della clientela nella riservatezza del banchiere è il cuore del " Private Banking " .
Le
banche svizzere hanno fama mondiale di baluardo della discrezione. In questo paese i dettagli di
un
conto bancario sono protetti meglio dei segreti della camera da letto. Particolarmente gratificante
per i
riciclatori di denaro è che l'evasione fiscale venga considerata una trasgressione perdonabile .
Definiscono quindi il loro denaro sporco un capitale che vuole evadere le tasse e con ciò si
procurano
presso certe banche e certi amministratori fiduciari una legittimazione accettata . Ma il tradizionale
vantaggio stanziale della Svizzera nell'amministrazione del patrimonio privato è minacciato dalla
forte
pressione concorrenziale dei cosiddetti centri finanziari offshore, quelle isole e mini stati che hanno
adeguato le loro leggi alle necessità degli investitori stranieri. Questa concorrenza ha rafforzato
ulteriormente il tradizionale riflesso condizionato alla segretezza di banche, avvocati , fiduciari e
amministratori patrimoniali. Mania del mistero anziché trasparenza resta il contrassegno delle
pubbliche relazioni in questi ambienti. Un atteggiamento miope, come dimostra l'argomento del
patrimonio dell'Olocausto.
Il segreto bancario, favorito dalla guerra fredda, ha certo impedito per 50 anni un' analisi storica
approfondita del ruolo della Svizzera come piazza finanziaria nella seconda guerra mondiale. Ma
la
maledizione dell'oro nazista e del patrimonio dell'olocausto si è rivelata alla fine più forte. Ciò che
dopo la fine della guerra era stato dissimulato e rimosso si ripresento' nel 1995 come passato non
rielaborato, vergognoso non solo per le banche ma per l'intera Svizzera. Nella primavera 1992 un
gruppo di quattro procuratori milanesi, chiamati nei media "Mani pulite", cominciarono le loro
inchieste contro la corruzione.
Appena due anni dopo il corrotto ordine italiano postbellico era crollato. Alcune delle sentenze di
Mani
Pulite hanno costituito il punto di partenza delle indagini condotte per questo libro. Ben presto fu
chiaro che la Svizzera da decenni era servita da piazza - Offshore del sistema di corruzione
italiano,
definito Tangentopoli . Si consenta il paragone : se l'analisi di questi temi viene rimossa come
quella di
ciò che accadde sulla piazza finanziaria Svizzera durante la guerra, ne nascerà il passato non
rielaborato
di domani. La lotta contro il riciclaggio di denaro è considerata in tutto il mondo un compito
primario.
Altrettanto grande è l'interesse generale alla pubblicazione di informazioni e analisi sui percorsi del
denaro sporco.
Far luce è il motto di questo libro. Non si vuol tanto portare l'attenzione su singoli casi,
avvenimenti,
scandali quanto render visibili quelle strutture e intrecci finanziari , in cui il flusso del denaro sporco
si
mescola con quello legale . Fare i nomi di società e persone diventa perciò inevitabile.
Conformi a questo approccio sono anche le numerose note a piè di pagina disseminate nel testo,
che
contengono particolari concreti sui punti nodali e le diramazioni di strutture finanziarie invisibili.
Questo libro si basa su ricerche condotte dal 1993 al 1995 insieme a Paolo Fusi in Svizzera, Italia,
Lussemburgo, Liechtenstein, Inghilterra e Germania. Successivamente ho continuato da solo le
indagini che hanno portato alla pubblicazione del presente volume. Le "Swiss Connections" di
portata
mondiale non possono essere descritte senza collaborazione internazionale.
La mia gratitudine va alle tante colleghe e ai tanti colleghi di numerosi paesi che hanno supportato
il
mio lavoro.
Senza di loro questo libro non sarebbe stato possibile.

Gian Trepp, Zurigo, agosto 1996

INTRODUZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

Il 17 settembre 1996 "Swiss Connection" fu presentato alla stampa a Zurigo. Lo stesso giorno i
giornali
italiani annunciarono l'arresto di Pierfrancesco Pacini Battaglia, italo-svizzero con doppia
nazionalità, l’
ex cassiere di bustarelle del gruppo petrolifero statale italiano ENI a Ginevra,di cui si parla nel
capitolo
8. Grazie alla sua loquacità negli interrogatori e ai protocolli delle sue conversazioni telefoniche
intercettate, cominciò una nuova serie di rivelazioni sulla corruzione in Italia. La portata che le sue
confessioni rivestono per la Svizzera non è ancora calcolabile. A Ginevra Pacini Battaglia nel
settembre
1996 era un grosso azionista ( non è chiaro se azionista di maggioranza) della Banque de
Patrimoines
Privés di Ginevra (BPG), che aveva contribuito a fondare nel 1987 ancora sotto il vecchio nome
Banque Karfinco e che aveva adoperato come cassa per i fondi neri dell'ENI. Dopo l'arresto di
Pacini
Battaglia la Procura della Repubblica di La Spezia chiese assistenza legale a Berna. Al centro
dell'interesse italiano c'era la BPG. In seguito a ciò cominciò in Svizzera un singolare gioco al
depistaggio. In un comunicato stampa del 24 settembre 1996 la BPG , erede della Karfinco, smentì
gli
annunci dei media italiani, di aver subito controlli e perquisizioni e sostenne con forza che i suoi
organi
dirigenti non avevano niente a che fare con gli avvenimenti in Italia. Alcuni giorni dopo la BPG
parlò
della "visita" del procuratore federale Carla del Ponte, mentre lei a sua volta dispose il blocco
dell'informazione. Secondo notizie di stampa italiana la del Ponte si sarebbe incontrata a Lugano a
fine
settembre con due giudici istruttori di La Spezia. Il 5 ottobre avrebbe visto addirittura il presidente
dell'ENI Franco Bernabè, che avrebbe chiesto di prendere misure contro la BPG. Tutte queste
notizie
della stampa italiana non furono confermate dalla Procura federale. Già il 4 ottobre Erwin Heri si
era
dimesso dal consiglio di amministrazione della BPG. L'esperto finanziario Heri è direttore generale
dell'assicurazione Winterthur ed era stato portato nel consiglio d'amministrazione dal presidente
della
BPG, Richard Schäfer, per elaborare una nuova strategia d'investimento per la banca. Secondo le
dichiarazioni dello stesso Heri egli si dimise perché questo compito era stato espletato, e le sue
dimissioni non avrebbero avuto niente a che fare con l'arresto di Pacini Battaglia. Mentre la
procuratrice federale manteneva un ferreo blocco dell'informazione, si apprendeva alla fine di
ottobre
dalla stampa italiana che un giudice istruttore di La Spezia aveva incontrato di nuovo a Lugano la
del
Ponte. Si sarebbe trattato di documenti da lei sequestrati alla fine di settembre presso la BPG, la
cui
consegna all'Italia sarebbe tuttavia stata bloccata da un ricorso della banca.
La confusione creata ad arte sui reali avvenimenti alla BPG evidenziano di nuovo le gravi carenze
della
politica di informazione della Procura Federale Svizzera. Anche per il libro gli eventi precipitarono
già
dopo il primo giorno di vendita. La Ilex Trust Services di Ginevra ottenne presso il tribunale di
Ginevra
un divieto provvisorio cautelativo di ‘Swiss Connection’ . La stessa richiesta della Iley insieme ad
altri
cinque querelanti non aveva avuto successo un'ora prima a Zurigo. Due settimane più tardi il
tribunale
di Ginevra sospese la disposizione di divieto, obbligò i querelanti ad un indennizzo processuale e
rinviò
l'azione giudiziaria a Zurigo. Nell'ambito di trattative concordatarie al tribunale distrettuale di Zurigo
si
ebbe in seguito una rielaborazione del capitolo 4 , che tiene conto delle obiezioni del giudice. In un
giudizio sommario questo aveva rimproverato al testo di accostare ingiustamente la Ilex e gli altri
querelanti all'ambito del riciclaggio di denaro e di fare in alcuni passi offese personali nei confronti
di
singoli querelanti. Un nuovo titolo del capitolo, modifiche del testo e una rielaborazione redazionale
dei passi criticati hanno tenuto conto di questo. Rispetto alla prima edizione è stato eliminato il
passaggio sulla catena di boutiques Trois Pommes della Signora Trudie Götz . Sulla base di
un'indicazione inesatta contenuta in un'opera di consultazione il passo sopracitato del testo
poneva
Trois Pommes nell'ambito di un gruppo internazionale Offshore. Alla luce di documenti e
informazioni
forniti dopo l'apparizione del libro è risultato che il supposto collegamento non c'è stato mai. Per
uno
spiacevole errore tecnico nella prima edizione si è fatto il nome alle pagine 313 e 321 di una ditta
Indaco AG, in realtà non implicata in alcun modo negli avvenimenti descritti. I passi in questione si
riferiscono alla ditta Inadco AG.

Gian Trepp, Zurigo, inizio di novembre 1996

1 MATERIALE DA MEDELLIN
Tutto prese l'avvio per caso il 9 novembre 1988. Nel corso di un controllo di routine sull'autostrada
Miami-New York la polizia stradale scoprì un carico di cocaina nell'automobile di Giuseppe Cuffaro.
L'italoamericano fu arrestato e dopo alcuni mesi di prigione cominciò a collaborare con la FBI. In
qualità di teste principale pentito poteva contare su un verdetto più mite. Siciliano di nascita,
Cuffaro
era emigrato a New York nel 1970 e lì si era legato alla leggendaria famiglia mafiosa Gambino. Nel
1983 si spostò a Miami, dove prese a collaborare, con un altro emigrante siciliano, John Galatolo,
e la
sua Scirocco Fan Company. Galatolo riceveva grandi quantità di cocaina dal Sudamerica, che
immagazzinava provvisoriamente e divideva in porzioni presso la Scirocco. Anche Galatolo era un
mafioso, ma non apparteneva alla famiglia Gambino di New York come Cuffaro ma alla famiglia
Galatolo di Palermo. I Galatolo operavano in alleanza strategica con il clan dei Madonia. (1) Negli
anni
seguenti Galatolo e Cuffaro organizzarono un fiorente commercio di cocaina tra la Florida e New
York.
Cuffaro confessò anche di avere collaborato ad una fornitura di cocaina diretta a Palermo dalla
Colombia. La FBI informò di questa confessione i colleghi a Roma e il 20 gennaio 1990 agenti
investigativi italiani poterono interrogare nella sua cella Cuffaro tanto ben disposto a parlare.(2) I
poliziotti italiani non si pentirono del viaggio. Il connazionale emigrato negli USA rivelò i dettagli di
un commercio di 600 kg. di cocaina della mafia siciliana con il cartello delle droghe di Medellin. La
procura della repubblica di Palermo iniziò quindi un'istruttoria internazionale col nome in codice
"Big
John", che appena due anni dopo avrebbe regalato alla Svizzera lo scandalo Fimo. Fornitore di
cocaina
dei Madonia era il cartello delle droghe di Medellin, rappresentato da Waldino Aponte Romero e
Angel
Leon Sanchez. Con i due colombiani Galatolo aveva trattato nell'ottobre 1987 ad Aruba (3), isola
delle
Antille, per il padrino Madonia il prezzo di 21000 dollari al Kg. (in tutto circa 12 milioni di dollari) e le
esatte modalità di consegna. La merce doveva essere portata a Castellammare del Golfo presso
Palermo
(e Trapani n.d.t.) con la nave "Big John" al comando del cileno Allen Nox, detto "Brito", e lì
trasbordata su un peschereccio siciliano. Le coordinate esatte del luogo di consegna, le frequenze
radio
e una foto della "Big John" furono portate a Palermo ai Madonia da Cuffaro. Il trasporto andò liscio
come l'olio. Il 9 gennaio 1988 davanti a Castellammare del Golfo 565 Kg. di cocaina poterono
essere
trasbordati dalla "Big John" al peschereccio già in attesa. Alcuni giorni più tardi Cuffaro, Aponte
Romero e Leon Sanchez si incontrarono a Roma. I due Colombiani erano nervosi perché la
rimessa
delle prime rate per la cocaina fornita era in ritardo e insistettero per un rapido pagamento. Come
tramite indicarono un uomo di nome Giuseppe, al quale il denaro doveva essere consegnato con il
contrassegno "Garzon". Come Aponte Romero osservò, questo Giuseppe godeva della fiducia
illimitata
del suo "chefe" il dott. Garzòn di Medellin, per il quale già da molti anni aveva organizzato
transazioni
finanziarie internazionali. Cuffaro e Galatolo (4) rintracciarono questo Giuseppe a Milano e gli
pagarono il prezzo d'acquisto della cocaina in contanti in banconote italiane.(5) Dell'indirizzo esatto
di
Giuseppe il Cuffaro pentito non fu più in grado di ricordarsi nella sua confessione. Aveva solo
ancora
in mente che il suo ufficio era nelle vicinanze del duomo di Milano e decorato che numerose
fotografie
di cavalli da corsa facevano bella mostra alle pareti.
A Milano cominciò subito la ricerca febbrile del riciclatore di denaro Giuseppe. Il sospetto cadde tra
l'altro su Giuseppe Lottusi, agente finanziario con ufficio in Piazza S. Maria Beltrade 1, vicino al
Duomo. Lottusi era il consigliere d'amministrazione unico di due società, la Interpart Finanziaria e
la
Scuderia "Gielle", denominata con le iniziali GL. Il 4 giugno funzionari di polizia italiana mostrarono
a
Cuffaro nella sua cella di prigione in America una foto di Giuseppe Lottusi, nel quale egli riconobbe
immediatamente quel Giuseppe. "L'identificazione di Giuseppe Lottusi" si dirà più tardi nella
sentenza
" fu la rivelazione decisiva per le indagini" (6). La Criminalpol milanese diretta da Gianni De
Gennaro
del "servizio centrale operativo" lo sottopose a sorveglianza permanente e al controllo delle linee
telefoniche. Dopo più di un anno fu infine arrestato mentre lasciava la sua abitazione la mattina
presto
del 15 ottobre 1991. Era diretto all'aeroporto milanese di Linate e aveva nel bagaglio un biglietto
aereo
per Zurigo. Contemporaneamente la polizia perquisì abitazione e ufficio in Piazza S. Maria
Beltrade e
sequestrò una grande quantità di materiale.

IL RICICLATORE GIUSEPPE

Dalla sorveglianza di Lottusi era emerso che per lo meno una volta la settimana faceva la sua
comparsa
a Chiasso in Corso S.Gottardo 89 presso la Società Finanziaria Fimo SA, nei cui uffici aveva a
disposizione una propria scrivania con linea telefonica. (7) "Di quando in quando portava alla Fimo
denaro contante o carte valori"(8) Secondo il vicedirettore della Fimo Enzo Coltamai Lottusi
portava
sia denaro dall'Italia alla Fimo sia denaro da Chiasso in Italia, all'anno in media da 5 a 6 miliardi di
lire,
per lo più in tranche da 500 milioni.(9) Oltre che nel traffico di denaro contante Lottusi aveva
inserito
la Fimo anche nel suo ingegnoso sistema di pagamenti per assegni o accreditamenti oltreconfine.
Inoltre egli stesso o le sue società e prestanome gestivano tutta una serie di conti, mediante i quali
egli
pagava denaro in Svizzera, non appena i suoi clienti gli avevano dato in Italia la somma
corrispondente
in contanti. La consegna veniva fatta per lo più al suo factotum Bruno Verri nella pasticceria
Excelsa in
Piazza De Angelis a Milano. Il sistema di compensazione funzionava anche in senso opposto :
versamenti sui conti di Lottusi in Ticino, pagamenti in contanti a Milano, detratta la commissione,
naturalmente. Tra il giugno 1988 e il novembre 1989 le forniture di denaro si sarebbero
raddoppiate
fino a più di dieci miliardi di lire. Lottusi l'avrebbe informato in anticipo di volta in volta dell'arrivo di
una spedizione da Milano. Le banconote italiane da 50.000 e 100.000 lire in in confezioni di
plastica
sarebbero state messe ,su indicazione di Lottusi, in sacchi delle Poste e Telegrafi Ticinesi e
spedite
come raccomandate assicurate alla Trade Development Bank (TDB, Ginevra). Beneficiario :
Oficina de
Cambio Internacional , contrassegno "Garzòn"(10). Aveva la delega per il conto Giancarlo Formichi
Moglia. Tra il 16 giugno 1988 e il 13 febbraio 1990 arrivarono alla TDB complessivamente 11
spedizioni assicurate per un totale di 10 miliardi e 275 milioni di lire con il contrassegno "Ref.
Garzòn".(11) Questo affare era considerato allora alla Fimo una faccenda del principale. Il
superiore
del vicedirettore Coltamai, il vicepresidente della Fimo Lorenzo Aloisio, conoscente di Lottusi da
lunghi anni, aveva approvato la transazione. Dopo che Lottusi gli aveva chiesto se fosse in grado
di
versare 10 miliardi su un conto della TDB Aloisio gli aveva risposto che la cosa era fattibile. Invii
fino
a 300 miliardi sarebbero stati trasferiti a Ginevra in forma di bonifico, nel caso di importi più alti
sarebbe stato spedito materialmente denaro contante come assicurata.(12) Il controllo del telefono
di
Lottusi aveva rilevato colloqui particolarmente frequenti con Giancarlo Formichi Moglia, titolare del
conto "Oficina de Cambio Internacional" presso la TDB a Ginevra.
Formichi Moglia, emigrato negli USA agli inizi degli anni '70, era gestore d'affari della ditta R.C.G.
Entreprises in South Hill Street 550 a Los Angeles. Allo stesso indirizzo erano domiciliate altre due
società, l'Oficina de Cambio e L'Oficina de cambio Internacional. Tutte e tre le ditte di Formichi
Moglia usavano lo stesso numero di registro presso il registro di commercio californiano
(P53728870)
e gli stessi conti presso la Security Pacific Bank of Los Angeles.(13) Come società madre
dell'Oficina
de Cambio e l'Oficina de Cambio Internacional firmava una società venezuelana con sede a
Caracas,
(14) come loro procuratori firmavano Formichi Moglia e la sua segretaria Rose Kirby.(15) Le tre
società di Formichi Moglia a Los Angeles erano sorvegliate nell'ambito dell'azione anti-droghe
"Polar-
Cap" dell' FBI e furono infine smascherate quale veicolo di riciclaggio di denaro per il cartello di
Medellin. Giancarlo Formichi Moglia e la sua segretaria Rose Kirby dalla fine del 1987 alla fine del
1988 avevano trasferito da Los Angeles al Venezuela circa 40 milioni di dollari di denaro derivante
dal
traffico di droga.(16) Dopo l'arresto di Lottusi Formichi Moglia e Kirby se ne andarono in Australia,
dove entrambi furono infine arrestati il 13 ottobre 1992 e estradati in Italia.(17)

LOTTUSI CONDANNATO

Quasi due anni dopo l'arresto, Lottusi fu processato a Palermo nel 1993 (insieme con 15
coimputati in
parte fuggiti). Fu condannato a 20 anni di prigione, sentenza contro cui il suo avvocato Giorgio
Sanseverino fece appello. Lottusi non sarebbe stato un mafioso ma semplicemente un galoppino
della
mafia che riceveva ordini da Formichi Moglia. L'istanza giudiziaria immediatamente superiore si
conformò a questa argomentazione e lo condannò per riciclaggio di denaro ad una pena ridotta a
12
anni.(18) A molti anni di prigione per riciclaggio di denaro furono condannati alla fine del 1994 a
Palermo anche Formichi Moglia e la sua segretaria Kirby. Significativo è che la loro difesa aveva
sostenuto una versione dei fatti esattamente contraria a quella di Lottusi, e cioè che loro erano
solo gli
inconsapevoli esecutori delle disposizioni di un Giuseppe Lottusi pienamente informato.
Per i giudici di Palermo era provato che il clan Madonia pagava in contanti al riciclatore Giuseppe
Lottusi il prezzo della cocaina, fornita dal cartello di Medellìn. Lottusi versava il denaro via Fimo sul
conto di Giancarlo Formichi Moglia, prestanome di Medellìn, presso la Trade Development Bank di
Ginevra. (19) Abbiamo con ciò un tipico riciclaggio di denaro in più stadi attraverso due istituti
finanziari svizzeri. La Fimo (Chiasso) e la Trade Development Bank (Ginevra), usate come stazioni
di
riciclaggio, vengono esaminate in maniera più analitica nei due capitoli seguenti.
Note:

1) Francesco Madonia era il capo o capofamiglia della famiglia Resuttana. Dalla fine degli anni '70
fino
al suo arresto in seguito all'affare "Big John" fece parte della cosiddetta cupola o commissione
interprovinciale, il supremo organo mafioso in Sicilia. I Madonia erano alleati al clan dei Corleonesi,
il
cui capo Totò Riina era uscito vincitore dalle sanguinose lotte mafiose siciliane dell'inizio degli anni
'80. Nel dicembre 1989 fu arrestato a Palermo. (Cfr. Falcone, Giovanni : ‘Cosa Nostra ‘, Parigi
1991)

2) Tribunale Civile e Penale di Palermo: Sentenza contro Aponte Romero,Waldino (Sentenza anno
1993 /N:248 bis/ 93 Sent./B163 /91 Reg.Gen./(+131/92 Reg.Gen.)/N.6981/90 P.M.), 24. 3. 93,p.9.
Questo verdetto viene qui di seguito citato come TCPP (+14).

3) L'isola caribica Aruba si trova davanti alla costa del Venezuela. Diversamente dall'isola sorella
Curaçao, che vuole restare con l'Olanda, nel 1986 Aruba ha votato per la piena indipendenza dlla
ex
potenza coloniale a cominciare dal primo gennaio 1996. Aruba gestisce come Curaçao
un'importante
piazza finanziaria offshore. Numerosi resoconti documentano il massiccio infiltrarsi ad Aruba delle
organizzazioni criminali, soprattutto dalla Colombia e dall'Italia.

4) John Galatolo fu arrestato nel febbraio 1990 grazie alla confessione di Giuseppe Cuffaro.

5) TCPP (+14), p.12

6) TCPP (+14), p.102

7) TCPP (+14), p.104

8) Criminalpol Milano : Rapporto 9009001, s.d..,pp.14 segg.

9) Interrogato da procuratori italiani a Lugano il 17 dicembre 1991 Enzo Coltamai ha confermato


che
Lottusi da ben più di dieci anni intratteneva buoni rapporti con la Fimo e aveva un posto di lavoro
con
telefono. Era stato presentato dal suo predecessore Ernesto Bongiovanni che aveva lavorato con
la
Fimo già dall'inizio degli anni '60. Il 5 marzo 1992 Coltamai fu messo a confronto in una prigione
milanese con Lottusi, che confermò per intero le sue dichiarazioni; un giorno prima Lottusi aveva
confermato anche le dichiarazioni di Cuffaro.

10) TCPP (+14), p.104 segg.

11) TCPP (+14), p.109

12) TCPP (+14), p.109


13) TCPP (+14), p.26

14) Nel loro consiglio di amministrazione erano presenti Nelson Manuel Garcìa Ramirez e Alvaro
Velez Trilloz.

15) TCPP (+14),p.109

16) TCPP (+14), p.36

17) Lottusi telefonava spesso anche al fiduciario in pensione Ernesto Bongiovanni a Perugia. Era
stato
lui a insegnargli il mestiere di consulente finanziario, a introdurlo alla Fimo e a lasciargli dopo il suo
pensionamento la clientela abituale (TCPP [+14], p.103). Altri frequenti partner delle conversazioni
telefoniche di Lottusi erano Savino Porcelluzzi, Andrea Palombini e i due lussemburghesi Emile
Vogt e
Marc Neuen. Neuen lavorava per la Filiale des Crèdit Industriel d'Alsace et Lorraine
lussemburghese.
Vogt faceva parte del consiglio di amministrazione della Compagnie Financière de Gestion e della
Banque de Luxembourg. La Compagnie Financière de Gestion era già finita sui giornali un anno
prima
in relazione alla cosiddetta Duomo Connection milanese. Gaetano Nobile, accusato di traffico di
droga,
aveva parcheggiato lì il suo denaro. Nel corso dell'istruttoria contro Lottusi emerse marginalmente
anche il nome della filiale di Henry Ansbacher & C.ic. a St. Peter Port (Guersney). Il suo agente di
collegamento Roberto Pizzuti a St.Peter Port era titolare di numerosi conti presso la locale Filiale
della
Henry Ansbacher & Cic. (“Eco di Locarno”, 10. 11. 91). Secondo “L' Eco” il partner di Lottusi Pizzuti
faceva parte anche del Plaiderie Trust, St.Peter Port (Guersney) . Oltre ad avere collegamenti a
Guersney Lottusi aveva fondato 9 società anche in inghilterra, e precisamente Varvelta Ltd., Vecta
Glass Company, Gateway Consultant Company, Rexfinch, Maytime Development, Landama,
Riteridge, Trindust, Nordstern.

18) Contro la sentenza si appellò da parte sua la Procura della Repubblica. In base alle
dichiarazioni del
pentito Cuffaro, l'accusa ritiene che Lottusi sia un mafioso. (TCPP [+14], p.114 segg.)

19) Un'ulteriore base d'appoggio di Lottusi in Ticino era la Kreditanstalt svizzera di Lugano che in
un
comunicato stampa del 31 ottobre 1991 escluse ogni coinvolgimento negli affari di Lottusi e ribadì
la
sua disponibilità ad una piena collaborazione con la giustizia. La filiale di Lugano del grande
mediatore
di borsa statunitense Merril Lynch, che era stata pure messa in relazione con Lottusi, aveva fatto
sapere
il 18 ottobre attraverso l'avvocato Pier Felice Barchi, di aver agito sempre secondo l'uso comune in
ambito finanziario. (Nello studio legale di Pier Felice Barchi la del Ponte aveva fatto quasi 20 anni
prima i suoi primi passi come avvocatessa). Anche la filiale di Lugano della Ilex Trust Services
(Ginevra) fu citata come interlocutrice di Lottusi sulla base di un comunicato di polizia italiano sull'
“Eco di Locarno” (10. 11. 91). Già il 18 ottobre 1991 il procuratore di stato Carla del Ponte attestò
alla
Kreditanstalt (Lugano), a Merill Lynch (Lugano) e alla Ilex Trust Services (Lugano) che poteva
essere
escluso ogni coinvolgimento di quadri direttivi e consiglieri di amministrazione.

2. FIMO OVVERO LA BUONA FEDE

La Finanziaria Mobiliaria SA, detta in breve Fimo, era stata fondata il 21 marzo 1956 dal notaio
Ercole
Doninelli a Chiasso. Il capitale di fondazione ammontava a 100.000 franchi ed era suddiviso in
mille
azioni, sottoscritte da due ticinesi e cinque italiani, tra cui Carlo Vincenzo Aloisio di Torino. (1) Gli
affari in seguito debbono essere andati bene se nel 1963 il capitale azionario si era decuplicato
raggiungendo il milione di franchi. Le 9000 nuove azioni furono sottoscritte da due direttori della
filiale di Chiasso della Schweizerische Bankgesellschaft (SBG), Edgardo Botta e Gianfranco Keller.
Con ciò la SBG (Chiasso) controllava il 90 percento delle azioni Fimo. Contemporaneamente due
dei
consiglieri amministrativi ticinesi fino allora in carica (2) diedero le dimissioni e cedettero le loro
quote
di capitale in forma fiduciaria a Ercole Doninelli, che entrò nel consiglio di amministrazione. Un
altro
nuovo arrivo in questo comitato fu costituito da Lorenzo Aloisio (3), figlio dell'azionista di
fondazione
torinese Vincenzo Aloisio, e abitante a Besazio. Negli anni '60 la Fimo continuò ad espandersi
fortemente e nell'aprile 1972 il capitale salì da uno a tre milioni, sottoscritto di nuovo interamente
dalla
SBG (Chiasso). Nuovo presidente divenne il notaio Ercole Doninelli, nuovo vicepresidente Lorenzo
Aloisio. Nel dicembre 1976 la SBG negoziò per il partner Aloisio l'acquisto della piccola banca
zurighese Bank Roulston. (4) Aloisio cambiò il nome dell' istituto in Banca Albis, raddoppiò il
capitale
a due milioni e prese in affitto uffici più grandi in Gerbergasse 6, vicino alla Zürcher
Bahnhofstrasse. In
seguito la nuova acquisizione di Aloisio servì alla società finanziaria Fimo, a presentarsi come
banca
col nome Albis senza possedere una licenza della commissione bancaria. La Fimo e i suoi clienti
erano
allora in assoluto i clienti più importanti della banca Albis.(5) Nella seconda metà degli anni '70,
mentre la piazza finanziaria Ticino era sconvolta dallo scandalo della filiale di Chiasso della
Kreditanstalt e dallo scandalo di Weisskredit,di cui non si è ancora parlato, il discreto trio di
successo
SBG-Aloisio-Doninelli, passando del tutto inosservato, incassava con la Fimo lauti guadagni nel
mondo degli affari finanziari italo-svizzero. Nel 1982 un'operazione di scambio non ortodossa
sistemò
la posizione contraria alla legge bancaria della società gemella Fimo-Banca Albis. La Fimo
sottoscrisse
un aumento di capitale di tre milioni della banca Albis che pagò con un apporto di beni in natura.
Ciò
consistette nel trasferimento dell'attività di tipo bancario della Fimo alla banca Albis.
Concretamente
accadde questo : La banca Albis aprì nei locali della Fimo in Corso San Gottardo 89 a Chiasso una
filiale, che prese 27 dei 30 posti di lavoro e attivi e passivi della Fimo per 30 milioni di franchi, dei
quali 10 milioni in oro. Da allora la filiale di Chiasso della banca Albis e la Fimo lavorarono negli
stessi uffici in Corso San Gottardo 89. Grazie all'abile operazione si erano adeguati alla
legislazione
bancaria senza dover veramente mutare qualcosa nell'andamento degli affari. Da un punto di vista
economico Fimo e Banca Albis rimasero gemelli monozigotici. Vale a dire che la società finanziaria
Fimo non sottoposta alla legislazione bancaria aveva una porta posteriore aperta su una banca.
Che
questo stratagemma degno di un azzeccagarbugli non fosse allora in contraddizione con gli
standard
dell'etica degli affari della SBG è significativo. (6) Già un anno più tardi, nell'aprile 1983, la Fimo
aumentò il suo capitale da tre a sei milioni, sottoscritto per metà rispettivamente da Ercole
Doninelli,
mediante la sua Stefany Financing Company SA (Chiasso) e da Lorenzo Aloisio. Con ciò erano
cambiate anche per la prima volta dal 1963 le quote di partecipazione al gruppo Fimo-Banca Albis:
la
SBG (Chiasso) controllava ora anzichè il 90 percento, ancora circa la metà delle azioni Fimo,
mentre
Doninelli e Aloisio ne avevano circa un quarto. Nel gennaio 1986 infine la SBG (Chiasso) ridusse la
sua partecipazione alla Fimo a circa il 45 percento. Vendette appena il 5 percento alla Itoko
Holding
SA, che (attraverso la GiBi Fiduciaria SA) erano detenuti da Guido Brioschi, Luisa Gianella
Brioschi e
Giancarlo Tramezzani.(7)

MISTERIOSE DIMISSIONI IN MASSA

Nella primavera 1988 si ebbero dimissioni in massa dal consiglio d'amministrazione della Banca
Albis,
gemella della Fimo. Nel febbraio e nel marzo 1988 Roberto Feller (8) e Andrè W. Cornu (9)
annunciarono il loro ritiro solo poche settimane prima dell'assemblea generale a Zurigo. Nel corso
di
quest'assemblea diede le dimissioni anche il presidente della banca e avvocato Giordano
Borradori di
Lugano. Nell'organo supremo della banca Albis restò solo l'avvocato Fernando Rizzoli, collega
d'ufficio del famoso avvocato e consigliere nazionale della CVP, Gianfranco Cotti.(10) I tre
dimissionari furono sostituiti alla Banca Albis dall'avvocato zurighese Rudolf Hegetschweiler in
qualità
di nuovo presidente e dalla allora consigliera nazionale liberale Geneviève Aubry, originaria del
Giura
bernese. La Aubry, priva d'esperienza nel campo delle operazioni bancarie, aveva un ruolo di
facciata,
come si deduce dal fatto che era l'unica consigliera d'amministrazione a non far parte del comitato.
Anche alla Fimo dopo il terremoto presso la Banca Albis affiliata si ebbe nel giugno 1988 un
rimpasto.
Un'assemblea generale straordinaria elesse nuovo presidente della Fimo Gianfranco Cotti.(11)
Divenne
nuovo membro del consiglio d'amministrazione Demetrio Ferrari, collega di Cotti ed ex
granconsigliere
della CVP. Nel mondo politico Ferrari e Cotti erano considerati eminenze grige della CVP ticinese.
Il
motivo dei cambiamenti precipitosi nei consigli di amministrazione del gruppo Fimo / Banca Albis
non
è noto- si tratti o no di un caso : poco prima delle dimissioni Giuseppe Lottusi alla fine del 1987
aveva
chiesto per sua stessa ammissione a Lorenzo Aloisio, se il gruppo Fimo/ Banca Albis poteva
trasferire
circa dieci miliardi di lire in contanti alla Trade Development Bank (Ginevra).(12) Di fatto il gruppo
Fimo/ Banca Albis fu rafforzato dal rimpasto. I due politici conosciuti a livello nazionale, Geneviève
Aubry e Gianfranco Cotti, gli procurarono rispettabilità. Sia Cotti, uomo del CVP che la liberale
Aubry
appartenevano all' ala destra dei loro partiti. Entrambi comparvero nell'agosto 1988 nell'elenco
degli
oratori del Congresso anticomunista WACL.(13) Il 22 novembre 1988 entrò infine nel consiglio di
amministrazione della Fimo Valentino Foti, amico di gioventù di Lorenzo Aloisio. Già nel 1971 i due
avevano comprato in Friuli (San Vito, Pordenone) la vetreria Sirix. (14) "Lorenzo credeva allo
sviluppo
del settore industriale nella Fimo", disse Foti," ogni volta che avevo bisogno di denaro per la Sirix
era
sempre pronto a condividere il rischio con me".(15) Grazie alle iniezioni di capitale della Fimo, Foti
fu
in grado di trasformare la Sirix in un gruppo di cinque vetrerie con circa 600 dipendenti e con un
volume di affari annuo di più di 100 miliardi di lire. (16) Contemporaneamente il suo amico Aloisio
fece una brillante carriera in Svizzera. Nel 1988 la Fimo, sotto l'influsso di Foti, che poi entrò nel
consiglio di amministrazione, acquistò una quota minoritaria della SA Financière Patience
Beaujonc
(PB Finance) di Antwerpen, un investimento di cui più tardi la Fimo dovette pentirsi. (17) Ma i sogni
di
Aloisio e Foti di figurare nella prima classe delle vetrerie europee non si realizzarono. Aloisio morì
all'inizio del 1990 e Foti in caso di problemi finanziari non potè più contare sull' aiuto della Fimo.
Diversamente dal suo amico Lorenzo "il resto della sua famiglia era più interessata alla finanza
(che
all'industria vetraria ). Perciò si giunse più tardi ad una rottura." (18) Gli affari andarono sempre
peggio
e la Fimo si ritirò dalla PB Finance belga.

ORO E GIOIELLI

Prosperava invece il commercio d'oro e gioielli. Il 4 aprile 1991 la Fimo fondò la Società per il
Commercio di gioielli Fimo Gem Stone con un capitale di 300.000 franchi e domicilio in Corso San
Gottardo 89. Presidentessa divenne Luisa Gianella Brioschi della Itoko, azionista di minoranza
Fimo. Il
consiglio d'ammministrazione fu composto da Emilio Aloisio di Torino, parente di Lorenzo Aloisio, e
da Luigi Tamburini, a lungo direttore della Fimo ticinese e più tardi consigliere d'amministrazione
della
Fimo. Direttore della ditta per il commercio di gioielli Fimo Gem Stone divenne Saverio Repetto
(19)
di Torino. Dopo l'arresto di Lottusi nell'ottobre 1991 la Fimo Gem Stone cambiò nome in Fingems
Financial Gems Invest SA. Nel dicembre 1991 la Fimo costituì una joint-venture con la Società
Vietnam Oro, Argento e Pietre preziose (Hanoi), con un capitale di un milione di dollari, versato per
metà dal partner vietnamita e per metà da quello svizzero. Per la Fimo fa parte del consiglio di
amministrazione Giovanni Cararra, per la Società Vietnam Oro, Argento e Pietre preziose Le
Thanh-
Lung.(20)

SOCIETA' A RESPONSABILITA' LIMITATA

Quando il riciclatore Giuseppe Lottusi fu arrestato a Milano il 15 ottobre 1991, il consiglio


d'amministrazione della Fimo si presentava così: oltre al presidente Gianfranco Cotti e al vice
Emilio
Aloisio di Torino ne facevano parte anche Elio Fiscalini (21), Demetrio Ferrari, Lucia Galliano-
Aloisio
e Valentino Foti. La direzione della Fimo era composta da Piergiorgio Aloisio e Luigi Tamburini,
vicedirettore era Enzo Coltamai.(22) Nel consiglio di amministrazione della Banca Albis, affiliata
alla
Fimo, c'era in qualità di presidente Rudolf Hegetschweiler di Zurigo. Membri erano Geneviève
Aubry,
Bernhard Burkhard e Fernando Rizzoli. Direttori erano Fabrizio Donati e Pier Luigi Gallo.(23) Il
nome
Fimo compare per la prima volta nei media svizzeri il 16 ottobre 1991 sul ticinese "Dovere", dopo
che
la stampa italiana il giorno prima aveva informato dell'arresto di Lottusi senza nominare ancora la
Fimo. Il nome della Fimo e del suo presidente Gianfranco Cotti apparvero sia in "Dovere" che sul
giornale italiano "La Repubblica" solamente il 17 ottobre. Il giorno stesso sia la direzione della
Fimo
che Cotti fecero pervenire ai media dichiarazioni che furono pubblicate il 18 ottobre. La direzione
della
Fimo dichiarò di aver agito sempre nel rispetto degli obblighi di scrupolosità, usuali nel settore e di
essere naturalmente pronta ad ogni collaborazine con le autorità. Non c'era -aggiunse- alcuna
inchiesta
pendente nei confronti di organi o impiegati della Fimo.(24) Cotti da parte sua dichiarò che come
presidente della Fimo non aveva constatato alcun atto della società contrario alla legge vigente e
non
aveva mai avuto contatti diretti o indiretti con le persone sospettate.(25)

UN IMMEDIATO CERTIFICATO PERSIL * PER COTTI

Lo stesso giorno della dichiarazione stampa di Cotti si fece sentire a sua volta con una
dichiarazione
stampa Carla del Ponte allora ancora in carica come procuratore di stato del Ticino. La Signora del
Ponte comunicò che nel caso Lottusi era stato aperto un procedimento penale contro ignoti , per il
sospetto di ripetuto e grave riciclaggio di denaro ed eventuale violazione del dovere di meticolosità
negli affari finanziari. Già nella frase successiva la del Ponte contestava categoricamente ogni
corresponsabilità del consiglio di amministrazione e della direzione della Fimo, la possibile
implicazione di impiegati non venne invece esclusa fin da principio. Una simile dichiarazione di un
procuratore di stato che annuncia un' inchiesta penale e nello stesso momento scagiona
categoricamente
i potenziali responsabili, non si conosceva prima negli annali della giustizia penale svizzera. La del
Ponte non ha saputo poi mai spiegare da dove abbia tratto allora la giustificazione per l'istantaneo
certificato Persil, cosa che non ha nuociuto però in alcun modo alla sua carriera successiva. Al
contrario. Quando Giuseppe Sergi ,consigliere cantonale del partito socialista definì più tardi
discutbile
il suo comportamento in questa faccenda e chiese un'inchiesta amministrativa contro il procuratore
del
Ponte, fu duramente biasimato dal governo ticinese: avrebbe voluto gettare di proposito discredito
sulla
del Ponte.(26) Se l'affare Fimo/ Cotti nonostante il certificato Persil della del Ponte riuscì a
trasformarsi
da avvenimento locale ticinese in tema dei media nazionali, ciò avvenne grazie alla televisione
svizzera. Il programma televisivo di informazione e intrattenimento "10 minuti alle 10", allora
nuovo,
aveva bisogno di storie piccanti per aumentare le percentuali d'ascolto. Questo condizionamento
fu più
forte di tutto il lavorio di lobby da parte di Cotti per far passare sotto silenzio la cosa. Il redattore
capo
di "10 minuti alle 10" Jürg Wildenberger mandò a Palermo il giornalista Klaus Vieli dal procuratore
della repubblica Giusto Schiacchitano che illustrò subito l'importante ruolo della Fimo come
stazione di
transito nelle transazioni di Lottusi per la mafia e il cartello di Medellìn.
Nella trasmissione TV del 15 novembre 1991 si accennò anche, come di dovere, al fatto che
l'allora
consigliere nazionale CVP Cotti presiedeva la commissione del parlamento federale che doveva
stabilire le norme penali nel caso di infrazioni ai paragrafi di legge sul riciclaggio di denaro, mentre
Lottusi contemporaneamente portava alla Fimo, presieduta dallo stesso Cotti, il denaro da
narcotraffico
in sacchi di plastica. Cotti si oppose con successo alle mozioni di minoranza socialiste che
prevedevano
un aggravarsi del fenomeno riciclaggio di denaro- chiese invece fiducia nei confronti delle banche
e
delle società finanziarie. Dopo che la televisione aveva reso di pubblico dominio lo scandalo Fimo,
Cotti fu costretto ad agire: sul "Corriere del Ticino" del 19 novembre 1991 rese note le sue
dimissioni
da presidente della società. (27) E non mancò naturalmente di far riferimento al certificato Persil
della
del Ponte. Alla radio del Ticino Cotti aveva dichiarato già il 17 novembre di aver lasciato la
presidenza
della Fimo il 10 ottobre, dunque già prima dell'arresto di Lottusi, e che lui non aveva niente a che
fare
con quest’ultimo. Si sarebbe ritirato perché non era d'accordo sulla gestione della Fimo. Il nome
Lottusi
l'avrebbe appreso dai media. Non avrebbe potuto occuparsi in maniera approfondita dei singoli
affari
delle imprese, del cui consiglio di amministrazione faceva parte. Anche degli stretti legami della
Fimo
con la banca affiliata Albis sostenne di non aver saputo niente- sebbene il suo socio di studio
Fernando
Rizzoli fosse membro del consiglio d'amministrazione della Banca Albis.(28) E sebbene
l'assemblea
generale della Fimo del 22 novembre 1988 in base a documenti del dossier Fimo del Registro di
Commercio di Mendrisio si sia tenuta nello studio che divideva con Rizzoli. Inattendibile appare la
motivazione delle dimissioni data da Cotti, se confrontata con la sua prima dichiarazione ai media
del
17 ottobre, in cui non diceva ancora nulla di un ritiro dalla presidenza Fimo. Al contrario egli
prendeva
qui posizione in maniera chiara e inequivocabile come presidente della Fimo. Anche al Registro di
Commercio di Mendrisio manca una lettera di dimissioni del 10 ottobre 1991. C'è solo la sua
lettera del
13 novembre in cui rimanda ad un presunto scritto del 10 ottobre. Il dipartimento di polizia e
giustizia
del Ticino gli comunicò infine il 14 novembre e ancora il 4 dicembre, che il suo ritiro non era
avvenuto
in modo conforme alla legge. La data delle dimissioni è il 22 novembre, nel Bollettino commerciale
svizzero le dimissioni furono rese pubbliche il 25 novembre. Le circostanze quanto mai strane del
ritiro
di Cotti sono così destinate a rimanere oscure. Si può pensare che la sua lettera non sia stata
recapitata
o che sia andata perduta al Registro di Commercio. Questa fu comunque la spiegazione di Cotti
(29).
Nei mesi seguenti egli fu preso di mira pesantemente da diverse parti per il suo ruolo di presidente
della
Fimo. Il cabarettista Lorenz Keiser lo prese in giro nel suo programma, e Cotti lo denunciò per
oltraggio al suo onore, cosa che portò ad una lunghissima controversia in tribunale. All'assemblea
generale della CS Holding l'addetta stampa di Zurigo Ruth Binde fece la proposta che Cotti non
fosse
eletto nel consiglio di amministrazione della CS. (30) Non ottenne la maggioranza, ma dalla sala si
levò
un applauso fragoroso. Allorché il presidente dell'assemblea Rainer Gut,a causa del consenso alla
richiesta della Binde, deliberò per Cotti l'elezione per iscritto, un candidato visibilmente pallido
visse
alcuni istanti di paura. In una trasmissione della televisione della Svizzera occidentale nel giugno
1994
Jean Ziegler, il critico delle banche, citò la Fimo come esempio dell'infiltrazione in Svizzera del
crimine organizzato. In conseguenza di ciò fu denunciato dalla Fimo. Ma sia il Consiglio nazionale
che
il Consiglio degli Stati rifiutarono di di togliergli l'immunità parlamentare. Il consigliere nazionale
Charles Poncet (PLS,Ginevra) espresse l'opinione che Ziegler avesse esagerato ma che
fondamentalmente avesse detto la verità.(31)
UN COLPO DI SPUGNA

Nell'estate 1992 lo scandalo Fimo cominciava già ad essere dimenticato. A Lugano la del Ponte
manteneva un silenzio assoluto, e i media rinunciarono ad ulteriori indagini. Il consiglio
d'amministrazione della Fimo approfittò abilmente del momento favorevole per limitare i danni e si
adattò prontamente sotto il successore di Cotti Elio Fiscalini (32) alla nuova situazione.
L'avvocato d’affari Fiscalini aveva l'ufficio in Corso San Gottardo a Chiasso e come Cotti era una
colonna portante dell' establishment ticinese. Grazie a questa figura di primo piano la SBG di
Chiasso,
azionaria Fimo, potè continuare con successo la politica di basso profilo portata avanti dal 1963. I
media e l'opinione pubblica non sapevano chi in fondo fosse responsabile del gruppo Fimo /Banca
Albis. Anche nel consiglio di amministrazione della Banca Albis, affiliata alla Fimo, che aveva
superato indenne lo scandalo della società madre, si arrivò nel 1992 ad alcuni cambiamenti.
Nell'ottobre 1991 l'avvocato Max Schmidlin divenne un nuovo membro di questo organo. Nel
novembre 1992 Fernando Rizzoli, collega di studio di Cotti, fu sostituito dall'avvocato Hans Rudolf
Staiger. (33) Ma il cambiamento più importante era già andato in scena nell' agosto 1992 quando
l'ex
direttore della banca popolare Bernhard Burkhard era stato sostituito dall'ex procuratore di stato
ticinese Venerio Quadri.(34) Il predecessore della del Ponte, lasciato il servizio statale nel
dicembre
1990, aveva aperto uno studio legale a Lugano, e continuò tuttavia a far parte dell'apparato
giudiziario
ticinese come giudice supplente del PPC nel tribunale cantonale di secondo grado. Mutar di
campo
procurò a Quadri alcuni mandati di non poco interesse finanziario: con la Banca Commerciale di
Lugano e la Banca Atlantis di Ginevra rappresentava clienti con i quali aveva già avuto a che fare
come
procuratore di stato.(35) Passaggi simili da parte di un avvocato dall'ambito giuridico a quello
economico - a differenza di quanto avviene ad esempio in Italia- in Svizzera non sono vietati ma
sono
considerati discutibili sul piano etico. (36) perché le conoscenze da insider di un ex magistrato
danno ai
suoi clienti un vantaggio non fair nel complesso intrico delle vie legali e ostacolano la ricerca della
verità. Non si è dimenticato che il procuratore di stato Quadri nell'ottobre 1990 aveva aperto su
iniziativa milanese un procedimento contro ignoti in relazone al caso del riciclatore Lottusi. Una
delle
prime clienti che sfruttarono le competenti cognizioni da insider del novello libero professionista fu
nella primavera 1992 la Fimo. (37) In estate Quadri entrò a far parte del consiglio di
amministrazione
della Banca Albis e si mise in luce anche sui giornali come difensore del gruppo Fimo-Banca Albis.
Ad esempio su" Le Nouveau Quotidien" di Losanna cercò di ottenere la comprensione dei lettori :
"perché la Fimo avrebbe dovuto insospettirsi , Lottusi era conosciuto nel loro ambiente dal
1975."(38)
Anche con i mandati da consigliere d'amministrazione presso la Fardafid SA (Lugano) e la Fardafin
Holding (Lugano) (39), dove aveva un ruolo importante Elio Fiscalini, l'impegno di Quadri per il
gruppo Fimo / Banca Albis risultò fruttuoso.(40)

COMIFIN OVVERO IL COPRICAPO MAGICO CHE RENDE INVISIBILI


Il gruppo Fimo-Banca Albis non solo si rinnovò con successo a livello di consiglio di
amministrazione
ma si riorganizzò anche sul piano operativo. All'inizio del luglio 1992 il vicedirettore della Fimo
Enzo
Coltamai, già persona di riferimento di Lottusi, lasciò la sua vecchia datrice di lavoro e passò alla
Comifin SA appena fondata. Coltamai non ebbe bisogno di trasferirsi, perché la Comifin aveva gli
uffici allo stesso indirizzo della Fimo e della Banca Albis, precisamente in Corso San Gottardo 89 a
Chiasso. Ben presto fu chiaro che la Comifin portava avanti gli affari della Fimo sotto un nuovo
nome.
La Comifin era stata fondata il 25 maggio 1992 con un capitale azionario di 200.000 franchi.
Azionista
di fondazione fu la Fiduciaria GiBi (Lugano), azionista di minoranza della Fimo, che ricevette 198
azioni a 1000 franchi. La Fiduciaria GiBi deteneva attraverso la Itoko SA anche non più del 5%
delle
azioni Fimo.(41) La presidentessa della GiBi Luisa Gianella Brioschi firmava anche come
presidentessa Comifin. Gianella Brioschi ricevette un'azione Comifin esattamente come il fiduciario
Giancarlo Tramezzani di Ponte Tresa che era pure entrato nel consiglio di amministrazione della
Comifin.

ENTRA IN AZIONE MANI PULITE

Quando il nome Fimo era stato ormai dimenticato dall'opinione pubblica, la società comparve il 18
marzo 1993 per la prima volta nelle istruttorie dei pubblici ministeri milanesi Antonio Di Pietro e
Gherardo Colombo contro la corruzione nella società petrolifera italiana di stato ENI. Il cassiere
delle
bustarelle ENI Pierfrancesco Pacini Battaglia, vicepresidente e principale azionista della Banca
Karfinco di Ginevra, vuotò il sacco. Questa storia avventurosa viene narrata in maniera dettagliata
più
avanti, qui ci interessano solo le dichiarazioni di Pacini Battaglia sulla Fimo. Pacini Battaglia
descrisse
al pubblico ministero Di Pietro come egli di volta in volta portava a Roma al tesoriere del partito
socialista Vincenzo Balzamo le bustarelle dell' ENI: "Consegnavo le banconote a Balzamo nella
sua
Lancia Tema verde, che lui parcheggiava sotto la finestra del mio ufficio (a Roma). Domanda di Di
Pietro: Dove prendeva il denaro? Pacini battaglia : da un conto Eni all'estero. Domanda di Di Pietro
:
Come arrivava in Italia? Pacini Battaglia: Veniva portato da una società specializzata di spalloni
[termine italiano per indicare i contrabbandieri]. Domanda di Di Pietro : Come si chiama questa
società? Pacini Battaglia: Si chiama Fimo.(42) Nel corso della sua testimonianza Pacini Battaglia
dichiarò anche di avere collaborato dall'inizio del 1992 fino al maggio 1992 con un certo "Enzo e
un
Rino presso la Comfin-Fimo in Corso San Gottardo 89 a Chiasso". Pacini Battaglia: "La Comifin-
Fimo è un'agenzia di cambio che dà lavoro a spalloni e che fornisce direttamente denaro contante
a
determinati indirizzi" (43)
In questo modo contrabbandieri della Comifin-Fimo avrebbero portato direttamente alla sede
centrale
della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù bustarelle dell' Eni. Alla domanda perché avesse
scelto
per i suoi trasferimenti di denaro proprio una ditta finita sui giornali per riciclaggio di denaro della
mafia con titoli a caratteri cubitali, Pacini Battaglia rispose: "perché sono i migliori spalloni che
esistano"(44)

L' UOMO DAL PIEDE D' ORO

Il gruppo Fimo- Banca Albis era implicato nel 1994 in altri scandali italiani oltre a quello delle
bustarelle ai politici. "I miliardi per Lentini nella banca- tangenti" titolava il "Corriere della Sera".(45)
Il riferimento era alla Banca Albis di Chiasso, stazione di transito di mazzette che il club calcistico
di
Berlusconi AC Milan aveva pagato al presidente Gianmauro Borsano dell'AC Torino. Il motivo era il
trasferimento del campione di calcio Gianluigi Lentini da Torino a Milano. (46) Il "Corriere della
Sera"
non dimenticò di far cenno alla notorietà del gruppo Fimo/ Banca Albis definendolo nel sottotitolo
"punto di distribuzione delle tangenti ENI e sportello utilizzato dalla mafia".(47) Il caso Lentini
dimostrò di nuovo come aveva funzionato il sistema Fimo -Banca Albis . L'AC Milan (proprietà
privata
di Berlusconi) voleva assolutamente avere nella sua squadra il supercampione Lentini. Ma Lentini
intendeva restar fedele ai suoi fan torinesi. Berlusconi gli offrì però tanti soldi che il giocatore tradì i
suoi fan e passò al Milan. Il presidente del Torino Gianmauro Borsano ricevette una tangente
perché
organizzasse rapidamente il trasferimento. (48) Come Borsano rivelò al pubblico ministero
milanese
Gherardo Colombo, si mise in contatto con Emilio Aloisio, il consigliere amministrativo della Fimo
residente a Torino e cugino dell'ex vicedirettore- Fimo Lorenzo Aloisio, morto nel 1990. Nella
primavera 1992 l'AC Milan versò la prima rata -mazzetta di 4 miliardi di lire alla Banca Albis. Il
denaro proveniva da un conto del manager del Milan Galliani presso la SBG di Chiasso. La Banca
Albis pagò la cifra , detratta la commissione, alla società finanziaria torinese Cambio Corso di
Aloisio ,
che trasmise al Borsano, lasciatosi corrompere, il controvalore in obbligazioni di stato. Poco tempo
dopo passarono allo stesso modo ancora tra i 6,5 e gli 8,5 miliardi di lire (49). La procura della
repubblica di Torino fece una perquisizione domiciliare presso la Cambio Corso e sulla base dei
documenti rinvenuti presentò una rogatoria alla Svizzera.Circa un anno dopo arrivò a Torino la
documentazione richiesta della transazione della Banca Albis.

IL PRESIDENTE DELLA FIMO PARLA CHIARO

La comparsa del gruppo Fimo - Banca Albis nel vortice delle inchieste di Mani Pulite sembrò non
impressionare più di tanto il presidente della Fimo Elio Fiscalini. Allo stesso modo non si era
lasciato
impressionare due anni prima dall'affare Lottusi a proposito del quale disse allora ad un giornalista
del
quotidiano romano "La Repubblica": "La Fimo non ha alcuna responsabilià nel caso Lottusi. Fino al
momento del suo arresto era stato un uomo incensurato , raccomandato da terze persone al di
sopra di
ogni sospetto. La Fimo ha agito nel caso Lottusi in perfetta buona fede." (50) A proposito delle
confessioni di Pacini Battaglia Fiscalini osservò:" Questi soldi sono arrivati dalla Banca Karfinco
[ di
Pacini Battaglia] a Ginevra. Mi sembra del tutto normale che una società finanziaria abbia rapporti
con
istituti di credito. Quando leggo le dichiarazioni di Pacini Battaglia appare chiaro che era informato
sulla natura delle sue transazioni. In fin dei conti una parte del denaro andava al suo ufficio a
Roma."(51) E ancora: "La Karfinco si rivolse alla Fimo, che a sua volta come altre società
finanziarie si
rivolse ad una di quelle organizzazioni che portano materialmente denaro contante oltreconfine. A
esser
precisi non si tratta di vere e proprie organizzazioni ma di singole persone che - diciamolo chiaro-
realizzano gran parte dei guadagni della piazza finanziaria ticinese".(52) Del resto secondo
Fiscalini la
Fimo dovette essere trasformata in una semplice società di partecipazione per evitare in futuro
questi
incidenti. Si rinunciò-disse Fiscalini-al traffico delle transazioni , che prima era stato l'attività
principale . Per questo l'ex direttore della Fimo Enzo Coltamai sarebbe passato dopo l'arresto di
Giuseppe Lottusi alla Comifin appena fondata , che si sarebbe assunta le attività rischiose della
Fimo. "
E la Fimo", aggiunse Fiscalini, " detiene solo una piccola quota di partecipazione alla Comifin".(53)

SETTEMBRE NERO

Poco dopo l'offensiva di Fiscalini, la Fimo incassò in Belgio il 14 settembre 1993 un altro colpo
basso.
Il giudice istruttore di Bruxelles, Jean Claude Van Espen, aprì un procedimento contro Valentino
Foti,
consigliere amministrativo della Fimo. (54) Il giudice belga lo accusò di manipolazioni finanziarie
illegali nelle quali erano stati coinvolti a suo parere anche Lorenzo Aloisio e la Fimo. Valentino Foti
aveva fatto parte dal 22 novembre 1988 fino al 3 febbraio 1993 del consiglio di amministrazione
della
Fimo, da cui aveva dovuto dimettersi a causa degli affari andati male in Belgio, ed era un vecchio
amico del vicedirettore della Fimo Lorenzo Aloisio, morto all'inizio del 1990. Foti aveva convinto
Aloisio a fare massicci investimenti nella sua vetreria italiana Sirix.(55) Il nuovo presidente della
Fimo
Fiscalini decise di interrompere quello che era stato il coinvolgimento di Aloisio nella Sirix e nella
società madre belga della Sirix PB Finance. Senza l'aiuto finanziario di Aloisio la Sirix non potè
sopravvivere e il 5 novembre 1992 fallì. La sua filiale francese Eurinval fu messa sotto curatela
fallimentare. La società madre della Sirix, PB-Finance, subì una grave perdita. Foti cominciò a
smobilitare la PB Finance , cosa che spinse gli azionisti di minoranza ad intraprendere un'azione
giudiziaria. Nel marzo 1993 il presidente della PB Finance Jean Verdoot (56) morì per un infarto
cardiaco durante il volo di ritorno da Ginevra a Bruxelles. Poco tempo dopo i membri del consiglio
d'amministrazione della PB-Finance che erano rimasti deposero volontariamente il loro mandato e
il
tribunale di Lüttich nominò due liquidatori d'ufficio. (57)
SMENTITA AMBIGUA

Valentino Foti e la Fimo si diedero da fare per avere visibilità sulla stampa belga, e reagirono poi
ad un
articolo critico della rivista di informazione "Le Vif / L'Express" con una replica- cosa che in
Svizzera,
nonostante accuse analoghe, non avevavo mai osato fare. In essa si diceva:" La Fimo è una
finanziaria
svizzera e si attiene a tutte le norme legali del suo paese. Non ha mai fatto da mediatrice per la
famiglia
Madonia, un'altra famiglia mafiosa o il cartello di Medellìn. La Fimo non ha mai avuto a che fare
con
denaro di provenienza criminale. L'assenza di tali legami, a differenza di quanto si sostiene nel
Suo
articolo del 20 maggio 1994, è già stata confermata più volte. Da una parte nella relazione della
nota
società di revisione Arthur Andersen dell'11 novembre 1991, che stabilisce che alla Fimo non
esisteva
alcun conto a nome di persone o società notoriamente coinvolte in affari di riciclaggio di denaro.
Inoltre il pubblico ministero del Canton Ticino, dove la Fimo ha sede, ha fatto indagini approfondite
che hanno avuto termine l'11 novembre 1993. Quest'inchiesta ha ridisegnato le transazioni
criminali
organizzate dal Signor Lottusi, per le quali egli fu condannato dalla giustizia penale italiana. Le
inchieste contro la Fimo e i suoi organi invece non hanno dato alcun risultato. Da allora non è stato
aperto alcun procedimento ulteriore contro la Fimo e i suoi organi nè in Svizzera nè in Italia nè
altrove.
Un'altra informazione errata [ contenuta nell'articolo ] riguarda il signor Tramezzani: non è stato
mai
alla Fimo. Era membro del consiglio di amministrazione della Comifin, che non ha niente a che fare
con la Fimo. è invece vero che il Signor Tramezzani è morto e che si suppone si sia trattato di
suicidio.
Dal momento che Tramezzani non ha mai avuto rapporti con la Fimo, il collegamento fatto tra il
suo
suicidio e la Fimo deve essere definito un'ipotesi puramente arbitraria ".(58)
Con questa replica la Fimo ha manipolato in modo grave i fatti. Gli undici miliardi e passa di lire in
banconote , spediti a Ginevra per Lottusi, non erano forse denaro da narcotraffico? I miliardi di
tangenti
ENI , che portava a Roma attraverso la Banca Karfinco di Pierfrancesco Pacini Battaglia alle sedi
centrali di partito dei socialisti e dei democristiani, non erano forse illegali in base al diritto italiano?
E
che dire delle mazzette dell' AC Milan di Berlusconi per Gianmauro Borsano, presidente dell' AC
Torino alla Banca Albis? Anche l'affermazione che Tramezzani e la Comifin non avevano avuto
niente
a che fare con la Fimo è falsa.
La Comifin fu fondata dalla Fimo al suo stesso indirizzo per trasferirvi gli affari rischiosi. Il
vicedirettore della Fimo Enzo Coltamai ne divenne il direttore.
La Comifin era controllata dalla Fiduciaria GiBi, che deteneva pure un pacchetto di minoranza di
più
del 5% alla Fimo. Viceversa la Fimo come aveva dichiarato Elio Fiscalini, allora suo presidente, il
primo aprile 1993 al giornale "La Regione", aveva una piccola quota di partecipazione alla Comifin.

HA INIZIO IL GRANDE REPULISTI

Il terzo schiaffo che la Fimo si prese in Belgio fu troppo perfino per Elio Fiscalini : il 15 settembre
1993, con una comunicazione telegrafica al Registro commerciale di Mendrisio, egli si dimise
senza
preavviso da presidente della Fimo. Come era accaduto a suo tempo con Gianfranco Cotti anche
queste
dimissioni avvennero in modo del tutto inusuale. Le formalità da compiersi in caso di ritiro presso il
Registro di Commercio vengono espletate di solito dalla ditta interessata con una raccomandata.
L'attacco di panico che sembrava aver portato Fiscalini alle dimissioni dipende probabilmente
dall'aggravarsi dei suoi problemi in Italia, dove erano finite nel vortice delle inchieste sul denaro
riciclato parecchie società per le cui affiliate svizzere lavorava come consigliere d'amministrazione.
L'uscita di scena dalla Fimo dello stimato avvocato d'affari Fiscalini fu contemporaneamente il
segnale
del ritiro della famiglia Doninelli, che era stata legata alla Fimo dalla sua fondazione. Con ciò
l'establishment ticinese aveva abbandonato il gruppo Fimo/ banca Albis. (59) Il 16 settembre 1993,
due
giorni dopo l'apertura del procedimento contro Foti a Bruxelles e un giorno dopo le dimissioni di
Fiscalini il consigliere d'aministrazione della Comifin Capitano Giancarlo Tramezzani morì nel
corso di
un'esercitazione per riservisti. Il comandante di compagnia fu trovato morto presso Rodi-Fiesso
nella
Leventina vicino ad un piccolo lago, dopo esser stato dato per disperso per alcune ore. Il
portavoce
della stampa dell'EMD disse allora:
"A causare la morte sono stati probabilmente uno o più spari di un fucile automatico. Sembra che
si
tratti di un suicidio. Non si può escludere però la colpevolezza di terzi."(60) Che Tramezzani si sia
sparato con un fucile automatico appare strano, perché l'arma personale dell'ufficiale Tramezzani
non
era un fucile automatico ma la pistola. Questa morte misteriosa lasciò aperte molte domande. Il 20
settembre 1993, quattro giorni dopo la morte di Tramezzani, Gianfranco Cotti comunicò del tutto
inaspettatamente il suo ritiro dal Consiglio nazionale. Come motivo addusse il peso del suo
incarico di
presidente d'amministrazione della Volksbank, che tuttavia egli aveva assunto già nel marzo 1993.
Con
la stampa Cotti si lamentò che venisse sempre rivangata la vecchia storia della Fimo. "Per me
questa
vicenda è chiusa. Non so perché venga continuamente riproposta."(61) Il 25 ottobre 1993 la Banca
Albis cambiò sorprendentemente il nome in Banca Adamas AG ( in ebraico : diamante) e
raddoppiò il
capitale azionario da cinque a dieci milioni di franchi. Con l'aumento del capitale azionario vennero
esercitati i diritti di opzione legali, si legge nel Registro di Commercio di Zurigo. Ciò significa
evidentemente che continuò a sussistere il tradizionale partenariato SBG con circa il 45%, i
Doninelli e
gli Aloisio con circa il 25% per uno, e la Itoko con circa il 5%. La filiale di Chiasso venne chiusa, i
27
posti di lavoro (62) vennero trasferiti immediatamente in Via Nassa a Lugano. Licenziamenti non
ce ne
furono,i quadri dirigenti che avevano dato buona prova sotto il direttore Fabrizio Donati restarono
invariati, altrettanto il consiglio di amministrazione , formato dal presidente Rudolf Hegetschweiler
e
dai membri Max Schmidlin, Geneviève Aubry, Venerio Quadri e Hans Rudolf Staiger. Il fulmineo
cambiamento di sede, la variazione del nome e l'aumento di capitale della Banca Albis si ebbero
durante la riunione straordinaria del 25 ottobre 1993 e ci si chiese chi fosse stato in grado
nell'esausto
gruppo Fimo / Banca Albis di mettere in atto entro pochi giorni un'efficiente strategia per gestire la
crisi. La famiglia di azionisti di Doninelli al momento delle dimissioni di Fiscalini si era decisamente
defilata, e su Aloisio pendeva dal 25 settembre la spada di Damocle di Bruxelles. Nessuno era in
grado
di sapere se nel procedimento contro Foti non sarebbero emersi nuovi fatti incriminanti per
Lorenzo
Aloisio. Il gruppo Comifin /Itoko/ GiBi si ritrovò paralizzato dalla morte di Giancarlo Tramezzani.
Solo la SBG , da 30 anni massima azionista della Fimo , aveva le risorse necessarie per contenere
i
danni. Cosa che fece con la sua strategia di gestione della crisi : raddoppio del capitale come
misura
rassicurante per i clienti della Banca Albis ,separazione solo apparente dalla non più efficiente
società
madremediante immediato trasferimento di sede e cambiamento di nome.(63)

SBG: IL GIOCO A NASCONDINO RIESCE

La SBG è riuscita ad agire totalmente nell'ombra. In Ticino circolava la voce che la Banca Albis
appartenesse alla SBG solo come pettegolezzo. La "Regione" del 29 ottobre 1993 informò sul
cambiamento di nome e di sede della Banca Albis e accennò al fatto che questa apparteneva alla
Bankgesellschaft. A stretto giro di posta il direttore della SBG (Chiasso) Claudio Rezzonico fece
pervenire alla "Regione" il 30 ottobre 1993 la seguente precisazione :"Tra la SBG e la Banca Albis
non
esiste alcun tipo di rapporto." Evidentemente Rezzonico non sapeva che i suoi predecessori alla
direzione della filiale SBG di Chiasso Botta, Keller e Pozzi, avevano sottoscritto nel 1963 e nel
1972
azioni Fimo complessivamente per 2,9 milioni di franchi e che la Banca Albis dal 1982 era affiliata
alla
Fimo. Sebbene le informazioni sulla posizione della SBG nel registro di commercio di Mendrisio
siano
accessibili al pubblico, per il periodo che va dall'arresto di Lottusi all'imputazione di Foti, alla banca
era riuscito di non venir riconosciuta come azionista principale e quindi anche come principale
responsabile del gruppo Fimo-Banca Albis. Un risultato eccellente dell' ufficio di pubbliche relazioni
,
se si considera il clamore che questo scandalo aveva suscitato in tutta l'Europa nel 1991, nel 1993
e
ancora nel 1994. Solo nell'edizione del 1996 del catalogo Who owns Whom della casa editrice
Orell
Füssli la SBG si era decisa dopo un decennale imbarazzato silenzio a documentare pubblicamente
la
partecipazione alla Fimo per il 50%.

LA GIUSTZIA TICINESE PARTORISCE UN TOPOLINO

Il 27 novembre 1993 il "Corriere del Ticino" titolava nel miglior stile del comunicato
giornalistico:"Fimo: istruzione penale terminata. Il pubblico ministero del Ponte scagiona la
finanziaria
di Chiasso dall'accusa di riciclaggio di denaro da narcotraffico. Con un decreto la del Ponte ha
messo
fine all' inchiesta giudiziaria per riciclaggio di denaro sporco contro la Fimo e il suo vicedirettore
Enzo
Coltamai. Secondo Carla del Ponte la Fimo non può aver fatto consapevolmente da riciclatrice di
proventi da traffico di droga."64) Inoltre il "Corriere" informò che la del Ponte nella disposizione
emanata già l'11 novembre aveva stabilito che la tariffa di 1, 5 fino a 1,75 percento per la
transazione di
10, 2754 miliardi di lire eseguita per Lottusi alla Trade Development Bank di Ginevra (TDB) era
usuale. Il vicedirettore Coltamai, che alla Fimo si occupava di queste transazioni, aveva sostenuto
in
maniera convincente che non aveva potuto nutrire alcun sospetto nei confronti di Lottusi: Lottusi
era
conosciuto alla Fimo e personalmente da lui fin dagli anni '70 e in Italia aveva una vasta clientela.

CON QUANTA SERIETA' HA INDAGATO LA DEL PONTE ?

L' "accurata indagine" del Pubblico Ministero che il "Corriere" liberale e vicino alle banche aveva
salutato con giubilo, ad un attento esame deve essere parecchio ridimensionata. La del Ponte non
è stata
in grado di spiegare neppure approssimativamente la durata estremamente lunga delle indagini,
più di
tre anni, nè la mancanza di informazioni precise sull'andamento dell'inchiesta. Nè informò mai sulle
perquisizioni che su richiesta della magistratura italiana lei aveva fatto compiere il 22 ottobre 1991
presso la Fimo, la Banca Albis, la Kreditanstalt di Lugano, la Trade Development Bank (Ginevra) e
presso Merrill Lynch (Lugano). E questo sebbene per trasportare il materiale raccolto fosse stato
necessario un camion. Dopo le perquisizioni la del Ponte interrogò Lottusi e alcuni rappresentanti
dei
quadri della Fimo e della Trade Development Bank. perché abbia avuto bisogno per questo di più
di
due anni non si è capito. Restò insoluta l'importante questione della data esatta dell'apertura,
nell’autunno 1990, dell'inchiesta contro ignoti nell'affare Lottusi da parte di Quadri, predecessore
della
del Ponte. Carla del Ponte aveva indicato come data vagamente la metà di ottobre 1990. (67)
L'inizio
delle indagini avvenne su richiesta della polizia milanese quattro mesi dopo che era cominciata la
sorveglianza di Lottusi. Quali atti istruttori abbiano avviato in questo procedimento contro ignoti
Venerio Quadri dall'ottobre 1990 fino al suo ritiro nel dicembre 1990 e in seguito Carla del Ponte
fino
al 18 ottobre 1991, è restato un segreto di entrambi i magistrati. Manca anche una giustificazione
dello
scandaloso immediato certificato Persil della del Ponte per Gianfranco Cotti il 18 ottobre 1991. Alla
domanda perché nè in Ticino nè a Ginevra si fosse giunti ad un'incriminazione per riciclaggio di
denaro
nei confronti di Giuseppe Lottusi e Giancarlo Formichi Moglia, la del Ponte aveva risposto nel luglio
1992 come segue :" La legge ci consente di fare indagini. Ma si deve esser consapevoli che
queste non
possono aver sempre successo. In Svizzera la giustizia dispone di validi strumenti per combattere
il
crimine organizzato. Il nuovo paragrafo di legge sul riciclaggio di denaro è una buona cosa. Ma è
difficile avere prove sufficienti. Il denaro sporco usa troppo spesso gli stessi canali del denaro
pulito."(68) perché dopo questa dichiarazione la del Ponte abbia avuto bisogno ancora di 16 mesi
per
terminare le indagini sulla Fimo -poco dopo la vendita della banca Albis- resterà sempre un
mistero. Il
governo e il comitato di sorveglianza della Giustizia, il cosiddetto Consiglio di Magistratura ticinesi
hanno fatto di tutto per impedire un'inchiesta amministrativa ufficiale sull'operato della del Ponte. I
rappresentanti del primo non si fecero neppure scrupolo di offendere Giuseppe Sergi, consigliere
cantonale socialista, che al Consiglio cantonale aveva richiesto l'indagine. Questa la reazione di un
governo cantonale i cui ex membri tadizionalmente si rendono più gradevole la vita da pensionati
con
mandati e incarichi diversi presso banche e società finanziarie.

UN CASO ESEMPLARE

Lo scandalo della Fimo /Banca Albis può entrare negli annali della piazza finanziaria Svizzera in
questi
termini: In Italia fu dimostrato che attraverso i conti e i corrieri di denaro contante di questo gruppo
finanziario soldi della mafia italiana e mazzette della centrale svizzera delle tangenti Eni sono
passati
rispettivamente al cartello della droga di Medellìn e a Roma nelle casse di partiti corrotti. La
giustizia
ticinese ebbe bisogno di tre anni per stabilire che nessuno del gruppo Fimo-Banca Albis aveva
trasgredito la legge svizzera. Dall'importante consigliere nazionale che presiedeva la società fino
alla
direzione che controllava l'attività quotidiana, tutte le persone coinvolte agivano sempre con
scienza e
coscienza. Quando la Fimo si scontrò per la terza volta con la giustizia in Belgio, la SBG, maggiore
azionista Fimo, che agiva sempre nell'ombra, entrò in azione: la Banca Albis cambiò nome, trasferì
il
domicilio - e il tran tran di sempre potè continuare.

EXCURSUS : DOMANDE SENZA RISPOSTA DALL' ITALIA.


Non in Svizzera ma in Italia la stampa si occupò in maniera più approfondita della persona del
presidente della Fimo Elio Fiscalini. I giornalisti avevano notato che la Fimo appariva non solo in
affari
di tangenti e transazioni mafiose, ma che il suo nuovo presidente compariva anche ai margini di
altri
due grandi affari di mazzette, legati alla Socimi di Milano e alla Fidia Pharmaceutica di Abano
Terme.
La Socimi gestiva a Milano e a Brescia fabbriche di veicoli e di armi ( veicoli blindati, pistole, fucili e
armi automatiche ) e impiegava circa 1200 persone. Alessandro Marzocco, delegato del consiglio
di
amministrazione, aveva confessato di aver pagato all'uomo politico socialista ed ex vicepresidente
dell'azienda trasporti milanese Sergio Radaelli, dal 1978 al 1990, tangenti di 13 miliardi di lire per
forniture alle aziende di trasporto milanesi e alle ferrovie italiane.(69) Numerosi manager delle
ferrovie
vennero poi incarcerati. A quell'epoca la Socimi aveva la maggioranza in due società ticinesi, la
AKG
Holding (Mendrisio) e la società Bremse (Bellinzona) ,ai cui consigli di amministrazione Fiscalini
prendeva parte con il cognato Giuseppe Doninelli. In un'intervista fax concessa a "La Repubblica"
di
Roma Fiscalini rispose ad alcune domande sull' affare Socimi. Dichiarò che come consigliere
amministrativo non aveva avuto niente a che fare con la direzione operativa. Delle tangenti
avrebbe
appreso per la prima volta dalla confessione di Marzocco pubblicata sul giornale.(70) Anche delle
fatture truccate che secondo gli inquirenti milanesi erano state rilasciate per legittimare le mazzette
dall'
Istituto Brakers del Liechtenstein, Fiscalini sostenne di non aver saputo nulla. Chi fossero i
proprietari
della AKG e della Bremse, non volle dirlo.(71)

IL CASO FIDIA: ABUSO DI FARMACI

Il secondo grande caso di corruzione riguardò la Fidia Pharmaceutica di Abano Terme. La Fidia era
controllata per quanto concerne il capitale dalla Fidiafin, che a sua volta era detenuta dalla Hyaline
(Mendrisio). Presidente della Hyaline era Giuseppe Doninelli , delegata del Consiglio di
amministrazione era Stefania Doninelli e Elio Fiscalini faceva parte del Consiglio di
amministrazione.
La Hyaline era stata creata nel 1964 dal fondatore della Fimo Ercole Doninelli insieme con sua
moglie
Stefania. (72) Sulla scena di Tangentopoli la Fidia era finita al centro dell’attenzione con l'arresto il
22
giugno 1993 di Francesco Della Valle, suo ex direttore ,ritiratosi nel febbraio 1991, e per il
fallimento
annunciato poche settimane dopo.Fino al fallimento l'azienda dava lavoro a circa 1200 dipendenti
ad
Abano Terme e dal 1975 viveva essenzialmente della vendita di farmaci Cronassial e Sygen. Della
Valle si era presto assicurato la collaborazione della professoressa Rita Levi Montalcini. Sebbene
l'efficacia del Cronassial sia stata sempre molto discussa negli ambienti specialistici, il fatturato
della
Fidia salì dalla fine degli anni '70 fino al 1991, soprattutto grazie al Cronassial, da 50 miliardi fino a
421 miliardi di lire. Ma poi cominciò un forte declino.(73) Dopo che la registrazione del Cronassial
in
altri paesi come gli USA, l' Inghilterra, la Germania era fallita, il critico farmaceutico tedesco Ulrich
Moebius scrisse diversi articoli allarmanti. Secondo Moebius l'assunzione di Cronassial può
provocare
la sindrome letale detta di Guillain- Barrè. In seguito a ciò i rapporti tra la Fidia e il Ministero italiano
della salute cominciarono a guastarsi. Della Valle dovette dare le dimissioni, il Cronassial fu vietato
dallo stato all'inizio del 1993 e poco dopo riammesso, il fatturato scese del 90 %. Otto mesi dopo il
Cronassial fu proibito in maniera definitiva. Una decisione fatale per la Fidia, che perdette circa un
terzo del suo giro d'affari. Nel luglio 1993 la Fidia fallì. La maggior parte del personale rimase
disoccupata, la ditta passò sotto curatela fallimentare dello stato. Della Valle, presidente della Fidia
da
anni, giustificò sempre il fallimento con la scomparsa del Cronassial, ma la Procura della
Repubblica di
Padova aveva trovato alcuni inspiegabili buchi neri nel bilancio. Nonostante il crollo vertiginoso
delle
vendite di Cronassial la Fidia aveva comprato sempre più materie prime. Materia prima principale
per
la produzione del farmaco sono i cervelli di bovini:per un chilo di Cronassial ne occorrevano alcuni
quintali. La Fidia acquistava decine di migliaia di teste di bovini soprattutto in Brasile e pagava per
vie
avventurose attraverso diverse società in Irlanda, Spagna e su piazze offshore. I pubblici ministeri
di
Padova sospettarono che qualcuno all'interno della Fidia avesse saputo della proibizione del
farmaco e
avesse svuotato rapidamente le casse a spese del personale prima dell'imminente fallimento. Il 29
settembre 1993 Duilio Poggiolini, direttore generale del ministero della salute italiano e capo della
sezione per l' autorizzazione dei farmaci, fu arrestato a Losanna e spedito a Roma. Il pubblico
ministero
Di Pietro aveva fatto un cenno alla polizia federale svizzera. Contemporaneamente sua moglie
Pièrr Di
Maria fu arrestata a Roma. La storia dei 200 miliardi e passa di tangenti in lire, in piccola parte
della
Fidia, che il corrotto Poggiolini aveva accumulato insieme a sua moglie fu traumatica perfino per gli
Italiani ormai a prova di scandalo.(74) Quando i carabinieri durante la perquisizione nella villa dei
Poggiolini fecero aprire il grande armadio blindato, non fu poca la meraviglia dei funzionari. Nella
cassaforte c'era un vero e proprio tesoro da fiaba in oro, platino e diamanti, valutato poi 200
miliardi di
Lire. Migliaia di monete d'oro, Krueger-rands, napoleoni, più di cento lingotti d'oro da 10 grammi
fino
ad un 1 kg., gioielli, diamanti, monete d'oro romane. Duilio e Pièrr finirono in galera. Dopo 5 mesi
di
detenzione nel carcere di Poggioreale a Napoli Poggiolini cominciò a collaborare con la giustizia il
31
gennaio 1994. La minuta Pièrr che pesava appena 40 Kg. rimase invece irremovibile e rifiutò ogni
collaborazione. Le dichiarazioni di Poggiolini produssero una valanga di ulteriori inchieste di
Tangentopoli e attizzarono il fuoco che covava sotto la cenere dello scandalo Fidia. Secondo
Poggiolini
Giulio Andreotti di persona era intervenuto nel 1992 insistentemente presso di lui, perché lasciasse
il
Cronassial sulla lista dei farmaci passati dalla mutua.(75) Poggiolini dichiarò inoltre ai pubblici
ministeri che per anni la Fidia aveva esportato illegalmente capitale, acquistando bovini in Brasile a
prezzi maggiorati. Questo gliel'avrebbe detto il commendatore Fabio Bertarelli, direttore della Ares
Serono a Ginevra.(76) Grandissimo stupore suscitò Poggiolini con l'affermazione che il direttore
della
Fidia Della Valle aveva versato 14 miliardi all'Istituto Nobel in Svezia affinchè la principale
ricercatrice
della sua società Rita Levi Montalcini ricevesse il premio Nobel. Mentre il comitato per il Nobel di
Stoccolma smentì tutto ciò con veemenza, una ricerca del quotidiano svedese "Dagens Nyheter"
sembrò invece confermare l'assegnazione truccata del Nobel.
Note:

1) Gli altri azionisti erano : Germano Sprela (Milano), Fortunato Milanesi (Santa Margherita Ligure),
Emilio Bianchi (Vacallo ,TI ), Luigi Veronelli (Morbio Inferiore, TI), Italo Bevilacqua (Como), Ennio
Saskia (Genova).

2) Emilio Bianchi e Luigi Veronelli

3) Nel 1981 Aloisio, sua moglie Ines e i due figli ottennero la cittadinanza a Besazio.

4) Questa banca era stata fondata alla fine degli anni '40 e si chiamava in origine Bank Haerry AG.

Cambiò nome dopo che nel 1973 era stata acquistata dalla Roulston & Company Inc. (Cleveland,

USA).

5) Lettera della Fimo del 6 aprile 1982 al Registro di Commercio zurighese

6) Anni più tardi la differenza tra banca e non-banca diventò importante per il consigliere federale
Otto
Stich. Allorché il consigliere nazionale ticinese della FDP Sergio Salvioni chiese nell'ottobre 1995
perché la Commissione bancaria non fosse intervenuta a proposito delle bustarelle della Fininvest
di
Berlusconi passate attraverso la Fimo, Stich disse che era compito della Giustizia ticinese e che
inoltre
la Fimo non era una banca (“Neue Zürcher Zeitung”, 6. 10. 95.)

7) Luisa Gianella Brioschi e Guido Brioschi lavorano a Lugano in uno stesso studio con Daniele
M.Timbal, l'ex marito di Carla del Ponte.

8) All'inizio del 1982, poco prima del fallimento avvenuto nell'ottobre 1982, Roberto Feller entrò nel
consiglio di amministrazione della Sasea Holding di Ginevra. Era direttore della Società finanziaria
zurighese Glaux AG e faceva parte del consiglio di amministrazione della Buonvicini AG di Zurigo,
una ditta per il commercio di frutta e verdura. (Unico consigliere d'amministrazione della Glaux è
l'avvocato zurighese Hans Rudolf Staiger, che nel 1992 divenne a sua volta consigliere
d'amministrazione della Banca Albis.)
9) Andrè W. Cornu era direttore dell' Amministrazione fiduciaria Refidar a Zurigo.

10) Fernando Rizzoli, che era entrato nel giugno 1987 nel consiglio d'amministrazione della Banca
Albis, lavorò dal 1980 al 1994 nello stesso studio di Gianfranco Cotti a Locarno. Nel 1994 si separò
da
Cotti e aprì un proprio studio. Il 20 maggio 1995 Rizzoli morì in uno spettacolare incidente nel suo
garage a Camedo. (“La Regione”, 22.5.95)

11) Predecessore di Cotti era stato Piergiorgio Aloisio, succeduto a sua volta a Ercole Doninelli, il
presidente della Fimo, morto il 26 gennaio 1988.

12) La WACL nacque nel 1966 a Seoul come erede della Lega anticomunista dei popoli dell'Asia di
Tschang Kai-schek. Negli anni '70 le sezioni europee della WACL furono occupate in gran parte da
neonazisti e estremisti di destra. Ne erano membri ad es. il neofascista italiano Giorgio Almirante,
ma
anche i dittatori sudamericani Stroessner, Banzer, Somoza e Pinochet. All'inizio degli anni '80 il
generale statunitense in pensione John K.Singlaub in qualità di nuovo presidente ripulì la WACL
dai
neofascisti troppo compromettenti. Singlaub più tardi fu implicato nel caso Iran-Contra. Altri uomini
illustri della WACL sono stati Alfonso Calero, capo della FDN antisandinista (Contras) in
Nicaragua,
l'ideologo della nuova destra francese Jean-Marie Benoist e l'ex capo di stato del Vietnam del Sud
fino
al 1975, Nguyen Van Thieu. Era annunciato come oratore al XXI. congresso WACL anche l'ex
consigliere federale Rudolf Friedrich, ma all'ultimo momento si ritirò.( Programmi del XXI.
Congresso
WACL, 25-28 agosto 1988,Ginevra)

14) “Il Mondo”, 13./ 20.6.94

15) Vanempten, Jean, e Verduyn, Ludwig: ‘Le Blanchiment en Belgique’, Bruxelles 1994, p.92

16) All'inizio degli anni '80 Foti divenne presidente dell'Assovetro, l'associazione vetraria italiana di
categoria.

17) La PB Finance faceva parte di ciò che restava del gruppo Empain del barone belga Empain,
già a
capo del consorzio Schneider ,ed era diretta da Jean Verdoot. Verdoot dirigeva anche la Cofibel e
Cofimines a Bruxelles, due società che amministravano per Schneider i resti dell'ex impero
coloniale di
Empain nell'ex Congo belga, divenuto indipendente nel 1960 ,oggi Zaire. In seguito Verdoot portò
la
Cofibel come azionista di minoranza alla PB Finance,investimento Fimo.Nell'olandese Aia Foti e
Aloisio attivarono un'ulteriore Joint-venture nel commercio del vetro, e precisamente la N.V. Euver,
di
cui Foti tenne il 45% e Aloisio il 55%. (« L'Echo de la Bourse », Bruxelles, 18.4. 89)

18) Vanempten, Jean, e Verduyn, Ludwig: ‘Le Blanchiment en Belgique’, Bruxelles, 1994, p.92
19) Saverio Repetto apparteneva anche alla famiglia: il fondatore della Fimo Carlo Vincenzo
Aloisio
era stato sposato con Maria Repetto di Torino

20) Agence France Press, 8.12.91

21) Era entrato nel Consiglio d'amministrazine Fimo il 22 settembre 1990 dopo la morte di Lorenzo
Aloisio

22) Procuratori erano Tiziana de Piaggi e Daniela Pettinello

23) Facevano le funzioni di vicedirettori Marco Calmes e Hansjürg Giezendanner, procuratori


erano
Fiorenzo Albisetti e Maurizio Giannetta.

24) “Giornale del Popolo”, 18.10.91

25) “Giornale del Popolo”, 18.11.91

* Espressione usata per indicare un certificato con cui soprattutto dopo il 1945 le autorità preposte
alla
denazificazione certificavano la pulizia morale di un presunto nazista.n.d.t.

26) „Neue Zürcher Zeitung“, 18. 10. 94

27) „Corriere del Ticino“, 19.11.91

28) „Weltwoche“, 21. 11. 91

29) Anche il consigliere dell'amministrazione Fimo Demetrio Ferrari sostiene di aver dato le
dimissioni
dal consiglio di amministrazione il 14 otobre, sebbene la sua lettera di dimissioni sia irreperibile nel
Registro di Commercio di Mendrisio esattamente come quella di Cotti. Le dimissioni di Ferrari sono
avvenute legalmente il 22 novembre.

30) Cotti faceva parte già da anni del Consiglio d'amministrazione della Banca popolare svizzera e
aveva guidato il gruppo Pro SKA (Schweizerische Kreditanstalt). Come segno di gratitudine il
direttore
della CS Holding Rainer Gut lo promosse nel 1993 a presidente della banca e a consigliere
d'amministrazione della CS Holding.

31) “Neue Zürcher Zeitung”,16. 5. 95

32) Il molteplice, avventuroso coinvolgimento di Fiscalini nel sistema italiano delle bustarelle viene
trattato separatamente (vedi p.56 segg.)

33) Hans Rudolf Staiger faceva parte anche del consiglio di amministrazione della Neuen
Schauspiel
AG, che gestisce il Zürcher Schauspielhaus e attraverso il suo studio legale aveva legami con il
presidente della Banca Albis Rudolf Hegetschweiler.

34) Politicamente Venerio Quadri così come Gianfranco Cotti e Geneviève Aubry debbono essere
collocati nel'ampio spettro della destra cattolica. Nel 1983 egli aveva pubblicato presso una casa
editrice tradizionalista di destra nel frattempo scomparsa di nome Libertas Schweiz uno studio sul
comportamento degli avvocati nei processi per terrorismo e per risse di giovani. Anche la Aubry era
membro della Libertas. Due rappresentanti non noti della Libertas presero parte nel 1980 al
Congresso
di Ginevra della World Anti-Communist League (WACL). (Frischknecht, Jürg e altri.:”Die
unheimlichen Patrioten.Politische Reaktion in der Schweiz“, (‘I patrioti inquietanti. La reazione
politica in Svizzera’), Zurigo 6, 1987, p.637.

35) “Beobachter” 24/92. Nel consiglio di amministrazione sia della Banca Commerciale di Lugano
che
della Atlantis Bank di Ginevra erano presenti l'ex consigliere federale Nello Celio e l'avvocato
ticinese
Rubino Mensch.

36) Altri esempi sono l'ex procuratore di stato Paolo Bernasconi, l'ex poliziotto cantonale di Zurigo
Walter Zimmerli o l'ex avvocato di circoscrizione zurighese Hans Baumgartner (PS).

37) “Weltwoche”, 21.11.93

38) “Le Nouveau Quotidien”, 24.4. 94

39) Suoi colleghi nel consiglio di amministrazione erano qui oltre al presidente della Fimo Elio
Fiscalini anche Giovanni Gianola, ultimo presidente della Sasea Holding di Ginevra, che aveva
provocato il più grande fallimento in Svizzera, e l'ex consigliere di stato ticinese Ugo Sadis.

40) In qualità di rappresentante legale della Fimo SA Venerio Quadri inviò a fine marzo 1993 a
Gian
Trepp e a Paolo Fusi un'ingiunzione di pagamento di più di 999 000 franchi ciascuno per
affermazioni
"lesive della personalità" in diversi non meglio definiti articoli.

41) Il controllo di Gianella Brioschi sulla Itoko era strutturato in modo più complesso: la Hulsa SA
(Lugano, capitale 50 000 franchi) controllava la Interinvestment Corp. Ltd. (Lugano, capitale
50.000
franchi) che a sua volta controllava la fiduciaria GiBi (Lugano, capitale 50.000 franchi). La GiBi
aveva
la maggioranza nella Karelion Anstalt Etablissement (Vaduz, capitale 1436 000 franchi), che a sua
volta
deteneva il 95% della Itoko Holding ( Lugano, capitale 1 500 000 franchi). La Interinvestment Corp.
Ltd. deteneva anche la metà della Fiduciaria Tramezzani Sa (Ponte Tresa ).

42) Interrogatorio di Pacini Battaglia del 18 marzo 1993 , citato in : Calvi, Fabrizio e Sisti, Leo : ‘Les
Nouveaux Réseaux de la Corruption’(‘Il nuovo labirinto della corruzione’, Parigi 1995, p.83

43) "L' Espresso", 4. 4. 93


45) "Corriere della Sera", 6. 3. 94, p.11

46) Lo scandalo Lentini era venuto alla luce , dopo che Gianmauro Borsano , deputato socialista al
parlamento e presidente dell' AC Torino , era stato interrogato dalla procura della repubblica di
Torino e
aveva parlato anche dei suoi affari in campo calcistico.

47) "Corriere della Sera", 6.3.94

48) Calvi, Fabrizio e Sisti,Leo : ‘Les Nouveaux Réseaux de la Corruption’. Paris, 1995, p.308 segg.

49) "Corriere della Sera ", 6.3.94

50) "La Repubblica", 7.9.93

51) "La Regione", 1.4.93. Per ironia della sorte Lottusi fu condannato a Palermo a 20 anni di
prigione
proprio il giorno in cui "La Regione" intervistò Fiscalini.

52) ivi

53) ivi

54) Coimputato fu anche il presidente del complesso industriale elettronico Schneider SA Didier
Pineau-Valenciennes. La multinazionale Schneider è un agglomerato di società attive
prevalentemente
nel settore dell'elettrotecnica e occupa 90.000 collaboratori in 130 paesi. è sorto da Schneider-Le
Creusot,gruppo di industria pesante e costruzione di macchine con una lunga tradizione ,dopo una
serie
di metamorfosi e fusioni. Negli anni '70 Schneider era sotto controllo dell'industriale belga barone
Empain. Dopo il ritiro di Empain e la vendita del gruppo d'industria pesante e costruzione di
macchine
da parte del successore francese di Empain Didier Pineau-Valenciennes, i complessi industriali
elettronici francesi di Merlin Gerin e Tèlèmècanique così come il gruppo di elettrotecnica
statunitense
Square D costituivano i caposaldi della Schneider SA. La Schneider rappresenta un caso estremo
perfino per le strutture imprenditoriali francesi notoriamente interdipendenti. Con l'offerta di fusione
fatta al gruppo immobiliare Spie- Batignolles all'inizio del 1995 Pineau-Valenciennes ha rafforzato
questo trend.

55) Il giudice istruttore Van Epen accusò Foti di aver venduto la Sirix ad un prezzo eccessivo alla
PB
Finance, presso cui la Fimo aveva una quota di partecipazione.

56) Verdoot aveva collegato,mediante una partecipazione al capitale, la PB Finance / Sirix anche
con la
belga Cofibel ,affiliata alla Schneider, il cui presidente era Didier Pineau- Valenciennes ;Verdoot
faceva
parte del consiglio di amministrazione. La Fimo deteneva indirettamente il 10% della Cofibel, per
metà
attraverso Euver e per l'altra metà attraverso la Banca Albis (Vanempten,Jean e Verduyn, Ludwig:
‘Le
Blanchiment en Belgique’, Bruxelles 1994, p.88). Inoltre la Fimo possedeva circa l'1,5 percento
della
Spep, la società capogruppo del complesso industriale Schneider. In un documento interno del
gruppo
Schneider si parlava nel 1990 di "una politica di collaborazione con il gruppo Fimo" ( “Le Nouvel
Economiste”, 3.6.95 )

57) Il 12 maggio 1993 le cose si misero ancor peggio per Foti. Il Dipartimento Investigativo
Antimafia
italiano DIA, un reparto speciale della polizia italiana, fondato alla fine del 1991, arrestò nel corso
di
un'azione in grande stile sotto il comando del tenente colonnello Michele Riccio 36 persone, in
maggioranza sulla riviera ligure. Si giunse all'arresto dopo che la camorra, era già stata sorvegliata
da
mesi mentre investiva denaro illegale in borsa. Tra gli arrestati, accanto ai boss della camorra
Antonio
Sarnatoro e Michele Zaza,c’era anche Attilio Repetti , un manager cattolico (era membro di primo
piano della UCID, Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) e presidente della Società finanziaria
Ferrovie Torino Nord (FTN) quotata alla Borsa di Milano. Repetti faceva parte insieme a Foti del
Consiglio di amministrazione della Brondi e Saroldi ( Voghera, Pavia), affiliata alla Sirix-Intervitrum
(“Il Mondo”, 1. / 8. 11. 93). Giornalisti italiani trovarono allora degno di nota che un consigliere
d'amministrazione della Fimo, la cui società era stata al servizio della mafia siciliana e del cartello
di
Medellìn come stazione di transito di denaro, facesse parte di un altro consiglio di amministrazione
proprio con un camorrista. ( “Il Mondo”, 1./ 8.11.93) Gli autori del libro ‘Le Blanchiment en Belgique’
sostennero : " I piccoli azionisti ( PB Finance) avrebbero dovuto reagire più in fretta. Ma è
ugualmente
significativo che nessuna autorità belga si sia sentita qualificata ad indagare la provenienza dei
soldi
investiti alla PB Finance. Ciò non riuscì neppure alla stampa."(Vanempten, Jean, e Verduyn,
Ludwig :
‘Le Blanchiment en Belgique’, Bruxelles 1994, p.96)

58) ''Le Vif/L'Express'', 10.6.94

59) Nel consiglio di amministrazione Fimo rimasero Luigi Tamburini, Lucia Galliano-Aloisio e
Piergiorgio Aloisio. La Fimo restò in seguito quasi due anni senza presidente, fnchè il 17 febbraio
1995
la società duramente provata ebbe un nuovo presidente nella persona di Franco Galliano (Torino).

60) “Tessiner Zeitung”, 21./22.9.93

61) “Cash”, 1.10.93

62) Fosse un caso o no: come già detto, la filiale della Banca Albis a Chiasso quando si accollò gli
affari di carattere bancario della Fimo contava ugualmente 27 posti di lavoro.
63) La strategia di crisi ben arrangiata della Banca Albis ricorda in qualche modo la vendita della
Banque de Commerce et de Placements BCP al gruppo turco çukurova nel giugno 1991, pochi
giorni
dopo che la casa madre BCP, la Bank of Commerce and Credit International BCCI, era stata
chiusa
coercitivamente dalla Bank of England e dall'Institut Monètaire del Lussemburgo . La SBG
mantenne
una partecipazione di minoranza alla BCP e con la vendita alla çkurova riuscì ad evitare che la
filiale
svizzera BCP della BCCI dovesse venir chiusa. Un' eventuale chiusura avrebbe prodotto solo un
inutile
scandalo e il baccano dei media. (cfr. p.177 segg)

64) "Corriere del Ticino ", 27. 11. 93

65) ivi

66) "Corriere del Ticino", 29. 10. 91

67) Il 15 luglio 1992 in un'intervista al "Nouveau Quotidien" la del Ponte ha giustificato il suo
certificato Persil per Cotti come segue :" Le indagini [ al momento del rilascio del certificato il 18
ottobre 1991] erano in corso già da un anno. Avevo intrapreso procedimenti d'inchiesta e avevo in
mano elementi più che sufficienti per direquello che allora dissi"

68) "Le nouveau Quotidien", 15.7. 92

69) "Il Giornale", 4. 4. 93

70) Fiscalini e Giuseppe Doninelli facevano parte insieme a Marzocco del Consiglio di
amministrazione della francese Franchi France di Rungis presso Parigi, una società che importava
in
Francia e vendeva armi da caccia e munizioni.

71) "La Repubblica", 7. 9. 93

72) Fino al 12 luglio 1965 la Interchange Bank (Chiasso) era stata proprietaria della Hyaline.
Questa
banca ,presieduta dall'avvocato Bixio Bossi, diede adito al primo scandalo bancario in Ticino dopo
la
guerra. Nel marzo 1967 il delegato del consiglio di amministrazione Angelo Maternini e il direttore e
azionista unico Umberto Fraschetti furono arrestati, la Interchange fu chiusa dal pubblico ministero
e la
porta sigillata. Maternini aveva fatto parte del consiglio di amministrazione della Hyaline e della
Stefany con Ercole e Stefania Doninelli. Già dal 1964 la Interchange non era più stata liquida.
Interchange trattava con monete d'oro e aveva una filiale a Caracas in Venezuela. L'istituto era
stato
fondato nel 1954 da Remo Cademartori, un industriale di Como. Quest' uomo aveva un passato
movimentato e doveva aver avuto sempre buoni contatti. Infatti egli collaborò subito dopo la guerra
con il colonnello Charles Poletti, capo dell'amministrazione militare alleata a Roma e più tardi a
Milano. Dalla relazione della commissione delle banche emerse allora chiaramente che le autorità
ticinesi avevano preso la faccenda un pò alla leggera, come scrisse la National Zeitung di Basilea.
(10.4.67) Prima che si arrivasse al processo contro Cademartori, Maternini e Fraschetti passarono
7
anni. Nel 1974 i tre vennero condannati al carcere per fallimento fraudolento, Cademartori a 8
anni,
Maternini a 4 anni e Fraschetti a 27 mesi. Tutti e tre erano assenti e non andarono mai in una
prigione
ticinese. Fino alla conclusione del procedimento fallimentare contro la Interchange nel settembre
1989
passarono ben 15 anni. Molti della parte lesa erano morti, tra questi non pochi emigranti italiani ai
quali
la Interchange si era presentata come cassa di risparmio. Nel febbraio 1996 si tornò a parlare di
nuovo
della Banca Interchange. Un tribunale di New York aveva condannato il Canton Ticino ad un
risarcimento di 125 miliardi di dollari. Una società americana, la Granville, presieduta dal cittadino
statunitense Abdul Hafez Muhammed, aveva in prima istanza fatto valere questa sua richiesta.
Secondo
Hafez Muhammed la Graiville aveva versato fiduciariamente nel 1966 alla Interchange 600 milioni
di
dollari senza che le fossero più restituiti. Il Canton Ticino fece ricorso in appello a New York con
successo.

73) L'arresto dell'azionista di minoranza della Fidia, Pia Vecchia, e di suo marito, il cardiologo
Riccardo Buchberger, il 17 febbraio 1993 a Ponte Chiasso, fa luce sulla crisi della Fidia. I
Buchberger
avevano in auto documenti che dimostravano che avevano versato 432 milioni di lire sui loro conti
bancari svizzeri. Inoltre Pia Vecchia aveva 4 titoli rubati del Banco di Santo Spirito. Facevano parte
di
quei 294 titoli che il 2 novembre 1990 erano stati rubati a Roma e nel 1992 erano comparsi in
diverse
banche in Italia, Svizzera, Inghilterra e Lussemburgo. Questi titoli aveva cercato di venderli anche
Winnie Kollbrunner, collaboratrice del ministro della giustizia italiano d'allora, nell'ottobre 1992 a
Ginevra ed era stata arrestata. (v. p.309 segg) Nella sua rubrica telefonica Pia Vecchia aveva
anche il
numero di telefono di Ugo Ziletti, ex vicepresidente del supremo consiglio dei giudici italiani CSM,
che 3 giorni prima era stato arrestato perché coivolto nella bancarotta della Compagnia generale
finanziaria di Sergio Cerrutti. La CGF amministrava denaro di Licio Gelli e di altre persone della
P2.
( "L'Unità", 26.8.93)

74) Duilio Poggiolini e sua moglie Pièrr sarebbero argomento per un intero libro. Nato nel 1929 in
una
famiglia di modeste condizioni, dopo la guerra potè studiare medicina e divenne medico di
campagna.
Partecipò ad un concorso per un posto di funzionario al ministero della salute. Grazie alla fortuna e
a
buone relazioni ottenne l'incarico. Da allora cominciò per lui una brillante ascesa. Diventò
professore
universitario e nel 1973 direttore generale del reparto per l' autorizzazione dei farmaci. Egli
incassava
senza ritegno ricche tangenti dall' industria farmaceutica per l'autorizzazione di farmaci inutili o
addirittura dannosi a prezzi eccessivi. Nel 1979 finì nel mirino della stampa per una complessiva
inefficienza e per la sua scandalosa prassi delle autorizzazioni. Per difendersi aderì alla loggia
massonica segreta P2 di Licio Gelli, e immediatamente gli attacchi diminuirono. All'inizio degli anni
'80 la procura della repubblica di Torino aprì un'istruttoria nei suoi confronti. L'inchiesta fu trasferita
a
Roma dove si insabbiò (“Panorama”, 28.3.93). L'"Espresso" del 4.7.93 cita ad esempio lo spray
Calcitonnia della Sandoz contro l'osteoporosi. Il farmaco non era riconosciuto negli USA, in
Inghilterra, in Francia perché la sostanza era efficace solo se iniettata sottocute. O Timunox della
Cilag
AG (Schaffhausen), un medicinale per rafforzare il sistema immunitario, venduto solo in Italia. O
anche TP1 della Ares Serono (Ginevra), contenente la stessa discutibile sostanza del Timunox,
solo
molto più cara.

75) "Corriere della Sera",27 10 93

76) "L'Espresso", 28 10 93

3 LA MISTERIOSA TRADE DEVELOPMENT BANK

Seconda stazione svizzera di transito del denaro da narcotraffico, nel percorso che dalla mafia
portava
al cartello di Medellìn, era il conto Oficina de Cambio Internacional presso la Trade Development
Bank
di Ginevra (TDB). E come alla Fimo anche alla TDB nessuno, secondo le sentenze di Carla del
Ponte,
sapeva qualcosa di proventi da traffico da droga. A giudicare dalle ordinanze di archiviazione delle
indagini sulla Fimo, Victor Dana e Thierry Dana, due membri dei quadri TDB, credevano in buona
fede
che le banconote in lire, consegnate dal riciclatore Giancarlo Formichi Moglia di Chiasso,
provenissero
dalla vendita di oro venezuelano negli USA. (1) Conclusione: La TDB non si era resa colpevole di
concorso in riciclaggio di denaro come la Fimo o il servizio postale ferroviario che aveva
trasportato i
sacchi valore con le banconote italiane da Chiasso a Ginevra.(2) Mentre la giustizia ticinese aveva
archiviato il dossier TDB subito dopo averlo aperto, vale la pena considerare in questo libro con
particolare attenzione la banca ginevrina in buona fede a cui si appoggiava per le sue operazioni il
riciclatore di denaro da narcotraffico Formichi Moglia. perché questa banca ginevrina era stata il
perno
e il cardine dell'ascesa di Edmond Safra a "banchiere di maggior successo da Morgan e
Rockfeller".(3)
Edmond Safra è un ebreo sefardita di Beirut con passaporto brasiliano.(4) Insieme con altre tre
famiglie
sefardite medio-orientali egli ha fatto di Ginevra la capitale del settore bancario sefardita. Senza
questo
retroscena la storia della TDB non può essere analizzata. Perciò bisogna presentare brevemente
le
famiglie de Picciotto, Gaon e Dweck prima di cominciare a parlare della TDB di Safra. Edgar de
Picciotto, un finanziere libanese emigrato in Svizzera da Beirut passando per l'Italia, ha fondato
insieme ai suoi due figli Guy e Daniel una nuova potente dinastia di banchieri ginevrini.(5)
Diversamente dal suo connazionale levantino Edmond Safra, che non ha mai voluto prendere la
cittadinanza svizzera, Edgar de Picciotto nel 1972 è diventato cittadino di Waadt. Insieme con i
protagonisti del mondo bancario locale è membro anche dell'istituto "Gèneve Place Financière"
(6). Già
nel 1969 De Picciotto aveva fondato con il banchiere privato zurighese Nicolas Baer la Compagnie
de
Banque et d'Investissements (CBI). Nel 1978 Baer diede le dimissioni dal Consiglio di
amministrazione CBI e fu sostituito dal ginevrino Michel Brunschwig. (7) Nel 1989 entrò nel
consiglio
di amministrazione CBI Rodolfo de Benedetti, figlio del presidente dell'Olivetti, Carlo de Benedetti
(8), mentre de Picciotto deteneva quote di minoranza delle holding familiari di De Benedetti CIR
(Parigi) e Sofigen (Ginevra). Nel 1990 infine la CBI, suscitando lo stupore degli specialisti del
settore,
comprò la TDB, dieci volte più grande, fondata da Safra. Se ne parlerà ancora più avanti. Nessim
Gaon,
presidente del congresso sefardita mondiale, era nato nel 1922 in una famiglia di ebrei turchi in
Sudan,
dove suo padre era un alto funzionario coloniale britannico. Nel 1957 venne a Ginevra e ottenne
più
tardi la cittadinanza ma senza essere mai veramente accettato. Si occupava di commercio e di
operazioni immobiliari. Il direttore cantonale dei lavori edili Chistian Grobet (PS) si oppose ad
alcuni
dei suoi progetti edilizi. All'inizio degli anni '90 la famiglia Gaon controllava due dozzine e più di
società, ad esempio la Sècheron Holding SA (9) e la Noga SA con il direttore Joel Herzog, figlio
dell'ex
presidente israeliano Chaim Herzog. Nel febbraio 1995 Gaon arrivò sull'orlo della bancarotta,
perché
era stato coinvolto nel crac immobiliare di Ginevra con un grande progetto nel settore industriale
della
Sècheron dietro la stazione ferroviaria Cornavin. Sebbene non confermato ufficialmente, Gaon
potrebbe essere stato aiutato da Safra ; il manager di Safra Isaac Ormyron fa parte del consiglio di
amministrazione della Noga SA di Gaon. Nel dicembre 1994 il tribunale di Ginevra concesse a
Gaon,
dopo una richiesta di riscossione della Olympia & York, Toronto (Fratelli Reichmann), un rinvio del
fallimento di per lo meno due anni (10). La terza potente dinastia sefardita di Ginevra è
rappresentata
dagli Dwecks. Questi sono originari come i Safra di Aleppo e sono giunti più tardi a Ginevra
passando
per Beirut prima e per l'Italia poi. Giacomo Dweck aveva lavorato dall'inizio degli anni '60 per la
TDB
di Safra. Maurizio Dweck fondò agli inizi degli anni '70 la Soditic di Ginevra , che più tardi divenne
la
Banca privata SG Warburg Soditic e dopo la vendita della Warburg SG al Bankverein nel 1995 fu
chiamata di nuovo Soditic.(11) Maurizio Dweck fa parte anche del comitato direttivo della Borsa di
Ginevra.

LA CAPITALE MONDIALE DEL SISTEMA BANCARIO SEFARDITA

L'integrazione delle famiglie Safra, de Picciotto, Gaon e Dweck - analogamente all'accoglienza


degli
Ugonotti alcune centinaia di anni prima - sottolineò la tradizionale capacità di assimilazione di
Ginevra. Con ciò la città ospita oggi oltre al gruppo locale dei tradizionali banchieri privati un
secondo
centro decisionale globale nel cosiddetto "Private Banking", il business della gestione patrimoniale
per
gente ricca: Una potenza autonoma con la quale anche gli organi decisionali delle tre grandi
banche

svizzere residenti a Zurigo debbono fare i conti. Senza tener conto delle radici comuni di una parte
dell'

aristocrazia ginevrina del denaro nell' ebraismo sefardita, non si possono prendere in esame i
misteri

dell'ascesa della TDB nè l'avvenire di Ginevra come centro decisionale nella piazza finanziaria

Svizzera. E bisogna considerare che religiosità personale e impegno politico delle grandi famiglie

sefardite di Ginevra sono diversi. Mentre Nessim Gaon era presidente del Congresso mondiale

sefardita, i de Picciotto e i Dwecks mantennero un basso profilo. Il ricchissimo e potentissimo


Edmond

Safra non fa mistero della sua religiosità personale e del suo impegno per gli interessi terreni dell'

ebraismo sefardita. (12) Nato nel 1932, è il patriarca della famiglia Safra, di cui fanno parte i suoi
fratelli più giovani che vivono in Brasile, Joseph, Moise, Evelyn, Ughette, Gabi e Arlette. Ci asono
poi

i figli che Edmond ha adottato sposando Lily Monteverde e la numerosa prole dei suoi fratelli e
sorelle.

Safra che ha definito una volta le banche i suoi figli, ha sempre sottolineato che guadagnr denaro
non

era per lui fine a se stesso. Voleva piuttosto fondare una banca che sopravvivesse mille anni. (13)
Il

primo traguardo l'ha raggiunto il discendente di quei mercanti sefarditi che 150 anni fa nella Aleppo

allora osmanica avevano cominciato a commerciare in denaro e oro. Si può affermare che la
famiglia

Safra abbia superato oggi i Rothschild, la dinastia di banchieri ebrei finora preminente. Negli anni
'90

sembrava in declino soprattutto la stella del ramo inglese dei Rothschild. La NM Rothschild di
Londra

fu superata dalle banche d'affari Schroders e Fleming, tradizionali concorrenti, cosa di cui il
"Sunday

Times" incolpò il capo dei Rothschild, Sir Evelyn. (14) Il tragico suicidio del successore designato
di
Sir Evelyn, Amschel Rothschild, nel luglio 1996, dopo una seduta decisiva a Parigi, sottolineò

ulteriormente la profonda crisi della casa. Ma anche i Rothschild francesi avevano conosciuto
giorni

migliori. Dopo che nella famiglia non era stato possibile trovare nessun successore adeguato, nel

settembre 1995 Gérard Worms passò infine alla guida della società in accomandita Rothschild et
Cie.

Banque (Parigi). Nell'estate 1995 Worms era stato destituito da presidente della finanziaria
Compagnie

de Suez (Banque Indosuez, Sociétè Générale de Belgique) in gravi difficoltà e ricevette il compito
di

organizzare il rilancio dei Rothschild - costi quel che costi. Il ramo franco-svizzero dei Rothschild,
la

ginevrina Banque Privée Edmond de Rothschild del padre Edmond e del figlio Benjamin de
Rothschild

faceva ancora, per lo meno esteriormente, un'ottima figura.

EDMOND SAFRA E LA TDB


Motore dell'ascesa di Edmond Safra fu la TDB, la cui vicenda, ricca di successi, deve essere vista
sullo

sfondo della storia della famiglia Safra. Jacob Safra, padre di Edmond, nacque nel 1891 ad Aleppo

quale figlio di un cambiavalute e commerciante in oro.(15) Ancor giovane entrò nella banca Safra

Frères, fondata intorno alla metà dell' '800 da suo nonno, che aveva filiali ad Alessandria e a
Istanbul.

Durante l'infanzia di Jacob Safra Aleppo era una città in declino. L'impero turco ottomano subiva la

pressione degli imperialisti inglesi e francesi e insieme del nascente nazionalismo arabo. Nel 1914,
a 23

anni, Jacob Safra andò nell'ambiziosa Beirut e aprì qui una filiale di Safra Fréres. Quattro anni
dopo,

dopo la prima guerra mondiale l'impero ottomano era storia. I quattro cugini e soci dell'istituto
bancario

(David a Istanbul, Ezra ad Aleppo, Jacques ad Alessandria e Jacob a Beirut) dovettero chiudere i
loro

sportelli. Col crollo dell'impero ottomano molti ebrei di Aleppo, chiamati Calabi, si erano rifugiati a

Beirut. Così ad es. le famiglie dei Dweck, Tawil, Shammah e Sasson. Alcuni dei discendenti di
queste
famiglie di commercianti e banchieri sefarditi entrarono più tardi nei quadri delle banche controllate
da

Edmond Safra. Nel 1920 Jacob aprì a Beirut, che ora era in territorio di mandato francese, una
nuova

banca: Jacob E. Safra, Maison de Banque. Nel 1922 ebbe da sua moglie Esther il figlio Elie. Dopo
dieci

anni seguì il secondo figlio Edmond, più tardi seguirono Joseph, Moise, Evelyn, Ughette, Gabi e

Arlette. Negli anni venti e trenta gli affari di Jacob Safra andarono bene ed egli divenne uno dei
leader

dell'allora grande comunità ebraica di Beirut. I suoi clienti erano non solo ebrei, ma anche
musulmani e

cristiani, che allora avevano in Libano rapporti piuttosto buoni. La banca Safra si occupava
soprattutto

di finanziamenti commerciali per prodotti come caffè, cacao, oro e diamanti. Di Edmond si racconta

che già all'età di otto anni lo si poteva incontrare ogni giorno nell'ufficio commrciale del padre.
Durante

la seconda guerra mondiale il Libano fu amministrato da un alto commissario del governo


filonazista di
Vichy del maresciallo Pétain. Il padre di Edmond, essendo un leader della comunità sefardita

frequentava l'alto commissario di Vichy e sapeva quale minaccia incombesse sugli ebrei di Beirut
nel

caso che il feldmaresciallo tedesco Erwin Rommel avesse conquistato il Cairo. Il regime di Vichy

aveva già preparato leggi eccezionali per "il trattamento degli Israeliti", che legalizzava la
consegna

degli ebrei in Nordafrica e nel levante alla Germania nazista. Ma per fortuna il corpo d'armata

dell'esercito tedesco in Africa fu sconfitto dai britannici ad ElAlamein, e gli ebrei di Beirut

sopravvissero allo spettro di Vichy più o meno senza danni. Ma subito dopo la guerra si
presentarono

nuovi pericoli. Nella Palestina del mandato britannico cominciò una guerriglia tra gli ebrei europei

emigrati e i palestinesi lì residenti Con ciò ebbe una fine improvvisa la tradizionale tolleranza tra
Arabi

ed Ebrei che per secoli erano stati sudditi dei Turchi. Ad Aleppo la sinagoga fu distrutta nel 1947 e
la

Banca Safra, guidata da un cugino di Jacob, andò in fiamme. Anche a Beirut imperversava
l'antisemitismo, e di fronte alla banca Safra ci fu una dimostrazione : Non fidatevi dell'ebreo Jacob

Safra, si leggeva su un trasparente.

L'ESODO DA BEIRUT

Jacob Safra sapeva che i suoi giorni in Libano erano contati. Inviò i suoi due figli più giovani
Joseph e

Moise in Inghilterra in una scuola privata, il sedicenne Edmond lo mandò invece nel 1948 in Italia,

dove avrebbe dovuto creare un punto d’appoggio per la Banca Safra in Europa. Il figlio maggiore
Elie,

che conformemente alla tradizione sefardita avrebbe dovuto assumere l'attività del padre, fu
scavalcato.

Da questo Elie non si riprese mai. Andò in Svizzera, si ritirò completamnte dagli affari e morì
giovane.

Si dice che ancor oggi Edmond soffra sotto il peso del tragico destino del fratello maggiore.
Seguito da

un domestico e dal fedele impiegato di suo padre, Jacques Tawil, Edmond volò nel 1948 a Roma e
più

tardi a Milano, dove commerciò in oro. L'Italia del Nord era allora meta preferita degli ebrei
mediorientali, che non erano riusciti a provare amicizia per il nuovo stato di Israele dominato dagli

ebrei europei. Accanto a Safra ad esempio anche Edgar de Picciotto e Maurizio Dweck. C'erano
inoltre

i sefarditi residenti da lungo tempo, e nel frattempo italianizzati, come i De Benedetti. Per cinque
anni

Edmond Safra fece la spola tra Beirut e l' Europa e portò a termine operazioni finanziarie. Allo
stesso

tempo teneva sempre gli occhi aperti alla ricerca di un paese in cui la sua gente potesse emigrare.
Nel

1952 individuò infine la meta agognata in Brasile, dove era dovuto volare per l'ispezione di una

cartiera. Edmond cominciò ad imparare il portohese, levò le tende da Milano e si trasferì in Brasile,

dapprima a Rio, poi a Sao Paulo. Nel 1953 il padre Jacob con i fratelli e le sorelle lo seguirono da

Beirut. La banca di Beirut Jacob Safra la cedette ad un fedele impiegato. Sebbene il vecchio
edificio sia

stato distrutto nel 1976 durante la guerra civile, essa esiste ancor oggi. In Brasile c'era allora un
media

borghesia ebraica. Non poche di queste persone avevano dovuto sfuggire a suo tempo ai nazisti e
ora

divennero i primi clienti della piccola banca, che i Safra avevano comprato a San Paolo. Inoltre

continuarono a finanziare il commercio, come avevano già fatto cento anni prima.

GINEVRA, PATRIA ELETTIVA

Già dopo tre anni a San Paolo Edmond venne di nuovo in Europa, questa volta a Ginevra. Qui
fondò

nel 1956 la Finanziaria Sudafin con un capitale di 100.000 franchi.(16) Quattro anni più tardi la

Sudafin, sotto il nome Trade Development Bank, fece richiesta di una licenza bancaria presso la

Commissione Confederale delle Banche. Anche il padre di Edmond, Jacob Safra, entrò nel
consiglio di

amministrazione. Negli statuti si diceva che l'attività si svolgeva soprattutto all'estero. Sebbene dal

1956 Safra fosse solo raramente in Brasile ricevette nel 1960 la cittadinanza brasiliana. Non ha
una

residenza fissa, ma fa la spola tra Ginevra, la Costa Azzurra, Londra, San Paolo e New York. Per
poter

andar in giro senza bagaglio, ha in tutti questi luoghi un set di camicie e abiti azzurri identici e un
cameriere che tiene tutto in ordine. Nel 1962 Edmond vendette la sua partecipazione al Banco
Safra SA

di San Paolo ai suoi fratelli più giovani Joseph e Moise, per concentrarsi completamente sulla
TDB.

(17) Nel 1963 morì a nella città brasiliana il padre Jacob. Già dopo un anno dalla fondazione della
TDB

il capitale potè essere aumentato a 26 milioni di franchi. Ai posti di comando strategici Safra mise,

conformemente alle antiche tradizioni, preferibilmente correligionari mediorientali. Alcuni di loro

avrebbero fatto una grande carriera: ad esempio Joseph A. Shalam o Emile Saadia. Nel gennaio
1963 la

TDB aprì una filiale a Chiasso. Vicedirettore divenne Giacomo Dweck, un calabi di Aleppo che
aveva

preso la cittadinanza italiana. Più tardi si unirono al management di Chiasso anche Alber
M.Benezra,

un ebreo turco di Istanbul, e il vecchio uomo di fiducia Jacques Tawil con cui Safra nel 1948 aveva

fatto per la prima volta un viaggio in Italia. L'impiego di tre tra le più qualificate e strette persone di
fiducia nella piazza finanziaria di Chiasso, allora ancora piccola, sottolinea l'importanza di questa

filiale. Negli anni '60 e '70 gli affari andavano lisci come l'olio, senza che si fossero presentati
problemi

di rilievo. Dopo Chiasso furono aperte filiali anche a Londra e a Nassau (Bahamas). La filiale
londinese

divenne uno dei maggiori operatori sui mercati monetari d'Inghilterra. Nel 1973 la TDB si era

trasformata nella più grande banca svizzera controllata da stranieri con un capitale di 165 milioni di

franchi. Nonostante il suo fenomenale successo Safra continuò allora a rimanere quasi del tutto

sconosciuto all'opinione pubblica svizzera. Gran parte della clientela si trovava in Sudamerica, che
in

quegli anni era dominata per lo più da dittature fasciste.

SAFRA VENDE LA TDB

Nel 1983 Safra vendette la sua TDB per 550 milioni di dollari al gruppo di servizi finanziari

statunitense American Express.(18) La vendita era stata avviata da Peter Cohen , presidente della

Shearson Lehman, affiliata di American Express. Cohen aveva lavorato dal 1978 al 1980 per Safra
ed
era diventato poi presidente della Shearson Lehman.(19) I capi dell'American Express Jim
Robinson e

Jack Smith volevano rilanciare l'American Express Bank e ritenevano che a questo scopo fosse
ideale

una fusione con la TDB. E questo sebbene il campo d'azione principale della TDB fosse il
Sudamerica

scosso allora da una crisi causata dai debiti, e dove la banca aveva molti crediti pendenti. Safra

vendette, la TDB confluì nell’American Express Bank, e Safra ne divenne presidente. Nello stesso

tempo si impegnò per iscritto di non fondare per tre anni una nuova banca in Svizzera, nel caso di
un

ritiro dall'American Express. Si scontrarono due culture: da una parte la TDB con il suo carattere

marcatamente ebraico e il forte legame con Safra presidente onorario e fondatore, dall'altra
l'American

Express Bank con la sua mentalità tradizionalmente WASP (White-Anglo-Saxon-Protestant). Safra


e il

capo dell'American Express Jim Robinson ben presto litigarono. Già alla fine del 1984 e pochi
mesi
dopo anche il suo fedele sottotenente Giacomo Dweck uscirono dal consiglio di amministrazione.
Nel

corso del 1985 cominciò il grande esodo dall'American Express Bank dei rappresentanti dei quadri

fedeli a Safra. Michel Cartillier, Sem Almaleh, Jacques Tawil e circa cento altri del seguito di Safra

lasciarono l'istituto. Nel caso che a Safra e agli uomini del suo seguito fosse riuscito di portarsi via
oltre

ai quadri anche i vecchi clienti migliori della TDB fusasi con la American Express Bank, la TDB

sarebbe divenuta praticamente senza valore per American Express e la discreta cifra d'acquisto di
550

milioni di dollari sarebbe andata perduta. Perciò il capo dell'American Express Jim Robinson
ingaggiò

dei detectives privati e incaricò le più note agenzie di investigazioni economiche come Jules Kroll

(New York) e Carratu International (Londra) di cercare motivi d'accusa contro Safra. La fiducia dei

clienti in Safra avrebbe dovuto essere distrutta affinchè non passassero alla sua Republic National
Bank

of New York (RNB). La RNB era stata fondata da Safra nel 1966, sei anni dopo la TDB, come suo
punto d'appoggio a New York.

LA GRANDE CAMPAGNA DENIGRATORIA

Sulla campagna internazionale che il capo dell'American Express Jim Robinson condusse dal
1986 fino

al 1989 contro Safra il reporter del “Wall Sreet Journal” Bryan Burrough scrisse un libro di 500
pagine

dal titolo: ‘Vendetta - La campagna diffamatoria dell'American Express contro il concorrente


Edmond

Safra’. (20) Il libro comincia con la frase: "Il finanziere internazionale Edmond Safra fu accusato di

essere implicato in numerosi delitti di riciclaggio di denaro sporco fino al delitto su commissione.
Per

quanto ho potuto riscontrare nelle mie ricerche si tratta di pure calunnie". Secondo Burrough "tutte
le

dicerie di narcotraffico "si basano solo su pettegolezzi intorno alla famiglia di bancheri levantina

tradizionalmente discreta, generati da "antisemitismo e invidia per le ricchezze di Safra". Per


Burrough

"il problema d'immagine di Safra nasce dal tradizionale impegno della famiglia di banchieri in due
branche d'affari considerate sospette da numerosi osservatori occidentali: le operazioni bancarie

svizzere e il commercio d'oro." In breve: Non è sospetto Safra ma la piazza finanziaria Svizzera.
Nel

tentativo di difendere Safra, lo zelante reporter dello “Wall Street Journal” è divenuto critico

involontario della piazza finanziaria Svizzera. Se si segue coerentemente la logica di Burroughs, le

figure sospette non sono da cercarsi nell'ambiente di Safra, ma piuttosto nel suo elitario ambiente

svizzero. Tutte colonne portanti della migliore società ginevrina: Nel 1982 facevano parte del
consiglio

di amministrazione della TDB ad esempio l'ex direttore del Bankverein Giuliano Pelli e il consigliere

d'amministrazione di Merkur Robert Baur. Gli avvocati ginevrini di Safra erano nomi famosi come

Pierre Guinaud (21), Marc Bonnant (22), Charles-Andrè Junod (23) e Jean-Pierre Jacquemoud.
(24)

Anche se l'autore di ‘Vendetta’ documenta in modo del tutto attendibile la massiccia campagna

denigratoria di American Express, il suo libro resta una difesa acritica di Edmond Safra. E non
meraviglia affatto che gli sia stato rimproverato di scrivere al soldo del finanziere.
L'argomentazione

unidimensionale assomiglia all'arringa di un avvocato per il suo cliente. Sebbene Safra non avesse

bisogno di quest'arringa: il capo dell'American Express Jim Robinson si scusò personalmente per
la

campagna denigratoria - di cui sostenne di non aver saputo niente - e versò 8 milioni di dollari a
enti

assistenziali indicati da Safra. L'unilateralità di Burrough gli impedisce ad esempio di rilevare che la

vendita della TDB all'American Express può essere stata una cosa combinata fin dall'inizio. Il
manager

dell'American Express che aveva arrangiato quest'affare, Peter Cohen, lavorava prima e dopo per
Safra.

(25) è possibile che egli abbia spinto i capi dell'American Express ad acquistare la TDB
nell'interesse di

Safra. Sebbene questa banca come nessun'altra, in ultima analisi fosse a misura del suo fondatore
e

guida, Edmond Safra. "Nella sua banca Edmond è presidente, giudice e giuria", scriveva ad
esempio la

rivista economica "Business Week".(26) La lealtà di Safra nei confronti dei suoi dirigenti spesso
sefarditi era leggendaria; quando qualcuno aveva problemi poteva contare sul capo. I dirigenti a
loro

volta ripagavano, come è comprensibile, con un grande attaccamento. Stando così le cose,
sarebbe

comprensibile che una volta che Safra aveva incassato il prezzo d'acquisto dall'American Express,
i

dirigenti fedeli tornassero dopo un certo periodo di nuovo dal loro vecchio capo. E come
l'esperienza

insegna, i clienti delle banche tendono a seguire gli amministratori patrimoniali a loro noti. Come
detto,

questa è solo un'ipotesi. Ma in un libro di 500 pagine meriterebbe di venir analizzata.

SAFRA RESTITUISCE IL COLPO

è un fatto che quasi cento dei più importanti quadri della TDB abbandonarono la TDB-American

Express. Basti qui citare oltre al direttore generale Michel Cartillier con la segretaria, il direttore

dell’elaborazione elettronica dei dati (EED) Hans Hofer per esempio, il capo contabile Claude

Frossard, il manager del sistema Costakis Plastiras e l'esperta tributaria Claire Favre. Si
concentrarono

alla Prochimex SA in Rue François Billot. Nello stesso edificio aveva il suo studio anche l'avvocato
di

Safra, Jean-Pierre Jacquemoud.(27) La segretaria di Cartillier e altri tre disertori dall'American


Express

lavoravano alla Rasmal Finance SA, del cui consiglio d'amministrazione faceva parte lo stesso

Jacquemoud. All'inizio del 1987 venne a mancare alla TDB-American Express una serie di atti che

documentava i più importanti sistemi di computer e di comunicazione della TDB. Il 23 marzo 1987
il

presidente della TDB-American Express Bob Terrier fece denuncia contro ignoti per furto. Il

procedimento si insabbiò. Il 31 agosto 1987 l'American Express intentò un'azione contro Edmond
Safra

presso la commissione confederale delle banche. Lo accusò di contravvenzione sistematica al


divieto di

concorrenza, di portar via il personale altrui per la sua nuova banca e richiese che fosse vietato a
Safra

di aprire un’altra banca in Svizzera. Non avrebbe offerto alcuna garanzia di una gestione
irreprensibile
dell'impresa. La commissione delle banche respinse il ricorso.

DECOLLO IN VERTICALE DELLA NUOVA BANCA

Nel 1988 Safra fondò la Republic National Bank of New York (Suisse), il cui nome fu poi abbreviato
in

RNB (Suisse). A far parte del consiglio di amministrazione chiamò oltre ai suoi avvocati svizzeri
Jean-

Pierre Jacquemoud e Charles-André Junod anche il fedele Jacques Tawil, con il quale nel 1948
era

venuto da Beirut in Italia, e Guido Hanselmann, vecchio direttore generale della Schweizerische

Bankgesellschaft. Presidente della direzione generale divenne Sem Almaleh, sefardita di Beirut,
già ai

vertici della TDB. Lo affiancava Joseph Benhamou. C'era anche la giovane generazione dei Safra:

aveva funzioni di procuratrice Camila Safra.(28) La nuova banca svizzera di Safra, RNB (Suisse),
era

un’ulteriore componente del suo gruppo RNB. Alla fondazione della RNB numerosi dirigenti della

TDB andarono a New York, ad esempio Cyril Dweck o Jacques Tawil. Safra non aveva alcun
ufficio
operativo presso la sua banca a New York, era solo presidente onorario. Ma come "Business
Week"

informa, gli statunitensi per lo più ebrei che aveva chiamato a far parte del topmanagement
dovevano

essere sempre ai suoi ordini. (29) La RNB fu un grande successo e nel giro di appena 30 anni si

espanse dalle poche agenzie sulla Park Avenue al ventesimo posto delle banche USA con 69 filiali
a

New York, Florida e California. Inoltre il gruppo RNB comprende molti altri operatori di borsa,

amministratori patrimoniali e casse di risparmio. Era considerato inoltre il massimo commerciante


in

oro degli USA per le monete e i lingotti e anche nel commercio di banconote era annoverato tra i

maggiori. (30) Al gruppo RNB appartiene la Republic Mase Bank (Londra), una delle maggiori
banche

al mondo per il commercio dell'oro, e Republic Factoring con filiali in California e North Carolina.
Le

operazioni della Factoring hanno bisogno di un'elevata liquidità: la banca compra crediti già prima
della loro scadenza in contanti con una riduzione. Alla scadenza di pagamento incassa dal
debitore

l'importo intero. A metà del 1994 Safra possedeva il 28,7 % del capitale azionario del gruppo RNB,
una

concentrazione eccezionalmente alta da parte di un unico proprietario tra le grandi banche USA.
Gran

parte, del resto, lo controllava mediante alcune holding. Gli attivi complessivi del gruppo RNB

all'inizio del 1996 ammontavano a più di 60 miliardi di dollari. La Republic National Bank of New

York (Suisse) dal 1988 al 1995 si accrebbe fino a divenire la maggior banca svizzera di proprietà

straniera con un importo di bilancio di più di nove miliardi di franchi. Insieme con le altre banche
Safra

riunite nella Safra Republic Holding del Lussemburgo sorse nel giro di pochi anni un gruppo

internazionale di banche private con circa 16 miliardi di dollari di bilancio totale (1995). Oltre alla

RNB (Suisse) la Republic Holding lussemburghese di Safra aveva ancora due partecipazioni: la
SR

Transport Service di Ginevra, succeduta alla Republic New York Corporation Air Transport il cui
nome
compare nello scandalo Iran-Contra. Essa gestisce i jet dell'azienda per i dirigenti di Safra. Più

importante è tuttavia la Compagnie de Participations Industrielles et Financières SA (CPIF) di


Losanna,

del cui consiglio d'amministrazione faceva parte Jacob Safra junior di New York.(31) Era
consigliere

d'amministrazione insieme a lui l'avvocato Dominique Rochat dello studio Lenz & Staehelin di

Ginevra. Dominique Rochat è uno di quegli avvocati d'affari che fanno collezione di mandati di
banche

e società finanziarie. Una dozzina di mandati esteri fanno di lui un intermediario particolarmente

importante per Safra con questi istituti. (32) Una composizione interessante ha anche la L&S
Conseil

(Ginevra) che ha riunito la RNB (Suisse), la Banque Unigestion e la Kreditanstalt: Safra era

rappresentato dal direttore generale Joseph Benhamou, la Banque Unigestion dal suo azionista e

consigliere d'amministrazione Bernard Sabrier e dal suo consigliere d'amministrazione Robert


Pennone.

(33) Nel maggio 1996 Sabrier vendette infine la Banque Unigestion alla RNB (Suisse), il cui
organico
salì a circa 450 persone ed il bilancio totale a 9,5 miliardi di franchi.

IL PESCE PICCOLO MANGIA IL PESCE GROSSO

La campagna del presidente dell'American Express Jim Robinson non riuscì a bloccare Safra e la
RNB

(Suisse) di nuova fondazione passò rapidamente da un record all'altro. La TDB, sotto l’ala

dell'American Express, non aveva invece successo senza Safra. Nello stesso tempo anche la casa
madre

dell'American Express a New York finiva sempre più in rosso. Nel 1989 i dirigenti della banca

americana decisero di intraprendere un programma di risanamento che includeva la vendita della


TDB.

Tra i primi interessati ci fu nientemeno che Edmond Safra. Ma non gli fu aggiudicata, anche se si
dice

che abbia offerto circa un miliardo di franchi, il doppio della cifra che l'American Express nel 1983

aveva pagato per la TDB. All'inizio del 1990, dunque poco dopo l'ultimo trasferimento di denaro da

narcotraffico dalla Fimo alla TDB, l'American Express vendette l'80 % della TDB alla Compagnie
de
Banque et d'Investissements (CBI) di Ginevra. Uomo di punta della CBI era Edgar de Picciotto. La

CBI-TDB, sorta dalla fusione della CBI con la TDB dieci volte più grande,rappresentò per de
Picciotto

il coronamento dell'opera di tutta una vita. Alcuni mesi più tardi la banca cambiò ancora nome e ne

assunse uno complicato, Union Bancaire Privée CBI-TDB, abbreviato in seguito in UBP. Poichè la
CBI

di de Picciotto era dieci volte più piccola della TDB, si cercò di indovinare la provenienza della cifra

d'acquisto compresa tra i 500 milioni e un miliardo di dollari, che de Picciotto aveva pagato

all'American Express per l'80 % della TDB (il 20% lo mantenne l'American Express). La voce che

allora circolava, vale a dire che Safra avesse prestato a de Picciotto il denaro necessario, sarebbe
una

risposta plausibile a questa domanda. La voce non era del tutto fuori luogo, perché anche Safra si
era

mostrato interessato all'acquisto della TDB, ma non aveva trovato buona accoglienza. L'ipotesi che

Safra fosse il discreto finanziatore di de Picciotto, è suffragata dal ritorno di numerosi dirigenti di
Safra
alla UPB dopo il ritiro dei quadri dell'American Express: Per primi il presidente della direzione

generale Michel Cartillier e il direttore generale Daniel Solari, che avevano lasciato la TDB nel

1985/86. Ma anche dirigenti di primo piano del Backoffice come ad esempio l'analista dei sistemi

Costakis Plastiras o il capo contabile Claude Frossard. Nel consiglio d'amministrazione dell'UBP,

ampliato da de Picciotto, entrarono due vecchi compagni di viaggio di Safra dagli inizi degli anni
'60,

originari di Beirut, Emile Saadia e Joseph A. Shalam. Saadia era entrato in servizio nel 1962 come

direttore della TDB, mentre Shalam era stato nominato nel 1965 procuratore commerciale. Nella
prima

metà degli anni '90 la UPB continuò a crescere e con l'assorbimento della Zürcher Nordfinanz
Bank nel

novembre 1995 con poco meno di 1000 dipendenti, un importo di bilancio di circa 16 miliardi di

franchi e depositi di clienti stimati fra i 35 e i 45 miliardi di franchi, divenne infine probabilmente la

maggiore banca svizzera dopo le tre grandi banche (escluse le grandi banche cantonali e forse la
banca
Bär di Zurigo).

CONFESSIONI A CUORE APERTO

Nell'ottobre 1995 Edgar de Picciotto smentì in modo fuori del consueto ogni collegamento dell'UBP

con "affari finanziari oscuri". Ed elencò cinque casi incresciosi, dei quali allora per lo meno uno era

sconosciuto alla stampa svizzera.(34) In tutte queste storie la sua banca si sarebbe mantenuta

integerrima, colpevoli sarebbero stati gli impiegati disonesti. Nel reato più grave era implicato

l'assistente di direzione UBP, che alla fine di novembre 1994 fu arrestato a Miami con un
collaboratore

per sospetto di riciclaggio di denaro. Secondo de Picciotto la sua banca era stata vittima a Miami di
un

impiegato delinquente. Egli promise piena cooperazione con le autorità e disse inoltre di aver
incaricato

Bernhard Ziegler, ex direttore di polizia giudiziaria di Ginevra di escogitare misure semplici ed


efficaci

per un maggiore controllo interno.(35) Le indagini in Florida portarono alla denuncia di numerose
persone tra cui Handali e il direttore finanziario di un discount americano di commercio al dettaglio,

per riciclaggio di denaro e appartenenza ad un'associazione criminale. Ad Handali si rimprovera di

essere stato membro di una grande organizzazione per il riciclaggio, che aveva predisposto un
servizio

di corriere per portare denaro contante degli USA in Svizzera e per far ciò si appoggiava ad un

complesso sistema di contabilizzazione della UPB. Tra i sospetti figurò a Miami anche
l'ultraottantenne

Albert Shammah, che avrebbe messo a disposizione i suoi conti bancari, cosa che egli in ogni
modo

negò.

Un altro caso criminale pendente della UBP-Connection è il procedimento penale a Ginevra contro
il

consigliere patrimoniale Pierre Hafner. Per Hafner la UBP sarebbe stata solo banca di deposito e
non

attore indipendente, ha sostenuto Edgar de Picciotto. In ogni caso Hafner, che fu arrestato per
sospetto

di appropriazione indebita di fondi d'investimento per l’ammontare di milioni, fino all'aprile 1994 era
stato consigliere d'amministrazione dell'UBP. La UBP sarebbe stata vergognosamente sfruttata
anche

nel caso del socialista verosimilmente corrotto Luis Roldan, già "chefe" della milizia spagnola

accasermata Guardia Civil, che aveva trasferito mazzette mediante conti UBP (36), e così pure nel
caso

dello speculatore immobiliare tedesco Jürgen Schneider, che aveva parcheggiato 245 milioni di
marchi

alla UBP, prima di dileguarsi in incognito a Miami. Nel suo esercizio difensivo Edgar de Picciotto
citò

ancora un affare di contrabbando con oro sudafricano, per cui la UBP era innocente, sul quale
tuttavia

non fu possibile apprendere niente di più preciso.

IL CASO FISCALE GRAF

La pubblicità più sgradita fu procurata all'UBP dalla tennista tedesca Steffi Graf. Dopo che suo
padre

era stato arrestato per sospetto di infrazione fiscale per l'ammontare di milioni, anche il settimanale

illustrato "Stern" si occupò dettagliatamente di questo caso. Manager di Steffi era Phil de Picciotto.
Padre di Phil era Maurice de Picciotto che viveva negli USA, un fratello del capo dell'UBP Edgar de

Picciotto. Il padre di Phil Maurice fa parte del consiglio d'amministrazione dell'UBP. Phil dirige la

Advantage International, la seconda agenzia di sportmarketing al mondo in ordine di grandezza

secondo Mc Cormack, il cui capitale di fondazione fino al 1992 era depositato presso la holding
della

famiglia de Picciotto, la Compagnie de Banque et d'Investissements CBI Holding SA. Alla


fondazione

dell'Advantage (Switzerland) a Zug entrò nel consiglio di amministrazione Rudolf Hug, un ex

consigliere d'amministrazione CBI (la banca precedente la UBP), che aprì un conto alla CBI. Dopo

l'arresto di papà Graf il manager di Steffi, de Picciotto, e lo sponsor di Steffi, il produttore

automobilistico della Opel, litigarono sul modo di affrontare la crisi. (37) Questo conflitto divenne

pubblico e la Opel ricevette un dossier sulla UBP e la famiglia de Picciotto. A questo proposito
scrive

"Stern": "Contenuto: cose sgradevoli sulla parentela di de Picciotto - padre, zio e cugini – tutti
occupati
in operazioni economiche per la "Union Bancaire Privèe", coinvolta in grandi scandali finanziari".
(38)

Mittente del dossier era un certo Dean Andromidas dell' "Executive Intelligence Review" (EIR).

Andromidas appartiene al gruppo che si raccoglie intorno allo statunitense Lyndon H. Larouche,
che

guida una rete internazionale di partiti, associazioni e case editrici. "Il settantatreenne Larouche
aveva

scontato fino al 1993 una pena di parecchi anni di detenzione negli USA per truffa ed evasione
fiscale.

In Germania i suoi seguaci svolgono un'attività cospirativa con organizzazioni come lo Schiller-
Institut

o "Patrioti in Germania". Al centro della loro campagna diffamatoria c'è "l'alta finanza ebraica".
Anche

la famiglia de Picciotto è di origine ebraica".(39)

SAFRA, L'INTOCCABILE

Lasciamo l' UBP sorta dalla vecchia TDB di Safra e torniamo a Safra stesso. Nell'ottobre 1991,
quasi

contemporaneamente all'arresto del corriere finanziario Lottusi, cominciò a Ginevra un processo


per

lesione dell'onore. Safra l'aveva intentato contro l'allora redattore capo Jacques Pilet della rivista

d'informazione svizzero-occidentale "L'Hebdo" e il redattore dell'" Hebdo" Jean-Claude Buffle. I


due,

dopo più di un anno di ricerche in patria e all'estero, avevano scritto che l'impero bancario di Safra
era

stato sospettato di interessarsi di narcotraffico e di riciclaggio di narcodollari. In opposizione alla

richiesta dell'avvocato di Safra Marc Bonnant il giudice di Ginevra ha concesso ai giornalisti la


prova

della verità. Ma Edmond Safra ha sporto querela con successo per oltraggio all'onore. I due
giornalisti

cercarono di convalidare i sospetti formulati, presentando al tribunale materiale, di cui non


sapevano

che detectives privati, comprati dall'American Express, l'avevano falsificato. Le manipolazioni non

erano rimaste ignote all'esercito internazionale di avvocati e detectives privati che Safra senza
badare a

spese aveva ingaggiato. La truppa di investigatori al suo servizio fu in grado di ricostruire il


percorso
del materiale falsificato e nell'aula del tribunale Bonnant potè smontare il castello accusatorio che
era

alla base dell'articolo. Ad esempio il pezzo forte rappresentato dal sospetto di riciclaggio di denaro
nei

confronti di Safra. Il 17 gennaio 1988 il settimanale italiano "L'Espresso" aveva pubblicato un


servizio

sulle vicende di Albert Shammah, accusato di riciclaggio. Shammah aveva origine come Safra da
una

famiglia sefardita di Aleppo e viveva come lui di quando in quando a Ginevra. Nel 1977 aveva
chiesto

un permesso di soggiorno nella città svizzera, e Safra gli concesse una firma di garanzia. (40)
Quando

nel 1985 Shammah fu coinvolto in un'inchiesta sul riciclaggio di denaro e narcotraffico a Milano, il

pubblico ministero milanese emise un ordine di cattura internazionale. Il narcotrafficante turco


Celal

Erdogan era stato fermato con 35 kg di eroina e aveva fatto il nome dell'iracheno Abdullah Isaacs
come

mandante, che a sua volta fece il nome di Shammah. Shammah venne poi arrestato a Ginevra, ma
non
estradato bensì lasciato di nuovo libero. Questo, dopo che il suo avvocato Dominique Poncet ebbe

inviato all'Ufficio federale di polizia a Berna una richiesta di rilascio provvisorio , sottoscritta da sei

personalità. I firmatari erano: Nessim Gaon, Maurice Salam (TDB), Albert Benezra (TDB), Giuliano

Pelli (TDB), Carlo Ripa di Meana (noto uomo politico italiano dei Verdi) e Giovanni Testori. (41) La

notizia bomba contenuta nell'articolo dell' "Espresso" su Shammah non era tuttavia questa
faccenda, ma

l'accenno ad un rapporto dell' "U. S. Bureau of Narcotics" dell'anno 1957: Safra sarebbe stato
coinvolto

nel contrabbando di eroina-base da Beirut a Milano. Safra incaricò l'avvocato di Ginevra Charles-

André Junod, consigliere d'amministrazione della RNB (Suisse), di rintracciare questo rapporto. Lo
si

ritrovò presso Rudolf Wyss, direttore dell' Ufficio centrale di polizia a Berna. La polizia svizzera

l’aveva ricevuto il 21 agosto 1957 con preghiera di informazioni su Edmond Safra. Ma più tardi era

risultato - così Wyss- che si era trattato di uno scambio di nomi. Non sarebbe stato ricercato
Edmond
Safra ma un certo David Safra, forse un parente di Edmond. Ma poichè non c'era motivo di
supporre un

collegamento criminale tra Edmond e David, l'inchiesta su Edmond era stata sospesa. Wyss si
scusò

che questo fatto non fosse mai stato comunicato alla polizia di Ginevra. Junod rintracciò poi negli
USA

l'autore del rapporto, il poliziotto della sezione narcotici nel frattempo più che ottantenne e
pensionato

Andrew Tartaglino, che confermò lo scambio di nomi. Secondo Wyss l' U.S. Bureau of Narcotics

chiese per la seconda volta informazioni su Edmond Safra il 24 giugno 1966. Il 12 settembre 1966
gli

Svizzeri risposero che non c'era alcun motivo di sospettare che Safra fosse coinvolto in affari di
droga.

(42) Con ciò questo rapporto aveva perso valore accusatorio per i giornalisti davanti al tribunale.
Anche

altri documenti furono messi in dubbio dall'avvocato di Safra Bonnant. Ad esempio la relazione
della

Drug Enforcement Administration USA su Shakarchi, che citava anche Safra e la RNB. Testimoni a
discarico la definirono un documento di routine privo d'importanza.

NIENTE A CHE FARE CON IRAN-CONTRA

Un ulteriore successo nei confronti dei giornalisti gli avvocati di Safra lo registrarono in relazione al

presunto coinvolgimento delle società del loro assistito nel cosiddetto scandalo Iran-Contra. Si
parlò di

affare Iran-Contra a proposito della politica estera illegale "privata", attuata insieme da Oliver
North,

consulente in materia di sicurezza del presidente Reagan, dal generale USA in pensione Richard

Secord, dal mercante d'armi iraniano Albert Hakim e dall'avvocato statunitense William Zucker
(43).

Hakim e Secord dirigevano a Ginevra lo Stanford Technologies Trading Group, che aveva lo
stesso

domicilio di Republic Air Transport Services, cui era affidato il jet privato di Safra a 8 posti. Safra

contestò di essere in qualche modo legato a clienti o partner di Zucker,che avrebbe fondato ditte
per lui

solo come fiduciario, ad es. la Republic Air Transport Services o la società che possedeva la villa
di
Lily Safra Monteverde, la vedova brasiliana, sposata da Edmond nel 1976 e della quale aveva
adottato i

figli. Dopo un processo della durata di due mesi il giudice di polizia di Ginevra condannò i due

giornalisti Pilet e Buffle a 5000 franchi di multa e dieci giorni di carcere con la condizionale. La
casa

editrice Ringier , proprietaria di "L'Hebdo", rinunciò ad un'impugnazione della sentenza e dovette


farla

pubblicare a proprie spese in 15 giornali. Da allora sia "L' Hebdo" che "Le Nouveau Quotidien",

fondato più tardi da Jacques Pilet, dove anche Buffle trovò rifugio, lasciarono in pace Safra.

CRITICA DELLA GIUSTIZIA PENALE DI GINEVRA

Dopo il verdetto draconiano della giustizia penale di Ginevra i giornalisti che si erano messi

ingenuamente nei guai con Safra, trovarono un aiuto inaspettato. Hermann Bodenmann, allora

presidente della commissione delle banche, e perciò massimo supervisore delle banche della
Svizzera,

mise in dubbio che un semplice giudice di polizia avesse veramente il tempo necessario e le
conoscenze per valutare il caso in modo adeguato. "A molti giudici manca l'esperienza. Se un caso

difficile arriva sulla scrivania di un non specialista, questo è tentato, di addurre motivi di tutti i
generi

per non dovere proseguire l'inchiesta finanziaria. Anche la prescrizione è una specialità
ginevrina."(44)

Bodenmann sottolineò anche che il lavoro d'indagine dei media nell'ambito della criminalità
finanziaria

era utile non meno alla commissione delle banche. Del fatto che Pilet e Buffle si fossero fidati di

documenti sudamericani falsi disse: "La commissione delle banche in quanto autorità di controllo

ufficialmente riconosciuta non ha i mezzi per fare verifiche. Come può farlo un giornalista?"
L'inusuale

sostegno morale di Bodenmann ai due giornalisti puniti è tanto più significativo in quanto l'insider
del

controllo delle banche aveva potuto seguire l'intera ascesa di Safra dalla piccola finanziaria
ginevrina

alla banca privata internazionale. Il suo intervento non avrebbe potuto essere più chiaro e deve
essere

inteso come segnale alla giustizia ginevrina perché non lasciasse con troppa condiscendenza che
il
potere di Safra crescesse in maniera incontrollata.

SEMPRE AVANTI FINO A ZURIGO, PARADEPLATZ

Nel settembre 1996 la filiale zurighese della RNB (Suisse) ha preso possesso a Zurigo della sua
nuova

sede nel ristrutturato edificio di proprietà a Paradeplatz. Il trasferimento nel centro della piazza

finanziaria svizzera aveva anche un significato simbolico. Quarant'anni dopo la fondazione della
sua

prima piccola finanziaria a Ginevra, Edmond Safra si trova ben in vista ai vertici del mondo della

finanza. Conosce l'importanza che l’indirizzo ha nel "Private Banking” e sa che in questo settore
dopo

"Zurigo, Paradeplatz" non è possibile salire più in alto. Ma ora è il momento di lasciare Edmond
Safra.

Altri uomini un pò meno potenti ma non meno misteriosi della piazza finanziaria Svizzera
attendono di

essere presi in attenta considerazione.

Note:
1) "Corriere del Ticino", 27. 11. 93

2) La Trade Development Bank era già comparsa prima dello scandalo Fimo in un altro affare di

riciclaggio di denaro in Svizzera, la cosiddetta Libanon Connection, che nel 1990 era terminata con
la

condanna dei fratelli Magharian per riciclaggio a favore dei trafficanti di droga colombiani e
sospetto di

rapporti con narcotrafficanti turchi a 4 anni di prigione. Nell'incartamento del processo Magharian,

datato 5 dicembre 1988, la procura federale constatava che il nome TDB appariva in quasi tutti gli

affari di riciclaggio, citati nella relazione. ("Le Nouveau Quotidien ", 24. 4. 92)

3) "Business Week", 7.3.94

4) Si chiamano sefarditi gli ebrei che prima della fondazione dello stato di Israele vivevano in paesi

islamici. La parola deriva dall'ebraico Sefard (Spagna), perché la regina Isabella la Cattolica nel
1492

aveva cacciato gli ebrei spagnoli in Marocco e nell'impero osmanico.


5) I de Picciotto hanno buoni rapporti con la Banca Cantonale di Ginevra : Renè de Picciotto ha

rilevato nel 1995 dalla SBG una partecipazione del 40 % alla Cantrade Banque Privée Lausanne,
a cui

è sostanzialmente collegata anche la Banca Cantonale di Ginevra. Altri azionisti di questa


Cantrade

Banque Privée (da non confondersi con la banca Cantrade, affiliata alla SBG zurighese) sono il

libanese Adel Kassar e Philippe Setton.

6) Ad es. con Thierry Lombard e Nicolas Pictet delle banche private con lo stesso nome. Georges

Urban, consigliere d'amministrazione della banca privata Darier, Hentsch & Cie. e il presidente VR
del

"Journal de Gèneve", così come Anton Affeltranger, direttore della SBG e Jean Louis Delachaux,

direttore della Schweizerische Kreditanstalt.

7) La famiglia Brunschwig lavora soprattutto nel settore tessile (Bon Génie/Grieder, Ermenegildo

Zegna) e in base al bilancio del dicembre '95 viene valutata tra i 200 e i 300 milioni.

8) Anche i De Benedetti sono di origine sefardita, i loro avi sono comunque emigrati in Italia già nel
secolo scorso. Oltre alle italiane CIR (Compagnie Industriali Riunite) e Cofide (Compagnia
Finanziaria

De Benedetti) la famiglia possiede in Francia la Cerus Holding, diretta da Michel Cicurel, in


Svizzera

la Cicurel presieduta pure dal francese Sofigen ( Société Financiére de Genève). A metà degli anni
'90

Cerus e Sofigen si trovavano in una cattiva situazione finanziaria. Questo dopo le grandi perdite
con la

banca ginevrina Duménil Leblé alla fine di dicembre 1991. Allora la Cerus dovette versare dalla
sera

alla mattina 120 milioni di franchi del proprio recente capitale per impedire il ritiro della licenza

bancaria da parte della commissione delle banche. De Benedetti incolpò il finanziere torinese
Roberto

Caprioglio con la sua finanziaria Dominion Trust di fallimento fraudolento. Si dice che Caprioglio
sia

responsabile del buco nero alla Dumènil Leblè. Per tenersi la Dumènil Leblè De Benedetti dovette

nell'ottobre 1992 vendere il suo pacchetto di minoranza del 10 % della CBI Holding.
9) Sècheron Holding SA: proprietari: Banque Cantonale de Genève, Ginevra (86%; solo ad
interim);

Famiglia Gaon, Ginevra (14 %); Management: Helfland Henry (Commugny); Cohen Aslan
(Genéve);

Graves Clément (Ginevra); Consiglio di amministrazione: Gaon Nessim (Ginevra); Chapuis


Maurice

(Ginevra); Coen Danielle (Ginevra); Coen David (Ginevra); Gaon David-Nessim (Ginevra); Gaon

Renée (Ginevra); Herzog Joel (Ginevra); Herzog Marguerite (Bernex); Partecipazioni: Autométers

Sécheron Ltd., Noida New Dehli (51%); CKD Sécheron spol SR. O, Praha (61,5 %); Sécheron SA,

Ginevra (100 %); Shangai Sécheron Electrical Apparatus Corp.Ltd. (Shangai); Skoda Sécheron
spol

SR. O (Pilsen). (Fonte: Orell Füssli /Teledata: I CD-ROM. dell'economia svizzera. Release 1996/ 1,

giorno fissat : 1.8.95)

10) Per i suoi commerci internazionali, Gaon è stato anche bersaglio della critica di Jean Ziegler.

Nell'ottobre 1995 Ziegler ha dovuto pagare a Gaon 7500 franchi di ammenda, dopo che il tribunale
federale aveva respinto il suo ricorso. Secondo una sentenza della suprema corte Ziegler aveva
definito

ingiustamente Gaon trafficante di cotone africano e di petrolio.

11) Partner dei Dwecks alla Soditic erano la Mercury Holding inglese e la Smith Barney Holding.

12) Sebbene Safra nel 1947 avesse rinunciato a passare nello stato ebraico appena fondato, ne
ha

sostenuto sempre la costruzione. Si dice che Safra abbia assegnato più di 7.000 borse di studio a

giovani sefarditi, e anche negli USA i sefarditi possono contare sul suo aiuto finanziario. Negli USA
ha

potuto profittarne soprattutto il defunto Rebbe Lubavitch Menahem Schneerson, eminente


personalità

dell'ebraismo statunitense, di cui Safra ha ammirato la militanza. Alla Wharton Business School

dell'Università di Pennsylvania a Philadelphia Safra donò una ricca biblioteca. L'istituto Safra ha

sovvenzionato la traduzione francese del libro di Stephan Keller su Paul Grüniger, che durante il

nazismo fece entrare di nascosto profughi ebrei in Svizzera, per questo fu licenziato dalla polizia,

presso la quale prestava servizio, condannato con sentenza del tribunale, e venne riabilitato solo
nel

1955.

13) "Business Week", 7 3 94

14) "Sunday Times", 1 10 95

15) I dati sulla storia della famiglia Safra sono tratti da : Burrough, Bryan: ‘Vendetta. American

Express and the Smearing of Banking Rival Edmond Safra’. Londra 1992, pp30-37

(16) Azionisti fondatori con un terzo ciascuno erano in primo luogo André Guinard, François
Boissier e

Georges Vuataz.

(17) All'inizio degli anni '90 il ramo israeliano dei Safra comprò la maggiornza della First
International

Bank (Fibi-Bank), la maggiore banca privata israeliana. Una minoranza della Fibi rimase alla Israel

Discount Bank della famiglia Recanati. Da allora la Fibi ebbe un forte incremento e fu considerata

presto tra le banche israeliane a maggior crescita.


18) Tra il giugno 1988 e il febbraio 1990, quando gran parte dei più di dieci miliardi di lire del

riciclatore Lottusi passò dalla Fimo alla TDB di Ginevra, Safra non aveva niente a che fare con la
TDB.

19) Nel 1989 Peter Cohen si dimise da presidente della Shearson Lehmann. Nel novembre 1992

divenne capo del settore titoli della Republic New York Bank di Safra, per la quale aveva già
lavorato.

Nel maggio 1994 la Republic New York decise di rinunciare alla compravendita in proprio e di
evadere

solo ordini di clienti. Cohen fondò una propria ditta Wall Street con Safra come azionista di
minoranza.

20) Burrough, Bryan:’ Vendetta. American Express and the Smearing of Banking Rival Edmond
Safra’,

Londra ,1992

21) Pierre Guinod (nato nel 1907), a lungo presidente onorario dell' "Ordre des Avocats de
Genève",

lavorava dal 1956 per Safra, allorché la Sudafin, stadio precedente della TDB, era ancora una

operazione finanziaria secondaria.


22) L'avvocato difensore e autorità superiore di giustizia (Justizoberst) Marc Bonnant annoverava
tra i

suoi clienti oltre a Safra anche il capo della Sasea Florio Fiorini e il maestro della loggia P2 Licio
Gelli.

23) Charles-André Junod divenne più tardi consigliere d'amministrazione della Republic Bank of
New

York (Svizzera).

24) Jean Pierre Jacquemoud, membro con funzioni direttive del PPD, faceva parte del consiglio

d'amministrazione della Republic National Bank of New York (Svizzera). Dal 1989 al 1991

Jacquemoud fu membro del consiglio di amministrazine della Republic New York Corporation Air

Transport, quella società che comparve nello scandalo Iran-Contra. Dell'apparizione della Republic

Bank of New York in quest'affare si parla più tardi. Jean-Pierre Jacquemoud sedeva nel consiglio

d'amministrazione della Finanziaria di Ginevra Atlanticomnium SA, in cui erano rappresentati


anche

Anthony Jack Smouha, Richard Smouha e Georges Fiechter. Anthony Jack e Richard Smouha
sono
sefarditi con cittadinanza inglese residenti a Ginevra. Il fratello di Richard Smouha è Brian
Smouha,

partner della grande ditta a gestione fiduciaria Touche Ross & Co., dove egli dirige il Forensic

Department (Sicurezza d'esercizio e polizia aziendale interne ed esterne). Brian Smouha era stato

liquidatore dell'Ambrosiano Holding Luxembourg e della BCCI Holding Luxembourg. Georges

Fiechter faceva parte dal 1987 del consiglio d'amministrazione della MKS Finance SA di Ginevra,
in

precedenza Shakarchi Mahamoud SA, casa madre del gruppo Shakarchi in Svizzera. I Shakarchi,

trasferitisi da Beirut a Ginevra, erano stati a lungo grandi clienti della TDB di Safra. La consigliera

federale Elisabeth Kopp fu costretta a ritirarsi, perché aveva ammonito suo marito Hans Kopp che
la

Shakarchi Trading AG Zürich, del cui consiglio d'amministrazione Hans Kopp faceva parte, era
stata

nominata in un rapporto interno di polizia. Dal 1987 al 1990 Fiechter fece parte anche del consiglio

d'amministrazione della Middle East Bank SA (Mebco Bank) di Ginevra. La Mebco è controllata
dalla
Socofi SA ginevrina, controllata a sua volta dalla famiglia libanese Halabi, originaria di Aleppo.

25) Dopo che Cohen aveva rotto con il capo dell'American Express Jim Robinson, cominciò a
sondare

il terreno da Safra. Alcuni mesi più tardi passò con alcuni uomini della Shearson-Lehman a
Republic

New York di Safra.

26) "Business Week", 7. 3. 94.

27) La moglie di Jacquemoud, Laura, è giudice istruttore a Ginevra.

28) Una Patricia Safra è direttrice della finanziaria ginevrina Frimusa, un Jacques Safra è presente
in

alcune società immobiliari e nelle due finanziarie Hiparion e Safra SA.

29) cfr. Burrough, Bryan: ‘Vendetta. American Express and the Smearing of Banking Rival Edmond

Safra’. Londra 1922, p.46 segg.

30) Nel gennaio 1996 apparve nel “New York Magazine” un articolo di Robert Friedman, che
criticava
la fornitura a Mosca di banconote da 100 dollari. Secondo Friedman, la Republic National Bank

trasportava a Mosca ogni settimana più di 100 milioni di dollari in banconote nuove da 100 dollari,
con

l'assenso del Federal Reserve System, cosa che Friedman disapprovava, considerando l'elevata

contaminazione delle banche russe da parte della mafia.

31) All'inizio del 1996 Jacob Safra aveva fatto parlare di sè per l'acquisto della casa editrice

Encyclopaedia Britannica a Chicago. La casa editrice, valutata 900 milioni di franchi, è da anni

deficitaria.

32) Rochat faceva parte tra l'altro del consiglio di amministrazione della Banque Audi (Suisse) a

controllo libanese, della banca privata Coutts & Co. ( gruppo National-Westminster ), della Banque

Française de l'Orient (Banque Indosuez), del trust Barclay (Barclay Bank London), di Mees
Pierson

Suisse (Bank Mees Pierson, Amsterdam), della Worms Demachy % Cie. (la Banque Worms di
Parigi

appartiene all'assicurazione francese UAP), della Dai Ichi Suisse (Dai Ichi Kangyo Bank, Tokio) e
della

Banque Robeco Suisse (Robeco Bank, Amsterdam).

33) Robert Pennone era anche consigliere d'amministrazione della MC Finance, collegata alla

Kreiditanstalt, e direttore della ATAG Ernst & Young.

34) "Neue Zürcher Zeitung", 25. 10. 95

35) "Neue Zürcher Zeitung", 20. 12. 94

36) Secondo la rivista "Facts" (49/95) in quest'affare di tangenti si fa anche il nome dell'avvocato

d'affari zurighese Ulrich Kohli. è possibile che Roldan abbia usato i conti di Kohli, sebbene lui
l'abbia

negato. Si dice che la tangente per Roldan provenga dalla Siemens tedesca - come
"commissione" ai

socialisti spagnoli - per un ordine di fornitura di locomotive. Kohli e l'ex Consigliere degli Stati del

PPC Alois Dobler (Schwyz) già nel febbraio 1992 erano finiti sulle prime pagine dei giornali, perché

facevano parte del consiglio d'amministrazione della Casalee AG (Lachen), che trattava tabacco e
armi,
e che attraverso la Casalee Italia era implicata in forniture di mine antiuomo all'Iran e all'Irak. Nella

primavera 1993 Kohli si ritirò da giudice amministrativo di Zurigo per questioni fiscali a titolo di
carica

secondaria, ma rimase nella commissione per l'università zurighese. Più tardi Dobler dovette dare
le

dimissioni dall'ufficio di difensore civico delle banche svizzere, non da ultimo a causa di questo
affare.

37) cfr. sull'argomento: Brinkbäumer, Klaus, Leyendecker,Hans, Schimmöller, Heiner: ‚Reiche


Steffi,

armes Kind’[‚Ricca Steffi,povera bambina’],Amburgo 1996

38) "Stern" 44/95

39) Ivi

40) "Il Mondo", 21/30/95

41) Anche l'allora presidente dei ministri Bettino Craxi in una lettera alla figlia di Shammah
prendeva

posizione a favore dell'arrestato. Ruth Andrée Shammah, regista teatrale a Milano, nel marzo 1987
era
stata nominata da Craxi Cavaliere della Repubblica. Ruth Shammah inviò la lettera a Berna. "La

richiesta italiana di estradizione era molto incompleta", disse allora Edgard Gillioz dell'Ufficio
Federale

per la Giustizia, "ma non si può contestare che l'intervento di uomini politici importanti sortì
l'effetto".

Shammah fu rilasciato dalla prigione contro una cauzione di 250.000 franchi e gli fu restituito il

passaporto. Nel 1988 la corte di cassazione di Roma tolse il caso Shammah all'avvocato di sinistra

Mario Vaudano e lo passò ad un'altra magistrata. Questa annullò immediatamente l'ordine


d'arresto

italiano nei confronti di Shammah.(Cfr. anche: Auchlin, Pascal e Garbely, Frank: ‘Das Umfeld eines

Skandals’ (‘Il contesto di uno scandalo’)Zurigo, 1990, p. 177

42) Burrough, Bryan :’ Vendetta. American Express and the Smearing of Banking Rival Edmond

Safra’. Londra, 1992, p. 158

43) Di Zucker si era saputo nel novembre 1986 che i contras nicaraguensi per l'acquisto di un
aereo da
combattimento presso una sua ditta alle Bermude avevano pagato con conti bancari della RNB.
Zucker

era un avvocato statunitense, che all'inizio degli anni '70 si era stabilito a Ginevra. Negli anni '60
aveva

lavorato con Bernard "Bernie" Cornfeld e Robert L.Vesco della leggendaria ditta-truffa Investors

Overseas Services (IOS), con cui anche lo speculatore Werner K. Rey aveva un tempo
collaborato.

L'avventuriero Vesco si rifugliò nel 1982 a Cuba, dove visse indisturbato nella sua villa a L'Avana,
fino

al 31 maggio 1995, quando Fidel Castro lo fece arrestare. Il processo annunciato contro Vesco
promette

di diventare interessante, perché non si può non chiedersi che cosa avesse procurato ad un uomo
come

lui la benevolenza di Fidel Castro. ]NdT: Vesco poi venne condannato a 13 anni di carcere nel
1996.

Morì in un carcere all'havana nel novembre 2007]

44) "Tages-Anzeiger”, 3.2.92


4 PIU' LUCE SUL BUSINESS DELL' OFFSHORE

La piazza finanziaria Svizzera non può essere presa in esame senza considerare le crescenti

ripercussioni del business dell'offshore. Il concetto “piazza finanziaria offshore” è divenuto d'uso

comune anche in lingua tedesca. Indica un luogo la cui legislazione rende possibile la presenza di

società in sede, controllate da stranieri, dunque delle pure società di comodo senza un proprio
ufficio,

per non parlare di un'attività economica locale. Queste società offshore permettono al committente

l'occultamento della propria identità, per cui vengono impiegate come strumento per
l'amministrazione

di patrimoni o come stazioni di passaggio per transazioni finanziarie. Oggi esistono in tutto il
mondo

circa 40 zone il cui diritto commerciale, fiscale, societario, è commisurato alle esigenze di queste

società appartenenti ad una clientela internazionale.(1) Il concetto "finanza offshore" diventò d'uso

corrente all' inizio degli anni '60, quando si cominciò a parlare dei cosiddetti eurodollari. Era
esploso

allora il deficit commerciale USA, causato dalla guerra in Vietnam. Vari depositi in dollari si
accumularono nelle mani di non statunitensi e furono investiti presso banche fuori degli USA,

soprattutto a Londra. In quegli anni perfino Londra, la piazza finanziaria arciliberale, era soggetta

ancora a innumerevoli controlli e norme statali per quanto riguardava il movimento dei capitali. Per

aggirarli, gli eurodollari ripiegavano su minibanche in centri offshore con poche regole, che
esistevano

già come eredità storica dell'imperialismo britannico e olandese. Ad esempio, le isole britanniche
del

Canale (Guersney, Jersey, Sark), l'Isola di Man tra l'Inghilterra e l'Irlanda, numerose isole
caraibiche

inglesi e olandesi. Ma anche alcuni ministati europei: Lussemburgo, Liechtenstein, Monaco. Della

questione se anche l'amministrazione patrimoniale per stranieri in Svizzera sia da annoverare nella

categoria del business offshore, si parlerà ancora più avanti.

PARADISI PARASSITARI

Le piazze offshore sono sorte - non per caso - su quelle isole o stati minuscoli ai quali, per un
capriccio
della storia, è stato concesso il diritto di emanare le loro leggi interne indipendentemente dal
grande

fratello del momento (Inghilterra, Francia o Olanda). Chi potrebbe rimproverare a questi paesi
spesso

poverissimi di vendere, con opportuni adattamenti, un tale diritto ad una clientela internazionale
agiata?

Le giurisdizioni tipicamente offshore permettono agli stranieri di fondare società di comodo con

agevolazioni fiscali che hanno bisogno solo di un capitale proprio minimo e non richiedono né

un'iscrizione al Registro di Commercio né un revisore contabile esterno. Le funzioni della gestione


e

dell'azionista possono essere delegate per statuto a dei fiduciari locali, che non fanno nulla se non

vuotare cassette delle lettere, spedire la posta dopo averla imbustata di nuovo ed eventualmente
prima

copiata su altra carta da lettere. (Nell'epoca di Natel e dell' E-Mail questo servizio postale diventa

sempre più superfluo). Tirando le somme: Chi è autorizzato a gestire economicamente la società

offshore può fare affari a nome di questa in qualsiasi parte del mondo, senza perdere con ciò
l’anonimato.

L' OFFSHORE E' UTILE A MOLTI

Dell'attività dell'offshore profittano in molti, a cominciare dalla mafia siciliana fino a rispettabili
gruppi

industriali di portata mondiale come l'ABB. In concreto: dal 1988 al 1992 la famiglia mafiosa

Cuntrera-Caruana di Siculiana (Agrigento) ha investito una cifra di parecchi milioni di dollari ad

Aruba, isola delle Antille, un centro offshore davanti alla costa venezuelana. Nel capoluogo
Oraniestad,

Don Alfonso Caruana arraffò, con i profitti della droga, quanto più possibile, fondò società e fece
con i

politici locali piani ambiziosi per la costruzione di un enorme complesso composto da un hotel e un

casinò. Nel 1992 fu infine arrestato e estradato in Italia. La ABB a sua volta risparmia tasse a
Curaçao,

isola vicina ad Aruba, perché per i suoi prestiti obbligazionari in franchi, offerti in Svizzera, si serve

dell'ABB International Finance NV, domiciliata a Pietermaaiplein nella capitale dell’isola


Willemstad.
Lo scopo di questa società offshore consiste nell'acquisizione di fondi e nel suo inoltro al gruppo
ABB.

Così il capo dell'ABB, Percy Barnevik, sottrae alle casse statali della Svizzera tributi fiscali e li fa

scomparire nel portamonete dell'azionariato internazionale ABB- mentre l'(ex) consigliere

d'amministrazione ABB, David de Pury, fiancheggiandolo, favorisce la spoliazione della società

svizzera. I centri offshore si dividono in due grandi gruppi: la serie A, in cui il paese d'origine della

clientela ha stretto con il centro offshore un accordo sulla doppia imposizione fiscale, e la serie B,
dove

un tale accordo manca. Con la doppia imposizione fiscale gli stati contraenti riducono,

vicendevolmente, l'imposta preventiva su interessi e dividendi. Questo è particolarmente


importante

nell'amministrazione patrimoniale, perché le convenzioni di doppia imposizione fiscale rendono

possibile agli stranieri un'amministrazione patrimoniale fiscalmente legale alle basse aliquote
d'imposta

offshore, senza che vengano loro sottratti gli alti tassi del loro paese. Quanto possano essere cinici
i
legislatori delle piazze offshore, lo rivela l'esempio delle Seychelles, un'ex colonia britannica

nell'oceano indiano. Per migliorare le condizioni economiche catastrofiche, il presidente Albert


René

presentò, all'inizio del 1996, una legge che concede assoluta immunità nei confronti di
procedimenti

penali internazionali agli uomini d'affari stranieri che investano per lo meno 10 milioni di dollari USA

in progetti locali e non prevede l'estradizione dei rei. Punibili restano solo il narcotraffico e atti di

violenza sul suolo delle Seychelles. Alle Seychelles, come descritto nel capitolo sulla bancarotta
della

Sasea, Florio Fiorini nel 1985 aveva fondato la Seychelles International Bank (SI Bank, con ufficio
a

Montecarlo). Questa ebbe negli intrighi oscuri che portarono alla più grande bancarotta della storia

economica svizzera, un ruolo essenziale su cui la Giustizia ginevrina non ha potuto, o voluto, far

chiarezza. Ma c'è offshore e offshore: accanto alle scandalose Seychelles ed Aruba, ci sono i più
seri

centri caraibici Bermudas o Curaçao. L'oasi fiscale Curaçao gode di alta considerazione presso i
dirigenti finanziari di grandi ditte. Le Bermudas a loro volta sono considerate un porto sicuro per le

grandi assicurazioni del mondo: secondo le indicazioni del settimanale "Business Week", circa in
1.300

hanno qui una casella postale. Un caso, reso noto nel febbraio 1996, mostra come una di queste
società

d'assicurazione abbia profittato della sua casella postale alle Bermudas. A metà del 1995
l'assicurazione

Electric-Mutual, affiliata del gruppo industriale statunitense General Electric (GE) a Boston, si
divise

in due società separate. Una delle due trasferì la sede a Hamilton, capitale dell'isola. Appena
giunta qui,

la nuova assicurazione offshore identificò nel suo portafoglio assicurativo richieste potenziali
(amianto

e altri danni ambientali) per 750 milioni di dollari USA e dichiarò bancarotta. Con ciò i capi della GE

presero due piccioni con una fava: la società madre si era liberata elegantemente dei rischi
peggiori, nel

momento in cui le leggi delle Bahamas permettevano una liquidazione controllata dell'affiliata
offshore
in bancarotta, a delle condizioni che la vigilanza statale sull'assicurazione in Massachusetts non

avrebbe mai tollerato.

IL LIECHTENSTEIN, PIAZZA OFFSHORE

Alla fine della prima guerra mondiale il principato del Liechtenstein era una delle regioni più povere

d'Europa. Un consorzio di banche svizzere, composto da Kreditanstalt, Bankverein,


Bankgesellschaft e

Bank Leu, classificò allora il principato, il cui principe risiedette a Vienna fino al 1939, come non

degno di credito, e rifiutò di concedere una somma di un milione di franchi, di cui aveva urgente

bisogno. Nel 1926 il Liechtenstein fu tra i primi che crearono il diritto societario offshore. Questo
mette

a disposizione degli stranieri un gran numero di società in sede con vantaggi fiscali. Esse possono

essere iscritte nel registro pubblico (registro di commercio) senza esercitare un'attività nel paese,
anzi,

non hanno neppure bisogno di aprire un ufficio. Alla fine del 1995 erano registrate in Liechtenstein

73.300 società con sede o con casella postale. Vale a dire 2,5 società per abitante.
Complessivamente le

società con sede versarono, nel 1995, 77,5 milioni di franchi in tasse. Il numero delle ditte con
attività

economica nazionale ammontava a 1800. (2) Hanno particolare importanza in Liechtenstein l'

"istituto", la fondazione non di pubblica utilità e il "trust", forme societarie che non esistono
altrimenti

da nessuna parte nell' Europa continentale. L' "istituto" è patrimonio resosi autonomo, con propria

personalità giuridica, per cui garantisce solo il patrimonio dell'istituto (non il proprietario del

patrimonio), e può perseguire gli stessi scopi di una società per azioni. Uno dei primi istituti fu
l'Istituto

presidenziale fondato dal Consigliere Dr. Rupert Ritter a Vaduz, che ancor oggi è la più grande
impresa

a gestione fiduciaria nel minuscolo stato. (3) E il Liechtenstein è anche l'unico paese del continente

europeo a conoscere il "trust" secondo il modello anglosassone. Un trust del genere è un rapporto

giuridico tra un fiduciante e un fiduciario con una propria personalità giuridica. Il primo affida al

secondo il patrimonio, che il fiduciario amministra a suo nome ma per conto del fiduciante.
L'iscrizione

nel registro pubblico non è obbligatoria in tutti i casi, all'esterno l'identità del fiduciante può restare

segreta. Dunque, il mezzo ideale di amministrazione patrimoniale per vedove, evasori fiscali, orfani
e

mafiosi. Questi trust offshore costituiscono il nocciolo dell'amministrazione patrimoniale discreta.


La

sua importanza aumenta continuamente in tutto il mondo. Il Liechtenstein si presenta


particolarmente

attraente come meta dei patrimoni stranieri grazie alla sua rinuncia a qualsiasi tipo di tassa
preventiva

(in Svizzera ammonta al 35 %). Oltre alle leggi favorevoli agli stranieri, anche le banche del

Liechtenstein hanno contribuito alla trasformazione del vecchio ospizio per poveri in un hotel di
lusso.

Il Liechtenstein non conta neppure 30.000 abitanti, in compenso ha tre grandi banche con circa 25

miliardi di franchi di bilancio: la Banca regionale statale del Liechtenstein con 8 miliardi e passa, la

Banca del Liechtenstein, sotto il controllo del principe, con la stessa cifra, e la Banca privata e
amministrativa SpA (VP Bank) con 5 miliardi e più. Ci sono poi due piccoli istituti, la Centrum Bank
e

la Nuova Banca, ed inoltre l'unica banca straniera, l'olandese ABN-Amro. Con ciò il Liechtenstein
offre

alla clientela straniera la possibilità di gestire i propri conti sulla piazza offshore, cosa che molti
clienti

desiderano per motivi di segretezza, sebbene una società offshore possa aprire un conto bancario

dovunque nel mondo. A differenza della maggior parte delle altre piazze offshore, servite in
maniera

primaria da istituti finanziari gestiti da stranieri, la piazza bancaria Liechtenstein, grazie all'alta

concentrazione di banche nazionali, è un centro decisionale autonomo.

LA SVIZZERA, UNA PIAZZA OFFSHORE ?

Se anche la Svizzera sia una piazza finanziaria offshore, è un argomento su cui si può discutere.
In

verità le banche svizzere con circa 2.400 miliardi di franchi amministrano con grande probabilità
molti

più patrimoni esteri dell'Inghilterra o degli USA. (4) (I centri caraibici Grand Caiman e Bahamas
praticano poca amministrazione patrimoniale, perché hanno troppo poco personale; essi sono in
primo

luogo delle stazioni di rapido passaggio per occultare l'identità). Ma la Svizzera non è né un
ministato

né una piccola isola con 30.000 abitanti, in grado di conformarsi totalmente alle esigenze dei clienti

stranieri, ma un piccolo stato con 7 milioni di abitanti nel cuore dell'Europa. Da ciò deriva un

dinamismo sociale ed economico che impedisce la nascita di pure e semplici leggi offshore

nell'interesse dei riciclatori di denaro stranieri. La Svizzera non è la più grande piazza finanziaria

offshore ma la più piccola nella prima serie, dopo New York, Tokio, Londra, Francoforte, Parigi.
Vale a

dire che nella legislazione svizzera confluiscono non solo gli interessi del settore offshore, ma
anche le

esigenze di tipo diverso dell'economia reale. Ciò è illustrato da un piccolo episodio avvenuto in

Consiglio nazionale durante la revisione della legge bancaria nel dicembre 1993. Allora il Consiglio

decise che le autorità straniere preposte alla sorveglianza bancaria potessero trasmettere alle
autorità
del loro paese le informazioni ricevute dalla commissione delle banche, se queste prima avessero

ricevuto assistenza giudiziaria dalla Svizzera. In considerazione dei ritardi di anni dell'assistenza

giudiziaria, per via dei ricorsi, il mutuo aiuto fra pubbliche autorità di paesi diversi in questo ambito

sarebbe stato reso di fatto impossibile - dunque una tipica legislazione offshore a protezione degli

utenti stranieri del sistema finanziario interno. I massimi rappresentanti di questo tentativo furono

allora l'avvocato d'affari di Ginevra Charles Poncet (Lib.), il presidente della SVP Christoph Blocher
e

il lobbista della piazza finanziaria Georg Stucky (FDP) di Zug. Ma il gruppo parlamentare pro
offshore

aveva sottovalutata l'alleanza della Sinistra e del Centro, per i quali il cinismo di Blocher e degli
altri

oltrepassava ogni limite. Dopo che anche nei media si era gridato allo scandalo, il Consiglio
nazionale

cancellò di nuovo il passo di cui sopra dalla legge bancaria. Mentre la Svizzera complessivamente
non

può essere considerata una classica piazza finanziaria offshore, si è sviluppato nei decenni passati
il
fenomeno delle piazze finanziarie – inhouse. Notoriamente alcuni cantoni hanno conformato

elasticamente le loro leggi fiscali alle necessità di società straniere e di ricchi privati con profitti non

indifferenti, per esempio Zug, Schwyz, Glarus o Freiburg. In qualche misura anche il Liechtenstein
può

essere considerato una stazione inhouse della piazza finanziaria Svizzera, come indirizzo

raccomandabile per i ricchi che hanno particolarmente bisogno di discrezione e i superricchi, per i
quali

il segreto bancario svizzero è ancora troppo poco rigoroso. Negli anni '90 le banche svizzere
hanno

combinato questo principio inhouse con il classico business offshore. Si ritiene che fino al 1996
quasi

la metà dei depositi negli istituti finanziari dell'isola del canale britannico Guernsey provengano da

banche e società finanziarie svizzere. E anche in Lussemburgo e nelle isole Cayman le banche
svizzere

hanno una posizione ragguardevole. Il futuro profilo della gestione patrimoniale svizzera sembra

consistere nella funzione di piattaforma girevole. Ai clienti privati stranieri viene offerta una piazza
finanziaria con tradizione e know-how, i cui operatori possono elaborare soluzioni confezionate su

misura in tutte le piazze offshore e inhouse di questo mondo.

LA FONDAZIONE FAMILIARE SANDOZ : NOVITA' NEL BUSINESS DELL' OFFSHORE.

L'acquisto della Citco (Curaçao International Trust Company), numero uno nel business offshore,
da

parte della fondazione familiare Sandoz nell'agosto 1995, conferma questo trend. La Citco, con
sede

sull'isola caraibica olandese Curaçao, amministrava a metà degli anni '90 dei patrimoni che

ammontavano a 80 miliardi di dollari. Era rappresentata a Ginevra, Losanna e in altri 23 paesi e


dava

lavoro a più di 500 persone. La famiglia fondatrice della Citco, Smeets di Curaçao, mantenne una
quota

di minoranza, mentre il presidente della nuova fondazione Sandoz, azionista di maggioranza,


Pierre

Landolt, divenne nuovo presidente della Citco. La famiglia Landolt, al terzo posto secondo Forbes
nel

1996 tra le famiglie più ricche della Svizzera con un patrimonio di 4,5 miliardi di dollari, controlla
anche la Banque Scandinave en Suisse e la banca privata Landolt & Cie (Lausanne). La famiglia è

inoltre azionista di maggioranza dell'hotel di lusso Beau-Rivage di Losanna, ha una quota di

partecipazione alla ditta di orologi Parmigiani e alle acque minerali Henniez, e detiene il dieci
percento

del "Journal de Genève". La fondazione familiare domiciliata a Glarus e diretta da Losanna, fu


fondata

nel 1964 dallo scultore Marcel Sandoz, il figlio più giovane del fondatore della ditta. I principali

beneficiari oggi sono la figlia di Edouard Sandoz, Nicole Landolt-Sandoz, suo marito Pierre e i loro

figli. La Banque Scandinave si è profilata ingegnosamente come rappresentante di "portafogli

eticamente responsabili". Per cui un "ethical investment" può aumentare efficacemente la rendita
di

portafogli azionari svizzeri, dove per etica si intende un comportamento che rispetta le convenzioni

usuali nel settore e offre trasparenza all'esterno.

IL LUSSEMBURGHESE
Negli anni '70 e '80 il lussemburghese Francis Hoogewerf fece progressi e divenne un Big Player
del

business offshore. Gestiva filiali dei suoi uffici d'amministrazione fiduciaria, di revisione e

patrimoniale in Lussemburgo, a Ginevra e a Monaco. A ciò si aggiunsero centinaia di società


offshore,

dove egli compariva con funzioni alterne di azionista, consigliere di amministrazione o revisore. (5)
Tra

i suoi clienti c'era ad esempio anche il capo della Sasea Florio Fiorini, la cui società offshore

Beaverbrook Ltd. (Dublino) aveva la sede nell'ufficio di Hoogewerf & Cie. a Montecarlo. (6) Il

Companies register di Londra (Registro di commercio) elencava nel maggio 1994 sotto Francis

Hoogewerf con indirizzi diversi in Lussemburgo, Ginevra e Montecarlo, 32 registrazioni o come

revisore o come consigliere d'amministrazione. 27 di queste erano estinte e cinque attive, e

precisamente quattro mandati come consigliere d'amministrazione e uno come revisore.(7) Poichè
per il

Lussemburgo e altri centri offshore non c'è un registro in ordine alfabetico di tutti i consigli di
amministrazione, è praticamente impossibile riconoscere le società di Hoogewerf in quel paese.
Inoltre,

nel businnes dell'offshore, le società cambiano continuamente ragione sociale, vengono


ristrutturate e

messe in vendita. Alcuni esempi di società di Hoogewerf sono tuttavia noti. Così la Arden
Investments

Ltd. E Avondale Nominees Ltd. (St. Peter Port, Guersney), da lui controllate, costituirono nel
maggio

1991 in Lussemburgo l'Eurotrust International Holding Corp. Revisore: Roger Usher. Eurotrust offrì
al

rispettabile pubblico ogni tipo di servizio come la fondazione di società in Svizzera e Lussemburgo,

revisioni, servizio telefonico e inoltro di posta ad un nuovo indirizzo. Come persona di riferimento il

prospetto informativo dell'Eurotrust fa il nome di Urs von Sury, direttore generale degli OCRA

Management Services (Basilea). Quest' OCRA di Basilea lavorava in collegamento con la


Overseas

Company Registration Agents Ltd. a Ramsay, Isola di Man. Di questa faceva parte anche
Hoogewerf.

L'OCRA con più di una dozzina di indirizzi di contatto internazionali, divenne fino alla metà degli
anni
'90 una delle maggiori venditrici al mondo di società offshore e dei relativi servizi erogati. Secondo

un'inserzione, apparsa sul settimanale " The Economist" del gennaio 1996, l' OCRA dava lavoro a
più

di 230 specialisti, avvocati, contabili, banchieri e segretarie. OCRA si trova anche su Internet,

indirizzo: hptt://www.ocra.com. Nella pubblicazione "Offshore Investment" dell' Offshore Institute

(Douglas. Isola di Man) Hoogewerf firmava come consigliere del redattore capo. Il numero di
febbraio

del 1989 contiene una lista di indirizzi di circa 150 Offshore-Professionals da Andorra a Vanuatu,

stampata fitta in 15 pagine. Per la Svizzera si indicano 4 indirizzi: Hoogewerf & Cie. (Ginevra),
Arner

SA (Lugano), Riggs Valmet (Ginevra) e Citco (Losanna e Ginevra). L'Arner SA precorre la Banca

Arner.(8) La Valmet a Ginevra è il braccio offshore della Riggs National Bank a Washington, D.C.
(9) E

la Citco della fondazione familiare Sandoz infine è il più grande istituto offshore del mondo. A

Hoogewerf riuscì di passare sempre inosservato. Una ricerca sul database diede solo due risultati.
Il
comunicato del "Financial Times" del 13 luglio 1994 non mette nella miglior luce il professionista

Hoogewerf. Allora il ministero britannico del Commercio e dell'Industria (DTI) aveva ammesso i

membri della piccola associazione di revisori Association of International Acountants (AIA)

nell'inglese Gateshead come revisori dei conti riconosciuti dallo stato. Ma, conformemente alla

normativa per l'attività di revisore, i membri dell'AIA dovettero prima farsi registrare a livello statale.

Hoogewerf, che non era solo membro dell'AIA , ma anche revisore della Cassa sociale dell' AIA,

temeva le richieste dello stato e come revisore AIA dovette essere sostituito dalla ditta BDD Binder

Hamlyn. (10) La seconda notizia proviene dall' edizione lussemburghese de "Le Republicain
Lorrain"

del 16 novembre 1994: Hoogewerf (con foto) si presentava fianco a fianco della regina inglese del

salmone Joanne Spencer come finanziatore del suo affumicatoio di salmone Riverstar (nome della

marca: Van Pieters). Certamente un appoggio non sgradito alla Spencer: proprio in Lussemburgo
lei
aprì una filiale e annunciò un going public (apertura al pubblico) della sua Riverstar alla Borsa di

Lussemburgo.

ILEX TRUST SERVICES SA, GINEVRA

Fu fondata nel marzo 1975 col nome Rossminster SA e con sede presso l'ufficio di
amministrazione

fiduciaria Hoogewerf, Usher & Co. (11) nell'edificio di proprietà a Ginevra. Del consiglio di

amministrazione facevano parte l'inglese Roger John Usher e il lussemburghese Karl Ulrich
Sanne,

entrambi collaudati esperti contabili in Lussemburgo. Usher era già noto in Svizzera. Era revisore

presso la Società lussemburghese Coim-Suisse SA, mentre il ticinese Tito Tettamanti era membro
del

consiglio di amministrazione. Dall' aprile1973 Hoogewerf era vicepresidente della filiale

lussemburghese Fidinam di Tettamanti. Nel 1981 la Rossminster cambiò il nome in Ilex, si trasferì
in

uffici propri e aumentò infine, nel febbraio 1983, il capitale da 50.000 a 250.000 franchi. Usher,

presidente dell'Ilex, si trasferì dal Lussemburgo a Ginevra e divenne membro ordinario della
Camera

per l'amministrazione fiduciaria della Svizzera, mentre Hoogewerf e Sanne rimasero in


Lussemburgo e

fondarono le loro ditte. In pubblico Usher e Hoogewerf cominciarono a non apparire più in coppia.
In

qualità di direttore della Ilex, Usher assunse l'indiano Raj Nair che più tardi fece anche parte del

consiglio di amministrazione. Come nuovo consigliere d'amministrazione Ilex Usher acquisì


l'esperto

tributario di Losanna Kaloyan Stoyanov ben introdotto nella migliore società di Waadtland. Oltre
alla

Ilex, Usher ha fondato anche la Usher and Co. con sede a Ginevra e filiale a Lugano. In apparenza

avwva interrotto i legami con Hoogewerf, nell'ombra tuttavia rimaneva legato a lui e al suo gruppo,
tra

l'altro nella veste di procuratore della ginevrina Hoogewerf & Cie. (12) Da parte sua Hoogewerf
fondò

dal Lussemburgo contemporaneamente due nuove ditte in Svizzera, la Hoogewerf Trustees

(Neucha^tel) e la società in nome collettivo di Ginevra MacPhail & Co., insieme con l'ex direttore
dell'
Ilex Donald Mac Phail. Anche il vecchio socio di Hoogewerf, Sanne, lavorò in Svizzera col proprio

nome, e precisamente come presidente della Safes Fidelity SA a Ginevra. (13) Inoltre Sanne
dirigeva

per la Compagnie Financière Espiritu Santo in Lussemburgo la Partridge Investments SA.(14) Nel

1992 e nel 1993, Hoogewerf e Usher appaiono più volte nella "Gazzetta Ufficiale" del
Lussemburgo

rispettivamente come consigliere d'amministrazione e revisore delle stesse società di recente

fondazione. Così Hoogewerf era ad esempio consigliere d'amministrazione delle seguenti sei
holding

per azioni "société anonyme holding ", precisamente B.E.G. International SA ,Trinity Finance
Holding

SA, Euro-Oil Invest SA e Vitco SA, Multiestate Holdings SA e Sea Star Seven Holding SA. In tutte
e

sei le società Usher ricopriva l'ufficio di revisore legale. I collegamenti tra Hoogewerf e Usher, che

risultano dal Registro di Commercio lussemburghese e svizzero, possono essere interpretati come

indizi del fatto che i due coordinano sistematicamente la loro attività, senza che questa loro
collaborazione fosse comprensibile nei dettagli agli estranei. Quindi i due, in termini economici, si

rapporterebbero come il dare e l'avere nella contabilità a partita doppia, ma legalmente una parte
non

potrebbe essere considerata responsabile per le attività dell'altra. Questa lettura dei fatti farebbe di

Hoogewerf e Usher l'esempio di una di quelle strutture sorte negli anni '90 che si possono definire

“parabanca virtuale”. Parabanca perché vengono offerti servizi finanziari globali non soggetti, o
solo

parzialmente, alle leggi nazionali bancarie e fiscali in vigore. E virtuale perché la struttura che
produce

profitto viene tenuta insieme da invisibili legami personali e non da reali organismi economico-

aziendali, giuridici o amministrativi.

VASTE ATTIVITA'

Nel 1981 fu fondata a Ginevra una società di comodo di nome Corakges SA. L'azionista era il
canadese

Roger G.Francis, che viveva a Ginevra, e fungeva da società di revisione la Hoogewerf, Usher &
Co.
Lo scopo statutario della società era così formulato: "fornire servizi e consulenze di ogni genere,

nell'ambito della finanza, del commercio e della produzione ad un gruppo di società attive nel
settore

del petrolio".(15) Nel febbraio 1984 la Corakges cambiò nome in RGF Counsel SA, e Kaloyan

Stoyanov si insediò nel consiglio di amministrazione. Nel 1992 la Usher and Co. divenne società di

revisione. Il 20 dicembre 1993 la RGF Counsel andò in liquidazione. Liquidatrice diventò la Ilex
Trust

Services. La liquidazione fu probabilmente dovuta al fatto che Roger Francis era finito sulle prime

pagine dei giornali in Italia con titoli a caratteri cubitali dall'inizio del 1993. Nello scandalo delle

tangenti ENI egli era sospettato di avere emesse in maniera massiccia e sistematica da Ginevra
fatture

false per consulenze (non prestate) ad affiliate ENI a Milano e a Roma. Esse erano necessarie per
la

registrazione delle spese, sostenute per le tangenti, nel bilancio dell'ENI. Francis non fu arrestato
ma

interrogato più volte a Milano. All'inizio dell' agosto 1995 la Ilex Trust dava lavoro a 15 impiegati
nella
sede principale di Ginevra e a tre nella filiale di Lugano. Del consiglio di amministrazione facevano

parte Roger Usher, Kaloyan Stoyanov, Raj Nair, Walter Koenig, Rico Luginbühl e Jürg Stäubli.(16)

L'azione esercitata da Luginbühl e Stäubli è limitata dal fatto che sono gli unici a non poter firmare

insieme. Dei due consiglieri d'amministrazione della Ilex è finora divenuto famoso solo Jürg
Stäubli.

Ma procediamo con ordine. Qui di seguito si esaminano in maniera dettagliata i più importanti

consiglieri d'amministrazione della Ilex in base alla loro effettiva influenza. L'inglese Roger Usher,

classe 1935, può essere definito il veterano del business offshore. Dopo aver iniziato in Inghilterra,

Zurigo e Lussemburgo si trasferì, come già ricordato, a Ginevra. Qui egli diresse dall'inizio degli
anni

'80 oltre alla società per azioni Ilex Trust Services anche la società in nome collettivo Usher and
Co. A

Londra (17) e in Lussemburgo (18) fu soprattutto revisore dei conti. Insieme con l'indiano Raj Nair

quale direttore e più tardi consigliere d'amministrazione dell'Ilex, riuscì ad Usher di stabilirsi a
Ginevra
e Lugano. Nella persona dell'ex procuratore dell'Ilex, Jean-Louis Hurst potè formare un valido

successore. Hurst firmava nell'estate 1995 come amministratore di Usher and Co. (Lugano) e
aveva

creato per il suo protettore una rispettabile filiale ticinese. Collaborava strettamente con l'italiano

Sergio Avanzi, attivo a Londra, e la sua White Eagle Holding di Ginevra, per la quale firmava
anche

come procuratore. Dei consigli di amministrazione delle società di Avanzi, la Holding White Eagle

(Ginevra e Lugano), la Suni Trading Associates (Lugano) e la Rose-Bud & May Partnership SA

(Lugano) facevano parte anche i due ticinesi Antonio Canavesi e Renata Scacchi, stretti
collaboratori di

Hurst. (19) Il collaboratore di Canavesi, Hurst, era inoltre presente nel consiglio di amministrazione

della società di partecipazione Gurta SA, insieme con Fausto Gianini, direttore della filiale di

Bankverein a Lugano. La Gurta è guidata da due dirigenti Fidinam, precisamente dal manager
della

Fiduciaria Fidinam Sergio Croci e del suo collega Flavio Maggioni, che fa parte anche del consiglio
d'amministrazione della società consociata alla Fidinam Inse & Pessina. Un'altra linea porta al noto

procuratore ticinese Roberto Bassi (Roberto Bassi & Partners). Il collaboratore di Hurst Canavesi
fa

parte del consiglio di amministrazione della Building Development Components Ltd. (Dublino),
filiale

di Lugano. Qui troviamo anche Claudio Morotti, un manager di Roberto Bassi & Partners.(20) La

collaboratrice di Hurst Renata Scacchi nell'estate 1995 faceva parte a sua volta di 31 consigli di

amministrazione ed era procuratrice della Metals and Chemical Promotion (MCP) Ltd. (Londra),

Filiale di Lugano. I suoi mandati amministrativi erano per lo più esclusivi. A ciò si aggiungevano
quelle

società che lei amministrava insieme a Hurst e Canavesi. Chi vuole scoprire i misteri del sistema

offshore, deve seguire tutte queste ramificazioni. Sono gli assi vitali di questo business. Non
possiamo

dunque risparmiarci del tutto tali peregrinazioni attraverso il labirinto delle mutue partecipazioni. Ma

non dobbiamo perdere la visione d'insieme, e dobbiamo richiamare ancora alla memoria le linee di
forza della Usher and Co.(Lugano). Roger Usher a Ginevra è il capo, Jean-Louis Hurst è la sua
mano

destra a Lugano. (21) Sul posto Antonio Canavesi e Renata Scacchi lavorano per il miglior cliente

ticinese, precisamente per l'italiano Sergio Avanzi. Canavesi assicura inoltre il collegamento con
l'alta

finanza ticinese, dalla Fidinam attraverso il Bankverein fino a Roberto Bassi & Partner.(22)

KALOYAN STOYANOV

Il consigliere d'amministrazione dell’Ilex Kaloyan Stoyanov, residente a Losanna, sembra essersi

concentrato soprattutto sulla Svizzera occidentale a complemento di Usher, attivo in Ticino.


Stoyanov

firmava come consigliere d'amministrazione unico di un'intera serie di società, i cui libri venivano

esaminati dalla Usher and Co. di Roger Usher, suo socio d'affari per anni.(23) Con ciò le società di

Stoyanov, che era membro ordinario della Camera fiduciaria svizzera, non davano proprio esempi
da

manuale di revisione contabile indipendente. Stoyanov intratteneva rapporti con i migliori indirizzi
dell'
Establishment del canton Vaud. Con Jean Chevallaz faceva parte del Consiglio di amministrazione

della società finanziaria di Losanna Cofiducia. Chevallaz, che dopo una carriera movimentata
divenne

nel 1989 sindaco di Pully presso Losanna (24), è il fratello del vecchio consigliere federale
Georges-

André Chevallaz.(25) Un importante contatto di Stoyanov era rappresentato dalla A.Testoni AG,

commercio di articoli di cuoio, a Zug. Del consiglio di amministrazione facevano parte oltre

all'amministratore fiduciario lussemburghese Robert McGaw, all'avvocato di Zug e consigliere

cantonale-FDP Christoph Straub (26), anche il commerciante in pellami Antonio Lembo di Ginevra.

Robert McGaw è una figura di grande rilievo sulla scena offshore del Lussemburgo e ha lavorato di

quando in quando anche con Usher e Hoogewerf (Usher era revisore della sua International
Financial

Development Luxemburg SA).(27) McGaw aveva anche società in comune con esponenti della
Arner

Holding SA (Lugano), ad esempio la Energy Investments SA (Lussemburgo) con il consigliere di

amministrazione Nicola Bravetti. (28) Che Mc Graw in Lussemburgo avesse un ruolo leader, lo
dimostrò anche il suo mandato di rappresentanza legale del Fountainhead Group SA (Domicilio
presso

Hoogewerf & Cie.). Nel 1987 Fountainhead era controllato dalla famiglia Gaon di Ginevra, del

consiglio d'amministrazione facevano parte tra l'altro i famosi Leon Gaon, David Gaon, Sammy
Hanein

e Guy Fontanet (29), tutti di Ginevra. Insieme con Pascale King e Lim Keen di Singapore,
Stoyanov

faceva parte anche del consiglio di amministrazione della ditta ginevrina d'orologi SA de la Montre

Royal. La King lavorava per Farhad Baktiar ( cugino del leader assassinato dell'opposizione
iraniana

Shapour Baktiar), ad esempio come consigliera d'amministrazione della Firsec SA (Ginevra) di

Shapour. Baktiar fu arrestato nel 1992 in relazione ad una presunta frode nel pignoramento di due
delle

sue società. Egli aveva anche società in comune con la Sasea, ad esempio la Société Hotelière d'

Investissements. Un ultimo, significativo mandato di consiglio d' amministrazione di Stoyanov è

l'incarico presso la JS Consulting ginevrina di Jürg Stäubli. Jürg Stäubli è protagonista di una storia
a

sè. Venuto come una cometa dal nulla, comparve per anni sulle prime pagine dei giornali nel ruolo
di

multimilionario che si è fatto da sè, arrivò ad essere "uomo del mese" della rivista "Bilanz" e

scomparve di nuovo dalla scena quasi da un giorno all' altro. Insieme a Tettamanti e ad altri fa
parte del

gruppo dei maghi della finanza degli anni '80.(30)

JUERG STÄUBLI

Jürg Stäubli, classe 1957, crebbe a Zollikofen, sobborgo di Berna, dove i suoi genitori gestivano un

piccolo negozio di vendita al dettaglio. Assolse poi un periodo di apprendistato come


commerciante.

Tornato a Berna, il giovane frequentò corsi di aggiornamento per commercianti, tra cui uno sul
tema:

beni immobili. All'esame impressionò talmente l'esperto esaminatore e pescecane immobiliare Toni

Stiffler che questo gli offrì un impiego presso la sua Stifag AG.(31) Dal 1980 Stäubli costruì per

Stiffler case per le vacanze in Spagna. Nel luglio 1981, a soli 24 anni, diventò capo della filiale
Stifag

di Ginevra. In un modo collaudato con successo Stäubli comprava vecchi immobili e, dopo un
restauro,

metteva in vendita l'abitazione a prezzi elevati . Per Stäubli un affare lucrativo dal momento che gli

inquilini per la carenza d'alloggi allora a Ginevra erano praticamente costretti a comprare, se non

volevano perdere l'abitazione. Nell'ottobre 1982 l'esattore del valore aggiunto ebbe per la prima
volta

dei problemi. Un gruppo di giovani occupò un immobile Stifag sulla Avenue Soret Nr. 12 a Ginevra.

Staeubli trattò con gli inquilini indesiderati, alcuni si lasciarono convincere ad uscire con un
assegno di

2.000 franchi o dal fatto che egli si assumesse i costi del trasloco. Ma altri restarono irremovibili.

Stäubli andò a Berna e ingaggiò per 10.000 franchi la gang dei rocker Broncos. Armati di mazze da

baseball, i Broncos gettarono gli occupanti sulla strada a suon di botte, una donna finì in ospedale
con

ferite alla testa. Il comportamento brutale della sua squadra di mercenari procurò allora a Staeubli

cattiva stampa in tutta la Svizzera. Di più, nel settembre 1984 egli si prese una condanna a 8 mesi
di

prigione con la condizionale e 20.000 franchi di ammenda. Gli otto Broncos ebbero tra i due e i
quattro

mesi con la condizionale. (32) Poco tempo dopo la vicenda dei Broncos Stäubli fece una bizzarra

escursione nella politica locale di Ginevra. Come presidente del "Rassemblement Genevois hors
Partis"

voleva entrare nel consiglio cittadino. Nonostante egli ritirasse ben presto la candidatura, presentò
le

perdite di voti dei partiti di sinistra che allora si registrarono, come "la sconfitta dei socialcomunisti
a

Ginevra", e come merito della sua campagna.(33) Dopo questi due flop Staeubli ne ebbe
abbastanza di

Ginevra e il suo capo Toni Stiffler, nel 1983, lo fece direttore a soli 26 anni del gruppo Stifag
(volume

d'affari annuo d'allora: circa 150 milioni). Nonostante il trasferimento a Berna, Staeubli non
interruppe

mai del tutto i contatti con Ginevra in quanto comproprietario della locale Régie Immobilière SA .

JS HOLDING: SCORRONO I MILIONI


Il 21 novembre 1984 Stäubli fondò la JS Holding con un capitale azionario di 100.000 franchi e

domicilio presso la Ilex Trust Services in Place des Eaux-Vives a Ginevra. Presidente era
l'avvocato di

Ginevra Louis Waltenspühl, che allora aveva lavorato per la Stifag. In seguito Stäubli sembra aver

operato con immobili sia per la Stifag che per conto proprio. Nel luglio 1985 egli trasferì il domicilio

della JS Holding alla sede della filiale Stifag di Ginevra, e il capitale fu accresciuto ad un milione.

L'anno 1985 vide l'ascesa di Stäubli a sponsor del club calcistico di Berna “Young Boys”, che allora

con tre milioni di franchi di debito era sull'orlo della bancarotta. Il giovane capitalista spendereccio
era

presidente fondatore del "Palace-Club", il cui compito doveva essere quello di trovare denaro per
gli

Young Boys. Membro del club era il suo boss Toni Stiffler, segretario era il notaio di Berna Rico

Luginbühl. Più tardi Stäubli, Stiffler e altri fondarono la Fimag AG (Finanza e Management SA per
lo

sport e la cultura). A questa società appartenevano allora alcuni giocatori YB, tra i quali Lars
Lunde.
Quando YB nel maggio 1986 vinse il campionato, la Fimag AG vendette Lars Lunde per 1,5 milioni
di

franchi al Bayern Muenchen e intascò la metà del guadagno; Lunde era costato solo 155.000
franchi.

La sponsorizzazione dello sport da parte di Stäubli era più egoistica del previsto. Nell'aprile 1986

Stäubli trasferì il domicilio a Montecarlo, ma continuò a lavorare a Berna con i due fan degli YB

Stiffler e Luginbühl. (34) Poco dopo cominciarono a scorrere i milioni e la JS Holding si espanse.
Nel

marzo 1987 Stäubli aumentò il capitale da uno a tre milioni, in aprile entrò con Luginbühl nel
consiglio

di amministrazione della Ilex Trust Services, in novembre la JS Holding elevò il capitale a 3,5
milioni

di franchi e nel dicembre 1987 la Holding spostò la sede dalla Stifag (Ginevra) di nuovo alla Ilex
Trust.

Stäubli, che risiedeva ormai da un anno a Montecarlo, aveva un sacco di soldi. Comprava e
comprava,

tra l'altro, una casa in Rue Bellot 11. Secondo la stampa locale d'allora, che si riferiva ad interviste
con
Stäubli, egli fece questo col proposito di cacciare di casa il presidente dei liberaldemocratici di
Ginevra

e consigliere nazionale Gilbert Couteau, che vi abitava. Questo come punizione per aver firmato
un

appello politico per la tutela degli inquilini. All'agenzia telegrafica svizzera Stäubli disse allora che

giudicava "una porcheria assoluta" il fatto che un liberale prendesse partito per gli inquilini.(35) Del

resto lui non era un mostro, perché la vedova dello svizzero occidentale Ernest Ansermet, che
abitava

nella stessa casa, avrebbe potuto rimanervi. Oggi Stäubli nega di avere mai concesso interviste
del

genere. Tra il marzo e l'ottobre 1988 egli aumentò il capitale della JS Holding gradualmente da 3,5
a9

milioni di franchi. Diventò presidente del Genf-Servette, un club dell'hockey su ghiaccio di lunga

tradizione e rilevò ditte senza un piano preciso. Ecco una piccola selezione dei suoi acquisti: nella

prima metà del 1988 la JS Holding prese una partecipazione di minoranza alla casa di
distribuzione

cinematografica di Ginevra Alpha Ciné, la terza in grandezza della Svizzera. Comprò la fonderia
mal
ridotta di Friburgo e una partecipazione di minoranza ad una società che possedeva l'immobile del

locale di streaptease di Ginevra Maxim's. Ai giornalisti Stäubli raccontò di investimenti in Tunisia e

Venezuela. Per curare l'immagine egli fondò inoltre un proprio ente culturale con a capo
nientemeno

che l'ex presidente della città, il socialdemocratico Claude Ketterer. Inoltre acquistò una
partecipazione

alla Filocity 7 (media, sport), la società pubblicitaria di Ginevra Diffusia SA, quote delle stazioni
radio

locali Radio Plus e Radio Nostalgie oltre che del canale TV privato Mont Blanc. Nell'ottobre 1988

Stäubli lanciò infine l'organo di informazione gratuito Jeudi Sports con una tiratura di 200.000

esemplari.

TENTATIVO DI ACQUISIZIONE DELLA PUBLICITAS

Già alla fine dell'agosto 1988 Stäubli aveva reso noto di voler rilevare la grande società
pubblicitaria

svizzera Publicitas SA. La società, fondata nel 1890, era l'indiscusso numero uno del business
pubblicitario svizzero con un volume d'affari valutato in due miliardi di franchi. Controllava ad

esempio la Orell Füssli Annoncen AG e la "Tribune de Genève". La JS Holding lanciò un'offerta

d'acquisto non favorevole per il 51% delle azioni Publicitas ad una quotazione di 4.150 franchi per

azione - 900 franchi in più del corso di borsa d'allora, operazione che sarebbe costata circa mezzo

miliardo di franchi. (36) Tutti si chiesero da dove Staeubli prendesse questo denaro. La JS Holding

stessa dichiarò di agire per contò proprio e per conto di terzi. Sui giornali della Svizzera
occidentale si

fecero congetture su chi mai potessero essere questi terzi. La rivista "L'Hebdo" nominò ad
esempio Tito

Tettamanti, Werner K.Rey e il grande editore Pierre Lamunière. (37) Ci si può chiedere se non
fossero

invece persone del tutto diverse, intenzionate a procurare a Stäubli tutto quel denaro. Il progetto

Publicitas si risolse infine per lui in un flop, nonostante l'aiuto dei suoi potenti alleati dietro le
quinte.

L'establishment della Svizzera occidentale seppe infine impedire che per l'offerta di Stäubli si
trovassero azionisti a sufficienza. Uno dei motivi fu forse anche il numero crescente dei suoi
precedenti

penali. Dopo la condanna a causa della brutale azione dei picchiatori Broncos, il giudice nel 1985
gli

aveva tolto la patente per eccesso di velocità. Nel 1987 finì di nuovo nelle grinfie della polizia

autostradale presso Aigle VD per via della velocità troppo elevata ed una patente monegasca. Per
questi

reati fu infine condannato dal tribunale penale di Vevey in seconda istanza a due mesi di prigione
senza

condizionale in regime di semilibertà e a 5.000 franchi di multa. (38) Dopo il flop con Publicitas sui

giornali della svizzera tedesca ci furono alcuni articoli critici nei confronti di Stäubli. Così la

"Handelszeitung" non lamentò solo l'assenza di trasparenza della JS Holding ma criticò anche che

Stauebli non avesse dato prova di capacità come direttore d'impresa nel settore industriale. (39)
Un

articolo prevalentemente positivo su Juerg Stäubli, "divenuto nel corso degli ultimi anni più
tranquillo,

quasi signorile”, apparve invece sul numero di dicembre di "Bilanz". La rivista parlò della JS
Holding
come di " un conglomerato dall'apparenza un po' folle".(40) L'organigramma, pubblicato da
"Bilanz",

mostrava che la febbre degli acquisti di Stäubli aveva creato dal nulla quattro settori d'attività
quanto

mai distanti uno dall'altro, precisamente tempo libero e comunicazione, industria e commercio,

immobili, servizi e finanziamenti.

STÄUBLI VUOLE DIVENTARE SERIO

Nel 1989 Stäubli cominciò una grande offensiva. Voleva scrollarsi di dosso l'immagine negativa e

trasformarsi definitivamente in un grande imprenditore serio. La JS Holding si stabilì per la prima


volta

in uffici propri in Rue Gautier: "La targhetta della cassetta della posta sull'edificio appare modesta,

quasi volutamente inappariscente: un'etichetta di cartone attaccata alla svelta con lo scotch".(41)
La sua

Testarossa dovette da quel momento restare in garage a Montecarlo, in Svizzera aveva al suo
servizio

due autisti, uno era medico, l'altro pilota. Il rimprovero della rivista d'economia "Cash", che alla
chiusura dell'Hermes Precisa International ad Yverdon egli avesse guadagnato moltissimo con un

sospetto insider trading, fu respinto categoricamente da Stäubli.(42) Egli promise invece di salvare
i

posti di lavoro alla fonderia di Giessen in dissesto. Nel cantone di Friburgo Stäubli trovò buona

accoglienza, particolarmente soddisfatto si mostrò il socialdemocratico dissidente e consigliere di


stato

Félicien Morel: "Un uomo che merita rispetto e fa cose eccellenti per le finanze del cantone." (44)

Stäubli annunciò un rapido accrescimento della sua holding e, per la prima volta, anche rispettabili

conti consolidati. Parlò di un prestito convertibile di 40 milioni di franchi e del progetto di andare in

borsa. (45) Il rilancio della società Stäubli lo condusse sulla stampa della Svizzera occidentale.
Che il

giornale francese di Migros "Construire" salutasse con particolare benevolenza Stäubli, non desta

meraviglia se si conosce l'impegno dell'ex presidente di Migros Pierre Arnold in consigli di

amministrazione di società affiliate della JS-Holding. (46) Del ruolo di Arnold si parlerà ancora in
maniera dettagliata. Anche Jean Chevallaz, fratello del consigliere federale, assicurò di avere
piena

fiducia in Juerg Staeubli, allorché questo nel 1989 rilevò la maggioranza del gruppo alberghiero

Leysintour Let da lui presieduto. Inoltre, Stäubli aveva in Rico Luginbuehl una specie di dama di

compagnia. Dai giorni del "Palace-Club", Luginbühl era stato sempre al suo fianco negli affari ed
era

consigliere d'amministrazione nelle società importanti collegate alla JS-Holding. (47)

DA STÄUBLI SI PRETENDE TROPPO

Presto si rivelò che Stäubli era quanto mai inadeguato al nuovo ruolo di grande industriale a lui

riservato. Lo si riconosce dai suoi significativi principi guida che in un' intervista presentò così:

"Domanda: Lei controlla più di 40 società. Come riesce a mantenere una visione d'insieme?
Stäubli:

Ogni ditta lavora in modo autonomo. Ma qui a Ginevra nella holding abbiamo uno stato maggiore

generale composto di dieci alti dirigenti, tutti specialisti nel loro settore. Ognuno di loro si occupa di
un
paio di ditte ed è sempre a disposizione, quando una di queste ha bisogno di aiuto. Io stesso
incontro

ogni lunedì ognuno dei miei dieci collaboratori dello stato maggiore per una seduta di un'ora. Ogni

lunedì aspetto da ogni ditta un rapporto scritto e voglio essere informato con esattezza su ogni
deroga

dal budget. Mi preoccupo sempre di movimentare le sedute, perché un gruppo non può starsene

tranquillo, altrimenti si impigrisce." (48) La JS Holding assunse altri impegni: col gruppo per

l'imballaggio Papival del Vallese, con il fabbricante di abiti sportivi di Thurgau Blacky, che a sua
volta

aveva partecipazioni presso il produttore di costumi da bagno Lahco. Nel giugno 1991 Stäubli
ebbe un

successo strepitoso con la JS Finance Canada. Le azioni della sua filiale canadese (volume
d'affari: 20

milioni di dollari canadesi appena) furono quotate alla borsa di Montreal. La JS Finance Canada
aveva

partecipazioni in diverse società di settori completamente diversi, ad esempio nella catena di


negozi

sportivi André Lalonde e nella fabbrica di spaghetti Cortina. (49) Anche qui siamo in presenza di
una
febbre degli acquisti irrazionale che si manifesta quando uno ha troppi soldi in tasca.

UNA COMETA SI SPEGNE

L'8 luglio 1991 Stäubli organizzò a Ginevra una specie di conferenza stampa per fare il bilancio
della

JS Holding. In quest’occasione dichiarò che dopo una fase di crescita di tre anni era venuto il
momento

del consolidamento e rese noto che lui stesso manteneva ancora l'80 % del capitale. Il resto si
trovava

presso la Banca Cantonale di Ginevra e i quadri delle sue ditte. (50) Staubli sprizzava allora un

ottimismo indomito. Ma ancora per poco. Sulla società collegata Let Holding si vedevano già

addensarsi le nuvole. La Let Holding, con alcuni hotel a Leysin, quotata alla borsa di Ginevra e
diretta

dall’eminente presidente Jean Chevallaz, era stata fondata da Staeubli un anno prima. Più tardi
questa

società acquisì una partecipazione di minoranza presso la ditta tessile Blacky. Circa due anni più
tardi
la Blacky rilevò la Lahco. Inoltre la Let Holding sottoscrisse un prestito obbligazionario della ditta
del

produttore di veicoli da pista svizzero-tedesco Rolba. Era pianificato un aumento di capitale della
Let

Holding da 10 a 14 milioni di franchi sotto la responsabilità della banca cantonale del Vaud.
All'inizio

di agosto l'analista di borsa Pierre Tissot della banca privata di Ginevra Lombard, Odier & Cie.
mise in

guardia insistentemente dall'acquisto di azioni Let: "è molto difficile raccomandare la Let Holding ai

nostri clienti, perché in tutto il gruppo Staeubli manca la trasparenza. Non si sa che strategia venga

perseguita. Tutto resta nebuloso." (51) Staeubli smentì, ma un'altra notizia funesta era alle porte:
La

belga-lussemburghese Filocity 7, produttrice della racchetta da tennis Snauwaert, di cui la JS


Holding

deteneva il 30%, era sull'orlo della bancarotta. Il suo settimanale gratuito "Jeudi Sports", fondato

solennemente a Ginevra, dovette all'improvviso interrompere le pubblicazioni nell'ottobre 1991.

L’inizio del 1992 portò la vendita di tre importanti partecipazioni: Chimica Agol Luginbühl, Ilex Trust
Services e WTC Management. (52)

STÄUBLI COMMETTE UN FALLO

Nell'edizione di luglio-agosto 1992, la rivista economica della Svizzera occidentale "Bilan" pubblicò

un articolo dal titolo "Le bluffeur de Monaco". Vi si diceva che la JS Holding era oberata di debiti.

Inoltre in inserzioni di giornali, che facevano pubblicità a "Bilan", si leggeva che la JS Holding era

sull'orlo del crollo. Stäubli annunciò immediatamente un'azione giudiziaria (53) e trasferì la
residenza

da Montecarlo al Cantone di Friburgo. L'articolo di "Bilan" fece vacillare la fiducia nella JS Holding
ed

ebbe conseguenze determinanti per Stäubli. Egli si dimise da presidente e il consiglio di

amministrazione venne totalmente rinnovato. I consiglieri d'amministrazione, da lui nominati,

sconosciuti all'opinione pubblica, diedero le dimissioni ad eccezione di Rico Luginbühl. Staeubli


stesso

divenne delegato del consiglio di amministrazione. Nuovi consiglieri furono nominati i noti

rappresentanti dell'economia della Svizzera occidentale Pierre de Chastonay, Roland Soldati e


Bernard

Taramarcaz. Pierre de Chastonay di Siders è una figura di rilievo del mondo economico del Vallese
ed

ex consigliere nazionale. (54) Entrò anche in diverse società collegate alla JS che hanno una certa

importanza nella regione, come la Papival Holding (Sitten) o la Let Holding (Ginevra) e diverse

imprese edili della Svizzera occidentale. Roland Soldati era direttore della Banca Cantonale di
Ginevra,

diventata azionista di minoranza in quanto grande creditrice. Bernard Taramarcaz fu presentato


infine

dalla rivista "L'Hebdo" come il vero autore del risanamento. (55) Si ha l'impressione che i nuovi tre

siano entrati nel consiglio di amministrazione per salvare le importanti società affiliate della
Svizzera

occidentale nel settore dell'economia edilizia, del turismo e dell'industria. (56)

PERCHE' PIERRE ARNOLD?

Alla fine del 1992 l'ex capo della Migros Pierre Arnold diventò nuovo presidente della JS Holding.

Dopo il pensionamento dai vertici della Migros, Arnold, nel 1985, era diventato presidente del
consorzio per la produzione d'orologi SMH e progressivamente era entrato nei consigli di

amministrazione di più di trenta altre ditte, in parte famose. La prima misura presa da Arnold fu di

mettere il bavaglio a Staeubli. Da allora nei media non si è più sentito niente di lui. Anche della JS

Holding non si udì più nulla da quando Arnold era alla testa dell'impresa. Nel giugno 1993 Arnold

rispose alla domanda del "Bund" di Berna: "Signor Arnold, Lei è considerato uno dei cervelli

dell'economia svizzera. Come è successo che si ritrovi presidente del consiglio di amministrazione
di

una società relativamente insignificante come la JS Holding di Ginevra? Pierre Arnold: conosco il

signor Staeubli da lungo tempo. è stato sempre corretto nei miei confronti. In quanto persona

intelligente, laboriosa, attiva e ricca di idee, conosce la mia inflessibilità e le mie pretese. Con me
ha

sempre mantenuto la parola data. Ogni volta che l'ho pregato di aiutare una persona o
un'associazione

caritativa in difficoltà, è sempre intervenuto senza esitare e con generosità. Quando fu attaccato da
"Bilan", la rivista d'economia - questo è del resto oggetto di un processo in corso - io trovai ingiuste
e

pericolose le accuse mossegli. Nella mia ricerca di giustizia accettai di assumere l'incarico di
presidente

del consiglio di amministrazione alla Holding, e ciò in accordo con le banche." (57) Poi gli fu rivolta
la

domanda: "Signor Arnold, per Lei Juerg Staeubli è un uomo d'affari di successo? ". Risposta di
Arnold:

"Il Signor Stäubli è un uomo d'affari che ha dimostrato la sua capacità di essere all'altezza dei
problemi,

di avere idee e conseguire risultati positivi. è un'eccellente controparte nelle trattative e, a


conoscerlo

meglio, ci si guadagna".(58) Anche Stäubli parlava di Arnold in modo favorevole, come Arnold di
lui.

Stäubli nell'ottobre 1990: "Pierre Arnold è una specie di padre spirituale, abbiamo una sorta di
rapporto

padre-figlio. Ci siamo conosciuti sei o sette anni fa, quando facevamo parte della ditta Agol di
Berna.

L'intesa fu immediata e, da qualche anno, lavoriamo insieme. Ci telefoniamo due volte la settimana
e
Pierre Arnold vuol sapere esattamente come vanno le cose."(59) Staeubli ha dichiarato più volte ai

media di considerare Arnold il proprio padre spirituale. (60) Questo non meraviglia, se si pensa che
il

potente Arnold gli procurò quella rispettabilità di cui egli, dopo l'articolo critico di "Bilan", aveva

urgentemente bisogno. Alla ditta Agol, dove Arnold e Staeubli nel 1983/84 si erano conosciuti, il
primo

nel 1994 era presidente, mentre Staeubli, Stiffler e Luginbühl, facevano parte del consiglio di

amministrazione. (61)

SEGNALE AMBIGUO

"Anche dopo il colloquio con Jürg Stäubli", scrisse la "Schweizer Handelszeitung" (“Il giornale

finanziario svizzero”) nel dicembre 1988, "non è chiaro che cosa sia veramente la JS Holding SA,
da

dove provenga in effetti il denaro investito e che cosa si persegua con una strategia di
partecipazione

piuttosto destrutturata. Le malelingue dicono, a Ginevra, che Stäubli sia solo una figura di
facciata,una
pedina destinata a far effetto sul pubblico nel gioco condotto da finanziatori stranieri".(62) Ciò che
la

"Handelszeitung" scrisse su Stäubli non vale forse anche per Pierre Arnold? Il veterano capitano

d’industria si mise come pompiere e parafulmine alla testa di un agglomerato impenetrabile di ditte.

Nasce così L’interrogativo se egli abbia reso possibile di dissimulare i veri rapporti di forza
all’interno

della JS Holding. Con il suo comportamento, Arnold ha dato un segnale che fino ad oggi non è
stato

ancora discusso pubblicamente. Onestamente bisogna dire che questa critica non tocca solo
Arnold ma

anche la Banca cantonale del Vaud. L'istituto ha fondato all'inizio del 1994 a Leysin, che per una

diminuzione di un terzo dei pernottamenti soffriva con particolare intensità la crisi del turismo, una

società per l'acquisto di hotel in difficoltà: la Leysin Holding. Il suo presidente è Jean Chevallaz, ex

presidente della società, collegata alla JS-Holding, Leysintours, i cui alberghi furono pure assorbiti

dalla nuova Leysin Holding. Nel consiglio di amministrazione di questa è presente accanto ad
alcuni
rappresentanti di banche e del settore turismo, anche Juerg Stauebli. Facendo un'analisi di
carattere

economico, ciò non significa altro che la banca cantonale del Vaud, nel suo comprensibile tentativo
di

salvare Leysin da un tracollo totale, si appoggia a organismi non trasparenti. Gli affari fatti in centri

offshore non sono assolutamente equiparabili di per sé al riciclaggio di denaro. Ma queste piazze

finanziarie vengono sfruttate come importante stazione di collegamento delle correnti di denaro
sporco

ai mercati finanziari legali. La richiesta in tutto il mondo di una lotta più incisiva al riciclaggio di

denaro rende necessaria più trasparenza nel business offshore. Sul piano internazionale ciò
significa

maggior regolamentazione dei paradisi fiscali e dei porti dei capitali in fuga da parte di istituzioni

sovrastatali. Per quanto riguarda la Svizzera, è necessaria anche avere chiarezza sui finanziatori
segreti

di quelle società svizzere finanziarie e d'investimento che si nascondono dietro uno schermo
protettivo

offshore di istituti, trust e fondazioni.


Note:

1) Nei Caraibi: Anguilla, Antigua, Aruba, Bahamas, Barbados, Bermudas, Isole Vergini britanniche,

Isole Cayman, Montserrat, Curaçao, Sint Maarten, Nevis, Panama, Turks & Caicos. In Europa:

Andorra, Cipro, Gibilterra, Guernsey, Irland, Isola di Man, Jersey, Sark, Liechtenstein, Luxemburg,

Madeira, Malta, Monaco. Nel Pacifico: Vanuatu, Isole Cook. Nell'Oceano Indiano: Seychelles,

Mauritius.

2) "Neue Zürcher Zeitung", 9 5 96

3) Nel 1944 l'austriaco Helmuth Merlin giunse ai vertici dell'Istituto presidenziale. L'ufficio di Vaduz

della "Colonia tedesca in Svizzera", un'organizzazione popolare nazionalsocialista in Svizzera con

succursale in Liechtenstein, si serviva allora della stessa casella postale di Merlin e dell'Istituto

presidenziale.

4) Uno studio del centro ricerche sul mercato del lavoro e l'economia industriale ha valutato il
patrimonio amministrato dalle banche svizzere nel giugno 1996 in 2.340 miliardi di franchi. Si dice

quindi che il settore dell'amministrazione patrimoniale crei 50.000 posti di lavoro e produca due
terzi

dei guadagni bancari.

(5) Hoogewerf esercita anche l'attività di revisore contabile internazionale. Hoogewerf & Cie.
firmano

insieme con la First Professional Audit di Fausto Vitucci (Roma, Milano, Prato, Verona) come
Ufficio

di revisione di Cragnotti & Partners capital Investement SA Luxembourg. La Cragnotti & Partners
fu

fondata dall'ex topmanager Enimont Sergio Cragnotti, implicato in numerosi scandali di tangenti,
del

quale si parla in maniera approfondita nel capitolo sull'ENI.

6) "Eurobusiness" 11/1993

7) I quattro mandati in consiglio d'amministrazione erano: Almeria Properties Ltd., Geldof Sales

Promotion Ltd., Imperio Reinsurance (UK) Ltd., Coastline Securities Ltd. Alla Portomega Ltd
Hoogewerf infine firmava come revisore.

8) Su Arner SA vedi il capitolo 10, p.226 segg. Hoogewerf e Arner hanno collaborato. La società di

Hoogewerf Wenham Ltd. (Douglas, Isle of Man) e la società di Arner Wedel Holdings (Tortola, Isole

Vergini britanniche) partecipava alle 4 società lussemburghesi Etairoi Holding, Carib Holding,

Caribbean Estate Company SA e Caribbean Hotel & Resort.

9) Valmet SA : Proprietari: Riggs National Bank, Washington (51%); Management : Aubertinaz


Claire;

Nicolin Danièle; Ghillani Jean-Philippe; Consiglio d' amministrazione: Michel Christian; Degeller

Otto; Fasel Roland; Partecipazioni: Valmet Fiducie et Conseils SA, Ginevra (100 %). (Fonte: Orell

Füssli/Teledata : Il CD-ROM dell'economia svizzera. Versione 1996/1, scadenza: 1.8.95)

10) Binder Hamlyn è parte di Arthur Andersen dal 1984. La ditta finì sulle prime pagine dei giornali
nel

1994 quando fu condannata in prima istanza da un tribunale di Londra ad un risarcimento danni di


100
milioni di sterline. Aveva valutato troppo con un cliente una candidata all'accettazione e dovette

prendersi la responsabilità dell'ammanco.

11) Le formalità di fondazione furono sbrigate dall'avvocato di Basilea Walter Koenig, che entrò
anche

nel Consiglio di amministrazione - dove si trovava ancora venti anni dopo. Tra i mandati di
consiglio di

amministrazione di Koenig c'era nell'estate 1995, la società di comodo Tecom Pipeline Consultants
AG,

Basilea. Un altro interessante mandato Koenig l'ha presso la Medisafe SA (Ginevra), dove Georg

Walker Balzers, è direttore. Walker è manager di 13 società , nel consiglio di amministrazione di


nove

dei quali c'è Barbara Merz Wipfli. Merz Wipfli è la donna di punta del guppo Curator di Zurigo che
si

occupa di consulenza aziendale, revisione, finanza e commercio. Anche Walker è un uomo della

Curator e fa parte di alcuni consigli di amministrazione di questo gruppo zurighese (a proposito


della

Curator cfr. p. 210 segg.)


12) Oltre a Roger Usher anche François Mehrmann collega la Ilex e Usher and Co. Mehrmann:
firma in

entrambe le società come procuratore.

13) Altri consiglieri d'amministrazione della Safes Fidelity: Etienne Costomeni (Losanna) e René

Wuergler (Borex). (fonte: Orell Füssli/Teledata: Il CD-ROM dell'economia svizzera. Release


1996/1,

data di scadenza: 1.8.95). In Lussemburgo Sanne e Hoogewerf gestirono insieme dal 1976

l'amministrazione fiduciaria e patrimoniale Webber, Wentzel & Co. GmbH, dal 1992 Maitland AG.

14) La società finanziaria era stata fondata dalla famiglia Espiritu Santo dopo la nazionalizzazione
della

loro banca a Lisbona nell'ambito della rivoluzione dei garofani. Più tardi gli Espiritu Santo riebbero
la

loro banca. Nel consiglio di amministrazione della Partridge Investments c'erano, nell'aprile 1994,
oltre

a Sanne il manager dell'Espiritu-Santo di Losanna, Rui Barros, Roland Cottier e Michel Joseph

Ostertag, anche lui dipendente dell'Espiritu Santo.


15) Régistre de Commerce, Genève, dossier no. 2423, 1981

16) Nel 1994 anche Robert March era entrato a far parte del Consiglio d'amministrazione Ilex.

17) Delle 15 registrazioni al Companies House di Londra (Registro di Commercio ) nel maggio
1994,

undici erano estinte e quattro attive. Dei complessivi 15 mandati 13 erano mandati di revisore e 2
di

consigliere d'amministrazione. I mandati attivi nel maggio 1995 erano Trentplus Ltd., Visualrout
Ltd.,

Arden Equities Ltd., Rarecall Ltd.

18) In Lussemburgo fu anche revisore delle società di Hoogewerf, ad esempio alla società madre

OCRA Eurotrust International Holding Corp.

19) Canavesi e Scacchi erano nel Consiglio d'amministrazione della Barinvest SA di Lugano, la cui

affiliata di Vaduz Barinvest AG nell'aprile 1994 fondò insieme con la Heathland Ltd. (Douglas, Isola
di

Man) in Lussemburgo la società di partecipazione Arnus Holding SA. Consigliere


d'amministrazione è
Jean-Louis Hurst che è iscritto nel Registro di commercio lussemburghese come Louis Hurst (per

rendere più difficile la ricerca!) Commissario della Arnus Holding è la Gestinv SA (Lugano). Del

consiglio d'amministrazione di questa società Hurst fa parte insieme con Renata Scacchi,
Vincenzo

Chiarella e Elio Castaldini, entrambi originari di Genova.

20) Morotti fa parte anche dell'Overland Trust Holding (Lugano) controllata da Roberto Bassi della

KPMG Fides (Lugano). Roberto Bassi & Partner a sua volta firma come revisore di alcune società

Hurst. Ad esempio: Gestinv SA (Lugano); Gurta AG (Lugano); Laconfida SA (Lugano); Plettli SA

(Lugano).

21) Un mandato di consiglio d'amministrazione di Hurst, particolarmente importante, è la Duferco


SA,

una società a partecipazione di Lugano con 70 posti di lavoro. è presieduta dall'italiano Bruno
Bolfo,

Maurizio Bergonzi è delegato del Consiglio d'amministrazione.

22) Nel maggio 1996 la Procura della Repubblica di Pisa rese note presunte frodi dell'uomo d'affari
italiano Fabrizio Serra in relazione a bilanci manipolati della Casa editrice pisana Giardini. La
Procura

della repubblica accusò Serra di essere riuscito ad ottenere con informazioni false, da tre banche

svizzere (Kreditanstalt, Bankverein e Gotthard Bank), crediti per 240 milioni di franchi. Roberto
Bassi

era consigliere d'amministrazione della filiale ticinese della casa editrice Giardini. Serra si definì

vittima di un complotto di Roberto Bassi & Partners, del cui Consiglio d'amministrazione fa parte

anche l'ex avvocato Paolo Bernasconi. Nella "Sonntagszeitung" del 12.5.96 Bassi definì "assurde"
le

accuse di Serra, e tuttavia "quasi logiche nella sua posizione". Lui stesso avrebbe fatto fallire
Serra,

quando si era accorto di essere incappato in un imbroglione. Ma per gli inquirenti italiani il ruolo di

Roberto Bassi non era ancora chiaro (nel maggio 1996), egli aveva tuttavia avuto per anni rapporti

d'affari con Serra.

23) Si tratta di Palma Medical Supplies SA (Villars-sur-Glane),la Nord Marine Trading SA


(Ginevra),
la RACB Communication SA (Friburgo), la Comsefin SA (Ginevra).

24) Pully sembra esercitare un fascino discreto. Il finanziere d’assalto Asher Edelmann di New
York

regalò al comune la sua squisita raccolta d'arte. Lo specialista francese di offshore Eduard
Chambost,

autore di una nota guida ai paradisi fiscali (Editions Sand,1993), prese la residenza a Pully.

25) Prima di iniziare la carriera politica Chevallaz era stato per dieci anni giornalista sportivo, poi

presidente della scuola alberghiera di Losanna, fu poi a capo della Camera dell'Agricoltura di
Vaud, per

vendere infine birra nei cantoni di Waadt e del Ticino come rappresentante del gruppo Sibra. ( “24

Heures”, 11.7.96)

26) Insieme a Stoyanov, Straub faceva parte del consiglio d'amministrazione oltre che della
A.Testoni

AG anche della Nummus Tugensis AG di Zug, specializzata nel commercio di monete d'oro.
Straub è

uno di quegli avvocati che collezionano mandati d'amministrazione a dozzine. Tra i suoi mandati si
trova anche la Reiluma Anlage AG (Zug), nel cui consiglio d'amministrazione è presente anche
Rudolf

Hegetschweiler, temporaneo consigliere d'amministrazione della Banca Albis/Adamas. Ulteriori

mandati nell'agosto 1995: Alma SA (Cormagens); ES Consult AG (Zug); ISM Consult and
Investment

AG (Zug); Plasticos Holding AG (Zug); Assem AG (Zug); Sindacato di vendita Bruker-Spectrospin


AG

(Zug); Foseco Trading AG (Zug); Laetitia AG (Zug); Nutrasweet AG (Zug); Admina AG ,Baar;
Altawa

AG ( Zug); FIA Fachinspektorat für Aufzüge AG (Schaffhausen); Gazinvest AG (Zug); Jaspen AG

(Zug); Kamer Martin Ltd. (Zug); Lisag-Liftcheck AG (Sarnen); Società del mercoledì di Zug (Zug);

Orbo Finanz AG (Zug); Otopex-Holding AG (Zug); Pecufina AG (Zug); Fondazione per l'assistenza

sociale al personale della Foseco Holding AG (Zug); Quim-Invest AG (Zug); Siromatic AG (Zug);

Sondia AG (Zug); Walzstahl AG (Zug); Westport AG (Zug); Fenrir AG (Zug). (Fonte: Il CD-ROM

dell'economia svizzera, scadenza: 1.8.95)


27) L'8.4.94 Francis Hoogewerf diede le dimissioni dalla Sycomore Investments SA (Luxemburg) e
fu

sostituito da McGraw. Il 27.4 si ritirò anche Roger Usher e fu sostituito dalla General Trust
Company

(Lussemburgo). La General Trust Company fu fondata lo stesso giorno e apparteneva a McGaw e


a R.

Turner.

28) Predecessore di Bravetti fino al 12.12. 91 fu Reto Kessler, direttore della Banca svizzera
italiana

(BSI).

29) Guy Fontanet, ex consigliere di stato del Cantone di Ginevra, faceva parte del consiglio di

amministrazione del World Economic Forum insieme con Klaus Schwab e Helmuth Maucher, tutti e

due dell'Allgaeu, con l'ex premier francese Raymond Barre e altri. Inoltre Fontanet era presente nel

consiglio di amministrazione della fondazione Ignacia di Friburgo, rigidamente cattolica.

30) Altri mandati amministrativi di Kaloyan Stoyanov: Credex AG (Zurigo); Ilex Trust Services SA
(Ginevra); Braxton & Cie. SA (Ginevra); Compimassa SA (Lugano); Granser Société de Services
SA

(Ginevra); HTC SA (Ginevra); Nummus Tugensis AG (Zug); Safinco Holding SA pour le


financement

de l'Industrie et du Commerce (Friburgo); Seldeco SA (Villars -sur- Glane); SI Louvois SA


(Ginevra);

Trimaco Trading SA (Ginevra); Fortress Trust Company SA (Ginevra); Associazione svizzera degli

esperti tributari diplomati (Solothurn). (Fonte: Orell Fuessli/Teledata: Il CD-ROM dell' economia

svizzera. Versione 1996/ 1, Scadenza: 1.8.95)

31) Toni Stiffler, originario di una famiglia di albergatori di Davos, era con la sua Stifag AG uno dei

più grandi speculatori immobiliari di Berna. Aveva cominciato già negli anni '60, i più grandi affari li

fece, secondo la rivista economica "Bilanz" (12 / 89), negli anni 1987 e 1988. "Bilanz" valutava il
suo

patrimonio privato a più di 100 milioni di franchi. Nel 1989 Stiffler cooperò anche con la fiduciaria

zurighese Huber, che più tardi dovette essere liquidata a causa di affari immobiliari andati male.
Negli
anni '90 l'impero di Stiffler si ridusse decisamente. Diversamente da colleghi del settore, come ad

esempio Albert Heer di Solothurn o Stephan Goetz di Zurigo, gli riuscì di evitare la bancarotta - per
lo

meno fino all'estate 1996.

32) "Berner Zeitung, 19. 9. 84

33) "Tribune de Genéve" ,5. 5. 83

(34) Il legame di Stäubli con la Stifag non si interruppe fino al 1991, gli restò il diritto di firma come

procuratore e consigliere d'amministrazione.

35) "24 Heures", 4.2.87

36) "Berner Zeitung" 1.9.88

37) "L'Hebdo", 8.9.88

38) "Blick", 26.4.88

39) "Schweizer Handelszeitung", 8.12.88


40) "Bilanz" 11/88

41) "Politik und Wirtschaft", 26 . 7. 89

42) "Cash", 22.9.89

43) In realtà Stäubli mostrò nei confronti dei suoi impiegati un atteggiamento arrogante. Anche alla

fonderia di Friburgo. Dopo che lo SMUV in un comunicato aveva manifestato la sua


disapprovazione

per il piano sociale presentato, in "La Liberté" di Friburgo dell' 8.2.89 Stäubli fece annunciare
quanto

segue: " Per me un licenziamento è un licenziamento di troppo. Ho cercato le migliori soluzioni e


ho

affrontato il rischio di continuare a gestire la fonderia. All'interno i sindacati hanno apprezzato molto
il

nostro atteggiamento e ci hanno ringraziato. Alcuni giorni dopo hanno reso nota la questione al

pubblico a mia insaputa . Se i sindacati vogliono una piccola guerra a coltelli tratti, si accomodino.
Io

non sono abituato a perdere queste battaglie (...) Se dovessi leggere di nuovo qualcosa di simile
dello
SMUV, anche una sola volta, licenzierò tutti". Un mese più tardi nella "Tribune de Genève"
(14.3.89)

diede una strigliata ai giocatori del suo Hockeyklub Genève-Servette: "Io che lavoro da 12 a 14 ore
al

giorno so che cosa significa la parola pressione. I giocatori, con il loro training e due partite alla

settimana, non ne hanno idea. Sono stato troppo amabile! Ma non sarà più così."

44) "Politik und Wirtschaft", 26.7.89

45) "Bund", 23.10.89

46) "Construire", 26.4.89

47) Luginbühl era diventato noto con il caso del cinema Splendid a Berna. Nel 1986 egli voleva

abbattere l'immobile adibito a cinema, appartenente alla sua Hipleh-Walt AG, e sostituirlo con
negozi e

uffici. Seguì una disputa di anni con la città e la protezione dei monumenti, finché nel 1994 rinunciò

all'abbattimento della sala Art-déco e restaurò l'edificio.


48) "Schweizer Illustrierte ", 22.10.90

49) "Agefi", 24.6.91

50) "24 Heures", 9.7.91

51) "Cash", 2.8.91

52) Il WTC Management (World Trade Center Management) era attivo in Canada. A Francoforte e
a

Monaco Rico Luginbuehls Marua Holding (Berna) deteneva il 49% del WTC-Management GmbH

(rispettivamente a Francoforte e a Monaco).

53) Nel novembre 1994 egli ha infine vinto l'azione legale, intentata stranamente a Parigi. La
17esima

camera della corte penale parigina ha accertato il reato di diffamazione in tre parti dell'articolo e ha

condannato il redattore capo Max Mabillard e il giornalista ad una pena pecuniaria di 10.000
franchi

francesi e ad un risarcimento simbolico di un franco. Max Mabillard era uno dei pochi giornalisti

francesi che negli anni '80 non si erano lasciati ingannare da Staeubli (vedi ad esempio: “Le
Matin”,
28.3.87)

54) De Chastonay firma anche come consigliere d'amministrazione della CSC Impresa Costruzioni

(Lugano, appartenente al complesso industriale Fiat). La società madre italiana Cogefar Impresit fu
nel

1993 una delle prime imputate negli scandali per le tangenti.

55) Taramarcaz è presidente del deposito franco doganale di Ginevra e fa parte come l'avvocato
d'affari

Carlo Sganzini di Lugano e il presidente dell' Unigestion di Ginevra, Bernard Sabrier, del consiglio
di

amministrazione della Kofisa Trading di Ginevra, un'affiliata del gruppo turco Koç.

56) Una società del genere è ad esempio l'officina per macchine agricole Hämmerli et Cie. SA a
Nyon

con 60 posti di lavoro. E’ stata acquisita dalla JS Holding e, conseguentemente, anche Pierre
Arnold e

de Chastoney sono entrati nel consiglio di amministrazione.

57) "Der Bund", 25.6.93


58) Ivi

59) "Schweizer Illustrierte", 22.10.90

60) Ad esempio il "Tages-Anzeiger", 14.3.87

61) "Schweizer Illustrierte", 22.10.90

62) "Schweizer Handelszeitung", 8. 12. 88

5. MANI PULITE

Dalla fine della seconda guerra mondiale l'Italia ha vissuto una serie ininterrotta di scandali,
affaires e

congiure. I poteri segreti che agivano fuori di ogni controllo erano qui più forti che in ogni altra

democrazia rappresentativa europea. (1) La corruzione moderna in Italia risale all'inizio della
guerra

fredda, a metà del 1946. Fu allora che si inasprì la critica degli USA nei confronti dei ministri

comunisti, che avevano assunto l'incarico al crollo del fascismo nell'Italia del nord, e culminò nella
richiesta ultimativa di estromettere il PCI dal governo. Questa domanda non fu tuttavia facile da

soddisfare da parte dei sostenitori degli USA. (2) I comunisti si accrebbero soprattutto nel
Norditalia

industrializzato, divenendo la forza organizzata più forte. Il segretario generale del PCI Palmiro

Togliatti fu ministro della giustizia dal 1945 al 1948, inoltre i comunisti ricoprirono altri tre ministeri e

fornirono diversi segretari di stato. Nata nel 1945 dalla fusione di diverse correnti cattoliche, la

Democrazia Cristiana (DC) sotto Alcide De Gasperi, segretario Giulio Andreotti, era troppo debole

nell'Italia del Nord per poter escludere i comunisti. Per rafforzare la loro base al Nord, De Gasperi
e

Andreotti cercarono di copiare la politica sociale progressista dei comunisti. Contemporaneamente

lavoravano con tutte le loro forze per indebolirli. Gli USA promossero questa politica. L'Italia fu,

insieme alla Francia e alla Grecia, il fronte principale della guerra contro il comunismo nell'Europa

occidentale.(3) Nel 1948 De Gasperi e la Democrazia Cristiana ottennero, sotto il segno della
guerra

fredda, il 48% dei voti e si sentirono abbastanza forti per estromettere i comunisti dal governo. (4)
Con
ciò la DC ebbe l'egemonia della politica italiana per 45 anni. Fino al 1993 le lotte delle frazioni
interne

al partito ebbero un influsso maggiore sulla politica italiana delle controversie parlamentari con

l'opposizione. Anche se dagli anni '60 l'egemonia poté essere mantenuta solo grazie a mutevoli

coalizioni con partiti minori, l'Italia rimase di fatto, fino a Mani Pulite, dominio di un partito. Nel
corso

di 45 anni ci furono invero 50 cambiamenti di governo e sei elezioni parlamentari anticipate, ma il

gruppo dirigente non è cambiato. Il leader democristiano Giulio Andreotti è stato sette volte primo

ministro. Il suo collega di partito Emilio Colombo ricoprì tra il 1948 e il 1993 tutti gli incarichi di

governo, da presidente dei ministri a ministro degli esteri.

DENARO DAL GRANDE FRATELLO

Come contropartita per l'estromissione dei comunisti De Gasperi ricevette dagli USA grande
sostegno

economico per il suo partito. Una parte di questo denaro passò per i canali legali del piano
Marshall,
un'altra parte per vie illegali. A questo proposito l'ex direttore della CIA e capo della sezione CIA a

Roma, William Colby ha detto: "Noi abbiamo una responsabilità storica, in certo qual modo

Washington ha attizzato la corruzione in Italia. Per noi il finanziamento della DC e dei socialisti ha

significato condurre la battaglia contro il comunismo. Il futuro dell'Europa occidentale era allora in

gioco in Italia, Grecia e Francia".(5)

Nell'ambito del piano Marshall anche l'istituto per la ricostruzione industriale (IRI) ha ricoperto un

ruolo centrale. L'IRI era ancora un'espressione dell'epoca del corporativismo fascista. Il suo
fondatore ,

Alberto Beneduce, era un compagno del Benito Mussolini del periodo socialista antecedente la
prima

guerra mondiale e aveva dato alle sue due figlie i nomi Idea Proletaria e Idea Socialista. Più tardi

Beneduce condivise la svolta di Mussolini da socialista a fascista. L'holding di stato IRI, da lui

concepita, comprese presto ampi settori della grande industria (tranne Fiat e Pirelli) e anche le
grandi
banche come il Banco di Roma, la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano e la Banca

Nazionale del Lavoro. Dopo la guerra ci furono tentativi della cerchia delle grandi famiglie di

capitalisti, gli Agnelli, i Pirelli e altri, di privatizzare di nuovo le aziende IRI. Ma esse avevano
nemici

anche tra i politici dell'Italia centrale e del sud, perché il sistema IRI aveva concentrato la sua
politica

di sviluppo nel Norditalia. De Gasperi risolse il conflitto dell'IRI con il sud nell'ambito della sua

strategia di conciliazione nazionale. Per promuovere l'industrializzazione del sud fu creato un


nuovo

istituto, la Cassa per il Mezzogiorno. Nel 1946 il banchiere Enrico Cuccia diventò capo di una
nuova

banca, organizzata nell'ambito dell'IRI, Mediobanca. (6) Questa doveva garantire, nell'interesse dei

grandi capitalisti privati in tutta Italia, finanziamenti industriali a lungo termine a interessi favorevoli,

ricorrendo al gettito del risparmio, e oltre a ciò garantire che gli interessi delle grandi famiglie di

capitalisti come Agnelli e Pirelli fossero rappresentati all'interno della burocrazia IRI. 50 anni dopo

Mediobanca era, sotto l'ottantasettenne Cuccia , ancor sempre una delle banche italiane più
importanti.

(7) La sua filiale in Svizzera fu la Graucom SA (Chiasso).

IL COMPROMESSO STORICO LIQUIDATO

Il sistema di potere di De Gasperi e Andreotti entrò in una crisi strutturale all'inizio degli anni '70.
Per

la prima volta nella storia italiana postbellica si profilò un'alternativa promettente: il compromesso

storico dei democrstiani con i comunisti. Il segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer e il

segretario del partito democristiano Aldo Moro, lavoravano alla riassunzione dei comunisti al
governo.

Il prezzo fu la rinuncia del Partito comunista italiano alla rivoluzione socialista, il riconoscimento
della

proprietà privata e dell'economia di mercato e la presa di distanza dall'URSS. Un fine importante


del

compromesso storico fu il superamento dell'economia della corruzione. Il compromesso storico

rappresentava un pericolo anche per l'influenza americana in Italia. Accadde allora che Moro fosse

sequestrato dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978, la stessa mattina in cui in parlamento doveva
andare

in scena il primo governo DC con presidente dei ministri Giulio Andreotti e sostegno parlamentare
del

Partito comunista italiano. Il 9 maggio 1978 il suo cadavere fu ritrovato nel portabagagli di un’auto
a

Roma, e da allora si discute sui retroscena di questo delitto. (8) Il ruolo centrale in tutto questo
della

loggia segreta massonica P2, di cui si parlerà con maggiori dettagli, è sicuro. Nessuno aveva da
temere

da riforme di fondo più di Gelli e dei suoi fratelli di loggia che ricavavano ricchi profitti dalla

corruzione.

Note:

1) Sulla storia degli scandali italiani dal 1943 vedi Galli, Giorgio: ‘Staatsgeschäfte: Affären,
Skandale,

Verschwörungen. Das unterirdische Italien 1943-1990’(‘Affari di stato.L’Italia sotterranea 1943-


1990:

storia politica, partiti, corruzione, misteri,scandali.’,Milano 1991) Amburgo, 1994


2) Durante l'occupazione dell'Italia dopo la seconda guerra mondiale gli USA si appoggiarono
anche

alla mafia. Importanti mafiosi italoamericani, come ad esempio Lucky Luciano, erano stati rilasciati
nel

1943 dal carcere negli USA e inviati in Sicilia. La collaborazione degli occupanti statunitensi con la

mafia produsse, nel vuoto economico tra il 1943 e il 1948, soprattutto al sud, un effetto fortemente

corruttore. Il sistema di mercato nero, controllato dalla mafia, divenne presto la base economica
del

mezzogiorno. Questa palude fu anche il fondamento economico della nuova classe politica di tutti i

partiti, sorta qui dopo il 1945.

3) La politica, che più tardi sfociò in "Gladio", cominciò immediatamente dopo la seconda guerra

mondiale, quando l' organizzazione di spionaggio statunitense OSS (precorritrice della CIA)
promosse

anche in Italia la creazione di cosiddetti programmi "Stay-behind". Gladio si chiamò quell'esercito


di

resistenza, finanziato dagli USA e non controllato dal governo italiano, composto di elementi
fascisti e
della destra radicale, che nel caso di un'invasione sovietica avrebbero dovuto continuare a
combattere

dietro le linee nemiche.

4) Togliatti cercò di opporre resistenza al corso di centro della DC con una strategia del fronte

popolare. Dopo che egli ebbe perduto le elezioni del 1953, il blocco di sinistra, composto di
socialisti e

comunisti, si scisse.

5) Calvi, Fabrizio , et Sisti, Leo: ‘Les Nouveaux Réseaux de la Corruption’. Parigi 1995, p.111

6) Cuccia era originario della Sicilia e durante la guerra fu membro del Partito d'Azione
antifascista.

Insieme con Andrè Meyer della Lazard Frères (Parigi) nel 1945, quando la stella rossa del
comunismo

splendeva più fulgida, si dice si sia adoperato ad assicurare il predominio del capitalismo mediante
il

sistema finanziario. Cfr. Galli, Giancarlo: ‘Il Padrone dei Padroni. Enrico Cuccia - Il Potere di

Mediobanca e il Capitalismo Italiano’. Milano, 1995.


(Nota nella nota: qualcuno dice che Cuccia era figlio di un padrino della Piana degli Albanesi e che
il

suo vero cognome era Cuccìa, con l'accento sulla "i".)

7) La composizione del consiglio di amministrazione alla fine del 1992 rivela nel migliore dei modi

l'importanza di Mediobanca. Membri erano tra gli altri: Gianni Agnelli (Fiat), Carlo De Benedetti

(Olivetti), Raul Gardini (Ferruzzi / Montedison), Leopoldo Pirelli, Antoine Bernheim (Lazard Frères),

Wolfgang Graebner (Deutsche Bank).

8) Vedi a questo proposito Raith, Werner: ‘In höherem Auftrag. Der kalkulierte Mord an Aldo Moro’.

(‘Per ordine superiore. L'assassinio calcolato di Aldo Moro’), Zurigo, 1985

6. IL MISTERIOSO CONTO PROTEZIONE

"Ciò che portò al successo Mani Pulite" disse il procuratore Gherardo Colombo, "fu la scoperta del

conto 633.369 Protezione presso la Schweizerische Bankgesellschaft di Lugano. Coloro che


stavano

dietro questo conto delle tangenti alla Bankgesellschaft luganese si rivelarono i principali burattinai
della corruzione italiana" (1). Il conto Protezione collegava il segretario socialista Bettino Craxi con
il

presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, e con Licio Gelli, il gran maestro della loggia

massonica segreta P2. L'elevato ruolo politico ed economico di questo terzetto faceva ben capire
che

qui non si trattava di un caso singolo ma del sistema delle tangenti nel suo complesso. Anche in

Svizzera, lo smascheramento del conto Protezione alla fine di gennaio 1993 segnò una svolta. Da
quel

momento gli aiuti sistematici, forniti per decenni alla corruzione italiana sulla piazza finanziaria

Svizzera, non poterono essere più oggetto di rimozione.

UNA VECCHIA STORIA

L'esistenza del conto Protezione era già divenuta nota nel maggio 1981. Allora Colombo e il suo

collega Giuliano Turrone indagavano contro il banchiere della mafia Michele Sindona. Nel corso
delle

indagini la Guardia di Finanza perquisì anche la villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi presso
Arezzo.(2) Nel corso di questo rastrellamento i funzionari scoprirono una busta non appariscente
con la

scritta: " Deputato Claudio Martelli", e all'interno la seguente annotazione: "SBG-Lugano, Conto

633.369 Protezione: numero di Claudio Martelli, sul quale il 28.10.1980 all'attenzione di Bettino
Craxi

per il contratto con l'ENI è stata versata, per ordine del Dr. Roberto Calvi, una somma di 3,5 milioni
di

dollari. Dopo la firma il 20.11.1980 da parte del Dr. C.R. e D.D.L. vengono pagati ancora 3,5 milioni
di

dollari." (3) Dopo che la rivista romana "L'Espresso" ebbe pubblicato questo documento, Martelli si

preoccupò di avere una spiegazione alla SBG (Lugano) e la ottenne, nel senso che egli non era

intestatario di un conto presso la banca né aveva beneficiato di un bonifico. La procura romana (4)

rivolse una richiesta di rogatoria alla Svizzera per la consegna della documentazione del conto. Al
ché

l'avvocato di Lugano John Rossi, dello studio legale Tettamanti & Spiess, a stretto giro di posta
fece

ricorso in nome della SBG e dell' (allora) sconosciuto intestatario del conto presso il Tribunale
cantonale di seconda istanza.(5) Dopodiché non successe più nulla. Secondo dichiarazioni di
Rossi i

giudici istruttori romani avrebbero archiviato il procedimento.(6)

UN GIUDICE SUPERIORE DI DEBOLE MEMORIA

Ma del misterioso Conto Protezione non ci si dimenticò. Nel 1984 giunse a Lugano una seconda

rogatoria. Questa volta da Milano da parte dei due giudici istruttori Antonio Pizzi e Renato
Bricchetti,

che indagavano contro i responsabili del Banco Ambrosiano per sospetto di bancarotta
fraudolenta. Di

nuovo l'avvocato Rossi fece ricorso a nome della SBG e dell'intestatario sconosciuto del conto. Il

giudice superiore Claudio Lepori, presidente della Camera dei ricorsi ticinese, tirò poi per le lunghe

questa richiesta in maniera sistematica. La domanda di rogatoria per anni fu come dimenticata. Più

tardi Lepori non riuscì più a ricordarsi come si fosse arrivati a questo. "Negli ambienti del palazzo
di

giustizia di Lugano si viene a sapere che sotto il giudice Lepori sono scomparsi o sono stati rinviati
altri
ricorsi. è stato biasimato questo giudice venuto meno ai suoi doveri? No. Come giudice superiore

appartenente al partito popolare cristiano-democratico, con maggiore anzianità di servizio nel


Cantone,

egli ha rinunciato nel 1992 a presentarsi al suffragio popolare diretto per questo tribunale. Ma alla
fine

dello stesso anno il Gran Consiglio Ticinese l'ha eletto nel piccolo collegio dei giudici istruttori, che

egli da gennaio [1993] anche presiede." (7) La cortina di ferro con cui Lepori, il giudice superiore

smemorato aveva protetto per otto anni il Conto Protezione presso la SBG (Lugano), fu infine
aperta

con forza. E precisamente da una direzione inaspettata, precisamente da Ginevra, dove il 30


ottobre

1992 la Sasea Holding era finita in bancarotta. Il suo delegato al consiglio di amministrazione
Florio

Fiorini era già in prigione per frode nel pignoramento. Con un ammontare del danno a circa tre
miliardi

di franchi, il fallimento della Sasea diventò la più grande bancarotta della storia economica
svizzera;
del caso si parlerà ancora nei particolari.

VIENE SOLLEVATO IL VELO

Il giudice istruttore di Ginevra Jean-Louis Crochet, che guidava le indagini contro Fiorini, perquisì
alla

fine del 1992 a Montecarlo gli uffici di una piccola banca sospetta appartenente al gruppo delle più
di

300 banche collegate alla Sasea-Holding. La SI Bank a Montecarlo si presentò come un ufficio non

appariscente, sulla cui scrivania c'era tra le altre carte una lettera che identificava un certo Silvano

Larini quale titolare del conto Protezione a Lugano. Crochet sapeva che in Italia fino allora 10

procuratori e la commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 non erano riusciti a trovare


l'intestatario

del conto. Il 22 dicembre 1992 egli fece visita alla SBG (Lugano). Più tardi ha così descritto questo

episodio: "Chiedemmo al direttore di poter prendere visione degli estratti conto, del cui titolare

eravamo in grado per la prima volta di dire il nome. Il direttore dichiarò che questo nome non
esisteva
sulle liste della banca. Dopo che con la dovuta chiarezza gli ebbi spiegato che avrei apposto
legalmente

i sigilli alla sua banca, se non mi avesse fornito immediatamente le documentazioni dei conti, disse

scusandosi che il conto era effettivamente esistito ma che era stato estinto".(8) La risposta della
SBG

alla visita del giudice istruttore di Ginevra fu un ricorso contro la consegna del materiale richiesto.

"Questi documenti li avrete solo quando avrete vinto in tribunale" disse il direttore.(9) Egli sapeva
di

non avere cattive chances. L'assistenza giuridica o rogatoria intercantonale dovette superare
ostacoli

grandi quasi quanto quella internazionale. (10) Il primo procuratore del Cantone di Ginevra,
Bernard

Bertossa, si vide più tardi costretto a protestare: "è inaccettabile che in Ticino un cantone svizzero

venga trattato come un paese del terzo mondo, ad esempio le Filippine".(11) In un'intervista alla
rivista

"L'Espresso" di Roma Bertossa ha confermato con più forza la critica alla letargica giustizia
ticinese.

(12) La risposta del primo procuratore ticinese Piergiorgio Mordasini fu immediata: "Per quanto
concerne la rogatoria intercantonale e internazionale", disse Mordasini, "non abbiamo bisogno di

lezioni" (13). Il 23 gennaio 1993 la radio ticinese annunciò che il giudice superiore Michele Rusca,

successore di Lepori presso la Camera dei ricorsi, aveva respinto le istanze della SBG a proposito
del

conto Protezione, ma il rivio di anni il giudice non seppe spiegarlo. (14) L'avvocato Rossi bloccò

immediatamente questa sentenza con un'impugnazione presso il tribunale federale. Ma alcuni


giorni più

tardi, il 7 febbraio 1993, il titolare del conto Silvano Larini si presentò alla polizia italiana. La cosa

prese l'avvio. L'amico intimo e, come più tardi si rivelò, tesoriere di Bettino Craxi, era scomparso
nel

maggio 1992, sottraendosi ad uno dei primissimi ordini d'arresto dell'inchiesta di Mani Pulite. (15)

Interrogato dai due procuratori Antonio Di Pietro e Pierluigi Dell'Osso, Larini si rivelò loquace. Il suo

cliente sapeva fin troppo bene - disse più tardi un avvocato di Larini alla stampa - che la colpa in
un

affare del genere era sempre dei fuggiaschi e dei morti. Larini chiarì anche il mistero del Conto
Protezione: Un bel giorno del 1980 egli aveva fatto una passeggiata a Milano con i suoi due vecchi

compagni, Bettino Craxi (più tardi presidente del consiglio dei ministri) e Claudio Martelli (poi

ministro della giustizia). Craxi mi interrogò su conti bancari all'estero. "Io risposi: alla SBG di
Lugano,

dopo di che Bettino mi chiese il numero del conto che Claudio annotò subito su un foglietto." (16)

Questo foglietto -disse ancora Larini- poteva essere lo stesso dell'appunto trovato nella villa di
Gelli.

Quando del conto Protezione si parlò sui giornali, lui aveva prelevato quasi tutto il denaro in
contanti,

precisamente 4,7 milioni di dollari. Larini sottolineò che non aveva tenuto una lira per sè ma aveva

sempre portato tutto a Craxi - un servizio da amico socialista nel contesto di una militanza politica

comune decennale.

MAZZETTE PER I SOCIALISTI

A poco a poco il mistero si svelò. Il conto Protezione, di cui era titolare Larini, serviva da stazione
di
transito per tangenti del valore di sette milioni di dollari al partito socialista italiano (PSI), guidato da

Bettino Craxi e Claudio Martelli. Chi pagava era Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano,
la

più grande banca privata italiana. Con questo denaro Calvi, vicino alla bancarotta, acquisì un
credito di

cinquanta milioni di dollari dall'impresa petrolifera di stato ENI. L'operazione fu ordita dal Gran

Maestro della P2 Licio Gelli. Il vice dell'ENI, Leonardo Di Donna, era membro della P2. Inoltre l'ex

comunista era insieme a Bettino Craxi e a Claudio Martelli un leader del partito socialista (PSI).
Contro

il pagamento di 7 milioni di dollari i socialisti tollerarono infine che l'ENI, a spese del contribuente

fiscale, cedesse al malconcio Banco Ambrosiano 50 milioni di dollari poco prima del fallimento
della

banca. Fu il capo del settore finanziario dell'ENI, Florio Fiorini, più tardi bancarottiere della Sasea a

Ginevra, a eseguire la transazione illegale. Egli non stava con i socialisti né nella P2, sapeva
tuttavia di

che cosa un tecnocrate senza partito era debitore al suo presidente.(17) Dopo la confessione di
Larini la
procura milanese aprì un'inchiesta contro Craxi e il ministro della giustizia Martelli. Martelli lasciò

l'incarico di ministro e Craxi diede le dimissioni da segretario del partito socialista. Il 10 febbraio
1993

i procuratori italiani interrogarono Fiorini a Ginevra. Egli confermò le dichiarazioni di Larini.(18)

Nelle sue memorie, scritte nella prigione di Ginevra Champ Dollon, che vennero pubblicate nel
1993

col titolo ‘Ricordàti da lontano’, Fiorini si occupa anche del Conto Protezione. Inoltre parla di due
noti

banchieri svizzeri: il presidente della SBG Nikolaus Senn e il direttore della SBG Karl Janjoeri.

Secondo Fiorini, i due sarebbero intervenuti presso organi della giustizia svizzera contro la
rogatoria

italiana. E racconta così la storia: "Un anno dopo il mio licenziamento dall'ENI [1981] mi chiamò

Leonardo Di Donna, il mio ex capo: Craxi voleva diventare presidente dei ministri ed era
estremamente

inquieto per via del Conto Protezione. Il vertice della SBG doveva essere sensibilizzato ad ogni
prezzo,

disse Di Donna. Il vicedirettore della SBG Romano Bertoli [a Lugano], che gestiva il conto, era
tuttavia
troppo poco importante, per ottenere qualcosa. Io invece avevo coltivato secondo lui contatti
cordiali

con i capi della SBG a Zurigo, ad esempio con il direttore generale [Karl] Janjoeri, presidente della

holding ENI all'estero Hydrocarbons International (HIH), e con il presidente della SBG [Nikolaus]

Senn, predecessore del primo presso la HIH. Di Donna chiese un intervento alla SBG contro la

consegna della documentazione del conto all'Italia. E non dimenticare -disse minaccioso- che se la

storia viene alla luce, sei nei guai anche tu. Alla fine accettai di parlare col capo supremo della
SBG,

ma volli prima essere informato con esattezza sul retroscena della faccenda. Alcuni giorni più tardi
in

uno studio notarile di Lugano (19) Di Donna mi fece conoscere l'architetto Larini che si rivelò un
idiota

completo. In confronto all'ENI, Larini usava metodi da età della pietra. Si serviva del suo numero di

conto personale, senza mettere in mezzo una società. E ancora: I pagamenti avvenivano senza

plausibilità economica e privi di qualsiasi legittimazione. Maledizione, se questo Larini avesse per
lo
meno stipulato in Italia un contratto di consulenza! In questo caso la giustizia svizzera avrebbe
dovuto

dimostrare che questo contratto era solo fittizio, cosa che è praticamente impossibile. Ma se
nonostante

tutto ci fosse riuscita, saremmo ricorsi ad una superperizia.[...] Nel corso della mia visita mi riuscì

infine di convincere la SBG di non dare pubblicità eccessiva a questa faccenda. Il dossier finì poi
nelle

mani dei migliori avvocati di Lugano e al tribunale federale di Losanna. Avemmo pure fortuna. Il

pubblico ministero ticinese a noi ostile, Bernasconi, diede le dimissioni e fu sostituito dal
Lahmsieder

Luison. Per leggere le 500 pagine di memorandum che noi depositavamo a scopo di rinvio ogni
venerdì

presso il pubblico ministero a Lugano, il poveretto aveva bisogno ogni volta di due settimane di
tempo;

Bernasconi li gettava regolarmente nel cestino della carta senza leggerli. Passarono così gli anni e

infine Roma archiviò la richiesta di rogatoria per insufficienza di prove" (20).


CERTIFICATO PERSIL PER LA SBG

Le denunce di Fiorini nei confronti di Senn e Janioeri fecero straripare all' inizio dell'aprile 1993 lo

scandalo nei media svizzeri. L'addetta stampa della SBG Gertrud Ehrismann smentì: "Queste
accuse

sono prive di ogni fondamento e lesive dell'onore."(21) La SBG avrebbe fatto allora ricorso contro
la

richiesta italiana di avere visione del Conto Protezione, perché si trattava di una questione politica

piuttosto che penale. Alla riunione generale della SBG di fine aprile 1993 allo stadio Hallon di
Zurigo

un presidente Senn visibilmente agitato rispose alla domanda di un azionista che aveva chiesto
cosa

significassero le accuse di Fiorini. Egli non contestò di conoscere Fiorini né di avere parlato con lui
del

Conto Protezione. Respinse invece in maniera categorica l’accusa di essere intervenuto presso le

autorità svizzere contro la richiesta di rogatoria. "Se quest’italiano sostiene", disse Senn, "che i
miei

rapporti con lui siano stati di natura particolarmente cordiale, è affar suo." Sulla base delle accuse
di
Fiorini si attivò anche la Confederazione confederale delle banche, l'organo di controllo statale per
una

gestione d'affari irreprensibile da parte delle banche svizzere. Dopo un'inchiesta di due mesi la
SBG

ricevette il 18 luglio 1993 dalla Commissione confederale delle banche il certificato Persil: il conto

collettivo Protezione presso la SBG (Lugano) era stato gestito in modo corretto senza occultare
nulla e

senza irregolarità. La SBG trasse da parte sua le conseguenze: il sistema di pagamento dei conti

collettivi cifrati per "clienti con elevate necessità di discrezione" (22) sarebbe stato cambiato, per

ovviare alle interpretazioni errate che c'erano state. Si rinunciava al sistema del numero collettivo

comune per una pluralità di singoli clienti, identificati con una parola in codice. Ad ogni singolo
cliente

che aveva bisogno di un conto per fare incassi o pagamenti senza render noto il suo nome, fu
assegnata

non solo una parola in codice separata ma anche un numero separato.

DIRIGENTI DELLA SBG IN VESTE DI TESTIMONI


In Svizzera il caso Conto Protezione si considerò chiuso, per la SBG, nell'estate 1993 con il
certificato

Persil della commissione delle banche. Le cose andarono diversamente in Italia. Nel luglio 1994 il

tribunale penale di prima istanza a Milano condannò Silvano Larini, Bettino Craxi, Claudio Martelli,

Leonardo di Donna e Licio Gelli, a lunghe pene detentive e ad un risarcimento danni ai liquidatori
del

Banco Ambrosiano per concorso in bancarotta fraudolenta. Nel corso delle indagini della giustizia

milanese erano stati interrogati grazie alla rogatoria anche il presidente della SBG Nikolaus Senn e
il

direttore generale della SBG Karl Janjöri. I verbali degli interrogatori relativi a queste audizioni

rivelano che Fiorini, nel suo libro prima citato, non ha detto tutta la verità. In effetti egli aveva
parlato

del Conto Protezione alla SBG non solo dopo il suo licenziamento dall'ENI, ma già nel 1981,
ancora in

qualità di direttore finanziario dell'ente. Come il presidente della SBG Senn ha spiegato al giudice

istruttore nel maggio 1994, che Fiorini, a lui noto come direttore finanziario dell'ENI, gli fece visita
nel
1981. Egli aveva supposto si trattasse di una faccenda che riguardava l’ente. Ma Fiorini aveva
portato

la sua attenzione sul Conto Protezione che sarebbe stato una questione molto delicata per motivi

politici. "Io assicurai Fiorini", disse Senn, "che in Svizzera un conto in banca era sempre protetto
dal

segreto bancario, anche se era implicato in delitti punibili secondo il diritto svizzero."(23) Inoltre
Senn

disse che in seguito egli era stato informato sullo sviluppo dell'affare solo in modo sommario da
Karl

Janjöri [direttore generale della SBG]. Janjöri da parte sua dichiarò al giudice istruttore che
nell'estate

1981 Fiorini aveva affermato al telefono che in Italia erano in corso inchieste per identificare il
titolare

del conto Protezione," e mi chiese se fosse possibile tener segreta quest'informazione. Io


consigliai a

Fiorini", così Janjöri, "che l'unica cosa che il titolare o i titolari del conto potevano fare era andare
da

un avvocato, per poter difendere i loro interessi nell'ambito delle leggi svizzere. (24) Janjöri disse
inoltre di aver parlato brevemente con il direttore della SBG (Lugano), Amilcare Berra,(25) che gli

aveva confermato che il conto esisteva e che era in corso un'inchiesta. Janjöri continuò: " Più tardi

Fiorini comparve di persona da me, in compagnia di Leonardo Di Donna, un altro manager ENI
che io

non conoscevo. Allora, nel 1981/82, non avevo ancora sentito il nome di Larini. In seguito l'ho

incontrato una sola volta a Zurigo, in compagnia del direttore della SBG Bertoli. Egli si limitò a

porgermi i saluti di Fiorini. Non so più la data esatta della visita, ma deve essere stato un anno
dopo

l'incontro con Fiorini e Di Donna. Il direttore Romano Bertoli avrebbe sostenuto, di avere parlato

ripetutamente con me del conto Protezione, e questo è possibile, sebbene io non me ne ricordi con

esattezza. Ma sicuramente non siamo più entrati nei dettagli. Con Bertoli io ho regolari contatti di

lavoro. Probabilmente anche con il Dr.Senn ho scambiato alcune parole sul conto Protezione,

sicuramente però senza soffermarmi sui particolari, perché la cosa era di competenza della
direzione
della filiale a Lugano".(26)

ASSISTENZA GIURIDICA RESTRITTIVA

Per dodici anni la SBG e Larini avevano impedito la rogatoria con ricorsi sistematici. Forse un caso

estremo ma sicuramente non un caso unico di ostruzione. Al contrario. Complessivamente l'Italia


ha

fatto dal 1992 al 1995 più di 800 richieste di rogatoria alla Svizzera. Una delle prime fu l'istanza

collettiva della procura di Milano del 13 Maggio 1992 presentata per poter esaminare i documenti

bancari di 44 conti in totale, sospetti di corruzione. Contro questa richiesta l'associazione ticinese
delle

banche ha invitato il 19 maggio 1992 i suoi membri ad un ricorso comune.(27) Tre anni più tardi, il
19

maggio 1995, il procuratore milanese Colombo rispose alla domanda se la Svizzera avesse
trattato i

ricorsi del 13 maggio con sollecitudine: "Molte risposte e documenti non sono ancora pervenuti.
Anche

delle documentazioni bancarie richieste successivamente è giunta solo una piccola parte." (28) I
motivi
della lentezza dell'assistenza legale svizzera sono le possibilità di ricorso quasi sconfinate
contenute

nella legge federale sulla rogatoria internazionale in materia penale. (29) Le persone coinvolte
possono

non solo impugnare la decisione di principio, ma anche opporsi ripetutamente alla trasmissione di
ogni

singolo documento finché non si arrivi all'ingiunzione del tribunale federale.(30) In linea di principio
la

Svizzera, conformemente all'articolo 3 comma 3 della legge sulla rogatoria, non concede alcuna

assistenza giuridica nel caso di evasione fiscale, per violazione delle disposizioni valutarie e per

contravvenzione alle leggi commerciali. Nonostante questa complessa situazione giuridica non ci
sono

nè libri di testo né commenti alle leggi, e le sentenze praticamente non vengono mai pubblicate.
(31)

Nell'estate 1996 mancava ancora una statistica nazionale della rogatoria. L'Ufficio federale di
polizia a

Berna ha indicato un numero forfettario di richieste di assistenza legale compreso tra 15.000 e
20.000.
Nel gennaio 1990 il consiglio federale aveva deciso il riesame della legge per la rogatoria in vigore
dal

1983. Solo cinque anni più tardi, nel dicembre 1995, questa revisione della legge è stata infine
discussa

al consiglio nazionale, la prima Camera. Il Consiglio nazionale approvò una limitazione delle

possibilità di ricorso e inserì nella legge la disposizione che l'assistenza legale di regola doveva

avvenire entro nove mesi. La rogatoria in caso di evasione fiscale fu respinta con 100 voti contro
62.

(32) Nel 1996 l'entrata in vigore della legge si presentava ancora quanto mai lontana.

Note:

1) Conversazione di Colombo con Gian Trepp e Paolo Fusi, il 2 agosto 1994.

2) Il principale ritrovamento durante questo rastrellamento fu l'elenco dei membri della loggia

massonica segreta P2, di cui si parla ancora più avanti.

3) "La Repubblica", 26. 1. 93

4) A Roma per il fatto che le indagini per lo scandalo P-2 erano state sottratte ai procuratori
progressisti
Gherardo Colombo e Giuliano Turrone di Milano e trasferite a Roma. La procura romana era

considerata allora in Italia "porto delle nebbie", perché indagini contro persone d'alto rango spesso
vi si

trascinavano fino alla prescrizione.

5) Gli avvocati Tito Tettamanti e Giangiorgio Spiess lavorarono dall'inizio degli anni '60 in uno
studio

comune. Alla fine degli anni '80 Tettamanti si ritirò, nel 1994 Spiess fuse il suo studio con quello di

Gianfranco Cotti.

6) "Corriere della Sera", 27.1.93

7) "Tages-Anzeiger", 17.2. 93

8) "Le Nouveau Quotidien" , 24. 1. 93

9) ivi

10) Da allora numerosi cantoni hanno aderito ad un concordato sulle rogatorie che permette alle
autorità responsabili di ognuno di questi di intervenire anche in altri cantoni. Con ciò viene meno la

rogatoria intercantonale.

11) "Le Nouveaux Quotidien", 24.1.93

12) "L'Espresso", 26.9.93

13) "La Regione", 23.9.93 (apparsa due giorni dopo l' "Espresso" predatato)

14) "Neue Zürcher Zeitung", 27.1.93

15) Nel marzo 1994 venne denunciata a Milano una serie di ditte e persone per corruzione in
relazione

all'assegnazione degli appalti per la costruzione della linea 2 della metropolitana milanese.
L'accusa

imputa a diverse grandi industrie come la ABB, la Siemens e la Ericsson, di avere corrotto alti

funzionari statali e funzionari di partito con una somma equivalente circa a 8 milioni di franchi. Tra
gli

imputati ci sono oltre a Bettino Craxi e a Silvano Larini anche il manager dell’ ABB Werner Huber di

Aargau, nel frattempo morto.


16) "Corriere della Sera", 11.2.93

17) Grazie ai 7 milioni di tangenti, che col favore di Gelli riuscì a spremere al malconcio Banco

Ambrosiano, Craxi fu in grado di diventare il dittatore del Partito Socialista. Il denaro pervenuto

attraverso l'allora tesoriere ufficiale del partito, servì a Craxi ad eliminare l'opposizione di sinistra e
a

prendere il potere. Vicepresidente del partito divenne Claudio Martelli, fino allora praticamente

sconosciuto. Nei dieci anni successivi Craxi e Martelli ebbero un ruolo di primo piano nel fare della

corruzione in Italia un sistema di dimensioni nazionali.

18) "Corriere della Sera", 11. 2. 93

19) Avvocato John Rossi dello studio Tettamanti & Spiess

20) Fiorini, Florio: ‘Ricordàti da lontano’, Milano, 1993, p.76 segg.

21) "Tages-Anzeiger", 7.5.93

22) "Sonntagszeitung", 18.7.93


23) Citazione dal testo della sentenza pubblicata nel libro: ‘UBS Lugano 633369 Protezione’.
Milano

1996, p.32 segg.

24) ‘UBS Lugano 633369 Protezione’. Milano 1996, p.35

25) Amilcare Berra fece parte per alcuni anni, dopo il pensionamento, della commissione delle
banche.

26) ‘UBS Lugano 633369 Protezione’. Milano 1996,p.37

27) "Tages-Anzeiger", 17.2.93

28) "Tages- Anzeiger", 19.5.95

29) L'affare Marcos, il caso di rogatoria certamente più noto della Svizzera, dimostra in modo

esemplare come la legge sulla rogatoria favorisca coloro che presentano il ricorso. Il 24 marzo il

Consiglio federale, in base alla costituzione federale, congelò i fondi del clan Marcos in Svizzera,
circa

500 milioni di franchi, soprattutto alla Kreditanstalt, alla Volksbank e alla Bankgesellschaft. Gli
avvocati del clan Marcos e delle banche organizzarono una vera e propria cascata di ricorsi e si

rivolsero più di cinquanta volte al tribunale federale. Con ciò la decisione di principio della
consegna di

documenti bancari alle Filippine fu procrastinata di cinque anni fino al 1991. In effetti, fino all'estate

1996 il denaro non era stato ancora rimborsato alle Filippine.

30) Nel 1993 il procedimento di rogatoria svizzero era regolato giuridicamente in numerosi trattati

internazionali e in due leggi federali. I più importanti trattati internazionali sono la Convenzione

europea del 1959 per l'Europa occidentale e il trattato internazionale con gli USA degli anni '70.

Esistono inoltre numerosi trattati singoli che risalgono in parte ancora al secolo scorso. Le due
leggi

sono la legge federale sulla rogatoria internazionale in materia penale e la legge federale per la

rogatoria con gli USA. La posizione privilegiata degli USA, in relazione alla rogatoria, si manifestò

anche nella centralizzazione della rogatoria USA presso l'Ufficio federale di polizia a Berna, per
tutti

gli altri stati sono competenti i cantoni.


31) Secondo la lista di controllo dell' Ufficio federale di polizia (1994) una richiesta di rogatoria

doveva comprendere quattro punti: 1. il fondamento giuridico della richiesta d'aiuto; 2. la persona
di

cui si tratta; 3. l'autorità che richiede la rogatoria; 4. una breve definizione del fatto. La rogatoria
può

includere l'estradizione di persone, l'appoggio ad un procedimento penale all'estero, l'azione


penale

sostitutiva o l'esecuzione di decisioni amministrative infliggenti una pena.

32) "Neue Zürcher Zeitung", 21.12.95

7 ENI - LA MADRE DELLA CORRUZIONE ITALIANA

L'ENI, Ente Nazionale Idrocarburi, era nel 1993 l'ottavo complesso industriale per l'energia al
mondo.

Aveva un capitale di 7,1 miliardi di dollari, un volume d'affari di 44,2 miliardi di dollari, e 132.000

dipendenti.(1) La multinazionale, attiva in campo energetico a livello mondiale, era suddivisa in


dodici

società settoriali, le più importanti delle quali erano l'Agip (prospezione del petrolio e raffinerie),
Agip
Petroli (distributori di benzina), Snam (gas naturale), Enichem (petrochimica), Saipem (trivellazioni

profonde, costruzione di oleodotti), Snamprogetti (costruzione di impianti per petrochimica e gas

naturale) e Enirisorse (materie prime).(2) L'attività quotidiana dell'ENI era diretta da un "Giunta

esecutiva", composta da cinque persone, che risiedeva nel grattacielo ENI in Piazza Enrico Mattei
alla

periferia di Roma. Presidente e vicepresidente di questa giunta erano anche a capo di un Consiglio
di

amministrazione di cui facevano parte rappresentanti dei più diversi ministeri. All'inizio del 1993 era

presidente il socialista Gabriele Cagliari, il suo vice si chiamava Alberto Grotti.

VENTI MILIONI DISPERSI A ZURIGO

Nella primavera del 1990 una società milanese di nome Piico denunciò la Saipem, collegata all'
ENI,

per appropriazione indebita.(3) Le inchieste triennali del procuratore Gherardo Colombo diedero
come

risultato che questo denaro era scomparso, senza lasciar traccia, alla Saipem AG di Zurigo. Il 13
febbraio 1993 il procuratore Colombo fece arrestare il delegato del Consiglio di amministrazione
della

Saipem, Paolo Ciaccia, per sospetto di appropriazione indebita. Una settimana prima Silvano
Larini,

titolare del Conto protezione e manager personale in fatto di tangenti del segretario del partito
socialista

Craxi, dopo una fuga di alcuni mesi si era costituito alla polizia italiana. Larini, che faceva parte
anche

del Consiglio di amministrazione della Snamprogetti, collegata all'ENI, fu molto loquace. Ai

procuratori di Mani Pulite, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro, era stato chiaro, già dopo il
primo

interrogatorio, che avevano smascherato la corruzione dell'ENI. Larini e Ciaccia fecero a gara a chi

faceva più confessioni. Ciaccia raccontò ai procuratori anche di un misterioso tesoriere di fondi neri

ENI di nome Pierfrancesco Pacini Battaglia e della sua Banque Karfinco a Ginevra. Disse di aver
visto

come Vincenzo Balzamo, il cassiere del Partito socialista, nell' ufficio romano di Battaglia aveva

ritirato mazzette in contanti.(4) Il 17 febbraio e ancora il primo marzo 1993, il procuratore Colombo
emise un mandato d'arresto contro Pacini Battaglia per sospetto di concorso in truffa e
appropriazione

indebita. Il 10 marzo 1993 Battaglia si presentò infine all'interrogatorio. Dopo una prima audizione
fu

rilasciato con la promessa di tenersi ulteriormente a disposizione. Il collega di Colombo, il


procuratore

Di Pietro, interrogò ancora tre volte Pacini Battaglia nel marzo 1993. Il tesoriere dei fondi neri e la
sua

Banque Karfinco a Ginevra sono qui oggetto di un capitolo a parte. Per completare le rivelazioni, in

quei giorni storici del febbraio 1993, i procuratori milanesi erano andati anche a Ginevra. Lì era in

prigione Florio Fiorini che parlò con franchezza dei tempi in cui era stato direttore finanziario
dell'ENI,

fino al 1982. Tra il 1972 e il 1982 egli avrebbe trasferito ai partiti italiani di governo a Roma, mese
per

mese, secondo un codice prestabilito, qualche centinaio di migliaia di dollari.(5)

IN PRIGIONE!
Poi gli eventi precipitarono. L'8 marzo fu arrestato il presidente dell'ENI Gabriele Cagliari. Contro di

lui alla Procura di Roma era già in corso un procedimento per possibile coinvolgimento nel caso
delle

tangenti Enimont, chiamato dai media italiani "la madre di tutte le tangenti". Qui se ne parla a parte
più

avanti. Due giorni dopo il loro capo Cagliari anche il presidente della Saipem Gianni Dell'Orto, il

presidente della Snam Pio Pigorini e il presidente dell'Agip Raffaele Santoro, finirono nel più che

centenario carcere milanese di San Vittore. Dovettero andare in prigione anche il presidente della

Saipem Italia, Carlo Fiore, e il presidente della Snamprogetti Mario Merlo. Dalla Guardia di Finanza

vennero perquisite le sedi delle ditte Saipem, Snam e Snamprogetti, situate a San Donato presso

Milano. Più di mille dipendenti furono costretti a rimanere per parecchie ore fuori del loro posto di

lavoro. Alla fine di marzo il ministro socialista delle finanze Franco Reviglio dovette dare le

dimissioni. Era stato il predecessore di Gabriele Cagliari come presidente dell'ENI. Anche Reviglio
fu

coinvolto nello scandalo perché si supponeva implicato nel pagamento di tangenti della Saipem in
Nigeria e in Irak. Negli ingranaggi di Mani Pulite finirono tutta una serie di direttori ed ex direttori.
Tra

di loro anche Renato Marnetto che confessò di aver pagato all'inizio degli anni '70 venti milioni di

dollari al numero due della Libia, il colonnello Jalloud, per impedire la statalizzazione di Agip Lybia.

(6) All'inizio di aprile erano in prigione complessivamente undici top manager dell'ENI e delle loro

società settoriali; venivano loro imputati falso in bilancio, pagamenti di tangenti e infrazioni alla
legge

di finanziamento dei partiti. Il quadro che i procuratori misero infine insieme, in base alle
deposizioni

di questi, rivelò una corruzione di proporzioni gigantesche e non meno la predisposizione


strutturale

delle aziende di stato alla piaga delle tangenti e ai fondi neri.

VOCE DI BILANCIO "MAZZETTE"

Nell'estate 1993 il presidente ad interim dell'ENI, Franco Bernabè, passò all'offensiva. Ad


eccezione di

Gabriele Cagliari che si era suicidato in carcere i dirigenti dell' ENI furono liberati. Furono sostituiti
insieme ai loro clan da un nuovo management. Alle riunioni generali delle società collegate Saipem
e

Nuovo Pignone vennero presentati per la prima volta in Italia bilanci con la voce: conto "tangenti".
(7)

In base a questo, Nuovo Pignone, la società per costruzioni meccaniche collegata all'ENI,
nell'anno

finanziario 1989/90 aveva pagato tangenti per circa quattro miliardi di lire a partiti politici, secondo
il

cambio d'allora 4, 5 milioni di franchi. Inoltre, dal 1987 al 1990 aveva fatto pervenire ad altre
società

settoriali dell'ENI tangenti per 21 miliardi di lire. La Saipem, da parte sua, espose dettagliatamente

nella relazione d'accompagnamemto al bilancio 1992 di avere versato all'estero "commissioni e

provvigioni di intermediazione" per 128,58 milioni di dollari. Di questo denaro presumibilmente 21,6

milioni di dollari sarebbero rifluiti a partiti italiani. Il presidente uscente della Saipem Gianni
Dell'Orto

spiegò di essere stato praticamente costretto a pagare tangenti perché senza di esse la Saipem
non
avrebbe ricevuto ordini né dallo stato né dall'economia privata. Destinatario delle tangenti sarebbe
stato

in gran parte Pierfrancesco Pacini Battaglia e la sua Banque Karfinco a Ginevra. Inoltre la società

collegata svizzera Saipem AG (Zurigo) avrebbe sborsato 50,83 milioni di dollari di "commissioni e

provvigioni d'intermediazione". Il presidente dell' ENI Franco Bernabè mezz'anno più tardi fece

ammontare la cifra complessiva delle tangenti, che Saipem, Nuovo Pignone e Snamprogetti
avevano

pagato dal 1985 al 1992, a 500 miliardi di lire, secondo il cambio d'allora più di 500 milioni di
franchi.

(8) Anche Bernabè sottolineò il ruolo avuto in ciò da Pacini Battaglia a Ginevra che aveva

amministrato e trasferito la gran parte di questo denaro. Le dichiarazioni dei massimi dirigenti
dell'ENI,

per non parlare delle confessioni dei loro galoppini (Fiorini, Ciaccia e Pacini Battaglia), non
lasciano il

minimo dubbio che l'ENI avesse in Svizzera, accanto alle società legali collegate, una struttura
segreta

illegale. Senza i buoni servizi della piazza finanziaria Svizzera, il sistema di tangenti ENI non
avrebbe
potuto funzionare. Ma prima di esaminare in maniera approfondita questa struttura segreta si deve

considerare brevemente la storia dell'ENI.

LA STORIA DI UN'AZIENDA DI STATO

L'ENI era una creazione di Enrico Mattei. Nel 1945, subito dopo la fine della guerra, Mattei, un
capo

partigiano antifascista del gruppo cristiano, aveva ricevuto dal governo provvisorio postbellico

l'incarico di liquidare le holding di stato fasciste Agip (benzina) e Snam (gas). Ma dopo che grandi

ritrovamenti di metano in Lombardia e, tre anni più tardi, in Emilia avevano procurato alla Snam
una

propria base di approvigionamento di gas naturale, Mattei non voleva più saperne di una
liquidazione.

Voleva invece assicurare al suo gruppo Agip/Snam il diritto esclusivo allo sfruttamento e alla

commercializzazione di questi giacimenti di gas. Per rendere appetibile ai politici un simile


monopolio,

Mattei, divenuto nel frattempo parlamentare democristiano, riesumò le idee autarchiche e


corporativistiche di Mussolini.(9) Nell'agosto 1949 il congresso nazionale DC approvò la sua
proposta

di un'agenzia statale per l'energia al fine di assicurare l'indipendenza dell'Italia nel settore dei

combustibili fossili. Tra gli avversari di Mattei interni al partito, c'era anche il padre fondatore della
DC

Don Luigi Sturzo, un prete siciliano. Il carismatico antifascista cattolico era considerato allora
l'autorità

morale della politica italiana. (10) "Non si può essere contemporaneamente controllore politico e

manager responsabile di un gruppo industriale statale, vale a dire di denari pubblici", scrisse Don

Sturzo nel 1949 sul settimanale cattolico "Via". (11) Con ciò il sacerdote cattolico aveva previsto
quasi

profeticamente la futura corruzione dell'ENI. Sebbene nel 1952 Don Sturzo si scagliasse in senato

contro un'agenzia statale per l'energia e i conflitti d'interesse di Mattei in quanto politico e manager,

l'ENI fu infine fondata ufficialmente nel febbraio 1953.

L'ENI SI ESPANDE
Conformemente alle sue idee autarchiche Mattei voleva rendere indipendente la crescente sete di

petrolio greggio delle raffinerie Agip dalle sette società petrolifere anglosassoni che dominavano i

mercati, le cosiddette "sette sorelle". (12) Egli stipulò contratti diretti di fornitura con i paesi
produttori.

Non solo nel vicino oriente ma - nel pieno della guerra fredda - anche con l'Unione Sovietica e la
Cina.

Dall'Iran nazionaldemocratico, sotto il primo ministro Mossadeq, Mattei comprò all'inizio degli anni

'50, nonostante il boicottaggio USA, grandi quantità di petrolio greggio. Dopo che Mossadeq era
stato

fatto cadere dai servizi segreti CIA, Mattei cominciò ben presto a far affari anche con lo scià.Per la

prima volta un acquirente straniero lasciò al produttore di petrolio il 75% del guadagno. Il sistema

corrente di ripartizione delle sette sorelle era allora fifty-fifty. Mattei trattava anche con il presidente

dell' Egitto Nasser, con re Idris el Senussi di Libia e con il Fronte di liberazione algerino FLN già
prima

che andasse al potere. Nel frattempo il peso economico dell'ENI in Italia continuava a crescere. Il
logo
Agip con il cane a sei zampe che sputa fuoco divenne simbolo di sviluppo economico in tutto il
paese.

Mattei fondò società per la prospezione di gasolio e la costruzione di oleodotti, per la produzione e
la

vendita di gas, per la costruzione di turbine a gas e anche innumerevoli ditte minori. Sul mercato

italiano della benzina la concorrenza straniera fu emarginata. L'Agip e l'IP-Petroli (Ex-BP), da


questa

controllata, e Monte-Shell, la Joint-venture tra Montedison e Shell, dominavano all' inizio degli anni

'90 più della metà del mercato della benzina , dopo che controlli dei prezzi, crisi valutarie e
scandali

avevano scacciato dal mercato italiano Shell e BP negli anni '70 e Gulf, Texaco, Chevron, Elf,
Total,

Amoco e Mobil negli anni '80. Ma l'ascesa dell' ENI è lastricata di tangenti. Di più, il giornalista

conservatore di destra Indro Montanelli ha definito Mattei il vero e proprio padre fondatore del
sistema

italiano delle tangenti chiamato più tardi "Tangentopoli". Mattei stesso avrebbe detto una volta: "I

partiti politici io li uso come se fossero un taxi, una volta arrivato alla meta, scendo." Di lui si dice
anche che nel 1955 abbia contribuito con tangenti in maniera decisiva all'elezione di Giovanni
Gronchi

a presidente della repubblica. Il suo modo abituale di gestire il finanziamento in nero dei partiti è
stato

descritto ai procuratori milanesi nell'estate 1993 da Eugenio Cefis, suo successore come
presidente

dell'ENI: "Pagava i partiti solo alla terza richiesta e dava al massimo dal 25 al 30% della cifra
pretesa".

(13)

DELITTO O INCIDENTE ?

Il 27 ottobre 1962 Enrico Mattei morì, precipitando con il suo aereo privato in arrivo all' aereoporto

milanese di Linate. Sulla sua morte non si è ancora finito in Italia di discutere. Ufficialmente la
caduta

fu causata da forti raffiche di vento durante un temporale all'atterraggio. Un'altra tesi sosteneva
che il

servizio segreto CIA aveva sabotato l'aereo con l'aiuto della mafia siciliana per togliere di mezzo il

fastidioso concorrente delle multinazionali petrolifere anglosassoni e insieme il petroliere


politicamente
non corretto. Nell'estate 1993 fecero nuovamente il giro della stampa italiana notizie che
rafforzavano

la tesi dell'attentato. Le informazioni erano divenute di dominio pubblico nel corso di un'inchiesta

contro il corrotto servizio segreto militare italiano SISMI. Il pilota dell'aereo di Mattei sarebbe stato

chiamato al telefono nella torre di controllo dell'aereoporto di Catania poco prima del decollo.
Quando

andò all'apparecchio, non gli rispose nessuno. Mentre il pilota si trovava nella torre di controllo, tre

uomini avrebbero simulato di ispezionare l'aereo. Al Carabiniere che faceva la guardia


all'aeroplano,

uno disse: "Sono il capitano Grillo, dobbiamo fare un controllo." Né il pilota Irneri né Mattei ne
erano

stati informati. (14) Anche l'ex mafioso pentito Tommaso Buscetta ha dichiarato che la mafia
siciliana

aveva sabotato l'aereo di Mattei per ordine della mafia degli USA.(15) Oltre alla CIA, Mattei aveva

molti nemici in Italia e all'estero che attentavano alla sua vita: ad esempio l'organizzazione
francese
terrorista di destra dei Francesi d'Algeria ( OAS). Questa odiava Mattei perché conduceva
trattative con

i ribelli algerini per forniture di petrolio. Che si sia trattato di una disgrazia o di un assassinio, la
morte

di Mattei non ha fermato l'ulteriore ascesa dell'ENI.

I SOCIALISTI SI PRENDONO L'ENI

Aldo Moro nel 1963 portò i socialisti al governo e furono quindi assegnati loro anche posti quadro
nel

settore statale. Nel putsch interno di Bettino Craxi contro l'ala sinistra del PSI, nel 1976, i due

transfughi della sinistra PSI Giorgio Mazzanti e Leonardo Di Donna vennero gratificati con un alto

incarico all'ENI: Mazzanti diventò presidente, Di Donna vicepresidente. I due erano anche membri

della loggia massonica P2 di Licio Gelli. (16) Mazzanti dovette dimettersi già nel 1979 dopo un
breve

periodo di servizio: era ormai di dominio pubblico che la società Petronim, collegata all'ENI, aveva

pagato una tangente di 100 miliardi di lire per un contratto di fornitura di più di dieci milioni di

tonnellate di petrolio greggio proveniente dall'Arabia Saudita. Con la forte crescita dell'ENI
aumentò

anche il suo bisogno di divise. Gli acquisti di petrolio greggio dovevano pagarsi in dollari, mentre le

entrate legate alla vendita di benzina risultavano soprattutto in lire. Alcune società collegate,

concorrenziali a livello internazionale, come ad esempio la Saipem, che aveva successo con la

costruzione di oleodotti subacquei, producevano non trascurabili redditi in dollari, ma questi non

bastavano a pagare le importazioni miliardarie di petrolio greggio. La gran parte dei dollari
necessari

l'ENI dovette procurarseli vendendo lire all'estero. Gli affari con l'estero erano concentrati nel
Palazzo

di vetro in Piazzale Mattei a Roma. Qui il direttore finanziario dell'ENI elaborava i piani finanziari

internazionali, gestiva l'acquisto di divise e coordinava la collaborazione con le banche nazionali e

internazionali delle società consociate.

IL RUOLO DI EUGENIO CEFIS

Architetto dell'ascesa fu negli anni '60 Eugenio Cefis che durante la guerra aveva combattuto,
come
Mattei, con i partigiani cristiano-democratici. Cefis aveva compiuto gli studi all'Accademia militare

fascista di Modena e nell' autunno 1944 fu sottotenente nella Repubblica partigiana di breve vita in
Val

d'Ossola. Qui egli fece conoscenza con l'agente dei servizi segreti inglesi John McCaffery, più tardi

socio della Hambros Bank di Londra, che faceva affari con Sindona, il banchiere della mafia. (17) Il
18

ottobre 1944 presso Bagni di Craveggia a Centovalli, Cefis cercò rifugio in Svizzera insieme con
256

uomini e donne (18). Dopo aver atteso la fine della guerra nel sicuro esilio svizzero, cosa che più
tardi

gli tirò addosso critiche, Cefis tornò a Milano. Negli anni '50 diventò il braccio destro di Mattei. Al

culmine delle dispute dell'ENI con le multinazionali petrolifere americane, nel 1961, Cefis disertò.

Dopo la morte di Mattei un anno più tardi il governo lo nominò di nuovo vicepresidente dell'ENI e
nel

1967, infine, presidente. Nel 1971 egli lasciò definitivamente l'ENI e diventò presidente della
holding

chimica milanese Montedison. Ora era uno degli uomini più potenti uomini d'Italia, capo del
secondo

maggior gruppo industriale italiano dopo l'ENI. Grazie al suo passato nell'ente idrocarburi poteva

contare su un filo diretto con l'economia pubblica che gli forniva capitale a buon prezzo per la sua

espansione. Cefis voleva infrangere i vincoli nazionali e trasformare la società per azioni
Montedison

in un'impresa chimica globale a gestione privata. Inoltre egli cercò anche di manipolare la stampa
in

grande stile. Mentre in pubblico negava ogni interesse per il controllo di giornali, nel 1974 comprò

partecipazioni alla "Gazzetta del Popolo" di Torino, al "Messaggero" di Roma e al "Corriere della
Sera"

di Milano. Con un impiego mirato della pubblicità per inserzioni, la Montedison cercava di

condizionare anche l'informazione di alcuni altri giornali, ad esempio del "Borghese" di Giorgio

Pisanò, settimanale romano, cattolico di destra e di "Paese Sera" di Giorgio Terenzi, giornale
romano

comunista. Terenzi incassava anche le tangenti che l'ENI doveva pagare ai comunisti italiani
quando si
concludevano contratti con l'Unione Sovietica. Con il "Corriere della Sera" Cefis aveva addirittura

stipulato un contratto che assicurava quote per la pubblicità di per lo meno 2,5 miliardi di lire in

cambio della “completa e realisticamente obiettiva" considerazione degli interessi del gruppo

Montedison nella parte redazionale del giornale. (19) Questi ambiziosi piani espansionistici
fallirono

infine con la recessione economica mondiale iniziatasi nel 1974. "Il distruttore dell' industria
chimica

[italiana]" (20) andò in esilio a Zurigo nel 1976.(21)

SALUTI E BACI DA MOSCA

Nella primavera 1993 Cefis fu interrogato in maniera approfondita dal pubblico ministero Dall'Osso
sul

conto Protezione. Cefis parlò dell'acquisto del quotidiano "Il Messaggero" e del tentato acquisto del

"Corriere della Sera" da parte della Montedison, ma soprattutto delle tangenti che l'ENI per
desiderio

del Cremlino aveva pagato al partito comunista italiano. (22) La rivista "L'Espresso" pubblicò più
tardi
il protocollo delle sue dichiarazioni su una supertangente di 12 milioni di dollari, da lui pagata nel

dicembre 1969. "Coordinai l'azione con il direttore generale dell'ENI Angelo Fornaca", disse Cefis.

"Dall'altra parte avevamo a che fare con l'ambasciatore russo a Roma Rijov e Amerigo Terenzi,

direttore della stampa comunista italiana. Per forniture di gas del valore di un miliardo di dollari, la

Snam avrebbe dovuto pagare al PCI dodici milioni di dollari. Agostino Diana della holding straniera

dell'ENI a Zurigo Hydrocarbons International, eseguì la transazione. Terenzi ci indicò un conto


cifrato

di una banca svizzera il cui nome mi è sfuggito. Il conto apparteneva ad un istituto del
Liechtenstein di

nome Rodetta, chi ci fosse dietro non lo sapevo. (23) Stupisce che quella vecchia volpe di Cefis
dopo

25 anni sia in grado di ricordarsi di tutti i dettagli tranne che del nome della banca svizzera che
allora

serviva da stazione di transito.

SOCIETA' LEGALI DELL'ENI IN SVIZZERA

Per operazioni in valuta e altre operazioni finanziarie, l' ENI creò nel corso degli anni una rete
gigantesca: circa 200 società straniere che giuridicamente erano riunite sotto il tetto dell'ENI

International Holding (Amsterdam). Questa aveva un' importante centrale operativa nella

Bahnhofstrasse a Zurigo: la Hydrocarbons International Holding (HIH). Fondata nel marzo 1963, la

HIH era la prima società finanziaria dell'ENI in Svizzera. Un anno dopo la morte di Enrico Mattei,

Eugenio Cefis e il suo braccio destro Raffaele Girotti passarono all' estero. Le formalità di
fondazione a

Zurigo le sbrigò il bibliofilo zurighese Albert Ronc, che più tardi doveva fondare in Svizzera altre

società ENI. (24) Nel primo consiglio di amministrazione della HIH c'erano accanto a Cefis, Girotti
e

Ronc anche Hermann Budich, direttore generale della Schweizerische Bankgesellschaft (SBG),
inoltre

il direttore della SBG Richard Schait e l'avvocato di Zurigo Werner L. Scherrer.(25) La SBG
sottolineò

l'importanza di questo mandato, facendosi rappresentare da un direttore generale. A Hermann


Budich

seguì Nikolaus Senn e infine Karl Janjöri. (26) La centrale dell'ENI a Roma delegava di volta in
volta

da due a tre quadri direttivi al consiglio d'amministrazione di Zurigo, uno dei quali ricopriva
l'incarico

di vicepresidente. Così Florio Fiorini fu dal 22 agosto 1977 fino all'ottobre 1982 vicepresidente
della

HIH. Tra il 1981 e il 1987 anche l'avvocato Ettore Tenchio (ex presidente della Banca della
Svizzera

Italiana) era membro del consiglio di amministrazione della HIH. La HIH di Zurigo aveva dal punto
di

vista legale tre società collegate, precisamente la International Bank dell'ENI, la HIH Luxemburg e
la

Finas Versicherung, l' assicurazione Finas. Le attività di queste tre società non erano tuttavia
controllate

a Zurigo. L'ENI International Bank con sede legale a Nassau, Bahamas, aveva gli uffici a
Montecarlo e

nel 1991 vantava un capitale di 160 milioni di dollari e un importo di bilancio di 4,2 miliardi di
dollari.

(27) Era una tipica banca offshore, dunque un istituto le cui attività sono completamente sottratte

all'attività di sorveglianza del paese (economico) d'origine. (28) Anche la Finas Assicurazioni era
una

struttura analoga. Aveva il reparto contabilità a Montecarlo, ma veniva di fatto gestita dalla Saipem
a

San Donato Milanese. (29) Accanto all'HIH c'erano in Svizzera all'inizio degli anni '90, una buona

dozzina di altre società ENI con un capitale complessivamente di più di un miliardo di franchi. Si

dividevano in tre gruppi: holding finanziarie, società di distribuzione e società per la gestione delle

attività internazionali delle affiliate ENI. Le più importanti erano il gruppo Saipem a Zurigo (Saipem

AG Zurigo e Saipem International), il gruppo Snamprogetti a Ginevra (Snamprogetti e


Snamprogetti

International) e la Snam International Holding a Ginevra. La Saipem era stata fondata un anno
dopo la

HIH dal collaudato duo Ronc e Scherrer. Scherrer entrò nel consiglio di amministrazione, mentre
Ronc

aveva funzioni di controllo. Come banca di riferimento della Saipem fu scelta la SBG. Il consiglio

d'amministrazione della Saipem era strutturato come quello dell'HIH e precisamente era composto
di
manager dell'ENI, rappresentanti della SBG e governatori dell'ENI svizzera. Basti qui ricordare

brevemente i nomi più importanti: Giancarlo Cappello entrò nel comitato nel novembre 1973 e un
anno

più tardi la sua Curator Revision fu scelta come ufficio di controllo legale. Di una revisione
contabile

indipendente non si poteva qui parlare. Nel luglio 1980 fece la sua comparsa nel consiglio

d'amministrazione il direttore della SBG Karl Janjoeri e nel maggio 1988 il marito della consigliera

federale Hans W. Kopp fu eletto presidente. Per lungo tempo Kopp, condannato dal tribunale
federale

nel caso Trans KB per frode e falsificazione di documenti, non ebbe molto da rallegrarsi del suo

incarico presso la corrotta holding di stato italiana. Dopo le dimissioni di sua moglie egli fu
sostituito,

il 19 dicembre 1988, dall'avvocato di Chur e allora consigliere delle corporazioni di Buend, Luregn

Mathias Cavelty. Nel 1993 la Saipem AG (Zurigo) aveva un capitale di 130 milioni di franchi.

Presidente era Cavelty, delegato del consiglio di amministrazione era Nicola Grillo mandato a
Zurigo
dalla centrale di Milano. Si aggiunsero poi il presidente della Saipem Gianni Dell'Orto, il
topmanager

dell'HIH Agostino Diana e il manager romano dell'ENI Cesare Pessina ed inoltre gli svizzeri: Karl

Janjoeri, Giancarlo Cappello, Adriano Cavadini, Albert Ronc e Alois Ehrler, un manager del gruppo

Curator di Cappello. Già nel dicembre 1985 la Saipem AG di Zurigo aveva creato una succursale,
la

Saipem International. In questa società furono parcheggiate le azioni di diverse filiali internazionali,

come l'Iran Saipem (Teheran), la Saipem Argentinia (Buenos Aires), la Saipem UK (Londra), la
Saipem

Nigeria (Lagos) e la Saipem Saudi Arabia (Riad). Nel 1992 la Saipem International aveva un
capitale di

224 milioni di franchi. Presidente era il presidente zurighese della Saipem Gianni dell'Orto, del

consiglio d'amministrazione facevano parte Karl Janjöri, Albert Ronc, Giancarlo Cappello, Luregn

Mathias Cavelty, Alois Ehrler, Cesare Pessina, il manager della Saipem milanese Fortunato Lo
Presti e

Giorgio della Flora della centrale della Saipem nel sobborgo milanese di San Donato detto
"Metanopoli". La Snamprogetti SA (Ginevra) fu fondata nel 1964 e aveva un capitale di 10 milioni
di

franchi, la Snamprogetti International SA ne aveva uno di 63,8 milioni di franchi. Presidente della

prima Snamprogetti fu Francesco Chiariello, uomo di punta della casa madre milanese. Delegati
del

consiglio di amministrazione erano i due italiani Romulo Chiari e Borromeo Peschiera. Nel
consiglio di

amministrazione erano presenti, oltre ai già noti Karl Janjöri e Albert Ronc, anche il direttore
generale

del Bankverein Ulrich Leber, il capo del settore finanziario dell'ENI Enrico Ferranti di Roma, il

manager della Snamprogetti Rinaldo Pollak di Milano e il ticinese Franco Noel Croce (presidente
della

Banque Karfinco di Ginevra). Presidente della Snamprogetti International era l'italiano Mario Merlo,

mentre Francesco Chiariello aveva funzione di delegato. Del consiglio di amministrazione


facevano

parte oltre ai già citati Karl Janjöri, Ulrich Leber e Franco Noel Croce anche gli italiani Giorgio Della

Flora, Rinaldo Pollak e Patrick Piergili della Snamprogetti di Milano, e ancora lo svizzero François
Goeldlin. Nel gennaio 1986 l'Agip aprì per la prima volta una filiale in Svizzera, l'Agip International

Holding con sede nella Bahnhofstrasse 18 presso la HIH. Ma questa società disponeva
unicamente di

un piccolo capitale di 1,1 milioni di franchi. Presidente del consiglio di amministrazione e delegato
era

l'italiano Salvatore Portaluri, nel consiglio d'amministrazione erano presenti Giancarlo Cappello e
Alois

Ehrler. La Snam International Holding fondata nel dicembre 1990 con sede parimenti presso l'HIH,
era

una semplice società di partecipazione e aveva un capitale di 129,5 milioni di franchi. Come unico

consigliere d'amministrazione firmava Giancarlo Cappello. Anche il settore chimico dell'ENI


Enichem

aveva numerose società finanziarie e di distribuzione svizzere, precisamente a Lugano-Viganello

(quattro) e a Zug (tre). Presidente delle due società più importanti, l'Enichem Finance SA (Lugano-

Viganello) con un capitale di 66,1 milioni di franchi e l'Enichem Overseas AG con un capitale di 6,5

milioni di franchi, era il presidente dell'Enichem Ferdinando Belli di Roma. Nel consiglio
d'amministrazione di Zug c'erano accanto ai manager italiani anche gli avvocati locali Iso
Lenzlinger

(30) e Urs Schwyter, mentre a Viganello, oltre ai già citati Giancarlo Cappello e Adriano Cavadini,
era

presente anche il famoso avvocato di Lugano Carlo Sganzini. Le restanti cinque società Enichem

svizzere collegate erano la società per le vendite Enichem Distribution e Enichem Supply e le
società

finanziarie Enichem Servizi a Viganello. A queste si aggiungevano la Enichem Suisse e la Enichem

Schweiz a Zug.

IL PRESIDENTE DELLA SAIPEM, CAVELTY, IN GRANDE DIFFICOLTA'

Alcuni importanti esponenti italiani delle filiali svizzere dell'ENI finirono nella primavera 1993 in

carcerazione preventiva: ad esempio, il capo della Snamprogetti Francesco Chiariello, il presidente


del

settore finanziario ENI Enrico Ferranti e il capo della Saipem Gianni dell'Orto. A differenza di questi

sfortunati i loro colleghi svizzeri in consiglio d'amministrazione non ebbero alcun problema né con i
media e né con la giustizia. (31) Con un' eccezione: il consigliere di stato Cavelty cominciò a
vacillare.

Cavelty era diventato presidente della Saipem Ag (Zurigo) nel 1988 succedendo ad Hans W. Kopp.

Dopo che la "WochenZeitung" (WoZ) ebbe informato sugli scandali delle tangenti in Italia,
sull'arresto

del delegato zurighese della Saipem Nicola Grillo e l'implicazione della Saipem di Zurigo nelle

inchieste di Mani Pulite, Cavelty smentì il 27 maggio 1993 sulla "Buendner Zeitung" ogni

coinvolgimento in affari di tangenti. Tre settimane più tardi dovette ritirare la smentita e confermare
i

pagamenti di mazzette: il presidente della Saipem Gianni Dell'Orto in persona aveva parlato

all'assemblea generale di Roma di una cifra di 50 milioni di dollari, pagata via Zurigo come
tangente a

scopo di corruzione. Cavelty sottolineò che i pagamenti fatti da Zurigo erano stati eseguiti per
ordine

della Saipem di Milano. Le motivazioni sarebbero state sempre credibili e corrette. Che cosa con
quei

soldi fosse infine successo in Italia sarebbe stato fuori della portata e dall’ambito di influenza della
società affiliata di Zurigo. " Da parte della Saipem non è stato fatto nulla di scorretto. Non abbiamo

conti in nero né entrate o uscite di denaro non registrate." (32) Nel 1995 Cavelty diede le
dimissioni da

presidente della Saipem S.p.A. (Zurigo), ma restò tuttavia consigliere d'amministrazione delle
società

collegate all'ENI Oleodotto del Reno, Enichem e Snam International. La Oleodotto del Reno
gestisce

l'oleodotto che da Genova, attraverso il passo dello Spluga, arriva al lago di Costanza e poi a

Ingolstadt. L'oleodotto è considerato dai politici verdi nella Svizzera dell'est, nel Voralberg e in
Baviera

un grande rischio ambientale. Già all'inizio degli anni '60 Cavelty aveva lavorato per l'Oleodotto del

Reno. Allora molti comuni si sentirono ingannati perché Cavelty e il suo capo d'allora, Ettore
Tenchio,

non avevano pagato nulla per i diritti di attraversamento, mentre questo era un fatto abituale in altri

paesi.

SPECULAZIONI DELLA "BANDA DEI SETTE"


Un caso particolare tra le consociate ENI in Svizzera era rappresentato dalla Banque de
Commerce et

de Placement (BCP) a Ginevra, con filiali a Zurigo, Lugano e Lussemburgo. L'ENI ebbe presso di
essa,

dal 1968 al 1976, la maggioranza delle azioni. La BCP era stata fondata alla fine degli anni '50 a

Basilea come banca commerciale e banca di investimenti e, più tardi, aveva francesizzato il nome.
Fu

poi rilevata dalla Bankgesellschaft e nel 1963 trasferì la sede a Ginevra. Il presidente fu, per lunghi

anni, il direttore generale della SBG, Hermann Budich, che faceva parte anche del consiglio di

amministrazione della HIH. Nel luglio 1968 la Bankgesellschaft vendette la maggioranza delle
azioni

dell'istituto all' ENI e al Banco di Napoli e ne tenne solo una minoranza. Budich restò presidente e

l'uomo dell'ENI Agostino Diana (33) entrò nel consiglio di amministrazione. Alcuni mesi dopo lo

seguirono l'avvocato dell'ente italiano di Zurigo Werner L. Scherrer, l'avvocato di Chur Ettore
Tenchio

e Giorgio Corsi di Roma. Nel 1971 entrò in consiglio di amministrazione il direttore finanziario
dell'ENI Renato Marnetto, un anno dopo lo seguì il suo braccio destro Florio Fiorini. Nel libro

‘Ricordati da lontano’ Fiorini ha spiegato come la BCP sia stata usata dall'ENI per una
speculazione in

grande stile sui cambi: "Come diceva il mio conterraneo toscano Machiavelli: Il fine giustifica i
mezzi.

Abbiamo portato avanti il finanziamento dei partiti, cominciato con Cefis [presidente dell'ENI dal
1963

al 1970], per dieci anni. E precisamente senza impoverire il bilancio ENI, vale a dire senza usare

denaro pubblico. Avevamo un sistema molto semplice che funzionava a spese delle banche
centrali.

L'ENI era ed è una grande potenza sul mercato valutario. Compra circa il 25 % di tutti i dollari in
Italia,

perché deve pagare circa il 50 % del conto energetico nazionale. In base a questa grande forza di

mercato e a informazioni privilegiate, provenienti dagli ambienti degli sceicchi del petrolio e delle

banche centrali, facevamo grandi guadagni da speculazione che usavamo in maggior parte per il

finanziamento dei partiti. Era un sistema efficiente e anche eticamente pulito." (34) Secondo
Fiorini, il
mercato valutario dal 1970 al 1980 era stato una partita a poker con carte segnate, in cui i membri
di un

certo club potevano solo vincere. "Ai miei tempi c'ero io dell'ENI, e inoltre Sexauer della Deutsche

Bank, Semadeni della Schweizerische Bankgesellschaft, Voroschilov della Vneschtorgbank, Roger


Fiss

della Citibank, Cadario della Renault Finance e Pellegrini della Schweizerische Bankgesellschaft.

Agivamo con coordinazione per cui ci avevano chiamato la banda dei sette. Eravamo il terrore
delle

banche centrali che tuttavia ci tolleravano perché avevamo imparato a renderci utili di quando in

quando.[...] In quegli anni, i partiti avevano ancora bisogno di meno denaro di oggi. Allora erano

300.000 dollari al mese. Il 40% sia ai socialisti che ai democristiani e il 10% ai socialdemocratici

(PSDI) e ai repubblicani (PRI)." (35) Fino al 1975 Fiorini si servì per le sue operazioni sul mercato

valutario della BCP a Ginevra, di cui l'ENI controllava la maggioranza delle azioni. Ma dopo il

fallimento della Herstatt Bank, che dovette chiudere gli sportelli in seguito a speculazioni nei cambi
andate male, intervenne la commissione confederale delle banche e vietò alla BCP le operazioni

speculative rischiose. Anche altre banche avevano avuto grandi perdite, quando i corsi delle divise,

dopo il crollo del sistema di cambio fisso Bretton-Woods, cominciarono a oscillare fortemente. Nel

1976 intervenne la SBG e comprò dall'ENI la BCP, divenuta inutile. Fiorini trasferì le sue operazioni
in

divise a Beirut dove collaborava con la Marine and Merchant Bank di Samir al Mussa.

EXCURSUS: FILA DELLO SCANDALO BCCI

Seguiamo ancora un istante il destino successivo di questa banca, spinta qua e là come una figura
degli

scacchi. Dopo una ristrutturazione operata da Rolf Balli, vicedirettore della SBG, (36) la

Bankgesellschaft vendette, nel febbraio 1977, l'85 % del capitale azionario al banchiere pachistano

Agha Hasan Abedi, che entrò anche nel consiglio di amministrazione BCP. Il compratore Abedi era

fondatore e presidente della Bank of Commerce and Credit International (BCCI) con sede a Londra
e

Lussemburgo. Azionista principale di questa con circa tre quarti del capitale era lo sceicco Zayed
bin

Sultan di Abu Dhabi. Altri azionisti erano l'ex presidente del servizio segreto dell'Arabia Saudita
Kemal

Adham e il finanziere saudita Ghait Pharaon. Abedi era nato musulmano nell' India britannica e
quando

nel 1947 ci fu la divisione tra un'India induista e un Pakistan musulmano, dovette fuggire a
Karachi.

Qui egli portò a compimento l'apprendistato bancario, iniziato a Bombay alla Habib Bank.(37) Più
tardi

entrò al servizio della United Bank della famiglia Saigol a Karachi, per la quale egli negli anni '60

fondò una filiale a Zurigo. Dopo la statalizzazione della United Bank da parte di Ali Bhutto, Abedi
nel

1971 fu per breve tempo in prigione. Nel 1972 fondò la BCCI, destinata a diventare tristemente

famosa. La Banque de Commerce et de Placements (BCP) era dunque ora una filiale della BCCI.

Nuovo presidente della BCP divenne Franz Muheim di Urn, ex consigliere degli stati.(38) Abedi
aveva

conosciuto Franz Muheim all'inizio degli anni '70 come direttore amministrativo della United Bank a
Zurigo, dove quest'ultimo faceva parte del consiglio d'amministrazione. Muheim portò alla BCP
come

consigliere amministrativo il connazionale Marco Bruesch, un ex direttore della fabbrica di articoli


di

gomma Daetwyler a Altdorf. In seguito anche il braccio destro e numero due della BCCI,
Mohammed

Swaleh Naqvi, entrò nel consiglio d'amministrazione della BCP, cosa che sottolinea ulteriormente

l'importanza di questa banca nel sistema criminale BCCI. A Muheim, dopo sei anni di presidenza
della

BCP, subentrò Alfred Hartmann (39), che più tardi entrò anche nel consiglio di amministrazione
della

BCCI Holding in Lussemburgo. La BCP divenne, soprattutto con le filiali a Zurigo e in


Lussemburgo,

un anello di congiunzione tra la BCCI ufficiale ed una "banca nella banca" illegale, creata da Abedi.

(40) La relazione della Bank of England, che portò alla chiusura della BCCI, registra che alla BCP
di

Zurigo e di Lussemburgo venivano tenuti sistematicamente conti sotto falso nome, dove il denaro

scompariva anonimamente in buchi neri. Per quanto riguarda BCP di Zurigo questa relazione parla
di

226 milioni di dollari di pagamenti inspiegabili. (41) Presidente di questa filiale BCP zurighese era

dalla fine del 1986 Kazem Naqvi.

L' UNICA FILIALE BCCI PULITA AL MONDO ?

Nel luglio 1991 la BCCI fu chiusa per l'azione congiunta della Bank of England e dell'autorità di

vigilanza bancaria del Lussemburgo. Era fallita con un buco in bilancio di circa dieci milioni di

sterline. La bancarotta si rivelò il più grande scandalo bancario della storia.(42) Abedi non aveva
solo

trasferito in Inghilterra e negli USA da paesi in via di sviluppo capitali in fuga di elites corrotte e

comprato banche centrali, affinché investissero le loro riserve valutarie presso la BCCI, ma aveva

anche riciclato sistematicamente i proventi da narcotraffico dei baroni della cocaina. In apparenza
egli

restava nonostante tutto un galantuomo che si valeva di personaggi illustri come l'ex presidente
Jimmy

Carter e l'ex cancelliere dello scacchiere britannico lord Calaghan in qualità di consiglieri
regolarmente
retribuiti. Grazie ad una struttura offshore, composta da una holding in Lussemburgo, una società
di

comodo sulle isole Cayman e un quartier generale di fatto, giuridicamente non indipendente, a
Londra,

la BCCI aveva potuto lavorare indisturbata da controlli bancari di qualsiasi genere. Solo nel 1988 i

riciclatori di denaro della BCCI incapparono nei doganieri USA. Questi scoprirono una rete di

riciclaggio di proporzioni mondiali in cui comparivano anche conti della filiale svizzera BCP. Ora

Abedi cominciò ad avere gravi difficoltà con l'autorità inglese di sorveglianza bancaria. Quando la

pressione a Miami divenne più forte, si attivò anche la Banca di Inghilterra, che aveva archiviato
per

anni il caso BCCI. Negli USA si arrivò più tardi al processo contro alcuni rappresentanti di alto
rango

della BCCI. Il numero due, Swaleh Naqvi, fu condannato nel 1994 a 11 anni di prigione. Abedi era

fuggito nel 1991 in Pakistan, che lo protesse da un'estradizione, e morì nel 1995. Delle più di
settanta

filiali e società consociate della BCCI in tutto il mondo - con l'eccezione del Pakistan- solo la filiale
svizzera BCP restò indisturbata. Cinque giorni dopo la chiusura della casa madre la BCP fu
venduta

dalla SBG, che all'epoca della BCCI era rimasta sempre azionista di minoranza, alla holding turca

Cukurova. Perché la BCCI ufficialmente chiusa abbia potuto vendere la sua filiale svizzera e quale

ruolo abbia avuto in ciò l'azionista di minoranza SBG è rimasto fino ad oggi una domanda senza

risposta. Alla fine del giugno 1995 l'avvocato di Ginevra Laurent Kasper-Ansermet rese nota in un

comunicato la fine dell'inchiesta sul fallimento della BCCI. Non si arrivò ad una denuncia, e i 250

milioni di dollari, confiscati nel giugno 1991, vennero messi a disposizione della liquidatrice Touche

Ross. Dopo questo piccolo excursus torniamo all'ENI: Anch'essa aveva collaborato con la banca
dello

scandalo, la BCCI. Nell'ottobre 1979 Florio Fiorini per l'ENI, Mohammed Swaleh Naqvi e Sayed

Mohammed Akbar per la BCCI e Cristina d' Alessandro per la Kuwait International Finance
Company,

fondarono a Roma la società finanziaria Italfinance international Spa. Fiorini fu sostituito più tardi
dall'uomo dell'ENI Giorgio Della Flora e dal capo dell'Agip Raffaele Santoro.

SERVIZIO COMPLETO SVIZZERO

Anche se i gruppi statali per l'energia, come ad es. la Elf-Aquitaine in Francia, la Repsol in Spagna
o la

Pemex in Messico, sono generalmente inclini alla corruzione - nessun altro è stato così fortemente

pervaso dall'etica perversa delle tangenti come l'ENI. L'organizzazione estera legale dell'ENI in

Svizzera fu per trenta anni parte integrante di questo sistema illegale di tangenti e di finanziamento
dei

partiti unico al mondo. In Svizzera il pagamento di tangenti all'estero a stranieri non è, a differenza
di

quanto accade in Italia, un crimine. Al contrario. è detraibile dalle tasse come spesa sostenuta per
la

propria attività. L' ENI non aveva quindi problemi a ricoprire decine di posti di consigliere

d'amministrazione delle sue società svizzere affiliate con ogni sorta di persone importanti, dal
marito

della consigliera federale Hans W. Kopp all'ex consigliere di stato Luregn Cavelty fino all'uomo di
punta del gruppo Curator Giancarlo Cappello. Gli italiani presenti nei consigli di amministrazione
delle

filiali svizzere dell'ENI, ad es. Gianni Dell' Orto o Francesco Chiariello, dovettero andare in
prigione. I

rappresentanti dell'economia svizzera naturalmente no, a differenza dei loro colleghi italiani non si

erano infatti resi colpevoli di alcun reato. Anche la più grande banca svizzera per trenta anni non si

curò affatto della corruzione all'ENI. Alla SBG l'ENI era tradizionalmente affare del presidente, la

banca collocava i suoi più alti dirigenti come Nikolaus Senn o Karl Janiöri tra i consiglieri

d'amministrazione dell'ente italiano. Con ciò Senn e Janiöri vennero a contatto personalmente con
i

grandi burattinai della scena delle tangenti ENI come Florio Fiorini e Silvano Larini. Anche l'esame

prescritto per legge (revisione) della contabilità e del rendiconto annuale delle società svizzere
affiliate

all'ENI non trovò mai motivo di scandalo nell'economia delle tangenti. Il nono principio della
revisione

del bilancio di chiusura della Camera fiduciaria svizzera esclude espressamente dalla categoria
delle
azioni delittuose il pagamento illegale di tangenti o la violazione di norme fiscali. Per la maggior
parte

delle società svizzere affiliate all'ENI fungeva tradizionalmente da ufficio di controllo la Curator

Revision di Zurigo.(43) Fondatore e uomo di punta del gruppo Curator era Giancarlo Cappello.
Dall'

inizio degli anni '70 egli compare anche in parecchi consigli di amministrazione delle società ENI,
che

sono state controllate dalla Curator, ad es. la Hydrocarbons International Holding (Zurigo), la
Saipem

Zuerich AG, la Snam International (Ginevra) e molte altre. Con ciò Cappello fungeva de facto

contemporaneamente da consigliere d'amministrazione e da revisore, e di conseguenza non c'era


una

revisione contabile indipendente. Perfino quando Cappello non esaminava e convalidava

personalmente le contabilità, lo facevano impiegati che dipendevano da lui. Si può obiettare che
questo

era perfettamente conforme alla legge e si atteneva alla prassi regolare in Svizzera. Può darsi.
Teniamo
a mente che l'ENI stessa nel corso del suo processo di "autodepurazione" ha ammesso l'esistenza
di

fondi neri per l'ammontare di 500 miliardi di lire, allora circa 500 milioni di franchi. Si trattava

esclusivamente di fondi, che dal 1985 al 1992 sono stati accresciuti da Saipem, Snamprogetti e
Nuovo

Pignone. (44) Gran parte di questi transitò per le società affiliate svizzere. Passando il confine il
denaro

illegale italiano diveniva denaro svizzero legale.

Note:

1) Dopo la graduale privatizzazione, queste cifre, dal 1994, si sono ridotte.

2) Le restanti società ENI erano: Nuovo Pignone (costruzione di macchine), Savio (macchine
tessili),

Tefin (Consulting), Sofid (Finanziamento Italia) e ENI International Holding (Gestione e


finanziamento

internazionale).

3) Piico e Saipem avevano ricevuto in Iran, ancora ai tempi dello scià, l'incarico di costruire otto
stazioni di pompaggio del gas. La rivoluzione di Komeini fermò i lavori. A metà degli anni '80 la

Saipem ottenne la riapertura del cantiere e nel bilancio finale Piico si sentì frodato dalla Saipem
per

venti milioni di dollari. ("Il Giornale", 22. 4. 93)

4) "L'Espresso", 11.4.93. Come già detto, questo denaro era stato portato a Roma da corrieri della
Fimo

di Chiasso.

5) Per trasferire il denaro Fiorini usava gli stessi portavalori di Pacini Battaglia, quelli della Fimo di

Chiasso.

6) Mediatori di quest'affare furono la mano destra di Licio Gelli, Umberto Ortolani e un alto

funzionario del ministero degli esteri, Ruggiero Firrao, che era pure membro della P2. Firrao si
stabilì

più tardi a Lugano come consulente finanziario autonomo e fu qui arrestato nel 1993 e più tardi

condannato in Italia.

7) "L'Unità", 8.6.93
8) "L'Unità", 8.1.94

9) Il postfascista Gianfranco Fini, segretario di Alleanza Nazionale e alleato di Berlusconi, era solito

provare il suo distacco da Mussolini, facendo notare di aver rinnegato qualsiasi corporativismo e

interventismo statale in economia.

10) Don Sturzo aveva fondato il Partito Popolare, il primo partito cattolico in Italia, dopo la prima

guerra mondiale. Dapprima i papi, come vendetta per la liquidazione dello stato della chiesa da
parte

dei Piemontesi, avevano imposto ai cattolici praticanti che si astenessero dalla politica. Dopo

l'assassinio del socialista Matteotti da parte dei fascisti nell'anno 1924, Don Sturzo abbandonò il
suo

seggio al parlamento per protesta. Quando il papa stipulò con Mussolini i patti lateranensi, fece
cadere

Don Sturzo, che dovette emigrare negli USA. Dopo la seconda guerra mondiale egli tornò, ma
divenne

presto una figura puramente simbolica, perché nel primo congresso postbellico del partito De
Gasperi e
Andreotti avevano prevalso su di lui. (Cfr. "Neue Zürcher Zeitung", 6 /7. 5. 95)

11) Galli, Giorgio: Staatsgeschaefte. Das unterirdische Italien 1943-1990’, Amburgo,1994, p.30

12) Esso, Shell, BP, Mobil, Texaco, Chevron e Gulf.

13) "L'Espresso", 6.6.93

14) "Panorama", 20.6.93

15) Arlacchi, Pino: ‘Addio Cosa Nostra. La vita di Tommaso Buscetta’, Milano, 1994

16) "L' Unità", 21.7.93

17) Galli, Giorgio: ‘Affari di stato. L' Italia sotterranea 1943-1990’, Amburgo, 1994, p. 155 segg.

18) Come ha raccontato Aline Valangin nel suo romanzo "Villaggio al confine", la Svizzera
concesse

inizialmente l'ingresso ai civili della Val d'Ossola solo con esitazione. Il 18 ottobre 1944 truppe delle

SS e le camicie nere neofasciste della repubblica di Salò aprirono il fuoco su un gruppo numeroso
di

partigiani e civili in fuga e ne uccisero alcuni. Mitraglieri dell'esercito svizzero, guidati dal capitano
Carlo Speziali, risposero al fuoco e permisero ai fuggiaschi di passare il confine.

19) "L' Espresso", 4.7.93

20) Galli, Giorgio: ‘Affari di stato. L'Italia sotterranea 1943-1990’, Amburgo, 1994, p.168

21) Da allora Eugenio Cefis vive a Zurigo. All'inizio del 1994 era ancora molto attivo

professionalmente. Insieme alla figlia Cristina Cefis faceva parte del consiglio di amministrazione
della

Cohor Holding di Zurigo. Membro dello stesso consiglio è Barbara Merz Wipli. Presidente della
Cohor

Holding è Giancarlo Cappello, insieme al quale Cefis è presente anche nel consiglio di

amministrazione della White Con-Trading Company AG (Lugano). L'altra società della Cohor si

chiama Sycofin AG (Zug). Giancarlo Cappello, presidente dell'amministrazione fiduciaria zurighese

Curator, fa parte anche del consiglio di amministrazione delle grandi affiliate ENI svizzere

Hydrocarbons International Holding, Saipem AG (Zurigo), Saipem International. Nel 1992 Cefis
pagò
a Zurigo le imposte su un reddito di 1,123 milioni di franchi e un patrimonio di 34,748 milioni di

franchi.

22) "L'Unità", 23.4.93

23) "L'Espresso", 6.6.93

24) Nel 1991/92 c'erano tra i mandati di consiglio d'amministrazione di Albert Ronc, anche due
società

di comodo con 50.000 franchi di capitale: AG (S.p.a.) per progettazioni tecniche e AG (S.p.a.) per

progettazioni industriali. Insieme con l'avvocato di Lugano Marco Gambazzi, Ronc controllava nel

1991/92 anche la Cofaba SA (Lugano).

25) Ulteriori mandati di consiglio d'amministrazione di Wener L. Scherrer sono: Apolab AG (Zug);

Honeywell AG (Wallisellen); Hirschi AG (Brügg b. Biel); Air Express International Enterprises Ltd.

(Zug); Credinter AG (Zug); Domino Musik AG (Chur); Dumex AG (Zug); General Electric

Information Services AG (Zürich); Golbrig AG (Zollikon); Handels- und Finanzgesellschaft HFZ


(Zug); Heraf Holding AG (Zug); HMF Holding AG (Zug); Jordan Brushes SA (Zug) ; Lely Patent AG

(Chur); Newap Trading AG (Luzern); Nopal International AG (Zug); Peri AG (Seuzach); SMH Steel-

and Metal -Trading Ltd. (Trübbach); Transmark Automanet AG (Ebmatingen); Utilité Chur SA
(Chur);

Weinberger Josef AG (Glarus); Olivetti (Svizzera) S.p.A (Wallisellen); Patra Holding AG ( Chur);

MCC Mobile Communications Company AG (Maur). (Fonte : Orell Füssli / Teledata: Die Schweizer

Wirtschafts-CD-Rom. Version 1996/1, termine fissato: 1.8. 95)

26) Dopo le cattive esperienze fatte da Nikolaus Senn e da Karl Janjoeri con il mandato in
consiglio di

amministrazione presso la HIH, che li aveva coinvolti nell'affare increscioso del conto Protezione,
un

direttore generale della SBG non avrebbe più potuto entrare in questo consiglio. Al business con
l’ENI

la SBG naturalmente non vuole rinunciare, per cui dal 1995 si fa rappresentare dall' avvocato
d'affari

André Wicki. Wicki cominciò la sua carriera nel settore legale della SBG e anche dopo che si era
reso
autonomo continuò a lavorare come avvocato per la SBG, ad esempio nei processi contro Martin
Ebner

e la BZ Bank.

27) Rendiconto annuale 1991 dell'HIH, Zurigo.

28) La banca dell'ENI si chiamava inizialmente Tradinvest Bank e nel 1981 servì all’allora
presidente

del settore finanziario dell'ENI, Florio Fiorini, per versare i sette milioni di dollari di tangenti
destinate

ai socialisti sul conto Protezione della SBG (Lugano).

29) La Finas fu coinvolta nel 1993 in uno scandalo di tangenti con lo speculatore milanese,
originario

della Sicilia, Salvatore Ligresti. L'assicurazione SAI di Ligresti aveva pagato alla Finas 13 miliardi
di

lire, per poter stipulare assicurazioni con l'ENI. ("L'Unità", 30/31.5.93)

30) La rivista "Bilanz" del settembre 1994 si occupò di Iso Lenzlinger, in qualità di padrino di
oscure

società di comodo di ex agenti del KGB e di clan della vecchia nomenclatura sovietica, ai quali
veniva

imputato traffico illecito di divise e ogni sorta di altri affari a Ginevra, Zug e Vaduz.

31) La cattiva stampa che ebbero il direttore generale della SBG e il presidente della HIH Karl
Janjoeri,

era soprattutto il risultato del coinvolgimento nel conto Protezione.

32) "Bündner Zeitung", 18. 6. 93

33) Agostino Diana faceva parte anche del consiglio di amministrazione della Treuhandbank
Luzern, la

banca fiduciaria Lucerna. Qui si trovavano anche Giangiorgio Spiess, avvocato e partner di
Tettamanti,

Willi Futterknecht (che negli anni '90 era diventato famoso per le sue posizioni ostili alla UE) e
André

Curiger (direttore del Crédit Commercial de France a Zurigo e rappresentante del Vaticano nel

consiglio di amministrazione della Sasea)

34) "L'Espresso", 21.3.93

35) Ivi
36) Negli anni '70 Rolf Bolli fu uno specialista della SBG per il grande business con i petroldollari.
Più

tardi creò nella sede principale l'archivio storico. Morì nel 1992 inseguito ad un tragico incidente -
era

caduto dal tetto della sua villa nell'Arni di Aargau.

37) Anche gli Habib nel 1947 si rifugiarono in Pakistan. Nel 1974 la loro banca, la più grande di
questo

paese, fu statalizzata da Zulfikar Ali Bhutto. Gli Habib dovettero emigrare per la seconda volta,
questa

volta in Svizzera, dove a Zurigo possedevano già una piccola banca. Fino al 1995 la loro Habib
Bank

AG Zürich ebbe uno sviluppo enorme. Divenne la banca svizzera con la più grande rete
internazionale

di filiali dopo le tre grandi banche. Habib AG Zuerich ha più di trenta filiali in tutto il mondo, un

importo di bilancio di 1,8 miliardi di franchi e circa 900 dipendenti. La banca Habib rappresenta un

problema per la commissione delle banche, perché la sua attività si svolge in gran parte in paesi
islamici (Pakistan, Stati del Golfo) e viene condotta in lingue come l'arabo e l'urdu che alla

commissione delle banche nessuno capisce.

38) Franz Muheim, di origini proletarie - suo padre, socialdemocratico, lavorava nell’ufficio della

fabbrica di munizioni Altdorf - potè fare la maturità nel collegio Carlo Borromeo ad Altdorf e più tardi

studiare legge. All'inizio degli anni '50 aprì uno studio d'avvocato a Altdorf e fece rapidamente
carriera

in ambito economico, politico e militare. In politica militò all'inizio nell'ala cristiano-sociale dei

lavoratori della CVP e già a 31 anni divenne presidente comunale di Altdorf. La sua fiorente attività

d'avvocato lo portò a passare all'ala cattolico-conservatrice della CVP, vicina al mondo economico.
Per

lunghi anni Muheim fu consigliere degli stati di Urn e presidente della commissione militare. Nel
1973

e nel 1982 si candidò senza successo al consiglio federale. Come colonnello di stato maggiore
ebbe un

ruolo importante nella politica svizzera della sicurezza. "Alternative Uri" del dicembre 1990-gennaio

1991 informò che Muheim negli anni '80 era anche membro del comitato consultivo parlamentare
segreto autoproclamatosi dell'esercito segreto P-26. Negli anni '70 Muheim fu successivamente

presidente di due banche pachistane in Svizzera, precisamente della United Bank e della BCCI.

"L'atmosfera da mondo degli affari orientale", scriveva "Bilanz" nell'agosto 1983, "la
Weltanschauung"

degli uomini d'affari di fede maomettana è molto vicina alla sensibilità di Muheim". Come si è
rivelato

più tardi, l’ideologia della BCCI di Abedi prevedeva fin dall'inizio il riciclaggio e la frode sistematici.

Alla fine degli anni '80 Muheim raggiunse l'apice della carriera come consigliere d'amministrazione
del

Bankverein e presidente della Schindler.

39) Alfred Hartmann era stato all’inizio direttore generale della Bankgesellschaft, che lasciò più o

meno volontariamente. Più tardi diventò direttore generale della Hoffmann-La Roche a Basilea,
dove

dovette andare nel 1976 dopo lo scandalo di Seveso. Presto ricomparve come direttore generale
della

Rothschild Bank AG (Zurigo). Alcuni mesi dopo che la Bank of England aveva chiuso la BCCI,
Hartmann diede le dimissioni nel febbraio 1992 da presidente della BCP. Più di un anno dopo lo

scandalo che aveva coinvolto il direttore della Rothschild Jürg Heer, egli dovette rinunciare anche

all'incarico di direttore generale della Rothschild. Strano che uno debba lasciare per quattro volte il

posto di presidente in seguito ad uno scandalo, senza che questo abbia per lui altre conseguenze.

40) Nel consiglio di amministrazione della BPC furono presenti di tanto in tanto anche John Hilbery
e

Johann D. Van Oenen. I due erano inizialmente manager della Bank of America, che alla
fondazione

della BCCI, avevano preso e poi nuovamente venduto una partecipazione di minoranza. Vennero
più

tardi alla BCCI per compiti speciali.

41) Bank of England : Report on Sandstorm SA [nome in codice per la BCCI] under Section 41 of
the

Banking Act 1987. 22. June 1991

42) Cfr. a questo proposito ad esempio Truell, Peter e Gurwin, Larry: ’False Profits’, New York,
1992 o
Kochan, Nick e Whittington, Bob: ‘The BCCI Fraud’. Londra 1991

43) A proposito della Curator vedi anche p.210 segg.

44) "L' Unità", 8.1.91

8 IL CASSIERE DELLE TANGENTI ENI A GINEVRA

Con l'appellativo metafisico "Quello appena sotto Gesù Cristo", che gli aveva dato il procuratore

Antonio Di Pietro, il tesoriere delle tangenti ENI a Ginevra fece il suo ingresso sulla scena di Mani

Pulite per la prima volta nel marzo 1993. Si parla di Pierfrancesco Pacini Battaglia. In seguito alle

prime audizioni dei manager dell'ENI arrestati, il suo nome era balzato repentinamente al centro
delle

inchieste. Dopo che la giustizia milanese già il 17 febbraio 1993 aveva emesso un ordine di cattura

internazionale contro Battaglia, egli si presentò infine volontariamente il 10 marzo per essere

interrogato. Complessivamente quattro volte nel marzo 1993 e ancora nel febbraio 1994 il
"maestro
occulto" (1) dei circuiti segreti del denaro ha vuotato il sacco di fronte ai procuratori di stato. Pacini

Battaglia rese noti centinaia di conti segreti e di società offshore, che egli aveva usato per ordine
dei

capi dell' ENI per transazioni illegali. Beninteso: illegali secondo il diritto italiano. Secondo i
parametri

svizzeri Pacini Battaglia era un rispettabile banchiere straniero a Ginevra, che eseguiva gli ordini di

pagamento dei suoi stimati clienti a favore di destinatari altrettanto stimati. Ad esempio per il

presidente dell' ENI Gabriele Cagliari o il presidente della Saipem Gianni Dell'Orto al tesoriere del

partito socialista Vincenzo Balzamo. Per la sua loquacità Pacini Battaglia divenne il teste principale

contro la corruzione nell'ENI e rese infine possibile ai pubblici ministeri la ricostruzione di un


colossale

circuito di fondi neri.

UN ALLEGRO TERZETTO SUL RODANO

Dopo lo scandalo del conto Protezione l'ENI cambiò il sistema delle tangenti. Dai pericolosi
pagamenti

diretti si passò alle fatture falsificate: società di comodo offshore di prestanome presentavano
all'ENI il

conto per servizi mai prestati. In tal modo le tangenti potevano apparire nella contabilità come
spese

regolari. Il nuovo metodo richiedeva abili professionisti, e venne l'ora di Pacini Battaglia. Ad aprirgli
le

porte dell'ENI era stato il cassiere delle tangenti di Craxi Silvano Larini. Larini gli fece conoscere

personalmente la maggior parte dei capi dell'ENI, a cominciare dai due presidenti Franco Reviglio
e

Gabriele Cagliari, poi il presidente della Saipem Gianni Dell'Orto fino al capo dell'Agip Raffaele

Santoro. Presso i socialisti Pacini Battaglia era considerato già negli anni '80 l'uomo dell'allora
ministro

dei trasporti PSI Claudio Signorile, più tardi Larini lo introdusse anche presso il tesoriere del PSI

Vincenzo Balzamo. Pacini Battaglia viveva a Ginevra dal 1980 dove collaborava con l'avvocato

ticinese Franco Noel Croce, che qui svolgeva la sua attività. L'avvocato ticinese Franco Noel
Croce,

allora non ancora trentatreenne (2), aveva contatti con il Gran Maestro della P2 Licio Gelli. Il
numero
di telefono ginevrino di Croce era stato trovato nel 1981 nel corso della perquisizione nella villa di

Gelli a Castiglion Fibocchi, (3) insieme con i numeri telefonici della SBG a Ginevra e a Zurigo, del

Banco Financieiro sudamericano in Avenue Miremont 20 (sede della Karfinco) e quello


dell'avvocato

di Ginevra Fritz Von Aesch. (4) Fin dai primi tempi a Ginevra Pacini Battaglia e Croce si ritrovarono

insieme in affari fantasiosi. Alla fine degli anni '70 la Siai Marchetti italiana vendette ai libici 240

aeroplani del tipo SF- 260. Costo: 35 miliardi di lire l'uno ad esclusione dell'avionica, fornita dall'

industria degli armamenti USA Hughes. Per addestrare i piloti libici il generale d'aviazione italiano

Paolo Moci fondò l'impresa Aero Leasing Italiana (ALI), che ingaggiò 180 piloti militari italiani come

istruttori per la Libia. Si dice che Gheddafi abbia compensato il loro impegno nel deserto con un

guadagno sei volte più alto di quello percepito presso l'aviazione italiana. Mogli e fidanzate
dovevano

tuttavia rimanere a casa. Dopo la firma del contratto, secondo la stampa italiana, Pacini Battaglia e

Croce sarebbero stati cooptati nel consiglio di amministrazione dell'ALI. I due avrebbero fondato in
Svizzera una struttura finanziaria segreta per eseguire le transazioni della grande vendita di aerei
che

non potevano figurare nei bilanci ufficiali di Siai-Marchetti, ALI e Hughes.(5) Ma Pacini Battaglia

contestò queste illazioni oltraggiose già nel numero successivo di "Panorama" (4.4.93): egli e
Croce

sarebbero entrati nell’ALI solo nel 1984 quando il business con la Libia era già concluso. Il terzo

nell'alleanza con Battaglia e Croce era il canadese che viveva a Ginevra Roger G. Francis. Era

particolarmente utile a Pacini Battaglia perché parlava perfettamente undici lingue e ogni volta gli

faceva conoscere uomini d'affari arabi che volevano lavorare in Italia. (6) Già nel 1981 Francis
aveva

fondato la società di comodo Corakges SA con un capitale azionario di 50.000 franchi. (7) Scopo

statutario di questa era: "Fornire ad un gruppo di società attivo nel settore del petrolio servizi e

consulenze di ogni tipo in relazione alla finanza, al commercio e alla produzione". (8) Nel febbraio

1984 la Corakges cambiò nome in RGF Counsel SA, e comparve nel consiglio di amministrazione
Kaloyan Stoyanov, consigliere d'amministrazione dell'Ilex e business partner di Roger Usher. Nove

anni più tardi il 20 dicembre 1993 la RGF Counsel andò in liquidazione, con la Ilex Trust Services

come liquidatrice. La liquidazione potrebbe essere dipesa dal fatto che dall'inizio del 1993 Roger

Francis era comparso con gran risalto sulle prime pagine dei giornali in tutt'Italia come
collaboratore di

Pacini Battaglia. Un caso di tangenti analogo riguardò la Nigeria. A questo proposito Pacini
Battaglia

raccontò a Di Pietro: "Quest'operazione fu organizzata da Nicola Grillo della Saipem di Zurigo e dal

mio collaboratore Roger Francis. Anche qui fu impiegato il sistema delle fatture false." (9)

CHE COS' è LA BANQUE KARFINCO?

Nel 1981 Pacini Battaglia e Croce fondarono la società finanziaria Karfinco che nel 1987 ricevette

dalla commissione delle banche la licenza bancaria e divenne Banque Karfinco.(10) Suo
presidente fu

Croce, vicepresidente Pacini Battaglia. Già dopo un anno la Karfinco raddoppiò il suo capitale da
15 a

30 milioni di franchi con un’operazione stravagante. Le azioni furono emesse con un aggio del 20
% ed

erano suddivise in azioni con diritto di voto da 100 franchi e azioni ordinarie da 1000 franchi. Le
azioni

ordinarie furono sottoscritte fiduciariamente a Ginevra dalla Paribas (Svizzera). (11) Chi fosse stato

allora disposto a rendere più attraenti i 15 milioni di azioni Karfinco con un aggio di 3 milioni, non si
è

mai saputo. Si può supporre ragionevolmente che questo denaro provenisse dalla società ENI,
poiché

finanziariamente la Karfinco era una creatura del sistema delle tangenti ENI. Pacini Battaglia si

addossò in ogni caso tutte le responsabilità e scagionò la Karfinco. Croce invece si astenne da
qualsiasi

presa di posizione pubblica. Significativi sono anche i numerosi azionisti con diritto di voto. Oltre a

Pacini Battaglia e Croce sono tra questi quattro società di Panama: Mora Overseas, Doren
Overseas,

Pelter Business Corp. e Hemlock Business Corp., tutte a Panama City, inoltre l'immobiliarista Luigi

Paolo Serra di Cassano, pure a Panama City, il direttore delle vendite Günther Franke
(Düsseldorf), la
casalinga Adelheid Da Empoli-Gautschi (Interlaken), Gabriel Thomas (Montecarlo), e Marcel
Morard,

Dominique Pugnat e Dominique Gherardi di Ginevra. (12) Ci sono poi la Nadex SA di Croce, la

Investair SA di Friburgo, la nota Ebel Finance dell'industriale degli orologi di Neuenburg Pierre
Alain

Blum e la non meno nota Emaco Holding, affiliata del gruppo Cortaillod (13), pure di Neuenburg.

Evidentemente Pacini Battaglia, che prima di fare la sua apparizione a Ginevra aveva vissuto
qualche

tempo a Neuchatel, si era fatto lì alcuni buoni amici. Nel marzo 1991 la Karfinco aumentò il
capitale da

30 a 40 milioni di franchi, questa volta con un aggio del 50%. A quel punto lo speculatore di borsa

Werner K. Rey era già crollato, la Sasea di Florio Fiorini versava in gravi difficoltà e la crisi

immobiliare di Ginevra era già cominciata. In una situazione del genere, in un tale ambiente un
aggio

del 50% con un aumento di capitale non è finanziariamente sostenibile. L'aumento di capitale
avvenne

nel 1991 secondo il vecchio schema: le azioni ordinarie furono sottoscritte fiduciariamente dalla
Paribas (Svizzera), e di nuovo si può tranquillamente ritenere che nessuno tranne l'ENI fosse
pronto a

comprare le azioni di questa piccola banca di Ginevra.(14)

IL SALVATAGGIO DELLA KARFINCO .

Dopo che nella primavera 1993 sui media italiani si era parlato per settimane di Pacini Battaglia e
della

sua Karfinco, Croce e Pacini Battaglia si dimisero rispettivamente da presidente e da


vicepresidente.

L'ex direttore generale del Bankverein e ex consigliere d'amministrazione della società finanziaria

FGNA Montecarlo di Tito Tettamanti Hubert Baschnagel diventò nuovo presidente. In un'intervista
al

"Corriere della Sera" Pacini Battaglia disse di aver dato le dimissioni dall’incarico di vicepresidente,

ma che rimaneva tuttavia azionista di maggioranza.(16) Sembrarono opportuni un cambiamento di

nome e un movimento di personale: dal settembre 1993 la Karfinco si chiamò Banque Privée

Genevoise. Già all'inizio del 1994 Baschnagel si ritirò e anche Sergio Bassi lasciò il consiglio di
amministrazione. La banca cambiò nome una seconda volta in Banque de Patrimoines Privés
Genève

(BPG). Il team di successo che risanò e salvò la Karfinco in gravi difficoltà divenuta ormai BPG,

apparteneva alla crème del settore finanziario svizzero. Nuovo presidente della banca divenne
Richard

Schäfer. Era presidente della fiduciaria Fidirevisa, che apparteneva all'impero Fidinam di Tito

Tettamanti. Nell'ambito del gruppo Fidinam Richard Schäfer era un uomo di punta. Fino al 1991
fece

parte del consiglio d'amministrazione della società madre Fidinam Servizi Fiduciari Holding SA

(Lugano), insieme con Tito Tettamanti, il direttore generale Giorgio Ghiringhelli della Banca della

Svizzera Italiana e altri. (17) Nuovo vice divenne l'avvocato d'affari zurighese Johannes Stolba.
Faceva

parte del consiglio di amministrazione della Arner Bank di Lugano (18) e del famoso Studio
Uckmar

pure di Lugano (Il prof. Victor Uckmar insegna alle università di Genova e alla Bocconi di Milano, è

presidente della camera fiduciaria e dei revisori italiana e presidente della camera di commercio
Italia-
Russia). Un mandato non privo d'importanza di Stolba era anche l'incarico di consigliere

d'amministrazione alla R.F. & W. Partner di Zurigo: Gertrud Weber, René Feybli e Gustave Adolphe

Rychner rappresentavano in Svizzera Technische Projektleitungen (TPL, Zug) [gestioni tecniche di

progetti], la Technip Zug e la Technipetrol di Roma. Queste tre società sono filiali del gruppo

petrolifero francese Elf-Aquitaine. Secondo il presidente dell'Agip Raffaele Santoro il presidente di


Elf

Loik Le Floch-Prigent apparteneva a quel club di mediatori, nel business internazionale del
petrolio, ai

quali si annoverava anche Pacini Battaglia, e ha sempre seguito con attenzione gli affari della TPL.
(19)

La filiale TPL di Roma e il suo direttore generale Mario Maddaloni compaiono nello scandalo delle

tangenti Enimont, di cui si parla più avanti, separatamnte. (20) Altre due figure importanti del
settore

finanziario svizzero accompagnarono la trasformazione della Karfinco in BPG: Erwin W. Heri e


Robert

Vieux. Heri è dirigente finanziario dell'assicurazione Winterthur e fa parte del consiglio


d'amministrazione della filiale svizzera della Deutsche Commerzbank. Robert Vieux è una colonna

portante della piazza finanziaria Ginevra. Faceva parte del consiglio di amministrazione di due
società

dello statunitense naturalizzato a Ginevra Bruce Rappaport, precisamente della EP Services per il

commercio di petrolio e della Soviet Intershipbuilders. (21) Inoltre Vieux era nel consiglio d'

amministrazione della società finanziaria Norfinsud.(22) Lo troviamo anche nell'ente "Un Avenir
pour

Genève" con la presidentessa della SMUV Christiane Brunner, l'ex consigliere federale Renè
Felber

(SP) e i due banchieri privati Ivan Pictet e Thierry Lombard. E ancora nella "Fondation pour
Genéve"

con il manager della banca Rothschild Pierre Sciclounoff. Il desiderio di Pacini Battaglia che la

Karfinco potesse sopravvivere al disastro, tutto sommato si è realizzato. Ha resistito finora

brillantemente all'uragano di Mani Pulite, anche se sotto nuovo nome e con una nuova squadra.
Piano,

la squadra non è poi cosi nuova. Il presidente appena incaricato della BPG, e presidente di
Fidirevisa,
Richard Schäfer era già comparso in precedenza nell’orbita di un azionista Karfinco, Rafic Claude

Abdallah Defouni del Cairo (23), di cui dovremo ancora occuparci. Ma prima debbono essere
illustrati

due grandi affaires di fondi neri, che la "struttura" di Pacini Battaglia aveva elaborato per l'ENI:

l'affaire Transmed e l'affaire Ipsa 2.

DUE GRANDI AFFAIRES

Dei vari scandali che Pacini Battaglia ha rivelato ai pubblici ministeri verrano qui descritti nei

particolari due grandi casi: l'affaire Transmed e l'affaire Ipsa 2. Per quanto riguarda Transmed si

trattava dell'acquisto di grandi quantità di gas naturale algerino per l'Italia. Per ottenere un prezzo
del

metano il più possibile favorevole, il presidente dell' ENI Gabriele Cagliari ingaggiò alla fine del
1989

il diplomatico turco di origine libica Omar Yehia, residente a Ginevra. Egli aveva rapporti eccellenti

con il presidente algerino d'allora Chadli Bendjedid. Questo consiglio il presidente dell'ENI Cagliari
l'aveva ricevuto niente meno che dal presidente dei ministri Giulio Andreotti. Dopo colloqui

preliminari con il presidente della Snam Pio Pigorini, Yehia richiese per il suo passo diplomatico
presso

Bendjedid una provvigione di 30 milioni di dollari, che dovevano essere accreditati sul conto 61900

della United Overseas Bank (24) di Ginevra, diretta dal suo banchiere Ken Scott. Pigorini incaricò

Pacini Battaglia di versare a Yehia questa somma e gli affidò anche la trattativa dei tempi e delle

modalità esatte. Poichè secondo le leggi italiane e secondo le convenzioni internazionali d'appalto
il

pagamento di commissioni di intermediazione era vietato, questo denaro doveva passare fuori
bilancio.

Poichè la Snam non potè procurarsi una somma così elevata di denaro in nero, Pacini Battaglia fu

indirizzato da Pigorini ai dirigenti della Saipem Gianni Dell'Orto e Paolo Ciaccia, che avrebbero
messo

a disposizione il denaro. Pacini Battaglia ha così descritto ai pubblici ministeri l'operazione


condotta

insieme a Ciaccia: "La International Investment Development, con sede a Guernsey nelle isole
britanniche del canale, diretta dal mio collaboratore Roger Francis, emetteva fatture di comodo per

provvigioni alla Chemtrade & Finance (Vaduz) [una società Saipem per l'accrescimento dei fondi
neri].

Altre quattro società di Guernsey, la Burbridge, la Rodvale, la Coral Fish e la IOOC, emettevano
alla

Saipem UK a Londra fatture fittizie". (25) Con il pagamento di tutte queste fatture false la Saipem

trasferì a Pacini Battaglia 33,65 milioni di dollari, 3,65 milioni di più di quanto Yehia avesse a

disposizione. La ripartizione di questo denaro Pacini Battaglia la presentò così: "22 milioni di dollari
li

incassò il banchiere di Yehia Ken Scott [Scott firma alla United Overseas Bank come procuratore].
2,1

milioni di dollari, una parte dei quali in obbligazioni statali, li consegnai a Ciaccia nel mio ufficio a

Roma. Il resto lo versai sul conto 14925 / SCT Albatros presso la Republic National Bank (Suisse)
a

Ginevra. 310.000 dollari li prese il presidente della Saipem Dell'Orto. 1,4 milioni di dollari li incassò

un funzionario libico, di cui mi aveva fatto il nome Ciaccia. E rimasero ancora le tangenti per i
partiti:
3,5 miliardi di lire per il PSI e il miliardo di lire per la DC. Tra la fine del 1991 e il maggio 1992 feci

portare da Chiasso a Roma questo denaro in contanti dai corrieri di fondi neri della Comifin/Fimo. I

soldi per il PSI furono consegnati in strada davanti all' ufficio romano di Pacini Battaglia ad un
inviato

del tesoriere Vincenzo Balzamo. Il denaro per la DC fu portato direttamente alla centrale di partito
in

Piazza del Gesù." (26) Quando nell'aprile 1993 questo caso finì sulle prime pagine dei giornali
italiani,

anche la stampa algerina ne parlò e pubblicò alcuni articoli su Omar Yehia. La procura della
repubblica

di Algeri aprì un'inchiesta e il ministro algerino della giustizia Mohamed Teguia promise di far luce
su

questo caso di corruzione. Se questa sua iniziativa coraggiosa si sia conclusa con successo, non
si è

saputo. Il caso Ipsa 2 riguardava la costruzione di un oleodotto per l'Irak. Durante la guerra Iran-
Irak

del 1986 Saddam Hussein voleva raddoppiare un oleodotto lungo circa 900 km., che trasportava
petrolio greggio iracheno ad una destinazione in Arabia Saudita, fuori della portata dell'artiglieria

iraniana. Quattro consorzi internazionali si contendevano quest'incarico: uno italofrancese


(Saipem,

Snamprogetti, Spie-Capag), uno giapponese-coreano (Mitsubishi, Hyndai), uno statunitense


(Bechtel) e

uno tedesco (Impiantistica Mannesmann). Si trattava di un volume di commesse per un miliardo e

mezzo di dollari, da qui la durezza delle trattative. Infine il contratto concupito andò per metà al

consorzio italofrancese e per metà al consorzio giapponese-coreano. Il 26 marzo 1993 Pacini


Battaglia

confessò ai pubblici ministeri perché Saipem, Snamprogetti e Spie-Capag avevano ricevuto


l'incarico:

il presidente della Saipem Gianni Dell'Orto gli avrebbe assegnato il compito di pagare ad un
mediatore

iracheno una commissione di 16,5 milioni di dollari e 26,5 milioni di marchi. Questo mediatore era

l'iracheno con cittadinanza inglese Nadhmi Auchi, residente a Londra e in Lussemburgo. Auchi era

allora grande azionista della Investmentbank francese Paribas. All'inizio della guerra del golfo egli
controllava il 4,4 % del capitale e il 6,4 % dei diritti di voto. Inoltre possedeva il 20 % della Paribas

Luxemburg e l'8% della società finanziaria Compagnie de Navigation Mixte, che a sua volta
deteneva l'

8 % della Paribas. Tutto questo inquietò moltissimo, nel pieno della guerra del golfo, il
conservatore

"Figaro".(27) Auchi era particolarmente potente in Lussemburgo dove presiedeva la General

Mediterranean Holding (GenMed ), del cui consiglio di amministrazione facevano parte anche

l'avvocato ticinese e fondatore della Fidinam Tito Tettamanti. Del collegamento tra Tettamanti e
Auchi

si parla ancora dettagliatamente nel capitolo 16. Pacini Battaglia fornì un quadro dettagliato della

transazione della tangente con Auchi: "L'iracheno mi ordinò di pagare il denaro alla sua Barsy
Services

a Panama City. Per questo mi servii della mia Projecta a St. Peter Port, Guersney. Il denaro passò

dapprima attraverso una cassa per fondi neri della Saipem, Promoters & Contractors (Vaduz) alla

Projecta. Per giustificare il trasferimento di tanto denaro, Promoters & Contractors avevano
stipulato
con la Saipem un contratto fittizio di consulenza. La partner della Saipem Spie-Capag pagò

direttamente la sua partecipazione alla tangente Auchi direttamente con un finto contratto di
consulenza

con la Projecta. Complessivamente 20,28 milioni di dollari e 31,178 milioni di marchi giunsero alla

Projecta. Di questi pagai 16,5 milioni di dollari e 26,5 milioni di marchi a Auchis Barsy. Con il resto

pagai due milioni di marchi alla Spie-Capag e un milione di dollari li tenni per me. 3,5 miliardi di lire
li

lasciai, su richiesta del presidente dell'ENI Franco Reviglio, a disposizione di Silvano Larini.
Questo

mi ordinò di portare immediatamente il denaro a Roma al tesoriere del PSI Franco Reviglio.

L'operazione si svolse nei primi sei mesi del 1988 con l'aiuto della Fimo di Chiasso".(28)

FATTURE DA BERNA

Nel settembre 1993 la Procura della Repubblica di Milano nominò una commissione speciale per
l'ENI

sotto la direzione del revisore Giorgio Laganà di Monza. Laganà aveva ricevuto dal tribunale ampie

competenze. Egli era autorizzato a richiedere alle società ENI tutti i documenti e le informazioni, a
controllare la contabilità e a sottoporre i "contratti di consulenza " ad un test economico di
plausibilità.

L' ex procuratore Paolo Bernasconi dichiarò nel febbraio 1994 sulla "Neue Zürcher Zeitung" in

relazione al problema delle fatture false: "In base agli atti allegati alle richieste di assistenza
giuridica i

giudici civili e penali svizzeri hanno dovuto prender atto nel 1993 che in Svizzera decine di società

fiduciarie producono ogni anno come per magia infinite fatture fittizie per mascherare pagamenti di

mazzette- onorate conformemente all'importo della fattura".(29) Il presidente dell'ENI Bernabè


ordinò

ai presidenti delle società settoriali di collaborare lealmente con gli ispettori giudiziari, chiamati
dalla

stampa "sceriffi". (30) Sei mesi più tardi la squadra di Laganà aveva scoperto nuovi fondi neri per
circa

70 miliardi di lire (allora circa 70 milioni di franchi) alla Snamprogetti e 12 milioni di dollari alla

Saipem. Inoltre solo alla Snamprogetti furono considerate sospette per formulazioni non chiare
fatture
di più di 37 miliardi di lire: Ad esempio un conto di oltre dodici miliardi di lire per un'analisi

dell'economia energetica russa che la Snamprogetti aveva ricevuto da una società offshore. Più
tardi la

stessa Snamprogetti rivendette il medesimo studio all'Agip e alla Snam.(31) Tra quelle società che

avevano emesso all'ENI fatture, la cui plausibilità economica era considerata sospetta da Laganà,

comparvero anche tre ditte di Berna: la RAD- Trading, la RAD-Tecnica e la RAD-Fiduciaria. A


queste

società è finora riuscito di tener nascosti il contesto, la connessione dei fatti.

CHI C'ERA DIETRO IL GRUPPO RAD?

Presidente delle tre società RAD era Rafic Claude Abdallah Defouni del Cairo.(33) Alla fondazione
di

RAD-Trading (capitale 200.000 franchi), RAD-Tecnica (capitale 200.000 franchi) e RAD Fiduciaria

(capitale 100.000 franchi) nel maggio 1989 egli sottoscrisse il 98% del capitale azionario. Le azioni

furono liberate in base all'iscrizione nel registro commeciale di Berna, mediante pagamento in
contanti

presso il Bankverein di Berna. Quel poco che restava del capitale lo presero i due fiduciari bernesi
Robert Wöhrle e Peter Stampfli, che entrarono a far parte anche dei tre consigli di
amministrazione.

RAD-Fiduciaria e RAD-Tecnica avevano domicilio nella Giacomettistrasse presso l'Altra Fiduciaria,


la

RAD-Trading in Niesenweg 2 pure presso la fiduciaria Altra. Pochi mesi dopo l'insediamento della

commissione speciale dell'ENI, il gruppo RAD si sciolse. Il 25 novembre l'assemblea generale


decise la

liquidazione. Defouni era assente e si fece sostituire da Robert Wöhrle. Liquidatrice era la
fiduciaria

Altra.(34) Fondatore e consigliere d'amministrazione di questa era Robert Wöhrle che dunque
contribuì

a liquidare ciò che nel 1989 aveva contribuito a fondare. Wöhrle è, in quanto bibliofilo con diploma

federale, uno specialista riconosciuto del suo settore a Berna. Come presidente di Altra ritroviamo

Richard Schaefer, presidente della BPG, succeduta alla Karfinco.(35) Secondo le convenzioni
svizzere

un comportamento del genere non era reato. Le linee guida della camera fiduciaria svizzera per la
revisione contabile escludevano espressamente il pagamento illegale di tangenti all'estero dalle
"azioni

delittuose". Anche il consiglio federale dichiarò nel settembre 1993 che solo di rado era possibile

riconoscere tangenti in base ai libri contabili e distinguerle da commissioni legali.(36)

Note:

1) Pacini veniva chiamato dal delegato della Saipem Paolo Ciaccia "il vero dominus occulto della

Snam e dell'Agip". ("L'Espresso", 11.4.93)

2) Croce aveva trasferito il domicilio della società finanziaria Nadex SA da Lugano a Ginevra e
fondato

lì la Orox SA, mentre Pacini Battaglia contemporaneamente fece registrare la società finanziaria

Karfinco al registro commerciale. A Roma i due fondarono una filiale dell' Orox , dove oltre a Pacini

Battaglia e Croce anche il direttore dell' Agip Bruno Cimino e il presidente della SNAM Nicola

Melodia facevano parte del consiglio di amministrazione.

3) Camera dei Deputati, IX. Legislatura, Disegni di Legge e Relazioni, Documenti, p.433
4) Nel 1991 Fritz Von Aesch era consigliere d' amministrazione della Borak SA a Cologny, che

apparteneva al finanziere turco residente a Ginevra Mehemet Karamehmed, la cui Cukurova


holding

comprò la filiale svizzera della BCCI ( vedi p.181).

5) "Panorama", 28. 3. 93

6)Interrogatorio condotto da Antonio Di Pietro il 2. 2. 94

7) Negli anni 1986 e 1987 2,5 milioni di dollari passarono dalle casse dell'ENI ad una Corak Ltd.
senza

visibile contropartita (Verbale dell'interrogatorio di Pacini Battaglia del 2.2.94, p.89)

8) Registre de Commerce, Genève, dossier no. 2423, 1981 (vedi p.107)ù

9) Verbale dell'interrogatorio di Pacini Battaglia, 26.3.93

10) Azionisti fondatori della banca furono Pacini Battaglia e il suo socio Franco Noel Croce con

750.000 franchi per uno, inoltre la Karfinco Holding NV (Amsterdam) di Pacini Battaglia con 13,5

milioni di franchi.
11) Il direttore generale della filiale svizzera della più grande Investment Bank Paribas francese era

allora Michel de Werra. La Paribas (Svizzera) fu fino al 1989 la banca di riferimento della Sasea di

Florio Fiorini, finchè essa passò questo cliente alla concorrente Crédit Lyonnais. Prima di diventare

direttore generale a Ginevra, de Werra si era affermato alla filiale della Paribas a Lugano.
Nell'estate

1995 si svolse a Parigi un'istruzione penale contro il presidente della Paribas André Lévy-Lang per

supposto falso in bilancio.

12) Gherardi era socio della Compagnie Financière du Chateau d'Allaman insieme con il direttore

generale della Paribas Michel de Werra e l'avvocato di Losanna Paolo Gallone. Gallone ha
dichiarato al

giornale "El Pais" all'inizio del 1996 di avere gestito a Losanna società per il presidente corrotto
della

Guardia Civil spagnola. Gallone era anche presidente della Multi Media Consult di Ginevra, del cui

consiglio di amministrazione faceva parte Markus Binggeli della Fidinam Fiduciaire di Ginevra.
13) Il gruppo Cortaillod, nel cui consiglio di amministrazione era presente anche l'ex presidente
della

FDP e presidente della Sasea Yann Richter, appartiene al gruppo industriale francese Alcatel-
Alsthom.

Contro il presidente dell'Alcatel Pierre Suard la giustizia francese indagò per supposti reati
economici.

14) L’insieme degli azionisti con diritto di voto mostrò una composizione leggermente mutata.
Accanto

a Pacini Battaglia e a Croce compare per la prima volta come azionista anche Roger Francis. E
ancora

la casalinga Adelheid Da Empoli-Gautschi di Interlaken, Luigi Paolo Serra di Cassano di Panama


City

e le cinque società panamensi Doren Overseas, Morland Overseas, Morland Finance, Pelter
Business

Corp. e Malden Overseas. Nel consiglio d'amministrazione della Karfinco erano presenti nel 1991
oltre

al presidente Franco Croce e al vicepresidente Pacini Battaglia anche l'ex direttore generale del

Bankverein Hubert Baschnagel, il direttore della Karfinco di Ginevra Marcel Delley e Giovanni

Gilardoni di Roma. C’era poi il consigliere finanziario di Lugano Sergio Bassi, al cui indirizzo (Via
dei

Solari 4) si trovava anche la filiale di Lugano della banca Karfinco.

15) Croce perdette anche i suoi mandati alla Snamprogetti International, la Snamprogetti SA e l'

affiliata della Snamprogetti Comerint, tutte a Ginevra.

16) "Corriere della Sera", 30. 7. 93

17) Anche la composizione di alto livello del consiglio di amministrazione della Fidirevisa,
presieduto

da Schäfer, indica l'importanza dell'uomo dell'Oberland bernese. Vi si trovano accanto all'inglese

Michael Golding di stanza a Milano e Gilberto Zwahlen, presidente della sezione ticinese della
camera

fiduciaria svizzera, residente a Lugano, anche Hansjakob Strickler, direttore di Ringier (?) e
Luciano

Giudici, consigliere d'amministrazione della Banque Bruxelles Lambert (Svizzera ). Schäfer aveva
un

filo diretto anche con la Fidinam di Ginevra: il procuratore della Fidirevisa di Ginevra Christian

Durussel firmava anche come direttore della Fidinam di Ginevra.


18) La Arner Bank era stata perquisita nel dicembre 1994 dalla polizia in relazione ad un affare di

tangenti di Berlusconi (cfr. capitolo 10)

19) Calvi, Fabrizio, e Sisti, Leo: ‘Les Nouveaux Réseaux de la Corruption’. Parigi, p.292

20) Qui basti dir questo: nel 1989 Pacini Battaglia pagò al presidente dell' ENI Sergio Cragnotti per

ordine di Maddaloni una tangente di 5 miliardi di lire (verbale dell' interrogatorio di Pacini Battaglia

del 2.2.94, p.129 segg.). Retroscena era un contratto per la costruzione di un petardo all'etilene,
che la

TPL aveva concluso con l'Enichem, la società precedente l'Enimont. Quando l'Enichem nel 1989 si
fuse

con la Montedison a formare l'Enimont, il nuovo uomo di punta dell'Enimont, Raul Gardini, voleva

togliere il contratto alla TPL. La TPL potè conservarlo solo prchè Maddaloni pagò una tangente al

topmanager di Gardini Cragnotti.

21) Rappaport è anche presidente della Bank of New York - Inter Maritime Bank. I consigli di
amministrazione delle sue società furono da lui dotati di nomi prestigiosi come l'ex consigliere
federale

Nello Celio o il professor Raoul Oberson.

22) Lucio Velo, presidente della Arner Bank, era anche consigliere d'amministrazione della
Norfinsud.

23) Nel dicembre 1988 sottoscrisse 10 azioni con diritto di voto a 100 franchi.

24) La United Overseas Bank (Ginevra) è una Joint-venture della Dresdner Bank e della Banque

Nationale de Paris (BPN).

25) Verbale dell'interrogatorio di Pacini Battaglia, 10.3.93

26) Verbale dell'interrogatorio di Pacini Battaglia, 26.3.93

27) "Le Figaro", 2.4.91

28) Verbale dell'interrogatorio di Pacini Battaglia, 26.3.93

29) "Neue Zürcher Zeitung", 7.2.94

30) "Milano Finanza", 23.9.93


31) "Milano Finanza", 15.2.94

32) Intervista a Giorgio Laganà, giugno 1994

33) Nel marzo 1992 Pacini Battaglia aveva fatto versare una tangente sul suo conto presso la

Allgemeine Bank Nederland, con l'annotazione "Defouni". Il denaro era destinato al socialista
Claudio

Signorile e fu pagato da Enzo Papi, direttore dell'impresa di costruzioni Cogefar del gruppo Fiat.

("L'Espresso", 23.5.93)

34) Era rappresentata dalla Fiduciaria Kristall con potere di firma.

35) A proposito di Richard Schäfer vedi anche p.385.

36) "Neue Zürcher Zeitung", 7.2.94

9 LA CENTRALE DEI FONDI NERI DI FERRUZZI A LOSANNA

"Il mio ruolo nell'ambito del gruppo Ferruzzi consisteva nella gestione di fondi fuori bilancio, sia per
il

gruppo che per la famiglia Ferruzzi"(1). Questa confessione Giuseppe Berlini la fece nell'ufficio del
procuratore Antonio Di Pietro a Palazzo di Giustizia a Milano, quando il 25 luglio 1993 si presentò
con

due grosse valigie piene di documenti e estratti conto bancari. Giuseppe "Pino" Berlini si occupava

allora in qualità di leale amministratore delegato del presidente della Ferruzzi Raul Gardini della
cassa

dei fondi neri a Losanna. Le coraggiose rivelazioni, che fece al pubblico ministero, gettano luce
sulle

consuetudini diffuse in un ambiente che altrimenti resta ignoto ai comuni mortali: la gestione

finanziaria di un ambizioso clan familiare miliardario - in franchi, non in lire ! Grazie ai fondi neri

custoditi da Pino Berlini a Losanna, sia il gruppo Ferruzzi che le casse private delle varie
ramificazioni

dei membri del clan potevano aggirare in tutto il mondo le disposizioni e le leggi dello stato. Pino

aveva creato per la Ferruzzi, in Svizzera, una vera e propria finanza parallela segreta e in ciò si
valeva

solo di collaboratori di prima qualità, come l'ufficio fiduciario KPMG Fides (Losanna) o la Fidinam

Fiduciaire a Ginevra. Della struttura finanziaria in nero di Berlini si parlerà presto dettagliatamente,
ma, come si conviene in questi ambienti, prima di passare alle rivelazioni dell'amministratore
delegato

è il caso di prendere in considerazione il padrone.

FIDUCIANTI IN ITALIA

I Ferruzzi erano da generazioni commercianti di cereali residenti a Ravenna. All'inizio del "miracolo

economico" italiano nei primi anni '50 il presidente fondatore Serafino Ferruzzi entrò nel settore

immobiliare e nel business del cemento (Calcestruzzi, Cementi Ravenna). Nel 1957 il giovane
Raul

Gardini sposò Idina, la figlia del patriarca. Nel corso degli anni '60 e '70, il gruppo Ferruzzi si
espanse

nel settore edilizio e immobiliare italiano e divenne una presenza notevole nel business
agronomico

internazionale con filiali nel mondo intero. Serafino Ferruzzi era considerato allora la
personificazione

degli aspetti migliori del capitalismo familiare italiano: partendo dal commercio di prodotti agricoli

della pianura del Po aveva messo insieme quasi inosservato nella città di provincia di Ravenna un
impero economico di portata mondiale. Rivelatore del suo stile negli affari è l'acquisto del
quotidiano

romano "Il Messaggero", agli inizi degli anni '70. Poiché l'informazione del giornale sul suo gruppo

non gli andava a genio, senza pensarci su si comprò la casa editrice. Il presidente fondatore morì
nel

1979 quando il suo LearJet si schiantò al suolo all'arrivo all'aeroporto di provincia di Forlì. Nuovo

patriarca della Ferruzzi non divenne il primogenito di Serafino, Vittorio, ma il genero Raul Gardini. Il

cognato di Raul, Carlo Sama, e Vittorio Giuliani Ricci, che avevano sposato le altre due figlie di

Ferruzzi, entrarono nel top management dell'azienda a conduzione familiare. Nel corso degli anni
'80

Gardini moltiplicò rapidamente l'eredità di Serafino. Nel 1981 acquistò la Béghin-Say, la più grande

azienda produttrice di zucchero, e la fuse con Eridania, leader italiana nel settore. La sua
posizione nel

settore della stampa fu completata dall' acquisizione della maggioranza delle azioni della stazione

televisiva Telemontecarlo.(2) A metà degli anni '80 rivolse infine l'attenzione al gruppo chimico
Montedison, allora il terzo gruppo industriale privato più importante d'Italia dopo Fiat e Olivetti.

Attraverso prestanome, come Pino Berlini, e soci in affari, come il banchiere francese Jean Marc

Vernes e il finanziere milanese Gianni Varasi, Gardini si accapparrò segretamente le azioni


Montedison.

Nel dicembre 1987 l'acquisizione, condotta in modo scorretto, fu infine perfezionata. Il presidente
della

Montedison Mario Scimberni, che gli aveva creato difficoltà, dovette dare le dimissioni.(3) Poi
Gardini

riunì la Ferruzzi e la Montedison nella Ferfin Holding e trasferì la sede principale da Ravenna a

Milano.

INSPIEGABILI OPERAZIONI FINANZIARIE A ZURIGO

Per prima cosa, Gardini fece redigere un rapporto di revisione esterno su tutte le società
Montedison,

tra queste la Montedison International a Zurigo. La relazione, consegnata nell'autunno 1988,


appurava

operazioni finanziarie inspiegabili soprattutto alla Montedison International NV a Curaçao, nelle


Antille olandesi.(4) Vennero alla luce ad esempio anche contratti di consulenza della Montedison

International NV con la Tradilor di Ginevra. La Tradilor apparteneva a Carlo Massimiliano Gritti, l'ex

presidente del servizio segreto della Montedison, interno all'azienda, nell'era del presidente
Eugenio

Cefis all'inizio degli anni '70. Più tardi Gritti divenne presidente della Montefibre strettamente
collegata

alla Montedison e quando infine Cefis,il suo padre spirituale, si ritirò a Zurigo, se ne andò pure lui
in

Svizzera a Ginevra. Allora Gardini archiviò con discrezione questo rapporto, ma nel corso di

un'operazione segreta trasferì la sede della Montedison International da Zurigo a Lugano-


Viganello.

Dopo il crollo dell'Enimont nel 1989 (vedi p.215 segg.) e una grande speculazione sbagliata con

Sojafutures al mercato a termine di Chicago (5), Gardini ruppe con i discendenti di Ferruzzi Arturo,

Franca e Alessandra. Sua moglie Idina, pure figlia di Severino, restò dalla sua parte e i due si
fecero

liquidare nel 1991 dalla ditta di famiglia con 505 miliardi di lire. (6) Gardini fondò una nuova ditta, la
Gardini Srl, ereditata da suo figlio Ivan. Due anni dopo la grande lite in famiglia, il passato riafferrò

Gardini. Vennero alla luce i suoi affari di tangenti. Il suo complice, il presidente dell'ENI Cagliari,

aveva confessato tutto. In quei giorni caldi del luglio 1993, l'Italia visse la fase più drammatica di
Mani

Pulite: il 20 luglio il presidente dell'ENI Gabriele Cagliari fu trovato morto con un sacco di plastica
sul

capo nella sua cella a San Vittore. Tre giorni più tardi, Raul Gardini si diede la morte con una
pallottola

nel suo appartamento di lusso in Piazza Belgioioso a Milano. Aveva un mandato di comparizione
sul

tavolo e il giorno stesso avrebbe dovuto essere interrogato da Di Pietro. Ciò che non sapeva: era
già

stato firmato il suo ordine d'arresto. Idina, la sua vedova, che era stata sempre molto religiosa,
entrò più

tardi in convento.

FIDUCIARI IN SVIZZERA

Prendiamo ora in esame il leale amministratore svizzero di Gardini. Solo poche ore dopo la morte
dell’imprenditore italiano, gli avvocati di Giuseppe Berlini, residente a Losanna, segnalarono alla

procura di Milano la disponibilità del loro mandante a rispondere alle domande. Ciò che Berlini

ignorava: Di Pietro aveva già firmato anche il suo ordine d'arresto. Dopo che Roberto Magnani, il

direttore generale della finanziaria Ferruzzi, all'inizio di luglio aveva cominciato a cantare, i
procuratori

sapevano del ruolo centrale di Berlini quale "piattaforma girevole dei fondi neri" in Svizzera. L'ex

portiere d'albergo Berlini era stato inviato a Losanna all'inizio degli anni '70 dal presidente
fondatore

Serafino Ferruzzi per sostituire il suo uomo di fiducia Florence Ley Ravello. Berlini creò
rapidamente

una struttura segreta per gli affari finanziari fuori bilancio del vecchio Serafino. La piattaforma
girevole

segreta dei fondi neri Ferruzzi fu amministrata dal 1980 al 1991 dalla Partival SA (domicilio in
Avenue

de Rumine 20 presso la fiduciaria KPMG Fides). L'acquisizione della Partival coincide con l'ascesa
di

Gardini a capo della Ferruzzi. La Partival era già stata fondata nel 1968 con il nome Rapaga e fu
controllata, dal 1975 al 1980, dal finanziere pachistano Mohammed Mir Khan. Consigliere

d'amministrazione della Partival era l'avvocato di Losanna e direttore generale della KPMG-Fides
Eric

Baudat. Il suo mandato finì nel settembre 1986. Dal marzo 1985 Baudat era anche consigliere

d'amministrazione alla Sasea di Florio Fiorini, dal 1989 al 1991 egli firmò come presidente. Altri

consiglieri d'amministrazione della Partival erano Charles-Daniel Pache e François Kirschmann,

uomini della KMPG-Fides. Nell'ottobre 1991 la Partival fu liquidata e, contemporaneamente, Berlini

fondò la Solem Gestion SA, anch'essa domiciliata nella sede della KPMG-Fides. Pache e
Kirschmann

rimasero nel consiglio d'amministrazione dove comparve per la prima volta anche Berlini.

Quest'operazione fece allora capire chiaramente agli addetti ai lavori che Berlini, dopo la scissione
di

Gardini dal gruppo Ferruzzi, era rimasto con il primo. (7) Berlini ricavava i fondi neri o mediante

prestiti delle società legali affiliate alla Ferruzzi, ammortizzate periodicamente nella contabilità
ufficiale come perdita dovuta alle tasse, o mediante i cosiddetti affari "back to back". Vengono
chiamati

"affari back-to-back" i finanziamenti in cui importanti società offrono in segreto garanzie per una

società oscura, rendendola degna di fiducia. Così le società offshore di Berlini avevano credito
presso

le banche solo grazie alle garanzie e fideiussioni di importanti società Ferruzzi. Berlini descrisse in

questo modo ai procuratori le sue tecniche finanziarie: "Per poter eseguire le mie operazioni

economiche in maniera discreta, avevo creato uno schermo protettivo di società offshore. Bisogna

infatti sapere che la legislazione commerciale nelle cosiddette zone offshore è molto generosa:
nessun

obbligo di tenere i libri, esenzione fiscale, segreto bancario assoluto. Su queste piazze si può
operare

senza che terzi possano sapere chi si nasconde dietro le transazioni. Le società offshore si
possono

comprare belle e pronte direttamente in Lussemburgo ma anche in Svizzera, ad esempio a


Ginevra o a

Friburgo, da fiduciari specializzati. Oppore si può farsene fondare una nuova nel corso di una
settimana. Si possono stipulare anche contratti fiduciari e servirsi così di società preesistenti per i
propri

movimenti finanziari bisognosi di discrezione. Le più importanti piazze offshore sono, in base alla
mia

esperienza, le isole britanniche del Canale, le isole Vergini britanniche, Curaçao, Panama, le
Bahamas,

Irlanda e Lussemburgo. Io stesso ho gestito da quattro a cinque società offshore di questo tipo a

Panama e nelle Isole Vergini britanniche. Inoltre mi servivo, per compiti speciali, anche della
Fidinam a

Ginevra, dove collaboravo con il Signor Binggeli".(8)

IL CASO ELOSUA

Un esempio della collaborazione di Berlini con la Fidinam Fiduciaire (9) di Ginevra è il caso
Elosua. Il

retroscena di questo caso è stato illustrato ai procuratori, il 22 novembre 1993, da Renato Picco,

direttore finanziario di Eridania (si chiamava così la più grande impresa italiana produttrice di
zucchero

appartenente a Ferruzzi) come segue: "Elosua è la più grande produttrice d'olio spagnola. Era
controllata dal governo spagnolo, dal Banco Pastor e dalla famiglia Elosua. Nel luglio 1989 i fratelli

Andreas e José -Manuel Elosua resero noto il loro desiderio di vendere la propria partecipazione
del

30%. Il gruppo Ferruzzi, che in Spagna controllava già l'importante ditta produttrice d'olio d'oliva

Koipe, era intenzionato a comprare. Avrebbe tuttavia dovuto fare un'offerta pubblica di acquisto,
perché

la partecipazione da comprare superava il 25%. Inoltre, sarebbe divenuto noto il controllo della
Koipe

da parte della Ferruzzi che avrebbe dominato il mercato spagnolo dell'olio d'oliva e sarebbe
entrata in

conflitto con le leggi antimonopolio. Stando così le cose, 448.071 azioni Elosua furono rilevate
dalla

Fidinam.(10) Il dott.Gardini mi aveva detto, allora, che Berlini mi avrebbe fatto conoscere il nome

della società acquirente, che mi fu poi indicato come Fidinam, una nota società fiduciaria

internazionale. 420.000 azioni furono comprate su incarico del [banchiere francese] Jean Marc
Vernes
dalla [banca francese] Paribas."(11) Berlini stesso aveva fatto luce già il 15 settembre 1993 sul
caso

Elosua: "Dal luglio al novembre 1989 comprai con la mia struttura, su ordine del Dott. Gardini e del

direttore dell'Eridania Renato Picco, 450.000 azioni Elosua del valore di ca. 36 milioni di dollari. Lo

scopo di quest'operazione era l'entrata dissimulata della Ferruzzi in Elosua per impedire un rialzo
delle

quotazioni alla borsa di Madrid. Più tardi, la mia struttura cedette queste azioni al gruppo Ferruzzi".

(12) Alcuni mesi dopo questi acquisti mascherati, Gardini cominciò a trattare con il governo
spagnolo

su un'offerta pubblica di acquisto per la Elosua, cosa che non portò tuttavia ad alcun risultato.
Infine la

Koipe comprò nel giugno 1991 il 24,9 % della Elosua, il massimo consentito secondo la legge dei

cartelli senza offerta pubblica di acquisto, vale a dire 448.071 azioni della Fidinam e 298.929 della

Paribas. Nel settembre 1992 si pervenne infine con successo ad un’offerta comune di acquisizione
della

Koipe e della statale Tabacalera per Elosua. Purtroppo però il prezzo delle azioni dell'offerta era
più
basso di quello che la Fidinam aveva pagato al suo acquisto fiduciario per Gardini. "Nel novembre

1992 Berlini mi comunicò che il saldo dell'operazione Fidinam era stato negativo".(13) Dopo delle

trattative, la Ferruzzi risarcì infine alla Fidinam una parte delle perdite per l'operazione fiduciaria.

UN BUCO DI MILIONI A LUGANO

Il 28 giugno 1993, appena un mese prima della scomparsa di Cagliari e Gardini, Carlo Sama,
delegato

del consiglio di amministrazione, rese nota del tutto inaspettatamente all'assemblea generale della

Montedison una perdita di 742 miliardi di lire per la Montedison e di 1.697 miliardi per tutto il
gruppo

Ferruzzi-Montedison e annunciò le sue dimissioni. A Lugano era venuto alla luce poco prima un
buco

di 320 miliardi di lire alla Montedison International (Lugano-Viganello). (14) Spiegazione: crediti

irrecuperabili. Più tardi la cifra aumentò ulteriormente fino a 435 miliardi di lire. (15) Concretamente
il

buco in bilancio era emerso alla Financing and Investments NV (FAI) a Curaçao nelle Antille
olandesi,
un'affiliata della Montedison International a Lugano-Viganello. La Montedison International
(capitale:

834 milioni di franchi) era presieduta allora dal manager della Ferfin Romano Venturi.
Vicepresidente

era il consigliere d'amministrazione della Kreditbank, Hanspeter Bruderer, consigliere

d'amministrazione e direttore generale era Emilio Binda, consiglieri d'amministrazione erano il

consigliere d'amministrazione della Karfinco, Hubert Baschnagel, il vicepresidente della Banca del

Gottardo, Francesco Bolgiani, Alberto Ferrari, il direttore generale della SBG Karl Janjöri e il noto

avvocato d'affari Carlo Sganzini, socio dello studio dell'ex procuratore Paolo Bernasconi.

LA REVISIONE CURATOR DORMIVA

Quando un grande gruppo industriale come la Montedison il giorno dell'assemblea generale è


costretto

a rivelare una perdita di miliardi, di cui fino allora non si sapeva nulla, può essere che i revisori

contabili, che nelle società per azioni sono responsabili della contabilità regolare, non siano
all’altezza
del loro compito. La revisione della Montedison era affidata alla Price Waterhouse, il cui
collaboratore

Matteo Dunatov certificava i bilanci di Montedison e Ferruzzi finanziaria. "Dov'erano i revisori?" si è

chiesto "L' Espresso". Dunatov: "In un gruppo così ramificato la Price non poteva fare tutto da sola.

Numerose società erano controllate da altri revisori, ad esempio la Deloitte , la Reconta o l'Arthur

Andersen. E noi coordinavamo tutto. La società in cui si è presentato il buco era stata esaminata
dalla

Curator Zuerich. "Espresso": E che cosa le ha scritto la Curator? Il signor [Ernst] Esslinger ci ha
inviato

il suo attestato incondizionato che tutto era in ordine. - E ora, avete richiesto chiarimenti? -
Cerchiamo

di capire tutto meglio e riesaminiamo le nostre precedenti valutazioni. Se Esslinger dichiara di

conoscere la Financing and Investments NV, che non figura nell'elenco delle società da
consolidare,

deve anche sapere a chi questa società ha prestato denaro". Interpellato a questo proposito dall'

"Espresso", Ernst Esslinger disse lapidario: "La Financing and Investments è stata sempre una
società
poco attiva". (16) Il 30 agosto 1993 la società di revisione Deloitte & Touche produsse la relazione

analitica sulla Montedison International a Viganello, richiesta dal nuovo uomo di punta della

Montedison, Guido Rossi. In essa la Financing and Investments NV si rivela una rilevante
interfaccia

tra la Ferruzzi-Montedison legale e la cassa fuori bilancio di Giuseppe Berlini: "Secondo


informazioni

della direzione della Montedison International (Viganello) l'operazione Fal faceva parte di quelle

transazioni che sono state compiute per ordine dei massimi esponenti della Ferruzzi-Montedison a

favore di terzi sconosciuti. Dal dicembre 1988 all'ottobre 1992, la Montedison International NV,

Curaçao, ha concesso crediti straordinari a terzi, estranei alla Montedison. Questi finanziamenti
furono

accordati a banche, per cui usualmente valevano convenzioni che permettevano a terzi l'accesso
alla

somma in questione, o furono concessi direttamente a terzi. Ad esempio, a Clubeira Establishment

Eschen, Fürstentum Liechtenstein; Etablissement Valina / Fidinam Fiduciaire SA, Ginevra (17);
Wesex,
Panama; Greengage Investments Ltd. Tortola, British Virgin Islands; Yerovi SA, Panama. Una
parte di

queste società collaborava anche con la Ferruzzi Trading International SA. I motivi di questi

finanziamenti non risultavano dai documenti presi in esame. La direzione della Montedison

International [Lugano], che predisponeva materialmente le relative somme, ha dichiarato di non


aver

conosciuto né il motivo del pagamento né il destinatario finale e di aver agito per ordine dei
massimi

esponenti della Ferruzzi-Montedison. Il collegamento di questi finanziamenti con convenzioni

fiduciarie a favore di terzi non risulta né dal bilancio della Montedison International NV nè dal conto

consolidato della Montedison SpA di Milano."(18) Giuseppe Berlini ha confermato le indicazioni di

Deloitte & Touche. Interrogato dal procuratore Di Pietro, nominò 23 società con cui nel corso del

tempo aveva compiuto transazioni per la famiglia e per il gruppo Ferruzzi. A questi nomi ha
aggiunto

quelli delle più importanti banche a cui ogni società appoggiava le proprie operazioni finanziarie.
(19)
Nell'aprile 1994 la Montedison ha intentato un’azione legale contro Price Waterhouse per carenze
nel

controllo durante la decennale attività di revisione, dal 1983 al 1992, e chiesto il risarcimento-danni
di

più di 1.000 miliardi di lire (allora circa 850 milioni di franchi). Il 18 giugno la Ferruzzi Finanziaria

replicò con un'analoga denuncia contro la Price per 650 miliardi di lire. Furono queste le prime
grandi

azioni giudiziarie a chiarimento delle responsabilità nel controllo delle società di revisione in Italia.
(20)

La Curator svizzera invece, che revisionava la Montedison International Holding di Lugano, restò al

riparo da una denuncia, ma perdette il mandato di revisione che passò alla Deloitte & Touche
Experta.

Fondatore e uomo di punta della Curator, un gruppo quanto mai ramificato, era il ticinese Giancarlo

Cappello, che abitava in un sobborgo di Zurigo. (21) Fino al 1990, Cappello fu anche presidente
della

Revisione Curator prima che gli succedesse Ernst Esslinger. (22) Diversamente dalla Price
Waterhouse,

che a causa della sua attività per la Montedison in Italia dovette subire molti attacchi della stampa
e una

denuncia miliardaria, la Curator fu risparmiata da critiche.(23) Strano veramente, se si pensa che i

rendiconti annuali di gestione della Montedison International, da questa esaminati e convalidati,

secondo le confessioni dei suoi massimi dirigenti, contenevano sempre, dal 1984 al 1992,
movimenti di

fondi neri fino a cifre miliardarie. In Svizzera, la prassi della revisione ostacola la lotta ai reati

economici. Questa era la conclusione di una dissertazione di San Gallo sul ruolo dei

revisori contabili nella scoperta di crimini economici. (24) Ciò può essere spiegato chiaramente con

l'esempio della Revisione Curator. Per circa venti anni Cappello o i suoi manager controllarono
diverse

affiliate svizzere del gruppo statale ENI e la Montedison di Raul Gardini. Cappello faceva

contemporaneamente parte anche di alcuni consigli di amministrazione ENI in Svizzera. Per tutti
questi

anni, l'ENI e la Montedison furono tra le società più corrotte in Italia. Tangenti di molte centinaia di

milioni di franchi passarono per le casse delle loro affiliate svizzere. Ma di questo i revisori della
Curator non si interessavano. Conformemente alle direttive della camera fiduciaria svizzera, la
scoperta

della criminalità economica non è l'obiettivo di un normale controllo del bilancio annuale da parte

dell'istituto di revisione. Inoltre, come già ricordato, questi principi stabiliscono che il pagamento

illegale di tangenti o l'infrazione di disposizioni in materia di diritto tributario sono espressamente

escluse dalla categoria delle azioni delittuose. Finchè questi principi di revisione superati non
saranno

sostituiti da norme più severe, le pecore nere tra i fiduciari svizzeri avranno via libera. Questo
incide

tanto più negativamente in quanto è aumentata l'importanza della lotta ai reati economici mediante
la

revisione, da quando il paragrafo sul riciclaggio di denaro rende difficile l'utilizzo del sistema
bancario

per legalizzare il denaro sporco. Se i riciclatori operano in nome di società di copertura con finti
affari e

ricevute falsificate, possono semmai essere d'aiuto solo tecniche di controllo di più facile uso.

ENIMONT: "LA MADRE DI TUTTE LE TANGENTI"


Il presidente della Ferruzzi Raul Gardini può rivendicare di avere pagato la tangente più alta
d'Italia, "la

madre di tutte le tangenti". Nel 1989 ENI e Ferruzzi-Montedison decisero di fondersi con il nuovo

nome di Enimont. Ogni partner della Joint-venture doveva tenere il 40% delle azioni Enimont, il

restante 20% era destinato al libero mercato. Gardini non si attenne ai patti e fece comprare

segretamente in borsa azioni Enimont dai suoi alleati (25) In questo modo controllò infine il 51% di

Enimont. Gardini voleva quindi assumere il potere, cambiare il consiglio di amministrazione e

allontanare dal management gli uomini dell'ENI. Il piano fallì. Il 9 novembre il presidente del
tribunale

di Milano Diego Curtò ordinò il sequestro delle azioni Enimont di Gardini e dell' ENI e convocò

l'avvocato socialista e consigliere d'amministrazione della Banca Commerciale Italiana Vincenzo

Palladino dall'amministratore fiduciario di queste azioni. (26) Gardini capì che l'ENI, controllata dai

socialisti, non gli avrebbe ceduto mai il dominio esclusivo sull'Enimont. Il 22 novembre rese nota la
vendita all’ENI della sua quota Enimont del 40%. Nei 13 giorni tra il 9 e il 22 novembre, l'ENI e

Ferruzzi si erano accordati. L'ENI era disposta a pagare per le azioni un prezzo di riacquisto

maggiorato: 2.805 miliardi di lire. Affinchè i politici e i grandi partiti sostenessero questo mercato
delle

vacche, Gardini avrebbe distribuito una tangente ammontante a 130 miliardi di lire (allora più di
cento

milioni di franchi). Di fatto questo sporco affare equivaleva ad un furto ai danni del patrimonio
statale

italiano e del contribuente fiscale italiano. Giuseppe Berlini, Giuseppe Garofano, Carlo Sama e il

presidente finanziario della Montedison, Roberto Michetti, hanno rivelato nei dettagli ai pubblici

ministeri la storia di questa enorme tangente. Il direttore finanziario Michetti propose di pagare la

mazzetta ai socialisti attraverso la Montedison International NV, Curaçao, che aveva nelle sue
casse tra

i 15 e i 20 milioni di dollari. Michetti prese contatto con il direttore finanziario dell'ENI, Enrico

Ferranti. Questo gli indicò la Allied Engineering Ltd. (Londra) che avrebbe emesso una fattura falsa

alla Montedison International, che lui Michetti avrebbe pagato. Il denaro passò così dalla
Montedison

all'ENI. La Allied era una società del tesoriere dei fondi neri dell'ENI Pacini Battaglia e veniva
diretta

dal suo collaboratore Roger Francis. (27) Francis inviò, come ordinato, una fattura della Allied per
più

di 10,5 milioni di dollari alla Montedison International NV, che fu pagata prontamente il 17 gennaio

1991. Quindi Pacini Battaglia, secondo le indicazioni del direttore finanziario dell'ENI Ferranti,

distribuì il denaro al partito socialista e a diverse persone nell'ambito di influenza dei socialisti
come ad

esempio il direttore dell'ENI Gabriele Cagliari. Con ciò Berlini e Pacini Battaglia avevano suddiviso

con successo la quota della tangente Enimont spettante ai socialisti.

I PECCATI DELLA BANCA VATICANA

I pagamenti alla Democrazia Cristiana erano di competenza dei due uomini di fiducia di Gardini,

Sergio Cusani e Luigi Bisignani. La raccolta fondi per la quota di questa tangente passò per affari

immobiliari fittizi di Gardini a Roma a carico della Montedison. I fondi così procurati figuravano in
forma di cosiddetti CCT. I CCT sono obbligazioni di cassa della Repubblica italiana al portatore e

avrebbero potuto compromettere i loro destinatari, mediante il numero di serie, se fossero stati
venduti

ad una banca. I democristiani insistettero per avere denaro contante. Poiché Cusani, l'uomo di
fiducia di

Gardini, aveva buoni rapporti con il Vaticano e con la banca vaticana IOR, il procuratore Di Pietro

suppose che lo IOR avesse riciclato una parte delle tangenti Enimont, vale a dire cambiato i CCT
in

denaro contante. Nell'ottobre 1993 Di Pietro presentò al Vaticano una richiesta di assistenza
giuridica.

Senza grande speranza, in verità, perché Pio Cipriotti, giudice supremo del Vaticano, non l’aveva
mai

concessa prima alla giustizia italiana. Già dopo il crollo del Banco Ambrosiano nell'anno 1982 il
Santo

Padre aveva rifiutato la collaborazione e aveva protetto Paul Marcinkus, l'arcivescovo a capo dello

IOR, gravemente incriminato. Karol Wojtyla preferì vendere il Banco di Roma per la Svizzera, filiale

IOR, alla SBG e rabbonire i creditori danneggiati dell'Ambrosiano con i 241 milioni di dollari così
ricavati. (28) Nel 1987 il papa rifiutò una richiesta di estradizione a Milano dell'arcivescovo

Marcinkus, richiamandosi ai patti lateranensi, stipulati con Mussolini nel 1929. Ma nel dicembre
1993

il Vaticano, suscitando lo stupore generale, ebbe un ripensamento e, per la prima volta nella sua
storia,

concesse assistenza giudiziaria all'Italia in un caso di corruzione. E si trattò di una sorta di


confessione

che rivelò che anche nella Banca vaticana si pecca. (29) Sergio Cusani aveva collaborato con
Luigi

Bisignani che fungeva, senza legami con altri, da intermediario con il Vaticano. Bisignani era una

figura pittoresca: giornalista dell'agenzia ANSA, membro della P-2 e consigliere di Licio Gelli,
lavorò

più tardi come uomo di collegamento di persone potenti, come Giulio Andreotti, con il Vaticano. Era

anche buon amico dell'amico di Andreotti Lamberto Dini, più tardi direttore generale della Banca

d'Italia e presidente dei ministri italiano. Dal 1989 Bisignani lavorò anche come "consulente
esterno" di
Raul Gardini. Bisignani, Cusani e il manager della Ferruzzi Carlo Sama, trattarono con monsignor

Donato de Bonis, presidente dello IOR, la fondazione dell'Istituto San Serafino con domicilio
presso lo

IOR. Scopo della fondazione doveva essere quello di versare ai partiti italiani e ad altre opere

caritatevoli generosi contributi. Bisignani riempì la cassa della San Serafino con obbligazioni statali
da

riciclare. Una parte del controvalore delle obbligazioni lo ricevette dallo IOR in contanti. (30) I
partner

della trattativa erano in stretti rapporti anche a livello personale. Monsignor De Bonis aveva unito in

matrimonio in Vaticano il manager della Ferruzzi con Alessandra Ferruzzi, la figlia erede del
gruppo

industriale. Dopo che si era dimesso da presidente dello IOR, nel settembre 1993, il papa nominò

Monsignor De Bonis prelato dell'Ordine di Malta.

MERCHANTBANK CRAGNOTTI & PARTNERS

Abbiamo già appreso da alcune testimonianze che gli acrobati della finanza pensano volentieri per

"strutture", che oltrepassano paesi e legislazioni, eludono governi e parlamenti. Non si


preoccupano di

limitazioni economico-politiche nazionali. Sono instabili come il capitale che le attraversa.


Cambiano

sempre nome, domicilio, forma giuridica e personale - in totale conformità con le esigenze del
giorno.

Ad una buona "struttura" si addicono amministratori leali perché bisogna sfruttare al massimo ogni

pertugio. Al di là di tutti gli intrecci organizzativi, una "struttura" è una rete di persone e di fedeltà

mafiose. Un esempio è la "struttura Cragnotti & partners". Sergio Cragnotti era un manager in
carriera

della Ferruzzi nel settore finanziario e negli anni '80 era considerato il braccio destro di Raul
Gardini.

Nel 1990 comprò alla Matsack UK Ltd. di Londra nella Dublino irlandese una società di comodo
senza

impiegati di nome Standuff Limited, nel cui consiglio di amministrazione egli entrò con il suo

collaboratore Paolo Opromolla. Più tardi anche Giuseppe Berlini, tesoriere dei fondi neri Ferruzzi a

Losanna, e Jean Marc Vernes, alleato di Gardini in Francia, entrarono nel consiglio di
amministrazione
Standuff. A metà del 1991 la Standuff cambiò nome in Cragnotti & Partners. Da Raul Gardini,
Arturo

Ferruzzi e Carlo Sama in giù, l'intero top management responsabile degli affari finanziari
internazionali

della Ferruzzi - Montedison entrò nel consiglio di amministrazione, non escluso l'uomo di fiducia di

Gardini, Sergio Cusani .(31) Già nel febbraio 1991 Cragnotti aveva fondato a Lugano la Cragnotti
&

Partners, Services, con domicilio nello studio legale Sganzini & Partner. A questa società seguì nel

marzo 1991 la Cragnotti & Partners Finance, pure a Lugano. Del consiglio di amministrazione della
C

& P Finance facevano parte l'allora consigliere nazionale ticinese FDP Geo Camponovo di
Chiasso,

l'avvocato Carlo Sganzini, il manager della Ferruzzi-Montedison Paolo Opromolla e il presidente


della

Curator, Giancarlo Cappello. (32) Presidente della Cragnotti & Partners Finance era Roberto
Marziale,

consigliere delegato della Montedison International a Viganello. Marziale era, allora, nonostante
avesse
appena 30 anni, un esperto specialista finanziario internazionale. Aveva cominciato nel 1984 come

praticante presso la Ferruzzi Services a Ginevra, era passato nel 1987 alla Montedison Finance
Lugano,

prima di diventare presidente della Montedison International. Marziale era anche consigliere

d'amministrazione di Fal NV (Curaçao), dove, nel 1993, si era prodotto il buco già descritto di 320

milioni di lire. Inoltre Marziale era presidente finanziario della filiale Enimont a Lugano-Viganello.

Quando nell'estate 1993 le pustole purulente si aprirono e Cragnotti entrò a far parte dei sospettati
nello

scandalo Ferruzzi-Montedison (33), il più scaltro Marziale se ne era già andato alla C&P. Nel
maggio

1991 era stata fondata la Cragnotti & Partners Capital Investment Luxemburg. Azionista principale
di

questa Joint- venture era la C&P ( Dublino) con il 45 %, inoltre quasi due dozzine di banche
famose

detenevano quote di minoranza: ad esempio lo Schweizerische Bankverein l '8,1 %, la Rabobank

(Svizzera) il 6,1 %, il Banco di Napoli il 5,1 % e il Crédit Lyonnais il 3,7 %. Del consiglio
d'amministrazione facevano parte Giuseppe Garofano, manager della Montedison-Ferruzzi,
Roberto

Michetti e Paolo Opromolla. Mancavano Gardini e Cragnotti, dopo la rottura di Gardini con la
famiglia

Ferruzzi. I consiglieri d amministrazione svizzeri erano l' avvocato di Lugano Lucio Velo, Robert

Villiger, legato al Bankverein e Hans C. Schulthess, uomo della fiduciaria Fides (34). Che la C&P

Capital Investment lussemburghese avesse grandi progetti, lo mostra l'entrata di Stanislas


Yassukovich

nel consiglio di amministrazione. Negli anni '70, Yassukovich era la superstar degli euromercati e

divenne più tardi presidente dell'associazione londinese di categoria Securities Association. Egli

avrebbe dovuto procurare credibilità e rispettabilità alla C&P a Londra. All'inizio del 1994,

Yassukovich lasciò di nuovo la C&P.(35) La C& P ha retto al tifone Mani Pulite, anche se
fortemente

ridimensionata.

C'E' VITA DOPO ENIMONT?

Dopo aver comprato nel 1994 le aziende alimentari IRI Cirio Polenghi De Rica (conserve,latte),
allora

privatizzate, Cragnotti annunciò sulla stampa il suo ritiro dagli affari finanziari. Diventò un
industriale

romano e si dedicò all'incarico di presidente dell’AS (Associazione sportiva) Roma e al


"Messaggero",

un giornale che aveva rilevato dai Ferruzzi dopo il loro crollo. Cragnotti non ha tuttavia interrotto
del

tutto i rapporti con la C&P da lui creata. I tre procuratori della sua Cirio International BV,
Amsterdam,

filiale di Lugano, e precisamente Gianni Patuzzo, Daniele Poggi e Raffaele Riva, firmano tutti e tre

anche come procuratori della C&P Finance (Lugano). Poggi è inoltre procuratore della succursale
di

Lugano della società Cragnotti Compagnia Mobiliare SpA a Roma. L' ex presidente della C&P
Roberto

Marziale ha dato le dimissioni e ha fondato la società finanziaria Sagres da lui presieduta.


Consiglieri

d'amministrazione della Sagres sono: Lucio Velo, consigliere d' amministrazione della C& P in

Lussemburgo, il socio di Velo Andrea Balerna (direttore della TS Truster) e Brunello Donati
(consigliere d'amministrazione della Atlantis di Friburgo). Del consiglio di amministrazione della

Sagres fa parte anche Silvano Grassi (direttore della filiale di Lugano della Società Finanziaria

Chimica, una filiale dell'Enichem). Con ciò risulta chiaro che l' ENI non nutre alcun risentimento nei

confronti dell' ex manager della Ferruzzi-Montedison Marziale. Che il rapporto tra ENI e
Montedison

sopravvivesse anche alla terribile avventura Enimont, costata la vita a due grandi presidenti, Raul

Gardini e Gabriele Cagliari, lo dimostra il consiglio d'amministrazione della C&P Services (Lugano).

Qui sedevano tranquillamente uno accanto all'altra al tavolo delle sedute, alla fine del 1995, la

rappresentante dell'Enichem Fiamma Bindella e l'uomo della Montedison Fabio Gaggini. Si

scambiavano solo ricordi? Ci farebbe veramente piacere sapere che affari venivano qui trattati.

Note:

1) Verbale dell'interrogatorio di Giuseppe Berlini, 25.7.93

2) Telemontecarlo fu venduta più tardi all'imprenditore e politico fiorentino Mario Cecchi Gori, che
negli anni '90 divenne un imprenditore mediatico.

3) "L'Unità", 8.12.93. Nel dicembre 1993 Mario Schimberni fu arrestato dai procuratori di Mani
Pulite

per sospetto di falso in bilancio e finanziamento illegale dei partiti. L'accusa era che tra il 1984 e il

1987, prima che Ferruzzi rilevasse la Montedison, egli avesse aumentato i fondi neri alla
Montedison

International svizzera, usati probabilmente per corrompere i politici, a 500 miliardi di lire.

4) "Panorama", 31.12.93

5) Nel 1989 Gardini aveva cercato di mettere alle corde ("corner") il mercato della soia di Chicago
con

l'impiego di circa 350 milioni di dollari. Il termine tecnico, tratto dal linguaggio della borsa, significa

acquisire tanti Futures (diritti d'acquisto del prossimo raccolto di soja), così che la libera offerta

divenga troppo limitata e il prezzo della soja si alzi. Per cui Gardini, in una vendita controllata,
avrebbe

potuto valorizzare i suoi Sojafutures (diritti d' acquisto ad un prezzo più basso fissato prima). Ma la
prassi di mettere alle corde ("corner") un mercato, mediante un massiccio intervento, è vietata in
base

al regolamento del CBOT (Chicago Board of Trade). Il presidente del CBOT Karsten Mahlmann

costrinse Gardini a liquidare in perdita gran parte delle sue posizioni. Si dice che con ciò la
Ferruzzi

abbia perduto 350 milioni di dollari. Una parte di queste perdite Gardini le nascose nella struttura

segreta di Berlini. Dopo la sua morte questi buchi vennero alla luce seminando sgomento tra gli

azionisti di minoranza della Ferruzzi.

6) Nuovi presidenti divennero, accanto ad Arturo Ferruzzi, Carlo Sama e Vittorio Giuliani Ricci,

sposati entrambi, come Gardini, con figlie del patriarca Serafino. Dopo i grandi scandali del 1993,
la

famiglia Ferruzzi fu estromessa dal gruppo. Questo fu risanato e ristrutturato con successo dal
manager

Guido Rossi, sotto la responsabilità della Mediobanca milanese.

7) Anche il presidente della Montedison Giuseppe Garofano, arrestato a Ginevra il 16 luglio,


confermò
nelle sue dichiarazioni l'importante ruolo di Berlini.

8) Verbale dell'interrogatorio di Giuseppe Berlini, 25. 7. 93, foglio n.5

9) Markus Binggeli era nel 1995 presidente della Fidinam Fiduciaire (Ginevra). Del consiglio di

amministrazione facevano parte Tito Tettamanti, Rolf Macchi e Jean Steiner. Nel management

firmavano Christian Durussel, Luis Arias, Patrice Aubry e Peter Wyss, la revisione era compiuta da

Fidirevisa SA.

10) Alla stampa ticinese quest'operazione non era rimasta ignota. Il 4.10.89 il "Giornale del
Popolo"

scrisse che l'acquisto di azioni era avvenuto per via fiduciaria per un importante cliente italiano,

probabilmente il gruppo Ferruzzi.

11) Verbale dell'interrogatorio di Renato Picco, 22.11.93

12) Verbale dell'interrogatorio di Giuseppe Berlini, 15.9.93

13) Verbale dell'interrogatorio di Renato Picco, 22.11.93


14) Come già ricordato, era emerso in questa ditta già nel 1988 un buco di 500 miliardi di lire, di
cui fu

attribuita la responsabilità all'allora capo della Montedison Mario Schimberni.

15) "L'Espresso", 11.7.93

16) ”L’Espresso”, 11.7.93

17) L'Istituto Valina (Etablissement Valina) ha una storia movimentata. Fu fondato nel 1935

dall'austriaco Helmuth Merlin, allora vicepresidente del famoso Praesidial- Anstalt di Vaduz. Nel
1979

Merlin fu sostituito nel consiglio di amministrazione da Markus Binggeli (Ginevra) e da Alfred


Hasler

(Vaduz). Binggeli era allora un ambizioso dirigente della filiale ginevrina della società fiduciaria

Fidinam di Tito Tettamanti, Hasler era, dall'inizio degli anni '60, il più importante uomo di fiducia
della

Fidinam in Liechtenstein. Già nel 1982 Binggeli e Hasler lasciarono la Valina e furono sostituiti da

Hannelore Donhauser e Edwin Nutt (entrambi di Vaduz). I due diedero a loro volta le dimissioni nel
1988 a favore di Markus Hasler (Vaduz). (Per la storia della Fidinam vedi cap.16)

18) Assemblea Montedison SpA, Milano del 30 agosto 1993: Stralci del rapporto Deloitte &
Touche,

Gruppo Montedison International Holding Company

19) I nomi di queste 23 società e delle loro banche di riferimento sono: Carelle SA (Panama),
banche di

rif.: Indosuez (Luxemburg), BSI (Ginevra); Yerovi SA (Panama), banche di rif.: Indosuez

(Lussemburgo), UOB (Lussemburgo), BSI (Nassau); Etablissement Valina SA (Vaduz), banca di


rif.:

BSI (Ginevra); Wesex Investment Inc.(Panama), banche di rif.: S.E.B.(Lussemburgo), UOB

(Lussemburgo), Bank Leu (Ginevra); Honil Ltd.(Isola di Man), banche di rif.: CCF (Ginevra), UOB

(Lussemburgo), Paribas (Nassau; Lamerton Holding Inc.(Panama), UOB (Lussemburgo), Indosuez

(Lussemburgo); Amapola R.Estate Est.(Vaduz), banca di rif.: UOB (Lussemburgo); Xoil


Corporation

(Panama), banca di rif.: Banca del Gottardo (Nassau); Kiwexim(Panama), banca di rif.: BSI
(Ginevra);
Esib Smile (Vaduz), banca di rif.: BSI (Guersney); Sofilu Inc.(Panama), banca di rif.: BIL

(Lussemburgo); Clubeira Est.(Panama), banca di rif.: Banca del Gottardo (Lussemburgo); Fidinam
SA

Ginevra, banca di rif.: BSI (Ginevra); Gratisalz SA (Panama), banca di rif.: BSI (Ginevra);
Greengage

Inv.Ltd.(Panama), Banca di rif.: Indosuez (Lussemburgo); Participations Européennes SA

(Lussemburgo), banche di rif.: Indosuez (Lussemburgo), UOB (Lussemburgo); Luxembourg


European

Investment Holding SA (Lussemburgo), banche di rif.: UOB (Lussemburgo), Bank Leu (Ginevra),

Compagnie Internacional de Industria y Comercio (Paraguay), banca di rif.: Bank Leu (Ginevra);
Zinal

Corporation,(Panama), banche di rif.: Bank Leu (Ginevra), BSI (Ginevra); Cross Hill Investments

(Panama), Banca di rif.: BSI (Ginevra); Faltet SA (Panama), banca di rif.: DG Bank (Ginevra);
Onley

Inc.(Lussemburgo), banca di rif.:BIL (Lussemburgo); Union Securities (Lussemburgo), banca di rif.:

BIL (Lussemburgo).
20) A livello internazionale la Price Waterhouse era già abituata a queste accuse. La società aveva

convalidato per anni il bilancio alla malconcia e criminale Bank of Commerce and Credit
International

(BCCI), finchè l'istituto nel giugno 1991 fu chiuso improvvisamente dalle autorità. I liquidatori della

BCCI, Touche & Ross, hanno perciò sporto denuncia contro Price e Waterhouse. Nel giugno 1994

presso un tribunale australiano si iniziò un'azione legale di 1,1 miliardi di dollari australiani. Si
trattava

qui del collasso della South Australia State Bank, i cui bilanci erano stati controllati dalla Price

Waterhouse.

21) Come già ricordato, Cappello faceva parte anche dei consigli di amministrazione di numerose

affiliate svizzere dell' ENI. E anche del consiglio di amministrazione della Enichem Finance - che

veniva controllata dalla Curator Revision- e della Enimont International (Lugano), l'affiliata svizzera
di

quella Joint-venture tra Enichem e Montedison, e ancora di Cragnotti & Partners (Lugano), la

Merchantbank fondata dal braccio destro di Gardini.


22) Altri mandati di consiglio d'amministrazione di Ernst Esslinger: Aerpat AG ( Zug); Girofina AG

(Zug); Industrial Machinery Company (Zug); Curator & Horwath AG (Zurigo). (Fonte: Orell Füssli/

Teledata: Die Schweizer Wirtschafts-CD-ROM. Version 1996/1, giorno: 1.8.95

23) Un articolo sul ruolo della Curator apparve l'11 ottobre 1993 nel "Wall Street Journal Europe".

24) Gisler, Markus : ‚Wirtschaftsdelikte - Herausforderung für die Revision’. (‘Reati economici- Una

sfida per la revisione’), Zurigo, 1994

25) L'11 % della quota libera lo accaparrarono fiduciariamente per Gardini la Investmentbank

Prudential Bache statunitense, l'amico finanziere Gianni Varasi e il partner francese di Gardini,
Jean

Marc Vernes.

26) Il presidente del tribunale Curtò e Palladino finirono entrambi in prigione nel settembre 1993

perché erano stati compensati con tangenti per aver favorito l'ENI.

27) "L'Espresso", 15.8.93


28) La SBG diede alla banca acquistata il nuovo nome di Banco di Lugano.

29) Oltre che nello scandalo Enimont, il Vaticano era implicato in altri affari di tangenti. Al centro
c'era

il corrotto cardinale Fiorenzo Angelini, nel cui ufficio il pittore comunista italiano Renato Guttuso,

poco prima della morte, passò alla fede cattolica. Dal 1970 Angelini era responsabile del settore
sanità

in Vaticano ed era inoltre presidente dell'associazione italiana dei medici e dei farmacisti. Egli

interveniva di volta in volta presso Duilio Poggiolini che, nel ministero italiano per la salute, era

responsabile dell'accettazione dei farmaci. Le ditte farmaceutiche che lo corrompevano,


ottenevano che

le loro nuove medicine comparissero subito nella lista dei farmaci mutuabili. (vedi p.56 segg.)

30) Calvi, Fabrizio et Sisti, Leo: ‘Les Nouveaux Réseaux de la Corruption’ . Parigi, 1990, p.238

31) Companies Register, Dublino.

32) Il socio di Cappello Ernst Esslinger era revisore della Montedison International (Lugano).
33) Nel 1994 Cragnotti fu condannato in prima istanza a Ravenna per reati economici ad una
breve

pena detentiva. Già nel 1993 era stato escluso dal commercio nell'Ontario canadese per insider-
trading.

34) Tribunal d' Arrondissement de et à Luxembourg, Registre du Commerce et des Sociétés

35) ”Financial Times”, 7.3.94

10 LUGANO - L'HINTERLAND DI BERLUSCONI

L'ascesa e la caduta di Silvio Berlusconi sono strettamente legate ai suoi affari non trasparenti
sulla

piazza finanziaria di Lugano. A metà degli anni '60 Berlusconi era un giovane speculatore
immobiliare

ambizioso, e il suo primo grande quartiere residenziale per 4.000 inquilini lo fece sorgere a
Brugherio,

a nord di Milano. Il capitale necessario arrivò dalla Svizzera. Socio occulto dell'impresa costruttrice
di

Brugherio (Edilnord società in accomandita Silvio Berlusconi e soci) era la Società finanziaria per

residenze s.p.a. (Lugano), rappresentata dall'avvocato ticinese Renzo Rezzonico. La finanziaria


svizzera fornì alla Edilnord il capitale, mentre Berlusconi in cambio di una percentuale sugli utili
fornì

la forza lavoro. (1) Subito dopo aver terminato il complesso di Brugherio, Berlusconi intraprese un

progetto ancora più vasto: Milano 2, una città artificiosa, quasi fosse stata prodotta in provetta, per

10.000 abitanti nel sobborgo milanese di Segrate. L'impresa costruttrice era la società in
accomandita

Edilnord Centri Residenziali, Lidia Borsani e soci. La signora Borsani era una cugina di Berlusconi
e

fungeva da prestanome con una quota minima di capitale. Il 96 % del capitale era posseduto dalla
S.p.a.

svizzera per investimenti immobiliari in centri residenziali (Lugano), presieduta di nuovo da Renzo

Rezzonico. (2) Il 2 febbraio 1973 Berlusconi fondò a Milano un'altra impresa di costruzioni, la

Italcantieri. Le formalità necessarie furono sbrigate dal notaio Renato Pironi e dalla casalinga Elda

Brovelli. Pironi operava in nome della Cofigen s.p.a. (Chiasso) e Brovelli in nome della Eti s.p.a.

holding, pure di Chiasso. (3) L' Eti era stata fondata il 24 aprile 1969 da una ticinese e da due
ticinesi:
Ercole Doninelli, sua moglie Stefania Doninelli-Binaghi e Arno Ballinari.(4) La Signora Doninelli

sottoscrisse 48 delle 50 azioni Eti a 1000 franchi per e in nome della Aurelius Financing Co. SA

(Chiasso).(5) La Cofigen SA era una joint-venture della Banca della Svizzera Italiana (BSI) e della

Banca privata di credito zurighese (PKB) (6). La BSI era allora controllata dalla statale Banca

Commerciale Italiana, azionista di minoranza della BSI era Tito Tettamanti. Il cablaggio delle

abitazioni di Milano 2 permise a Berlusconi di inaugurare agli inizi degli anni '70 per questo
quartiere il

canale TV via cavo Telemilano. Cominciò così la sua ascesa a dominatore incontrastato della TV

italiana. Grazie alla sua alleanza con il maestro della loggia P2 Licio Gelli e con il segretario
socialista

Craxi, fece una carriera rapidissima. Alla P2 aveva aderito segretamente nel 1978 e il contatto con

Craxi glielo aveva procurato l'architetto e intimo di Craxi, Silvano Larini. Nei decenni della sua
ascesa

Berlusconi coltivava rapporti con la Svizzera poco visibili all’osservatore esterno. Se si esclude il
fatto
che egli aveva preso in affitto a St. Moritz la villa del deposto scià di Persia.

OPERAZIONE MATO GROSSO

Nei rapporti di polizia ticinesi il nome di Berlusconi comparve a dire il vero all'inizio degli anni '90 ai

margini dell'operazione Mato Grosso. Si chiamò così tra il febbraio e l'ottobre 1991 un
procedimento

istruttorio internazionale contro il traffico di cocaina in Brasile. Nel gennaio 1991 alla Migros Bank
di

Lugano, fallì una notevole operazione di riciclaggio di denaro di un cliente e fu arrestato il


brasiliano

Edu De Toledo. La procura federale, il comando di polizia e la procura ticinesi decisero di inviare in

Brasile il commissario di polizia ticinese Fausto Cattaneo come investigatore in incognito. Nella

relazione sulla sua missione nel paese sudamericano il commissario Cattaneo scrisse tra l'altro del

narcotrafficante brasiliano Juan Ripoll Mary. Questo gli avrebbe parlato delle sue operazioni di

riciclaggio con quattro società di Panama, rappresentate anche a Lugano, e a questo proposito
avrebbe

affermato: "Il denaro che arriva dall'Italia proviene dall'impero finanziario di Silvio Berlusconi"7).
Con

disappunto del commissario Cattaneo, Carla del Ponte e le autorità di giustizia e di polizia
competenti

non valutarono più di tanto queste e altre considerazioni e tutto fu silenziosamente archiviato.
Questo

nonostante il nome di Berlusconi fosse già emerso alcuni anni prima in margine ad un affare di

riciclaggio: nel 1985 nell'ambito delle inchieste relative a Pizza Connection. Allora il procuratore

italiano Antonio Di Maggio fece visita a questo proposito al collega Dick Marty di Bellinzona.

All'incontro era presente anche il commissario Cattaneo.

MANI PULITE COLPISCE BERLUSCONI

Berlusconi e il gruppo Fininvest riuscirono ancora a superare in qualche modo la prima fase delle

inchieste milanesi sulle tangenti, tra la fine del 1992 e la fine del 1994. Nonostante numerosi

procedimenti a suo carico per diversi reati economici e nonostante la condanna di suo fratello
Paolo per

corruzione, nel marzo 1994 Silvio Berlusconi fu eletto presidente del Consiglio dei ministri. Nel
corso
dei suoi otto mesi a Roma Berlusconi fece il possibile per sabotare il lavoro della giustizia
milanese,

cosa che alla luce degli avvenimenti successivi si capisce fin troppo bene. Alla fine del dicembre
1994

il suo tempo come presidente del Consiglio era in definitiva scaduto. Già il 5 dicembre 1994 il

procuratore Carla del Ponte aveva ordinato due perquisizioni domiciliari a Lugano motivate da

procedimenti d' assistenza giuridica della procura di Milano: una alla Fininvest Service a Lugano-

Massagno e una alla banca Arner di Lugano. La Fininvest di Berlusconi era sospettata di aver
corrotto

la polizia finanziaria , per evitare un controllo fiscale della contabilità.(8) Come consueto in casi del

genere, gli avvocati di Berlusconi, sollecitati da Pier Felice Barchi, consigliere d'amministrazione
della

Fininvest Service (Lugano-Massagno), fecero subito ricorso. La grande importanza che la filiale

Fininvest ticinese riveste per la centrale di Milano appare chiara se si considera la composizione d'
alto

livello del consiglio di amministrazione. Presidente e delegato era Giancarlo Fiscale , cugino di
Berlusconi e uno dei suoi manager più importanti. Membri erano l'avvocato Barchi, l'ex moglie di

Foscale Canda Camaggi e i due fiduciari ticinesi Giorgio Ferrechi e Mario Postizzi.(9) Ma questa
volta

la grandine dei ricorsi della Fininvest non servì a nulla. L'8 dicembre 1995 il tribunale federale li

respinse tutti, e l’intero materiale sequestrato nelle perquisizioni andò a Milano. In seguito i
procuratori

milanesi analizzarono i documenti provenienti dalla Svizzera e estesero le loro ricerche a Londra e
a

Montecarlo. Il 16 aprile 1996 irruppero nello studio legale londinese di David Mc Kenzie Mills, che
da

16 anni era rappresentante legale della Fininvest a Londra. Sequestrarono la documentazione sull'

impero offshore della Fininvest. Soprattutto cercarono informazioni sulla società All Iberian , che

Foscale aveva fondato a Jersey nel canale della Manica. Questa società sarebbe stata usata per
pagare

una tangente di dieci miliardi di lire di Berlusconi a Bettino Craxi.(10) Il 16 maggio 1996 il

management finanziario Fininvest, composto di sette persone, venne arrestato a Milano e a


Montecarlo,

tranne Giancarlo Foscale che presentò un certificato medico. Restò in libertà la direttrice

amministrativa della Fininvest Services a Lugano, Candia Camaggi, perché i reati economici che le

venivano imputati, non erano in Svizzera motivo sufficiente per arrestarla. Mario Vanoni, direttore

della tesoreria Fininvest a Montecarlo, si sottrasse al carcere con la fuga. Le accuse del giudice

istruttore si rivelarono pesanti: "Gli imputati Berlusconi, Foscale, Gironi, Camaggi, Scabini,
Moranzoni

e Zenoni hanno falsificato in modo fraudolento il bilancio consolidato del gruppo Fininvest dal 1989
al

1995" (11). Si tratta dell'impero offshore,composto di circa 50 società in Svizzera, Lussemburgo,

Panama, Malta, Inghilterra e Isole Vergini britanniche che la Finivest secondo l'accusa gestiva
come

contabilità parallela in nero. Dopo le prime valutazioni i revisori contabili della procura pervennero
ad

una cifra di 300 milioni di dollari, di cui 91 miliardi di lire destinati alla corruzione di partiti e politici.

Inoltre 150 milioni di dollari giunsero attraverso la società offshore Natoma allo speculatore
immobiliare milanese Renato della Valle 12). Questo pagamento ebbe l' effetto di materiale
esplosivo.

Della Valle aveva infatti appena comprato il 32% della stazione televisiva Telepiù di Berlusconi ,che
le

nuove leggi italiane sui media costringevano a vendere. Questo pagamento destò il sospetto che

Berlusconi facesse una finta vendita. Si sparse allora anche la voce che la Natoma di Berlusconi
avesse

pagato alla Arner SA (Lugano) molti miliardi di lire sul conto 60028 di questa società presso la

Vereinsbank International (Lussemburgo). Ciò che successe con questo denaro è oggetto di
indagine.

Nel consiglio di amministrazione della Arner SA (Lugano) erano presenti l'italiano Paolo Del Bue e
il

ticinese Nicola Bravetti (13). La società era parte di un intero gruppo di società dello stesso nome

( Arner Fiduciaria, Arner Merchant, Banca Arner) al cui vertice accanto a Del Bue operava l'italiano

Ivo Sciorilli Borrelli. Il gruppo Arner era attivo nel business offshore e comparve nelle liste di questo

settore. (14) La Banca Arner, nave ammiraglia del gruppo Arner, può rivendicare per sè l'ambiguo
record svizzero di essere stato perquisito dalla polizia nell'ambito di una richiesta di assistenza
legale il

5- 12- 1994. Come presidente dell'Arner Paolo Del Bue e Ivo Sciorelli Borelli avevano ingaggiato lo

specialista dell'offshore Lucio Velo (15). Vicepresidente divenne Borelli , mentre il consiglio di

amministrazione era completato dai due ticinesi Giovanni Giacomo Schraemli, un ex direttore della

BSI , da Nicola Bravetti e dall'avvocato di Zurigo Johannes Stolba.(16)

GIUDICI ROMANI CON CONTI BANCARI A LUGANO

Il 12 marzo 1996 furono arrestati a Roma Renato Squillante e Attilio Pacifico (17). Il procuratore di

stato Squillante era il capo supremo di tutti i giudici istruttori e Pacifico un avvocato famoso. Gli
arresti

avvennero in seguito alle dichiarazioni di Stefania Ariosto. Era l'ex fidanzata dell'avvocato Vittorio

Dotti, uno dei più stretti collaboratori di Silvio Berlusconi. Già nel luglio 1995 la Ariosto,
pseudonimo

"Omega", aveva cominciato a fare rivelazioni, destinate a influenzare il corso della politica italiana.
Le
sue accuse portano alla conclusione che gli avvocati romani Cesare Previti e Attilio Pacifico

corrompevano i giudici e gli avvocati di Roma nell'interesse di Berlusconi. Previti era un suo
vecchio

amico fidato ed era stato anche il suo ministro della difesa. Più tardi le inchieste si allargarono ad
otto

alti funzionari romani dell'ordine giudiziario. (18) Il controllo più stretto cui fu sottoposto l'avvocato

Attilio Pacifico, collaboratore del presidente dei giudici istruttori, mise in moto un nuovo scandalo,
che

sottolineò la credibilità della testimone Ariosto. Pacifico fu sospettato di avere incassato insieme
con i

due avvocati Giovanni Acampora e Cesare Previti dall'industriale Nino Rovelli una tangente di 67

miliardi di lire, per corrompere i giudici che esaminavano la denuncia di Rovelli contro la banca di

stato IMI. Pacifico e Acampora furono arrestati a metà maggio 1996, Previti restò in libertà grazie

all’immunità parlamentare di cui godeva in quanto presidente del gruppo di Forza Italia in senato.

IL CASO IMI-SIR
Il caso IMI/ SIR, che porta a tutti questi arresti, è una storia italiana di corruzione di dimensioni
epiche,

in cui diviene particolarmente evidente anche il ruolo della Svizzera quale hinterland e scialuppa di

salvataggio dei protagonisti. Gli inizi risalgono alla metà degli anni '60: Nino Rovelli, un protetto del

presidente del Consiglio Giulio Andreotti, incassò elevate sovvenzioni quando promise di portare in

Calabria posti di lavoro con la sua azienda chimica SIR. Ma non se ne fece nulla. Mentre Rovelli

diventava sempre più ricco, la SIR passava da un flop all'altro e nel 1978 fece clamorosamente

bancarotta. Si giunse ad un processo contro Nino Rovelli. Per sottrarsi ad un ordine d'arresto nel
1980

egli fuggì in segreto a Zurigo con la sua famiglia. Ma il suo protettore Andreotti continuò a dargli

manforte e nel 1982 l' ordine d'arresto fu revocato. Rovelli portò in giudizio a sua volta la banca

ipotecaria statale IMI (Istituto mobiliare italiano), che aveva fatto fallire la SIR, quando non aveva
più

pagato gli interessi. Seguì una controversia giuridica protrattasi per dodici anni che si concluse

all'inizio del 1994 con la condanna dell'IMI che dovette pagare agli eredi di Rovelli, morto a Zurigo
nel

1990 di infarto miocardico, nientemeno che 590 milioni di franchi. Poiché l'IMI non disponeva degli

spiccioli necessari, lo stato si assunse l'onere del pagamento: 100 milioni passarono come tassa
nelle

casse statali del Canton Ticino. Nel marzo 1996 i procuratori trovarono nell'agenda di Pacifico
tracce di

incontri con Felice Rovelli, figlio di Nino Rovelli. Poi i procuratori di Milano interrogarono a Berna l’8

maggio 1996, chiamando a consulto Carla del Ponte, Felice e sua madre. I due eredi di Rovelli

dichiararono di aver pagato ai tre avvocati romani 67 miliardi di lire di tangenti, 21 a Previti, 13 ad

Acampora, e 33 a Pacifico. In cambio i tre, grazie ai loro buoni rapporti con l'alta burocrazia

giudiziaria, si adoperavano per un esito favorevole del processo contro l'IMI.

LA FINE DI BERLUSCONI

Nell'aprile 1996 Forza Italia perdette le elezioni. All'inizio di luglio Berlusconi fu messo sotto accusa

insieme con il suo più importante manager finanziario, per pagamento di tangenti a Craxi e falso in
bilancio alla Fininvest. E contemporaneamente Cesare Previti, il suo più autorevole collaboratore
in

Forza Italia, si sottrasse alla carcerazione preventiva per grave sospetto di corruzione, solo grazie

all'immunità parlamentare. Con ciò si annunciò nell'estate 1996 la fine del sogno di Berlusconi di
una

seconda presidenza del Consiglio.

Note:

1) Ruggeri, Giovanni e Guarino, Mario: ‘Berlusconi, Showmaster der Macht’ (‘Berlusconi,

Showmaster del potere’) Berlino, 1994, p.36

2) Il 96 % del capitale di questa società lo deteneva la filiale di Lugano della Discount Bank
Overseas

(Ginevra), che appartiene alla famiglia Recanati (Israel Discount Bank). Negli anni '50 e '60 era la
più

grande banca straniera della Svizzera finchè fu superata dalla Trade Development Bank di
Edmond

Safra. Edmond Safra e i Recanati controllano insieme la Fibi Bank israeliana.


3) Ruggeri, Giovanni e Guarino, Mario, op. cit., p.42

4) Nell'ufficio del notaio Ercole Doninelli, a Chiasso, fu fondata nel 1956 anche la Fimo, della quale

egli rilevò più tardi una quota di capitale del 25 %. Vedi p.23 segg.

5) Atti costitutivi dell'Eti, Registro commerciale di Mendrisio. La Aurelius Financing Co. Aurelius fu

fondata a sua volta l'11 aprile 1992 ed era controllata per il 95% dalla Interchange Bank (Chiasso).
Per

l'Interchange vedi la nota a p.53.

6) La Privat Kredit Bank era controllata per l'83% dalla Compagnie de l'Occident pour la Finance et

l'Industrie (COFI), una joint-venture della BSI con il banchiere privato di Ginevra Robert Leclerc e
la

società finanziaria italiana Milano Internazionale.

7) Cattaneo, Fausto: Rapporto di Segnalazione sull'inchiesta Mato Grosso. Bellinzona, 27


novembre

1992, p. 18 segg.

8) A questo proposito cominciò a Milano un procedimento giudiziario che tuttavia il giorno stesso fu
rimandato a tempo indeterminato.

9) Il 94% del capitale azionario di un milione di franchi si trovava presso la Fininvest Servizi SpA

( Milano), il 5% della Fininvest Service (Lugano) alla Discount Trust Company SA Lugano ( che
negli

anni '60 con il suo vecchio nome Discount Bank Overseas aveva contribuito a finanziare l'ascesa
di

Berlusconi). L'ultima percentuale era presente alla Suprafid SA (Lugano), a cui partecipavano per
metà

la Discount Trust Company SA e per metà l'avvocato Renzo Rezzonico (Rezzonico aveva
presieduto a

metà degli anni '60 le prime società finanziarie di Berlusconi. Negli anni '90 faceva parte, insieme
con

il consigliere d'amministrazione della Fininvest Servizi Lugano Giorgio Ferrechi, del consiglio di

amministrazione della Allfinanz AG [Zug] e della Precicast [Novazzano]

10) "L'Espresso", 30.5.96. Il processo contro Berlusconi, Craxi e altri imputati per finanziamento

illegale dei partiti e falso in bilancio fu fissato per il 21 novembre 1996.


11) "L' Espresso", 23. 5. 96

12) "L' Espresso", 30. 5. 96

13) Paolo Del Bue era anche consigliere d'amministrazione del giornale finanziario "Milano
Finanza".

14) Attraverso la sua affiliata Wedel Holdings a Tortola (Isole Vergini britanniche) la Banca Arner
era

collegata per affari con il re dell' offshore Hoogewerf del Lussemburgo. Insieme con la società di

Hoogewerf Wenham Ltd. (Douglas, Isle of Man) la Wedel Holdings aveva partecipazioni alle 4
società

lussemburghesi Etairoi Holding SA, Carib Holding SA, Caribbean Estate Company SA e Caribbean

Hotel & Resort SA.

15) Nel corso degli anni '70 Lucio Velo aveva studiato legge a Ginevra e aveva fatto il praticantato
di

avvocato nello studio Tettamenti & Spiess. Più tardi si rese professionalmente indipendente nel
1985

fondò tra l'altro il gruppo TS Truster (il 96% del capitale azionario della TS Truster era stato
sottoscritto dalla Midgen Corp. Panama, nel cui consiglio di amministrazione erano presenti i due

manager Fidinam Markus Binggeli e Christian Durussel). All'inizio degli anni '90 Velo fece la sua

comparsa nel consiglio di amministrazione della Cragnotti & Partners in Lussemburgo, una banca

offshore di Sergio Cragnotti, allora mano destra del presidente della Ferruzzi Raul Gardini (vedi
cap.

9).

16) Stolba faceva parte anche del consiglio di amministrazione della Banque de Patrimoines
Privés

(Ginevra)- vedi anche pag. 191 segg.

17) La giustizia italiana supponeva che Squillante e Pacifico avessero usato per le tangenti i loro
conti

presso la Società Bancaria Ticinese (SBT, Bellinzona). Alle richieste di assistenza giuridica ricevute
la

SBT aveva risposto con ricorsi. Ma il direttore della SBT Resinelli aveva sottovalutato la risolutezza

della procura milanese. All'inizio del luglio 1996 il procuratore Gherardo Colombo mise agli arresti
domiciliari per una settimana Resinelli, che stava trascorrendo le ferie nella sua villa a Porto Cervo
in

Sardegna.

18) Precisamente ad Antonio Pelaggi, Tommaso Figliuzzi, Raffaele Fiore, Fabio Mondello, Michele

Coiro, Raffaele de Luca Comandini, Vittorio Mele, Giorgio Santacroce, Orazio Savia, Ivo Greco.

11 INTERROGATIVI SU CARLA DEL PONTE

All'inizio del dicembre 1993, poco dopo che aveva interrotto le indagini nel caso Fimo (vedi p.49

segg.), ci fu per Carla del Ponte il grande balzo in avanti nella carriera: fu promossa procuratrice

federale. La ticinese con la fama di impavida cacciatrice di mafiosi salvò allora il ministro della

giustizia Arnold Koller da una situazione estremamente sgradevole. Koller cercava urgentemente,
dopo

molte risposte negative, candidati validi per l’ingrato compito di riorganizzatore della procura
federale

fortemente danneggiata dalla crisi di dirigenza e del sistema degli schedari .(?) Da quando Rudolf
Gerber nel marzo 1989 era stato licenziato, l'ufficio guidato dal tappabuchi Willy Padrutt, andava

avanti senza un piano preciso. Gerber era stato destituito a suo tempo, dopo aver fatto oggetto di

pesanti intimidazioni e di angherie Jacques- Andrè Kaeslin, l'investigatore della polizia federale,

addetto al narcotraffico. Kaeslin si era lamentato presso l'ex presidente del tribunale federale
Arthur

Haeflinger, che a seguito dello scandalo Kopp conduceva un'inchiesta amministrativa interna.(1)

Secondo Kaeslin Gerber considerava la lotta al narcotraffico internazionale non un compito


centrale ma

un noioso fattore di disturbo. Egli bloccava quindi di volta in volta i rapporti sul riciclaggio di denaro

di Kaeslin. E ciò avvenne anche con quella relazione in cui compariva per la prima volta la società
per

il commercio di valute Shakarchi Trading AG a Zurigo, nel cui consiglio di amministrazione era

presente il marito della consigliera federale Hans W. Kopp. Kaeslin perse le staffe, e passò
sottomano il

suo rapporto all'Ufficio federale per la giustizia. Si giunse così, in seguito a quella "brevissima

telefonata" in codice della consigliera federale al marito Hans, che produsse il ritiro inglorioso di
Elisabeth Kopp. Quando nel 1989 il consigliere federale Arnold Koller successe alla signora Kopp,

ministro della giustizia decaduto, la riorganizzazione e il nuovo orientamento strategico della


procura

federale, ormai senza guida, divennero un compito importante del dipartimento di giustizia e di
polizia.

Sia la situazione disastrosa degli schedari che la fine della guerra fredda rendevano necessario un

nuovo leitmotiv ideologico per la difesa dello stato. La procura dello stato era scossa da una crisi di

adattamento. Tale crisi era rafforzata dall'insicurezza serpeggiante tra i funzionari al numero 10
della

Taubenstrasse di Berna. In primo luogo il parlamento si occupò di settori per la protezione dello
stato

non controllati da decenni, dove burocrati incompetenti avevano tirato a campare. In questa
situazione

due compiti principali attendevano il nuovo procuratore di stato: riposizionare il suo tribunale

nell'ambito della lotta al crimine organizzato e alla corruzione e d'altra parte elaborare e presentare

progetti per la riorganizzazione interna.


SCELTA IDEALE O FLOP?

Il primo aprile 1994 Carla del Ponte assunse il suo alto incarico a Berna, e due anni dopo si
presentò il

problema se il consiglio federale avesse fatto una scelta ideale o dovesse assumersi la
responsabilità di

un flop. Il riposizionamento della procura federale sul terreno della lotta alla mafia e alla corruzione
è

riuscito alla del Ponte, per lo meno a guardar da fuori. Non sono più gli schedari che
contrassegnano

l'immagine della procura federale presso l'opinione pubblica, bensì la battaglia della del Ponte
contro la

corruzione all'Unione casearia, al dipartimento militare o all'ufficio federale per la statistica. Per
quanto

riguarda la riorganizzazione dei compiti del suo ufficio la procuratrice federale ha invece da esibire

poco di concreto. Anziché presentare progetti consistenti, fino alla primavera 1996 la del Ponte
chiese

solo più poteri.(2) Voleva avocare a sé procedimenti giudiziari importanti per tutta la Svizzera e sul
piano internazionale e auspicava una legge sui testimoni principali e un programma di protezione
dei

testimoni, come esisteva già negli USA o in Italia. (3) Lealmente bisogna ricordare che
l'inadeguatezza

programmatica nel dipartimento di giustizia non rappresenta l'eccezione ma la regola. La


procuratrice

federale si trova in ciò in ottima compagnia con il presidente della polizia federale Urs von Däniken
e il

presidente dell'ufficio federale di polizia, Josef Anton Widmer.(4) Alcuni funzionari non ressero al
caos

della procura federale. Il sostituto della Del Ponte Markus Peter e il segretario di direzione Roland

Sitter diedero le dimissioni nell'autunno 1995, mentre un terzo collaboratore, precisamente


l'addetto al

servizio stampa Peter Lehmann fece sapere contemporaneamente che egli voleva, all'occasione,

cambiare lavoro. Significativo dei problemi del terzetto, responsabile della sicurezza interna, al
vertice

del dipartimento di giustizia fu la strutturazione dissennata dell'Ufficio centrale, di nuova


costituzione,
contro il crimine organizzato (5) L'Ufficio centrale, suddiviso inizialmente nei settori narcotraffico,

denaro falso e tratta degli schiavi, dava l'impressione che il fenomeno "criminalità organizzata"
fosse

interpretato nel dipartimento Koller in chiave puramente criminale.(6) La strutturazione dell'Ufficio

sulla base di crimini punibili presuppone una chiara linea di confine tra legalità e illegalità, che nel

cosiddetto crimine organizzato assolutamente non esiste. Al contrario questo confine si


confondeva

decisamente nell'economia di mercato globale degli anni '90. La comparsa massiccia di operatori

provenienti da paesi dell'ex blocco orientale aumentava l'incertezza del diritto nell'economia
mondiale.

Appena un anno dopo la fondazione l'Ufficio centrale fu già ristrutturato. Si costituirono due nuove

sezioni: "operazioni" e " notizie". La sezione operativa si suddivise a sua volta in base ai reati
punibili

in ambiti come narcotraffico e crimine organizzato, mentre la sezione informativa doveva


raccogliere e

analizzare le informazioni. Con ciò si produce una mescolanza, biasimevole in uno stato di diritto,
di
servizi segreti e polizia. (7) Professori di diritto penale come Mark Pieth di Basilea e Niklas
Oberholzer

di San Gallo hanno insistentemente fatto notare che ci sono fondamentali diritti civili democratici da

proteggere- anche nell'ambito della procura federale e dell'Ufficio federale di Polizia. Certi ambienti

aspiravano alla fusione della protezione preventiva dello stato (che può attivarsi senza sospetto

concreto nei confronti di cittadine e cittadini) con la lotta al crimine organizzato. Un simile
amalgama

di servizi segreti e polizia avrebbe offerto alla procura federale competenze desiderate per
impiegare

anche nel campo del crimine organizzato l'intero arsenale di misure preventive ( intercettazioni

telefoniche, cimici, sorveglianza ecc.) (8). Con ciò si sarebbe lasciato campo libero all'arbitrio della

polizia: ogni banca, anzi ogni singolo titolare di conto avrebbe potuto essere preventivamente

intercettato, spiato con la cimice e schedati con microfiches, perché ogni banca e ogni conto in
linea di

principio possono essere usati per il riciclaggio di denaro.


L' ATTIVISMO DELLA PROCURATRICE FEDERALE

Mentre i colleghi e le colleghe di Milano fanno un lavoro d'indagine, condotto in maniera


sistematica,

la del Ponte preferisce la tattica dello spontaneismo. Una volta spentosi il fuoco di paglia, il caso
viene

archiviato e a tempo debito smaltito silenziosamente come i rifiuti. Qualcosa del genere è
successo

anche con l'affare dei presunti complici del terrorista "Carlos" nell'inverno 1994 a Berna: un
rimasuglio

degli anni '70 che la procuratrice federale fresca fresca ha sapientemente stilizzato a faccenda da
donne

ai vertici del potere. I quattro imputati dovettero rimanere in carcere quasi tre mesi. Dopo il rilascio
ci

fu silenzio stampa (fino alla primavera 1996) e la del Ponte non presentò prove di alcun tipo. Alla

stampa non fu in grado di fornire giustificazioni plausibili del suo rabbioso modo di procedere nei

confronti dei quattro. Stando all'interrogatorio, essi dovettero rimanere in prigione così a lungo
perché

la del Ponte aveva aspettato inutilmente documenti accusatori dall'estero. Discontinue appaiono le
inchieste della del Ponte anche nel caso Giovanni Cannizzo. Dopo che all'inizio del 1993 ella
aveva

aperto ancora a Lugano un procedimento contro il presunto riciclatore di denaro mafioso Cannizzo
e

dopo alcuni mesi l'aveva interrotto, questo fu arrestato nel febbraio 1995 a Catania. Secondo
notizie di

stampa italiane si trattava in questo caso di un intreccio di truffa e riciclaggio di denaro a favore del

clan mafioso Santapaola.(9) Una relazione di Otello Carli, esperto della Banca d'Italia, che ha

analizzato gli atti della procura della repubblica di Catania ,sospetta la filiale della SBG di
complicità

nel riciclaggio di denaro. Nella perizia Carli del 13 maggio 1995 si poteva leggere: "La banca ha
messo

a disposizione del gruppo Cannizzo alcuni dei propri collaboratori (tra questi Davide Regazzoni
della

Filiale di Lugano) per la supervisione e la consulenza tecnica del riciclaggio di somme di


provenienza

illegale" (10) L'Ufficio stampa della SBG rifiutò al giornale economico "Cash" un commento a
queste
accuse, poichè la del Ponte aveva ordinato il silenzio. Nell'autunno 1995 la del Ponte dichiarò in un

comunicato stampa ( prima della conclusione dell'indagine!): "In particolare non si è potuto
appurare

alcun coinvolgimento di SBG, SKA e Banca di Credito e Commercio in attività di riciclaggio del

Cannizzo. I risultati conseguiti finora fanno piuttosto sospettare un tentativo di frode di Cannizzo e
di

altri complici." (11) Per interrogare in maniera più approfondita l'indiziato Cannizzo la del Ponte
andò

nel dicembre 1995 con il jet del consiglio federale in Sicilia, a Catania, senza aver fissato prima in

maniera adeguata con la procura del luogo i termini dell'interrogatorio. A Palazzo di Giustizia di

Catania dovette apprendere dal procuratore di stato che in Italia i detenuti in attesa di giudizio
hano il

diritto di essere accompagnati negli interrogatori dai loro avvocati. L'avvocato di Cannizzo, non

informato, era appunto assente. La del Ponte se ne andò ,senza aver concluso nulla, e nel
gennaio 1996

tornò per la seconda volta a Catania in jet, a spese del contribuente svizzero. E la procuratrice
federale
ritenne superfluo fornire informazioni all'opinione pubblica. La rivista economica "Cash" l’ha per

questo criticata aspramente e l'ha accusata di creare una gran confusione con i suoi metodi non

trasparenti di lotta alla mafia: "Nel caso di riciclaggio di denaro Giovanni Cannizzo l'
autoproclamatasi

cacciatrice di mafiosi si esprime in modo così contraddittorio da apparire incompetente." (12) Il


grande

problema della del Ponte è la mancanza di comprensione per le esigenze dell'informazione.


"L'opinione

pubblica e i media le sono completamente indifferenti "ammisero perfino funzionari di grado


elevato

del dipartimento di giustizia. (13) Un esempio di questa smania di far misteri è l'affaire Raul
Salinas. Il

fratello dell'ex presidente messicano Salinas fu arrestato nel febbraio 1995 per irregolarità
finanziarie e

sospetto di istigazione all'assassinio. Nel novembre seguente sua moglie Paulina fu fermata dalla

polizia allo sportello della banca privata Pictet a Ginevra mentre cercava di ottenere una parte dei
120
milioni di dollari che suo marito aveva nascosto in Svizzera e altrove. Da allora il caso Salinas si

trasformò in un affare internazionale. Alla fine del marzo 1996 il quotidiano messicano "Reforma"

riferì che Raul Salinas aveva avuto lo stesso consulente finanziario svizzero del cartello delle
droghe

colombiano, precisamente il vicedirettore della SBG Josef Oberholzer. (14) Oberholzer è una delle

figure chiave nel caso finora più grande di riciclaggio di denaro in Svizzera ed è accusato di avere

riciclato proventi da narcotraffico per milioni e miliardi a favore della colombiana Sheila Miriam
Arana

de Nasser. (15) Nonostante la rilevanza di questo importante caso, la procuratrice federale non
aveva

informato fino all'estate 1996 in maniera completa sui risultati conseguiti dalla sue inchieste.

LEGGI STRAPAZZATE

Attivismo e scarsa sensibilità per le esigenze dell’informazione predispongono la del Ponte a dar
poco

valore ai diritti degli imputati. Un esempio per eccellenza è a questo proposito il caso
dell'imprenditore
di Zug Hans N. Zemp. Nel 1987 questo dovette trascorrere circa sei mesi in prigione perché la del

Ponte, allora sostituta del procuratore a Lugano, l'aveva fatto arrestare. Zemp si considera vittima
di un

complotto del suo ex socio in affari Laurits Toft, con il quale aveva litigato, e dei tre avvocati di
questo,

l'ex procuratore Paolo Bernasconi, Helmuth Groner (16) e Erwin Lustenberger. (17) E sostiene che
la

del Ponte condizionata da Bernasconi, suo capo e ora anche avvocato della controparte, l'abbia

condannato a priori. Mentre egli si trovava in carcerazione preventiva il suo ex socio Toft e i tre

avvocati di lui avrebbero saccheggiato la ditta Lagap Pharmaceuticals, che gestivano in comune,

procurandogli danni per milioni di franchi. (18) La del Ponte passò la patata bollente del caso
Zemp già

subito dopo il suo rilascio dalla carcerazione preventiva al collega procuratore Claudio Lehmann.
Da

allora Zemp non si stancò di lottare per la propria riabilitazione. Nella sessione estiva 1994 il

consigliere nazionale socialista Elmar Ledergerber presentò un'interrogazione sul comportamento


della
del Ponte nel caso Zemp. Il consigliere federale Koller difese allora la procuratrice federale. Il

procuratore Claudio Lehmann a sua volta accantonò il caso: fino all'estate 1996 non si giunse nè
ad

un'imputazione nè ad una sospensione del procedimento penale. L'inclinazione a infliggere una

carcerazione preventiva illegalmente lunga la del Ponte non l'ha perduta neppure come
procuratrice

federale. Nel dicembre 1994 il tribunale federale accolse il ricorso di un detenuto in custodia

preventiva, al quale lei dopo 14 giorni aveva negato il rilascio. Il tribunale federale ritenne che la

procuratrice federale, in caso di pericolo di collusione e di distruzione delle prove, può ordinare al

massimo 14 giorni di detenzione. Per un periodo di carcerazione più lungo è necessaria


l'approvazione

della sezione d'accusa del tribunale federale. Questa situazione si ripetè nel febbraio 1996 quando
Hans

Kronenberg e Gustav Furrer, arrestati entrambi in relazione allo scandalo per corruzione EMD

gravitante intorno al colonnello Friedrich Nyffenegger, furono ancora rilasciati dal carcere contro la
volontà della procuratrice federale. Anche nel caso dell'ex direttore del marketing dell'unione
casearia

svizzera, Walter Rüegg, che la procuratrice federale il 30 maggio 1996 aveva fatto arrestare per

sospetto di corruzione, il tribunale federale dispose la scarcerazione immediata per vizio di forma.
"La

del Ponte non è donna da finezze giuridiche "commentò a proposito il consigliere nazionale
socialista

di Berna Alexander Tschäppät. Una lotta più aspra contro il crimine organizzato non può portare a

ledere i diritti delle persone indiziate. Questo principio deve valere sia per i media che per gli
organi di

giustizia. In ogni caso i resoconti inesatti dei media producono di regola meno danni degli organi di

giustizia e di polizia troppo zelanti. Mentre una notizia falsa pubblicata può essere rettificata e una
non

chiara può essere precisata, la detenzione preventiva ingiustificata, per esempio, produce un
danno

irreparabile a chi ne è vittima.

LA "PIZZA CONNECTION" TICINESE


A metà degli anni '80 fece sensazione un episodio di narcotraffico italo-americano denominato "
Pizza

Connection". Con questo caso la procuratrice del Ponte divenne all’improvviso una figura
importante a

livello nazionale. In breve: Cosa Nostra aveva comprato allora da trafficanti di droga turchi quasi
due

tonnellate di eroina base al prezzo di vendita in strada di circa due miliardi di dollari, l'aveva

trasformata in eroina nei suoi laboratori siciliani e portato la sostanza negli USA. Una catena di

pizzerie della costa orientale e nel Middlewest ebbe un ruolo importante nello smercio. Come nello

scandalo Fimo anche nella Pizza Connection la mafia si servì della piazza finanziaria Svizzera
quale

stazione di transito. Figura centrale delle operazioni di riciclaggio in Svizzera fu Oliviero Tognoli.

Allorché il presidente Reagan ebbe bisogno di un successo che gli procurasse pubblicità
nell'ambito

della guerra (perduta) alla droga, l' FBI e la polizia italiana lasciarono all'improvviso aumentare il

narcotraffico già sotto controllo dall'inizio degli anni '80. (19) Un anno prima avevano avuto luogo a
New York, Palermo e Lugano grandi processi terminati con elevate pene detentive per gli imputati.
Tra

loro mancava Tognoli. Nel 1984 , poco prima dell'azione internazionale di polizia, era stato
avvertito ed

era fuggito; il procuratore Giovanni Falcone aveva già firmato il suo mandato di cattura.(20)

IL RICICLATORE SALVATORE AMENDOLITO

Il primo riciclatore della Pizza Connection ticinese fu Salvatore Amendolito. Nel 1979 era ancora un

commerciante di pesce pieno di debiti a Milano. Da questa situazione penosa lo trassero fuori due

siciliani benestanti, che intendevano aprire una filiale del suo commercio ittico a Palermo. I due
misero

in contatto Amendolito con Salvatore Miniati, il manager milanese della filiale della società
finanziaria

svizzera Finagest (Lugano). Qualche tempo dopo - come riferì Amendolito - Miniati gli offrì un
lucroso

impiego come corriere portavalori della Finagest. Doveva portare dagli USA in Svizzera denaro

contante, che il proprietario, Oliviero Tognoli, voleva presumibilmente nascondere al fisco italiano.
Ma
come si rivelò più tardi, Oliviero Tognoli era un riciclatore mafioso. Amendolito accettò l'offerta. Il
suo

lavoro consisteva nel ritirare presso pizzerie di New York e del New Jersey banconote in dollari e di

comprare presso decine di filiali di banche locali assegni per un ammontare tra i 9.000 e i 10.000

dollari. Portava questi assegni a Manhattan alle quattro grandi banche Schweizerischer
Bankverein,

Citibank, Schweizerische Kreditanstalt e Lavoro-Bank e faceva versare il denaro su diversi conti

bancari svizzeri, che O.Tognoli gli aveva indicato. Così la Kreditanstalt di Bellinzona gestiva per lui
il

conto "Wall Street", alla Kreditanstalt di Chiasso il conto di O.Tognoli si chiamava "Smart". Quando
le

cifre divennero sempre più elevate, questo sistema ingegnoso non andò più bene. Ma Amendolito

insieme con la filiale di Manhattan della Finagest di Lugano e dei Conti Commodity Services (sede
nel

World Trade Center) si fece venir in mente qualcosa di nuovo. Il denaro fu versato in contanti sui
conti

di queste due società presso la Citibank e da qui accreditato alla sede principale della Finagest a
Lugano. Quando Amendolito già un giorno dopo la prima transazione in una pizzeria dovette
ritirare

altri 500 000 dollari in piccole banconote, anche il canale Citibank apparve scottante. Egli affittò
allora

un jet privato per le Bahamas, dove Peter Albisser, direttore della filiale alle Bahamas della Banca
della

Svizzera Italiana ( BSI), aspettava all'aeroporto. (21) Grazie ad Albisser la dogana non creò
difficoltà.

Secondo le istruzioni della Finagest di Manhattan Amendolito cablò il mezzo milione alla filiale
della

BSI di Mendrisio, conto nr. 27971 "Stefania". Nei mesi successivi usò ancora spesso questo
canale,

qualche volta Albisser venne a New York a ritirare il denaro. Dopo che Amendolito aveva trasferito
in

Svizzera parecchi milioni di dollari e aveva fatto visita in Sicilia al suo capo Oliviero Tognoli e al di
lui

padrino Leonardo Greco, la mafia per misura prudenziale lo aveva tolto dalla circolazione. (22)

IL RICICLATORE FRANCO DELLA TORRE


Chi prese il posto di Amendolito in Ticino si chiamava Franco Della Torre. Dopo una non proprio

brillante carriera bancaria alla BSI e alla Kreditanstalt di Chiasso (ancora sotto il potente direttore
Ernst

Kuhrmeier, che più tardi aveva provocato il grande scandalo), Della Torre era entrato nel 1977 alla

Finagest. Viaggiava molto e aveva così conosciuto il buon cliente della Finagest Amendolito. Più
tardi

Della Torre lasciò la Finagest e fondò la società finanziaria Consultfin Lugano insieme con il
siciliano

Vito Palazzolo che negli anni '60 era emigrato ad Aargau come venditore di casseruole e si era poi

rapidamente arricchito con il commecio di diamanti. Negli USA i due aprirono la Acacia Corp.(23)

Lavoravano anche con Enrico Rossini, un impiegato di banca ticinese pieno d'iniziativa che a
Lugano

si era reso indipendente con la Società finanziaria Traex SA. In seguito Della Torre, Palazzolo e
Rossini

organizzarono il trasferimento del denaro da narcotraffico dagli USA in Svizzera per Greco e

O.Tognoli. E così in marzo-aprile 1982 4,9 milioni di dollari affluirono dai conti Acacias (Della Torre)
e Traex (Rossini) presso il broker di borsa Merrill Lynch (New York). Il venerdì santo 1982 a

Bellinzona Tognoli, Della Torre e Palazzolo avrebbero consegnato al fornitore turco di morfina base

Paul Edward Waridel e Yasar Musullulu 5 milioni di dollari in contanti. Di questi O.Tognoli avrebbe

ritirato personlmente alla banca 1,4 milioni. Dall'aprile al settembre 1982 Della Torre e Rossini

passarono al broker di New York E.F.Hutton (allora ancora un concorrente del gigante Merrill
Lynch,

andato poi in rovina durante il grande crack di borsa del 1987). Hutton spedì in Svizzera 15,6
milioni di

dollari. Ma in ottobre Rossini ricevette un avvertimento da Riedener, manager della filiale E-F-
Hutton

di Ginevra: alla sede centrale l'FBI si interessava dei conti Traex e Acacias. Con ciò il flusso di
denaro

a Hutton si ridusse rapidamente. Dopo l'ultimo pagamento di 1,5 milioni di dollari ancora tre milioni
di

dollari passarono nel 1983 per un canale canadese del fondatore della Finagest Enrico "Kiko"
Frigerio.

(24) Nel 1984 si arrivò infine ad una grande ondata di arresti a New York e a Palermo e nel 1985 ai
processi. Boss come Leonardo Greco, Gaetano Badalamenti e decine di loro esecutori vennero

condannati ad elevate pene detentive. Uno dei più importanti testimoni a carico contro O.Tognoli al

processo di New York fu Salvatore Amendolito. Dopo il suo precoce pensionamento era stato
arrestato

presso O. Tognoli e Greco dall'FBI a New Orleans per sospetto di coinvolgimento in narcotraffico e
più

tardi era divenuto agente di collegamento pagato dall' FBI. Nell'ambito dell'operazione arresti

americana e italiana anche Della Torre, Palazzolo e Rossini finirono in custodia cautelare in
Svizzera.

Con una rapidità inconsueta si giunse già un anno dopo al processo. Accusatore era il pubblico

ministero Paolo Bernasconi. La sentenza in prima istanza del settembre 1985, per concorso in

finanziamento del narcotraffico, fu di condanna a tre anni e tre mesi per Della Torre,a tre anni per

Palazzolo e di assoluzione per Rossini. La pena più severa, tredici anni, toccò allo svizzero-turco
Paul

Edward Waridel. (25) Nel 1986 il tribunale di cassazione ticinese, chiamato a decidere, confermò i
giudizi per Waridel, Rossini e Della Torre mentre abbassò la condanna di Palazzolo a cinque anni.
Nel

1993 infine il tribunale federale ridusse la pena per Palazzolo a tre anni e tre mesi, e la condanna
di

Della Torre scese da tre anni e tre mesi a diciotto mesi. I riciclatori ticinesi della Pizza Connection
sono

stati trattati dunque più che con riguardo dalla giustizia svizzera. Nel Natale 1986 Vito Palazzolo
fuggì

dalla prigione La Stampa, coll’aiuto di ignoti andò in Germania, da dove volò in Sudafrica. La sua
fuga

era stata ben preparata, il presidente della Ciskei Lennox Sebe in persona gli aveva procurato il

permesso di soggiorno per l'ex Homeland sudafricana.(26) In qualità di commerciante di pietre

preziose e di diamanti Palazzolo aveva da sempre buoni rapporti con il Sudafrica, suo fratello
Pietro era

compratore di diamanti a Lesotho e anche l'ex capo di Pietro, il commerciante di diamanti


israeliano

residente a Città del Capo, Meir Grunfeld, era un amico di Palazzolo. Grunfeld era andato a
trovarlo in
prigione. Anche la Finagest di Lugano, con cui Palazzolo aveva riciclato il denaro della mafia,
aveva

buoni rapporti con la Ciskei. Il direttore della Finagest Max Hilpert fu in visita a Bisho, capitale della

Ciskei, con una numerosa delegazione svizzero-israeliana (27), quando Palazzolo era ancora in

prigione. La Ciskei voleva allora creare con l'aiuto della Svizzera una piazza finanziaria offshore.

Fuggito a Bisho, Palazzolo cambiò subito il nome in Robert Von Palace Kolbachenko. Il buon
cattolico

si appese al collo una stella di Davide d'oro e raccontò dei suoi aristocratici avi ebreo-russi. A
Bisho

fondò la ditta Papillon e elaborò proposte per una banca nazionale della Ciskei da consegnare al

presidete Sebe. In questo lo aiutò Yeng Ping Kok, che come Palazzolo compare negli atti del
processo

Pizza Connection a New York. Ping Kok progettò una legge bancaria per la Ciskei secondo il
modello

di Singapore. Ma ciò che era cominciato in modo così promettente finì bruscamente. Il 31 gennaio

1988 Palazzolo fu arrestato dalla polizia sudafricana e estradato in Svizzera. Tornò così in cella a
La
Stampa.

CONTINUI RINVII DELLA GIUSTIZIA TICINESE

Nell'ottobre 1985 vennero arrestati anche i responsabili della società finanziaria di Lugano
Finagest

che, come detto, era stata un canale per la Svizzera dei riciclatori dei proventi della Pizza
Connection: i

fratelli Ernesto e Alessandro Parli e Enrico "Kiko" Frigerio. Dopo un anno e passa di prigione i tre

furono rilasciati provvisoriamente nel gennaio 1987. Il giudice istruttore, che procedeva
lentamente,

ebbe bisogno di cinque interi anni prima di affidare il caso nel marzo 1990 all'allora procuratore

Venerio Quadri. Questo archiviò gli atti nel’ultimo cassetto, e qui erano ancora quando se ne andò
nel

gennaio 1991. Infine la del Ponte che gli successe nell'estate 1992 presentò un atto d'accusa. I
ricorsi

dei difensori rimandarono ripetutamente il processo fino al settembre 1995. 10 anni dopo l' arresto
e 19

anni dopo il primo reato ebbe luogo a Lugano il processo. Una durata così lunga del procedimento
bolla il Canton Ticino quale repubblica delle banane. I dibattimenti della corte d'assise di Lugano

durarono un mese e terminarono con un verdetto di colpevolezza: condanna a tre anni per Ernesto
Parli,

a due per Frigerio, e a diciotto mesi per Alessandro Parli. Tutti e tre si sono appellati e prima che
venga

emesso un verdetto con valore di legge, potrebbe essere raggiunto il termine prescrizionale
assoluto di

quindici anni. Durante il dibattimento processuale stranamente non si sentì parola di riciclaggio di

denaro e finanziamento del narcotraffico e neppure si accennò alla Pizza Connection. I


responsabili

della Finagest furono condannati in prima istanza per frode. Secondo la sentenza hanno
imbrogliato

con prospetti informativi ingannevoli i loro clienti investitori e li hanno salassati con esorbitanti

commissioni fino del 40 %. Non solo l'atto di accusa della del Ponte mancò di far riferimento a
Pizza

Connection, anche molti cronisti dei media hanno nel frattempo completamente dimenticato questo
affaire. Perfino vecchie volpi del calibro ad esempio di Beat Allenbach del "Tages-Anzeiger" di
Zurigo

non ricordarono che ruolo importante come riciclatori di soldi della mafia avessero avuto ex
membri

della Finagest come Salvatore Miniati, Franco Della Torre e Enrico Frigerio nel processo per Pizza

Connection tenutosi a New York nel 1985.

OLIVIERO TOGNOLI RITORNA

Ma torniamo a Oliviero Tognoli che, preavvisato, aveva potuto sottrarsi all'arresto a Palermo nel
1984

con la fuga. Nell'ottobre 1988 fu arrestato dalla polizia cantonale ticinese. Secondo il comunicato
della

procura era incappato in un controllo all'aeroporto di Agno. Al processo, tenutosi due anni dopo,
risultò

che O. Tognoli o si era costituito spontaneamente attraverso il suo avvocato Franco Gianoni, o

-secondo la "Sonntagszeitung" - la del Ponte in persona era riuscita a convincere il padre di


O.Tognoli,

Luciano, che suo figlio doveva presentarsi alle autorità svizzere.(28) è un dato di fatto che O.
Tognoli,
sparito in Kenia, fu riafferrato dalla nostalgia non di Palermo, dove alla procura si batteva allora
contro

la mafia Giovanni Falcone, bensì di Lugano, dove l'allora sostituta procuratrice del Ponte si prese
cura

del caso. Poichè anche Giovanni Falcone se ne interessava, cominciò la collaborazione della del
Ponte

con il famoso siciliano. Il tre febbraio 1989 la del Ponte, Falcone e il suo collega procuratore

palermitano Giuseppe Ayala interrogarono in prigione a Lugano O.Tognoli. E qui, rispondendo ad


una

domanda di Falcone, egli avrebbe indicato l'ex capo di polizia e capo dei servizi segreti Bruno

Contrada come colui che l'aveva messo in guardia, rendendogli possibile la fuga nel 1984. Ciò fu

confermato lo stesso anno da Carla del Ponte, testimone nel processo contro Contrada. Nel
giugno

1989 la del Ponte e il suo collega, il procuratore Claudio Lehmann, restituirono la visita a Palermo.

Nell'ambito delle inchieste contro O.Tognoli volevano interrogare il suo padrino Leonardo Greco,

condannato a 22 anni di prigione nel grande processo per Pizza Connection. Il 20 giugno era
annunciata una visita a Falcone nella sua casa sulla spiaggia sopra gli scogli dell'Addaura. La del
Ponte

e Lehmann avevano fatto un pò tardi a causa di un breve giro panoramico, e poco prima del loro
arrivo

la scorta di Falcone scoprì presso il portone del garage una borsa con 51 candelotti di dinamite.
(29)

Nel novembre 1990 cominciò a Lugano il processo contro O.Tognoli. Nel suo atto d' accusa la del

Ponte chiese sette anni di prigione, 15 anni di bando dal paese, una pena pecuniaria di 100 000
franchi

e il sequestro di mezzo milione di franchi. Ritenne dimostrato che O.Tognoli nell'ambito della Pizza

Connection aveva preso parte al finanziamento di affari di droga e lo incolpò di aver ricevuto

consapevolmente denaro da narcotraffico per 16 milioni di dollari. Tognoli, il quale aveva voluto far

credere al tribunale che gli elevati importi di dollari in banconote di piccolo taglio erano denaro

proveniente da evasione fiscale, al più tardi alla fine del 1980 non aveva potuto non sapere che
portava

da un luogo all'altro denaro derivante da traffico di droga. E nel venerdì santo 1982 in cui a Lugano
furono stanziati cinque milioni di franchi per una fornitura di morfina-base, egli stesso aveva
prelevato

in una banca 1,4 milioni che mancavano. La del Ponte vedeva O.Tognoli come una specie di figura

intermedia tra i trafficanti di droga e i corrieri portavalori. Lo accusava di aver portato la mafia in

Svizzera, di aver guidato per la Svizzera boss come Leonardo Greco (testimone di nozze di O.
Tognoli)

o Joe Ganci e di aver messo a loro disposizione i propri conti bancari. Con queste accuse non

concordava affatto il difensore di O.Tognoli, Franco Gianoni. Nella sua arringa di dieci ore Gianoni

disse che il suo cliente aveva già pagato a sufficienza e che perciò era adeguata una pena
condizionale

di 18 mesi. L'imputato sarebbe stato in buona fede e si sarebbe accorto solo tardi di trasportare
denaro

da narcotraffico, e in seguito per paura dei suoi mandanti mafiosi avrebbe trasferito con grande

angoscia ancora circa tre milioni. Alla consegna del denaro a Waridel e Musullulu il venerdì santo
1982

O. Tognoli sarebbe stato solo una figura marginale. Gianoni sottolineò anche che Salvatore
Amendolito
e Vito Palazzolo avevano fatte molte accuse assurde contro il suo mandante.(30) " Il
sessantunenne

Gianoni", scrisse allora il "Tagesanzeiger" di Zurigo, difese O.Tognoli con l’impegno di chi parlasse
in

causa propria. Alla domanda se fosse conveniente che egli come presidente della Banca
cantonale

ticinese difendesse un riciclatore di denaro, Gianoni insistette in tribunale sul fatto che aveva
accettato

il compito solo a condizione che il suo cliente gli dicesse tutta la verità. Se avesse scoperto una

menzogna avrebbe restituito il mandato anche la sera prima del processo. Accettando l'incarico di

difensore a queste condizioni, sottolineò con passione Gianoni, egli si era reso utile alla banca, al
suo

partito (era vicepresidente del Partito popolare ticinese) e all'intero paese".(31) La sentenza della
Corte

d'assise condannò infine l'imputato a tre anni e mezzo di carcere per complicità nel finanziamento
di

narcotraffico, cinque anni di bando dal paese, a 20.000 franchi di ammenda e al sequestro di
110.000
franchi. Il tribunale ha ritenuto dimostrato il riciclaggio di denaro solo per 4,5 milioni di franchi, per il

resto i giurati avevavo dubbi e decisero a favore dell'imputato. Inoltre il tribunale accettò la
richiesta

delle circostanze attenuanti fatta dalla difesa, riconobbe in O.Tognoli un sincero pentimento e che
egli

aveva agito per necessità in una situazione difficile. La corte di cassazione ticinese e il tribunale

federale confermarono il giudizio.

QUALE GIUSTIZIA PER OLIVIERO TOGNOLI?

Nel febbraio 1991, tre mesi dopo la condanna, O.Tognoli fu rilasciato dalla prigione ticinese La

Stampa. Da allora si sono perse le sue tracce. Quando il giudice istruttore ticinese Claudio
Lehmann lo

convocò nel suo ufficio nella primavera 1992 per interrogarlo, O. Tognoli non si presentò. Da allora
è

scomparso. Nel maggio 1995 l'avvocato di O.Tognoli Franco Gianoni prese partito come di dovere
con

il suo libro ‘Giustizia per Oliviero Tognoli’ per il suo committente. In sostanza questo libro è la
versione scritta della sua arringa del 1990, infiorata con alcuni dettagli di discutibili azioni istruttorie

della del Ponte: la fotocopia di una lettera di O.Tognoli la procuratrice la ritrovò solo l'ultimo giorno

del processo e dei 41 testimoni dell'accusa ne portò in tribunale solo nove. Gianoni considera
questa

sciatteria della del Ponte un indizio della limitata colpevolezza del suo cliente. La del Ponte
l'avrebbe

presentato a torto come cassiere della mafia in Svizzera e sarebbe responsabile del fatto che
O.Tognoli

porti in Svizzera il marchio infamante del mafioso. Nel suo libro Gianoni ricorda anche una, come
egli

dice, calunniosa interrogazione dell' allora consigliere nazionale socialista zurighese e più tardi

consigliere federale Moritz Leuenberger. Alla fine del 1988 il consigliere federale Leuenberger
aveva

dichiarato in una interrogazione al consiglio federale, che Franco Gianoni stesso era coinvolto in
un

caso di riciclaggio di danaro. In conseguenza di ciò Gianoni denunciò un collega di nome B., di cui

supponeva che avesse passato la relativa informazione a Leuenberger. Mediante l'assistenza


legale

intercantonale la giustizia ticinese voleva interrogare Leuenberger, cosa che questo rifiutò,

richiamandosi all'immunità parlamentare. Ne seguì un tira e molla di un anno tra la giustizia


ticinese e

Leuenberger; nell'estate 1996 la faccenda era ancora irrisolta. Il libro di Gianoni contiene anche
una

critica alla giustizia italiana che nel 1992 aveva condannato in contumacia Tognoli per gli stessi
fatti di

Lugano in prima istanza a sei anni e otto mesi di prigione. Con ciò si sarebbe violato il principio
che

non si può essere condannati due volte per lo stesso crimine (32).

L'ENIGMA AMENDOLITO

Come già detto, Salvatore Amendolito era stato il primo corriere del denaro sporco della Pizza

Connection. Dopo la sua sostituzione da parte di Greco e O. Tognoli era stato arrestato negli USA
ed

era passato dalla parte dell'FBI. Nel processo di New York il pentito fu il principale testimone
d'accusa
anche contro O.Tognoli. Più tardi si promosse a "International Corporate Finance Consultant"

(consulente finanziario internazionale) con ufficio nella capitale Washington, District of Columbia.

Bisogna inoltre sapere che Amendolito conosceva a Washington le persone giuste, dal momento
che tre

degli accusatori nel processo di Pizza-Connection avevano fatto una splendida carriera: Louis
Freeh

divenne capo supremo dell'FBI, Robert Bucknam divenne vicesottosegretario alla giustizia

nell'amministrazione Bush e Rudi Giuliani sindaco di New York. Dopo che O.Tognoli nell'ottobre
1988

si era presentato alla polizia in Ticino, anche Amendolito fece di nuovo parlare di sè. Dagli USA egli

intervenne personalmente sia sulla stampa italiana che presso Falcone. In un'intervista all' "Unità"
nel

maggio 1990 egli denunciò una collusione di interessi tra la mafia e i poteri svizzeri nella politica,

l'economia e la giustizia. In una lettera a Giovanni Falcone del 23 febbraio 1990 Amendolito aveva

addirittura sostenuto che alla procura di Lugano si aggirasse una talpa della mafia. (33) Sulla base
di
queste terribili accuse il 20 luglio 1990 volarono a Washington per interrogare Amendolito tre

procuratori e poliziotti di alto grado: il procuratore Salvatore Celesti di Caltanissetta, il capo della

squadra mobile di Palermo, Arnaldo la Barbera e il capo della polizia criminale Alessandro Pansa.

Amendolito confermò le accuse nella sua lettera a Falcone. Il tentativo di attentato di Addaura

soprattutto sarebbe stato una farsa per conferire ai procuratori ticinesi del Ponte e Lehmann
l'immagine

di cacciatori di mafiosi. Questa tesi fu motivata davanti al procuratore Celesti come segue: egli era
in

viaggio, impegnato in un'operazione in qualità di informatore a favore degli Stati Uniti e


all'improvviso

era stato smascherato. L'analisi di questo avvenimento l'aveva portato a concludere che la del
Ponte

doveva avere relazioni con la mafia. Ed egli aveva comunicato questo in una lettera agli avvocati di

Vito Palazzolo a Lugano. Un mese più tardi sarebbe stata trovata la finta bomba di Addaura. (34)

Secondo Amendolito la del Ponte avrebbe voluto salvare O.Tognoli, il riciclatore di denaro della
mafia,
riservandogli in Svizzera un verdetto mite, ciò che la mafia tradizionalmente chiamava "un
processo

aggiustato." Nello stesso tempo la del Ponte avrebbe voluto rivedere le sentenze del grande
processo

per Pizza Connection a New York, che presentano O.Tognoli come cassiere della mafia. Il

procedimento aperto nella primavera 1990 contro O.Tognoli dal presidente del tribunale di Roma
Luigi

Saraceni non avrebbe avuto il sostegno della del Ponte. Ad Amendolito non riuscì di convincere i
tre

rappresentanti della giustizia italiana della veridicità delle sue tesi. La procura della repubblica di

Caltanissetta aprì un procedimento penale per calunnia grave nei confronti della del Ponte e di
Falcone

(in Italia un reato perseguito d'ufficio). Nell'estate 1996 questo procedimento era ancora in corso.

Nell'inverno 1993/94 Amendolito aveva aperto una nuova offensiva contro la del Ponte. Il
presidente

federale, la procura federale, il dipartimento di giustizia, la procura di Lugano e molte redazioni di

giornali- ricevettero tutti da Amendolito lunghe lettere e lunghissimi fax, in cui denunciava di nuovo
che la del Ponte faceva il gioco della mafia. L'11 dicembre 1993 la Schweizerische
Depeschenagentur

(SDA) [Agenzia telegrafica svizzera], in riferimento ad Amendolito, annunciò il ritiro di Willy Padrutt

e la nomina imminente di Carla del Ponte a succedergli.(35) Quando la SDA interrogò la portavoce
del

consigliere federale Arnold Koller su questa novità, la Goetschel si limitò a confermare il ritiro di

Padrutt, e che Carla del Ponte era semplicemente una tra più candidate e candidati. Il 22 dicembre
1993

il consiglio federale rese nota la nomina della del Ponte a procuratrice federale con entrata in
carica il

primo aprile 1994. Da dove Amendolito, che viveva a Washington, avesse tratto le sue informazioni
da

addetto ai lavori alla Camera dei deputati, non si è potuto mai chiarire. Dopo che tutte le sue
iniziative

in Svizzera non avevano portato ad alcun risultato, Amendolito cercò fortuna nella sua battaglia
contro

la del Ponte in Italia e negli USA. Il 14 febbraio 1994 gli riuscì di comparire su "Il Tempo" di Roma:
"Ex collaboratore dell' FBI accusa la procuratrice del Ponte di Lugano: La magistrata svizzera è

un'amica della mafia". A conclusione della misteriosa storia di questa lotta di Salvatore Amendolito,
ex

riciclatore di denaro sporco e ex sceriffo ausiliario dell' FBI contro Carla del Ponte, ecco un passo
tratto

da una lettera di Amendolito del 21 febbraio 1994 alla ministra della giustizia USA Janet Reno: "Se

dovesse succedere questo [che non ci sia alcun' inchiesta amministrativa contro la del Ponte], non
sarà

possibile verificare se il capo di polizia Urs von Daeniken abbia effettivamente imposto la nomina
della

del Ponte nell'interesse delle banche. Ciò sarebbe da deplorare e ricorda lo schema,noto fino alla

nausea, dell'infiltrazione del crimine organizzato nella polizia federale svizzera, noto fino alla
nausea,

che in passato fu sempre un importante canale per la disinformazione globale nell'interesse del
crimine

organizzato. All'epoca dell'amministrazione Bush io ho portato ripetutamente a conoscenza sia del

congresso che del governo USA questi argomenti”.(36) Il tentativo di ottenere dalla Signora del
Ponte
in persona per il presente libro alcune spiegazioni che chiarissero questi misteriosi avvenimenti, è

purtroppo fallito.

Note:

1) La relazione finale di Haeflinger al consiglio federale confermò le accuse di Kaeslin. Egli


constava

che la Svizzera era diventata [nel 1989] una piazza centrale del riciclaggio di denaro e che nella
lotta al

crimine internazionale era rimasta indietro da dieci a quindici anni. Alla procura federale solo
cinque

impiegati combattevano all'inizio del 1989 la criminalità internazionale, mentre decine di cacciatori
di

comunisti gestivano centinaia di migliaia di schede di elementi sovversivi di sinistra ancora poco
prima

della caduta del muro. Come si è saputo più tardi, nell'ufficio di registrazione delle schede
lavoravano

spesso amiche e mogli di funzionari. Gerber era ideologicamente più ostinato dei suoi colleghi del

KGB, della Stasi o della Securitate. Questi avevano già capito allora che cosa si preparava e si
erano

appropriati di conti segreti dello stato in occidente, per cominciare una nuova vita come capitalisti

privati.

2) La procura federale (74 uffici) è la suprema istanza accusatoria, competente per casi speciali
(reati di

funzionari federali, crimini contro lo stato) e controlla la polizia federale ad essa sottoposta (99
uffici).

La polizia federale è da una parte responsabile dell'inchiesta di polizia per reati di competenza
della

federazione (ad es. attentati dinamitardi), dall'altra è l'autorità preposta alla protezione preventiva
dello

stato. Se vede pericoli per l'ordine costituzionale, può di sua iniziativa e indipendentemente dal

concreto indizio di reato, attivarsi con mezzi propri dei servizi segreti.

3) "Die Volkswirtschaft" [L'economia nazionale] 1/96

4) Il lucernese Widmer, collega di partito nella CVP (Christliche Volkspartei) del consigliere
federale
Koller, fu promosso presidente dell' Ufficio federale di polizia. Nel 1991 Widmer aveva fatto
scalpore

come comandante di polizia di Lucerna, allorché aveva autorizzato che venissero distrutte
numerose

annate di diversi atti concernenti la difesa dello stato. Nel 1987 decise di licenziare dall'incarico
due dei

suoi più brillanti ufficiali per insufficiente onestà. Un' inchiesta ,disposta dal consigliere governativo
(o

consigliere di seconda classe? ) di Lucerna, confutò ampiamente le accuse di Widmer contro i due

impiegati.

5) L'Ufficio centrale per la lotta al crimine organizzato presso l'Ufficio federale di polizia fu creato
nel

febbraio 1995 e solo dopo mesi di rinvii fu assegnato all'appena trentenne Michael Lauber. Lauber
era

un principiante che appena tre anni prima aveva portato a termine gli studi giuridici all'università di

Berna.

6) La cosiddetta criminalità organizzata è un concetto vago. Il legalismo, diffuso negli ambienti di


polizia, non basta a spiegare questo fenomeno, sono necessarie anche l'economia, la sociologia e
la

storia. Generalmente vengono usati due modelli d'approccio per studiare la dinamica delle

organizzazioni mafiose: la teoria della mafia come impresa assetata di profitto che vende prodotti e

prestazioni illegali, e la teoria della mafia come organismo di tipo statale che promulga, garantisce,

rende esecutive le norme in un determinato territorio e per questo riscuote tasse.

7) Un esempio di difensore dello stato che passò alla lotta contro la corruzione, è rappresentato
dal

consigliere comunale zurighese FDP ed ex uomo di collegamento della polizia politica della città di

Zurigo ( commissariato di polizia giudiziaria III ) Hans-Ulrich Helfer. Negli anni '70 aveva infiltrato
gli

ambienti autonomi degli occupanti abusivi di case e partecipato ad azioni e dimostrazioni come

"underoveragent". E in questa veste Helfer aveva fatto per sua stessa ammissione anche cose per
cui

avrebbe dovuto essere condannato. Negli anni '80 Helfer lasciò la polizia della città di Zurigo e
fondò
una propria agenzia stampa. A metà degli anni '90 scrisse un libro sull'affare del deposito di
filtrazione

di Zurigo e fondò un'associazione per la lotta alla corruzione. Secondo Helfer questa ha bisogno
anche

dell’impegno del cittadino responsabile.

8) A questo proposito sostiene Mark Pieth: "Il crimine organizzato in quanto tema concernente la
difesa

dello stato significa, ad esser chiari, che si deve indagare" nei precedenti dei precedenti". Atti
istruttori

sarebbero possibili anche se non sussiste neppure il sospetto che una persona - ad esempio con

transazioni finanziarie- appoggi un'organizzazione criminale nella sua attività delittuosa" ("Neue

Zürcher Zeitung", 13.11.95). Nel maggio 1996 il Consiglio federale ha deciso di centralizzare le

inchieste contro il crimine organizzato presso l'Ufficio federale di polizia.

9) "Panorama", 10.3.95, e "Avvenimenti", 8.3.95

10) "Cash", 3.11.1995


11) Cit. da "Cash", 14.6.96

12) "Cash", 14.6.96

13) "Tages-Anzeiger", 2.2.96

14) "Neue Zürcher Zeitung", 28.3.96

15) Miriam Arana de Nasser era stata arrestata il 23 febbraio 1994 nel Cantone di Vaud e
estradata il 3

gennaio 1995 dalla Svizzera agli USA. Il 29 febbraio 1996 la colombiana fu condannata a Miami a
12

anni di prigione. Oberholzer lavorava alla SBG nel settore di consulenza finanziaria per l'America

Latina, tra l'altro per una ricca clientela messicana. Nei conti sequestrati alla Nasser alla SBG
c'erano

180 milioni di dollari, la più alta cifra al mondo requisita in un singolo caso di narcotraffico.

16) Mandati in consiglio di amministrazione di Helmuth F.Groner nell' agosto 1995: Abuk Holding
AG

(Zug); Comdatech Trading AG (Zug); Formalux AG (Zug); Cooperativa Eigenheim ( Cham) ; Inter-

Elektronik AG (Zug); Mirega AG (Zug); MK Mineralkontor AG (Zurigo); Roxilan AG (Zug); Unipex


AG (Zug) ; Verado Trade AG ( Zug); Vivista AG (Zug); Isowa AG (Lucerna); Intercontainer
Machinery

AG (Lucerna); Ranbaxy SA (Zug) ; VPT Verwaltungs- & Privattreuhand AG (Zug). (Fonte: Orell

Füssli/Teledata: Il CD-ROM dell'economia svizzera, Version 1996/1, giorno: 1.8.95)

17) Mandati in consiglio di amministrazione di Erwin Lustenberger nell'agosto 1995: Demo Scope

Holding AG (Zug); Etraco AG (Zug); Anubit AG (Zug); Armtex Products SA (zug); Arvoly AG (Zug);

A 1 Ferro Commodities Corp. SA (Zug); Datagraph AG (Zug); Dominant Holdings AG ( Pfäffikon);

Dynamic Enterprises Holding AG (Hünenberg); Editions du Temple SA (Zug); Editions Miriam AG

(Zug); Elor- Beteiligungs- & Verwaltungsgesellschaft [Società di partecipazione e di gestione] AG

(Zug) ; Fantre Finanz (Zug); F.P.Handels AG (Lucerna); Gerbofin AG (Zug); GHF Gesellschaft für

Handel und Finanzierung AG (Zug); Haca Consult AG (Zug); Holding - Salweba AG (Zollikon);
Imex

Industrieanlagen und Maschinen AG (Zug); Inkra AG (Zug); Inter-Marka AG fuer


Kennzeichnungstechnik [Inter-Marka per tecnica della marcatura] (Zug); Wieland (Svizzera) AG

(Cham); Alisur AG (Oberwil presso Zug); Al Quraishi Investment Corporation Ltd. (Zug); A-N
Trading

AG (Zug); Intersema Holding AG (Zug); Trais Fluor Investment Services AG (Zug); Poltschech

Corporation AG (Zug); Frank Trading (Frank Trading Ltd.; Zug); STF Trade Finance AG (Zug);
Black

Clawson Afex- Wintech AG (Zug); Intrapol AG (Zug); Lely Zug AG (Zug); Marsyl AG (Zug); Jagro

AG (Zug) ; Keracem AG (Zug); Lely Research Holding AG (Zug); MK Mineralkontor AG (Zurigo);

Narlon AG (Zug); Neue Medien[Nuovi media] SAT AG (Zug); Nicotec AG (Hünenberg); Noleda SA

(Zug); Norbarn Management AG (Zug); Paperboard Holding Ltd. (Zug); Retsnom AG (Zug); Scudo

AG (Zug); Seminterna AG (Zug); Serdeco AG (Cham); Solitec AG (Zug); Sopatros SA (Grenchen);

Stilinex AG (Heiden); Technikontor AG (Zug); Test Holding AG (Zug); Tok Holding AG (Zug); Voith

AG (Zollikon); Waldmoos Immobilien AG (Zug); Waldstein Finanz AG (Zug); Western Olympic

Holding AG (Cham); Chemgen Products Services AG (Zug); MCH Hotel Consult & Management
AG
(Zug); Lalitz AG (Zug); Chronofin AG (Zug); Artox Corporation AG (Zug) ( Fonte: Orell / Füssli/

Teledata: Il CD-ROM dell'economia svizzera, Version 1996/1, giorno di scadenza: 1.8.95).

18) Nel gennaio 1996 Zemp ottenne un verdetto del tribunale cantonale di Zurigo, nel frattempo

passato in giudicato, contro una società di Helmuth Groner e Erwin Lustenberger. La complessa

motivazione della sentenza può essere riassunta nel senso che i giudici di Zug confermarono che
dal

1987 ,durante la sua detenzione preventiva a Lugano, egli era stato danneggiato in maniera non
legale

da una società di cui Groner e Lustenberger erano state le forze propulsive.

19) Vedi a questo proposito : Shana, Alexander : ‘The Pizza Connection’ . New York, 1988

20) A mettere in guardia Tognoli era stato Bruno Contrada, a lungo presidente della squadra
mobile di

Palermo e più tardi numero tre del servizio segreto italiano civile SISDE, arrestato nel dicembre
1992

per sospetto di complicità con la mafia. Per molti anni Contrada era stato considerato nemico
inesorabile della mafia. In effetti non solo favoriva la fuga di molti boss mafiosi, ma impediva anche

numerose azioni di polizia. Se già il procuratore Giovanni Falcone, assassinato nel 1992, aveva
nutrito

sospetti, la sfiducia si accrebbe allorché Contrada, poco dopo l'attentato dinamitardo al successore
di

Falcone, Paolo Borsellino, comparve sul luogo del delitto molto prima che la superiore autorità
fosse

stata informata. Nel dicembre 1992 Contrada fu infine arrestato. Al suo processo nell'estate 1994 a

Palermo, che terminò in prima istanza con un verdetto di colpevolezza, era presente come
testimone

dell'accusa anche Carla del Ponte.

21) A quell'epoca Tito Tettamanti era il maggior azionista svizzero della BSI.

22) Shana, Alexander: ‘The Pizza Connection’. New York 1988, p.138 segg.

23) La Corte delle Assise criminali Lugano: Sentenza contro Della Torre, Palazzolo e Rossini Inc.

No.130-162 (88), 26.9.85


24) La Corte delle Assise criminali Lugano: Sentenza contro Della Torre, Palazzolo e Rossini Inc.
No.

130-162 (88), 26.9.85

25) Lo svizzero nato e cresciuto a Istanbul Paul Waridel lavorava come galoppino del fornitore
turco di

morfina base Musullulu. Alla fine del 1995, pochi mesi dopo il rilascio dalla prigione, Waridel fu di

nuovo sorpreso con droghe dalla polizia cantonale ticinese.

26) Le informazioni di questo capitolo derivano dalla rivista sudafricana “Noseweek” 9/ 1990.

27) Capo delegazione fu l'avvocato d'affari di Zug Josef Bollag, consigliere d'amministrazione della

filiale svizzera della banca israeliana United Mizrahi Bank e allora rappresentante della Ciskei a

Zurigo. Altri mandati del consiglio di amministrazione di Josef Bollag sono: Interzephyr AG (Zurigo);

Oundjian SA ( Zurigo); Savoy Investments AG (Zug); Staadhof AG (Baden); Teco Management AG

(Zug); Piscina termale Baden (Baden); Verenahof AG (Baden); Chempro SA (Lausanne); Namibra
AG

(Zug); Info-Investments AG (Zug); Vasel Trading Co. Ltd. (Zug); TEF Technische Beratungs
[consulenza tecnica] AG; Verein zur Erhaltung und Verbesserung der menschlichen Sehkraft

[associazione per la conservazione e il miglioramento della vista](Baden); CCS Control Centers


AG

(Zug), Zumbühl & Co. Handelsagentur [agenzia commerciale] (Zug); Bollag-Stiftung [fondazione

Bollag] Flora, Bona e Rosa (Baden); Carnimex AG (Zug) ; Elinex Holding AG (Zug); Frenziek AG

(Zug); Gerom AG (Zug); HOP AG (Zug); Interfashion M + P AG] (Zug) (Fonte: Orell Füssli/Teledata:

Il CD-ROM dell'economia svizzera, Version 1996/1, termine 1.8.95)

28) "Sonntagszeitung", 14. 5. 95

29) Quasi tre anni più tardi, il 23 maggio 1992, Giovanni Falcone fu vittima di un attentato di mafia

sull'autostrada presso Capaci. Più di un anno dopo nel settembre 1993 una notizia fece il giro dei
media

italiani :cinque giorni prima della sua morte Falcone era stato a Lugano e si era interessato tra
l'altro del

Conto Protezione. Falcone allora non lavorava più a Palermo ma era un alto funzionario del
ministero
di giustizia a Roma.

30) Il testimone a carico Amendolito avrebbe dovuto originariamente presentarsi come testimone al

processo ad O.Tognoli, ma rinunciò come numerosi altri testimoni. In particolare Sergio Dafond si
era

fatto dispensare da un medico dalla testimonianza per irritabilità depressiva. Dafond era
vicedirettore

della Kreditanstalt di Bellinzona, dove Tognoli aveva avuto dal 1976 i suoi conti bancari. In una

testimonianza del 1988 Dafond aveva detto che probabilmente nel 1980 O.Tognoli gli aveva
presentato

anche Leonardo Greco ( il padrino mafioso), che aveva pure aperto un conto bancario. Questo non

aveva tuttavia registrato grandi movimenti ("Eco di Locarno", 7.4.90).

31) " Tages-Anzeiger", 15. 11. 90

32) Gianoni, Franco: 'Giustizia per Oliviero Tognoli', Locarno 1995

33) "L'Unità" , 12.5.90

34) "L'Unità", 27.7.90


35) SDA, 11.12.93

36) Lettera di S. Amendolito a J. Reno del 21.2.94

12 NUOVA LUCE SULL' AMBROSIANO

Le inchieste dei procuratori di Mani Pulite riportarono al centro dell'interesse la bancarotta del
Banco

Ambrosiano milanese del 1982, un avvenimento chiave dello scandalo italo-ticinese.(1) Il caso

Ambrosiano vuol dire di più di un buco di un miliardo di franchi nel bilancio di una banca:

l'Ambrosiano rappresentava l'interfaccia centrale fra la finanza sommersa italiana e la circolazione

monetaria legale. Oltre al business principale e legale con la media borghesia fedele al Vaticano
(2),

quella che era allora la più grande banca privata italiana aveva sistematicamente fatto confluire in
una,

quattro correnti di denaro provenienti da quattro fonti oscure e in compenso tanto più redditizie: la
fuga

di capitali all'estero, la mafia, la circolazione di tangenti e infine dalle manipolazioni finanziarie


illegali
della loggia massonica segreta P2.

ASCESA E CADUTA DI ROBERTO CALVI

Motore della crescita dell'Ambrosiano negli anni '50 furono l'investimento e l'amministrazione di

capitale italiano all'estero. Il ceto medio del nord Italia, che aveva avuto successo, voleva
proteggersi

dalla pressione fiscale, dall'inflazione alta e dalla lira debole e cercava per questo possibilità di

investimento all'estero. Ma ciò era più facile a dirsi che a farsi, considerate le norme allora rigide

contro l'esportazione di capitali. L'ambizioso giovane manager di banca Roberto Calvi si accinse
alla

creazione di un'organizzazione all'estero. Nel 1957 fondò a Lugano la Banca del Gottardo, poi

sopravvennero filiali a Zurigo, Chiasso, Losanna, Locarno, Francoforte sul Meno e anche a
Nassau

(Bahamas). Vicepresidente della Banca del Gottardo fu fin dalla fondazione l'avvocato Carlo von

Castelberg, avvocato a Zurigo, dove dal 1975 al 1987 fu presidente della Casa dell'arte e, più tardi,
presidente onorario della Società dell'arte. L'attività giornaliera era diretta da due manager di
banca

ticinesi, precisamente Fernando Garzoni e Francesco Bolgiani. Già nel 1956 l'avvocato del

Liechtenstein Walter Keicher aveva fondato a Vaduz per l'Ambrosiano la ditta Lovelock, che
doveva

divenire più tardi base di una struttura segreta più ampia accanto alla legale Banca del Gottardo.
(3)

L'autore inglese Charles Raw suppone che la Lovelock abbia avuto un ruolo determinante alla

fondazione della banca del Gottardo e l'abbia anche controllata finché l'Ambrosiano nel 1960
acquisì

una partecipazione del 40% alla Gottardo. Nel 1963 la Lovelock fondò in Lussemburgo la

Compendium che cominciò presto a far segretamente incetta di azioni dell'Ambrosiano alla Borsa
di

Milano. Alcuni anni più tardi la Lovelock fondò a Lugano la Ultrafin, nel cui consiglio di

amministrazione entrò Calvi. Negli anni '60 Calvi continuò sistematicamente a lavorare alla sua
doppia

struttura all'estero. La parte segreta fu posta sotto la copertura della Radowal in Liechtenstein (che
più
tardi cambiò nome in United Trading), del cui consiglio di amministrazione facevano parte anche

entrambi i manager ticinesi della Banca Gottardo Garzoni e Bolgiani. (4) Come Raw scoprì, le
società

dissimulate controllate dalla Radowal, ad esempio la Compendium, percepivano dalle filiali ufficiali

dell'Ambrosiano notevoli crediti e operavano anche con azioni dell'Ambrosiano allo scopo di

manipolare i corsi.

LA BANCA VATICANA IOR

Dopo che il Banco Ambrosiano, tradizionalmente vicino al Vaticano, nel corso degli anni '60 aveva

intensificato la collaborazione con la Banca Vaticana IOR (Istituto Opere di Religione) (5), Calvi,

divenuto nel frattempo capo supremo dell' Ambrosiano, strinse agli inizi degli anni '70 un' alleanza

strategica con lo IOR. Presidente dello IOR era dal primo gennaio 1971 l'arcivescovo Paul
Marcinkus.

L'ex guardia del corpo del papa, cresciuta in un sobborgo di Chicago, si era ora impegnato per
incrementare in maniera massiccia la redditività dello IOR, per mettere a disposizione del Santo
Padre i

mezzi necessari alle sue opere cattoliche e per divenire lui stesso cardinale. (6) Marcinkus
festeggiò

l'entrata nel business finanziario internazionale e fece partecipare lo IOR all'illegale "struttura

Radowal" di Calvi. Inoltre lo IOR acquisì partecipazioni alla Cisalpine Bank a Nassau nelle
Bahamas,

una filiale ufficiale dell'Ambrosiano, che Calvi aveva fondato all'inizio del 1971 con Fernardo
Garzoni

della Gotthard Bank. Come manager della Cisalpine firmava allora lo svizzero Pierre Siegenthaler.

IL BANCHIERE DELLA MAFIA MICHELE SINDONA

Il terzo uomo nella congrega di Calvi e dell'arcivescovo Marcinkus fu all'inizio degli anni '70
Michele

Sindona, il banchiere della mafia siciliana. Per aggirare i regolamenti italiani per le operazioni in
valuta

estera, l'irrequieto terzetto fondò numerose società di comodo in esotiche piazze finanziarie
offshore.

(7) Sindona era originariamente un consulente finanziario di Messina, che nel 1946 si era trasferito
a
Milano e, dagli anni '50, lavorava per la mafia. Egli prese parte ai leggendari incontri familiari dei

Gambino di New York con i cugini siciliani del clan Inzerillo, il 2 novembre 1957, al Grand Hotel des

Palmes a Palermo. In seguito Le cose andarono sempre meglio per Sindona. Egli fondò a Vaduz la

Fasco che poco dopo si accaparrò la Banca Privata Finanziaria di Milano, confluita più tardi con la

Banca Unione nella nuova Banca Privata Italiana. In seguito, Sindona cominciò a lavorare con i

banchieri dello IOR Massimo Spada e Luigi Mennini e comprò da loro nel 1964 a Losanna la
Banque

de Financement (Finabank). Di questa banca mafiosa lo IOR si tenne una partecipazione di


minoranza.

Negli USA, Sindona lavorava con la Continental Illinois Bank (Chicago), che più tardi sarebbe
fallita.

Ne era allora presidente David Kennedy, che il presidente Richard Nixon poco dopo chiamò al
governo

quale ministro delle finanze. Nell'autunno 1974 la Banca Privata Italiana di Sindona e la sua banca

ancor più grande negli USA, la Franklin National Bank, fallirono.(8) Era l'epoca della prima crisi
petrolifera e del crollo dei corsi di cambio fissi (sistema Bretton-Woods). Le quotazioni delle azioni

crollarono e inoltre Sindona aveva fatto speculazioni sbagliate sui mercati valutari. Anche gli
afflussi di

denaro dalla cassa privata dei suoi padrini di mafia Gambino e Inzerillo non poterono più salvarlo.

Fuggì negli USA, dove tuttavia non riuscì più ad avere successi finanziari. Nel 1980 fu qui
condannato

a 25 anni di prigione per bancarotta fraudolenta, nel 1984 gli USA lo rispedirono in Italia. Nel 1986

infine fu inflitto a Sindona l'ergastolo come mandante degli assassini di Giorgio Ambrosoli, che
aveva

fatto un'inchiesta ufficiale sulla bancarotta dell'Ambrosiano. Due giorni dopo la sentenza morì nella

prigione di Voghera per una dose di cianuro di potassio nel caffè.

LA P2 SALVA CALVI

Il fallimento delle banche di Sindona procurò notevoli problemi ai suoi soci Calvi e Marcinkus.
Inoltre,

l'economia mondiale era entrata a metà degli anni '70 in una fase di recessione e una grande
insicurezza
dominava i mercati finanziari mondiali. Calvi e Marcinkus dovettero non solo far fronte al venir
meno

del denaro della mafia proveniente dalle banche di Sindona, ma anche ristrutturare la loro rete
segreta

internazionale indebolitasi. Sindona, che dopo la bancarotta se ne era andato negli USA, seppe
cosa

fare. Calvi avrebbe dovuto entrare a far parte della loggia massonica segreta P2, di cui il banchiere

della mafia siciliano era membro già da alcuni anni.(9) Dall'ampia rete di relazioni del gran maestro

della P2 Licio Gelli e del suo braccio destro, il finanziere romano Umberto Ortolani, Calvi poteva

aspettarsi un aiuto efficace per la fuga di capitali all'estero. I contatti della P2 nella burocrazia
statale

potevano fornire quell'aiuto, necessario per la fuga di capitale. Esempio concreto di un


soccorrevole

funzionario dirigente del genere, appartenente alla P2, è a Roma Ruggero Firrao dapprima
presidente

dell'Ufficio Italiano dei Cambi (UIC), l'ufficio delegato ai rigidi controlli statali dei cambi, e dopo il

1979 direttore in Italia dell’ente per la garanzia contro i rischi dell'esportazione (SACE). Alla fine
degli

anni '80 Firrao lasciò il servizio statale e fondò a Lugano la Finexpo SA. (10) Secondo i verdetti del

procuratore Dell'Osso, egli faceva transazioni illegali e usava a questo scopo il conto 633.369
presso la

SBG (Lugano). (11) Alla fine del 1993, Dell'Osso lo fece arrestare con un mandato di cattura

internazionale e fece perquisire i suoi uffici. Fu espulso a Milano e nel dicembre 1994 condannato
in

prima istanza per concorso sistematico in esportazione illegale di capitali a due anni e mezzo di

prigione con la condizionale. (12) I servizi prestati da fratelli di loggia come Firrao o Gelli, non
furono

gratuiti per Calvi. Al contrario. Gelli chiese in cambio molto denaro. "Spremette Calvi come un

limone", scrive Charles Row e valuta la cifra complessiva che Calvi tra il 1976 e il 1981 ha stornato
dal

Banco Ambrosiano, a 250.000 milioni di dollari (?). Quindi Gelli e Calvi riconvertirono il Banco

Ambrosiano a macchina per far soldi della P2. Per far sì che la cassa dell'Ambrosiano fosse in

pareggio, i due derubarono lo stato con l'aiuto di politici e manager corrotti. I massimi creditori
dell'Ambrosiano, al momento della bancarotta, erano non per caso le aziende di stato ENI e la
Banca

nazionale del lavoro (BNL). Sia all'ENI che alla BNL c'erano in posizioni direttive persone della P2.

All'ENI il socialista Leonardo Di Donna era vicepresidente, alla BNL il socialista Alberto Ferrari era

direttore generale. Di Donna e Ferrari, per ordine del gran maestro, fecero avere ancora crediti al
Banco

Ambrosiano quando la banca era da lungo tempo sull'orlo del fallimento. L'esempio per eccellenza
è il

già ricordato credito di 50 milioni di dollari del 1981 che aveva portato ai sette milioni di tangenti sul

conto Protezione.

CALVI IN GRANDE DIFFICOLTA'

Nonostante tutto l'aiuto da parte dei fratelli della P2, presenti nell'apparato statale, Calvi ebbe
problemi

con le autorità. Nel 1978 la Banca d'Italia aprì un'inchiesta contro la sua società La Centrale
Finanziaria

per sospetto di esportazione illegale di capitale. Nel consiglio di amministrazione della Centrale
c'era,

oltre a Calvi, anche il suo rappresentante in Svizzera Carlo von Castelberg, vice presidente della

Gottardo. La Banca d'Italia sospettava la Centrale Finanziaria di avere venduto un pacchetto di


azioni

dell'Assicurazione Toro ad una società estera dell'Ambrosiano, solo tuttavia per ricomprarlo più
tardi ad

un prezzo notevolmente più alto. La differenza di prezzo era passata all'estero come esportazione

illegale di capitale.(13) Dopo che la Banca d'Italia ebbe affidato l'inchiesta alla procura milanese si

giunse ad una richiesta di assistenza giuridica alla Svizzera. I procuratori supposero che la Banca
del

Gottardo, filiale ticinese dell'Ambrosiano, fosse stata inserita nel traffico illegale e chiesero di poter

vederne la contabilità. La Banca del Gottardo fece ricorso con successo. Il 15 giugno 1980 la
Camera

dei ricorsi del tribunale penale ticinese respinse la richiesta. (14) Un anno dopo gli eventi
precipitarono.

A metà maggio 1981 la polizia finanziaria trovò nel corso della perquisizione domiciliare della villa
di
Gelli, oltre alle liste dei membri della P2 e ai documenti del Conto Protezione, anche carte che

dimostravano l'esportazione illegale di capitale per circa 23 miliardi di lire (allora circa 100 milioni di

franchi) con l'aiuto della finta vendita delle azioni Toro. Questa notizia arrivò improvvisa nel corso
del

processo in corso dalla fine di maggio 1981 contro Calvi, Castelberg e altri nove dell'Ambrosiano.

Calvi e otto dei suoi collaboratori furono immediatamente arrestati. Contro Castelberg c'era a
Zurigo un

mandato di cattura italiano, che la polizia zurighese non rese tuttavia mai esecutivo, perché reati
del

genere in Svizzera non portano alla richiesta di estradizione. Mentre la procura di Milano lasciò
cadere

l'accusa di frode e si concentrò sul reato, ormai dimostrabile, di fuga illegale all'estero di capitale,
la

Banca del Gottardo di Lugano andò all'offensiva. Informò la stampa del rifiuto, rimasto fino allora

sconosciuto al pubblico, da parte della giustizia ticinese di prestare assistenza legale all'Italia.
"Questo

rifiuto fa mancare il terreno sotto i piedi all'accusa italiana" (15), si leggeva sulla stampa svizzera. Il
giorno dopo il "Corriere della Sera" rispose: "La giustizia svizzera assolve Calvi e rifiuta la

collaborazione con le autorità italiane". (16) La camera dei ricorsi del tribunale cantonale ticinese si

vide costretta a pubblicare un comunicato. Si richiamò alla convenzione europea per l'assistenza

giuridica in questioni penali, che prevede il rifiuto di un aiuto del genere in caso di reati in materia
di

valuta. La richiesta si basava sulla presunzione di reato di frode, compiuto da Calvi e dagli altri
membri

del consiglio di amministrazione de La Centrale Finanziaria. La nuova accusa parlava invece solo
di

violazione delle norme valutarie italiane. (17) Sebbene l'ordine cronologico degli avvenimenti

contraddica il comunicato della Camera dei ricorsi ticinese, questa trovò sostegno nella stampa
della

Svizzera tedesca. Nessuno sembrò accorgersi che la richiesta di assistenza giuridica era già stata

respinta il 15 giugno 1980, un anno prima che i procuratori milanesi avessero lasciato cadere
l'accusa di

frode. Il 21 luglio 1981 il tribunale di Milano condannò Roberto Calvi per esportazione illegale di
capitale a quattro anni di prigione e a una pena pecuniaria di 16,5 miliardi di lire (allora circa 30

milioni di franchi). Altri tre coimputati furono condannati, i restanti sei, tra cui von Castelberg a

Zurigo, furono assolti per mancanza di prove. Alla lettura della sentenza Calvi era assente. Aveva

compiuto un tentativo di suicidio nella prigione di Lodi ed era in ospedale, gravemente ferito.

Nonostante la condanna e il tentativo di suicidio, Calvi continuò a rimanere a capo del Banco

Ambrosiano. Poiché la struttura della proprietà era impenetrabile, la stampa si chiese allora chi
fosse

mai a voler mantenere ad ogni costo Calvi al suo posto. L'interrogativo ha da quegli anni trovato

risposta. Il gruppo dell'Ambrosiano era controllato da Gelli, Ortolani e Calvi mediante un


complesso

sistema di società di comodo inserite le une nelle altre come matrioske, con la banca vaticana IOR

come azionista di minoranza. Il permanere di Calvi al vertice dell' Ambrosiano era in certo qual
modo

uno schiaffo di Gelli alla giustizia italiana. Lo spettacolare caso giudiziario non andò tuttavia in
scena
senza conseguenze personali. Von Castelberg diede le dimissioni da consigliere
d'amministrazione del

Banco Ambrosiano e de La Centrale Finanziaria, ma mantenne i suoi mandati al Banco


Ambrosiano

Holding SA, al Banco del Gottardo e alla filiale zurighese della Banca del Gottardo Ultrafin AG.(18)

LA FINE DI CALVI

Nei pochi mesi prima di morire Calvi cercò disperatamente di trovare nuovi finanziatori per la sua

banca in difficoltà. Cosa estremamente difficile da quando Gelli e Ortolani erano scomparsi e il

presidente dello IOR Marcinkus si era ritirato. Dopo gli inutili tentativi di Calvi di procurarsi denaro

attraverso lo speculatore sardo Flavio Carboni (19) e Cosa nostra siciliana, la polizia inglese
rinvenne

infine il suo cadavere il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati neri a Londra. La sua segretaria
privata

Graziella Corrocher, già un giorno prima, si era gettata dalla finestra a Milano. Poche settimane
dopo il

Banco Ambrosiano fallì con una montagna di debiti di più di due miliardi di franchi. La controversia
sulle esatte circostanze della morte di Roberto Calvi da allora non si è spenta. L'autore Charles
Row e

la giustizia inglese ritengono che si sia trattato di suicidio. Calvi si sarebbe suicidato per
disperazione

in seguito alla rovinosa revoca del credito da parte della banca vaticana e l'oltraggioso tradimento

dell'arcivescovo Marcinkus. (20) Un'altra tesi, sostenuta dalla vedova di Calvi, Clara, fondata su

ricerche dell'ufficio di investigazioni private Kroll, parla di assassinio. La tesi del suicidio è stata

decisamente rigettata da Kroll dopo uno studio, condotto con acribia, degli atti giudiziari inglesi e
una

ricostruzione minuziosa del caso di morte. Di delitto ha parlato anche il chiacchierato banchiere

svizzero Juerg Heer. L'ex direttore della Rothschild Bank di Zurigo dichiarò al “Wall Street Journal”
di

avere consegnato ai killer mafiosi di Roberto Calvi, per ordine della P2, una valigia piena di
contanti.

(21) Il contatto tra Heer, Calvi e Gelli esisteva già dalla fine degli anni '70. Gelli usava regolarmente

per le sue operazioni internazionali la banca Rothschild di Zurigo. Così Rothschild comprò ad
esempio,
alla fine degli anni '70 per ordine di Gelli, un notevole pacchetto di azioni della casa editrice
milanese

Rizzoli. Con ciò il presidente della P2 si trovò a controllare il più importante quotidiano italiano,
cosa

che era stata uno dei principali obiettivi. (22) Una settimana più tardi l'allora ancora sconosciuto

imprenditore edile Silvio Berlusconi, membro in segreto della P2, ottenne che gli fosse dedicata

settimanalmente sul "Corriere della Sera" una colonna.(23)

LA BANCA DEL GOTTARDO DI LUGANO SOPRAVVIVE

In quanto filiale svizzera del Banco Ambrosiano anche la Banca del Gottardo finì naturalmente nel

vortice dello scandalo milanese. Ma i liquidatori lasciarono che la banca continuasse


provvisoriamente

un'attività ridotta e la vendettero due anni dopo alla banca giapponese Sumitomo. I top manager di

Calvi Fernando Garzoni e Francesco Bolgiani poterono mantenere i loro posti. L'istituto ebbe un
nuovo

presidente nella persona dell'ex consigliere governativo Claudio Generali, vicepresidente restò
Carlo
von Castelberg.(24) A differenza del presidente Calvi, i quadri dirigenziali della Banca Gottardo
hanno

superato bene lo scandalo dell'Ambrosiano. All'inizio del 1994 von Castelberg era ancora vice della

Gottardo e presidente dell'Ultrafin, Bolgiani era direttore dell'Ultrafin mentre Garzoni era diventato

presidente onorario della Banca del Gottardo. Nel suo studio già citato più volte, Charles Row
dimostra

il ruolo centrale della Banca del Gottardo nella gestione della United Trading a Panama, cuore
della

banca segreta illegale all'interno del Banco Ambrosiano, creata da Calvi e Marcinkus dopo il crollo
di

Sindona nel 1974.(25) Nel consiglio di amministrazione della United Trading Corporation SA di

Panama (UTC) c'erano Fernando Garzoni, Francesco Bolgiani e Otto Husi.(26) "Fernando
Garzoni",

scrive Raw, "era presidente della Banca del Gottardo dal 1979 e sapeva con ogni probabilità più di
ogni

altro degli affari di Calvi."(27) Garzoni da parte sua non ha rimorsi e non permette che gli si
rimproveri
nulla. "Se la Svizzera esige con una nuova legge un attestato che il denaro accettato nel territorio

nazionale o all'estero sia tassato, dobbiamo abolire tra i 30.000 e i 40.000 posti di lavoro",
sostenne nel

settembre 1993 con un giornalista.(28) Garzoni contestò l'influsso negativo della fuga di capitale

all'estero sull'economia italiana. Il flusso di capitale internazionale era – affermò - un dato di fatto,
su

cui si fondava il benessere della Svizzera e di cui vivevano le banche. Un collega di Garzoni,
membro

della direzione della Gottardo, era Walter Canepa. Il 10 gennaio 1994 Canepa fece un attentato a

Generali, presidente della banca. Irruppe nel suo ufficio, gli sparò, ferendolo gravemente. Poi tornò
nel

suo ufficio e abbatté il suo cliente privato Luciano Richina, colpendolo con l'impugnatura della
pistola.

Quindi salì sul davanzale della finestra di Mario Botta e gridò che voleva buttarsi giù, cosa che
tuttavia

non fece. L'inchiesta del procuratore Pietro Simona diede come risultato che Canepa, per coprire
le sue

speculazioni sbagliate, aveva oltrepassato le sue mansioni di vicedirettore. Inoltre, lo angustiavano


anche grandi problemi finanziari personali. Sulla stampa ticinese si mise in genere, alla base

dell’accaduto, il fatto che Canepa, oppresso da problemi finanziari, fosse stato piantato in asso da

Generali. All' inizio del 1995 il procedimento istruttorio era ancora in corso. Il nome di Walter
Canepa

non appare nel grosso libro di più di 500 pagine di Raw. Stranamente l’autore non nomina neppure

Carlo von Castelberg. Stranamente- perché Castelberg era uno dei più importanti collaboratori di
Calvi

in Svizzera. Significativo è a questo proposito che Raw negli anni '80 lavorasse per il liquidatore
della

Holding Ambrosiano SA in Lussemburgo, precisamente per Brian Smoutha dell' ufficio fiduciario

Touche Ross. Smouha fu scelto come liquidatore dal tribunale del Lussemburgo, sebbene - o
perché- la

Fiduciare Gènèrale affiliata alla Touche-Ross, aveva sempre controllato senza problemi la gestione

annuale dell'Ambrosiano Holding del Lussemburgo e perciò poteva essere considerata


corresponsabile

di tutto il disastro. Negli ambienti dei piccoli azionisti italiani danneggiati dell'Ambrosiano non si
sono
mai placate le accuse che nella bancarotta dei denari fossero scomparsi in Lussemburgo in modo
non

chiaro. (29)

MANDATI D' ARRESTO NEI CONFRONTI DEI BANCHIERI DEL VATICANO

Cinque anni dopo la bancarotta, il Banco Ambrosiano ebbe di nuovo titoli a caratteri cubitali sui

giornali. Nel febbraio 1987 il procuratore Pierluigi Dell'Osso emise un mandato d'arresto nei
confronti

di tre funzionari della Banca Vaticana IOR: precisamente il presidente dello IOR arcivescovo Paul

Marcinkus e i due manager dello IOR Pellegrino De Strobel e Luigi Mennini. Poichè i tre
risiedevano

in Vaticano, non poterono essere arrestati. Lo IOR e Marcinkus avevano sempre respinto ogni

responsabilità e tuttavia nel 1984 avevano pagato volontariamente 242 milioni di dollari ai creditori

danneggiati del Banco Ambrosiano. Un passo, raccomandato allo IOR da una commissione papale
di

saggi, di cui era membro anche l'allora presidente onorario della SBG Philippe de Weck. Il denaro
necessario per il risarcimento dei danni lo IOR se lo procurò con la vendita della sua filiale svizzera

Banco di Roma per la Svizzera a Lugano (oggi Banco di Lugano) alla SBG. (30)

CARLO VON CASTELBERG NON FA LE VACANZE IN ITALIA

Ai primi di maggio 1987 il procuratore Dell'Osso emise infine a Milano altri venticinque mandati di

arresto contro persone che, a suo parere, si erano rese colpevoli di complicità in bancarotta
fraudolenta,

falso in bilancio, appropriazione indebita e di altri reati economici. Tra questi c'erano il finanziere

italiano Orazio Bagnasco di Lugano e il vice della Banca del Gottardo Carlo von Castelberg a
Zurigo.

La "Neue Zuercher Zeitung" annunciò questi arresti il 6 maggio e fece il nome di Orazio Bagnasco,
ma

si guardò bene dal parlare ai suoi lettori di Carlo von Castelberg. La polizia svizzera non
procedette

all'arresto come era avvenuto nel 1981 col primo mandato di cattura contro von Castelberg. Egli si

dichiarò tuttavia pronto a rispondere, nell'ambito dell'assistenza giuridica, alle domande della
procura
milanese di fronte ad un giudice istruttore svizzero. (31) Gli atti giudiziari che il procuratore
Dell'Osso

ha messo insieme a Milano, riempiono 30 volumi di più di 100.000 pagine, solo l'atto d'accusa
contro i

44 imputati nel processo principale dell'Ambrosiano del 1988 conta 1.652 pagine. Il processo

gigantesco finì infine il 16 aprile 1992 con verdetti di colpevolezza per concorso in fallimento

fraudolento contro 33 imputati e sfociò in lunghi e complicati procedimenti d'appello . (32) Umberto

Ortolani, vicepresidente della P2, si prese 19 anni di prigione, il gran maestro Licio Gelli 18 anni e
6

mesi, Flavio Carboni, complice nella fuga di Calvi, 15 anni, la guardia del corpo di Calvi Francesco

Pazienza 14 anni e sei mesi, Carlo von Castelberg otto anni e otto mesi, Carlo de Benedetti sei
anni e

quattro mesi e Orazio Bagnasco sette anni e sei mesi. La motivazione scritta del verdetto occupa
4.409

pagine e fu pubblicata il 10 ottobre 1994, due anni e mezzo dopo la sentenza. (33) Von Castelberg

definì incomprensibile e non eseguibile la sentenza all'agenzia stampa AP Svizzera. Egli avrebbe
contato su un'assoluzione e intendeva impugnare la sentenza. Nel giugno 1996 la Corte d'appello
di

Milano ha confermato in seconda istanza i verdetti del caso Ambrosiano, ma ha mitigato il grado
della

pena. La condanna al carcere di Castelberg è stata ridotta a quattro anni e tre mesi, l'ordine di
cattura è

stato ritirato. Egli può rivolgersi ancora alla corte di cassazione a Roma come ultima istanza. (34)

IL CASO DUFT

Nei diversi procedimenti secondari della bancarotta dell'Ambrosiano, che vengono trattati

separatamente in tribunale, troviamo anche due importanti imputati svizzeri: gli avvocati Peter Duft
di

Zurigo e Charles Poncet di Ginevra. Duft era accusato di ricatto nei confronti del presidente

dell'Ambrosiano Roberto Calvi. Nel luglio 1994 il tribunale distrettuale di Milano condannò Duft in

prima istanza a sette anni di prigione, una piccola pena pecuniaria, il pagamento dei costi del

procedimento e il pagamento di circa 500.000 franchi a garanzia di eventuali richieste di diritto


civile
dei liquidatori dell'Ambrosiano. A causa di questa condanna, Duft, nell'autunno 1994, dovette dare
le

dimissioni da presidente dell'associazione zurighese dei proprietari di casa, ma potè restare nel

consiglio direttivo. Alla fine degli anni '80 Duft faceva parte del consiglio di amministrazione del

Neumarkt-Theater e fu fino al 1987 nel consiglio cantonale per la Christlichdemokratische


Volkspartei

(CVP). Testimone principale dell'accusa milanese contro Duft è Francesco Pazienza. Lui stesso
non è

certo un novellino inesperto, tanto che nel procedimento principale dell'Ambrosiano fu condannato
a

14 anni. Pazienza era per Roberto Calvi l'uomo a cui venivano assegnati i compiti ingrati o
moralmente

discutibili. Il presidente dell'Ambrosiano l'aveva arruolato poco prima di morire, sottraendolo al

servizio segreto militare italiano SISMI. Pazienza era membro della P2 e nei servizi segreti era

considerato uno specialista del Vaticano. Spiando il Vaticano, era entrato in contatto con Giorgio Di

Nunzio, informatore del SISMI e giornalista della rivista romana della destra cattolica "Il Borghese".
Di Nunzio possedeva un rapporto segreto del cardinale Egidio Vagnozzi sugli affari sospetti della

Banca Vaticana IOR con il banchiere della mafia Michele Sindona. Gli avversari del presidente
dello

IOR Marcinkus l'avevano steso nel 1976 all'epoca dell'elezione di Giovanni Paolo I. Di Nunzio era
un

cliente di Peter Duft e si dice che allora abbia portato al sicuro il rapporto di Vagnozzi nella
cassaforte

dell'avvocato zurighese. (35) Nelle sue ricerche, Di Nunzio si era imbattuto anche in affari illegali di

Roberto Calvi. Calvi aveva finanziato allo speculatore edilizio romano e piduista Mario Genghini,
allo

scopo di esportazione illegale di capitale, progetti milionari all'estero. Dopo aver scoperto questo,
Di

Nunzio pretese da Calvi quattro milioni di dollari, altrimenti avrebbe informato la polizia. Calvi

incaricò Pazienza di trattare una riduzione della cifra del ricatto. E in effetti riuscì a Pazienza di

abbassare la somma a 1,2 milioni di dollari. Una parte avrebbe dovuto essere pagata in Italia, il
resto in

Svizzera. Della consegna della tranche svizzera avrebbe dovuto occuparsi Peter Duft. Per attuare
il

piano in Svizzera Pazienza si servì del suo vecchio conoscente Alain Aboudaram (36) di Losanna,
che

si dichiarò d'accordo nel mettere a disposizione i propri conti bancari come stazione di transito, in

cambio di una provvigione del 2 %. Il 16 marzo 1981 la United Trading, controllata da Calvi, pagò

mediante la società di comodo ZUS a Panama 1,5 milioni di dollari su un conto della società
Finanzco

di Aboudaram presso la filiale svizzera della Banque Nationale de Paris a Basilea. Alcuni giorni più

tardi, la Finanzco versò 333.000 dollari su un conto della SBG di Ginevra con l'annotazione "Duft".
Il 7

aprile 1981 la United Trading accreditò 800.000 dollari su un conto della società di Aboudaram
Real

Fin presso la filiale di Losanna della Banque Bruxelles Lambert. Il 5 maggio 1981 due milioni di

dollari passarono ancora sullo stesso conto presso la stessa banca. Il 27 maggio infine 600.000 di
questi

2,8 milioni di dollari finirono su un conto di Duft presso la Banca del Commercio di Zurigo.
Aboudaram ha confermato di fronte alla giustizia italiana il pagamento, confessato da Pazienza, di
un

totale di 933.000 dollari sui conti di Duft. Calvi non poté più essere interrogato, e anche Di Nunzio

morì nell'estate 1981 di infarto cardiaco. Duft stesso non contesta che allora su uno dei suoi conti
dei

clienti siano affluiti denari di Di Nunzio, definisce però una bugia bella e buona (37) l'accusa mossa

contro di lui da Dell'Osso, che egli sia stato implicato in un ricatto contro Calvi, e questo in
contrasto

con il verdetto di prima istanza del tribunale penale di Milano.

IL CASO PONCET

Il 6 dicembre 1993 la Procura di Milano mise in stato di accusa l'avvocato di Ginevra e consigliere

nazionale liberale Charles Poncet. (38) Nell' estate 1996 il procedimento giudiziario era ancora in

sospeso. Ebbe la sfortuna che l'amministratore fiduciario Chistopher Delaney nel febbraio 1992
fosse

stato arrestato a Jersey, l' isola del Canale, per infrazioni in un contesto diverso. Contro Delaney
c'era
un ordine di cattura internazionale, emesso dal procuratore di stato Dell'Osso, in rapporto al
processo

contro Marco Ceruti, uno dei 41 imputati principali del processo dell'Ambrosiano. Allorché Delaney
fu

arrestato a Jersey, Dell'Osso rimandò l'udienza contro Marco Ceruti per interrogare Delaney.(39)
Ceruti

era uno stretto collaboratore del capo della P2 Licio Gelli e viene accusato di aver alleggerito il
Banco

Ambrosiano di 11,6 milioni di dollari. Questo denaro prese una via tortuosa attraverso società di

comodo nel Liechtenstein (Nordeurop Anstalt) e a Panama (ZUS Corporation). Finì infine sui conti

numerati "Tortuga" e "Bukada", che Ceruti aveva alla SBG (Lugano). Ceruti è di professione
antiquario

a Firenze e sosteneva che gli 11,6 milioni fossero il prezzo d'acquisto di gioielli, appartenenti al

patrimonio dello scià di Persia, comprati da Licio Gelli. Mediatrice sarebbe stata la società Merlin

sull'isola britannica di Jersey. Dell'Osso accettò questa versione, sebbene il presidente della Merlin

Christopher Delaney avesse disdegnato il mandato di comparizione della Procura di Milano. Dopo
il
suo arresto per altri reati la musica cambiò. Delaney disse che i documenti che i difensori di Ceruti

avevano presentato, per provare un acquisto di gioielli, erano stati falsificati per preservare Ceruti
da

una condanna. Accusò il consigliere nazionale di Ginevra Poncet di complicità nella elaborazione
di

queste falsificazioni. L'azione sarebbe stata concordata nel corso di una riunione a Marbella in
Spagna,

dove Poncet avrebbe fornito le formulazioni delle falsificazioni. Poncet ha confermato la

partecipazione alla riunione di Marbella. Avrebbe ritirato più tardi i documenti all'isola di Jersey e li

avrebbe custoditi per un certo tempo nel suo ufficio a Ginevra. Alla falsificazione non avrebbe
tuttavia

partecipato. "Mi sento completamente innocente e non ho niente da rimproverarmi", affermò


Poncet.

Avrebbe "veramente pensato che i documenti fossero autentici".(40) La faccenda acquistò


pregnante

attualità per il comportamento di Poncet come politico al consiglio nazionale. Il 17 dicembre 1993,

Poncet presentò una proposta nel corso del dibattito per la revisione della legge bancaria. Poncet
richiese che l'autorità di controllo straniera potesse passare alle autorità giudiziarie del proprio
paese le

informazioni ricevute dalla commissione bancaria, solo quando questa avesse prima avuto dalla

Svizzera assistenza giuridica in cause penali. Se la commissione delle banche dovesse attendere
la

conclusione di un procedimento di assistenza giuridica, che dura di regola parecchi anni, la


rogatoria

internazionale tra le autorità di controllo delle banche sarebbe praticamente eliminata, perché le

informazioni sarebbero sempre superate e con ciò prive di valore. Perciò la Svizzera avrebbe rotto
gli

accordi internazionali che prevedono l'assistenza giuridica tra i diversi organi di controllo bancari,
per

verificare la qualità della concessione di credito, la serietà del management e l'amministrazione

accurata. Non è una pagina gloriosa per il consiglio nazionale aver accettato la proposta di Poncet
con

73 voti contro 62 - prima di tutti i sostenitori Christoph Blocher e il lobbista finanziario di Zug Georg

Stucky. Solo in seconda lettura, dopo una violenta critica della sinistra consigliare e dei media, il
consiglio nazionale respinse infine la richiesta di Poncet.

NOTE:

1) Sulla storia della bancarotta dell'Ambrosiano esistono alcune monografie dettagliate, ad


esempio:

Raw, Charles: ‘The Money Changers’. Londra 1992, o Calabrò, Maria Antonietta: ‘Le Mani della

Mafia’. Roma 1991. Raw era redattore dell'inglese "Sunday Times" e lavorò più tardi come
consulente

del liquidatore dell'Ambrosiano, la società fiduciaria britannica Touche Ross. La Calabrò aveva
seguito

il caso dell'Ambrosiano come redattrice del "Corriere della Sera" di Milano. Le due esposizioni del

caso si completano a vicenda nella misura in cui la Calabrò descrive soprattutto i legami del Banco

Ambrosiano con la mafia, mentre Raw pone l'accento sui legami di Calvi con la P2 e con la Banca

vaticana IOR.

2) I piccoli capitalisti che facevano amministrare i loro fondi non tassati da una banca statale
(Banca
Commerciale Italiana, Credito italiano, Banco di Napoli o Banca Nazionale del Lavoro), rischiavano

molto di più di essere scoperti di quanto non accadesse con il Banco Ambrosiano privato. Il
sistema

bancario italiano è stato fino alla (timida) ondata di privatizzazioni del 1994/95 per l'80% statale.
Una

situazione del genere era un'eredità del corporativismo fascista tipico della dittatura di Mussolini.

Questo sistema delle due correnti (legale e illegale) dell'afflusso di denaro si rispecchiava anche

nell'organigramma: dietro la rete ufficiale di filiali nazionali e estere c'era una complessa struttura

sommersa situata nella zona grigia tra legalità e illegalità. Ma procediamo per ordine.

3) Raw, Charles: 'The Money Changers'. London 1992, p.63

4) Ivi, p. 72 e p.113

5) L'Istituto Opere di Religione fu fondato nel 1942 da papa Pio XII e occupa nell'unica sede legale
in

Vaticano circa 40 persone, ha più di una dozzina di sportelli e tre bancomat. Oltre al piccolo
business a
favore degli ecclesiastici e dei laici che abitano lo stato vaticano, lo IOR amministra una gran parte
del

patrimonio papale. Ha rapporti con le grandi banche internazionali e conformemente ai patti

lateranensi, si sottrae all'intervento delle leggi e delle autorità italiane; lo IOR è una banca offshore
nel

centro di Roma. Il primo presidente dello IOR, Bernardino Nogara, estese la sua sfera di attività
dopo

la seconda guerra mondiale anche in Svizzera, dove negli anni '50 faceva parte del consiglio di

amministrazione della Banca della Svizzera Italiana. Più tardi Nogara fondò il Banco di Roma per
la

Svizzera a Lugano. La seconda fonte di guadagno del Santo Padre è accanto allo IOR,

l'Amministrazione Patrimonio santa Sede (APSA). Sebbene l'APSA sia attiva anche all'estero, il
suo

compito principale è quello di rappresentare all'interno una specie di Banca centrale del Vaticano.

6) Originariamente lo IOR era responsabile solo nei confronti del papa. Dopo che la bancarotta

dell'Ambrosiano e la cattiva gestione di Marcinkus, destituito nel 1989, avevano fatto sprofondare
lo
IOR in una crisi profonda, Papa Giovanni Paolo II riorganizzò la sua banca privata e stabilì un

regolamento che per la prima volta ne fissava per iscritto il ruolo. Sulla base di questo lo IOR deve

mettere a disposizione del Vaticano le finanze necessarie alle sue opere religiose di portata
mondiale.

Supremo comitato dello IOR è un consiglio, composto da dieci persone, cinque cardinali e cinque
laici.

Nel 1993 questi erano i cinque cardinali Angelo Sodano (segretario di stato del Vaticano), John O'

Connor (arcivescovo di New York), Angelo Rossi (decano del collegio dei cardinali), Bernhardin

Gantin (prefetto della congregazione), e Eduardo Martinez Somalo, vicino all'Opus Dei. I cinque
laici

erano il presidente dello IOR Angelo Caloia, Theodor Pietzcher (direttore della Deutsche Bank a
Essen

e consulente della conferenza tedesca dei vescovi), Thomas Macioce (consulente economico del

cardinale O'Connor), Philippe de Weck (Grand Old Man della società bancaria svizzera) e José
Angel

Sanchez Asiain (copresidente del Banco de Bilbao-Vizcaya). Da cerniera tra gli ecclesiastici e i
laici
fungeva monsignor Donato de Bonis, già segretario dell'arcivescovo Marcinkus. Evidentemente la

riorganizzazione dello IOR nel 1989 non è servita a molto: nell'estate 1993 emerse che la Banca

vaticana nel 1991/92 era servita a inoltrare tangenti nel caso Enimont (vedi p.217 segg.).

7) Cfr. Calabrò, Maria Antonietta: ‘Le Mani della Mafia’. Milano 1991.

8) Anche la banca svizzera di Sindona, la Amincor Bank di Zurigo con filiale a Chiasso, fu chiusa.
La

Amincor si chiamava in origine American International Corp. (Zurigo) ed era diretta da Raul Biasi e

Riccardo Alvino. Il giovane impiegato della Amincor Niculin à Porta perse il lavoro. Più tardi
riapparve

come direttore della Banca Albis di Zurigo, chiamata più tardi Banca Adamas. La banca
Albis/Adamas

era una filiale della Fimo SA di Chiasso. (vedi p.23).

9) Della P2 si parla ancora nel capitolo successivo.

10) Fino al 9 giugno 1993, Ruggero Firrao gestì questa società finanziaria insieme con Alfredo
Neuroni, poi fu aperta la liquidazione. Alfredo Neuroni scomparve durante le vacanze di Natale del

1993 e non ricomparve più. Un anno dopo fu dichiarato morto.

11) "La Repubblica", 28.5.93

12) L'ente per la garanzia contro i rischi dell'esportazione (SACE) era stato fondato nel 1977 sotto

l'egida del ministro per il commercio estero e uomo della P2 Gaetano Stammati. Direttore divenne
il

suo fratello di loggia Ruggero Firrao. Il suo scopo era la tutela contro i rischi degli esportatori
italiani

sui mercati non sicuri. Le inchieste del procuratore milanese Pierluigi Dell'Osso rivelarono un
esteso

braccio illegale della SACE. In cambio di tangenti, la SACE tollerava sistematicamente il


trasferimento

illegale di capitale all'estero. Nel marzo 1993 Dell'Osso arrestò l'allora direttore Roberto Ruberti e il

suo braccio destro Roberto Bonfigli ("L'Unità", 13.3.93)

13) "Neue Zürcher Zeitung", 22.7.81


14) "Basler Zeitung", 9.7.81

15) ivi

16) "Corriere della Sera", 17.6.81

17) "Neue Zuercher Zeitung", 8.7.81

18) "Neue Zuercher Zeitung", 30.7.81

19) Roger Schawinski, direttore di Radio 24 di Zurigo, deve secondo "Bilanz", 5. 83, a Flavio
Carboni

se nel maggio 1982 potè di nuovo trasmettere da Pizzo Groppera, dopo che tutti avevano creduto
che la

chiusura del gennaio 1982 fosse definitiva. Schawinski aveva conosciuto nell'ufficio zurighese di
Felix

Matthis l'uomo d'affari ginevrino e amico di Carboni Hans Albert Kunz, che gli aveva procurato il

contatto con Carboni. Secondo Kunz, Carboni diede a Schawinski alcuni indirizzi, Schawinski andò
a

Roma e poco dopo Radio 24 fu di nuovo in grado di trasmettere. Schawinski confermò questo, con
la
precisazione tuttavia che l'indicazione di Kunz era stata solo uno dei diversi canali sui quali egli era

intervenuto a Roma. (Frischknecht, Jürg, ecc: 'Die unheimlichen Patrioten. Politische Reaktion in
der

Schweiz.' (‘I patrioti perturbanti. La reazione politica in Svizzera’) Zurigo 1987, p.557)

20) "Corriere della Sera", 3.1.93

21) " Wall Street Journal Europe", 11/12.12.92

22) Ferrara, Giuseppe: 'I misteri d'Italia: La vera storia della P2. 'Volume 3. Film documentario in

video. Roma, 1987

23) Ruggeri, Giovanni, e Guarino, Mario: 'Berlusconi. Inchiesta sul signor TV. 2. edizione. Milano

1994, p.74

24) Con l'ex consigliere governativo Claudio Generali la piazza finanziaria di Lugano cercò di darsi

nuovo lustro. La nuova costruzione della sede principale da parte di Mario Botta, anche premiata,

appartiene allo stesso capitolo.


25) Raw, Charles: 'The Money Changers'. London 1992, p.127 segg.

26) ivi, p. 127

27) Ivi, p.257

28) "Das Magazin", Zürich, 12.9.93

29) Lo stesso Brian Smouha della società fiduciaria è anche liquidatore della banca dello scandalo

BCCI, chiusa nel 1991. Anche quando la BCCI andò in bancarotta, ci fu chi accusò che all'ultimo

istante, prima della chiusura della BCCI, in Lussemburgo grosse somme fossero passate a
Ginevra, alla

filiale BCP della BCCI.

(30) Come conseguenza della cattiva amministrazione dell'arcivescovo Marcinkus il deficit annuo
del

Vaticano fino a metà degli anni '80 salì a più di 50 milioni di franchi. Solo nel 1993 il cardinale

Edmund Casimir Szoka potè presentare un bilancio in pareggio. Szoka che in qualità di
arcivescovo di

Detroit aveva chiuso chiese poco frequentate, per risparmiare, è dal 1990 ministro delle finanze del
Vaticano. Lo IOR non è tuttavia diretto da Szoka, ma da una particolare commissione papale. ("Die

Zeit", 17.11.95)

31) "Tages-Anzeiger", 7.5.87

32) "Corriere della Sera", 17.4.92

33) "La Repubblica", 11.10.94

34) "Neue Zuercher Zeitung", 11.6.96

35) Raw, Charles: 'The Money Changers'. Londra 1992, p.323 segg.

36) Mandati del consiglio di amministrazione di Alain Aboudaram: Amal Finance Corporation

(Genève); Conseil Aboudram Alain SA (Lausanne); Amal currency investments SA (Lausanne).


(Fonte:

Orell Fuessli/Teledata: Il CD-ROM. Version 1996/1, scadenza: 1.8.95 )

37) Comunicazione dell'Agenzia stampa AP-Schweiz del 15 maggio 1993

38) è il fratello dell'avvocato di Gelli Dominique Poncet.


39) "L'Unità", 25.1.93

40) "Sonntagszeitung", 2.1.94

13 LA LOGGIA MASSONICA SEGRETA P2

In Italia le teorie del complotto sono tradizione. Una particolare cultura del sospetto, detta

"dietrologia", produce di continuo infinite analisi e speculazioni più o meno fondate su forze che

manovrano dietro le facciate: logge e associazioni maschili segrete, la cui azione resta sconosciuta
ai

non illuminati e ai non iniziati, il mondo oscuro delle società segrete, della mafia, del terrorismo,

membri dei servizi segreti deviati, sétte e ordini religiosi fino alle cordate corrotte che si formano in

economia e in politica. I sobri abitanti dei paesi del nord giudichino pure tutto ciò illusione e
paranoia,

ma è un dato di fatto che prima di Mani Pulite sia le inchieste della Giustizia che le rivelazioni dei

media in questo ambito finivano di regola con l'insabbiarsi e scomparire. La loggia massonica
segreta
Propaganda Massonica Due (P2) ha, a questo proposito, una posizione particolare tra le società
segrete.

Nel 1981 perse improvvisamente il suo status di ente segreto, dopo che la lista dei membri era
divenuta

pubblica. Le conseguenze furono drammatiche. I resoconti dei media in tutto il mondo sui nomi di

grande rilievo della loggia produssero in Italia una grave crisi di stato. Il governo dovette dimettersi,
il

gran maestro della P2 Licio Gelli fuggì in Uruguay e la loggia fu chiusa per legge. Nell'esplosiva
lista

dei nomi (1) si era imbattuta il 17 marzo 1981 un'unità della guardia di finanza comandata dal

colonnello Bianchi, allorché nel corso delle indagini contro Michele Sindona, banchiere della mafia
e

membro della P2, perquisì a Castiglion Fibocchi presso Arezzo anche Villa Wanda del maestro di

loggia della P2 Licio Gelli. Bianchi resistette ai massicci tentativi di intimidazione del suo superiore
(il

generale della guardia di finanza e membro della P2 Orazio Giannini) e non nascose la sua
scoperta.

Secondo la lista, la loggia contava 972 membri altolocati.(2) Tra questi c'erano tre ministri, tre
segretari
di stato e 43 deputati al parlamento di diversi partiti. E vi comparivano inoltre 43 generali e otto

ammiragli, incluso l'intero stato maggiore, tutti i capi dei servizi segreti civili e militari, numerosi

generali dei carabinieri, alcuni generali della guardia di finanza, i capi di polizia delle quattro più

grandi città d'Italia così come numerosi alti funzionari e diplomatici di tutti i ministeri. Erano

rappresentati anche capitani d'industria quali Silvio Berlusconi, il presidente del Banco Ambrosiano

Roberto Calvi, il banchiere della mafia Michele Sindona e il banchiere privato e consigliere del

Vaticano Umberto Ortolani. E non mancavano rappresentanti della stampa come l'allora editore e

caporedattore del "Corriere della Sera, il direttore del telegiornale di RAI 1 e il più importante

conduttore della RAI, Maurizio Costanzo.

COSPIRATORI RIVOLUZIONARI?

Per far luce sullo scandalo della P 2 il parlamento istituì una commissione d'inchiesta, composta di
43

persone, sotto la guida di Tina Anselmi, deputato al parlamento ed ex ministro della salute, che
terminò

i lavori nel 1984, dopo trenta mesi. Il rapporto sull'inchiesta occupa 58 volumi e 34.487 pagine. La

commissione pervenne alla conclusione che la P2 era un gruppo di cospiratori che preparavano un

colpo di stato e volevano rovesciare l'ordine costituzionale. La P2 era diretta da un gruppo


sconosciuto,

con Gelli in funzione di mediatore tra i membri. Questo riconoscimento la commissione


dell'Anselmi lo

visualizzò mediante due piramidi, che si toccano al vertice. I 972 nomi della lista erano da
collocarsi

nella piramide inferiore, mentre la superiore capovolta simboleggiava il gruppo sconosciuto degli

uomini oscuri. Da quest’ultima Gelli, che si trovava nel punto di contatto dei due vertici, avrebbe

ricevuto gli ordini. Una minoranza della commissione Anselmi analizzò la P2 in modo
completamente

diverso. Ad esempio Massimo Teodori del Partito Radicale (nel frattempo scomparso). "Gelli e la
sua

loggia erano parte integrante del regime e non avevano assolutamente bisogno di cospirare" (3) -
sostenne. Secondo Teodori la P2 viveva in perfetta simbiosi con l'apparato statale. Ciò permetteva
ai

detentori del potere dello stato di imporre decisioni, in maniera più efficiente, nell'ambito della
struttura

parallela P2, sgravata da problemi di legittimazione democratica, che mediante il lento apparato
statale.

I comunisti del PCI, coinvolti nel corrotto sistema dei partiti d'allora, Teodori li vedeva come utili
idioti

che, senza esser presenti nella struttura della P2, avrebbero tollerato il gioco di Gelli per un
perverso

interesse personale. A parere di Teodori, la commissione Anselmi, controllata dai partiti al governo,

aveva soprattutto lo scopo di sacrificare Gelli e alcuni degli altri fratelli della P2, solo per
proteggere il

capo della DC Giulio Andreotti e non di meno Craxi, il segretario dei socialisti, e mantenere in vita il

sistema corrotto dei partiti. In effetti la commissione Anselmi aveva sorvolato sulla sospetta
vicinanza

di Andreotti e Craxi alla P2. (4) Andreotti aveva sempre negato di aver mai conosciuto Gelli, finché

comparve infine sulla stampa una foto che lo mostrava insieme a Gelli in occasione dell'entrata in
carica del presidente argentino Juan Domingo Peròn (1977) all'Ambasciata italiana di Buenos
Aires.

ARRICCHIMENTO CRIMINALE ?

Dieci anni dopo l'apparizione del rapporto Anselmi, nell'aprile 1994, la Corte d'Assise di Roma
emise

una sentenza nel grande processo alla P2. I giurati non condivisero le conclusioni della
commissione

Anselmi. Secondo il loro verdetto la P2 non aveva cospirato contro lo stato italiano, ma era
piuttosto

una loggia massonica degenerata, che operava nella zona grigia della corruzione e della
criminalità

economica, a scopo di arricchimento personale dei suoi membri. L'imputato principale Gelli fu

condannato per frode, calunnia e possesso di documenti segreti a 17 anni di prigione, ma rimase
in

libertà perché i suoi avvocati fecero appello contro la sentenza. Sia o no un caso, il tribunale di
Roma

ha assolto la P2 dopo un'inchiesta durata 13 anni e un processo di 18 mesi dall'accusa di


cospirazione
contro la costituzione, proprio nell'istante dell' entrata in carica come presidente del Consiglio dei

ministri del membro della P2 Silvio Berlusconi. Il giorno della pubblicazione della sentenza una
Tina

Anselmi costernata disse in televisione di non essere d'accordo con questo verdetto e ribadì la sua
tesi

della P2 come gruppo eversivo di cospiratori contro l'ordine costituzionale italiano. E rispose con

un'amara risata all'obiezione di un partner del talk-show, difensore di Gelli, che la P2 fosse un club,

purtroppo deviato, di uomini d'affari nel complesso rispettabili. (5) Anche la procuratrice Elisabetta

Cesqui non era d'accordo con la sentenza e ricorse in appello. In un'intervista disse che non
voleva si

vietasse la massoneria in Italia, auspicava invece che si rendessero obbligatoriamente pubbliche


le liste

dei membri di tutte le logge. Solo così si sarebbe potuto garantire che la massoneria italiana non

deviasse nella corruzione politica ed economica, ma restasse un' associazione umanistico-


esoterica

cosmopolita. Nel 1993 anche il procuratore Agostino Cordova aveva indagato a Palmi in Calabria
contro logge massoniche deviate. Partendo da un traffico di droga della 'ndrangheta, la versione

calabrese della mafia, Cordova si imbatté in logge segrete, vale a dire operanti al di fuori delle
logge-

madre nazionali ufficiali: il Grande Oriente e la Gran Loggia d'Italia. Inoltre, perquisì gli uffici dell'ex

gran maestro Armando Corona a Cagliari e dell'avvocato Augusto De Megni a Perugia.(6) In un

discorso che fece sensazione, tenuto di fronte alla Commissione antimafia a Roma, Cordova
dichiarò

che egli sospettava 19 parlamentari in carica di essere la dirigenza della P2, rimasta sconosciuta
nel

1991. (7) Cordova dichiarò anche che la P2 era morta ma che il "piduismo" aveva vinto. La P2 era
stata

capace di riciclarsi politicamente, e di continuare a restare attiva all'interno della massoneria


italiana.

Come esempio del permanere di circoli segreti del tipo di quello di Gelli, venne citato il caso di Ugo

Zilletti. Il giurista cattolico di Roma era stato nel 1981 vicepresidente del Consiglio Superiore della

Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno dei magistrati in Italia. Il suo predecessore Vittorio
Bachelet era stato ucciso dalle Brigate Rosse. (8) Dopo la perquisizione della villa a Castiglion

Fibocchi Zilletti dovette dimettersi, perché il suo nome era apparso in un appunto di Gelli. Inoltre
egli

era intervenuto a Milano a favore del presidente dell'Ambrosiano Roberto Calvi, allora in prigione.

Dopo il suo ritiro, Zilletti ridivenne avvocato e, nel febbraio 1993, fu infine arrestato per sospetto di

bancarotta fraudolenta della Compagnia Generale Finanziaria (CGF). Fu arrestato anche l'uomo
della

P2 Ennio Annunziata. La CGF aveva ricevuto da Licio Gelli, poco prima della bancarotta, ancora
15

miliardi di lire.(9) Dopo che l'ostinato procuratore di Palmi Agostino Cordova fu promosso ad un

incarico di maggior prestigio della burocrazia giudiziaria a Napoli, le coraggiose inchieste contro le

logge massoniche non ufficiali, in Calabria, si arrestarono.

LA LOGGIA MASSONICA P2

La P2 fu, fino al suo divieto per legge, una delle più di 600 logge della Gran Loggia Grande Oriente

d'Italia, detta anche "Palazzo Giustiniani" dal luogo delle sua fondazione, quello splendido palazzo
nel

cuore di Roma che Mussolini aveva sottratto ai massoni. Oggi Palazzo Giustiniani appartiene al
Senato

italiano. Nel 1994 Grande Oriente era con i suoi 16.000 membri la più grande delle tre grandi logge

nazionali d'Italia. La seconda, la Gran Loggia d'Italia, sorta dopo una scissione nel 1908, e detta
anche

"Piazza del Gesù", contava 251 logge e 6.000 membri. La terza loggia nazionale, denominata
"Gran

Loggia Regolare d'Italia", aveva 35 logge e 1.000 fratelli. (10) Era sorta solo all'inizio del marzo
1993

da uno scisma avvenuto nel Grande Oriente. Fondatore fu un ex gran maestro del Grande Oriente,

Giuliano Di Bernardo, con 1.000 seguaci e col sostegno anglosassone. Di Bernardo voleva
rendere

pubbliche le liste dei membri, ma su questo punto non riuscì a imporsi all'interno della massoneria.
Sui

media assicurò che la sua nuova loggia voleva concentrarsi sugli ideali massonici di tolleranza e

giustizia ed escludere i politici corrotti e gli uomini d'affari sospetti. Collaborando alle indagini di
Armando Corona a Palmi, cercò di dar forza al proposito espresso.(11)

GUERRA AI PAPI

La P2 era stata fondata a Roma nel 1877. Era al servizio dei fratelli delle logge provinciali del
Grande

Oriente d'Italia (12) che soggiornavano nella capitale. Solo pochi anni prima i tre massoni
Giuseppe

Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Camillo Cavour, avevano guidato la liquidazione dello Stato della

Chiesa e fatto dell'intera Italia uno stato unitario laico. I tre massoni sono, non a caso, a capo del

Risorgimento. Da quando l'Inquisizione a metà del secolo diciottesimo aveva imprigionato a


Firenze i

primi massoni, la massoneria, di idee illuministe, divenne componente del nazionalismo


rivoluzionario

italiano come strumento contro il potere temporale del papa nello Stato della Chiesa. I papi si

vendicarono con innumerevoli bolle. L'anatema definitivo fu lanciato da Leone XIII nel 1884

("Humanum Genus"): egli condannò il "naturalismo razionalista" e inflisse la scomunica a tutti i


massoni cattolici. La guerra totale tra il Vaticano e i massoni terminò con il Concilio Vaticano
Secondo

nel 1962. La tolleranza religiosa, qui annunciata, tra tutti gli "uomini di buona volontà",
comprendeva

anche la massoneria che si fondasse su valori umanistici universali. I massoni cattolici profittarono
del

momento favorevole e cominciarono a far visita in Vaticano. Nel 1971 il papa ritirò infine la
scomunica

contro la massoneria regolare. Il diritto canonico venne modificato: fu scomunicata


automaticamente

solo quella parte dei massoni che cospiravano contro il Vaticano e prestavano il giuramento di
fedeltà

non sulla Bibbia ma su un libro con le pagine non stampate. Al Grande Oriente questo non servì a
nulla

in un primo momento, perché non era membro della United Grand Lodge of England a Londra,
madre

di tutti i massoni regolari di questo mondo. Lo statuto della Gran Loggia inglese, in base al quale
altre

logge vengono riconosciute, contiene nel principio numero sette un severo divieto di discutere
all'interno della loggia di problemi religiosi e politici. Questa rinuncia era però da sempre del tutto

ignota alla massoneria italiana. E, tuttavia, la United Grand Lodge riconobbe nel 1972 il Grande

Oriente.

ALLEANZA CON LA FINANZA

All'inizio degli anni '70 i rigidi fronti contrapposti del Vaticano e dei massoni cedettero. Soprattutto i

finanzieri della P2, Licio Gelli e Umberto Ortolani, così come i banchieri della stessa loggia Roberto

Calvi e Michele Sindona ,fecero a gara a frequentare il Vaticano. L'arcivescovo Paul Marcinkus,
capo

della Banca Vaticana IOR, concluse allora con l'ambizioso quartetto della P2 più di qualche affare

lucroso. Nel settembre 1978 il giornalista romano Mino Pecorelli pubblicò sul suo "Osservatore

Politico" sotto il titolo "La grande loggia vaticana", i nomi di 121 presunti membri di una loggia

massonica in Vaticano. Tra questi c'è il cardinale segretario di stato Jean Villot, nome di loggia
Jeanni,

numero 041/3, accolto in una loggia di Zurigo [già] il 6 agosto 1966 (13), inoltre i due presidenti
della
banca vaticana IOR, l'arcivescovo Marcinkus e Monsignore Donato de Bonis, e altri. Questa lista di

massoni in Vaticano era già stata pubblicata nel 1976 da un gruppo fondamentalista di nome
"Comitato

internazionale per la difesa della tradizione cattolica". (14) Dopo lo scandalo della P2 nel 1981, il
flirt

del Vaticano con i massoni cattolici finì e da allora è di nuovo in vigore la scomunica
incondizionata.

Non è un caso che la chiesa cattolica sotto il papa polacco Karol Wojtyla dall'inizio degli anni '80

preferisca associazioni maschili interne alla chiesa come l'ordine dei Templari o i Maltesi

(Gerosolimitani).

I MALTESI

Per amore di completezza è il caso di spendere ancora alcune parole in forma di excursus sui
Maltesi,

ai quali si dice che Licio Gelli sia stato affiliato. (15) La fondazione dell'ordine risale alle crociate.

Dopo il massimo splendore, raggiunto nel medioevo, furono ridimensionati, ma non liquidati, dai
papi.
In Inghilterra, il re Enrico VIII li espropriò . Con l'inizio dell'era moderna i Maltesi si dedicarono, per

ordine dei papi, soprattutto ad attività caritatevoli, senza tuttavia dimenticare del tutto il loro sapere

segreto risalente al medioevo. All'inizio degli anni '90 il numero dei Maltesi fu stimato a circa
10.000,

dei quali 2.600 negli USA, 2.500 in Italia e 250 in Inghilterra. I voti monastici di castità, povertà e

obbedienza, li osserva ancora solo una piccola minoranza. Ciò deve essere naturalmente
interpretato.

Matthew Festing, venditore all'asta da Sothebey, avrebbe detto una volta che egli prendeva
seriamente

il voto di povertà e tuttavia non viveva in una sudicia capanna. Nel 1994 i Maltesi italiani furono
colpiti

da uno scandalo imbarazzante. L'eccentrico pianista Arturo Benedetti Michelangeli, morto nel
1995,

aveva tenuto un concerto di beneficenza in Vaticano per l'ospedale dei Maltesi San Giovanni
Battista.

Quando più tardi apprese che il denaro, ricavato dalla colletta, non era stato dato all'ospedale ma
era
finito in una cassa dei fondi neri dei Maltesi, Benedetti Michelangeli restituì la sua grande croce di

Malta. Tra i cattolici USA, i Maltesi sono relativamente numerosi. (16) E dove appartenenza
all'ordine

e business si mescolano, nascono problemi. William Agee, presidente e delegato del complesso di

aziende Morrison Knudsen, aveva mandato in rovina con la sua cattiva amministrazione il gruppo

miliardario statunitense, senza che il consiglio d'amministrazione fosse in qualche modo


intervenuto.

Un altro scandalo legato ai Maltesi scosse nel 1994 la multinazionale chimica statunitense W.R.
Grace.

Il presidente Peter Grace e il direttore generale J.P. Bolduc, dovettero dare entrambi le dimissioni. I
due

si erano rivolti per una lite al cardinale John O' Connor dell'arcidiocesi di New York, capo supremo
dei

Maltesi negli Stati Uniti e membro anche del Consiglio d'amministrazione della Banca Vaticana
IOR.

Peter Grace e Bolduc erano entrambi Maltesi, non meno dei tre consiglieri d'amministrazione Peter

Lynch (ex amministratore di fondi Fidelity Bund di Boston, la società amministratrice di fondi più
grande al mondo), Eugene Sullivan (ex presidente del grande caseificio Borden, rilevato da Nestlè)
e

James Frick (direttore amministrativo della celebre Università cattolica di Notre Dame). Altri Maltesi

alla W.R. Grace erano il direttore Hugh Carey e il consulente di Public Relations Robert

Dilenschneider. Dopo che Bolduc aveva esautorato Grace, venne licenziato anche lui per molestie

sessuali nei confronti di un'impiegata, con una indennità di buonuscita 47 milioni di dollari. In
seguito

a ciò, alcuni azionisti insoddisfatti persero le staffe e tentarono la rivolta.(17) Il professore di


economia

aziendale Jay Lorsch della Harvard University riteneva, a proposito dei casi Morrison Knudsen e
W. R.

Grace, che il problema non consistesse nell'appartenenza all’ordine dei Maltesi, ma nel conflitto di

lealtà. In caso di questioni da risolvere in un consiglio di amministrazione ciò poteva avere come

conseguenza che non si esercitasse più una vera critica. Gli azionisti avevano, a suo parere, il
diritto di

sapere di quali associazioni e società i consiglieri d'amministrazione facessero parte.


IL GRAN MAESTRO LICIO GELLI

Dopo questa digressione torniamo agli inizi della P2. Il 28 novembre 1966 il Gran Maestro del
Grande

Oriente Giordano Gamberini incaricò Licio Gelli, che già nel 1963 aveva aderito alla loggia "Gian

Domenico Romagnosi", di rilanciare l'inattiva loggia Propaganda Massonica. (18) Licio Gelli era già

allora un uomo d'affari con eccellenti rapporti con le forze armate e con i servizi segreti.(19) Egli

possedeva nei pressi di Napoli, la fabbrica di materassi Permaflex, che forniva allo stato milioni di

materassi per le caserme, gli istituti, gli ospedali e le case popolari.(20) Nel suo nuovo compito di

riorganizzatore della P2 Gelli manifestò alla fine degli anni '60 un attivismo frenetico: gli riuscì di

coprire i ranghi della loggia con nuovi arrivi prestigiosi: rappresentanti dei servizi segreti, militari di

grado elevato, giudici, capi di polizia e capitani d'industria. Nell'autunno caldo 1969
l'anticomunismo

militante, con il rafforzarsi della sinistra italiana, si adeguò alla linea direttiva della P2. In politica

estera la P2 era ben garantita. Gli USA e la Nato cercavano allora di impedire il compromesso
storico
tra PCI e Democristiani. Nel 1970 il Gran Maestro del Grande Oriente Giordano Gamberini si era

dimesso e gli era succeduto il medico fiorentino Lino Salvini. Gamberini assunse compiti speciali in

Italia e all'estero. "Egli cercò di fare della Loggia Propaganda Massonica [ P2] il nucleo della destra

italiana che potesse assumere il controllo dell'Italia nel caso che questo fosse stato necessario",
(21) ha

scritto lo specialista britannico di massoneria Martin Short. Per ordine del Gran Maestro Salvini e

dell'ex Gran Maestro Gamberini, il capo della P2 Gelli espanse all’interno del Grande Oriente la
sua

struttura segreta con obiettivi politici - cosa che era in stridente contrasto con l'imperativo massone
di

non occuparsi di politica e di religione. E tuttavia la United Grand Lodge of England riconobbe per
la

prima volta nel settembre 1972 il Grande Oriente come parte della massoneria regolare. I due
presidenti

d'allora della grande loggia inglese, James Stubb e Jeremy Pemberton, fecero visita a Firenze al
Gran
Maestro Salvini e furono anche ospiti d'onore del mercante d’armi Alessandro del Bene,
considerato

uno dei più zelanti membri della P2 e fondatore della filiale della P2 a Monaco. (22)

POLITICA ASSASSINA

All'inizio degli anni '70, contemporaneamente al rafforzarsi dei comunisti in parlamento, la P2 si

intromise nella politica italiana, passando sempre più all'offensiva. E non si tirò indietro di fronte a

nulla. Ebbe le mani in pasta in numerosi attacchi terroristici di estrema destra, ad esempio
nell'attentato

al treno espresso "Italicus", in cui nel 1974 morirono dodici persone e in quello alla stazione di

Bologna, dove nel 1980 furono uccise 85 persone e ne furono ferite più di 100. Per la
partecipazione a

questi crimini parecchie decine di uomini della P2 furono condannati con sentenza definitiva per

attentati dinamitardi e assassinio. Anche a Licio Gelli fu inflitta in questo processo una pena
detentiva

di molti anni, ma grazie al ricorso dei suoi avvocati non dovette andare in prigione. Agli ambienti

democratici all'interno della massoneria italiana non piacque la loggia segreta massonica
politicamente

attiva, creata in spregio dei principi massonici. Infine l'assemblea generale dei segretari del
Grande

Oriente chiese nel 1974, a Napoli, lo scioglimento della P2. I capi supremi Salvini e Gamberini
seppero

evitare questo e per di più promossero Gelli da comune Maestro massonico (segretario di loggia) a

Maestro venerabile. Poiché la critica alla P2 non cessava all'interno, la dirigenza del Grande
Oriente

dovette infine sciogliere nel luglio 1976 la loggia segreta. Ma questa fu una semplice formalità, in

segreto Salvini permise a Gelli di portare avanti la P2. Nel settembre 1976 il massone Francesco

Siniscalchi chiese conto al Gran Maestro Salvini del fatto che la P2 continuasse ad esistere. Fu
subito

estromesso dal Grande Oriente. In seguito a ciò Siniscalchi consegnò nel dicembre 1976 alla
procura

romana un dossier sulla P2. Per la prima volta gli estranei appresero della grande cospirazione.
Quando

i due procuratori milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turrone ricevettero nel marzo 1981 la lista
dei
membri, erano già stati preventivamente informati sulla sua importanza grazie al democratico

Siniscalchi. Come anche il rapporto Anselmi constata, il 1974 produsse la svolta nella strategia
della

P2. (23) Se prima si era puntato a bombardare per così dire l'Italia di messaggi che la
preparassero al

colpo di stato, si praticò ora un altro metodo sovversivo. I proclami fascistoidi all'interno della
loggia

cessarono. La P2 contò da una parte sulla possibilità di infiltrare l'apparato dello stato di
simpatizzanti,

dall'altra di screditare la sinistra parlamentare manipolando il terrorismo di sinistra.(24)

LO STATO NELLO STATO

Per i suoi membri e simpatizzanti la P2 elaborò nel 1975 un programma politico, detto "Piano di

rinnovamento democratico". Con ciò Gelli voleva contrattaccare l'offensiva ideologica dei
comunisti.

Anziché il compromesso storico improntato ad una democrazia fortemente popolare,egli voleva un

sistema presidenziale nella zona grigia tra democrazia e dittatura. L'offensiva di Gelli ottenne
qualche
successo, soprattutto nella sinistra non comunista. Il segretario del partito socialdemocratico Pietro

Longo (PSDI) era membro della P2, e così pure numerosi top manager socialisti (PSI) di aziende
statali

quali Leonardo Di Donna, o il direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro, Alberto Ferrari.

BERLUSCONI E LA P2

Il progetto politico della P2 e l'ascesa del presidente della Fininvest e uomo della P2 Silvio
Berlusconi

a presidente del Consiglio dei ministri nel marzo 1994, rivelano significativi parallelismi. La sua

affermazione corrispondeva ampiamente ai passi concreti proposti nel programma di Gelli. Il primo

Berlusconi l'aveva già compiuto, quando era stato eletto a presidente dei ministri, e precisamente il

controllo dei media. Oltre ai tre canali nazionali TV egli possedeva anche numerosi importanti
organi

di stampa come "Panorama", "Epoca" e "Il Giornale". Inoltre, egli controlla gran parte della
pubblicità,

dei cinema e del settore musicale. La società capogruppo Fininvest di Berlusconi era la seconda
impresa mediatica per grandezza in Europa, dopo il gruppo tedesco Bertelsmann. Le concessioni
TV

nazionali Berlusconi le aveva avute solo grazie al suo padrino politico Bettino Craxi, segretario del

partito socialista, fortemente permeato dalla P2, anche se non figurava sulla lista ritrovata dei
membri

della loggia. Il piano della P2 prevedeva come secondo passo, dopo la presa di potere nei media,
la

creazione di club politici in tutt'Italia; su questa base dovevano poi essere fondati a tavolino due
nuovi

partiti nazionali. A ciò corrisponde la creazione dei club di Forza Italia da parte di Berlusconi. Come

disse del resto Licio Gelli in un'intervista alla televisione tedesca ARD nel giugno 1994: "Il mio
piano è

realizzato con l' eccezione di un punto, la repubblica presidenziale, ma anche questa verrà."(25)
Oltre al

primo ministro Berlusconi c'erano come ministri nel suo governo altri tre ex membri della P2,

precisamente il ministro dei trasporti Publio Fiori, il ministro della giustizia Alfredo Biondi e il

ministro degli esteri Antonio Martino.(26) In presenza di quattro importanti membri del governo non
meraviglia che la Corte d'Assise di Roma abbia pronunciato la sentenza nel principale processo
contro

la P2 dopo quasi tre anni di dibattimento proprio un giorno dopo la vittoria alle elezioni di
Berlusconi:

la P2 non sarebbe un'associazione criminale a scopi eversivi ma una loggia massonica infestata
da

elementi criminali.

IL GRANDE ORIENTE VIENE SCOMUNICATO

Sebbene gli intrighi terroristici, politici e finanziari della P2 fossero già da lungo tempo in evidente

contraddizione con l'imperativo massonico dell'astensione dalla politica, la United Grand Lodge of

England sospese solo nel 1993 (27), durante i grandi scandali per le tangenti, l'affiliata italiana che

aveva perduto l'onore. Anche la massoneria inglese si trovava sotto una pressione crescente.

L'imperativo alla trasparenza del liberalismo economico thatcheriano minacciava sempre di più

l'attività segreta dei massoni. I due testi critici 'The Brotherhood' di Stephen Knight (1984) e 'Inside
the
Brotherhood' di Martin Short (1989), avevano procurato molta cattiva stampa. Anche il grande

scandalo dell'Ospedale Reale Massonico nel quartiere londinese di Hammersmith, che a metà
degli

anni '80 aveva causato molta pubblicità negativa, non era ancora stato del tutto digerito. Con il
titolo " è

ora di sollevare il grembiule" (28) l' "Independent on Sunday" del 20 settembre 1992 rimandava

criticamente alle centinaia di logge nel distretto finanziario londinese. Numerose banche, ad
esempio la

Lloyd Bank, la Midland Bank, la National Westminster Bank, la Bank of England, avrebbero avuto

logge interne. La società assicuratrice Lloyd's di Londra, che allora passava da uno scandalo
all'altro,

ne contava addirittura tre.(29) Non era proprio questo l'humus ideale per affari interni illegali?

L'assistente della United Grand Lodge of England si difese da ogni insinuazione che i massoni

costituissero cordate nelle aziende per ottenere vantaggi finanziari, perché ciò era loro
severamente

proibito - come egli sostenne.


LICIO GELLI E LA SVIZZERA

All' inizio del luglio 1990, l'ex agente della CIA Richard Brenneke affermò al canale 1 della Rai Tv
che

la CIA aveva pagato alla P2 10 milioni di dollari al mese per armi, narcotraffico e azioni politiche.
(30)

Secondo Brenneke la P2 nel 1981, nonostante il divieto ufficiale, non era stata sciolta e avrebbe
potuto

essere coinvolta nell'assassinio di Palme. Brenneke affermò letteralmente: "Licio Gelli non era il
vero

capo della P2. Riceveva gli ordini da persone in Svizzera e negli USA." (31) Che Gelli ricevesse o
no

gli ordini dalla Svizzera, è un dato di fatto che i suoi rapporti con la Confederazione Elvetica non si

limitano a conti bancari plurimilionari. La regione del lago di Ginevra era invece piuttosto l'
hinterland

strategico della P2. Si trovava a Ginevra la villa dell'uomo chiave della P2 e direttore generale
della

Casa editrice Rizzoli Bruno Tassan Din (Rizzoli possedeva il "Corriere della Sera"). A Duchy nel
Vaud
aveva il suo castello Luigi Olivi. A Ginevra c'erano le ville di Umberto Ortolani e Valerio Valeri. Tutti
e

tre appartenevano appunto al nocciolo duro della P2. Tra Losanna e la Svizzera c'era inoltre anche
la

villa "La Crique" dello svizzero Peter Notz (32), che frequentava Hans Albert Kunz. Entrambi i nomi

furono trovati nei documenti sequestrati a Gelli.(33) Questo che nell'aprile 1981 era andato in
Uruguay,

tornò in Europa e, nell'agosto 1982, fu arrestato nella sala degli sportelli della sede principale della

SBG ginevrina. La SBG l'aveva convocato a Ginevra poiché egli voleva trasferire il suo conto

ginevrino di 55 milioni di dollari in Uruguay.(34) Nel settembre 1982 il procuratore ticinese d'allora,

Paolo Bernasconi, fece congelare i conti di Gelli a Ginevra. (35) Gelli fu imprigionato a Champ

Dollon, da dove il 10 agosto 1983 fuggì. Temeva l'estradizione in Italia. La giustificazione della fuga
di

Gelli da parte della polizia di Ginevra, fu la seguente: egli avrebbe corrotto con 6.000 dollari la
guardia

carceraria Umberto Cerdana, che l'avrebbe lasciato evadere. Con i politici il comando di polizia
non se
la cavò con questa spiegazione e il Gran Consiglio di Ginevra istituì una commissione d'inchiesta.

SCANDALO A CHAMP DOLLON

Ciò che successe effettivamente la notte della fuga di Gelli, la commissione non potè accertarlo,
ma

scoprì che in carcere avvenivano abusi a dir poco incredibili. Gelli godeva a Champ Dollon di un

regime speciale meno severo sebbene le autorità fossero state messe ripetutamente in guardia
contro i

suoi piani di fuga. La notte dell’evasione una pattuglia della polizia scoprì un buco nel recinto del

carcere e diede l'allarme al corpo di guardia della prigione, ma questo non reagì.(36) Il figlio di
Gelli,

Maurizio, portò il padre oltre confine e in auto fino a Montecarlo, da dove Gelli si diresse in

Sudamerica con lo yacht di Pazienza. Quando il tribunale federale accolse la richiesta italiana di

estradizione nove giorni dopo la fuga, Gelli era già di nuovo nella sua villa nei pressi di
Montevideo.

Nel settembre 1987 ritornò infine a Ginevra e si mise volontariamente a disposizione della
giustizia. Il
governo di Ginevra voleva estradarlo subito in Italia (37), nonostante la dura protesta dei suoi
avvocati

Marc Bonnant e Dominique Poncet. (38) Applaudito dagli avvocati di Gelli, il giudice istruttore Jean

Pierre Trembley aprì un procedimento contro di lui per corruzione della guardia carceraria. Con ciò
gli

avvocati ebbero il tempo necessario per ottenere dal tribunale federale che egli fosse estradato in
Italia,

ma con la riserva di non venir accusato di reati politici. La Giustizia italiana accettò la condizione e

caddero così i crimini politici, lo spionaggio e la cospirazione contro la costituzione. Il 17 febbraio

1988 Gelli fu espulso in Italia, dove fu rilasciato dopo alcuni mesi di carcerazione preventiva. Un
anno

dopo pubblicò presso la casa editrice Demetra Edizioni di Lugano la sua versione dei fatti nello
scritto

apologetico che ha come titolo: 'La Verità'.(39) E ora l'arzillo Gelli, più che ottantenne, risiede di
nuovo

a Villa Wanda, dove tutto ha avuto inizio. Di quando in quando girano voci che la sua P2 si sia

riorganizzata in clandestinità, ma non è venuto alla luce niente di concreto.(40) Una potenza quale
è

stata la P2 può riservare sorprese ancora per lungo tempo.

EXCURSUS: I MASSONI SVIZZERI

Non ci sono indizi che Gelli nel corso delle sue regolari visite a Ginevra e a Lugano abbia mai

frequentato anche una loggia locale o addirittura che abbia cospirato con i massoni svizzeri. I
massoni

svizzeri sono discreti, l'elenco dei loro ospiti e membri è segreta. Ma, nell'autunno 1995, la facciata
ben

strutturata della massoneria svizzera mostrò, per la prima volta a memoria d'uomo, delle crepe. La

loggia di Zurigo “Modestia cum Libertate”, che contava più di duecento anni, offrì nella lotta per il

controllo del Brockenhaus di Zurigo una triste immagine di lacerazione interna.


Contemporaneamente

scoppiò lo scandalo dei rituali occulti dell' "Ordine del Gral d'Oro", a cui i numeri uno e due della
Gran

Loggia Massonica Alpina, vale a dire Werner Schorno e Hermann Hoeglhammer, avrebbero

partecipato.
COLPO DI SCENA AL BROCKENHAUS DI ZURIGO

Il 25 aprile 1995, all'assemblea generale dell'associazione Brockenhaus di Zurigo, si ebbe un

improvviso colpo di scena. Il consiglio direttivo che si ricandidava con il presidente uscente, il
massone

Walter von Ins, fu spodestato da sette persone nuove che occuparono l'organo supremo del

Brockenhaus con la tecnica del putsch. Tra questi c'erano l'ex direttore generale della società

intermediaria di lavoro temporaneo Adia, il massone Peter E. Mueller in qualità di presidente e il

direttore dell' ex-Jelmoli Rico Bisagno come vicepresidente. (41) Mueller aveva invitato i suoi

sostenitori, alla maniera classica dei putschisti, ad aderire all'associazione del Brockenhaus e a
votare

per lui all'Assemblea generale. L'associazione contava allora circa 700 membri, dei quali 220

appartenevano alla massoneria. Mueller, che era stato vicepresidente nel vecchio consiglio
direttivo,

accusò l'ultrasettantenne von Ins di avere ridotto il Brockenhaus a prebenda per massoni anziani.
Sotto
la sua direzione il consiglio direttivo avrebbe intascato, alle spalle dell'assemblea generale,
145.000

franchi. Più tardi von Ins giustificò i suoi prelevamenti con le prestazioni fornite come ingegnere
edile

nella ristrutturazione del Brockenhaus. Il Brockenhaus è un'istituzione sociale fondata nel 1904
dalla

loggia di Zurigo “Modestia cum libertate”, dove persone poco abbienti possono comprare merci di

seconda mano per l'uso quotidiano. Il grande patrimonio dell’ente, consistente in venti milioni di

franchi, fa in ogni caso sorgere dubbi sul contenuto sociale della sua politica dei prezzi. Invece di

accumulare venti milioni grazie ai prezzi alti, quest’associazione di utilità sociale avrebbe dovuto

piuttosto fare prezzi onesti per i suoi clienti bisognosi. Dopo il putsch di Mueller il consiglio direttivo

non rieletto fece valere in tribunale irregolarità nell'assemblea generale e ottenne giustizia. Il
tribunale

circondariale depose il nuovo consiglio direttivo e nominò un assistente legale che convocò

un'assemblea generale straordinaria. Nel frattempo la loggia massonica Modestia cum Libertate
espulse
Peter Mueller dopo una militanza di 35 anni. All'assemblea generale del 30 ottobre 1995,
organizzata in

modo molto dispendioso, comparvero infine 348 membri, per lo più uomini in età avanzata. Le
donne

erano rare, cosa che non meraviglia, poiché le logge accettano solo uomini come membri. Il modo
in

cui procedere nell'elezione lo organizzò nientemeno che il direttore dell'ufficio elettorale della cità
di

Zurigo. Si arrivò ad una battaglia verbale in aula tra i fratelli nemici della loggia Modestia cum

Liberatate. Si accapigliarono soprattutto il Gran Maestro della Modestia cum Libertate, Alexander
Ott,

e il membro di loggia Werner Ringger, che era anche capo della corporazione Hard di Zurigo, del
cui

consiglio direttivo Peter E. Mueller faceva parte. Contro Mueller si candidò Silvio Denz, membro
della

loggia di Zurigo “In Labore Virtus”. Denz si presentò come un imprenditore trentottenne, che
dirigeva

la catena di profumerie Alrodo composta da 54 profumerie, con 400 impiegati e un fatturato di 158
milioni di franchi.(42) Oltre a ciò Denz è anche presidente della società aerea Classic Air
(Buelach),

che utilizza buoni, vecchi aeroplani del tipo D3. Per l'incarico di nuovo vicepresidente del
Brockenhaus

si presentò alle elezioni il direttore di banca Bruno Battaini. Battaini è direttore della Bank fuer
Handel

und Effekten (Banca del commercio e dei titoli), una società affiliata della Schweizerische
Kreditanstalt

con circa 70 impiegati e più di un miliardo di franchi di bilancio (1994).(43) Inoltre fa parte del

Consiglio di amministrazione della Pelz Import & Export (importazione e esportazione di pellicce)

(Zurigo) e della ditta commerciale di Zurigo Stutzer & Co. Il dinamico duo Denz/Battaini vinse infine

le elezioni contro Mueller e Bisagno senza problemi. Sivio Denz divenne presidente del
Brockenhaus e

Battaini vice. Mueller/ Ringger si ritirarono e il presidente del giorno promise di far esaminare le
loro

accuse contro von Ins da un ufficio fiduciario indipendente. All'assemblea generale ordinaria del

Brockenhaus a inizio aprile 1996, la ditta di consulenze di Basilea NonproCons presentò infine il
suo
rapporto. In base a questo, tre membri del comitato del consiglio direttivo avevano ottenuto
pagamenti

ingiustificati, non approvati dall'assemblea generale. Il loro ammontare si aggirava intorno ad una
cifra

tra i 10.000 e i 50.000 franchi. Il nuovo presidente Silvio Denz prese le distanze da questi episodi e

presentò all'assemblea numerose modifiche statutarie che offrivano garanzia di una maggiore

trasparenza e dovevano evitare qualcosa di simile per il futuro. I tre spendaccioni dichiararono di
non

sentirsi colpevoli di nulla e ottennero l'assoluzione dall'assemblea. Non dovettero restituire denaro.
Allo

sfortunato ideatore del putsch, Peter E. Mueller, un votante consigliò invece l'uscita
dall'associazione

Brockenhaus, nonostante l'inchiesta indipendente fondamentalmente gli avesse dato ragione.

STORIE DI CANTINE DA BERNA

All'inizio di ottobre 1995 il direttorio della Gran Loggia svizzera Alpina, composta da cinque
persone,
soprattutto da Bernesi, annunciò le dimissioni. Dopo questo passo senza pari, i massoni svizzeri
non

avevano, per la prima volta dal 1844, una guida suprema. (44) Il motivo era da ricercarsi

nell'appartenenza dei due massimi massoni all' "Ordine del Gral d'Oro", simile ad una setta. Poco
prima

il "Tages-anzeiger" di Zurigo aveva rivelato che Hermann Hoeglhammer, Gran Maestro dell "
Ordine

del Gral d'Oro" e numero 2 della Gran Loggia Alpina, praticava rituali occulti con un teschio. Vi
aveva

partecipato ripetutamente anche l'avvocato di Berna Werner Schorno, il gran maestro della Gran
Loggia

Alpina e numero 2 dell '"Ordine del Gral d'Oro". In quanto direttore di una scuola privata di Berna,

Hoeglhammer si fregiava anche di titoli dubbi o falsi come Prof. Dr. phil. Inoltre aveva descritto nel

suo libro ‘Traenen der Sphinx’ (‘Lacrime della sfinge’), che aveva pubblicato con lo pseudonimo

Alram von Avalon, rituali occulti, nel corso dei quali aveva bruciato "nel fuoco sacro" tre gocce di

sangue e le aveva mescolate con il sangue del Signore. Un'altra opera di Hoeglhammer ha come
titolo
"Orden des Tempelritters" (Ordini del cavaliere del tempio). Nella cantina della sua scuola egli

organizzava, di quando in quando, rituali con teschi e con un membro dell'ordine travestito da

scheletro. Secondo dichiarazioni di ex membri anche Schorno avrebbe preso parte


occasionalmente ai

rituali, cosa che questo però contesta.(45) Un membro anonimo della loggia “Zur Hoffnung” (Alla

speranza) di Berna spiegò ad un giornalista del bernese "Bund", che il comitato degli alti funzionari
(i

delegati di tutte le logge) avrebbe tolto la fiducia al direttorio - e solo allora il direttorio avrebbe
avviato

le dimissioni. Schorno voleva cacciare le persone che avevano reso di pubblico dominio la
faccenda

dell'Ordine del Gral, cosa che tuttavia non gli riuscì. (46) Un'altra macchia all' onore di Schorno
risale

già ad un pò di tempo prima: il procuratore era stato condannato nell'agosto 1979 dalla giustizia

militare, a cui egli stesso apparteneva come maggiore, a cinque giorni di prigione con la
condizionale.

Egli aveva denunciato al cacciatore di estremisti Ernst Cinceira cinquantun renitenti al servizio
militare. Allora Schorno era giudice istruttore per la criminalità finanziaria. (47) A chi indaga sulla

criminalità finanziaria non mancherà il lavoro, finché "i giudici istruttori per la criminalità finanziaria"

si dedicheranno a occupazioni secondarie di questo genere.

Note:

1) Cfr. p.142 segg.

2) A parere di Elisabetta Cequi, procuratore di Roma, il numero effettivo dei membri era più

verosimilmente sui 2000. La Guardia di finanza aveva potuto sequestrare solo una parte delle liste
dei

membri. Un'altra parte del materiale Gelli l'aveva già portata a Montevideo.

3) "Il Giornale”, 18.4.94

4) Clara Canetti, la vedova del presidente dell'Ambrosiano Roberto Calvi trovato morto nel 1982,

impiccato con una corda sotto un ponte del Tamigi a Londra, sostiene che il vero capo della P2
fosse

Giulio Andreotti ("La Repubblica", 4.2.89). Craxi non figurava sulla lista della P2 di Gelli, a
differenza

di altri importanti socialisti come ad esempio il vicepresidente dell'ENI, Leonardo Di Donna, o il

presidente dell'Ambrosiano, Roberto Calvi.

5) "Corriere della Sera", 17.4.94

6) "Corriere della Sera", 5.8.93

7) "L'Unità", 11.7.93

8) Questa circostanza alimentò delle speculazioni sul fatto che i servizi segreti, guidati allora da

membri della P2, avrebbero infiltrato e manovrato le Brigate Rosse. Essi avrebbero, ad esempio,

qualcosa a che fare con l'assassinio di Bachelet, che permise a Zilletti, vicino alla P2, di accedere

all'alto ufficio della burocrazia giudiziaria.

9) "La Stampa", 16.2.93

10) Numeri indicati su "La Repubblica", 28.1.94

11) "L'Unità", 29.4.93


12) Short, Martin: ‘Inside the Brotherhood. Further Secrets of the Freemasons’. Londra 1989,
p.542

13) Yallop, David: In nome di Dio (Im Namen Gottes), Monaco di Baviera (Muenchen), 1984, p.
246

14) Short, Martin: La confraternita vista dall'interno. Ulteriori segreti dei massoni (Inside the

brotherhood. Further Secrets of the Freemasons), Londra, 1989, p. 161

15) Yallop, David: 'Im Namen Gottes'. (Nel nome di Dio). Monaco. 1984, p.167

16) L'associazione dei Maltesi negli USA non è recente. Già il capo dello spionaggio americano, il

generale William "Wild Bill" Donovan, era un maltese, altrettanto Myron Taylor, inviato degli Stati

Uniti presso il Vaticano dal 1939 al 1950, lo era inoltre l' allora direttore della CIA in Italia William

Casey. (Cfr. Rowse, Arthur: 'Gladio: The secret U.S. War to subvert Italian Democracy.' In: "Covert

Action" 49/1994).

17) "Business Week", 1.5.95


18) De Lutiis, Giuseppe: 'Storia dei Servizi Segreti in Italia', Roma 1991, p.186

19) Gelli nacque nel 1919 a Pistoia in Toscana. Nel 1937, diciottenne, combattè in un battaglione

ausiliario italiano al fianco dei fascisti nella guerra civile spagnola. Nel 1940 pubblicò un libro

premiato da Mussolini, "Fuoco", sulle sue esperienze in Spagna. Nella seconda guerra mondiale fu

capo civile del partito fascista a Kotor nel Montenegro, occupato dagli Italiani, più tardi a Zara, in

Dalmazia. Dall'autunno 1943 fu al servizio dei neofascisti della Repubblica di Salò, lo stato
fantoccio

dalla breve vita di Mussolini nell'Italia del Nord, nella sua città natale Pistoia. Qui era ufficiale di

collegamento con le SS e l'esercito tedesco. Collaborando contemporaneamente in segreto con i

partigiani antifascisti, egli si preparava tuttavia alla vittoria degli alleati. Dopo il 1945 collaborò con
il

servizio segreto militare statunitense CIC (Counter Intelligence Corps) e se ne andò dapprima in

Sardegna, dove fu arrestato per breve tempo. Più tardi, partì per l'Argentina e tornò di nuovo a
Pistoia

all'inizio degli anni '50. Divenne segretario del deputato DC Romolo Diecidue a Roma e, alla fine
degli
anni '50, entrò nel business dei materassi, facendo rapidamente carriera.

20) La Permaflex aveva nel 1985 anche un ufficio a Lugano in Via Pioda 6. (Gelli, Licio: 'La Verità'

Lugano 1989, p.309)

21) Short, Martin : 'Inside the Brotherhood. Further Secrets of the Freemasons.' Londra, 1989,
p.542

22) Ivi, p.552

23) Raith, Wener: 'In hoeherem Auftrag. Der kalkulierte Mord an Aldo Moro.' ('Per ordine superiore.

L'assassinio calcolato di Aldo Moro').Zurigo 1985, p.172

24) Come esempio basti ricordare il rapimento e l'assassinio del presidente della DC Aldo Moro da

parte delle Brigate Rosse nel 1978. Il delitto non si è mai potuto spiegare completamente. Tuttavia
si

suppone in genere che la P2 abbia avuto un ruolo importante nell'affare Moro. Questo voleva il

compromesso storico con i comunisti ed era sul punto di formare una coalizione di governo
democristiano - comunista. La P2 voleva evitare a qualunque costo il compromesso storico. Dopo
che

Moro era stato rapito, i servizi segreti, i cui capi erano tutti nella P2, rifiutarono ogni sorta di
trattativa e

non fecero nulla per scovare Moro. Quando le Brigate Rosse tre anni dopo la morte di Moro,
rapirono a

Napoli il democristiano Ciro Cirillo, il generale Musumeci, capo del servizio segreto SISMI e
membro

della P2, trattò con successo il rilascio di Cirillo con il boss della 'ndrangheta Raffaele Cutolo che si

trovava in prigione.

25) "Im Spinnenetz- Das Imperium des Silvio Berlusconi" (Nella tela del ragno- L'impero di Silvio

Berlusconi"), ARD, trasmesso il 13.6.94

26) Il professor Antonio Martino, che aveva fatto domanda d’ammissione nel 1981, poco prima
dello

scoppio dello scandalo P2, fu dal 1988 al 1990 il più giovane presidente della Mont Pèlerin Society

(MPS), conservatrice di destra, che contava in tutto il mondo circa 500 membri. Tra questi c'era
anche
il presidente dei ministri ceco Vaclav Klaus. Tra i fondatori della MPS, creata all'inizio della guerra

fredda sul Mont Pèlerin, presso Vevey, in Svizzera, c'erano illustri figure paterne come Friedric A.
von

Hayek e Walter Eucken, ma anche giovani economisti come Milton Friedman. Più tardi fu dominata
da

Milton Friedman e Gary Becker. L'austriaco naturalizzato in Inghilterra e fondatore della MPS, F.A.

Hayek, aveva definito già negli anni venti l'economia pianificata socialista come il nemico
principale.

Il cofondatore della MPS Walter Eucken fu, dall'inizio alla fine del nazismo, un indisturbato
professore

all'Università di Freiburg-im-Breisgau. Le sue perplessità nei confronti della politica economica

nazionalsocialista, espresse per la prima volta alla fine del 1942, non riguardarono ad esempio lo

scioglimento del movimento sindacale o l'impiego nell'industria di lavoratrici e lavoratori schiavi

provenienti dalle zone occupate. Eucken lamentava piuttosto la limitazione della concorrenza per
via

dell'interventismo statale dell'economia bellica e dei piani quadriennali di Goering. Contro le attese
generali Berlusconi non ha fatto di di Martino, suo consigliere per anni e autore del programma

economico di Forza Italia, il ministro delle finanze, ma il ministro degli esteri.

27)”The Sunday Times”, 27.6.93

28) I massoni indossano nel corso delle loro cerimonie, tra l'altro, un grembiule colorato.

29) L' "Indipendent on Sunday" del 20.9.92 citava anche alcuni rispettabili capitani d'industria
inglesi

che facevano parte della massoneria, ad es. Sir Michael Richardson, ex direttore generale di N. M.

Rothschild e presidente di Stockbroker Smith New Court, Lord Farnham, presidente di Provident

Mutual Insurance Group, o Sir John Banham, presidente della federazione dell'industria britannica.

30) De Lutiis, Giuseppe: 'Storia dei Servizi Segreti in Italia'. Roma 1991, p.327

31) "Badener Tagblatt", 5.7.90

32) Mandato di consiglio d'amministrazione di Peter Notz: Carolina SA (Losanna). (Fonte: Orell

Füssli / Teledata: Il CD-ROM dell' economia svizzera. Version 1996/1,p.139 segg., giorno di scad.:
1.8.95) Calabrò, Maria Antonietta: 'Le Mani della Mafia'. Milano 1991,p.139 segg.

33) Il conto di Gelli alla SBG era stato aperto da Roberto Calvi che, attraverso filiali sudamericane

dell'Ambrosiano, vi aveva versato complessivamente più di 100 milioni di dollari (vedi p.278)

35) A parere di Bernasconi, il denaro di provenienza fraudolenta era a carico del Banco
Ambrosiano.

Gli avvocati di Gelli sostennero che il loro cliente ne era il regolare proprietario. Nel marzo 1996 la

Camera penale ticinese lasciò definitivamente Gelli a mani vuote.

37) " Berner Zeitung", 24. 9. 87

38) Mentre Dominique Poncet e Marc Bonnant difesero nel caso Gelli lo stesso cliente, nel caso
del

fallimento Sasea sono impegnati sul fronte opposto. In Ticino Gelli fu difeso dall'avvocato
Giangiorgio

Spiess.

39) Gelli, Licio: 'La Verità'. Lugano 1989

40) Il finanziere venezuelano Alberto Jaimes Berti sostiene ad esempio di sapere che Roberto
Calvi,

poco prima della sua morte, abbia versato ancora per Gelli sei mitici miliardi di franchi presso una

banca di Ginevra. Fonte di questa notizia è una giornalista spagnola. La procura di Roma le aveva

creduto e aveva convocato il venezuelano come testimone in Italia, dove infine fu arrestato per

contraddizioni nelle sue dichiarazioni. Dopo intensi interrogatori, Berti confessò che nel 1982
aveva

ricevuto 2,2 miliardi di dollari attraverso il finanziere spagnolo Josè Maria Ruiz - Mateos e, da
Panama,

li aveva piazzati sui mercati finanziari. Egli non ne conosceva la provenienza ma gli sarebbe stato
fatto

capire che si trattava di fondi neri con urgente necessità di riciclaggio. Poichè i proprietari non si
erano

mai fatti vivi, il portafoglio dei titoli custodito nel frattempo dalla fliale di Ginevra della Paribas
Suisse,

continuò ad essere amministrato da Berti. Come probabili proprietari, Berti, che viveva a Londra,

indicò la Banca Vaticana IOR, il Banco Ambrosiano, Ruiz-Mateos (il cui gruppo Rumasa poco dopo
il
bonifico era crollato ed era stato statalizzato) e l'Opus Dei. Berti dichiarò ai procuratori romani che

Calvi era venuto a Londra da lui per ritirare la sua partecipazione al salvataggio dell'Ambrosiano.
Due

giorni dopo Calvi era morto. ("Neue Zuercher Zeitung", 23.10.93)

41) "Tages-Anzeiger", 28./ 29. 10. 95

42) La Alrodo era stata fondata in collaborazione con il padre di Silvio Denz, Werner Denz. Werner

Denz aveva dapprima lavorato per la Weitnauerdals di Basilea (Auchlin, Pascal, e Garbley, Frank:
Das

Umfeld eines Skandals. Ein Report ueber das Organisierte Verbrechen und die Rolle der
Schweizer

Behoerden. [Il contesto di uno scandalo. Un rapporto sul crimine organizzato e il ruolo delle
autorità

svizzere].Zurigo 1990,p.93) Werner Denz è finito nel 1987 nel mirino del giornalista tedesco
Egmont

Koch, specializzato in criminalità finanziaria: "Il numero 4 è una casa dipinta di bianco con la porta

verde dietro le imposte verdi. A sinistra accanto alla porta ci sono due minuscole targhette di
ottone: in
alto si legge 'Denz', sotto 'Algrado AG'. La casa di campagna curata (a MuenchwilenAG) è per

convinzione degli ispettori doganali di numerosi paesi europei, una centrale del contrabbando, tra
l'altro

di sigarette, liquori e profumo." Davanti a Koch, Werner Denz ha respinto tutti i sospetti nei propri

confronti: "Da 25 anni esercitiamo il commercio di sigarette. Nessuno ha potuto rimproverarci fino
ad

oggi transazioni illegali". (Koch, Egmont R.: 'Grenzenlose Geschäfte. Organisierte Wirtschafts-

kriminalität in Europa' [‚Affari senza limiti. La criminalità finanziaria organizzata in Europa’] Monaco

1992, p. 72,75)

43) La Bank für Handel und Effekten diede luogo nel 1992 a pettegolezzi, perché il suo direttore

d'allora, Max Moser, aveva lavorato come banchiere zurighese di Alexander Schalk-Golodkowski,

operatore in valuta della DDR. Moser amministrava i conti di Schalk-Golodkowski dapprima presso
la

Banca privata Hugo Kahn & Co. (Zurigo) e nel 1978 presso la Bank für Handel und Effekten. Egli
gestiva con ampia procura otto conti per dissimulare il traffico di valuta occidentale di Berlino est.

Fondò poi molti istituti in Liechtenstein, ad esempio la Congregatio. Tra l'altro da questa fonte
veniva

alimentato il conto DHB 528, il cosiddetto conto-disponibilità Mielke del capo della Stasi Erich
Mielke

("Neue Zürcher Zeitung 2, 14.9.92). Degno di nota è anche il mandato in consiglio


d'amministrazione

dell'editore Michael Ringier presso la Bank für Handel und Effekten.

44) Nell'autunno 1995 anche la massoneria entrò in una profonda crisi. Il 6 settembre 1995 il
Grand

Orient de France (37.000 membri) licenziò in tronco il gran maestro Patrick Kessel nel corso di una

tumultuosa assemblea. Il Grande Oriente francese era stato fondato nel 1773 e nel 1877 i massoni

francesi si erano separati dalla principale corrente massonica britannica. Allora il Grand Orient
eliminò

tutti i riferimenti al grande architetto dell'universo, per poter accogliere come membri anche gli atei.
I

massoni francesi non prestano giuramento sulla bibbia bensì su un libro con le pagine bianche.
Ciò
politicizzò i massoni francesi, fece di loro un'associazione anticlericale e tendenzialmente vicina ai

socialisti. Il gran maestro Kessel, un giornalista, presentò all'assemblea di tutti i rappresentanti


della

loggia una dura accusa contro "il caos finanziario, le spese eccessive e le strategie personali". Per

questo fu subito deposto dal consiglio supremo. Kessel e il suo gruppo accusarono il Grande
Oriente di

essere divenuto la longa manus dei socialisti, mentre Kessel viene incolpato dai suoi avversari di

avvicinare la loggia ai gollisti e al presidente Chirac. (" Le Monde", 20.9.95)

45) "Tages- Anzeiger", 31.10.95

46) " Der Bund", 9.10.95

47) Frischknecht, Jürg etc: 'Die unheimlichen Patrioten. Politische Reaktion in der Schweiz.' ['I
patrioti

perturbanti. Reazione politica in Svizzera.'] Zurigo, 6. ed., 1987, p.273

14 WINNIE TRA I BRIGANTI


" Nel maggio 1986 lasciai Zurigo diretta a Roma. Allora il mio amatissimo padre era già morto e il
mio

fidanzamento era appena andato a monte. Avevo 31 anni ed ero decisa a far carriera, dapprima
presso

Tasa, Headhunter, vale a dire cacciatore di talenti dirigenziali, statunitense e in seguito come

amministratrice della Secara Agency che procurava solo personale femminile".(1) "Winnie" Ellen

Kollbrunner era figlia di quella "media borghesia della Costa d'oro", che si era arricchita grazie alla

congiuntura favorevole degli anni '50 e '60 e si rifugiava nei comuni fiscalmente convenienti sulla
riva

destra del lago di Zurigo, da quando il quartiere delle ville dei ricchi di vecchia data alle pendici del

Zuerichberg, il monte di Zurigo, era diventato troppo piccolo. Il padre di Winnie era stato il noto

ingegnere per costruzioni sotto il livello del suolo Curt Kollbrunner, e con la sua Rodio Holding e la

ditta Swissboring aveva guadagnato moltissimo nel boom edilizio legato alla congiuntura
favorevole.

Più tardi il figlio Andrè dovette liquidare la sua eredità, e la Rodio la vendette nel 1992 al
costruttore
edile romano di grande successo Elia Federici. Il sogno romano di Winnie si interruppe
bruscamente. Il

18 settembre 1992 fu arrestata nella lobby dell'hotel ginevrino Hotel de la Paix. Insieme a Winnie
fu

arrestato quel pomeriggio di settembre anche Maurizio Laguzzi, che a Roma dirigeva la società

finanziaria Clipper. I due avevano cercato di rifilare a due inglesi 85 obbligazioni (certificati di

deposito) rubate, da 95 milioni di lire l'uno, del Banco di Santo Spirito di Roma.(2) Ma Winnie e

Laguzzi ebbero veramente sfortuna, i due Inglesi erano infatti investigatori in incognito di Scotland

Yard. Nell'ambito di un'azione di polizia anglo-italo-svizzera, avevano simulato interesse


all'acquisto di

questi titoli rubati.

IL DELITTO QUASI PERFETTO

La storia fantastica di questi certificati di deposito rubati della "Banca di Santo Spirito" cominciò a

Roma il 2 novembre 1990, quando un mezzo che trasportava 6.000 assegni e 294 obbligazioni del

valore di 90 miliardi di lire (allora circa 90 miliardi di franchi) fu assalito e derubato. La direzione
della
banca non fece una denuncia alla polizia né i numeri di serie dei certificati scomparsi, come invece
si

usa fare in casi del genere, furono inseriti nella lista nera dei valori rubati della sede della stanza di

compensazione interbancaria internazionale SWIFT. Del tutto inconsueta rispetto a quanto avviene
di

solito in Italia per questo tipo di titolo, era anche la durata quinquennale di validità dei certificati
della

Santo Spirito.(3) L'aggressione a scopo di rapina del novembre 1990 non fu l'unica scomparsa

misteriosa di titoli del Banco di Santo Spirito. Attacchi simili ai mezzi blindati della Transcoop
romana,

che eseguiva i trasporti di valori per la banca, si erano avuti già nell’ottobre 1990 e si ebbero
ancora nel

1991. Sulla base delle loro inchieste i due procuratori romani Giulio Sarno e Achille Toro giunsero
più

tardi alla conclusione che l'assalto del novembre 1990 a scopo di rapina fosse stata solo una finta.
Chi

avesse organizzato il colpo contro il blindato, non riuscirono tuttavia a stabilirlo.(4) Sarno e Toro
hanno
esaminato anche la possibilità della scomparsa di altri titoli della Santo Spirito: "Un fatto del genere

non può essere escluso, considerata l'organizzazione estremamente negligente interna alla banca
nella

sede principale della custodia dei titoli e l’assenza di contabilità dei certificati in bianco nelle filiali".

(5) Il Banco di Santo Spirito era una banca statale di media grandezza, controllata dalla holding
statale

IRI. Nel 1989 la direzione dell'IRI, in mano al modernizzatore Romano Prodi, divenuto più tardi

presidente del Consiglio dei ministri, decise una fusione del Banco di Santo Spirito in deficit con il

Banco di Roma e la Cassa di Risparmio cooperativa di Roma. La nuova banca prese il nome
Banca di

Roma e divenne la quarta maggiore banca d'Italia. Il professor Prodi era considerato allora nella

holding statale disastrata l'uomo pulito e il risanatore della Democrazia Cristiana. Nel suo ruolo di

presidente, egli cercò di ridurre la corruzione dell'IRI, considerata il cortile interno della Democrazia

Cristiana. Dal 1990 le tre banche romane cominciarono progressivamente a unirsi, finchè la
fusione fu
perfettamente compiuta nell'agosto 1992. Il nuovo presidente della banca, Pellegrino Capaldo,
voleva

liberarsi dal vecchio fardello dei certificati della Santo Spirito misteriosamente scomparsi, e

nell'autunno 1991 sporse denuncia alla polizia. Alcuni mesi più tardi i certificati furono infine
registrati

nella lista nera internazionale dei titoli rubati. La rapina simulata è un esempio della fantasia quasi

inesauribile della corruzione italiana nella lotta per i posti migliori alla mangiatoia ricolma delle

aziende di stato. I certificati di deposito non erano stati rubati ma clonati. Amici compiacenti alla

Transcoop avevano organizzato l'uscita dei titoli dalla cassaforte, amici compiacenti nel
management

della banca avevano provveduto a che la perdita restasse segreta, rinunciando ad andare alla
polizia e

dissimulando l'accaduto a livello contabile con un bilancio (gonfiato) della banca. Con ciò i
certificati

si erano di fatto raddoppiati. Sui titoli raddoppiati in tal modo, i falsari costruirono ancora una
piramide

di credito, copiando certificati, cosa dimostrata da alcuni esemplari completamente identici


comparsi
più tardi. Il castello di carte crollò solo quando i nuovi tecnocrati di Romano Prodi cominciarono a

portare alla luce i cadaveri nel caveau della Banca Santo Spirito. Di tutto ciò Winnie sembra non
aver

allora sospettato nulla. Non sapeva che il suo telefono romano era sistematicamente controllato

dall'ottobre 1991, da quando erano incominciate le inchieste per il caso Santo Spirito. L'analisi al

computer delle molte centinaia di chiamate telefoniche, registrate fino al suo arresto un anno dopo,

evidenziarono un numero crescente di telefonate a qella buona "società della costa d'oro
zurighese",

dove Winnie aveva le sue radici, e in Ticino. Registrava chiamate particolarmente numerose il
recapito

telefonico zurighese di Christine Sass-Hirschmann, figlia del fondatore di Jet Aviation, Carl

Hirschmann, quell'uomo di potere e di successo, compiaciuto di sè, che dopo la sua morte aveva
fatto

sapere con annunci funebri di intere pagine ai propri discendenti, nel pieno della contesa per
l'eredità,

che non si pentiva di nulla. La polizia romana registrò anche numerose chiamate al numero della
Inadco AG di Zurigo. Direttore della Inadco era Israel A. Silberberg.(6) Winnie chiamava spesso
anche

il numero della A.I.M. di Zurigo, il cui consigliere d'amministrazione Hans Andersen fu arrestato più

tardi mentre tentava di vendere dei titoli falsificati e perse per questo il posto. (7) Anche in Ticino

Winnie era in contatto telefonico solo con persone importanti. Ad esempio con il Ticinese più ricco,

Geo Mantegazza, che all'inizio del 1996, in un affaire veramente poco chiaro, era stato rapito e
poco

dopo era ricomparso nel principato del Liechtenstein. Winnie parlava inoltre al telefono con il

fiduciario Walter Frueh e con l'avvocato Lucio Velo di Lugano. Fino al 1990 Winnie fece parte
anche

del consiglio d'amministrazione della società Ts Recruiting SA di Lugano, che apparteneva al


gruppo

TS di Lucio Velo.(8)

WINNIE CADE IN TRAPPOLA

Dopo che i certificati di deposito rubati furono registrati nella lista nera della SWIFT, tra il 12 e il 19
settembre 1992 si riscontrarono complessivamente 17 tentativi di vendere le obbligazioni a banche
di

Basilea, Zurigo, Lussemburgo, Como, Bergamo, Francoforte, Londra e Ginevra. A Zurigo ad


esempio

il danese Flemming Hansen cercò di appioppare 500 di questi titoli il 4 agosto 1992 alla Citibank.

Contemporaneamente egli volle aprire un conto a nome di Winnie e del consigliere


d'amministrazione

dell'AIM Hans Andersen. Alcuni giorni più tardi Hansen fu arrestato e ammise di aver ricevuto i titoli

da Kollbrunner.(9) Il 13 agosto 1992 l'ex redattore di "Bilanz" Christoph Gubser (10) e Gino Rosato

cercarono pure di vendere certificati del genere alla Banca di Roma di Francoforte.
Complessivamente

furono arrestate in Svizzera nel corso di questi tentativi 10 persone, i cui nomi il giudice istruttore
Paul

Perradin non ha resi noti. (11) Winnie dovette languire in carcerazione preventiva per due mesi a

Ginevra e fu infine rilasciata l'11 novembre dopo il pagamento di una cauzione. Aveva dichiarato di

aver ricevuto i titoli rubati da Maurizio Laguzzi e Carlo Zappavigna della società finanziaria romana
Clipper. I due italiani non avrebbero detto nulla della provenienza criminosa dei titoli e l'avrebbero

incaricata di vendere in Svizzera in modo del tutto legale i certificati, cosa che ella si sentiva in
grado

di fare, grazie ai suoi rapporti eccellenti con i migliori ambienti bancari e finanziari di Zurigo. Il

giudice istruttore Paul Perraudin e la Sezione d'accusa di Ginevra hanno prestato fede a questa
versione

e hanno rinunciato a sporgere denuncia nei confronti di Winnie. Al momento dell’arresto la polizia

aveva sequestrato anche le sue due rubriche telefoniche, una per Zurigo e una per Roma. La
rubrica di

Zurigo, contenente molte centinaia di numeri registrati, si legge come un Who's who della piazza

finanziaria. Banche, società finanziarie e commerciali, fiduciari e studi legali, tutti elencati in

bell'ordine con i nomi di una o di più persone di riferimento, dal direttore della banca Albis (affiliata

della Fimo) fino alle assicurazioni Vaud. Anche i numeri compresi nella sezione italiana della
rubrica

telefonica di Winnie non sono di poco conto. Accanto al locale romano di lusso Tartarughino, dove
lei -
secondo dichiarazioni del suo socio d'affari Laguzzi - si godeva la vita notturna romana, c'è ad
esempio

il numero del finanziere libanese Adel Kassar. In Svizzera egli è noto come socio della Banque
Privée

(Losanna) e della società finanziaria Fransad (Losanna). (12) Winnie aveva annotato anche i
numeri del

ministro italiano della giustizia Claudio Martelli, del segretario privato di lui Sergio Restelli e di
Sergio

Cusani, il cassiere delle tangenti al soldo del presidente della Ferruzzi Raul Gardini.(13) Martelli,

Restelli e Cusani sono tutti e tre impelagati fino al collo nella palude di Tangentopoli.

SPECULATORI E SPIE

Una settimana dopo il rilascio di Winnie, Laguzzi fu estradato dalla Svizzera a Roma, dove i due

procuratori Sarno e Toro conducevano un'istruzione penale sulle obbligazioni rubate della Santo

Spirito. Laguzzi gestiva insieme con l'avvocato ed ex uomo della P2 Carlo Zappavigna e con
Federico

Turci, la società finanziaria Clipper a Roma. Ma, dietro le quinte, la sua Clipper era guidata
dall'uomo
d'affari romano e massone d'alto rango Patrizio Pinto. Dopo che i procuratori ebbero fatto
perquisire

dalla polizia gli uffici di Laguzzi, Zappavigna, Turci, Pinto e altri, giunsero alla conclusione,

analizzando il materiale sequestrato e le telefonate intercettate, che Patrizio Pinto era al centro di

un'organizzazione finanziaria illegale. Egli avrebbe fatto da cerniera tra alcune cosche corrotte: un

gruppo di massoni deviati, che avevano sostituito agli ideali della confraternita segreta una bassa

avidità di profitto, un gruppo di ex rappresentanti corrotti dei servizi segreti che facevano capo a

Giangaetano Caso, oltre ad alcuni uomini importanti del mondo finanziario e della politica e inoltre

elementi del crimine organizzato. Il massone del Grande Oriente Pinto amministrava tra l'altro
società

per il Gran segretario del Grande Oriente Alfredo Diomede, che insieme all'allora Gran Maestro del

Grande Oriente Giuliano di Bernardo e all'ex Gran Maestro Armando Corona aveva fatto rinascere
di

nuovo nella rumena Bucarest la loggia massonica Concordia. Figura importante dello Studio Pinto
era
anche Eugenio Carbone, membro della P2, uomo di fiducia di Licio Gelli e presidente della
Camera di

Commercio italo-slovena con sede nello stesso studio. Il misterioso Studio Pinto romano, accusato
di

avere creato un'organizzazione che continuava la P2 vietata di Licio Gelli, è materia da romanzi
gialli.

E il giallo in effetti esiste, si chiama 'Oltre la cupola', scritto da Francesco Forgione e Paolo
Mondani, e

apparso da Rizzoli a Milano nel 1993.

LA VENDITA DEI CERTIFICATI RUBATI

Il reparto 'vendita di titoli rubati' presso lo Studio Pinto era diretto dal braccio destro di Pinto

Giangaetano Caso, ex pilota ed ex rappresentante sindacale Alitalia (14), ex membro del servizio

segreto militare italiano e massone. Egli organizzava la commercializzazione dei certificati. Oltre
alla

vendita diretta alle banche in cambio di denaro, per lo smercio dei titoli il furbo Caso si serviva
anche

di metodi più complessi. Egli aveva buone relazioni con la Romania, dove era amico di Costel
Jancu,

che a suo tempo era fuggito in Italia dalla dittatura di Ceausescu. Dopo la morte di quest’ultimo
tornò

di nuovo a Bucarest, ed ebbe qui un ruolo importante nella rinascita della massoneria rumena dalle

ceneri del comunismo con l'aiuto del Grande Oriente. (15) Jancu divenne subito a Bucarest una
figura

importante e si dice che avesse un filo diretto con il presidente Ion Iliescu, l'allora presidente dei

ministri Petre Roman e il presidente della banca centrale Mugur Isarescu. Casu comprò dunque la

Banca Agricola Rumena a Budapest. Tecnicamente l'acquisto avvenne in questo modo: Caso
depositò i

titoli rubati della Santo Spirito presso la Banque Paribas di Milano a nome della Banca Agricola e,
in

compenso, gli furono intestate in Romania la maggioranza delle azioni di questa banca. Con il
deposito

di divisa occidentale presso una famosa banca in Italia, la Banca Agraria Rumena sperava di
divenire

un istituto qualificato nel traffico interbancario. Giangaetano Caso fu consigliato in questa


acquisizione
dal finanziere milanese Carlo Cappelli, un amico di Laguzzi e Zappavigna.(16) La

commercializzazione diretta dei titoli rubati fu organizzata da Caso con la Clipper di Laguzzi e

Zappavigna. I procuratori Sarno e Toro hanno rintracciato cinque canali di vendita in Italia e la linea
di

Winnie che porta a Zurigo, Ginevra e Londra. Tra le circa trenta persone i cui nomi furono fatti da

Sarno e Toro in relazione alla vendita dei titoli falsificati, c'erano alcuni famosi fiduciari e uomini

d'affari italiani, ad esempio il fiduciario milanese Tiziano Mantovani, che nell'estate 1994 fu
arrestato

perché coinvolto nella bancarotta fraudolenta dell'Imic, affiliata della Sasea italiana. C’erano inoltre
il

finanziere milanese Renato D'Andria, un ex socio di Fiorini, e il fiduciario milanese Giuseppe


Bossi,

liquidatore della Società assicurativa De Angeli Frua. Ricomparvero da Sarno e Toro anche quei

massoni deviati nell'orbita della 'ndrangheta calabrese, che erano finiti nella rete del procuratore

Agostino Cordova di Palmi (vedi p.286 segg.). Si tratta precisamente di Pietro Piliello, Gran
Maestro
della loggia Albaradan, di cui era membro anche il finanziere romano Giorgio Cerrutti, la cui

Compagnia Generale Finanziaria era fallita nel 1993. (17)

INCIAMPATA O SFRUTTATA

Winnie era venuta a contatto con Laguzzi attraverso un conoscente comune di nome Gallotta.
Questo

Gallotta l’avrebbe lodata per il suo lavoro pluriennale come corriere internazionale del socialista

Claudio Martelli, ministro della Giustizia. Secondo Laguzzi, Winnie amava darsi delle arie per i suoi

legami con gli ambienti nazionali e internazionali delle persone importanti. Alla dogana
dell'aeroporto

romano di Fiumicino avrebbe potuto raggiungere l'aeroplano, senza essere disturbata dai
doganieri,

attraverso l'ingresso dei VIP. Ed avrebbe avuto rapporti d'amicizia con politici italiani d'alto rango,

come ad esempio il ministro della Giustizia Martelli. Per questo lui e Zappavigna le avrebbero
chiesto

se poteva anche portare titoli in Svizzera e venderli. Laguzzi raccontò inoltre, ai due procuratori,
che
Winnie non aveva trasferito denaro da Roma in Svizzera e in Lussemburgo solo per Martelli, ma
anche

per Renato Altissimo, il tesoriere del partito liberale italiano.(18) "Una volta eravamo con Winnie in

ufficio- raccontò Laguzzi- e io o Zappavigna le abbiamo chiesto come potesse contrabbandare

certificati oltre confine con quel vitino di vespa. E allora ci mostrò sotto l'abito una specie di busto
nero

con tasche, dove poteva nasconderli, senza che da fuori ci si accorgesse di nulla".(19) Dunque
Winnie e

Laguzzi strinsero una relazione d'affari, finché il 18 settembre 1992 i due finirono nella rete della

polizia di Ginevra. "La Kollbrunner- dissero riassuntivamente Sarno e Toro- aveva in tutta la
faccenda

solo un ruolo di esecutrice. Lei stessa ha detto di essere stata un corriere. I suoi complici erano
tutti del

parere che lei non fosse in grado di eseguire autonomamemte operazioni d'affari nel settore

immobiliare o finanziario".(20)

CHE COSA SAPEVA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA MARTELLI ?


Il ministro della Giustizia Martelli era comparso dapprima nella rubrica telefonica sequestrata a

Winnie, poi Laguzzi, pure arrestato, aveva dichiarato che Winnie si era vantata dei suoi buoni
rapporti

con il ministro e aveva sostenuto di avere lavorato come corriere internazionale per Martelli e per il

tesoriere dei liberali Altissimo. Al giudice istruttore di Ginevra Paul Perraudin la Kollbrunner aveva

detto di essere legata a certi uomini politici italiani e di avere reclutato personale per Martelli. "So
che

molti politici italiani incassano tangenti e impiegano persone di fiducia per compiere operazioni

finanziarie, del tipo di quella di cui vengo accusata". (21) Il legame della venditrice di titoli rubati
con

il ministro della giustizia italiano comparve sulla stampa solo nel dicembre 1992. Il settimanale

progressista romano "Avvenimenti" pubblicò un articolo su Winnie e Laguzzi. L'inchiesta di Mani

Pulite, iniziatasi nel febbraio 1992, procedeva con ritmo sempre più incalzante, ed erano già molti i

politici e i capitani d'industria, accusati di corruzione, finiti in carcere. A Locarno anche "La
Regione"
si occupò del caso. Il giornale pubblicò molte interviste telefoniche con Winnie che sosteneva di
non

aver saputo nulla dell'origine criminosa dei certificati del Banco di Santo Spirito. I due procuratori

Sarno e Toro chiesero al parlamento italiano, il 9 aprile, il permesso di continuare le loro indagini

contro il deputato Claudio Martelli (Nel febbraio 1993 Martelli aveva dovuto dare le dimissioni da

ministro della Giustizia perché coinvolto nell'affare del Conto Protezione). Martelli lanciò quindi un

contrattacco sulla stampa dichiarando che i suoi rapporti con la Kollbrunner erano stati legali e

legittimi. Winnie aveva infatti reclutato personale per lui. Per incarico suo lei avrebbe cercato una

portavoce stampa per i media stranieri e l'avrebbe trovata nella persona della francese Dora
Tauzin.(22)

Avrebbe conosciuto Winnie dalla sua fisioterapeuta, presso la quale anche lei si curava. Dei titoli
rubati

avrebbe appreso solo dopo l'arresto del tutto inaspettato di Winnie a Ginevra.(23)

Note:

1) ”Noi”, 2.5. 93
2) Il commercio fraudolento di titoli stranieri dubbi, corredati di una presunta garanzia bancaria, ad

esempio certificati di deposito (in inglese: certificates of deposit, promissory notes) o promesse di

credito accessorie (in inglese: Stand by letters of credit) e promesse di pagamento (mandati di
credito

stand by) sono tra i finti affari preferiti. (Accessorio significa: la garanzia diventa valida quando la

fornitura in un'operazione sottostante, per il cui pagamento la banca garantisce, non viene onorata

finanziariamente). I venditori di questi non-valori non trattabili, adescano le loro vittime con
massicci

ribassi sul titolo nominale. Più tardi questi effetti possono probabilmente essere rivenduti a valore

pieno. Sorprendentemente, le bande di imbroglioni trovano sempre degli stupidi abbastanza avidi
che si

lasciano letteralmente spogliare con questi titoli privi di valore.

3) " Il Mondo", 28.2. / 7.3. 94

4) Autista e secondo autista del blindato Transcoop erano Dario Selva, già condannato per ricatto
e
gioco d'azzardo e Enrico Balducci, sospettato di essere vicino ai gangster romani della malfamata

"Banda della Magliana".

5) Sarno, Giulio e Toro, Achille, Richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del Deputato

Martelli Claudio. Pretura Circondariale, Roma, 8.4.93, p. 28.

6) Dal controllo telefonico e dalla perquisizione domiciliare di Winnie a Roma risultò ad esempio
una

grande operazione in valuta in tranche da 50 milioni di dollari (fax del 21.7.92 a Israel Silberberg a

Zurigo: Giulio Sarno e Achille Toro: Richiesta di autorizzazione a procedere. Pretura Circondariale.

Roma, 5.4.93) Unico consigliere d'amministrazione della Indaco Ag era il noto avvocato di Zurigo
Veit

Wyler.

7) Presidente del consiglio di amministrazione dell'AIM (Acquisition, Investments, Mergers) era

Martin Stehli. Egli sostituì Andersen, licenziato, con l'avvocato zurighese, vicino all'Opus Dei, Alfred
J.
Wiederkehr. Tra i più di 50 mandati di consiglio di amministrazione di Wiederkehr c'erano ad
esempio

la filiale svizzera dell'industria svedese del mobile IKEA e la Gotthard Bank (Lugano). Un altro

mandato amministrativo Wiederkehr l'aveva presso l'Arabella SA in Lussemburgo. Presidente di


questa

società era Pierre Caland di Beirut, facevano inoltre parte del consiglio di amministrazione il
libanese

Michel El- Khoury, il lussemburghese Jacques Loesch, Nuno Brandolini di New York e Werner
Schick

di Zurigo, ex direttore generale del Bankverein. Nel giugno 1996 la Arabella comprò per 1,5 milioni
di

dollari 462.000 azioni della Discount Brokers J.B. Oxford & Company, che ha anche una filiale a

Basilea. La società madre J.B. Oxford Holdings Inc. (Beverly Hills) fu criticata dal "Wall Street
Journal

Europe" il 3. 5. 95, perché aveva ingaggiato come consulente il canadese Irving Kott, già
condannato

per frode in borsa.

8) La società di Velo TS Trustser apparteneva alla società offshore di Panama Midgen Corporation
SA,
nel cui consiglio di amministrazione c'erano Markus Binggeli, Christian Durussel e Eric R. Staehli

della Fidinam Fiduciaire (Ginevra). Velo rappresentava fiduciariamente l'azionista principale presso
la

TS Trustser (Lugano).

9) Sarno, Giulio e Toro, Achille: Richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del Deputato

Martelli Claudio. Pretura Circondariale. Roma, 8.4.93, p. 81.

10) Gubser era coinvolto anche nell'affare Gerolag e finì all'inizio 1996 in custodia preventiva.

11) Nell'agosto 1993 la sezione d'accusa di Ginevra trasmise alla Corte d'Assise gli atti d'accusa di

cinque imputati non nominati, a cui veniva rimproverato di aver trattato titoli falsificati o rubati. Gli

imputati dovettero rispondere di frode, falsificazione di documenti, abuso di fiducia e ricettazione.


Al

procedimento davanti alla sezione di accusa era presente solo uno dei dieci imputati - un italiano
allora

ancora in carcere. Gli altri 9 erano in libertà provvisoria. Winnie Kollbrunner non figurava tra gli
imputati.

12) La Cantrade Banque Privée era fino al 1995 una joint-venture tra la famiglia Kassar, la

Bankgesellschaft svizzera e René de Picciotto. Poi la SBG si ritirò inaspettatamente del tutto dalla

Joint-venture. Da allora esistono in Svizzera due banche con il nome Cantrade, l'affiliata della
SBG,

con sede principale a Zurigo e numerose altre filiali, e la Cantrade Banque Privée di de Picciotto,

Kassar e Setton, a Losanna.

13) Sergio Cusani, figura centrale sulla scena della corruzione italiana, fu condannato nell'aprile
1994

in prima istanza a otto anni di prigione. Di Cusani si parla dettagliatamente nel capitolo 9 (v. anche

p.217 segg.)

14) Come la Banca di Roma anche l'Altalia è un'azienda IRI. Il modernizzatore Romano Prodi, che
si

era già rotto i denti contro le corrotte banche romane, cercò di risanare anche l'Alitalia. Egli portò
due
topmanager che si erano perfezionati nelle multinazionali americane, precisamente Renato
Riverso

dell'IBM e Roberto Schisano della Texas Instruments. Ma i due incapparono nella burocrazia
corrotta,

inclusi i bonzi dei sindacati come il rappresentante dei piloti Giangaetano Caso e, all'inizio del
1996,

gettarono infine snervati la spugna. Soprattutto con i rappresentanti dei sindacati dei 1.800 piloti,
dei

quali probabilmente 300 erano rimasti sempre a terra, i modernizzatori sconfitti si trovarono di
fronte

ad una resistenza insuperabile.

15) Il Gran Maestro della P2 Licio Gelli aveva negli anni '70 buoni rapporti con il dittatore della

Romania Ceausescu.

16) Cappelli comprò più tardi, con un' altra tranche di titoli rubati della Santo Spirito, l'Omas a San

Stino di Livenzo presso Venezia. Poi rovinò del tutto finanziariamente l'Omas e la fece fallire.

Nell'autunno 1994 la Guardia di Finanza di Venezia aprì per questo un'inchiesta contro Cappelli ("Il
Mondo", 28.11./5.12.94)

17) Fu coinvolto nel crac della Compagnia Generale Finanziaria (CGF) anche Ugo Zilletti, uomo
della

P2 ed ex vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. La CGF, poco prima di andare
in

bancarotta, aveva acquistato dal presidente della Sasea, Florio Fiorini, la Singest, affiliata della
Sasea

italiana.

18) Sarno, Giulio e Toro, Achille : Richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del
Deputato

Martelli Claudio. Pretura Circondariale. Roma, 8.4. 93, p.40,44 e 74

19) Verbale dell'interrogatorio di Maurizio Laguzzi, 19. 11. 92, p. 8

20) Sarno, Giulio e Toro, Achille: cit. nota 18, p.36

21) Sarno, Giulio e Toro, Achille: cit., p.90

22) Lo stipendio di Dora Tauzin non lo pagava Martelli, il ministero della giustizia o la cassa del
partito
socialista, bensì la Inadco AG (Zurigo). Sarno Giulio e Toro Achille, cit., p.57

23) "L'Unità", 11.4.93

15. LA PIU' GRANDE BANCAROTTA SVIZZERA

Quando i funzionari dell'Ufficio fallimenti di Ginevra sigillarono il 30 ottobre 1992 gli uffici della

Sasea Holding, ciò significò la più grande bancarotta in assoluto nella storia dell'economia
svizzera. Il

re di questo impero fallimentare era Florio Fiorini, dapprima direttore e più tardi delegato del
consiglio

di amministrazione. Lo stesso Fiorini che dieci anni prima era stato licenziato, senza preavviso, da

direttore finanziario del gruppo petrolifero statale ENI. Allora, egli aveva proposto un piano di

risanamento per la banca privata dell'Ambrosiano di Calvi - a spese della statale ENI - senza
informare

i suoi diretti superiori. Dopo questo allontanamento inglorioso, Fiorini dovette emigrare in

Lussemburgo, dove per sua stessa ammissione riuscì a tenersi a galla alla meno peggio. Ma
grazie alle

sue buone relazioni con l'alta finanza europea, le cose andarono presto meglio e, alla fine del
1984, fu

in grado di rilevare la società per azioni Sasea di Ginevra, in passivo anche se quotata in borsa.(1)
Nel

corso di una prassi decennale Fiorini era diventato un virtuoso dell'economia italiana corrotta. Poi

venne a Ginevra e creò una piattaforma girevole internazionale per manipolazioni finanziarie
occulte,

che ben presto comprese circa 300 società affiliate in tutto il mondo. In maniera analoga al paese
di

cuccagna rappresentato dalla Holding Omni di Werner K. Rey, sorse un gruppo miliardario

immaginario senza base economica reale. La totale assenza di attivi si rivelò al momento del

fallimento: di fronte alle richieste di 5,1348 miliardi di franchi, fatte nel primo annuncio di debito

dell'Ufficio fallimenti di Ginevra, erano presenti solo 2,8 magri milioni di franchi di attivi.(2) (Poichè

non tutte le richieste annunciate furono riconosciute dall'Ufficio fallimenti, l'ammontare del debito si

ridusse poi a circa tre miliardi di franchi). La natura della Sasea come piattaforma finanziaria
girevole

internazionale si deduce dal fatto che la lista dei creditori, pubblicata dall'amministrazione
fallimentare,

non conteneva nessun grande creditore svizzero. La corte penale di Ginevra, alla fine di giugno
1995,

dopo due giorni e mezzo di dibattimento,condannò Fiorini per frode, falsificazione di documenti,

fallimento sconsiderato e captazione di eredità, a sei anni di prigione detratti i 32 mesi di carcere

preventivo già scontati, a dieci anni di bando dal paese e al pagamento dei costi del procedimento

giudiziario. L'avvocato di Fiorini, reo confesso, lasciò passare il termine del ricorso di solo cinque

giorni senza farne uso.(3) Il procedere spedito per non dire frenetico del processo è in contrasto

stridente con il lavoro lungo e difficile del giudice istruttore Jean-Louis Crochet. Lavorò 28 mesi,
cosa

che costò complessivamente 1,8 milioni di franchi, e riempì 2482 pagine di protocollo e 642

raccoglitori di atti federali. Per audizioni dell'imputato e di testimoni Crochet aveva avuto bisogno di

non meno di 1.010 ore. Nonostante queste indagini singolarmente dispendiose per la Svizzera, il

tribunale non fu in grado di acquisire una visione complessiva dei fatti, come scrisse il cronista
giudiziario della "Neue Zuercher Zeitung": " Nello stesso tempo la procura usò lo spazio libero

argomentativo per supposizioni e allusioni non documentabili, volte a collocare Fiorini in una

criminalità finanziaria internazionale, soprattutto di origine italiana, che andava al di là della


Sasea.")4)

L'atto accusatorio di 45 pagine della procura motivava i reati di Fiorini in maniera sommaria. E si

rimandava al parere degli esperti, secondo i quali il capitale azionario della Sasea Holding, già nel

1985, era sopravvalutato e coperto al massimo per metà. Alla fine del 1988 fu stimato un

sovraindebitamento nell'ordine di 144 milioni, che alla fine del 1989 salì a 194 milioni e, alla fine
del

1990, a 640 milioni. La Sasea non si preoccupò delle severe disposizioni del diritto azionario in

relazione ad un indebitamento del genere. Nel maggio 1989 il capitale azionario fu invece elevato
da

201 a 402 milioni e nel giugno 1990 fu emesso un prestito obbligazionario di 340 milioni di franchi.

Ma con ciò, contrariamente a quanto contenuto in comunicazioni pubbliche della Sasea, non si
ebbe
nessun afflusso di nuova liquidità. La società di revisione KPMG Fides non vide alcun motivo

d'allarme e autenticò la contabilità del gruppo Sasea alla fine del 1990 e quello della holding di fine

giugno 1990, ma questo solo nel novembre 1991.(5) A metà luglio 1991 Fiorini stesso aveva
valutato

"il buco finanziario" in 1,4 miliardi di franchi.(6)

ECONOMIA DI CLAN ALLA SASEA

La Sasea di Fiorini era in fondo una variante del capitalismo di clan italiano, dove i lealismi
personali

contano più della legge, del fisco e degli accordi. Il tentativo di costituire a Ginevra un sistema
analogo

di clan all'italiana, fallì clamorosamente - pur dopo successi iniziali di rilievo. "A causa dell'elevato

ammontare del debito", scrisse l'edizione europea del "Wall Street Journal"," dell'alto numero di

istituzioni colpite e delle molte denuncie giudiziarie, la bancarotta della Sasea ha sconvolto gli
ambienti

economici e finanziari locali e internazionali molto di più di altri scandali".(7) A far nascere la Sasea

era stato il terzetto Florio Fiorini, Giancarlo Parretti e la famiglia Lefebre d'Ovidio. Tutti questi
avevano lasciato l'Italia all'inizio degli anni '80 non proprio per scelta. Ognuno dei tre soci portò
nella

nuova impresa relazioni eccellenti, i Lefebres, a differenza di Fiorini e Parretti, anche un


considerevole

capitale proprio. Fiorini, pur senza appartenere ad alcun partito, era in buoni rapporti con i dirigenti

socialisti e aveva pagato loro di quando in quando le tangenti ENI. All'inizio del 1985 i compagni a

capo del PSI avevano raggiunto posizioni di grande rilievo: Bettino Craxi era presidente del
Consiglio

dei ministri, Gianni de Michelis era ministro per le partecipazioni statali e più tardi divenne ministro

degli esteri, Claudio Martelli era ministro della Giustizia. Inoltre Fiorini aveva amici, dai tempi dell'

ENI, anche in molti paesi produttori di petrolio, ad esempio il colonnello Gheddafi in Libia. Egli si

vantava dell'amicizia del multimilardario austriaco Karl Kahane, e come scrive nel suo libro
'Ricordati

da lontano', aveva un rapporto "cordiale" (8) con Nikolaus Senn e Karl Janjoeri, rispettivamente

presidente e direttore generale della Schweizerische Bankgesellschaft.


VECCHIA NOBILTA' NAPOLETANA

La famiglia Lefebre d' Ovidio, con il padre Antonio e il figlio Manfredi, completava la rete di
relazioni

di Fiorini in maniera ideale. Essa discendeva dalla vecchia nobiltà napoletana. Antonio Lefebre,
detto

"il professore", faceva da consulente, come avvocato, ai più ricchi d'Italia e divenne con ciò molto
ricco

lui stesso. Soprattutto nella Democrazia Cristiana, Antonio conosceva tutte le persone importanti e

influenti. Nello scandalo Lockheed manovrò, attraverso le sue società a Panama, le tangenti per i

politici italiani per conto del produttore statunitense di aerei Lockheed.(9) La gran parte delle
tangenti

finì nelle tasche di un politico d'alto rango, che in genere si suppone fosse l'allora presidente della

repubblica Giovanni Leone. Leone dovette dimettersi e il suo stretto amico Antonio Lefebre fu

condannato, come capro espiatorio, a due anni e sei mesi di prigione. All'inizio degli anni '80

l'ottantenne Antonio si ritirò dall’attività a favore di suo figlio Manfredi. Degli affari dei Lefebre
scrisse
il "Wall Street Journal": "La gran parte delle partecipazioni Lefebre è fatta di società oscure nei
settori

immobiliare, della navigazione e dell'industria, se si esclude la loro partecipazione [per l'8%] alla

Banque Bruxelles Lambert (BBL), la seconda banca per grandezza in Belgio.(10) La quota della
BBL,

una banca ben introdotta anche in Italia, con grande filiale a Lugano, è considerata il capolavoro
della

famiglia Lefebre. I Lefebre si vantavano spesso della loro partecipazione alla BBL e usavano a
proprio

vantaggio il prestigio della banca, disse un socio in affari, che conosceva bene da anni padre e

figlio."(11) Nel consiglio di amministrazione della BBL i Lefebre furono rappresentati, fino al 1985,
da

Alberto Ferrari, ex direttore generale della statale Banca Nazionale del Lavoro, statale, e membro
della

P2.

NELL'ORBITA DELLA MAFIA

Giancarlo Parretti, il terzo padre fondatore della Sasea dopo i Lefebre e Fiorini, cominciò la sua
ascesa

come cameriere di un bar. Alla fine degli anni '60 era già diventato il gestore dell' albergo ristorante

Figaro sul Lungomare di Marotta presso Pesaro, sulla costa Adriatica. Poi si imbarcò come
cameriere

su una nave da crociera, dove - presumibilmemte per caso - incontrò Graziano Verzotto, allora il

politico DC più potente della Sicilia. All'ombra di Verzotto cominciò una carriera fantastica. Verzotto

era dal 1967 presidente dell'Ente Minerario Siciliano (EMS), una società creata secondo il modello

dell'ENI per sviluppare l'estrazione di minerali in Sicilia con allora circa 6.000 dipendenti e un
fatturato

di 200 miliardi di lire. A metà del 1975 la EMS e Verzotto furono coinvolti nello scandalo del
banchiere

della mafia Michele Sindona. Due banche di Sindona fungevano esclusivamente da banche di

riferimento dell'EMS e corrompevano Verzotto. per questo lucroso privilegio. con uno sconto sugli

interessi debitori. Verzotto dovette dare le dimissioni, fuggì in Libano e da allora scomparve. Il 13

maggio 1976 il tribunale di Milano lo condannò per appropriazione indebita di denaro pubblico, a
due
anni e otto mesi di prigione. Poco prima di venir avvelenato nel carcere di Voghera, Sindona
identificò

Verzotto come il più importante uomo di collegamento tra la Democrazia Cristiana e la mafia.
Secondo

il deputato del parlamento francese Francois d'Aubert (UDF) e autore del libro 'L'Argent Salè su

Parretti e Fiorini (12), Verzotto, contro il quale c'è ancora un ordine di cattura internazionale, vive

dall'inizio degli anni '80 a Parigi sotto il nome di Franco Forte. (13) Quest'uomo produsse dunque

nell'esistenza del capo cameriere Parretti un cambiamento in meglio. Giancarlo Parretti divenne

dapprima capocameriere dell'hotel Politi a Siracusa, la nave ammiraglia della catena di alberghi di

Verzotto. Affinchè i suoi alberghi potessero profittare di più delle sovvenzioni statali per la
promozione

turistica, il politico DC Verzotto non faceva parte del consiglio di amministrazione. Il capo
cameriere

Parretti fu promosso nel 1972 consigliere d'amministrazione dell'hotel e fu presto presidente di tutti
e

quattro gli hotel Verzotto, presidente dell'associazione alberghiera di Siracusa e, infine, presidente
dell'associazione degli alberghi italiani. Anche la caduta e la fuga del suo padrino Verzotto non

poterono fermare la sua ascesa. Comprò i quattro hotel Verzotto - sulla provenienza del denaro

utilizzato non si hanno notizie - divenne presidente del club locale di football Syracusa Calcio e
fondò

un quotidiano regionale dal nome "Diario". Da dove Parretti traesse i mezzi per quest'ultima
costosa

operazione è altrettanto ignoto. Il "Diario" divenne rapidamente un giornale di successo, quotidiani

analoghi spuntarono come i funghi anche a Ragusa, Catania, Caserta e Napoli. Parretti fece
conoscenza

con il parlamentare socialista veneziano e più tardi ministro Gianni de Michelis, che insieme a suo

fratello Cesare possedeva la casa editrice Marsilio, e fondò con i due un "Diario" veneziano che
suscitò

ben presto imitazioni a Treviso e a Padova. All'inizio degli anni '80 terminò all'improvviso il periodo

fortunato che durava ormai da dieci anni, e cominciarono alcuni anni magri. Il successo della
catena dei

quotidiani "Diario" si rivelò un fuoco di paglia, un'edizione dopo l'altra fallì. A Siracusa Parretti
impiegò come liquidatrice sua moglie Maria Cecconi. A Napoli i giornalisti del "Diario"
denunciarono

il loro ex presidente e dopo un procedimento durato anni, Parretti fu condannato nel 1990 per

fallimento fraudolento e falso in bilancio in prima istanza a tre anni e dieci mesi di prigione. Anche
le

edizioni del "Diario" a Venezia, Padova e Treviso furono liquidate. Il successore di Parretti
nell'ufficio

di presidente della Siracusa Calcio lo denunciò per gestione fraudolenta, per cui il 12 aprile 1981
finì in

custodia cautelare per 26 giorni. Qualche tempo dopo Parretti vendette (in un affare fino ad oggi

assolutamente oscuro) i suoi quattro hotel di lusso siciliani (acquisiti con denaro proveniente da
fonti

del tutto inspiegate) allo speculatore milanese Giuseppe Cabassi. Questo solo per comprare a
stretto

giro di posta da Cabassi, con il denaro guadagnato, le due società assicuratrici Ausonia e De
Angeli

Frua - che più tardi finiranno alla Sasea. Alla fine del 1983 Parretti lasciò poi Siracusa per Parigi.
COMINCIA L'AVVENTURA

Questo terzetto pittoresco, con le migliori relazioni e con ferite non del tutto rimarginate, si trovò

dunque a Ginevra. Se fu un piano a lungo termine a far lavorare insieme nel 1984 Fiorini, Parretti e
i

Lefebres, o se si misero insieme spontaneamente, non si sa. è un fatto che Parretti, alla fine di
dicembre

del 1984, acquisì la Interpart Holding Luxemburg, dove una volta il presidente dell'Ambrosiano

Roberto Calvi aveva fatto parte del consiglio di amministrazione (14), mentre
contemporaneamente

Fiorini a Ginevra comprava dalla Kreditanstalt la Sasea, inattiva ma quotata in borsa. Alla fine del
1985

Fiorini entrò nel consiglio di amministrazione della Interpart Holding lussemburghese di Parretti,

qualche tempo dopo lo seguì Elena Badaloni, la sua ex moglie. Da dove Parretti abbia preso 50
milioni

di dollari per l'acquisto della Interpart, ex società di Calvi, non si è potuto chiarire. Parretti stesso il
24

giugno 1990, nel corso di una conferenza stampa a Parigi, mise in giro la storia della vendita di un
albergo al finanziere milanese Giuseppe Cabassi. La relazione del deputato UDF d'Aubert
sull'affare

Sasea/ Parretti al parlamento francese pervenne a conclusioni completamente diverse: "è


impossibile

che l'aumento di capitale della Interpart-Comfinance a 50 milioni di dollari derivi dalla vendita di

società. Le operazioni finanziarie del tutto prive di trasparenza tra Parretti e la Sasea di Fiorini, che
a

sua volta è alla berlina per fonti finanziarie sospette, non esclude alcuna ipotesi, forse neppure
fonti

illegali." (15) Per d'Aubert è dimostrato che Parretti, il quale si è sempre servito di prestanome, era
lui

stesso un prestanome con sponsor generosi ma misteriosi. D'Aubert li colloca nell'orbita di


Graziano

Verzotto, sospetto di mafia, della bancarotta dell'Ambrosiano e dello scandalo P2. Anche l'origine
del

capitale iniziale della Sasea di Fiorini è oscura. Fiorini stesso indica nel suo libro come primi

finanziatori la famiglia Lefebre e il finanziere norvegese Audrun Krohn. Krohn entrò più tardi anche
nel consiglio d'amministrazione della Interpart Holding di Parretti in Lussemburgo. Francois
d'Aubert

cita inoltre i due norvegesi Arild Nedrun e Einer Lange come finanziatori iniziali della Sasea. Fiorini

aveva buone relazioni in Norvegia, dove aveva lavorato per le affiliate dell'ENI Snam (metano) e

Saipem (prospezione petrolifera, costruzione di oleodotti).(16)

I FIORI DEL MALE DELLA SPECULAZIONE IN BORSA

La seconda metà degli anni '80 fu anche per le banche svizzere il momento clou della
speculazione. E

di questo volle profittare Fiorini. Per fare del titolo passivo della Sasea un titolo quotato in attivo in

borsa, doveva aumentarne massicciamente il modesto capitale. Per questo aveva bisogno di un

presidente svizzero importante come insegna. Ed ecco che capitò proprio al momento giusto
l'avvocato

ed ex consigliere federale Nello Celio. (17) Celio accettò l'offerta sicuramente lucrativa di Fiorini e,
nel

1985, divenne presidente della Sasea, mentre Lefebre senior divenne vicepresidente. Come

rappresentante dell'APSA, azionista di minoranza della Sasea, amministratrice patrimoniale del


Vaticano, André Curiger, direttore della filiale zurighese del Crédit Commercial de France, continuò
a

restare nel consiglio di amministrazione della Sasea. Quale delegato del consiglio di
amministrazione

divenne infine il banchiere francese Yves Truffert, ex direttore generale della Banque Indosuez a
Parigi.

La direzione della Sasea con delegato Truffert era composta all'inizio da Fiorini, Audrun Krohn e

Lefebre junior. A questi si aggiunse più tardi Rodolphe Rossi, un francese naturalizzato a Ginevra e

marito dell'allora presidentessa liberale del consiglio municipale di Ginevra Madeleine Rossi.(18)

Sopravvennero poi il belga Jean Bellemans come uomo di fiducia dei Lefebre e l'ex presidente
dell'ENI

Giorgio Mazzanti in quanto uomo di fiducia di Fiorini. Alla fine degli anni '80 arrivò da ultimo nel top

management della Sasea lo svizzero Norbert Stadler. Considerata l'equipe iniziale d'alto livello del

1985 – Nello Celio parlava allora della "rèpublique des bons compagnons" (19)- non meraviglia
che la

Sasea divenisse in effetti un titolo di successo della Borsa di Ginevra. Nell'euforia generale di quei
giorni le quotazioni balzarono entro breve tempo da 100 a 228 franchi. Fino al 1987 il capitale

azionario di competenza della Banca Paribas salì da tre milioni a quattrocento milioni di franchi.
Dalle

modalità tecnico-finanziarie di questi aumenti di capitale conseguirono grandi guadagni sia per la
Sasea

che per l'istituto bancario competente Paribas. I nuovi azionisti pubblici e gli obbligazionisti
dovettero

pagare un alto sovrapprezzo per i titoli Sasea e Paribas (Suisse) incassò ricchi introiti. Presidente
della

casa madre Paribas a Parigi era allora Jean-Yves Haberer , che più tardi fu chiamato dal governo

socialista di Mitterand a capo dello statale Crédit Lyonnais, divenuto più tardi la banca di
riferimento di

Fiorini. Fino al crollo avvenuto nel 1989, la Sasea rimase un titolo speculativo ricercato alla Borsa
di

Ginevra. Ma diversamente dal caso della Omni Holding di Werner K. Rey, la Sasea non era in
primo

luogo una truffa di borsa. Mentre l'attività del manipolatore di borse Rey serviva in ultima analisi
solo
ad alzare in maniera fraudolenta la quotazione delle azioni virtuali da lui create dal nulla, l'attività di

Fiorini era mirata solo in seconda linea alla manipolazione delle quotazioni delle azioni Sasea. La

Sasea era in primo luogo un veicolo per operazioni finanziarie internazionali non trasparenti, nella
zona

grigia tra legalità e illegalità.

ISTITUTO DI PULIZIE SASEA

I sette anni della Sasea, dal 1985 al 1992, possono essere suddivisi in quattro anni di ascesa e tre
di

declino. L'acquisizione della società cinematografica di Hollywood Metro Goldwyn Mayer (MGM)

costituisce il punto di svolta. All'inizio era filato tutto liscio come l'olio, la Sasea comprava,

scomponeva e vendeva aziende e partecipazioni. Faceva quel tipo di affari che nel mondo
anglosassone

si chiamano "Mergers and Acquisitions": società piene di problemi, soprattutto nel settore
immobiliare,

venivano ristrutturate, cambiavano nome e veniva conferita loro spesso nuova forma societaria e
una
nuova sede operativa in un'esotica piazza finanziaria offshore. Mediante un maquillage del genere
la

Sasea fu in grado di rivendere con lauti guadagni queste aziende già sull'orlo del fallimento. Fiorini

stesso definì una volta scherzosamente la Sasea istituto di pulizie, senza approfondire di chi fosse
il

denaro che vi veniva ripulito. Oltre all'acquisto e alla vendita di società, la Sasea trattava anche in

grande stile petrolio e altre materie prime. Le sue partecipazioni a medio e a lungo termine salirono

fino alla fine del 1989, da 32 milioni a 1.120 milioni di franchi. Le quote più alte erano
rappresentate

dalla partecipazione alla Banque Bruxelles Lambert (BBL), intestata dai Lefebre alla Sasea, dalle

società d'assicurazione De Angeli Frua e Ausonia, comprate da Parretti e dalla società immobiliare

milanese Scotti-Finanziaria. Partecipazioni del genere conferivano alla Sasea l'apparenza di


solidità e

sostanza, ma erano spesso molto sopravvalutate.

SOCIETA' SOSPETTE
Nello stesso tempo Fiorini operò in grande stile come fondatore di società. Creò subholding a
Milano e

ad Amsterdam con circa 300 filiali che avevano sede a Londra, Parigi, Amsterdam, Mosca,
Friburgo e

nell'isola delle Antille olandesi Curacao. Alcune di queste società avevano uffici e personale propri,
in

maggioranza erano tuttavia pure società di comodo in paradisi fiscali offshore. Tra queste c'era
anche la

Seychelles International Bank (SI Bank) divenuta famosa al momento della scoperta del Conto

Protezione, con sede legale alle Seychelles (più tardi trasferita a Samoa) e un piccolo ufficio
segreto a

Montecarlo.(20) L'11 luglio 1996 "L'Hebdo" informò: "Documenti posseduti dall' "Hebdo"
dimostrano

che la banca SI era la cassa dei fondi neri della Sasea" e criticava che il giudice istruttore Jean-
Louis

Crochet non avesse incluso negli atti del processo tutti gli importanti documenti sequestrati durante
la

perquisizione della Banca SI. Moglie di Crochet è l'avvocatessa Catherine Crochet dello studio
Crochet, Delaunay. L'avvocato Pierre Sigrist, attivo in questo studio, ha lavorato per la SI-Bank.
Non

può quindi essere escluso il pericolo di una collisione di interessi. Ulteriore esempio è la
Beaverbrook

Ltd., fondata nel 1991 a Dublino. Lord Beaverbrook, allora presidente del partito conservatore

britannico, poi fallito, non sapeva niente di questa società. Era stata creata da Brendan e Deborah

Delaney, che a Dublino gestivano una società per la fondazione di società offshore. I Delaney
fondano

e vendono società con o senza consiglio di amministrazione, a seconda dei desideri dei clienti. Nel

1995 i Delaney, marito e moglie, facevano parte di più di 1.500 società registrate nel Companies

Register di Londra. Alla Beaverbrook i Delaney si ritirarono dal consiglio di amministrazione dopo
la

vendita alla Sasea e il 7 maggio 1991 furono sostituiti da Ute Heiliger e Frank Nelson del Foreign

Marketing Sa (Ginevra). Frank Nelson era il figlio adottivo di Florio Fiorini, che aveva anche due
figlie

sue. Terzo consigliere d'amministrazione era Muriel von Wussow, moglie di uno stretto
collaboratore di
Fiorini a Ginevra. La Beaverbrook spostò il proprio domicilio da Hoogewerf & Cie. a Montecarlo
(vedi

cap. 4). A Montecarlo aveva il proprio quartier generale anche la SI Bank di Fiorini.(21)

GUADAGNI MEDIANTE TRUCCHI DI REGISTRAZIONE CONTABILE

Tra le quasi 300 filiali della Sasea circolavano ininterrottamente depositi, crediti e partecipazioni.

Vendite a pioggia tra società, le cui conclusioni d'affare non venivano presentate
contemporaneamente,

producevano guadagni contabili elevati a piacere e simulavano l'afflusso di denaro fresco. Un


esempio

di un trucco di registrazione contabile del genere è l'obbligazione convertibile della Sasea di 340

milioni di franchi all'interesse del 7,5 % nell'autunno 1990. Allora le quotazioni dei titoli Sasea alla

Borsa di Ginevra minacciarono di sprofondare in un abisso senza fondo. Con un'emissione di

obbligazioni, organizzata dalla banca SG Warburg Soditic di Ginevra, Fiorini cercò di ricreare la

fiducia. Poichè il grande pubblico degli investitori - tranne alcuni piccoli azionisti tratti in inganno
(22)
- non si fidava della Sasea, Fiorini stesso sottoscrisse i 300 milioni dell'obbligazione. Il suo uomo di

fiducia italiano Piero Bongianino, delegato del consiglio di amministrazione della Banca Popolare
di

Novara, concesse all'Imic, affiliata italiana della Sasea a Monza, un credito di 35 miliardi di lire.

Bongianino era uno dei più importanti finanziatori (legali) di Fiorini in Italia e fungeva da banca di

riferimento delle grandi filiali Sasea italiane De Angeli Frua e Scotti Finanziaria; Fiorini faceva parte

del consiglio di amministrazione della filiale svizzera della Banca popolare di Novara (Suisse). Il 13

settembre 1990 il denaro passò dalla Banca Popolare di Novara all' Imic, che il giorno stesso lo
versò

ad un'altra società italiana di Fiorini, la Firs, che a stretto giro di posta lo accreditò alla filiale della

Sasea Scotti Finanziaria, che a Ginevra sottoscrisse le obbligazioni della Sasea. Alcune settimane
più

tardi la Imic fallì. Nella primavera 1993 il giudice istruttore di Milano Luigi Orsi aprì un
procedimento

penale contro Bongianino, delegato del consiglio d'amministrazione della Banca Popolare, e lo
fece
arrestare. (23) Il caso suscitò un certo stupore in tutt'Italia perché la Popolare di Novara è una
banca

ultracentenaria molto stimata e Bongianino è considerato uno degli uomini più potenti della
metropoli

lombarda. Un anno più tardi anche i manager dell'Imic, affiliata della Sasea, il presidente Tiziano

Mantovani e il direttore Gianfranco Mancini, furono arrestati e accusati di fallimento fraudolento.


(24) I

due giudici istruttori Orsi e Perrozziello suppongono che un gruppo di finanzieri italiani, tra cui

Bongianino, abbia cercato tra il 1991 e il 1992 di salvare la Sasea sull' orlo del fallimento.
Basandosi su

dichiarazioni della segretaria privata di Fiorini, Gabriella Tripepi, essi collocano in questo gruppo

anche Callisto Tanzi, presidente del grande gruppo alimentare italiano Parmalat. (25) Nel
novembre

1995 la procura milanese sporse denuncia contro non meno di 37 persone, tra questi i tre cittadini
di

Basilea Luzius Gloor, Ueli Vischer e Bruno Dallo. Gloor era direttore generale della Basler

Versicherung [Assicurazione di Basilea], Vischer che più tardi in qualità di dirigente finanziario della
Basler passò alla politica, era responsabile dei rapporti con l'Italia per la Basler, e anche Dallo era
un

dirigente della Basler Versicherung. Gli accusatori contestarono l'adeguatezza del prezzo di
vendita per

la De Angeli Frua (DAF), che la Basler nel 1989 aveva comprato dalla Sasea. A ciò si aggiunse un

prelievo illecito di fondi dalla DAF da parte della Sasea, dopo che la Basler aveva rivenduto la DAF

alla Sasea, mentre Gloor, Vischer e Dallo facevano ancora parte del consiglio di amministrazione.
Nel

febbraio 1996 comiciò il processo senza i tre della Basler. La Baloise aveva comunicato di aver

concluso un accordo con la giustizia, un cosiddetto "patteggiamento". Secondo la lettera della


legge un

patteggiamento è un compromesso tra verdetto di colpevolezza e assoluzione. Nel caso che


l'imputato

entro un periodo stabilito si renda di nuovo punibile, la pena viene eseguita. Vischer se la cavò con
22

mesi con la condizionale. Il governo di Basilea trasformò senza esitare il patteggiamento in

un'assoluzione. Egli stesso disse: "Se mi fossi reso conto di essere in colpa, avrei tratto io stesso,
nella
mia posizione, le conseguenze".

FLOP CON PETROLIO E IMMOBILI

Da un punto di vista geografico presumibilmente due terzi degli affari della Sasea prendevano
l’avvio

in Italia. Ma Fiorini operava anche in Francia, Spagna, Libia, alle Seychelles, nello Yemen e negli

USA. In Svizzera la piattaforma internazionale Sasea sviluppò un'attività relativamente minore. E

tuttavia è il caso di parlare di due affari interni del genere: il caso Tamoil/Gatoil e il caso

Europrogrammi. Il caso Tamoil/Gatoil mostra in modo esemplare con quanta abilità Fiorini si
servisse

delle relazioni risalenti ai tempi in cui era direttore finanziario dell'ENI. L'affare Tamoil cominciò

quando la Standard Oil of Indiana (Amoco) vendette nel 1983 la sua catena italiana di distributori
di

benzina con relativa raffineria a Cremona, al finanziere libanese Roger Tamraz. Già due anni dopo

Tamraz,,con la sua gestione, aveva completamente mandato in rovina la ditta e la società fu posta
sotto
controllo statale. All'inizio del 1986 Fiorini conseguì uno dei suoi primi grandi successi nell'ambito

degli affari "Mergers and Acquisitions" (Fusioni ed incorporazioni): Egli procurò a Tamraz la Libyan

Arab Foreign Investment Company come compratrice del 70 % della Tamoil. Il 20 % lo acquisì la

Sasea e il 10 % rimase a Tamraz. Direttore della Tamoil divenne l'ex presidente dell'ENI e uomo
della

P2 Giorgio Mazzanti, che nel 1979 aveva dovuto dimettersi dal suo incarico per pagamento di
tangenti

nel cosiddetto scandalo Petromin. Nel 1989 la Sasea dichiarò ancora una partecipazione alla
Tamoil del

10 %, il resto apparteneva ai Libici. Tamraz era scomparso dopo che la banca libanese Almashrek

l'aveva accusato di appropriazione indebita di 150 milioni di dollari. (26) Quando nel 1989 l'uomo

d'affari libanese Khalil J. Ghattas andò in bancarotta con la sua società petrolifera svizzera Gatoil,

Fiorini replicò la mossa: fece da mediatore per la sua vendita alla Oilinvest BV Nederlands,
controllata

dallo stato libico.(27) Nel marzo 1989 Ghattas fu arrestato e estradato in Germania. Qui venne
processato per frodi e affari petroliferi illegali, che avevano portato al fallimento del gruppo tedesco

Kloeckner per il commercio di petrolio.(28) Nell'affare Gatoil Fiorini aveva portato la svizzera Migrol

come socia junior. Solo grazie al fatto che un famoso partner svizzero era presente come azionista
di

minoranza, i Libici ottennero l'aggiudicazione contro la forte concorrenza di altre grandi società

petrolifere europee. Gatoil fu unito a Tamoil e all'inizio degli anni '90 possedeva una raffineria a

Collombey (VS) e 260 distributori di benzina in Svizzera. (29)

IL CASO EUROPROGRAMMI

Nel 1969 il finanziere genovese Orazio Bagnasco fondò a Lugano il fondo di investimento
immobiliare

Europrogrammi. Bagnasco, che poteva contare su buone relazioni con gli importanti uomini politici

italiani d'allora, Emilio Colombo e Giulio Andreotti, collaborava con gli avvocati Maspoli e Noseda,

che più tardi furono coinvolti nello scandalo SKA Texon. Europrogrammi era un fondo
d'investimento

conforme al diritto svizzero per quegli italiani che volevano investire il loro patrimonio in immobili
nella propria nazione. Grazie alle sue connessioni politiche a Roma, Bagnasco ottenne le
autorizzazioni

italiane necessarie. Il fondo d'investimento prosperava e, fino all'inizio degli anni '80, egli
amministrò

portafogli immobiliari del valore di 1.000 miliardi di lire di allora. Oltre ad Europrogrammi Bagnasco

dirigeva in quegli anni anche la catena di hotel di lusso italiana Ciga, comprata più tardi da Karim
Aga

Khan. Nel 1982 Bagnasco comprò da Carlo de Benedetti un pacchetto di azioni del Banco
Ambrosiano

già sull'orlo del fallimento e, per alcuni mesi, fu il suo ultimo vicepresidente prima della bancarotta.

Nel 1983 si ebbe anche l'inizio della fine degli europrogrammi. L'allora ministro italiano delle
finanze

Prof. Bruno Visentini, già presidente dell' Olivetti di De Benedetti, voleva tassare i profitti degli

europrogrammi in Italia con un’imposta straordinaria del 30%, che più tardi venne effettivamente

introdotta, anche se solo per l'ammontare del 18%. (i piccoli azionisti degli europrogrammi hanno
più
tardi sostenuto che Visentini abbia con ciò voluto vendicare il suo ex presidente De Benedetti che,

nell'affare dell'Ambrosiano, si sentiva ingannato da Bagnasco). Contemporaneamente la stampa di


De

Benedetti ("La Repubblica" e "L' Espresso") cominciarono a criticare molto Bagnasco e gli

europrogrammi. Nel corso del 1984 questa campagna trapassò anche in Svizzera. Il fondo di

investimento, che ai tempi migliori contava 75.000 detentori di quote, perse i suoi investitori, non
potè

vendere abbastanza in fretta i propri beni immobili e divenne poco liquido. Alla fine del 1984 la

commissione delle banche concesse uno stop provvisorio del ritiro di partecipazioni al fondo. Nel
1986

gli europrogrami andarono infine in liquidazione e Lugano perdette alcune decine di posti di lavoro.

Nei giorni prima del suo ritiro da procuratore, Paolo Bernasconi avviò nel 1986 un procedimento

penale contro i responsabili di Europrogrammi che, sotto il suo successore Venerio Quadri, non
diede

però risultati. Più tardi Bernasconi venne denunciato da Bagnasco per sospetto di usurpazione di

pubbliche funzioni e violazione del segreto d'ufficio, procedimento che veniva però silenziosamente
archiviato dal suo successore Quadri. (30) In seguito, il liquidatore di Europrogrammi Geo

Camponovo, ex consigliere nazionale FDP e avvocato d'affari a Chiasso, cercò di vendere gli
immobili

del fondo di investimento. Dopo che un primo tentativo era fallito, la Sasea di Fiorini comprò infine
gli

immobili attraverso la società immobiliare di Ginevra REH per 850 milioni di franchi, pagabili in tre

rate annuali. Nel 1992 la terza rata non venne onorata, perché Fiorini era finito in bancarotta. Un

gruppo di investitori italiani danneggiati dagli Europrogrammi a Milano e a Lugano sporse denuncia

contro Carlo De Benedetti. Sostennero che una losca vendetta del gruppo di De Benedetti e dei
suoi

complici avesse causato la rovina degli Europrogrammi di Bagnasco in Svizzera. (31) Nel
frattempo

era Carla del Ponte a portare a Lugano la toga del procuratore ticinese. Nel modo risoluto che le
era

proprio, ella fece eseguire una perquisizione domiciliare negli uffici degli Europrogammi (in

liquidazione). (32) De Benedetti, accusato, contestò con forza la versione del comitato milanese di
difesa degli Europrogrammi: "Di accordi Lasa-Sasea o Sasea-Europrogrammi io non sapevo
niente".

(33) Ma De Benedetti aveva acquisito nel frattempo un difensore al quale il caso era ben noto: l'ex

procuratore Paolo Bernasconi. Questo aveva avviato a suo tempo nel 1986 il procedimento penale

contro i responsabili degli Europrogrammi. Su questo cambiamento di campo di Bernasconi si


espresse

anche la commissione disciplinare dell'Associazione ticinese degli avvocati: l'assunzione del


mandato

De Benedetti non violava le regole dell'ordine.(34) Le istruttorie contro De Benedetti finirono con

l'insabbiarsi.

CROLLO A HOLLYWOOD

Nel 1990 Fiorini allargò il suo campo d’azione agli USA. Il socio Parretti era entrato già nel 1987
nel

business del cinema, quando egli comprò l’impresa di produzione cinematografica hollywoodiana

Cannon Group dei due israeliani Menahem Golam e Yoram Globus. Con i crediti della filiale
olandese
del Crédit Lyonnais (35) comprò anche due società più piccole di distribuzione cinematografica, la
De

Laurentiis Group e la New World Entertainment, e si prese anche una villa da otto milioni a Beverly

Hills. Alla fine del 1988 Parretti acquistò infine, di nuovo con crediti del Crédit Lyonnais olandese, il

98% della società cinematografica francese, ricca di tradizione, Pathé Cinéma. Alcuni mesi dopo fu
la

volta, di nuovo con lo stesso finanziamento, della Cinéma 5 Europe, che gestiva 79 cinema in
Olanda e

in Inghilterra. Infine Parretti mise insieme le sue attività cinematografiche sotto il nome Pathé

Communication Corporation e, all’inizio del 1990, annunciò l’intenzione di comprare la Metro

Goldwyn Mayer, allora in possesso dello speculatore di borsa statunitense Kirk Kerkorian. Il 14
marzo

1990 Parretti e Fiorini depositarono presso l’Ufficio di controllo della borsa statunitense SEC

un’offerta di acquisizione di 1,219 miliardi di dollari. L’acquisto fu finanziato per metà con un

cosiddetto “Leveraged Buyout”, vale a dire con una prevendita della famosa filmoteca della MGM
al
gruppo mediale Time Warner, in cambio di un prestito preliminare di 650 milioni di dollari. Time

Warner voleva assicurarsi i lucrosi diritti su pellicole come “Via col vento”, “Dottor Zivago” e “Ben

Hur”. La Fininvest di Berlusconi partecipò all’acquisto con 150 milioni di dollari e il resto fu reperito

da diverse società di Parretti e Fiorini, che a loro volta si procurarono i mezzi necessari

fondamentalmente con crediti del Crédit Lyonnais olandese. Parretti e Fiorini divennero così capi
della

MGM e poterono godersi la dolce vita hollywodiana nella villa di Beverly Hills di Parretti. Ma non a

lungo. Già pochi mesi dopo la Comfinance Holding lussemburghese di Parretti (del consiglio di

amministrazione della quale faceva parte la ex moglie di Fiorini Elena Badaloni) non poté più
pagare

gli interessi debitorii. A ciò contribuì il ritiro della Fininvest di Berlusconi, che dapprima volle la

restituzione di 50 milioni e poi di altri 100 milioni di dollari.(37) Gli studi cinematografici della MGM

finirono involontariamente in possesso del principale creditore di Parretti, il Crédit Lyonnais. La


banca
sporse denuncia e da allora egli è ricercato su mandato d’arresto internazionale. Il 19 ottobre 1995

Parretti fu arrestato negli USA e la Francia emise una richiesta di estradizione. Ma nel dicembre
1995

Parretti era già libero e cercò un’altra volta di comprare gli studi cinematografici della MGM. Il
prezzo

era però di nuovo salito perché gli studi erano riusciti nel frattempo a girare alcuni film di cassetta:

“Get Shorty”, “Leaving Las Vegas” e “The Birdcage”. Parretti non riuscì tuttavia a concludere
l’affare.

Nel giugno 1996 Kirk Kerkorian ricomprò la MGM per 1,3 miliardi di dollari dal Crédit Lyonnais, allo

stesso prezzo pagato da Parretti e Fiorini.

L’INIZIO DELLA FINE

La fallita acquisizione della MGM rappresentò per la Sasea un punto di svolta. Nello Celio, Audrun

Krohn e i Lefebres non avevano voluto saperne di comprare la MGM e si erano ritirati. Celio si
sarebbe

rifiutato di collaborare apertamente con Parretti. Ma la sua defezione Parretti poté reggerla bene,
perché
trovò un sostituto appartenente all’aristocrazia economica della Svizzera occidentale: l’avvocato di

Losanna Eric Baudat, vicepresidente della società di revisione KPMG Fides. A far parte del
consiglio di

amministrazione della Sasea entrò allora anche il direttore della Fides, Paul Coriat. La KPMG
Fides era

la società di revisione della Sasea. Anche se Baudat e Coriat non avevano niente a che fare con la

Revisione Fides, questo cumulo d’uffici fa dubitare che i libri contabili della Sasea fossero stati

davvero esaminati senza alcun condizionamento. Subito dopo il fallimento, sia i piccoli
obbligazionisti

danneggiati che il Crédit Lyonnais avevano sporto una denuncia contro la KPMG Fides per

responsabilità penali. Molto più penoso per Fiorini del ritiro di Celio, fu quello dei Lefebres.La
Sasea

perse in questo modo non solo la partecipazione alla BBL, ma anche l’accesso diretto alla loro
vasta

rete di relazioni.(38) Nella persona del francese Jean-René Bickart, che viveva a Ginevra dal 1983,

riuscì infine a Fiorini, di trovare un facoltoso compratore per il pacchetto azionario dei Lefebre.
Bickart, appartenente ad una ricchissima famiglia di commercianti di vino francesi, investì 70
milioni

di franchi nella Sasea, cifra corrispondente al 6,25 % del capitale azionario. I Bickart fanno parte
del

gruppo degli uomini più abbienti di Francia e possiedono tra l’altro solo a Parigi circa 1.000 beni

immobili. Bickart aveva stretti rapporti con il Crédit Lyonnais, che quasi contemporaneamente
sostituì

la Paribas (Suisse) come banca di riferimento della Sasea.(39) Ma come la Comfinance di Parretti

anche la Sasea di Fiorini precipitò dopo il disastro della MGM in una crisi sempre più profonda. In

borsa il titolo Sasea scese al minimo. Nonostante tutte le manipolazioni finanziarie, il

sovraindebitamento totale poté essere coperto sempre meno. Nell’estate 1991 il presidente del
consiglio

d’amministrazione, Yann Richter, lasciò la nave che affondava e fu sostituito dall’avvocato ticinese

Giovanni Gianola. Nell’autunno 1991 le 14 banche creditrici elaborarono, sotto la responsabilità del

Crédit Lyonnais, un piano di risanamento. La società immobiliare milanese Scotti Finanziaria fu


venduta alla società immobiliare francese Pierre 1er, operazione per la quale questa ottenne i
crediti

necessari dal Crédit Lyonnais. Anche la partecipazione della Sasea alla MGM fu venduta al Crédit

Lyonnais. Ma le speranze di un risanamento della Sasea, nutrita dalle banche, non si realizzarono.
Nel

giugno 1992 fu ad essa concessa una dilazione del pagamento dei debiti come ultimo tentativo di

salvataggio.

L’ARRESTO

Nell’ottobre 1982 il finanziere italo-svizzero e conte Domenico de Morpurgo Varzi, inviò a Fiorini

un’ingiunzione di pagamento di più di 10 milioni di franchi. Negli anni ’70 de Morpurgo aveva
messo

insieme con la sua Banca Commerciale di Lugano un patrimonio enorme e rimase in attività anche

dopo il pensionamento. Alla fine degli anni ’80 aveva avuto rapporti d’affari anche con Fiorini che
ogni

volta l’aveva pagato con azioni Sasea. Quando le quotazioni crollarono, de Morpurgo pretese che

Fiorini si riprendesse i titoli senza valore. Dato che Fiorini si sottrasse alla richiesta, gli mandò una
sollecitazione a casa. La segretaria di Fiorini si dimenticò di fare opposizione su base legale, ma
egli

non pagò. Morpurgo Varzi ingaggiò allora un detective privato, il quale scoprì che Fiorini andava

regolarmente a Monaco in una villa che al catasto era registrata a nome della sua ex moglie Elena

Badaloni. Fiorini non pagava in Svizzera nessuna tassa patrimoniale, incassava un emolumento
mensile

di 10.000 franchi e abitava a Ginevra in un appartamento di lusso, affittato pure a nome della sua
ex

moglie, con un canone mensile di 10.000 franchi. Infine il giudice istruttore Jean-Louis Crochet lo

accusò di nascondere le proprie entrate al suo creditore e il 22 ottobre lo fece arrestare per frode
nel

pignoramento. Si dice sia stato il primo arresto per questo crimine nella storia della giustizia
svizzera.

Dieci giorni dopo il giudice fallimentare di Ginevra attendeva al suo compito. I documenti
sequestrati

dal giudice istruttore Crochet lo portarono, come già detto, all’ufficio segreto della Seychelles
International Bank a Monaco, dove c’era sulla scrivania quel biglietto che per la prima volta
smascherò

Silvano Larini, rivelando che era intestatario del conto delle tangenti Protezione.

MOLTO LAVORO PER LA GIUSTIZIA

L’affare Sasea, esaminato dalla giustizia ginevrina, divenne uno dei più grandi processi della
Svizzera

con decine di procedimenti civili e penali di cui era difficile avere una visione d’insieme. All’accusa

contro Fiorini per frode in pignoramento e fallimento sconsiderato si aggiunsero denuncie contro

numerosi altri responsabili della Sasea, il Crédit Lyonnais e l’ufficio fiduciario KPMG Fides. Alla

prima serie degli accusati dal giudice istruttore Crochet appartenevano, oltre a Fiorini, il belga Jean

Bellemans, ex sostituto del direttore generale della Sasea, e l’italiano Francesco Freddi, ex
direttore

finanziario. Il manager svizzero della Sasea Norbert Stadler fu accusato, ma diversamente dagli

stranieri Fiorini, Bellemans e Freddi, non fu arrestato. Nel maggio 1993 Crochet mise in stato
d’accusa

anche gli ex consiglieri d’amministrazione Eric Baudat (40), Rodolphe Rossi e Jean-René Bickart.
Baudat e Rossi non furono imprigionati, il francese Bickart fu rilasciato dopo un giorno di carcere

preventivo contro una cauzione di un milione di franchi. Fiorini, Baudat, Rossi e Giovanni Pianola

erano già stati denunciati nell’ottobre 1992 con procedimento civile dall’associazione a difesa dei

creditori danneggiati della Sasea. Nei confronti di Fiorini sporse denuncia per frode anche il Crédit

Lyonnais.

IL DIRETTORE DI BANCA PARIGINO PERDE LE STAFFE

A metà del 1993 il Crédit Lyonnais si era costituito parte lesa nel processo contro Fiorini a Ginevra.

Rappresentata dal famoso avvocato Dominique Poncet,(41) la banca distribuì a esponenti


selezionati

della stampa un documento di 62 pagine dal titolo “Il sistema Fiorini”. Vengono qui descritti quattro

elementi di questo metodo. Anzitutto Fiorini avrebbe elaborato consapevolmente un sistema di tale

complessità, da restare impenetrabile all’osservatore esterno. In secondo luogo egli avrebbe


comprato e
rivenduto società con la promessa occulta al compratore di riacquistare più tardi la sua
partecipazione

ad un prezzo più alto. Come terzo elemento, avrebbe fatto circolare ininterrottamente attivi e
passivi tra

le sue innumerevoli società. E da ultimo il perimetro di consolidamento (numero delle società


affiliate

incluse nel bilancio) della Sasea sarebbe stato variato di continuo arbitrariamente. (42) Ma le cose

andarono diversamente da quanto il Crédit Lyonnais aveva sperato. La prima udienza dei
rappresentanti

del Crédit Lyonnais, tra questi anche il direttore François Gille di Parigi, presso il giudice istruttore

Crochet, terminò con l’uscita di Gille, che se ne andò sbattendo la porta. In seguito il rapporto tra

Crochet e il Crédit Lyonnais andò sempre peggiorando. L’udienza dell’8 febbraio finì con un colpo
di

scena. Il piccolo giudice istruttore Crochet di Ginevra indicò la porta al potente direttore generale
della

banca più grande d’Europa, perché l’aveva definito “Voyou” (farabutto). L’11 febbraio infine Crochet

rifiutò alla banca francese lo status di parte civile lesa e accusò François Gille e il suo presidente
d’allora, Jean-Yves Haberer, di complicità nella bancarotta della Sasea. A parere di Crochet il
Crédit

Lyonnais conosceva già dall’estate 1991 il sovraindebitamento della Sasea. Anzi, da quel
momento

l’istituto avrebbe di fatto dettato legge alla Sasea. Nell’estate 1992 i francesi avrebbero spinto
Fiorini a

rimandare il fallimento, ormai inevitabile, per acquisire gli ultimi attivi utilizzabili, portando così a

passivi più alti nella massa fallimentare. Il giudice istruttore Crochet aveva conferito dunque una
svolta

drammatica al processo Sasea: da parte lesa il Crédit Lyonnais era diventato il principale imputato.
Il

prestigioso quotidiano parigino “Le Monde” si schierò a favore del Crédit Lyonnais in un lungo

articolo contro l’amministrazione della giustizia a Ginevra. Il giornale espresse l’opinione che la
banca

francese offrisse ai ginevrini un ideale capro espiatorio straniero, e rivolse alle sue lettrici e lettori,
a

proposito delle autorità svizzere coinvolte in questo caso, la domanda: “Chi vogliono difendere [gli

amministratori della giustizia svizzera]?” (43) Per l’avvocato del Crédit-Lyonnais Dominique Poncet
è

del tutto incomprensibile che Crochet indaghi contro Fiorini per semplice fallimento, ”mentre si
tratta

qui di una frode epocale” (44) Il “sistema Fiorini” sarebbe stato finalizzato fin dall’inizio alla truffa

sistematica. Poncet chiede che Fiorini sia accusato di bancarotta fraudolenta e non semplice. A
parere

del Crédit Lyonnais il bilancio della Sasea era stato falsificato dal giugno 1991. Attestava un
capitale

azionario di 160 milioni e partecipazioni per 1,15 miliardi di franchi, che un anno dopo erano

scomparsi senza lasciar traccia. La filiale olandese del Crédit-Lyonnais, la maggior creditrice della

Sasea (927 milioni di franchi), sporse anche una denuncia contro la KPMG Fides. La banca
esigeva

dalla società di revisione, che aveva esaminato i libri contabili della Sasea e li aveva approvati, un

risarcimento danni di 360 milioni di franchi.(45) Contro il giudice istruttore Crochet, Poncet fece
senza

successo una denuncia per parzialità. Egli avrebbe di fatto ripreso gli argomenti del difensore di
Fiorini, Marc Bonnant, e non poteva più essere considerato imparziale. In perfetta sintonia con

l’articolo su “Le Monde”, la rivista francese “Le Point” scoprì legami indiretti della moglie del giudice

istruttore Crochet, pure giurista, con Fiorini. L’avvocato Pierre Sigrist dello studio ginevrino
Crochet,

Delaunay aveva rappresentato più volte la Seychelles International Bank di Fiorini e le aveva
messo a

disposizione il suo indirizzo per un atto giuridico. Prima di entrare nello studio di Madame Crochet,

Sigrist aveva lavorato per Marc Bonnant, l’avvocato ginevrino e consigliere di Fiorini.(46) Il Crédit

Lyonnais dubitava anche dell’imparzialità di Auer,l’esperto di bilanci convocato da Crochet. Il suo

ufficio era stato presieduto per un certo tempo da Nicolas Peyrot, socio dell’avvocato di Fiorini
Marc

Bonnant. ”Le Monde” e la “Tribune de Genéve” sostennnero le proprie tesi. Il quotidiano di Ginevra
si

schierò dalla parte di Crochet e informò sugli ostacoli frapposti al suo lavoro dall’autorità giudiziaria

francese. A questa Crochet avrebbe richiesto la pubblicazione di un importante documento, trovato


nel
corso di una perquisizione domiciliare nella sede principale di Parigi. Una donna giudice parigina

avrebbe rifiutato il permesso. La “Tribune” si chiedeva se il governo francese non volesse


proteggere la

banca statale Crédit Lyonnais nei confronti della Giustizia ginevrina.(47) Per il Crédit Lyonnais era
in

gioco moltissimo. Se alla banca fosse stata riconosciuta una colpa concorrente, avrebbe dovuto

aspettarsi denunce da parte degli altri creditori, soprattutto degli investitori che avevano sottoscritto

prestiti convertibili. Con Fiorini e la Sasea non era più possibile recuperare. Ma se si fosse arrivati

all’accusa di responsabilità penale contro il Crédit Lyonnais, sarebbero cresciute le chances di


rivedere

una parte del denaro. Ai 927 milioni di franchi già perduti avrebbero potuto aggiungersi ancora
alcune

centinaia di milioni. Complessivamente le perdite creditizie del Crédit Lyonnais con la Sasea e con
il

disastro della MGM furono valutate da una commissione d’indagine del parlamento francese, a più
di

quattro miliardi di franchi. La commissione presentò all’istituto statale una documentazione


catastrofica e rimproverò al suo presidente Jean-Yves Haberer pacchiani errori di management.
Oltre

che con Sasea/MGM il Crédit Lyonnais mandò in fumo parecchi miliardi di franchi anche con il
gruppo

britannico Maxwell e con il gruppo immobiliare canadese Olympia & York.(48)

CHI E’ IL RESPONSABILE ?

Dal 1985 al 1992 presidenti e membri del consiglio di amministrazione si successero


continuamente.

Fu responsabilità di Nello Celio (presidente del Consiglio di amministrazione fino ad ottobre 1989)?
O

di Eric Baudat (presidente fino ad ottobre 1991),famoso avvocato d’affari di Losanna e


vicepresidente

della KPMG Fides, società di revisione della Sasea? O dell’avvocato d’affari ticinese Giovanni
Gianola

(49)(presidente della Sasea fino a febbraio 1992)? O di Rodolphe Rossi, ultimo presidente della
Sasea ?

Tra i numerosi “turisti” che per un periodo più o meno lungo fecero parte del consiglio di

amministrazione basti ricordare qui l’ex consigliere nazionale di Neuenburg ed ex presidente del
partito

liberale svizzero, Yann Richter. O Michel Crippa, ex-Esso,ex-SBB,ex Kuoni e più tardi presidente

dell’associazione per i veicoli commerciali Astag. Inoltre, il plurimilionario francese Jean-René

Bickart, l’avvocato Peter Duft di Zurigo, condannato a Milano in prima istanza nel procedimento

collaterale della bancarotta dell’Ambrosiano e l’imputato Charles Poncet di Ginevra. (50) Oltre a

Fiorini solo tre consiglieri d’amministrazione sono stati incriminati a Ginevra per il loro ruolo nella

bancarotta della Sasea, e precisamente: Eric Baudat, Jean-René Bickart e Rodolphe Rossi.
All’inizio

del 1996 tutti e tre i processi non erano stati ancora tenuti esattamente come i procedimenti contro
i

manager Francesco Freddi e Jean Bellemans. La giustizia francese invece ha condannato


Rodolphe

Rossi all’inizio di gennaio 1996 a tre anni di prigione e ad una pena pecuniaria di FF 500.000.
Rossi

era stato dapprima direttore, più tardi direttore generale (dall’ottobre 1988), poi consigliere

d’amministrazione (da dicembre 1990) e, infine, dal febbraio 1992 fino al fallimento, presidente
della

Sasea. Un tribunale di Parigi lo riconobbe colpevole in prima istanza di tentata frode. Rossi, marito
di

Madeleine Rossi, ex presidentessa della città di Ginevra, era allora latitante. Il tribunale decise
perciò di

mantenere l’ordine di arresto internazionale. Inoltre il tribunale parigino di prima istanza condannò
due

manager delle ex affiliate francesi della Sasea, Reca e Sointra, a pene detentive rispettivamente di
30 e

23 mesi e a pene pecuniarie di FF 500.000 e FF 250.000. Ad entrambi venne inoltre vietato


dirigere

un’impresa nei tre anni successivi.(51)

Note:

1) La Sasea era stata fondata nel 1896 dal Vaticano per la commercializzazione di prodotti agrari.
Era

proprietaria di grandi vigneti in Toscana e aveva possedimenti fondiari in Sudamerica. Nel


decennio tra

il 1970 e il 1980 di questo secolo, la maggioranza delle azioni fu acquisita per vie oscure dal
gruppo
Winefood italiano, che era una parte della Texon illegale, la società finanziaria clandestina

notoriamente malfamata all'interno della filiale della Kreditanstalt di Chiasso. Dopo il grande
scandalo

del 1977, la SKA avrebbe chiuso la Texon. Alla fine del 1984 la SKA vendette la Sasea alla

Transmarine Holding del Lussemburgo, controllata da Fiorini e da un gruppo internazionale di

investitori. Il Vaticano mantenne una partecipazione di minoranza, gestita dalla sua società
finanziaria

APSA. Uomo dell'APSA nel consiglio d'amministrazione della Sasea era André Curiger, direttore
della

filiale zurighese del Crédit Commerciale de France.

2) "Neue Zuercher Zeitung", 18.2.93

3) Oltre a Fiorini sono state messe in stato di accusa a Ginevra altre persone, precisamente i due
ex

manager della Sasea, il belga Jean Bellemans e l'italiano Francesco Freddi. Inoltre i tre consiglieri

d'amministrazione Rodolphe Rossi, Eric Baudat e Jean-René Bickart. Nell'estate 1996 il loro
processo
non si era ancora tenuto. Anche a Milano e a Parigi si ebbero processi penali riguardanti la Sasea:
a

Parigi contro Rodolphe Rossi e due manager della Sasea-France, a Milano contro 40 imputati, tra
cui i

tre dirigenti dell'Assicurazione di Basilea Luzius Gloor, Ueli Vischer e Bruno Dallo (vedi p.339
segg.)

4) "Neue Zürcher Zeitung", 29.6.95

5) La filiale olandese del Crédit Lyonnais francese ha denunciato più tardi, mediante i suoi avvocati

Vincent Solari e Dominique Poncet, la responsabilità di Fides e Fiorini.

6) "Neue Zürcher Zeitung", 27.6.95

7) "Wall Street Journal Europe", 15.5.94

8) Fiorini, Florio: 'Ricordati da lontano.' Milano 1993, p.77 (vedi cap.6)

9) Come reazione allo scandalo Lockheed gli USA emanarono sotto il presidente Carter una legge

antitangenti, il Foreign Corrupt Practices Act, che negli USA prevede una pena anche per la
corruzione
di funzionari stranieri all'estero.

10) Alla fine del 1993 la Banque Bruxelles Lambert aveva approssimativamente 11.000 dipendenti
in

circa 1.000 filiali ed un importo di bilancio che toccava i 90 miliardi di franchi. A livello
internazionale

la BBL fece parlare di sè come azionista principale della Investmentbank Drexel Burnham Lambert
di

New York, fallita agli inizi degli anni '90, il cui presidente, l'inventore del bond spazzatura Ivan

Boesky, era stato condannato ad una pena carceraria pluriennale. I Grandi azionisti (dopo il ritiro
dei

Lefebre) sono il Groupe Bruxelles Lambert GBL, il gruppo ING (Amsterdam), l'assicurazione
Royale

Belge (Bruxelles), il gruppo Crédit Communal (Bruxelles) e l'assicurazione Winterthur.


Determinante

in questo illustre contesto è la GBL dell'ex re belga dell'acciaio Albert Frère, che più tardi si è
spostata

nel settore dei media (Compagnie Luxembourgeoise de Télédiffusion, CLT). La GLB è una
subholding
della Pargesa Holding di Ginevra, fondata nel 1981 dopo la vittoria elettorale socialista in Francia,
per

salvare l'affiliata svizzera del gruppo Paribas in vista dell'ondata di nazionalizzazioni di Mitterand.
Essa

è controllata dalle famiglie Desmarais (Montreal, Power Corp. Canada) e da Albert Frère. Le altre
due

subholding Pargesa sono la svizzera Orior e la francese Parfinanace.

11) "Wall Street Journal Europe", 2.11.93

12) D'Aubert, Francois: ’L'Argent Sale. Enquete sur un Krach Rètentissent’. Parigi 1992

13) D'Aubert, Francois: Proposition de Rèsolution No 2740. Assemblé Nationale, 26.5.92, p.11

14) ''Eurobusiness'', Nov. 93.

15) D'Aubert, Francois: Proposition de Résolution No 2740. Assemblée Nationale, 26.5.92, p.23

16) Uomo della Sasea è considerato agli inizi anche il finanziere zurighese residente in Inghilterra
Hans

Willi, che divenne più tardi presidente della Sasea-Trading, un'affiliata della Sasea con un capitale
azionario di 10 milioni di franchi. E non meno il ricchissimo olandese Frederik Fentener Van

Vlissingen, il finanziere austriaco Karl Kahane, nel frattempo morto, la famiglia svedese

Gyllenhammer (Volvo) e il barone Heinrich von Thyssen Bornemisza. ("Le Nouveau Quotidien",

18.2.92)

17) Celio, dopo essersi ritirato dal consiglio federale, si era arricchito il vitalizio con numerosi
incarichi

in consigli di amministrazione. Era presidente della Banque Atlantis a Ginevra e della Banca

Commerciale (Lugano). Inoltre faceva parte del consiglio di amministrazione della Dresdner Bank

(Svizzera) e di una buona dozzina di società più piccole. Celio era anche presidente della Société

Hotelière d'Investissements (SHI), di cui la Sasea possedeva il 40%. Inoltre era azionista alla
Firsec,

che possedeva l'altro 60% della SHI. La Firsec apparteneva all'impero dell'iraniano Farhad Baktiar

attivo a Ginevra, cugino del leader dell'opposizione iraniana, poi assassinato, Shapour Baktiar.
Farhad

Baktiar fu arrestato nel maggio 1992 per frode in pignoramento in relazione al fallimento di due sue
società.

18) Rossi, classe 1919, aveva combattuto nella seconda guerra mondiale con la resistenza
francese

contro gli occupanti tedeschi e più tardi oscillò tra attività commerciali e attività legate ai servizi
segreti

nel Laos e in Asia sudorientale, prima di venire a Ginevra.

19) Fiorini, Florio: 'Ricordati da lontano'. Milano 1993, p.127

20) La SI Bank fu fondata nel 1985 dall'italiano Giovanni Mario Ricci per la Sasea come banca

offshore. Ricci fu condannato in Italia per fallimento fraudolento e in Svizzera per aver messo in

circolazione banconote di dollari falsi. Alle Seychelles divenne uomo di fiducia del putschista Albert

René, che nel 1987 aveva fatto cadere James Manchham, il presidente dello stato insulare resosi

indipendente solo un anno prima. René nazionalizzò anche la Shell, che cambiò nome in
Seychelles

National Oil Company, la quale a sua volta insieme con la Sasea fondò la Mahe Bunkering
Company
Ltd. La Sasea aveva anche partecipazioni alle due società petrolifere: la Seychelles International
Oil e

la International Oil Services. Dopo il fallimento di un putsch del ministro della difesa Ogilvy Berlouis

contro Albert René, Ricci, che nel frattempo era passato alla corrente di Berlouis, andò in
Sudafrica,

dove si impegnò anche per aggirare l'embargo d'allora nei confronti di questo stato. La SI Bank fu

cancellata dal registro delle società, ma continuò ad esistere ,dopo aver trasferito la sede alle isole

Samoa, e servì a Fiorini e a Parretti tra l'altro come strumento per l'acquisizione della Metro
Goldwyn

Mayer.

21) "Eurobusiness", Nov. 93.

22) Alcuni dei piccoli investitori danneggiati fondarono a Zurigo nell' autunno 1992 un'associazione
di

protezione. Secondo l'avvocato di Zurigo Markus Winkler, portavoce di questa, egli rappresentava
circa

130 possessori di obbligazioni Sasea per un valore di circa 40 milioni di franchi. Winkler fece
parlare
di sè per diverse denunce sporte per fallimento fraudolento. Denunciò Florio Fiorini, l'ex manager
della

Sasea e consigliere d'amministrazione Rodolphe Rossi, l'ultimo presidente della Sasea Giovanni

Gianola, la Transmarine Holding di Fiorini a Curacao, l' ufficio fiduciario KPMG Fides a Losanna e
la

banca SG Warburg Soditic (Ginevra). Fu presa in considerazione anche una denuncia contro il
Crédit

Lyonnais. ("Le Nouveau Quotidien", 18.2.93)

23) "La Repubblica", 8.7.94

24) "La Repubblica", 18.5.94

25) "Corriere della Sera", 20.5. 94

26) D' Aubert, Francois: Proposition de Résolution No 2740. Assemblée Nationale, 26.5.92, p. 35

27) Liquidatori della Gatoil divennero Dominique Grosbery e Alain Winkelmann della filiale
ginevrina

della ATAG Ernst & Young. Tre anni dopo furono chiamati anche come liquidatori della Sasea.
28) Dopo essere stato cacciato dall'ENI, Fiorini aveva lavorato qualche tempo come consulente
per

Ghattas, che gli deve aver prestato anche 1,5 milioni di dollari per il suo personale investimento
nella

Sasea ("Wall Street Journal Europe", 19.5.94). Questa versione è in ogni caso contestata. Altri

suppongono che egli abbia tratto la sua partecipazione al capitale da quei fondi che sono
scomparsi

senza traccia poco prima della bancarotta dell'Ambrosiano (d'Aubert, Francois: Proposition de

Résolution No 2740. Assemblée Nationale, 26.5.92,p.46)

29) Negli anni successivi il gruppo petrolifero Oilinvest cercò di liberarsi come società madre della

Tamoil dalle tracce dell'origine libica. Presumibilmente dal 1994 un gruppo di investitori europei

possiede il 55 % e la Libia il 45 % della Oilinvest. Fanno parte del gruppo europeo l'italiana Armani

(combustibili), Montanari (navigazione marittima), Triboldi (depositi), l'olandese Van Vingaarden e il

proprietario tedesco di distributori di benzina Joern Eggert. Se si tratti di una pseudo


europeizzazione
per aggirare l'embargo delle Nazioni Unite contro la Libia è cosa di cui si discute. Il fatturato

complessivo della Oilinvest. con tre raffinerie a Cremona, Collombey e Amburgo e 3.000
distributori di

benzina in giro per l’Europa, ammontava nel 1993 a circa 5 miliardi di dollari. In Svizzera l'affiliata

della Oil-Invest Tamoil ha investito dall'inizio degli anni '90 più di 250 milioni di franchi nella

modernizzazione della raffineria Collombey ed è stata per un certo periodo lo sponsor del club

calcistico FC Sion.

30) "Corriere del Ticino", 13.7.92

31) Gli investitori ritenevano di poter riconoscere una linea diretta che portava dalla campagna

diffamatoria della stampa di De Benedetti, a metà degli anni '80, alla vendita alla Sasea degli
immobili-

Europrogrammi, che in effetti sarebbe stata una vendita a De Benedetti. La filiale della Sasea REH

avrebbe acquisito gli Europrogrammi, valutati un miliardo, al prezzo stracciato di 850 milioni di

franchi, insieme con la Lasa, società di De Benedetti. Inoltre la holding familiare di quest’ultimo, la
CIR International, si sarebbe resa garante nei confronti della Sasea per un credito di 275 milioni di

franchi della SBG di Ginevra, che Fiorini usò per l’acquisto.In cambio, le società di De Benedetti

avrebbero incassato da Fiorini 35 milioni di franchi.

32) ”Panorama”, 21.11.93

33) Ivi

34) ”Corriere del Ticino”, 13.7.92

35) Il nuovo presidente del Crédit Lyonnais Jean Yves Haberer, nominato dal governo Mitterrand,

comprò a metà degli anni ’80 la Slavenburg Bank olandese e ne fece una filiale del Crédit
Lyonnais. La

Slavenburg era specializzata in finanziamenti cinematografici e TV e procurò più tardi alla banca

statale francese perdite per miliardi.

36) Dettaglio marginale: una delle circa 300 filiali della Sasea era una società offshore di nome

Fininvest International. L’avrebbe fondata Fiorini per creare confusione, essendo scambiata con la
Fininvest di Berlusconi.(“Eurobusiness”, Nov.93).

37) ”Wall Street Journal Europe”, 2. 8.94

38) Nel 1994 i Lefebres erano finanziarmente in cattive acque. Dopo il ritiro dalla Sasea avevano

collocato la BBL, il loro fiore all’occhiello, attraverso la holding lussemburghese Eurobelege e la


loro

holding milanese Unipar, nel gruppo di investitori italiani Cameli. Cercarono poi senza successo,

insieme con la grande banca olandese ING, di escludere la GBL del finanziere belga Albert Frère,

principale azionista della BBL. Alcuni, tra questi la Schweizerische Kreditanstalt, hanno sporto

denuncia contro i Lefebre, padre e figlio. (“Il Mondo”, 17./24.1.94).

39) “Le Nouveau Quotidien”, 15.5.93

40) Altri mandati di consiglio d’amministrazione di Eric Baudat: BLP Banque lausannoise de

portefeuilles (Lausanne); Clinique Chirurgicale et Permanence de Longeraie SA (Lausanne); Cuf

Finance SA (Genève); Elysée management SA (Lausanne); Fondation Verdan Claude (Lausanne);


Fonds de prévoyance en faveur du personnel de la Clinique Chirurgicale (Lausanne); Le Foyer

Universitaire (Dorigny); Marger SA (Fribourg); Securinvest Holding SA (Freiburg); Bank Leu AG

(Zuerich); Evansil SA (Fribourg); Régie de la Riviera SA (Montreux); Bondpartners SA (Lausanne);

Crédit Suisse Fides Trust AG (Zuerich); Lipha Pharma AG (Dietikon); LO Holding Lausanne-Ouchy

SA (Lausanne); Navelink SA (Lausanne); Sonotel Ouchy SA (Lausanne); Bonnard & Gardel

ingénieurs-conseils SA (Lausanne); Compagnie de commerce et d’échange Codeco SA


(Ecublens);

SSGI Kramer SA (Genève) 11); AG Luftseilbahn Corviglia-Piz Nair (LCPN; St.Moritz);

Partecipazioni: Geparco Holding SA (Ginevra); nel management di: Coopers & Lybrand SA (Pully);

Immobilienstiftung Schweizerischer Pensionskassen(Fondazione Immobiliare delle casse pensione

svizzere) (Basilea); Patronaler Finanzierungsfonds der Zuerich Versicherungsgesellschaft(Fondo


di

finanziamento Patronale della società d’assicurazione di Zurigo) (Zurigo). (Fonte: Orell

Fuessli/Teledata: Die Schweizer Wirtschafts-CD-ROM.Version 1996/1, giorno di Scadenza: 1.8.95)


41) Dominique Poncet era professore di diritto penale all’Università di Ginevra e fu rappresentante

legale di Licio Gelli in Svizzera. E’ il fratello dell’avvocato Charles Poncet, che per un certo tempo

fece parte del consiglio di amministrazione della Sasea e a Milano era implicato in un
procedimento

collaterale dello scandalo del Banco Ambrosiano. Dominique Poncet difese anche lo spagnolo
Mario

Conde, ex presidente della grande banca spagnola Banesto, accusato di corruzione a Madrid. La

Giustizia spagnola supponeva che con il denaro, di cui si era appropriato indebitamente, Conde
avesse

creato a Losanna la Kaneko Holding e l’avesse fatta amministrare dall’avvocato Paolo Gallone. Nel

corso di un interrogatorio condotto da giudici istruttori spagnoli a Losanna, Gallone spiegò che la

Kaneko era appartenuta a Conde.In seguito a ciò Poncet, l’avvocato di Conde, contestò la validità
della

dichiarazione di Gallone e ipotizzò un procedimento disciplinare contro Gallone presso


l’associazione

degli avvocati del Vaud.(“El Pais», 7.2.96)


42) “Eurobusiness”,Nov.93

43) ”Le Monde”,24.2. 94

44) Ivi

45) ”Le Nouveau Quotidien”,27.3.93

46) »Sonntagszeitung »,27.2.94

47) »Tribune de Genève »,3.3.94

48) »Neue Zuercher Zeitung », 13.7.94

49) Gianola è tra gli avvocati ticinesi più qualificati e fa parte tra l’altro del consiglio di

amministrazione della Fardafin (Lugano). Sono consiglieri insieme a lui Elio Fiscalini, ex presidente

della Fimo,l’ex consigliere comunale Ugo Sadis, ex procuratore di stato e più tardi consigliere

d’amministrazione della banca Albis/Adams, affiliata della Fimo.

50) Vedi a questo proposito p.276 segg. e 279 segg.


51) ”Neue Zürcher Zeitung”, 18.1.96

16 IL RE DELL’OFFSHORE TITO TETTAMANTI

Tito Tettamanti non è il finanziere ticinese più ricco, ma di sicuro il più importante.(1) A nessun altro

del mondo finanziario di Lugano è riuscito di arrivare a Wall Street. Nacque nel 1930 dietro la
stazione

ferroviaria di Lugano come figlio di un impiegato di banca, quando il Ticino era considerato ancora

l’ospizio per poveri della Svizzera. Dopo la guerra frequentò la scuola commerciale di Bellinzona,

studiò quindi legge a Berna e a soli 23 anni ottenne la laurea magna cum laude. Dopo due anni di

praticantato presso un ufficio d’avvocato a Lugano conseguì la licenza di notaio e di avvocato e

cominciò una carriera politica molto rapida come membro del partito cristiano-democratico (CVP).
Nel

1955 era il più giovane gran consigliere ticinese, e nel febbraio 1959 gli elettori lo scelsero a soli 29

anni quale presidente del dipartimento di giustizia e polizia nell’esecutivo ticinese. Ma non a lungo:
già

nel luglio 1960 dovette dare le dimissioni. Aveva infatti ridotto ad un impresario edile amico una
multa

per evasione di tasse fisse sui profitti per la vendita di un bene immobile, da 90.000 a 10.000
franchi,

senza base giuridica adeguata. Con voce piagnucolosa, richiamandosi alla sua infanzia triste e a
tutta

una serie di anni senza vacanze, avrebbe chiesto scusa ai colleghi di governo, come riportò allora
il

corrispondente ticinese del “Tagesanzeiger”.(2) Chiuse il suo discorso ufficiale di difesa davanti al
gran

consiglio con le parole profetiche: Se cado, ciò avverrà in piedi! Gli avversari politici a capo dei
quali

era il liberale Franco Masoni, non accettarono le scuse. Quando Tettamanti due giorni dopo diede
le

dimissioni, si parlò di fine improvvisa di una brillante carriera. Era invece l’inizio. Solo alcune

settimane dopo, il giovane politico caduto in piedi fondò con il suo collega avvocato, appartenente
alla

stessa CVP, Giangiorgio Spiess, più tardi consigliere comunale di Lugano (assemblea legislativa)
lo

studio notarile Tettamanti & Spiess. Quattro mesi più tardi, il 10 novembre 1960, Tettamanti fece
iscrivere la Fidinam SA Fiduciaria d’Investimenti e amministrazioni nel Registro di Commercio. Il

capitale della società ammontava a un milione di franchi, cifra rilevante per quegli anni. Presidente
era

il ticinese Sergio Mordasini. Tettamanti fungeva da delegato del consiglio di amministrazione, dello

stesso consiglio facevano parte anche Albert Salathé di Basilea (direttore della società finanziaria

Indelec di Basilea, un’affiliata del Bankverein) e il politico cristiano-democratico di Friburgo, notaio

Jean François Bourgknecht. Che la Fidinam fosse orientata fin dall’inizio a fare affari con l’ Italia, lo

rivela l’importante rappresentanza di professionisti italiani nei quadri della nuova società fiduciaria.

Direttore era l’italiano Fausto Ortelli, tra i diversi vicedirettori c’erano le italiane e gli italiani Romana

Milesi, Giorgio Antonimi e Antonio Nespeca e le ticinesi e i ticinesi Ina Piattini, Diego Lissi e l’ex

funzionario delle imposte Renato Zocchi. Anche il socio di Tettamanti Giangiorgio Spiess firmava

allora come direttore della Fidinam. La ”Signorina” Piattini, come si chiamava ancora nei
documenti
ufficiali, fece una carriera in rapida ascesa all’ombra di Tettamanti e negli anni ’90 era come
direttrice

generale della holding Fidinam, una delle poche donne in posizione guida sulla piazza finanziaria
di

Lugano. Il predecessore della Piattini nell’ufficio di direttore generale, Diego Lissi, si separò invece
nel

1985 da Tettamanti e fondò un proprio studio d’avvocato. Motivo dell’allontanamento furono


secondo

la rivista economica “Bilanz” i confini fluidi tra gli affari della Fidinam e gli affari privati di Tettamanti

(3). Lissi stesso non si pronunciò su quest’ipotesi. Insieme ad altri direttori della Fidinam Lissi
avrebbe

allora protestato per il fatto che un singolo azionista, che esegue operazioni fiduciarie e
d’investimento

indipendenti, controlli una società fiduciaria che investe e amministra il denaro di terzi.

L’ASSE D’ORO LUGANO-VADUZ

Negli anni ’60 la Fidinam servì soprattutto da strumento d’investimento per i fondi fiduciari che

provenivano dall’Italia. A questo proposito ebbe un ruolo importante il principato del Liechtenstein.
(4)
Dall’inizio degli anni ’60 la Fidinam fondò in rapida successione nel piccolo paese innumerevoli

discreti istituti finanziari, per uso proprio o per rivenderli.Come esempio basti citare la Administra

Handels Anstalt (Schaan), creata nel 1963. Nel suo consiglio di amministrazione figuravano oltre al
già

nominato uomo di fiducia Alfred Hasler di Vaduz anche i dirigenti della Fidinam Romana Milesi, Ina

Piattini, Giorgio Antonimi e Diego Lissi.(5) Un altro esempio: il 26 gennaio 1961 Tettamanti fondò a

Triesen nel Liechtenstein insieme con l’allora direttore della Banca del Gottardo, Fernando
Garzoni, e

il farmacista di Vaduz Alfred Hasler (6) la Bremo Establishment. Fernando Garzoni era il braccio

destro svizzero del presidente dell’Ambrosiano Roberto Calvi e gestiva in Svizzera e Liechtenstein
la

sua struttura finanziaria occulta. Calvi lavorava insieme al banchiere della mafia Michele Sindona e
al

corrotto presidente della banca vaticana IOR, l’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus (notizie più

dettagliate sul tema nel cap.12 di questo libro). In seguito l’asse Italia-Lugano-Liechtenstein
divenne la
spina dorsale del lucrativo settore d’attività della Fidinam, che si prodigava a indirizzare fondi

dall’Italia in Svizzera. Una parte di questo denaro fu investito fuori della Svizzera, una parte in beni

immobili svizzeri, fatto che che fece della Fidinam nel corso degli anni la maggiore amministratrice
di

beni immobiliari del Ticino. Nel corso dei suoi affari offshore Tettamanti fece conoscenza anche del

lussemburghese Francis Hoogewerf, di cui si è parlato nel cap.4. Nel 1973 Tettamanti lo portò nel

consiglio di amministrazione della filiale lussemburghese della Fidinam.(7) Durante i primi 15 anni
di

questa società l’opinione pubblica svizzera venne poco o niente a conoscenza di dettagli sulla sua

clientela e i suoi affari. L’atmosfera di quegli anni era molto discreta, perfino le grandi banche
svizzere

fino all’inizio degli anni ’70 non mettevano a disposizione della stampa i loro rendiconti annuali.

Anche le progressivi acquisizioni di Tettamanti alla Banca della Svizzera Italiana (BSI), iniziate alla

fine degli anni ’60, furono scoperte dai media solo molti anni più tardi.
LA BANCA REGIONALE BSI

La BSI,fondata nel 1873, è la banca più antica del Ticino dopo alcune Casse di Risparmio e la
Banca

Cantonale. L’istituto fu creato a suo tempo con capitale proveniente da Milano e dagli ambienti
delle

banche private di Basilea. La sua storia è strettamente intrecciata con l’industrializzazione del

commercio e del turismo in Ticino e nella regione confinante di Como-Varese. In qualità di

cofinanziatrice della società italiana Edison, la BSI finanziò negli anni ‘90 dell’ 800 anche il primo

tram elettrico di Milano. Fino alla seconda guerra mondiale la BSI continuò a svilupparsi,
divenendo la

più grande banca commerciale del Ticino. Dal 1935 ebbe anche una filiale per operazioni in borsa
a

Zurigo. L’azionista principale della BSI dopo la seconda guerra mondiale fu la Banca Commerciale

Italiana (Comit), il cui uomo di punta Raffaele Mattioli fu per lunghi anni vicedirettore della BSI. La

Comit apparteneva allora alla holding statale IRI, diretta dal Ministero del Tesoro di Roma. Il
secondo
maggior azionista della BSI era il Santo Padre a Roma. Rappresentante del papa nel consiglio di

amministrazione era il leggendario ingegnere Bernardino Nogara, che aveva riorganizzato le


finanze

vaticane dopo i patti lateranensi e fino alla fine degli anni ’50 le aveva incrementate con successo.

Faceva inoltre parte del consiglio di amministrazione della BSI Alfredo Hirs di Zollikon. Quando i
due

grandi vecchi Mattioli e Nogara alla fine degli anni ’50 si misero a riposo, la BSI mancò all’inizio
degli

anni ’60 l’occasione dell’aggancio al mercato in crescita del business ticinese con l’Italia, vale a
dire la

fuga di capitali e si trovò in una posizione sempre più svantaggiosa. (8) Superstar del business con

l’estero della piazza finanziaria di Milano era il Banco Ambrosiano, sotto la guida del manager
Roberto

Calvi, che aveva appena fondata la filiale svizzera Banca del Gottardo. A questo punto Tettamanti

cominciò a far incetta a poco a poco di azioni a buon prezzo della BSI che allora in Ticino e a
Milano

venivano trattate fuori borsa. Grazie al “miracolo economico” nel Norditalia anche la malconcia BSI
riprese dagli inizi degli anni ’70 ad andare bene. Nel 1971 comprò la Adler Bank di Basilea, nel
1973

aprì una filiale a Saint Moritz. Si espanse anche all’estero. A Guernsey sorse la Swiss Italian Ltd., a

Nassau (Bahamas) la Swiss Italian Banking Co. Ltd. e a New York la Swiss Italian Securities.
Forza

propulsiva di questa espansione era Enrico Bragiotti, nuovo uomo di punta della Comit di Milano.
Nel

1973 la quota di bilancio della BSI crebbe del 25%, raggiungendo 1,8 miliardi di franchi con un

guadagno netto di 16 milioni di franchi e un organico di 560 persone. Con ciò la BSI entrò a far
parte,

insieme alla Bank Leu, delle più grandi banche commerciali in Svizzera dopo le tre grandi banche.
(9)

Cosa che allora solo gli iniziati sapevano: il partner junior di Bragiotti alla BSI era Tettamanti, che
nel

frattempo si era assicurato circa il 10 % del capitale.(10) Questo rapporto divenne visibile solo nel

1974 quando il politico di Buenden Ettore Tenchio (allora presidente della Società radiofonica e

televisiva svizzera), uomo di fiducia di Tettamanti, fu eletto presidente della BSI. In seguito la BSI si
ingrandì rapidamente sotto la guida del suo nuovo delegato di consiglio d’amministrazione
Gianfranco

Antognini. Nella Svizzera occidentale venne acquisita la Banque Romande con 200 dipendenti e
filiali

a Ginevra, Losanna, Yverdon e Martigny. Inoltre Bragiotti portò nel portafogli della BSI la

partecipazione Comit dell’ 8% al broker di borsa di New York, Lehman Brothers, e una
partecipazione

ad una banca di Parigi. A Montecarlo il presidente della BSI Gianfranco Antonimi fondò per il
direttore

della Comit Bragiotti, la Compagnie Monégasque de Banque, del cui consiglio di amministrazione

faceva parte anche George Ball di Lehmann Brothers, un ex sottosegretario di stato del governo

statunitense. In Lussemburgo la BSI fondò la società finanziaria Milano Internazionale, che più
tardi

cambiò il nome in Cofi.(11) Nel 1977 infine la BSI partecipò al capitale della Fidinam, nel cui

consiglio d’amministrazione entrò il delegato Antognini. Con ciò si chiudeva un cerchio: la filiale
della

Comit BSI, dove Tettamanti era il più importante azionista di minoranza, partecipava alla Fidinam
di

Tito.(12)

LA BANCAROTTA DELLA WEISSKREDIT

Il primo marzo 1977 la commissione delle banche dispose la chiusura della banca Weisskredit di

Lugano e delle sue filiali a Zurigo e a Chiasso. Il direttore generale della Weisskredit Rolando
Zoppi fu

arrestato e rimase in carcerazione preventiva più di due anni. Suo padre Elvio, fondatore della

Weisskredit e presidente del consiglio di amministrazione, si sottrasse all’arresto fuggendo in Italia,

mentre il consigliere d’amministrazione Renzo di Piramo sparì nelle Filippine. La Weisskredit


aveva

150 dipendenti. L’aveva fondata nel 1949 appunto l’ex montatore della BBC Elvio Zoppi, che nel
1949

insieme con Emilio Weiss aveva trasformato in una piccola banca lo spazio riservato al cambio
delle

merci del suo negozio di verdura a Chiasso. La clientela principale era costituita da italiani tra i
quali
anche lavoratori italiani in Svizzera. Negli anni ’60 entrò nell’attività l’ambizioso figlio di Elvio

Rolando e la banca cominciò ad estendersi. Rolando aprì uffici a Milano, Colonia (13), Buenos
Aires,

Montevideo e Santiago del Cile. Nel 1965 la Weisskredit incaricò l’ufficio fiduciario Fidinam di

fondare un istituto in Liechtenstein. L’uomo di fiducia della Fidinam a Vaduz, il farmacista Alfred

Hasler, creò a Schaan la Finanz und Vertrauens Handels Anstalt (FVA). Del consiglio di

amministrazione facevano parte Hasler stesso, Elvio e Rolando Zoppi e anche Giangiorgio Spiess,

socio di studio di Tettamanti e direttore della Fidinam. In seguito la società di comodo FVA a
Schaan,

amministrata formalmente dalla Fidinam, fu svuotata da Hasler: gli uffici veri e propri erano a
Chiasso

presso la Weisskredit. Per più di dieci anni tutto andò bene, la FVA divenne “banca nella banca”
della

Weisskredit, dove i denari potevano sparire in maniera discreta e senza pagare tasse preventive.
Poi si

ebbe un crollo improvviso. Gli affari in cui la FVA aveva investito i fondi dei suoi clienti, andarono a
monte uno dopo l’altro. Infine l’istituto, dotato di un capitale proprio di 20 000 franchi, dichiarò una

perdita accumulata di 220 milioni di franchi. I clienti persero la fiducia e pretesero la restituzione
del

loro denaro. All’inizio del 1977 gli Zoppi richiesero a Vaduz una dilazione di pagamento, qualche

tempo dopo il tribunale del principato dichiarò il fallimento della FVA. Immediatamente la

commissione della banche tolse alla Weisskredit la licenza bancaria e chiuse le sedi di Chiasso,
Lugano

e Zurigo. Lo scandalo produsse un certo scalpore sui media, ma qualche mese dopo ne scoppiò
uno

simile, di proporzioni molto maggiori, con l’istituto Texon, filiale della Keditanstalt di Chiasso. Anche

il direttore della SKA Kuhrmeier aveva usato la sua Texon in Liechtenstein per investimenti
finanziari,

esenti da tasse, soprattutto di clienti italiani ed era incappato con queste operazioni nel vortice
fatale

della crisi economica mondiale. Il processo contro la Weisskredit ebbe luogo a Lugano nel febbraio

1979. Accusatore era il procuratore di stato Paolo Bernasconi, principale capo d’accusa: frode
professionale ai danni dei clienti dell’istituto per 223 milioni di franchi. Il procuratore Paolo

Bernasconi criticò la Weisskredit perché con un istituto del Liechtenstein attirava denaro e

partecipazioni nella zona grigia dell'anonimità. Il consiglio d’amministrazione della FVA avrebbe
avuto

una semplice funzione di copertura, il suo compito principale sarebbe consistito nel distogliere lo

sguardo e non preoccuparsi dell’andamento degli affari.(14) Mentre la FVA già dal 1972, secondo

Bernasconi, non era liquida, il difensore di Renato Zoppi contestò qualsiasi gestione disonesta
degli

affari e definì responsabile delle perdite solo la crisi economica, iniziatasi nel 1975. La sezione
penale

ticinese si conformò allora ampiamente alle richieste di Bernasconi e condannò Rolando Zoppi e
Renzo

di Piramo a cinque anni di prigione l’uno, Elvio Zoppi a quattro anni e il direttore Reto Kessler ad
un

anno con la condizionale.(15) Al direttore della Fidinam Spiess fu inflitta una pena pecuniaria di

12.000 franchi più le spese per avere contravvenuto alla legge delle banche e alle norme per la
protezione della valuta. Sotto giuramento aveva fatto mettere a protocollo, nell’aula del tribunale, di

non aver saputo nulla del tipo e del volume degli investimenti eseguiti dalla FVA e di aver appreso
con

sua estrema sorpresa della situazione deficitaria dell’istituto solo un giorno prima del crollo.(16)
Anche

l’effettiva sede amministrativa della FVA gli sarebbe stata sempre ignota, la Fidinam non avrebbe

rappresentato più che una sede formale. Non poteva nutrire sospetti, perché la Fidinam curava
“più di

100 altri istituti del genere domiciliati in Liechtenstein “, mediante i quali banche svizzere e istituti

finanziari “concludono legalmente certi affari fuori della Svizzera”(17). Quale testimone a discolpa
di

Spiess si presentò il suo socio di studio e collega della Fidinam Tettamanti.(18) A seguito della
pena

pecuniaria Spiess dovette lasciare la Fidinam e si concentrò sull’attività dello studio legale
Tettamanti

& Spiess. Lo studio si ingrandì e ai tempi migliori contava più di due dozzine di collaboratrici e

collaboratori.(19)
A MONTECARLO! A MONTECARLO!

Mentre la Giustizia ticinese ebbe bisogno di due anni per processare i responsabili dello scandalo

Weisskredit, Tettamanti non temporeggiò. Pochi mesi dopo lo scoppio dello scandalo, trasferì la

residenza a Cap Ferrat in Costa Azzurra e aprì nella vicina Montecarlo una nuova filiale, che già
dopo

breve tempo dava lavoro a circa tre dozzine di persone. Qui Tettamanti aveva buone conoscenze:
il suo

socio lussemburghese Francis Hoogewerf che si era pure appena trasferito e il presidente della
Comit

Enrico Bragiotti. La Comit era allora azionista di maggioranza della BSI, dove Tettamanti aveva
una

partecipazione di minoranza. Sia o no un caso - proprio all’epoca del passaggio della Fidinam a

Montecarlo, la Comit acquisì una sostanziale partecipazione di minoranza alla Fidinam. E

contemporaneamente al suo trasloco a Montecarlo, Tettamanti divise la Fidinam in due holding

separate, una per la Svizzera a Lugano e una per le società straniere a Montecarlo, ben lontano
dalla
Giustizia ticinese. Oltre al braccio internazionale della Fidinam, Tettamanti creò anche una rete
privata

offshore. Ne facevano parte la North Atlantic – Société d’Administration a Montecarlo (Nasam),

dislocata più tardi sulle isole Cayman, e la Investment Company of North Atlantic (Icona), pure

registrata a Cayman, che nel 1985 si era mutata in Financial Corporation of North Atlantic (FCNA),
da

cui alla fine del 1986 nacque il Financial Group of North Atlantic (FGNA). Importanti collaboratori di

entrambe le FCNA erano Alfonso Lodola d’Oria e l’ex direttore del Bankverein, Hubert Baschnagel.

(20) Con ciò Tettamanti aveva separato il suo impero offshore dall’asse Vaduz-Lugano e l’aveva

orientato verso l’asse Montecarlo-Panama-Cayman. In seguito investì fondi di clienti della Fidinam
e di

altri in titoli e beni immobili. In base a sue stesse ammissioni, la Fidinam controllava all’inizio degli

anni ’80 un portafoglio immobiliare di 1,3 miliardi di franchi con le principali zone d’investimento in

Canada, USA e Hongkong.(21)

L’ IRACHENO STRARICCO
All’inizio degli anni ’80 Tettamanti si era emancipato da Lugano ed era divenuto un finanziere
offshore

con base operativa a Montecarlo. Nella persona dell’iracheno Nadhmi Auchi si presentò un nuovo

socio finanziariamente solido. Auchi era un iracheno naturalizzato in Inghilterra, che operava

soprattutto dal Lussemburgo, dall’ Irak e dal Kuwait. Insieme con la Investmant-Bank francese
Paribas,

aveva fondato nel 1982 a Lussemburgo la Participations Bancaires et Financières SA (CIPAF) con
un

capitale di un miliardo di franchi lussemburghesi.(22) Finanziatori della CIPAF erano, accanto ai

principali azionisti, anche Tettamanti, la belga Silbra Holding (23), la Agemar SA (Lugano)(24) oltre
a

capitale dell’Arabia saudita e kuwaitiano. Tettamanti entrò nel consiglio d’amministrazione della

CIPAF. Poco dopo che essa era stata fondata, Auchi finì nel mirino di una commissione
parlamentare

italiana che indagava sul pagamento di tangenti ammontanti a 23 milioni di dollari, da parte dei

Cantieri Navali Riuniti, per la fornitura di 4 fregate e 6 corvette all’Irak. Il cantiere navale di stato
italiano aveva pagato i 23 milioni di dollari alla Dowal Corp. in Lussemburgo. Questa era
amministrata

da una società di nome Figed, domiciliata nello studio del noto avvocato Nico Schaeffer che era
gran

Maestro dei massoni del Lussemburgo e aveva diretto società per il banchiere della mafia Michele

Sindona. L’alleanza di Auchi con la Paribas, allora appena statalizzata, deve essere considerata
nel

contesto delle massicce forniture francesi d’armi all’Irak durante gli anni ’80. Il governo Mitterand
era

allora, con l’industria bellica statale francese, uno dei più grandi trafficanti d’armi del mondo e
profittò

abbondantemente della guerra Irak-Iran. Anche il fatto che la sede di Auchi sia il Lussemburgo non

manca di logica politico-economica. I socialisti lussemburghesi, parallelamente al declino


dell’industria

locale dell’acciaio, avevano cominciato a promuovere massicciamente la piazza finanziaria del loro

paese che contava circa 370.000 abitanti e precisamente con leggi fiscali liberali, un rigido segreto
bancario e norme legislative generose in fatto di pubblicità. Alla fine degli anni ’70 era stato
ministro

delle finanze in Lussemburgo il socialista Poos, che ebbe un ruolo importante nello sviluppo di
questo

stato come piazza offshore. L’ex giornalista di partito Jacques Poos era stato direttore presso la
Banque

Continentale du Luxembourg di Auchi. Allo scoppio della guerra del golfo nel 1991, l’iracheno Auchi

fu considerato con uno sguardo un po’ più critico. Soprattutto il conservatore “Figaro” parigino si

preoccupò che un iracheno potesse essere non solo socio della potente Paribas ma anche grande

azionista di questa banca e di alcune delle società finanziarie da essa controllate, come la
Navigation

Mixte. Ma già un anno dopo, per il giubileo decennale della CIPAF nel 1992, Auchi fu
solennemente

festeggiato in Lussemburgo. Nientemeno che il primo ministro cristiano-democratico Jacques


Santer in

persona si congratulò con lui al banchetto solenne all’Hotel le Royal e sottilineò nel suo discorso
per il

giubileo: ”Società come la CIPAF rafforzano l’immagine e il peso della piazza finanziaria
lussemburghese” (25) Si capisce meglio l’entusiasmo di Santer, per il banchiere iracheno, se si
pensa

che Auchi aveva versato l’anno precedente 400 milioni di franchi lussemburghesi di tasse nelle
casse

dello stato. Non si sa se Tettamanti fosse stato invitato alla cerimonia ma Auchi gli procurò
l’accesso al

centro della sfera del potere nel granducato.

ALLEANZA PROFANA CON LA DG BANK

Nel 1982 la Banca delle banche cooperative europee (BEG) a Zurigo, una filiale straniera della

Deutsche Genossenschaftsbank (DG Bank) (26), acquisì una partecipazione di minoranza alla
Fidinam;

più tardi la BEG cambiò nome in DG-Bank Schweiz. Il suo direttore generale Wolfgang Riester
entrò

nel consiglio di amministrazione della Fidinam Fiduciaria. Contemporaneamente il numero due


della

sede centrale della DG a Francoforte, Karl-Herbert Schneider-Gädicke, entrò nel consiglio

d’amministrazione del Financial Group of North Atlantic (FGNA, sede alle Cayman e ufficio a
Montecarlo). L’alleanza profana della DG Bank, che come casa madre delle banche popolari e
delle

banche di credito agrario era per tradizione al servizio degli artigiani e dei contadini tedeschi, con

Tettamanti residente a Montecarlo, non sembra di primo acchito molto logica. Ma considerandola
più

attentamente, appare conforme a quei tempi. Tettamanti replicava in certo qual modo la politica
che

dopo la vittoria dei socialisti in Francia e Spagna e l’ascesa dei socialisti di Craxi in Italia, aveva

grande successo in ambiente mediterraneo.(27) I socialisti giunti al potere venivano a patti con

finanzieri arricchitisi di recente del genere di un Silvio Berlusconi, Mario Conde o Bernard Tapie,
che

si erano affermati al di fuori dell’establishment tradizionale, ostile ai socialisti. All’inizio degli anni
‘90

queste alleanze portarono a numerosi scandali finanziari in Francia, Italia e Spagna. Nel 1981 la
DG

Bank si trovò in difficoltà, e Guthard cercò disperatamente di partecipare a fruttuosi business


internazionali – e proprio qui stava il know how di Tettamanti. Guthard portò la DG Bank in una
fase

aggressiva di espansione. Per lunghi anni questa strategia funzionò bene. Ma nel 1990 arrivò il
grande

crac. Per irregolarità in operazioni a termine su titoli a tasso fisso di banche francesi il dirigente
della

compravendita di titoli della DG, Friedrich Steil, aveva avuto perdite così elevate da far supporre

macchinazioni fraudolente. Guthard sporse denuncia e ne seguì un processo durato anni. Nel
1991 la

banca DG era pronta per essere risanata. Guthard e il suo uomo di fiducia a Zurigo, Riester,
dovettero

dare le dimissioni. Il pacchetto azionario della Fidinam è stato di nuovo rivenduto a Tettamanti dai

nuovi capi a Francoforte. Che cosa abbia fruttato finanziarmente agli interessati a saldo finale la

collaborazione durata otto anni tra la Fidinam e la DG Bank, non è mai divenuto di pubblico
dominio.

FINANZIERE D’ASSALTO A WALL STREET

Quando a metà degli anni ’80 ci fu il boom della borsa, Tettamanti ricopriva con il suo impero
offshore
una posizione ideale per parteciparvi. Era l’epoca d’oro degli scalatori di borsa che facevano
incetta di

azioni di società con quotazioni molto basse. Non appena ne controllavano la maggioranza, i
finanzieri

d’assalto costringevano il management a ristrutturare la società, vale a dire ad abbassare i costi e

licenziare personale, o in qualche modo a far sì che le quotazioni salissero al massimo, anche a
costo di

licenziamenti di massa, addirittura del declino dell’azienda. I più famosi finanzieri d’assalto erano

allora Carl Icahn, Ron Perelman, T.Boone Pickens e Asher Edelman.(28) Ma c’erano tra loro anche

dirigenti di casse pensioni come la California Public Employees Retirement System (CAL-pers). A

questi tesorieri era del tutto indifferente se la loro politica d’investimento orientata solo alla rendita

massima faceva sì che le aziende dovessero licenziare in massa i loro impiegati- persone simili
agli

assicurati da loro rappresentati. (29) La Coniston Partners, una società statunitense fondata dai 3

banchieri d’investimento di Wall Street Paul Tierney, Augustus Oliver e Keith Gollust, era allora un
raider di media grandezza.Nel 1985 con la sua FGNA alle isole Cayman, partecipò finanziarmente
alla

Coniston con circa 70 milioni di dollari. Nel 1987 la Coniston acquistò un pacchetto azionario della

Allegis, capogruppo di United Airlines, Hilton Hotel International, Westin Hotels e autonoleggio
Hertz.

Su pressione della Coniston la Allegis vendette poi Hertz, Hilton e Westin, e suddivise il ricavato
tra gli

azionisti, con un guadagno per Coniston di 170 milioni di dollari. Dopo averci preso gusto con la

Allegis, l'obiettivo divenne la ditta Gillette. Gillette aveva allora un fatturato di tre miliardi di dollari
ed

era considerata un’impresa solida nel settore dei beni di consumo. Il prodotto più famoso erano le

lamette di sicurezza per radersi, inventate dal fondatore King Gillette.Già nel 1986 Gillette era stata

oggetto di un tentativo di acquisizione di Ron Perelman. Per respingerlo, la direzione aziendale


aveva

pagato 34 milioni di dollari di green-mail e nove milioni di spese. Per “green-mail” si intendeva
allora

un riscatto di azioni in possesso di finanzieri d’assalto ad un prezzo maggiorato, una variante di


“Blackmail” (in tedesco e in italiano ricatto) e del colore verde delle banconote in dollari. Pagando
la

Greenmail, il management sperava di liberarsi dalla minaccia di licenziamento proveniente dal

finanziere d’assalto a spese degli azionisti. Dopo che Pereleman si era ritirato, cominciò Coniston
a far

incetta di azioni Gillette. Il management Gillette si difese disperatamente e, ciò facendo, si imbattè

anche nel nome del socio di Coniston Tito Tettamanti. Il presidente della Gillette Mockler mise i due
ex

agenti della CIA Lou Palumbo e Mike Achermann alle calcagna di Tettamanti. Dopo ampie ricerche

essi, tuttavia, con grande delusione di Mockler, riferirono che il socio di Coniston “era conosciuto e

rispettato negli ambienti finanziari [...] e che non veniva collegato con note pratiche illegali o non

conformi al suo ruolo”.(30) Nell’aprile 1988 poco prima dell’assemblea generale di Gillette, quando

una vittoria della Coniston si profilò sempre più probabile, Mockler fece pubblicare un diagramma
sul

“Wall Street Journal”. Mostrava Tettamanti al vertice della Coniston, “dove nessuno xenofobo,
degno
del suo nome, poteva ignorarlo”, come scrisse allora il giornale economico statunitense “Barrons”.
Ma

Mockler non potè dimostrare il ruolo guida di Tettamanti alla Coniston, Tettamanti stesso si è
sempre

definito un investitore passivo di minoranza. Gollust era convinto che Gillette con il nome italiano
del

suo socio avesse voluto suggerire collegamenti con la mafia e che il diagramma non sarebbe mai
stato

pubblicato se Tettamanti avesse avuto un nome scozzese. Alla fine l’assalto a Gillette si concluse
con

un compromesso. Con grande soddisfazione di Tierney, Gollust, Oliver e Tettamanti, Mockler si

impegnò, pur digrignando i denti, a ricomprare dalla Coniston 16 milioni di azioni per 720 milioni di

dollari.

INSUCCESSO CON LA SULZER

Al gruppo industriale per le costruzioni meccaniche Sulzer Winterthur, che allora aveva 30.000

dipendenti e raggiungeva un fatturato di 4,6 miliardi di franchi, Tettamanti potè usare ciò che aveva
imparato da Coniston. Da metà del 1986 cominciò segretamente a far incetta di azioni Sulzer,
prima per

conto proprio, poi in alleanza con un “cartello” di soci. Uno di questi era allora l’avvocato di Ginevra

Eugène Patry.(31) Ufficialmente Patry sosteneva di non saper nulla della sua adesione al cartello
di

Tettamanti, ma tutti ne erano a conoscenza. Sulzer cercò di difendersi con norme di registrazione
più

severe per le azioni nominative, secondo le quali un azionista poteva controllare al massimo 1,5 %
del

capitale, e cominciò a mobilitare i suoi azionisti contro Tettamanti. Egli sosteneva che una parte del

pacchetto di Tettamanti era stato comprato con capitale straniero di origine sconosciuta,
probabilmente

della FGNA di Tettamanti. Così facendo il finanziere ticinese avrebbe violato disposizioni e

convenzioni vigenti in Svizzera. Tettamanti contestò immediatamente questo, ma rinunciò tuttavia


ad

un’azione giudiziaria. In un processo avrebbe dovuto rivelare chi fossero i suoi finanziatori. Il

presidente della Fidinam Markus Redli, il consigliere d’amministrazione della Fidinam, e il


presidente

della banca DG svizzera negarono allora con forza di aver comprato azioni Sulzer per Tettamanti o
di

averle tenute fiduciariamente. Sulzer incaricò il vecchio nemico di Tettamanti, Paolo Bernasconi, di

un’indagine in ogni caso poco fruttuosa sui mandanti del cartello. ”Quest’associazione è strutturata

nello stile di una loggia segreta”, scrisse la“Handelszeitung”. (32) Contemporaneamente la rivista

economica “Bilanz” ed altre cominciarono a cercare i punti deboli nel passato di Tettamanti .Ma il

grande scandalo in cui l’establishment di Winterthur segretamante sperava non si produsse.


Tettamanti

era finito sotto tiro soprattutto in Canada. Era stato accusato infatti, nel 1972, di aver versato
50.000

dollari per la campagna elettorale dei conservatori canadesi , poco dopo che il governo
conservatore

dell’Ontario aveva firmato un accordo per un progetto edilizio di 150 milioni di dollari. Ma queste

accuse più tardi vennero meno per mancanza di prove. All’inizio del 1977 Tettamanti era finito di

nuovo sulle prime pagine dei giornali in relazione ad un affare di tangenti ,legato alla vendita di
reattori

atomici canadesi. Un assegno di più di 2,5 milioni di dollari era passato allora per una società del

Liechtenstein, che Tettamanti presiedeva,di proprietà della Banca della Svizzera Italiana.
Tettamanti si

ritirò successivamente dall’incarico sopracitato di presidente in Liechtenstein, reati dimostrabili non


ce

n’erano.(33) Alla fine degli anni ‘80 la Fidinam ebbe poi contrasti con clienti canadesi, e le loro
accuse

contro la Fidinam del Canada furono tacitate con un pagamento per transazione di 80.000 dollari.

(34)Quando l’ostinata resistenza di Sulzer aveva fatto capire che la sua scalata era impedita ad
ogni

costo dall’establishment della Svizzera orientale, comparve lo speculatore di borsa Werner K.Rey
nel

ruolo di cavaliere bianco. Alla fine di marzo 1988 Tettamanti vendette a Rey il suo pacchetto della

Sulzer per 220 milioni di franchi. Se la Sulzer, che notoriamente è in seguito fallita, sia andata
meglio

con Rey che con Tettamanti, è una questione insoluta. Il contante, incassato da Rey, Tettamanti lo
investì in un’altra industria in crisi della Svizzera orientale, precisamente la ditta Saurer ad Arbon
sul

lago di Costanza.

SFORTUNATO CON LA SAURER

Quella che era stata l’orgogliosa impresa di costruzioni meccaniche di Thurgau (camion, macchine

tessili) si era ritrovata bruscamente negli anni ’80, in una situazione molto difficile ed era stata
salvata

dalla bancarotta dalla SBG, la sua banca di riferimento. Secondo il giornale economico italiano “Il
Sole

24 ore”, la Sasea di Florio Fiorini aveva acquisito nel 1985 la maggioranza della Saurer e aveva

rivenduto il suo 58% di capitale azionario nel marzo 1988 per circa 82 milioni di franchi a
Tettamanti.

(35) Questa notizia, mai confermata dalla stampa della Svizzera tedesca, potrebbe spiegare
perché

Tettamanti potè comprare la Saurer ma non la Sulzer: se doveva essere un finanziere del sud,
meglio il

ticinese Tettamanti che l’italiano Fiorini. Ad una conferenza stampa il novello industriale e
presidente
della Saurer Tettamanti dichiarò allora di voler creare dalla malandata impresa di Arbon un potente

gruppo economico che coniugasse industria e finanza. Saurer doveva divenire


contemporaneamente

holding industriale e merchant bank.(36) Tettamanti organizzò il settore finanziario secondo lo


stesso

principio in base al quale più di dieci anni prima aveva organizzato la sua Fidinam: struttura doppia
con

separazione degli ambiti costituiti da Svizzera e estero. La Saurer si scisse nella holding gruppo
Saurer

svizzero ad Arbon e nella holding finanziaria con ufficio a Montecarlo e sede ufficiale alle Isole

Cayman. Il Saurer Group Investment era sorto nel novembre 1990 dalla vecchia FGNA. Presidente

restò a Montecarlo il suo vecchio amico intimo Alfonso Lodolo d’Oria. Nel giugno 1991 la Saurer

comprò il gruppo di macchine tessili tedesco Schlafhorst che, con i suoi 5000 impiegati, era un po’
più

grande della Saurer che aveva 3.000 dipendenti. Il colpo successivo seguì già il primo gennaio
1992
con l’acquisizione del gruppo torinese GIG di Vittorio Ghidella. Ghidella, che fin dal 1990 faceva
parte

del consiglio di amministrazione della Saurer, non ricevette per il suo gruppo GIG denaro contante,
ma

lo stesso numero di azioni Saurer di Tettamanti e divenne presidente della holding gruppo Saurer
al suo

posto. Tettamanti restò invece presidente della Saurer Group Investments Montecarlo. Ghidella era

stato un tempo il massimo manager della Fiat, ma nel 1988 era entrato in conflitto con il presidente

della Fiat Gianni Agnelli. Nei mesi successivi creò in brevissimo tempo, dal nulla, un proprio
gruppo

industriale che produceva componenti di veicoli a motore. Il gruppo industriale Ghidella CIG dava

lavoro allora a 2.000 persone ed aveva un fatturato di circa 300 milioni di franchi. Ghidella trasferì
la

residenza in Ticino. L’ulteriore tentativo di Tettamanti di fare un colpo fu un totale fallimento. Egli

voleva assorbire il gruppo per macchine tessili Rieter di Winterthur per fare della sua industria
Sauer-

Schlafhorst il numero uno a livello mondiale nel settore. Già nel marzo 1991 aveva fatto incetta in
borsa di una partecipazione del 7% a Rieter, ma nel consiglio d’amministrazione della holding
Rieter si

attivò lo stesso meccanismo di difesa prodottosi alla Sulzer di Winterthur. La Rieter rifiutò ogni
sorta di

cooperazione con la Saurer, per i suoi manager una fusione era priva di qualsiasi logica
industriale. La

Schlafhorst, che era stata offerta anche a Rieter, la consideravano decotta. Gli sviluppi successivi
hanno

confermato questo punto di vista perché la Schlafhorst, poco dopo essere stata acquisita dalla
Sauer,

precipitò in una crisi profonda. Tettamanti denunciò in tribunale la famiglia dei fondatori della
società,

che gli aveva venduto le sue quote di partecipazione, per truffa e per un prezzo di vendita troppo
alto.

Nonostante le resistenze manifestatesi a Winterthur, Tettamanti non rinunciò al suo sogno di


creare,

acquisendo la Rieter, il più grande gruppo industriale del mondo per filatoi e raddoppiò la

partecipazione di Saurer a Rieter fino a raggiungere il 14%. Più tardi si venne a sapere che la
battaglia
di Tettamanti contro Rieter era costata ad entrambe le imprese più di 100 milioni di franchi. Si
rivelò

fatale soprattutto la lotta al coltello per le partecipazioni di mercato ai cosiddetti filatoi open-end, il

livello dei prezzi in questo settore crollò fino al 50%. Non c’è da meravigliarsi se il 1992 andò male

finanziariamente per la Saurer. Solo grazie ai proventi derivanti da Montecarlo poté essere evitata
una

perdita. Nel primo semestre 1993 le cose andarono un po' meglio per la Saurer dal punto di vista

finanziario, ma il grande colpo arrivò da Bari. Il giudice istruttore Nicola Magrone aprì un

procedimento penale contro Ghidella, presidente della holding Saurer-Gruppe e altri manager della

ditta Oto Trasm (Bari) per abuso della legge italiana per lo sviluppo del mezzogiorno. Oto Trasm,
che

apparteneva per il 49% alla Saurer, aveva fornito all’affiliata al 100% della Saurer, Graziano

Trasmissioni (Torino), 60 macchine prodotte con sovvenzione statale grazie alla legge per lo
sviluppo

del mezzogiorno, ma che non erano state installate a Bari bensì abusivamente a Torino. Quando il
settimanale “WochenZeitung” rese pubblica per la prima volta in Svizzera questa notizia, la
centrale

della Saurer a Glattburg inviò un fax di smentita alle redazioni dei media. Ma il 29 giugno 1993 il

procuratore di stato Magrone spiccò un mandato d’arresto contro Ghidella e gli proibì ogni attività

imprenditoriale in Italia. Cinque manager di Oto-Trasm furono arrestati a Bari. Il 15 luglio 1993 il

consiglio di amministrazione della Saurer si riunì per un’assemblea straordinaria d’emergenza, il

presidente Ghidella si dimise e fu sostituito dal tedesco Carl Hahn, ex presidente del gruppo
industriale

Volkswagen. Alcuni giorni più tardi Ghidella si presentò alle autorità italiane, fu arrestato e poco
tempo

dopo rilasciato, ma messo agli arresti domiciliari.(37)

IL CASO COGEFAR

Tettamanti non fu toccato personalmente dalle inchieste italiane. Si fece il nome, in relazione a

Tangentopoli, solo di una ditta ticinese nel cui consiglio di amministrazione era stato per anni:

l’impresa edile CSC Impresa Costruzioni SA (Lugano). Dello stesso consiglio di amministrazione
faceva parte l’avvocato di Urn Franz Steinegger, presidente del partito liberale svizzero. Né
Tettamanti

né Steinegger hanno preso posizione pubblicamente sulle accuse provenienti dall’Italia secondo
cui la

CSC sarebbe servita alla società madre italiana come stazione di transito per tangenti.(38) Fino al
1989

la CSC era stata un’affiliata della società statale Cogefar. Poi il gruppo Fiat comprò la Cogefar e la
unì

alla propria impresa edile Impresit, trasformandola nella Cogefar Impresit.(39) Nuovi dirigenti di

questa divennero Enzo Papi e Antonio Mosconi. Anche le casse dei fondi neri di Cogefar e Impresit

vennero fuse. Nel maggio 1993 il nuovo presidente della Cogefar, Enzo Papi, confessò ai
procuratori

milanesi il pagamento di una tangente di due milioni di franchi a Maurizio Prada della Democrazia

Cristiana. Il denaro proveniva presumibilmente da un fondo svizzero, accresciuto da una filiale in

Camerun.(40) I conti delle tangenti della Cogefar-Impresit erano gestiti alla Overseas Bank and
Trust

(Nassau, Bahamas) ed erano intestati a Sacisa. La Sacisa era una società panamense con uffici a
Lugano. Nello stessa sede della Sacisa c’era anche l’amministrazione di Entreprises et Travaux de

Construction, una vecchia cassa di fondi neri della Fiat Impresit. Consigliere d’amministrazione
della

Entreprises era l’avvocato John Rossi dello Studio Tettamanti & Spiess, professionalmente anche

rappresentante legale di Silvano Larini, titolare del Conto Protezione.(41)

UN RE ABDICA

Nel dicembre 1993 Ghidella e Tettamanti si dimisero dal comitato del consiglio di amministrazione

della Saurer. Ghidella cedette inoltre tutte le funzioni operative al socio di Tettamanti Eugène Patry.
Del

nuovo comitato facevano parte Carlo Hahn e i tre uomini legati da stretta amicizia a Tettamanti:

Alfonso Lodolo d’Oria, Neil Sunderland di Montecarlo e Eugène Patry di Ginevra. Nel maggio 1994
la

Saurer rendeva noto che la struttura binaria, introdotta da Tettamanti con la Arboner Holding e la

Merchantbank, veniva meno e si ripristinava la vecchia unità d’azione. Tettamanti, promosso nel
frattempo presidente onorario della Saurer, mantenne il suo pacchetto azionario, mentre Ghidella

vendette la sua quota alla holding Zürcher BB Industrie della Bank am Bellevue (BB) e fu pagato
con

azioni della BB Industrie.(42) Tettamanti aveva così perduto il controllo della Saurer. In seguito
questa

società entrò in una crisi sempre più profonda, la costruzione di macchine tessili causava deficit
enormi

e la Schlafhorst andava sempre più in rosso. Parallelamente alla crescita del riporto delle perdite
Ernst

Thomke, uomo di punta della BB-Industrie, e Tettamanti si estraniarono sensibilmente. Dopo

l’assemblea generale del maggio 1995, Melk Lehner, presidente del gruppo industriale, si ritirò e fu

sostituito ad interim dalla “marionetta di Tettamanti” Eugène Patry, come alla BB-Industrie
l’avrebbero

chiamato secondo “Bilanz”.(43) La BB proclamò proprio capo, in contrapposizione a Patry, il


famoso

risanatore di industrie Ernst Thomke (Industria orologiera, Bally, Pilatus Flugzeugwerke Stans) e

cominciò ad accrescere il suo pacchetto Saurer. Nell’agosto 1995 la BB affermò di controllare il


25%,
mentre Tettamanti e i suoi soci possedevano ancora il 30%. Nei mesi successivi Tettamanti si ritirò

progressivamente dalla Saurer. Nel dicembre 1995 la società vendette le attività di Investment-
Banking

a Montecarlo ad Alfonso Lodolo d’Oria e Kenneth Jones. Lodolo d’Oria diede


contemporaneamente le

dimissioni da vicepresidente del consiglio di amministrazione della Saurer. Nel febbraio 1996 infine
la

Saurer si liberò dell’ultima propaggine finanziaria offshore e vendette la partecipazione alla società

finanziaria Naco (Montecarlo) ad un gruppo controllato da Tettamanti per 96.000 azioni Saurer. Il

pacchetto azionario di Tettamanti si era così ridotto a non più del 14%. Il suo vecchio sogno,
risalente

al 1988, di fondere industria e merchant banking, era naufragato definitivamente.


Contemporaneamente

Tettamanti si ritirò anche dalla Fidinam che resse bene al graduale allontanarsi del padre
fondatore.(44)

Fino a metà degli anni ’90 si sviluppò e divenne una delle più grandi società svizzere fiduciarie, di
gestione e di revisione con un fatturato di circa 60 milioni di franchi e un guadagno netto di 1,5
milioni

di franchi (1994). Alla sede principale del gruppo a Lugano-Cassarate,un edificio da 60 milioni del

famoso architetto Mario Botta, lavoravano nel 1994 circa 200 persone e alcune centinaia di
dipendenti

erano occupati in filiali a Zurigo, Ginevra, Basilea, Bellinzona, Locarno, Zug e nell’estesa rete di

società all’estero.(45) L’impresa era diretta da tre centri di potere: Tettamanti, la BSI e il
management.

Il consiglio d’amministrazione era composto di tre persone molto attempate: accanto al presidente

Albert Salathé, quasi ottantenne, e all’ex direttore generale PTT Markus Redli della stessa età,

Tettamanti, che andava per i settanta, era ancora il più giovane. Poiché Tettamanti non aveva
formato

alcun successore, la Fidinam prima o poi sarebbe passata alla BSI e con ciò al Bankverein. Nello
stesso

tempo in cui si ritirava dalla Fidinam e usciva ingloriosamente dalla Saurer, Tettamanti, trasferitosi
a

Londra, cominciava una nuova carriera come autore di libri. Nel febbraio 1994 apparve una
traduzione
tedesca del suo libro, pubblicato dapprima a Milano, ”Welches Europa?”[“Quale Europa?”].(46) Qui

egli si presenta come critico dell’Unione europea in una prospettiva economica liberale, cosa che
non

meraviglia, dal momento che Tettamanti era solito chiamarsi “Libertario di destra”. Nell’aprile 1996

pubblicò insieme con il giornalista free lance Alfredo Bernasconi di Bellinzona, la traduzione
tedesca

del suo secondo libro: ”Manifest für eine liberale Gesellschaft” [“Manifesto per una società
liberale”].

(47) Qui gli autori chiedono un dibattito a più voci sul tema stato, dirigismo e burocrazia. E si

oppongono ad un potere che si erga a tutore, definito “megameccanismo” e “stato Moloch”, che

terrebbe il cittadino in una forma mite di schiavitù come una sorta di servo felice. In questa
prospettiva

i servizi tecnico-finanziari prestati a ricchi, siano essi italiani o di altri paesi, diventano legittimo
rifiuto

del Moloch insaziabile. Oltre alla pubblicazione di libri la “Fondazione internazionale per la civiltà

europea”, sponsorizzata da Tettamanti, cominciò ad organizzare a Ginevra simposi sul futuro


dell’Europa. Del comitato onorario di quest’ente per lo studio della storia e del futuro della civiltà

europea facevano parte l’ex primo ministro francese Raymond Barre, l’ex consigliere federale
Georges-

André Chevallaz e l’ex presidente della Repubblica federale tedesca Walter Scheel. Nel marzo
1996 si

tenne il secondo colloquio sul tema: un nuovo “contratto sociale per l’Europa”.

C’E’ QUALCHE RAPPORTO CON MARTIN EBNER?

Quella vecchia volpe di Tettamanti si è dunque trasformata definitivamente da finanziere in

intellettuale? I suoi soci dei vecchi tempi non restano in ogni caso inattivi. Lo si capisce alla luce di
un

avvenimento del marzo 1996. Allora la BK Vision di Martin Ebner presentò, ad una conferenza
stampa

a Zurigo, uno studio in cui la Schweizerische Bankgesellschaft (SBG) viene accusata una volta di
più

di gestione inadeguata delle spese e di insufficiente redditività del capitale proprio. (48) La risposta
del

presidente della SBG Robert Studer fu immediata. Nel corso di una conferenza stampa, convocata
in

fretta, Studer criticò a sua volta lo studio: ”Da un amministratore patrimoniale di professione e
stimato

analista finanziario ci saremmo aspettati un lavoro più serio”.(49) Lo studio non professionale di un

professionista lo portava a chiedersi quali fossero le motivazioni che ne erano alla base. Questo

documento avrebbe rappresentato una diffamazione mirata della SBG e della sua dirigenza. Si
potrebbe

essere tentati di archiviarlo come semplice episodio delle dispute senza fine tra Ebner e la SBG.
Ma

desta l’attenzione il nome dell’autore: Richard Schäfer, presidente del consiglio d’amministrazione
di

Fidirevisa e della Banque de Patrimoines Privés (Ex-Karfinco) di Ginevra e consigliere

d’amministrazione della fiduciaria Altra di Berna, che presentava personale in comune con il
gruppo

RAD. Un importante ex socio di Tettamanti appariva qui all’improvviso nel campo di Martin Ebner.

L’uomo che all’inizio del 1994 era entrato come “Troubleshooter”, risolutore dei problemi, nella
banca
Karfinco sull’orlo del fallimento. L’uomo già comparso nel misteriosissimo gruppo RAD di Berna.

Richard Schäfer nel ruolo di testimone principale di Ebner contro la SBG ? Chi può escludere che

l’apparizione del socio di Tettamanti Richard Schäfer a fianco di Martin Ebner significhi che la BK

Vision speculi segretamente anche con denaro proveniente dalla struttura offshore di re Tito?

Questo libro termina dunque con una domanda senza risposta. L’obiettivo di districare un poco i fili
del

grande e lucroso business è, si spera, raggiunto. Abbiamo cercato e interpretato fatti, tenendo a
freno le

fantasie. Ci sia permesso dunque di presentare, come epilogo, la speculazione sugli speculatori
che

segue.

Note:

1) Sono Sergio e Geo Mantegazza ad esser considerati i ticinesi più ricchi. La rivista economica

“Bilanz” 12/95 stima che entrambi abbiano tra i due e i tre miliardi, mentre si valuta che Tettamanti

possieda tra i 200 e i 300 milioni. Secondo “Bilanz” ai Mantegazza appartiene il gruppo turistico
Globus-Cosmos a Curaçao (3,3 miliardi di fatturato, 5000 dipendenti, holding). Perché il gruppo
valga

3 miliardi di franchi è rimasto in ogni caso un segreto di “Bilanz” (sui Mantegazza vedi p.313)

2)”Tages-Anzeiger”, 17. 10. 87

3)”Bilanz” 12/87

4) Sul ruolo del Liechtenstein cfr. p.93 segg.

5) Nel 1981 Milesi, Piattini, Antonini e Lissi si ritirarono e furono sostituiti dal procuratore della

Fidinam Mauro Poretti e dal britannico Kenneth Cameron (un amministratore fiduciario di St.Peter

Port, il centro bancario offshore sull’isola britannica del Canale Guersney; Cameron faceva parte
anche

del consiglio di amministrazione della filiale della Fidinam a Londra insieme a Martin Priest, Martin

Roy Sandle, Graham Owen Rich, Iain Robert Hume e Sallyan Cecille Tranter, tutti a St.Peter Port,

Guersney). Nel 1985 infine la Administra Handels Anstalt fu liquidata e sostituita dalla Administra
Inc.Panama.

6) Hasler era stato raccomandato a Tettamanti dal dirigente della Fidinam Renato Zocchi, che
insieme a

Hasler aveva fondato l’istituto Baldor a Schaan quando Tettamanti era ancora membro del governo

ticinese. Hasler avviò allora e vendette decine di società del Liechtenstein, tra queste anche la
Fasco

AG, che nel 1974 cedette al banchiere della mafia Michele Sindona e all’amministratore fiduciario

Nico Schaeffer, allora Gran Maestro della Grande Loggia Massonica del Lussemburgo.

7) Nel 1974 Tettamanti, Francio Hoogewerf, Roger Usher,Karl Ulrik Sanne e David Matthew,

fondarono in Lussemburgo la Coim-Suisse SA, nel cui consiglio di amministrazione c’erano anche i

dirigenti della Fidinam Diego Lissi e Alberto Collenberg (vedi capitolo 4).

8) Questo come conseguenza della mancanza di fiducia del ceto medio italiano nella BSI
controllata

dalla Tesoreria italiana attraverso la banca statale Comit. Ciò fu rafforzato dal progressivo ritiro del

Vaticano dall’alleanza Mattioli-Nogara a favore dell’emergente Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.


9) ”Schweizerische Finanzzeitung”, 24.4.74

10) Se questo abbia influito negativamente sui rapporti di Tettamanti con Fernando Garzoni, la cui

Banca del Gottardo era la maggiore concorrente della BSI di Brogiotti, non è noto.

11) Compartecipe alla Cofi erano oltre alla Comit anche Robert Leclerc di Ginevra, la cui banca
privata

Leclerc & Cie. fu chiusa nel maggio 1977 dalla commissione delle banche. Nel 1985 Leclerc fu

condannato dalla Corte d’assise di Ginevra per sottrazione di denaro dei clienti a cinque ani di
prigione.

Per risanare la propria catastrofica situazione finanziaria aveva messo mano al patrimonio dei suoi

clienti – un peccato mortale per un banchiere privato. Due soci di Leclerc, precisamente Bertrand
de

Muralt e Charles Bouchard, si suicidarono, mentre Leclerc fu colpito da un infarto cardiaco.


Sebbene la

bancarotta di Leclerc fosse stata messa in ombra dallo scandalo della SKA di Chiasso, scoppiato
di

fatto contemporaneamente, l’affare restò il più grande incubo degli ambienti delle illustri banche
private ginevrine.

12) Ancora alcune parole sul successivo destino della BSI. La banca continuò a crescere. Tra le
sue

nuove fondazioni ci fu ad esempio la Société Européenne de Banque in Lussemburgo. Nel 1981 il

nome della BSI comparve in uno scandalo interno a Wall Street. Il finanziere italiano Giuseppe
Tome

fu accusato di avere profittato in maniera non ammessa di informazioni privilegiate nel corso

dell’acquisizione del gruppo minerario St. Joe Minerals da parte della canadese Seagram. Tome
era

consigliere del presidente della Seagram Edgar Bronfman e comprò attraverso la BSI, poco prima

dell’acquisizione, opzioni della St.Joe, il cui valore salì fortemente a causa del generoso prezzo del

rilevamento. Nel 1982 Brogiotti vendette a sorpresa la sua partecipazione di minoranza alla BSI
alla

grande banca di New York Irving Trust. Ciò fu motivato dal fatto che Bragiotti, dopo lo scandalo

dell’Ambrosiano temeva di finire negli ingranaggi della giustizia italiana dal momento che offriva al
ceto medio italiano che frodava il fisco, in fondo, lo stesso servizio di Calvi con la Banca del
Gottardo.

(Brogiotti restò a capo della Comit, divenne cittadino di Montecarlo e nel 1993 dovette dimettersi a

causa di Mani Pulite). Nel 1988, Irving Trust vendette il pacchetto della BSI alla Unigestion
ginevrina

di Bernard Sabrier. All’inizio degli anni ’90 la BSI fu rilevata dal Bankverein, fortemente

ridimensionata, ristrutturata e portata avanti come semplice banca di amministrazione


patrimoniale. Il

Bankverein ha mantenuto quella partecipazione della BSI alla Fidinam risalente all’epoca della
Comit.

13) L’uomo della Weisskredit a Colonia era l’ex direttore della Banca del Reich Hans-Joachim
Caesar.

Nella Banca del Reich di Hitler, Caesar si occupava di patrimoni di nemici d’ambiente
anglosassone,

cosa che deve avergli procurato senz’altro qualche notizia da insider sui rapporti finanziari

internazionali della Germania.

14) ”Neue Zürcher Zeitung”, 14. 2. 79


15) “Schweizerische Finanzzeitung”,7. 3.79

16) „Tages-Anzeiger“, 14.2.79

17) Ivi

18) “Bund“,19.2.79

19) Negli anni ‘80 Spiess rappresentava gli interessi di Licio Gelli in Svizzera, mentre il suo socio

d’ufficio John Rossi faceva i ricorsi e curava l’assistenza legale nella causa del Conto Protezione.
Nel

1995 lo studio Tettamanti % Spiess si trasformò, mediante una fusione, in Cotti, Spiess, Brunoni &

Partner.

20) ”Bilanz”,12/87

21) Ivi

(22) Auchi e la Paribas portarono la Banque Continentale du Luxembourg, fino allora la loro Joint-

venture, nella CIPAF. La partecipazione alla Banque Continentale Auchi l’aveva comprata nello
stesso
1982 dal suo fondatore Henri J.Leir. Leir è un misterioso finanziere ultraottantenne di New York
che

nel 1969 era stato collegato al cosiddetto “scandalo Plumbat”. Più tardi Leir passò in
Lussemburgo. A

New York c’era già una banca col nome francese La Banque Continentale (758 Fifth Avenue a

Manhattan). La Banque Continentale apparteneva ad Arthur Roth della Franklin National Bank di
New

York, che nel 1972 era stata comprata dal banchiere della mafia Michele Sindona e nel 1974 era
andata

in bancarotta. (A proposito di Auchi cfr. anche p.196).

23) La holding belga Silbra ,prima Compagnie de Partecipations Internationales, contava tra i suoi

azionisti la Pargesa Holding del magnate belga dell’acciaio e dei media Albert Frère e della

francocanadese Power Corp. della famiglia Desmarais di Montreal così come il gruppo francese
Pallas

di Pierre Moussa, l’ultimo “Prèsident Directeur Générale “della Banque Paribas prima della

nazionalizzazione da parte del governo socialista di Mitterand.


24) La Agemar di Lugano era diretta da Carlo Gilardi e Luigi Ottaviani della Banca del Gottardo,
filiale

del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi in Svizzera.

25) ”Le Républicain Lorrain”, edizione del Lussemburgo, 4.11.92.Il giornale indicava come azionisti

della CIPAF oltre alla Paribas e alla Banque Continentale du Luxembourg, anche la General

Mediterranean Holding e la Saurer Group Investment di Tettamanti.

26) La DG Bank era la cassa centrale di circa 4000 banche popolari e casse rurali tedesche e

controllava sulla piazza sette delle banche tedesche. Il presidente della DG Bank Helmuth Guthard

faceva parte del consiglio di vigilanza di Veba, Thyssen Stahl e della holding Otto e fu un
importante

finanziatore dell’ascesa del grande commerciante cinematografico Leo Kirch.

27) L’ “Eco di Locarno” non mancò di informare che Tettamanti, nelle elezioni cantonali ticinesi del

1987 insieme con la Fidinam e la BSI, aveva appoggiato, se pur senza successo, come candidato
al
consiglio governativo il socialista di destra Rossano Bervini, per estromettere dall’incarico il suo

collega di partito Pietro Martinelli, considerato troppo di sinistra. (“Eco di Locarno”, 6.8.91)

28) Edelman ha lasciato in eredità la sua eccellente collezione d’arte privata al comune del Vaud
Pully,

che dal 1992 espone i quadri al pubblico.

29) Nel tentativo della Coniston di acquisire la Gillette, CALpers ebbe una funzione chiave. Paul

Tierney, socio della Coniston,andò personalmente a Sacramento e convinse la manager di


CALpers,

Greta Marshall, ad unirsi alla Coniston. Il presidente di Gillette Coleman Mockler jr., che pure

pellegrinò allora a Sacramento, potè parlare solo con il sostituto della Marshall (“Fortune”, 23.5.88)

30) ”Bilanz”,10/88

31) Patry era consulente finanziario di fiducia dell’ex star cinematografica francese Alain Delon,

residente periodicamente a Ginevra. E’ cognato del banchiere privato Andrè Mirabeau e cugino del

giudice federale Jean Patry.


32) ”Schweizer Handelszeitung”, 19. 11. 87

33) ”Tages-Anzeiger”,17. 10.87

34) “Bilanz”, 7/91

35) Il Sole 24 Ore, 22.2.1992

36) Neue Zürcher Zeitung, 28.6.88

37) Due anni più tardi, il 18 luglio 1995, Ghidella e altri cinque direttori di Oto-Trasm furono

condannati da un tribunale di Bari in prima istanza a sei mesi di prigione e a una pena pecuniaria
di 2

milioni di lire (allora circa 1.400 franchi). Ghidella e i cinque direttori furono accusati di violazione

degli interessi dello stato italiano, false notizie su una società, spartizione di beni non conforme alla

legge e manovre fraudolente.

38) Anche il consigliere d’amministrazione della Walliser JS-Holding Pierre de Chastonay faceva
parte

del consiglio di amministrazione della CSC Impresa Costruzioni (Lugano).


39) Il primo gennaio 1995 le imprese di costruzione Cogefar-Impresit, Girola e Lodigiani si sono
fuse

nella Impregilo.

40) ”Neue Zürcher Zeitung”, 27. 3. 93

41) ”L’Espresso”, 23.5.93

42) La BB Industrie Holding era una società di investimento quotata in borsa nella sfera della BB
Bank

di nuova fondazione a Zurigo. Ad essa riuscì ciò che per Tettamanti restò un sogno, vale a dire fare

contemporaneamente sostanziosi investimenti nella Sulzer,nella Rieter,nella Saurer.Del consiglio


di

amministrazione della BB Industrie facevano parte Uli Sigg,Ernst Thomke e Hugo Tschirsky.

43) “Bilanz”,8/95

44) Il ritiro progressivo di Tettamanti dalla Fidinam era cominciato nel 1987, quando l’avventura in

borsa a Wall Street e in Svizzera assorbì il suo tempo. Fu allora che Tito ingaggiò due direttori del
Bankverein, Richard Schäfer e Hubert Baschnagel.Baschnagel entrò nel consiglio di
amministrazione

della FGNA, mentre Schäfer divenne presidente della società di revisione Fidirevisa e di quando in

quando fece parte del consiglio d’amministrazione della Fidinam Holding. Tettamanti diede le

dimissioni nel 1991 da presidente della Fidinam, ma rimase tuttavia nel consiglio di
amministrazione.

Nel 1993 si dimise anche dalla presidenza della Fidinam di Ginevra, giuridicamente autonoma, ma

rimase anche qui nel consiglio di amministrazione.

45) L’organizzazione estera della Fidinam è giuridicamente separata dalle società svizzere. Al
vertice

della rete estera, strutturata secondo un complesso sistema di scatole cinesi o matrioske, c’era la

Fidinam Services Holding International Inc. Panama, che controllava un fitto intreccio di società a

Montecarlo, in Italia,Lussemburgo, Inghilterra, Australia, Panama, a Hongkong, nei Paesi Bassi,


alle

Bahamas e altrove, che muta continuamente in conseguenza di fondazioni e liquidazioni.


46) Tettamanti stesso ha definito il suo libro, apparso presso la casa editrice Amman di Zurigo, un

“instant book”, nato in gran fretta - il recensore della “Neue Zürcher Zeitung“ ha usato in proposito
la

metafora: buona la rincorsa, corto il salto.(“Neue Zürcher Zeitung”, 9.2.94)

47) Alfredo Bernasconi, coautore, era dapprima funzionario dell’amministrazione cantonale ticinese
e

in quanto tale fu condannato nel 1974 per frode a danno del cantone e degli affittuari. Ebbe poi da

Tettamanti un impiego come consulente immobiliare alla Fidinam. Più tardi diventò segretario per il

Ticino dell’Associazione svizzera degli operai metallurgici e orologiai SMUV (Schweizerischer

Metall-und UhrenarbeiterInnenverband). La rivista ticinese “Politica Nuova” informò il 18.12.87 che

Bernasconi a suo tempo aveva consigliato al presidente dello SMUV, Fritz Reimann, un incontro
con

Tettamanti. Reimann non aveva tuttavia voluto saperne nulla e aveva consigliato invece a
Bernasconi

di cercarsi altri amici.

48) ”Neue Zürcher Zeitung”, 30./31.3.96


49) ”Neue Zürcher Zeitung”,3.4.96

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE: TECNICHE DEL RICICLAGGIO DI DENARO

I riciclatori di denaro affinano continuamente i loro metodi. Fino all’inizio degli anni ’80 il sistema

bancario costituiva ancora il filtro tra la circolazione legale e illegale del denaro. Una volta che il

denaro contante sporco,derivante dal narcotraffico, veniva a trovarsi su un conto bancario


,l’ostacolo

maggiore era rimosso. Poi alcuni grandi casi legati alla droga (Pizza Connection, Caso Magharian,

BCCI) resero evidente il ruolo decisivo esercitato dal settore bancario nel riciclaggio di denaro. Le

banche finirono sotto pressione in tutto il mondo. Da allora norme e regole più severe delle

associazioni bancarie e del controllo statale delle banche rendono meno facile abusare del sistema

bancario. Ma i riciclatori di denaro non sono rimasti inattivi e hanno elaborato nuove tecniche. A
questo

proposito è particolarmente significativo l’uso di ditte di copertura e società simulate su piazze


offshore. Al centro dell’attuale riciclaggio di denaro non c’è più solo il sistema bancario, ma un

alleanza tra banche e società-offshore. Il riciclaggio di denaro è diventato un processo stratificato.


(1)

Nella letteratura specialistica viene suddiviso in tre fasi:

1. Inserimento del denaro acquisito illegalmente nella circolazione della moneta bancaria (sul
conto di

una persona fisica o giuridica).

2. Camouflage: L’origine criminosa del denaro deve essere cancellata e si deve creare l’apparenza
di

una provenienza finanziariamente plausibile.

3. L’integrazione: Il denaro viene investito nel sistema economico legale.

Le società offshore possono avere un ruolo in tutte e tre le fasi. Una volta che esista una “stazione
di

testa” nell’economia legale, questa può continuare ad essere usata per riciclare altro denaro. Un
affare

simulato di una stazione di testa potrebbe ad esempio consistere nel fatto che un proprietario di
negozio
paghi ad un fornitore fittizio un conto elevato per merci mai fornite. Il falso fornitore potrebbe

consegnare in contanti al proprietario di negozio la somma necessaria. Questo registra forse a sua
volta

il denaro così ricevuto come entrata in contanti (fittizia) per vendite e paga il conto del fornitore
fittizio

con una trattenuta per le sue prestazioni di servizio. Sono pensabili anche altre manipolazioni,ad

esempio la creazione di guadagni o perdite artificiosi mediante prezzi di vendita eccessivi o troppo

bassi. Le possibilità sono fondamentalmente infinite. Si possono ordinare arredamenti di negozi


presso

imprese amiche a prezzi gonfiati. Anche lo “shopping esageratamente conveniente” a scopo di


evasione

fiscale è interessante, perché permette al fornitore amico all’estero di abbassare il guadagno,

risparmiare tasse e addirittura presentare perdite. Quando la merce acquistata ad un