Sei sulla pagina 1di 8

Dante e Beatrice: storia di un amore platonico

Dante e Beatrice, storia di un amore platonico che ha segnato la letteratura e che ha attraversato i
secoli rimanendo ancor oggi un sentimento attuale e condiviso da molte coppie

11 febbraio 2015

Credits: Wikipedia.it
“Tanto gentile e tanto onesta pare”
All’età di nove anni la incontrò, solo uno sguardo. Poi la rivide quando entrambi avevano appena compiuto i
diciotto anni e durante quel secondo incontro tutto nella sua vita cambiò.
Pur non avendole mai rivolto parola, da quello sguardo nacque il suo amore per lei, una donna realmente vissuta,
ma anche una creatura indefinita.

Beatrice

Il nome che passò presto alla storia fu Beatrice (un senhal in realtà, ovvero, secondo la tradizione della lirica
provenzale, un nome fittizio dal significato “Colei che rende beati”), ma la donna che esistette veramente si
chiamava Bice, nata a Firenze nel 1266, figlia di Folco Portinari e sposa a diciannove anni di Simone dei Bardi.
Lui, Dante, l’amò dal primo momento, descrivendone la sua bellezza, il suo volto. Ogni cosa in lei emanava
candore e purezza. L’amò profondamente seguendo i canoni dell’amor cortese. L’amò pur mantenendo intatto
quel legame di amor platonico che avrebbe per sempre caratterizzato la loro storia.

Le fasi dell’amor platonico-cortese

Il primo incontro con Beatrice avviene all’età di nove anni, un numero che per Dante, studioso anche
dell’interpretazione numerologica, identifica il miracolo.
Il secondo incontro accade ben nove anni dopo, quando i due giovani, incrociando i propri sguardi si percepiscono
a vicenda e Beatrice rivolge a Dante un primo cortese saluto, generando in lui un’immensa felicità e dando vita ai
primi germogli di quello che sarebbe diventato presto uno dei canoni dell’amor cortese.
Ritiratosi nella sua stanza per riflettere in solitudine sull’incontro avvenuto, il poeta fa uno strano sogno, forse un
incubo: in una nube del colore del fuoco gli appare un uomo dall’aspetto terrificante che tiene fra le braccia
Beatrice avvolta in un drappo sanguigno.
Come se non bastasse a terrorizzare l’animo di Dante, quell’uomo dà in pasto a Beatrice un cuore ardente e
rivolgendosi al sognatore pronuncia tre parole minacciose: “Vede cor tuum”.
Al risveglio Dante, trafelato, compone il sonetto “A ciascun alma presa e gentil core” che invia al proprio amico
Guido Cavalcanti dando così vita a una profonda amicizia che aiuterà Dante durante tutta la vicenda amorosa.

La donna schermo

Dante, dopo quello strano incubo, rivede Beatrice in chiesa, ma seguendo i canoni dell’amor cortese e
perseguitato dal timore che altri si accorgano della sua attrazione per lei, rovinando così la reputazione di
Beatrice, sceglie di rivolgere le sue attenzioni a un’altra donna, rendendola schermo alla verità dal suo amore.
Quando quest’ultima deve allontanarsi da Firenze, Dante è costretto a scegliere una seconda donna schermo,
un gesto che inevitabilmente viene frainteso da Beatrice e la infastidisce a tal punto da far sì che la donna decida
di negare al poeta il suo saluto.
Addolorato per questo fraintendimento, Dante si ritira nuovamente nella solitudine della sua stanza, dove il
fato vuole che abbia di nuovo un altro incubo. Questa volta Amore appare a lui nelle sembianze di un
giovane vestito di abiti candidi che lo rimprovera per il suo atteggiamento suggerendogli infine di narrare in
versi tutti i sentimenti del suo amore platonico verso la bellissima Beatrice.

La trasformazione di Beatrice

L’oggetto dell’amore del poeta diviene così, non più una Beatrice terrena, ma una creatura angelica inviata da
Dio stesso sulla terra per ricondurre il genere umano al bene
“da cielo in terra a miracol mostrare”
Condotto da un amico in un luogo dove sono riunite molte nobildonne, Dante ha l’occasione per un terzo
incontro con la Beatrice adulta e non riesce più a dissimulare il suo amore per lei.
Schernito dalle altre donne, il poeta dice loro che tutta la beatitudine del suo sentimento non è solo
nell’oggetto della sua attenzione, ma anche e soprattutto nelle parole che la lodano.
È in questo momento che Dante condivide con il mondo che lo circonda il significato cortese e platonico del suo
grande amore.

La morte di Beatrice

A seguito della morte del padre di Beatrice, un’ennesima visione appare al poeta. Questa volta è la donna
stessa a essere portata via dall’angelo della morte. Si fa strada così nella mente dell’uomo la possibilità che
l’amata lo lasci in breve tempo, una riflessione che acquista concretezza poco tempo dopo, quando Beatrice,
all’età di ventiquattro anni, viene a mancare.
Per sfuggire al dolore, Dante trova consolazione nello sguardo di una nuova donna gentile che, impietosita dal
dolore del poeta, gli diviene speso solidale, condividendo la sofferenza e facendosi così strada nel suo cuore.
Nonostante le nuove emozioni crescenti Dante è visitato nuovamente da una visione in cui stavolta è la stessa
Beatrice a mostrarsi in tutto il suo splendore, ammonendolo di non amare nessun’altra donna all’infuori di
lei.
Dante decide così di allontanare il vergognoso pensiero che la nuova donna ha acceso in lui e di non parlare mai
più a nessuno della sua vera amata se non quando sarà finalmente in grado di farlo in un modo adeguato, degno
del grandissimo amore, seppur platonico, che lui ha così profondamente provato per lei.

Quella fra Dante e Beatrice è sicuramente una delle storie d’amore più famose della
letteratura occidentale. Gran parte della sua fama è sicuramente dovuta alla presenza della
donna in due celebri opere letterarie del poeta fiorentino, la Vita Nova e, soprattutto,
la Divina Commedia. Eppure, Beatrice esistette veramente: si chiamava Bice Portinari ed
era figlia di Folco Portinari, un banchiere originario della Romagna.

Nacque nel 1265 e morì molto giovane, nel 1290, secondo alcuni dando alla luce il suo
primo figlio. Non si sa nulla di certo sui rapporti che intercorsero fra i due: è probabile che
si fossero incontrati, ma, a causa della grande differenza di ceto che li separava (Beatrice
faceva parte dell’aristocrazia, mentre Dante era figlio di piccoli mercanti), è difficile che fra
i due fosse nato un rapporto d’affetto reale. Qualunque che fosse la verità riguardo la
relazione fra Dante e Beatrice, la donna fu per lui fondamentale fonte di ispirazione poetica.

Il primo incontro sarebbe avvenuto all’età di nove anni

Verità o finzione?

Secondo quanto ci racconta il poeta stesso, la


prima volta che vide Beatrice era il 1274: Dante era quasi alla fine del suo nono anno di
vita, Beatrice all’inizio. Gli studiosi non sono sicuri che questo incontro sia accaduto
veramente; esso, infatti, potrebbe essere stato inventato da Dante per scopi letterari, dovuti
alla ricorrenza del numero nove, onnipresente in questa storia d’amore.

Il secondo incontro, infatti, è avvenuto quando entrambi avevano diciotto anni, quindi nove
anni dopo il primo. Marco Santagata fa opportunamente notare, tuttavia, che, se siamo
abituati a scrittori che creano eventi appositamente perché coincidano in una serie di segni
ricorrenti, lo scrittore medievale era invece abituato a scovare segrete corrispondenze in ciò
che gli accadeva, con un’attitudine alla ricerca di simboli e dei loro significati tipica di
quell’epoca. Quindi, tutto sommato, l’incontro all’età di nove anni potrebbe anche essere
verosimile.
LA VERSIONE DI BOCCACCIO
Reale o fittizio che sia, questo primo racconto segna profondamente la vita poetica di Dante,
al cui centro si collocherà da quel momento la figura amata di Beatrice. Secondo quanto
riporta Boccaccio, e in questo caso si tratta sicuramente di un’invenzione letteraria, i due
bambini si sarebbero incontrati ad una festa in occasione del Calendimaggio a casa del
padre di Beatrice, Folco Portinari.

In ogni caso, nella Vita Nova Dante descrive in modo molto intenso il loro primo incontro:
prima ancora di vederla, percepisce la presenza fisica di Beatrice, che gli causa un
annebbiamento dei sensi. Da quell’istante, l’amata sarà l’ispirazione e il centro della sua
poesia.

Entrambi erano sposati


La famiglia Donati e la famiglia Bardi

In età medievale, era uso comune contrarre patti


matrimoniali quando i diretti interessati erano ancora dei bambini, perché il matrimonio
all’epoca era visto come un mezzo per sanare contrasti politici e stringere alleanze. Sia
Dante che Beatrice si sposarono infatti per motivi politici, legandosi a famiglie prestigiose.
La moglie di Dante si chiamava Gemma e apparteneva alla potente famiglia dei Donati. Le
trattative matrimoniali si conclusero con la firma di un atto vincolante il 9 febbraio 1277,
anche se il matrimonio fu celebrato qualche anno dopo, tra il 1283 e il 1285. Non sappiamo
quasi nulla della vita matrimoniale di Dante e Gemma, se non che lei gli diede quattro figli,
Iacopo, Pietro, Antonia e Giovanni.

Leggi anche: Cinque memorabili storie d’amore nei libri

Boccaccio ci racconta qualcosa di questo matrimonio, ma è chiaro che le sue affermazioni


sono frutto di fantasia: secondo l’autore del Decameron, infatti, i parenti di Dante
l’avrebbero convinto a sposarsi per consolarlo dalla morte di Beatrice. In ogni caso, Dante
mantenne sempre buoni rapporti con la famiglia della moglie, a cui riserverà un buon
trattamento anche nella Commedia, nonostante la rivalità politica con Corso Donati.

IL MARITO DI BEATRICE
Beatrice si sposò prima del 1280 con Simone dei Bardi, la cui famiglia è famosa per aver
commissionato tra il 1325 e il 1330 gli affreschi della loro cappella in Santa Croce a Giotto.
Quella dei Bardi era una casata illustre, titolare di una importante compagnia bancaria di
Firenze. Simone rivestì prestigiose cariche pubbliche, in qualità di capitano del popolo e
podestà, in diverse città toscane.

Con questo matrimonio Beatrice, già appartenente a una famiglia di prestigio, entrò a far
parte dell’élite aristocratica di Firenze. I Bardi erano seguaci dei Donati (Simone fece anche
parte di una congiura che si proponeva di rovesciare il governo dei Cerchi nel maggio del
1300) e quando essi diventarono Guelfi Neri, continuarono a seguirli.

La morte di Beatrice ispirò a Dante la Vita Nova


Le varie forme poetiche
Nel 1283, dopo nove anni, Dante vede per la seconda volta la
sua amata: sta passeggiando per Firenze accompagnata da due donne più anziane e,
vedendolo, lo saluta. Il saluto provoca un grande sconvolgimento nel poeta, poiché era
considerato un avvenimento incredibile all’epoca. Le donne, sia quelle nubili sia quelle
sposate, non offrivano facilmente il proprio saluto, quindi quello di Beatrice ha un grande
significato per Dante, che fissa in questa data l’inizio vero e proprio della loro storia
d’amore.

Essa, vera o fittizia che sia (non si sa quali furono i reali rapporti tra Dante e Beatrice), si
conclude tragicamente l’8 giugno 1290, alla morte della donna. Il triste evento offre a Dante
l’occasione di dare vita alla prima opera letteraria che gli diede una certa fama, la Vita
Nova, conclusa nel 1295. Essa racconta, mescolando prosa e poesia, la storia del suo amore
per Beatrice, che si trasforma da sentimento in cerca di un contraccambio a un amore fine a
se stesso. Ma non solo: la Vita Nova è anche la storia della sua poesia, che si è evoluta da
poesia cortese, a poesia di impronta cavalcantiana a, infine, poesia della lode, oltre che una
breve rassegna di ciò che era stata la poesia fino a quegli anni.

La prima apparizione di Beatrice


nella Commediaavviene nell’Inferno
Un ritratto stilnovistico
Se si pensa a Beatrice figura letteraria, è facile
associarla al Paradiso, la Cantica in cui effettivamente avrà un ruolo preponderante.
Tuttavia, è importante ricordare che la prima volta che Dante vede la sua amata una volta
intrapreso il suo viaggio profetico è proprio nell’Inferno, precisamente nel canto II. Beatrice
compare per inviare a Dante una guida, che da quel momento fino alla fine
del Purgatorio sarà Virgilio.

Questa prima apparizione avviene ancora in un’atmosfera stilnovistica, mostrando la donna


come la gentilissima della Vita Nova piuttosto che come la maestra che sarà per il poeta
nell’ultima parte del suo viaggio: Beatrice, infatti, si preoccupa per Dante, e si interroga
sulla sua condizione, quando invece, per la sua condizione di beata, dovrebbe possedere la
conoscenza di ogni cosa.

Leggi anche: Cinque indimenticabili gironi dell’Inferno di Dante

Dichiara di essere scesa nell’Inferno mossa dall’amore, che è sia l’amore per Dio sia il suo
amore di donna. E quando Virgilio si domanda come una beata possa non aver timore di
entrare in un luogo così spaventoso come l’Inferno, Beatrice candidamente risponde che le
uniche cose da temere sono quelle che possono danneggiarci, mentre non dobbiamo in alcun
modo temere ciò che non può nuocerci.

Nel Paradiso Beatrice diventa la Teologia


E Dante sviene
Dopo essere stato guidato attraverso l’Inferno e
il Purgatorio da Virgilio, Dante sarà accompagnato nel Paradiso da Beatrice, fino al
momento in cui essa lo lascerà nelle mani di San Bernardo per giungere alla visione di Dio e
alla fine del suo viaggio. Beatrice compare nel canto XXX del Purgatorio vestita dei colori
delle virtù teologali, il rosso, il verde e il bianco, e per prima cosa rivolge aspri rimproveri al
poeta: egli, infatti, dopo la sua morte, ha lasciato che false immagini di bene lo distraessero.
Dante prova una profonda vergogna e si prepara a purificarsi dalle sue colpe terrene. Solo in
questo modo riuscirà a comunicare in armonia con la donna amata.

IL SORRISO DI BEATRICE
Beatrice obbliga Dante a guardarla negli occhi: sconcertato da tanta bellezza, il poeta
sviene, e quando torna in sé lo stanno già tirando fuori dalle acque purificatrici del Lete.
Ormai purificato, a Dante viene concessa la grazia del sorriso di Beatrice, così bello da non
poter essere descritto a parole. Il Purgatorio si conclude con una profezia politica di
Beatrice, dopodiché inizia il Paradiso.

Nella terza Cantica, Beatrice sarà la guida di Dante e farà da intermediaria fra il poeta e i
beati. La donna amata diventa il suo lume morale in opposizione alla corruzione e alla
superbia umane. Quella raccontata nel Paradiso non è una storia d’amore: Beatrice diventa il
simbolo della Teologia, della Grazia e della Verità rivelata, realizzando il mito proprio del
Medioevo, e soprattutto caratteristico di Dante, della donna come mezzo per raggiungere
Dio.