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L’identità ispano-americana

15/03
La presa di coscienza dell’importanza di un’identità ispano-americana e
soprattutto di libertà inizia a formarsi già prima del 1800 e la letteratura
si rivelerà fondamentale per la diffusione di questi ideali.
Nel periodo barocco la narrativa fu vietata. Malgrado i divieti che
arrivavano dalla Spagna, arrivano anche nuove idee illuministe fra gli
anni 10-20 dell’800, quando il neoclassicismo si sposta verso idee
nuove, fra cui quella d’indipendenza dalla Spagna. L’ordine, la
chiarezza, l’equilibrio e il senso di universalità illuministe iniziano a
diffondersi e a differenziarsi. Più tardi ci si avvicina al Romanticismo,
con l’esaltazione dell’io, della natura, dei sentimenti e la proiezione
dell’io sulla natura.
Nasce la coscienza di un’identità americana, e così si diffonde l’idea di
un’unione che ancora non esisteva poiché c’era una divisione del
territorio in vicereami (ad esempio quello del Perù che aveva come
capitale Lima, o l’ultimo, quello di Rio de la plata che aveva come
capitale Buenos Aires). Va a diffondersi quindi un senso di unità e
soprattutto il bisogno di indipendenza dalla Spagna; come “esponenti” di
queste lotte si distinsero alcuni eroi che lottarono per questo fine, tra
questi ricordiamo Morelos in Messico, Bolivar in Bolivia, Ecuador e
Colombia, Josè de san Martin che lottò nel vicereame di Rio de la plata
e poi anche in Perù. Dalle loro azioni nacque una letteratura che
cantava le glorie di questi lottatori carismatici, iniziarono a crearsi inni,
odi, riviste letterarie che circolarono in tutta l’America: queste riviste
assumeranno un’importanza fondamentale perché diventarono il mezzo
per raggiungere un’indipendenza mentale oltre che quella politica (che
esisteva già nel 1810).
Il primo autore ad esprimere tutto ciò è Andrés Bello, il quale fonderà
delle riviste e riscontrerà che in molti luoghi sono sopravvissute le forme
coloniali, quindi, la situazione sociale, economica e governativa non era
stata modificata malgrado l’indipendenza. Anche altri si lamentano di
questo come José Joaquin Fernandez de Lizardi che scrisse
“Testamento y despedida del pensador mexicano”, pubblicato nella
rivista “El pensador”, in cui accusa le società indipendenti di non esser
riuscite ad apportare modifiche.
La prima manifestazione di forma letteraria, in cui si chiede
esplicitamente di prendere coscienza della situazione, è di Andrés Bello:
“A locuciòn a la poesia”, con cui intende convincere l’uomo americano
a prendere conoscenza del rapporto con il territorio che lo circonda.
L’origine di questa necessità d’indipendenza delle colonie nasce nel
primo decennio del 1800, mentre la Spagna è in guerra e lotta per
recuperare la sua autonomia; questo porta le colonie a ribellarsi, ma
tuttavia, c’è anche chi rinnega la rivoluzione, sostenendo la madre
patria, e volendola appoggiare nella lotta contro Napoleone. Quindi si
creano dissidi anche a livello interno, tra la necessità di staccarsi e
quella di restare sottomessi alla Spagna, e tra le varie questioni che
emergono c’è anche quella della lingua.
Problema della lingua: c’è una chiara differenza tra lo spagnolo
europeo e quello americano, e questa differenza si accentua se si mette
a confronto lo spagnolo di ogni paese ispanico. Tutto questo è dovuto
da una parte all’impatto e alla fusione con le lingue diverse indigene,
dall’altra a come gli spagnoli si distribuirono nei territori americani: gli
spagnoli della Castilla si stabilirono in Messico, nelle zone andine, e in
Colombia; gli spagnoli dell’Andalusia colonizzarono le Antille, e le coste
di Venezuela e Colombia. Comunque, nonostante queste differenze, in
linea di massima venne mantenuta l’unità basica dello spagnolo. I tratti
principali che distinguono lo spagnolo ispanico da quello della penisola:
1. Seseo: pronuncia simile di C, S, Z
2. Un uso diverso di Usted/ustedes e la perdita del “vosotros”
3. Vos usato al posto del “tu” resta in America come arcaismo, si
coniuga come “tu”
Bello all’epoca era già consapevole di questi tratti e per questo scriverà
la “Gramatica de la lengua castillana destinada al uso de los
americanos”, proprio per indicare che, nonostante le modifiche, è
sempre in uso lo spagnolo castillano. Tuttavia, c’è chi, come ad esempio
Sarmiento, è in disaccordo e sostiene la diversità tra i due. Con il tempo
la Real Academia de la lengua española (RAE) diede ragione a Bello.
Andrés Bello
Nasce a Caracas nel 1781 e muore nel 1865 a Santiago del Chile. Sin
da giovane si avvicina alla lettura e scrittura, avvicinandosi ad autori
classici latini e spagnoli; un incontro fondamentale per lui sarà quello
con il barone Alexander von Humboldt, il quale diede le prime
informazioni su ricerche di flora e fauna del territorio americano. Bello ne
restò affascinato, tanto da convincersi dell’importanza del territorio,
anche dal punto di vista artistico e letterario.
Nel 1810 una giunta rivoluzionaria sostituisce l’autorità coloniale, e
all’interno di questa c’era anche Bolivar. Bello venne nominato come
interprete da questa giunta e verrà inviato a Londra, dove rimarrà per
molti anni. Qui si sposerà due volte, e in questo periodo all’estero,
scoprirà delle lotte interne tra liberali e conservatori che si stavano
sviluppando in territorio ispanico. Il progetto di Bolivar era quello di
un’unità dei paesi ispanici, invece si era giunti ad una situazione in cui i
paesi si facevano guerra l’uno l’altro. Bello condivideva questo ideale di
Bolivar, infatti appoggiava la strada verso l’indipendenza, anche perché
non accettava il despotismo del re spagnolo Ferdinando VII e
l’Inquisizione.
Dal 1892 si trasferisce in Cile dove pubblica un libro chiamato
“Ortologia y métrica de la lengua castellana”. Sempre in Chile
diventerà membro del senato e si occuperà delle carceri ma allo stesso
tempo anche di aspetti culturali.
La sua poesia non può essere definita totalmente neoclassica, in quanto
sono presenti dei tratti romantici come: l’importanza che lui dà alla
natura, c’è una visione della natura in maniera positiva (la natura e
l’uomo sono buoni); la visione negativa della civiltà è la tematica
preferita. Nel 1823 Bello pubblica “Alocución a la Poesía”, composta
da frammenti di un poema che inizialmente voleva chiamare “America”;
in questa silva il poeta invoca la poesia affinché lasci l’Europa e venga
verso le nuove nazioni che stanno nascendo in America. Nel 1826
pubblica una nuova silva, “A la agricultura de la zona torrida”, in cui
emerge una coscienza e orgoglio nazionale, attraverso le descrizioni del
paesaggio, ma anche ricordando il passato indigeno dell’America.

21/03
“A la agricoltura de la zona torrida”: componimento in silva, con forti
richiami ad autori latini come Virgilio, Lucrezio e Orazio, infatti già nella
prima strofa vediamo un latinismo (Salve). Saluta una zona fertile e
parla di questo paesaggio, dandogli del tu, quindi c’è una
personificazione della natura. Nella prima parte della poesia fa un
elenco delle caratteristiche che compongono la sua terra, soprattutto per
quanto riguarda flora e fauna, ad esempio parla dell’agave, pianta da cui
si ricava il vino “pulque”, o altre piante come gualda, nopales… Fa poi
anche riferimento ad Anahuac, luogo di origine azteca. Vediamo che la
scelta dei termini non è casuale, infatti usa parole di origine indigena,
soprattutto per i nomi di flora e fauna, perché rimandano in maniera più
chiara ad un contesto americano.
Successivamente contrappone la calma, la serenità e fertilità della
campagna al rumore assordante e senza senso della città, dicendo che
per arrivare alla vera serenità è necessario abbandonare i vizi delle
“misere città”. Nella sua critica Bello non si riferisce ad una città precisa
ma al concetto generale. Inoltre, sostiene che la città ha una bellezza
che inganna, al contrario della campagna. Poi porta come esempio
Roma, che secondo lui ha educato l’uomo a crescere non come città ma
come comunità, la quale cresce e si sviluppa anche nella campagna. A
questo punto si rivolge all’uomo, consigliando di rompere il duro
incantesimo che lo tiene intrappolato tra le mura della città e sottolinea
di nuovo la sua posizione di forte critica allo sviluppo urbano che
distrugge la natura, sperando che il suolo torni ad essere dominato dalla
mano dell’uomo. Rammenta infine due capi indiani Atahualpa e
Montezuma, morti nelle lotte di d’indipendenza. Bello vede queste lotte
dal punto di vista spagnolo e cita anche i nomi di alcune delle battaglie
principali (Boyacá, Maipo Junín) per l’indipendenza contro il leone della
Spagna, leone perché simbolo di forza e rappresenta appunto
l’emblema spagnolo.

Bartolomé Hidalgo
Nacque nel 1788 in Uruguay e morì di tubercolosi a 34 anni in Argentina
nel 1822. Figlio di genitori argentini, del vicereame Rio de la palta, e
legato alla famiglia di Artigas, eroe de “Banda Oriental” (Uruguay). Iniziò
gli studi dai francescani. Nel 1806, quando iniziarono le invasioni inglesi,
lascerà il suo lavoro per arruolarsi nel Batallón de “Partidarios de
Montevideo” e combattere contro gli inglesi. Nel 1811 scoppia la
rivoluzione per l’indipendenza contro la Spagna e combatterà anche in
questa battaglia, arruolandosi con Artigas. Lo scopo suo e di Artigas era
arrivare ad una Repubblica federale, quindi un governo autonomo senza
potere centralizzato. Queste idee iniziano a comparire anche nella sua
poesia, una poesia di tipo prettamente politico come vediamo in
“Marcha Nacional Oriental”, scritto per commemorare l’armistizio con
la Spagna. Artigas dichiara così l’indipendenza della Banda Oriental
anche se non era stato accettato dalla giunta. Hidalgo aveva partecipato
a tutte queste vicende attivamente e su questo scrive alcuni CIELITOS,
componimenti popolari spesso accompagnato da musiche e ballo,
scritto in romance.
Si trasferisce a Montevideo e viene eletto come ministro dell’economia.
Questo primo governo in Uruguay durerà poco per i vari problemi: i
portoghesi volevano colonizzare più territori; Spagna e Argentina non
accettavano la repubblica della Banda Oriental. Nel 1816 i portoghesi
invadono con successo la Banda Oriental e la annetteranno al Brasile
fino al 1821 con il nome di “Provincia Cisplatina”. Chiaramente per
Hidalgo e Artigas questo fu un lutto, che sfocerà anche nella poesia e
teatro di Hidalgo, “Sentimientos de un patriota” e “Libertad civil”.
Contemporaneamente diventerà direttore della rivista “La casa de
comedia” dove stimolerà la messa in scena. Nel 1820 si sposa. Nel
1802-1822 fa conoscere una serie di dialoghi, “Dialogos gauchescos”
→gaucho è l’allevatore, cowboy che costituisce la Pampa argentina;
questi gauchos hanno lasciato una poesia popolare facendo anche sfide
poetiche “la payada”. Il primo a scrivere di questi gauchos fu José
Hernández con “Martin Fernandez”, poema epico diviso in due parti.
Anche se Hidalgo può comunque essere considerato padre di questa
letteratura, soprattutto per i dialoghi patriotici dove i personaggi parlano
con un linguaggio popolare. Pubblica prima di morire “Relaciòn que
hace el gaucho Ramon Contreras a Jacinto Chano”, una poesia
storica-politica-militante. Inoltre, Ramon Contreras tornerà in altri testi di
Hidalgo, primo poeta creolo e primo poeta gauchesco. Lui non solo usa
un linguaggio popolare e familiare ma ne trascrive anche la pronuncia e,
cosa molto importante, anche se siamo in periodo neoclassico, lui
rompe col classicismo senza abbandonarlo del tutto.
22/03
Cielito: è un componimento poetico in versi ottosillabi con rime
assonanti nei versi pari, esattamente come il romance della tradizione
spagnola. Si diffuse nella zona di Rio de la plata nel periodo
dell’indipendenza. Però il cielo è anche una forma musicale rioplatense,
utilizzata come base per la danza di coppia, ed è proprio a questo che si
adatta la poesia patriottica popolare. Nella letteratura di Hidalgo la
matrice patriottica è fortissima, con un costante e forte richiamo alle lotte
per l’indipendenza, lo vediamo ad esempio quando parla di alcuni
personaggi ed eventi storici con grande precisione: durante le guerre
napoleoniche molti in ispano America presero parte nella difesa della
Spagna per poi cambiar rotta ed iniziare a lottare per la propria
indipendenza, tra questi c’era José de San Martin che iniziò la
campagna di liberazione del Peru, poi finita da Bolivar; Artigas invece
condusse alla lotta i gauchos della Banda Oriental, vincendo nel 1812 a
Montevideo, per questo è considerato il fondatore della repubblica
uruguaiana.

“Cielito patriótico del gaucho Ramón Contreras, compuesto en


honor del ejército libertador del Alto Perú”: Incomincia in maniera
ironica, burlandosi di Fernando VII, il re spagnolo, e capiamo che sono
in atto le rivolte contro il potere spagnolo. Il generale San Martin è il
generale che con Bolivar libererà il Perù. I primi quattro versi sono
ottonari e ripete costantemente un ritornello, “cielito cielo que sí”, dà
ritmo e richiama una musicalità, alleggerisce il componimento
nonostante l’argomento serio. Joaquin de la Pezuela era capo
dell’esercito spagnolo e inoltre era diventato viceré del vicereame del
Perù. O’Relly era un inglese inizialmente vicino al re spagnolo, infatti ne
conduceva le truppe che verranno abbattute da San Martin. Quando
parla di “indios amargos” vuole sottolineare lo sfruttamento a cui queste
popolazioni furono sottoposte. Don Juan Antonio Arenales, argentino
che lotta con gli indipendentisti e contribuisce alla sconfitta di O’Relly.
Rime semi consonantiche: armada-qubradas, día-cobardías… La sua
ironia non è semplice da capire, infatti utilizza espressioni molto
popolari. Lord Cochrane fu ufficiale della marina britannica e cambiò
schieramento ponendosi in difesa degli indipendentisti. Chiude con la
promessa di scrivere una canzone con la quale verrà celebrata
l’indipendenza finale.
“Cielito de la independencia”: Evidente rima assonante. I popoli
dell’unione erano formati da alcune province dell’Argentina, la Banda
Oriental e una provincia della Bolivia, e avevano lo scopo di ottenere
l’indipendenza, e di questi popoli il cielito deve essere il canto, perché
con esso si canta la libertà. Infatti, la dipendenza da una potenza
straniera li faceva sentire come schiavi. Guerra eterna al despotismo. Il
cielo serve a comunicare un bisogno di pace e chi la cerca nella
discordia non troverà mai la serenità. Meglio la morte che la schiavitù.
“Cielo nos da la paz”: si riferisce sia al cielo stesso in senso di
provvidenza, che alla canzone che ha contribuito a diffondere l’idea del
bisogno d’indipendenza e di unione.

José María Heredia


Nasce a Santiago de Cuba nel 1803; i genitori avevano lasciato le loro
terre d’origine a causa di una rivolta e della conseguente invasione
spagnola, e questo per Heredia sarà il primo di tanti episodi di
spostamento che caratterizzeranno la sua vita. Nel 1806 lui e i genitori
dovettero lasciare Cuba per trasferirsi in Florida, dove rimasero fino al
1809; l’anno seguente lui e la famiglia si traferirono in Venezuela, dove a
causa della guerra, dovettero cambiare residenza diverse volte. Nel
1817 tornarono a L’Avana per poi trasferirsi a Città del Messico. Nel
1820 il padre morì, lasciando però Heredia con un’ottima educazione,
infatti nonostante gli spostamenti, per il padre era fondamentale che
Heredia avesse una formazione. Iniziò a studiare diritto e in questo
periodo scrisse anche la sua prima opera drammatica: “Eduardo IV o el
usurpador clemente”. Tuttavia, la sua genialità la dimostrò a 18 anni
quando iniziò a collaborare con delle riviste e iniziò a pubblicare, tra cui
anche una delle sue poesie più importanti “En el teocalli de Cholula”.
Così si conclude la prima parte della sua vita e produzione, e vediamo
che per quanto riguarda le opere, le tematiche principali di questa prima
parte sono: la poesia civile, poesia d’amore, poesia filosofica e morale.
La seconda tappa inizia con il suo ritorno a Cuba nel 1821 che produsse
un cambiamento decisivo nella sua vita, infatti mutò il suo concetto di
patria: se fino a quel momento la Spagna era la patria, così come gli
aveva anche insegnato il padre, ora inizia a considerare la sua identità
americana e infatti aderì ad un gruppo cubano che maturava
l’aspirazione d’indipendenza. Furono anni molto intensi per lui, ottenne il
titolo di avvocato e diresse il suo primo periodico letterario, “Biblioteca
de damas”, e al contempo decise di entrare nella società segreta
rivoluzionaria “Caballeros racionales”, un ramo della cospirazione
chiamata “Soles y rayos de Bolivar”. Quando le autorità spagnole
scoprirono questa cospirazione Hereidia fu costretto a nascondersi e
fuggire negli Stati Uniti dove rimase dal 1823 al 1825. In questi anni di
esilio lavorò come professore, scrisse la sua famosa “Oda al Niágara” e
ricevette gli elogi di Bello che lo risollevarono dallo sconforto. Questa
seconda tappa si concluse in Messico, nonostante il breve lasso di
tempo (1821-1826) fu molto produttiva perché Heredia scrisse
composizioni molto importanti, tanto da esser considerato il primo poeta
capace di esprimere la coscienza nazionale cubana e un forte desiderio
di libertà. La terza ed ultima tappa si sviluppa in Messico, dove fu ben
accolto. Qui lavorò molto nella letteratura, giornalismo e politica, infatti
divenne magistrato. Nel 1826 poté tornare a Cuba per tre mesi per fare
visita alla madre, ma per ottenere questo permesso dovette rinnegare i
suoi ideali indipendentisti. Morì in Messico nel 1839.

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Vediamo che nella sua produzione c’è una transizione tra romanticismo
e neoclassicismo. Sono presenti elementi che rimandano al
romanticismo, sia nella poesia che nella prosa di Heredia. Lui ha una
formazione neoclassica spagnola, legge soprattutto Juan Melendez
Valdes, ma è anche appassionato di scrittori romantici come
Chateaubriand, Lamartine ed inoltre sarà lettore e traduttore di Foscolo.
La vena neoclassica nelle sue opere si vede dall’ideologia, cioè la voglia
di giustizia e libertà, e dalle figure retoriche. Anche la ragione però è
fondamentale, ha una forte tendenza didattica e moralizzante. Allo
stesso modo sono presenti anche tratti lontani dal neoclassicismo, come
la personificazione del paesaggio, il quale diventa soggetto e viene visto
attraverso l’anima, o anche il fascino nei confronti della notte e degli
elementi crepuscolari, evidenti soprattutto nella poesia, così come
anche gli elementi sepolcrali (anche per questo traduce Foscolo), e tutti
questi sono elementi tipicamente romantici.
Il poeta Angel Augier fu anche uno studioso della poesia ispano-
americana e cubana, e vide in Heredia entrambi gli aspetti, neoclassici e
romantici, ritenendoli in qualche modo legati e rapportati ad una visione
del mondo che cambia nel corso della vita: in un primo momento è
legato alla Spagna, e questo esprime l’aspetto neoclassico,
successivamente però, se ne distaccherà adottando una visione più
rivoluzionaria e rispecchiando così il romanticismo americanista.
“En el Teocalli de Cholula” e “Al Niagara” sono due delle silvas più
famose di Heredia. Nel primo esprime il suo disaccordo per i sacrifici
che venivano fatti, nel secondo parla della grandezza del paesaggio che
gli riporta alla mente Cuba, e paragona il paesaggio a lui attuale (quello
dell’esilio) con quello di Cuba e vediamo emergere la nostalgia per ciò
che ha perso (tratti romantici).

“En el Teocalli de Cholula”: Teocalli, che significa “tempio” in Nahuatl,


è una piramide mesoamericana in cima alla quale si trova un tempio;
Teocalli de Cholula è la piramide più grande del mondo, tre volte
superiore a quella di Cheope, e dedicata al dio Quetzalcoatl.
Vengono evocati la piramide e tre vulcani, inoltre descrive i riti e i
sacrifici umani che venivano eseguiti nella piramide, e spiega i cicli che
scandivano i tempi (il nostro è il quinto ciclo, “sole”). I sacrifici servivano
a mantenere in vita gli dei, così da poter mantenere stabile il mondo.
La silva inizia con una lode verso gli aztechi, di cui descrive ricchezza e
fertilità. Descrive inoltre i vulcani, i campi fino al giungere della sera
quando il sole tramonta dietro al vulcano. Con la comparsa delle stelle,
inizia per lui l’ora più bella e benefica per la sua anima, sofferente per
l’esilio. Passa poi alla descrizione della piramide, parlando quindi anche
dei sacrifici e dei riferimenti alla guerra; critica così sia gli aztechi che gli
spagnoli. Torna poi a parlare del vulcano, e del tempo che passa e
inesorabilmente distrugge la civiltà, facendo quindi un confronto tra la
fugacità di questa e l’eternità del vulcano. Il senso che vuole trasmettere
è che tutto perisce per legge universale, anche il mondo, e vuole
proporre questo insegnamento, simile al pensiero azteca.
Non è semplice comprendere la poesia a causa dell’uso frequente di
iperbati.
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“Oda al Niagara”: Il componimento è formato da versi endecasillabi
con rima assonante. Vediamo che anche in questo caso Heredia
descrive un’ambientazione prettamente americana. Secondo l’autore la
poesia viene da un dono divino, è quindi un’emozione che spinge alla
creazione poetica. Mette in contrasto tra la bellezza delle cascate e la
loro pericolosità, ha amato il pericolo ma nulla lo ha impressionato in
quella maniera.
Iperbato nel 8° verso: mano spietata e accanita del dolore mi aveva
rubato→ dolore per le sue varie peripezie.
Ci sono anche forti richiami alla letteratura classica greca: destino cieco
ed immutabile, concetto che non esiste nel pensiero cristiano perché
l’uomo è dotato di libero arbitrio, più avanti viene citato Febo, altro nome
di Apollo. Vediamo però che a questi tratti neoclassici si contrappongono
subito dei tratti vagamente romantici come ad esempio quando parla
della violenza dell’acqua, onde che sbattono tra loro e poi scompaiono,
movimento furibondo e rumoroso; o anche dell’attaccamento alla sua
patria: Non riesce ad abbandonare la sua Cuba. Ricordo che spezza la
visione e attenzione, riportandolo in un altro contesto, e rivediamo la
poesia che suscita sentimenti. Passa così dall’osservazione della natura
al ricordo di cosa è avvenuto in quella terra: la violenza non sta nella
natura, ma in chi è venuto e ha martoriato il territorio e la popolazione
con la scusa della religione, quindi si riferisce alla violenza contro i nativi
che non volevano sottomettersi al potere spagnolo, e proprio per questa
scusante ritiene ancora più inaccettabile questa violenza verso le
popolazioni. I filosofi bugiardi a cui fa riferimento nelle strofe successive,
sono i filosofi dell’illuminismo che volevano spiegare il mistero divino con
razionalità, ma questo non è possibile.
Si rivolge di nuovo alla natura, nella sua bellezza lui vede la mano
divina, contrapposta agli orrori dell’uomo.
Vediamo un altro aspetto neoclassico in una metafora dei fiumi di Jorge
Manrique (“Nuestras vidas son los ríos que van a dar en la mar, que es
el morir”), autore della tradizione spagnola, o anche in alcuni arcaismi
(ruga/ rugar invece di aruga=appassita)
Contrappone quindi subito altri elementi romantici come la confessione:
emerge la sua situazione attuale, la sofferenza per la solitudine e l’esilio,
il non avere una persona amata; ma anche un desiderio di immortalità,
spera che i suoi versi durino nel tempo, così come le cascate del
Niagara.

José Martí

Nasce a L’Avana nel 1853, e muore in battaglia nel 1895, lottando per
l’indipendenza di Cuba. Infatti, nasce in una delle ultime due colonie
spagnole: Cuba e Portorico. Il suo sogno era la fratellanza tra i vari
paesi americani, in cui ci fosse il riconoscimento del valore di ogni
cittadino e non più divisione in classi.
Nasce in una famiglia modesta; durante le scuole medie trovò come
insegnante un importante esponente del romanticismo, che capì subito il
talento di Martí, e lo spronò a continuare gli studi e a comprendere
l’oppressione politica dell’essere colonia. Nel ’68 il maestro finisce in
carcere, fu un duro colpo per Martí, che condivideva con lui il sogno di
vedere Cuba libera, e proprio per questo anche Martí fu arrestato e poi
obbligato ai lavori forzati in una cava, e tra i condannati come lui c’erano
anche anziani e bambini, e più prigionieri politici che delinquenti. Da
questa esperienza si convince ancora di più di dover lottare per
l’indipendenza. In questi 6 anni vedrà anche che non venivano curati i
prigionieri. Venne poi esiliato in Spagna, dove scriverà una denuncia per
mostrare cosa avveniva a Cuba, così come tutta la sua vita la
impiegherà per lottare per il suo scopo. Si sposterà in Messico,
Guatemala in cui intreccerà una relazione amorosa, New York,
Venezuela fino al 1880 quando poi deciderà di tornare definitivamente a
New York. Tornerà solo 3 volte a Cuba; la permanenza qui gli
permetterà di concretizzare la sua idea sull’America contro il razzismo,
con una visione che anticipa i tempi. Vede comunque gli USA come
mostro e contrappone il loro materialismo allo spiritualismo ispanico. La
sua permanenza negli USA è un sacrificio che fa per difendere i suoi
ideali. Nonostante il sogno di vedere Cuba indipendente dalla Spagna
non è un fanatico: lui ha ammirazione e affetto per la Spagna, tuttavia
considera inaccettabile la situazione a Cuba. Sarà citato anche da Fidel
Castro.
11/04
La sua poesia è fluida e musicale. La sua opera giornalistica e in prosa
è più vasta di quella poetica e questo è dovuto al suo importante
intervento politico, che prende come una missione. Non si riferisce solo
a Cuba ma a tutto il continente americano, dove riconosce tanti elementi
che uniscono le varie nazioni, come la lingua. In un viaggio in Messico
scopre le culture preispaniche, questo sarà per lui molto importante
perché del mondo cubano non ci sono resti a causa di un genocidio
molto cruento.
L’idea del progresso era annientare la parte selvaggia, gli indigeni, a
favore di quella europea più civilizzata, a questa idea di Sarmiento
(autore di “Facundo o civilization y barbarie”) lui si opporrà
nettamente e solleva una critica dicendo che non si tratta solo di
opposizione tra civiltà e barbarie ma di falsa erudizione, perché
applicare a quelle terre le idee di un altro mondo è inutile, bisogna
trovare soluzioni proprie, adattabili a quel territorio. Infatti, a favore di
questa idea Martí diceva: “America se salvarà con sus indios o no se
salvarà”. Altro elemento importante è la volontà imperialistica degli Stati
Uniti, che lui vede come una minaccia. Nelle sue opere di prosa ci sono
scritti sui problemi raziali, scritti profetici in cui si rifiuta di identificare gli
uomini in base al colore della pelle, come vediamo in “Mi raza”.
Per quanto riguarda la poesia, troviamo molti tratti personali,
“Ismaelillo” racchiude le poesie legate al figlio, Ismael. Anche qui
troviamo l’elemento sociale, perché la poesia non si può considerare
lontana dalla società, poiché è espressione dello spirito collettivo, non
solo individuale, e spesso il poeta esprime il pensiero collettivo della
società.
“Odio el mar”: nel mare lui non distingue la vita, e per lui un valore
fondamentale è la vita. Estensione di acqua non vitale, infatti il mare è
metafora della morte, richiama i versi di Jorge Manrique: “nuestras vita
son los rios que al mar se van a morir”.
“Sueño despierto”: vede una grande distesa di mare, elemento
negativo, e all’improvviso compare un’immagine vitale: un leone
cavalcato da un bambino. Questa metafora si traduce come il suo sogno
di un’armonia tra gli esseri della natura.
Le opere poetiche sono: “Ismaelillo” (1882), “Versos sencillos”
(1891), “Versos libres” pubblicata postuma. La critica vede come nella
sua poesia ci sia la necessità di arrivare al cuore del lettore; rifiuta
l’ermetismo, vuole la chiarezza, e venne associato a Lope de Vega,
brillante autore del siglo de oro. Le tematiche sono svariate: mondo
della natura, come ad esempio contrapposizioni tra mare e deserto,
esseri viventi come simbolo della vita, ad esempio il bambino che gioca
è uno degli elementi più emblematici della vita.
La sua poesia è legata dapprima al barocco spagnolo e poi al
romanticismo, lo vediamo nella proiezione dell’io sulla natura. Tuttavia,
viene anche considerato precursore del modernismo, infatti secondo lui
forma e lingua dovevano essere un tutt’uno. Al contrario di Dario, Martí
preferisce l’universale all’esotico.
4 tappe fondamentali della sua vita:
1. fase cubana: dalla nascita fino al 1870
2. fase spagnola: 1871-1874
3. esilio in Messico, Guatemala e Spagna 1875-1879: si muove in
queste terre ispaniche, e saranno anni molto formativi
4. New York, 1880- morte: fase importante perché sviluppa
maggiormente tutte le sue teorie; crea una rivista letteraria
dedicata ai bambini “La edad de oro”. Da lontano segue una serie
di lotte a Cuba: la guerra de los 10 anos 1868-1878, la guerra
chiquita 1879-1880, la guerra necesaria 1895-1898, senza però
vedere l’indipendenza del ’98 perché muore nel 1895.

“Nuestra America”: ci spiega la sua visione, quello che lui considera


la sua patria, ovvero l’intero continente. Parla attraverso immagini e
metafore: il piccolo paese che non riesce a guardare oltre il suo recinto,
non vede che ci sono dei giganti pronti a schiacciarlo; non capisce che è
un momento di lotta e bisogna combattere come gli eroi di Juan de
Castillanos (“Elegia de hombres illustres”). Le armi dell’intelletto
vincono le altre, le trincee di idee valgono più che le trincee di pietra→
metafore e immagini che stimolano il lettore e rappresentano
pienamente la sua idea di rivoluzione.
I popoli che non si conoscono devono affrettarsi a farlo perché dovranno
combattere insieme: è quasi un ordine che lui sta dando, un invito alla
fratellanza, all’unione senza litigi.
18/04
Nella sua opera “Nuestra America” Martí propone una divisione in
paragrafi. Dall’unione di sequenze narrative che va a formare il testo,
emerge un’idea di fondo sulla sua patria.
 paragrafo 1: il primo pensiero che emerge è la resistenza, ciò
che resta del paesano d’America deve svegliarsi per
sopravvivere.
 Paragrafo 2: il capire è fondamentale per ogni movimento. Il
punto chiave è l’unione dei paesi americani, che contribuisce
alla forza dell’identità americana. Unità, conoscenza e
fratellanza sono le parole chiave.
 Paragrafo 3: Nordamericani ed europei sono i paesi
considerati superiori. Martí parlerà di “nordomania, ovvero del
fascino che gli stati uniti riescono a suscitare; ci sono paesi
che vogliono imitare queste popolazioni superiori, questo è
sbagliato secondo l’autore perché così facendo rinnegano le
proprie radici. Il concetto fondamentale che emerge è
l’orgoglio e la fierezza delle proprie radici.
 Paragrafo 4: Non si possono importare le leggi da fuori
perché sono state pensate per altri popolo e altri territori.
 Paragrafo 5: contesta Sarmiento. Riferimento ai tiranni.
Chiamata a conoscere e creare.
 Paragrafo 6: si concentra sull’azione di conoscere, un
compito fondamentale. Conoscere e poi insegnare come
governare. È importante insegnare la propria storia, dei paesi
ispanici e non quella europea. C’è una ripetizione
dell’aggettivo “doloroso”. Conoscere il proprio paese e poi
governarlo è l’unico modo per liberarlo dalle tirannie.
 Paragrafo 7: si focalizza sulla diversità dei componenti del
mondo americano, è difficile riunirli e armonizzarli ma questo
è un altro importante compito da portare avanti
 Paragrafo 8: bisogna fare causa comune con gli oppressi.
Figura della tigre paragonata alla colonia, che ha continuato
a vivere anche nei tempi della repubblica. L’unico paese in
America che ha preso coscienza è stato il Messico, che con
impegno modificò la situazione, tentando di migliorarla.
 Paragrafo 9: questi paesi si salveranno, perché in America
sta nascendo l’uomo reale.
 Paragrafo 10: parla del passato, di come l’uomo fosse una
finzione: mani da damerino e fronte da bambino. Conoscersi,
studiare l’altro e anche criticare, perché la critica è salute.
Finisce con un’intuizione di una poesia americana, facendo
riferimento a Zorilla.
 Paragrafo 11: affronta una tematica accennata in
precedenza, tocca il tema degli Stati Uniti, che sono il
pericolo del presente. Mette in guardia, e sostiene che l’arma
fondamentale per difendersi da questo pericolo è farsi
conoscere.
 Paragrafo 12: si concentra sull’antirazzismo. Per lui era
fondamentale che si capisse che non esistono razze, e di
conseguenza non può esistere un odio tra razze.
19/04
Cintio Vitier è stato un grande poeta cubano che ha lasciato una grande
opera ed è stato direttore de “Las casas de las Americas” premio
molto apprezzato in America, si dedicò alla diffusione della letteratura
cubana, interessandosi a Martí, dedicando una sezione speciale dei
suoi saggi agli articoli che riguardano gli Stati Uniti. Martí spesso inviava
i suoi articoli al giornale “La Nación” de Buenos Aires.
“L’eccidio degli italiani”: è uno degli articoli scritti da Martí per “La
Nación” de Buenos Aires, scritto a New York nel 1891. Si riferisce ad un
avvenimento accaduto pochi giorni prima, quando degli italiani erano
stati accusati di essere complici di un crimine e vennero incarcerati in
attesa di giudizio. Per le strade si sollevò una rivolta contro gli italiani,
tanto da arrivare a buttare giù le porte del carcere ed uccidere
ferocemente quelli detenuti. In quegli anni l’emigrazione italiana verso gli
Stati Uniti era molto forte, e infatti questi si riunivano e ghettizzavano. Il
problema si creò quando due famiglie italiane si scontrarono tra loro e
questo scontro provocò la morte di un uomo. Non c’erano prove
concrete della colpa di questi italiani, i quali però vennero ritenuti
colpevoli anche a causa di un gruppo di persone contrario
l’immigrazione. I migranti erano guardati come elemento di disturbo
dell’ambiente e coloro che erano contrari a queste migrazioni riuscirono
a incitare la folla contro gli italiani. Martí mette in primo piano la sua
indignazione per ciò che è accaduto, mettendo in evidenza questa
forma di razzismo prima contro gli indios e poi contro le altre minoranze.
Focalizza alcune personalità che per lui sono importanti esempi da
seguire come Emerson e Walt Whitman.
“Il poeta Walt Whitman”: 1819-1892, vive in pieno periodo romantico
però la sua poesia va molto al di là dei tratti romantici, ad esempio
introduce un linguaggio quotidiano, mescola elementi filosofici con quelli
del quotidiano, una totale novità, crea quindi una poesia “antipoetica”.
Conosciuto solamente in nord-America, Martí fu fondamentale per la
diffusione di questo autore anche in territorio ispanico, questo desterà
interesse tanto da fare diventare Whitman un punto di riferimento per
molti poeti ispano-americani. Whitman era dichiaratamente
omosessuale, questo gli costò la censura, infatti la sua opera “Fogli
d’erba” era stata proibita. Martí ne esalta la sua grandezza lirica e
capacità di cantare la natura ma, oltre a questo, apprezza l’esaltazione
del corpo, il corpo come fonte di piacere, uno dei temi tabù, così come
anche quando parla degli amici amanti. Martí lo esalta perché ovunque
c’è amore c’è un elemento positivo, e tra l’altro mostra incredibile
lungimiranza per essere nel 1800. Inoltre, lo associa a Saffo, poetessa
greca che cantava l’amore omosessuale, riconfermando la forte
capacità di andare controcorrente. Whitman dà ascolto alla voce
interiore, una voce segreta dell’inconscio che dà luce alla poesia. Poesia
indispensabile per l’equilibrio psichico dell’uomo, infatti Martí afferma
che la poesia è più importante dell’industria perché, se questa ci
fornisce elementi di sussistenza, la poesia infonde il desiderio e la forza
della vita, per questo è essenziale per il mondo.
Poesie da “Versos sencillos”
“Yo soy un hombre sincero”: Tutto il componimento è fatto di quartine
con versi ottonari, verso della tradizione popolare scelto appositamente,
e rime consonanti. La palma è l’albero tipico della zona e lui la sceglie
come simbolo della sua terra. La prima virtù che lui vuole sottolineare di
sé stesso è la sincerità, perché la considera il più grande pregio umano.
Produce un gioco anaforico di ripetizioni di parole che costituisce anche
una forma di richiamo retorico di alcuni concetti e di musicalità popolare
(esempio: arte soy entre la artes). Lui vuole sottolineare questo suo
vivere nel centro della natura e in armonia con essa, stessa cosa che
vedeva e ammirava in Whitman, e vedeva arte e natura come un
binomio. La terza strofa si divide in due parti: la prima sulla natura, la
seconda sui sentimenti umani. Abbiamo una sorta di racconto personale
in cui spiega il suo rapporto con la poesia e l’ispirazione poetica (llover
sobre mi cabeza los rayos de lumbre pura); c’è una sorta di parallelismo
tra Omero che invocava la musa per essere ispirato e lui che in qualche
modo viene pervaso dalla luce divina. Cerca di focalizzare diversi
sentimenti: paura, gioia (quando il giudice lesse piangendo la sua
sentenza di morte), sintonia e amore per il figlio quando lo sente
sospirare, amicizia che arriva all’amore come in Whitman. La vita nella
natura non manca mai, c’è sempre testimonianza. Il dolore più grande
per lui è non vedere l’indipendenza del suo paese e vedere sempre
Cuba sottomessa a una potenza esterna.
“Si ves un monte de espumas”: nel quinto componimento della
raccolta spiega l’importanza del verso e ne dà un’idea. Paragona il
verso ad un bosco, un pugnale che getta fiori, e la forza dell’acciaio che
forgia la spada.

20/04
Ruben Darío e il modernismo

Il modernismo è una corrente che ha radici europee, tuttavia


rappresenta una rivoluzione ispano-americana, perché, per la prima
volta, un movimento ispanico influenzerà la Spagna e non il contrario
come di consuetudine. Di questo parlerà Max Henriquez Ureña nella
sua opera “El retorno de los galeones”: il titolo è già emblematico in
quanto Ureña vuole indicare il ritorno in patria dei galeoni dei
conquistadores, che portano con sé anche questo nuovo movimento.
Tuttavia, questo movimento produce un cambiamento radicale sotto più
punti di vista, non solo letterario bensì anche artistico, architettonico,
ecc. Nonostante la pluralità di modernismi, esistono dei principi
fondamentali comuni, come ad esempio la libertà di creare, ribellandosi
alle imposizioni delle accademie. Rappresenta anche una reazione
contro i modelli stanchi del post romanticismo, senza disprezzare però
l’anima romantica, infatti a fine 1800 inizi 1900 il problema del
romanticismo erano le forme di espressione, ormai ripetute e non più
creative, e oltre a questo si cercava di dare una maggiore definizione
d’indipendenza ispano-americana.
→Non ha niente a che vedere col “modernism” inglese, né con quello
lusitano nato in Brasile.
Questa nuova corrente è caratterizzata da un’estetica molto definita,
porosa e sincretica, che riunisce varie fonti e da cui possono uscire altre
varianti.
Octavio Paz considera il modernismo come un “romanticismo povero”
influenzato da:
 gnosticismo → movimento filosofico del II secolo dC che nasce
con l’idea secondo cui l’uomo vive come se fosse addormentato e
quindi non può conoscere e sapere. Inoltre, secondo questo
movimento, il mondo sarebbe stato creato da un dio minore,
spiegando così l’imperfezione di questo mondo, e solo
“svegliandosi”, quindi attraverso una rivelazione l’uomo potrà
conoscere
 orfismo →culto di Orfeo, sempre connesso al mondo onirico
 teosofia →dottrina filosofico-religiosa che tende a combinare la
conoscenza mistica con l'indagine scientifica, facendo derivare la
conoscenza della natura da quella dell'essenza divina, reperibile
nei testi sacri o posseduta per un'illuminazione diretta della
divinità.
José Martí è uno degli scrittori considerati premodernisti, come Julian
del Casal (1863-1893), José Asunción Silva (1865-1896), Manuel
Guiterrez Nájera (1859-1895). Ruben Darío nasce nel 1867 e muore nel
1916, al contrario degli altri che morirono tutti prima del 1900, per
questo viene considerato padre e precursore del modernismo, tuttavia
ognuno di loro creò qualcosa di nuovo.

Rubén Darío
Nasce e muore in Nicaragua (1867-1916), il suo vero nome è Felix
Ruben García Sarmiento, ma già da giovanissimo inizia a scegliersi
degli pseudonimi. Incomincia a scrivere nel 1875 e si rivela subito un
prodigio. Nel 1881 pubblica già una raccolta di poesie e pochi anni dopo
nel 1885 incomincia a lavorare nella segreteria della presidenza della
repubblica. Grazie a questo lavoro inizia a viaggiare e nel 1886 viene
mandato in Cile come giornalista e, iniziando a spostarsi dal centro al
sud America, aprirà i suoi orizzonti. Nel 1888 pubblica il suo primo libro
“Azul”, come il colore dello spirito e chiamandolo così denunciava la sua
necessità di fare arte. Nelle sue opere lui non parlava di elementi
concreti della società ma voleva trasportare il lettore fino all’essenza
dell’arte. L’anno successivo si trasferisce a Buenos Aires continuando a
viaggiare sempre come inviato dei giornali, per poi spostarsi in
Guatemala, Nicaragua di nuovo, e infine Cuba, portando sempre il
messaggio dell’arte nuova. Torna in Argentina, e qui gli verrà offerto un
posto di lavoro al consolato argentino in Colombia, avvicinandosi così al
fine di Martí di riunire tutti i paesi ispanici. Nel 1896 pubblica “Los
raros”, un libro di saggistica dove analizza scrittori che propongono una
visione differente come Edgar Allan Poe. Pubblicherà anche “Prosas
profanas”, in cui Darío si soffermerà su tutto ciò che è squisito e
raffinato, ma che soprattutto sarà fondamentale per l’insurrezione del
modernismo. José Henrique Rodó accusò Darío di mettere poca
America nelle sue opere, dicendo anche che era sicuramente un grande
poeta ma non il poeta d’America come lo avevano definito; in risposta a
questo Darío gli dedicò il suo libro successivo “Cantos de vida y
esperanza”, in cui introdusse anche elementi americani, dimostrando la
sua apertura mentale e la possibilità di arricchimento attraverso le
critiche. Muore in Nicaragua nel 1916.
26/04/18
Il traduttore Roberto Paoli parla di poligenesi modernista, quindi origini
molteplici, è questo il grande contributo di Dario, ovvero creare qualcosa
che andasse oltre le influenze della Spagna. Alle caratteristiche del
modernismo come fluidità, suggestività e raffinatezza se ne aggiungono
altre come l’ironia, l’incredulità di fronte ad un mondo bellissimo ma
fittizio: questo perché non si vuole riprodurre la realtà, se ne produce
una nuova senza imperfezioni.
Dario inoltre individuò un luogo di rinascita che è fuori dalla tradizione
ispanica, Parigi, la quale diventa il centro di unione dei modernisti. Viene
riscoperta anche una tradizione spagnola genuina che era andata
perduta, autori come Gongora, San Juan de la Cruz, Lope de Vega e
tutto questo venne riportato nella poesia modernista. Altro aspetto
fondamentale era la musica, che produceva un fascino e un tono
accattivante della poesia.

“Era una aire suave”: viene utilizzato il dodecasillabo, un verso non


usatissimo, diviso da una pausa chiamata emistitio, ed è presente una
rima consonante alternata (abab), questo dà alla poesia una forte
musicalità. Questa musicalità viene incarnata da “fata armonia”. La
marquesa Eulalia è la protagonista del componimento e Dario ne mette
in evidenza i sorrisi e l’indifferenza, e di come Eulalia sia l’oggetto del
desiderio di due pretendenti. Viene messo in risalto il contrasto tra il
fascino di lei, descritta quasi come una divinità, e il suo lato meschino.
Capiamo che l’azione si sviluppa in un luogo nobile, un palazzo con un
giardino, forse Versailles.
“Termine”: è la statua che rappresenta questa divinità romana, la quale
proteggeva i confini e le proprietà terriere. Ci sono altri importanti
riferimenti al mondo classico: frecce di Eros, cinto di Cipride (Venere),
rocca di Onfale (regina di Eracle) → tutti simboli di seduzione e servitù
amorosa. Ma ulteriori richiami classici li troviamo nella strofa 13 quando
cita “Filomena”, metafora per che utilizza per indicare l’“usignolo”, infatti
Filomena venne trasformata in usignolo.
Eulalia rappresenta pienamente la donna seduttrice che però è capace
di distruggere, chiamata divina perché non scomparirà mai (rié todavia).
Figure retoriche: uso forte della ripetizione, epiteti, iperbati, metafore,
anadiplosi
“Sonatina”: viene utilizzato il verso alessandrino, con una rima
consonante. Già dal titolo ci anticipa che si tratta di un componimento
musicale. L’ambientazione è fiabesca, anche per gli elementi che lo
compongono (principessa, fata madrina, drago...). C’è anche una
ricreazione del mondo onirico che rappresenta la perfezione (tratto tipico
del modernismo). La protagonista del componimento è la principessa di
un paese esotico, che è infelice perché vuole essere libera. Vediamo la
forte contrapposizione tra questo mondo lussuoso ed opulento in cui
vive e la sua voglia di evadere soprattutto nella quarta strofa. La forma
ed il lessico restano in linea con l’eleganza e la raffinatezza che esprime
la poesia, infatti è evidente un’estrema ricerca dello stile raffinato,
soprattutto per la forma ed il lessico.

27/04
“El reino interior”: Inizia con l’epigrafe di Allan Poe. Dedicata a
Eugenio de Castro, amico di Dario e poeta portoghese. Dario era molto
affascinato da Domenico Cavalca, presente in “Los raros”. La poesia
inizia con una descrizione di un paesaggio, abbastanza misterioso. La
sua anima è prigioniera ma ad un tratto ha una visione: delle vergini
bellissime, fuori dalla realtà, come venute fuori da un quadro di Botticelli,
le quali rappresentano le sette virtù. Dall’altra parte ci sono 7 giovani,
descritti come adornati di seta, di rosso, pieni di oro, i quali
rappresentano i 7 vizi capitali. Cita quindi dei versi di Verlaine, da l’opera
“Crimen amoris”, in cui descrive i demoni di Ectabatana. I giovani, che
rappresentano la tentazione, provano a sedurre le donzelle, ma loro non
cedono e si allontanano. Rimangono quindi l’anima e le domande del
poeta a cui non trova risposta. Rappresenta così due parti dell’anima:
l’inconscio che sogna e la ragione che si interroga. La ragione
percepisce il sogno dell’anima: di essere portata via dalle vergini e dai
demoni. L’anima è attirata sia dalle virtù che dal peccato. Per esprimere
tutto ciò Dario ricorre sempre a tutta la cultura universale di cui dispone,
è proprio questo lo scopo del modernismo.
“Nocturno”: analisi più drammatica, dedicata al giornalista spagnolo
Mariano de Cavia. Parla a coloro che hanno ascoltato, vissuto a pieno la
notte, solo loro possono capire i suoi versi amari. C’è una differenza con
le poesie precedenti infatti usa i versi per sfogare il suo dolore.
Percepisce soltanto dolore e solitudine ed è addolorato dal non essere
ciò che avrebbe potuto essere. Questa poesia è importante perché si
oppone al solito Dario fantastico.
“Lo fatal”: già dal titolo vediamo che usa “lo” invece che “el”, questo
perché dà al sostantivo che segue un valore diverso, esprime meglio il
concetto, e in qualche modo trasforma un aggettivo in sostantivo. In
questa poesia spiega il dolore umano, che può essere rassicurato
solamente dalla fede religiosa. Dedicata a un amico, Remì Perez,
pianista cileno. Comunica il dolore di vivere, c’è una scala in natura, una
scala di sensibilità: i minerali non sentono nulla, i vegetali non soffrono,
gli animali soffrono e l’uomo soffre più di tutti. L’uomo è incosciente, non
sa da dove viene, né dove sta andando.
“Cantos de vida y esperanza”: dedicata a Rodò. Inizia la poesia
facendo riferimento alle sue opere precedenti e sottolineando il
cambiamento che è avvenuto in lui. I riferimenti classici o alle poesie
precedenti sono presenti però anche nelle strofe successive (strofa 18).
Egli confessa di non essere stato capito. Nessuno ha capito la bellezza
da lui creata.
“A Roosevelt”: lo chiama cacciatore. Emerge la tematica degli Stati
Uniti intesi come minaccia. Fa diverse citazioni tra cui Tolstoj, il quale
aveva denunciato il potere dei proprietari terrieri sfruttatori. Vuole
mettere in evidenza la voglia di conquistare. Mammon è sinonimo di
avarizia e ricchezza, Ercole di forza. Dario sente di avere Dio dalla sua
parte, al contrario degli Stati Uniti.

2/05
“Esquema generacional de las letras hispanoamericanas” di Juan
José Arrom, proponeva la letteratura ispano-americana dalle origini alla
sua contemporaneità, dividendo il tutto in generazioni letterarie,
seguendo la teoria di Ortega y Gasser secondo la quale ogni
generazione ha circa 30 anni: per esempio il modernismo lo chiamò
generazione del 1894; Neruda fa parte di quella del 1924→generazione
segnata da molti eventi come il manifesto del surrealismo di Breton.
Questa generazione è quella avanguardista e postavanguardista. La
tematica americana anche qui è molto importante. Ramon Lopez
Velarde è un autore messicano che rientra nella generazione del ’94 ma
in lui c’è già un passo avanti rispetto all’esotismo rubendariano, perché
lui è affascinato dal mondo che ha davanti ai suoi occhi, il mondo del
villaggio in cui è nato, la provincia messicana.
GENERAZIONE DEL ’24: nel panorama generale domina la prima
guerra mondiale. In spagna ci fu la dittatura di Primo de Rrivera, così
come fascismo in Italia e l’ascesa di Hitler e quindi la preparazione della
seconda guerra mondiale. Durante la guerra civile spagnola i paesi
ispano-americani sentono la sofferenza della Spagna e si recupera
questo senso della madre patria, infatti in America ci saranno diversi
scrittori che scrivono di questo, uno è Neruda che scrive “España en el
corazón”, ma anche Cesar Vallejo e Nicolas Guillén. Inoltre, in questi
anni si verifica il crollo della borsa che si ripercuote anche nei paesi
sudamericani, e sulle dittature: la famiglia Machado a Cuba, Trujillo a
Santo Domingo. In Perù invece c’è la creazione di un importante partito
politico fondato da Victor Raul Haya de la Torre, chiamato APRA:
Alianza Popular Rivolucionaria Americana; sarà molto importante la
creazione di questo partito di centrosinistra, che si rifà anche alle idee
del filosofo Mariàtegui, però riusciranno ad avere un solo presidente,
Alan Garcìa Pérez, eletto nel 1985 e nel 2006. La formazione di questo
partito diffonde nuove ideologie politiche, una apertura ideologica che
prima non c’era. Scoppia anche la guerra del Chapo, tra Paraguay e
Bolivia, e in Messico c’era stata la rivoluzione del 1910 che aveva
cambiato completamente la struttura politica e che creò anche un filone
letterario incentrato su questo. Dal punto di vista culturale ci sono
diverse innovazioni, tra cui la pubblicazione di un libro nel 1924 di
Sacheverell Sitwell chiamato “Southern baroque art”, in cui lui
focalizza il barocco in Spagna e Messico, mettendo in evidenza come il
barocco non era rimasto solo nei paesi europei ma grazie agli spagnoli
era approdato anche in America. Questo fa sorgere una riscoperta del
barocco artistico e letterario, creando una letteratura neobarocca dove, i
tratti del linguaggio complesso del barocco spagnolo, ritornano negli
autori ispano-americani. Altro elemento importante del periodo sono le
riviste culturali, che stanno attente a tutto quello che succede nel mondo
e stimolano l’insorgere di nuove tendenze letterarie. Tra queste le più
importanti sono:
 “Proa”: fondata da Borges nel 1922. In seguito a un periodo in
Spagna, decide di portare anche in sud America una nuova visione
della letteratura.
 “Martin Fierro”: prende il nome dal protagonista del poema di
José Hernandez. La scelta di questo nome è dovuta al tentativo di
restare fedeli alle proprie radici pur guardando al futuro e alla
contemporaneità e modernità. Nasce a Buenos Aires e a questa
collaborano Borges e Güiraldes che ripropose un romanzo con la
figura gauchesca
 “Revista de avance”: nasce a Cuba e durò molto tempo.
Collaborarono diversi autori importanti tra cui Alejo Carpentier
 “Contemporaneos”: fondata a Città del Messico, si
contrapponeva agli stridentisti. Quelli del contemporaneos
volevano una letteratura nuova che però fosse filosofica e che
portasse il lettore a meditare.

Pablo Neruda
Il suo vero nome era Neftalì Reyes Basolato, decise di usare lo
pseudonimo Pablo Neruda che poi diventerà ufficialmente il suo nome.
Era nato in una provincia del Cile nel 1904; perse la madre quando
aveva un mese, morta per tubercolosi. Il padre, dopo questo evento
tragico, si trasferisce a Temuco e si risposa poco dopo con un’altra
donna che Neruda chiamerà mamadre, perché due volte madre. Sin da
giovane inizia a scrivere e al liceo nel 1917 inizia a pubblicare i suoi
componimenti all’insaputa dei genitori, già per questo scelse lo
pseudonimo. Questo nome lo scelse richiamando lo scrittore ceco Jan
Neruda che lui stesso apprezzava particolarmente. Un incontro
importante è stato nel 1920 con Gabriela Mistral, la quale riconosce
subito in lui delle doti e lo guida nella lettura di autori classici e di
letteratura russa. Nel 1923 Neruda pubblica il suo primo libro, chiamato
“Crepusculario”, neologismo di crepuscolo, e per lui rappresenta
l’addentrarsi in un linguaggio molto raffinato in cui si sente ancora
l’influenza del modernismo. Poco dopo inizia ad essere affascinato dalle
avanguardie, e lo vediamo già nel libro successivo pubblicato l’anno
seguente, chiamato “Veinte poemas de amor y una canción
desesperada”. Nel 1927 viene scelto come ambasciatore in Birmania,
inizieranno così i suoi viaggi, fondamentali perché gli apriranno gli
orizzonti. Andrà a Singapore, Sri Lanka, Buenos Aires dove incontrerà
Lorca, e tra loro nascerà una profonda amicizia; andrà poi a Barcellona
e conoscerà Rafael Alberti, altro amico, poi a Madrid dove entra in
contatto con tutto il movimento letterario spagnolo. In questo periodo si
era già diffuso in Europa il surrealismo, ma non era stato accettato
totalmente in Spagna per via della scrittura automatica. In spagna nasce
anche la poesia pura, quella che sta al di sopra del contingente,
dell’ideologico, essenziale e Neruda rifiuterà questa idea totalmente,
perché per lui la poesia deve essere impura. Gli viene chiesto di dirigere
una rivista, “Caballo verde para la poesia”, già titolo si percepisce che
è una rivista surrealista; lui la dirige dal 1935 e pubblicherà molte cose
tra cui un articolo intitolato “Sobre una poesia sin pureza”, perché la
poesia doveva macchiarsi della realtà e anche per questo non
dobbiamo disprezzare il cattivo gusto. Pubblicherà poi il libro
“Residencia en la tierra”, diviso in vari volumi: “Residencia en la
tierra”, poesie scritte tra il ’25 e il ’31; “Residencia en la tierras 2”
’31-’35. Nel ’36 scoppia la guerra civile che cambierà radicalmente la
sua scrittura. Tornerà anche a parlare dell’importanza dell’America, nel
‘39 scrive “Canto general”, che poi venne pubblicato successivamente.
Nel ’43 ritorna in Cile. Nel 45 riceve il premio Nacional de poesia del
Cile. Sempre nel ’45 entra nel partito comunista e diviene senatore,
l’anno successivo diventa presidente Gabriél Gonzalez Videla il quale
inizialmente sembrava democratico, poi però passò dalla parte di
estrema destra e diede vita ad una repressione feroce in Cile, per
questo Neruda fu costretto a fuggire in quanto si scagliò duramente
contro questa politica. Fuggì in Italia, dove rimase per diversi anni e
conobbe Matilde Urrutia, quella che poi diventerà la sua ultima moglie.
Finito l’esilio tornò in Cile dove lasciò la moglie e sposò Urrutia. Nel ’71
riceve il premio Nobel. Viene nominato ambasciatore in Francia dove si
trasferisce, nonostante fosse già malato di cancro. Torna in Cile e il 19
settembre 1973, dopo il golpe di Pinochet e la presa di potere dei
militari, viene distrutta la casa di Neruda, 4 giorni dopo muore l’autore,
non si sa ancora se la morte è dovuta solamente alla gravità della
malattia o a un complotto per accelerare la sua morte.

La produzione letteraria di Neruda è molto vasta, tuttavia divisa in


diversi cicli:
1. Eredità del modernismo: di questo primo ciclo fanno parte le prime
opere come “Crepusculario”, “Veinte poemas de amor y una
canción desesperada”, “El hondero entusiasta”

“Ah vastedad de pinos…”: questa poesia fa parte della raccolta


“Veinte poemas de amor y una canción desesperada”. Da subito è
evidente una forte musicalità e un registro molto alto e raffinato. La
metrica utilizzata è importata dal modernismo, infatti le strofe sono
quartine con verso alessandrino e rima assonante nei versi pari.
Lui convoca un paesaggio enorme, infatti il componimento inizia
con la parola “vastedad”. Dalla parola “muñeca” emerge subito la
destinataria di questo componimento, una donna che compare
come un mito cosmico (eredità romantico-modernista). La prima
strofa finisce con “en ti la tierra canta”, con questo vuole esprimere
come in lei si racchiuda tutta la natura; tuttavia l’importanza della
donna viene sottolineata anche nelle strofe successive quando
spiega come lei gli indichi la direzione da seguire e di come allo
stesso tempo lei sia per lui un nido, un punto di sicurezza. Usa
anche una metafora per descrivere la sua voce, misteriosa e
amorosa allo stesso tempo. Fa un antropomorfizzazione della
natura, e descrive la donna come una divinità.

“Me gusta cuando callas porque estás como ausente”: poesia


formata da quartine di alessandrini con rime consonanti nei versi
pari. Possiamo trovare anche qui una musicalità avvolgente. Il
silenzio dell’amata è come un elemento di seduzione, rendendola
quasi assente: questa assenza lo proietta in un tempo e un luogo
infinito in cui non è fondamentale la comunicazione con le parole.
Tuttavia, un silenzio prolungato può diventare angosciante, un
silenzio quasi di morte, ma basta un sorriso da parte dell’amata
per far scomparire la paura e l’angoscia.

2. Momento culminante della sua poesia, e allo stesso tempo per tutta
la poesia ispano-americana. Questo periodo è rappresentato da
“Residencia en la tierra”: la prima edizione fu pubblicata nel1933,
raccolta poetica influenzata dal surrealismo; nel 1935 pubblica
“Residencia en la tierra 2” e nel 1947 “Tercera residencia”.
Secondo Oviedo però anche un’altra opera di Neruda chiamata
“Tenativo del hombre infinito” deve rientrare in questo secondo
ciclo, perché caratterizzata da influenze surrealiste, seppur fu
scritta precedentemente, nel 1926.

“Arte poética”: poesia della raccolta “Residencia en la tierra”. Il


componimento è formato da combinazioni di elementi contrastanti.
L’autore parla di sé stesso, è lui l’io poetante, e ci descrive una
solitaria passività. Tutto ciò che lo circonda gli chiede cosa ha di
profetico, per questo il titolo. Lui è solo, perso e assediato dalla
realtà, in mezzo alla quale emerge una parola non chiara che il
lettore deve interpretare: dimensione della confusione e mistero.

“Walking around”: Fa parte della seconda Residencia.


Linguaggio confuso, vagabondante, andare confuso, questo è
l’atteggiamento che caratterizza il suo pensiero nel vivere le cose.
Parla della sua infelicità e della sua angoscia. Riflette pienamente
la crisi dell’uomo del 1900, quando iniziarono a cadere le certezze,
e questo lo elabora nelle sue poesie. Emerge anche una novità, la
valorizzazione estetica del brutto: FEISMO. In questo
componimento abbiamo il verso libero, e l’espressione poetica si
avvicina al linguaggio parlato. Inizia in maniera forte, d’impatto:
“sucede que me canso de ser hombre”. Lui si identifica in un cigno
di feltro. Enumerazione caotica di elementi che fanno parte della
vita di città. Utilizza anche l’ironia come vediamo nella strofa
quattro: il notaio si spaventa per qualcosa di naturale come un
fiore, a cui non è abituato. Ha una visione incredibilmente
negativa: feismo al massimo. È una poesia rappresentativa di
questo momento in cui si trova, quelle città in qui non riesce a
trovare il senso dell’esistenza.

“Oda a Federico García Lorca”: Neruda e Lorca si conobbero a


Buenos Aires, e oltre a una grande affinità letteraria tra i due nasce
anche un’amicizia. Lorca contribuirà a diffondere e far apprezzare
la poesia di Neruda. Questo omaggio, che fa sempre parte della
seconda Residencia, venne scritto quando Lorca era ancora in
vita.

3. Nel terzo ciclo c’è un distaccamento dalla poesia surrealista,


cambia il punto di vista dell’autore, infatti cercherà di scrivere una
poesia che abbia una funzione sociale, una poesia che possa
essere un’arma per aprire gli occhi della gente. Questo
cambiamento è dovuto allo scoppio della guerra civile in Spagna
nel 1936 e viene spiegato in “explico algunas cosas”, una poesia
della “Tercera Residencia”. Le raccolte che fanno parte di questo
ciclo sono: “Las uvas y el viento”, “Tercera Residencia” e
“Canto general”. Nella raccolta “Tercera Residencia” è presente
una sezione intitolata “España en el corazón”, in cui unisce una
serie di poesie che dedica alla Spagna martoriata dalla guerra
civile; fu molto forte come denuncia tanto da essere ritradotta
subito in altre lingue.
Con la raccolta “Canto general” vediamo il recupero di una visione
positiva del mondo. Inizialmente venne ideata come un canto per il
Cile, poi però decise di cantare non solo la sua patria ma tutto il
continente. Parte con un’ode della città di Machu Picchu, poi si
concentrerà sulla storia d’America, sulle conquiste e
successivamente le lotte per la libertà, le piaghe delle dittature, le
compagnie imperialistiche che sfruttano i paesi e portano al loro
decadimento economico, il problema che gli Stati Uniti
rappresentano ed infine omaggi ad altri autori, vivi e morti, e alcuni
tratti della sua vita personale.
“Explico algunas cosas”: è la prima poesia di “España en el
corazón” e per l’appunto spiega per quale motivo la sua scrittura
sia cambiata, facendo anche una grave denuncia allo stato e alla
chiesa per aver in qualche modo assecondato Franco. Nella poesia
sono presenti diverse ripetizioni, ma modificando la disposizione
delle parole per cambiare il ritmo e accentuare la forza.

“Los dictatores”: non parla di nessun dittatore in particolare, ma


di una sorta di archetipo del dittatore, e anche questa vuole essere
una poesia di denuncia. L’inizio è drammatico, sono rimasti i cori
delle persone assassinate perché oppositori politici. Nella poesia
non viene nemmeno usata la parola “dittatore”, per indicarlo usa
l’espressione “delicato satrapo”. Vengono contrapposti due estremi,
due immagini molto forti, le bocche che ridono e le bocche azzurre
dei morti. C’è un odio che emerge da questa contrapposizione che
alla fine abbatterà la dittatura. I metri utilizzati sono alessandrini,
endecasillabi e settenari meno perfetti delle poesie precedenti.

“America”: l’io poetante si manifesta subito in prima persona, è


perso ma sente un senso di piacere in questo smarrimento. Sente
echi e rumori, tra cui anche le urla delle lotte degli uomini americani
contro gli invasori. Tutto ciò che enumera, circonda in qualche
modo lui che è al centro di questa America. Il poeta vive tutto
questo: le guerre e i dolori non solo di ciò che lo circonda ma anche
di ciò che l’ha preceduto e vuole che anche gli altri ne prendano
coscienza. Inoltre, parla della “terra”, sia come materia che
compone la sua patria ma anche come essenza dei valori.

“America no invoco tu nombre en vano”: lui stesso si sente


America, e vediamo anche come in questa poesia sia presente
l’impronta di Walt Whitman. A tratti però sembra quasi che si
distacchi dall’America e che si riferisca ad un concetto più cosmico.

4. Nel quarto ciclo vediamo un tentativo di riavvicinamento alla lirica,


che aiuti a capire le cose piccole del mondo in cui viviamo, cose
che non hanno mai fatto pare della poesia. Così nasce “Libros de
las odas”: il primo libro “Odas elementares” (1954), il secondo
“Nuevas odas elementares” (1956) e poi “Tercer libro de las
odas” nel 1957 e per ultimo “Navegaciones y regreso” nel 1959
che mantiene ancora questo stile. Qui c’è un nuovo io poetico che
è in comunione con le cose elementari, la felicità di essere
circondato da questo. È una poesia fresca e vitale con riferimenti
alla saggezza popolare.

“Oda al limón”: poesia in cui domina al massimo la fantasia di


Neruda. Partendo da un elemento semplice, quasi banale,
elabora un mondo complesso. Una delle caratteristiche del frutto su
cui si concentra di più è il colore che richiama la luce.

5. Il quinto ciclo è definito “autunnale”, per il periodo della vita di


Neruda. È molto personale, inserisce memorie della sua vita, come
vediamo nella raccolta “Memorial de isla negra” 1964.

“La mamadre”: poesia dedicata alla matrigna. Neruda la chiamava


mamadre, neologismo di mama e madre. Ne descrive un’immagine
rappresentativa di come lui vedesse questa donna, piena di
dolcezza. Parla dell’importanza di questa donna, che nonostante
fosse così piccola era così fondamentale per la sua famiglia.

“El padre:” ne fa una descrizione diversa rispetto a quella della


madre, lo mostra come un uomo brusco ma comunque amorevole
e rassicurante nei confronti della famiglia. Lavorava come
ferroviere, questo particolare sarà fondamentale per il finale della
poesia: “salió al tren de la muerte y hasta ahora no ha vuelto”.
6. Il sesto è l’ultimo ciclo, composto da 16 raccolte in cui si percepisce
quasi un’intuizione della sua dipartita. Di questo ciclo fanno parte le
raccolte “Aun” del 1969, “Fin de mundo” sempre del 1969 e
“Libro de las preguntas”, pubblicato postumo nel 1974, composto
solamente da domande perché lui è arrivato ad un punto della vita
in cui non ha più certezze.
9/05
Indianismo, indigenismo, neoindianismo e neoindigenismo sono quattro
diverse correnti che si sviluppano in territorio ispano-americano, in parte
nate per il fenomeno che venne definito olocausto americano, a causa
dei morti delle conquiste. “American olocaust” è l’opera di Daniel
Stannord in cui si sviluppa questo concetto. Il dramma della conquista
americana è affrontato anche da Massimo Livi Bacci, in “Conquista, la
distruzione degli indios americani”. È molto difficile fare una stima
delle morti, ma all’incirca si è arrivati a calcolare che le morti minime
sono state almeno 50 milioni, chiaramente dovute a varie cause, non
soltanto la guerra. Nel periodo della divisione in vicereami, vennero
mandati dei sacerdoti dalla Spagna per evangelizzare le tribù indigene;
alcuni di loro però furono contrari a questa violenza utilizzata per
cristianizzare la popolazione, come ad esempio fray Bartolomé de las
casas. I motivi principali della distruzione degli indios furono
chiaramente le guerre, poi il fatto che tra gli indigeni, perdendo le loro
società e il loro stile di vita, si scatena una depressione generale, così
come le malattie portate dagli europei, infatti gli indigeni non avevano
abbastanza anticorpi per sopportarle, o anche i maltrattamenti e
sfruttamenti nocivi per la salute e gli orari di lavoro eccessivi; invece nei
casi in cui le donne stuprate dai conquistadores restassero incinta,
queste o abortivano volontariamente o si suicidavano per non dare alla
luce il figlio.
La coscienza chiara di ciò che avvenne iniziò a emergere nel 1900, e fu
talmente importante da sviluppare una letteratura che voleva prendere
testimonianza di queste atrocità: Tomas de Mattos scrive “Bernabé
Bernabé”: prende il nome da Bernabé Rivera. De Matto tirò fuori una
verità scomoda che era stata nascosta per tanto tempo, infatti scoprì
che nella metà dell’800, quando l’Uruguay era già una repubblica, il
Portogallo voleva espandersi e conquistarlo; il paese si preparò alla
difesa, a cui parteciparono anche i charruas, una tribù presente in
Uruguay. Bernabé Rivera comandava l’esercito che doveva difendere il
paese, ma alla fine tradirà il suo popolo e farà massacrare l’esercito dei
charruras.
Già nell’800 inizia a diffondersi un interesse per questi gruppi emarginati
e con la diffusione del romanticismo in America, sorge un interesse per
quello che viene chiamato il “buon selvaggio”, ormai scomparso. Inizia a
crearsi contemporaneamente al romanticismo, questo sub genere
letterario chiamato indianismo, perché il tema centrale è la figura
dell’indio. Predomina la visione esotica, anche con un tono umanitario, e
chiaramente c’è una distanza tra chi scrive e ciò che viene raccontato,
quindi per quanto questa corrente focalizzi la tematica, resta tutto un po’
idealizzato. Due opere classiche del periodo romantico che entrano
nella categoria dell’indianismo sono: “Cumandá” (1879) di Juan León
Mera, “Tabaré” (1888) di Juan Zorilla de San Martín. In “Cumandá”
viene raccontata un’invasione degli indigeni, dal punto di vista degli
indigeni stessi: si narra la strage di una famiglia. Viene uccisa la madre
e la figlia neonata sparisce, successivamente si scoprirà che non è stata
uccisa con la madre bensì adottata dagli indigeni e chiamata Cumandá.
Il padre rimasto sconvolto dalla vicenda decide di prendere i voti mentre
il figlio sopravvissuto cresce. I due fratelli si incontrano dopo tanti anni
nella tribù e non riconoscendosi si innamorano. Alla fine, il padre
scoprirà che sua figlia non era stata uccisa tuttavia, prima di riuscire a
rivederla, Cumandá morirà. “Tabaré” invece parla di un gruppo di
spagnoli che sbarcano a Rio de la plata e combattono contro i charruas.
Un cacicco rapisce una donna spagnola e la trasforma in concubina, e
questa rimarrà incinta di un figlio, Tabaré. È la storia di un giovane a
metà, non è totalmente spagnolo né totalmente indigeno. L’autore con
questo punto di vista ideologico ci vuole spiegare come gli indiani
fossero destinati a scomparire perché non avevano conosciuto il vero
dio: tentativo di giustificazione della strage.
Con la diffusione del realismo e naturalismo cambia la visione del
mondo e della storia, così come anche della letteratura, la quale deve
rispecchiare la realtà e quindi dove ci sono ingiustizie, denunciarle.
L’indio continua a trascinarsi dietro un’immagine negativa che gli era
stata imposta degli occidentali; inoltre, lo stesso nome “INDIO” deriva da
un errore di Colombo, e poi venne usato con un significato dispregiativo.
Col cambiamento del punto di vista e la voglia di denunciare le
ingiustizie, si cerca di evitare questa parola, sostituendola con indigeno,
per questo anche la corrente letteraria cambierà in indigenismo: vuole
ritrarre la realtà con conoscenza e soprattutto come arma di denuncia.
Sono molte le opere che nel ‘900 diffondono questa idea, una tra le
prime è “Aves sin nido” (1889) di Clorilda Matto de Turner, scritta per
denunciare il potere politico ed economico, ma anche la chiesa che
sfruttano e maltrattano gli indigeni. Altri autori sono: Alcides Argueda,
“Raza de bronze” titolo significativo perché richiama il colore della pelle;
Jorge Icaza con “Huazipungo”; Ciro Alegria, con “El mundo es ancho
y ajeno”, l’autore che fece le denunce più convinte con lo scopo di
mettere il lettore di fronte ad una realtà drammatica.
Andando avanti per questa strada, alcuni autori iniziano a cambiare
prospettiva, accettando lo spirito di denuncia ma volendo aggiungere e
spiegare anche come veramente sono e pensano gli indigeni, le loro
credenze, visioni del mondo. Per entrare nel loro mondo è fondamentale
unirsi a loro e vivere come loro, conoscere le loro lingue per capire; per
questo si parla di neoindigenismo, perché questo mondo viene visto e
raccontato dall’interno. Tra gli autori troviamo Jesus Lara “Novela
quechua”, José Maria Arguedas, Manuel Scorza che scrive una serie di
romanzi con impronta di realismo magico come “Redoble por
Rancas”, “Historia de Garabombo el invisible”, “El jinete insomne”,
“El canto de Agapito Robles” e “La tumba del re”. Prima di loro c’era
stato un autore che in qualche modo aveva preceduto questo
neoindigenismo e fu Miguel Angel Asturias, che nel 1930 pubblicò un
libro chiamato “Leyendas de Guatemala”, leggende del mondo maya
che furono tramandate e poi raccolte da lui, e nel 1949 “Hombres de
mais”, il titolo prende il nome dal libro sacro dei maya, Popol Vuh, e
Asturias racconta la ribellione di un gruppo di maya. C’è chi ha visto in
lui un indigenismo neomitologico.
Manca ancora però la voce dell’indio, quella è l’assenza fondamentale,
infatti l’autore dei fatti non è mai l’indio stesso. Le cose cambiano
quando gli indigeni iniziano a scrivere di loro stessi, nella propria lingua
e poi, traducendo in spagnolo e diffondendo quindi la loro cultura, dagli
anni 70 nasce il neoindianismo: secondo il loro punto di vista la parola
indio non dà fastidio, riconoscono di essere uniti da una storia tragica,
anzi la parola indio dà loro un’unità, che gli fa poi scoprire anche le
somiglianze tra le varie tribù indigene come il rispetto dell’ambiente e
amore della natura. Tra gli scrittori Umberto Ak’abal e scrive “Tejedor de
palabras”, Elcura Chiuaila, Shervin Bitsui, Joy Harjo, Scott Monaday.

10/05
José María Arguedas
Nasce nel 1911 e muore suicida nel 1969. Nato ad Andahuaylas in Perù,
lontano dal mondo indigeno. Ebbe un’infanzia traumatica, infatti la
madre morì quando lui aveva solo 2 anni; la seconda moglie del padre e
i suoi figli non hanno mai costruito un bel rapporto con lui, tuttavia
instaurerà un bellissimo rapporto con Doña Caetana, indigena che
lavorava a casa del padre, e in qualche modo l’adotterà come madre.
Impara molto presto la lingua quechua, le loro tradizioni e credenze
proprio per questa vicinanza. Arguedas incomincia presto a vedere i
contrasti tra ladini ed indios. Si trasferirà a Lima prima con la famiglia e
poi per proseguire gli studi, tuttavia non si troverà bene in città. Farà
amicizie come Emilio Adolfo Westphalen, uno dei grandi poeti del
surrealismo ispano-americano, Cesar Moro, Manuel Moreno Jimeno.
Scrive per la rivista “Amauta”, parola che viene dal quechua e significa
“uomo saggio”, diretta da Mariatequi e seguirà anche le sue idee
politiche. Inizia a scrivere in maniera molto curata e ragionata, perché la
sua idea è comunicare non solo la denuncia della situazione dell’indio
ma comunicarne anche l’anima, quindi usare la lingua come veicolo per
farlo. Non poteva scrivere in lingua quechua, quindi cerca di combinare
questa lingua indigena con lo spagnolo, usando le ripetizioni che dà un
ritmo musicale e sentimento o la sintassi della lingua quechua. Mescola
canzoni tipiche del mondo indigeno, riscrivendole in quechua con la
traduzione in spagnolo a fianco. Scrive “Agua” nel 1933, dove spiega
ciò che rappresenta l’acqua nel mondo indigeno. Il secondo romanzo
che pubblica è “Yawar fiesta” 1941. Nel ’58 pubblica “Los rios
profundos”, considerato il suo capolavoro, nel ’64 “Todas las
sangres”, poi l’ultimo romanzo rimasto incompleto, “El sorro de arriba
y el sorro de abajo”, nello stesso anno in cui si suicidò. “Mitos
leyendas y cuentos peruanos”, “Canciones y racuentos del pueblo
quechua”, “Cuentos magicorealistas y canciones de fiestas
tradicionales” sono esempi di come oltre alle leggende e tradizioni
studia anche la musica. Questo mondo lo spiega attraverso un modo di
parlare speciale, ma anche combinando personaggi indigeni con
personaggi che non lo sono, questo permette di capire meglio i punti di
vista, differenze e similitudini.
In “Yawar fiesta” l’ambientazione del romanzo è descritta in maniera
precisa, si svolge a Puquio, nel sud del Perù. Già nel titolo combina
quechua con lo spagnolo. Ci racconta una tradizione del mondo
indigeno: turupukelay→ festa delle comunità indigene che corrisponde
alla corrida de toros, consiste in uno scontro con un toro. È importante
ricordare che la corrida non nasce in Spagna ma è legata alla tradizione
del mondo cretese, dove nasce il mito del minotauro: il minotauro
rappresenta il male e Teseo, più debole, rappresenta l’intelligenza,
quindi questa lotta che viene dall’antichità si tramanda e si evolve nel
tempo. La tradizione spagnola della corrida arriva anche in America, in
zone come Perù, Messico e Colombia. Arguedas ne parla in quanto
testimone, infatti partecipò a questa festa e vide morire “El honrado”,
uno degli indios. In Perù arriva la corrida spagnola e nelle zone indigene
si modifica questa festa: la prima differenza è che il toro selvaggio viene
preso e portato in strada dove si sviluppa la lotta; tanti personaggi
maschili della comunità si offrono per lottare contro il toro, e
chiaramente le vittime sono tante, inoltre se non riescono ad uccidere il
toro usano la dinamite. Si festeggia il 28 luglio, anniversario della
repubblica del Perù. Quelli che usano la capa per infastidire il toro sono
tutti volontari e possono essere addirittura 100. Con le corna del toro poi
si crea uno strumento chiamato waka wak’ras, e anche a questo
Arguedas vuole fare riferimento. Tutto questo fa parte della festa: lotta
con toro, musica, strumenti, vino e uso della dinamite. L’autore vuole
che questa festa sia conosciuta. “Ayllu” erano le terre delle comunità
indigene, che però come nel mondo inca appartenevano a tutti e questa
concezione piaceva molto all’autore perché molto lontano dalla realtà.
All’interno “Yawar fiesta” vediamo come questa tradizione venga
minacciata e vietata da un ordine e, l’unica possibilità per celebrarla è
farla in maniera spagnola, perché la versione indigena era considerata
eccessivamente barbara. Gli indigeni si rifiutano di ubbidire e gli
spagnoli, per trovare un accordo, autorizzano questa corrida a
condizione che partecipi un anche torero mandato dagli spagnoli. Si
sviluppa così un contrasto tra chi è disposto ad accettare e chi è
intenzionato a rifiutare questo compromesso.
Nel romanzo l’autore non esprime mai il suo pensiero, adotta o il punto
di vista dell’indio o del suo nemico, contrappone le varie visioni, ci vuole
solo presentare questo mondo.
La cosa importante è la tecnica usata da Arguedas: lascia decidere al
lettore chi è veramente il barbaro, attraverso la voce narrante vuole dare
entrambe le visioni, poi il lettore deciderà. Crea una voce narrante
collettiva.
Tutto il romanzo è organizzato in 11 capitolo, la trama inizia a
sviluppare dal terzo capitolo, mentre i primi due sono una sorta di
prefazione per descrivere il paesaggio in maniera minuziosa, infatti
venne etichettato come romanzo naturalista; in questa descrizione
emerge un sentimento di nostalgia e appartenenza, come se tutti quelli
che lo hanno conosciuto capiscano e vivano questa nostalgia, questo
legame con la terra, questo vuole comunicare Arguedas quando
descrive il paesaggio. Per avvalorare questa tesi, contrappone anche
chi vive nella costa e chi sulle montagne: chi vive in costa non potrà mai
capire questo legame che li lega al paesaggio. Questo perché il Peru è
un paese in cui in realtà convivono due paesi: per lingua, per abitudini,
storia e organizzazione sociale, e questa tematica che viene affrontata,
e sviluppata soprattutto negli anni successivi, già era stata anticipata da
Arguedas, per questo lui soffre una forte delusione che lo porta alla
depressione, perché non trova un riscontro per questo suo sogno di
unire i due mondi.

16/05

La poesia negrista, ovvero una poesia incentrata sulla tematica


dell’uomo di colore, inizia a circolare e a svilupparsi concretamente
verso il 1800 ma in realtà era già presente in ispano America secoli
prima. Già nel 1500 Alonso de Ercilla y Zuñiga, un autore spagnolo
inviato in Cile, fu testimone delle lotte contro gli indiani e seppur il suo
punto di vista fosse a favore della patria Spagna, vede la forza e il
coraggio degli indigeni, dimostrandosi quindi aperto nel vedere i loro
pregi, tuttavia ci sono alcuni momenti in cui cita anche personaggi di
colore. Personaggi di colore li troviamo in maniera ancora più importante
nell’opera di Sor Juana dove lei introduce non solo il personaggio, ma
ne trascrive anche il loro modo di parlare, quindi adatta la scrittura per
poter trasmettere meglio questi personaggi. Ancora però non c’era una
necessità di fare giustizia nei confronti di queste persone. In America i
pregiudizi spietati sui neri iniziano a scomparire nel 1800 in
concomitanza delle lotte d’indipendenza, e poi si diffonde maggiormente
la tematica nel romanticismo e nel movimento costumbrista, il quale si
vuole focalizzare sull’ambito sociale e popolare. Il poeta americano
sente che deve cercare la propria identità, riconoscendo le proprie radici
nelle culture preispaniche e in un popolo meticcio e mulatto; così vanno
ad affermarsi la coscienza del nazionalismo, la ispano-americanità,
elementi che diventeranno fondamentali. Durante il romanticismo,
soprattutto nelle zone caraibiche, questa tematica è stata molto sentita.
Tra i primi autori che l’hanno trattata ricordiamo:
 Domingo del monte: poeta nato in Venezuela nel 1804; passa la
maggior parte della sua vita a Cuba. Era contrario al despotismo
coloniale. Presenza del negro come tematica e difesa dei diritti
sociali sono punti fondamentali nei suoi testi. Aveva una vocazione
ad individuare e stimolare il talento letterario, e lo farà con Heredia
e con Francisco Manzano→ nasce come schiavo e grazie al suo
talento e aiuto, scrive moltissimo e sarà autore di un’autobiografia
di uno schiavo.

 Gabriél de la Concepción Valdes: conosciuto con lo pseudonimo di


Placido, nero e nato schiavo. Quando ottenne l’indipendenza
ottenne questo cognome. Non lascia tracce del suo colore nella
sua poesia, perché temeva di essere perseguitato, e soprattutto in
caso di rivolte la vendetta del regime spagnolo era veramente
feroce. Morì fucilato per ordine del governatore spagnolo perché
accusato di avere partecipato a una cospirazione contro il governo
spagnolo; la cospirazione di cui si parla era la conspiraciòn de la
escalera, chiamata così perché quando vennero fatti prigionieri,
tutti i colpevoli furono legati ad una scala, prima torturati e poi
fucilati. Non è sicura la veridicità di questa cospirazione, infatti
potrebbe essere stato un piano del governo spagnolo per
sopprimere in anticipo i possibili moti rivoluzionari.

 Francisco Muños del Monte: nato a Santo Domingo nel 1753 e


morto a Madrid nel 1875. Era di colore e nella sua poesia non
compare solo la tematica ma anche l’orgoglio di questa sua
appartenenza. Lui vedeva nel mescolare culture e stirpi un
elemento positivo. Generalmente si tende a contrapporre i colori:
bianco inteso come castità, nero come peccato. Questo in lui non
avviene, infatti non dà alcun significato metaforico alla
contrapposizione cromatica, ma per lui ha solo un importante
effetto visivo: nero della pelle contrapposto al bianco dei denti crea
un effetto molto più forte.

 Candelario Obeso: nasce in Colombia ed è il primo poeta ufficiale


della corrente negrista. Questa corrente veniva chiamata poesia
negra y oscura. Ha potuto studiare e sviluppò una vocazione
letteraria, per poi diventare giornalista. Scrive anche testi
pedagogici, conosce l’inglese e il francese. Scrive “Cantos
popularese de mi tierra” nel 1877. Oltre a descrivere la
popolazione adotta anche la forma dialettale con cui parlano e usa
anche dell’umorismo.

Con la poesia modernista, lo stesso Darío osservò che c’erano


pregiudizi contro i neri in ispano-America e nota una discriminazione
ancora maggiore in nord America. Darío ha però una visione idealizzata
dell’uomo di colore, pensa al prototipo sudafricano lontano, collegando
questo al fascino dell’esotismo. Oltre a Darío, a trattare la tematica c’è:
 José Juan Tablada: vissuto tra il 1871 e il 1945, portò nella
letteratura occidentale la poesia giapponese e cercò di ricreare le
poesie giapponesi in spagnolo. Anche lui, come i suoi
predecessori, associa i mulatti alla sensualità.

La vera e propria presa di coscienza della tematica del nero si ha nel


1900. A parlarne furono:
 Hildefonso Pereira Valdés: nato in Uruguay. Si dedica non solo a
scriver di tematiche negriste ma studia anche cosa avviene nelle
altre parti dell’America latina.
 Langston Hughes: poeta nord-americano, nato nel Missuri nel
1902 e morto a NY nel ’67. Molto importane per lui la
consapevolezza delle radici africane. È il fondatore di una rivista
chiamata “social”, che aveva l’intenzione di diffondere tematiche
sociali. La sua poesia viene tradotta in spagnolo e si diffonde
anche in ispano-America.
 Luis Pales Matos: 1898-1959. Non era mulatto ma sente il fascino
del mondo africano. L’africa compare nelle sue poesie come un
paradiso perduto. La sua è una poesia molto raffinata dove
introduce parole che fanno riferimento al mondo nero e lo vediamo
nel suo libro di poesie “Tuntun de pasa y griferia”, il cui titolo fa
riferimento: al suono dello strumento africano (tuntun), ai capelli
ricci dei mulatti (griferia) e alla faccia nera (pasa).
 Manuel del Cabral: Santo Domingo, 1907-1999. L’opera “Tropico
negro” del 1941, raccolta dove troviamo poesia negra, sociale e in
cui troviamo il senso dell’americanità.
 Emilio Ballagas: cubano 1908-1954. Influenzato dal simbolismo,
da una poesia che va oltre la realtà. “Cuaderno de poesia negra”,
una delle sue raccolte in cui incontriamo questi temi.
 Mariano Brull: nato 1891-1956. Non è un poeta negrista ma in
qualche modo inventa una parola che sarà fondamentale nella
poesia negrista, ovvero “jitanjafora”, parola senza significato.
Siccome era una parola orecchiabile ha fatto sì che tanti poeti
inventassero parole solo per dare un ritmo alla poesia. Secondo
Guillén nessuno sa il vero significato delle parole africane, quindi si
possono usare in maniera musicale.

Nicolás Guillén
Nasce a Cuba nel 1902 e muore a L’Avana nel 1989. Le fasi della sua
poesia sono:
1- rivendicare l’orgoglio di essere di origine africana;
2- (1959 rivoluzione cubana) rivendicare la radice sociale;
Venne incarcerato nel 1936, l’anno seguente andò in Spagna dove
partecipò alla guerra civile. Visitò L’America, L’Asia e l’Europa, anche
perché la dittatura di Batista nel 1953 gli negò il rientro in patria, quindi
fu costretto all’esilio fino al 1958. Tornò a L’Avana solo dopo la caduta
del dittatore.
17/05
“Motivos de son” è una raccolta pubblicata nel 1930. Il titolo fa
riferimento a una musica popolare cubana, importante per il ritmo e per
l’intento fondamentale di evocare il ritmo del tamburo e della musica
africana. Fa parte del primo periodo della poesia di Guillén in cui è
evidente la rivendicazione dell’essere e dei tratti somatici
dell’afroamericano, messi in evidenza con orgoglio.
“Negro bembon”: tratti somatici molto importanti, “bembon” indica le
labbra grosse. Emerge fortemente il ritmo della poesia negrista. Scrive
in maniera colloquiale e riportando la pronuncia, ad esempio: por qué →
po qué; oppure mancano spesso le s: ere(s). “Bocca santa” significa
bocca attraente, proprio per esaltare le caratteristiche somatiche che gli
appartengono. Caridad: donna che aiuta, infatti Caridad è un nome
comune, o carità in genere.
“La mulata”: nei caraibi e in particolare a cuba c’era una forte
concentrazione di mulatti. Tuttavia, ci fu comunque una discriminazione
forte e violenta, non di tipo razziale ma sociale: il mulatto di classe
sociale bassa era trattato come un animale, quello appartenente a una
classe più elevata era considerato un uomo bianco, rinnegando in
qualche modo le sue origini africane. L’io poetante parla ad una mulatta
appartenente ad una classe sociale superiore, che non accetta e anzi si
sforza di nascondere le sue origini africane e l’autore cerca di ricordare
alla donna la sua vera appartenenza, ricordandole anche i suoi tratti
somatici.
“Sóngoro cosongo”: parole che vogliono semplicemente evocare il
modo di cantare senza esprimere un vero e proprio concetto. La sua
compagna lo ha lasciato solo perché non aveva più soldi.
“Tu no sabe ingle”: sebben Cuba fosse già indipendente, la situazione
sociale era comunque disastrosa, con un enorme diffusione di
prostituzione e analfabetismo. Cuba era considerata soprattutto un
luogo di divertimento per i nord americani, dove andare a cercare donne
e giocare al casinò. Non tutti però conoscevano la lingua inglese.
“El velorio de Papá Montero”: Poesia del funerale di papa Montero, era
per un amico di Guillen. Imita una canzone dell’epoca molto diffusa.
Contrasto chiaro e scuro. Sta raccontando la storia di un litigio e
un’improvvisa pugnalata che l’ha spezzato. Anche la luna in qualche
modo partecipa al lutto per Papá Montero. Tutto il racconto è mitizzato,
da una serata di gioia tra due amici scoppia un litigio in cui uno dei due
muore ucciso dall’altro, il tutto accompagnato da superstizioni ed
elementi delle tradizioni popolari. Qui non segue più li linguaggio parlato
perché a parlare è il poeta stesso.
“Caña”: tre strofe in distici paralleli. C’è una forte denuncia di quello che
era la situazione a Cuba: colui che faceva i soldi era il nord-americano e
il nero era schiavizzato. Yankee è il termine con cui indica il nord-
americano.
Altra raccolta importante pubblicata nel 1934 intitolata “West Indies ltd”
“Balada de los dos abuelos”: i nonni rappresentano i ceppi da cui
discende la popolazione, una parte dipende dagli spagnoli, un’altra dagli
africani, per questo non bisogna creare discriminazione ma una
fratellanza. “Taita” è un modo popolare per dire il padre, “Don Federico”
è il modo più nobile per chiamarlo. L’io poetante riunisce questi due
nonni.
“Sensemayá”: presa da una tradizione. Gli africani arrivavano da
diverse parti del continente, portando con sé lingue differenti e rituali,
che poi si uniranno. Abbondante uso di jitanjaforas che vogliono
rimandare a una tradizione dell’Africa centrale che era stata portata a
Cuba dagli schiavi. Tutta la poesia rappresenta il canto del rituale per
uccidere questo serpente.
“El abuelo”: poesia scritta con un registro alto, seguendo la linea
modernista. Composta da versi alessandrini con rima consonante, due
quartine e una strofa da sei versi. Focalizza l’attenzione su una donna
che non vuole riconoscere il nonno africano: la ragazza, nonostante sia
mulatta, ha la pelle chiara e per questo non vuole riconoscere il mondo
nero e le sue origini africane.
“Cantos para soldados y sones para turistas” raccolta del 1937, in
cui si dedica ad una poesia sociale piuttosto che raziale.
“Soldado aprende a tirar”: l’autore esorta il soldato affinché non spari
in basso, ai poveri, ma piuttosto alzi lo sguardo e miri verso le classi più
alte che sfruttano la popolazione.
“No se porque piensas tu”: il poeta capisce che il soldato è povero e
altrettanto sfruttato come il resto della popolazione. Chiama i soldati “los
de abajo”, quelli dell classi inferiori, facendo riferimento dall’opera di
Azuela intitolata proprio “Los de abajo” che diede inizio al filone della
letteratura messicana della rivoluzione. Linguaggio canonico, non
popolare ma comunque caratterizzato da un ritmo molto forte.
“España poemas en 4 angustias y una esperanza” altra raccolta
pubblicata nel 1937.
“Angustia cuarta”: è dedicata a Lorca. Vuole recuperare in forma quasi
magica la figura di Lorca, lo cerca ma ormai non c’è più perché è già
stato fucilato. Fa riferimento alle opere che scrisse, come per esempio
“Romancero gitano”. Sente echi delle canzoni e ad un tratto emerge da
queste evocazioni il fantasma di Federico García Lorca che insegue i
gitani. Sceglie come metro delle terzine dantesche.
“El son entero. Suma poetica” riunisce le poesie scritte dal ‘29 al ‘46 e
l pubblica nel 1947.
“Mi patria es dulce por fuera”: poesia molto drammatica. Ci fa il ritratto
di quello che era Cuba. Il suo paese infatti ha sopportato la dittatura di
Machado e poi di Batista con una repressione che fu ancora più forte e
violenta. Finisce con la denuncia del marinaio americano.
“Tengo” raccolta scritta nel ’64.
“Tengo”: Poesia intitolata come la raccolta, mostra come ormai abbia
tutto ciò che aveva desiderato, come possa girare per il suo paese dopo
la rivoluzione di Castro. Elenca in qualche modo i benefici che ha
ottenuto dopo la fine della dittatura.