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IL MONDO DEI GRECI

Capitolo 1
Pausania autore greco vissuto nel II secolo d.C. commentando le tradizioni mitiche degli abitanti della
Grecia, scriveva: “mi sono formato su di essi questa idea nei tempi antichi coloro che erano ritenuti sapienti
tra i Greci si esprimevano in forma enigmatica e non semplice.”
È la natura costruttiva di questi racconti ad assegnarvi una dimensione storica comunicano i modi e i segni
con cui un popolo o un gruppo umano sceglie consapevolmente di conservare la sua storia. Con il mito dei
Greci elaborano la memoria del loro passato più remoto e spiegarono le loro origini.
Il nome dei Greci è di origine certa, si lascia derivare da Graecus oppure alla definizione che i Romani
diedero alle popolazioni della Grecia settentrionale in seguito estesa agli abitanti della Grecia intera. I Greci
del passato definivano se stessi Hellenes. L’etimologia era spiegata nel mito discendenza del capostipite
Hellenos, figlio di Deucalione. Tucidide precisa che prima della guerra di Troia l’intero paese non portava
ancora il nome di Hellàs. I poemi omerici si riferiscono ai Greci chiamandoli Achei o Danai (il figlio Doro e il
nipote Ione, di Hellenos, furono ritenuti i progenitori ed eponimi delle popolazioni che abitavano
rispettivamente nel Peloponneso e l’Attica con l’Eubea da dove avrebbe preso l’avvio movimenti di
colonizzazione verso le isole e le coste orientali dell’Asia minore, a Hellenos si ascrisse un altro figlio Eolo,
capostipite di genti stanziate in Tessaglia e in Boezia che diedero vita ad alcune fondazioni coloniarie nelle
Sporadi e a Lesbo).
Il momento dal quale i Greci incominciarono ad avere consapevolezza delle loro origini e valutare le forme
con cui ne elaborarono la memoria è la costruzione consapevole e consensuale di una identità ellenica
fondata su un patrimonio di valori e di idee condivisi e alla base di una rappresentazione unitaria.
Popolazioni, come gli Ateniesi stirpe degli Ioni si consideravano autoctone (presenza ininterrotta a partire
dai primordi della loro storia). L’arrivo di popolazioni dal settentrione nella definizione di Dori si conservò la
memoria di quelli che occuparono la Laconia, costruirono gli antenati degli Spartani. Nel tempo si perpetuò
la distinzione tra Dori e Ioni. Fu utilizzata dalla propaganda spartana e ateniese per rafforzare l’adesione e
la fedeltà dei rispettivi alleati nel corso della guerra del Peloponneso. Erodoto spiegava le ragioni dell’arrivo
dell’esercito di Serse nel 480 a.C., animavano gli Elleni a unirsi per opporsi all’invasore con il fatto che essi
avevano lo stesso sangue, parlavano la medesima lingua, avevano santuari e culti comuni, identici costumi,
componenti che a suo dire tutte insieme formano lo hellenikon. L’esperienza politica portò a riconoscersi
nella definizione delle singole e specifiche poleis o dei popoli distribuiti sul territorio della Grecia (c’erano
gli Ateniesi, i Lacedemoni, i Corinizi, gli Acardi …). È preferibile parlare di policentrismo ovvero di piccoli
stati indipendenti, distribuite entro il territorio di proporzioni limitate della Grecia. In conclusione i Greci
che hanno dato vita alla storia racchiusa tra la guerra di Troia e la conquista dell’impero persiano da parte
di Alessandro Magno, qualsiasi possa essere stato il luogo della loro provenienza e il momento dell’origine
si iscrivono in un lungo processo di formazione che si è realizzato sul territorio della Grecia.
Gli Hellenes avevano la cognizione di abitare la Hellas (Tessaglia meridionale che si lega all’origine
dell’etnonimo, prima di estendersi all’intera Grecia peninsulare). Si possono distinguere tre ampie zone
geografiche sulla terraferma e una zona insulare:
-da sud verso nord, il Peloponneso, in sei regioni (Argolide, Arcadia, Laconia, Messenia, Elide, Acaia) che
ospitavano Sparta, Corinto, Argo e il centro religioso di Olimpia;
- a nord del Peloponneso, l’Acarnania, l’Etolia, la Tessaglia fino alle regioni settentrionali dell’Epiro e della
Macedonia;
- verso est, nell’Egeo la penisola dell’Attica dove sorge Atene, il settore centrale è occupato dalla Beozia con
la città di Tebe, dalla Focide con centro religioso Delfi, dalle due Locridi;
-includeva una miriade di isole e isolotti di varia grandezza nel mar Egeo, Eubea (Attica, Beozia e Locride
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fino al golfo Maliaco), Rodi (arcipelaghi delle Sporadi e Cicladi), Egina (tra Attica e Peloponneso), Corcira
(Corfù, a occidente nel mar Ionio) e infine le isole di Creta. La Grecia si collega all’elemento marino. Il mare i
Greci lo utilizzarono per estendere la loro presenza dalla metà dell’VIII (700 a.c.) secolo ebbe inizio la
colonizzazione a occidente portò l’insediamento nella Sicilia e sulle coste della Francia con Massalia
(Marsiglia) alla foce del Rodano. Fondarono Siracusa in grado di competere con le città della madrepatria
per grandezza, bellezza, capacità politiche e militari. I Greci esportavano vino e olio in cambio di cereali e di
materie prime di cui erano scarsi. I Greci del mondo coloniario erano diversi dai connazionali della
madrepatria,più aperti a sperimentare nuove forme di convivenza, imponeva scelte e priorità politiche ed
economiche differenti rispetto alle poleis della Grecia peninsulare generando una società dai caratteri suoi
propri. I Greci divennero un popolo di marinai, il mar Egeo aveva una serie ininterrotta di approdi,
ultimissimi perché i Greci praticavano la navigazione di cabotaggio (viaggio per mare non lontano dalle
coste). I Greci furono un popolo di agricoltori (l’economia antica restò sempre fondamentalmente agraria),
le coltivazioni privilegiate erano vite e ulivo da cui si ricavava vino e olio in quantità sufficienti
all’esportazione. Data la natura del suolo, la produzione cerealicola non bastava a sfamare tutti (solo alcune
aree dotate di pianure sufficientemente ampie, come la Messenia, la Laconia e la Tessaglia, era possibile
una produzione in grado di assicurare l’autosufficienza degli abitanti).
L’allevamento di bestiame ovino e caprino (carne bovina fu sempre scarsa e considerata un lusso).
L’allevamento equino rimase un fatto circoscritto e relativamente eccezionale. Lo sviluppo marino favorì
urbanizzazione più precoce sulle coste, Atene nel V secolo a capo di un impero marittimo (come dice lo
storico Tucidide), la maggior parte della popolazione viveva ancora nei tempi un popolo di marinai e
contadini. Verso il centro e il nord della Grecia presenza della montagna preponderante con vegetazione e
acqua è più abbondante. Il massiccio del Parnaso incombe sul santuario di Delfi, più a nord l’Olimpo, cima
di poco meno di 3000 metri (la più alta della Grecia) dove secondo le credenze dei Greci abitavano gli dei,
una successione ininterrotta di montagne in direzione dell’Epiro. Gli abitanti vivevano di un’economia silvo-
pascoliva, dediti al brigantaggio e alla pirateria, pastori-guerrieri.
Il sentimento della comune identità ellenica confrontato con l’appartenenza alla propria comunità politica.
Il barbato era colui che non condivideva le loro idee, i loro medesimi valori e costumi, ossia l’estraneo alla
loro civiltà (era detto barbato dalla parola che etimologicamente si ritiene significare “colui che balbetta”
sulla base dell’onomatopea bar bar, nel senso che si esprime a fatica nella lingua greca). Barbari erano
definiti i Persiani e gli Sciti. La categoria dei barbari includeva gli abitanti della parte centro-settentrionale
del paese, come gli Etoli. L’attitudine a una visione restrittiva e poleocentrica dello hellenikòn e imperfetta
dal momento che la lingua parlata dagli Etoli è greca. I popoli dell’Epiro e della Macedonia avevano
un’immagine di barbari sebbene la loro discendenza da eroi greci quali Neottolemo figlio di Achille e Eracle.
La differenza attingeva ai modelli della cultura politica un discrimine ideologico dentro al territorio tra
coloro che abitavano nella polis e quanti vivevano dispersi in villaggi. La polis più alta della coesistenza
assicurava le leggi e aveva una garanzia di libertà. Euripide chiudeva la tragedia Ifigenia in Aulide usando
queste parole: “Agli Elleni conviene imperare sui barbari, e non ai barbari, o madre, sugli Elleni. Essi sono
schiavi, noi uomini liberi”. Aristotele “spiegazione biologica” del differente statuto del barbaro questi è
schiavo per statuto naturale.
Il confine culturale e ideologico era continuamente tagliato dalle frontiere economiche e sociali
(costituivano i serbatoi cui attingere per rifornirsi di schiavi, alcuni di alta specializzazione come i peltasti
traci che nel IV secolo formavano corpi scelti dell’esercito ateniese e gli arcieri sciti impiegati come schiavi
pubblici in servizi di ordine pubblico ad Atene). Erodoto guardò i differenti costumi di paesi barbari (territori
degli Sciti o dell’Egitto dalla cultura millenaria) catalogato come barbaro solo in ragione della collocazione
panellenica consapevole che il Vicino Oriente aveva offerto un contributo incalcolabile alla cultura e alla
scienza dei Greci (è proprio Erodoto insieme a Eschilo nei Persiani, con la celebrazione della vittoria di
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Salamina come trionfo della libertà sul dispotismo, a inventare, come sottolinea Braccesi, l’antitesi
culturale, politica e religiosa tra Greci e barbari, destinata a fornire il paradigma alla giustificazione storica
dell’opposizione fra Europa e Asia dei secoli successivi). La mappa politica disegnata sulle conquiste di
Alessandro può definirsi multietnica e pluriculturale.
Coloro che viaggiavano e si spostavano per necessità economiche oppure esuli che volontariamente o
forzatamente abbandonavano la loro patria costituivano gli xènoi, gli stranieri, indifferentemente non greci
e greci. Omero definisce lo straniero “senza legami di parentela, senza leggi e senza focolare”
potenzialmente ostile (nella misura in cui proveniva da un mondo esterno). Verso lo straniero i Greci
manifestarono una disposizione di maggiore apertura rispetto al barbaro. Si attivò un complesso di forme di
accoglienza all’obbligo morale di attenuare la precarietà della sua condizione. Costituirono una sorta di
codice di leggi dell’ospitalità, ospitalità privata (xènia) ritualizzata dallo scambio di doni.
La persona dello straniero fu garantita dalla asylìa, due città si accordavano per non applicare
reciprocamente il diritto di rappresaglia, il sylon, che autorizzava a esercitare il sequestro di persone e beni
di un individuo al di fuori della sua patria.
La periodizzazione della storia greca distingue un’età arcaica a partire dalla fine del IX al VI secolo a.C.
seguono in ordine l’età classica che copre il V e parte del IV secolo, e l’ellenismo che durò a lungo. Risultati
forniti dall’archeologia dimostrano che i Micenei parlavano greco, possedevano la scrittura e la civiltà
micenea pertiene a una protostoria greca imponendo di rivedere la data d’inizio della storia dei Greci,
tradizionalmente la prima testimonianza letteraria fornita dai poemi omerici. L’età micenea si interrompe
alla metà del XIII secolo (1200) con l’età arcaica si incunea un periodo di transizione “dark age” per
sottolineare la lunga fase di povertà e la scomparsa della scrittura che ritornerà nell’VIII secolo con
l’adozione dell’alfabeto fenicio. L’inizio dell’età classica fluttua tra prima o dopo le guerre persiane e
ugualmente incerta è la data finale. Alcuni studiosi la fanno coincidere con il 338 quando Filippo II avrebbe
posto fine alla libertà delle città greche, altri dopo la morte di Alessandro nel 323 a.C. . La libertà greca finì
con l’affermazione dei sovrani macedoni, Filippo e suo figlio Alessandro, o vi posero termine i Romani nel
146 dopo la distruzione di Corinto, la Grecia divenne provincia romana. De Sanctis che anticipava al 399,
data del processo a Socrate, la fine della libertà della polis. L’età ellenistica nozione di “ellenismo” nata da
uno studioso tedesco del XIX secolo, Gustav Droysen descrive il quadro politico e culturale consolidatosi nei
regni sorti dalle conquiste di Alessandro, epoca lunghissima dove la grecità adattata e trasformata fu la
componente dominante. La data tradizionalmente più nota per la fine dell’ellenismo è il 31 a.C. quando la
vittoria di Cesare Ottaviano Augusto ad Azio sulla flotta di Cleopatra, ultima discendente dei Tolomei, pose
termine alla dinastia regnante in Egitto, l’unica rimasta dai successori di Alessandro Magno. È spostata in
vanti da Hermann Bengtson fino al 529 d.C. quando Giustiniano fece chiudere la scuola platonica di Atene,
l’atto sancì la morte della cultura greca pagana.
Età micenea (XIII-XII secolo a.C.) = parlavano greco
Dark Age (1200-700 a.C.) = lunga fase di povertà, scomparsa della scrittura, adozione di un’agricoltura
spontanea
Età arcaica (700-490 a.C.) = nuova adozione di scrittura, alfabeto fenicio, processo di fondazione delle polis
con età della sperimentazione (IX-VI secolo)
Età classica (490-323 a.C.) = finisce con la fine della libertà dei greci
Età ellenistica (323-31 a.C/529 d.C.)
Gli antichi Greci non avevano una datazione unica. Si affermò la datazione per Olimpiadi a scadenza
quadriennale ma usate anche le cronologia locali (annuali) sulla base della successione delle cariche
magistratuali e sacerdotali, magistratura degli arconti. L’anno arcontale incominciava in luglio, così si ebbe il
doppio sistema di datazione.

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Capitolo 2
Conservate le opere di autori anche se la perdita o la trasmissione frammentaria lascia un vuoto
incolmabile. Le tracce della loro presenza sul territorio fatte conoscere dall’archeologia, dagli edifici, dai
monumenti attestano la civiltà materiale e artistica.
Tra i canali che convogliavano le informazioni la opsis, il vedere, con i propri occhi costituiva una delle
autenticazioni più autorevoli. L’akoè, è sentito dire, rimandava alla tradizione orale nell’età della scrittura
qualche volta acquistò la fisionomia della favola e del mito, soprattutto nell’età arcaica l’oralità affiancò
addirittura preminente, la scrittura nella trasmissione del sapere in tutti i campi i settori come per esempio
le leggi sacrali e i rituali religiosi, che rimasero in non pochi casi appannaggio di un patrimonio orale.
Tucidide polemizza con i predecessori, implicitamente con Erodoto: quelli che vorranno investigare la realtà
degli avvenimenti passati e di quelli futuri considereranno utile la mia opera, essa è un possesso che vale
per l’eternità.
La parola deriva dal termine greco historie, coniato da Erodoto e dallo storico usato nel senso di indagine e
ricerca. Prima forma di scrittura storica, ricercata nella cultura della Ionia nel corso del VI secolo i filosofi
Talete, Anassimene, Anassimandro elaborarono le prime teorie sulla formazione della terra e le redassero
in scritti in prosa. Prime forme di scrittura storica e Erodoto, il primo degli storici. La poesia lirica trovò le
sue prime e più alte espressioni grazie ai versi di Alceo e Saffo. Lo Ionia del VI secolo fu un laboratorio
culturale (la sua posizione di frontiera a contatto con un entroterra che aveva profondamente assorbito le
eredità lasciate dalle splendide civiltà succede tesi nei millenni precedenti, dai Sumeri ai Babilonesi).
Le origini radici nella logografia fiorita nella Ionia di fine VI secolo. Con questa parola si intendono gli
scrittori di logoi (discorsi) già dagli antichi considerati come i fondatori della storia. I logoi riguardavano gli
argomenti più diversi, principalmente alle cosmogonie (genesi del kòsmos, il mondo) e alle teogonie (genesi
degli dei. Tucide accusò i logografi di perseguire il piacere dell’ascolto piuttosto che la verità.
Il nome eccellente tra i logografi fu quello di Ecateo di Mileto (560-490 a.C.). Della sua opera rimangono
citazioni, gli è attribuita la Periegesi della terra, corredata da una carte geografica, descrivevano l’Europa e
l’Asia (a quel tempo ritenute coincidere con la terra intera), soffermandosi sui costumi e le modalità di vita
degli abitanti. L’altra opera di Ecateo è Genealogia, l’autore intraprendeva la costruzione degli alberi
genealogici miranti a creare una concatenazione razionale tra gli uomini e gli dei.
Erodoto
Il “padre della storia” definito da Cicerone, è Erodoto, nato intorno il 490 a.C. ad Alicarnasso, città della
Caria. Dopo aver intrapreso molti viaggi si stabilì ad Atene nell’età periclea, prima di ripartire nel 444 a.C.
alla volta dell’Occidente insiee ai fondatori della colonia di Turi, promossa da Pericle in Magna Grecia. Le
sue Storie sono divise in nove libri, il racconto contiene e approfondisce la storia pre-persiana dei popoli del
Vicino Oriente, dai Medi ai Babilonesi, sezioni dedicate alla descrizione di popolazioni panelleniche con
quell’interesse per il loro usi e le loro consuetudini, senza trascurare l’attenzione alla geografia del
territorio. Tra le più significative si ricordano l’excursus sull’Egitto e quello sugli Sciti. Prevale nell’opera la
visione elleno centrica del mondo esterno alla Grecia ma la curiosità dello studioso attento alla historie,
Erodoto lesse nelle guerre persiane l’opposizione inconciliabile tra il mondo dei cittadini liberi della polis e
un popolo di sudditi (l’antitesi tra l’obbedienza alle leggi e la sottomissione alla tirannide).
Tucidide
Nacque ad Atene intorno al 460 a.C., apparteneva a una famiglia dei ceti superiori imparentata con i dinasti
della Tracia (regione nella quale era proprietaria di miniere d’oro). Nel 424 fu impegnato in qualità di
stratego nelle operazioni militari in Calcidica, è solo oggetto di ipotesi se a seguito del loro esito negativo fu
condannato a lasciare Atene per trascorrere un esilio ventennale, secondo alcuni nei suoi possedimenti di
Tracia, secondo altri nel Peloponneso. Scrisse la storia della guerra del Peloponneso,, otto libri dedicati al
conflitto trentennale che oppose Atene e Sparta, con gli avvenimenti del 441 dedica spazio alla rivoluzione
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oligarchica dei Quattrocento e alla battaglia di Cinossema (nelle acque dell’Egeo). La sua opera storica si
distanzia dal racconto erodoteo perché è storia contemporanea, Tucidide precisa e rifiuta i fatti favolistici e
meravigliosi. Spiega nel proemio, narra un evento epoca, la guerra più grave dove i Greci si sono trovati
coinvolti, scoppiata quando i due contendenti erano all’apice della loro potenza; dura trent’anni con
conseguenze gravi, alto numero di morti in guerra, epidemie e carestie. Tucidide ha chiara la percezione di
un conflitto, equivale a una guerra mondiale. Il conflitto interrompe il bipolarismo egemonico che dalle
guerre persiane fino al 431 aveva diviso i Greci in due blocchi gravitanti intorno a Sparta e ad Atene in un
sostanziale equilibrio di potenza. Individua le cause profonde, ricondotte alla crescita a dismisura della
potenza marittima ateniese, responsabile della rottura dell’equilibrio. Apre la narrazione con una rassegna
delle grandi talassocrazie del passato, a partire Minosse a Creta, alla quale fa seguito la descrizione del
cinquantennio intercorso tra la fine delle guerre persiane e l’inizio della guerra del Peloponneso. Elabora un
vocabolario storico, inventando la definizione di archaiologia (logos, discorso di archaia, cose antiche) e di
pentekontaetia (pentekonta, cinquanta e ète, anni).
Storici delle generazioni successive completarono la narrazione della guerra del Peloponneso. I continuatori
di Tucidide sono tre: Senofonte, Teopompo e l’autore anonimo delle Elleniche di Ossirinco (tutti
superarono la data della fine del conflitto per proseguire oltre ed estesero il racconto agli eventi di tutta la
Grecia). Le loro opere divennero scritti di hellenikà “cose greche” (opera di storia generale). Sono giunti fino
a noi un’opera completa, le Elleniche di Senofonte.
Senofonte, ateniese, nacque intorno al 430 a.C. fu allievo di Socrate, conservandone un ricordo vivace nelle
opere “Memorabili”, “Apologia di Socrate”, “simposio”. Opere socratiche, scritti di argomento teorico e
politico, di economia trattatelli di carattere tecnico. Scritti storici l’Anabasi e le Elleniche. Il primo è un
diario di viaggio, spedizione militare in Asia come uno degli ufficiali dei Diecimila, i mercenari greci
ingaggiati da Ciro per poter detronizzare il fratello, e la sofferta ritirata dopo la sconfitta a Cunassa, morti
Ciro e il comandante reco Clearco, lo storico guidò i superstiti fino alla costa e alla salvezza. Con le Elleniche
Senofonte compone una storia del suo tempo, in 7 libri, dal 411, riallacciandosi al racconto degli eventi
laddove si interrompe la narrazione tucididea, al 363 a.C. (battaglia di Mantinea caratterizzata da una
visione sparto centrica con la quale risultano coerenti omissioni nella narrazione su fatti e protagonisti non
compatibili con questo disegno, e in cui si inserisce una palese attitudine antitebana).
La conoscenza della storiografia è limitata però è possibile riconoscere il cambiamento rispetto alla
produzione dell’età precedente e secondo categorie tematiche e scuole di pensiero. Si parla di storiografia
retorica in ragione dell’impronta persuasiva, didascalica e moralistica che indirizza l’opera storica; di
storiografia tragica e mimetica racconto drammatico o volto a suscitarne l’emozione; di storiografia
pragmatica concezione che privilegia la conoscenza della storia sulla base di fatti politici e militari (Eforo,
allievo insieme a Teopompo del retore Isocrate, storiografia tragica e mimetica di Duride di Samo, Filarco,
Ieronimo di Cardia).
Gli storici accomunati dal tema delle loro opere, le conquiste di Alessandro Magno, furono i primi
contemporanei compagni e collaboratori del sovrano degli scritti sfortunatamente non rimangono che
frammenti o citazioni di seconda mano da parte di autori più tardi. Tra questi Tolomeo (uno dei generali di
Alessandro e tra i suoi amici più fidati) fondatore della dinastia dei Tolomei regnante in Egitto fino al 31 a.C.
(alla cui opera ammette esplicitamente di avere attinto Arriano, storico greco di età romana, autore di una
Anabasi di Alessandro, così intitolato in omaggio a Senofonte). Callistene di Olinto, nipote di Aristotele,
storico della campagna in Asia (fatto uccidere da Alessandro perché ritenuto coinvolto in una congiura
contro la sua persona). Nearco autore di una Navigazione costiera dell’India.
Polibio
Originario di Megalopoli, figlio di un capo della Lega achea, lui stesso coinvolto negli eventi politici, militari
e diplomatici dal suo tempo, dopo la vittoria romana a Pidna del 168 a.C. fu portato a Roma come ostaggio.
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Si suole vedere in Polibio il fautore di una storiografia pragmatica gli obiettivi dell’autore scrivere una storia
universale. Già vedeva il destino di caput mundi, capitale mondiale. Di Storie, in quaranta libri, è andata
perduta una parte consistente.
Diodoro Siculo (storia greca e romana usando testi di altri autori)
Interpretazione di storia universale presenta Diodoro, originario di Agirio. Scrive 40 libri sulla storia del
mondo dall’età del mito fino a Giulio Cesare. Di questi libri ne rimangono 15. L’autore registra la storia reca
e la storia romana anno per anno tenendole separate. Utilizza storici che prima di lui hanno affrontato la
materia, riportando estratti interi della loro opera (molto spesso senza preoccuparsi di modificare il testo e
neppure di citarli. In sostanza la sua opera costituisce un enorme serbatoio di opere storiografiche
altrimenti perdute e il suo lavoro di storico è consistito nel produrre un enorme epitome di storia).
“Storici d’Occidente” ovvero gli storici originari di città dell’area greca occidentale. Tra questi si ricordano i
nomi di Antioco e Filisto di Siracusa, Ippi di Reggio, Timeo di Tauromenio. La perdita delle opere note da
testimonianze frammentarie e da citazioni di autori posteriori. La storia si riferiva a città e regioni, culto del
mito, delle antiche leggi sacrali, storia delle origini e delle genealogie, geografia, celebrando eroi locali,
mitici o reali che fossero. Informazioni orali e scritte. Essi stessi appartenevano a famiglie sacerdotali che di
generazione in generazione si trasmettevano un sapere religioso e giuridico inaccessibile ai più. I primi ante
cedettero Erodoto e Tucidide. Ricco si rivela il filone ateniese composto da un gruppo di scrittori noti come
Attidografi (storia dell’Attica) si ricordano Ellanico di Lesbo, Androzione, Clidemo e Filocoro (limitando la
citazione ad alcune dei nomi più rappresentativi del genere). La parola politeia definisce l’ordinamento e la
costituzione dello stato. Gli scrittori di politeiai oggetto della indagine degli ordinamenti vigenti nei diversi
stati della Grecia, ne descrissero gli aspetti formali e ne ricostruirono la storia. Scritti di politeiai sono
attribuiti a Protagora (sofista protagonista dell’omonimo dialogo platonico a Oppodamo di Mileto,
urbanista e teorico del pensiero politico). Aristotele e i suoi discepoli attribuiscono 158 scritti politeiai
(manca la parte iniziale), la Costituzione degli Ateniesi opera di Aristotele, le altre restano o frammenti o
soli titoli dove si inserisce anche La Costituzione degli Spartani di Senofonte. La Costituzione degli Ateniese
è di autore sconosciuto giunta nel Corpus delle opere senofontee, si presenta piuttosto come un pamphlet
politico violentemente ostile alla democrazia ateniese.
Notizie deducibili da fonti indirette che forniscono informazioni storiche, si colloca l’oratoria politica e
giudiziaria ateniese. Gli oratori dell’età classica, Lisa, Demostene ed Eschine e Isocrate. Le orazioni di Lisa
rappresentano una fonte primaria per gli eventi relativi al governo oligarchico dei Trenta Tiranni ad Atene e
alla restaurazione democratica del 403 a.C. I contrasti tra Demostene ed Eschine portano alla luce il
dilemma posto dall’avvento di Filippo II di Macedonia in Grecia: scegliere tra la difesa della libertà invocata
da Demostene e il pragmatismo di Eschine, favorevole a un’intesa per salvare la città dalla guerra. Genere
della biografia, è possibile a conoscere i grandi protagonisti della storia e a ricostruirne il profilo nella
letteratura del V e IV secolo. L’opera più significativa è Vite parallele di Plutarco (una parte dell’imponente
produzione letteraria di questo autore), nato a Cheronea di Beozia nel 45 a.C.
Un autore che si colloca nella storiografia greca è Pausania (anche se l’opera non può considerarsi storica in
senso stretto), vissuto nel II secolo d.C., forse originario dell’Asia minore, ha scritto la Guida (Periegesi) della
Grecia. I 9 libri ripercorrono l’itinerario compiuto dall’autore (partendo da Atene e dall’Attica, attraverso
l’istmo passa nel Peloponneso e poi nelle regioni della Grecia centrale), nel suo viaggio non si limita a
descrivere il paesaggio naturale e urbano e i monumenti che vede ma la sua storia dei luoghi e delle opere
d’arte (raccoglie tradizioni locali dei paesi che visita attingendole alle cronache locali o alla memoria orale
degli abitanti, si informa consultando documenti conservati dall’epigrafia, legge le opere della grande
storiografia del passato). Pausania guarda una Grecia contemporanea impoverita e decaduta, monumenti
in rovina, città abbandonate, ma dalla sua narrazione riemerge la Grecia magnifica e sontuosa del passato.
La pietra e il metallo hanno fornito supporto a un messaggio scritto, l’iscrizione o epigrafe (scrivere su) è
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attestata presso molti popoli, nel mondo greco e in quello romano si verifica quella “esplosione” di
materiale epigrafico che ha fatto parlare di “civiltà dell’epigrafia”. Le epigrafi funzionano come strumento di
comunicazione di massa, redatto in linguaggio semplice ed essenziale per captare l’attenzione del passante
(anche di quello distratto o di cultura modesta). Epigrafi utilizzate per l’informazione ufficiale: leggi, decreti,
trattati e così via. Forniscono informazioni supplementari sul linguaggio ufficiale dell’amministrazione
pubblica , il suo vocabolario. L’epigrafia ha avuto un largo impiego nella sfera religiosa e nel privato, modi di
pensare, il sistema delle relazioni affettive in seno alla famiglia e nel rapporto tra vivi e i morti, il sacro e il
profano, il mondo della cultura. Distingue: iscrizioni sacre, onorarie, commemorative, dedicatorie, funerarie
e invettive (essa offre la testimonianza diretta di una documentazione primaria). Riguarda la storia ufficiale
della polis.
Il papiro dell’Egitto fu inventato e utilizzato a partire dall’età dei faraoni (in tutta l’età greco-romana fu
destinato alla conservazione di due tipi di materiale: letterario e documentario), conservazione della
letteratura classica cui diede vita la Biblioteca di Alessandria (nel II secolo a.C. supporto scrittorio ricavato
dalla conciatura delle pelli animali che dalla località dove fu inventato, Pergamo, prese il nome di
pergamena. Il supporto scrittorio principale in tutta l’età medievale).Attraverso la diffusione delle monete
risulta possibile ricostruire i percorsi dei traffici mercantili, fornendo risposte a problemi relativi all’entità
del commercio e al genere dei prodotti importati ed esportati o rapporto tra iniziativa privata e intervento
pubblico.
Il terreno conserva frammenti di memoria, i materiali utilizzati per la costruzione delle loro dimore e le
tecniche impiegate, i templi che innalzarono ai loro dei, i manufatti di uso quotidiano, gli abitanti che
indossavano costituiscono le fonti materiali di una civiltà (la qualità artistica degli oggetti di pregio è meglio
valorizzata se analizzata nel suo contesto socio – storico. Scavi di Messene, mura impressionanti nelle loro
dimensioni che avevano suscitato lo stupore di Pausania, correvano per 9.5 km e l’Asklepieion. Descrizione
di Pausania configura l’Asklepieion come una sorta di museo di opere d’arte per il gran numero di statue).
Collegare cambiamenti nelle forme artistiche a mutamenti nella sfera del sociale o in conseguenza di
programmi politici mostrano anche le acquisizioni nel campo della tecnologia come il compasso a pettine
che permette di disegnare cerchi regolari. Gli edifici dell’acropoli di Atene esprimono il progetto
monumentale di Pericle, ideatore politico di Fida, che ne fu l’esecutore artistico. Monumento ed epigrafia
al Partenone e all’Eretteo dell’acropoli e al tempo di Aclepio a Epidauro si sono conservati i rendiconti dei
lavori che forniscono i riscontri economico – finanziario dell’opera con i costi del materiale impiegato
(sociale con la menzione della manodopera impegnata, e anche artistico, perché insieme ai costi indicando
il tipo di materiale per le decorazioni, dandoci un’idea della sontuosità della componente decorativa
originaria che nel tempo è andata persa).

Capitolo 3
Erodoto affermava di voler impedire che la memoria degli eventi umani andasse perduta nel corso del
tempo. Senofonte rivendicava la pari dignità alla memoria elle grandi e piccole città. La verità si coniugava
con il criterio dell’utile perché la storia ha un compito, quello di fissare la memoria degli eventi come una
conoscenza definitiva. La ricerca delle verità non poteva che essere indagine e speculazione in risposta al
fantastico del mito e del racconto orale. Luciano, autore greco della fine del II secolo d. C. con lo scritto
“Come si deve scrivere la storia” polemizzava con coloro che ritenevano facile scrivere la storia.
Tucidide secondo la memoria dello storico, Minosse da Creta estese la sua supremazia sulle isole Cicladi,
attuando un programma di colonizzazione e sottoponendo i centri insulari a un regime tributario (questo
passaggio tucidideo rappresenta l’unica testimonianza scritta del primato marittimo di Creta ne suo remoto
passato, che si aggiunge a una citazione di Omero che ricorda “la fertile e bella isola dalle novanta città”. I
resti materiali forniti dall’architettura fanno conoscere una civiltà opulenta e raffinata fiorita sull’isola tra il
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2800 e il 1400 a.C., compatibile con il livello di potenza di cui parla Tucidide e con il paesaggio urbano
omerico, per definire la quale è utilizzato il nome del mitico re Minosse), parlare di civiltà parziale. Il palazzo
più grande è quello scavato a Cnosso (si segnalano anche i palazzi di Festo, Mallia, Gurnia), centro del
potere politico, religioso ed economico, oltre che dimora del signore che si collocava al vertice dell’intero
sistema. Il complesso non era circondato da mura, mostrando perciò un sistema di potere che non si
sentiva minacciato da pericoli estremi. La scrittura detta “lineare A” usata a scopi amministrativi e nella
contabilità (la prosperità di Creta proveniva dallo sfruttamento di risorse fornite dalla produzione e dalla
trasformazione di materie prime, come lana e fabbricazione di manufatti), la mitica figura di Dedalo,
architetto del Labirinto nei sotterranei di Cnosso. I Cretesi esercitarono dominio marittimo, politico e
militare tramite la riscossione di tributi dai centri insulare e costieri, diffondendo in altre località come isole
Cicladi, il loro stile di vita e il loro gusto artistico. I Cretesi non erano greci, dopo l’arrivo dei Greci sull’isola
intorno al 1450 a.C. la loro civiltà fu inglobata nel mondo culturale greco. Gli stessi miti dei Greci
rielaborarono continuità facendo di Minosse il figlio di Zeus, il dio supremo del pantheon greco (tempio
dedicato a tutte le divinità).
La civiltà minoica scomparve verso il 1450 a.C. per cause sconosciute (a seguito di crisi interne, senza
escludere i cataclismi naturali). I Micenei giunti dalla Grecia continentale si installarono sull’isola
conquistarono Cnosso e subentrarono ai Cretesi nel controllo del Mediterraneo orientale. La civiltà
micenea deriva dal nome da Micene, più di cinquecento le località nelle quali si individuano tracce di
insediamenti micenei. Il palazzo del signore fu il centro del potere politico, militare, economico e religioso si
presenta come una roccaforte collocata in posizione elevata e racchiusa entro un cinta muraria
(espressione di una società militarizzata che fa della guerra uno dei momenti decisivi della sua esistenza).
Società stratificata secondo un ordine gerarchico dal vertice occupato dal wanax, comandante militare che
esercita la sua autorità su una aristocrazia di guerrieri, fascia composta da un’elite di dignitari e sacerdoti
fino alla base della piramide sociale, si colloca la massa dei lavoratori liberi, contadini, fabbri, artigiani,
pastori e così via formano il damos gerarchie sociali interne che prevedono il rango più elevato. L’economia
regolata dal palazzo centro di ridistribuzione dei beni prodotti. I Micenei furono un popolo di mercanti e
navigatori. Solcarono il mar Mediterraneo a oriente e allargarono le loro rotte a occidente (verso le coste
del mar Ionio, basso Tirreno, Sardegna e penisola Iberica), dettero vita a empori. L’amministrazione esigeva
controllo di tutti i settori della vita comunitaria, la scrittura costituì uno strumento indispensabile. I testi
scritti conservatisi (incisi su tavolette d’argilla), documenti della cancellerie, elenchi dei tributi versati e
ripartizione delle quote riservate categorie di dignitari e sacerdoti. Scrittura sillabica composta da 87 segni,
il “Lineare B”, decifrata nel 1952 come lingua proto greca.
La più nota delle imprese militari in cui i Micenei risultarono essere stati impegnati è la guerra decennale
contro Troia combattuta verso la metà del XIII (1250) secolo sotto la guida di Agamennone, wanax di
Micene e comandante supremo della spedizione militare. L’Iliade (Ilio è nome alternativo di Troia) di
Omero. Il re e gli eroi avevano splendide armature d’oro e di bronzo che si scambiano doni per stringere
rapporti di amicizia o stipulare legami matrimoniali (riflettono modelli riconducibili al mondo miceneo). Alla
loro morte venivano seppelliti in grandi tombe monumentali (situate dentro o fuori le mura) insieme alle
loro armature e ad un ricco corredo funerario. Sintomi del declino del mondo miceneo ravvisabili della
guerra di Troia (che si colloca cronologicamente in anni non molto precedenti al crollo definitivo intorno al
1200 a.C.), durata decennale del conflitto denuncia una vittoria faticosa senza conseguenze. Il mondo
miceneo crollò in modo rapide. Le tracce di incendi nei palazzi di Micene sono indicatori di eventi
traumatici (conseguenze di invasioni esterne aggressive e distruttive da parte di popolazioni provenienti da
settentrione oppure opera di quei Popoli del mare, seminarono terrore del II millennio penetrando in
Egitto, distruggendo Cipro e portando al collasso l’impero degli Hittiti. Ma anche lotte intestine tra i signori
locali o nei singoli centri). Situazioni che prefigurano il quadro sociale e politico della Dark Age dei secoli
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successivi. Conflitti di potere forse favoriti da rivolte del damos contro i signori dei palazzi (condizioni di
carestia e siccità in conseguenza di mutamenti climatici che compromisero l’economia rurale).
Con il mondo miceneo scomparve la fiorente civiltà che lo aveva caratterizzato tra il XII e IX secolo definito
“età buia”, periodo di profonda recessione con impoverimento sociale, isolamento economico e culturale. I
palazzi fortificati e le acropoli vennero abbandonati, la popolazione viveva in dimore semplificate e dispersa
in villaggi. La scrittura scomparve. Cambiamenti nelle pratiche della sepoltura segnalano una nuova fase
storica. La cremazione sostituì la tumulazione. Si estesero le terre incolte a scapito dell’agricoltura, si
privilegiarono coltivazioni spontanee come l’olivo, si incrementò il pascolo, prevale una dieta carnea.
Alimentazione meno equilibrata, possibile il fattore di alterazioni nei tassi di riproduzione corresponsabile
del calo demografico. Si verificò una contrazione sensibile degli scambi e delle importazioni mentre i
manufatti erano prodotti localmente. Cambiamenti negli assetti sociali nelle diverse regioni della Grecia tra
cui l’arrivo dei Dori da settentrione. Disgregata anche l’unità culturale e i singoli centri andavano
acquistando specificità autonome. Formazione dei dialetti che portò a distinguere quattro grandi gruppi:
dorico, ionico – attico, eolico e arcado –ciprio. L’introduzione del ferro nell’XI secolo è accompagnato dallo
sviluppo delle tecnologie connesse alla sua lavorazione.
Inversione di tendenza, ritorno a un’economia agraria, ripresa dei traffici mercantili, maggior benessere e
crescita demografica. Ricomparve la scrittura con l’alfabeto fenicio. Incominciarono a farsi strada nuove
forme di convivenza civile e di articolazione del potere, da cui si avviò il processo di formazione della polis,
questo poté dirsi concluso nelle sue linee essenziali alla fine dell’età arcaica (nella tarda età arcaica la
diffusione della polis risultava concentrata nelle aree costiere della Grecia meridionale e nelle isole). La
Grecia dei secoli IX-VI fu laboratorio di esperienze a largo raggio intorno alla genesi della polis, acquisizioni
nei campi della cultura, dell’arte, della poesia e del pensiero. Età della sperimentazione, la polis fu il fulcro,
stabiliva le basi economiche della società greca e il suo profilo sociale nelle linee essenziali, disegnava la
mappa politica della Grecia destinata a durare nei secoli e la forma di governo secondo la quale i Greci
ordinavano la loro esistenza comunitaria. Il ritorno a un’economia agraria favorì l’aumento numerico e la
crescita in grandezza di insediamenti stabili, il ruolo dei centri di culto locali e regionali nel promuovere
processi di aggregazione intorno al tempio di una divinità che gli abitanti avevano scelto come loro
protettrice (si ergeva sull’acropoli dove in passato incombeva il palazzo del signore miceneo), condivisione
del culto costruzione dell’identità civica. Sedi religiose si svilupparono richiamando affluenza di fedeli. I
principali punti di riferimento furono i santuari panellenici in particolare di Zeus a Olimpia, di Apollo a Delfi.
L’istituzione dei Giochi Olimpici nel 776 a.C. appare altamente significativa.
Tra la fine della Dark Age e l’inizio dell’alto arcaismo appare preminente la figura di un unico capo dove è
conferito il titolo di basileus, affiancata un consiglio di anziani e alla sua figura un capo la cui autorità non si
basa su un potere precostituito quanto su doti personali e carismatiche; personalità influente che
amministrava la giustizia, presiedeva alle cerimonie religiose, assumeva il comando in caso di guerra. La sua
dimora era nel megaron. In epoche in cui l’autorità centrale era debole o inesistente il gruppo gentilizio
costituiva la struttura chiave della società. I vincoli di parentela ricondotti a un capostipite comune illustre
anche di natura mitica come un dio o un eroe, dava il nome all’intero gruppo familiare o genos. Era una
struttura chiusa e con una forte solidarietà, il capo del genos era un esponente anziano e costituiva
l’autorità assoluta, gestiva i beni della casa, amministrava la giustizia, esercitava funzioni sacerdotali,
guidava gli uomini della famiglia che prendevano le armi. Appartenenza al genos e possesso di ricchezza
conferivano prestigio esponenti di un’èlite che si autodefiniva come aristoi (aristocrazia), ovvero i migliori. I
valori erano l’onore e la lealtà, il coraggio in guerra e l’eccellenza nelle gare atletiche o nella caccia.
Occorreva anche uno spirito di competizione, l’amore per la poesia, la musica e il gusto per uno stile di vita
raffinato. Nei simposi degli aristoi trovavano voce le liriche di poeti come Alceo e della poetessa Saffo.
I valori dell’aristocrazia arcaica ispiravano gli eroi omerici. Il mondo dei poemi di Omero p un’affascinante
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mistione di anacronismi, sono assegnati ai protagonisti di eventi più vicini all’età micenea (Iliade) o alla dark
age (Odissea), mentalità e usi che appartengono all’epoca in cui visse il poeta. È possibile riconoscere nella
società omerica le tracce di quelle che furono pratiche di vita e forme di pensiero proprie di ceti superiori
nei primi secoli di storia della polis. Virtù e codici di condotta si assommavano nella concezione di aretè,
manifestazione di una superiorità morale e fisica che legittima la pretesa a esercitare il controllo del potere,
un posto di primo piano occupò il dono. I capi dei Greci si scambiano doni e questo rappresenta un dovere
che nessuna norma impone ma viene sentito come vincolane in quanto appartiene agli imperativi morali
derivanti dallo statuto sociale superiore. Il dono crea legami, amicizia, senso di lealtà e di solidarietà che
impegnano a non tradire, ad aiutare in caso di bisogno, Il dono tra i doveri dell’ospitalità. La pratica dello
scambio dei doni è alla base di rapporti interpersonali testimoniano la rete di contatti amichevoli e pacifici
che univa le comunità greche. I due poemi (Iliade e Odissea) divennero per i Greci dei secoli successivi una
sorta di Bibbia sulla quale formarono la loro paideia, capacità intellettuali ed eccellenza fisica, complesso di
virtù che costituirono la base dell’aretè civica della polis e che furono vissute con il medesimo spirito
competitivo.
Di pari passo con la formazione della polis maturava una crescente consapevolezza, esigenza di creare
strutture adeguate alla partecipazione collettività agli organismi di governo. Polis luogo comune a tutti i
cittadini a cui tutti avevano il diritto e il dovere di provvedere, si perfezionava insieme all’idea dell’obbligo
collettivo alla sua difesa. Il combattimento eroico tra campioni fu sostituito dal combattimento di massa,
sostenuto dai cittadini che si armavano per difendere la patria quando era necessario. Cambiavano la scala
dei valori e la mentalità. Nacque il cittadino – soldato, figura chiave della società ugualitaria della polis,
combattere era per il cittadino un dovere ma anche un privilegio. Armarsi a proprie spese, come previsto
dal sistema della polis, chiuso ai ceti più bassi, privi di mezzi per acquistare e mantenere l’armatura.
Un’uguaglianza imperfetta secondo i nostri parametri ma per quei tempi l’unica possibile per coniugare i
criteri ugualitari con la stabilità sociale. Il cittadino – soldato era l’oplita, l’equipaggiamento era
standardizzato secondo i parametri di uguaglianza militare.
Colonizzazione, tirannide e legislazione rappresentano i tre principali fenomeni che accompagnano la storia
dei Greci, periodo della polis nelle quali si gettano le basi dei principi fondativi della forma di stato e di
governo propri della città greca, autonomia e autogoverno. Il cammino della polis è incominciato nell’età
delle aristocrazie ma ebbe una forte accelerazione dopo che i regimi aristocratici entrarono in difficoltà.
Queste situazioni diffondono cambiamenti nel corso dei secoli VII e VI, produssero un nuovo assetto sociale
e diverso sistema di potere che fece dei cittadini dell’intera comunità gli attori assoluti della loro esistenza
individuale e collettiva. La crescita in eccedenza demografica, i traffici mercantili che facevano conoscere
nuove terre, costituiscono un insieme di fattori che crearono i presupposti da cui presero avvio nel VII e nel
VI secolo flussi migratori in direzione dell’Occidente (Sicilia e coste dell’Italia meridionale) e verso l’Oriente.
Siracusa, Catania, Taranto, Reggio, Crotone, Cuma e Napoli diedero vita a sub colonie, città indipendenti e
autonome, i legami religiosi e culturali le legavano alla metropoli, la città madre (società incline ad
attitudini di apertura, mondo come laboratorio di esperienze politiche e intellettuali. Nacquero le prime
scuole di pensiero, ci si interrogava sulle origini dell’universo, prime leggi matematiche e bai di medicina
come Pitagora e Empedocle). Lo squilibrio tra un’élite aristocratica e la fascia degli esclusi tra i quali erano
gli artigiani e i commercianti che avevano raggiunto alti livelli di benessere grazie agli scambi mercantili,
impoverimento dei ceti agrari medi e piccoli, concentrazione della proprietà della terra nelle mani dei più
ricchi furono fattori per mettere in discussione delle prerogative dell’aristocrazia e nel chiedere una
ridistribuzione della terra. Le strade verso il rinnovamento furono due: a seguito dell’azione di un tiranno
che con un atto di forza instaurava un potere su base personale e un percorso pacifico di riforme grazie
all’introduzione di leggi per disciplinare i vari aspetti della vita comunitaria. Il tiranno era un esponente
dell’aristocrazia, che governò con il consenso di quella parte della cittadinanza e per ragioni differenti aveva
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interesse a spezzare il primato degli aristocratici. Aristotele definì i tiranni – demagoghi. Nefasto = non
adatto all’amministrazione della giustizia. Alcuni dei sette sapienti sono Periandro, Biante di Mileto, Solone
e Talete.
Le corti dei tiranni furono un crogiuolo di iniziative culturali, che richiamarono poeti e artisti di ogni genere.
Ai tiranni risalgono i primi programmi di urbanizzazione, interventi sia nel settore dei servizi sia dell’arredo
urbano. Risposta alla crisi fu la legislazione. Nasceva dalla progressiva acquisizione della consapevolezza da
parte di tutti coloro che formavano la comunità civica del loro ruolo di cittadini, con doveri e diritti uguali.
Fu la nomografia, la legislazione scritta, a costituire il punto di arrivo più alto, perché la scrittura privilegiava
il momento del pubblico sul privato, funzione di controllo sociale. Le prime leggi scritte si affermarono a
Locri, in Magna Grecia, per opera del legislatore Zaleuco e a Catania di Caronda. In Atene Draconte gettò le
basi del diritto penale, ma fu Solone a dare il codice, che costituiva la base della legislazione ateniese in
tutta la storia della città. Licurgo di Sparta la sua legislazione è raccolta nella Retra, conservò una
trasmissione orale, sial Licurgo sia Solone con la loro legislazione contemplarono una serie di settori che
riguardavano il codice di comportamento morale dell’individuo in tutti gli aspetti della sua esistenza. La
legislazione licurghea presenta l’integrità del sistema ugualitario spartano. Solone unì le sue leggi a una
riforma sociale e politica per dividere la cittadinanza in quattro classi censita rie sulla base del reddito
finanziario, sostituiva l’indice di ricchezza secondo la proprietà terriera, gettando in questo modo un male
nell’esclusiva società dell’aristocrazia agraria. Il primo a definire in questo modo fu Tirteo, significa “buone
leggi”. Fu invece Solone stesso a dare questo nome alla propria legislazione nel proprio operato, spiegava di
avere cercato di dare al popolo buone leggi per far prevalere la giustizia, l’ordine e la disciplina e quindi
l’eunomia diventava sinonimo di “buon governo”.
Intorno al 550 a.C. i Persiani sotto la guida di Ciro imposero nel vicino Oriente il loro dominio su un
territorio esteso dai limiti montuosi dell’odierno Afghanistan fino alle coste orientali dell’Egeo. Era uno
stato multietnico, i Persiani governarono accettando che le numerose etnie che lo componevano
conservassero lingua, religione e consuetudini di vita secondo le loro tradizioni, imponendo la presenza
tramite la riscossione di un tributo. Nel 499 a.C. Mileto si pose a capo di una rivolta ottenendo l’appoggio
degli Ateniesi. Il Gran Re sconfisse i ribelli e rase al suolo Mileto. L’episodio suscitò enorme impressione in
Atene, il tragediografo Frinico, che aveva messo in scena una tragedia per commemorarne la memoria
(Distruzione di Mileto) fu condannato perché colpevole di aver ricordato “mali patri” (Dario rivolse la sua
attenzione a quei Greci d’Occidente che avevano osato mettersi sulla sua strada e organizzò un intervento
militare per punirli). Guerre persiane che segnano il discrimine tra età arcaica e classica. Dieci anni dopo la
battaglia di Maratona, nella quale gli Ateniesi sotto il comando di Milziade, sconfissero l’esercito inviato dal
Gran Re Dario comandato da Dati e Artaferne, Serse, succeduto al padre Dario organizzò una spedizione
terrestre e marittima con uno spiegamento impressionante di forze militari allo scopo di superare le
difficoltà logistiche. La marcia del Gran Re verso il sud della Grecia fu una catena di incendi e devastazioni.
A tutte le città veniva richiesta “la terra e l’acqua” per imporre la sottomissione, pena l’annientamento in
caso di rifiuto. Gli Ateniesi costretti a evacuare mentre la loro città veniva incendiata. Salamina e Platea,
luoghi gloriosi dei Greci, sacrificio di Leonida e dei Trecento alle Termopili nel tentativo di fermare
l’avanzata del nemico. Per far fronte ai Persiani, le città della Grecia si erano riunite nella Lega ellenica
anche se questa alleanza militare fu sciolta al termine del conflitto.
Salamina, la flotta, Temistocle: tre elementi chiave per la democrazia ateniese (uniscono la vittoria).
All’indomani del conflitto la creazione della Lega delio – attica, riuniva alleanza militare intorno ad Atene i
centri insulari e costieri dell’Egeo (delineava egemonia continentale Sparta e marittima Atene). Tucidide
identificò un cinquantennio a partire dal dopoguerra, la pentecontezia, parola inventata dallo storico in
riferimento a questo arco di tempo come età cruciale. L’equilibrio delle forze garantia la speranza di un
periodo di pace, rafforzata dai trattati stipulati da Atene con la Persia (pace di Callia) e con Sparta per una
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durata di trent’anni. Aristide attribuisce la paternità della Lega delio – attica e Cimone grazie a vittorie sul
mare contro la flotta persiana sono i nomi ai quali ricondurre la rinascita di Atene. Il tesoro della Lega delio
– attica fu trasportato da Delo ad Atene, un certo qual modo segnava l’inizio dell’imperialismo ateniese.
Imponeva sulla scena internazionale una talassocrazia che sbilanciava il bipolarismo tradizionale. L’artefice
del primato di Atene, fu Pericle nipote di Clistene (fondatore della democrazia). Il programma edilizio per la
ricostruzione monumentale della città dopo l’incendio persiano fece dell’acropoli un palcoscenico dell’arte.
Il Partenone, tempio di Athena Parthenos protettrice della città. Dinamismo politico e culturale richiamò
artisti e intellettuali da ogni parte della Grecia, Pericle cerchia di intellettuali insieme a Fidia (responsabile
del progetto architettonico del Partenone), filosofi come Anassagora e urbanisti come Ippodamo di Mileto
e lo stoico Erodoto. Il teatro tragico riproponeva attraverso situazioni e personaggi del mondo eroico il
protocollo della democrazia. La commedia di Aristofane portava in scena il piccolo mondo dei bottegai e
degli artigiani. Umori e idee che Aristofane attinge per costruire il ritratto grottesco di Socrate ma anche
per presentarci le donne riunite in assemblea. Il relativismo dei sofisti non esisteva una verità assoluta, ma
tante certezze possibili da dimostrare con l’abilità del ragionamento, appariva compatibile con la vita
politica condotta in assemblea, contava saper convincere gli astanti che la propria opinione fosse migliore.
Un sapere nato nella e per la politica tra i suoi protagonisti più celebri Protagora e Abdera e Gorgia. Alle
novità intellettuali si univano modi di vita non convenzionali, che scandalizzavano l’opinione pubblica come
la scelta di Pericle di lasciare la famiglia per convivere con la raffinata e colta etera Aspasia.
Nel 431 a.C. Sparta e Atene entrarono in guerra e si combatterono per trent’anni. Tucidide, spettatore e
protagonista oltre che storico, il conflitto fu una guerra “mondiale”, coinvolse tutte le città della Grecia e
perfino la potenza persiana, le città della Grecia dovevano schierarsi o con Atene o Sparta, dividendole in
due blocchi contrapposti; suscitò guerre civili entro le città dove si scontravano fazioni democratiche e
oligarchiche a favore dell’uno o dell'altro dei contendenti. La causa è da ricercare nella crescita della
talassocrazia ateniese che aveva alterato l’equilibrio del sistema egemonico bipolare dell’età della
pentecontezia. Dalla metà del V secolo Atene era impegnata su più fronti di guerra contemporaneamente,
con costi notevoli di vite umane. Il piano strategico pericleo era combattere sula mare evacuando la
campagna dell’Attica e concentrandone gli abitanti entro le mura urbane. La strategia periclea rivelò una
grande debolezza. Strutture urbane inadeguate all’eccedenza di popolazione a causa delle carenti strutture
igieniche scoppiò un’epidemia di peste tra cui lo stesso Pericle, l’esercito spartano fece terra bruciata dei
campi e dei raccolti. Dopo una prima fase conclusa nel 421 dalla pace di Nicia in condizioni di parità, il
conflitto riprese nel 418 e continuò con le crescenti difficoltà di Atene, i costi della flotta aumentarono,
rivolte represse con la forza, fallimentare spedizione in Sicilia per colpire Siracusa, e infine l’ingresso nel
conflitto al fianco di Sparta della Persia. Il programma edilizio iniziato con Pericle continuava e nel 423 fu
inaugurato l’Eretto (complesso architettonico dell’acropoli a fianco del Partenone). Le rappresentazioni
teatrali avevano luogo regolarmente. Gli anni postpriclei coincidono con il periodo più fitto delle commedie
di Aristofane, mentre Euripide metteva in scena le sue tragedie. Il teatro aristofaneo intercetta il
malcontento dando voce alla nostalgia di un tempo felice, quando i campi erano in grado di sfamare in
contadini e questi non erano costretti ad abbandonare l’aratro per impegnare la lancia oppure al desiderio
di porre fine alla guerra. A Pericle era subentrato Cleone, indirizzato sulla politica del cammino della
democrazia radicale e che aveva convinto il popolo a continuare nell’opzione militare, una politica che fece
precipitare i già difficili rapporti con gli alleati della Lega delio – attica, moltiplicando le ribellioni e le
defezioni. Nella fase più critica dell’imperialismo ateniese, sarebbe stato Cleone il responsabile della morte
degli abitanti di Mitilene, colpevoli di essersi rivoltati ad Atene, decisione rimasta inattuata, gli Ateniesi si
pentirono e inviarono in gran fretta una nave con la missione di intercettare quella già partita con l’ordine
di eseguire la condanna. Cleone considerato il prototipo di una nuova figura di uomo politico, vita pubblica
dominata da esponenti delle famiglie nobiliari di ispirazione democratica. Gli antichi costruirono introno
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alla sua persona il profilo del demagogo (protagonisti di vita pubblica di orientamento democratico), fu uno
dei bersagli preferiti della satira aristofanea, ispiratore della figura del salsicciaio dei Cavalieri. La commedia
lo presenta in assemblea in grembiule da lavoro mentre grida e gesticola scompostamente. L’erede
intellettuale e politico di Pericle fu considerato Alcibiade, uomo brillante, geniale e ambizioso, occupò la
vita pubblica per le sue capacità politiche per le sue stravaganze e gli eccessi nel lusso e nella vita privata.
Suscitò ammirazione ma critiche inimicizie. Eletto nel collegio dei tre strateghi preposti al comando della
spedizione in Sicilia, fu denunciato per aver partecipato a un banchetto nel quale si erano profanati i
Misteri Eleusini, sacrilegio, fu associato a un fatto inquietante: la mutilazione delle erme che ornavano le
strade di Atene. Per evitare il processo Alcibiade abbandonò la flotta ateniese e si riparò a Sparta.
Condannato in contumacia e poi perdonato, fece ritorno ad Atene nel 408. Ritenuto responsabile della
sconfitta nella battaglia navale di Nozio si allontanò definitivamente e si ritirò nella Tracia, a seguito della
sconfitta di Atene riparò in Frigia; il satrapo Farnabazo lo fece uccidere per tradimento. Alcibiade è oggi
acclamanto come il degno successore di Pericle. Il dissenso veros il regime democratico si espresse a livello
politico nel 411 con il colpo di stato dei Quattrocento. Gli oligarchi di Atene presero potere, istituirono un
governo di quattrocento membri e modificarono la costituzione ateniese in direzione restrittiva,
delimitando i diritti politici ai cinquemila cittadini delle fasce superiori di reddito. La rivoluzione oligarchica
fallì grazie al pronto intervento della flotta ateniese, nel 410 a.C. il regime democratico era restaurato. La
fine della battaglia combattuta nelle acque di Egospotami (405). La città cadde due anni dopo per fame. Per
volontà dei vincitori la Lega delio – attica fu disciolta, distrutta la flotta, le mura abbattute. La democrazia
sembrò scomparire, il potere fu assunto dal regime oligarchico filo spartano dei Trenta Tiranni, che
restarono al potere un anno circa e nel 403 a.C. fu restaurata la democrazia.
Il IV secolo incominciò sotto il segno della doppia egemonia di Sparta, continentale e marittima e l’attività
della diplomazia persiana che ricorre alla corruzione dispensando oro nelle poleis della Grecia per favorirne
le divisioni, l’obiettivo di impedire il raggiungimento della Persia. La cessazione delle ostilità sembrò
raggiunta nel 387/86, le città greche e il Gran Re stipularono un trattato di pace generale, introduceva una
nuova concezione dei rapporti tra gli stati nelle relazioni internazionali, la pace generale riconosceva due
grandi sistemi politici, a occidente il mondo policentrico delle poleis libere e autonome, a oriente il dominio
assoluto del Gran Re. La parola eirenè entrò nel vocabolario per indicare un trattato di pace che instaurava
rapporti basati sull’assenza di conflittualità per durata indeterminata. Società internazionale nella quale la
pace era lo strumento per regolare i reciproci rapporti. Atene riconquistava la supremazia del mare (prende
vita la seconda legge marittima nel 378), sulla scena internazionale fece il suo ingresso la città di Tebe.
Sotto la spinta di capi abili come Pelopida e Epaminonda, mirava a imporsi come potenza dominante della
Grecia, vano il tentativo di Sparta di fermarla (battaglia di Leuttra nel 371). I Tebani annientarono
l’invincibile falange spartana grazie alle tattiche introdotte nel combattimento oplitico. Il numero degli
Spartiati caduti sul campo di battaglia aggravò il processo, calo demografico. Leuttra ridisegnò la mappa
politica del Peloponneso. Con l’appoggio di Epaminonda riconosciuto come “il liberatore”, la Messenia
riacquistò la sua indipendenza e l’Arcadia si costituì come stato federale con la creazione della capitale
Megalopoli. Nel IV secolo la conflittualità rimase altissima. Sparta non fu capace di sfruttare la vittoria nella
guerra del Peloponneso, e si avviò la sconfitta di Leuttra; Atene seppe risollevarsi, le forze emergenti come
Tebe furono incapaci di dare al cambiamento uno slancio duraturo (alcuni parlavano di crisi della polis del
IV secolo). L’insegnamento di Socrate sopravvisse nelle opere di Platone, discepolo fondatore
dell’Accademia, e di Aristotele, destinato a raccogliere l’eredità platonica. Nelle opere di questi due filosofi
la riflessione intorno alla polis occupa un poso di primo piano, progetto utopico di affermare la polis come
forma perfetta di convivenza o valutare le differenti esperienze costituzionali. Attraverso l’oratoria politica
e giudiziaria del IV secolo si perfeziona la formulazione del principio dell’autonomia che costituisce
l’essenza della polis.
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L’egemonia tebana troppo legata alle capacità individuali di protagonisti come Pelopida ed Epaminonda
incominciò a declinare. La Macedonia vasta regione montuosa dominata dal Monte Olimpo, abitata da una
società pastorale e retta da un re appartenente alla dinastia degli Argeadi, affiancato da aristocrazia di
proprietari terreni. La monarchia lacerata da lotte dinastiche e sotto la minaccia costante delle bellicose
tribù montanare confinanti. Filippo II quando salì al trono sottopose a cambiamenti per trasformare il paese
in uno stato moderno. Il tentativo di fermarlo con un’azione militare si rivelò fallimentare: l’esercito della
coalizione greca non fu in grado di resistere all’urto della falange macedone che Filippo II aveva trasformato
in una micidiale macchina da guerra, a Cheronea nel 338 subì una dura sconfitta. Il sovrano riunì le città
della Grecia nella Lega di Corinto, obiettivo portare guerra alla Persia. Le poleis dopo Cheronea persero la
loro autonomia. Alla morte di Filippo, ucciso in una congiura di palazzo, fu il figlio di Alessandro a ereditare
e a portare a compimento il progetto del padre e non appena salito al trono organizzò una spedizione in
Oriente. La memoria delle guerre persiane gli fornì il retroterra ideologico per presentare la campagna
militare coma la punizione da infliggere ai Persiani invasori della Grecia. Si identificò con Achille. Prima di
intraprendere la campagna in Asia, intervenne in Grecia per domare alcuni tentativi insurrezionali seguiti
alla morte di Filippo. Focolai della rivolta furono Atene e Tebe e toccò a quest’ultima la sorte terribile. La
città fu rasa al suolo e la popolazione ridotta in schiavitù. L’esercito greco avanzò di vittoria in vittoria aveva
bisogno di investire la sua persona di un’autorità diversa e superiore a quella di re dei Macedoni. Viaggio al
santuario Ammon – Zeus, all’oasi Siwa. Dopo le vittorie del Granico e di Isso catturò l’intera famiglia del re
persiano e si impossessò del suo favoloso tesoro a Gaugamela, l’esercito persiano fu definitivamente
annientato. Dario, riuscito a fuggire, fu ucciso a tradimento da un suo dignitario Besso, Alessandro gli rese
onoranze funebri regali con la sepoltura in Perside mentre fece giustiziare il traditore. I sentimenti d’affetto
per la madre Olimpiade e il matrimonio con Rossane, figlia della dinastia di Oriente. Desiderava spingersi
verso le frontiere dell’ignoto in direzione dell’India. La stanchezza dei soldati dopo la vittoria sul re
dell’India Poro prese la strada di ritorno. Arrivò in Babilonia dove poco dopo morì, forse per avvelenamento
(323). Alla morte di Alessandro i territori conquistati furono spartiti tra i suoi generali che si presentavano
come i successori. Alla fine di lunghe lotte nelle quali i diadochi si combatterono vide la formazione di
quattro regni nei quali i diadochi diedero vita a dinastie detentrici del potere: la Macedonia sotto gli
Antigonidi, l’Egitto sotto i Tolomei, la Siria dei Seleucidi e Pergamo degli Attalidi. Il programma di
fondazione di città al quale si dedicarono tutti i sovrani ellenistici fu uno dei segnali più evidenti di questo
processo di ellenizzazione realizzato con modelli ellenici. La lingua greca divenne la lungua comune.
Droysen diede a questa nuova cultura il nome di “ellenismo”. Le capitali dei regni: Pella in Macedonia,
Antiochia in Siria, Pergamo con il monumentale altare eretto per celebrare la vittoria sui Galati. La più
splendida fu Alessandria d’Egitto. La distinzione tra cittadini e stranieri non aveva molto senso, erano tutti
uguali e sudditi delle monarchie. La speculazione aristotelica aveva posto la felicità dell’individuo in
un’esistenza vissuta in comunità con i suoi concittadini. Il potere centralizzato dei monarcati ellenistici,
affidato a una cancelleria di funzionari conduceva al disimpegno politico. Nuove correnti filosofiche, dallo
stoicismo alla scuola di Epicuro scoprivano il valore dell’uomo come individualismo.
Sul finire del III secolo, nel mondo ellenistico diviso da reciproche rivalità tra i sovrani ei diversi regni fece il
suo ingresso Roma. Le guerre macedoniche vinsero su Filippo V e su suo figlio Perseo, trasformazione della
Macedonia in provincia romana. La guerra in Siria terminata con la sconfitta di Antioco III determinò l’uscita
del regno dei Seleucidi dalle grandi potenze del Mediterraneo. In Grecia rivolta domata nel sangue da Lucio
Mummio si concluse con la distruzione di Corinto, nel 27 a.C. Augusto la costituì in provincia senatoria
autonoma. Nel 133 a.C., Attalo III morendo lasciò in eredità il suo regno Pergamo ai Romani. Con
l’annientamento di Cartagine, Roma assume una direzione imperialistica chiamano il Mediterraneo mare
nostrum. L’ultimo a cadere fu il regno d’Egitto nel 31 a.C. quando Azio Cesare Ottaviano sconfisse
Cleopatra. La cultura greca era arrivata a Roma.
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LA POLIS
Nuovo modo di pensare la vita comunitaria. Gli abitanti si sentivano cittadini, politai, che partecipavano alle
decisioni comunitarie e si autogovernavano. Principi della libertà e dell’indipendenza è attraverso la polis
che entrarono nella storia. Sistema policentrico nella quale la grecità ha saputo interpretare l’essenza della
sovranità dello stato. I Greci hanno usato la parola polis in tre accezioni:
-sinonimo di acropoli, Polis è chiamata da Tucidide l’acropoli di Atene, identificata con il nucleo primigenio
della città e l’acropoli tebana nota come Cadmea;
-insediamento urbano
-città – stato in corrispondenza allo statuto giuridico.
La polis complementarietà tra l’insediamento urbano e una porzione di suolo ad esso afferente. Paesaggio
politico della Grecia, mosaico di città – stato di varia grandezza. La polis di Atene includeva l’intera regione
dell’Attica (Atene-Ateniesi; Argo – Argolide; Sparta – Laconia e Messenia). L’Asty ha una molteplicità di
funzioni riguardanti la sfera della politica, dell’amministrazione della giustizia, dell’economia. L’agorà il
luogo della parola, i cittadini si riunivano in assemblea per discutere su problemi di comune interesse,
edifici come organismi amministrativi, gli istituti di governo e l’attività giudiziaria. L’agorà era il luogo del
mercato e delle botteghe. Sull’agorà di Atene si affacciava il teatro di Dioniso (sede di Eschilo, Sofocle e
Euripide), ospitava anche il Ceramico, quartiere dei vasai. Nel V secolo le botteghe lasciano il posto alle
tombe comuni, momenti di intensa partecipazione popolare alla vita pubblica della città. Con lo sviluppo
urbanistico l’acropoli aveva assunto la funzione prevalente di sede di culto, il tempio della divinità
protettrice della città dopo l’incendio persiano. Gli Ateniesi avevano giurato di non ricostruire ai più ciò che
i barbari avevano distrutto. Rimasero sotto gli occhi degli Ateniesi per trent’anni finchè Pericle diede inizio
all’opera di ricostruzione. Le mura considerate da Tucidide il segno esplicito dei centri urbani evoluti. Gli
Spartani vivevano in una città priva di mura. Atene costruì le Lunghe Mura di 10 km.
L’asty sorgeva al centro della chora, non presentava un paesaggio omogeneo. Differenza tra centro e
periferia designano con termini di eschia (Attica) o perioikis (Tessaglia). La polis era uno stato perché
attraverso le sue leggi e i suoi ordinamenti esercitava un potere sovrano. Parola chiave autonomia.
L’autonomia dei Greci si riferiva alla facoltà dei cittadini delle poleis di autogovernarsi con le leggi che tutti
insieme decidevano di darsi per disciplinare la convivenza e senza riconoscere alcuna istanza superiore alla
polis. Autonomia si coniugò con eleutheria, valori e competenze che definiva il criterio della sovranità dello
stato. Libertà era rifiuto di sottomissione a ogni potenza esterna, facoltà data a ogni cittadino di esprimere
la propria opinione, di votare. Principi consumati entro la polis al di fuori c’era la condizione fluttuante di
straniero rimanevano largamente affidati alle forme dell’accoglienza privata e non prevedeva protezioni
inquadrate dal diritto. Politeia per definire il complesso degli ordinamenti che componevano il governo
della polis, costituzione. I regimi prevalenti si ispirarono all’oligarchia e alla democrazia. Favorito il sistema
verticale, vertice ristretto il potere decisionale; nelle democrazie si preferiva un sistema orizzontale che
distribuiva autorità e competenze a organismi allargati. Ad Atene l’autorità sovrana dello stato risiedeva
nell’assemblea di tutti i cittadini. In Sparta le competenza degli Spartiati erano limitate alla facoltà di
approvare o respingere le decisioni di un consiglio ristretto di 28 anziani (geronters). Criteri modalità di
votazione nella democrazia il sorteggio. Regimi conservatori o oligarchici prevalenti sul sistema elettivo. Il
governo della polis richiedeva requisiti di carattere etico. Oltre all’effettivo possesso della cittadinanza,
l’aspirante a un incarico pubblico doveva fornire garanzie di condotta morale privata, assenza di condanne
penali. La base economica della polis fu fondamentalmente la terra, raramente potè essere realizzata. Solo
Sparta vi riuscì con le risorse date dalla Laconia e della Messenia. Altre poleis furono per le importazioni,
forme complementari di economia fondate sullo scambio e sul mercato, società agraria. Una società di
piccoli e medi proprietari terrieri l’autourgos rappresentato dalla commedia e incarna il cittadino medio di
Atene. I ceti nullatenenti furono il serbatoio che alimentò il personale marittimo, rappresentò la base
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sociale la quale fornì il consenso a quella democrazia radicale. Nel procedere della guerra del Peloponneso
si allargò il solco tra le classi umili urbane e i ceti rurali immiseriti dal prolungarsi della ferma militare che
impediva ai proprietari terrieri di dedicarsi alla cura dei loro campi sulla base dei bisogni sociali ed
economici la società ateniese non era omogenea.
Esisteva una Grecia altra, delle popolazioni che non furono toccate, o lo furono in ritardo. Il loro quadro di
vita fu il villaggio. Vivevano in villaggi sparsi sul territorio, l’agricoltura era limitata al consumo locale in un
regime di stretta sussistenza, le attività principali erano quelle silvo –pascolive. Il villaggio, il pascolo la
trasumanza disegnano le comunità montane della Grecia centro – settentrionale. Gli spostamenti
stagionali, infrastrutture proprie di un’economia agraria e l’ambiente furono determinate nell’orientare
forme di vita, l’economia e il sistema sociale del villaggio. La comunità del villaggio era organizzata in
maniera semplice, società di tipo patriarcale, la ricchezza e l’anzianità costituivano i principali indici per
conferire prestigio e autorità. Indossavano sempre le armi, definiti “pastori- guerrieri”. In queste regioni
iniziarono a svilupparsi le città, coinvolte le funzioni istituzionali (polis come città- stato). Vivere appartati
non significa necessariamente isolamento. La coscienza di appartenere a gruppi etnici diversi. La Grecia del
Nord aveva popoli suddivisi in ethne, costituivano il territorio dell’ethnos: Etoli (distinti in Apodoti, Euritani
e Ofionei); Epiro (Caoni e Molossi, Focesi e Locresi). L’Arcadia (centri del Peloponneso) era un esempio
significativo di un regime misto di poleis e gruppi tribali, con città importanti e di antica tradizione come
Tegea, Orcomeno, Mantinea. I componenti dell’ethnos si raccoglievano presso il santuario della loro
divinità, occasione per radunare l’assemblea della nazione, assumere decisioni su problemi che
richiedevano una valutazione comunitaria. La festa in onore della divinità aveva una serie di attività
accessorie. Il basileus era la figura garante dell’unità della nazione. Il koinon o stato federale erano città e
etnie che convivevano come soggetti politici entro un sistema bipolare.
Aristotele elabora la visione della città come comunità di cittadini, l’uomo è per sua natura un “animale
politico”. La qualifica di cittadino fu ovunque riservata a un numero di individui limitato rispetto alla totalità
della comunità operata sulla base della capacità o dell’impedimento a partecipare di quel complesso di
dirittti e doveri che erano prerogative del polites. Il diritto di voto attivo e passivo, il monopolio della
proprietà fondiaria, obblighi militari e fiscali, cittadini gelosi delle loro prerogative del polites. Nel 451
Pericle fece approvare ad Atene una legge che limitava la cittadinanza ai soli nati da padre e madre
ateniese, mettendo fuori legge i matrimoni misti. Una società face to face in cui tutti conoscevano tutti.
Esisteva una categoria di residenti liberi privi di diritti politici (meteci, stranieri autorizzati al domicilio). Il
meteco assicurava allo straniero la protezione della città tramite la figura del prostate, tutore che garantiva
per lui, e dietro pagamento della tassa di residenza, il metoikion. Erano commercianti e benestanti in
quantro stranieri, ai meteci era vietato anche l0acquisto di proprietà fondiarie e di beni immobili. Alla
società della polis apparteneva una numerosa fascia di schiavitù. L’impiego di manodopera servile copriva
tutte le attività, in Atene, era la fascia più numerosa della popolazione cittadina. Lo stato assegnava a ogni
spartiate un lotto di terra e gli iloti tenuti a lavorarlo per suo conto e a consegnarli tutto il prodotto tranne
la quota lasciata ai lavoratori per la loro sussistenza. Neppure potevano essere oggetto di transazione o
venduti (ilozia diversa da schiavitù, condizione a metà tra la libertà e la schiavitù). Origine nella Laconia e
nella Messenia dove risiedevano e conservavano una coscienza politica della libertà perduta più forte
rispetto agli schiavi tradizionali, sradicati dai loro luoghi d’origine. Il vocabolario sociale distingueva tra belli
e buoni e cattivi. I “gentiluomini” erano di classi superiori. Quello che faceva la differenza era la proprietà
della terra, il cittadino ideale era il proprietario terriero.
Pienezza dei diritti politici. La donna non godeva di alcun diritto politico e il suo statuto legale e sociale era
mediato dalla figura maschile della famiglia. Apparteneva all’oikos, la casa, in cui l’autorità e responsabilità
si concentravano nella figura del capofamiglia, il suo ruolo gli conferiva il titolo di kyrios, signore e padrone,
dalle cose alle persone che con gradi differenti di subordinazione andavano dagli schiavi alla moglie e figli.
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L’intero universo femminile si racchiudeva nella casa, veniva coinvolta nella conduzione della casa, badava
a seguire i lavori del personale servile, si occupava dell’educazione dei figli, conduceva un’esistenza di
reclusione, il gineceo (donna – casa). La vita sociale era con limiti molto stretti. Era vietato partecipare a
banchetti e simposi, esporsi in pubblico (soltanto nelle festività in onore di divinità femminili,
accompagnate da un’ancella). Donna ateniese riconosciuta con una dote, che il matrimonio portava con se
nella casa dello sposo. La dote rimaneva di sua proprietà, sotto l’amministrazione del coniuge. La figlia
femmina non poteva ereditare, nel caso non esistessero figli maschi poteva prendere l’eredità. L’ereditiera
veniva sottoposta a ogni tipo di pressione da parte dei parenti perché non stringesse un nuovo vincolo
matrimoniale ma sposasse qualche congiunto prossimo, per evitare di far uscire il patrimonio della famiglia.
Il diritto ateniese era la legge attribuita a Solone, si preoccupava della sorte delle figlie senza dote e delle
ereditiere “povere”. La norma prevedeva che il parente più stretto le fornisse una dote anche se non
intendeva sposarla. Il principale dovere della donna era la procreazione. Dopo il 451 la madre ateniese
aveva obblighi e dei requisiti richiesti dalla legge periclea. Il divorzio era ammesso. Al marito era consentito
porre termine alla convivenza con la coniuge in qualsiasi momento, rimandandola alla casa paterna. Tra i
motivi per interrompere il matrimonio vi era la sterilità della moglie. Nel caso che a essere sterile fosse il
coniuge c’era la possibilità di consentire l’unione della sposa con un parente prossimo. A Sparta la
legislazione di Licurgo ammetteva la poliandria (unione di una donna con più uomini). Lo stato di Sparta
esercitò un fortissimo controllo biologico della società. Le donne erano incoraggiate a dedicarsi ad attività
fisiche (gare di corsa, lotta, lancio del disco e del giavellotto per irrobustire il corpo), consentita la nudità
femminile, si autorizzò la pratica della poliandria (per incrementare le nascite). Un legge di Sparta che
prevedeva per la donna morta di parto onori pari a quelli dello spartano caduto in guerra. La donna
spartana conservò un’indipendenza personale sconosciuta alle sue consimili di altre città e ruolo esclusivo
nella gestione dell’oikos come l’efficienza della casa, il controllo della produzione degli iloti e delle rendite
fornite dai fondi assegnati al marito. Possibilità di accumulare le ricchezze individuata nella facoltà di
generare figli da più mariti (la cittadina spartana era in grado di assumere la conduzione di due o più
patrimoni). Aristotele nella Politica presenta la situazione patrimoniale in Sparta intorno alle metà del IV
secolo nelle mani delle donne alle quali appartenevano i due quinti delle terre, nel III secolo Agesistrata e
Archidamia controllavano le maggiori ricchezze di Sparta. La tradizione letteraria ricorda che le donne
spartane godevano di notevole influenza nelle decisioni più importanti della polis. Casa, procreazione e
maternità furono i tre poli dell’esistenza femminile, immagine della donna esclusa dal mondo della cultura.
Donne colte o esperte di musica e danza erano identificate delle etere, delle prostitute, delle cantanti e
ballerine che allietavano i simposi maschili, ex schiave straniere. In età ellenistica si ha qualche mutamento.
Diogene Laerzio presenta la figura di Ipparchia, sorella e moglie di filosofi, donna colta e essa stessa amante
della filosofia vissuta tra la fine del IV e inizio del III secolo. Testimonianze dal medesimo periodo mostrano
donne delle migliori famiglie impegnate in gare e competizioni di musica, canto e recitazione al pari degli
uomini. Polignota fu una famosa musicista di Tebe. Nel complesso la donna incomincia a uscire dal gineceo.
Signora della “buona società” di bassa condizione sociale, faceva lavori faticosi, la moglie del contadino
veniva a contatto con la promiscuità sociale dell’agorà, considerazione molto bassa nella scala sociale. Le
donne svolgevano un ruolo attivo nella sfera del culto, sacerdozio femminile, ampia autonomia
nell’esercizio dei loro compiti, partecipazione delle donne ai riti dionisiaci, valutazione negativa rispetto
all’assunzione di ruoli sacerdotali. Il dionisismo venne considerato un fenomeno tipicamente femminile
attraverso la figura delle menadi (baccanti) che in preda a un furore divino. Pratiche diffuse nella società
della Grecia settentrionale. Le baccanti soggetto dell’omonima tragedia di Euripide, menadismo le donne
che lo praticavano, pregiudizi in quanto manifestazione degli aspetti più inquietanti dell’alterità femminile.
Esisteva un’ampia fascia di donne al di fuori della famiglia, le concubine, etere e prostitute. Demostene
afferma che l’uomo ateniese aveva tre donne.
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Etere = Le prime donne erano spesso raffinate e colte che accompagnavano gli uomini nei luoghi e nelle
occasioni più varie (etere), godevano di libertà sconosciuta alle donne di famiglia. Offrivano la loro
compagnia a pagamento (etera = compagna), l’uomo pagava una relazione che era qualche cosa di più
dell’incontro occasionale. Erano prive di tutte quelle tutele che il diritto almeno assicurava alle donna di
famiglia, i figli nati dalle loro relazioni erano illegittimi.
Concubine = la sua figura aveva un ruolo non molto diverso da quello della moglie. Poteva anche essere
accolta nella dimora familiare. Era tenuta a rispettare l’obbligo di fedeltà e ai suoi figli erano riconosciuti
alcuni diritti in materia di successione, in condizione di subordinazione rispetto ai figli legittimi. È da
escludere che il diritto ateniese abbia ammesso la bigamia.
Prostituta = gradino molto basso della scala sociale, schiava, ex schiava rapita da predoni o pirati, preda di
guerra, ragazza proveniente dai ceti più poveri o neonata esposta dopo la nascita. Prostituzione prosperava
nei centri di società numerosa e mobile. In alcuni casi allevate ed educate per svolgere questo mestiere con
l’obiettivo di procurare guadagni a chi le aveva cresciuto. Alcune riuscirono a raggiungere notorietà e
prosperità, come Frine, modella dello scultore Prassitele, Laide e Neera, citata in giudizio da Demostene in
un processo che fece scalpore. Vivevano in ambienti di degrado morale e sociale e conducevano una vita
miserabile. Il luoghi della prostituzione erano la strada, i bordelli, le osterie. L’esercizio dell’attività era
sottoposto a una tassa. Alle donne di piacere apparteneva una schiera di danzatrici, mime, suonatrici e
cantanti. Esisteva un forma di prostituzione sacra, l’immagine di queste donne si legava in primo luogo alla
bellezza, comportamenti incentrati sulla seduzione, estranei al profilo della mogli. Agli strumenti della
seduzione apparteneva anche l’abbigliamento vistoso, unito all’uso di un trucco pesante ed eccessivo.
Testimonianze relative alla società pastorali della Grecia settentrionale forniscono la testimonianza di un
ruolo della donna, poteva svolgere in queste regioni il ruolo di capofamiglia oltre l’economia domestica e la
casa. La cultura della polis vedeva la donna segregata entro le pareti protettrici della casa, donna con
sentimenti di docilità, discrezione, obbedienza e comportamenti coerenti. Il senso del potere , l’autorità e il
comando di Olimpiade non potevano che scandalizzare proprio perché dovevano essere in grado di
assumere responsabilità nella gestione del potere.

Atene
La democrazia ateniese durò poco meno di duecento anni, dal 508 al 322, quando i Macedoni occuparono
la città sostituendola sotto il controllo di un presidio militare macedone. Regime politico nel quale il demos
godeva di uguali diritti politici. Secondo dei documenti ufficiali, il popolo è sovrano. La parola democrazia
comparve per la prima volta con Erodoto con un sistema costituzionale che ripone il supremo potere
decisionale nelle mani del popolo. Resa possibile dalla riforma di Clistene nel 508 e completata dopo la
rivoluzione di Efialte nel 462 a.C. Passò alla democrazia piena quanto, tramite l’assemblea di tutti i cittadini
il popolo si configurò come esclusiva fonte autoritaria delle decisioni e in nome della comunità civica
esercitava funzione di controllo sul personale coinvolte nell’attività di governo. Le istituzioni create da
Clistene in vigore in tutta Atene, fatte salve le brevi interruzioni del governo dei Quattrocento nel 411 a.C. e
del regime dei Trenta Tiranni nel 404 a.C. Alla base dell’esperimento ateniese non vi fu nessuna teoria
politica e neppure un progetto costituzionale. Clistene non fu un legislatore come Solone ma aprì la strada
alla democrazia. Gli Ateniesi attribuivano l’unificazione politica e territoriale al re Teseo (tempo
antichissimo). Il mito conservava il ricordo della resistenza al sinecismo (co – abitare, processo di
unificazione politica), centro di collegamento di Atene in direzione dell’istmo e sede del santuario di
Demetra e Kore. Nel VII secolo raggiunti significati risultati in campo legislativo e sociale. Sul finire del VII
secolo in Atene era stata introdotta la prima legislazione scritta a opera di Draconte, costituì la base del
diritto penale vigente in Atene. Solone con le sue leggi intervennero nel campo del diritto familiare,
testamentario, successorio. L’attività legislativa riguardò la società, l’economia, l’amministrazione della
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giustizia, soluzione alle tensioni sociali. Cardine fu il regime della terra: cancellò i debiti contratti da cittadini
nei confronti di altri concittadini, abolì la schiavitù per debiti e restituì a ciascuno le terre di sua proprietà.
La popolazione venne ripartita in quattro classi sulla base del reddito. Le cariche pubbliche rimanevano
aperte ai cittadini delle fasce di reddito superiore. Creava le basi per un nuovo rapporto tra comunità civica
e partecipazione politica. Incominciavano ad affacciarsi sulla scena pubblica i ceti artigianali e mercantili
favoriti da un’economia di scambio vivace e prospera. Tutti i cittadini avevano facoltà di riunirsi in
assemblea con Solone l’istituzione dell’eliea, il tribunale popolare per l’amministrazione della giustizia,
riuniti come assemblea giudiziaria 6000 cittadini.
Il programma politico di Pisistrato, tiranno di Atene alcuni anni dopo la riforma di solone, era incentrato su
tre poli principali: istituzione di feste religiose civiche, le Panatenee e le Dionisie; il programma edilizio e
monumentale; l’istruzione basato sulla lettura di Omero. Favorì l’integrazione tra città e campagna grazie
alla creazione di giudici itineranti che amministravano la giustizia spostandosi di villaggio in villaggio.
La riforma di Clistene era uno statuto legale del cittadino, formazione e modalità di partecipazione alle
istituzioni pubbliche. L’intero suolo fu ripartito in circoscrizioni territoriali, unità politico – amministrative, i
demi raggruppati in 30 trittie (nome derivato da quello di eroi locali dell’Attica), a loro volta destinate a
confluire in 10 tribù territoriali. Lo scopo di Clistene era mescolare la popolazione al fine di favorire nuove
forme di appartenenza e di solidarietà che spezzavano gli antichi legami delle famiglie aristocratiche. La
residenza sul territorio costituì un criterio per lo statuto legale del cittadino. Clistene può considerarsi il
padre della democrazia, non si sa nulla della sua biografia.
Tutti i cittadini maschi adulti corrispondono la sovranità dell’assemblea (ekklesia). Era la sede per la
presentazione di proposte passabili di essere trasformate in norme del dibattito pubblico che
accompagnava il processo di elaborazione decisionale fino all’approvazione finale che trasformava la
proposta in decreto. Le procedure di volto erano per alzata di mano, o a scrutinio segreto tramite votazione
con una fava o pietra da depositare in urne predisposte. Le riunioni avevano luogo in una sede
appositamente predisposta, la Pnice (vasta spianata, sul fianco dell’acropoli). Complementare all’assemblea
era il consiglio, costituito da 500 membri sorteggiati in numero di 50 per ognuna delle 10 tribù clisteniche. I
requisiti per l’eleggibilità prevedevano il possesso effettivo della cittadinanza e il compimento del
trentesimo anno di età. Speculare all’assemblea politica era l’assemblea giudiziaria, composta da 6000
giudici sorteggiati tra i tutti i cittadini. Competenti su tutta la materia giudiziaria, fatta eccezione per i reati
penali, affidati all’Areopago, il venerando consiglio, erede del consiglio degli anziani, nell’età delle
aristocrazie e supremo organismo della città. Complesso di magistrature di vario livello completava
l’apparato dello stato circa 700, ma le più significative erano il collegio dei 10 arconti e quello dei 10
strateghi. Gli arconti in epoca preclistenica rappresentavano la massima autorità dello stato, entravano a
far parte dell’Areopago. I primi tre erano l’arconte eponimo, l’arconte basileus e l’arconte polemarco. A essi
si aggiungevano i sei tesmoteti e un segretario. Dal 487 gli arconti furono sottomessi alla nomina tramite un
sorteggio. Dopo il 457 l’arcontato fu aperto anche agli zeugiti. Svuotati di potere politico, gli arconti
conservavano un prestigio in ambito sacrale e giudiziario. L’arconte eponimo istruiva le cause attinenti alla
tutela dei minori e delle vedove. Dava il nome all’anno, incaricato della organizzazione delle Dionisie,
responsabile dell’allestimento dei cori. L’arconte basileus aveva funzioni della regalità, giurisdizione per i
reati di empietà e nelle controversie tra sacerdoti. Il polemarco detenne il supremo comando militare
finché i suoi poteri furono trasferiti ai dieci strateghi, continuò a organizzare le cerimonie pubbliche in
onore dei caduti in guerra. Ai 10 strateghi competevano il comando dell’esercito in guerra, funzioni in
campo giurisdizionale e diplomatico.
Principi fondamentali della partecipazione alla democrazia della polis furono il sorteggio, la rotazione
annuale e la collegialità delle cariche, il controllo dei magistrati e la remunerazione degli incarichi pubblici.
Circa 30 mila maschi adulti facevano parte regolarmente dell’attività pubblica. L’ordine in città era svolto da
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un corpo di arcieri sciti. L’ostracismo consisteva in una misura preventiva che prevedeva l’allontanamento
per dieci anni di un cittadino sospetto di aspirare alla tirannide. In una società di èlite i membri godevano di
un uguale diritto di parola. La novità democratica offriva a tutti la possibilità di partecipare al dibattito
pubblico dell’assemblea. Ogni cittadino aveva facoltà di presentarsi alla tribuna, prendere parola per
presentare una proposta sugli argomenti dell’ordine del giorno. Se la mozione veniva approvata era
trasformata in decreto, che diventava subito operativo, ma ogni cittadino aveva facoltà di incriminare
l’autore di una proposta. Il profondo significato della parola democratica del tempo si sciogli con riferimenti
nella tragedia e nella commedia di Euripide nelle Supplici.
La vita quotidiana per una parte della popolazione si svolgeva nei demi rurali. I demi rappresentavano
l’unità di base per la composizione dei 50 buleuti della tribù cui afferivano, e svolgevano funzioni
anagrafiche, sul quale venivano iscritti al compimento della maggiore età. Nei demi si replica il sistema
centrale con assemblee locali, un’attività amministrativa e decisionale, sedi di culto proprie. Al vertice vi era
il demarco, godeva di un’autorità individuale assoluta. dalle commedie di Aristofane nel IV secolo, si ricava
una società demotica vivace e attiva, effetti positivi e negativi di una società face to face.

Sparta
Lo stato di Sparta, territorio della Laconia e della Messenia, priva del centro urbano, presenta al suo posto
una conurbazione di cinque villaggi. La storia della città fu caratterizzata da una progressiva chiusura verso
l’esterno per impedire contatti dei cittadini con stranieri. La xenelasia (allontanamento dello stranieri) fu
percepita come uno degli aspetti distintivi del sistema spartano, insieme alla segretezza. Il modello
spartano fu colto nello stile di vita ispirato a codici di austerità, severità, senso di disciplina, una società
militare che fece della guerra il compito esclusivo dei suoi membri. Il sistema rigorosamente comunitario
della società e lo spirito egualitario disegnarono intorno a Sparta il profilo dello stato che aveva raggiunto il
massimo dell’eccellenza. Questo sistema detto kosmos, dimensione della perfezione come armonia del
tutto generata dall’accordo e dalla sintonia di tutte le parti. Un nucleo di Dori si stanziò nella Laconia, dai
Dori sopraggiunti, gli Spartani, e una popolazione asservita riconducibile agli abitanti indigeni con
differenziazione sociale. Evento decisivo fu la conquista di Messina, due guerre che impegnarono Sparta, si
conclusero con l’annessione del territorio e la riduzione in schiavitù dei Messeni. Sparta puntò a ottenere il
primato nel Peloponneso attraverso una rete di alleanze con i centri maggiori e minori di questa regione.
Sistemazione politico – religiosa alla fine della prima guerra messenica, introduzione della legislazione
spartana all’opera di Licurgo conosciuta come “Grande Retra”. Le leggi, secondo una tradizione, furono
dettate a Licurgo dall’oracolo di Delfi oppure l’oracolo si limitò a dare la sua approvazione. Legislazione
orale. La Retra di Licurgo fissò gli ordinamenti in base ai quali gli Spartani dovevano governarsi. Al vertice
due re, espressione di due distinte dinastie (Agiadi e Euripontidi) ma con scarso potere politico. I 28 anziani
componevano il consiglio della gerousia, con il compito di presentare proposte legislative. All’assemblea di
tutti gli Spartiati competeva approvare o respingere le proposte dei 28 anziani. Fu introdotto il collegio de
cinque efori on autorità di controllo sugli stessi re. I discendenti dei Dori formarono la classe degli Spartiati,
ceto dirigente della città, detentori dei diritti politici, si autodefinirono gli Uguali. Funzione primaria degli
Spartiati era di assicurare la difesa della città, garantire l’efficienza nell’uso delle armi, impegno militare
come attività primaria. Una delle retre lircurghee esplicito divieto agli Spartiati di dedicarsi ad attività
artigianali e commerciali. Ogni spartiate riceveva in assegnazione dallo stato un lotto di terra, lavorato per
suo conto dagli iloti. Gli Spartiati regolavano la loro esistenza su basi ugualitarie secondo principi
comunitari, dimensione collettiva contro ogni individualismo. Momento simbolo di questo egualitarismo
collettivo era il sissizio, gli Spartiati consumavano i pranzi in comune. La commensalità era un dovere
imposto dalla Retra e ogni spartiate contribuiva con un quota dei prodotti del suo kleros (lotto di terra). Gli
Inferiori erano figli illegittimi, Spartiati impossibilitati a fornire la quota per il sissizio, coloro che avevano
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manifestato codardia in guerra. Gli iloti furono né liberi né schiavi. Numericamente superiori agli Spartiati,
divieto di portare le armi ne parlano come di una classe sempre pronta a rivoltarsi. Soprattutto gli iloti della
Messenia mantennero vivo il ricordo della perduta indipendenza che avrebbero riconquistato nel 371 a.C.
La rivolta del 464 mise in serie difficoltà Sparta. Terza fascia della società spartana era costituita dai perieci,
di condizione libera, residenti in insediamenti loro propri, abilitati a militare nell’esercito spartano, affidate
tutte le attività artigianali e i commerci vietati agli Spartiati. Gli Spartiati erano in minoranza numerica e con
il tempo si ridussero ancora di più. La Retra dettò regole di condotta alle quali gli Spartiati dovevano
conformarsi come un codice morale. Lo stato esercitava il controllo biologico dei suoi membri a partire
dalla nascita, solo i nati fisicamente perfetti erano abilitati a sopravvivere e quelli fisicamente non idonei
erano soppressi. La società spartana era gerarchica nel sistema sociale, vigeva un rispetto delle gerarchie
che imponeva ai più giovani deferenza verso gli anziani. La paideia dei giovani disciplinava la convivenza tra
giovani e adulti, fu il forte senso dell’obbedienza. L’obbedienza può essere considerata la virtù cardinale
degli Spartiati, che Licurgo aveva imposto ai suoi concittadini, questo significava agire per il bene della città.
L’obbedienza, l’austerità, la disciplina, il regime egualitario, scelti consapevolmente come codici in condotta
erano l’uguaglianza spartana con carattere selettivo.
Ad Atene la riforma di Clistene diede inizio al cammino vero la democrazia, esiste perché i diritti civili non
sono riservati a pochi ma alla maggioranza. Dalle altre città della Grecia la differenza sostanziale risiedeva
nel fatto che all’organizzazione verticale del potere vigente altrove sostituì un sistema orizzontale nel quale
alle decisioni di interesse comune partecipavano tutti i cittadini come a Sparta, quello praticato dagli
ateniesi fu un regime assembleare.
Il rigido sistema egualitario fu una società di Homoioi, riconoscere nella società spartana un modello
perfetto di uguaglianza. Platone ne fece il modello per la sua città ideale, gli illuministi ne apprezzarono la
rigorosa impalcatura etica, il comunismo dei beni, l’insensibilità al lusso e il rispetto per gli anziani. La
democrazia ateniese realizzò un’uguaglianza quantitativa mirò la massimizzazione della partecipazione dei
cittadini alla vita dello stato, il sistema spartano si ispirò a una uguaglianza selettiva che non esitava a
espellere quanti non erano in grado di rispettare le regole del kosmos.

Luoghi e forme di Culto


Tra il IX e l’VIII secolo fecero la loro compara in Grecia i santuari, all’origine spazi delimitati da segni visibili,
cippi, muriccioli, un’area sacra detta temenos (si celebravano sacrifici). In un secondo momento si edificò il
tempio dedicato a specifiche divinità. Il santuario era inviolabile, il dio avrebbe punito l’uomo che avesse
osato di profanarlo. Funzionò come luogo di asilo, dove si godeva di immunità, leggi sacre. Ogni polis aveva
le sue sedi sacre, tempio o sacello, un altare, un heroon (sede di culto dell’eroe). Il culto principale era
quello per la divinità protettrice della città, sede del tempio monumentale (sull’acropoli), altri culti erano
comuni a tutti i Greci nei santuari panellenici. Il culto tributato alla divinità del pantheon dava
un’esperienza coinvolgente. I templi potevano essere di stile dorico (colonne con capitello circolare
sormontato da una lastra quadrata), ionico (colonne più alte con capitello decorato da due volute) e
corinzio (capitello decorato con foglie d’acanto). Tempio = dimora del dio. L’evoluzione successiva con la
cella, il sacrario inaccessibile dove si ergeva la statua della divinità, preceduta da un pronao (vestibolo
colonnato) e dal porticato detto opistodomo.
Sfera religiosa e sfera politica nella vita della polis furono strettamente intrecciate, religione ufficiale della
polis nell’agorà, dove si iscrivevano culti che assumevano un particolare significato civico. Al centro
dell’agorà era consuetudine seppellire i fondatori della città. Tra i culti conobbe singolare fortuna quello di
Dioniso, era praticato durante cerimonie notturne in luoghi selvaggi e appartati, in particolare da donne, le
cosiddette menadi o baccanti, che, in preda a un furore divino si slanciavano in danze e canti. L’orfismo
religione dionisiaca con caratteri ascetici e catartici all’estraniazione orgiastica del dionisismo. Figura di
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Orfeo, come Dioniso originario della Tracia. Le dottrine orfiche erano connesse a dottrine escatologiche e
alla concezione dell’immortalità dell’anima. I santuari panellenici erano la sede di divinità alle quali
tributavano un culto comune tutti i Greci. I più importanti Zeus a Olimpia e Apollo a Delfi che insieme a
quelli di Posidone all’Istmo e di Zeus a Nemea, furono sede dei Giochi panellenici. Altri centri religiosi
furono Zeus a Dodona, Apollo a Delo e Mileto, di Asclepio a Epidauro.
Il santuario di Zeus a Olimpia fu sede delle feste e dei giochi quadriennali in onore del dio. L’Altis affollata di
monumenti e statue, rifulgeva la statua crisoelefantina di Zeus a opera di Fidia.
Il santuario di Apollo del Parnaso, dove Apollo aveva ucciso il Serpente, si trovava “l’ombelico” una pietra
antichissima che i Greci credevano caduta dal cielo per segnare il centro del mondo. Il tempio fu oggetto di
una ristrutturazione monumentale nella prima metà del IV secolo a.C. Carattere soprannazionale,
amministrazione del santuario affidata all’anfizionia pilaico – delfica con rappresentanti in gradi di agire
come tribunale per dirimere controversie tra poleis. Il dio era consultato a titolo privato da individui che si
aspettavano di ricevere consigli per la loro condotta di vita, a titolo ufficiale dagli stati per ottenere un
parere su questioni di politica interna ed estera, in materia di legislazione.
Asclepio = Intorno al 370 a.C. a Epidauro, programma edilizio per dare una sede al dio guaritore Asclepio. Il
complesso santuariale comprendeva un edificio a pianta circolare, il portico dove dormivano i pellegrini, il
tempio di Apollo Maleatas e il teatro. I santuari di Asclepio funzionavano come nosocomi per svolgere
prestazioni mediche, i sacerdoti erano competenti per praticare cure e interventi chirurgici. A partire dal
420 la traslazione del culto da Epidauro ad Atene. Nell’esaltazione del culto Sofocle, che ospitò nella sua
casa la nuova divinità prima che ad essa fosse eretto un tempio pubblico, compose un peana.
I culti erano per onorare le divinità in determinate ricorrenze. Feste che si prolungavano per più giorni, le
feste panelleniche per eccellenza furono quelle che si svolsero presso i santuari più importanti. Le
celebrazioni nei quattro santuari panellenici erano riservate ai Greci e l’adunanza dei fedeli. Un oratore era
invitato ad aprire le cerimonie con la declamazione di un discorso. La celebrazione si svolgeva poi
attraverso il sacrificio, il banchetto, la processione e i concorsi agonistici. Qualsiasi conflitto in corso era
temporaneamente sospeso, sanzioni durissime erano previste per coloro che non la rispettavano.
Limitavano la sospensione ai loro cittadini cui era fatto divieto di assumere le armi.
L’attrazione più suggestiva nelle feste era data dai Giochi, riguardanti lo sport, la musica, la poesia, il teatro.
Le gare erano classificate in ginniche, ippiche e musicali. Le prime comprendevano esercizi di destrezza
fisica, le seconde corse di cavalli e carri, le ultime un ventaglio di manifestazioni intellettuali e artistiche. Gli
atleti non indossavano indumenti, cingendo solo in vita un ridotto perizoma. Al vincitore andava un premio
detto athlon, era espresso dalla corona di foglie di olivo (Olimpia) o alloro (Delfi). Solo la vittoria procurava
fama e gloria, non si registravano solo i primati. Aveva rilevanza il numero delle vittorie riportate per
questo deriva la fama dell’atleta. I Giochi Olimpici si ripetevano a scadenza penteterica, nel quinto anno
dopo un intervallo di quattro anni. Il circuito dei quattro Giochi costituiva la periodo, un atleta riporta la
vittoria e gli risultava il titolo ambissimo di periodonikes. Ispirarono l’arte e la poesia. Scene di gare e figure
di atleti.
Gli agoni olimpici furono i più spettacolari tra i Giochi panellenici per la grandiosità delle competizioni, la
solennità del momento, l’afflusso di fedeli e spettatori, la partecipazione degli atleti più illustri. Si
celebravano in Olimpia, entrarono nel calendario ufficiale nel 776 a.C. fino al 394 d.C., furono soppressi
insieme a tutte le espressioni di culto pagano per volontà dell’imperatore Teodosio. La festa in onore di
Zeus a Olimpia si svolgeva tra la fine di luglio e i primi giorni di settembre, durava sette giorni e alle gare
erano riservati i cinque centrali. Nel corso del V e IV secolo ci furono 13 gare. La corsa a piedi restò la gara
principale e il nome del vincitore veniva registrato in testa all’elenco degli atleti. Il pentathlon consisteva in
5 gare, atleti completi, i con coretti potevano scegliere di disputare tre delle cinque specialità per ottenere
la vittoria finale. Il pancrazio era uno scontro misto di lotta e pugilato, c’era il rischio di incidenti mortali. Le
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gare ippiche aprivano i Giochi, la corsa delle bighe, dei cavalli montati da fantini. I costi per mettere in
campo un carro da corsa in grado di gareggiare erano altissimo. Il settimo giorno i vincitori erano davanti a
tutti con la corono d’ulivo che crescevano dentro l’Altis. Solone prescrisse per gli atleti ateniesi vincitori un
premio di 500 drame e in Sparta godevano del privilegio di combattere al fianco dei re. I Giochi Pitici con
origini ad Apollo, accompagnando con la cetra, un inno sul luogo dove aveva ucciso il Serpente. Si trattava
di Giochi musicali delle arti della cultura. Includeva soltanto la gara poetica basata un nomos pythiko, un
canto epico- lirico intorno al tema della lotta di Apollo con il Pitone, inizio nel 586 a.C.
Anche in molte città le manifestazioni religiose erano accompagnate da concorsi e gare nelle quali esibire
doti e capacità fisiche, o artistiche e intellettuali. Le festività più importanti di Sparta erano le Carnee, le
Giacinzie, le Gimnopedie, dedicate tutte ad Apollo.
Le Carnee riconoscono il carattere mimetico con il profilo guerriero della società spartana, riprodurre
pratiche legate alla guerra. Le ragazze intrecciavano una danza in onore di Artemide.
Le Giacinzie (derivano da Giacinto, amato da Apollo) celebrate nel distretto di Amicle dove il dio lo aveva
ucciso per un fatale errore, e sul suolo bagnato di sangue era spuntato il fiore del giacinto.
Le Gimnopedie chiamate dalla nudità dei concorrenti, carattere preparatorio alle nozze. Gare riservate alla
partecipazione femminile con tutti i criteri legati alle gare maschili, compresa la nudità.
Le feste di Atene erano numerose, in base alla loro base geografica, secondo differenze di genere (maschile
o femminile), di stato sociale di rilevanza civica. La festa più prestigiosa in Atene furono le Panatenee,
ripartite in Grandi Panatenee (principali a scadenza penteterica) e Piccole Panatenee (annuali) istituite
come culto ufficiale della polis da Pisistrato nel 566 a.C. in onore di Atena. Le Grandi Panatenee duravano
nove giorni, processione che lungo la via Sacra saliva all’acropoli per deporre nel Partenone il peplo da
offrire alla dea “le operaie”. Il programma comprendeva gare atletiche, musicali e letterarie, gare ippiche,
danze in armi, un concorso di bellezza virile, la regata. Il momento solenne era la corsa con le fiaccole
durante la veglia notturna. Le Panatenee furono le feste di tutti gli Ateniesi, riuniti intorno alla loro dea per
celebrare il culto, la loro storia e le loro tradizioni e per mostrare la potenza della città, la coesione della
comunità civica. Onore di Atene con le feste delle Arreforie, processione notturna, due fanciulle di età tra i
sette e gli undici anni, trasportare alcuni oggetti misteriosi dal tempio di Atena al tempio di Afrodite.
Altrettanto importanti le feste legate al culto di Dioniso, con concorsi teatrali (presero forma la tragedia e la
commedia). Dioniso, dio dagli aspetti inquietanti e trasgressivi nei culti orgiastici e misterici in Atene. Le
feste maggiori in onore di Dioniso erano le Grandi Dionisie che cadevano nei mesi febbraio- marzo, e le
Piccole Dionisie nei mesi novembre- dicembre nei demi rurali. Le Panatenee, le Grandi Dionisie erano
istituzione pisistratica, duravano sei giorni. Le Piccole Dionisie ponevano nei demi le medesime opere
rappresentate ad Atene. Era alta la partecipazione. Nei mesi agosto- settembre erano occupati dalle
Eleusinie o Grandi Misteri, festa dell’iniziazione misterica al culto di Demetra e Kore. Cerimonia di apertura
l’arconte basileus pronunciava la formula che escludeva dai Misteri i figli illegittimi, i barbari e coloro che
praticavano la magia. Processione guidata dalla sacerdotessa dal Telesterion in Atene trasportava ad Eleusi
il simulacro di Dioniso. vi partecipava una folla enorme che percorreva a piedi i 30 km, si commemorava il
destino di Demetra, aveva vagato giorni e giorni per il mondo, alla ricerca di Persefone, la figlia rapita da
Plutone (Ade). Arrivò a Eleusi venne accolta dal re e in segno di riconoscenza consegnò al figlio Trittolemo
una spiga di grano e gli insegnò a coltivare cereali. Demetra era festeggiata come colei che aveva istituito le
leggi del matrimonio. Serie di feste che commemorava Teseo, fondatore di Atene, feste che ricordavano le
sue gesta più significative come la vittoria sulle Amazzoni (uccisione del Minotauro).
Il teatro si formò nel contesto di manifestazioni che facevano parte di feste in onore di una divinità,
caratteristiche concorsuali e agonistiche. Data ufficiale dell’inizio è considerata il 535 a.C. quando il tiranno
Pisistrato istituì le feste in onore di Dioniso. Il teatro era uno struttura a cielo aperto. Le Dionisie si
inseriscono nel quadro di fervore culturale e artistico dell’età di Pisistrato, l’obiettivo era di sviluppare
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valori condivisi entro un demos. Il teatro appartiene all’ideologia unitaria della polis. Il momento più fulgido
nella storia del teatro ateniese si lega all’età della democrazia. Il teatro fu portatore dei vari valori delle
democrazia. I protagonisti delle tragedie del mito rivestivano la regalità eroica. Gli eroi tragici, attraverso la
parola riproponevano il protocollo della democrazia e i cittadini vedevano le proprie pratiche di vita. Il
presente irrompeva nel passato, il reale violava l’invenzione per obbligare lo spettatore a interrogarsi su
temi che venivano sottratti dalla contingenza della lotta politica per comunicare valori assoluti. Dionisie
feste profondamente condivise dalle manifestazioni di apertura, la libagione degli strateghi, la pubblica
lettura dei benefattori della città, la parata degli orfani di guerra. A questi festival assistevano spettatori
provenienti da altri centri della Grecia, gli ateniesi potevano offrire lo spettacolo di una città che sapeva
unire diletto e pietà che amava la cultura ma non dimenticava che i suoi cittadini dovevano essere pronti a
servire come soldati. Fu un teatro di massa, con capienza per migliaia di persone la partecipazione. Lo stato
ateniese la favorì con la introduzione, attribuita a Pericle, del theorikon, consistente in un sussidio di due
oboli allo scopo di assicurare anche ai cittadini indigenti la possibilità di assistere agli spettacoli. Assistere a
uno spettacolo equivaleva a una funzione civica alla quale era un dovere per il cittadino partecipare. Due
opposte interpretazioni della pratica del theorikon, da un lato riconoscervi il carattere onnipervasivo della
democrazia, da un altro sistema politico che sottraeva l’arte e la cultura al monopolio delle elite per farne
un patrimonio fruibile dall’intera comunità civica. Fu un teatro di stato, l’allestimento scenico era tra le voci
della spesa pubblica della polis. Al pubblico l’autore intendeva comunicare il suo messaggio poetico. Era
prevista la compartecipazione di privati, farsi carico dell’allestimento dei cori, un onere finanziario
pesantissimo. In Atene non vigeva un sistema di tassazione, tuttavia i cittadini dotati di un patrimonio
superiore ai tre talenti, a turno erano sottoposti a forme di contribuzione, indicate con il nome di liturgie, i
cui proventi erano destinati a una serie prestabilita di spese, tra queste l’allestimento del coro delle
rappresentazioni teatrali. Questa specifica liturgia era detta coregia. Il meccanismo della competizione
coinvolgeva gli autori, personale che a vario titolo era coinvolto nella realizzazione dello spettacolo. Al
corego poteva venire riconosciuto un elogio ufficiale.
Lo sport in Grecia fu sempre finalizzato alla celebrazione di un culto, le esibizioni atletiche, parte integrante
delle feste celebrate in onore di dei e eroi, da ricondursi ai giochi funebri, a riti sacrificali, alla
commemorazione di eventi storici. Era preminente l’aspetto della competizione sia rispetto all’occasione
religiosa che promuoveva il fatto sportivo, sia rispetto al fatto agonistico che ispirava l’esibizione. La pratica
dello sport non era direttamente indirizzata a procurare divertimento o a costituire spettacolo fine a se
stesso. Erano mediati dalla finalità sacrale. L’attività sportiva parte fondamentale della paideia, educava
all’armonia dei movimenti, al coraggio e alla forza (senso di disciplina). Le qualità fisiche dovevano
associarsi a doti morali e intellettuali che tutte insieme concorrevano a disegnare l’ideale di bello e buono. I
meriti agonistici figuravano tra le benemerenze civiche più qualificanti, onori altissimi. Culto pubblico a
trasformarli da mortali a eroi. Le origini risalgono all’epoca delle aristocrazie, l’atletismo riservata agli
esponenti delle elite disponevano dei mezzi e del tempo da dedicare al perfezionamento delle proprie
capacità fisiche, veniva affermato il prestigio della sua casata. L’età classica modificò la base di
partecipazione alle gare, la diffusione della pratica sportiva tra gli strati meno abbienti della popolazione
costituì un fenomeno contenuto. Il rapporto atleta- pubblico solleva il problema dello sport e la dibattuta
rapporto tra dilettantismo e professionismo. Professionismo è oggi la pratica di uno sport esercitato a
tempo pieno, remunerata con presenze numericamente alte di spettatori e ampio coinvolgimento di
pubblico. Simbolo della vittoria era la corona di olivo, in tarde età incominciarono a imporsi atleti che
possiamo definire professionisti perché ingaggiati dalle città a gareggiare a loro nome, sorta di carriera
sportiva.
In alcune feste, a Sparta e Olimpia, erano previste gare a partecipazione femminile. Riguardavano agli inizi
ragazze senza marito e senza figli, occorre distinguere la sfera rituale, la sfera sportiva e la sfera ludica. Le
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gare delle giovani donne coinvolgevano le attività fisiche e la ginnastica a scopo eugenetico, collegando
l’impegno nello sport a buoni risultati nella maternità, anche competizioni di lotta. A Olimpia a scadenza
quinquennale si svolgevano Giochi Erei (in onore di Era), corsa riservata alle ragazze in età pre-
matrimoniale, correvano nel medesimo stadio degli uomini ma su una lunghezza ridotta. La corsa rivestiva
carattere rituale per onorarne il matrimonio con Zeus tramite una gara riservata alle giovani fanciulle
progressivamente vicine al momento delle nozze. La prima partecipazione femminile fu nel 400 a.C., la
spartana Cinisca, gareggiò nella disciplina della corsa con i cocchi e riportò la vittoria diventando la prima
donna olimpionica. Quanto alla corsa ai piedi, incominciò ad affermarsi sopra o accanto alle corse a
carattere rituale. Si partecipava a feste per divertire e divertirsi. Le donne si impegnarono anche negli
agones mousikoi, partecipando a gare di canto, musica, poesia e recitazione.

OIKOS
Il termine oikos significa casa, tre contesti differenti complementari:
-la casa in quanto dimora;
-la casa in quanto famiglia, nucleare;
-la casa in quanto proprietà, il complesso dei beni patrimoniali della famiglia che includono la casa, i beni
mobili e immobili, gli schiavi.
L’oikos spazio privato per eccellenza. La casa costituiva una sorta di area di parcheggio in attesa di
raggiungere la pienezza della propria esistenza con l’età adulta. Entro l’orizzonte domestico erano i bambini
e poi i giovani da educare. Gli schiavi potevano essere trattati con benevolenza. L’oikos rappresentava un
microcosmo sociale regolato da una rete di legami interpersonali e di relazioni affettive estremamente
variegato. Struttura fondamentale della casa il vaso ambiente centrale intorno al quale si articolarono gli
ambienti complementari. La dimora privata era abbastanza semplice. Solo a partire dal IV secolo e in età
ellenistica le residenze signorili si arricchirono di pareti dipinte e pavimentazioni in marmo e mosaico.
Edifici appoggiati su basamenti di pietra, costruiti con laterizi crudi e finiture di legno, i più ricchi con tetti in
tegole, altrimenti ricoperti da legname e fango. L’ingresso nel vestibolo sul quale si apriva il megaron, età
classica trasformatasi nell’andron riservato agli uomini, qui ricevevano e organizzavano i loro banchetti da
cui le donne di famiglia erano escluse. Cortile interno circondato da colonne. Locali del gineceo, lo spazio
femminile. Nelle case più signorili alla camera da letto del padrone della casa si aggiungevano camere
individuali. La cucina era un ambiente piccolo, riscaldamento a bracieri al focolare, per l’illuminazione a
torce formate da fasci di rami legati insieme a lucerne a olio. Le finestre rade e strette. Le strade erano
anguste, polverose e ricevevano tutti i rifiuti gettati dalle case. La casa di Iscomaco ispirata a una
fondamentale semplicità, disponeva di tutte le comodità, la camera da letto appartata, ambienti asciutti
per il deposito dei cereali, più freschi per la conservazione dei vini. Arredamento erano la tavola, il letto, sia
quello per dormire che quello destinato al banchetto, seggiole,sedia d’onore. L’oikos era congiuntamente
l’insieme dei beni incluse le terre e i loro prodotti, gli armenti e il personale servile addetto. Produceva gran
parte dei beni destinati all’alimentazione della famiglia. Il marito trascorreva la gran parte della sua
giornata fuori dalle pareti domestiche, nell’agorà o ai lavori agricoli nei campi, o nell’assemblea.
Subordinazione della donna. In relazione alla famiglia, mondo maschile e mondo femminile, si incontravano
solo quando i coniugi si ritrovavano insieme in casa. Illustra la giornata- tipo della signora di buona famiglia
era impartire gli ordini per i lavori della giornata al personale dipendente, lavori di tessitura, istruire il
personale servile più giovane e ancora inesperto. Marito, moglie e figli prendevano i pasti insieme.
Quando un bambino veniva alla luce, la porta di casa veniva adornata. Nelle famiglie più modeste era la
madre ad allattare in quelle di condizione agiata i neonati erano affidati alle nutrici, in qualità di balia
badavano al bambino per tutto il loro periodo dell’infanzia. Al padre competeva di riconoscere il figlio
appena nato come legittimo nel contesto di cerimonie purificatorie, rito e procedura civile. Da quel
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momento il neonato entrava a far parte dell’oikos. se il piccolo non veniva riconosciuto come figlio
legittimo veniva abbandonato alla pietà di chi lo avesse raccolto, anche se solo a scopo di speculazione
(vendendolo come schiavo). L’esposizione era una pratica diffusa, era stata abolita per legge solo in Beozia
dove i figli abbandonati erano allevati a spese pubbliche. A Sparta i padri portavano i figli in un luogo detto
Lesche dove un consiglio di anziani esaminava l’infante e se lo giudicavano non idoneo lo mandavano a
morte facendolo precipitare da una rupe del monte Taigeto. Proprio per questo motivo le madri spartane
mettevano a prova la resistenza del neonato lavandolo nel vino. I neonati abbandonati in una grossa
pentola insieme a qualche piccolo oggetto per il riconoscimento (abbandoni nella finzione della commedia
rinviava con lieto fine). Le bambine erano più soggette dei maschi, da adulte era inferiore nelle aspettative
a quello dell’uomo. I primi anni dell’infanzia erano occupati dal gioco, e i bimbi erano vezzeggiati e coccolati
come tutti i bambini. La cura e la prima educazione erano affidate alla madre. La situazione in Sparta,
controllo dello stato si manifestava anche nelle forme di vigilanza sul gioco e la ricreazione che si
svolgevano sotto lo sguardo di anziani incaricati di osservare l’indole di ogni bambino per valutarne
l’attitudine all’obbedienza e alla disciplina. I giocattoli popolari erano la palla e il cerchio, la trottola e le
bambole. Ai bambini piacevano i teatrini di marionette, e amavano trastullarsi con animali domestici come
cani, uccelli e conigli.
A sei anni il bambino iniziava il percorso scolastico. In Atene le leggi di Solone imponevano ai genitori di
curare l’istruzione, i costi erano a spese della famiglia. Le lezioni incominciavano al mattino presto e
continuavano fino al crepuscolo, interrotte da alcuni intervalli. Gli alunni si riunivano in casa del maestro
oppure sotto portici pubblici. Comprendeva la grammatica, la musica e la ginnastica. Da IV secolo si diffuse
l’uso di fogli di papiro, si scriveva con una cannuccia appuntita. Nei primi tre anni il fanciullo imparava i
primi rudimenti dell’aritmetica, per sapere fare il calcolo. Passavano alla lettura di testi poetici, i poemi
omerici occuparono sempre il primo posto, seguiti da Esiodo. Solone mirava a una paideia, alimentata dai
valori morali, dal significato storico e politico, per trasmettere di generazione in generazione la memoria
della grecità. Musica come scopo ricreativo, formazione spirituale dell’individuo. Strumenti didattici furono
quelli a corda come la lira e la cetra, anche l’arpa. Importanti anche gli strumenti a fiato, tra cui un flauto a
due canne.
Occorreva saper parlare, argomentare le proprie idee. La retorica assunse un significato propedeutico in
relazione alla vita politica. Scuole filosofiche, scuola socratica e poi quelle di Platone e Aristotele, la
riflessione teoretica forniva una risposta ai bisogni intellettuali del ceto dirigente della città.
L’esperienza formativa dei giovani spartani era un’istruzione pubblica. La città si faceva carico
dell’educazione fino al raggiungimento della maggiore età, sottraendoli alla famiglia,con un’educazione
uguale per tutti. I bambini spartani erano affidati a un paidonomos pubblico. Al minimo necessario erano il
leggere e lo scrivere. L’educazione spartana esercitava al silenzio. I giovani erano autorizzati al furto di cibo,
se scoperti erano puniti, disciplina un imperativo imprescindibile, un codice di condotta che delineava
l’aretè spartana al valore collettivo. La taxis era l’ordine indispensabile nella formazione di combattimento.
Grande importanza la musica, il canto e la poesia. Nelle festività solenni, cori divisi per classi di età, anziani
giovani e adulti. I canti erano per incitare le imprese nobili e gloriose e alimentare l’entusiasmo nel
realizzarle. Gli Spartani erano soliti intonare un canto di guerra, il peana. L’educazione femminile era
differente da quella ateniese. La fanciulla ateniese riceveva dalla famiglia un’educazione estremamente
limitata, il minimo necessario per leggere, scrivere, far di conto, alcuni rudimenti di musica entro le mura
domestiche dalla madre o da qualche schiava acculturata. La sua formazione riguardava la cucina, alla
filatura e alla tessitura, alla crescita dei figli. Per le giovani di condizione agiata aveva compiti che
riguardavano il suo ruolo futuro di moglie. Nell’età classica le donne dotate di cultura erano guardate con
sospetto e considerate di dubbia moralità, verso l’età ellenistica questa situazione fu corretta. Figure di
poetesse come Saffo a Lesbo, Corinna e Mirtide in Beozia, Telesilla ad Argo.
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A Sparta le fanciulle ricevevano un’educazione uguale a quella dei loro coetanei maschi, anche le ragazze si
impegnavano nella ginnastica e nelle gare di abilità fisica. Licurgo prescrisse alle giovani la nudità atletica.
La ginnastica per i Greci era classificata con attività ginniche distinte tra esercizi per tutto il corpo, le gambe,
le braccia. Lotta e pugilato costituivano l’atletica pesante, tutte le altre specialità componevano l’atletica
leggera. Presenti fasce d’età: ragazzi fino a 16 anni, giovani fino a 20 anni e adulti dai 20 in su. Le attività dei
ragazzi e giovani si svolgevano sotto la guida di istruttori nella palestre e nel ginnasio (il primo privato, il
secondo pubblico anche per gli adulti). È anche probabile che la palestra fosse incorporata nel ginnasio,
offriva anche locali per servizi complementari come gli spogliatoi. I ginnasi più celebri in Atene furono il
Cinosarge. La ginnastica ebbe un’attività da cui ricavare il dialetto per migliorare la prestanza fisica, questa
rimase sempre la pratica propria di una società di liberi.
I giovani dai 18 ai 20 anni erano sottoposti a due anni di coscrizione obbligatoria istituzionalizzata,
preliminare all’acquisizione della piena cittadinanza e con essa allo statuto politico attraverso l’istituto
dell’efebia. Vita comunitaria in guarigioni alle frontiere dell’Attica, sottoposti a un addestramento, servizi di
pattugliamento dei confini del territorio della città. Passaggio fondamentale, l’uscita dalla ebe (età
dell’adolescenza), con il raggiungimento dell’età adulta, rituale arcaico con il sacrificio di un animale
accompagnato dalla cerimonia del taglio dei capelli del giovane.
La krypteia spartana prova il giovane spartiate nel sottoporsi prima di acquisire lo statuto di Uguale.
Il nuoto era praticato da fanciulle per divertimento o passatempo. Le parthenoi ateniesi erano coinvolte
nella cerimonia quinquennale in onore di Artemide. La festa in onore della dea era la “festa dell’orsa”, per
le ragazze il medesimo significato che l’efebia rivestiva per i maschi: un rito per segnare la transizione
dell’età prematrimoniale allo stato di donna, preparatoria ai ruoli di moglie e madre.

Moda
La civiltà di un popolo si manifestava nelle abitudini e nelle forme di vita della quotidianità.
L’abito nella mentalità dei Greci, doveva adattarsi alle forme del corpo, i mutamenti riguardarono la qualità
dei tessuti, l’uso di accessori e il modo di indossarli, tutti elementi che concorrevano a determinare lo stato
sociale di chi li portava. La differenza tra il vestire alla ionica, caratterizzato da lusso e raffinatezza, e il
vestire alla dorica, costume di sobrietà proprio dell’abbigliamento degli Spartani.
L’abito maschile era il chitone, una tunica. Tipico dei ceti superiori che in età democratica cadde in disuso o
rimase limitato a occasioni di festa. Corpo nudo o seminudo costituiva segni di forza, di superiorità. Vestirsi
alla dorica in Atene consisteva nel camminare scalzi, con stoffe “povere”. Sopra il chitone veniva indossato
il mantello. Il cappello era poco usato, il modello diffuso era il petaso, per riparare da sole, dalla polvere e
dalle intemperie.
Le donne ebbero cura della loro persona e amarono indossare abiti e gioielli raffinati. In particolare il peplo,
ampio rettangolo di stoffa, di lana o lino, lungo fino ai piedi e trattenuto da fibbie sulle spalle. I modelli più
eleganti erano ricamati o realizzati con filati tinti, l’abito femminile colorato era una specie di status symbol
delle signore dell’alta società.
A Sparta c’era un modo di vestire alla dorica anche in riferimento alle donne, consisteva in un chitone corto
e aperto sul fianco.
I capelli erano portati lunghi sulle spalle o raccolti sulla nuca, per coprirsi il capo si usava il velo, le donne
schiarivano la pelle del viso con una sostanza a base di piombo, coloravano labbra e guance di rosso con
prodotti ricavati dal minio o da sostanze vegetali estratte da radici e alghe, poi ombreggiavano le ciglia e
sopracciglia. La calzature non vi erano differenze tra quelle maschili e femminili, sandalo di cuoio legato da
strisce dello stesso materiale, con le cinghie che avvolgevano tutto il piede, tipo stivaletto. Tipicamente
maschile era un calzare sportivo alto fino a mezza gamba. Il coturno era la scarpa di scena per attori tragici,
che alzava la statura.
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Atene = I Greci erano gente dai gusti semplici, cibi genuini e in quantità misurate. Dieta ricca di verdure e
legumi di ogni varietà, cavoli, lattuga, cipolle, lenticchie e ceci. I pasti erano tre: al mattino una focaccia
ricavata dall’impasto di farina e orzo, accompagnata da olive e fichi; a mezzogiorno pranzo leggero; alla
sera cena sostanziosa e varia, con pasto principale, la focaccia e il pane, le vivande, il pesce fresco o
affumicato, seguivano formaggio, frutta e dolci a base di miele. La carne bovina era un lusso per la mensa
dei più facoltosi poiché non esistevano sistemi di lunga conservazione.
Sparta = cibo semplice e misurato, cibo preferito era il “brodo nero”. Tra le bevande la preferenza andava
per il vino, allungato con acque , diffuso anche il consumo del latte.
Nella vita sociale e mondana un posto importante era occupato dal banchetto e dal simposio, momenti di
piacere e di svago per un gruppo di amici. Le occasioni erano varie: gruppo di amici per festeggiare la
vittoria atletica, o ricorrenza religiosa. Il banchetto era l’invito di un padrone di casa che riuniva nella stanza
degli uomini e avevano a disposizione da un’etera. Incominciava l’ora del tramonto e si protraeva fino a
notte inoltrata. Gli ospiti giungevano lavati e profumati. In età omerica si cenava seduti, si mangiava con le
mani. Al termine della cena si preparava la sala del simposio (bere insieme). Centro materiale e simbolico
era il cratere, il grande recipiente di terracotta collocato nel mezzo della sala, da cui i servitori mescevano il
vino da distribuire agli ospiti. Il vino veniva scelto tra quelli più pregiati. Il simposio aveva regole festose, si
provvedeva a eleggere tra i partecipanti il simposiarca, stabiliva le proporzioni tra acqua e vino per la
mescita del vino, si assicurava che questo circolasse tra i convitata, organizzava i diversi momenti di
divertimento e garantiva che venissero rispettate le regole prestabilite per lo svolgimento della serata.
Giochi e scherzi, in particolare il cottabo, una via di mezzo tra il brindisi e la gara. Il simposio era il culmine
della riunione conviviale, il brindisi collettivo era l’occasione per un insieme articolato di attività. Le donne
di famiglia ne erano escluse. Ad allietare il simposio erano ammesse le etere, flautiste, suonatrici di cetra e
danzatrici. Il simposio fu il luogo per eccellenza dove il canto e la poesia fiorirono. La poesia fu una delle
forme di intrattenimento del simposio. Il convito e il simposio coincisero anche con il luogo più pacato della
conversazione e della riflessione. I convitati condividevano la stessa cultura, appartenevano allo stesso
gruppo sociale, avevano accesso alle stesse forme di potere. Il simposio rappresenta uno dei momenti
peculiari della civiltà greca.

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