Sei sulla pagina 1di 28

RIN 109 (2008) pp.

105-132

PAOLA SCHIRRIPA

L’IMMAGINARIO DEL DENARO


NELLE COMMEDIE DI ARISTOFANE

Abstract

My work points to the very fascinating imagery of money in Aristophanes. It tries


to focus on the multilevel structure of the Attic comedy, where money works either
as the very detonator of laugh, or as the device through which a perfect social
anatomy is likely to come up.
The language of money in Aristophanes is both denotative and connotative: while
speaking of money characters reveal their own fears, taboos, appetites.
I tried to epitomize the ancient thought about money in Greek culture in order to
lead the reader to draw consistent analogies with the comic microcosm. Thus, I
considered few comedies by Aristophanes, especially Clouds, Wasps, Peace, Birds,
Lysitrata, Frogs, Ecclesiazousae and Ploutos, and I screened the various and para-
doxical dialogues which are centred on money, in order to rebuild the social and
historical background lying beneath, in the so called hypo-text, and to underline
the possible intertwining between the on stage surreal world and the economic
pressure at the end of the fifth century b.C.

L’immaginario legato al denaro nelle commedie di Aristofane si compo-


ne di tre aspetti essenziali: poesia comica, pragmatismo sociale, come mi
sembra più corretto apostrofare il controverso realismo aristofaneo (1), e giu-

(1) Preferisco la nozione di pragmatismo sociale, non solo perché permette di sfumare
la questione intricata del realismo (v. sotto) ma perché mi sembra più aperta alla dimensione
comica dell’osservazione: la commedia, stabiliti l’ossatura e i confini della finzione, si autode-
finisce come campo sociale che riverbera problemi di quotidianità, non importa quanto grot-
106 Paola Schirripa

dizio morale, o meglio creazione non tanto di una teoria economica (2), quan-
to di una filosofia del denaro o sul denaro (3), grossolana solo in apparenza e
sempre più sofisticata (4) a mano a mano che ci avvia verso la fine del V e
gli albori del IV secolo (5). Tutti questi elementi, proprio grazie allo scivoloso
terreno del comico, cosı̀ atto a confondere e fondere temi diversi, possono
ritrovarsi ricombinati insieme, variamente dosati dall’autore.
Veniamo ad alcune considerazioni preliminari alla nostra indagine:
l’immaginario del denaro nella commedia antica non può essere avulso dalla
fantasmagoria propria del genere, da quella pantagruelica fame che affligge
senza tregua i personaggi. Il denaro, insieme al cibo e al sesso, negati o po-
tenziati, rappresenta l’oggetto del desiderio mai appagato, si inscrive in una
precisa cornice iperbolica che trova la sua ragion d’essere proprio nel gioco
amplificato dell’affermazione del progetto messo in campo dal protagonista.
Di conseguenza, esso si candida ad essere oggetto scenico, anche se virtuale, e
funzione strutturale, nel senso di motore attivante lo scherzo. Tanto più che
la buffonesca rappresentazione del poveraccio inizia nella letteratura greca
con Tersite nell’Iliade e poi con l’autorappresentazione e le preghiere irrive-
renti di Ipponatte che irride a Pluto e Ermes e li supplica scherzosamente di
far cessare i freddi invernali (6).
In Aristofane il denaro diventa ideale canovaccio metaforico (7), serve a
imbastire giochi di parole, allusioni, calembours. La metafora, lo scarto e il
volo surreali creano piani di relazione tra le cose, che permettono di ricostrui-
re l’assiologia dei valori morali e sociali, che autorizzano l’equivoco, fanno
collidere universi che sembravano irrelati.

tescamente e goffamente risolti. Il geloion, che tanto preoccupava l’Aristofane platonico nel
Simposio (cfr. Pl. Simp. 189 b), non si risolve automaticamente in ridicolo e in boutade, anche
se questi sono i possibili approdi del dialogo comico, ma riflette molto spesso modi di agire
reali, ovvero comportamenti sociali.
(2) La presenza o l’assenza di teorie economiche nel teatro di Aristofane è problema
annoso della critica. Per lo status quaestionis si veda URBAIN 1939, p. 185; EHRENBERG 1957;
DAVID 1984.
(3) La definizione, per quanto in maniera del tutto casuale, rinvia necessariamente al
capitale lavoro di Simmel sulla filosofia e la percezione del denaro nella società moderna.
(4) Con sofisticata si intende qui la natura teorica del progetto comico, senza peraltro
negarne le coloriture individualiste ed egotiche.
(5) Senza voler procedere a una disamina in senso strettamente cronologico non si può
non separare, come del resto è incline a fare tutta la critica, Ecclesiazuse e Pluto dal resto della
produzione di Aristofane. Come vedremo, in esse il rapporto denaro-realtà si complica ulte-
riormente e la valutazione dell’autore diventa ancora più critica. Convergenze notevoli si pos-
sono notare con l’analisi filosofica di Platone. Sul tema v. DAVID 1984, pp. 20-29.
(6) V. soprattutto frr. 32, 36, 38 West.
(7) Un’analisi sottile della natura della metafora nella commedia è svolta da SAETTA
COTTONE 2005, p. 85.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 107

Quando un personaggio comico fraintende o equivoca valori e situazioni


riguardo al denaro, spesso innesca associazioni che nella loro strampalata illogi-
cità danno la misura dei tabù, dell’ignoranza, della grana del pensiero comune.
Il discorso rientra in questo modo nell’intelaiatura stessa del testo, di
ogni testo comico. È architrave, per cosı̀ dire, dell’opera. Proprio la polisemia
del denaro risulta perfettamente sfruttabile dal punto di vista della gamma
dei travestimenti attivi nella fabula teatrale.
Dall’altro lato esso è pur sempre interessante specchio di attualità (8):
schiude al lettore il mondo dei poveri e dei pitocchi, dei parvenu e dei ladri,
costruisce una memoria sociale ed economica, quand’anche deformata dalle
leve del riso.
Non va dimenticato che Aristofane scrive e mette in scena le sue com-
medie proprio nel periodo in cui si sta formando una coscienza economica
ad Atene, che passa attraverso l’uso di vocaboli tecnici e di nuove acquisizioni
teoriche e che troverà attestazioni nelle opere di retorica giudiziaria, nell’E-
conomico di Senofonte fino all’osservatorio filosofico (9).
In questo breve contributo tenterò di analizzare i differenti tasselli del
quadro, e di ricomporre, dietro le battute dei diversi personaggi di Aristofa-
ne, la mentalità dell’autore e laddove possibile, di un microcosmo, l’Atene
dei tempi di guerra e del difficile dopoguerra.
Potremo partire da un dato inconculcabile: il denaro in ogni società sol-
leva problemi di accettazione, di identificazione, di identità e di morale. Al-
l’aspetto eminentemente pratico, al valore d’uso irriflesso e scontato, si asso-
ciano sistemi di rappresentazione, schematismi, pregiudizi per cosı̀ dire em-
bedded nella società, filtrati spesso dalla mentalità idiosincratica degli attanti.
Il rapporto tra denaro e individuo è spesso cosı̀ teso e conflittuale, perché
particolarmente intimo, in ogni caso mai semplice o semplificabile.
La moneta è guardata con sospetto anche nella scaltra e disincantata
Atene, più adusa delle altre po´leis a pratiche economiche, ancorché primiti-
ve (10). Per lo meno sembra desumersi dalla lettura di tutto il corpus di Ari-
stofane una complessa mistura di fascinazione e repulsione nei confronti del
denaro, insieme valore e disvalore, che porta i personaggi a invischiarsi sem-

(8) Il problema dello statuto dell’illusione comica è complesso e non può essere abbrac-
ciato in modo esaustivo in questa sede. Giova ricordare in ogni caso che il rapporto della com-
media antica con la realtà non va inteso come mimetismo puro, ma non va neppure negato.
La commedia è prima di tutto un codice linguistico e rituale e funziona grazie all’iperbole, ma
la presenza di tipi e caratteri che potrebbero essere presi dal mondo quotidiano è un dato di
osservazione oggettivo. Per lo status quaestionis v. il recente lavoro di SAETTA COTTONE 2005.
(9) DESCAT 2004, p. 461.
(10) V. soprattutto COZZO 1988.
108 Paola Schirripa

pre più in utopie di mondi aneconomici, nati dall’amara constatazione pro-


prio dell’inestirpabilità del denaro medesimo dal tessuto sociale.
Ma per cogliere la portata della fabbricazione dell’utopia occorre rico-
struire punto per punto il valore stratificato del denaro in rapporto a un
mondo che comincia ad interrogarsi sulla sua natura.
Cominciamo dunque ad inoltrarci nel terreno delle concezioni antiche
sul denaro, per cogliere i possibili motivi interessanti, le analogie e gli scarti,
nell’opera di Aristofane.

1.1. Le teorie antiche sul denaro e la posizione di Aristofane

Si è soliti datare al IV secolo la nascita delle prime vere teorie sulla mo-
neta o meglio il riconoscimento della problematicità e della complessità del
rapporto tra denaro e società.
Tuttavia l’età precedente aveva contribuito ad elaborare, in forme meno
teoriche e scientifiche, un immaginario legato al denaro, o, più esattamente,
al rapporto antagonistico ricchezza-povertà, una delle molteplici polarità at-
traverso cui i Greci tendevano a mentalizzare il reale (11). In Esiodo la povertà
è stigmatizzata in quanto impedisce all’individuo di rapportarsi al mondo, di
elaborare un patto sociale:
‘‘Le difficoltà di un inverno crudele non ti sorprendano nella miseria, sı̀ da farti
stringere con la mano scarna il piede enfiato. L’uomo ozioso spesso rivolge in
mente vuote speranze e, privo di mezzi, molti rimproveri rivolge al suo cuore.
Speranza non buona accompagna l’uomo indigente, che siede nella pubblica
sala e che non possiede bastevoli mezzi di vita’’ (12).
La povertà viene a costituire non tanto l’opposto della ricchezza, quanto
l’opposto di un a´rkios bı´os, della delfica misura auspicabile per l’uomo. È ma-
le ‘‘rovinoso’’ e ‘‘ingrato’’ di cui sono datori gli dei (13) e dal quale occorre
tentare di fuggire, ma che non ricade come colpa dell’uomo, come ricorda
anche Teognide:
‘‘Se ti adiri con un uomo non rinfacciargli mai povertà che rode il cuore, o in-
digenza maledetta. Con veci alterne Zeus inclina la bilancia: una volta ti fa ar-
ricchire, un’altra ti manda via a mani vuote’’ (14).

(11) Sul modello polare e analogico del pensiero greco resta fondamentale lo studio di
LLYOD 1966.
(12) Hes. Op. 496-501.
(13) Hes. Op. 717-18. Cfr. anche 638.
(14) Teogn. 155-58.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 109

Al contrario la ricchezza che nasce da ingiustizia è sempre colpevole,


‘‘accompagna il plebeo e chi mente salda non ha’’ (15). Ma soprattutto in
Esiodo e Teognide compare l’idea, che echeggerà con ben altre corde nel tea-
tro comico, della responsabilità divina e della possibile prospettiva umana di
ingiustizia e di mancato premio per gli onesti (16). Il rancore e lo spirito pe-
trigno di Teognide si trovano spesso rimescolati in Aristofane all’invettiva ip-
ponattea e quando Pluto, nella commedia omonima, afferma di essere lui
stesso vittima di Zeus che odia gli onesti (17), è piuttosto facile ricordare i ver-
si nei quali Teognide rinfaccia al padre degli dei l’ingiustizia del mondo:
‘‘Zeus caro mi meraviglio di te! [...] come mai, o figlio di Crono la tua mente
accetta di tenere in pari conto onesti e delinquenti, senza curarti se la mente
degli uomini si volge a moderazione o tracotanza, quando si lasciano sedurre
da ingiuste azioni? E non vedo discrimine che un dio sancisca agli uomini
né la via da percorrere per piacere agli immortali? [...] e tuttavia hanno ricchez-
za intatta, e invece coloro che tengono il loro animo immune da turpi azioni
ecco che si tirano addosso povertà, che è madre di impotenza, anche se amano
la giustizia’’ (18).
In Solone si invoca una ricchezza che abbia il sigillo di Dike e rifiuti i
guadagni illeciti e il marchio di infamia (19) e similmente la tragedia deplora i
beni materiali come corruttori e guastatori dell’uomo. Nell’Antigone (20)
Creonte apostrofa il denaro, con abile gioco di parole che tornerà in Aristo-
fane (21), ‘‘nomisma’’ (ovvero in greco sia consuetudine che moneta) che scac-
cia gli uomini dalle loro proprietà e li educa al male.
Viene cosı̀ cristallizzandosi nello specchio letterario greco una critica al-
l’eccesso che conserva tuttavia elementi di ambiguità, promuovendo un idea-
le di vita nel segno della misura ma al contempo stigmatizzando insieme po-
vertà e ricchezza come condizioni estreme di alienazione ed esilio.
Sarebbe interessante interrogativo chiedersi quali siano invece i compor-
tamenti sociali specificamente ad Atene, ma purtroppo gli elementi ricavabili
sono solamente congetturali. Se ci spingiamo a ricostruire le linee teoriche

(15) Teogn. 153-54. Cfr. anche 197-208. In Teognide è evidente l’orgoglio dell’aristo-
cratico decaduto e della nobiltà di sangue di contro alla nuova età dei parvenu che ormai han-
no invaso e colonizzato la città, oscurando il nome e la schiatta aviti.
(16) Teogn. 165-16: ‘‘nessun uomo è ricco o povero, buono o malvagio che un dio
non lo voglia’’. La stessa sentenza in Eurip. Heraclid. 608-09.
(17) Ar. Pl. 87-92. La commedia è messa in scena nel 388.
(18) Teogn. 373-80.
(19) Sol. fr. 2, 8-15.
(20) Soph. Ant. 295-301. Cfr. anche ad esempio OT 380-89; Eur. Med. 599.
(21) V. infra.
110 Paola Schirripa

dominanti, possiamo con ragionevole cautela affermare che, a partire dalla


fine del V secolo, di fatto vennero a crearsi due modelli concorrenziali di
pensiero, uno, prevalente, decisamente ostile al dinamismo economico, l’al-
tro, senza dubbio minoritario e osteggiato, ma tuttavia ben individuabile, per
il quale si deve incoraggiare anche un possibile attivismo e una mobilità degli
scambi e della ricchezza.
Ci si trova cosı̀ di fronte a una contraddizione patente e all’intersecarsi
di pensieri non sempre coerenti. Da un lato la diversificazione delle attività, il
più aperto avventurismo che cominciano a caratterizzare la società ateniese
comportano una valutazione della ricchezza in termini di auspicabile crescita
individuale e la legano sempre di più ai meriti sociali; dall’altro tende a ra-
dicarsi un pregiudizio moralistico che vede l’incremento dei beni personali
in rapporto antagonistico rispetto alla virtù.
La filosofia platonica e aristotelica, pur nella diversità delle posizioni
messe in campo, conferma questa posizione controversa e rileva il disagio so-
ciale di fronte alla natura ormai plutocratica del mondo greco.
Platone mitizza l’età dell’oro premonetaria (22) pur riconoscendo l’inelimi-
nabilità del denaro in uno stato sano e teorizza la felicità dell’uomo in una con-
dizione che escluda proprio l’alternanza conflittuale tra ricchezza e povertà:
‘‘Le arti del plasmare e del tessere non hanno alcun bisogno del ferro: tutte e
due un dio le affidò agli uomini perché la nostra specie, quando si riducesse in
simili ristrettezze potesse avere come un germoglio di progresso. Grazie a que-
sto non erano indigenti e non erano costretti dalla povertà a essere ostili tra
loro, ma non avrebbero nemmeno potuto diventare ricchi non disponendo,
nella loro condizione di allora, né di oro né di argento. E generalmente quando
in un gruppo non coabitano ne´ricchezza ne´poverta`, si determinano al suo interno
nobilissime inclinazioni e non vi possono allignare ne´violenza ne´soprusi ne´gelosie
ne´ invidie’’ (23).
Non è difficile individuare consonanze tra questo quadro irenico dell’e-
tà senza metalli e le utopie aristofanesche degli Uccelli (24), e più ancora delle
Ecclesiazuse e del Pluto, dove similmente i protagonisti sognano di poter dar
vita a un comunismo allargato, eliminando l’intollerabile fardello di pe-
nı´a (25). Certo ci si potrebbe rispondere che il comunismo aristofaneo e quel-

(22) Pl. Lg. 678b.


(23) Pl. Lg. 679 a-c.
(24) Rappresentati nel 414, all’indomani della disfatta di Sicilia, gli Uccelli si connota-
no per la nuova vocazione onirica e surreale che caratterizzerà l’ultima produzione di Aristo-
fane.
(25) V. infra.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 111

lo platonico sono radicalmente differenti e che quanto il primo è materialista


e democratico tanto il secondo è politico e aristocratico (26). Ma a colpire è
piuttosto lo sfruttamento di modelli di pensiero che rovescino la schiavitù
economica dello stato democratico.
Aristotele (27) afferma che il denaro è un male necessario, ma poi ne re-
stringe gli usi, gli taglia addosso una vera e propria camicia di forza, limitan-
done l’impiego eccessivo e nocivo alla comunità (28). Il commercio deve man-
tenere il fine ultimo di soddisfare il bisogno confinandosi ad essere attivita`
secondo natura (29), rispettando cioè i parametri dettati non dal mercato ma
dalla legge dell’autarchia che costituisce un condizionamento permanente
per i Greci (30). Allo stesso modo il denaro non deve entrare come motore
di guadagno ma come semplice regolatore del baratto.
Si tratta della riformulazione teorica dell’ideologia antimercantile antica
di segno aristocratico, ma diffusa anche in ambito democratico. Il denaro che
proviene dalle attività di scambio è cosı̀ percepito come meccanismo di disu-
guaglianze sociali, fattore di sperequazione, mentre l’agricoltura e l’ammini-
strazione della casa (31) permettono di veicolare un rapporto sano con la na-
tura e offrono l’unica forma di ricchezza auspicabile, perché definita e deli-
mitata. Non è un caso che il termine che definisce il guadagno, ke´rdos, sia
inizialmente utilizzato anche in contesti guerrieri e militari (32) ad indicare
il frutto dell’intraprendenza guerriera e si specifichi poi in un’accezione
più ristretta e negativa in rapporto al profitto individuale visto in opposizione
al profitto comunitario.
Ad emergere in Aristotele è la reductio economica e soprattutto la valu-
tazione dello scambio come pratica atta a colmare bisogni precipui del vive-
re (33). Un’ultima osservazione: in Politica 1257 b Aristotele riporta l’opinio-
ne di quanti considerano la moneta e la legge privi di fondamento naturale
poiché si inverano solo nell’accordo contingente e relativo stretto tra i con-
traenti. Il richiamo al no´mos sembra echeggiare la critica platonica al relativi-
smo sofistico nelle Leggi (34), ma il discorso si amplia fino a sfiorare il nodo

(26) V. ancora DAVID 1984 ibidem.


(27) Arist. Pol. 1257 b; EN 1133 a-b.
(28) V. SCHIRRIPA 2006, pp. 290-93.
(29) Arist. Pol.1257 a.
(30) V. soprattutto FINLEY 1973, COZZO 1988.
(31) Arist. Pol. 1257 b.
(32) V. COZZO 1988, pp. 25-28.
(33) Da qui la distinzione nei passi successivi tra due forme di crematistica, l’una ne-
cessaria perché nata dal sostentamento, l’altra preposta al solo guadagno e derivante da un
eccesso di desideri.
(34) Pl. Lg. 889 e.
112 Paola Schirripa

nevralgico della questione e dell’uso monetario, come poteva comparire allo


sguardo di un greco del IV secolo: il nominalismo (35) della moneta, tradotto
in artificiosità della pratica economica e fatto coincidere con lo ‘‘snaturamen-
to’’ e lo ‘‘snaturarsi’’ delle regole sociali primigenie, per tornare alle categorie
di pensiero filosofiche greche. La non naturalità della moneta, se pare ancora
un richiamo cursorio, si inscrive tuttavia perfettamente nella logica del passo,
improntato a una precisa lettura del denaro in senso negativo, qualora esso
sia inteso come base di costruzione di una ‘‘crematistica innaturale’’.
Nell’Etica Nicomachea il problema dello scambio viene inquadrato se-
condo un più netto punto di vista etico, e risagomato in qualche modo nella
più ampia didassi della ricerca del giusto (36). Lo scambio infatti dovrà corri-
spondere ed essere conforme a proporzione e la moneta fisserà la compara-
bilità stessa dei beni, sostitutiva com’è del bisogno.
Il testo dell’Economico pseudosenofonteo in parte corregge questa impo-
stazione: al di là dell’elogio dell’agricoltura che si inserisce nell’alveo dell’etica
e della prassi tradizionale, possiamo registrare alcuni scarti. Nell’o´ikos comin-
ciano ad essere inclusi anche possessi e patrimoni al di fuori dell’Attica. Non
basta; il padre di Ischomaco, l’ideale homo oeconomicus del trattatello, fa frut-
tare i suoi terreni per acquisirne di nuovi, ovvero contrappone alla mentalità
autarchica una mentalità di fatto acquisitiva.
Tuttavia, la ricchezza appare ancora investita di responsabilità sociali (37)
che rappresentano il debito verso la comunità (38) e il concreto tributo a una
concezione statuale che resta collettivistica e assistenzialistica. Al di fuori della
legittima attività agricola, affiora tuttavia il carattere nuovo delle attività in-
dividuali.
Di libera crescita economica e di mobilità sociale sembra manifesto già
l’epitaffio ai caduti messo in bocca a Pericle, anche se i rapporti che affiorano
non paiono sufficientemente indagati: tuttavia il linguaggio tucidideo e la
primazia dell’idion riflettono la natura mobile della vita economica e l’intro-
duzione di nuove spinte alla concorrenza:
‘‘Di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un
piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’am-

(35) Una discussione del passo (che parte dall’assunto opposto ovvero la scarsa consi-
derazione di Aristotele per ciò che esula dall’aspetto ‘‘funzionale’’ del metallo) è in NENCI
1974, pp. 639-657.
(36) Arist. EN 1133 a. Cfr. sul tema WILL 1954, MAFFI 1979, p. 161.
(37) Xen. Oec. 2, 6.
(38) Non è un caso che nelle commedie aristofanee i ricchi si lamentino spesso delle
liturgie, sentite come un onere gravoso e limitante. Ar. Eq. 912; Eccl. 198.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 113

ministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un


determinato campo, non per la provenienza sociale ma più per quello che vale.
E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città,
non ne è impedito dall’oscurità del rango sociale. [...] e abbiamo dato al nostro
spirito moltissimo sollievo dalla fatiche, istituendo abilmente giochi e feste per
tutto l’anno, e avendo belle suppellettili nelle nostre case private, dalle quali
giornalmente deriva il diletto con cui scacciamo il dolore. E per la sua grandez-
za, alla città giunge ogni genere di prodotti da ogni terra, e avviene che noi go-
diamo dei beni degli altri uomini con non minor piacere che dei beni di
qui.’’ (39)
È evidente, nel passo, una concezione attivistica della società, assieme
alla consapevolezza che la crescita sociale è spesso accompagnata da crescita
e visibilità economiche e che entrambe dipendono dall’arete´del singolo. An-
che in questo caso la visione resta moralistica e fortemente debitrice all’im-
pianto agonale della società greca, ma si apre al nuovo, pur declinato in for-
me ancora immature.
Due diversi sistemi di rappresentazione della ricchezza dunque che ven-
gono a collidere nella seconda metà del V secolo, quando si può parlare di
effettiva nascita della crematistica e quando le tensioni economiche giungono
al punto cruciale nell’imminente collasso politico.
E Aristofane?
La critica è incline a riconoscere in lui un conservatore ossessionato e
assediato dalle novità della sua epoca alle quali contrappone con la violenza
del vecchio moralista la tranquillità del mondo cosı̀ come era una volta, l’i-
deale di una campagna serena e kata` phy´sin, nella quale i rapporti economici
siano appunto ridotti alla mera conservazione dell’autosufficienza di fronte
alla complessità della vita cittadina, regolata dalle pressioni e dalle congiun-
ture della guerra (40).
Ma Aristofane va al di là della censura invelenita del laudator temporis
acti. Profittando delle maglie larghe della commedia, vi rappresenta con
un pessimismo lucido e attivo lo spaesamento dell’uomo medio costretto a
navigare in mari ignoti, sorpreso da novità che non comprende, da meccani-
smi di vita che non è in grado di decifrare e che sono all’origine della sua
rivolta paradossale.
Nessuno può negare la simpatia di Aristofane per i contadini, tratto so-
vente rimarcato, ma forse andrebbe spiegata anche a prescindere dal suo atteg-
giamento past oriented, portato inevitabile della sua ideologia conservatrice.

(39) Thuc. 2, 37-38.


(40) Su questo punto soprattutto EHRENBERG 1951, MACDOWELL 1995.
114 Paola Schirripa

Il contadino e la campagna sono costitutivamente mondi comici in


quanto atemporali e antistorici. Non indugiamo in considerazioni letterarie;
basta osservare che lo spazio rurale è soggetto a leggi e ritmi non contingenti
e non legati alla mera attualità di cui pure la commedia si nutre in un sapien-
te gioco antifrastico. In quest’unica dimensione incorrotta e irenica è possi-
bile vivere senza denaro, o meglio limitandone aristotelicamente la funzione
a mezzo di scambio.
È altresı̀ vero che, perché la commedia nasca, è necessario l’attrito con
l’hic et nunc ‘‘senza idillio’’ della città, con le pastoie del quotidiano e della
guerra. Altrimenti si sconfinerebbe nel mito, mentre in questo modo, attra-
verso scarti bruschi e violenti, dall’età dell’oro si arriva all’utopia, a vagheg-
giare l’assente perché si rimpiange il passato e si constata l’inalterabilità del
presente.
Il denaro dunque attiene e appartiene alla storia e alla città e non alla
ciclicità del tempo comico e ai ritmi periodici della campagna. È elemento
di insicurezza, per sua stessa natura e, sembra dire Aristofane, si iscrive per-
fettamente nella democrazia e nei suoi rigurgiti individualistici di fine seco-
lo (41). È uno spauracchio, un monstrum inevitabile, e, ancor peggio, il mo-
tore ultimo della realtà.
Quando Pisetero ed Evelpide negli Uccelli cercano di lusingare Tereo,
per ottenerne la complicità e dar libero corso al loro progetto di fondare
una città a metà tra terra e cielo, lo imboniscono dicendogli:
‘‘Perché una volta tu eri un uomo come noi: e ti facevi prestare denaro come noi;
ed eri contento di non restituirlo, come noi ’’ (42).
E poco più avanti interrogandolo sul tipo di vita degli uccelli, si senti-
ranno rispondere dall’uomo-upupa:
‘‘Non c’è male se ci fai l’abitudine. Per prima cosa non c’è bisogno della borsa
per campare’’ (43).
Il denaro definisce l’essere nel mondo dell’uomo, è figlio della guerra
come viene esplicitato nella Pace o nella Lisistrata (44) e della cattiva politica.
La sua eliminazione comporta di fatto il trasferimento ad altra dimensione,

(41) COZZO 1998, p. 29, ha notato come ke´rdos non venga mai utilizzato in greco in
rapporto all’agricoltura ma sempre ai commerci e ai profitti e correttamente ha sottolineato
come gli antichi ne avessero demonizzato la natura oligarchica o democratica (Pl. Resp. 580
d-e; Arist. Pol. 1311 a).
(42) Ar. Av. 114-16.
(43) Ar. Av. 151.
(44) La Lisistrata appartiene alla seconda produzione di Aristofane ed è datata al 411.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 115

onirica e oltreumana, eroica o femminile, come nella Lisistrata e nelle Eccle-


siazuse, altrettanto svuotata di realtà e inimmaginabile. Se dunque il denaro è
intessuto e impastato con l’uomo, solo attraverso il rovesciamento e l’evasio-
ne comica è possibile sfiorare la possibilità di un ritorno all’età platonica delle
origini e solo attraverso l’avventura polisensa della commedia comprenderne
la natura.

1.2 La lingua del denaro.


Il concreto, l’astratto. Tra equivoco, scarto onirico e teoria economica

Nel mettere in scena il progetto surreale dei suoi protagonisti e nell’im-


maginarli alle prese con dialoghi al limite dell’assurdo, Aristofane si diverte a
sfoggiare e a deformare un linguaggio economico e tecnico alla moda, entrato
allora nel vocabolario dell’Atene spregiudicata dei guadagni, riducendolo a
piano onomatopeico, pregrammaticale, ad ‘‘ossessione’’ desemantizzata.
Che questa ‘‘economia dei poveri’’, questa distorsione di segni piacesse
al pubblico è scontato, e che piacesse per l’immediato attivarsi di un caleido-
scopico gioco di associazioni è altrettanto evidente. Tuttavia perché il gioco
riuscisse occorre presupporre che il pubblico fosse in grado di cogliere i gros-
solani errori o gli equivoci sul denaro, e a goderne, che dunque, pur nel per-
manere delle differenze sociali e delle enormi difficoltà del popolino a rap-
portarsi alla nuova realtà, il motivo economico fosse sempre più presente e
diffuso e fosse in grado di suscitare il riso.
Lo statuto di genere contribuisce a fare del denaro, come sottolineava-
mo in principio, un contributo comico, come il cibo e il sesso. Ogni tenta-
tivo di giustapporre tout court realtà teatrale e realtà ateniese deve obbligato-
riamente tenere conto di questo elemento.
Cominciamo dunque con il considerare il piano denotativo del linguag-
gio aristofaneo del denaro; esso serve a spiegare i due capisaldi della vita po-
litica ateniese, la corruzione e le forme proprie e improprie di tassazione. Il
primo motivo è quasi abusato da tutto il teatro attico (45) e fa da pendant con
quello del tributo versato dagli alleati (46), spesso descritto come gravoso e pe-
sante. Il denaro vincola cioè individui e stati in una forma di schiavitù e di
perenne e conseguente adikı´a. Non è rara l’attivazione di trame allusive, co-

(45) Il motivo è presente soprattutto nei Cavalieri, ma è praticamente diffuso in tutta


la produzione (Eq. 402, 438, 472, 680, 834, 989, 1127, 1359, 1369; Ach. 5; Nu. 351, 591,
Ve. 675; Th. 936, Ra 360 Pl. 379.
(46) V. per esempio Eq. 304; Ve. 672; Pax 619.
116 Paola Schirripa

me avviene al verso 191 degli Uccelli, dove Pisetero accenna al futuro tributo
che gli dei dovranno corrispondere alla città degli uccelli per poter godere
ancora del fumo dei sacrifici, con evidente rimando ai rapporti di costrizione
e di sudditanza presenti nella lega alla fine della guerra del Peloponneso.
Già Ehrenberg, inoltre, notava la mole e l’accumulo nell’opera di un
intero campionario dei prezzi (47), in parte iperbolico, in parte forse aderente
alla realtà del tempo: cosı̀ negli Acarnesi (48) Lamaco compra tordi a una drac-
ma e anguille a tre dracme (49), prezzi che potrebbero essere credibili (50) an-
che se particolarmente alti, laddove generalmente il cibo si comprava per po-
chi oboli: un obolo per il vino (51), quattro oboli (52) per il miele, ancora un
obolo per pesce salato (53) e tre dracme per un maiale.
Nelle Nuvole (54) Strepsiade si lamenta per gli sprechi del figlio che ha
impiegato tre mine (55), 300 dracme, per un carro leggero, cosı̀ come nella
Pace la crisi dei prezzi dell’industria della guerra è comparata, con un’eviden-
te exaggeratio, alla nuova domanda per i beni della pace (56). La falce si vende
a 50 dracme, laddove poco prima non valeva nulla, mentre la svalutazione
degli oggetti d’arme corrisponde alla svalutazione sociale dell’intera classe
guerriera (57) o di quanti, tra i mercanti, sulla guerra hanno tentato di arric-
chirsi. E cosı̀ la corazza offerta a Trigeo dal commerciante è ironicamente ri-
chiesta al prezzo di costo, nonostante il valore dichiarato di 10 mine (58).
L’immediato riflesso della pace è un ritrovato ke´rdos, un inusitato inve-
stimento come accadeva nel passato, quando essa portava ricchezze ‘‘gradite e
senza spese’’ (59), ada´pana, che marcano ancora una volta la distanza tra la

(47) EHRENBERG 1957, pp. 311.


(48) Gli Acarnesi sono del 425. Come i Cavalieri dell’anno successivo sono incentrati
sulla guerra del Peloponneso e sulla demonizzazione della figura di Cleone.
(49) Ar. Ach. 960-63.
(50) Gli esempi sono riportati da Ehrenberg puntualmente (cfr. soprattutto, p. 317). Si
rimanda dunque alla consultazione dell’ancora utilissimo volume e ci si limita qui a una ras-
segna veloce, per avviare un confronto tra il livello meramente denotativo e quello connota-
tivo.
(51) Ar. Eq. 676.
(52) Ar. Pax 254.
(53) Ar. Eq. 649.
(54) Le Nuvole furono messe in scena nel 423 e sono un grande j’accuse contro la nuova
cultura filosofica. Socrate è dipinto come un sofista della peggior risma, nemico della morale e
sostenitore del discorso debole. Sul tema v. STRAUSS 1966.
(55) Ar. Nu. 30.
(56) Ar. Pax 545-50.
(57) Ar. Pax 1201-06.
(58) Ar. Pax 1224-28.
(59) Ar. Pax 593.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 117

vita urbana, marcata dal denaro, e la libera generosità della campagna (60).
Ora la pace ‘‘riconvertirà’’ in qualche modo l’economia o almeno questo è
il sentire dell’Ateniese ritratto nella commedia.
Poi ci sono i costi della vita trasferiti nella dimensione favolistica: a Dio-
niso che chiede come farà ad attraversare la palude infernale, Eracle risponde
che un vecchio barcaiolo sarà disposto a traghettarlo per un paio di oboli (61).
La tariffa è maggiorata di un’unità rispetto al consueto, forse con un’allusio-
ne patente all’inflazione prodotta dalla guerra o per facilitare nel pubblico il
gioco delle associazioni, visto che il doppio obolo era corrisposto normal-
mente ai soldati, ai marinai e ai cittadini indigenti ed era considerato la paga
giornaliera ordinaria, tanto che Dioniso può ribattere:
‘‘To’, che forza ha dappertutto il doppio obolo. Come ha fatto ad arrivare an-
che là?’’ (62)
Il personaggio reagisce con il buon senso spiccio tipico dei caratteri da
commedia e pronuncia una battuta apparentemente innocua e puramente
contestuale, che tuttavia cela un mordace elemento di critica nei confronti
del modello economico ateniese ormai inveterato, e sentito come universale.
È lo spaesamento di chi si ritrova a che fare con le leggi del denaro anche
laddove credeva di essersene liberato e che traduce l’insofferenza verso un ele-
mento sentito come regolatore di ogni tipo di rapporto, contatto, relazione,
affare o vicenda.
Resta seducente l’ipotesi di un insistito riferimento all’inflazione, morsa
dei tempi, che regna incontrastata anche di lı̀ a poco nell’abboccamento con
il morto: per trasportare i bagagli del dio e di Xantia, il defunto chiede due
dracme e non si accontenta dei nove oboli offerti da Dioniso (63), sintomo
delle condizioni di guerra e di quella impennata dei prezzi che strozzava l’A-
tene fin du sie`cle.
Questo doppio piano dell’affabulazione comica, sempre sospesa tra lit-
tera e allusione è presente in modo vario e pervasivo in tutta l’opera, tanto da
poter parlare di completa monetizzazione del reale, che risale dal concreto al-
l’astratto e inghiotte l’intera scena e l’intera esistenza virtuale dei personaggi.
Basti qualche esempio. La prima parte delle Nuvole è dedicata ancora
una volta al denaro: il progetto comico di Strepsiade nasce dal desiderio di

(60) Nella commedia anche Sofocle viene accusato di eccessiva avidità e di amore per il
ke´rdos: vedi v. 698.
(61) Ar. Ran. 139-40.
(62) Ar. Ran. 141-42.
(63) Ar. Ran. 173-77.
118 Paola Schirripa

liberarsi dall’ossessione dei debiti, ma subito si scontra con un’altra forma di


tangente, la paga richiesta per l’insegnamento da Socrate (64), cattivo sofista.
Anche Strepsiade è afflitto dal rimpianto per la campagna, ‘‘tutta muffa e
sporcizia’’ (65) e lamenta il binomio città-denaro, e anch’egli tenta di racca-
pezzarsi in un mondo che non comprende, quello dei maestri prezzolati, del-
le smanie da ricchi della famiglia, degli intellettualismi d’accatto. Il denaro,
come la filosofia e gli arzigogoli del pensiero di Socrate, è frutto di sofistica-
zione e di adulterazione della sanità naturale: tuttavia, solo l’insegnamento a
pagamento, nel ragionamento strampalato del vecchio concede di liberarsi
proprio dall’ansia dei pagamenti:
‘‘Se impari il discorso ingiusto, di tutti i debiti che ho per causa tua non resti-
tuirò neppure un obolo, a nessuno’’ (66).
E al verso 140 dichiara:
‘‘Voglio imparare a parlare. È un sequestro, un saccheggio: interessi, creditori
senza pietà. Mi pignorano tutto’’.
Alla domanda di Socrate sul motivo dei debiti, Strepsiade risponde di
essere stato vinto da una malattia da cavallo (67). Poi chiede di imparare il di-
scorso che non restituisce niente e promette un pagamento giurando sugli
dei, ma Socrate risponde che essi non sono ‘‘nomisma’’, moneta e credenza
corrente fra loro (68).
Strepsiade afferra solo il significato più concreto della battuta, cioè che il
filosofo intenda riferirsi all’effige della civetta sulle dracme ateniesi e simbolo
di Atena e quindi dà vita alla solita girandola di equivoci:
‘‘E per cosa giurate? Per i soldi di ferro come a Bisanzio?’’ (69)
Le monete di Bisanzio erano infatti prive di rappresentazioni e dunque
sembrano a Strepsiade le uniche adatte a permettere il giuramento ‘‘snob’’ e
sacrilego dei sofisti.
Giova sottolineare l’assoluta difficoltà di astrazione del personaggio che
si mostra refrattario ad ogni piano traslato e ragiona solo su dati sensibili, fa-
miliari, percepiti come rassicuranti rispetto alla propria idea del mondo.
Più avanti il motivo dei debiti è espanso fino a catturare tutta la vis co-

(64) Ar. Nu. 98.


(65) Ar. Nu. 44.
(66) Ar. Nu. 116-18.
(67) Ar. Nu. 243: no´sos ippike´.
(68) Ar. Nu. 248. cfr. nota 21.
(69) Ar. Nu. 249.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 119

mica del dialogo e il denaro divora nuovamente il reale, quando l’astronomia


viene ridotta a puro escamotage per non pagare il dovuto. Strepsiade esprime
il desiderio che una strega tessala lo aiuti a catturare la luna cosı̀ da evitargli di
versare gli interessi allo scadere mensile delle rate (70).
Egli applica al denaro una sorta di pensiero magico che lo aiuta a foca-
lizzare e padroneggiare quegli aspetti della vita che sfuggono al suo controllo;
nel momento del suo presunto trionfo, all’indomani dell’avvenuta ‘‘conver-
sione’’ del figlio Fidippide alla sofistica, si lascia andare a un’esclamazione li-
beratoria (in perfetto stile paratragico) contro la morsa della sua vita (71):
‘‘Ah piangete usurai e i frutti dei frutti (cioè gli interessi)! Non potrete più far-
mi alcun male’’.
Infine, il confronto tra Strepsiade e i creditori si trasforma in una rilet-
tura dell’‘‘ossessione economica’’ che teneva banco nelle prime mosse della
commedia. La frase più sapida è il verso 1283-84:
‘‘E ti pare giusto riprenderti il denaro, se non sai nulla dei fenomeni celesti?’’
Strepsiade tenta malamente di applicare la lezione ricevuta e di rivende-
re al prossimo le fole apprese nel pensatoio dei sapienti. Cosı̀ il suo discorso
debole contraffà e si insinua malamente nel buon senso quotidiano.
Allo stesso modo, l’associazione tra il mare e gli interessi (‘‘Se il mare
non cresce perché gli interessi dovrebbero farlo?’’, vv. 1293-94) è volta ad
applicare la filosofia della natura appena appresa al contesto dozzinale dell’u-
sura. La demistificazione di ogni pretesa scientifica del discorso filosofico non
deve essere scambiato per miopia di Aristofane nei confronti delle dottrine in
voga, ma semmai per geniale ridefinizione dei luoghi comuni, del sentito di-
re, della vulgata sofistica che non tarda a definirsi come campionario di frasi
fatte, sentenze ad effetto, brucianti nessi privi di vera fondatezza.
Ma quando il gioco delle parti si inverte e Fidippide diventa davvero
discepolo di Socrate, Strepsiade sceglie di tornare al mondo economico dal
quale aveva tentato di evadere anziché restare in quello falsamente filosofico
nel quale è costretto a subire le angherie del figlio:
‘‘Ahimé è un castigo penoso, o Nuvole, ma giusto. Non dovevo tentare di te-
nermi il denaro preso a prestito!’’ (72)
Anche nelle Vespe (73), la commedia dedicata alla mania dei processi del

(70) Ar. Nu. 749-54.


(71) Ar. Nu. 1155-57.
(72) Ar. Nu. 1461-2.
120 Paola Schirripa

vecchio Filocleone (74), il denaro è argomento centrale, che scorre e fluisce nel
testo, in chiave metaforica o realistica. Già ai versi 248-49 scoppia un diver-
bio tra il corifeo e il figlio sul prezzo dell’olio:
‘‘Ma chi ti ha insegnato a toccare il lucignolo con il dito, con tanta scarsità d’o-
lio che c’è, stupido?
Già, quando tocca a ricomprarlo e a caro prezzo non è a te che rode.’’

La battuta dà la misura della povertà dei giudici, che sarà argomento
della tirata di Bdelicleone, tutta volta a stigmatizzare l’inevitabile binomio
tra miseria e strumentalizzazione politica. I giudici vivono dell’irrisorio com-
penso giornaliero e si ostinano a negare di essere soltanto massa di manovra
in mano al potere di pochi. Nell’agone si scontrano come di consueto due
livelli e due modelli retorici: il piano tutto concreto di Filocleone e quello
di alto respiro del figlio Bdelicleone.
Filocleone afferma orgogliosamente che se i suoi argomenti saranno bat-
tuti, non ingollerà più il suo salario (75). Il mistho´s viene a equivalere al vino
puro bevuto durante le libagioni in onore del demone della buona sorte, uni-
ca occasione nella quale i Greci non miscelavano il vino con acqua, e nell’at-
taccamento al magro compenso emerge con forza l’idiosincratica natura del
personaggio.
Durante la difesa Filocleone tenta di avere la meglio sul figlio, sostenen-
do che la professione di giudice rende potenti e superiori alle ricchezze (76)
ma di lı̀ a poco si smentisce, e finisce per confessare l’abitudine di rinviare
le cause all’infinito, approfittando del fatto che la paga diurna veniva corri-
sposta ai magistrati indipendentemente dal numero dei processi celebrati.
L’ossessione monomaniaca per il mistho´s torna poco oltre, quando il vecchio
ricorda l’accoglienza affettuosa che egli riceve nella propria casa non appena
rientra con la paga: la figlia lo abbraccia, lo vezzeggia e gli pesca le monete di
bocca (77). Il verbo scelto pappı´zein contiene accentuate sfumature sentimen-
tali, qui rese più melense e ridicole dall’ironia esterna dell’autore.
Il discorso sul denaro si sposta sulla sfera sociale e morale, investe appieno le

(73) Le Vespe sono del 422. Ancora una volta bersaglio è Cleone che aveva portato la
paga dei giudici popolari a 3 oboli e che a giudizio dell’autore è corresponsabile della deriva
tutta demagogica della politica ateniese.
(74) Resta purtroppo solo sullo sfondo la questione politica e la demonizzazione della
figura di Cleone che percorre tutta la prima produzione di Aristofane.
(75) Ar. Ve. 525.
(76) Ar. Ve. 575.
(77) Ar. Ve. 609. Tenere in bocca le monete era costume ad Atene soprattutto nelle
classi meno abbienti. V. anche Pax 645; Av. 503; Eccl. 818.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 121

relazioni familiari, con diversa caratura, tuttavia, rispetto alla commedia nuova,
dove è affrontato senza veli e senza metafore, con un approccio realistico tout
court. Se pensiamo allo scenario menandreo, la povertà o l’indigenza dei prota-
gonisti ha venature drammatiche proprio perché prive di spunti aggressivi e car-
nascialeschi. Qui, al contrario, il grottesco domina, altera i significati e imprime
una virata buffonesca che finisce per coinvolgere anche il pubblico.
Sulla bocca di Filocleone il mistho´s diviene unica ragione di vita, identità
e indipendenza affermati irosamente contro i tentativi di tutela soffocanti del
figlio, tanto che al verso 615 egli esclama:
‘‘Questo è il mio baluardo contro i mali, questo è il mio scudo contro i dardi’’.
L’eroicizzazione burlesca è completata attraverso il ricorso a un registro
paratragico; poco importa se Bdelicleone, inanellando una serie di ragioni
tutte economiche e politiche, smonterà e disosserà completamente la difesa
paterna, abolendone i toni dissacranti in favore di un virtuosistico pezzo di
oratoria. Ancora una volta la commedia ospita due visuali, due diversi ragio-
namenti e sviluppa verticalmente una teoria sul denaro che si avvale di en-
trambi, nel senso che sfrutta il meccanismo associativo più elementare per
poi smontarlo, lasciando però nel pubblico l’appagante soddisfazione di ve-
der rappresentate tutte le istanze e doppiate tutte le voci (78).
La prima argomentazione del figlio mira a convincere il padre dell’asso-
luta inutilità dei giudici nel ‘‘sistema economico ateniese’’. Lo stipendio dei
dicasti è pari al 10% delle entrate ateniesi e dunque essi rappresentano una
parte irrilevante e sacrificabile dell’impero, concentrato nelle mani di pochi
affaristi, disposti a giurare fedeltà al popolo e poi a tradirlo lasciandosi andare
ad ogni forma di corruzione (79).
Cosı̀ i giudici sono l’ultimo anello della catena degli schiavi di un potere
demagogico e paralizzante. Il loro salario da fame è sinonimo dell’esiguità e
dell’irrilevanza del loro potere, mentre l’imperialismo è descritto come una
mostruosa macchina di cattiva redistribuzione delle ricchezze.
La misera paga di 3 oboli è ottenuta in cambio del corretto ufficio di
cittadino, ma il guadagno ‘‘politicamente corretto’’ (‘‘te li sei sudati remando
combattendo, assediando città nemiche’’, versi 684-85) si scontra con la per-
versione del sistema.

(78) Al verso 650 non a caso Bdelicleone parla a nome del poeta, sostenendo che è
davvero difficile per un comico riuscire a guarire una malattia cosı̀ radicata nella città. Si tratta
di una digressione metateatrale fuori parabasi che riveste estrema importanza, non solo per la
natura economica del discorso ma soprattutto perché sembra appunto reagire contro il pen-
siero comune.
(79) Ar. Ve. 656-64.
122 Paola Schirripa

Importantissimo il vertice argomentativo di Bdelicleone, che ancora una


volta salda considerazioni economiche e considerazioni politiche (80); in teo-
ria il cittadino, astrattamente inteso come polite´ia, come intera comunità, è il
vero padrone dell’impero, dal Ponto alla Sardegna, ma il suo potere non si
traduce in ricchezza. Boúlontai se pe´neta ´
einai, ‘‘vogliono che tu sia povero’’,
rincara Bdelicleone al verso 703. La povertà è strumentale al mantenimento
dello status quo del regime e allo sfruttamento del rancore sociale delle masse.
Più ancora, il regime può mantenersi solo a prezzo di una fortissima e insa-
nabile sperequazione economico-sociale.
Negli Uccelli, la pace della nuova città è minacciata dalla visita del mer-
cante di decreti che cerca di applicare ancora una volta le leggi vecchio stile,
riproponendo gli antichi schematismi:
‘‘Il popolo di Nubicuculia userà le stesse misure pesi e monete di Olofus-
so’’ (81).
Gli storici hanno visto nella battuta un preciso riferimento a un decreto
ateniese del 425-21, con cui si imponevano agli alleati pesi e monetazione di
tipo ateniese (82). Il procedimento aristofaneo riadatta la notizia politica, con-
traffacendola nella banalizzazione comica, ma esponendola al pubblico per-
ché sia riconosciuta e nello stesso tempo universalizzata. Qui il linguaggio
decretale ‘‘imperialistico’’ è riprodotto nel consueto paludamento diplomati-
co, ma si presta al sapido reimpiego del Witz linguistico, con l’intenzionale
confusione tra Olofissi e Ototissi, popolo di fantasia etimologicamente legato
alla radice del verbo ototy´zo = mi lamento. In questo modo la politica atenie-
se viene ancora una volta ridotta a formulario stantio di decreti economici e
politici di un regime svuotato di senso, sbeffeggiato e definitivamente archi-
viato dai nuovi cittadini e padroni del mondo, salvo poi riproporsi nella ce-
leberrima scena in cui Pisetero mangerà gli uccelletti rivoluzionari, ribelli al
sistema democratico (83). L’allusione, il rimando valgono proprio perché per-
dono la loro contingente validità e divengono espressione del comportamen-
to dell’Ateniese qui e sempre. Atene non muore mai, verrebbe da dire.
Vale lo stesso schema anche in altre commedie. Economia e politica so-
no strettamente avvinte in un voluto gioco di reciproci camuffamenti.
Nella Lisitrata, come nella Pace, il denaro è ritenuto principale motore
della guerra (84), e per proprio sfuggire alla logica monetaria del conflitto, le

(80) Ar. Ve. 698-712.


(81) Ar. Nu. 1041-42.
(82) V. per esempio FIGUEIRA 1998, p. 140; NICOLET-PIERRE 2002, p. 173.
(83) Ar. Av. 1584.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 123

donne si improvvisano custodi del tesoro (con evidente scadimento nel dop-
pio senso sessuale), in quanto abili amministratrici della casa (85).
Il progetto di Lisistrata contempla dunque la ricodificazione del denaro
pubblico che passa dagli usi di guerra agli usi di pace, disciplinandosi al ge-
nere femminile (86).
Il discorso banalmente economico diventa cosı̀ discorso sulla buona e
sulla cattiva politica, sulla buona e sulla cattiva famiglia, sulla buona e sulla
cattiva città, macrolettura del mondo, attraverso le faglie della comicità crassa
e sboccata. Gli uomini armati vanno a comprare beni di prima necessità,
esponendosi al ridicolo (87) e compromettendo il normale andamento del-
l’amministrazione. Le donne invece sanno cardare la lana (88) e dunque pos-
sono utilizzare questa loro esperienza per governare l’impero. Nel discorso di
Aristofane-Lisistrata l’uso del linguaggio teorico della politica e della protoe-
conomia passa, come già osservato, attraverso la figura e la metafora.
Ha luogo nella commedia una risemantizzazione in chiave femminile
dell’economia che continua al verso 651: all’e´ranon, al tesoro ateniese, le
donne contribuiscono con i figli maschi, ovvero con la perpetuazione del si-
stema naturale e universale, mentre il contributo delle donne, ovvero i figli
maschi, è sperperato attraverso la guerra proprio dai maschi.
La sessualizzazione dell’economia porta con sé di converso quella della
politica ed economia e politica sono strettamente avvinte in un voluto gioco
di reciproci camuffamenti anche in altre commedie.
Nelle Rane il coro equipara i cittadini alle monete. Anziché scegliere le
migliori e quelle non adulterate, si preferiscono le monete scadenti, i ponera`
chalkı´a, e alla vecchia moneta di un tempo, la sola non contraffatta e bella
ovunque tra Greci e Barbari, si sostituisce il pezzo mescolato di metallo grez-
zo e nobile, come, tra i cittadini, i nobili sono messi in ombra da nuovi ar-
rivati (89).
Prima di analizzare gli aspetti propriamente economici del passo, vale la
pena considerare le analogie tra la difesa passatista del coro e la retorica con-
servatrice di tanta parte della lirica arcaica e soprattutto del già citato Teogni-
de (90). La moneta, come il ge´nos, si presta alla contraffazione, come il sangue
può diventare impura ma soprattutto essa si candida ad essere perfetta figura

(84) Ar. Lys. 488-89.


(85) Si noti l’equazione o´ikos-po´lis che si ritrova nell’Economico.
(86) Ar. Lys. 538-60.
(87) Ar. Lys. 560.
(88) Ar. Lys. 574-85.
(89) Ar. Ran. 718-37.
(90) Teogn. 53-68.
124 Paola Schirripa

dell’adulterazione morale dei cittadini, della falsità di un intero sistema po-


litico e dei suoi rappresentanti. Aristofane nelle sue commedie ne sfrutta tut-
te le valenze, tutti i significati sottesi e accompagna il suo pubblico a scoprir-
ne le stratificazioni segniche, lanciando, sulla scia della memoria poetica del
Megarese, un monito contro ‘‘la gente nova e i subiti guadagni’’.
Restano poi i confronti con la vicenda ateniese, che convivono con i
caratteri più universalizzanti. Anche in questo caso i commentatori hanno
visto nei versi un richiamo puntuale alla fine della monetazione argentea,
a causa dell’occupazione di Decelea del 413 che impedı̀ la normale attività
estrattiva delle miniere del Laurion, e alla messa in circolazione di monete
auree a partire dal 407-06, ottenute dalla fusione delle Nikai dell’Acropoli,
e, in un secondo tempo, di oscuri pezzi di bronzo (91).
Il passo è stato sempre valutato come una perfetta anticipazione della
legge di Gresham, secondo la quale, a parità di valori nominali, la moneta
cattiva scaccia quella buona, che viene tesaurizzata. Molto probabilmente
si trattò di una misura di emergenza (92), nella furia e nella confusione della
guerra e nell’imminenza del disastro, ma colpisce la lucidità con la quale Ari-
stofane rileva pienamente la compromissione della funzione ‘‘politica’’ della
moneta, che cessa di essere strumento di propaganda della potenza effettiva
di Atene tra gli stranieri. Si osserva inoltre la piena comprensione del valore
nominale che sarà discusso da Aristotele nel IV secolo. I ponera` chalkı´a sono
l’evidente prova della deriva del sistema economico di Atene che non può
più offrire ai barbari l’equivalenza tra valore della moneta e reale ricchezza
del paese. Si rompe irreversibilmente il rapporto di fidelizzazione che la mo-
neta è in grado di creare e si avvia un processo inarrestabile di svalutazione.
Un accenno alla monetazione suberata di bronzo del 407-406 a.C. tor-
na nelle Ecclesiazuse, ai versi 815-22, dove due personaggi anonimi ricordano
la ripresa della circolazione delle dracme d’argento, collocandola in un pas-
sato imprecisato. Considerato che la commedia andò in scena nel 392, si de-
ve pensare che agli inizi del IV secolo o all’indomani della vittoria di Cnido
sugli Spartani (93) nel 394, Atene abbia approfittato della nuova condizione
di prosperità per ritornare a battere moneta d’argento.
C’è un’altra ipotesi che non mi sembra da scartare, che cioè Aristofane
si conceda un richiamo intertestuale al passo delle Rane e che a molti anni di
distanza si prenda una rivincita sulla pessimistica conclusione della parabasi.
Là il coro lamentava il comportamento disinvolto di Atene che, autorizzando

(91) Sul tema v. soprattutto KROLL 1976, pp. 336-41; GRANDJEAN 2006.
(92) Sul tema v. soprattutto THOMSON 1966, pp. 342-43.
(93) Cfr. KROLL ibidem, NICOLET-PIERRE 2002, pp. 174-75.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 125

il nuovo conio nell’assemblea del 406, rinunciava al prestigio della propria


moneta e ricorreva a una falsificazione di stato, ancora più grave, alla luce
del fatto che l’adulterazione delle monete era sempre stata considerata reato
capitale (94).
La gente di Atene, che ha abbracciato il nuovo conio con leggerezza e
autentica dabbenaggine, si vede ora costretta a subire un’ennesima imposi-
zione dall’alto e a tornare all’antico sistema, continuando a restare vittima
della propria miope ignoranza e della propria incapacità di leggere economi-
camente il mondo.

1.3 Accenni di teorie filosofiche: Ecclesiazuse e Pluto

Le ultime opere di Aristofane sono da sempre riguardate dalla critica


con particolare attenzione sia dal punto di vista drammaturgico sia da quello
contenutistico (95). Esse per un verso mostrano la crisi della commedia antica,
della quale non rispettano più le convezioni e le partiture, aprendosi al reali-
smo della Ne´a, per un altro si connotano per il deciso abbandono della po-
lemica politica e per una più accentuata problematica sociale.
Mi pare tuttavia che l’invettiva non vada affievolendosi almeno nelle Ec-
clesiazuse e che ancora una volta Aristofane faccia discendere il progetto comi-
co dall’insoddisfazione, e dalla denuncia dello stato della città, preda della cor-
ruzione e all’interesse personale (96). Nelle battute iniziali idolo polemico è so-
prattutto Agirrio, il democratico che agli inizi del IV secolo aveva introdotto il
pagamento (inizialmente un obolo poi portato a tre) per quanti frequentasse-
ro l’assemblea, tentando di contrastare la disaffezione politica crescente (97).
Richiami sottili si possono riscontrare tra la presentazione del program-
ma politico di Pisetero (98) e la ‘‘piattaforma programmatica’’ di Prassago-
ra (99). Entrambi si propongono come riformatori, legislatori ed ecisti. Ana-
logo l’uso del verbo dida´skoˆe la rivendicazione del carattere insegnativo delle

(94) Per le fonti e la bibliografia relativa v. KARABÉLIAS 1991, p. 98. Poco importa che in
realtà la pratica fosse inveterata e tutti ad Atene e nelle altre po´leis vi fossero abituati. La com-
media canta l’ideale di un mondo cosı̀ come dovrebbe essere e dunque non sorprende il tono
ieratico delle rane.
(95) cfr. KONSTAN-DILLON 1981; FOLEY 1982; DAVID 1984; SOMMERSTEIN 1996; SAID
1996.
(96) Cfr. Ar. Eccl. 205-12.
(97) V. soprattutto versi 102-04.
(98) Ar. Av. 550-70.
(99) Ar. Eccl. 583-94.
126 Paola Schirripa

riforme messe in atto; analogo il rapporto tra bisogno e nuovo modello politico;
analogo il disegno urbanistico di una nuova città. Mentre nel primo caso,
tuttavia, Aristofane parla di una mı´a po´lis, di un unico abitato difeso da gran-
di mura e, come nella Lisistrata, accarezza, sotto il velo della favola, l’antico e
mai spento ideale panellenico, nelle Ecclesiazuse Prassagora dice di voler tra-
sformare Atene in un’unica abitazione (100), mı´a o´ikesis, abbattendo ogni pa-
rete divisoria e rendendo la città koine´.
Negli Uccelli prende forma un nuovo concetto di impero, che natural-
mente parodia quello storico di Atene, nelle Ecclesiazuse, viceversa, il potere
si banalizza nell’amministrazione della casa, come accadeva già nella Lisistra-
ta, in un’economia di consumo e non di produzione, se è vero che nel nuovo
regime tutti sono invitati a mettere in comune i beni, e le terre sono affidate
agli schiavi (101), ma tace ogni altra forma di acquisizione. Niente più sogni,
niente più ambizioni maschie e virili, soltanto la liceità di dar sfogo agli ap-
petiti, con Atene trasformata in teatro da commedia.
Non è quindi necessario pensare al velo dell’ironia per spiegare la solu-
zione democratica delle Ecclesiazuse e l’apparente mutamento di angolo vi-
suale di Aristofane. Nel comunismo materico della nuova ginecocrazia si ce-
lano tutte le antiche distorsioni e non si palesano che apparenti e illusorie
soluzioni. Se l’esercizio del potere corrompe Pisetero che alla fine della com-
media si ritrova ad essere perfetta copia dei politicanti dai quali era fuggito e
perfetto padrone imperialista, nelle Ecclesiazuse Aristofane si diverte a imma-
ginare il compimento di un altro governo impossibile che si traduce in fondo
soltanto in una imperfetta collettivizzazione. Aboliti i tribunali, le proprietà,
le case private, Prassagora immagina un gigantesco refettorio, motteggiando
la dia´itia (102) e i syssı´tia spartani, ma si scontra con il permanere dell’indivi-
dualismo ateniese.
Nella scena già citata del dialogo tra i due personaggi anonimi, uno de-
gli interlocutori mantiene intatto il proprio scetticismo rispetto al potere
femminile e oppone al nuovo regime il rifiuto stolido di chi è abituato alle
novità e alle bizzarrie in politica e non se ne lascia sorprendere né incantare:
‘‘Per Zeus devo escogitare qualche imbroglio: cosı̀ mi tengo le cose mie e mi
prendo una parte di quelle che loro impastano per la comunità. Mi sembra
la cosa migliore: vado a pranzare insieme a tutti, senza perdere tempo.’’ (103)

(100) Ar. Eccl. 673-74.


(101) La stessa soluzione anche nel Pluto (vv. 510-18).
(102) Sul rapporto tra progetto comico e parodia del sistema spartano, v. ancora DAVID
1984.
(103) Ar. Eccl. 872-76.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 127

Inoltre, al di là dell’assenza di ogni qualsivoglia spinta produttiva, per-


mangono, come negli Uccelli, gli aspetti autoritari del potere: la presunta li-
bertà sessuale diventa esercizio di forza e di costrizione violenta (104), pur nel
rovesciamento dei ruoli.
Concordo con David nel ritenere che le analogie con Platone non de-
vono portare a sovrapposizioni indebite e a confronti ingiustificati. È vero
che alcuni elementi del programma si richiamano strettamente, come nel ca-
so dell’abolizione dei vincoli parentali che sarà teorizzata nella Repubblica (105)
e nelle Leggi, ma i punti comuni sono solo esteriori e non devono far pensare
a una revisione platonica delle idee aristofanee. Quello che invece non mi
sembra da respingere è che Aristofane si sia divertito a forgiare un pastiche,
recuperando idee circolanti di filosofi di second’ordine, elementi di filolaco-
nismo di bassa lega, istanze antidemocratiche, e le abbia ricomposte nella
abile retorica di Prassagora, abile proprio perché in alcuni punti strampalata
e inconsistente, ma comunque persuasiva, come deve essere un buon discor-
so politico. D’altro canto anche negli Uccelli il modello alto esiodeo e orfico
della teogonia è sciolto nella surreale ornitogonia dei versi della parabasi (106),
e la stessa ispirazione filosofica paradossale contamina la commedia del Pluto.
Il discorso sul denaro che percorre trasversalmente tutta la produzione
di Aristofane giunge a maturazione nella sua ultima opera, che al denaro è
interamente dedicata. L’aspirazione irriverente di Ipponatte a una ricchezza
senza problemi e il risentimento sociale di Teognide si incontrano nella fa-
vola senza tempo immaginata da Aristofane, alleggerita dello spirito aggres-
sivo di un tempo, sospinta in un’ambientazione sfumata, commedia senza
città (107) e tuttavia dissacrante ritratto della natura umana e delle sue pulsio-
ni, con un dio della ricchezza che stenta a capire il proprio ruolo nel mondo e
attacca Zeus, persecutore degli onesti (108).
Nel testo la parodia filosofica è evidente nel makarismo´s che Cremilo
intona a Pluto, inneggiato come novello Prometeo in grado di minacciare
il potere esclusivamente economico di Zeus (109). Ecco il sillogismo breve:
Zeus governa attraverso il denaro, Zeus esige sacrifici, gli uomini pregano
di diventare ricchi e per questo sacrificano, ma il sacrificio cesserebbe se Plu-

(104) Ar. Eccl. 617-18.


(105) Pl. Resp. 416.
(106) Ar. Av. 689-703.
(107) Pochissime le occorrenze del termine po´lis nel testo e rarissimi i riferimenti pos-
sibili all’attualità (v. per esempio il rapido e poco insistito accenno a un personaggio politico
come Neoclide al verso 565).
(108) Ar. Pl. 87.
(109) Ar. Pl. 130-185.
128 Paola Schirripa

to scomparisse perché tutto dipende dalla ricchezza (110). La formula serve an-
cora una volta a veicolare il concetto della totale monetizzazione del reale e a
spiegare l’esistente, dai rapporti di schiavitù, alla prostituzione, alle arti.
Qui Aristofane si permette una sofisticata lettura del mondo sub specie
oeconomica, ridicolizzando le teorie delle scuole filosofiche contemporanee
sull’incivilimento e riducendo i successi della razza umana a un perenne rin-
corrersi di bisogno e sazietà.
Si compone un’iperbole comica che spiega la realtà in funzione della ric-
chezza, dalle spicciole e insignificanti esperienze fino alla storia; Pluto è pa-
drone del reale, del bene come del male, è motore di progresso. All’ottimi-
stica e velleitaria sintesi di Cremilo controbatte involontariamente lo stesso
Pluto, quando al verso 200 esclama:
‘‘Questo potere che voi dite che possiedo... non so se riuscirò a impadronirme-
ne’’.
La separazione tra idea e personaggio è la più godibile e acuta analisi
della polisemica natura del denaro, occulta e visibile, pragmatica e teorica,
tangibile e impalpabile. Il Pluto di Aristofane è un dio che non sa di essere
tale e che dunque tale non è. Bisogna educarlo a capire chi egli sia e nella
commedia questo non può che avvenire grazie alla vittoria, come da copione
mitologico, di Pluto sul suo opposto complementare, Penı́a.
Penı́a entra in scena al verso 415; si sente minacciata dal nuovo ordine
delle cose che Cremilo sembra essere riuscito a mettere in campo e subito
difende il proprio essere nel mondo come principio di differenziazione, me-
rito e origine della te´chnai e della nobiltà (111). Cosı̀ la commedia viene ad
essere un disso´s lo´gos, una virtuosistica dissertazione sul denaro, che, se appro-
da al consueto lieto fine, con la cacciata di Penı́a e il trionfo di Pluto, lascia
insicuri sull’esito finale dell’agone, non perché non si sappia dire quali siano
stati gli argomenti più forti ma perché essi erano sostanzialmente identici.
Un discorso sul denaro, sembra suggerire Aristofane, forse non è che un
autentico nonsense.

Conclusioni

Con questo lavoro ho inteso mostrare la stratificata costruzione aristo-


fanea dell’immaginario legato al denaro, lo sdoppiamento dei registri, l’inter-

(110) Ar. Pl. 146.


(111) Ar. Pl. 507-16.
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 129

sezione tra il discorso basso e il discorso alto, la moltiplicazione dei punti di


vista, quello dei personaggi, e quello dell’autore.
In qualunque società questo immaginario è complesso, perché, per sua
natura, contraddittorio e ambiguo, portato di censure, restrizioni di tipo mo-
rale o sociale, frustrazioni e appetiti, paure e aspirazioni. Aristofane restituisce
ogni sfumatura dell’intricata gamma degli atteggiamenti umani; coglie con
abilità il disagio dell’Ateniese medio di fronte alla natura della ricchezza ‘‘in-
visibile’’ (112), ma ne coglie anche la dipendenza e attorno a questo nucleo di
interesse immagina le più paradossali soluzioni. Inventa mondi alternativi,
crea fantasie di potenza, le fa trionfare, ma nel contempo mostra al pubblico
le crepe di ogni favola perfetta, la vanità di ogni evasione.
Il denaro dunque è da un lato motore comico, strutturale al genere co-
me il cibo e il sesso, dall’altro è elemento sociale solo in apparenza elemen-
tare. Il denaro, più di ogni altra scoperta umana, è travestimento, compro-
messo tra vero e falso, sofisticazione di metalli, e nella commedia esso con-
tribuisce a minare la solitaria zona franca in cui l’eroe comico vorrebbe
rifugiarsi. È il suo antagonista virtuale.
Dunque l’autore può costruire attorno ad esso un gioco funambolico di
doppi sensi e ossessioni, del tutto aderente all’ossatura del carattere comico,
ma allo stesso tempo è libero di trasformare l’accumulo linguistico, la massa
delle battute e dei commenti irresistibili dei personaggi nell’anatomia sociale
di Atene.
Il suo immaginario è ritorno nostalgico al passato, laddove egli non si
concede fino in fondo la possibilità del viaggio, reso lucido da un pessimismo
che passa dall’accusa politica all’utopia. La commedia gli cambia tra le mani
alla fine del V secolo: scompare la parabasi, tribuna deputata del poeta, e si
allontana la città.
Certo la commedia celebra la pace, il comunismo dei beni, la ritrovata
vista di Pluto, ma la città, l’Atene storica non si salva. Il trionfo di Pluto,
figura della ricchezza priva di una logica interna, segna la fine della politica
e quindi anche dell’economia in quanto estrinsecazione, insieme causa ed ef-
fetto, della politica.
Un dio un po’ malandato, pavido e imboccato dagli uomini, è tutto
quel che rimane (113).

(112) Cosı̀ viene definito il denaro in Eccl. 602.


(113) Interessante che l’agone dialettico con Penı́a sia condotto da Cremilo e dalla sua
spalla Blepsidemo e che Pluto compaia in scena dopo la definitiva cacciata della rivale. Per
tutta la commedia, anche a livello scenico, il suo ruolo resta passivo.
130 Paola Schirripa

BIBLIOGRAFIA

BOTTIN L. 1979, Onore e privilegio nella societa` omerica, ‘‘Quaderni di Storia’’ 10, pp. 71-99
CACCAMO CALTABIANO M., RADICI COLACE P. 1992, Dalla premoneta alla moneta: lessico mone-
tale greco tra semantica e ideologia, Pisa
CONSOLO LANGHER S.N. 1994, Il doppio ruolo del bronzo nella Sicilia protostorica e arcaica: asce
e lance come strumenti e come moneta, ‘‘Rivista Italiana di Numismatica e Scienze
Affini’’ 96, pp. 11-17
COZZO A. 1988, Kerdos. Semantica, ideologie e societa` nella Grecia antica, Roma
DAVID E. 1984, Aristophanes and Athenian Society of the early fourth Century B.C., Leiden
DESCAT R. 2004, La cite´e la richesse: un de´bat dans la pense´e oikonomique grecque a`la fin de IV e
siecle, in Mediterraneo antico. Economie societa`, VII, fasc. 2, pp. 461-76
EHRENBERG V. 1957, L’Atene di Aristofane: studio sociologico della commedia attica antica, Firen-
ze, trad. it. di The people of Aristophanes. A sociology of old Attic Comedy, Oxford 1951
FIGUEIRA Th. 1998, The Power of Money. Coinage and Politics in the Athenian Empire, Phila-
delphia
FINLEY M.I. 1973, The ancient Economy, London
FOLEY H.P. 1982, The ‘‘female Intruder’’ reconsidered: Women in Aristophanes’ Lysistrata and
Ecclesiazousae, ‘‘Classical Philology’’ 77, pp. 1-21
GRANDJEAN C. 2006, Le grenouilles et la loi de Gresham, in I ritrovamenti monetali e la legge di
Gresham. Atti del III congresso internazionale di Numismatica e storia monetaria, Pa-
dova, pp. 9-19
GRIERSON P. 1977, The Origins of Coin, London
GROTTANELLI C., PARISE N. (a cura di) 1988, Sacrificio e societa` nel mondo antico, Roma-Bari
GSCHNITZER F. 1988, Storia sociale dell’antica Grecia, trad. it. di Griechische Socialgeschichte,
Wiesbaden 1981
KARABÉLIAS E. 1991, La peine dans Athenes classique, in Recueils de la socie´te´ Jean Bodin pour
l’histoire comparative des institutions 55, pp. 77-132
KONSTAN D., DILLON M. 1981, The Ideology of Aristophanes’ ‘Wealth’, ‘‘American Journal of
Philology’’ 102, pp. 371-94
KROLL J.H. 1976, Aristophane pomgqa+ vakji*a: a Reply, ‘‘Greek Roman and Byzantine Stu-
dies’’ 17, pp. 328-41
LAZZARINI M.L. 1976, Le formule delle dediche votive della Grecia arcaica, Roma
LAZZARINI M.L. 1979, OBEKOR in una dedica arcaica della Beozia, ‘‘Annali dell’Istituto ita-
liano di Numismatica’’ 26, pp. 153-159
LIVERANI M. 1979, Dono, tributo, commercio: ideologia dello scambio nella tarda eta` del bronzo,
‘‘Annali dell’Istituto italiano di Numismatica’’ 26, pp. 9-28
LLYOD G.E.R. 1966, Polarity and Analogy: two Types of Argumentation in early Greek Thought,
Cambridge
MACDOWELL D.M. 1995, Aristophanes and Athens. Introduction to the Plays, Oxford
MAFFI A. 1979, Circolazione monetaria e modelli di scambio da Esiodo ad Aristotele, ‘‘Annali
dell’Istituto italiano di Numismatica’’ 26, pp. 161-184
NENCI G. 1974, Considerazioni sulle monete di cuoio e di ferro nel bacino del Mediterraneo e
sulla convenzionalita`del loro valore, ‘‘Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa’’
ser. III, 4, pp. 639-657
NICOLET-PIERRE H. 2002, Numismatique grecque, Paris
PARISE N. 1992, Nascita della moneta e forme arcaiche dello scambio, Roma
SAETTA COTTONE R. 2005, Aristofane e la poetica dell’ingiuria, Roma
SAID S. 1996, The AssemblyWomen: Women, Economy and Politics, in Oxford Readings in Ari-
stophanes (ed. by E. Segal), Oxford, pp. 282-313
L’immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane 131

SEGAL E. 1996, Oxford Readings in Aristophanes, Oxford


SOMMERSTEIN A.H. 1966, Aristophanes and the Demon Poverty, in Oxford Readings in Aristo-
phanes (ed. by E. Segal), Oxford, pp. 252-81
STRAUSS L. 1966, Socrates and Aristophanes, New York-London
TESTART A. 2001, Aux origines de la monnaie, Paris
THOMSON W.E. 1966, The Function of the Emergency Coinages of the Peloponnesian War,
‘‘Mnemosyne’’ ser. IV 19, pp. 337-43
URBAIN Y. 1939, Les ide´es e´conomiques d’Aristophane, ‘‘Antiquité Classique’’ 8, pp. 183-200
VIGLIETTI C. 2001, Intorno alle Origini della moneta di Philip Grierson: lo scomodo caso di Ro-
ma, ‘‘Annali dell’Istituto italiano di Numismatica’’ 48, pp. 291-333
WILL É. 1954, De l’aspect ´
ethique des origines grecques de la monnaie, ‘‘Revue Historique’’ 212,
pp. 209-31.