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DAVID McLELLAN

IL PENSIERO
DI KARL MARX

Piccola
Biblioteca
Finaurli
Titolo originale The Thought of Karl Marx. An Introduction

© David McLellan 1971

Copyright © 1975 Giulio Einaudi editore s. p. a., Torino


Traduzione di Maria Grazia Boffito
DAVID McLELLAN
IL PENSIERO
DI KARL MARX

Piccola
Biblioteca
Einaudi
Indice

p. v ii Prefazione*

Il pensiero di Karl Marx

Parte prima

5 Capitolo primo
2i Capitolo secondo
37 Capitolo terzo
ji ‘ Capitolo quarto
63 Capitolo quinto
79 Capitolo sesto
99 Capitolo settimo
109 Capitolo ottavo

Parte seconda

125 Capitolo primo L ’alienazione


143 Capitolo secondo II materialismo storico
161 Capitolo terzo II lavoro
177 Capitolo quarto Le classi
195 Capitolo quinto II partito
209 Capitolo sesto L o stato
(

VI INDICE

p. 229 Capitolo settimo La rivoluzione


249 Capitolo ottavo L a futura società comunista

265 Cronologia

271 Bibliografia

281 Indice dei nomi, delle opere e delle riviste


Prefazione

V i sono numerosi libri che possono servire da intro­


duzione al pensiero di M arx. Le raccolte di scritti non
possono svolgere questa funzione da sole, perché gli
scritti raccolti devono essere posti in un contesto e non
possono essere letti di seguito con molto profitto. Nella
maggior parte dei commenti, d ’altra parte, compaiono
in numero troppo limitato citazioni delle opere di Marx,
le sue idee sono trattate come un sistema statico con
scarso riferimento ai loro mutamenti o alla loro trasfor­
mazione. Quando vengono citate le opere di M arx, il
lettore che ne ha una scarsa conoscenza non sa che cosa
sia l ’opera da cui è tratta la citazione, né in quali circo­
stanze essa fu scritta. Lo scopo di questo libro è perciò
di fornire la base elementare essenziale per la compren­
sione del pensiero marxiano, presentando nella prima
parte uno scarno elenco illustrativo delle opere di Marx
in ordine cronologico con alcune notizie biografiche; nel­
la seconda parte, vengono esposti, secondo un criterio
sinottico, alcuni temi centrali del pensiero marxiano e
ogni capitolo è corredato da una scelta dei suoi scritti
più importanti sull’argomento trattato. Riproducendo
questi scritti1, ho corretto le traduzioni esistenti quan­
do ciò si è reso necessario e ho tradotto io stesso i passi
quando non ne esistevano traduzioni precedenti. Ho
1 [Evidentemente le considerazioni seguenti si riferiscono alla
situazione inglese, dove la pubblicazione delle opere complete di
Marx ed Engels è ancora allo stato di progetto; per quel che ci ri­
guarda abbiamo fatto ricorso alle pubblicazioni esistenti in Italia,
utilizzando anche i volumi finora usciti delle Opere],
V ili P R E F A Z IO N E

cercato di includere passi da alcuni degli scritti di Marx


meno noti e non ancora tradotti, per esempio gli abbozzi
preliminari della Guerra civile in Francia o gli appunti
su Stato e anarchia di Bakunin; infatti la maggior parte
delle raccolte di scritti riproducono il materiale dispo­
nibile nell’edizione di Mosca dei Selected Works. Poi­
ché questo libro è soltanto un’introduzione, e quindi
necessariamente superficiale, ho aggiunto elenchi detta­
gliati di ulteriori letture limitandole strettamente ai libri
scritti in inglese.
D. M.

Littlecroft, Chilham, Kent, gennaio 19 7 1.


I L P E N S IE R O D I K A R L M A RX

to all my students,
past and present
Parte prima
Capitolo primo

A.
SCRITTI

Lettera al padre, 18 3 7 .
Tesi di laurea, 18 3 8 -4 1.
Articoli per la «Rheinische Zeitung» [Gazzetta re­
nana], 18 42.
Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico
[Kritik des hegelschen Staatsrechts], 18 4 3 .

B.
BIOGRAFIA

M arx nacque nel 18 18 a Treviri nella provincia renana


della Prussia, terzo di otto figli e il maggiore dei maschi.
La sua era una famiglia di rabbini da diverse generazio­
ni. Il padre era un facoltoso avvocato su cui aveva avuto
una profonda influenza l’illuminismo, un liberale e un
patriota che si era fatto battezzare quando la sua posi­
zione era stata minacciata dalle leggi antiebraiche che
avevano seguito la caduta di Napoleone e l ’annessione
della Renania alla Prussia. Nel 18 3 0 M arx si iscrisse al
Liceo di Treviri dove rimase per cinque anni. Nel 18 3 5 ,
agli esami per la licenza liceale, scrisse, in termini oppor­
tunamente idealistici:
Quando abbiamo scelto la condizione nella quale pos­
siamo più efficacemente operare per l’umanità, allora gli
oneri non possono più schiacciarci, perché essi sono sol­
tanto un sacrificio pel bene di tutti, allora non gustiamo
6 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

piu una gioia povera, angusta ed egoistica, che anzi la no­


stra felicità appartiene a milioni, le nostre imprese vivono
pacifiche, ma eternamente operanti, e le nostre ceneri sa­
ranno bagnate dalle lacrime ardenti di uomini nobili *.
L ’anno dopo frequentò la facoltà di legge dell’IJni-
versità di Bonn. Qui scrisse febbrilmente poesie, spese
più soldi di tutti gli altri studenti (secondo suo padre),
si batté a duello, e fu anche arrestato per «disturbo del­
la quiete notturna e ubriachezza molesta». Dopo un an­
no si trasferì a Berlino, università ancora dominata dalla
filosofia di Hegel, dove rimase fino al 18 4 1. Qui iniziò
una nuova vita e, come disse egli stesso piu tardi «evitò
completamente la compagnia degli amici». Fu presente
a tutte le lezioni e pur allontanandosi progressivamente
dall’insegnamento ufficiale dell’università, lavorò fino al­
l ’esaurimento. N ell’estate del 18 34 si era fidanzato se­
gretamente con Jenny von Westphalen, appartenente a
una delle famiglie di maggior prestigio di Treviri, vicini
di casa di M arx, e questo avvenimento lo spronò a nuovi
sforzi poetici. Egli informò suo padre che durante il pri­
mo anno, oltre alle poesie, scrisse una complessa classi­
ficazione di concetti legali di trecento pagine, un nuovo
sistema fondamentale di metafisica, un romanzo comico,
una tragedia, si convertì all’hegelismo e compose un dia­
logo filosofico. Sebbene avesse pensato di esercitare la
professione di avvocato, all’Università di Berlino M arx
subì l ’influenza di un gruppo di intellettuali radicali e
cambiò la sua scelta con l ’insegnamento universitario.
Sperava di ottenere un posto a Bonn con l’aiuto di Bru­
no Bauer, un docente di teologia che, per la sua critica
radicale al Nuovo Testamento, era stato trasferito là da
Berlino. In vista della carriera accademica, M arx iniziò
un’arida tesi di laurea sulla Differenza tra la filosofia na­
turale di Democrito e di Epicuro [Differenz der d e m o li­
tiseloen und epikureischen Naturphilosopbie]. Essa ven­
ne presentata all’Università di Jena e procurò a M arx il
titolo di dottore in filosofia.
N ell’estate del 18 4 1 M arx andò a Bonn. Bauer però
fu esonerato dall’incarico di insegnamento per la sua po­
1837-1843 7

sizione non ortodossa e M arx passò allora al giornalismo.


Trascorse a Treviri i primi mesi del 18 4 2 e scrisse il pri­
mo articolo per i «Deutsche Jahrbiicher» [Annali tede­
schi], giornale diretto da Arnold Ruge a cui M arx era
stato presentato da Karl Kòppen, l ’amico più intimo di
M arx a Berlino. In aprile M arx tornò a Bonn e cominciò
a scrivere regolarmente per la «Rheinische Zeitung», un
quotidiano di recente fondazione finanziato dagli indu­
striali liberali della Renania che in esso vedevano uno
strumento per la promozione del libero scambio, ma fon­
damentalmente ispirato da Moses Hess, il primo comu­
nista tedesco. M arx fece già una forte impressione sui
suoi contemporanei, come indica il seguente passo di una
lettera inviata da Hess a un amico:
Il piu grande, forse l’unico, vero filosofo vivente, che
ben presto attirerà su di sé gli sguardi di tutta la Germa­
nia, il dottor Marx, darà il colpo di grazia alla religione e
alla politica medievali. Egli unisce la più profonda serietà
filosofica allo spirito più mordace. Immagina Rousseau,
Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel fusi in una sola
persona - dico fusi, non affiancati - e avrai il dottor Marx2.
M arx iniziò la collaborazione con la « Rheinische Zei­
tung» con un articolo sulla libertà di stampa e una ri­
sposta all’attacco di un giornale rivale contro la «R h ei­
nische Zeitung» per aver pubblicato opinioni romanze­
sche sulla filosofia e la religione. M arx passò i mesi di
luglio e agosto a Treviri, ma morto il padre nel 18 3 8 , si
allontanò sempre più dalla famiglia. In ottobre prese la
direzione della «Rheinische Zeitung» e pubblicò arti­
coli in cui assumeva una posizione neutrale nei confronti
del comuniSmo, attaccava le leggi che proibivano ai po­
veri di raccogliere la legna e esponeva la miseria dei viti­
coltori della Mosella. In marzo il giornale fu soppresso
in seguito a un attacco all’assolutismo russo e M arx scris­
se a Ruge, col quale decise di pubblicare un giornale ra­
dicale a Zurigo: «N on appena sarà stipulato il contratto,
andrò a Kreuznach a sposarmi».
Parigi fu scelta come sede del nuovo giornale che do­
veva chiamarsi, anticipando la collaborazione con i so­
8 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

cialisti francesi, « Deutsch-franzòsische Jahrbiicher» [An­


nali franco-tedeschi]. In giugno M arx sposò Jenny von
Westphalen dopo un fidanzamento di sette anni e si siste­
mò nella casa della suocera fino a ottobre. Là egli lesse
molto sulla storia della rivoluzione francese e scrisse una
lunga critica della filosofia politica di Hegel. In ottobre
parti per Parigi con Jenny, al terzo mese di gravidanza,
per occupare il posto di direttore dei «Deutsch-franzò­
sische Jahrbiicher».

c.
COMMENTO

G li scritti di M arx fino al 18 4 3 indicano uno sviluppo


attraverso stadi successivi di idealismo, romantico e poi
hegeliano, fino ài razionalismo liberale e alla sua prima
critica di Hegel, in cui si trovano per la prima volta mol­
te delle teorie chiave del pensiero di Marx.
I primi documenti del pensiero di M arx che ci son
rimasti sono i suoi temi d ’esame per la licenza liceale del
18 3 5 . Alcuni commentatori hanno pensato di vedere i
germi del materialismo storico in frasi come « i nostri
rapporti sociali, in certa misura, hanno già cominciato a
formarsi prima che noi siamo in una posizione tale da
determinarli»; ma i temi presentano soltanto un sem­
plice idealismo giovanile affermando che «la natura del­
l’uomo è tale che egli può raggiungere la sua perfezione
individuale solo agendo per il perfezionamento, per il
bene dell’um anità»3.
Molto piu interessante è la Lettera al padre scritta nel
novembre 18 3 7 che dà un resoconto del suo sviluppo
intellettuale durante il primo anno trascorso a Berlino.
A l suo arrivo si occupò principalmente di poesia lirica
di tipo estremamente idealistico, di cui fece la seguente
autocritica:
Ho aggredito il presente, i sentimenti erano espressi
senza moderazione né forma, nulla era naturale, erano tut-
18 3 7 -18 4 3 9

te fandonie; credevo in una completa opposizione tra ciò


che è e ciò che dovrebbe essere e anziché pensieri poetici
vi si trovano riflessioni retoriche, sebbene vi fosse un certo
calore emotivo e una potenziale esuberanza. Queste sono
le caratteristiche di tutte le poesie dei primi tre volumi che
Jenny ricevette da m e4.
Egli tentò anche una filosofia del diritto in cui il suo
problema principale era il conflitto, tipico dell’idealismo,
tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. M arx abbando­
nò il progetto quando scopri che il suo idealismo, ispira­
to da Kant e Fichte, benché internamente coerente, non
aveva nessuna connessione con il diritto oggettivo. Cosi
egli ritornò alla filosofia pura e scrisse una nuova meta­
fisica, che rifiutò però allo stesso modo giudicandola fu­
tile. Tuttavia, durante la convalescenza da una malattia
provocata dall’eccessivo lavoro egli «arrivò a conoscere
tutta l ’opera di Hegel e la maggior parte di quanto fu
scritto dai suoi allievi» e sebbene in precedenza egli
« avesse letto frammenti della filosofia di Hegel, ma senza
curarsi della sua melodia dura e grottesca», M arx trovò
in Hegel la soluzione ai suoi precedenti problemi della
separazione tra ideale e reale. «Dimenticai l ’idealismo,
che col passare del tempo avevo alimentato con quello
di Kant e Fichte, e arrivai a cercare l ’idea nel reale stes­
so. Se prima gli dei avevano abitato al di sopra della
terra, ora essi ne erano divenuti il centro». A questa dif­
ficile e graduale conversione contribuirono le discussioni
con gli amici radicali giovani hegeliani dell’Università,
dove, egli disse: «M i legai sempre più strettamente alla
filosofia corrente quanto più avevo pensato di evitarla » 5.
Per i due anni seguenti M arx lavorò alla tesi di laurea
che dedicò al suocero, barone von Westphalen, il quale
ammirava il socialista francese Saint-Simon e fu per
M arx «la prova vivente che l ’idealismo non è una co­
struzione dell’immaginazione, ma la realtà vera». Il cor­
po della tesi confrontava le teorie di Democrito e di
Epicuro sul movimento degli atomi. M arx criticava il
rigido determinismo di Democrito e sosteneva la posi­
zione di Epicuro sulla libertà della coscienza dell’uomo
di cambiare l ’ambiente che lo circonda.
2
IO I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

Sebbene la tesi in se stessa non sia di grande interesse,


la prefazione, gli studi preparatori e le note sono più
personali. Nella prefazione M arx spiegò che la sua tesi
era soltanto una premessa a un lavoro più ampio che
avrebbe trattato l ’intero ciclo della filosofia epicurea,
stoica e scettica in rapporto a tutto il pensiero greco.
Hegel, continuò M arx, aveva dato un resoconto accurato
dei due sistemi della storia della filosofia, ma pur essen­
do un «pensatore gigantesco» non era entrato nei par­
ticolari né aveva capito la loro importanza nella storia
della filosofia greca. M arx spiegò che aveva aggiunto
un’appendice sull’attacco di Plutarco a Epicuro perché
voleva difendere la tesi di Epicuro sull’opposizione ra­
dicale tra filosofia e religione. A questo argomento erano
interessati tutti i giovani hegeliani (com’erano chiamati
i discepoli radicali di Hegel) poiché Hegel aveva dichia­
rato che la filosofia e la religione avevano forme diverse
ma lo stesso contenuto, mentre i giovani hegeliani con­
sideravano la religione come essenzialmente irrazionale
e vedevano l ’allentarsi della stretta della chiesa sullo
stato prussiano come la condizione necessaria per qual­
siasi progresso. M arx riecheggiava questa posizione af­
fermando: «la filosofia non fa mistero di ciò. La confes­
sione di Prometeo "In breve, io aborro tutti gli d ei” è
la sua confessione, la sua sentenza contro tutte le divi­
nità celesti e terrestri che non riconoscono come supre­
ma divinità l’autocoscienza um ana»6.
Le note preparatorie indicano i motivi per cui M arx
scelse questo argomento. Bruno Bauer, come critico del
Nuovo Testamento, si interessava alla filosofia greca e
soprattutto M arx vedeva un parallelo tra la filosofia gre­
ca dopo la filosofia «totale» di Aristotele e la propria
situazione di filosofo posthegeliano. «Come Prometeo
- scrisse - che rubò il fuoco dal cielo e cominciò a co­
struire case e a vivere sulla terra, cosi la filosofia che si
era sviluppata in modo da trovarsi in contrasto col mon­
do, si rivolta contro il mondo che ha di fronte. Ciò av­
viene ora per la filosofia hegeliana»7.
M arx illustrò la sua posizione di filosofo posthegelia­
no in una nota aggiunta alla tesi in cui spiegava che il filo­
18 3 7 -18 4 3 II

sofo doveva superare Hegel utilizzando i principi essen­


ziali di Hegel:
che un filosofo cada in questa o quella forma di apparente
incoerenza per amore di questo o queU’accomodamento, è
concepibile; egli stesso può esserne stato cosciente. Ma ciò
di cui egli non è consapevole è che la possibilità di questo
apparente accomodamento ha la sua radice più profonda
in una insufficienza o, almeno, in una insufficiente esposi­
zione del suo principio. Se dunque un filosofo è ricorso
davvero ad un accomodamento i suoi discepoli debbono
spiegare in base all’intimo essenziale contenuto della sua
coscienza ciò che per lui stesso ha preso forma di coscienza
esoterica. In tal modo ciò che appare come progresso della
coscienza mora1e è, insieme, progresso del sapere. Non
viene pregiudicata la personale coscienza morale del filo­
sofo, ma viene costruita la forma essenziale della sua co­
scienza intellettuale, elevata a figura e significato concreti
e con questo, nel contempo, superata8.

Ora, secondo M arx, la filosofia doveva diventare pra­


tica:
È legge psicologica che lo spirito teoretico divenuto in
sé libero si trasformi in energia pratica e uscendo quale
volontà dalle ombre dell’Amente si volge verso la realtà
naturale... Ma la prassi della filosofia è essa stessa teoreti­
ca. È la critica quella che commisura l’esistenza singola
all’essenza, la realtà particolare all’idea. Ma questa attua­
zione immediata della filosofia è, nella sua intima essenza,
affetta da contraddizioni, e questa sua essenza si configura
nel fenomeno, imprimendogli il suo sigillo9.

In un’-altra nota Marx confrontò il pensiero rivolu­


zionario del giovane Schelling con le recenti lettere di
Schelling e attaccò in particolare le prove dell’esistenza
di Dio come vuote tautologie. La prova ontologica, per
esempio, non significa altro che: «C iò che io mi rappre­
sento realmente è una rappresentazione reale per me.
Chi ai greci antichi avesse portato un dio migratore
avrebbe trovato la prova della non esistenza di questo
dio, che per i greci esso non esisteva. Ciò che un deter­
minato paese è per determinati dèi stranieri, è il paese
della ragione per dio in generale: una regione nella quale
12 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

la sua esistenza cessa». M arx riteneva che in realtà que­


ste prove non fossero altro che « prove dell’esistenza del­
l ’autocoscienza essenziale all’uomo, logiche esplicazioni
della m edesim a»10.
Questi studi preparatori e le note non furono mai
pubblicati, né la tesi venne ampliata secondo le intenzio­
ni di M arx. L ’impossibilità di combinare la carriera ac­
cademica con il suo lavoro di giornalista attirò altrove
la sua attenzione. Perciò le sue osservazioni sono fram­
mentarie e oscure, ma sono importanti perché mostrano
come M arx affrontò per la prima volta problemi della
filosofia hegeliana, problemi che dovevano occupargli la
mente per il resto della sua vita.
N ell’anno che dedicò al giornalismo, Marx scrisse set­
te articoli importanti. In essi raramente rese esplicite le
sue idee, poiché diede ai suoi articoli la forma di esegesi
critica dimostrando l ’assurdità delle tesi dei suoi oppo­
sitori. A tale scopo egli usò tutte le armi disponibili, di
solito mescolando un hegelismo radicale col semplice ra­
zionalismo illuministico.
Il primo articolo di M arx, scritto per gli « Jahrbiieher»
di Ruge, ma rifiutato dalla censura e pubblicato soltanto
l ’anno seguente, era intitolato Osservazioni di un citta­
dino renano sulle recenti istruzioni per la censura in
Prussia [Bemerkungen iiber die neueste preussische Zen-
surinstruktion. Von einem Rheinlander]. M arx spiegava
l’incoerenza delle nuove leggi per la censura che dove­
vano addolcire quelle precedenti. Ma poiché vietavano
attacchi alla religione cristiana e offese contro «discipli­
na, usanze e decenza esteriore», M arx riteneva che «la
censura dovrà quindi condannare tutti gli eroi intellet­
tuali della morale, come ad esempio Kant, Fichte e Spi­
noza, quali persone irreligiose che offendono disciplina,
usanze e decenza esteriore. Tutti questi moralisti pren­
dono le mosse da una contraddizione fondamentale fra
morale e religione, perché la morale si basa sull’auto­
nomia, la religione invece sull’eteronomia dello spirito
umano » “ . Inoltre le nuove leggi erano nemiche del buon
diritto in quanto dovevano punire « tendenze » e « inten­
zioni » invece di fatti. Per M arx ciò significava creare una
18 3 7 -18 4 3 r3

società in cui un organo si riteneva l ’unico possessore


della ragione e della moralità dello stato, mentre «lo
stato morale impone ai suoi membri le proprie inten­
zioni, siano pur essi in opposizione contro un organo
statale, contro il govern o»12. M arx cominciò cosi a trar­
re conclusioni democratiche liberali dalla filosofia poli­
tica di Hegel.
Il primo articolo di M arx per la «Rheinische Zeitung»
fu dedicato ai dibattiti del Parlamento renano e in par­
ticolare ai Dibattiti sulla libertà di stampa e sulla pub­
blicazione delle discussioni alla Dieta [Debatten iiber
Pressfreiheit und Publikation der Landstàndischen Ver-
handlungen]. M arx trovava che «lo spirito peculiare di
ogni classe» era «espresso in nessun luogo con mag­
gior chiarezza che in questi dibattiti». G li oratori non
consideravano la libertà come un dono naturale a tutti
gli uomini razionali; per loro essa era «una caratteri­
stica individuale di certe persone e classi». Tale atteg­
giamento era incapace di produrre leggi sulla stampa.
Infatti «le leggi sono le norme positive, chiare e uni­
versali, nelle quali la libertà ha acquistato un’esistenza
impersonale, teoretica, indipendente dall’arbitrio del sin­
golo». Quindi anche le «concessioni» proposte erano
inadeguate, e M arx citò Voltaire: «queste parole "liber­
tà” , “ privilegi” presuppongono uno stato di soggezione.
Le libertà sono esenzioni da una schiavitù generale » I3.
In un articolo sulla scuola storica del diritto, Marx
attaccò alcuni dei suoi vecchi insegnanti, e in particolare
K arl von Savigny, che era appena divenuto ministro del­
la Giustizia. La scuola storica sosteneva che l ’esistenza
storica era la prima giustificazione di qualsiasi legge.
M arx mostrò come questa posizione da un lato fosse con­
traddittoria e dall’altro tendesse a mantenere le irrazio­
nalità politiche esistenti.
M arx si dichiarò piu specificamente favorevole alla
separazione fra chiesa e stato nella sua risposta all’arti­
colo di fondo della « Kolnische Zeitung » [Gazzetta di Co­
lonia], Il direttore della «Kolnische Zeitung» aveva sol­
levato delle obiezioni alla posizione di M arx sulla cen­
sura e voleva che fossero abolite le discussioni filosofi­
14 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

che e religiose sui giornali sostenendo che il crollo del


vecchio mondo era dovuto al decadere della religione.
M arx pensava il contrario: «non già il decadere delle
religioni antiche fece crollare gli antichi stati, bensì il
contrario»14. L ’ideale di uno stato cristiano era incom­
patibile con la libertà razionale, libertà che alla fine del
suo articolo M arx illustrò, in modo prettamente hege­
liano:
Ma come i primi filosofi del diritto pubblico fecero de­
rivare lo stato dagli impulsi dell’ambizione o dell’istinto so­
ciale, oppure dalla ragione, non però dalla ragione della
società, ma da quella dell’individuo, così fecero derivare
il punto di vista piu ideale e fondamentale della recente
filosofia dall’idea della totalità. Essa considera lo stato co­
me un grande organismo nel quale la libertà giuridica, mo­
rale e politica deve raggiungere la propria realizzazione e
nel quale il singolo cittadino, obbedendo alle leggi dello
stato, obbedisca solo alle leggi naturali della sua stessa ra­
gione, della ragione umana’5.

N ell’ottobre del 18 42 M arx fu costretto per la prima


volta a commentare le idee socialiste. Infatti la «Augs-
burger Allgemeine Zeitung» [Gazzetta generale di Augu­
sta] accusò la «Rheinische Zeitung» di «amoreggiare col
comuniSmo». La risposta di M arx era duplice:
la «Gazzetta renana» che non può concedere alle idee co­
muniste, nella loro forma odierna, neppure attualità teo­
retica, e quindi ancor meno può desiderare o anche solo
ritener possibile la loro pratica realizzazione, sottoporrà
queste idee ad una critica approfondita. Se però l’augusta-
na pretendesse e desiderasse qualcosa di piu che frasi bril­
lanti, comprenderebbe che scritti come quelli di Leroux,
Considérant e soprattutto la penetrante opera di Prou-
dhon, non possono esser criticati con trovate superficiali
del momento, ma solo dopo uno studio lungo, assiduo e
molto approfondito... Noi abbiamo la ferma convinzione
che non il tentativo di sperimentare in pratica le idee co­
muniste, ma la loro elaborazione teorica formi il vero e
proprio pericolo, perché agli esperimenti pratici, sia pure
esperimenti di massa, si può sempre rispondere col can­
none non appena diventino pericolosi, ma le idee che la
nostra intelligenza ha acquisito vittoriosamente, che il no­
1837-1843 15
stro animo ha conquistato, alle quali l’intelletto ha for­
giato la nostra coscienza sono vincoli dai quali non ci si
strappa senza lacerarsi il cuore, sono demoni che l’uomo
può vincere soltanto sottomettendosi ad essi!6.

Nei suoi ultimi articoli per la «Rheinische Zeitung»


M arx si occupò dei Dibattiti sulla legge contro i furti di
legna [Debatten uber das Holzdiebstahlgesetz] e della
miseria dei viticoltori della Mosella. Questi temi, affer­
mò in seguito, «m i fornirono le prime occasioni di oc­
cuparmi di problemi economici » 17. Fu qui che M arx capi
come le leggi fossero strettamente determinate dagli in­
teressi della classe dominante, in questo caso i padroni
delle foreste. M arx concluse il suo primo articolo met­
tendo a confronto l’impressione che avrebbe riportato
un osservatore estraneo, cioè che il legno fosse il feticcio
dei renani, con la convinzione dei selvaggi cubani che
l ’oro fosse il feticcio degli spagnoli.
L ’articolo sul distretto della Mosella era molto par­
ticolareggiato per convalidare la posizione allarmistica
della «Rheinische Zeitung» sulla miseria della regione.
M arx sottolineò l’importanza delle condizioni economi­
che come determinanti per l ’azione politica:
Nell’esame delle condizioni politiche si è cercato con
troppa leggerezza di non tener conto della effettiva natura
delle situazioni e di far tutto dipendere dalla volontà delle
persone agenti. Ma si dànno situazioni, che determinano
tanto le azioni dei privati quanto delle singole autorità,
eppure sono indipendenti da esse quanto il sistema respi­
ratorio. Se questi dati di fatto si considerano dall’esterno,
non si riesce ad addossare in maniera prevalente la buona
o cattiva volontà né all’una né all’altra parte, ma si ve­
dranno agire situazioni dove di primo acchito sembrava
agissero solo personeI8.

Quando era ormai imminente la soppressione della


«Rheinische Zeitung», M arx colse l ’occasione per dare
le dimissioni e, secondo le sue parole, « per ritirarmi dal­
la scena pubblica nella stanza da studio » 19. Il risultato
del mese che M arx passò a Kreuznach fu un commento
critico di centocinquanta pagine alla Filosofia del diritto
16 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

di Hegel in cui cominciava a delinearsi la posizione di


M arx sulla democrazia, sulle classi e sull’abolizione del­
lo stato.
La critica fondamentale che M arx muoveva a Hegel
era che, come nella religione gli uomini hanno conside­
rato Dio il creatore e l ’uomo dipendente da lui, cosi H e­
gel partiva dall’Idea di stato e faceva dipendere da que­
sta tutto il resto, la famiglia e vari gruppi sociali. M arx
disse:
L ’idea è ridotta a soggetto. E il reale rapporto della
famiglia e della società civile con lo stato è inteso come
interna, immaginaria, attività dello stato. Famiglia e socie­
tà civile sono i presupposti dello stato, sono essi propria­
mente gli attivi. Ma nella speculazione diventa il contra­
rio; mentre l’idea è trasformata in soggetto, quivi i sog­
getti reali, la società civile, la famiglia, le circostanze, l’ar­
bitrio, ecc. diventano dei momenti obbiettivi dell’idea, ir­
reali, allegorici20.

Il modo di affrontare lo studio di Hegel fu suggerito


a M arx da un giovane hegeliano, Ludwig Feuerbach.
Feuerbach aveva dichiarato che Dio non era altro che
una proiezione dei desideri che l ’uomo era impotente a
realizzare e quindi quell’uomo era il vero «soggetto» e
Dio era il « predicato ». Recentemente Feuerbach aveva ap­
plicato questa analisi alla metafisica di Hegel e ora M arx
l ’applicò alla filosofia politica di Hegel, affermando:
Ciò che è rilevante è che Hegel dappertutto fa dell’idea
il soggetto e del soggetto propriamente detto... fa il predi­
cato. Ma lo sviluppo procede sempre dalla parte del pre­
dicato21.I

I paragrafi successivi del manoscritto di M arx appli­


cano questa analisi generale a tre temi particolari che
erano stati discussi da Hegel: la democrazia, la burocra­
zia e il suffragio.
Nei suoi commenti sulla democrazia M arx definì una
posizione che era umanistica, poiché l ’uomo è visto co­
me fattore fondamentale della società; libertaria, poiché
l’uomo è considerato un soggetto libero; socialista, poi­
ché si dice che egli abbia spirito comunitario; e infine
18 3 7 -18 4 3 17
M arx superò il repubblicanesimo predicendo la soppres­
sione dello stato. Disse:
Hegel parte qui dallo stato e fa dell’uomo lo stato sog­
gettivato; la democrazia parte dall’uomo e fa dello stato
l’uomo oggettivato. Come non è la religione che crea l’uo­
mo, ma è l’uomo che crea la religione, così non la costi­
tuzione crea il popolo ma il popolo la costituzione... La
democrazia è l’essenza di ogni costituzione politica, l’uo­
mo socializzato in una particolare costituzione politica...
I francesi moderni hanno inteso questo così: che nella vera
democrazia lo stato politico perisca. Il che è giusto, nel
senso che esso, quale stato politico, quale costituzione
non vale piu per il tutto22.
Hegel aveva sostenuto che la burocrazia svolgeva la
funzione di mediatrice tra lo stato e i diversi gruppi so­
ciali. M arx, però, riteneva che la burocrazia incoraggias­
se le divisioni politiche che erano essenziali per la sua
esistenza e quindi perseguisse i propri fini a svantaggio
della comunità in generale.
Gli scopi dello stato si mutano in scopi burocratici, o
gli scopi burocratici in scopi statali. La burocrazia è un
circolo da cui nessuno può saltar fuori. La sua gerarchia è
una gerarchia del sapere. La testa affida alle sfere inferiori
l’esame del particolare, le sfere inferiori affidano a quel­
la l’esame del generale, e così si illudono reciprocamente23.
Hegel aveva tenuto in gran conto la natura compe­
titiva dell’accesso alla burocrazia, ma per Marx
... Nel vero stato non si tratta della possibilità di ogni
cittadino di dedicarsi alla classe generale come a uno stato
particolare, ma della capacità della classe generale di es­
ser lo stato realmente generale, cioè lo stato di ogni citta­
dino24.
Verso la fine del suo manoscritto M arx spiegò come
egli riteneva che si potessero superare le divisioni della
società: la soluzione si sarebbe trovata nel suffragio uni­
versale.
Non si tratta qui di decidere se la società civile debba
esercitare il potere legislativo mediante deputati o me­
diante tutti individualmente presi, bensì si tratta del­
l8 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

l’estensione e della generalizzazione al massimo possibile


dell’elezione, sia del diritto di suffragio attivo che di quel- •
lo passivo. Questo è il punto propriamente controverso
della riforma politica, e in Francia e in Inghilterra23.
M arx proseguì spiegando, nel suo linguaggio involu­
to, come il suffragio universale avrebbe portato la rifor­
ma della società civile restituendo ad essa l ’essenza so­
ciale dell’uomo in quanto essere comunitario, essenza
che gli era stata rubata e trasferita alla sfera delle costi­
tuzioni che non avevano effetto sulla sua vita effettiva:
Soltanto nell’elezione illimitata, sia attiva che passiva,
la società civile si solleva realmente all’astrazione da se
stessa all’esistenza politica come sua vera esistenza gene­
rale, essenziale. Ma il compimento di questa astrazione è
al contempo la soppressione dell’astrazione. Quando la
società civile ha realmente posto la sua esistenza politica
come la sua vera esistenza, ha contemporaneamente posto
la sua esistenza civile, nella sua distinzione da quella po­
litica, come inessenziale; e con una delle parti separate
cade l’altra, il suo contrario. La riforma elettorale è dun­
que, entro lo stato politico astratto, l’istanza dello sciogli­
mento di questo, come parimente dello scioglimento della
società civile26.
Engels affermò che il marxismo era composto di tre
elementi: la filosofia idealistica tedesca, il socialismo fran­
cese-e' la teoria economica inglese. Con la sua critica
feuerbachiana della filosofia del diritto di Hegel, Marx
aveva assimilato pienamente il primo elemento; gli altri
due li acquisì a Parigi.5623*1

1 k . marx , Temi d’esame per la licenza liceale, in id ., Scritti poli­


tici giovanili, Einaudi, Torino 1950, p. 484.
2 m . h e s s , Briefwecbsel, a cura di E . Silberner, ’s Gravenhage
1959, p. 80.
3 marx , Temi d’esame per la licenza liceale cit., p. 484.
* id ., Tesi di laurea, in Early Texts, a cura di D. McLellan,
Oxford 19 7 1, pp. 2 sgg.
5 Ibid., p. 8.
6 Ibid., p. 13.
18 3 7 -18 4 3 19

7 Ibid., p. 19.
8 k . marx , Tesi di laurea, in A. sabetti, Sulla fondazione del
materialismo storico, Nuova Italia, Firenze 1962, p. 412.
9 Ibid.
10 Ibid., pp. 415-16.
11 marx , Osservazioni di un cittadino renano sulle recenti istru­
zioni per la censura in Russia, in id ., Scritti politici giovanili
cit., p. 38.
12 Ibid., p. 40.
13 id ., Dibattiti sulla libertà di stampa, in id ., Scritti politici gio­
vanili cit., p. 105.
14 id ., L ’articolo di fondo del numero 179 della «Gazzetta di
Colonia», in id.-, Scritti politici giovanili cit., p. 139.
15 Ibid., p. 155.
16 id., Il comuniSmo e la « Gazzetta generale di Augusta», in id.,
Scritti politici giovanili cit., p. 173.
17 id ., Per la crìtica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma
1957, p. io.
18 id ., Giustificazioni dì * *, corrispondente dalla Mosella, in id.,
Scritti politici giovanili cit., p. 300.
19 id ., Per la critica dell’economia politica cit., p. io.
20 id., Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, in id.,
Opere filosofiche giovanili cit., Editori Riuniti, Roma 1963,
p. 18.
21 Ibid., p. 21. ,
22 Ibid., pp. 41-42.
23 Ibid., p. 59.
24 Ibid., p. 63.
25 Ibid., p. 134.
26 Ibid., pp. 134-35.

Nota bibliografica.

h . adams , Karl Marx in bis Earlier Writings, London 19652.


s. avineri , The Social and Politicai Thought of Karl Marx, Cam­
bridge 1968.
- The Hegelian Origins of Marx’s Politicai Thought, in «Review
of Metaphysics », settembre 1967.
c. b a il e y , Karl Marx on Greek Atomism, in «The Classical Quar-
terly», x x n , 1928.
l . dupré , The Philosophical Poundations of Marxism, New York
1966.
20 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

r . garaudy, Karl Marx, Paris 1964.


w. johnston, Marx's Verses of 1836-37, in «Journal of thè His-
tory of Ideas », aprile 1967.
e . kamenka , The Ethical Foundations of Marxism, London 1962.
d. mclellan , The Young Hegelians and Karl Marx, London 1969.
- Marx before Marxism, London 1970 [trad. it., Marx prima del
marxismo, Einaudi, Torino 1974].
j. o’m alley , Methodology in Karl Marx, in «Review of Politics»,
1970.
r . tucker , Philosophy and Myth in Karl Marx, Cambridge 1961.
Capitolo secondo

A.
SCRITTI

Un carteggio del 18 4 3, 18 4 3.
La questione ebraica \Zur Judenjrage ], 1843-44.
Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Intro­
duzione [Zur Kritik der hegelschen Rechtsphiloso-
phie. Einleitung ], 18 44.
Manoscritti economico-filosofici [Okonomisch-philoso-
phische Manuskripte aus dem ]ahre 1844 ], 1844.
Glosse marginali di critica all’articolo « I l re di Prus­
sia e la riforma sociale, firmato: un Prussiano»
[Kritische Randglossen zu dem Artikel «Der Konig
von Preussen und die Sozialreform. Von einem
Preussen»\ 18 44.

B.
BIOGRAFIA

M arx arrivò a Parigi nell’ottobre del 18 4 3 e si stabilì


nel quartiere latino, dividendo una casa, come esperi­
mento di vita in comune, col suo condirettore Ruge,
Herwegh e altri esiliati tedeschi. Il primo ed ultimo
numero dei loro « Deutsch-franzòsische Jahrbiicher» fu
pubblicato nel febbraio del 1844. Dei due saggi di M arx
che vi apparvero, egli aveva portato con sé a Parigi La
questione ebraica e là aveva scritto Per la critica della
filosofia del diritto di Hegel. Introduzione. M arx conti­
nuava a leggere materiale sulla rivoluzione francese e i
22 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

suoi amici dedussero che si proponeva di scrivere una


storia della Convenzione. Contemporaneamente egli sta­
bili contatti con la Lega dei giusti, un’organizzazione co­
munista segreta fondata nel 18 3 6 , e partecipò alle as­
semblee degli operai. L ’affermarsi delle tendenze comu­
niste di Marx portò a una rottura con Ruge, che non ve­
deva nel comuniSmo altro che il desiderio di degradare
tutti al livello degli operai.
Mentre si trovava a Parigi, M arx cominciò a prestare
maggiore attenzione agli economisti inglesi Smith e R i­
cardo, leggendoli nella traduzione francese. In una let­
tera del maggio 1844, Ruge descrisse la febbrile attività
di studio di M arx:
Marx ha delle qualità peculiari, ha grandi capacità di
studiare e scrivere, ma è assolutamente negato per il gior­
nalismo. Legge moltissimo; lavora con intensità eccezio­
nale e ha un genio critico che talvolta degenera in una
dialettica sbrigliata, ma non porta a termine nulla, si inter­
rompe sempre e si tuffa di nuovo in uno sterminato mare
di libri ’.I
I «Deutsch-franzosische Jahrbiicher» cessarono la pub­
blicazione dopo il primo numero: i direttori erano in
violento disaccordo tra loro; i socialisti francesi, spa­
ventati dalla sua difesa della violenza e dell’ateismo, ri­
fiutarono di collaborare e la confisca di molte copie del
giornale in Germania aumentò le già pressanti difficoltà
finanziarie. Nel frattempo M arx progettò di scrivere una
serie di monografie che trattassero criticamente il dirit­
to, l’etica, la politica, ecc. e cominciò a raccogliere il ma­
teriale per la prima di esse. Questa, nota come Mano­
scritti economico-filosofici o Manoscritti di Parigi, con­
teneva estratti di economisti inglesi, una descrizione del
comuniSmo umanistico come alternativa alla società alie­
nata contemporanea, e una critica della Fenomenologia
dello spirito [Die Phànomenologie des Geistes] di Hegel.
Inoltre M arx dedicò molto del suo tempo ai poeti Heine
e Herwegh, e passò notti intere a discutere la dialettica
hegeliana con Proudhon, il maggiore socialista francese,
e con Bakunin, l ’anarchico russo in esilio.
18 4 3 -18 4 4 23

In luglio, M arx rese pubblica la sua rottura con Ruge


pubblicando su « V orw àrts», un settimanale per gli ope­
rai tedeschi a Parigi, un attacco alla tesi di Ruge sull’im­
possibilità di una rivoluzione in Germania. In settembre
Engels ritornò dall’Inghilterra dopo aver lavorato nella
fabbrica del padre a Manchester. Lui e M arx si erano già
conosciuti quando M arx era direttore della «Rheinische
Zeitung», ma M arx l’aveva accolto freddamente. Ora,
però, dopo una discussione quasi ininterrotta di quat­
tordici giorni scoprirono una tale identità di vedute che
decisero immediatamente di scrivere un libro insieme.

c.
COMMENTO

Un carteggio del 18 4 3, uno scambio di lettere fra i


futuri collaboratori del giornale, pubblicato come primo
articolo sui « Deutsch-franzòsische Jahrbiicher» rivela
come si stavano sviluppando le idee di M arx. Già nella
sua lettera del maggio 18 4 3 egli accenna allo scontro
inevitabile che avrebbe provocato la situazione econo­
mica:
Il sistema dell’industria e del commercio, della proprie­
tà e dello sfruttamento degli uomini, ancor più rapida­
mente dell’aumento della popolazione conduce però all’in­
terno della società attuale ad una rottura che il vecchio
sistema non può sanare, perché esso in generale non sana
e non crea, ma unicamente esiste e gode. L ’esistenza del­
l’umanità sofferente che pensa, e dell’umanità pensante
che viene oppressa, deve di necessità diventare insoppor­
tabile e indigeribile per il mondo animale dei filistei, che
gode passivamente e ottusamente.
Da parte nostra, dobbiamo portare interamente alla lu­
ce del giorno il vecchio mondo e creare positivamente il
nuovo mondo. Quanto più a lungo gli eventi lasceranno
■ tempo per riflettere all’umanità che pensa e tempo per
riunirsi all’umanità che soffre, tanto più perfetto verrà al
mondo il frutto che il presente porta in grembo2.
24 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

In un’altra lettera di settembre, M arx illustrò quella


che egli riteneva fosse la politica del giornale: una «cri­
tica spregiudicata di tutto ciò che esiste»; partecipazio­
ne alla lotta politica per uno stato veramente democra­
tico; e una riforma dell’atteggiamento degli uomini non
mediante i dogmi socialisti e comunisti, ma mediante
« l’analisi della coscienza mistica oscura a se stessa sia
che si presenti in modo religioso sia in modo p olitico»3.
M arx iniziò questo programma di «critica spregiudi­
cata » con un saggio di recensione di due degli scritti di
Bruno Bauer sulla questione ebraica. In esso M arx cri­
ticava, attraverso Bauer, le proprie idee politiche idea­
listiche contenute negli articoli per la «Rheinische Zei-
tung».
Il tema generale del saggio di Marx era contrapporre
l ’emancipazione politica, che liberava l’uomo non piu di
quanto non facesse la religione, con l ’emancipazione
umana che si poteva raggiungere soltanto con la scom­
parsa dello stato e del denaro.
A gli ebrei che chiedevano l ’emancipazione religiosa
Bauer rispondeva che ciò non era possibile senza l’eman­
cipazione politica. Infatti per cessare la discriminazio­
ne nei confronti degli ebrei lo stato deve smettere di
essere cristiano. Ma per M arx questa risposta non era
sufficiente: Bauer aveva sottoposto alla sua critica sol­
tanto lo stato cristiano, non lo stato in quanto tale; per­
ciò non era riuscito a vedere il legame tra emancipazione
politica e emancipazione umana. L a risposta non era
quindi l’abolizione della religione dalla sfera politica,
poiché gli Stati Uniti d ’America dove ciò era stato rag­
giunto, erano purtuttavia famosi per la loro religiosità.
Ma poiché l’esistenza della religione è l’esistenza di un
difetto, la fonte di tale difetto può ancora essere ricercata
soltanto nell’essenza dello stato stesso. La religione per
noi non costituisce piu il fondamento, bensì ormai soltan­
to il fenomeno della limitatezza mondana. Per questo noi
spieghiamo la soggezione religiosa dei liberi cittadini con
la loro soggezione terrena. Non riteniamo che essi dovreb­
bero sopprimere la loro limitatezza religiosa, per poter
sopprimere i loro limiti terreni. Affermiamo che essi sop­
1843-1844 25

primeranno la loro limitatezza religiosa non appena avran­


no soppresso i loro limiti terreni. Noi non trasformiamo le
questioni terrene in questioni teologiche. Trasformiamo
le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per
lungo tempo la storia è stata risolta in superstizione, noi
risolviamo la superstizione in storia. La questione del
rapporto tra l’emancipazione politica e la religione, divie­
ne per noi la questione del rapporto tra l’emancipazione
politica e l’emancipazione umana4.

I limiti dell’emancipazione politica erano dimostrati


dal fatto che lo stato poteva liberarsi della religione sen­
za che i cittadini ne fossero liberati. Infatti l’esistenza
della religione veniva in tal modo presupposta, come lo
era l ’esistenza della proprietà privata con la sua aboli­
zione quale requisito per votare. Questo tipo di proble­
ma sorse perché l ’uomo era scisso in una duplice perso­
nalità: l ’aspetto sociale, comunitario, della sua natura
esisteva soltanto in forma irreale, a livello delle costitu­
zioni e dei discorsi sui «cittadini», mentre nella sua vera
vita quotidiana egli era un individuo isolato impegnato
nella guerra economica di tutti contro tutti.
L ’uomo conduce... una doppia vita, la vita nella comu­
nità politica nella quale egli si afferma come comunità, e
la vita nella società civile nella quale agisce come uomo
privato, che considera gli altri uomini come mezzo, degra­
da se stesso a mezzo e diviene trastullo di forze estranees.

M arx esaminò quindi la tesi di Bauer che né gli ebrei


né i cristiani potevano appellarsi ai diritti universali del­
l ’uomo, poiché si reputavano un tipo particolare ed esclu­
sivo di esseri umani. M arx rifiutò il concetto stesso di
diritti dell’uomo in uno studio che contiene la sua critica
più semplice del liberalismo classico liberale. Iniziò ci­
tando la dichiarazione americana dei diritti dell’uomo
per dimostrare che tali diritti erano non solo compati­
bili con la religione, ma ne garantivano di fatto il libero
esercizio. Per M arx i diritti dell’uomo erano i diritti de­
gli individui isolati, ostili l ’uno all’altro, della società
civile. Citando la costituzione rivoluzionaria francese del
17 9 3 , egli disse:
26 . I L P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E P R IM A

Il diritto dell’uomo alla libertà si basa non sul legame


dell’uomo con l’uomo, ma piuttosto sull’isolamento del­
l ’uomo dall’uomo. Esso è il diritto a tale isolamento, il
diritto dell’individuo limitato, limitato a se stesso... Il di­
ritto dell’uomo alla proprietà privata è dunque il diritto
di godere arbitrariamente (à son gré), senza riguardo agli
altri uomini, indipendentemente dalla società, della pro­
pria sostanza e di disporre di essa, il diritto dell’egoismo.
Quella libertà individuale, come questa utilizzazione del­
la medesima, costituiscono il fondamento della società ci­
vile. Essa lascia che ogni uomo trovi nell’altro uomo non
già la realizzazione, ma piuttosto il limite della sua li­
bertà s.

M arx prosegui contrapponendo il medioevo, la cui


società feudale comprendeva almeno qualche aspetto
comunitario, alla società posteriore al 178 9 che ricono­
sceva come suo fondamento generale il regno della ne­
cessità, del lavoro, dell’interesse privato, e del diritto
privato. M arx terminò la prima delle sue recensioni deli­
neando la seguente soluzione del problema:
L ’emancipazione politica è la riduzione dell’uomo, da
un lato, a membro della società civile, all’individuo egoi­
sta indipendente, dall’altro, al cittadino, alla persona mo­
rale.
Solo quando l ’uomo reale, individuale riassume in sé
il cittadino astratto, e come uomo individuale nella sua
vita empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi rapporti
individuali è divenuto membro della specie umana, sol­
tanto quando l’uomo ha riconosciuto e organizzato le sue
«forces propres» come forze sociali, e perciò non separa
più da sé la forza sociale nella figura della forza politica,
soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta7.

Nella recensione del secondo articolo di Bauer, M arx


prese in esame la tesi di Bauer che, per raggiungere l’e­
mancipazione, l ’ebreo dovesse emanciparsi anche dal cri­
stianesimo, il quale era di un gradino piu vicino all’eman­
cipazione che non il giudaismo. Ancora una volta M arx
capovolse la formulazione teologica della questione fatta
da Bauer e chiese: quale particolare elemento sociale si
deve superare per sopprimere il giudaismo? Giocando
1843-1844 27

sul doppio significato di giudaismo che in tedesco signi­


fica anche «commercio», M arx scoprì le radici del giu­
daismo nello spirito commerciale e in particolare nell’im­
portanza conferita al denaro. Questo lo portò ad accen­
nare per la prima volta la teoria del lavoro alienato che
sarebbe stata tanto essenziale nel suo pensiero.
Il denaro è il valore universale, per sé costituito di tutte
le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo
dell’uomo come la natura, del valore loro proprio. Il de­
naro è l’essenza, fatta estranea all’uomo, del suo lavoro e
della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina,
ed egli l’adora8.

M arx proseguì:
Sotto il dominio del bisogno egoistico egli può operare
praticamente, praticamente produrre oggetti, soltanto po­
nendo i propri prodotti, come la propria attività, sotto il
dominio di un essere estraneo, e conferendo ad essi il signi­
ficato di un essere estraneo: il denaro9.

Nella sua analisi delle posizioni di Bauer M arx era già


passato dal campo della politica a quello, che da allora
in poi doveva considerare fondamentale, dell’economia.
M a pur dichiarando lo scopo di una completa emanci­
pazione umana, egli doveva ancora identificare gli stru­
menti per raggiungerlo. Questo fu il compito del suo
successivo articolo.
Il secondo articolo di Marx per i « Deutsch-franzò-
sische Jahrbiicher» è una delle cose più brillanti che egli
abbia scritto. Doveva essere un’introduzione alla ancora
inedita Crìtica della filosofia hegeliana del diritto pub­
blico che egli sperava di terminare prima della pubbli­
cazione dell’articolo. Iniziando con i suoi famosi epi­
grammi sulla religione, M arx poneva il problema del­
l’arretratezza della Germania in tutti i campi tranne quel­
lo filosofico, e arrivava alla soluzione finale: una rivolu­
zione proletaria.
L ’alienazione religiosa era per M arx un problema già
superato e le sue prime frasi riassumevano ciò che era
ormai storia passata:
28 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

Per la Germania, la critica della religione nell’essen­


ziale è compiuta, e la critica della religione è il presuppo­
sto di ogni critica...
Il fondamento della critica irreligiosa è: l’uomo fa la
religione, e non la religione l’uomo... Ma l’uomo non è
un essere astratto, posto fuori dal mondo. L ’uomo è vii
mondo dell’uomo, stato, società. Questo stato, questa so­
cietà producono la religione, una coscienza capovolta del
mondo, poiché essi sono un mondo capovolto... La lotta
contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro
quel mondo, del quale la religione è l’aroma spirituale...
La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sen­
timento di un mondo senza cuore, cosi come lo è lo spirito
di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo...
È innanzitutto compito della filosofia, la quale sta al ser­
vizio della storia, una volta smascherata la figura sacra
dell’autoestraneazione umana, quello di smascherare l’au-
toestraneazione nelle sue figure profane. La critica del
cielo si trasforma cosi nella critica della terra, la critica
della religione nella critica del diritto, la critica della teo­
logia nella critica della politica

Secondo M arx la «critica della politica» era proprio


necessaria perché, in rapporto alla situazione francese,
la Germania era ancora al livello di prima del 178 9 . Era
dovere dei commentatori politici dichiarare questa situa­
zione prima che divenisse insopportabile:
Si tratta di non concedere ai tedeschi un solo attimo di
illusione su di sé e di rassegnazione. Bisogna rendere an­
cora piu oppressiva l’oppressione reale con 1’aggiungervi
la consapevolezza déll’oppressione, ancor piu vergognosa la
vergogna, dandole pubblicità!1.

L ’unica speranza per la Germania stava nella sua filo­


sofia politica che era molto progressiva; i tedeschi ave­
vano pensato ciò che gli altri popoli avevano fatto. Quin­
di criticare questa filosofia e superarla avrebbe mostrato,
almeno in teoria, quale sarebbe stato il futuro della so­
cietà. Ma, per ottenere qualche effetto, la filosofia abbi­
sognava di una controparte pratica. Allora M arx si chie­
deva:
1843-1844 29

... se la Germania possa pervenire ad una prassi à la hau-


teur des principes, cioè ad una rivoluzione che la innalzi
non soltanto al livello ufficiale dei popoli moderni, ma
all’altezza umana che sarà il prossimo futuro di questi po­
poli12.
L a risposta di M arx mostra le sue tendenze umani­
stiche radicali:
L ’arme della critica non può certamente sostituire la
critica delle armi, la forza materiale dev’essere abbattuta
dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza
materiale non appena si impadronisce delle masse. La teo­
ria è capace di impadronirsi delle masse non appena dimo­
stra ad hominem, ed essa dimostra ad hominem, non ap­
pena diviene radicale. Essere radicale vuol dire cogliere le
cose alla radice. Ma la radice per l’uomo è l’uomo stesso.
La prova evidente del radicalismo della teoria tedesca,
dunque della sua energia pratica, è il suo partire dalla
decisa eliminazione positiva della religione. La critica del­
la religione finisce con la dottrina per cui l’uomo è per
l ’uomo l’essere supremo, dunque con l’imperativo cate­
gorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l ’uomo è un
essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevoleI3.
La difficoltà stava ovviamente nel trovare « l ’elemen­
to passivo, il fondamento materiale» necessario alla ri­
voluzione. M arx riteneva che in Germania non fosse pos­
sibile una rivoluzione parziale, una rivoluzione che la­
sciasse «in piedi i pilastri della casa». Infatti una rivo­
luzione parziale si fonda sul fatto che - M arx pensava
al 178 9 in particolare — una determinata classe riesce
a identificarsi con i fini e i desideri dell’intera società.
Ma nella indolente Germania nessuna classe sembrava
trovarsi nelle condizioni di compiere tale identificazione.
Allora M arx si chiese: «D o v’è dunque la possibilità po­
sitiva dell’emancipazione tedesca? » e rispose quasi in
forma di manifesto:
nella formazione di una classe con catene radicali, di una
classe della società civile la quale non sia una classe della
società civile, di uno stato che sia la dissoluzione di tutti
gli stati, di una sfera che per i suoi dolori universali pos­
sieda un carattere universale e non rivendichi alcun diritto
30 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

particolare, poiché contro di essa viene esercitato, non una


ingiustizia particolare bensì l’ingiustizia senz’altro, la qua­
le può fare appello, non piu ad un titolo storico ma al
titolo umano, che non si trova in contrasto unilaterale
verso le conseguenze, ma in contrasto universale contro
tutte le premesse del sistema politico tedesco, di una sfera
infine che non può emancipare se stessa senza emanciparsi
da tutte le rimanenti sfere della società e con ciò stesso
emancipare tutte le rimanenti sfere della società, la quale,
in una parola, è la perdita completa dell’uomo e può dun­
que guadagnare nuovamente se stessa soltanto attraverso il
completo riacquisto dell’uomo. Questa dissoluzione della
società in quanto stato particolare è il proletariato...
Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi ma­
teriali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi
spirituali, e una volta che il lampo del pensiero sia pene­
trato profondamente in questo ingenuo terreno popolare,
si compirà l ’emancipazione dei tedeschi a uomini14.

Chiaritosi le idee riguardo allo strumento della rivo­


luzione, M arx ancora una volta « si ritirò nello studio»
e si dedicò allo studio dell’economia e della filosofia, da
cui derivarono i Manoscritti ài Parigi. Essi sono formati
di tre parti: la prima riguarda l ’alienazione del lavoro,
la seconda la proprietà privata e il comuniSmo, la terza
è una critica della dialettica di Hegel.
La parte sul lavoro alienato è preceduta da estratti o
parafrasi su capitale, salari, e rendita, tratti dai libri che
M arx leggeva in quel periodo, in gran parte su ispirazio­
ne del saggio di Engels Lineamenti di una critica dell’e­
conomia politica pubblicato sui « Deutsch-franzòsische
Jahrbucher». M arx così sintetizzò le conclusioni a cui
era giunto con le sue letture:
Partendo dalla stessa economia politica, e valendoci
delle sue stesse parole, abbiamo mostrato che l’operaio
decade a merce, alla più misera delle merci, che la miseria
dell’operaio sta in rapporto inverso con la potenza e la
quantità della sua produzione, che il risultato necessario
della concorrenza è l’accumulazione del capitale in poche
mani, e quindi la più terribile ricostituzione del monopo­
lio, che infine scompare la differenza tra capitalista e pro­
prietario fondiario, così come scompare la differenza tra
i 8 4 3 - !8 4 4 3i

contadino e operaio di fabbrica, e tutta intera la società


deve scindersi nelle due classi dei proprietari e degli ope­
rai senza proprietà15.

M arx proseguì analizzando il fenomeno che egli con­


siderava alla base del sistema capitalistico e che definì
lavoro alienato. Il lavoro alienato presenta quattro aspet­
ti. Primo, l’operaio sta in rapporto al prodotto del suo
lavoro come ad un oggetto estraneo che lo sovrasta ed è
staccato da lui, che gli si oppone come un potere indi-
pendente da chi l ’ha prodotto. Secondo, l ’operaio si estra­
nia da se stesso nell’atto stesso della produzione; infat­
ti l ’operaio non vede il proprio lavoro come parte della
sua vera vita e non si sente a suo agio in esso. Terzo, la sua
«vita generica», la sua essenza sociale, è stata tolta al­
l ’uomo nel suo lavoro che non rappresenta gli sforzi ar­
monici dell’uomo in quanto «ente generico». Quarto,
l’uomo si trova alienato dagli altri uomini. M arx indivi­
duò quindi i rapporti tra lavoro alienato e proprietà pri­
vata:
Certamente abbiamo acquisito il concetto di lavoro alie­
nato (di vita alienata) traendolo dall’economia politica co­
me risultato del movimento della proprietà privata. Ma
con un’analisi di questo concetto si mostra che, anche se
la proprietà privata appare come il fondamento, la causa
del lavoro alienato, essa ne è piuttosto la conseguenza;
allo stesso modo che originariamente gli dèi non sono la
causa, ma l’effetto dell’umano vaneggiamento. Successiva­
mente questo rapporto si converte in un’azione reci­
proca “ .
Questa analisi rappresentava l ’aspetto negativo delle
concezioni di M arx: il lato positivo è contenuto negli
Appunti su James Mill che M arx scrisse pressappoco
nello stesso periodo. Dopo aver descritto la falsità reci­
proca e il furto tipici del capitalismo, egli delineò, in
tono filosofico e quasi lirico, la sua concezione di una
società veramente umana:
Ma supponiamo di aver noi invece prodotto proprio
come uomini: ciascuno di noi, nella sua produzione, avreb­
be doppiamente affermato se stesso e l’altro. Io avrei:
32 I L P EN SIER O DI KARL M A RX P A R TE P R IM A

i ) oggettivato nella mia produzione la mia individualità,


con le sue particolarità, e cosi, sia durante il lavoro che
di fronte al prodotto di esso, avrei goduto dell’espressione
vitale e della gioia individuale di sapere la mia personali­
tà una potenza oggettiva, sensibilmente evidente, sopra
ogni dubbio eminente; 2) nel tuo uso o nel tuo consumo
del mio prodotto, io avrei goduto sia di aver soddisfatto col
mio lavoro un bisogno umano, sia di aver oggettivato in
esso l ’essenza stessa dell’uomo, per aver procurato il suo
oggetto corrispondente al bisogno di un altro essere uma­
no; 3) sarei stato per te l ’intermediario fra te e il genere,
e dunque sarei conosciuto e sentito da te stesso come un
completamento del tuo proprio essere, come una parte
necessaria di te stesso, e mi saprei confermato tanto nel
tuo pensiero che nel tuo cuore; 4) nella manifestazione
della mia vita individuale avrei espresso immediatamente
la manifestazione della tua vita e dunque nella mia attività
individuale avrei immediatamente realizzato e sanzionato
il mio vero essere, la mia umanità, la mia com unità11.

N e lla seconda p arte d ei Manoscritti, M a rx p ro p o n e la


sua soluzione a l p ro b lem a d e ll’alienazione: il com u ni­
Smo. Q u esto com uniSm o, secondo M a rx , e ra il p ro d o t­
to d elle id ee d ei socialisti fran cesi P ro u d h o n , F o u rie r e
Sain t-Sim on e a v e v a anch’esso stad i d iv e rsi: il p rim o è
ch iam ato da M a rx «com u n iSm o ro z zo » in cui « i l d om i­
n io d ella p ro p rietà sulle cose è co si gran de ai su oi occhi
che esso v u o le annientare tutto ciò che non è a tto ad
essere p ossed u to d a tu tti com e proprietà privata » 1S. E s ­
so è la negazion e d i tu tta la cu ltu ra e la c iv iltà e vu o le
so stitu ire al m atrim o n io la com unanza d elle donn e. I l
secondo stad io d el com uniSm o o v o le v a con servare an­
cora lo stato , che fo sse d i tip o d isp o tico o dem o cratico ,
o p erlo m en o era ancora o ssession ato d al con cetto d i p ro ­
p rie tà p riv a ta . L a descrizione di M a rx d el terzo ed u lti­
m o stad io d el com uniSm o ha u n tono q u asi m istico :
I l comuniSmo come soppressione positiva della proprie­
tà privata intesa come autoestraniazione dell’uomo, e quin­
di come reale appropriazione dell’essenza dell’uomo me­
diante l ’uomo e per l ’uomo; perciò come ritorno d ell’uo­
mo per sé, d ell’uomo come essere sociale, cioè umano,
ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la
i 8 4 3"i 844 33

ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. Questo


comuniSmo s’identifica, in quanto naturalismo giunto al
proprio compimento, con l’umanismo, in quanto umani­
smo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è
la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uo­
mo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa
tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaf-
fermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e
la specie. È la soluzione dell’enigma della storia, ed è con­
sapevole di essere questa soluzione I9.
M arx si soffermò quindi sulle caratteristiche del vero
comuniSmo: la società produce l ’uomo ed è da esso pro­
dotta; viene ripristinato il giusto rapporto dell’uomo con
la natura: egli la domina e raggiunge « il realizzato natu­
rismo dell’uomo e umanismo della natura»; ciò consente
all’uomo di afferrare la sua essenza in modo completo e
non piu soltanto parziale; infine questo processo potrà
essere studiato da una sola scienza, fusione delle scienze
umane e naturali. M arx terminò questa parte con un ten­
tativo, di scarso successo, di confutare la prova dell’esi­
stenza di Dio di Aristotele, dichiarando che l ’ateismo era
diventato per il socialista una questione irrilevante come
la negazione della proprietà privata lo era per il comu­
nista.
La terza ed ultima parte era dedicata ad una critica del­
la dialettica di Hegel esposta nella sua opera più famo­
sa, la Fenomenologia dello spirito. M arx cominciò col ren­
dere omaggio ai risultati raggiunti da Feuerbach, in par­
ticolare per aver dimostrato che la filosofia di Hegel non
era altro che una teologia razionalizzata, e per aver sco­
perto il vero metodo materialistico partendo dai rapporti
sociali dell’uomo con l ’uomo. La posizione di M arx nei
confronti di Hegel era duplice:
L ’importante nella Fenomenologia di Hegel e nel suo
risultato finale - la dialettica della negatività come princi­
pio motore e generatore - sta dunque nel fatto che Hegel
concepisce l’autogenerazione dell’uomo come un processo,
l’oggettivazione come una contrapposizione, come aliena­
zione e soppressione di questa alienazione; che in conse­
guenza egli intende l’essenza del lavoro e concepisce l’uo­
34 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

mo oggettivo, l’uomo vero perché reale, come il risultato


del suo proprio lavoro20.

Ma d’altro lato, tutta questa dialettica era considerata


da un punto di vista idealistico-; « L ’appropriazione delle
forze essenziali dell’uomo, diventate oggetti e oggetti
estranei, è dunque prima di tutto solo un’appropriazio­
ne che ha luogo nella coscienza, nel pensiero puro, cioè
nell’astrazione»21. M arx tuttavia partì dall ’«uomo rea­
le, corporeo, piantato sulla terra ferma e tonda, quest’uo­
mo che espira ed aspira tutte le forze della natura » “ e
definì la sua posizione come un compiuto naturalismo o
umanismo che si distingueva tanto dall’idealismo che
dal materialismo. Il resto di questa parte contiene un’o­
scura e intricata giustificazione della sua fondamentale
critica a Hegel, cioè che Hegel aveva identificato erro­
neamente l’alienazione con l’oggettificazione (l’esistenza
di oggetti materiali) e quindi ritenuto che essa potesse
venir superata soltanto dalla mente.
Nel suo articolo contro Ruge del luglio 18 44 , M arx
continuò le sue osservazioni sullo stato politico fatte
nella Questione ebraica. Ciò che era necessario non era
la rivolta politica bensì la rivoluzione sociale, poiché un
valido concetto di democrazia doveva andare al di là del­
lo stato politico.
La rivoluzione in generale - scrisse Marx - il rovescia­
mento del potere esistente e la dissoluzione dei vecchi
rapporti - è un atto politico. Senza rivoluzione però il
socialismo non si può attuare... Ma non appena abbia ini­
zio la sua attività organizzativa, non appena emergano il
suo proprio fine, la sua anima, allora il socialismo si scrolla
di dosso il rivestimento politico23.123

1 a . ruge , Briefwechsel und Tagebldtter, a cura di P. Nerrlich,


Berlin 1886, voi. I, p. 343.
2 k . marx , Un carteggio del 1843, in id ., La questione ebraica,
Editori Riuniti, Roma 1954, p. 26.
3 Ibid., p. 42.
( id ., La questione ebraica cit., pp. 34-55.
1843-1844 35

5 Ibid., p. 58.
6 Ibid., pp. 71-72.
7 Ibid., pp. 78-79.
' Ibid., p. 84.
9 Ibid., p. 87.
10ID., Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in id., La
questione ebraica cit., pp. 91-92.
11 Ibid., p. 95.
12 Ibid., p. xoi.
13 Ibid.
14 Ibid., pp. 108-9.
15 id., Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino
1973, p. 69.
16 Ibid., p. 83.
17 id., Appunti su James Miti, in id., Scritti inediti di economia
polìtica, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 26.
18 id ., Manoscritti economico-filosofici del 1844 cit., p. 108.
19 Ibid., p. n i .
28 Ibid., p. 167.
21 Ibid., p. 163.
22 Ibid., p. 17 1.
23 id ., Glosse marginali di critica all’articolo « I l re di Prussia e la
riforma sociale, firmato: un Prussiano», in id ., La questione
ebraica cit., p. 137.

Nota bibliografica.

H. adams , Karl Marx in bis Earlier Writings, London 19652.


L . Alt h u sser , Pour Marx, Paris 1966 [trad. it. Per Marx, Editori
Riuniti, Roma 1969].
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1968.
T. bottomore, introduzione a k . marx , Early Writings, London
1963.
l . dupré , The Philosophical Foundations of Marxism, New York
1966.
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H. lefebv re , Le matérialisme dialectique, Paris 1937 [trad. it. Il


materialismo didettico, Einaudi, Torino 1949].
d. m clellan , The Young Hegelians and Karl Marx, London 1969.
- Marx before Marxism, London 1970 [trad. it. Marx prima del
marxismo, Einaudi, Torino 1974].
N. r eev es , Heine and thè Young Marx, in «Oxford German Stu-
dies», 1972-73.
d. stru ik , introduzione a Economie and Philosophical Manu-
scripts, London 1959.
r . tucker , Philosophy and Myth in Karl Marx, Cambridge 1961.
Capitolo terzo

A.
SCRITTI

La sacra famiglia [Die heilige Familie], 1844-45.


Tesi su Feuerbach ['Thesen tiber Feuerbach], 18 4 5 .
L ’ideologia tedesca [Die deutsche Ideologie], 1846.
Lettera ad Annenkov, 18 4 6.
Miseria della filosofia [Misere de la philosophie], 1847.

B.
BIOGRAFIA

Nel gennaio del 18 4 5 , in seguito alle pressioni della


Prussia, il governo francese emise un ordine di espulsio­
ne per i principali collaboratori di « V orw arts», e il mese
seguente M arx lasciò Parigi alla volta di Bruxelles. Pri­
ma di partire, egli aveva terminato la sua prima opera
in collaborazione con Engels, intitolata La sacra fami­
glia, con riferimento a Bruno Bauer e ai suoi amici ex
colleghi di Marx. M arx aveva anche firmato un contratto
con un editore di Darmstadt per un libro di Politica e
economia.
Engels organizzò una colletta fra gli amici comuni per
sostenere le spese affrontate da M arx per il suo trasfe­
rimento. M arx si stabilì a Bruxelles dove rimase per tre
anni e riprese gli studi di economia. N ell’estate del 1845
Engels arrivò a Bruxelles ed iniziò tra i due un periodo
di collaborazione ininterrotta che finì soltanto con la
morte di M arx. Cominciarono col fare un viaggio in
Inghilterra per studiare le condizioni del paese; a Lon­
38 I L P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E PR IM A

dra conobbero membri esiliati della Lega dei giusti, fra


cui Wilhelm Weitling. A ottobre, dopo la nascita della
seconda figlia Laura, M arx fece domanda per emigrare
negli Stati Uniti, ma non andò oltre, anche se alla fine
dell’anno rinunciò alla cittadinanza prussiana. Durante
gli ultimi tre mesi del 18 4 5 , M arx e Engels furono im­
pegnati nella stesura dell’Ideologia tedesca, un altro lun­
go trattato contro Feuerbach, Bauer, Stirner, ecc.
A ll’inizio del 1846 M arx e Engels colsero l ’occasione
della loro recente visita a Londra per creare una rete di
comitati di corrispondenza comunisti che tenessero in­
formati i socialisti tedeschi, francesi e inglesi delle ri­
spettive idee e attività. In marzo vi fu una violenta di­
scussione nel comitato di Bruxelles tra M arx e Weitling
che si trovava in visita in Belgio. M arx era contrario agli
appelli rivolti da Weitling agli operai per un’insurre­
zione rivoluzionaria immediata, dicendo, secondo W eit­
ling, che «la borghesia deve prima arrivare al culmine
della sua parabola» ‘ . Il comitato accolse la tesi di Marx.
In maggio Proudhon fu invitato a rappresentare il comi­
tato di Parigi. La sua risposta fu cordiale ma in essa si
diceva anche: «N on poniamoci come maestri di una nuo­
va intolleranza, non ergiamoci ad apostoli di una nuova
religione, sia pure della religione della logica e della ra­
gione » 2. L ’editore di Darmstadt sollecitava M arx a con­
segnare il manoscritto che aveva promesso, ma Marx
smise di lavorare quando fu informato da Engels, che
si trovava a Parigi, del nuovo libro di Proudhon sull’eco­
nomia. M arx espresse le sue prime reazioni a dicembre
nella Lettera ad Annenkov, un emigrato russo che si in­
teressava al socialismo.
A ll’inizio del 18 4 7 Marx scrisse la Miseria della filo­
sofia, una risposta al libro di Proudhon che aveva come
sottotitolo La filosofia della miseria. La Lega dei giusti
di Londra invitò Marx e Engels ad unirsi ad essa in una
Lega comunista allargata. Il primo congresso della Lega
si tenne a Londra in giugno: Engels vi partecipò, mentre
per M arx ciò non fu possibile per mancanza di soldi.
M arx continuò a scrivere articoli per la stampa tedesca
e a parlare nei raduni che si tennero a Bruxelles.
1845-1847 39

c.
COMMENTO

1 . «La sacra famiglia».

Il libro è in gran parte una polemica sarcastica e spes­


so ampollosa che è di scarso interesse durevole. Ciò vale
particolarmente per i lunghi capitoli che riguardano i
commenti dei seguaci di Bauer al romanzo di Eugène
Sue I misteri di Parigi [Les mystères de Parisi. Questi
commenti 'tentavano di dimostrare in modo hegeliano
che il romanzo di Sue conteneva la chiave ai «m isteri»
della società moderna. M arx criticò per esteso sia questa
interpretazione millantatoria sia anche il tono moraleg­
giante del romanzo stesso. I tre capitoli di effettivo inte­
resse sono le risposte agli attacchi di Bauer contro Prou-
dhon sul ruolo delle masse nella storia e sul materiali­
smo.
x) M arx lodò Proudhon per essere stato il primo pen­
satore a mettere in discussione l’esistenza della proprietà
privata e a mostrare i risultati inumani che essa aveva
prodotto per la società. M arx riassunse quindi la sua
posizione sui rapporti tra la proprietà privata e il prole­
tariato:
La classe proprietaria e la classe del proletariato pre­
sentano la stessa autoalienazione umana. Ma la prima clas­
se, in questa autoalienazione, si sente a suo agio e confer­
mata, sa che l’alienazione è la sua propria potenza e pos­
siede in essa la parvenza di un’esistenza umana; la secon­
da classe, nell’alienazione, si sente annientata, vede in es­
sa la sua impotenza e la realtà di un’esistenza inumana...
Il proletariato esegue la condanna che la proprietà pri­
vata pronuncia su se stessa producendo il proletariato, cosi
come esegue la condanna che il lavoro salariato pronuncia
su se stesso producendo la ricchezza altrui e la propria mi­
seria. Se vince, il proletariato non diventa perciò il lato
assoluto della società; infatti esso vince solo togliendo se
stesso ed il suo opposto. Allora scompare sia II proleta­
riato sia l’opposto che lo condiziona, la proprietà privata3.
40 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

In risposta alla critica che, attribuendo al proletariato


questo ruolo storico, gli scrittori socialisti sembrano con­
siderare i proletari degli dei, M arx prosegui:
Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o
anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamen­
te come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa
esso sarà costretto storicamente a fare in conformità a
questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono
indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situa­
zione della sua vita e in tutta l’organizzazione della socie­
tà civile moderna11.

n ) Bauer voleva opporre la sua filosofia alla massa


del popolo, e riteneva che la forza operante nella società
fossero l ’idea o perfino la storia stessa personificata. La
posizione di M arx era l ’opposto: «N on è la "storia” che
si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri fini,
come se essa fosse una persona particolare; essa non è
altro che l ’attività dell’uomo che persegue i suoi fini » 5.
O ancora: « L e idee non possono mai portare oltre una
vecchia situazione del mondo, ma sempre solo oltre le
idee della vecchia situazione del mondo. In generale,
le idee non possono attuare niente. Per l ’attuazione delle
idee c’è bisogno degli uomini, i quali impiegano una for­
za p ratica»fi. Per Bauer, le idee di una élite intellettuale
erano minacciate dal contatto popolare ed egli riteneva
che le idee della rivoluzione francese fossero state cor­
rotte dall’entusiasmo delle masse. Per M arx, invece, que­
ste idee non erano penetrate a sufficienza nelle masse e
la borghesia era riuscita a volgere a proprio vantaggio la
rivoluzione francese. Bauer teneva in gran conto i «d i­
ritti dell’uomo» espressi dalla rivoluzione francese. Ma
M arx, proseguendo il tema svolto nella Questione ebrai­
ca, dichiarò che in realtà era stato emancipato soltanto
uno spietato egoismo.
in ) M arx era in disaccordo con Bauer anche sul signi­
ficato del materialismo francese. Bauer sosteneva che il
movimento materialistico francese discendeva diretta-
mente dal monismo metafisico di Spinoza. M arx voleva
sottolineare gli aspetti umanistici antimetafisici dei ma­
1845-1847 41
terialisti francesi come Helvétius e Holbach. E gli rin­
tracciò nel socialismo e nel comuniSmo l ’influenza della
dottrina materialistica dei filosofi sociali del x v iii secolo:
Se l’uomo si forma ogni conoscenza, ogni percezione,
ecc., dal mondo sensibile e dall’esperienza nel mondo sen­
sibile, ciò che importa allora è ordinare il mondo empirico
in modo che l’uomo, in esso, faccia esperienza di ciò - e
prenda l’abitudine a ciò - che è veramente umano, in mo­
do che l’uomo faccia esperienza di sé come uomo. Se l’in­
teresse bene inteso è il principio di ogni morale, ciò che
importa è che l’interesse privato dell’uomo coincida con
l’interesse umano. Se l’uomo è - nel significato materia­
listico - non libero, cioè se è libero non per la forza nega­
tiva di evitare questo o quello, ma per il potere positivo
di far valere la sua vera individualità, si deve necessaria­
mente non punire il delitto nel singolo, ma distruggere gli
antisociali luoghi di nascita del delitto, e dare a ciascuno
lo spazio sociale per l’estrinsecazione essenziale della sua
vita. Se l’uomo è plasmato dalle circqstanze, è necessario
plasmare umanamente le circostanze*. Se l’uomo è sociale
per natura, egli sviluppa la sua vera natura solo nella so­
cietà, e il potere della sua natura deve di necessità avere
la sua misura non nel potere dell’individuo singolo, ma
nel potere della società^

La sacra famiglia fu poco letta al tempo della sua pub­


blicazione e certamente non fu una delle opere più im­
portanti di M arx, ma vi compaiono per la prima volta
molti dei temi di quella che doveva diventare «la conce­
zione materialistica della storia» e M arx, rileggendo il
libro dopo dodici anni, potè commentare: «F u i piace­
volmente sorpreso di constatare che non abbiamo da ver­
gognarci del nostro lavoro quantunque il culto di Feuer­
bach faccia ora un’impressione molto umoristica » 8.

2. «Tesi su Veuerbach».

Nella primavera del 18 45 M arx sottopose a un esame


critico il suo «culto di Feuerbach» e scrisse le undici
tesi che costituiscono il legame tra La sacra famiglia e
L ’ideologia tedesca. L a prima tesi contiene l ’essenza del­
3
42 IL PEN SIERO DI KAR L M A RX P A R TE P R IM A

la critica di M arx al materialismo di Feuerbach: « I l di­


fetto principale d’ogni materialismo fino ad oggi (com­
presa quello di Feuerbach) è che l ’oggetto, la realtà, la
sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma del-
Vobietto o dell’intuizione; ma non come attività sensi­
bile umana, prassi; non soggettivamente. D i conseguen­
za il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposi­
zione al materialismo, dall’idealismo, —che naturalmente
non conosce l ’attività reale, sensibile in quanto tale».
Nella seconda tesi M arx delineò la sua dottrina dell’uni­
tà fra teoria e pratica: « L a questione se al pensiero uma­
no spetti una verità oggettiva, non è questione teoreti­
ca, bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve
provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere
immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o
non-realtà del pensiero - isolato dalla prassi - è una que­
stione meramente scolastica». E nella terza tesi Marx
indicò le deficienze dei materialisti francesi: « L a dot­
trina materialistica della modificazione delle circostanze
e dell’educazione dimentica che le circostanze sono mo­
dificate dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere
educato. Essa è costretta quindi a separare la società in
due parti, delle quali l’una è sollevata al di sopra della
società». Le tesi seguenti elaboravano il rifiuto da parte
di M arx dell’atteggiamento «statico» di Feuerbach nei
confronti della religione, e nell’ultima M arx diceva: « I
filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mon­
do; si tratta di trasform arlo»9.3

3. « L ’ideologia tedesca».

Lo scopo di questo lavoro, come scrisse M arx piu tar­


di, era di «fare i conti, in realtà, con la nostra anteriore
coscienza filosofica » 10. Il libro comprende tre parti prin­
cipali: una su Feuerbach, una su M ax Stirner e una sui
«veri socialisti». Di queste la prima è di gran lunga la
piu importante.
M arx e Engels iniziarono ridicolizzando le pretese filo­
sofiche dei giovani hegeliani che essi definirono «la pu-
1845-1847 43

trefazione dello spirito assoluto»11. Il corpo principale


di questo capitolo è poi diviso in tre parti: una illustra­
zione generale della concezione storica e materialistica
in contrasto con quella dei giovani hegeliani; una ana­
lisi storica che impiega tale metodo e una descrizione
dello stato attuale della società e del suo futuro imme­
diato cioè la rivoluzione comunista.
Marx e Engels iniziarono dichiarando la loro posizio­
ne generale che richiede una lunga citazione, in quanto
si tratta della prima concisa espressione del materialismo
storico:
I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non
sono dogmi: sono presupposti reali, dai quali si può astrar­
re solo neU’immaginazione. Essi sono gli individui reali,
la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto
quelle che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle
prodotte dalla loro stessa azione. Questi presupposti sono
dunque constatabili per via puramente empirica.
II primo presupposto di tutta la storia umana è natu­
ralmente l’esistenza di individui umani viventi. Il primo
dato di fatto da constatare è dunque l’organizzazione fisica
di questi individui e il loro rapporto, che ne consegue, ver­
so il resto della natura. Qui naturalmente non possiamo
addentrarci nell’esame né della costituzione fisica dell’uo­
mo stesso, né delle condizioni naturali trovate dagli uomi­
ni, come le condizioni geologiche, oro-idrografiche, clima­
tiche, e cosi via... ma essi cominciarono a distinguersi da­
gli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi
di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro
organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussisten­
za, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita
materiale.
Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di
sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi
di sussistenza che essi trovano e che debbono riprodurre.
Questo modo di produzione non si deve giudicare solo in
quanto è la riproduzione dell’esistenza fisica degli indivi­
dui; anzi, esso è già un modo determinato dell’attività di
questi individui, un modo determinato di estrinsecare la
loro vita, un modo di vita determinato. Come gli individui
esternano la loro vita, cosi essi sono. Ciò che essi sono
coincide dunque con la loro produzione, tanto con ciò che
44 I L PEN SIERO DI KARL M A R X P A R T E P R IM A

producono quanto col modo come producono. Ciò che gli


individui sono dipende dunque dalle condizioni materiali
della-loro produzione12.
Essi proseguirono affermando che « il grado di svilup­
po delle forze produttive di una nazione è indicato nella
maniera piu chiara dal grado di sviluppo a cui è giunta
la divisione del lav o ro » 13. Essi mostrarono come la divi­
sione del lavoro avesse portato alla separazione tra città
e campagna e quindi alla separazione del lavoro indu­
striale dal lavoro commerciale e cosi via. Sintetizzarono
poi i diversi stadi delle forme di proprietà che corrispon­
devano agli stadi della divisione del lavoro: la proprietà
tribale, la proprietà della comunità e dello stato, la pro­
prietà feudale o degli ordini. M arx e Engels riassunsero
cosi le loro conclusioni:
Il fatto è dunque il seguente: individui determinati
che svolgono un’attività produttiva secondo un modo de­
terminato entrano in questi determinati rapporti sociali e
politici... L ’organizzazione sociale e lo stato risultano co­
stantemente dal processo della vita di individui determi­
nati; ma di questi individui, non quali possono apparire
nella rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono
realmente, cioè come operano e producono materialmen­
te, e dunque agiscono fra limiti, presupposti e condizioni
materiali determinate e indipendenti dal loro arbitrio14.
Essi ribadirono quindi il loro metodo generale, affer­
mando che « non è la coscienza che determina la vita, ma
la vita che determina la coscienza», e mostrarono come
la divisione del lavoro, portando alla proprietà privata,
avesse creato disuguaglianza sociale, lotta di classe e la
nascita di strutture politiche:
Appunto da questo antagonismo fra interesse partico­
lare e interesse collettivo l’interesse collettivo prende una
configurazione autonoma come stato, separato dai reali
interessi singoli e generali, e in pari tempo come comunità
illusoria, ma sempre sulla base reale di legami esistenti in
ogni conglomerato familiare e tribale, come la carne e il
sangue, la lingua, la divisione del lavoro accentuata e altri
interessi, e soprattutto - come vedremo più particolar­
mente in seguito - sulla base delle classi già determinate
1845-1847 45

dalla divisione del lavoro, che si differenziano in ogni rag­


gruppamento umano di questo genere e delle quali una
domina tutte le altre. Ne consegue che tutte le lotte nel­
l’ambito dello stato, la lotta fra democrazia, aristocrazia e
monarchia, la lotta per il diritto di voto, ecc. ecc., altro
non sono che le forme illusorie nelle quali vengono con­
dotte le lotte reali delle diverse classi ’5.
M arx e Engels passarono poi a considerare l’immi­
nenza di una rivoluzione comunista. « L e cose dunque
sono arrivate a tal punto - scrissero — che gli individui
devono appropriarsi la totalità delle forze produttive
esistenti non solo per arrivare alla loro manifestazione
personale, ma semplicemente per assicurare la loro stes­
sa esistenza»16. La rivoluzione sarebbe stata totale, al­
meno per quanto riguardava gli strumenti di produzio­
ne: «in tutte le appropriazioni del passato una massa
restava sussunta sotto un solo strumento di produzione;
nell’appropriazione da parte dei proletari una massa di
strumenti di produzione deve venire sussunta sotto cia­
scun individuo, e la proprietà sotto tutti. Le relazioni
universali moderne non possono essere sussunte sotto
gli individui altrimenti che con l ’essere sussunte sot­
to tutti» 17. La transizione al comuniSmo era inevitabile:
« Il comuniSmo per noi non è uno stato di cose che deb­
ba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà
conformarsi. Chiamiamo comuniSmo il movimento reale
che abolisce lo stato di cose presente » 18. M arx e Engels
non dissero molto sull’organizzazione della società co­
munista futura, pur insistendo sull’abolizione della di­
visione del lavoro: «nella società comunista, in cui cia­
scuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può per­
fezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola
la produzione generale e appunto in tal modo mi rende
possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la
mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera
allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi
vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore,
né pastore, né critico » 19.
Il resto del libro è di interesse molto minore; esso
contiene un lungo e tedioso attacco al libro di M ax Stir-
46 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

ner L ’unico e la sua proprietà [Der Einzige und sein


Eigentum\. Stirner era un anarchico il quale sosteneva
che Punica e fondamentale realtà era l ’Interesse perso­
nale, il quale deve rifiutare tutte le ideologie e tutti i si­
stemi. V i è anche una parte conclusiva sui «veri socia­
listi» - Moses Hess e i suoi discepoli - i quali, ispirati
da Feuerbach, trasformarono il socialismo in un ideale
etico, mentre per M arx esso era una realtà economica.

4. «Miseria della filosofia».

Nel dicembre del 1846, M arx, che aveva ricevuto il


nuovo libro di Proudhon sull’economia, ne scrisse un
primo elogio in una lettera al giornalista russo Annen-
kov. In essa M arx ribadì che l’organizzazione sociale e
l ’ideologia politica corrispondevano allo sviluppo delle
forze produttive, le quali erano fuori del controllo degli
uomini:
Gli uomini hanno la libertà di scegliersi questa o que-
st’altra forma di società? Affatto. Scegliete uno stadio par­
ticolare di sviluppo delle forze produttive dell’uomo ed
avrete una particolare forma di commercio e di consumo.
Scegliete stadi particolari di sviluppo della produzione e
avrete un’organizzazione corrispondente della famiglia, de­
gli ordini e classi, in una parola, una società civile partico­
lare e avrete condizioni politiche particolari, che sono sol­
tanto l’espressione ufficiale della società civile20.

M arx riprese e elaborò le idee contenute nella sua


lettera in una risposta esauriente a Proudhon, pubblica­
ta nell’estate del 18 4 7. Questo libro fu la prima espo­
sizione che venne pubblicata di ciò che sarebbe stato
chiamato materialismo storico (M arx e Engels non era­
no riusciti a trovare un editore per L ’ideologia tedesca).
Lassalle, il maggiore dirigente socialista tedesco degli
anni 1860, disse, in relazione a questo libro, che M arx
nella prima parte si dimostrava un Ricardo divenuto so­
cialista e nella seconda parte uno Hegel divenuto eco­
nomista.
1845-1847 47

Ricardo aveva dimostrato che lo scambio delle merci


nella società capitalistica era fondato sulla quantità di
tempo di lavoro in esse contenuta; e Proudhon propose
che il valore delle merci fosse «costituito» in modo che
il prodotto di un produttore fosse scambiabile con quel­
lo di un altro produttore che conteneva lo stesso tempo
di lavoro. La riforma della società si sarebbe raggiunta
se tutti i suoi membri fossero divenuti lavoratori che
scambiano tra loro qualità di lavoro simili. Ma Marx
giudicava una illusione borghese il supporre che le con­
traddizioni di classe si potessero abolire con una ricetta
fondata su un ideale immaginario di armonia e di ugua­
glianza. La moneta non poteva diventare uno strumento
per lo scambio di valori uguali proposto da Proudhon,
perché essa era soltanto un rapporto sociale e rifletteva
quindi un dato modo di produzione. Nelle condizioni del
momento il corretto equilibrio tra offerta e domanda era
impossibile, poiché la grande industria era costretta a
produrre in quantità sempre crescenti senza aspettare
la domanda, e ciò creava crisi ricorrenti.
Nella seconda parte del suo libro, M arx si occupò di
ciò che definì lo « pseudo-hegelismo » di Proudhon. Prou­
dhon pretendeva di dare un quadro dell’evoluzione del
pensiero economico in tesi e antitesi per svilupparlo in
una sintesi conclusiva21. M arx criticò Proudhon perché
non aveva capito che le categorie economiche non erano
altro che l’espressione dei rapporti sociali di produzione.
Proudhon economista ha capito benissimo che gli uo­
mini fanno il panno, la tela, le stoffe di seta, nel quadro
di rapporti di produzione determinati. Ma quello che non
ha capito, è che questi rapporti sociali determinati sono
prodotti dagli uomini al pari della tela e del lino, ecc. I
rapporti sociali sono intimamente legati alle forze produt­
tive. Acquisendo nuove forze produttive, gli uomini cam­
biano il modo di produzione e cambiando il modo di pro­
duzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti
i rapporti sociali. La macina a mano vi darà una società
con il signore feudale; il mulino a vapore la società con
il capitalismo industriale.
Gli stessi uomini che stabiliscono i rapporti sociali con­
48 I L P EN SIER O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

formemente alla loro produttività materiale, producono


anche i principi, le idee, le categorie, conformemente ai
loro rapporti sociali.
Cosi queste idee, queste categorie non sono più eterne
di quanto non lo siano le relazioni che esprimono. Sono
prodotti storici e transitori.
C’è un movimento continuo di incremento delle forze
produttive, di distruzione dei rapporti sociali, di forma­
zione di idee; di immutabile non c’è che l’astrazione del
movimento - mors immortalis22.
M arx proseguì criticando la concezione astorica di
Proudhon sulla divisione del lavoro, le macchine, il mo­
nopolio, la terra. Infine M arx rifiutò la disapprovazione
di Proudhon per gli scioperi e i sindacati. Per lui questi
erano strumenti indispensabili di una rivoluzione sia
sociale sia politica: «N on dite che il movimento sociale
esclude il movimento politico. Non c’è mai movimento
politico che non sia sociale allo stesso tempo. Solo in un
ordine di cose in cui non ci siano più classi né antago­
nismi di classe, le evoluzioni sociali cesseranno di essere
rivoluzioni politiche»23. La Miseria della filosofia fu la
prima esauriente trattazione dell’economia fatta da M arx
ed egli la consigliò, insieme al Manifesto del partito co­
munista [Manifest der kommunistischen Partet\, come
introduzione ai Capitale.6 58
734
21
9

1 m . h e s s , Briefwechsel, a cura di E. Silberner, ’s Gravenhage


1959 . P- I 5 I -
2 Citato in p. haubtmann , Marx et Proudhon, Paris 1957, p. 57.
3 K. maex e f . engels , La sacra famiglia, in id ., Opere complete,
Editori Riuniti, voi. IV , Roma 1972, pp. 37-38.
4 Ibid., p. 38.
5 Ibid., p. 103.
6 Ibid., p. 133.
7 Ibid., p. 145.
8 id ., Carteggio, 6 voli., Rinascita, Roma 1950-53, voi. V (19 5 1),
p. 22.
9 k . marx , Tesi su Feuerbach, in k . marx e f . engels , Opere
complete, Editori Riuniti, voi. V, Roma 1972, pp. 3 sgg.
1845-1847 49
10 k . maex , Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti,
Roma 1957, p- 12.
11 k . marx e f . engels , L ’ideologia tedesca, in id ., Opere com­
plete, Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 13.
12 Ibid., pp. 16-17.
13 Ibid., p. 18.
14 Ibid., p. 21.
15 Ibid., p. 32.
“ Ibid-, P- 73 '
17 Ibid., pp. 73-74-
18 Ibid., p. 34.
” Ibid., p. 33.
20 Lettera ad Annenkov, in k . marx , Miseria della filosofia, Sa-
monà e Savelli, Roma 1968, p. 218.
21 A causa della diffusa ed errata opinione che Marx abbia pre­
sentato la sua concezione della storia in termini di tesi, antitesi
e sintesi, vai la pena di fare osservare che questo è l ’unico
punto in cui egli si serve di questi termini e al fine di confu­
tare l ’uso fattone da Proudhon.
22 k . marx , Miseria della filosofia, in k . marx e f . engels , Opere
complete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 173.
23 Ibid., p. 225.

Nota bibliografica.

G. COHEN, Bourgeois and Proletarians, in «Journal of thè History


of Ideas», gennaio 1968.
0. hammen , The Young Marx, Reconsidered, in «Journal of thè
History of Ideas», 1970.
n . rotenstreich , Basic Problems of Marx’s Philosophy, India­
napolis e New York 1965.
Anche i libri citati alla fine della parte II, cap. 11.
Capitolo quarto

A.
SCRITTI

Manifesto del partito comunista, 1848.


Lavoro salariato e capitale \Lohnarbeit und Kapital],
1849.
Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comuni­
sti, 18 50 .

B.
BIOGRAFIA

Nel novembre del 18 4 7 M arx riuscì a partecipare, in­


sieme a Engels, al secondo congresso annuale della Lega
comunista. La Lega doveva essere aperta e democratica
(in contrapposizione alla precedente Lega dei giusti).
Perciò la Lega decise di pubblicare un manifesto per
far capire a tutti la vera natura dello « spettro » che se­
condo molti «si aggira per l’Europa». Questo compito
fu affidato a Marx e Engels. Sia il Comitato centrale a
Londra, sia Moses Hess a Parigi ne avevano già prepa­
rato un abbozzo, e Engels li completò con i Principi del
comuniSmo \_Grundsdtze des Kotnmunismus], scritto in
forma di domande e risposte, sul quale si fondò in gran
parte la stesura finale. In verità, poco mancò che questa
versione non venisse pubblicata: M arx era così occupato
dalle altre sue attività che soltanto un ultimatum del
Comitato centrale lo persuase a scriverla. Il Manifesto
del partito comunista fu mandato a Londra alla fine di
52 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E P R IM A

gennaio e là venne pubblicato in febbraio. Sebbene doves­


se divenire in seguito il documento piu letto della lette­
ratura comunista, non risvegliò praticamente nessun en­
tusiasmò quando venne pubblicato per la prima volta.
Quando il Manifesto usci, M arx si trovava già nella
Parigi rivoluzionaria. Sulla spinta della vampata di tu­
multi scoppiati nelle città italiane, il 22 febbraio vi fu a
Parigi una grande insurrezione. L a Guardia nazionale,
rappresentante della classe media, si rivoltò contro Lui­
gi Filippo che fu costretto ad abdicare, e venne formato
un nuovo governo provvisorio di tendenze liberali con
un’ala socialista più radicale. M arx fu immediatamente
invitato dal governo a ritornare a Parigi, invito che egli
accettò tanto più prontamente in quanto il governo bel­
ga aveva appena emesso un ordine di espulsione contro
di lui perché era venuto meno al suo impegno di non oc­
cuparsi di giornalismo politico. Arrivato a Parigi, M arx
si oppose all’idea donchisciottesca degli operai tedeschi
di Parigi di formare un esercito per liberare la Germa­
nia: il loro compito, disse, era di rimanere a Parigi e là
appoggiare la rivoluzione.
In marzo la rivoluzione raggiunse la Germania. V i
furono sommosse a Berlino e il re di Prussia Federico
Guglielmo IV decise di fare delle concessioni. Si dichiarò
favorevole a un Reich tedesco federale che sostituisse
la federazione esistente, con un Parlamento elettivo e
libertà di stampa. E gli formò un governo liberale con a
capo Camphausen e fu eletta un’assemblea per redigere
la nuova costituzione; questo lavoro si trascinò per tutta
l ’estate. Allo scoppio dei disordini in Germania, M arx
e altri della Lega comunista si recarono a Colonia dove
M arx iniziò in giugno un giornale radicale intitolato
«Neue Rheinische Zeitung», di cui egli era redattore
capo. Scrisse in tutto circa ottanta articoli per il giornale
e viaggiò molto; in agosto fu a Berlino, dove incontrò
Bakunin, e in settembre a Vienna.
Tuttavia, l ’estate del 1848 portò la prima risposta
della controrivoluzione. In giugno un’insurrezione po­
polare praticamente spontanea a Parigi, soffocata nel
sangue dall’esercito e dalla Guardia nazionale, spinse
18 4 7 -18 5 0 53

alla reazione il governo parlamentare. In Germania l ’As­


semblea si era giocata l ’appoggio popolare e Federico
Guglielmo IV aveva ripreso il controllo ancora piu du­
ramente. M arx venne espulso dal governo e la «Neue
Rheinische Zeitung», con un ultimo numero stampato
in rosso, cessò le pubblicazioni. M arx andò a Parigi, ma
il governo francese gli avrebbe permesso di rimanere in
Francia solo a condizione che abitasse nel Morbihan, un
circondario paludoso della Bretagna. Allora egli preferì
andare a Londra. Lassalle, un compagno socialista, ini­
ziò una colletta fra gli amici della Renania per pagargli
il viaggio, e M arx parti in agosto. A settembre fu seguito
dalla moglie e dai tre figli.

c.
COMMENTOIl

Il Manifesto del partito comunista si divide in quat­


tro parti.
L a prima parte traccia una storia della società come
società di classe a partire dal medioevo e termina con
una profezia della vittoria del proletariato sulla classe
allora dominante, la borghesia. La seconda parte defini­
sce la posizione dei comunisti all’interno della classe pro­
letaria, respinge le obiezioni borghesi al comuniSmo e
quindi caratterizza la rivoluzione comunista, le misure
che deve prendere il proletariato vittorioso e la natura
della futura società comunista. La terza parte contiene
un’ampia critica degli altri tipi di socialismo: reaziona­
rio, piccolo borghese e utopistico. La parte finale con­
tiene una breve descrizione della tattica comunista nei
confronti degli altri partiti d ’opposizione e termina con
un appello all’unità del proletariato.
Le parole iniziali caratterizzano il modo di affrontare
lo studio della storia da parte di M arx e Engels:
La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte
di classi.
54 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E P R IM A

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della


gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola
oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di
loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte na­
scosta, a volte palese: una lotta che fini sempre o con una
trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la
rovina comune delle classi in lotta '.
La loro epoca, essi continuarono, si distingueva dalle
altre per il fatto che gli antagonismi di classe erano stati
cosi semplificati che vi erano ormai due campi nemici
contrapposti l ’uno all’altro: la borghesia e il proletariato.
La borghesia, dalle sue origini nella società feudale, aiu­
tata dalla scoperta dell’America, dallo sviluppo di un
mercato mondiale e dell’industria moderna, aveva im­
posto il dominio della sua classe e delle sue idee. Stori­
camente, la borghesia era stata una classe molto rivolu­
zionaria: «essa ha creato ben altre meraviglie che le pi­
ramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali
gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migra­
zioni dei popoli e le Crociate»2. M a questo progresso
doveva continuare: la borghesia non poteva esistere sen­
za rivoluzionare continuamente i mezzi di produzione. E
proprio come la borghesia aveva provocato il crollo del­
la società feudale, ora essa stava preparando il proprio
crollo come «lo stregone che non può piu dominare le
potenze sotterranee dà lui evocate » 3. Infatti la borghe­
sia non solo aveva fabbricato le armi della sua distruzio­
ne; essa aveva anche generato gli uomini che avrebbero
impugnato queste armi, cioè il proletariato.
M arx e Engels descrissero quindi la natura rivoluzio­
naria del proletariato. G li operai erano diventati sem­
plici accessori delle macchine. Nella stessa proporzione
dell’aumento dell’uso delle macchine e della divisione
del lavoro, i salari degli operai diminuivano nonostante
l ’aumento delle ore di lavoro. G li strati inferiori 'della
classe media venivano precipitati nel proletariato:
i piccoli ceti medi, i piccoli industriali, i negozianti e la
gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricol­
tori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in
1847-1850 55
parte perché il loro esiguo capitale non basta all’esercizio
della grande industria e soccombe quindi nella concorren­
za coi capitalisti piu grandi, in parte perché le loro atti­
tudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi
di produzione, cosi il proletariato si recluta in tutte le
classi della popolazione4.

Lo stesso proletariato attraversò numerosi stadi: dap­


prima il suo scopo principale era stato quello di restau­
rare la tramontata posizione del lavoratore medievale;
aumentando di numero cominciò a formare sindacati,
infine la lotta di classe divenne lotta politica. Quando la
lotta si avvicinava al momento decisivo, intervenne un
processo di disgregazione all’interno della classe domi­
nante, e una piccola parte di essa, composta soprattutto
di ideologi borghesi, passò al proletariato. Nessun’altra
classe della società avrebbe potuto svolgere il ruolo ri­
voluzionario del proletariato: i piccoli ordini medi erano
infatti reazionari poiché cercavano di far girare all’indie-
tro la ruota della storia; e la «classe pericolosa», la fec­
cia della società, «la putrefazione passiva degli strati piu
bassi della vecchia società » 5 era disposta a lasciarsi com­
prare per mene reazionarie. M arx e Engels conclusero
questo capitolo con le parole:
Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è
l’agente involontario e passivo, sostituisce all’isolamento
degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione
rivoluzionaria mediante la associazione. Lo sviluppo della
grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della bor­
ghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appro­
pria i prodotti. Essa produce innanzitutto i suoi propri
seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato
sono ugualmente inevitabili6.

N el secondo capitolo M arx e Engels affrontarono la


questione dei rapporti tra i comunisti e i proletari in
genere. I comunisti non si opponevano agli altri partiti
della classe operaia; i loro interessi erano quelli di tutto
il proletariato. La loro distinzione dagli altri gruppi del­
la classe operaia era duplice: essi erano internazionali e
comprendevano il significato del movimento proletario.
56 IL P EN SIER O DI KAR L M A R X P A R TE P R IM A

I loro principi non erano un’invenzione o una scoperta;


erano soltanto l ’espressione di rapporti di fatto derivanti
da una lotta di classe esistente e si potevano sintetizzare
in una sola frase: abolizione della proprietà privata.
M arx e Engels si occuparono quindi delle accuse che
venivano fatte ai comunisti.
La prima era che i comunisti volevano abolire «la
proprietà acquistata col lavoro personale, frutto del la­
voro di ciascuno»7. Essi risposero che la proprietà del
piccolo artigiano e del piccolo contadino la stava comun­
que abolendo il potere del capitale: il proletariato non
aveva proprietà; e il capitale, essendo un prodotto col­
lettivo e il risultato dell’attività comune di tutti i mem­
bri della società doveva essere posseduto collettivamen­
te. La proprietà privata era la proprietà borghese e tutte
le argomentazioni contro la sua abolizione erano argo­
mentazioni borghesi.
Analogamente, l’abolizione della famiglia significava
l ’abolizione della famiglia borghese che aveva il suo com­
plemento nell’effettiva mancanza di vita familiare per i
proletari e nella prostituzione pubblica.
Ciò che era veramente essenziale per quanto riguarda
la cosiddetta «comunanza delle donne» era abolire la
posizione della donna come semplice strumento di pro­
duzione. Il sistema vigente non era altro che prostitu­
zione pubblica e privata.
Si diceva anche che i comunisti volessero abolire la
patria e la nazionalità. Ma gli operai non hanno patria.
L ’industria moderna andava abolendo le differenze tra
nazioni e, con la scomparsa degli antagonismi di classe,
sarebbe finita anche l ’ostilità reciproca fra le nazioni.
Non meritavano di essere prese in seria considera­
zione le accuse ideologiche mosse al comuniSmo:
Ci vuole forse una profonda perspicacia per compren­
dere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i
loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano
anche le loro concezioni, i loro modi di vedere e le loro
idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza?
Cos’altro dimostra la storia delle idee, se non che la
produzione spirituale si trasforma insieme con quella ma­
1847-1850 57
teriale? Le idee dominanti di un’epoca furono sempre sol­
tanto le idee della classe dominante8.

Esaminate queste accuse, M arx e Engels tracciarono


un breve quadro delle misure che il proletariato avrebbe
preso una volta elevatosi a classe dominante:
Il proletariato si servirà della sua supremazia politica
per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capi­
tale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle
mani dello stato, vale a dire del proletariato stesso orga­
nizzato come classe dominante, e per aumentare, con la
massima rapidità possibile, la massa delle forze produt­
tive 9.

Faceva quindi seguito un programma che compren­


deva l ’abolizione della proprietà privata e del diritto di
successione, l ’imposta sul reddito, l ’accentramento del
credito e dei mezzi di trasporto, la proprietà statale delle
fabbriche e l ’istruzione gratuita. Essi conclusero:
Quando, nel corso dell’evoluzione, le differenze di clas­
se saranno sparite e tutta la produzione sarà concentrata
nelle mani degli individui associati, il potere pubblico per­
derà il carattere politico. Il potere politico, nel senso pro­
prio della parola, è il potere organizzato di una classe per
l’oppressione di un’altra. Se il proletariato, nella lotta
contro la borghesia, si costituisce necessariamente in clas­
se, e per mezzo della rivoluzione trasforma se stesso in
classe dominante e, come tale, distrugge violentemente i
vecchi rapporti di produzione, esso abolisce, insieme con
questi rapporti di produzione, anche le condizioni d’esi­
stenza dell’antagonismo di classe e le classi in generale, e
quindi anche il suo proprio dominio di classe.
A l posto della vecchia società borghese con le sue classi
e coi suoi antagonismi di classe subentra un’associazione
nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la cpndizione
per il libero sviluppo di tutti10.Il

Il terzo capitolo del Manifesto del partito comunista


conteneva una critica di tre tipi di socialismo: reaziona­
rio, borghese e utopistico. Il primo era un socialismo
feudalistico predicato dall’aristocrazia per vendicarsi del­
la borghesia che l ’aveva sostituita come classe dominan-
5 8 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R TE P R IM A

te. Di pari passo col socialismo feudalistico andava il


socialismo cristiano che M arx liquidò in quanto era sol­
tanto « l ’acqua santa con la quale il prete benedice il
dispetto degli aristocratici»11. Il secondo tipo, il socia­
lismo piccolo borghese, era rappresentato essenzialmen­
te dall’economista francese Sismondi. Questa scuola ave­
va fatto una buona analisi delle contraddizioni inerenti
ai metodi di produzione moderni; ma quanto alle sue
proposte concrete era reazionaria, poiché voleva restau­
rare corporazioni nella manifattura e rapporti patriarcali
nell’agricoltura.
Il terzo gruppo, tra quelli che M arx e Engels chiama­
rono socialisti rivoluzionari, comprendeva i socialisti te­
deschi o «veri» socialisti. Si trattava dei filosofi tede­
schi, soprattutto seguaci di Feuerbach, che avevano evi­
rato il socialismo francese trasformandolo in un sistema
metafisico. Ciò era inevitabile in un paese arretrato co­
me la Germania, dove i filosofi non rappresentavano la
lotta di una classe contro l’altra e quindi si ponevano
come rappresentanti:
... invece di bisogni veri, il bisogno della verità, e invece
degli interessi del proletariato, gli interessi dell’essere
umano, dell’uomo in generale, dell’uomo che non appar­
tiene a nessuna classe, anzi che non appartiene neppure
alla realtà, ma solo al cielo vaporoso della fantasia filo­
sofica 12.
Il secondo paragrafo in questa rassegna della lettera­
tura socialista e comunista, dedicato al socialismo bor­
ghese, era breve. Proudhon era il principale rappresen­
tante di questa tendenza e M arx aveva già dedicato uno
spazio notevole all’esame delle sue teorie. Qui si limitò
ad osservare che:
I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della
società moderna senza le lotte e i pericoli che necessaria­
mente ne risultano. Vogliono la società attuale senza gli
elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la
borghesia senza il proletariato 13.
Quindi, le riforme che venivano auspicate non riguar­
davano minimamente i rapporti tra capitale e lavoro, ma
1847-1850 59

almeno diminuivano i costi e semplificavano il lavoro


amministrativo dello stato borghese.
L ’ultima scuola presa in esame è la scuola «critico­
utopistica » rappresentata da scrittori come Saint-Simon,
Fourier e Owen. Essi emersero nel primo periodo non svi­
luppato della lotta fra la borghesia e il proletariato. Que­
sti scrittori riconoscevano l ’importanza dell’antagonismo
delle classi, ma il proletariato non era ancora sviluppato
a sufficienza per apparire come strumento determinante
per la soluzione della lotta. Perciò essi volevano raggiun­
gere la meta per vie pacifiche e con piccoli esperimenti,
respingendo l ’azione politica e specialmente l ’azione ri­
voluzionaria. La loro utopia, costruita in un periodo in
cui il proletariato era ancora pochissimo sviluppato « cor­
risponde... al suo primo impulso, pieno di presentimenti
verso una trasformazione generale della società»14. Ma
nello stesso tempo questi utopisti avevano anche un
aspetto critico: poiché attaccavano tutti i principi della
società esistente fornivano materiale preziosissimo per
l ’elevazione culturale della classe operaia. Tuttavia, a
misura che si sviluppava e prendeva forma la moderna
lotta tra le classi, queste utopie perdevano ogni valore
pratico o giustificazione teorica. Quindi, «anche se gli
autori di questi sistemi erano per molti aspetti rivolu­
zionari, i loro scolari formano sempre delle sette reazio­
narie » 15. 7
Il quarto ed ultimo capitolo del Manifesto trattava
della posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti
di opposizione: in Francia essi appoggiarono i socialde­
mocratici, in Svizzera i radicali, in Polonia il partito con­
tadino-rivoluzionario, in Germania la borghesia. Ciono­
nostante, in Germania essi non cessarono mai di instil­
lare nella classe operaia la coscienza quanto piu chiara
fosse possibile dell’antagonismo ostile tra borghesia e
proletariato. I comunisti rivolsero la loro attenzione so­
prattutto alla Germania che era alla vigilia di una rivolu­
zione borghese. Il Manifesto terminava:
I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e
le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro
6o I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E P R IM A

scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento


violento di ogni ordinamento sociale esistente. Tremino
pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comu­
nista,jl proletari non hanno nulla da perdere in essa fuor­
ché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare.
' Proletari di tutti i paesi unitevi! 16.
M arx pubblicò sulla «Neue Rheinische Zeitung» una
versione delle conferenze da lui tenute agli operai di
Bruxelles col titolo Lavoro salariato e capitale. Qui egli
si sofferma sugli effetti dannosi prodotti sui salari dallo
sviluppo del capitale produttivo, per la prima volta de­
linea chiaramente la sua dottrina dell’impoverimento
relativo del proletariato e abbozza la concezione del­
l ’esercito di riserva degli operai che avrebbe sostenuto
con maggior vigore nel Capitale.
La linea seguita dalla «Neue Rheinische Zeitung» sot­
to la direzione di M arx si opponeva al federalismo so­
stenuto da molti radicali tedeschi. L ’unità tedesca si po­
teva raggiungere con «una guerra rivoluzionaria» con­
tro la Russia. Dopo il successo della controrivoluzione
M arx dichiarò: « v i è soltanto un mezzo per abbreviare
l ’agonia letale della vecchia società e la nascita cruenta
di quella nuova, un solo mezzo, il terrorismo rivoluzio­
nario».
Trovare in che modo ciò si sarebbe realizzato fu il
compito che M arx e Engels affrontarono nell’Indirizzo
alla Lega dei comunisti, scritto nel marzo 18 5 0 , in cui
definirono le tattiche da seguire nelle lotte future del
proletariato. Ciò a cui si doveva arrivare era un’orga­
nizzazione politica indipendente del proletariato e la
creazione di un partito operaio con sezioni sia pubbliche
che private; essi auspicavano la restaurazione dei gover­
ni rivoluzionari degli operai sotto forma di consigli co­
munali, associazioni e comitati armati. La successiva on­
data di rivoluzioni avrebbe portato al potere la piccola
borghesia.
La posizione del partito operaio rivoluzionario verso la
democrazia piccolo-borghese è la seguente: esso procede
d’accordo con quest’ultima contro la frazione di cui vuole
i 847' i 85° 61
l’abbattimento; esso si oppone ai democratici piccolo-bor­
ghesi in tutte quelle cose in cui essi vogliono consolidarsi
per conto proprio ” .

Una volta soddisfatte le limitate richieste della pic­


cola borghesia, ci sarebbe stato un aperto contrasto fra
i due partiti:
Mentre i piccoli borghesi democratici realizzando il
maggior numero possibile delle rivendicazioni sopra indi­
cate vogliono terminare al più presto la rivoluzione, i no­
stri interessi e i nostri compiti consistono nel rendere la
rivoluzione ininterrotta, sino a che tutte le classi più o me­
no possidenti non siano eliminate dal potere, sino a che il
proletariato non abbia conquistato il potere dello stato,
sino a che le associazioni dei proletari, non solo in un pae­
se ma in tutti i paesi dominanti del mondo, non si siano
sviluppate al punto che venga meno la concorrenza fra i
proletari di questi paesi, e sino a che almeno le forze pro­
duttive decisive non siano concentrate nelle mani dei prole­
tari 18.

Forse il proletariato aveva davanti a sé una lunga lot­


ta, ma la prima condizione per il suo successo era la
creazione di una organizzazione indipendente. L ’Indiriz­
zo terminava cosi:
Ma essi stessi faranno l’essenziale per la loro vittoria
finale se chiariranno a se stessi i loro propri interessi, se
assumeranno il più presto possibile una posizione indi-
pendente di partito, e non lasceranno che le frasi ipocrite
dei democratici piccolo-borghesi li sviino nemmeno per un
istante dalla organizzazione indipendente del partito del
proletariato. Il loro grido di battaglia deve essere: La ri­
voluzione in permanenza!19.

L ’Indirizzo esprime certamente posizioni molto vici­


ne a quella di Blanqui, e si è sostenuto che M arx abbia
adottato un atteggiamento blanquista nella prima metà
del 18 5 0 . Però non è necessario condividere questa tesi
poiché M arx qui è del tutto coerente con le sue posizioni
precedenti e seguenti20.
62 IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E P R IM A

1 k . marx e f . engels , Manifesto del partito comunista, in id .,


Opere complete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 486.
2 Ibid., p. 489.
3 Ibid., p. 491.
4 Ibid., p. 493.
5 Ibid., p. 496.
6 Ibid., pp. 497-98.
7 Ibid., p. 499.
“ Ibid., p. 304.
9 Ibid., p. 503.
10 Ibid., p. 306.
11 Ibid., p. 508.
12 Ibid., p. 5 11.
13 Ibid., p. 313.
14 Ibid., p. 3 13 .
15 Ibid., p. 316.
16 Ibid., p. 518.
17 id., Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comunisti, in
k . marx , Scrìtti scelti, 2 voli., Edizioni in lingue estere, Mosca
1944, voi. I I , p. 140.
18 Ibid., p. 14 1.
19 Ibid., p. 148.
Su questo argomento si vedano in particolare i libri di Wolfe
e di Avineri citati nella Bibliografia.

Nota bibliografica.

s. avineri , The Social and Politicai Thought of Karl Marx, Cam­


bridge 1968.
H. draper , Marx and thè Dictatorship of thè Proletariat, in
«Cahiers de l ’IS E A » , 1962.
h . la sk i , introduzione a The Gommunist Manifesto, London
1961.
b . nicolaevsky , Towards a History of thè Communist League,
in «International Review of Social History», 1936.
a . j. p. Taylor , introduzione a The Communist Manifesto, Har-
mondsworth 1969.
y . wagner e m . st r a u ss , The Programme of thè Communist Ma­
nifesto and its Theoreficai Implications, in «Politicai Studies»,
dicembre 1969.
b . wolfe , Marxismi z00 Years in thè Life of a Doctrine, London
1967.
Capitolo quinto

A.
SCRITTI

Le lotte di classe in Francia [Die Klassenkàmpfe in


Frankreich 1848 bis 1850], 18 50.
Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte [Der Acht-
zehnte Brumaire des Louis Napoleoni, 18 5 2 .

B.
BIOGRAFIA

Subito dopo l’arrivo in Inghilterra della famiglia Marx,


nacque il quarto figlio, Guido. Nel 18 5 0 i M arx erano
stati sfrattati dal loro alloggio ammobiliato di Camber-
well perché non potevano pagare l ’affitto, per una set­
timana avevano trovato'rifugio in un albergo tedesco a
Leicester Square e poi avevano traslocato in due stan­
zette di Dean Street, nel quartiere di Soho, dove rima­
sero per sei anni.
Marx cercò di continuare la sua attività giornalistica
fondando un mensile intitolato «Neue Rheinische Zei-
tung - Revue » che, redatta a Londra, sarebbe stata ven­
duta in Germania. I tre saggi in cui M arx riprende in
esame il significato della rivoluzione del 18 48 , pubbli­
cati in seguito col titolo Le lotte di classe in Francia, ap­
parvero per la prima volta sulla «R evue». M arx fu an­
che impegnato in attività politiche, in particolare nella
riorganizzazione della Lega comunista. L ’Indirizzo cita­
to nel capitolo precedente faceva parte di tali attività.
64 IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R TE P R IM A

In aprile fu combinato un incontro con i seguaci del


capo rivoluzionario Blanqui e fu costituita una Società
universale dei comunisti rivoluzionari; il primo paragra­
fo degli statuti dice: «Scopo dell’associazione è la de­
cadenza di tutte le classi privilegiate, l ’assoggettamento
di queste classi alla dittatura dei proletari, mantenendo
la rivoluzione in permanenza fino alla realizzazione del
comuniSmo, che deve essere l ’ultima forma di costitu­
zione della famiglia um ana»'.
Tuttavia, in autunno si produsse una spaccatura nella
Lega dei comunisti. Una corrente voleva un’azione rivo­
luzionaria immediata senza tener conto delle circostan­
ze; M arx, che aveva ripreso gli studi di economia, rite­
neva invece che non vi fosse nessuna possibilità di una
rivoluzione vittoriosa nella situazione economica relati­
vamente prospera degli inizi degli anni 18 50 . In un di­
scorso al Comitato centrale M arx defini le differenze fra
le due posizioni: «mentre diciamo agli operai: dovete
attraversare quindici, venti, cinquanta anni di guerre ci­
vili e di guerre internazionali, non solo per trasformare
la situazione, ma per trasformare voi stessi e rendervi
atti al potere politico, voi dite loro: bisogna arrivare su­
bito al potere, altrimenti possiamo metterci a dormire...
Come i democratici fanno della parola popolo una entità
sacrosanta, cosi voi santificate la parola proletariato»2.
D i fronte alla prospettiva di una sconfitta su questo pun­
to, M arx riuscì a far trasferire a Colonia la direzione del­
la Lega, cosa che di fatto significò il suo scioglimento.
Il mese di novembre vide l’ultimo numero della «Neue
Rheinische Zeitung - Revue » che smise le pubblicazioni
per mancanza di fondi e di lettori. Non vedendo nessuno
scopo per continuare l’attività a Londra, Engels parti
per Manchester e ottenne un posto nell’azienda paterna,
che mantenne fino al 1869.
Nei primi mesi del 18 5 1 M arx rinunciò alla sua vita
attiva e lesse un’enorme quantità di libri al British Mu-
seum. Il giovane rifugiato tedesco Pieper, che talvolta
funse da segretario a M arx, scrisse: «M arx conduce una
vita molto ritirata, i suoi unici amici sono J . S. M ill e
Lloyd e quando si va a trovarlo anziché omaggi si rice­
1850-1852 65
vono categorie economiche»3. La famiglia M arx viveva
quasi sempre al limite della fame; Guido mori nel 18 5 0 ,
e la quinta figlia, Franziska, nata nel 1 8 5 1 , mori l’anno
dopo. U n’altra complicazione fu la nascita di Frederick,
figlio illegittimo di M arx e di Helene Demuth, domesti­
ca dei M arx, il quale visse ancora per parecchi anni del
x x secolo. G li studi privati di M arx furono interrotti,
oltre che dalle preoccupazioni familiari, da due avveni­
menti. In primo luogo, in Germania erano stati arre­
stati alcuni membri della Lega dei comunisti, erano stati
scoperti documenti fra cui l ’Indirizzo di M arx del 18 5 0 ,
e si stava preparando un processo politico a cui veniva
data grande pubblicità. M arx impiegò molto del suo tem­
po a raccogliere prove per confutare le dichiarazioni del­
l ’accusa, molte delle quali si basavano su pure falsifica­
zioni. In secondo luogo, Charles Dana, direttore del
«N ew Y o rk Tribune», giornale radicale a grande tiratu­
ra, chiese a M arx di diventare corrispondente dall’Eu­
ropa. M arx accettò e per qualche anno la sua unica fon­
te regolare di reddito furono gli articoli settimanali per
il «Tribune», molti dei quali furono in realtà scritti da
Engels.
Frattanto in Francia Luigi Napoleone Bonaparte, ni­
pote dell’imperatore, che alla fine del 1848 era stato
eletto presidente della Repubblica da una enorme mag­
gioranza, nel dicembre 1 8 5 1 si assicurò con un colpo di
stato la presidenza per altri dieci anni; dopo un anno
avrebbe formalizzato il suo potere autocratico procla­
mando il Secondo Impero. M arx fece un’analisi delle
condizioni socio-economiche in cui era avvenuto questo
colpo di stato in una serie di articoli per un giornale di
N ew Y o rk intitolato «D ie Revolution». E gli chiamò que­
sta serie di articoli II diciotto brumaio di Luigi Bona­
parte alludendo alla presa del potere da parte di Napo­
leone I.
66 IL P EN SIER O 0 1 KARL M A R X P A R TE P R IM A

C.
COMMENTO

Arrivato a Londra, M arx iniziò quasi subito uno stu­


dio storico e sociologico della rivoluzione del 1848 per
analizzare le ragioni della temporanea sconfitta del pro­
letariato francese e le lezioni da trarne per la rivoluzione
futura. Fu soprattutto la storia francese (sempre argo­
mento di lettura preferito di Marx) ad ispirare le sue
riflessioni sul significato politico della lotta di classe.
Queste riflessioni produssero tre scritti principali: Le
lotte di classe in Francia, Il diciotto brumaio di Luigi
Bonaparte, di cui parleremo adesso, e La guerra civile
in Francia, trattato nel capitolo V i l i della parte I.
Engels disse delle Lotte di classe in Francia che que­
sto fu « il primo tentativo di Marx di spiegare mediante
la sua concezione materialistica un frammento di storia
contemporanea partendo dalla situazione economica cor­
rispondente»4. Ma è qualcosa di piu: è anche un libello
politico. Le parole iniziali di M arx mostrano subito il
suo atteggiamento nei confronti della recente vittoria del­
la reazione:
A d eccezione di alcuni pochi capitoli, ogni periodo im­
portante degli annali rivoluzionari dal 18 4 8 al 1849 porta
come titolo: Disfatta della rivoluzione!
Chi soccombette in queste disfatte non fu la rivoluzio­
ne. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risul­
tato di rapporti sociali che non si erano ancora acuiti sino
a diventare violenti contrasti di classe, persone, illusioni,
idee, progetti, di cui il partito rivoluzionario non si era
liberato prim a della rivoluzione di febbraio e da cui po­
teva liberarlo non la vittoria di febbraio ma solamente una
serie di sconfitte.
In una parola: il progresso rivoluzionario non si fece
strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma,
al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serra­
ta, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il
quale soltanto il partito dell’insurrezione raggiunse la ma­
turità di un vero partito rivoluzionario5.
1850-1852 6y
La prima delle quattro parti inizia con un’analisi della
struttura di classe in Francia sotto la monarchia di luglio,
e in particolare dello scontro dell’aristocrazia finanzia­
ria e della borghesia industriale. Secondo M arx, a partire
dalla rivoluzione del luglio 18 3 0 , il potere effettivo che
stava dietro al trono era stata l ’aristocrazia dei banchie­
ri, degli agenti di borsa e dei grandi proprietari terrieri.
La facile repressione delle sporadiche rivolte operaie e
l ’esclusione della piccola borghesia e dei'Contadini dalla
partecipazione al potere politico significava che l ’unica
vera opposizione era rappresentata dalla borghesia indu­
striale.- Di conseguenza la monarchia di luglio non fu al­
tro che una società per azioni con lo stato sempre man­
tenuto sull’orlo della bancarotta così che l ’aristocrazia
finanziaria potesse speculare sui suoi debiti per la rovi­
na del piccolo azionista.
Questo scontento generale, prosegue M arx, scoppiò
nella rivoluzione in seguito alla malattia delle patate e
ai cattivi raccolti del 18 4 5 e 1846 e alla crisi generale
del commercio e dell’industria in Inghilterra. In parti­
colare questo secondo fattore significò che l’attività del­
la borghesia veniva ristretta esclusivamente al commer­
cio interno, e di conseguenza la concorrenza e la rovina
di molti incoraggiarono notevolmente la rivoluzione. Il
governo provvisorio, costituito dopo le barricate di feb­
braio,
rispecchiava necessariamente nella sua composizione i di­
versi partiti che si erano divisa la vittoria. Esso non po­
teva essere altro che un compromesso tra le diverse classi
che insieme avevano abbattuto il trono di luglio, ma i cui
interessi erano opposti ed ostilis.

A ll’interno del governo provvisorio si dimostrò illu­


soria la speranza che i rappresentanti degli operai potes­
sero avere un potere effettivo. Pur ottenendo conces­
sioni verbali e anche di tipo organizzativo, essi rimasero
completamente ai margini:
Gli operai avevano fatto insieme con la borghesia la
rivoluzione di febbraio; accanto alla borghesia essi cerca­
vano di far valere i loro interessi, allo stesso modo che nel
68 I L P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R TE P R IM A

governo provvisorio stesso avevano installato un operaio


accanto alla maggioranza borghese. Organizzazione del
lavoro! Ma il lavoro salariato è Fattuale organizzazione
borghese del lavoro. Senza di esso non vi è né capitale
né borghesia, né società borghese. Un proprio ministero
del lavoro! Ma i ministeri delle Finanze, del Commercio,
dei Lavori pubblici, non sono forse i ministeri borghesi del
Lavoro? Accanto ad essi un ministero proletario del La­
voro non poteva non essere che un ministero dell’impo­
tenza, un ministero dei pii desideri, una commissione del
Lussemburgo. Come gli operai credevano di emanciparsi
accanto alla borghesia, cosi pensavano di potere compie­
re, accanto alle altre nazioni borghesi, una rivoluzione pro­
letaria entro le pareti nazionali della Francia. Ma i rapporti
di produzione francesi sono condizionati dal commercio
estero della Francia, dalla sua posizione sul mercato mon­
diale e dalle leggi di questo. Come avrebbe potuto la Fran­
cia spezzare queste leggi senza una guerra rivoluzionaria
sul continente europeo che si ripercotesse sul despota del
mercato mondiale, sull’Inghilterra?7.
Anche all’interno della Francia, le condizioni econo­
miche non erano affatto mature per una rivoluzione pro­
letaria, pur essendo possibile forse un successo molto
provvisorio a Parigi; infatti il potere dell’aristocrazia
finanziaria non aveva permesso alla borghesia industria­
le di disporre pienamente dei mezzi di produzione. Ciò
significava che il proletariato doveva ancora acquistare
una larga esistenza nazionale, che non erano ancora scom­
parsi gli ultimi resti della società feudale e che l ’indu­
stria francese era ancora essenzialmente insulare. Perciò
il compito del governo provvisorio non avrebbe potuto
essere la trasformazione rivoluzionaria del mondo ma
solo l ’adattamento di se stesso ai rapporti' della società
borghese. Questo adattamento fu maggiore nelle misure
finanziarie del governo: anziché lasciar fallire la Banca
di Francia e distruggere così l ’aristocrazia finanziaria,
essi comprarono la fiducia dei capitalisti tassando i con­
tadini. E poiché le promesse che erano state fatte agli
operai si sarebbero rivelate troppo costose per la conser­
vazione del sistema di credito essenziale, l’unica solu­
zione fu di opporre una parte dei proletari all’altra, e il
1850-1852 69

governo comprò il Lumpenproletariat reclutandolo nella


Guardia mobile creata appositamente.
Le elezioni di maggio posero fine alla posizione ambi­
gua del governo provvisorio ripristinando un’Assemblea
che non creò niente più di una repubblica borghese. La
disperata insurrezione degli operai a giugno fu senza spe­
ranza fin dal principio:
Il proletariato parigino era stato costretto alla insurre­
zione di giugno dalla borghesia. In ciò era già contenuta
la sua condanna. Né un consapevole bisogno immediato
lo spingeva a combattere per rovesciare con la violenza la
borghesia; né esso era pari a questo compito. Il «Moni-
teur» dovette spiegargli ufficialmente che era passato il
tempo in cui la repubblica considerava opportuno rendere
gli onori alle sue illusioni; e solo la sua sconfitta lo con­
vinse della verità che il più insignificante miglioramento
della sua situazione è un’utopia dentro la repubblica bor­
ghese, un’utopia che diventa delitto non appena vuole at­
tuarsi. Al posto delle sue rivendicazioni, esagerate nella
forma, nel contenuto meschine e persino ancora borghesi,
e che esso voleva strappare come concessioni alla repub­
blica di febbraio, subentrò l ’ardita parola di lotta rivolu­
zionaria: Abbattimento della borghesia. Dittatura della
classe operaia!8.
Ma il proletariato non era il solo gruppo dissenziente
nel giugno 18 48 : dopo aver contribuito ad abbattere gli
operai, la piccola borghesia vide con orrore che si era
consegnata da sola nelle mani dei suoi creditori. Frat­
tanto la nuova costituzione promulgata nell’autunno non
riuscì a fornire nessuna soluzione duratura, storpiata co­
m’era dalla contraddizione tra il potere politico ancora
concesso alle classi inferiori e il potere sociale riservato
alla borghesia:
La contraddizione, però, che investe tutta questa costi­
tuzione, sta nel fatto che le classi la cui schiavitù sociale
essa deve eternare, proletariato, contadini, piccoli borghe­
si sono messe, mediante il suffragio universale, nel posses­
so della forza politica, mentre alla classe il cui vecchio po­
tere sociale essa sanziona, alla borghesia, sottrae le garan­
zie politiche di questo potere. Ne costringe il dominio po­
litico entro condizioni democratiche le quali facilitano ad
7o IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R TE P R IM A

ogni momento la vittoria delle classi nemiche e pongono


in questione le basi stesse della società borghese. Dalle
une esige che non avanzino dall’emancipazione politica al­
l’emancipazione sociale, dall’altra che non retroceda dalla
restaurazione sociale alla restaurazione politica9.
La schiacciante vittoria di Luigi Napoleone nelle ele­
zioni presidenziali di dicembre rappresentò, secondo
M arx, una insurrezione dei contadini contro la repub­
blica dei ricchi. Napoleone era infatti l ’unico uomo che
«avesse rappresentato esaurientemente gli interessi e
la fantasia della nuova classe dei contadini sorta nel
178 9 » 10. Ma Napoleone garbava anche ad altre classi.
La sua elezione significò per il proletariato l’abdicazio­
ne del repubblicanesimo borghese e la vendetta per la
sconfitta di giugno; per la piccola borghesia rappresentò
il dominio del debitore sul creditore; e per la grande
borghesia Napoleone offri l ’occasione di liberarsi dell’al­
leanza, a cui era stata costretta, con elementi potenzial­
mente progressisti. Secondo le conclusioni di M arx, av­
venne che « l’uomo più limitato della Francia acquistò
il significato più multiforme. Appunto perché non era
nulla, egli poteva significare tutto, fuorché se stesso »11.
M arx descrisse quindi le manovre dell’Assemblea e
di Bonaparte nella prima metà del 18 49 , che portarono
al tentativo della parte più radicale dell’Assemblea di cri­
ticare Bonaparte facendo appello alla costituzione. Quan­
do fu chiaro che Bonaparte e la maggioranza realista del­
l ’Assemblea erano gli unici autentici interpreti della co­
stituzione, la piccola borghesia democratica scese nelle
strade, ma la sua rivolta fu soffocata. M arx si chiese poi
perché la borghesia industriale nel 1848-49, non avesse
svolto il ruolo progressivo che aveva avuto in Inghilter­
ra. La sua risposta fu:
In Inghilterra - e i più grandi industriali francesi sono
piccoli borghesi in confronto coi loro rivali inglesi - tro­
viamo davvero gli industriali, un Cobden, un Bright, alla
testa della crociata contro la banca e l’aristocrazia di Bor­
sa. Perché non in Francia? In Inghilterra domina l’indu­
stria, in Francia l’agricoltura. In Inghilterra l’industria ha
bisogno del free trade, in Francia del dazio protettivo, del
1850-1852 71

monopolio nazionale accanto agli altri monopoli. L ’indu­


stria francese non domina la produzione francese; perciò
gli industriali francesi non dominano la borghesia fran­
cese. Per far trionfare i loro interessi contro le altre fra­
zioni della borghesia essi non possono, come gli inglesi,
mettersi alla testa del movimento e in pari tempo spingere
all’estremo i loro interessi di classe; devono mettersi alla
coda della rivoluzione e servire gli interessi che sono in
contrasto con gli interessi complessivi della loro classe. In
febbraio non avevano compreso la loro posizione; feb­
bràio li rese accorti. E chi è piu direttamente minacciato
dagli operai che il datore di lavoro, il capitalista industria­
le? Così accadde necessariamente che l’industriale divenis­
se in Francia un membro dei piu fanatici del partito del­
l’ordine. La riduzione del suo profitto per opera della
finanza, che cosa è mai in confronto coll’abolizione del pro­
fitto per opera del proletariato? 12.
M arx proseguì analizzando il partito d ’opposizione, il
cosiddetto partito della socialdemocrazia, e vide che era
una coalizione di interessi diversi non meno del partito
dell’ordine. In particolare M arx si preoccupò di far ri­
levare la differenza tra socialismo piccolo-borghese, che
reclamava istituti di credito, imposte progressive, limi­
tazioni del diritto ereditario, ecc. da un lato e sociali­
smo rivoluzionario dall’altro. Il primo era un socialismo
dottrinario che fu l ’espressione teorica del proletariato
solamente finché questo non si era ancora sviluppato
tanto da creare un movimento storico libero e indipen­
dente:
Mentre così l’utopia, il socialismo dottrinario, il quale
subordina il movimento complessivo a uno solo dei suoi
momenti, al posto della produzione sociale comune mette
l’attività cerebrale del singolo pedante e soprattutto fan­
tastica di eliminare la lotta rivoluzionaria delle classi e le
sue necessità mediante piccoli artifici o grandi sentimen­
talismi; mentre questo socialismo dottrinario, il quale in
fondo non fa che idealizzare la società attuale, ne accoglie
un’immagine senz’ombra e vuole attuare il proprio ideale
contro la realtà di essa; mentre questo socialismo viene
abbandonato dal proletariato alla piccola borghesia; men­
tre la lotta dei diversi capi socialisti tra di loro rivela che
ciascuno dei cosiddetti sistemi non è altro che la preten­
72 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E PR IM A

ziosa sottolineatura di uno dei punti della trasformazione


sociale a preferenza degli altri; il proletario va sempre
piu raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario,
al comuniSmo, pel quale la borghesia stessa ha inventato
il nome di Blanqui. Questo socialismo è la dichiarazione
della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del
proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abo­
lizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione
di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per
l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono
a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di
tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali ’3.
N ell’autunno del 18 5 0 , dopo la spaccatura nella Lega
dei comunisti, M arx aggiunse ai tre precedenti un quar­
to articolo di tono piu conciliante, che veniva a comple­
tare la serie di articoli sulla rivoluzione imminente. Per
qualche tempo essa non avrebbe potuto scoppiare, poi­
ché la Francia stava entrando in un periodo di prospe­
rità che seguiva, come di regola, quello dell’Inghilterra.
Data questa prosperità universale, in cui le forze pro­
duttive della società borghese si sviluppano con quella
sovrabbondanza che è, in generale, possibile nelle condi­
zioni borghesi, non si può parlare di una vera rivoluzione.
Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi in
cui entrambi questi fattori, le forze moderne di produzio­
ne e le forme borghesi di produzione, entrano in conflitto
tra di loro. Le diverse beghe a cui attualmente si abban­
donano i rappresentanti delle singole frazioni del partito
continentale dell’ordine e in cui si compromettono a vi­
cenda, ben lungi dal fornire l’occasione di nuove rivolu­
zioni, sono al contrario possibili soltanto perché la base
dei rapporti è momentaneamente cosi sicura e ciò che la
reazione ignora, cosi borghese. Contro di essa si spezze­
ranno tutti i tentativi reazionari di arrestare l’evoluzione
borghese, come tutta l’indignazione morale e tutti i pro­
clami ispirati dei democratici. Una nuova rivoluzione non
è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L ’una però è
altrettanto sicura quanto l’altraI4.Il
Il secondo saggio di Marx sulla politica francese con­
temporanea, intitolato II diciotto brumaio di Luigi Bo-
naparte, è il suo libello politico piu brillante. Il titolo è
1850-1852 73

un’allusione alla data del colpo di stato di Napoleone


Bonaparte nel 17 9 6 , e M arx si preoccupa di esaminare
le circostanze socio-politiche del colpo di stato compiu­
to, a imitazione del precedente, nel dicembre 1 8 5 1 . In
una prefazione alla seconda edizione del suo saggio, M arx
confrontò il suo modo di affrontare il problema con quel­
lo di altri due famosi scritti sullo stesso argomento di
Victor Hugo e Proudhon: Hugo si limitò a un’invettiva
amara e piena di sarcasmo, mentre Proudhon, cercando
di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una
precedente evoluzione storica, terminava con un’apolo-
gia storica del suo eroe. « Io , invece, - scrisse M arx, -
dimostro come la lotta di classe in Francia creò le cir­
costanze e una situazione che resero possibile a un per­
sonaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’e ro e » 1S.
M arx iniziò la sua dimostrazione riferendosi all’anno­
tazione di Hegel che tutti i grandi fatti e i grandi perso­
naggi della storia universale si presentano due volte, e
aggiunse: la prima volta come tragedia, la seconda volta
come farsa. Così fu per i due Bonaparte. Egli prosegui:
Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in
modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì
nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti
a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione
di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul
cervello dei viventi e proprio quando sembra che essi lavo­
rino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non
è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria
essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per pren­
derli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le
parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresen­
tare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con
queste frasi prese a prestito la nuova scena della storiaI6.

M arx applicò quindi queste considerazioni alla rivo­


luzione del 1848 e fece una distinzione tra le rivoluzioni
borghesi del x v m secolo, rese effimere proprio dalla lo­
ro rapidità e vivacità, e le rivoluzioni proletarie del x ix
secolo, che raggiungevano gradualmente la perfezione
attraverso le continue interruzioni e autocritiche. Per
quanto riguardava il recente colpo di stato, M arx ritene­
4
74 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E PR IM A

va inaccettabile la scusa che la nazione era stata presa


alla sprovvista:
Non si perdona a una nazione, come non si perdona a
una donna, il momento di debolezza in cui il primo avven­
turiero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni
l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo
diverso. Rimane da spiegare come una nazione di trentasei
milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvi­
sta da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza
far resistenza 17.
Quindi Marx riprese brevemente in esame il periodo
di cui si era già occupato nelle Lotte di classe. Il succes­
so di Bonaparte fu dovuto al fatto di aver organizzato
il Lumpenproletariat di Parigi sotto l’apparenza di una
«società di beneficenza» e di essersene posto a capo.
Tuttavia, questa forza immediata avrebbe dovuto scon­
trarsi con i fattori di lungo periodo favorevoli a Bona­
parte. Di questi il primo era la vecchia aristocrazia finan­
ziaria che «celebrava ogni vittoria del presidente sui
rappresentanti del sedicente partito dell’ordine come vit­
toria dell’ordine». E la ragione di ciò era evidente:
Se per il mercato monetario nel suo complesso e per i
sacerdoti di questo mercato la stabilità del potere dello
stato in ogni epoca ha fatto le veci di Mosè e dei profeti,
come potrebbe essere diversamente oggi, in cui ogni dilu­
vio minaccia di travolgere, insieme ai vecchi stati, anche
i vecchi debiti di stato? 18.

Anche la borghesia industriale vide in Napoleone co­


lui che poteva metter fine ai recenti disordini. Infatti,
«la lotta per la difesa dei suoi interessi pubblici, dei suoi
interessi di classe, del suo potere politico, in quanto di­
sturbava i suoi affari privati,... molestava e... dava fasti­
dio al partito borghese » 19. Quando il commercio anda­
va bene, la borghesia commerciale si mostrava contraria
alle lotte parlamentari per paura che potessero nuocere
al commercio; quando il commercio andò male essa ac­
cusò l’instabilità della situazione politica. È vero che nel
18 5 1 la Francia aveva attraversato una piccola crisi com­
merciale e ciò, unito al continuo fermento politico, aveva
1850-1852 75
portato la borghesia commerciale a gridare « Meglio una
fine con spavento che uno spavento senza fin e » 20, un
grido che Bonaparte comprese appieno.
M arx dedicò l’ultima parte del suo articolo a un esa­
me più attento della base di classe del potere di Bona­
parte. A M arx questa sembrava inesistente: « L a lotta
sembra essersi calmata, perché tutte le classi, egualmente
impotenti e mute, si inginocchiano davanti ai calci dei
fu c ili» 21. La spiegazione era che la rivoluzione, dopo
aver elaborato alla perfezione il sistema parlamentare
soltanto per poterlo rovesciare, ora doveva perfezionare
il potere esecutivo per poi distruggerlo. M arx tratteggiò
la storia di questa burocrazia:
Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizza­
zione burocratica e militare, col suo meccanismo statale
complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di
mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milio­
ne di soldati, questo spaventoso corpo parassitario che
avvolge come un involucro il corpo della società francese
e ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della mo­
narchia assoluta, al cadere del sistema feudale, la cui ca­
duta aiutò a rendere più rapida22.
Durante e dopo la rivoluzione del 1789 la burocrazia
aveva preparato il dominio di classe della borghesia; sot­
to Luigi Filippo e sotto la repubblica parlamentare essa
era stata ancora lo strumento della classe dominante;
sotto il secondo Bonaparte «lo stato sembra essere di­
ventato completamente indipendente»23. M arx precisò
subito questa affermazione dicendo: «eppure il potere
esecutivo non è sospeso nel vuoto. Bonaparte rappre­
senta una classe, anzi, la classe più numerosa della so­
cietà francese, i contadini piccoli proprietari»24. L ’iden­
tità di interessi di questi contadini non creò una comu­
nità, poiché essi si trovavano così isolati gli uni dagli
altri. Perciò:
Non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rap­
presentare. Il loro rappresentante deve in pari tempo ap­
parire loro come il loro padrone, come un’autorità che si
impone loro, come un potere governativo illimitato, che
li difende dalle altre classi e distribuisce loro dall’alto il
j6 IL P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R T E P R IM A

sole e la pioggia. L ’influenza politica del contadino pic­


colo proprietario trova quindi la sua ultima espressione
nel fatto che il potere esecutivo subordina la società a se
stesso25.
Ma i contadini su cui Napoleone faceva affidamento
erano oppressi da un debito ipotecario il cui interesse
era uguale all’interesse annuale di tutto il debito pubbli­
co dell’Inghilterra. E c’erano anche le imposte:
L ’imposta è la sorgente di vita della burocrazia, dell’e­
sercito, dei preti e della corte, in breve, di tutto l’apparato
del potere esecutivo. Governo forte e imposte forti sono
la stessa cosa. La piccola proprietà è adatta, per la sua stes­
sa natura, a servire di base a una burocrazia onnipotente
e innumerevole. Essa crea su tutta la estensione del paese
un livello uguale di rapporti e di persone: permette quindi
di agire in egual modo su tutti i punti di questa massa uni­
forme partendo da un centro supremo".
Infine l ’esercito che era il fiore della gioventù conta­
dina era degenerato nella «infiorescenza di palude del
sottoproletariato agricolo » 27. Cosi, secondo M arx, le tre
idee chiave di Napoleone I - piccole proprietà indipen­
denti per i contadini, imposte per sostenere una forte
amministrazione centrale, e un forte esercito reclutato
fra i contadini - avevano raggiunto l’estrema degenera­
zione sotto Luigi Napoleone. Ma la centralizzazione era
stata acquisita e sarebbe stata una caratteristica impor­
tante della società futura:
La distruzione della macchina statale non metterà in
pericolo la centralizzazione. La burocrazia non è che la
forma bassa e brutale di una centralizzazione che è ancora
inficiata del suo opposto, del feudalismo. Con la dispera­
zione per la restaurazione napoleonica, il contadino fran­
cese perde la fede nella sua parcella, crolla l’intero edificio
statale costruito su questa parcella e la rivoluzione prole­
taria sostiene il coro, senza il quale il suo a solo diviene
in tutte le nazioni contadine un canto funebre28.
Può essere significativo che questo passo, in cui la
centralizzazione viene indicata come fattore progressivo,
sia stato eliminato da M arx nella seconda edizione del
Diciotto brumaio pubblicata nel 1869.
1830-1852 77

1 b. n iko laevskij e o. maenchen -helfen , Karl Marx. La vita


e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 239.
2 Ibid., p. 249.
3 k . maex e f . engels , Werke, Berlin 1956 sgg., voi. X XV II,
p. 169 (in seguito verrà citato come MEW).
4 k . marx , Le lotte di classe in Francia, Editori Riuniti, Roma
1970, p. 39.
5 Ibid., p. 89.
6 Ibid., p. 103.
7 Ibid., pp. 111- 12 .
8 Ibid., p. 14 1.
9 Ibid., pp. 166-67.
10 Ibid., p. 170.
11 Ibid., p. 172.
12 Ibid., p. 249.
13 Ibid., p. 268.
14 Ibid., pp. 283-86.
15 id., I l diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti,
Roma 1964, pp. 35-36.
16 Ibid., p. 44.
17 Ibid., p. 35.
18 Ibid., pp. 177-78.
19 Ibid., p. 178.
20 Ibid., p. 187.
21 Ibid., p. 204.
22 Ibid., p. 203.
23 Ibid., p. 207.
24 Ibid.
25 Ibid., p. 209.
26 Ibid., p. 2 13.
27 Ibid., p. 219.
28 Ibid., p. 220, nota 1.

Nota bibliografica.

f . mehring , Karl Marx, Geschichte seines Lebens, Leipzig-Berlin


1933 [trad. it. Vita di Marx, Roma 1933].
1. z eitlin , Marxismi A Re-examination, New York 1967.
Capitolo sesto

A.
SCRITTI

Rivelazioni sul processo dei comunisti in Colonia


\Enthiillungen ùber den Kommunìsienprozess zu
Kdln\, 18 5 3 .
Articoli sul «N ew Y ork Tribune», 1852-62.
Lineamenti fondamentali della crìtica dell’economia
politica [Grundrisse der Kritik der politischen Oko-
nomie], 1857-58.
Per la crìtica dell’economia politica \Zur Kritik der
politischen Okonomie], 18 59 .

B.
BIOGRAFIA

La vera «notte senza sonno dell’esilio» cominciò per


M arx nel 18 5 3 . L ’inizio degli anni cinquanta segnò il
punto piu basso delle sorti della famiglia M arx. Nel
18 5 2 era morta la figlia Franziska e M arx scrisse a En ­
gels: «M ia moglie è malata, la piccola Jenny è malata,
Lenchen ha una specie di febbre nervosa. Il dottore non
potevo e non posso chiamarlo perché non ho denaro per
le medicine. Per otto o dieci giorni ho nutrito la family
con pane e patate ed è anche dubbio che riesca a sco­
varne o g g i» 1. Nel 18 5 5 M arx ricevette il colpo piu du­
ro della sua vita, quando mori il figlio Edgar di otto an­
ni. Alcuni mesi più tardi, M arx scrisse a Lassalle: « L a
morte del mio bambino mi ha scosso profondamente il
8o IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E P R IM A

cuore e il cervello e soffro ancora come il primo giorno


per questa perd ita»2. Nel 18 56 la situazione migliorò
sotto il profilo finanziario per l ’eredità lasciata dalla ma­
dre di Jenny, che permise loro di trasferirsi dall’appar­
tamento di Dean Street a una casa d’affitto in Maitland
Park Road alla periferia settentrionale della Londra di
quel tempo.
In quegli anni l ’unica fonte di guadagno regolare era
costituita per M arx dagli articoli che scriveva una volta
o due la settimana sul «N ew Y ork Tribune», giornale
radicale che aveva la maggiore tiratura d ’America. A l­
cuni di questi articoli, specialmente quelli relativi a que­
stioni militari, furono scritti da Engels. Dapprima essi
riguardavano la politica della Gran Bretagna, ma ben pre­
sto M arx allargò il loro campo all’Europa e a tutti gli
aspetti della scena internazionale. G li articoli erano scrit­
ti in uno stile brillante e costituivano una delle maggiori
attrattive del giornale. M arx, tuttavia, considerava l’at­
tività di giornalista essenzialmente come una distrazione
dal suo lavoro principale: «la continua merda giornali­
stica mi disturba. M i prende un mucchio di tempo, di­
sperde le mie energie e alla fine non serve a nulla. Per
quanto indipendenti si voglia essere si è sempre vinco­
lati al giornale e al pubblico, particolarmente se si è pa­
gati, come nel mio caso. Il lavoro puramente scientifico
è tutt’altra co sa » 3.
In questo periodo M arx non si dedicò ad alcuna atti­
vità politica. Alla fine del 18 5 2 , la Lega dei comunisti
si sciolse in seguito all’arresto dei capi della sezione te­
desca, che rappresentò di fatto la fine della sua attività.
Quando questi furono processati, M arx impiegò molto
tempo a raccogliere prove per dimostrare che la Lega era
soltanto una società segreta di agitazione e che non tra­
mava attivamente per rovesciare i governi esistenti.
Quando gli accusati furono condannati nonostante que­
ste prove, M arx le pubblicò col titolo Rivelazioni sul
processo dei comunisti in Colonia.
Fin dall’inizio del 1 8 5 1 , M arx aveva annunciato l ’im­
minente pubblicazione di un’opera in parecchi volumi
sull’Economia. Ma incontrò grosse difficoltà a sistemare
1853-1859 8i

il suo materiale in una forma adatta alla pubblicazione e


le conseguenze politiche del processo di Colonia con­
tribuirono a rendere diffidenti gli editori nei confronti
di una tale opera. Nel 18 5 2 M arx abbandonò i tentativi di
trovare un editore e trascurò gli studi economici per i
tre anni seguenti. La crisi economica del 18 5 7 , tuttavia,
rinnovò il suo entusiasmo e in autunno scrisse a Engels:
«Sono costretto a perdere il mio tempo con lavori per
guadagnare, quindi mi resta solo la notte per i lavori ve­
ri, e spesso soffro di malesseri... Non ho nessuna notizia
da darti perché vivo come un erem ita»\ «Lavoro co­
me un pazzo le notti intere a riordinare i miei studi eco­
nomici per metterne in chiaro almeno le grandi linee
prima del déluge » 5. L ’opera che ne risultò fu « il risul­
tato di ricerche durate quindici anni, cioè del migliore
periodo della mia v ita » 6. M a, ancora una volta, M arx
non riuscì a ordinare le settecento pagine di tono molto
discorsivo che aveva scritto e arrivò soltanto a pubbli­
care alcuni «capitoli preliminari» nel 18 5 9 , con una Pre­
fazione generale, col titolo Per la critica dell’economia
politica. Come dieci anni prima M arx venne interrotto
da preoccupazioni familiari e attività politiche connesse
alla sua condizione di profugo e dovette abbandonare
temporaneamente i suoi studi economici.

c.
COMMENTO

Dal 18 5 7 al 18 5 9 , per molti aspetti il periodo piu


produttivo della sua vita, M arx scrisse quattro saggi,
ognuno con caratteristiche assai diverse: veriIntroduzio­
ne generale alla sua progettata Economia in sei libri, un
abbozzo che venne successivamente intitolato Lineamen­
ti fondamentali della critica dell’economia politica, una
Prefazione, e i primi capitoli di un’opera intitolata Per
la critica dell’economia politica.
82 IL P EN SIER O DI KARL M A RX P A R TE PR IM A

i . Introduzione generale.

Doveva introdurre i Lineamenti o Grundrisse, ma ri­


mase inedita «perché, dopo aver ben riflettuto, mi pare
che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare
disturbi » \
Nella prima delle tre parti che la compongono, inti­
tolata La produzione in generale, M arx definì come og­
getto della sua analisi «la produzione socialmente deter­
minata degli individui » 8. Rifiutò il punto di partenza di
Smith, Ricardo e Rousseau, che cominciarono con indi­
vidui isolati al di fuori della società: «la produzione del­
l ’individuo isolato al di fuori della società... è un tale
assurdo quanto lo è lo sviluppo di una lingua senza in­
dividui che vivano insieme e parlino tra lo ro » 5. Marx
fece poi notare che era importante cercare di isolare i
fattori generali comuni a tutta la produzione per non
dimenticare le diversità essenziali tra le epoche. Econo­
misti moderni come J . S. Mill erano colpevoli di que­
sta dimenticanza quando cercavano di rappresentare i
moderni rapporti di produzione borghesi come leggi im­
mutabili della società. M arx citò due esempi: pensatori
come M ill tendevano a saltare dalla tautologia che non
esiste la produzione senza l ’appropriazione alla suppo­
sizione di una forma particolare di appropriazione — la
proprietà privata —come fondamentale, mentre la storia
indica piuttosto come fondamentale la proprietà comu­
ne. In secondo luogo vi era la tendenza a supporre che
il sistema giuridico in cui avveniva la produzione con­
temporanea fosse basato su principi eterni senza com­
prendere che «ogni forma di produzione genera i suoi
peculiari rapporti giuridici » 10. M arx concluse la prima
parte con le parole: «esistono determinazioni comuni a
tutti i livelli di produzione che vengono fissate dal pen­
siero come determinazioni generali; ma le cosiddette
condizioni generali di ogni produzione non sono altro
che questi momenti astratti con i quali non viene com­
preso nessun livello storico concreto della produzione»11.
La seconda parte è intitolata II rapporto generale del­
1853-1859 83

la produzione con la distribuzione, lo scambio, il con­


sumo. Qui M arx si dedicò a confutare l ’opinione che le
quattro attività economiche della produzione, distribu­
zione, scambio e consumo si potessero trattare isolata-
mente l’una rispetto all’altra. M arx cominciò col dichia­
rare che la produzione è in un certo senso identica al
consumo poiché si parla di consumo produttivo e pro­
duzione consumatrice; che ciascuno dei due termini de­
termina l ’altro; e inoltre che ciascuno è necessario per
l ’esistenza dell’altro. Analogamente negò che la distri­
buzione costituisse una sfera indipendente posta a fian­
co e al di fuori della produzione. Ciò non si può soste­
nere perché «rispetto al singolo individuo, la distribu­
zione si presenta naturalmente come una legge sociale
che condiziona la sua posizione nella produzione all’in­
terno della quale essa produce, e che precede quindi la
produzione » 12. Pareva anche che i popoli conquistatori
o le rivoluzioni, per la loro ripartizione della proprietà,
precedessero e determinassero la produzione. Altrettan­
to si può dire per lo scambio, che apparve a M arx come
parte costituente della produzione. « I l risultato al qua­
le perveniamo - concluse M arx —non è che produzione,
distribuzione, scambio e consumo siano identici, ma che
essi rappresentino tutti delle articolazioni di una totalità,
differenze nell’ambito di una u n ità » 13.
La terza parte è intitolata 11 metodo dell’economia
politica ed è estremamente astratto. Marx voleva pro­
vare che il metodo corretto di discutere l ’economia era
partire da semplici concetti astratti come il valore o il
lavoro e arrivare a creare entità più grandi di osservazio­
ne empirica come la popolazione o le classi. Il processo
inverso era caratteristico del x v i i secolo, ma i pensatori
del secolo seguente avevano seguito quello che era « chia­
ramente il metodo scientificamente corretto»14.
M arx prese quindi il denaro e il valore come esempi
dei semplici concetti astratti con cui voleva iniziare la
sua analisi. E gli sostenne che entrambi raggiunsero la lo­
ro piena complessità nella società borghese e che quin­
di soltanto chi pensava nel contesto della società borghe­
se poteva sperare di capire pienamente l’economia pre-
84 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E PR IM A

capitalistica, proprio come « l’anatomia dell’uomo è una


chiave per l’anatomia della scim m ia»15. M arx prosegui:
«Sarebbe quindi inopportuno ed erroneo disporre le
categorie economiche nell’ordine in cui esse furono sto­
ricamente determinanti. L a loro successione è invece de­
terminata dalla relazione in cui esse si trovano l ’una con
l ’altra nella moderna società borghese»16. M arx tracciò
quindi il piano provvisorio della sua Economia in cinque
parti e concluse con una discussione sul perché l ’arte
greca fosse tanto apprezzata nel x ix secolo, quando le
condizioni socioeconomiche erano cosi diverse da quelle
che l ’avevano prodotta.

2. Lineamenti fondamentali \Grundrissé\ della criti­


ca dell’economia politica.

Le due parti in cui si dividono i Grundrisse sono inti­


tolate I l denaro e II capitale, e anche gli altri pochi sot­
totitoli danno l ’impressione di un trattato strettamente
economico. Tuttavia il contenuto reale è molto più am­
pio di quanto non indichi il titolo. È interessante che i
Grundrisse comincino, come di fatto avviene in tutte le
opere più importanti di M arx, come una critica delle idee
di qualcun altro. M arx era sempre felice quando poteva
elaborare le sue idee attaccando gli altri. I Grundrisse
si aprono con alcune pagine di critica degli economisti
riformisti, Carey e Bastiat, ritratti in modo brillante co­
me incarnazioni rispettivamente dei vizi (e delle virtù)
dello yankee della metà del x ix secolo e dei discepoli di
Proudhon. Tuttavia, dopo una decina di pagine, Marx
scrive: « È impossibile stare ulteriormente appresso a
queste assurdità»17; «lascia perdere» Carey e Bastiat
e, afflati i suoi strumenti su avversari di secondo piano,
procede ad aprirsi la propria strada. Il carattere intrica­
to di questo manoscritto costituito da appunti approssi­
mativi, la varietà degli argomenti presi in esame, e lo
stile eccezionalmente denso rendono difficile fornire una
breve ed esauriente esposizione del contenuto ed ancora
più difficile interpretarlo.
1853-1859 85
Tuttavia, alcune cose saltano subito agli occhi. Innan­
zitutto, la continuità di stile e di pensiero con i Mano­
scritti economico-filosofici del 1844, soprattutto per l ’in­
fluenza di Hegel in entrambi gli scritti. Se i Manoscritti
economico-filosofici del 1844 sono hegeliani, allora lo
sono anche i Grundrisse, né più né meno. I concetti di
alienazione, reificazione, appropriazione, rapporto dia­
lettico dell’uomo con la natura e natura generica o so­
ciale dell’uomo sono tutti ugualmente presenti nel 18 58 .
Nelle prime pagine del manoscritto dei Grundrisse Marx
fa i seguenti commenti sulle concezioni economiche del
suo tempo, commenti che ricordano molto le sue osser­
vazioni sulla «reificazione» del denaro del 18 44 :
... gli stessi economisti dicono che gli uomini ripongono
nella cosa materiale [nel denaro] quella fiducia che non
sono disposti a riporre in se stessi come persone... e una
qualità sociale esso può averla solo perché gli individui
hanno alienato, sotto forma di oggetto, la loro propria re­
lazione sociale18.

O più avanti, e più in generale:


Ma se cosi il capitale si presenta come prodotto del
lavoro, il prodotto del lavoro si presenta altresì come capi­
tale - non più come prodotto semplice, né come merce
scambiabile, ma come capitale; lavoro oggettivato come do­
minio, come comando sul lavoro vivo. Si presenta come
prodotto del lavoro anche il fatto che il suo prodotto si
presenti come proprietà altrui, come modo di esistenza
autonomo che si contrappone al lavoro vivo, e altresì co­
me valore per sé stante; il fatto cioè che il prodotto del
lavoro, il lavoro oggettivato a cui proprio il lavoro vivo ha
dato una propria anima, si fissi poi di fronte ad esso stesso
come un potere altrui. Dal punto di vista del lavoro, la
sua attività nel processo di produzione è questa: esso re­
spinge da sé la propria realizzazione nelle condizioni og­
gettive al tempo stesso come estranea, e perciò si pone
come capacità lavorativa priva di sostanza, puramente bi­
sognosa di fronte a questa realtà che gli si è estraniata,
che non è sua, ma di altri; esso pone la propria realtà non
come essere-per-sé, ma come mero essere-per-altro, e per­
ciò anche come mero essere-di-altro, o essere-dell’altro in
opposizione a se medesimo “ .
86 IL PEN SIERO DI KARL M A R X P A R T E P R IM A

Sotto questo aspetto il passo più notevole è il pro­


getto di piano per l’Economia di M arx il cui linguaggio
sembra estratto direttamente dalla Logica di Hegel.
Ma vi è anche una importante differenza. Nel 1844
M arx aveva letto alcuni economisti classici, ma non ave­
va ancora avuto tempo di fondere questi studi con la sua
critica di Hegel. Di conseguenza i Manoscritti del 1844
sono composti da due parti distinte come è sottolineato
dal titolo che gli diedero i primi editori: Manoscritti
economico-ftlosofici. Nel 1857-58 M arx aveva ormai as­
similato sia Ricardo sia Hegel (è interessante notare che
nei Grundrisse non ci sono riferimenti a Feuerbach), ed
era in grado di farne una sintesi personale. E gli è, secon­
do le parole di Lassalle, « un Hegel divenuto economista,
un Ricardo divenuto socialista»20.
Dal punto di vista dell’economia i Grundrisse conten­
gono la prima elaborazione del pensiero maturo di Marx.
V i sono due cambiamenti di tono fondamentali. Innanzi­
tutto, invece di analizzare i meccanismi di mercato dello
scambio, come aveva fatto prima, M arx parte ora da una
considerazione sulla produzione. In secondo luogo, ora
dice che ciò che il lavoratore vende non è il suo lavoro,
.ma la sua forza-lavoro. È una combinazione di questi due
principi che produce la dottrina del plusvalore. Infatti,
secondo M arx, il plusvalore non è creato dallo scambio,
ma dal fatto che lo sviluppo dei mezzi di produzione nel
capitalismo permette al capitalista di godere del valore
d’uso della forza-lavoro del lavoratore e con essa pro­
durre valori che superano di gran lunga il puro valore di
scambio di questa forza-lavoro - che ammonta soltanto
ai beni alimentari di sussistenza del lavoratore. In real­
tà, tutti gli elementi della teoria economica di M arx so­
no elaborati nei Grundrisse. Poiché, però, questi ele­
menti sono trattati più diffusamente nel Capitale, i Grun­
drisse sono più interessanti per le discussioni che non
vengono riprese nelle altre parti della vasta opera di
Marx.
Ciò che, tuttavia, è nuovo nella teoria dell’alienazio­
ne come è esposta nei Grundrisse è che essa tenta di
radicarsi saldamente nella storia. Il capitale, oltre ad es­
1853-1859 87
sere ovviamente una forza «alienante», ha adempito a
una missione molto positiva. In un breve periodo di tem­
po ha sviluppato enormemente le forze produttive, ha
sostituito i bisogni naturali con altri creati storicamente,
e ha fatto nascere un mercato mondiale. Esso rappresen­
tò perciò il punto di svolta dalle limitazioni del passato
alle incalcolabili ricchezze del futuro:
la produzione sulla base dei valori di scambio... produce,
insieme con l’universalità, l’alienazione dell’individuo da
sé e dagli altri, ma anche l’universalità e l’organicità delle
sue relazioni e delle sue capacità. Nei precedenti stadi di
sviluppo l’individuo singolo si presenta in tutta la sua pie­
nezza appunto perché non ha ancora elaborato la pienezza
delle sue relazioni, e perché questa pienezza di relazioni
egli non se l’è ancora contrapposta come forze e rapporti
sociali indipendenti da lui. Volgersi indietro a quella pie­
nezza originaria è altrettanto ridicolo quanto credere di do­
ver rimanere fermi a quel completo svuotamento. Al di
là dell’opposizione a quel punto di vista romantico quello
borghese non è mai pervenuto, e perciò esso l’accompa­
gnerà come opposizione legittima fino alla sua morte
beata ” .
Le idee prodotte dal capitalismo sono transitorie co­
me il capitalismo stesso: qui M arx formulò la sua criti­
ca più concisa dei principi liberali «classici». Facendo
notare che, sebbene fosse stata forse necessaria all’inizio
del capitalismo, la libera concorrenza era destinata alla
fine ad impedirne lo sviluppo, M arx accenna alla
insulsaggine di considerare la libera concorrenza quale ul­
timo sviluppo della libertà umana; e la negazione della
libera concorrenza equivale alla negazione della libertà in­
dividuale e della produzione sociale basata sulla libertà
individuale. Si tratta appunto solamente dello sviluppo
libero su una base limitata - sulla base del dominio del
capitale. Questo genere di libertà individuale è perciò al
tempo stesso la più completa soppressione di ogni libertà
individuale e il più completo soggiogamento dell’indivi­
dualità alle condizioni sociali, le quali assumono la forma
di poteri oggettivi, anzi di oggetti prepotenti - la for­
ma delle cose indipendenti dagli stessi individui e dalle lo­
ro relazioni. Sviluppare ciò che la libera concorrenza è, co-
88 I L P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E PR IM A

stituisce l’unica risposta razionale ai profeti della m id d le -


cla ss che la osannano e ai socialisti che la maledicono.
Quando si dice che neH’ambito della libera concorrenza
gli individui, seguendo il loro puro interesse privato, rea­
lizzano l’interesse comune o piuttosto generale, non si dice
altro se non che essi si comprimono reciprocamente entro
le condizioni della produzione capitalistica, e che perciò il
loro stesso urto reciproco non è altro che la riproduzio­
ne delle condizioni entro le quali si verifica questa azione
reciproca. Non appena del resto l’illusione sulla concor­
renza quale presunta forma assoluta della libera indivi­
dualità svanisce, ecco la prova che le condizioni della con­
correnza, ossia della produzione basata sul capitale, ven­
gono già avvertite e pensate come ostacoli, e quindi già lo
sono e lo diventano sempre piu. L ’asserzione che la libera
concorrenza equivale all’ultima forma di sviluppo delle
forze produttive e quindi della libertà umana, non signi­
fica altro se non che il dominio della m id d le -c la s s è il ter­
mine ultimo della storia mondiale - un’idea senza dubbio
allettante per i parvenus dell’altro ieri22.

La maggiore ricchezza di contenuto storico indica che


i Grundrisse, pur continuando i temi centrali dei Mano:
scritti di Parigi, li trattano in modo «piu maturo» di
quanto non fosse possibile quando M arx non aveva an­
cora raggiunto una sintesi delle sue idee sulla filosofia e
sull’economia.
La chiave per capire la duplice natura del capitalismo
- e le possibilità di una società non alienata in esso con­
tenute - è il concetto di tempo. «Economia di tempo -
in questo si risolve infine ogni economia», disse M arx23.
I profitti del capitalismo furono costruiti sul sovrappiù
di tempo di lavoro, eppure allo stesso tempo la ricchezza
del capitalismo emancipò l ’uomo dal lavoro manuale e
gli diede sempre maggiore disponibilità di tempo libero.
II capitale è esso stesso una «rivoluzione permanente»:
In virtù di questa sua tendenza, il capitale spinge a su­
perare sia le barriere e i pregiudizi nazionali, sia l’idolatria
della natura, la soddisfazione tradizionale, orgogliosamen­
te ristretta entro angusti limiti, dei bisogni esistenti, e la
riproduzione del vecchio modo di vivere. Nei riguardi di
tutto questo il capitale opera distruttivamente, attua una
18 5 3-18 5 9 89

rivoluzione permanente, abbatte tutti gli ostacoli che fre­


nano lo sviluppo delle forze produttive, la dilatazione dei
bisogni, la varietà della produzione e lo sfruttamento e lo
scambio delle forze della natura e dello spirito24.
Ma, agli occhi di M arx, proprio queste caratteristiche
del capitalismo ne comportavano la dissoluzione. L a sua
ricchezza era fondata sull’introduzione delle macchine,
seguita (qui la preveggenza di M arx è straordinaria) da
quella dell’automazione, e ciò comportava una contrad­
dizione sempre crescente tra la diminuzione del ruolo
svolto dal lavoro nella produzione della ricchezza socia­
le e la necessità per il capitale di appropriarsi il plusla-
voro. Il capitale era perciò grandemente creativo e al­
trettanto grandemente distruttivo:
Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo,
per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un
minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro co­
me unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce,
quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro
necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavo­
ro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo
- in misura crescente - la condizione ( question de vie et
de morte) di quello necessario. Da un lato esso evoca,
quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come del­
la combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di
rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indi-
pendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro
lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali cosi
create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei
limiti che sono necessari per conservare come valore il va­
lore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali
- entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo socia­
le - figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per
essi solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in
realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa
base “ .
Passi come questi mostrano chiaramente che queste
dottrine in apparenza puramente economiche come la
teoria del valore lavoro non sono dottrine economiche
nel senso in cui le intendono per esempio Keynes o
Schumpeter. La lettura di M arx come un economista fra
90 IL PEN SIERO DI KARL M A RX P A R T E P R IM A

gli altri economisti è destinata a falsare in certa misura


il suo pensiero. Per M arx, come egli stesso dichiarò fin
dal 18 44, l ’economia e l ’etica erano legate indissolubil­
mente. I Grundrisse mostrano che ciò vale tanto per le
ultime opere quanto per le prime.
In queste condizioni vi è il pericolo che le forze che
guidano lo sviluppo dell’umanità vengano sostituite com­
pletamente dalle macchine a eccezione degli esseri umani:
La scienza si presenta, nelle macchine, come una scienza
altrui, esterna all’operaio; e il lavoro vivo si presenta sus­
sunto sotto quello oggettivato, che opera in modo autono­
mo. L ’operaio si presenta come superfluo, nella misura in
cui la sua azione non è condizionata dal bisogno del capi­
tale26.

N ell’era dell’automazione, la scienza stessa può diven­


tare il maggior fattore di alienazione:
L ’attività dell’operaio, ridotta a una semplice astrazio­
ne di attività, è determinata e regolata da tutte le parti dal
movimento del macchinario e non viceversa. La scienza,
che costringe le membra inanimate delle macchine - grazie
alla loro costruzione - ad agire conformemente ad uno sco­
po come un automa, non esiste nella coscienza dell’ope­
raio, ma agisce, attraverso la macchina, come un potere
estraneo su di lui, come potere della macchina stessa27.

Eppure questa enorme espansione delle forze produt­


tive non portò necessariamente con sé l’alienazione del­
l ’individuo: essa offri alla società l’occasione per diven­
tare composta di individui « sociali » o « universali » - es­
seri molto simili agli individui «com pleti» dei Mano­
scritti di Parigi. Cosi M arx descrisse il passaggio dalla
produzione individuale alla produzione sociale:
Viene eliminata la produzione fondata sul valore di
scambio e il processo produttivo materiale immediato si
trova spogliato della sua forma antagonistica impoverita.
Gli individui si trovano allora in condizione di svilupparsi
liberamente. Il problema non è piu soltanto quello di ri­
durre il tempo di lavoro necessario della società al minimo.
La contropartita di questa riduzione è che tutti i membri
della società possono sviluppare la loro educazione arti­
1853-1859 9i
stica, scientifica, ecc. grazie al tempo libero a disposizione
di tutti...
Gli economisti borghesi sono a tal punto prigionieri
degli schemi di un determinato livello di sviluppo storico
della società, che la necessità della oggettivazione delle
forze sociali del lavoro si presenta loro inscindibile dalla
necessità della alienazione di queste stesse forze in oppo­
sizione al lavoro vivo.
Ma con la soppressione del carattere immediato del la­
voro vivo come lavoro solamente singolo, o solo interior­
mente, o solo esteriormente generale, con l’attribuzione
all’attività degli individui di un carattere immediatamen­
te generale o sociale, questa forma della alienazione viene
cancellata dai momenti oggettivi della produzione; con ciò
essi vengono posti come proprietà, come corpo organico
sociale in cui gli individui si riproducono come singoli,
ma come singoli sociali.
Le condizioni di questo modo di riprodurre la loro vita,
di questo tipo di processo vitale produttivo, sono state po­
ste dallo stesso processo storico economico; sia le condi­
zioni oggettive, sia quelle soggettive, che sono soltanto le
due distinte forme delle medesime condizioni28.
Val la pena di notare che qui, e in tutti i Grundrisse,
non si accenna mai all’autore di questa trasformazione,
cioè all’azione rivoluzionaria del proletariato.
L ’«individuo universale» — un concetto su cui M arx
ritorna quasi ad nausearti nei Grundrisse - sta al centro
dell’utopia di M arx; lo sforzo millenario non è qui meno
chiaro che nel passo dei Manoscritti di Parigi sul comu­
niSmo come «soluzione dell’enigma della storia». La ten­
denza universale inerente al capitale, dice Marx, produce
lo sviluppo... delle forze produttive - della ricchezza in
generale - come base, e anche l’universalità delle relazioni
e quindi il mercato mondiale, come base. La base come
possibilità di sviluppo universale dell’individuo, e lo svi­
luppo reale degli individui a partire da questa base, come
permanente soppressione del loro ostacolo, che essi sanno
essere un ostacolo, non un limite sacro. L ’universalità del­
l’individuo non come universalità pensata o immaginata,
ma universalità delle sue relazioni reali e ideali. E quindi,
anche, comprensione della sua stessa storia come processo,
e scienza della natura (che si risolve altresì in potere pra­
92 IL PEN SIERO DI KARL M A R X P A R TE P R IM A

tico su di essa) come suo corpo reale. Il processo di svi­


luppo stesso posto e saputo come suo presupposto. Ma per
questo è necessario anzitutto che il pieno sviluppo delle
forze produttive sia diventato una condizione della produ­
zione; non che determinate condizioni di produzione siano
poste come limite dello sviluppo delle forze produttive29.
M arx parla raramente della forma che assumerà la fu­
tura società comunista, e dal suo punto di vista abba­
stanza a ragione, poiché si sarebbe prestato all’accusa di
«idealism o», di diffondere idee che non hanno fonda­
mento nella realtà. Ma certi passi dei Grundrisse chiari­
scono le linee essenziali del quadro immaginato da M arx,
meglio dei famosi resoconti del Manifesto del partito
comunista o della Critica del prograt?tma di Gotha. Uno
dei fattori centrali è il tempo, poiché lo sviluppo del-
l’«individuo universale» dipende soprattutto dal tempo
libero di cui dispone. Il tempo è essenziale nell’utopia
di M arx:
Presupposta la produzione sociale, rimane naturalmen­
te essenziale la determinazione del tempo. Meno è il tem­
po di cui la società ha bisogno per produrre frumento, be­
stiame, ecc., tanto piu tempo essa guadagna per altre pro­
duzioni, materiali o spirituali. Come per il singolo indivi­
duo, così per la società la totalità del suo sviluppo, delle
sue fruizioni o della sua attività dipende dal risparmio di
tempo...
Economia di tempo e ripartizione pianificata del tempo
di lavoro nei diversi rami di produzione, rimane dunque
la prima legge economica sulla base della produzione so­
ciale. È una legge che vale anche ad un livello molto piu
alto. Ciò tuttavia è essenzialmente diverso dalla misura­
zione dei valori di scambio (lavoro o prodotti del lavoro)
mediante il tempo di lavoro. I lavori dei singoli individui
nel medesimo ramo di lavoro, e le diverse specie di lavoro,
sono non solo quantitativamente ma anche qualitativa­
mente differenti. Che cosa presuppone la differenza sol­
tanto quantitativa di oggetti? La loro identità qualitativa.
Dunque la misurazione quantitativa dei lavori presuppone
la loro uguaglianza d’origine, l’identità della loro qualità30.
Questo tempo libero è dovuto esclusivamente al lar­
go uso delle macchine. Mentre nel passato la macchina
18 5 3-18 5 9 93

era stata una forza ostile al lavoratore, in futuro la sua


funzione poteva essere trasformata radicalmente:
Non occorre un acume particolare per comprendere che,
partendo per esempio dal lavoro libero, o lavoro salariato,
scaturito dalla dissoluzione della servitù della gleba, le
macchine possono nascere solamente in antitesi al lavoro
vivo, in quanto proprietà altrui e potere ostile ad esso
contrapposti; ossia che esse gli si devono contrapporre co­
me capitale. Ma è altrettanto facile capire che le macchine
non cesseranno di essere agenti della produzione sociale
quando per esempio diventeranno proprietà degli operai
associati. Nel primo caso però la loro distribuzione, il fat­
to cioè che esse non appartengono all’operaio, è altresì
una condizione del modo di produzione fondato sul lavoro
salariato. Nel secondo caso una'distribuzione modificata
partirebbe da una base di produzione modificata, nuova,
sorta soltanto dal processo storico31.
Marx rifiutò la tesi di Adam Smith del lavoro inteso
esclusivamente come imposizione; però non accettò nep­
pure quella di Proudhon secondo cui il lavoro sarebbe
diventato una specie di divertimento. Secondo M arx,
è giusta la posizione di Smith riguardo al lavoro
che ancora non si è create le condizioni, soggettive e og­
gettive (o anche, rispetto alla condizione della pastorizia,
ecc., che esso ha perduto), affinché il lavoro sia lavoro at­
traente, autorealizzazione dell’individuo, il che non signi­
fica affatto che sia un puro spasso, un puro divertimento,
secondo la concezione ingenua e abbastanza frivola di Fou-
rier. Un lavoro realmente libero, per esempio comporre, è
al tempo stesso la cosa maledettamente piu seria di questo
mondo, lo sforzo piu intensivo che ci sia. Il lavoro di pro­
duzione materiale può acquistare questo carattere sola­
mente 1) se è posto il suo carattere sociale, 2) se è di carat­
tere scientifico, e al tempo stesso è lavoro universale, se
è sforzo dell’uomo non come forza naturale appositamen­
te addestrata, bensì come soggetto che nel processo di
produzione non si presenta in forma meramente naturale,
primitiva, ma come attività regolatrice di tutte le forze
naturali32.

M arx immagina un tempo in cui la produzione non


dipende dalla quantità di lavoro impiegata ma dal livel­
94 IL P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E P R IM A

lo generale della scienza e della tecnica, in cui la misura


della ricchezza è l’enorme sproporzione tra il tempo di
lavoro impiegato e la quantità del prodotto, in cui è
« l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione
come sorvegliante e regolatore». Allora si avrà la vera
emancipazione dell’umanità:
In questa trasformazione non è né il lavoro immediato,
eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma
l’appropriazione della sua produttività generale, la sua
comprensione della natura e il dominio su di essa attra­
verso la sua esistenza di corpo sociale - in una parola, è
lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il
grande pilone di sostegno della produzione e della ric­
chezza. Il furto del tempo di lavoro altrui, sui cui poggia
la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile
rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frat­
tempo e che è stata creata dalla grande industria stessa.
Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di
essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro
cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il
valore di scambio deve cessare di essere la misura del va­
lore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la
condizione dello sviluppo della ricchezza generale, cosi
come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizio­
ne dello sviluppo delle forze generali della mente umana33.
Quindi nei Grundrisse è almeno tratteggiato il tipo
di visione che ispirò M arx: produzione comune in cui la
qualità del lavoro ne determina il valore; scomparsa del
denaro e del valore di scambio; e aumento del tempo
libero che permetta lo sviluppo universale dell’individuo.

3. Ver la critica dell’economia politica.

M arx inizia la Prefazione a quest’opera con un elenco


dei sei volumi che dovevano formare la sua Economia:
capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato, stato, com­
mercio estero, mercato mondiale. «H o davanti tutto il
materiale - scrisse M arx - in forma di monografie, da
me buttate giù, a grande distanza di tempo l’una dal­
l ’altra, non per stamparle ma per chiarire le cose a me
1853-1859 95

stesso. La loro elaborazione complessiva, secondo il pia­


no indicato, dipenderà dalle circostanze esteriori»34.
Segue un breve pezzo di autobiografia intellettuale in
cui Marx sottolinea l ’importanza del suo lavoro come
giornalista della «Rheinische Zeitung» che gli aveva
fatto capire l ’importanza degli «interessi materiali» e
dei «problemi economici». E gli ritornò poi ai suoi studi
per un’analisi della filosofia politica di Hegel. A conclu­
sione di questo ritiro scrisse che
tanto i rapporti giuridici quanto le form e dello stato non
possono essere compresi né per se stessi, né per la cosid­
detta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno
le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali d ell’esisten­
za il cui complesso viene abbracciato da H egel, seguendo
l ’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo x v m , sotto
il termine di «società civile» ; e che l ’anatomia della so­
cietà civile è da cercare nell’economia p o litica 35.

M arx quindi formula, in un passo famoso e spesso


citato, il «filo conduttore» dei suoi successivi studi di
economia politica. Questa sintesi comprende quattro pun­
ti essenziali.
1) L ’insieme dei rapporti di produzione — il modo in
cui gli uomini organizzano la loro produzione sociale e gli
strumenti che usano - costituisce la base reale della socie­
tà sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e poli­
tica e alla quale corrispondono forme determinate della
coscienza sociale. Quindi il modo in cui gli uomini pro­
ducono i loro mezzi di sussistenza condiziona tutta la loro
yita sociale, politica e intellettuale.
li) A un dato punto del loro sviluppo le forze produt­
tive entrano in contraddizione con i rapporti di produ­
zione che si convertono in loro catene. Questa fase inizia
un’epoca di rivoluzione sociale.
ili) Queste forze produttive devono svilupparsi fino
all’estremo limite possibile nei rapporti di produzione esi­
stenti prima che perisca il vecchio ordinamento sociale.
iv) I modi di produzione asiatico, antico, feudale, e
borghese moderno si possono designare come epoche che
segnano il progresso della formazione economica della so­
cietà. Questi rapporti di produzione borghesi sono gli ul-
96 I L P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E PR IM A

timi a creare una società antagonistica e con la loro fine si


chiude la preistoria della società umana.
M arx aggiunge ancora alcuni particolari biografici, de­
finisce la sua posizione come « il risultato di lunghe e
coscienziose ricerche»36 e termina con una citazione di
Dante contro qualsiasi compromesso intellettuale.
Per quanto riguarda il testo che segue questa Prefa­
zione, si tratta, secondo M arx, soltanto di «alcuni capi­
toli preliminari» - di fatto, uno sulla merce e uno sul
denaro. Poiché il ruolo sia della merce sia del denaro è
trattato piu ampiamente nel Capitale, possiamo riman­
dare al prossimo capitolo l ’esame delle concessioni di
M arx su queste questioni.

1 k . marx e f . engels , Carteggio, 6 voli., Rinascita, Roma 1950-


1953, voi. I I , p. 112 .
2 M EW , voi. X X V III, p. 6x7.
3 I b id ., p. 392.
4 Lettera a Lassalle, 2 1 dicembre 1857 (in K. marx e f . engels ,
L e ttere su l C apitale, Laterza, Bari 19 7 1, p. 18).
5 marx e en gels , Carteggio cit., voi. I l i , p. 124.
6 Lettera a Lassalle, 12 novembre 1858 (in k . marx , P e r la cri­
tica d e ll’ econom ia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 216).
7 marx , P e r la critica d ell'eco n o m ia politica cit., p. 3.
8 id ., L in ea m en ti fon d a m en tali d ella critica d e ll’econom ia p o li­
tica, La Nuova Italia, Firenze 1968, voi. I, p. 3.
9 I b id ., p. 5 -
10 I b id ., p. IO
11 I b id ., p. 1 1
12 I b id ., p. 2 1
13 I b id ., p. 25
14 I b id ., p. 27
15 I b id ., p. 33
16 I b id ., p. 35
17 I b id ., vo i. I I , p . 660.
18 I b id ., vo i. I , p. 10 2 .
19 I b id ., v o i. I I , p. 7 3.
20 L e tte ra d i L assalle a M a rx , 1 2 m aggio 1 8 3 1 .
21 marx , L in ea m en ti fon d a m en tali cit., vo i. I , p p . 10 4-5.
1853-1859 97

22 Ib id ., voi. I I , p. 335.
23 Ib id ., voi. I, p. 118 .
24 Ib id ., voi. I I , pp. 11-12 .
25 Ib id ., p. 402.
26 Ib id ., p. 393. Nella sua corrispondenza con Engels, Marx dice
che, secondo lui, l ’orologio è il modello primitivo di una mac­
china automatica. Marx ottenne molte delle sue informazioni
sui fusi meccanici automatici (oltre ad altri aspetti della vita
della fabbrica) da Engels, a cui chiese spesso aiuto in queste
questioni pratiche. Egli confessò all’amico: «Capisco le leggi
matematiche, ma la più semplice realtà tecnica, che richiede
intuizione, mi riesce difficile come ai piu gran tangheri» (marx
e engels , L e tte re su l C apitale cit., p. 53).
27 m arx , L in ea m en ti fond am entali cit., voi. II, p. 390.
28 I b id ., p. 376.
19 I b id ., p. 184.
80 I b id ., voi. I, pp. 118 -19.
31 Ib id ., voi. II, p. 377.
32 I b id ., pp. 278-79.
33 I b id ., p. 401.
34 marx , P e r la critica d e ll’econom ia p olitica cit., p. 3.
35 Ib id ., p. io.
36 Ib id ., p. 13.

Nota bibliografica.

r. Dan iels , Fate and Will in thè Marxian Philosophy of History,


in « Jo u r n a l o f thè H isto ry o f Id e a s » , i9 6 0 .
t . ferguson e s. O’NEIL, introduzione a k . marx e f . en gels ,
Writings for thè New York Daily Tribune, a cura di T . F erg u ­
son e S. O ’N e il, N e w Y o r k 19 7 3 .
g. lichtheim , Marx and thè Asiatic Mode of Production, in
K. Marx, a cura di T . Bottom ore, E n g lew o o d C liffs 19 7 3 .
d. mclellan , introduzione a Marx’s Grundrisse, Lon d on 1 9 7 1 .
s. moore, Marx and thè Origins of Dialectical Materialism, in
« In q u ir y » , autunno 1 9 7 1 .
m . nicolaus , The LJnknown Marx, in « N e w L e ft R e v ie w » , 19 6 8 .
- introduzione a k . m arx , Grundrisse, H ardm on sw orth 19 7 3 .
j. plamenatz , German Marxism and Russian Communìsm, L o n ­
don 19 3 4 .
A. pkinz , Background to Marx’s Preface of 1S 5 9 , in « Jo u r n a l of
thè H isto ry o f Id e a s » , 19 6 9 .
Capitolo settimo

A.
SCRITTI

Il signor Vogt [Herr Vogt], 1860.


Teorie sul plusvalore [Theorien uber den Mehrwert] ,
1862-63.
Il capitale, libro I I I , 18 6 5.
Salario, prezzo e profitto, 18 6 5.
Risultati del processo di produzione immediato (li­
bro I, cap. V I inedito), 18 6 5.
Il capitale, libro I, 1867.
Il capitale, libro I I , 1869-79.

B.
BIOGRAFIA

M arx non potè proseguire la sua Critica dell’economia


politica, poiché trascorse tutto il 1860 a rispondere agli
attacchi rivolti da Karl Vogt contro di lui e contro il suo
«partito». Le sue sole risorse finanziarie erano ancora
gli articoli che scriveva, in numero sempre minore, per
la «N ew Y o rk Tribune». Charles Dana, il direttore,
scrisse a sostegno di M arx nell’affare Vogt: «L ei non è
solo uno dei più validi, ma anche uno dei meglio paga­
ti collaboratori del giornale». La sua unica riserva era
che M arx aveva «dimostrato una preoccupazione ecces­
siva per l ’unità e l ’indipendenza della Germania». Con
l ’inizio della guerra civile M arx smise completamente
di scrivere per il giornale. Nel 18 6 1 andò in Olanda e
10 0 I L PEN SIERO DI K A R L M A RX P A R T E P R IM A

convinse lo zio a dargli un anticipo sul patrimonio del­


la madre, poi prosegui per la Germania dove discusse
con Lassalle la possibilità di riprendere la cittadinanza
prussiana e di fondare insieme un giornale a Berlino. En­
trambi i progetti fallirono.
Sempre nel 18 6 1 M arx ritornò al suo «terzo capito­
lo» e nell’aprile dell’anno seguente scrisse a Lassalle:
«P er quanto riguarda il mio libro, esso non sarà pronto
prima di due mesi. Per non morir di fame l ’anno scorso
fui costretto a fare i lavori più disprezzabili e spesso non
riuscivo neppure a scrivere una riga per mesi e mesi.
Inoltre è mia caratteristica il fatto che, se vedo qualco­
sa che ho terminato più o meno un mese prima, lo trovo
mal fatto e lo rifaccio completamente. Comunque, il li­
bro non perde nulla in questo processo». Nello stesso
anno M arx informò Engels di come ciò si rifletteva sulla
sua vita familiare: «M ia moglie ogni giorno mi dice che
vorrebbe essere nella tomba con le figliole, e in verità
non posso fargliene carico, perché le umiliazioni, le pe­
ne e gli spaventi fra cui si deve passare in questa no­
stra situazione sono veramente indescrivibili» l. Queste
preoccupazioni furono anche la causa dell’unica seria lite
di M arx con Engels, il quale ritenne estremamente in­
delicato il comportamento tenuto da Marx in occasione
della morte di Mary Burns, sua moglie in tutto tranne
che nel nome. Marx cercò di giustificarsi attribuendo il
suo contegno alle preoccupazioni finanziarie, e l ’amicizia
si rinsaldò. La depressione di M arx fu accentuata dallo
straordinario successo incontrato da Lassalle nell’orga­
nizzazione degli operai tedeschi. Marx riteneva che Las­
salle avesse un atteggiamento troppo conciliante verso
Bismarck e, quando Lassalle andò a trovare M arx a Lon­
dra nel 18 6 2 , questa divergenza di opinioni portò a una
rottura che durò fino alla morte di Lassalle nel 1864.
Nel 18 6 4 la situazione finanziaria di M arx fu miglio­
rata da circostanze drammatiche: la morte della madre
gli procurò quattrocento sterline, e il doppio di tale
somma gli fu lasciata per testamento dall’amico Wilhelm
W olff. La famiglia M arx si trasferì in una casa più spa­
ziosa a Haverstock H ill. Nello stesso anno fu fondata
1860-1867 IOI

l ’Internazionale; Marx si impegnò, ma, rispetto ai suoi


studi economici, ritenne secondario questo lavoro che
«pesa su di me come un incubo».
N el 1866 egli decise finalmente di iniziare la stesura
definitiva del libro I del Capitale. Nonostante l’inson­
nia, la malattia e i nuovi debiti, egli riuscì a terminare
il manoscritto nell’aprile 18 6 7 e andò di persona ad Am ­
burgo per consegnarlo all’editore. Si trattava di un la­
voro, scrisse M arx,
a cui ho sacrificato la salute, la felicità e la famiglia... Mi
fanno ridere i cosiddetti uomini «pratici» e la loro sag­
gezza. Se uno volesse essere un bue, potrebbe naturalmen­
te voltare la schiena alle sofferenze umane e pensare alla
sua pelle. Ma io mi sarei davvero ritenuto «non pratico»
se fossi crollato prima che il mio libro, o per lo meno il
mio manoscritto fosse pronto2.
E dopo aver corretto la stesura definitiva in agosto,
scrisse a Engels:
Debbo soltanto a te se questo fu possibile! Senza il tuo
sacrificio non avrei potuto compiere il mostruoso lavoro
dei tre volumi. I embrace you, full of thanks! 3 .
E in settembre apparve ad Amburgo il libro I del Ca­
pitale in mille copie.

c.
COMMENTO

È importante capire il posto che occupa II capitale


negli scritti economici di M arx degli anni 1860. Fonda­
mentalmente, al momento di scrivere i Grundrisse, M arx
aveva pensato di dividere la sua Economia in sei libri,
di cui il primo doveva essere intitolato II capitale. Per
la critica dell’economia politica, pubblicato nel 18 5 9 , co_
stituiva la prima parte di questo libro e doveva essere
completata da una sezione su II capitale in generale. Il
lavoro di M arx a questa sezione fu interrotto nel 1860
10 2 IL PEN SIERO DI KARL M ARX P A R T E PR IM A

dalla polemica con Karl Vogt, e quando M arx riprese il


lavoro nel 18 6 1-6 3, scopri come al solito che disponeva
di un enorme manoscritto (circa tremila pagine stampa­
te) assolutamente impubblicabile. Esso era per lo più di
carattere storico e riguardava le precedenti teorie del
valore; venne infine pubblicato da Kautsky nel 19 0 5 col
titolo Teorie sul plusvalore, come libro IV del Capitale.
Dal 18 6 3 in poi M arx lavorò direttamente ai tre libri
del Capitale che vennero infine pubblicati4. Il libro I I I
fu scritto essenzialmente fra il 18 6 3 e il 18 6 5 , e quindi
prima della stesura finale del libro I. Per quanto riguar­
da i manoscritti del libro I I , M arx lavorò ad essi sia
prima che dopo la stesura finale del libro I. Così sebbene
sia stato terminato soltanto il libro I, ad esso dovevano
seguire i libri I I e I I I che rimasero incompleti sia nel
contenuto sia nella forma; e il tutto doveva essere se­
guito da altri libri.
L ’unica parte di questo immenso progetto che Marx
sia riuscito a terminare nella sua vita, il libro I del Ca­
pitale, comprende due parti ben distinte. I primi nove
capitoli sono di natura teorica estremamente astratta,
mentre il resto del libro contiene una descrizione, talora
estremamente brillante e interessante della genesi sto­
rica del capitalismo.
I primi nove capitoli contengono quelle che Marx
chiamò nella Introduzione del 18 5 7 «le determinazioni
generali astratte che come tali sono comuni più o meno
a tutte le forme di società » 5. Non è soltanto tale metodo
astratto che rende difficili questi capitoli; vi è anche lo
stampo hegeliano del libro. Nel suo Poscritto alla secon­
da edizione tedesca del libro, M arx spiegò che usava la
dialettica hegeliana di cui egli aveva scoperto il «noc­
ciolo razionale» entro il «guscio mistico» «rovescian­
d o la » 6. Nello stesso Poscritto disse di avere «perfino
civettato qua e là col modo di esprimersi che gli era pe­
culiare [a H egel]»7. Un terzo fattore che rende difficile
l ’inizio della lettura del Capitale è il fatto che i concetti
usati da M arx sono assolutamente familiari agli econo­
misti della metà del secolo x ix , ma in seguito furono
abbandonati dalle scuole economiche ortodosse. Dalla
18 6 0 -18 6 7 10 3

metà del x ix secolo in poi, gli economisti dell’Europa


occidentale e dell’America hanno infatti mostrato la ten­
denza a considerare come dato il sistema capitalistico;
a costruire modelli di esso, presupponendo la proprietà,
il profitto e un mercato più o meno libero; e a discutere il
funzionamento di questo modello concentrando la loro
attenzione in particolare sui prezzi. Questa scuola eco­
nomica « marginalista » non ha un concetto di valore
oltre al prezzo. Questo modo di procedere sembrò su­
perficiale a M arx per due motivi: prima di tutto egli lo
considerava superficiale nel senso letterale del termine, in
quanto era soltanto la descrizione di fenomeni che stavano
alla superficie della società capitalistica, senza un’analisi
del modo di produzione che li aveva generati. In secondo
luogo, questo modo di affrontare il problema dava per
scontato il sistema capitalistico mentre M arx voleva ana­
lizzare « la nascita, la vita e la morte di un dato organi­
smo sociale e la sua sostituzione da parte di un diverso
ordine superiore»8.
Per raggiungere questi due obiettivi, M arx si servi dei
concetti degli economisti «classici» che rappresentava­
no ancora gli strumenti di analisi economica generalmen­
te accettati, e li usò per arrivare a conclusioni molto di­
verse. Ricardo aveva fatto una distinzione tra valore
d’uso e valore di scambio. Il valore di scambio di un
oggetto prodotto era qualcosa di distinto dal suo prezzo
e consisteva nella quantità di lavoro incorporato nel­
l ’oggetto stesso, sebbene Ricardo ritenesse che di fatto
il prezzo tendeva ad avvicinarsi al valore di scambio.
Quindi, a differenza dalle analisi posteriori, il valore di
un oggetto era considerato determinato dalle condizioni
della produzione invece che dalla domanda. M arx uti­
lizzò questi concetti, ma, nel tentativo di dimostrare che
il capitalismo non era immutabile, bensì un sistema sto­
ricamente relativo di sfruttamento di classe, integrò la
concezione di Ricardo introducendo il concetto di plus­
valore. Il plusvalore fu definito come la differenza tra
il valore dei prodotti del lavoro e il costo necessario a
produrre quella forza lavoro, cioè il sostentamento del
lavoratore; infatti il valore di scambio della forza lavoro
10 4 I L PEN SIERO DI KARL M ARX P A R T E P R IM A

era uguale alla quantità di lavoro necessaria a riprodurre


quella forza lavoro, e generalmente questa era di molto
inferiore al valore di scambio dei prodotti di quella forza-
lavoro.
La parte teorica del libro I si può facilmente dividere
in tre sezioni. La prima è un rifacimento di Per la critica
dell’economia politica del 18 5 9 ed esamina le merci, in­
tese come oggetti esterni che soddisfano i bisogni del­
l ’uomo, e il loro valore. M arx stabilì due tipi di valore:
valore d’uso, cioè l’utilità di un oggetto, e valore di scam­
bio, determinato dalla quantità di lavoro incorporata nel­
l’oggetto. Il lavoro ha anche una duplice natura a seconda
che esso crei valori d ’uso o valori di scambio. Segue un
difficile paragrafo sulle forme di valore; e quindi Marx
conclude il primo capitolo con una descrizione della
merce come valore di scambio che egli definisce « carat­
tere dÀ feticcio della merce » 9. La sezione termina con un
capitolo sulla scambio e una descrizione del denaro come
mezzo di circolazione delle merci, espressione del loro
valore e misura universale del valore.
La seconda sezione è breve e riguarda la trasformazio­
ne del denaro in capitale. Prima dell’età capitalistica la
gente vendeva le merci per ottenere denaro con cui com­
perare altre merci. Nell’età capitalistica, invece di ven­
dere per comprare, la gente comperava per rivendere a
un prezzo maggiore: comperava merci col suo denaro per
aumentare, mediante tali merci, il suo denaro.
Nella terza sezione Marx introduce il suo concetto
chiave di plusvalore. Egli fa una distinzione tra capitale
costante che è «la parte del capitale che si converte in
mezzi di produzione, cioè in materia prima, materiali
ausiliari e mezzi di lavoro, e non cambia la propria gran­
dezza di valore nel processo di produzione» e capitale
variabile. Di quest’ultimo Marx dice: « ...la parte del
capitale convertita in forza-lavoro cambia il proprio va­
lore nel processo di produzione. Riproduce il proprio
equivalente e inoltre produce una eccedenza, il plusvalo­
re, che a sua volta può variare, può essere più grande o
piu piccolo » Un po’ più avanti Marx si sofferma sulla
natura di questo plusvalore:
1860-1867 105
All’operaio, il secondo periodo del processo lavorativo,
nel quale egli sgobba oltre i limiti del lavoro necessario, co­
sta certo lavoro, dispendio di forza-lavoro, ma per lui non
crea nessun valore. Esso crea plusvalore, che sorride al capi­
talista con tutto il fascino d’una creazione dal nulla. Chia­
mo tempo di lavoro soverchio questa parte della giornata la­
vorativa e plusldvoro (surplus labour) il lavoro speso in es­
so. Per conoscere il pluslavoro, è altrettanto decisivo inten­
derlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro so­
verchio, come pluslavoro semplicemente aggettivato, quan­
to è decisivo, per conoscere il valore in generale, intenderlo
come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro, come
semplice lavoro aggettivato. Solo informa in cui viene spre­
muto al produttore immediato, al lavoratore, questo plusla­
voro, distingue le formazioni economiche della società; per
es., la società della schiavitù da quella del lavoro salariato ".
Quindi il plusvalore poteva derivare soltanto dal capi­
tale variabile, non dal capitale costante, poiché soltanto il
lavoro creava valore. In termini molto semplici, il motivo
che faceva ritenere a Marx che il saggio del profitto sareb­
be diminuito era che, con l ’introduzione delle macchine,
sarebbe diminuito il tempo di lavoro e quindi sarebbe di­
minuito il plusvalore. Naturalmente le macchine avrebbe­
ro aumentato la produzione e i mercati coloniali avreb­
bero assorbito una parte del plusvalore, ma si trattava
solo di palliativi e alla fine la crisi era inevitabile.

Questi primi nove capitoli sono completati da un’ec­


cellente esposizione storica della genesi del capitalismo
che illustra meglio di ogni altro scritto di M arx il suo
modo di affrontare i problemi e il suo metodo. In parti­
colare M arx utilizzò in modo pionieristico le informazio­
ni statistiche ufficiali che si resero disponibili a partire
dalla metà del x ix secolo. M arx termina il libro I con
una sezione sull’accumulazione capitalistica che riprende
il tema trattato nella prima parte: la contraddizione tra
l ’estrazione del plusvalore e la crescente tendenza ad ac­
cumulare capitale sotto forma di macchine avrebbe por­
tato a un crollo del sistema capitalistico:
Con la diminuzione costante del numero dei magnati
del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi
5
10 6 I L PEN SIERO DI KARL M ARX P A R T E P R IM A

di questo processo di trasformazione, cresce la massa della


miseria, della pressione, dell’asservimento, della degene­
razione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione
della classe operaia che sempre più si ingrossa ed è disci­
plinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del
processo di produzione capitalistico. Il monopolio del ca­
pitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è
sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizza­
zione dei mezzi di produzione e la socializzazione del la­
voro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili
col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato.
Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica.
Gli espropriatori vengono espropriati12.
Il libro I I del Capitale è un lavoro eccellente, ma
molto meno interessante degli altri due libri per la sua
natura tecnica: tratta della circolazione del capitale e
del suo ruolo nella genesi delle crisi economiche. La pri­
ma parte del libro I I I si presenta con una stesura più o
meno definitiva, ma poi si interrompe senza una conclu­
sione. Inizia con una discussione sulla trasformazione del
plusvalore in profitto, e quindi, esamina i rapporti tra
valori e prezzi. Molti, leggendo il libro I si sono chiesti
come avveniva che, se i valori erano misurati in termini
di lavoro socialmente necessario, essi risultassero così
diversi dai prezzi di mercato. La sola risposta che Marx
dà a questo proposito è la dichiarazione che il valore co­
stituiva « il punto attorno al quale gravitano i prezzi...
e verso il quale si ristabilisce l ’equilibrio delle loro in­
cessanti oscillazioni sopra e sotto tale valore» 13. A que­
sto proposito egli dice anche: « In qualsiasi modo i prez­
zi delle diverse merci vengano all’inizio fissati o regolati
reciprocamente, il loro movimento è determinato dalla
legge del valore. I prezzi diminuiscono, quando dimi­
nuisce il tempo di lavoro necessario per la loro produ­
zione; aumentano quando questo tempo di lavoro au­
menta, tutte le altre circostanze rimanendo invariate» 14.
M arx espone quindi, con maggiori particolari che nel li­
bro I , la tendenza alla diminuzione del saggio del pro­
fitto. Questa legge viene così enunciata da M arx in modo
molto succinto:
18 6 0 -18 6 7 107
...in conseguenza della natura stessa della produzione ca­
pitalistica, e come una necessità logica del suo sviluppo, il
saggio generale medio del plusvalore deve esprimersi in
una diminuzione del saggio generale del profitto. Dato che
la massa di lavoro vivo impiegato diminuisce costante-
mente in rapporto alla massa di lavoro oggettivato da essa
messo in movimento (cioè ai mezzi di produzione consu­
mati produttivamente) anche la parte di questo lavoro
vivo che non è pagato e si oggettiva in plusvalore, dovrà
essere in proporzione costantemente decrescente rispetto
al valore del capitale complessivo impiegato. Questo rap­
porto fra la massa costituisce però il saggio del profitto
che dovrà per conseguenza diminuire costantementels.
M arx si occupa quindi dei fattori che possono rallen­
tare la caduta del saggio del profitto - principalmente
l ’aumento della produzione e del commercio estero - e
tenta di dimostrare che non sono altro che palliativi di
breve durata. Seguono due sezioni sul capitale produtti­
vo di interesse e sulla rendita fondiaria, e il volume ter­
mina con il capitolo sulle classi, drammaticamente in­
terrotto 16. I tre volumi delle Teorie sul plusvalore che
M arx considerava come libro IV del Capitale, sono me­
no eccezionali degli altri tre libri. Comprendono essen­
zialmente passi tratti dagli economisti classici e dai loro
discepoli inframmezzati da commenti. Nel primo volu­
me Marx si occupa dei fisiocratici e di Adam Smith; nel
secondo esamina l ’opera di Ricardo valutandone i me­
riti teorici; e nel terzo si occupa dei seguaci socialisti di
Ricardo che dalle sue dottrine avevano sviluppato il con­
cetto di sfruttamento.
Cosi gli scritti economici di M arx degli anni 1860 so­
no incompleti. La cattiva salute, l ’impegno dell’attività
politica o, forse, soltanto l ’enormità del compito che si
era proposto, gli permisero di portare a compimento so­
lo un frammento del suo progetto originario.

1 k . marx e f . en gels , Carteggio, 6 voli., Rinascita, Roma 1950-


1953, voi. IV , p. 102.
2 b . NiKOLAEvsiuj e o. maenchen -h elfen , Karl Marx. L a vita
e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 289.
io 8 I L PEN SIERO DI KARL M A RX P A R T E P R IM A

3 marx e engels , C arteggio cit., voi. V, p. 50.


4 Questi comprendono un importante frammento intitolato R i­
sultati d e l processo d i p rod u zion e im m ediato che era destinato
in origine al libro I, ma rimase inedito fino agli anni 1930; in
Italia è stato pubblicato col titolo I I capitale: lib ro I , capito­
lo V I in ed ito , La Nuova Italia, Firenze 1969. Due passi di que­
sto manoscritto sono citati nella parte I I , cap. I, pp. 139-40.
5 K. m arx , I l capitale, 3 voli., Editori Riuniti, Roma 19685,
voi. I, p. 45.
6 id .,L in ea m en ti fond am entali d ella critica d e ll’econom ia p o li­
tica, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 36.
7 I b id ., p. 44.
8 Ib id .
9 I b id ., pp. 103 sgg.
10 I b id ., p. 242.
11 I b id ., p. 230.
a I b id ., pp. 825-26.
13 I b id ., voi. I l i , p. 220.
14 Ib id ., p. 219.
15 Ib id ., p. 261.
16 Cfr. il passo a pp. 191-92.

Nota bibliografica.
g. d. h . cole, A Hisfory of Socialist Thought, v o i. I I , Lon d on
1 9 6 1 , cap. XI [trad. it. Storia del pensiero socialista, vo i. I I :
Marxismo e anarchismo, Laterza, B a ri 19 6 7 ].
- The Meaning of Marxism, A n n A rb o r 19 6 4 , capp. v i n e ix .
m . dobb, Marx as an Economìst, L o n d o n 19 4 3 .
r . garaudy, Karl Marx, P aris 19 6 4 , parte I I I .
d. horowitz (a cura di), Marx and Modern Economics, Lon d on
19 6 8 .
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L o n d o n 19 7 2 .
e . mandel, An Introduction to Marxist Economie Theory, N e w
Y o r k 19 6 9 .
M. m o rish im a , Marx’s Economics, Cam bridge 19 7 3 .
j. Schum peter , Capitalism, Socialism and Democracy, L on d on
19 4 3 , cap. i h [trad. it. Capitalismo, socialismo, democrazia,
E ta s K o m p ass, M ilan o 19 6 7 3].
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p. sloan, Marx and thè Orthodox Economists, O x fo rd 19 7 3 .
1. zeitlin , Marxism: A Re-examination, N e w Y o r k 19 6 7 .
Capitolo ottavo

A.
SCRITTI

Indirizzo inaugurale e statuti provvisori dell’Associa­


zione internazionale degli operai [Address and Pro­
visionai Rules of thè Working Men’s International
Association], 1864.
Due Indirizzi sidla guerra franco-prussiana, 18 70 .
Indirizzo sulla guerra civile in Francia, 18 7 1.
Appunti sul libro di Bakunin «Stato e anarchia»,
18 75 .
Crìtica del programma di Gotha, 18 7 5 .
Lettera circolare ai capi del partito socialdemocratico
tedesco, 18 79.
Lettera a Vera Zasulic, 18 8 1.
Prefazione alla seconda edizione russa del Manifesto
del partito comunista, 1882.

B.
BIOGRAFIA

G li scritti di M arx negli ultimi quindici anni della sua


vita sono essenzialmente politici, in seguito alla sua par­
tecipazione all’Internazionale e allo sviluppo dei partiti
socialisti. Nel 1864 M arx fu invitato a una riunione in­
ternazionale tenutasi alla St M artin’s H all di Londra;
in tale occasione fu deciso di fondare un’Associazione
internazionale degli operai di cui M arx stese gli statuti
n o IL PEN SIERO DI KARL M A R X P A R T E P R IM A

e {'Indirizzo inaugurale. Negli anni seguenti M arx con­


tinuò ad essere la figura più importante dell’Internazio­
nale e l ’autore delle varie dichiarazioni sui movimenti
del continente (soprattutto in opposizione alla concezio­
ne di Lassalle di un’associazione degli operai finanziata
dallo stato), sull’indipendenza della Polonia quale ba­
luardo contro la barbarie russa, sull’appoggio al governo
nazionale irlandese, sulla riduzione della giornata lavo­
rativa, sul passaggio alla proprietà comune della terra,
ecc. Questo lavoro occupò la maggior parte del tempo
di cui M arx disponeva. Nel 18 6 5 egli scrisse: «Accanto
al lavoro del libro [cioè II capitale] la International As-
sociation mi porta via una quantità enorme di tempo
perché sono infact lo head della faccenda»1. Tuttavia,
fin dal 18 7 0 si cominciò a manifestare la spaccatura del­
l ’Internazionale provocata dai seguaci dell’anarchico rus­
so Bakunin. Coerenti con la loro dottrina, i seguaci di
Bakunin si opponevano a qualsiasi forma di stato, anche
uno stato operaio rivoluzionario, chiedevano l’uguaglian­
za delle classi e proponevano metodi di cospirazione per
raggiungere questi scopi.
L ’avvenimento politico più importante della vita del­
l’Internazionale fu la guerra franco-prussiana e le sue
conseguenze. La stabilità di cui aveva goduto l ’Europa
dopo le rivoluzioni del 1848 venne turbata dalla politica
espansionistica della Prussia sotto il «cancelliere di fer­
ro» Bismarck. Nel 1866 la Prussia sconfisse l ’Austria
con una guerra lampo e proclamò un impero tedesco uni­
ficato escludendo l’Austria. Nel 18 7 0 Bismarck provocò
una guerra con la Francia in cui sconfisse con estrema
rapidità e fece prigioniero l ’imperatore Luigi Napoleone.
A nome del Consiglio generale dell’Internazionale M arx
pubblicò tre indirizzi sulla guerra: il primo sosteneva
brevemente la tesi che da parte tedesca la guerra era
una guerra difensiva e che una sconfitta della Francia
avrebbe provocato in Francia una rivoluzione; il secon­
do criticava la Prussia perché continuava la guerra an­
che dopo la sconfitta di Napoleone, dichiarava che l’an­
nessione dell’Alsazia e della Lorena da parte della Prus­
sia non faceva che gettare i semi di nuove guerre e infine
18 6 4-18 8 2 Ili

spingeva gli operai di Parigi ad appoggiare il governo


provvisorio costituito alla sconfitta di Napoleone. Il
terzo indirizzo, notevolmente più lungo degli altri, inti­
tolato La guerra civile in Francia, fu scritto subito do­
po la sanguinosa repressione della rivolta degli operai
di Parigi contro il governo provvisorio, nota come la
Comune di Parigi. V i sono due stesure precedenti di
questo indirizzo.
Nel 18 7 2 il dissidio con Bakunin all’interno dell’In ­
ternazionale era divenuto cosi grave che M arx fu co­
stretto a sciogliere l ’Associazione proponendo il trasfe­
rimento della sede a N ew York.
Negli ultimi dieci anni della sua vita, M arx fu troppo
malato per scrivere nuovi libri. Dedicò il suo tempo a
prendere appunti sulle sue letture ancora molto nume­
rose, e alla sua vasta corrispondenza. La situazione eco­
nomica della famiglia M arx era notevolmente migliora­
ta dalla metà degli anni 1860 in poi: Engels venne a vi­
vere a Londra e assegnò a M arx una rendita annua, che
permise alla sua famiglia di trasferirsi in una casa più
grande a Haverstock Hill. Negli anni 18 7 0 , oltre a lavo­
rare alla seconda edizione del Capitale e alla sua tradu­
zione francese, M arx tracciò una critica dettagliata del
primo programma comune dei socialisti tedeschi che si
riunirono a Gotha nel 18 7 5 in un congresso che unificò
l ’ala lassalliana col partito di Eisenach capeggiato da
Liebknecht e Bebel. Queste critiche furono pubblicate
da Engels nel 18 9 1 col titolo Crìtica del programma di
Gotha. Specialmente nei suoi ultimi anni M arx cominciò
ad interessarsi molto alla Russia e fra la corrispondenza
dell’ultimo periodo della sua vita vi sono lettere in cui
si trova una equilibrata valutazione delle possibilità del­
la Russia di superare lo stadio di sviluppo capitalistico
e di fondare il comuniSmo sulle cooperative contadine
esistenti.
Nel 18 8 1 mori la moglie di M arx, Jenny. Egli non si
riprese mai da questo colpo e mori due anni dopo nel
marzo 18 8 3.
1 12 I L PEN SIERO DI KARL M A RX P A R TE P R IM A

C.
COMMENTO

M arx iniziò il suo Indirizzo inaugurale con l’afferma­


zione controversa che «è un fatto innegabile che la mi­
seria della classe operaia dal 18 48 al 1864 non è dimi­
nuita», e cercò di dimostrarla col materiale che in se­
guito avrebbe utilizzato nel Capitale. Questa situazione
tragica era stata un po’ migliorata dalla legge delle dieci
ore è dal movimento cooperativistico. L ’Internazionale
era stata fondata per proseguire questa battaglia sia in­
coraggiando gli operai di diversi paesi ad appoggiare re­
ciprocamente le proprie lotte, sia rivendicando «le sem­
plici leggi della morale e del diritto» nei rapporti tra
le nazioni. Nella prefazione agli statuti generali, M arx
dichiarò che « l ’emancipazione della classe operaia deve
essere l ’opera della classe operaia stessa » e che essa com­
porta « l’abolizione di ogni dominio di classe». Inoltre,
la soggezione economica del lavoratore costituisce la ba­
se della servitù in tutte le sue forme e di conseguenza
« l’emancipazione economica della classe operaia è il gran­
de scopo cui deve essere subordinato, come mezzo, ogni
movimento politico»2. M arx incluse anche alcune frasi
sulla verità, sulla giustizia, sul diritto e sul dovere per
compiacere i membri del comitato incaricato di redigere
il documento, ma fece sapere a Engels che queste frasi
erano «collocate in modo tale che non possono recare nes­
sun danno»3. La conferenza dell’Internazionale tenutasi
a Londra nel 18 7 1 rafforzò la richiesta di un’azione indi-
pendente degli operai includendo negli statuti l ’afferma­
zione che «il proletariato può agire come classe solo or­
ganizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone
a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti»4.
Nel Primo indirizzo preparato da Marx per il Consi­
glio generale dell’Internazionale sulla guerra franco-prus­
siana, egli sostenne che da parte della Germania si trat­
tava di una guerra difensiva, ma ammoni gli operai tede­
1864-1882 ii3
schi a non permettere alla guerra di perdere il suo carat­
tere puramente difensivo. Nel Secondo indirizzo, scritto
dopo la vittoria della Prussia, M arx ribadì che la richie­
sta prussiana di annessione dell’Alsazia e della Lorena
«porterebbe sempre in sé il germe di nuove gu erre»5,
e mise in dubbio che la repubblica appena proclamata in
Francia potesse essere qualcosa di più di un governo
tappabuchi. Il terzo degli indirizzi del Consiglio gene­
rale fu intitolato La guerra civile in Francia. M arx iniziò
con una lunga e ironica biografia di Thiers, capo del go­
verno provvisorio rifugiatosi a Versailles dopo la costi­
tuzione della Comune a Parigi. Proseguì confrontando
l ’ordine e la clemenza della Comune con le atrocità com­
messe dal governo di Versailles e si chiese: «Che cos’è
la Comune, questa sfinge che mette a così dura prova
l’intelligenza dei borghesi? » \ Rispose con l’affermazio­
ne del Comitato centrale della Comune che « i proletari
di Parigi... hanno compreso che è loro imperioso dovere
e loro diritto assoluto rendersi padroni dei loro propri
destini, impossessandosi del potere governativo » 7. M arx
proseguì: « L a classe operaia non può mettere semplice-
mente la mano sulla macchina dello stato bella e pron­
ta » 8 ed esaminò per esteso lo sviluppo storico del potere
centralizzato dello stato dai giorni della monarchia as­
soluta fino alla fine del Secondo Impero. Concluse af­
fermando che la Comune fu « l ’antitesi diretta dell’im­
pero» in quanto fu la forma positiva della repubblica
a cui si aspirava con la rivoluzione del febbraio 1848.
Essa dimostrò il suo diritto ad essere riconosciuta come
tale occupandosi risolutamente di tutte le caratteristiche
dello Stato borghese moderno: esercito, polizia, burocra­
zia, clero e magistratura; l ’esercito permanente fu sosti­
tuito dal popolo armato; tutte le chiese vennero sciolte
ed espropriate, l ’istruzione fu resa accessibile a tutti; co­
me tutti gli altri pubblici funzionari i magistrati e i giu­
dici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili.
Così M arx descrisse sinteticamente l ’amministrazione:
La Comune fu composta dei consiglieri municipali, elet­
ti a suffragio universale, nei diversi mandamenti di Parigi,
1 X4 I L PEN SIERO DI K A R L M A RX P A R T E P R IM A

ed essi furono responsabili e revocabili in qualunque mo­


mento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmen­
te operai, o rappresentanti riconosciuti della classe ope­
raia. La Comune non doveva essere un organismo parla­
mentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso
tempo. Invece di continuare ad essere agente del governo
centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue
attribuzioni politiche e trasformata in strumento respon­
sabile e sempre revocabile della Comune. Lo stesso venne
fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell’ammi­
nistrazione. Dai membri della Comune in giu, il servizio
pubblico doveva essere compiuto per salari di operai. I
benefici di esso e le indennità di rappresentanza degli
alti dignitari dello stato scomparirono insieme coi digni­
tari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere pro­
prietà delle creature del governo centrale. Non solo l’am­
ministrazione municipale, ma tutte le iniziative già appar­
tenenti allo stato passarono nelle mani della Comune9.
M arx esaminò quindi la Comune come modello per
l ’organizzazione politica di tutta la Francia. Usò qui il
condizionale poiché queste idee non poterono essere rea­
lizzate. La Comune avrebbe dovuto rappresentare la for­
ma di governo locale dai grandi centri industriali fino
al piu piccolo villaggio. Le comuni rurali di ogni distret­
to avrebbero dovuto governare mediante un’assemblea
di delegati con sede nel capoluogo; queste assemblee di­
strettuali avrebbero dovuto inviare dei rappresentanti
alla delegazione nazionale a Parigi; e ogni delegato, sia
a livello locale che nazionale, sarebbe stato legato dal
mandato ufficiale dei suoi elettori e revocabile in qual­
siasi momento. M arx proseguì: « L e poche ma impor­
tanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un go­
verno centrale, non sarebbero state soppresse,... ma
adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamen­
te responsabili » 10. L ’unità della nazione non doveva es­
sere spezzata, ma lo stato non sarebbe stato più una for­
ma parassitaria poiché le sue funzioni legittime sareb­
bero state restituite agli agenti responsabili della società.
Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale
membro della classe dominante doveva misrepresent [«mal
rappresentare», tradire] il popolo nel Parlamento, il suf­
1864-1882 , ii5
fragio universale doveva servire al popolo costituito in
comuni, cosi come il suffragio universale serve ad ogni al­
tro imprenditore privato per cercare gli operai e gli orga­
nizzatori della sua azienda. Ed è abbastanza noto che le
associazioni di affari, come gli imprenditori singoli, quan­
do si tratta di veri affari, sanno generalmente come mette­
re in ogni posto l’uomo adatto, e se fanno un errore nella
scelta, sanno rapidamente correggerlo. D ’altra parte, nulla
poteva essere più contrario allo spirito della Comune, che
di mettere al posto del suffragio una investitura gerar­
chica 11.
La Comune di Parigi non doveva essere confusa con
i comuni medievali, perché essa aveva spezzato il potere
dello stato, mentre i comuni medievali ne erano divenuti
il fondamento. Né la Comune doveva venire associata
con la vecchia (ed essenzialmente reazionaria) lotta con­
tro la centralizzazione dello stato. La Comune era:
... essenzialmente un governo della classe operaia, il pro­
dotto della lotta della classe dei produttori contro la classe
degli accaparratori, la forma politica finalmente scoperta
nella quale si poteva compiere l’emancipazione del la­
voro 12.
D ’altra parte l ’atteggiamento della Comune era spe­
rimentale e non-dottrinario:
La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune.
Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par décret
du peuple [per decreto del popolo]. Sa che per realizzare
la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più
alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per il
suo stesso sviluppo economico, dovrà passare per lunghe
lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno
le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da
realizzare degli ideali, ma da liberare gli elementi della
nuova società, di cui è gravida la vecchia e cadente società
borghese '3.
M arx prosegui descrivendo i rapporti della Comune
con gli altri gruppi sociali. Le classi medie appoggiava­
no con entusiasmo la Comune poiché l ’Impero le aveva
rovinate economicamente, soppresse politicamente e scan­
dalizzate moralmente. Per i contadini la Comune avreb­
n 6 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R TE P R IM A

be alleviato il peso delle imposte ed eliminato la tiran­


nia della burocrazia locale. Oltre a rappresentare tutti
gli « elementi sani » della società francese, la Comune fu
nello stesso tempo «internazionale nel vero senso della
parola», poiché comprendeva tedeschi e polacchi fra i
suoi funzionari.
Passando ai provvedimenti presi dalla Comune, Marx
affermò che la grande misura sociale della Comune fu la
sua stessa operosa esistenza; le singole misure da essa
approvate - l’abolizione del lavoro notturno dei panet­
tieri, la proibizione della pratica di ridurre i salari impo­
nendo multe arbitrarie, la consegna alle associazioni ope­
raie di tutte le fabbriche chiuse, e vari attacchi moderati
all’eccessiva proprietà privata — erano proprie di un go­
verno del popolo per il popolo. Naturalmente penetra­
rono nella Comune anche elementi indesiderabili, ma
fu sorprendente la diminuzione generale della crimina­
lità.
Il resto dell’Indirizzo esponeva l’ipocrisia del governo
di Versailles e le crudeltà commesse quando entrò a Pa­
rigi.
Sebbene i commenti di Marx sull’unico governo della
classe operaia del suo tempo siano di grandissimo inte­
resse, è ancora una questione aperta fino a che punto
Marx approvasse la Comune di Parigi. Certamente, do­
po la sanguinosa sconfitta della Comune, l’atmosfera non
era tale da permettere delle critiche. Le stesure precedenti
del suo Indirizzo erano più reticenti ed Engels scrisse in
seguito: « I l fatto che nella Guerra civile le tendenze in­
conscie della Comune venissero esposte a suo vantaggio
come progetti più o meno consapevoli era giustificato e
perfino necessario date le circostanze». In realtà Marx
arrivò a dire più tardi che la Comune «non era sociali­
sta, né avrebbe potuto esserlo»14.
La Critica del programma di Gotha di Marx era com­
posta di annotazioni a margine e conteneva due punti
principali: la critica alle proposte del Programma rela­
tive alla distribuzione del prodotto nazionale e la criti­
ca della sua concezione dello stato. Per quanto riguarda
il primo punto, Marx si opponeva al tentativo di rein-
1864-1882 ii7
tradurre nel partito «dogmi concetti, che in un certo
momento avevano un senso, ma ora sono diventati rigat­
teria di frasi antiquate»15. M arx non giudicava molto
rivoluzionaria la dichiarazione iniziale che il reddito del
lavoro apparteneva a tutti i membri della società poiché
si tratta di una frase che è stata « sostenuta in ogni tem­
po dai difensori del regime sociale di volta in volta esi­
stente » 16. Inoltre egli criticava il Programma perché non
attaccava i proprietari terrieri insieme ai capitalisti. Il
discorso sulla «giusta distribuzione» e sull’«ugual dirit­
to» era vago; le proposte che i lavoratori ricevessero il
«reddito integrale del loro lavoro» trascuravano com­
pletamente le spese necessarie per sostituire i mezzi di
produzione consumati, l ’amministrazione dei servizi so­
ciali, l’assistenza ai poveri, ecc. Nella futura società co­
munista l ’espressione «reddito del lavoro» non avrebbe
avuto nessun significato, poiché
All’interno della società collettivista, fondata sulla pro­
prietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non
scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasfor­
mato in prodotti appare qui come valore di questi pro­
dotti, come una proprietà oggettiva da essi posseduta, poi­
ché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori
individuali non esistono più come parti costitutive del
lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma
in modo diretto17.
M arx forniva quindi una descrizione della distribu­
zione del prodotto sociale nella prima fase della società
comunista «come emerge dalla società capitalistica; che
porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, mo­
rale, spirituale, le "macchie” della vecchia società dal
cui seno essa è u scita» 1S. In questa società il singolo pro­
duttore
riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha
prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro
per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal
fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il la­
voro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli
ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra19.
Il8 I L PEN SIERO DI KARL M A RX P A R TE P R IM A

Naturalmente, proseguiva M arx, questa uguaglianza


era in effetti disuguale. La misurazione era fatta con una
misura uguale, il lavoro, mentre la produttività degli uo­
mini, la loro situazione familiare, ecc. non erano le stes­
se, e quindi sarebbe sorta una diseguaglianza.
Ma questi inconvenienti - continuava Marx in un passo
famoso - sono inevitabili nella prima fase della società
comunista, quale è uscita, dopo i lunghi travagli del par­
to, dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai
più elevato della configurazione economica e dello svilup­
po culturale, da essa condizionato, della società.
In una fase più elevata della società comunista, dopo
che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli indi­
vidui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto
fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non
è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo biso­
gno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli
individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte
le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la
loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico bor­
ghese può essere superato, e la società può scrivere sulle
sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno
secondo i suoi bisogni! ” .

M arx riassunse le sue critiche di questa parte del Pro­


gramma dicendo:
Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi
(e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal
socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la
distribuzione come indipendente dal modo di produzione,
e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che
si muova principalmente sul perno della distribuzione. Do­
po che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in
chiaro, perché ritornare indietro? ” .

La seconda critica fondamentale di M arx riguardava


il paragrafo in cui il Programma auspicava un «libero
stato » e l ’« abolizione del sistema del salario con la legge
bronzea del salario». M arx replicava che il salario non
era il valore del lavoro, ma il valore della forza lavoro.
Da ciò risultava chiaro che:
1864-1882 ii9

tutto il sistema di produzione capitalistico muove attorno


al problema di prolungare questo lavoro gratuito prolun­
gando la giornata di lavoro o sviluppando la produttività,
cioè con una maggiore tensione della forza-lavoro, ecc.;
che dunque il sistema del lavoro salariato è un sistema di
schiavitù, e di una schiavitù che diventa sempre più dura
nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali
del lavoro, tanto se l ’operaio è pagato meglio, quanto se
è pagato peggio22.
La soluzione del problema fornita dal Programma era
sbagliata come lo era la sua formulazione: cooperative
di produzione con l ’aiuto statale invece della trasforma­
zione rivoluzionaria della società.
Riferendosi alla proposta di un «libero stato» Marx
dichiarò decisamente che questo non poteva rappresen­
tare uno scopo per operai degni di essere chiamati «so­
cialisti». M arx si pose il problema: «quale trasforma­
zione subirà lo stato in una società comunista? In al­
tre parole: quali funzioni sociali rimarranno ancora in
vita, che siano analoghe alle attuali funzioni dello sta­
to? » Egli non rispose specificamente a questo interro­
gativo, ma disse:
Tra la società capitalistica e la società comunista vi è
il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nel­
l’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di
transizione, il cui stato non può essere altro che la ditta­
tura rivoluzionaria del proletariato a.
Di fatto, secondo M arx, il Programma non conteneva
nient’altro che la «litania democratica nota in tutto il
m ondo»24: suffragio universale, legislazione democrati­
ca, diritto del popolo, milizia popolare, ecc., molti dei
quali erano stati realizzati in repubbliche borghesi pro­
gressive.
Negli ultimi anni della sua vita M arx rivolse l ’atten­
zione in modo particolare alle prospettive di una rivo­
luzione sociale in Russia. L ’emancipazione dei servi era
avvenuta nel 1 8 6 1 , e sebbene la repressione della rivolta
polacca del 1863 avesse soffocato momentaneamente le
sue speranze, aumentarono i contatti di M arx con la Rus­
sia e crebbe il suo ottimismo. Il russo fu la prima lingua
120 I L PEN SIERO DI K A R L M A R X P A R TE P R IM A

in cui venne tradotto il Capitale. Nondimeno il suo at­


teggiamento riguardo alle possibilità di una rivoluzione
russa era duplice. Nella sua risposta del 1 877 a Michaj-
lovskij, un populista russo che aveva rimproverato a
M arx di avere una visione fatalistica della storia, M arx
scrisse:
quale applicazione al caso della Russia il mio critico pote­
va dedurre dal mio schizzo storico? Solo questa: se la Rus­
sia aspira a diventare una nazione capitalistica alla stessa
stregua delle nazioni dell’Europa occidentale, e negli ul­
timi anni si è data un gran daffare in questo senso, essa
non lo potrà senza prima aver trasformato buona parte dei
suoi contadini in proletari: dopo di che, presa nel turbine
del sistema capitalistico, ne subirà, come le altre nazioni
profane, le leggi inesorabili

Quattro anni dopo, nella lettera a Vera Zasulic, M arx


disse:
l’analisi data nel Capitale non fornisce ragioni né prò né
contro la vitalità della comune rurale; ma lo studio appo­
sito che ne ho fatto, e di cui ho cercato i materiali nelle
fonti originali, mi ha convinto che la comune è il punto
d’appoggio della rigenerazione sociale in Russia. Tuttavia,
perché essa possa funzionare come tale, occorrerebbe pri­
ma eliminare le influenze deleterie che l’assalgono da tut­
te le parti, poi assicurarle condizioni normali di sviluppo
organico26.
In uno degli abbozzi preliminari a questa lettera,
Marx si spinse ancora oltre:
Per salvare la comune russa, occorre una rivoluzione rus­
sa. Del resto, il governo e «le nuove colonne sociali» fanno
del loro meglio per preparare le masse alla catastrofe. Se
la rivoluzione scoppierà al tempo opportuno, se Yintelli-
gencija concentrerà tutte le forze «vive del paese» nel-
l’assicurare alla comune agricola un libero spiegamento,
allora la comune ben presto evolverà come elemento di
rigenerazione della società russa e, insieme, di superiorità
sui paesi ancora asserviti dal regime capitalistico21.

Questo punto di vista fu ribadito nell’ultimo scritto


pubblicato di M arx, la Prefazione del 1882 alla secon­
1864-X882 121

da edizione russa del Manifesto del partito comunista, in


cui M arx dichiarò che «se la rivoluzione russa diverrà
il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in
modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda,
allora l ’odierna proprietà comune della terra in Russia
potrà servire come punto di partenza ad uno sviluppo
in senso com unistico»28.

1 k . marx e f . engels , C arteggio, 6 voli., Rinascita, Roma 1950-


1953, voi. IV , p. 317 .
2 Statuti generali d e ll’A ssociazione internazionale d e g li operai,
in k . marx , Scritti scelti, 2 voli., Edizioni in lingue estere, Mo­
sca 1944, voi. II, p. 389.
3 Marx a Engels, 4 novembre 1864 (in marx , S critti scelti cit.,
voi. II, p. 525).
4 Statuti generali d e ll’A ssociazione internazionale d eg li operai
cit., p. 391.
5 Seco n d o indirizzo d e l C on siglio generale sulla guerra franco­
prussiana, in marx , Sc ritti scelti cit., voi. I I , p. 414.
6 In d iriz z o d e l C o n s i li o generale d e ll’A ssociazion e internazio­
nale d eg li operai su lla gu erra c iv ile in Fran cia, in marx , Scritti
scelti cit., voi. II, p. 437.
7 I b id .
8 I b id .
9 I b id ., p. 440.
10 I b id ., p. 441.
11 I b id .
12 I b id ., p. 443.
13 I b id ., p. 444.
14 K. marx e f . engels , S e le c te d C orrespon d en ce, London Z934,
p. 338 (in seguito verrà citato come M E S C ).
15 k . marx , C ritica d e l program m a d i G o th a , in k . marx e f . en­
g els , I l partito e l ’Intern azion ale, Edizioni Rinascita, Roma
1948, p. 232.
14 I b id ., p. 226.
17 I b id ., p. 230.
18 I b id .
19 I b id ., pp. 230-31.
20 I b id ., p. 232.
21 I b id ., p. 233.
12 2 IL PENSIERO DI K A R L M A R X P A R TE P R IM A

22 I b id ., p. 2 3 7 .
23 I b id ., p. 240.
24 Ib id .
25 k . marx e f . en gels , In d ia , C ina, R u ssia , I l Saggiatore, M ilan o
i9 6 0 , p. 2 3 3 .
26 I b id ., p . 2 3 7 .
27 I b id ., p. 244.
28 I b id ., p . 246.

N ota bibliografica.

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b . wolfe , M a rxism : 10 0 Y ea rs in th è L ife o f a D octrin e, Lon don
19 6 7 .
Parte seconda
Capitolo primo
L ’alienazione

A.
C O M M EN TO

Il concetto di alienazione di M arx derivava diretta-


mente da Hegel sebbene le sue radici fossero antece­
denti. Per Hegel la realtà era lo Spirito, che realizzava
se stesso e solo in un momento successivo percepiva
questo mondo come sua creazione. Lo Spirito, che esi­
steva soltanto nella sua azione produttiva e per mezzo
di essa, prendeva coscienza gradualmente della sua estra­
niazione o alienazione. Per Hegel, l ’alienazione consiste­
va in questa incapacità di comprendere che il mondo non
era esterno allo Spirito. L ’alienazione sarebbe quindi
cessata nel momento in cui gli uomini avessero capito
che il loro ambiente e la loro cultura erano creazioni
dello Spirito. Quando gli uomini avessero capito questo
sarebbero stati liberi, e tale libertà era il fine della sto­
ria. M arx riassunse nel modo seguente quella che rite­
neva fosse la posizione di Hegel:
L ’essere umano, l’uomo, è equiparato in Hegel all’auto­
coscienza. Ogni estraniazione dell’essere umano è quindi
null’altro che estraniazione dell’autocoscienza. L ’estrania­
zione dell’autocoscienza non vale come espressione, come
espressione riflettentesi nel sapere e nel pensiero, della
estraniazione reale dell’essere umano. L ’estraniazione ef­
fettiva, che appare come reale, è anzi, secondo la sua più
intima e nascosta essenza - messa in luce soltanto dalla
filosofia - , null’altro che l’apparenza [il fenomeno] dell’e­
straniazione dell’essere umano reale, dell’autocoscienza1.
La critica principale che M arx mosse a Hegel era che
l ’alienazione non sarebbe cessata con l ’ipotetica aboli­
zione del mondo esterno. Il mondo esterno, secondo
126 I L P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

M arx, faceva parte della natura dell’uomo e il punto es­


senziale era stabilire l’esatto rapporto tra l ’uomo e il suo
ambiente.
L ’essere oggettivo - scrisse Marx - opera oggettivamen­
te; né opererebbe oggettivamente, se l’oggettività non si
trovasse nella determinazione del suo essere. Crea, pone
solo oggetti, perché è posto da oggetti, perché è origina­
riamente natura. Dunque nell’atto del porre esso non pas­
sa dalla sua «attività pura» ad una creazione àz\Yoggetto,
ma il suo prodotto oggettivo non fa che confermare la sua
attività oggettiva, la sua attività come attività di un es­
sere naturale oggettivo2.
Marx rifiutava quindi il concetto di Spirito e sosti­
tuiva l ’ipotetica contrapposizione tra questo e il mondo
esterno con la contrapposizione tra l ’uomo e il suo esse­
re sociale.
Specialmente nei suoi primi scritti M arx esamina pa­
recchi tipi di alienazione, passando, nel rapido processo
di secolarizzazione comune al pensiero di tutti i giovani
hegeliani, dall’alienazione religiosa all’alienazione filoso­
fica, politica e infine economica. Quest’ultima era con­
siderata fondamentale da M arx in quanto il lavoro era
l’attività fondamentale dell’uomo. L ’idea ricorrente in.
tutti i campi era che l ’uomo aveva perduto, in favore di
qualcuno o di qualcosa, ciò che era essenziale alla sua
natura - soprattutto il controllo delle proprie attività,
l ’èssere il soggetto del processo storico. Nelle diverse
forme di alienazione qualche entità diversa si era appro­
priata di ciò che era proprio dell’uomo.
Nella religione, per esempio, era Dio che aveva usur­
pato il posto dell’uomo; la religione assolveva alla du­
plice funzione di compensazione delle sofferenze e di
proiezione dei piu profondi desideri dell’uomo. La re­
ligione era «la realizzazione fantastica dell’essenza uma­
na, poiché l ’essenza umana non possiede una realtà ve­
r a » 3. La conclusione di M arx era: «Elim inare la religio­
ne in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esi­
gerne la felicità reale. L ’esigenza di abbandonare le illu­
sioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare
una condizione che ha bisogno di illusioni»4.
L ’ALIEN A ZIO N E 12 7
Anche la filosofìa (e qui M arx aveva in mente la filo­
sofia di Hegel in particolare) poteva essere una forma
di alienazione. La filosofia speculativa riduceva la storia
e l’uomo a un processo mentale, e, ponendo l’Idea al
posto di Dio, non era meglio di una teologia laicizzata.
M arx disse che in Hegel « l’appropriazione delle forze
sostanziali umane, diventate oggetti, e oggetti stranieri,
è dunque primieramente solo un’appropriazione che ac­
cade nella coscienza, nel puro pensiero, cioè nell’astra­
zione » 5.
M arx applicò la stessa analisi all’alienazione politica:
lo stato aveva le qualità proprie della natura umana, ma
nello stesso tempo privava l ’uomo della possibilità di
realizzarle:
La costituzione politica fu sino ad ora la sfera religiosa,
la religione della vita del popolo, il cielo della sua univer­
salità rispetto all’esistenza terrestre della sua realtà. La
sfera politica fu la sola sfera politica nello stato, l’unica sfe­
ra in cui il contenuto fu generico come la forma, fu il
vero universale, ma al contempo in tal modo che, con l’op­
porsi di questa sfera alle altre, il suo contenuto divenne
anch’esso un contenuto formale e particolare. La vita poli­
tica nel senso moderno è lo scolasticismo della vita del
popolo. La monarchia è l’espressione compiuta di questa
alienazione. La repubblica è la negazione della medesima
dentro la sua propria sfera6.I
I passi in cui M arx parla di piu dell’alienazione si
trovano nei Manoscritti di Parigi, nei quali applicò per
la prima volta tale concetto all’economia. Nella parte sul
«lavoro alienato» M arx distinse quattro aspetti della
situazione alienata dell’operaio nel capitalismo.
L ’operaio - scrisse Marx - sta in rapporto al prodotto
del suo lavoro come ad un oggetto estraneo... L ’oggetto
che egli produce non gli appartiene, lo domina e serve solo
ad aumentare la sua miseria... L ’alienazione non si mostra
solo nel risultato bensì anche nell’atto della produzione,
dentro la stessa attività producente... L ’operaio non si
sente a proprio agio nel suo lavoro che vede soltanto co­
me un mezzo per soddisfare bisogni esterni ad esso... Es­
so è un’attività rivolta contro di lui, indipendente da lui
128 IL P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

e che non gli appartiene..-. In terzo luogo, il lavoro alienato


aliena l’uomo al suo genere... La vita generica, la vita pro­
duttiva, la vita generante la vita diventano soltanto un
mezzo per conservare l’esistenza individuale dell’operaio e
l’uomo è alienato agli altri uomini... Infine la natura stes­
sa è alienata all’uomo che perde cosi il proprio corpo inor­
ganico 7.
Sebbene i passi precedenti si riferiscano agli operai,
che sono la parte piu ovviamente alienata della società
capitalistica, M arx riteneva che l ’alienazione fosse comu­
ne a tutti i membri di tale società. Nella Sacra famìglia
disse: « L a classe proprietaria e la classe del proletariato
presentano la stessa autoalienazione umana. Ma la prima
classe, in questa autoalienazione, si sente a suo agio e
confermata, sa che l’alienazione è la sua propria potenza
e possiede in essa la parvenza di un’esistenza umana; la
seconda classe, nell’alienazione, si sente annientata, ve­
de in essa la sua impotenza e la realtà di un’esistenza
inumana» *.
Il concetto di alienazione rimane centrale negli scritti
di Marx. Egli cercò di usare meno questo termine, pro­
babilmente a causa della sua connotazione esclusivamen­
te filosofica. Nel Manifesto del partito comunista dileg­
giò i literati tedeschi che «sotto la critica francese dei
rapporti monetari scrissero "alienazione della essenza
umana” » 9. Tuttavia, il concetto è ovviamente fondamen­
tale nei Grundrisse in cui M arx vuole sottolineare che
« l ’accento cade non sul fatto che l’enorme potere ogget­
tivo... sia oggettivato, ma sul fatto che esso sia alienato,
espropriato, estraneato, che appartenga non all’operaio,
ma alle condizioni di produzione personificate, ossia al
capitale»10.
Lo stesso concetto ritorna proprio all’inizio del Ca­
pitale col titolo II carattere di feticcio della merce. M arx
dice:
L ’arcano della forma di merce consiste dunque sem­
plicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini
come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio la­
voro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel
lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e qùin-
L ’ALIEN AZIO N E 129
di rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e
lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti
avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi. Mediante
questo quid prò quo i prodotti del lavoro diventano merci
cose sensibilmente sovrasensibili cioè cose sociali... Quel
che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di
un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale deter­
minato fra gli uomini stessi... Questo io chiamo il fetici­
smo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengo­
no prodotti come merci11.

Poiché numerosi scrittori hanno affermato che «alie­


nazione » è un termine usato da M arx soltanto nelle sue
opere filosofiche giovanili, è importante notare che es­
so compare più volte nel Capitale l\ Anzi, in quanto esso
significa che i rapporti tra persone sono stati sostituiti
da rapporti fra cose, si può dire che esso sia uno dei temi
fondamentali del Capitale. Per esempio, M arx scrive:
«quella figura indipendente ed estraniata che il modo
di produzione capitalistico conferisce in genere alle con­
dizioni di lavoro e al prodotto del lavoro nei riguardi del­
l ’operaio, si evolve perciò con le macchine in un antago­
nismo completo » 13.
Eppure, non è soltanto una questione di terminolo­
gia: anche il contenuto del Capitale è una continuazione
del pensiero giovanile di M arx. La discussione principa­
le del libro I del Capitale riguarda l’identificazione di la­
voro e valore che risale al concetto di uomo come essere
che crea se stesso e le proprie condizioni di vita - con­
cetto già enunciato nei Manoscritti di Parigi. Secondo
il M arx dei Manoscritti di Parigi, è proprio della natura
dell’uomo sviluppare costantemente, in collaborazione
con altri uomini, se stesso e il mondo che lo circonda.
Nel Capitale Marx descrive come questo ruolo fonda-
mentale dell’uomo, di promuovere e controllare il pro­
cesso storico, è stato trasferito o alienato, e come esso
appartiene al potere non-umano del capitale. Il contrap­
posto dell’uomo alienato, l ’uomo non-alienato o «tota­
le » dei Manoscritti, compare anch’esso nel Capitale. Nel
capitolo del libro I Macchine e grande industria Marx
mette analogamente in contrasto gli effetti del modo di
130 IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

produzione alienato e di quello non alienato sullo svi­


luppo della potenzialità umana. Scrive:
Per essa [la grande industria] diventa questione di vita
o di morte sostituire a quella mostruosità che è una mise­
rabile popolazione operaia disponibile, tenuta in riserva
per il variabile bisogno di sfruttamento del capitale, la
disponibilità assoluta dell’uomo per il variare delle esigen­
ze del lavoro; sostituire all’individuo parziale, mero vei­
colo di una funzione sociale di dettaglio, l’individuo total­
mente sviluppato, per il quale differenti funzioni sociali
sono modi di attività che si danno il cambio l ’uno con
l’altro,4.
Il fatto che, nel Capitale, la conclusione sia sorret­
ta da un’analisi dettagliata degli effetti della tecnologia
avanzata non dovrebbe oscurare tale continuità.
Comunque lo scritto che meglio rivela come fosse im­
portante per M arx il concetto di alienazione sono i Grund-
risse, l ’abbozzo di un migliaio di pagine che servì a M arx
come base per il Capitale ma che non fu pubblicata fino
al 19 4 1. I Grundrisse, di cui Per la critica dell’econo­
mia politica e II capitale sono soltanto elaborazioni par­
ziali, sono il centro dell’opera di M arx, lo scritto fon­
damentale che ha permesso le generalizzazioni della fa­
mosa Prefazione a Per la critica dell’economia politica.
Il capitale infatti non è che il primo dei sei libri in cui
M arx voleva articolare la sua Economia, titolo che egli
intendeva dare al suo magnum opus sull’alienazione del­
l ’uomo da parte del capitale e dello stato.
Poiché l’oggetto dei Grundrisse è più vasto di quello
del Capitale, il pensiero di M arx appare meglio come una
continua riflessione su temi iniziati nel 1844, riflessione
che raggiunse il suo apice nel 18 57-58. La continuità fra i
Manoscritti e i Grundrisse è evidente. Marx stesso parlò
dei Grundrisse come « il risultato di ricerche durate quin­
dici anni, cioè del migliore periodo della mia v it a » 15.
Questa lettera fu scritta nel novembre del 18 5 8 , esatta­
mente quindici anni dopo l ’arrivo di M arx a Parigi nel
novembre 18 4 3 . Egli dice anche nella Prefazione del
18 5 9 : «H o davanti tutto il materiale in forma di mo­
nografie da me buttate giù, a grande distanza di tempo
L ’ALIEN AZIO N E I3I

l ’una dall’altra, non per stamparle, ma per chiarire le


cose a me stesso. La loro elaborazione complessiva, se­
condo il piano indicato, dipenderà dalle circostanze este­
riori » 16. Ciò non può riferirsi che ai Manoscritti di Pa­
rigi del 18 4 4 e agli appunti di Londra del 18 50-52. M arx
usava di continuo, e allo stesso tempo rivedeva, mate­
riale steso precedentemente: per esempio, si servi dei
suoi appunti del 1843-45 per scrivere il Capitale.
Il contenuto dei Grundrisse serve soltanto a confer­
mare ciò che è già chiaro da altri scritti: l ’inizio del ca­
pitolo sul «capitale» riproduce quasi parola per parola
i passi dei Manoscritti sui bisogni dell’uomo, l’uomo co­
me ente generico, l ’individuo come ente sociale, l’idea
della natura come, in un certo senso, corpo dell’uomo,
i paralleli tra alienazione religiosa ed economica, gli ele­
menti utopistici e quasi mitici, ecc. Un punto in parti­
colare sottolinea questa continuità: i Grundrisse sono
hegeliani tanto quanto i Manoscritti di Parigi e in en­
trambi il concetto centrale è l ’alienazione17.

B.
TESTI

L ’alienazione è la pratica dell’espropriazione. Come l’uo­


mo, fino a che è impigliato nella religione, sa oggettivare il
proprio essere soltanto facendone un estraneo essere fanta­
stico, cosi sotto il dominio del bisogno egoistico egli può ope­
rare praticamente, praticamente produrre oggetti, soltanto
ponendo i propri prodotti, come la propria attività, sotto il
dominio di un essere estraneo, e conferendo ad essi il signi­
ficato di un essere estraneo: il denaro.
La questione ebraica, 1843
(Editori Riuniti, Roma 1934, p. 87).

Questo fatto non esprime altro che questo: l’oggetto che


il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad
esso come un essere estraneo, come una potenza indipenden­
te da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro
132 IL PEN SIE R O DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è Yogget-


tivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua og­
gettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello sta­
dio dell’economia privata come un annullamento dell’ope­
raio, l’oggettivazione appare come perdita e asservimento del­
l’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come aliena­
zione...
Tutte queste conseguenze sono implicite nella determina­
zione che l’operaio si viene a trovare rispetto al prodotto del
suo lavoro come rispetto ad un oggetto estraneo. Infatti, par­
tendo da questo presupposto è chiaro che: quanto piu l’ope­
raio si consuma nel lavoro, tanto piu potente diventa il mon­
do estraneo, oggettivo, che egli si crea dinanzi, tanto piu po­
vero diventa egli stesso, e tanto meno il suo mondo interno
gli appartiene. Lo stesso accade nella religione. Quante piu
cose l’uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in
se stesso. L ’operaio ripone la sua vita nell’oggetto; ma d’ora
in poi la sua vita non appartiene piu a lui, ma all’oggetto.
Quanto piu grande è dunque questa attività, tanto più l’ope­
raio è privo di oggetto. Quello che è il prodotto del suo la­
voro, non è egli stesso. Quanto più grande è dunque questo
prodotto, tanto più piccolo è egli stesso. L ’alienazione del­
l’operaio nel suo prodotto significa non solo che il suo lavoro
diventa un oggetto, qualcosa che esiste alYesterno, ma che
esso esiste fuori di lui, indipendente da lui, a lui estraneo, e
diventa di fronte a lui una potenza per se stante; significa
che la vita che egli ha dato all’oggetto, gli si contrappone
ostile ed estranea.
Manoscritti ecottomico-filosofici del 1844
(Einaudi, Torino 1973, PP- 71-72).

...La religione, la famiglia, lo stato, il diritto, la morale,


la scienza, l’arte, ecc. non sono che modi particolari della pro­
duzione e cadono sotto la sua legge universale. La soppressio­
ne positiva della proprietà privata, in quanto appropriazione
della vita umana, è dunque la soppressione positiva di ogni
estraniazione, e quindi il ritorno dell’uomo, dalla religione,
dalla famiglia, dallo stato, ecc. alla sua esistenza umana, cioè
sociale. L ’estraniazione religiosa come tale ha luogo soltanto
nella sfera della coscienza [,] dell’interiorità umana; invece
l’estraniazione economica è l’estraniazione della vita reale,
onde la sua soppressione abbraccia l’uno e l ’altro lato. S’in­
tende che nei diversi popoli il primo inizio del movimento è
diverso secondo che la vita vera e riconosciuta del popolo si
L ’A LIEN A ZIO N E 133

svolga piu nella coscienza che nel mondo esterno, sia più idea­
le che reale.
Ibid., p. 112.

L a soppressione come movimento oggettivo che revoca ri­


portandola a sé l ’alienazione. È questo, espresso entro l ’estra­
niazione, il modo d ’intendere l ’appropriazione d ell’essere og­
gettivo attraverso la soppressione della sua estraniazione, il
modo estraniato d’intendere Yoggettivazione reale d ell’uomo,
l ’appropriazione reale del suo essere oggettivo attraverso l ’an-
nullamento della determinazione estraniata del mondo og­
gettivo, cioè attraverso la sua soppressione, nella sua esisten­
za estraniata: cosi l ’ateismo è, in quanto soppressione di Dio,
il divenire dell’umanismo teoretico, e il comuniSmo, in quan­
to soppressione della proprietà privata, è la rivendicazione
della vita umana reale come sua proprietà, cioè è il divenire
d ell’umanismo pratico; o in altre parole l ’ateismo è l ’umani­
smo mediato con se stesso dalla soppressione della religione,
il comuniSmo è l ’umanismo mediato con se stesso dalla sop­
pressione della proprietà privata. Solo attraverso la soppres­
sione di questa mediazione, che però è un presupposto neces­
sario, si form a l ’umanismo che ha inizio positivam ente da se
stesso, l ’umanismo positivo.
Ibid., p. 180.

Io ho prodotto per me e non per te, come tu hai prodotto


per te e non per me. Il risultato della mia produzione è tanto
poco in relazione con te, quanto il risultato della tua produ­
zione è in relazione con me. Cioè la nostra produzione non è
produzione dell’uomo per l’uomo in quanto uomo, ossia non
è produzione sociale. In quanto uomo, nessuno di noi ha una
relazione di godimento col prodotto dell’altro. In quanto uo­
mini noi non esistiamo per le nostre scambievoli produzioni.
Il nostro scambio può anche non essere il movimento media­
tore, in base a cui verrebbe confermato che il mio prodotto
è per te, poiché esso è una oggettivazione del tuo proprio
essere, del tuo bisogno. Poiché non è l ’essere d e ll’uomo il
vincolo che unisce fra loro le nostre produzioni. Lo scambio
può solo mettere in movimento, può solo sanzionare la natura
d el rapporto che ciascuno di noi ha con il suo proprio pro­
dotto e dunque con la produzione dell’altro. Ciascuno di noi
vede nel suo prodotto solo l’oggettivazione del suo proprio
interesse personale, e dunque nel prodotto dell’altro l’ogget­
tivazione di un altro interesse personale, estraneo e indipen­
dente dal proprio.
134 IL P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

Tu hai certamente in quanto uomo un rapporto umano con


il mio prodotto; tu hai il bisogno del mio prodotto. Esso esi­
ste per te come oggetto del tuo desiderio, del tuo volere. Ma
il tuo bisogno, il tuo desiderio, la tua volontà sono bisogno,
desiderio, volontà, impotenti per il mio prodotto. Cioè dun­
que il tuo essere umano, che sta necessariamente in intimo
rapporto con la mia produzione umana, non è il tuo potere,
la tua proprietà su questa produzione, poiché la particolarità,
il potere dell’essere umano non è riconosciuto nella mia pro­
duzione. Essi sono piuttosto il vincolo che ti fa dipendente da
me, perché ti fanno dipendente dal mio prodotto. Lungi dal­
l’essere il mezzo del tuo potere sulla mia produzione, sono
piuttosto il mezzo del mio potere su di te.
Appunti su James M iti, 1844
(in K. m arx ,Scritti inediti d i economia politica,
Editori Riuniti, Roma 1963, p. 22).

La classe proprietaria e la classe del proletariato presenta­


no la stessa autoalienazione umana. Ma la prima classe, in
questa autoalienazione, si sente a suo agio e confermata, sa
che l’alienazione è la sua propria potenza e possiede in essa
la parvenza di un’esistenza umana; la seconda classe, nell’alie­
nazione, si sente annientata, vede in essa la sua impotenza e
la realtà di un’esistenza inumana. Per usare un’espressione
di Hegel, essa è nell’abiezione la rivolta contro questa abie­
zione, una rivolta a cui essa è spinta necessariamente dalla
contraddizione della sua natura umana con la situazione della
sua vita, la quale situazione è la negazione aperta, decisa, com­
pleta, di questa natura.
A ll’interno dell’opposizione il proprietario privato è dun­
que il partito conservatore, il proletario il partito distruttore.
Il primo lavora alla conservazione dell’opposizione, il secon­
do al suo annientamento.
La sacra famiglia, 1845
(in K. m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. IV , Roma 1972, p. 37).Il

Il carattere sociale dell’attività, cosi come la forma sociale


del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzio­
ne, si presentano qui come qualcosa di estraneo e di oggettivo
di fronte agli individui; non come loro relazione reciproca,
ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indi­
pendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui re­
ciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività
L ’ALIEN A ZIO N E 135
e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni sin­
golo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta
ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel va­
lore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma
in rapporto sociale tra cose; la capacità personale, in una ca­
pacità delle cose. Quanto minore è la forza sociale del mezzo
di scambio, quanto più esso è ancora legato alla natura del
prodotto immediato del lavoro e ai bisogni immediati di co­
loro che scambiano, tanto maggiore deve essere la forza della
comunità che lega insieme gli individui, il rapporto patriar­
cale, la comunità antica, il feudalesimo e la corporazione.
(Vedi il mio quaderno, X II, 34b). Ciascun individuo possie­
de il potere sociale sotto la forma di una cosa. Strappate alla
cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle
persone. I rapporti di dipendenza personale (all’inizio su una
base del tutto naturale) sono le prime forme sociali, nelle
quali la produttività umana si sviluppa soltanto in un ambito
ristretto e in punti isolati. L ’indipendenza personale fondata
sulla dipendenza m ateriale è la seconda forma importante
in cui giunge a costituirsi un sistema di ricambio sociale ge­
nerale, un sistema di relazioni universali, di bisogni univer­
sali e di universali capacità. La libera individualità, fondata
sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordina­
zione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro
patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio. Il secondo crea
le condizioni del terzo. Sia le condizioni patriarcali che quelle
antiche (ed anche feudali) crollano perciò con lo sviluppo
del commercio, del lusso, del d en aro, d el v a lo re di
scam b io, nella stessa misura in cui di pari passo con essi
si innalza la società moderna.
Lineamenti fondamentali della critica d ell’economìa politica, 1857-58
(La Nuova Italia, Firenze 1968, voi. I , pp. 97-99).

...l’autonomo essere-per-sé del valore di fronte alla forza-


lavoro viva - e quindi il suo esistere come capitale - , l’indif­
ferenza oggettiva, rigida, la e stra n e ità delle condizioni og­
gettive del lavoro rispetto alla forza-lavoro viva, estraneità
che giunge al punto che queste condizioni si presentano di
fronte alla persona dell’operaio nella persona del capitalista
- personificate, con una propria volontà e un proprio inte­
resse questo d iv o rz io , questa scissio n e assoluta della
proprietà, ossia delle condizioni materiali del lavoro, dalla
forza-lavoro viva - per cui da una parte esse le si contrappon­
gono come p ro p rie tà a ltr u i, come realtà di un’altra per­
136 IL P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

sona giuridica, come la sfera assoluta della sua volontà, e


d’altra parte il lavoro si presenta perciò come lav o ro a ltru i
di fronte al valore personificato nel capitalista, o alle condi­
zioni del lavoro questa assoluta scissione tra proprietà e
lavoro, tra la forza-lavoro viva e le condizioni della sua realiz­
zazione, tra lavoro oggettivato e lavoro vivo, tra il valore e
l’attività creatrice di valore - e perciò anche l’estraneità del
contenuto del lavoro rispetto all’operaio stesso questa se­
parazione si presenta ora altresì come prodotto del lavoro
stesso, come materializzazione, oggettivazione dei suoi stessi
momenti. Giacché attraverso il nuovo atto di produzione
stesso - che non ha fatto che confermare lo scambio tra capi­
tale e lavoro vivo che lo ha preceduto - , il pluslavoro, e quin­
di il plusvalore, il plusprodotto, in generale il risultato glo­
bale del lavoro (tanto del pluslavoro quanto del lavoro neces­
sario) è stato posto come capitale, come valore di scambio
autonomo e indifferente che si contrappone alla forza-lavoro
viva o al suo mero valore d’uso. La forza-lavoro si è soltanto
appropriata delle condizioni soggettive del lavoro necessa­
rio - i mezzi di sussistenza per la forza-lavoro produttrice,
ossia per la sua riproduzione come mera forza-lavoro sepa­
rata dalle condizioni della sua realizzazione - ed ha posto
queste condizioni stesse come cose, come v a lo ri che le
si contrappongono in una personificazione estranea che co­
manda. Dal processo essa non solo non ne esce piu ricca, ma
ne esce piu povera di quando vi era entrata. Giacché non
solo essa ha prodotto le condizioni del lavoro necessario co­
me proprietà del capitale; ma la valorizzazione che in essa
era contenuta potenzialmente, la possibilità di creare valore,
esiste ora altresì come plusvalore, plusprodotto, insomma co­
me capitale, come dominio sulla forza-lavoro viva, come va­
lore dotato di forza e volontà proprie di fronte ad essa nella
sua povertà astratta, priva di oggettività, puramente sog­
gettiva. Essa non solo ha prodotto l’altrui ricchezza e la pro­
pria povertà, ma anche il rapporto tra questa ricchezza come
ricchezza che si riferisce a se stessa, e la forza-lavoro come
povertà mediante il cui consumo il capitale attira in sé nuo­
ve energie vitali e si valorizza di nuovo. Tutto ciò è scatu­
rito dallo scambio, nel quale essa scambiava la propria forza-
lavoro viva con una quantità di lavoro oggettivato; solo che
ora questo lavoro oggettivato - queste condizioni della sua
esistenza esistenti al di fuori di essa e questo autonomo es-
ser-fuori-di-essa di queste condizioni materiali - si presen­
tano come suo p ro p rio p ro d o tto , come poste da essa
L 'A L IE N A Z IO N E 137

medesima, tanto come sua propria oggettivazione, quanto


come oggettivazione di essa sotto forma di un potere da
essa stessa indipendente e che anzi la domina con la sua
propria azione.
Ibid., voi. II, pp. 71-72.

Già questo rapporto, nella sua semplicità, è un capovol­


gimento, una personificazione della cosa e una cosificazione
della persona; poiché ciò che distingue questa forma da
tutte le forme precedenti, è il fatto che il capitalista non
esercita il suo dominio sull’operaio grazie a qualche qualità
personale, ma solo in quanto egli è «capitale»; il suo domi­
nio non è che il dominio del lavoro oggettivato sul lavoro
vivo, del prodotto dell’operaio sull’operaio stesso.
Ma questo rapporto diviene ancor più complicato, ed
apparentemente più misterioso, quando, con lo sviluppo del
modo di produzione specificamente capitalistico, non solo
si ergono di fronte all’operaio queste cose immediatamente
materiali (sono tutte prodotti del lavoro; considerandole se­
condo il valore d’uso sono reali condizioni di lavoro come
prodotti del lavoro, e secondo il valore di scambio sono tem­
po di lavoro generale oggettivato o denaro) e gli si contrap­
pongono in quanto «capitale», ma quando [anche] le forme
del lavoro socialmente sviluppato - la cooperazione, la ma­
nifattura (in quanto forma della divisione del lavoro), la
fabbrica (in quanto forma del lavoro sociale la cui organiz­
zazione ha le macchine come base materiale) - si presentano
come forme di sviluppo del capitale, e perciò le forze pro­
duttive del lavoro sviluppate da queste forme del lavoro
sociale, quindi anche la scienza e le forze della natura, si
presentano come forze produttive del capitale. In realtà l ’uni­
tà nella cooperazione, la combinazione nella divisione del
lavoro, l’impiego delle forze naturali e della scienza, come
dei prodotti del lavoro nel macchinario per la produzione -
tutto ciò si contrappone agli stessi operai singoli come sem­
plice forma di esistenza dei mezzi di lavoro che sono indi-
pendenti da essi e li dominano, nello stesso modo estraneo
ed oggettivo in cui [si contrappongono ad essi] i mezzi di la­
voro, nella loro forma semplice e visibile di materiali, di
strumenti ecc., di funzioni del capitale e perciò del capita­
lista...
In questo processo, in cui i caratteri sociali del loro lavo­
ro si contrappongono ad essi, per cosi dire, capitalizzati -
cosi come, per esempio, nelle macchine, i prodotti visibili
6
138 IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

del lavoro appaiono come dominatori del lavoro - , la stessa


cosa avviene naturalmente per le forze della natura e per la
scienza, che è il prodotto del generale sviluppo storico nella
sua essenza astratta - queste si contrappongono ad essi co­
me forze del capitale, si separano in realtà dalla capacità e
dalla conoscenza del singolo operaio e, sebbene esse, se si
considera la loro fonte, siano a loro volta il prodotto del la­
voro, quando entrano nel processo lavorativo appaiono co­
me incorporate al capitale. Il capitalista che impiega una
macchina non ha bisogno di comprenderla. (Vedi l’Ure). Ma
nella macchina la scienza realizzata appare di fronte agli ope­
rai come capitale. E in realtà tutte queste applicazioni su
grande scala, fondate sul lavoro sociale, della scienza, delle
forze della natura e dei prodotti del lavoro appaiono solo
come mezzi di sfruttamento del lavoro, come mezzi per l’ap­
propriazione di pluslavoro, perciò come forze appartenenti
al capitale contrapposte al lavoro. Il capitale impiega natu­
ralmente tutti questi mezzi per sfruttare il lavoro, ma per
sfruttarlo lo deve impiegare nella produzione. E cosi lo svi­
luppo delle forze produttive sociali del lavoro e le condi­
zioni di questo sviluppo appaiono come azione del capitale,
e non solo il singolo operaio assume un atteggiamento pas­
sivo verso di queste, ma esse procedono in contrapposizione
a lui.
Teorie sul plusvalore, 1862
(voi. I , pp. 586-88).

...Il capitale si manifesta sempre piu come una potenza


sociale - di cui il capitalista è l’agente - che ha oramai per­
duto qualsiasi rapporto proporzionale con quello che può
produrre il lavoro di un singolo individuo; ma come una
potenza sociale, estranea, indipendente che si contrappone
alla società come entità materiale e come potenza dei capi­
talisti attraverso questa entità materiale. La contraddizione
fra questa potenza sociale generale alla quale si eleva il capi­
tale e il potere privato del capitalista sulle condizioni sociali
della produzione, si va facendo sempre piu stridente e deve
portare alla dissoluzione di questo rapporto ed alla trasfor­
mazione delle condizioni di produzione, in condizione di
produzioni sociali, comuni, generali. Questa trasformazione
è il risultato dello sviluppo delle forze produttive nel modo
capitalistico di produzione e della maniera in cui questo svi­
luppo si compie.
Il capitale, libro I I I , 186
(Editori Riuniti, Roma 19685, p. 318).
L ’A LIEN A ZIO N E 139
... il capitale non è una cosa, bensì un determinato rapporto
di produzione sociale, appartenente ad una determinata for­
mazione storica della società... Il capitale è costituito dai
mezzi di produzione monopolizzati da una parte determi­
nata della società, dai prodotti e dalle condizioni di attività
della forza-lavoro, resi autonomi nei confronti della forza-
lavoro vivente, che vengono mediante questa contrapposi­
zione personificati nel capitale. Esso è costituito non soltan­
to dai prodotti dei lavoratori trasformati in potenze autono­
me, dai prodotti come dominatori e compratori dei loro pro­
duttori, ma anche dalle forze sociali e dalla futura... [illeggi­
bile (F. E.)] forma di questo lavoro, che si contrappongono
ad essi come qualità del loro prodotto. Dunque abbiamo qui
una definita, e a prima vista molto mistica, forma sociale di
uno dei fattori di un processo sociale di produzione fabbri­
cato storicamente.
Ib id ., pp. 927-28.

... il capitalista funziona unicamente come capitale personi­


ficato, capitale-persona, allo stesso modo che l’operaio fun­
ziona come lavoro personificato... Sul piano della produzio­
ne materiale, del reale processo sociale di vita - poiché non
altro che questo è il processo di produzione - , v ’è qui lo
stesso rapporto che sul piano ideologico si manifesta nella
religione: inversione del soggetto nell’oggetto e viceversa.
Dal punto di vista storico, questa inversione appare come
il punto di passaggio obbligatorio per ottenere, a spese della
maggioranza, la creazione della ricchezza in quanto tale,
l’inesorabile sviluppo di quelle forze produttive del lavoro
sociale che sole possono fornire la base materiale di una
libera società umana. Passare attraverso questa forma con­
traddittoria è necessario come, in un primo tempo, l’uomo
deve dare alle proprie forze intellettive la forma religiosa
di potenze indipendenti da sé.
È il processo di alienazione del lavoro.
E qui l’operaio si eleva fin dall’inizio al disopra del capi­
talista, perché quest’ultimo è radicato in un processo di alie­
nazione nel quale trova il suo appagamento assoluto, mentre
l’operaio, in quanto ne è la vittima, è a priori con esso in un
rapporto di ribellione, lo sente come processo di riduzione
in schiavitù... L ’autovalorizzazione del capitale - la creazio­
ne di plusvalore - è quindi lo scopo animatore, dominante
ed ossessivo del capitalista, il pungolo e il contenuto asso­
luto del suo operare; in realtà, non altro che l’impulso e il
140 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

fine razionalizzati del tesaurizzatore - un contenuto total­


mente astratto e meschino che, da un lato, fa apparire il ca­
pitalista come sottomesso alla schiavitù del rapporto capita­
listico non meno che, dall’altro, al polo opposto, l’operaio.
I l capitale: libro I, capitolo VI inedito, 1865
(La Nuova Italia, Firenze 1969, pp. 20-21).

A guardar meglio, anzi, risulta che il capitale regola la


produzione di forza-lavoro, delle masse umane sfruttate, se­
condo le proprie esigenze di sfruttamento. Oltre a capitale,
esso produce una massa crescente di lavoratori come la ma­
teria che sola gli permette di fungere da capitale addizionale.
Ne segue che non soltanto il lavoro produce in antitesi a se
stesso, su scala sempre piu larga, le condizioni del lavoro
come capitale, ma il capitale produce su scala crescente gli
operai salariati produttivi di cui ha bisogno. Il lavoro pro­
duce le proprie condizioni di esplicazione come capitale-, il
capitale produce il lavoro sotto forma di lavoro salariato
come mezzo per realizzarsi in quanto capitale. La produzione
capitalistica non è soltanto riproduzione del rapporto; è sua
riproduzione su scala sempre piu estesa. Nella stessa misura
nella quale, con il modo di produzione capitalistico, la forza
produttiva sociale del lavoro si sviluppa, aumenta di fronte
all’operaio la ricchezza accumulata come ricchezza che lo
domina, come capitale: il mondo della ricchezza gli si erge
dinnanzi come un mondo a lui straniero e dal quale è asser­
vito, e nella stessa proporzione crescono per contrapposto
la sua miseria soggettiva, il suo stato di spoliazione e dipen­
denza. La sua spoliazione e quell’abbondanza si corrispon­
dono, procedono di pari passo e, nel contempo, cresce la
massa di questo vivente mezzo di produzione del capitale
che è il proletariato lavoratore.
Ibid., pp. 96-97.

L ’arcano della forma di merce consiste dunque sempli­


cemente nel fatto che tale forma, come uno specchio, resti­
tuisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro
proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi
dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali
di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rap­
porto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo
apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistente al di
fuori di essi produttori. Mediante questo quid prò quo i
prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente so-
L ’ALIEN A ZIO N E 141
vrasensibili, cioè cose sociali... Quindi, per trovare un’ana­
logia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo
religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono figure
indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto
fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così, nel mondo
delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo io
chiamo il feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro ap­
pena vengono prodotti come merci, e che quindi è insepa­
rabile dalla produzione delle merci.
Come l ’analisi precedente ha già dimostrato, tale carat­
tere feticistico del mondo delle merci sorge dal carattere so­
ciale peculiare del lavoro che produce merci.
I l capitale, libro I , 1867
(pp. 104-5).

1 k. marx, M anoscritti econotnico-filosofici d e l 18 4 4 , Einaudi,


Torino 1973, p. 169.
2 I b id ., p. 172.
3 id.,P e r la critica d ella filosofia d e l d iritto d i H egel. In tro d u ­
zione, in id., L a qu estio n e ebraica , E d ito ri R iu n iti, R om a 1954,
p. 92.
4 Ib id .
5 id., C ritica d ella dialettica e d ella filosofia hegeliana in gene­
rale, in id., O p ere filosofiche g io va n ili cit., p. 262.
6 id., C ritica d ella filosofia hegeliana d el d iritto p u b b lic o , in id.,
O p ere filosofich e g io va n ili cit., p. 43.
7 id., M anoscritti econotnico-filosofici d el 18 4 4 cit., pp. 72-79,
passim .
8 k. marx e f . engels, L a sacra fam iglia, in id ., O p e re com plete,
Editori Riuniti, voi. IV , Roma 1972, p. 37.
9 id ., M a n ifesto d e l partito com unista, in id ., O p ere com plete,
Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 510.
10 k . marx, L in ea m en ti fond am en tali d e ll’ econom ia po litica, La
Nuova Italia, Firenze 1968, p. 575.
11 id., I l capitale, 3 voli., Editori Riuniti, Roma i968s, voi. I,
pp. 104-3.
12 Cfr., per es., l ’indice alla edizione di Londra del 1937 del C api­
tale. Della continuità del pensiero di Marx riguardo al concetto
di alienazione trattano le seguenti opere: R. dunayevskaya,
M arxism an d F reed o m , New York 1938, pp. 103 sgg. [trad. it.
M arxism o e lib ertà , La Nuova Italia, Firenze 1962] e e . fromm,
M a rx ’s C on cep t o f M an , New York 19 61, pp. 50 sgg. e 69 sgg.
13 marx, I l capitale cit., voi. I, p. 476.
142 IL PEN SIERO DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

14 Ibid., pp. 534-35-


15 L e tte ra a L assalle, 1 2 novem bre 18 5 8 (in k . m arx , Per la crìtica
dell’economia politica, E d ito ri R iu n iti, R om a 1 9 5 7 , p . 2 18 ) .
16 id ., Prefazione a Per la critica dell’economia politica cit., p. 3.
17 C fr. in particolare marx , Lineamenti fondamentali cit., vo i. I,
pp. 8 1 sgg.; vo i. I I , p p . 389 sgg.

Nota bibliografica.
The Debate on Alienation, in l . labedz (a cura d i), Revi-
d. b e l l ,
sionism, L on d on 19 6 2 [trad. it. Il revisionismo, Ja c a B o o k ,
M ilan o 1968].
d. braybrooke, Diagnosis and Remedy in Marx’s Doctrine of
Alienation, in « S o c ia l R e search » , autunno 19 5 8 .
l . easton , Alienation and History in thè Early Marx, in «P h ilo -
sophy and Phenom enological R esearch » , dicem bre 1 9 6 1 .
- Alienation and Empiricism in Marx’s Thought, in « S o c ia l R e ­
search », autunno 19 7 0 .
k. Lowith , Self-alienation in thè Early Writings of Marx, in « So­
cial R e se arch » , 19 5 4 .
s. l u k e s , Alienation and Anomìe, in Philosophy, Politics and
Society, serie I I I , a cu ra d i P . L aslett e W. G. R uncim an,
O x fo rd 19 6 7 .
d. m clellan , Marx’s View of thè Unalienated Society, in « R e -
v ie w o f P o litic s» , ottob re 19 6 9 .
b . ollmann , Alienation: Marx’s Critique of Man in Capitalist So­
ciety, C am bridge 1 9 7 1 .
j. O’Ne il l , Alienation, Class Struggle and Marxian Anti-politics,
in « R e v ie w o f M etaphysics », 19 6 4 .
- The Concept of Estrangement in thè Early and Later Writings
of Karl Marx, in « P h ilo so p h y and Phenom enological R e ­
search », settem bre 19 6 4 .
r . schacht , Alienation, L on d on 1 9 7 1 .

S i vedan o pure i lib ri di A v in e ri, From m , M cL ellan e T u ck er


citati nella Bib liografia.
Capitolo secondo
Il materialismo storico

A.
COMMENTO

La concezione materialistica della storia di M arx e


Engels si componeva, secondo le parole di quest’ultimo,
di tre elementi: la filosofia idealistica tedesca, il socia­
lismo francese e l’economia classica inglese. Nella filo­
sofia tedesca Kant aveva parlato di progresso verso una
società libera e pacifica e Fichte aveva considerato la sto­
ria umana come uno sviluppo razionale. Ma era stato
Hegel che aveva presentato l ’idealismo tedesco nel mo­
do piu sistematico e completo. Per Hegel, la storia era
lo sviluppo e il conflitto di «principi» astratti, culture,
religioni e filosofie. In questo sviluppo egli parlò del
«potere del negativo», ritenendo che vi fosse sempre
una tensione tra uno stato di cose presente e il divenire:
ogni stato di cose conteneva in se stesso i germi della
sua distruzione e del suo passaggio a uno stadio supe­
riore. Ogni stadio rappresentava un progresso rispetto
ai precedenti e conteneva in sé elementi di essi. Hegel
definì dialettica tale processo, un concetto che M arx con­
servò rovesciandolo: egli riteneva che la chiave per spie­
gare la storia dell’uomo fosse fornita, anziché da princi­
pi astratti, dalla mutevole base economica della società,
e dalle classi sociali da essa originate.
Nel 179 6 , in Francia Gracchus Babeuf aveva tentato
di instaurare il comuniSmo mediante un coup rivoluzio­
nario; i principi socialisti erano stati elaborati a fondo
da altri due pensatori. Charles Fourier aveva predicato
la bontà essenziale dell’uomo, il quale generalmente ve­
deva frustrata la libera espressione delle sue passioni da
parte dell’industria, che disumanizzava il lavoro dell’uo­
14 4 I L P EN SIER O DI KARL M A RX parte seco n d a

mo, e del matrimonio, che frenava gli impulsi sessuali


e manteneva le donne in uno stato di subordinazione. La
soluzione proposta da Fourier era di costituire delle pic­
cole comunità dette phalanges in cui gli uomini potes­
sero sviluppare armoniosamente tutte le loro capacità. Il
nobile eccentrico Saint-Simon, d ’altra parte, salutò favo­
revolmente l ’avvento dell’industria, ma voleva che i mez­
zi di produzione facessero parte di un «fondo sociale»
a vantaggio della massa povera della popolazione e am­
ministrati da un governo di banchieri e di tecnici nomi­
nati dallo stato.
In Inghilterra M arx si servì abbondantemente del ma­
teriale disponibile per lo studio del capitalismo. Adam
Smith aveva spiegato il funzionamento del capitalismo
di laissez-faire, e Ricardo aveva elaborato una teoria del
valore lavoro che permise a Marx di dimostrare lo sfrut­
tamento di una classe sociale da parte di un’altra.
«Materialismo storico» è un termine che non fu mai
usato da M arx, il quale l’avrebbe giudicato ancora piu
infelice dell’espressione «materialismo dialettico» co­
niata piu tardi. E gli preferiva parlare di «concezione
materialistica della storia» o di «condizioni materiali
della produzione», cioè intendeva riferirsi a un metodo
o a un modo di affrontare i problemi piuttosto che a un
compiuto sistema di idee. La natura sperimentale del
pensiero di M arx è rivelata da un passo interessante che si
trova alla fine d e\YIntroduzione del 18 5 7 , in cui Marx
si chiede perché l’arte classica, la cui base economica era
una società schiavistica, «continui a suscitare in noi un
godimento estetico e costituisca sotto un certo aspetto,
una norma e un modello in arrivabili»1. Il manoscritto
si interrompe prima che M arx possa rispondere alla do­
manda; osserva soltanto che i greci erano la fanciullezza
dell’umanità e tutti amano i fanciulli.
L ’idea centrale di questa concezione materialistica, la
chiave per la trasformazione della società, si deve trovare
nel modo in cui gli uomini producono la loro vita in co­
mune. Questa attività produttiva è fondamentale e le
idee e i concetti politici, filosofici, religiosi, con cui gli
uomini interpretano e organizzano la loro attività sono
I L M A T E R IA L IS M O STORICO 145
secondari. Per fare un esempio particolare, i diritti del­
l ’uomo proclamati dalla rivoluzione francese e la prima
costituzione degli Stati Uniti non furono verità eterne
sulla natura dell’uomo scoperte per caso in quel momen­
to particolare; si possono comprendere pienamente sol­
tanto se viste nel contesto delle esigenze dei nuovi grup­
pi commerciali di porre fine alle restrizioni feudali e di
avviare la libera concorrenza negli affari economici. È
in questo senso che M arx usa di solito il termine « ideo­
logia», come sistema di idee propagate per servire un
particolare interesse di classe. Questi concetti sono espres­
si in forma semplificata nel Manifesto del partito comu­
nista:
Ci vuole forse una profonda perspicacia per compren­
dere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i
loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano
anche le loro concezioni, i loro modi di vedere e le loro idee,
in una parola, cambia anche la loro coscienza?
Che cos’altro dimostra la storia delle idee, se non che
la produzione spirituale si trasforma insieme con quella
materiale? Le idee dominanti di un’epoca furono sempre
soltanto le idee della classe dominante2.
L a teoria è elaborata ampiamente nella prima parte
dell’Ideologia tedesca e il miglior compendio di essa si
trova nella Prefazione a Per la critica dell’economia po­
litica. Quindi il materialismo storico si distingue net­
tamente dal materialismo meccanicistico, il quale sostie­
ne che esiste soltanto la materia. Marx criticò duramen­
te i materialisti francesi del x v m secolo perché nelle
loro dottrine dell’influenza delle condizioni materiali non
tenevano conto del fattore umano. Nella terza Tesi su
Feuerbach scrisse: « L a dottrina materialistica che gli uo­
mini sono prodotti dell’ambiente e dell’educazione... di­
mentica che sono proprio gli uomini che modificano
l’ambiente e che l ’educatore stesso deve essere educa­
t o » 3.
Quindi la storia era vista non come risultato del caso,
né determinata dalle azioni dei grandi uomini e tanto­
meno da forze sociali, bensì come creazione, per lo piu
inconsapevole, di uomini soggetti a leggi coercitive. Vi
14 6 I L PEN SIER O DI KAR L M A R X P A R T E SECONDA

erano, naturalmente, nel pensiero di M arx elementi che


tendevano a sottolineare la necessità e la predetermina­
zione di queste leggi, e piu tardi Engels scrisse che
« M arx ed io siamo in parte da biasimare, poiché i giova­
ni talora insistono sull’aspetto economico più di quanto
sia necessario. Noi abbiamo dovuto sottolineare il prin­
cipio fondamentale di fronte ai nostri avversari che lo
negavano, e non abbiamo trovato sempre il tempo, il
luogo o l ’occasione per attribuire l ’importanza adeguata
agli altri elementi determinanti. Ma quando accadeva di
presentare un periodo storico, cioè di applicare il princi­
pio alla pratica, la questione era diversa e non potevamo
permetterci nessun erro re»4. La borghesia veniva tal­
volta definita agente involontario della propria distru­
zione, e M arx e Engels spesso confrontarono la necessità
delle loro tesi con quella delle leggi delle scienze natu­
rali. Nelle loro lettere parlarono anche della somiglianza
tra le loro idee sulla società e quelle di Darwin sull’evo­
luzione naturale.
M arx dichiarò spesso che l ’elemento determinante
ultimo della storia era la somma totale dei rapporti di
produzione che «costituisce la struttura economica del­
la società, ossia la base reale sulla quale si eleva una
sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispon­
dono forme determinate della coscienza sociale»5. Tal­
volta il fattore determinante era ridotto agli strumenti
effettivi della produzione come quando affermava che
«la macina a mano vi darà una società col signore feu­
dale, il mulino a vapore una società col capitalista indu­
striale»6. Non è ovviamente lecito generalizzare propo­
sizioni come queste, e attribuire a M arx una teoria di
«determinismo tecnologico». Alcune delle critiche più
dure che sono state mosse a M arx si fondano sull’osser­
vazione che non può essere valida una teoria del mate­
rialismo storico che separi la base dalla sovrastruttura,
poiché qualsiasi definizione della base comprendeva ele­
menti della sovrastruttura; per esempio, è impossibile
concepire un’organizzazione economica della società sen­
za il concetto delle norme e degli obblighi7. Questa è
naturalmente una obiezione molto valida, ma non è certo
I L M A T E R IA L IS M O STO RICO 147
che Marx abbia mai inteso formulare una teoria rigida­
mente causale nel senso attribuitogli dai suoi critici^,
M arx include talvolta gli stessi operai fra gli strumenti
di produzione e definisce perfino la classe rivoluzionaria
« la più grande forza produttiva di tutti gli strumenti di
produzione»8.
Egli chiarisce anche che gli strumenti di produzione
non possono mai essere isolati dal loro contesto sociale.
Il centro della dialettica marxiana è l ’unità dei fattori
soggettivi e oggettivi che è presente, in certa misura,
nella storia e che lo sarà sempre di più con ravvicinarsi
della rivoluzione. «La storia non fa niente; essa non
"possiede alcuna enorme ricchezza” , "'non combatte nes­
suna lotta” ! È piuttosto l’uomo, l ’uomo reale, vivente,
che fa tutto, possiede e combatte tutto; non è la "storia”
che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri
fini, come se essa fosse una persona particolare; essa
non è altro che l ’attività dell’uomo che persegue i suoi
fin i» 9. O ancora: « G li uomini fanno la propria storia,
ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte
da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano
immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e
dalla tradizione »
M arx si prese anche la pena di sottolineare che le sue
idee nascevano dallo studio dello sviluppo dell’Europa
occidentale e non potevano essere estrapolate senza un
ulteriore approfondimento. La sua osservazione di non
essere un marxista cade particolarmente a proposito qui.
Quando i suoi seguaci volevano applicare entusiastica­
mente la sua teoria alla Russia, egli si oppose alla me­
tamorfosi del suo «schizzo della genesi del capitalismo
nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica
della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli,
in qualunque situazione storica essi si trovino», e pro­
segue dichiarando che non si comprenderà mai la storia
«col passe-partout di una filosofia della storia, la cui vir­
tù suprema è d ’essere soprastorica»11.
A un corrispondente che lo interrogava sul materia­
lismo storico Engels consigliò la lettura del Diciotto bru­
maio. Il miglior modo per comprendere le idee di Marx
148 IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

è osservare l’applicazione del suo metodo all’analisi sto­


rica, come, per esempio, nelle Lotte di classe in Francia,
o nella seconda parte del libro I del Capitale.

B.
TESTI

Anzitutto bisogna evitare di fissare di nuovo la «società»


come astrazione di fronte all’individuo. L ’individuo è l’es­
sere sociale. Le sue manifestazioni di vita - anche se non
appaiano nella forma immediata di manifestazioni di vita
in comune, cioè compiute ad un tempo con altri - sono quin­
di una espressione e una conferma della vita sociale. La vita
individuale dell’uomo e la sua vita come essere appartenente
ad una specie non diferiscono tra loro, nonostante che il
modo di esistere della vita individuale sia - e sia necessa­
riamente - un modo piu particolare o piu universale della
vita nella specie, e per quanto, e ancor piu, la vita nella spe­
cie sia una vita individuale piu particolare o piu universale.
Manoscritti economico-filosofici del 1844
(Einaudi, Torino 1973, pp. 114 -15 ).

... L ’industria è il rapporto storico reale della natura e


quindi della scienza naturale con l’uomo; perciò, se essa viene
intesa come la rivelazione essoterica delle forze essenziali del­
l’uomo, viene pure compresa l’essenza umana della natura o
l’essenza naturale dell’uomo; di conseguenza le scienze na­
turali perdono la loro direzione astrattamente materiale o
meglio idealistica, e diventano la base della scienza umana,
come già ora son diventate, per quanto in forma estraniata,
la base della vita umana reale; onde il dire che una è la base
della vita e un’altra è quella della scienza è sin da principio
una menzogna.
Ib id ., pp. 12 1-2 2.

Se si muove dalle dottrine del materialismo sulla bontà


originaria degli uomini e sulla loro eguale capacità intellet­
tuale, sulla onnipotenza dell’esperienza, dell’abitudine, del­
l’educazione, sull’influsso delle circostanze esterne sull’uo­
mo, sulla grande importanza dell’industria, sul diritto al go­
I L M A T E R IA L IS M O STORICO 149
dimento ecc., non occorre una grande acutezza per cogliere
la connessione necessaria del materialismo con il comuniSmo
e il socialismo. Se l’uomo si forma ogni conoscenza, ogni
percezione ecc., dal mondo sensibile e dall’esperienza nel
mondo sensibile, ciò che importa allora è ordinare il mondo
empirico in modo che l’uomo, in esso, faccia esperienza di
ciò - e prenda l’abitudine a ciò - che è veramente umano,
in modo che l’uomo faccia esperienza di sé come uomo. Se
l ’interesse bene inteso è il principio di ogni morale, ciò che
importa è che l’interesse privato dell’uomo coincida con l’in­
teresse umano. Se l’uomo è - nel significato materialistico -
non libero, cioè se è libero non per la forza negativa di evi­
tare questo o quello, ma per il potere positivo di far valere
la sua vera individualità, si deve necessariamente non punire
il delitto nel singolo, ma distruggere gli antisociali luoghi di
nascita del delitto, e dare a ciascuno lo spazio sociale per
l’estrinsecazione essenziale della sua vita. Se l’uomo è pla­
smato dalle circostanze, è necessario plasmare umanamente
le circostanze. Se l’uomo è sociale per natura, egli sviluppa
la sua vera natura solo nella società, e il potere della sua na­
tura deve di necessità avere la sua misura non nel potere
dell’individuo singolo, ma nel potere della società.
La sacra famiglia, 1845
Opere complete,
( in K. m a r x e F. e n g e l s ,
Editori Riuniti, voi. IV , Roma 19 7 2 , p . 145). I

I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non


sono dogmi: sono presupposti reali, dai quali si può astrar­
re solo nell’immaginazione. Essi sono gli individui reali, la
loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle
che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle prodotte
dalla loro stessa azione. Questi presupposti sono dunque
constatabili per via puramente empirica.
II primo presupposto di tutta la storia umana è natural­
mente l’esistenza di individui umani viventi. Il primo dato
di fatto da constatare è dunque l’organizzazione fisica di que­
sti individui e il loro rapporto, che ne consegue, verso il re­
sto della natura. Qui naturalmente non possiamo addentrarci
nell’esame né della costituzione fisica dell’uomo stesso, né
delle condizioni naturali trovate dagli uomini, come le con­
dizioni geologiche, oro-idrografiche, climatiche, e cosi via.
Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi na­
turali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia
per l’azione degli uomini.
I^ o IL P EN SIER O DI KAR L M A R X P A R T E SECONDA

Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la co­


scienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma es­
si cominciarono a distinguersi dagli animali allorché comin­
ciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso
che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Produ­
cendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono in­
direttamente la loro stessa vita materiale.
Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussi­
stenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sus­
sistenza che essi trovano e che debbono riprodurre. Questo
modo di produzione non si deve giudicare solo in quanto è
la riproduzione dell’esistenza fisica degli individui; anzi, es­
so è già un modo determinato dell’attività di questi indivi­
dui, un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un
modo di vita determinato. Come gli individui esternano la
loro vita, cosi essi sono. Ciò che essi sono coincide dunque
con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto
col modo come producono. Ciò che gli individui sono di­
pende dunque dalle condizioni materiali della loro produ­
zione.
L ’ideologia tedesca, 1845-46
(in K . m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, pp. 16-17).

Questa concezione della storia si fonda dunque su que­


sti punti: spiegare il processo reale della produzione, e pre­
cisamente muovendo dalla produzione materiale della vita
immediata, assumere come fondamento di tutta la storia la
forma di relazioni che è connessa con quel modo di produ­
zione e che da esso è generata, dunque la società civile nei
suoi diversi stadi, e sia rappresentarla nella sua azione come
stato, sia spiegare partendo da essa tutte le varie creazioni
teoriche e le forme della coscienza, religione, filosofia, mora­
le, ecc. ecc. e seguire sulla base di queste il processo della sua
origine, ciò che consente naturalmente anche di rappresen­
tare la cosa nella sua totalità (e quindi anche la reciproca
influenza di questi lati diversi l’uno sull’altro). Essa non de­
ve cercare in ogni periodo una categoria, come la concezione
idealistica della storia, ma resta salda costantemente sul ter­
reno storico reale, non spiega la prassi partendo dall’idea,
ma spiega le formazioni di idee partendo dalla prassi mate­
riale, e giunge di conseguenza anche al risultato che tutte le
forme e prodotti della coscienza possono essere eliminati
non mediante la critica intellettuale, risolvendoli nell’«auto­
I L M A T E R IA L IS M O STORICO 151
coscienza» o trasformandoli in «spiriti», «fantasmi», «spet­
tri», ecc., ma solo mediante il rovesciamento pratico dei rap­
porti sociali esistenti, dai quali queste fandonie idealistiche
sono derivate; che non la critica, ma la rivoluzione è la forza
motrice della storia, anche della storia della religione, della
filosofia e di ogni altra teoria. Essa mostra che la storia non
finisce col risolversi nella «autocoscienza» come «spirito
dello spirito», ma che in essa ad ogni grado si trova un ri­
sultato materiale, una somma di forze produttive, un rap­
porto storicamente prodotto con la natura e degli individui
fra loro, che ad ogni generazione è stata tramandata dalla
precedente una massa di forze produttive, capitali e circo­
stanze, che da una parte può senza dubbio essere modificata
dalla nuova generazione, ma che d’altra parte impone ad es­
sa le sue proprie condizioni di vita e le dà uno sviluppo
determinato, uno speciale carattere; che dunque le circo­
stanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini fac­
ciano le circostanze.
Ib id ., pp. 38-39.

La dottrina materialistica della modificazione delle cir­


costanze e dell’educazione dimentica che le circostanze sono
modificate dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere
educato. Essa è costretta quindi a separare la società in due
parti, delle quali Luna è sollevata al di sopra della società.
La coincidenza del variare delle circostanze dell’attività
umana, o auto-trasformazione, può essere concepita o com­
presa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria.
Tesi su Feuerbach, 1943
(in K . m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 4).

Che cosa è la società, qualunque sia la sua forma? Il


prodotto dell’azione reciproca degli uomini. Gli uomini han­
no la libertà di scegliersi questa o quest’altra forma di so­
cietà? Affatto. Scegliete uno stadio particolare di sviluppo
delle forze produttive dell’uomo ed avrete una particolare
forma di commercio e di consumo. Scegliete stadi partico­
lari di sviluppo della produzione e avrete una organizza­
zione corrispondente della famiglia, degli ordini e classi, in
una parola, una società civile particolare e avrete condizioni
politiche particolari, che sono soltanto la espressione ufficia­
le della società civile. Il signor Proudhon non lo compren­
derà mai perché è convinto di fare qualcosa di grande ri-
1^2 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

chiamandosi dallo stato alla società, vale a dire, dal résumé


ufficiale della società alla società ufficiale.
È superfluo aggiungere che gli uomini non sono liberi di
scegliere le proprie forze produttive - che sono la base di tut­
ta la loro storia - perché ogni forza produttiva è una forza
acquisita, il prodotto dell’attività anteriore.
Le forze produttive sono dunque il risultato della energia
umana pratica; ma questa energia è essa stessa condizionata
dalle circostanze in cui gli uomini si trovano, dalle forze pro­
duttive già conquistate, dalla forma sociale preesistente, che
esse non creano e che è il prodotto della generazione prece­
dente. Per il semplice fatto che ogni successiva generazione
si trova in possesso delle forze produttive conquistate dalla
generazione precedente, che servono come materia prima per
una nuova produzione, nella storia umana si forma una con­
catenazione, vi è una storia dell’umanità che è divenuta an­
cora più una storia dell’umanità da quando le forze produt­
tive dell’uomo e di conseguenza i suoi rapporti sociali si so­
no estesi. Di qui consegue necessariamente: la storia sociale
degli uomini non è altro che la storia del loro sviluppo so­
ciale, ne siano essi coscienti o no. I loro rapporti materiali
sono la base di tutti i loro rapporti. Questi rapporti mate­
riali sono soltanto le forme necessarie in cui si realizza la
loro attività materiale ed individuale.
Lettera ad Annenkov, in Miseria della filosofia, 1847
(Samonà e Savelli, Roma 1968, pp. 218-19).

Nella produzione gli uomini non agiscono soltanto sulla


natura, ma anche gli uni sugli altri. Essi producono soltanto
in quanto collaborano in un determinato modo e scambiano
reciprocamente le proprie attività. Per produrre, essi entra­
no gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti, e la
loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nel
quadro di questi legami e rapporti sociali.
Questi rapporti sociali che legano i produttori gli uni agli
altri, le condizioni nelle quali essi scambiano le loro attività
e partecipano all’atto complessivo della produzione, sono na­
turalmente diversi a seconda del carattere dei mezzi di pro­
duzione. Con l’invenzione di un nuovo strumento di guerra,
dell’arme da fuoco, tutta l’organizzazione interna dell’eser­
cito necessariamente si modificò, si modificarono i rapporti
sulla base dei quali i singoli costituiscono un esercito e pos­
sono operare come esercito, e si modificò pure il rapporto
dei diversi eserciti tra di loro.
I L M A T E R IA L IS M O STO RICO 153
I rapporti sociali entro i quali gli individui producono, i
r a p p o r t i s o c ia li d i p r o d u z io n e , s i m o d ific a n o , d u n q u e , s i tra­
s fo rm a n o c o n la tr a s fo rm a z io n e e c o n lo s v ilu p p o d e i m ez z i
m a te r ia li d i p r o d u z io n e , d e l l e fo r z e p r o d u t t iv e . I r a p p o r t i
d i p r o d u z io n e c o s titu is c o n o n e l lo r o a s s ie m e c iò c h e r ic e v e
il n o m e d i r a p p o r t i s o c ia li, d i s o c ie tà , e p r e c is a m e n t e u na
s o c ie tà a u n g ra d o d i s v il u p p o s to ric o d e t e r m in a t o , una so­
cietà con un carattere particolare che la distingue. La società
a n tic a , la società f e u d a le , la società b o r g h e s e sono simili
complessi di rapporti di produzione, e ognuno di questi com­
plessi caratterizza, nello stesso tempo, un particolare stadio
di sviluppo nella storia dell’umanità.
Lavoro salariato e capitale, 1849
(Rinascita, Roma 1948, p. 48).

Notabene circa alcuni punti che sono da menzionare qui


e che non vanno dimenticati:
1) L a gu erra è sviluppata prima della pace: modo in
cui certi rapporti economici come lavoro salariato, macchi­
nismo ecc., sono stati sviluppati dalla guerra e negli eserciti,
prima che nell’interno della società borghese. Anche il rap­
porto tra produttività e rapporti di traffico diviene partico­
larmente evidente nell’esercito.
2) R a p p o rti d e lla s to r io g r a fia id e a le come es­
sa si è s v ilu p p a ta fin o ad o ra , con la s to rio g ra ­
fia re a le . In p a rtic o la re , d e lle c o sid d e tte sto ­
rie d e lla c iv ilt à , che sono tutte storia della religione
e degli stati. (Con l’occasione si può anche dire qualcosa sui
vari generi di storiografia finora esistiti. Il cosiddetto genere
oggettivo. Il genere soggettivo (morale e altro). Quello filo­
sofico).
3) F a t t i di secondo e di te r z ’ o rd in e. In genera­
le, rapporti di produzione d e r iv a ti, trasmessi, non origi­
nari. Qui entrano in gioco i rapporti internazionali.
4) R im p ro v e ri sul m aterialism o di questa con­
cezion e. R ap p o rto col m aterialism o n a tu ra listi-
co.
5) D ia le ttic a dei co n cetti di fo rza p ro d u ttiv a
(m ezzo di p ro d u zio n e) e rap p o rto di prod u zion e
- una dialettica di cui vanno definiti i limiti e che non an­
nulla la differenza reale.
6) L ’ in egu ale rap p o rto d ello sv ilu p p o d e lla p ro­
duzione m ateriale con lo s v ilu p p o , per e s ., a r t i­
stico . In generale il concetto di progresso non va inteso
154 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

nel modo astratto abituale. Arte moderna ecc. Questa spro­


porzione non è ancora cosi importante né cosi difficile da
concepire come aU’interno dei rapporti pratico-sociali stessi.
Per es., della cultura. Rapporto degli S ta ti U n iti con
l’Europa. Ma il punto propriamente difficile da discutere
qui, è come i rapporti di produzione nell’aspetto di rapporti
giuridici abbiano uno sviluppo ineguale. Così, per es., il
rapporto del diritto privato romano (la cosa è meno vera
per il diritto penale e pubblico) con la produzione moderna.
7) Q uesta con cezion e si p resen ta come s v ilu p ­
po n ecessario . Ma giustificazione del caso. Come. (Tra
l’altro anche della libertà). Influenza dei mezzi di comuni­
cazione. La storia universale non è esistita sempre; la storia
come storia universale è un risultato.
8) I l punto di p arten za è dato n atu ralm en te d a l­
la d eterm in atezza n a tu ra le ; soggettivamente e ogget­
tivamente. Tribù, razze ecc.
Per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura
non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo ge­
nerale della società, né quindi con la base materiale, con
l ’ossatura per così dire della sua organizzazione. Per es. i
greci paragonati con i moderni, o anche Shakespeare. Per
certe forme dell’arte, per es. per l’epica, si riconosce addi­
rittura che esse non possono piu prodursi nella loro forma
classica, nella forma che fa epoca, quando fa la sua com­
parsa la produzione artistica come tale; e che, quindi, nella
sfera stessa dell’arte, certe sue importanti manifestazioni so­
no possibili solo in uno stadio non sviluppato dell’evoluzio­
ne artistica. Se questo è vero per il rapporto dei diversi ge­
neri artistici nell’ambito dell’arte stessa, sarà tanto meno
sorprendente che ciò accada nel rapporto tra l ’intero domi­
nio dell’arte e lo sviluppo generale della società. La difficol­
tà sta solo nella formulazione generale di queste contraddizio­
ni. Non appena vengono specificate, esse sono già chiarite.
Prendiamo, ad es., il rapporto dell’arte greca e poi di
Shakespeare con l’età presente. È noto che la mitologia gre­
ca non fu soltanto l’arsenale ma anche il terreno nutritivo
dell’arte greca. È possibile la concezione della natura e dei
rapporti sociali che sta alla base della fantasia greca, e perciò
dell’[arte] greca, con le filatrici automatiche, le ferrovie, le
locomotive e il telegrafo? Che ne è di Vulcano a petto di
Roberts e Co., di Giove di fronte al parafulmine, di Ermete
di fronte al Crédit mobilier? Ogni mitologia vince, domina
I L M A T E R IA L IS M O STO RICO *55
e plasma le forze della natura nell’immaginazione e median­
te l’immaginazione: essa scompare quindi allorché si giunge
al dominio effettivo su quelle forze. Che cosa diventa la
Fama di fronte a Printinghouse square? L ’arte greca pre­
suppone la mitologia greca, e cioè la natura e le forme sociali
stesse già elaborate dalla fantasia popolare in maniera incon­
sapevolmente artistica. Questo è il suo materiale. Non una
qualsiasi mitologia, cioè non una qualsiasi elaborazione in­
consapevolmente artistica della natura (ivi compreso ogni
elemento oggettivo e quindi anche la società). La mitologia
egiziana non avrebbe mai potuto essere il terreno o la ma­
trice dell’arte greca. Ma, in ogni caso, occorreva una mitolo­
gia. E, quindi, in nessun caso uno sviluppo sociale che esclu­
da ogni rapporto mitologico con la natura, ogni riferimento
mitologizzante ad essa, e che quindi pretenda dall’artista una
fantasia indipendente dalla mitologia.
D’altro lato è possibile Achille con la polvere da sparo e
il piombo? O, in generale, l’Iliade con il torchio tipografico
o addirittura con la macchina tipografica? Con la pressa del
tipografo non scompaiono necessariamente il canto, le saghe,
la Musa, e quindi le condizioni necessarie della poesia epica?
Ma la difficoltà non sta nell’intendere che l’arte e l’epos
greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La
difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a
suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto
un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili.
Un uomo non può tornare fanciullo o altrimenti diviene
puerile. Ma non si compiace forse dell’ingenuità del fanciul­
lo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, a un più alto
livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio
di ogni epoca non rivive forse nella sua verità primordiale?
E perché mai la fanciullezza storica dell’umanità, nel mo­
mento più bello del suo sviluppo, non dovrebbe esercitare
un fascino eterno come stadio che più non ritorna? V i sono
fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti. Molti dei
popoli antichi appartengono a questa categoria. I greci erano
fanciulli normali. Il fascino che la loro arte esercita su di
noi non è in contraddizione con lo stadio sociale poco o
nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato,
inscindibilmente connesso con il fatto che le immature con­
dizioni sociali in cui essa sorse e solo poteva sorgere, non
possono mai più ritornare.
Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 18.57-.58
(La Nuova Italia, Firenze 1968, pp. 37-40).
1 56 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

...Altrettanto certo è che gli individui non possono su­


bordinare a sé i loro stessi nessi sociali prima di averli creati.
Ma è anche insulso pensare quel nesso so lta n to m ate­
ria le come un nesso naturale, inscindibile dalla natura del­
l’individualità (in antitesi al sapere e volere riflessi) e ad es­
sa immanente. Esso invece ne è il prodotto. È un prodotto
storico. Appartiene ad una determinata fase del suo svilup­
po. L ’estraneità e l’autonomia in cui esso ancora si trova
rispetto a loro, dimostra soltanto che essi sono ancora presi
nella creazione delle condizioni della loro vita sociale invece
di averla iniziata a partire da queste condizioni. Quella na­
turale, è la connessione di individui nelPambito di deter­
minati e limitati rapporti di produzione. Gli individui uni­
versalmente sviluppati, i cui rapporti sociali in quanto loro
relazioni proprie, comuni, sono già assoggettati al loro pro­
prio comune controllo, non sono un prodotto della natura,
bensì della storia. Il grado e l’universalità dello sviluppo del­
le capacità in cui q u esta individualità diventa possibile,
presuppone appunto la produzione sulla base dei valori di
scambio, la quale essa soltanto produce, insieme con l’uni­
versalità, l’alienazione dell’individuo da sé e dagli altri, ma
anche l’universalità e l ’organicità delle sue relazioni e delle
sue capacità. Nei precedenti stadi di sviluppo l ’individuo
singolo si presenta in tutta la sua pienezza appunto perché
non ha ancora elaborato la pienezza delle sue relazioni, e
perché questa pienezza di relazioni egli non se l’è ancora
contrapposta come forze e rapporti sociali indipendenti da
lui. Volgersi indietro a quella pienezza originaria è altret­
tanto ridicolo quanto credere di dover rimanere fermi a quel
completo svuotamento. Al di là dell’opposizione a quel pun­
to di vista romantico quello borghese non è mai pervenuto,
e perciò esso l’accompagnerà come opposizione legittima fino
alla sua morte beata.
Ib id ., pp. 104-5.

...L o sv ilu p p o d e lla scienza - ossia della forma piu


solida della ricchezza, al tempo stesso prodotto e produttri­
ce della stessa - era sufficiente, da so lo , a dissolvere que­
sta comunità. Ma lo sv ilu p p o d e lla scien za, di questa
ricchezza ideale e pratica ad un tempo, non è che uno dei
lati, una delle forme, in cui si manifesta lo sv ilu p p o d e l­
le fo rz e p ro d u ttiv e um ane, ossia della ricchezza. Dal
punto di vista id ea le la dissoluzione di una determinata
forma di coscienza era sufficiente ad uccidere un’intera epo-
I L M A T E R IA L IS M O STO RICO 157
ca. Nella realtà, questo limite della coscienza corrisponde
ad un d eterm in ato grad o di sv ilu p p o d elle forze
p ro d u ttiv e m a te ria li e perciò della ricchezza. Natural­
mente non si ebbe soltanto uno sviluppo sulla vecchia base,
ma uno sv ilu p p o di q u esta base ste ssa . Il piu alto
sviluppo di questa base stessa (la sua fioritura; ma si tratta
pur sempre di questa base, di q u esta pianta che fiorisce;
ed è per questo che appassisce dopo la fioritura e come
conseguenza della fioritura) è il punto in cui essa si è elabo­
rata nella forma in cui è compatibile con il piu alto s v i­
lu p p o d e lle fo rze p r o d u ttiv e , e per ciò stesso con il
piu ricco sviluppo degli individui. Non appena questo punto
è raggiunto, l’ulteriore sviluppo si presenta come decaden­
za, e il nuovo sviluppo comincia da una base nuova. Noi ab­
biamo visto precedentemente che la proprietà delle condi­
zioni di produzione si identificava con una limitata, deter­
minata forma della comunità; quindi dell’individuo nelle
qualità - qualità limitate e limitato sviluppo delle sue forze
produttive - atte a costituire tale comunità.
Ib id ., p. 183.

Quanto al metodo del lavoro mi ha reso un grandissimo


servizio il fatto che by mere accident [per puro caso] - Frei-
ligrath trovò alcuni volumi di Hegel appartenenti a Bakunin
e me li mandò in dono - mi ero riveduto la Logica di Hegel.
Se tornerà mai il tempo per lavori del genere, avrei una gran
voglia di render accessibile all’intelletto dell’uomo comune
in poche pagine quanto vi è di razionale nel metodo che He­
gel ha scoperto ma nello stesso tempo mistificato.
Marx a Engels, 14 gennaio 1858
(in K. m arx e F. en gels , Carteggio,
6 voli., Rinascita, Roma 1950-53, voi. I l i , p. 155).

Egli sa molto bene che il mio metodo di svolgimento


non è quello di Hegel, perché io sono materialista, Hegel
idealista. La dialettica di Hegel è la forma fondamentale di
ogni dialettica, ma soltanto dopo l’eliminazione della sua
forma mistica, ed è appunto questo che distingue il mio
metodo.
Marx a Kugelmann, 6 marzo 1868
(in K. m arx ,
Lettere a Kugelmann, p. 67).

Ora, quale applicazione al caso della Russia il mio critico


poteva dedurre dal mio schizzo storico? Solo questa: se la
1^8 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

Russia aspira a diventare una nazione capitalistica alla stessa


stregua delle nazioni dell’Europa occidentale, e n e g li u lt im i
a n n i s i è d a ta u n g ra n d a ffa r e in q u e s to s e n s o , essa non lo
potrà senza prima aver trasformato buona parte dei suoi con­
tadini in proletari: dopo di che, presa nel turbine del siste­
ma capitalistico, ne subirà, come le altre nazioni profane, le
leggi inesorabili. Ecco tutto. Ma, per il mio critico, è troppo
poco. Egli sente l ’irresistibile bisogno di metamorfosare il
mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occiden­
tale in una teoria storico-filosofica della marcia generale fa­
talmente imposta a tu t t i i popoli, in qualunque situazione
storica essi si trovino, per giungere infine alla forma econo­
mica che, con la maggior somma di potere produttivo del
lavoro sociale, assicura il piu integrale sviluppo dell’uomo.
Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e trop­
po torto.
Prendiamo un esempio: in diversi punti del C a p it a le ho
accennato alla sorte che toccò ai plebei dell’antica Roma. In
origine contadini liberi che coltivavano ognuno per proprio
conto il loro pezzetto di terra, nel corso della storia romana
essi vennero espropriati. Lo stesso movimento che li separò
dai mezzi di produzione e sussistenza produsse la formazione
non solo di grandi proprietà terriere, ma di grandi capitali
monetari. Cosi, un bel giorno, vi furono da un lato i «liberi»
spogliati di tutto fuorché della loro forza-lavoro, e dall’altro,
per sfruttarli, i detentori di tutte le ricchezze accumulate.
Quando? In ogni caso, i proletari romani divennero non già
salariati, ma plebaglia fannullona e più abbietta degli ex
p o o r w h it e s [i bianchi declassati] degli Stati meridionali del­
l’Unione, e accanto ad essi si sviluppò un modo di produ­
zione non capitalistico, ma schiavistico. Dunque, eventi di
un’analogia sorprendente, ma verificatisi in ambienti storici
affatto diversi, produssero risultati del tutto differenti.
La chiave di questi fenomeni sarà facilmente trovata stu­
diandoli separatamente uno per uno e poi mettendoli a con­
fronto; non ci si arriverà mai col p a s s e -p a rto u t di una filoso­
fia della storia, la cui virtù suprema è d’essere soprastorica.
Marx alla redazione d ell‘« Otelestvennye Zapiski», 1877
(in K. m a r x e F . e n g e l s , ìndia, Cina, Russia,
I l Saggiatore, Milano i960, pp. 235-36).

Se in Russia deve affermarsi la produzione capitalistica,


bisogna trasformare la grande maggioranza dei russi, cioè,
dei contadini russi, in salariati, e perciò espropriarli median­
I L M A T E R IA L IS M O STO RICO 159
te l’abolizione preliminare della loro proprietà comunista.
Ma in ogni caso il precedente occidentale non proverebbe
nulla a proposito della «fatalità storica» di questo processo.
In questo movimento occidentale, si tratta quindi della
trasformazione di una forma di proprietà privata in un’altra
forma di proprietà privata. Che si affermi o si neghi la fata­
lità di questa trasformazione, le ragioni favorevoli o contra­
rie non hanno nulla a che fare con la mia analisi della genesi
del regime capitalistico. Si potrebbe al massimo arguire che,
considerando lo stato attuale della grande maggioranza dei
contadini russi, la loro trasformazione in piccoli proprietari
sarebbe soltanto il preludio alla loro rapida espropriazione...
Mentre la comune viene dissanguata e torturata, la sua
terra resa sterile e impoverita, i lacchè letterari delle « nuove
colonne sociali» denunciano ironicamente le piaghe inferte
alla comune come altrettanti sintomi naturali della sua spon­
tanea e incontestabile decrepitezza, e sostengono che essa
sta morendo di morte naturale e che sarà un’opera buona
abbreviarne l ’agonia. Qui non si tratta piu di un problema
teorico da risolvere; si tratta di un nemico da abbattere. Per
salvare la comune russa, occorre una rivoluzione russa. Del
resto, il governo e le «nuove colonne sociali» fanno del lo­
ro meglio per preparare le masse alla catastrofe. Se la rivo­
luzione scoppierà a tempo opportuno, se 1 ’intelligencija con­
centrerà tutte le forze «vive del paese» nell’assicurare alla
comune agricola un libero spiegamento, allora la comune ben
presto evolverà come elemento di rigenerazione della socie­
tà russa e, insieme, di superiorità sui paesi ancora asserviti
dal regime capitalistico.
Abbozzi preliminari alla lettera a Vera Zasulic
(in CEuvres, a cura di Rubel, voi. I I , pp. 1560, 1573). 1

1 K. marx , L in ea m en ti fo n d am en tali d ella crìtica d e ll’econom ia


p olitica , La Nuova Italia, Firenze 1968, voi. I, p. 40.
2 k . marx e F. engels , M a n ifesto d el partito com unista, in id .,
O p e re com plete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 504.
3 k . marx , T e si su F eu erb a ch , in k . marx e f . engels , O p ere
com p lete, Editori Riuniti, voi. V, Roma 1972, p. 4.
4 K. marx e F. engels , Basic W ritin gs on P o litics a n d Philo so-
p h y , a cura di L. Feuer, New York 1959, p. 399.
5 K. m arx , P refa zio n e a P e r la critica d e ll’ econom ia p olitica, Edi­
tori Riuniti, Roma 1937, p. 5.
16 0 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

Miseria della filosofia, in k . marx e f . engels , Opere com­


6 id .,
plete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973.
7 Cfr. in particolare j. plamenatz , Man and Society, London
1963, voi. II, pp. 274 sgg.
8 marx , Miseria della filosofia cit., p. 224.
’ k . marx e f . engels , La sacra famiglia, in id ., Opere complete,
Editori Riuniti, voi. IV , Roma 1972, p. 103.
10 K. marx , Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riu­
niti, Roma 1964, p. 44.
11 Marx alla redazione dell’« Otecestvennye Zapiski» (in k . marx
e F. engels , India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano i960,
p. 236).

Nota bibliografica.
H. acton, The Illusion of thè Epoch, London 1935.
- e g. Cohen, Some Criticisms of Historical Materialism, in
«Proceedings of thè Aristotelian Society», 1970.
m . bober , Karl Marx’s Interpretation of History, New York
19652.
z. jordan, The Evolution of Dialectical Materialism, London 1967.
j. plamenatz , Man and Society, voi. I I , London 1963.
j. sanderson, An Interpretation of thè Politicai Ideas of Marx
and Engels, London 1969.
I. zeitlin , Marxism: A Re-examination, New York 1967.
Si vedano anche i libri citati alla fine della parte I, cap. vi.
Capitolo terzo
Il lavoro

A.
COMMENTO

Il lavoro era per M arx lo strumento dell’autocreazio-


ne dell’uomo. Citando Vico, disse che «la storia dell’u­
manità si distingue dalla storia naturale per il fatto che
abbiamo fatto l’una e non abbiamo fatto l’altra» Marx
sintetizzò molto bene questo processo nel Capitale: « In
primo luogo, il lavoro è un processo che si svolge fra
l’uomo e la natura, nel quale l ’uomo, per mezzo della
propria azione, media regola e controlla il ricambio or­
ganico fra se stesso e la natura... operando... sulla natu­
ra fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo
la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa
sono assopite e assoggetta il gioco delle loro forze al pro­
prio p o tere»2.
Questo concetto fu presente in M arx fin dai suoi pri­
mi scritti: in realtà, egli lo derivò da Hegel e fu il punto
fondamentale su cui venne a patti con Hegel nei Mano­
scritti di Parigi. M arx elogiava Hegel per il fatto che
«egli intende l ’essenza del lavoro e concepisce l ’uomo
oggettivo, l ’uomo vero perché reale, come il risultato
del suo proprio lav o ro » 3. D ’altra parte, però, Hegel «ve­
de solo il lato positivo del lavoro, non quello negativo.
Il lavoro è il divenìre-per-sé dell’uomo nell’ambito del-
1’'alienazione o come uomo alienato. Il solo lavoro che
Hegel conosce e riconosce, è il lavoro astrattamente spi­
rituale» \
Dapprima M arx aveva considerato come sfera più im­
portante di alienazione la religione o la politica e fu
soltanto nel 18 44 che arrivò alla conclusione che l ’alie­
nazione fondamentale dell’uomo si verifica nel processo
IÙ 2 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

lavorativo, opinione che egli non cambiò mai più. Nei


Manoscritti di Parigi M arx tracciò un quadro del lavoro
alienato nella società capitalistica in cui l ’operaio sentiva
che il prodotto del suo lavoro non solo non gli apparte­
neva ma di fatto veniva ad acquistare un potere con­
trario ai suoi interessi. Da ciò derivava che l ’operaio non
poteva sentirsi a suo agio nell’atto produttivo; che il
mondo naturale e le facoltà che lo accomunavano agli
altri uomini gli divenivano estranee; e infine che l ’uomo
diventava alienato e ostile nei confronti degli altri uo­
m ini5. Marx tracciò anche, in quattro punti, il suo qua­
dro del lavoro non alienato negli Appunti su ]ames Mill
dove descrive, sebbene in modo quasi poetico, come il
lavoro potesse diventare l’attività centrale per la crea­
zione e l ’arricchimento dell’essenza um ana6. L ’affermazio­
ne più esplicita sulla natura del lavoro nella società co­
munista futura si trova nei Grundrisse. Qui M arx pre­
sentò la sua posizione come a mezza strada tra quelle
estreme di Adam Smith e Fourier. Secondo Smith il la­
voro era necessariamente un peso e un sacrificio men­
tre il riposo era la condizione propria dell’uomo; Fou­
rier invece, nel suo quadro ideale del futuro aveva equi­
parato il lavoro al divertimento e al gioco. In polemica
con Adam Smith, M arx faceva osservare che una quan­
tità normale di lavoro è essenziale per ogni essere uma­
no, e che il risultato del lavoro nel contesto adeguato
rappresentava «la realizzazione di sé, l’oggettificazione
del soggetto, perciò la libertà reale, la cui azione è ap­
punto il lavoro». Ma, contro Fourier, M arx insisteva
che « il lavoro veramente libero, per esempio comporre,
è al tempo stesso la cosa maledettamente più seria di
questo mondo, lo sforzo più intenso che ci sia. Il lavoro
di produzione materiale può acquistare questo carattere
solamente i ) se è posto il suo carattere sociale, 2) se è
di carattere scientifico»7.
La precisa funzione attribuita al lavoro non è sempre
chiara: nei Manoscritti di Parigi il lavoro sembra essere,
almeno idealmente, inerente a tutte le attività dell’uomo.
Ma uno dei temi principali dei Grundrisse riguardante
questo problema è che lo sviluppo delle macchine e del­
I L LAVORO 163
l’automazione avrebbe fornito all’uomo tanto tempo li­
bero da permettergli di sviluppare, in una società comu­
nista, molte delle sue capacità finora soffocate dalla ne­
cessità di lavorare per ore e ore in una situazione alie­
nante. Questa tesi viene ancora ribadita nel Capitale do­
ve M arx contrappone il regno della libertà al regno della
necessità. E gli dice che il regno della libertà «comincia
soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla neces­
sità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua na­
tura oltre la sfera della produzione materiale vera e pro­
pria». Anche nell’organizzazione comunista della produ­
zione, prosegue Marx, la lotta dell’uomo contro la na­
tura «rimane sempre un regno della necessità. A l di là
di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è
fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia
può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della neces­
sità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione
della giornata lavorativa»8.
Cionondimeno è chiaro che M arx riteneva che la na­
tura del lavoro sarebbe cambiata radicalmente in una
futura società comunista. Egli parlò anche di una possi­
bile «abolizione del lavoro». Nei Grundrisse egli dice
del capitale che «nella sua incessante tensione verso la
forma generale della ricchezza... [esso] spinge il lavoro
oltre i limiti dei suoi bisogni naturali, e in tal modo crea
gli elementi materiali per lo sviluppo di una individua­
lità ricca e dotata di aspirazioni universali nella produ­
zione non meno che nel consumo. Il lavoro di questa
individualità perciò non si presenta nemmeno più come
lavoro, ma come sviluppo integrale dell’attività stessa,
nella quale la necessità naturale nella sua forma imme­
diata è scom parsa»9. E nell’Ideologia tedesca M arx di­
chiarò succintamente: « I l lavoro è libero in tutti i paesi
civili; non si tratta di liberare il lavoro ma di abolirlo»
Un aspetto fondamentale del concetto di lavoro di
M arx era il riconoscimento della nefasta influenza della
divisione del lavoro. Questo concetto era basilare per la
filosofia della storia di M arx. Tutto l’apparato statale era
conseguenza della comparsa della divisione del lavoro e
sarebbe svanito con la sua scomparsa. E la scomparsa
164 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

della divisione del lavoro avrebbe anche annullato la


distinzione tra lavoro fisico e lavoro intellettuale. Sa­
rebbe così sorta una società in cui si sarebbe potuto «la
mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera
allevare il bestiame, dopo pranzo criticare»11. Questa
osservazione (che ovviamente si adatta soltanto a una
società essenzialmente contadina) forse non dovrebbe es­
sere presa troppo sul serio, sebbene Marx pensasse real­
mente che il progresso tecnologico e l’automazione avreb­
bero semplificato i compiti da svolgere e permesso un
rapido passaggio da un lavoro all’altro. « In una società
comunista - disse M arx - non esistono pittori, ma tutt’al
più uomini che, tra l ’altro, dipingono anche»12. Qualun­
que siano le difficoltà pratiche create dalla società tecno­
logica avanzata, il modello di lavoratore, per M arx, re­
stava l’«uomo completo» dei Manoscritti di Parigi e
l’«individuo sociale» dei Grundrisse.

B.
TESTI

Quando noi dunque ci domandiamo: qual è il rapporto


essenziale del lavoro? la domanda che ci poniamo verte in­
torno al rapporto dell’operaio con la produzione.
Sinora abbiamo considerato l’estraniazione, l’alienazione
dell’operaio da un solo lato, cioè abbiamo considerato il suo
rapporto coi prodotti del suo lavoro. Ma l’estraniazione si
mostra non soltanto nel risultato, ma anche nzWatto della
produzione, entro la stessa attività produttiva. Come potreb­
be l’operaio rendersi estraneo nel prodotto della sua attività,
se egli non si estraniasse da se stesso nell’atto della produ­
zione? Il prodotto non è altro che il «resumé» dell’attività,
della produzione. Quindi, se prodotto del lavoro è l’aliena­
zione, la produzione stessa deve essere alienazione attiva,
alienazione dell’attività, l’attività della alienazione. Nell’e­
straniazione dell’oggetto del lavoro si riassume la estrania­
zione, l’alienazione che si opera nella stessa attività del la­
voro.
E ora, in che cosa consiste l’alienazione del lavoro?
I L LAVORO 165
Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno
all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel
suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non sod­
disfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica
e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito.
Perciò l’operaio solo fuori del lavoro si sente presso di sé;
e si sente fuori di sé nel lavoro. È a casa propria se non la­
vora; e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi
non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è
quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma soltanto un
mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si
rivela chiaramente nel fatto che non appena vien meno la
coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fug­
gito come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l’uomo
si aliena, è un lavoro di sacrificio di se stessi, di mortifica­
zione. Infine l’esteriorità del lavoro per l’operaio appare in
ciò che il lavoro non è suo proprio, ma è di un altro. Non
gli appartiene, ed egli, nel lavoro, non appartiene a se stesso,
ma ad un altro. Come nella religione, l’attività propria della
fantasia umana, del cervello umano e del cuore umano in­
fluisce sull’individuo indipendentemente dall’individuo, co­
me un’attività estranea, divina o diabolica, cosi l ’attività del­
l’operaio non è la sua propria attività. Essa appartiene ad un
altro; è la perdita di sé.
Manoscritti ecotiomico-filosofici del 1844
(Einaudi, Torino 1973, pp. 74-75).

Certamente anche l ’animale produce. Si fabbrica un ni­


do, delle abitazioni, come fanno le api, i castori, le formiche,
ecc. Solo che l’animale produce unicamente ciò che gli oc­
corre immediatamente per sé o per i suoi nati; produce in
modo unilaterale, mentre l’uomo produce in modo univer­
sale; produce solo sotto l’impero del bisogno fisico imme­
diato, mentre l’uomo produce anche libero dal bisogno fisi­
co, e produce veramente soltanto quando è libero da esso;
l’animale riproduce soltanto se stesso, mentre l’uomo ripro­
duce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene im­
mediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone
liberamente di fronte al suo prodotto. L ’animale costruisce
soltanto secondo la misura e il bisogno della specie, a cui
appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura
di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a
quel determinato oggetto; quindi l’uomo costruisce anche
secondo le leggi della bellezza.
1 66 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

Proprio soltanto nella trasformazione del mondo ogget­


tivo l’uomo si mostra quindi realmente come un essere ap­
partenente ad una specie. Questa produzione è la sua vita
attiva conte essere appartenente ad una specie. Mediante
essa la natura appare come la sua opera e la sua realtà. L ’og­
getto del lavoro è quindi l’oggettivazione della vita dell’uo­
mo come essere appartenente ad una specie, in quanto egli
si raddoppia, non soltanto come nella coscienza, intellettual­
mente, ma anche attivamente, realmente, e si guarda quindi
in un mondo da esso creato.
Ib id ., pp. 78-79.

L ’esercizio della forza-lavoro, il lavoro, è però l’attività


vitale propria dell’operaio, è la manifestazione della sua pro­
pria vita. Ed egli vende ad un terzo questa attività vitale per
assicurarsi i mezzi di sussistenza necessaria. La sua attività
vitale è dunque per lui soltanto un mezzo per poter vivere.
Egli lavora per vivere. Egli non calcola il lavoro come parte
della sua vita: esso è piuttosto un sacrificio della sua vita.
Esso è una merce che egli ha aggiudicato a un terzo. Perciò
anche il prodotto della sua attività non è lo scopo della sua
attività. Ciò che egli produce per sé non è la seta che egli
tesse, non è l’oro che egli estrae dalla miniera, non è il pa­
lazzo che egli costruisce. Ciò che egli produce per sé è il
salario-, e seta, e oro, e palazzo si risolvono per lui in una de­
terminata quantità di mezzi di sussistenza, forse in una giac­
ca di cotone, in una moneta di rame e in un tugurio. E l’o­
peraio che per dodici ore tesse, fila, tornisce, trapana, co­
struisce, scava, spacca le pietre, le trasporta, ecc., considera
egli forse questo tessere, filare, trapanare, tornire, costruire,
scavare, spaccar pietre per dodici ore come manifestazione
della sua vita, come vita? Al contrario. La vita incomincia
per lui dal momento in cui cessa questa attività, a tavola,
al banco dell’osteria, nel letto. Il significato delle dodici ore
di lavoro non sta per lui nel tessere, filare, trapanare, ecc.,
ma soltanto nel guadagnare ciò che gli permette di andare a
tavola, al banco dell’osteria, a letto.
Lavoro salariato e capitale, 1849
(Rinascita, Roma 1948, p. 34).

La più grande divisione del lavoro rende capace un ope­


raio di fare il lavoro di cinque, di dieci, di venti; essa aumen­
ta quindi di cinque, di dieci, di venti volte la concorrenza
fra gli operai. Gli operai si fanno concorrenza non soltanto
I L LAVORO 167
vendendosi piu a buon mercato l’uno dell’altro; essi si fanno
concorrenza nella misura in cui uno fa il lavoro di cinque, di
dieci, di venti, e la divisione del lavoro, introdotta dal capi­
tale e sempre accresciuta, costringe gli operai a farsi questo
genere di concorrenza. Inoltre, nella stessa misura in cui la
divisione del lavoro aumenta, il lavoro si semplifica. L ’abi­
lità particolare dell’operaio perde il suo valore. Egli viene
trasformato in una forza produttiva semplice, monotona, che
non deve piu far ricorso a nessuno sforzo fisico e mentale.
Il suo lavoro diventa lavoro accessibile a tutti.
Nella misura, dunque, in cui il lavoro diventa tedioso e
privo di soddisfazioni, nella stessa misura aumenta la con­
correnza e diminuisce il salario. L ’operaio cerca di conser­
vare la massa del suo salario lavorando di piu, sia lavorando
piu ore, sia producendo di piu nella stessa ora. Spinto dal
bisogno, egli rende ancora più gravi gli effetti malefici della
divisione del lavoro. Il risultato è il seguente: più egli lavo­
ra, meno salario riceve, e ciò per la semplice ragione che
nella stessa misura in cui egli fa concorrenza ai suoi compa­
gni di lavoro, egli si fa di questi compagni di lavoro altret­
tanti concorrenti, che si offrono alle stesse cattive condizioni
alle quali egli si offre, perché, in ultima analisi, egli fa con­
correnza a se stesso, a se stesso in quanto membro della clas­
se operaia.
Le macchine portano agli stessi risultati su una scala mol­
to più vasta, perché sostituiscono operai qualificati con ope­
rai non qualificati, uomini con donne, adulti con ragazzi, per­
ché le macchine là dove vengono introdotte per la prima
volta gettano sul lastrico masse enormi di operai manuali,
e dove vengono migliorate e perfezionate, sostituite da al­
tre più redditizie, provocano il licenziamento degli operai a
gruppi più piccoli.
lhid., pp. 70-71.

L ’indifferenza verso un genere determinato di lavoro pre­


suppone una totalità molto sviluppata di generi reali di la­
voro, nessuno dei quali domini più sull’insieme. Cosi, le
astrazioni più generali sorgono solo dove si dà il più ricco
sviluppo concreto, dove una sola caratteristica appare comu­
ne a un gran numero, a una totalità di elementi. Allora, es­
sa cessa di poter essere pensata soltanto in una forma parti­
colare. D ’altra parte quest’astrazione del lavoro in generale
non è soltanto il risultato mentale di ima concreta totalità
di lavori. L ’indifferenza verso il lavoro determinato corri­
i68 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

sponde a una forma di società in cui gli individui passano


con facilità da un lavoro ad un altro e in cui il genere deter­
minato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente.
Il lavoro qui è divenuto non solo nella categoria, ma anche
nella realtà, il mezzo per creare la ricchezza in generale, e,
come determinazione, esso ha cessato di concrescere con gli
individui in una dimensione particolare. Un tale stato di co­
se è sviluppato al massimo nella forma d’esistenza piu mo­
derna delle società borghesi, gli Stati Uniti. Qui, dunque,
la astrazione della categoria «lavoro», il «lavoro in genera­
le», il lavoro sans phrase, che è il punto di partenza dell’eco­
nomia moderna, diviene per la prima volta praticamente ve­
ra. Cosi l’astrazione piu semplice che l’economia moderna
pone al vertice e che esprime una relazione antichissima e
valida per tutte le forme di società, si presenta tuttavia pra­
ticamente vera in questa astrazione solo come categoria della
società moderna. Si potrebbe dire che ciò che negli Stati
Uniti si presenta come un prodotto storico - questa indiffe­
renza verso un lavoro determinato - nei russi per es. si pre­
senta come una disposizione naturale. Ma, prima di tutto,
c’è una maledetta differenza se dei barbari hanno disposizio­
ne ad essere utilizzati per tutto, o se degli esseri inciviliti si
applicano essi stessi a tutto. E poi, presso i russi, a questa
indifferenza verso il carattere determinato del lavoro corri­
sponde praticamente il fatto che essi sono tradizionalmente
legati a un lavoro del tutto determinato dal quale vengono
strappati solo ad opera di influenze esterne.
'Lineamenti fondamentali della critica d ell’economìa politica, 1857-58
(La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 32).

Come, con lo sviluppo della grande industria, la base su


cui essa poggia - ossia l’appropriazione di tempo di lavoro
altrui - cessa di costituire o di creare la ricchezza, così, con
esso, il lav o ro im m ed iato cessa di essere, come tale, ba­
se alla produzione, per un verso in quanto viene trasformato
in una attività piu che altro regolatrice, di sorveglianza, ma
poi anche perché il prodotto cessa di essere il prodotto del
lavoro immediato, isolato, ed è piuttosto la com b inazion e
dell’attività sociale ad assumere la veste di produttore.
«Quando la divisione del lavoro è sviluppata, quasi ogni
lavoro di un singolo individuo è una parte del tutto, la
quale, da se ste ssa non ha alcun v a lo re o u t ilità .
Non c’è nulla di cui il lavoratore possa impadronirsi, e dire:
I L LAVORO 109
questo è il mio prodotto, questo lo terrò per me». Nello
scambio immediato il lavoro singolo, immediato, si presenta
realizzato in un prodotto particolare o parte di questo pro­
dotto, ove il suo carattere sociale, comunitario - ossia il suo
carattere di oggettivazione del lavoro generale e di soddi­
sfacimento del bisogno generale - è posto soltanto attraver­
so lo scambio. Nel processo di produzione della grande in­
dustria, al contrario, come da una parte la subordinazione
delle forze della natura all’intelletto sociale è il presupposto
della produttività del mezzo di lavoro sviluppato a processo
automatico, cosi d’altra parte il lavoro del singolo, nella sua
esistenza immediata, è posto come lavoro singolo soppresso,
ossia come lavoro sociale. Cosi viene eliminata anche l’altra
base di questo modo di produzione.
Ibid., pp. 406-7.

L ’economia effettiva - il risparmio - consiste in un ri­


sparmio di tempo di lavoro (minimo - e riduzione al mini­
mo - di costi di produzione); ma questo risparmio si iden­
tifica con lo sviluppo della produttività. [Non si tratta] quin­
di affatto di rin u n cia al go d im en to , bensì di sviluppo
di capacità [power], di capacità atte alla produzione, e per­
ciò tanto delle capacità quanto dei mezzi del godimento. La
capacità di godere è una condizione per godere, ossia il suo
primo mezzo, e questa capacità è lo sviluppo di un talento
individuale, è produttività. Il risparmio di tempo di lavoro
equivale all’aumento del tempo libero, ossia del tempo dedi­
cato allo sviluppo pieno dell’individuo, sviluppo che a sua
volta reagisce, come massima produttività, sulla produttivi­
tà del lavoro. Esso può essere considerato, dal punto di vista
del processo di produzione immediato, come produzione di
c a p ita le fis s o ; questo capitale fisso è l’uomo stesso. Che
del resto lo stesso tempo di lavoro immediato non possa
rimanere in astratta antitesi al tempo libero - come si pre­
senta dal punto di vista dell’economia borghese - si intende
da sé. Il lavoro non può diventare gioco, come vuole Fourier,
al quale rimane il grande merito di aver indicato come obiet­
tivo ultimo la soppressione non della distribuzione, ma del
modo di produzione stesso nella sua forma superiore. Il tem­
po libero - che è sia tempo di ozio che tempo per attività
superiori - ha trasformato naturalmente il suo possessore
in un soggetto diverso, ed è in questa veste di soggetto di­
verso che egli entra poi anche nel processo di produzione
immediato. Il quale è, insieme, disciplina, se considerato in
170 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

relazione all’uomo che diviene, ed esercizio, scienza speri­


mentale, scienza materialmente creativa e oggettivantesi, se
considerato in relazione all’uomo divenuto, nel cui cervello
esiste il sapere accumulato della società. Per entrambi, fin­
ché il lavoro richiede una pratica operazione manuale e una
libertà di movimento, come nell’agricoltura, è al tempo stes­
so esercizio.
Ib id ., pp. 409-10.

Non occorre un acume particolare per comprendere che,


partendo per esempio dal lavoro libero, o lavoro salariato,
scaturito dalla dissoluzione della servitù della gleba, le mac­
chine possono n ascere solamente in antitesi al lavoro vivo,
in quanto proprietà altrui e potere ostile ad esso contrap­
posti; ossia che esse gli si devono contrapporre come capi­
tale. Ma è altrettanto facile capire che le macchine non ces­
seranno di essere agenti della produzione sociale quando per
esempio diventeranno proprietà degli operai associati. Nel
primo caso però la loro distribuzione, il fatto cioè che esse
non ap p arten gon o all’operaio, è altresì una condizione
del modo di produzione fondato sul lavoro salariato. Nel se­
condo caso una distribuzione modificata partirebbe da una
base di produzione m o d ific a ta , nuova, sorta soltanto dal
processo storico.
Ib id ., p. 577.

Le forme sociali del loro proprio lavoro o le forme del loro


proprio lavoro sociale sono rapporti formati in modo del tutto
indipendente dai singoli operai; gli operai, in quanto sus­
sunti sotto il capitale, divengono elementi di queste forme
sociali, ma queste forme sociali non appartengono ad essi.
Perciò queste si contrappongono ad essi come figure del ca­
pitale stesso, come combinazioni che, a differenza della loro
capacità lavorativa presa isolatamente, appartengono al ca­
pitale, derivano da esso e sono ad esso incorporate. E ciò
assume una forma tanto piu reale, da un lato, quanto piu la
loro capacità lavorativa stessa viene modificata da queste for­
me, fino al punto che essa, nella sua indipendenza, cioè al
di fuori di questo rapporto capitalistico, diviene impotente
e viene distrutta la sua capacità di produzione indipenden­
te, dall’altro lato, quanto piu le condizioni del lavoro, con
lo sviluppo delle macchine, si presentano come forze che
esercitano il loro dominio sul lavoro anche dal punto di vi­
I L LAVORO 171
sta tecnologico, e nello stesso tempo lo sostituiscono, lo op­
primono, lo rendono superfluo nelle sue forme indipendenti.
Teorie sul plusvalore, 1862
(voi. I , pp. 587-88).

Ma l ’economia politica del lavoro stava per riportare una


vittoria ancora piu grande sull’economia politica della pro­
prietà. Parliamo del movimento cooperativo, specialmente
delle fabbriche cooperative create dagli sforzi di poche «ma­
ni» intrepide non aiutate da nessuno. Il valore di questo
grande esperimento sociale non può mai essere apprezzato
abbastanza. Col fatto, invece che con argomenti, queste coo­
perative hanno dimostrato che la produzione su grande scala
e in accordo con la scienza moderna è possibile senza resi­
stenza di una classe di imprenditori che dà da lavorare a una
classe di «mani»; che i mezzi di lavoro non hanno bisogno,
per dare i loro frutti, di essere monopolizzati come uno stru­
mento di asservimento e di sfruttamento dell’operaio stesso;
e che il lavoro salariato, come il lavoro dello schiavo, come il
lavoro del servo della gleba, è solo una forma passeggera e
piu bassa, destinata a sparire dinanzi al lavoro associato,
il quale adempie il suo compito con volontà, con entusiasmo
e con gioia. In Inghilterra il seme del sistema cooperativo fu
gettato da Roberto Owen; gli esperimenti fatti da operai sul
Continente furono in realtà il risultato pratico delle teorie,
non trovate, ma altamente proclamate nel 1848.
Indirizzo inaugurale d ell’Associazione internazionale degli operai, 1864
(in k . m a r x , Scritti scelti,
Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. I I , p. 386).

Immaginiamoci in fine, per cambiare, un’associazione di


uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni
e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro indi­
viduali come una sola forza-lavoro sociale. Qui si ripetono
tutte le determinazioni del lavoro di Robinson, però social­
mente invece che individualmente. Tutti i prodotti di Ro­
binson erano sua produzione esclusivamente personale, e
quindi oggetti d’uso, immediatamente per lui. Il prodotto
complessivo dell’associazione è prodotto sociale. Una parte
serve a sua volta da mezzo di produzione. Rimane sociale.
Ma un’altra parte viene consumata come mezzo di sussi­
stenza dai membri dell’associazione. Quindi deve essere di­
stribuita fra di essi. Il genere di tale distribuzione varierà
col variare del genere particolare dello stesso organismo so­
172 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

ciale di produzione e del corrispondente livello storico di


sviluppo dei produttori. Solo per mantenere il parallelo con
la produzione delle merci presupponiamo che la partecipa­
zione di ogni produttore ai mezzi di sussistenza sia determi­
nata dal suo tempo di lavoro. Quindi il tempo di lavoro re­
citerebbe una doppia parte. La sua distribuzione, compiuta
socialmente secondo un piano, regola l’esatta proporzione
delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni.
D ’altra parte, il tempo di lavoro serve allo stesso tempo co­
me misura della partecipazione individuale del produttore
al lavoro in comune, e quindi anche alla parte del prodotto
comune consumabile individualmente. Le relazioni sociali
degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del loro lavoro
rimangono qui semplici e trasparenti tanto nella produzione
quanto nella distribuzione.
I l capitale, libro I, 1867
(Editori Riuniti, Roma i968s, pp. n o - i i ) .

In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra


l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della pro­
pria azione, media, regola e controlla il ricambio organico
fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra
le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli
mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corpo­
reità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i ma­
teriali della natura in forma usabile per la propria vita. Ope­
rando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cam­
biandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua pro­
pria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assog­
getta il gioco delle loro forze al proprio potere. Qui non
abbiamo da trattare delle prime forme di lavoro, di tipo ani­
malesco e istintive. Lo stadio nel quale il lavoro umano non
s’era ancora spogliato della sua prima forma di tipo istintivo
si ritira nello sfondo lontano delle età primeve, per chi vive
nello stadio nel quale il lavoratore si presenta sul mercato
come venditore della propria forza-lavoro. Noi supponiamo
il lavoro in una forma nella quale esso appartenga esclusi­
vamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomi­
gliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti archi­
tetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che
fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape mi­
gliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa
prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo
emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella
I L LAVORO 173
idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente.
Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma del­
l’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, al­
lo stesso tempo, il proprio scopo, da lui ben conosciuto, che
determina come legge il modo del suo operare, e al quale
deve subordinare la sua volontà. E questa subordinazione
non è un atto isolato. Oltre lo sforzo degli organi che lavo­
rano, è necessaria, per tutta la durata del lavoro, la volontà
conforme allo scopo, che si estrinseca come attenzione-, e
tanto più è necessaria, quanto meno il lavoro, per il proprio
contenuto e per il modo dell’esecuzione, attrae a sé l’ope­
raio, quindi quanto meno questi gode come gioco delle pro­
prie forze fisiche e intellettuali.
I momenti semplici del processo lavorativo sono la atti­
vità conforme allo scopo, ossia il lavoro stesso, l’oggetto del
lavoro e i mezzi di lavoro.
La terra (nella quale dal punto di vista economico è in­
clusa anche l’acqua), come originariamente provvede l’uo­
mo di cibarie, di mezzi di sussistenza bell’e pronti, si trova
ad essere, senza contributo dell’uomo, l’oggetto generale del
lavoro umano. Tutte le cose che il lavoro non fa che scioglie­
re dal loro nesso immediato con l’orbe terracqueo sono og­
getti di lavoro che l’uomo si trova davanti per natura. Cosi
il pesce che vien preso e separato dal suo elemento vitale,
l’acqua, il legname che viene abbattuto nella foresta vergi­
ne, il minerale strappato dalla sua vena. Se invece l’oggetto
del lavoro è già filtrato, per cosi dire, attraverso lavoro pre­
cedente lo chiamiamo materia prima-, per es. il minerale già
estratto, quando viene sottoposto a lavaggio. Ogni materia
prima è oggetto di lavoro, ma non ogni oggetto di lavoro è
materia prima. L ’oggetto di lavoro è materia prima soltanto
quando ha subito un cambiamento mediante il lavoro.
II mezzo di lavoro è una cosa o un complesso di cose che
il lavoratore inserisce fra sé e l’oggetto del lavoro, che gli
servono da conduttore della propria attività su quell’ogget­
to. L ’operaio utilizza le proprietà meccaniche, fisiche, chi­
miche delle cose, per farle operare come mezzi per esercitare
il suo potere su altre cose, conformemente al suo scopo. Im­
mediatamente - astrazion fatta dall’afferrare mezzi di sussi­
stenza già bell’e pronti, per es. frutta, nel che gli servono
come mezzi di lavoro i soli organi del suo corpo - il lavora­
tore non s’impadronisce dell’oggetto del lavoro, ma del mez­
zo di lavoro. Cosi lo stesso elemento naturale diventa organo
della sua attività: un organo che egli aggiunge agli organi
17 4 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

del proprio corpo, prolungando la propria statura naturale,


nonostante la Bibbia. La terra è non solo la sua dispensa
originaria, ma anche il suo arsenale originario di mezzi di
lavoro. Per es. gli fornisce la pietra che gli serve per il lan­
cio, per macinare e limare, per premere e pestare, per ta­
gliare, ecc. La terra stessa è un mezzo di lavoro, eppure pre­
suppone a sua volta, prima di poter servire come mezzo di
lavoro nell’agricoltura, tutta una serie di altri mezzi di la­
voro e uno sviluppo della forza lavorativa relativamente già
elevato. In genere il processo lavorativo, appena è svilup­
pato almeno in piccola parte, ha bisogno di mezzi di lavoro
già preparati. Strumenti e armi di pietra si trovano nelle
piu antiche caverne abitate da uomini. All’inizio della sto­
ria dell’umanità, la parte principale fra i mezzi di lavoro,
assieme a pietre, legna, ossa e conchiglie lavorate, è rap­
presentata dall’animale addomesticato, dunque cambiato an-
ch’esso per mezzo del lavoro, allevato. L ’uso e la creazio­
ne dei mezzi di lavoro, benché già propri, in germe, di cer­
te specie animali, contraddistinguono il processo lavorati­
vo specificamente umano-, per questo il Franklin definisce
l’uomo «a toolmaking animai», un animale che fabbrica
strumenti. Le reliquie dei mezzi di lavoro hanno, per il giu­
dizio su formazioni sociali scomparse, la stessa importanza
che ha la struttura delle reliquie ossee per conoscere l ’orga­
nizzazione di generi animali estinti. Non è quel che vien
fatto, ma come vien fatto, con quali mezzi di lavoro, ciò che
distingue le epoche economiche.
Ibid., pp. 2 11-14 . 1

1 k . m arx , I l capitale, 3 voli., Editori Riuniti, Roma 19685,


voi. I, p. 414, nota 89.
2Ib id ., pp. 2 11-12 .
3i d ., M anoscritti economico-filosofici, Einaudi, Torino 1973,
p. 167.
4Ib id ., p. 168.
5Ib id ., pp. 72 sgg.
6i d ., Scritti inediti d i economia politica, Editori Riuniti, Roma
1963, PP- 3 sgg.
7i d ., Lineamenti fondamentali della critica d ell’economia poli­
tica, La Nuova Italia, Firenze 1968, voi. II , pp. 278-79.
8i d .,I l capitale cit., voi. I l i , p. 933.
9i d .,Lineam enti fondamentali cit., voi. I, pp. 317-18.
I L LAVORO X 75

10 k . marx e f . engels , L’ideologia tedesca, in id ., Opere com­


plete, Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 198.
11 Ibid., p. 33.
12 Ibid., p. 408.

Nota bibliografica.
s. avineri , The Social and Politicai Thought of Karl Marx, Cam­
bridge 1968.
d. braybrooke, Diagnosis and Remedy in Marx’s Doctrine of Alie-
nation, in «Social Research», autunno 1958.
b . ollmann , Alienation: Marx’s Critique of Man in Capitalist So­
ciety, Cambridge 19 71.
Capitolo quarto
Le classi

A.
COMMENTO

È ovvio che le classi siano molto importanti nella con­


cezione storica di Marx. Il Manifesto del partito comu­
nista si apre con le parole: « L a storia di ogni società si­
nora esistita è storia di lotte di classi» 1. Per M arx le
classi erano i gruppi sociali fondamentali grazie al con­
flitto dei quali la società si sviluppava secondo i muta­
menti della sua struttura economica. M arx riteneva che
nel passato si erano avute rivoluzioni quando una classe
aveva potuto identificare i propri interessi con quelli di
tutta la società. Nell 'Ideologia tedesca scrisse: «ogni
classe che prenda il posto di un’altra che ha dominato
prima è costretta, non fosse che per raggiungere il suo
scopo, a rappresentare il suo interesse come interesse
comune di tutti i membri della società... La classe rivo­
luzionaria si presenta senz’altro,... non come classe ma
come rappresentante dell’intera società»2. In passato
queste «identificazioni» si erano dimostrate di brevis­
sima durata; ma nella rivoluzione imminente la classe
proletaria poteva rappresentare effettivamente gli inte­
ressi di tutta la società sia per la semplificazione del si­
stema delle classi, sia per ovvie ragioni numeriche. Quin­
di la rivoluzione imminente avrebbe creato una società
senza classi. Le classi, come lo stato o l ’alienazione, erano
un fenomeno transitorio presente in massima misura nel­
la società capitalistica.
Considerando l ’importanza delle classi per M arx, c’è
da stupirsi che egli non abbia fatto un’analisi sistematica
del concetto. L ’unico luogo dove cercò di far questo è
alla fine del libro I I I del Capitale, che però non è termi-
iy 8 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

nato, perché interrotto dalla sua m orte3. Marx iniziò il


capitolo sulle classi chiedendosi: quante classi ci sono?
E rispose che nella società capitalistica ci sono tre gran­
di classi: gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari
fondiari. Ma specificò subito meglio dicendo che in In ­
ghilterra, dove la società capitalistica aveva raggiunto il
suo maggiore sviluppo, « la stratificazione delle classi non
appare neppure lì nella sua forma pura. Fasi medie e di
transizione cancellano anche qui tutte le linee di demar­
cazione (nella campagna tuttavia in grado molto minore
che nelle città) » \ Tuttavia, lo sviluppo della società ca­
pitalistica semplificava rapidamente la situazione produ­
cendo due e soltanto due classi; la borghesia e il prole­
tariato. Non solo gli strati «medi ed intermedi» veni­
vano soffocati, anche i proprietari fondiari subivano lo
stesso processo. Tutti i lavoratori alla fine sarebbero di­
ventati operai salariati e la concorrenza fra i capitalisti
avrebbe aumentato la ricchezza di alcuni e spinto gli altri
nel proletariato.
M arx si pose poi una seconda domanda: che cosa fa
sì che i tre gruppi di cui abbiamo parlato formino le tre
grandi classi sociali? E rispose: « A prima vista può sem­
brare che ciò sia dovuto alla identità dei loro redditi e
delle loro fonti di reddito. Sono tre grandi gruppi socia­
l i , ! cui componenti, gli individui che li formano, vivono
rispettivamente di salario, di profitto e di rendita fondia­
ria, della valorizzazione della loro forza-lavoro, del loro
capitale e della loro proprietà fondiaria»5. Egli obbiettò
poi che, da questo punto di vista, anche i medici, per
esempio, e gli impiegati formerebbero due classi distinte.
Lo stesso varrebbe per gli altri gruppi all’interno delle
tre classi di cui abbiamo parlato. Ma tale obiezione non
ebbe risposta perché il manoscritto si interrompe qui.
Le affermazioni meno sistematiche sulle classi nelle
altre opere di M arx aiutano a rispondere alle domande
sollevate nel Capitale. N el Manifesto del partito comu­
nista M arx usò il modello di due classi: «la società in­
tera si va sempre piu scindendo in due grandi campi ne­
mici, in due grandi classi direttamente opposte l’una al­
l ’altra: borghesia e proletariato»6. La borghesia è forma-
LE C LA SSI 179
ta da chi possiede i mezzi di produzione e da chi impiega
lavoro salariato, il proletariato da chi non possiede i mez­
zi di produzione e vive vendendo il proprio lavoro sala­
riato. Perciò il criterio di appartenenza a una classe è
dato dalla posizione dell’individuo nel modo di produ­
zione prevalente.
È ancora questo modello di due classi che sta dietro
alla concezione marxiana dell’impoverimento del prole­
tariato. M arx non sostenne mai che il proletariato si sa­
rebbe impoverito in senso assoluto7. Questa tesi sarebbe
stata in contraddizione con la sua convinzione che tutti
i bisogni umani vengano determinati dallo sviluppo so­
ciale. Ciò che egli sosteneva era che il divario di ricchez­
za fra coloro che possedevano i mezzi di produzione e
coloro che non li possedevano sarebbe aumentato. Ciò
risulta chiaro dalla sua parabola della casa e del palazzo
in Lavoro salariato e capitale:
Una casa per quanto sia piccola, fino a tanto che le
case che la circondano sono ugualmente piccole, soddisfa
a tutto ciò che socialmente si esige da una casa. Ma se,
a fianco della piccola casa, si erge un palazzo, la casetta
si ridurrà a una capanna. La casetta dimostra ora che il
suo proprietario non può far valere nessuna pretesa, o
solamente pretese minime; e per quanto si spinga in alto
nel corso della civiltà, se il palazzo che le sta vicino si
eleva in ugual misura e anche piu, l’abitante della casa
relativamente piccola si troverà sempre più a disagio, sem­
pre più scontento, sempre più oppresso fra le sue quattro
mura8.

Ma questo modello di due classi non costituisce l ’uni­


co uso che M arx fece della parola «classe». E gli usò que­
sto termine in riferimento ad altri gruppi economici, in
particolare la piccola borghesia e i contadini. Questi grup­
pi sembrano rendere inapplicabile la divisione netta del
Manifesto del partito comunista, perché è ovvio che que­
sti due gruppi confluiscono nella borghesia e nel proleta­
riato a seconda del numero di lavoratori che impiegano o
della quantità di terra che possiedono. Marx previde an­
che, con l’aumento dell’uso delle macchine e lo sviluppo
del settore terziario, l’avvento di una nuova classe media,
18 0 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

e criticò Ricardo per aver dimenticato « il costante accre­


scimento delle classi medie, che si trovano in mezzo fra
gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fon­
diari dall’altra» \
V i sono altri gruppi ancora più intermedi: per esem­
pio i braccianti agricoli sembrano essere a metà strada
fra i contadini e i proletari. Sebbene la caratterizzazione
che M arx fa abitualmente del proletariato si applichi
soltanto agli operai dell’industria, talvolta egli dice che
il proletariato comprende la grande maggioranza della
popolazione nella società capitalistica, e perciò deve in­
cludere i braccianti agricoli; e in un commento a Baku-
nin del 18 7 5 egli parlò della possibilità di una situazione
in cui « l’affittuario capitalista ha eliminato il contadino,
e il coltivatore effettivo è altrettanto proletario, operaio
salariato, quanto l’operaio della città e ne condivide per­
ciò gli stessi interessi, non soltanto indiretti ma imme­
diati » 10. Nello stesso commento egli dice che talvolta
anche il contadino proprietario appartiene al proletaria­
to, pur non essendone consapevole. L ’ipoteca che grava
sulla sua terra significa che egli non la possiede vera­
mente e in realtà lavora per qualcun altro. Allora, se i
contadini sono considerati dei proletari e i proprietari
dei capitalisti, abbiamo di nuovo il modello di due classi.
Cionondimeno, M arx riteneva che politicamente i con­
tadini costituissero un gruppo reazionario e non era di­
sposto a metterli nello stesso gruppo del proletariato ur­
bano: i movimenti contadini più recenti dell’Europa oc­
cidentale avevano avuto tendenze feudali o monarchiche.
Un secondo gruppo intermedio che Marx trovava dif­
ficile classificare era quello a cui egli stesso appartene­
va: ì ’intelligencija. Egli ne parlò spesso come dei «rap­
presentanti ideologici e portavoce» della borghesia; co­
loro « i quali dell’elaborazione dell’illusione di questa
classe su se stessa fanno il loro mestiere principale»11.
E nel Manifesto del partito comunista egli chiamò gli
intellettuali «salariati al soldo» della borghesia, sebbe­
ne in senso diverso da quello in cui lo erano i proletari.
Marx rilevò anche che certi intellettuali riuscivano a
raggiungere una valutazione oggettiva almeno di certi
LE C LA SSI 181

aspetti della società, nonostante la loro caratterizzazione


di classe; in particolare egli attribuì tale visione ogget­
tiva agli economisti classici, quali Ricardo, o ai funzio­
nari addetti all’ispezione delle fabbriche in Gran Bre­
tagna.
Il fatto che M arx parlasse molto spesso degli intellet­
tuali come delle « classi ideologiche » indica che egli usò
talvolta questa espressione senza particolare riferimento
alla posizione di un gruppo nel modo di produzione.
M arx per esempio considerò una classe « i piccoli indu­
striali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita,
gli artigiani e gli agricoltori» 12. In Gran Bretagna Marx
parlò delle «classi dominanti» ed arrivò a dire che i ca­
pitalisti della finanza e i capitalisti dell’industria «fo r­
mano due classi distinte». A ll’altro capo della scala so­
ciale c’era quello che M arx chiamava il Lumpenproleta­
riat. Nelle Lotte di classe in Francia M arx lo descrisse
come una massa «nella quale si reclutano ladri e delin­
quenti di ogni genere, che vivono dei rifiuti della socie­
tà, gente senza un mestiere definito, vagabondi..., uo­
mini senza casa e senza fe d e » 13. In altre parole il Lum­
penproletariat comprendeva gli esclusi dalla società che
non avevano interesse allo sviluppo della società e per­
ciò non avevano alcun ruolo storico da ricoprire. Tal­
volta essi erano reazionari, poiché disposti a vendere i
loro servizi alla borghesia.
La definizione di classe da parte di M arx sembra quin­
di variare grandemente, non solo con lo sviluppo del suo
pensiero, ma anche in uno stesso periodo. M arx usò spes­
so il termine, come veniva usato nel suo tempo, come
sinonimo di fazione o gruppo.
Ciononostante si possono fare due osservazioni gene­
rali: innanzitutto, la divisione della società in tre parti,
capitalisti, proletariato e proprietari fondiari, è la piu
comune in M arx. Egli non riteneva che la società da lui
analizzata fosse statica e in realtà molti dei gruppi che
talvolta egli chiamò «classi» scomparvero rapidamente.
Ciò avvenne per la piccola borghesia e per i contadini.
Anche la classe dei proprietari fondiari, secondo M arx,
alla fine si sarebbe dissolta confluendo o nella classe ca-
182 I L P E N S IE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

pitalistica o nel proletariato, le sole due classi della so­


cietà capitalistica sviluppata.
In secondo luogo, nella sua definizione di classe M arx
teneva anche conto di un elemento dinamico o sogget­
tivo: una classe esisteva soltanto quando aveva coscien­
za di se stessa come classe, e ciò comportava sempre una
ostilità comune, da parte dei suoi membri, nei confronti
di un altro gruppo sociale. Una classe vedeva sempre i
propri interessi come opposti a quelli di altri gruppi e
doveva essere organizzata politicamente a combattere
per essi. Perciò Marx qualche volta ebbe dei dubbi per­
fino sul fatto che i capitalisti costituissero una classe.
Di loro disse nell’Ideologia tedesca che « i singoli indi­
vidui formano una classe solo in quanto debbono con­
durre una lotta comune contro un’altra classe; per il re­
sto essi stessi si ritrovano l’uno di contro all’altro come
nemici, nella concorrenza»14. Lo stesso valeva per il pro­
letariato: nella Miseria della filò sofia M arx considerò
il socialismo utopistico come tipico del periodo in cui « il
proletariato non è ancora sufficientemente sviluppato da
costituirsi in classe» e «d i conseguenza... la lotta stessa
del proletariato contro la borghesia non ha ancora un
carattere politico». E nella stessa opera egli dice del pro­
letariato che «questa massa è già una classe di fronte al
capitale, ma non ancora per s é » 15. Nel Manifesto del
partito comunista egli dice che «questa organizzazione
dei proletari in classi, e quindi in partito politico, viene
ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza
che gli operai si fanno fra loro ste ssi» 14: e ancora nel
1866 M arx parlava dell’Internazionale come di uno stru­
mento per « l’organizzazione degli operai come classe » 17.
M arx esprime ciò molto chiaramente nella sua descrizio­
ne dei contadini francesi nel Diciotto brumaio di Luigi
Bonaparte-
Nella misura in cui milioni di famiglie vivono in con­
dizioni economiche tali che distinguono il loro modo di
vita, i loro interessi e la loro cultura da quelli di altre
classi e li contrappongono ad esse in modo ostile, esse
formano una classe. Ma nella misura in cui tra i conta­
dini piccoli proprietari esistono soltanto legami locali e
LE C LA SSI I83

la identità dei loro interessi non crea tra di loro una co­
munità, una unione politica su scala nazionale e una or­
ganizzazione politica, essi non costituiscono una classe.
Sono quindi incapaci di far valere i loro interessi nel loro
proprio nome...la.
Si dovrebbe notare a questo proposito che, sebbene
nel Manifesto del partito comunista dica degli operai che
essi non hanno patria, M arx usa anche il concetto di
«classe nazionale». Ancora nel Manifesto del partito
comunista dice che «poiché il proletariato deve conqui­
starsi prima il dominio politico, elevarsi a classe nazio­
nale, costituirsi in nazione, è anch’esso nazionale»
Quindi M arx ha molti criteri per l ’applicazione del
termine «classe» e non tutti sono sempre validi. I due
criteri principali sono il rapporto col modo di produzio­
ne prevalente e la coscienza che un gruppo ha di se stes­
so come classe con l ’organizzazione politica che l’accom­
pagna.
M arx rifiutò categoricamente il merito di aver scoper­
to sia l’esistenza delle classi nella società moderna sia
la lotta tra di esse: ciò era già stato fatto prima di lui
dagli storici e dagli economisti borghesi. Quello che M arx
riteneva nuovo nella sua concezione era l’aver dimostra­
to che « l ’esistenza delle classi è soltanto legata a deter­
minate fasi di sviluppo storico della produzione», e che
« la lotta di classe necessariamente conduce alla dittatura
del proletariato» e a una società senza classi20.

B.
TESTI

Non la rivoluzione radicale è per la Germania un sogno


utopistico, non la universale emancipazione umana, ma piut­
tosto la rivoluzione parziale, la rivoluzione soltanto politica,
la rivoluzione che lascia in piedi i pilastri della casa. Su che
cosa si fonda una rivoluzione parziale, una rivoluzione sol­
tanto politica? Sul fatto che una parte della società civile si
emancipa e perviene al dominio generale, sul fatto che una
18 4 IL P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E SECONDA

determinata classe intraprende la emancipazione generale


della società partendo dalla propria situazione particolare.
Questa classe libera l’intera società, ma soltanto a condizio­
ne che l’intera società si trovi nella situazione di questa clas­
se, dunque, ad esempio, possieda denaro e cultura, ovvero
possa a suo piacere acquistarli.
Nessuna classe della società civile può sostenere questa
parte, senza provocare un momento di entusiasmo in sé e
nella massa, un momento nel quale essa fraternizza e con­
fluisce nella società in generale, si scambia con essa e viene
intesa e riconosciuta come sua rappresentante universale, un
momento nel quale le sue esigenze e i suoi diritti sono diritti
ed esigenze della società stessa, nel quale essa è realmente
la testa e il cuore della società. Soltanto nel nome dei diritti
universali della società, una classe particolare può rivendi­
care a se stessa il dominio universale. Per espugnare questa
posizione emancipatrice e quindi per sfruttare politicamente
tutte le sfere della società nell’interesse della propria sfera,
non sono sufficienti soltanto energia riyoluzionaria e auto-
coscienza spirituale. Affinché la rivoluzione d i un popolo e
la emancipazione d i una classe particolare della società civi­
le coincidano, affinché uno stato sociale valga come lo stato
dell’intera società, bisogna al contrario che tutti i difetti del­
la società siano concentrati in un’altra classe, bisogna che un
determinato stato sia lo stato dello scandalo universale, im­
personi le barriere universali, bisogna che una particolare
sfera sociale equivalga alla manifesta criminalità dell’intera
società, cosicché la liberazione da questa sfera appaia come
la universale autoliberazione. Affinché uno stato divenga lo
stato della liberazione par excellence, bisogna al contrario
che un altro stato diventi manifestamente lo stato dell’as­
soggettamento. L ’importanza negativa universale della no­
biltà francese e del clero francese condizionò l’importanza
positiva universale della classe immediatamente confinante
e contrapposta, della borghesia.
Per la crìtica della filosofia del diritto dì H egel, 1844
(in K. m a r x , La questione ebraica.
Editori Riuniti, Roma 1954, pp. 105-6).

Dov’è dunque la possibilità positiva della emancipazione


tedesca?
R isposta : nella formazione di una classe con catene radi­
cali, di una classe della società civile la quale non sia una
classe della società civile, di uno stato che sia la dissoluzione
LE CLA SSI 185
di tutti gli stati, di una sfera che per i suoi dolori universali
possieda un carattere universale e non rivendichi alcun d i­
ritto particolare, poiché contro di essa viene esercitata non
una ingiustizia particolare bensì l ’ingiustizia senz’altro, la
quale può fare appello non più ad un titolo storico ma al
titolo umano, che non si trova in contrasto unilaterale verso
le conseguenze, ma in contrasto universale contro tutte le
premesse del sistema politico tedesco, di una sfera, infine,
che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutte
le rimanenti sfere della società e con ciò stesso emancipare
tutte le rimanenti sfere della società, la quale, in una parola,
è la perdita completa dell’uomo, e può dunque guadagnare
nuovamente se stessa soltanto attraverso il com pleto riac­
quisto d e ll’uomo. Questa dissoluzione della società in quan­
to stato particolare è il proletariato.
Ib id .j p. 108.

Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee


dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale domi­
nante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale
dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione
materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della
produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono
assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della
produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro
che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti,
sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono
dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una
classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo
dominio. Gli individui che compongono la classe dominante
posseggono fra l’altro anche la coscienza, e quindi pensano;
in quanto dominano come classe e determinano l’intero am­
bito di un’epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta
la loro estensione, e quindi fra l ’altro dominano anche come
pensanti, come produttori di idee che regolano la produzio­
ne e la distribuzione delle idee del loro tempo; è dunque
evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca.
L ’ideologia tedesca, 1845-46
(in K. M ARX e F. EN G ELS, Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, pp. 44-45).

Nel medioevo in ogni città i cittadini erano costretti ad


unirsi contro la nobiltà delle campagne per difendere la pel­
le; l’estensione del commercio, lo stabilirsi delle comunica-
18 6 IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

zioni conduceva le singole città a conoscere altre città che


avevano fatto trionfare gli stessi interessi lottando contro
la stessa opposizione. Dalle numerose borghesie locali delle
singole città sorse assai lentamente la classe borghese. Attra­
verso l’opposizione contro le condizioni esistenti e attraver­
so il modo di lavoro da esse condizionato, le condizioni di
vita del singolo borghese diventarono insieme condizioni
che erano comuni a tutti i borghesi e indipendenti da cia­
scun individuo singolo. I borghesi avevano creato queste
condizioni in quanto si erano svincolati dai legami feudali,
ed erano stati creati da esse in quanto erano determinati dal­
la loro opposizione contro il sistema feudale preesistente.
Con lo stabilirsi dei collegamenti delle singole città queste
condizioni comuni si svilupparono per diventare condizioni
di classe. Le stesse condizioni, la stessa opposizione, gli stes­
si interessi dovevano far sorgere in complesso anche gli stessi
costumi dappertutto. La borghesia stessa non si sviluppa che
a poco a poco insieme con le sue condizioni, si scinde poi
in varie frazioni sulla base della divisione del lavoro e infine
assorbe in sé tutte le classi possidenti preesistenti (mentre
trasforma in una nuova classe, il proletariato, la maggiorana
za dei non possidenti che prima esistevano e una parte delle
classi fino allora possidenti) nella misura in cui tutta la pro­
prietà preesistente è trasformata in capitale industriale o
commerciale. I singoli individui formano una classe solo in
quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra
classe; per il resto essi stessi si ritrovano l’uno di contro
all’altro come nemici, nella concorrenza. D ’altra parte la
classe acquista a sua volta autonomia di contro agli indivi­
dui, cosicché questi trovano predestinate le loro condizioni
di vita, hanno assegnata dalla classe la loro posizione nella
vita e con essa il loro sviluppo personale, e sono sussunti
sotto di essa. Questo fenomeno è identico alla sussunzione
dei singoli individui sotto la divisione del lavoro e può es­
sere eliminato soltanto mediante il superamento della pro­
prietà privata e del lavoro stesso. Abbiamo già accennato più
volte come questa sussunzione degli individui sotto la classe
si sviluppi in pari tempo in una sussunzione sotto idee di
ogni genere, ecc.
I b id . , pp. 62-63.

...Nello sviluppo delle forze produttive si presenta uno


stadio nel quale vengono fatte sorgere forze produttive e
mezzi di relazione che nelle situazioni esistenti fanno solo
LE CLA SSI 187

del male, che non sono piu forze produttive ma forze di­
struttive (macchine e denaro) e, in connessione con tutto
ciò, viene fatta sorgere una classe che deve sopportare tutti
i pesi della società, forzata al piu deciso antagonismo con­
tro le altre classi; una classe che forma la maggioranza di
tutti i membri della società e dalla quale prende le mosse
la coscienza della necessità di una rivoluzione che vada al
fondo, la coscienza comunista, la quale naturalmente si può
formare anche fra le altre classi, in virtù della considerazione
della posizione di questa classe...
Ibid., p. 37.

Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società


fondata sull’antagonismo delle classi. L ’affrancamento della
classe oppressa implica dunque di necessità la creazione di
una società nuova. Perché la classe oppressa possa affran­
carsi, bisogna che le forze produttive già acquisite e i rap­
porti sociali esistenti non possano piu esistere le une a fianco
degli altri. Di tutti gli strumenti di produzione, la piu gran­
de forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. L ’orga­
nizzazione degli elementi rivoluzionari come classe presup­
pone l’esistenza di tutte le forze produttive che potevano
generarsi nel seno della società antica.
Ciò vuol dire forse che dopo la caduta dell’antica società
ci sarà una nuova dominazione di classe, riassumentesi in
un nuovo potere politico? No.
La condizione dell’affrancamento della classe lavoratrice
è l’abolizione di tutte le classi, come la condizione dell’af­
francamento del «terzo stato», dell’ordine borghese, fu l’a­
bolizione di tutti gli stati, e di tutti gli ordini.
La classe lavoratrice sostituirà, nel corso dello sviluppo,
all’antica società civile un’associazione che escluderà le clas­
si e il loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico pro­
priamente detto, poiché il potere politico è precisamente
il compendio ufficiale dell’antagonismo nella società civile.
Nell’attesa, l’antagonismo tra il proletariato e la borghe­
sia è una lotta di classe contro classe, lotta che, portata alla
sua più alta espressione, è una rivoluzione totale. D ’altron­
de, bisogna forse stupirsi che una società, basata sull’oppo-
sizione delle classi, metta capo alla contraddizione brutale,
a un urto corpo a corpo come sua ultima conclusione?
Non si dica che il movimento sociale escludè il movimen­
to politico. Non vi è mai movimento politico che non sia
sociale nello stesso tempo.
i8 8 IL P EN SIER O DI KAR L M A RX P A R T E SECONDA

Solo in un ordine di cose in cui non vi saranno più classi


né antagonismo di classi, le evoluzioni sociali cesseranno
d’essere rivoluzioni politiche. Sino allora, alla vigilia di cia­
scuna trasformazione generale della società, l’ultima parola
della scienza sociale sarà sempre: « Il combattimento o la
morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Cosi, inesorabilmente,
è posto il problema» (George Sand).
Miseria della filosofia, 1847
(in K. m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, pp. 224-25).

L ’intelletto umano «grobiano» trasforma la differenza di


classe in «differenza di lunghezza della borsa» e l’antagoni­
smo di classe in «rivalità di mestiere». La misura della bor­
sa è una differenza puramente quantitativa, mediante la
quale ogni due individui della stessa classe possono essere
istigati a piacere l’uno contro l’altro. Che «a seconda del
m estiere » le corporazioni medievali si contrapponevano l’una
all’altra, è noto. Ma è altrettanto noto che la moderna diffe­
renza di classe non si fonda affatto sul «mestiere», e che
invece la divisione del lavoro produce tipi di lavoro molto
d iversi in seno alla stessa classe...
È ben «possibile» che singoli individui non siano «sem­
pre» determinati dalla classe cui appartengono, ciò che per
la lotta di classe non decide nulla, non più di quanto deci­
desse per la Rivoluzione francese il passaggio di un aristo­
cratico al tiers-état. E poi questi aristocratici passavano per
lo meno a una classe, alla classe rivoluzionaria, alla borghe­
sia. Ma Heinzen fa sparire tutte le classi davanti all’idea
solenne dell’«umanità».
Ma se Heinzen crede che intere classi, fondate su condi­
zioni economiche indipendenti dalla loro volontà, e messe
da queste condizioni nell’antagonismo più ostile, possano
sfuggire ai loro rapporti reali in virtù della qualità dell’«u-
manità» inerente a tutti gli uomini, quanto dev’essere facile
per un principe elevarsi al di sopra del suo «principato»,
del suo «mestiere principesco», mediante l’«umanità»?
La critica moraleggiante e la morale criticante, 1847
( in K. m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 349).

La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte


di classi.
Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gle­
LE C LA SSI 189
ba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola op­
pressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro,
hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a
volte palese: una lotta che fini sempre o con una trasforma­
zione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comu­
ne delle classi in lotta.
Nelle prime epoche della storia troviamo quasi dapper­
tutto una completa divisione della società in varie caste, una
multiforme gradazione delle posizioni sociali. Nell’antica Ro­
ma abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo
signori feudali, vassalli, maestri d’arte, garzoni, servi della
gleba, e per di più in quasi ciascuna di queste classi altre
speciali gradazioni.
La moderna società borghese, sorta dalla rovina della so­
cietà feudale, non ha eliminato i contrasti fra le classi. Essa
ha soltanto posto nuove classi, nuove condizioni di oppres­
sione, nuove forme di lotta in luogo delle antiche.
L ’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tutta­
via perché ha semplificato i contrasti fra le classi. La società
intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemi­
ci, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra:
borghesia e proletariato.
Manifesto del partito comunista, 1848
(in K. m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1972, pp. 486-87).

Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in


partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata
dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi. Ma
essa risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più po­
tente. Approfittando delle scissioni della borghesia, là:- co­
stringe al riconoscimento legale di singoli interessi degli ope­
rai. Cosi fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghil­
terra.
I conflitti in seno alla vecchia società in generale favori­
scono in più modi il processo di sviluppo del proletariato.
La borghesia è di continuo in lotta: dapprima contro l ’aristo­
crazia, poi contro quelle parti della borghesia stessa i cui
interessi sono in contrasto col progresso dell’industria; sem­
pre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri. In tutte
queste lotte essa si vede costretta a fare appello al prole­
tariato, a chiederne l’aiuto, trascinandolo cosi nel moto po­
litico. Essa stessa, dunque, dà al proletariato gli elementi
della propria educazione, gli dà cioè le armi contro se stessa.
19 0 IL P EN SIER O DI KARL M A RX P A R TE SECONDA

Accade inoltre, come abbiamo già visto, che per il pro­


gresso dell’industria intiere parti costitutive della classe do­
minante vengono precipitate nella condizione del proletaria­
to o sono per lo meno minacciate nelle loro condizioni di
esistenza. Ànch’esse recano al proletariato una massa di ele­
menti della loro educazione.
Infine, nei periodi in cui la lotta di classe si avvicina al
momento decisivo, il processo di dissolvimento in seno alla
classe dominante, in seno a tutta la vecchia società, assume
un carattere così violento, così aspro, che una piccola parte
della classe dominante si stacca da essa per unirsi alla classe
rivoluzionaria, a quella classe che ha Tavvenire nelle sue
mani. Perciò, come già un tempo una parte della nobiltà
passò alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa
al proletariato, e segnatatpente una parte degli ideologi bor­
ghesi che sono giunti a comprendere teoricamente il mo­
vimento storico nel suo insieme.
Ib id ., pp. 495-96.

I contadini piccoli proprietari costituiscono una massa


enorme, i cui membri vivono nella stessa situazione, ma
senza essere uniti gli uni agli altri da relazioni molteplici.
Il loro modo di produzione, anziché stabilire tra di loro rap­
porti reciproci, li isola gli uni dagli altri... Nella misura in
cui milioni di famiglie vivono in condizioni economiche tali
che distinguono il loro modo di vita, i loro interessi e la
loro cultura da quelli di altre classi e li contrappongono ad
esse in modo ostile, esse formano una classe. Ma nella misura
in cui tra i contadini piccoli proprietari esistono soltanto
legami locali e la identità dei loro interessi non crea tra di
loro una comunità, una unione politica su scala nazionale e
una organizzazione politica, essi non costituiscono una classe.
I l dìciotto brumaio di Luigi Bonaparte, 1852
(Editori Riuniti, Roma 1964, pp. 208-9).

...Per quello che mi riguarda, a me non appartiene né


il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi, nella so­
cietà moderna, né quello di aver scoperto la lotta tra di esse.
Già molto tempo prima di me degli storici borghesi avevano
esposto la evoluzione storica di questa lotta delle classi, e
degli economisti borghesi avevano esposto l’anatomia eco­
nomica delle classi. Quel che io ho fatto di nuovo è stato di
dimostrare: 1) che l’esistenza delle classi è soltanto legata
a determ inate fasi d i sviluppo storico della produzione-, 2)
LE CLA SSI 1 91
che la lotta di classe necessariamente conduce alla dittatura
d el proletariato-, 3) che questa dittatura stessa costituisce sol­
tanto il passaggio alla soppressione d i tutte le classi e a una
società senza classi.
M arx a W e y d e m e y e r , ^ marzo 1852
( i n K . m a r x e f . e n g e l s , Scritti filosofici,
Ed. l ’Unità, Roma 1945, p. 9).

I proprietari della semplice forza-lavoro, i proprietari del


capitale e i proprietari fondiari, le cui rispettive fonti di red­
dito sono salario, profitto e rendita fondiaria, in altre parole,
gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari, co­
stituiscono le tre grandi classi della società moderna, fon­
data sul modo di produzione capitalistico.
Senza dubbio è in Inghilterra che la società moderna nel­
la sua struttura economica ha raggiunto il suo sviluppo piu
ampio e piu classico. Tuttavia la stratificazione delle classi
non appare neppure li nella sua forma pura. Fasi medie e
di transizione cancellano anche qui tutte le linee di demar­
cazione (nella campagna tuttavia in grado molto minore che
nelle città). Ma per la nostra analisi ciò è irrilevante. Abbia­
mo visto che la tendenza costante e la legge di sviluppo del
modo di produzione capitalistico è di separare in grado sem­
pre maggiore i mezzi di produzione dal lavoro e di concen­
trare progressivamente in larghi gruppi i mezzi di produzio­
ne dispersi, trasformando con ciò il lavoro in lavoro sala­
riato ed i mezzi di produzione in capitale. E a questa ten­
denza corrisponde, d’altro lato, la separazione autonoma del­
la proprietà fondiaria dal capitale e dal lavoro, o la trasfor­
mazione di tutta la proprietà fondiaria nella forma di pro­
prietà fondiaria corrispondente al modo di produzione capi­
talistico.
La prima domanda a cui si deve rispondere è la seguente:
Che cosa costituisce una classe? E la risposta risulterà auto­
maticamente da quella data all’altra domanda: Che cosa fa
sì che gli operai salariati, i capitalisti ed i proprietari fondiari
formino le tre grandi classi sociali?
A prima vista può sembrare che ciò sia dovuto all’identità
dei loro redditi e delle loro fonti di reddito. Sono tre grandi
gruppi sociali, i cui componenti, gli individui che li forma­
no, vivono rispettivamente di salario, di profitto e di rendita
fondiaria, della valorizzazione della loro forza-lavoro, del
loro capitale e della loro proprietà fondiaria.
Tuttavia, da questo punto di vista, anche i medici, ad es.,
192 IL P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E SECONDA

e gli impiegati verrebbero a formare due classi, poiché essi


appartengono a due distinti gruppi sociali, e i redditi dei
membri di ognuno di questi gruppi affluiscono da una stessa
fonte. Lo stesso varrebbe per l’infinito frazionamento di in­
teressi e di posizioni, creato dalla divisione sociale del lavo­
ro fra gli operai, i capitalisti e i proprietari fondiari. Questi
ultimi, ad es., divisi in possessori di vigneti, possessori di
terreni arativi, di foreste, di miniere, di riserve di pesca.
[Qui il manoscritto si interrompe (F. E.)].
I l capitale, libro I I I , 1864-65
(Editori Riuniti, Roma I9685, pp. 1003-4).

La Comune non sopprime le lotte di classe, mediante le


quali le classi lavoratrici lottano per l’abolizione di tutte
le classi e, quindi, di tutti i domini di classe (perché essa non
rappresenta un interesse particolare. Essa rappresenta la
liberazione del «lavoro», cioè la condizione fondamentale e
naturale dell’individuo e della vita sociale, la quale può es­
sere spostata da parte di pochi sui molti soltanto con l’usur­
pazione, la frode ed espedienti artificiali), ma crea le condi­
zioni razionali nelle quali la lotta di classe può passare attra- ■
verso i suoi diversi stadi nel modo piu razionale e umano.
Essa potrebbe provocare reazioni violente ed altrettanto vio­
lente rivoluzioni. Essa inizia la emancipazione del lavoro -
la sua azione sui parassiti dello stato, da un lato sopprimen­
do le fonti che sacrificano una parte enorme del prodotto
nazionale per nutrire il mostro statale, dall’altro svolgendo
il vero lavoro amministrativo, locale e nazionale, con retri­
buzioni pari ai salari operai. Essa inizia perciò con un enor­
me risparmio, e con riforme economiche, oltre che con la
trasformazione politica.
Abbozzi preliminari della «Guerra civile in Francia», 1 8 7 1 J1.1

1 k . maex e f . engels , Manifesto del partito comunista, in id .,


Opere complete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 486.
2 id ., L ’ideologia tedesca, in id ., Opere complete, Editori Riu­
niti, voi. V , Roma 1972, p. 46.
3 K. m arx , I l capitale, 3 voli., Editori Riuniti, Roma 19685,
voi. I l i , pp. 302-3.
4 Ibid,, p. 1003.
5 Ibid., p. 1004.
6 marx e engels , Manifesto del partito comunista cit., p. 487.
LE CLA SSI 193

7 II passo del Capitale che viene di solito citato a questo propo­


sito si riferisce, come è ovvio dal contesto, soltanto a una massa
di disoccupati in aumento.
8 k . maex , Lavoro salariato e capitale, Rinascita, Roma 1948,
P- 55 -
5 id ., Storia delle teorie economiche, voi. I I : David Ricardo,
Einaudi, Torino 1955, p. 634.
10 k . marx e f . engels , Marxismo e anarchismo, Editori Riuniti,
Roma 19 7 1, p. 118 .
11id., L’ideologia tedesca cit., p. 45.
12 id ., Manifesto del partito comunista cit., p. 493.
13 k . marx , Le lotte di classe in Francia, Editori Riuniti, Roma
1970, p. 127.
14 marx e en gels , L’ideologia tedesca cit., p. 63.
15 k . marx , Miseria della filosofia, in k . marx-e f . en gels , Opere
complete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, pp. 186, 224.
14 marx e engels , Manifesto del partito comunista d t., p. 493.
17 Marx a Kugelmann, 9 ottobre 1866 (in k . m arx , Scritti scelti,
2 voli., Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. II , p. 330).
18 k . marx , Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riu­
niti, Roma 1964, pp. 208-9.
19 marx e engels , Manifesto del partito comunista cit., p. 503.
20 Marx a Weydemeyer, 5 marzo 1852 (in k . marx e f . en gels ,
Scritti filosofici, L ’Unità, Roma 1945, p. 9).
21 Questo e altri passi riportati piu avanti dagli Abbozzi si basano
su un nuovo confronto del manoscritto originale compiuto dal
mio collega Joseph O’Malley.

Mota bibliografica.

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194 IL PEN SIERO DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

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and thè Western World, a cura di N. Lobkowicz, Notte Dame
(Ind.) 1967.
Capitolo quinto
Il partito

A.
COMMENTO

M arx non ci ha dato una rappresentazione completa


del partito politico che egli riteneva necessario all’azione
della classe operaia, cosi come non ha compiuto una trat­
tazione sistematica delle classi o dello stato. M arx non
fondò mai un partito, e appartenne a qualche organizza­
zione di partito, soltanto per alcuni anni. Anche se co­
minciò molto presto a considerare il proletariato come
promotore di trasformazioni sociali, fondò sempre la sua
attività politica sulle organizzazioni esistenti, e, in par­
ticolare negli ultimi anni, forni aiuto e consigli ai partiti
operai che si andavano affermando. Le due difficoltà che
impediscono una esposizione delle opinioni di M arx so­
no, in primo luogo, il fatto che la concezione di partito
politico in senso moderno si sviluppò soltanto durante
il periodo in cui visse M arx, e in secondo luogo, che
M arx stesso usò questo termine con significati molto di­
versi. I due periodi in cui egli si mostrò piu attivo fu­
rono quello della Lega comunista (1847-52) e quello del­
la Prima Internazionale (1864-73).
I comitati comunisti di corrispondenza che M arx e
Engels iniziarono nel 1846 non erano partiti politici, ma
solo mezzi per lo scambio di idee fra i gruppi rivoluzio­
nari delle città europee. Descrivendo questa organizza­
zione in una lettera a Proudhon, Marx disse che lo sco­
po era di «collegare i socialisti tedeschi con i socialisti
francesi e inglesi, tenere informati gli stranieri sui mo­
vimenti socialisti che si svilupperanno in Germania, e i
tedeschi sul progresso del socialismo in Francia e jn In­
gh ilterra»1. Tuttavia, nel 18 4 7 , su invito dei suoi capi,
19 6 IL P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

M arx divenne membro della Lega dei giusti, pur insi­


stendo che essa doveva abbandonare il suo carattere
di piccola organizzazione di cospirazione internazionale.
Molto tempo dopo scrisse: «Quando Engels ed io en­
trammo per la prima volta nella società segreta dei co­
munisti, lo facemmo con la condizione sine qua non che
dagli statuti venisse bandito tutto ciò che poteva favo­
rire il culto dell’autorità»2. Nel 18 4 7 essa mutò il suo
nome in Lega comunista ed ebbe una nuova costituzione
profondamente democratica, secondo la quale tutti i fun­
zionari venivano eletti dai membri ed erano responsabili
di fronte ad essi, mentre il congresso annuale ne costi­
tuiva l ’organismo sovrano.
Fu la Lega che commissionò il Manifesto del partito
comunista in cui M arx e Engels tracciarono la loro con­
cezione del partito comunista. La pretesa dei comunisti
di essere l ’avanguardia della classe operaia non si fonda­
va, secondo M arx, su interessi distinti da quelli di tutto
il proletariato o su principi settari particolari. « I comu­
nisti si distinguono dagli altri partiti proletari solamen­
te per il fatto che da un lato, nelle varie lotte nazionali
dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere que­
gli interessi comuni dell’intiero proletariato che sono in­
dipendenti dalla nazionalità; d’altro lato per il fatto che,
nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e
borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’inte­
resse del movimento com plessivo»3. Quindi essi erano
sia «la parte piu risoluta dei partiti operai, quella che
sempre spinge avanti », sia « dal punto di vista della teo­
ria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del pro­
letariato pel fatto che conoscono le condizioni, l’anda­
mento e i risultati generali del movimento proletario » 4.
Per quanto riguarda gli altri partiti dell’opposizione, pur
insegnando ai propri membri l ’esclusività dei loro inte­
ressi di classe, i comunisti « appoggiano dappertutto ogni
movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni
sociali e politiche attuali». In Francia appoggiarono i so­
cialdemocratici, in Svizzera i radicali, in Germania la
borghesia liberale, ecc. Nonostante il suo programma
fosse intitolato Manifesto del partito comunista, la Lega
I L PARTITO 197
del 1848-49 non funzionò come un vero partito politico,
neppure nel senso in cui il termine fu usato da M arx e
Engels nel Manifesto del partito comunista, né le circo­
stanze glielo avrebbero permesso: essa aveva al massi­
mo trecento membri e fu sempre costretta ad agire in
modo semiclandestino. Sembra che la Lega sia stata
sciolta da M arx nel giugno 18 48 poiché egli preferiva
svolgere la sua attività attraverso la stampa; e quando
nell’aprile 1849 M arx vide per la prima volta la neces­
sità e la possibilità di formare un partito operaio orga­
nizzato, era ormai troppo tardi, poiché la sconfitta del­
l ’insurrezione nella Germania sudoccidentale comportò
la fine della rivoluzione.-
Nel 18 50 la Lega venne riorganizzata con Londra co­
me centro. Nei suoi due anni di vita, M arx fu l’autore di
numerose direttive inviate ai gruppi dal comitato cen­
trale. La piu importante di queste, l ’Indirizzo scritto nel
marzo del 18 5 0 , chiedeva la creazione di «una organiz­
zazione indipendente, segreta e pubblica, del partito ope­
ra io » 5. Si sarebbe trattato di un partito separato dagli
altri partiti d ’opposizione e costituito dal nucleo delle
già esistenti associazioni degli operai che erano general­
mente di natura sociale o culturale. Pressappoco nello
stesso periodo M arx concluse con Blanqui un accordo
destinato a fallire, ma la sua concezione di partito comu­
nista era molto diversa da quella di Blanqui; secondo
M arx il partito doveva mirare ad essere un partito delle
masse e non doveva tentare di prendere il potere con un
putsch rivoluzionario, né doveva essere fortemente cen­
tralizzato; egli avverti anche gli operai che dovevano af­
frontare una lunga lotta rivoluzionaria per acquistare
una coscienza di classe. «E ssi stessi — scrisse - faranno
l’essenziale per la loro vittoria finale se chiariranno a se
stessi i loro propri interessi, se assumeranno il piti pre­
sto possibile una posizione indipendente di partito, e non
lasceranno che le frasi ipocrite dei democratici piccolo­
borghesi li sviino nemmeno per un istante...»L N ell’e­
state del 18 5 0 M arx si era ormai convinto che non era
possibile una rivoluzione immediata. La Lega si spaccò
in due parti su questo punto: una minoranza del Comi­
19 8 IL P EN SIER O DI K A R L M A RX P A R T E SECONDA

tato centrale voleva continuare le attività miranti a pro­


muovere una rivoluzione immediata, mentre M arx di­
ceva agli operai che essi avrebbero dovuto passare attra­
verso a forse cinquant’anni di guerra civile prima di esse­
re pronti per la rivoluzione. In seguito M arx parlò della
Lega come di « un episodio nella storia del partito che na­
sce spontaneamente dal terreno della società moderna» 7~.
D all’inizio degli anni 18 5 0 fino alla metà degli anni-
18 60, Marx non fu membro di nessun partito. Nel feb­
braio del 1 8 scrisse a Engels: «M i piace molto il pub­
blico, autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi
due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione
e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche conces­
sioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il do­
vere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di
ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito,
son cose fin ite»8. M arx continuò tuttavia a parlare del
suo «partito» con un duplice significato. Prima di tutto,
quando parlava di «rinnovare completamente il nostro,
partito», o di «insistere sulla disciplina di partito», egli
si riferiva al piccolo gruppo di intimi seguaci spesso chia­
mato dai conoscenti « il partito M arx». E inoltre, M arx
usò il termine in senso più ampio, come quando, nella
lettera a Freiligrath citata sopra, parla del «partito nel
suo grande senso storico», o, più tardi, parla della Co­
mune di Parigi come dell’« azione più gloriosa del nostro
partito dopo l ’insurrezione di giugn o»9.
Il secondo periodo di attività di M arx come membro
di un partito politico si ebbe in occasione della Prima
Internazionale. La politica di M arx in questo periodo
fornisce chiare indicazioni delle sue idee sull’organizza­
zione dei partiti della classe operaia. L ’Associazione in­
ternazionale degli operai non fu fondata da M arx; sorse
spontaneamente e in origine il suo scopo principale fu
di proteggere i sindacati inglesi contro l ’importazione di
manodopera straniera. Non era assolutamente un partito
comunista, né i seguaci di M arx formavano un gruppo
separato all’interno- di essa. M arx si oppose a raggrup­
pamenti segreti all’interno dell’Internazionale anche in
quei paesi in cui non vi era diritto di associazione. «Q ue­
IL PARTITO 199
sto tipo di organizzazione - dichiarò - si oppone al mo­
vimento proletario perché queste associazioni, anziché
istruire gli operai, li assoggettano a leggi autoritarie e
mistiche che ostacolano la loro indipendenza e deviano
le loro m en ti»10. M arx intendeva che i principi dell’A s­
sociazione avessero una portata quanto più ampia pos­
sibile, comprendendo, per esempio, i seguaci di Prou-
dhon e di Lassalle. M arx voleva, come scrisse a Kugel-
mann, che l ’Internazionale si occupasse soltanto di quei
punti «che consentono un accordo e una collaborazione
immediati tra gli operai e forniscono un alimento e uno
stimolo immediato ai bisogni della lotta di classe e al­
l ’organizzazione degli operai come classe»11. Anche do­
po che la sconfitta della Comune di Parigi nel 18 7 1 ebbe
convinto M arx della necessità di maggiore disciplina e
indipendenza nei partiti proletari, egli non insistè ancora
per una maggiore centralizzazione dell’Internazionale:
la richiesta della Conferenza di Londra del 18 7 1 della
«costituzione della classe operaia in partito politico» si
riferiva soltanto a partiti nazionali indipendenti. La po­
lemica con Bakunin e i suoi seguaci che portò allo scio­
glimento dell’Internazionale riguardava questioni orga­
nizzative non ideologiche: M arx era per una organizza­
zione aperta, democratica, diretta in base a decisioni pre­
se col voto della maggioranza ai congressi annuali, men­
tre Bakunin era favorevole a una società segreta con una
organizzazione gerarchica. Negli ultimi anni di vita del­
l’Internazionale, a causa dell’aumento della pressione
esercitata dall’esterno e dell’attività disgregatrice com­
piuta da alcuni elementi all’interno di essa, M arx fu co­
stretto a combattere per un controllo centrale più efficace.
Le osservazioni di M arx sul partito socialdemocrati­
co tedesco e sui suoi precursori rivelano le stesse preoc­
cupazioni. E gli criticò aspramente i seguaci di Lassalle
per aver creato un partito troppo disciplinato e dogma­
tico. A parte tutti i suoi timori per il Programma di
Gotha del 18 7 5 (che unificava le due ali fino allora op­
poste degli operai tedeschi), M arx riconobbe il partito
socialdemocratico tedesco come vero partito socialista e
ne parlò perfino come «nostro partito». Nel 18 7 9 , in
200 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

una delle sue ultime dichiarazioni su questo argomento,


M arx inviò una circolare ai capi del partito incitandoli a
preservare il partito da tutte le contaminazioni con valori
estranei12.
In conclusione, M arx concepì sempre il partito non
come un’istituzione ideale, ma fondato sull’organizza­
zione politica già esistente. Ripetè, tuttavia, più vòlte
che tale partito doveva avere un’organizzazione interna
completamente democratica; doveva essere la creazione
indipendente degli operai stessi; si doveva distinguere
per la comprensione teorica degli obiettivi della classe
operaia; e (di solito) la sua organizzazione non doveva
far parte, né dipendere da un altro partito politico.

B.
TESTI

Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo


effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo
immediato, ma l’unione sempre più estesa degli operai. Essa
è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono
creati dalla grande industria e che collegano tra di loro ope­
rai di località diverse. Basta questo semplice collegamento
per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto egual
carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma
ogni lotta di classe è lotta politica. E l’unione per raggiun­
gere la quale ai borghigiani del medioevo, con le loro strade
vicinali, occorsero dei secoli, oggi, con le ferrovie, viene rea­
lizzata dai proletari in pochi anni.
Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in
partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata
dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi. Ma
essa risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più po­
tente. Approfittando delle scissioni della borghesia, la co­
stringe al riconoscimento legale di singoli interessi degli ope­
rai. Cosi fu per la legge delle dieci ore di lavoro in Inghil­
terra.
Manifesto del partito comunista, 1848
(in K. m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, pp. 494-95)-
IL PARTITO 201
I comunisti non costituiscono un partito particolare di
fronte agli altri partiti operai.
Essi non hannd interessi distinti dagli interessi del proleta­
riato nel suo insieme.
Non erigono principi particolari, sui quali vogliano mo­
dellare il movimento proletario.
I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari so­
lamente per il fatto che, da un lato, nelle varie lotte nazio­
nali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere que­
gli interessi comuni dell’intiero proletariato che sono indi-
pendenti dalla nazionalità; d’altro lato per il fatto che, nei
vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghe­
sia -va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del
movimento complessivo.
In pratica, dunqtìe, i comunisti sono la parte piu risoluta
dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge
avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantag­
gio sulla restante massa del proletariato pel fatto che cono­
scono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del
movimento proletario.
Lo scopo immediato dei comunisti è quello stesso degli
altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe,
rovesciamento del dominio borghese, conquista del potere
politico da parte del proletariato.
Ib id ., p. 498.

L a posizione del partito operaio rivoluzionario verso la


democrazia piccolo-borghese è la seguente: esso procede
d ’accordo con quest’ultim a contro la frazione di cui vuole
l ’abbattimento; esso si oppone ai democratici piccolo-bor­
ghesi in tutte quelle cose in cui essi vogliono consolidarsi
per conto proprio.
Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comunisti, 1850
(in K . m a r x , Scritti scelti,
Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. I I , p. 140).

Dopo il fallimento della rivoluzione del 1848-49, nell’Eu­


ropa continentale il partito proletario perse tutti i diritti
che aveva - eccezionalmente - posseduto durante questo
breve periodo, diritti quali la libertà di stampa e d’espres­
sione, e il diritto d’associazione, cioè i mezzi legali per l ’or­
ganizzazione di un partito. Il partito liberale borghese e il
partito democratico piccolo borghese trovarono, nella con­
dizione sociale delle classi che rappresentavano e nonostante
8
202 IL P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E SECONDA

la reazione, la possibilità di un rapprochement in una forma


o nell’altra e di fare piu o meno avanzare gli interessi che
avevano in comune. Ma il partito proletario, dopo il 1849
come prima del 1848, aveva soltanto un mezzo a sua dispo­
sizione: la società segreta. È per questo che, a partire dal
1849, sorse nell’Europa continentale una serie di società
segrete proletarie le quali, scoperte dalla polizia, condanna­
te dai tribunali, e disorganizzate dalle condanne alla prigio­
nia sono rigenerate incessantemente dalle circostanze...
Quindi la Lega comunista non fu un’associazione di co­
spiratori, ma un’associazione che preparava in segreto l ’or­
ganizzazione del partito proletario, poiché il proletariato te­
desco era stato privato, pubblicamente e con la forza, del
diritto di stampa, di parola e di associazione. Se una tale as­
sociazione cospira, è solo nel senso in cui il vapore e l ’elet­
tricità cospirano contro lo status quo.
È evidente che una società segreta di questo genere, il cui
scopo non è di costituire il partito di governo, bensì il par­
tito d’opposizione del futuro, potrebbe sedurre ben pochi
individui che desiderino ammantare teatralmente con la co­
spirazione la pochezza della loro personalità...
I l processo dei com m isti a Colonia, 1853
(M EW , voi. V i l i , pp. 458 sgg.).

Dopo che, su mia richiesta, nel novembre 1852 venne


sciolta la Lega, non ho più fatto parte, come non faccio par­
te ora, di un’organizzazione sia segreta sia pubblica; perciò
il partito, in questo senso assolutamente effimero, per me
cessò di esistere otto anni fa...
La Lega, come la Società delle stagioni a Parigi e un cen­
tinaio di altre associazioni, fu soltanto un episodio nella sto­
ria del partito che spunta dappertutto spontaneamente dal
terreno della società moderna... -
Col termine «partito», intendo partito nel grande senso
storico della parola.
Marx a Freiligrath, 1860
(M EW , voi. XXX, pp. 489 sgg.).

Durante il mio primo soggiorno a Parigi, avevo relazioni


personali con i capi di colà della Lega, come con quelli della
maggior parte delle società segrete operaie francesi, ma sen­
za entrare in nessuna di tali società. A Bruxelles dove fui
esiliato dal Guizot, fondai coll’Engels, W. Wolff ed altri,
l’Associazione tedesca per la cultura operaia che tuttora vi
IL PARTITO 203
sussiste. Contemporaneamente pubblicavam o una serie di
opuscoli, in parte a stampa, in parte in litografia, ove la m i­
scela di socialismo o comuniSmo anglo-francese e di filosofia
tedesca, formante allora la dottrina segreta della Lega, era
sottoposta ad una critica spietata, e si stabiliva per contro
l ’intelligenza scientifica della struttura economica della so­
cietà borghese come l ’unica base solida teorica; e finalmente
si esponeva in form a popolare, come non si trattasse d ell’at­
tuazione d ’alcun sistema utopistico, ma della cosciente par­
tecipazione al processo storico rivoluzionario della società,
svolgentesi sotto gli occhi nostri.
I l signor Vogt
(Samonà e Savelli, Roma 1970, p. 51).

Le coalizioni che danno vita ai sindacati non sono sol­


tanto della massima importanza come strumenti per l’orga­
nizzazione della classe lavoratrice nella sua lotta contro la
borghesia, importanza sottolineata dall’esempio, tra gli altri,
degli operai degli Stati Uniti che non possono fare a meno
dei sindacati, nonostante il suffragio universale e la repub­
blica; oltre a ciò, in Prussia e in Germania in generale, il
diritto di coalizione spezza il potere della polizia e della bu­
rocrazia e distrugge le leggi e il dominio dei nobili nelle
campagne; in breve, è uno strumento per l’emancipazione
dei «soggetti», una misura che il partito progressista, cioè
qualsiasi partito borghese d’opposizione in Prussia, potreb­
be, a meno di non esser pazzo, concedere cento volte piu
facilmente del governo prussiano, soprattutto il governo di
un Bismarck! D ’altra parte, qualsiasi aiuto concesso alle so­
cietà cooperative dal governo prussiano... è inefficace dal pun­
to di vista economico, estende nello stesso tempo il sistema
paternalistico, corrompe una parte della classe operaia e
castra il movimento. Proprio come il partito borghese prus­
siano ha commesso un errore grossolano e ha provocato la
spaventosa situazione attuale, immaginando che, con la «nuo­
va era», il governo gli sarebbe caduto in grembo per grazia
del principe reggente; cosi il partito operaio, commetterà
un errore ancora piu grosso immaginando che, grazie all’era
di Bismarck o a qualunque altra era prussiana, le mele d’oro
gli cadranno in bocca per grazia del re. È fuor di dubbio che
verrà distrutta l’infelice illusione di Lassalle sulle misure
socialiste prese da un governo prussiano. Deciderà la logica
delle cose. Ma l’onore del partito operaio esige che esso ri­
fiuti queste allucinazioni prima che' l ’esperienza dimostri la
204 I L P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E SECONDA

loro insensatezza. La classe operaia è rivoluzionaria o non è


nulla.
Lettera a Schweitzer, 1865
(M EW , voi. XXXI, pp. 445 sgg.).

I punti di partenza del programma di un importante mo­


vimento della classe operaia dovrebbero essere i seguenti:
agitazione per la totale libertà politica, regolazione della
giornata lavorativa, e collaborazione internazionale e siste­
matica della classe operaia nel grande compito storico che
essa deve compiere a vantaggio di tutta la società.
Articolo sul «Socialdemocratico», 1868
(MEW , voi. X V I, p. 316).

Se vogliono svolgere il loro compito, i sindacati non de­


vono mai essere legati a un partito politico o mettersi sotto
la sua tutela; fare questo significherebbe vibrarsi un colpo
mortale. I sindacati sono le scuole del socialismo. È nei sin­
dacati che gli operai si istruiscono e diventano socialisti per­
ché la lotta contro il capitale avviene proprio sotto i loro
occhi e tutti i giorni. Qualunque partito politico, di qualun­
que natura e senza eccezioni, può attirare l’entusiasmo delle
masse soltanto per un breve periodo, temporaneamente; in­
vece i sindacati fanno presa sulle masse in modo piu duratu­
ro; soltanto essi sono in grado di rappresentare un vero par­
tito della classe operaia e di opporre un baluardo alla forza
del capitale. La grande massa degli operai, a qualunque par­
tito essi appartengano, ha capito finalmente che le loro con­
dizioni materiali devono migliorare. Ma una volta che le
condizioni materiali dell’operaio sono migliorate, egli può
dedicarsi all’istruzione dei suoi figli; sua moglie e i suoi figli
non hanno bisogno di andare in fabbrica, egli stesso può
pensare e studiare di piu, curare meglio il suo corpo, cosi
che diventa socialista senza accorgersene.
Discorso a una delegazione di sindacalisti tedeschi, 1869.

Non lasciategli [a Verlet] dare un nome settario - sia co­


munista o qualsiasi altra cosa —alla nuova sezione che vuole
creare. Dobbiamo evitare le «etichette» settarie nell’Asso­
ciazione internazionale. G li obiettivi e le tendenze generali
della classe operaia nascono dalle condizioni reali in cui essa
si trova. Perciò questi obiettivi e queste tendenze sono pre­
senti in tutta la classe sebbene il movimento si rifletta nelle
teste dei singoli in forme molto diverse, più o meno imma­
IL PARTITO 205

ginarie, e piu o meno in accordo con le condizioni reali.


Quelli che comprendono meglio il significato nascosto della
lotta di classe che si svolge davanti ai nostri occhi - i comu­
nisti - sono gli ultimi a commettere l’errore di condividere
o promuovere il settarismo.
Marx a Paul e Laura Lafargue, 1870
(M EW , voi. XXXII, p. 671).

... ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come


classe alle classi dominanti e cerca di far forza su di esse con
pressure from w ithout è un politicai m ovem ent. Per esem­
pio, il tentativo di strappare una riduzione della giornata di
lavoro dal capitalista singolo in una sola fabbrica, o anche
in una sola industria, con degli scioperi ecc., è un movimento
puramente economico; invece, E movimento per strappare
una legge delle otto ore ecc. è un movimento politico. E in
questo modo dai singoli movimenti economici degli operai
sorge e si sviluppa dappertutto E movimento politico, cioè
un movimento deUa classe per realizzare i suoi interessi in
forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva ge­
nerale socialmente. Se è vero che questi movimenti presup­
pongono una certa previous organizzazione, essi sono da par­
te loro altrettanti mezzi dello sviluppo di questa organizza­
zione.
Marx a Bolte, 18 7 1
( in K. m a r x e f . e n g e l s , Marxismo e anarchismo,
Editori Riuniti, Roma 19 7 1, p. 128).

Nella sua lotta contro il potere unificato deUe classi pos­


sidenti il proletariato può agire come classe solo organizzan­
dosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli
altri partiti costituiti daUe classi possidenti.
Questa organizzazione del proletariato in partito politico
è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria deHa rivolu­
zione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo, - la
soppressione delle classi.
L ’unione deUe forze deEa classe operaia, già raggiunta da
essa grazie alla lotta economica, deve anche servirle di leva
nella sua lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori.
Siccome i magnati deUa terra e del capitale utEizzano sem­
pre i loro privEegi politici per difendere e perpetuare i loro
monopoli economici e per asservire il lavoro, cosi la conqui­
sta del potere politico è diventata il grande dovere del prole­
tariato.
Decisioni della Conferenza di Londra, 18 7 1
( in m a r x , Scritti scelti c i t . , p p . 391-92).
206 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

La prima fase della lotta del proletariato contro la bor­


ghesia è caratterizzata dal settarismo. Le sette sono giusti­
ficate nel periodo in cui il proletariato non è ancora abba­
stanza sviluppato per agire come classe. Singoli pensatori
fanno una critica delle contraddizioni sociali e forniscono
soluzioni immaginarie che la massa degli operai deve soltan­
to accettare, diffondere e mettere in pratica. Proprio per la
loro natura, le sette formate da questi precursori si mostrano
estranee e ostili nei confronti di ogni attività concreta, della
politica, degli scioperi, delle associazioni, in una parola di
ogni movimento di massa... Questa è l’infanzia del movi­
mento proletario come l’astrologia e l’alchimia sono l’infan­
zia della scienza. Per rendere possibile la fondazione dell’In­
ternazionale, fu necessario che il proletariato avesse supe­
rato questa fase.
Di fronte all’organizzazione delle sette, fantastica e anta­
gonistica al suo intèrno stésso, l’Internazionale è l’organiz­
zazione vera e militante della classe proletaria in tutti i Jpaesi
unita nella lotta comune contro i capitalisti, i proprietari
terrieri e il loro potere di classe organizzato nello stato.
Anche gli statuti dell’Internazionale riconoscono soltanto
le società operaie, che perseguono tutte lo stesso fine ed ac­
cettano tutte lo stesso programma, che si limita a delineare
le caratteristiche principali del movimento proletario e la­
scia l’elaborazione teorica allo slancio generato dalle necessi­
tà della lotta pratica e al confronto delle idee che avviene nel­
le sezioni, permettendo che tutte le posizioni socialiste, senza
eccezioni, si esprimano nei loro organi e nei loro congressi.
Le cosidette scissioni dell’ Internazionale, 1872
(La Première Internationale, a cura di J . Freymond,
Genève 1962, voi. I I , p. 284).

L ’attività intemazionale delle classi lavoratrici non dipen­


de in alcun modo dall’esistenza della Associazione interna­
zionale degli operai. Questa fu soltanto il primo tentativo di
creare un organo centrale di quella attività; tentativo che,
per l’impulso che dette, ebbe un risultato permanente, ma,
nella sua prima forma storica, non poteva piu essere conti­
nuato a lungo dopo la caduta della Comune di Parigi.
Critica del programma di Gotha, 1875
I l partito e l ’Internazionale,
( in K. m a r x e F . e n g e l s ,
Edizioni Rinascita, Roma 1948, p. 235).

Per ciò che ci riguarda, dopo tutto il nostro passato una


via sola ci resta aperta. Per quasi quarant’anni abbiamo mes­
I L P A R T IT O 207

so in luce che la lotta di classe è la forza motrice fondamen­


tale della storia, e che in particolar modo la lotta di classe
tra la borghesia e il proletariato è la grande leva del rivolgi­
mento sociale dei tempi moderni; ci è quindi impossibile
marciare assieme con persone che vogliono cancellare dal
movimento questa lotta di classe. Quando venne fondata
rinternazionale formulammo espressamente il grido di bat­
taglia: la liberazione della classe operaia deve essere l’opera
della classe operaia stessa. Ci è quindi impossibile marciare
assieme con persone che dichiarano apertamente che gli ope­
rai sono troppo incolti per liberarsi da sé, e che debbono
essere liberati dall’alto, da grandi e piccoli borghesi filan­
tropi.
Lettera circolare, 1879
(in m arx , Scritti scelti cit., pp. 549-50).

1 Marx a Proudhon, 5 maggio 1846 (M E W , voi. XXV II, p. 442).


2 Marx a Blos, io novembre 1877 (M E S C , p. 310).
3 K. marx e F. engels , M a n ifesto d e l partito com unista, in id .,
O p e re com plete, voi. V I, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 498.
4 Ib id .
5 id ., In d iriz z o d e l C om itato centrale alla L e g a d e i com unisti,
in k . marx , S critti scelti, 2 voli., Edizioni in lingue estere, Mo­
sca 1944, voi. II , p. 142.
6 I b id ., p. 148.
7 Marx a Freiligrath, 29 febbraio 1860 (M E W , voi. XXX, p. 490).
8 Marx a Engels, n febbraio 18 5 1 (in k . marx e f . en gels ,
C arteggio, 6 voli., Rinascita, Roma 1950-53, voi. I, p. 174).
9 Marx a Kugelmann, 12 aprile 1871 (in k . marx, S critti scelti
cit., voi. II, p. 468).
10 Discorso alla Conferenza di Londra del 18 7 1 (M E W , voi. X V II,
p. 655).
11 Marx a Kugelmann, 9 ottobre 1866 (in m arx , S critti scelti
cit., voi. I I , p. 530).
12 Cfr. Marx-Engels, Lettera circolare, Londra, settembre 1879
(ib id ., p. 544).

Nota bibliografica.

j. braunthal, History of thè International, London 1967, pp. 44


sgg., 85 sgg.
208 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

H. collins e c. abram sky , Karl Marx and thè British Labour


Movement, London 1965.
r . garaudy, Karl Marx, Paris 1964 [trad. ingl. Karl Marx: The
Evolution of his Thought, London 1967, pp. 190 sgg.].
M. johnstone, Marx and Engels and thè Concept of thè Party,
in «Socialist Register», Ì967.
B. nicolaevsky , Towards a History of thè Communist League,
in «International Review of Social History», 1956.
b . wolfe , Marxism: 100 Years in thè Life of a Doctrine, London
1967, spec. cap. xi.
Capitolo sesto
Lo stato

A.
COMMENTO

Furono le prime esperienze giornalistiche che porta­


rono Marx a formulare per la prima volta la sua concezio­
ne dello stato, che per molti aspetti egli considerava l’isti­
tuzione più caratteristica della condizione alienata del­
l’uomo. Marx si scontrò con lo stato soprattutto come
censore dei suoi articoli per la «Rheinische Zeitung».
In contrasto con lo stato prussiano contemporaneo, Marx
concepiva la possibilità di formare un’associazione di
uomini veramente libera in uno stato idealizzato conce­
pito, sul modello hegeliano, come incarnazione della ra­
gione.
N ell’estate del 18 4 3 , due fattori avevano condotto
M arx a modificare questa concezione: uno era la lettura
della critica di Feuerbach alla filosofia di Hegel, l ’altro
la sua esperienza pratica come direttore della «R hei­
nische Zeitung» che gli rivelò l’importanza dei fattori
socio-economici sulla formazione del diritto. Tenendo
presente ciò, M arx elaborò le sue idee sullo stato in un
lungo manoscritto che era una critica dell’economia po­
litica di Hegel. Secondo Hegel lo stato era logicamente
anteriore e eticamente superiore ai due elementi che lo
costituivano: la famiglia e la società civile. M arx inten­
deva dimostrare che era un’illusione supporre che lo sta­
to avesse un carattere universale capace di armonizzare
gli elementi discordi della società civile e di unificarli a
un livello superiore. Trattando dello stato prima di ogni
analisi della società civile, Hegel presupponeva una frat­
tura fra di essi e dovette perciò creare delle istituzioni
che colmassero tale frattura. Ma tutte queste istituzioni
210 I L P EN SIER O DI KAR L M A RX P A R T E S E C 0 ND4

- monarchia, assemblee rappresentative, burocrazia -


non erano di fatto che strumenti di interessi particolari
della società civile: lo stato non era che una vuota sfera
ideale che creava l ’illusione di appartenere a una comu­
nità. Questa opposizione tra la società civile e lo stato
era caratteristica dell’epoca borghese ma non del medio­
evo. M arx, in contrapposizione a Hegel, proponeva una
forma di governo in cui non vi fosse separazione tra la
società civile e lo stato e che corrispondesse direttamen­
te all’«essenza dell’uomo socializzato». Egli la chiamò
«vera democrazia» e la definì in questo modo:
In tutti gli stati che differiscono dalla democrazia, lo
stato, la legge, la costituzione, dominano senza dominare
realmente, cioè senza penetrare materialmente il contenu­
to delle restanti sfere non politiche. Nella democrazia la
costituzione, la legge, lo stato stesso, sono semplicemente
un’autodeterminazione del popolo, un contenuto deter­
minato del popolo, per quanto esso contenuto è costitu­
zione politica1.

Con la sua conversione al comuniSmo nel 18 4 4 , M arx


arrivò alla conclusione che lo stato era essenzialmente la
negazione dell’uomo. Nei Manoscritti di Parigi dichiarò
che lo stato è un’espressione dell’alienazione umana co­
me la religione, la legge e la moralità, e, come queste,
è determinata da un particolare modo di produzione.
Ma nello stesso tempo lo stato conteneva degli elementi
positivi. Qui l ’analisi di M arx è simile alla sua analisi
della religione che per molti aspetti fungeva da paradig­
ma per le sue opinioni politiche. M arx considerava l ’A ­
merica « l ’esempio più perfetto di stato moderno » ed ar­
rivò a dire:
... Quanto alla vita reale, proprio lo stato politico, an­
che là dove non sia ancora consapevolmente compenetrato
di esigenze socialiste, contiene in tutte le sue forme mo­
derne le esigenze della ragione... Lo stato politico esprime
dunque all’interno della sua forma sub specie rei publicae
tutte le lotte, i bisogni, le verità sociali \

M arx vedeva quindi lo stato, e anche la religione, co­


me un’affermazione dei fini ideali dell’uomo e una com­
LO STA TO 211

pensazione alla mancanza della loro realizzazione. Lo sta­


ro era limitato proprio perché i suoi fini restavano ideali.
M arx trovò una conferma alla sua concezione nei docu­
menti delle rivoluzioni francese e americana che preten­
devano di emancipare l ’uomo come cittadino politico,
ma non lo liberavano come uomo o membro della socie­
tà civile, cioè della società economica. Fu questo para­
dosso che M arx analizzò nel suo saggio del 18 4 3 La que­
stione ebraica in cui espresse la sua critica più semplice
del liberalismo. N ell’articolo contro Ruge del 18 4 4 , M arx
arrivò a dire che più uno stato era politico e rappresen­
tava una sfera separata, più esso era incapace di risol­
vere i problemi della società:
Lo stato non può eliminare questa contraddizione tra
lo scopo e la buona volontà dell’amministrazione da una
parte, e i suoi mezzi e le sue facoltà dall’altra, senza eli­
minare se stesso, poiché esso riposa appunto su questa
contraddizione. Esso riposa sulla contraddizione tra la vi­
ta pubblica e quella privata, tra gli interessi generali e
quelli particolari. L ’amministrazione si deve quindi limi­
tare a un’attività formale e negativa, poiché dove comincia
la vita borghese e il suo lavoro, là appunto termina il po­
tere dell’amministrazione3.

Quindi:
Se lo stato moderno volesse ovviare all’impotenza della
sua amministrazione, dovrebbe eliminare la vita privata
di oggidì. Se volesse eliminare la vita privata dovrebbe
eliminare se stesso, poiché esso esiste soltanto in contrap­
posizione a quella vita4.

Nel 1844 M arx firmò un contratto per un libro di po­


litica che avrebbe incluso la sua Critica della filosofia hege­
liana del diritto pubblico e una raccolta di scritti sulla ri­
voluzione francese; ma sembra che non sia andato oltre
alla stesura dell’indice.
Nei suoi scritti successivi, pur senza abbandonare
l ’idea di stato come compensazione, come forza sociale
alienata, M arx si concentrò sempre di più sull’analisi della
funzione dello stato nella società. Mentre nei primi scritti
tendeva a sottolineare la frattura tra stato e società, in
212 IL P EN SIER O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

seguito egli considerò lo stato come parte della società.


La formulazione piu completa di questa concezione si
ebbe nell’Ideologia tedesca. Riguardo alla sua analisi,
Marx dichiarava all’inizio dell’opera quale fosse il suo
programma: ,
individui determinati che svolgono un’attività produttiva
secondo un modo determinato entrano in questi determi­
nati rapporti sociali e politici. In ogni singolo caso l’osser­
vazione empirica deve mostrare empiricamente e senza al­
cuna mistificazione e speculazione il legame fra l’organiz­
zazione sociale e politica e la produzione. L ’organizzazio­
ne sociale e lo stato risultano costantemente dal processo
della vita di individui determinati... individui come ope­
rano e producono materialmente, e dunque agiscono fra
limiti, presupposti e condizioni materiali determinate e
indipendenti dal loro arbitrios.

Nell’Ideologia tedesca Marx faceva risalire l’origine


dello stato, e delle altre istituzioni sociali, alla divisione
del lavoro; lo stato era in contraddizione con i veri in­
teressi di tutti i membri della società, poiché esso, costi­
tuiva una comunità illusoria che serviva da palcoscenico
per le vere lotte che le classi conducono l’una contro l’al­
tra. Nel corso della storia ogni modo di produzione dava
origine a una tipica organizzazione politica che promuo­
veva gli interessi della classe dqminante. La grande in­
dustria e la concorrenza universale del capitalismo mo­
derno avevano creato la propria organizzazione politica:
lo stato moderno che dipendeva dalla borghesia per le
imposte e il credito pubblico. Lo stato a sua volta mo­
dellava altre istituzioni sociali:
Poiché lo stato è la forma in cui gli individui di una
classe dominante fanno valere i loro interessi comuni e in
cui si riassume l’intera società civile di un’epoca, ne segue
che tutte le istituzioni comuni passano attraverso l’inter­
mediario dello stato e ricevono una forma politica. Di qui
l’illusione che la legge riposi sulla volontà e anzi sulla vo­
lontà strappata dalla sua base reale, sulla volontà libera.
Allo stesso modo, il diritto a sua volta viene ridotto alla
legge6.
LO STATO 2X 3

Questa è la concezione che Marx compendiò nel Ma­


nifesto del partito comunista: « Il potere politico dello
stato moderno non è che un comitato il quale ammini­
stra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghe­
s e » 7. Si dovrebbe notare, tuttavia, che lo stesso Marx
riteneva molto debole questa correlazione tra struttura
economica e formazioni politiche: per esempio, sebbene
giudicasse l’Inghilterra il paese piu avanzato dal punto
di vista economico, riteneva che per molti aspetti la
Francia fosse piu avanzata dal punto di vista politico.
Marx ammise delle eccezioni a questa definizione ge­
nerale dello stato come strumento del dominio di classe,
in particolare in due delle sue più acute analisi degli av­
venimenti contemporanei - Le lotte di classe in trancia
e II diciotto brumaio di Luigi Bonaparte. Talvolta, egli
disse, non è necessario che lo stato rappresenti tutta una
classe ma soltanto una parte di essa (per esempio, i finan­
zieri sotto Luigi Filippo); oppure una classe può control­
lare lo stato a favore di un’altra classe (per esempio, i
Whigs in nome della classe media in Inghilterra). Marx
riteneva che lo stato potesse svolgere un ruolo indipen­
dente in paesi relativamente arretrati, in cui le classi non
erano ancora pienamente sviluppate, e anche nelle mo­
narchie assolute dell’Europa nel periodo di transizione
tra la classe feudale e la classe borghese. Egli disse della
Francia di Luigi Bonaparte, in contrapposizione a quella
dei suoi predecessori: « È soltanto sotto il secondo Bo­
naparte che lo stato sembra essere diventato compieta-
mente indipendente». E proseguì: «Eppure il potere
esecutivo non è sospeso nel vuoto. Bonaparte rappresen­
ta una classe, anzi la classe più numerosa della società
francese, i contadini piccoli proprietari»8.
Eppure Bonaparte non era controllato dai contadini
e non governò esclusivamente nel loro interesse. In real­
tà, Marx affermò che lo stato come semplice strumento
del dominio di classe si sarebbe trovato soltanto nell’A ­
merica del Nord, «in cui lo stato, a differenza di tutte
le formazioni nazionali precedenti, è stato fin dall’inizio
subordinato alla società borghese e alla sua produzio­
ne» 9.
2 14 I L P E N S IE R O D I K A R L M A R X P A R T E SECONDA

La seconda ampia eccezione alla concezione .di stato


come strumento del dominio di classe si trova, secondo
M arx, nelle società asiatiche —India, Cina, e in certa mi­
sura Russia Poiché non esiste la proprietà privata della
terra, «la proprietà... appare mediata dalla cessionè del­
l ’unità totale realizzata nel despota come padre delle
molte com unità»10.
M arx considerava la burocrazia la parte piu essenzia­
le di questo apparato dello stato moderno. Le sue opi­
nioni sulla burocrazia si trovano soprattutto nella Criti­
ca della filosofia hegeliana del diritto pubblico scritto
nel 18 4 3 e nel Diciotto brumaio di Luigi Bonaparte scrit­
to nel 1 8 5 1 . In questa seconda opera M arx faceva risa­
lire l ’origine della burocrazia alla nascita della monar­
chia assoluta e la riteneva una forza progressiva che ave­
va distrutto le corporazioni della società medievale e
mirava alla centralizzazione e all’uguaglianza di tratta­
mento di tutti i cittadini. Nel manoscritto del 18 4 3 , con
gli occhi rivolti essenzialmente alla Prussia, M arx spie­
gò come la burocrazia era infine diventata una casta che
pretendeva di possedere, grazie ad una maggiore istru­
zione, il monopolio dell’interprétazione degli interessi
dello stato. Trovandosi contrastata proprio dallo spirito
di uguaglianza che essa stessa aveva in origine favorito,
la burocrazia si era trasformata in corporazione medie­
vale, rifugiandosi nella trinità del mistero, della gerar­
chia e dell’autorità. In Francia, secondo M arx, la buro­
crazia, che aveva preparato la strada al governo della
borghesia, era diventata uno strumento nelle sue mani,
pur conservando una tendenza all’indipendenza contra­
riamente alla burocrazia della Gran Bretagna e degli
Stati Uniti, dove i parlamenti erano più forti e la bu­
rocrazia non aveva svolto un ruolo così importante nella
transizione dal feudalesimo. Sotto Luigi Napoleone, gra­
zie alla debolezza della borghesia, la burocrazia poteva
controllare lo stato ed era più che un avversario per i
contadini isolati che costituivano il fondamento del po­
tere di Bonaparte. Questa tesi è espressa negli abbozzi
preliminari della Guerra civile in Branda 1 1 .
Una rivoluzione vittoriosa doveva necessariamente
LO STATO 215
comportare la distruzione del potere dello stato e del­
la sua burocrazia. Nel 1 8 7 1 M arx ricordò a Kugelmann
il passo del Diciotto brumaio in cui parlava della demo­
lizione della macchina militare e burocratica e la definì
« la condizione previa di ogni rivoluzione veramente po­
polare sul continente»12. Nel 18 7 2 scrisse:
Ciò che tutti i socialisti intendono per anarchismo è
questo: non appena sarà stato raggiunto lo scopo del mo­
vimento proletario, l ’abolizione delle classi, scomparirà il
potere dello stato, la cui funzione è di tenere la grande
maggioranza dei produttori sotto il giogo di una piccola
minoranza di sfruttatori, e le funzioni governative saran­
no trasformate in semplici compiti amministrativi13.
Questa distinzione tra «governo» e «amministrazio­
ne» non è mai espressa esplicitamente da M arx, ma
probabilmente egli riteneva che l’abolizione dello stato
avrebbe almeno comportato la scomparsa delle sue mani­
festazioni più tipiche, la burocrazia, l ’esercito e la ma­
gistratura. La frase che viene spesso in mente a questo
proposito è che « lo stato non viene abolito, ma si estin­
gue», anche se in realtà non sono parole di M arx bensì
di Engels. Ciononostante, la varietà dei termini che M arx
usa in riferimento alla scomparsa dello stato è troppo
grande per fornire un significato preciso e il termine
usato con maggiore frequenza è, di fatto, « abolizione»14.
La concezione marxiana del ruolo futuro dello stato
deve essere ricostruita da osservazioni fatte soltanto en
passant. Alcune osservazioni di M arx sembrano rive­
lare un atteggiamento «autoritario», ma sono di solito
dedicate a quegli aspetti della rivoluzione borghese che
il proletariato dovrebbe appoggiare. Quando, per esem­
pio,' nell’Indirizzo del marzo 18 70 egli dice «gli operai...
devono lottare non soltanto per la repubblica tedesca
una e indivisibile, ma anche per la più decisa centraliz­
zazione del potere nelle mani dello sta to » 15, si tratta di
un consiglio politico in un paese alla vigilia di una rivo­
luzione borghese.
Per la sua concezione dello stato dopo una rivoluzione
proletaria vittoriosa abbiamo due fonti. La prima è co-
2 l6 I L PEN SIERO D I K A R L M ARX P A R T E SECONDA

stituita dai commenti di M arx sulla Comune di Parigi


che si trovano nella Guerra civile in trancia. Questo
saggio non si può considerare perfettamente rappresen­
tativo del pensiero di M arx poiché fu scritto subito do­
po il sanguinoso fallimento della Comune e non poteva
che essere un tentativo di giustificazione. Inoltre, l’in­
surrezione era avvenuta contro il parere di M arx, egli
sapeva che la maggioranza dei suoi capi non erano co­
munisti e piu tardi arrivò a dire che la sua politica « non
era socialista, né avrebbe potuto esserlo in tali circo­
stanze»16. Cionondimeno, pare che alcune scelte politi­
che della Comune godessero della sua approvazione, e
inoltre egli pensava che essa avrebbe avuto importanti
sviluppi. M arx era favorevole alla proposta della Co­
mune che tutti i funzionari, compresi i giudici, fossero
eletti con suffragio universale e fossero revocabili in qua­
lunque momento; che il salario dei funzionari fosse ugua­
le a quello degli operai; che l ’esercito permanente fosse
sostituito dal popolo armato; e che la polizia e il clero
fossero privati della loro influenza politica. E gli riteneva
anche che l ’iniziativa della Comune potesse produrre
una struttura politica federale decentralizzata e un’eco­
nomia fondata su cooperative unificate da un piano co­
mune. Naturalmente durante le discussioni all’interno
dell’Internazionale, M arx rifiutò le posizioni anarchiche
di Bakunin e dei suoi seguaci, ma questo non avvalora
la tesi che egli fosse autoritario.
La seconda fonte principale per capire come Marx
concepiva il governo dopo una rivoluzione proletaria è
la Critica del programma di Gotha. Qui M arx afferma
che « la libertà consiste nel mutare lo stato da organo
sovrapposto alla società in organo assolutamente subor­
dinato ad essa » 17. Sul ruolo dello stato nella società co­
munista, M arx dice soltanto che a chi si chiede quali fun­
zioni sociali analoghe a quelle dello stato contempora­
neo sussisteranno ancora nella società comunista si può
rispondere solo scientificamente/ L ’unica ulteriore af­
fermazione di M arx è che «ci sarà un periodo di tra­
sformazione rivoluzionaria» tra società capitalistica e
società comunista, e che in questo periodo lo «stato
LO STATO 217

non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del


proletariato » Come è stato fatto notare in precedenza,
è difficile vedere delle implicazioni politiche particolari
nel termine «d ittatu ra»19.
Nel trattato in sei libri intitolato 'Economia che M arx
voleva scrivere, ma di cui non arrivò nemmeno a metà,
il quarto libro avrebbe dovuto essere dedicato allo stato;
ed è la mancanza di questo libro che rappresenta la più
grossa lacuna negli ultimi scritti di M arx. Il quadro ge­
nerale degli argomenti da trattare deve essere ricostruito
dalle osservazioni marginali contenute negli scritti dedi­
cati ad altri argomenti.

B.
TESTI

Poiché la burocrazia è, secondo la sua essenza, lo «stato


come formalismo», essa lo è anche secondo il suo scopo. Il
reale scopo dello stato appare dunque alla burocrazia come
uno scopo contro lo stato. Lo spirito della burocrazia è lo
«spirito formale dello stato». Essa fa, dunque, dello «spirito
formale dello stato», o reale aspiritualità dello stato, un im­
perativo categorico. La burocrazia si pretende ultimo scopo
dello stato. Poiché la burocrazia fa dei suoi scopi «formali» il
suo contenuto, essa viene ovunque a conflitto con gli scopi
«reali». Essa è dunque costretta a spacciare il formale per il
contenuto e il contenuto per il formale. Gli scopi dello stato
si mutano in scopi burocratici, o gli scopi burocratici in scopi
statali. La burocrazia è un circolo da cui nessuno può saltar
fuori. La sua gerarchia è una gerarchia del sapere. La testa
affida alle sfere inferiori l’esame del particolare, le sfere infe­
riori affidano a quella l’esame del generale, e così si illudono
reciprocamente.
La burocrazia è lo stato immaginario accanto allo stato
reale, lo spiritualismo dello stato. Ogni cosa ha dunque un
doppio significato, uno reale e uno burocratico, parimenti il
sapere è doppio, un sapere reale e uno burocratico (così an­
che il volere). Ma l’essere reale è trattato secondo la sua es­
218 IL PEN SIERO DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

senza burocratica, secondo la sua essenza trascendente spi­


rituale. La burocrazia detiene l’essenza dello stato, l’essenza
spirituale della società, questa è la sua proprietà privata. Lo
spirito generale della burocrazia è il segreto, il mistero, cu­
stodito entro di essa dalla gerarchia, e all’esterno in quanto
essa è corporazione chiusa. Il palesarsi dello spirito dello
stato, e l’opinione pubblica, appaiono quindi alla burocra­
zia come un tradimento del suo mistero. L ’autorità è perciò
il principio della sua scienza e l’idolatria dell’autorità è il
suo sentimento. Ma all’interno della burocrazia lo spiritua­
lismo diventa un crasso m aterialismo, il materialismo dell’ub­
bidienza passiva, della fede nell’autorità, del meccanismo di
un’attività formale fissa, di principi, di idee, di tradizioni
fisse. In quanto al burocrate preso singolarmente, lo scopo
dello stato diventa il suo scopo privato, una caccia ai posti
p iù alti, un far carriera.
Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, 1843
(in K . m a r x , Opere filosofiche giovanili,
Editori Riuniti, Roma 1963, pp. 39-60).

... La democrazia è l’enigma risolto di tutte le costituzio­


ni. Quivi la costituzione è non solo in sé, secondo l’essenza,
ma secondo l ’esistenza, secondo la realtà, e ricondotta con­
tinuamente al suo reale fondamento, all’uomo reale, al po­
polo reale, e posta come opera propria di esso. La costitu­
zione appare per quel che è, libero prodotto dell’uomo. Si
potrebbe dire che ciò valga anche, sotto certo riguardo, per
la monarchia costituzionale: ma la specifica differenza dalla
democrazia è che qui la costituzione in genere è soltanto un
elemento di esistenza del popolo, e che non la costituzione
politica per se stessa forma lo stato.
Hegel parte qui dallo stato e fa dell’uomo lo stato sog­
gettivato; la democrazia parte dall’uomo e fa dello stato l’uo­
mo oggettivato. Come non è la religione che crea l’uomo,
ma è l ’uomo che crea la religione, così non la costituzione
crea il popolo, ma il popolo la costituzione. La democrazia
sta, sotto un certo punto di vista, a tutte le altre forme poli­
tiche, come il cristianesimo sta a tutte le altre religioni. Il
cristianesimo è la religione, x <x t ' è|oxf)v, l ’essenza della re­
ligione, l’uomo deificato in una particolare religione. Così
la democrazia è l ’essenza d i ogni costituzione politica, l’uo­
mo socializzato in una particolare costituzione politica; essa
sta alle altre costituzioni come il genere sta alle sue specie;
solo che qui il genere stesso si manifesta come esistenza, e
LO STATO 2 19

però come una particolare specie di fronte alle esistenze non


corrispondenti all’essenza. La democrazia sta a tutte le altre
forme politiche come a suo Antico Testamento. L ’uomo non
esiste per la legge, ma la legge esiste per l’uomo, è esistenza
umana, mentre nelle altre l’uomo è l ’esistenza legale. Que­
sta la differenza fondamentale della democrazia.
Ib id ., pp. 41-42.

Lo stato politico perfetto è per sua essenza la vita del­


l ’uomo come specie, in opposizione alla sua vita materiale.
Tutti i presupposti di questa vita egoistica continuano a
sussistere al d i fu o ri della sfera dello stato, nella società ci­
vile, ma come caratteristiche della società civile. Là dove lo
stato politico ha raggiunto il suo vero sviluppo, l’uomo con­
duce non soltanto nel pensiero, nella coscienza, bensì nella
realtà, nella vita, una doppia vita, una celeste e una terrena,
la vita nella comunità politica nella quale egli si afferma co­
me comunità, e la vita nella società civile nella quale agisce
come uomo privato, che considera gli altri uomini come mez­
zo, degrada se stesso a mezzo e diviene trastullo di forze
estranee...
L ’emancipazione politica è certamente un grande passo
in avanti, non è però la forma ultima dell’emancipazione
umana in generale, ma è l’ultima forma dell’emancipazio­
ne umana entro l’ordine mondiale attuale. S’intende: noi par­
liamo qui di reale, di pratica emancipazione... Ma non ci si
inganni circa i limiti della emancipazione politica. La scis­
sione dell’uomo nell’uomo pubblico e nell’uomo privato, il
trasferimento della religione dallo stato alla società civile,
non sono un gradino, sono il com pim ento dell’emancipazio­
ne politica, che pertanto sopprime la religiosità reale del­
l’uomo tanto poco quanto poco tende a sopprimerla.
ha questione ebraica, 1843
(Editori Riuniti, Roma 1954, pp. 59, 60, 61).

O gni emancipazione è un ricondurre il mondo umano, i


rapporti umani all 'uom o stesso.
L ’emancipazione politica è la riduzione dell’uomo, da un
lato, a membro della società civile, all’individuo egoista in­
dipendente, dall’altro, al cittadino, alla persona morale.
Solo quando l’uomo reale, individuale riassume in sé il
cittadino astratto, e come uomo individuale nella sua vita
empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi rapporti indi­
220 I L P EN SIER O DI KARL M A RX P A R T E SECONDA

viduali è divenuto m em bro della specie umana, soltanto


quando l’uomo ha riconosciuto e organizzato le sue «forces
propres» come forze sociali, e perciò non separa piu da sé
la forza sociale nella figura della forza politica, soltanto al­
lora l’emancipazione umana è compiuta.
Ib id ., pp. 78-79.

Lo stato e Vordinamento della società, dal punto di vista


politico, non sono due cose differenti. Lo stato è l’ordina­
mento della società. In quanto lo stato ammette l’esistenza
di inconvenienti sociali, li ricerca o in leggi d i natura, cui
nessuna forza umana può comandare, o nella vita privata,
che è indipendente da esso, o nella inefficienza d e ll’ammi­
nistrazione che da esso dipende...
Lo stato non può eliminare la contraddizione tra lo scopo
determinato e la buona volontà dell’amministrazione da un
lato e i suoi mezzi come pure le sue possibilità dall’altro, sen­
za eliminare se stesso, poiché esso poggia su tale contraddizio­
ne. Esso poggia sulla contraddizione tra vita privata e p u b­
blica, sulla contraddizione tra gli interessi generali e gli
interessi particolari. L ’amministrazione deve perciò limitarsi
ad una attività form ale e negativa, poiché proprio là dove
ha inizio la vita civile e il suo lavoro, là termina il suo potere.
Anzi, di fronte alle conseguenze che scaturiscono dalla na­
tura asociale di questa vita civile, di questa proprietà pri­
vata, di questo commercio, di questa industria, di questa
reciproca rapina delle differenti sfere civili, di fronte a que­
ste conseguenze, Yimpotenza è la legge d i natura dell’ammi­
nistrazione. Infatti, questa lacerazione, questa infamia, que­
sta schiavitù della società civile è il fondamento naturale su
cui poggia lo stato m oderno, così come la società civile della
schiavitù era il fondamento su cui poggiava lo stato antico.
L ’esistenza dello stato e l’esistenza della schiavitù sono inse­
parabili. Lo stato antico e la schiavitù antica - schiette an­
titesi classiche - non erano saldati l’uno all’altra più intima­
mente che non siano lo stato moderno ed il moderno mondo
di trafficanti, ipocrite antitesi cristiane. Se lo stato moderno
volesse eliminare l 'im potenza della sua amministrazione, sa­
rebbe costretto a eliminare l’odierna vita privata. Se esso
volesse eliminare la vita privata, dovrebbe eliminare se stes­
so, poiché esso esiste soltanto nell’antitesi con quella.
Glosse marginali di critica all’articolo
« I l re d i Prussia e la riforma sociale, firmato: un Prussiano», 1844
(in m a r x , La questione ebraica cit., pp. 125-27).
LO STATO 221

Quanto piu potente è lo stato, quanto più politico quindi


è un paese, tanto meno esso è disposto a ricercare nel princi­
pio dello stato, dunque n tlY odierno ordinamento della so­
cietà, della quale lo stato è l’espressione attiva, autocosciente
e ufficiale, il fondamento delle infermità sociali, e ad inten­
derne il principio generale. L ’intelletto politico è politico
appunto in quanto pensa entro i limiti della politica. Quanto
più esso è acuto, quanto più è vivo, tanto meno è capace di
comprendere le infermità sociali. Il periodo classico del­
l’intelletto politico è la rivoluzione francese. Ben lungi dallo
scorgere nel principio dello stato ia fonte delle deficienze
sociali, gli eroi della rivoluzione francese scorsero piuttosto
nelle deficienze sociali la fonte delle cattive condizioni politi­
che. Così Robespierre vede nella grande miseria e nella grande
ricchezza un ostacolo alla pura democrazia. Egli desidera per­
ciò stabilire una generale frugalità spartana. Il principio della
politica è la volontà. Quanto più unilaterale, cioè quanto più
compiuto è l’intelletto politico, tanto più esso crede all’o«-
nipotenza della volontà, e tanto più è cieco dinanzi ai lim iti
naturali e spirituali della volontà, tanto più dunque è inca­
pace di scoprire la fonte delle infermità sociali.
Ib id ., pp. 127-28.

... il riconoscimento dei diritti d e ll’uomo da parte dello sta­


to moderno non ha un significato diverso dal riconoscimen­
to della schiavitù da parte dello stato antico. Cioè, come
lo stato antico aveva come base naturale la schiavitù, così lo
stato m oderno ha come base naturale la società civile, l’uo­
mo della società civile, cioè l’uomo indipendente, unito al­
l’altro uomo solo con il legame dell’interesse privato e della
necessità naturale incosciente, lo schiavo del lavoro per il
guadagno, lo schiavo sia del bisogno egoistico proprio sia
del bisogno egoistico altrui. Nei d iritti universali d e ll’uomo,
lo stato moderno riconosce che questa è la sua base naturale.
E non è lo stato che li ha creati. Lo stato moderno, in quanto
era il prodotto della società civile spinta dal suo proprio
sviluppo a sorpassare i vecchi legami politici, ha riconosciuto
da parte sua, con la dichiarazione dei d iritti d e ll’uomo, il
proprio luogo di nascita e il proprio fondamento.
La sacra famiglia, 1845
Opere complete,
( in K. m a r x e F . e n g e l s ,
Editori Riuniti, voi. IV , Roma 1972, p. 126).
222 I L P EN SIER O DI K A R L M A RX P A R T E SECONDA

Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che


svolgono un’attività produttiva secondo un modo determi­
nato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici.
In ogni singolo caso l ’osservazione empirica deve mostrare
empiricamente e senza alcuna mistificazione e speculazione
il legame fra l ’organizzazione sociale e politica e la produ­
zione. L ’organizzazione sociale e lo stato risultano costante-
mente dal processo della vita di individui determinati; ma
di questi individui, non quali possono apparire nella rap­
presentazione propria o altrui, bensì quali sono realmente,
cioè come operano e producono materialmente, e dunque
agiscono fra limiti, presupposti e condizioni materiali deter­
minate e indipendenti dal loro arbitrio.
L ’ideologia tedesca, 1845-46
(in k . m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 21).

Appunto da questo antagonismo fra interesse particolare


e interesse collettivo l’interesse collettivo prende una con­
figurazione autonoma come stato, separato dai reali interessi
singoli e generali, e in pari tempo come comunità illusoria,
ma sempre sulla base reale di legami esistenti in ogni con­
glomerato familiare e tribale, come la carne e il sangue, la
lingua, la divisione del lavoro accentuata e altri interessi, e
soprattutto - come vedremo piu particolarmente in segui­
to - sulla base delle classi già determinate dalla divisione
del lavoro, che si differenziano in ogni raggruppamento uma­
no di questo genere e delle quali una domina tutte le altre.
Ne consegue che tutte le lotte nell’ambito dello stato, la lot­
ta fra democrazia, aristocrazia e monarchia, la lotta per il
diritto di voto, ecc. ecc., altro non sono che le forme illu­
sorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse
classi...
Ibìd., p. 32.

... Se si prende il potere come base del diritto, come fanno


Hobbes e altri, il diritto, la legge, ecc. non sono altro che
sintomo, espressione di altri rapporti, sui quali riposa il po­
tere dello stato. La vita materiale degli individui, che non
dipende affatto dalla loro pura «volontà», il loro modo di
produzione e la forma di relazioni che si condizionano a vi­
cenda, sono la base reale dello stato e continuano ad esserlo
in tutti gli stadi nei quali sono ancora necessarie la divisione
del lavoro e la proprietà privata, del tutto indipendente­
LO STATO 223

mente dalla volontà degli individui. Questi rapporti reali


non sono affatto creati dal potere dello stato; essi sono piut­
tosto il potere che crea quello. Gli individui che dominano
in questi rapporti - a parte il fatto che il loro potere deve
costituirsi come stato - devono dare alla loro volontà condi­
zionata da questi rapporti determinati un’espressione uni­
versale sotto forma di volontà dello stato, di legge: espres­
sione il cui contenuto è sempre dato dai rapporti di questa
classe, come dimostrano chiarissimamente il diritto privato
e il diritto criminale.
Ibid., p. 333.

Ognuno di questi stadi nello sviluppo della borghesia fu


accompagnato da un corrispondente progresso politico. Ceto
oppresso sotto il dominio dei signori feudali, associazioni ar­
mate e autonome nel Comune, qui repubblica municipale
indipendente, là terzo stato tributario della monarchia, poi,
al tempo della manifattura, contrappeso alla nobiltà nella
monarchia a poteri limitati o in quella assoluta, principale
fondamento, in generale, delle grandi monarchie, col costi­
tuirsi della grande industria e del mercato mondiale, la bor­
ghesia si è impadronita finalmente della potestà politica
esclusiva nel moderno stato rappresentativo. Il potere po­
litico dello stato moderno non è che un comitato, il quale
amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe bor­
ghese.
Manifesto del partito comunista, 1848
(in K. m arx e F. en gels , Opere complete,
Editori Ritmiti, voi. V I , Roma 1973, p. 488).

Lo stato borghese non è poi altro che una reciproca assi­


curazione della classe borghese contro i suoi singoli membri
come contro la classe sfruttata, assicurazione che non può
non diventare sempre piu costosa e apparentemente sempre
piu indipendente nei confronti della società borghese, per­
ché l’assoggettamento della classe sfruttata diventa sempre
piu difficile...
L ’abolizione dello stato ha senso soltanto nei comunisti
come risultato dell’abolizione delle classi, con la quale viene
a cadere di per sé il bisogno della potenza organizzata d’una
classe per l’assoggettamento dell’aìtra.
Recensione di E . Girardin, Socialismo e imposte, Parigi 1830
(in m arxe en gels , Manifesto del partito comunista cit., pp. 2 11- 12 ) .
224 I L P EN SIER O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

La media borghesia e la classe media, per le loro condi­


zioni economiche, non potevano promuovere una nuova ri­
voluzione ed erano spinte a seguire le orme delle classi do­
minanti o a diventare alleate della classe operaia. I conta­
dini erano la base economica passiva del Secondo Impero,
di quell’ultimo trionfo di uno stato separato e indipendente
dalla società. Soltanto i proletari, spinti da un nuovo com­
pito sociale che essi dovevano svolgere per tutta la società,
quello di eliminare tutte le classi e i domini di classe, erano
coloro che avrebbero spezzato lo strumento di quel dominio
di classe, lo stato, il potere organizzato e centralizzato che
usurpava il posto di padrone della società invece di esserne
il servo.
Abbozzi preliminari della «Guerra civile in Francia», 18 7 1.

La Comune: la riassunzione del potere dello stato da


parte della società come propria forza viva e non come forza
che la controlla e la reprime, da parte delle stesse masse po­
polari, che creano la propria forza invece della forza organiz­
zata della loro repressione, la forma politica della propria
emancipazione sociale invece della forza artificiale - sottrat­
tagli dai loro oppressori (la loro propria, forza in opposizione
a una forza organizzata contro di loro) - della società eser­
citata dai loro nemici per reprimerle. La forma era semplice
come tutte le grandi cose... Il suffragio universale, di cui si
è finora abusato o per la sanzione parlamentare del Sacro
potere statale, o come trastullo nelle mani delle classi do­
minanti, usato dal popolo soltanto una volta in tanti anni per
scegliere gli strumenti del governo di classe parlamentare,
ora rivolto ai suoi veri scopi: la scelta da parte delle comuni
dei propri funzionari amministrativi ed esecutivi. L ’ingan­
no, come se l’amministrazione e il governo politico fossero
misteri, funzioni trascendenti da affidare alle mani di una
casta specializzata: parassiti dello stato, sicofanti pagati pro­
fumatamente e beneficiari di sinecure, che ricoprono le cari­
che piu alte, reclutano i quadri intellettuali dalle masse e li
contrappongono alle masse stesse nei posti piu bassi della
gerarchia. Eliminare completamente la gerarchia dello stato
e sostituire gli alteri padroni del popolo con servitori sem­
pre revocabili; una farsa di responsabilità con una respon­
sabilità vera, poiché agiscono continuamente sotto la super-
visione pubblica.
Ibid.
LO STATO 225
La Comune di Parigi doveva naturalmente servire di mo­
dello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Una
volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il regime comu­
nale, il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto cedere
il posto anche nelle province all’autogoverno dei produttori.
In uno schizzo sommario di organizzazione nazionale che la
Comune non ebbe il tempo di sviluppare, è detto chiara­
mente che la Comune doveva essere la forma politica anche
del piu piccolo villaggio, e che nei distretti rurali l’esercito
permanente doveva essere sostituito da una milizia naziona­
le, con un periodo di servizio estremamente corto. Le comuni
rurali di ogni distretto avrebbero dovuto amministrare i lo­
ro affari mediante un’assemblea di delegati con sede nel ca­
poluogo, e queste assemblee distrettuali avrebbero dovuto a
loro volta mandare dei rappresentanti alla delegazione nazio­
nale a Parigi, ogni delegato essendo revocabile in qualsiasi
momento e legato dal.mandato imperativo dei suoi elettori.
Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora ri­
maste per un governo centrale, non sarebbero state soppres­
se, come venne affermato in mala fede, ma adempiute da
funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili. L ’u­
nità della nazione non doveva essere spezzata, anzi, organiz­
zata dalla costituzione comunale, e doveva diventare una
realtà attraverso la distruzione di quel potere di stato che
pretendeva essere l ’incarnazione di questa unità indipenden­
te e persino superiore alla nazione stessa, mentre non ne era
che un’escrescenza parassitaria. Mentre gli organi puramen­
te repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere
amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strap­
pate a un’autorità che usurpava una posizione predominante
sulla società stessa, e restituite agli agenti responsabili della
società. Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni qua­
le membro della classe dominante doveva misrepresent [« mal
rappresentare», tradire] il popolo nel Parlamento, il suffra­
gio universale doveva servire al popolo costituito in comuni,
così come il suffragio individuale serve ad ogni altro impren­
ditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della
sua azienda. Ed è abbastanza noto che le associazioni di af­
fari, come gli imprenditori singoli, quando si tratta di veri
affari, sanno generalmente come mettere in ogni posto l’uo­
mo adatto, e se fanno un errore nella scelta, sanno rapida­
mente correggerlo. D ’altra parte, nulla poteva essere più con­
226 I L PEN SIERO DI K A R L M A RX P A R T E SECONDA

trario allo spirito della Comune, che di mettere al posto del


suffragio una investitura gerarchica.
La guerra civile in Francia, 18 7 1
(in k. marx, Scritti scelti,
Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. I I , pp. 441-42).

Per anarchismo tutti i socialisti intendono questo: una


volta che sarà stato raggiunto lo scopo del movimento pro­
letario, l’abolizione delle classi,... il potere dello stato scom­
parirà e le funzioni governative saranno trasformate in sem­
plici compiti amministrativi.
Le cosidette scissioni dell’Internazionale, 1872
(La Première Internationale, a cura di J . Freymond,
Genève 1962, voi. I I , p. 295).

[b a k u n in ] I tedeschi si calcolano a circa quaranta mi­


lioni. Forse che tutti i quaranta milioni saranno membri del
governo?
[m a r x ] Certainly! dato che la cosa comincia con l’au­
togoverno della comunità.
[b a k u n i n ] Tutto il popolo governerà e non si avranno
dei governanti.
[m a r x ] Se un uomo si governa da sé, non si governa,
secondo questo principio, perché è soltanto se stesso e non
un altro. Allora non ci sarà un governo, uno stato, ma,
[b a k u n in ] se ci sarà u n o sta to , c i saran n o an ch e d e i g o ­
v e r n a n ti e d e g li s c h ia v i.
[m a r x ] Questo significa soltanto: quando il dominio di
classe scompare, non ci sarà uno stato nel significato politico
attuale.
Appunti sul libro di Bakunin «Stato e anarchia», 1875
(in k . m a r x e F . e n g e l s , Marxismo e anarchismo,
Editori Riuniti, Roma 19 7 1, pp. 120-21). 1

1 K. marx , Crìtica della filosofia hegeliana del diritto pubblico,


in id ., Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1963,
p. 42.
2 10., Un carteggio del 1843, in id ., La questione ebraica, Editori
Riuniti, Roma 1954, p. 4 1.
3 id ., Glosse marginali di critica all’articolo « I l re di Prussia e la
riforma sociale, firmato: un Prussiano», in id ., La questione
ebraica cit., p. 126.
LO STATO 227
4 Ibid., pp. 126-27.
5 k . marx e f . engels , L’ideologia tedesca, in
id ., Opere comple­
te, Editori Riuniti, voi. V, Roma 1972, p. 2 1.
6 Ibid., p. 76.
7 id ., Manifesto del partito comunista, in id ., Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 488.
8 k . marx , Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riu­
niti, Roma 1964, p. 207.
9id ., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia poli­
tica, La Nuova Italia, Firenze 1968, voi. II , p. 648.
10id., Forme economiche precapitalistiche, Editori Riuniti, Roma
1967, p. 12.
11 Cfr. la citazione a p. 224.
12 Marx a Kugelmann, 12 aprile 18 7 1 (in k . marx , Scritti scelti,
2 voli., Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. II, p. 467).
13 K. m arx , Le pretese scissioni dell’Internazionale, in La Pre­
mière Internationale cit., voi. I I , p. 295.
14 Cfr. m . evans , Marx Studies, in « Politicai Studies », dicembre
1970. Cfr. anche cap. vili.
15 k . marx e f . engels , Indirizzo del Comitato centrale alla Lega
dei comunisti, in m arx , Scritti scelti cit., voi. I I , p. 146.
16 Marx a Domela Nieuwenhuis, 22 febbraio 18 8 1 (MESC, p. 410).
17 k . marx , Critica del programma di Gotha, in k . marx e f . en­
g els , Il partito e l’Internazionale, Rinascita, Roma 1948,
p. 239.
18 Ibid., p. 240.
19 Cfr. anche p. 236.

Nota bibliografica.

r . adamiak , The «'Withering Atvay» of thè State: A Reconsidera-


tion, in «Journal of Politics», febbraio 1970.
s. avineri , The Hegelian Origins of Marx’s Politicai Thought, in
«Review of Metaphysics », settembre 1967.
s. bloom, The « 'Withering Away» of thè State, in «Journal of
thè History of Ideas», 1946.
j. h yppo lite , Etudes sur Marx et Hegel, Paris 19632, cap. v [trad.
it. Saggi su Marx ed Hegel, Bompiani, Milano 19652].
r . miliband , Marx and thè State, in «Socialist Register», 1965.
m . r u bel , Marx’s Concept of Democracy, in «N ew Politics », 1962.
228 I L P EN SIER O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

j. s a n d e r s o n , Marx and Engels on thè State, in «Western Politi­


cai Quarterly», dicembre 1963.
- An Interpretation of thè Politicai Ideas of Marx and Engels,
London 1969.
r . t u c k e r , The Marxian Revolutionary Idea, London 1970, c a p . m .
Capitolo settimo
La rivoluzione

A.
COMMENTO

Le idee di M arx sulla rivoluzione sono una diretta


conseguenza della sua posizione materialistica generale
sullo sviluppo storico; egli riteneva, cioè, che lo svilup­
po della società fosse determinato dalle trasformazioni
della sua base economica, delle sue forze di produzione
e dei corrispondenti rapporti di produzione. E gli scrisse:
A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive
materiali della società entrano in contraddizione con i
rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di
proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica)
dentro i quali tali forze per l’innanzi s'erano mosse. Que­
sti rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive,
si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca
di rivoluzione sociale1.

M arx potè quindi chiamare la rivoluzione «la forza


motrice della storia » 2, e tutti i suoi studi in ^altri campi
furono dedicati a scoprire la sorgente di quella «forza
motrice».
Quando, nella storia passata, erano state spezzate le
catene dei rapporti di produzione, in seguito allo svi­
luppo delle forze di produzione, le rivoluzioni che erano
seguite erano state soltanto parziali. In uno dei suoi pri­
mi scritti M arx disse:
Su che cosa si fonda una rivoluzione parziale, una ri­
voluzione soltanto politica? Sul fatto che una parte della
società civile si emancipa e perviene al dominio genera­
le, sul fatto che una determinata classe intraprende l’e­
mancipazione generale della società partendo dalla prò­
230 IL P EN SIER O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

pria situazione particolare. Questa classe libera l ’intera


società, ma soltanto a condizione che l’intera società si
trovi nella condizione di questa classe, dunque, ad esem­
pio, possieda denaro e cultura, ovvero possa a suo pia­
cere acquistarli3.
Ciò che M arx aveva presente in particolare qui era
la rivoluzione francese, che esercitava su di lui lo stesso
fascino che aveva sulla maggior parte dei suoi contem­
poranei. In verità, durante i suoi anni di formazione,
egli passò più tempo a studiare la rivoluzione francese
di qualsiasi altra cosa, e tutto il suo pensiero si poteva
considerare come un tentativo di rispondere alla doman­
da: perché la rivoluzione francese, che sembrava così
progressiva, aveva trascurato completamente di curare
i mali sociali e in particolare di operare una redistribu­
zione della ricchezza della società? M arx vedeva molti
aspetti positivi nella rivoluzione francese: aveva distrut­
to il feudalesimo e abolito l ’importanza formale della
posizione sociale in politica; gli uomini furono dichia­
rati tutti uguali in quanto cittadini. Tuttavia, e questa
era la critica principale di M arx, questo aspetto sociale,
cioè la comune appartenenza degli uomini allo stato, non
ebbe nessuna influenza sulla loro vita reale che era anti­
sociale al massimo. Qui, «la libertà» era «non basata sul
legame dell’uomo con l’uomo, ma piuttosto sull’isola­
mento dell’uomo dall’uomo». E ra « il diritto a tale iso­
lamento, il diritto dell’individuo limitato, limitato a se
stesso»4. E l ’uguaglianza era soltanto l ’uguale diritto a
questo tipo di libertà.
Questa contraddizione fra i principi dello stato e la
vita reale dei cittadini era ciò che, per M arx, caratteriz­
zava una rivoluzione «soltanto politica». Nel suo attac­
co a Ruge del 18 4 4 scrisse:
L ’intelletto politico è politico appunto in quanto pen­
sa entro i limiti della politica. Quanto più esso è acuto,
quanto più è vivo, tanto meno è capace di comprendere
le infermità sociali. Il periodo classico dell’intelletto po­
litico è la rivoluzione francese. Ben lungi dallo scorgere
nel principio dello stato la fonte delle deficienze sociali,
gli eroi della rivoluzione francese scorsero piuttosto nel­
L A RIVO LUZIO NE 231

le deficienze sociali la fonte delle cattive condizioni poli­


tiche5.
Quindi, sebbene la teoria della rivoluzione soltanto
politica sostenesse che a tutti era aperta la possibilità di
emanciparsi diventando borghesi, per definizione non
tutti avrebbero potuto farlo, e il risultato inevitabile
era lo sfruttamento di un gruppo della società da parte
di un altro.
La caratteristica più importante della rivoluzione im­
minente era che essa sarebbe stata sociale e non soltanto
politica: non avrebbe soltanto proclamato diritti astratti
di cui avrebbero potuto di fatto godere soltanto pochi,
ma avrebbe ottenuto un’emancipazione generale pene­
trando nella vita reale dell’uomo, nella sua vita socio-
economica. Sarebbe stata la prima rivoluzione che ri­
guardava tutta la società:
Tutti i movimenti avvenuti sinora furono movimenti
di minoranze o nell’interesse di minoranze.
Il movimento proletario è il movimento indipendente
dell’enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme mag­
gioranza. Il proletariato che è lo strato più basso della
società attuale, non può sollevarsi, non può innalzarsi,
senza che tutta la sovrastruttura degli strati che costitui­
scono la società ufficiale vada in frantumi6.
Quindi il radicalismo della rivoluzione dipendeva dal­
la classe che la faceva: il proletariato poteva rappresen­
tare gli interessi di tutta la società, una società in cui gli
antagonismi di classe erano affinati e semplificati in mi­
sura tale da permettere la loro abolizione. M arx ritornò
a questa distinzione tra politico e sociale nella sua di­
scussione sulla Comune di Parigi che proclamò «la for­
ma politica dell’emancipazione sociale»7.
M arx si sforzò di sottolineare che non concepiva la
rivoluzione come risultato meccanico del conflitto delle
forze economiche: doveva anche essere compiuta dagli
esseri umani.
Di tutti gli strumenti di produzione, la più grande for­
za produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. L ’organiz­
zazione degli elementi rivoluzionari come classe presup­
232 IL PEN SIERO DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

pone 1’esistenza di tutte le forze produttive che potevano


generarsi nel seno della società antica 8.
Ma la rivoluzione non era, agli occhi di M arx, soltan­
to un compito che il proletariato doveva realizzare: era
anche uno strumento per la sua istruzione. Facendo la
rivoluzione il proletariato trasformava se stesso, poiché
la rivoluzione richiedeva una trasformazione in massa
dei suoi artefici. Nell 'Ideologia tedesca, M arx disse:
... tanto per la produzione in massa di questa coscienza
comunista quanto per il successo della cosa stessa è neces­
saria una trasformazione in massa degli uomini, che può
avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivo­
luzione-,... quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto
perché la classe dominante non può essere abbattuta in
nessun’altra maniera, ma anche perché la classe che Vab­
batte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso
tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare
su basi nuove la società9.
Il nome che M arx diede a questa attività, che com­
prende elementi oggettivi e soggettivi - l’unità della teo­
ria e della prassi — fu praxis rivoluzionaria. E gli la rias­
sunse con queste parole: «N ell’attività rivoluzionaria il
mutamento di se stessi coincide col mutamento delle
circostanze » “ . N e seguiva che era necessario un certo
grado di coscienza di classe prima di potersi aspettare
una rivoluzione vittoriosa: il proletariato avrebbe do­
vuto diventare una classe «per se stesso».
Poiché non era un profeta, M arx non descrisse sei
particolari l ’esatta natura e le circostanze della rivolu­
zione che egli credeva imminente. Tuttavia disse qual­
cosa sul momento in cui egli pensava che ci sarebbe po­
tuta essere una rivoluzione, dove sarebbe scoppiata e
se sarebbe stata o no violenta.
Per quanto riguarda le condizioni necessarie a provo­
care una rivoluzione vittoriosa, M arx fu piu o meno otti­
mista a seconda della situazione storica in cui si trovava.
Le aspettative di M arx raggiunsero il culmine durante
le rivoluzioni del 1848, e diminuirono gradualmente in
seguito, tranne un breve risveglio durante la Comune
L A RIVOLUZIONE 233
di Parigi nel 1 8 7 1 . Nel 18 4 6 , nel corso della sua pole­
mica con Weitling, pare che M arx abbia detto: « In que­
sto momento non si può parlare di instaurazione del
comuniSmo; prima la borghesia deve prendere il timo­
n e » 11. Alla vigilia delle rivoluzioni del 18 4 8 , M arx di­
chiarò nel Manifesto del partito comunista: «la rivoluzio­
ne borghese tedesca non può essere che l ’immediato pre­
ludio di una rivoluzione proletaria»12. Anche nel marzo
18 30 , dopo il fallimento della rivoluzione, M arx, nell’Jw-
dirizzo alla Lega dei comunisti, sosteneva ancora questa
idea della «rivoluzione ininterrotta»: dopo aver raggiun­
to le mete della piccola borghesia, era compito degli ope­
rai rendere ininterrotta la rivoluzione « sino a che tutte
le classi più o meno possidenti non siano eliminate dal
potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato
il potere dello stato » 13. E l ’Indirizzo termina con le
parole: « I l grido di battaglia del partito del proletariato
deve essere: La rivoluzione in permanenza! » È difficile
conciliare questa visione ottimistica con la tesi dello svi­
luppo graduale dei sistemi politici dipendenti dalla ba­
se economica della società, tesi a cui si rifaceva maggior­
mente l ’ultimo Indirizzo di M arx del settembre 18 5 0 :
«noi diciamo agli operai: dovete attraversare quindici,
venti, cinquanta anni di guerra civile per cambiare la
situazione, per essere pronti per il p o tere» 14.
Durante il 18 3 0 M arx si era convinto dell’importanza
dei fattori economici nel determinare le possibilità di
una rivoluzione. G li studi economici compiuti in quel­
l’anno lo portarono alla conclusione che una rivoluzione
vittoriosa poteva soltanto essere il risultato di una seria
crisi economica: «U na nuova rivoluzione non è possi­
bile se non in seguito a una nuova crisi. L ’una però è
altrettanto sicura quanto l ’altra » 15. M arx era tanto con­
vinto di ciò che fu pronto a sciogliere la Lega comunista
quando fu chiaro che stava cadendo nelle mani di uomi­
ni come Willich, che volevano tentare la rivoluzione
qualunque fosse la situazione economica. Per alcuni anni
dopo il 18 3 0 , egli attese la crisi che avrebbe provocato
la rivoluzione. Nei Grundrisse si ha l’impressione che
il capitalismo debba percorrere un lungo cammino pri­
9
234 I L P EN SIER O DI K A R L M A R X p a r t e seco n d a

ma di esaurire la sua capacità di sfruttare le enormi pos­


sibilità degli impianti automatizzati; d’altra parte gli
Abbozzi preliminari della Guerra civile in 'Francia e le
osservazioni di M arx su Bakunin indicano che M arx rite­
neva possibile il successo di una rivoluzione proletaria
in quei paesi in cui la maggioranza della popolazione era
costituita da contadini.
Legata a questo problema era la questione del luogo
da cui sarebbe iniziata la rivoluzione. La concezione ma­
terialistica della storia sembrava indicare i paesi indu­
striali più avanzati come i più maturi per la rivoluzione.
Eppure egli capiva che le rivoluzioni in Europa dipen­
devano sempre di più dalla situazione mondiale gene­
rale. In una lettera a Engels nel 18 38 egli parlava del­
l’apertura della California, dell’Australia e del Lontano
Oriente e proseguiva: «Sul continente la rivoluzione è
imminente e prenderà anche subito un carattere socia­
lista. Non sarà necessariamente crushata in questo pic­
colo angolo di mondo, dato che il movement della so­
cietà borghese è ancora ascendant su un’area molto mag­
giore? » 16. M a M arx pensava anche che in alcuni paesi
sottosviluppati (per esempio la Germania) una rivolu­
zione borghese avrebbe avuto come conseguenza una ri­
voluzione proletaria. In seguito, col passare degli anni,
arrivò a credere che la Russia sarebbe stata il punto di
partenza della rivoluzione che «incomincerà questa vol­
ta nell’Oriente, che è stato finora il baluardo ancora
intatto e l ’esercito di riserva della controrivoluzione»17.
Della Russia disse un anno prima di morire: « se la rivo­
luzione russa servirà di segnale a una rivoluzione ope­
raia in Occidente, in modo che entrambe si completino,
allora l ’odierna proprietà comune rurale rus^a potrà ser­
vire di punto di partenza per una evoluzione comuni­
s ta » 18.
M arx era certamente conscio dell’importanza dello
sfruttamento coloniale per la rivoluzione imminente.
Dopo aver descritto l’influenza dell’industria inglese sul­
l ’India, egli delineo le prospettive che ciò presentava
per una rivoluzione mondiale: « L ’industria e il commer­
cio borghesi creano queste condizioni materiali di un
L A RIVO LUZIO NE 235

mondo nuovo alla stessa guisa che le rivoluzioni geolo­


giche hanno creato la superficie della terra. Quando una
grande rivoluzione sociale si sarà impachronita delle con­
quiste dell’epoca borghese - il mercato del mondo e le
forze di produzione moderne — e le avrà assoggettate al
controllo comune dei popoli piu civili, solo allora il pro­
gresso umano cesserà di assomigliare a quell'orribile ido­
lo pagano, che non voleva bere il nettare se non dai te­
schi degli uccisi »
Una delle ragioni per cui M arx non riteneva che la
rivoluzione sarebbe avvenuta automaticamente nei pae­
si più avanzati era che, secondo lui, in alcuni di questi
paesi il comuniSmo poteva essere attuato con mezzi pa­
cifici. Nel 18 7 2 espresse la Sua convinzione della possi­
bilità di una rivoluzione pacifica in America, Inghilterra
e Olanda. Segui la stessa linea quando scrisse: «Uno svi­
luppo storico può rimanere "pacifico” soltanto finché
non è contrastato dalla violenza di chi esercita il potere
nella società in quel momento. Se in Inghilterra o negli
Stati Uniti, per esempio, la classe operaia ottenesse la
maggioranza al Parlamento o al Congresso, allora po­
trebbe eliminare con mezzi legali le leggi e le strutture
che si frappongono alla sua avanzata»20. In questa situa­
zione, continuò M arx, sarebbero stati gli,altri ad usare
la violenza. Tuttavia, nel 1 8 7 1 , egli biasimò la Comune
perché non aveva voluto incominciare la guerra civile,
e dichiarò al congresso dell’Internazionale nello stesso
anno: «dobbiamo dire chiaramente ai governi: noi sap­
piamo che siete il potere armato contro i proletari; lot­
teremo contro di voi con mezzi pacifici dove sarà possi­
bile e con le armi quando sarà necessario»21. Ma per
quanto M arx possa aver pensato che la forza era talvolta
la levatrice della rivoluzione, non approvò mai (tranne
per un breve periodo nel 1848 e nelle condizioni della
Russia zarista) l’uso del terrore rivoluzionario. Egli cri­
ticò duramente l ’uso del terrore da parte dei giacobini
nella rivoluzione francese; riteneva infatti che esso fos­
se il segno della debolezza e dell’immaturità di una rivo­
luzione che aveva cercato di imporre con la forza ciò che
non era ancora inerente alla società. M arx scrisse: «N ei
236 I L P EN SIER O DI K A R L M A R X P A R TE SECONDA

momenti del suo particolare sentimento di sé, la vita


politica cerca di soffocare il suo presupposto, la società
civile e i suoi elementi, e di costituirsi come la reale e
non contraddittoria vita dell’uomo come specie. Essa
può questo, nondimeno, solo attraverso una violenta
contraddizione con le sue proprie condizioni di vita, solo
dichiarando permanente la rivoluzione...»22. Una rivo­
luzione quindi, se non vi sono.le adatte condizioni so­
cio-economiche, porta inevitabilmente a un regno del
terrore in cui le forze rivoluzionarie cercano di riorga­
nizzare la società dall’alto.
La forza fisica, però, al contrario del terrore, era per
M arx un’arma rivoluzionaria perfettamente accettabile,
ammesso che le condizioni economiche, sociali e politi­
che fossero tali da poterla usare con successo. Secondo
M arx, la forma di governo che sarebbe stata istituita
dopo una rivoluzione vittoriosa era una dittatura del
proletariato e i maggiori particolari del suo programma
si trovano nei dieci punti elencati alla fine della seconda
parte del Manifesto del partito comunista. Questa espres­
sione fu usata raramente da M arx e mai in documenti
destinati alla pubblicazione. In una lettera al suo amico
Weydemeyer M arx sostiene che un suo contributo alla
teoria socialista fu l’aver dimostrato che « la lotta di clas­
se necessariamente conduce alla dittatura del proletaria­
to; che questa dittatura stessa costituisce soltanto il pas­
saggio alla soppressione di tutte le classi » 23. E , nella Cri­
tica del programma di Gotha, M arx scrisse che nel pe­
riodo di trasformazione alla società capitalistica in so­
cietà comunista ci sarebbe stato «un periodo politico di
transizione, il cui stato non può essere altro che la dit­
tatura rivoluzionaria del proletariato » 24. bisognerebbe
anche notare che la parola «dittatura» non aveva sem­
pre per M arx lo stesso significato che ha per noi. Egli
l ’associava principalmente con la funzione romana di
dictatura, in cui tutto il potere era concentrato legal­
mente nelle mani di un solo uomo, per un tempo limi­
tato, in un periodo di crisi. Sebbene M arx parli raramen­
te delle misure che tale governo avrebbe attuato, l’esposi­
zione più completa è il programma in dieci punti espo­
L A RIVO LUZIO NE 237

sto nel M a n ifesto d e l p a rtito com u n ista, che è per molti


aspetti un programma piuttosto moderato.
M arx riteneva anche che una rivoluzione vittoriosa
- almeno nel lungo periodo - era impossibile se limitata
a un solo paese. Nelle L o t te d i classe in F ra n cia Marx
criticò i capi del proletariato perché avevano pensato di
« poter compiere, accanto alle altre nazioni borghesi, una*
rivoluzione proletaria entro le pareti nazionali della Fran­
cia » 25. M a il grado di organizzazione della classe operaia
necessario a produrre una rivoluzione internazionale si
poteva raggiungere soltanto costituendo i partiti della
classe operaia nelle nazioni esistenti. M arx era molto fa­
vorevole all’unificazione della Germania e dell’Italia e
alla rinascita del nazionalismo polacco.

B.
TESTI

... La rivoluzione politica dissolve la vita civile nelle sue


parti costitutive, senza rivoluzionare queste parti stesse né
sottoporle a critica. Essa si comporta verso la società civile,
verso il mondo dei bisogni, del lavoro, degli interessi privati,
del diritto privato, come verso il fondam ento della propria
esistenza, come verso un presupposto non altrimenti fonda­
to, perciò, come verso la sua base naturale. Infine l ’uomo,
in quanto è membro della società civile, vale come uomo
vero e proprio, come Yhom m e distinto dal citoyen, poiché
egli è l’uomo nella sua imm ediata esistenza sensibile indi­
viduale, mentre l’uomo politico è soltanto l’uomo astratto,
artificiale, l’uomo come persona allegorica, morale. L ’uomo
reale è riconosciuto solo nella figura dell’individuo egoista,
l ’uomo vero solo nella figura del citoyen astratto.
La questione ebraica, 1843
(Editori Riuniti, Roma 1934, pp. 77-78).

... Ogni rivoluzione dissolve la vecchia società-, in questo


senso è sociale. Ogni rivoluzione rovescia il vecchio potere-.
in questo senso è politica...
238 I L PEN SIE R O DI K A R L M A R X P A R TE SECONDA

Quanto parafrasata e insensata è una rivoluzione sociale


con un’anima politica, altrettanto è invece razionale una ri­
voluzione politica con un’anima sociale. La rivoluzione in
generale - il rovesciamento del potere esistente e la disso­
luzione dei vecchi rapporti - è un atto politico. Senza rivolu ­
zione però il socialismo non si può attuare... Ma non appena
abbia inizio la sua attività organizzativa, non appena emer­
gano il suo proprio fine, la sua anima, allora il socialismo si
scrolla di dosso il rivestimento politico.
Glosse marginali di critica all’articolo
«Il re di Prussia e la riforma sociale, firmato: un Prussiano», 1844
(in m a e x , La questione ebraica cit., p. 137).

... in tutte le rivoluzioni sinora avvenute non è mai stato


toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra
distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione
del lavoro ad altre persone, mentre la rivoluzione comunista
si rivolge contro il modo dell’attività che si è avuto finora,
sopprime il lavoro e abolisce il dominio di tutte le classi in­
sieme con le classi stesse, poiché essa è compiuta dalla classe
che nella società non conta più come classe, che non è rico­
nosciuta come classe,, che in seno alla società odierna è già
l ’espressione del dissolvimento di tutte le classi, nazionali­
tà, ecc.; 4) che tanto per la produzione in massa di questa
coscienza comunista quanto per il successo della cosa stessa
è necessaria una trasformazione in massa degli uomini, che
può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivo ­
luzione-, che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto
perché la classe dominante non può essere abbattuta in nes-
sun’altra maniera, ma anche perché la classe che l ’abbatte
può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto
il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi
nuove la società.
L ’ideologia tedesca, 1845-46
Capere complete,
( i n K. m a r x e F . e n g e l s ,
Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 38).

La coincidenza del variare delle circostanze dell’attività


umana, o auto-trasformazione, può essere concepita o com­
presa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria.
Tesi su Feuerbach, 1845
Opere complete,
( in K . m a r x e F . e n g e l s ,
Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 4).
L A RIVOLUZIONE 239

Come gli economisti sono i rappresentanti scientifici del­


la classe borghese, cosi i socialisti e i comunisti sono i teorici
della classe proletaria. Finché il proletariato non si è ancora
sufficientemente sviluppato per costituirsi in classe, e, di
conseguenza la lotta del proletariato con la borghesia non
ha ancora assunto un carattere politico e finché le forze pro­
duttive non si sono ancora sufficientemente sviluppate in
seno alla stessa borghesia, tanto da lasciar intravedere le
condizioni materiali necessarie all’affrancamento del prole­
tariato e alla formazione di una società nuova, questi teorici
non sono che utopisti, i quali, per soddisfare i bisogni delle
classi oppresse, improvvisano sistemi e rincorrono le chi­
mere di una scienza rigeneratrice. Ma a misura che la sto­
ria progredisce e con essa la lotta del proletariato si pro­
fila piu netta, essi non hanno piu bisogno di cercare la scien­
za nel loro spirito; devono solo rendersi conto di ciò che si
svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoce. Finché cer­
cano la scienza e costruiscono solo dei sistemi, finché sono
all’inizio della lotta, nella miseria non vedono che la mise­
ria, senza scorgerne il lato rivoluzionario, sovvertitore, che
rovescerà la vecchia società. Ma quando questo lato viene
scorto, la scienza prodotta dal movimento storico - e al quale
si è associata con piena cognizione di causa —ha cessato di
essere dottrinaria per divenire rivoluzionaria.
Miseria della filosofia, 1847
(in K . m a r x e p. e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I , Roma 1973, p. 186).

Questa somma di forze produttive, di capitali e di forme


di relazioni sociali, che ogni individuo e ogni generazione
trova come qualche cosa di dato, è la base reale di ciò che i
filosofi si sono rappresentati come «sostanza» ed «essenza
dell’uomo», di ciò che essi hanno divinizzato e combattuto,
una base reale che non è minimamente disturbata, nei suoi
effetti e nei suoi influssi sulla evoluzione degli uomini, dal
fatto che questi filosofi, in quanto «autocoscienza» e «uni­
co», si ribellano ad essa. Queste condizioni di vita preesi­
stenti in cui le varie generazioni vengono a trovarsi decido­
no anche se la scossa rivoluzionaria periodicamente ricorren­
te nella storia sarà o no abbastanza forte per rovesciare la
base di tutto ciò che è costituito, e qualora non vi siano que­
sti elementi materiali per un rivolgimento totale, cioè da una
parte le forze produttive esistenti, dall’altra la formazione
240 IL P EN SIE R O DI K A R L M A R X P A R TE SECONDA

di una massa rivoluzionaria che agisce rivoluzionariamente


non solo contro alcune condizioni singole della società fino
allora esistente, ma contro la stessa «produzione della vita»
come è stata fino a quel momento, la «attività totale» su
cui questa si fondava, allora è del tutto indifferente, per lo
sviluppo pratico, se l ’idea di questo rivolgimento sia già
stata espressa mille volte: come dimostra la storia del co­
muniSmo.
L ’ideologia tedesca, 1845-46
( in K. m a r x e F. e n g e l s , Opere complete, voi. V , p p .; 39-40).

Tutte le classi che finora s’impossessarono del potere cer­


carono di assicurarsi la posizione raggiunta assoggettando
tutta la società alle condizioni del loro guadagno. I prole­
tari, invece, possono impossessarsi delle forze produttive
sociali soltanto abolendo il loro modo di appropriazione at­
tuale e con esso l ’intiero attuale modo di appropriazione. I
proletari non hanno nulla di proprio da salvaguardare; essi
hanno soltanto da distruggere tutte le sicurezze private e le
guarentigie private finora esistite.
Tutti i movimenti avvenuti sinora furono movimenti di
minoranza o nell’interesse di minoranze.
Il movimento proletario è il movimento indipendente
dell’enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggio­
ranza. Il proletariato, che è lo strato piu basso della società
attuale, non può sollevarsi, non può innalzarsi, senza che
tutta la sovrastruttura degli strati che costituiscono la so­
cietà ufficiale vada in frantumi.
Manifesto del partito comunista, 1848
(in k . m a r x e f . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I , Roma 1973, pp. 496-97).

È evidente che i cospiratori non si limitano a organizzare


sistematicamente il proletariato rivoluzionario. Il loro com­
pito consiste proprio nell’anticipare il processo dello svilup­
po rivoluzionario, portarlo artificialmente a una crisi, im­
provvisare una rivoluzione senza le condizioni per una rivo­
luzione. Per loro, l’unica ed esclusiva condizione per una
rivoluzione è che il loro complotto sia sufficientemente or­
ganizzato. Sono alchimisti della rivoluzione e condividono
la confusione mentale, la limitatezza intellettuale e i pregiu­
dizi degli alchimisti di un tempo. Si buttano in invenzioni
che produrranno miracoli rivoluzionari: bombe incendiarie,
L A RIVO LUZIO NE 241

macchine infernali con reazioni magiche, tumulti di cui me­


no la base è razionale piu i risultati sono stupefacenti.
Recensione a A . Chenu, I cospiratori, Parigi 1850
(MEW, voi. V I I , p. 267).

...Mentre i piccoli borghesi democratici, realizzando il


maggior numero possibile delle rivendicazioni sopra indicate
vogliono terminare al piu presto la rivoluzione, i nostri in­
teressi e i nostri compiti consistono nel rendere la rivolu­
zione ininterrotta, sino a che tutte le classi piu o meno pos­
sidenti non siano eliminate dal potere, sino a che il prole­
tariato non abbia conquistato il potere dello stato, sino a
che le associazioni dei proletari, non solo in un paese, ma in
tutti i paesi dominanti del mondo, non si siano sviluppate
al punto che venga meno la concorrenza fra i proletari di
questi paesi, e sino a che almeno le forze produttive decisive
non siano concentrate nelle mani dei proletari.
Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comunisti, 1850
(In K. m a r x , Scritti scelti,
Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. I I , p. 14 1).

Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in


modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì
nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti
a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione
di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul
cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavo­
rino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è
mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria
essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per pren­
derli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le pa­
role d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare
sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste
frasi prese a prestito la nuova scena della storia.
Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, 1852
(Editori Riuniti, Roma 1964, pp. 44-45).

...L ’industria e il commercio borghesi creano queste con­


dizioni materiali di un mondo nuovo alla stessa guisa che le •_
rivoluzioni geologiche hanno creato la superficie della terra..
Quando una grande rivoluzione sociale si sarà impadro-
nita delle conquiste dell’epoca borghese - il mercato del
mondo e le forze di produzione moderne - e le avrà assog- -
242 I L P EN SIER O DI K A R L M A R X P A R TE SECONDA

gettate al controllo comune dei popoli piu civili, solo allora


il progresso umano cesserà di assomigliare a quell’ombile
idolo pagano, che non voleva bere il nettare se non dai teschi
degli uccisi.
I risultati futuri della dominazione britannica in India, 1853
(in K. m a r x e F . e n g e l s , India, Cina, Russia,
I l Saggiatore, Milano i960, p. 91).

... Questo contrasto tra l’industria e la scienza contem­


poranee da una parte, e la miseria e la degenerazione dei
nostri tempi dall’altra, questo contrasto tra le forze produt­
tive e i rapporti sociali della nostra epoca è un fatto tangi­
bile, schiacciante e indiscutibile. Alcuni partiti possono do­
lersene; altri possono desiderare di liberarsi dalla tecnica
moderna per liberarsi dai conflitti moderni. Oppure possono
immaginare che un progresso così notevole nell’industria
abbia bisogno di essere completato da un regresso altrettan­
to notevole in politica. Noi, per conto nostro, non miscono­
sciamo l’impronta dello spirito maligno che continua a ca­
ratterizzare tutte queste contraddizioni. Sappiamo che per
lavorar bene le nuove forze della società hanno soltanto bi­
sogno di essere dominate da uomini nuovi, - e questi uomini
sono gli operai. Essi sono un prodotto dei tempi moderni,
altrettanto quanto le macchine stesse. Nei fenomeni che get­
tano il turbamento fra la borghesia, l’aristocrazia e i miseri
profeti del regresso, noi riconosciamo il nostro bravo amico,
Robin Goodfellow, la vecchia talpa che sa scavare così rapi­
damente nel terreno, il valoroso pioniere, - la rivoluzione.
Gli operai inglesi sono i figli primogeniti dell’industria mo­
derna. Essi non saranno certamente gli ultimi nell’aiutare
la rivoluzione sociale prodotta da questa industria, - “fina
rivoluzione che significa l’emancipazione della loro classe
in tutto il mondo, una rivoluzione che è altrettanto univer­
sale quanto il dominio del capitale e la schiavitù del sala­
riato. Conosco le lotte eroiche che la classe operaia inglese
ha combattuto a partire dalla metà del secolo scorso, —lotte
che non sono meno gloriose soltanto perché sono state la­
sciate nell’oscurità e taciute dagli storici borghesi. Per ven­
dicare i misfatti delle classi dominanti esisteva nel medioevo
in Germania un tribunale segreto, chiamato il «tribunale
della Vehme». Se una casa era segnata con una croce rossa,
si sapeva che il suo proprietario era stato condannato dalla
«Vehme». Tutte le case d’Europa sono oggi segnate con la
L A RIVO LUZIO NE 243

misteriosa croce rossa. La storia è il giudice, - il suo esecu­


tore è il proletariato.
Discorso nell'anniversario dèi «People’s Paper», 1856
(in m a r x , Scritti scelti cit., voi. I I , pp. 375-76).

...A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive


materiali della società entrano in contraddizione con i rap­
porti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà
(che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali
tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da for­
me di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro
catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con
il cambiamento della base economica si sconvolge piu o me­
no rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando
si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distingue­
re sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni
economiche della produzione, che può essere constatato con
la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, po­
litiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideo­
logiche che permettono agli uomini di concepire questo con­
flitto e di combatterlo.
Per la critica dell’economia politica, 1859
(Editori Riuniti, Roma 1957, P- 5).

Così si produce una rivoluzione economica completa: es­


sa da una parte genera per prima le condizioni reali del do­
minio del capitale sul lavoro, gli dà forma adeguata e com­
piuta, dall’altra crea nelle forze produttive del lavoro, nelle
condizioni di produzione e nei rapporti di circolazione da
essa sviluppati in antitesi al lavoratore, le condizioni reali
di un nuovo modo di produzione destinato a sopprimere la
forma antagonistica del modo di produzione capitalistico, e
perciò getta le basi materiali di un processo di vita sociale
diversamente organizzato, quindi di una formazione socia­
le nuova.
Il capitale: libro I, capitolo V I inedito, 1865
(La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 100).

Capiamo l’importanza che bisogna attribuire alle istitu­


zioni, ai costumi e alle tradizioni dei diversi paesi e non pos­
siamo negare che vi siano paesi come l’America, l’Inghil­
terra (e, se conoscessi meglio le vostre istituzioni, aggiunge­
rei l’Olanda) in cui i lavoratori possono raggiungere i loro
obiettivi con mezzi pacifici. Per quanto ciò possa essere ve­
ro, dobbiamo anche riconoscere che, nella maggior parte dei
244 I L P EN SIE R O DI KAR L M A R X P A R T E SECONDA

paesi del continente, è invece la forza che deve essere la


leva delle nostre rivoluzioni; è alla forza che bisognerà fare
appello, per qualche tempo, per stabilire la sovranità del
lavoro.
Discorso a Amsterdam, 1872
(MEW, voi. X V III, p. 160).

La classe operaia sa che deve passare attraverso fasi di­


verse della lotta di classe. Gli operai sanno che soltanto il
tempo renderà possibile' la sostituzione delle condizioni eco­
nomiche della schiavitù del lavoro con le condizioni di la­
voro libero e associato, cioè questa trasformazione econo­
mica richiede non solo un mutamento della distribuzione,
bensì una nuova organizzazione della produzione, o piut­
tosto la separazione delle forme sociali di produzione nel
lavoro attuale organizzato dalle pastoie della schiavitù, dal
loro attuale carattere di classe (generato dall’industria attua­
le), e il loro armonico coordinamento nazionale e intema­
zionale. Essi sanno che quest’opera di rigenerazione sarà
piu volte rallentata e impedita dalla resistenza di interessi
acquisiti e dall’egoismo classista. Essi sanno che l’attuale
«azione spontanea delle leggi naturali del capitale e della
proprietà fondiaria» può essere sostituita soltanto d a t a ­
zione spontanea delle leggi dell’economia sociale del lavoro
libero e associato» tramite un lungo processo di sviluppo di
condizioni nuove, come avvenne per l ’« azione spontanea del­
le leggi economiche della schiavitù» e l’«azione spontanea
delle leggi economiche della servitù». Ma sanno anche che
si possono compiere subito grandi passi con la forma comu­
ne di organizzazione politica e che è venuto il momento di
iniziare questo movimento per se stessi e per l’umanità.
Abbozzi preliminari della «Guerra civile in Frància», 18 7 1.

... Dove il contadino esiste in grandi masse come proprie­


tario privato di terra, dove esso costituisce persino una mag­
gioranza piu o meno considerevole, come in tutti gli stati
dell’Europa occidentale, dove non è scomparso e sostituito
dal bracciante, come in Inghilterra, avviene quanto segue:
o il contadino ostacola, fa fallire qualsiasi rivoluzione ope­
raia, come ha fatto sinora in Francia, oppure il proletariato
(poiché il contadino proprietario non appartiene al prole­
tariato e anche quando, per la sua situazione, vi appartiene,
non crede di appartenervi) deve, come governo, prendere
delle misure in seguito alle quali il contadino migliora im­
L A RIVOLUZIONE 245
mediatamente la sua situazione ed è così conquistato alla
rivoluzione; misure che tuttavia, in embrione, facilitano il
passaggio dalla proprietà privata della terra alla proprietà
collettiva, in modo che il contadino vi pervenga economica­
mente da sé, senza urtarlo di fronte col proclamare, ad esem­
pio, l ’abolizione del diritto di eredità o l’abolizione della
sua proprietà. Questa abolizione è possibile soltanto là dove
l’affittuario capitalista ha eliminato il contadino e il coltiva­
tore effettivo è altrettanto proletario, operaio salariato, quan­
to l’operaio della città e ne condivide perciò gli stessi inte­
ressi, non soltanto indiretti, ma immediati.
Appunti sul libro di Bakunin «Stato e anarchia», 1875
(in K . m a r x e F . e n g e l s , Marxismo e anarchismo,
Editori Riuniti, Roma 19 7 1, p. 118 ).

[b a k u n in ] Domandiamo: s e il proletariato sarà il ceto


dominante, su chi dominerà?
[m a r x ] Questo significa che, fino a quando esistono
altre classi, e particolarmente la classe capitalista, fino a
quando il proletariato lotta contro di essa (giacché, quando
giunge al potere, i suoi nemici e la vecchia organizzazione
della società non sono scomparsi), deve adoperare dei mezzi
violenti, cioè dei mezzi governativi; -esso stesso rimane an­
cora una classe, le condizioni economiche su cui si basa la
lotta di classe e l’esistenza delle classi non sono ancora scom­
parse, ma devono essere violentemente eliminate o trasfor­
mate, e il processo della loro trasformazione dev’essere vio­
lentemente accelerato.
Ib id ., pp. 117 -18 .

Asineria da scolaro! Una rivoluzione socialista radicale è


legata a determinate condizioni storiche dello sviluppo eco­
nomico; queste ultime sono le sue premesse. Essa non è
dunque possibile che là dove, unitamente alla produzione
capitalistica, il proletariato industriale occupa almeno un
posto notevole nelle masse popolari. E, affinché abbia alme­
no una probabilità di vittoria, il proletariato dev’essere al­
meno in grado di fare immediatamente per i contadini, muta-
tis mutandis, quanto ha fatto la borghesia francese al tempo
della sua rivoluzione per i contadini francesi di allora. È
una bella idea, che il dominio degli operai comporterebbe
un’oppressione del lavoro agricolo! Ma qui appare il pen­
siero più intimo del signor Bakunin. Egli non comprende
assolutamente nulla della rivoluzione sociale; non conosce
246 IL P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

a questo riguardo che delle frasi politiche; le condizioni eco­


nomiche della rivoluzione per lui non esistono. Poiché tùtte
le forme economiche, sviluppate o no, che sono finora esi­
stite, implicano l’asservimento del lavoratore (sia come ope­
raio salariato, sia come contadino, e cosi via), egli crede che
una rivoluzione radicale sia egualmente possibile sotto tutte
queste forme. E ancor piu! Egli vorrebbe che la rivoluzione
sociale europea, fondata sulla base economica della produ­
zione capitalistica, procedesse al livello dell’agricoltura russa
o slava e dei popoli pastori, e che essa non superasse questo
livello, quantunque egli veda che la navigazione marittima
crea una distinzione tra fratelli - ma soltanto la navigazione
marittima - perché questa differenza è nota a tutti gli uo­
mini politici! La volontà, e non la situazione economica, è
la base della sua rivoluzione sociale.
Ib id ., p. 119 .

1 K. marx , Ver la critica dell’economia politica, Editori Riuniti,


Roma 1957, p. 5.
2 k . marx e f . en gels , L ’ideologia tedesca, in id ., Opere com­
plete, Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 39.
3 k , marx , Ver la critica della filosofia del diritto di Hegel, in
id ., La questione ebraica, Editori Riuniti, Roma 1954, p. 105.
4 id ., La questione ebraica cit., p. 7 1.
5 id ., Glosse marginali di crìtica all’articolo « I l re di Vrussia e
la riforma sociale, firmato: un Vrussiano», in id ., La questione
ebraica cit., p. 127.
6k . marx e f . en gels , Manifesto del partito comunista, in id.,
Opere complete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, pp. 496-
497- f
7 k . m arx , La guerra civile in Trancia, in id ., Scritti scelti, 2 voli.,
Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. I I , p. 443.
8 id ., Miseria della filosofia, in k . marx e f . engels , Opere com­
plete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 224.
9 marx e en gels , L ’ideologia tedesca cit., p. 38.
10 Ibid., p. 207.
11 M. h e s s , Brìefwechsel, a cura di E . Silberner, ’s Gravenhage
1959 , P- 15 1.
12 marx e en gels , Manifesto del partito comunista cit., p. 518.
13 id., Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comunisti, in
marx , Scrìtti scélti cit., voi. I I , p. 14 1.
14 M EW , voi. V i l i , p. 598.
L A RIVO LUZIO NE 247

15k . m arx , Le lotte di classe in Francia, Editori Riuniti, Roma


1970, p. 286.
“ k . marx e f . engels , Carteggio, 6 voli., Rinascita, Roma 1950-
1953 , P- 241-
17 Lettera a Sorge, 27 settembre 1877 (in marx , Scritti scelti cit.,
voi. I I , p. 580).
18k . marx , Prefazione all’edizione russa del 1882 del Manifesto
del partito comunista, in marx e engels , Opere complete, Edi­
tori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, p. 663.
19K. m arx e f . engels , India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano
i960, p. 91.
20 MEW, voi. XXXIV, p. 498.
21 MESW, voi. X V II, p. 652.
22marx , La questione ebraica cit., p. 6 1.
23 Marx a Weydemeyer, 5 marzo 1852 (in k . marx e f . engels ,
Scritti filosofici, L ’Unità, Roma 1945, p. 9).
24K. marx , Critica del programma di Gotha, in k . marx e f . en­
g els , Il partito e l’Internazionale, Rinascita, Roma 1948,
p. 240.
25 id ., Le lotte di classe in Francia cit., p. 112 .

Nota bibliografica.

s. avineri , The Social and Politicai Thought of Karl Marx, Cam­


bridge 1968.
s. bloom , The World of Nations, New York 19672, cap. vili,
tf. draper , Marx and thè Lictatorship of thè Proletariat, Etudes
de Marxologie, vi, 1962.
s. hook, The Marxist Theory of Revolution, in «Journal of thè
History of Ideas», aprile-giugno 1973.
j. sAnderson, An Interpretation of thè Politicai Ideas of Marx
and Engels, London 1969, cap. v.
A. schaff , Marx on Revolution and Violence, in «Journal of thè
History of Ideas», aprile-giugno 1973. ,
r . tucker , The Marxian Revolutionary Idea, London 1970, cap. 1.
e . voegelin , Formation of thè Marxian Revolutionary Idea, in
«Review of Politics», 1950.
-

c
f
Capitolo ottavo
La futura società comunista

A.
COMMENTO

È importante sottolineare subito che M arx non era


un «profeta» e parlò poco della struttura della società
comunista che aveva immaginato. Non c’è da stupirsi
per questo: come il suo maestro, Hegel, egli era molto
cauto nel predire il futuro e spesso criticava i socialisti
piu «utopistici» per le loro previsioni idealistiche1. In­
fatti, se tutte le idee sono un prodotto della realtà so­
ciale contemporanea, allora una proiezione dettagliata
di queste idee in un futuro lontano è destinata ad essere
idealistica, a costituire una serie di idee completamen­
te immaginarie poiché prive di fondamento reale. M arx
sarebbe stato pienamente d ’accordo con l ’osservazione
di Hegel che « è tanto sciocco supporre che una filosofia
vada al di là del mondo che le è contemporaneo, è tanto
sciocco quanto supporre che un individuo possa uscire
fuori dal suo tempo » 2.
Ciononostante, le grandi linee del quadro di M arx so­
no abbastanza chiare. Uno dei principi che di solito vie­
ne in mente è la «estinzione» dello stato. In realtà que­
sta è un’espressione di Engels il quale piu di M arx tro­
vava similitudini tra la natura e le scienze sociali. M arx
parlò piuttosto di «trascendenza» (un termine di tono
filosofico, hegeliano) o di «abolizione» dello stato3. Tut­
te le volte che M arx affronta questo argomento è impor­
tante ricordare che, al tempo in cui egli scriveva, lo sta­
to svolgeva funzioni molto piu ristrette di quanto faccia
ora: non venivano forniti servizi sociali, l ’industria era
tutta in mano a privati e l ’organizzazione statale dell’i­
struzione era appena all’inizio, perciò in proporzione
250 IL P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

c’era molto meno da «estinguere». Le idee di M arx su


questo argomento erano indubbiamente influenzate da
Saint-Simon, che molto prima aveva proclamato il pas­
saggio dal «governo delle persone all’amministrazione
delle cose»4. Un passo importante a questo proposito
si trova nel Manifesto del partito comunista:
Quando, nel corso dell’evoluzione, le differenze di clas­
se saranno sparite e tutta la produzione sarà concentrata
nelle mani degli individui associati, il potere pubblico per­
derà il carattere politico. Il potere politico, nel senso pro­
prio della parola, è il potere organizzato di una classe per
l’oppressione di un’altra5.

Collegata alla purificazione degli aspetti «politici»


del potere pubblico era l’abolizione dell’elemento buro­
cratico. Anche questo tema aveva forse avuto origine
dalla costante polemica di Saint-Simon contro la classe
non produttiva dei governanti. Il problema della buro­
crazia era stato affrontato da M arx fin dai giorni lontani
in cui faceva il giornalista politico: nel suo manoscritto
del 18 4 3 criticò aspramente la posizione di Hegel che
considerava la burocrazia come elemento mediatore tra
lo stato e la società civile6 e vide almeno adombrata la
soluzione del problema nella Comune. Naturaltpente, in
una futura società comunista ci sarebbe stato ancora il
potere pubblico ma «quando il dominio di classe scom­
pare, non ci sarà uno stato nel significato politico at­
tuale » \
Quindi, per M arx, l ’abolizione dello stato fondatcfsu
una distinzione di classe comportava l ’abolizione di un
apparato statale indipendente, in cui un potere esecutivo
e una magistratura irresponsabili assicuravano l’invul­
nerabilità della burocrazia. Ciò che la Comune rappre­
sentava per M arx era la distruzione del «potere di stato
centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti:
esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magi­
stratura»8. M arx usò due volte il termine «associazio­
ne» per descrivere la società futura, una volta nel Ma­
nifesto del partito comunista quando disse che al posto
della vecchia società borghese ci sarebbe stata una «as­
LA F U T U R A SO CIET À CO M U N ISTA 251

sociazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è


la condizione per il libero sviluppo di tu tti» 9. E nella
Sacra famiglia disse che la classe operaia avrebbe creato
«un’associazione che escluderà la divisione in classi e
che non avrà potere politico in senso p ro p rio »10.
N el Manifesto del partito comunista e nella critica di
M arx al libro di Bakunin Stato e anarchia, la struttura
politica della dittatura del proletariato appare molto
centralizzata, e nàF In dirizzo alla Lega dei comunisti
del marzo 18 5 0 , M arx spinse i comunisti a «lottare non
soltanto per la repubblica tedesca una e indivisibile, ma
anche per la piu decisa centralizzazione del potere nelle
mani dello stato... Come nella Francia del 17 9 3 , l’attua­
zione della più rigida centralizzazione del potere è oggi
in Germania compito del partito veramente rivoluziona­
rio» 11. Naturalmente, ciò vale per il periodo immediata­
mente precedente alla rivoluzione, pur essendo evidente
che è necessaria una buona dose di centralizzazione per
attuare le misure che M arx propone come programma
per la dittatura del proletariato, cioè per quella fase del
comuniSmo incompleto di cui si parla nei Manoscritti
di Parigi e nella Critica del programma di Gotha. La
scomparsa dello stato in quanto tale è riservata al pe­
riodo in cui «tutte le sorgenti della ricchezza collettiva
scorrono in tutta la loro pienezza»12 e l ’esercizio del
potere «politico» non è più reso necessario dalla pres­
sione economica. Un quadro un po’ diverso è presentato
nella Guerra civile in Francia in cui la Comune è lodata
come precursore di un governo più decentralizzato; tut­
tavia è ancora dubbio se M arx fosse in realtà d ’accordo
con le misure prese dalla Comune, e in che misura si sen­
tisse obbligato a frenare le sue critiche scrivendo un ne­
crologio.
Nasce così la domanda: quale funzione svolgerà il
potere pubblico in questa «associazione»? N ella Guerra
civile in Francia, M arx disse che per un governo centrale
sarebbero ancora rimaste «poche ma importanti fun­
zioni » 13. M arx non precisò mai quali fossero esattamen­
te queste funzioni, perché riteneva che alla domanda:
«quali funzioni sociali persisteranno ivi [in una società
2J 2 I L P EN SIER O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

comunista] ancora, che siano analoghe alle odierne fun­


zioni statali? » si potesse « rispondere solo scientifica-
mente » 14. Sembra che nei governi comunisti non sareb­
bero state necessarie forze armate, certamente non forze
esterne perché la rivoluzione non sarebbe stata che in­
ternazionale; e neppure interne allo stato, perché la pu­
nizione sarebbe stata «la sentenza data dal colpevole
su se stesso».
Naturalmente, tali questioni, come pure le idee di
M arx sul matrimonio e sulla famiglia, sull’abolizione del
denaro1S, e sulla distribuzione del prodotto sociale secon­
do i bisogni, dipendono in ultima analisi dalla sua con­
cezione della natura umana che prevarrà nella futura so­
cietà comunista. Infatti, se molte delle tendenze anti­
sociali manifestate ora dagli uomini potessero essere sop­
presse definitivamente, allora l ’organizzazione di una so­
cietà comunista potrebbe essere naturalmente mólto di­
versa da quanto si possa immaginare ora. In che misura
allora M arx pensava che le tendenze umane potessero
essere modificate dalla situazione sociale? Egli dedicò
molto spazio all’esame di questo problema nella Ideolo­
gia tedesca. Qui M arx distinse tra passioni costanti «che
esistono in tutte le condizioni e vengono mutate solo
nella forma e nella tendenza da condizioni sociali diver­
se» e le passioni relative «che devono la loro origine sol­
tanto a una forma sociale determinata a condizioni di
produzione e di scambio determinate». In una socie­
tà comunista le prime saranno soltanto trasformate ed
avranno la possibilità di svilupparsi normalmente, men­
tre le altre saranno distrutte in quanto verranno a man­
care le condizioni della loro esistenza. M arx continuò:
«Q uali passioni in una organizzazione comunista ven­
gano soltanto mutate e quali dissolte, si può decidere
soltanto in maniera pratica mutando le "passioni” reali,
pratiche, non stabilendo confronti con precedenti con­
dizioni storiche». Egli procede nominando parecchie
passioni (fra queste la passione del mangiare) come
esempi di passioni fisse e continua: « i comunisti non
pensano neppure ad annullare questa fissità delle loro
passioni e dei loro bisogni... essi tendono soltanto a
L A F U T U R A SO CIET À C O M U N ISTA 253
un’organizzazione della produzione e dello scambio che
permetta loro il soddisfacimento normale di tutti i biso­
gni, cioè limitato dai soli bisogni ste ssi» 16. Questi mu­
tamenti nella natura sociale dell’uomo e la regolamenta­
zione delle passioni è possibile, secondo M arx, col recu­
pero di quella che nei suoi primi scritti chiama l’essenza
dell’uomo. Quest’essenza è la creatività in comune, il
fatto che l’uomo controlla il processo della sua autocrea­
zione e del suo rapporto con la natura, tutto ciò che per
M arx fa parte del concettò di lavoro. Nella futura società
comunista tutti saranno operai: «Con l ’emancipazione
del lavoro tutti diventano operai, e il lavoro produttivo
cessa di essere un attributo di classe»17. Quanto fosse
fondamentale per M arx questo concetto si può valutare
dal fatto che egli riteneva che la sua accettazione gene­
rale avrebbe portato alla soluzione dell’eterno problema
dell’umanità, il problema della guerra. Nella Guerra ci­
vile in frau da parlò della società « il cui principio inter­
nazionale sarà la pace, perché in ogni nazione dominerà
lo stesso principio - il lavoro! » 1S.
Nonostante il rifiuto da parte di M arx di scrivere « ri­
cette per l ’osteria dell’avvenire » ” , le linee generali del­
l’organizzazione economica della società comunista so­
no chiare. L ’uso dell’esercito industriale di riserva e la
capacità di sfruttare i molteplici talenti potenziali della
maggior parte degli individui avrebbe reso molto piu
ricca la società comunista. La produzione sarebbe stata
comune, non più mediata dal denaro, ma valutata se­
condo la sua qualità; l ’uso del tempo sarebbe stato pro­
grammato in modo che ogni individuo potesse godere
del massimo tempo libero per divenire un «individuo
universale». A differenza dei socialisti utopisti prima di
lui, M arx vide questa società come prodótto necessario
del movimento storico. Alcuni passi dei Grundrisse mo­
strano che per molti aspetti l ’introduzione delle macchi­
ne e dell’automazione era il punto essenziale di questo
movimento.
254 IL P EN SIE R O DI K A R L M A R X P A R T E SECONDA

B.
TESTAI

Il positiva d e l l a proprietà
c o m u n iS m o c o m e s o p p r e s s i o n e
privata autoestraniazione dell’uomo, e q u i n d i
in te s a c o m e
c o m e r e a le appropriazione d e l l ’e s s e n z a d e l l ’u o m o m e d ia n t e
l ’u o m o e p e r l ’u o m o ; p e r c i ò c o m e r i t o r n o d e l l ’u o m o p e r s é ,
d e l l ’u o m o c o m e e s s e r e sociale, c i o è u m a n o , r i t o r n o c o m p le t o ,
f a t t o c o s c ie n t e , m a t u r a t o e n t r o t u t t a l a r ic c h e z z a d e l l o s v o l ­
g i m e n t o s t o r ic o s in o a d o g g i . Q u e s t o c o m u n iS m o s ’i d e n t i f i ­
c a , in q u a n to n a tu r a lis m o g iu n to a l p r o p rio c o m p im e n t o ,
c o n l ’u m a n is m o , i n q u a n t o u m a n is m o g i u n t o a l p r o p r i o c o m ­
p i m e n t o , c o l n a t u r a l i s m o ; è l a vera r i s o lu z i o n e d e l l ’ a n t a g o n i ­
s m o t r a l a n a t u r a e l ’u o m o , t r a l ’u o m o e l ’u o m o , l a v e r a r i s o ­
lu z i o n e d e l la c o n t e s a t r a l ’e s i s t e n z a e l ’e s s e n z a , t r a l ’ o g g e t t i v a -
z i o n e e l ’a u t o a f f e r m a z i o n e , t r a l a l i b e r t à e l a n e c e s s it à , t r a l ’i n ­
d i v i d u o e l a s p e c ie . È l a s o lu z io n e d e l l ’ e n ig m a d e l l a s t o r ia , e d
è c o n s a p e v o le d i e s s e r e q u e s t a s o lu z io n e .

Manoscritti economico-filosofici d e l '1844


(Einaudi, Torino 1973, p. i n ) .

. . . l ’ a t e is m o è , i n q u an to s o p p r e s s io n e d i D io , i l d iv e n ir e
d e l l ’u m a n is m o t e o r e t i c o , e i l c o m u n iS m o , i n q u a n t o s o p p r e s ­
s io n e d e l la p r o p r i e t à p r i v a t a , è l a r i v e n d i c a z i o n e d e l l a v i t a
u m a n a r e a l e c o m e s u a p r o p r i e t à , c i o è è i l d i v e n i r e d e l l ’u m a ­
n is m o p r a t i c o ; o i n a l t r e p a r o l e l ’ a t e is m o è l ’u m a n is m o m e ­
d i a t o c o n s e s t e s s o d a l l a s o p p r e s s i o n e d e l l a r e l ig i o n e , i l Co­
m u n iS m o è l ’u m a n is m o m e d ia t o c o n s e s t e s s o d a l la s o p p r e s ­
s io n e d e l la p r o p r i e t à p r i v a t a .
Ibid., p. 18 0 .

... i l s o c i a l is m o è V autocoscienza positiva d e l l ’u o m o , n o n p i u


m e d ia t a d a l l a s o p p r e s s i o n e d e l la r e l i g i o n e , a l lo s t e s s o m o d o
ch e la vita reale è l a r e a l t à p o s i t i v a d e l l ’u o m o , n o n p i u m e ­
d ia t a d a lla s o p p r e s s io n e d e lla p r o p r ie tà p r iv a ta , d a l comu­
niSmo. Il c o m u n iS m o è , i n q u a n t o n e g a z io n e d e l l a n e g a z io n e ,
a ffe r m a z io n e ; p e r c iò è i l m o m e n to reale, e n e c e s s a r io p e r il
p r o s s i m o s v o lg i m e n t o s t o r ic o , d e l l ’ e m a n c ip a z io n e e d e l l a r i
c o n q u i s t a d e l l ’u o m o . Il comuniSmo è l a s t r u t t u r a n e c e s s a r ia
e i l p r i n c i p i o p r o p u ls o r e d e l p r o s s i m o f u t u r o ; m a i l c o m u -
L A F U T U R A SO C IET À C O M U N IST A 25 5
nismo non è come tale la meta dello svolgimento storico, la
struttura della società umana.
Ib id ., pp. 125-26.

...nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera


di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo
a piacere, la società regola la produzione generale e appunto
in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, do­
mani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio
pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare,
cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né
pescatore, né pastore, né critico. Questo fissarsi dell’attività
sociale, questo consolidarsi del nostro proprio prodotto in
un potere obiettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfug­
gire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspetta­
tive, che annienta i nostri calcoli, è stato fino ad oggi uno
dei momenti principali dello sviluppo storico.
L ’ideologia tedesca, 1845-46
(in k . m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V , Roma 1972, p. 33).

I l comuniSmo per noi non è uno stato dì cose che debba


essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà confor­
marsi. Chiamiamo comuniSmo il movimento reale che aboli­
sce lo stato di cose presente. L e condizioni di questo movi­
mento risultano dal presupposto ora esistente.
Ib id ., p. 34.

... è altrettanto empiricamente dimostrato che col rovescia­


mento dello stato attuale della società attraverso la rivolu­
zione comunista... e l’abolizione della proprietà privata che
con essa si identifica, questo potere così misterioso per i
teorici tedeschi verrà liquidato, e allora verrà attuata la libe­
razione di ogni singolo individuo nella stessa misura in cui
la storia si trasforma completamente in storia universale.
Che la ricchezza spirituale reale dell’individuo dipenda in­
teramente dalla ricchezza delle sue relazioni reali, è chiaro...
Soltanto attraverso quel passo i singoli individui vengono
liberati dai vari limiti nazionali e locali, posti in relazione
pratica con la produzione (anche spirituale) di tutto il mon­
do e messi in condizione di acquistare la capacità di godere
di questa produzione universale di tutta la terra (creazioni
degli uomini). La dipendenza universale, questa forma spon­
tanea della cooperazione degli individui su piano storico
236 I L P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R TE SECONDA

universale, è trasformata da questa rivoluzione comunista


nel controllo e nel dominio cosciente di queste forze le quali,
prodotte dal reciproco agire degli uomini, finora si sono im­
poste ad essi e li hanno dominati come forze assolutamente
estranee.
Ib id ., pp. 36-37.

Egli [Stirner] immagina che i cosiddetti organizzatori del


lavoro vogliano organizzare l ’attività totale di ciascun indi­
viduo, mentre proprio essi distinguono fra il lavoro diretta-
mente produttivo, il quale va organizzato, e il lavoro non
direttamente produttivo. Ma in questi lavori essi non pensa­
no,-come immagina Sancio, che ciascuno debba lavorare al
posto di Raffaello, bensì che chiunque abbia la stoffa di un
Raffaello debba potersi sviluppare senza impedimenti...
La concentrazione esclusiva del talento artistico in alcuni
individui e il suo soffocamento nella grande massa, che ad
essa è connesso, è conseguenza della divisione del lavoro.
Anche se in certe condizioni sociali ognuno fosse un pitto­
re eccellente, ciò non escluderebbe che ognuno fosse un pit­
tore originale, cosicché anche qui la distinzione tra lavoro
«umano» e lavoro «unico» si risolve in una pura assurdità.
In un’organizzazione comunistica della società in ogni caso
cessa la sussunzione dell’artista sotto la ristrettezza locale e
nazionale, che deriva unicamente dalla divisione del lavoro,
e la sussunzione dell’individuo sotto questa arte determina­
ta, per cui egli è esclusivamente un pittore, uno scultore,
ecc.: nomi che già esprimono a sufficienza la limitatezza del
suo sviluppo professionale e la sua dipendenza dalla divi­
sione del lavoro. In una società comunista non esistono pit­
tori, ma tutt’al più uomini che, tra l’altro, dipingono anche.
Ib id ., pp. 406-7.

Com’è naturale, queste misure saranno diverse a seconda


dei diversi paesi.
Per i paesi più progrediti, però, potranno quasi general­
mente essere applicate le seguenti:
1. Espropriazione della proprietà fondiaria e impiego del­
la rendita fondiaria per le spese dello stato.
2. Imposta fortemente progressiva.
3. Abolizione del diritto di eredità.
4. Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.
5. Accentramento del credito nelle mani dello stato per
L A F U T U R A SO C IET À C O M U N IST A 257
mezzo d’una banca nazionale con capitale di stato e con mo­
nopolio esclusivo.
6. Accentramento di tutti i mezzi di trasporto nelle mani
dello stato.
7. Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti
di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni se­
condo un piano comune.
8. Uguale obbligo di lavoro per tutti, istituzione di eser­
citi industriali, specialmente per ragricoltura.
9. Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e di quello
dell’industria, misure atte ad eliminare gradualmente l’anta­
gonismo tra città e campagna.
10. Educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli.
Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua
forma attuale. Unificazione dell’educazione e della produ­
zione materiale, ecc.
Quando, nel corso dell’evoluzione, le differenze di classe
saranno sparite e tutta la produzione sarà concentrata nelle
mani degli individui associati, il potere pubblico perderà il
carattere politico. Il potere politico, nel senso proprio della
parola, è il potere organizzato di una classe per l’oppressio­
ne di un’altra. Se il proletariato, nella lotta contro la bor­
ghesia, si costituisce necessariamente in classe, e per mezzo
della rivoluzione trasforma se stesso in classe dominante e,
come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di pro­
duzione, esso abolisce, insieme con questi rapporti di produ­
zione, anche le condizioni d’esistenza dell’antagonismo di
classe e le classi in generale, e quindi anche il suo proprio
dominio di classe.
Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e
coi suoi antagonismi di classe subentra un’associazione nella
quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il
libero sviluppo di tutti.
Manifesto del partito comunista, 1848
(in K. m a r x e F . e n g e l s , Opere complete,
Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973, pp. 305-6).

Presupposta la produzione sociale, rimane naturalmente


essenziale la determinazione del tempo. Meno è il tempo di
cui la società ha bisogno per produrre frumento, bestiame
ecc., tanto piu tempo essa guadagna per altre produzioni,
materiali o spirituali. Come per il singolo individuo, cosi per
la società la totalità del suo sviluppo, delle sue fruizioni o
della sua attività dipende dal risparmio di tempo. Econo­
2^8 I L P EN SIE R O DI K A R L M A R X P A R TE SECONDA

mia di tempo - in questo si risolve infine ogni economia.


Come la società deve ripartire il suo tempo in maniera pia­
nificata per conseguire una produzione adeguata ai suoi bi­
sogni complessivi, così l’individuo singolo deve ripartire
giustamente il suo tempo per procurarsi conoscenze in pro­
porzioni adeguate o per soddisfare alle svariate esigenze del­
la sua attività. Economia di tempo e ripartizione pianificata
del tempo di lavoro nei diversi rami di produzione, rimane
dunque la prima legge economica sulla base della produzione
sociale. È una legge che vale anche ad un livello molto più
alto. Ciò tuttavia è essenzialmente diverso dalla misurazio­
ne dei valori di scambio (lavori o prodotti del lavoro) me­
diante il tempo di lavoro. I lavori dei singoli individui nel
medesimo ramo di l av or o, e le diverse specie di lavoro,
sono non solo q ua nt i ta ti va me nt e ma anche qualitati­
vamente differenti. Che cosa presuppone la differenza sol­
tanto q ua nt i ta t iv a di oggetti? La loro identità q u a l i t a ­
t iva. Dunque la misurazione quantitativa dei lavori pre­
suppone la loro uguaglianza d’origine, l’identità della loro
qual ità.
Lineamenti fondamentali della crìtica d ell’economia politica, 1837-58
(La Nuova Italia, Firenze, 1968, voi. I , pp. 118 -19 ).

... Se si immagina la società non capitalista ma comunista,


innanzitutto cessa interamente il capitale monetario, dun­
que anche i travestimenti delle transazioni che per suo mez­
zo si introducono. La cosa si riduce semplicemente a ciò,
che la società deve calcolare in precedenza quanto lavoro,
mezzi di produzione e mezzi di sussistenza essa può adope­
rare, senza danno, in branche le quali, come la costruzione
di ferrovie ad es., per un tempo piuttosto lungo, un anno o
più, non forniscono né mezzi di produzione né mezzi di sus­
sistenza, né un altro qualsiasi effetto utile, ma al contrario
sottraggono alla produzione totale annua lavoro, mezzi di
produzione e mezzi di sussistenza. Nella società capitalistica
invece, in cui l ’intelletto sociale si fa valere sempre soltanto
post festum, possono e devono Così intervenire costantemen
te grandi perturbamenti.
I l capitale, libro I I , 1869
(Editori Riuniti, Roma 19685, p. 33).

...la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che


fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva
l’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della prò-
L A F U T U R A SO C IET À C O M U N IST A 259
p r ie t à in d iv id u a le u n a r e a ltà , tr a s fo r m a n d o i m e z z i d i p r o d u ­
z i o n e , la t e r r a e i l c a p i t a l e , c h e o r a s o n o e s s e n z i a l m e n t e m e z ­
z i d i a s s e r v im e n t o e s fr u tta m e n to d e l la v o r o , in s e m p lic i
s t r u m e n t i d i l a v o r o l i b e r o e a s s o c ia t o . M a q u e s t o è c o m u ­
n iS m o , « i m p o s s i b i l e » c o m u n iS m o ! E b b e n e , q u e l l i t r a i m e m ­
b r i d e l le c la s s i d o m in a n t i c h e s o n o a b b a s t a n z a i n t e l l i g e n t i
p e r c o m p r e n d e r e l ’ i m p o s s i b i l i t à d i p e r p e t u a r e i l s is t e m a p r e ­
se n te , - e s o n o m o lt i , - so n o d iv e n ta ti g li a p o s to li se cca n ti
e r u m o r o s i d e l la p r o d u z i o n e c o o p e r a t iv a . M a s e l a p r o d u z i o ­
n e c o o p e r a t i v a n o n d e v e r e s t a r e u n a fin z io n e e u n i n g a n n o ;
s e e s s a d e v e s u b e n t r a r e a l s is t e m a c a p i t a l i s t a ; s e d e l l e a s s o ­
c i a z io n i c o o p e r a t iv e u n it e d e v o n o r e g o l a r e l a p r o d u z i o n e n a ­
z i o n a le s e c o n d o u n p i a n o c o m u n e , p r e n d e n d o la c o s i so tto
i l l o r o c o n t r o ll o e m e t t e n d o u n t e r m in e a l l ’ a n a r c h ia c o s t a n t e
e a l l e c o n v u ls i o n i p e r i o d i c h e c h e s o n o l a s o r t e i n e v i t a b i l e
d e l la p r o d u z i o n e c a p i t a l i s t i c a , - c h e c o s a è q u e s t o , o s ig n o r i,
s e n o n c o m u n iS m o , « p o s s i b i l e » c o m u n iS m o ?

La guerra civile in Francia, 18 7 1


(in K . m a e x , Scritti scelti,
Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. I I , p. 444).

[m a r x ] Asino! Questa è insipienza democratica, vaneg­


giamento politico! Le elezioni sono una forma politica per­
sino nelle piu piccole comunità russe e nelle cooperative
(.artel). Il carattere delle elezioni non dipende da questi no­
mi, bensì dalle basi economiche, dai legami economici tra
gli elettori, e non appena le funzioni hanno cessato di essere
politiche: 1) non esistono più funzioni governative; 2) la
distribuzione delle funzioni generali diventa una questione
d’affari e non dà luogo a nessun dominio; 3) l’elezione non
ha nulla dell’odierno carattere politico.
[b a k u n in ] Il suffragio universale per tutto il popolo:
[m a r x ] u n a c o sa c o m e tu tto i l p o p o lo , n e l se n so a ttu a ­
le , è u n p u r o f a n t a s m a ;
[b a k u n i n ] ra p p r e s e n ta n ti p o p o la r i g o v e r n a n t i d e llo sta ­
t o , q u e s t a è l ’u l t i m a p a r o l a d e i m a r x i s t i, c o m e p u r e d e l la
s c u o la d e m o c r a t ic a , e d è u n a m e n z o g n a c h e n a s c o n d e i l d i ­
s p o t is m o d e l l a minoranza governante, t a n t o p i ù p e r i c o lo s a
in q u a n to e s s a a p p a re c o m e e s p re s s io n e d e lla c o s id d e tta v o ­
lo n t à p o p o l a r e .
[m a r x ] Con
la proprietà collettiva la cosiddetta volontà
popolare scompare per lasciare il posto all’effettiva volontà
collettiva.
[b a k u n in ] Quindi il risultato è: governo della stragran­
2 Ó0 IL P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

de maggioranza delle masse popolari da parte di una mino­


ranza privilegiata. Ma questa minoranza, dicono i marxisti,
[m a r x ] dove?
[b a k u n i n ] sarà formata di lavoratori. Si, forse di ex-la­
voratori, i quali, però, cessano di essere dei lavoratori,
[m a r x ] n o n p iù d i q u a n to u n fa b b r ic a n te c e ssa o g g i d i e s­
s e r e u n c a p i t a l i s t a q u a n d o è m e m b r o d i u n c o n s ig l i o c o m u ­
n a le ,
e guarderanno dall’alto dello stato tutti i la­
[b a k u n i n ]
voratori comuni; essi non rappresentano più il popolo, ma -
se stessi e le loro pretese di governare il popolo. Chi può du­
bitare di questo, ignora completamente la natura dell’uomo.
[m a r x ] Se il signor Bakunin fosse per lo meno al cor­
rente della posizione di un amministratore di una coopera­
tiva operaia, avrebbe mandato al diavolo tutto il suo delirio
a proposito del dominio. Egli avrebbe dovuto domandarsi:
quale forma possono assumere le funzioni amministrative
sulla base di questo stato operaio, se vuole chiamarlo cosi?
Appunti sul libro di Bakunin «Stato e anarchia», 1875
(in K . m a r x e F . e n g e l s , Marxismo e anarchismo,
Editori Riuniti, Roma, 19 7 1, pp. 121-22).

Quella con cui abbiamo da far qui, è una società comu­


nista, non come si è sviluppata sulla sua propria base, ma
viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che porta
quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spi­
rituale, le «macchie» della vecchia società dal cui seno essa
è uscita. Perciò il produttore singolo riceve - dopo le detra­
zioni - esattamente ciò che le dà. Ciò che egli ha dato alla
società è la sua quantità individuale di lavoro. Per esempio:
la giornata di lavoro sociale consta della somma delle ore din
lavoro individuale; il tempo di lavoro individuale del sin­
golo produttore è la parte della giornata di lavoro sociale
fornita da lui, la sua partecipazione alla giornata di lavoro
sociale. Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta
che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo
lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira
dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il
lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli
ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra.
Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola
lo scambio delle merci in quanto è scambio di cose di valore
uguale. Contenuto e forma sono mutati, perché, cambiate le
circostanze, nessuno può dare niente all’infuori del suo la­
L A F U T U R A SO C IET À C O M U N ISTA 26l

voro, e perché d’altra parte niente può passare in proprietà


del singolo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma
per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i sin­
goli produttori, domina lo stesso principio che nello scam­
bio di equivalenti di merci: si scambia una quantità di la­
voro in una forma contro una uguale quantità in un’altra.
L 'uguale diritto è qui perciò ancora sempre, secondo il
principio, il diritto borghese, benché principio e pratica non
si azzuffino piu, mentre lo scambio di equivalenti, nello
scambio di merci, esiste solo nella media, non per il caso
singolo.
Nonostante questo progresso, questo ugual diritto reca
ancor sempre un limite borghese. Il diritto dei produttori
è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza
consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura
uguale, il lavoro.
Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro,
e fornisce quindi nello stesso tempo piu lavoro, oppure può
lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per ser­
vire come misura, dev’essere determinato secondo la durata
o l’intensità, altrimenti cesserebbe di essere misura. Questo
diritto uguale è un diritto disuguale per lavoro disuguale.
Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché
ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce
tacitamente la ineguale attitudine individuale, e quindi capa­
cità di rendimento, come privilegi naturali. Esso è perciò,
pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni
diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura,
nell’applicazione di una uguale misura; ma gli individui di­
suguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disu­
guali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto ven­
gono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengo­
no considerati soltanto secondo un lato determinato-, per
esempio, nel caso dato, soltanto come operai, e si vede in
loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inol­
tre: un operaio è ammogliato, l’altro no; uno ha più figli
dell’altro, ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi
la partecipazione al fondo di consumo sociale, l’uno riceve
dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e cosi via.
Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di
essere uguale, dovrebbe essere disuguale.
Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase
della società comunista, quale è uscita, dopo i lunghi trava­
gli del parto, dalla società capitalistica. Il diritto non può
2Ò 2 I L P EN SIE R O DI KARL M A R X P A R T E SECONDA

essere mai piu elevato della configurazione economica e del­


lo sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.
In una fase piu elevata della società comunista, dopo che
è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui
alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra la­
voro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro è divenu­
to non soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno
della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli indi­
vidui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le. sor­
genti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pie­
nezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può
essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere:
Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi
bisogni!
Critica del programma di Gotha, 1875
(in K. m a r x e I l partito e l ’Internazionale,
F. e n g e l s ,
Rinascita, Roma 1948, pp. 230-32).

1 Cfr. k . marx e f . en gels , Manifesto del partito comunista, in


id ., Opere complete, Editori Riuniti, voi. V I, Roma 1973,
pp. 314 sgg.
2 g. Hegel , Werke, Berlin 1832 sgg., voi. V i l i , p. 18.
3 G li aspetti hegeliani sono analizzati meglio in s. avineri , The
Social and Politicai Thought of Karl Marx, Cambridge 1968.
Per una critica, cfr. l ’articolo di m . evans , in «Politicai Stu-
dies», 1970.
, Cfr. f . manuel , The New World of Henri Saint-Simon, Cam­
bridge 1956.
5 marx e engels , Manifesto del partito comunista cit., p. 506.
6 K. marx , Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico,
in id ., Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1963,
PP- 59 sgg.
7 k . marx e f . engels , Marxismo e anarchismo, Editori Riuniti,
Roma 19 7 1, p. 12 1.
8 k . marx , La guerra civile in Trancia, in id ., Scritti scelti, 2 voli.,
Edizioni in lingue estere, Mosca 1944, voi. II , p. 437.
9 marx e engels , Manifesto del partito comunista dt., p. 506.
10 id ., La sacra famiglia, in id ., Opere complete, Editori Riuniti,
voi. IV , Roma 1972.
11 id., Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comunisti, in
marx , Scritti scelti cit., voi. I I , p. 146.
L A F U T U R A SO CIET À C O M U N ISTA 263
“ k . marx , Critica del programma di Gotha, in k . marx e f . en-
g els , I l partito e l’Internazionale, Rinascita, Roma 1948,
p. 232.
13 id ., La guerra civile in Francia cit., voi. I I , p. 441.
14 id ., Critica del programma di Gotha cit., p. 240.
15 Cfr. in particolare l ’ultimo capitolo del Capitale, libro II.
16 k . marx e f . engels , L ’ideologia tedesca, in id ., Opere comple­
te, Editori Riuniti, voi. V, Roma 1972, p. 234.
17 k . marx , La guerra civile in Francia cit., voi. I I , p. 443.
18 Ibid., p. 410.
19i d . , I l capitale, 3 voli., Editori Riuniti, Roma 19685, voi. I,
p. 42.

Nota bibliografica.

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ì
Cronologia
O PERE V IT A DI M A RX EVENTI STO RICI

i 8i 8 Nascita di Marx
1832 Legge della riforma
elettorale
1834 Zollverein' in Ger­
mania
1835 Studi all’Università di Bonn
1836 Studi all’Università di Berlino
1837 Lettera al padre Inizia il regno della
regina Vittoria
1838 Inizia la tesi di laurea Nascita del cartismo
Morte del padre
1841 Finisce la tesi di laurea ,
Laurea
1842 Articoli per la «Rheinische Zeitung »
Direttore della «Rheinische Zeitung»
1843 Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico,
La questione ebraica
Sposa Jenny von Westphalen; va a Parigi
1844 Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Intro­
duzione, Manoscritti economico-filosofici, Glosse mar­
ginali di crìtica all’articolo «Il re di Prussia e la rifor­
ma sociale, firmato: un Prussiano», La sacra famiglia
Direttore dei «Deutsch-franzosische Jahr-
bucher»; nascita di Jenny
1845 Tesi su Feuerbach
Va in Belgio; nascita di Laura
1846 L’ideologia tedesca, Lettera ad Annenkov
Inizia il Comitato di corrispondenza; na­
scita di Edgar
Abrogate le leggi
sul grano
1847 Miseria della filosofia
Entra nella Lega dei comunisti
268 CRONOLOGIA

1848 Manifesto del partito comunista


Va in Germania a dirigere la «Neue Rhei-
nische Zeitung»
Anni delle rivolu­
zioni; corse all’oro
in California
1849 Lavoro salariato e capitale
Nascita di Guido; si stabilisce a Londra
1850 Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei comuni­
sti, Le lotte di classe, in Francia
Morte di Guido; si trasferisce a Dean
Street
Legge delle dieci
ore
1851-62 Articoli per la « New York Tribune »
Nascita di Franziska e Frederick Demuth
La Grande Esposi­
zione
1852 II diciotto brumaio di Luigi Bonaparte
Morte di Franziska
In Francia inizia il
Secondo Impero
1854 Guerra di Crimea
1855 Nascita di Eleonora; morte di Edgar
1856 Si trasferisce a Grafton Terrace
1857 Introduzione generale La rivolta in India
1858 Lineamenti fondamentali della critica dell’economia
politica (Grundrisse)
18 59 Prefazione a Per la crìtica dell’economia politica, Per
la critica dell’economia politica.
L’origine della spe­
cie di Darwin e
Sulla libertà di Mill
1860 Il signor Vogt Si forma il regno
d’Italia
1861 Visita a Lassalle in Germania
Abolita la schiavitù
in Russia
1862 Peone sul plusvalore Bismarck diventa
ministro-presidente
in Germania
1863 Il capitale, libro I I (fino al 1877)
Morte della madre
CRONOLOGIA 269

1864 II capitale, libro I I I ; Indirizzo inaugurale della Prima


Internazionale
Si trasferisce in Maintland Park Road
Fondazione della
Prima Internazio­
nale
1865 Salario, prezzo e profitto
1866 Guerra austro-prus­
siana
1867 Il capitale, libro I Si costituisce il do­
minion del Canada
1868 Primo ministero
Gladstone
1869 Engels va a Londra In Germania si fon­
da il partito social-
democratico
1870 Due Indirizzi sulla guerra franco-prussiana
Guerra franco-prus­
siana
1871 La guerra civile in Trancia La Comune di Pa­
rigi, l ’impero tede­
sco
1875 Critica del programma di Gotha
1876 Appunti sul libro di Bakunin «Stato e anarchia»
1877 Guerra russo-turca
1879 Lettera circolare
1880 Secondo ministero
Gladstone
1881 Lettera a Vera Zasulic
Morte di Jenny Marx
1882 Prefazione alla seconda edizione del Manifesto del par­
tito comunista
1883 Morte di Marx Cosi parlò Zarathu­
stra di Nietzsche
.

'

*'1
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1 Dal 1972 gli Editori Riuniti hanno intrapreso la pubblicazione delle


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Una breve ed utile discussione sull’opera di Marx con partico­
lare riguardo al materialismo storico.
H. a d a m s , Karl Marx in bis Earlier Writings, London 19652.
Esamina, per la prima volta in lingua inglese, i primi scritti di
Marx fino alla Sacra famiglia. Un po’ datato.
l . A l t h u s s e r , Pour Marx, Paris 1966 [trad. it. Per Marx, Editori
Riuniti, Roma 1969].
Una interpretazione controversa di Marx che si serve di con­
cetti strutturalisti e freudiani. Sostiene la tesi di una differen­
za radicale tra le opere giovanili di Marx e quelle posteriori.
l . A l t h u s s e r e e . b a l i b a r , Leggere il capitale, Feltrinelli, Milano
1968.
Un tentativo di esaminare il Capitale in modo scientifico e di
dare un quadro della filosofia che ne sta alla base,
s. a v i n e r i , The Social and Politicai Thought of Karl Marx, Cam­
bridge 1968.
Un libro importante e interessante che sottolinea la continuità
del pensiero di Marx fin dalle sue prime formulazioni e l’in-
fluenza di Hegel.
- (a cura di), Marx’s Socialism, New York 1971.
Un’utile serie di articoli sugli aspetti controversi delle idee di
Marx.
B IB L IO G R A F IA 275

A. balin ky , Marx’s Economics, Lexington 1970.


Una buona introduzione breve corredata da un’ampia biblio­
grafia.
l. berlin , Karl Marx, London 19633 [trad. it. con presentazione
di V. Frosini, Firenze 1967].
Una breve biografia di Marx di piacevole lettura,
s. bloom , The 'World of Nations, New York 19672.
'Un’esposizione delle idee di Marx sulla posizione degli stati na­
zionali nel mondo contemporaneo e del suo atteggiamento verso
i vari stati nazionali del suo tempo,
w. blumenberg , Karl Marx, London 19 7 1.
Un’ammirevole breve biografia che si serve essenzialmente del­
le parole dello stesso Marx.
m . bober , Karl Marx’s Interpretation of History, New York
x9652-
La piu vecchia ed esauriente discussione sul «materialismo
storico» in lingua inglese.
T. bottomore (a cura di), Karl Marx, New York 19 7 1.
Una raccolta di scritti su Marx, con un’introduzione, nella serie
«Makers of Modem Social Science».
- The Sociological Theory of Marxism, London 1972.
Contiene un’analisi delle teorie di Marx sulle classi, lo stato, la
rivoluzione, ecc.
l . boudin , The Theoretical System of Karl Marx in thè Tight of
Recent Griticism, New York 19652.
Una delle prime valutazioni degli elementi sistematici di Marx
che vale ancora la pena di leggere.
e . carr , Karl Marx: A Study in Fanaticism, London 1934.
Una biografia critica di medie dimensioni e scritta bene.
h . Collins e c. abram sky , Karl Marx and thè British Labour Mo-
vement, London 1963.
Uno studio molto ben documentato del ruolo svolto da Marx
nella Prima Internazionale con speciale riferimento alla Gran
Bretagna.
b . delfgaauw , The Young Marx, London 1967.
Una breve esposizione delle idee del giovane Marx e della loro
importanza oggi.
r . dunayevskaja , Marxism and Freedom, New York 1958 [trad.
it. Marxismo e libertà, La Nuova Italia, Firenze 1962],
Contiene delle parti sugli aspetti filosofici dei Manoscritti del
1844 e del Capitale.
l . dtjpré, The Philosophical Foundations of Marxism, New York
1966.
Una franca discussione sullo sviluppo del pensiero di Marx sino
al Manifesto del partito comunista, con dei capitoli preliminari
su Hegel.
B IB L IO G R A F IA

l. fetsch er , Marx and. Marxism, New York 19 7 1 [trad. it. Marx


e il marxismo. Dalla filosofia del proletariato alla Weltanscham-
ing proletaria, Sansoni, Firenze 1969].
Contiene articoli sulla continuità del pensiero di Marx, sulla
burocrazia, sulla società comunista futura, ecc.
E. fisch er , Marx in bis Own Words, London 1970.
Una scorsa fedele, anche se un po’ superficiale, alle idee princi­
pali di Marx.
h . fleisc h er , Marxism and History, London 1973.
Interpreta con acume e finezza la concezione materialistica della
storia di Marx.
e . fromm , Marx’s Concept of Man, New York 19 61.
Contiene parti della traduzione in inglese dei Manoscritti di
Parigi fatta da Bottomore con un’introduzione che sottolinea
gli elementi umanistici e perfino spiritualistici di Marx.
a . Gam ble e p . walton, From Alienation io Surplus Vaine, Lon­
don 1972. . . '.
Si concentra sul lavoro e sul sovrappiù come temi unificanti del
pensiero di Marx.
r . garaudy, Karl Marx, Paris 1964.
Un’esposizione attendibile e di piacevole lettura fatta da un
comunista ortodosso (quando la scrisse).
m . godelier , Rationality and Irrationality in Economics, London
1972.
Un’interpretazione strutturalista della metodologia di Marx.
a . JAMES gregor, A Survey of Marxism, New York 1967.
I primi capitoli discutono gli aspetti filosofici di Marx.
s. hall e p. walton (a cura di), Situating Marx, London 1972.
Una raccolta di scritti che riguardano essenzialmente i Grun-
drisse e l ’estetica di Marx.
s. hook, Towards thè XJnderstanding of Karl Marx, New York
1933.
Una ancora valida introduzione alle parti piu sistematiche del
pensiero di Marx.
- From Hegel to Marx, Ann Arbor 19622.
Uno studio dei rapporti di Marx con Hegel e i Giovani hege­
liani.
d. Howard, The Development of Marxian Dialectic, Carbondale
1972-
Un’esposizione marxista dei primi scritti di Marx,
z. jordan, The Evolution of Dialectical Materialism, London 1967.
I primi capitoli contengono un’esposizione del naturalismo e
materialismo in Marx.
e . kamenka , The Ethical Foundations of Marxism, London 1962.
Una descrizione e una critica dell’etica di Marx da una posizione
filosofica analitica.
B IB L IO G R A F IA 277
E. kamenka , Marxìst Ethics, London 1969.
Una breve analisi della tradizione etica marxiana.
- Marx, London 19 71.
Esamina i principali temi filosofici del pensiero di Marx.
H. lefebv r e , Le matérìalìsme dialectique, Paris 1937 [trad. it. Il
materialismo dialettico, Einaudi, Torino 1949].
Nonostante il titolo, un’incantevole breve esposizione dei prin­
cipi fondamentali di Marx.
- La sociologia di Marx, Milano 1969.
Un’utile introduzione alla sociologia di Marx.
j. l e w is , The Marxism of Marx, London 1972.
Una esposizione delle idee di Marx che sottolinea il loro fon­
damentale umanismo.
g. lichtheim , Marxism: A Historical and Criticai Study, London
1961 [trad. it. Bologna 1971].
Un eccellente studio dello sviluppo delle dottrine marxiste dal­
le origini fino al 19 17.
- From Marx to Hegel, New York 19 71.
Contiene una serie di saggi sulla tradizione hegeliano-marxista
fino ad oggi.
K. Lowith , Von Hegel zu Nietzsche, Stuttgart 19502 [trad. it. Da
Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del
secolo x ix, Einaudi, Torino 1971].
Un’ampia esposizione della filosofia tedesca del x ix secolo:
Marx è considerato, insieme a molti altri, nella tradizione he­
geliana.
Marx and Contemporary Scientific Thought (senza curatore), Pa­
ris 1968.
Un’ampia raccolta di scritti sui rapporti di Marx col mondo mo­
derno.
d. m clellan , The Young Hegélians and Karl Marx, London 1969.
Un esame del pensiero sociale e politico dei Giovani hegeliani
e la sua influenza sulla genesi del pensiero di Marx.
- Marx before Marxism, London 1970 [trad. it. Marx prima del
marxismo, Einaudi, Torino 1974].
Un’esposizione dettagliata dello sviluppo del pensiero di Marx
fino ai Manoscritti di Parigi compresi.
- Marx’s Grundrìsse, London 19 71.
Una traduzione di passi dei Grundrìsse con un’introduzione
che sottolinea l’importanza che hanno avuto nel pensiero com­
plessivo di Marx.
- Karl Marx, His Life and Thought, London 1973.
Un’ampia biografia che tratta la vita intellettuale, politica e pri­
vata di Marx.
j. maguire , Marx’s Paris Wrìtings: An Analysis, Dublin 1972.
Un esauriente e ricco commento ai Manoscritti di Parigi.
2/8 B IB L IO G R A F IA

E. mandel, La formation de la pensée économique de Karl Marx,


Paris 1967.
Un’eccellente analisi dello sviluppo del pensiero economico di
Marx fino ai Grundrisse compresi.
l. maszaros, Marx’s Theory of Alienation, London 1970.
Scritta in modo oscuro e mal fatta, ma collabora alla ricerca con
un’utile visione d’insieme.
f . mehring , Karl Marx, Geschichte seines Lebens, Leipzig-Berlin
1933 [trad. it. Vita di Marx, Roma 1953].
La classica biografia di Marx; un po’ antiquata e leggermente
agiografica.
m . m o r i s h i m a , Marx’s Economics, Cambridge 1973.

Tratta in modo piuttosto tecnico alcuni problemi dell’economia


di Marx.
b . ollman , Alienation: Marx’s Critique of Man in Capitatisi So­
ciety, Cambridge 19 7 1.
Uno studio originale e ben documentato dell’alienazione in
Marx, che è molto attento al modo in cui Marx usa i suoi con­
cetti.
r . payne , Marx: A Biography, London 1968.
Moltissime informazioni sulla vita privata di Marx, sebbene la
comprensione del pensiero di Marx da parte degli autori sia
molto limitata.
j. plamenatz , German Marxìsm and Russian Communism, Lon­
don 1934.
Contiene una delle discussioni «classiche» del materialismo
storico come è delineata nella Prefazione di Marx.
- Man and Society, yol. II , London 1963.
Una chiara analisi critica dei principali temi sociali e politici
di Marx.
j. sanderson, An Interpretation of thè Politicai Ideas of Marx
and Engels, London 1969.
Un breve libro che ha lo scopo di raccogliere i testi principali
di Marx e Engels sul materialismo storico, lo stato, la rivolu­
zione e la società comunista futura.
a . schm idt , Der Begriff der Natur in der Lehre von Marx, Frank­
furt am Main 1962.
Un’importante e ben documentata considerazione della natura
del materialismo di Marx.
p. sloan, Marx and thè Orthodox Economists, Oxford 1973.
Una difesa di Marx come economista contro i suoi detrattori
moderni.
R. TUCKER, Philosophy and Myth in Karl Marx, Cambridge 1961.
Un’originalissima, anche se in qualche punto lascia molti dubbi,
interpretazione del pensiero di Marx come una continuità fon­
data su certi presupposti escatologici.
B IB L IO G R A F IA 279

r . tucker , The Marxian Revolutionary Idea, London 1970.


Una serie di saggi sullo stato e la rivoluzione in Marx.
d. turner , On thè Philosophy of Marx, Dublin 1968.
Un agile libretto scritto essenzialmente per filosofi,
v. venable , Human Nature: The Marxian Vieto, London 1946.
Una delle migliori esposizioni del concetto dell’uomo per i
marxisti.
b . wolfe , Marxism: zoo Years in thè L ife of a Doctrine, London
1967.
Uno studio dell’evoluzione delle dottrine marxiste con parti
sulle idee politiche di Marx nel 1848 e nel 18 7 1.
1. zeitlin , Marxism: A Re-examination, New York 1967.
Un breve libro che minimizza l’elemento hegeliano in Marx e
presenta sotto una luce favorevole gli elementi sociologici del
pensiero di Marx.

,
'
Indice dei nomi, delle opere e delle riviste
Abramsky, C., 122 n, 207 n. Camphausen, Ludolf, 32.
Acton, Harry B ., 160 n. Carey, Henry Charles, 84.
Adamiak, R ., 227 n, 263 n. Chenu, Adolphe, 241 :
Adams, Henry P., 19 n, 35 n. Cospiratori, I, 241.
Althusser, Louis, 35 n. Cobden, Richard, 70.
Annenkov, Pavé! Vasil'evic, 46, Cohen, G ., 49 n, 160 n, 193 n.
152. Cole, George Douglas Howard,
Aristotele, io , 33. 108 n.
«Augsburger Allgetneine Zeitung» Collins, Henry, 122 n, 207 n.
[Gazzetta generale di Augusta], Considérant, Victor-Prosper, 14 .
14-
Avineri, Shlomo, 19 n, 33 n, 62 Dahrendorf, Ralf, 193 n. •*-
n, 122 n, 142 n, 175 n, 227 n, Dana, Charles Anderson, 65, 99.
247 n, 262 n. Daniels, Robert V., 97 n.
Dante Alighieri, 96.
Babeuf, Fran?ois-Noel, detto Grac-
Darwin, Charles Robert, 146.
chus, 143.
Democrito di Abdera, 9.
Bailey, Cyril, 19 n. Demuth, Frederick, 65.
Bakunin, Michail Aleksandrovib,
Demuth, Helene, 63, 79.
22, 32, n o , i n , 15 7 , 180, I 9 9 > «Deutsche Jahrbiicher» [Annali te­
216, 226, 234, 243, 2 3 1, 239, 260:
deschi], 7 ,1 2 .
Stato e anarchia, 2 3 1. « Deutsch-franzosische Jahrbiicher »
Bastiat, Frédéric, 84. [Annali franco-tedeschi], 7-8, 21-
Bauer, Bruno, 6, io , 24-27, 37-40.
23, 27, 30.
Bebel, August Friedrich, n i .
Dobb, Maurice Herbert, 108 n.
Bell, Daniel, 142 n.
Draper, Hai, 62 n, 193 n, 247 n.
Bendix, Reinhard, 193 n.
Dunajevskaja, Raja, 1 4 1 n.
Bismarck-Schonhausen, Otto von,
Dupré, Louis K ., 19 n, 35 n.
100, n o , 203.
Blanqui, Louis-Auguste, 6 1, 64, 72,
197- Easton, Loyd D., 142 n.
Bloom, Solomon F ., 193 n, 227 n, Engels, Friedrich, 18, 23, 30, 3 7 >
247 n, 263 n. 38, 42-46, 48 n, 49 n, 3 1 , 53-38,
Blos, Wilhelm, 207 n. 60, 62 n, 64-66, 77 n, 79-81, 96
Bober, Mandell M ., 160 n. n, 97 n, 100, 10 1, 107 n, 108 n,
Bolte, Friedrich, 203. i n , 1 1 2 , 116 , 1 2 1 n, 12 2 n, 134,
Bottomore, Thomas Burton, 35 n, 139, 14 1 n, 143, 146, 147, 149-
9 7 n. 1 5 1 , 157 , 158, 159 n, 160 n, 175
Braunthal, Julias, 207 n. n, 185, 188,' 189, 1 9 1 , 192 e n,
Braybrooke, David, 142 n, 173 n. 193 n, 195-98, 200, 202, 205,
Bright, John, 70. 206, 207 n, 2 15 , 221-23, 226, 227
Burns, Mary, 100. n, 234, 238-40, 242, 245, 246 n,
284 INDICE D EI NO M I, D E L L E O PERE E D E L L E R IV IS T E

247 n, 249, 2.52, 257, 260, 262 e [Grundlinien der Philosophie


n, 263: des Rechisi, 15 •
Ideologia tedesca, V , vedi Marx, Scienza della logica, La [Wissen-
Heinrich Karl. schaft der Logik], 8 6 ,15 7 .
Indirizzo del Comitato centrale Heine, Heinrich, 7, 22.
alla Lega dei comunisti, vedi Heinzen, Karl, 188.
Marx, Heinrich Karl. Helvétius, Claude-Adrien, 41.
Lettera circolare ai capi del par­ Herwegh, Georg, 2 1, 22.
tito socialdemocratico tedesco, Hess, Moses, 7, 18 n, 46, 48 n,
vedi Marx, Heinrich Karl. 5 1, 246 n.
Lineamenti di una crìtica dell’e­ Hobhes, Thomas, 222.
conomia politica [Umrisse zu Hodges, D ., 193 n.
einer K ritik der Nationaloko- Holbach, Paul Henri Dietrich, ba­
nomie], 30. rone d ’, 7, 4 1.
Manifesto del partito comunista, Hook, Sidney, 247 n.
vedi Marx, Heinrich Karl. Horowitz, David, 108 n.
Principi del comuniSmo [Grund- Hugo, Victor-Marie, 73.
sàtze des Kommunismus], 5 1. Hunt, E . K ., 108 n.
Sacra famiglia, La, vedi Marx, Hyppolite, Jean, 227 n.
Heinrich Karl.
Epicuro, 9, io. Johnston, W ., 20 n.
Evans, M ., 227 n, 262 n. .Tohnstone, M ., 208 n.
Jordan, Z. A., 160 n.
Federico Guglielmo IV , re di Prus­
sia, 5 2 , 5 3 -
Ferguson, T ., 97 n. Kamenka, Eugene, 20 n, 35 n.
Fetscher, Iring, 263 n. Kant, Immanuel, 9 ,1 2 , 143.
Feuer, Lewis §., 159 n. 1 Kautsky, Karl, 102.
Feuerbach, Ludwig Andreas, 16, Keynes, John Maynard, 89.
33, 38, 4 1, 42,46 , 58, 86, 209. «Kolnische Zeitung» [Gazzetta di
Fichte, Johann Gottlieb, 9 , 1 2 , 1 4 3 . Colonia], 13 .
Fourier, Fran?ois-Marie-Charles, Koppen, Karl Friedrich, 7.
3 2 , 5 9 , 9 3 , 1 4 3 , 1 4 4 , 16 2 ,16 9 .
Kugelmann, Ludwig, 15 7 , 193 n,
Franklin, Benjamin, 174, 199, 207 n, 2 15, 227 n.
Freiligrath, Ferdinand, 15 7 ,19 8 ,
202,207 n. Labedz, Leopold, 142 n.
Freymond, J ., 206, 226. Lafargue, Laura, 38, 205.
Fromm, Erich, 35 n, 14 1 n, 142 n. Lafargue, Paul, 205.
Laski, Harold J . , 62 n.
Garaudy, Roger, 20 n, 35 n, 108 n, Laslett, Peter, 142 n.
208 n. Lassalle, Ferdinand, 46, 53, 79, 86,
Girardin, Em ile de, 223: 96 n, 100, n o , 1 4 1 n, 199, 203.
Socialismo e imposte, 223. Lefebvre, Henri, 35 n.
Guizot, Fransois-Pierre-Guillaume, Lenchen, vedi Demuth, Helene.
202. Leroux, Pierre, 14.
Lessing, Gotthold Ephraim, 7.
Hammen, Oscar J ., 49 n. Lichtheim, George, 97 n.
Harris, A ., 263 n. Liebknecht, Wilhelm, i n .
Haubtmann, Pierre, 48 n. Lipset, Seymour M ., 193 n.
Hegel, Georg Wilhelm Friedrich, Lloyd, William Forster, 64.
6 -11, 13 , 16-18, 22, 30, 33, 34, Lobkowicz, Nicholas, 194 n.
73, 85, 86, 95, 102, 12 5, 127, Lowith, Karl, 142 n.
134, 14 3 , 15 7 , 16 1, 209, 210, Luigi Filippo, re dei francesi, 52,
218, 249, 250, 262 n: 75, 213-
Fenomenologia dello spirito [Die Luigi Napoleone Bonaparte, vedi
Pbdnomenologie des Geistes], Napoleone I I I Bonaparte, impe­
22, 33. ratore dei francesi.
Lineamenti dì filosofia del diritto Lukes, Steven, 142 n.
INDICE D EI NOM I, D E L L E O PER E E D E L L E R IV IS T E 285

Maenchen-Helfen, Otto J ., 77 n, 65-66, 72-76, 147, 182-83, 190,


107 n. 2 13-15 , 241.
Mandel, Ernest, 108 n. Differenza tra la filosofia natura­
Manuel, Frank E ., 262 n. le- di Democrito e di Epicuro
Marx, famiglia, 63, 65, 79, 100, m . \Differenz der demokritischen
Marx, Edgar, 79. und epikureischen Naturphilo-
Marx, Guido, 63, 65. sophiei, 6, 9-12.
Marx, Franziska, 65, 79. Discorso nell’anniversario del
Marx, Heinrich Karl: «P eople’s Paper» [Vourth An-
Appunti su James M iti, 3 1 , 133- niversary Banquet of thè Peo­
134, 162. ple’s Paperi, 242-43.
Appunti sul libro di Bakunin Economia, 80-84, 86, 9 4 ,10 1,
«Stato e anarchia», 109, 226, 13 0 ,14 4 , 2 17 .
244-46, 239-60. Glosse marginali d i critica all'ar­
Capitale, I l [Das Kapital], 60, 86, ticolo « I l re di Prussia e la ri­
96, 99, 1 0 1 - 7 ,1 10 - 1 2 ,12 0 , 128- forma sociale, firmato: un Prus­
1 3 1 , 138-41, 148, 1 6 1, 16 3, siano» IKritische Randglossen
17 1-7 4 ,17 7 -7 8 ,19 1-9 2 . 258. zu dem Artikel «Der. Konig
Capitale, II: libro I, capitolo V I von Preussen und die Sozial-
inedito. Risultati del processo reform. Von einem Preussen],
di produzione immediato, 99, 2 1, 220-21, 230-31, 237-38.
139-40,243. Grundrisse, vedi Lineamenti fon­
Carteggio del 1843, Un [Ein damentali della critica d ell'e­
Briefwecbsel von 1843], 2 1, conomia politica.
23-24. Guerra civile in Francia, La [Ad-
Cosidette scissioni dell'Interna­ dress of thè General Council
zionale, Le, 206, 226.. of thè International Working
Critica della filosofia hegeliana M en’s Association on thè C ivil
del diritto pubblico [Kritik War in France], 66, 109, 1 1 1 ,
des hegelschen Staatsrechts], 5, 113 -16 , 214, 216, 224-26, 234,
13-18 , 27, 12 7, 2 10 -11, 214, 244, 2 5 1,2 5 3 , 258-59-
217-19. Ideologia tedesca, L ' [D ie deut-
Critica del programma di Gotha sche Ideologie], 37-38, 41-46,
[.Randglossen zum Programm 145, 149-51, 16 3, 17 7 . 182,
der deutschen Arbeiterparteiì, 185-87, 2 12 , 222-23, 232, 238-
92, 109, i n , 116 -19 , 206, 216, 240, 252, 255-56.
236, 2 5 1, 260-62. Indirizzi sulla guerra franco-
Critica moraleggiante e la mora­ prussiana, 1 0 9 - 10 ,112 - 13 ,19 2 .
le criticante, La [Die morali- Indirizzo del Comitato centrale
sìerende K ritik und die kriti- alla Lega dei comunisti ]An-
sierende Morali, 188. sprache der Zentralbehòrde an
Decisioni della conferenza di den Bundi, 5 1, 60-61, 63, 65,
Londra [Resolutions of thè 197, 201, 2 15 , 233, 2 4 1, 2 51.
Conference of Delegates of thè Indirizzo inaugurale e statuti
I.W .M .A. Assembled at Lon­ provvisori dell'Associazione
don], 203. internazionale degli operai
Dibattiti sulla legge contro i fur­ [Address and Provisionai Ru-
ti di legna [Debatten iiber das les of thè Working M en’s In ­
Holzdiebstablgesetz], 15. ternational Association], 109,
Dibattiti sulla libertà di stampa 112 ,17 1.
e sulla pubblicazione delle di­ Indirizzo sulla guerra civile in
scussioni alla Dieta [Debatten Francia, vedi Guerra civile in
iiber Pressfreiheit und Publi- Francia, La.
kation der Landstdndischen Lavoro salariato e capitale [Lohn-
V erbandlungen], 13 . arbeit und Kapital], 5 1 , 60,
Diciotto brumaio d i Luigi Bona- 152-53, 166-67,179.
parte, I l [Der Achtzehnte Bru­ Lettera ad Annenkov, 37-38, 46,
m a le des Louis Napoleoni, 63, 151-52.
286 INDICE D EI NOM I, D E L L E O PER E E D E L L E R IV IS T E

Lettera al padre, 5, 8-9. Questione ebraica, La [Zur ]u-


Lettera a Vera Zasulic, 109, 120, denfrage], 2 1, 24-27, 34, 40,
159- 1 3 1 , 2 1 1 , 219-20, 237.
Lettera circolare ai capi del par­ Risultati del processo di produ­
tito socialdemocratico tedesco, zione immediato, vedi Capita­
109, 206-7. le, II: libro I, capitolo V I ine­
Lineamenti fondamentali della dito.
critica d ell’economia politica Risultati futuri della dominazio­
[Grundrisse der Kritik der po- ne britannica in India, I [The
litischen Okonomie], 79, 81- Future Results of British Rule
82, 84-94, 10 1, 128, 130 -31, in India], 241-42.
134-37. 153-37, 162-64, 167- Rivelazioni sul processo dei co­
170 , 233, 233, 257-38. munisti di Colonia [Enthiil-
Lotte di classe in trancia, Le lungen iiber den Kommuni-
[Die Klassenkàmpfe in Frank- stenprozess zu Kolh], 79-80,
reich 1848 bis 1850], 63, 66-72, 201- 2.
7 4 ,1 4 8 ,1 8 1 , 2 13 , 237. Sacra famiglia, La [Die heilige
Manifesto del partito comunista Familie], 37, 39-41, 128, 134,
[Manifest der kommunistì- 148-49, 2 2 1, 2 51.
schen Farteli, 48, 51-60, 92, Salario, prezzo e profitto Walue,
128, 145, 177-80, 182-83, 188- Price and Profit], 99.
190, 196-97, 200-1, 2 13 , 223, Secondo indirizzo, vedi Indirizzi
2 3 1, 233, 236-37, 240, 250-51, sulla guerra franco-prussiana.
256-57- Signor Vogt, I l [Herr Vogt], 99,
Manoscritti di Parigi, vedi Mano­ 202- 3.
scritti economico-filosofici. Teorie sul plusvalore [Theorien
Manoscritti economico-filosofici iiber den Mehrwert], 99, 102,
[Okonomisch-phìlosophische 10 7 ,137 -3 8 , i 7°- 7 i .
Manuskripte aus dem fahre Tesi di laurea, vedi Differenza
1844], 21-22, 30-34, 85-86, 88, tra la filosofia naturale d i De­
90-91, 125-33, 148, 161-62, mocrito e di Epicuro.
164-66, 210, 2 5 1, 254-55. Tesi su Feuerbach [Thesen iiber
Miseria della filosofia [Misere de Feuerbach], 37, 41-42, 145,
la philosophie], 37-38, 46-48, 1 5 1 , 238.
182,18 7-88, 231-32, 239. Marx, Jenny, 79.
Osservazioni di un cittadino re­ Marx, Jenny von Westphalen, 6, 8,
nano sulle recenti istruzioni 9, 80, n i .
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merkungen iiber die neueste Mayer, H ., 193 n, 263 n.
preussische Zensurinstruktion. McLellan, David, 18 n, 20 n, 35 n,
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Per la crìtica della filosofia del Mehring, Franz, 77 n.
diritto di Hegel. Introduzione M ichajlovskij, Nikolaj Konstanti-
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Per la critica dell’economia poli­ «Moniteur Universel, L e», 69.
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10 1, X04, 130 , 145, 229, 243.
Prefazione a Per la crìtica d ell’e­ Napoleone I Bonaparte, imperatore
conomia politica, 81, 94, 96, dei francesi, 5, 65, 73, 76.
130 , 145. Napoleone I I I Bonaparte, impera­
Prefazione alla seconda edizione tore dei francesi, 65, 70, 73-76,
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L ’unico e la sua proprietà [Der
Pieper, Wilhelm, 64.
einzige und sein Eigentum],
Plamenatz, John, 97 n, 160 n.
46.
Plutarco, io.
Strauss, M ., 62 n.
Prinz, A., 97 n. Struik, Dirk J ., 36 n.
Proudhon, Pierre-Joseph, 14 , 22,
Sue, Eugène, 39:
32, 38, 3 9 , 46-48, 4 9 n, 38, 7 3 » Misteri di Parigi, I , 39.
84, 9 3 , 1 3 1 , 1 9 3 ,19 9 , 207 n:
Sistema delle contraddizioni eco­
nomiche 0 Filosofia della mi­ Taylor, A. J . P., 62 n.
seria, 38. Thiers, Marie-Joseph-Louis-Adol-
phe, 1 1 3 .
Reeves, N., 36 n. Tucker, Robert C., 20 n, 36 n, 142
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nana], 3, 7, 13 -13 , 23-24, 95, 209. Ure, Andrew, 138.
Ricardo, David, 22, 47, 82, 8 6 ,10 3 ,
107, 144, 180, 18 1.
Vico, Giambattista, 16 1.
Robespierre, Maximilien-Fransois-
Voegelin, Eric, 247 n.
Isidore de, 2 2 1. Vogt, Karl, 9 9 ,10 2 .
Rosenberg, H ., 194 n.
Voltaire, Frangois-Marie Arouet,
Rotenstreich, Nathan, 49 n.
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Rubel, Maximilien, 139, 227 n.
Ruge, Arnold, 7, 12 , 21-23, 34 e n,
2 1 1 , 230. Wagner, Y ., 62 n.
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