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LE SENTENZE SELEZIONATE
PER VOI IN MATERIA
DI DISTANZE IN EDILIZIA
AGOSTO - DICEMBRE 2015

A cura della redazione


Dicembre 2015

PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA

2015 Wolters Kluwer Italia S.r.l. Strada 1, Palazzo F6 – 20090 Milanofiori Assago (MI)

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errori o inesattezze.

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Dicembre 2015

Consiglio di Stato
Cons. Stato Sez. IV, 26-11-2015, n. 5365 clicca qui per la sentenza
Maria Amodio c. Comune di Rutigliano e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

La regola del rispetto della distanza dei dieci metri, di cui all'art. 9 del D.M. n. 1444/1968, si riferisce
esclusivamente a pareti munite di finestre qualificabili come vedute e non ricomprende anche quelle su cui si
aprono finestre cosiddette lucifere (Riforma della sentenza del T.a.r. Puglia, Bari, sez. III, n. 641/2015).
FONTI
Massima redazionale, 2015

Cons. Stato Sez. IV, 26-11-2015, n. 5365 clicca qui per la sentenza
Maria Amodio c. Comune di Rutigliano e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

Condizione indispensabile per potersi applicare il regime garantistico della distanza minima dei dieci metri ex
art. 9 D.M. n. 1444/1968 è l'esistenza di due pareti che si contrappongono di cui almeno una finestrata (Riforma
della sentenza del T.a.r. Puglia, Bari, sez. III, n. 641/2015).
FONTI
Massima redazionale, 2015

Cons. Stato Sez. IV, 26-11-2015, n. 5365 clicca qui per la sentenza
Maria Amodio c. Comune di Rutigliano e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

L'art. 9 del D.M. n. 1444/1968, prescrive, per i nuovi edifici, ricadenti in zone diverse dalla zona A, "la distanza
minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti" (Riforma della sentenza del T.a.r. Puglia,
Bari, sez. III, n. 641/2015).
FONTI
Massima redazionale, 2015

Cons. Stato Sez. IV, 05-10-2015, n. 4628 clicca qui per la sentenza
Chiaramonte Ennio e altri c. Comune di Villafranca di Verona e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

L'art. 9 del D. M. n. 1444 del 1968, in materia di distanze tra edifici, fa espresso ed esclusivo riferimento alle
pareti finestrate, per tali dovendosi intendere unicamente le pareti munite di finestre qualificabili come vedute,
senza ricomprendere quelle sulle quali si aprono semplici luci (Conferma della sentenza del T.a.r. Veneto, Venezia,
sez. II, n. 3721/2005).
FONTI
Massima redazionale, 2015

Cons. Stato Sez. IV, 05-10-2015, n. 4628 clicca qui per la sentenza
Chiaramonte Ennio e altri c. Comune di Villafranca di Verona e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

L'art. 9 del D. M. n. 1444 del 1968 fissa la distanza minima che deve intercorrere tra pareti finestrate e pareti
di edifici antistanti (Conferma della sentenza del T.a.r. Veneto, Venezia, sez. II, n. 3721/2005).
FONTI
Massima redazionale, 2015

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Dicembre 2015

T.A.R.

T.A.R. Liguria Genova Sez. I, 05-10-2015, n. 764 clicca qui per la sentenza
Riccardo Arfanotti c. Comune di Arcola e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

In materia di distanze tra edifici la disciplina statale di cui al d.m. n. 1444/1968 è inderogabile da parte degli
strumenti urbanistici e l'eventuale distonia tra le diverse fonti va risolta prevedendo l'inserzione automatica della
disposizione prevalente su quella di minor forza nell'ordinamento.
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 25-09-2015, n. 4619 clicca qui per la sentenza
F.F. c. Comune di Striano
Edilizia e urbanistica - Distanze

Ai fini dell'osservanza delle distanze legali tra edifici e di quelle prescritte dagli strumenti urbanistici che
integrano la disciplina codicistica, deve considerarsi costruzione qualsiasi manufatto non completamente interrato
che abbia i caratteri della solidità, stabilità e immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o
collegamento fisso a un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, e ciò indipendentemente dal
livello di posa o di elevazione dell'opera, dai caratteri del suo sviluppo volumetrico esterno, dall'uniformità o
continuità della massa, dal materiale impiegato per la sua realizzazione e dalla sua funzione o destinazione. (Rigetta
il ricorso)
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 25-09-2015, n. 4619 clicca qui per la sentenza
F.F. c. Comune di Striano
Edilizia e urbanistica - Distanze

In materia di distanze legali tra edifici gli sporti, le terrazze, le scale esterne o, in genere, i corpi avanzati
costituenti aggetti di un edificio, ove siano stabilmente incorporati nell'immobile e non abbiano una funzione
meramente decorativa od ornamentale, accrescono la superficie, il volume e la funzionalità dell'immobile cui
accedono e rientrano nel concetto civilistico di costruzione, per cui di essi deve tenersi conto ai fini delle distanze,
che vanno misurate dal limite dei manufatti aggettanti verso il vicino. (Rigetta il ricorso)
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 25-09-2015, n. 4619 clicca qui per la sentenza
F.F. c. Comune di Striano
Edilizia e urbanistica - Distanze

La disciplina in materia di distanze in esame è in funzione non già esclusivamente degli interessi privati,
essendo preordinata ad assicurare il soddisfacimento di esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di
sicurezza. (Rigetta il ricorso)
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 25-09-2015, n. 4619 clicca qui per la sentenza
F.F. c. Comune di Striano
Distanze legali tra costruzioni

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Dicembre 2015

Ai fini dell'osservanza delle distanze legali tra edifici e di quelle prescritte dagli strumenti urbanistici che
integrano la disciplina codicistica, deve considerarsi costruzione qualsiasi manufatto non completamente interrato
che abbia i caratteri della solidità, stabilità e immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o
collegamento fisso a un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, e ciò indipendentemente dal
livello di posa o di elevazione dell'opera, dai caratteri del suo sviluppo volumetrico esterno, dall'uniformità o
continuità della massa, dal materiale impiegato per la sua realizzazione e dalla sua funzione o destinazione.
FONTI
Quotidiano Giuridico, 2015

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 11-09-2015, n. 332 clicca qui per la sentenza
Maria Ingratta c. Comune di Agnone e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

In presenza di una strada pubblica tra due fondi non è consentito derogare alla distanza minima stabilita
dall'art. 9 D.M. 2 aprile 1968 tra pareti finestrate di edifici antistanti, neppure con il consenso del vicino frontistante,
in quanto, trattandosi di tutelare un interesse pubblico, di natura urbanistica, superiore a quello individuale dei
proprietari dei fondi finitimi (interesse specificamente tutelato dalle norme del codice civile sulle distanze nelle
costruzioni), non trovano applicazione le disposizioni civilistiche (e quelle di esse integrative) sulle distanze, in
quanto recessive rispetto alla speciale normativa urbanistico edilizia che si applica in luogo delle stesse.
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 11-09-2015, n. 332 clicca qui per la sentenza
Maria Ingratta c. Comune di Agnone e altri
Edilizia e urbanistica - Titolo edilizio

Le varianti in senso proprio sono quelle che si riferiscono a modifiche quantitative e qualitative di limitata
consistenza e di scarso rilievo rispetto al progetto originario e si distinguono da quelle che, pur chiamate varianti nel
linguaggio usuale del termine, tali non possono essere considerate perché richiedono la realizzazione di un quid
novi (da valutarsi con riferimento alle evidenze progettuali quali la superficie coperta, il perimetro, il numero dei
piani, la volumetria, le distanze dalle proprietà vicine, nonché le caratteristiche funzionali e strutturali del fabbricato
complessivamente inteso): in questa seconda categoria vanno ricondotte le varianti così dette improprie o
essenziali, che si configurano come nuove concessioni, che in quanto tali sono provvedimenti autoritativi
autonomamente lesive, suscettibili di autonoma e specifica impugnativa giurisdizionale (D.P.R. n. 380/2001, T.U.
Edilizia).
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 11-09-2015, n. 332 clicca qui per la sentenza
Maria Ingratta c. Comune di Agnone e altri
Edilizia e urbanistica - Titolo edilizio

Il rilascio di una variante non essenziale non è idonea a riaprire i termini per impugnare la concessione
originaria mentre lo è quella essenziale, che consente la realizzazione di un quid novi e, quindi, va qualificata come
nuova concessione (D.P.R. n. 380/2001, T.U. Edilizia).
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 11-09-2015, n. 332 clicca qui per la sentenza
Maria Ingratta c. Comune di Agnone e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

La disposizione di cui all'art. 879 c.c., nel disporre che "alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le
vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le

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Dicembre 2015

riguardano", intende significare che, in presenza di una strada pubblica, non si fa tanto questione di tutelare un
diritto soggettivo privato (tutelato dalla normativa codicistica sulle distanze, rinunciabile e negoziabile), ma di
perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico intorno alla strade ed alle piazze,
ordinato sviluppo che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e regolamenti urbanistico edilizi, tra i quali il
D.M. 1444/1968.
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 11-09-2015, n. 332 clicca qui per la sentenza
Maria Ingratta c. Comune di Agnone e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

I limiti di distanza tra i fabbricati di cui al D.M. 1444/1968, una volta recepiti nelle norme tecniche di
attuazione dei singoli piani regolatori comunali, assumono "altresì" veste regolamentare e natura integrativa del
codice civile, ex art. 873 c.c., in quanto regolatrici (anche) dei rapporti tra vicini, isolatamente considerati in
funzione degli interessi privati dei proprietari dei fondi finitimi.
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Campania Napoli Sez. VIII, 04-09-2015, n. 4323 clicca qui per la sentenza
Irene Menditto c. Comune di Casagiove e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

La disciplina delle distanze dalle vedute trova applicazione per tutte le vedute, sia quelle aperte iure
proprietatis che quelle aperte iure servitutis, in virtù degli artt. 905 e 906 c.c.
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Campania Napoli Sez. VIII, 04-09-2015, n. 4323 clicca qui per la sentenza
Irene Menditto c. Comune di Casagiove e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

Presupposto logico giuridico dell'attuazione della disciplina della distanza delle costruzioni dalle vedute di cui
all'art. 907 c.c. è l'anteriorità dell'acquisto del diritto alla veduta sul fondo vicino rispetto all'esercizio, da parte del
proprietario di quest'ultimo, della facoltà di costruire.
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Calabria Reggio Calabria, 25-08-2015, n. 860 clicca qui per la sentenza
Villari Francesco c. Comune di Bagnara Calabria e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

Ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze fra immobili è irrilevante l'eventuale carattere abusivo
dell'edificio preesistente, costituendo questo comunque una entità materiale, come tale da considerare in sede di
rilascio della concessione edilizia per il nuovo edificio (D.M. 2 aprile 1968, n. 1444).
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Calabria Reggio Calabria, 25-08-2015, n. 860 clicca qui per la sentenza
Villari Francesco c. Comune di Bagnara Calabria e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

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Dicembre 2015

Le norme sulle distanze dei fabbricati contenute nel D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, a differenza di quelle sulle
distanze dai confini derogabili mediante convenzione tra privati, hanno carattere pubblicistico e inderogabile, in
quanto dirette, più che alla tutela di interessi privati, a quella di interessi generali in materia urbanistica, sicché
l'inderogabile distanza di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i Comuni in sede
di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in
contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima essendo consentita alla Pubblica amministrazione solo la
fissazione di distanze superiori.
FONTI
Massima redazionale, 2015

T.A.R. Calabria Reggio Calabria, 25-08-2015, n. 859 clicca qui per la sentenza
Zera Costruzioni s.r.l. c. Comune di Reggio Calabria e altri
Edilizia e urbanistica - Distanze

In tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme
del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le
mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti
dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi
coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato (D.M. n. 1444/1968).
FONTI
Massima redazionale, 2015

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Dicembre 2015

SENTENZE

Consiglio di Stato

Cons. Stato Sez. IV, Sent., 26/11/2015, n. 5365

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 5056 del 2015, proposto da:

M.A., rappresentata e difesa dagli avv.ti Giacomo Valla e Giovanni Albanese, con domicilio eletto presso
Alfredo Placidi in Roma, via Cosseria, n. 2;

contro

Comune di Rutigliano, rappresentato e difeso dall'avv. Michele Didonna, con domicilio eletto presso lo studio
legale Arbia in Roma, Circonvallazione Clodia, n. 80;

nei confronti di

G.D. e A.C., rappresentati e difesi dall'avv. Bianca Maria Caruso, presso il cui studio in Roma, via Cristoforo
Colombo, n. 436, sono elettivamente domiciliati;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. Puglia - Bari, Sez. III, n. 00641/2015, resa tra le parti, concernente permesso di
costruire.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati.

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Rutigliano e dei sig.ri G.D. e A.C..

Viste le memorie difensive.

Visti tutti gli atti della causa.

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 novembre 2015 il Cons. Alessandro Maggio e uditi per le parti gli
avvocati Valla, Didonna e Caruso.

Svolgimento del processo

I sig.ri G.D. e A.C. hanno ottenuto il permesso di costruire 13/11/2012 n. 52, per la realizzazione di un
complesso intervento edilizio su due unità immobiliari di loro proprietà, ubicate nel Comune di Rutigliano e
confinanti con l'abitazione della sig.ra M.A..

I lavori assentiti prevedono, tra l'altro, la demolizione di un vano a piano terra, sul cui lastrico solare si apre
una porta-finestra della sig.ra A., con ricostruzione del medesimo a quota più bassa e l'apertura, sul detto lastrico, di
un accesso a servizio del nuovo appartamento dei sig.ri D. e C..

Ritenendo il permesso di costruire illegittimo la sig.ra A. lo ha impugnato, denunciandone l'illegittimità per


violazione degli artt. 905 e 907 del codice civile , 11 del D.P.R. n. 380 del 2001 , 32 delle norme tecniche di
attuazione (NTA) del piano regolatore generale (PRG) e 9 del D.M. n. 1444 del 1968 , nonché per vizi vari di eccesso
di potere.

Il TAR Puglia - Bari, Sez. III, con sentenza 22/4/2015 n. 641, ha respinto il ricorso.

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Dicembre 2015

Ritenendo la sentenza erronea e ingiusta, la sig.ra A. l'ha impugnata chiedendone l'annullamento sotto diversi
profili.

Si sono costituiti in giudizio sia l'amministrazione comunale che i sig.ri D. e C., che, con separate memorie, si
sono opposti all'accoglimento del ricorso.

Con ulteriori memorie, tutte le parti hanno ulteriormente illustrato e argomentato le proprie tesi difensive.

Alla pubblica udienza del 10/11/2015 la causa, su richiesta delle parti, è stata posta in decisione.

Motivi della decisione

Col primo motivo si deduce che erroneamente il giudice di prime cure avrebbe escluso la sussistenza della
denunciata violazione dell' art. 9 del D.M. 2 aprile 1968 n. 1444.

Si afferma, infatti, che il progetto dei sig.ri D. e C. prevede la realizzazione, al primo piano dell'immobile, di un
corpo di fabbrica, caratterizzato da uno sporto di metri 1,30 (destinato secondo le tavole progettuali a "letto" e
"bagno"), la cui parete laterale dista solo 3 metri dalla porta-finestra dell'appellante.

La doglianza è infondata.

L' art. 9 del citato D.M. n. 1444 del 1968, prescrive, per i nuovi edifici, ricadenti, come quello di che trattasi, in
zone diverse dalla zona A, "la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti".

In base ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, condizione indispensabile per potersi applicare il


regime garantistico della distanza minima dei dieci metri, è l'esistenza di due pareti che si contrappongono di cui
almeno una finestrata (cfr. Cons. Stato, IV Sez., 31/3/2015 n. 1670, sulle modalità di calcolo delle distanze, si veda
Cons. Stato, IV Sez., 11/6/2015 n. 2861).

La giurisprudenza, condivisa dal Collegio, ha, inoltre, precisato, che la regola del rispetto della distanza dei
dieci metri, di cui all' art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, si riferisce esclusivamente a pareti munite di finestre
qualificabili come vedute e non ricomprende anche quelle su cui si aprono finestre cosiddette lucifere (Cons. Stato,
Sez. IV, 4/9/2013 n. 4451 e 22/1/2013 n. 844; Cass. Civ., Sez. II, 30/4/2012 n. 6604).

Poiché la porta finestra dell'appellante non costituisce una veduta, come ha accertato l'impugnata sentenza,
sul punto non fatta oggetto di censura, l'invocato art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, non risulta applicabile al caso di
specie.

Col secondo motivo si deduce che il giudice di primo grado avrebbe errato nel non accogliere la censura con
cui la sig.ra A. aveva denunciato che fra la parete finestrata relativa all'avancorpo da realizzare al primo piano
dell'edificio dei controinteressati (lo stesso cui sopra si è fatto cenno, con destinazione "letto" e "bagno") e la parete
antistante di un fabbricato appartenente a soggetti terzi, non sussiste la distanza minima di 10 metri fissata dall' art.
9 del citato D.M. n. 1444 del 1968.

La doglianza è priva di pregio.

Al riguardo è sufficiente rilevare che la sig.ra A. non vanta alcun interesse tutelato a lamentare la violazione di
distanze che in nulla la ledono, riguardando edifici di terzi.

L'appellante insiste molto sulla natura tassativa e inderogabile della norma in questione, ma qui non è in
discussione la natura cogente della stessa, che non è in dubbio, bensì la titolarità dell'interesse a dolersi della sua
violazione.

L'odierna istante non vanta alcun titolo sul fabbricato la cui parete risulterebbe a distanza inferiore a 10 metri
da quella dell'edificio autorizzato con l'avversato permesso di costruire, per cui non è legittimata a lamentarsene,
non subendo la sua posizione giuridica alcuna lesione da siffatta violazione.

Né, contrariamente a quanto ella sostiene, le si può riconoscere un'astratta legittimazione ad agire a tutela
dell' "interesse pubblico alle imprescindibili esigenze igienico sanitarie", non essendo configurabile, nella fattispecie,
un'ipotesi di azione popolare.

Col terzo motivo l'appellante deduce che ingiustamente il TAR avrebbe negato la sussistenza della denunciata
violazione dell'art. 32 delle NTA del PRG.

La censura merita accoglimento.

La menzionata disposizione stabilisce che il distacco minimo dai confini debba essere di "5 mt salvo aderenza".

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Dicembre 2015

Il giudice di prime cure ha respinto il mezzo di gravame, rilevando che, nella fattispecie, l'edificio dei
controinteressati doveva essere costruito in aderenza a quello dell'appellante.

Sennonché, diversamente da quanto si afferma in sentenza, il corpo di fabbrica autorizzato col permesso di
costruire n. 52/2012, solo in parte è previsto in aderenza.

Difatti, come emerge dagli atti di causa (in particolare allegati progettuali e rendering), il detto permesso
prevede, al primo piano, una costruzione da realizzare in parte in aderenza alla parete di proprietà dell'appellante e
in parte con un distacco dalla stessa di appena 3 metri, inferiore quindi a quello minimo prescritto dall'invocato art.
32 delle NTA del PRG.

Una delle pareti dell'avancorpo di cui sopra, dista, per l'appunto, dalla parete su cui è collocata la porta-
finestra dell'appartamento dell'appellante, meno dei 5 metri prescritti.

Sostengono sia il Comune che i sig.ri D. e C., che la doglianza sarebbe inammissibile perché non dedotta in
primo grado, ma l'eccezione è palesemente infondata.

A pag. 6 del ricorso proposto davanti al TAR, si legge: "L'art. 32 delle Norme Tecniche di Attuazione a corredo
al Piano Regolatore Generale vigente nel Comune di Rutigliano - prescrive per le zone omogenee B1 come quella in
esame, un distacco minimo dai confini di mt 5 salvo aderenze e un distacco minimo tra pareti finestrate non divise
da strade di mt. 10.

Risulta per tabulas che la nuova costruzione verrà allocata in parte in aderenza ai confini laterali ed in parte a
soli mt. 4,60, in violazione dell'invocata norma regolamentare che prevede un distacco minimo di mt. 5 se non vi è
aderenza ..."

La censura era stata, quindi, prospettata in primo grado.

E' appena il caso di aggiungere che, sotto il profilo in questione, nulla sposta il fatto che davanti al TAR la
ricorrente avesse dedotto che la parte della costruzione non in aderenza era prevista ad una distanza dal proprio
confine di metri 4,60, mentre in secondo grado si fa riferimento ad un distacco di metri 3.

Ed invero, la pretesa fatta valere in appello è sostanzialmente identica a quella azionata in primo grado
(violazione della distanza minima dai confini prescritta dall'art. 32 delle NTA del PRG).

Col quarto motivo l'appellante lamenta l'omessa pronuncia da parte del TAR sulla censura con cui si
denunciava come il permesso di costruire n. 52/2012 fosse fondato su un'erronea rappresentazione dello stato dei
luoghi, posto che consentiva di sostituire il vecchio lastrico solare, su chi affaccia la porta-finestra della sig. A., con
un nuovo solaio posto ad una quota inferiore di 70 cm rispetto a quello precedente, nonostante ella potesse
vantare sul detto lastrico solare (usato come terrazza a livello), quantomeno una servitù di utilizzo e calpestio,
acquisita per effetto di un corrispondente possesso esclusivo perdurante da oltre mezzo secolo.

Da qui l'asserita illegittimità del permesso di costruire che, sulla base di una falsa rappresentazione della
realtà, non avrebbe tenuto conto della suddetta servitù.

La censura non merita accoglimento.

E' vero, infatti, che, come correttamente dedotto dall'appellante, il giudice di prime cure ha mancato di
pronunciare sulla doglianza, cionondimeno la stessa è infondata nel merito, in quanto costei non ha, in alcun modo,
provato (contravvenendo ad un proprio preciso onere processuale) di aver

esercitato, sul lastrico solare di che trattasi (anche tramite la propria dante causa sig.ra A.P.), un possesso
esclusivo per il tempo occorrente a farle acquistare una servitù di utilizzo e calpestio.

In particolare, nessun elemento a favore della tesi dell'odierna istante può trarsi dall'invocata ordinanza del
Tribunale Civile di Bari depositata in giudizio, la quale, per quanto qui rileva, si limita a fare riferimento,
incidentalmente e in forma dubitativa, alla sussistenza di un possesso della sig.ra P. sul lastrico solare degli appellati.

Dunque, ammesso pure, per ipotesi, che la detta pronuncia sia idonea a comprovare un possesso del lastrico
solare di che trattasi, da parte della sig.ra P. resta, comunque, indimostrata tanto la durata di tale possesso, quanto
la circostanza che l'odierna appellante abbia continuato ad esercitarlo.

In definitiva il ricorso va accolto unicamente con riguardo al terzo motivo.

Restano assorbiti tutti gli argomenti di doglianza motivi od eccezioni non espressamente esaminati che il
Collegio ha ritenuto non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo
diverso.

9
Dicembre 2015

L'infondatezza della gran parte delle censure prospettate, giustifica l'integrale compensazione di spese e
onorari di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come
in epigrafe proposto,

lo accoglie e, per l'effetto, in riforma dell'impugnata sentenza, annulla il permesso di costruire n. 52/2012.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 10 novembre 2015 con l'intervento dei magistrati:

Paolo Numerico, Presidente


Raffaele Potenza, Consigliere
Andrea Migliozzi, Consigliere
Alessandro Maggio, Consigliere, Estensore
Francesco Mele, Consigliere

Cons. Stato Sez. IV, Sent., 05/10/2015, n. 4628

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 899 del 2006, proposto da:

C.E. e C.N., rappresentati e difesi dagli avv.ti Barbara Piccini e Nicola Grani, con domicilio eletto presso Barbara
Piccini in Roma, Circonvallazione Clodia, 29;

contro

Comune di Villafranca di Verona, rappresentato e difeso dagli avv.ti Luigi Manzi e Giovanni Sala, con domicilio
eletto presso Luigi Manzi in Roma, Via Federico Confalonieri, 5; Provincia di Verona; Casa di Riposo Morelli Bugna,
rappresentata e difesa dagli avv.ti Giuliano Dalfini e Marco Prosperetti, con domicilio eletto presso Marco
Prosperetti in Roma, Via Pierluigi Da Palestrina, 19;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. VENETO - VENEZIA: SEZIONE II n. 03721/2005, resa tra le parti, concernente
concessione edilizia e cambio di destinazione d'uso.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Villafranca di Verona;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 19 maggio 2015 il Cons. Antonio Bianchi e uditi per le parti gli
avvocati Piccini, Luca Mazzeo (su delega di Manzi) e Dalfini;

Svolgimento del processo

10
Dicembre 2015

I signori Elio e N.C. sono proprietari di due distinte porzioni abitative derivate dalla ristrutturazione di un
precedente rustico con portico e sovrastante fienile, concessionata nel 1998 dal Comune di Villafranca di Verona.

Le unità immobiliari realizzate sono perfettamente aderenti alle pareti di un immobile di proprietà della Casa
di Riposo Morelli Bugna, che si erge sopra il colmo del tetto di circa un paio di metri.

In ragione di tale circostanza, gli ambienti siti al primo piano dell'edificio dei ricorrenti prendono aria e luce,
come previsto nel progetto approvato, da finestre di tipo " velux" installate sul tetto.

In tale contesto edilizio, il Comune ha rilasciato nel 2005 alla anzidetta Casa di Riposo il permesso n.
18504/2003, per la trasformazione degli ex appartamenti delle suore e l'adeguamento dell'immobile di sua
proprietà.

L'intervento assentito prevede, tra l'altro, la sopraelevazione dell'immobile che si riparte dal colmo del tetto
dell'adiacente fabbricato dei signori C. di circa 4-5 metri. , con l'effetto di ridurre la luce e l'aria agli ambienti situati
al primo piano delle abitazioni di loro proprietà.

Ritenendo illegittimo l'anzidetto permesso di costruire, i signori C. hanno quindi adito il Tar Veneto
chiedendone l'annullamento.

In tale sede, con due distinti mezzi di censura, i ricorrenti hanno sostanzialmente dedotto l'illegittimità del
titolo impugnato in quanto:

- la sopraelevazione assentita violerebbe il limite di distanza tra pareti di finestrate posto dall' art. 9 del D.M. n.
1444 del 1968 ed il limite di distanza degli edifici dal confine fissato dall'art. 10 delle N.T.A. del Piano Regolatore
Generale;

- nella specie sarebbero altresì stati violati i disposti della L. n. 241 del 1990 in materia di partecipazione
procedimentale.

Con la sentenza n. 3721/2005 il Tribunale adito ha respinto il ricorso.

Avverso detta pronuncia i signori C. hanno quindi interposto l'odierno appello, chiedendone l'integrale
riforma.

Si è costituito in giudizio il Comune di Villafranca, chiedendo la reiezione del ricorso siccome infondato.

Si è altresì costituita in giudizio la Casa di Riposo Morelli Bugna intimata, chiedendo parimenti la reiezione del
gravame in quanto privo di fondamento.

Alla pubblica udienza del 19 maggio 2015 la causa è stata trattenuta in decisione.

Motivi della decisione

1. Con il primo mezzo di gravame gli appellanti deducono l'erroneità della sentenza impugnata, laddove ha
ritenuto che "l'invocato articolo nove del D.M. n. 1444 del 1968 vincola le amministrazioni locali solo in sede di
predisposizione della normativa urbanistica e comunque lo stesso non potrebbe trovare applicazione in quanto
nella specie non vengono in evidenza distanze tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, e ciò perché non può
considerarsi parete finestrata il tetto dell'abitazione del ricorrente solo perché caratterizzato da sette finestre di
tipo velux" .

Per un verso, infatti, assumono che le norme sulle distanze tra edifici sono inderogabili e tale inderogabilità
atterrerebbe "ai rapporti tra privati, ai quali è precluso di disporre convenzionalmente una distanza inferiore
rispetto quella prevista dall' art. 9 del D.M. 2 aprile 1968 o dai regolamenti urbanistici locali".

Per altro verso, sostengono poi gli appellanti che avuto riguardo alla ratio della norma in questione, la stessa
dovrebbe ritenersi applicabile anche nel caso in cui la parete antistante sia in realtà un tetto dotato di aperture
lucifere.

2. La doglianza non può essere condivisa.

3. Ed invero, a prescindere dall'ambito di operatività dell'invocato art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, non v'è
dubbio come lo stesso non possa comunque trovare applicazione nel caso di specie.

La norma, infatti, fissa la distanza minima che deve intercorrere tra "pareti finestrate e pareti di edifici
antistanti" .

11
Dicembre 2015

Sul piano formale, quindi, la stessa fa espresso ed esclusivo riferimento alle pareti finestrate, per tali
dovendosi intendere, secondo l'univoco e costante insegnamento della giurisprudenza anche di questa Sezione,
unicamente " le pareti munite di finestre qualificabili come vedute, senza ricomprendere quelle sulle quali si aprono
semplici luci" ( cfr. Cass. Civ. Sez. II 6.11.2012 n. 19092; 30.04.2012 n. 6604 ; Cons. Stato Sez. IV 04.09.2013 ;
12.02.2013 n. 844 ) .

Nel caso di specie, viceversa, la parete finestrata da cui a dire degli appellanti dovrebbe calcolarsi la distanza
fissata dalla richiamata normativa, è il tetto dell'edificio di loro proprietà da cui prendono luce ed aria, mediante
lucernari di tipo velux, gli ambienti situati al primo piano.

Sennonché i velux in questione non possono di certo considerarsi "vedute" alla stregua dell'articolo 900 codice
civile - non consentendo né di affacciarsi sul fondo del vicino (prospectio) né di guardare di fronte, obliquamente o
lateralmente (inspectio) -, ma semplici luci in quanto consentono il solo passaggio dell'aria e della luce.

Pertanto, correttamente il primo giudice ha osservato al riguardo, come già sopra segnalato, che l'invocato art.
9 del D.M. n. 1444 del 1968 non può comunque "trovare applicazione in quanto nella specie non vengono in
evidenza le distanze tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, e ciò perché non può considerarsi parete
finestrata il tetto dell'abitazione del ricorrente solo perché caratterizzato da sette finestre di tipo velux" .

Ne, al riguardo, possono assumere rilievo le invocate disposizioni di cui all'art. 1 della L.R. n. 12 del 1999, che
mirano a promuovere il recupero dei sottotetti a fini abitativi, imponendo fra l'altro un particolare rapporto
aeroilluminante.

Si tratta, infatti, di disposizioni preordinate a garantire luce ed aria ai sottotetti resi abitabili e non ad
introdurre normativamente nuove tipologie di vedute in aggiunta a quella codicistica e, come tali, del tutto
irrilevanti ai fini odiernamente considerati.

Inammissibile si appalesa poi l'ulteriore profilo di censura, sviluppato nell'ambito del motivo in esame, con cui
gli appellanti assumono che la sentenza avrebbe omesso di considerare che l'edificio che verrà ad essere costruito
dalla Casa di Riposo avrà un'altezza, per il fronte prospiciente la loro proprietà, di metri 15,29 e che
conseguentemente ai sensi dell'articolo nove del D.M. n. 1444 del 1968 , nel caso in cui il tetto in questione non
fosse qualificato come parete finestrata, si dovrebbe applicare la distanza pari all'altezza del fronte dell'edificio più
alto.

Infatti, non avendo costituito motivo di impugnazione nel ricorso di primo grado, la doglianza non può essere
proposta per la prima volta nell'odierna sede di appello.

A ciò aggiungasi che si tratta comunque di censura priva di fondamento, in quanto la maggiorazione della
distanza fino a raggiungere la misura corrispondente all'altezza del fabbricato più alto prevista dal terzo comma
dell'art. 9 , si applica evidentemente negli stessi casi in cui sono prescritti i limiti di distanza indicati dal primo
comma del medesimo articolo e, nel caso delle zone C, solo a pareti finestrate di edifici antistanti.

Il richiamato terzo comma, infatti, non prevede una ulteriore ipotesi distinta da quelle indicate dai commi
precedenti, ma semplicemente una maggiorazione delle distanze "come sopra computate", vale a dire nelle stesse
ipotesi in cui i commi precedenti prevedono il rispetto di una determinata distanza tra fabbricati .

4. Il secondo motivo di ricorso, con il quale gli appellanti censurano la sentenza impugnata nella parte in cui ha
escluso l'ipotizzabilità di una violazione delle distanze dai confini, è parimenti privo di fondamento.

L'articolo 10 delle N.T.A. del Piano Regolatore del Comune di Villafranca, infatti, ammette in alternativa al
rispetto della distanza di 5 mt. dal confine, la costruzione in contiguità con il confine medesimo.

Orbene, nel caso di specie la sopraelevazione riguarda un edificio costruito in aderenza all'edificio di proprietà
degli appellanti ed è situata, giust'appunto, sul confine con il fondo degli appellanti stessi.

La normativa richiamata, pertanto, consente detta sopraelevazione in contiguità con il confine,


indipendentemente dal fatto che l'edificio sia costruito in aderenza rispetto ad un preesistente edificio di proprietà
di altro soggetto.

Anche in questo caso, pertanto, correttamente il primo giudice ha osservato al riguardo che "neppure può
ipotizzarsi la violazione delle distanze dai confini, posto che l'edificio in questione è realizzato a confine" .

5. Per quanto sopra esposto l'appello si appalesa infondato e, come tale, va respinto.

6. Attesa la peculiarità della controversia, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese di
giudizio.

12
Dicembre 2015

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull'appello, come
in epigrafe proposto,lo respinge .

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 19 maggio 2015 con l'intervento dei magistrati:

Paolo Numerico, Presidente


Raffaele Greco, Consigliere
Diego Sabatino, Consigliere
Antonio Bianchi, Consigliere, Estensore
Giulio Veltri, Consigliere

T.A.R.

T.A.R. Liguria Genova Sez. I, Sent., 05/10/2015, n. 764

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria
(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 195 del 2014, integrato da motivi aggiunti, proposto dal geometra R.A.
rappresentato e difeso dall'avvocato Pier Giorgio Leoni, con lui elettivamente domiciliato a Genova in via Malta 4
presso l'avvocato Piera Sommovigo;

contro

comune di Arcola in persona del sindaco in carica rappresentato e difeso dall'avvocato Riccardo Birga, con lui
elettivamente domiciliato a Genova in via Roma 3/8A presso l'avvocato Roberto Martini

provincia di La Spezia in persona del presidente in carica

regione Liguria in persona del presidente in carica;

per l'annullamento

CON IL RICORSO INTRODUTTIVO

della nota 27.12.2013, n. 21605 del comune di Arcola

della nota 10.1.2014, n. 385/2014/P del comune di Arcola

della nota 8.8.2013, n. PG 2013 131028 della regione Liguria

CON L'ATTO CONTENENTE MOTIVI AGGIUNTI

della deliberazione 7.11.2014, n. 76 del consiglio comunale di Arcola

per la condanna

dell'amministrazione al risarcimento del danno

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

13
Dicembre 2015

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Arcola;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 24 settembre 2015 il dott. Paolo Peruggia e uditi per le parti i
difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Il geometra R.A. si ritenne leso dalle determinazioni indicate nell'epigrafe per cui notificò l'atto 6.2.2014,
depositato il 24.2.2014, con cui denunciava:

violazione dell' art. 10 bis della L. 7 agosto 1990, n. 241

violazione degli artt. 12 e 20 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, dell'art. 31 della L.R. Liguria 6 giugno 2008, n. 16,
violazione del principio di buon andamento ed imparzialità dell'azione amministrativa, violazione del principio di
affidamento, del principio tempus regit actum e difetto dei presupposti legittimanti.

Violazione degli artt. 50, 51, 52, 53, 54, 55, 56 e 56 bis delle nta del prg vigente, violazione dell'art. 7 punto 4
del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 , difetto dei presupposti legittimanti, violazione degli artt. 12 e 20 del D.P.R. 6 giugno
2001, n. 380 e dell'art. 31 della L.R. Liguria 6 giugno 2008, n. 16.

Era proposta la domanda risarcitoria.

Il comune di Arcola si costituì in causa con memoria, chiedendo respingersi la domanda.

Con successivo atto notificato il 17.12.2014, depositato il 29.12.2014, l'interessato ha impugnato anche la
deliberazione 7.11.2014 del consiglio comunale, deducendo:

violazione dell' art. 78 del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, violazione dell'obbligo di astensione.

Violazione degli artt. 40, 43, 44 e 45 della L.R. Liguria 4 settembre 1997, n. 36.

Violazione dell' art. 3 della L. 7 agosto 1990, n. 241, degli artt. 7 ed 8 della legge stessa, violazione del principio
generale dell'affidamento, del principio tempus regit actum, violazione dell' art. 20 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.

Violazione dell' art. 7 del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, con riferimento agli artt. 50, 51, 52, 53, 54, 55, 56 e 56
bis delle nta del prg vigente, violazione dell'art. 7 punto 4) del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 , difetto dei presupposti
legittimanti e travisamento di fatti decisivi.

Illegittimità derivata.

Il comune di Arcola si è poi costituito il 6.5.2015 con l'assistenza di un nuovo difensore.

Le parti hanno depositato ulteriori atti.

Il contendere è relativo all'esito del procedimento seguito alla presentazione della domanda dell'interessato,
che chiese al comune di Arcola di poter realizzare una costruzione destinata all'abitazione nella via omonima della
località Masignano; l'amministrazione diede corso alla consueta attività verificando numerosi parametri di legge,
rilasciando l'assenso paesistico e chiedendo ed ottenendo il pagamento degli oneri urbanizzatori. Tuttavia il
richiesto permesso di costruire non venne mai assentito, ed anzi l'amministrazione ha adottato gli atti necessari per
giungere alla reiezione della domanda, avendo ravvisato un profilo assorbente di illegittimità del progetto.

A seguito di una segnalazione regionale è risultato infatti che il risalente piano vigente ad Arcola contrasta con
la normativa vigente, in quanto ammette nelle zone E un indice di utilizzazione di mq 0,02 per mq di superficie
fondiaria, cosa che corrisponde al doppio di quanto ammesso dall'art. 7 , n. 4 del D.M. 1 aprile 1968, n. 1444, che
limita a mc. 0,03 per mq l'impatto sul territorio delle costruzioni nelle zone agricole.

L'amministrazione ha dunque dato corso agli atti necessari per l'adozione di un provvedimento di diniego, e
l'interessato ha proposto il ricorso in trattazione proprio nei confronti di queste determinazioni.

La difesa comunale eccepisce sotto diversi profili l'inammissibilità dell'impugnazione, trattandosi di atti interni
al procedimento, e come tali non lesivi.

Il collegio rileva che queste osservazioni avrebbero potuto avere un rilievo decisivo allorché non erano entrate
ancora in vigore le norme che scandiscono i tempi per il rilascio od il diniego dei titoli edilizi: in tale caso l'adozione
di atti oggettivamente endoprocedimentali non avrebbe apportato una lesione alla posizione soggettiva dedotta

14
Dicembre 2015

tale per cui sarebbe stato possibile proporre un ricorso, posto che l'interessato avrebbe dovuto attendere la
conclusione del procedimento o proporre la domanda per l'accertamento del silenzio prima di considerarsi
effettivamente legittimato ad impugnare.

Nell'attuale situazione normativa risulta invece che il procedimento aperto a seguito della domanda 12.1.2013
si è protratto per quasi un anno, e così al di là dei termini di legge (ad esempio art. 20 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380),
sì che a tale stregua gli atti che preannunciano la conclusione negativa della serie di atti appaiono immediatamente
lesivi e danno titolo alla proposizione del ricorso. Le norme indicate prevedono infatti dei tempi predeterminati per
la decisione della p.a., in difetto di che la domanda si intende accolta, sì che il preannuncio di un diniego ha un
contenuto di inequivocabile lesività.

Nel merito il ricorrente rileva la piena aderenza del progetto alle norme vigenti nel comune e chiede che il
tribunale accerti l'illegittimità dell'azione amministrativa che non si è ancora pronunciata al riguardo, ed in
subordine insta per una pronuncia che accerti l'aderenza tra il PRG e la domanda che è stata presentata. Con tale
argomentazione l'interessato considera il prg alla stregua di un ordinamento chiuso, la cui validità ed efficacia
dipendono esclusivamente dal rispetto delle norme che ne prevedono l'approvazione.

Il collegio rileva trattarsi di un caso di antinomia, ipotesi nota ai teorici del diritto, che ricorre allorché più
norme, tutte valide ed efficaci, disciplinano in modo differente una medesima fattispecie: tale è il caso in questione,
posto che alla citata norma del regolamento statale sul limite della capacità edificatoria nelle zone cosiddette
agricole si giustappone quella del piano, che ammette una capacità doppia di quella prevista dalla disciplina
statuale. L'antinomia deriva allora dall'efficacia del regolamento del 1968 - almeno al tempo della presentazione
dell'istanza al comune - così come da quella del prg, che venne ritualmente adottato dal comune ed approvato dalla
regione Liguria.

Si pone pertanto il problema di apprezzare la norma che deve regolare la specie, ed al riguardo il tribunale
deve fare favorevole riferimento alla giurisprudenza (ad esempio cass. pen. 5.2.2014, n. 5751, cons. Stato 2010, n.
7731 oltre alle pronunce delle sezioni civili della corte di cassazione citate dalla difesa comunale) che ritiene che la
disciplina statale di cui al D.M. n. 1444 del 1968 sia inderogabile da parte degli strumenti, e che l'eventuale distonia
tra le diverse fonti vada risolta prevedendo l'inserzione automatica della disposizione prevalente su quella di minor
forza nell'ordinamento.

L'impossibilità di rilasciare un legittimo titolo edilizio in presenza dell'indicato contrasto emerge anche
considerando la norma dettata dall' art. 39 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, che impone alla regione di annullare gli
atti di assenso una volta che tale ente abbia preso visione del rilascio del titolo edilizio in conformità al prg, ma in
violazione della disposizione statuale. Ne deriva che anche considerando tale disposizione si può dedurre che
l'ordinamento appresta diversificati strumenti per conseguire l'effetto avuto di mira dagli atti adottati dal comune di
Arcola.

Si deve pertanto ritenere che la disciplina regolamentare statuale porti alla disapplicazione automatica delle
contrastanti previsioni del piano, non rilevando al riguardo le censure con cui l'interessato allega la possibilità di
distinguere le diverse zone E contemplate dalle nda del prg, vista la natura unitaria delle previsioni dell'art. 7 n. 4
del regolamento, che si riferiscono alla densità fondiaria massima per le abitazioni. Come è stato rilevato in
giurisprudenza (ad esempio la già citata cass. pen. 2014, n. 5751) la differenziazione tra gli indici di densità edilizia
territoriale e fondiaria rileva allorché lo strumento distingue con chiarezza le linee pianificatorie adottate, fermo
restando il rispetto del parametro normativo ritenuto preminente.

In questo caso il progetto presentato esula senza dubbio dai limiti previsti dalla disposizione statale, per cui le
deduzioni in tale senso non possono ricevere favorevole considerazione.

La soluzione adottata a proposito della questione principale rende irrilevante la cognizione delle ulteriori
censure proposte, atteso che l'interessato non potrebbe comunque conseguire l'oggetto della domanda proposta.

Anche la domanda risarcitoria va pertanto disattesa, fermo il diritto dell'interessato alla ripetizione di quanto
esborsato a titolo di oneri d'urbanizzazione.

Le spese vanno compensate, atteso l'affidamento ingenerato nel ricorrente dalla norma del prg.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria (Sezione Prima)

Respinge il ricorso e compensa le spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Genova nella camera di consiglio del giorno 24 settembre 2015 con l'intervento dei magistrati:

15
Dicembre 2015

Roberto Pupilella, Presidente


Paolo Peruggia, Consigliere, Estensore
Richard Goso, Consigliere

T.A.R. Campania Napoli Sez. II, Sent., 25/09/2015, n. 4619

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania
(Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 c.p.a.;

sul ricorso numero di registro generale 3779 del 2015, proposto da F.F., rappresentato e difeso dall'avv.
Francesca Maria Passarella, con domicilio eletto presso lo studio del medesimo in Napoli, Via Abate Minichini, n. 3;

contro

il Comune di Striano, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall'avv. Anella Annunziata,
con domicilio ex lege (art. 25 c.p.a.) presso la Segreteria di questo T.A.R.;

per l'annullamento

a) dell'ordinanza n.25/2015 (prot. n. (...)) del 29 aprile 2015, con la quale il responsabile del servizio urbanistica
del Comune di S. ha ingiunto a F.F. la demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi in relazione alle opere eseguite
sull'immobile sito in via G., catastalmente censito al foglio (...) particella (...);

b) del verbale di sopralluogo del 5 marzo 2015 prot. n. (...) del 10 marzo 2015, a firma del responsabile pro
tempore del servizio urbanistica, Arch. V.C.;

c) dell'atto prot. n. (...) del 6 marzo 2015, con il quale è stato comunicato l'avvio del procedimento
sanzionatorio, nonché ordinata l'immediata sospensione dei lavori;

d) nei limiti dell'interesse, del provvedimento prot. n. (...) del 16 aprile 2015, con il quale è stata disposta la
conclusione del procedimento sanzionatorio e comunicato l'annullamento in autotutela della SCIA presentata
dall'interessato il 23 febbraio 2015, assunta al prot. n. (...), successivamente integrata in data 3 marzo 2015;

e) di ogni altro atto presupposto, connesso ovvero consequenziale.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Striano;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 settembre 2015 la dott.ssa Brunella Bruno e uditi per le parti i
difensori come specificato nel verbale;

Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 c.p.a.;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Considerato:

- che il ricorso non merita accoglimento;

- che, come emerge dalla documentazione in atti, l'opera contestata si è sostanziata nella edificazione, al piano
terra dell'immobile in proprietà del ricorrente, di una tettoia aperta di forma rettangolare, destinata al ricovero

16
Dicembre 2015

autovetture, con struttura in ferro e copertura in legno avente le seguenti dimensioni: mt. 7,75 x 5,05 per una
altezza media di mt. 2,25;

- che, in considerazione sia delle caratteristiche costruttive e dimensionali sia della destinazione ad un uso
durevole, l'opera assume rilievo sotto il profilo edilizio ed urbanistico, determinando una trasformazione
permanente del territorio necessitante del prescritto titolo edilizio;

- che il concetto di pertinenza, previsto dal diritto civile, va distinto dal più ristretto concetto di pertinenza
inteso in senso edilizio e urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo
essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione
autonoma rispetto ad altra costruzione (cfr., Cons. St., sez. IV, 23 luglio 2009, n. 4636; T.A.R. Campania Napoli, sez.
IV, 01 settembre 2009, n. 4848);

- che, come chiarito dalla consolidata giurisprudenza (il che esime da citazioni specifiche), ai fini
dell'osservanza delle distanze legali e di quelle prescritte dagli strumenti urbanistici che integrano la disciplina
codicistica, deve considerarsi costruzione qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri
della solidità, stabilità ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso
a un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, e ciò indipendentemente dal livello di posa o di
elevazione dell'opera, dai caratteri del suo sviluppo volumetrico esterno, dall'uniformità o continuità della massa,
dal materiale impiegato per la sua realizzazione e dalla sua funzione o destinazione; in particolare, per quanto
riguarda "gli sporti, le terrazze, le scale esterne o, in genere, i corpi avanzati costituenti aggetti di un edificio, questi,
ove siano stabilmente incorporati nell'immobile e non abbiano una funzione meramente decorativa od
ornamentale, accrescono la superficie, il volume e la funzionalità dell'immobile cui accedono e rientrano nel
concetto civilistico di costruzione, per cui di essi deve tenersi conto ai fini delle distanze, che vanno misurate dal
limite dei manufatti aggettanti verso il vicino" (Cass. 28 settembre 2007, n. 20574; Cons. St., sez. V, 13 marzo 2014,
n. 1272);

- che legittimamente e doverosamente l'amministrazione comunale ha adottato le determinazioni gravate


rilevando la non conformità dell'intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia di riferimento; in particolare, per la
Z.T.O. B1 "residenziale satura" le N.T.A. del P.R.G. prescrivono una distanza dai confini liberi di almeno cinque metri
ed una distanza dagli edifici di almeno dieci metri, ove, per contro, è stata rilevata una distanza dell'opera dai
fabbricati prospicienti pari ad 8,25 metri (fabbricato confinante sul lato est) ed a 3,60 metri (fabbricato confinante
sul lato sud);

- che la disciplina in materia di distanze in esame è in funzione non già esclusivamente degli interessi privati,
essendo preordinata ad assicurare il soddisfacimento di esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di
sicurezza (Cons. St., Sez. II, 10 novembre 2004, n. 3523),

- che i provvedimenti impugnati presentano un adeguato substrato motivazionale, avendo l'amministrazione


esaustivamente esplicitato i presupposti alla base delle determinazioni adottate, rilevando, peraltro, anche la
sussistenza di un gradiente di rischio sismico nell'area interessata dall'intervento, rilevante ai fini dell'applicazione
delle prescrizioni di cui alla L.R. n. 9 del 1983;

- che priva di pregio si palesa, infine, la censura con la quale è stata dedotta la violazione dell' art. 31 del D.P.R.
n. 380 del 2001, a motivo dell'omessa specifica indicazione nell'ordinanza gravata dell'area di sedime che sarà
acquisita al patrimonio indisponibile del comune nell'ipotesi di inadempimento del provvedimento demolitorio:
come chiarito, infatti, dalla consolidata giurisprudenza, l'indicazione dell' area di sedime, così come di quella
necessaria per opere analoghe a quelle abusive, costituisce elemento essenziale del distinto provvedimento con cui
l'amministrazione accerta la mancata ottemperanza alla demolizione da parte dell'ingiunto (cfr., ex multis, T.A.R.
Lecce, Puglia, sez. III, 15 dicembre 2011, n. 2172);

- che, alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso va rigettato in quanto infondato;

- che le spese di lite seguono, come per regola generale, la soccombenza e vengono liquidate nella misura di
cui al dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando sul
ricorso in epigrafe indicato lo rigetta.

Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio in favore del Comune di Striano, liquidandole
complessivamente in Euro 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre i.v.a. e c.p.a..

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

17
Dicembre 2015

Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 10 settembre 2015 con l'intervento dei magistrati:

Claudio Rovis, Presidente


Gabriele Nunziata, Consigliere
Brunella Bruno, Primo Referendario, Estensore

T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, Sent., 11/09/2015, n. 332

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Molise
(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 163 del 2014, proposto da M.I., rappresentata e difesa dall'avv. Lucia
Mascitto, con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Domenico Petitti, in Campobasso, Contrada Fossato Cupo n.
14/M;

contro

Comune di Agnone, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall'avv. Marco Marinelli, con
domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Tommaso Bucci in Campobasso, via Principe di Piemonte n. 29;

nei confronti di

M.M., rappresentato e difeso dall'avv. Gabriele Cristinzio, con domicilio ex lege presso la Segreteria del Tar del
Molise in Campobasso;

per l'annullamento

del permesso di costruire del 13.12.13 n. 27 assentito dal responsabile del Settore tecnico del Comune di
Agnone, di ogni atto presupposto, connesso e/o conseguente tra cui il permesso di costruire del 19.12.2012, n. 05;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Agnone e del signor M.M.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 15 gennaio 2015 il dott. Luca Monteferrante e uditi per le parti i
difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

La ricorrente è proprietaria di un immobile sito nel Comune di Agnone alla via S.G. n. 51, identificato al catasto
fabbricati al foglio (...) p.lla (...). Il predetto immobile confina con quello di proprietà del signor M.M.,
controinteressato, identificato al catasto fabbricati foglio (...) p.lla (...) ed al catasto terreni foglio (...) p.lla (...). Tra le
due costruzioni, che ricadono nella zona omogenea B3, è interposta una strada comunale.

Con ricorso notificato in data 24 marzo 2014 e depositato il 18 aprile 2014 la ricorrente ha impugnato il
permesso di costruire n. 27 del 13.12.2013 rilasciato dal responsabile del Settore tecnico del Comune di Agnone al
signor M. per la realizzazione di un fabbricato alla via S.G. n. 65; ha impugnato anche il presupposto permesso di
costruire n. 5 del 19.12.2012.

Il fabbricato in costruzione ricade, in parte, all'interno della sagoma dell'immobile preesistente (particella (...)),
in parte, sull'adiacente suolo edificatorio (particella (...)).

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Dicembre 2015

L'intervento in contestazione consiste nella demolizione e ricostruzione di un vecchio rudere adibito a civile
abitazione, ma la ricorrente si duole della falsa rappresentazione dello stato di fatto del fabbricato preesistente
contenuta negli elaborati progettuali esibiti ai fini del rilascio dei due permessi di costruire che avrebbe portato ad
autorizzare la realizzazione di una nuova costruzione con incremento volumetrico di gran lunga superiore alle
premialità previste dal piano casa di cui alla L.R. n. 30 del 2009, con conseguente violazione dei parametri edilizi
relativi alle altezze, alle distanze tra fabbricati e dalle strade.

La falsità della dichiarazione resa in occasione della presentazione della prima richiesta di permesso di
costruire avrebbe ad oggetto il numero dei piani (quattro dichiarati anziché tre esistenti, compreso seminterrato e
sottotetto), le altezze, le superfici di ogni piano, i volumi, come confermato dalla planimetria degli immobili urbani e
dalla documentazione fotografica riferita allo stato dei luoghi di causa prima del crollo, in possesso della ricorrente
e depositata in atti.

La ricorrente segnalava con apposita perizia le predette difformità in relazione allo stato di fatto del rudere e il
M. si induceva presentare un progetto, in variante del permesso di costruire già rilasciato n. 5 del 2012, che veniva
assentito mediante il rilascio del permesso di costruire n. 27/2013.

Anche il nuovo progetto tuttavia, secondo la esponente, rappresenterebbe una situazione di fatto con volumi,
altezze e superfici superiori rispetto al rudere esistente, pur riducendo il numero dei piani dai quattro, inizialmente
indicati, a tre (seminterrato, piano terra e sottotetto); anche la sagoma dell'originario fabbricato risulterebbe
variata in quanto la scala esterna presente sul lato nord sarebbe stata trasformata in un volume edilizio. Secondo la
ricorrente si tratterebbe non di mera demolizione e ricostruzione con incremento volumetrico nei limiti dei benefici
del piano casa, ma di una nuova costruzione, in violazione delle distanze tra edifici. Inoltre, la nuova domanda di
intervento edilizio, originata dalle rilevanti difformità segnalate dalla esponente, non potrebbe essere qualificata
come variante a un precedente permesso di costruire bensì come intervento edilizio del tutto nuovo, essendo
differente per sagoma, numero di piani, altezze, superfici e volumi.

A fondamento del ricorso ha dedotto i seguenti motivi di censura:

1. Violazione di legge di cui all' art. 20 della L. n. 241 del 1990; difetto d'istruttoria; travisamento dei fatti;
eccesso di potere rilevabile attraverso la contraddittorietà tra più atti della stessa p.a..

Lamenta l'omesso esercizio del potere di controllo da parte del Comune che, pur avendo appreso dalla stessa
esponente che l'edificio in origine non era costituito da un piano seminterrato, piano terra, primo piano e
sottotetto, come invece erroneamente indicato dal M., non ha proceduto ai doverosi controlli né ha chiesto
all'istante la produzione di ulteriore documentazione necessaria a comprovare il reale stato di fatto. Tale omissione
avrebbe condotto alla autorizzazione di un intervento in violazione della L. n. 30 del 2009, con un incremento
volumetrico del 256% ed in violazione della disciplina sulle distanze.

2. Violazione di legge di cui agli artt. 1, 2, commi 1 e 3 punti 3 e 4 della L.R. n. 30 del 2009 e n. 21 del 2011.

L'ampliamento volumetrico sino a un massimo del 50% del volume preesistente sarebbe condizionato dalla
normativa premiale sul piano casa al miglioramento delle prestazioni energetiche globali dell'edificio, nella specie
non conseguite. Nessuna documentazione idonea risulterebbe infatti allegata al progetto di intervento, con
particolare riferimento alla possibilità di inserire l'edificio nella classe energetica C ma anche relativamente alla
produzione dell'acqua calda mediante fonti rinnovabili nella percentuale minima del 60%.

3. Violazione dell'art. 9 comma 1, n. 2 e comma 2 del D.M. n. 1444 del 1968 .

Poiché l'intervento edilizio autorizzato configura una nuova costruzione, risulterebbero violate le norme
relative alle distanze tra costruzioni essendo il fabbricato erigendo posto a meno di dieci metri da quello
prospiciente della esponente. La violazione sussisterebbe anche considerando la presenza di una strada pubblica tra
i fabbricati prospicienti.

4. Violazione delle norme tecniche di attuazione al programma di fabbricazione vigente nel Comune di
Agnone.

Trattandosi di nuova costruzione risulterebbero violate anche le NTA del vigente programma di fabbricazione
che, all'art. 9, prescrivono per i nuovi fabbricati in zona B un distacco dai confini di 5 metri.

5. Violazione all'art. 9, comma 2 punto 2 delle norme tecniche di attuazione del programma di fabbricazione
del Comune di Agnone.

L'altezza massima dell'edificio indicata in progetto in metri 9,06 sarebbe superiore al limite massimo di metri
7,50 prevista dalle NTA.

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Dicembre 2015

Si sono costituiti in giudizio il Comune di Agnone e il controinteressato M.M. per resistere al ricorso
contestando genericamente la fondatezza dei motivi di ricorso e concludendo per la loro reiezione nel merito anche
a motivo della presenza di una strada pubblica tra i due fabbricati. Hanno anche eccepito la tardività del gravame.

Con ordinanza n. 49 del 8 maggio 2014, il Collegio ha disposto una verificazione, sospendendo nelle more
l'efficacia dei titoli edilizi impugnati.

La relazione peritale è stata depositata in data 14 ottobre 2014.

Alla pubblica udienza del 15 gennaio 2015, la causa è stata trattenuta in decisione, previo deposito di memorie
difensive con le quali la ricorrente e il Comune hanno ulteriormente illustrato le rispettive tesi difensive, soprattutto
alla luce delle risultanze delle verificazione.

Il ricorso è fondato.

Deve premettersi che i fatti di causa risultano incontestati, avendo le parti resistenti costituite omesso di
assolvere all'onere di specifica contestazione dei fatti costitutivi dei motivi di censura, secondo quanto previsto
dall'art. 64, comma 2 cod. proc. amm..

Deve pertanto ritenersi circostanza pacifica quella per cui il permesso di costruire n. 27/2013 sia stato
rilasciato non in variante del precedente n. 5/2012, ma in sostituzione dello stesso, avendo per oggetto un
intervento di recupero integralmente diverso per numero di piani (tre anziché quattro), sagoma, superfici, altezze e
volumi.

Come affermato anche di recente dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato "Le varianti in senso proprio sono,
invero, quelle che si riferiscono a modifiche quantitative e qualitative di limitata consistenza e di scarso rilievo
rispetto al progetto originario e si distinguono da quelle che, pur chiamate varianti nel linguaggio usuale del
termine, tali non possono essere considerate perché richiedono la realizzazione di un "quid novi" (da valutarsi con
riferimento alle evidenze progettuali quali la superficie coperta, il perimetro, il numero dei piani, la volumetria, le
distanze dalle proprietà vicine, nonché le caratteristiche funzionali e strutturali del fabbricato complessivamente
inteso): in questa seconda categoria vanno ricondotte le varianti così dette improprie o essenziali, che si
configurano come nuove concessioni, che in quanto tali sono provvedimenti autoritativi autonomamente lesive,
suscettibili di autonoma e specifica impugnativa giurisdizionale" (cfr.: Cons. Stato, V, 17 giugno 2014 n. 3094).

Secondo un univoco indirizzo giurisprudenziale solo il "rilascio di una variante 'non essenziale' non è idonea a
riaprire i termini per impugnare la concessione originaria (Cons. St., sez. V, 24 settembre 2003, n. 5452, e 27 aprile
2006, n. 2363), mentre lo è quella 'essenziale', che consente la realizzazione di un "quid novi" e, quindi, va
qualificata come 'nuova' concessione (Cons. St., sez. V, 7 luglio 1987, n. 463)" (così Cons. Stato, V, 17 giugno 2014 n.
3094).

Peraltro nel caso di specie, trattandosi di permesso di costruire con efficacia interamente novativa del
precedente titolo edilizio, la ricorrente non doveva ritenersi neppure onerata della relativa impugnazione in quanto
priva di interesse, essendo l'effetto lesivo interamente derivante dal provvedimento successivamente adottato.

E' dunque irrilevante l'eccezione di irricevibilità del gravame in relazione alla impugnativa del permesso di
costruire n. 5 del 2012 che non rappresenta un atto presupposto in senso stretto quanto piuttosto una
determinazione poi superata dal successivo sviluppo dell'azione amministrativa.

Il Comune di Agnone con la memoria depositata in data 15.12.2014 contesta invero anche la tardività della
impugnazione riferita al permesso di costruire n. 27 del 12.12.2013, in quanto fatto oggetto di gravame solo in data
24.3.2014, con la notifica del ricorso, oltre il termine decadenziale di sessanta giorni.

Il Comune omette, tuttavia, anche solo di allegare la data di piena conoscenza del rilascio del provvedimento
in contestazione da parte della ricorrente e non fornisce alcun elemento conoscitivo circa la effettiva possibilità per
l'interessata di averne notizia, in relazione ai profili potenzialmente lesivi, dall'andamento dei lavori di costruzione.

Poiché per costante insegnamento giurisprudenziale, la prova della tardività della impugnazione del permesso
di costruire incombe su chi solleva l'eccezione, deve concludersi nel senso della sua infondatezza per difetto di
prova.

Quanto al merito della controversia, il Collegio reputa fondate le doglianze mosse dalla ricorrente al rilascio
del permesso di costruire n. 27 del 2013 (come pure di quello precedente n. 5/2012) che hanno trovato puntuale
riscontro nella verificazione disposta dal Tribunale e le cui risultanze non sono state sottoposte ad alcun vaglio
critico da parte del controinteressato mentre sono state contestate dal Comune solo in relazione alla presunta
omessa valutazione della rilevanza della presenza di una strada pubblica tra i due fabbricati, circostanza questa, a

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Dicembre 2015

dire dell'ente, di per sè idonea a escludere ogni ipotetica violazione della disciplina in materia di distanze minime tra
edifici.

Invero, la medesima circostanza è stata richiamata dal controinteressato nella memoria di costituzione in
giudizio per prospettare tuttavia una generica carenza di interesse alla censura proprio a motivo della presenza di
una strada pubblica.

Trattandosi dell'unica censura oggetto di specifica contestazione, anche in relazione alle risultanze
dell'indagine peritale, la disamina dei motivi di ricorso può prendere le mosse da tale aspetto.

In particolare il Collegio reputa fondata la doglianza circa il mancato rispetto delle distanze fra edifici
prospicienti, in violazione dell'art. 9, comma 1, n. 2 e comma 2 del D.M. n. 1444 del 1968 .

Nella specie, la distanza tra le pareti finestrate dell'edificio della ricorrente e quello prospiciente del
controinteressato, è pari a mt. 3,80 rispetto al fabbricato preesistente e a metri 3,50 rispetto alla porzione in
estensione, inferiore pertanto, in entrambi i casi, alla distanza di metri 10,00 prescritta per la zona di tipo B dal
primo comma n. 2) dell' art. 9 del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444.

Come si è detto, il Comune e il controinteressato assumono che, nel caso di specie, trattandosi di costruzioni a
confine con strada pubblica, troverebbe applicazione l'art. 879, comma 2 c.c. secondo cui non si applicano le norme
relative alle distanze ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che li riguardano".

Il rinvio codicistico all'obbligo di osservare "le leggi ed i regolamenti che li riguardano" va tuttavia inteso al
D.M. 2 aprile 1968 , espressamente richiamato come fonte di disciplina cogente dall'art. 3 delle NTA del programma
di fabbricazione del Comune di Agnone ed alle stesse prescrizioni contenute nelle NTA medesime che, per la zona
B3, prevedono comunque un distacco dai confini di metri 5,00 per i nuovi fabbricati ricadenti in zona B3 (art. 9).

Al riguardo la giurisprudenza amministrativa di primo grado ha precisato che "Il D.M. 2 aprile 1968 , emanato
in forza dell'art. 41-quinquies commi 8 e 9 della legge urbanistica 17.8.1942, n. 1150, detta "limiti inderogabili" di
densità edilizia, di altezza, di distanza tra i fabbricati, nonché rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti
residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi, da
osservarsi dai comuni in sede di formazione degli strumenti urbanistici (così anche l' art. 1 del D.M. n. 1444 del
1968).

Si tratta dunque - sicuramente - di norme così dette di azione, in quanto volte a disciplinare il potere
pianificatorio dei Comuni.

Ovviamente, i limiti di distanza tra i fabbricati di cui al D.M. n. 1444 del 1968 , una volta recepiti nelle norme
tecniche di attuazione dei singoli piani regolatori comunali, assumono "altresì" veste regolamentare e natura
integrativa del codice civile, ex art. 873 c.c. , in quanto regolatrici (anche) dei rapporti tra vicini, isolatamente
considerati in funzione degli interessi privati dei proprietari dei fondi finitimi.

Stando così le cose, è evidente come la disposizione di cui all'art. 879 c.c. , nel disporre che "alle costruzioni
che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono
osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano", intenda significare che, in presenza di una strada pubblica, non
si fa tanto questione di tutelare un diritto soggettivo privato (tutelato dalla normativa codicistica sulle distanze,
rinunciabile e negoziabile), ma di perseguire il preminente interesse pubblico ad un ordinato sviluppo urbanistico
intorno alla strade ed alle piazze, ordinato sviluppo che trova la sua disciplina esclusivamente nelle leggi e
regolamenti urbanistico-edilizi, tra i quali - per l'appunto - il D.M. n. 1444 del 1968 .

Tanto ciò è vero che distanze inferiori sono ammesse, in deroga, "nel caso di gruppi di edifici che formino
oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche" (art. 9 u.c. D.M. n.
1444 del 1968 ), cioè soltanto se previste - a loro volta - in strumenti urbanistici funzionali a un assetto complessivo
e unitario (cioè, che contempli la contestuale edificazione degli edifici antistanti) di determinate zone del territorio
(cfr.: Cons. di Stato, IV, 12.3.2007, n. 1206).

In presenza di una strada pubblica tra due fondi, non è dunque consentito derogare alla distanza minima
stabilita dall' art. 9 D.M. 2 aprile 1968 tra pareti finestrate di edifici antistanti, neppure con il consenso del vicino
frontistante, in quanto, trattandosi di tutelare un interesse pubblico, di natura urbanistica, superiore a quello
individuale dei proprietari dei fondi finitimi (interesse specificamente tutelato dalle norme del codice civile sulle
distanze nelle costruzioni), non trovano applicazione - ex art. 879 comma 2 c.c. - le disposizioni civilistiche (e quelle
di esse integrative) sulle distanze, in quanto recessive rispetto alla speciale normativa urbanistico-edilizia (le "leggi e
i regolamenti" di cui all'art. 879 comma 2 c.c. ), che si applica in luogo delle stesse.

Dunque, l' art. 9 del D.M. 1444 del 1968 sui limiti di distanza tra i fabbricati ricadenti in zone territoriali diverse
dalla zona A, costituisce un principio assoluto ed inderogabile (così l'art. 41-quinquies comma 8 L.U.), che prevale - a

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Dicembre 2015

un tempo - sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (C. Cost.,
16.6.2005, n. 232), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei Comuni (Cons. di St., IV, 2.11.2010, n. 7731),
in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia, infine, sull'autonomia negoziale dei privati, in
quanto tutela interessi pubblici che, per loro natura, non sono nella disponibilità delle parti.

Esso, inoltre, è applicabile anche quando tra le pareti finestrate (o tra una parete finestrata e una non
finestrata) si interponga una via pubblica.

La fattispecie è specificamente regolata dal comma 2 del medesimo art. 9, che prescrive in questo caso
distacchi addirittura maggiorati in relazione alla larghezza della strada, con la precisazione che l'esclusione della
viabilità a fondo cieco prevista nella stessa norma va riferita alle maggiorazioni e non alla distanza minima assoluta
di 10 metri, che rimane inderogabile.

In conclusione, in presenza di pareti finestrate poste a confine con la via pubblica, non è mai ammissibile la
deroga prevista dall'art. 879 comma 2 c.c. per le distanze tra edifici (così, T.A.R. Lombardia-Brescia, I, 3.7.2008, n.
788; nello stesso senso, più recentemente, Tribunale di Teramo, 10.1.2011, n. 4; così pure TAR Liguria, I, 20 luglio
2011, n. 1148 e negli stessi termini TAR Palermo, III, 17 ottobre 2012, n. 2049 nonché, ancora di recente, TAR Bari,
III, 14 maggio 2015, n. 728).

Inoltre, occorre rammentare che anche di recente il Consiglio di Stato (cfr.: Cons. Stato, IV, 22 maggio 2014, n.
2650 ma anche TAR Reggio Calabria, 30 aprile 2013, n. 240) ha evidenziato che, in presenza di una strada pubblica,
trova piuttosto applicazione il chiaro disposto del secondo comma dell'art. 9, che, come noto, fatta eccezione per la
"...viabilità a fondo cieco al servizio di singoli edifici o di insediamenti... ", ipotesi nella specie non ricorrente, impone
una distanza pari alla sede stradale, nella specie larga mt. 3,00, incrementata di ml. 5 per lato per le strade di
larghezza inferiore a ml. 7; di ml. 7,50 per lato, per strade di larghezza compresa tra ml. 7 e ml. 15; di ml. 10 per
lato, per strade di larghezza superiore a ml. 15. Nella specie, la distanza tra gli edifici avrebbe pertanto dovuto
essere addirittura pari a 13 mt.

Il Comune di Agnone invoca il precedente favorevole rappresentato dalla ordinanza con cui il Tribunale civile di
Isernia ha respinto il ricorso presentato dalla ricorrente I., ai sensi dell'art. 1168 e 1171 c.c. , fondato sulla presunta
violazione delle distanze legali.

L'eccezione non solo è irrilevante stante l'autonomia dei due giudizi ma è anche infondata in quanto il giudice
civile ha ben evidenziato in motivazione che il rigetto è limitato alla dedotta violazione delle distanze dal punto di
vista civilistico dei rapporti di vicinato, dove vengono in rilievo posizioni di diritto soggettivo e le facoltà inerenti il
diritto di proprietà, fermo restando il diritto della parte ad agire nei confronti della pubblica Amministrazione a
tutela dei propri interessi legittimi per violazione delle leggi e regolamenti richiamati dall'art. 879, comma 2, c.c. la
cui osservanza è prescritta al fine di "preservare la tutela dell'interesse pubblico all'ordinato utilizzo del territorio".

Il giudice civile ha cioè pienamente recepito l'indirizzo giurisprudenziale dei TAR fondato sulla diversa rilevanza
e cogenza delle norme sulle distanze, a secondo della loro natura - privatistica o pubblicistica - e degli interessi,
pubblici o privati, chiamate a disciplinare.

L'insussistenza pertanto di un diritto soggettivo al rispetto delle distanze legali non implica l'assenza di
violazioni di leggi e regolamenti edilizi le cui disposizioni sono poste a tutela dell'ordinato sviluppo del territorio e
tra queste disposizioni trova sicura cittadinanza il disposto di cui all' art. 9, comma 2 del D.M. 2 aprile 1968 nella
specie violato.

Il fatto poi che il verificatore abbia accertato che "la strada pubblica interposta tra il fabbricato in costruzione e
gli edifici prospicienti non può, anche per la ridotta larghezza, essere destinata al traffico dei veicoli", non muta le
conclusioni circa la sussistenza di una violazione delle norme sulle distanze tra edifici prospicienti, dovendosi
comunque fare applicazione dell'art. 9, comma 1, n. 2 la cui violazione è stata parimenti fatta oggetto di specifico
motivo di censura e positivamente accertata dal verificatore.

Peraltro, che si tratti di strada inidonea al traffico veicolare a motivo della ridotta larghezza, è circostanza non
suffragata da riscontri documentali o da attestazioni provenienti dal Comune, sicché sarà l'ente civico, in sede di
rinnovazione dell'attività amministrativa, a dover rappresentare ogni circostanza rilevante ai fini della applicabilità
dell'art. 9, comma 2, dovendosi, in via subordinata, fare comunque applicazione del più favorevole regime dell'art.
9, comma 1, n. 2.

Il terzo motivo di censura è, dunque, fondato.

Deve tuttavia evidenziarsi che il verificatore ha accertato la violazione dell' art. 9 del D.M. 2 aprile 1968 in
relazione alla sola porzione di fabbricato in estensione ricadente su area libera (particella (...) foglio (...)) mentre ha
escluso che una tale violazione sussista in relazione alla parte ricadente all'interno della sagoma preesistente, sul

22
Dicembre 2015

presupposto che si sia trattato di demolizione e ricostruzione e non di nuova costruzione, secondo quanto previsto
dall'art. 3, commi 3 e 7 della L.R. n. 30 del 2009.

Il comma 3, in particolare, consentirebbe spostamenti rispetto all'area di sedime del fabbricato oggetto di
demolizione "purchè all'interno dello stesso lotto di proprietà", condizione nella specie, a suo dire, rispettata.

La ricorrente contesta tale affermazione rilevando che il vano scala progettato, determinando un aumento
della sagoma d'ingombro del fabbricato preesistente (atteso che in precedenza era completamente aperto),
sebbene contenuta entro lo stesso lotto di proprietà, configurerebbe una nuova costruzione, con conseguente
obbligo di rispetto della disciplina sulle distanze tra gli edifici. Prospetta, al riguardo, anche un profilo di illegittimità
costituzionale della legge regionale in quanto derogatoria della disciplina statale imperativa contenuta nel D.M. 2
aprile 1968 .

Il Collegio non ritiene di dover decidere tale specifico punto controverso stante la fondatezza anche del primo
motivo di censura che impone una rinnovazione integrale dell'istruttoria relativa all'intervento edilizio nel suo
complesso, come peraltro evidenziato anche dal verificatore; in tale sede il Comune di Agnone dovrà farsi carico di
approfondire in fatto e in diritto tale specifico punto in contestazione ove confermato nel nuovo progetto di
intervento che il controinteressato è onerato di presentare.

E, infatti, le allegazioni di parte ricorrente riferite al primo motivo di censura non solo non hanno trovato
alcuna specifica contestazione ma risultano corroborate dalle risultanze della verificazione che ha evidenziato la
erroneità dei dati riferiti al fabbricato preesistente ed assunti a presupposto dell'intera progettazione
dell'intervento.

La superficie di ingombro riferita al preesistente fabbricato è stata infatti calcolata dal progettista incaricato in
base alle mere "indicazioni della committenza, testimonianze in loco e raffronto con gli edifici presenti in loco".
Sulla scorta di tali generiche informazioni sono poi state calcolate le premialità relative alla cubatura previste dal
piano casa.

Tale metodo di calcolo appare del tutto inappropriato in quanto ha omesso di prendere in considerazione la
Planimetria degli Immobili Urbani che, come evidenzia il verificatore, "resta l'unico atto ufficiale e disponibile
riguardante l'immobile demolito" da cui desumere "con accettabile approssimazione il volume dell'edificio
preesistente, quantificare le premialità applicabili, calcolare il volume in ricostruzione e...redigere un nuovo
progetto di variante redatto conformemente alle disposizioni della L.R. n. 30 del 2009 e altre norme non derogate";
la situazione rappresentata dalla predetta Planimetria degli immobili urbani risulta poi avvalorata dalle foto
consegnate al verificatore dal Comune di Agnone che pertanto confermano l'attendibilità del predetto atto ufficiale.

Non solo dunque il progettista ha eseguito il calcolo del volume preesistente e quindi delle premialità di legge
sulla scorta di dati inattendibili, ma lo stesso Comune, reso edotto di tale circostanza, attraverso apposita
segnalazione della ricorrente, ha poi omesso di svolgere i necessari approfondimenti e le dovute verifiche sulla
attendibilità dei dati e delle informazioni contenute nella relazione tecnica del progetto in variante con riguardo alle
altezze, superfici, volumi e sagoma.

Tale condotta omissiva integra un vizio di eccesso di potere per difetto di istruttoria e travisamento dei fatti in
quanto il mancato svolgimento di una adeguata istruttoria - tanto più necessaria ove si consideri la palese erroneità
dei dati già posti a fondamento del primo progetto - ha determinato il rilascio di un permesso di costruire sulla
scorta di informazioni errate e non rispondenti allo stato di fatto dell'immobile preesistente, venendosi così a
riconoscere benefici premiali di gran lunga superiori a quelli consentiti dalla legge.

E' dunque necessario rinnovare ab imis il procedimento amministrativo con obbligo per il Comune di attenersi
nella attività di verifica delle tavole di progetto, alle risultanze dei documenti ufficiali e di ogni altra fonte idonea ad
attestare la effettiva consistenza del preesistente immobile.

In sede di rinnovo dell'attività istruttoria, il Comune provvederà altresì a verificare il rispetto degli ulteriori
parametri edilizi che la ricorrente assume essere stati violati e fatti oggetto dei motivi di censura n. 4 (distanza dal
confine) e n. 5 (altezze), rispetto ai quali il verificatore ha omesso di svolgere gli accertamenti demandati dal
collegio, in assenza dei quali non sussistono i necessari elementi di fatto per esaminare nel merito le predette
doglianze, al fine di rendere maggiormente stringente l'effetto conformativo derivante dalla sentenza di
annullamento.

Stante l'obbligo di rinnovare l'intera istruttoria viene meno ogni interesse alla disamina del secondo motivo di
censura che è comunque infondato atteso che la relazione tecnica del progettista incaricato dava espressamente
atto della ricorrenza dei presupposti di legge in termini di efficientamento e di risparmio energetico per poter
beneficiare delle premialità volumetriche.

Per le motivazioni che precedono il ricorso deve pertanto essere accolto.

23
Dicembre 2015

Le spese di lite, comprese quelle di verificazione, seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Molise (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso,
come in epigrafe proposto, lo accoglie, in parte, e, per l'effetto, annulla il permesso di costruire n. 27 del 13
dicembre 2013 mentre lo dichiara inammissibile con riferimento all'impugnazione del permesso di costruire n. 5 del
19 dicembre 2012.

Condanna il Comune di Agnone e il controinteressato M. alla rifusione, in favore della ricorrente, delle spese di
lite che si liquidano in Euro 1000,00, oltre accessori di legge, a carico di ciascuna delle parti resistenti e con diritto
alla restituzione del contributo unificato da porre a carico dei soccombenti in solido tra loro.

Condanna il Comune di Agnone e il controinteressato M., in solido tra loro, al pagamento delle spese di
verificazione che si liquidano complessivamente in Euro 3000,00.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Campobasso nelle camere di consiglio del giorno 15 gennaio 2015, del 26 marzo 2015 e del 11
giugno 2015 con l'intervento dei magistrati:

Orazio Ciliberti, Presidente


Luca Monteferrante, Consigliere, Estensore
Domenico De Falco, Referendario

T.A.R. Campania Napoli Sez. VIII, Sent., 04/09/2015, n. 4323

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania
(Sezione Ottava)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 5942 del 2009, proposto da:

I.M., rappresentata e difesa anche disgiuntamente, dagli avv.ti Antonio Lamberti e Claudio Maria Lamberti,
con domicilio eletto presso il loro studio in Napoli, Via S. Pasquale a Chiaia, n. 55;

contro

Comune di Casagiove, in persona del Sindaco, legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avv.
Antonio Romano, con domicilio eletto presso Antonio Romano in Napoli, piazza Trieste e Trento, n. 48;

nei confronti di

D.C.I. s.r.l., in persona dei legali rappresentanti p.t., rappresentata e difesa dall'avv. Luca Maria Matarazzo, con
domicilio ex lege presso il T.A.R. per la Campania, sede di Napoli, Segreteria Sezione VIII, in Napoli, piazza Municipio,
n. 64;

per l'annullamento,

previa sospensione dell'efficacia,

"a) della D.I.A. presentata al Comune di Casagiove, in data 25. 6. 2009, dalla D.C.I. s.r.l. per la realizzazione di
interventi edilizi da eseguire nell'immobile sito in Casagiove alla via Quartier Vecchio; b) di ogni altro atto
preordinato, connesso e consequenziale, e quindi anche del permesso di costruire in sanatoria n. 16 del 31.3.2009
rilasciato dallo stesso Comune alla D.C.I. s.r.l.

nonché per l'accertamento dell'illegittimità dei lavori oggetto dell'intervento edilizio di cui alla D.I.A. indicata
sub a) e del comportamento omissivo tenuto dal Comune di Casagiove che ne ha consentito il perfezionamento."

24
Dicembre 2015

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Casagiove e della D.C.I. s.r.l.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 20 maggio 2015 la dott.ssa Rosalba Giansante e uditi per le parti i
difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con ricorso, ritualmente notificato e depositato in data 11 novembre 2009, la sig.ra I.M., quale
comproprietaria di una porzione di fabbricato ubicato nel Comune di Casagiove, via Quartier Vecchio n. 1, ha
chiesto l'annullamento della D.I.A., presentata al suddetto Comune dalla D.C.I. s.r.l. in data 25 giugno 2009 per la
realizzazione di interventi edilizi da eseguire nell'immobile sito in Casagiove, alla via Quartier Vecchio, nonché del
permesso di costruire in sanatoria n. 16 del 31 marzo 2009, rilasciato dallo stesso Comune alla medesima società;
ha chiesto altresì l'accertamento dell'illegittimità dei lavori oggetto dell'intervento edilizio di cui alla predetta D.I.A.
e del comportamento omissivo tenuto dal Comune di Casagiove che ne avrebbe consentito il perfezionamento.

A sostegno del gravame la ricorrente ha dedotto i seguenti motivi di censura: I. violazione degli artt. 28 e 29
del regolamento edilizio nonchè del piano particolareggiato di recupero vigenti nel Comune di Casagiove; II.
violazione dell'art. 907, comma 3, c.c. in tema di distanza delle costruzioni dalle vedute; III. violazione e falsa
applicazione degli artt. 35 della L. n. 47 del 1985 e 32 del D.L. n. 269 del 2003 , violazione del piano particolareggiato
di recupero del Comune di Casagiove, violazione dell'art. 907, comma 3, c.c. in tema di distanza delle costruzioni
dalle vedute, violazione del decreto ministeriale 16 gennaio 1996 emanato in attuazione della L. n. 64 del 1974 ; IV.
violazione dell'articolo 7.5 della normativa di attuazione del piano di recupero del centro storico ( L. n. 457 del 1978
), violazione degli artt. 16, 17 e 19 delle N.T.A. del P.R.G..

Parte ricorrente ha altresì prodotto documentazione tra cui una perizia tecnica di parte.

Si sono costituiti per resistere in giudizio il Comune di Casagiove e la D.C.I. s.r.l., deducendo l'infondatezza del
ricorso e chiedendone, pertanto, il rigetto; la società controinteressata ha depositato una perizia tecnica di parte e
la documentazione fotografica dello stato dei luoghi.

La sig.ra M. ha prodotto una consulenza tecnica di parte integrativa.

Alle camere di consiglio del 25 novembre 2009 e dell'11 gennaio 2010 la causa è stata rinviata ed alla camera
di consiglio del 3 febbraio 2010 il Presidente, accogliendo l'istanza del difensore di parte ricorrente, ha rinviato al
merito l'esame degli aspetti cautelari della controversia.

Parte controinteressata ha depositato ulteriore documentazione ed il Comune di Casagiove ha presentato una


memoria per l'udienza di discussione nella quale ha rappresentato che, con l'introduzione del comma 6ter all'
articolo 19 della L. n. 241 del 1990, il legislatore ha definitivamente chiarito che la DIA non costituisce
provvedimento tacito direttamente impugnabile e che gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche
spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all' art. 31, commi 1, 2 e 3
del D.Lgs. n. 104 del 2010.

Parte ricorrente ha prodotto una memoria di replica.

All'udienza pubblica del 20 maggio 2015 la causa è stata chiamata e assunta in decisione.

Il Collegio deve, preliminarmente, valutare l'ammissibilità del ricorso in funzione delle domande con il
medesimo proposte, stante anche l'eccezione sollevata dal Comune di Casagiove con la memoria depositata in data
15 aprile 2015, in ragione della disposizione normativa di cui al comma 6ter dell' art. 19 della L. 7 agosto 1990, n.
241, come aggiunto dall' art. 6 del D.L. 13 agosto 2011, n. 138, convertito con modificazioni nella L. 14 settembre
2011, n. 148 .

Ciò in quanto l'odierno ricorso avverso la D.I.A., presentata al suddetto Comune dalla D.C.I. s.r.l. in data 25
giugno 2009 per la realizzazione di interventi edilizi da eseguire nell'immobile sito in Casagiove alla via Quartier
Vecchio, è stato proposto in forma impugnatoria ed il Comune resistente nella citata memoria ha rappresentato
che, con l'introduzione del citato comma 6ter all' articolo 19 della L. n. 241 del 1990, il legislatore ha
definitivamente chiarito che la DIA non costituisce provvedimento tacito direttamente impugnabile e che gli
interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire
esclusivamente l'azione di cui all' art. 31, commi 1, 2 e 3 del D.Lgs. n. 104 del 2010.

25
Dicembre 2015

L'eccezione è infondata.

Occorre evidenziare che con il medesimo ricorso la sig.ra M., oltre a chiedere l'annullamento della suddetta
D.I.A. e del permesso di costruire in sanatoria n. 16 del 31 marzo 2009, rilasciato dallo stesso Comune alla
medesima società, ha chiesto altresì l'accertamento dell'illegittimità dei lavori oggetto dell'intervento edilizio di cui
alla medeima D.I.A. e del comportamento omissivo tenuto dal Comune di Casagiove che ne avrebbe consentito il
perfezionamento; parte ricorrente censura, pertanto, l'inerzia dell'amministrazione in relazione al mancato esercizio
dei suoi poteri inibitori denunciando l'illegittimità delle opere.

Al riguardo il Collegio, concordando con le considerazioni recentemente svolte, per un'ipotesi del tutto
analoga, dal Giudice di appello, peraltro già fatte proprie da questo Tribunale, ritiene ritualmente introdotto
l'odierno gravame, sebbene proposto in forma impugnatoria.

Da un lato, infatti, il ricorso è stato proposto in forma impugnatoria allorché era ancora ampiamente
maggioritario l'orientamento giurisprudenziale che qualificava la fattispecie a formazione progressiva, costituita
dalla presentazione della d.i.a., dal decorso del termine dilatorio per l'avvio dei lavori e dall'inerzia
dell'amministrazione in ordine all'esercizio dei poteri inibitori, come un provvedimento tacito, abilitativo
dell'intervento. Inoltre con il medesimo ricorso si censura, oltre al supposto provvedimento tacito positivo, anche
l'inerzia dell'amministrazione in relazione al mancato esercizio dei poteri inibitori, doverosamente correlati ai
denunciati carenti presupposti per la formazione di una legittima ed efficace fattispecie abilitativa della
realizzazione del manufatto; sotto quest'ultimo rilievo, come condivisibilmente ritenuto dal Consiglio di Stato, al di
là delle espressioni utilizzate da parte ricorrente, è indubbio che la domanda sia volta all'accertamento
dell'illegittimità dell'attività edilizia, siccome non assistita dai presupposti cui è condizionato il perfezionamento di
una valida fattispecie riconducibile al paradigma dell'art. 23 del D.P.R. 6 giugno 2011, n. 380 (cfr. C.d.S., Sez. IV, 3
ottobre 2014, n. 4962, T.A.R. Napoli, Sez. II, 27 novembre 2014, n. 6123).

Deve altresì ritenersi che, come condivisibilmente chiarito dal Giudice di appello, la novella dell' art. 19 della L.
n. 241 del 1990, operata dal legislatore del 2011 - secondo cui la segnalazione certificata di inizio attività, la
denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili e gli
interessati possono sollecitare unicamente l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di
inerzia, esperire l'azione di accertamento dell'obbligo di provvedere di cui all'art. 31 c.p.a. - non determina
l'improcedibilità dei giudizi impugnatori in corso, poiché la norma, in quanto intesa a qualificare la fattispecie, ha
portata innovativa, e non già interpretativa, e soprattutto sostanziale e non già processuale (cfr. T.A.R. Napoli, Sez.
II, n. 6123/2014, cit.); del pari il successivo riconoscimento dell'esperibilità, previa sollecitazione all'Amministrazione
in ordine all'esercizio dei poteri inibitori, dell'azione disciplinata dall'art. 31 c.p.a., e quindi dell'azione di
accertamento dell'obbligo di provvedere corrispondente alla tradizionale impugnativa del silenzio-rifiuto quale
inadempimento dell'obbligo, non può che essere rivolta de futuro e non può incidere, per giunta frustrando i
principi di pienezza, effettività, tempestività della tutela giurisdizionale, sulle controversie pendenti, anche secondo
una lettura costituzionalmente orientata rispettosa dei principi costituzionali relativi al diritto di difesa ( art. 24 Cost.
), al giusto processo ( art. 111 Cost. ), alla tutela giurisdizionale amministrativa ( art. 113 comma 2 Cost. ) (cfr. C.d.S.,
Sez. IV, n. 4962/14 cit.).

Passando al merito del ricorso, esso è infondato e, pertanto, va respinto.

Con il primo, terzo e quarto motivo di ricorso, che si ritiene di poter affrontare in via unitaria, la sig.ra M. ha
dedotto le seguenti censure: I. violazione degli artt. 28 e 29 del regolamento edilizio nonchè del piano
particolareggiato di recupero vigenti nel Comune di Casagiove. Parte ricorrente lamenta la violazione del citato art.
28 in quanto il cortile che verrebbe a realizzarsi con la costruzione di cui ai titoli edilizi oggetto di impugnazione,
presenterebbe ampie pareti di altezze variabili, sì da poter essere equiparabile ad un vero e proprio cavedio che
consentirebbe l'aerazione e l'illuminazione solo per i locali di categoria S e non quelli di categoria A, quale sarebbe
lo spazio destinato a soggiorno e cucina; i cavedi non sarebbero neppure consentiti dalla norma attuativa del piano
particolareggiato di recupero; inoltre, ad avviso di parte ricorrente, ai sensi del suddetto articolo 29, l'aerazione e
l'illuminazione del soggiorno/cucina potrebbe essere consentita solo da finestre e non da lucernari e, pertanto, i
locali da destinarsi ad abitazione difetterebbero di aria e luce eludendo le disposizioni del vigente regolamento
edilizio.

III. Violazione e falsa applicazione degli artt. 35 della L. n. 47 del 1985 e 32 del D.L. n. 269 del 2003 , violazione
del piano particolareggiato di recupero del Comune di Casagiove, violazione dell'art. 907, comma 3, c.c. in tema di
distanza delle costruzioni dalle vedute, violazione del decreto ministeriale 16 gennaio 1996 emanato in attuazione
della L. n. 64 del 1974 . Parte ricorrente sostiene che l'opera oggetto di condono non avrebbe rispettato i canoni di
adeguatezza alle norme antisismiche e, pertanto, si sarebbe potuta sanare solo mediante la previa redazione di un
progetto di adeguamento da presentare al Comune prima della realizzazione della costruzione, ai sensi del suddetto
art. 35.

26
Dicembre 2015

IV. Violazione dell'articolo 7.5 della normativa di attuazione del piano di recupero del centro storico ( L. n. 457
del 1978 ), violazione degli artt. 16, 17 e 19 delle N.T.A. del P.R.G. in quanto con l'intervento oggetto di DIA
risulterebbe violato l'obbligo di mantenere gli allenamenti stradali e di facciata preesistenti nonché il volume
preesistente.

Le censure sono infondate.

Dalla documentazione depositata in giudizio, oltre alle due perizie presentate da parte ricorrente e da parte
controinteressata, risulta prodotta anche l'Ordinanza del 27 novembre 2011 di archiviazione resa in sede di
opposizione - proposta dalla stessa parte ricorrente - alla richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero,
nell'ambito del procedimento penale instaurato nei confronti della controinteressata, la D.C.I. s.r.l., per il reato di
cui all' art. 44 lett. b) del D.P.R. n. 380 del 2001, con la quale il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di
Santa Maria Capua Vetere ha ritenuto "che all'esito dell'ulteriore attività di indagine espletata dal PM come da
Provv. del 12 settembre 2012 (al quale si rimanda) gli elementi acquisiti hanno confermato la legittimità delle opere
eseguite".

Dalla stessa ordinanza risulta, in particolare, che è stata disposta dal PM una consulenza tecnica dalla quale è
emersa la regolarità del rilascio del permesso di costruire n. 16 del 31 marzo 2009 e la legittimità dei successivi
interventi relativi alle opere indicate nella DIA n. 68/09 del 25 giugno 2009 prot. n. (...), impugnati con l'odierno
ricorso, oltre la DIA n. 11/2010 del 27/1/2010 prot. n. (...); il GIP ha, pertanto, concluso che "eventuali indagini
suppletive non possano fornire ulteriori elementi rilevanti".

Nella richiesta di archiviazione del 4 dicembre 2012, depositata in giudizio, il PM, infatti, all'esito della C.T.U.
aveva confermato la legittimità delle opere per cui è causa dichiarando espressamente la loro conformità agli
strumenti urbanistici vigenti.

Il Collegio ritiene che, alla luce di quanto emerso in sede penale, non siano necessarie ulteriori indagine
istruttorie e può concludersi, pertanto, per l'infondatezza delle sopra richiamate censure.

Con il secondo motivo di ricorso parte ricorrente ha dedotto altresì la violazione dell'art. 907, comma 3, c.c. in
tema di distanza delle costruzioni dalle vedute; parte ricorrente, premesso di essere titolare di un diritto di veduta
dal terrazzo di sua proprietà sul fondo di proprietà della D.C.I. s.r.l., lamenta che la distanza tra l'estradosso del
nuovo manufatto e la soglia del parapetto del suo terrazzo sarebbe inferiore a 3 m. e, pertanto, violerebbe la
suddetta disposizione normativa.

Il motivo è infondato.

La disciplina delle distanze dalle vedute, fissata dall'articolo che parte ricorrente assume violato, trova
applicazione per tutte le vedute, sia quelle aperte iure proprietatis che quelle aperte iure servitutis, in virtù degli
artt. 905 e 906 (cfr. Cass. Civ. n. 45/1992, n. 5269/1986).

Presupposto logico-giuridico dell'attuazione della disciplina della distanza delle costruzioni dalle vedute di cui
all'art. 907 c.c. è l'anteriorità dell'acquisto del diritto alla veduta sul fondo vicino rispetto all'esercizio, da parte del
proprietario di quest'ultimo, della facoltà di costruire (cfr. Cass. Civ. n. 1239/1976, n. 18030/2010).

Analizzando la fattispecie oggetto di gravame, si osserva che la sig.ra M. non ha provato la titolarità del diritto
di veduta dal terrazzo di sua proprietà; dal titolo di proprietà versato in atti (atto di divisione del 7 luglio 1975)
risulta, infatti, solo la comproprietà della ricorrente del "terrazzino" al primo piano, ma non il diritto di veduta di cui
assume essere titolare.

Di contro con l'ordinanza del 28 ottobre 2010, depositata in giudizio, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere,
Prima Sezione Civile, sulla base di quanto emerso dalla C.T.U. da esso disposta, ha escluso l'esistenza del diritto di
servitù; ciò in quanto anche in quella sede parte ricorrente non ha provato che sin dal 1975 "il terrazzino fosse
munito di un parapetto idoneo per altezza e spessore a consentire la inspectio e la pro-spectio sul fondo
confinante".

Il giudice ordinario ha, in particolare, rilevato che "Dalla planimetria catastale tali dati non sono desumibili; le
fotografie dello stato dei luoghi prodotte in atti dimostrano che il parapetto oggi esistente è di struttura diversa
rispetto alla muratura circostante (è composto di sottili mattoni pieni, mentre la muratura sottostante e quella del
muro in prosecuzione del quale esso corre sono in conci di tufo), con la conseguenza che non si può presumere che
esso faccia parte della consistenza iniziale della costruzione e che quindi esistesse già nel 1975, quando si
procedette alla divisione, da cui le reclamanti hanno tratto titolo ed avesse le dimensioni (idonee all'esercizio della
veduta), che oggi si possono rilevare; non si può argomentare che l'utilizzazione del termine terrazzo nell'atto e
nella planimetria del 1975 postula l'esistenza del parapetto idoneo all'esercizio della veduta, se è vero, infatti, che,
se per l'assenza di parapetti quell'area non fosse stata praticabile con sicurezza, la si sarebbe definita diversamente,

27
Dicembre 2015

e altresì vero che nulla esclude che la delimitazione verso la proprietà dei vicini fosse più alta di un parapetto
(proprio al fine di non violare i diritti dei vicini) e quindi non consentisse l'affaccio.".

Conclusivamente, per i suesposti motivi, il ricorso deve essere respinto.

Quanto alle spese, si ritiene che sussistano i motivi che giustificano la compensazione integrale delle spese tra
le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Ottava) definitivamente pronunciando sul
ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 20 maggio 2015 con l'intervento dei magistrati:

Michelangelo Maria Liguori, Presidente FF


Fabrizio D'Alessandri, Primo Referendario
Rosalba Giansante, Primo Referendario, Estensore

T.A.R. Calabria Reggio Calabria, Sent., 25/08/2015, n. 860

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria
Sezione Staccata di Reggio Calabria

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso n. 590 del 2011, proposto da V.F., rappresentato e difeso dall'avv. Carlo Mazzù, per il presente
giudizio elettivamente domiciliato in Reggio Calabria, alla via Vittorio Veneto n. 42, presso lo studio dell'avv.
Roberto Capria;

contro

il Comune di Bagnara Calabria, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Antonio Latella, per
il presente giudizio elettivamente domiciliato in Reggio Calabria, alla via S. Anna I tronco n. 9/B, presso lo studio
dell'avv. Donatella Nucera;

nei confronti di

P.D., non costituitosi in giudizio;

per l'annullamento

- del provvedimento del Comune di Bagnara Calabra n. 37 R.O., emesso il 13 giugno 2011 dal responsabile
dell'Area tecnica, ing. F.D., assunto al protocollo dell'Ente al n. 0007778 del 13 giugno 2011 e notificato il 28 giugno
2011, con cui si è disposto "l'annullamento del permesso di costruire n. 15 del 24 giugno 2010 rilasciato al sig. V.F.
per l'esecuzione dell'opera consistente nella costruzione di un piccolo fabbricato a semplice elevazione destinato a
garage sito in via G. Denaro (o stazione) di questo Comune";

- nonché di ogni altro atto connesso, presupposto e conseguenziale, ivi compresi, ove occorra, gli elaborati
grafici e le relazione tecnica illustrativa di accompagnamento e, ove esistente, l'avviso di chiusura del procedimento
e/o il preavviso di rigetto delle osservazioni

E PER L'ACCERTAMENTO

28
Dicembre 2015

previa dichiarazione di responsabilità dl resistente Comune per i fatti per cui è causa e per la mala ed errata
gestione del procedimento ivi sotteso, del diritto al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali,
patiti e patendi, per i fatti di cui è causa, sia in termini di danno emergente che di lucro cessante; o, in subordine,
nella misura ritenuta giusta ed accertata dal T.A.R. adito.

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio dell'Amministrazione intimata;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 22 luglio 2015 il dott. Roberto Politi e uditi per le parti i difensori
come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo

Espone il ricorrente di essere proprietario di un immobile sito nel Comune di Bagnara Calabra, iscritto al
catasto al foglio n. 19, p.lla 493, adibito ad uso abitativo.

A seguito di D.I.A., il ricorrente intraprendeva, in data 27 maggio 2008, i lavori per la realizzazione di un garage
di pertinenza di detta abitazione.

Disposta la sospensione dei lavori il 25 febbraio 2010, il ricorrente presentava il successivo 1 marzo D.I.A. in
sanatoria e chiedeva poi (16 giugno 2010) che quest'ultima venisse considerata istanza di rilascio di permesso di
costruire.

Quest'ultimo veniva rilasciato il 26 giugno 2010.

A fronte di un esposto presentato dal confinante sig. P., l'Amministrazione comunale - previa sospensione dei
lavori - avviava procedimento per l'annullamento in autotutela del rilasciato permesso di costruire.

Contesta ora parte ricorrente la gravata determinazione di annullamento del titolo edificatorio affidando il
gravame alle seguenti censure:

1) Violazione, falsa ed errata interpretazione del combinato disposto degli artt. 3, 7 e 10-bis della L. n. 241 del
1990 e dell'art. 24 della Costituzione. Eccesso di potere sotto il profilo del travisamento dei fatti, del difetto e
dell'insufficienza della motivazione, dello straripamento di potere e del difetto di istruttoria.

Lamenta il ricorrente la mancata comunicazione ai sensi dell' art. 10-bis della L. n. 241 del 1990, avuto
riguardo all'attivazione del procedimento (conclusosi con l'adozione della gravata determinazione) su istanza di
parte (volta ad ottenere la chiusura e l'archiviazione del procedimento di annullamento in autotutela del rilasciato
permesso di costruire)

2) Violazione del combinato disposto degli artt. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, dell' art. 9 del D.M. n. 1444 del
1968 e delle Norme Tecniche di Attuazione la P.R.G. del Comune. Violazione, falsa applicazione ed errata
interpretazione degli artt. 3 e 21-nonies della L. n. 241 del 1990. Difetto di istruttoria. Eccesso di potere sotto il
profilo dello sviamento della causa tipica, della contraddittorietà tra provvedimenti, erroneità dei presupposti,
travisamento dei fatti, illogicità ed irragionevolezza.

Dal provvedimento impugnato non sarebbe dato evincere il fondamento della violazione delle distanze dal
Comune affermata a presupposto dell'esercitato potere di autotutela, attesa la carenza di compiuti accertamenti
e/o misurazioni in loco.

Le due costruzioni, piuttosto, procedono in aderenza; ulteriormente osservandosi come una scrittura privata
inter partes consentiva, a fronte del mantenimento di vedute da parte del sig. Palesando, la costruzione in aderenza
in favore dell'odierno ricorrente.

Di tali circostanze il Comune di Bagnara Calabra sarebbe stato edotto per effetto della memoria presentata
dallo stesso ricorrente il 17-18 gennaio 2011, purtuttavia senza tenerne alcun conto.

Inoltre, l'abitazione del sig. P. sarebbe stata abusivamente realizzata ed avrebbe formato oggetto di successiva
istanza di sanatoria, sulla quale il Comune non si è pronunziato.

Il provvedimento gravato, ulteriormente, non recherebbe alcun conforto motivazionale in ordine alla
consistenza ed attualità dell'interesse pubblico sotteso all'esercizio del potere di autotutela sostanziatosi
nell'annullamento del permesso di costruire in precedenza rilasciato in favore dell'odierno ricorrente.

29
Dicembre 2015

Con motivi aggiunti successivamente notificati alle controparti e depositati in atti alla data del 16 gennaio
2012, parte ricorrente ha impugnato la concessione edilizia n. 64 del 27 dicembre 1999, rilasciata al
controinteressato sig. P.D., assumendone l'illegittimità per l'intervenuta decadenza delle concessioni rilasciate nel
1993 e nel 1994 (e di quelle di rinnovo ed in variante del 1998 e 1999) ed in ragione della modificazione medio
tempore intervenuta del P.R.G.

Conclude parte ricorrente insistendo per l'accoglimento del gravame, con conseguente annullamento degli atti
oggetto di censura.

Sollecita ulteriormente parte ricorrente il riconoscimento del pregiudizio asseritamente sofferto a seguito
dell'esecuzione dell'atto impugnato, con riveniente accertamento del danno e condanna dell'Amministrazione
intimata alla liquidazione della somma a tale titolo spettante.

L'Amministrazione intimata, costituitasi in giudizio, ha eccepito l'infondatezza delle esposte doglianze,


invocando la reiezione dell'impugnativa.

Il ricorso viene ritenuto per la decisione alla pubblica udienza del 22 luglio 2015.

Motivi della decisione

1. Giova preliminarmente procedere, anche sulla base degli elementi di giudizio addotti dalla difesa del
Comune (memoria di costituzione depositata il 9 dicembre 2012), ad una compiuta ricostruzione dei fatti di causa.

A seguito della presentazione, in data 27 maggio 2008, di DIA per la realizzazione di un garage in un'area posta
a fianco della abitazione a Bagnara Calabra, Loc. Rione Inglese, il Comune di Bagnara Calabra sospendeva i lavori in
questione (13 ottobre 2008), sulla base della segnalazione del sig. D.L., che rivendicava la proprietà di una parte
dell'area occupata dall'insorgenda costruzione, disponendo gli opportuni accertamenti.

In data 27 gennaio 2009, non risultando sufficientemente documentata la lamentela del succitato confinante,
veniva revocata l'ordinanza di sospensione dei lavori, autorizzandone la ripresa.

In data 20 marzo 2009, a seguito delle dimissioni del Direttore dei lavori, veniva emessa una ulteriore
ordinanza di sospensione.

In data 20 ottobre 2009, l'arch. F.S., già Direttore dei Lavori dimissionario, accettava un nuovo incarico,
impegnandosi a rettificare taluni "errori di esecuzione" riscontrati ed il Comune autorizzava nuovamente la ripresa
dei lavori, in data 11 dicembre 2009.

Il successivo 17 febbraio 2010, l'Ufficio Tecnico del Comune di Bagnara Calabra rilevava nella realizzazione del
fabbricato una serie di irregolarità, tutte sul piano strutturale, che determinavano una denuncia per abusivismo
edilizio ed una nuova sospensione, adottata in data 25 febbraio 2010.

A seguito di ciò, il ricorrente depositava una nuova DIA, per il proseguimento dei lavori, salvo successivamente
depositare un progetto per il rilascio di permesso di costruire in sanatoria, che si concretizzava nel provvedimento
recante il n. 15 e datato 24 giugno 2010, poi revocato con l'atto oggetto del presente giudizio.

A seguito di esposto del sig. P.D., datato 24 settembre 2010, il Comune avviava il procedimento
amministrativo che portava, previa sospensione cautelativa dei lavori, ai fini della valutazione della regolarità del
permesso in sanatoria ed acquisizione delle controdeduzioni dell'odierno ricorrente, alla conclusione del
procedimento, con emissione del provvedimento del Responsabile Area Tecnica del Comune di Bagnara Cal. n. 37
R.O. del 13 giugno 2011, di annullamento in autotutela del permesso di costruire in sanatoria sopra citato.

Evidenzia inoltre il Comune resistente che l'edificazione del garage de quo sia avvenuta, ad opera del
ricorrente sig. V., sconfinando su terreno di proprietà P.; e soggiunge, al riguardo, che la vicenda ha formato oggetto
di una causa civile celebrata innanzi al Tribunale di Reggio Calabria e conclusasi con dichiarazione di cessazione della
materia del contendere, a seguito della demolizione della parte di edificio che aveva realizzato lo sconfinamento.

2. Ciò preliminarmente osservato, con il primo motivo di censura parte ricorrente lamenta l'omessa
comunicazione, ad opera del procedente Comune, del preavviso di rigetto, con riveniente violazione dell' art. 10-bis
della L. n. 241 del 1990.

Al riguardo, si rammenta come la norma ora citata trovi applicazione relativamente ai procedimenti ad istanza
di parte, laddove il procedimento in questione concerne l'esercizio, da parte del Comune, del potere di autotutela
sostanziatosi, poi, nell'annullamento del rilasciato titolo edificatorio.

Né a diverse conclusioni conduce la circostanza che l'avvio dell'iter procedimentale abbia tratto spunto da un
esposto (presentato dal confinante sig. P.), atteso che il preavviso di rigetto è un istituto la cui ratio risiede nella

30
Dicembre 2015

possibilità di attivazione di una interlocuzione endoprocedimentale preordinata all'adozione della conclusiva


effusione provvedimentale (ove negativa), esclusivamente nei confronti del soggetto che, presentando un'istanza o
richiesta alla Pubblica Amministrazione, da quest'ultima attenda che trovi compiuta, espressa e motivata
emersione, l'esercizio del potere pubblico alla medesima, in proposito, rimesso.

E, d'altro canto, lo stesso ricorrente era stato reso edotto dell'avvio dell'iter procedimentale, come
univocamente comprovato dalla comunicazione di avvio del procedimento di revoca effettuata nei confronti del sig.
V. (con invito a a produrre memorie o documenti), nonché dalla produzione, ad opera di quest'ultimo, della
memoria del 17 gennaio 2011, acquisita agli atti del Comune di Bagnara Calabra e valutata nel procedimento.

Né può convenirsi con quanto dal ricorrente sostenuto, relativamente al fatto che le controdeduzioni da
quest'ultimo presentate siano state tardivamente protocollate e, conseguentemente, giudicate tardive dal
procedente Comune: dalla lettura del provvedimento impugnato non risultando, contrariamente a quanto dalla
parte asserito, alcun rilievo in ordine alla tardività delle controdeduzioni (le quali, inoltre, sono state prese in
considerazione, pur essendo state valutate "insufficienti e non attinenti al caso di specie").

3. Con altro motivo di ricorso, il sig. V. contesta la violazione, ad opera del provvedimento impugnato, del
combinato disposto dell' art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, del D.M. n. 1444 del 1968 e delle N.T.A. al P.R.G. del
Comune di Bagnara Calabra; in particolare, sostenendo che dal provvedimento impugnato non si evincerebbero le
modalità di accertamento della violazione delle distanze posta alla base della revoca.

Lo stesso ricorrente, poi, evidenzia che il Comune non avrebbe tenuto in alcuna considerazione il contenuto di
una scrittura privata, intercorsa tra lo stesso ricorrente ed il confinante sig. P., nella quale sarebbe contenuta una
dispensa dall'obbligo di osservanza delle distanze tra i fabbricati.

3.1 Al riguardo, giova preliminarmente osservare come il ricorrente, nell'edificare il proprio garage, avesse
inizialmente occupato una porzione di suolo di proprietà P., costruendo in aderenza lungo tutto il fronte dell'edificio
di controparte, a dispetto del fatto che, nel fare ciò, aveva sconfinato.

L'edificio P., infatti, non è interamente confinante con la sede stradale e con il limitrofo fabbricato V.; ma,
nell'angolo limitante con il garage oggetto della controversia, si presenta rientrato con una forma arrotondata (la
porzione di suolo che rimane libera, risultando parimenti di proprietà P.).

Tale stato dei luoghi, non evidenziato nella DIA del maggio 2008, risulta invece in quella in sanatoria del
febbraio 2010 e nel successivo progetto per il permesso di costruire in sanatoria dell'aprile 2010.

Come evidenziato dal Comune (e riscontrabile rinviene anche nella documentazione tecnica del ricorrente, sia
nella D.I.A. del febbraio 2010 che nel progetto in sanatoria dell'aprile 2010, in cui è raffigurata la porzione costruita
su suolo altrui, contrassegnata come "sbalzo da eliminare"):

- se in un primo tempo il V. aveva costruito anche sulla predetta porzione di suolo, realizzando un edificio che
non lasciava alcuno spazio libero o intercapedini;

- successivamente, a seguito delle rivendicazioni del P., che si sono anche concretizzate nella causa civile, lo
stesso V. è stato costretto a demolire la porzione di garage sconfinante, sicché oggi il suo edificio procede in linea
retta fino alla via pubblica.

A seguito della eliminazione di quella parte di garage non è ora dato riscontrare - e tale affermazione del
Comune non trova, in punto di fatto, alcuna smentita da parte dell'odierno ricorrente - totale aderenza degli edifici
"e la discontinuità insiste in un tratto in cui, nel fabbricato P., vi sono talune aperture, con tutte le conseguenze di
ciò, anche sul piano urbanistico".

Quanto al mancato accertamento degli elementi fattuali sulla base dei quali l'Amministrazione ha inferito la
violazione delle distanze a fondamento della gravata determinazione, può quindi fondatamente ritenersi che
quest'ultima sia stata adottata con la piena ed informata cognizione dello stato dei luoghi; né il mancato
svolgimento del richiesto sopralluogo congiunto assurge, ex se riguardato, ad elemento inficiante.

3.2 Con riferimento, poi, alle considerazioni con le quali parte ricorrente sostiene la presenza di una scrittura
privata intercorsa inter partes, va escluso che gli effetti di tale atto possano, legittimamente, esondare dalla sfera di
reciproca disponibilità giuridica delle parti stesse.

Le norme sulle distanze dei fabbricati contenute nel D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 , a differenza di quelle sulle
distanze dai confini derogabili mediante convenzione tra privati, hanno infatti carattere pubblicistico e inderogabile,
in quanto dirette, più che alla tutela di interessi privati, a quella di interessi generali in materia urbanistica, sicché
l'inderogabile distanza di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti vincola anche i Comuni in sede
di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in

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Dicembre 2015

contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima essendo consentita alla Pubblica amministrazione solo la
fissazione di distanze superiori (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 12 luglio 2002 n. 3929).

Deve, conseguentemente, escludersi che la disciplina urbanistica sia derogabile per effetto di statuizioni
contenute in strumenti convenzionali inter privatos.

4. Se le considerazioni precedentemente esposte inducono il Collegio a dare atto dell'infondatezza delle


censure dedotte con il ricorso introduttivo, parimenti inaccoglibili si rivelano le doglianze dalla parte ricorrente
articolate con i motivi aggiunti successivamente proposti.

Con tale mezzo di tutela, in particolare, viene illustrata l'affermata illegittimità del provvedimento concessorio
rilasciato nei confronti del controinteressato sig. P., assumendosi che il titolo edificatorio a quest'ultimo assentito
sia decaduto e, comunque, riveli profili di contrasto con la vigente strumentazione urbanistica comunale.

Nell'osservare come le censure di che trattasi trovino svolgimento largamente probabilistico e/o induttivo,
difettando nella prospettazione di parte ricorrente l'asseverazione con elementi di fatto certi e dimostrati del
contenuto asseritamente illegittimo della concessione ad aedificandum, avversata, si rileva - peraltro - che anche
una eventuale abusività della realizzazione P. è comunque inidonea ai fini dell'esonero dall'osservanza degli obblighi
in materia di distanze fra edifici.

Ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze fra immobili, è infatti irrilevante l'eventuale carattere abusivo
dell'edificio preesistente, costituendo questo comunque una entità materiale, come tale da considerare in sede di
rilascio della concessione edilizia per il nuovo edificio (cfr. Cons. Stato, sez. V Sez., 6 novembre 1992 n. 1174; T.A.R.
Campania, Salerno, 14 giugno 1995 n. 367; T.A.R. Lombardia, Milano, sez. II, 21 gennaio 1994 n. 11).

5. Quanto sopra ribaditi, il ricorso introduttivo, così come i motivi aggiunti successivamente proposti, vanno
respinti in ragione della riscontrata infondatezza delle censure con tali mezzi di tutela dedotte; non potendo
conseguentemente, in ragione della riscontrata legittimità dell'azione posta nella fattispecie in essere
dall'Amministrazione intimata, trovare ammissibile ingresso la pretesa risarcitoria nei confronti di quest'ultima fatta
valere dalla parte ricorrente.

Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente
pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente V.F. al pagamento delle spese di giudizio in favore del Comune di Bagnara Calabra, in
ragione di Euro 1.000,00 (Euro mille/00), oltre accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Reggio Calabria nella camera di consiglio del giorno 22 luglio 2015 con l'intervento dei
magistrati:

Roberto Politi, Presidente, Estensore


Filippo Maria Tropiano, Referendario
Francesca Romano, Referendario

T.A.R. Calabria Reggio Calabria, Sent., 25/08/2015, n. 859

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria
Sezione Staccata di Reggio Calabria

ha pronunciato la presente

SENTENZA

32
Dicembre 2015

sul ricorso n. 377 del 2011, proposto da Z.C. s.r.l., in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa
dall'avv. Antonella Nucera ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in Reggio Calabria, alla via XXI Agosto n.
96;

contro

il Comune di Reggio Calabria, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Mario De Tommasi,
presso il cui studio è elettivamente domiciliato, in Reggio Calabria, via Castello n. 1;

nei confronti di

C.A., rappresentata e difesa all'avv. Giuseppe Maria Cordova, presso il cui studio in Reggio Calabria è
elettivamente domiciliata, alla Via Magna Graecia n. 31;

per l'annullamento

del provvedimento di diniego di concessione edilizia - pratica edilizia nr. 653110, prot. n. (...) del 20 febbraio
2011 del Comune di Reggio Calabria, Dipartimento Programmazione Settore "Urbanistica" Unità Organizzativa di II
Livello "Edilizia Pubblica e Privata", notificato al ricorrente in data 8 marzo 2011, con il quale il Comune ha disposto
il diniego del permesso di costruire richiesto dalla ditta Z.C. s.r.l.

E PER L'ACCERTAMENTO

ex art. 117 D.Lgs. 2 gennaio 2010 n. 104, dell'obbligo del Comune a provvedere sull'istanza proposta da parte
ricorrente per il rilascio del titolo edilizio costituito dalla variante al permesso a costruire, prot. 0182273 del 4
gennaio 2010 su progetto Arch. L., e della fondatezza della istanza.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio dell'Amministrazione intimata e della controinteressata A.C.;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 22 luglio 2015 il dott. Roberto Politi e uditi per le parti i difensori
come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo

La ditta Z.C. s.r.l. ha chiesto il rilascio del permesso di costruire con istanza acquisita al protocollo comunale n.
13139 del 27 gennaio 2006, relativa alla costruzione di un fabbricato a due piani f.t. destinato a civile abitazione e
negozi, sito in località San Leo di Reggio Calabria, via Nazionale, da realizzarsi previa demolizione di un fabbricato
esistente, censito in catasto al foglio 1, particella 327/1144.

Il Comune di Reggio Calabria rilasciava il permesso di costruire n. 35 del 16 febbraio 2010.

In data 4 gennaio 2010, protocollo n. 0182273, la Ditta Z. s.r.l. presentava istanza di "variante al permesso di
costruire n. 35 del 16.02.2010", data l'esistenza - secondo la stessa Ditta - di alcune modiche tecniche e plano
volumetriche necessarie al miglioramento del rendimento funzionale del fabbricato come sopra descritto
(costruzione di un vano scala e di un pergolato).

In data 20 febbraio 2011, con pratica edilizia n. 653/10, prot. (...), il Comune di Reggio Calabria, Dipartimento
programmazione - Settore "Urbanistica" - Unità Organizzativa di II Livello "Edilizia Pubblica e Privata", disponeva il
"diniego di concessione edilizia", in quanto "la proposta progettuale comporta incremento di volumetria e
superficie coperta oltre a comportare lesione di diritti di terzi".

Con l'odierno ricorso si sostiene l'illegittimità dell'avversato provvedimento per:

Difetto di motivazione - Eccesso di potere per errore sui presupposti e sviamento della causa - Violazione art.
19 NTA - Difetto di istruttoria, partecipazione al procedimento ed eccesso di potere per sviamento della causa
tipica.

SULL'AUMENTO DI VOLUMI E SUPERFICI:

L'aumento di volumetria e superfici indicato nella motivazione dell'istanza di rigetto si riferisce, in realtà, al
progetto originario e non al fabbricato da demolire, come si evince anche dalla relazione tecnica.

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Dicembre 2015

Perciò, non sussisterebbe alcun aumento di cubatura rispetto al fabbricato da demolire ed, in ogni caso, anche
ammesso che tale aumento possa configurarsi, esso è assentibile entro il limite del 20% in eccedenza (art. 19 NTA).

SULLA LESIONE DEI DIRITTI DEI TERZI:

Nessuna violazione dei diritti dei terzi viene integrata (l'allineamento e i distacchi del precedente edificio sono
infatti inalterati; nessun'altra indicazione è offerta dal Comune), ma, quand'anche ci sia stata, gli stessi possono far
valere il loro interesse legittimo alla legittimità dell'edificazione secondo il PRG, denunciando una difformità rispetto
al piano urbanistico, ma non possono ottenere che il titolo sia negato o ritirato se concesso o annullato solo in forza
di un'asserita lesione di un proprio diritto soggettivo.

Vi sarebbe stata, inoltre, violazione dell' art. 7 della L. n. 241 del 1990 in quanto, nel procedimento, non è
stato indicato alcun interesse di terzi.

Conclude parte ricorrente insistendo per l'accoglimento del gravame, con conseguente annullamento degli atti
oggetto di censura.

In data 17 giugno 2011, con memoria, parte ricorrente ha prodotto relazione tecnica in ordine al proprio
progetto edilizio all'esclusivo fine della trattazione della domanda cautelare.

Il Comune di Reggio Calabria si è costituito in giudizio con memoria depositata in data 18 giugno 2011,
chiedendo il rigetto del ricorso, in quanto infondato sia in fatto che in diritto.

Si è inoltre costituita, in qualità di controinteressata, la sig.ra C.A., depositando il proprio controricorso in data
21 giugno 2011 ed associandosi alle richiesta del Comune di Reggio Calabria.

Il ricorso viene ritenuto per la decisione alla pubblica udienza del 22 luglio 2015.

Motivi della decisione

1. Ad integrazione di quanto riportato in narrativa, giova precisare che in data 16 febbraio 2010 il Comune di
Reggio Calabria rilasciava alla ricorrente il permesso di costruire n. 35/2010.

In data 10 dicembre 2010, Z.C. inoltrava istanza di permesso di costruire in sanatoria ai sensi dell' art. 36 del
D.P.R. n. 380 del 2001, a seguito della realizzazione di un vano scala e di un pergolato su fabbricato a due piani f.t.
destinato a civile abitazione e negozi sito in località S. Leo di Reggio Calabria, realizzato con l'anzidetto permesso di
costruire n. 35/1010.

Dall'esame del progetto e della relativa istanza emerge che la richiesta consiste nella realizzazione sul piano di
copertura di n. 9 colonne in c.a. di altezza media di mt. 3,20 con leggera pendenza lungo la direttrice nord-sud,
sormontate da un reticolo di travi sempre in c.a. delle dimensioni di cm. 30x30, per la creazione di un pergolato
ornamentale privo di solaio di copertura. Detto pergolato potrebbe essere utilizzato come supporto per la
realizzazione di un impianto fotovoltaico a pannelli solari.

Inoltre, al posto della scala esterna aperta a due rampe della larghezza di mt. 1,40, con ingombro massimo di
mt. 4,00 di profondità e mt. 2,50 di lunghezza compreso pianerottolo di arrivo, di collegamento fra il piano terra
(cortile lato est) ed il primo piano, è stata costruita una nuova scala avente le seguenti caratteristiche:

- è racchiusa su tre lati in un vano delimitato da struttura in cemento armato delle dimensioni massime di mt.
4,15 di larghezza e mt. 5,60 di lunghezza;

- l'arrivo della scala è stato portato fino alla copertura e sarà realizzato un abbaino atto ad ospitare l'extracorsa
dell'ascensore. L'occasionale accesso all'abbaino avverrà per mezzo di una botola a soffitto dotata di scala retrattile,
predisposta per l'esecuzione di interventi di manutenzione dell'ascensore e/o dell'impianto per la ricezione dei
segnali televisivi terrestri e satellitari;

- la forma della scala è stata variata (da due a tre rampe) al fine di ricavare un vano utile alla messa in opera di
un ascensore di dimensioni conformi a quanto previsto dalla vigente normativa sull'abbattimento delle barriere
architettoniche (cabina di dimensioni pari a mt. 1,40x0,90).

Inoltre sono stati previsti:

- la realizzazione di un muro a confine lungo il lato nord-est, al fine di eliminare eventuali servitù di affaccio
verso il fondo confinante;

- la sopraelevazione, fino ad altezza di mt. 2,50 dal pavimento, del parapetto sulla terrazza sia sul lato nord,
per tutta la sua lunghezza, che dal lato Ovest per almeno cm. 75, da realizzare con pannelli di alluminio ciechi
opportunamente tassellati allo stesso.

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Dicembre 2015

2. Come condivisibilmente osservato dalla difesa del Comune intimato (cfr. memoria di costituzione depositata
il 18 giugno 2011), il progetto in sanatoria prevede la sopraelevazione di un piano rispetto al progetto originario,
nonché la realizzazione di tutta una serie di opere, originariamente non previste, suscettibili di incidere, quanto a
sagome e volumetria, rispetto al progetto assentito.

Né priva di rilievo è la chiusura con corpo di fabbrica del vano scala, atteso che il progetto originario prevedeva
la realizzazione di una scala esterna posizionata sul lato sud che non creava affacci.

Il vano scala realizzato integra la presenza di un vero e proprio corpo di fabbrica, rispetto al quale non si può
omettere di prendere in considerazione l'osservanza delle previste distanze fra fabbricati.

Va rammentato, in proposito, che, in tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine
computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od
accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel
concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se
pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del
fabbricato (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. IV, 17 maggio 2012 n. 2847 e 30 giugno 2005 n. 3539).

Ciò osservato, come dedotto dal Comune - e, in punto di fatto, non smentito dalla parte ricorrente - le distanze
relative al corpo di fabbrica in questione, computate facendo riferimento alle facciate, risultano essere state violate
tanto nella parte del confine lato nord quanto in quello lato est.

Inoltre, il nuovo progetto, così come realizzato, supera in altezza i fabbricati limitrofi (come documentato dalla
difesa comunale): dovendosi in proposito osservare come il superamento in altezza possa essere assentito solo se il
fabbricato si ritiri dal confine di 6 metri (12 metri se al confine sia posto un fabbricato).

3. Nell'osservare, dunque, come le prospettate modificazioni rispetto all'originario progetto integrino evidenti
violazioni della normativa urbanistica di riferimento, va poi rilevato, quanto all'ambito di applicazione dell'art. 19
N.T.A., come esso disponga che, "fermo restando come prescritto l'indice di fabbricabilità fondiaria, gli altri indici
possono subire variazioni fino ad un 20% in più o in meno dei valori fissati nelle singole norme. Tali variazioni
potranno essere consentite caso per caso in relazione alle singole situazioni".

La variabilità degli indici come sopra introdotta viene, dunque, a transitare attraverso un apprezzamento che
tenga conto della specificità della situazione nella quale il manufatto è destinato ad insistere.

In tal senso, questo Tribunale, chiamato ad applicare in precedenti controversie la disposizione di cui al
menzionato art. 19 NTA del Comune di Reggio Calabria, ha precisato la portata della disposizione in esame (cfr. ex
multis, la sentenza 20 novembre 2012 n. 673).

È stato, al riguardo, affermato che "gli aumenti di volumetria sono da intendersi come limite massimo,
comprensivo anche di eventuali volumi tecnici, e dunque nelle operazione edilizie di demolizione e ricostruzione
non è possibile "aggiungere" all'aumento del 20% della volumetria elementi costruttivi non computabili negli indici
(quali volumi tecnici, porticati al piano terra e simili) che in origine non fossero già presenti o comunque compresi
nel fabbricato da demolire" (cfr. T.A.R. Reggio Calabria, 23 novembre 2011, n. 832).

Inoltre, è stato anche affermato che "l'aumento del 20% in ipotesi di demolizione e ricostruzione, consentito
dalle NTA (del Comune di Reggio Calabria), è funzionale a permettere una sia pure parziale deroga, per riconoscibili
ragioni di pubblica utilità, a regole di carattere più generale, sicché la legittimità della loro applicazione resta
condizionata ad una delimitazione rigorosa del loro ambito operativo, non potendosi prescindere dall'effettiva
presenza delle esigenze di "adeguamento" ai fili di gronda, di colmo e di facciata delle costruzioni preesistenti,
proprio in relazione all'esclusiva finalità della norma, volta a consentire un migliore decoro urbano nelle zone
destinate a residenza (T.A.R. Reggio Calabria, 8 luglio 2011, n. 593).

Del resto, con sentenza n. 832/2011, questo T.A.R. ha dato atto che lo stesso Comune di Reggio Calabria, con
determina nr. 4991 del 31 dicembre 2008, ha previsto di acconsentire agli aumenti di volumetria del 20% di cui
all'art. 19 NTA "esclusivamente per motivazioni comprovate dall'impossibilità del rispetto delle norme" (ossia, le
singole norme derogabili ai sensi dell'art. 19 cit., con esclusione dell'indice di fabbricabilità fondiaria), e quindi" in
forza di una "esigenza di ricorrere a tale eccezionale richiesta, che deve essere sempre approfonditamente valutata
dall'Ufficio ed eventualmente riconosciuta".

Con sentenza n. 533 del 9 agosto 2012 questa Sezione, inoltre, ha condivisibilmente sostenuto che "l'esercizio
discrezionale del potere implica che l'Amministrazione operi ed espliciti una valutazione in ordine agli elementi di
fatto e normativi che ricorrono nella singola fattispecie. In altre parole, la disposizione di cui all'art. 19 delle NTA
non può comportare alcun automatismo nella variazione degli indici di piano, i quali, in tal modo sarebbero
sostanzialmente inoperanti, secondo il mero arbitrio dell'Amministrazione", respingendo la tesi secondo cui "la
variazione del 20% costituirebbe una previsione ordinaria non a carattere eccezionale", poiché "se così fosse, la

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Dicembre 2015

norma dell'art. 19 delle NTA, contenente gli indici di piano, avrebbe avuto tutt'altro tenore (a margine della sua
legittimità in tale eventualità)".

Conseguentemente, in sede di permesso a costruire, laddove l'Amministrazione ritenga sussistano elementi, di


fatto e normativi, che consentano l'applicazione della disposizione sulle variazioni degli indici di piano, si rende
necessaria una congrua e puntuale motivazione: e, a proposito delle variazioni in zona omogenea B sino ad un
massimo del 20% dei valori fissati dalle singole norme, ai sensi dell'art. 19 delle NTA, la già citata determina
comunale n. 4991/2008 ha precisa che "tali variazioni si riconoscono esclusivamente per motivazioni comprovate
dall'impossibilità del rispetto delle norme e quindi l'esigenza di ricorrere a tale eccezionale richiesta, che deve
sempre essere approfonditamente valutata dall'Ufficio ed eventualmente riconosciuta": venendo, dunque, in
considerazione una valutazione discrezionale dell'Amministrazione comunale implicante:

- non già un automatico riconoscimento della possibilità di edificare variando del 20% gli indici

- bensì un apprezzamento di carattere eccezionale, da applicarsi dai competenti uffici con estremo rigore ed
obbligatoriamente assistita da congrua ed esaustiva motivazione, che dia conto sia dell'impossibilità di rispettare gli
ordinari indici di zona in relazione alla peculiarità del caso concreto, sia dell'esistenza di un interesse pubblico
generale idoneo a giustificare la deroga.

Quanto sopra esposto persuade della correttezza della prospettazione della difesa comunale (da ultimo
offerta con memoria depositata il 19 giugno 2015) circa l'esclusa obbligatorietà circa il consenso a siffatte variazioni,
in quanto - specularmente - è proprio l'eventuale manifestazione di consenso che transita, come l'illustrata
interpretazione dell'art. 19 NTA autorizza ad intendere, attraverso una attenta e motivata valutazione, condotta
caso per caso e con specifico riferimento alle singole situazioni.

4. Quanto esposto persuade il Collegio dell'infondatezza delle censure dedotte con il presente gravame, che
deve dunque essere respinto.

Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente
pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna Z.C. s.r.l., in persona del legale rappresentante, al pagamento delle spese di giudizio in favore del
Comune di Reggio Calabria in ragione di Euro 1.000,00 (Euro mille/00) e della controinteressata sig.ra C.A.,
costituitasi parimenti in giudizio, per complessivi Euro 500,00 (Euro cinquecento/00), oltre accessori come per
legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Reggio Calabria nella camera di consiglio del giorno 22 luglio 2015 con l'intervento dei
magistrati:

Roberto Politi, Presidente, Estensore


Filippo Maria Tropiano, Referendario
Francesca Romano, Referendario

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